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L’istante, la grazia e la «scelta decisiva» Chiamate in attesa (4)

Possono diventare istanti di grazia tutti gli istanti della vita?


Oppure no: ci sono istanti limpidi, incomparabili, di cui non
conosciamo le regole, e solo questi sono portatori della
possibilità di senso e redenzione per la vita? Non ho fatto
sondaggi, ma direi senza troppe esitazioni che la maggior parte
di noi propende per questa seconda ipotesi. La vita ordinaria
gode di cattiva stampa, su di essa ricade un immutabile
discredito, come se vivessimo scoprendo che quel che ci
manca sta dall’altra parte. Guardiamo i giorni, il corso dei loro
istanti reputati senza storia, stranamente sicuri che non da lì
verrà quello che cerchiamo. Ci seduce molto di più lo
straordinario: pensiamo che in fondo la felicità dipende
dall’esperienza non usuale, discontinua, di una visita
sporadica, di un lampo che non si arresta.

Se dovessimo segnalare, tra le pratiche artistiche, un esempio di questa sensibilità dominante


potremmo citare le fotografie (peraltro stupende) di Henri Cartier-Bresson. Nell’introduzione al
primo libro di immagini che pubblicò, egli propose una tesi precisa su quello che chiamava
«l’istante decisivo». Oggi è impossibile pensare alla sua fotografia e, in certo senso, a quello che è
la fotografia in generale, senza rivisitare quel testo che il tempo ha reso sempre più influente.

Il punto di partenza di Cartier-Bresson è un’epigrafe tratta dai volumi di memorie del Cardinale di
Retz: «Non c’è nulla a questo mondo che non abbia un momento decisivo». E che cosa dice, in
sintesi? Che quando lo sguardo del fotografo valuta il mondo, sa di esercitare un potere: può
modificare prospettive, mettere la fotocamera vicina al soggetto o lontana, far risaltare un dettaglio
o ricomporre la realtà.

Ma al fotografo accade anche di accorgersi che sono riuniti tutti gli elementi per un’ottima foto,
eppure manca ancora qualcosa, e non sa quale. Finché sopraggiunge qualcosa di imprevisto ad
attraversare la scena. Il fotografo si mette allora ad accompagnarne il movimento da dietro la sua
macchina e aspetta, aspetta, aspetta. Quando infine preme il bottone, sente confusamente di avere
captato qualcosa. Più tardi, in laboratorio, rivelando quel materiale si rende conto che ciò che ha
captato era l’istante decisivo. Ha fissato l’istante senza il quale quell’immagine sarebbe banale, non
possiederebbe la stessa forma, intensità, pulsione, mistero e vita. Per questo, l’attività del fotografo
e dell’artista può solamente consistere in un’attesa aperta al momento straordinario.

Sarà così anche per noi? Forse nel lavorio interno che sviluppiamo, nella vita spirituale che si attiva
in noi, è questo ciò che succede? Gli ingredienti ci sono tutti, ma non è ancora sufficiente. Il
quotidiano è appannato, troppo incollato a quel che conosciamo, che ci è familiare. «Da Nazaret
può venire qualcosa di buono?» (Gv 1,46), ci domandiamo incessantemente. Ci consumiamo
nell’attesa diffusa di quello che verrà, preferiamo sempre il distante al vicino, il futuro al presente, e
rendiamo l’esistenza una finzione di sé stessa.

Ma se non è ora, quando? Se la grazia non attraversa precisamente questi istanti grigi e
contraddittori, questa montagna di emozioni disperse, questo corso che ci sembra troppo concreto,
troppo ottuso, difficilmente la grazia si manifesterà altrove.
Anche qui il caso di Henri Cartier-Bresson ci può aiutare di nuovo. Perché la sua storia è, a conti
fatti, più complessa. La curatrice di una grande mostra sulla sua opera ha portato alla luce elementi
nuovi riguardo al suo modo di lavorare, fino a quel momento sconosciuti. Ciò che la sua ricerca è
venuta a mostrare è che, più che di un «istante decisivo», si tratta con più verità di una «scelta
decisiva», poiché il fotografo faceva diversi scatti della stessa scena, talvolta in grande numero, ma
ne sceglieva solo uno ed eliminava gli altri. L’istante decisivo non è dunque un momento esteriore
irripetibile, né quell’epifania che trova spazio in un batter di ciglia fuggitivo: è un istante,
qualunque istante, che io faccio diventare decisivo, poiché in esso deliberatamente investo la mia
speranza. Avvenire 24/09/2015

Quell’andare e venire per tornare a casa. Chiamate in attesa (5)

Usciamo di casa e rincasiamo molte


volte. Un andare e venire della
quotidianità divenuto così abituale
che, la maggior parte delle volte,
neppure vi facciamo caso. Uscire di
casa non è proprio uscire. E lo stesso
possiamo dire dei nostri ritorni
vespertini. Viviamo mentalmente la
vita come un continuum, e in questo
troviamo il conforto di pensare che
noi siamo gli stessi negli stessi
luoghi, e che, in fondo, gli esodi
domestici della nostra giornaliera
circumnavigazione, turbolenta o
pacifica che sia, non ci modificano, né modificano il mondo che costruiamo.

Il pericolo che questo pensiero cela è quell’automatismo sonnambulo in cui la routine ci immerge
per lungo tempo. Tutto rimane fissato in un ordine così prevedibile che in pratica esso ci esime da
un vedere che sia vedere, da un ascoltare che sia vero ascoltare, e così via.

