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add editore

Enrico Bucci

Cattivi scienziati
La frode nella ricerca scientifica

prefazione di Elena Cattaneo

add editore
© 2015 add editore, Torino
ISBN 978-88-6783-095-4
www.addeditore.it
A tutti i miei Maestri, buoni e cattivi.
Da tutti ho imparato qualcosa.
Prefazione

Un titolo, nella sua sinteticità, può trarre in inganno. Questo libro non parla di scienziati
e di Scienza, ma è una manifestazione dell’amore per la Scienza coltivato dall’autore.
Una «dichiarazione per assurdo», perché fatta non esaltando la bellezza di fare Scienza,
ma raccontando esempi di cattive condotte e quindi di ciò che non può essere
considerato Scienza.
Anche io non riesco a non dichiarare il mio amore per la Scienza e per il suo
metodo che impone che ogni idea volta a comprendere ciò che non conosciamo venga
sottoposta alla prova del bancone di laboratorio per poi consegnarci, dopo fatica,
fallimenti, lacrime e sangue, «solo» un risultato che è attualmente il migliore possibile e
da mettere a disposizione di tutti. Tutto ruota intorno a questi semplici passaggi che
definiscono però la nostra polizza assicurativa più importante: il rapporto con la
società. Alla quale non si può mentire mai.
Leggiamo questo libro come un utile e necessario richiamo alla responsabilità
sociale della comunità scientifica e alla «tolleranza zero» verso chiunque manipoli i
fatti sperimentali per ottenerne benefici personali. Come una sollecitazione anche ai più
giovani affinché comprendano bene e da subito che tra le loro regole d’ingaggio sociale
c’è l’onestà, anche nel malcapitato eventuale errore. Ma soprattutto come
un’esortazione a non farsi trovare impreparati e a dotarsi di strumenti per essere sempre
in grado di spiegare e documentare il proprio lavoro, i propri ragionamenti, gli
esperimenti e i risultati, a ogni collega o cittadino che ne chiederà conto.
Gli scienziati non possono esimersi dal mettersi in gioco e dal partecipare alla
costruzione della società portando la loro voce in ogni dibattimento pubblico affinché i
fatti documentati e controllabili possano essere esaminati e costituiscano le fondamenta
su cui costruire decisioni legislative giuste e nell’interesse pubblico. Per svolgere
questo ruolo ogni giorno, c’è la necessità di presentarsi come un modello di comunità
fatta di individui che si interrogano e si confrontano pubblicamente, anche aspramente e
senza omertà, per il valore delle prove, controllandosi quotidianamente e arricchendo
così di controlli e validazioni ogni teoria. Una comunità di pari che non aspetta la
pressione di un’opinione pubblica e che nelle sue linee ispiratrici rifugge ogni
autoritarismo e gerarchia precostituita, e dove la componente reputazionale, prima
ancora di qualsiasi intervento regolatorio pure auspicabile, se ragionevole ed
equilibrato, è essenziale perché vi sia la libertà di guardare negli occhi ogni collega e
riconoscere la garanzia che il metodo sia quello condiviso, trasparente, intellegibile,
verificabile. Nello sforzo scientifico quotidiano non deve mai calare la tensione verso
il continuo perfezionamento di questo patto d’alleanza e delle regole che ne sono alla
base.
Il metodo scientifico ha dato molto all’umanità, fin dal suo comparire. È stato
applicato in moltissimi campi, e ha consegnato una mole impressionante di fatti e di
descrizioni, coerenti tra loro, universali nel linguaggio quantitativo utilizzato e unificati
in un quadro complessivo che, sebbene continuamente migliorabile e sempre in
evoluzione, è di gran lunga la costruzione culturale più impressionante che la nostra
specie abbia prodotto. Come l’autore rileva fin dall’apertura, esso rappresenta anche
quel corpus di conoscenze che ci permette di affrontare con successo le piccole e
grandi sfide che ci si pongono quotidianamente davanti.
La società deve poter attingere con fiducia a questa conoscenza, conquistata ogni
giorno da un innumerevole stuolo di ricercatori di ogni campo nei laboratori di ogni
angolo del mondo, i quali sottopongono a esame critico le proprie scoperte, le
comunicano e ne rivendicano i meriti pubblicando quei risultati in riviste specializzate.
A questo segue il controllo collettivo mondiale della validità di quella pubblicazione,
che è quanto di meglio la comunità degli scienziati abbia escogitato per controllare la
validità delle proprie scoperte. Una singola pubblicazione anche se su riviste ad alto
impatto, non costruisce di per sé una verità, ma sarà il confronto con altri dati e
protocolli, lo scetticismo dei colleghi e la riproducibilità dei risultati, a decretarne il
valore conoscitivo e la solidità, oltre a concorrere alla reputazione dello scienziato.
Ecco perché mentire e manipolare i dati scientifici non solo è socialmente riprovevole,
ma anche stupido. Eppure la stupidità è purtroppo presente ovunque.
Il libro illustra alcuni noti casi di contraffazione di dati nelle pubblicazioni
scientifiche, inesorabilmente svelate (sempre grazie agli scienziati) anche dopo poche
settimane dalla loro uscita. L’errore è sempre in agguato, soprattutto in un campo che
studia lo sconosciuto. Ma la frode è un’altra cosa. Cosa spinge i personaggi citati nel
libro, che per professione dovrebbero fare della libera ricerca della verità la propria
irrinunciabile bandiera, a inventare numeri, manipolare immagini, cancellare segnali
sulle lastre autoradiografiche, appropriarsi delle idee altrui eccetera? Forse un senso di
onnipotenza e di presunzione intellettuale. Anche l’ambizione, il desiderio di notorietà
e di vantaggi personali. E la convinzione (errata) che barare su come stanno le cose in
natura non sia un modo di delinquere. Senza trascurare l’errata percezione di poter
restare impuniti.
La comunità scientifica nel suo insieme è in grado di individuare, impietosamente,
comportamenti abnormi, e può avvalersi oggi di nuovi sistemi di analisi dei dati,
automatizzati e sempre più efficienti, supportati dall’indagine umana sui casi meritevoli
di interesse. Ecco perché è necessario ribadire, come insisteva già quasi mezzo secolo
fa Jacques Monod, che l’etica è intrinseca alla Scienza e al metodo scientifico: anche se
lo scienziato non giura su una costituzione scritta o su un testo sacro, la sua adesione a
una comunità di cittadini liberi e dediti a ricercare come stanno davvero le cose,
implica il tacito ma non negoziabile impegno a essere sempre sincero e a riportare e
rispettare i fatti, cioè le prove. Se si deroga da questo impegno, al di là che si venga o
meno scoperti e in qualche modo sanzionati, ci si colloca automaticamente fuori dal
mondo della Scienza.
In definitiva, non esistono «cattivi scienziati». Semplicemente costoro non sono
scienziati.

Elena Cattaneo
Professore ordinario, Università degli Studi di Milano Senatore a vita
«La grande tragedia della Scienza:
il massacro di una bella ipotesi
da parte di un brutto dato di fatto.»

Thomas Henry Huxley


Collected Essays, Biogenesis and Abiogenesis
Le traduzioni delle citazioni presenti nel libro sono dell’autore.
Perché crediamo agli elettricisti e agli scienziati?

È una mattina come tante, piove. Vi alzate dal letto e premete l’interruttore. Nella luce
artificiale raggiungete la cucina, girate una manopola e con una scintilla accendete il
gas per fare il caffè. Mentre aspettate che sia pronto, sintonizzate la radio sul vostro
programma preferito e ascoltate la voce di qualcuno che si trova lontanissimo da voi –
certamente fuori portata dei vostri sensi. Azioni quotidiane, che si compiono in
automatico. Eppure fermatevi un attimo a pensare: perché tutto questo funziona? Come
mai non vi sono sorprese, e tranne in casi eccezionali la luce si accende, il gas affluisce
ai fornelli e scalda il caffè, la voce e la musica vi giungono da posti remoti? E perché
per avere la luce non iniziate una danza sacra1 e per ottenere il caffè non invocate una
benedizione celeste? Come mai credete al vostro elettricista e non a uno sciamano o a
un sacerdote?
La risposta più ovvia è la seguente: «Perché ogni mattina, premendo l’interruttore,
la luce si è sempre accesa, fino a una certa particolare mattina in cui qualcosa non ha
funzionato: ho chiamato l’elettricista e, dopo il suo intervento, l’interruttore ha ripreso a
funzionare». Dunque la nostra esperienza della realtà dice che bisogna premere un
interruttore per avere luce e, nei casi eccezionali in cui qualcosa va storto, una qualche
forma di conoscenza misteriosa posseduta da un elettricista può ripristinare la consueta
routine mattutina di sbadigli e pressioni sull’interruttore. Fin qui tutto bene. Preferiamo
credere a qualcosa che funziona sempre – l’interruttore della luce e la conoscenza degli
elettricisti – anziché a qualcosa che se mai funzionerà lo farà in maniera casuale e non
riproducibile – la preghiera dello sciamano.
Torniamo però alla sfortunata mattina in cui siete rimasti al buio. Supponiamo che
sia la prima volta in cui vi capita nella nuova casa – diavolo, e adesso? Devo portare i
bambini a scuola, che cosa devo fare? – posso sentire la sfilza di considerazioni e
immaginare le ansie che vi assalgono. Ho una domanda per voi – una domanda
apparentemente futile: perché chiamate l’elettricista, se non vi è mai capitato prima?
Chi vi garantisce che un elettricista sarà meglio di un avvocato? In altre parole, perché
di fronte a una situazione nuova sapete già qual è la giusta scelta da fare?
La risposta è che, contrariamente alla maggior parte degli animali, l’essere umano è
in grado di affidarsi alle esperienze altrui.2 In breve, voi sapete che altri, dopo aver
chiamato l’elettricista, hanno risolto il problema, mentre nessuno ha mai chiamato un
avvocato in simili frangenti. Potete contare persino su conoscenze acquisite in epoche
lontanissime da individui morti da tempo: sapete per esempio che per scaldare l’acqua
del caffè una fiamma controllata è l’ideale, una conoscenza questa acquisita da
individui di una specie diversa dalla nostra almeno 1,5 milioni di anni fa e tramandata
fino a noi attraverso innumerevoli generazioni.
Proviamo a tirare le somme: per raggiungere uno scopo, vi affidate a un sapere che
proviene dalla diretta esperienza della realtà, ottenuto in prima persona o per tramite di
molti altri individui che hanno elaborato un corpus di conoscenze includenti il fatto che
la mattina, in caso di guasto elettrico, è meglio chiamare un elettricista che un avvocato
e che per scaldare l’acqua è meglio accendere un fuoco che mettere un recipiente al
sole. Inoltre, sebbene non possediate tutta la conoscenza inclusa in questo corpus, vi
fidate così tanto da pagare un individuo che ne padroneggia una specifica porzione non
per apprendere o verificare i segreti dell’elettrotecnica, ma perché sia messa in opera
nella vostra casa. Voi «credete» nella conoscenza di quell’uomo con la tuta blu che sta
entrando in casa vostra. E la vostra fiducia è ben riposta, dato che l’interruttore
riprende a funzionare dopo il suo intervento. Perché? Perché «credete» nell’elettricista
e nella sua conoscenza, e perché la vostra fiducia risulta sempre ben riposta a meno che
l’individuo che avete di fronte non sia un truffatore?
Ecco che siamo arrivati a un punto cruciale. Esaminiamo quali potrebbero essere
gli elementi alla base della vostra e della mia fiducia nella capacità degli elettricisti di
riparare l’impianto di casa. Innanzitutto, come abbiamo visto, sappiamo dall’esperienza
nostra o altrui che gli elettricisti generalmente risolvono il problema. Basta questo per
«credere» in loro? Certo è buona norma affidarsi al senso comune e alle esperienze
passate – una capacità tra l’altro profondamente radicata nel nostro cervello – ma se ci
affidassimo solo alla regolarità con cui la comparsa di un elettricista è associata alla
risoluzione di un problema elettrico finiremmo per credere che il canto del gallo causa
il sorgere del sole perché lo precede ogni mattina. Dunque deve esserci altro.
Un ulteriore indizio che ci fa preferire un elettricista a un santone è quello che si
chiama «controllo negativo»: non solo so che se arriva l’uomo in tuta blu la luce
tornerà, ma anche che se al suo posto arrivasse un santone (oppure se non si presentasse
nessuno) la luce non tornerebbe. Al contrario, se il gallo non canta, il sole sorge
ugualmente: l’elettricista è necessario per la luce, il gallo no (preannuncia il sole ma
non ne influenza il sorgere). Il potere del controllo negativo è proprio in questa
domanda: cosa succede se un fattore regolarmente associato al presentarsi di un certo
evento viene rimosso? L’evento si verifica ancora oppure cessa? Se voi o io
osservassimo per un buon numero di volte che, dopo un periodo di buio, la luce di casa
ritorna senza chiamare alcun elettricista, al presentarsi di un individuo in tuta blu che ci
chiede soldi per riparare qualcosa forse saremmo esitanti – smetteremmo cioè di
«credere» che egli sia necessario, proprio come facciamo per un santone che voglia
invocare lo spirito delle lampadine nel nostro salotto.
Da un punto di vista tecnico, abbiamo verificato una stretta correlazione tra l’arrivo
dell’elettricista e la fine dei nostri problemi, e contemporaneamente una correlazione
tra la sua assenza e il perdurare del buio. Basta questo a credere negli elettricisti e
pagarli per il loro lavoro? Non ancora.
Prima di mettere mano al portafoglio, volete essere certi che quell’uomo abbia
davvero fatto qualcosa. Se per esempio l’elettricista avesse un complice nel vialetto di
casa, pronto ad abbassare la leva dell’interruttore generale e a rialzarla dopo un’ora
per simulare la riuscita dell’intervento di riparazione, voi vi sentireste giustamente
truffati. Voi e io non ci limitiamo a chiamare un elettricista per la correlazione di cui
abbiamo discusso poco fa; in caso di dubbi, prima di pagarlo, volete avere la certezza
che lui con il suo lavoro sia effettivamente la causa del ritorno della corrente e non vi
sia qualche sotterfugio. C’è un solo modo per scoprire se un elettricista vi sta
imbrogliando: esaminare il suo lavoro e ricondurre il suo operato a qualche nozione di
base di elettrotecnica. Se, per esempio, osservate che ricongiunge due cavi con una
saldatura e subito dopo l’impianto torna a funzionare, ne deducete che il guasto
consisteva in un’interruzione del circuito elettrico, che sapete deve essere chiuso per
consentire alla corrente elettrica di circolare. Quindi avete osservato che una
correlazione tra due eventi – il ritorno della corrente e la saldatura – è in accordo con
una generalizzazione imparata a scuola: il fatto che i circuiti elettrici devono essere
chiusi per funzionare.
Ecco perché credete negli elettricisti. Perché come voi e me, essi usano nozioni
generali di un certo tipo per interpretare fatti particolari come l’interruzione del
circuito elettrico di casa vostra. Non devono esaminare ogni singolo guasto come un
caso unico e irripetibile, ma possono ricondurlo a una classe di fenomeni nota, così
che, grazie a un insieme di poche generalizzazioni, sono in grado di risolvere ogni
anomalia (o quasi).3 L’importante è che l’infinita varietà degli interventi di saldatura
effettuati da innumerevoli elettricisti sia stata ricondotta a una legge generale – un
circuito deve essere chiuso perché la corrente circoli.
E da dove saltano fuori queste leggi generali, se non dall’astrazione di un numero
sufficiente di casi?
A questo punto bisogna fare una precisazione. Invece di aspettare un guasto, tentare
una saldatura, osservare il risultato e attendere il guasto successivo fino a raggiungere
un numero di casi sufficiente per tirare fuori una conclusione generale, un elettricista
più sveglio di altri potrebbe decidere di costruire un circuito di prova, interromperlo e
saldarlo centinaia di volte e così raggiungere il numero di casi sufficienti per elaborare
una conclusione utile – invece di aspettare anni prima di avere una casistica sufficiente
da esaminare. Provare in questo modo, invece di attendere il cumularsi di osservazioni
fortuite, cioè esperire (da cui il termine esperimento), è un enorme vantaggio perché
consente di ottenere rapidamente un gran numero di quelle utili generalizzazioni su
come funziona il mondo di cui si discuteva sopra.
Un esperimento non è altro che una prova organizzata in modo tale che in un sistema
sotto osservazione sia possibile introdurre un cambiamento per un numero elevato di
volte e in maniera riproducibile, così da poter ottenere una conclusione generale in un
tempo ragionevole. Inoltre, poiché è possibile variare le caratteristiche del sistema di
prova – per esempio scegliere circuiti quadrati, tondi, spiraliformi o di qualsiasi altra
geometria – il nostro elettricista può testare il grado di generalità della legge che ha
formulato: qualunque sia la forma, il materiale, la temperatura o il colore del circuito,
un’apertura interrompe sempre il passaggio della corrente, una saldatura ben fatta lo
consente nuovamente. Se poi l’elettricista volesse convincere i suoi colleghi della
bontà della regola generale da lui scoperta, non avrebbe altro che da descrivere le
prove che ha fatto, perché anche loro possano ripetere le stesse prove ed eventualmente
migliorare la generalizzazione ottenuta. Senza esperimenti replicabili, e senza la loro
accurata descrizione, dovremmo aspettare che ogni elettricista raggiunga una casistica
sufficiente a confermare la bontà della sua legge generale; grazie alla possibilità di
ripetere qualcosa in tempi brevi e a piacimento, una buona legge generale si diffonderà
invece in fretta tra gli elettricisti.
Ecco perché crediamo agli elettricisti.
Non solo perché abbiamo osservato che sono sempre lì immediatamente prima che
un guasto sia risolto, e laddove mancano restiamo al buio (correlazione e controllo
negativo), ma soprattutto perché sappiamo che dispongono di un insieme di regole
generali – una teoria dell’elettrotecnica – ottenuto attraverso esperimenti replicabili
davanti ai nostri occhi, se solo lo volessimo.
Fin qui tutto bene. Ma cosa succede se, invece di studiare la corrente elettrica che
fluisce in un circuito casalingo, volessimo prevedere quale sarà l’evoluzione della
temperatura media del globo nei prossimi decenni? O se scegliessimo di occuparci
dell’identificazione di un sistema per arrestare il propagarsi di infezioni letali negli
ospedali? Si tratta di informazioni rilevanti per tutti, apparentemente difficili da
ottenere. Eppure, il metodo del nostro elettricista funziona anche in questi casi:
esperimenti per scoprire regolarità e correlazioni nella natura, formulazione di regole
generali, ri-applicazione di quelle regole al caso che ci interessa. In una parola:
Scienza.
C’è solo una complicazione: i sistemi di cui ci dovremmo occupare – l’atmosfera
dell’intero pianeta e la sua temperatura, oppure la costituzione molecolare dei batteri
che vogliamo sconfiggere – sono formati da un numero incredibilmente elevato di parti,
che sfuggono ai nostri sensi e interagiscono fra loro in modi a volte imprevedibili e
obbediscono a leggi molto più complicate di quelle necessarie per prevedere il
funzionamento di un circuito elettrico. Pertanto gli apparati sperimentali per lo studio di
questi sistemi sono molto più sofisticati del circuito di prova casalingo e, per poter
arrivare a generalizzazioni semplici, è necessario passare attraverso un formalismo
complesso, che possieda contemporaneamente un sufficiente potere descrittivo, una
buona flessibilità di linguaggio e nessuna ambiguità di uso (in modo che si sappia
sempre cosa intende colui che lo usa per descrivere una legge teorica, una parte di un
sistema o un risultato sperimentale). Questo non è altro che il linguaggio degli
scienziati, comodo ed efficace per gli specialisti, ma spesso incomprensibile ai profani.
Sorge quindi una doppia difficoltà. È infatti facile spiegare la ragione per cui
crediamo agli elettricisti, dato che davvero e in concreto potremmo organizzare una
serie di esperimenti in casa nostra per provare la loro teoria (nel caso lo faceste,
assicuratevi che il salvavita sia inserito). Ma la maggioranza di noi, non essendo
esperti in una data disciplina, non può seguire le spiegazioni con la facilità con cui
vorrebbe; inoltre, quasi nessuno ha tempo o modo di accedere a un laboratorio ogni
volta che voglia verificare l’attendibilità di quanto uno scienziato dice. Si badi che
anche gli stessi scienziati sono quasi sempre esperti solo della loro singola disciplina,
quindi la prima difficoltà si pone in realtà per tutti.
Facciamo un esempio concreto: i climatologi, cioè gli scienziati che si occupano
del clima terrestre e della sua evoluzione, lanciano allarmi sul fatto che il clima si sta
deteriorando in conseguenza delle attività umane e che vi saranno esiti catastrofici se
rimarremo inerti. Perché dobbiamo credere loro? Solo perché mostrano formule,
modelli e grafici? Ma chiunque potrebbe raccontarci una bella storia supportata da
grafici in quantità, condita da paroloni che suonano scientifici. Basta accendere la
televisione e osservare le pubblicità di molti cosmetici, in cui modelle in camice
bianco ci illustrano con termini che volutamente ricalcano quelli scientifici i benefici
dell’ultimo dentifricio, legati all’azione di qualcosa che dovrebbe richiamare nel nome
una molecola.
Dunque l’apparenza di Scienza non basta – di fatto questa viene spessa usata per
convincerci di qualcosa che è tutto fuorché scientifico. E allora come possiamo
decidere se bisogna seguire le indicazioni dei climatologi?
La risposta in questo caso è stranamente semplice.
Ci fidiamo. Non di quello che dicono – che di solito non siamo in grado di
giudicare – e magari nemmeno dei trucchi che il marketing ha sviluppato. Per stabilire
se chi abbiamo davanti è un vero scienziato (cioè uno che per affermare qualcosa usa il
metodo che abbiamo visto), ci fidiamo in realtà di alcune certificazioni indirette,
provenienti dalla comunità cui lo stesso climatologo dovrebbe appartenere (ossia gli
esperti del settore). Può suonare una tautologia, ma non lo è.
Vediamo perché.
Consideriamo innanzitutto la prima categoria di certificazioni che abbiamo a
disposizione. Si tratta dei titoli di studio, introdotti molto presto per distinguere gli
impostori dagli studiosi veri. Questi titoli – diplomi, lauree, certificati di dottorato,
specializzazioni eccetera – sono rilasciati da un’istituzione che attesta il fatto che la tale
persona ha speso un buon numero di anni per apprendere un insieme di nozioni e di
metodi verificati (in primis il metodo scientifico), cosa che è stata provata dal
superamento di un certo numero di prove (gli esami universitari per esempio). Dunque
il climatologo che abbiamo davanti ha dovuto almeno dimostrare di conoscere contenuti
e metodi della disciplina di cui asserisce essere un esponente.
È già un primo passo, soprattutto perché l’istituzione che ha rilasciato i titoli è in
genere di natura pubblica – non ha quindi un interesse particolare a creare falsi
climatologi allarmisti allo scopo di vendere condizionatori in vista del riscaldamento
globale – e qualora volessimo controllare se il tale individuo si è laureato essa
risponderà alle nostre richieste. Siccome poi a certificare la cosa è un gruppo di
persone appartenente all’istituzione che ha rilasciato il diploma – le decine di
professori che hanno esaminato il nostro climatologo durante il suo percorso
universitario fino alla laurea – possiamo considerare il certificato come frutto di un
controllo sociale, da contrapporre all’alternativa in cui ognuno dichiara da sé di essere
un esperto. Chi preferireste voi? Un laureato il cui titolo è certificato da un insieme di
professori o un sedicente «esperto» trovato su Internet?
Sebbene sia una verifica importante, aver scoperto che chi ci parla si è laureato in
Scienze del clima ad Harvard è solo il primo passo. Ci garantisce cioè, attraverso il
controllo di natura sociale di cui sopra, che quella persona è in grado di usare il
metodo scientifico per arrivare a delle conclusioni. Non ci dice affatto, invece, che
quanto in quel momento va sostenendo sia effettivamente frutto di sperimentazione,
analisi, formulazione rigorosa di leggi generali e loro applicazione al caso concreto.
Come vedremo meglio, i professori e gli scienziati universitari talvolta mentono, come
tutti gli altri esseri umani. Su cosa possiamo quindi contare? Anche qui ci viene in
soccorso una seconda forma di certificazione sociale. Si tratta della pubblicazione
scientifica.
Contrariamente a romanzi e racconti, una pubblicazione scientifica non ha lo scopo
di affascinare i lettori,4 bensì di descrivere gli esperimenti e le conclusioni che ne sono
state tratte – in modo che altri (esperti) possano giudicare il metodo con cui sono stati
ottenuti i risultati (ed eventualmente decidere di replicare gli esperimenti) e valutare le
conclusioni, nonché eventualmente identificare nuove e più generali leggi che spieghino
in maniera più esaustiva (o più semplice ed elegante) una collezione di fatti osservati
(magari da altri), attraverso idee del tutto nuove e/o formalismi più potenti nella
descrizione rispetto ai precedenti.
In ogni caso, perché un manoscritto redatto da un gruppo di ricercatori sia accettato
per la pubblicazione e quindi dato alle stampe, è necessario che passi il vaglio di due o
tre esperti del settore, non collegati al gruppo che si sottopone all’esame, i quali
esprimono un giudizio di merito sia sui dati a supporto sia sulle conclusioni del
manoscritto. Questi revisori anonimi, chiamati referees, prestano la loro opera a titolo
gratuito, e consentono alle riviste scientifiche di scartare i manoscritti non abbastanza
solidi oppure palesemente erronei.
Tornando al nostro climatologo, il secondo livello di certificazione, che riguarda
non più la sua persona ma lo specifico contenuto di quanto dice, viene dunque dalla
pubblicazione scientifica. Se quanto afferma è stato pubblicato su una rivista scientifica
di valore possiamo dare molto più credito alle sue considerazioni. Come possiamo
verificare se esistono pubblicazioni scientifiche in supporto di quanto il nostro
interlocutore afferma? Semplice: usando Internet. Da tempo le principali riviste
scientifiche rilasciano copie digitali di ogni articolo accettato per la pubblicazione, e
questi articoli indicizzati per autore, anno di pubblicazione, rivista e argomento sono
raggiungibili attraverso diversi portali e motori di ricerca. Provate a cercare il nome di
uno scienziato qualunque all’indirizzo www.scholar.google.com e capirete la
semplicità con cui la verifica può essere fatta. Ecco il motivo per cui crediamo agli
elettricisti e agli scienziati. In sostanza, ciò che usano, la Scienza, è l’insieme delle
conoscenze acquisite con un metodo che è la naturale estensione del nostro modo di
analizzare la realtà, e che ha il grande vantaggio di essere più o meno direttamente
verificabile da ognuno. Nelle parole di Einstein, tutta la Scienza non è altro che il
raffinamento del pensiero comune.5 In questo senso, noi non possiamo fare a meno di
crederci, perché la nostra rappresentazione del mondo tende a essere scientifica, che lo
vogliamo o meno. In più, il metodo scientifico moderno – cioè il metodo fondato sugli
esperimenti ripetibili a piacere – ci ha consegnato innumerevoli vantaggi,
permettendoci di controllare meglio il mondo attraverso la comprensione della sua
struttura e la previsione del suo comportamento – due cose utilissime a orientare le
nostre decisioni, così che la nostra fiducia nella Scienza si è rafforzata ulteriormente.
Come abbiamo visto, se crediamo alla Scienza, per credere agli scienziati – visti i
limiti della nostra conoscenza individuale – abbiamo bisogno invece di una serie di
certificazioni di diverso livello che sono garantite dal sistema sociale in cui viviamo.
Questa «fiducia sociale» nei ricercatori è una conquista recente: le ceneri di
Giordano Bruno, arso vivo a Roma per le sue teorie cosmologiche, fumano ancora. È
quindi comprensibile come ogni attacco a un singolo scienziato – giustificabile o
ingiustificabile – sia vissuto in maniera drammatica dalla comunità intera dei
ricercatori. Molte delle reazioni di chiusura della comunità accademica e scientifica di
fronte alla scoperta e alla denuncia del cattivo comportamento di uno dei suoi membri
sono infatti dettate dal timore che vi sia una perdita di fiducia nella figura del
ricercatore e dello scienziato.
Questo stesso timore è alla base della pervicace opposizione da parte degli enti
accademici a rendere pubbliche le indagini e i loro esiti nei casi di frode scientifica –
la comunità vuole cioè processare al suo interno i cattivi scienziati che sbagliano – così
come della diffusa e ostentata teoria che si tratti sempre e comunque di «poche mele
marce».
Il guaio è che la reazione difensiva della comunità scientifica, pur se comprensibile,
costituisce un terreno ideale per la proliferazione dei manipolatori di dati, dei frodatori
e dei mentitori di ogni tipo, fino a intaccare la base stessa di certi importanti settori
della Scienza, inquinandone i risultati e rendendone dapprima difficoltoso, poi
impossibile, il progresso.
Eccoci quindi ancora una volta a un punto cruciale.
Abbiamo bisogno di credere ai ricercatori, ma non possiamo sperare che fra loro
non si annidino imbroglioni – come accade in ogni altro gruppo sociale – con
l’aggravante che sono spesso nascosti e difesi oltre la decenza.
E come si può fare? «Principio di salute è conoscere il peccato» scriveva il giudice
Bono Giamboni nella seconda metà del Duecento a Firenze.6 Proviamo a seguire il suo
consiglio.

