Sei sulla pagina 1di 316

hange E hange E

XC di XC di
F- t F- t
PD

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
PROGRAMMA DI MATEMATICA, FISICA, ELETTRONICA
N

N
Y

Y
U

U
B

B
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
w

w
tr re tr re
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a k e r- s o ft w a
Mario Agono, Elementi difisica
T. M. Apostol, Calcolo
Vol. 1 Analisi I
Vol. 2 Geometria
Vol. 3 Analisi 2
Michael Art in, Algebra
Luca Baracco e Giuseppe Zampieri, Analisi I
Franco Bassani e Umberto M. Grassano, Fisica della stato solido
Michiel Bertsch, Istituzioni di matematica
Scipione Bobbio e Emilio Gatti, Elettromagnetismo Ortica
Max Borra, Fisica atomica
Francesco Bottacin e Giuseppe Zampieri, Analisi 2
Stefano Campi, Massimo Picardello e Giorgio Talenti, Analisi matematica e calcolatori
Vito Cappellini, Elaborazione numerica delle immagini
Francesco Carassa, Comunicazioni elettriche
Sergio Carro, Termodinamica: aspetti recenti e applicazioni alla chimica e all'i/tgegneria
Ciro Ciliberto, Algebra lineare
Claudio Citrini, Analisi matematica I
Claudio Citrini, Analisi matematica 2
Chiara de Fabritiis e Carlo Petronio, Esercizi svolti e complementi di Topologia e Geometria
P. A. M. Dirac, I princìpi della meccanica quantistica
Alberi Einstein, Il significato della relatività
Antonio Fanfano e Stefano Marmi, Meccanica analitica con elementi di meccanica
statistica e dei continui
Enrico Fermi, Termodinamica
Giorgio Franceschetti, Campi elettromagnetici
Giovanni Gallavotti, Meccanica elementare
Graziano Gentili, Fabio Podestà e Edoardo Vesentini, Lezioni di geometria diflerengiale
Enrico Giusti, Analisi matematica 1
Enrico Giusti, Analisi matematica 2
Enrico Giusti, Esercizi e complementi di analisi matematica: vol. l
Enrico Giusti, Esercizi e complementi di analisi matematica: vol. 2
Angelo Guerraggio, Matematica generale
Hermann Haken e Hans C. Wolf, Fisica atomica e quantistica
Werner Heisenberg, I princìpiƒisici della teoria dei quanti
David A. Hodges e Horace G. Jackson, Analisi e progetto di circuiti integrati digitali
Charles Kittel, Introduzione alla ƒisica dello stato solido
Charles Kittel e Herbert Kroemer, Termodinamica statistica
Serge Lang, Algebra lineare
P. F. Manfredi, Piero Maranesi e Tiziana Tacchi, L'ampliflcarore operazionale
Jacob Millman, Circuiti e sistemi microelettronici
Jacob Millman e C. C. Halkias, Microelettronica
R. S. Muller e T. I. Kamins, Dispositivi elettronici nei circuiti integrati
Luciano Pandolfi, Analisi matematica 1
Athanasios Papoulis, Probabilità, variabili aleatorie e processi stocastici
Wolfgang Pauli, Teoria della relatività
B. Povh, K. Rith. C. Scholz e F. Zetsche. Particelle e nuclei: un 'introduzione at concetti fisici
Ilya Prigogine e Dilid Kondepudi, Termodinamica: dalle macchine termiche alle strutture dissipativo
Giovanni Prodi, Analisi matematica
Antonio Ruberti e Alberto Isidori, Teoria dei sistemi
Walter Rudin, Analisi reale e complessa
H. H. Schaefer, Introduzione alla teoria .spettrale
Edoardo Sernesi, Geometria I
Edoardo Sernesi, Geometria 2
I. M. Singer e J. A. Thorpe, Le ioni di topologia elementare e di geometria
Giovanni Soncini, Tecnologie microelettroniche
Guido Tartara, Teoria dei sistemi di comunicazione
Alberto Tesei, Istituzioni di analisi superiore
hange E hange E
XC di XC di
F- t F- t
PD

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
ENRICO GIUSTI
Y

Y
U

U
B

B
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
w

w
tr re tr re
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a k e r- s o ft w a

ANALISI MATEMATICA 2
TERZA EDIZIONE INTERAMENTE RIVEDUTA E AMPLIATA

PIAN() DELLA PRESENTE OPERA

VOLUME PRIMO: ANALISI MATEMATICA 1


VOLUME SECONDO! ANALISI MATEMATICA 2

/
\ ü "g-3- 8
"* *\(È
/`
rl " /`
»›,.
,f
a
I
..I

\ ¢
:~, \*""
\
\ '»=*.`*
n
\``


..
I.-
1I
;
J
I
1.

` - *› Inmi. s
I\il\.
3
Ir

. `* . I* ./ Sè?51
\ .
\.:. .. .«_f›;› I
\
1'
\

. `
. L

1
1
4 *-› «7
"'\
gn' :"\
sa
v

"
I
'r
\ fi
r
.
* r 'al
I 1 ,.r \

/
4
;..--..
-r
3 1
*L
`\
r

CEn

BOLLATI BORINGHIERI
hange E hange E
XC di XC di
F- t F- t
PD

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
Prima edizione 1983
B

B
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
Seconda edizione riveduta 1989
C

C
.c

.c
w

w
tr e tr re
ar
.

.
ac ac
k e r - s o f t wTerza edizione interulnemc riveduta e ampliata maggio 2003 k e r- s o ft w a

©2003 Bollati Boringhieri editore s.r.l.. Torino. corso Vittorio Emanuele II, 86
l diritti di memorizzazione elettronica. di riproduzione c di adattamento totale o parziale
con qualsiasi mezzo (compresi i microfilm e le copie fotostatiche) sono riservati
L`editore potrà concedere a pagamento l'autorizzazione a riprodurre una porzione non su-
periore a un decimo del presente volume. Le richieste di riproduzione vanno inoltrate al-
l'Associazione Italiana per i Diritti di Riproduzione delle Opere a Stampa (AIDRO). via del-
le Erbe. 2. 2()l2l Milano. el. 02/86463()91, fax 02/89010863
Stampato in Italia dalla Slampalrc di Torino
ISBN 88-339-5706-3
hange E hange E
XC di XC di
F- t F- t
PD

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
Indice
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
w

w
tr e tr re
ar
.

.
ac ac
k e r- s o ft w k e r- s o ft w a

Introduzione, IX

Analisi matematica 2

11. Il calcolo differenziale in più variabili, 3


1 1.1 Derivate parziali, 3
l 1.2 Funzioni differenziabili, 9
1 L3 Derivate successive, 14
1 1.4 Funzioni composte, 16
1 1.5 Massimi e minimi relativi, 19
1 1.6 Risposte agii esercizi. 25

12. Il calcolo integrale in più variabili, 28


12.1 U integrazione, 28
12.2 La misura degli insiemi, 30
12.3 Integrabilità delle funzioni continue. 35
12.4 II calcolo degli integrali doppi. 37
12.5 Il volume dei solidi. 43
12.6 Cambiamento di variabili, 49
12.7 Le coordinate polari. 57
12.8 Integrali impropri, 64
12.9 Risposte agii esercizi, 69

13. Successioni e serie di funzioni, 73


13.1 Successioni di funzioni, 73
13.2 La convergenza uniforme, 75
13.3 Serie di funzioni. 80
13.4 Le serie di potenze, 82
13.5* Approssimazione delle funzioni continue, 86
13.6 RispoSte agii esercii, 91
hange E hange E
XC di XC di
F- t F- t
Indice
PD

PD
VI

or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
to

to
14. Serie di Fourier, 93
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
w

w
tr re tr re
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a k e r- s o ft w a
14.1 Funzioni periodiche, 93
14.2 Sviluppi in serie di Fourier, 97
14.3 Convergenza delle serie di Fourier, 99
144* Una funzione continua che non è derivabile in nessun punto, 108
14.5 Notizie storiche, 109
14.6 Risposte agii esercizi, 118

15. Curve e superfici, 120


15.1 Curve in R", 120
15.2 Lunghezza di una curva, 125
163* Intermezzo: ruote quadrate, 134
15.4 Superaci, 137
15.5 Area di una superficie, 141
15.6 ll teorema delle funzioni implicite, 146
15.7 Massimi e minimi vincolati, 150
15.8 Risposte agii esercizi, 157

16. Forme differenziali, 163


16.1 Il lavoro di una forza, 163
16.2 Forme differenziali, 165
16.3 Forme esatte, 168
16.4 La formula di Gauss-Green, 175
16.5* Applicazioni della formula di Gauss-Green. 180
16.6 La formula di Stokes, 183
16.7 Risposte agii esercii, 185

17. Equazioni differenziali, 187


17.1 Introduzione, 187
17.2 Alcune equazioni speciali, 188
17.3 Il problema di Cauchy, 197
17.4 Prolungamento delle soluzioni, 203
17.5 Le equazioni lineari, 206
17.6 Equazioni lineari a coefficienti costanti, 208
17.7* Soluzioni numeriche, 215
17.8 Notizie storiche, 218
17.9 Risposte agii esercii, 223

18. Funzioni semicontinue, 225


18.1 Massimo e minimo limite, 225
18.2 Le operazioni algebriche, 230
18.3 Successioni, 234
18.4 Funzioni semicontinue, 237
18.5 Il teorema di Weierstrass, 239
18.6 Approssimazione delle funzioni semicontinue, 240
18.7 ll teorema di Dini, 242
18.8 Risposte agii esercizi, 244
hange E hange E
XC di XC di
F- F-
Indice t VII
t
PD

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
19. L"integrale di Lebesgue, 246
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
w

w
tr re tr re
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a
9.1 Introduzione, 246 k e r- s o ft w a

9.2 Funzioni semicontinue, 248


9.3 L'integrale di Lebesgue, 251
9.4 Successioni monotone, 253
9.5 Alcune estensioni del"integrale, 255
9.6 I teoremi di passaggio al limite, 259
9.7 La misura degli insiemi, 263
9.8 Insiemi di misura nulla, 265
9.9 Il teorema di Vitali, 268
9.10 Risposte agii esercii, 27/

20. Spazi funzionali, 273


20.1 Spazi metrici, 273
20.2 Insiemi densi, 277
20.3 Funzioni continue, 279
20.4 Successioni, 281
20.5 Spazi normati, 286
20.6 Insiemi compatti, 290
20.7 Il teorema di Ascoli-Arzelà, 294
20.8 Equazioni differenziali, 295
20.9 Risposte agii esercii, 298

Nota bibliografica, 301


Indice dei simboli, 303
Indice analitico, 305
hange E hange E
XC di XC di
F- t F- t
PD

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
w

w
tr re tr re
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a k e r- s o ft w a
hange E hange E
XC di XC di
F- t F- t
PD

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
to

to
Introduzione
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
w

w
tr re tr re
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a k e r- s o ft w a

Questo secondo volume, che concludo il corso di Analisi matematica. si articola


in due parti distinte. La prima, che prende i capitoli l 1-16, costituisce il completa-
mento della teoria svolta nel primo volume, essenziale per ogni studente di matemati-
ca, di fisica, di informatica e di ingegneria. I primi due capitoli trattano del calcolo
differenziale e integrale in più dimensioni, con particolare attenzione al caso di due o
tre variabili.
Vengono introdotti i concetti base del calcolo: le derivate parziali con lo studio dei
massimi e minimi delle funzioni a più variabili, l'integrale multidimensionale secon-
do Riemann, una naturale generalizzazione di quello studiato nel primo volume.
Seguono poi due capitoli nei quali si studiano le successioni e le serie di funzioni,
con particolare attenzione per le serie di potenze e per le serie di Fourier, e infine due
ulteriori capitoli con la teoria elementare delle curve e delle superfici, e le prime no-
zioni sulle forme differenziali. Insieme al corso di Analisi l , questa prima parte, che
può essere svolta in un semestre, dà allo studente le conoscenze indispensabili per af-
frontare i corsi superiori di Analisi, e le competenze necessarie per gli studi tecnico-
scientifici.
La seconda parte, anch'essa pensata per un semestre, riprende approfondendoli al-
cuni argomenti che non era stato possibile trattare in precedenza, o che avevano avuto
uno spazio necessariamente ridotto. In primo luogo, vengono affrontate le equazioni
differenziali, già studiate nel primo volume dal punto di vista delle tecniche di solu-
zione di quelle più comuni nelle applicazioni, e ne viene sviluppata la teoria generale,
in particolare per quanto riguarda l'esistenza e l`unicità delle soluzioni del problema
di Cauchy. Segue poi un capitolo piuttosto breve sulle funzioni semicontinue, soprat-
tutto in vista del loro uso nella teoria dell'integrale di Lebesgue, che viene svolta nel
capitolo successivo. Infine l'ultimo capitolo introduce in maniera sintetica alcuni
spazi funzionali: spazi metrici, spazi di Banach e di Hilbert, dando un quadro teorico
unitario a nozioni, come ad esempio quella di convergenza uniforme, che erano state
hange E Change Ed
XC Introduzione F-X
PD
F- X dit it

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
introdotte in precedenza. Pur essendo soprattutto un complemento alla teoria svolta
B

B
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
nei tre semestri precedenti, quest'ultima parte non manca di una sua logica e di truna
C

C
.c

.c
w

w
tr re e
ar
.

.
ac a
k e r- s o ft w a cke
r- s o ft w
sua coerenza interna.
Come sempre, ogni capitolo o gruppo di capitoli del testo è integrato da note stori-
che che riassumono le linee di sviluppo della materia svolta.
hange E hange E
XC di XC di
F- t F- t
PD

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y Analisi matematica 2

Y
U

U
B

B
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
w

w
tr re tr re
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a k e r- s o ft w a
hange E hange E
XC di XC di
F- t F- t
PD

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
w

w
tr re tr re
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a k e r- s o ft w a
hange E hange E
XC di XC di
F- t F- t
PD

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
Capitolo 1 l
B

B
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
w

w
tr re tr re
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a k e r- s o ft w a

Il calcolo differenziale in più variabili

11.1. Derivate parziali

Quando si passa dalle funzioni di una variabile a quelle di più variabili, solo alcuni
dei concetti e dei risultati introdotti per funzioni di una variabile trovano una loro ge-
neralizzazione immediata, altri devono essere profondamente modificati, altri infine
valgono solo in una variabile e cessano di essere veri nel caso generale. In questo ca-
pitolo esamineremo in dettaglio come si trasforma il calcolo differenziale nel passag-
gio da una a più variabili, cercando di mettere in luce le analogie e le differenze. Per
fissare le idee, ci limiteremo spesso al caso di funzioni reali di due variabili, anche se
tutti i risultati e le definizioni possono essere facilmente estesi al caso di Il variabili, al
prezzo però di complicare ulteriormente delle formule già abbastanza complesse.
Consideriamo una funzione f(x, y) di due variabili reali, e supponiamo di tenei fis-
sata una delle due variabili, ad esempio la seconda, e di far variare solo la prima. Ot-
terremo così una funzione della sola variabile x, se questa è derivabile diremo che la
funzione f(x, y) animette derivata parziale rispetto a x. Tale derivata parziale si indica
con il simbolo

ai
ex .
Si ha per la definizione di derivata:

åf + h, y)-./l(x. y)
lim f(x
ex ( x , ,v) II-›() h

Analogamente. se si fa variare la .v tenendo fissa x. si ottiene la derivata parziale ri-


spetto a _v:

af (x, y) li f i i , .v + k ) -ƒ(x¬ _v)


ây k -›0 k
hange E Change Ed
XC
PD
F- 4 dit Il calcolo diƒterenziale in più variabili | Cap. I IF-X it

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U
ai 0 af si usano ì simboli abbreviati f, e fl.. Una definizione si-

U
B

B
to

to
Spesso invece di
ex
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
åy
C

C
.c

.c
w

w
tr re tr re
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a k e r- s o ft w a
m i e valo nel caso di tre o più variabili. Seƒ(x), x = (XI, X2, x,,), è una funzione di
n variabili, potremo fissare tutte le variabili ad eccezione di xi, e considerare f come
funzione solo di quest'ultima. Se questa funzione è derivabile, diremo che.f(x) ha de-
rivata parziale rispetto alla variabile Xi- Tale derivata parziale verrà indicata con uno
dei simboli

åf
Dm f;, O fl.
åvc,
Q

Una funzione che possiede tutte le derivate parziali in un punto X0 si dice derivabi-
le in Xo- Se poi la funzione fammette derivate parziali in ogni punto di un insieme E,
diremo chef derivabile in E.
Nella pratica, per calcolare ad esempio la derivata parziale rispetto a x di una funzio-
neflx, y) di due variabili, si tratta la .v come una costante, e si deriva la funzionef(x, .v)
come se fosse una funzione della sola x. Analogamente, la derivata parziale rispetto a
y si calcola considerando costante la x e derivando flx, y) come se fosse una funzione
della sola y.

l.v
Esempio 11.1 La funzione.f(x, .v) : ex è derivabile in R 2 e si ha 9

ag
2x.»›@*-*
ex
â X 'v
.
= x2e"". EJ
iv

Esempio 11.2 La funzione


v
xi'
se (x, .v) ¢ (O, 0)
f(x, y) x ._
+ y4
0 se ( x , y ) ¢ (0, ())

ammetto derivate parziali in (O, 0). Infatti se teniamo fissa y = 0 e facciamo variare la
sola x, si ha.f(x, ()) E 0, e dunque la derivata rispetto a x in ((), ()) è 0. Lo stesso vaie per
la derivata rispetto a y. . E1

Il vettore che ha come componenti le derivate parziali D,.fsi chiama gradiente della
funzione e si indica con uno dei simboli

va gradf O Df.
Seƒè derivabile in A, il suo gradiente Vfè un campo vettoriale in A (vedi cap. 4 § 3)-

Esempio 11.3 La funzioneƒ(x, .v, z) = 3xz - xlogy è definita nel semispazio y > 0.
hange E hange E
PD
F-
XC di
11.1t I Derivare parziali 5F-XC di
t

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
Si ha
B

B
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
w

w
tr tr
re åf åf x åf re
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a k e r- s o ft w a
32-logy 3x
ex åy y åz

e dunque il gradiente diď il vettore va= 3: - logy,


y
,3x . C1

Le derivate parziali sono un caso particolare di derivate lungo una direzione. Con
il termine direzione intendiamo un vettore v di lunghezza | | v1l = l. Se x è un punto di
R", al variare di I in R il punto x + t v descrive una retta che passa per il punto x e ha
direzione determinata da v. Se X e v sono fissati, la funzione

g(I) = f ( x + tv)
è una funzione della sola variabile t. La sua derivata nel punto t = 0, se esisto, si chiama
derivata della funzione nella direzione v:

åf + iv)-f(x) .
g'(0) lim ƒ(x [11.l]
aV (x) r-›0 I

Si vede subito che la derivata parziale rispetto alla variabile x, non è altro che la de-
rivata lungo la direzione dell'asse delle xi, cioè lungo il vettore ai che ha le componen-
ti tutte nulle, ad eccezione della i-esima, che valo 1. Ad esempio, in due variabili la
derivata rispetto a x è la derivata lungo la direzione e, = ( l , 0) dell'asse delle x, quella
rispetto a y è la derivata lungo la direzione e2 = (0, l).
Si ha più in generale

g'(t) = gf (x + tv). [ll.2]

Infatti, posto x, = x + tv, risulta

g(t+h) g(t) f(x, + hv) -f(x,) åf


g'(t) = hlim
-›0 h
li
h --›0 h iv
(x,).

Esempio 11.4 Calcoliamo la derivata della funzione .f(x, y) = x2y -- e.r + V lungo la

direzione v = . S i ha

'I

X+ í, y +
or x+
r 2
y+
V-3 e
.x+»~+1l.-+
fu \
8(/)=f
.__

2 2 2/

e quindi

af
(x, y ) = 8 ' ( 0 ) = x y + x2 lex* Y
D
iv 2
hange E Change Ed
PD
F-
XC 6dit Il calcolo dijferenziale in più variabili I Cap. I IF-X it

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
Esempio 11.5 La funzione del"esempio 11.2 ammetto in (0, 0) derivate in ogni
B

B
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
direzione. Sia infatti v = (vi, U2) una direzione. Si ha
C

C
.c

.c
w

w
tr re tr re
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a k e r- s o ft w a
2
af
av (0, 0)
: 1% f u fw-f(0, 0› - l i v1v2
1-›0v+t2vÉ
Si devono ora distinguere due casi: se v, = 0 la quantità a secondo membro vaie
U:2
sempre 0, e quindi anche il limite è0, se invece v, ¢ 0 il limite valo In conclusione:
U1

0 vl-0
åf 2
(O, 0) U2
iv v1¢0 D
UI

Alcuni dei teoremi dimostrati nel capitolo 8 per funzioni di una variabile si esten-
dono alle derivate parziali e a quelle lungo una direzione.
Ad esempio

Teorema 11.1 Se una funzíonef t A -› R ha un massimo O un minimo relativo in


un punto X0 interno ad A, e se ammetto in X0 la derivata lungo una direzione v, allora

åf
(Xi) - 0
iv

Dimostrazione La funzione g(t) =f(xo + tv) è definita in un intorno di t = 0, dovo


ha un massimo o un minimo relativo. Di conseguenza la sua derivata in 0 (che per de-
finizione è la derivata di fnella direzione v) si annulla. 0

In particolare, se xi è un punto di massimo O di minimo relativo per una funzionefl


eƒè derivabile in Xo» le sue derivate parziali sono tutte nulle, il punto X0 si dice allora
stazionario. Pertanto i massimi o i minimi relativi di una funzione fin un insieme A (e
a maggior ragione quelli assoluti, che per il teorema di Weierstrass esistono se.f è
continua e A è chiuso e limitato) possono cadere:
1. sulla frontiera BA di A,
2. nei punti interni dovefnon è derivabile,
3. nei punti stazionati.

Nel caso di una sola variabile, questi punti erano usualmente in numero finito, e un
confronto tra i valori della fin essi permetteva di trovare il massimo e il minimo assolu-
ti. In più variabili questo non è più vero, dato che in genere la frontiera di A è costitui-
ta da un numero infinito di punti.

Esempio 11.6 Si calcoli il massimo e il minimo della funzione

f(x, y) = (x2 + yz 1 )e" + v


nel cerchio chiuso C di centro l'origine e raggio 1
hange E Change Ed
PD
F-
XC di
11.1 t I Derivare parzialí 7F-X it

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
Il cerchio C è costituito dai punti (x, y) con X2 + yZ s l , la sua frontiera è la circon-
to

to
ww

ww
om

om
k

k
x2 + yz = l . La funzione f vale 0 in ogni punto della frontiera di C, dato che
lic

lic
ferenza t r in
C

C
.c

.c
w

w
tr re e
ar
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a ke ft w
C essa è sempre sO, il valore massimo sarà 0, assunto in tutti i punti della frontiera ò*C.r - s o
Per trovare il minimo, cerchiamo i punti stazionati, per i quali deve essere

+ y
Sottraendo le due equazioni si ha 2(x Y)e' = (), da cui x = y. Sostituendo nella
prima equazione, si ha (2x + 2x2 - l )e?-" = (), e dunque 2x + 2x2 1 0, che ha soluzioni

x
Va 1
e x
1
2 2
\/í I V3-+ 1
La prima di queste soluzioni dà luogo al punto a 9 che non ap-
2 2
partiene al cerchio A, dato che

V-3 + 1 2
+
va 1
'›

2+v§>1;
2 2

la seconda conduce al punto ( 9 che appartiene ad A, essendo

Si ha
g 1 Va 1
\

"í - l
fu (l
W )()\
che è il valore minimo della funzione.
Si sarà notato che la funzione aveva lo stesso valore in tutti i punti della frontiera,
che quindi at fini del massimo e del minimo valevano come uno solo. Grazie a questa
circostanza abbiamo potuto dare una risposta positiva, altrimenti avremmo dovuto
considerare gli infiniti punti della frontiera, e avremmo avuto bisogno di ulteriori in-
dagini. Riprenderemo questo problema nel capitolo 15. E1

Un secondo teorema che continua a valere in più variabili è un analogo del teorema
di Lagrange. Consideriamo una funzioneflx), definita in un insieme A C R ll. Sia X0 un
punto interno ad A, e sia v una direzione. Se I(X0, r) è un intorno di X0 contenuto in A,
la funzione g(s) =f(X0 + sv) è definita per | S < r. Per il teorema di Lagrange in R si ha
allora:

f(X0 + sv) -f(x(›) = 8( s) - g( 0) = sg'(T)

dovo re un numero compreso tra () e s. Ricordando allora la [ 1 l.2], si ottiene:

af (x
f(X0 + sv) -f(X 0) s
Öv
0 + tv). [ll.3]
hange E Change Ed
XC
PD
F-
di
8t Il calcolo diflerenzìale in più variabili I Cap. IF-IX it

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
In particolare, se x0 = (xi, Yo) e se prendiamo v = (1 , 0) e s = x - xi (questo corrispon-
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
w

w
tr dewaa r etenei fissa y = Yo e a far variare la x), otteniamo tr
ar
e
.