Quando però, rientrando dalle ferie o da un soggiorno da qualche parte, riapriamo la porta di casa, è
come se questo mondo, così intimo al punto di confondersi con noi stessi, riguadagnasse, grazie alla
distanza, una visibilità che ci sorprende. Sono frazioni di secondo, ma che contengono il tempo di
una domanda che fa capolino chissà da dove e che ci fa dire: «io sono qui?», «è questa la casa?»,
«questo strano luogo è la mia casa?». Ma, subito, la necessità di posare i bagagli, di aprire le valigie
e metterne in ordine il contenuto allontana lo shock di questa esitazione, che si dissolve con gli
odori, i rumori e i legami degli oggetti che ci stringono dolcemente a loro, quasi a consolarci di
avere sperimentato, per una durata infinitesimale, l’irrisolvibile dramma comune a ogni figlio
dell’uomo: non avere dove posare il capo.

Una casa non è quindi solo il luogo in cui nascondiamo o mascheriamo lo spaesamento
dell’esistere: è anche l’arena su cui lottiamo con esso; è il palco su cui maggiormente ci esponiamo
al suo sguardo; è il laboratorio in cui lo investighiamo, ingrandendolo, osservandolo nei dettagli,
cercando di comprenderne la complessa morfologia; ed è la tavola alla quale impariamo, da soli o in
compagnia, ad alimentarcene.
Lo scrittore John Burroughs, che appartiene alla stirpe dei grandi maestri rurali nordamericani, nel
solco di Henry D. Thoreau e di Ralph W. Emerson, si rifiutava di applicare la parola “architettura”
all’edificio in cui si vive. «Nel preciso momento in cui un essere umano comincia a pensare la
propria casa architettonicamente, proprio con questo egli rattrista e fa piangere le divinità più
sensibili», poté scrivere colui che con grande orgoglio si era costruito con le proprie mani la sua
casa in riva al fiume Hudson. Quel che deve guidare la costruzione delle nostre case, dice ancora
Burroughs, è «l’istinto domestico», che può essere definito come istinto di sopravvivenza; desiderio
di relazione; necessità di un riparo; come amore per un posto nel mondo che ci appartenga, per
quanto minimo; come l’affondare le proprie radici nel silenzio, nell’ospitalità, nella parola e nello
scambio.

In casa nasciamo e cresciamo, lungo le diverse stagioni che plasmano i giorni; mangiamo e
dormiamo; viviamo l’armonia e gli interrogativi; ereditiamo e reinventiamo senza pretese le
abitudini; conviviamo con gli oggetti e con le espressioni del visibile finché non diventano emissari
o sentinelle di qualcos’altro; ci sentiamo condotti, dall’assenza o dalla presenza più ardente, a
stirare, a piegare… fino al sigillo, al segreto, al mistero. Per questo, certi rientri a casa li avvertiamo
come un inspiegabile ritorno a noi stessi.

Sono forse insignificanti le cose al centro di questa chiacchierata? Mi viene in mente la


raccomandazione che il poeta Rainer Maria Rilke affida alle Elegie duinesi: «Loda all’Angelo il
mondo, non quello indicibile, con lui/ non puoi sfoggiare splendore di sentimento;/ […] E allora
mostragli/ quello che è semplice, quel che, plasmato di padre in figlio,/ vive, cosa nostra, alla mano
e sotto gli occhi nostri». Avvenire 01/10/2015

Impariamo una valanga di saperi, ma non a morire. Chiamate in attesa (8)

È davvero strano che in mezzo alla valanga di saperi utili e inutili che andiamo accumulando per
tutto il corso della vita non rientri questo: imparare a morire. La contemporaneità ha fatto della
morte il suo tabù, il più temuto e occultato, e ci lascia completamente impreparati ad affrontare la
naturalità con cui la vita la abbraccia. La morte appare come un’interruzione, un interdetto del
linguaggio più sconveniente di una stupidaggine, un dolore da vivere di nascosto, una intromissione
che non mettiamo mai in conto, in nessun momento. Sulla morte non sappiamo che dire, neppure
cosa pensare. È veramente una carenza enorme.

Montaigne diceva che non moriamo perché siamo ammalati, moriamo perché siamo vivi. Forse
dovremmo ripartire di qui, collegando cose che oggi ci paiono inconciliabili. La morte è
un’espressione della vita. Di tutte le espressioni certamente la più enigmatica, impenetrabile e
intraducibile. Ma è dal di dentro della vita che dobbiamo comprenderla. Cerchiamo di coglierlo:
quando ci poniamo drammaticamente davanti al mistero che noi siamo, è come se fosse la morte a
riscattare la stessa esistenza.

Possiamo vivere tutta la vita senza pensare a ciò che essa è: la prendiamo per un dato ovvio,
svuotato di qualsiasi interrogativo, una certezza assente, e basta. Non è così. La morte può
rappresentare, nel nostro itinerario personale, e nei nostri cammini intrecciati e comuni,
l’opportunità di guardare alla vita più in profondità. La vita non è soltanto questo viavai di verbi
attivi, questa marcia senza orizzonti e sonnambula, questo vogare tra dare e avere, questa contabilità
invece della metafisica. La vita non è solo questo. La morte la amplia. Le rivela una profondità che
non vediamo. Per questo sono così necessari i versi di Rilke: «O Signore concedi a ciascuno la sua
morte:/ frutto di quella vita/ in cui trovò amore, senso e pena./ Noi siamo solo la buccia e la foglia./
La grande morte che ognuno ha in sé/ e il frutto attorno a cui ruota ogni cosa».

Nell’evoluzione del mio personale rapporto con la morte, ha avuto un grande significato l’incontro
con gli scritti di Cicely Saunders, la dottoressa che fondò la prima unità di cure palliative, che è una
delle più fantastiche innovazioni del XX secolo in campo sanitario. Da allora non ha cessato di
risuonare dentro di me una frase che lei ripeteva continuamente: «Dobbiamo imparare». Dobbiamo
imparare a stare con gli altri quando arriva il loro momento, sviluppando in noi competenze
trascurate. Dobbiamo imparare a prenderci cura del dolore e ad attenuarlo, ma non solo con le
pastiglie: anche con il cuore, con la presenza, con gesti silenziosi, con il rispetto, con una aspettativa
di coraggio. Gli ammalati non cercano indulgenza. Dobbiamo imparare a cullare la fragilità, degli
altri e nostra, ad aiutare ciascuno a ritrovarsi con le cose e con le memorie giuste, a non disperare, a
rintracciare un filo di senso in ciò che sta vivendo, per infimo e tremulo che esso sia. Dobbiamo
imparare a essere sostegno, dobbiamo volere efficienza tecnica ma anche compassione, dobbiamo
riconoscere il valore di un sorriso, ancorché imperfetto, in certe ore estreme. A un passo dalla fine
c’è sempre tanto che inizia.

