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Italia.

Contesto e considerazioni per una campagna Unions4Climate


 
 
Il cambiamento climatico viene già percepito in Italia. A partire dagli anni ’80 i trend climatici hanno mostrato
mutamenti significativi sia nelle temperature massime e minime raggiunte1 sia nella media annua delle
precipitazioni, diminuita del 10%. Le vulnerabilità più rilevanti per l’Italia sono legate all’aumento della
pressione sulle risorse idriche, al degrado del suolo, allo sgretolamento, al pericolo di frane, alla
desertificazione, all’aumento del rischio di inondazioni e all’erosione delle zone costiere. Si prevede inoltre
un aumento degli incendi boschivi e una riduzione della produzione agricola. L’aumento delle temperature
avrà un forte impatto anche sulla salute umana, e le conseguenze socio-economiche del cambiamento
climatico saranno significative in svariati settori chiave del sistema produttivo (energia, turismo, infrastrutture,
trasporti e insediamenti urbani).

In termini di riduzione delle emissioni, l’Italia ha raggiunto gli obiettivi di Kyoto, un risultato dovuto in gran
parte alla riduzione delle attività industriali causata dalla recente crisi economica. Tuttavia, non è stata
avviata nessuna profonda trasformazione sociale ed economica verso una produzione più pulita, ragion per
cui non si prevede nessun compimento degli obiettivi fissati per il 2020 in uno scenario di business-as-usual,
a meno di non introdurre nuove misure efficaci. Per questa ragione è stata approvata la Strategia Energetica
Nazionale, che mira proprio a raggiungere i parametri di riduzione delle emissioni per il 2020 e
contemporaneamente a sviluppare i settori della green economy e a creare nuovi green jobs nel mercato
italiano.

Si tratta di un provvedimento particolarmente importante, dal momento che il consumo di energia rimane la
principale fonte di emissioni di gas serra. Il sistema energetico italiano ha davanti a sé due grandi sfide da
affrontare: i prezzi elevati dell’energia – soprattutto nel settore elettrico – e la sicurezza
dell’approvvigionamento, elementi che hanno ricadute notevoli sulla competitività delle aziende italiane
rispetto ai colleghi degli altri Paesi Europei. La scarsa sicurezza energetica italiana si deve a due fattori
principali: 1) una limitata capacità di risposta del sistema gas in condizioni di picco d’emergenza; 2) una forte
dipendenza dall’importazione, che comporta un consistente effetto negativo sulla bilancia commerciale. Si
pensi che nel 2012 l’83% del fabbisogno totale di energia primaria in Italia è stato coperto dalle importazioni,
percentuale che sale al 90% per quanto riguarda il consumo totale di gas per uso domestico.

Per affrontare questa elevata dipendenza energetica e ottemperare alla legislazione dell’Unione Europea in
materia di cambiamento climatico e produzione di energia pulita, nel 2005 l’Italia ha cominciato a sostenere
le energie rinnovabili attraverso un complesso quadro normativo, spesso difficile da interpretare, che ha
attratto investitori stranieri e spesso innescato speculazioni nel settore, permettendo a pochi di ricavare alti
profitti senza però introdurre misure in grado di porre le basi per una solida industria nazionale nel campo
delle rinnovabili.

Risulta invece evidente la necessità di ulteriori investimenti, pubblici e privati, nei settori a basse emissioni,
dall’efficienza energetica alla produzione di energia rinnovabile, che sono “asset strategici per l’Italia”, non
solo per il raggiungimento degli obiettivi Europei del 2020 e del 2030, ma anche in termini di efficienza dei
costi, competitività industriale e crescita dell’occupazione2.

Tali investimenti dovranno far fronte agli effetti negativi causati dalle politiche di austerità, che hanno tagliato
drasticamente le risorse a livello locale, proprio dove tradizionalmente l’Italia aveva impiegato più fondi per
l’innovazione. Inoltre, queste politiche di austerity e l’attacco al welfare e ai servizi pubblici – educazione
salute e pensioni – hanno finito per avere un impatto negativo sulla crescita economica e sull’occupazione.

Per riequilibrare il percorso di deindustrializzazione intrapreso dal Paese negli ultimi anni è assolutamente
necessario avviare uno sviluppo industriale a basse emissioni. In particolare, l’occupazione giovanile

                                                            
1
 In confronto al periodo di riferimento 1961‐1990, nel corso degli ultimi due decenni il numero di giorni di ghiaccio 
(ossia con temperatura minima inferiore a 0° C) è risultato inferiore, mentre il numero di notti tropicali (in cui la 
temperatura minima è superiore a 20° C), il numero di giorni estivi (temperatura massima superiore ai 25° C) e di 
ondate di calore sono aumentati. Approssimativamente del 25% rispetto ai valori medi del periodo 1961‐1990, per 
quanto riguarda il 2012.     
2
 http://www.cgil.it/News/Default.aspx?ID=22310 
Italia. Contesto e considerazioni per una campagna Unions4Climate
 
 
dovrebbe essere la priorità: con un giovane disoccupato su tre, l’Italia rischia di perdere un’intera
generazione.

Per tutte queste ragioni, i sindacati si sono uniti ad altre organizzazioni della società civile per chiedere
ulteriori interventi in materia di cambiamento climatico. Assieme hanno formato la Coalizione Italiana Parigi
2015: mobilitiamoci per il clima, che recentemente ha lanciato cinque proposte sull’energia, l’innovazione e
le politiche di sviluppo locale, con l’obiettivo di disegnare per l’Italia un futuro più sostenibile, in cui le
rinnovabili, l’efficienza energetica e l’economia circolare, oltre al ripristino degli ecosistemi, siano messe al
centro. Quello che chiede la Coalizione è una strategia climatica che includa misure specifiche per la
transizione verso un’economia a basse emissioni, la cessazione dei sussidi per i combustibili fossili e
l’estrazione di petrolio e gas, e l’individuazione di misure di adattamento ai cambiamenti climatici3.