.
ac ac
k e r- s o ft k e r- s o ft w

ãf

,W
f<*~ y (
ai (š›0) x _ X 0 )
: I
[11.4]

.0)_ƒ(X0
con 5 = X0 + 1 compreso tra X0 e x.
Analogamente, se si fissa x = X0 e si fa variare la y, si ottiene

-f (X 0›
af - [1 l.5]
f(X0› y) Yo) by (X0› 11)(.v Yo)
con n compreso tra )'0 e y.
Queste due formule saranno utili nel seguito.

Osservazione 11.1 Osserviamo che i risultati precedenti valgono solo per funzio-
n i f a valori reali, e cessano di valere se la funzione f(x) è a valori vettoriali, cioè se
mandaA in R k,con k > 1.
Se indichiamo confl(x), i = I , 2, ...., k, le componenti di f(x), possiamo certamente
applicare a ognuna delle la [ 1 l.3]:

öfi
fi(X0 + .sv) -fi(X0) - s Öv ( X n + T i V ) »
¬ [ll.6]

ma i numeri T, saranno in generale diversi tra loro, e non ci sarà nessun TCOTDPTCSO tra
0 e s, tale che

af
f(xo + sv) - f(x0 ) . c v (Xi + Tv).

Se però si pone

af
L = up 9

](X0. s ) Öv

si ha dalla [1 1.61

lf,(x0 + sv) -f1(X0) S Ls

per ogni i I 1, 2, k, e quindi

II f(x0 + sv) - f(X0) is Ms


con M = WL. Molte volte anche questa versione più debole del teorema di Lagrange
può essere usata con profitto. D
hange E hange E
XC di 9F-XC di
PD
F- 11.2t | Funzioni differenziabili t

PD
or

or
! !
W W
O O
N N
Y Y
U U
B B
to to
k k
ww

ww
om

om
lic lic
C Esercizi .c
C

.c
w

w
tr re tr e
ar
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a ke r- s o ft w

11.1. Calcolare le derivate parziali delle seguenti funzioni:


_ x
1 x3ya 3. x2y s e x y 5. arctg 7.
y
3
4. \/~x2 + yz 6. log(x2 + yz) 8. tg ( x + yz)

11.2. Calcolare le derivate delle funzioni precedenti lungo la direzione


v
I ma
l e verificare
..
9
.
che S l ha
åf (x,
iv
y) =f.(x w. +.fi(x. w.
åf _ _ åf
11.3. Dimostrare che
å(-v)- âv'
11.4. Trovare il massimo e il minimo assoluti della funzione x(l x2 4y2) nel-
l'ellisse xz + 4y2 s 1.

11.2. Funzioni differenziabili

Le derivate direzionali riflettono la molteplicità delle direzioni nelle quali ci si può


muovere a partire da un punto x ER", in contrasto con Tunica possibilità nel caso di
una variabile. Esse però non esauriscono completamente il passaggio da una a più varia-
bili, nel senso che alcune proprietà valide in una variabile non si trasmettono alle fun-
zioni derivabili in più variabili. Ad esempio, uno dei risultati che abbiamo dimostrato
nel teorema 8.1 stabiliva che una funzione derivabile in un punto x è continua in x.
Questo risultato non vaie in più variabili, nemmeno se si suppone che la funzione
abbia derivata in ogni direzione.

Esempio 11.7 Abbiamo visto nel paragrafo precedente che la funzione


xyz
se (x, y) ¢ (0, 0)
.f(x, .v) x2 + }4
0 se (x, y) = (O, 0) Il 1.8]
ha derivate in tutte le direzioni nell'origine. D°altra parte la funzionefnon è continua in

(0. 0). Consideriamo infatti i punti xi 9 che quando k -› oo tendono a (O, 0). Si ha
1
2k* 1
f(xk)
1 1
F +F
per ogni intero positivo k.
hange E hange E
XC XC
PD
F-
di
10
t II calcolo difierenziale in più variabili I Cap. FI- I di
t

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
Se ora la funzioneffosse continua in ((), ()). essendof((), ()) = 0, dovrebbe esistere
to

to
ww

ww
om

om
k

k
<;
lic

lic
C

C
.c

.c
w

w
tr re tr re
.

.
ac a
un intorno I di ((), 0) tale che [f(x, y)l
k e r- s o ft w a cke
in I. Questo è assurdo, poiché prendendo r -k
s o ft w
a

abbastanza grande i punti Xi appartengono a I, e.ƒl(x,,) =

A maggior ragione poi non esisterà il piano tangente al grafico della funzioneƒ(x, y)
nel punto (0, 0, 0). D

Ricordiamo che, nel caso di una variabile, la retta tangente al grafico della funzio-
ne .y =.f(x) nel punto (-Y0, flx0)), di equazione .v =flX0) +ƒ' (X0)(X - xi), è Tunica retta
passante per il punto (x(),flx0)) per la quale la differenza tra il valore della funzione e
quello dell'ordinata corrispondente della retta tenda a zero più velocemente di x - xi:

. f ( X ) -f(-Yo) -f' (-'C(›)(-Y - -Y0)


lim 0.
X -› .\() X -..
-'fo

Questa definizione si può generalizzare al caso di più variabili.

Definizione 11.1 Unaƒì4n:i(›ne.ƒ(x) si dice differenziabile nel punto X0 se è deri-


1
vabíle in Xi e se
f(x) -f(X u) (Vf(X0)› x - Xo)
lim 0 [ l 1.9]
x -› x.
11x - Xoll
Segue subito dalla definizione che

Teorema 11.2 Unufimzione díƒjerenzìubile in X0 è continua in X0- Inoltre essa è de-


rivabile in ogni direzione, e si ha
ai = (Vf(Xo),V)- [ l 1.l0]
iv (X0)

Dimostrazione Siafdifferenziabile in X0- Cominciamo a dimostrare che è continua.


Si ha

f(x) -f (X 0)
f ( x ) `f(X0) - (Vf(Xo). › H x - x ol +(vf(x0›,
X0
Xu)-
HX-MM
Quando x -› xi, i due termini a secondo membro tendono a 0, e quindiƒlx) -›ƒ(x0),
cosicchéfè continua in X0-
Veniamo ora alla seconda parte del teorema. Sia v una direzione, e sia X = X0 + rv.
Quando r -› 0, si ha x -› X0› e quindi per la [1 1.91
f(X0 + tv) -f(X0) - (Va(Xo)¬ t v )
lim '= 0.
1-›0 r

I
Ricordiamo che con (v. w) si indica il prodotto scalare tra i vettori v e w (vedi cap. 3 § I)-
hange E hange E
XC XC
PD
F- 11.2dit I Funzioni difièrenziabili 11 F-
di
t

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
Per la definizione di prodotto scalare. si ha (Vflx 0). tv) = I(Vflx()), v), e quindi
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
w

w
tr re tr re
.

+ tv)

.
ac ac
k e r- s o ft w a f(X0 -f(X0) k e r- s o ft w a
lim (Vf(X0)¬ V)-
/-›0 r
che è esattamente la [1 l.10J. U

Notiamo che la [1 l.l()] non valo sei; pur avendo derivate in ogni direzione, non è
differenziabile in X0. Ad esempio. la solita funzione [1 1.81 ha ambedue le derivate
parziali nulle in (O, 0), e dunque Vf((), ()) = (O, 0), mentre le derivate lungo le altre di-
rezioni sono diverse da zero, di conseguenza non può valere la relazione [1 l.l0].

Osservazione 11.2 A differenza delle funzioni di una variabile, il grafico di


quelle di due o più variabili richiederebbe almeno tre dimensioni, e quindi non si pre-
sta a essere disegnato su un piano. Così, mentre si può tracciare un grafico che riporta
il profilo altimetrico di una strada (cioè l'altezza sul livello del mare di ogni punto di
questa), in una carta topografica, che descrive una regione a due dimensioni, non è
possibile riprodurre l`altezza sul livello del mare dei vari luoghi. Per questo si usa il
semplice artificio di riportare le cosiddette linee di livello, cioè delle linee che si tro-
vano tutte alla stessa altezza sul livello del mare. Se si indica conƒ(x, y) l°altezza del
punto (x, y), le linee di livello hanno equazione.f(x. .v) = k. Al variare della costante
k si ottengono dunque differenti linee di livello, viaggiando su una di esse si resta sem-
pre alla stessa altezza, mentre andando in direzioni diverse si sale o si scende più o meno
a seconda dell'angolo che la direzione data fa con la linea di livello da cui si era partiti.
La salita più ripida si ha quando si va nella direzione del gradiente dia Supponia-
mo di partire da un punto X0. che supponiamo non stazionario (Vf(X0) ¢ 0), e poniamo

V/(X(›)
v
I I V_f(X()) Il
Il vettore v ha la direzione del gradiente, e si ha

go (Xo) : (Vf(X0)¬ v) = ì vf(x0) I I


Se invece si prendo una qualsiasi altra direzione w, si ha

N l
_,(X0) = (vf(x0›, w›l s II va›«,› 11lwll = H vf(›«,› ì ì
Si ha dunque

gw(X0) s go (Xo)š

la pendenza della funzionefnella direzione del gradiente è maggiore di quella in ogni


altra direzione. U
hange E Change Ed
XC
PD
F-
di
12
t Il calcolo differenziale in più variabili I Cap. F1-XI it

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
Sempre dalla definizione di funzione differenziabile segue che il piano di equazione
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
w

w
tr re tr r e
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a z :f(X0› Yu) -- Xo) +fÃ(-Xo» _V0)()' - Yo) k e r- s o ft w a
[11.111
X 0 › )'0)(-*
+'t(
è quello che approssima meglio il grafico z=f(x, y) in un intorno del punto (xi, yo,
f(x0, y(,)). Infatti, se z =f(X0~ io) + a(x - Xo) + b(y -- Yo) è un generico piano passante per
questo punto, si ha

lim f(-X» .\¬) -f(X0¬ Yo) - a( x ' X0)


'
b(ݠ Yu)
)
(x, .*:) - (re, .va) 7
=0
V(x - X0)2 + (y - .V0)`
se e solo sefè differenziabile e (a, b) è il gradiente dia cioè se a =fu(xo~ Yo) e b =j§.(x0, Yo)-
Di conseguenza, la [ l l.l II è l'equazione del piano tangente alla superficie z =ex, y)
nel punto (Xo, ,V0›f(X0› .V0))-

Osservazione 11.3 Come nel caso di una variabile (vedi osservazione 8.3) si può
interpretare quanto detto finora in termini di incrementi infinitesimi delle variabili in-
dipendenti x, e della funzione Quando a ognuna delle variabili x,- si assegna un in-
cremento infinitesimo di, la funzione f riceve un incremento df(x) =f(x + dx) -f(x).
Risulta allora

E D,ƒ(x)dx,.
Il

df(x) : 111.121

La quantità dix) si dice diflèrenziale (0 anche differenziale totale) della funzione


f nel punto x, essa è uguale alla somma dei prodotti delle derivate parziali per gli in-
crementi infinitesimi delle rispettive variabili. Oggi si preferisce evitare l'introduzio-
ne di incrementi infinitesimi, e si interpreta la relazione precedente come una relazio-
ne tra funzionali lineari su R". Noi non insisteremo oltre su questo punto, e non parle-
remo di differenziale che sporadicamente, per lo più nelle note storiche. [1

Torniamo ora al rapporto tra derivabilità e differenziabilità. Come abbiamo detto.


la differenziabilità di una funzione implica la sua derivabilità in ogni direzione, men-
tre non è vero il viceversa. Si ha però il seguente

Teorema 11.3 (del differenziale totale) Supponiamo che laƒUnzioneflx) abbia


derivate p a r i o l i in un intorno di X0› e che queste siano continue in X0- Allorafê diffe-
renzíabile in Xo-

Dimostrazione Per semplicità, consideriamo solo il caso di due variabili. Dobbia-


mo far vedere che la quantità

f(x. y) 'f(-Yo» Yo) '.fu(Xo› )'0)(X - X0) -Â(-(›¬ .V0)(,V


. -

Yo)
/
V (x - Xi): + (y ` }'0)2
hange E hange E
XC d XC di
F- 11.2it | Funzioni diflferenziabili 13 F- t
PD

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
tendo a zero quando il punto (x, y) tende a (xi, yo). Per questo, cominciamo col valuta-
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
re la differenza f(x, y) -ƒ(x(), yo). Per il teorema di Lagrange (vedi la sezione preceden-
.c

.c
w

w
tr re tr re
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a k e r- s o ft w a
te) esistono due numeri, compreso tra X0 e x, e T] compreso tra Yo e y, tali che

f(X› Yo) -f(X0› Yo) =f}(~*š, )'0)(X - Xo)


f(x, y) -f(x, Yo) =fi~(x, †1)(y - Yo)

I (x, v)

(x, n)

I
I

(XO: Yo) (51 Yo) Figura 11.1

Sommando le due equazioni membro a membro i termini f(x, Yo) si cancellano, e si


ottiene

f(X, y) - f( X( ), Yo) =f(š› _Y0)(X X0) +ƒl~(x, 7'])(y Yo)

e dunque

f(x, y) -f(X0¬ Yo) *fx(X0» Yo)(X - Xo) -fi (X 0› .Yo)()' - Yo)


V~(x - Xo): + (y - Yo):

x - xi
(12(š, Yo) - f ( X 0 › )"0)) v
+
(x - x0)2 + (y - .V0)'

Yo
. . -

.y
+ (.fu(-Xv N) -fv(X0¬ )'0))
Va-+w Yo)
2

Le due frazioni a secondo membro sono ambedue minori O uguali a 1 in valore as-
soluto, e quindi il modulo della quantità a primo membro si maggiora con

lf..(š Yo) -fu(-Xo» Yo) + lfl(x, TI) -fv(X0› Yo) I


Se ora facciamo tendere (x, y) a (xi, yo), anche i punti (åj, Yo) e (x, U) tenderanno a
(X0› .V0)- Per la continuità delle derivatef ex., 1`ultima quantità tenderà anch'essa a 0,
e il teorema è dimostrato. C1

Una funzione derivabile in un insieme E e con derivate continue si dice di classe


C' in E:ƒE C'(E). Per il teorema precedente una funzione di classe C' è differenzia-
bile in ogni punto di E. Analogamente, una funzione che ha derivate parziali di ordine
m (vedi sotto) continue in E, si dice di classe CM in E. Per analogia, una funzione con-
tinua in E si dice di classe C".
hange E Change Ed
XC di -X
F- 14
t ll calcolo differenziale in più variabili | Cap.F I l it
PD

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
Esercizi
w

w
tr re tr re
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a k e r- s o ft w a

11.5. Calcolare il gradiente Vfdelle seguenti funzioni, e verificare che siano diffe-
renziabili.
H

1.x+y 3. II 12 5. 2 a,jx,xj
i,! = I
4. €›1xli
1
2. (x, XO)

11.3. Derivate successive

Come nel caso di una variabile, se una funzione f è derivabile in un insieme E, si


possono derivare le derivate prime, ottenendo le derivate seconde, e poi via via le deri-
vate terze ecc. Siccome ci sono n derivate parziali, e ognuna di esso avrà ancora n de-
')
rivate parziali, ci saranno n* derivate seconde, 113 derivate terze, e così via.
La derivata seconda fatta prima rispetto a Xi e poi rispetto a x, si indica con uno dei
simboli

a2f Dm; Dikƒl oppure ƒk-


axiaxk 9 or,x¬

Sorgono qui alcuni problemi che non si presentavano nel caso di una sola variabile.
Mettiamoci per semplicità nel caso di una funzione f(x, y) di due variabili, facciamo-
ne la derivata rispetto a x e poi deriviamo ancora rispetto a y: otterremo la derivata se-
condaƒ \.r . Se invece invertiamo l'ordine di derivazione, avremo la derivatafte.
Notiamo che le due derivate ƒ . ex possono essere diverse, come si vede da1l'e-
sempio che segue.

Esempio 11.8 Calcoliamo le derivate seconde miste della funzione


3 3
X y xi
se (x, .v) ¢ (O, 0)
f(x, .v) X2 + _\8
0 se (x, y) = (0, 0)

nelllorigine.
Si ha

' Q ,›) f(h, y) f( 0 J) . I I..' -- Y 3


ƒ"( v
li =11m y
h-›() h h - › 0 /'12 + yz
e quindi, derivando ancora rispetto a y,ƒ,.,(0, 0) 1 Analogamente, risultaƒ\.(x, 0) x,
e dunquefn.(0, 0) = 1 ¢.ƒ\..(0, 0). [
hange E Change Ed
XC
PD
F- 11.3!it
d
I Derivate successive 15 F-X it

PD
or

or
!
W W
O O
N N
Y Y
U U
B B
k
to Vale però il seguente k
to
ww

ww
om

om
lic lic
C C
.c

.c
w

w
tr re tr e
ar
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a ke r- s o ft w
Teorema 11.4 (di Schwarz) Se la funzioneƒ(x, y ) ha derivate parziali miste in un
intorno Idelpunto ( x , y), e queste sono continue in ( x , y), allora sono uguali in questo
punto: .f-(-*, y) = . / ( x , Y).

Dinzostrazìone Siano h e k due numeri reali tali che il punto (x + h, y + k) sia con-
tenuto in 1, e sia

A(/1, k) =ƒ(x + h, y + k) - f ( x + h, y) ~f(x, y + k) +f(x, y).

(x, y + k) (š, y + k) ( x + h, y + k)
I
(x, r ) -† ( x + h, I)
155 I
I
(š,n)?
I
(x,y) (š, y) ( x + h, v)

Figura 11.2

Se poniamo p(t) =f(t, y + k) -fl/, .v), si ha A(h, k) = p(x + h) -- p(x), e per il teore-
ma di Lagrange:

A(I1. k) =po' (š)h = u.(:, .v + 1<> -f.(:,.v)]h


deve še compreso tra x e x + h.
Applicando di nuovo il teorema di Lagrange alla funzione g, 1), la quantità tra
parentesi quadre sarà uguale aƒ.,(§, n)k, con T] compreso tra .y e y + k. In conclusione
.
A(h, /<› =fi..(«:, mhk.
Analogamente, posto cI(1) =ƒ(x + h,r) -f(x, I), si ha AULA, k) = q(y + k) - ¢1(.v), e per il
teorema di Lagrange

A(h, k) = quo(r)k = [Â(x + h, r) -fl.(x, r)Jk =f.¬(0¬ 'c)hk

deve o e I sono compresi rispettivamente tra x e X + h, e tra y e y + k.


Si ha dunque

ma, n) =.fí-.(<t, I).


hange E Change Ed
XC di -X
F- t Il calcolo diflerenziale in più variabili | Cap.F 1 I it
16
PD

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
Se ora facciamo tendere h e k a zero, sia il punto (§, 17) che il punto (o', I) tenderan-
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
no a (x, y). Per la continuità delle derivate miste,fl..(§, rI) tenderà ajÃ..(x, y) ef.(0',
.c a c 1) a a r e

.c
w

w
tr r e tr
.

.
ac
k e r- s o ft w a k e r- s o ft w
f .\.(x, y). Si ha dunque
Ji-(x, y) = f - ( x , y)

e il teorema è dimostrato. U

Lo stesso risultato val per funzioni di più variabili: se le derivate Düfe Djfesisto-
no in un intorno del punto X e sono continue in x, allora sono uguali in X. Valo poi
anche un analogo del teorema per le derivate di ordine superiore, ad esempio se le de-
rivate terze D,jkfe D ƒ e s i s t o n o in un intorno di X e sono continue in x, sono uguali in
questo punto. Così se ad esempio tutte le derivate terze di una funzione esistono e
sono continue, non importa dire in che ordine le derivate vengono eseguite, ma solo
rispetto a quali variabili sono effettuate. In questo caso, quando si dice: "la derivata
terza fatta due volte rispetto a x e una rispetto a y", non importa specificare quale deri-
vata si fa per prima, quale per seconda e quale per terza.

Esercizi

11.6. Calcolare le derivate seconde delle funzioni seguenti:

1. x2y+xy 3. e" sen (x + y) 5. xy + 22x


2. x+senxy 4. x z f x l a r c t g y

11.4. Funzioni composte

Anche nel caso di funzioni di più variabili valo una formula per la derivata di una
funzione composta, con in più la varietà delle situazioni derivanti dal numero delle
variabili.
Nel caso generale avremo il seguente

Sia E C R es x(t) = X(tI, 12, ---Jk) unaƒunzione che manda E in F C R


17
Teorema 11.5 9

eƒ(x) =ƒ(xI, x2, ....,x,,) una funzione che manda F in R . Supponiamo che tutte queste
funzioni siano di classe C ' .
Allora anche laƒunzíone composta g(t) =ƒ(x(t)) è di classe C ' , e si na per ogni di-
rezione v:

88
av (t) vf(x(¢)), j (0› [11.13]

dovo con
ex si è indicato il vettore che ha come component: åx1 ax2 , 8-Xn
av av av 9
iv
hange E hange E
XC d XC di
F- 17 F-
11.4it | Funzioni composte t
PD

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
In particolare, se v è la direzione del 'asse /i,
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
w

w
tr re tr re
af
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a
åg a 0 . k e r- s o ft w a

81,
:
vf(x(¢››,
ate 2 Q., (x( t )) Â? (¢›. [1 l.14]

Dimostrazione Si ha

8(1 + /zv) - . g(0) =f(x(t + hv)) -ƒ(x(0)) =f(x(t) + [x(t + hv) --


x(0)]) -f(x(t)).

x(t + hv) x( t ) . . .
Se si pone S = llx(t + hv) - x (t ) ew
S
, Sl ottiene per la [1 l.3].

go + hw) -.. g(t) =f(x(¢› + sw) -f(x(t)) = s


âw
(x(0) + rw)

con compreso tra 0 e t. Tenendo conto della [ 1 l . l 0 ] , si ha allora:2

g(t + hv) - g(t) = s(Vf(x(t) + tw), w)-

Se ora dividiamo per h, e ricordiamo la definizione di w, otteniamo

g(t + hv) 8(0) x(t + hv) x(t)


h
vf(x(0+T W), h
[1 l . l 5 ]

Quando h -› 0, tendono a zero anche s = | x(t + hv) - x(t) | e r, che è compreso tra
0 e s, mentre

x(t + hv) x(t)


tendo a
a j (t)
h

La [1 1.3] segue allora passando al limite nella [11.l5] e tenendo conto della conti-
nuità di V f . U

Un caso interessante si ha quando k = 1, ossia quando x(t) è una curva. In questo


caso g(t) è una funzione di una sola variabile, e la [1 l.l4] diventa:
Il
åf
g'(/) (X(f))X},(f) :
(Vf(X (I)). X'(f)) - [ l 1.16]
8-Xh
h 1

dovo x ' ( t ) è il vettore velocità, che ha come componenti le derivate delle componenti
di x(t):

x'(t) (x.(/), xå(r), xi,(I)).

