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Questa è la versione elettronica del volume “Primo

incontro con il cielo stellato”, disponibile nei siti web


dell’autore: www.danielegasparri.com e
www.lezionidiastronomia.it.

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morbida/primo-incontro-con-il-cielo-
stellato/14855623
Daniele Gasparri

Primo incontro con il cielo


stellato
Copyright © 2011 Daniele Gasparri

ISBN 978-1-4457-9899-8

Questa opera è protetta dalla legge sul diritto d’autore, Tutti i diritti, in particolare
quelli relativi alla ristampa, traduzione, all’uso di figure e tabelle, alla citazione ora-
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dalla rete. E’ possibile riprodurre, duplicare, stampare ed utilizzare il testo in ogni
luogo pubblico o privato, citando sempre l’autore e purché non a fini commerciali
e/o di lucro. Illustrazioni ed immagini rimangono proprietà esclusiva dei rispettivi
autori. E’ vietato modificare il testo in ogni sua forma senza l’esplicito consenso
dell’autore.

In copertina, fronte: rotazione della sfera celeste attorno al polo nord celeste, in 3,5
ore, nei pressi del monte Vettore (PG). Immagine cortesia di Stefano Palmieri.

In copertina, retro: l’eclissi di Luna del 3 Marzo 2007, come poteva essere osservata
ad occhio nudo nel pieno della fase di totalità.
Primo incontro con il cielo stellato

Prefazione

Il mio avvicinamento all’astronomia risale ai primi anni novanta,


quando per il mio decimo compleanno mi fu regalato da mio padre
un binocolo per osservare il panorama dalla nostra casa in montagna.
Non sapevo nulla del cielo, non avevo neanche la minima idea che
quello strumento potesse essere puntato sopra la nostra testa per ve-
dere meglio quei puntini luminosi chiamate stelle.
Grazie alla mia innata curiosità, una sera di fine estate uno spicchio
di Luna entrando prepotentemente nella finestra del salotto mi chia-
mò con una voce irresistibile. L’unica cosa che pensai, con la sem-
plicità disarmante di un bambino di dieci anni, fu: “se il binocolo mi
fa vedere più vicini gli oggetti terrestri, cosa succede se lo punto sul-
la Luna?”. Una semplice domanda, una frazione di secondo tra il
pensare e l’agire, ed ecco che la mia vita sarebbe cambiata totalmen-
te, per sempre. Quel binocolo russo 12X50 mi mostrò un mondo del
quale rimasi terribilmente affascinato.
E’ difficile descrivere con le parole le emozioni fortissime che sentii
in quel momento e che ancora adesso, a distanza di 18 anni, percor-
rono il mio corpo come un unico brivido.
Quella sera sulla Luna ci rimasi per oltre un’ora. Ogni tanto staccavo
gli occhi e da solo sorridevo chiedendomi se fosse veramente reale
quello che stavo osservando. Riesco a sentire ancora il profumo della
plastica e del grasso della messa a fuoco di quel fantastico binocolo
ogni volta che ci poggiavo gli occhi per controllare se quel meravi-
glioso mondo fosse ancora presente e non frutto della mia fantasia.
Fu così che scoprii la bellezza del cielo, nel modo più sorprendente e
puro possibile; il fascino irresistibile dell’Universo che ci circonda,
di quei mondi lontani che ci guardano ogni notte, ma che spesso,
troppo spesso noi dimentichiamo addirittura che esistono.
Il passo verso il primo telescopio fu breve ed inarrestabile, ma il
primo impatto con le osservazioni astronomiche fu durissimo.
Abitavo in campagna, internet era ancora un miraggio lontano, nes-
sun conoscente o amico che potesse aiutarmi. Imparai l’astronomia

I
Primo incontro con il cielo stellato

nel modo più duro possibile, senza riferimenti, senza conoscere il


cielo, senza sapere cosa, dove e come osservare. Impiegai anni per
costruirmi una cultura del cielo, per capire come utilizzare il telesco-
pio, come cercare ed osservare gli oggetti.
Diciotto anni dopo, l’astronomia è qualcosa che ho dentro più che
mai; è ciò che riempie la mia vita professionale ed il mio tempo libe-
ro, una passione che non si esaurirà mai.
E’ stato un percorso lungo, abbandonato più di una volta dopo cocen-
ti delusioni, ma puntualmente ripreso non appena rabbia a frustrazio-
ne avevano avuto il tempo di scemare.
Ricordando il tempo perso cercando di orientarmi in cielo, di capire
come funzionasse un telescopio, o semplicemente il perché le singole
stelle non potessero essere osservate con profitto con alcuno stru-
mento, ho deciso di scrivere questa guida, che rappresenta la risposta
a tutte le domande cui avrei desiderato avere risposta nel lungo per-
corso di conoscenza del cielo.
Per evitare che altre persone possano perdere tempo o addirittura la
passione nell’osservazione del cielo, rendo disponibile questo volu-
me in forma gratuita; dedicato a tutte le persone che si riconoscono
almeno un po’ in quel ragazzino che 18 anni fa amava trascorrere il
suo tempo scorrazzando con un binocolo tra i crateri lunari.
Proprio perché non legato ad alcun editore, il libro mostra qualcosa a
cui ormai non siamo più abituati: la realtà, senza alcuna enfasi o
spettacolarizzazione. Non troverete fotografie ottenute con strumenti
professionali per farvi credere che queste saranno le visioni con il
vostro telescopio. Troverete piuttosto impressioni, sensazioni e dise-
gni da parte di chi al telescopio ci ha trascorso gran parte della pro-
pria vita.

Daniele Gasparri
Febbraio 2011

II
Primo incontro con il cielo stellato

Alfabeto greco

III
Primo incontro con il cielo stellato

IV
Primo incontro con il cielo stellato

Indice

Introduzione..................................................................... 1
Alcune grandezze dell’Universo..................................................6
Capitolo 1: Principi dell’osservazione del cielo .......... 11
1.1 La sfera celeste...................................................................11
1.1.2 Movimenti della sfera celeste .......................................12
1.2 Cominciare ad orientarsi nel cielo ...................................17
1.2.1 Le misure del cielo: distanze e dimensioni apparenti ...19
1.2.2 Le coordinate astronomiche..........................................21
1.3 La luminosità degli oggetti celesti ....................................23
1.3.1 L’importanza di un cielo buio......................................26
1.4 La turbolenza atmosferica................................................28
1.4.1 Turbolenza locale e atmosferica ...................................30
1.4.2 Una veloce stima del seeing..........................................31
1.4.3 Sfatiamo un falso mito ..................................................32
Capitolo 2: Osservare il cielo ad occhio nudo............. 33
2.1 Le costellazioni ..................................................................33
2.2 I corpi del Sistema Solare .................................................36
2.3 Oltre il Sistema Solare ......................................................41
2.4 La prima osservazione ......................................................44
2.4.1 Il cielo in primavera ......................................................48
2.4.2 Il cielo estivo.................................................................52
2.4.3 Il cielo autunnale...........................................................55
2.4.4 Il cielo invernale ...........................................................58
2.5 Classificazione delle stelle e degli oggetti diffusi.............64
2.5.1 La classificazione delle stelle........................................64
2.5.2 La classificazione degli oggetti diffusi .........................67
Capitolo 3: L’osservazione binoculare ........................ 69
3.1 Come è fatto e come funziona un binocolo......................69
3.2 L’osservazione al binocolo................................................72
3.2.1 Cosa serve per osservare al binocolo ............................72
3.2.2 Cosa osservare con il binocolo .....................................75
3.2.3 Come osservare con il binocolo....................................75

V
Primo incontro con il cielo stellato

Capitolo 4: Il telescopio astronomico .......................... 83


4.1 Funzionamento di un telescopio.......................................83
4.2 La potenza di un telescopio ..............................................86
4.2.1 Capacità di raccolta della luce ......................................86
4.2.2 Il potere risolutivo.........................................................88
4.2.3 La funzione dell’ingrandimento....................................89
4.2.4 Come osservare ed ingrandire le immagini ..................91
4.3 Il rapporto focale...............................................................93
4.4 La qualità ottica.................................................................96
4.5 Le aberrazioni....................................................................99
4.5.1 Aberrazione cromatica ................................................100
4.5.2 Aberrazione sferica .....................................................101
4.5.3 Astigmatismo ..............................................................102
4.5.4 Coma...........................................................................103
4.5.5 Come testare la qualità delle ottiche ...........................104
4.6 I diversi tipi di telescopio ................................................108
4.6.1 Rifrattore.....................................................................108
4.6.2 Riflettore Newtoniano.................................................112
4.6.3 Riflettore Cassegrain...................................................116
4.6.4 Schmidt-Cassegrain ....................................................118
4.6.5 Maksutov-Cassegrain..................................................121
4.6.6 Maksutov-Newton ......................................................123
4.6.7 Schmidt-Newton .........................................................125
4.7 Gli oculari ........................................................................128
4.7.1 Caratteristiche degli oculari ........................................131
4.8 Le montature ...................................................................134
4.8.1 Le montature altazimutali ...........................................135
4.8.2 La montatura equatoriale ............................................137
4.8.3 Lo stazionamento della montatura equatoriale ...........140
4.8.4 Il metodo Bigourdan per uno stazionamento preciso..143
4.8.5 La montatura dobson ..................................................146
4.8.6 Gli altri accessori ottici ...............................................147
4.9 La scelta del primo telescopio ........................................151
4.9.1 Quale è il telescopio migliore per le vostre esigenze? 152
4.9.2 Il momento della scelta ...............................................154
4.9.3 Qualche consiglio sulla scelta degli oculari................157

VI
Primo incontro con il cielo stellato

Capitolo 5: Prendersi cura degli strumenti .............. 161


5.1 Alcune semplici regole per la cura degli strumenti ......161
5.2 La collimazione degli strumenti ottici ...........................164
5.2.1 Quando collimare?......................................................166
5.2.2 Come si effettua la collimazione.................................167
5.2.3 La collimazione del riflettore newtoniano ..................171
5.2.4 Collimazione fine dei Newton molto aperti................177
5.2.5 Collimazione di uno Schmidt-Cassegrain...................178
5.2.6 La collimazione di un Maksutov-Cassegrain..............180
5.3 Pulizia delle ottiche .........................................................182
5.3.1 Pulizia di lenti e lastre dei telescopi............................183
5.3.2 Pulizia degli specchi ...................................................184
5.3.3 Pulizia di filtri ed oculari ............................................186
Capitolo 6: L’osservazione telescopica...................... 188
6.1 Principi dell’osservazione al telescopio .........................188
6.1.2 Cosa osservare al telescopio .......................................190
6.1.3 Programmare le osservazioni......................................192
6.1.4 Qualche consiglio per un’osservazione proficua ........193
6.1.5 Osservare, non vedere.................................................194
6.1.6 Annotare e disegnare ..................................................195
6.2 Il puntamento degli oggetti celesti .................................196
6.3 Osservare i corpi del Sistema Solare .............................200
6.3.1 Quali pianeti osservare................................................200
6.3.2 Cosa serve per osservare i pianeti: un cielo stabile, anche
se non scuro ...........................................................................201
6.3.3 Cosa serve per osservare i pianeti: Il telescopio .........202
6.3.4 Cosa serve per osservare i pianeti: allenamento e
pazienza .................................................................................204
6.3.5 Il Sole..........................................................................206
6.3.6 Mercurio .....................................................................210
6.3.7 Venere.........................................................................214
6.3.8 La Luna .......................................................................217
6.3.9 Marte...........................................................................220
6.3.10 Giove.........................................................................224
6.3.11 Saturno ......................................................................229
6.3.12 Urano ........................................................................232

VII
Primo incontro con il cielo stellato

6.3.13 Nettuno .....................................................................234


6.3.14 Plutone e la periferia del Sistema Solare ..................235
6.3.15 Eclissi solari e lunari.................................................239
6.3.16 Comete ......................................................................242
6.3.17 Cosa è possibile osservare sui pianeti.......................244
6.4 Osservare gli oggetti del cielo profondo ..........................246
6.4.1 L’importanza di un cielo scuro ...................................246
6.4.2 Il telescopio più adatto................................................248
6.4.3 L’importanza di un occhio attento, allenato e qualche
semplice trucco ......................................................................250
6.4.4 Stelle doppie ...............................................................252
6.4.5 Ammassi aperti ...........................................................253
6.4.6 Ammassi globulari......................................................259
6.4.7 Nebulose .....................................................................264
6.4.8 Galassie.......................................................................270
Capitolo 7: Pillole di fotografia astronomica............ 276
7.1 Le difficoltà nella fotografia del cielo ............................278
7.2 Fasi e strumentazione per la realizzazione di una
fotografia astronomica.............................................................282
7.3 Dispositivi per la fotografia astronomica ......................283
7.3.1 La prima fotografia: tracce stellari..............................284
7.4 La fotografia a grande campo (in parallelo) .................286
7.5 La fotografia in afocale ...................................................289
7.6 La fotografia di Luna e pianeti brillanti .......................292
7.6.1 Tecnica per riprendere Luna e pianeti ........................295
7.7 La fotografia del cielo profondo attraverso il telescopio
(fuoco diretto) ...........................................................................302
7.7.1 Camere di ripresa ........................................................304
7.7.2 Telescopi.....................................................................307
7.7.3 Tecnica di ripresa........................................................309
7.7.4 La calibrazione delle immagini digitali ......................314
7.7.5 Elaborazione ...............................................................319
Appendice..................................................................... 321
Bibliografia................................................................... 336

VIII
Introduzione Primo incontro con il cielo stellato

Introduzione

Che cosa è l’astronomia


L'astronomia è la scienza che studia tutti i corpi celesti, da ogni pun-
to di vista: movimenti, proprietà, evoluzione….
L’astronomia è sicuramente la scienza più antica, praticata dalle più
grandi civiltà del passato.
Gli antichi Egizi erano astronomi eccellenti; prima di loro addirittura
i Babilonesi ed i Fenici. Nelle epoche più recenti, nell’antica Grecia
fiorirono alcune delle più alte teorie astronomiche, tra le quali la teo-
ria copernicana, secondo cui la Terra ruota intorno al Sole.
Nell’era moderna, con il miglioramento tecnologico e l’aumento e-
sponenziale delle conoscenze, l’astronomia è stata divisa in due
branche principali: l’astrofisica e la cosmologia.
Come suggerisce la parola stessa, l’astrofisica si occupa della fisica
degli astri, applicando le regole della fisica ai corpi celesti (pianeti,
stelle, galassie) contenuti nell’Universo.
La cosmologia ha invece l’obiettivo ambiziosissimo ed estremamen-
te complesso di studiare la struttura, la nascita e l’evoluzione
dell’Universo intero.
Qualsiasi sia la disciplina scelta, l’astronomia è, oggi ancora di più
che nel passato, una scienza, che quindi non va confusa con tradizio-
ni, credenze popolari o vere e proprie truffe, quali l'astrologia. Astro-
nomia e astrologia non hanno nulla in comune.
L'astronomia osserva e studia, con leggi fisiche, quindi oggettive e
non interpretabili, il cielo. L'astrologia cerca di dare un'interpretazio-
ne fantasiosa, antropocentrica, superstiziosa, senza alcun fondamento
ne scientifico ne, spesso, addirittura logico. L'astrologia è una super-
stizione che non ha senso di esistere, se non (forse) come un diver-
tente gioco.
L'astronomia studia tutti gli eventi che si verificano nell'Universo.
L'Universo è uno spazio sterminato pieno di stelle, pianeti, gas, ga-
lassie.

1
Introduzione Primo incontro con il cielo stellato

Gli oggetti ed i corpi celesti in esso contenuti hanno comportamenti


unici, completamente estranei alla comune esperienza, per questo,
spesso, risultano assolutamente spettacolari, strani, impressionanti.
L'astronomia è fatta di teorie, concetti e situazioni completamente
fuori da ogni esperienza, alcune davvero contro-intuitive. Occorre
fare un notevole sforzo mentale per cercare di uscire dall'antropocen-
trismo nel quale viviamo ogni giorno e pensare secondo canoni mol-
to più generali: l’Universo non funziona nel modo in cui i nostri limi-
tati possono osservare qui sulla Terra.
Il mondo funziona a suo
modo e noi, che disponia-
mo di sensi limitati, lo in-
terpretiamo secondo il no-
stro essere. L'astronomia, e
la scienza in generale, si
pone l'obiettivo, ambizioso,
di capire fino in fondo il
funzionamento dell'intero
Universo, a prescindere dai
limiti dell'essere umano.
Per superare questi limiti,
sono richiesti degli stru- L'astronomia professionale analizza in modo
menti. Generalmente questi rigoroso gli eventi e gli oggetti dell'Universo.
strumenti sono i telescopi, che permettono di osservare più da vicino,
più in profondità e a lunghezze d'onda invisibili ai nostri occhi.
Fare astronomia per i professionisti significa osservare certi oggetti e
fenomeni, come ad esempio la forma delle galassie, e cercare di e-
strapolare delle teorie e dei risultati oggettivi, confermabili e ripetibi-
li da ogni altro scienziato. L'astronomia dei professionisti va molto
più a fondo della contemplazione, si sposta verso la conoscenza delle
leggi naturali che regolano il cosmo. Come ogni scienza condotta a
livello professionale, essa non si fa generalmente con le parole ma
con la matematica, l'unico linguaggio universale e oggettivo che ab-
biamo a disposizione.

2
Introduzione Primo incontro con il cielo stellato

Fare astronomia per passione non significa sottostare sempre e co-


munque alle rigide regole scientifiche, o utilizzare complicate e-
spressioni matematiche.
L'astronomia dilettantistica, detta anche amatoriale, ha moltissimi li-
velli: dalla contemplazione del cielo notturno senza l'ausilio di un te-
lescopio, ai progetti di ricerca in collaborazione con la comunità pro-
fessionale. Non occorre conoscere matematica e fisica, ma avere so-
lamente passione, pazienza e tanta curiosità.
Ricordatevi che avete sempre a che fare con una disciplina scientifica
e come tale va considerata, ma l'astronomia offre possibilità di diver-
timento e conoscenza a chiunque, a prescindere dal vostro livello di
preparazione.
Fare astronomia amatoriale significa alzare lo sguardo al cielo con
consapevolezza; riconoscere le costellazioni, i colori delle stelle e gli
oggetti non stellari. Significa porsi domande su tutto ciò che i nostri
occhi riescono ad ammirare; significa non deliziare solo il nostro
senso estetico, ma anche e soprattutto la mente, sentirsi parte di un
qualcosa di eccezionalmente grande e meravigliosamente perfetto
chiamato Universo. Questa è in effetti la particolarità che differenzia
l’essere umano da tutti gli altri animali: la consapevolezza. L’uomo
non si limita solamente a vivere passivamente nell’Universo, ma è in
grado, se lo vuole, di rendersi conto di tutto ciò che lo circonda e di
trovare risposte alle proprie domande.
Gli astronomi amatoriali, detti anche astrofili, sono persone comuni
animate da una passione per il cielo e per i segreti che contiene, molti
alla portata dei nostri telescopi amatoriali.
Nel cielo esistono spettacoli magnifici da ammirare, delle vere e pro-
prie opere d'arte naturali.
Proprio come un'opera d'arte non va solo vista, ma osservata, inter-
pretata, capita, anche l'astronomia va osservata, interpretata, capita,
questa volta con il linguaggio della scienza. Un'immagine spettacola-
re che ritrae una galassia a spirale può deliziare moltissimo la nostra
vista, ma essa contiene molto di più: un'importante mole di informa-
zioni e di domande, alcune con delle risposte, altre no. Essa contiene
potenzialmente una teoria, un ragionamento che può farci spingere
fino ai confini della mente umana. Ecco cosa è l'astronomia amato-

3
Introduzione Primo incontro con il cielo stellato

riale, ecco cosa sono le immagini che vedrete qui e al telescopio: del-
le porte sulla conoscenza del nostro Universo e lo stimolo più grande
per la vostra mente, per un viaggio che vi porterà lontano dal mondo
che gli uomini si sono costruiti qui sulla Terra, un mondo minuscolo,
che diventa già invisibile dalla stella più vicina, a 40 mila miliardi di
chilometri dalla nostra casa.
L'astronomia è curiosità, è sete di conoscenza, è una continua ricerca
delle leggi naturali presenti in questo Universo da miliardi di anni,
eppure ancora così sconosciute.

Essere consapevoli
Per affrontare l’osservazione del cielo, ma anche per apprezzare le
opere d’arte di qualche artista, o la filosofia greca, occorre acquisire
una certa consapevolezza, in modo da avere le basi ed i mezzi per
gustarsi davvero il viaggio che decidiamo di intraprendere.
Proprio per questo motivo, prima di tuffarsi verso l’osservazione del
cielo, bisogna acquisire le necessarie basi teoriche e pratiche, per fare
in modo che la nostra passione possa effettivamente sbocciare e rega-
lare soddisfazioni per lunghi anni.
In tutte le discipline scientifiche la fretta è sempre cattiva consigliera.
Non possiamo pretendere di fare astronomia, sebbene amatoriale,
senza conoscere i fondamenti delle osservazioni, senza saper ricono-
scere le costellazioni o senza sapere quali sono i corpi celesti che po-
polano l’Universo.
Se volete intraprendere l’arte e la scienza dell’osservazione del cielo,
dovete prima conoscere le basi dell’astronomia e della tecnica di os-
servazione. Capisco la frenesia, a volte incontrollabile, il desiderio
che si trasforma quasi nell’impulso di comprare il telescopio ed ini-
ziare ad osservare, senza dover affrontare altre fasi più noiose e in
apparenza inutili, ma occorre mantenere i piedi per terra.
L’acquisto di un telescopio dovrebbe rappresentare la fine di un per-
corso formativo che vi ha introdotto nel mondo dell’astronomia.
Se doveste acquistare un telescopio in questo momento, quando an-
cora non siete pronti, siete sicuri che riuscireste ad usarlo? E siete si-
curi che la vostra passione è così forte, tanto da spenderci almeno
500 euro?

4
Introduzione Primo incontro con il cielo stellato

Supponiamo che abbiate comprato uno strumento astronomico, un


bel telescopio venduto come grande e professionale dal venditore. Se
questo è il vostro caso, avete già fatto un errore. Nessun venditore
serio vi venderebbe un telescopio spacciandolo per professionale: gli
strumenti professionali hanno dimensioni di una casa e pesano qual-
che tonnellata.
Se il negoziante è serio e non avete preso il telescopio da E-bay (se la
marca è Seben, avete combinato un mezzo disastro!) allora forse vi
trovate con uno strumento effettivamente valido. Bene, allora provate
a montarlo e a capire come funziona la sua montatura equatoriale.
Probabilmente vi blocchereste già a questo punto, prima ancora di
portare lo strumento fuori. Se riuscite a leggere le istruzioni e a mon-
tarlo, siete davvero in gamba.
Lo portate fuori di notte e provate ad osservare. Sapete come si os-
serva nel telescopio? Sapete cosa sono gli oculari e come variare
l’ingrandimento? E per puntare gli oggetti celesti? E la montatura si
muove in modo strano! L’immagine, inoltre, è sottosopra, c’è qual-
cosa che non va! Riesco a vedere qualcosa, ma è tutto sfuocato e de-
bole. Una volta che ho osservato la Luna, che faccio? I pianeti come
li trovo? Le stelle sono belle da osservare? No, sembrano sempre dei
puntini, forse lo strumento non funziona a dovere. E adesso cosa si
fa? Che delusione, meglio lasciare perdere.
Questo riassunto, con un tono volutamente esagerato ed ironico, è il
percorso che molti appassionati di astronomia compiono quando
comprano un telescopio senza avere la minima idea di come utiliz-
zarlo e dove puntarlo. Fidatevi, ci sono passato anche io e ricordo
tutte queste frustranti sensazioni come se fossero accadute oggi.
La regola numero uno, quindi, è questa: acquistare il telescopio so-
lamente quando si conosce bene il cielo, le costellazioni, gli oggetti, i
principi base dell’osservazione e della strumentazione astronomica.
Nelle pagine di questo volume cerco di fornire le basi necessarie per
compiere questo percorso, in rigoroso ordine cronologico, partendo
dai principi base per l’osservazione del cielo, passando per
l’osservazione ad occhio nudo, fondamentale per conoscere il cielo.
Solo dalla metà in poi impareremo a scegliere ed utilizzare primo te-
lescopio, alla scoperta, finalmente, delle vere gemme del cielo.

5
Introduzione Primo incontro con il cielo stellato

Alcune grandezze dell’Universo

Alcune grandezze molto comuni, come le distanze, le dimensioni, i


tempi, con le quali siamo abituati a vivere nelle comuni esperienze su
questo piccolo pianeta chiamato Terra, sono molto diverse se rappor-
tate all’Universo, un posto dove tutto tende ad essere incredibilmente
grande, ben maggiore di quanto la nostra immaginazione è in grado
di visualizzare. State attenti, non è l’Universo ad essere differente
dalla Terra, ma il nostro pianeta ad essere limitato rispetto alla gran-
dezza e complessità del cosmo.

Le distanze
Le distanze degli oggetti dell’Universo sono molto più grandi di
quelle alle quali siamo abituati.
La Luna è il corpo celeste a noi più vicino, orbitando intorno al no-
stro pianeta ad una distanza media di 380000 km.
Il pianeta più vicino a noi è Venere, che nei periodi di massima vici-
nanza arriva a circa 30 milioni di km. Il Sole, la stella che ci da la vi-
ta, e intorno alla quale orbitano tutti i pianeti, si trova a circa 150 mi-
lioni di km. Questa distanza è presa come unità di misura per il Si-
stema Solare ed è identificata con la sigla UA o AU, ovvero Unità
Astronomica.
Giove, il più grande pianeta del Sistema Solare, dista circa 600 mi-
lioni di km dalla Terra, ovvero circa 4,2 UA. Saturno, il più distante
visibile ad occhio nudo, si trova a circa 1,5 miliardi di km, 10 UA.
Questi numeri sembrano già enormi, eppure siamo nelle immediate
vicinanze del nostro pianeta!
La distanza della stella più vicina, Proxima Centauri, visibile sola-
mente dall’emisfero australe, è di circa 40 mila miliardi di chilome-
tri, ovvero 267000 UA, ed è la più vicina!
Per misurare le distanze stellari si utilizza una unità di misura più a-
datta dei km o dell’UA, l’anno luce. Proxima Centauri, in questo ca-
so, dista 4,23 anni luce, il Sole, dalla Terra, solamente 8 minuti luce;
la galassia più vicina alla nostra 2,3 milioni di anni luce!

6
Introduzione Primo incontro con il cielo stellato

Lontano nello spazio, lontano nel tempo


Tutti gli oggetti che possiamo vedere emettono radiazione elettroma-
gnetica, di cui fa parte anche la luce. Qualsiasi onda elettromagneti-
ca, compresa la luce, nel vuoto ha una velocità elevatissima ma fissa,
ovvero quasi 300000 km/s: si tratta della massima velocità raggiun-
gibile nell’Universo, limite invalicabile da parte di qualsiasi corpo.
Nonostante sia una velocità impensabile per qualsiasi manufatto co-
struito dall’uomo, è veramente piccola in confronto alle enormi di-
stanze che ci sono nell’Universo.
La conseguenza della velocità finita della luce è che noi la osservia-
mo solamente quando essa ha compiuto il lungo tragitto che ci separa
dall’oggetto che l’ha emessa.
Un anno luce è la distanza che un raggio di luce percorre in un anno.
Se in un secondo percorre 300000 chilometri, in un anno copre
l’esorbitante distanza di circa 9 mila e 460 miliardi di chilometri!
In questi termini, come abbiamo visto, la stella più vicina dista circa
4,23 anni luce.
Questa unità di misura è molto utile anche da un altro punto di vista.
Poiché la luce è ciò che viaggia più forte nell’Universo intero, e poi-
ché l’informazione che abbiamo di ogni corpo celeste è la luce da es-
so emessa (stelle) o riflessa (pianeti), osservando una stella posta a 4
anni luce di distanza in realtà noi stiamo osservando la luce emessa 4
anni fa, che finalmente è riuscita a raggiungere la Terra dopo un vi-
aggio di 38 mila miliardi di chilometri!
In altre parole, noi osserviamo gli oggetti come erano nel passato, al
tempo nel quale è stata emessa la luce che riceviamo.
Non abbiamo alcun dato per osservare il presente di questi oggetti e
mai ne avremo.
Una stella distante 10 anni luce appare come era 10 anni fa; noi la
stiamo osservando lontano nel tempo di 10 anni. Se la volessimo os-
servare come è oggi, nell’anno 2010, dovremo aspettare 10 anni, il
tempo per il quale la luce emessa ora raggiungerà la Terra
Gli stessi pianeti e il Sole ci appaiono nel passato, sebbene molto più
recente. La luce del Sole raggiunge la Terra 8 minuti dopo: noi ve-
diamo la nostra stella come era 8 minuti fa.