Tuttavia, nonostante gli sforzi, i sindacati italiani hanno potuto introdurre obiettivi climatici quasi
esclusivamente a livello locale e con i propri affiliati, mobilitandoli verso pratiche più sostenibili sul luogo di
lavoro. In conclusione quindi, l’azione dei sindacati sul cambiamento climatico negli ambienti lavorativi, sia a
livello di singole imprese che di settore, potrebbe aumentare in maniera significativa in presenza di una
strategia comune a tutto il settore industriale per far crescere la sostenibilità del clima, l’occupazione e
favorire la riattivazione del settore stesso.

I trend delle emissioni e gli impegni nazionali

Le emissioni di gas serra in Italia sono prodotte prevalentemente dal settore energetico (82,37%). Per
questo motivo, la produzione e il consumo dell’energia sono le principali sfide che dovrà affrontare il Paese
in termini di esigenze di mitigazione; sono necessari ulteriori sforzi sia per ridurre la quantità di energia
consumata, sia per incrementare l’uso di fonti a basse emissioni. Il consumo di energia in Italia ha visto una
riduzione esclusivamente durante la fase più acuta della crisi economica (2009-2012), principalmente per
effetto del calo delle attività industriali, con un 6,6% in meno rispetto al periodo 1990-20124. Negli stessi anni
però, l’energia utilizzata nel settore trasporti è aumentata di oltre il 3%, e ha registrato un incremento anche
nel settore residenziale.

L’obiettivo del protocollo di Kyoto per il periodo 2008-2012 prevedeva per l’Italia una riduzione delle
emissioni del 6,5% rispetto al 1990. I dati raccolti nell’ultimo inventario disponibile (2011) riportano però un
decremento sul 1990 del 5,8% e l’obiettivo di Kyoto per l’UE (UE-15) è il raggiungimento di una riduzione di
emissioni pari all’8%. Un obiettivo che potrà essere realizzato solo considerando anche nuove misure per il
settore forestale e l’uso di meccanismi flessibili.

Figura 1: Emissioni nazionali di gas serra e assorbimento tra il 1990 e il 2011 per settore

                                                            
3
 http://www.cgil.it/News/Default.aspx?ID=23194 
4
 UNFCCC Italy GHG profile https://unfccc.int/files/ghg_emissions_data/application/pdf/ita_ghg_profile.pdf 
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Fonte: 6^ Comunicazione Nazionale Italiana sui Cambiamenti Climatici, 2013

Il più importante gas ad effetto serra, la CO2 - responsabile nel 2011 dell’84,7% del totale in emissioni di
CO2 equivalente - mostra un decremento del 4,7% tra il 1990 e il 2011. Il maggior contribuente al totale delle
emissioni nazionali di gas serra rimane il settore energetico, con una quota dell’82,7% nel 2011.

In Italia la protezione dell’ambiente, cambiamenti climatici inclusi, ricade sotto la competenza del Governo
Centrale, che compie il proprio lavoro sul clima attraverso il Comitato Interministeriale per la
Programmazione Economica (CIPE), un organismo governativo collettivo presieduto dal Presidente del
Consiglio dei Ministri.

Le azioni intraprese dall’Italia per mitigare il cambiamento climatico sono guidate dagli impegni assunti in
relazione a due regolamenti dell’Unione Europea:

- Gli obiettivi del protocollo di Kyoto per il periodo 2008-2012. Tra i meccanismi più importanti derivanti
dall’adozione del protocollo nell’UE c’è il sistema Europeo di scambio delle emissioni (UE ETS, European
Emission Trading Scheme), che ha attraversato diversi cambiamenti nel corso degli ultimi anni, tra i quali
l’introduzione di una procedura che definisce un tetto massimo alle emissioni in tutta l’Unione Europea.
L’introduzione del nuovo regolamento implica una riduzione del 21% delle emissioni prodotte nel 2005 entro
il 2020. Inoltre, a partire dal 2012 sono stati inclusi nell’ETS anche i settori dell’aviazione nazionale e
internazionale. - Il cosiddetto “Pacchetto Clima-Energia dell’Unione Europea” per il periodo 2013-2020 e il
quadro 2030 per le politiche climatiche ed energetiche. Le proiezioni indicano che per rispettare gli obiettivi
climatici fissati per il 2020 è necessario introdurre misure supplementari: per l’Italia le emissioni di gas serra
dovranno essere ridotte del 13% rispetto ai valori del 2005 in tutti i settori non coperti dal sistema ETS.

In aggiunta, la Direttiva Europea sulle Energie Rinnovabili stabilisce che entro il 2020 almeno il 17% dei
consumi energetici in Italia provenga da fonti rinnovabili. Per raggiungere queste ulteriori riduzioni sono state
attuate diverse misure:

- Politiche multisettoriali che definiscono i meccanismi, gli incentivi e gli strumenti istituzionali, finanziari e
giuridici necessari al conseguimento degli obiettivi 2020 sul fronte rinnovabili

- Il Decreto “Conto Termico”, che sostiene misure di efficienza energetica su piccola scala e la produzione di
energia termica da fonti rinnovabili. Queste le misure contemplate dal decreto: riqualificazione energetica
degli involucri edilizi, sostituzione di impianti di riscaldamento obsoleti con altri più efficienti, sostituzione o
installazione di apparecchiature che funzionano con energia rinnovabile.