La derivata g ' si chiama anche derivata della funzioneflungo la curva x(t).

2
Osserviamo che abbiamo tacitamente supposto che s ¢0, cioè che x(t + hv) x(t) ¢0. D°altra pane, la relazio- . -

ne seguente e la [1 LS] che ne deriva valgono anche se s = 0, dato che in questo caso si riducono all'identità 0 = 0.
hange E Change Ed
XC di -X
F- t F it
18 II calcolo diflèrenziale in più variabili | Cap. II
PD

PD
or

or
! !
W W
O O
N N
Y Y
U U
B B
to to
Un caso molto frequente è quello in cui la curva x(/) è una retta passante per ilickpun-
k
ww

ww
om

om
lic l
C C
.c

.c
w

w
tr to x e di direzione v:
re tr
ar
e
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a ke r- s o ft w

x(t) x+tv.

In questo caso, essendo x'(r) = v. la [1 1.161 diventa

g'(/) =
af (VflX + t v ) ,
( x ( t )) : v)
av
in accordo con la [1 1.21.
La [1 l.l6] può essere ancora derivata per ottenere g"(t), ovvero la derivata seconda
di flungo la curva x(t). A noi interesserà solo il caso di una retta: x(t) = x + tv, in que-
sto caso, se le derivate seconde sono continue,3 si ha

d . Il Il

g"(t) 2 u, ã;Q_ƒ(X+IV) ->:Vi 2 la lljƒl(x + tv) i=l j:l


[ll.17]

Osservazione 11.4 Possiamo scrivere la relazione precedente in una forma più


concisa utilizzando la notazione matriciale.
Ricordiamo che una matrice k X n è una tabella di kn numeri disposti in k righe e
rz colonne. Ad esempio la tabella

I 3 0
1
1 0 1
2
1
0 1
2

è una matrice 3 X 4.
Gli elementi di una matrice k X n si indicano con il simbolo ai, o Hii, o un qualsiasi
simbolo con due indici, il primo che va da l a k, il secondo da l a n. Ad esempio,
GO 1 indica il numero che si trova nella seconda riga e nella terza colonna, nell'esem-
pio precedente si ha a2.3 = 0.
Se A = {a,7} è una matrice k X n, e v un vettore di R I l possiamo definire il vettore 9

w = Av di R k, le cui componenti sono


n
w, 2 aüz8 ( i = 1, 2, 1<›.
\

. . . . . 4 _
Con queste notazioni potremo scrivere la [ 1 1.171 in forma più compatta. Se infatti
. . . . .
1ndlchlamo con V°fla rnatrzce hesszana della funzloneƒ, ClOu ` la matrice n X n le CUI
componenti sono le derivate seconde dif:

V2f(X) {D1!f(X) } ,

1
Per il teorema del differenziale totale ciò implica che le derivate Difsono a loro volta differenziabili.
¬'
A volte la matrice hessiana si indica anche con D1f. o più brevemente con H.
hange E hange E
XC XC
PD
F- 11.5dit | Massimi e minimi relulivi 19 F-
di
t

PD
or

or
! !
W W
O O
N N
Y Y
U U
B B
avremo
k
to
k
to
ww

ww
om

om
lic lic
C C
.c

.c
w

w
tr e tr e
ar ar
.

.
ac ac
ke r- s o ft w
2 va Dfiffx + tv) : : V 2.ƒl(x + tv) v ke r- s o ft w

e dunque

g"(r) : (v2.f(x + tv)v. v).

ln particolare, per 1 = 0 si ha

g'(0) = (Vf(x), V) [1 l . l 8 ]
x"(0) = (V2f(x)v. v). [ll.l9]
due formule che ci saranno utili nel seguito. I:1

Esercizi

7
11.7. Siaf : R 2 -› R la funzione di componenti./l,(x, .v) = x - y, f2(x, y ) = xy - 1, e
sia g(x, .v) = ex

l. Si calcoli la funzione composta F = g<›f.


2. Si calcolino le derivate parziali di g<›ƒla partire dalla sua espressione esplicita
calcolata sopra.
3. Si calcolino le stesse derivate usando la formula [ l l.l4] e si verifichi che il ri-
sultato sia lo stesso.

11.8. Si faccia lo stesso con le seguenti funzioni:

l .f. - x 2, f ¬ = 2 - y , g = x 2 - y
2.f. = X - fi : X + % 8 = xycosy
3
3.f, = r + 2 , ƒ 2 = r ° - Lf:-I
_..
-La xi
pr

4,

11.5. Massimi e minimi relativi

Con l`aiuto delle formule precedenti possiamo esaminare di nuovo i 'massimi e i


minimi relativi di una funzione di più variabili.
Abbiamo già visto nel § 1 che un punto di massimo o di minimo relativo interno
deve essere un punto stazionario. cioè un punto in cui si annulla il gradiente dia: La
dimostrazione consisteva nell'osservazione che la funzione g(t) =f(X0 + tv) ha un mas-
simo o un minimo in t = 0, e quindi doveva essere g'(0) = 0.
La stessa funzione dà una condizione necessaria sulle derivate seconde: se la fun-
zioneƒ(x) ha un massimo relativo in un punto interno X0~ la funzione g(t) ha un massi-
mo relativo per f = 0, e quindi deve essere g"(0) S 0. Tenuto allora conto della [ l l 191, .
hange E Change Ed
XC di -X
F- t F it
20 Il calcolo diflerenziale in più variabili | Cap. Il
PD

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
si dovrà avere
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
w

w
tr re tr re
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a (v2f(x0)v, v) s 0 k e r- s o ft w a

per ogni direzione v.


Analogamente, se in un punto interno X0 la funzionefha un minimo relativo, si avrà
per ogni direzione v
7
(V*f(X0)V› v) 2 0.

Una matrice A tale che (Av, v) < 0 per ogni direzione v si dice definita negativa,
mentre si dice semídefinira negativa se vaie solo la diseguaglianza (Av, v) S 0. Analo-
gamente, A si dice deflnita positiva se (Ava) > 0 per ogni direzione v, e semidefinita
positiva se (Av, v) 2 0. Per quanto detto sopra, si ha il

Teorema 11.6 Se unaƒùnzioneflx) ha un massimo [minimo] relativo in un punto in-


terno xi, e supponiamo che fabbia derivate seconde continue in un intorno di X0. Allora

1. Vƒ(x0) = 0,
2 . la matrice V2f(X0) è semidefiníta negativa [positiva].

Il teorema precedente dà delle condizioni necessarie affinché un punto interno


X0 sia un punto di massimo o di minimo relativo per la funzionef.
A volte interessano di più delle condizioni sujflcienti, il cui verificarsi ci garanti-
sce che il punto in esame è effettivamente un punto di massimo o di minimo relativo.
Per questo cominciamo col dimostrare un'estensione a più variabili della formula
di Taylor arrestata alle derivate seconde:

Proposizione 11.1 (formula di Taylor) Sia f(x) una funzione di classe CA in un


aperto A C R", e sia X 0 un punto interno di A. Si ha allora in un intorno di Xi:

1
f(x) =f(X0) + (Vf(X0), x - X0) + í(V*f(x(›)(x - Xo), x
')
-.-
X0) + R2(x, X0) [1120]

dovo il resto R2 è infinitesimo di ordine superiore a x - X0 |

R2(Xv x0)
lim = 0. [ll.2l]
x-›x(› x X0 I 2
- .

Dimostrazione Per la funzione di una variabile g(t) =f(X0 + tv) val la relazione

l
+ -8 "(r )r2 = 8(0› + g (0)t + 58
I H
g(f) = 8(0) + 8'(0)r (0)/2 + å~i2(8"w›
. . -
g"(0))
[1 1.221
dovo Tè un punto compreso tra 0 e t. Ora si ha

8(0) =f(X0),
g'(()) : (Vf(X0)› v),
g"(^r) = (v2f(x0 + 1'v)v, v)
hange E hange E
XC 11.5dit| Massimi e minimi relativi 21 XC di
F- F- t
PD

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
e in particolare
B

B
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
w

w
tr re : (V2f(x0)v. V), tr re
.

.
ac ac
8"(0))
k e r- s o ft w a k e r- s o ft w a

Introducendo questi valori nella [1 l.22], avremo allora

f(X0 + tv) =fIx0› + I'Vf(X0)› v ) + Lì


2
(V2f(X0)V, v) + RA

dovo si è posto

R2
7
-([v~f(x0 + Tv) - v2f<x0)]v, v). [11.23]

X-X0
In particolare, se prendiamo v = er= x --.
x0 9 avremo
IX
-X
0"

f(x) =f(X0) + (Vf(X0)› x -- Xo) + (V2f(X0)(X - X0) › x ° Xu) + R2(x, X0)- [1 l.24]

Resta da dimostrare la [1 l . 2 l ] . Si ha dalla [1 l.23]:

R2(X›X0) 1 7 X X0 X X0
[V'f(X0 + TV) V 2f(x0)]
HX -X0"2 5 I 9

11x-xo1
e dunque

1
R2(Xš X0) 5... I Il

2 .2
D,,f(x(› + Tv) - Dijf(x0) I
11x -- X 0 1 2 .!.]

Quando x -› X0 si ha 1-› (), e quindi, poiché le derivate seconde sono continue:

11m
_ R2(x,x0)
_X0 U
2
x -› x,, x

Possiamo ora dimostrare il seguente

Teorema 11.7 Sia f(x) una funzione con derivate seconde continue. Se in un
punto interno x0 il gradiente si annulla e la matrice nessiana è definita positiva, i l
punto X0 è di minimo relativo.

Dimostrazione Tenuto conto dell°annullarsi del gradiente, dalla [ 1 1.201 divisa


per X ' - X 0 2 si ha

f ( x ) -ƒ(X()) 1 7 R2(x, Xi)


2'(Vf(X0)V, V) +
II XQH2 11 x Xol 2

. X - X0
dovo Sl e` posto v =
hange E Change Ed
XC di X
PD
F- t 22 Il calcolo d߃erenziale in più variabili F-
| Cap. 1I it

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
La funzione
B

B
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
w

w
tr re 1 tr re
.

.
ac '1 ac
k e r- s o ft w a k e r- s o ft w a
H(w) = í(V 7(X 0)W » w)

è continua, siccome l'insieme delle direzioni:

S {wER Il
H w 1=1}
è chiuso e limitato, per il teorema di Weìerstrass essa avrà un minimo assoluto m in S.
Dato poi che per ipotesi la funzione H è positiva in S, si avrà m > ().
Avremo allora

f(x) "f(X0) R2(X; m


2m+
2
X - X0 I 2

Per la proposizione precedente, quando x tende a X0 l`ultimo termine tende a zero.


m o .. . . . . . .
Pertanto, preso fu =
5 nella definizione d1 limite, esiste un intorno I dr X0 tale che per
ogni x E I risulta
R¬_(x, Xo) rn
> 2
X - X0 I*
e quindi in conclusione
m
f(x) *f(X0)> 2 > ( )

per ogni x E I. Il punto X0 è dunque un punto di minimo relativo. C1

Notiamo che abbiamo dimostrato che X0 è un punto di minimo relativo stretto, cioè
che in ogni altro punto x E I risultaƒ(x) >f(X0)-
Se invece in X0 il gradiente si annulla e la matrice hessiana è definita negativa, la
funzione f h a un massimo relativo stretto, come si può vedere adattando il ragiona-
mento precedente, o anche osservando che la matrice hessiana della funzione -fu de-
finita positiva.
Nelle applicazioni del teorema precedente si troveranno in primo luogo i punti sta-
zionari della funzioneƒ(x), e poi si vedrà il comportamento della matrice hessiana in
questi punti. Se X0 è un punto stazionario, si hanno allora vari casi:

l. La matrice hessiana è definita positiva: il punto X0 è di minimo relativo.


2. La matrice hessiana è definita negativa: X0 è di massimo relativo.
'7
3. La quantità (V2f(X0)V, v) assumo sia valori positivi che negativi su S: il punto
non è né di massimo né di minimo relativo. In questo caso si dice che X0 è un punto di
sella.
4. La matrice hessiana è semidefinita (positiva o negativa), ma non definita. In
questo caso non si può concludere nulla in generale, e bisogna esaminare in dettaglio
cosa accade in un intorno di X0.
hange E hange E
XC d XC di
F- F-
11.5 |!it Massimie minimi relativi 23 t
PD

PD
or

or
!
W W
O O
N N
Y Y
U U
B B
to
Le funzioni seguenti, che hanno tutte un punto stazionario nell'origine, illustrano i ick to
k
ww

ww
om

om
lic l
C C
.c

.c
w

w
t r vari casi. e tr e
ar ar
.

.
ac ac
k t w
e r-s of k e r- s o ft w

l.f(x, y) =x2 + 2y2. Si ha (V2f(0, 0)v, v) = vi + 4v2>0, e quindi l'origine è un


punto di minimo relativo (in questo caso anche assoluto).
2.ƒ(x, y) = XI x 2 y 2. Risulta (v2f(0, 0)v, v) = -2vi - 2:8 < 0, e (O, 0) è un punto
di massimo relativo (non assoluto).
3.f(x, .v) = x y . Si ha (V2f(0, 0)v, v) = 2v1'v2. che può prendere valori sia positivi
(quando v, e '02 hanno lo stesso segno) che negativi (quando hanno segno opposto). Di
conseguenza l`origine è un punto di sella.
4.f(x. y) = X2 + y*. si ha (v2f(0, 0)v, v) = 2vi 2 0 e quindi la matrice v2f(0, 0) e se-
7

midefinita positiva. Si vede subito che l`origine è un punto di minimo assoluto, dato
che.f(0, 0) = 0 mentre f(x, y) 2 0.
- Va'. Anche in questo caso si ha (V2f(0, 0)v, v) = 20i 2 0. ma la fun-
'›
_ x '
5.f(x,y)
zionefnon ha né un massimo né un minimo relativo in (O, 0). Infatti si haƒ(0, 0) = 0,
f(x, 0) > 0 ef(0, y) < 0.

Osservazione 11.5 In generale non è semplice determinare se la matrice hessiana


è definita o no in un punto X0- Nel caso di due variabili si ha

(v7(x<››v, v) =f.~..1«.ì + 2tr\'VIV2 +.fi'.\'Vã = V22(fr.r Â2 + 2f". +f\'\)


V1
con  = . La quantità tra parentesi è un polinomio di secondo grado in Â, che ha due,
U:
una O nessuna radice reale a seconda che il discriminante

x\ f \

è positivo, nullo o negativo.


Nel primo caso, esso assumo sia valori positivi che negativi, e quindi il punto in
esame è un punto di sella, nel secondo la matrice hessiana è semidefinita, nel terzo de-
finita. Per vedere in quest'ultimo caso se è definita positiva o negativa, basta guarda-
re al segno dia,.,, sefn. > 0 si ha (V2f(X0) v, v) > 0, e V2f(x0) è definita positiva, se in-
vecefu < 0, V2f(X0) è definita negativa. [1

Esempio 11.9 Cerchiamo i massimi e i minimi relativi della funzione

f(x¬ y ) 2x2 Z xv + 2v .x-3 •

I punti stazionati della funzione.fsono le soluzioni del sistema

Dalla seconda equazione si ricava x = 2y, che introdotto nella prima dà 6y 12v2 0.

7
hange E hange E
XC di XC di
F- t F- t
I
PD

PD
II calcolo diflìfrenltiale in più variabili Cup. I l

or

or
24

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
to

to
. . . 1
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
Quesfultnma ha soluzioni .v : 0 e .v = j» alle quali corrispondono rispettivamente
C

C
.c

.c
w

w
tr re tr re
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a k e r- s o ft w a
. . . . 1
x = () e x = l . Ipunn stazlonan della] sono dunque (0, ()) e I ,
5'
In corrispondenza di (O. ()) si ha

al -- .t 1 4<()

ef,,(0, 0) = 2 > 0. Pertanto la matrice hessiana è definita positiva, e quindi (O, 0) è un


punto di minimo relativo.
. l ,
Per quanto riguarda l, Sl ha
5
Ji»2 1+2>0

e quindi si tratta di un punto di sella. [1

A volte non è necessario calcolare la matrice hessiana, perché considerazioni di tipo


diverso possono indicare che un dato punto stazionario è un punto di minimo o di mas-
simo.

Esempio 11.10 Tra tutti i parallelepipedi che hanno la somma degli spigoli fissa-
ta, trovare quello di volume massimo.
Osserviamo per prima cosa che ci si può limitare at parallelepipedi rettangoli, dato
che ogni parallelepipedo ha volume minore del parallelepipedo rettangolo con gli stes-
si spigoli. Se indichiamo con x, .v e z le lunghezze degli spigoli, e con L la loro somma, si
tratterà di trovare il massimo della funzione xyz con la condizione x + .v + 1 = L. Da
questa si ricava z = L - x -.v, e quindi si tratta di trovare il massimo della funzione
_/(x, Y) =xy(L ~ x - .v)- I tre spigoli devono essere naturalmente positivi, e quindi il
massimo deve essere cercato nel triangolo x > (), y > 0, x + y < L. Sul bordo di questo
triangolo la funzione f(x, y) vaie 0, mentre ali°interno è sempre positiva, ci sarà dun-
que un massimo interno.

II

x Figura 11.3
hange E hange E
XC di XC di
F- F-
PD
11.6 It Risposte agii esercizi 25 t

PD
or

or
! !
W W
O O
N N
Y Y
U U
B B
to 2x - y) €ƒ.l = x(L to
ck Cerchiamo i punti stazionati. Si haf, = _v(L - - x - 2y), e quindi, ck
ww

ww
om

om
li li
C C
.c

.c
w

w
tr e tr e
scartate a rle soluzioni (0, 0), (0, L) e (L, 0) che sono sul bordo del triangolo, resta solo la so-a c k ar
.

.
ac
ke
r- s o ft w e r- s o ft w

lozione interna I . Dato che c'è un solo punto stazionario, questo non può essere
L3 L
che il punto di massimo, il valore massimo è , che si ottiene quando x = y = z = -.
27 3
Il parallelepipedo cercato è dunque il cubo.
Questo risultato si traduce in una diseguaglianza. Infatti, per quanto abbiamo
L3
dimostrato, se x, y, z sono dei numeri positivi si ha xyz S , ricordando allora che
27
L = x + y + 2, potremo concludere che

27xyg S (x + y + z)3 9

col segno = che val se e solo se x .v [Il

Esercizi

11.9. Trovare i punti stazionati delle funzioni che seguono, e per ognuno dire se si
tratta di un massimo (M) o di un minimo (m) relativo, 0 di un punto di sella (s).

I . x - x - ~ \8 3. x3 + x - . 4x.y 2.v2 5. x(x + .v)€~"


2. x.v(x- 1) 4. x(y + 1 - xy ) 6. cosa + y) + cosa y)

11.10. Tra tutti i parallelepipedi rettangoli di spigoli x, y, z e di volume assegnato


V, trovare (se esisto) quello che rende minima la quantità x2 + 2y2 + 312.

11.11. Tra tutti i paralellepipedi rettangoli di spigoli x, y, z e di volume assegnato


V, trovare (se esisto) quello che rendo minima la quantità xy + 2xz + 2yz.

11.12. Tra tutti i rettangoli trovare (se esisto) quello che rende minima la somma
I . .
P+
X del perimetro e dell"1nverso dell'area.

11.6. Risposte agii esercizi

11.1.
_ x y
1. 3 x- y , 2x 3y 4.
2 ' \'~X2
\«/X2 +y + yz
3 4 y ~x
2. 2xy -3x2y 5.
9
x2 +y2 ` x2 + yz
2x 2y
3. 2xy sen xi + xzyzcos xy, xzsen xy + x3y cos xy 6.
X2 +y2 › x2 + yz
hange E hange E
XC di XC di
F- t F- t
PD

PD
or

or
! !
O
W 26 Il ('aI('uI(› di[fer¢›n:iule in più variabili | Cap, l l O
W
N N
Y Y
U U
B B
to to
k k
ww

ww
om

om
lic I 25' lic

¬ .
C
.c .
.-~› ..Vlogx C

.c
w

w
tr re 7. .VM 8 - w -› tr
ar
e
.

.
ac ac
+ _v') c o - ( x + .v-)
1
k e r- s o ft w a

cos'(.x ke r- s o ft w

11.2.
I'

1 . _»-¬ .va 4\"7


2. - Z xv - 4í . ; -
+ víx ì
2 f - I
.v) + ".'.\"_\` co xi(
"I /r
3. essen.\'.v(\ 2.\' '7 \ n -r

2 \/
4.
3 V -¬ + .v
'›

5 .v + 2\/íx
3(x - v )

'?(2\ v x)
6
3(_\' + va)
I

x " - 1 ( 2 /- y)
7. \ 2.\logv .
3
4\ fu -.-
1
8
3 cos2(.\^ + yz)

. 'x + I( -v ) . -
.f( x ) .f` ( x + .i v ›- ( x › .
11. 3 . P o s t o s = - L s n h a ƒ ( = - 7 e siccome quando
1 Y

r -› () anche s -› 0, il risultato segue passando al limite.

2 2
1 1.4. - IM1.
3v3 ßví
ml

l 1.5.
Il

1 \`1f=(1,1)
I 3. W: 2x
i . | \
5. Dkf= 2 (Um + u , ) x ,
A-o Vf=X(› 4. V/= Zxe u

11.6.
I 1 :
2. v , f \ \ =./H = 2x + 1,./ ()
7 . .
- -te s en xi.. ./,¬ -xi senxv
./;. - _v sen.x*.v,.ƒ\. =ƒ\.,. : COSX_\',

3. I; = 2e'cos(x + .v):.ƒ..\ =ƒ... = e"(cos(x + .v) - sena + .v).ƒ, = -e"scn(x + .v)


3x lx 2x lx Ii
4. .f : 6 xI arctgy: .À l
-
1+ \'
9 / ( 1 + .\-2)2
5. f =fi = .fi¬ =fl:: 0¬ƒ:: = 2x. f. \ =.fi. 1 «_/-. =f.:2~
hange E hange E
XC d XC di
F- F-
11.6 !it| Risposte agii eseI'('i,1' 27 t
PD

PD
or

or
!
W W
O O
N N
Y Y
U U
B B
to 11.7. to
k ck
ww

ww
om

om
lic li
C C
.c

.c
w

w
tr re tr e
ar
.

.
ac a - .te + I - - . l \ -l- I .. ac
I
+ .\')o v
- -
ke
1.
r- s o ft w 0'
\
2. F. =(1 .\*)e"
l
5 F (1
Y .\ \
* ke r- s o ft w

11.8.

l . F = x 4 + .\' - 2, f . = 4x~*. F = l
2. F = ( x -¬ - . v ) cos (x + .v). F\ = 2x COS (x
+ .v) (X v)sen(x + v),
F = -2\'cos (x + y) - ( x - _\8) se (x + y )
3. 1~¬=2f1-2,F' = 4 r

11.9.
l ,0 l(M›
2. (0.0)($), (1,0)(S)

3. ( - 1 . 1 ) ( M ) . ì( S )
4. (0, -1)($), (1, l)($)

5. ((),0)(s): km)

6. (k + h ) í , (k -
n
lùí), /r .
(s) se k e h sono uno pan e uno dlspan, (M) se sono ambe
. .

due pari, (m) se sono ambedue dispari

11.10. x 2 Zv" 3~- *›..


