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Poste Italiane Spa - Spedizione in abbonamento postale D.L. 353/2003 ( conv. in L27/02/2004 N.46) ART. comma 2 DCB - Bo (Num. 2) per Poste Spa

NOvEmBRE CON: GIORGIO DIRITTI, FRANCESCO GUCCINI, CARLO LUCARELLI, GIANLUCA mOROZZI

FRANCESCO GUCCINI, CARLO LUCARELLI, GIANLUCA mOROZZI Dal 1993, il giornale di strada di Bologna fondato dalle
FRANCESCO GUCCINI, CARLO LUCARELLI, GIANLUCA mOROZZI Dal 1993, il giornale di strada di Bologna fondato dalle
FRANCESCO GUCCINI, CARLO LUCARELLI, GIANLUCA mOROZZI Dal 1993, il giornale di strada di Bologna fondato dalle
FRANCESCO GUCCINI, CARLO LUCARELLI, GIANLUCA mOROZZI Dal 1993, il giornale di strada di Bologna fondato dalle

Dal 1993, il giornale di strada di Bologna

GIANLUCA mOROZZI Dal 1993, il giornale di strada di Bologna fondato dalle persone senza dimora 11
GIANLUCA mOROZZI Dal 1993, il giornale di strada di Bologna fondato dalle persone senza dimora 11
GIANLUCA mOROZZI Dal 1993, il giornale di strada di Bologna fondato dalle persone senza dimora 11

fondato dalle persone senza dimora

di strada di Bologna fondato dalle persone senza dimora 11 / 2010 la musica È finita?
di strada di Bologna fondato dalle persone senza dimora 11 / 2010 la musica È finita?

11/2010

la musica È finita?

PRODURRE QUESTO GIORNALE COSTA 0,75 EURO • QUELLO CHE DATE IN PIù è IL GUADAGNO DEL DIFFUSORE QUALSIASI RICHIESTA AL DI Là DELL’OFFERTA LIBERA NON è AUTORIZZATA

i nostri strilloni

11 10
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i nostri strilloni 11 10 FANIKA Ho 34 anni, sono arrivata dalla Ro- mania, dove ero

FANIKA

Ho 34 anni, sono arrivata dalla Ro- mania, dove ero casalinga, sei anni fa e da allora vendo Piazza Grande. Ho un marito e due figli, uno di 16 e uno di 13 anni. Mi trovate in zona Sant’Isaia.

uno di 16 e uno di 13 anni. Mi trovate in zona Sant’Isaia. MARIUS Ho 24

MARIUS

Ho 24 anni, sono arrivato in Italia per la prima volta quando ne avevo 14. In seguito sono tornato a casa per due anni, ho fatto il muratore, ma non c’era più lavoro e sono tornato qui. Ho un figlio. Vendo Piazza Grande da 3-4 anni.

Grazie a
Grazie a

mattia Fontanella (a destra), responsabile delle iniziative sociali di Coop Adriatica, consegna il ricavato dell’asta dei vinili di Roberto Roversi al presidente di Piazza grande Leonardo Tancredi. A sinistra Roberto morgantini che ha collaborato all’organizzazione dell’evento.

editoriale/ Prima dei graffiti

p LeoNARDo TANCReDI

In copertIna

Prima dei graffiti p LeoNARDo TANCReDI In copertIna il volto in prima pagina è quello di

il volto in prima pagina è quello di luigi stigliano: bat- terista dei laser Geyser e dei Valentines, è anche educato- re e dal 2009 lavora al proget- to “let’s rock!” con i ragazzi del Pilastro. È una delle voci dell’inchiesta di questo nume- ro. l’autrice della foto è Gra- ziella Cremonini del gruppo fotografico di Bandiera Gialla (www.bandieragialla.it).

fotografico di Bandiera Gialla (www.bandieragialla.it). La CommISSARIA PReFeTTIzIA ANNA mARIA CANCeLLIeRI hA

La CommISSARIA PReFeTTIzIA ANNA mARIA CANCeLLIeRI hA INVoCATo LA moBILITAzIo-

Ne PoPoLARe; ASSoCIAzIoNI DI BoLogNeSI oRgogLIoSI VogLIoNo L’INTeRVeNTo

DeLL’eSeRCITo; SoNo SCeSI IN CAmPo PeRSoNALmeNTe IL CoNSIgLIeRe RegIoNALe

DeLLA LegA NoRD mANeS BeRNARDINI, IL LeADeR DeLL’uDC PIeR FeRDINANDo CASINI, IL DePuTATo DeLL’uDC gIAN LuCA gALLeTTI, LA CoNSIgLIeRA RegIoNALe CeNTRISTA SILVIA Noe’, mA ANChe IL PRe-

SIDeNTe DI ASCom eNRICo PoSTACChINI, IL PReSIDeNTe DeLLA CAmeRA DI CommeRCIo BRuNo FILeT- TI e IL SuBCommISSARIo mATTeo PIANTeDoSI IN RAPPReSeNTANzA DI PALAzzo D’ACCuRSIo. QuALe DISASTRo o PeRICoLo INComBeNTe hA SoLLeCITATo TANTo ALLARme e TALe SPIegAmeNTo DI FoRze? Le SCRITTe SuI muRI, Che ALTRo Se No? NeI gIoRNI SCoRSI, I PeRSoNAggI SoPRAeLeNCATI hANNo DATo PRoVA DeL LoRo AmoRe PeR BoLogNA, NeLL’AmBITo DeLLA CAmPAgNA “DIAmo uNA mANo ALLA NoSTRA CITTà” PRomoSSA DA IL ReSTo DeL CARLINo, ImPugNANDo uN RuLLo INTINTo NeLLA VeRNICe PeR CoPRIRe ALCuNI meTRI DI muRo CoPeRTI DA SCRITTe, TAg e DISegNI. uN eSemPIo DI Im- PegNo CIVICo. Su QueSTo gIoRNALe CI SIAmo oCCuPATI DI QueLLA Che è DIVeNTATA uNA CATegoRIA SoCIALe CRImINALIzzATA, QueLLA DeI wRITeRS, CeRCANDo DI CoNoSCeRLI, DI DARe LoRo PARoLA.

So PRATT u TTo CI ABBIA mo T e N u To A SCRIV e R e PI ù V o LT e C he N e LL ’o RDIN e DI PRI o RITà DI Bo Log NA ,

I muRI SPoRChI VeNgoNo DoPo uNA SeRIe DI ALTRI PRoBLemI. LI RICoRDIAmo ANCoRA uNA VoLTA:

mIgLIAIA DI LAVoRAToRI IN CASSA INTegRAzIoNe IN SCADeNzA; mIgLIAIA DI SFRATTI eSeCuTIVI e Do- mANDe DI ALLoggIo PoPoLARe Che ReSTeRANNo INeVASe; RISChIo PoVeRTà IN AumeNTo TRA I LA- VoRAToRI e PeR FINIRe LA NoSTRA PARzIALe LISTA IL PRogReSSIVo SmANTeLLAmeNTo DI uNA PARTe ImPoRTANTe DeI SeRVIzI SoCIo-SANITARI. INSPIegABILmeNTe, Su NeSSuNo DI QueSTI TemI C’è STATA

u NA C h IA m ATA ALL e AR m I Come Q ue LLA P e R LA P u LI z IA D e I mu RI . e N o N SI TRATTA D e LL e SC e LT e DI

uNA PARTe PoLITICA, RICoRDIAmo TuTTI Che uNo DegLI oBBIeTTIVI DeI PRImI 100 gIoRNI DeL SIN- DACo BReVe, FLAVIo DeLBoNo, eRA STATo LA gueRRA (VANA) AL DegRADo DeI wRITeRS. ANChe NoI VogLIAmo BeNe A QueSTA CITTà, PeRChé IN 60 ANNI DI SToRIA RePuBBLICANA è RIuSCITA A guADA- gNARSI LA FAmA DI eCCezIoNe PoSITIVA. VoRRemmo Che BoLogNA ToRNASSe A DISTINgueRSI PeR LA CAPACITà DI ACCogLIeNzA e SoLIDARIeTà, PeR LA DISPoNIBILITà DI STRumeNTI PeR LA PRomo-

z I o N e D e LLA PI e NA CITTADINAN z A D e LL e P e RS o N e IN DIFFICo LTà, P e R LA PR o D uz I o N e C u LT u RAL e e ARTISTICA D’AVANguARDIA. e mAgARI DoPo SI PoTReBBe DARe SPAzIo ANChe ALL’oSSeSSIoNe PeR IL

muRo PuLITo. (leonardotancredi@piazzagrande.it)

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gerenza

Piazza Grande Giornale di strada di Bologna fondato dalle persone senza dimora “TeNDeRe uN gIoRNALe è megLIo Che TeNDeRe uNA mANo” Direttore eDitoriale Leonardo Tancredi direttore resPonsaBile Bruno Pizzica CaPoredattori Jacopo Fiorentino, Pietro Scarnera

redazione Via Corazza 7/8 40128 Bologna, tel. 051 342328, fax 051 3370669 www.piazzagrande.it | redazione@piazzagrande.it

Consulenza editoriale Agenda (www.agendanet.it)

in redazione giuseppe mele, Ilaria giupponi, erika Casali, eva Brugnettini, Simone Jacca, Chiara gregoris, giulio Centamore, Salvatore Pio, mauro Sarti

Hanno CollaBorato a questo numero Francesca Bono, Sonia gatto, gruppo fotografico Bandiera gialla, marco guidi, Carlo Lucarelli, Nadia Luppi, Laura marongiu, maz manz, gianluca morozzi, Sofia Pizzo, Nancy Poltronieri, redazione Bandiera gialla, redazione Sottobosco.info, Simone Sabattini, Do- nato ungaro. Bologna, novembre 2010, anno XVii, numero 169

stamPa Tipografia moderna Chiuso in redazione il 2 novembre 2010.