- Il sistema dei Certificati Bianchi, che mira a promuovere l’efficienza energetica e ad ottenere riduzioni nel
consumo di energia in tutti i settori di uso finale. (Meccanismo valido fino al 2016).

- Il “Fondo Rotativo di Kyoto”, un piano mirato alla promozione di investimenti pubblici e privati per
l’efficienza energetica nel settore edilizio e nel settore industriale, la diffusione di piccoli impianti ad alta
efficienza per la produzione di elettricità, riscaldamento e raffrescamento, l’uso di fonti rinnovabili negli
impianti di piccola taglia e l’uso di tecnologie innovative nel settore energetico, attraverso finanziamenti a
lungo termine e con un basso tasso di interesse. A giugno del 2012 il Fondo Rotativo di Kyoto è stato
orientato verso il finanziamento di investimenti privati delle imprese nel settore della green economy, che
partano da un investimento minimo di 500.000 euro. Fra i criteri d’ammissione per accedere al Fondo, la
creazione di nuovi posti di lavoro destinati all’assunzione di giovani sotto i 35 anni.

- Misure energetiche che includono la cogenerazione attualmente supportate da sistemi di incentivi

- Efficientamento energetico delle centrali termoelettriche nel settore residenziale, per edifici già esistenti, di
nuova costruzione ed apparecchiature elettrodomestiche

- Introduzione obbligatoria dei biocarburanti


Italia. Contesto e considerazioni per una campagna Unions4Climate
 
 
I principali sviluppi politici del 2014 includono il recepimento della Direttiva sull’Efficienza Energetica, che
definisce il regolamento sull’efficienza energetica negli edifici utilizzati o posseduti dal Governo Centrale, la
riduzione delle tariffe per gli impianti di fotovoltaico con potenza nominale superiore ai 200 kW e
l’aggiornamento del decreto attuativo del piano “Destinazione Italia”, che introduce uno strumento volontario
per distribuire nel tempo i sussidi per le tecnologie rinnovabili nel settore elettrico (ICF, 2015).

Una giusta quota

L’Italia può essere categorizzata come un Paese con un’alta capacità e un’ altrettanto alta responsabilità, cui
spetta un’elevata quota nello sforzo complessivo per la mitigazione globale, se vogliamo evitare catastrofici
cambiamenti climatici. Inoltre, in Italia vi è un alto potenziale per la riduzione delle emissioni di gas serra in
svariati settori, come l’energia, l’industria, l’edilizia e i trasporti.

Secondo una coalizione di movimenti e attivisti di tutto il mondo che chiedono giustizia climatica, all’Italia
compete uno sforzo nella riduzione delle emissioni quantificabile in 486 milioni di tonnellate. I finanziamenti
necessari per ottenere questo risultato sono stimati attorno ai 31,58 miliardi di dollari per il 2025 e fino a
40,77 miliardi nel 2030.

Il finanziamento internazionale per il 2030 equivale alla distribuzione di energia rinnovabile in grado di
garantire condizioni di vita dignitose a 41 milioni di persone, aumentare la spesa per la ricerca e l’agricoltura
del 41%, trasferire gli attuali sussidi ai combustibili fossili alle tecnologie pulite per l’equivalente di 408 milioni
di tonnellate, per un totale di 1.223.100 nuovi posti di lavoro dignitosi5.

Prendendo come obiettivo da rispettare un aumento massimo della temperatura media globale di 1°C, la
necessità di mitigazione globale nel 2020 sarebbe di 17,6 Gt di Co2 equivalente. La giusta quota che spetta
all’Italia in questo contesto corrisponde al 2,4%, ossia 432 Mt. Se consideriamo il suo impegno condizionale
per la mitigazione per il 2020 però (15% di riduzione dei GHG rispetto al 19906), tali impegni risultano
insufficienti a raggiungere la sua quota equa per 6,9 MCO2 eq.

In termini pro capite, la giusta quota della mitigazione globale per l’Italia corrisponde a 7 tonnellate, ma il suo
impegno di riduzione si ferma a 0,3 tonnellate a persona, ossia 6,7 tonnellate pro capite in meno del dovuto7.
Pertanto, tenendo conto della sua capacità nazionale e della responsabilità storica del Paese, si rende
necessario da parte dell’Italia un decisivo aumento del livello di riduzione delle emissioni per i prossimi
decenni.

I trend delle emissioni per settore

Energia:

Il consumo di energia primaria in Italia è caratterizzato da un utilizzo massiccio di petrolio e gas,


dall’importazione dell’elettricità, da un debole contributo del carbone e dalla totale assenza di energia
nucleare. La quota di rinnovabili nel mix energetico del Paese è andato gradualmente aumentando a partire
dal 1990, e supera la media dell’OCSE, soprattutto grazie all’energia idroelettrica. Il valore iniziale della
bolletta energetica nazionale nel 2012 era il 4,1% del prodotto interno lordo; durante gli anni ’90 la bolletta
energetica media rappresentava l’1,5% del PIL. In Italia la dipendenza energetica è alta: nel 2010 si
attestava sull’82,1%, una percentuale cresciuta del 6% in dieci anni. Nel 2011 il 34% dell’energia utilizzata
veniva consumata dal settore terziario; il 31% dal settore trasporti e il 24% dall’industria. Per quanto riguarda
il settore elettrico, più dell’80% della produzione viene fornita dalle centrali idroelettriche, mentre il resto è
coperto dalle fonti rinnovabili (idroelettrico, eolico, fotovoltaico e biogas). (6^ Comunicazione Nazionale
Italiana sui Cambiamenti Climatici, 2013).

