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IL SUONO

Il suono è il mezzo fondamentale attraverso il quale si esprime l’arte della


musica. Le tre qualità che lo caratterizzano sono l’altezza, l’intensità e il
timbro. Il suono è un fenomeno prodotto dalle vibrazioni di un corpo
elastico che si trasmettono attraverso l’aria, ma anche l’acqua o un solido.
Le vibrazioni così prodotte e trasmesse sotto forma di onde sonore
diventano suono, quando raggiungono il nostro orecchio, e, trasformate in
impulsi nervosi, vengono recepite dal cervello come sensazione uditiva. Il
fenomeno sonoro è un sistema complesso di variazioni periodiche di
pressione che si propagano in tutte le direzioni per azione e reazione
delle molecole del mezzo di diffusione. Il timpano recepisce tali variazioni
riproducendole e trasmettendole all’orecchio interno, fino al nervo
uditivo. Ma i suoni non sono pure riproduzioni mentali degli stimoli
acustici. Sono invece elaborazioni complesse, che prevedono processi
psicofisici di riconoscimento, analisi e risposta emotiva. Allo stimolo
acustico esterno corrisponde un oggetto sonoro interno, così come alla
percezione visiva corrisponde l’immagine di un oggetto. Mentre però, ad
esempio, la vista e il tatto trasmettono informazioni sulla realtà che
supponiamo materialmente esistente al di fuori di noi, il suono, come il
sapore o l’odore, rimanda ad una proprietà che attribuiamo agli oggetti.
Non a caso definiamo suoni, sapori e odori con gli stessi aggettivi ovvero
dolce, avvolgente, aspro, acuto ecc…. A differenza degli ultimi, però, il
suono è meglio caratterizzato a livello oggettuale: una struttura sonora
ha per noi anche volume, colore, proporzione, tutte caratteristiche
abbinate anche all’oggetto visivo.

L’elaborazione mentale dell’oggetto sonoro e la possibilità di definirlo


attraverso una serie di qualità, alcune delle quali misurabili, permette
infine di connotare il suono in senso estetico: suoni e aggregati sonori
possono essere belli o brutti. Ma non solo: i suoni possono esaltare o
deprimere, rallegrare o rendere tristi, rilassare o eccitare. Ciò accade
all’ascolto spontaneo dei suoni che ci circondano, ma anche di quelli che
produciamo.

Essendo prodotto da una vibrazione, cioè da un movimento meccanico e


ripetuto di un corpo, il suono è misurabile. L’unità di misura si chiama
HERTZ (in onore del famoso fisico tedesco Heinrich Hertz, 1857-1894
che dimostrò sperimentalmente l’esistenza delle onde elettromagnetiche),
ed indica la frequenza, cioè la quantità delle vibrazioni emesse dal corpo
in un secondo.

Le frequenze inferiori a 16-20 Hz e superiori a circa 20.000 Hz non sono


udibili dall’uomo e costituiscono i cosiddetti infrasuoni e ultrasuoni. La
sensibilità dell’udito è massima per le frequenze comprese fra i 2.000 e i
5.000 Hz; nella pratica musicale i suoni generalmente usati sono compresi
fra i 27 e i 5.000 Hz. La più recente misurazione della frequenza è stata
data da una delegazione del Consiglio d’Europa nel 1971.
Nonostante le vibrazioni sonore siano misurabili, la prima possibilità
concreta di determinare l’altezza attraverso un unico parametro di
riferimento risale solo agli inizi dell’età moderna, con l’invenzione del
diapason, un piccolo strumento d’acciaio a forma di forcella progettato nel
1711 dall’inglese John Shore. Il diapason produce un suono di altezza
fissa.

Dall’antichità fino all’adozione dell’Hertz, le altezze dei suoni erano


misurate solo in base a valori matematici proporzionali, determinati a
partire, ad esempio, dall’osservazione delle vibrazioni nelle corde e
dall’ascolto del suono risultante. In particolare, un principio
fisico/matematico comunemente riconosciuto è che il suono fondamentale
prodotto da una corda che vibra liberamente è identico, ma più grave, del
suono della stessa corda trattenuta alla metà della lunghezza. La
proporzione doppia è dunque associata a due suoni uguali nell’intonazione
ma di diverso registro, come accade spontaneamente, quando una stessa
nota è intonata da una voce maschile e da una voce femminile. In tal modo,
fin dall’antichità e in tutte le culture fu possibile elaborare scale musicali,
cioè successioni regolari crescenti o decrescenti di suoni di altezza
diversa, utilizzando come estremi proporzionali due suoni uguali in diverso
registro.