ProGetto GrafiCo Fabio Bolognini

impaginazione exploit Bologna

distriBuzione Redazione Piazza grande Registrato presso il Tribunale di Bologna il 15/09/1995 n°6474

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giornalismo D’asfalto

Dalla struttura di via Paolo Fabbri al poliambulatorio del Pilastro, “tagliare” significa colpire i più deboli

S ilvia, armata di pinzetta, sta to- gliendo i peli superflui dal volto di un’amica seduta tra le sue

ginocchia. Sarebbe una scena di banale quotidianità se avvenisse nella camera

di una casa di studenti, si svolge invece

Dopo la chiusura del Drop-in, gli utenti tornano in Piazza Verdi

La città rinuncia all’accoglienza

p LeoNARDo TANCReDI

ti:

i laboratori di maschere teatrali e

di

informatica del Centro diurno e il

dormitorio di via Lombardia. “e poi là

ci incontravamo – spiega Silvia senza

interrompere il suo lavoro di cosmesi

– si potevano conoscere altre persone,

lavoro di cosmesi – si potevano conoscere altre persone, Q | illustrazione di max manz lavoratori

Q| illustrazione di max manz

lavoratori della cooperativa finiti in cassa integrazione. Tra i primi a denunciare questo stato

– è facile comprendere come esistano moltissime situazioni di forte disagio che si sono aggravate con la crisi. gli

davanti alla porta del Teatro Comunale,

potevamo usare il computer. Al Drop-in

in

piazza Verdi. Diventa, allora, una sce-

non parlavamo mica solo di ‘robba’ e

na

di quelle che fa gridare al degrado.

storie del genere, si parlava un po’ di

Silvia sembra leggermi nel pensiero,

tutto”. “Io conosco persone che non si

mi dice: “Vedi quello che sto facendo?

Finché c’era il Drop-in potevo farlo là”. Così la scena diventa emblematica di una situazione che in questi giorni sta

coinvolgendo qualche decina di giovani senza dimora, socialmente esclusi, tos- sicodipendenti o se preferite punkab- bestia. Il Drop-in era uno spazio gestito da operatori di alcune cooperative sociali

che accoglieva persone direttamente dalla strada nelle ore diurne. All’interno

ci si poteva fare una doccia, si poteva

fanno una doccia da quando ha chiuso

– interviene Colomba - e dove andiamo

se no? Cerchiamo di aiutarci tra noi, se

qualcuno ha un amico con la doccia andiamo a casa sua”. Il Drop-in era un luogo di “decompres- sione”, un’oasi in cui potersi tirare fuori almeno per qualche ora al giorno dalla routine malata della strada. oggi per queste persone c’è solo piazza Verdi, dove torneranno a essere la causa del degrado, quindi un problema di ordine pubblico, 24 ore su 24.

guardare la tv o un film, fare colazio-

gli utenti della struttura di via Paolo Fab-

di

interventi cosiddetti di bassa soglia,

di

cose, oltre a Piazza grande, opera-

operatori si trovano ad affrontare quo-

ne,

ripararsi dal freddo, ma soprattutto

bri, quelli del Centro diurno e in parte

tori e utenti, è stato il sito d’informa-

tidianamente casi derivanti da sfratti e

avere informazioni sui servizi sociali in città, sulle sostanze, fare colloqui con

quelli del dormitorio sono simili: tra le persone senza dimora spesso sono quelli

zione zic (www.zic.it) che all’elenco ha aggiunto la riduzione dell’attività del

dalla perdita del posto di lavoro”. ora si parla di limitare l’apertura del

gli

operatori e riunioni di gruppo tra

con maggiori difficoltà di reinserimento

Poliambulatorio del Pilastro. un presi-

Poliambulatorio solo alla mattina fino

utenti. era frequentato soprattutto da ragazzi e ragazze con problemi di tossi-

sociale. Sono persone che necessitano

dio sociosanitario dotato di un Servizio sociale minori con 5 assistenti sociali;

alle 14. L’impressione che si ricava da queste decisioni di Comune, Asp (Azien-

codipendenza che gravitano nella zona

cioè ad accesso immediato e non con-

un Servizio scolastico educativo con 5

de

di servizi alla persona di proprietà

universitaria. Dal 26 luglio la struttura

dizionato dall’accettazione cosciente di

educatori professionali e un Servizio di

di

Comune e Provincia) e Asl è quella

è stata chiusa per volontà del Comu-

un programma di assistenza pianificato.

pediatria di comunità con due medici e

di

una dismissione di un patrimonio di

ne;

si aspettava la riapertura al primo

L’assenza di strutture come queste le la-

due assistenti sanitari, due logopediste

pratiche di intervento sociale che aveva-

ottobre, ma così non è stato. Il Drop-in

scia senza un’alternativa alla vita di stra-

e una psicologa dell’ètà evolutiva. “Per

no reso Bologna una città felicemente

si

aggiunge quindi alla lista dei servizi

da, senza alcuna possibilità di incontro

chi conosce le caratteristiche di questa

“anormale” in Italia. (leonardotancre-

di

bassa soglia chiusi o ridimensiona-

con istituzioni territoriali. Senza contare i

parte di Bologna – scrivono quelli di zic

di@piazzagrande.it)

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“Porte aperte”, gran finale in San Francesco

p SoNIA gATTo

T orna “Porte aperte”, la rassegna

che apre al pubblico i centri di

accoglienza diurni e notturni

della città. La terza edizione si tiene fino

al 14 novembre ed è dedicata alla “Città

che vorremmo… vivere”. In programma incontri, giochi, mostre e spettacoli per creare un ponte tra il “dentro e il fuo- ri”. Dormitori, residenze per immigrati, strutture per l’accoglienza madre-bam- bino e per persone con disabilità come

il

Centro Civico di Via gorki, il Selleri

breria Ambasciatori a ospitare la mani-

“mi sento un po’ Rom”. Nel pomeriggio

Battaglia di via di Saliceto, lo zaccarel-

festazione per tutta la giornata. Prima

di

domenica 14, in piazza ci saranno la-

li,

il Cabrini, il Beretta molla, il Beltra-

(alle 10) con il dibattito “Andar X Cam-

boratori per bambini, la presentazione

me, il Centro Diurno di via del Porto, la

pi”, nel pomeriggio (dalle 14,30) con il

del libro per ragazzi di ombretta morel-

Casa di Riposo Notturno madre Teresa

seminario “Farcela. Percorsi di inseri-

lo

“I colori della Pace”. e poi degustazio-

di

Calcutta e il Rifugio Notturno di via

mento al lavoro”.

ni

etniche, aperitivo e dibattito tra ope-

del gomito. Fino a mercoledì 10 novembre queste

gran finale il 13 e 14 novembre in piaz- za San Francesco: la mattina del 13

ratori e cittadini su “La città che vorrei vivere”. Porte Aperte organizzato dall’As-

strutture diventano luoghi di incontro e

sarà dedicata alle lezioni aperte tenute

sociazione Naufragi è un progetto di rete

di

cultura, con l’aiuto di chi le vive ogni

dall’università di Bologna, nella serata

che coinvolge associazioni, cooperative,

giorno. Venerdì 12 novembre sarà la li-

si

affronterà il tema della città invisibile

consorzi e istituzioni.

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la

musica

InchIesta
InchIesta

È finita?

Imbracciare una chitarra e formare una band è anche un modo per combattere disagio ed emarginazione, soprattutto in periferia. ma gli spazi per provare ed esibirsi in città diminuiscono: eppure una “scena” esiste, anche se è sempre più underground

una “scena” esiste, anche se è sempre più underground p LAuRA mARoNgIu FoTogRAFIe DI gRAzIeLLA CRemoNINI

p LAuRA mARoNgIu FoTogRAFIe DI gRAzIeLLA CRemoNINI

È una notte di marzo, a 30 anni di distanza da quando Bologna era la capitale del rock, del punk e della

new wave. Fra il pubblico molti non erano nati quando i Clash suonarono in piazza maggiore, magari

neanche sanno che una parte del “movimento” non apprezzò che Strummer e soci si esibissero per

il Comune. Però stasera si respira un’aria speciale, che forse ricorda un po’ quella di allora, almeno

se si è dalle parti di viale zagabria. Perché al Covo si festeggiano i tre lustri di vita, e sul palco salgono alcuni dei

migliori gruppi del momento: i Forty winks, i Cut, i Valentines e i Laser geyser, The Tunas e i più giovani Legless. La scaletta è fatta solo di cover, passa dai Joy Division agli Smiths, dagli happy mondays agli Strokes . è un omag- gio a massimiliano Bonini, “anima” del club, scomparso solo poche settimane prima. Sul palco del Covo aveva portato gruppi come i Franz Ferdinand, molto prima che esplodessero, ma soprattutto era riuscito a tenere aperto il locale, nel 1997, quando rischiava la chiusura. Però sulla commozione prevale il divertimento, forse perché non capita spesso di ascoltare tutti questi gruppi nella stessa sera, e per una notte Bologna sembra avere di nuovo una “scena”. già, perché le band sul palco si conoscono tutte, e il pubblico è fatto di amici più che di fan, perché tutti orbitano attorno a uno dei pochi luoghi della città dove la musica è ancora una forma di aggregazione. Quel luo- go si trova in via Sacco, si chiama il Vecchio Son ed è un’associazione culturale musicale che da 12 anni offre sale prova a prezzi “popolari” (8 euro l’ora), corsi di musica e anche di ballo. Il centro è una risorsa per molti gruppi bolognesi che qui si sono formati e qui continuano a suonare, ma ha anche un’enorme valenza sociale per il quar- tiere. Steno, cantante dei Nabat, storico gruppo punk oi! bolognese, è uno dei fondatori. “San Donato non è solo

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il

posto dove molti dei soci sono nati

e

cresciuti - spiega - ma anche uno dei

“La cuLtura esiste quando esiste un circuito, una scena. se togLiamo tutti gLi spazi in cui Le persone possono incontrarsi e scambiare conoscenze, La scena muore

quartieri più popolari di Bologna, dove più c’è bisogno di cultura dal basso, di solidarietà concreta per contrastare mi-

seria, isolamento, alienazione, razzismo

e fascismo”. Steno si impegna costantemente a far “uscire fuori” i gruppi dal Vecchio

Son, ma anche a cercare di “portar dentro” le persone dalle strade. “A San Donato ci

sono molti problemi, uno dei quali è la droga. Vorrei far avvicinare più gente possibi-

le al centro, per fare in modo che si allontani da certi ambienti. Come faccio? Perso-

nalizzando i corsi: questo è un quartiere ad alto tasso di immigrazione e ho pensato che avviare corsi di danza etnica, ad esempio, potesse coinvolgere di più gli abitan- ti”. Il centro, però, vive con difficoltà. Proprio ad aprile di quest’anno ha rischiato di chiudere perchè la convenzione con il Comune non è stata rinnovata, i locali sono stati messi a bando e gli organi di quartiere hanno imposto un affitto mensile im- possibile da sostenere. “Il problema della cultura in questa città – continua Steno – è che non si possono continuare a trattare le associazioni no profit e culturali come se fossero semplici esercizi commerciali”. Che la musica sia cultura, ma anche e soprattutto socialità, gli artisti lo sanno bene. Luigi Stigliano, batterista di numerose formazioni bolognesi (The Valentines, Laser