                                                            
5
 http://www.climatefairshares.org/ 
6
 Si veda la ripartizione degli impegni tra i Paesi UE per il 2020: http://gdrights.org/calculator‐information/eu‐pledge‐
disaggregation/ 
7
 Per ulteriori dettagli sull’equità degli impegni presi dalla Francia, si veda la Climate Equity Pledge Scorecard 
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Figura 1: Composizione percentuale degli approvvigionamenti energetici in Italia, tendenza 1990-2011

Fonte: Ministero dello Sviluppo Economico, Bilancio Energetico Nazionale 2011

L’aumento della bolletta energetica è stato determinato dalla crescita delle importazioni di gas naturale e,
soprattutto, dall’aumento dei prezzi delle fonti energetiche. Il petrolio da solo ha finito per rappresentare il
53% della bolletta energetica totale.

Energie rinnovabili: in Italia i regimi di sostegno per la produzione di energia da fonti rinnovabili sono gestiti
prevalentemente dal GSE, Gestore dei Servizi Energetici. Il primo regime è stato introdotto nel 2005, e il
sistema è ora disciplinato dal Quinto conto energia. Tra le varie opzioni per promuovere l’energia eolica,
geotermica, biogas, biomasse, energia elettrica e solare ci sono tariffe feed-in (tariffe omnicomprensive
pagate sulla quantità di energia immessa in rete), tariffe premio e strategie di appalti.

Le generose sovvenzioni riservate all’energia solare hanno attirato da tempo diverse società e investitori
stranieri in Italia. Nel 2010 i sussidi per il solare si fermavano ad appena 750 milioni di euro (843 milioni di
dollari), ma già nel 2011 erano saliti a 3,8 miliardi di euro, per arrivare a 6,7 miliardi nel 20138. Questa è una
delle ragioni per cui il Governo è recentemente intervenuto imponendo modifiche al settore. In prima istanza,
tramite l’adozione nel 2014 del “FIT Ritiro Dedicato”, che ha abolito il prezzo minimo garantito concesso ai
produttori delle rinnovabili, lasciando come unica opzione la possibilità di vendere a prezzo di mercato. Il
taglio ha interessato anche gli impianti esistenti, che devono scegliere tra due strategie di uscita dal sistema.
Inoltre, in seguito all’introduzione di un quadro giuridico destinato ai sistemi di auto-consumo fino a 20MW, è
in corso un dibattito che interessa il contributo degli auto-consumatori alle tariffe d’accesso alla rete elettrica.
Gli impianti fotovoltaici (PV) attualmente vengono sostenuti esclusivamente attraverso detrazioni fiscali sulle
imposte sugli immobili e sull’IVA, o le deduzioni fiscali delle spese di efficientamento energetico degli edifici.
(EEA, 2014).

Questo quadro legislativo poco affidabile, l’incertezza legata all’effettiva possibilità di ottenere gli incentivi, il
loro ammontare e i possibili cambiamenti che interesseranno l’accesso ai finanziamenti rappresentano i
principali ostacoli ad un ulteriore sviluppo dell’elettricità rinnovabile. (Keep on Track, 2014 cit. ICF, 2015).
                                                            
8
 http://www.pv‐magazine.com/news/details/beitrag/italy‐to‐omit‐solar‐from‐new‐renewable‐incentives‐
plan_100017934/#ixzz3geyuBvZy 
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Industria:

L’industria manifatturiera rappresenta il 16,7% del totale del valore aggiunto per l’economia italiana nel 2011,
una percentuale leggermente superiore alla media Europea, che si attesta sul 15,3% (Commissione
Europea, 2014), ma inferiore di 4,8 punti percentuali rispetto al 1995. Questo valore si concentra
principalmente nei settori a bassa-media tecnologia (62% nel 2009, con lievi modifiche nel corso del tempo),
come l’abbigliamento, la pelletteria, l’industria tessile, quella del legno e dei metalli. Al contrario, la quota del
valore aggiunto occupata dai settori a media-alta tecnologia è inferiore rispetto ad altre economie dell’UE.

Figura 2: Il settore manifatturiero in Italia (2010)

Fonte: Rapporto sulla Competitività – Italia. Commissione Europea (2014)

L’Italia era l’ottava potenza al mondo per volume di esportazioni, per un valore di 517,7 miliardi di dollari nel
2013 (WTO, 2014), e più della metà dei prodotti esportati era destinata all’UE28 (l’82% di tali prodotti erano
di tipo manifatturiero). Tuttavia, la maggior parte delle materie prime impiegate nella produzione e più
dell’80% dell’energia necessaria sono importate. Questa elevata dipendenza da fonti di approvvigionamento
esterne rende l’energia elettrica in Italia più cara del 45% rispetto alla media dell’UE.