7
Introduzione Primo incontro con il cielo stellato

Le stelle che possiamo osservare in cielo appartengono alla nostra


Galassia e sono situate a distanze comprese tra 4 e 2000 anni luce. Il
diametro reale della nostra Galassia è di circa 100000 anni luce: un
raggio di luce impiega 100000 anni per attraversare il diametro del
disco galattico.
La Via Lattea è solo una dei miliardi di galassie contenute
nell’Universo.
La galassia di Andromeda è quella a noi più vicina e l’oggetto più
lontano visibile ad occhio nudo, proprio nei mesi autunnali ed inver-
nali, altissima nei nostri cieli.
La distanza di questa isola di stelle, molto simile alla Via Lattea, è di
2,3 milioni di anni luce! Noi osserviamo questa galassia come era 2,3
milioni di anni fa!
La situazione è simmetrica: un eventuale osservatore di Andromeda
che puntasse la Terra con un supertelescopio, la vedrebbe popolata
dai primi ominidi, gli antenati primitivi dell’uomo, che comparvero
sul nostro pianeta circa 2,5 milioni di anni fa! Questo p il presente
degli abitanti di Andromeda, sebbene non il nostro, e viceversa.
Guardando lontano nello spazio guardiamo lontano nel tempo:
l’Universo è una macchina del tempo, che ci permette di guardare nel
passato, ma mai nel presente o nel futuro.

Le dimensioni
Le dimensioni degli oggetti contenuti nell’Universo sono anche esse
quantità inimmaginabili. Se la Terra ci appare enorme, con il suo di-
ametro di 12750 km, essa è in realtà un puntino indistinto nel siste-
ma Solare stesso, figuriamoci nell’Universo.
Giove, il pianeta più grande, ha un diametro di 142000 km, circa 11
volte più grande del nostro pianeta. Possiamo accontentarci di essere
il pianeta più grande di quelli cosiddetti rocciosi, Mercurio, Venere e
Marte.
Il Sole, una stella di taglia medio-piccola, ha un diametro di 1 milio-
ne e 400 mila km!
La stella più grande che si conosca (quanto a dimensioni) ha un dia-
metro di quasi 3 miliardi di km. Essa, se si trovasse al posto del Sole,
arriverebbe fino all’orbita di Saturno!

8
Introduzione Primo incontro con il cielo stellato

Le nebulose sono distese di gas caldo o freddo, molto più rarefatto


dell’aria che respiriamo, estese per decine di anni luce all’interno
delle galassie; queste ultime hanno diametri fino ad 1 milione di anni
luce!
Lo stesso Universo che possiamo osservare ha un diametro stimato di
circa 78 miliardi di anni luce! Riuscite ad immaginare una tale di-
stanza?

Le dimensioni dell’Universo. In alto a sinistra, la Terra confrontata con gli altri


pianeti. Giove è ben 11 volte più grande. A destra, confronto tra Giove, il Sole e
alcune stelle giganti, oltre 100 volte maggiori del Sole, il quale è 10 volte più gran-
de di Giove e circa 100 volte più della Terra. In basso a sinistra, la posizione del
Sole nella Via Lattea, l’immensa isola formata da circa 200 miliardi di stelle, dalle
dimensioni di circa 100000 anni luce, ovvero circa mille miliardi di volte più estesa
del Sole. A destra, ogni punto rappresenta una galassia nell’Universo, dalle dimen-
sioni paragonabili a quelle della Via Lattea. Si pensa che l’intero Universo abbia
dimensioni di almeno 78 miliardi di anni luce. In chilometri? Un 1 seguito da 24
zeri!

9
Introduzione Primo incontro con il cielo stellato

I tempi
Non va certo meglio per quanto riguarda i tempi.
L’intero Universo è un luogo estremamente dinamico, in continua
evoluzione.
Il fatto che a noi sembri essenzialmente statico è causato dalla scala
dei tempi cui siamo abituati. La gran parte dei fenomeni che avven-
gono nell’Universo, come la nascita delle stelle, la loro morte, gli
scontri galattici, la formazione di pianeti e ammassi stellari o nuove
galassie, avvengono su tempi scala di migliaia, milioni o addirittura
miliardi di anni. La scala temporale dell’Universo è totalmente diver-
sa da quella degli esseri umani.
La formazione di una stella richiede qualche centinaio di migliaia di
anni, un tempo considerato brevissimo su scala cosmica.
Gli ammassi aperti sono generalmente molto giovani, superando ra-
ramente il mezzo miliardo di anni. Uno scontro tra galassie è un e-
vento che richiede qualche decina di milioni di anni per completarsi.
La stessa rivoluzione del Sole e dell’intero Sistema Solare attorno al
centro della Galassia richiede 225 milioni di anni!
Una stella come il Sole ha una vita media di 10 miliardi di anni,
mentre alcune stelle, 20 volte più massicce, vivono pochissimo, non
oltre qualche milione di anni.
Quando si parla di oggetti giovani, stiamo parlando generalmente di
corpi celesti che non hanno più di qualche centinaio di milioni di an-
ni. Oggetti di mezza età sono quelli come il nostro Sole, con un’età
di 4,5 miliardi di anni. Si può parlare di vecchiaia solamente per cor-
pi celesti che superano i 7-8 miliardi di anni.
L’intero Universo ha un’età finita e si è formato 13,7 miliardi di anni
fa. Non esistono oggetti che hanno più di 13,7 miliardi di anni, sem-
plicemente perché prima non esisteva l’Universo, o meglio, non esi-
steva neanche un prima!
Le grandezze astronomiche sono, come appena visto, completamente
fuori da ogni esperienza comune e da ogni immaginazione. Occorre
fare uno sforzo notevole per cercare perlomeno di immaginare tali
distanze e tali tempi. Appare evidente che il ruolo e l’esperienza
dell’uomo non siano sufficienti a spiegare eventi, distanze e fenome-
ni così diversi dalla sua esperienza.

10
Capitolo 1: Principi dell’osservazione Primo incontro con il cielo stellato

Capitolo 1: Principi dell’osservazione del cielo

Prima di dedicarsi all’osservazione del cielo è necessario cono-


scere qualche grandezza e le principali caratteristiche degli og-
getti celesti. Una conoscenza del cielo e delle sue proprietà è fon-
damentale per godere al meglio dello spettacolo che l’Universo
ha da offrirci, in compagnia del nostro primo telescopio.

1.1 La sfera celeste


Le stelle e tutti gli oggetti celesti che è possibile osservare di notte
sono disposti su quella che sembra essere una gigantesca cupola.
La volta celeste può essere considerata come una sfera dal raggio in-
finito che circonda l’intero nostro pianeta. Poiché noi ci troviamo
sulla superficie della Terra,
siamo in grado di osservare
sempre metà di questa gigante-
sca sfera.
Il termine sfera celeste, coniato
dagli antichi greci, è da inten-
dersi naturalmente in senso fi-
gurato. Tutti gli oggetti che vi
si trovano proiettati sono posti
a distanze estremamente varia-
bili: la sfera non è una cupola,
è molto estesa nello spazio, an-
che se non ce ne accorgiamo. Proprietà e geometrie della sfera celeste,
A causa dei limiti dell’occhio proiezione in cielo della superficie terre-
umano, tutti gli oggetti della stre.
volta celeste ci appaiono quindi alla stessa distanza, anche se natu-
ralmente non è così.
11
Capitolo 1: Principi dell’osservazione Primo incontro con il cielo stellato

1.1.2 Movimenti della sfera celeste


La sfera celeste compie una rotazione completa in 23 ore e 56 minu-
ti, esattamente il periodo di rotazione della Terra (e questo non è di
certo un caso!). Il movimento che osserviamo è apparente: in realtà
siamo noi a ruotare, non le stelle che restano fisse nelle loro posizio-
ni. Poiché ci troviamo sulla superficie terrestre, vediamo le stelle
muoversi e non ci accorgiamo che in realtà siamo noi a muoverci.
La rotazione della sfera celeste segue il senso contrario della rotazio-
ne terrestre: il nostro pianeta si muove da ovest verso est, noi vedia-
mo le stelle ed il Sole percorrere in un giorno un moto da est verso
ovest. La geometria e la dinamica riflettono quelle della Terra, per-
ché la sfera celeste altri non è che la proiezione dei moti del nostro
pianeta, per un osservatore posto sulla superficie. Se il nostro pianeta
ruota attorno al proprio asse, passante per il polo nord ed il polo sud,
anche la sfera celeste ci appare ruotare attorno ad un asse passante
per due punti: il polo nord celeste ed il polo sud celeste, punti nei
quali è diretto l’asse di rotazione della Terra.
La stella Polare è una stella che si trova prospetticamente e casual-
mente in prossimità del polo nord celeste, punto del cielo nel quale è
diretto il polo nord terrestre e attorno al quale avviene la rotazione
della sfera celeste. Per un osservatore posto esattamente al polo nord,
ad una latitudine di 90°, la stella Polare è posta ad un’altezza di 90°
rispetto all’orizzonte. L’altezza della Polare è uguale alla latitudine
dell’osservatore. Attorno alla stella Polare sembra compiersi il mo-
vimento delle stelle, che percorrono delle circonferenze di raggio va-
riabile, fino al valore massimo che si ha per l’equatore celeste, proie-
zione nella sfera celeste dell’equatore terrestre e, al pari di esso, de-
finito come la circonferenza (celeste) massima.
L’altezza sull’orizzonte dell’equatore celeste è uguale ad un angolo
di 90° meno la latitudine dell’osservatore.
Come è stato appena sottolineato, nei pressi del polo nord terrestre il
polo nord celeste si trova esattamente sopra la nostra testa, ad
un’altezza di 90° sopra l’orizzonte.
Il punto posto sulla verticale di ogni osservatore è detta zenit: in que-
sto caso, possiamo dire che al polo nord il polo nord celeste si trova
allo zenit, mentre l’equatore celeste si trova ad un’altezza di zero

12
Capitolo 1: Principi dell’osservazione Primo incontro con il cielo stellato

gradi, ovvero radente


all’orizzonte. Il polo sud
celeste si trova esattamente
sotto i nostri piedi, nel pun-
to opposto allo zenit, detto
nadir.
Il nadir, a causa della pre-
senza dell’orizzonte, è
sempre invisibile. Zenit e
nadir identificano due pun-
ti locali della sfera celeste e
non assoluti come il polo
nord ed il polo sud celeste. Rotazione della sfera celeste per un osservato-
In altre parole, se il polo re alle medie latitudini nord.
nord, il polo sud e
l’equatore celeste sono fissati nella sfera celeste, zenit e nadir sono
punti che non prendono in considerazione le stelle, ma l’orizzonte
dell’osservatore, quindi identificano stelle diverse a seconda della
latitudine e dell’ora alla quale si osserva.
All’equatore, ad esempio, si ha la situazione opposta. L’equatore ce-
leste ora si trova allo zenit, mentre il polo nord ha un’inclinazione di
zero gradi, così come il polo sud celeste, dalla parte opposta. Vedre-
mo che solo dall’equatore si riescono ad osservare tutte le costella-
zioni del cielo, mentre ad altre latitudini ci sono stelle che non si al-
zeranno mai sopra l’orizzonte.
La rotazione della sfera celeste coinvolge tutti i corpi celesti: stelle,
Luna, pianeti, Sole.
Il Sole, ad esempio, sembra compiere un percorso con un periodo di
un anno, chiamato eclittica. Questo movimento è apparente e dovuto
alla rotazione della Terra intorno alla nostra Stella, che rimane inve-
ce fissa.
Il moto dei pianeti del Sistema Solare nella sfera celeste è la somma
del moto di rivoluzione della Terra e della rivoluzione degli stessi
intorno al Sole. Tutti i pianeti si trovano nei pressi di una linea im-
maginaria denominata eclittica e come vedremo questo è un buon
punto di partenza per rintracciarli ad occhio nudo.

13
Capitolo 1: Principi dell’osservazione Primo incontro con il cielo stellato

Il moto apparente di Marte nel corso dei mesi, lungo la zona dell’eclittica, è la so-
vrapposizione del moto orbitale del pianeta e quello orbitale terrestre, entrambi in-
torno al Sole.

L’eclittica è la linea che interseca le famose 12 costellazioni zodia-


cali (in realtà sono 13, c’è anche l’Ofiuco), nient’altro che la proie-
zione dell’orbita terrestre sulla sfera celeste. L’eclittica non è una li-
nea regolare come l’equatore celeste, ma si sposta fino a 23° e 27’ a
nord e a sud dell’equatore celeste nel corso di un anno, attraversan-
dolo due volte in prossimità degli equinozi. Questo percorso è causa-
to dall’inclinazione dell’asse terrestre rispetto al piano orbitale.
I punti di massima e minima altezza dell’eclittica vengono detti sol-
stizi, quelli in cui essa interseca l’equatore celeste vengono detti e-
quinozi, perché in prossimità di essi il giorno e la notte hanno la stes-
sa durata.
A seconda della posizione del nostro pianeta nella sua orbita, in un
certo periodo dell’anno, ad un’ora fissata, saranno visibili costella-
zioni che non saranno osservabili in altri mesi. Tutta la sfera celeste,
infatti, nel corso di un anno sembra spostarsi lentamente verso ovest
se osserviamo sempre alla stessa ora.
14
Capitolo 1: Principi dell’osservazione Primo incontro con il cielo stellato

Questo lento movimento è


dovuto alla distanza che la
Terra, ogni giorno, percorre
attorno al Sole, pari a 2,6
milioni di km! Di conse-
guenza, tutte le costellazio-
ni si spostano verso ovest
anticipando il sorgere ed il
tramonto di 4 minuti ogni
giorno. Non è difficile ca-
pire, quindi, come il cielo
primaverile sia totalmente
diverso da quello autunna-
le. Ad esempio, Sirio, la L’eclittica è una linea immaginaria che percor-
re il Sole nell’arco di un anno. In realtà, l’e-
stella più brillante del cielo, clittica è la proiezione dell’orbita terrestre sul-
sorge in prima serata in in- la sfera celeste.
verno. Ogni giorno sorge 4
minuti prima, fino a quando in primavera si eleva sopra l’orizzonte
ormai verso mezzogiorno. Nelle notti estive sorge e tramonta insieme
al Sole, tanto da risultare invisibile, per riapparire ad Agosto, bassa
sull’orizzonte che si tinge dei colori dell’alba.

A causa del moto della Terra attorno al Sole, ogni stella sorge e tramonta 4 minuti
prima rispetto al giorno precedente. In questa immagine possiamo vedere come
cambia la posizione di Orione e Sirio a distanza di un mese, osservando alle 23 del 1
Gennaio (sinistra) e alle 23 del 1 Febbraio (destra).

15
Capitolo 1: Principi dell’osservazione Primo incontro con il cielo stellato

Se riuscissimo ad osservare
attentamente e per molti
anni le posizioni reciproche
delle stelle nella sfera cele-
ste, riusciremmo a capire
che anche esse si muovono
nel cielo, variando le loro
posizioni reciproche. Que-
sto moto è diverso da quel-
lo della Terra e del Sistema
Solare e dipende dalle di-
namiche della nostra Ga-
lassia. Tutte le stelle che
possiamo osservare nel cie- La costellazione dell’Orsa Maggiore, come era
lo appartengono a questa nel passato, come appare oggi, e come sarà nel
grandissima isola di stelle futuro.
chiamata Galassia o Via Lattea. Qualcosa come 200 miliardi di stelle
ruotano attorno al centro della Galassia, compreso il Sole, con velo-
cità differenti; è questo il motivo per il quale le posizioni delle stelle
cambiano inesorabilmente nel corso dei secoli.
Non solo le posizioni, ma anche l’esistenza stessa delle stelle parte-
cipa al cambiamento dell’aspetto del cielo. Le grandi stelle azzurre
non vivono per più di qualche decina di milioni di anni, terminando
la loro esistenza con immani esplosioni dette supernovae, distrug-
gendosi quasi completamente. Due milioni di anni fa, ad esempio,
Betelgeuse, stella rossa di Orione, era meno brillante e di un colore
diverso rispetto all’odierno arancio, preludio ad un immenso scoppio
che tra qualche migliaio di anni cancellerà questa gemma per sempre
nei nostri cieli.
Sembra impossibile, ma il cielo che potevano osservare i primi omi-
nidi, circa 2 milioni di anni fa, era piuttosto diverso da quello attuale
ed era ancora diverso dal cielo sotto il quale si sono prima evoluti e
poi estinti i dinosauri: le stelle avevano posizioni diverse, alcune co-
lori diversi, altre ancora non erano nate e alcune sono scomparse per
sempre in questo piccolo intervallo di tempo cosmico.

16
Capitolo 1: Principi dell’osservazione Primo incontro con il cielo stellato

1.2 Cominciare ad orientarsi nel cielo


I nostri occhi sono strumenti potentissimi che possono farci scoprire
ed imparare moltissime cose, prima ancora di comprare qualsiasi
strumento ottico. L’occhio umano ci permette di apprendere le fon-
damenta dell’astronomia osservativa e di godere di spettacoli che
nessun telescopio è in grado di dare. Ecco alcuni esempi:
1) Cominciare ad orientarci. Il cielo è un luogo estremamente
vasto, nel quale è necessario abituarsi a stimare distanze,
coordinate, riconoscere gli oggetti tramite le costellazioni e
le stelle più luminose. Senza questo allenamento, è
praticamente impossibile utilizzare con profitto un
telescopio.
2) Identificare i pianeti e capire il meccanismo delle fasi lunari.
3) Osservare grandi ammassi aperti e la Via Lattea, che
soprattutto d’estate mostra uno spettacolo davvero unico.
Nessuno strumento astronomico ha il campo necessario per
inquadrare tutta la nostra Galassia.
Orientarsi correttamente nel cielo è simile al sapersi orientare nelle
strade di una grande città. Le prime volte occorrerà molta pazienza
ed un certo tempo per ambientarsi, capire come muoversi e quali so-
no le strade migliori, poi, mano a mano che abbiamo acquisito la giu-
sta padronanza e conoscenza, sapremo apprezzare in pieno le opere
d’arte che incontreremo sulla nostra strada, non dovendo più destina-
re la nostra attenzione al percorso da seguire.
Orientarsi in cielo è forse più complesso che orientarsi tra le strette
strade di una città d’arte, come Firenze, Venezia o Roma, più che al-
tro perché non ci sono indicazioni e vie come siamo abituati ad ave-
re. Le indicazioni del cielo sono le stelle brillanti e le vie per orien-
tarsi sono le costellazioni.
Prima di conoscere i nomi delle strade è opportuno sapere quali stelle
possiamo trovare in una determinata notte. Il cielo, infatti, cambia
nel corso dei giorni, per questo i nostri punti di riferimento devono
adattarsi al periodo nel quale decidiamo di osservare.

17
Capitolo 1: Principi dell’osservazione Primo incontro con il cielo stellato

Un buon punto di partenza è capire quali sono le costellazioni sicu-


ramente non visibili, perché in quel periodo dell’anno vi si trova
proiettato il Sole.
Quando la nostra stella si trova nei pressi di una costellazione zodia-
cale, essa e tutte quelle adiacenti non sono chiaramente visibili.
Le costellazioni meglio visibili saranno quindi quelle poste dalla par-
te opposta, “dietro” la Terra, dette anche in opposizione. Viceversa,
quando un corpo celeste è esattamente nella direzione del Sole, si di-
ce che esso è in congiunzione e non può venire osservato per almeno
un mese.

Posizione del Sole nel corso dell’anno e visibilità delle costellazioni zodiacali. La
posizione della Terra lungo l’orbita cambia durante l’anno, cambiando inevitabil-
mente anche la posizione del Sole rispetto alle costellazioni zodiacali.

18
Capitolo 1: Principi dell’osservazione Primo incontro con il cielo stellato

1.2.1 Le misure del cielo: distanze e dimensioni apparenti


Abbiamo già detto che tutti gli oggetti del cielo notturno ci appaiono
alla stessa distanza sulla sfera
celeste.
A questo punto una domanda
potrebbe sorgere spontanea:
come facciamo a stimare le
distanze degli oggetti sulla Dimensioni angolari: qualsiasi oggetto este-
sfera celeste? Ad esempio, so che dista r dall’osservatore, siαmostra ai
come determiniamo la distan- nostri occhi secondo un angolo ; questo
angolo definisce le sue dimensioni apparen-
za tra due stelle di una costel- ti. Per conoscere le sue reali dimensioni in
lazione? km, occorre conoscere la distanza alla quale
Quando dobbiamo orientarci si trova.
nel cielo, poco o nulla serve
sapere quale è la distanza in chilometri di un pianeta o di una stella,
perché queste unità di misura non ci servono per orientarci.
Ai fini pratici, quindi, parliamo di misure apparenti, ovvero misure-
remo la distanza tra due stelle o due costellazioni come se esse si
trovassero alla stessa distanza da noi.
La misura delle distanze apparenti non si effettua più in km o anni
luce, ma in gradi: in altre parole, misuriamo la separazione angolare
tra due oggetti celesti. Il “gioco” è abbastanza semplice da capire: se
la sfera celeste è, appunto, una sfera, ha dimensioni apparenti di 360°
(il simbolo ° si legge “gradi”). A causa della presenza dell’orizzonte,
noi possiamo vedere, ad una certa ora, solamente metà di questa cu-
pola, quindi 180° (la distanza tra due punti opposti dell’orizzonte).
La distanza angolare tra l’orizzonte e il punto verticale sulla nostra
testa (zenit) sarà sempre di 90°.
Allo stesso modo, misurando l’angolo tra due stelle possiamo facil-
mente dire quale è la loro separazione angolare, o separazione appa-
rente. Usando questo artificio siamo in grado di esprimere in modo
molto semplice ed efficiente le separazioni angolari di stelle, pianeti
e costellazioni, ovvero di tutto quello che possiamo osservare nel cie-
lo: un ottimo metodo per trovare in modo relativamente semplice tut-
ti gli oggetti visibili!

19
Capitolo 1: Principi dell’osservazione Primo incontro con il cielo stellato

Tutte le distanze apparenti in cielo vengono espresse in gradi.


L’astrofilo deve capire a quanto corrisponde un grado, altrimenti tro-
vare, ad esempio, Saturno a circa 20° ad est di Regolo, la stella più
brillante del Leone, diventa un’indicazione incomprensibile.
Senza doversi portare strumenti per la misura degli angoli, è suffi-
ciente avere dei punti di riferimento in cielo di cui conosciamo le
dimensioni apparenti:
1) Le dimensioni della Luna piena sono di circa mezzo grado.
2) Il palmo aperto di una mano, con il braccio teso, corrisponde
a circa 20°.
3) Un pugno chiuso con il braccio teso corrisponde a circa 8°.
La distanza tra la nocca dell’indice e del medio a circa 3°.
4) La distanza tra la seconda e la quarta stella del Grande Carro,
l’asterismo più evidente del cielo, corrisponde a circa 10°.
Questi 4 indicatori dovrebbero essere sufficienti, dopo un’opportuna
pratica, per permettervi di muovervi in modo molto più semplice.
E’ sufficiente conoscere i punti cardinali ed una o due costellazioni
“strategiche” per risalire, attraverso le distanze angolari, a qualsiasi
altro oggetto del cielo.

Alcuni semplici metodi per stimare le proporzioni in cielo.

Anche le dimensioni degli oggetti celesti, come la Luna, il Sole ed i


pianeti, vengono espresse utilizzando l’angolo sotto cui vengono vi-
sti i loro dischi, ovvero secondo le dimensioni apparenti.
Visto che i dischi dei pianeti sottendono angoli molto piccoli, si usa
misurare le loro dimensioni apparenti in minuti d’arco o secondi
d’arco, entrambi sottomultipli di un grado. In particolare, un grado è
formato da 60 minuti d’arco (simbolo ’); un minuto d’arco è compo-
sto da 60 secondi d’arco (simbolo ”), cosicché un grado è composto
20
Capitolo 1: Principi dell’osservazione Primo incontro con il cielo stellato

da 3600 secondi d’arco. Un secondo d’arco è un angolo molto picco-


lo: un CD-rom visto alla distanza di 40 km sottende un angolo di 1
secondo d’arco! Le dimensioni medie apparenti dei pianeti sono di
40” per Giove, 18” per Marte, 45” per Saturno con il suo sistema di
anelli. Solo Venere, nei momenti in cui si trova vicino alla Terra, può
arrivare ad 1’. La Luna e il Sole appaiono grandi circa mezzo grado.

1.2.2 Le coordinate astronomiche


Le distanze angolari ed i
trucchi per stimare tali di-
stanze sono uno strumento
molto utile, ma non sufficien-
te per orientarsi in cielo.
Per orientarci e riconoscere
gli oggetti del cielo sia ad oc-
chio nudo che, successiva-
mente, con un telescopio,
dobbiamo identificare un si-
stema di coordinate, che pos-
siamo considerare come un
miglioramento delle misura- Sistema di coordinate altazimutali (relative):
zioni, un po’ approssimate, la posizione di ogni astro si esprime con
fatte fino ad ora. l’altezza, in gradi, rispetto all’orizzonte
Osservando il cielo, di giorno dell’osservatore, e la distanza rispetto al
punto cardinale sud (Azimut).
o di notte, ci accorgiamo che
tutti gli astri, Sole compreso, si muovono con un periodo di 24 ore.
Abbiamo detto che la sfera celeste è la proiezione dei moti e delle
geometrie della Terra, compresi i poli e l’equatore.
Possiamo a questo punto completare l’analogia ed utilizzare il siste-
ma della latitudine e longitudine terrestre per la sfera celeste.
Questo sistema di coordinate prende il nome di coordinate equatoria-
li. La latitudine è identificata con il nome declinazione, la longitudi-
ne con il nome ascensione retta.
La declinazione rappresenta, in modo analogo alla latitudine terre-
stre, l'altezza di un astro rispetto all'equatore celeste. L'ascensione

21
Capitolo 1: Principi dell’osservazione Primo incontro con il cielo stellato

retta, controparte celeste della longitudine, rappresenta l'angolo ri-


spetto ad un meridiano di riferimento. Per la Terra si ha il meridiano
di Greenwich, per il cielo si prende il cosiddetto punto Gamma, un
punto nella costellazione dei Pesci, a cavallo dell'equatore celeste,
nel quale il Sole si trova proiettato il giorno dell'equinozio di prima-
vera, il 22 marzo.
La geometria e le proprietà del sistema di coordinate equatoriali sono
particolari, perché ogni oggetto celeste ha coordinate fissate, che non
dipendono dall’osservatore, ne dalla sua posizione. Queste coordina-
te sono quindi universali o assolute, ma sono poco pratiche a volte da
utilizzare perché si muovono nel cielo, visto che la sfera celeste ruo-
ta. Di conseguenza, se fissiamo un punto qualsiasi del cielo, le coor-
dinate equatoriali di quel punto cambieranno continuamente, perché
esse seguono gli oggetti celesti.
Il sistema di coordinate altazimutali ribalta completamente il discor-
so, prendendo come riferimento dei punti rispetto all’orizzonte
dell’osservatore, che quindi resta fisso nel corso della notte. Come è
facile capire, questo sistema di coordinate ha il vantaggio di restare
“ancorato” all’orizzonte dell’osservatore, ma il grande svantaggio è
che ogni osservatore misurerà, a seconda della sua posizione sulla
Terra, coordinate diverse. Nel sistema di coordinate altazimutali si ha
l’altezza, ovvero l’elevazione della stella rispetto alla linea
dell’orizzonte, e l’azimut, ovvero la distanza orizzontale rispetto al
punto cardinale sud, che possiede quindi per definizione azimut pari
a 0°. Secondo queste convenzioni, l'est ha azimut pari a 90°, il nord
180°, l'ovest 270° (o -90°).
Le coordinate equatoriali sono uguali per ogni osservatore sulla su-
perficie terrestre e prescindono dal moto della Terra, proprio come la
latitudine e la longitudine. Un corpo celeste con Declinazione di
+40° e ascensione retta di 5h (l'ascensione retta si misura in ore, mi-
nuti e secondi, che nulla hanno a che fare però con il tempo!) possie-
de queste coordinate sempre, anche se noi lo vediamo muoversi a
causa della rotazione terrestre.
Nel sistema di coordinate altazimutali, invece, le coordinate di ogni
astro cambiano nel tempo a causa della rotazione terrestre e da un os-
servatore ad un altro.