1 Cosa che peraltro avviene in alcune culture in cui i sacerdoti hanno l’incarico di «convincere» il sole a sorgere ogni
mattina.
2 Non tutti gli animali sono privi della capacità di far tesoro di esperienze di altri individui della stessa specie. Fra quelli
in grado di elaborare culture, cioè un corpus di esperienze non necessariamente personali che sia condiviso dagli
appartenenti a un gruppo e sia trasmissibile di generazione in generazione, si annoverano, tra gli altri, gli scimpanzé e
varie specie di uccelli.
3 Questo garantisce che un certo particolare elettricista non sarà diverso da un altro per quanto riguarda le procedure
che dovrà applicare, mentre le cerimonie degli sciamani sono volutamente uniche e particolari per ogni individuo.
4 Questo è invece lo scopo della divulgazione scientifica – affascinarci con qualche spiegazione del mondo che ci
circonda attraverso la sua esposizione in pubblicazioni, documentari eccetera.
5 Albert Einstein, «Physics and Reality», Franklin Institute Journal, 221, n. 3, pp. 349-382, 1936.
6 Della miseria dell’uomo, Giardino di consolazione, Introduzione alle Virtù di Bono Giamboni, aggiuntavi La
scala dei claustrali, Testi inediti, tranne il terzo trattato, pubblicati e illustrati con note dal dottor Francesco Tassi,
presso Guglielmo Piatti, Firenze, 1836.
Conoscere il peccato: che cos’è la frode nella Scienza

Cominciamo quindi a conoscere il peccato, senza trascurare la descrizione di qualche


peccatore. Che razza di animale è la frode scientifica? Detto altrimenti, come possiamo
classificare i comportamenti fraudolenti dei ricercatori, distinguendoli in maniera netta
da qualunque altro tipo di condotta condannabile? Si tratta di comportamenti peculiari,
oppure di una comune frode, distinguibile solo in quanto perpetrata da una categoria
professionale definita?
Per provare a rispondere a queste domande, conviene innanzitutto individuare quei
modi di agire unanimemente ritenuti condannabili dalla comunità stessa dei ricercatori.
E per farlo sceglieremo come guida un giovane scienziato britannico, matematico e
filosofo, laureatosi a Cambridge nel 1814. È di due secoli fa una prima trattazione
sistematica della frode scientifica, a opera di Charles Babbage, ideatore e inventore del
primo calcolatore programmabile, che nel 1830 pubblicò Reflections on the decline of
science in England and some of its causes.1 Per quanto possa infatti sembrare
contraddittorio con la tendenza dei ricercatori a negare la rilevanza del fenomeno della
frode, ci sono e ci sono sempre stati scienziati impegnati a studiare, classificare e
cercare rimedi per i comportamenti devianti all’interno della propria comunità. Inoltre,
va detto che su che cosa sia etico e legittimo si è raggiunto un consenso raramente
osservabile nella comunità scientifica, e ormai da molto tempo. Torniamo quindi a
Babbage: il quinto capitolo del suo libro, intitolato «Sulle osservazioni», si occupa
delle frodi dei ricercatori (da lui definiti «osservatori»), individuandone quattro tipi:
– la mistificazione (hoaxing);
– le asserzioni fondate su osservazioni mai avvenute (forging);
– l’esclusione ingiustificata dei risultati che deviano particolarmente dalla media
(trimming);
– il ricorso a pochi valori concordanti, selezionati ad arte da un insieme più ampio,
per ottenere un risultato desiderato (cooking).

Per quel che riguarda il primo tipo di frode, si tratta di una definizione alquanto
ampia. Hoax, dal latino hocus (ingannare)2, è l’artifizio costruito in modo da far
passare per vero ciò che è falso. Se la definizione in sé è alquanto vaga, l’esempio che
Babbage fa per questo comportamento è illuminante. Nel 1783 un nobile cavaliere
dell’Ordine di Malta, Giuseppe Gioeni d’Angiò, aveva descritto una nuova specie di
mollusco marino, a partire da gusci ritrovati sul litorale di Catania. Visto che appena
tre anni prima il Gioeni era stato nominato professore di Zoologia presso l’Università
di quella città, si trattava di un risultato significativo per la sua carriera scientifica. A
dimostrazione dell’importanza attribuitale, la nuova specie era stata battezzata Gioenia
sicula3, con il patronimico del nobile accademico richiamato nel nome del genere. Ciò
avrebbe avuto l’effetto che ogni altra specie affine scoperta in seguito sarebbe stata
chiamata anch’essa Gioenia, perpetuando il ricordo della famiglia dello scopritore.
Essendo G. sicula una specie del tutto nuova, peraltro molto peculiare e dissimile da
qualsiasi altra creatura nota, l’intero animale, insieme al dettaglio di certe sue parti,
venne raffigurato in alcune tavole, corredate di informazioni circa il suo modo di
avanzare sulla sabbia, la traccia che lasciava, la resistenza del suo guscio all’acido
nitrico. Le particolarità del mollusco erano tali che una descrizione e alcune
illustrazioni specifiche furono riportate anche nell’Encyclopédie francese. Studiosi del
calibro di Retzius, Bruguière e Lamarck menzionarono la scoperta del professore di
Catania, finché uno specialista di molluschi, Draparnaud, sedici anni dopo la
descrizione originale, dimostrò che la specie era così strana e peculiare semplicemente
perché non esisteva.4
Gioeni aveva raccolto i denti stomacali di un mollusco piuttosto comune, li aveva
assemblati in modo da farli sembrare le tre valve di una conchiglia, e vi aveva costruito
intorno un animale inesistente, descrivendo comportamenti mai osservati e fornendo
dati fasulli.
Nonostante la frode fosse divenuta di pubblico dominio durante la vita di Gioeni, il
professore aveva ormai cambiato campo di studi – passando alla Vulcanologia – e
forse per questo la sua carriera non ne risentì più di tanto. Infatti, a ricordo della sua
benemerita figura, ancora oggi a Catania esiste una prestigiosa Accademia Gioenia di
Scienze Naturali, sorta due anni dopo la sua morte «per promuovere ricerche di storia
naturale con speciale riguardo alla Sicilia».5
Babbage, giustamente scandalizzato dalla cosa, decise di farne un esempio: il
comportamento di hoaxing individuato riguardo a Gioeni consiste nel raccontare storie
e inventare fatti non reali (hoax) per supportare qualcosa di inesistente.

Passiamo al secondo tipo di comportamento fraudolento, il forging. In questo caso


Babbage si riferisce a coloro che, per acquisire credito scientifico, producono dati
riferiti a osservazioni mai condotte.
L’esempio che egli fa è quello di un astronomo della generazione precedente alla
sua, il cavaliere Jean Auguste d’Angos, direttore di un osservatorio a Malta, che riferì
con dovizia di particolari il passaggio di una cometa nella costellazione della
Vulpecula, a partire dall’11 aprile fino al 1° maggio del 1784. La descrisse come
debolmente nebulosa e di scarsa intensità, calcolandone l’orbita dai dati
osservazionali. Fatto curioso, la cometa non fu vista da nessun altro – nemmeno da
Charles Messier, grandissimo astronomo in possesso di telescopi all’avanguardia e
amico di D’Angos, che meticolosamente annotò la mancata osservazione ed espresse
qualche dubbio.6 Nel 1793 e nel 1798 D’Angos dichiarò di aver osservato altre comete,
anche in questo caso senza che nessuno potesse confermare. Si cominciò a sospettare il
falso nel 1806 quando, alla richiesta di mostrare le osservazioni originali, il cavaliere
dichiarò di averle perse in un incendio nel 1789. Venne infine smascherato
dall’astronomo tedesco Johann Franz Encke che, calcolando l’orbita della cometa del
1784, notò come le osservazioni originali di D’Angos ne implicassero il passaggio a
una distanza dalla Terra inferiore a quella della Luna.7 Dopo un’approfondita indagine,
nel 1820 Encke pubblicò un articolo dimostrando come D’Angos avesse calcolato la
posizione di una cometa da dati preesistenti commettendo un errore grossolano e ne
avesse quindi descritto l’osservazione nelle notti in cui i suoi calcoli indicavano che
sarebbe dovuta essere visibile – senza nemmeno darsi la briga di verificare.
Rileggendo il resoconto originale di D’Angos, quello che più colpisce è la dettagliata
descrizione del periodo di pretesa osservazione, incluse le condizioni meteo e le
giornate perse per nuvolosità, nonché diversi particolari sulla variazione di luminosità
della fantomatica cometa da una notte all’altra.8 Vorrei sottolineare in questo caso un
punto particolarmente importante: se i calcoli del francese fossero stati corretti, cioè se
non avesse aggiunto un errore a una frode, avrebbe davvero potuto prevedere dove e
quando la cometa sarebbe passata; nessuno avrebbe potuto obiettare alla veridicità
della sua descrizione del passaggio del corpo celeste. Tuttavia, poiché uno scienziato è
tenuto a descrivere esperimenti e osservazioni realmente effettuati, in quella che
Babbage chiama forgery, l’essenziale non è che quanto si afferma come tesi sia vero o
falso: il problema è nell’aver inventato i dati a supporto, non nelle conclusioni che ne
vengono tratte. La semplice affermazione di aver condotto certi esperimenti – in questo
caso osservazioni astronomiche – senza averlo fatto è quindi sufficiente per essere
accusati di frode.

Per quel che riguarda il terzo tipo di comportamento elencato, definito trimming,
Babbage non fa particolari esempi – si limita a descrivere l’eliminazione dei valori
estremi da un insieme di misure, cioè la rimozione di valori che siano molto distanti
dalla media delle osservazioni. Questa operazione non ha alcun effetto sulla descrizione
del comportamento medio di un sistema – se eliminiamo in maniera simmetrica poche
misure che deviano molto non faremo altro che dare una falsa impressione di
precisione, ma stimeremo ancora correttamente il valore medio di una certa grandezza.
Per esempio, se decidessimo di valutare l’altezza media degli italiani, non
considerando nel nostro campione quei pochi individui «anomali» molto bassi o molto
alti, non faremmo alcun errore rilevante nel calcolo finale. Eppure, vi sono circostanze
in cui le deviazioni sono importantissime. Se, per esempio, in Giappone si costruissero
le abitazioni seguendo norme antisismiche che tengano presente solo l’intensità media
dei terremoti in un dato territorio, è probabile che molte città del Paese sarebbero
rapidamente rase al suolo da eventi «eccezionali», cancellati dalle tabelle storiche da
qualche sismologo che ha fatto trimming sul proprio campione di dati. Allo stesso
modo, se un farmaco fosse sviluppato eliminando da una serie di esperimenti fatti per
testarne gli eventuali effetti collaterali i valori «anomali», si correrebbe il rischio di
incorrere in reazioni mortali una volta che il farmaco venisse somministrato a una
popolazione umana di sufficienti dimensioni.
Il trimming è dunque, come sostiene Babbage, inaccettabile nella Scienza, perché
elimina porzioni di informazione che sarebbero utili in tutti quei casi in cui vogliamo
sapere non solo il valore medio di una misura, ma anche il suo ambito di variazione.
Anche in questo caso, come nel precedente, la frode non sta quindi in quello che sarà
sostenuto, ma nelle manipolazioni in fase di raccolta dei dati – persino quando non
cambiano il risultato finale (cioè la stima del valore medio di una grandezza). La frode,
per Babbage, è causata dal desiderio di dare una falsa impressione di precisione e
riproducibilità nelle misure, acquisendo un credito scientifico ingiustificato.

Eccoci quindi giunti all’esame dell’ultimo dei comportamenti individuati da


Babbage, il cooking. Qui il tono di Babbage diventa sarcastico: il «cuoco», ossia lo
scienziato che adotta questo comportamento è colui che, o scegliendo fra cento misure
le quindici o venti che più gli aggradano, trova l’accordo con una teoria predefinita,
oppure cercando fra i lavori altrui – cui ad arte non risparmia lodi – seleziona un po’
qui un po’ là, fino a ottenere valori tali da poter dimostrare che i propri dati siano in
accordo con quanto previsto dalla teoria. In quest’ultimo caso, assistiamo a un
rovesciamento dell’obiettivo dell’imbroglio: invece di manipolare dati, si manipolano
equazioni in modo da spiegare i propri dati e dimostrare di essere in accordo con le
teorie di altri. Babbage non nomina nessuno in particolare, ma dalla precisa descrizione
che fa, è probabile che avesse in mente qualche astronomo suo contemporaneo.
Per comprendere meglio che cosa intende, vale la pena di fare una digressione e
discutere quella che è forse la più famosa accusa di data cooking (e trimming), riferita
al lavoro di Gregor Mendel9 che ha segnato l’atto di nascita della moderna genetica.
Proviamo a ricordare qualcosa che tutti abbiamo sentito a scuola: chi era e che cosa ha
scoperto Mendel? Nel migliore dei casi, mi aspetto una risposta del tipo: «Gregor
Johann Mendel, nato nel 1822 e morto nel 1884, monaco vissuto in quella che oggi è la
Repubblica Ceca, è lo scienziato che ha fatto gli esperimenti sui piselli».
Sono convinto che a scuola ci si concentri troppo su questi famosi piselli e sui loro
incroci, e giustifico la noia e gli sbadigli degli studenti. Focalizzare l’attenzione sul
colore dei fiori e dei semi dei piselli di Mendel finisce inevitabilmente con il far
perdere di vista il significato rivoluzionario della sua scoperta: la dimostrazione che gli
organismi viventi – le piante, nel suo caso – trasmettono caratteri particolari dai
genitori ai discendenti in un modo prevedibile, secondo alcune semplicissime e
universali leggi di statistica (chiamate appunto leggi di Mendel). Le regole di
trasmissione ereditaria scoperte da Mendel equivalgono a quelle dell’elettricista nel
capitolo precedente, con la differenza che anziché permetterci di prevedere il
comportamento di un circuito elettrico, ci consentono di stimare come appariranno i
discendenti di un essere vivente.
Da un punto di vista pratico, ciò significa sapere per esempio se vostro figlio sarà
predisposto o meno a una malattia, oppure quali siano i caratteri che attraverso
opportuni incroci si possono migliorare nelle piante per l’alimentazione umana o negli
animali da allevamento. In una parola, possiamo ricondurre una parte importante del
caotico mondo della biologia – la comparsa, la scomparsa e la misteriosa riemersione
in una popolazione di certe caratteristiche di interesse – sotto il controllo di alcune
semplici leggi statistiche, utili per fare previsioni e universalmente valide, che
costituiscono l’ossatura della disciplina chiamata genetica. Fino alla pubblicazione
dello scritto di Mendel e alla contemporanea apparizione dell’opera di Darwin, la
biologia aveva prodotto principalmente cumuli di osservazioni e il catalogo del mondo
vivente (ricordate Gioeni, dedito a descrivere l’ennesima nuova specie?); grazie a loro
è stato dimostrato per la prima volta come fosse possibile ricondurre i fatti osservati
nel mondo vivente a leggi semplici (Darwin) e a regole matematiche e statistiche
(Mendel). Mendel arrivò alle sue conclusioni incrociando innumerevoli generazioni di
piselli nell’orto del suo monastero, annotando instancabilmente le proporzioni di piselli
con certi caratteri (per esempio seme giallo liscio o verde rugoso) a ogni generazione.
Così facendo scoprì una regolarità nella misura di queste proporzioni da una
generazione all’altra, anche e soprattutto grazie alla precisione nelle annotazioni e alla
scelta felice dell’organismo da studiare – che permetteva di fare osservazioni su grandi
numeri in un tempo relativamente breve. Le regolarità scoperte consentivano a loro
volta di fare previsioni verificabili, e dunque portarono il monaco a formulare le sue
famose leggi. Fu uno shock quando nel 1936 – molto tempo dopo la morte di Mendel –
il genetista e statistico sir Ronald Fisher pubblicò un’approfondita analisi del lavoro
del suo predecessore confermando la validità delle leggi che aveva elaborato, ma
lanciando l’accusa di data cooking10: «I dati della maggior parte, se non di tutti gli
esperimenti sono stati falsificati in maniera tale da accordarsi al meglio con le
aspettative di Mendel».
Qui non vi è spazio per approfondire se le accuse di Fisher siano o meno fondate –
se ne dibatte ormai da ottant’anni, e rimando il lettore a ottimi articoli tecnici sul
tema11, mi preme invece sottolineare che Fisher è stato uno dei grandi artefici della
riscoperta di Mendel e della rivalutazione delle sue leggi, tanto che comunemente è
ricordato come uno dei padri della cosiddetta «sintesi moderna» della biologia, ossia
della formulazione della moderna teoria quantitativa in grado di unire le leggi di
Mendel con quelle di Darwin in un unico quadro coerente. L’idea di contestare la tesi
di Mendel era lontanissima da lui – anzi ne confermò la validità anche
sperimentalmente; però ritenne di dover etichettare come «abominevole» e
«scioccante» la scoperta che il monaco avesse alterato i dati in supporto delle
conclusioni.12 Anche per Fisher, come per Babbage prima di lui, l’alterazione dei dati
sperimentali e dunque il data cooking era di per sé condannabile, senza riguardo alla
validità della tesi che si intende supportare (e che in seguito può essere anche
confermata da altri).

Fin qui abbiamo seguito Babbage nella sua disamina dei comportamenti fraudolenti
messi in opera da cattivi scienziati suoi predecessori o contemporanei.
Tutti hanno un elemento in comune, che distingue in maniera evidente la frode
scientifica da altre tipologie: la produzione fasulla o la manipolazione ingiustificata di
osservazioni scientifiche. Per Babbage, quindi, la frode scientifica era sempre connessa
a una manipolazione nella raccolta di un dato scientifico. A contare per lui (ma anche
per Fisher e per qualunque scienziato da Galileo in poi) non è la conclusione cui si
giunge, ma il metodo con cui vengono prodotti i dati in supporto. Ecco un primo
elemento distintivo rispetto ad altre condotte condannabili: la frode scientifica
comporta la falsificazione di una procedura sperimentale e la successiva pubblicazione
scientifica. L’alterazione commessa dal ricercatore non sta quindi tanto, o non solo,
nell’enunciare una tesi falsa, quanto nel raccontare falsamente di aver condotto un certo
esperimento e di aver osservato certi fatti.
Anche l’interpretazione moderna della «cattiva condotta scientifica» è centrata sulla
manipolazione dei dati, e identifica come censurabili la fabbricazione di dati ed
esperimenti e la falsificazione dei risultati ottenuti. A queste due tipologie di
comportamento, che minano il dato scientifico e la sua integrità, è stato aggiunto in
tempi moderni il plagio, da cui l’acronimo FFP (Fabbricazione, Falsificazione e
Plagio) molto usato per riferirsi alle tre tipologie principali di scientific misconduct.13
Babbage non ha incluso nella sua lista il plagio, sia perché forse avrebbe dovuto
accusare alcuni suoi amici di plagio nei suoi confronti, sia soprattutto perché, rispetto
ai casi elencati, il plagio non altera né il corpus di dati scientifici né le leggi già
formulate; dunque può darsi che ai suoi occhi fosse un male minore, quasi perdonabile.
Vale quindi la pena di soffermarsi un po’ di più sul plagio scientifico per capire che
tipo di frode sia e che tipo di danno produca; e lo faremo considerando un caso recente.
Nel 2010 il professore di astrofisica Thong Duc Le è stato licenziato dall’istituto di
Fisica dell’università della città di Ho-Chi-Min immediatamente dopo che uno dei suoi
articoli scientifici è risultato «copiato» da un altro. Troppa severità? A oggi i suoi
articoli identificati ufficialmente come copiati sono sette (e sono stati di conseguenza
ritrattati, cioè etichettati come non validi dalle riviste che a suo tempo li hanno
pubblicati). Già così sembrerebbe una vicenda riprovevole, ma c’è dell’altro. Il
diavolo è nei dettagli. Primo dettaglio: dopo essere stato cacciato dall’università,
l’ormai ex professore di astrofisica ha continuato a produrre articoli plagiati, riuscendo
a farli pubblicare su riviste internazionali, e indicando come sede di lavoro quella che
aveva perso dal 201014. Secondo dettaglio: almeno in un caso, un articolo pubblicato su
una rivista internazionale è risultato essere la copia di un articolo a sua volta prodotto
mediante plagio (e ritrattato in precedenza per questo motivo).15 Ora forse starete
ridendo di fronte a un tale copione seriale. Ridono un po’ meno in Vietnam, dove il
fatto ha avuto grande rilievo come un caso clamoroso di distrazione di fondi e risorse
che potevano essere dedicati a qualcosa di più serio.16
Per capire meglio la gravità del comportamento del professore vietnamita, ricordate
innanzitutto il ruolo di certificazione sociale che ha la pubblicazione scientifica.
Supponete quindi per esempio che un’astrofisica tenti di convincervi di una sua
particolare teoria, in opposizione a un altro professore. Quest’ultimo porta sette articoli
scientifici, lei ne presenta soltanto due. Chi scegliereste?
C’è di più. Oltre a convincere voi di qualcosa, il plagiatore è in una buona
posizione per fare carriera. Infatti, contrariamente all’epoca in cui scriveva Babbage,
nel sistema attuale i ricercatori di materie scientifiche e quindi i professori universitari
sono selezionati anche e soprattutto in base al numero e alla qualità delle loro
pubblicazioni. In sostanza, possiamo dire che la pubblicazione scientifica è il prodotto
finale e più importante del lavoro di uno scienziato. Il numero di pubblicazioni di un
ricercatore e il numero di citazioni ricevute sono entrambi misura del successo delle
sue idee, tanto che uno scienziato che non pubblichi le proprie ricerche è pressoché
invisibile ai suoi pari – letteralmente non esiste dal punto di vista professionale. Questo
è conseguenza del fatto che la bontà di un’idea di un ricercatore si misura dall’uso che
ne fanno i suoi successori, cioè dal numero di volte che quell’idea serve da punto di
partenza per trovare qualcosa di nuovo (e quindi viene citata come prologo alla
descrizione di una nuova scoperta). Se uno scienziato copia il proprio lavoro o, ancor
peggio, quello di un altro, distorce il metro che usiamo per giudicarne l’operato.
Pertanto, gonfiare il proprio curriculum con pubblicazioni scientifiche plagiate è
paragonabile al doping in atletica: si sconfiggono avversari più validi ricorrendo a un
mezzo illecito. Così facendo, oltre a danneggiare i singoli concorrenti battuti, si priva la
comunità dei ricercatori migliori impedendo loro l’accesso al posto di lavoro o ai
finanziamenti per la ricerca (conquistati invece dall’autore del plagio).
Ecco perché oggi si è introdotta la P nell’acronimo FFP: il peso della
pubblicazione scientifica è cresciuto, al punto che i ricercatori sono giudicati a partire
dagli articoli pubblicati – ragion per cui il plagio rende di più rispetto a duecento anni
fa. Nel passato infatti copiare e attribuirsi un merito indebito risultava molto più
difficile: i cultori di una data disciplina scientifica erano così pochi da conoscersi
quasi tutti personalmente, e un ricercatore veniva valutato perché le sue idee e le sue
scoperte erano ben note all’intera comunità, dato che queste erano presentate
innanzitutto nelle accademie e poi discusse attraverso un’attiva corrispondenza
epistolare. La pubblicazione era l’ultimo dei modi di esporre i propri risultati.
Conoscendosi tutti, i ricercatori attribuivano facilmente la paternità di una scoperta.
Anche in casi famosi in cui i contendenti si sono reciprocamente accusati di plagio,
come nella disputa fra Newton e Leibniz, è emerso alla fine che non vi era stata alcuna
condotta riprovevole, ma soltanto il fortuito ottenimento dello stesso risultato in
contemporanea. Al contrario, poiché oggi nel mondo vi sono decine di milioni di
ricercatori e la pubblicazione scientifica è diventata il canale principale, se non unico,
di comunicazione e certificazione dei propri risultati, il plagio è ormai comune.
Quindi, dai tempi di Babbage in cui le frodi consistevano essenzialmente nella
pubblicazione di dati ed esperimenti fabbricati e falsi, oggi si è aggiunto come ulteriore
e rilevante elemento anche il plagio. Un curriculum ricco di pubblicazioni scientifiche
di buon livello è tutto: non vi è altra possibilità di valutare la qualità di una ricerca o di
uno scienziato, pertanto si offre a tutti una possibilità reale di accumulare vantaggio
mediante il plagio delle pubblicazioni proprie e altrui.

Ricapitolando: abbiamo appurato quali siano i comportamenti fraudolenti messi in


atto dai ricercatori in diverse parti del mondo e in diverse epoche. Abbiamo anche
visto che la peculiarità di tali comportamenti – non riscontrabile in altri tipi di frode –
consiste nel manipolare la descrizione di dati ed esperimenti oppure nell’attribuirsi
impropriamente un determinato lavoro.
Possiamo ora fare un passo ulteriore, notando come i comportamenti che abbiamo
descritto implichino sempre una volontà deliberata, il che esclude a priori che possano
interpretarsi come errori in buona fede. Tuttavia, in certi casi, anche la cattiva fede può
essere difficile da accertare, perché talvolta alla base di azioni condannabili può
esserci un profondo autoinganno. Per chiarire meglio, basterà ricordare che dietro una
selezione non giustificata di dati come quella forse operata da Mendel può esserci stato
anche il convincimento (o il desiderio) così radicato che la sua tesi scientifica fosse
vera, da selezionare inconsciamente dati in supporto e scartare evidenze contrarie,
senza che vi fosse alcuna volontà di trarre un ingiusto vantaggio da quanto fatto.17 Ecco
perché prima di accusare un ricercatore di frode scientifica, è necessario stabilire
intenzionalità e vantaggi conseguiti.
Questo elemento è uno spartiacque così importante da essere comunemente assunto
in tutti i sistemi di diritto come condizione necessaria (benché non sufficiente) perché vi
sia una frode, ed è riconosciuto anche alla base della distinzione tra errore onesto e
cattiva condotta scientifica.18
Per evidenziare una frode scientifica deve quindi essere dimostrata l’intenzionalità
non solo nella sua attuazione pratica, ma anche e soprattutto nel voler conseguire
qualche vantaggio.
E quali sono i vantaggi in grado di motivare una frode scientifica? Seguitemi nel
prossimo capitolo.