')

€6v2
11.11. :
.y
: 2: = my
11.12. II quadrato di lato
hange E hange E
XC di XC di
F- t F- t
PD

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
to

to
ww

ww
om
Capitolo 12

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
w

w
tr re tr re
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a k e r- s o ft w a

11 calcolo integrale in più variabili

12.1. Uintegrazione

Come il calcolo differenziale, anche la teoria dell'integrazione si estendo a funzio-


ni di più variabili. Per semplicità, ci limiteremo anche qui - almeno nelle dimostra-
zioni dei teoremi - al caso di due variabili. Avvertiamo comunque che i risultati val-
gono con le opportune modifiche anche per funzioni di n variabili.'
Per quanto riguarda la definizione di funzioni integrabili, non c`è grande differen-
za rispetto al caso di una variabile, il solo punto di una certa rilevanza censiste nel
fatto che mentre in una variabile gli integrali si facevano prevalentemente su un inter-
vallo, ora non ci sono domini di integrazione privilegiati. I più semplici sono ovvia-
mente i rettangoli, ma spesso si devono calcolare integrali estesi a triangoli, cerchi,
ellissi, o altro.
D'altra parte ci si può ridurre a considerare sempre l`integrale su tutto R2, infatti se
si vuole integrare una funzione limitata f(x) su un insieme E limitato, basterà porre
uguale a zero la funzioneffuori di E. La nuova funzionef*, che valeƒin E e zero fuori
di E, sarà limitata (perché f era limitata in E) e varrà 0 fuori di un rettangolo (basterà
prendere un rettangolo che contiene E). In questo modo, almeno formalmente, si eli-
mina dalla definizione la considerazione dell'insieme di integrazione.

Cominciamo a dare alcune definizioni. In primo luogo, un rettangolo è il prodotto


cartesiano di due intervalli [a, b) X [c, d), cioè l'insieme dei punti (x, y ) E RA che
hanno la prima coordinata x in lu, b) e la seconda in [c,d):2

R l a , / › ) X l c , d ) = { ( x , y ) E RA : a $ x < b , c $ . \ < d } .
I

1
In particolare. dova parleremo di quadrati. rettangoli. cerchi ecc.. si dovrà intendere in tre dimensioni cubi.
parallelepipedi rettangoli. sfere ecc.
Z
Più in generale. un rettangolo in R" è il prodotto cartesiano l"1. b1) X l02~ h_¬) x X I«... b,,) di interval-
li aperti a destra.
hange E hange E
XC di XC di
F- t F- t
I
PD

PD
12.1 L 'integrazione 29

or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
to

to
Operiamo ora una suddivisione di la, b) in n sottointervalli mediante i punti X0 = a.
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
x,, _ I , x,, = b, e una suddivisione di [c, d) in m sottointervalli mediante i punti
C

C
.c

.c
w

w
tr e tr re
xI, X2,r
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a k e r- s o ft w a

.va = c, _vI, .va, y,,, _ I , y,,, = d. Posto 1,, = [x,, _ I , x,,) e Jk = [Fu _ ,,M), il rettangolo R ver-
rà suddiviso in n X m rettangolini R/1/1 = II, X Jk.
Una funzione semplice è una funzione che assurte un valore costante su ognuno di
questi rettangolini, e che vaie 0 fuori di R. Se indichiamo con /1,,I< il valore che tpassu-
me in Rm, avremo
n IH

<p(x) 22
lx = I k = I
/1hk<pR,,(x)

dovo con (p si è indicata la funzione caratteristica di Rho.


Per queste funzioni si definisce l`integrale:
Il Il ›r1

ƒ(pdxdy = 2 2 A*M(Rmf) = 2 2 /IM m(1..›mm)


Il = I k = l h ;
l k= I
II

2 E 2nk (Xi
h= I k : l
- .
-*n - l )(_Va - Yk - 1)-

Veniamo ora all'integrale di una funzione generica f(x). Per non appesantire il di-
scorso, introduciamo alcuni termini:

Definizione 12.1 Chiameremo supporto di una funzioneƒla chiusura dell'insíe-


me in cuiƒ(x) è diversa da 0:

SUPPU) {x f(x)¢0}.
Il supporto di una funzione è ovviamente un insieme chiuso, se è anche limitato
(cioè se la funzioneƒvale 0 fuori di un insieme limitato, ad esempio di un rettangolo),
suppa) è un insieme compatto, diremo allora chefè nulla fuori di un compatto, ovve-
ro che è una funzione a supporto compatto, o anche che ha supporto compatto.
Come nel caso di una variabile, indichiamo ora con Sa* la classe delle funzioni
semplici rp maggioranti, cioè tali che (p(x) Box) per ogni x E R 2, e con 97" quella
delle funzioni semplici 1/1 minoranti, cioè con 1/1 (x) $flx).

Definizione 12.2 Diremo che una funzioneƒ, limitata e nullaƒìwri di un compat-


ro, è integrabile (secondo Riemann) se

V63
up ƒ ll/ dxdy = in ¢p€'/"
ffßd-*'d›*~ [l2.1]

In questo caso, il valore comune si chiama integrale della funzionefe si indica con

ƒf(.x, y)dxdy O più in generale con ƒf(x)dx.

Una definizione del tutto simile, con le ovvie modifiche del caso, vaie nel caso di n
variabili.
hange E hange E
XC di XC di
F- t F- t
PD

PD
30 Il calcolo irztcgrule in più variabili | Cap. 12

or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
to

to
Osservazione 12.1 A volte le due quantità che compaiono a destra e a sinistra nella
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
w

w
tr tr
re
l I si chiamano rispettivamente integrale superiore e integrale inferiore della ar
e
.

.
ac
k e r- s o ft w a[ 12. ac
k e rfun-
- s o ft w

zionefi

ƒf(x)dx = in ƒrpdx
¢›E *I

J.f(x)dx = sup fu;/dx


WGI/

Una funzione limitata e con supporto compatto. sarà dunque integrabile se l'integra-
le superiore è uguale all'integrale inferiore, cioè se risulta

ƒf(x›dx = ƒf(x›dx.

Come abbiamo detto. se invece che l`integrale su R" vogliamo 1`integrale su un in-
sieme E, basterà porre la funzione uguale a zero fuori di E, ossia prendere la funzione

f(x) sexEE
ffßf:
0 altrimenti

Se questa funzione è integrabile, diremo che la.fè integrabile su E, e porremo

ƒf(x)dx : ƒffpfdx

Osservazione 12.2 Come per una variabile, anche per l'integrale in più variabili
avremo che
C(›ndi.ione necessaria e sujficiente uflinché una ƒù/11ione.ƒ, limitata e nulla flwrí
di un compatto, sia integrabile, è che per ogni £ > () esistano una jìmzio/ze semplice
maggiorunte (p e una m i n o r a r e 1/1 tali che

ƒfpdxd ..- Ili/ dx dy < e.

12.2. La misura degli insiemi

Il problema di determinare se una funzione.fè integrabile su un insieme E è com-


plicato dalla varietà dei possibili insiemi. e non è banale nemmeno sei= l . Questo
caso merita un'attenzione particolare, perché è legato alla misura degli insiemi.

Definizione 12.3 Un insieme limitato E si dice misurabile (.se('r›nd(› P€un(›-J()r-


dan) se la sua filngione caratlerística (pI.~ è integrabile. In questo caso deffin lanzo misura
di E i l numero

m(E) ƒ(pdx.
hange E hange E
XC di XC di
F- F-
12.2 I
t
La misura degli insiemi 31
t
PD

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
to

to
Ricordiamo che se (PE è integrabile, allora per ogni 8 > 0 esistono due funzioni
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
w

w
tr tr
a csemplici
k e r - s o f t w a 1//e (p, con WS (p,,$ (p, tali che
re re
.

.
ac
k e r- s o ft w a

ƒødx-ƒwdx < 8.

JO. s.. ` . .
›=,«;*¬
, . .»
w , - v.

~¢1«: , , -. _
" T IF:^l. "iv
.
: v
1
"..?¬;-
i

,.:". .:;†
.,
.1*-:
i.'.

g fu

\ .v" 0 `ì

.›*-- l
E
.511

È,
l 1
..
H. ~«:=. E
sx; .›
~ J' , H .
2
n*"`
¬; -,I ... ,11'Yi\
..~*'.
* g., i .«›¬
.«-.å`âFV
,› __-› I.,
.;;:

Figura 12.1

Le funzioni (p e 111 provengono da una suddivisione di un rettangolo R che contiene


E. È chiaro che converrà prendere (p più piccola possibile, e la 111 più grande possibile,
compatibilmente con le diseguaglianze 1/1 S (PE S rp. Questo significa che si prenderà
rp: l nei rettangoli R h k che hanno punti in comune con E, e <p= 0 negli altri, simil-
mente converrà prendere u/ = 1 nei rettangoli R/1k contenuti in E e 1/1 = 0 negli altri.
Così facendo, l°integrale di rp sarà la somma delle misure dei rettangoli Rho che
hanno punti in comune con E, mentre l'integrale di (p sarà la somma delle misure dei
rettangoli R/IL contenuti in E. La differenza tra i due integrali sarà allora la somma
delle misure dei rettangoli che hanno punti in comune con E ma non sono contenuti in
E, cioè dei rettangoli che hanno punti in comune con la frontiera di E.
Chiamiamo ora plurirettangolo l'unione P di un numero finito di rettangoli R,
senza punti comuni, e misura di P la somma delle misure dei rettangoli che lo com-
pongono. Avremo allora:

Proposizione 12.1 Un insieme limitato E è misurabile se e solo se per ogni £ > 0


esistono un plurirettangolo P contenuto in E e un plurirettangolo Q che contiene E,
tali che m(Q) - m(P) < e.
Se E è misurabile, si ha

m(E) = in{m(Q), Q plurirettangolo, Q 3 E}


= up{m(P), P plurirettangolo, P C E] .
hange E hange E
XC di XC di
F- t F- t
PD

PD
or

or
! !

Y
N
O
W
32 Il rulcolo integrale in più variabili I Cap. 12
Y
N
O
W

U U
B B
to to
k k
ww

ww
om

om
lic lic
C
Se P e Q sono due plurirettangoli. con P C E C Q, la differenza Q - P è un plurire
.c
C t- r e

.c
w

w
tr re tr
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a k e r- s o ft w a
tangolo che contiene UE, e risulta m(Q - P) = m(Q) m(P). Dalla proposizione pre- - .

cedente si può dunque concludere che

un insieme E è rnisurabíle se e solo se per ogni £ > 0 esista un plurírermngolo Z che


corztierze [afro/zríera UE, con m(Z) < e,

e dunque che

un insieme E è nzísurabíle (secondo Peuno-Jordan) se e solo se la suaƒìontíera ò*E ha


misura nulla.

Osservazione 12.3 Se A e B sono due insiemi misurabili, sono misurabili anche


A U B, A H B e A - B. Infatti la frontiera di ognuno di questi tre insiemi è contenuta
nell'unione BA U 88.
D`altra parte se A e B sono misurabili, per ogni £ > 0 sia BA che AB sono contenute
in due plurirettangoli P e Q, ambedue di misura minore di 8, la loro unione sarà conte-
nuta in P U Q, che ha misura minore di 28.

. .I i i ,
_
r 1
1

. -. ¬.
E;.ai .›in -:››:;›-¬^ i ~§£'!
\

v .. g
4 .~ê,:.=
"

1*
r .r

Figura 12.2

Ne segue che m(ò*A U åß) = 0, e dunque le frontiere dei tre insiemi A U B, A O B e


A - B hanno misura nulla. [¬
hange E hange E
XC d XC di
F- 12.2 i|t La misura degli insiemi 33 F- t
PD

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
Esempio 12.1 Sia g(x) una funzione positiva in [a, b] e sia
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
w

w
tr re tr re
.

.
ac ac
G={(x,y)E R
k e r- s o ft w a aSx$b,()$.v$g(x)}. k e r- s o ft w a

Se g è integrabile, l°insieme G è misurabile, e


h
m(G› = ƒg(x›dx.
(1

Infatti per ogni e > 0 esistono una funzione semplice maggiorante (p e una mino-
'›
rante 11/. con ƒ(pdx -Il//dx < e. Gli insiemi corrispondenti di R',
')
CD {(x,y)€ R a$x$b,0$yS(P(x)}
e
7
*F {(x,y)E R a$x$b,0$.v$l,1/(x)}

sono dei plurirettangoli, e si ha

I(pdx m(<1>), ƒwdx = m(*F).


D`a1tra parte *I* C G C CD, e m(<I>) - m(*P) < 8, cosicché G è misurabile. Inoltre sia
h
m(G) che ƒgmdx sono contenuti tra m(\F) e m(<I>), e quindi
(I

m(G) ƒg(x)d.x < m(<I>) - m(\F) < E


(I

e per l`arbitrarietà di e, la misura di G risulta uguale all'integrale della funzione g.


[1

Per l"osservazione precedente, se g e h sono due funzioni integrabili in [a. b), con
0 s g(x) s h(x), 1`insieme
'J
E : {(_\', .v) E R a S x s b, g(x) $.\' s l1(x)}

è misurabile, essendo differenza dei due insiemi misurabili H e G, e la sua misura è


b
m(E) :. ƒ mx) - 1:(x)ldx-
il

La stessa formula vaie anche se non si suppone che g e h siano positive. Infatti basta
ragionare sulle funzioni g + c e h + c, con c preso in modo che risultino positive, e os-
servare che l`ìnsieme E, corrispondente non è che l°insieme E traslato di c verso l'al-
to, e quindi ha la stessa misura di E.
Insiemi di questo tipo si dicono normali rispetto al 'asse delle y. Osserviamo che
nella definizione di insieme normale al posto di uno o più segni <- si può scrivere <
senza che carabi nulla. Ad esempio, l°insieme

F = { ( x , y ) E R2 : a < x < b , g ( x ) < . v < h ( x ) }


hange E hange E
XC di XC di
F- t F- t
PD

PD
or

or
! !
W W
O O
Y
N 84 Il (*aI('()I() in leg /'ale i I I più variabili | (`a/›. 12 Y
N
U U
B B
to to
k k
ww

ww
om

om
lic lic
C C
è misurahilc. e si ha
.c

.c
w

w
tr re tr e
ar
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a ke r- s o ft w

m( F) ƒlhh) go) Idi'.


(I

Analogamente, si dicono normali rispetto all'asse delle .\' insiemi del tipo

U = {(x. .v) E RA : (' S _\` S d. u(.\') S x S p( .v) }

con u(.v) s z'(.v). Se ll e z' sono funzioni integrabili in la, cl). l`insieme U è misurabile. e
«I
m(U) ƒ[v(.v) - u(.v)l(l.\`.

Esempio 12.2 Ci sono insiemi non misurabili secondo Peano-Jordan? Un primo


esempio è costituito dall'insieme Q H (O, l ) dei numeri razionali compresi tra () e l .
Infatti la sua funzione caratteristica è la funzione di Dirichlet. che come abbiamo
visto nel capitolo 9 non è integrabile secondo Riemann. Più difficile è trovare un in-
sieme aperto che non sia misurabile secondo Peano-Jordan. Un esempio è il seguente.
Partiamo dall'insieme Q n ((), l ). che come abbiamo visto nel capitolo 4, § 8 è nu-
merabile. Sia qI. quo. una sua numerazione.

Fissato 0 < £ < à- consideriamo la famiglia di intervalli aperti 1* = (1111 - EX k


(IL +

+ 82 *›. e sia A la loro unione. Essendo unione di aperti, A è aperto. Faremo vedere
che A non è misurabile, ossia che la sua funzione caratteristica Q/ non è integrabile
secondo Riemann.
Sia rp una funzione semplice maggiorante (p Poiché A D Q n (O. 1), si dovrà avere
(p(x) 2 (p,\(x) = l per ogni x razionale. e quindi per ogni x E (0, l). dato che in ogni in-

tervallo cadono punti razionali. Di conseguenza ƒrpdxz l, e poiché (Pi. |› è una mag-
giorante.

(P/xd-\' 1

Prendiamo ora un pluriintervallo chiuso P (unione di un numero finito di intervalli


chiusi) contenuto in A , si può allora trovare un numero finito N di intervalli I che
. 3
compongono A tali che
N
PCAn UI .
1
La dimostrazione di questa asserzione nella sua forma più generale si può trovare nel capitolo 2(). Nel
nostro caso una dimostrazione più semplice è la seguente. Se P non fosse contenuto iii nessuno degli aperti
A v. per ogni intero k si potrebbe trovare un punto -VL E P che non appartiene ad Ai. Poiché P è compatto.
dalla -VL si può estrarre una souosueeessione -\`L,. convergente a un punto XQE P. Dato che x(,EA. esso appar-
terrà ad almeno uno degli intervalli aperti l,,,. e quindi. dato che -\'i,. -› Xu. si avrà x&"€I,,, per Il abbastanza
grande. ln particolare. se k,,>m si ha .\'"EIA,,,CAk. il che è assurdo. perché per costruzione .\'k$A1.
hange E Change Ed
XC
PD
F-
d
12.3it | In teg rahilírà delle.fun¬ioni ("1›nrinu(* 35 F-X it

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
Di conseguenza la misura di P, cioè P integrale di (pi, sarà minore della somma
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
delle misure di questi intervalli, e quindi:
.c

.c
w

w
tr e tr re
ar
.

.
ac ac
k e r- s o ft w k e r- s o ft w a
Il ou

ƒ<p,› dx S 2 2£2~*<£22' k:l


k
=2£.

Poiché questo valo per ogni plurìintervallo P C A. si ha

ƒ (PI,-'C < 2.9 < I

e quindi A non è misurabile.


Per l`osservazione [l2.3l anche l`insieme chiuso [0. I ] A non è misurabile. U

Esercizi

12.1. Si calcoli la misura degli insiemi seguenti:

1. {(x, .v) E R2 : O s x s l . x 3 $ y $ x 2 }
2. {(x, ,v) E RA : 1x1
s l, x 1 $ V $ V ' 2 - x 2 }
3.{(x,.v)eR2: x + l l < y < 2 l - I-fl
4.{(x,_v)€ R 2 : 0 < y < 7 £ , - l < x $ c o s y }

12.3. Integrabilità delle funzioni continue

Come avveniva nel caso delle funzioni di una variabile, le funzioni continue sono
integrabili. Più precisamente, val il seguente

Teorema 12.1 Sia .f(x) unaƒunzíone continua i/1 un rettangolo chiuso R, e sia E
[HZ insieme misurabile contenuto in R. Alloraď integrabile in E.

Dimostrazione Dobbiamo dimostrare che la funzionef<p,; è integrabile.


Per il teorema di Weierstrass, la funzioneď uniformemente continua in R, pertan-
to per ogni e> 0 esiste un ô 0 tale che se si suddivide R in rettangoli R/ik di diametro
minore di 5. risulta in ognuno di essi:

Mhk - mI,k = supf- inff< e.


Rm &..

Inoltrefha in R massimo e minimo, che indicheremo con M e m.


D'altra parte l'insieme E è misurabile, e dunque per ogni £ > 0 esiste una suddivi-
sione di R in rettangoli Riikv che potremo supporre di diametro minore di 8, tale che la
somma delle misure di quelli che hanno almeno un punto in comune con UE sia mino-
re di e.
hange E Change Ed
XC di X
PD
F- t 36 Il calcolo integrale in più variabili I Cap.
F- 12 it

PD
or

or
! !
W W
O O
N N
Y Y
U U
B B
k
to Ciò premesso, osserviamo che i rettangoli Rhk della suddivisione in questione k
to si
ww

ww
om

om
lic lic
C
possono ripartire in tre classi 3, L" e R. mettendo in 3 tutti quelli che sono contenuti
.c
C

.c
w

w
tr re tr re
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a k e r- s o ft w a
all'interno di E, in R quelli che hanno almeno un punto in comune con la frontiera UE,
e infine in (É tutti gli altri, cioè quelli che non hanno punti in comune né con E né con UE.
Chiameremo "interni" i rettangoli di 3, "esterni" quelli di GE, e "di frontiera" quel-
li di R. Per quanto detto sopra, la somma delle misure dei rettangoli di frontiera è mi-
nore di e:

RM E
2 H
M(Rhk) < 8.

E
I
I
» 1
«gu- .H.
s., ,.f› » 11†.'.
*
L.
: i H?
1.
*- ~.

F
, › " . . . .
l. i
. D
.. I
n
I
3 : ¢
jëjì,
_. yi
. . ›... I É*~=. :1
.l

.*\
.Sa : E 1 =$~1 gn

'Q I l¢.

I:s .,*` 1,

1: ..=.-* *
a
N "8.e 1 É'
.,r
1*
' f :.- .
. .. -:.ä›~=;f*
'›
\ ,
}= H
7 .
fu

=.* .,|*"
..
"xx : .:
ii,=

Figura 12.3

Definiamo ora una funzione maggiorante (p, ponendo (p = 0 nei rettangoli esterni,
(p = max{M, ()} nei rettangoli di frontiera, e (p = Mille nei rettangoli interni.
Analogamente definiamo una funzione minorante I//, ponendo 111 = 0 nei rettangoli
esterni, 1/1 = min{m, ()} in quelli di frontiera, e uz = Mhk in quelli interni.
Si ha evidentemente al $Ģp15 s (p, e inoltre

ƒ(p dxdy Il;/dxdy = (max{M, 0 } - min{m, 0 } ) E M(R,I) +


Rm G R-
+ 2 (Mm-'"/1/<)M(RI›k)<(IMI + l m l ) 8 +
R e §

+ 82 m(R,,k)<£(IMl + } I " l + m(R)).

È dunque verificata la condizione necessaria e sufficiente, e dunque la funzionefè


integrabile su E.

Più in generale si può dimostrare che una funzione.flimitata in un rettangolo R è


integrabile se l'insieme D dei punti di discontinuità diƒha misura nulla. La dimostra-
hange E hange E
XC XC
PD
F- 12.4dit | Il ('al(loIo degli integrali doppi 37 F-
di
t

PD
or

or
! !
W W
O O
N N
Y Y
U U
zk too Bn e è simile a quella del teorema precedente, con D al posto della frontiera UE, e k to B
ww

ww
om

om
lic lic
C C
t r viene lasciata per esercizio. Notiamo che nelle ipotesi del teorema precedente, l°in-
.c

.c
w

w
re tr re
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a k e r- s o ft w a
sieme dei punti di discontinuità della funzionef(p,; è contenuto in UE.

12.4. Il calcolo degli integrali doppi

I risultati fin qui ottenuti non danno nessun metodo, al di là della definizione, per il
calcolo effettivo degli integrali doppi. Di questo problema ci interesseremo ora.
Cominciamo a vedere cosa avviene per le funzioni semplici. Consideriamo una
suddivisione del rettangolo R = I x J in rettangoli Rhk = 1,, X .lI, e sia (p =2Â-IMPRm una
funzione semplice. Se fissiamo x E I,,, la funzione (p(x, y), considerata come funzione
della sola y, è semplice e si ha

ƒ<p(x. ›~›d.›~ =É AM mm).


k

Ijintegrale a primo membro ha dunque un valore costante per x E II,, e quindi è a


sua volta una funzione semplice d e l l a . Integrando rispetto e x :

Id* ƒ<P(x, ›*)da =É m(1›/)


h
2 AM mm =§)/Im m(1,.›m()
k ha hk
/IM m(Rhk› = ffßdxdy

Lo stesso si può dire se si integra prima rispetto a x e poi rispetto a y, cosicché in


conclusione, per le funzioni semplici valo la formula

ƒ(pd.xdy =ƒd.x ƒ</›(›~, y)d.v =ad J(P(x, .v)dx.