22
Capitolo 1: Principi dell’osservazione Primo incontro con il cielo stellato

Se a mezzanotte di un giorno fissato una stella ha altezza di 42°, per


un osservatore che si trova a Roma, la stessa stella, allo stesso tempo,
avrà un'altezza di 0° per un osservatore che si trova all'equatore! Le
coordinate equatoriali di questa stella, invece, saranno le stesse per
ogni osservatore, poiché sono assolute e non relative.

1.3 La luminosità degli oggetti celesti


Tutti gli astri del cielo sono estremamente più deboli di qualsiasi det-
taglio terrestre ed anche della stessa Luna. La visione di molte foto-
grafie, reperibili facilmente su riviste e in rete, trasmette l’idea che le
stelle abbiano grandi luminosità e siano facili da osservare: tutto que-
sto è errato! Le stelle sono deboli, molto più deboli della più piccola
torcia che avete in tasca, ma allo stesso tempo sono anche tante.
Per riconoscere una stella da un’altra può essere utile costruire una
scala che misuri la loro luminosità ed avere un punto d’appoggio in
più per distinguerle nel cielo.
La luminosità delle stelle e di tutti gli oggetti astronomici si misura
in magnitudini.
La magnitudine è una scala arbitraria, tarata dall’uomo, che esprime
la luminosità di qualsiasi oggetto celeste.
Una prima classificazione delle luminosità stellari fu fatta addirittura
dagli antichi greci.
Nella metà del diciannovesimo secolo, il fisico Pogson diede una de-
finizione rigorosa della scala delle magnitudini stellari:
• la scala della magnitudine è inversa, ovvero a grandi
luminosità corrispondono piccoli valori di magnitudine. La
stella Polare ha magnitudine di circa +2, mentre Vega, più
luminosa, ha magnitudine 0. La Luna piena ha magnitudine -
12 (si, la scala può anche essere negativa!), il Sole addirittura
-26,8. Venere ha una magnitudine di circa -4,5, Giove di -2,
Marte, quando è vicino alla Terra (opposizione), circa -1,5.
La stella più brillante del cielo, Sirio, ha magnitudine -1,44.

23
Capitolo 1: Principi dell’osservazione Primo incontro con il cielo stellato

• La scala delle magnitudini non è in forma lineare. La


magnitudine non misura direttamente l’energia luminosa
emessa dagli oggetti del cielo, piuttosto considera il
comportamento particolare dell’occhio, che non è lineare ma
logaritmico. Questo, in pratica, significa che se ho una stella
di magnitudine 2 ed una di magnitudine 4, la differenza di
luminosità non è di 2 volte, come indicherebbe la differenza
delle magnitudini, ma di circa 6 volte. Questo strano
comportamento è da imputare alla scala utilizzata: una
differenza di 1 magnitudine equivale ad una differenza di
luminosità pari a 2,512 volte. Una differenza di 2
magnitudini equivarrà ad una differenza di luminosità pari a
2,512 2 volte, e così via.
Le stelle più deboli visibili ad occhio nudo, sotto un cielo privo di
inquinamento luminoso, hanno circa magnitudine 6.
Nelle zone più buie, lontano centinaia di km dalle grandi città, un oc-
chio allenato e con una vista perfetta arriva a vedere stelle di magni-
tudine leggermente oltre la 6,5. Qualche osservatore con la vista
d’aquila può superare leggermente magnitudine 7.
Le stelle delle costellazioni più brillanti hanno magnitudini medie
intorno alla 2 e sono visibili anche da cieli con elevato inquinamento
luminoso. Il numero di stelle visibili all’occhio umano è compreso
tra 3000 e 5000, ma quasi tutte appaiono piuttosto deboli e spesso
difficili da identificare.
Una leggenda metropolitana abbastanza diffusa vuole la stella Polare
essere la più luminosa e la prima ad apparire nel cielo serale: in real-
tà la Polare è una stella media, di magnitudine 2, solamente la 48 e-
sima stella più brillante del cielo.
Cercate di prendere dimestichezza con la scala delle magnitudini e a
capire come percepisce il vostro occhio le differenti luminosità in
gioco, in modo da sapere già cosa aspettarvi quando dovrete cercare
stelle di una luminosità determinata.
Le stelle da utilizzare come riferimento, proprio perché facili da tro-
vare e sempre presenti nel cielo, sono la stella Polare e le componenti
del Grande Carro, come riportato nella figura di pagina seguente.

24
Capitolo 1: Principi dell’osservazione Primo incontro con il cielo stellato

Nomi e magnitudini delle stelle del Grande Carro, molto utili come riferimento per
la stima della luminosità dei corpi celesti.

Ricordate che una stella è più brillante di un’altra quando il valo-


re della sua magnitudine è inferiore.
L’intervallo delle magnitudini astronomiche varia tra -26, la magni-
tudine apparente del Sole, e +30, valore che attualmente rappresenta
il limite delle sorgenti più deboli percepibili con i grandi telescopi
professionali. Tra il Sole e la stella più debole c’è una differenza di
ben 55 magnitudini, ovvero circa 10 52 volte, un numero con 52 zeri!

La scala delle magnitudini si estende tra -26 e +30, coprendo tutti gli oggetti del cie-
lo visibili con la tecnologia attuale.

25
Capitolo 1: Principi dell’osservazione Primo incontro con il cielo stellato

1.3.1 L’importanza di un cielo buio


L’inquinamento luminoso, ovvero la grande quantità di luci artificia-
li, è un problema molto grande per tutti gli appassionati di astrono-
mia. Ogni luce di città è molto più intensa di qualsiasi stella e spegne
letteralmente il cielo, rendendolo un luogo vuoto.

Differenze tra un cielo scuro, lontano dalla città (a sinistra) ed un cielo illuminato
dalle luci artificiali (a destra). L’inquinamento luminoso è estremamente nocivo per
l’osservazione del cielo, ad esclusione dei pianeti e della Luna.

La presenza di grandi centri urbani limita la visibilità delle stelle an-


che se ci si trova ad oltre cento chilometri di distanza. Di fatto, data
la grande densità della popolazione italiana, nel nostro paese non esi-
ste più un cielo incontaminato: anche il posto più isolato e buio è
troppo vicino ad una grande città per mostrare un cielo incontamina-
to. L’inquinamento luminoso rappresenta anche uno spreco enorme
di energia, visto che tutta la luce che illumina il cielo è persa nello
spazio. Sensibilizzare la società a questo problema è un dovere non
solo degli astronomi o astrofili, ma di chiunque abbia a cuore il ri-
spetto del cielo e del nostro pianeta, continuamente sfruttato dal pun-
to di vista energetico.
Se volete ammirare un cielo che si avvicina a quello che i nostri non-
ni potevano osservare non più di 50-60 anni fa, dovete recarvi obbli-
gatoriamente in un luogo buio, lontano dalle città, per scoprire un
mondo totalmente sorprendente ed affascinante.
In una notte buia, senza il disturbo della Luna, sono visibili ad occhio
nudo almeno 3000 stelle, che diventano tranquillamente oltre 5000
per cieli scuri come quelli che si presentano nelle limpide serate in-
vernali ed in montagna.

26
Capitolo 1: Principi dell’osservazione Primo incontro con il cielo stellato

Non occorre ne un binocolo ne un telescopio per effettuare le prime,


emozionanti, osservazioni, riconoscere stelle, costellazioni, nebulose
e pianeti. Il cielo offre uno spettacolo unico a tutti: basta semplice-
mente alzare lo sguardo e cercare di comprendere, lentamente, cosa
sono quei puntini indistinti.
Un cielo davvero scuro, come purtroppo in Italia non è possibile ave-
re, tranne in rari casi in alta montagna, toglie il fiato. La Via Lattea
estiva, se presente, riesce ad illuminare debolmente il paesaggio.
Giove o Venere, se sono in cielo, riescono a proiettare una debole
ombra al suolo. Poco dopo il tramonto del Sole o poco prima
dell’alba, nella direzione della nostra stella è visibile un debole chia-
rore chiamato luce zodiacale. Questa sottile striscia è causata dalle
polveri sparse per il Sistema Solare, illuminate dal Sole che le rende
debolmente visibili ai nostri occhi. In una notte intera risulteranno
visibili decine di deboli meteore, o stelle cadenti, anche lontano dalle
famose piogge, ed una miriade di punti simili ad aeroplani solche-
ranno il cielo ricordandovi che l’uomo è riuscito a raggiungere lo
spazio e voi potete osservare i satelliti artificiali percorrere il cielo ad
una velocità di decine di migliaia di chilometri l’ora.

L’Italia centro-settentrionale ripresa di notte dall’astronauta Paolo Nespoli, a bordo


della stazione spaziale internazionale. Notate l’inquinamento luminoso.

27
Capitolo 1: Principi dell’osservazione Primo incontro con il cielo stellato

1.4 La turbolenza atmosferica


Perché le stelle di notte scintillano e lo fanno in misura maggiore
quanto minore è la loro altezza, mentre i pianeti invece non mostra-
no, se non in rarissimi casi, alcuna scintillazione?

Con il termine turbolenza, o in inglese seeing, si intende quantificare


il disturbo delle immagini astronomiche dovuto alla presenza e alla
dinamica della nostra atmosfera, la quale si comporta alla stregua di
un fluido in movimento, producendo distorsioni, tremolii, sfocature e
impedendo spesso di raggiungere la risoluzione massima con tele-
scopi dal diametro superiore ai 150 mm.
La turbolenza atmosferica esiste in ogni punto della superficie terre-
stre e dipende da due fattori, uno di natura locale, da ricercare nel tu-
bo ottico e nell’ambiente nel quale si osserva, ed uno intrinseco agli
strati più alti della troposfera, situati ad una decina di chilometri di
altezza, nella quale spesso scorrono venti e masse d’aria a grande ve-
locità (jet stream), responsabili principali della turbolenza.
L’effetto spesso combinato di questi due fattori si manifesta anche ad
occhio nudo con il fenomeno molto noto della scintillazione delle
immagini stellari, piuttosto evidente quando si osserva a basse altez-
ze sull’orizzonte.
A prescindere dalla natura locale o no della turbolenza, siamo di
fronte a dei movimenti di masse d’aria che hanno temperature, pres-
sione e densità diverse, che si muovono spesso in modo casuale o,
appunto, turbolento. Questo movimento, unito alle differenze di tem-
peratura tra le masse d’aria, anche di pochi decimi di grado, produce
una distorsione delle immagini la cui luce attraversa gli strati interes-
sati; poiché le masse d’aria sono spesso in rapido movimento,
l’effetto di distorsione dell’immagine varia rapidamente nel tempo.
L’effetto si può ben capire attraverso una semplice esperienza: pren-
dete un bicchiere trasparente e riempitelo con uno strato sottile (un
paio di cm) di acqua. Sotto di esso ponete un’immagine; ora agitate
l’acqua in modo casuale ed osservate cosa succede all’immagine sot-
tostante: si deforma. Le lettere del testo si deformano rapidamente e
in modo casuale: si allungano, si sfocano, a volte diventano illeggibi-

28
Capitolo 1: Principi dell’osservazione Primo incontro con il cielo stellato

li. Solo raramente, per una frazione di secondo, una piccola porzione
può non apparire distorta.
L’atmosfera terrestre si comporta allo stesso modo; maggiore è il di-
ametro dello strumento, più accentuato è l’effetto, perché più elevata
è la risoluzione offerta dalle sue ottiche e maggiore sarà anche la ri-
soluzione con la quale si guarderà attraverso lo strato atmosferico
contenente le masse d’aria, dette anche celle atmosferiche.
Il diametro delle celle atmosferiche è di circa 20 centimetri ed è per
questo motivo che telescopi di diametro uguale o superiore sembrano
soffrire in modo particolare questo effetto.
L’effetto della turbolenza
può essere diverso a secon-
da del tipo di moti presenti
in atmosfera: si possono
avere delle vistose distor-
sioni delle immagini, che
però mantengono ancora
abbastanza intatti i dettagli
più piccoli, oppure, al con-
trario, l’immagine può ri-
sultare completamente fer-
ma ma essere impastata e
priva di particolari.
Dunque, perché le stelle di
notte scintillano mentre i
pianeti no? Perché la luce Uno strumento dal diametro minore risente
delle stelle è praticamente meno della turbolenza atmosferica, perché ha
puntiforme e quindi più fa- un minore potere risolutivo di uno strumento
cile da deviare e distorcere, di diametro maggiore. Questo però non signi-
fica che in questi casi il telescopio più piccolo
mentre quella dei pianeti si fornirà immagini più dettagliate di quello più
dispone su un diametro an- grande.
golare di qualche decina di
secondi d’arco ed è più difficile da perturbare nel suo insieme.

29
Capitolo 1: Principi dell’osservazione Primo incontro con il cielo stellato

1.4.1 Turbolenza locale e atmosferica


La turbolenza può essere di origine locale oppure atmosferica, inte-
ressando, rispettivamente, l’ambiente nel quale si effettuano le osser-
vazioni o gli strati superiori della troposfera (quota 10-12 km).
La turbolenza di origine atmosferica, come accennato, si origina dal
moto caotico e orizzontale degli strati d’aria posti a quote superiori ai
10 km, nei quali esistono dei veri e propri fiumi d’aria, detti correnti
a getto (jet stream, in inglese).
Il moto veloce e turbolento (non lineare) di queste masse d’aria pro-
duce un’immagine telescopica distorta e priva di dettagli.
Quando i venti in quota sono quasi assenti (velocità minori di 5-10
metri al secondo) ed il movimento è fluido, senza vortici, si può assi-
stere ad una certa stabilità atmosferica, con la massima probabilità di
trovare un seeing ottimo.
Sfortunatamente bisogna fare i conti anche con l’ambiente nel quale
si osserva, che provoca la cosiddetta turbolenza locale, spesso molto
più fastidiosa e dannosa di quella atmosferica.
L’osservazione dal centro delle grandi città, a ridosso di strade o tet-
ti, rende l’ambiente costantemente oggetto di moti convettivi, ovvero
di moti ascensionali di masse d’aria più calde dell’ambiente circo-
stante che introducono distorsioni evidenti nelle immagini.
L’effetto di questi moti convettivi si può notare sia osservando ad
occhio nudo delle luci lontane, che d’estate, osservando il panorama
diurno lungo una strada riscaldata dal Sole. Le immagini che rice-
viamo appaiono distorte e si riesce a vedere addirittura il flusso di
aria che sale e si muove.
Purtroppo non è sufficiente ridurre le fonti di calore che generano i
moti convettivi per avere la certezza di minimizzare la turbolenza lo-
cale.
L’osservazione dal fondo delle valli, soprattutto alpine, o in giornate
in cui c’è un forte vento, o, ancora, in zone nelle quali il flusso della
circolazione locale è disturbato da ostacoli (naturale e artificiali), ge-
nerano sempre turbolenza locale.
Nella mia esperienza, ho notato come a ridosso delle grandi città, se
non ci si trova nel centro e siamo almeno ad una decina di metri dalla
strada (terzo-quarto piano), le osservazioni di oggetti posti ad altezze

30
Capitolo 1: Principi dell’osservazione Primo incontro con il cielo stellato

superiori ai 40° non risentono particolarmente del fenomeno dei moti


convettivi, che diventa violento e irrisolvibile per tutti i corpi celesti
che non raggiungono i 40° di altezza.

1.4.2 Una veloce stima del seeing


Quando vedete un
pianeta scintillare
allora siete in pre-
senza di una turbo-
lenza davvero note-
vole e sarà impossi-
bile effettuare alcun
tipo di osservazione.
Al contrario, quando
le stelle brillanti non A sinistra, l’immagine di una stella distorta e allargata
dalla turbolenza. In questi casi si dice che il seeing è
mostrano scintilla- pessimo. A destra, l’immagine di una sorgente punti-
zione avete buone forme per nulla rovinata dalla turbolenza. In questi
probabilità di trovar- casi si dice che il seeing è eccellente.
vi di fronte a poca turbolenza, o in termini inglesi (e universalmente
adottati dagli astrofili) avete un seeing buono: seeing buono (o otti-
mo) significa poca (o pochissima) turbolenza; seeing scarso o pessi-
mo significa molta turbolenza.
Non sempre l’assenza di scintillazione stellare coincide con buon se-
eing, ma certamente tutte le notti in cui le stelle scintillano anche allo
zenit saranno affette da un seeing pessimo.
In generale queste condizioni si verificano in nottate ventose o in
presenza di basse pressioni o fronti caldi/freddi in allontanamento e/o
avvicinamento, spesso accompagnate da un ottima trasparenza (ca-
ratteristica questa non necessaria per l’osservazione planetaria); al
contrario, le nottate calme e serene, nelle quali è presente della (leg-
gera) foschia sono potenzialmente le migliori.

31
Capitolo 1: Principi dell’osservazione Primo incontro con il cielo stellato

1.4.3 Sfatiamo un falso mito


E’ opinione diffusa tra gli astrofili, anche quelli più esperti, che sotto
un cielo nel quale la turbolenza è elevata un telescopio dal diametro
minore restituisca visioni migliori, sui pianeti, di uno di diametro
maggiore.
In effetti, se osserviamo un pianeta in una notte con forte turbolenza,
con uno strumento da 80 mm ed uno da 250 mm, noteremo che il te-
lescopio più piccolo mostra un’immagine più ferma, delicata, facile
da osservare.
Lo strumento da 250 mm restituisce, invece, un’immagine irrequieta,
sempre in movimento, a tratti sfocata. L’impressione che si ha è che
lo strumento di diametro minore (quindi con minore potere risoluti-
vo) restituisca una visione migliore e più dettagliata: questa è sola-
mente un’impressione.
Uno strumento di diametro maggiore mostra sempre immagini più
dettagliate di uno di diametro minore (se la qualità ottica è la stessa),
sebbene meno tranquille.
La turbolenza atmosferica al massimo livella il potere risolutivo di
due strumenti diversi, ma in nessun caso rende lo strumento più po-
tente meno performante di quello di diametro minore. Se nello stru-
mento di diametro maggiore vediamo un’immagine più irrequieta è
perché il potere risolutivo maggiore enfatizza la turbolenza.
In altre parole, possiamo affermare che la sensibilità al seeing è rela-
tiva allo strumento utilizzato, ma non è assoluta.
Un seeing che produce immagini stellari di 2” sarà visto come ottimo
in un telescopio da 60 mm e come pessimo in uno da 200 mm, ma la
risoluzione raggiungibile sarà la stessa; non solo, ma grazie al diame-
tro maggiore, il telescopio da 200 mm mostrerà un’immagine più
brillante e contrastata, sebbene ballerina e mai tranquilla.

32
Capitolo 2: L’osservazione ad occhio nudo Primo incontro con il cielo stellato

Capitolo 2: Osservare il cielo ad occhio nudo

L’osservazione del cielo con un telescopio è il completamento di


un percorso di cui l’acquisto dello strumento rappresenta la par-
te finale, la maturazione dell’appassionato di astronomia in vero
e proprio astrofilo, o astronomo dilettante.
Una corretta conoscenza del cielo, delle costellazioni, delle stelle
principali, dei moti della Terra e degli oggetti che si possono os-
servare, è fondamentale per intraprendere una lunga carriera di
astrofilo, che altrimenti rischia di interrompersi bruscamente
all’arrivo delle prime inevitabili delusioni.
Le prime, emozionanti, osservazioni dovrebbero essere quindi
effettuate senza l’ausilio di alcuno strumento, ma semplicemente
con una buona mappa celeste ed un cielo più scuro possibile, sen-
za il disturbo di luci artificiali o della Luna.

2.1 Le costellazioni
Riconoscere le costellazioni è il primo passo di avvicinamento al cie-
lo. Tutti conoscono la parola costellazione, ma chi sa effettivamente
cosa sono e cosa rappresentano?
Le costellazioni sono delle associazioni immaginarie di stelle che ri-
cordano figure familiari, generalmente mitologiche. La loro nascita è
infatti da imputare alle antiche civiltà che popolavano la Terra mi-
gliaia di anni fa e che cercavano in cielo forme e figure divine per
dare una ragione alla loro esistenza e, forse, sentirsi meno soli
nell’Universo. Le costellazioni non sono altro che l’espressione della
creatività e dell’intelligenza dell’uomo, che ha associato a quei pun-
tini dei disegni familiari.

33
Capitolo 2: L’osservazione ad occhio nudo Primo incontro con il cielo stellato

Le costellazioni attuali sono 88, ma non tutte sono visibili dai nostri
cieli, a causa della presenza dell’orizzonte terrestre e della nostra po-
sizione sulla superficie terrestre.
Il nome di ogni costellazione è espresso in latino, ma spesso è italia-
nizzato. Non è raro, quindi, trovare nomi quali Bootes, Pastore o Bo-
varo per esprimere il nome di una stessa costellazione.
Quasi tutte le costellazioni hanno origini arcaiche e sono contraddi-
stinte da numerosi racconti mitologici, soprattutto Greci.
Oltre al nome delle costellazioni, anche le stelle più brillanti del cielo
possiedono nomi propri, a prescindere dall’appartenenza alla relativa
costellazione. Anche in questi casi sono nomi ricchi di significato
mitologico o storico.
Le costellazioni rappresenta-
no, in un certo senso, anche
un rudimentale sistema di co-
ordinate, per identificare stel-
le, pianeti e tutti gli altri og-
getti celesti, al posto delle
scomode coordinate che ab-
biamo visto nelle pagine pre-
cedenti. Dire, ad esempio, che
la grande nebulosa di Orione
Le costellazioni sono disegni immaginari
si trova nel mezzo della spada decisi dall’uomo. In realtà le stelle di una
della costellazione di Orione costellazione non hanno nulla in comune, a
è molto più esplicativo che cominciare dalla distanza.
dire che essa si trova alle coordinate:
AR: 5h35m18.00s
DEC: :-05°23'00.0!
Se il nostro occhio fosse in grado di misurare le distanze, si accorge-
rebbe che le stelle di una costellazione non hanno nulla in comune,
trovandosi spesso a distanze molto diverse le une dalle altre. E’ facile
quindi dedurre che le costellazioni non sono delle associazioni fisi-
che di stelle, dei gruppi reali, ma solamente degli accostamenti cele-
sti casuali dovuti al nostro punto di osservazione nell’Universo.

34
Capitolo 2: L’osservazione ad occhio nudo Primo incontro con il cielo stellato

Le 88 costellazioni sono tutte visibili solamente all’equatore, dove i


poli celesti si trovano presso l’orizzonte e la rotazione della sfera ce-
leste ci mostra tutto il cielo.
Mano a mano che saliamo di latitudine, spostandoci verso uno dei
poli terrestri, aumenta l’altezza del polo nord celeste, fino a quando,
proprio al polo nord, lo abbiamo a 90° di altezza rispetto
all’orizzonte, ovvero allo zenit. In questo particolare punto possiamo
vedere nel corso dell’anno solamente metà dell’intera sfera celeste;
tutte le stelle cono circumpolari, poiché la rotazione avviene esatta-
mente parallela all’orizzonte.
Quali sono le costellazioni più importanti e facili da riconoscere?
Cassiopea, dalla tipica forma a W o M nel cielo verso nord, e il Gran-
de Carro, asterismo facente parte della ben più estesa (e debole) co-
stellazione dell’Orsa Mag-
giore, sono disegni sempre
visibili dalle località italia-
ne.
Nel cielo invernale possia-
mo facilmente osservare,
verso sud, una stella molto
brillante: Sirio, la più
splendente del cielo. Non
lontano, un po’ più a nord, Fotografia a lunga esposizione che mostra la
possiamo vedere il quadri- rotazione della sfera celeste attorno al polo
latero di Orione, formato da nord celeste.
4 stelle brillanti e tre centrali, a formare la cintura del gigante mito-
logico. Conoscere le costellazioni ed imparare ad identificarle nel
cielo è il primo passo per ogni appassionato, e per fare questo non
occorre alcuno strumento, se non un cielo buio.
Come vi è stato accennato, i nomi di queste figure nel cielo (spesso
dalla forma piuttosto strana!) sono di origine mitologica, principal-
mente greca. I popoli delle civiltà antiche spendevano moltissimo
tempo nell’osservazione del cielo; i Greci e gli Egizi erano astronomi
eccezionali e conoscevano perfettamente il cielo stellato, che a quei
tempi non era per nulla disturbato dalle luci artificiali odierne.