InchIesta
InchIesta

noscersi”. è d’accordo anche Steno, che aggiunge: “La cultura esiste quando esiste un circuito, una scena. Se togliamo tutti gli spazi in cui le persone possono incontrarsi e

scambiare conoscenze, la scena muore”. e chi scende le scale che portano alle sale prove del centro se ne rende conto. “Il fermento c’è”, come dice Steno: le band che provano e si formano in questi corridoi tra adesivi e poster di gruppi famosi e non, sono circa 150: il calendario dei turni è fitto e i pochi spazi vuoti rimasti si riempiono

in fretta. Il problema degli spazi è comune a tutti i gruppi che cercano di differenziar-

si: non si riesce ad emergere perchè le istituzioni non aiutano, e per i gruppi locali non ci sono spazi dove suonare. “Se io chiamo con il mio gruppo il Covo, per fare un esempio dei locali più grossi di Bologna – racconta Diego D’Agata, bassista del grup-

po hardcore sperimentale Testadeporcu e in passato degli Splatter Pink –, non trovo spazio perchè la programmazione è già piena per un anno. Piena di gruppi per lo più tutti uguali, di genere indie brit-pop, genere che va di moda e assicura al locale un guadagno sicuro”. e continua: “gli spazi che esistono sono troppo settoriali: una

volta ridotta la clientela a una nicchia così ristretta, i gestori non vogliono rischiare

di ampliarla perchè perderebbero il loro pubblico”. Tutti promuovono invece i centri

sociali: l’Xm24 (con un festival importantissimo per la contro-cultura che si svolge a metà settembre e che è arrivato ormai all’ottava edizione: l’Anti mtv day), l’Atlantide

di Porta Santo Stefano, il Crash, il Lazzaretto e il Tpo. Quest’ultimo è la mecca dell’un-

derground hip hop bolognese, altro pilastro musicale della città. Nei primi anni ‘90,

altro pilastro musicale della città. Nei primi anni ‘90, geyser e Klasse Kriminale) ed educatore, nel

geyser e Klasse Kriminale) ed educatore, nel 2009 ha avviato insieme alla batterista

marzia Luigini il progetto “Let’s Rock”. è un modo di avvicinare alla musica i ragazzi del Pilastro, in particolare quelli con difficoltà familiari o personali. Rivolto ai ragaz-

zi fra gli 11 e i 13 anni, il progetto, spiega Luigi, “è nato perché abbiamo notato che questi ragazzi hanno un modo di fruire la musica che snatura il concetto di disco e

infatti, con gli Isolaposse all star e i Sangue misto, Bologna ha dettato l’abc dell’hip hop italiano. Lo conferma Yassin hannat, uno degli organizzatori di original Cultu-

res: un festival attento alla cultura hip hop, erede dei festival-contest di “scretch” Itf

e Ida, che unisce la dimensione musicale e visiva (hanno partecipato anche writers

come Blu ed ericailcane). Anche per Yassin in città le risorse non si sono esaurite

di

opera musicale: non sanno cosa sia un vinile e nemmeno un cd, ascoltano tutti

come sembra: “Bologna è un ancora un ottimo laboratorio culturale – spiega - c’è

za

laboratori settimanali di rap, genere che continua ad avere molto seguito. “L’hip

le

stesse canzoni scambiandosele con il cellulare. ma così si perdono un sacco di in-

un continuo rinnovamento di esperienze, una forte volontà di fare cultura ed è facile

formazioni musicali importanti”. L’approccio si basa su diversi piani: “Abbiamo mo- strato loro film sulla musica, per poi portarli nelle sale prove del Vecchio Son, dove

trovare un network di persone senza la necessità di parlare di cachet”. Il Tpo organiz-

siamo riusciti a creare due gruppi, uno rock e uno rap. Quest’ultimo è il linguaggio che sembra avere più presa per loro”. La risposta dei ragazzi coinvolti (per la maggior parte immigrati di seconda generazione) è stata più che positiva e il frutto di questo lavoro è stato un concerto di fine anno alla Cupola del Pilastro.

hop è attuale – ci spiega Yassin -, soprattutto in realtà urbane e multiculturali: non dimentichiamo che è l’incarnazione dell’inserimento della cultura nera in quella oc- cidentale. Anche per questo sarebbe importante sviluppare progetti nelle periferie”. Anche il panorama hip hop cittadino però soffre la mancanza di spazi, di centri dove

Quello che rende diverso il Vecchio Son da altre sale prove o scuole musicali è pro-

fare aggregazione, e di attenzione da parte delle istituzioni. La musica a Bologna non

prio la volontà di insistere sull’aggregazione: “oltre ai prezzi bassi – continua Luigi, che qua oltre a provare con il suo gruppo Laser geyser tiene corsi di batteria -, il vero

finita, allora. è solo in cerca di uno spazio pronto ad ospitare voglia di aggregazio- ne, di creatività e a proporre un’offerta varia che vada al di là del business e delle

è

punto di forza è la possibilità di fermarsi dopo le prove, bere qualcosa insieme, co-

tendenze.

f

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Beppe e gli altri:

quando il palco è la strada

Fra concorrenza e multe, per i “buskers” bolognesi la vita non è facile, e anche il “mitico” maniglia pensa di appendere la chitarra al chiodo

p eVA BRugNeTTINI

InchIesta
InchIesta

Q| Beppe maniglia in piazza maggiore, foto di Graziella Cremonini

P asseggiare per il centro di Bo-

logna può essere un esercizio

acustico interessante. Seguire

un flauto o l’eco di un piano tra le vie dei mercati dietro piazza maggiore, o il suono di una chitarra in via D’Azeglio o dell’Archiginnasio, la sera. ma qualcosa nelle orecchie dei bolognesi deve esse- re cambiato se persino Beppe maniglia vuole appendere lo strumento al chiodo per tornare a scoppiare borse dell’acqua calda. Beppe, l’apripista dei musicisti in strada: “Negli anni ‘80 è stato il boom. Sono stato il primo a suonare in piazza. Vendevo anche 10.000 dischi al mese”. Famiglia di musicisti, dice di essere sta- to un “fallimento” tra padre e zio grandi della musica. Comunque vive di questo.

“Durante la settimana dormo e vado in palestra”, un lusso che pochi suoi col- leghi possono concedersi data la con- correnza di cui tanti si lamentano: “Sia- mo in troppi, manca il professionismo. La gente è sul chi vive, non si avvicina. Adesso è una pena suonare, non dà più soddisfazione. Riprendo a scoppiare borse dell’acqua calda per vedere se si sblocca. ma se vogliono vedere lo spet- tacolo, devono pagare”. Che la gente abbia meno soldi per riem- pire i cappelli lo vede anche Freddi, che suona il flauto vicino a Piazza maggiore. 18 anni fa era in Valsugana: “Suonavo il flicorno in un gruppo. Poi litigi in casa, sono andato via”. A Bologna, in strada, con uno strumento accanto al sacco a

pelo. Rino invece suona la chitarra da 12 anni, si definisce un cantautore, col suo gruppo canta spesso Fabrizio De André. Fa dei lavoretti: sommelier, muratore, monta palchi e luci per concerti. Sogna un produttore che si accorga della sua voce fonda, e delle canzoni che scrive. Suona dietro San Petronio, “ma quan- do voglio guadagnare vado a modena

o Reggio emilia, ti trattano meglio”. Qui

dei negozianti hanno cercato di cacciar-

lo via, e un vigile gli ha fatto una multa

per “diffusione di musica, o una cosa del

genere”. ma la legge in merito è vaga, e

la multa è rimasta lì.

Anche marciano ha trovato il suo spa- zio in strada, da 10 anni con la pianola,

“l’unico a Bologna”. ha calcato anche i

marciapiedi di Londra, “Lì si guadagna

di più”. Suona il piano fin da piccolo, ha

fatto metà conservatorio. “Faccio con- certi di tre ore, non ripeto mai lo stes- so brano. musica classica, molto jazz, blues, improvviso. Solo musica improv-

visata non attacca. Quando faccio un pezzo noto, la gente mi dà due soldi per far vedere che l’ha riconosciuto. Per fare colletta la mattina è il momento miglio- re, le persone sono fresche, non stanca-

te dalla concorrenza”. ma marciano non

porta a spasso la sua pianola sempre vo- lentieri: “Suono il meno possibile, due volte a settimana. ora tutti i giorni, per- ché devo pagare l’affitto”. una fortuna per chi passa e ascolta. (evabrugnetti-

ni@piazzagrande.it)

Insegnare le 7 note ai bebé: così “Music Together” ha contagiato la città

la culla Della musica

p SImoNe SABATTINI

È come un virus. Non arriva dai tropici, ma dagli Stati uniti, e si è diffuso a Bologna negli ulti- mi otto anni. Colpisce i bimbi più piccoli, spes-

so quelli minuscoli, che subito lo passano ai genitori. entra dalle orecchie e attraverso il cervello si diffonde subito a tutto il corpo. ma questo virus non debilita, non indebolisce, non ha bisogno di essere curato. Anzi, è esso stesso un anticorpo. giovanni lo spiega così:

“Combatte la mortalità musicale, sviluppa un altro lin- guaggio nel momento stesso in cui si impara a parlare”. Se tra qualche anno sotto le Torri una nuova generazio- ne di ragazzi prenderà in mano una chitarra o passerà i suoi giorni a segnare note su un pentagramma con la stessa facilità con cui batte sui tasti di portatile, forse lo dovremo anche al “virus” di music Together. Nato come programma educativo per la prima infanzia nel 1987 al

Center for music and Young Children di Princeton, New Jersey, è arrivato in Italia nel 2002. A importarlo, Jade Jossen e giovanni Azzoni. musicista, quest’ultimo, ani- matore della scena underground bolognese da quasi vent’anni con i sui Frida Frenner ora Frida X, dove suo- na anche Jade. “otto anni fa eravamo io e Jade, con cinque famiglie – racconta – ora siamo in 10 educatori per 540 bambini”. Con i loro genitori, ovviamente. ogni giorno, in una de- cina di luoghi tra Bologna (Villaggio del Fanciullo, Cir- colo Arci Benassi, parrocchia di porta San mamolo) e modena, con buona parte della provincia, se uno entra nella sala di music Together trova due ragazzi circon- dati da una decina di bimbi (di tutte le età tra gli 0 e gli 8 anni) con genitori. Vocalizzi, strumenti percussivi, ritmi, ripetizioni, corde di chitarra. Il viaggio (senza ri-

torno?) nell’universo musicale inizia così. Con bebè in

culla che reagiscono a forza di urletti. “Segnalano cosa

gli piace e cosa no”, dice giovanni. ma attenzione: “Az-

zeccano la quinta o la dominante dell’accordo”. A 8-9 mesi cominciano a partecipare. Poi a ballare, cantare e addio, non li fermi più. e i genitori con loro: “A volte vengono da me a fine lezione e mi dicono: non so se il bimbo (che magari ha 2 settimane) si diverte, ma io un sacco”, sorride giovanni. I corsi durano 10 settimane,

l’intero metodo si articola in 9 moduli, tre all’anno. Tut-

te le informazioni su musictogether.it. A fine anno tutto

l’esercito di micro-discepoli del suono si ritrova per una festa. “una specie di baby-woodstock, con centinaia di bimbi scatenati”. Quando invaderanno Bologna, armati

di banjo, sintetizzatori o clarinetti, insomma, sapete a

chi dare la “colpa”.

