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IMMAGINI DI CONOSCENZA GIURIDICA

CAPITOLO 1
1. Conoscenza e diritto
I modi di configurare la conoscenza del diritto sono condizionati da due immagini:
 Immagini di diritto: cioè il modo di configurare la conoscenza giuridica
 Immagini di conoscenza: cioè il modo di configurare fonti, meccanismi e scopi
del processo volto ad apprendere la verità
Nella cultura giuridica contemporanea è molto diffusa la concezione del diritto come
insieme di disposizioni normative prodotte da un’istituzione e suscettibili di essere
interpretate e applicate  VISIONE RIDUTTIVA, per due motivi:
1) Perché identifica il diritto come diritto positivo, cioè una parte con il tutto:
invece il diritto come schema astratto non è necessariamente posto da
un’autorità, né per forza verbalizzato, addirittura non è nemmeno per forza
prodotto umano -> pensiamo al diritto animale (es. confini di caccia tra i
carnivori). Esiste quindi anche un diritto non scritto, cioè quelle regole
implicite che presiedono le relazioni intersoggettive personali e sociali,
adottate senza essere verbalizzate e spesso inconsapevolmente.
2) Perché il diritto viene inteso solo come oggetto di conoscenza e non anche
come strumento di conoscenza.
Le configurazioni del diritto da parte dei giuristi, a loro volta, sono connesse alle
immagini di conoscenza da essi presunte: spesso si ritiene ovvio ciò che non è,
universale ciò che è relativo. ES: c’è l’idea diffusa del diritto come strumento per
risolvere problemi contingenti e concreti, come solo mezzo per risolvere esigenze
pratiche  VISIONE RIDUTTIVA: il diritto non è solo questo.
La conoscenza giuridica non è attività conoscitiva in tutte le sue forme, ma rientra
nella famiglia della conoscenza scientifica, cioè conoscenza che si attua tramite
teorizzazione e ha come risultato prodotto conoscitivi chiamati teoria.

2. Epistemologia
Le configurazioni conoscitive viste finora, si distinguono tra:
 Quelle che si interrogano su come stanno le cose = sfera dell’essere
 Quelle che si interrogano su come comportarsi = sfera del dover essere ->
queste ultime si avvalgono delle conoscenze pertinenti la sfera dell’essere, le
presuppongono
A loro volta le prime si articolano in:
 Forme di conoscenza non teoretica (es. quella artistica): dove la capacità
allusiva prevale sul contenuto significativo
 Forme di conoscenza teoretica (es. la scienza): dove la trasmissione di
informazioni prevale sul potenziale allusivo
↘ queste due forme sono tra loro molto collegate: per esempio il potenziale allusivo
delle creazioni artistiche costituisce il presagio della comunicazione interpersonale
partecipativa, che non si attua con scambio di informazioni appunto, ma in forme
più misteriose, corrispondenti alle esperienza di amicizia, amore e fede.
Nel linguaggio filosofico il discorso sulla conoscenza è chiamato gnoseologia: alle
varie concezioni gnoseologiche si allude invece con il termine epistemologia -> epi +
estamai = trovarsi sopra, cioè un discorso collocato a un livello metafisico, che si
interroga sui caratteri della conoscenza.
PIANO DELLA METACONOSCENZA: il sapere umano è una forma di conoscenza
animale, condizionata da limiti biologici (vista, udito), tecnologici, e da altri limiti
come la tendenza a configurare la realtà in un quadro spazio-temporale.
Ogni essere vivente ha sviluppato forme di conoscenza particolari: l’uomo, ad es., ha
caratteristiche proprio come la metaconsapevolezza, cioè la consapevolezza di
essere consapevoli.
Gran parte degli interrogativi della metaconoscenza rientrano in quella che Kant
chiama la “questione trascendentale” = Kant risponde alla domanda come si
conosce, dicendo che la conoscenza avviene perché l’uomo dispone di forme a priori
intellettive nelle quali, e per mezzo delle quali, ordina i contenuti di conoscenza 
queste forme a priori sono la FORZA UNIFICANTE DELL’IMMAGINAZIONE:
 Spazio
 Tempo
 Causalità
Spazio e tempo sono state messe in discussione dalla teoria della relatività di
Einstein; causalità dal principio di indeterminazione di Heisenberg e Schrodinger =>
in ogni caso l’interazione tra soggetto osservante e realtà osservata rende
impossibile un’osservazione neutra e obiettiva, quello che noi osserviamo con il
nostro sistema cervello-mente è la punta dell’iceberg: viene abbandonata la pretesa
di assolutezza e si riconosce una conoscenza antropologicamente condizionata 
RICONFIGURAZIONE EVOLUZIONISTICA DELLE FORME APRIORISTICHE: l’evoluzione
spiega l’esistenza delle categorie, non sono innate come sosteneva Kant.
Una riconfigurazione evoluzionistica viene operata anche da Hofstadter e Hofgson:
TEORIA DEL PENSIERO DEGNO DI PLAUSO = il nostro modo di ragionare anche se
contraddetto da filosofia e scienza, quindi erroneo, ha consentito lo sviluppo della
consapevolezza umana, della sopravvivenza della specie e di una sua buona qualità
di vita  ecco perché è un errore degno di plauso: non bisogna criticarlo troppo
perché dal punto di vista utilitaristico ha avuto i suoi frutti (vd. pragmatismo
americano).
Per questi filosofi la logica umana non è quindi formale, ma un sistema duttile,
capace di adattarsi a cambiamenti imprevisti.
Questa teoria ha subito critiche che sottolineano come non si possa spiegare
l’applicazione di queste abilità a circostanze troppo diverse rispetto a quelle nelle
quali si sono sviluppate: la miglior risposta a queste critiche è quella di von Hayek =
la mente non è un ricettore passivo, ma un apparato attivo che classifica
l’esperienza sensoriale attraverso dei filtri; questi filtri, a loro volta, sono generati da
un’esperienza pre-sensoriale che crea collegamenti i quali, più che altro per
imitazione, generano prassi di apprendimento  quindi la realtà non è qualificata in
base a qualità intrinseche della realtà, ma in base alle regole astratte e mutevoli del
nostro sistema cervello-mente = l’interpretazione umana della realtà non va confusa
con la realtà stessa.

3. Metascienza
Abbiamo parlato di conoscenza teoretica, cioè la SCIENZA: essa è una forma di
conoscenza che si realizza mediante processo di teorizzazione -> le teorie, di cui si
avvale la scienza, possono essere definite come configurazioni della realtà delineate
tramite discorsi volti a
 Rappresentare
 Spiegare
 Ridurre ad unità fenomeni (es. giuridici, se si tratta di scienza giuridica)
Le teorie si muovono da premesse, premesse quindi teoretiche, che si distinguono
da quelle metateoretiche: queste muovono dalla TEORIA DEI METALIVELLI = per
discutere su un oggetto è necessario porsi al di fuori e al di sopra di questo oggetto,
cioè appunto su un livello superiore, un metalivello (es. metalinguaggio per
discutere del linguaggio).
METASCIENZA: tentativi di ricostruire gli aspetti principali della conoscenza
scientifica, intesa come conoscenza teoretica, elaborando metateorie e
metametodolgie-> questa indagine infatti non si limita ad approfondire la nozione
di teoria ma esamina anche il fenomeno della teorizzazione  aspetto
metametodologico: ha ad oggetto i criteri metodologici usati dagli scienziati.
Anche la metateoria utilizza modelli di teoria:
 Tassonomie: teorie che classificano i fenomeni
 Riduzioni: teorie che risolvono un fenomeno in un altro fenomeno
 Semplificazioni: teorie che riducono la complessità
 Unificazioni: teorie che risolvono vai fenomeni in un principio unitario
La metascienza, a sua volta, presuppone:
 Concetti: assunzioni metafisiche non confrontabili con l’esperienza
 Metaconcetti: concetti con oggetto concetti
Villa dice: se a monte della scienza ci sono concetti/metaconcetti, a valle ci sono le
nozioni: prodotti della conoscenza, risultati dell’attività conoscitiva [particolare
categoria di nozioni sono le definizioni].
Sempre Villa: metafora dell’albero 
 Tronco= concetto, presupposto
 Rami= concezioni: interpretazioni dello stesso concetto
 Rametti= teorie
 Foglie= nozioni
Un metodo di accostamento spesso confuso con quello scientifico è quello
tecnologico: applicazione delle teorie nel mondo della operatività; presuppone la
teorizzazione, non la costituisce. (es. circostanza che chi fa ricerca nelle scienze
giuridiche spesso si occupi anche di tecnologia giuridica, fare l’avvocato ecc…, ha
come ricaduta la riduzione del diritto alla soluzione di casi pratici).

4. Metafilosofia
È la filosofia della filosofia. Il termine filosofia, come scienza, è tra i concetti
contestati nella loro essenza:
 Per dicotomia da filosofia come forma di conoscenza (gnoseologia) e filosofia
come amore per la saggezza
 Per le diverse accezioni di filosofia del pensiero contemporaneo:
● impostazione idealistica: filosofia come discorso sui principi primi, mondo
delle idee, ecc…
● impostazione esistenzialistica: come conferimento di significati che
presuppone altri significati= processo intellettivo che retrocede all’infinito
● impostazione neopositivistica: come riflessione su enunciati del linguaggio
relativi a diverse sfere conoscitive (es. fil della musica, del diritto ecc...)
● impostazione ermeneutica: interpretazione effettuata da una comunità che
ha instaurato una prassi linguistica
● impostazione post positivistica: come discorso alla sommità della
metascienza, momento di dialogo interscientifico; è altresì il luogo in cui si
compie il giudizio critico = Rorty: “la filosofia è il tribunale davanti al quale
ogni disciplina deve presentarsi”.

5. Metafisica
Anche la metafisica è un concetto contestato nella sua essenza.
Gli scolari di Aristotele indicano con questo vocabolo gli argomenti posti dopo quelli
inerenti la natura: questioni che vanno oltre la sfera della fisica  proprio
l’estraneità dall’esperienza spiega le plurime concezioni di metafisica:
 Pensiero idealistico: la metafisica è la parte più nobile della filosofia, l’apice
della riflessione critica
 Pensiero neopositivistico: dato che riguarda la sfera dell’indimostrabile è un
non-senso, di cui è meglio tacere -> questo orientamento: a) si fonda su sulla
premessa indimostrabile, e quindi metafisica, che la metafisica sia priva di
senso; b) postula che l’essere umano possa e debba confrontarsi soltanto con
la punta dell’iceberg emersa dall’ignoto, trascurando la necessità umana di
conferire significato all’esistenza in quanto essere che si pone interrogativi
 Pensiero ermeneutico: anche qui il pensiero si confronta con l’ignoto
Pur nelle diverse accezioni il linguaggio metafisico è sempre di carattere allusivo,
metaforico, foriero di una forma di conoscenza non riconducibile all’esperienza,
perché riguarda qualcosa che si trova al di là dell’esperienza.
La metafisica quindi non è, come sostengono i neopositivisti, un non-senso, ma è
l’unica parte della riflessione filosofica in grado di fare quel passaggio che orienta
l’inoltrarsi dell’avventura cognitiva verso l’ignoto.
PROBLEMA DELL’ATTRIBUZIONE DI SIGNIFICATI ALLA LUCE DI VALORI: costituisce in
fulcro della filosofia esistenzialistica  Mentre la figura logica che esprime il
ragionamento circolare positivistico è la tautologia (muove induttivamente dai fatti
per ritornare ai fatti sul piano probatorio), l’accostamento problematico
esistenzialistico si configura come una linea regressiva che muove alla ricerca delle
premesse e delle premesse delle premesse… per Opocher non è possibile conferire
un valore ad un valore, se non presupponendo un altro valore; stesso discorso per i
significati. La questione assiologica è: il valore del valore? Ma questa muove da
un’altra questione, quella metafisica: il significato di significare? Opocher continua
dicendo che se filosofare è dare significato, ci sono solo due possibili conclusioni:
 Se ciò è vero non è possibile evitare il regresso all’infinito
 Se per evitare il circolo vizioso si postula un principio metafisico assoluto la
filosofia cessa di essere filosofia, cioè ricerca di significato, e diventa ideologia
Per la filosofia esistenzialistica l’uomo non può fare a meno di attribuire significati:
quindi c’è un approccio apparentemente anti-metafisico, perché non ammette che
esista un principio primo  TUTTAVIA: dire che la filosofia è ricerca di significato è
un assioma, e quindi di ordine metafisico = quindi si fonda anch’essa su presupposti
metafisici

Il conferimento di un significato presuppone l’attribuzione personale di un
significato: sono significati autoreferenziali -> i significati non hanno origine nel
mondo delle idee, come diceva Platone, ma nell’esistenza stessa, e quindi sono
antropologicamente condizionati  ciò spiega l’esistenza di una molteplicità di
valori storicamente mutevoli.