1 C. Babbage, Reflections on the decline of science in England and some of its causes, London: Printed by B.
Fellowes, Ludgate Street, 1830, pp. 1-228.
2 R. Nares, A glossary; or, Collection of words... which have been thought to require illustration, in the works
of English authors, London: Printed by Robert Triphook, 1822. Il terminehocus compare anche nella formula magica
«hocus pocus», che in genere veniva riferita a incantesimi in grado appunto di alterare la realtà.
3 G. Gioeni, Descrizione di una nuova famiglia e di un nuovo genere di testacei trovati nel littorale di Catania
da Giuseppe Gioeni... Con qualche osservazione sopra una spezie di ostriche, per servire alla conchiologia
generale, Napoli, 1783.
4 Jacques Philippe Raymond Draparnaud,Observation sur la Gioenia, in «Journal de Physique», L (an VIII =1799),
pp. 146-147.
5 Accademia Gioenia di Scienze Naturali, statuto e regolamento http://www.gioenia.unict.it/index.php?
option=com_content&view=article&id=183&Itemid=99 (consultato il 1/11/2014).
6 Il manoscritto originale di Messier, Notice des mes comètes, è conservato all’Observatoire de Paris. Una versione
inglese (Notes on My Comets) si trova su: http://messier.obspm.fr/xtra/history/notes-c.html.
7 E.S. Reich, Plastic Fantastic: How the Biggest Fraud in Physics Shook the Scientific World, St. Martin’s Press,
2009, pp. 1-272.
8 C. Messier, La première Comète observée en 1784, Histoire de l’Académie (Royale) des sciences, Paris 1787, pp.
326-327.
9 G. Mendel, Versuche über Pflanzenhybriden, Brunn, 1866, pp. 1-330.
10 R.A. Fisher, «Has Mendel’s work been rediscovered?», Ann. Sci., vol. 1, no. 2, pp. 115-137, apr. 1936.
11 D.L. Hartl, D.J. Fairbanks, «Mud Sticks: On the Alleged Falsification of Mendel’s Data», Genetics, vol. 175, no. 3,
pp. 975-979, mar. 2007.
12 J. Fisher Box, R.A. Fisher: The Life of a Scientist, John Wiley & Sons Inc, 1978, pp. 1-526.
13 «Definition of Research Misconduct | ORI - The Office of Research Integrity» [online]. Disponibile su:
http://ori.hhs.gov/definition-misconduct (consultato il 2/11/2014).
14 http://retractionwatch.com/2012/05/18/astrophysics-retraction-trail-includes-paper-that-plagiarized-another-already-
retracted-for-plagiarism.
15 http://ptp.oxfordjournals.org/content/126/1/177.
16 http://retractionwatch.com/2012/05/25/three-more-retractions-for-vietnamese-physicists-who-plagiarized-a-
plagiarized-paper/.
17 Come infatti è stato scritto a proposito di Mendel, si vedano i lavori citati in D.L. Hartl e D.J. Fairbanks, «Mud
Sticks: On the Alleged Falsification of Mendel’s Data», Genetics, vol. 175, no. 3, pp. 975-979, mar. 2007.
18 D. Fanelli, «How many scientists fabricate and falsify research? A systematic review and meta-analysis of survey
data», PLoS One, vol. 4, no. 5, p. e5738, jan. 2009.
Il premio della frode: potere, carriera e danaro

Quali pulsioni portano un ricercatore a travisare la verità nell’esporre un esperimento e


i suoi risultati, falsificando, fabbricando o plagiando dati? Perché producono falsi
proprio coloro che per professione – e prima ancora per passione – hanno scelto la
ricerca delle «vere» spiegazioni di ciò che accade nell’universo? Risposte troppo
generiche, come «gli scienziati sono umani e commettono frodi non diversamente dagli
altri», sono reali, ma molto poco soddisfacenti, perché il livello di dettaglio è
insufficiente a cogliere le peculiarità di ciò che causa le frodi scientifiche e, senza
conoscerne le cause, non è possibile affrontare i problemi.1
Di fronte alla ricerca delle cause che portano un ladro a commettere un furto, vi
accontentereste di sapere che rubare è umano? Non credo.
Come è stato scritto da Guglielmo Gulotta e Luisella De Cataldo Neuburger2,
nell’analizzare la frode scientifica il problema in discussione non è la natura umana
dello scienziato, ma come egli possa macchiarsi di una violazione dei princìpi stessi
che ispirano la sua professione.
Perché dovrebbe farlo?
Semplice: per vantaggio personale. Il soddisfacimento egoistico di aspirazioni
individuali – cui appartengono spinte di natura psicologica alla soddisfazione di
bisogni emotivi e pulsioni per beni più concreti quali carriera, danaro, potere – è il
principale vantaggio conseguito da chi froda. E frodando si possono soddisfare
entrambi i tipi di pulsione.
Per quel che riguarda i fattori di natura psicologica, nel 1958, il neurologo e
psichiatra americano Lawrence Schlesinger Kubie ipotizzò il ruolo di vere e proprie
nevrosi, di conflitti infantili non risolti, di un’immagine non realistica della professione
e di una scarsa preparazione alla pressione emotiva del lavoro.3 Di solito non sono
molto propenso ad accettare le teorie psicanalitiche del comportamento umano, perché
la verifica rigorosa di quanto affermato è (per usare un eufemismo) di non facile
attuazione. Per vedere se Kubie aveva ragione andiamo quindi ad ascoltare la voce
viva di alcuni «maestri» nella frode scientifica.
Il primo nella galleria degli illustri frodatori è Diederik Stapel, un brillante
scienziato che ha prodotto alcuni dei più clamorosi risultati della moderna psicologia
sociale.
A titolo di esempio, consideriamo un suo lavoro pubblicato dalla rivista «Science»
nel 2011, in cui si stabiliva una correlazione tra ambiente disordinato e sporco ed
emergere del razzismo.4 L’esperimento cruciale era semplice: in una stazione
ferroviaria olandese faceva sedere un volontario (nero o bianco) a un’estremità di una
fila di sei sedili e osservava dove si sedessero i passanti; se il volontario prescelto era
nero, i passanti sceglievano di sedersi mediamente più lontano da lui quando l’ambiente
circostante era stato sporcato ad arte (per esempio rovesciando dell’immondizia nei
paraggi). Dopo aver osservato un certo numero di scelte effettuate dai passanti, la
conclusione era lampante e statisticamente robusta: il disordine e un ambiente
degradato aumentano il nostro razzismo. Pertanto gli amministratori dovrebbero
concentrarsi sul riordino dell’ambiente urbano, una soluzione a basso costo rispetto ad
altre proposte. Bello vero? Questo e altri lavori valsero a Stapel una carriera brillante
e una notevole visibilità per quindici anni, ossia fino al 2011, l’anno del lavoro sulle
panchine della stazione olandese che abbiamo appena visto, quando si scoprì che in
almeno 55 pubblicazioni e in decine di tesi dei suoi studenti i dati e le osservazioni
descritte erano stati fabbricati da zero utilizzando il software di calcolo Excel e un
comune computer. Per fare un esempio del livello cui Stapel si è spinto, basti dire che
nella stazione in cui viene situato l’esperimento della panchina non esistono ambienti
corrispondenti a quelli descritti.5
Il caso di Stapel, tuttavia, ci interessa non tanto per la sua estensione – molti
scienziati hanno commesso un numero di falsificazioni maggiore – né per le modalità di
esecuzione, visto che la fabbricazione dei dati utilizzando un computer è uno dei modi
più frequenti per porre in essere frodi scientifiche. Quel che ci interessa è che Stapel ha
rilasciato diverse dichiarazioni (oltre a scrivere un libro e una pièce teatrale) da cui
traspaiono in maniera inequivoca alcune delle ragioni che a suo dire lo hanno spinto
alla frode e, come proposto da Kubie, si tratta fondamentalmente di ragioni
psicologiche. In un’intervista pubblicata dal «New York Times» nell’aprile del 20136,
Stapel descrive una certa pulsione maniacale perché la realtà sperimentale sia in
accordo con una sorta di teoria platonica sull’eleganza e l’ordine dell’universo:
«Insisteva nel dire che amava la psicologia sociale ma si era sentito frustrato dalla
confusione dei dati sperimentali, che raramente portavano a conclusioni chiare. La sua
passione profonda per l’ordine e l’eleganza, diceva, lo aveva portato a cucinare dei
risultati sexy che i giornali potessero trovare attraenti. “Era una ricerca estetica per il
bello, invece del vero” diceva. Descriveva il suo comportamento come una dipendenza
che lo aveva portato a commettere atti di frode via via più gravi».
Possiamo credere o no a Stapel7; tuttavia, il fatto stesso che consideri una simile
spiegazione come potenzialmente convincente e seducente per l’intervistatore ci dice
qualcosa sulla sua personalità disturbata, simile a quella di un bambino che prima
desideri qualcosa a tal punto da creare una finta realtà e poi cerchi giustificazioni
improbabili per quanto ha fatto (ed eventualmente si autoinganni). Kubie non aveva
torto a ipotizzare tratti infantili nel ricercatore che commette frode.
Nella stessa intervista, leggiamo ancora: «Quell’esperimento – e altri come quello
– non avevano portato a Stapel i risultati desiderati. Doveva scegliere se abbandonare
il lavoro o ripetere gli esperimenti. Ma lui aveva già speso moltissimo tempo in quella
ricerca ed era convinto che la sua ipotesi fosse valida. “E allora sai che c’è, adesso mi
fabbrico l’intero set di dati”, questo mi ha detto».
La frase evidenzia come Stapel immagini che uno scienziato debba passare la
maggior parte del tempo a trovare risultati e interpretare con successo ciò che vede –
non a cercare faticosamente risposte sperimentali (da qui il termine ricercatore) e a
formulare teorie presto smentite dagli esperimenti propri o altrui. Pertanto, invece di
continuare a interrogare la stolida realtà che ci circonda con estenuanti esperimenti, se
si è convinti della propria capacità di formulare la giusta ipotesi circa la soluzione di
un problema (magari essendo al corrente dei risultati più recenti ottenuti nel campo e
delle aspettative della comunità scientifica circa un dato problema), si può correre il
rischio di inventare di sana pianta i dati a supporto, fidandosi del fatto che, in seguito,
altri confermeranno quanto abbiamo per primi immaginato.
Non mi sorprenderei se gli aspiranti frodatori si riconoscessero nel modo di agire
testé delineato, perché, contrariamente all’unicità della motivazione «estetica» sopra
riportata, che sembra essere limitata a Stapel, fra coloro che commettono frode è molto
diffusa la convinzione di poter formulare ipotesi giuste che saranno in seguito
confermate, accompagnata alla sicurezza di conoscere il risultato che un dato
esperimento produrrebbe se fosse svolto. In questo modo il dato sperimentale diviene
solo un «accessorio» necessario alla pubblicazione di un lavoro. Infatti, almeno a
giudicare dalle spiegazioni che forniscono una volta scoperti, sono molti coloro che
producono e pubblicano dati fraudolenti, aspettandosi che altri gruppi confermino
successivamente il loro lavoro. In generale, anzi, si potrebbe affermare che proprio chi
è avvezzo a frodare sceglie di descrivere risultati la cui verifica in un certo modo è
attesa sulla base delle teorie correnti.
Si tratta dunque di persone in grado di derivare da quanto già noto conseguenze
plausibili e interessanti – sono di solito menti brillanti – e di profittare di questa loro
abilità per pubblicare ciò che alla comunità scientifica di riferimento piace sia
pubblicato (come Stapel ha affermato a proposito di se stesso). Se avete questa
capacità, siete a buon punto per intraprendere la carriera di frodatori, e sarete in buona
compagnia. Per esempio, quando nel 1999 il chimico nucleare Viktor Ninov fabbricò
dal nulla i dati per dimostrare l’esistenza di un nuovo elemento8 (chiamato elemento
118, dal valore del suo numero atomico) e pubblicò il lavoro su una rivista di fisica 9,
era perfettamente certo che l’elemento in questione esistesse perché il fatto era in
accordo con teorie e calcoli ben consolidati, cosicché si attendeva che qualcun altro
avrebbe confermato i suoi «risultati» e a lui sarebbe stato riconosciuto il merito della
scoperta, proprio come era successo in passato per altri elementi che aveva descritto
con dati, anche in quei casi probabilmente manipolati.10, 11
Allo stesso modo di Stapel, Ninov non aveva fatto altro che dare alla comunità
scientifica ciò che essa desiderava: una nuova conseguenza interessante e plausibile
della teoria dominante in un settore di frontiera della Scienza moderna, supportandola
con dati fasulli ma perfettamente verosimili (e quindi in teoria verificabili da altri in
seguito).
Voi sareste in grado di fare altrettanto? Stapel e Ninov sono solo due dei
componenti di una lunga lista di imbroglioni rispetto ai quali un punto deve essere ben
chiaro: come già identificato da Babbage duecento anni fa, la manipolazione di dati e la
descrizione non veritiera di esperimenti da parte di uno scienziato è una frode ipso
facto, e le verifiche ex post della tesi sostenuta non possono in alcun modo
giustificarla, dato che esse non sono valide al momento in cui questa avviene (quando
cioè nessuno ancora ha potuto replicare o smentire le conclusioni tratte dai dati
fraudolenti).
La trappola psicologica del «so bene ciò che l’esperimento produrrebbe se fosse
fatto, e sono certo che gli altri non potranno che confermare» permette ancora una volta
di riconoscere alcuni degli elementi psicologici12 anticipati da Kubie, vale a dire
l’immagine distorta che questi ricercatori hanno della propria professione e la loro
scarsa preparazione a fronteggiare la pressione emotiva derivante dal più che normale
fallimento delle loro ipotesi quando vengono confrontate con i dati. Per finire, è
evidente la presunzione intellettuale e il narcisismo che portano a sottovalutare il
rischio che la frode sia smascherata – eliminando quindi un importante elemento
deterrente.
Pur se ovviamente importanti, è ora di lasciare il terreno delle «soddisfazioni
psicologiche» e di avventurarci nella descrizione di qualche ricompensa più concreta –
per completare la descrizione degli aspetti positivi nella carriera del frodatore
scientifico. Credo che il riassunto più efficace sia quello fatto da un esperto in materia,
il fisico David Goodstein che, dal 1988 al 2007, si è occupato di tutti i casi di presunta
(e spesso acclarata) frode scientifica presso il CIT (California Institute of Technology)
e ha contribuito a stilare quelle che sono ormai le linee guida di riferimento statunitensi
per l’accertamento delle frodi scientifiche. Per Goodstein, la lista dei benefici in palio
è questa:
– premi e ricompense da parte della vostra associazione di categoria;
– una cattedra di prestigio;
– l’ammissione a un’Accademia Nazionale;
– premi di risonanza nazionale e internazionale, fino al premio Nobel;
– l’immortalità13.

All’elenco di Goodstein, accademico di razza, aggiungerei il potere, sia sulla


propria comunità professionale, sia in taluni casi a livello più ampio, arrivando a
ricoprire cariche politiche di rilievo nazionale; e una certa ricchezza personale, che si
ottiene in genere attraverso il controllo di un settore di ricerca di interesse industriale
(molto spesso nel settore della ricerca medica e farmaceutica). Non male vero?
Cerchiamo ora di capire come la frode scientifica, e specificamente la
pubblicazione su riviste scientifiche di dati fabbricati, falsi o plagiati siano utili ai
frodatori per ottenere la posta in palio.
Cominciamo dalla carriera accademica, il cui culmine è esemplificato da Goodstein
nell’assegnazione di una cattedra di prestigio. Se esaminiamo i criteri di valutazione
per decidere chi debba ottenere un posto in un’università o in un ente di ricerca, in
qualunque Paese del mondo troveremo utilizzata una procedura simile a quella illustrata
dal regolamento di una delle università italiane:14 «La commissione effettua, in seduta
riservata, una valutazione comparativa sulla base delle pubblicazioni scientifiche, del
curriculum e dell’attività didattica dei candidati…». E poi: «Alla prova orale, che si
dovrà svolgere in seduta pubblica, saranno ammessi i tre candidati giudicati
comparativamente più meritevoli a seguito della procedura di valutazione di cui al
comma 1…».
In sostanza, tutte le assunzioni di ricercatori e professori di vario livello in
qualunque struttura pubblica del mondo sono precedute da una valutazione delle
pubblicazioni scientifiche dei candidati. Le valutazioni sono effettuate da una
commissione di esperti nella materia di cui il candidato dovrà occuparsi, partendo da
due aspetti: la quantità delle pubblicazioni nel campo specifico e la qualità delle stesse.
Sulla quantità delle pubblicazioni c’è poco da dire; per quel che riguarda la loro
qualità, il modo usato universalmente per valutarla è quello di riconoscere maggior
valore agli articoli usciti su riviste considerate di punta, quali «Nature», «Science» e
altre riviste con alto indice di impatto (impact factor, un valore correlato alla quantità
di citazioni ricevute ogni anno dagli articoli di una rivista) e di misurare con certi altri
indici – di cui il più famoso è denominato h-index15 – il numero di volte che le
pubblicazioni di un candidato sono state citate da altri scienziati.
Un aspirante frodatore che voglia essere assunto come professore in un’università
ha quindi a disposizione due opzioni: pubblicare un gran numero di lavori grazie alla
produzione di dati fasulli e alla sottomissione continua di articoli a riviste, oppure
pubblicare un numero minore di lavori su riviste considerate unanimemente molto
importanti e selettive dalla comunità scientifica e cercare di aumentare il numero di
citazioni dei suddetti.
Cominciamo dal caso di un maestro nella prima strategia.
Nel 2011 è stato stabilito quello che per il momento è il record di frodi in
pubblicazioni scientifiche riconducibili a un singolo individuo: in un rapporto pubblico,
la facoltà di Medicina dell’università di Toho, in Giappone, ha dichiarato che dopo
aver esaminato 212 lavori del professor Yoshitaka Fujii, un anestesiologo che
pubblicava principalmente risultati di trial clinici su pazienti operati in cui si testavano
farmaci antiemetici, solo tre sono risultati privi di frode (quelli in cui il professore non
aveva partecipato alla raccolta dei dati), 172 contenevano frodi (nel senso di dati
fabbricati e falsificati) e per 37 non è stato possibile determinare se fossero fraudolenti
o meno.16 Quello stesso rapporto, nelle pagine iniziali, dichiara che ovviamente questi
lavori sono stati usati dal professore per accedere ad almeno due università: quella di
Tsukuba prima, e quella di Toho poi. Grazie a un curriculum aggiornato ad agosto 2012
apprendiamo le date di assunzione del professore da parte di queste due istituzioni: il
1997 per la prima, e il 2005 per la seconda.17 Considerando la data di pubblicazione
degli articoli fraudolenti, almeno 24 lavori fasulli sono stati usati per gonfiare il
curriculum necessario a ottenere il posto a Tsukuba, e almeno 120 per ottenere la
cattedra a Toho. Tsukuba, università nota per le scienze sociali, è stato il primo passo;
più tempo e lavoro ci sono voluti per ottenere un numero di articoli sufficienti a entrare
a Toho, da sempre nota per le scienze biomediche e la farmacologia – settori in cui si
colloca l’attività di Fujii. Insomma, anche i frodatori devono sudare un po’ per poter
raggiungere la posizione accademica cui aspirano. Del resto, vale la pena di sforzarsi a
produrre numeri al computer e sottomettere lavori: prima di essere licenziato, lo
stipendio dell’onorevole professor Fujii a Toho era di 110.000 dollari all’anno.18
Come è riuscito Fujii a nascondere la sua impresa, durata almeno 23 anni? Questa è
la vera lezione del maestro che ci siamo scelti: pubblicando un gran numero di articoli
– in media dieci all’anno – su riviste marginali e su argomenti di basso impatto per la
sua comunità di ricerca, in modo da attirare meno attenzione possibile su di sé e sul suo
«lavoro». La quantità invece della qualità. Se lo scopo è quello di ottenere i benefici
derivanti da una professione accademica, la strategia del basso profilo può funzionare:
vale la pena notare che, proprio grazie a essa, subito dopo il suo licenziamento da parte
dell’università di Toho, a Fujii è stata offerta una cattedra dall’università di Fukushima,
ignara dei precedenti del professore grazie alla capacità di quest’ultimo di far parlare
poco di sé (l’offerta della cattedra è stata ritirata perché l’università di Toho ha
avvisato quella di Fukushima). Stava quasi per farcela e, se non avesse «esagerato»,
forse sarebbe riuscito a farla franca.
Al contrario di Fujii, molti di quelli che commettono frode scientifica sono preda
delle pressioni emotive che portano a desiderare non una semplice posizione
accademica, ma una carriera da superstar della Scienza. Spinti da una fortissima
ambizione, vogliono perseguire l’eccellenza tramite la frode scientifica, senza
accontentarsi di pubblicare tanti lavori su oscure riviste settoriali: vogliono pubblicare
su riviste scientifiche di primo livello. In breve: perseguire la qualità – non (solo) la
quantità. Anche in questa strategia abbondano i maestri.
Nel 2000 Jan Hendrik Schön, un giovane e molto promettente fisico che lavorava
nel campo dei semiconduttori organici presso i laboratori Bell negli Stati Uniti,
pubblicò otto lavori su «Nature» e «Science».
L’anno seguente, stesso formidabile traguardo raggiunto: altri otto lavori tra
«Nature» e «Science». Tra le realizzazioni descritte in questi lavori, vi erano la
creazione di transistor di dimensioni molecolari e di un sistema per ottenere plastiche
superconduttive. Se confermate, entrambe le invenzioni avrebbero rivoluzionato
l’industria elettronica, portando probabilmente all’abbandono del silicio e a un vero
«cambio generazionale» nelle tecnologie connesse. A causa del suo fantastico
curriculum e dell’alto impatto potenziale delle sue ricerche, a Schön fu offerta la
prestigiosa direzione di uno dei Max Planck Institut tedeschi. Mentre Schön stava
valutando l’offerta, qualcuno interessato alle applicazioni di una delle tecnologie da lui
descritte si accorse che i suoi esperimenti non erano replicabili. Alla richiesta avanzata
dai laboratori Bell di mostrare i dati originali, Schön rispose che a causa di un
malfunzionamento del pc su cui lavorava erano andati perduti, confermando così i
sospetti di frode che si andavano addensando sulla sua testa. I sedici articoli su
«Nature» e «Science» pubblicati tra il 2000 e il 2001 sono risultati contenere dati
fabbricati e sono stati ritirati (tecnicamente «ritrattati»), insieme a molti altri. In più,
Schön è stato dichiarato indegno del titolo di dottore di ricerca in fisica, titolo che
pertanto l’università di Costanza gli ha annullato.
Dal punto di vista del possibile aspirante frodatore, va riconosciuta l’utilità degli
articoli scientifici falsi nel perseguire la carriera accademica, visto che, come Fujii,
anche Schön ha usato la pubblicazione di dati ed esperimenti fasulli per scalare via via
posizioni accademiche di sempre maggior prestigio, e la sua carriera si è interrotta solo
perché ha commesso l’errore di lavorare su un settore che ha attirato l’interesse delle
industrie a sviluppare prototipi funzionanti e dunque ha messo in moto il meccanismo
della verifica dei suoi risultati19 – errore che con accortezza si potrebbe benissimo
evitare.
Al contrario di Fujii, però, Schön ha preso di mira riviste di grande autorevolezza,
raccontando alla comunità scientifica una storia di grande interesse e sufficientemente
plausibile. Questo tipo di strategia ha altre conseguenze benefiche per chi froda: i premi
e il riconoscimento internazionale. In corrispondenza dell’esplosione di lavori ad alto
impatto, e proprio in correlazione a essi, il fisico imbroglione fu premiato con il
Premio Otto-Klung-Weberbank per la fisica (2001), il Premio Braunschweig per il
trasferimento tecnologico (2001) e il Premio Outstanding Young Investigator della
Materials Research Society (2002). Si tratta di premi importanti, di non irrilevante
entità economica, che hanno reso il 2001 un anno fantastico nella vita di Schön. Come si
vede, grazie alla copiosa produzione di pubblicazioni su riviste autorevoli, nel 2002
Schön aveva ottenuto quello che cercava: era considerato il wunderkind, il bambino
prodigio della fisica dei semiconduttori, tanto in patria quanto all’estero. Oltre ai
premi, la pubblicazione di articoli fraudolenti gli aveva dischiuso le porte della
direzione di un importante istituto di ricerca tedesco, che sarebbe stato probabilmente il
passo successivo nella sua rapida ascesa professionale. La tecnica della frode
scientifica, se mirata a falsificare lavori di grande rilevanza, offre la speranza di
raggiungere il risultato in poco tempo (invece dei 23 anni che sono serviti a Fujii).
Carriera, premi e onori – i vantaggi individuali identificati da Goodstein – possono
completarsi con altri due tipi di ricompensa per chi porta una frode a buon esito: il
potere, accademico e non, e la ricchezza personale.
Forse il caso che meglio riassume quanto potere e quanta ricchezza si possano
ottenere falsificando qualche pubblicazione scientifica importante è quello del
professore sudcoreano Hwang Woo-suk. Come Schön, costui ha scelto di fabbricare
risultati e pubblicarli su riviste di prestigio in un settore di frontiera della sua
disciplina: la produzione di cellule staminali umane embrionali a partire da ovociti
ottenuti da donne adulte. In particolare, in un primo lavoro su «Science» del 2004
dichiarò di essere riuscito a produrne da una singola donatrice, mentre in un lavoro
pubblicato un anno dopo sulla stessa rivista «dimostrò» come fosse possibile ottenere
staminali ad alta resa da ogni donatrice, aprendo con ciò la strada alla produzione di
autotrapianti utilizzando cellule staminali «personalizzate» per ogni donna.
Per capirci, la prospettiva sarebbe questa: siete donna e avete un danno cardiaco,
oppure il fegato o il pancreas lesionato/malfunzionante, oppure un altro organo da
riparare? Nessun problema, grazie al lavoro pionieristico del professor Hwang, si può
prelevare un certo numero di ovociti che saranno usati per creare cellule staminali utili
a rigenerare i vostri organi danneggiati. Fantastico, vero?
Come potete immaginare, visto il libro che state leggendo, i lavori di Hwang sono
falsi, e anche i due pubblicati su «Science» sono stati ritrattati. Fin qui, nulla di nuovo
rispetto agli esempi precedenti: un altro caso di «cattivo scienziato». Tuttavia, le cose
prendono una luce diversa se esaminiamo i coautori di Hwang nel primo dei famigerati
lavori su «Science», quello del 2004.20 Fra questi, un nome assume particolare rilievo
ai nostri fini: è quello di Ki Young Park, una professoressa di biologia che all’epoca
era consigliere scientifico del presidente della Corea del Sud. Il suo nome, come è
risultato dall’inchiesta successiva allo scandalo, era stato inserito da Hwang come
«regalo», ovviamente molto gradito da parte della Park, con il preciso intento di
rafforzare i legami tra il professore e il gotha politico della Corea del Sud. Questo tipo
di regalo, di per sé considerato da molti una forma di cattiva condotta scientifica,
assume una connotazione ancora più fosca se si considera che l’articolo su «Science»
era una frode, contenente dati fabbricati e falsificati in vario modo, come poi ammise lo
stesso Hwang.
Questo è un esempio perfetto di come usare un articolo fraudolento non solo per
costruire una carriera o ricevere premi gonfiando il curriculum, ma anche per aumentare
il proprio potere personale attraverso l’associazione con chi il potere lo detiene.
Nel caso di Hwang, la cosa funzionò perfettamente: il legame con la Park portò alla
costituzione di un gruppo informale che garantiva una forte influenza del professore
presso il governo sudcoreano, comprendente oltre agli stessi Hwang e Park, anche Kim
Byung-Joon, capo di gabinetto del governo, e Jin Dae-Je, ministro per l’Informazione e
le Telecomunicazioni (era il gruppo denominato «del pipistrello d’oro», significato in
coreano dell’acronimo ottenuto combinando i cognomi dei suoi componenti). Il potere
di Hwang crebbe a tal punto che, dopo la pubblicazione del secondo articolo su
«Science», nel 2005, gli venne conferito un titolo creato apposta per lui, quello di
«Scienziato Supremo della Corea del Sud».21 Senza tema di smentita possiamo
affermare che fino al 2005 Hwang è stato il più potente accademico sudcoreano, una
sorta di ministro ombra il cui volere era sottoposto a poche regole e il cui operato era
privo di ogni controllo.
Ma il potere non è tutto: passiamo a vedere ora come si possa far soldi con lo
stesso sistema. Nel processo contro Hwang, l’accusa ha potuto rintracciare
finanziamenti pubblici e privati per circa 57 milioni di dollari. Il professore è stato
accusato di appropriazione indebita per circa tre milioni di dollari provenienti da
questi fondi, che ha distribuito su vari conti bancari, ritirando poi il denaro in contanti e
usandolo per scopi personali, incluso l’acquisto di un’auto per la moglie (nonché di
regali per politici, per corrompere i media e gli avvocati e altre quisquilie di questo
genere). Tuttavia, per quel che riguarda il caso Hwang, il guadagno economico è
soltanto una conseguenza all’acquisizione del potere – probabilmente non l’obiettivo
primario della sua frode. In realtà, attraverso la produzione di un numero sufficiente di
pubblicazioni false è possibile ottenere un discreto gruzzolo con minori rischi e senza
dover corrompere politici e avvicinare ministri.
Come? È semplice: basta accreditarsi attraverso le pubblicazioni come esperto in
un settore di interesse industriale, e attendere che le aziende del campo si facciano
avanti. Per esempio, il già citato Fujii, per quanto avesse un curriculum di basso
impatto, aveva concentrato il proprio «lavoro» su una determinata terapia
postoperatoria. Essendo considerato uno specialista del campo, ha ricevuto più volte
inviti retribuiti a convegni e compensi personali da diversi produttori farmaceutici. Per
quanto la sua produzione scientifica fosse di nicchia, la nicchia prescelta era di
interesse industriale; pertanto, se nella nostra carriera di frodatori vogliamo
arrotondare lo stipendio, senza arrivare ai livelli – e ai rischi – di Hwang, possiamo
scegliere un modesto settore applicativo di una certa area scientifica, e concentrarci su
quello fino a che qualcuno non busserà alla nostra porta per affidarci qualche studio per
«dimostrare» una data verità. Quanto rende questa strategia? Nel caso di Fujii, qualche
decina di migliaia di dollari all’anno, da aggiungere allo stipendio naturalmente.
Cifre simili e anche superiori sono alla portata di chiunque falsifichi gli articoli
giusti – Anil Potti22, un altro frodatore seriale scoperto nel 2010, aveva ottenuto le
stesse somme dalle aziende farmaceutiche Glaxo e Lilly. In verità si può fare di meglio:
basta diventare quello che si chiama un key opinion leader in un dato settore di
interesse dell’industria – posizione che si può ottenere con relativa facilità attraverso
un certo numero di pubblicazioni – e aspettare. Quando ritengono che l’opinione di un
accademico o di un ricercatore possa essere utile23 le industrie sanno essere generose.
Quanto generose? Se vale la pena, anche oltre dieci milioni di dollari!24
Fin qui, potremmo immaginare che ciò che spinge un ricercatore a commettere una
frode è in sostanza una questione puramente individuale. Le mele marce ci sono sempre,
ed è fin troppo facile cadere vittima delle tentazioni che abbiamo visto – ammesso che
si abbiano le capacità tecniche e l’attitudine necessarie per confezionare una buona
frode. Tuttavia, vi è qualcosa che finora non abbiamo considerato: la possibilità che
l’attuale organizzazione della ricerca scientifica, e in particolare le regole che la
comunità dei ricercatori si è data per valutare il merito e reprimere la frode, ben lungi
dal funzionare, possano in realtà permettere o addirittura involontariamente favorire la
frode. Se così fosse, il sistema sarebbe per una certa parte corruttivo in sé,
indipendentemente dalla volontà dei singoli individui, che verrebbero selezionati
positivamente, difesi e comunque mai identificati o puniti. Possibile che sia così? La
maggior parte dei ricercatori rifugge da una simile visione; leggete il prossimo capitolo
e giudicate voi stessi.