0123456 7 8910111213141516

0123456 7 8910111213141516 Carlo Zini e gli Zeta, da 30 anni sulla scena Il declino delle

Carlo Zini e gli Zeta, da 30 anni sulla scena

Il declino delle orchestre

Anche nelle balere si sente la crisi, e anche nel liscio si afferma chi costa meno. Così tanti musicisti cedono il passo alle basi digitali

p LeoNARDo TANCReDI

InchIesta

il passo alle basi digitali p LeoNARDo TANCReDI InchIesta r | zè duardo martins e massimo

r| zè duardo martins e massimo zaniboni, fotografia di Chiara sibona

Si spengono le luci, la serata è finita, qual-

cuno è ancora in pista, mentre i musici-

sti ripongono gli strumenti nelle custodie.

Qualche centinaio di chilometri per tornare a casa col furgone dell’orchestra e poi, il giorno dopo, si ricomin-

cia. una vita da orchestrale, tutte le sere in una città diversa a esibirsi per la moltitudine danzante delle balere. Così è stato per oltre trent’anni, così forse non

sarà più. un mestiere che se non è in via di estinzione, è in forte crisi.

Difficile fare una stima dei gruppi in Italia, ne ha cen- siti 750 solo in Romagna gianni Siroli, autore del “Di- zionario delle orchestre romagnole” che ha ricostruito 100 anni di liscio da fine ‘800 agli anni ’80 del secolo scorso. Tra le orchestre attive e “resistenti” oggi c’è quella di Carlo zini e gli zeta, più di 30 anni di car- riera alle spalle trascorsi

nelle balere e non solo in Italia. “ho iniziato con mio padre a 14 anni, ger- mania, Svizzera, in locali importanti, fino a Teheran. Dopo 10 anni con la gran- de orchestra di Camillo Santamaria, ho deciso di farne una mia”. gli anni ’80 sono il periodo d’oro per le orchestre, e anche per Carlo zini arriva il suc- cesso: due apparizioni a Domenica In nell’ ’83 con Pippo Baudo e la vittoria delle tre edizioni del festi- val per orchestre di Trento. Avere successo significava lavorare sodo, provare i pezzi per ore. Le orchestre devono essere pronte a suonare quasi ogni gene- re musicale e soprattutto devono poter riprodurre al meglio ogni hit del mo- mento. magari arrangiata per la sala da ballo. Su

del mo- mento. magari arrangiata per la sala da ballo. Su questo, musicisti e capi orchestra

questo, musicisti e capi orchestra si giocavano la car- riera e anche l’orgoglio professionale. ma ormai i verbi si coniugano al passato, il presente è fatto di basi musicali digitali. “oggi la concorrenza viene da gruppi di 4 persone che sembra che suoni- no in 10 perché il resto lo fanno le basi. molte sale da ballo sono sparite, si suona nei ristoranti, anche solo in duo”. La crisi economica non ha risparmiato mazur- ke e macarene, anche ballare è diventato un lusso da centellinare. Se in un angolo della pizzeria c’è un duo con tastiera e campionatore e con 20 euro dopo la pizza si balla gratis, tanto di guadagnato. Con buona pace della professionalità dei 10 musicisti di un’orche- stra vera. “Il compenso per una nostra serata è circa 1500 euro – dice zini - con i quali devo pagare i musicisti, le tasse, i viaggi. Chi suona con le basi ne chiede al massi- mo 500. oggi riusciamo a fare ancora 180 date in un anno, soprattutto d’estate, ma fino a qualche anno fa erano almeno 250”. Le grandi sale da ballo seguono il declino delle orchestre, nonostante se ne contino almeno una trentina lungo la Riviera romagnola. In alcuni casi i grandi spazi sono riconvertiti in sale da bingo o ristoranti oppure, come suggerisce l’appetibile posizione nell’immediata periferia cittadina, in spazi commerciali o residenziali. Del resto la domanda è in calo, nelle balere il turn over generazionale è fermo. “Quelli che seguivano il nostro genere – ammette zini – stanno invecchian- do e quando smettono di venire a ballare loro non ci saranno altri appassionati”. ma il fascino del palco e dei doppiopetto coi lustrini seduce ancora e zini non ha intenzione di smettere. “mi piace cantare i grandi classici September morn, Stranger in the night ma sono pronto anche alla Filuzzi.” Si balla finché ce n’è.

(leonardotancredi@piazzagrande.it)

012345678 910111213141516

ha appena compiuto 70 anni, ma non ha perso il suo sguardo critico. Bologna e la musica viste dal cantastorie per eccellenza

francesco

guccini

“Le osterie? Erano luoghi molto tri-

sti, di emarginati

non arrivavamo noi con le chitarre”

Fino a quando

non arrivavamo noi con le chitarre” Fino a quando p ILARIA gIuPPoNI Ormai sono 10 anni

p ILARIA gIuPPoNI

Ormai sono 10 anni che non abi- ta più a Bologna. Osserva ancora

quello che succede in città? Ti posso parlare dei miei tempi, ma di quelli di oggi non saprei dire assoluta- mente niente. Ti dico onestamente che oggi non saprei nemmeno dove dirigermi

o con chi parlare! Un rifiuto di Bologna in toto?

hehe, no. è una questione di tempo, nel senso di anni! Ha raccontato spesso le vite di per- sone “diverse”, a volte ai margini

Alla base c’è qual-

che esperienza personale con il mondo del disagio? Conoscevo un signore – quello è morto ormai, poveretto – che chiamavano Cri- sto. Alto, magro, con i pantaloni a cam- pana, capelli lunghi… era scalzo anche

d’inverno! ogni tanto passava lì da Vito,

e quando mi vedeva mi salutava: “gucci-

ni, pentiti!”. Poi ho scoperto che era del- la provincia di modena, ma non ci siamo mai fermati a chiacchierare, perché lui non è che si fermasse a chiacchierare con altre persone. Quando provavo a chieder- gli “ma di dove sei, di dove sei?”, lui cam- biava discorso… e quindi oltre a “guccini pentiti!”… sì, cantava “Dio è morto, Dio è morto!”. Poi c’era quello che chiamavan Settecappotti, era famoso a Bologna, ma niente di più. Eppure nelle sue canzoni ci sono personaggi “emarginati” mah, i miei sono personaggi più o meno inseriti, tutto sommato: “Il pensiona- to”, per esempio. un disadattato di cui

della società

ho parlato, “Il frate”, è un personaggio analogo. oppure quello della canzone “L’ubriaco”, in cui ho messo assieme due persone: uno conosciuto in un’osteria che si chiamava osteria de’ Poeti - esiste an- cora, ma era molto diversa allora –, e un altro che era un anziano fattorino della gazzetta di modena. Si dice spesso che Bologna è cam- biata: di certo oggi in città è cre- sciuta l’indifferenza, le persone sono sempre più lontane fra loro. Come si “aggiusta” secondo lei l’indifferenza della gente? eh, è un bel problema questo. Io abitavo in un bel quartiere, la Cirenaica – ci abi- to ancora fra l’altro, la casa è lì –, molto popolare, dove vedo che ancora esiste il rapporto fra i cittadini. Vedo che si fer- mano a parlare per strada, si salutano, si fermano alla baracchina dei gelati o al mercatino rionale. C’è ancora un senso di appartenenza e di solidarietà. La Cirenai- ca aveva e ha ancora queste caratteristi- che da isola, diciamo, in cui uno si sente parte del quartiere. Bologna sta cambian- do o è cambiata in questi anni – a parte il fatto che siamo cambiati anche noi, col passare degli anni si cambia in un certo qual modo – è diventata una città meno solidale, un pochino più egoista, più cini- ca forse… Chissà quali sono le cause… Forse raccontando le vite di perso- ne che la gente non conosce è pos- sibile ricostruire quel senso di soli- darietà, non crede? Ti faccio un esempio. Dicono di me che frequentassi molte osterie: è vero e non

è vero. Ne ho frequentate due o tre tutto

sommato: erano luoghi molto tristi, per- ché erano luoghi di emarginati veramen- te, di gente molto spesso sradicata dai loro posti di origine, che stava in città per

il lavoro, lasciata lì così… e quando an-

davamo noi, che eravamo giovani, con le chitarre, a cantare, questi si rianimavano,

ritrovavano una solidarietà, un’amicizia, diciamo, che avevano perso. Questo c’era nella Bologna di una volta.

E adesso?

ora ci sono dei fenomeni che mi lasciano perplesso, come la storia del Pratello: di quelli che devono alzarsi e andar a lavo- rare e di quegli altri che suonano fino a tardi… non so se ci sarebbe stato questo fenomeno anni fa. Forse le cose erano ac- colte meglio, con più sopportazione, con più gentilezza anche. I tempi hanno aiu- tato la paura. e la gente ha paura vera- mente anche di uscire. C’erano due locali

a Bologna, aperti tutta la notte: il ristoran- te della stazione e il Contìnental. erano aperti tutta la notte e ci si trovava anche

a ore tardissime a mangiare un piatto di

lasagne, per esempio. ma non ti parlo di

quelli che si permettevano di dormire la mattina dopo, eh? ma di quelli che dove- vano andare a lavorare. era una situazio- ne molto, molto diversa.