CAPITOLO 2

1. Metateoria
Il termine scienza è sinonimo di conoscenza teoretica, cioè attività di teorizzazione
che ha per risultato le teorie, appunto.
L’idea di conoscenza teoretica è fortemente connessa all’approccio alla realtà
propria di ogni diversa cultura -> questo vuol dire che la conoscenza scientifica è un
concetto messo in dubbio non solo nella sua essenza, ma anche nella sua
identificazione lessicale: es. per i tedeschi scienza vuol dire ogni discorso serio e
rigoroso; per il resto dell’Europa continentale è ogni dottrina basata su enunciati
controllabili; per il mondo anglosassone scienza è ciò che sia confermabile
empiricamente = la psicoanalisi sarà scienza solo per i tedeschi, nel resto d’Europa
no, ma lo sarebbe la matematica perché costituita da relazioni controllabili, ma
questa a sua volta non sarebbe scienza per gli inglesi perché non suscettibile di
conferma sperimentale.
Queste questioni terminologiche sono state però superate nel pensiero
contemporaneo: oggi possiamo dire che la conoscenza scientifica è conoscenza
problematizzante (Robilant), cioè muove da interrogativi, formula ipotesi, sulla base
di queste costruisce nessi di regolarità espressi con il condizionale (es. se A allora B),
e sottopone le ipotesi a controlli diversi; questo tipo di conoscenza non è preferibile
in assoluto ma è la più adatta ad affrontare alcuni aspetti della vita e della realtà.
→ Le teorie sono quindi la configurazione del problema e le proposte di soluzione;
sono strumenti di rappresentazione della realtà, costruiti attraverso conoscenza
precedenti e provvisorie (Bunge); sono asserzioni con carattere congetturale e
precario che possono avere come contenuto (Popper):
 La decodificazione di fenomeni
 La ricomposizione della molteplicità in unità
 La risoluzione trasformativa di un fenomeno in un altro fenomeno/ di una
classificazione in un’altra classificazione
Le teorie si avvalgono di modelli: dal sanscrito mâ (misurare) e dal latino modus
(misura) -> modulus: è l’esemplare in scala ridotta di un’opera più grande, un
esempio quindi; è affiancato da termini come prototipo (forma originaria in senso
cronologico) e archetipo (forma originaria in senso causale) = ma nel pensiero
contemporaneo il termine è usato per lo più per indicare immagini/ costruzioni
artificiali che riproducono in maniera semplificata il fenomeno oggetto di indagine.
Le teorie possono essere:
 Unificanti: tra queste alcune sono “ad interruttore centrale”, cioè postulano
un principio fondamentale; si tende a trasformare tutte le categorie in una
sola = es. immagine di Dutheil di un universo in cui le particelle si spostano a
velocità superiore della luce, annullando la relazione spazio temporale, e a cui
noi accediamo morendo, quando la nostra materia, liberandosi delle spoglie,
assume una velocità superluminosa.
 Pluralistiche: presuppongono invece la coesistenza di più principi = è il caso
del pensiero dicotomico che divide l’universo osservato in due sfere inclusive
ed esaustive di tutto il fenomeno considerato -> es. divisione popperiana in
nuvole ed orologi: schema in cui le nuvole sono a sinistra, gli orologi a destra,
e tutta la realtà si colloca in un punto di questa linea = un cucciolo sarà più a
sinistra di un animale adulto; il problema nasce quando si immagina che ci
siano orologi meno precisi, dovendo riconoscere l’esistenza di orologi
nuvolosi e nuvole clock-like  la deriva di questo pensiero infatti si verifica
quando si arriva ad asserire che in realtà tutte le nuvole sono orologi e
viceversa.
Il pensiero dicotomico è molto diffuso nella cultura giurista (es. Bobbio:
divisione tra giusnaturalismo e positivismo giuridico)
Monismo e pluralismo sono approcci concorrenti ma non necessariamente
incompatibili,ed entrambi plausibili: ogni teoria è un punto di vista  non è casuale
che il massimo teorico dell’unita sia un tedesco come Hegel: anche le opere di
Wagner, per es., tendono alla stessa unità, questo perché alla radice dei due
pensieri c’è la stessa concezione religiosa propria della cosmologia nordica, per cui
c’è una totalità indistinta di una primitiva monade universale, cui si oppone
l’individualizzazione (pensiero vicino a quello di Anassimandro); altro es. il fatto che
tutto il romanticismo tedesco sia percorso dal tema della notte: notte = il buio,
confondendo i contorni, unifica tutto.
Piano opposto: es. Borghes e i fiamminghi = la storia di un impero in cui l’arte della
cartografia era tanto elevata che i cartografi, sempre insoddisfatti, vogliono
progettare una mappa a grandezza naturale; la realtà è pluralità, policromia,
multiformità;
La storia della cultura a riguardo è pendolare: a epoche che perseguono l’unità si
susseguono epoche pro specializzazione. ATTENZIONE: l’importante, a riguardo, è
non confondere la pluralità di discipline con la pluralità di metodologie: la meta
scienza contemporanea (post-positivismo) ritiene che la prima distinzione sia
inammissibile, mentre la seconda non solo ammissibile ma necessaria  es. Popper
dice che le materie sono solo il portato fuorviante delle esigenze amministrative di
ginnasi e università.

2. Immagini di conoscenza teoretica


Immagini di scienza è un termine coniato da Elkana per indicare i vari modi di
intendere la scienza, presupposti dai costruttori di teorie = quindi sono i modi di
intendere la conoscenza teoretica e poggiano, a loro volta, su modelli più generali di
concezioni del mondo e della vita.
Questi ultimi modelli generali possono essere distinti in:
 Posizioni monistiche
 Posizioni dualistiche
Dicotomia che interferisce con un’altra distinzione, quella tra:
 Realismo
 Idealismo
Es. posizione monista- realista: Galileo Galilei, per cui la natura è un libro scritto in
linguaggio matematico, che l’uomo, che appartiene al mondo della natura, può
leggere = esiste quindi un mondo a cui l’uomo appartiene e che può essere oggetto
di conoscenza umana.
Es. posizione monista- idealista: Fichte, per cui l’io pensante di ogni essere conosce
solo quello che l’Io stesso ha già posto.
Es. posizione dualista: Kant, che distingue il fenomeno, una cosa come ci appare, dal
noumeno, la cosa in sé  portando alle estreme conseguenza il kantismo in realta si
mantiene il dualismo solo in linea di principio, perché in realtà si ritorna a posizioni
essenzialmente monistiche: è quello che succede con Schopenhauer, per cui il
mondo è una rappresentazione, un’illusione, un inganno, percepito dall’intuizione e
dal pensiero, ma la prima è sogno, e il secondo è sogno di quel sogno.
Entrambe le posizioni possono poi essere sia estreme che moderate.
Non dobbiamo pensare che questa distinzione, questa controversia, sia oggi
superata: pensiamo al Novecento, quando le nuove teoria del Quantum e del Caos,
e la riscoperta dell’interazione tra soggetto osservante e oggetto osservato nella
microfisica, hanno originato lo scisma tra:
 Epistemologisti: come Einstein, per cui l’impossibilità di individuare relazioni
costanti e univoche è una limitazione tecnica che non concerne l’essere ma le
nostre possibilità di conoscenza dell’essere (siamo noi che non siamo in grado
di percepire le particelle non queste che non sono definite)
 Ontologici: come Heisenberg, per cui invece le limitazioni sono intrinseche alla
realtà = la cosa in sé è inconoscibile; (Vince H. = il principio di
indeterminatezza è ontologico; siamo ancora fermi a questo principio oggi ->
Popper istiga H. dicendo che lui dice che non vediamo il movimento della
particella a causa della nostra osservazione = spiega l’inesistenza della
causalità con la causalità -> H. dice le 3 categorie si sono formate in milioni di
anni, sono sbagliate ma sono il nostro modo, non possiamo evadere da
queste, siamo prigionieri del nostro sistema cervello mente -> teoria errore
degno di plauso -> pragmatismo americano).
La posizione estrema dell’idealismo (tipo quella di Goodman) porta a dire che
non esiste un mondo reale nel senso di qualcosa che si trovi al di fuori dei
nostri modelli e quindi le teorie scientifiche non possono considerarsi
espressive di una realtà esterna
Vediamo invece nel mondo contemporaneo: qui il realismo si è diviso in due
sottoinsiemi:
 Un realismo che sostiene che il mondo reale esiste effettivamente
 Un realismo che pensa che quello che i realisti ingenui chiamano mondo reale
(cioè quello che si tocca e si vede) non esiste
→ es. per Sellars il cubetto di ghiaccio non esiste, per Eddington il cubetto di
ghiaccio non si configura tanto come il solido percepito dall’uomo della strada,
quanto come una sorta di spazio vuoto = ecco perché, in realtà, questo dibattito
pone il luce come gli oggetti reali in cui i realisti credono non siano tavoli o
cubetti di ghiaccio, ma sistemi rappresentabili attraverso funzioni  realismo
critico: tiene conto di una realtà congetturata ma non postula l’identificazione
della realtà effettiva con quella configurata teoricamente.
Peraltro la distinzione tra realismo ingenuo e critico non risolve il problema iniziale
della distinzione tra realismo e idealismo –> di questo si occupa Popper che dice che
idealismo e realismo sono premesse metafisiche inconfutabili, quindi non bisogna
affrontare la scelta dal punto di vista della verità, ma in termini di interesse: mentre
l’idealismo risolve tutti i problemi svuotandoli (se il mondo è un sogno di cui regista
è l’Io o Dio, tutto può accadere), per il realismo è possibile formulare congetture su
ciò che può accadere ed è possibile scegliere quale sia la migliore congettura 
quindi è la posizione più interessante razionalmente  Goodman dice: ma gli
standard con cui noi giudichiamo quale sia la congettura migliore sono sempre
creazioni dell’intelletto: quindi la tesi popperiana per cui le confetture dell’intelletto
possono esser smentite dalla realtà non regge perché si può replicare che le
smentite della realtà sono anche loro creazioni della mente  Popper riconosce
l’ineludibile presenza di componenti metafisiche alla base del discorso razionale e
quindi dice che non si può inferire asserzioni universali da asserzioni particolari (es. il
fatto che il sole sia sorto più volte su Londra non autorizza a dire che il sole sorgerà
domani su Londra): tuttavia bisogna ammettere che tutti noi speriamo che il sole
continui a sorgere, e questa speranza è necessaria per continuare ad agire = quindi
la congettura metafisica che esistano regolarità è più interessante delle alternative.
→ Questo schema logico di Popper in realtà è ritrovabile in costruzioni assai più
risalenti nel tempo: es. Pascal = ponendo che l’ipotesi A (Dio esiste) abbia una sola
probabilità e l’ipotesi B (Dio non esiste) abbia 99 probabilità, conviene comunque
puntare sull’unica possibilità affermativa, perché se si vince il guadagno è totale,
mentre il guadagno puntando sulle 99 probabilità è nullo.
Il modello di scientificità del positivismo dell’Ottocento e del neopositivismo del
Novecento, esclude dalla scienza ogni componente metafisica, e anzi essa è intesa
a risolvere la conoscenza nell’esperienza; al contrario il pensiero post positivistico
sostiene che la conoscenza sia impregnata di teoria, di valutazioni e di
presupposizioni metafisiche.

3. L’immagine di scienza del neopositivismo


Il neopositivismo del ‘900 costituisce un vero e proprio movimento culturale, col suo
manifesto, le sue capitali (Vienna e Cambridge), e il suo luogo (il circolo di Vienna).
Il modello proposto dal neopositivismo consiste nel monismo metodologico:
credono che il metodo scientifico per eccellenza sia quello delle scienze naturali ->
versione estrema di questo monismo è il fisicalismo, per cui l’unico vero metodo è
quello della fisica, e tutte le discipline sono ad essa riconducibili (es. diritto ->
sociologia -> psicologia -> biologia -> chimica -> fisica).
Caratteri dell’immagine della scienza secondo il neopositivismo:
a) Fondazionalismo: (ipotesi teorica al centro di questa immagine) concezione
rigidamente empiristica, per cui la conoscenza si basa sui fatti, perché la realtà
è costituita da fatti e dati obiettivamente esistenti  si conosce tramite
l’osservazione fattuale.
b) Divisionismo: (premessa)netta distinzione tra essere e dover essere, tra fatti e
valutazioni; credono che ci siano dei fatti “puri”, obiettivamente esistenti 
l’attività di osservazione è neutrale, non devono esserci valutazioni.
c) Descrittivismo: l’esperienza sensoriale costituisce lo specchio fedele della
realtà  le teorie rispecchiano perfettamente la realtà, traducendola in
parole e formule.
d) Verificazionismo: (piano probatorio) la scientificità di una teoria si basa sulla
sua riconducibilità a asserzioni fattuali e controllabilità mediante fatti 
tautologia: si muove dai fatti, per tornare ai fatti sul piano probatorio;
consente una demarcazione netta tra ciò che è scientifico e ciò che non lo è,
tra scienza e metafisica (demarcazione necessaria in questo quadro).

UNA TEORIA PER ESSERE CONSIDERATA TEORIA SCIENTIFICA VA VERIFICATA,
CIOè SOTTOPOSTA A PROVA DI VERO.
Per i positivisti verità = corrispondenza a realtà; e realtà = see-touch-world –>
quindi la verità non è un concetto metafisico, ma un predicato empirico.
e) Giustificazionismo: la teoria è verificata quando un controllo empirico
assevera che l’asserzione corrisponde al fatto  teorie verificate = teorie
giuste
f) Strumentalismo: la conoscenza umana è il prodotto del riempimento di una
tabula rasa, progressivamente arricchita da esperienze, cioè informazioni;
quindi il progresso scientifico è un progresso lineare per accumulazione di
informazioni  lo scopo di questa accumulazione è la formulazione di leggi
generali = finalità predittive

4. Scienze naturali e scienze dello spirito


Secondo un’opinione molto diffusa nella seconda metà dell’800, una delle
caratteristiche del pensiero scientifico è quella di enunciare leggi = tutte le discipline
incapaci di formulazioni generalizzanti non hanno carattere scientifico: es. la storia,
perché i fatti storici sono irripetibili; questa concezione della storia era così radicata,
che ancora Popper divideva storia e sociologia, riconoscendo carattere scientifico
solo alla seconda.
→ questa concezione si basa su un pregiudizio infondato: infatti è proprio delle leggi
naturale l’asserzione che in natura nulla si ripete identico -> quindi l’irripetibilità è
proprio delle stesse discipline scientifiche; la regolarità concerne tipi, categorie,
classi, non singoli episodi; l’unica differenza è che le regolarità individuate dalle
discipline umanistiche sono più complesse.
Ma nella seconda metà dell’800 queste repliche ancora non erano state fatte, e
quinid si distingueva tra:
 Scienze naturali: suscettibili di spiegazione, e per loro natura generalizzanti.
 Scienze dello spirito: suscettibili di comprensione (intesa prima in senso
psicologico come empatia, compassione, poi come ricreazione di
un’atmosfera culturale e intellettuale).
Queste distinzioni sono basate su premesse metateoriche inaccettabili  la caduta
del mito delle scienze esatte è già propria dell’ultimo positivismo, che le teorie sono
in realtà ipotesi provvisorie e precarie; e si completa con il post-positivismo, con
l’acquisizione del carattere congetturale di tutte le scienze, il riconoscimento delle
componenti metafisiche delle conoscenze e superamento della distinzione tra
discorsi descrittivi e valutativi.

5. Il parricidio di Popper
Tutte le convinzioni sulle quali si fondano le premesse teoriche e metateoriche nel
neopositivismo sono state messe in discussione dalla meta scienza contemporanea;
il primo colpo gli è stato inferto da Popper:
 Per il neopositivismo esiste demarcazione netta tra ciò che è scienza,
empiricamente verificabile, e metafisica, non verificabile -> la metafisica è un
non sense  ma l’asserzione stessa che la metafisica sia non sense è un
asserzione non verificabile = AUTOCONTRADDITTORIETà.
 Smontata anche la verificabilità: questa implica che le asserzioni siano
riconducibili a descrizioni della realtà controllabili  ma asserzioni generali
non possono essere provate da asserzioni particolari: secondo Hempel
l’osservazione che tutti i corvi osservati sono neri può portare all’asserzione
che “tutti i corvi sono neri”; per vagliarla bisogna controllare: si cercano dei
corvi e se sono neri la teoria si considera provata -> per Popper invece questo
controllo è fallace: per quanto numerosi siano i cigni bianchi osservati non
possiamo dire che tutti i cigni sono bianchi; una constatazione è un’esperienza
singolare, da questa non possiamo passare all’universale = per giustificare
un’inferenza induttiva dovremmo usare un’altra inferenza induttiva e così
via…regresso infinito

alcuni pensatori neopositivisti hanno provato a superare la critica attraverso
una versione debole delle leggi scientifiche: non più universali ma statistiche
 ma Popper ha detto che questo passaggio non migliora la situazione,
perché anche la variante probabilistica conduce al regresso infinito (giustifico
l’asserzione probabilistica con altra asserzione probabilistica e così via…).
Riguardo a questo passaggio, da corvi neri a cigni bianchi, G. Von Wright ha parlato
di parricidio di Popper: perché parricidio? perché in un primo momento
l’impostazione di Popper sembrava demarcazionistica, con il criterio della
falsificazione che sostituiva quello della verificazione -> ecco spiegato perché Von
Wright definisce Popper come l’ultimo erede del positivismo  definizione mai
accettata da Popper, che tuttavia sapeva gli sarebbe rimasta addosso.
In realtà in uno scritto successivo Popper contesta il demarcazionismo, escludendo
la rilevanza di questioni classificatorie per l’individuazione delle teorie migliori; per
Popper infatti il falsificazionismo abbandona la pretesa di essere criterio
discriminante tra asserzioni scientifiche e metafisiche, per collocarsi nella teoria
delle prove, accanto ad altre prove meno forti; tra l’altro non tutte le scienze sono
falsificabili (es. diritto: per il primo Popper non sarebbe una scienza, per il secondo
si).
→ quindi:
 Giustificazionismo e verificazionismo sono stati smontati dal rilievo che
nessun numero di conferme sperimentali può garantire che in futuro la realtà
si comporterà allo stesso modo;
 Il demarazionismo è stato smontato dal rilievo che la prova falsificante è
condizionata da premesse e schematismi teoretici = non può essere letta se
non alla luce di queste = cambiando le premesse, cambia il risultato  già nel
momento della percezione l’esperienza sensoriale è condizionata da teorie =
no tabula rasa
Tutto ciò ha portato alla dissoluzione del monismo metodologico:
a. Per un verso tutte le scienze sono sullo stesso piano
b. Per altro verso tutte sono libere di determinare i propri metodi di indagine,
criteri probatori e oggetto
→ non esistono rami del sapere, ma problemi e metodologie per affrontarli.