1 In aggiunta, l’artifizio di radicare la causa di un comportamento nella nostra stessa natura di esseri umani rende la
modifica di tale comportamento improponibile e serve spesso a interrompere ogni ulteriore discussione.
2 G. Gulotta e L. De Cataldo Neuburger, Trattato della menzogna e dell’inganno, Giuffrè, Milano 2008, pag. 171.
3 Lawrence Kubie, Neurotic Distortion of the Creative Process, University of Kansas Press, 1958.
4 D.A. Stapel, S. Lindenberg, «Coping with chaos: how disordered contexts promote stereotyping and discrimination»,
Science, vol. 332, no. 6026, pp. 251-253, apr. 2011.
5 È lo stesso Stapel a raccontare che nei primi e disperati tentativi di nascondere la verità, si recò alla stazione in
questione per cercare una location corrispondente a quella descritta nell’articolo di «Science», e quando non la trovò,
decise finalmente di cedere e confessare.
6 «Diederik Stapel’s Audacious Academic Fraud» [online]. Disponibile su:
http://www.nytimes.com/2013/04/28/magazine/diederik-stapels-audacious-academic-fraud.html?pagewanted=all&_r=0
(consultato il 4/01/2015).
7 Molto interessante e più credibile, invece, è l’allusione nel passaggio citato alle riviste scientifiche e alla necessità
della pubblicazione, che più prosaicamente è legata alla carriera e al riconoscimento scientifico, come abbiamo già
visto.
8 R. Monastersky, «Atomic lies», Chron. High. Educ. (august 16), 2002.
9 V. Ninov, K. Gregorich, W. Loveland, A. Ghiorso, D. Hoffman, D. Lee, H. Nitsche, W. Swiatecki, U. Kirbach, C.
Laue, J. Adams, J. Patin, D. Shaughnessy, D. Strellis, P. Wilk, «Observation of Superheavy Nuclei Produced in the
Reaction of K86r with P208b», Phys. Rev. Lett., vol. 83, no. 6, pp. 1104-1107, aug. 1999.
10 D. Goodstein, On fact and fraud: Cautionary tales from the front lines of science, Princeton University Press,
2010.
11 G. Johnson, «At Lawrence Berkeley, physicists say a colleague took them for a ride», New York Times, p. 3, 2002.
12 Sebbene esistano molti casi che sembrano supportare la presenza di un certo numero di fattori ricorrenti, uno studio
ampio sul tema manca ancora – per cui, per quanto le spiegazioni fornite appaiano suggestive e convincenti, bisognerà
attendere una qualche forma di verifica statistica prima di poter affermare con chiarezza che esistono uno o più tipi di
«profilo psicologico» tipici di chi commette frode scientifica.
13 D. Goodstein, On fact and fraud: Cautionary tales from the front lines of science, Princeton University Press,
2010.
14 http://www.unive.it/nqcontent.cfm?a_id=121166 (consultato il 10/12/2014).
15 Con indice h, o indice di Hirsch, si intende un indice proposto nel 2005 da Jorge E. Hirsch dell’università della
California a San Diego per quantificare la prolificità e l’impatto del lavoro degli scienziati, basandosi sia sul numero
delle loro pubblicazioni che sul numero di citazioni ricevute. Uno scienziato ha un indice n se almeno n lavori tra quelli
che ha pubblicato sono stati citati almeno n volte ciascuno.
16 «Results of Investigation into Dr. Yoshitaka Fujii» [online]. Disponibile su:
http://www.anesth.or.jp/english/pdf/news20120629.pdf (consultato il 5/01/2015).
17 «Biography of prof. Yoshitaka Fujii» [online]. Disponibile su:
http://www.scirp.org/Journal/DetailedInforOfEditorialBoard.aspx?personID=5387 (consultato il 5/01/2015).
18 B. Benderly, «The World Champion of Fraud», Science Career Blog, October 9, 2012 [online]. Disponibile su:
http://blogs.sciencemag.org/sciencecareers/2012/10/as-the-nobel-pr.html#more (consultato il 5/01/2015).
19 Come Stapel e Ninov, anche Schön ha dichiarato di essere sicuro che i fenomeni da lui descritti sono reali – e che
qualcuno li confermerà in futuro (si è offerto addirittura di continuare a lavorare per trovare lui stesso la verifica).
20 W.S. Hwang, Y.J. Ryu, J.H. Park, E.S. Park, E.G. Lee, J.M. Koo, H.Y. Jeon, B.C. Lee, S.K. Kang, S.J. Kim, C.
Ahn, J.H. Hwang, K.Y. Park, J.B. Cibelli, S.Y. Moon, «Evidence of a pluripotent human embryonic stem cell line
derived from a cloned blastocyst», Science, vol. 303, no. 5664, pp. 1669-74, mar. 2004.
21 Sfruttando il desiderio di propaganda governativo, Hwang creò il mito nazionalpopolare dello Scienziato Supremo,
mito che in parte dura tuttora e che permette a Hwang di continuare a lavorare in un ente di ricerca pubblico
sudcoreano anche dopo la scoperta della frode scientifica e di altre violazioni perpetrate (tra cui pesanti violazioni
etiche nei confronti delle ricercatrici del suo e di altri laboratori, spinte da Hwang a donare gli ovuli necessari per le sue
ricerche fraudolente).
22 Z. Tracer, «Health care companies cut ties with Potti», The Chronicle, 2010.
23 E. Ross, «How drug companies’ PR tactics skew the presentation of medical research», The Guardian, 2011.
24 C. Ferguson, «Controversial editor and patient safety expert had undisclosed COIs in 9 of 10 papers» 2014 [online].
Disponibile su: http://retractionwatch.com/2014/11/25/controversial-editor-and-patient-safety-expert-had-undisclosed-
cois-in-9-of-10-papers/.
I fattori di sistema: meccanismi di valutazione e selezione dei cattivi
scienziati

Certe comunità umane hanno regole interne e struttura organizzativa tali da favorire la
corruzione degli individui che le compongono. La comunità carceraria, per esempio,
quasi mai redime i prigionieri che vi entrano, provvedendo spesso a perfezionarne il
curriculum e la sapienza criminale. In tempo di guerra, gli eserciti regolari e irregolari
di tutto il mondo favoriscono la diffusione di certe caratteristiche bestiali fra i loro
componenti, che magari erano ottime persone prima di arruolarsi. Si noti bene: in teoria
entrambe le comunità che ho citato perseguono nobili fini, come il recupero
dell’integrità morale degli individui (il carcere), oppure il ripristino della pace e della
sicurezza nel caso di quelle che vengono non a caso chiamate forze della difesa in
tempo di pace. Eppure, per ragioni che esulano dall’argomento di questo libro, in questi
e in altri casi si favoriscono le pulsioni peggiori degli individui, in barba agli scopi per
cui erano state pensate struttura organizzativa e regole interne.
E per quel che riguarda la comunità scientifica? Può mai essere che anche questa
associazione umana, la quale per fini e regole interne dovrebbe perseguire lo sviluppo
della conoscenza e in definitiva del progresso umano, abbia alcune caratteristiche che
invece favoriscono l’emergere della frode scientifica? Come avrete capito, è arrivato il
momento di analizzare i «fattori di sistema» che spingono tutti i ricercatori –
indipendentemente dalle motivazioni dei singoli – verso situazioni professionali in cui
il rischio di comportamenti fraudolenti è alto. L’analisi di tali fattori si sovrappone
spesso con le «scuse» addotte dai frodatori quando vengono scoperti, perché citare
fattori non soggettivi alleggerisce la responsabilità personale.
Vale la pena di indagare un po’ più a fondo.

Il primo e più citato fattore di sistema può senza dubbio individuarsi nella
pressione a pubblicare derivante da un ambiente in cui la competizione – come abbiamo
visto – ormai si basa sul numero di articoli scientifici e di citazioni ricevute, come
surrogato alla discussione approfondita dell’importanza di ciò che si è scoperto. Per
avere un’idea di cosa significhi, si consideri che nei soli Stati Uniti, la nazione che
investe di più in ricerca e sviluppo, al momento in cui scrivo, risultano ufficialmente
censiti circa 2,8 milioni di laureati in discipline scientifiche o ingegneristiche, i quali
lavorano a tempo pieno in posizioni stabili1 (senza contare borsisti e altre forme
contrattuali diffuse nei laboratori di ricerca). Questi sono i ricercatori contro cui
dovreste competere a suon di pubblicazioni per avere accesso, per esempio, a un
finanziamento pubblico o a un posto di lavoro. Se foste interessati a qualche disciplina
biomedica, dovreste tenere conto che nel solo 2014, e considerando esclusivamente i
lavori guidati da istituzioni di ricerca degli Usa – non quelli pubblicati da ricercatori
statunitensi in altri Paesi – sono stati prodotti quasi 250.000 articoli scientifici. In
quell’anno gli autori di questi lavori hanno pubblicato in media ognuno 2,5 articoli2,
che possiamo quindi assumere come livello minimo annuo attuale per ricercatore.
Supponiamo che siate un giovane aspirante ricercatore, laureato da cinque anni e con un
dottorato di ricerca: se non avete nel vostro curriculum almeno 12-13 pubblicazioni
scientifiche, non verrete nemmeno preso in considerazione perché sarete certamente al
di sotto della media degli altri candidati. Inoltre, siccome negli Stati Uniti le attuali
statistiche indicano che per proseguire la propria carriera vi è un solo posto disponibile
ogni sei possessori di un titolo di dottorato di ricerca (come post-doc), vi ritroverete a
competere contro quel sesto di concorrenti che hanno un numero di pubblicazioni più
alto – non il numero medio, quindi, ma circa trenta pubblicazioni – sempre che siano
tutte persone con la vostra stessa «anzianità accademica», giacché candidati «più
anziani» avranno ovviamente prodotto un numero di articoli superiore.
Se invece che a una posizione di post-doc ambite a ottenere un finanziamento per il
vostro progetto di ricerca, la situazione è ancora peggiore: le percentuali di domande di
finanziamento accettate sono ben al di sotto del 10%, perché negli Stati Uniti il
finanziamento alla ricerca pubblica ha raggiunto il suo livello massimo intorno agli anni
2000, per poi diminuire del 25%3 (mentre le domande di finanziamento aumentano ogni
anno). Se anche foste un ricercatore più avanti nella carriera, non sfuggireste comunque
alla necessità di aumentare le vostre pubblicazioni, perché sono indispensabili per
ottenere i finanziamenti necessari all’attività di ricerca. Per incrementare la vostra
competitività nella gara al finanziamento pubblico, avete tuttavia a disposizione un’altra
carta da giocare: aumentare la vostra «forza lavoro» – cioè il numero di studenti di
dottorato, post-doc e studenti laureati nel vostro laboratorio, ricercando in particolare
quelli in grado di produrre in breve tempo dati da pubblicare, in modo da accrescere il
numero di articoli prodotti per anno. Naturalmente, nel fare questo, aumenterete ancor
più il numero di giovani ricercatori e il numero di pubblicazioni medie per ricercatore,
creando ulteriore competizione per i prossimi candidati, e selezionerete quelli in grado
di lavorare in maniera indefessa e quasi senza pensare – attività quest’ultima che
riserverete a voi stessi. Non a caso, si tratta precisamente di quello che sta accadendo
negli Stati Uniti e in gran parte del mondo occidentale.
Tale sistema di competizione – appropriatamente denominato publish or perish,
pubblica o muori – potrebbe comunque rivelarsi utile a produrre buona Scienza. Si
potrebbe pensare che, in presenza di risorse limitate – soldi per la ricerca e spazio
sulle riviste scientifiche – e visto l’aumento dei ricercatori, una selezione forte non solo
sia necessaria, ma anche utile.
Come sempre, le argomentazioni generiche sono all’apparenza sensate, ma a uno
sguardo più attento non reggono. Infatti, la selezione che abbiamo appena visto serve
solo a premiare chi pubblica di più.
Anche prendendo in considerazione le riviste a impatto maggiore, oppure le
citazioni ricevute da un individuo, stiamo sostituendo una misura di «audience» –
quanto un individuo riesce a comunicare e quanto viene ascoltato dai suoi simili – a una
misura di qualità scientifica. Premiamo ciò che piace di più, non ciò che vale di più:
come in televisione, il numero di spettatori di un certo spettacolo non è indice della sua
qualità, ma solo della sua popolarità. L’equazione popolarità = qualità è
fondamentalmente sbagliata, perché la popolarità può essere raggiunta in tanti modi,
persino comprata.
Inoltre, se la pubblicazione scientifica (specie su riviste ad alto impatto) diventa il
parametro per giudicare uno scienziato, forniamo una precisa indicazione di che cosa
sia necessario per ottenere i vantaggi di cui abbiamo parlato.
È tutto così semplice per la brillante mente dello scienziato frodatore: basta trovare
una storia che piaccia e sia credibile, il resto viene di conseguenza. Pubblicazioni di
qualità e in quantità, fine dello stress da publish or perish. E così, spesso all’inizio
della carriera, si comincia con uno o due articoli; se il gioco riesce – cioè se riusciamo
a dimostrare a noi stessi di essere abbastanza bravi nell’operazione di inventare belle
storie credibili – è molto difficile tornare indietro. Il sistema ci ha selezionato:
produciamo ciò che ci si aspetta da noi, in maniera più efficiente degli altri, e ne
cogliamo i premi. In più, crediamo di riuscire ad anticipare ciò che altri comunque
confermeranno in laboratorio, dando per scontato che gli «altri» siano onesti e
infaticabili lavoratori, non brillanti anticipatori come noi (noi siamo quelli che pensano
e anticipano, gli altri confermano). Così l’autoinganno è completo, e la coscienza è a
posto. Eppure, in un sistema darwiniano di selezione come quello del publish or
perish, dovremmo smetterla di pensare di essere gli unici o fra i pochi a potersi
permettere la «scorciatoia» della manipolazione dei dati e della cattiva Scienza per
pubblicare. In realtà non vi è alcuna ragione per pensare che «altri» faranno in
laboratorio gli esperimenti necessari a confermare le nostre «anticipazioni». Tutti
hanno i nostri stessi problemi di pressione competitiva, e chi è più bravo a concepire e
scrivere storie belle e verosimili con titoloni a effetto andrà avanti, a scapito di chi
«perde tempo» a cavare dati dalla ottusa realtà che ci circonda per confermare o
smentire quanto abbiamo scritto. Quando tuttavia qualcuno si prende la briga di
replicare quanto pubblicato, l’esito è a dir poco disastroso.
Per esempio, nel corso degli ultimi dieci anni i ricercatori dell’azienda
farmaceutica Amgen, cercando nuovi farmaci, hanno provato a replicare i risultati di 53
lavori nel settore dell’oncologia, lavori scelti come «fondamentali» per la loro
importanza. Solo sei sono risultati riproducibili, un mero 11%4. Allo stesso modo, nel
2010 un gruppo di ricercatori tedeschi impiegati dal gigante farmaceutico Bayer ha
cercato di riprodurre i risultati descritti in 67 lavori che avevano come argomento la
scoperta di nuovi farmaci in aree terapeutiche diverse. Pur coinvolgendo i ricercatori e
i gruppi autori dei lavori, sono riusciti a replicare tra il 20 e il 25% dei risultati
descritti in letteratura5, una percentuale migliore forse perché in questo caso non ci si è
limitati al settore dell’oncologia, che potrebbe essere più ricco di cattivi scienziati e
cattive pubblicazioni. Naturalmente, se fosse possibile replicare le esperienze descritte
in tutta la letteratura scientifica, frodi ed errori avrebbero vita breve; ma come si fa a
replicare gli esperimenti descritti anche solo nei 250.000 articoli prodotti nel 2014
nelle istituzioni di ricerca statunitensi? Il primo danno del sistema del publish or perish
è l’aumento del numero di articoli scientifici pubblicati, fatto che ostacola
oggettivamente i controlli, rendendo la vita più facile a chi froda attraverso la creazione
di un’imponente massa di letteratura, impossibile da controllare nella sua totalità.
State tranquilli: se siete riusciti a pubblicare qualche articolo fraudolento, è
improbabile che qualcuno controlli i vostri dati ed esperimenti – a meno che non abbia
un interesse industriale specifico riguardo al vostro articolo (come la Amgen o la
Bayer), e lo vada a cercare nella gran massa della letteratura mondiale di settore.

Ecco il secondo fattore di sistema che vi faciliterà la pubblicazione di articoli


fraudolenti: l’enorme quantità di articoli scientifici fra cui nascondere il vostro. Oltre al
sistema del publish or perish, c’è il mercato della pubblicazione scientifica. A chi
conviene che si pubblichi, e così tanto? A chi produce e vende articoli scientifici,
naturalmente.
Nel 2013 l’industria della pubblicazione scientifica ha fatturato oltre dieci miliardi
di dollari6, poco meno di un sesto dell’intero investimento pubblico statunitense in
ricerca scientifica per quell’anno (e di gran lunga superiore alla cifra spesa dall’Italia).
Si tratta di una stima al minimo, che non tiene conto di un sottobosco di piccole case
editrici che sfruttano il modello detto di open access, in cui sono gli autori a pagare la
pubblicazione, e non i lettori a comprarla; ci si riferisce dunque solo alle case editrici
più importanti (i cosiddetti major publishers).
Da quali voci è composto questo enorme fatturato? Principalmente dai contratti con
le università, gli enti di ricerca e le grandi imprese di alcuni settori (farmaceutico in
particolare) per l’accesso alle pubblicazioni da parte di accademici e scienziati di tutto
il mondo. Invece di vendere i giornali in edicola, oppure i singoli articoli on-line a
ciascun ricercatore (canali di vendita in ogni caso attivi), gli editori si concentrano sui
grandi clienti istituzionali, vendendo abbonamenti onnicomprensivi per l’accesso alle
proprie riviste da parte di tutti i ricercatori affiliati a un dato ente di ricerca. I
ricercatori hanno bisogno di accedere a quanto è stato pubblicato nel loro specifico
settore sia per la normale attività scientifica sia durante i processi valutativi per la
carriera e per l’attribuzione di finanziamenti, quindi si tratta sul prezzo, non
sull’opportunità dell’acquisto. Inoltre, vista la continua richiesta di «spazio per
pubblicare», dovuta al costante ingresso di nuovi ricercatori nella comunità scientifica,
il numero di riviste cresce anno dopo anno, ingigantendo il business. È un processo
inflattivo: da un lato il sistema di valutazione basato sul publish or perish spinge
all’aumento del numero di articoli, riviste e ricercatori junior, dall’altro l’industria
della pubblicazione scientifica alza i prezzi degli abbonamenti e tira fuori sempre più
pubblicazioni per venire incontro alla domanda. Sebbene non incentivi direttamente la
frode, come abbiamo visto, il risultato finale è rendere impossibile la replicazione
degli esperimenti pubblicati, creando di fatto uno schermo sicuro a chi è riuscito a far
accettare un articolo fraudolento.7
Mercato e competitività malata spingono per produrre frodi e rendono difficile la
loro scoperta; ma perché un articolo fraudolento non viene scoperto prima di essere
pubblicato? Il sistema di pubblicazione scientifica, infatti, prevede la peer review, la
«revisione da parte dei pari», ossia da parte di alcuni esperti non legati agli autori del
lavoro sotto esame, denominati referees. Questi esperti, che lavorano per le riviste su
base volontaria e a titolo gratuito, hanno il potere di accettare un lavoro, di chiederne
modifiche più o meno sostanziali o di rifiutarlo del tutto se lo ritengono infondato o
anche semplicemente privo di rilievo o novità. Essendo ignoti agli autori, non sono
esposti al rischio di ritorsione da chi si vede rigettare un lavoro; questo è fondamentale,
dato che almeno in teoria i revisori sono colleghi degli autori, e dunque potrebbero
essere in posizione di inferiorità professionale o comunque rischiare la propria carriera
dopo la bocciatura del lavoro di qualche accademico influente. Il giudizio scritto dei
referees può essere «appellato» dagli autori che ritengano ingiusta la bocciatura di un
loro lavoro e si può ottenere un nuovo round di giudizio da parte di altri referees. A
chiunque abbia pubblicato lavori su riviste scientifiche è capitato talvolta di andare
avanti per mesi in una controversia con i referees, finché non si è raggiunto un accordo
sulla reale consistenza del lavoro in oggetto: in alcune occasioni, quando il gruppo di
lavoro è davvero convinto dei propri risultati e della propria storia, capita di andare
avanti per parecchi cicli di revisione su riviste diverse, prima di vedere il lavoro
pubblicato.
Un controllo di qualità tanto stringente non dovrebbe quindi bloccare le frodi prima
che articoli contenenti dati falsi, fabbricati o plagiati siano pubblicati? In realtà, per la
gioia dei lettori che aspirino a diventare frodatori, non è così, per le seguenti ragioni:
– il sistema di peer review è stato storicamente concepito e strutturato non per
giudicare l’affidabilità di dati ed esperimenti, ma per esaminare le conclusioni che se
ne traggono;
– questo sistema è inconsistente nelle sue valutazioni, pertanto un numero sufficiente
di tentativi può portare alla pubblicazione di qualunque articolo;
– è evidente una serie di bias, ossia errori derivanti da preconcetti, nella scelta dei
revisori di accettare o rigettare un lavoro, che possono addirittura essere sfruttati per
incrementare il tasso di successo da parte dei frodatori più esperti;
– è possibile aggirare il sistema di revisione, sfruttando una minima competenza
informatica oppure l’interesse delle riviste a produrre pubblicazioni a tutti i costi.

Cominciamo dal primo punto. Come le riviste scientifiche spesso argomentano8 per
difendersi dalle accuse di coprire le frodi, il sistema di peer review correntemente
adoperato non è adatto a scoprire i falsi. L’origine di questo sistema risale al 1600,
quando Henry Oldenburg, uno dei primi segretari della Royal Society di Londra (una
fra le più prestigiose e antiche accademie scientifiche) introdusse l’uso di sottoporre a
esperti del settore gli scritti ricevuti per la pubblicazione sulle «Philosophical
Transactions of the Royal Society of London». Per fare questo poteva avvalersi della
fitta rete di corrispondenti scientifici della Royal Society, che includeva personalità del
calibro di Boyle, Malpighi o Spinoza. Lo scopo non era quello di verificare la
veridicità dei dati a supporto delle tesi descritte negli articoli, ma di valutare il loro
accordo o disaccordo con quanto noto a esperti del settore e la rilevanza del problema
scientifico trattato (oltre che, in taluni casi, la solidità dell’esposizione quando era
necessario conoscere formalismi complessi).
In tempi in cui Google non era disponibile e l’accesso alle biblioteche era
difficoltoso e per nulla scontato, se non si era a conoscenza degli ultimi sviluppi di un
dato settore bisognava interrogare esperti in carne e ossa. Benché non fosse pensato
come un sistema per evitare le frodi scientifiche, se un aspirante frodatore si fosse
scontrato con una revisione fatta da giganti del pensiero come Boyle, uno che ha
intitolato la sua opera principale Il chimico scettico, credo che non sarebbe andato
molto lontano. Pubblicazioni e ricercatori, almeno fino agli anni Cinquanta del secolo
scorso, erano in numero sufficientemente ridotto da consentire a un qualche esperto di
rilievo di poter vagliare ogni scritto, in un tempo ragionevole e senza pressioni di sorta.
Inoltre, i ricercatori avrebbero discusso molto a lungo i risultati nella loro comunità di
riferimento, soppesando i pro e i contro di ogni aspetto delle teorie e dei risultati,
prima di sottoporre un lavoro per la pubblicazione. Questo era il sistema del peer
review al suo meglio: un filtro per confrontare quanto si afferma contro quello che è
stato già discusso da altri, per valutare solidità e novità dei lavori. Il sistema funziona
finché la comunità in cui il procedimento si svolge è sufficientemente piccola da
consentire che ogni lavoro di un qualche rilievo venga valutato da esperti indiscussi;
ma che cosa succede quando nei soli Stati Uniti vi sono 2,8 milioni di scienziati che
pubblicano più di 250.000 lavori9 in un anno? Molto semplice: le riviste, alla disperata
ricerca di revisori, cominciano a mandare gli articoli a persone non esperte. Per
esempio, io sono un biologo molecolare, eppure più volte ho ricevuto l’invito a
rivedere articoli di chimica, di medicina, persino di psicologia. Nel migliore dei casi,
un anonimo revisore potrà effettuare una valutazione della consistenza logica, ma certo
non potrà effettuare un controllo approfondito dei dati su cui si basa la discussione, con
esiti talvolta grotteschi di manipolazioni evidenti che non vengono scoperte. È quindi
naturale che, quando si ritrovano al centro di scandali per aver pubblicato articoli
basati su frodi clamorose, le riviste scientifiche si difendano specificando che il
compito dei revisori è quello di «giudicare se le conclusioni di un articolo sono solide
sulla base dei dati presentati, e non se gli stessi dati sono fraudolenti».10 Non
dimenticate inoltre che il lavoro di revisione è volontario, gratuito e si aggiunge al
carico già gravoso delle attività burocratiche, delle lezioni, della stesura di domande di
finanziamento e infine della ricerca vera e propria, senza produrre alcun
riconoscimento (i referees sono anonimi, come abbiamo detto). Non sorprende quindi
che ormai si dedichi un tempo davvero ridotto alla revisione, che nella maggior parte
dei casi viene condotta in modo affrettato e superficiale.