E se dovesse scrivere una canzone

adesso? Scriverebbe una canzone sulla paura? eh-eh, non lo so… Le canzoni vengon for- se quando ne han voglia! Beh, di canzoni

ne ho tre nuove. Due sono fatte e cantate,

e l’altra la tengo lì perché adesso appe-

na uno apre bocca finisce su Youtube! è una canzone di una situazione pàvanese, quindi nuova rispetto a me e che non ri- guarda la città, o il viver la città. Oggi è forte il fenomeno del vivere fuori città, tornare al vivere “origi- nario”. Non crede che sia un po’ un mito? Si, non è il caso mio: io sono tornato da dove son partito. Avevo proprio voglia di tornare da dove son partito: non è stata

una scoperta tardivamente ecologica! An- che se, devo dire, è più confortevole. Non si devono fare grandi distanze: uno attra-

versa la strada e c’ha l’ufficio postale, per dire. Vabbè che adesso, l’ufficio postale… Tutti si mandano le e-mail, quindi! Però la ricerca di un conforto, di un rifugio, a volte rischia di trasfor- marsi in assenza di contatto uma- no. E questo un po’ fa rabbia Ti capisco benissimo. Per esempio qui, quando muore qualcuno al funerale ci sono tutti, c’è tutto il paese. La città in- vece disperde, la città allontana. mi viene da ridere perché sono abituato che qui, quando s’incontra qualcuno per la stra- da, anche se magari non lo si conosce, ci si saluta “Buongiorno, buonasera!”. In cit- tà mi trovo a dire “Buongiorno, buonase- ra!” con della gente che magari mi guarda

con curiosità, e poi questi mi guardano stupiti, mi scrutano… Certo, essere salutati da France- sco Guccini per strada non è cosa

Chi non avrebbe

da tutti i giorni

due secondi di spaesamento?

(ilariagiupponi@piazzagrande.it)

012345678 9 10111213141516

012345678 9 10111213141516 La partecipazione è gratuita: in programma quattro incontri e la realizzazione di un

La partecipazione è gratuita: in programma quattro incontri e la realizzazione di un reportage a sfondo sociale

Aspiranti fotografi cercasi

Riparte il corso di Bandiera gialla. è la sesta edizione Dal laboratorio di Vittorio Valentini nascono le foto per Piazza grande il quinto alimento

p eRIKA CASALI

a nche la fotografia può servire a raccontare i cambiamenti della società, dall’immigrazione alle

nuove povertà. è questo il taglio parti- colare del gruppo fotografico di Bandie- ra gialla, che periodicamente organizza

ad approfondire il linguaggio fotografico.

Il suo lavoro è stato oggetto di studio e di ricerche.

Il corso è composto da quattro incontri di

due ore ciascuno (dalle 17.30 alle 19.30)

e si svolge nei locali messi a disposizio-

corsi per aspiranti fotografi. La sesta edi-

ne

da Bandiera gialla in via Legnano 2.

zione del corso parte lunedì 8 novembre

Il

corso è completamente gratuito, a par-

e

si concentrerà sulla realizzazione di un

te

l’iscrizione a valenza annuale all’as-

reportage fotografico che riguardi la sfera del sociale. Si toccheranno argomenti fondamenta- li per l’apprendimento delle tecniche di base e la produzione attiva di un repor- tage. Questo in breve il programma delle lezioni: la fotografia come strumento di co- municazione sociale, il backstage della re-

alizzazione di un reportage, i principi della composizione e il linguaggio fotografico.

Il corso sarà tenuto dal veronese Vitto-

rio Valentini, fotografo professionista che vive e lavora a Bologna da anni ed è da sempre interessato all’indagine creativa e

sociazione Bandiera gialla, che include anche la tessera Arci del 2010. I parte- cipanti non potranno essere più di 15, questo per riuscire a trarre il massimo

profitto dalle lezioni del fotografo Valen- tini; è consigliabile che abbiano alme-

no un’infarinatura di base delle tecniche

fotografiche. Dal laboratorio fotografico

di Bandiera gialla nascono le foto che

compaiono sulle nostre copertine e sulle pagine di Piazza grande. ulteriori infor- mazioni si potranno ricevere scrivendo all’indirizzo e-mail redazione@bandie-

ragialla.it. (erikacasali@piazzagrande.it)

p FRANCeSCA BoNo e SoFIA PIzzo

Vent’anni di falafel

Agli italiani non piace cambiare abitudini, soprattutto a tavola. L’attacca- mento alla cucina tradizionale, che a quanto pare dimostriamo in patria

e all’estero, è stato registrato da una ricerca di Coldiretti e Swg sondaggi:

quattro italiani su dieci non hanno mai messo piede in un ristorante stra- niero (41%) o acquistato in take-away etnici (38%). La diffidenza sem- bra riguardare soprattutto la qualità degli alimenti, che porta a preferire

il consumo di piatti italiani senza valutare l’origine degli ingredienti, col

rischio di mangiare una pizza preparata con cagliate provenienti dall’est Europa, pomodoro cinese, olio di oliva tunisino o spagnolo e farina cana- dese. A Bologna, però, anche grazie all’alto numero di stranieri e studenti

fuori sede, i locali etnici sono tanti, sia ristoranti che take-away, e a volte sono anche un esempio di integrazione. Come succede alla caffetteria Al Salam di via Centotrecento. Il locale, aperto da Jamil Shihadeh nel 1991,

è stato tra i primi in Italia a proporre cucina mediorientale e a far conosce-

re il falafel originale palestinese. “Il 90% dei clienti è italiano, soprattutto studenti, ma nel fine settimana arrivano anche le famiglie”, ci dice fiero Jamil. Al Salam è la prova che a tavola nascono lo scambio e la condivi- sione: è un luogo dove si ha il piacere di tornare e non solo per il cibo. E nel 2011 Jamil si prepara a festeggiare i 20 anni di attività. Il suo sogno sarebbe organizzare in primavera una Sagra del Falafel, con cibo musica e cultura per conoscere la Palestina. (www.communeating.com)

in primavera una Sagra del Falafel, con cibo musica e cultura per conoscere la Palestina. (www.communeating.com)

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Nella capitale greca intere famiglie sono costrette a rivolgersi a servizi pensati per homeless e immigrati

Atene dopo la crisi

p eRIKA CASALI

E siste una zona di Atene dove le macchine si fermano controvo- glia e dove i passanti cammina-

no più in fretta: eksarchia è il quartiere

diventato tristemente famoso per l’ucci- sione di un ragazzo da parte della poli-

zia

nel 2008 e per gli scontri degli ulti-

mi

mesi. Per arginare le manifestazioni

e

gli scoppi di violenza ci sono gruppi

di

quattro poliziotti agli angoli di tutte le

sfamava principalmente senza tetto e immigrati ora si ritrova tra gli utenti in- tere famiglie che non riescono ad arriva- re a fine mese. La crisi ha portato molta gente sulla soglia della povertà e di con- seguenza per strada a frugare nei casso- netti in cerca di cibo. Atene non è ancora organizzata per af- frontare questa situazione e sta reagen- do molto lentamente. L’accesso ai dor-

strade. In questo quartiere c’è anche il

mitori e ai negozi a prezzi speciali, aperti

Centro distribuzione pasti del Comune di

a

causa della crisi, viene controllato at-

Atene. Passiamo vicino a quattro agenti

traverso la distribuzione di tagliandi as-

che chiacchierano fumando di fianco a

segnati a seconda del reddito; come al

un

negozio di articoli per la casa, poco

solito i posti disponibili non sono abba-

più

avanti un ragazzo si accascia contro

stanza per tutti.

un

portone con la siringa ancora in vena

Il

centro di distribuzione pasti del Comu-

senza che loro interrompano la conver-

ne di Atene si trova poco lontano da Psi-

sazione. Nessuno lo nota, solo la signora seduta per terra poco lontano da lui. ma

lo guarda con occhi vuoti per voltarsi su-

bito e tornare a grattarsi le croste che le ricoprono i polpacci e i piedi. “Ad Atene, i senza dimora sono più di 2000 - dice A.P., responsabile della distribuzione dei pasti del centro che si appoggia ad una parrocchia della zona - con la crisi eco- nomica affrontiamo una situazione com- pletamente nuova”. Il servizio che prima

ri, fulcro della vita notturna della capita- le; dietro gli uffici c’è un piccolo parco di proprietà della chiesa dove tre volte al giorno viene offerto un pasto caldo a chi ne ha bisogno e dove si danno appunta- mento i senza tetto della città. La distri- buzione è due volte a carico del Comune

e una della chiesa, così da soddisfare la

richiesta crescente. Insieme ai volontari

lavorano immigrati e senza tetto che si occupano anche di ripulire il parco dai

e senza tetto che si occupano anche di ripulire il parco dai Q | il centro

Q|

il centro distribuzione pasti del Comune di atene

contenitori vuoti e dai pezzi di pane che rimangono a terra dopo i pasti e che ri- chiamano stormi di piccioni. Il centro si occupa anche di raccogliere e distri- buire coperte e vestiti che vengono dati su richiesta. Almeno il clima, nella mite Atene, è ancora clemente. (erikacasali@

piazzagrande.it)

( e r i k a c a s a l i @ piazzagrande.it) Così cambia

Così cambia l’Appennino

p NADIA LuPPI

La

vita nei borghi dell’Appen-

nino è cambiata e il prezzo

più caro lo pagano gli anziani. “Molti dei nostri utenti – rac- contano i volontari Auser – han- no visto trasformarsi i borghi

in

cui vivevano in qualcosa

di

simile ai quartieri dormi-

torio. Chi vive qui si sposta in città per lavorare, fare spesa,

sbrigare commissioni, e i punti

di

socializzazione tendono a

scomparire, mentre i servi-

zi

di assistenza domiciliare,

per quanto funzionanti, non possono essere risolutivi”. Gli anziani ricordano il tempo in cui ci si ritrovava tutti all’oste-

ria, in chiesa e nella piazzetta del paese, mentre “adesso si chiudono tutti in casa - spiega Lucia -, ognuno coi suoi dram- mi, ognuno con i suoi dolori, e così faccio anche io”. Ma per

gli

anziani gli ostacoli sono

concreti. Per raggiungere la fer- mata dell’autobus Maria deve

affrontare una salita molto ri- pida: quando non può contare sull’aiuto di qualcuno, resta

in

casa. Lei come tanti altri ha

finito per abituarsi,rinunciando anche a chiedere aiuto.

di qualcuno, resta in casa. Lei come tanti altri ha finito per abituarsi,rinunciando anche a chiedere