Il declino dell’industria italiana non è nuovo. Anni prima dell’impatto della crisi finanziaria globale, l’Italia
stava già sottoperformando rispetto alle industrie di altri Paesi Europei. Le motivazioni includevano “uno
scarso assorbimento delle nuove tecnologie, una limitata capacità di innovazione da parte delle aziende
italiane, un ambiente poco favorevole agli affari e un’insufficiente accumulazione di capitale umano”
(Commissione Europea, 2013). La crisi finanziaria globale ha accelerato la perdita di esportazioni
sperimentata dall’Italia dopo l’adozione dell’euro e la produzione industriale è crollata di un quinto tra il 2007
e il 2012. L’industria italiana non è stata capace di adattarsi ai nuovi player entrati sul mercato, né alla
riduzione della domanda da parte di alcuni dei suoi principali partner commerciali, soprattutto in Europa. Ci
sono poi altri due fattori che possono essere aggiunti alle cause del declino industriale italiano: la mancanza
di innovazione come conseguenza degli scarsi investimenti in ricerca e sviluppo nel settore privato (0,7% del
PIL, di gran lunga inferiore alla quota investita dai concorrenti ad alta innovazione) e un mercato
caratterizzato da un elevato numero di piccole e medie imprese (il doppio che in Germania) con una minore
capacità di aumentare gli investimenti per migliorare la produttività, muoversi attivamente nel mercato
internazionale e innovarsi.

Tutti questi elementi hanno avuto un impatto diretto sulle emissioni gas serra provenienti dall’industria, che
hanno visto una riduzione del 17,6% rispetto ai valori del 2011.
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Tuttavia, le compagnie che hanno investito nelle tecnologie verdi si sono comportate in maniera differente.
Oltre il 37% delle aziende che hanno adottato tecnologie ecosostenibili erano attive sul mercato
internazionale, contro il 22% di quelle che non l’hanno fatto. Queste compagnie tendono ad essere più
innovative e oltre il 38% di loro sono state in grado di proporre nuovi servizi e prodotti, contro il 18% di quelle
che non hanno investito nelle tecnologie green, e hanno mostrato performance migliori anche in termini di
nuovi posti di lavoro.

Settore residenziale:

Nonostante i nuovi edifici siano più efficienti dal punto di vista energetico, l’aumento del numero di nuclei
familiari e delle abitazioni9 ha contribuito ad aumentare il fabbisogno di energia residenziale negli ultimi due
decenni, come conseguenza della crescita nell’acquisto e utilizzo di beni durevoli come elettrodomestici,
automobili etc. (EEA, 2014).

Anche per questa ragione, nel settore edile sono stati introdotti standard minimi da rispettare per il
rendimento energetico, sia per gli edifici di nuova costruzione sia per quelli ristrutturati, e gli attestati di
certificazione energetica sono obbligatori. Inoltre, nel 2013 sono stati approvati incentivi fiscali che
consentono di detrarre dalle tasse fino al 65% delle spese su alcune opere di efficientamento energetico o
investimenti sulle rinnovabili. (Detrazione al 50% per l’installazione di pannelli fotovoltaici) (ICF, 2015).

In aggiunta, nel 2014 sono state introdotte nuove misure che rendono obbligatorie le diagnosi energetiche
sia nelle grandi aziende sia in quelle di piccole dimensioni ma ad alto consumo energetico, ed è stato istituito
un fondo nazionale destinato a sostenere l’efficienza energetica negli edifici pubblici, le opere di
efficientamento nel settore residenziale e la riduzione dei consumi in tutto il settore dei servizi.

Trasporti:

Fra il 1990 e il 2011 nel settore trasporti è stato osservato un aumento delle emissioni del 14,3% circa. Per
quanto riguarda il trasporto passeggeri, l’Italia continua ad essere il Paese con la più alta concentrazione di
automobili pro-capite al mondo (6ª Comunicazione Nazionale sul Cambiamento Climatico in Italia). Il numero
di auto private è aumentato del 37% tra il 1990 e il 2001, mentre i veicoli commerciali leggeri (fino a 3,5
tonnellate) sono cresciuti del 163% nello stesso periodo. Circa il 57% delle merci nel 2011 è stato trasportato
su strada. Per cercare di porre un freno alla situazione, nel 2013 è stato firmato un protocollo d’intesa tra il
Ministero dell’Ambiente, l’azienda di trasporto ferroviario Trenitalia e la società di logistica Auta Marocchi,
con l’obiettivo di spostare il trasporto merci dalle strade alle rotaie, passando dall’attuale 6% ad almeno il
24%.

La domanda di mobilità in Italia è sempre andata aumentando tra il 1990 e il 2011, e in particolare la quota
del trasporto su strada: il settore trasporti, infatti, continua a dipendere prevalentemente dal petrolio.

La maggior parte degli italiani, inoltre, sceglie il mezzo privato anche per andare al lavoro. Circa il 10% della
popolazione si reca sul posto di lavoro a piedi, mentre il 90% deve ricorrere a un mezzo di trasporto: l’82-
84% usa un mezzo a motore privato, mentre il 13-15% sceglie i trasporti pubblici; la bicicletta viene utilizzata
dal 3-4% della popolazione. Eppure, per il 70% della popolazione, il tempo impiegato per raggiungere il
posto di lavoro si aggira sui 15 minuti, mentre per il restante 30% ci vogliono più di 30 minuti.

Negli ultimi anni sono state adottate diverse misure per ridurre la quantità di emissioni e sostituire il parco
auto attuale con mezzi più efficienti. Per esempio, il Ministero dello Sviluppo Economico finanzia una somma
forfettaria sull’acquisto di automobili alimentate a metano, auto elettriche o ibride, per una somma massima
che andava dai 3.000 ai 5.000 euro nel 2014.