Uno dei ricordi che mi sono più cari è per esempio quello dell’ultimo ricovero di mio padre.
Ricordo che per giorni e giorni camminavamo, adagio adagio, tenendoci per mano, nel lungo
corridoio dell’ospedale. Io gli trasmettevo con la mano tutta la forza che potevo. Ma la sua mano
era più grande della mia. E so che lo è ancora. Avvenire 29/10/2015

Il baule dei giochi e quelle storie che racconteremo tutta la vita.Chiamate in attesa (9)

Succede a volte che, a mano a mano che i figli


crescono, scompaia dalle famiglie il baule dei
giochi. Le case diventano (un po’) più ordinate,
entrano in una routine perfetta che per anni non
avevano avuto. Una rispettabilità stabile, sicura
di sé. Comincia così una stagione di tregue,
senza più le sorprese che prima gettavano nella
disperazione: caterve di pezzi orfani dei loro
giochi, pupazzi che riapparivano dove
assolutamente non dovevano, l’inoffensiva
componente scoperta dall’idraulico – unica
spiegazione di quel monumentale guasto. Perciò,
dapprima si tira un respiro di sollievo. Poi, stranamente, neanche più tanto. Viene il momento in cui
ci si rende conto che il baule dei giochi ci manca.

È in quel baule che si trovano i simboli, gli scherzi, le risate scacciapensieri, i giorni di ferie in
famiglia, i compleanni, le interminabili partite attorno alla tavola con adulti e giovani contagiati dal
medesimo entusiasmo, una contemplazione affettuosa senza nessuna finalità. È in quel baule che
stanno le storie assurde e sagge che racconteremo lungo la vita, là si conservano gli odori, le parole
di una canzone che abbiamo cantato tante volte e poi dimenticato, la prima bicicletta, i libri che ci
regalarono quando non sapevamo ancora leggere, le figurine, il silenzio dell’intimità, la passeggiata
in paese, le conversazioni alla finestra quando viene sera. In quel baule sta l’arte di passare il tempo,
di perderlo perché diventi più nostro, permettendo l’immaginazione, il senso ludico, la gioia. Il
baule dei giochi non serve a niente, ed è per questo che ci dà ragioni per vivere.
Mi viene in mente un testo di Romano Guardini intitolato Lo spirito della liturgia, uno dei libri che
sicuramente mi ha segnato di più. Ne ripeto sempre con piacere la tesi: «Fare un gioco dinanzi a
Dio, non creare, ma essere un’opera d’arte, questo costituisce il nucleo più intimo della liturgia.
Essa può essere compresa solo da chi sa prender sul serio l’arte e il gioco». Se le cose stanno così
con i cerimoniali liturgici, a maggior ragione devono stare così nella vita quotidiana, con tutti i suoi
andirivieni e le sue fatiche. Il nostro baule dei giochi va preso sul serio.

Non ci accorgiamo dell’impoverimento che la sua mancanza induce, ma molti dei conflitti dolorosi
che ci porteremo dietro più tardi, nel corso della vita, vengono da qui. Ricordo una storia che mi
raccontò una cara amica. Suo padre era giudice. Un uomo severo e assorto, senza tempo da
sprecare, senza una grande voglia di alzare gli occhi dal suo mondo così importante, ancor meno per
dare ascolto alle piccole cose dei bambini. Lei crebbe, studiò, e nei primi anni come lavoro fece la
segretaria del padre. La vicinanza non modificò in nulla lo stile che già conosceva in lui:
continuavano ad essere due estranei, con rapporti puramente formali, e un mondo di cose da dire
che restava sommerso. Un giorno, fecero un viaggio di lavoro. Meta: un’isola greca. Viaggiarono in
nave, e possiamo immaginare i lunghi tempi della traversata. Il mattino presto, lei si sveglia di
soprassalto: suo padre è nella cabina, la sta svegliando. Lei lo guarda senza capire cosa stia
succedendo. E lui: «Vieni a vedere il sole che nasce. È enorme… enorme. Vieni subito. Ti piacerà.
Vieni». Tanti anni dopo, quando il padre era già morto – questo fatto era avvenuto decenni prima –,
quell’amica mi ha confidato: «Se avesse fatto almeno un altro gesto come quello, almeno uno, gli
avrei perdonato tutto». Avvenire 5/11/2015

Benedetto il futuro dove ci stupiremo di non saper cosa pensare. Chiamate in attesa (10)

Credo che nei prossimi decenni, e in quelli


successivi, e ancora in quelli che verranno, per
molti millenni, l’umanità saprà cosa pensare.
Non faccio parte dell’esclusivo club dei
pessimisti storici; i discorsi sulla decadenza mi
annoiano; così come, lo confesso, gli ottimismi
mi deconcentrano. I fili con cui si cuce la
storia non sono discendenti, né ascendenti:
sono solo fili; quelli che si trova a vivere ogni
tempo e ogni generazione. E la cosa più importante è che i fili resistono in infiniti modi, tanto nelle
catastrofi come nei successi (e sa Dio quanto è difficile rinascere dopo gli uni e le altre!). Per questo
credo che l’umanità del futuro saprà certamente cosa pensare. Non è difficile immaginare che i
saperi, anche in nuovi ambiti, si svilupperanno e che in molti casi essi per noi rappresenteranno una
sorpresa totale, non foss’altro perché li avevamo avuti per tanto tempo sotto il naso e non ne
avevamo approfittato. Forse non era ancora venuto il loro momento. O forse lo era e noi lo avevamo
clamorosamente mancato, fatto che dovremo ammettere. Non è difficile congetturare che
sorgeranno nuove grammatiche per capire il mondo e intervenire su di esso, e che alcune ci
confermeranno ciò che fummo mentre altre vi si opporranno, reinventando radicalmente metodi e
intenti.