012345678910 11 213141516

Bologna apra gli occhi sui nuovi poveri

p mARCo guIDI

a Bologna, nella civile e benestante

Bologna, nella città “sazia e dispe-

rata” di cui parlò il cardinale gia-

como Biffi, sta succedendo un fenomeno sociale, sotto gli occhi di tutti. un fenome- no analogo a quel che capita in altre città, ma non per questo meno preoccupante: la scomparsa di quella che un tempo veni- va chiamata classe medio-bassa. Parlo di impiegati, di piccoli negozianti, di operai specializzati, di artigiani. Tutta gente che,

di operai specializzati, di artigiani. Tutta gente che, un tempo, percepiva redditi non astrono- mici ma

un tempo, percepiva redditi non astrono- mici ma sufficienti a tirare avanti dignito- samente. gente che poteva pagare un af- fitto, accendere magari un mutuo, saldare le bollette e, infine, godere di una pensio- ne sufficiente a finire la vita più o meno in pace. oggi capita sempre più spesso che chi si trova in difficoltà scenda rapidamen- te la china della povertà, fino a ritrovarsi prima senza mezzi, poi senza casa e infine su una strada. magari con una pensione di 500 euro, che un tempo non lontano (vi ri-

cordate, un milione al mese, roba grossa!) garantiva perlomeno la sopravvivenza. Non è un caso fittizio, è quello che è suc- cesso a un mio amico. Prima perdita del la- voro, poi della casa, finalmente la pensio- ne agognata. ma ormai senza casa e senza nessuno con cui mettersi in società per af- fittarne una, ora dorme in stazione dopo alcune esperienze dai frati che, evidente- mente, non gli sono andate bene. Dormire in stazione, mangiare alla Caritas o all’An- toniano o dove si può. Stando alle chiac- chiere con i conoscenti tutti hanno presen- te almeno un caso simile. eppure la società cittadina fa finta di nulla. Avete mai sentito un politico che, parlando del programma per le prossime elezioni, si occupi del nu- mero crescente degli espulsi da un welfa- re sempre più stretto? Viene in mente quel che si leggeva della Bologna di una volta, prima dell’arrivo di Napoleone, con una larga fetta della popolazione senza un tetto stabile, senza un lavoro appena sufficien- te a campare. Quelle “plebi”, quei “lazza- ri” stanno tornando, e non si tratta solo di immigrati, di homeless “per scelta”, ma di gente che, fino a pochi anni orsono, giudi- cava essa stessa impensabile ridursi così. Io non so cosa si può fare collettivamen- te, personalmente cerco di dare una mano quando posso: per me 20 o 50 euro in fon- do non sono una gran spesa. Però, lo so bene, non sono nemmeno una soluzione. I sociologi di tutto il mondo parlano di scom- parsa della classe media, di masse sempre più povere di affaristi sempre più ricchi. Andate una notte in stazione, troverete lì la conferma e, forse, qualche sorpresa.

non parlate al con Ducente

Per chi suona il cellulare?

p DoNATo uNgARo

O ramai è diventato un gioco. Capita sempre più spesso, a noi tranvieri, di essere alla guida e di ascoltare telefonate dal contenuto più che personale. Avvocati appena usciti dal

tribunale che avvertono i clienti dell’esito dell’udienza: pazien-

ti che fuori dall’ospedale salgono sull’autobus e “impaziente-

mente” avvertono i parenti dell’esito di visite ed esami: amanti

che si scambiano effusioni al cellulare. e tutti, per sfuggire alla calca e alla bolgia, vengono davanti, a fianco del conducente; come se non esistesse o fosse sordo. ma non è questo il gioco

cui mi riferivo. La scena è la seguente: sul bus affollato im- provvisamente parte una musichetta. Le note arabeggianti mi lanciano la sfida: per chi suo- na il cellulare? guardo tra i pas- seggeri e vedo una giovane con

i tratti tipici nordafricani: è lei, penso. e infatti fruga nella bor- setta estraendo l’apparecchietto

e mettendosi a parlare in arabo.

Altro suono e altra sfida. Questa

volta le note sembrano arrivare direttamente da Bolliwood: colpo d’occhio ai passeggeri nei pa- raggi del posto guida e identifico un ragazzo sudorientale: è lui. La musica muore e nasce una brillante parlata inglese. Tombola. Potremmo andare avanti ancora; con le suonerie di gigi D’Ales- sio, ad esempio. Ammiro chi orgogliosamente marchia il telefo-

nino con il suono delle sue origini; lo ritengo un atto d’amore per la propria cultura. I nostri emigranti degli anni Venti avreb- bero fatto brillare l’Ammerica e la Pampa argentina delle note di

o sole mio e Turna a Surriento. Sarebbe stato bellissimo. Invece

oggi molti ragazzi usano silenziose vibrazioni. Va bene durante

la scuola, ma non è che quelle morte suonerie oggi rappresen-

tano la nostra identità? Coscienze silenziose, rassegnate e omo- logate, senza una propria identità? Sentir squillare un cellulare con le note di “giovinezza” o “Bandiera Rossa” sarebbe un ritor- no a tempi bui o un messaggio di chiarezza? ma forse per sentire non basta il senso dell’udito: serve il senso dell’intelligenza. e della tolleranza. (donatoungaro@piazzagrande.it)

la posta Degli altri

a

(donatoungaro@piazzagrande.it) la posta Degli altri a La redazione di Piazza Grande risPonde aLLe Lettere

La redazione di Piazza Grande risPonde aLLe Lettere PubbLicate sui quotidiani boLoGnesi

Il sogno segreto dei guidatori di Suv

lettera pubblicata su il resto del carlino del 27 ottobre 2010

la strada mi dice che i ricchi sono in aumento. circolano sempre più suv colossali, tanto che presto prevedo che saranno tutti fermi, incastrati tra loro nelle strade che resteranno strette [continua ]

caro lettore, in effetti oggi la situazione del traffico ricorda sempre di più quel vecchio cartone animato di Hanna & Barbera, “Wacky races” (le corse pazze), dove gareggiavano veicoli dalle fogge più assurde. c’era la macigno-mo- bile dei cavernicoli fratelli slug, l’auto con un drago al posto del motore del

Diabolico coupé, e soprattutto la vettura numero 00, quella del cattivissi- mo Dick Dastardly. sospettiamo che in fondo sia questo il sogno segreto di chi si mette alla guida di un suv: un’auto aggressiva e dotata di speroni. forse prima o poi la vedremo anche sulle nostre strade. negli usa a volte succede già (nei raduni dedicati alle Wacky races), come si vede nella foto qui sotto.

nostre strade. negli usa a volte succede già (nei raduni dedicati alle Wacky races), come si

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Voci

01234567891011 12 13141516 Voci sImona vIncI e carlo lucarellI raccontano bologna D e l l a

sImona vIncI e carlo lucarellI raccontano bologna

Della città

p CARLo LuCAReLLI

Le città hanno una voce. o

meglio, ne hanno tante,

dietro o accanto a San Petronio, ma an- che fuori, - con meno frequenza - si può provare a fermarsi in un angolo, con gli occhi chiusi. Si deve cercare di isolare gli altri suoni - il traffico, i lavori, i ru- mori insomma - farli diventare bianchi, trasparenti, permeabili, spingerli in fon- do alla coscienza fino quasi ad annul-

re indietro di certi siciliani, l’ansima- re di certi calabresi, l’andare su e giù dei veneti, il taglio netto dei romani e il raddoppio di certi sardi, si sentono an- cora eccome, anche se descriverli così, le cadenze e gli accenti, è troppo sem- plice. Si mischiano insieme, si fondono con suoni anglofoni e francofoni, arabi

ferma sull porta di una farmacia, due poliziotti, una signora cinese che urla al cellulare e due commercianti pakistani che parlano sulla soglia di un negozio

di alimentari.

oppure ti può succedere una cosa. Di

sera, sull’orlo della notte, nelle strade del ghetto che portano verso via dell’In- dipendenza, o meglio ancora, in quelle che vanno verso piaz- za Santo Stefano. Lì c’è silenzio, quasi silenzio, ma lontano si sen-

te un brusio che si fa sempre più

intenso. Diventa un ronzio, sem-

pre più forte, come se ci fosse- ro centinaia, no, migliaia di ca- labroni, laggiù da qualche parte.

e più ti avvicini alla piazza, più quel ronzio diventa qualcos’al- tro e non è già più un mormo-

rio, è un battere, un segare, uno schioccare di suoni che si intrec- ciano come un tappeto sonoro. Sembra un animale che stia rus- sando con tante bocche e quan- do finalmente arrivi a vedere il ciottolato della piazza ecco che

ti accorgi che sì, c’è un animale

laggiù e ha tante bocche. è una

folla di persone che parlano tra loro, a gruppi, ognuno per i fatti suoi, coprendo anche la musica che a volte c’è, coprendo il rumore dei giochi che a volte si fanno.

e il suono dei discorsi si gonfia nella

piazza, rendendola lei stessa un anima- le. un animale vivo. eccola, la voce di Bologna. e’ la voce della gente. Chi vuole capirla, questa città, deve im- parare in qualche modo ad ascoltarla, dovunque si trovi. (©2010)

ma quelle si chiamano

rumori. Le vibrazioni degli autobus che scivolano lungo le pareti delle case, il respiro del traffico soffocato dai doppi

vetri, o anche gli aerei che graffiano i tet-

delle case. Poi ci sono martelli pneu- matici che picchiano, clacson che gridano, campanelli che trillano e radio che suonano. Ci sono grandi città in cui non è possibile stare un minuto senza che l’urlo di una si- rena non attraversi l’aria. ma questi sono rumori, ci sono dappertutto e ci sono anche a Bo- logna. La voce di una città è diver- sa. è la sua e basta. A volte è quel sospiro ritmato o quel mormorio cupo che fa il mare per le città sul-

ti

Q| illustrazione di Pietro scarnera
Q| illustrazione di Pietro scarnera

larli. Se si riesce a metterli laggiù, come il sottofondo di una radio dimenticata, talmente bassa che non la senti più, ecco che resta un altro suono, soltan- to quello. Voci. Le voci della gente. hanno un bel dire che la televisione ha uniformato l’italiano con l’italiano del telegiornale, le “e” strette di certi pugliesi, le “r” arrotate di certi parmi- giani, le “esse” spesse dei romagnoli e le “elle” liquide dei ferraresi, il torna-

e africani, cinesi, spezzano, ingrassano,

raschiano e gonfiano l’italiano. Parole e parolacce, che confondono. Senti parla-

re arabo, il broken english degli africa- ni, bolognese meridionalizzato e cine- se, e c’è anche un rotolare armonico, che ricorda una parlata indiana. Pensi

a venditori ambulanti (arabi e africani),

ristoratori (bolognesi d’immigrazione), piccoli commercianti (cinesi) e studen-

ti stranieri. Poi apri gli occhi e vedi due studenti arabi che parlano tra loro at- traversando la strada, una ragazza nera

la

costa oppure sono le campane,

o

la voce dei muezzin per le città

di

religione musulmana, a volte è

vento e qualche volta anche il si- lenzio, ma è sempre una voce uni-

il

ca, particolare. Intanto cambia, come tutte le voci, muta a seconda delle ore del gior- no e del luogo in cui rimbomba. Per sentirla bisognerebbe fermarsi

in un posto e chiudere gli occhi, perché

quello della vista è un senso tirannico, che con le sue immediate conferme ten-

de ad annullare tutti gli altri: se vedo so

e quindi non ho bisogno di ascoltare o

anche di annusare o di sentire e meno ancora di gustare. oppure bisognerebbe camminare ad occhi chiusi, ma questo

è difficile se non ci si è abituati, e da lungo tempo.