Vogliamo dimostrare che sono opportune ipotesi la stessa formula valo per funzio-
ni integrabili in R. Si ha il seguente

Teorema 12.2 (di riduzione, 0 di Fubini) Sia f(x, y ) una funzione integrabile nel
rettangolo R = [a, b ) X lc , d), e supponiamo che per ogni x E [a, b ) laƒunzioneflx, y),
considerata come funzione della sola y, sia integrabile in [c, d). Allora la funzione
d
F(x) : 1f(.», y)dy
è integrabile in [a, b), e risulta
I; h d

I fu, y)dxdy =I F(x)dx = ƒdxƒƒu, y)dy. [12.2]


R a (I (

Dimostrazione Siccomeflx, y) è integrabile in R, per ogni £ > 0 esistono due fun-


zioni semplici 1/1 e ( t a l i che
W(x, y) <f(x, y) S (p(x, y ) , [12.3]
ƒfpdxdy - Ili/dxd y < 8. [12.4]
hange E hange E
PD
F-
XC di
t 38 Il calculo integrale in più variabili I F-
XC 12
Cap. di
t

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
Possiamo integrare le tre funzioni della [l2.3] rispetto alla y, dato che per ipotesi
B

B
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
f(x, y) è integrabile rispetto a questa variabile. Avremo
C

C
.c

.c
w

w
tr re tr re
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a k e r- s o ft w a
d 11 d
*P(x) t Il/(x. v)dy s F(x) = ff(x, y)dy s ƒ <I›(›«. y)dy CD(x). [l2.5]

Le due funzioni *P e <1> sono due funzioni semplici, la prima minorante, e la secon-
da maggiorante la funzione I-l(x), e si ha

ƒGJ(x)dx . -
*1J(x)dx ƒ(pdxd.v - iv/dxdy < e.
a (I

Di conseguenza, la funzione F(x) risulta integrabile in [a, b). Integrando la [12.5]


rispetto a i si ottiene

1 l,L/dxdy S ƒ
(I
F(x)dx S ƒ <pdxdy.
R

D'altra parte, per la [l2.3] si ha anche

l Il/dxdy S I f(X,
R
y)d.xd_v s ƒ (Pdxdy
R

e quindi
b

l f(.x, y)dxdy - ƒ F ( x ) d x
a
S
f çodxdy
R
-ƒwdxdy < 8.

Per F arbitrarietà di e si può concludere che il primo membro della relazione prece-
dente è zero, e quindi che valo la I 12.21. CJ

Il teorema di Fubini ci dice che possiamo calcolare un integrale doppio eseguendo


due integrali semplici, prima rispetto alla y e poi rispetto alla x. In genere, questo cal-
colo è più semplice del precedente, dato che si possono applicare le regole di calcolo
degli integrali di una variabile che abbiamo visto nel capitolo 9.
Prima di fare degli esempi, osserviamo che il teorema di Fubini si può applicare
agii integrali

ƒ f(x,y )dxd y
quando f è una funzione continua, ed E è un insieme normale rispetto all'asse delle y:

E = {(x,y)e R a$xSb,g(x)$.y$h(x)}

con g(x) e h(x) funzioni continue in [a, bl.


Abbiamo osservato nel paragrafo precedente che l`insieme E è misurabile, e quin-
di per il teorema 12.1 la funzionefè integrabile in E, ossia che la funzionef* =ƒ(pE è
integrabile in ogni rettangolo R = [a, b] X [c, d] che contiene E.
hange E hange E
XC XC
PD
F- 12.4dit I Il calcolo degli integrali doppi 39 F-
di
t

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
Yu
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
w

w
tr re y h(x) tr re
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a k e r- s o ft w a

I
I I
I
V = g(x) I
I I
I I
I I
I Q
I I
I I
1 1 ›
a b X

Figura 12.4

Se fissiamo x i [a, b). la funzionef(x, y). considerata come funzione della sola y,
valo ƒlx, y) se g(x) sy$h(x) e 0 altrimenti, essa è dunque continua tranne al più nei
punti g(x) e h(x). Per il teorema 9.4 (e l"osservazione 9.6)f* è integrabile rispetto a y
in [c, d). Sono allora verificate le ipotesi del teorema di Fu bini, e quindi

R
f*(x, y)dxdy = f ID*
U
dx
(
(x, ›*)d›'-

D`altra parte risulta

ƒ f*(.x, y)dxd)' I f(x, y)dxdv


R 1:
d I1(.r)

ƒf*(x, y)dy go)


f(x, y)dy,

e quindi avremo
h h(,r)

ff(x, y)dxd›' =ƒ dx ./(x. ›')d.v. [12.6]


E (I g(.\)

Esempio 12.3 Si calcoli P integrale

ƒx2ydxdy
E

dovo E è la semicirconferenza di centro 1`origine e raggio l


E = { ( x , y ) E R 2 - I $ x $ 1 , 0 $ y $ \ 1 -.x2 }.
hange E hange E
XC di XC di
F- t 40 Il calcolo integrale in più variabili F-
| Cap. 12 t
PD

PD
or

or
! !
W W
O O
N N
Y Y
U U
B B
k
to L'insieme E è normale rispetto alleasse y, per il teorema di Fubini si ha k
to
ww

ww
om

om
lic lic
C C
.c

.c
w

w
tr re tr e
ar
.

.
ac \l I ac
k e r- s o ft w a I \ I 1 .r
- . .

ke r- s o ft w
l l
E
xlydxdy
f I
dx
0
X2 vd\'
2 I
2 2
xi
0
dx
2 -1I x2(1 X2)dX

I
_ 2
-- [1
6 l() À
l
15

Risultati simili valgono in tre o più variabili. Ad esempio, seƒ(x, y, z) è integrabile


nel parallelepipedo P = [a, b) X [c, d) x [r, s), e per ogni (x, y) E R = la, b) X le, d) la
funzione f(x, y, z) è integrabile rispetto a z, si ha

ƒfcx, y , z)dxdydz = ƒdxdy ƒƒ(x, y, z)dz. [l2.7]


P R r

In particolare, se f(x, y, z) è continua in un insieme E normale rispetto all'asse zz

E = {(x, y, z) : (x, y) E R, g(x. y) S z s h(x, y) }

si ha
h(x, .\)

I
E
ex, y, z)dxdydz = ƒdxdy
R
I f(x,
g(.r. .v)
y, z)dz. [l2.8]

Possiamo così calcolare un integrale triplo calcolando un integrale semplice, se-


guito da un integrale doppio. Inutile dire che per calcolare quest°ultimo si può usare
di nuovo il teorema di Fubini, stavolta in due variabili. Analoghi risultati valgono per
integrali in più variabili.

Esempio 12.4 Si calcoli l'integrale

ƒU+y- z)dxdyd:
E

dove
E = {(x,y,z) : x > ( ) , y > 0 , g > ( ) , x + y + z < 2 } .

L°insieme E è normale rispetto alleasse z. Infatti si ha

E: {(x,y,z)1(x,y)ET,0<z<2-x-y}.

con
T= {(x,y):x>0,y>0,x+y<2} = {(x,.y):0<x<2,0<y<2-x}.

Avremo allora
2 (x
X - _\`

f
E
(x + y - z)dxdydz =ƒdxdy
T 0
f + y - z)dz.
hange E hange E
XC XC
PD
F- 12.4 di|t Il calcolo degli integrali doppi 41 F-
di
t

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
L' ultimo integrale si calcola immediatamente:
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
w

w
tr tr
2 re re
.

.
ac
k e r- s o ft w a
2 .r ac
k e r- s o ft w a
ƒ(x + v - :)d:
\
.\
3 . + .\)

: .\;. + va : 4(x + y)
2("
2.
0 0

U integrale doppio che resta si può spezzare di nuovo in due integrali semplici:

H 4(x + y) - -3
2
(x +.v)2 v dxdy
1-

f
0
dx
TT 0
4(x + .v)
3
2
( x + .y2
) 2 da

0
fu7

4x.v + 2.\›2 x i + x v + __
1
3
3 __
2.v
\

.v==()
2 .\

dx

2 2
l
2x2 + 2x dx XI
2 XI + .r 2 2
16
+4 À. U
0
2X 3 0
3 3

Esercizi

12.2. Calcolare i seguenti integrali:


1.
E
ƒxi"dxd.v 4.
I arcsen ydxdy 6.
-
1.
X V 1 -- V2 dxdy

I
2. .v arc sen xdxdy 5.
I
If
xi log x.vdxd.v
ƒ
3.
E
ƒ x se .vdxd.v

dovo E è il quarto del cerchio di centro l`origine e raggio L contenuto nel primo qua-
drante.

12.3. Calcolare gli integrali:


I+x2
3. ƒx2v'_vdxd.v 5 u d .Xd' - ›\
I:` E
1+2.\*

2.
3
+ .vdxdy 4. go:
'
V

+ _\`-¬ dx
dx. ' 6. ƒ(2_V + 1)log(l + x2)dxd.v
/;
2
in cui E è la porzione del piano limitata dalla parabola .v 1 x e dalllasse dellex

12.4. Calcolare gli integrali:


1.
t
E
xi"dxd.\' 3. x c o ( 1 - .v)a'xd)'

2.
ƒ x sen x_vdxd.v
E
4.
I 2lI'CS€I1.\'d.\"([_\'

nei quali si è posto E = {(x, y) E RA :OSXS l,x 1 $ _y$ 1 }.


hange E Change Ed
XC di -X
F- t Il irzwgrale in più variabili F
| Cap. 12 it
42 ('aI('(›1()
PD

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
12.5. Calcolare:
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
w

w
tr 1 tr
ar
e
J.(.v - .x )dxd.v re
.

.
ac ac
3. k e r- s o ft w a

k e r- s o ft w
1. a'.d¬
E
1+ _y * ì

2. ƒ(.v + 1 )dx'.\' 4. ƒ(2 .v )e"dxdy


1: E
1
dovo E = {(x, .v) E R *- •
• 1Sxš 1 s ()š . v $ 2 - V l - x 2 }.

12.6. Calcolare:
xv
I I
.\
1. dv 3. dxdy' 5. x senydxdy
E
1 + .v ¬ dx IL
.x +V '

2. ƒ l o g ( l + x + Zia) dxdy 4.
E
I .v arcsen xdxd.\' 6.
I
I:`
xye'dxd.v

nei quali E è l'insieme delimitato dalla parabola x = yz e dalle rette y = 0 e x = l .

12.7. Calcolare:
.v 3. ƒu- + .v)log(1 + x ) dxdy
1 un
4.-1~ 5. x arcsen ydxdy
l+1+v E E
v

2. ju + y)e'dxdy 4. ƒ _\
dxdy 6. ƒ \~4x8 -
w
dxdv
E E \/ 1 +92 I:`

dovo E x il triangolo di vertici (O, 0), ( l , 0) e (1, 1).

12.8. Calcolare gli integrali:

l.
I sena-(x
71'
+ v)dxdv
'›
2. (x' - y') dxdv
'›
3. ƒ x arc sen .vdxdy
E E

quando E è il parallelogrammo di vertici (O, 0), ( l , 0), ( l , l ) e (2, l ) .

2x.v
12.9. Calcolare
T
I x"
'7

+ .v*¬ dxdy
con T = {(x,_\*) 1 0 S x S Z , $\¬S V 4 - x }-

12.10. Calcolare:

l.
l xdxdy 2.
I)
ydxdy 3.
1›
(x2y + l)dxd.\' 4. I
I)
_v3e"dxdy

dovo D è l'insieme del semipiano .v > () delimitato dalle circonferenze di centro l'ori-
gine e raggio l e 2, e dalle rette x = () e x = l.

12.11. Calcolare i seguenti integrali:

1.
I
L
x(y + ;)dx(1\'(1 2.
J xy(y + z)dxd.vd: 3.
E
f ( l + .\';)dxd.vcl;:
hange E hange E
XC d XC di
F- 12.5it 43 F-
I Il volume dei solidi t
PD

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
ƒ (x + .v)dxd)'dz
to

to
4. 6.
ww

ww
arc sen .x*dxd.va:
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
w

w
tr re tr re
.

.
ac ac
k e r - s o f t w aE 1-; k e r- s o ft w a
(lxdyd:
5.
I
E
x.vedxd.vd; 7.
I+++ l x y ¬

dovo E è il tetraedro di vertici (0, 0, ()). ( 1 , (). 0). (0, 1, ()) e (0. 0, l ) .

12.12. Calcolare:
l +2 xi
1. xvsen (re:)dxdvdz 2. dxdyd: 3. e:(1.x'dvd.,
I + ,2
k›
1 T 7

in cui T è il tetraedro con vertici nei punti (0, 0, 0) (0, l , I), l,(). l ) e (0, 0, 1).

12.13. Si calcoli:

1. f xydxdydz 2.
I
]._
(x + ..)log_ydxd.ydz 3.
ƒ ye"dxd\~d.
E

con E = {(x.y, :)ER3 : 0 $ x $ l , ( ) $ . v $ l , 0 $ . . S 3 - x + y } .

12.14. Calcolare:

1.
J
E
(x + sen;)dxd.ydz 2.
I arctg (x + .v)a'xd.ya'z

dovo si è posto E = {(x, y, ;)ERA : 0 S x $ 1, O s y s x , ( ) $ 2 $ x .v}»

12.15. Calcolare:

1
E
dxdydz 2.
I
F
x logo + _v)dxd_vdz
_')
c o n E = { ( x , . v , . ) E R 3 : 0 $ x $ I 0 $ . v $ 2 . ( ) $ z $ 6 - .x - - v } .

12.5. Il volume dei solidi

La [l2.8] può e sere utile nel calcolo dei volumi degli insiemi normali. Se

E = { ( x , y . ne R ( x , Y) E F, X(X¬ y) S 1 s h(x, y ) } ,

ponendoƒ= 1 nella [l2.8] si trova

m(E) Ulm, y) - g(x, y)]dxd.v.


F

Esempio 12.5 Calcolare il volume dell'insieme

E = {(X y. z ) € R 3 (x,.\~)eQ,.›«+y<;<x2+.\›2+ 1 },

ove Q è il quadrato (0, l ) x (0, 1).


hange E Change Ed
XC di -X
F- it
t 44 Il calcolo integrale in più variabili I Cap.
F
12
PD

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
Si ha
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
=ƒ(1 + xv +
w

w
tr e w tr re
ar
.

.
ac
k e r- s o ft w m(E) - X .-- v)dxd\'. ac
k e r- s o ft w a

Q
e applicando di nuovo il teorema di Fubini, quest'ultimo integrale è uguale a
1 1 2
ƒ d ƒ < 1 + xv + va - x - v)dx
'›
1+í+_Y"-í-_V d_Y=í_ U
0 () 0

Abbiamo già osservato che la I 12.81 permetto di ridurre un integrale triplo a un in-
tegrale semplice, seguito da uno doppio.
Si sarebbe potuto però procedere diversamente, calcolando prima un integrale
doppio, seguito da uno semplice. Supponiamo infatti che./(x, y, 2) sia integrabile nel
parallelepipedo P, e che per ogni z E lr, s) la funzioneƒ(x, y, z) sia integrabile rispetto
a (x, y) nel rettangolo R. Si ha allora

ƒƒ(-x. y, z)dxd.vdz: =ad: ƒf(x, .v, :)dxd.v. [l2.9]


P r R

In particolare, siaflx, .\', z) una funzione continua in un insieme E misurabile e li-


mitato, e supponiamo che per ogni l'insieme

E __= {(x. y) : (x,y,z)EE}


sia misurabile in RZ. Si ha allora

fu, ›-. z)dxdyd2t


r
(L, ƒflx, la :)dxdv. [l2.l0l

Anche in quest'ultima versione, il teorema di Fubini può essere applicato con pro-
fitto al calcolo del volume dei solidi. Scrivendo infatti la relazione precedente conf =
l , abbiamo:
.\

m(E) m(E..)d: [12.lll

dovo ovviamente la misura di E è la misura bidimensionale:

m(E:) =ƒ¢I:(X» v, z)dxdv

L`applicabìlità della I 12.1 1] dipendo ovviamente dalla possibilità di calcolare l`a-


rea degli insiemi Un caso in cui questo è particolarmente semplice si ha quando E
è un solido di mtaztione, ottenuto ruotando una figura F del piano .vz attorno all'asse 1.
Siaƒ(:) una funzione continua non negativa, definita per r $ z < s, e consideriamo
nel piano yz l°insieme
F {(_v, :) : r < 4 < s, () $_v <.ƒ(z) } .

E {(x, .v. ,) : r e
_
Se facciamo ruotare F attorno all'asse

< s; X2 + .\8 <f(z) } .


H

k› 9 otteniamo il solido di rotazione


hange E hange E
XC di XC di
F- F-
12.5 !tI Il volume dei solidi 45 t
PD

PD
or

or
!
W W
O O
N N
Y Y
U U
B B
to Zu to
k k
ww

ww
om

om
lic lic
C C
.c

.c
w

w
tr re tr e
ar
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a ke r- s o ft w

.v f(2)
X
< f2(2)


y

XA Figura 12.5

Per z E [r, s) fissato, l°insieme E è costituito dai punti (x, y) tali che x2 + X2 <f2(2)›
ed è dunque un cerchio di raggio ƒ`(z)- La sua misura è allora 7;f2(z) e quindi per la
[l2.l 1] si ha

m(E) = flƒfi
r

Esempio 12.6 (Il paraboloide di rotazione) Se .f(z) = VE, 0 s r S 4 < s, la curva


y =f(z) (che si può scrivere anche z = yz) è un arco di parabola. Il solido che risulta è
un tronco del paraboloide di rotazione (anticamente detto conoide parabolico).

Zu

x VE

\ /
\ /
\ /
\ I

y

x. Figura 12.6

Il suo volume è
S

flffzwdz
r
I
re ZdZ :
r
ll'
7 ($2 18). D

Esempio 12.7 (Uiperboloide di rotazione) In maniera analoga, facendo ruotare


intorno all'asse z 1°iperbole di equazione yz = 1, con a s z < b, si ottiene il tronco di
iperboloide di rotazione ( 0 conoide iperbolica).
hange E hange E
XC XC
PD
F-
di
t 46 Il (*al('oI(› integrale in più variabili I F-
Cap. 12 di
t

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
to

to
ZA
ww

ww
om

om
| l
k

k
lic

lic
C

C
.c _

.c
w

w
tr e I l tr re
ar
.

.
ac I ac
k e r- s o ft w k e r- s o ft w a

yz 1

, ƒ *HU
,I'
a '--. I .

XA Figura 12.7

Il volume di questo solido è:

I L
nI
a b
(I

Se poi si fa tendere b all'infinito, avremo che il volume del solido illimitato

E={(x,.v,Z)Z:>a,x++y2< .,-

K/

71'
e uguale a -.
\

(l

Altrimenti detto, il volume del solido acum iperbolica, come lo chiamava Torricelli,
\
, , , , I o

e uguale a quello del cilindro C in figura, che ha raggio della base - e altezza u. Questo
a
risultato, pubblicato da Evangelista Torricelli nel 1644, fece un certo scalpore, essen-
do il primo esempio di un solido illimitato con volume finito. :

Esempio 12.8 (La palla n-dimensionale) Indichiamo con B (dall'inglese hall)


la palla n-dimensionale di raggio I , di cui vogliamo calcolare la misura, che indiche-
remo con w,,-

ll,

Figura 12.8
hange E hange E
PD
F-
XC 12.5dit I Il volume dei solidi 47 F-
XC di
t

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
Gli ingredienti essenziali sono il teorema di Fubini da una parte, e dali°altra l°osser-
B

B
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
vazione che la misura della palla n-dimensionale B,. di raggio r è proporzionale a tr".
C

C
.c

.c
w

w
tr re ra e
ar
.

.
ac
k e r- s o ft w a cke
r- s o ft w
Poiché per definizione m(B) = CO", si ha m(B,.) = w,,r".
Per -- l < z < l chiamiamo 1, l`intersezione di B con l'iperpianox, = t.
L'insieme I, è una palla (n - 1)-dimensionale di raggio V1 - te , e quindi, per quan-
to si è detto, la sua misura sarà
n-I
2
m(L)=W›,-1(1 re)

Per il teorema di Fubini avremo allora


E
1 n- l 2

MM=%=% |
ƒ (1
I
` I2)
2
dr l
0
te) 1
I
0
co"udu

ove si è fatto il cambiamento di variabili r = sen u.


Occorre ora armarsi di pazienza, e calcolare l`ultimo integrale con una serie di in-
tegrazioni per parti. Si ha
I; Lt .E-
1
2 2

t
0
cos"udu _..
-..
co" v l
u sen
¬

K
u
0
+ (n 1)
f cos"
0
Jr
- "0 u
sen2udu

-
aI
7 'ì

v
(n 1› CO " 'udu (11 cos"udu
0 0
equidi
E La
2 2
n 1
co"udu = co" bldü. [12.13]
0
n 0

Se n è pari, possiamo ripetere lo stesso procedimento fino ad arrivare all"esponen-


te 0. ottenendo
Jr
2
(n . - l)(n -3)...3 Jr ( n - l)!' Ii
ƒ cos"udu
0
n(n - 2) 2 2 n!! 5- [l2.14]

Se invece n è dispari, giungeremo all'integrale di cos u, che valo 1, e quindi


E
ne
*›

t
0
co"udu :
(n
nl!
[12.l5]

Se poniamo

fu
se n è pari
A 2
1 se n è dispari

* Ricordiamo che con il simbolo n" si indica il prodotto n(n 2) (n -4).--. fino LI 2 se Il è pari e a I se n
è dispari. Ad esempio. 6 ! ' = 6 X 4 X 2 e 7 ! ! = 7 X 5 x 3 X l .
hange E Change Ed
XC di 48 Il calcolo integrale in più variabili | Cap.X 12
F- t F- it
PD

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
avremo allora
B

B
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
w

w
tr tr
re
( n - I )! ! re
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a k e r- s o ft w a
a›,,=2 AllWll

"H
Confrontando con la stessa relazione, scritta con n - 1 al posto di n:

( 2)u
Wi!-II2 1)!!
A l CU" 2

si trova
(n-1)!!(n 2)u 4
(Un 4 A,,A,,- la0/I-2 -A,,A,, - I n 2
n'! (n 1)u n

Osserviamo ora che i numeri n e n . - 1 sono uno pari e uno dispari, e quindi i due
. re , . .
fattori A,, e A n i valgono uno e 1 altro 1. D1 conseguenza 11 loro prodotto vaie
fu
e
3 ?
si ha in conclusione
2717
Wu: C0n-2°
n

Allo stesso modo, possiamo esprimere a›,, _ 2 in termini di a›,, _ 4 , e poi questo in ter-
mini di w,,_6, e così via, fino a (02 = n se n = 2k è pari, O a w, = 2 s e n = 2 k + l è d i -
spari. Avremo così, tenendo conto del fatto che (2k)'! = 2*'k!,

C02k- [l2.l6]
kl
2k+ln.k
[l2.l7]
'"2*** (2k+1)*"

Osserviamo che quando n tendo all'infinito la misura della palla n-dimensionale di


raggio l t e d e a 0, un risultato a prima vista sorprendente. D

Esempio 12.9 Il centro di gravità del paraboloide di rotazione P, generato dalla


parabola y = VE, 0 S z s b, sta sull°asse z, nel punto di coordinata

ƒ zdxdydz
P
m(P)

La misura di P è stata trovata nell°esempio 12.61


71b2
m(p)
2

Calcoliamo ora P integrale al numeratore. Si ha per la [12. 10]:


b b

P
zdxdydz
I
0
zdzƒ dxdy
p_ 0
I z m(Iì) dz.
hange E Change Ed
XC
PD
F-
di
12.6 t | Cambiamento di variabili 49 F-X it

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
Come abbiamo visto, risulta m(P:) = rrz¬ e quindi V integrale in questione si riduce a
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
_ 1cb3
C

C
.c

.c
w

w
tr rb
e tr re
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a k e r- s o ft w a
ƒfrzzdz
0
3
cosicché in definitiva

Si può dunque concludere che il centro di gravità del paraboloide di rotazione di-
vide Tasse in due segmenti, di cui quello verso il vertice è doppio di quello verso la
base. 0

Esercizi

12.16. Calcolare il volume dei solidi di rotazione definiti dalle funzioni seguenti:
k
1. .v=seng, 0 $ z S 7r 6. y - 2 a OS2SCI

2.y=e:, 0$z$ 1 7. .v = zlogz, 0<Z<3


3. y = l o g z , l Sgíe 8.y= 1 zI 7
Â.
I< l
Jr
4.y=tgz, 0 $ 2 $ 9. .y=1+.E, Os $ 2Ir
/
A..