35
Capitolo 2: L’osservazione ad occhio nudo Primo incontro con il cielo stellato

2.2 I corpi del Sistema Solare


Il Sole è la nostra stella, quella attorno alla quale tutti i pianeti orbi-
tano, e l’oggetto più brillante del cielo. E’ alla sua luce che dobbiamo
tutta la vita e i processi che ne permettono il sostentamento, quali il
ciclo dell’acqua.
La luce solare è così intensa da non poter essere osservata diretta-
mente, altrimenti i nostri occhi verrebbero seriamente danneggiati,
ma con un opportuno filtro solare, appositamente progettato, diventa
uno spettacolo. Come tutte le stelle, si tratta di una gigantesca sfera
di gas incandescente, con una temperatura superficiale di 5500°C.
La Luna non è un pianeta
ma il nostro unico satellite
naturale.
La differenza tra pianeta e
satellite è semplice: un pia-
neta ruota intorno al Sole,
un satellite ruota intorno al
proprio pianeta e, insieme a
lui, anche intorno al Sole.
La Luna è l’oggetto a noi
più vicino, distante in me-
dia 384000 km e quello che
quindi ci appare più grande
e luminoso nel cielo not-
turno. L’osservazione ad
occhio nudo mostra facil-
mente delle chiazze di to-
nalità più scura: si tratta dei
cosiddetti mari, delle diste- La Luna al primo quarto, facile e meravigliosa
da osservare, anche ad occhio nudo.
se di lava risalenti ad oltre
3 miliardi di anni fa. Come potete vedere, la parola “mare” non è da
intendersi con il significato che di solito si usa sulla Terra!
I pianeti sono oggetti estremamente brillanti, alcuni molte volte più
delle stelle più luminose, rendendosi quindi facilmente visibili ad oc-

36
Capitolo 2: L’osservazione ad occhio nudo Primo incontro con il cielo stellato

chio nudo. Il problema è sapere dove si trovano. Molto spesso sono


scambiati per stelle molto brillanti, o addirittura oggetti sconosciuti.
La luce che emettono è dovuta alla riflessione di quella solare.
Nessun pianeta brilla di luce propria. L’estrema luminosità di alcuni
di essi, tra i quali Venere e Giove, è causata dalla loro vicinanza e
all’efficiente riflessione della luce solare delle loro atmosfere. Se i
pianeti si fossero trovati alla distanza della stella più vicina, sarebbe-
ro stati miliardi di volte meno luminosi, quindi del tutto invisibili.
Giove e Venere sono due fari molto più luminosi della più luminosa
stella del cielo (Sirio), impossibili da non riconoscere.
Per individuare i pianeti in cielo esistono pochi ma buoni consigli:
4) La loro luminosità: Giove, Venere e Marte sono più
brillanti di ogni
stella, quindi facili
da notare.
5) Non scintillano:
Tutte le stelle, in
misura diversa,
presentano un
fenomeno detto
scintillazione. La
loro immagine
scintilla a causa
della turbolenza Giove brilla come una “stella” molto luminosa
della nostra nel cielo ed è facilissimo da individuare.
atmosfera. I pianeti, invece, non presentano questo
fenomeno: la loro luce è ferma e fissa come quella di un
lontano faro.
6) Il loro movimento: contrariamente alle stelle, che restano in
posizione fissa, i pianeti, soprattutto Marte, Venere e
Mercurio, si muovono rapidamente tra le stelle cambiando
posizione nel giro di qualche giorno o settimana.
Se vi capita di osservare una stella un po’ strana, molto luminosa,
con luce fissa e che cambia posizione nel cielo nel corso di qualche
giorno, allora state sicuramente osservando un pianeta.

37
Capitolo 2: L’osservazione ad occhio nudo Primo incontro con il cielo stellato

Sebbene si muovano nel cielo, la posizione di tutti i pianeti è fissata


lungo una striscia sottile a cavallo dell’eclittica. E’ impossibile, ad
esempio, osservare Giove vicino a Sirio o vicino alla stella Polare, la
stella verso la quale punta l’asse di rotazione della Terra.
Quando la vostra conoscenza delle costellazioni zodiacali sarà buo-
na, sarete subito in grado di identificare una “stella” che non dovreb-
be esserci: in quel caso si tratta sicuramente di un pianeta.
I pianeti facilmente visibili ad occhio nudo sono: Mercurio, Venere,
Marte, Giove e Saturno.
Mercurio e Venere sono detti pianeti interni, poiché la loro orbita è
più vicina al Sole rispetto alla Terra. A causa di ciò, essi si mostrano
sempre prospetticamente vicini al Sole, osservabili poco prima
dell’alba o poco dopo il
tramonto, nella direzione
della nostra stella. Non tro-
verete mai questi due pia-
neti alti in cielo a mezza-
notte, al contrario degli al-
tri. Visto che la loro orbita
è interna, essi manifestano
il fenomeno delle fasi, in
modo del tutto simile alla Venere, in alto, e Mercurio, in baso, sono i due
pianeti interni, facili da osservare dopo il tra-
Luna. monto, o prima dell’alba.
Vi sono dei termini specifi-
ci per descrivere la posizione del pianeta interno rispetto alla Terra e
di conseguenza alcune proprietà, quali fase, luminosità, diametro ap-
parente e distanza dal nostro pianeta.
Il termine elongazione identifica generalmente la separazione ango-
lare tra il Sole ed il pianeta. E’ facile intuire che l’elongazione dei
pianeti interni non potrà essere qualunque; ad esempio, non vedrò
mai Venere con un’elongazione di 180°, vale a dire nella parte oppo-
sta dove si trova il Sole (opposizione).
Mercurio e Venere, nel loro tragitto intorno al Sole, raggiungono due
momenti in cui la separazione angolare è massima; questi momenti
sono dette massime elongazioni. Durante le massime elongazioni est
il pianeta si troverà ad est del Sole, quindi sarà visibile la sera dopo

38
Capitolo 2: L’osservazione ad occhio nudo Primo incontro con il cielo stellato

il tramonto. Viceversa, nelle elongazioni ovest esso sarà visibile pri-


ma dell’alba. Durante le massime elongazioni, la fase di Venere e
Mercurio è prossima alla metà, del tutto simile alla Luna al primo o
ultimo quarto.
Le congiunzioni si verificano quando la separazione (apparente) con
il Sole è minima o addirittura nulla. In queste circostanze il pianeta è
invisibile, poiché nascosto dalla luce solare.
Durante la congiunzione superiore il pianeta interno si trova esatta-
mente dietro il Sole. Sebbene sia illuminato frontalmente, quindi con
una fase del 100%, è molto difficile da scorgere.
Nella congiunzione inferiore il pianeta si trova tra la Terra e il Sole,
nel punto più vicino al nostro pianeta e si presenta con una fase pros-
sima allo 0%, quindi del tutto invisibile.
Ai fini dell’osservazione sono molto importanti gli istanti di massima
elongazione.
Mercurio raggiunge massime elongazioni intorno ai 20°, mentre Ve-
nere fino a 48°. Poiché la rotazione terrestre ha una velocità angolare
di 15° l’ora, Mercurio sarà visibile in cielo per circa un’ora prima
che la luce del Sole lo inghiotta (all’alba) o scompaia sotto
l’orizzonte (al tramonto). In effetti, benché molto luminoso (come
Giove), Mercurio è molto difficile da osservare nel cielo.
Molto meglio per Venere,
il quale può essere osserva-
to anche fino a tre ore pri-
ma del sorgere del Sole o
dopo il suo tramonto.
Marte è il primo pianeta
esterno che incontriamo.
Il suo tragitto nel cielo è
molto diverso rispetto ai
pianeti interni. In particola-
re, è possibile osservarlo in
ogni posizione Marte, il puntino rosso in alto a sinistra, nel
dell’eclittica, con una fase 2007. In basso a destra, l’inconfondibile figura
della costellazione di Orione.
quasi sempre piena.

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Capitolo 2: L’osservazione ad occhio nudo Primo incontro con il cielo stellato

Marte, infatti, non mostra più le fasi nette di Mercurio e Venere, seb-
bene data la vicinanza alla Terra, quando dista 90° dal Sole (quadra-
tura) mostra un vistoso effetto di fase, ma mai inferiore al 60%.
Il pianeta rosso, chiamato così per la sua tipica colorazione, si rende
osservabile con profitto ogni 26 mesi, quando si trova vicino alla
Terra e dalla parte opposta rispetto al Sole. Questa configurazione
geometrica è detta opposizione.
Tutti i pianeti esterni sono meglio osservabili in opposizione al Sole.
In questi periodi, essi si trovano vicino alla Terra, risultando quindi
più grandi, più luminosi e sorgendo all’incirca quando il Sole tra-
monta. Marte sente molto l’effetto opposizione. Quando si trova lon-
tano dalla Terra, esso brilla come un’anonima stellina rossa, ma
quando vi si avvicina acquista notevole luminosità, risultando più
luminoso di Giove, splendendo di un colore rosso inconfondibile.
Giove è il più grande e il più brillante dopo Venere. Può venire os-
servato ad ogni orario e trovarsi in ogni punto dell’eclittica, poiché,
come Marte e Saturno, si tratta di un pianeta esterno. La sua luce
bianca e fissa è inconfondibile.
Saturno è più difficile da
individuare, poiché di lu-
minosità paragonabile alle
stelle più brillanti. La sua
luce è di un colore legger-
mente tendente al giallo e
brilla circa come la stella
Vega, posta nella costella-
zione della Lira. Saturno ha una luminosità simile alla stella
Il suo magnifico sistema di Vega, nella costellazione della Lira. In questa
anelli non è osservabile ad immagine, come appariva nel 2008, a destra
occhio nudo, ma vedremo della bellissima costellazione del Leone.
come un piccolo telescopio riesca ad immortalarlo splendidamente,
lasciando senza fiato ogni osservatore.
Urano e Nettuno sono troppo deboli per essere trovati ad occhio nu-
do. Se avete un cielo davvero trasparente e una buona vista, nonché
una precisa carta del cielo, potete individuare Urano brillare come
una stellina di magnitudine 5,7, ai limiti della visibilità.

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Capitolo 2: L’osservazione ad occhio nudo Primo incontro con il cielo stellato

2.3 Oltre il Sistema Solare


Nei mesi invernali e soprattutto in quelli estivi è facile notare, se os-
servate da un cielo davvero buio, una lunga striscia simile ad una nu-
be attraversare tutta la sfera celeste.
Stiamo osservando la Via Lattea, la nostra galassia.
La luce che possiamo vedere è la somma di centinaia di migliaia di
stelle troppo lontane per essere viste singolarmente. La Terra e i pia-
neti ruotano intorno al Sole e tutti insieme fanno parte della Via Lat-
tea o Galassia. La nostra Galassia è a forma di un disco sottile, sul
quale si sviluppano degli addensamenti che assumono una forma a
spirale, detti bracci a spirale. Noi ci troviamo in una posizione perife-
rica, sul cosiddetto braccio di Orione.
Osservando lungo il disco, possiamo notare le stelle contenute in altri
bracci: quello del Sagittario in estate e quello del Perseo in inverno.
Perpendicolarmente ad essi notiamo una bassa densità di stelle e pos-
siamo proiettarci verso mondi esterni, come le altre miliardi di galas-
sie che popolano l’Universo.
La Via Lattea estiva, osservata da cieli davvero scuri, è una delle
emozioni più grandi che si possa provare osservando ad occhio nudo.
Il cielo è percorso da nord a sud da un fiume lattiginoso, interrotto da
zone più scure prive di luce e stelle; l’effetto è simile a quello di un
cielo solcato da sottili nubi, solamente che questa volta si tratta di un
immenso tappeto di stelle!
Nei mesi invernali invece, si osservano molte stelle brillanti, alcune
facilissime da identificare, come Sirio, la più luminosa di tutto il cie-
lo, splendente in direzione sud, sud-est.
Poco sopra Sirio è visibile Orione, la costellazione forse più appari-
scente, formata da quattro stelle che identificano un quadrilatero
all’interno del quale si trovano tre stelle allineate e della stessa lumi-
nosità a formare la famosa cintura di Orione. Più in basso, all’interno
del quadrilatero, sono visibili 3 stelline allineate verticalmente che
identificano la spada. Se fate bene attenzione, quella centrale è un
po’ offuscata: in realtà non si tratta di una stella ma della famosa
Grande Nebulosa di Orione, una distesa immensa di gas estrema-
mente caldo, all’interno della quale stanno nascendo stelle e pianeti.

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Capitolo 2: L’osservazione ad occhio nudo Primo incontro con il cielo stellato

Benché difficile da credere, alcune nebulose sono facili da identifica-


re anche ad occhio nudo, sempre a patto di osservare da un cielo scu-
ro. Oltre alla nebulosa di Orione, nel cielo estivo, in particolare nella
costellazione del Sagittario, è possibile ammirare almeno 2 piccoli e
deboli fiocchi: si tratta di altrettante nebulose, la più luminosa delle
quali è senza dubbio M8, detta nebulosa Laguna.

Gli ammassi stellari sono concentrazioni più o meno dense di stelle,


tutte gravitazionalmente legate le une alle altre (al contrario delle co-
stellazioni che rappresentano figure artificiali).
Molti ammassi sono visibili e spettacolari anche ad occhio nudo,
come le Pleiadi e il doppio ammasso del Perseo, entrambi evidenti
nelle fredde notti invernali.
Gli ammassi aperti si trovano nel disco della Via Lattea, sono gene-
ralmente costituiti da qualche centinaio di stelle piuttosto giovani e
luminose e sono estesi anche il doppio del diametro apparente della
Luna piena.
Gli ammassi globulari sono più distanti dalla Terra e si trovano
nell’alone galattico, una zona fuori dal disco. Essi sono generalmente
vecchi di 10-13 miliardi di anni e contengono migliaia di deboli stel-
le strettamente avvolte. Alcuni di essi, come M22 ed M13, sono visi-
bili ad occhio nudo come piccole macchioline indistinte, simili a ne-
bulose. E’ impossibile però identificare le singole stelle se non con
l’ausilio di un telescopio. Il diametro apparente è leggermente infe-
riore a quello della Luna piena.
Tutte le stelle che si vedono nel cielo, nebulose e ammassi stellari
fanno parte della nostra Galassia, la Via Lattea. Nell’Universo esi-
stono decine di miliardi di altre galassie: tutte contengono miliardi di
stelle, centinaia di ammassi stellari e migliaia di nebulose, forse an-
che milioni di sistemi solari.
Le galassie sono gli oggetti più lontani che possiamo osservare. Esse
sono immense isole contenenti decine di miliardi di stelle, a volte
centinaia. Alcune sono simili alla Via Lattea, a forma di disco, con i
bracci a spirale, altre sono invece di forma quasi perfettamente sferi-
ca o ellittica. Sono oggetti molto difficili da osservare ad occhio nu-
do, sebbene almeno un paio siano alla nostra portata. M31, detta an-

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Capitolo 2: L’osservazione ad occhio nudo Primo incontro con il cielo stellato

che galassia di Andromeda, ed M33 nella costellazione del Triango-


lo, hanno una superficie apparente decine di volte superiore a quella
della Luna piena, identificabili come condensazioni allungate, simili
alle nebulose.
Se vi trovate in un luogo buio e sapete identificare la costellazione di
Andromeda, di certo non vi sfuggirà la galassia di Andromeda, un
oggetto nebuloso di forma allungata: esso è l’oggetto più lontano che
possiamo osservare ad occhio nudo. Distanza: 2,3 milioni di anni lu-
ce. Pensate che la luce che osserviamo di questo oggetto è partita 2,3
milioni di anni fa, quando sulla Terra l’Homo Sapiens ancora non
sarebbe comparso per oltre 2 milioni di anni. Naturalmente la situa-
zione è reciproca: se da Andromeda ci fosse una civiltà talmente a-
vanzata da riuscire ad osservare la Terra con potentissimi telescopi,
non la vedrebbero come è oggi, ma come era 2,3 milioni di anni fa:
completamente priva di ogni traccia umana.

La galassia di Andromeda (M31) è facilmente visibile ad occhio nudo nell’omonima


costellazione, nonostante una distanza di 2,3 milioni di anni luce.

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Capitolo 2: L’osservazione ad occhio nudo Primo incontro con il cielo stellato

2.4 La prima osservazione


La prima osservazione ad occhio nudo sotto un cielo davvero buio è
un momento che non dimenticherete più nel corso della vostra vita,
che segna l’inizio del vostro viaggio nelle meraviglie dell’Universo.
Non serve un telescopio per ammirare la grande e magnifica architet-
tura del cielo, osservarne i mattoni (le stelle), le gemme (i pianeti), i
tesori nascosti (nebulose, ammassi stellari, galassie) ed i grandi dise-
gni che hanno ispirato centinaia di generazioni di esseri umani nel
corso dei millenni. Il cielo, questo cielo, è lo stesso osservato dalle
prime antiche e gloriose civiltà, è il cielo che ha ispirato i più grandi
pensatori dell’antica Grecia, che ha guidato Roma nella conquista del
mondo, è il cielo che ogni essere umano ha guardato almeno una vol-
ta, un contenitore immenso che raccoglie tutta la storia, i miti, i sogni
e le speranze dell’intera umanità.
In questa prima notte, il vostro obiettivo è quello di imparare a rico-
noscere le costellazioni, a muovervi tra le stelle e ad usare le carte
del cielo che vi siete procurati.
Prima di tutto, quindi, un buon atlante stellare è l’acquisto migliore
che possiate fare. In alternativa, il mondo di internet offre ottimi pro-
grammi di simulazione del cielo stellato, perfetti per creare delle
mappe per qualsiasi giorno ed orario voi desideriate. Uno di questi
programmi è Cartes Du Ciel, un altro è Stellarium, ma ve ne sono
molti altri, tutti ottimi e soprattutto gratuiti. Una ricerca con Google
con il nome di questi due software vi fornirà in pochi istanti il link
per il download sul vostro computer.
Una volta che avete a disposizione un atlante stellare o un software
di simulazione del cielo, impostate le coordinate della vostra posi-
zione e l’ora e la data alla quale osserverete. Stampate la mappa su
un foglio A4, magari in più copie, e siete così pronti per la prima os-
servazione. Il vostro unico obiettivo è quello di riconoscere quante
più costellazioni possibili presenti nella mappa, a cominciare, ov-
viamente, da quelle più facili, nonché utili, come il Grande Carro,
Cassiopea, l’Orsa Minore con la stella Polare, costellazioni sempre
osservabili e che ci indicheranno la via per trovare tutte le altre spar-
se nell’immensità del cielo.

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Capitolo 2: L’osservazione ad occhio nudo Primo incontro con il cielo stellato

Recatevi in un posto buio, in campagna o, meglio, montagna, lontano


più possibile dalle luci delle città. Ripeterlo non può fare male:
l’inquinamento luminoso causato dalle luci artificiali spegne le stelle
del cielo. Maggiore è la distanza dalle grandi città, migliore sarà la
visione del cielo che avrete. Per avere un cielo di qualità accettabile,
dovete essere in grado di osservare la Via Lattea nelle notti estive. Se
il vostro cielo è buono/ottimo, dovrete essere in grado di osservare
anche la più debole parte invernale.
Per la vostra prima osservazione portatevi un amico, qualcosa di cal-
do da bere ed un abbigliamento consono. Non sottovalutate la poten-
za del freddo, anche durante le serate apparentemente più calde.
Quando si deve stare qualche ora fermi sotto il cielo e l’umidità della
notte, anche una temperatura gradevole può trasformarsi in un freddo
fastidioso e pungente, tanto da rovinare la vostra osservazione.
Per consultare le mappe che vi siete portati dovete usare una torcia di
colore rosso, fondamentale per non rovinare quello che si chiama
l’adattamento al buio. I nostri occhi, infatti, per osservare al meglio
gli oggetti deboli hanno bisogno di circa 15 minuti di buio assoluto.
L’adattamento al buio è fondamentale e non deve essere rovinato con
l’uso di torce con luce bianca.
Il primo passo da effettuare quando sarete sotto il cielo stellato è
quello di orientarsi. Appena alzerete gli occhi al cielo vi accorgerete
di quando sia grande e difficile trovare punti di riferimento. Non fa-
tevi prendere dallo sconforto, con un po’ di pazienza e buona volontà
orientarsi diventerà piuttosto facile, fidatevi.
Dopo lo smarrimento iniziale, il primo passo da fare è quello di tro-
vare i punti cardinali. Aiutandovi con una bussola identificate il nord
e portatevi di fronte ad esso. A questo punto il sud è esattamente die-
tro di voi, l’est alla vostra destra, l’ovest a sinistra.
Ricordate? La sfera celeste è lo specchio della Terra e dei suoi mo-
vimenti, che noi vediamo proiettati nel cielo.
La prima stella da riconoscere è senza ombra di dubbio la Polare,
perché in questo modo, oltre ad avere un punto di riferimento sempre
presente nel cielo, riusciremo ad orientarci secondo il moto della sfe-
ra celeste, quindi a prevederne anche i movimenti.

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Capitolo 2: L’osservazione ad occhio nudo Primo incontro con il cielo stellato

Per trovare la stella Polare, vista la luminosità non eccezionale, è


meglio orientarsi con la figura del Grande Carro.
Il Grande Carro si trova sempre verso nord, con un’orientazione che
dipende dalla stagione nella quale si osserva. In primavera sarà ca-
povolto, quasi sopra la nostra testa. In estate si troverà verso nord-
ovest, quasi verticale. In autunno esso sarà basso verso nord, un po’
debole e disteso, per poi risalire verso nord-est in inverno.
La Polare si identifica prolungando la congiungente tra le ultime due
stelle del carro, fino ad arrivare all’unica stella abbastanza brillante
in quella zona: questa è la stella Polare. Se il vostro cielo è abbastan-
za scuro, dovreste essere in grado di identificare il Piccolo Carro, di
cui la Polare è l’ultima componente del timone.

Posizione del Grande Carro nel cielo nel corso delle stagioni. In alto a sinistra, in pri-
mavera, a destra in estate. In basso a sinistra, in autunno, a destra in inverno. Prolun-
gando la linea congiungente le ultime due stelle del carro si incontra una stella, di lu-
minosità simile, in una zona abbastanza povera di altri astri: la Polare.

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Capitolo 2: L’osservazione ad occhio nudo Primo incontro con il cielo stellato

E’ facile capire che tutte le stelle che si trovano nelle vicinanze della
stella Polare, pur ruotando da est verso ovest, non andranno mai sotto
l’orizzonte: queste sono le famose stelle circumpolari già citate, che
fanno parte delle costellazioni circumpolari. Per l’Italia, le costella-
zioni circumpolari più brillanti sono l’Orsa Minore, l’Orsa Maggiore
e Cassiopea, dall’inconfondibile forma a W o M.
Una volta identificato il Grande Carro e la stella Polare, è facile tro-
vare Cassiopea, esattamente dalla parte opposta, più o meno alla stel-
la distanza tra le ultime stelle del carro e la Polare.
Tutte le altre costellazioni sono visibili in determinati periodi: il cielo
non è sempre lo stesso, ma cambia con il susseguirsi delle stagioni.
Costellazioni come Orione, il Toro, il Cane Maggiore, di cui fa parte
Sirio, la stella più brillante del cielo, sono visibili al meglio in inver-
no e per questo motivo sono dette invernali. Al contrario, il Sagitta-
rio, il Cigno e la Via Lattea estiva sono meglio visibili durante
l’estate, risultando inosservabili d’inverno.
Capire quali sono le costellazioni che ad una determinata data è pos-
sibile osservare nel corso della notte è quindi un buon passo per co-
noscere il cielo ed i suoi cambiamenti stagionali.

Cassiopea si trova esattamente dalla parte opposta rispetto al Grande Carro.

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Capitolo 2: L’osservazione ad occhio nudo Primo incontro con il cielo stellato

2.4.1 Il cielo in primavera

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Capitolo 2: L’osservazione ad occhio nudo Primo incontro con il cielo stellato

Nel periodo primaverile possiamo individuare molte altre costella-


zioni, partendo sempre dal Grande Carro, che si troverà quasi esat-
tamente sopra la nostra testa. Prolungando il timone del carro lungo
l’arco formato dalle stelle ε , ξ ed η , ci imbattiamo in una stella
arancione piuttosto luminosa: si tratta di Arturo, gigante rossa facen-
te parte della costellazione del Pastore (Bootes in latino), dalla carat-
teristica forma ad aquilone. Proseguendo ancora l’arco verso sud, ci
imbattiamo in un’altra stella luminosa, sebbene meno di Arturo, dal
colore bianco: si tratta di Spica, della costellazione della Vergine.
Se torniamo verso il grande carro e consideriamo il prolungamento
dato dalle stelle δ e γ , le stesse che ci indicano la Polare, ma an-
diamo verso sud, ci imbattiamo in una stella brillante: Regolo, della
costellazione del Leone, facilmente individuabile data la luminosità
delle componenti e l’inconfondibile forma.
La concentrazione di stelle in primavera è bassa e questo consente di
identificare con maggiore facilità le costellazioni presenti. Questo è
dovuto al fatto che stiamo osservando una parte di cielo perpendico-
lare al disco galattico, che ci proietta verso lo spazio profondo. Non a
caso la primavera è la stagione migliore, assieme all’autunno, per
l’osservazione delle galassie. Inverno ed estate, invece, sono le sta-
gioni migliori per nebulose e ammassi stellari, ovvero per tutti gli
oggetti galattici.
Le mappe presenti in questa e nelle seguenti pagine sono sicuramente
molto più utili di qualsiasi spiegazione.

Dalla costellazione del Leone, è facile approdare ad una debole ed indistinta macchia
luminosa: si tratta dell’ammasso aperto M44, nel cuore della fioca costellazione del
Cancro.

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Capitolo 2: L’osservazione ad occhio nudo Primo incontro con il cielo stellato

Nel cielo primaverile, partendo dal Grande Carro, molto alto sopra le nostre teste,
possiamo rintracciare facilmente tutte le principali costellazioni. Prolungando l’arco
formato dalle 3 stelle del timone del carro, giungiamo alla brillante stella Arturo,
della costellazione del Bovaro (Bootes), a forma di aquilone. Prolungando ancora,
approdiamo ad una stella bianca, meno brillante di Arturo, ma evidente: Spica, della
costellazione della Vergine. In basso identifichiamo subito il trapezio formato dalla
costellazione del Corvo. Prolungando le ultime due stelle del carro, quelle che ci
indicano anche la posizione della Polare (nella parte opposta) approdiamo
all’evidente costellazione del Leone, una delle più belle e luminose del cielo. Aiu-
tandoci con mappe complete, come quelle fornite nella pagina precedente, siamo in
grado di rintracciare, a questo punto, tutte le costellazioni del cielo primaverile.

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Capitolo 2: L’osservazione ad occhio nudo Primo incontro con il cielo stellato

La costellazione del pastore (Bootes, in latino) domina questa immagine, con la bril-
lante stella Arturo in basso. La figura, a forma di aquilone, si sviluppa verso l’alto. A
sinistra dell’aquilone si nota la costellazione della corona boreale (Corona Borealis).
Se non riconoscete le figure, provate ad aiutarvi con la mappa sud del cielo della pa-
gina seguente.

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Capitolo 2: L’osservazione ad occhio nudo Primo incontro con il cielo stellato

2.4.2 Il cielo estivo

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Capitolo 2: L’osservazione ad occhio nudo Primo incontro con il cielo stellato

Il cielo delle calde notti estive è il più bello dell’anno.


Verso la metà di luglio, quando la luce del tramonto finalmente
scompare dopo le 22, possiamo godere dello spettacolo della Via
Lattea che solca il cielo da nord a sud, ovvero dalle costellazioni del
Cigno a quelle del Sagittario e Scorpione.
Proprio a sud, poco alta sull’orizzonte, noterete una stella
dall’inconfondibile color arancio, piuttosto brillante: si tratta di Anta-
res, nel cuore della costellazione dello Scorpione, tra le figure del
cielo più facili e suggestive da riconoscere.
Alla sua sinistra, ovvero verso est, si trova il centro della nostra ga-
lassia e la costellazione del Sagittario. Questa è una zona ricchissima
di ammassi stellari e nebulose, alcune, come la nebulosa Laguna
(M8), visibili anche ad occhio nudo.
Sopra la vostra testa noterete una bianca e brillante stella che vi ac-
compagnerà per qualche mese: si tratta di Vega, la stella più lumino-
sa di queste notti estive, appartenente alla costellazione della Lira.
Vega è una stella di colore bianco perfetto, dalla magnitudine pari
alla 0. Non molto lontano, in piena Via Lattea, troviamo un’altra stel-
la brillante, sebbene visibilmente meno di Vega: Deneb, della costel-
lazione del Cigno. Più in basso Altair, della costellazione
dell’Aquila, chiude il cosiddetto triangolo estivo, formato proprio da
queste tre stelle brillanti, facilissime da osservare anche da cieli non
perfettamente scuri.

Visione della Via


Lattea estiva da un
cielo scuro, guar-
dando verso sud
alle 23 del 15 Lu-
glio.

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Capitolo 2: L’osservazione ad occhio nudo Primo incontro con il cielo stellato

Il triangolo estivo è l’asterismo inconfondibile delle notti estive. Formato dalle stelle
Vega (Lira), Deneb (Cigno) e Altair (Aquila), è al centro del disco della Via Lattea e
consente di individuare numerose costellazioni.
Paradossalmente, in un cielo davvero scuro è abbastanza complicato da distinguere,
a causa della grande quantità di deboli stelle, strutture e nebulose presenti in questa
zona celeste.