6. La psicologia della Gestalt


Mentre il neopositivismo è un movimento vero e proprio, il post-positivismo è solo
una designazione generale per ricomprendere vari approcci problematici, aventi in
comune l’opposizione ai dogmi del positivismo.
Il primo modello di indagine, che influenzerà molto il post-positivismo, è la ricerca di
Kohler: egli riconfigurò l’idea che la scienza aveva della percezione visiva  quando
vediamo non riproduciamo obiettivamente la realtà, ma la percezione visiva si
delinea mediante un’organizzazione del campo visivo che tende a strutturare
l’oggetto della visione in una figura che si distingue dallo sfondo; figura e sfondo
interagiscono tra di loro, dal momento che lo sfondo può diventare figura e
viceversa. Il sistema cervello-mente decodifica l’immagine attraverso strutture
organizzative che decifrano ciò che viene messo a fuoco, conferendogli un
significato -> es. se c’è una figura in bianco su sfondo nero, dove lo sfondo nero in
realtà è a sua volta una figura su sfondo bianco, l’occhio non può percepire
contemporaneamente le due figure, ma all’inizio riuscirà e vederne solo una, e
quando riuscirà a vedere anche la seconda sarà percepita come una sorta di
scoperta.
→ la mente svolge un ruolo attivo: vedere non è mai un puro sehen, ma gestalt-
sehen, si costruiscono figure significative, si configura la realtà (lo scatto delle
gestalten è la riconfigurazione della realtà).
Questa teoria è degli anni ’60, successivamente le neuroscienze hanno sscoperto
che anche gli altri apparati sensoriali tendono a separare una figura dominante dallo
sfondo  quindi la realtà non ha nulla di oggettivo, perché:
Primo: ogni specie vivente decodifica i fenomeni in base a captazioni diverse =
diverso orizzonte noetico
Secondo: l’orizzonte noetico umano è condizionato da abilità e limiti del
singolo soggetto
= la conoscenza umana è antropologicamente condizionata: la capacità del sistema
cervello-mente di codificare possiamo intenderla:
 O in senso aprioristico come Kant
 O in senso evoluzionistico come Hayek.

7. I paradigmi
il concetto di riorientamento gestaltico è alla base della teoria della struttura delle
rivoluzioni scientifiche di Thomas Kuhn; stessa cosa si può dire per la nozione di
situazione problematica di Popper, che distingue il problema dallo sfondo
problematico.
Partiamo dall’esempio popperiano della maree: Galileo voleva risolvere il problema
delle maree alla luce dello sfondo problematico dei movimenti della terra, con il
modello del catino -> Popper dice che Galileo in realtà non si preoccupa davvero del
problema delle maree, ma lo sfrutta per controllare la correttezza della teoria
copernicana sui movimenti della Terra  l’interrelazione tra problema e contesto e
chiamata da Popper situazione problematica.
Il problema delle maree potrebbe essere affrontato anche in base agli influssi della
luna -> problema identico ma collocato su un diverso sfondo problematico; a volte
lo scienziato non è consapevole della situazione problematica perché presuppone
che il contesto sia immodificabile.
Kuhn chiama questa collocazione in un preciso sfondo problematico, cioè la cornice
teorica entro la quale si cerca di risolvere il problema, paradigma [poi Kuhn parlerà
di:
 Disciplinary matrix: per intendere la situazione conoscitiva alla base del
discorso scientifico, la cui problematizzazione assume un ruolo specifico
mediante la collocazione entro un preciso contesto problematico (es.
relazione maree terra)
 Exemplars: per intendere i modelli esemplari utilizzati (es. il catino)

Così il termine paradigma andrà a designare solamente le singole tradizioni di
ricerca.
Un’indagine che vuole approfondire il problema alla luce della tradizione di ricerca
comunemente accettata, è un’indagine intraparadigmatica (Kuhn: ricerca
ordinaria), mentre l’indagine fuori dalla tradizione di ricerca – in un altro contesto -
è extraparadigmatica (Kuhn: ricerca straordinaria).
La struttura delle rivoluzioni scientifiche non è un passaggio all’interno dello stesso
paradigma, ma in un altro contesto problematico.
I paradigmi rischiano di intrappolare come le forme della psicologia di Gestalt: è
difficile abbandonarle -> anche qui riconfigurazione gestaltica  il passaggio da un
vecchio paradigma a uno nuovo è preceduto da un periodo preparadigmatico: prima
sfocamento del vecchio paradigma, con tentativi di formulare costruzioni ausiliarie;
poi, a poco a poco, le costruzioni ausiliarie intaccano l’armonia del paradigma; (altro
indice della crisi può essere la tendenza degli scienziati ad esplicitare le loro
premesse filosofiche); infine appare il nuovo paradigma e inizia la battaglia per la
sua accettazione.
La ricerca ordinaria presuppone la familiarità dello scienziato con il paradigma ->
ecco perché tende a cristallizzarsi -> ed ecco perché secondo Kuhn, sono i più
giovani/ i nuovi arrivati nel campo, a creare nuovi paradigmi; è la stessa ragione per
cui, sempre secondo Kuhn, chi ha una cultura umanistica è più disposto a mettere in
discussione i paradigmi, di chi ha una formazione scientifica:
gli umanisti leggono i classici, e vengono a conoscenza di molte soluzioni
contrastanti e quindi sono abituati a mettere in discussione tutto
gli studenti di scienze naturali invece studia quasi solo sulla manualistica e
quindi sviluppa un esagerato rispetto per i paradigmi acquisiti
La posizione di Kuhn influenza anche la teoria delle prove: il controllo critico delle
teorie è possibile solo all’interno di un paradigma, ecco perché tutte le prove, anche
quella falsificante, sono provvisorie, perché teoreticamente condizionate ->
nessuna scienza è priva di pregiudizi, questi caratterizzano l’osservazione = non
esiste un osservazione pura.
Il monismo metodologico neopositivista ammetteva solo un progresso lineare,
invece Kuhn ammette lo scontro tra paradigmi,e quindi la scelta tra quale sia il più
interessante da adottare, scelta motivata non solo da prove, ma anche da opzioni
valutative e considerazioni estetiche = la formulazione di questo tipo di preferenze è
detta theory choise.
Il paradigma a sua volta implica assunzioni di carattere generale.
Il paradigma funge anche da filtro selezionatore di ciò che della realtà è da
osservare ecco perché secondo Kuhn un buon tecnologo difficilmente è un buon
scienziato: è anche lui, come il vecchio scienziato, troppo in confidenza con il
paradigma per poter fare lo scatto della Gestalten ->scienza e tecnologia competono
a persone diverse.
Anche nell’indagine kuhniana (come per Popper e Heisenberg) i fatti non esistono,
perché è il paradigma che configura la realtà: paradigma diverso = realtà diversa.

8. Linguaggio e commensurabilità
Gli allievi di Kuhn arriveranno ad affermare che muovere da paradigmi diversi vuol
dire osservare realtà diverse: scienziati che muovono da paradigmi diversi abitano
mondi diversi.
In particolare Feyerabend definisce “anarchica” la sua concezione, che si fonda
sull’idea dell’incommensurabilità: i termini di una cultura non corrispondono a
quelli di un’altra -> scienziati che muovono da diversi paradigmi utilizzano linguaggi
diversi ed incommensurabili (es. di Forrest sul padre che cambia sesso: sarà sempre
padre, ma questa parola assumerà un’accezione diversa).
La tesi di Feyerabend è confutata da Putnam: il secondo dice che la tesi del primo
non è possibile, perché se così fosse non si potrebbero tradurre né le lingue
straniere né gli stadi precedenti una stessa lingua  in realtà le lingue non sono
integralmente traducibili perché espressione di una particolare mentalità e cultura:
e infatti lo stesso Putnam, alla fine, riconoscerà come l’effettiva traducibilità sia solo
un mito  tra l’altro il problema di fondo non concerne le lingue bensì i linguaggi.
Putnam dirà anche che la tesi della incommensurabilità tende a confondere
concetto e concezione: scienziati di culture diverse hanno diverse concezioni dello
stesso concetto. -> la disputa tra sostenitori e non della teoria della
incommensurabilità porterà ad un approfondimento sia del rapporto tra linguaggio
(qualsiasi tipo, gesti, verbale, musicale...) e lingua (peculiare linguaggio verbale), sia
di quello tra diversi livelli del linguaggio.

La prima questione che si pose dopo la formulazione del principio di


indeterminazione fu se questa fosse insita nella realtà oppure costituisse una
limitazione tecnica pertinente i nostri mezzi per avvicinarci alla realtà: la diversa
risposta a questo interrogativo determino, quello che Popper chiama, lo scisma
della fisica contemporanea:
 La prima opzione si sostanzia dell’interpretazione c.d. di Copenaghen:
Heisenberg ci dice che per osservare una particella bisogna colpirla con un
fascio di luce, quindi che non è possibile determinare in un unico contesto la
sua reale posizione e i suoi reali movimenti = non si può parlare di causalità, a
causa dell’interazione del soggetto con l’oggetto.
 Popper osserva che però H. da una spiegazione causale della dissoluzione del
concetto di causalità.
 H. replica che il linguaggio scientifico è il linguaggio comune condensato in
formule sintetiche, tuttavia, con la scoperta della meccanica quantistica, il
linguaggio maturato in millenni è diventato inadeguato, ma non possiamo
cambiarlo perché per farlo dovremmo essere diversi da quello che siamo = ai
concetti di spazio, tempo e causalità non corrisponde più un contenuto
significativo univoco: esiste una prigionia del linguaggio.
 Popper ribatte che è possibile una liberazione intellettuale del linguaggio
attraverso una discussione razionale.
 Whorf obietta che per liberarci dal linguaggio dovremmo usare sempre un
linguaggio = non c’è via di uscita: si può evadere solo in una prigione più
ampia -> lo stesso Popper ammette la forza dell’obiezione.
Whorf continua affermando che c’è un intimo rapporto tra il linguaggio e
l’orizzonte noetico che esso esprime: infatti il linguaggio non è un semplice
veicolo di idee, ma è proprio il sistema linguistico che forma le idee, che guida
l’attività dell’individuo fin dall’apprendimento della lingua materna  per
avvalorare questa tesi pensiamo all’esempio del vocaboli composti: nella
lingua inglese questi servono per conferire maggior concretezza al segno
linguistico; in quella tedesco, al contrario, per dare maggiore astrazione.
 Naturalmente per linguaggio non si intende solo quello delle relazioni
interpersonali, ma anche il sistema di designazioni personali, che costituisce il
nostro possesso materiale della realtà -> Proust ci dice che ad un mondo
significativo diverso corrisponde un sistema di designazioni diverse
(Recherche).
La questione non riguarda solo la lingua verbalizzata, ma ogni sistema di segni
e gesti: es. il sorriso della duchessa di Guermantes -> per P. questo sorriso fa
parte di quei gesti che, pur non avendo una forma direttamente elaborata
dall’interlocutore, hanno un contenuto simbolico  qui P. allude alla
plurilivellarità del linguaggio: i gesti non sono creazione dell’individuo, si
trasmettono in via ereditaria, una volta divenuti definitivi costituiscono
l’aspetto di una persona, ecc… il movimento corporeo, verbale o gestuale, si
traduce in linguaggio incorporeo, anch’esso funzionale all’orizzonte noetico
del soggetto, ma inconsapevole.
 la meta scienza post- positivistica si è appropriata delle suggestioni proustiane
facendone alcuni dei nuclei portanti della propria immagine di conoscenza:
ogni essere vivente ritaglia un piccolo numero di caratteristiche degli oggetti
circostanti e reagisce solo a quelli -> questi aspetti formano il suo ambiente.
Il limite è l’organizzazione psico-fisica.
La rivoluzione si ha quando nuovi aspetti, prima inosservati, vengono
percepiti -> la funzione della scienza è quella di estendere l’osservabile, nel
senso di reagire a categorie prima insignificanti.

9. Teoria dei sistemi


Una delle questioni più importanti del pensiero contemporaneo è la teoria generale
dei sistemi di Von Bertaanffy: essa costituisce uno sforzo di astrazione per cercare di
superare la dicotomia tra le due culture, delle scienze sociali e delle scienze naturali.
Un sistema è un complesso di elementi interagenti: se applichiamo questo
concetto al sistema informativo, possiamo distinguere uno stimolo e una risposta,
che si trasmettono e restituiscono reciprocamente informazioni -> quando la
risposta ritorna all’effettore, questo riceve un messaggio, ne prende atto, e
restituisce al ricettore un’ulteriore informazione, che tiene conto di quella ricevuta:
si ha così una retroazione dell’informazione, detta feed-back (es. schermo radar:
manda segnali che urtando gli oggetti ritornano e informano della presenza degli
stessi).
I sistemi possono essere:
 Chiusi: quando tende ad autoregolarsi intorno ad un punto di equilibrio (es. la
termoregolazione degli animali a sangue caldo);
 Aperti: quando tende invece ad auto modificarsi (es. il meccanismo
dell’evoluzionismo darwiniano) -> gli esseri viventi procedono per tentativi, il
fallimento dei quali lo informa che deve muoversi in un’altra direzione =gli
esseri viventi imparano dai propri errori attraverso il meccanismo dei feed-
back -> ecco perché, per Hayek e Popper, il meccanismo di apprendimento
non è pura ripetizione, ma tentativo e eliminazione dell’errore.
Il pensiero sistemico riformula anche la questione trascendentale:
a. per Kant l’intelletto prescrive leggi alla natura, tramite il potere unificante
dell’immaginazione, cercando di inserire quest’ultima in forme a priori
immutabili – spazio, tempo e causalità -.
b. per Popper l’intelletto cerca di imporre le due invenzioni alla natura, ma
queste possono essere smentite dalla realtà, e devono essere continuamente
sostituite da altre più valide.
c. per Von Bertalanffy la realtà ci informa che le nostre teorie sono sbagliate
attraverso il meccanismo dei feed-back.
d. per Hayek il sistema cervello-mente procede tramite una capacità di
astrazione già insita nell’esperienza presensoriale -> le informazioni che
tornano al soggetto dopo essersi scontrate con la realtà, hanno generato,
nell’arco di millenni, delle categorie astratte che presiedono all’ordine
sensoriale e all’elaborazione concettuale = così la mente viene configurata
come un sistema di norme astratte, che riducono ad unità la conoscenza
sensoriale  il meccanismo che regola la conoscenza è perciò evoluzionistico:
se si sopravvive agli errori si fanno ulteriori tentativi sulla base delle teorie
raggiunte, e queste non hanno pretesa di verità, ma costituiscono le
congetture migliori finché non sono falsificate.