Arriviamo così alla seconda critica al sistema di peer review: la sua inconsistenza.
Visto che i revisori sono due o tre persone che non si conoscono e che non
conoscono i rispettivi giudizi, ci si aspetterebbe da loro una valutazione obiettiva. Il
giudizio finale può essere concorde nell’accettare il lavoro, discorde o concorde nel
respingerlo. È naturale attendersi che gli ultimi due casi siano più frequenti, dato che un
buon articolo con la descrizione di un fatto scientifico rilevante non è poi così comune.
Un po’ meno naturale è attendersi tra i revisori discrepanze come: «Ho trovato questo
lavoro estremamente confuso e con molti deficit» (revisore A) e «È scritto in uno stile
chiaro e facilmente comprensibile dalla maggioranza dei lettori» (revisore B). Due
giudizi del genere non possono coesistere: almeno uno dei revisori ha dato solo una
scorsa all’articolo sottoposto, probabilmente a causa dello scarso tempo che può
dedicare a questa attività.
Questo tipo di inconsistenza nelle revisioni è tale, che spesso gli autori si lamentano
del fatto che la stessa rivista abbia accettato propri lavori inferiori a quelli rigettati.
Ciò dimostra come, sebbene i ricercatori si aspettino e descrivano il processo di peer
review come una procedura obiettiva e consistente, la realtà è ben diversa, e per
descriverla possiamo usare le parole di un direttore del «British Medical Journal»,
Richard Smith, pubblicate dal «Journal of The Royal Medical Society», un’influente
rivista inglese11: «Le persone hanno molte fantasie sul processo di peer review, e una
di quelle più radicate è che sia un processo estremamente oggettivo, affidabile e
consistente». E poi: «Trovano difficile accettare che il processo di peer review possa
essere soggettivo e, quindi, inconsistente». Per concludere: «Quindi vi è la prova che se
si richiede ai revisori di fornire un’opinione riguardo al fatto che un articolo debba
essere pubblicato o meno, essi concordano appena un po’ di più di quanto sarebbe
atteso in base al caso».
Per riviste ed editori, dunque, che il processo di revisione sia inconsistente e
soggettivo è acclarato, a dispetto della percezione che il pubblico – e la stessa
comunità scientifica – ha della peer review, vista come strumento principe per garantire
il valore della pubblicazione scientifica, e quindi tributare grandi riconoscimenti agli
scienziati che pubblicano molto.
Ancora una volta possiamo osservare come il ruolo di certificazione assunto dalla
pubblicazione scientifica venga usato indebitamente – a vantaggio del mercato della
pubblicazione e a scapito della nostra capacità di giudicare con sguardo obiettivo la
ricerca, che viene distorta dal sistema di valutazione basato sugli articoli scientifici.
Lo scarso tempo a disposizione da parte dei revisori aggrava l’inconsistenza del
giudizio, che spesso premia «storie scientifiche» semplici e belle, facili da seguire e
raccontate in articoli ben scritti e quindi «sexy». Questo e altri tipi di bias costituiscono
il terzo elemento che oscura le capacità di giudizio dei revisori, rendendo più facile la
vita ai frodatori. Come abbiamo visto, una delle abilità dei frodatori consiste proprio
nell’intuire quali saranno le storie che incontreranno il favore della loro comunità
scientifica di riferimento, perché nuove, esteticamente attraenti e ben radicate nella
conoscenza accumulata – specie quella di più recente acquisizione. In questo caso si
tratta di un bias non volontario, dovuto più che altro alla scarsa attenzione dei revisori.
Un esempio è dato da alcuni avvenimenti occorsi all’inizio del 2014. La rivista
«Nature» ha pubblicato un lavoro e una serie di articoli di commento riguardanti ancora
una volta un presunto metodo per ottenere facilmente in laboratorio staminali umane
multipotenti. Abbiamo già visto a proposito dello «Scienziato Supremo» sudcoreano
quanto sia un traguardo appetito, viste le opportunità terapeutiche che ne deriverebbero.
In questo caso la giovane ricercatrice prodigio giapponese Haruko Obokata sosteneva
di essere riuscita a indurre cellule umane a tornare allo stato di cellule staminali
attraverso stimolazione con un bagnetto acido e pressioni meccaniche (metodo STAP,
Stimulus-Triggered Acquisition of Plupotency). Come ormai dovreste aspettarvi, era
tutto falso, l’articolo su «Nature» e altri articoli collegati contenevano dati fabbricati e
manipolati in modi diversi, e sono stati ritrattati a pochi mesi dalla pubblicazione. La
Obokata ha prima tentato di difendere il risultato, finché, costretta dai fatti (inclusi
diversi tentativi di replicare i suoi risultati), ha ammesso la frode. La notizia
interessante è che prima di «Nature» l’articolo era stato sottoposto a «Science», dove i
revisori, pur senza rilevare la frode, lo avevano bocciato e unanimemente identificato
come pieno di falle. Nonostante questo, e benché forse conoscessero le riserve dei
colleghi, i revisori di «Nature» lo hanno accettato e pubblicato con una serie di
commenti favorevoli, in cui emergeva l’ammirazione per la «bellezza» del risultato
apparentemente raggiunto (che ha sopito le riserve sul metodo utilizzato e le
manchevolezze dei dati). Quando è emersa la frode – grazie al fatto che alcune
immagini sono state subito evidenziate come manipolate – il danno era ormai fatto: il
mentore di Obokata, Sasai, un illustre scienziato giapponese, ha dovuto scrivere una
lettera di scuse, perché anche se è stato riconosciuto innocente per la frode, ha dovuto
comunque ammettere la sua responsabilità nel mancato controllo dei dati di Obokata.12
Nella lettera di scuse, in cui ammetteva le proprie responsabilità, Sasai ha intravisto la
possibilità che comunque il metodo STAP funzionasse, pur non riuscendo a spiegarsi
alcuni risultati descritti. Anche lui, come i revisori, è stato abbacinato dalla bellezza
del risultato descritto. Quando il meccanismo fraudolento è stato svelato nella sua
interezza dalle indagini, Sasai non ha resistito e si è suicidato per la vergogna, privando
la comunità scientifica di una mente brillante e di un pioniere nel campo delle cellule
staminali.13 La passione dei revisori, dei ricercatori e del pubblico per le belle storie,
qui ha avuto il suo esito più tragico, e questo caso non è un unicum.
Il tipo di bias dei revisori appena descritto è per sua natura inconsapevole ed è una
debolezza umana che viene sfruttata da chi froda; tuttavia, è stato riconosciuto un
secondo, e più sinistro, elemento di distorsione del giudizio dei referees, un bias per
sua natura consapevole – e un comportamento in sé fraudolento. Il punto è che i revisori
a loro volta appartengono alla comunità scientifica, e sono essi stessi autori di
pubblicazioni da sottomettere ad altri revisori. In queste condizioni emerge una figura
che è stata battezzata rational cheater, ovvero il frodatore razionale. Si tratta di
revisori che adottano questa strategia: «I rational cheater possono raccomandare di
respingere in maniera brutale manoscritti con meriti maggiori di quelli propri. Possono
anche deliberatamente rallentare la revisione di articoli buoni, e alla fine dare un
giudizio sfavorevole. A un altro estremo, revisori poco etici possono raccomandare
l’accettazione di manoscritti di bassa qualità allo scopo di accrescere il merito dei
propri manoscritti. Questi trucchi screditano il sistema di peer review e perpetuano la
pubblicazione di articoli di standard basso. Alcuni frodatori rubano le idee dei loro
competitori, rallentano l’accettazione dei manoscritti di questi ultimi richiedendo
revisioni non necessarie ed esperimenti aggiuntivi faticosi, mentre allo stesso tempo
spingono per la pubblicazione dei propri lavori. Altre forme di cattiva condotta
possono prendere la forma di commenti non giustificati e malevoli sui lavori che
contraddicono il punto di vista o i dati del revisore».14
Come si vede, si tratta di un comportamento volontario, che danneggia altri
ricercatori per un vantaggio personale, o per avvantaggiare i propri sodali. Alla base vi
è un conflitto di interessi di non facile soluzione. Infatti, sebbene gli autori che inviano
un articolo da valutare possano escludere alcuni nomi dalla lista dei potenziali revisori,
così come gli editori possono escludere dalla lista dei revisori individui troppo legati
agli autori, in realtà l’informazione su chi possa avere interesse a danneggiare un dato
gruppo di ricerca è ben lontana dall’essere completa e disponibile. Inoltre, proprio
perché esperti della materia, a giudicare un lavoro dovrebbero essere chiamati in teoria
proprio quei revisori che sono in maggiore competizione con gli autori; e poiché i
revisori sono anonimi, la tentazione di rallentare o impedire la pubblicazione di un
articolo può essere forte. Questo non accadeva alle origini del sistema di peer review,
per il buon motivo che i revisori erano noti, e ostacoli ingiustificati alla pubblicazione
di un lavoro avrebbero immediatamente generato dispute tra gli autori, i loro alleati, e
la fazione opposta – come di fatto accadeva. L’anonimato, la più recente forma di
protezione dei revisori, ha sbilanciato l’equilibrio in favore di questi ultimi, dando per
scontato che si tratti di persone non più disoneste della media, ma dimenticando che in
un sistema di incentivi e risorse limitate come quello del publish or perish la selezione
darwiniana produrrà un incremento degli individui che adottano politiche simili (i
revisori risulteranno in media più disonesti, se non sono sottoposti a qualche forma di
controllo). Al momento, l’unica forza che si oppone all’interesse personale dei singoli
revisori a bocciare i lavori dei concorrenti, funzionando da «correttivo», è l’interesse
della rivista a pubblicare, cosa che impedisce l’eliminazione sistematica di troppi
lavori o l’eccessivo rallentamento nella revisione. L’effetto finale dell’equilibrio tra i
due interessi contrastanti consiste in una sorta di «familismo» scientifico, in cui ciascun
giornale tende a pubblicare articoli di scuole collegate tra loro, e la concorrenza è
spostata dal piano degli autori a quello delle riviste.
I due bias appena descritti, la tendenza inconsapevole ad accettare storie «belle» e
la consapevole azione dei rational cheaters, sono probabilmente tra i fattori alla base
del fatto che il processo di peer review nella sua forma moderna è risultato fallimentare
nel valutare il merito scientifico di un lavoro, come recentemente dimostrato in maniera
quantitativa su un campione di circa 6000 articoli.15
Oltre a rendere inefficace il processo di revisione, dal punto di vista di chi froda gli
stessi due fattori possono essere sfruttati per far pubblicare articoli fraudolenti. Per
quel che riguarda il primo, se un individuo è in grado di scrivere belle storie,
presentando un nuovo fatto che sia in qualche modo atteso ma non ancora dimostrato
dalla comunità scientifica di riferimento, riuscirà a sfruttare il naturale bias dei revisori
che preferiscono un certo tipo di articolo scientifico. Questo bias è così forte da
aumentare la probabilità che una frode passi inosservata? Se ascoltiamo Stapel, ma
anche altri autori colti in flagrante, la risposta è sì. In realtà, è questo tipo di bias dei
revisori e della comunità a favorire l’emergere di frodatori brillanti con ottime capacità
comunicative: hanno successo proprio perché sfruttano la debolezza dei revisori
nell’apprezzare un racconto su un tema «hot».
Per quel che riguarda il fenomeno del rational cheating, invece, dovrebbe essere
chiaro che, poiché i referees sono al di fuori del controllo della comunità, ma sono
sottoposti alle stesse pressioni e regole di competizione, tenderanno a favorire la
pubblicazione di articoli propri o del proprio gruppo, indipendentemente dal contenuto
di verità degli stessi. È anzi probabile che una quota sostanziale degli articoli
fraudolenti pubblicati ogni anno passi attraverso revisori legati agli autori. Ma come
può avvenire? Il gioco è semplice, e coinvolge gli editor delle riviste – ossia coloro
che scelgono i revisori. Un autore manda un articolo a una rivista nel cui comitato
editoriale siedono uno o più amici, segnalando la cosa con una e-mail o una telefonata.
L’editor gira il lavoro a revisori «selezionati», e magari egli stesso fa una delle
revisioni necessarie. L’articolo è trattato con favore e accettato. Questo, naturalmente,
significa che nessuno si soffermerà a guardare qualche dato manipolato o qualche figura
alterata… e così la letteratura si arricchirà di un altro lavoro con dati falsi.
Le regole del gioco prevedono che l’editor al centro dell’episodio si vedrà
ricambiato il favore su un’altra rivista, per sé o per qualcuno dei suoi collaboratori.
Ovviamente, non sempre le cose vanno così, possono esserci diverse varianti – per
esempio le relazioni amicali con un editor possono non bastare. Però, se osserviamo
dov’è stata pubblicata la maggior parte degli articoli di alcuni tra i più prolifici
frodatori seriali, si osserva una concentrazione in quelle riviste dove siedono «amici».
In generale, infatti, ogni fattore che in qualche modo diminuisce il già scarso potere di
controllo esercitato dai revisori, viene sfruttato opportunamente da chi froda.

E qui arriviamo all’ultimo dei punti di debolezza dell’attuale sistema di peer


review: il sistema elettronico di comunicazione tra gli autori, le riviste e i referees. Con
una conoscenza minima di informatica, in taluni casi è possibile sabotarne a proprio
vantaggio il funzionamento. È quanto è accaduto per esempio a un giornale specialistico
di acustica, «Journal of Vibration and Control». Nel 2014 si è scoperto che uno degli
autori che più di frequente pubblicava su questo giornale aveva visto accettare 60
lavori da parte della rivista semplicemente perché aveva registrato come possibili
referees cui inviare gli articoli del giornale 130 identità fasulle, con indirizzi e-mail
che puntavano tutti a caselle controllate dallo stesso professore.16 Questo, insieme al
meccanismo di «amicizie» di cui abbiamo parlato, gli garantiva un’alta possibilità di
superare il processo di revisione, che in molti casi era condotto dallo stesso autore
nascosto dietro le identità fasulle! I 60 lavori sono stati ritrattati, ma il guaio ormai era
fatto, e la rivista ne è uscita irrimediabilmente danneggiata – il direttore editoriale si è
dimesso ed è stato nominato un triumvirato esterno per proseguirne le attività.
Questo non è un caso isolato. Negli ultimi due anni le riviste scientifiche sono state
costrette a ritrattare più di 110 articoli in almeno sei diversi episodi. 17 Tutte le volte,
un autore o un gruppo di autori si sono avvalsi delle falle dei sistemi informatici per
l’assegnazione ai revisori degli articoli sottoposti, creando false identità nei database
delle riviste o anche appropriandosi dell’identità di centinaia di revisori «autentici». I
sistemi di gestione elettronica, infatti, sono concepiti per garantire al processo
trasparenza e velocità, ma non sicurezza, dando per scontato che la comunità scientifica
sia fatta di persone oneste e dimenticando che ogni attività umana in cui vi sia in palio
una ricompensa inevitabilmente seleziona i più abili ad accaparrarsi le risorse, non i
migliori. Possiamo immaginare che il tipo di frode illustrato, il peer review ring, si
sommi nei singoli articoli alla frode scientifica come descritta in questo libro (FFP),
visto che dà la possibilità di eludere ogni controllo e dunque di liberare i frodatori
dalla pur remota possibilità di essere scoperti. Molti degli articoli ritrattati negli
episodi citati, infatti, contengono istanze di plagio e altre forme di manipolazione.
Produzione veloce – senza passare per i laboratori – e approvazione immediata: il
cerchio si chiude.

Finora abbiamo passato in rassegna i premi, le motivazioni e i fattori di sistema che


favoriscono l’emergere della frode scientifica nella comunità dei ricercatori. Abbiamo
visto come il principale argomento difensivo di chi non vuole che il sistema cambi,
vale a dire l’esistenza del meccanismo di peer review, sia in realtà un argomento
inconsistente, dato che questo meccanismo non è in grado di giudicare la bontà dei
lavori scientifici né tantomeno di garantirne l’integrità.
Possiamo ancora sperare che i ricercatori, nonostante tutto, non commettano frodi se
non in via eccezionale, nonostante gli incentivi numerosi e nonostante la pressione cui
sono sottoposti? Sarebbe bello, ma i fatti dicono il contrario. Vediamo quindi la
diffusione e le conseguenze globali delle frodi FFP perpetrate dagli scienziati.

1 «US Census Bureau: Report on Science and Engineering-Related Majors» [online]. Disponibile su:
http://www.census.gov/library/infographics/sci_eng_majors.html (consultato il 24/01/2015)
2 In talune discipline, come lo studio delle malattie oncologiche, la media può salire.
3 B. Alberts, M.W. Kirschner, S. Tilghman, H. Varmus, «Rescuing US biomedical research from its systemic flaws»,
Proc. Natl. Acad. Sci. U.S.A., vol. 111, no. 16, pp. 5773-7, apr. 2014.
4 C.G. Begley, L.M. Ellis, «Drug development: Raise standards for preclinical cancer research»,Nature, vol. 483, no.
7391, pp. 531-3, mar. 2012.
5 F. Prinz, T. Schlange, K. Asadullah, «Believe it or not: how much can we rely on published data on potential drug
targets?», Nat. Rev. Drug Discov., vol. 10, no. 9, p. 712, sep. 2011.
6 Global Scientific and Technical Publishing 2013-2014: Market Research Report, 2013.
7 La distinzione interna al mercato in riviste «di qualità» con impact factor alto e altre riviste non cambia
sostanzialmente il quadro, se non nel mettere al riparo alcuni dei gruppi editoriali più blasonati dalla concorrenza e nel
fornire una nuova metrica per la competizione degli scienziati (una metrica, come si è visto, che non premia
necessariamente la qualità).
8 Editorial, «Can peer review police fraud?», Nat. Neurosci., vol. 9, no. 2, p. 149, feb. 2006.
9 Questo, come abbiamo visto, è il numero di lavori prodotti dai soli ricercatori in discipline biomediche nel 2014 negli
Stati Uniti, e non tiene conto degli altri settori scientifici.
10 Editorial, «Can peer review police fraud?», Nat. Neurosci., vol. 9, no. 2, p. 149, feb. 2006.
11 R. Smith, «Peer review: a flawed process at the heart of science and journals», J. R. Soc. Med., vol. 99, no. 4, pp.
178-82, apr. 2006.
12 D. Cyranoski, «Stem-cell scientist found guilty of misconduct», Nature, apr. 2014.
13 Ibidem.
14 E.F. Barroga, «Safeguarding the integrity of science communication by restraining ‘rational cheating’ in peer
review», J. Korean Med. Sci., vol. 29, no. 11, pp. 1450-2, nov. 2014.
15 J.A. Eisen, C.J. Maccallum, C. Neylon, «Expert failure: re-evaluating research assessment»,PLoS Biol., vol. 11,
no. 10, p. e1001677, oct. 2013.
16 F. Barbash, «Scholarly journal retracts 60 articles, smashes ‘peer review ring’», The Washington Post, 2014.
17 C. Ferguson, A. Marcus, I. Oransky, «Publishing: The peer-review scam»,Nature, vol. 515, no. 7528, pp. 480-482,
nov. 2014.
L’estensione del disastro: fatti e cifre

Abbiamo esaminato molti esempi che ci sono serviti a chiarire in cosa consista e quali
siano le motivazioni della manipolazione fraudolenta del dato scientifico. Se ci
fermassimo a questo punto, potremmo essere divertiti o atterriti dai cattivi scienziati
che abbiamo incontrato, ma un paio di domande resterebbero ancora senza risposta: se
gli incentivi a commettere una frode scientifica sono così forti, i meccanismi di
controllo così inefficaci e le risorse a disposizione della Scienza così limitate, quanto
può essere diffusa la frode da parte dei ricercatori? E, dunque, quanto è inquinata la
letteratura scientifica?
Queste domande sono preliminari a una ancora più importante: quali sono i danni
causati alla comunità scientifica, e più ancora alla comunità umana nel suo insieme, dal
comportamento egoistico di chi costruisce una carriera sulla menzogna?
Per rispondere alla prima domanda, la più difficile, potremmo provare un
approccio «al limite inferiore», cercando cioè di stabilire qual è il numero minimo di
ricercatori che hanno commesso frode e il numero minimo di articoli che ne sono
risultati.
Per farlo, possiamo basarci su un dato: il 68,7% degli articoli ritrattati, riconosciuti
come erronei ed eliminati dalla letteratura scientifica contenevano dati falsi o
fabbricati, oppure risultavano plagiati.1 Avendo l’elenco complessivo degli articoli
ritrattati, nonché dei loro autori, potremmo quindi stimare il numero minimo di articoli
fraudolenti e il numero minimo di ricercatori coinvolti. Si tratta in entrambi i casi del
valore minimo, perché le ritrattazioni conseguono solo alla scoperta della frode e, come
abbiamo detto, le frodi vengono scoperte di rado. Se la nostra stima dovesse indicare
livelli allarmanti di frodi e frodatori, potremmo comunque ritenere che, anche senza
conoscere numeri più precisi, il problema sia significativo.
Ottenere il numero esatto e la lista degli articoli ritrattati si rivela però più
impegnativo del dovuto: non esiste infatti un database pubblico e accessibile che
elenchi le pubblicazioni ritrattate. Inoltre, il tempo che intercorre tra una ritrattazione e
la pubblicazione della corrispondente nota da parte degli editori scientifici è lungo
(anche tre anni), e un numero compreso tra un quinto e un terzo delle pubblicazioni
ritrattate non viene segnalato come tale.2 Di conseguenza, la nostra «stima minima»
risulterà più bassa perché un numero imprecisato ma sostanziale di ritrattazioni non
sarà intercettato in nessuna lista o database cui è possibile avere accesso.
Tenendo presenti queste ulteriori considerazioni, possiamo provare a interrogare
Web of Science, un database di riferimento per le pubblicazioni scientifiche.
A metà aprile 2015 gli articoli ritrattati risultavano 8987. Per avere una stima del
numero di ricercatori coinvolti, possiamo considerare gli articoli di biomedicina, pari
almeno a 3819 (oltre il 40% delle ritrattazioni) secondo l’archivio di PubMed (portale
unico di letteratura biomedica, gratuito e aggiornato, www.pubmed.com), che per
questa frazione fornisce un totale di oltre 12.000 autori. Se proiettiamo il numero di
ricercatori ottenuti da PubMed sul totale degli articoli ritrattati e censiti da Web of
Science, si ottiene che oltre 30.000 scienziati hanno dovuto ritirare almeno uno degli
8987 lavori ritrattati. Come abbiamo visto, quasi il 70% di questi articoli viene
ritrattato per frode, il che significa che oltre 20.000 ricercatori sono stati ufficialmente
coinvolti in almeno un caso di FFP. Poiché nel mondo vi sono circa 9 milioni di
ricercatori attivi3, e considerando che i nostri 20.000 frodatori sono distribuiti su un
intervallo di tempo lungo, se ne deduce che la frazione di ricercatori che ha partecipato
a lavori fraudolenti è di poco superiore al 2 per mille, un numero in definitiva molto
piccolo. Su questa tranquillizzante percentuale si è spesso adagiata la comunità
scientifica, dando per scontato che tutti i manipolatori di dati siano prima o poi
scoperti, e che i lavori contenenti dati falsi vengano ritrattati. Tuttavia, come più volte
sottolineato, i ricercatori che sono stati scoperti e hanno avuto almeno un articolo
ritrattato sono solo una piccola, insignificante frazione di quelli che manipolano i dati
nelle pubblicazioni scientifiche. Il numero delle ritrattazioni va dunque preso per quello
che è: una stima minima.
Ma quanto è lontana dal numero reale?
Incredibile a dirsi, una risposta arriva dagli stessi ricercatori quando viene
richiesto loro direttamente (in forma anonima) se almeno una volta hanno fabbricato o
falsificato dati. Mettendo insieme i dati provenienti da molte indagini diverse che hanno
analizzato la stessa cosa, Daniele Fanelli, ricercatore alla Stanford University e
membro della Commissione Etica del CNR, ha ottenuto un valore preciso: il 2% dei
ricercatori intervistati ammette questo comportamento4, senza contare i casi di plagio.
Si tratta di un numero dieci volte superiore a quello ottenuto attraverso l’analisi delle
ritrattazioni, che proiettato alla popolazione mondiale significa almeno 180.000
individui.
Ancora una volta è una stima inferiore alla realtà, visto che, come si può
immaginare, sono pochi i ricercatori che ammettono apertamente simili comportamenti
– sia pure in forma anonima. Proprio per questo motivo si può ancora chiedere ai
ricercatori se siano stati testimoni di episodi di fabbricazione o falsificazione di dati da
parte di colleghi: in tal caso la risposta è affermativa nel 14% dei casi (in media, visto
che Fanelli ha esaminato più studi differenti).
E così facendo, arriviamo a circa 1.260.000 individui: un esercito dedito alla frode
scientifica che, come si può ben immaginare, avrà un effetto devastante.
Come confermare i dati in questione? Una verifica indiretta dei numeri di Fanelli si
può ottenere cercando nella letteratura scientifica le tracce di manipolazione dei dati,
senza limitarsi alle ritrattazioni, per ottenere il numero di autori che ha commesso FFP
e ha visto pubblicare i propri articoli.
A questo scopo, il gruppo di ricerca di cui faccio parte ha sviluppato uno strumento
software per esaminare la letteratura scientifica alla ricerca di manipolazioni dei dati
che si configurino come falsificazione o fabbricazione.5 Innanzitutto ha dovuto stabilire
quali fossero gli artefatti di cui andare a caccia. Non è stato difficile: come già a suo
tempo per Gioeni, molte manipolazioni di dati consistono nella produzione di immagini
scientifiche false. Soprattutto in biomedicina, infatti, il risultato sperimentale ottenuto è
documentato nelle pubblicazioni scientifiche da figure di vario genere, incluse immagini
digitali ottenute al microscopio, oppure attraverso scanner digitali di varia natura e così
via. Le immagini del risultato di un esperimento sono esse stesse usate per quantificare
il risultato, attraverso misure di intensità, di distribuzione del colore e altre
caratteristiche specifiche.
Per esempio, se l’oggetto di un esperimento biomedico fosse documentare l’altezza
di un lettore a caso di questo libro, probabilmente vi chiederei di farvi una foto in
presenza di un metro, poi processerei in automatico tutte le foto ricevute per estrarne
una che sarebbe esaminata da un software per ottenere l’altezza del lettore
rappresentato. La foto, insieme alla discussione del risultato, sarebbe quindi inviata per
la pubblicazione all’interno del manoscritto. La foto, sottolineo, sarebbe la prova del
dato misurato e dell’esperimento svolto.
Di conseguenza, se in un articolo volessi far accettare che l’altezza di un lettore a
caso del mio libro è vicina ai 5 metri, potrei prendere la foto di un lettore o di una
persona qualunque su Internet, e aggiungere un metro alle sue spalle (utilizzando un
programma di grafica digitale come Photoshop), in modo che l’altezza dell’individuo
fotografato appaia simile a quella che a me interessa. Avrei fabbricato così il dato che
serve a supportare la mia pubblicazione, e potrei inviare il mio lavoro – anche se
dubito sarebbe accettato, visto l’esempio scelto. In questo caso, infatti, la nostra foto
(cioè il dato sperimentale) è in contrasto con una conoscenza pregressa ben stabilita –
ossia che di rado gli individui umani superano i due metri di altezza, e che comunque
non raggiungono mai i tre metri; un eventuale revisore del lavoro, dunque, percepirebbe
immediatamente che il dato presentato nel manoscritto contrasta con quanto è noto circa
l’aspetto fisico degli esseri umani, e sospetterebbe immediatamente una frode.
Per intenderci, questo è quanto è successo nella recente, clamorosa vicenda del
«neutrino superluminale». In questo caso, un gruppo di ricerca internazionale ha reso
pubbliche misure che evidenziavano per alcune particolari particelle subatomiche – i
neutrini, appunto – una velocità di spostamento superiore a quella della luce. Questo
singolo fatto, se fosse vero, sarebbe in contrasto con la relatività di Einstein e dunque
con tutto ciò che sappiamo circa il mondo fisico. Per i fisici sarebbe la fine dell’attuale
visione dell’Universo (senza che si intraveda nulla che possa sostituirla all’orizzonte),
per i comuni mortali significherebbe per esempio che tecnologie quali quelle del GPS
funzionano per motivi sconosciuti – visto che la teoria su cui si fondano sarebbe falsa.
Ovviamente, una volta comunicati questi risultati straordinari i revisori si sono
immediatamente insospettiti e hanno identificato il problema nella procedura
sperimentale e nell’apparato utilizzati.
Dunque in questo caso i risultati apparentemente ottenuti hanno fatto a pugni con una
teoria solida, quantitativa e ben fondata; se però i dati sperimentali – per esempio delle
immagini – dovessero riferirsi a settori dove non esiste una conoscenza ben stabilita o
una forte teoria quantitativa verificata in miriadi di circostanze – come la relatività di
Einstein – allora il quadro cambierebbe. Per esempio, potrei sottomettere un lavoro in
cui si afferma che una determinata sostanza è letale per le cellule di certi tipi di cancro,
e solo per quelle, corredando il mio manoscritto con immagini opportune, che mostrano
la morte cellulare indotta nelle cellule tumorali dalla sostanza sotto esame e la
mancanza di effetto su cellule sane. Il settore prescelto, la biomedicina, non possiede
infatti ancora una teoria quantitativa tale da consentire di predire con un calcolo
l’effetto di un nuovo farmaco, e anzi in generale – fatti salvi alcuni limitati esempi – è
ancora fortemente basato sull’accurata misura sperimentale degli effetti indotti, e sulla
ricostruzione a posteriori di una teoria in grado di giustificare quanto si osserva. Questa
teoria ex post ha l’unico vincolo di dover essere coerente con tutte le osservazioni
rilevanti fino a quel momento note (e possibilmente di poterne spiegare di nuove). In
questo, come in tutti i settori della ricerca scientifica che abbiano caratteristiche simili,
la manipolazione di immagini può essere quindi una scorciatoia appetibile per chi
vuole arrivare in fretta a una pubblicazione scientifica.
Per la semplicità realizzativa e verosimiglianza del risultato, questo tipo di
manipolazioni dei dati è diventato, assieme al plagio del testo, il metodo più diffuso di
frode: il 70% delle indagini condotte dall’Office for Research Integrity (ORI)
americano, infatti, sono focalizzate sulla manipolazione di immagini.6 Normalmente le
immagini manipolate si riferiscono alla presenza di una qualche proteina evidenziata in
un determinato tipo di cellule grazie al microscopio, oppure a esperimenti di vario tipo
che proverebbero la presenza di certe alterazioni in date linee tumorali e via
discorrendo, in un infinito caleidoscopio di possibilità manipolative per ogni settore
immaginabile, dalla botanica allo sviluppo embrionale, dall’oncologia alla descrizione
di nuovi nanomateriali, passando per biologia, medicina, fisica applicata, chimica e chi
più ne ha più ne metta.
Sorprendentemente, le manipolazioni sono spesso grossolane, e vanno dal riutilizzo
di foto già pubblicate in altro contesto, al taglia e incolla di porzioni di un’immagine A
in un’immagine B, fino alla composizione di veri e propri collage di molte immagini
diverse. Queste manipolazioni lasciano tracce inconfondibili, come la presenza di zone
identiche all’interno di un’immagine che non dovrebbe contenerne, la presenza di una
stessa foto in lavori diversi o in parti diverse dello stesso lavoro e così via. Vero è che,
talvolta, chi manipola le immagini applica qualche trasformazione per sfuggire ai
controlli (rotazione delle immagini, deformazione verticale o orizzontale, cambio di
contrasto o luminosità), ma tali trasformazioni possono essere a loro volta identificate
in maniera automatica.
Visto che la manipolazione delle immagini è così diffusa nelle frodi (almeno in
quelle scoperte e denunciate all’ORI), e che la maggioranza delle manipolazioni
consiste in trasformazioni evidenziabili in maniera automatica, il mio gruppo ha deciso
di programmare un «segugio elettronico», ossia un software in grado di trovare in tempi
molto veloci immagini sospette, e di sottoporle all’esame di un analista umano. Quello
che ci serviva era qualcosa che, sacrificando un po’ di accuratezza (sia in termini di
manipolazioni non identificate sia in termini di immagini erroneamente identificate
come manipolate), fosse in grado di processare in fretta migliaia di articoli per isolare
un (auspicabile) piccolo insieme di immagini e di articoli da esaminare con attenzione.
Quando all’inizio del 2014 abbiamo provato il software su un primo campione di
1364 articoli di biomedicina scelti a caso tra quelli appena pubblicati, il risultato non
si è fatto attendere: il 5,7% degli articoli esaminati conteneva almeno una
manipolazione, e il 6,7% degli autori del campione risultava coinvolto. Ampliando lo
studio ad altri insiemi di articoli, anche più estesi di quello iniziale, la percentuale di
articoli manipolati oscilla dal 3 all’11%, dato che possiamo assumere come forchetta
entro cui dovrebbe trovarsi la percentuale esatta di articoli contenenti immagini FFP.
Va notato che anche questa è una stima per difetto del numero di articoli falsi in
circolazione: non sono infatti considerati i casi di plagio testuale, di manipolazione dei
risultati numerici e dei grafici, di produzione di immagini manipolate più sofisticate e
così via. A giudicare dalle frodi finora scoperte nel mondo, però, il tipo di alterazione
delle immagini che abbiamo esaminato è di gran lunga la più diffusa tecnica di FFP
nelle pubblicazioni biomediche – e a loro volta queste ultime costituiscono il grosso
della letteratura scientifica mondiale.
Proviamo a tirare le somme: considerando la percentuale di articoli trovati
manipolati (come abbiamo visto, tra il 3% e l’11%), il numero medio di autori per
questi articoli (6,7%) e il numero totale di articoli di biomedicina pubblicati nel 2014
(1.177.926, dato PubMed al 25/4/2015), si può ipotizzare che in quel singolo anno i
ricercatori in biomedicina coinvolti in almeno un episodio di manipolazione di
immagini siano compresi tra circa 237.000 e circa 868.000. Siccome questi sono
soltanto i ricercatori in biomedicina e dato che ci si è limitati ad analizzare solo alcuni
tipi di possibili manipolazioni rilevabili dal nostro software, possiamo senza dubbio
affermare che oltre il 2,5% dei nove milioni di ricercatori attivi nel 2014 ha pubblicato
almeno un lavoro contenente immagini manipolate (in accordo con la stima minima di
Fanelli, vicina al 2%), e possiamo anche dedurre che la percentuale può arrivare a un
numero ben superiore al 10% se prendiamo l’altro estremo della nostra stima (11% di
lavori manipolati) e includiamo tutti i tipi possibili di alterazione e tutti i settori
scientifici.
In ogni caso, sia che si dia credito a Fanelli e ad altri ricercatori, sia che si
considerino le analisi condotte dal nostro gruppo di ricerca, il numero è di alcuni ordini
di grandezza superiore rispetto alla rassicurante cifra ricavata dall’esame dei soli
articoli ritrattati, in genere usata dai «negazionisti» della frode scientifica. Il fatto che
gli articoli ritrattati siano in numero così basso è anzi un ulteriore problema, che rivela
come l’«autocorrezione» della Scienza – almeno per quanto riguarda le pubblicazioni –
sia ben lungi dal funzionare in maniera appropriata, in accordo con quanto recentemente
ha denunciato il direttore della divisione di Etica Medica del dipartimento di Salute
della Popolazione del Langone Medical Center dell’università di New York, Arthur
Caplan, in un importate editoriale contro il negazionismo in questo settore.7
Accertata l’estensione del problema dell’inquinamento della letteratura scientifica
con dati falsi o plagiati, siamo pronti a iniziare l’esame delle conseguenze. Come
dicevamo, a interessarci non sono tanto le conseguenze dei singoli casi di frode (o degli
imbroglioni d’eccezione, di cui abbiamo già parlato), quanto le conseguenze globali:
innanzitutto la perdita della possibilità di avere una fonte attendibile di dati per
prendere decisioni di ogni tipo, poi la perdita di fiducia dei ricercatori nei propri pari,
quindi la perdita di fiducia del pubblico e infine il danno economico che
complessivamente ne consegue.