Se la frequenza dipende dalla quantità di vibrazioni al secondo, l’intensità


di un suono dipende dall’ampiezza della vibrazione: più l’onda sonora è
ampia, più il suono risultante è forte e ben udibile, mentre una vibrazione
della stessa frequenza ma di minore ampiezza produce un suono più
debole. Il campo di udibilità dell’intensità di un suono varia, però, da
frequenza a frequenza ed è delimitato da un parametro minimo, la soglia
di udibilità, ad un massimo, la cosiddetta soglia del dolore. L’intensità
varia inoltre anche in base alla distanza dell’organo uditivo dalla fonte
sonora. Occorre notare che il comportamento psicoacustico dell’orecchio
cambia a seconda della combinazione di frequenza e intensità del suono. I
fisici, dunque, hanno introdotto altre unità di misura, capaci di esprimere
numericamente i valori della sensazione sonora. Anche l’intensità sonora è
valutata in base ad un’unità di misura comunemente conosciuta, il
DECIBEL. Un decibel corrisponde a un decimo di BEL, il valore di
riferimento che porta il nome del fisiologo americano (Alexander Bell,
1847-1922) che lo mise a punto.

La gamma dei suoni generalmente utilizzata in ambito musicale è ben


inferiore alla gamma udibile, ma questa non è la sola specificità del suono
musicale. Per essere tale, deve essere anzitutto determinato, cioè la
frequenza delle vibrazioni (l’altezza) deve essere riconoscibile. Il suono
musicale, però, non è composto di vibrazioni di una sola frequenza. Un
suono, che si dice puro, è ad esempio il LA prodotto dal diapason, o suoni
elaborati da particolari strumenti elettronici. Se gli strumenti musicali
producessero suoni puri la loro sonorità risulterebbe povera e vuota, priva
di spessore. Un suono complesso come quello degli strumenti musicali o
della voce umana è composto da vibrazioni di diversa frequenza, cioè da
tanti suoni puri che si susseguono e sovrappongono secondo una precisa
progressione, formando la cosiddetta serie di suoni armonici. La natura e
l’intensità degli armonici determinano il timbro di un suono musicale.

Il timbro è anche chiamato colore, in quanto caratterizza la ’voce’


peculiare di ogni fonte sonora. La possibilità di sviluppare gli armonici
dipende, infatti, dal materiale, dalla forma, dalla disposizione delle parti
di ogni fonte sonora. I primi armonici percepibili ad un orecchio attento
sono l’intervallo di ottava (primo armonico), di ottava dell’ottava (secondo
armonico), di quinta (terzo armonico).

Ciò che ci permette di distinguere il timbro di due diversi strumenti


musicali o voci è appunto la diversità di intensità con cui vengono avvertiti
gli armonici presenti sulle note reali che questi strumenti producono. Ma il
timbro è influenzato anche dal modo in cui il suono evolve nel tempo, oltre
che dal contesto in cui la percezione acustica avviene: fra gli attributi del
suono, il timbro è indubbiamente il più complesso e difficile da analizzare.

A differenza del suono timbricamente determinato, il rumore è formato


da suoni di frequenze che non si susseguono secondo il vincolo armonico.
Del rumore è misurabile solo l’intensità, ma ciò non significa che il rumore
non abbia timbro; anzi, ogni oggetto sonoro ha per l’orecchio umano una
specifica identità timbrica che risulta essenziale al riconoscimento della
fonte sonora. Così, ad esempio, è chiaramente avvertibile a parità di
intensità e durata, la differente percezione acustica provocata da un
oggetto di vetro che cade frantumandosi e da un martello che colpisce un
chiodo. L’analisi spontanea degli stimoli acustici è sviluppata sulla base
dell’esperienza quotidiana dei gesti sonori, la cui categorizzazione si
affina gradualmente nel lungo corso dell’apprendimento umano.