4
5.y az, Os $hl ì
I
or

12.17. Trovare il centro di gravità del tronco di paraboloide generato dalla rotazio-
ne di v = Vz, conia$g$b.

1
12.18. Trovare il centro di gravità dell'iperboloide di rotazione, generato da y 7
s
4,

1 1
a
S z<
b
.

12.6. Cambiamento di variabili

Quando si passa a integrali in più dimensioni, la formula di cambiamento di varia-


bili diventa più complessa e di difficile dimostrazione, dato che ora viene meno la for-
mula di integrazione per sostituzione.
Per vedere cosa succede, mettiamoci nel caso semplice di due variabili, e suppo-
niamo che f(x, y) sia una funzione integrabile a supporto compatto, e che valga il teo-
rema di Fubini:

ƒfof. y)dxdy =ƒdxƒf(x, y)dy-


hange E Change Ed
XC di X
F- t 50 Il calcolo integrale in più variabili F-
| Cap. 12 it
PD

PD
or

or
! !
W W
O O
N N

k
to
B
U
Y

Nell'ultimo integrale p, .v)d.\-', fissiamo la x e facciamo il cambiamento di variabile k


to
B
U
Y
ww

ww
om

om
lic lic
C C
.c

.c
w

w
tr t
re
= (P(x, v ) . Si ha da = <p...(x, v) da'. e quindi, se (p.(x, v) sé 0, si può applicare lar a cformula r e
.

.
ac
k e r - s o f t w a _\ k e r- s o ft w a
Q

[9.l9], e ottenere:

ƒƒ(x. ›*›dxi›› =ƒdxƒf(,›¢. (p(x, v)) l(p:.(x, v) dv.


Applicando due volte il teorema di Fubini. potremo scrivere l'ultimo integrale
prima come un integrale doppio, e poi come un integrale fatto prima rispetto e x e poi
rispetto a u:

fƒlx, .v )dxdy =ƒƒ(x, (p(x, u ) )  (pI.(x, v ) | dxdv = d v ƒflx, (p(x, v)) | (p1.(x, v) dx.
Infine, nell'ultimo integrale fissiamo la 1: e facciamo il cambiamento di variabile
x = x ( u , v). Risulta dx = x,,(u. v) du, e quindi, se x,,(u, v) ¢0, applicando di nuovo la
[9. I9] troviamo

fu(-x', y )dxd.v =ƒdz*ƒ.f(.x(u, v ) . (p(x(u, u ) , v))l(p,(x(u, u ) , v)x,,(u, v ) l du. [12.18]

Le due trasformazioni successive si possono compendiare in una:

X x(u, u )
3' (p(.x(u, u ) , U) ›'(m~ u )
Per la formula I 1 l . l 3 ] di derivazione delle funzioni composte, si ha

.\'..(m, v ) (p.(x (u, v ) . v)x ,,(u , u)


y ( H. v) (PI(x(u, u), v ) x . ( u , v ) + (p.(x(u1 v ) , v)
e quindi
(Pi(r(u, u), v)x,,(u, v ) = ( M a , v ) - W X ( M , v ) , v)x,(u, v))x,,(u, v )
= y,(u. v)x,,(u, u ) - y,,(u, v)x1-(u, v )

che introdotta nella [ 12. 18] dà in conclusione:

ƒƒrx, y)dxdy =ƒ.f(x(u. v), .\'(u, v)) 4 XuYr -X?z1 I dudv . 112.191

La formula precedente si può adattare agii integrali estesi a un insieme E, osser-


vando che questo corrisponde a integrare la funzione.f(p,;. Si ha allora

fu. .v)dxdy =ƒ.f(.›«(»¢, v ) . y(u, v))<P1-(x(m, u), y(u, v ) ) l.x,,y, - XrYu | dudv.
Osserviamo ora che (pi-(x(u, u), _v(u, v)) vaie l se (x(u, v). Y(u, v)) E E e 0 altrimen-
ti, essa è dunque la funzione caratteristica dell'insieme F, immagine inversa di E tra-
mite la trasformazione x = x(u, v), y = y(u, v). Si ha allora

f(x, ›››dxdy . -
.f(x(u, v), y(u, v)) |x.,y- -- ' r Y u dudv. I [12.20J
hange E hange E
XC 5I XC
PD
F- 12.6dit | C`un1biurnenm di variabili F-
di
t

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
Osservazione 12.4 Per giungere alla [ l 2 . l 9 ] ( 0 alla I 12.201 che è equivalente)
B

B
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
abbiamo fatto due successivi cambiamenti di variabili in una dimensione, prima nella
C

C
.c

.c
w

w
tr re tr re
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a k e r- s o ft w a
.v, e poi nella x. ln realtà, quella che è data è la trasformazione complessiva

X : .\'(u, z*)
y = .v(u. z') 112.211

Si pone allora il problema: si può trovare una funzione (p(.\'. z') tale che risulti .v(u, z') =
= Cp(.\'(u. z'). v)" La risposta è positiva se i equazione x = .\'(u. z') si può risolvere ri-
spetto a u. cioè se risulta Il = 1/(Jr, z'). In questo caso. la funzione (p(.x'.v) = .v(1/(.r. u). v)
è quella che ci occorro: infatti, essendo y(.\'(u, z'), u) = u, si ha (p(.r(u, v ) , v ) = .\'(u. v ) .
L`equazione x = .\'(u, z*) si può risolvere se per ogni z' la funzione x ( u , v). considera-
ta come funzione della sola variabile ll. è monotona, ossia se si ha x,,(u, v) va 0 per ogni
ll e 'LI'

Questa è una delle ipotesi che avevamo fatto per applicare la [9. l 91. L`altra ipotesi
era (p...(.r, z') # (). che essendo x,,(u. v) ¢ 0 è equivalente alla (p...(x. v ) x,,(u, v) ¢ (). ossia a
.1H_\ E -x:..v,, ¢(). ln conclusione, le [ l 2 . l 9 ] e ll2.20] sono valide se la trasformazione

| 12.2 l 1 verifica le ipotesi x,, v* 0 e .\',,.v... - .\*,.v,, ¢ 0.


Osserviamo che saremmo giunti allo stesso risultato se avessimo cominciato con il
cambiamento di variabili _\` = I//(x. u). Questo significa che, ferma restando l`ipotesi
x,,.v... - . x....v,, ai 0, la condizione x,,(u. v) ¢ () può essere sostituita dalla .\'.(u. v) ¢ ().
Purtroppo però non sempre accade che una delle funzioni x,, e Xi' sia sempre diversa
da 0: può darsi infatti che .\',, si annulli in qualche punto e .\.. in qualche altro punto. ¢

Quello che è certo è che esse non possono annullarsi ('()lll('Hl]7()/'(U181lH1€IlI€, cioè nello
stesso punto, dato che altrimenti anche .\',,.\*-.. - x:..v,, sarebbe uguale a ().
Supponiamo ora che le derivate x,, e x.. siano continue in un rettangolo chiuso R che
contiene F. È allora possibile dividere R in un numero finito di rettangoli RI. R_¬.
RN in ognuno dei quali almeno una delle due funzioni .re e XI è sempre diversa da
zero.5 Possiamo allora scrivere la [l2.2()l in ognuno degli insiemi Fu = F H Ra:

I fu-\'¬
1.Q
_\`)d.\*d)* =ƒ/(.»-(~. p ) . .v(u. u)) | l a ) . - .XI_\ I dudz'
fu.
H

ove con EI. si è indicata l`immagine di Fu tramite la trasformazione ll2.2l]. Se som-


miamo tutte queste relazioni. al secondo membro si ottiene F integrale esteso a F. e
quindi avremo
N
j .f(x, .v)dxd.v ƒfmu. u ) , .\'(u, : ' ) ) | x,,y... X2'."u dudz*
I
k = | H.

R. e dunque ha un minimo positivo. che chiamiamo 2 m . la secondo luogo, le funzioni x,, e - r sono unifor-
memente continue in R. c quindi esisto un 5 > 0 tale ehe. posto w = ( u . z') c w' = (u'. t"). sc - w'I I < asi
Hw
ha 1.\,,( ww) - .r,,(w')l< m e | .\'..( w ) - x..(w') l< m. Dividiamo ora R in rettangoli R di diametro minore di 5, e
°m2.
l

sia WL il centro di Ra. Si deve avere . r 2 ( w £ ) + x fl w ) 2 e quindi risulterà l-*«.(Wt)l 2 rn o l.\*...(w)l 2 HI.
Nel primo caso. .r,, sarà sempre diversa da () in R . nel secondo lo sarà Xi.
hange E hange E
XC di XC di
F- t 52 Il calcolo integrale in più variabili F-
| Cap. 12 t
PD

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
Se ora gli insiemi Ek sono tutti disgiunti, cioè se il cambiamento di variabili [l2.21 ]
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
è invertibile, la somma al primo membro dà l'integrale esteso a E, e quindi tsi r a ottiener e
C

C
.c

.c
w

w
tr e
ar
.

.
ac cke a
k e r- s o ft w r- s o ft w
di nuovo la [12.20], che dunque risulta valida nella sola ipotesi che l'applicazione
[12.21] sia iniettivo e che la funzione XuYl' - XrYu sia sempre diversa da zero. C1

In conclusione, abbiamo dimostrato il seguente

Teorema 12.3 Slaf(x, y) una funzzone znregrabzle I n un mszeme E C R , e s a

x x(u, v )
y Y(u, v )

un "applicazione biunivoca e di classe Cl (cioè derivabile e con derivata continua)


con la sua inversa, da un rettangolo R C R 2 in un insieme che contiene E, e tale che
xuy, -xvyu ¢ 0 in R. Sia F [immagine inversa di E.
Si ha allora

ƒf(x. ›/)dxdy = ff(x(u , v), .v(m, v)) XuYv


- I
XJ" dudv. [l2.22]
E F

L'uso della formula [l2.22] è analogo a quello della formula corrispondente nel
caso di una variabile: si tratta di trovare una trasformazione opportuna, che renda più
semplice l`integrale. Nel caso di integrali in più variabili, una delle difficoltà princi-
pali risiedo nel dominio di integrazione, l°idea allora è di operare in un certo senso a
rovescio rispetto al teorema, cioè di cercare un cambiamento di variabili u = u(x, y),
v = v(x, y) che trasformi il dominio E in uno F più semplice possibile, ad esempio un
rettangolo, e poi di prendere la trasformazione x = x ( u , v), y = y ( u , v) inversa della
precedente.

Esempio 12.10 Calcoliamo P integrale

t
E
dxdy
2x + y

dovo
2
E = {(x,y)E R : x < y < 2 x , 1 < x + . y < 3 } .

Cominciamo a fare il calcolo direttamente, cioè senza usare la formula di cambia-


1 3
mento delle variabili. L'insieme E è normale rispetto ali°asse y, con a : - , b : --,
3 2
1 l 1
2x se <xs 1 1 X se <x$
3 3 2
h(x) g(x)
3
3 x se l < x < È.
2
x <x< 2
hange E hange E
PD
F-
XC
12.6 di It Cambiamento di variabili 53 F-
XC di
t

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
Yu
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
2x
C

C
.c

.c
w

w
tr re tr re
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a k e r- s o ft w a

x+y 3

X+y- 1
E..
7

Figura 12.9

e quindi può essere calcolato mediante il teorema di Fubini:


1
_ 5
/1(.r) v=h(x)
dxdy d.v
dx l J:log(2.\' + .v) dx
1.:
2x + _\* 2x + .v v xi)
I K(V)
1
1,
)

J[log(2x + h(x)) - 1og(2x + g ( x ) ) ] d x .


I
X

Possiamo calcolare più facilmente quest'ultimo integrale spezzando l'intervallo di


\
l 1 l 3
integrazione in tre parti:

zioni g(x) e h(x) nei vari intervalli. si trova


3 ' 2 ' 2`
l
)( 1 _
2
Ricordando la definizione delle fun-

1 I
2 2

ƒ[10g(2.+ hm) - log(2x + g(x))1dx= ƒ l l ø g 4 x - log(1 +x)]dx +


l 1
1 2
3
I 2

+ ƒll0g4x - log3xldx [log(3 + x) - log3x]dx.


l
1
2

Il secondo integrale è immediato, dato che log 4x log ex = Iog4 - log3. Si ha allora
' 1 I
7 (log4 - log3) = log 2 2 0l g 3.
ƒíløg4x -- log 3x]dx :

1
2
hange E hange E
XC di 54 Il calcolo integrale in più variabili | Cap.XC 12 di
F- t F- t
PD

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
Gli altri due si calcolano per pari. Si ha:
B

B
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
w

w
tr re tr re
xlo g mx
.

.
ac
k e r- s o ft w a ƒlog m d x = x log mx - d x : x ac
k e r- s o ft w a

Jlog(k+x)dx= ( k + x ) l o g ( k + x ) dx= ( k + x ) l o g ( k + x ) - x

e dunque
I l
2 f›

I [log4x --.. logo + x)]dx = x log 4x - (1 + x) log (1 + x)


l
3

1 3 3 1 4 4 4 5
210g2 lOgí""š1Ogš-+lOg=4lOg2-ì°°lOg3
2 3
3 Â
2 2

Il
[log(3 + x ) - log3x]dx = (3 + x)log(3 + x) - xlo g3x
l

9 9 3 9
í l o g - í ~ í l o g í - 4 l o g 4 + log3 = 7 l o g 3 - 1llog2.

Sommando i tre integrali, si ottiene in conclusione:


dxdy
=41og3-6log2.
E
2x + y

Lo stesso integrale si può calcolare con un cambiamento di variabili, che trasformi


l°insieme E in un rettangolo. La trasformazione più appropriata è:
u x+ _y
y
' U__
x

che manda E nel rettangolo R = (I, 3) X (l, 2). Esprimendo x e y in termini di u e v, si ha

u
x
l+v
uv
y
1+v
da cui
1 u
Xi
l+v° (1+v)2
:
v ll
""V 1+v 9
(I+v)2

e quindi
u
XuYz* XrYu >0.
(1+0)2
hange E hange E
XC d XC di
F- F-
12.6 I it Cambiamento di variabili 55 t
PD

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
Si ha allora
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
w

w
tr tr
re
dxdy 1+v u dv re

I
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a

D'altra parte
2x + .V J u(2+v)(1+v)
2dudv=ƒduƒ
1
1(2+v)(I +v)
k e r- s o ft w a

1 :
I 1
(2+v)(l+v) 1+v 2+v

e dunque
7 2

t
dv
log(l+v)-log(2+v) 1og3-log4-Iog2+log3
(2 + v ) ( l + v )
1

= 2 log3 ..-
2 log2

e integrando rispetto a u si trova


dxdy
ƒ 2x + y
E
4log3-6log2

come in precedenza, ma con qualche calcolo in meno. L]

Formule analoghe valgono in più variabili. Se nell'integrale

ƒf(x›dx. dXi
E

eseguiamo il cambiamento di variabili x = x(u ), u = (uI, uz, Un)s avremo la formula

ƒf<›(›d›«. dx =te(x(u)) I det J(u) I du, du" 112.231


E

dovo con detJ(u) si è indicato il determinante della matrice jacobiana della trasfor-
mazione:

8XKU) ÖX1( u ) âx1(u)


9111 åuz 8u,,
8x2(u) 8x2(u) âX2( u)
âu1 8110 ai"
J(u)

ex,,(u ) ex,,(u) ó*x,,( u )


ai. 8112 aUt:
Si vede subito come nel caso di due variabili si ritrovi la [l2.22]. È evidente che
quanto più cresco il numero delle variabili, tanto più aumenta la complessità della for-
mula.

;
hange E hange E
XC di XC di
F- F-
PD
t
56 Il calcolo integrale in più variabili I Cap. 12 !t

PD
or

or
!
W W
O O
N N
Y Y
U U
B B
to to
k k
ww

ww
om

om
lic lic
C C
.c

.c
w

w
tr re Esercizi tr re
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a k e r- s o ft w a

12.19. Calcolare i seguenti integrali:


1. ƒ<.x+ y )dxdy 2. xdxdv 3. (V + \')dxdv
T 1'
1
dovo T è il dominio delimitato dalle rette .v + 2x = 0, .v + 2x = l e dalle parabole .v x
e .v x 2 + 1.

12.20. Calcolare F integrale


logo
ƒ ya
dxdy
E

dovo E è l°insieme delimitato dalle rette y x,.v=2x,.v+x=2e_y+2.x=2.

12.21. Calcolare:

1. ƒdxdy
1*
2.
I
T
ydxdy 3. ƒxdxdy
1
4.
f
7.
e'logydxdy

con T = { ( x , y ) E R 2 : 1 g va" S 2, 2 $ . y e ' $ 3 } .

12.22. Si calcoli
x - 'V
co dxdy
T
x +y
in cui T è il triangolo di vertici (O, 0), ( l , 0) e (O, l).

12.23. Calcolare:

I
t
15
dxdy
I
2. xdxdy 3.
I
E
dxdv
XY
.

dovo E è l"insieme delimitato dalle rette y = 2 x e 2 y = x e dalle ellissi 4x2+.v2=4 e


4X2 + yZ 16 e contenuto nel primo quadrante:

12.24. Si calcolino gli integrali:


lo8 ) '
1. ƒdxdy
T
2.
I
T
sen (7{v)dxdy 3.
T
x
dxd.v

dovo Tè il dominio delimitato dai grafici delle funzioni .v = logx, y = logx + 2, .v : -lo go
e y = 4 - logx.

12.25. Calcolare: la'


dxdv. j
COS
5 y dxdv
1.
I
T
xi
2. I
T
ve"dxdy 3. x.\8 lo g xydxdy
T
4.
f
T
x2
nei quali si è posto T = [(x,.v) €R2 : l $ x $ 2, 2 $ x y $ 3 } .
hange E hange E
XC di XC di
F- F-
12.7 t | Le coordinare polari 57 t
PD

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
12.26 Calcolare P integrale
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
w

w
tr tr

I re re
.

.
ac 7 ac
k e r- s o ft w a
(y* x 2)"*"(xi + y2)dxd›~* k e r- s o ft w a

I)

c o n o = 1(x,)) : x > 0 , y > 0 , ( ) < a $ x y $ b , 0 < y 2 - x 2 < 1 }.

12.27. Calcolare il volume del solido

E = {(x¬y¬2)€ R 3 ¢x>(›,.>->0,v,í+\/§< 1 0 $ ; { $ \ , x y } . 9

12.7. Le coordinate polari

Un caso importante del cambiamento di variabili in due o tre dimensioni è costitui-


to dal passaggio a coordinate polari.
Un punto del piano è determinato dalle sue coordinate cartesiane (x, y), Alternati-
vamente, possiamo individuare lo stesso punto assegnandone la distanza p dall'origi-
ne degli assi e l'angolo ( c h e la retta che lo congiungo con l'origine forma con l°asse
delle ascisse, misurato in senso antiorario a partire da quest'ultimo.° Si ha ovviamen-
te p i 0; per quanto riguarda (p c'è ampia possibilità di scelta, dato che aggiungendo
multipli di 271' non cambia nulla. A seconda dei casi conviene prendere (p positivo, e
quindi 0 s (p< 2n, o considerare anche angoli negativi, e far variare (p tra - r e 7r.

Yu

I (x, y)

cp

X Figura 12.10

Una semplice occhiata alla figura mostra che si ha


x =pcos<p y=psen<p. [12.24]
Reciprocamente, p e (p sono determinati dalle relazioni
x X y
p V~x2 + yz COS¬ (p
...
- - S€N(P= [12.25]
p Va: + yz p vx2 +y2
Si ha
ex g› ex
op COS (p,
8/9
se cp
åfp
-essen cp,
åš =pcos(p

6 . . .
$1 r o t e a che p e (p sono 11 modulo e l argomento del numero complesso z
.
-_ x + Ii.
hange E Change Ed
XC -X
PD
F-
di
t 58 Il calcolo integrale in più variabili I FCap. 12 it

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
e quindi la formula [l2.22] di cambiamento delle variabili diventa:
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
w

w
Ix, y)dxdy =ƒf(pcos(p, essen(p)pdpd<p.
tr e tr re
ar
.

.
ac ac
k e r- s o ft w k e r- s o ft w a
[l2.26]

Il passaggio a coordinate polari è particolarmente utile quando il dominio di inte-


grazione E è un settore di cerchio o di corona circolare. In questo caso infatti l°insie-
me F è particolarmente semplice.

Esempio 12. 1 l Si calcoli l`integrale

y2 )dxa'y

dovo E è il settore della circonferenza di raggio 1 compreso tra le semirette y = x e y -X,

x > 0.

Yin


1 x

y- x Figura 12.11

Passando in coordinate polari, si ha

y2)d.*dy = Ii
r
3(cos2<p - sen2<p)dpd(,0 = ƒp~*c<›s2«›dpd¢›
F

deve F è l'insieme E descritto in coordinate polari. Quando (x, y) varia in E, p varia


_ 7l' _
rr 7
tra 0 e I , mentre (p varia tra 'X C . si ha allora:
4
E
l g l
4 I

ƒ p3dp__ L .
f 7
(x" - y2)dxdy = I›3d/1

'
cos 2<pd(p = (.p*dpísen 2(p
Jr
:

0
4
U

7
In questo caso conviene considerare (p variabile tra -Ire zz. Se avessimo preso l'angolo q› tra 0 e 27r,
77:
avremmo dovuto spezzare l nntegrale nspeno a lp nn due, uno tra 0 e op e 1 altro tra e 2/1. Ovviamente al
4
risultato finale sarebbe stato lo stesso.
hange E hange E
XC di XC di
F- F-
12. 7 It Le coordinare polari 59
t
PD

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
Esempio 12.12 Calcolare l'area dell'insieme
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
w

w
tr e tr re
ar
.

.
{(x, y) : x2 + yz < 3 \ x2 + yz
ac ac
E k e r- s o ft w a
k e r- s o ft w
3x}.

\..
r ›

Figura 12.12

Per la sua figura a forma di cuore, l'insieme E (0 più esattamente la curva che lo de-
limita) si chiama cardioide. Per calcolarne l'area passiamo in coordinate polari. Si ha

m(E) =ƒdxdy=ƒpdpd(1).

Per trovare 1
E
,. .
insieme F esprimiamo IN
. . . .
coordinate pola
. . . _
la dlseguagllanzax 2 + .y° <
< 3 M2 + V2 - 3x che definisce E. Si ha

p 2 < 3 p - 3pcos (p
e dunque (p varia tra 0 e 27r, mentre p varia tra 0 e 3(1 -- COS (p). Avremo pertanto
27r 3(l comp) la 27r
ƒpdpd<p=ƒd(p I/>d/>= 2. ƒ(l-cos<p)2d<p= 9
ƒu + cos2(p- Zcos ¢)d(p =
F 0 ()
2 0
2 0
"Jr
COS 2<p
2 277:
2 I
0
Â+
2 2
2cos(p]d(p=
2
[1

Una immediata generalizzazione delle coordinate polari al caso di tre variabili è


costituita dalle coordinate cilindriche, date dalle relazioni

X=PCOS(P

m=ps@n¢
:=z [1227]

In sostanza, le coordinate cilindriche si limitano a introdurre le coordinate polari


hange E hange E
XC di XC di
F- t F- t
PD

PD
or

or
!