Cominciamo dall’esame del primo, disastroso effetto che consegue


all’inquinamento del dato scientifico. Per capire di cosa si tratta, possiamo tornare a
considerare l’elettricista che abbiamo incontrato in apertura di questo libro. In
particolare, si ricorderà come, al momento di prendere una decisione su quale fosse
l’intervento appropriato da mettere in atto per ripristinare l’illuminazione, egli potesse
contare su un insieme di dati derivato da esperienze condotte ripetutamente e inquadrate
quindi in una teoria generale dell’elettrotecnica. Quest’ultima è vera e funziona fin tanto
che i suoi enunciati – e le sue prescrizioni operative – sono derivati da dati reali e non
da fandonie o ipotesi non provate; per questo è superiore alla magia o ad altre eventuali
fantasiose pratiche che si basino su ipotesi strampalate. Così come accade per il nostro
elettricista, ogni qualvolta si tratti di fare una scelta non immediatamente ovvia o di
assumere una decisione non troppo banale, si utilizzano per quanto possibile le
conoscenze e il metodo scientifici, dando per assodato che il loro contenuto di verità
garantisca una migliore capacità di prevedere che cosa succederà se si effettua una
certa operazione invece di un’altra. Per esempio, nei parlamenti di ogni nazione si
discute dell’introduzione di organismi geneticamente modificati, degli effetti che
l’attività umana ha sul clima e delle misure da prendere, delle politiche sanitarie e di
moltissimi altri temi di grande rilevanza, ancorando il più possibile il dibattito alle
evidenze scientifiche documentate nella letteratura e ai pareri di esperti ricercatori –
perfino a sproposito, visto che in alcuni settori la conoscenza disponibile non è
sufficiente a rispondere alle domande formulate. Ci si attende che la Scienza fornisca
ragionevoli predizioni sulle conseguenze di determinate azioni, in modo da indirizzare
l’azione prima politica e poi legislativa per il bene ritenuto prevalente.
Il punto è questo: l’elemento che rende la Scienza uno strumento tanto migliore – o
almeno più efficace – rispetto ad altri tipi di conoscenza che potremmo porre a
fondamento delle nostre decisioni più importanti sta nel metodo con cui le previsioni
scientifiche sono derivate, vale a dire negli esperimenti effettuati per arrivare a certe
conclusioni. Questi esperimenti hanno «provato» che il mondo si comporta in un certo
modo, talché se ne è derivata la nozione che, se agiremo in una maniera invece che
un’altra, avremo con una certa probabilità un effetto desiderato, così come nel suo
piccolo un elettricista sa che chiudendo un circuito ripristinerà il passaggio di corrente
elettrica.
Ma cosa succederebbe se improvvisamente i dati su cui la Scienza stessa poggia e
di conseguenza le pubblicazioni che ne documentano i traguardi raggiunti fossero falsi
in un numero ragguardevole di casi, senza che siano agevolmente distinguibili dati falsi
da dati veri? Molto semplice: la Scienza cesserebbe di essere utilizzabile per fare
previsioni e i suoi enunciati sarebbero relegati al rango di semplici ipotesi, non più
utili di altre nell’indirizzare il nostro agire. Probabilmente il nostro buon senso,
radicato dall’evoluzione darwiniana nei nostri cervelli, sarebbe da considerarsi una
guida migliore. Non si tratta di pure ipotesi: esistono casi in cui dati falsi hanno
inquinato a tal punto la discussione scientifica su determinati temi, da influenzare
decisioni fondamentali per il bene negativo e causare milioni di morti. Un esempio
varrà per tutti questi casi: la produzione consapevole di articoli fraudolenti che
mettevano in dubbio gli effetti del consumo di sigarette sulla salute dei fumatori. Questi
articoli non erano solo diffusi tra i ricercatori, ma anche citati nelle pubblicità di
sigarette degli anni Cinquanta – per dimostrare il fatto che questa o quella marca non
avessero effetti dannosi per la salute.
In breve, l’industria del tabacco – anche attraverso la corruzione dei ricercatori – è
riuscita a inquinare la letteratura scientifica a un punto tale, che le politiche volte a
diminuire il vizio del fumo sono state per anni bloccate sulla base della «mancanza di
evidenza scientifica certa» per i danni causati alla salute. Con la letteratura scientifica
contraddittoria di cui si disponeva, nessuna decisione sembrava particolarmente
fondata e la Scienza non aveva ruolo nell’indirizzare le decisioni pubbliche.

Vi sono anche altre conseguenze di una Scienza inquinata, che hanno una forza
disgregativa sulla stessa comunità scientifica.
Consideriamo la perdita di fiducia dei ricercatori nei propri pari. Ogni giorno,
ricercatori di tutto il mondo accedono a un portale unico di letteratura biomedica,
gratuito e aggiornato che, come abbiamo visto, si chiama PubMed ed è manutenuto dal
governo degli Stati Uniti. In media, considerando i dati di navigazione di questo sito nel
2008 (e restringendo ancora una volta il campo alla biomedicina), i ricercatori
scaricano quotidianamente il testo integrale di un articolo scientifico per un totale di
oltre 890.000 volte indipendenti.8
In tutto il mondo la consultazione della letteratura scientifica è infatti alla base delle
attività di ricerca, dell’aggiornamento professionale e in definitiva della capacità degli
scienziati e dei ricercatori di prendere decisioni e di formarsi un parere definito quando
sono alle prese con un problema da risolvere. Che si tratti di individuare qual è il
consenso circa le funzioni di un gene da studiare in laboratorio, considerare le
caratteristiche meccaniche di un materiale di avanguardia il cui impiego deve essere
valutato in un progetto, scegliere se introdurre una nuova terapia in un ospedale, o in
generale prendere qualunque decisione di natura tecnico-scientifica, la fonte di
informazione primaria è sempre la stessa: la pubblicazione scientifica.
Come abbiamo visto, la pubblicazione oggigiorno non ha più soltanto il ruolo di
riportare i risultati finali di una ricerca, ma anche quello di differenziare una teoria
strampalata che ci potrebbe essere propinata, magari in un settore di cui non siamo
esperti, da una solida evidenza scientifica utilizzabile per prendere decisioni.
L’inquinamento della letteratura scientifica in proporzioni importanti come quelle che
abbiamo messo in luce è assolutamente deleterio perché impedisce agli scienziati, ai
ricercatori e ai medici di avere fiducia in quel che leggono, svalutando la Scienza
legittima e abbattendo la riproducibilità degli esperimenti pubblicati; in conseguenza
ultima, mina alla radice la possibilità di collaborazione fra la comunità scientifica
mondiale, restringendo la fiducia del ricercatore ai colleghi che conosce direttamente
per una lunga frequentazione o a quelli che può osservare in prima persona durante
l’acquisizione dei dati.
Una volta che la fiducia reciproca nel riportare correttamente i risultati di una
ricerca è compromessa, farà la sua comparsa una cultura del sospetto,
indipendentemente dalla frazione di dati falsi che ci saranno voluti per convincere la
comunità della scarsa affidabilità della letteratura scientifica.
A questo punto, altri rapporti di fiducia interni alla comunità scientifica andranno in
frantumi.
I revisori incaricati di decidere dell’assegnazione di un finanziamento di ricerca
non potranno più prestar fede alle pubblicazioni portate a supporto di una nuova
proposta da parte dei colleghi, non essendo in grado di discriminare fra pubblicazioni
genuine e pubblicazioni falsificate – almeno non con facilità e certamente non senza
impiegare un grande sforzo di indagine sui dati presentati.
In un concorso pubblico per un posto di ricercatore o di professore non si potrà
essere giudicati a partire dai propri lavori scientifici – potrebbero essere falsi e, come
abbiamo visto, talvolta lo sono – ma si dovrà ritornare a metriche di giudizio più
soggettive da parte dei commissari, con l’ovvia conseguenza che i candidati noti alla
commissione saranno più favoriti di quanto non sia oggigiorno e con più ampia
possibilità di arbitrii. I capi di un laboratorio, che nei casi di frode da parte dei propri
studenti spesso candidamente ammettono di non essere in grado di controllare la
quantità di dati e gli esperimenti fatti dagli allievi, di norma non potranno avere fiducia
nei propri collaboratori, dato che non si vede perché costoro debbano essere più onesti
della media nel preparare le pubblicazioni scientifiche (al contrario, essendo all’inizio
della carriera, hanno una pressione maggiore a produrre dati pubblicabili).
Viceversa, i componenti più giovani di un gruppo di ricerca non potranno avere la
certezza che il gruppo all’interno del quale sono inseriti non commetta frodi con il
beneplacito del proprio capo, rischiando un giorno di essere trascinati nel fango quando
la frode compiuta per ottenere una o molte pubblicazioni e fare carriera dovesse essere
smascherata.
E così via, in una catena di sospetti e accuse reciproche che non può che destare
orrore in chiunque appartenga alla comunità scientifica: se permettiamo la
manipolazione fraudolenta della letteratura scientifica, la prima vittima di questo
inquinamento sarà il meccanismo stesso alla base del funzionamento della comunità
scientifica.

Purtroppo, le conseguenze non finiscono qui.


La successiva vittima sarà la fiducia del pubblico nella Scienza. L’idea che la
società debba avere fiducia nella ricerca scientifica ai più sembra ovvia, mentre è una
conquista piuttosto recente, fragile e ancora ben lontana dall’essere completamente
realizzata, anche in nazioni all’apparenza avanzate come gli Usa, dove in alcuni Stati si
impone che l’evoluzione darwiniana sia insegnata nelle scuole come «ipotesi» alla pari
del l e sciocchezze creazioniste. Tuttavia, al giorno d’oggi, in linea di massima,
nonostante deplorevoli eccezioni, ognuno pensa che la Scienza sia onesta e credibile e
che gli scienziati non alterino intenzionalmente i dati. I ricercatori che non onorano tale
aspettativa tradiscono quindi la fiducia del pubblico.9 Si noti che di solito la fiducia del
pubblico ha la sua radice non nel potere esplicativo della Scienza (ciò che è più caro
agli scienziati), ma nella sua capacità di sostenere il progresso generale della società,
sia attraverso la realizzazione di applicazioni tecnologiche avanzate, sia attraverso la
produzione di conoscenza utilizzabile ai fini più vari quando è il momento di prendere
decisioni importanti.
Come ha affermato Barack Obama in un suo memorandum dedicato all’integrità
nella ricerca scientifica: «Il pubblico deve essere messo nelle condizioni di credere
alla Scienza e alle analisi scientifiche che informano la politica».10
Come si manifesta la fiducia del pubblico nella ricerca scientifica moderna?
Innanzitutto, le società avanzate investono considerevoli capitali per sostenere
l’attività dei singoli ricercatori, dalla loro formazione fino al loro pensionamento e
spesso anche oltre. Persino quei ricercatori che non lavorano in strutture pubbliche di
fatto si sono formati con risorse pubbliche, usufruiscono dei risultati prodotti da
laboratori pubblici e in definitiva dipendono indirettamente dalla ricerca pubblica. La
fiducia sociale nei ricercatori è tale che, in mancanza di adeguato finanziamento
pubblico, si assiste spesso alla nascita di fondazioni ed enti che raccolgono
finanziamenti privati, anche su larga scala coinvolgendo migliaia di donatori, per
sostenere ricercatori e progetti ritenuti meritevoli (si pensi per esempio ad AIRC e
Telethon in Italia).
Questo stato di cose è piuttosto recente: fino a non molto tempo fa, i ricercatori
erano in maggioranza individui abbienti che finanziavano cospicuamente i propri studi,
e la Scienza era un’attività di élite (non a caso più lontana dal pubblico di quanto non
sia oggi). Per i ricercatori il vantaggio della transizione a una Scienza pubblica è stato
enorme, in termini di disponibilità di finanziamenti per imprese che in precedenza
sarebbero state insostenibili da un punto di vista economico (si pensi a strutture quali il
CERN a Ginevra, o alle missioni spaziali), nonché della possibilità stessa di
intraprendere la carriera di ricercatore indipendentemente dal proprio censo.
Una seconda manifestazione della fiducia del pubblico è la possibilità per gli
scienziati di avere un ruolo privilegiato in questioni di rilevante interesse generale,
cioè di portare la voce della Scienza in ogni dibattito politico che richieda l’esame di
fatti per dedurre informazioni o per prevedere le conseguenze future di una scelta. Si
tratta del riconoscimento di uno status eccezionale nel formare le opinioni della
collettività e nell’influenzarne le decisioni, che dipende strettamente dall’idea che uno
scienziato riporti la verità in maniera obiettiva e applichi con rigore il metodo
scientifico. Non a caso, scienziati e tecnici siedono nei maggiori organi consultivi e
regolatori dei governi di molti Paesi, fornendo consulenza al potere legislativo e
all’esecutivo. In Italia, per esempio, esistono agenzie con una robusta componente di
scienziati al loro interno, quali l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) e l’Istituto
Superiore di Sanità (ISS), che intervengono con assiduità su importanti questioni di
salute pubblica, l’ENEA, agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo
sviluppo economico sostenibile, l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia
(INGV), che fra le sue funzioni ha quella di monitorare terremoti ed eruzioni
vulcaniche. Inoltre, alcuni scienziati siedono in Parlamento e sono componenti di
importanti commissioni, anche se siamo ben lontani dal raggiungere il livello di
influenza che i ricercatori hanno negli Stati Uniti, dove sono presenti quasi in ogni
organo con facoltà decisionale e di consulenza ai poteri legislativo ed esecutivo.
Una terza evidente manifestazione della fiducia pubblica nella Scienza consiste
nell’utilizzo sempre più esteso della cosiddetta «prova scientifica» e della
testimonianza degli scienziati e dei ricercatori nei procedimenti giudiziari, in special
modo in quelli penali. Per l’accertamento della verità processuale si ricorre sempre più
spesso all’analisi scientifica forense di una serie di prove: genetiche, informatiche,
tossicologiche, balistiche, tafonomiche, autoptiche e così via. Le tecniche forensi
utilizzate sono basate sul consenso raggiunto dopo anni di pubblicazioni scientifiche e
gli operatori che le raccolgono così come gli esperti chiamati a testimoniare sugli
argomenti più vari sono a tutti gli effetti ricercatori appartenenti quasi sempre a enti
pubblici (forze di polizia incluse), che basano il proprio lavoro sulla letteratura
scientifica consolidata. Infine, non vanno dimenticate le migliaia di persone che ogni
giorno affidano la propria vita alla Scienza, nella speranza di guarire da qualche
malattia incurabile partecipando alla sperimentazione di nuovi farmaci in grado
potenzialmente di salvare la loro vita (o quella di altri malati più fortunati che
troveranno il farmaco commercializzato sul mercato). Anche in questo caso, il
sottinteso di ogni partecipazione di un paziente a quello che si chiama un «trial clinico»
è che i dati, tutti i dati raccolti, possano servire, in futuro, a migliorare la propria vita o
quella degli altri.
Qual è il mezzo con cui i ricercatori moderni acquisiscono la fiducia del pubblico?
Come ha detto Paolo Bianco11, professore alla Sapienza di Roma in prima linea nel
caso Stamina, la moneta corrente nel mercato della ricerca scientifica è la
pubblicazione. Con questa moneta, nel sistema attuale il ricercatore acquisisce credito
sia presso i suoi pari, sia presso gli organi preposti alla valutazione della sua attività,
sia presso il grande pubblico, magari attraverso l’intervento dei mezzi di
comunicazione di massa che rilanciano (spesso in maniera volutamente
sensazionalistica) i risultati descritti in un articolo.
Dal momento che, come abbiamo visto, la moneta è falsa non in casi sporadici ma
in una proporzione significativa, è lecito aspettarsi che appena il grande pubblico
scoprirà la cosa, la sua fiducia diminuirà fino a crollare del tutto se non si porrà
rimedio. Che cosa succederà allora? Le prime crepe che annunciano il crollo sono già
visibili.
Per cominciare, la collettività comincia a chiedere la restituzione dei soldi erogati
nei casi di frode. Per esempio, nel 2014 la Iowa State University negli Stati Uniti ha
dovuto restituire 496.000 dollari al governo federale e ne ha persi quasi un milione e
mezzo, a causa delle frodi perpetrate da un suo professore che aveva manipolato i dati
in una ricerca volta a ottenere un vaccino per l’Aids.12
Inoltre, e forse questa è la conseguenza peggiore della diminuzione di fiducia per
quanto riguarda il finanziamento pubblico alla ricerca, a seguito di casi di frode
clamorosa in alcuni Paesi sono stati introdotti nuovi regolamenti – in Inghilterra, negli
Stati Uniti e in Germania, per esempio. Questi regolamenti hanno esacerbato l’iter
burocratico necessario per ottenere fondi, portando la valutazione delle domande di
finanziamento su piani diversi da quello scientifico, senza tuttavia sortire effetti
rilevanti sul numero di frodi commesse, perché non hanno colpito alla base le cause
della frode scientifica. Se la percezione del problema della frode scientifica arriverà
nel modo sbagliato al grande pubblico, possiamo aspettarci che la volontà di finanziare
la ricerca con fondi pubblici raggiungerà il minimo storico, e gli ostacoli
all’ottenimento di un finanziamento per un progetto di ricerca potrebbero divenire
insormontabili, tanto è vero che l’accademia si sta già interrogando su come bloccare le
pubblicazioni fraudolente prima che finiscano nei titoli dei quotidiani.13
Le conseguenze di una letteratura scientifica inquinata avranno ripercussioni anche
in altri settori in cui la fiducia del pubblico è importante, indipendentemente dal fatto
che la società nel suo complesso sia consapevole del problema. Quegli scienziati,
tecnici e ricercatori che siedono in organi consultivi nazionali e internazionali non
potranno infatti fare alcun affidamento sulla letteratura: le loro decisioni risentiranno
sempre più dei limiti della propria conoscenza personale, a mano a mano che la
letteratura scientifica diventerà più inaffidabile. Le valutazioni scorrette e gli errori nel
prendere decisioni di interesse pubblico saranno sempre più frequenti, nelle agenzie
governative come nei tribunali. Anche in quest’ultimo caso, i primi segnali del disastro
sono visibili.
Come esempio si consideri l’uso della cosiddetta «prova comparativa» per i
capelli e peli trovati sul luogo di un crimine, largamente diffuso nei tribunali americani
prima dell’avvento della tecnologia del Dna.
In breve, in migliaia di casi si è arrivati a condanne per omicidio o stupro
attraverso il paragone al microscopio di capelli o peli di un sospettato con quelli
trovati sulla scena del crimine. L’introduzione e lo sviluppo di questa tecnica si devono
principalmente a uno scienziato canadese, Barry Gaudette, che ha costruito la sua
carriera a partire da un lavoro del 1974 in cui affermava di poter identificare con
l’analisi di un capello un individuo con una probabilità di errore massima di 1/400014,
mentre l’analisi di un pelo comporterebbe un errore inferiore a 1/80015. Per oltre
trent’anni, i laboratori dell’FBI hanno condotto analisi comparative che hanno portato
in galera o nel braccio della morte oltre 2500 persone, basandosi sui lavori di Gaudette
e sulle sue successive pubblicazioni. Per arrivare ad avere sospetti sul lavoro dello
scienziato canadese si è dovuto aspettare il 1995, quando per la prima volta venne
ipotizzata apertamente la frode scientifica.16 Quest’anno si è concluso il riesame da
parte dell’FBI di un primo gruppo di 268 casi, in cui il Dna è stato usato per provare
l’affinità tra i capelli trovati sulla scena del crimine e quelli del «colpevole»: in oltre il
95% dei casi, la «prova comparativa» utilizzata all’origine è risultata priva di
supporto. Dei 268 prigionieri i cui casi sono stati riesaminati, 32 erano nel frattempo
finiti nel braccio della morte, e 14 di questi erano stati giustiziati o erano morti in
prigione.17
La semplice idea che alla base di questo possa esserci una frode nelle
pubblicazioni scientifiche di Gaudette – fatto ipotizzato, ma non ancora provato – è
agghiacciante. Quel che è certo è che, in conseguenza di una cattiva ricerca, la fiducia
del pubblico americano nella scienza forense si è pesantemente incrinata e tutto il
sistema giudiziario penale americano è stato messo sotto accusa. Questi sono gli effetti
sulla fiducia del pubblico che possono avere le pubblicazioni false e una letteratura
scientifica inquinata su larga scala: mettono in pericolo l’esistenza stessa della ricerca
pubblica, oltre a produrre conseguenza infauste sulla società, la prima delle quali è la
perdita di credibilità della Scienza stessa.
Chiarito che di fatto il danno più importante arrecato dalla frode scientifica è la
perdita di fiducia all’interno e all’esterno della comunità scientifica, resta da esaminare
quella che è la conseguenza più discussa nei commenti successivi alla scoperta di ogni
nuovo caso di frode: il danno economico.
Nel caso delle frodi di cui parla questo libro, ci interessa valutare quanto denaro
viene perduto per produrre pubblicazioni con manipolazioni FFP. Per fortuna, è
abitudine dei ricercatori ringraziare nei propri articoli gli enti che hanno finanziato il
lavoro di ricerca descritto, e da un po’ di tempo a questa parte è diventata una norma
precisa – volta a prevenire i conflitti di interesse e a evidenziare che i risultati descritti
sono stati raggiunti grazie a un dato investimento pubblico. La tracciabilità dei
finanziamenti del National Institute Health (NIH) all’origine delle pubblicazioni
scientifiche ritrattate per frode è servita come base al gruppo del professor Ferric Fang
dell’università di Washington per stimare quanti dollari vanno perduti per un articolo
fraudolento, cioè quanti soldi sono stati utilizzati per pagare reagenti, macchinari,
personale dedicato e ogni altra spesa necessaria a svolgere esperimenti scientifici, mai
condotti oppure effettuati in maniera approssimativa e senza ottenere i risultati
anticipati (e descritti nei lavori fraudolenti come invece ottenuti).18 Questo valore è
risultato pari a poco più di 392.000 dollari ad articolo: considerando tutti gli articoli
ritrattati corrisponde a circa lo 0,01% del finanziamento di oltre 451 miliardi di dollari
erogato dal NIH nel periodo considerato da Fang per la sua ricerca (1992-2012).
Come sempre, se guardiamo agli articoli ritrattati, pur se la cifra assoluta può
sembrare imponente e comunque utilizzabile in maniera più proficua, i numeri che
otteniamo per l’impatto della frode scientifica sembrano in percentuale molto piccoli e
forse tollerabili.
Proviamo a ottenere una stima più aderente alla realtà considerando gli articoli
manipolati invece di quelli ritrattati (cioè il totale delle frodi, anziché solo quelle
scoperte). Nel 2014 i lavori pubblicati che riportavano progetti finanziati dal NIH sono
stati 82.702 e il budget dedicato alla ricerca è stato di oltre 41 miliardi di dollari.19
Assumendo che ogni articolo fraudolento sia costato in media la cifra determinata da
Fang e colleghi, si ottiene per il «tasso minimo di frode» che abbiamo misurato (3% di
articoli manipolati) una perdita pari al 2,5% del budget totale destinato alla ricerca, che
cresce fino a circa l’8,7% se consideriamo il limite superiore misurato per le
manipolazioni di immagini (11% degli articoli). Come sappiamo, si tratta in ogni caso
di una stima per difetto, perché non tiene conto del plagio e di forme sofisticate di
manipolazione delle immagini, dei dati numerici e/o di fabbricazione dei dati.
Solo negli Stati Uniti, e solo considerando la ricerca biomedica finanziata dal NIH,
abbiamo quindi stimato una perdita di miliardi di dollari finiti in pubblicazioni
manipolate; non si può dire che sia una cifra insignificante, sembra piuttosto il bilancio
di un’economia criminale.
Per concludere, in accordo con una certa critica cosiddetta post-moderna, potremmo
a questo punto stabilire che la Scienza è un’impresa culturale come tutte le altre, non
particolarmente significativa o obiettiva perché soggetta alla corruzione e all’influenza
di spinte sociali come tutte le altre, e pertanto volatile e non meritevole dello status di
speciale rispetto e fiducia di cui ha goduto finora. Potremmo in definitiva gettare la
spugna.
E invece, nelle prossime pagine cercherò di convincervi del fatto che sia possibile
affrontare il problema e guarire la Scienza proprio con le armi della ricerca e
dell’innovazione tecnologica, oltre che facendo leva su un rinnovato bisogno di etica
che sta cominciando a emergere nella comunità scientifica.

