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Granello di senape - aprile 2018

Identità, violenza e cittadinanza nel tempo della complessità

Con il crescente ed inquietante fenomeno dei movimenti di destra xenofobi in tutto l’Occidente, il binomio
identità/violenza fa parte non soltanto della nostra storia ma ormai della nostra quotidianità. Nel mondo, ma
in particolare nel Mediterraneo a fronte dei continui flussi migratori provenienti dalla riva sud verso l’UE.
Da dove viene la violenza e perché oggi, tanti crimini si fanno in nome dell’identità: identità religiosa,
etnica, nazionale, razziale?
E’ un tema molto studiato, sul quale si è detto e scritto molto, e che non si deve cessare di analizzare perché
si sta banalizzando e avvelena la nostra visione del mondo. Tra i tanti studi che hanno sviscerato questo
problema, ci riferiremo in particolare a due analisi che ci sono state di grande aiuto perché esperienze vissute
e non soltanto studiate dai rispettivi autori: la prima è dello scrittore e storico francese di origine libanese
Amin Maalouf (Prix Goncourt) L’Identità (Bompiani 2005, titolo originale Identités meurtrières), la seconda
di Amartya Sen, Identità e violenza. (Laterza 2006), Premio Nobel 1998 per l’Economia, indiano di origine,
docente di economia e filosofia morale nel mondo anglo-sassone. Sono due grandi pensatori nostri
contemporanei, che in comune hanno una doppia identità e radici in più culture tra Oriente e Occidente, e
hanno dedicato la loro vita a difendere il diritto di tutti ad avere uno sguardo plurale, a tutto campo, per
capire meglio il mondo globale e per perseguire le vie della pace.
Cos’è l’identità?
Senza volersi inoltrare in tante definizioni, A. Sen parte dall’unico documento che attesta la nostra identità:
la carta d’identità. Sono pochi i dati che ci caratterizzano: genere, data e luogo di nascita, foto, professione ,
indirizzo, talvolta impronta digitale; pochi, ma sufficienti per fare di ognuno di noi un individuo irrepetibile.
A ben guardare però, la realtà è molto più complessa, anche quando sembra univoca. Il genere: nascere
donna a Kabul o a Helsinki, cambia molto; il luogo: nascere a Milano o a Lagos, pure; la foto: il colore della
pelle non è indifferente e nemmeno la data, bianco o nero in Sud Africa, prima o dopo l’apartheid, è molto
diverso. Ma ci sono molti altri elementi che formano la nostra identità: la religione (che fortunatamente non
figura più sulla carta d’identità), il livello di istruzione, l’ambiente sociale in cui si vive, l’origine della
famiglia, i gusti, il coniuge, la salute, un’infinità di altre affiliazioni o appartenenze, che, messe tutte assieme,
fanno di noi questo essere irripetibile.
Questi elementi non hanno lo stesso peso, e possono cambiare nel tempo. A. Maalouf fa un esempio
significativo: negli anni ’80, un uomo sulla cinquantina a Sarajevo, nella Repubblica Socialista Federale
Jugoslava di Tito, si presentava così: sono iugoslavo, vivo nella repubblica federata della Bosnia Erzegovina,
la mia famiglia è di tradizione musulmana. Dodici anni dopo, in piena guerra balcanica, dice: io sono
musulmano e bosniaco. Oggi: sono bosniaco, musulmano, il mio paese ambisce a far parte dell’UE. Fra 20
anni, quale di queste appartenenze avrà precedenza? Ad ogni tappa della storia del suo paese, una di queste
appartenenze è stata esaltata, gonfiata. Gli hanno fatto credere: prima, che l’unica cosa che contava era essere
un proletario, poi essere iugoslavo, poi che soltanto la religione contava, infine che l’appartenenza etnica era
essenziale. E domani?
Si tratta di casi estremi o lontani? No, ricordiamo: guai se un italiano patriota si scopriva omosessuale
durante il fascismo; un bravo medico tedesco, non s’è salvato 70 anni fa, se era ebreo.
Se noi facciamo le domande giuste a noi stessi, scopriamo che quella che crediamo essere un’identità
compatta, è in realtà la somma di tante componenti che via via nel tempo hanno acquisito un peso più o
meno importante in base non soltanto alle circostanze, ma anche alle nostre scelte.
Posso essere ad un tempo donna, madre di famiglia, di origine latino-americana, buddista, vegetariana,
amante della musica e del romanzo giallo, sportiva, volontaria in un’associazione umanitaria, militante di un
partito politico, tutto questo senza contraddizione. Quale di queste associazioni prevarrà nella mia vita? Se
una sola di queste appartenenze domina o diventa ossessiva, cambia completamente la mia posizione nella
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società, il mio relazionarmi con gli altri. Da questa scelta dipende il senso della mia vita e non è escluso
possa cambiare nel tempo, per ragioni esterne o personali.