10. La conoscenza oggettiva


Come dice Popper, la filosofia occidentale è tutta una nota a piè pagina della
filosofia di Platone: egli non sono scoprì il mondo della conoscenza oggettiva, ma
studiò anche il rapporto tra il mondo umano e quello divino delle idee -> in
quest’ultimo, per Platone, le idee sono forme perenni e immutabili.

All’idealismo tedesco invece si deve la rivisitazione del mondo delle idee: in
particolare si deve ad Hegel il massimo approfondimento del rapporto tra mondo
degli uomini e mondo delle idee  per Hegel questo rapporto è dialettico e triadico
-> ogni concetto è diviso in tre momenti perché il ritmo dialettico è triadico:
1) Tesi
2) Termine medio
3) Sintesi
→ in generale il sistema è diviso in:
o Logica
o Natura
o Spirito -> che a sua volta si divide in:
 spirito soggettivo: concerne il soggetto individuale pensante
 spirito oggettivo: è il pensiero che si oggettiva nella storia dando luogo:
a. all’esteriorità del diritto
b. all’interiorità della morale
c. all’eticità: sintesi dei primi due
 spirito assoluto: dove il pensiero pensate, riflettendo sulle realizzazioni
del pensiero, trascende se stesso e raggiunge l’ultima sublime
dimensione; anche qui il ritmo è triadico:
a. arte = soggettivo
b. religione = oggettivo
c. filosofia = sintesi e conclusione del sistema
Con l’idealismo hegeliano la linea di sviluppo si sposta dai contenuti del pensiero,
all’atto stesso del pensare.

Anche se l’apporto dell’idealismo è stato importantissimo, la più recente
configurazione del mondo della conoscenza oggettiva si deve ad un filosofo realista:
Popper.
Ovviamente le sue premesse sono antitetiche rispetto a quelle degli idealisti: per
Popper l’Essere non è riconducibile al Pensiero, e il mondo delle idee è solo una
parte della realtà.
L’Universo di Popper si articola in tre mondi:
1) mondo degli oggetti e degli stati fisici
2) mondo degli stati mentali e della coscienza
3) mondo dei contenuti oggettivi di pensiero poetici, artistici, scientifici: ha
molto in comune con lo spirito oggettivo e assoluto di Hegel, però, la
differenza è che si tratta di un prodotto essenzialmente umano -> nel mondo
di Hegel l’uomo non è creativo, è solo uno strumento del pensiero; anche qui
il mondo delle idee è un universo autonomo rispetto alla fisica e alla
psicologia
l’interazione tra il mondo umano e quello della conoscenza oggettiva è ricalcata
sullo Spirito hegeliano, ma lo riformula alla luce della teoria generale dei sistemi e
della teoria di Hayek: al ritmo dialettico si sostituisce la struttura teleologica
dell’evoluzione.
 il mondo 3 esiste indipendentemente dal fatto che sia conosciuto: es. un libro rimane un
libro anche se nessuno lo ha letto => quindi che una teoria sia conosciuta e capita è una
circostanza accidentale -> Nietzsce diceva che di un libro possiamo capire solo quello che
sappiamo già, e Popper argomenta ancora dicendo che Born ha letto nella teoria di
Schrodinger, qualcosa che lo stesso autore originariamente non era in grado di cogliere
appieno = una parte del 3 mondo è un sotto-prodotto non intenzionale di alcune teorie
effettivamente prodotte. Questa asserzione conferma l’intuizione platonica che le forme
fondamentali fossero diverse dalle idee nella mente.

Il pensiero di Hayek e di Popper si influenzano reciprocamente.
Hayek sostiene che il linguaggio stesso sia un sotto-prodotto non intenzionale,
scaturito spontaneamente come prodotto secondario rispetto agli scopi di chi
l’aveva posto in essere = è la c.d. direzionalità inconsapevole (che Hayek invece
chiama teleologismo), esemplificata da Popper nell’immagine del sentiero nella
foresta: alcuni animali irrompono nella sterpaglia per trovare un posto dove
abbeverarsi; altri animali trovano più facile usare la stessa traccia; e così via finché la
traccia viene allargata e migliorata  essa non era programmata, ma è conseguenza
non intenzionale del bisogno di muoversi più velocemente = stessa cosa vale per il
linguaggio, o qualsiasi altra istituzione utile.
Ogni teoria retroagisce sullo stesso costruttore o su altri costruttori, prefigurando
nuove creazioni, indipendenti dalle premesse originarie = effetto feed-back, che
esprime il rapporto tra il 3 e il 2 mondo.

Nel mondo hegeliano l’Universo procede verso una meta già insita nelle premesse,
che l’uomo può solo scoprire, rivelare e assecondare; nel mondo di Popper e Hayek
il teleologismo è essenzialmente indeterministico.

11. Conoscenza teoretica e conoscenza artistica


Secondo Robilant il processo conoscitivo è paragonabile ad una corsa infinita verso
l’orizzonte irraggiungibile: infatti pur non ponendosi in termini di verità, essa muove
verso la verità.
Questo inseguimento dell’orizzonte si realizza tramite miriadi di captazioni diverse
che – vere o false che siano rispetto alla conoscenza assoluta – concorrono a
formare il modo in cui l’uomo conosce.
Ma se il risultato della ricerca non corrisponde mai alla verità, qual è l’oggetto di
questo possesso immateriale della realtà?
Secondo l’astrofisico Bohm lo scienziato e l’artista fanno la stessa cosa:
armonizzano, collegano gli elementi in rapporto significativo; secondo Harrè questa
armonizzazione avviene attraverso modelli, surrogati rappresentativi della realtà,
che non ovviamente non la descrivono – perché non possono farlo – ma la
esprimono drammaturgicamente.
Ha analogie con questa concezione il con-figurazionismo di Robilant: la figura è un
rapporto tra elementi, una schematizzazione di alcuni elementi della realtà, che il
costruttore ritiene importanti, rappresentati in maniera simbolica -> la figura è
autonoma dalla realtà e non gli assomiglia tanto: infatti:
Da un lato la figura presuppone astrazione e selezione in base ad un
filtro teoretico, della realtà: quindi ha per forza qualcosa di meno
rispetto a questa
Dall’altro è qualcosa di più perché attribuisce un significato alla realtà
(attraverso potenzialità allusiva)
La figurazione crea quindi una nuova realtà, la realtà teoretica.
Le figure prodotte dall’artista e dal costruttore di teorie hanno in comune un
contenuto informativo e una capacità allusiva, ma per il primo prevale il secondo
aspetto, mentre per il secondo il primo.
Secondo Robilant caratteristica del rapporto conoscitivo, è che il soggetto non è
esterno alla realtà, ma collocato all’interno, e quindi l’azione conoscitiva è
caratterizzata da un prospettiva: anche questa cosa però non è provata né
provabile, ma è una pre-figura di carattere metafisico con valenza intuitiva,
creativa…  quindi la teorizzazione è un processo di astrazione e figurazione, che
muove da pre-figure del passato, per costruire sempre nuove figure.
Ogni grande era della scienza ha avuto il suo modelo:
Scienza classica: orologio
Scienza dell’800: meccanismo industriale
Scienza contemporanea: riprende l’immagine utilizzata da Platone, dell’opera
d’arte
Robilant nota anche il rapporto di Heisenberg con l’arte: questo infatti afferma che
l’arte ha sempre anticipato la scienza, suggerendo agli scienziati le strade che questi
non avrebbero saputo intraprendere –> in particolare arte contemporanea e pittura
astratta hanno fatto si che gli scienziati si rendessero conto della possibilità di
abbandonare la visualizzabilità immediata.
La scienza contemporanea è più astratta delle scienze classiche: rinuncia alla
visualizzabilità ma non alla bellezza: anzi la scienza, come l’arte, ricerca il bello =
l’astratta bellezza di una unificante semplicità.
Per la scienza empiristica e positivistica è la realtà esterna che, percepita con i sensi,
rende possibili le teorie scientifiche -> H. ribalta questo: “l’anima trema alla vista
della bellezza perché sente che viene evocato qualcosa che non proviene dall’esterno
attraverso i sensi, ma che era sempre esistito nel profondo dell’inconscio” (cit.
Fedro).

12. Dalla parte di Proust


Per Proust la conoscenza costituisce una sorta di possesso immateriale della realtà;
questo possesso è possibile grazie al fenomeno della memoria -> la memoria infatti
ha un ruolo fondamentale sia nell’esperienza esistenziale che in quella conoscitiva.
Ma in cosa consiste questo possesso immateriale? Per Proust può consistere solo
nella memoria involontaria: infatti le leggi della memoria sono regolate dalle leggi
più generali sull’abitudine = dato che la ripetizione affievolisce la percezione, quello
che più ci ricordiamo di una cosa è proprio quello che avevamo dimenticato.
La memoria volontaria invece è viziata dal fatto di essere impregnata di nostre
aspettative e convinzioni e quindi ha costruito una realtà personale che non
consente il recupero di quella vissuta davvero.
Così come sono le malattie a informarci di come funziona il nostro corpo, spesso
sono le patologie del linguaggio/gesto a fare breccia dello sbarramento tra noi e
l’altro da noi: es. le parole involontarie  paradossalmente, proprio quei sensi
sempre ritenuti dall’uomo come i meno nobili (olfatto e gusto), sono i più genuini:
es. petites madeleines = proprio perché inalterata dall’assenza di ripetizione, la
percezione è identica e ci fa rivivere un momento del passato.
Dobbiamo quindi desumere che esista una realtà oggettiva fuori di noi, che i nostri
sensi meno raffinati, se non viziati dall’abitudine, possono percepire? La risposta di
Proust sembrerebbe negativa, facendo riferimento al suo discorso
sull’innamoramento: lo definisce come qualcosa non generato dal fascino di una
terza persona, ma dal bisogno di amore proveniente dal nostro interno; è come un
segnare radar che, incontrando la persona amata (ostacolo), torna indietro con una
forza evocativa che fa credere venga dall’esterno.
→ ancora una volta la conoscenza extrateorica (qui letteraria), anticipa il pensiero
teoretico.
Fatti salvi i momenti magici in cui la memoria involontaria riesce a recuperarla,
l’esperienza è imprigionata nell’impianto concettuale di un apparato intellettivo,
privo di obiettività; le esperienze sensoriali, lungi dal provenire integralmente
dall’esterno, attivano un meccanismo già presente nel nostro Io.

13. L’immagine di scienza post-positivistica


Abbiamo già detto che il post-positivismo non è un movimento unitario, ma diversi
orientamenti che hanno in comune l’opposizione al neopositivismo: ecco perché il
termine post non esprime continuità, ma indica che l’immagine di scienza
positivistica viene lasciata alle spalle.
-Per prima cosa criticano le premesse empiristiche del neopositivismo: e quindi
l’idea della mente come tabula rasa e quindi, poiché ad esse coessenziale, l’idea che
esista una materia prima della conoscenza, costituita da fatti puri percepibili con i
sensi.  qui si oppone la theory- ladenness: la nostra conoscenza è condizionata, la
realtà è percepita alla luce di nostre teorie, aspettative, e di un nostro apparato di
classificazione sensoriale e pre-sensoriale; l’attività percettiva non è passiva
percezione di dati, ma attività interpretativa.
-Non esistono dati sensoriali liberi da un impianto categoriale: tutto ciò che è
percepito viene selezionato e classificato = il vedere non è mai pure sehen, ma
gestalt sehen, cioè vedere per figure, configurare.
-Mc Cormick cerca di salvare la nozione di fatti parlando di institutional facts, cioè
fatti già interpretati, propri delle practical sciences  anche questa teoria non regge
alla critica della meta scienza post-positivistica: l’idea che esistano hardsciences,
capaci di un rapporto immediato con i fatti, si dissolve in un’immagine di scienza che
riconosce sottoinsiemi disciplinari solo sotto il profilo di un pluralismo
metodologico, muovendo però dallo sfondo di una figura omogenea di conoscenza.
Non si può quindi distinguere tra scienze in senso forte e in senso debole (tra
scienze naturali e scienze dello spirito), al massimo si può riconoscere una maggior
propensione delle scienze dello spirito ad utilizzare la metafora (trasferimento
metonimico di significati per alludere a fenomeni non percepibili con i sensi) =
differenza di stile non di sostanza.
-Si tratta comunque di tentativi di risposte ad interrogativi formulando congetture e
sottoponendole a controllo critico: ma sia le congetture che il controllo sono
funzionali a premesse condizionanti -> ecco perché l’attenzione degli studiosi si è
spostata dalla risoluzione di problemi alla riconfigurazione di questi, attraverso la
ricollocazione in sfondi problematici più interessanti  la scienza non è un processo
lineare intraparadigmatico per accumulazione, ma un processo di riconfigurazione
extraparadigmatico = il passaggio da un paradigma ad un altro avviene attraverso
un meccanismo di tentativi ed eliminazione degli errori , che procede attraverso il
feed-back, che ci informa che i nostri precedenti tentativi sono smentiti dalla realtà
stessa.
-Allora il post-positivismo interviene anche sulla teoria della prove: ogni scienza è
libera non solo di individuare il proprio oggetto e metodo, ma anche le forme di
controllo più adatte: non esistono proposizioni vere, ma scompare ogni riferimento
alla verità, se non come ideale regolativo = crisi del giustificazionismo: l’idea di
giustificazione lascia il posto a quella di prova critica. -> anche la prova critica per
eccellenza, quella di falso, viene ridimensionata: nemmeno la falsificazione è una
prova assoluta, ma un semplice argomento provvisorio e suscettibile di avere
valenze diverse in contesti diversi.
-La verità è incompatibile con la conoscenza umana, che si snoda nel tempo e quindi
è necessariamente incompleta e precaria, la si può solo inseguire come idea guida =
rinunciare alla verità significa rinunciare all’idea che le teorie descrivano la verità.
La teorizzazione non è riproduzione di fenomeni ma attività creativa.

14. Il costruttivismo
Nell’immagine di scienza post-positivistica la ricerca è un’interpretazione che si
attua tramite costruzione di figure = quindi è attività costruttivistica.
In realtà le prime basi del costruttivismo riposano su premesse neopositivistiche, ma
l’affermazione del carattere creativo della teorizzazione è della cultura post-
positivistica.
Mentre il descrittivismo per sua natura si può legare solo a concezioni realistiche, il
costruttivismo si lega sia a queste, che a posizioni anti-realistiche, o addirittura
idealistiche.
Al di là della disputa tra queste posizioni, per la scienza post-positivistica le teorie
non sono lo specchio della realtà (nel modello pittorico potremmo parlare di pittura
astratta, o dire che anche nella pittura imitativa non si riproduce la realtà ma la si
evoca).
La parola costruttivismo indica come il sistema di conoscenza dello studioso abbia
una funzione nel suo operato; peraltro è anche un vocabolo con un notevole
margine di ambiguità: ecco perché c’è un’opzione di sostituzione di questo termine
con quello di configurazionismo, evocatore del carattere figurale delle ricostruzioni
conoscitive.