                                                            
9
 Nel periodo 1991‐2011 il numero di abitazioni è aumentato del 22% circa, la popolazione del 5% e il numero di nuclei 
famigliari del 26%.  
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Tra i principali ostacoli ad una diffusione più massiccia delle fonti rinnovabili nei trasporti, la mancanza di una
strategia completa e una certa mancanza di conoscenza ed esperti nel settore, nonché di dati affidabili e
ufficiali sul tema. (Keep on Track, 2014 cit. In CIF 2015)

Rifiuti:

La produzione di rifiuti urbani ed industriali in Italia è aumentata tra il 1990 e il 2005, principalmente a causa
dei cambiamenti nei modelli di stile di vita e di consumo. Per quanto le percentuali della raccolta differenziata
varino molto da una zona all’altra del Paese, dal 1996 si osserva una tendenza crescente a miglioramento,
che tuttavia non consente ancora di raggiungere gli obiettivi nazionali fissati dalle normative. Nel corso del
2011 è aumentato il numero degli inceneritori e più del 95% dei rifiuti inceneriti è stato smaltito in impianti
dotati di sistemi di recupero energetico. Le emissioni prodotte dal settore rifiuti sono diminuite del 10,9% tra il
1990 e il 2011, una riduzione che ha interessato soprattutto le emissioni causate dai rifiuti solidi smaltiti in
discarica (-17,8%), che costituiscono il 71,5% del totale.

Il numero dei posti di lavoro nel settore è aumentato nel corso degli anni, anche durante gli anni della crisi
economica, un aumento che si deve soprattutto all’impiego di procedure per la raccolta che richiedono più
manodopera, dalla separazione dei rifiuti al porta a porta. Tuttavia, questi metodi di lavoro meno
meccanizzati comportano anche rischi professionali più alti. Per esempio, il lavoro dei netturbini e degli
incaricati allo spazzamento delle strade è completamente manuale: gli operatori spostano da soli i
contenitori dell’immondizia e lavorano in condizioni climatiche ed ambientali ostili. Inoltre si tratta di un tipo di
lavoro fisicamente impegnativo, che può causare problemi muscolari o alla schiena. Il livello di
meccanizzazione della gestione dei rifiuti, così come la qualità dell’occupazione variano molto da una
regione all’altra. Nel sud Italia le imprese di gestione dei rifiuti urbani hanno diverse difficoltà a restare al
passo con lo sviluppo tecnologico: in molti casi l’intera gestione della raccolta è collassata e le aziende sono
state commissariate. Una distorsione del sistema che ha diverse conseguenze negative sulla comunità (a
livello ambientale ma anche economico, poiché il costo della mala gestione ricade sui cittadini e sulle
imprese) e anche sui lavoratori, costretti a lavorare in condizioni spesso insopportabili. (Bizzoto J. Et al,
2011).

Sviluppo economico e deficit sociale

Nel 2012 l’Italia era la nona potenza economica del mondo. Tuttavia, a causa della recessione, il prodotto
interno lordo (PIL) italiano nel 2010 è sceso ai livelli del 2001. Le politiche dell’UE sono state particolarmente
severe verso i Paesi dell’Europa del Sud, dove le misure imposte dall’austerity hanno impedito che
venissero adottate norme per contrastare la disoccupazione crescente.

Uno dei fattori chiave della recessione economica italiana è stata la riduzione del settore industriale, che ha
avuto un impatto considerevole sulle condizioni lavorative, prima di tutto perché è stato molto difficile cercare
di compensare i posti di lavoro persi nelle imprese fallite con nuove opportunità, e in secondo luogo perché
si è abbassata anche la qualità dell’occupazione, nel settore industriale più che nei servizi.

Il tasso di disoccupazione è aumentato ulteriormente fino a raggiungere il 12,6% a luglio 2014, e appena il
55,5% della popolazione in età lavorativa faceva effettivamente parte del mondo del lavoro (OCSE, 2014).
La disoccupazione giovanile è più che raddoppiata fra il quarto trimestre del 2007 e il secondo trimestre del
2014, quando ha raggiunto quota 43,4%. Ancora più preoccupante è che questa tendenza è stata
accompagnata da un aumento del 6,1% del numero di giovani che non lavorano né studiano, che sono
arrivati ad essere il 22,4% del totale alla fine del 2013. Inoltre, circa il 70% delle nuove assunzioni sono a
tempo determinato, uno dei tassi più alti dell’OCSE. L’Italia presenta ritardi anche in termini di qualità del
lavoro, come mostra il grafico che segue.

Figura 3: Qualità del lavoro e opportunità lavorative (2010)


Italia. Contesto e considerazioni per una campagna Unions4Climate
 
 

Fonte: OCSE, 2014

La qualità dei posti di lavoro in Italia è inferiore a molti altri Paesi dell’OCSE. In particolare, l’occupazione
sembra essere caratterizzata dalla precarietà e dall’elevato rischio di disoccupazione, che si combina con un
sistema di welfare che non riesce a garantire sostegno sufficiente a chi perde il lavoro, né a chi avrebbe
diritto a ricevere aiuti secondo gli standard dell’OCSE. I sindacati hanno avanzato proposte mirate ad
affrontare non solo il deficit di occupazione ma anche la “crisi strutturale” che sta vivendo l’Italia, in modo da
rimettere al centro il lavoro dignitoso, il miglioramento della qualità dell’occupazione in ogni sua forma,
compresi i lavori precari e sottopagati. Nello specifico, le proposte comprendono:

- rivitalizzare il settore industriale aumentando gli investimenti pubblici e privati in Ricerca&Sviluppo, il


sostegno alle reti infrastrutturali e alle misure di protezione dell’ambiente;

- lavorare per un’economia basata sulla conoscenza, che sostenga la cultura e il patrimonio cultuale;

- programmi specifici per l’assunzione dei giovani nel settore pubblico;

- sostenere il turismo investendo nella manutenzione, nel restauro, nell’innovazione, nella comunicazione e
nell’organizzazione dell’offerta

- valorizzare il suolo pubblico e i beni comuni, mare, zone costiere, foreste, montagne, fiumi, etc.