L’identità quindi non è data una volta per tutte, l’identità si costruisce e si trasforma nel corso della vita, è il
risultato del percorso libero e/o forzato di ogni essere umano, dipende dalle circostanze.
La cosa importante è capire che l’identità è multipla, mai unica. Nessuno può ridurre la propria identità -
ancora meno quella altrui – a una sola appartenenza: sono nero, sono ebreo, sono omosessuale, ecc.; quando
predomina una di queste componenti, incominciano i guai perché vengono negate le altre e, sovente, la
libertà.
Il senso dell’identità non è in sé negativo, anzi. Può essere di grande utilità, può essere una risorsa per una
comunità, per valorizzare le radici, per stringere i legami tra le persone appartenenti ad una stessa
associazione (regione, professione, interesse comune, categoria minacciata), ci può aiutare a unire le forze, a
condividere. E’ grazie al senso dell’identità che molte culture locali si salvano dal rullo compressore della
globalizzazione, che si salvano lingue dialettali, tradizioni culturali locali. I problemi iniziano quando il
sentimento di inclusione diventa un motivo di esclusione degli altri, quando il senso di appartenenza a una
identità prevarica su tutte le altre, le offusca e viene considerata unica appartenenza, allora diventa
fanatismo. L’illusione dell’identità unica è invero il primo pericolo. Occorre difendersi da questa confusione
concettuale che è un’autentica mutilazione. L’identità non è unica, non è naturale, non è statica.

I meccanismi dell’identità: vincoli e libertà


Il caso dell’appartenenza ad una comunità è uno dei più pericolosi perché viene considerato come fenomeno
naturale, sottintende che l’identità è un marchio naturale comune a tutti e viene creata l’illusione di una
appartenenza unica che esclude tutte le altre affiliazioni.
In realtà l’identità non è un destino, non è un dato passivo, è una costruzione che ognuno di noi elabora
seguendo varie tappe: 1) la consapevolezza delle nostre affiliazioni, che sono ben più di una (sono
insegnante, europeo o maghrebino, impegnato politicamente, sportivo, amante del canto, ecc.); 2)
appartengo a tutti questi gruppi ma devo decidere, fare una scelta ragionata circa le priorità: quale di queste
appartenenze da più senso alla mia vita e con quale peso; 3) ho la libertà di scegliere e quindi assumo la
responsabilità della mia scelta.
Ovviamente, come sempre, la libertà è condizionata. I vincoli più pesanti sono: l’ambiente che, dopo la
famiglia, esercita una pressione costante per l’accettazione incondizionata delle idee ricevute; per esempio
l’asservimento delle donne o l’ubbidienza alla tradizione; lo sguardo degli altri, e la mia capacità o no di
convincerli: un nero può percepirsi come essere umano uguale agli altri, ma non sempre riesce a convincere
chi ha attorno e viceversa; una militante femminista non convincerà tutti che i diritti delle donne sono
primordiali; la storia e la politica: abbiamo nella nostra storia europea esempi pesanti, l’essere ebreo per
esempio. Per J. P. Sartre, “L’ebreo è un uomo che gli altri uomini considerano ebreo … è l’antisemitismo
che fa l’ebreo” ed è raccapricciante pensare che il nazismo sia riuscito a imporre all’ebreo una visione
identitaria unica: non è più tedesco, francese, italiano, medico, artigiano, musicista, non è più un uomo, è un
ebreo e va sterminato: questo è successo soltanto 70 anni fa nell’Europa dei diritti universali dell’uomo e
della modernità .
Ecco cosa succede quando si riesce a ridurre l’identità a una sola caratteristica o appartenenza, a non voler
prendere in considerazione le altre componenti dell’identità di una persona, di un popolo, di un gruppo, a
escludere, per prima cosa, la comune appartenenza di tutti alla razza umana. Non è un caso se l’appartenenza
comune al genere umano è stata l’elemento di resistenza per eccellenza contro il razzismo, contro la Shoa in
particolare : “Se questo è un uomo”, sintetizza Primo Levi.
Sono servite le lezioni della storia?
All’uscita dal campo di Ravensbruck, la grande etnologa e resistente francese Germaine Tillion scriveva :
“che esistano ‘razze’ feroci o ‘razze’ perverse , mi è sempre sembrato assurdo, anche nel 1945 … ma è vero
che certe società ammettono certe ferocità e – tra il 1939 e il 1945 – ho ceduto come molti altri alla
tentazione di formulare delle differenze, dei distinguo: ‘loro’ hanno fatto questo, ‘noi’ non l’avremmo fatto
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… oggi, non lo penso proprio, sono convinta invece che non esista un popolo che si possa dire al riparo di
un disastro morale collettivo” (Ravensbrück, Ed. Seuil, Paris, 1988).