15. Il configurazionismo
Secondo Robilant il costruttore di teorie è un costruttore di figure: le figure di realtà
non corrispondo alla realtà.
Il descrittivismo non teneva conto del carattere parziale e selettivo
dell’osservazione, mentre scendo i post positivisti un’indagine non può nemmeno
iniziare se non la si colloca entro una cornice teoretica che guidi la selezione dei dati
rilevanti, e che muove a sua volta da regole metodologiche e valutazioni  chi
indaga un fenomeno non può prestare attenzione a tutti gli aspetti della realtà,
ma solo ad alcuni di questi.
Quindi le teorie sono selettive e astratte nel senso che si occupano solo di alcuni
aspetti della realtà, ritenuti importanti dal costruttore della teoria, in base alle teorie
precedenti e alle sue aspettative: all’astrazione di alcuni aspetti segue la
ricomposizione di questi in figure significanti  quindi da un lato le figure di realtà
sono meno di questa perché tengono conto solo di alcuni suoi aspetti, dall’altro
sono di più perché le immagini danno un significato alla realtà.
Questa attribuzione di significato non ha necessariamente uno scopo praticistico,
ma può essere spinta da un desiderio, fine a se stesso, di conoscere = per i post-
positivistici infatti la scienza è fine a se stessa, mentre è la tecnologia, che per i
neopositivisti coincideva con la scienza, ad avere lo scopo di applicare le teorie.
L’attività di selezione degli aspetti non può essere disgiunta da scelte, e quindi da
componenti valutative: la scienze quindi è impregnata sia di teorie che di
valutazioni = le scelte metodologiche vengono compiute in base a criteri valutativi.
A volte succede che lo stesso fenomeno sia configurabile secondo diverse teorie, a
volte addirittura incompatibili (es. teoria ondulatoria e teoria particellare): in questi
casi si verifica la theory choise, cioè la scelta tra teorie equivalenti (scelta che può
essere anche quella di accettarle entrambe).
Intervengono nella scelta della teoria, non solo regole meta-metodologiche (per
individuare il metodo), ma anche valutazioni estetiche che fanno preferire teorie
semplici a teorie complesse  la componente estetica è imprescindibilmente legata
alla ricerca.

CAPITOLO 3

5. Il divisionismo
Il divisionismo è un approccio problematico, proprio del realismo, normativismo
giuridico e dei pensieri analitici e post analitici, che presuppone la grande divisione
kantiana tra essere e dovere, tra il sein psicologico e sociologico e la purezza del
sollen giuridico (Kelsen).
Vengono quindi distinti gli asserti descrittivi, suscettibili di un giudizio di verità o
falsità, dagli asserti valutativi, non assoggettabili invece a tali giudizi; Bobbio
ammette la difficoltà di formulare discorsi descrittivi puri, totalmente privi di
contaminazioni valutative, ma dice anche che questi sono limiti pratici da ricondurre
alla fallibilità dell’uomo  quindi si continua a distinguere tra asserti ontici e
deontici; secondo Bobbio l’interpolazione tra questi due momenti è il pericolo per
eccellenza della filosofia della politica.
Esempio classico del conflitto tra questi due asserti è la questione della
diseguaglianza degli uomini:
Per Aristotele la diseguaglianza è un fenomeno naturale, appartenente alla
sfera dell’essere = ogni comunità necessita della distinzione tra uomini al
comando e uomini comandati. Qui c’è corrispondenza tra momento
ontologico e momento deontologico.
I due momenti sono invece divergenti nelle costituzioni del Settecento: gli
insorti americani e i rivoluzionari francesi sentirono il bisogno di dichiarare
l’uguaglianza giuridica degli uomini, proprio perché convinti della loro
naturale disuguaglianza.
Lincoln ci dice come gli autori della Dichiarazione di Indipendenza
intendessero affermare non che gli uomini fossero uguali per ingegno,
moralità, ecc.. ma quali fossero invece gli ambiti in cui dovevano essere
considerati uguali.
Dalla dicotomia tra uguaglianza-disuguaglianza Bobbio fa discendere la sua
distinzione tra Destra e Sinistra: a fronte del duplice riconoscimento
descrittivo, per cui gli uomini sono contemporaneamente uguali, come genere
umano, e disuguali, come individui, si sovrappone, a livello prescrittivo,
l’opzione se porre l’accento su una o sull’altra.
Per Bobbio il pensatore di sinistra per eccellenza era Rousseau e quello di
destra Nietzsche: R. ritiene che l’uguaglianza sia naturale e la diseguaglianza
artificiale, e N. viceversa.  nel pensiero di A. e L. il punto di partenza
descrittivo è uguale, mentre la differenza è posta nel momento prescrittivo;
per R. e N. invece il punto di partenza descrittivo e antitetico, mentre quello
prescrittivo è identico: entrambi affermano il primato di ciò che è naturale su
ciò che è artificiale, cioè il primato della natura sulla cultura.

6. Prescrittivo e antiderivazionismo
il primo asserto fondamentale del divisionismo è il divieto di contaminare le
asserzioni descrittive con le valutazioni; esiste però un secondo divieto: quello di
non far mai derivare da asserzioni ontologiche asserzioni deontologiche -> questa
in derivabilità (reciproca) viene detta “legge di Hume” = es. dalla frase gli uomini
corteggiano le donne affascinanti non possiamo far derivare l’enunciato prescrittivo
gli uomini devono corteggiare le donne affascinanti.
Anti derivazionismo è il cuore della posizione estremizzata del divisionismo, che è il
prescrittivismo di Hare: viene negato qualsiasi passaggio logico tra essere e dovere.
Searle cerca di superare il divisionismo dicendo:
Se A promette a B di fare x (essere)
Allora A è obbligato a fare x (dovere)
Es. A promette a B di sposarlo e così si obbliga a farlo.
Questa tesi viene confutata da chi invece diceva che la premessa produce l’effetto
solo se esiste una norma che dice che con la promessa sorge un obbligo: quindi il
dovere non nasce da una situazione fattuale, ma normativa.
Questa rigida divisione ricorre anche nelle problematiche teleologiche e giuridiche:
emblematico è il caso delle controversie tra Gesuiti e Giansenisti, che ebbero un
riflesso non secondario su molti studiosi del diritto  in particolare se la realtà del
peccato è estranea alla psicologia e dipendente dall’etica, l’assassino non è
colpevole perché ha ucciso, ma perché uccidere è contrario ad una norma; tuttavia
l’obbligatorietà è condizionata dalla possibilità di ottemperare ad dovere, e quindi
sorge il problema se la trasgressione presupponga la consapevolezza.
La dottrina penalistica ripropone le argomentazioni canonistiche: come i teologi
negano che possa esserci peccato se manca la conoscenza di ciò che è bene e ciò
che è male, così alcuni penalisti ritengono che il dolo presupponga la
consapevolezza dell’offensività della condotta; altri invece escludono la coscienza
dell’offensività dai contenuti del dolo.
Proprie le problematiche relative al mondo del diritto mettono il rilievo il carattere
riduttivo della dicotomia tra asserzioni ontologiche e deontologiche: in particolare
c’è stata la scoperta di Austin degli enunciati performativi = quando il giudice
dichiara aperto il dibattimento, la formula non descrive né prescrive, ma pone in
essere, ha natura costitutiva.
Il riduttivismo non è l’unico punto controverso del divisionismo, ci sono anche
contraddizioni interne che minano l’immagine di scienza neopositivista: la
concezione di società come complesso di individui orientati a fini pratici (lo
scienziato che si pone obiettivi pratici) e l’immagine di scienza avalutativa, sono in
realtà i risultati di scelte e di valutazioni presupposte.
Il divisionismo muore quando il post positivismo scopre che non esistono
proposizioni descrittive “pure” e che le teorie non rappresentano la realtà.

7. Le componenti valutative della teorizzazione


Il pluralismo metodologico post-positivistico vale, come per tutte le scienze, anche
per il diritto  tuttavia questa considerazione non deve ingannare, perché non va
confusa con la libertà di ignorare le acquisizioni del pensiero contemporaneo: invece
il pensiero dei giuristi contemporanei è ancora fortemente impregnato dalle
concezioni neopositivistiche e positivistiche -> questo spiega perché non si dia
importanza alla distinzione tra scienza e tecnologia, alla concezione strumentalistica
della scienza, ecc…
Come l’asserzione che la scienza non deve essere portatrice di giudizi di valore,
anche l’idea strumentalistica di scienza è auto confutabile perché presuppone un
giudizio di valore; e tra l’altro quest’ultima è anche una scelta non interessante,
perché non si vede per quale motivo, tra le molteplici finalità che la scienza
potrebbe avere, dovrebbe essere privilegiata quella di ordine pratico.
Anche il giustificazionismo e il fondazionismo dataista sono stati confutati.
Quindi la conoscenza è impregnata non solo di teorie, ma anche di valutazioni; e sul
piano dei risultati viene in considerazione la theory choice.
La crisi della distinzione tra fatti e valutazioni non deve però indurre nell’equivoco di
pensare che qualsiasi valutazione sia legittima: una volta superato il divisionismo il
problema, infatti, è distinguere la valutazioni corrette da quelle non conformi a
canoni di rigorosa criticità, cioè i giudizi intranei (pertinenti rispetto alle questioni
affrontate) dalle valutazioni esterne (non rispettose della realtà considerata, che
introducono componenti non pertinenti rispetto al contesto logico, falsano la
realtà).  questa distinzione, a differenza di quella tra momento descrittivo e
momento valutativo, è non solo possibile, ma anche necessaria.
Es. di giudizi esterni: il rifiuto iniziale delle scoperte di Konrad Lorenz sui
comportamenti innati degli esseri viventi da parte degli studiosi americani
bahavioristi.
In conclusione la conoscenza è intrisa di valutazioni:
a monte: nella scelta degli interrogativi
all’interno: nella selezione dei fenomeni rilevanti
a valle: nella valutazione dei risultati

8. Il non- cognitivismo
il superamento del dogma anti derivazioni stico permette di superare anche un altro
tabù del neopositivismo: per il neopositivismo infatti filosofia, diritto e filosofia del
diritto non possono avere valenza conoscitiva (= non possono produrre conoscenza)
perché non intrattengono rapporti con l’esperienza (per il neopositivismo le pretese
conoscitive si basano sull’esperienza)  le componenti metafisiche della
filosofia/diritto sono un non senso; o, per il neopositivismo in senso debole, la
filosofia/il diritto appartiene ai discorsi valutativi/ prescrittivi, mentre la scienza a
quelli descrittivi.
Emblematica della concezione non cognitivistica è la posizione di Bobbio: partendo
dal presupposto che la forma di conoscenza per eccellenza è la conoscenza empirica,
che prescinde da elementi valutativi e metafisici, non solo la filosofia del diritto è
estranea al mondo della conoscenza, ma il diritto, descrivendo norme e non fatti, è
una scienza solo in senso debole.
Il realismo giuridico, configurando il diritto come scienza che descrive fatti,
riconosce che la scienza giuridica possa assolvere a finalità predittivistiche, ma
anche che questo scopo non possa invece essere assegnato né al diritto né alla
filosofia del diritto, che operano solo nella sfera delle valutazioni.
Bobbio è della scuola del neopositivismo in senso debole, quindi non considera le
proposizioni non controllabili empiricamente non sense, tuttavia considera le
ambizioni della filosofia sproporzionate ai suoi mezzi e ai suoi limiti intrinsechi;
poiché la filosofia viene considerata dal positivismo analitico una riflessione
specialistica, è intesa da Bobbio come un complesso di asserti valutativi riguardanti il
rapporto tra diritto e Stato, e quindi come un aspetto particolare della filosofia della
politica.
Bobbio ritiene che il cognitivismo confonda scienza giuridica e filosofia e intende
confutarlo proprio con questa distinzione tra filosofia come attività valutativa, e
scienza come attività conoscitiva  Cotta replica dicendo che il pericolo di
confusione non sussiste perché la scienza si interessa dei prodotti giuridici, mentre
la filosofia costituisce la riflessione sull’attività giuridica.
9. Il cognitivismo
L’argomento di Cotta è una delle risposte collocate nell’ambito cognitivistico; la
vocazione cognitivistica è propria anche, per es., della tradizione idealistica e della
filosofia esistenzialistica.  alla base di tutti questi indirizzi si pone l’elemento
unificante di una comune concezione meta-filosofica: la filosofia, per i cognitivisti, è
un’attività conoscitiva in posizione di superiorità rispetto alle altre attività
conoscitive = questo perché
si interroga sull’equipaggiamento concettuale della conoscenza
contribuisce a formulare principi generali e metafisici che sono alla base delle
ricerche più specialistiche
; mentre per i non-cognitivisti non esiste una filosofia generale, ma tante, legate agli
oggetti di riflessione, per i cognitivisti le singole indagini hanno un fondamento
comune costituito da principi generalissimi di ordine metafisico: il rapporto
scienza-filosofia tende quindi a porsi come rapporto tra particolare-generale.
Il cognitivismo è antidivisionista.
Nel quadro post-positivista filosofia, meta scienza e scienza sono dei momenti di
indagine correlati, corrispondenti a livelli conoscitivi diversi; la distinzione può
essere:
quantitativa: quindi quella vista prima riferibile alla maggiore generalità
(Rorty);
qualitativa: perché la filosofia non esige nuove conoscenze, ma è la
trasformazione delle conoscenze in una realtà significativa per la persona
(Austeda).
Infine scienza e filosofia sembrano distinguersi in base ai diversi filtri selettivi
utilizzati, e perché la filosofia tende a porsi come ultima istanza di criticità (tribunale
delle altre discipline).