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Capitolo 2: L’osservazione ad occhio nudo Primo incontro con il cielo stellato

2.4.3 Il cielo autunnale

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Capitolo 2: L’osservazione ad occhio nudo Primo incontro con il cielo stellato

Le notti autunnali segnano la transizione tra il cielo estivo e quello


invernale.
Nei mesi di Ottobre e Novembre, attorno alle 22, ad ovest e nord o-
vest troverete le costellazioni estive che si accingono al tramonto.
Ad est Toro, Gemelli e Auriga segnano l’approssimarsi dell’inverno.
Dopo le 23 anche Orione comincerà a sorgere, seguito, circa un’ora
dopo, da Sirio.
Il cielo autunnale ha una concentrazione minore di stelle, perché
stiamo guardando perpendicolarmente al disco della nostra Galassia,
verso lo spazio profondo. Non è un caso se l’autunno e soprattutto la
primavera sono considerate le stagioni delle galassie, proprio perché
la minore densità di stelle della Via Lattea consente di osservare la
luce di altri universi isola estremamente distanti nel tempo e nello
spazio. Proprio sopra la nostra testa si può riconoscere la costellazio-
ne di Andromeda, nella quale osservare ad occhio nudo la grande ga-
lassia di Andromeda, l’oggetto extragalattico a noi più vicino, nono-
stante i suoi 2,3 milioni di anni luce. La luce che possiamo osservare
ha lasciato le oltre 200 miliardi di stelle che formano questa galassia
quando ancora non esisteva traccia alcuna di civiltà e i primi austra-
lopitechi (antenati dell’uomo) attraversavano la steppa africana.
Poco più a sud della costellazione di Andromeda troviamo il grande
quadrato della costellazione di Pegaso, a dire la verità non molto so-
migliante al famoso cavallo alato.
Verso nord, il Grande Carro si trova nel punto più basso
sull’orizzonte. Trattandosi di una costellazione circumpolare non
tramonta mai alle nostre latitudini.
Esattamente dalla parte opposta rispetto alla Polare, quindi altissima
in cielo, si trova la bellissima e inconfondibile W di Cassiopea. Nelle
vicinanze troverete Perseo, altra stupenda costellazione; entrambe
sono immerse nella Via Lattea invernale, meno spettacolare di quella
estiva ma sempre interessante, che inesorabilmente nel corso delle
settimane successive prenderà il posto delle lontane galassie che ci
regala il cielo autunnale.

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Capitolo 2: L’osservazione ad occhio nudo Primo incontro con il cielo stellato

La costellazione del cocchiere (Auriga), contraddistinta dalla brillante stella Capella,


è facile da identificare nel cielo autunnale. Situata in piena Via Lattea, la costella-
zione è ricca di astri brillanti, nebulose e ammassi aperti, alcuni visibili anche ad
occhio nudo.

La costellazione del Toro è dominata dalla brillante Aldebaran. In alto, le Pleiadi


somigliano ad un carro in miniatura.

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Capitolo 2: L’osservazione ad occhio nudo Primo incontro con il cielo stellato

2.4.4 Il cielo invernale

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Capitolo 2: L’osservazione ad occhio nudo Primo incontro con il cielo stellato

E’ arrivato l’inverno, con il suo carico di freddo ma anche di cieli


cristallini grazie al vento secco di tramontana.
Le osservazioni possono iniziare già alle 18 è ci si può gustare una
notte lunga oltre 12 ore. E’ molto importante indossare
l’abbigliamento giusto per l’osservazione del cielo. Non è sufficiente
la giacca a vento che utilizzate per uscire di giorno, ma vestiti ben
più pesanti. Molti astrofili indossano una tuta da sci e sotto di essa
maglie e calzini di lana. Coprire il viso e soprattutto le mani è fon-
damentale, così come mantenere al caldo i piedi, le parti del corpo
più esposte al freddo della notte. Non sottovalutate mai l’importanza
del giusto abbigliamento e l’entità del freddo, perché esso arriva len-
tamente durante la notte, senza che voi ve ne rendiate conto: meglio
abbondare vestendosi pesanti, che abbandonare le osservazioni per-
ché non riuscite a scaldarvi.
Verso la metà di Gennaio, quando il Sole è tramontato ed il cielo di-
venta buio, in direzione sud est notiamo subito una stella molto bril-
lante, la prima ad accendersi dopo le luci del tramonto: si tratta di Si-
rio, la stella più brillante di tutto il cielo, eppure oltre 2 volte più de-
bole di Giove e 14 più di Venere!
Sirio è comunque evidente ed è la componente principale della co-
stellazione del Cane Maggiore, facile da identificare quando il cielo
diventa buio. Questa stella è una delle più vicine al Sole, solamente
8,6 anni luce, circa 80 mila miliardi di km, un’enormità per le distan-
ze terrestri, ma ben poca cosa per la scala dell’Universo.
Da Sirio è facile puntare direttamente sulla costellazione più bella ed
appariscente di tutto il cielo, ad una ventina di gradi nord-ovest: O-
rione, con le tre stelle della cintura disposte in modo inconfondibile
ed emozionante. La costellazione di Orione è una delle più belle di
questo squarcio di cielo invernale, una vera e propria gemma che
brilla soprattutto durante le serate spazzate dalla tramontana che ri-
puliscono il cielo da smog e foschie.
Da Orione, circa 20° ad est troviamo la piccola costellazione del Ca-
ne Minore, formata da sole due stelle, di cui una, Procione, piuttosto
brillante in una zona abbastanza povera di altri astri.

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Capitolo 2: L’osservazione ad occhio nudo Primo incontro con il cielo stellato

Qualche semplice spostamento tra le stelle invernali per individuare le costellazioni


più luminose e belle del periodo. Le figure di Orione, del Cane Maggiore e Minore
sono piuttosto evidenti e facili da rintracciare senza alcuna difficoltà.

La stella Betelgeuse, facente parte della costellazione di Orione, è facile da identifi-


care, grazie anche alla sua colorazione tipica. Con Sirio, la stella più brillante del
cielo, e Procione, del Cane minore, individuano i vertici di un grande triangolo nel
cielo invernale, molto facile da riconoscere.
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Capitolo 2: L’osservazione ad occhio nudo Primo incontro con il cielo stellato

La costellazione di Orione è molto evidente nella parte destra di questa foto. A sini-
stra, molto luminosa, troviamo Sirio. Sotto un cielo scuro, questo è lo spettacolo che
i nostri occhi possono ammirare nelle notti invernali.

In Orione possiamo osservare la nostra prima nebulosa: si tratta di


M42, meglio nota come grande nebulosa di Orione, identificabile
come una stella leggermente sfocata nel cuore della spada di Orione,
a sud della cintura, identificata da tre stelle di luminosità simile, al
centro della costellazione.
La stella più interessante della costellazione è senza dubbio Betel-
geuse (mag. + 0,58, leggermente variabile), gigante rossa 100 volte
più grande del Sole, posta sullo spigolo in alto a sinistra del quadrila-
tero che identifica la costellazione. Betelgeuse è giunta nelle fasi fi-
nali della propria vita, tanto che gli astronomi si aspettato da un mo-
mento all’altro (da qui ad un milione di anni) una sua spettacolare
esplosione, che per un mese intero la renderà molte volte più brillan-
te della Luna piena: un saluto in grande stile prima di lasciarci per
sempre e rendere orfana la costellazione di una delle sue stelle più

61
Capitolo 2: L’osservazione ad occhio nudo Primo incontro con il cielo stellato

brillanti. Sulla diagonale rispetto a Betelgeuse troviamo Rigel, leg-


germente più luminosa (mag. + 0,12), stella azzurra con età e pro-
prietà fisiche molto diverse, la sesta più brillante del cielo.
Ad una distanza simile tra Sirio e Betelgeuse, ma verso nord-est, tro-
viamo un’altra stella abbastanza luminosa, con magnitudine compre-
sa tra quella di Betelgeuse e Rigel (mag. + 0,34), posta in una zona di
cielo un po’ vuota di oggetti brillanti: si tratta di Procione, facente
parte della piccola costellazione del cane minore.
Procione, Sirio e Betelgeuse identificano in cielo un triangolo, detto
triangolo invernale, in analogia con quello estivo, formato da Deneb,
Vega e Altair.
A nord di Orione troviamo alcune gemme tipiche di questa stagione.
La costellazione del Toro, con la rossa Aldebaran, e il piccolo grup-
po formato dalle Pleiadi, denominate anche le sette sorelle. Un cielo
buio ed un occhio medio individua facilmente 7 componenti, mentre
gli occhi più allenati riescono tranquillamente a vederne 9 e forse an-
che di più.
Ad est della costellazione del Toro troviamo due stelle brillanti: Ca-
store e Polluce, gemelli mitologici facenti parte della costellazione
zodiacale dei Gemelli.
Ancora più in alto Capella, stella arancio, domina la costellazione
dell’Auriga, passando quasi esattamente allo zenit (ovvero vertical-
mente, a 90° sopra l’orizzonte).
In questa costellazione, nel pieno della Via Lattea invernale, possia-
mo osservare numerosi ammassi aperti, alcuni visibili ad occhio nu-
do, tutti facili preda di un binocolo.
Rivolgendo lo sguardo verso nord, il Grande Carro comincia lenta-
mente a risalire nel cielo. Perseo si trova quasi sopra la testa, non
lontano dall’Auriga, con il doppio ammasso ben visibile ad occhio
nudo.
Cassiopea, invece, sta lentamente abbassandosi verso l’orizzonte, che
comunque non raggiungerà mai, poiché è anche essa una costellazio-
ne circumpolare.

62
Capitolo 2: L’osservazione ad occhio nudo Primo incontro con il cielo stellato

La costellazione del Perseo domina le notti invernali, passando quasi sopra la testa
degli osservatori italiani. Dalla sua figura possiamo facilmente rintracciare l’Auriga,
la W di Cassiopea, Andromeda, con la grande galassia perfettamente visibile e, dalla
parte opposta, l’inconfondibile forma delle Pleiadi

63
Capitolo 2: L’osservazione ad occhio nudo Primo incontro con il cielo stellato

2.5 Classificazione delle stelle e degli oggetti diffusi


Durante le prime osservazioni ad occhio nudo che abbiamo effettuato
nelle pagine precedenti, spesso ci siamo imbattuti in nomi di stelle un
po’ particolari: alcuni sono nomi propri, altri delle semplici lettere
greche. Gli stessi nomi delle costellazioni a volte li abbiamo trovati
in latino, altre in italiano.
Abbiamo visto anche che alcuni oggetti non stellari, come la galassia
di Andromeda, visibile ad occhio nudo, hanno dei nomi particolari.
In queste pagine cerchiamo di fare un po’ di chiarezza sulla classifi-
cazione e la nomenclatura delle stelle e degli oggetti del cielo pro-
fondo che è possibile osservare con gli strumenti astronomici, che
cominceremo a vedere nel prossimo capitolo.
Sin dall’antichità gli uomini che osservavano il cielo (molti più di
oggi!) hanno assegnato nomi propri alle stelle più brillanti, per rico-
noscerle e renderle in qualche modo più familiari. Assegnare una
nomenclatura agli oggetti che osserviamo nel cielo è anche di indub-
bia comodità e permette di studiare e classificare le decine di mi-
gliaia di stelle ed oggetti diffusi che sono stati scoperti ed osservati
nel corso degli anni.

2.5.1 La classificazione delle stelle


Il primo rozzo catalogo stellare è da attribuire proprio alle antiche
civiltà, quali Babilonesi, Egizi, Greci ed Arabi. A loro dobbiamo tutti
i nomi propri, come Vega, nella Lira, Capella, in Auriga, Betelgeuse
in Orione, Sirio nel Cane Maggiore e molte altre. Spesso si tratta di
nomi associati a miti e leggende, altre volte dal significato più esteti-
co, come Mira, nome di recente attribuzione per definire una “stella
meravigliosa”.
Esiste anche una catalogazione più pratica, la cui origine risale al
1603, ad opera dell’astronomo Bayer, colui che definì le costellazio-
ni dell’era moderna con il suo lavoro intitolato Uranometria. Secon-
do questo standard, alle stelle di una costellazione vengono attribuite
lettere greche in base a luminosità decrescenti, seguite dal genitivo
latino del nome della costellazione. Seguendo questo schema sempli-
ce, la stella più luminosa di ogni costellazione si chiamerà α , la se-

64
Capitolo 2: L’osservazione ad occhio nudo Primo incontro con il cielo stellato

conda β , la terza γ e così via, fino a classificare tutte le stelle fa-


centi parte della figura della costellazione.
Le stelle dell’Orsa Maggiore, ad esempio (Ursa Major), si chiame-
ranno: Alpha Ursae Majoris, Beta Ursae Majoris e così via…
Stimare ad occhio la lumi-
nosità degli oggetti non è
semplice, per questo qual-
che volta si sono create del-
le incongruenze e non
sempre la lettera α corri-
sponde alla stella più bril-
lante, come nel caso della
costellazione dei Gemelli,
dove la β (Polluce) è in
realtà la più luminosa.
Questa classificazione
semplice e un po’ più di-
staccata è molto utile ed
intuitiva per trovare facil-
mente le stelle principali
che possiamo osservare nel
cielo, invece che usare le
coordinate equatoriali, dif-
ficili da interpretare e mi- L’Uranometria è l’imponente lavoro di Bayer
surare. che classifica stelle e costellazioni dell’era
La classificazione secondo moderna. In questa immagine la figura di O-
rione, cacciatore mitologico dell’antica Grecia.
questo schema è alla base
della tecnica dello star hopping, ovvero dell’individuazione di un
oggetto da osservare attraverso salti successivi tra stelle relativamen-
te brillanti. Possiamo ad esempio rintracciare la famosa nebulosa
planetaria ad anello M57 a metà strada tra le stelle β e γ della co-
stellazione della Lira. Se non ci fosse stata questa classificazione,
come avreste trovato con facilità questa bellissima nebulosa e come
lo avreste descritto in un testo come questo?

65
Capitolo 2: L’osservazione ad occhio nudo Primo incontro con il cielo stellato

Attribuire quindi dei nomi alle stelle è utile, sia per trovare gli ogget-
ti, sia per identificare le stelle stesse, importanti da studiare per a-
stronomi e scienziati.
Una classificazione successiva, ancora usata nei cataloghi degli a-
strofili, sostituisce le lettere greche con un numero e identifica le
stelle non secondo la luminosità, ma partendo dalla componente della
costellazione posta più ad ovest. In questo modo si ha una più ampia
scelta e non si corre il rischio di terminare le lettere per le costella-
zioni più grandi.
Gli astronomi e gli astrofili, grazie all’avvento dei telescopi, sono in
grado di osservare centinaia di migliaia, se non milioni, di stelle. I-
dentificarle è di fondamentale importanza per orientarsi e soprattutto
per studiare le loro proprietà. La semplice classificazione vista fino
ad ora non è più sufficiente, perché povera di dettagli e perché ri-
guarda solamente un esiguo numero delle stelle effettivamente osser-
vabili. Per questo motivo, nel corso degli anni sono stati compilati
imponenti atlanti stellari con il compito di identificare, con una parti-
colare sigla, coordinate e alcune importanti proprietà delle stelle.
Alcuni database sono enormi e contengono anche decine di milioni
di stelle, ognuna delle quali è corredata da un nome, dalla sua lumi-
nosità apparente, dalle coordinate precise e, spesso, dal tipo spettrale
e dalla distanza stimata.
Uno dei cataloghi più completi di informazioni, ed utile specialmente
agli astrofili, è l’Harry Draper Catalogue, abbreviato con HD, com-
pilato dagli scienziati di Harvard tra il 1918 e il 1924 ed ampliato nel
1949. Esso contiene la classificazione, secondo precisissime coordi-
nate equatoriali e proprietà spettroscopiche, di oltre 350.000 stelle
fino alla nona magnitudine, quindi praticamente tutte quelle utilizza-
te dagli astrofili per orientarsi e muoversi nel cielo con i propri stru-
menti.
Con l’avvento di più potenti telescopi e di tecniche di misurazione
della posizione molto accurate, il catalogo HD è stato sostituito, so-
prattutto in ambienti professionali, da altri cataloghi molto più com-
pleti e contenenti informazioni di diversa natura. Sono così nati i ca-
taloghi per la classificazione di stelle doppie, come il Washington
Catalog of Double Stars (WDS), contenente quasi 100000 oggetti,

66
Capitolo 2: L’osservazione ad occhio nudo Primo incontro con il cielo stellato

oppure il General Catalog of Variable Stars (GCVS), con quasi


38000 stelle variabili, in continuo aggiornamento.
Per quanto riguarda la semplice classificazione stellare, troviamo
l’Hubble Guide Star Catalog (GSC) contenente posizioni e magnitu-
dini di circa 15 milioni di stelle adatte al puntamento e alla guida del
telescopio spaziale Hubble.
Il record spetta al catalogo USNO, che nella sua versione completa
classifica circa 1 miliardo di stelle!

2.5.2 La classificazione degli oggetti diffusi


Nei cataloghi stellari appena visti non è classificata nemmeno una
nebulosa, una galassia o un ammasso stellare.
Per questi oggetti esistono dei cataloghi a parte, che contengono, ol-
tre al nome assegnato all’oggetto, alcune proprietà fondamentali,
quali: tipologia, diametro, aspetto, proprietà fotometriche e così via.
La prima classificazione degli oggetti del cielo profondo è stata pos-
sibile solamente con l’avvento del telescopio.
Il primo catalogo fu compilato dall’astronomo e cacciatore di comete
Charles Messier; esso classifica e identifica attraverso le coordinate
equatoriali 110 oggetti non stellari. Il catalogo Messier, i cui oggetti
sono identificati con la lettera M seguita da un numero compreso tra
1 e 110, è largamente utilizzato dagli astrofili nell’osservazione di
ammassi stellari, nebulose e galassie (ed ora finalmente avete scoper-
to perché la galassia di Andromeda si chiama M31, oppure la nebu-
losa ad anello nella Lira M57!).
Il catalogo Messier fu pubblicato per la prima volta nel 1774.
L’astronomo francese compilò questa lista di oggetti per identificarli
e non scambiarli per delle comete, la cui ricerca era di gran lunga
l’attività su cui si concentravano tutti gli astronomi del tempo.
In esso sono raccolti, indistintamente, oggetti galattici (nebulose ed
ammassi), ed extragalattici, ovvero comprendenti galassie esterne al-
la Via Lattea.
Gli oggetti furono avvistati attraverso piccoli telescopi, del tutto si-
mili ai moderni rifrattori da 75-80 mm: tutti gli oggetti contenuti so-

67
Capitolo 2: L’osservazione ad occhio nudo Primo incontro con il cielo stellato

no quindi facile preda di un piccolo telescopio amatoriale, a patto di


osservare sotto un cielo privo di luci artificiali e della Luna.
Nel corso degli anni, con il progredire della potenza dei telescopi,
furono osservati migliaia di altri oggetti diffusi e compilati altri cata-
loghi. Uno dei più importanti è il New General Catalogue (NGC);
esso contiene quasi 8000 oggetti del cielo profondo, frutto della col-
laborazione di alcuni importanti astronomi della seconda metà
dell’800, tra cui William Herschel, John Herschel e John Dreyer. Gli
oggetti appartenenti al catalogo, tra cui anche tutti quelli classificati
da Messier, hanno la sigla NGC seguita da un numero compreso tra 1
e 7840, non tutti osservabili con piccoli strumenti, ma quasi tutti alla
portata di telescopi da 250 mm.
Il catalogo NGC contiene anche oggetti particolarmente brillanti
sfuggiti, chissà per quale motivo, a Messier, circa un secolo prima,
come il doppio ammasso del Perseo, classificato come NGC869-884,
o la nebulosa Nord America, nel Cigno, visibile anche ad occhio nu-
do e classificata come NGC7000.
Gli oggetti riportati anche nella classificazione precedente di Messier
hanno la doppia dominazione, a seconda del catalogo utilizzato: la
galassia di Andromenda, ad esempio, è classificata sia come M31
che come NGC224.
Gli astronomi professionisti dei giorni nostri utilizzano altri catalo-
ghi, anche perché, grazie ai loro potenti telescopi, sono stati indivi-
duati moltissimi altri oggetti diffusi non inclusi nelle classificazioni
dei secoli passati.
I moderni cataloghi sono divisi in base al tipo di oggetto; molto svi-
luppati sono quelli che classificano le galassie. Il Catalogue of Prin-
ciple Galaxies (PGC) contiene circa 900000 galassie esterne alla Via
Lattea, ma ve ne sono altri che ne contano anche milioni.

68
Capitolo 3: L’osservazione binoculare Primo incontro con il cielo stellato

Capitolo 3: L’osservazione binoculare

La naturale evoluzione dell’osservazione ad occhio nudo prevede


l’acquisto e l’utilizzo del primo strumento astronomico: il bino-
colo.
L’osservazione binoculare rappresenta la giusta transazione tra
la visione ad occhio nudo e quella attraverso un telescopio astro-
nomico.
Attraverso il binocolo comincerete ad imparare a muovervi tra le
stelle, a cercare oggetti, a capire come osservare e quali sono i
corpi celesti che suscitano il maggiore interesse. Il binocolo, inol-
tre, resterà uno strumento sempre utile durante la vostra carrie-
ra di astrofili, in quanto può regalare osservazioni ed emozioni
che nessun telescopio è in grado di dare.

3.1 Come è fatto e come funziona un binocolo


Il binocolo è uno strumento ottico dedicato alle osservazioni terrestri
che può venire usato con profitto per l’osservazione del cielo.
Un classico binocolo è costituito da due obiettivi, le due aperture più
grandi, dalle quali entra la luce che percorre tutta la lunghezza dello
strumento, viene rifratta e riflessa da dei prismi che hanno il compito
di raddrizzare l'immagine, che ogni sistema ottico capovolge natu-
ralmente, fino a confluire in due piccole aperture chiamate oculari,
dove si poggiano gli occhi.
Tutti i binocoli sono contraddistinti da due numeri che ne indicano la
potenza: il diametro degli obiettivi e l'ingrandimento, di solito im-
pressi sul corpo dello strumento.

69
Capitolo 3: L’osservazione binoculare Primo incontro con il cielo stellato

Un binocolo sul quale sono incise le scritte 10X50 identifica uno


strumento che fornisce 10 ingrandimenti ed i cui obiettivi hanno il
diametro di 50 mm ciascuno.

Schema di un binocolo classico, formato da due obiettivi, i quali convogliano la luce


verso dei prismi, che hanno il compito di raddrizzare l’immagine ed avvicinare gli
assi ottici. In questa figura il classico binocolo con i prismi di Porro; in alternativa
esistono versioni, generalmente di piccolo diametro, con prismi detti a tetto.

Al contrario dei telescopi, i binocoli usano oculari fissi, quindi non si


può variare l'ingrandimento, che diventa, in questa situazione, un
importante fattore di valutazione.
I binocoli ottimi per iniziare ad osservare il cielo sono i 7X50,
10X50, 12X50. Questi strumenti sono allo stesso tempo leggeri ma
potenti, con un ingrandimento abbastanza basso da poter essere sor-
retti a mano senza l'aiuto di uno scomodo treppiede.
In commercio esistono vari tipi di binocoli, da quelli giocattolo (co-
me 5X20) a grossi ed ingombranti strumenti, dai tipici diametri tele-

70
Capitolo 3: L’osservazione binoculare Primo incontro con il cielo stellato

scopici (20X80, 20X100). Mentre i primi non daranno alcuna soddi-


sfazione per l’osservazione del cielo, i secondi sono strumenti impe-
gnativi che richiedono un robusto treppiede per essere adeguatamen-
te sorretti, quindi sconsigliabili per i principianti.
Il prezzo di un buon binocolo è generalmente inferiore a quello dei
telescopi rifrattori (ovvero a lenti) di pari diametro, in quanto la lavo-
razione delle ottiche può anche non essere perfetta, ma sufficiente a
sopportare l'ingrandimento per il quale è stato progettato. Nonostante
ciò, diffidate sempre da offerte in apparenza vantaggiose: un binoco-
lo di qualità accettabile raramente si trova ad un prezzo inferiore ai
50 euro.
Vi sono diversi metodi per stabilire la qualità di un binocolo, ma il
più importante è senza dubbio la collimazione dei due obiettivi. In
parole semplici, i due obiettivi devono inquadrare la stessa zona, al-
trimenti le immagini vi appariranno sdoppiate, come se aveste un di-
fetto di strabismo.
Molti astrofili sottovalutano l’importanza della collimazione degli
obiettivi, ma essa è fondamentale per osservare in modo confortevo-
le. Una piccola scollimazione, infatti, viene corretta dal nostro cer-
vello durante le osservazioni, che però risulteranno stancanti e fasti-
diose dopo pochi minuti. L’osservazione attraverso un binocolo otti-
camente e meccanicamente in ordine è rilassante e riposante anche
dopo molti minuti. Se così non è, allora provate a vedere se i due o-
biettivi inquadrano esattamente lo stesso campo. Poggiate il binocolo
su un supporto e guardate alternativamente con l’occhio sinistro e
l’occhio destro: se notate che gli oggetti all’interno si spostano, allo-
ra il vostro binocolo è leggermente scollimato ed è questa, con tutta
probabilità, la causa della fatica che provate durante le osservazioni.

71
Capitolo 3: L’osservazione binoculare Primo incontro con il cielo stellato

3.2 L’osservazione al binocolo


Una volta acquistato il binocolo adatto, non dovete far altro che usci-
re fuori, sotto un cielo scuro, aspettare 15 minuti affinché i vostri oc-
chi si adattino al buio, ed osservare attraverso lo strumento, proprio
come avete fatto durante le prime osservazioni ad occhio nudo.
Questo primo impatto con la vostra “seconda osservazione” vi farà
capire subito potenzialità e difficoltà dell’osservare il cielo con uno
strumento astronomico. Sicuramente noterete che il campo inquadra-
to dal binocolo è molto più piccolo di quello che avete ad occhio nu-
do: quasi tutte le costellazioni non possono neanche essere inquadra-
te totalmente. D’altra parte, noterete subito come il numero delle
stelle che potete osservare è molto maggiore rispetto all’osservazione
senza strumenti, quindi potenzialmente potete riuscire ad osservare
molti nuovi oggetti.
L’osservazione binoculare vera e propria va naturalmente preparata
più scrupolosamente di quella ad occhio nudo, anche perché cambia-
no gli oggetti da osservare: se ad occhio nudo avete imparato a rico-
noscere le costellazioni, con un binocolo andiamo oltre; sapere iden-
tificare le figure del cielo ci servirà semplicemente come base per
trovare nuovi oggetti che ad occhio nudo non sono visibili.

3.2.1 Cosa serve per osservare al binocolo


Alcune delle informazioni che state per leggere le avete sicuramente
viste nel paragrafo dedicato all’osservazione visuale, ma ripeterle
non fa di certo male.
Prima di tutto occorre un cielo scuro, lontano dalle luci della città.
Per un cielo scuro si intende un cielo la cui magnitudine limite allo
zenit sia di almeno 5,5, meglio 6. Per conoscere la magnitudine limi-
te, quindi lo stato del vostro cielo, aiutatevi con delle mappe delle
costellazioni che in quel periodo dell’anno sono visibili sopra la vo-
stra testa. Orientativamente, se siete in estate avrete la costellazione
della Lira sopra di voi, se siete in autunno allora avrete Andromeda;
in inverno l’Auriga ed in primavera l’Orsa Maggiore.