A Bologna, nelle strade attorno all’uni-

versità, in via Belle Arti, per esempio - con più intensità - oppure nelle strade

0123456789101112 13141516

è la storia di Bebe, giocatore senza di- mora portoghese, comprato dal club inglese dopo la ho- meless world Cup che si è tenuta a settembre in Brasile

p eRIKA CASALI

La nazionale greca degli ho- meless è tornata da poco dalla spiaggia di Copaca-

bana, a Rio, dove ha disputato insieme ad altre 63 squadre l’ottava edizione della homeless world Cup, che si è tenuta dal 19 al 26 settembre. Battuti dalla squadra russa per 5 a 2, non hanno perso il buon umore. “Chiaramente vincere sareb- be stata una grossa soddisfazione - dice Chris Alefantis, allenatore della squadra ellenica - ma non è questo lo scopo pri- mario dell’homeless world Cup, non è per questo che partecipiamo”. Prima di tutto si gioca per divertirsi, per conoscer- si e condividere le proprie storie. Il cal- cio, gli allenamenti e le partite diventano la ragione che spesso manca a chi sta in strada per continuare a vivere e ritrovare la via. Attraverso il calcio i giocatori gua- dagnano fiducia in se stessi e con questo una nuova prospettiva nei confronti della vita e per il proprio reinserimento nella società. Sconfiggere la povertà attraverso lo sport:

è il motto dell’iniziativa che coinvolge le associazioni di senza dimora di 64 diversi paesi, che portano avanti progetti soste-

Dai Mondiali degli homeless al Manchester

spalle alla porta

Dai Mondiali degli homeless al Manchester spalle alla porta nuti dalla filosofia dell’inclusione attra- verso la

nuti dalla filosofia dell’inclusione attra- verso la partecipazione. Tutti gli anni nuo- ve squadre si affacciano al mondiale, in molti casi, purtroppo, solo dopo aver su- perato difficoltà economiche e organizza- tive. Quest’anno è stata la volta della Pa- lestina. I giocatori vivono in un campo di rifugiati in Libano dove si trovano a causa del conflitto israelo-palestinese; parteci- pare al campionato è stata la loro doppia sfida al muro che li separa da Israele e a quello che li tiene ghettizzati nel campo. La homeless world Cup ha luogo tutti gli anni in una sede diversa, la scorsa edi- zione è stata a milano dove ha vinto la squadra ucraina. Le persone coinvolte in questo evento sono davvero tante: i sen- za dimora che si allenano tutto l’anno nei

campi sportivi nati in funzione del pro- getto di reinserimento sociale attraverso lo sport, sono più di 30 mila in tutto il mondo. Chiaramente non tutti coloro che si allenano vengono selezionati e parte- cipano alla world Cup ma ne traggono comunque beneficio, riuscendo spesso a migliorare la propria situazione. Secondo le statistiche, più del 70% dei partecipan- ti della scorsa edizione ha normalizzato la propria vita sociale; addirittura Bebe, un giocatore della squadra portoghese, ha firmato un contratto con il manchester united. Chris Alefantis ha capito ormai da tempo che partecipare è molto più im- portante che vincere, per questa ragione è molto soddisfatto del gioco della sua squadra e sportivamente felice per i vinci-

tori brasiliani. “una palla può cambiare il mondo. Tu ci stai?”, questo era lo slogan dell’homeless world Cup di quest’anno. un messaggio semplice e diretto: basta poco per dare uno scopo a chi non ce l’ha

e lo sport è una lingua universale molto

convincente che riesce a unire senza tetto provenienti da tutto il mondo. “I giocatori della nostra squadra sono senza fissa di- mora, tossicodipendenti in riabilitazione,

rifugiati politici, migranti - dice Chris - ri- pongono nel progetto speranza e fiducia.

è un sistema che ha dimostrato di funzio-

nare realmente sin dall’inizio, nel 2006. Per noi l’homeless world Cup è un even- to che dà la possibilità a tutti i parteci- panti di cambiare la loro vita”. (erikaca-

sali@piazzagrande.it)

cronaca Delle partite preceDenti

un finAle diverso

p gIANLuCA moRozzI

a leggere sempre lo stesso libro, a vedere sempre lo stesso film, prima o poi ci si annoia. per fortuna, ogni tanto, a sorpresa, c’è un finale diverso. che è come

se uno rileggesse per l’ennesima volta anna Karenina, e arrivando alle ultime pagine scoprisse di non aver mai notato un capitoletto inedito, un finale dopo il fi-

nale, in cui si apprende che anna non è mica morta, dormiva solo, ma ora si è svegliata e sta benissimo. ecco: quando uno segue il Bologna da 27 anni come me, e la sua squadra l’ha vista giocare contro la Juve tante volte, si convince di star guardando sempre lo stesso film. ovvero: a un certo punto della partita l’ar- bitro decide che ci odia, qualche bianconero ne approfitta e fa il furbo, noi schiumiamo rabbia, loro vincono. tanto che, quando poi vincono senza regali arbitrali

– succede, ogni tanto -, ci sentiamo un po’ spiazzati. e allora c’è: schillaci che si butta in area, poli che va a insultarlo, schillaci che gli dice ti faccio sparare, rigore, Baggio, gol. e poi, in ordine sparso: Zalayeta che controlla di braccio e poi tira contro la traversa, il guardalinee impazzisce, gol. Zambrotta che si tuffa in area, l’arbitro che dà il rigore poi ha dei dubbi, Zambrotta pentito sarebbe lì lì per confessare, nedved lo spinge via, rimane il rigore, gol. ibrahimovic che fa ponte su capuano, l’arbitro dà il fallo a capuano, punizione di nedved, gol. potrei andare avanti ancora un po’, ma sarei già a posto così. non amo mica indossare il cilicio. ogni tanto, in fondo, ci piacerebbe battere la Juve con un furto vergognoso, non so, un gol di mano di Di Vaio, partito in fuorigioco, dopo aver fatto fallo su un di- fensore e aver calpestato il portiere. sarebbe carino. un film diverso. invece, l’ultima domenica, ci è toccato vedere il serbo Krasic - che già fisicamente è uguale

a nedved - che verso la fine del primo tempo è planato in area, è caduto, sbilanciato, forse, dall’alito di portanova. o da un moscone di passaggio. o è rimasto

folgorato dalla bellezza di san luca, producendosi nel tuffo plastico di chi è inciampato di colpo sull’aria. e tutto il Bologna che corre a protestare dall’arbitro e dal

guardalinee, l’arbitro che dice che per lui è rigore, il guardalinee che dice che stava guardando da un’altra parte – forse la fidanzata sugli spalti, forse anche lui la bellezza di san luca -, Krasic che fa anche il bel gesto sportivo di esultare col pugno chiuso. il solito film di sempre, insomma. solo che stavolta, a sorpresa, anna Karenina non muore: sul dischetto va iaquinta, nella stessa area in cui schillaci aveva detto ti faccio sparare, dove Zalayeta aveva tirato contro la traversa per poi esultare, eccetera, eccetera. in porta c’è emiliano Viviano, il miglior portiere del Bologna degli ultimi anni, già approdato in nazionale, non a caso. tira iaquinta, Viviano si stende, para, e poi va dall’arbitro a urlare e’ giusto così! eh, sì, è giusto così. Dopo il Bologna si difende e basta, la Juve fa un tiro da 30 metri e poi si arrende, 0 a 0, e ci portiamo a casa l’ottavo punto in 8 partite. e ora vado a riguardarmi il dvd de le iene. magari, alla fine, tim roth si salva.

012345678910111213 14 1516

012345678910111213 14 1516 Con “L’uomo che verrà” è riuscito a raccontare una pagina di storia come

Con “L’uomo che verrà” è riuscito a raccontare una pagina di storia come nessuno aveva mai fatto. ora il regista ci parla del cinema, della cultura e di Bologna

Perché ha scritto il film “L’uomo che verrà”? Da un lato c’era il desiderio che una pa- gina così importante e dolorosa della storia italiana non fosse dimenticata ma fosse rinnovata nella memoria. Tuttavia non vuole essere un film storico, ma una riflessione più generale sulla guerra, la cui drammaticità è ancora attuale. La strage di marzabotto sembra lontanissi- ma, ma basta andare in Afghanistan per

rendersi conto che la guerra non è storia, ma è attualità. L’idea è quella di manda-

re un segnale forte in questa direzione,

sollecitando una maggiore presa di co- scienza rispetto alla tutela della vita. Il film è ambientato nel passato, ma il titolo guarda al futuro: l’uomo che verrà deve ancora arrivare?

Direi di sì, almeno per certi versi. Il fu- turo di allora è rappresentato dai 50-60 anni trascorsi da quei giorni, che ci rac- contano una società straordinariamente capace di evolversi nella comunicazione

e nella tecnologia, ma ancora primor-

diale rispetto alle dinamiche sociali e ai rapporti umani. Certamente in europa non abbiamo più avuto guerre impor- tanti, ma i conflitti sociali sono ancora aperti. C’è un grande squilibrio all’in- terno della nostra società e soprattutto tra la cosiddetta “società occidentale” e i paesi poveri. L’uomo contemporaneo è riuscito a maturare un ripudio per la guerra? ha maturato un ripudio formale. In alcu- ni casi anche profondo, ma comunque lontano da una vera e seria volontà di pace. ovviamente tutti vogliono la pace, perché è interesse di tutti, ma si finisce sempre per far finta di non vedere e per assecondare i propri interessi a scapito degli altri. Quanto è difficile, oggi, nell’era della tv commerciale, fare cinema cosiddetto “impegnato”?