!
W

W
60 Il ('a1cn/0› integrale in più variabili I Cup. 12
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
(bidimensionali) nel piano xi, lasciando inalterata la variabile z. Di conseguenza, si ha r e
C

C
.c

.c
w

w
tr re tr
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a k e r- s o ft w a

ff(x. v, )dxdvd: =ƒf(pcos(p. psencp, :)Pdpd<pd:. [12.28]


E fu

Esempio 12.13 Trovare la misura dell'insieme ottenuto intersecando il cono


. ..
+ y"7 con 11
-)
cilindro x' + y' < 2x.
7 1
z' < xi
Introducendo le coordinate cilindriche, l'insieme in questione è determinato dalle
relazioni 22 < pz e pz < 2pcos cp. Si ha dunque

ir 71'
F={ (P¬ <P¬ 2) 2<(p< ,()<p<2cos(p, -/><1<›0}

e il volume di E diventa
fu rr g.'_r
2 w co ¢p P *)
°cos(p 2
2
ƒdxdydz = ƒ pdpdzpdz ƒ
E fu O p re
d<pƒ pzdp :
()
3
fu
www =

7 2 2

I
Â
3 t
I
(l _ç2)d$
Â.
9

Veniamo ora alle coordinate polari in tre dimensioni, dette anche coordinate .sƒèríclua
. . . .. . . , . .
Se P e` un punto di R 3 , di coordinate (x, y, z), si indica con r la distanza dal origine:
'›
r = \"x2 + _v2 + 4.
1-

con 19 l`angolo che il segmento OP forma con Tasse delle e con (p l'angolo tra l'as-
se x e il segmento OQ, proiezione di OP sul piano xy (vedi figura). Si ha allora

X = essen åcos (p
.v = essen essen (p
7
s. rcos 19

La formula di cambiamento di variabili nelle coordinate polari tridimensionali si


può ottenere dalla formula generale [l2.23]. Si può però anche osservare che il pas-
saggio a coordinate polari si può vedere come il risultato di due operazioni successi-
ve: la prima è il passaggio a coordinate cilindriche [ l2.27], la seconda, che coinvolgo
solo le variabili z e p, data dalle formule
Ir
ii rcosô
p=rsen 15*
(p=(p [l2.29]

La matrice jacobiana di questa trasformazione è


rcos 19 -essen 19\
sen: rcos 19
hange E hange E
XC d XC di
F- F-
12.7 i|t Le coordinate polari 61 t
PD

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
to

to
Z n
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
w

w
\
tr e tr re
ar
.

.
\
ac ac
k e r- s o ft w \
k e r- s o ft w a

` 1
I
P (x,y,2)

I
I
I
I
l
I
I
r I
I
I
I
I
I
I
O |

›k i
\
\ I y
\ I
y \
\ I
(p \
\ |
x
ß O Figura 12.13

il cui determinante è r. Se ora si deve calcolare l°integrale

tƒlx, y, z)dxdydz
E

si può passare prima a coordinate cilindriche

ƒƒ(x, y, z)dxdydz = ƒƒ( pco s cv, essen (p, z)pdpd(pdz


E G

e quindi eseguire il cambiamento di variabili [12.29]:

Jƒ(pcos (p, essen (p, z)pdpdçodz = ƒf(rsen ücos (p, essen 19sen (p, rcos 19)rsen z9rdrdz9d<p.
G
Si ha dunque in definitiva:
'7
ƒf(x, y, z)dxdydz : ƒƒ(rsen úcos (p, essen essen (p, rcos z9)r* sen z9drd19d(p. [l2.30]
E

Esempio 12.14 Si calcoli il volume dell"intersezione tra il cono di equazione


x2 + yz < 22 e la sfera x2 + yz + 22 < 2z.
Espresse in coordinate sferiche, le due relazioni diventano r2 sena 19< r2 cosa 19 e
r2 < 2rcos 19, ossia semplificando:
sena 19< COS2 19 r < 2 cos 19,
che danno per l`insieme F le relazioni
7:
0<ü<- 0<r<2cosz9
4
mentre (p varia tra 0 e 27r.
hange E Change Ed
XC di -X
F- t |F Cap. 12 it
62 Il calcolo integrale in più variabili
PD

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
w

w
tr re tr re
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a k e r- s o ft w a


y

Figura 12.14

Il volume desiderato è dunque


27r È Zcosü É' 8 COSA
Jdxdydz
E
I rl sen üdrd19d(p= ad¢ƒse.. üdú Irzdr = Znƒsen 29
0 0 0 0
3
640:

Z
lózrl 1
ícos* 19 ì la D
3 0

Esempio 12.15 Dato il cono

C = { ( x , y , z ) : 0 < z < 1, x 2 + ) 2 < 2 2 } ,


trovarne il momento d'inerzia rispetto all'asse delle x.
ll momento d'inerzia 211€ di un insieme E rispetto ali°asse delle x è dato dall'integrale

ƒ (yz + z2)dxdydz.
E

Nel caso del cono C, passando a coordinate polari, si ha:

*JJÈ
ƒr4sen19(sen319sen2 ç0+ c0s2 z9)drd19d¢p
dovo F è determinato dalle diseguaglianze

0 < r c o s 19 < 1, re sena 19< r2 cos219


hange E Change Ed
XC d -X
PD
F-
12. 7it I Le coordinate polari 63 F it

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
ossia
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c 1

.c
w

w
tr re 71' tr re
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a 0<<p<2zr,0s z 9 < , O s r < . k e r- s o ft w a
cosa
Risulta allora

1' col 0 Zu
EU? = Essen fldvƒ r4drƒ(sen2 üsenz (p+ cosa 19)d¢p.
0 0 0

L°ultimo integrale si calcola facilmente:


Zu

I 0
(sena üsenz (p+ COS2 19)d(p = n'(sen2 19+ 2 c0s2 19) 7L'(l +c0s2 19)

e quindi
I
f Cos 19
se z9(1 + COS2 19)
*JJÈ = 7cƒnsen z9(l + c0s2
0
ww t
0
r4dr
COSA 19
d19=

1+u2 1 Jr
1+1 C1
u5 4 4

Esercizi

12.28. Calcolare i seguenti integrali:


2x2 - .v 2 x 2 + .v 2
I
1. xzyzdxdy
E
2. dxdy
f
E
X2 +y2
3. 7
X2

x'+2y
dxdy2 4.
I
E
X4 +y4
dxdy

ove E è la corona circolare di centro l`origine e reggi l e 2.

12.29. Calcolare:

1. ƒ 3ydxdy
+ 4x
2. ƒxarctg dxdy
y
X
3. ƒxe'dxdy 4.
I xlog(1 + y)dxdy
G G G G

nei quali G è la parte della corona circolare dell"esercizio precedente contenuta nel pri-
mo quadrante .

12.30. Si calcoli:

I
ƒ
1. (x + y2)2dxdy 3.
x2
dd' 5. ;1 +_Y-2 _*_y2
'› dxdy

2 2
ƒ x x2 +i y 2 dxdy
2. ƒx2arctg(x2 +y2)a'xdy 4.
1

ove I è il cerchio di raggio l con centro in 0.


I
6.
i X2€X+'dXd)7

12.31. Si trovi l'area dell"intersezione dei cerchi X2 + y 2 2 x $ 0 e x2 + yz - 2y S 0.


hange E hange E
XC di XC di
F- t F- t
PD

PD
64 11 cal('()1() integrale in più variabili | Cap. 12

or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
w

w
tr re tr re
.

.
ac
k e r- s o ft w a 12.8. Integrali impropri ac
k e r- s o ft w a

Come nel caso di una variabile, anche per integrali multipli si può definire l'integra-
le in senso improprio. Anche qui si hanno due casi: quando l'insieme di integrazione
non è limitato, e quando la funzione da integrare non è limitata nelle vicinanze di uno o
più punti.
A differenza però dagli integrali unidimensionali, nel caso di integrali multipli la
varietà delle situazioni consiglia di porsi in casi più semplici, ad esempio di funzioni
positive.
Cominciamo dal caso di integrali in insiemi non limitati. L'idea è di "tagliare" il domi-
nio di integrazione con una sfera di raggio r, integrare su questo insieme (che ora è limi-
tato), e poi far tendere r ali°infinito. Possiamo tradurre questa idea in una definizione:

rz
Sia f(x) una funzione deflnita in un insieme E C R › eonf(x) 2 0
Definizione 12.4
per ogni x E E. Supponiamo che per ogni intorno I,. dell 'origine

1,= { x E R " : lIx <r}


lafimzionefsia integrabile nel 'intersezione E fu I,. Diremo chef integrabile in senso
improprio su E se risulta

li ƒ(x)dx<+°<›_
I'-)+0<›
Ln1,

Se ciò accado, si definisce integrale su E dellaƒùnzianefil valore del limite:

ƒf(x)dx = lim
r-«›+°<›
ƒ f(x)dx. [12.3 l ]
/mI,

Osserviamo che grazie alllipotesif(x) 2 0, la funzione

F(r)
EM,
l ƒ(x)dx

è crescente, e dunque il limite esiste sempre, ed è uguale all'estremo superiore:

li
r + ° ° EM,
ƒ ƒ(x)dx = up f
r > 0 E n' l
ƒ(x)dx.

Notiamo anche che se l`insieme E è limitato, da un certo ro in poi si avrà E C I,, e


.
dunque E H I, = E pertanto per r > to si ha

I ƒ(x)dx =ff(x)dx
En I, E

e F integrale improprio coincido con l'integrale usuale.

Osservazione 12.5 Se si eliminasse la condizione f(x) 2 0, si potrebbe dare una


definizione simile alla precedente, in questo caso l'esistenza del limite non sarebbe
più garantita, ma come per le funzioni di una variabile potremmo sempre definire in-
tegrabile una funzione per la quale il limite esisto ed è finito.
hange E hange E
PD
F-
XC 12.8
di
t I Integrali impropri 65F-XC di
t

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
Si avrebbe però il fenomeno spiacevole che se invece di tagliare con delle sfere fa-
B

B
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
cessimo la stessa cosa con dei cubi, una funzione potrebbe essere integrabile contr le
C

C
.c

.c
w

w
tr re re
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a k e r- s o ft w a
sfere ma non con i cubi, o viceversa. o anche potrebbe essere integrabile con ambedue,
ma dare due diversi valori dell'integrale.
Questo non accade se la funzione è positiva. Infatti, se si considerano ad esempio
le sfere I, e i cubi
Il
Q,={›<e R :max[ x.l»l›(2 ,.--al›«,, }<r},
si vedo facilmente che ogni sfera 1, è contenuta in un cubo Q, (in effetti I, C Q,), e che
viceversa ogni cubo Q,, è contenuto in una sfera 1, (e precisamente Q,, C I\nh)' Si ha al-
lora, dato che la funzione integrando è positiva,

ƒƒdxs ƒ f d x S lim
I - ) + 0 - 1
ƒfdx
1, Q. Q.

ƒfdx <ƒ.fdx<1im
-›
ƒƒdx "*"-.

.s + oo
01. L L
Facendo ora tendere r a + 0 0 nella prima relazione, e h a + 0 0 nella seconda, si ottiene

lim ƒƒdx s li
I'+°°
ƒfdx
I-)+o-a
I, Q,

lim ƒ.fdx < li ƒƒdx


11 -› +00 .Y-~› +00

Q», I

e quindi i due limiti sono uguali. U

In maniera simile si tratta il caso in cui E è limitato, ma la funzioneƒnon è limitata,


ad esempio nelle vicinanze dell'origine. In questo caso si taglierà dal dominio E una
sferetta 1,, si calcolerà l'integrale su E - I,, e poi si farà tendere r a zero.

Definizione 12.5 Siaƒ(x) unaƒunzione definita in un insieme E C R ", con ƒ(x) 2 0


per ogni X E E . Supponiamo che x0 sia un punto di accumulazione per E, e che per
ogni intorno 1,. di X0 la ƒim:ionefsia integrabile in E - I,.. Daremo c h e f è integrabile
in senso improprio su E se i l limite

Iim
r-›0
ƒ f(x)dx = up ƒ ƒKX)dX
, 'E-I,

èflnito. Se ciò accado. si definisce integrale dellafunzionefil valore del limite:

ƒ.f(x)dx= lim
r-›()
ƒ .ƒ`(x)dx. [l2.32]

Anche qui vaie quanto detto in precedenza: invece delle palle 1, potremmo esclude-
re dei cubi, O un qualsiasi altra famiglia di insiemi S,,, con S,, C Sa per h < k, e tali che
X0 sia interno a tutti gli S,,, e che l'intersezione di tutti gli S,, sia costituita dal solo pun-
to X0-
hange E Change Ed
PD
F-
XC di
t 66 Il ('al('()1() inlegrule in più variabili I Cap.
F-
X
[2 it

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
Se poi f(x) è di segno variabile, possiamo considerare le due funzioni non negative
B

B
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
w

w
tr re tr re
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a k e r- s o ft w a
1)
fax seƒ(x)>0
f*(x) =max{f(x),0}
sef(x)<0

0 sef(x) 2 0
f-(X) max l . -.f( x ) , 0 }
-f(x) sef(x) < 0

che verificano la relazione f*(x) - f ( x ) =f(x). Diremo allora c h e f è integrabile in


senso improprio su E se ambedue le funzioniƒ* edf lo sono, e porremo

ƒf<›(›d›< =ƒ.f* (x)dx - ƒ f ( x ) d x .


E E E

Esempio 12.16 Calcoliamo F integrale

MA + dxdy
y2)C!

dovo E è l'insieme esterno al cerchio di raggio 1.


Se r > 1, l'insieme EH 1, è la corona circolare C,, di reggi l e r. Passando in coor-
dinate polari, si ha se aaé 1:
Zu r r
dxdy re/ßdp p2- 2a TC
r( 2 a ƒdcp = 2rrƒp' 21/dP = 2 (te
2a
1).
(`,
v2\a
I
p* 0 l
E2-2a| 1 a

Se invece a = 1, un calcolo simile dà


dxdy
Z7rlog r.
C,
xi + y2

Se ora facciamo tendere r all'infinito, 1`ultimo integrale tonde a +°<›. come anche
quello precedente se a < l . Se invece a > l si ha
dxdy rr
lim
I'-)+0<› I
c,
(x' + v2)(1 a .- 1

e la funzione (x2 + y2)`" è integrabile in E. U

Esempio 12.17 Come nel caso di una variabile, il comportamento della funzione
(xl + y2)-" è opposto al precedente se si integra nel cerchio di raggio l . Infatti se r < l
si ha, come nel°esempio precedente:

dxdy _ lt r2 2(l)
(X2+.2)C(
l a(l
1. I

se ava 1, mentre

dxdy
-Znlog r.
r l ,
x2 + yZ
hange E hange E
XC XC
PD
F- 12.8 I!t
di
Integrali impropri 67 F-
di
t

PD
or

or
!
W W
O O
N N
Y Y
U U
B B
k
to . . . , re a s e a < l e se a i 1. k
to
ww

ww
om

om
\
lic Se ora Sl fatendere r a 0 , 11 11mlte e +o<› C1 C lic
C
.c T_

.c
w

w
tr re tr re
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a k e r- s o ft w a

Esempio 12.18 Calcoliamo l"integrale


\I
e *'d.x¢1»~.
R`

Si ha, passando in coordinate polari,

e - "dxdy = 2nƒpe'!°dp
I, 0

e con il cambiamento di variabile Il = pz l`ultimo integrale diventa


ì

7tƒe` "du fu(l-e ).


0

Se ora si fa tendere r alllinfinilo, l'ultima quantità t e d e a Jr, e dunque

Questa relazione ha un'interessante conseguenza. Se infatti si integra sui quadrati


Q, si trova

I
I

I
Q v

: \
dX(1v e -"dx X
ƒe
I
-
"c1.v.

I due integrali che compaiono a secondo membro sono uguali, e quindi

Se ora facciamo tendere r a +<><>, l`integrale a primo membro t e d e a fu, mentre il se-
condo membro ha come limite il quadrato dell'integrale improprio
*oo

(J
-.\
dx .

Si ha dunque in conclusione:
* o o

I
"OO
e '~dx \" Ii [1283]

1"
Se poi osserviamo che la funzione e è pari, otteniamo dalla relazione precedente che
0
e""'dx :
*°;_"d
x-
va. I 1
i› 2
Anche per gli integrali impropri in più variabili valgono poi i criteri di integrabilità
che abbiamo visto nel capitolo 9 § l l per gli integrali in una variabile. Lasciamo per
esercizio l'enunciato e la dimostrazione dei corrispettivi del teorema 9.7 (del confron-
to) e 9.8 (dell'assoluta integrabilità).
hange E hange E
XC di XC di
F- t F- t
PD

PD
or

or
!

!
W

W
68 Il calcolo integrale in più variabili | Cap. 12

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
w

w
tr re tr re
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a k e r- s o ft w a
Esercizi
+¢=o

12.32. Integrando per parti nell'integrale


f e" d x calcolare
I
0
x2e -(dx

12.33. Dimostrare che la funzione f(x, .v, z) = (x2 + yz + 12)-" è integrabile in senso
w 3 .
improprio in 11 {(x, y, Z) E R 3 x ' + + 22< l } se a < -i, mentre e integrabile IN
7 . . \

R3 1. se a> Â. Calcolare gli integrali in questi casi.


2
12.34. Calcolare gli integrali:

1 ~I E
xv vdxdv 3.
J1 x
+ .xi
d.x da 5.
f
E
xlog(l + .v)dxdy

2.
F
X
ƒ 1 +.v¬' dxdv. 4.
Ix
F
a r t g .vclxdy 6.
I
E
x3e"'dxdy

con E = (x, .v) E RA : 0 < . r < l . 1 < .v <


X

12.35. Calcolare ƒlog (x + 2.v)¢Lxdv dovo E è il triangolo di vertici (0, 0 ) , ( 1 , 1 ) e ( 2 , 0 ) .


11

12.36. Calcolare F integrale


ƒlog(.\' + 2x)dxd_v

dovo T è il dominio delimitato dalle rette .v + 2x = 0, _v + 2x = l e dalle parabole y


1
.r
e _v = X2 + l .

12.37. Calcolare F integrale


ƒ (x + log.v)d.\'d.vr1;
in cui T è il tetraedro con vertici nei punti (0, (), 0), ((). 1. I ) , (1, 0. 1) e (O, 0, 1).

12.38. Dire per quali valori di a > () e p >() la funzione x - a è integrabile in senso
improprio nell'insieme E = {(.r, .v) : () <.x' < 1, x" < y < x" }. Per questi valori calcola-
re l" integrale ƒ.r-'*d.\'d.v.

12.39. Dire per quali valori di a> 0 e p > () la funzione è integrabile in senso
improprio nell'insieme F = {(.r, _v. ) E RA : 0 < X < 1 , X 2 + _ \ ' 2 < ¬2"}. Per questi valori
calcolare l` integrale
f I W

K; °'dxd.vcL,.
hange E hange E
XC di XC di
F- F-
12.9 t | Risposte gli eserci.i 69 t
PD

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
w

w
tr 12.9.
r e Risposte agii esercii tr re
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a k e r- s o ft w a

12.1.
l rt 3
1. 2. 3. - 4. Jr
12 2 2

12.2.
1 3 3 4
1. - . -
3.- son I co] 5. - 7.
2 2 16 21
re 7 Iz- 1 37r
2. 4. 6.
6 18 16 4 32

12.3.
9 14 fu
5.
29
+3
í
1.-1 3- 3. logo(Ví+\Ö)
208 3 24 9
16 52 12 284 167:
2.
3
log3-
9
4. la' 2 6.
5
log2
25
+ 5

12.4.
1 1
1.
51 3.coS l í(l +cos2)

14
2. 0
9

12.5.
10 77:
1 3. 2log3 - 2 - 37r+ 8Víatcmgxf
3 8
26 37r 4
2. 4. 20
3 2 e

12.6.
1 5 23
1.§ 3. 5. 6 c o s l + l O s e n l
38 2
5 1l fl' I 19
2.-1 2 4. 6. 2 2 e -
308 18 16 2

12.7.
3 15 5 lr 7
1. Z-}'2lOg2` log 3 1og 2 - 5.
12 6 18
e 1 1 1 71'
2. 4. _ - - 1 g(1+W› 6. +9
2 :zvz 4 0 zvš
hange E hange E
XC XC
PD
F-
di
t 70 Il <faI(~r›l1›íntegrale in più variabili F- I it
Cap. 12
d

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
12.8.
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
5
C

C
.c 4 37r 1

.c
w

w
tr e tr re
ar
.

.
ac ac
k e r- s o ft w 1. '› 2. 3. k e r- s o ft w a
la 6 8 2
4
12.9. 2 -1 og 2.
3

12.10.
7 3 l+V-3+ 9e-3
1.
3
va 2.
2
3.
2
la
12
4.
4

12.11.
l 347 65 1 1
1 o 3. 5.e 7. - l o g 2
60 1 890 24 2 4
1 l 57: 1l
2. 4. 6.
240 12 24 18

12.12.
l L 12 48 4 57: 1
1. 2. 3. 2)
24 fu ne ns 9 48 W
12.13.
1.-3 2.
185
3.
l e l
4 36 6 3

12.14.
 +cos l 1 II 1 l
1. 2. Earctg2 10g5-{-3-+íl0)2
8 24

12.15.
26 27 91
I 2. l og 3 -
3 4 18

12.16.
fu a2k+l
L a 6.
2 2k+l

2 . "2 ( e 2 1) 7.9I0g23-3l0g3+1
2
3. 7'L'(e-2) 8.
3
fa
4. lr-
4
9. 4h
n a2h~*
5.
3
hange E hange E
XC di XC di
PD
F- 12.9 | Risposte
t agii esercii 71 F- t

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
2(1›2 + ab + a2
B

B
to

to
12.17.
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
3(a + b)
C

C
.c

.c
w

w
tr re tr re
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a k e r- s o ft w a

1 G
12.18. lo ab
a~b

12.19.
8 59 28 13 8
5 30
2.
15
V-2 5
3. ~ ( 3 V § - 4 )
5

+ 37 log 2
3 27
12.20. 1og3.
16 16 16

12.21.
1. 2(W nuã-w) 3. (Ví- 1)W1083 -(V3--l)VílOg2
1 log2
2. - . .
4. (6log3-3log2-2)
2 8

sen 1
12.22.
2

12.23.
37r 1 14 1 1
1. -3a1l¢[gí 2. 3. 210g2 2
4 3 V?
12.24.
2
I)(e-1) 2. 0 3. 910g3-4lOg2-6

12.25.
3 9 4 19
1.log2logí 3. í ] 0 g 3 - í ] 0 g 2
18
362 __ 2
2. ( 5e 2) 4.
8 te K
1 l+b
12.26.-1og
2 l+a

1
12.27. 0

45

12.28.
Zlƒr 37:
1. 2. 3. m W - 1 ) 4. 27n/-210g2
8 2
hange E hange E
XC di XC
PD
F- t 72 Il ('al('(›1(› integrale in più variabiliF- I Cap.dit12

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
12.29.
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
w

w
tr
ar
e logo  tr re
.

.
ac ac
3. €¬ k e r- s o ft w a
k e r- s o ft w
1.
5 2
7 2. log3 2 Dl
2. 4. -1
30g 2
í 2 36

12.30.
37r 4Ví-5 TC
l 3. 7l' 5. -i-(1-l0gZ)
8 3
ir la l lr fu
2. 4. 6.
2 4 2 16 2

71'
12.31. 1
2

12.32.
W
4

47r 47:
12.33.
3 2a` 2 a - 3

12.34.
1
1. -- 3. I - l o g 2 5. log2
3

4 . íre+
1 3-e
2. L
71'
-1 2 6.
2 8 408 2

3
12.35. 5'+3lOg3"2lOg2.

20 / 4 1+vÉ
12.36. 1 V2)-†-lOg
9( 2

19
12.37.
72'

2
12.38.p a+l>0,
p-a+l

re
12.39. 2p a + 1 > 0.' 2 p - a + 1
hange E hange E
XC di XC di
F- t F- t
PD

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
Capitolo 13
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
w

w
tr re tr re
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a k e r- s o ft w a

Successioni e serie di funzioni

13.1. Successioni di funzioni

In molti casi. invece che numeri reali. i termini di una successione 0 di una serie
sono delle funzioni. tutte definite in un insieme E E Rk e a valori in R". Noi ci interes-
seremo qui del caso di funzioni a valori reali (n = l), con particolare riguardo per le
funzioni di una variabile (k = I), anche se molti dei risultati che dimostreremo valgo-
no anche nel caso generale.
Abbiamo incontrato successioni di funzioni già nel capitolo dedicato alle succes-
sioni numeriche, e nello studio della serie di Taylor di una funzione, quando ci siamo
posti il problema di trovare per quali valori di x una certa serie. i cui termini dipende-
vano da x. era convergente.
Riprendiamo ora più in dettaglio lo studio delle successioni e delle serie di funzio-
ni. cominciando da una definizione.