1 C.F. Fang, R. Grant Steen, Arturo Casadevall, «Misconduct Accounts for the Majority of Retracted Scientific
Publications», Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America, 109.42 (2012):
17028-33. Web. 4 Aug. 2013.
2 Marcus, Adam, and Ivan Oransky, «What Studies of Retractions Tell Us»,Journal of Microbiology & Biology
Education, 1 Oct. 2014. Web. 19 Apr. 2015.
3 Dato ottenuto considerando la popolazione mondiale e il numero di ricercatori per milione di abitanti riportati nel sito
della World Bank, http://wdi.world-bank.org/table/5.13
4 D. Fanelli, «How Many Scientists Fabricate and Falsify Research? A Systematic Review and Meta-Analysis of
Survey Data», PloS one 4.5 (2009): e5738. Web. 23 May 2013.
5 A. Abbott, «Image Search Triggers Italian Police Probe», Nature, 504.7478 (2013): 18–18. Web. 4 Dec. 2013.
6 N. Gilbert, «Science Journals Crack down on Image Manipulation», Nature (2009): doi:10.1038/news.2009.991.
7 A.L. Caplan, «The Problem of Publication-Pollution Denialism»,Mayo Clinic proceedings (2015): article in press
consultato via Web. 11 Apr. 2015.
8 R. Islamaj Dogan, et al., «Understanding PubMed User Search Behavior through Log Analysis»,Database: the
journal of biological databases and curation 2009 (2009): bap018. Web. 20 Feb. 2015.
9 D.B. Resnik, «Scientific Research and the Public Trust»,Science and engineering ethics 17.3 (2011): 399-409.
Web. 26 Apr. 2015.
10 B. Obama, «Memorandum on Scientific Integrity»,Memorandum for the Heads of Executive Departments and
Agencies 3-9-09 | The White House. N. p., 2009. Web. 26 Apr. 2015.
11 24 marzo 2015, Accademia Nazionale dei Lincei, Convegno Etica della ricerca scientifica. I principi, i problemi,
le soluzioni e le incertezze.
12 T. Leys, «ISU Loses $1.4 Million in Fraud Case», The Des Moines Register. N., p., 2014. Web. 26 Apr. 2015.
13 R. Watson, M. Hayter, «Halt Fraud before It Hits the Headlines»,Times Higher Education, 2013. Web. 26 Apr.
2015.
14 B. Gaudette, E.S. Keeping, «An Attempt at Determining Probabilities in Human Scalp Hair Comparison»,
Journal
of forensic sciences 19.3 (1974): 599–606. Web. 26 Apr. 2015.
15 B. Gaudette, «Probabilities and Human Pubic Hair Comparisons»,Journal of forensic sciences 21.3 (1976): 514–
7. Web. 26 Apr. 2015.
16 C.A. Stafford Smith, P.D. Goodman, «Forensic Hair Comparison Analysis: Nineteenth Century Science or
Twentieth Century Snake Oil?», Columbia Human Rights Law Review 27 (1995): 227. Web. 26 Apr. 2015.
17 S.S. Hsu, «FBI Admits It Fudged Forensic Hair Matches in Nearly All Criminal Trials for Decades»,
The
Washington Post. N. p., 2015. Web. 26 Apr. 2015.
18 A.M. Stern, et al., «Financial Costs and Personal Consequences of Research Misconduct Resulting in Retracted
Publications», eLife 3 (2014): e02956. Web. 18 Aug. 2014.
19 Dati pubblici disponibili sul sito http://projectreporter.nih.gov/.
Un nuovo sistema immunitario: come salvare la ricerca

Le difese tradizionali che dovrebbero tutelare l’integrità della ricerca scientifica – e in


particolare il sistema di peer review – non funzionano. Gli incentivi alla frode sono
grandi, le punizioni inesistenti o talmente improbabili da non costituire un deterrente.
Eppure… eppure un sistema immunitario nuovo sta emergendo, ed è formato da persone
con le più diverse biografie e capaci di esporsi in prima persona per cercare di
cambiare le cose, infischiandosene delle conseguenze negative che con ogni probabilità
sperimenteranno decidendo di affrontare apertamente una comunità coesa e poco
abituata a essere messa in discussione come quella scientifica.
Non parlo di quei tanti singoli individui che hanno subìto un torto, o pensano di
essere oggetto di un’ingiustizia e decidono con fatica e rischio di denunciare una
presunta frode; costoro, i whistleblower, pur preziosissimi per la comunità, esauriscono
in massima parte il proprio ruolo nel contesto di una ben definita storia di cattiva
condotta scientifica (o presunta tale). Per quanto possano sollevare scandali
giganteschi, essi restano legati a un luogo, a un gruppo di ricerca e in definitiva a un
caso particolare. Parlo invece di coloro che, senza essere personalmente coinvolti in
nessuna brutta storia, hanno deciso in modi differenti di fare qualcosa, e non si sono
fermati al primo caso incontrato, ma sono andati avanti per affrontare il problema della
cattiva condotta scientifica a livello generale. Considero questi individui i nuovi
«globuli bianchi» del sistema immunitario che dovrebbe difendere l’organismo della
comunità scientifica, così come credo che la frode scientifica sia un cancro che senza di
loro si espanderebbe e si replicherebbe in presenza di risorse accessibili e in assenza
di controlli.
Tranne in casi particolari, il sistema immune eradica prima che divengano
pericolosi tutti i tumori che insorgono nel nostro organismo, permettendoci in media di
raggiungere un’età altrimenti impossibile; allo stesso modo, il sistema di autocontrollo
della ricerca deve evitare il proliferare della frode, per permettere all’intero corpo
della comunità scientifica di fare bene il proprio lavoro e di evitare le conseguenze che
abbiamo visto in precedenza.
Il parallelo può anche essere spinto oltre, considerando l’organizzazione del
sistema immune. Senza perderci in dettagli tecnici, proviamo dunque a esaminare come
mai non veniamo uccisi alla nascita da ogni sorta di malattie e parassiti. La nostra
risposta immune è fondata su un processo altamente selettivo di riconoscimento e
distruzione di ogni agente potenzialmente dannoso che venga a contatto con il nostro
organismo, lasciando al contempo indenni le componenti riconosciute come proprie
dall’organismo (cosiddette componenti self). Nel caso dei tumori, esiste un tipo di
globulo bianco specializzato – il linfocita T – che ha il compito di esaminare ogni
cellula del nostro organismo, alla ricerca delle cellule cancerogene. Senza questo
processo di vaglio selettivo, il sistema immunitario sarebbe incapace di discriminare
ciò che va distrutto da ciò che va preservato, attaccando il nostro stesso organismo,
come in alcune gravi malattie autoimmuni. Analogamente, perché si possa difendere
l’organismo della comunità scientifica dalla frode e dal proliferare di individui che si
avvantaggiano della propria cattiva condotta – occupando ogni spazio disponibile e
consumando ogni risorsa a proprio vantaggio – è necessario un meticoloso processo di
riconoscimento di che cosa sia una manipolazione di dati. Deve quindi esistere una
procedura rigorosissima di «controllo qualità» per accertare la presenza di una
manipolazione e solo nel caso in cui questo controllo individui un problema deve
scattare una risposta – la cascata di eventi scatenata dal riconoscimento di un tumore da
parte dei linfociti T, l’azione della comunità scientifica nel caso di frodi e
manipolazioni.
Nella risposta immune, inoltre, una volta che un problema è stato individuato dai
linfociti T, alcuni altri globuli bianchi molto specializzati, detti linfociti T- helper,
hanno il compito di «propagare l’allerta» e di attivare l’intero sistema immune, in modo
da reclutare quante più cellule immuni possibili in un attacco coordinato che porti alla
massima efficacia. I linfociti T-helper, in un certo senso, funzionano da megafono: una
volta che un problema è stato individuato, rilasciano alcune sostanze denominate
citochine in grado di «propagare il messaggio» al resto della comunità cellulare che
compone il sistema immunitario e l’intero organismo.
Una volta ricevuto il messaggio, intervengono ancora altri tipi di globuli bianchi,
che iniziano la terza fase della risposta immune, ovvero la rimozione delle cellule
tumorali. Si tratta dei linfociti NK, o Natural Killer, che agiscono in maniera mirata su
ciò che è stato loro segnalato dai diversi tipi di globuli bianchi visti in precedenza,
eliminandolo dall’organismo.
A questo punto, sulla scorta della nostra metafora proviamo a comprendere la
complessa e variegata risposta che sta emergendo in seno alla comunità scientifica, a
partire dalla componente che deve identificare eventuali problemi.
Chi sono quindi i linfociti T della comunità scientifica?
Per incontrarli, potremmo recarci in Australia, nel prestigioso Walters-Eliza Hall
Institute di Melbourne. Qui troveremmo uno tra i ricercatori australiani più noti al
mondo nel campo dell’oncologia molecolare, il professor David Vaux. L’aspetto
vagamente arcigno di questo famoso professore è presto dimenticato non appena
comincia a parlare, quando dalle sue animate discussioni traspare l’entusiasmo per la
ricerca di base e per alcuni dei meccanismi fondamentali della biologia cellulare che
ha indagato e su cui lavora ancora oggi. Con una improvvisa giravolta logica, il
professore potrebbe passare a un argomento molto diverso, quello che è uno dei suoi
cavalli di battaglia, magari nella maniera che segue: «Credo si possa dire che uno dei
miei passatempi sia provare a migliorare la qualità dei dati nelle pubblicazioni. La
Scienza è l’unica maniera di ottenere nuova conoscenza, ma procederà più rapidamente,
e su meno strade sbagliate, se si applicheranno i giusti standard».1 Non male per
qualcuno che ha raggiunto una posizione apicale nel sistema della ricerca del suo Paese
ed è di certo ben inserito nell’ovattata struttura della comunità scientifica mondiale.
Oltre che in Australia, potremmo cercare anche tra i fiordi norvegesi, nell’Ospedale
Universitario di Oslo, dove un ragazzone biondo dall’aria scanzonata lavora come
ricercatore in oncologia di base. Gli editori di tre riviste di oncologia molecolare lo
conoscono bene: si tratta di Morten Oksvold, che in un mese ha esaminato nei dettagli
120 lavori sulle loro riviste, segnalando un quarto di questi come contenenti gravi
manipolazioni delle immagini e chiedendo, se non una ritrattazione, almeno una
correzione sia alle riviste sia agli autori (senza ottenere nessuna risposta da questi
ultimi e tante risposte interlocutorie dalle riviste). Invece di scoraggiarsi, e visto che
aveva la sensazione di parlare a un muro, Oskvold ha radunato tutti i dati della sua
analisi e ha scritto un lavoro che è stato accettato da una rivista specialistica: il
clamore mediatico suscitato ha costretto le riviste a prestargli attenzione.
Dopo Australia e Norvegia, potremmo decidere poi di incontrare un greco-
americano, uno che ha il volto caratterizzato da un’intelligente espressione di sfida e un
paio di baffi scuri. Si tratta di John Ioannidis, oggi professore di medicina a Stanford,
negli Stati Uniti. Quando era ancora in Grecia, gli capitò di ascoltare nei corridoi della
sua università una voce secondo la quale i medici suoi connazionali usavano il bisturi
sugli albanesi, allora immigrati di poche speranze, più frequentemente del necessario,
per fare pratica e carriera più in fretta. In breve, con un paio di colleghi dimostrò che,
tra i pazienti con cognome albanese, le operazioni di appendicite risultavano a
posteriori non necessarie tre volte di più che per i pazienti con cognome greco.2 Da
quel momento in poi, Ioannidis ha dedicato la vita a sviluppare analisi statistiche utili a
scoprire falsi dati e conclusioni erronee negli articoli scientifici, pubblicando nel 2005
un ormai celebre lavoro, richiesto da oltre un milione di ricercatori, che dimostra come
gli studi clinici pubblicati siano falsi o malfondati.3
David Vaux, Morten Oksvold, John Ioannidis, e molti altri che avrei potuto citare,
hanno biografie, interessi e attitudini differenti, ma sono accomunati da una cosa:
l’utilizzo delle proprie conoscenze tecniche di settore, unito alla capacità di condurre
un’analisi quantitativa dei dati pubblicati con metodi rigorosi – siano essi immagini,
tabelle o altro – in modo da avere solidi sistemi di indagine per vagliare ciò che finisce
nella letteratura scientifica.
I tre che ho citato, e tutti gli individui come loro, hanno esaminato i lavori di
centinaia di gruppi, scoprendo moltissimi casi di frode o di semplice cattiva condotta;
ma, cosa ancora più importante, hanno mostrato come deve essere accertata e
documentata una manipolazione dei dati, cosa deve portare a sospettare una frode e
cosa invece non è evidenza sufficiente per far scattare un’indagine. Proprio il metodo
scientifico, così spesso violato, è l’arma per identificare i trucchi di chi altera i dati e,
se possibile, per rispondere alla fatidica domanda: siamo sicuri che, al di là di ogni
ragionevole dubbio, un certo insieme di dati non possa essere genuino? Loro e altri
studiosi hanno indicato la strada per poter procedere in modo non arbitrario ed evitare
che si emetta una sentenza di damnatio nei confronti di innocenti.
Il lavoro volontario e instancabile di alcuni virtuosi del metodo scientifico è di
conseguenza un passaggio fondamentale, sia come garanzia nei singoli casi, sia per
formare il patrimonio di conoscenze utili a consolidare una procedura standard e che
fornisca le necessarie garanzie di salvaguardia. Altrimenti, come nel caso delle malattie
autoimmuni, le accuse indiscriminate e malfondate, magari mosse da risentimento
personale e nascoste dietro l’anonimato garantito da Internet, finiranno per distruggere
la comunità scientifica e renderanno impossibile le collaborazioni di ricerca future.
Tuttavia, anche in presenza di procedure e metodi rigorosi, finché questi resteranno
affidati al volontariato di persone che sottraggono tempo alla propria professione per
dedicarlo a una pur meritoria attività, si rischia che, a causa del loro enorme numero, la
stragrande maggioranza degli articoli scientifici non siano effettivamente controllati,
rendendo inutile lo sforzo.
Oksvold, Vaux e Ioannidis hanno dimostrato con quale tipo di indagini si può
accertare in maniera obiettiva la verità; è necessario tuttavia che specialisti esterni (per
ridurre il più possibile ogni conflitto di interessi) portino avanti il controllo in maniera
costante e su larga scala, dedicandovi il proprio tempo in via esclusiva. Non si tratta di
un semplice auspicio: il coinvolgimento di questo tipo di figure professionali è già
cominciato. Per le riviste della European Molecular Biology Organization (EMBO),
per esempio, il controllo qualità delle immagini, alla ricerca di frodi e manipolazioni,
fin dal 2011 è affidato a Jana Chri stopher, una persona priva di un background
specifico – proviene dal mondo del teatro e dei visual artists – ma che ha un occhio
attento e i giusti strumenti di analisi (quelli, guarda caso, sviluppati e usati da persone
come Vaux).
In circa il 20% dei lavori accettati dalle riviste che controlla, Jana Christopher
trova problemi nelle immagini (il tipo di dati di cui si occupa). In circa l’1% di questi
lavori le manipolazioni sono così gravi da provocarne la bocciatura (per altro dopo che
sono già stati vagliati e accettati dai referees) senza ulteriori trattative con gli autori.4
Va detto che si tratta di una persona che, per sua stessa ammissione, non è in grado di
comprendere il contenuto scientifico dell’articolo e le tesi in esso sostenute – quindi è
del tutto indifferente a quanto viene presentato; il suo lavoro è vagliare se i dati in
supporto siano accettabili. Inoltre, vi è un’importantissima differenza rispetto a quanto
fanno Vaux e colleghi: il controllo è gestito dalle riviste, quindi avviene prima della
pubblicazione, e non dopo, minimizzando i danni e impedendo al frodatore di
conseguire vantaggi – perché il suo curriculum non si arricchirà di alcun articolo in più.
Cosa succede però se una frode è scoperta solo dopo la sua attuazione? Chi propaga
il messaggio della sua scoperta, ossia chi sono i linfociti T-helper della comunità
scientifica?
Se voi visitaste un piccolo ufficio di New York, potreste trovarne uno: un signore di
circa quarant’anni, con gli occhiali, un’aria talvolta un po’ trasandata e con poco tempo
da perdere. Potreste anche incontrarlo alla New York University Medical School
mentre insegna ai suoi studenti di medicina, o tutto preso in un dibattito durante un
qualche convegno di comunicazione della Scienza, come per esempio quello che si è
ripetuto ogni anno fino al 2014 (ScienceOnline).
Il nostro è una persona organizzata, che gestisce in maniera maniacale i propri
numerosissimi impegni, dorme poco e considera una fortuna il fatto che sua moglie
lavori la sera per un noto canale televisivo statunitense – in modo da poter rimanere al
lavoro fino a tardi, senza problemi in famiglia.5 Si chiama Ivan Oransky, e insieme al
suo collega Adam Marcus ha una sua personale ossessione: portare alla luce le frodi
che si nascondono dietro le spesso oscure note di ritrattazione degli articoli scientifici,
comunicare nel modo più efficiente ciò che le indagini, sue e di altri, portano allo
scoperto, e in definitiva contribuire a fare luce su tutti gli aspetti poco etici del mondo
della ricerca scientifica, per far sì che la comunità si interroghi sulle proprie
responsabilità e cominci ad affrontare in maniera seria il problema.
Oransky è un giornalista, ma con una conoscenza della ricerca e del suo
funzionamento normale e patologico fuori dal comune, trattandosi di un medico laureato
ad Harvard – dunque qualcuno che a tutti gli effetti può essere considerato un insider. A
ciò si aggiunge la sua passione per la comunicazione attraverso Internet, e in particolare
mediante un blog – Retraction Watch – che in pochi anni è diventato un punto di
riferimento globale, nonché il sito privilegiato di animati dibattiti su svariati casi di
cattiva condotta e presunta frode. La discussione su questo sito, libera e paritaria, è
simile a quella che avveniva un tempo fra le mura delle accademie scientifiche, ma
senza gli orpelli tradizionali e molto più trasparente; il tono è certamente informale, a
voler usare un eufemismo, e molti di coloro che intervengono si nascondono dietro
pseudonimi, ma la serietà complessiva delle argomentazioni non ne risente, grazie
anche all’intervento di alcuni «moderatori» che frequentano costantemente il sito. Per di
più la platea che segue lo svolgersi delle argomentazioni, e da cui in qualunque
momento può arrivare un intervento, è globale, perché Oransky ritrasmette le
discussioni istantaneamente su Twitter e su Facebook, utilizzando profili dedicati e
sincronizzati fra loro (oltre ai suoi profili personali).
Quanto è ampia questa platea?
Allo stato attuale, il blog RetractionWatch ha una media di 150.000 visite al mese,
metà delle quali da Paesi diversi dagli Stati Uniti. A maggio 2015 il canale dedicato su
Twitter risultava seguito da oltre 6000 utenze in tutto il mondo, con una copertura
potenziale che superava il milione di individui per ogni messaggio. Se in una qualunque
ora del giorno si ricercano commenti provenienti da o indirizzati a Retraction Watch
(per esempio su Twitter: @RetractionWatch), si noterà un flusso ininterrotto di
discussioni, con una media di decine di interventi all’ora. Per la maggior parte si tratta
di commenti di ricercatori e scienziati di ogni disciplina e di ogni parte del mondo
(Italia compresa), ma partecipano alle discussioni anche i comitati editoriali di alcune
riviste scientifiche, giornalisti, studenti di ogni ordine e grado e – in misura molto
ridotta – altri tipi di utenti di Internet.6
È importante notare come trenta o quarant’anni fa, chi avesse deciso di esercitare
una funzione di controllo e denuncia sarebbe probabilmente rimasto isolato e
sconosciuto ai più e, a meno di non essere una personalità accademica di levatura
eccezionale, avrebbe perso la battaglia contro una comunità ostile o restia ad affrontare
certi argomenti.
In definitiva può darsi, ed è anzi probabile, che alcune persone con una moralità e
un amore per il bene della ricerca siano sempre esistite, ma la loro visibilità e
possibilità di azione sono rimaste limitate fino alla comparsa di Internet. La
comunicazione istantanea, di fatto indipendente e universale, unitamente alla possibilità
di agire insieme in maniera coordinata per scovare ed esaminare in tempo reale i casi
di sospetta frode scientifica, è ciò che serviva per integrare l’azione dei «globuli
bianchi» in quello che sta diventando il vero «sistema immunitario» per
l’autocorrezione della Scienza. È evidente che non mancano i problemi e Internet non è
la soluzione universale o definitiva propugnata da taluni – del resto anche il nostro
sistema immunitario non è privo di punti deboli; però è indubitabile il ruolo emergente
della Rete come sistema portante della critica scientifica e della tanto agognata
correzione di errori e frodi. Da subito, Oransky e pochi altri hanno colto questo ruolo e,
come abbiamo visto, hanno utilizzato il mezzo per allargare il più possibile la
discussione ai numerosi problemi che sono alla base delle frodi scientifiche, nonché ai
singoli casi. In particolare, fino a tempi relativamente recenti, Oransky e i suoi
collaboratori hanno orientato la discussione su articoli già ritrattati, scavando dietro le
quinte e allertando la comunità scientifica su ogni caso di frode o di cattiva condotta di
cui si venisse a conoscenza, senza però condurre vere inchieste o discussioni prima che
i fatti fossero già stati riportati dalle stesse riviste scientifiche o da altre fonti
investigative.
Negli Stati Uniti, infatti, spesso gli accusati di manipolazione di dati si sono difesi
con molta aggressività, tanto che vi sono numerose cause di diffamazione verso chi si
sia azzardato a mettere in dubbio il loro operato – alcuni siti simili a Retraction Watch
sono stati chiusi e sono state intentate cause per centinaia di migliaia di dollari. Lo
stesso Oransky è stato minacciato con questo sistema; probabilmente persone meno
determinate e prive dell’appoggio di una vasta comunità internazionale avrebbero
ceduto.
In un clima simile, la prudenza ha suggerito di trattare finora solo casi in cui vi
fosse un fatto già acclarato da fonti esterne – per esempio una ritrattazione – e di evitare
di trarre conclusioni in proprio, quindi senza mai pronunciarsi in maniera definitiva
anche in casi molto evidenti di frode. Questo tipo di tattica ha comunque avuto il
meritorio effetto di rendere molto più difficile nascondere la verità e di amplificare
l’eco mediatica in alcuni casi clamorosi, evitando al contempo che Retraction Watch
fosse chiuso, come è avvenuto per pagine gestite da persone meno prudenti di Oransky.
Le cose sono forse cambiate nella prima metà del 2015. Lo stesso fondatore del sito
riporta infatti una modifica, effettuata a causa della richiesta di maggiore giustizia e
trasparenza, soprattutto da parte di scienziati giovani, e grazie ai progressi tecnologici.
In particolare, alla fine di maggio 2015, un articolo pubblicato nel dicembre 2014
da «Science» sul cambio di orientamento delle persone in tema di matrimonio
omosessuale è stato ritrattato dopo che un paio di studenti aveva scoperto che una delle
figure centrali del lavoro era identica a quella di un altro studio e dopo che la comunità
di Retraction Watch era stata allertata.7
La pioggia di critiche e rianalisi dei dati che si è scatenata su Internet, quasi in
tempo reale, ha innescato un’indagine da parte dell’università cui appartenevano gli
autori del lavoro, che alla fine ha portato la rivista a riconoscere il falso e a ritrattarlo.
Si noti bene: tra la pubblicazione di una frode, la sua scoperta, la conseguente indagine
e il ritiro dell’articolo incriminato sono passati pochi mesi, a fronte degli anni, se non
dei decenni, necessari per ottenere questo risultato in via più «tradizionale».
La chiave sta nel coinvolgimento istantaneo e pubblico di una comunità scientifica
veramente indipendente da chi ha scritto il lavoro, anziché nel condurre una lunga serie
di paludate discussioni tra pochi individui, molto spesso in conflitto di interesse e che
comunque non potranno mai essere efficienti quanto centinaia di loro colleghi coinvolti
tramite Internet.
Una volta che la comunità virtuale è in movimento, il lavoro di un piccolo gruppo di
revisori istituzionali «certificati» è molto facilitato, e procede costruendo un’indagine
sulla scorta di suggerimenti, materiali e dati che non sarebbe stato possibile ottenere se
non con maggiore tempo e sforzo da parte di singoli individui.
Di conseguenza, la discussione su Internet ha favorito la risoluzione di più casi e in
maniera più efficiente rispetto ai sistemi tradizionali, come dimostrato nel 2014 da Paul
Brookes in un lavoro dedicato.8
È l’ampiezza della discussione che consente di ottenere il risultato. È quindi
importante che si torni a discutere di qualunque lavoro scientifico, senza riguardi
particolari per gli autori o le tesi espresse, in maniera pubblica e recuperando il ruolo
che la comunità scientifica deve avere: quello di critica costante e di dubbio continuo
su qualunque risultato raggiunto, fosse anche il più solido.
Seguendo la nostra metafora, questo è il ruolo che linfociti T-helper come Ivan
Oransky e il blog Retraction Watch hanno assunto: registrare e propagare gli esiti delle
discussioni e delle indagini, impedendo che vadano dispersi o che tutto ciò avvenga in
sordina, senza dare modo alla comunità scientifica di analizzare davvero i dati. Invece
di citochine, per trasmettere e amplificare il messaggio della frode scientifica,
utilizzano messaggi che viaggiano su Internet; invece di reclutare altre componenti del
sistema immunitario nel nostro corpo chiamano a raccolta ricercatori e scienziati in
tutto il mondo. La funzione che hanno nella «risposta immunitaria» della Scienza è
molto chiara.
Chi provvede a isolare e rendere inoffensivi i cattivi scienziati, ovvero chi esercita
la funzione dei linfociti NK nella comunità scientifica? Nei pochi Paesi dotati di una
legislazione precisa, i linfociti NK sono rappresentati dagli appartenenti ad appositi
organismi nazionali, che deferiscono i colpevoli alla magistratura ordinaria quando è il
caso.
Negli Stati Uniti esiste il già citato ORI, che in collaborazione con le istituzioni di
appartenenza dei frodatori è in grado di comminare sanzioni. Gli ufficiali dell’ORI
hanno il potere di colpire chiunque, fosse anche il gruppo di un Nobel come Linda Buck
(che nel 2004 ha vinto il prestigioso riconoscimento per la fisiologia e la medicina).9
Nel caso della professoressa Buck, un componente del suo gruppo riconosciuto
colpevole di manipolazione di immagini è stato sanzionato con l’obbligo di
supervisione di ogni attività di ricerca finanziata con fondi pubblici per tre anni. Vi
sono anche casi di punizioni molto più severe: licenziamenti, pene finanziarie e arresto.
Eric Poehlman, per esempio, che ha pubblicato articoli sull’effetto di terapie ormonali
nelle donne in menopausa, inventando di sana pianta dati e risultati, ha dovuto risarcire
lo Stato, è finito in prigione per tre mesi e gli è stata preclusa a vita la possibilità di
ricevere finanziamenti dal governo statunitense. Ancora peggio è andata per Dong-Pyou
Han, il capo di un laboratorio della Iowa State University che ha falsificato gli studi su
un vaccino contro l’Aids: riconosciuto colpevole, dovrà restituire 7 milioni di dollari
dei 12 che ha illegittimamente ottenuto con le sue manipolazioni di dati e trascorrerà
cinque anni in galera.10
Gli Stati Uniti non sono l’unico Paese in cui la comunità scientifica, attraverso enti
deputati, collabora con la magistratura e le forze di polizia. In Inghilterra, per esempio,
un organismo di controllo scientifico ha trasmesso i dati rilevanti all’autorità
giudiziaria che, una volta terminate le indagini, ha condannato Steven Eaton – un
ricercatore che ha falsificato i dati in una serie di test di composti a potenziale attività
anticancerogena – al carcere, in applicazione dei Regolamenti sulle Buone Pratiche di
Laboratorio emanati nel 1999.11
In Corea del Sud, la collaborazione tra scienziati e autorità giudiziaria ha portato
alla condanna a tre anni di prigione per lo «Scienziato Supremo» Hwang Woo-suk,
condanna che non ha scontato solo perché l’esecuzione della sentenza è stata sospesa.
Di fronte a questi casi estremi, si può dissentire sul livello e sul tipo di punizione
da comminare a chi commette una frode scientifica basata sulla falsificazione della
letteratura, ma una cosa è certa: come ci insegnano i linfociti NK, nessun sistema
immunitario è completo se non esiste un suo braccio effettore in grado di eliminare in
maniera efficiente il cancro insorto nell’organismo. Purtroppo nella comunità
scientifica, e in generale nelle nostre democrazie, non vi è accordo su chi debba
procedere e cosa debba fare in presenza di una frode acclarata, e in molti Paesi, tra cui
l’Italia, vi è una situazione di buio assoluto, a causa della mancanza di una qualsivoglia
forma di regolamento o legge. Manca persino una qualifica unica della frode scientifica
da un punto di vista giuridico. Si tratta di un reato? E se sì, è perseguibile
esclusivamente quando comporta l’uso di fondi pubblici – come avviene negli Stati
Uniti – oppure è un reato in sé, commesso contro la collettività, così come avviene
quando qualcuno avvelena le falde acquifere o danneggia l’ambiente per tornaconto
personale?
Per il momento, alcuni Paesi si sono adattati a costruire procedure ad hoc per
valutare la consistenza di un’accusa, che coinvolgono sempre la presenza esclusiva di
ricercatori e scienziati come giudici. A valle di queste valutazioni, una volta accertata
la frode, intesa come manipolazione dei dati sperimentali per rappresentare una realtà
diversa da quella effettiva, questi Paesi hanno adottato un sistema di norme che
consente il passaggio di consegne alla magistratura e alle amministrazioni pubbliche
per prendere i provvedimenti che il caso richiede, in un ventaglio di possibilità diverse
che vanno dalla sospensione temporanea della possibilità di ottenere finanziamenti
pubblici, all’ingiunzione di pesanti sanzioni finanziarie fino all’incarcerazione. Tutto
sommato, in attesa di una definizione giuridica «forte» e condivisa da più Paesi – quale
quella che si sta cercando in Europa – non mi pare una posizione irragionevole, e
sarebbe folle attendere una soluzione condivisa senza far nulla.
Comunque, il controllo e la risposta repressiva sono necessari, ma assolutamente
insufficienti a contrastare il fenomeno della frode scientifica.
Oltre a quella repressiva, c’è un’altra dimensione che bisogna prendere in
considerazione: quella della formazione. Nell’uomo e in molti animali esiste un
processo simile a una «scuola» per linfociti, che si svolge nel timo e nel midollo osseo,
in cui i linfociti «imparano» a discriminare tra ciò che è pericoloso per l’organismo e
ciò che non lo è.
Lo scopo finale di questo processo, chiamato «maturazione linfocitaria», è quello di
poter riconoscere ogni eventuale problema in maniera sempre accurata e aggiornata per
fronteggiare nuovi pericoli. Inoltre, durante uno dei tanti passaggi di maturazione, alcuni
tipi di linfociti si differenziano in cosiddette «cellule di memoria» che «ricordano»
come sono fatti i pericoli incontrati durante la vita dell’organismo, in modo da favorire
una risposta molto più pronta se dovessero incontrarli una seconda volta.
Anche «il sistema immunitario» della ricerca necessita di questi passaggi:
dobbiamo fare in modo che i ricercatori maturino, proprio come i linfociti, acquisendo
le competenze di base per discriminare un comportamento non corretto. I giovani che
entrano nei laboratori devono imparare cosa è necessario fare per garantire che i dati
sperimentali siano correttamente prodotti, preparati, analizzati e conservati. Devono
inoltre imparare a riconoscere e denunciare con chiarezza una manipolazione illegittima
quando è presente nella letteratura scientifica o quando la incontrano. In poche parole,
bisogna che imparino a valutare in maniera molto critica i dati a supporto e non solo le
tesi sostenute dagli altri ricercatori. Essi dovrebbero quindi apprendere, attraverso lo
studio almeno dei più semplici strumenti di rianalisi dei dati, come si identificano i casi
di frode, quelli di interpretazione erronea (in buona fede) e quelli di semplice cattiva
presentazione dei dati, attraverso l’analisi di casi selezionati che servano a imparare
che cosa è lecito e che cosa non lo è. Nel contempo bisogna che acquisiscano tolleranza
zero nei confronti di certi comportamenti e che non abbiano paura di affrontare anche
aspre discussioni sui dati propri e altrui, recuperando i motori motivazionali di chi
sceglie di fare Scienza: lo scetticismo universale, la discussione con un metodo e un
linguaggio rigorosi e il valore del dato sperimentale.
Tutti i ricercatori dovrebbero essere addestrati a sopportare il fuoco di fila dei
colleghi, senza per questo farne mai una questione personale; il che si può ottenere solo
se le argomentazioni sono espresse nella forma della critica scientifica, così che si
richiede uno sforzo tanto a chi difende una teoria quanto a chi la attacca.
Tuttavia, perché però si possano cogliere in pieno i frutti di questo processo, come
avviene per la maturazione linfocitaria, gli individui in formazione devono risiedere in
un ambiente protetto, dove non siano esposti alle ritorsioni di gruppi più potenti o dei
professori che possono decidere del loro futuro. Ben venga dunque la costruzione di un
sistema di regole volto a tutelare i giovani ricercatori che dovessero incontrare sul loro
cammino una possibile frode, decidendo di non tacere. Proprio tenendo conto dei rischi
in cui può incorrere chi più frequentemente è testimone di cattiva condotta scientifica e
non ha la forza contrattuale necessaria per affrontare di petto la questione – cioè la
stragrande maggioranza degli studenti e dei giovani ricercatori – si attuano ormai
ovunque (tranne in Italia e in pochi altri Paesi dove, come si è detto, vige la totale
assenza di regolamentazione) speciali misure di protezione, che prevedono per esempio
la tutela dell’anonimato e la verifica dei fatti da parte di esperti esterni al laboratorio e
all’istituzione di appartenenza di chi denuncia.
Infine, così come nel sistema immunitario si formano alcune cellule specializzate, le
cellule di memoria, in grado di rispondere più prontamente alle minacce che si
ripresentino dopo un primo incontro con il sistema immunitario, sarebbe il caso di
formare ricercatori che si dedichino per mestiere all’analisi critica dei dati, alla loro
conservazione e al loro mantenimento in ogni gruppo di ricerca. Si tratta di una figura
professionale – il data scientist – oggi richiestissima in ogni settore del mercato del
lavoro, tanto da essere definita in un articolo sulla «Harvard Business Review» come
la professione più «sexy» del momento12; eppure, curiosamente, è assente nella
stragrande maggioranza dei gruppi di ricerca – eccetto in quelli del settore specifico
dell’analisi dei dati.
Alla fine, sarà davvero la comunità scientifica a guarire sé stessa – ma non nel
modo in cui i più amano oggi pensare, credendo che il problema non esista perché le
procedure attuali sono già sufficienti a rendere difficile e poco diffusa la frode, né da
sola, come se fosse un corpo indipendente e autoreferenziale sul quale la società nel
suo complesso non può avere nessun controllo.
Il sistema immunitario che sta emergendo è formato da ricercatori che dedicano il
proprio tempo all’identificazione di metodi utili ed efficienti alla scoperta delle
manipolazioni, professionisti indipendenti che applicano in maniera massiva questi
metodi nell’analisi di ogni manoscritto sottoposto per la pubblicazione (e
auspicabilmente anche di ogni documento prodotto per ottenere finanziamenti o
avanzamenti di carriera), comunicatori (con buona formazione scientifica) in grado di
esporre con efficacia i casi di frode identificati o sospetti, una comunità sempre più
numerosa di ricercatori che grazie a Internet ha recuperato la possibilità di dibattere su
dati e problemi in tempo reale, alcune istituzioni indipendenti capaci di imporre le
giuste sanzioni, e infine un serio progetto di formazione continua in ogni gruppo di
ricerca, per insegnare a distinguere i comportamenti scorretti, attribuendo la giusta
importanza a questa capacità, fin dall’inizio della carriera scientifica.
Probabilmente questi elementi devono essere raccordati meglio tra loro,
istituzionalizzati e resi più omogenei tra i diversi Paesi: ma il processo è iniziato e i
primi frutti – come un aumento delle ritrattazioni, una maggior consapevolezza del
problema, lo sviluppo delle prime linee guida – sono già arrivati.