Ma in fondo che importa? Serve poco aggrapparci ai nostri punti di arrivo, come fossero gli unici
legittimi, quando dovremmo cominciare prima di tutto con il benedire il futuro che ci dichiara
superati. Benedetto il futuro che riderà di noi perché abbiamo confuso tutto: uno spostamento con il
viaggio, un avvicinamento con l’incontro, il possesso delle cose con il loro uso, l’accumulo di beni
con il loro sano godimento. Benedetto il futuro che ci criticherà per il nostro avere prodotto tanto e
distribuito così male, per essere andati sulla luna e poi resistere tanto, ma davvero tanto, per
giungere alla conoscenza del nostro proprio cuore. Benedetto il futuro in cui le tecnologie non
saranno più un feticcio nelle mani del mercato, come adesso in larga misura accade, e diverranno
uno strumento migliore per la vita di tutti, come è stato, per esempio, dell’aratro o della ruota.
Benedetto il futuro che ci ispirerà stili di vita più essenziali, più attenti agli altri esseri umani ma
anche a tutte le altre creature che con noi condividono questa misteriosa avventura, e delle quali
sappiamo così poco. Il futuro saprà trovare lo spazio e l’espressione del loro pensare.

C’è una cosa, però, che sopra ogni altra desidero: che l’umanità che verrà ad abitare quello che per
noi è il futuro si accorga spesso di non sapere cosa pensare. Che cioè si lasci sconcertare
dall’inspiegabile splendore di ogni aurora; che rimanga senza parole davanti al mare, come coloro
che l’hanno visto per la prima volta; che si senta irresistibilmente attratta dalle variazioni di colori,
di volumi e di odori del paesaggio diurno e notturno; che si senta attraversata da un brivido al primo
contatto con l’acqua; che mantenga la capacità di stupirsi davanti al modo in cui il vento trascina
lontano le nostre voci felici; che guardi nello stesso modo indifeso la pioggia, i campi allagati in
silenzio, le cose più piccole e vaste, il traffico delle nubi, la disseminazione dei papaveri che nei
campi assomigliano a parole che sognano. Desidero ardentemente che l’umanità del futuro assapori
l’imbarazzo per ciò che rimane incompiuto non per insufficienza ma per eccesso, e non si affretti a
catalogare, a descrivere o imprigionare. Che il suo modo di comprensione sia un’altra maniera di
mantenere intatto (o perfino di amplificarlo) lo stupore. Avvenire 12/11/2015

Nel pollaio dell’Infinito qualcuno ripete il suo verso (inascoltato) Chiamate in attesa (12)

A ottant’anni dalla morte del poeta portoghese Fernando


Pessoa, avvenuta il 30 novembre 1935, la sua poesia si
rivela sempre più una diagnosi spirituale
straordinariamente riuscita della Modernità. L’essenza
della cultura moderna, come sappiamo, contrariamente alle
previsioni più radicali non ha determinato l’assenza del
sentimento religioso. Quel che definisce la Modernità è,
più che non il vuoto, l’accumulo e l’eccesso. Le antiche sfere sussistono, ciò che fonda la certezza o
la credenza rimane. Ma sotto un nuovo regime: quello di una radicale autonomizzazione, che
conferisce alla cultura e all’uomo un’immagine frantumata. Siamo ormai frammenti di un’unità
perduta, dispersione incontrollabile, orfanità e finzione. Ora, l’eteronimia inventata da Pessoa (che
era al tempo stesso la sua propria voce e molte altre: Álvaro de Campos, Alberto Caeiro, Ricardo
Reis, Bernardo Soares, António Mora ecc.) traduce, in questa linea, non solo una strategia di
composizione letteraria ma anche un movimento spirituale, per la precisione quello dell’uomo che
si scopre ostaggio dell’estrema impotenza di concepirsi e di esprimersi come unità. In una curiosa
parafrasi del Salmo 22, lo stesso salmo che Gesù prega sulla croce, Fernando Pessoa scriverà nel
Libro dell’inquietudine: «Mio Dio, mio Dio, a chi assisto? Quanti sono io? Chi è io? Cos’è questo
intervallo che c’è tra me e me?».

Quando si proceda alla mappatura dei segni del religioso cristiano nell’opera di Fernando Pessoa
(1888-1935), si propone come ineludibile la celebra chiusa della poesia Libertà: «[…] E ancor
meglio di questo/ è Gesù Cristo,/ che non sapeva niente di finanze/ né consta che avesse biblioteca».
L’autore ha ragione: Gesù è un maestro orale, non risulta in alcun modo che avesse una biblioteca.
Ma quello che pochi sanno è che Fernando Pessoa ne possedeva una, singolarmente ricca, su Gesù
Cristo e sulla religione in generale, fatto che testimonia la rilevanza che egli personalmente
attribuiva al tema. Sugli scaffali della sua biblioteca si possono trovare volumi di teologia
dell’Antico e del Nuovo Testamento, commentari ai Salmi e alle Lettere di Paolo, una grande
varietà di titoli sul “Gesù storico”, introduzioni ai Padri della Chiesa, opere di Atanasio e di
Clemente di Alessandria, manuali di liturgia e di pietà. I riferimenti a Gesù e al cristianesimo che
paiono casuali nell’opera pessoana non sono, quindi, tracce occasionali: sono il riflesso di una vera
passione, intellettuale e di vita. In un editoriale della rivista Orpheu, di cui Pessoa fu uno dei
codirettori, troviamo un testo molto curioso, che uscì dalla sua penna nel 1915. Si legge a un certo
punto: «Il termine “modernista”, che viene talvolta applicato agli artisti di Orpheu, non può in realtà
essere loro applicato, per il fatto che non ha alcun significato se non quello di designare – perché
così è stata designata – la nuova scuola pragmatistica ed esegetica dei Vangeli». Come si capisce,
Fernando Pessoa seguiva da vicino il dibattito teologico del suo tempo.