10. Una prospettiva meta contestuale


La figura di diritto più diffusa nel pensiero giuridico contemporaneo è modellata su
quella neopositivistica: figura monodimensionale del diritto.
Qui invece viene proposta una figura polidimensionale del diritto, per il suo
collegamento a diversi sfondi problematici, e non solo quelli al momento privilegiati,
oltretutto in base a motivi criptici.
Mutando il contesto problematico ovviamente cambiano anche i significati; due
contesti principali:
1. Giuridicità come oggetto di conoscenza
2. Giuridicità come strumento di conoscenza
CAPITOLO V

1. La conoscenza che si attua mediante il filtro teoretico della giuridicità


Se la filosofia è ricerca di significati ci si può chiedere quale sia l’oggetto della
conoscenza prodotta dalla filosofia del diritto; ci sono due possibili risposte:
La filosofia cerca di attribuire significati all’esperienza giuridica
La filosofia cerca di comprendere la realtà sotto l’angolazione del diritto
(Robilant, Cotta, Austeda)
→ analizziamo questa seconda risposta
L’argomento può essere approfondito sotto più punti di vista, es. nella prospettiva di
creare una linea di demarcazione tra scienza giuridica e filosofia giuridica, si
potrebbe dire che la prima cerca di conoscere un frammento della realtà che è il
diritto, e la seconda cerca di conoscere più frammenti della realtà attraverso il
diritto; sembra più interessante però la prospettiva dell’antropologica filosofica,
cioè indagare quale contributo possa venire dal filtro della giuridicità alla
conoscenza dell’essere umano.
Innanzitutto dobbiamo precisare cosa si intenda per giuridicità: uscire da un
contesto esclusivamente giuspositivistico non significare abbandonare il
collegamento tra diritto e sanzione, ma non ridurre quest’ultima alle sole figure
positive, formalizzate e verbalizzate -> questa nozione meta positiva di sanzione è
necessaria per prospettare che il diritto sia in grado di produrre conoscenza.
Il nucleo centrale del modello poggia sulla struttura astratta dello schema
premessa-sanzione: questo schema, se si muove da una concezione meta positiva di
sanzione, permea un complesso di fenomeni molto più ampio di quello
normalmente ricondotto alla sfera del diritto  il tipo di realtà decodificabile può
quindi riguardare qualsiasi campo di indagine; es. la folie a deux: interazione
patologica spiegata come una sorta di contratto tacito che stabilisce i ruoi reciproci;
es. più della quotidianità: ogni maschio conosce l’efficacia sanzionatoria del broncio
delle sue amanti- e cambia a seconda del modello tecnico giuridico:
 Diritto internazionale bellico: broncio visto come rappresaglia
 Diritto penale nazionale: broncio visto come strumento di dissuasione dalla
reiterazione di un comportamento indesiderato.
Si parla quindi di rapporti giuridici non necessariamente connotati dalla
giurisdizionalità (= intervento di un terzo imparziale), ma comunque suscettibili di
essere letti alla luce di uno schema normativo, che ha ad oggetto un nesso ipotetico
tra premessa condizionante e sanzione condizionata.

2. Teoria dei giochi


Un primo approccio alla valenza cognitivistica della giuridicità può essere effettuato
con la teoria dei giochi -> si collega alle premesse teoriche e metodologiche in un
ricchissimo campo di ricerca; a grandi linee possiamo ricondurre questa complessità
a tre configurazioni fondamentali della teoria dei giochi:
 La prima, di matrice matematica, costruisce il concetto di gioco in base
all’interdipendenza comportamentale , distinguendo per es. tra giochi a due
giocatori e più giocatori, giochi a somma zero (il vincitore guadagna
esattamente quello che il vinto e perde) e a somma diversa da zero (tutti i
giocatori possono vincere o perdere, es. gioco matrimono, gioco guerra).
 La seconda intende il gioco come interrelazione reciproca di regole a caso
 La terza, c.d. analisi transazionale, definisce il gioco come una serie
progressiva di transazioni complementari volte ad un risultato, spesso
inconsapevole, ma definito e prevedibile. (es. Berne)
Nei primi due modelli non è del tutto chiaro se siano scienze extragiuridiche ad
utilizzare schemi giuridici, oppure se sia il diritto a fornire le chiavi di lettura di
modelli non giuridici -> probabilmente la prima.
Nella prima i rapporti giuridici possono porsi come giochi a carte scoperte, dove i
giocatori conoscono per intero la situazione (es. contratti sinallagmatici
commutativi) o giochi a carte coperte, dove i giocatori non conoscono la completa
situazione di gioco (es. contratti aleatori);
Il terzo modello è quello più interessante per il nostro discorso: nell’analisi di Berne i
rapporti interumani sono strutturati su regole costanti e ripetitive, e i suoi modelli,
anche se non ne fanno esplicito riferimento, si basano su schemi giuridici
(compenetrazione tra schemi psicologici e schemi giuridici, di cui è intessuta la
teoria dei giochi)  secondo Berne nella psiche umana è insita l’idea che le relazioni
sociali siano un gioco a somma zero: il modello di fondo di questa analisi è il
rapporto sinallagmatico, dove le unità di misura sono carezza e schiaffo.
La tesi di fondo è che le transazioni interumane tendano a porsi su un piano di
equilibrio: se tutti i giorni A saluta B con un buongiorno (carezza) B deve rispondere
con un buongiorno (carezza); se B non saluta o si volta dall’altra parte (schiaffo), A
risponderà psicologicamente con disappunto, perché nell’inconscio di A c’è un
modello normativo per cui i rapporti sono sinallagmatici, perciò alla carezza deve
corrispondere la carezza; e creerà altrettanti problemi se B, invece di rispondere con
un schiaffo, risponde con due carezze = reazione: perché lo fa? Cosa vorrà da me?
Un favore?.
Il discorso di Berne diventa più complicato quando le transazioni siano connotate da
ridondanza e tendano a soddisfare uno scopo inconscio: es. Bianco gira con un
cartello con scritto “prendetemi a calci”, Nero ha la tentazione irresistibile, lo fa, e
Bianco reagisce dicendo “sapevo che l’avresti fatto” (= gioco degli scacchi).

3. La tragedia greca
Tutta la tragedia greca è caratterizzata da un doppia dicotomia di modi di concepire
il diritto che costituisce un filtro teoretico per la comprensione della tragedia stessa.
Queste dicotomie sono:
- Giusnaturalismo vs giuspositivismo
- Di Bachofen: diritto delle madri vs diritto dei padri -> comparazione
antropologica guardata con sospetto dai giuristi
Bachofen è un romanista, allievo di Von Savigny, comparatista per necessità, perché,
come tutti i giuristi elvetici, obbligato a confrontarsi col diritto intercantonale: ma
proprio questa sua visione di più ampio respiro gli ha permesso di approdare ad un
tipo di comparazione dove il diritto assume una nuova veste.
L’opera fondamentale di B. viene normalmente tradotta “Matriarcato”, termine
etimologicamente perfetto (arkè = principio), ma filologicamente scorretta perché
richiama un fenomeno diverso (quello che B. chiama ginecocrazia) da quello
considerato = un confronto tra diverse concezioni del mondo e della vita.
Secondo B. il mondo greco è segnato dallo scontro tra religiosità notturna
femminile, fonata sul culto della divinità della terra, e religiosità solare maschile,
fondata sul culto degli Dei dell’Olimpo.
Tutta la cultura occidentale è segnata dalla dicotomia Natura – Cultura:
- È stato lo sfondo problematico di Rousseau e Nietzsche
- È presente nelle ricerche in Congo di Remotti: confronto tra due popoli
confinanti, gli Efe (uomini della giungla, per i quali la vita è natura) e i Lese
(paladini della cultura, in lotta per emancipare l’uomo dal mondo naturale); la
sfera maschile rappresenta il termine oggetto di costruzione culturale più
intensa -> da qui deriva la maggiore fragilità degli uomini rispetto alle donne,
meno selettive e dipendenti, più vicine alla natura, più spontanee, adattabili e
quindi autonome.
Questa distinzione costituisce anche un tema ricorrente nella mitologia:
- Egizi: la piramide esprime l’ascesa dalla terra (religiosità naturale e femminile)
verso il cielo (religiosità sacerdotale, preclusa alle donne); lo sviluppo
ascendente della piramide rappresenta anche la formazione della personalità
maschile, prodotto artificiale e culturale di uno sforzo di emancipazione
- Mito babilonese dello scontro tra Tamiat e Marduk: Marduk per poter
combattere contro la Grande Madre, e quindi imporre il predominio maschile,
deve dimostrare di saper creare (caratteristica femminile), anche se in
maniera diversa dalle donne, e quindi con il pensiero e la parola  il
parallelismo tra questo mito e la ricostruzione di B. è rilevato da Fromm, il
quale ritiene, in opposizione alla teoria freudiana dell’invidia femminile, che il
maschio debba dimostrare di non essere inferiore alla donna, sostituendo la
generazione naturale con la creazione intellettuale
B. sposta l’itinerario della civiltà dal piano religioso al piano del diritto: per B.
Natura e Cultura si identificano con i principi giuridici materno e paterno, che si
combinano con l’altra dicotomia:
 Diritto materno = caratterizzato dalla centralità dei legami di sangue,
dall’accettazione dei fenomeni naturali e dal culto della terra e della natura;
riconosce solo le leggi naturali; è egualitario: gli uomini sono tutti uguali
perché tutti figli di madri, e della Madre Terra -> le madri amano allo stesso
modo tutti i figli perché l’amore si basa sul vincolo di sangue; i valori di questo
diritto sono la sopravvivenza umana e la felicità  giusnaturalismo
 Diritto paterno = caratterizzato da legami di autorità e di stima, dal
predominio del pensiero razionale e dallo sforzo umano di modificare
fenomeni naturali; ritiene che la legge sia di origine umana ed esprima le
scelte della cultura; è gerarchico e antiegualitario: pone differenze e sceglie i
migliori -> i padri riconoscono le differenze perché la stima si basa sui meriti; i
suoi valori sono la legge, la morale, l’eroismo (per questo diritto la felicità è
parvenza cui segue per forza la sciagura: meglio non essere mai nati e se si è
nati meglio tornare il prima possibile da dove si è venuti)  giuspositivismo
Per valersi di questa dicotomia come filtro bisogno considerare il concetto di
tragicità: mentre per il razionalismo socratico la conoscenza del bene è sufficiente
per attuare il bene, per i tragediografi (Eschilo, Sofocle, Euripide) conoscere il bene
non implica attuarlo, anzi destino dell’uomo è l’inevitabilità di compiere il male, pur
agendo a fin di bene. → all’origine della tragicità si pone la contrapposizione tra
individuale e universale: l’in-dividuum è un essere in sé indiviso, ma che si è
separato dalla globalità del tutto; questa scissione si riflette sulla separazione dal
divino, vicenda del passato che non si può ricordare, ma di cui rimane il senso di
colpa = l’uomo nutre per Dio nostalgia, ma non può che contrapporsi con esso,
perché portatore di interessi individuali  la tragicità è voler corrispondere
all’universale senza poterlo fare. Per questo la tragedia greca non rappresenta lo
scontro tra ragione e torto, ma tra due ragioni o tra due torti.
Nella tragedia greca è spasmodicamente proteso al bene e inevitabilmente
destinato al male, in virtù di una necessità cosmica di cui non è responsabile, ma alla
quale è per forza vincolato -> ecco perché la tragedia non fa parte del cattolicesimo
post Concilio di Trento, che ha affermato che Dio non comanda niente di
impossibile, è il male non è ineludibile.
TRAGEDIE:
a. Eschilo: Agamennone - Coefore - Eumenidi
La premessa di queste tragedie è contenuta nell’Ifigenia in Aulide:
Agamennone si trova a dover scegliere tra la sua responsabilità come
condottiero supremo dell’amata greca diretta a Ilio, e la sua responsabilità di
padre; il diritto paterno si scontra con quello materno -> A. non può evitare la
colpa: se sacrifica la figlia per la patria viola il dir. Materno, viceversa se
risparmia la figlia e disonora il nome di tutti i greci, viola il dir. Paterno.
La scelta di sacrificare la figlia è un crimine contro la legge naturale, e così è
inteso da Clitemnestra che, ignare del fatto che la figlia è stata salvata da
Artemide (sostituendola con una cerbiatta), decide di uccidere il marito
riaffermando il diritto materno.
La vendetta dei figli di A., Oreste ed Elettra, contro la madre, è una
riaffermazione del diritto paterno: il dilemma di Oreste consiste nella scelta
tra Vaterrecht = non poter lasciar invendicato l’assassinio del padre, e
Mutterrecht = nessuno può uccidere la madre. Le persecuzione di Oreste da
parte delle Erinni, divinità femminili, nasce dal fatto che O. ha commesso il
peggior delitto possibile, dal momento che il legame madre-figlio è il più sacro
dei vincoli, perché è il legame di sangue più diretto.
[-diritto materno: il crimine di O. è peggiore di quello di C., perché tra lei e A.
non c’è legame di sangue.
-diritto paterno: è il contrario perché C. offende l’autorità del marito e del Re.]
Alla fine O, si rifugia nel tempio di Apollo (divinità maschile e celeste): quando
O. verrà assolto in base al dir. Paterno, le Erinni diventeranno Eumenidi,
divinità benigne minori.
b. Sofocle: Edipo Re - Antigone - Edipo a Colono
Il tema centrale è quello dell’impossibilità di sfuggire al proprio destino;
Giocasta, moglie di Laio, re di Tebe, per sfuggire alla profezia per cui il figlio
ucciderà il padre, lo abbandona sul monte Citerone: il bambino, salvato da un
pastore e divenuto adulto, scopre della profezia e, convinto che quella sia la
dimora paterna, abbandona la casa. Giunto vicino Tebe, dopo averla libera
dall’assedio della Sfinge, incontra un uomo scortato e avuto un diverbio li
uccide; la città di Tebe lo accoglie come liberatore e lo acclama re al posto
dello scomparto Laio; in forza del diritto della polis, Edipo deve sposare la
vedova del suo predecessore. In città scoppia la pestilenza e l’oracolo dice che
perdurerà finché non verrà punito l’uccisore di Laio: Edipo inizia l’indagine
ignaro, e quando gradualmente viene fuori la verità, Giocasta si uccide e Edipo
si acceca.
Rileggiamo la tragedia alla luce dello scontro tra dir. Paterno e Materno:
secondo Fromm il crimine di Edipo non è il parricidio né l’incesto, ma l’essersi
sposato non per amore ma per ossequio alle leggi della polis  così facendo
E. ha violato il dir. Materno. Anche G. ha violato il dir. Materno anteponendo
la salvezza del marito a quella del figlio.
Lo scontro riemerge nell’Antigone: E. va in esilio a Colono; in città scoppia la
guerra civile; i due figli di E. e G. si uccidono a vicenda; diventa Re Creonte,
fratello di G., che impone di seppellire solo i vincitori: chi seppellirà i vinti
verrà condannato a morte; A. e Ismene sono le due figlie di E. e G., e
sarebbero costrette a seppellire solo uno dei due fratelli: mentre I. si arrende
all’ordine, A., che ha vissuto a Colono con E. ed è stata educata nel dolore,
riconosce i valori che trascendono le leggi terrene, disobbedisce; al diritto
celeste dell’autorità A. oppone il diritto dell’amore, e per questo viene sepolta
viva (tra l’altro espressione simbolica del suo legame con la madre terra);
Emore, figlio di Creonte, innamorato di A., decide di condividerne la sorte.
Anche C. come Agamennone non può evitare la colpa: o sceglie la famiglia o
la patria -> C. opta per il dir. Paterno.
Hegel anticipa la teoria di B.:
- Le divinità di Antigone sono quelle dell’Ade e dell’inconscio
- Quelle di Creonte sono gli Dei del gionro, della Nazione e dello Stato
Per H. lo ius delle madri è il diritto del passato, quello dei padri è il dir. del
presente e della consapevolezza, che per H. costituisce la libertà sostanziale.
Creonte, che pure si proclama vittima di un orribile destino, è l’unico a
sopravvivere insieme ad Ismene.
Nell’Edipo a Colono, Sofocle torna indietro al momento dell’esilio di E.: questo
è tormentato da ricordi e rimorsi, che rimproverano tutti un unico peccato =
la violazione dei legami di sangue e quindi del dir. Materno; E. poi scompare
in un bosco sacro, come attratto da un richiamo divino: Colono non a caso è
luogo di culto delle divinità della terra -> e abbiamo così il ritorno di E.
all’universo materno.
→ anche in Sofocle abbiamo il passaggio da dir. Materno a dir. Paterno:
delle persone, radicate all’antico ordine delle cose, vengono sacrificate dal
Fato per diventare il fondamento di una nuova civiltà.