1 Australian Government - National Health and Medical Research Council Report -Great Minds in Australian
Research, N. p., 2007. Print.
2 A. Tatsioni, et al., «Appendicectomies in Albanians in Greece: Outcomes in a Highly Mobile Immigrant Patient
Population», BMC Health Services Research 1.1 (2001): 5. Web. 22 June 2015.
3 J.P.A. Ioannidis, «Why Most Published Research Findings Are False»,PLoS medicine 2.8 (2005): e124. Web. 9
July 2014.
4 R. Van Noorden, «The Image Detective Who Roots out Manuscript Flaws»,Nature News (12 June 2015) |
doi:10.1038/nature.2015.17749.
5 «My Interview with Ivan Oransky at #scio12 – The Transcript | Digitalgrip.fieldnotes», Web. 22 June 2015.
6 Spicca l’assenza di politici, spesso citati, ma mai intervenuti direttamente nella discussione.
7 B. Carey, «Science, Now Under Scrutiny Itself», The New York Times 2015, June 15. Web. 21 June 2015.
8 P.S. Brookes, «Internet Publicity of Data Problems in the Bioscience Literature Correlates with Enhanced
Corrective Action», PeerJ 2 (2014): e313. Web. 15 June 2014.
9 «Case Summary: Zou, Zhihua ORI - The Office of Research Integrity». Web. 22 June 2015.
10 M. Tendall, «HIV Researcher Faces up to 10 Years in Prison», iowastatedaily.com, 2015. Web. 22 June 2015.
11 G. Maslen, «Scientist Steven Eaton Jailed for Falsifying Drug Test Results», BBC News. 2013. Web. 22 June 2015.
12 T.H. Davenport, e D.J. Patil, «Data Scientist the Sexiest Job of the 21st Century»,Harvard Business Review
2012. Web. 22 June 2015.
Conclusioni

La luce è tornata. Da quella famosa mattina, dopo l’intervento dell’elettricista, non


avete più avuto problemi. Pensateci bene: senza aver dovuto riscoprire un fenomeno
chiamato corrente elettrica (come Galvani), senza aver dovuto provare e riprovare in
laboratorio a capire come essa fluisce attraverso circuiti metallici in un laboratorio
(come Faraday), e senza nemmeno dover discutere sulla sua natura (come avrebbero
fatto i filosofi greci se ne fossero stati a conoscenza, e come fecero effettivamente i
fisici moderni molti secoli dopo), un «portatore di conoscenze specializzate», cioè un
professionista, è venuto a casa vostra e ha applicato un sapere ben codificato alla
soluzione del vostro particolare problema.
Non si tratta di una conoscenza che detiene in maniera esclusiva, come quella di un
mago o di un alchimista, ma di un sapere universale, impersonale, comprensibile in
linea di massima da chiunque e dovunque: è un sapere a disposizione di tutti,
patrimonio comune e utile all’umanità nel suo complesso, e per giunta è unificato in un
corpo unico e armonico, in cui le parti sono collegate l’una all’altra dall’applicazione
dello stesso metodo e dall’uso dello stesso linguaggio di base – quello della
matematica – per risolvere problemi di ogni tipo e per inquadrare sempre meglio la
struttura del mondo in cui viviamo e prevedere come potrà comportarsi. Lo stesso
patrimonio di conoscenze cui attinge il vostro elettricista, infatti, è all’opera tutto
intorno a voi in qualunque momento e per gli scopi più vari.
Per esempio, una macchina lanciata quasi dieci anni fa, dopo un viaggio di oltre
nove anni per miliardi di chilometri, è arrivata come previsto, e con inconcepibile
esattezza, a sorvolare Plutone, ha scattato foto ad alta risoluzione della sua superficie,
le ha inviate sulla Terra e miliardi di esseri umani le hanno commentate in tempo reale
su Twitter e sugli altri social forum disponibili.
Lo stesso giorno in cui sono arrivate queste immagini, sono stati annunciati gli
ultimi – positivi – risultati della sperimentazione sull’uomo di un farmaco oncologico,
abbiamo appreso che centinaia di milioni di anni fa un dinosauro di oltre un metro era
rivestito di penne simili a quelle di un’oca e milioni di altri eventi scientifici grandi e
piccoli si sono susseguiti, dimostrando ancora una volta a noi stessi il potere dello
strumento che la nostra mente ha creato quando per la prima volta ha messo insieme
metodo sperimentale, logica induttiva e deduttiva e linguaggio astratto (matematico) e
ha usato questo strumento per indagare presente, passato e futuro.
Noi non ce ne rendiamo conto, così come non riflettiamo sul nostro respirare o
camminare quotidiani, ma il ritmo con cui la nostra conoscenza avanza – e di
conseguenza fioriscono le applicazioni più disparate – è continuo e sempre più rapido:
dall’epoca in cui prima di innovazioni significative dovevano trascorrere decine di
generazioni, siamo arrivati a un mondo in cui ogni giorno avviene una piccola
rivoluzione.
Ma quanto può continuare questo processo? Gli illuministi e i neopositivisti
credevano fosse una cascata di conoscenze inarrestabile, che avrebbe portato a un
progresso generale sempre più rapido.
Oltre agli ostacoli di natura teorica che una concezione simile incontra – derivanti
in particolare dalla confusione tra progresso della conoscenza e progresso dell’umanità
– sappiamo che questa preziosa rivoluzione intellettuale non è qualcosa di dato per
sempre, e che potremmo tornare indietro di millenni in qualsiasi momento, a causa delle
regole che la comunità scientifica si dà per la selezione di ciò che è di valore da un
punto di vista scientifico (e quindi di chi è meritevole di riconoscimento) in un mare di
nuovi esperimenti e dati prodotti ogni giorno in tutto il mondo.
Se queste regole sono affidate alla metrica della pubblicazione scientifica, come
surrogato della discussione sui dati e della loro attenta valutazione, se la comunità dei
ricercatori è lasciata a se stessa e le risorse (finanziarie e di carriera) a disposizione
non sono sufficienti per tutti, la «saturazione degli spazi», la competizione e l’abitudine
a fidarsi degli altri scienziati selezioneranno rapidamente ricercatori disonesti, che
acquisteranno via via maggior successo e finiranno per produrre conoscenza fasulla per
acquisire potere e denaro.
Purtroppo, contrariamente a quello che molti credono all’interno e all’esterno della
comunità scientifica, questi individui esistono e sono in aumento vertiginoso, con danni
sempre maggiori per la conoscenza scientifica stessa, prima ancora che per la salute
delle finanze pubbliche.

La comunicazione dei risultati scientifici già tende a essere indistinguibile da quella


del marketing di un qualunque prodotto, sia perché il marketing commerciale sfrutta le
forme della comunicazione scientifica per rivestirsi di autorità, sia perché la
comunicazione scientifica tende a diventare simile a quella commerciale per aumentare
in efficacia nell’accaparrarsi risorse e nel dare visibilità agli scienziati che competono
fra loro: l’unica differenza tra la prima e la seconda è il fatto di appoggiarsi a dati
incontrovertibili e verificabili in ogni momento.
Ecco perché non possiamo permetterci il più piccolo dubbio sui dati pubblicati in
un articolo scientifico né in quelli comunicati in altro modo. Dobbiamo mantenere ben
salda questa differenza, per evitare che il contenuto di verità della Scienza – per quanto
provvisorio, approssimativo e parziale sia – si diluisca a tal punto da distruggere la
nostra fiducia in essa.

Coloro che, fra i ricercatori e – più in generale – fra gli appartenenti alla comunità
culturale moderna, in vari modi combattono per riportare l’attenzione sul fenomeno
della frode scientifica e della manipolazione del dato, e soprattutto per cercare rimedi
di provata efficacia che ne contrastino la diffusione, non sono interessati a questo o a
quel risultato, a un gruppo di ricerca piuttosto che a un altro: sono invece preoccupati
per il valore e la bellezza di uno strumento culturale – la Scienza – che non ha eguali e
che rappresenta uno dei fondamenti del nostro vivere odierno.
A noi tutti spetta il compito di comprendere il pericolo contro cui ci si misura, e
forse anche di approfondire un po’ meglio quella particolare forma di conoscenza su
cui si basa il lavoro del nostro elettricista; e se in chiusura di questo libro anche uno
solo di voi lettori sentirà di doversi schierare dalla parte dei ricercatori e contro chi fra
essi commette frode, potrò ben dire di non averlo scritto invano.
Appendice

1
La frode scientifica

Vi sono molte specie di frodi che un ricercatore o uno scienziato possono commettere
nell’esercizio della propria professione. La maggioranza di queste non produce però un
danno diretto alla conoscenza scientifica nel suo insieme: per esempio, la corruzione di
un medico da parte di un’azienda farmaceutica produrrà probabilmente delle
conseguenze per i pazienti, ma non influenzerà la medicina in se stessa – almeno non
direttamente. Al contrario, vi sono cattivi comportamenti attuati in maniera intenzionale,
che hanno per scopo diretto l’alterazione della verità sperimentale così come osservata
dal ricercatore, o che causano la perdita di valore del dato in supporto a una certa tesi
scientifica. Tali comportamenti avvelenano quindi il corpo stesso dei dati alla base
della nostra conoscenza scientifica del mondo e costituiscono altrettanti esempi di frode
scientifica. In generale, essi sono stati raggruppati in tre grandi aree:

Fabbricazione del dato sperimentale, nel caso in cui un esperimento che abbia
ottenuto i dati descritti non sia mai stato realmente effettuato, per cui la
descrizione dei risultati di tale esperimento è inventata dal ricercatore di sana
pianta.

Falsificazione del dato sperimentale, nel caso in cui un esperimento sia stato sì
effettuato, ma la descrizione dei risultati sia stata volontariamente alterata, in
modo da corrispondere all’aspettativa del ricercatore (o della comunità
scientifica cui egli si rivolge).

Plagio, quando un ricercatore sostiene di aver condotto un esperimento e ne


riporta la descrizione, traendola in realtà dal lavoro di qualcun altro, oppure
quando un ricercatore riporta ripetutamente la descrizione del proprio lavoro,
ogni volta come fosse nuovo, facendo quindi apparire come supportata da più
dati una determinata tesi scientifica, rispetto a quanto effettivamente sia.

Secondo le definizioni fornite, quale che sia il tipo di frode perpetrato, i dati fabbricati,
falsificati o plagiati finiscono in pubblicazioni scientifiche artefatte, difficilmente
distinguibili da quelle genuine.

2
Pubblicazione scientifica e carriera dei ricercatori
Diversamente dal passato, lo scienziato è oggi un professionista che si dedica a tempo
pieno all’attività di ricerca. Come per ogni carriera, anche per questo tipo di figura
professionale è definito un percorso tipico, fatto di avanzamenti gerarchici (e
stipendiali) e di barriere da superare. Vi possono essere molte variazioni da Paese a
Paese, ma normalmente alcuni elementi sono ben riconoscibili.
Dopo la laurea, in genere si passa una prima selezione per accedere a una scuola di
dottorato o di specializzazione nella propria disciplina (e in genere a una
corrispondente borsa di ricerca). Se questa selezione è superata con successo, ci si
aspetta che durante il periodo necessario al conseguimento della specialità o del titolo
di PhD, il ricercatore sia in grado di produrre una ricerca originale, che sarà
documentata con alcune pubblicazioni scientifiche.
La qualità e la quantità di queste sono l’elemento discriminante per accedere al
grado successivo, quello di ricercatore con una posizione stabile e con un proprio
gruppo di ricerca. In questa veste, ci si aspetta che il ricercatore produca ulteriori
pubblicazioni scientifiche sia per ottenere i finanziamenti necessari alle costose attività
di ricerca (e al mantenimento della struttura in cui si opera), sia per poter tentare di
accedere al livello successivo: quello di cattedratico in qualche istituzione pubblica.
Per vincere il corrispondente concorso, sono ancora una volta necessarie molte
pubblicazioni di livello elevato; inoltre, se la selezione è superata positivamente, ci si
aspetta che un professore sia in grado di attirare ancora più finanziamenti, per il
proprio gruppo (nel frattempo cresciuto) e per mantenere il prestigio accademico
personale e dell’istituzione per cui lavora. Ancora una volta, il metro di valutazione
sarà la produzione di un congruo numero di articoli scientifici.

3
Pubblica o muori!
La pubblicazione di articoli scientifici è diventata vitale per ogni ricercatore di
qualunque grado e in qualunque angolo del mondo, e tanto l’accesso alla professione
quanto lo svolgimento delle attività sperimentali dipendono in modo strettissimo da
numero e qualità degli articoli a curriculum.

Assumiamo per esempio di essere un ricercatore precario con cinque anni di


esperienza post-laurea negli Stati Uniti, che lavora in una disciplina biomedica.
Prendendo a riferimento i numeri del 2014, se volessimo accedere a una posizione
permanente, dovremmo competere in media con altri cinque ricercatori, i quali
avrebbero mediamente al proprio attivo almeno 12-13 pubblicazioni scientifiche (dato
ricavato dalle pubblicazioni medie annue dei ricercatori Usa in biomedicina nel
periodo 2012-2014).
Per vincere la competizione, dovremmo avere in realtà più pubblicazioni all’attivo
rispetto al valore medio, con l’ovvia conseguenza che il tempo trascorso pubblicando
poco equivale a tempo morto.
Se invece volessimo ottenere gli indispensabili fondi di ricerca, negli Stati Uniti
dovremmo competere con almeno altri nove ricercatori indipendenti, poiché il tasso
medio di finanziamento delle domande è del 10% (dato del National Institute Health).
Senza pubblicazioni, non vi è futuro per il ricercatore.

4
Perché il sistema di peer review non impedisce la pubblicazione di
articoli fraudolenti?
Il sistema che nella coscienza collettiva della comunità scientifica dovrebbe impedire il
proliferare di pubblicazioni false è quello della revisione dei pari (peer review).
In realtà, il numero enorme di pubblicazioni prodotte a causa degli imperativi del
«pubblica o muori» fa sì che i revisori siano pochi rispetto agli articoli da valutare e
abbiano poco tempo da dedicare a ogni articolo. Inoltre, i revisori non sono adatti a
identificare le manipolazioni fraudolente dei dati in una pubblicazione perché:

1. sono spesso scelti con standard bassi (anche fra gli studenti), essendo sempre
in numero inferiore rispetto alla richiesta, e di conseguenza sono relativamente
incompetenti e inesperti, specie nel campo dell’analisi quantitativa del dato;
2. amano le belle storie ben raccontate, il che favorisce l’emergere di una
strategia tra chi vuole frodare tesa a ingannare i revisori e le riviste abbagliando
tutti con articoli «sexy»;
3. essendo a loro volta autori di pubblicazioni scientifiche e ricercatori, possono
favorire i propri interessi promuovendo articoli di bassa qualità (dei propri
amici) o ostacolando la pubblicazione di articoli di ricercatori con cui sono in
competizione (rational cheating).

Specifiche analisi hanno provato l’esistenza e la notevole estensione di questi


problemi, testimoniando quanto sia inefficace il filtro della peer review nel prevenire
la frode scientifica: in certe discipline fino a un quarto degli articoli pubblicati contiene
dati fraudolenti.

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Quante frodi?
Fino a poco tempo fa, non erano disponibili misure per sapere quanto la frode
scientifica fosse effettivamente diffusa.
Oggi sappiamo che:

1. un’indagine condotta dalla rivista «Nature» su quasi 8000 ricercatori,


utilizzando questionari anonimi, ha rivelato che circa un terzo di essi ammette
pratiche scorrette e fraudolente nella propria attività;
2. una meta-analisi di tutta la letteratura disponibile per quel che riguarda
l’estensione della frode scientifica, condotta dal ricercatore Daniele Fanelli, ha
evidenziato come un ricercatore ogni cinquanta ammetta di avere prodotto
articoli con dati fabbricati o falsi e uno su sette abbia visto comportamenti
fraudolenti di un collega;
3. presso l’Università di San Diego, un’analisi su un ampio campione di
ricercatori ha rivelato che non meno dell’81% di essi sarebbe disponibile ad
alterare un risultato sperimentale per ottenere un finanziamento o una
pubblicazione;
4. nel settore dell’oncologia di base, un quarto degli articoli esaminati dal
ricercatore Morten Oksvold, che ha esaminato nel dettaglio 120 lavori, è risultato
contenere dati fabbricati o falsi (contenenti gravi manipolazioni delle immagini).
Alcuni nostri libri

Indignatevi!, Stéphane Hessel


Ripartiamo! Discorsi contro la crisi, Franklin Delano Roosevelt
Fate la storia senza di me, Albertino Bonvicini
Viva Tutto!, Jovanotti – Franco Bolelli
Danza con il secolo, Stéphane Hessel
Organizzare il coraggio, Pino e Marisa Masciari
Manifesto per la terra e per l’uomo, Pierre Rabhi
Alla fine della fiera, Federico Ferrero
Gli uomini per essere liberi, Sandro Pertini
Un giorno sarai grande, Ellen Johnson Sirleaf
Gesù, Paolo Flores d’Arcais
Diario, Fiamma Satta
I dieci passi, Mario Conte – Flavio Tranquillo
Basket, uomini e altri pianeti, Ettore Messina
Cinque cerchi e una stella, Andrea Schiavon
La casa di pietra, Anthony Shadid
Mar del Plata, Claudio Fava
La felicità araba, Shady Hamadi
Le mie stelle nere, Lilian Thuram
La mia ultima invenzione è una trappola per talpe, Oliver Rohe
La sobrietà felice, Pierre Rabhi
Declino e caduta di praticamente tutti, Will Cuppy
Contro il giorno della memoria, Elena Loewenthal
Il tempo non basta mai. Alberto Manzi una vita tante vite, Giulia Manzi
Il maestro dentro, Mario Tagliani
Musica nel buio, Cesare Picco
Come distinguere gli amici dalle scimmie, Will Cuppy
Il buon ladro, Andrea Schiavon
Il custode di Terrasanta, Piergiorgio Pescali
Per l’uguaglianza, Lilian Thuram
L’Italia dei sindaci, Marco Giacosa
Vincere non basta, Sarunas Jasikevicius
Sai maestro che…, Alex Corlazzoli – Mattia Costa