è relativamente difficile. Credo che l’uo- mo, lo spettatore abbia bisogno tanto di

giorgio

Diritti

“Ho ancora fiducia in questa città, ma

p SImoNe JACCA

cultura

fiducia in questa città, ma ” p SImoNe JACCA cultura un divertimento frivolo, quanto di uno

un divertimento frivolo, quanto di uno un po’ più intelligente che vada in pro- fondità. Non credo che il cinema possa soccombere alla televisione; anzi, credo che la tv soccomberà a se stessa. I giova- ni, già oggi, preferiscono internet, dove possono scegliere cosa guardare e credo siano superficiali gli investitori di marke- ting commerciale, che non hanno ancora capito che il futuro è lì, in rete. La città di Bologna come ha “rea- gito” al suo film? molto bene, con una grande adesione e partecipazione. Credo che Bologna si sia rispecchiata nel film e la gente abbia ri- trovato molti valori morali, etici, sociali che hanno contraddistinto questa terra. Al contrario di quanto offriva la cronaca politica in quei giorni, travolta dal caso Delbono, quindi nel momento peggiore e più squallido della storia della città. An- che nell’allestimento del film il mondo politico non ha espresso il meglio di sé, molti interlocutori politici si sono negati, ma per fortuna c’e stato un importante sostegno della gente dei Comuni in cui ho lavorato, in particolare di monte San Pietro che mi ha adottato con affetto, e poi il fondamentale sostegno economico della fondazione Carisbo, il supporto to- tale ed entusiasta della Cineteca di Bolo- gna ed anche un piccolo contributo della Regione emilia Romagna. La politica quanto investe sulla cultura? In europa, malgrado la crisi, tutti i Pae- si hanno aumentato i loro investimenti alla cultura. In Italia si vedono solo tagli. Purtroppo c’è questa visione stupida per cui si pensa che la cultura sia un lusso,

un genere voluttuale, quando invece do- vrebbe essere il seme della nostra socie- tà per costruire un’Italia migliore. Come si può far capire in un mo- mento di crisi economica e di di- soccupazione che è importan- te investire sulla cultura? Non è elettoralmente più comodo parla- re di “risparmio”? Io credo che un contadino non rinun- cerebbe a seminare pur di essere certo della qualità del raccolto del prossimo anno: dipende dall’Italia che voglia- mo, è una questione di scelte: a volte basta l’atteggiamento e non necessaria- mente l’investimento. La logica negativa dell’epoca Cofferati, a Bologna, è stata caratterizzata dal vietare, favorendo così

una chiusura della città su se stessa. Al contrario è importante creare opportu- nità, anche solo dare spazi, ambienti, favorire il dialogo, tornare a credere nel valore delle relazioni umane come fon- damento dello sviluppo e del vivere ci- vile. Le piace ancora Bologna? Bologna è nel suo punto più basso, ma anche, quindi, nel suo punto di rinasci- ta. Io ci credo, ho molta fiducia, perché sento in città delle persone positive, che hanno voglia di mettersi in gioco, che hanno voglia di far sì che si ritrovi un’identità forte. mi piacerebbe che Bo- logna ricostruisse quell’anima culturale che aveva una ventina di anni fa

(simonejacca@piazzagrande.it)

sullo scaffale

p LuCA BALDAzzI

p LuCA BALDAzzI Cinque anni accanto al padre in coma, in bian- che stanze d’ospedale. Con

Cinque anni accanto al padre in coma, in bian- che stanze d’ospedale. Con un taccuino sempre

a portata di mano per disegnare i volti, le attese,

i silenzi: quella condizione di “vita sospesa” che, oltre al malato, finisce per coinvolgere familiari

e amici. È questa la difficile, delicata materia di

“Diario di un addio” (Edizioni Comma 22), il gra- phic novel d’esordio di Pietro Scarnera, giovane autore di fumetti vincitore del Premio Komika- zen. Raccontando il proprio vissuto, l’autore si guarda bene dal prendere una parte nel dibattito. Non vuole gridare o convincere, ma solo racconta- re un’esperienza. Fatta di attese, incubi e paure, dubbi e deboli speranze. Alle parole che non bastano mai, per attraversare i territori del dolore e della perdita, il racconto a fumetti aggiunge il disegno. Che in questo dia- rio serve a farci vedere la realtà di chi è in coma e dei luoghi di cura, ma soprattutto è un modo per ricostruire l’immagine del padre, che il coma ha

mandato in pezzi. (www.redattoresociale.it)

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15 16

on tHe roaD

01234567891011121314 15 16 on tHe roaD mostra fotografica, video- film e soloperformances di Soundscapes. 19 novembre

mostra fotografica, video- film e soloperformances di Soundscapes.

19

novembre

ore 21 Torna il burlesque

Lokomotiv Via Sebastiano Serlio 25/2 www.lokomotivclub.it

Torna finalmente la serata

che ha stravolto i canoni delle serate Bolognesi. Buona musica d’annata suonata live da Band e da dj di fama in-

ternazionali, show sexy e am- malianti di Burlesque. Nick

Curran & the Lowlife è un artista adrenalinico tanto che rimanere fermi durante un suo concerto è fuori discus- sione. Dopo il live e lo spetta- colo come sempre i Dj della Serata Buddy morrow e Virgil DeNice vi faranno ballare sul suono degli anni ‘50 e ‘60.

20

novembre

ore 23 Le braghe corte

Estragon Via Stalingrado 83 www.estragon.it

Entrata gratuita Torna il gruppo ska di origi- ne bolognese che lancerà il suo ultimo disco hey, hey, hey in uscita il 9 novembre a livello nazionale. Il gruppo

suona dal 1997, i sette musi- cisti si facevano le ossa alle feste scolastiche mostrando una grande convinzione nel-

le cover di Nofx, Rancid.

una grande convinzione nel- le cover di Nofx, Rancid. Dal 25 novembre Don Chisciotte Collapse Istituto

Dal 25 novembre

Don Chisciotte

Collapse

Istituto Penale Minorile Bologna Via del Pratello 36 www.teatrodelpratello.it

Debutta il 25 novembre il nuo-

vo spettacolo della Compa-

gnia del Pratello presso l’Ipm

di Bologna. La Compagnia è

formata quest’anno da dieci ragazzi dell’Istituto penale minorile del Pratello, da sette

partecipanti al progetto di for- mazione teatrale Botteghe mo- liere e da tre iscritti all’univer- sità Primo Levi. Sul palco, nel rulo di Don Chisciotte, ci sarà anche il direttore della polizia penitenziaria. Lo spettacolo è riservato a un numero limitato

di spettatori. Per informazioni

e prenotazioni telefono-fax:

051 0455830; indirizzo email:

prenotazioni@teatrodelpratel-

lo. L’ingresso allo spettacolo è subordinato al permesso delle autorità competenti.

26

novembre

ore 21 Thom Pain (basato sul niente)

Arena del Sole Via Indipendenza 44 www.arenadelsole.it Pierfrancesco Pisani, vincitore della Palma d’oro all’ultimo Festival di Cannes, interpreta Thom Pain, antieroe tormen- tato, pazzo, comico, caustico, filosofo, poeta, seduttore ci racconta di sé tra memoria e paura. Lo spettacolo si basa sul monologo di Brian eno e richiede all’interprete grande capacità di recitazione eallo

stesso tempo di interazione con il pubblico che verrà coin-

volto in prima persona.

Dal 12 al 13 novembre

ore 21 Persone naturali e strafottenti

Teatro delle celebrazioni Via Saragozza 234

www.teatrodellecelebra-

zioni.it

Vladimir Luxuria interpre- ta il ruolo di maria Callas in una commedia tragicomica del 1972 di giuseppe Petroni griffi che al suo debutto 2 anni dopo, in un’Italia in cui l’omosessualità era ancora un grosso tabù, scatenò uno

scandalo enorme. Il testo è ardito e come possiamo ben immaginare, ancora molto attuale. La storia comincia in una squallida camera ad ore nei bassi fondi di Napoli con quattro personaggi…

ad ore nei bassi fondi di Napoli con quattro personaggi… Fino al 14 novembre Porte aperte

Fino al 14 novembre

Porte aperte

Vari luoghi della città www.naufragi.it Viene proposto da Naufragi, associazione di promozione culturale. Dormitori, residen- ze per immigrati, strutture di accoglienza per madri e bam-

bini o per disabili, aprono le porte alla città, dando vita ad un incontro inedito. è l’occa- sione in cui questi ambien-

ti, che di solito rimangono

nascosti ai margini della vita cittadina, si trasformano in luoghi di cultura.

Dal 13 al 20 novembre

Bologna

Jazz Festival

Bologna, Ferrara, Modena www.festivaljazzbologna.it

A novembre torna l’attesis-

simo Jazz Festival che vedrà

in scena numerosi artisti di

appuntamentI del mese

calibro internazionale che si esibiranno nei locali di Bolo- gna, Ferrara e modena dedi-

cati al jazz. Sul sito dedicato all’evento trovate il program- ma completo oltre che al monito di fare attenzione alle compravendite non ufficiali

di biglietti.

Dal 24 al 28 novembre

dalle 10 alle 20 Cioccoshow

Piazza Re Enzo

www.cioccoshow.it

La sesta edizione della fiera

del cioccolato è aperta tutti

i giorni dalle 10 alle 20 men-

tre sabato 27 sarà possibile

degustare le dolci delizie fine alle 24. All’interno del Ciocco- show sono in programma nu- merosi eventi, corsi e labora- tori, concorsi e degustazioni. All’interno del sito dedicato all’evento ci sono molte suc-

culenti ricette da consultare e mettere in pratica.

l’agenda “on the road”, per questo numero curata da erika Casali, viene chiusa in redazione il 25 di ogni mese. Per segnalare eventi e inviare comunicati scrivere all’in- dirizzo email: redazione@

piazzagrande.it o telefonare al numero 051 342328.

piazzagrande.it o telefonare al numero 051 342328. 14 novembre ore 22 Tricky Link Via Fantoni 21

14

novembre

ore 22

Tricky

Link Via Fantoni 21 www.link.bo.it

Biglietti 20/25 euro

Il pioniere del trip- hop ed

ex massive Attack sarà in

Italia a novembre per pre-

sentare mixed Race nuovo

lavoro uscito ad ottobre.

Il disco è ormai il nono di

Adrian Thaws, il vero nome

di Tricky e gode della colla-

borazione di numerosi ar- tisti tra cui Bobby gillespie dei Primal Scream, Black- man, Frank Riley e marlon Thaws, fratello dell’artista.

Dal 13 al 14 novembre

sabato ore 22 domenica ore 20 Einsturzende Neubauten

Estragon Via Stalingrado 83 www.estragon.it

Biglietti 32/18 euro

Lo spettacolo di domenica

14 avrà luogo in una cornice

speciale che ruoterà intor- no al concerto del gruppo tedesco; infatti la musica sarà accompagnata da una

in una cornice speciale che ruoterà intor- no al concerto del gruppo tedesco; infatti la musica