E, a questo proposito, A. Sen osserva con un’acutezza pungente : “sarebbe una vittoria a distanza per il
nazismo se le atrocità degli anni ‘30 avessero precluso per sempre a un ebreo la libertà e la facoltà di
invocare qualsiasi identità diversa dall’ebraismo”. La realtà quotidiana ci rivela ogni giorno che nessuno è
al riparo di tali derive.
Le derive dell’identità e l’emigrazione
Lo stesso meccanismo di riduzione dell’identità ad una sola componente presa di mira, ha opposto nella
storia, con la violenza che sappiamo, cattolici/protestanti, irlandesi/inglesi, proletari/borghesi,
giapponesi/cinesi, neri /bianchi e ora musulmani/cristiani, palestinesi /israeliani, sciiti/sunniti, hutu/tutsi,
ecc. , indipendentemente dalla comune appartenenza religiosa, etnica, nazionale o regionale.
L’identità diventa violenta, “assassina” secondo la definizione di Maalouf, quando si riduce a una sola
appartenenza, gonfiata, snaturata fino alla caricatura, una identità aggressiva, “belligerante”, capace di
scatenare nell’altro il rifiuto e l’odio: è un meccanismo questo, quasi sempre sfruttato a scopo politico, e
quasi sempre improntato a due appartenenze: la religione e l’origine comunitaria, i tasti più sensibili per
infiammare gli animi.
Certamente, sotto tutti i cieli ed in ogni tempo, il migrante è la prima vittima di questa concezione tribale
dell’identità, quando abbiamo dell’identità una concezione monolitica. A. Maalouf utilizza un’efficace
immagine per spiegare questa difficoltà del migrante ad integrarsi nel paese di accoglienza; al centro di
questa immagine campa la nostra idea di identità:
- se, per il migrante, il paese d’accoglienza è una pagina bianca, dove chiunque si può installare, senza
cambiare nulla alle sue abitudini, cioè senza cambiare nulla alla propria identità, si va allo scontro;
- se il paese di accoglienza è una pagina già scritta, con le sue leggi e le sue caratteristiche fissate una volta
per tutte, non resta che piegarsi, cancellare la propria identità, vivere la frustrazione ed è di nuovo scontro;
- se il paese di accoglienza non è né una pagina bianca né una pagina già scritta, ma una pagina che si sta
scrivendo, che rispetta la sua storia ma resta aperta alla storia fatta di continuità e di mutazioni, che pensa la
sua identità come composita e in evoluzione da sempre, allora forse c’è un futuro.
Non c’è nulla di più fragile dell’identità. In particolare, l’identità cambia con la minaccia. La gerarchia tra le
varie componenti della nostra identità cambia con le ferite subite: basti pensare all’islam durante la
colonizzazione francese nel Nord Africa o in Afghanistan durante l’occupazione sovietica, o al cattolicesimo
in Polonia: la religione divenne il pilastro della resistenza e per questo si irrigidì e divenne intoccabile.
Purtroppo la classificazione delle persone secondo un unico parametro identitario (la razza, la religione,
l’etnia, ecc.) è un’arma terribile, una fabbrica dell’odio che, quando ben organizzata, riesce e preparare il
terreno per persecuzioni e conflitti e ha seminato tragedie nella storia. E’ interessante vedere come la
religione e la civiltà siano i canali più strumentalizzati e più funzionali per creare antagonismi nel mondo
globalizzato.
Questa posizione ha persino i suoi teorici: Samuel Huntington nel suo famoso saggio Lo scontro di civiltà e
il nuovo ordine mondiale (Garzanti, Milano 2000), classifica i popoli e traccia tra di loro confini, unicamente
in base alle civiltà che ricalcano le religioni per dimostrare che “civiltà giudeo-cristiana, islamica, induista,
buddista”, sono contenitori rigidi e antagonisti destinati a opporsi e questa classificazione per religioni o
civiltà è fonte di distorsione a scopi violenti, utile per creare conflitti quando premono interessi economici e
geopolitici.
Guai a pensare il mondo come una federazione di religioni, come se l’unica identità dell’uomo fosse quella
religiosa. Vuol dire ignorare la sua capacità di scelta, calpestare la sua libertà di pensare e di essere cittadino,
la sua capacità di associarsi in base ad altri valori. Invero Maalouf afferma: “non sogno un mondo dove la
religione non avrebbe posto, ma un mondo dove il bisogno di religione è dissociato dal bisogno di identità:
bisogna separare il religioso dall’identitario, per salvare l’uno e l’altro”.