4. Il dramma wagneriano
L’anello del Nibelungo sembra essere la vicenda di un Dio che scopre di essere
morale e che, divorato dall’angoscia, tenta invano di arrestare l’inevitabile fine,
coltivando un sogno imperiale di potenza: la rocca di Walhalla, l’esercito di Walkirie,
la razzi di semidei, sono tutte cose che Wotan crea in una risposta nevrotica all’idea
della fine.
In realtà la vicenda di Wotan rappresenta una più complessa vicenda cosmica che
inizia con il peccato originale (rinuncia all’amore), culmina con il rogo della rocca, e
termina con il tema della redenzione.
La tetralogia non ha come protagonisti i singoli interpreti perché l’attenzione è volta
alla natura e al significato dei fenomeni che presiedono l’esperienza esistenziale ->
ecco perché i veri interpreti non sono i personaggi fisici della vicenda ma nuclei
ideofonici che, combinati tra loro, danno vita a molecole che originano la varietà
delle forme della vita; a questi simboli centrali corrispondono altrettanti motivi
musicali.
Quindi per ogni tema abbiamo una matrice ideofonica di fondo: lo sviluppo sinfonico
di ciascun tema riflette lo sviluppo psicologico ed emotivo dei significati associati a
quelle matrici ideofoniche, svelando i meccanismi che saranno una fonte ricchissima
per la nascente psicoanalisi.
I temi ricorrenti nel dramma non sono statici, ma nuclei vitali in continua
trasformazione, che si sposano con altri temi e danno vita a famiglie tematiche:
proprio attraverso queste parentele si può condurre un’indagine sul ruolo della
giuridicità del dramma wagneriano.
Uno dei nuclei centrali è costituito dall’antitesi insuperabile tra la famiglia del
potere, di cui fa parte il diritto, e la famiglia dell’amore  es. espressione di questa
opposizione: scena in cui una delle figlie del Reno spiega ad un personaggio che la
imprescindibile condizione per impadronirsi del potere è la rinuncia all’amore = solo
che rinnega questo può forgiare dall’oro rosso del Reno l’anello magico che dona il
dominio assoluto.
Quando si rinuncia all’amore lo slancio vitale si converte in brama di potere:
queste conversione musicalmente si esprime con la ripetizione deformata e
ossessiva del tema della dea dell’amore.
I simboli del potere sono:
L’anello: responsabile della corruzione dell’originaria benefica potenzialità
dell’oro.
La reggia: risposta nevrotica all’idea di mortalità.
La lancia: appartiene a Wotan e con essa egli tutela il diritto, consacrato dalle
rune incise sull’asta; il motivo della lancia si compone di due segmenti:
 Il primo origina il tema del diritto che si è tradotto in un contratto
 Il secondo origina il tema della legittimità del potere divino: la legittimità di
governare il mondo spetta agli Dei Asen in quanto essere in grado di
pensare in termini generali e astratti
Il diritto, appartenendo alla famiglia del potere, non può costituire una via di
salvezza.
Con il passaggio da monarchia assoluta a monarchia costituzionale il monarca non è
pià legibus solutus, ma è anche egli vincolato alle leggi che ha creato: all’autonomia
del potere assoluto si sostituisce l’autonomia del potere legale (es. scontro tra
Wotan e la moglia, vd libro pag. 182)= questo vincolo è l’agente inarrestabile della
tragedia di Wotan, prigioniero delle proprie leggi  anche qui, come nella tragedia
greca, c’è l’ineluttabilità del male: le leggi, pur ordinate al bene, sono destinate a
produrre male.
Nel dramma w. il diritto positivo e quindi uno strumento ambivalente capace di
rivolgersi contro i propri creatori: lo stesso Wotan lo riconosce e mentre lo fa il
motivo musicale ha una forma contorta e invertita, la cui deformazione simboleggia
gli esiti infausti della conversione del diritto in contratti e leggi: il consolidamento di
queste regole positive è infatti il prodotto di un mondo che ha persona la sua
originaria purezza.
L’ultima speranza è Siegfried, la cui purezza è simbolo anche di assoluta ignoranza
della legge: S. infrangerà la lancia,e al tramonto del potere fondato sulla lancia, W.
affiderà a lui il mondo in eredità; l’assassinio di S. determina il destino degli Dei, che
persa l’ultima speranza si suicidano dandosi fuoco.
A differenza che nella tragedia greca il diritto non si scontra con un altro diritto, ma
con la sfera del non giuridico e dell’autodeterminazione, che si oppone
all’eteronomia delle giuridicità: l’antagonista non è più il diritto naturale, ma la
natura stessa.  nella tragedia greca il diritto naturale è pur sempre diritto, anzi è il
diritto per eccellenza; nel dramma w. il diritto è sempre artificiale, mentre la natura
è libertà, negazione della giuridicità = archetipo di questa negazione è la relazione
tra Siegmund e Sieglinde, illecito sia perché adultero che perché incestuoso -> da
questa nasce Siegfried simbolo del recupero dello slancio vitale, che era stato
perduto con la legge moralistica che condanna quella relazione e che ha trasformato
il matrimonio in un contratto giuridico. S. è la speranza, votata al fallimento, della
redenzione di un mondo dominato dalle categorie della forza e del potere giuridico.
Quindi il diritto w. è agli antipodi del diritto hegeliano, che rappresenta il primo
momento del cammino dello Spirito oggettivo verso l’eticità.

5. Diritto e simmetria
La visione greca e la visione wagneriana hanno un elemento in comune: l’essere
umano non può fuggire al male, perché lo porta con sé dopo il peccato originale,
che è l’abbandono dell’unità primordiale dell’Essere.
Punto di partenza di questa riflessione è l’enigmatico frammento di Anassimandro, il
quale sostiene che la vita, emergendo dall’Essere nel tempo, commette ingiustizia e
deve pagare il fio: proprio per la sua enigmaticità il frammento è suscettibile di varie
letture (es. tempo come Dio, per via della lettera maiuscola, o quella di Niezsche),
vediamo quella di Licci (simile a quella di Colli): dal frammento emerge che l’apeiron,
il senza confini, è vulnerato dalla nascita della vita perché l’esistenza, sporgendosi
fuori dall’essere, genera asimmetria e quindi ingiustizia  compito del diritto è
ristabilire l’asimmetria e la giustizia: e poiché solo il nulla non è asimmetrico, il
diritto nega la vita; [l’esigenza di ricomporre la simmetria è presente anche nel Faust
di Goethe, ma del resto nella mitologia germanica il peccato originale è la
separazione dal tutto].
Di questo postulato è impregnato tutto il dramma w.: il fulcro non è l’annuncio che
neanche gli Dei sono immortali, ma il conflitto tra lo slancio vitale e la simmetria
dell’ordinamento giuridico.
La visione antilegalistica w. presenta quindi radici comuni con la cosmologia greca:
per Anassimandro, infatti, la vita produce asimmetria; il diritto, cercando di
ristabilire la simmetria, nega la vita  l’amore e la vita sono necessariamente in
conflitto con la sfera giuridica: questo scontro appare come un grande conflitto tra
concezioni religiose e giuridiche.
6. Immagini di macrostoria
Molte analisi di storia del diritto pongono l’attenzione sugli apparati statali (=forme
degli ordinamenti giuridici), in successione diacronica o in rapporti sincronici -> sotto
questo aspetto il diritto è oggetto di conoscenza. Ma con il passaggio dalla storia
all’analisi macrostorica, il diritto, da oggetto, diventa strumento di conoscenza.
O. Spengler, nello studio comparato di varie civiltà apparse in momenti storici
diversi, muove dalla constatazione di fasi ricorrenti in ognuna di esse: sulla base di
queste ricerche S. afferma che è possibile fare una prognosi della storia, cioè prefire
il destino dell’unica civiltà che si sta realizzando su questo pianeta, cioè quella
europea-occidentale e americana -> per questa affermazione S. fu tacciato di
eurocentrismo, ma si trattava di critiche pronunciate sulla base di una lettura
disattenta.
S., attraverso un complesso articolato di filtri teoretici, riesce ad individuare una
contemporaneità tra dinastia egiziana, mandarinismo cinese, bizantinismo, e
Occidente euro-americano, di cui è prevista la dissoluzione intorno al 2200: tutte
queste civiltà, rinunciando a difendersi per eccesso di raffinatezza intellettuale, sono
storicamente destinate ad essere distrutte da popoli giovani e rozzi.
Lo sviluppo del pensiero giuridico interferisce con l’aspetto mitologico, linguistico e
religioso: es. la diffusione nell’impero romano del cristianesimo è dovuta soprattutto
all’esigenza di importare un modello giuridico-costituzionale, cioè sopperire al punto
debole dell’organizzazione giuridica romana che era l’assenza di una regola di
successione più stabile dell’assassinio dei re, ecc..  è verosimile che, vedendo il
modello egizio, dove un punto di equilibrio tra potere del Faraone e potere
sacerdotale, garantiva lunghe dinastie, Costantino abbia avuto l’intuizione di tentare
l’imposizione di una religione di Stato.
Contrariamente all’opinione diffusa è un caposaldo della storia comparata delle
religioni l’idea che il monoteismo non si collochi al termine, ma al principio
dell’evoluzione religiosa: viene abbandonata l’idea di stabilire un rapporto biunivoco
tra produzione del bronzo e nascita dei vasti imperi -> es. si rileva come le societù
Inca e Maya, pur non producendo bronzo, avessero un organizzazione analoga (es. a
Egitto, Mesopotamia, India). In cosa consisteva questa organizzazione?
Nell’invenzione del catasto, della scrittura, e nell’organizzazione di un apparato
militare tenuto a freno da una casta sacerdotale.
Esempi dell’interdipendenza tra l’evoluzione religiosa e tripartizione della società in
3 classi (produttori, militari e sacerdoti) sono la civiltà egizia e le civiltà indoeuropee:
☻il passaggio nella scrittura egizia da pittogrammi a ideogrammi si pone a monte
dell’affermazione del politeismo sul monoteismo (es. sciacallo = prima morte, poi
Dio della morte) -> è attendibile la congettura che il monoteismo sia sopravvissuto
come mistero custodito da una stretta cerchia, e che per questo, la pretesa di
Amenophis IV di cambiare il nome in Akhen-Aton, è stata vista come una
trasgressione di un culto esoterico, dal punto di vista religioso, e una rivoluzione
rispetto all’eccessivo potere sacerdotale, dal punto di vista giuridico ->Padre Ai
ripristinò il politeismo, ripristino culminato nel cambiamento di nome di Thut-Ankh-
Aton in =Amen -> però questo modello religioso monoteistico esportato nel Sinai,
insieme al divieto giuridico di fare immagini del Dio, si è convertito in un modello
linguistico, determinando l’affermazione della scrittura alfabetica, priva di allusioni
dirette all’oggetto simboleggiato: non deve trarre in inganno la cancellazione di Aton
da parte di Padre Ai, perché il culto di questo rifiorirà sotto le spoglie del culto di RA
-> il successo delle lingue alfabetiche non può quindi prescindere dal divieto di
utilizzare pittogrammi.
☻Assmann, sviluppando una riflessione teoretica sul ruolo della mnemostoria,
ricostruisce il rapporto tra i seguaci del culto solare egizio e i monoteisti più radicali
esodi nel Sinai: la monolatria solare, rimossa a livello mnemostorico, ha in realtà
lasciato l’eredità del culto di un Dio unico –> questa confettura è avvalorata da
scavi archelogici: es. testimonianze nella reggia di Tell-el-Amarna delle origini egizie
del monoteismo ebraico; es.2 “yahve” come popolo, nel tempo di Amenophis III;
non altrettanto valide le tesi sulla derivazione del frutto proibito dall’accusa mossa a
Akhen-Aton e a Nefertiti per aver lasciato mangiare a terzi i frutti dell’albero del sole
-> più convincente la tesi per cui la mitologia ebraica abbia attinto dalla saga di
Ghilgamesch, durante la cattività babilonese.
→ Mentre il viaggio dei seguaci della monolatria porterà alla cristianizzazione
dell’Occidente, l’incontro tra le genti indoeuropee (es. Hittiti) e gli Egizi, porterà
all’adozione anche in Egitto del modello della tripartizione castale, che sarà una
costante giuridica nella macrostoria euro-asiatica.

7. Mitologia comparata
L’irruzione indoeuropea sulla scena occidentale prima si confronta con l’Egitto e poi
con i popoli dell’Eurasia.
Comun denominatore delle civiltà proto-indoeuropee è la giuridicità.
Gli studi di Max Muller hanno portato alla formulazione dell’importante equazione
tra il sanscrito DEVA, il greco teos, e il latino deus, accomunate dalla radice
indoeuropea DEV, che significa risplende  partendo da questo confronto tra
pantheon possiamo capire perché in alcune forme di paganesimo e nel cristinasimo,
la divinità risieda nei cieli: il nome sanscrito della divinità notturna VARUNA (radice
proto europea VAR = celare), corrisponde al dio greco Urano, l‘invisibile (ouk orao)
-> Matteo aggiunge alla preghiera di Luca “padre”, l’inciso “che sei nei cieli”, per
specificare che si tratta di un Padre invisibile.
Questo studioso cercò di dare una risposta ad alcuni enigmi della mitologia, molti
dei quali hanno un comune interrogativo di fondo: come mai una civiltà che adorava
la bellezza come quella greca presentava figure mostruose come le Gorgoni, o
immagini raggelanti come i padri che mangiano i figli?
Per Muller la risposta è che il mito, in quanto immagini simboliche che esprimono
concezioni filosofiche, si è disperso nelle varie lingue europee, fino a coincidere con
l’idea di leggenda o di verità storica: es. Omero nell’Odissea dice che i compagni di
Ulisse divorano le vacche di Helios, ma egli, da questo punto di vista ormai moderno,
non aveva in mente di costruire l’allegoria dei compagni che “si mangiano” un anno
di tempo, partendo dal mito antico per cui i 50 capi delle 14 mandrie escono ogni
giorno dalla stalla d’oriente per pascolare nelle praterie del cielo e rientrare nelle
stalle d’occidente (= anno greco costituito da 50 settimane di 7 giorni e sette notti);
Omero ha scambiato un mito con una leggenda, o addirittura con un avvenimento
reale.
→ questo fraintendimento lessicale ha sul piano religioso il valore di una vera e
propria trasgressione giuridica: violazione dell’intangibilità delle cose sacre agli Dei.