Come dunque cartografare il complesso territorio del credere in un autore unanimemente


riconosciuto così complesso e paradossale? La risposta dovrà essere cercata in quel tempio di
inquietudine che davvero fu la sua anima, andando di domanda in domanda, di investigazione in
investigazione, cantando «la canzone dell’Infinito in un pollaio» (come leggiamo in una delle sue
liriche più impressionanti, “Tabaccheria”).

«Sarò sempre quello che ha atteso che gli aprissero la porta davanti a una parete senza porta, / E ha
cantato la canzone dell’Infinito in un pollaio, / E sentito la voce di Dio in un pozzo chiuso. /
Credere in me? No, né in niente. / Che la Natura sparga sulla mia testa scottante / Il suo sole, la sua
pioggia, il vento che trova i miei capelli, / E il resto venga pure se verrà, o dovrà venire, altrimenti
non venga. / Schiavi cardiaci delle stelle, / Abbiamo conquistato tutto il mondo prima di levarci da
letto; / Ma ci siamo svegliati ed esso è opaco, / Ci siamo alzati ed esso è estraneo, / Siamo usciti di
casa ed esso è la terra intera, / Più il sistema solare e la Via Lattea e l’Indefinito…».

Si noti bene: non sono state “la canzone dell’Infinito” o “la voce di Dio” a tacere. Esse continuano a
risuonare. Ciò che si è radicalmente modificato in questa contemporaneità, della quale Pessoa è un
protagonista ma anche un sintomo, è il luogo dell’enunciazione e dell’audizione di Dio: un
“pollaio” e “un pozzo chiuso”, spazi irregolari, dilemmatici, improbabili, in rottura già con la
geografia del sacro che ci si aspetterebbe. E, al tempo stesso, spazi ardentemente umani, capaci di
dare a vedere la ferita e la fragilità, capaci di esporre il malessere ontologico come un grido e una
irremovibile prece. Avvenire 26/11/2015

Bisogna saper ringraziare: anche di quanto non ci è stato dato. Chiamate in attesa (17)

La cosa più normale è ringraziare di quanto ci è stato dato. E i motivi di gratitudine non mancano di
certo. Ovviamente c’è un’infinità di cose che dipendono dal nostro sforzo e ingegno, cose che
abbiamo saputo conquistare nel corso del tempo, talvolta ribaltando ogni ragionevole previsione, o
che si sono materializzate al termine di un laborioso e solitario processo. Ciò non cancella, tuttavia,
l’essenziale: le nostre vite sono recipienti di doni. È per pura generosità che abbiamo ricevuto il
bene più prezioso, la nostra stessa esistenza, e nello stesso modo gratuito abbiamo fatto
l’esperienza, che continuiamo a fare, di essere protetti, curati, accolti, amati.

Se dovessimo fare l’elenco di quel che riceviamo dagli altri (ed è un peccato che tale esercizio non
ci sia più abituale), comprenderemmo ciò che la poetessa Adília Lopes ripete come sua verità: «Io
sono un’opera degli altri». Tutti lo siamo. La nostra storia è cominciata prima di noi e proseguirà
dopo. Siamo il risultato di una incommensurabile catena di incontri, di gesti, di buone volontà,
seminagioni, carezze, affetti. Cogliamo ispirazione e senso da vite che non sono nostre, ma che
pazientemente si chinano su di noi, illuminandoci, fondandoci nella fiducia. Tutto questo
movimento, ben lo sappiamo, non ha prezzo, non c’è luogo in cui si possa comprarlo: soltanto
attraverso il dono si realizza. Per questo, quando esso manca, la sua indelebile assenza si fa sentire
per tutta la vita. Il suo posto non può essere occupato da altro, per quanto possa essere oggi florida
una potente industria di finzioni di ogni tipo, che ha l’inutile pretesa di essere oblio e surrogato di
questa sorta di faglia geologica che ci strazia.

Oggi, però, mi sono fermato a riflettere anche sull’importanza di quanto non ci è stato dato. La
provocazione mi è giunta da un’amica che mi ha confidato: «Mi piace ringraziare Dio per tutto
quello che mi dà, e che è sempre talmente tanto che non ho parole per descriverlo. Eppure sento di
doverlo ringraziare allo stesso modo anche di ciò che non mi dà, delle cose che sarebbero buone e
che non ho ricevuto, di tutto ciò per cui ho anche pregato e che ho tanto desiderato, ma che non ho
avuto. Non averlo ricevuto mi ha obbligato a scoprire in me delle forze che non sapevo di avere e,
in certo modo, mi ha permesso di essere me stessa». Com’è vero, questo. Ma esige una
trasformazione radicale del nostro atteggiamento interiore.

Diventare adulti dentro non è di certo un parto immediato o indolore. Eppure, finché non
ringraziamo Dio, o la vita o gli altri, di quello che non ci hanno dato, la nostra preghiera rimane
come incompleta. Possiamo facilmente seguitare per il resto dei nostri giorni a nutrire risentimento
per quanto non ci è stato dato, a paragonarci agli altri e a considerarci vittime di un’ingiustizia, a
lamentarci della durezza di quello che, stagione dopo stagione, non corrisponde a ciò che abbiamo
idealizzato. Oppure possiamo vedere quello non che ci è stato dato come l’opportunità, ancorché
misteriosa, ancorché “a contrario”, di avviare un cammino di approfondimento…. e di risurrezione.