Gli uomini non vanno catalogati secondo visioni univoche e il peggio avviene quando vengono associate
religione e comunità: è un binomio così forte, esclusivo, che confina la cultura in gruppi etnici e religiosi
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rigidi, dove intolleranza e violenza sono la norma. Lì, nasce il fanatismo, perché da queste eccessive
semplificazioni e classificazioni culturali, nascono teorie dure a morire. Ma soprattutto questa classificazione
del mondo in civiltà compartimentate destinate, per natura, a scontrarsi, riesce ad accendere i peggiori
antagonismi e ignora deliberatamente un principio fondamentale: la nostra appartenenza al genere umano,
alla stessa matrice umana. Questo umanesimo non va confuso con il buonismo, né con i molti errori che si
fanno in Occidente, anche con le migliori intenzioni, per gestire le tensioni tra civiltà, oggi che i flussi
migratori, soprattutto nella zona euro mediterranea, ci mettono fianco a fianco con tutti i problemi che ciò
comporta.
A. Sen (da scienziato di origine indiana in Inghilterra), ci mette in guardia, con questo esempio: il modo in
cui la Gran Bretagna gestisce – a suo parere sbagliando - il multiculturalismo. Si sofferma in particolare
sull’estensione delle scuole confessionali finanziate dallo stato inglese: scuole islamiche, induiste, sikh oltre
le scuole cristiane preesistenti. E’ un errore gravissimo, secondo Sen: la scuola pubblica era l’unico modo,
soprattutto per i bambini di origine straniera, di aprirsi a un’identità plurale attraverso un contatto libero con
l’altra cultura. Permettere loro di chiudersi nella loro cultura comunitaria e religiosa vuol dire “negare loro la
possibilità di coltivare la razionalità e il riconoscimento di una scelta ragionata. Sono penalizzati rispetto agli
altri luoghi di apprendimento del paese, più mescolati e meno segregati”.
Le scuole confessionali sminuiscono il ruolo della ragione e l’opportunità di decidere per conto loro cosa
vogliono fare della loro identità. Esse permettono ai genitori di chiudere i loro figli, nati in Gran Bretagna,
nell’identità comunitaria e religiosa di origine, senza confronto né opportunità di evoluzione. Questa
osservazione dimostra come il comunitarismo, cioè l’incoraggiare la vita chiusa in comunità diverse,
autentici ghetti, sia alla fine un boomerang: perché invece di aprire, coltiva l’idea che la religione è la
componente unica dell’identità.
Identità e cittadinanza
In tempi di mondializzazione, il nostro approccio all’identità si deve allargare, non restringere. Come
possiamo pensare di avvicinarci all’Altro se lo consideriamo sotto l’unico profilo religioso/comunitario? E
come può pretendere, l’Altro, farsi accettare se si presenta sotto un’unica identità religiosa o etnica?
Una società plurale e democratica è una società che promuove la libertà di pensare politicamente la città - la
polis - non una società che incoraggia la libertà di comunitarizzare la vita della città, cioè di dividerla in tante
comunità diverse, come tanti ghetti che non hanno il linguaggio comune di un cittadino, coinvolto in un
modello comune ed aperto di società libera e democratica, dove l’identità umana, in una prospettiva
antropologica di fronte alla complessità del nostro tempo, “emerge come identità evolutiva e irriducibilmente
multipla” (M. Ceruti, il tempo della complessità, Cortina 2018).
Per questo occorre tornare ad un’identità aperta, in cui la persona e lo straniero in particolare, non siano
chiusi in una appartenenza etnica o religiosa. Per questo, sul piano della geopolitica bisogna tornare a una
analisi profana dei conflitti che ci circondano, contestare l’approccio antropologico, etnico e religioso, oggi
dominante nella regione euro mediterranea, e che viene soprattutto sfruttato per altri interessi geopolitici ed
economici.
Più l’identità è strumentalizzata, più il cittadino si indebolisce. Certo le differenze vanno rispettate, ma prima
del diritto alla differenza, c’è il diritto all’uguaglianza. Solo così si riuscirà a creare un legame più forte della
differenza: la cittadinanza, un legame forte, che faccia da cappello, che domini le differenze, che permetta a
tutte le identità di ritrovarsi all’interno di uno spazio comune, la città nel senso più ampio del termine, gestito
da regole civili e democratiche, improntate alla solidarietà e giustizia nella speranza di realizzare, un giorno
forse, una società umana planetaria.

Michele Brondino e Yvonne Fracassetti