8. Interferenza tra la sfera del sacro e la sfera del giuridico


Il rapporto tra diritto e religione può essere affrontato da due punti di vista: ab intra
e ab extra -> dato che la trattazione riguarda il diritto come filtro di lettura di
fenomeni extragiuridici, pare più interessante il secondo, ma vediamo prima alcune
osservazioni generali di interrelazione tra diritto e religione.
1. Ruolo del fattore giuridico nel rapporto tra storia e mnemostoria: la continuità
che emerge sul piano macrostorico deve scomparire su quello della
mnemostoria = le religioni monoteiste non costruiscono la loro identità
come evoluzione ma come rivoluzione, come contrapposizione del nuovo al
vecchio. Qualsiasi scoperta delle origini egizie va rifiutata perché conduce al
crollo della distinzione tra il mondo nuovo post-conversione e il mondo
antico, infedele e idolatra.
2. Sul piano della macrostoria il passaggio da politeismo a monoteismo ha
conseguenze sui rapporti di diritto internazionale: il politeismo, infatti,
consentiva, nel mondo antico, uno sviluppo del linguaggio giuridico
sovranazionale perché, una volta classificate sul piano funzionale le forze
superiori e misteriche che sovrastano l’uomo, le divinità di un popolo
potevano essere tradotte in quelle di un altro.  le religioni monoteiste
invece mettono fine a questa traducibilità: infatti viene considerato
pericoloso e blasfemo stipulare un contratto con l’idolatra, perché egli è un
nemico del tuo Dio.
La ricerca condotta dall’esterno è complessa per una serie di motivi, come già per
esempio la distinzione tra religione e religiosità, tuttavia, la ricerca condotta
dall’interno presenta molti svantaggi:
- il necessario abbandono di un meta-livello e quindi della possibilità di
entrare in questione teleologiche.
- forse in nessun ambito, come in quello religioso, è difficile muovere da
distinzioni di ordine contenutistico: es. difficoltà di distinguere il
monoteismo dalla monolatria; problema di alcune religioni in cui la
divinità assume struttura trinitaria, ma conserva una unitarietà di fondo
a carattere immanente (induismo) o trascendente (cristinasimo); le
stesse questioni di fondo si riflettono anche su ambiti diversi da quello
teleologico  emblematico di queste sovrapposizione è il caso della
concezione trinitaria della divinità riflessa sulla concezione trinitaria
dell’uomo (composta di corpo, anima e spirito), propria del
cristianesimo: questa fu la lettura fino all’870, quando al Concilio di
Costantinopoli, lo spirito venne eliminato dalle componenti dell’essere
umano.
Attraverso un atto di imperio giuridico, l’uomo perdeva il connotato
più caratteristico dell’umanità, spesso usato per distinguerlo dagli altri
esseri animati.
- Un’analisi ab intra richiederebbe molto più tempo e più competenze
personali.
Appare dunque preferibile adottare un approccio ab extra…

9. Modelli di religiosità giuridica


Tra i vari profili utilizzabili per distinguere le forme di religiosità, quello giuridico,
operante ab extra, appare il meno ambiguo.
Possiamo dire che i modelli di religioni costituiscono fenotipi di un gruppo più
ristretto di genotipi, corrispondenti alle forme fondamentali di religiosità, intesa
come atteggiamento interiore dell’individuo o della collettività nei confronti del
divino.
→ procedendo ad una semplificazione è possibile distinguere, a grandi linee:
- Un genotipo di religiosità a schema giuridico
- Un genotipo di religiosità non a schema giuridico
Questa distinzione è connessa alle diverse risposte che le religioni danno in
relazione alla questione del dolore (= male):
a. prima risposta: (Krishna, Buddha, epicureismo e stoicismo) la vita individuale
è, al di la delle apparenze, allontanamento dall’universale e quindi è
essenzialmente dolore -> l’emancipazione dal dolore può realizzarsi solo con il
raggiungimento di uno stato (non volontà nirvanica, atarassia epicurea, apatia
stoica), che consente il ritorno all’indistinto tutto.
b. seconda risposta: (mito iraniano dei Gemelli) esistono un Dio buono e uno
cattivo, come esiste lo spirito e la materia; il Dio cattivo è responsabile del
dolore; (dilemma di Zarathustra: o Dio è onnipotente e quindi è responsabile
del male, o è sommamente buono e allora non è onnipotente = opta per
seconda soluzione).
c. terza risposta: (pensiero giudaico- cristiano) la responsabilità del dolore non è
di un Dio cattivo, ma dell’uomo; Dio onnipotente punisce i figli per le colpe
dei padri, retrocedendo fino ad un peccato originale (di origine sumerica o
forse egizia) = il problema del dolore diventa così il problema della colpa.
L’idea di colpa costituisce il nucleo del discorso: infatti la connessione del problema
del dolore al problema della colpa genera una concezione giuridica della religiosità
che non è predicato di tutte le religioni ma solo di alcune.

10. Legalismo e antilegalismo religioso


L’antitesi tra religiosità ebraica e pagana è meno netta di quanto sembri: hanno
infatti un comune stato d’animo nei confronti della sfera del divino -> l’uomo
capisce che è irrimediabilmente scisso da Dio, e ne percepisce la lontananza e il
silenzio; cerca di captarne la benevolenza (es. con sacrifici) e fuggirne la collera.
Il passaggio dallo stato di serenità e non consapevolezza a quello di paura e angoscia
è spiegato differentemente nelle varie mitologie: per esempio in quella biblica è
rappresentata dal momento in cui subentra il dubbio, metaforicamente
rappresentato dal serpente, che spinge l’uomo a interrogarsi e porta con sé il frutto
dell’angoscia = per questa umanità (rappresentata nella Bibbia dai figli di Eva), che si
interroga e ha perso la serenità, Dio non è una presenza benigna, ma un’autorità
lontana che dispensa premi e castighi  questo mondo dominato da uno schema
penalistico di minaccia e castigo viene stravolto dalla figura di Gesù, che afferma
che Dio non è un legislatore e che la miseria dell’uomo non deriva dalla
trasgressione dei suoi precetti, ma dalla mancata fiducia nel Padre.
Il concetto della divinità come padre presente nel nuovo testamento non è riducibile
a quello delle religioni pre-esistenti: la misericordia di questo padre infatti non sta
nel perdonare le trasgressioni, ma nella compassione delle sue creature, delle quali
condivide il dolore = Dio non può e non vuole evitare il dolore ai suoi figli, ma ne è
partecipe.
Questa riconfigurazione dell’immagine di Dio è stata oggetto di varie interpretazioni:
- Tesi Drewermann: tesi connotata da un forte simbolismo, che sembra
intendere il miracolo come figura allegorica di un mutato orizzonte
noetico
- Tesi di Steiner: miracolo come segno iniziatico della seconda nascita ->
qui il nucleo della rivoluzione di Gesù è l’abbandono della concezione di
religiosità come vincolo sociale, e l’approdo alla religiosità come grazia,
facoltà di compiere il bene = non si è più costretti, ma lo si fa sulla
spinta dell’amore spirituale, generato dalla percezione di una comune
origine divina
→ queste due interpretazioni sono gli estremi di una costellazione di
interpretazioni, le quali concordano su un unico punto: Gesù è il portatore
dell’impulso alla liberazione dalla legge formalisticamente intesa.
Per capire la dimensione di questa rivoluzione occorre riflettere sulla portata dallo
scontro di mentalità tra concezione giuridica della religione e chi invece la intende
come atteggiamento interiore: Dio non è semplicemente un padre, né un padre
giusto (come il Dio legislatore), ma è un padre buono, che ha un rapporto di
affettuosità paterna con gli esseri umani = questo implica di qualificare i rapporti tra
esseri umani come rapporti fraterni, ed è proprio questo rapporto il nuovo nucleo
centrale, che sostituisce la legge.
Gesù non intendeva cambiare la legge giudaica né fondare una nuova religione
positiva, perché la religione intesa come complesso di norme è completamente
estranea alla sua mentalità  es. di questo sono i dialoghi tra Gesù e gli
interlocutori di cultura farisaica: a fronte delle sofisticate costruzioni giuridiche di
questi, Gesù non contesta le risultanze, ma le premesse stesse, cioè l’idea di
concepire la religione come sistema legalistico, e il fatto di cercare riparo dietro
queste norme per eludere il proprio personale impegno di fronte alla concretezza
dei problemi del prossimo (es. del sabato); bisogna porsi i problemi di coscienza
volta per volta, perché nessun caso nella vita è uguale ad un altro; la legge non può
essere garanzia per la proprio coscienza.
Sulla stessa linea di pone la risposta di Gesù a quale sia il primo dei comandamenti:
esso infatti è un non-comandamento per Gesù, è l’amore, cioè una disposizione
d’animo che, per sua natura, non è imponibile
Il dialogo tra Gesù e i Farisei è come quello tra Socrate e i sofisti: sono persone che
condividono la stessa cultura, ma che adottando linguaggi e sistemi di designazione
diversi ed incomunicabili = G. nega la riconducibilità del divino ad un fenomeno
giuridico, anzi questo è un fenomeno prettamente umano.
Questa negazione della giuridicizzazione da parte di G. consente di spiegare alcune
delle ragioni per cui è stato crocifisso: negare il carattere giuridico della religione
equivale, infatti, a negare la religiosità stessa, così come concepita nell’ambiente
culturale in cui G. agisce; inoltre distruggendo l’eteronomia del comando G. mette in
crisi la stessa idea di peccato, minando così non solo l’ordine religioso, ma anche
l’ordine sociale ad esso connesso  ecco perché la condanna di G. risponde alle
esigenze di auto-conservazione di una società.
Secondo la dottrina di Marcione subito dopo la morte di G. c’è stata una congiura
contro la verità, attraverso il travisamento del messaggio evangelico e la
riappropriazione della mentalità legalista: l’Anticristo non è un nemico esterno, ma
proviene dall’interno stesso della Chiesa. Marcione si pone l’interrogativo di fondo
se la rivoluzione di G. sia sul piano epistemologico o ontologico: nel primo caso ci
sarebbe una falsa percezione della religiosità, ma il Dio degli ebrei potrebbe essere
lo stesso Dio di G.; nel secondo caso invece gli Ebrei non venererebbero falsamente
il Dio vero, ma correttamente un Dio falso, cioè un Dio despota e vendicativo e non
un dolcissimo Padre = quindi il Dio di G. non sarebbe neppure il Dio dei Cristiani. 
questa è l’interpretazione seguita da Marcione e che gli costerà l’accusa di eresia e il
martirio.
Questa impostazione non sembra peraltro cogliere il nucleo fondamentale della
risposta di G., che richiama piuttosto la prospettiva epistemologia
dell’atteggiamento interiore che guida l’approccio alla divinità.
Quindi leggere la questione cristiana alla luce degli strumenti della giuridicità è
interessante perché ci consente:
- Da un lato di spiegare come il discorso di G. mettesse a repentaglio la
tradizione ricostruzione ebraica
- Dall’altro di riconsiderare le pretese di legittimazione esclusiva avanzate
da confessioni che proclamano di attestare e testimoniare il messaggio
di G.
Identificare il discorso di G. come una semplice pretesa antilegalista sarebbe
riduttivo, tuttavia, anche se parziale, questa prospettiva ci consente di rilevare come
l’edificazione del Cristianesimo sulla categorie storiche dell’Ebraismo, su quelle
logiche della filosofia greca, e su quelle giuridiche romane, abbia oscurato
l’universalità del discorso di G., e inoltre risulta anche evidente come una maggiore
attenzione alla componente giuridica avrebbe impedito la restaurazione del
formalismo normativistico.
Il passaggio da gesuismo a Cristianesimo comporta quindi la riconversione di una
religiosità dell’essere a una del dovere = la formalizzazione del Cristianesimo in un
complesso di dogmi rischia di devitalizzare la rivoluzione di Gesù.

11. Il problema antropologico delle religioni


La riduzione del fenomeno religioso a fenomeno antropologico è un approccio
selettivo e parziale, tuttavia, contrariamente al materialismo 700esco e 800esco che
riteneva che l’uomo si costruisce gli dei a propria immagine e somiglianza, un
accostamento antropologico non riduce per forza la divinità ad invenzione umana
 L’uomo inventa il modo di configurare il divino, ma questo non dimostra che Dio
sia un’invenzione umana.
L’antropologia giuridica sembra inoltre in grado di creare un ponte tra religiosità
dell’Occidente e dell’Oriente: ovviamente questi collegamenti potrebbero farsi
anche sul piano dei contenuti (es. paragone G. e Krishna) e su quello linguistico, ma i
custodi più intransigenti di ciascuna fede sono riluttanti a riconoscerlo.
Cosa impedisce ai teologi di valersi dello strumento comparatistico senza rimanere
prigionieri di un’ermeneutica ripiegata su se stessa? La risposta potrebbe essere
appunto la giuridicizzazione della sfera religiosa: esegeti, sacerdoti e fedeli
rimangono infatti prigionieri, consapevolmente o meno, dell’obbligo giuridico,
proveniente dalle chiese-istituzionalizzate, di confinare i propri interrogativi
all’interno di una dottrina che non ha né porte né finestre.
Il nucleo centrale del problema può essere posto attraverso un parallelismo con la
filosofia di Hegel: questo diceva “se la verità è una sola perché le filosofie sono
tante?” -> allo stesso modo possiamo dire “se la verità è una sola perché le religioni
sono tante?”. Ovviamente dato che le religioni positive avanzano una pretesa di
universalità non possono accettare di essere storicizzate in una prospettiva
progressista, come avviene per la filosofia hegeliana; l’originalità del discorso di G.
sembra consistere proprio nella capacità di porsi ad un livello meta-religioso,
suggerendo un accostamento alle singole religioni positive capace di depurarle dai
condizionamenti storici: il suo approccio infatti, privilegiando lo spirito alla lettera
delle scritture, trascende precetti e moralismo che trasformano le religioni
positive in un prodotto culturale umano.
Questa prospettiva però non implica la dispersione di ogni contenuto particolare
delle singole religioni positive.

12. La pluridimensionalità della conoscenza giuridica: profili ricostruttivi


Come la conoscenza può essere intesa in senso oggettivo, come risultato di attività
conoscitiva, che in senso dinamico, come attività del conoscere, anche la giuridicità
può esser considerata come oggetto (materiali giuridici oggetto di studi e principi
inespressi) o come forma di conoscenza (filtro teoretico che seleziona alcuni
aspetti della realtà).
Il disconoscimento del secondo aspetto appare coerente con l’immagine di scienza
neopositivistica -> questa riduzione non appaga sotto più punti di vista:
a. Le norme vengono identificate con le regole di comportamento
b. Pone in ombra fenomeni come il diritto spontaneo o animale
Invece la conoscenza giuridica si pone come attività teoretica, che muovendo da
pre-figure preliminari, seleziona aspetti rilevanti della realtà e tenta di rispondere ad
alcuni interrogativi attraverso l’invenzione di modelli; la vicenda conoscitiva, bisogna
sottolinearlo, è condizionata dai filtri teoretici, perciò più che riconoscere significati
li si attribuisce  la comprensione della realtà è potenzialmente pluralistica, perché
sono possibili più costruzioni della stessa realtà.
Anche il diritto presenta una precisa valenza cognitivistica: esiste dunque una
conoscenza che si attua mediante il diritto.
Come la conoscenza storica non corrisponde alla conoscenza dei singoli episodi della
storia, ma all’individuazione di un particolare profilo storico che li collega, così la
conoscenza giuridica non è la conoscenza dei singoli materiali giuridici, ma una
prospettiva di indagine costruita con schemi giuridici.
È possibile quindi una chiave di lettura di natura giuridica, e poiché le chiavi variano
a seconda delle concezioni giuridiche delle varie teorie del diritto, il diritto non è
solo un filtro teorico ma anche teoretico.