Fu per esempio in una delle ore più oscure del XX secolo, dall’interno di un campo di
concentramento, che la scrittrice Etty Hillesum divenne protagonista di una delle più mirabili
avventure spirituali della contemporaneità. Scrisse nel suo diario: «La grandezza dell’essere umano,
la sua vera ricchezza, non è in quel che si vede ma in quello che egli porta nel cuore. La grandezza
dell’uomo non gli viene dal posto che occupa nella società, né dal ruolo che egli vi svolge e
nemmeno dal suo successo sociale. Tutto questo gli può essere tolto da un giorno all’altro. Tutto
questo può scomparire in un baleno. La grandezza dell’uomo sta in ciò che gli rimane esattamente
quando tutto ciò che gli dava qualche brillio esteriore si spegne. E cosa gli rimane? Le sue risorse
interiori, e nulla più». Avvenire 31/12/2015

«Llansol ha ragione: ci comprendiamo facendoci compagnia» Chiamate in attesa (19)

Non so se arriviamo mai a comprendere per davvero. Possediamo esperienze, abbiamo accesso alla
cateratta delle notizie, ci avvaliamo di miriadi di spiegazioni. Ricorriamo a formule che incasellano
o che scompongono. Ci basiamo su opinioni. Viviamo con ansietà dal tempo modellate, credendo
siano da esso moderate. Ma non so se arriviamo a comprendere veramente. Forse perché
comprendere è un’altra cosa, esige da noi un altro tempo, diverso da quello che siamo abituati a
usare, ci espone nella nostra povertà, incammina la nostra intelligenza e il nostro cuore verso
territori forse più vicini al silenzio che alla parola.

Mi viene spesso in mente quel dipinto di Goya che ritrae un cane. Non sappiamo che cosa
esattamente il cane stia lì a fare: vediamo appena il suo muso spuntare, solitario, contro un cielo
vuoto. Si direbbe che annusi non tanto il mondo quanto la frontiera del mondo, alla stregua di un
detective metafisico. Quando penso al cane di Goya mi accade di associarlo a una frase della
scrittrice Maria Gabriela Llansol a proposito del lavoro di comprensione di un testo (che non
dev’essere poi differente dal lavoro di comprensione del mondo e di noi stessi). La frase dice:
«Comprendere un testo è come comprendere un cane…/ ossia/ è accettare che non ci si parla/ che
non ci si comprende, eccettuato che attraverso la compagnia».

Ci siamo armati di sofisticati strumenti di analisi, stratifichiamo, scomponiamo, osserviamo


attraverso lenti che reputiamo infallibili, e ci dimentichiamo di una verità basilare: la comprensione
passa necessariamente per un avvicinamento, per una mutua scoperta che solo la reciprocità va
tessendo e chiarendo. La comprensione è un gioco giocato nella coscienza di stare dinanzi al
vivente, che si dà a vedere tra le pieghe, nell’intervallo, nell’interazione affettiva, nell’incalcolabile
deduzione di quanto ciascuno porta nascosto in sé, senza lasciarci catturare dalle aspettative, senza
imporre nulla di ciò che sappiamo o pretendiamo di sapere. Llansol ha ragione: non comprendiamo
niente e nessuno se non attraverso la compagnia.

Ci sono tre dimensioni fondamentali (e dimenticate), nell’arte della compagnia, che è importante
ricordare: la gratuità, l’accettazione e la capacità di condividere il silenzio.

Di fatto la compagnia può avere anche finalità secondarie, che dipendono dalle circostanze, ma essa
necessita, nel fondo, di non avere altro fine che sé stessa. «È il tempo che hai perduto per la tua rosa
che ha fatto la tua rosa così importante». Che significa: dobbiamo accettare di “perdere” perché la
relazione valga. E perdere vuol dire proprio perdere: non solo del tempo ma anche previe
rappresentazioni, aspirazioni, progetti, utilità, vita. L’obiettivo sta nel poter raggiungere quella
piena libertà insita nella definizione che Montaigne propone: «Se mi si chiede di dire perché
l’amavo, sento che questo non si può esprimere che rispondendo: “Perché era lui; perché ero io”».

La compagnia si costruisce poi nell’accettazione. Accettare, accettare, esercizio così difficile.


Accettare la notte e il nulla, il silenzio e il ritardo, accettare la grazia e la debolezza, la
differenziazione e il distacco. Di tutto fare un cammino. Accettare di vedere il tutto solamente nella
parte, nella visione incompleta, nel gesto incompiuto. L’ansia di dominare è un equivoco. La
compagnia è un’altra cosa: è accettare che tutto è passaggio, epifania, rivelazione che non si tocca.

E infine, la condivisione del silenzio. Come possiamo capire che due persone stanno bene insieme?
Dal modo in cui conversano? Certamente. Ma forse ancor più dal modo in cui accolgono il silenzio
l’una dell’altra. Tra conoscenti, il silenzio è un imbarazzo, proviamo subito il bisogno di attaccare
discorso. Ma quando siamo amici, il silenzio è comprensione che unisce. Avvenire 14/1/2016

E il dolore non sia un risentimento.