- lavorare per il potenziamento del welfare, colpito in maniera significativa negli ultimi decenni, in particolare
durante la crisi economica. Tra le questioni da trattare, una riforma delle politiche attive del lavoro e del
sistema di lifelong learning (apprendimento permanente).

Nel contesto della disoccupazione, i green jobs rappresentano una fonte di occupazione che va sfruttata.
Nonostante sia stato calcolato che in Italia esistono tre milioni di posti di lavoro in qualche modo collegati
con l’ambiente, solo 47.000 di questi sono dei green jobs a tutti gli effetti, mentre in tutti gli altri la tematica
ambientale resta marginale10. I settori in cui si collocano questi lavori sono la chimica verde, il marketing
ambientale, le rinnovabili e la produzione di energia pulita, l’illuminazione ecosostenibile, la bio-architettura,
gli appalti verdi (GPP) e l’ingegneria ambientale.

E’ importante sottolineare il legame diretto che si crea fra gli eco investimenti e la crescita delle esportazioni
a livello aziendale. Le imprese che investono in eco tecnologie e innovazione hanno una media di
esportazioni pari al 19,6% contro il 9,4% di chi non lo fa. Una percentuale che raddoppia nel settore
manifatturiero, dove le compagnie che scelgono di le tecnologie pulite esportano circa il 40% della propria
produzione, a fronte di un 24% delle concorrenti che non eco investono. Ma non solo: nel 2013 il 20,6% delle
aziende che utilizzano tecnologie rispettose dell’ambiente ha sviluppato nuovi prodotti o nuovi servizi, una

                                                            
10
 http://intranet.cgil.it/Archivio/Terziario/Energia/%20Ricerca%20GreenItaly%202013%20def.pdf 
Italia. Contesto e considerazioni per una campagna Unions4Climate
 
 
percentuale che si ferma all’8,7% tra quelle che non hanno investito. A livello di industria manifatturiera la
differenza è del 30% contro il 15%. Un’ultima percentuale conferma la stretta relazione tra eco innovazione e
creazione di posti di lavoro: il 70% dell’offerta occupativa aziendale nel 2014 nel settore Ricerca & Sviluppo
è occupato dai green jobs. L’eco innovazione in Italia è stata adottata principalmente nel settore tessile e in
quello cartario. Come risultato del miglioramento nella gestione delle risorse naturali ed energetiche, le
aziende hanno potuto abbassare il costo dei propri prodotti aprendosi a nuovi mercati, dove la richiesta di
prodotti ecosostenibili è sempre in crescita (Rapporto GreenItaly, 2014).

La Strategia Energetica Nazionale

La nuova Strategia Energetica Nazionale italiana, approvata a marzo del 2013, comprende vari obiettivi
relazionati con il cambiamento climatico e stabilisce nuovi obiettivi per il 2020 e una serie di scenari possibili
fino al 2050 (ICF, 2015). Nello specifico, queste misure includono:

Riduzione del 24% nel consumo di energia primaria entro il 2020, prevalentemente attraverso
l’efficientamento energetico
Una quota del 19-20% di energia proveniente da fonti rinnovabili sul consumo finale lordo di energia
Una riduzione significativa nei costi del gas e dell’energia elettrica per i consumatori finali e un
graduale allineamento dei prezzi all’ingrosso con i prezzi europei
Raggiungimento e superamento degli obiettivi climatici ed energetici europei per il 2020
Maggior sicurezza energetica attraverso una riduzione della dipendenza dalle importazioni dall’84 al
67%
Impatto positivo sulla crescita economica grazie agli importanti investimenti previsti nel settore
energetico e le ricadute positive in termini di competitività. Si stima che entro il 2020 nel settore
saranno investiti tra i 170 e i 180 miliardi di euro, sia nell’economia bianca e verde (efficienza
energetica e rinnovabili), sia nei settori tradizionali (reti elettriche, gas, terminali di rigassificazione,
impianti di stoccaggio, sviluppo degli idrocarburi)
Un mercato del gas concorrenziale e interconnessioni più estese con il mercato dell’energia elettrica
nell’Unione Europea (EEA, 2014).

Considerazioni per una campagna Unions4Climate in Italia

Le seguenti proposte provano a dare una risposta a diversi deficit sociali ed ambientali che si trova ad
affrontare l’Italia. Per quanto concerne i problemi ambientali, risulta particolarmente preoccupante il
crescente aumento delle emissioni di gas serra nel settore trasporti, sia di merci che di persone. In
particolare, nel fenomeno del pendolarismo risiede un grande potenziale di riduzione ancora non sfruttato.
Tra l’82 e l’84% degli italiani utilizzano l’automobile per recarsi al lavoro, e il 70% dei lavoratori italiani non
impiegano più di 15 minuti per questo spostamento. Esistono già esperienze sindacali11 che in questo
contesto promuovono la mobilità sostenibile a livello locale, attraverso campagne di sensibilizzazione sulle
scelte di vita ecosostenibili. I sindacati si sono attivati anche sul piano della promozione dei prodotti agricoli
locali e dei prodotti biologici, soluzioni che consentono di far crescere i posti di lavoro a livello locale e
contemporaneamente migliorare sia la qualità del cibo consumato sia la coesione delle comunità12.