72
Capitolo 3: L’osservazione binoculare Primo incontro con il cielo stellato

Procuratevi delle carte di queste costellazioni che riportano magnitu-


dini fino alla 6,5 e cercate in cielo la stella più debole che riuscite ad
avvistare ad occhio nudo in visione distolta (ovvero con la coda
dell’occhio) e con un adeguato adattamento al buio. Identificatene la
magnitudine sulla mappa e capirete subito la qualità del vostro cielo.
Se è superiore a 5,5 allora il vostro cielo è buono, in caso contrario
meglio lasciar perdere e spostarsi, oppure dedicarsi all’osservazione
della Luna e dei pianeti. Purtroppo la realtà può essere dura, ma va
affrontata: è del tutto inutile osservare oggetti deboli dalle città, sia
se si possiede un binocolo, che il telescopio più grande del mondo.
Se abitate in città e non avete la possibilità di spostarvi, allora pur-
troppo tutti gli oggetti al di fuori delle stelle doppie, dei pianeti e del-
la Luna vi saranno sempre ed inesorabilmente preclusi.
In cielo non deve essere presente la Luna, la quale si comporta come
un grande faro. Fate quindi questo test solamente nelle notti in cui il
nostro satellite naturale è assente.
Se volete osservare con la Luna sopra l’orizzonte, allora osservate
solamente lei, perché la sua luce nasconde tutti gli altri oggetti.
Se potete, osservate in compagnia, di certo sarà tutto più emozio-
nante e meno stancante.
La comodità ed il caldo sono condizioni importantissime per avere
osservazioni emozionanti e rilassanti.
Vestitevi molto bene perché il freddo, anche in estate, è sempre in
agguato, anche quando apparentemente non si sente. Ricordatevi che
state all’aperto e ci starete per qualche ora probabilmente, quindi bi-
sogna vestirsi molto più pesantemente rispetto a ciò che fareste nelle
normali situazioni.
Per stare comodi, durante l’osservazione è utilissima una sedia a
sdraio, con la quale potete stare con la testa all’insù ed osservare in
modo rilassato.
Se la serata è particolarmente rigida, portatevi con voi qualche be-
vanda calda in un thermos. Meglio evitare gli alcolici, che compro-
mettono la visione e il sicuro ritorno a casa in auto!
Le mappe del cielo sono fondamentali. Nella pagina seguente potete
vedere un esempio di mappa, preparata con il programma gratuito
Cartes du Ciel, che ritrae la costellazione della Lyra.

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Capitolo 3: L’osservazione binoculare Primo incontro con il cielo stellato

Esempio di mappa celeste per l’osservazione binoculare e telescopica, preparata con


il software Cartes Du Ciel.

Le mappe si possono tranquillamente creare e stampare utilizzando


ogni programma di simulazione del cielo, come i citati Cartes du
Ciel o Stellarium.
Sceglietevi 5-6 costellazioni che siano visibili quella notte, possibil-
mente nel disco della Via Lattea (estiva o invernale), e fatevi mostra-
re al software gli oggetti principali e la magnitudine di alcune stelle
deboli, comprese tra la 5 e la 7.

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Capitolo 3: L’osservazione binoculare Primo incontro con il cielo stellato

3.2.2 Cosa osservare con il binocolo


Di certo avete l’imbarazzo della scelta e non vi basterà una serata per
osservare tutto il cielo visibile nel periodo dell’anno scelto.
Gli oggetti da osservare sono quelli del cielo profondo, ovvero oltre
il Sistema Solare, in particolare quelli, come le grandi nebulose e
ammassi aperti, che hanno una notevole estensione angolare.
Il binocolo purtroppo non può variare gli ingrandimenti, che restano
abbastanza modesti, per questo motivo non si possono osservare con
profitto i pianeti, ma si può comunque avere una buona visione
d’insieme della Luna, soprattutto quando è prossima al primo quarto.
Tutti gli oggetti più luminosi della magnitudine 6,5 ed estesi almeno
la metà del diametro apparente della Luna sono adatti. Costruite le
mappe celesti utilizzando questi due criteri.
Le mappe vi serviranno per rintracciare con facilità gli oggetti prin-
cipali ed essere consapevoli di quello che state osservando. In questo
modo approfondirete la conoscenza delle stelle e delle costellazioni,
alla base di ogni osservazione astronomica.
Se siete curiosi e vi piace la sfida, tutti o quasi gli oggetti del catalo-
go di Messier sono alla portata di un binocolo da 50 mm di diametro,
un cielo buio ed una vista d’aquila. Benché non spettacolari come al
telescopio, sicuramente potrete trovare stimoli e soddisfazione
dall’organizzare una bella sfida con voi stessi o con gli amici, con-
tando quanti e quali oggetti di Messier riuscite ad osservare in una
notte, e perché no, cercare di disegnarli e vedere, una volta tornati a
casa, se le vostre impressioni sono state corrette o meno.
La verità è che lo spirito e le motivazioni di ogni osservazione astro-
nomica possono essere le più svariate; sta a voi fare ciò che vi diver-
te di più.

3.2.3 Come osservare con il binocolo


Le mappe che avete con voi sono i punti di riferimento per trovare
gli oggetti da osservare nella sfera celeste.
Tenete al vostro fianco un taccuino nel quale annotare le osservazio-
ni e abbozzare qualche veloce disegno, magari confrontandolo con
quello che prova ad effettuare il vostro compagno di osservazioni.

75
Capitolo 3: L’osservazione binoculare Primo incontro con il cielo stellato

Scambiatevi idee ed impressioni, fate a gara a chi vede più oggetti o


parti più deboli di un oggetto. Non abbiate mai a priori nella mente
l’immagine dell’oggetto che state osservando, scopritelo da soli, sen-
za farvi influenzare da ciò che avete visto in alcune immagini.
Per rintracciare più facilmente gli oggetti è necessario capire quanto
è esteso il campo inquadrato dal vostro binocolo. Se non lo sapete
già, potete stimarlo osservando una porzione di cielo di cui conoscete
le dimensioni angolari: le solite stelle del Grande Carro fanno pro-
prio al caso nostro. Il campo reale generalmente oscilla tra i 5° e i 7°
e dipende dal campo apparente degli oculari e dall’ingrandimento.
Puntando le stelle del Grande Carro, o ogni altra zona di cielo di cui
conosciamo le distanze, siamo subito in grado di dare una stima al
campo reale.
Capito quanto sia grande il campo inquadrato dal vostro binocolo,
potete consultare le mappe con maggiore consapevolezza e procedere
alla tecnica dello star hopping per trovare gli oggetti celesti.
Lo star hopping è una tecnica che prevede di puntare l’oggetto desi-
derato aiutandoci con stelle brillanti vicine, attraverso piccoli movi-
menti di stella in stella.
Il puntamento manuale di oggetti invisibili ad occhio nudo avviene
sempre con questa tecnica, che consente di acquisire un’ottima cono-
scenza del cielo e delle distanze. La ricerca degli oggetti in questo
modo diventa parte dell’emozione di un’osservazione, una vera e
propria esplorazione del cielo che mette alla prova la vostra pazienza
ed abilità. Parleremo ancora dello star hopping quando affronteremo
l’osservazione telescopica.
Osservate un oggetto con calma, dedicandogli il giusto tempo:
l’osservazione non è una gara contro il tempo, ma qualcosa da gusta-
re (a meno che con il vostro amico non decidiate di fare una gara a
chi osserva più oggetti in un tempo stabilito, davvero divertente!). I
dettagli di ogni oggetto tendono a venir fuori solamente dopo un paio
di minuti di osservazione, meglio se effettuata in visione distolta.
Un’importante precisazione: l’orientazione delle costellazioni ri-
spetto al nostro orizzonte cambia nel corso della notte e dei mesi a
causa della rotazione della Terra. Le costellazioni, quindi, non solo si

76
Capitolo 3: L’osservazione binoculare Primo incontro con il cielo stellato

spostano in cielo, ma le figure cambiano l’orientazione a seconda di


dove si trovano.
Quando vogliamo trovare un oggetto situato, ad esempio, 5° a nord
di una stella, la direzione data è da intendersi sempre rispetto ai punti
cardinali della sfera celeste, in questo caso il polo nord celeste, non
rispetto al nord inteso come direzione verticale rispetto alla nostra
posizione.
L’orientazione dei punti cardinali della sfera celeste è fissata. Ogni
orientazione in astronomia si riferisce sempre ai rispettivi punti sulla
sfera celeste e coincide con gli assi verticali e orizzontali solamente
quando la stella o la costellazione si trovano al meridiano, ovvero nel
loro punto più alto sull’orizzonte.
Questo momento è detto anche meridiano centrale; geometricamente
è una linea immaginaria che passa per il polo nord, lo zenit, il polo
sud e il nadir, e identifica il punto di culminazione degli oggetti a-
stronomici, ovvero il punto in cui l’altezza è maggiore.
Per definizione, l’azimut di ogni stella che si trova in meridiano è pa-
ri a zero.

La grande nebulosa di Orione vista at- L’ammasso globulare M13 in Ercole,


traverso un buon binocolo 10X50. attraverso un binocolo 7X50.

77
Capitolo 3: L’osservazione binoculare Primo incontro con il cielo stellato

Oggetti binoculari in Autunno

Nome Costellazione Descrizione


Doppio Perseo (Per) Coppia di ammassi aperti estremamen-
Ammasso te spettacolari. Si osservano in piena
(NGC869- Via Lattea, tra Cassiopea e Perseo, an-
884) che ad occhio nudo, come due piccole
macchioline. Spettacolari con il binoco-
lo, immersi nel ricco campo di stelle
della Galassia.
M34 Perseo (Per) Ammasso Aperto a metà strada tra γ
Andromedae e β Persei (Algol). Nel
binocolo appare parzialmente nebuloso,
con 5-6 stelle ben visibili e immerse in
una macchia rotonda ed estesa.
M31 (Ga- Andromeda La famosa Galassia di Andromeda, fa-
lassia di (And) cile da individuare ad occhio nudo, bel-
Andro- lissima al binocolo, più che con un te-
meda) lescopio. Situata sopra β Andromedae,
appare ovale e molto luminosa. Osser-
vata con attenzione e in visione distolta
risulta molto più estesa.
M15 Pegaso (Peg) Ammasso globulare situato 4° a sud di
ε, la stella più a sud della costellazione
di Pegaso.
M52 Cassiopea Ammasso aperto facile da trovare ap-
(Cas) pena all’esterno della W di Cassiopea.
NGC752 Andromeda Ammasso aperto nella costellazione di
Andromeda. Appena sopra β Trianguli,
verso γ And. Molto esteso e poco con-
centrato, appare come un gruppo di
stelle di diversi colori.

78
Capitolo 3: L’osservazione binoculare Primo incontro con il cielo stellato

Oggetti binoculari in Inverno

Nome Costellazione Descrizione


Pleiadi Toro (Tau) Famosissimo ammasso aperto, facile da
(M45) osservare ad occhio nudo, anche da cieli
inquinati. Facilmente individuabile a oc-
chio nudo.
Iadi Toro (Tau) Ammasso aperto molto esteso, a sud del-
le Pleiadi. Forma una specie di V con a
capo Aldebaran, di cui però non ne fa
parte. E’ uno degli ammassi aperti a noi
più vicini, risolto ad occhio nudo e bel-
lissimo con un binocolo.
M42 Orione (Ori) La grande nebulosa di Orione non ha bi-
sogno di presentazioni. Facilissima da
trovare sotto la cintura di Orione, a metà
della spada. Ad occhio nudo appare come
una stella sfocata, con un binocolo è stu-
penda. In visione distolta si possono os-
servare delle tenui sfumature
nell’intricata trama della nebulosa, al
centro della quale si trova il trapezio, un
piccolo ammasso aperto.
M41 Cane Mag- Ammasso Aperto situato 4° a sud di Si-
giore (CMa) rio. Esteso quando la Luna Piena, è facile
da trovare ed osservare con il binocolo,
presentando una discreta di concentra-
zione di stelle luminose. Non è visibile
ad occhio nudo.
M36 Auriga (Aur) Tre ammassi aperti tutti e tre ben visibili
M37 a cavallo della parte bassa dell’Auriga.
M38 M36 é il più piccolo ma il più brillante.
M37 resta nebuloso, mentre M38 si ri-

79
Capitolo 3: L’osservazione binoculare Primo incontro con il cielo stellato

solve nelle singole stelle. Tutta questa


regione del cielo è stupenda se osservata
con il vostro binocolo.
M35 Gemelli Ammasso aperto a sud di ε Gemini. Visi-
(Gem) bile ad occhio nudo da un cielo estrema-
mente scuro, é splendido in un binocolo,
che ne mostra le singole stelle.
M46 Poppa (Pup) Ammassi aperti situati a circa 8° a nord
M47 di Sirio, quindi abbastanza facili da tro-
vare. In un binocolo sono visibili nello
stesso campo.M47 è più brillante e risol-
to in stelle, M46 è risolvibile solo par-
zialmente con binocoli da 50 mm.

Oggetti binoculari in Primavera

Nome Costellazione Descrizione


M44 - Cancro (Cnc) M44: Il famoso ammasso aperto Presepe
M67 è facile da avvistare ad occhio nudo, se il
cielo è abbastanza buio, situato nella de-
bole costellazione del Cancro, di cui
sembra essere l’oggetto più evidente, più
delle singole stelle della costellazione. E'
stato il primo osservato al telescopio da
Galileo, nel diciassettesimo secolo, agli
albori delle osservazioni astronomiche.
Spettacolare al binocolo.
M67: Ammasso aperto, circa 2° a sinistra
della stella α. Appare come una macchia
leggermente allungata.

80
Capitolo 3: L’osservazione binoculare Primo incontro con il cielo stellato

M67 Cancro (Cnc) Altro ammasso aperto, molto diverso


quanto a concentrazione ed età rispetto
ad M44. Si trova circa 2° a est della stella
α. Al binocolo non è facile da risolvere,
se non parzialmente in visione distolta.
M3 Cani da Cac- Ammasso globulare facile da osservare
cia (Cnv) come una piccola macchia bianca e sfo-
cata. Non è semplice da individuare per-
ché la zona è povera di stelle. Possiamo
provare a spostarci di 12° a nord-est di
Arturo.

Oggetti binoculari in Estate

Nome Costellazione Descrizione


M13 Ercole (Her) Famoso ammasso globulare, visibile an-
che ad occhio nudo. Appare come una
macchia brillante e rotonda, Lungo la li-
nea che congiunge le stelle η e ξ della
costellazione, a circa 1/3 della distanza di
ξ da η .
M92 Ercole (Her) Ammasso globulare leggermente più dif-
ficile da rintracciare, in quanto situato in
un'area povera di stelle. Possiamo trovarlo
4° a sud-ovest di ι Herculis. Molto bello
al binocolo, di aspetto nebuloso; un po’
debole.
M4 Scorpione Altro ammasso globulare, nello stesso
(Sco) campo di Antares, la brillante stella dello
Scorpione. Debole ma piuttosto esteso.

81
Capitolo 3: L’osservazione binoculare Primo incontro con il cielo stellato

M6 M7 Scorpione Ammassi aperti nella coda dello Scorpio-


(Sco) ne, visibili nello stesso campo di vista di
ogni binocolo e perfettamente risolti. Vi-
sione molto suggestiva.
M22 Sagittario L’ammasso globulare più luminoso visibi-
(Sgr) le nel cielo boreale, appare come una stel-
la sfocata e dalle dimensioni simili a quel-
le della Luna piena.
M23 Sagittario M23 è un piccolo ammasso aperto, mentre
M24 (Sgr) M24 una gigantesca nube stellare ricchis-
sima di stelle colorate, visibile perfetta-
mente anche ad occhio nudo. Assoluta-
mente meravigliosa con ogni binocolo.
M8 Sagittario Nebulose ad emissione, M8 e M20 molto
M20- (Sgr) vicine tra di loro, visibili nello stesso
M17 campo. M8, detta nebulosa laguna, è per-
fettamente visibile anche ad occhio nudo,
come una piccola nube lungo il disco della
Via Lattea. M20 é più piccola e debole.
M17 si trova una decina di gradi più a
nord. E' detta nebulosa Omega o Cigno,
per la sua forma caratteristica, solamente
intuibile al binocolo.
M11 Scudo (Sct) Ammasso aperto tra i più belli al binoco-
lo, detto "Anitra selvatica". Si trova circa
3° ad ovest della stella λ l dell'Aquila, si-
tuata sul bordo inferiore della costellazio-
ne. E' esteso e luminoso, nelle notti molto
trasparenti comincia a risolversi con un
binocolo da 80 mm.

82
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

Capitolo 4: Il telescopio astronomico

Quando avrete imparato a conoscere il cielo ad occhio nudo ed


appreso i rudimenti dell’osservazione strumentale attraverso il
binocolo, sentirete presto l’esigenza di spingere più in avanti la
vostra passione, andando ad osservare più in dettaglio ed in pro-
fondità il cielo attraverso l’ausilio di un telescopio.
In questo capitolo apprenderete i principi di funzionamento dei
telescopi astronomici e quale può essere la migliore scelta per il
primo strumento.

4.1 Funzionamento di un telescopio


Il telescopio è lo strumento per eccellenza dedicato all’osservazione
del cielo.
Ogni telescopio astronomico è composto di due parti, una ottica, det-
ta anche tubo ottico, che rappresenta il telescopio vero e proprio, e
l’altra meccanica, con il delicato compito di sorreggere adeguata-
mente lo strumento durante le osservazioni, spesso condotte ad altri
ingrandimenti. L’insieme ottico-meccanico di ogni strumento astro-
nomico non può essere diviso e prende il nome di telescopio.
La parte ottica di ogni telescopio è piuttosto semplice. Essa è costi-
tuita da un obiettivo che ha l’unico compito di raccogliere la luce. A
seguito della particolare forma dell’obiettivo, che può essere formato
da lenti o da uno specchio, la luce raccolta viene focalizzata in un
punto ad una distanza fissata, detto fuoco, al centro del piano focale.
Il telescopio più semplice che possiamo immaginare è formato da
una lente di forma sferica, ad esempio una lente di ingrandimento. La
luce che attraversa il vetro viene convogliata dall’altra parte fino a
formare un’immagine definita proprio nel piano focale. In questo
punto la lente, quindi ogni obiettivo di un telescopio, forma
83
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

un’immagine reale di ciò che in-


quadra. Se l’immagine è punti-
forme, la luce viene focalizzata
nel punto focale, detto semplice-
mente fuoco; quando l’immagine
è di un oggetto esteso, essa occu-
pa una superficie estesa facente
parte del piano focale, di cui il
punto focale è esattamente il cen-
tro.
L’immagine che ogni obiettivo
forma sul piano focale è reale e si
può osservare. Per dimostrare ciò,
basta prendere la solita lente di
ingrandimento e farci passare la
luce proveniente da un paesaggio.
In prossimità del piano focale po- Un telescopio che utilizza lenti per
niamo un foglio bianco e notere- raccogliere la luce è detto rifrattore.
mo che sul foglio si riproduce l’immagine rimpiccolita ed invertita
del panorama inquadrato.

Ogni lente dall’opportuna forma è capace di raccogliere la luce e di focalizzarla im-


magini su un piano, detto piano focale. L’immagine che si forma è reale e questo è il
semplice principio che sta alla base del funzionamento di un telescopio e dell’occhio
umano stesso. Senza il cristallino, non potremmo vedere a fuoco il mondo che ci
circonda.

84
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

Se al posto del foglio mettiamo il nostro occhio, non vediamo nulla:


l’immagine non sembra più esserci. Questo è dovuto al fatto che an-
che il nostro occhio è a tutti gli effetti un sistema ottico, composto da
una lente (il cristallino) che ha il compito di focalizzare la luce dei
soggetti che stiamo osservando. Se osserviamo direttamente una sor-
gente di luce già focalizzata, il sistema ottico del nostro occhio non
riesce a comporre più l’immagine.
Questa semplice esperienza ci fa capire che se vogliamo osservare
dentro un telescopio dobbiamo utilizzare un altro accessorio, posto
nei pressi del piano focale, che ha il compito di raccogliere la luce
focalizzata dall’obiettivo e renderla visibile, magari ingrandita, diret-
tamente al nostro occhio. L’alternativa di osservare l’immagine for-
mata su un foglio bianco o uno schermo non è molto attraente, visto
che è piuttosto piccola e non venendo osservata direttamente perde di
qualità. L’accessorio che permette all’occhio di osservare diretta-
mente la luce raccolta da ogni telescopio si chiama oculare. Per os-
servare al telescopio serve sempre un oculare, altrimenti non ve-
drete mai nulla.
La distanza alla quale ogni telescopio focalizza le immagini è fissata
dal progetto ottico e dipende dalla curvatura delle lenti o degli spec-
chi. Questa distanza è chiamata lunghezza focale o semplicemente
focale (F). Nei telescopi più semplici, la lunghezza focale è circa pari
alla lunghezza del tubo ottico, mentre nelle configurazioni ottiche più
complesse il tubo ottico può essere anche molte volte più corto della
lunghezza focale effettiva.

Schema di un semplice telescopio rifrattore. A prescindere dagli elementi ottici uti-


lizzati, lo scopo di un telescopio è sempre lo stesso: raccogliere e focalizzare nel pi-
ano focale la luce.

85
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

4.2 La potenza di un telescopio


Perché utilizzare un telescopio per l’osservazione del cielo? Se la vo-
stra risposta è: “perché un telescopio permette di ingrandire”, mi di-
spiace dirvi che è sbagliata. La potenza di un telescopio non è
nell’ingrandimento. La vera potenza di un telescopio è nella capacità
della raccolta della luce e nel potere risolutivo.
Vediamo una ad una queste grandezze.

4.2.1 Capacità di raccolta della luce


Il nostro occhio è formato da un cristallino, la lente che focalizza
l’immagine sulla retina, e da un’apertura, detta pupilla, dalla quale
entra la luce. La quantità di luce che può raccogliere il nostro occhio
dipende, a parità di intensità della sorgente, da quanto è grande
l’apertura, ovvero la pupilla.
Questo principio è valido per ogni strumento ottico, compresi, ov-
viamente, i telescopi. Visto che la luce di qualsiasi sorgente si espan-
de ovunque, un’apertura maggiore riesce a raccogliere più luce di
un’apertura minore. Una maggiore raccolta di luce significa poter os-
servare oggetti molto più deboli rispetto all’occhio umano, quindi
andare più in profondità nello spazio.
La quantità di luce raccolta da ogni strumento ottico dipende u-
nicamente dal diametro dell’obiettivo.
Il diametro dell’obiettivo dell’occhio umano (la pupilla) è al massi-
mo di 7 millimetri, quella di un telescopio amatoriale per principianti
di almeno 50 mm. La quantità di luce raccolta in più rispetto
all’occhio umano dipende dal quadrato di queste due grandezze,
quindi, un telescopio da 50 mm di diametro raccoglie: 50x50/7x7=
51 volte più luce dell’occhio umano, ovvero permette di osservare
oggetti oltre 50 volte più deboli di quelli visibili ad occhio nudo.
Un ottimo telescopio per principianti ha un diametro tipico di 150
mm, ne consegue che esso ci permette di osservare oggetti circa 450
volte più deboli rispetto all’osservazione ad occhio nudo, davvero un
bel salto in avanti verso la conoscenza del cielo e delle sue meravi-
glie!

86
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

Telescopio da 150 mm Telescopio da 300 mm

Simulazione dell’aspetto dell’ammasso globulare M13 in funzione del diametro del


telescopio. Un diametro maggiore consente una maggiore raccolta di luce, quindi di
vedere stelle più deboli. Nelle osservazioni deep-sky un diametro generoso è fonda-
mentale.

La capacità di raccolta della luce di ogni strumento si misura solita-


mente con la massima magnitudine stellare che è possibile osservare.
Un telescopio dal diametro maggiore consente di vedere stelle di
magnitudine più debole rispetto all’occhio umano, o ad uno strumen-
to di diametro inferiore, naturalmente a parità di altre condizioni,
quali la qualità del cielo.
Determinare quale è la magnitudine limite stellare è quindi un dato
piuttosto importante per tutti gli astrofili per capire quali oggetti il
telescopio è in grado di mostrare e quali invece no.
Nella tabella della pagina seguente, è stata riportata la stima della
magnitudine massima raggiungibile con diversi diametri strumentali,
a partire dalla stella più debole visibile ad occhio nudo nella stessa
zona di cielo puntata. Questi valori sono indicativi.
Con l’esperienza ed un cielo molto scuro è possibile anche superare
questi valori, che si riferiscono solo a sorgenti puntiformi (stelle).
Per capire quale è l’oggetto diffuso più debole visibile, una regola
empirica afferma che esso è di circa 1,5-2 magnitudini più brillante
rispetto al limite imposto per una stella.
87
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

∆m (differenza tra la magnitu-


Diametro telescopio in mm dine massima visibile ad occhio
nudo e la magnitudine massima
con lo strumento)

80 mm ∆m = 5
100 mm ∆m = 5,5
150 mm ∆m = 6,4
200 mm ∆m = 7
250 mm ∆m = 7,5
300 mm ∆m = 7,87 ≈ 8
2400 mm (Hubble space tele- ∆m = 14
scope)
10000 mm (Keck telescope) ∆m = 17

4.2.2 Il potere risolutivo


Il diametro dell’obiettivo di ogni telescopio, oltre a far vedere oggetti
più deboli, permette di vedere meglio oggetti angolarmente poco e-
stesi o molto vicini tra di loro, migliorando quello che si chiama il
potere risolutivo. In parole semplici, un telescopio permette anche di
vedere più particolari rispetto all’occhio nudo, a prescindere dalla
quantità di luce raccolta. Il potere risolutivo indica quale è il detta-
glio più piccolo che è possibile osservare. L’occhio nudo permette di
arrivare ad un potere risolutivo di circa 1 minuto d’arco, pari ad 1/60
di grado o 60 secondi d’arco. Questo significa che due oggetti distan-
ti angolarmente meno di questo valore verranno visti uniti, non risol-
ti. Un telescopio permette di aumentare il potere risolutivo in manie-
ra proporzionale al diametro dell’obiettivo.
Una formula per esprimere il potere risolutivo teorico di uno stru-
mento è la seguente: PR = 115/D, dove D è il diametro dell’obiettivo
espresso in millimetri. Il potere risolutivo risultante è espresso in se-
condi d’arco.
Il solito strumento da 150 millimetri di diametro ha un potere risolu-
tivo di circa PR = 115/150 = 0,77” (secondi d’arco), ben 78 volte su-

88
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

periore all’occhio nudo. Questo ci consente di vedere maggiori parti-


colari di qualsiasi tipo di oggetti, dalla Luna ai pianeti, ai panorami
terrestri.

Saturno osservato con uno piccolo strumento da 60-70 mm, a sinistra, e come invece
appare all’oculare di un telescopio da 200 mm, a destra. Un diametro maggiore rie-
sce a risolvere migliori dettagli, a prescindere dall’ingrandimento e a parità di condi-
zioni atmosferiche.