Può sembrare strano, ma a un certo punto ci


aggrappiamo al dolore come se questo fosse un eroismo
e ci mettiamo a ostentare ferite come chi esibisce
decorazioni. Il nostro disegno, inconfessato ma
chiarissimo, diventa quello di attraversare la vita (o quel
che ne rimane) con uno statuto di vittima. La nostra
testolina di persone adulte è complicata. Scopriamo che
c’è un piacere nell’elencare acciacchi e tradimenti, e se
la mia piaga può essere più grande della tua, tanto
meglio, questo darà maggior forza al mio statuto. La
verità è che, se non stiamo attenti, la disgrazia più intima diviene un misero podio nel quale ci
trinceriamo. Penso che una svolta avvenga nel momento in cui accettiamo di renderci conto che
siamo tutti vulnerabili. È facile riprodurre uno schema dialettico in cui noi siamo vittima e l’altro
aggressore, dimenticando che è anch’egli attraversato dalla sofferenza. In effetti, e non è cosa rara,
l’aggressione è un linguaggio deviato per esprimere, o dissimulare, una condizione di vittima. Un
cammino necessario sta nel riconoscere che anche in coloro che ci feriscono (o ci hanno ferito) si
celano blocchi, cicatrici e grovigli opachi. Se non ci hanno amato, non è stato necessariamente per
un atto deliberato, ma per una storia forse ancor più soffocata della nostra. Non si tratta di
discolpare, ma di riconoscere che in colui che non mi ha reso giustizia o non mi ha contraccambiato
la benevolenza che gli ho elargito abita un essere provato dal limite. E che la ferita che ora ha aperto
in me non era a me specificatamente destinata: era un magma di violenza alla deriva, sul punto di
esplodere.

Abbiamo tutti bisogno di perdono. Il perdono stabilisce una cesura positiva, interrompe l’inutile
bava della tristezza, questo macerarsi che ci rende infelici e ci induce a schiacciare gli altri di
infelicità. Restiamo così facilmente impantanati in vicoli ciechi, in giri senza uscita, ostaggi di
un’amarezza sempre più pesante e che contamina inesorabilmente la vita. L’atto del perdono è una
dichiarazione unilaterale di speranza. Il perdono non è un patto. Se resto ad aspettare che chi mi ha
oppresso mi venga incontro per strapparmi al mio risentimento, allora per aspettare sarà meglio che
mi metta comodo. Il perdono è quel gesto unilaterale che si rifiuta di dar voce alla vendetta e crede
che dietro a chi mi ha ferito c’è ancora un essere umano, vulnerabile ma capace di cambiare.
Perdonare è credere nella possibilità di trasformazione, a cominciare dalla mia. Spesso
approfittiamo del dolore per rinchiuderci in esso. Preferiamo star lì a rigirare la lama nella ferita, a
masticare ogni giorno il pane vecchio del nostro risentimento, invece di aver sete di bellezza,
desiderio di altro. Si direbbe che quanto ci è accaduto (e di cattivo, per giunta) ci abbia saziato
completamente. Le offese ricevute rivelano un duro e ironico ritratto di noi stessi. Ora, per
perdonare è necessaria una furiosa e paziente sete di quello che (ancora) non c’è. Il perdono
comincia con l’essere una flebile luce. Ed è bene insistere e attendere. Il sole non spunta
all’improvviso. Questo lasso di tempo è una condizione della sua verità.

Ho letto in questi giorni un racconto straordinario di Alice Munro, premio Nobel per la Letteratura.
Mi piace riproporvi l’ultimo paragrafo di questo testo. Dice la scrittrice: «Non tornai a casa per la
sua malattia e nemmeno per il funerale. Avevo due bambini piccoli e non avrei saputo a chi
lasciarli, a Vancouver. Avremmo fatto anche fatica a spendere i soldi per il viaggio, e mio marito
era il tipo che sdegna le formalità, ma perché scaricare la colpa su di lui? La pensavo così anch’io.
Di certe cose diciamo che non si possono perdonare, o che non ce le perdoneremo mai. E invece poi
lo facciamo, lo facciamo di continuo». Per chi lo volesse sapere, il racconto è intitolato Uscirne vivi.

Avvenire 21/1/2016

*
Quella misteriosa sapienza che si cela nelle strade tortuose. (21)

C’è un verso di un importante poeta


portoghese del XX secolo, Ruy Belo, che in
questi anni ho imparato ad apprezzare, un
verso sufficientemente preciso per non
dissiparsi, ed enigmatico quanto basta per non
restare catturato dall’immediato. Il verso
recita: «Al tempio non si va direttamente».
Quel che mi succede è che prendo questo verso isolatamente, come fosse soltanto la verosimile
descrizione di ciò che avviene effettivamente, e che ci avviene. Così, e basta. E a causa di esso mi
perdo a pensare a cammini solitari, pieni di curve e di giri lunghi, dove si sente da vicino il respiro
contrastato e unico del paesaggio; a strade che si biforcano sull’imprevisto, strade fangose, sentieri
di montagna, senza segnali, sentieri che si direbbe stiano formandosi solo a mano a mano che i
nostri passi incedono. A causa di questo verso mi perdo a intuire che l’imposizione di tracciati
diretti può semplicemente risultare in una forma di impoverimento, poiché essa forza la vita a
rettifiche, a una fluidità o a una costrizione che essa non ha. La vita è sempre più instabile e creativa
della quadrettatura in cui idealmente l’abbiamo inclaustrata, ed è così per il nostro bene, anche se a
ciò non di rado è associata una sofferenza. Tutti possiamo, per esempio, produrre la nostra
esperienza di avere studiato delle noiosaggini di una inutilità comprovata, e imparato a memoria,
dietro imposizione, incredibili note a piè pagina: genealogie più lunghe della storia che raccontano,
formule pretenziose, concetti la cui validità è pari alla durata di un cerino. A cosa è servito tutto
questo? Non vorrei scoraggiare nessuno, ma Kant diceva che uno dei vantaggi della scuola è che
insegna a stare seduti. Un po’ poco, no? Certo lui parlava dei bambini, ma non dimentico di aver
ascoltato sull’argomento, nel primo incontro con il mio coordinatore di dottorato, un sermone molto
assertivo (e molto inatteso). Secondo lui, il successo di una tesi praticamente dipendeva dal numero
di ore in cui si rimane seduti.