La disoccupazione giovanile costituisce un problema cruciale nel mercato del lavoro italiano, e ancor di più
in seguito all’impatto della crisi economica, che ha portato la percentuale di giovani disoccupati a superare il
40%. L’offerta di lavoro nei settori a basse emissioni e in tutte le loro filiere dovrebbe quindi essere rivolta in
primo luogo ai giovani, sia per i lavori altamente qualificati che per quelli semi-qualificati, come base per
l’innovazione e il rilancio industriale.

                                                            
11
 Si veda per esempio CISL Firenze: http://notizie.cisltoscana.it/materiali‐e‐documenti/Materiali‐e‐Documenti/02.‐
Enti‐e‐Associazioni/Ecologia‐‐and‐‐Lavoro/04.‐Mobilit%C3%A0‐urbana‐sostenibile/ 
12
 http://ecotoscana.blogspot.com.es/2010/11/cisl‐toscana‐e‐gruppi‐di‐acquisto.html 
Italia. Contesto e considerazioni per una campagna Unions4Climate
 
 
Le preoccupazioni dei sindacati infatti sono strettamente legate alla grave deindustrializzazione che sta
vivendo l’Italia, che si è già tradotta in una riduzione dell’occupazione e della qualità del lavoro. In un simile
quadro, nuovi investimenti, sia pubblici che privati nel campo dell’efficienza energetica, delle rinnovabili e dei
trasporti puliti potrebbero rivelarsi una soluzione win-win sia per la creazione di nuovi posti di lavoro che per
la riduzione dei gas serra. Parte integrante di questa strategia dovrà essere la collaborazione con le
amministrazioni locali, sia a livello regionale che municipale.

Il Piano del Lavoro della CGIL potrebbe rappresentare una proposta da cui partire, aumentando il focus sui
settori della green economy. Una proposta che può essere messa in relazione con il sostegno alle PMI, alla
tutela delle risorse naturali ed ambientali e che può creare crescita e sviluppo.

La campagna Unions4Climate

1. Piani per la mobilità sostenibile a livello di posto di lavoro: a) programmi di car-sharing; utilizzo di
modalità di trasporto non motorizzate pensate appositamente per il pendolarismo a breve distanza;
miglioramento del trasporto pubblico nelle aree industriali; b) strutture di dialogo sociale da stabilire a
livello aziendale per affrontare il tema della mobilità sostenibile; c) proposte per includere la mobilità
sostenibile nei contratti collettivi a diversi livelli, in particolar modo sul piano regionale; d)
miglioramento delle condizioni del trasporto ferroviario sulle lunghe distanze e di quello elettrico a
livello urbano.
2. Una campagna per promuovere la produzione di energia pulita in Italia basata su programmi di
innovazione e sostegno industriale su tutte le fonti rinnovabili, specialmente nel campo del
geotermico e delle biomasse, due settori in cui la tecnologia italiana potrebbe collocarsi tra i leader
globali, differenziandoli dall’eolico e dal solare, prodotti su larga scala da potenze del calibro della
Cina, con cui l’Italia avrebbe difficoltà a competere. Nello specifico la campagna dovrebbe mirare a:
a) aumentare l’elettricità prodotta dalle rinnovabili dall’attuale 15% al 38%, in linea con gli obiettivi
climatici a medio e lungo termine derivanti dalla COP21 di Parigi e con i risultati dell’IPCC; b)
lanciare un programma per l’occupazione giovanile legato all’integrazione delle rinnovabili negli
edifici pubblici; c) formare disoccupati e giovani lavoratori nelle diagnosi energetiche per le famiglie e
le piccole e medie imprese (PMI), in collaborazione con Regioni, Comuni e associazioni dei datori di
lavoro.
3. Sostenere politiche ambiziose in materia di gestione dei rifiuti che vadano nella direzione Rifiuti Zero,
affrontando allo stesso tempo i problemi legati alle condizioni di lavoro nel settore, per esempio
attraverso il lancio di una campagna mirata ad ottenere un miglioramento delle misure di sicurezza e
delle opportunità formative per i lavoratori, uomini e donne, e a rafforzare il potere di contrattazione
collettiva, in particolare nel Sud Italia, dove la situazione è più critica.
4. Campagna di sensibilizzazione sull’importanza del miglioramento delle performance ambientali a
livello aziendale per la creazione di nuovi posti di lavoro, per l’innovazione e per la stessa
sopravvivenza delle imprese, siano queste grandi compagnie o PMI. La campagna dovrà essere
condotta sui luoghi di lavoro, progettata e realizzata da rappresentanti dei sindacati nei settori a più
alte emissioni: industria, energia e costruzioni, in collaborazione con il Programma Nazionale IN.FEA
(informazione, Formazione ed Educazione Ambientale) e coordinata con il Ministero dell’Ambiente,
amministrazioni locali, e agenzie ARPA, ovvero tutte le istituzioni responsabili delle campagne
educative per il cambiamento climatico in Italia.
5. Proposta di strategia del lavoro relazionata con le misure necessarie per l’adattamento al
cambiamento climatico, per affrontarne tutte le conseguenze sulle acque, sull’erosione delle coste,
sugli incendi boschivi, sulla perdita di biodiversità e sulla desertificazione; la strategia dovrà inoltre
tenere conto delle misure necessarie per affrontare l’impatto del cambiamento climatico sui settori
chiave dell’economia italiana, come l’energia, il turismo, le infrastrutture, i trasporti e gli insediamenti
urbani.

Bibliografia

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Walqing, Work and Life Quality in new and Growing Job Available at
Italia. Contesto e considerazioni per una campagna Unions4Climate
 
 
http://www.walqing.eu/fileadmin/download/external_website/publications/WALQING_socialpartnershipseries
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