4.2.3 La funzione dell’ingrandimento


Nel descrivere i due punti che determinano univocamente la potenza
di un telescopio, non è stato menzionato l’ingrandimento. In effetti
questo non è un caso, in quanto l’ingrandimento non è una caratteri-
stica fondamentale di un telescopio, ma solamente il mezzo attraver-
so il quale si raggiungono i limiti di ogni strumento.
In linea teorica non esiste limite all’ingrandimento raggiungibile con
ogni strumento, visto che esso è fornito dall’inserimento
nell’apposito alloggio di accessori chiamati oculari. Anche uno stru-
mento giocattolo, quindi, può raggiungere ingrandimenti di centinaia
o migliaia di volte. Il problema è la qualità dell’immagine risultante,
che risulterà pessima quando si supera una certa soglia. Per descrive-
re l’ingrandimento massimo necessario a sfruttare tutto il potenziale
del proprio strumento (determinato dal diametro dell’obiettivo) si è
soliti definire l’ingrandimento massimo utile, pari a circa 2,5 volte
il diametro dell’obiettivo del telescopio espresso in millimetri.
Ne consegue che per un telescopio da 150 millimetri l’ingrandimento
massimo utile è di circa 370 volte (di solito si scrive 370X e si legge
370 per). In prossimità di questo valore, trascurando altre variabili
che vedremo quando parleremo dell’osservazione telescopica, si ha
la massima resa dello strumento per quanto riguarda il potere risolu-
89
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

tivo (la quantità di luce raccolta dipende poco dall’ingrandimento,


anzi, ingrandimenti bassi consentono di vedere oggetti più deboli).
Ingrandendo ulteriormente l’immagine, l’effetto è lo stesso che si no-
ta quando si ingrandisce troppo una foto sul computer: alla nitidezza
iniziale comincia a subentrare un certo effetto sfocatura, i dettagli ri-
sultano impastati, la luminosità globale decresce.
Il limite all’ingrandimento può essere meglio visualizzato ingran-
dendo l’immagine di una
sorgente considerata punti-
forme, quale quella di una
stella. Ogni stella è troppo
lontana per essere risolta
dagli strumenti amatoriali,
ne consegue che essa do-
vrebbe sempre apparire
come un punto senza di-
mensioni. Quando si rag-
giunge l’ingrandimento
massimo utile, invece,
qualsiasi sorgente punti-
forme comincia a mostrare
L’ingrandimento permette all’occhio di sfrut-
un certo diametro, una tare tutto il potere risolutivo dello strumento.
forma sempre uguale. Que- In questa simulazione di una stella doppia,
sta particolare figura è detta l’ingrandimento di 400X per un telescopio di
figura di diffrazione e di- 100 mm è troppo elevato e non mostra più det-
pende dalle leggi tagli di quello a 150X, ma semplicemente i
dischi di Airy dovuti alla diffrazione della luce.
dell’ottica, non dalla forma
della sorgente.
La parte principale della figura di diffrazione è il disco di Airy, una
macchia centrale circondata da un anello. Questa figura non ha nulla
a che vedere con la forma reale della sorgente, ma nasce naturalmen-
te quando la luce entra in un’apertura (telescopio, occhio umano,
qualsiasi).
E’ proprio questo effetto a determinare il potere risolutivo di ogni
strumento ottico. Quanto ingrandiamo troppo l’immagine, ai dettagli
reali si sovrappone la figura di diffrazione: essa rappresenta la di-

90
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

mensione apparente più piccola che può mostrare ogni strumento;


nessun dettaglio di dimensioni minori verrà riprodotto. Ingrandendo
ulteriormente l’immagine, si ingrandisce la figura di diffrazione e si
spalmano i dettagli su una superficie maggiore, ma senza aumentare
il potere risolutivo. La conseguenza è un’immagine sfocata.
L’ingrandimento, quindi, non è una quantità che determina la qualità
e la potenza di un telescopio, in nessun caso. Solamente il diametro
dello strumento ed il modo con cui sono state fabbricate le ottiche
determinano le prestazioni di un telescopio.

4.2.4 Come osservare ed ingrandire le immagini


L’ingrandimento delle immagini astronomiche si ottiene, come già
accennato, inserendo in un apposito alloggio detto porta oculari un
accessorio chiamato oculare. L’oculare è costituito da un gruppo di
lenti. Semplificando un po’, possiamo considerare un oculare alla
stregua di una potentissima lente di ingrandimento, in grado di in-
grandire e rendere visibile all’occhio umano l’immagine che ogni o-
biettivo di un telescopio forma sul piano focale.
Il porta oculari di ogni strumento è dotato anche di un dispositivo per
variare la distanza dell’oculare dal fuoco, detto focheggiatore o fuo-
cheggiatore. Il focheggiatore si aziona semplicemente muovendo una
o due manopole ed è fondamentale nel ricercare il punto di messa a
fuoco. La messa a fuoco così progettata è in grado anche di compen-
sare eventuali difetti visivi quali miopia, ipermetropia, presbiopia,
rendendo di fatto superfluo l’uso degli occhiali durante le osserva-
zioni astronomiche. Gli occhiali o le lenti a contatto sono necessarie
durante l’osservazione solamente se soffrite di astigmatismo, un di-
fetto visivo che nessun dispositivo di messa a fuoco può compensare
adeguatamente.
Ogni oculare, a prescindere dal tipo di configurazione ottica che a-
dotta, come ogni gruppo di lenti ottiche è contraddistinto da una pro-
pria lunghezza focale, generalmente variabile tra 4 e 40 millimetri.
La lunghezza focale di ogni oculare, generalmente fissa, è fondamen-
tale, perché assieme alla lunghezza focale del telescopio nel quale si
inserisce determina l’ingrandimento dell’immagine.

91
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

La relazione per determinare l’ingrandimento è molto semplice:


I = Ftel/Foc, ovvero l’ingrandimento è dato dal rapporto tra la focale
del telescopio e quella dell’oculare utilizzato.
Vediamo un esempio semplicissimo: se utilizziamo uno strumento
con una focale di 1000 millimetri (1 metro) in accoppiata ad un ocu-
lare dalla focale di 10 millimetri, otteniamo un ingrandimento pari a
1000/10 = 100. L’ingrandimento di solito si esprime in questa forma:
100X, e si legge “100 per”.
Tutti gli oculari possono essere adattati al proprio telescopio, o vice-
versa, un oculare può essere usato con ogni strumento, l’importante è
il diametro del barilotto, che deve coincidere con il diametro
dell’alloggiamento del porta oculari del telescopio. Gli standard in
circolazione sono sostanzialmente due: diametro da 31,8 millimetri e
da 50,8 millimetri. Il primo è utilizzato in quasi tutti i telescopi eco-
nomici, il secondo per strumenti più impegnativi.
Visto che l’ingrandimento è determinato anche dalla focale
dell’oculare scelto, ora abbiamo capito perché ogni telescopio può
raggiungere teoricamente qualsiasi ingrandimento, basta semplice-
mente scegliere oculari dalla focale adeguata. Ricordatevi sempre,
però, che l’ingrandimento massimo che è possibile realmente sfrutta-
re è, nel caso in cui le condizioni atmosferiche lo permettano, 2,5
volte il diametro dell’obiettivo espresso in millimetri. Questo valore
può sembrare limitante, ma tenete presente che tutti i pianeti vi appa-
riranno già grandi e tutti gli oggetti del cielo profondo vengono os-
servati al meglio con ingrandimenti modesti, perché di dimensioni
apparenti cospicue, spesso superiori a quelle della Luna piena. In ef-
fetti, l’ingrandimento massimo di un telescopio è una caratteristica
che nella maggioranza delle osservazioni non viene neanche presa in
considerazione!

92
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

4.3 Il rapporto focale


Un telescopio astronomico è, fondamentalmente, un grande obiettivo
fotografico, quando non viene usato in accoppiata agli oculari. Come
ogni obiettivo fotografico, esiste una grandezza che ne caratterizza la
luminosità. Il rapporto tra la lunghezza focale (F) ed il diametro (D)
fornisce quello che si chiama rapporto focale (f). Un rapporto focale
basso, pari a 4-5, indica uno strumento molto luminoso; viceversa,
un valore superiore a 10 indica uno strumento poco luminoso. Rap-
porti focale compresi tra 6 e 9 identificano strumenti di media lumi-
nosità.
La luminosità di un telescopio non è in realtà una caratteristica che
ne identifica direttamente le proprietà. Visto che l’occhio umano ha
bisogno di un oculare per restituire un’immagine che può osservare,
non importa quanto è luminoso uno strumento, visto che
l’ingrandimento resterà sempre lo stesso. A parità di diametro uno
strumento con rapporto focale pari ad f4 ed uno chiuso ad f11 pre-
sentano all’osservazione la stessa luminosità, determinata
dall’ingrandimento o dal tipo di oculare.
Il rapporto focale è importante in fotografia, perché uno strumento
con rapporto focale basso, ovvero molto aperto (f4 tipicamente), rie-
sce a raggiungere una profondità dell’immagine maggiore di uno
strumento chiuso a f10 a parità di tempo di esposizione.
Nell’osservazione visuale, il rapporto focale è importante perché può
darci indicazioni sulla qualità ottica dello strumento, sulla presenza
di eventuali aberrazioni e sulla comodità di osservazione.
Uno specchio dal rapporto focale aperto, o anche veloce, come può
essere un f4, richiede una lavorazione molto più attenta di uno stesso
specchio lavorato ad f7. Nell’attuale produzione commerciale questo
può significare che uno strumento più chiuso ha una qualità ottica
mediamente superiore rispetto ad uno aperto, percepibile sulle osser-
vazioni planetarie e lunari in alta risoluzione.
A prescindere dalla qualità della lavorazione, alcune aberrazioni con-
seguenza delle leggi dell’ottica sono funzione diretta del rapporto fo-
cale, come l’aberrazione cromatica delle lenti, maggiormente visibile

93
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

quanto più è luminoso l’obiettivo, e la coma, visibile appena fuori


dal campo in strumenti, specialmente a specchio, molto luminosi.
Vi è poi il fattore che riguarda la comodità di osservazione.
A prescindere da discorsi qualitativi ed ottici, se vogliamo dedicarci
prevalentemente all’osservazione dei pianeti dovremmo usare spesso
ingrandimenti vicini a quelli massimi consentiti dallo strumento. Se
il nostro telescopio ha un diametro di 200 mm, spesso lavoreremo a
circa 400 ingrandimenti o più. Se la focale originaria dello strumento
è di appena 800 mm, per raggiungere i 400 ingrandimenti mi serve
un oculare da appena 2 mm di focale; se lo strumento ha una focale
di 2000 mm, allora serve un oculare da 5 mm. Ammesso che un ocu-
lare da 2 mm di focale esistesse, l’osservazione sarebbe a dir poco
impervia, visto che minore è la lunghezza focale dell’oculare, più
piccolo è il campo e più vicino si deve stare con l’occhio alla lente.
Un oculare da 5 millimetri invece consente ancora una discreta co-
modità di osservazione.
Questo esempio vuole farvi capire che se il vostro campo preferito
sono i pianeti e tutti gli oggetti luminosi da osservare in alta risolu-
zione (Luna, Sole, Stelle doppie), allora è meglio scegliere uno stru-
mento dalla focale lunga, quindi con un rapporto focale elevato, che
consente di raggiungere alti ingrandimenti più facilmente e più co-
modamente. Uno strumento dalla lunga focale è inoltre più facile da
lavorare e contiene meno aberrazioni intrinseche, rivelandosi, di fat-
to, specializzato proprio in questo tipo di osservazioni (soprattutto i
riflettori Cassegrain ed i rifrattori a partire da rapporti focale oltre
f10) Viceversa, se volete osservare gli oggetti del cielo profondo, per
i quali sono necessari bassi ingrandimenti (mai oltre le 150-200 vol-
te), gli strumenti aperti sono più indicati perché generalmente meno
ingombranti, più economici e con la possibilità di avere modesti in-
grandimenti (anche 30-50X) necessari per le osservazioni, molto dif-
ficili da ottenere, al esempio con il solito strumento da 200 mm di
diametro e 2000 di focale (servirebbe un oculare da 50 mm di focale,
ma, se esiste, può essere molto costoso!).
Servendosi dell’esperienza di molti astrofili è possibile dare delle in-
dicazioni di massima in merito alle configurazioni ottiche più adatte
per l’osservazione del cielo:

94
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

• I telescopi a lenti economici, detti rifrattori acromatici, de-


vono avere un rapporto focale chiuso per dare il meglio di se
stessi, tipicamente maggiore di f8. Questi strumenti risultano
quindi piuttosto lunghi e limitati a piccoli diametri (di solito
inferiori a 150 mm) e sono generalmente consigliati per
l’osservazione di pianeti e stelle doppie, ovvero per applica-
zioni in alta risoluzione.
• Strumenti a specchio, come i telescopi Newton, hanno inve-
ce diametri più generosi, a parità di prezzo, e sono costruiti
con rapporti focale spesso molto aperti (f4-5). Data la diffi-
coltà di lavorare specchi così “spinti” al limite imposto dalle
leggi dell’ottica, essi non sempre permettono di raggiungere
il limite di risoluzione teorico e sono quindi maggiormente
adatti per osservazioni ad ingrandimenti più modesti, come
quelle degli oggetti del cielo profondo, per i quali è richiesta
una grande quantità di luce raccolta e non elevato potere ri-
solutivo.
• Telescopi a specchi (o lenti e specchi) con rapporti focale
compresi tra f 6 ed f10 sono considerati universali: la qualità
ottica raggiungibile dalla produzione commerciale è buona
per le osservazioni in alta risoluzione. Essi hanno una buona
luminosità per eventuali applicazioni fotografiche e diametri
generalmente adatti all’osservazione degli oggetti del cielo
profondo.

95
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

4.4 La qualità ottica


Le considerazioni fatte in merito alle grandezze che descrivono le
prestazioni di uno strumento non prendono in considerazione una va-
riabile importantissima che abbiamo avuto modo di introdurre nelle
pagine precedenti dedicate al rapporto focale: la qualità con cui ven-
gono costruite le ottiche dei telescopi commerciali.
L’esperienza di alcuni astrofili ci ha permesso di cominciare ad iden-
tificare strumenti maggiormente adatti alle osservazioni planetarie,
quindi in alta risoluzione, e quelli, generalmente riflettori molto aper-
ti, maggiormente adatti alle osservazioni a bassi ingrandimenti degli
oggetti del cielo profondo.
In questo paragrafo affrontiamo in modo più diretto proprio
l’importanza della qualità delle ottiche.
La potenza di ogni strumento è nel diametro, che identifica la quanti-
tà di luce raccolta ed il potere risolutivo. Questo dal punto di vista
teorico. Dal lato pratico, è necessario che la luce sia raccolta nel mo-
do giusto, ovvero non subisca modificazioni rispetto alla realtà.
Appare evidente infatti, che se un telescopio ha un diametro genero-
so, ma non è stato costruito con le precisioni richieste dalle leggi
dell’ottica, le grandezze associate
al suo diametro non corrisponde-
ranno alle prestazioni reali.
Quando un telescopio è costruito
con una precisione sufficiente per
fornire le prestazioni calcolate te-
oricamente, allora si dice che ab-
biamo a disposizione uno stru-
mento limitato dalla diffrazione,
in inglese diffraction limited. Uno strumento costruito al limite della
Costruire uno strumento in grado diffrazione (diffracion limited) mostra
di fornire le prestazioni teoriche una inconfondibile figura quando si
non è però semplice. Pensate che inquadra una sorgente puntiforme (una
lo specchio o le lenti che formano stella) ad alti ingrandimenti. La mac-
chia centrale prende il nome di disco di
l’obiettivo devono essere lavorate Airy. Questa è la figura reale di un ot-
con una precisione di qualche mi- timo strumento da 235 mm.

96
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

liardesimo di metro, un’unità di misura decine di volte più piccola


del diametro di un capello umano!
Costruire ottiche con questa precisione implica un grande sforzo la-
vorativo, che al consumatore si manifesta con un costo non trascura-
bile.
Purtroppo questa è una regola generale in astronomia: ogni telesco-
pio è uno strumento ottico di altissima precisione, che richiede molta
cura nella sua produzione e che quindi presenta un costo piuttosto
elevato. La qualità in astronomia si paga, sempre; a volte avere un
miglioramento qualitativo di pochi punti percentuale implica un
prezzo svariate volte superiore.
Detto questo, anticipo la risposta ad una domanda che forse qualcuno
si è già posto o si porrà, ovvero: E’ possibile costruire un telescopio
con una lente di ingrandimento, oppure con uno specchio concavo
come quelli che spesso usano le donne per truccarsi il viso o gli uo-
mini per farsi la barba? In linea teorica la forma di questi elementi è
adatta a focalizzare la luce e si potrebbero comportare come un o-
biettivo di un telescopio. Il problema è la qualità della lavorazione.
Una lente di ingrandimento adatta per la lettura, o uno specchio da
barba, non sono lavorati con le precisioni richieste per avere imma-
gini telescopiche anche solamente sufficienti. L’effetto è molto evi-
dente con questi specchi estetici che ingrandiscono l’immagine:
spesso il vostro viso appare deformato, sintomo che la precisione con
cui è stato fatto lo specchio è almeno 1000 volte lontana da quella
necessaria per un telescopio astronomico.
Se comunque volete provare a costruire uno strumento così fatto e
verificare quanto vi è stato detto, fatelo: sperimentare è sempre il
modo migliore per imparare, a prescindere dal risultato
dell’esperimento. Personalmente quando ero bambino ho provato a
costruire un telescopio a specchi (riflettore Newtoniano) usando co-
me obiettivo lo specchio che mia madre usava per truccarsi. Il risul-
tato è stato pessimo, ma non troppo; alla fine sono riuscito ad osser-
vare pure i satelliti di Giove e qualche cratere lunare, ma la qualità
ottica era davvero pessima e ben lontana dai limiti teorici associati al
diametro di quello specchio (150 mm).

97
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

Esperimenti a parte, da questa esperienza si capisce perché uno spec-


chio concavo “estetico” ha un costo di qualche euro, mentre uno
stesso specchio per telescopi può costare oltre 20 volte di più.
Sebbene distinguere la differenza di qualità tra uno specchio da barba
ed uno specchio per telescopi sia facile, non è altrettanto immediato
distinguere quale telescopio sia fabbricato con ottiche adeguatamente
lavorate e quale no. L’arma migliore che abbiamo per capire se un
telescopio potrebbe avere (attenzione, il condizionale è fondamenta-
le) una qualità ottica adeguata alle osservazioni astronomiche è pro-
prio il prezzo. Non bisogna farsi incantare da apparenti offerte: chi vi
offre telescopi astronomici a prezzi stracciati, rispetto alla quasi tota-
lità delle altre marche, vi sta semplicemente vendendo un giocattolo,
spesso del tutto inadatto per ogni osservazione astronomica. Un otti-
mo esempio di telescopi che NON dovete mai comprare si trova su
E-bay, popolare sito per la vendita di oggetti online. Una marca in
particolare (Seben….ops!) cerca di presentarvi prodotti professionali
attraverso descrizioni condite di parole incomprensibili e spesso ine-
satte, il tutto affiancato da prezzi inferiori di oltre la metà rispetto ai
telescopi presenti sul mercato. Io non vi consiglierei mai di prendere
uno strumento del genere. Torneremo su questo argomento nel para-
grafo dedicato alla scelta del primo telescopio.

Un telescopio dalla scarsa qualità ottica è completamente inutilizzabile per ogni os-
servazione. La qualità ha un prezzo, per questo diffidate sempre dalle offerte troppo
vantaggiose e affidatevi sempre a marche e rivenditori fidati.

98
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

4.5 Le aberrazioni
Un telescopio è uno strumento che cerca di fornire la migliore im-
magine possibile della realtà, ma le leggi stesse della natura impedi-
scono il raggiungimento dell’immagine perfetta lungo tutto il piano
focale di ogni strumento.
In effetti non è sufficiente lavorare specchi o lenti con la precisione
richiesta dalla teoria per avere uno strumento dalle prestazioni perfet-
te. Lavorare obiettivi con la giusta qualità ottica ci assicura di avere
immagini molto simili o uguali alla teoria dell’ottica, e di poter così
trattare gli strumenti come se seguissero perfettamente le leggi
dell’ottica, le quali non danno garanzie di immagini perfette, anzi,
tutt’altro! Le leggi dell’ottica sono piuttosto chiare in merito: uno
strumento fornisce immagini uguali alla realtà, senza difetti, diffrac-
tion limited, solamente al centro del piano focale, ovvero al centro
del campo inquadrato dal telescopio, detto, in gergo, asse ottico. Ma-
no a mano che ci allontaniamo dal centro del piano focale, anche di
pochi millimetri, la qualità dell’immagine dipende da quella che si
chiama configurazione ottica, ovvero dalla forma e disposizione di
lenti, specchi o entrambi. E’ bene sottolineare che una lavorazione
accurata consente sempre di raggiungere i limiti teorici; il problema è
che i limiti teorici non implicano la perfezione.
Con il termine aberrazioni si identificano i difetti ottici introdotti alle
immagini dai telescopi astronomici.
Quando la lavorazione ottica dello strumento non è adeguata, le aber-
razioni si presentano sempre, anche al centro del campo; quando in-
vece la lavorazione ottica è ottima, le aberrazioni sono determinate
dalle leggi della Natura e sono presenti solamente fuori dal centro del
campo, ma possono comunque essere ugualmente fastidiose, soprat-
tutto se si osserva a bassi ingrandimenti od oggetti molto estesi (co-
me la Luna o le nebulose).

99
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

4.5.1 Aberrazione cromatica


Questo difetto ottico è proprio
delle lenti ed è il risultato sola-
mente delle leggi della Natura.
Nessuna lavorazione ottica può
ridurre, in alcun modo, questo di-
fetto.
Se guardiamo in dettaglio le pro-
prietà ottiche delle lenti, ci accor-
giamo che nessuna lente focalizza L’aberrazione cromatica si manifesta
nello stesso punto la luce di tutti i come un alone colorato attorno agli
oggetti. Nei rifrattori acromatici a cor-
colori. Il comportamento di ogni to fuoco è molto fastidiosa e rende lo
lente è simile a quello di un pri- strumento inservibile ad alti ingrandi-
sma: la luce è si deviata, focaliz- menti.
zata, ma in misura diversa a seconda del colore, o meglio, della lun-
ghezza d’onda.
Nei telescopi che utilizzano lenti, succede che la luce rossa viene fo-
calizzata su un piano focale più lontano rispetto alla componente blu-
violetta, sia al centro del piano focale che all’esterno. Visto che tutti
gli oggetti astronomici e terrestri emettono luce sia rossa che blu, le
immagini fornite da una lente presentano degli strani aloni colorati,
perché è impossibile mettere a fuoco contemporaneamente tutti i co-
lori. La differenza di focale tra la luce rossa e blu è detta spettro se-
condario ed il difetto prende il nome di aberrazione cromatica.
L’aberrazione cromatica dipende dalla focale della lente, o meglio,
dal rapporto focale. Una lente dalla focale corta ha molta più aberra-
zione cromatica di una stessa lente con focale più lunga.
L’aberrazione cromatica, visto che deriva dalle leggi dell’ottica, non
si può eliminare, ma solamente correggere.
Per correggere questo difetto si è soliti costruire gli obiettivi formati
da lenti con un sistema chiamato doppietto acromatico, costituito non
da una, ma da due lenti con forme e vetri differenti, separate da uno
spazio ben definito (air spaced). Se si fanno bene i calcoli progettua-
li, l’uso del doppietto acromatico riduce drasticamente la quantità di
aberrazione cromatica, che però non si può ancora eliminare, perché

100
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

le leggi dell’ottica parlano chiaro: per eliminare del tutto


l’aberrazione cromatica servono almeno tre lenti.
Per arrivare ad una qualità di immagine vicina alla perfezione, alcuni
produttori di telescopi producono i cosiddetti telescopi apocromatici,
ovvero sistemi ottici che utilizzano 3 o addirittura 4 lenti per correg-
gere l’aberrazione cromatica e tutte le altre aberrazioni extra-assiali,
spesso impiegando anche vetri particolari e molto pregiati.
Questi strumenti sono in effetti quanto di più si avvicini alla conce-
zione di immagine perfetta, ma al prezzo di costi proibitivi per molti
astrofili, e con diametri sempre contenuti entro i 200 millimetri.

4.5.2 Aberrazione sferica


L’aberrazione sferica è
un difetto che si presen-
ta solamente quando la
lavorazione ottica
dell’obiettivo del tele-
scopio non è stata suffi-
cientemente precisa,
oppure quando i sistemi
correttivi non svolgono
in pieno il loro lavoro.
La sferica, detta anche
sfericità, è un difetto
che si manifesta con la L’aberrazione sferica è sempre il risultato di una
cattiva lavorazione degli elementi ottici, che pro-
perdita di contrasto e di voca perdita di contrasto e di dettagli fini ad alti
dettagli di tutti i soggetti ingrandimenti. Anche insospettabili strumenti pro-
osservati e dipende dal fessionali ne sono stati affetti. In questa immagine,
fatto che la forma che a sinistra, una stella osservata dal telescopio spa-
deve avere qualsiasi o- ziale Hubble, appena messo in orbita nel 1990,
mostra un’enorme quantità di sferica. A destra,
biettivo per focalizzare dopo il sistema correttivo introdotto nel 1993,
correttamente in un pun- l’aberrazione è scomparsa. Pensate che
to la luce non è sferica un’immagine disastrosa come quella di sinistra è il
ma parabolica, oppure risultato di un errore nella lavorazione dello spec-
chio di 2,4 metri di appena 2 micron!
più complessa. Quando

101
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

la forma si discosta da quella ideale, appare questo difetto piuttosto


fastidioso e non eliminabile perché intrinseco alla lavorazione dello
strumento.
Nel caso di strumenti a lenti si preferisce costruire l’obiettivo di for-
ma sferica e correggere l’aberrazione attraverso un’altra lente, che va
a formare il classico doppietto acromatico.
Nel caso dei telescopi a specchi, i riflettori, si preferisce, grazie alla
maggiore facilità di lavorazione, lavorare superfici già corrette, spes-
so a forma di parabola o iperbole.
Sfortunatamente lavorare uno specchio di queste forme particolari è
molto più difficoltoso, quindi anche costoso, che costruirne uno sfe-
rico. Per questa ragione sono nati i catadiottrici, strumenti nei quali
gli specchi sono sferici, quindi facili da realizzare, chiusi da una la-
stra di vetro opportunamente lavorata per correggere completamente
l’aberrazione sferica generata.
In ogni caso, qualsiasi sia lo strumento che voi scegliate, non deve
mai contenere aberrazione sferica, oppure averne in minima quantità,
perché sempre eliminabile con una opportuna lavorazione ottica.

4.5.3 Astigmatismo
Difetto ottico piuttosto nocivo e fastidioso, che si presenta sull’asse
ottico solamente quando
l’obiettivo non è stato lavo-
rato in modo accurato. Fuo-
ri dall’asse ottico, la pre-
senza di astigmatismo è fi-
siologica soprattutto nelle
configurazioni ottiche più
semplici, ma generalmente
non pregiudica mai la qua-
lità dell’immagine ai bordi L’astigmatismo produce immagini stellari al-
lungate e prive di dettagli fini.
del campo, perché di mo-
desta entità.
L’astigmatismo in asse si manifesta quando la lavorazione ottica non
è stata omogenea per tutta la superficie. Ne risulta un obiettivo non

102
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

simmetrico, che produce due diversi piani focale, l’uno inclinato di


90° rispetto all’altro. Ne consegue che è impossibile mettere a fuoco
le immagini, che nei casi più seri appaiono addirittura sdoppiate. Il
difetto è lo stesso che colpisce parte della popolazione umana affetta
da astigmatismo; alla base in questo caso c’è proprio una deforma-
zione del cristallino dell’occhio rispetto alla forma ideale.
L’astigmatismo si manifesta anche quando gli specchi dei riflettori o
dei catadiottrici non sono perfettamente allineati tra di loro, ovvero
collimati. Quindi, prima di capire se il vostro strumento è difettoso, è
sempre indispensabile allineare tutti gli elementi ottici attraverso il
procedimento di collimazione, che verrà descritto nella parte relativa
alla cura degli strumenti.
Forme di astigmatismo possono prodursi anche quando l’obiettivo
del telescopio è troppo stretto nella sua cella. Specchi e lenti, sebbe-
ne in apparenza molto rigidi, sono facilissimi da deformare sempli-
cemente stringendoli troppo nelle loro celle. La deformazione
dell’obiettivo può introdurre astigmatismo. Fortunatamente anche
questo difetto si riduce o elimina del tutto allentando i supporti delle
lenti o degli specchi.