Definizione 13.1 (convergenza puntuale) Dír<›m1› che la .s'uc'('e.s'.s'i()ne di ƒìm.i(›-


niƒ,, ('(››z\'e1'ge puntualmente in E alla.ƒì¢›z,i()r1eƒlse per ogni x E E lu .s'14('('essi(›m* nu-
nze›'i('(1./,,(x) corzverge u.ƒl(x): cioè se si ha

fim .r,.(x< = l x )
Il -› ac

Analogamente, diremo che la serie di funzioni 2./;. converge puntualmente in E alla


funzione. s e per ogni x E E la successione delle somme parziali
Il

.v,,(x) 2 .ƒk(X)
À =0

convergo a./(X),

Esempio 13.1 La successione

.fl,(x) :
x"
hange E hange E
XC di XC di
F- t F- t
I
PD

PD
74 Succ'essioni e serie di.fim-iuni Cap. 13

or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
to

to
convergo puntualmente in lo, l I alla funzione
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
w

w
tr re tr re
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a k e r- s o ft w a
() s e x š |(). 1)
ƒ`(x)
1 se x = 1

Infatti i termini della successione costituiscono una progressione geometrica, che


.
per () S x < l tende a 0 se poi x = l tutti i termini valgono l e quindi anche il limite è l.

Osserviamo che la successione x" convergo puntualmente a 0 anche in ( - 1, 01.


mentre non converge pera > l o per x s - I .

Esempio 13.2 La successione

1
HX se ( ) $ x S
Il

1 2
ƒL.(r) 2 .--
re' $€-<xS
n /I

2
0 se-<xsl
Il

convergo puntualmente in [0, 1] alla funzione ().

Il

1 I L


O 1 2 1
n n Figura 13.1

Se x =si ha./fi,(()) = 0 per ogni n, e quindi anche il limite è 0. Se invece x > 0, non ap-
()
2 . 2
pena > sn ha - < x, e quindi ƒ},(x) = 0, e anche in questo caso il limite vaie 0.
Y ' rl

Esercizi

.
13.1 Calcolare il limite delle seguenti successioni di funzioni di una variabile reale:
l x
II
sen HX
r!
+ X311,
1. ]},(x) : X2 + H' '› 3. ¬ 5. (x ¢ 0) 7.
1 + X2
v n+
X-II
HX
I

ne X I
2. 4. 6. n'
1 + H -¬x2 I + x2f I
hange E hange E
XC d XC di
F- 13.2 | itLa cum'ergen:u uniƒbrnze 75 F- t
PD

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
13.2. Dire per quali x E R convergono le seguenti serie:
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
w

w
tr re tr re
.

.
ac ac
V-fl (~~~1›"
\11
k e r- s o ft w a k e r- s o ft w a
1 )H
OO oo oo

(x
1.
H
4.
II
2 l
H
7.* 2
Il 0
Il
( I -x- ›
Il ()

oc OO xi]
1
2.
H
2 n\¬*l l
. 5. E 1 Ha!
1 1 0
H*

oo oc

3.
n
2 | .\'
: ()
6. Esen
Il 1

13.2. La convergenza uniforme

L`esempio 13.1 mostra come una successione di funzioni continue possa conver-
gere puntualmente a una funzione discontinua. Per ovviare a questo inconveniente si
può introdurre un tipo più forte di convergenza. che viene detta uniƒbrme e che mostra
evidenti analogie con la continuità uniforme.
Il fatto che la successione, converga puntualmente in E arsi esprime formalmen-
te dicendo che

VxEE,V£>0Élv:'V'n>v l.fi.(x› -.f(x) I s e.


E chiaro che il valore di v dipendo, oltre che da s. anche dal punto x, al cambiare di
quest'ultimo varierà anche l`indice v a partire dal quale la differenza l./,.(X) -ƒ(x)l è
minore di s. Ad esempio, se come nel°esempio 13.1 si pone,(x) = x", per 0 < x < l
. .
nsultera' x" < e quando Il logx < log E, c e , essendo logx < (), quando n > v =
lo g e
. .
Ioggi
È evidente che in questo caso il numero v dipende da x, e diventa sempre più grande
quanto più x è vicino a l .
Se invece è possibile trovare un v che vada bene per ogni x E E. si dirà che la con-
vergenza è unübrme in E. Formalmente. ciò accade se

VE>()ÉlV1Vn>v.VxEE Ii,(x) -.f(x) I


. . H - 1 .. ,.
Esempio 13.3 La successione .ƒ,,(x) = x convergo unfiorlnemente a x nell nn-
n
tervallo I - a . a l .
a
Si ha infatti l.ƒ,,(x) xl n
e quest°ultima quantità è minore di E non appe-
I
a
na Il > v : -. Il numero v così trovato non dipendo da x. e quindi la convergenza è
, e
uniforme.
Notiamo che .ƒ,, converga puntualmente a x in R, ma non uniformemente.

l . \ . . .
$1 puo ngnorure Il valore assoluto. dato che sn ho .\" >0.
_.
hange E hange E
XC di XC di
F- t F- t
PD

PD
or

or
!

!
W

W
76 Successioni e serie di ƒìmzioní I Cap. 13

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
to

to
ww

ww
om

om
k

k
Ser e le funzioni fi, sono limitate in E, possiamo porre la convergenza uniforme
lic

lic
in
C

C
.c

.c
w

w
tr tr re
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a k e r- s o ft w a
forma più suggestiva, introducendo la norma:

llgl l= SUP
XEE
lg(X)l [13.l]

Si verifica facilmente che il numero llgll definito dalla [13.1] godo delle seguenti
proprietà, analoghe a quelle del valore assoluto in
l. llgl 20; l l g l l = 0 s e e s o l o s e g a 0 ,
2. li/I/:ll= lllllgll per ogni /IG R,
3. llg + h III llgll+ llhll (diseguaglianza triangolare).

Di conseguenza la quantità II g -- h II esprimo la distanza tra le funzioni limitate g e h.


A volte la norma di g si indica anche con llg | |,.,. Se poi si vuole mettere in evidenza
1° insieme E, si scriverà llg anche llg | E I OO!

Avremo allorazz
"EO

Definizione 13.2 Si dice che succe.s'sí()nej, díƒimzíoni limitate convergo uniƒbr-


memente in E alla funzionefse per ogni £ > 0 esisto un v tale che per ogni n > v risul-
ra llfi, -.fil S e.
Questa definizione è equivalente a quella che avevamo dato prima. Infatti per la
definizione di norma, se Ha}, -fil$£, allora per il > v si avrà fi,(x) -ƒ(x) s e per
ogni x E E, viceversa se questo accade, sarà anche

Ha,-f ssuplfi,(x)-f(x)l<e.
XEE

L'importanza della convergenza uniforme sarà chiara dai risultati che dimostrere-
mo in questo e nei prossimi capitoli.
Cominciamo col provare che la convergenza uniforme conserva la continuità:

Teorema 13.1 Se una SLl(IC€SSi()}"l€ di fungioni continue convergo uniformemente


in E a uncyfunzionef, questa 'ultima è continua in E.

Dimostrazione Sia X0 un arbitrario punto di E. Faremo vedere che.fè continua in


x0, ossia che per ogni e > 0 esisto un ô () tale che per ogni x E E, con x - X0 || < asi
ha l.f(x) -f(X0) l< e.
Dato e> (), per la convergenza uniforme sappiamo che esiste un v tale che per ogni
8
n > v e per ogni x E E si ha lf.(x)
ƒ; -. f ( x ) lS<
Fissiamo ora n = v + 1. Poiché fv, I(X) è continua in xi, esisterà un ô 0 tale che se
_ 8
xEEellx-x0ll<5sihal.ƒ,.,1(x) ./val(X(›)l<
§.

Per maggiori dettagli si veda il capitolo 2().


hange E hange E
XC di XC di
F- t F- t
13.2 | La (,`()NV€tlg€f'l,G unione 77
PD

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
Si ha dunque, se H Xoll< 6,
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
w

w
tr re tr re
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a k e r- s o ft w a
I
†f(x) -f(x0) s lf(x) `fv+1(X) I+ .(x› f + 1(X0) I + Ifa 1(X0) -f(x<››I <
8 8 g
< + +3 = E
3 3
La funzione fè quindi continua in XO, e per F arbitrarietà di X0 è continua in E. E

Un secondo risultato consisto nel passaggio al limite sotto il segno di integrale. Per
questo dimostriamo prima un lemma, che può essere interessante anche di per sé:

Lemma 13.1 Condizione necessaria e sufficiente ajflnché una ƒìmzione f sia in-
tegrabile in un insieme E è che per ogni e > 0 esistano due funzioni h e g, integrabili
in E, con h(x) sax) s g(x) per ogni X E E. e tali ne

ƒg(x›d(x) - ah(x›dx < E. [l3.2]

Dimostrazione Seƒè integrabile in E. la condizione [13.21 è ovviamente verifica-


ta con g = li =f.
Supponiamo viceversa che esistano due funzioni h e g verificanti la [l3.2]. Sicco-
me g è integrabile in E, per ogni s > 0 esisterà una funzione semplice rp, con (pi g (PH

e tale che

ƒødx - ƒg(pEdx < E.


Analogamente, esisterà una funzione semplice 11/, con 1/1 s h (PE e tale che

h (pdx
I 1;/dx < e.

Si ha evidentemente

w( x) sax) S (0(X)

per ogni x E E, e inoltre

ƒ<pdx-ƒq/dx:ƒ<pdx-ƒgdx+ƒgdx-ƒ/mx + ƒhdx
l~ E I: E
f 1l/dx < 3 £

e per P osservazione 12.2 la funzionefè integrabile in E. LA

Possiamo ora dimostrare il

Teorema 13.2 (Passaggio al limite sotto il segno di integrale) Se una succes-


sioneƒ,, di funzíoni integrabili in un insieme limitato E converge uniformemente a una
ƒunzioneflx), alloraƒè integrabile in E e si ha

ff(x)dx = lim I/€.(x)dx. [13.3]


E
Il-›°<›
I:
.
hange E Change Ed
XC di -X
PD
F- t 78 Successioni e serie dífunzioni I F
Cap. 13 it

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
Dimostrazione Per ogni e > 0 esisto un v tale che per ogni n > v si ha fl,(x) - f ( x ) <
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
w

w
tr re tr re
< e per ogni x E E, e dunque
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a k e r- s o ft w a

fi,(x) --. £ < f ( x ) <fi,(x) + s. [I3.4]

D'altra parte risulta

ƒ [fi,(x) + 8]dx - ƒ WX) - £]dx = 2£m(E).


E

e quindi, per il lemma precedente, ď integrabile in E.


Integrando poi membro a membro la [l3.4], si ha

J*ƒ,,(x)dx - 8m(E) < ƒƒ(x)dx < ƒƒ,,(x)dx + Em(E)


E E E

per ogni n > v, da cui segue la [13.3].

Se poi le funzioni, sono derivabili, valo il seguente teorema, che dimostriamo nel
caso di una sola variabile:

Teorema 13.3 Sia f,, una successione di funzioni di classe Cl([a, b]) (cioè deri-
vabíli e con derivate prime continue in [a, b ] ) . Supponiamo ne la successione con-
verga uniformemente a ƒ; e ne la successione delle derivate 1; converga unifor-
memente a g in [a, b). Allora fè derivabile, et' = g.

Dimostrazione Per il teorema fondamentale del calcolo integrale si ha

f,.(x) =.fi,(a) + ƒƒ,§(z)dr


(I

Passando al limite per n -› oo e applicando il teorema precedente, si ha

f ( x ) =f(a) + g(t)dt.
ll

La funzione f(x) -ƒ(a) è dunque la funzione integrale di g. Applicando di nuovo il


teorema fondamentale del calcolo integrale si conclude chefè derivabile, e chef' = g.
C1

I due teoremi precedenti hanno una versione "continua":

Teorema 13.4 Sia E un insieme compatto di R" , F un insieme compatto e misu-


k
rabile di R eƒ(x, y) una funzione continua in E X F. Laƒunzione
r

8(x) = ƒflx, y)dy


F

è uniformemente continua in E.
hange E hange E
XC di XC di
F- t F- t
13.2 I La con vergenza unifOrme 79
PD

PD
or

or
! !
W W
O O
N N
Y Y
U U
B B
to to
k Dimostrazione Poiché il prodotto cartesiano E X F è compatto, la funzione f r i - k
ww

ww
om

om
lic lic
C C
.c

.c
w

w
tr t
re
sulta uniformemente continua (vedi cap. 7, § 7). In particolare. per ogni e > ( ) esisto r a c k e r - s o f t w a r e
.

.
ac
k e r- s o ft w a

un ö > 0 tale che se [ x xoll< 5 risulta --. Ifa, y) -.ƒ`(x,, y ) l < E per ogni y E F. lnte-
grando rispetto a y, si ottiene allora:

l2(x) - 2(x0)! S .f(x, y) -f (X 0› y› da £m(F)

non appena lx X0 < 5. La funzione g(x) risulta pertanto uniformemente continua


in E. I 1

Osservazione 13.1 Se si toglio l`ipotesi che E sia compatto, la funzione g(x) sarà
continua in ogni punto interno a E. Infatti detto X0 un tale punto, esisto un intorno I di
x0 la cui chiusura è contenuta in E. Si può allora applicare il teorema precedente con I-
al posto di E, e concludere che la restrizione di g ad I-ècontinua in X0- Siccome I è un
intorno di X0› g è continua in X0-
Se poi E è aperto, ogni punto è interno, e g è continua (ma in genere non unifor-
memente continua) in E. U

Supponiamo ora che per ogni y fissato, la funzione f (considerata come funzione
della sola x) sia derivabile rispetto a una direzione v. Si ha allora:

Teorema 13.5 (Derivazione sotto il segno di integrale) Se E è aperto, e la deri-


1*ataf.(x, y ) lungo la direzione v esisto ed è continua in E X F, la funzione g ( x ) risulta
derívubìle in E nella direzione v . e si ha

9/4 : Ø' d . [l3.5]


av (x) iv (x y) y
9

Dimostrazione Sia x E E, sia r > 0 tale che 1(x, r) C E, e sia lh < r. Scriviamo il
rapporto incrementale della funzione g:

g(x + hv) g(x) .f(x + hv, y) -f(x,y)


11 h
da
15

Per il teorema del valo medio, esisterà un punto r, compreso tra 0 e h, tale che

ƒrx + hv, y) - f ( X , y)
h ƒ»~(x+ w, y)

Per ipotesi la funzionej è continua in I(x, r) X F, che è compatto, e dunque unifor-


memente continua. Per ogni € () esisto pertanto un 6> 0 tale che se H; - xl < 5 si
ha Wi. y) -.fi.(x, y ) l < E. D`ahra parte se h l< asi ha l(x + Iv) - xl < ö e dunque

f(x + /zv. Y) -f( x.y› . .


h
-./.~ (x.y› = mx + I v , y) -fy(x, y) I < e.
hange E Change Ed
XC di -X
F- t 80 Successioni e serie di funziuni F
| Cap. 13 it
PD

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
Ih | < 6 risulta allora:
to

to
Se
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
w

w
I
tr re tr re
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a e r- s o ft k wa
g(x + hv) g(x)
--
åf ƒ(x + hv, y) ~ f (x, y ) .
(x ,y)dy -ƒy(x,y) dy S
h iv h

S
f ex + hv, y) - f (x, Y)
h
-fu(x,y) day$€m(F)

e il teorema è dimostrato. 13

Esercizi

13.3. Dire se le successioni di funzioni dell'esercizio 13.1 convergono uniforme-


mente nell'insieme di convergenza.

13.4. Dire se le seguenti successioni, che convergono puntualmente a 0 nell°inter-


vallo (O, l), convergono uniformemente in questo intervallo:
sen fu
'›
se nx sen nx-
l . x" 2.n 3. n--I .r
4. 5 6_*
nx nx nx

13.5. Trovare il limite puntuale delle seguenti successioni di funzioni, e dimostrare


che la convergenza non è uniforme in [0, nl:
rzx nx
l \S€l"l.X 2. sena 3. 4.
1 + n4x4
,

l + ne

13.3. Serie di funzioni

In linea di principio, non c'è nessuna differenza tra le successioni e le serie di fun-
zioni, basta applicare quello che abbiamo detto sulle successioni alle somme parziali
della serie
Il

s,,(x) 2 fk(x)
Ad esempio, la serie ÉMx) convergo (puntualmente, uniformemente) se conver-
ge (puntualmente, uniformemente) la successione delle somme parziali s,,(x).
Da un punto di vista pratico però la differenza esiste ed è sensibile. Spesso infatti
una successione di funzioni f,,(x) è data esplicitamente, e in genere si riesce a calcola-
re anche il limite f(x), cosicché per vedere se la convergenza è uniforme basta calco-
lare la norma Ii, -fil e determinare se tende a zero o no. Al contrario, molto raramen-
te si riescono a calcolare esplicitamente le somme parziali di una serie, e quasi mai si
conosco la sua somma. cosicché il problema della convergenza uniforme è relativa-
mente più facile per le successioni che per le serie.
hange E hange E
XC di XC di
F- t F- t
13.3 | Serie di.ƒìm:i(›ni 81
PD

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
to

to
Per queste ultime c`è comunque un semplice criterio per la convergenza uniforme.
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
w

w
tr tr
Per enunciarlo,
re cominciamo da una definizione. ar
e
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a k e r- s o ft w

Definizione 13.3 Diremo che la serie di ēmzioni limitate

ƒk(x)

convergo totalmente in E, se convergo la serie delle r1()rnle.'


oo

2 f/<||E<+°°-

Si ha il seguente

Teorema 13.6 Una serie totalmente convergente in E convergo uniformemente.

Dimostrazione Per ogni x E E risulta

MX) g
I ƒ; y ì
e quindi per i criteri del confronto e della convergenza assoluta la serie EMx) con-
verge puntualmente in E. Siaflx) la sua somma, dobbiamo dimostrare che la succes-
sione delle somme parziali s,,(x) converge uniformemente a s(x).
Si ha
oo

s(x) - s,,(x)
k
2H +
l
fi(x)

edunque

us s,.H =\ k
oo

2
-I1+ I
fi(x) S
k
io

2 llfill
Il + I
o',I

dovo con 0), e o si sono indicate le somme parziali e la somma della serie E ml.
Poiché quest'ultima serie converge, quando n -› oo la quantità o'- o',, tende a zero,
e quindi tende a zero anche | s,, - s | . I 1:1

Esempio 13.4 La serie


oo
sen nx
2
Il
n I

convergo uniformemente in R. Infatti si ha

sen nx 1
7
n- n2

e quest'ultima serie convergo. U


hange E Change Ed
XC di -X
F- t F it
82 Successimzi serie di .ēm*ioni | Cap. 13
PD

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
Esercizi
w

w
tr re tr re
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a k e r- s o ft w a

13.6. Dire se le serie che seguono convergono totalmente sugli insiemi indicati a
fianco:
oo oo

1.
k
2 sena,
;:
0
5. 2 xl( l
L ()
-- x) k n [0, 11
oo oo

2.
k=0
ke ex Q I 2. - I ] 6. 2 x ex
k ()
9

oo
x €*' oo

3. E al I + eh [1.3] 7. 2 (\/9^ + x* - 3^), 1-2.21


À-()

oo

4. 2ox ( l x) k ¬ [0, 11

13.4. Le serie di potenze

Tra le serie di funzioni un posto particolare spetta alle serie di potenze, cioè alle
serie del tipo
oo

H
2 ani(-X
: 0
-
X0)"- Il3.6]

Possiamo sempre supporre x., = 0, infatti altrimenti basta porre .y = x i0, e ricon-
dorsi alla serie Ea,,y". Considereremo dunque serie di potenze del tipo
OO

2 anxn
Il (1
113.71

Queste serie convergono almeno per x = 0, dato che in questo caso tutti i termini
sono nulli tranne il primo 00. Ci sono delle serie di potenze, come ad esempio
oo

nnxn
H ¬0

che convergono solo per x = 0. Infatti il termine generico (nx)" non t e d e a zero per
X ¢ (), e dunque viene meno la condizione necessaria per la convergenza.
Si ha però il seguente

Teorema 13.7 Se la serie I 13.71 converga in un punto y ¢ 0, allora converga Io-


talmente in I(0, p ) per ogni p < y | .

Di›nosIra..ion(* Poiché la serie


oo

2 an yu
Il ›- 0
hange E hange E
XC di XC di
F- t 83 F- t
18.4 | Le serie di potenze
PD

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
è convergente, dovrà verificare la condizione necessaria
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
w

w
tr re tr re
.

.
ac ac
k e r- s o ft w a k e r- s o ft w a
lim a,,.v"
- ) io
0
H

e quindi la successione a,,y" sarà limitata:

Ia,,.v" S M

Si avrà allora per lx | < p


Il
p Il

I a,,x" II /(0. p› la,, la" la,,›*"l p sM


!.vl Il
p . . . .
Poiché per ipotesi I
< 1. la sene 2 | la,,.\"' IIM).p› e maggiorata da una seme geometrica
di ragione minore di 1, e quindi convergo.

Una conseguenza di questo teorema è che se chiamiamo r l`estremo superiore dei


valori di x per i quali la serie convergo, avremo che essa convergerà per x < r. cioè
p e r x ê I(0, r), e non convergere per l.\'l> r. 3 Il numero r si chiama raggio di conver-
\

genza della serie anxn E


Se p< r la serie converge totalmente. e dunque uniformemente, in I(0, p), di con-
seguenza la sua sommaflx) è una funzione continua in 1(0. p). Poiché p è un numero
arbitrario minore di r. la sommaf(x) sarà continua in 1(0,r).
Si può dire di più. Infatti

Teorema 13.8 La .ƒìm,ioneƒ(x) ha derivate di qualsiasi ordine continue in I((), r).

Dimostrazione Ragioniamo come nel teorema precedente, relativamente alla serie


delle derivate
oo

2 na,,.x".
H : 1
I
, ll3.8]

O meglio alla serie


oo

2 ne,,x"
n= I
s 113.91

che si ottiene da questa moltiplicando perx, e che convergo per gli stessi x.
Sia ora p < r, e sia y un numero reale con p < y < r. Per la definizione di raggio di
convergenza, la serie EM'
converge, e dunque esisterà un M tale che

In›"" sM

1 . .
In genere non su pun dlrc nulla sulla convergenza della serre perx -
\
._
.
+r' e 11 comportamento della serre ¦n
. . .
questi punti si dovrà decidere caso per caso.
hange E Change Ed
XC di -X
F- t 84 Successioni e serie di funzioni F
| Cap. 13 it
PD

PD
or

or
!

!
W

W
O

O
N

N
Y

Y
U

U
B

B
D°altra parte
to

to
ww

ww
om

om
k

k
lic

lic
C

C
.c

.c
w

w
tr e ›1 n tr re
ar p
.

.
ac ac
p k e r- s o ft w a
I I nanx" I I I(0. P) = I an
k e r- s o ft w
}'l PN la,,y"Â SMH
Il l.v I
Per il criterio della radice, la serie a secondo membro convergo (si ricordi che W
t e d e a 1). Di conseguenza la serie [13.9] converge totalmente, e così anche la serie
[I3.8]. Per il teorema 13.3 la funzione f ha derivata prima continua in I(0, p), e per
l`arbitrarietà di p in I(0, r).
Con lo stesso ragionamento, a partire dalla serie [l3.8], si dimostra chef ha deriva-
ta seconda, terza ecc. continua in 1(0, r). ]

In particolare si ha
f(k)(X) :E n( n - 1) ( n - k + 1)a,,x"-k 2
oo

(n
n'
_ k):. anxn k

n=lc n=k

Se nella relazione precedente si pone x = 0, tutti i te