Uno dei testi più straordinari di Simone Weil è quello intitolato Riflessione sul buon uso degli studi
scolastici in vista dell’amore di Dio. In esso la filosofa mostra come l’aridità di tanti esercizi, quella
rottura di scatole che a un certo momento ci sembrano il latino o la geometria, l’investimento di
energie apparentemente sprecato in stradine secondarie del sapere ci renda, senza che ce ne
rendiamo bene conto, viaggiatori degni di questo nome. Ogni esercizio scolastico, per quanto
insignificante noi lo giudichiamo, rappresenta un modo specifico di attendere la verità, e di
desiderarla. Sono sue queste parole: «Se si ricerca con vera attenzione la soluzione di un problema
di geometria, e se dopo un’ora si è sempre allo stesso punto di partenza, ogni minuto di quest’ora
costituisce un progresso in un’altra dimensione, più misteriosa. Senza che lo si senta, senza che lo si
sappia, questo sforzo, in apparenza sterile e senza frutto, ha fatto più luce nella nostra anima. Il
frutto si ritroverà un giorno, più tardi, nella preghiera e, per di più, lo si ritroverà senza dubbio
anche in un qualsiasi campo dell’intelligenza, forse del tutto estraneo alla matematica. Un giorno,
colui che ha compiuto senza risultato questo sforzo sarà forse capace di cogliere più direttamente la
bellezza di un verso…». È vero, «al tempio non si va direttamente». Le ricerche e le acquisizioni
fondamentali della vita richiedono una disponibilità non solo per ciò che è immediatamente utile,
ma per il gratuito, per ciò che facciamo in forza di ragioni che sappiamo e che sconfessiamo, per
quello che il presente già rende nitido, ma anche per ciò che solo il futuro potrà socchiuderci e
illuminare.

Avvenire 28/1/2016

*
Insonni e iperattivi non sappiamo più abitare il presente. (23)

Quando telefonavamo coi telefoni fissi, era normale


chiedere: «Pronto?… Ci sei?», pur sapendo che non
poteva essere diversamente, visto che qualcuno,
all’altro capo del filo, stava rispondendo alla nostra
chiamata. Con la proliferazione dei cellulari
abbiamo smesso di ricorrere al retorico «Pronto?…»
e la domanda più frequente è diventata: «Dove sei?».
Siamo tutti caduti in una deterritorializzazione che
non è solo linguistica o tecnologica. Abbiamo
smesso di «esserci» e anche di «sapere di esserci».
Adesso siamo fluttuanti, sporadici, disancorati e
vaghi. Ci sentiamo obbligati a vivere sette vite in un
giorno solo, ci muoviamo ansiosi, come
disincontrati.

Siamo diventati una generazione di insonni. Non sappiamo più cosa sia abitare serenamente il
tempo. Dagli orari dilatati di lavoro alle sollecitazioni di una comunicazione praticamente
ininterrotta, entriamo in un ciclo nervoso di attenzione, attività e consumo. «Sbrigati, sbrigati» è il
comando di una voce che ci imprigiona e di cui non vediamo mai il volto… proprio mai. «Vai di
qua, vai di là». Ma dove andiamo? Forse, se dovessimo spiegare le ragioni profonde dei nostri
movimenti vertiginosi, della nostra crescente accelerazione, della permanente segmentazione in
esperienze differenti, non sapremmo cosa dire. E anche da qui, da questo vuoto di risposte,
preferiamo fuggire.

Il tempo più difficile da abitare è il presente. Non è il passato. Il passato è in gran parte un tempo
confortevole, anche quando ci schiaccia. In fondo ci dà sollievo il fatto che il bambino che ha
ancora paura dei cani si accorga che quello messosi ad abbaiare, proprio vicino a lui, in realtà è
legato. Il passato sta in un suo posto ben definito, anche se ci spaventa quanto completamente
sbagliato possa essere. Lo stesso possiamo dire del futuro. Quantunque ci pesi tutta la sua
indeterminazione, o i cattivi pronostici, manteniamo nei suoi confronti un’aspettativa che non è mai
totalmente chiusa. “Chissà?”, insistiamo tra noi e noi. Ma dal presente, dalla pressione del presente,
dalla sua irrefutabile fattualità, come vorremmo fuggire!

La sapienza greca (che in un modo o nell’altro forma tutti noi) rappresenta l’esperienza del tempo
con il mito di Kronos, il dio implacabile che mangia i suoi propri figli! Ed è questa, spesso,
l’esperienza di consunzione, di divoramento, esperienza inesorabile di perdita, che noi facciamo.
Nelle nostre vite è scomparso lo spazio per il presente, perché sentiamo il presente come una
deglutizione infinita in cui siamo, nostro malgrado, presi. In verità ci accorgiamo del tempo solo
quando è passato, così come ci rendiamo conto di cosa sono le cose quando esse non sono più. Ma
gli stessi greci ritenevano che il kronos non esaurisce tutte le possibilità del tempo; utilizzavano
infatti, accanto a questa, un’altra denominazione: kairós, ovvero il tempo come opportunità. Penso
che la nostra vita oscilli molto tra queste due categorie: il kronos, il tempo che ci divora, e il kairós,
questo tempo interiore che ci dice: è ora, può essere ora; è qui, può essere qui. Accetteremo il
presente quando avremo compreso che questo tempo fragile, arido, volubile, incompiuto e
vertiginoso, è attraversato da un’altra possibilità di intendere il tempo.

È forse necessario imparare a disapprendere, per avvicinarci a quello che Pessoa scrisse, quasi come
una mappa: “La meravigliosa realtà delle cose/ E la mia scoperta di tutti i giorni./ Ogni cosa è ciò
che è,/ È difficile spiegare a qualcuno come ciò mi rallegri,/ E quanto mi basti”. Per questo, la
maniera più incisiva di pensare il futuro è pensare a quel che esso sarà quando sarà vissuto come
presente.

Avvenire 18/2/2016