4.5.4 Coma
La coma è un’aberrazione
presente solamente fuori
dall’asse ottico ed è gene-
rata esclusivamente dalle
leggi dell’ottica. La pre-
senza di coma, quindi, non
è mai indice di uno stru-
mento difettoso. Quando si
ha coma al centro del cam-
po significa semplicemente
che gli elementi ottici dello Le immagini affette da coma si presentano al-
strumento non sono allinea- lungate ai bordi del campo. Questa aberrazione
si trova sempre fuori dall’asse ottico ed è in-
ti, ovvero collimati tra di trinseca a molte configurazioni ottiche.
loro.

103
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

La coma si manifesta come una distorsione delle immagini al di fuori


dell’asse ottico; in queste regioni le stelle assumono una forma al-
lungata, simile alla coda di una cometa, da qui il nome di coma.
La presenza e l’invasività di questa aberrazione dipende dalla confi-
gurazione ottica e dal rapporto focale.
Lo strumento che soffre maggiormente la coma è il riflettore Newton
molto aperto. In questi strumenti, l’allungamento delle stelle si mani-
festa già a pochi millimetri di distanza dal centro del piano focale ed
è evidente ai bordi del campo osservato ad ingrandimenti minori di
100X. La coma, comunque, non è così dannosa per le osservazioni,
che di solito vengono fatte con un campo di vista molto piccolo; è
invece deleteria nella fotografia astronomica degli oggetti deboli, ge-
neralmente effettuata con un campo molto più esteso.
In commercio esistono appositi correttori di coma, da acquistare so-
lamente se si vogliono effettuare fotografie di ammassi, nebulose e
galassie attraverso il proprio strumento.

4.5.5 Come testare la qualità delle ottiche


Testare la qualità del proprio strumento è un passo molto necessario
per capire se il telescopio che avete acquistato, o state per acquistare,
potrà soddisfare le vostre esigenze.
Gli astrofili dispongono di una tecnica molto potente e piuttosto
semplice per stabilire la qualità del proprio strumento, chiamata star
test.
Lo star test prevede l’osservazione, ad alti ingrandimenti, di una stel-
la abbastanza luminosa variando la messa a fuoco.
Tutte le stelle sono infatti troppo distanti per essere risolte; ne conse-
gue che esse sono assimilabili, per il nostro telescopio, a sorgenti
puntiformi, senza dimensione. Le proprietà della luce e
dell’immagine di qualsiasi sorgente puntiforme sono quindi determi-
nate dalla qualità dello strumento e dalle leggi dell’ottica.
Il giudizio sulla qualità dell’ottica si esegue analizzando l’immagine
sfocata di questa stella, in un punto più vicino rispetto al punto focale
(rispetto all’obiettivo), detto intrafocale e nel punto extrafocale, ov-
vero oltre il piano focale dello strumento.

104
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

Condizioni necessarie per eseguire uno star test accurato sono:


1) presenza di poca turbolenza nel cielo;
2) collimazione perfetta dello strumento.
Lo star test testa la qualità dello strumento lungo l’asse ottico, dove
non dovrebbero essere presenti aberrazioni, se la lavorazione è stata
accurata, per questo è indispensabile che gli elementi ottici siano per-
fettamente allineati, ovvero collimati.
Anche la presenza di turbolenza atmosferica è molto dannosa e ri-
schia di falsare i risultati. Se non avete la possibilità di osservare un
oggetto in una serata con poca turbolenza, potreste considerare
l’acquisto di una stella artificiale, ovvero di un piccolo macchinario
che produce una sorgente di luce puntiforme da porre ad una decina
di metri dal telescopio e sul quale fare lo star test.
La stella inquadrata deve trovarsi al centro del campo dell’oculare e
dovrebbe essere osservata almeno con un ingrandimento di 200X.
Vediamo come interpretare le figure in intrafocale ed extrafocale e
capire quale è la qualità del nostro strumento. Simuliamo lo star test
di uno strumento da 200 mm di diametro, con un’ostruzione centrale
del 25%. Questi dati non sono limitativi e le interpretazioni che se-
guono valgono per ogni telescopio.

Queste sono immagini di ottiche leggermente scollimate. Prima di fare lo star test è
necessario allineare gli specchi, altrimenti non possiamo dire nulla sulla qualità otti-
ca dello strumento.

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Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

Telescopio con ottiche perfette lungo l’asse ottico. Le immagini in intrafocale ed


extrafocale sono uguali.

Aberrazione sferica residua. L’intensità degli anelli di diffrazione e il diametro della


macchia nera centrale sono diversi. Lo strumento possiede una quantità apprezzabile
di aberrazione sferica: le osservazioni in alta risoluzione sono pregiudicate.

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Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

Ottiche astigmatiche. Le immagini in intra ed extrafocale appaiono allungate in dire-


zioni perpendicolari. Un telescopio con ottica astigmatica è quanto di peggio può
succedere e può essere utilizzato solamente ad ingrandimenti modesti per
l’osservazione degli oggetti del cielo profondo.

Specchi o lenti tensionate. Questa immagine nasconde un problema grave ma risol-


vibile. Le lenti o gli specchi sono troppo stretti all’interno delle loro celle ed il tele-
scopio produce immagini gravemente distorte. Allentando le viti di serraggio il pro-
blema si risolve completamente.

107
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

4.6 I diversi tipi di telescopio


I telescopi astronomici si dividono in tre grandi famiglie:
1) Strumenti che utilizzano solo lenti, detti rifrattori.
2) Strumenti che utilizzano solo specchi: riflettori. Essi sono
costituiti da uno specchio primario posto in fondo al tubo e
da un secondario, più piccolo, sostenuto da dei sostegni me-
tallici, posizionato verso l’estremità superiore.
3) Strumenti che utilizzano lente e specchi: catadiottrici. Sono
costituiti sempre da uno specchio primario ed un secondario,
con l’aggiunta di un elemento a rifrazione (lente) che sostie-
ne il secondario e corregge le aberrazioni introdotte (voluta-
mente) dagli specchi.
Dall’invenzione del cannocchiale, oltre 400 anni fa (non ad opera di
Galilei come molti pensano), la teoria dell’ottica ha fatto molti passi
in avanti e si sono così sviluppate diverse configurazioni ottiche, ov-
vero diversi modi di costruire un telescopio a seconda delle esigenze
di qualità ottica, peso, trasportabilità, supporto meccanico, prezzo,
preferenze personali…
Vediamo le principali configurazioni utilizzate per i telescopi amato-
riali, con annessi pro e contro.

4.6.1 Rifrattore

Il rifrattore è lo strumento più antico ed è costituito da lenti.

I telescopi rifrattori sono i più semplici ed antichi.

108
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

Il moderno cannocchiale ha un obiettivo formato da due lenti, detto


doppietto acromatico, che ha il compito di raccogliere e focalizzare
la luce dall’altra parte del tubo ottico, nel quale viene posto l’oculare
per l’osservazione visuale od un sensore digitale per la fotografia a-
stronomica.
Tutti i rifrattori economici sono acromatici.
I rifrattori apocromatici impiegano 3, a volte 4 lenti fatte di vetri spe-
ciali per ridurre al minimo tutte le aberrazioni fuori dall’asse ottico e
l’aberrazione cromatica.
I rifrattori apocromatici rappresentano lo stato dell’arte dell’ottica e
sono in grado di fornire immagini assolutamente mozzafiato lungo
tutto il campo di osservazione. Purtroppo il materiale e la lavorazio-
ne necessaria rendono questi strumenti proibitivi per l’astrofilo prin-
cipiante, visto che il costo di un ottimo apocromatico da appena 100
mm di diametro può addirittura essere paragonabile a quello di
un’automobile economica!
I rifrattori apocromatici, se ben costruiti, sono gli strumenti che più si
avvicinano al concetto di immagine perfetta.
L’alternativa economica all’uso dei rifrattori apocromatici è rappre-
sentata dai cosiddetti rifrattori acromatici a lungo fuoco, strumenti
dalla lunga focale, quindi alto rapporto focale (tipicamente f12-15),
che riducono le aberrazioni, cromatismo in primis, proprio a causa
della lunga focale. Questi telescopi hanno conosciuto una vera e pro-
pria era d’oro negli anni 80, prodotti in gran numero in Giappone e
venduti in tutto il mondo, ma attualmente nessun marchio commer-
ciale li ha più in produzione. Le prestazioni di questi strumenti pos-
sono essere paragonabili a quelle dei più raffinati apocromatici, ma
al prezzo di un notevole ingombro, visto che un semplice rifrattore
acromatico da 100 mm f15 ha una lunghezza di oltre 1,5 metri!
Proprio a causa dell’ingombro, l’attuale produzione commerciale si è
concentrata nell’offrire rifrattori acromatici con rapporti pari ad f8-
10, compromesso tra ingombro e correzione del cromatismo, che ri-
sulta comunque piuttosto evidente e fastidioso, soprattutto nelle os-
servazioni in alta risoluzione.
Una strada commerciale piuttosto attiva negli ultimi anni, che ha so-
stituito la produzione di rifrattori acromatici a lunga focale, riguarda

109
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

la costruzione dei cosiddetti semi-apocromatici, doppietti acromatici


fabbricati con vetri speciali in grado di ridurre l’aberrazione cromati-
ca, che diventa tollerabile anche a rapporti f7-8. In ogni caso, nessun
doppietto acromatico riuscirà a fornirvi immagini prive del temuto
alone blu o rosso quando il rapporto focale scende al di sotto di f6.
Alle difficoltà di lavorazione e progettazione necessarie per garantire
l’assenza (o quasi) di cromatismo, se ne aggiungono altre, che ren-
dono il rifrattore uno strumento di nicchia, principalmente fotografi-
co e comunque limitato a piccoli diametri.
La lavorazione delle lenti, ad esempio, è sempre più problematica di
quella degli specchi; basti pensare che ogni lente deve essere lavora-
ta, nello stesso modo, su entrambe le superfici. Un doppietto acroma-
tico, quindi, ha 4 superfici lavorate con tolleranze minime. Uno
specchio primario di un riflettore Newtoniano, al contrario, ha una
sola superficie lavorata. Lavorare 4 superfici contro una, implica al-
meno 3 volte più lavoro, quindi un aumento importante dei costi.
Uno specchio inoltre si può lavorare in maniera relativamente sem-
plice, mentre una lente necessita di controlli aggiuntivi quanto a
spessore e simmetria delle superfici ottiche e questo fa lievitare anco-
ra il prezzo.
I vetri con cui sono prodotti gli specchi non hanno particolari caratte-
ristiche, mentre le lenti necessitano di vetri specifici, purissimi.
Qualsiasi doppietto acromatico è composto da un vetro di tipo flint
ed uno di tipo crown, con composizioni chimiche ben precise.
I vetri dei rifrattori semi-apo e apocromatici sono speciali, detti a
bassa dispersione, e richiedono spesso materiali dal costo elevatissi-
mo, come la cosiddetta fluorite, minerale naturale con proprietà per-
fette per la costruzione degli obiettivi dei rifrattori, ma dal costo
proibitivo per molti astrofili.
Per quanto riguarda gli ambienti professionali, per i quali sono ri-
chiesti telescopi dal diametro di svariati metri, la realizzazione di uno
strumento a lenti è letteralmente impossibile. Realizzare un obiettivo
di tali proporzioni con i vetri speciali avrebbe costi proibitivi, oltre a
limiti tecnologici che riguardano la costruzione di lenti così grandi. Il
peso di questa struttura risulterebbe troppo elevato per qualsiasi
meccanica e per la tenuta della lente stessa, che si deformerebbe sot-

110
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

to il suo stesso peso. Non è un caso se il più grande rifrattore del


mondo ha un diametro di soli (si fa per dire) 102 centimetri (Osser-
vatorio di Yerkes), quando i telescopi più grandi attualmente supera-
no i 10 metri.
I rifrattori commerciali sono necessariamente strumenti dal diametro
modesto, che possono fornire ottimi risultati nelle osservazioni in al-
ta risoluzione (pianeti e stelle doppie) se e solo se hanno rapporti fo-
cale maggiori di f10, nel caso dei doppietti acromatici, e comunque
mai inferiori ad f6 (apocromatici e semi-apocromatici). Il diametro
limitato a pochi centimetri li rende poco adatti all’osservazione degli
oggetti del cielo profondo.
In conclusione, l’acquisto di un ottimo rifrattore acromatico da 80-
100 mm a fuoco lungo (se si riesce a trovare) rappresenta la soluzio-
ne migliore per osservazioni planetarie continuative nel tempo, senza
preoccuparsi del problema della turbolenza atmosferica, poco danno-
so per questi piccoli diametri. Stesso discorso per l’osservazione del-
la Luna e delle stelle doppie: il contrasto ed i dettagli offerti sono si-
curamente paragonabili a quelli di uno specchio 1,5 volte più largo.
Per le osservazioni serie del profondo cielo serve diametro, quindi
questi piccoli gioielli sono sconsigliati.

Vantaggi:
• Immagini perfette se le ottiche sono opportunamente lavora-
te e progettate
• Ottimi per osservazioni in alta risoluzione
• Possibilità di osservazioni terrestri

Svantaggi:
• Prezzo elevato in relazione al diametro
• Aberrazione cromatica presente e fastidiosa con luminosità
maggiori di f8 (acromatici) per gli strumenti economici
• Diametro troppo modesto per osservazioni deep-sky

111
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

4.6.2 Riflettore Newtoniano

Il riflettore Newtoniano, sviluppato da Newton, è il più antico sistema ottico a specchi.

Le difficoltà di lavorazione delle lenti ed i difetti intrinseci a tutte le


superfici a rifrazione, hanno indotto gli ottici del diciassettesimo e
diciottesimo secolo a ricercare altre configurazioni ottiche che potes-
sero essere più facili da fabbricare ed allo stesso tempo fornire pre-
stazioni adeguate.
Al grande genio del fisico Isaac Newton si deve l’introduzione degli
specchi nella costruzione dei telescopi.
Il riflettore Newtoniano (il nome non è di certo un caso) utilizza uno
specchio posto in fondo al tubo, detto primario, di forma parabolica,
che riceve la luce in entrata e la riflette, focalizzata, ad uno specchio
più piccolo, piano ed inclinato di 45° presente lungo il tubo, verso
l’estremità superiore. Questo piccolo specchio, detto specchio secon-
dario, si trova poco prima del fuoco ed ha l’unico compito di portare
il fascio ottico quasi focalizzato fuori dal tubo, per poter essere così
raccolto da un oculare o dal sensore di una camera digitale.
Il telescopio Newtoniano ha due differenze fondamentali rispetto al
classico rifrattore:
1) L’osservazione non si effettua in fondo al tubo, ma di lato,
vicino all’estremità superiore da dove entra la luce.
2) La presenza di uno specchio piccolo di fronte al primario co-
stituisce quella che si chiama ostruzione, tipica di ogni stru-
mento a specchio. Parte della luce in entrata è bloccata dalla
presenza dello specchietto.
L’ostruzione di ogni sistema a specchi è forse il più grande svantag-
gio di questi strumenti rispetto ai fratelli costituiti solo da lenti.

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Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

A seconda del grado di ostruzione, generalmente misurato in percen-


tuale rispetto al diametro dello specchio primario, si producono delle
inevitabili degradazioni dell’immagine.
A livello pratico, se l’ostruzione è inferiore al 20% il sistema si com-
porta come se non fosse ostruito, con immagini praticamente perfette
e naturalmente prive di cromatismo, problema che affligge solamente
le lenti. Quando l’ostruzione è superiore al 25% si comincia a notare
una leggera perdita di contrasto sulle immagini planetarie ed un dia-
metro maggiore delle sorgenti stellari (che dovrebbero apparire pun-
tiformi), oltre ad una riduzione della quantità di luce raccolta rispetto
ad un diametro non ostruito. Generalmente telescopi Newton molto
aperti hanno ostruzioni maggiori rispetto a tubi con rapporti focale
meno spinti. In ogni caso, un Newton ben progettato non ha mai
un’ostruzione maggiore del 30%.
Una regola empirica afferma che le prestazioni visuali di un riflettore
sono analoghe a quelle di un rifrattore il cui diametro è 1,5 volte in-
feriore. Questo è vero per strumenti con ostruzione intorno a 0,30, sia
per le osservazioni in alta risoluzione che per le osservazioni del cie-
lo profondo, la cui luce raccolta è circa equivalente ad un diametro
non ostruito 1,5 volte inferiore.
Considerando questi dati, appare evidente la superiorità dei rifrattori,
naturalmente a parità di diametro e con uno schema ottico che preve-
da l’abbattimento del cromatismo (doppietto acromatico a lungo fuo-
co o rifrattore apocromatico a fuoco medio). Nella realtà dei fatti,
tuttavia, i problemi sono due:
1) un riflettore Newtoniano costa almeno ¼ di un analogo ri-
frattore apocromatico o a lungo fuoco, a parità di diametro.
2) Nessun produttore commerciale vende rifrattori di diametro
superiore ai 150 mm.
Di fatto, il riflettore (Newtoniano o in altre configurazioni) è una
scelta obbligata quando si vogliono diametri generosi (indispensabili
per le osservazioni del profondo cielo) o non si ha la possibilità eco-
nomica di investire una grande quantità di denaro su un rifrattore. Il
riflettore Newtoniano è infatti il telescopio più economico.

113
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

Per contenere costi ed ingombri, il riflettore Newtoniano è di solito


uno strumento piuttosto aperto, quindi luminoso. I riflettori più usati
in astronomia hanno rapporti focale compresi tra f4 ed f6.
Sebbene uno specchio produca sempre immagini perfette sull’asse
ottico, nella produzione commerciale, come abbiamo già visto, rap-
porti veloci (f4-5) sono ritenuti più adatti per le osservazioni degli
oggetti del cielo profondo ad ingrandimenti medio-bassi, piuttosto
che per le osservazioni planetarie. Il motivo è da ricercare in:
• Uno specchio ad f4 è molto più difficile da lavorare di un f6-
7, di conseguenza è più probabile che uno strumento aperto
non disponga della necessaria qualità per arrivare al limite di
risoluzione necessario per osservare al meglio i pianeti.
• Per raggiungere ingrandimenti elevati è necessario usare o-
culari dalla focale molto corta, o altri accessori chiamati lenti
di barlow, che comunque rendono l’osservazione scomoda o
leggermente meno definita.
I telescopi Newtoniani commerciali cercano di colmare il vuoto di
diametri medio-larghi lasciato dai rifrattori, quindi non si pongono
come delle alternative, ma come telescopi complementari, adatti
all’esigenza di diametro tipica degli osservatori del cielo profondo.
Mentre l’osservazione dei pianeti, in effetti, è limitata dalla turbolen-
za della nostra atmosfera, che di fatto impedisce spesso di usare al
limite teorico strumenti oltre i 20 centimetri, la capacità di raccolta
della luce non dipende da fattori atmosferici: un diametro grande fa
sempre vedere di più, a parità di condizioni esterne. Naturalmente un
cielo buio è obbligatorio!
I telescopi newtoniani, soprattutto nella configurazione dobson che
analizzeremo in seguito, sono gli strumenti con il miglior rapporto
diametro/costi.
Tubi ottici dal diametro di 200-250 mm si possono trovare a prezzi
intorno ai 300 euro, impensabili negli anni 90, quando uno strumento
del genere richiedeva un paio di stipendi mensili di un operaio. Se
non avete problemi di spazio, un riflettore Newtoniano di almeno 20
centimetri è lo strumento perfetto per osservare ammassi stellari, ne-
bulose e galassie nel miglior modo possibile.

114
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

Tubi ottici in configurazione Newton a lungo fuoco (f7-8) presentano


ostruzioni inferiori anche al 15% e sono telescopi perfetti per
l’osservazione planetaria con una qualità pari ai migliori rifrattori
apocromatici, ma con il diametro tipico degli specchi. Se non avete
problemi di spazio e disponete di un’ottima montatura, un Newton da
15-18 centimetri a lungo fuoco è lo strumento perfetto per
l’osservazione planetaria in altissima risoluzione.

Vantaggi:
• Configurazione ottica più economica in assoluto. Possibilità
di avere grandi diametri a prezzi contenuti
• Strumenti ideali per le osservazioni del cielo profondo
• Relativa facilità di lavorazione: qualità ottica commerciale
spesso ottima. In quanto specchi, non possiedono mai aber-
razione cromatica

Svantaggi:
• Presenza di aberrazioni appena fuori dal centro del campo, in
particolare la coma
• Ingombro e peso notevoli
• Per raggiungere ingrandimenti elevati è necessario usare o-
culari dalla corta focale, ergo, piccola pupilla d’uscita, un
po’ scomodi per le osservazioni planetarie

115
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

4.6.3 Riflettore Cassegrain

Il riflettore Cassegrain usa specchi opportunamente lavorati per consentire una note-
vole compattezza del tubo ottico.

Il riflettore Newtoniano ha molti vantaggi, soprattutto nei diametri


medio-grandi, rispetto al rifrattore. Il problema della configurazione
ottica ideata da Newton è l’ingombro ed il conseguente peso, visto
che il tubo ottico deve essere lungo quanto la focale dello specchio
primario.
Una configurazione ottica che ovvia a questo problema (ed altri) è il
riflettore Cassegrain.
L’idea è semplice: al posto dello specchio secondario piano ed incli-
nato di 45°, si inserisce uno specchio convesso, parallelo allo spec-
chio primario. La forma particolare del secondario amplifica la foca-
le dello strumento, mantenendo piccola la distanza tra i due specchi.
Ne consegue che un tipico riflettore Cassegrain da 200 millimetri di
diametro, con una lunghezza focale di almeno 2 metri, ha una lun-
ghezza reale di appena 40-50 centimetri: davvero un bel risparmio in
termini di spazio e peso!
L’osservazione nei telescopi Cassegrain si effettua nella parte poste-
riore del tubo ottico. Lo specchio primario è forato al centro (tanto
quella parte è oscurata dallo specchio secondario) e consente al se-
condario di portare fuori il fuoco posteriormente, proprio come nei
rifrattori.
A seconda della forma degli specchi primario e secondario (essi solo
legati quanto a forma, proprietà e distanza) si hanno diverse configu-

116
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

razioni, tutte dedite ad un solo obiettivo: avere un campo corretto


maggiore possibile, non limitato al centro del piano focale.
Alcune tipiche configurazioni sono, oltre al Cassegrain classico, il
Dall-Kirkham ed il Ritchey-Cretien. Quest’ultimo, in particolare, per
la qualità delle immagini lungo tutto il campo e la compattezza, è la
configurazione utilizzata da tutti i più grandi osservatori del mondo.
Per quanto riguarda le prestazioni a livello amatoriale, il riflettore
Cassegrain ha generalmente un’ostruzione elevata, superiore al 30%.
La notevole trasportabilità dello strumento si paga anche con un co-
sto maggiore, derivante dalla lavorazione, peraltro critica, di due
specchi invece che di uno solo come nel Newton (il secondario è pi-
ano ed è facilissimo da lavorare).
La produzione commerciale non ama molto i riflettori Cassegrain,
piuttosto difficili da fabbricare in serie, relegati ad applicazioni parti-
colari come la fotografia degli oggetti deboli e a grande campo.
Una valida alternativa commerciale al Cassegrain è rappresentato
dallo Schmidt-Cassegrain, il catadiottrico più famoso e venduto al
mondo.

Vantaggi:
• Estrema leggerezza e trasportabilità
• Campo corretto generalmente esteso, più di un Newton
• Adatto a tutti i tipi di osservazione

Svantaggi:
• Costo superiore rispetto al Newton a causa della maggiore
lavorazione necessaria
• Ostruzione elevata, con conseguente diminuzione del contra-
sto nelle immagini planetarie
• Poca offerta commerciale

117
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

4.6.4 Schmidt-Cassegrain

Lo Schmidt-Casserain è la variante catadiottrica del Cassegrain classico, molto più


semplice da costruire. La lastra correttrice frontale corregge le aberrazioni introdotte
dall’uso di specchi sferici.

Qualsiasi sia la configurazione Cassegrain scelta, gli specchi devono


avere delle forme particolari, non facili da realizzare soprattutto per
una produzione di massa. Seguendo la filosofia della semplicità di
costruzione (quindi di un conseguente minor prezzo) si è deciso di
costruire una configurazione ottica formata da due specchi sferici,
quindi volutamente “difettosa”, da correggere anteponendovi una la-
stra di vetro opportunamente lavorata.
Lo Schmidt-Cassegrain è sostanzialmente un Cassegrain costituito da
due specchi sferici. La presenza di elementi sferici introduce una no-
tevole quantità di aberrazione sferica, che viene corretta dalla pre-
senza di una spessa lastra dalla forma particolare, detta lastra corret-
trice, posta all’entrata del tubo ottico del telescopio e sulla quale è
inserito il supporto dello specchio secondario. La lastra correttrice
ha una forma particolare e deve essere posizionata ad una distanza
ben precisa dallo specchio primario. In effetti la produzione di una
lastra correttrice è la parte più impegnativa e costosa della costruzio-
ne di uno Schmidt-Cassegrain. Nonostante ciò, una configurazione di
questo tipo è molto più semplice da ottenere rispetto ad un Casse-
grain puro, presentandone però tutti i vantaggi (o quasi), primo su
tutti la trasportabilità.

118
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

Gli Schmidt-Cassegrain sono i telescopi amatoriali più venduti al


mondo, soprattutto negli ultimi anni nei quali la produzione commer-
ciale cinese ha abbattuto i prezzi.
Lo Schmidt-Cassegrain è ritenuto unanimemente lo strumento per
osservazioni generiche. I diametri disponibili sono generosi e con-
sentono una proficua osservazione degli oggetti deboli. La qualità
ottica è ottima per l’osservazione dei pianeti. Il rapporto focale, di
solito f10, è riducibile ad f6,3 o addirittura f3,3 con l’uso di appositi
riduttori, rendendo lo strumento adatto ad ogni tipo di osservazione e
fotografia.
Naturalmente non è tutto rose e fiori. La versatilità a tutti i tipi di os-
servazioni e fotografie si paga con dei compromessi: l’elevata ostru-
zione centrale, maggiore del 30%, riduce la luce che realmente rag-
giunge il primario, aumenta il diametro apparente delle stelle nelle
osservazioni del cielo profondo ed abbassa (leggermente) il contrasto
nelle osservazioni planetarie. Di fatto, lo Schmidt-Cassegrain perde
inesorabilmente se si confronta con strumenti dedicati, a parità di di-
ametro: nell’osservazione planetaria non presenta immagini così in-
cise e contrastate quanto un buon apocromatico; nel deep-sky non re-
stituisce stelle puntiformi quanto un rifrattore, o luminose come un
Newton poco ostruito.
In astronomia tutto è frutto di compromessi; fortunatamente le diffe-
renze elencate sono veramente minime, soprattutto per osservatori
poco esperti.
Uno dei maggiori punti deboli dello Schmidt-Cassegrain e di tutti i
catadiottrici è il lungo tempo di acclimatamento necessario. Come
sapete, le ottiche, per dare il massimo, devono avere la stessa tempe-
ratura dell’ambiente esterno e per questo motivo vanno portate fuori
almeno un’ora prima di iniziare le osservazioni.
I catadiottrici, a causa del tubo chiuso e della spessa lastra, hanno bi-
sogno di un tempo più lungo. Uno strumento da 20 centimetri sotto-
posto ad uno sbalzo di temperatura di 15° può richiedere oltre due
ore prima di adattarsi.
Un telescopio non acclimatato mostra immagini sparpagliate e tre-
molanti, spesso impossibili da mettere a fuoco. Non sottovalutate
mai questa importante fase dell’osservazione astronomica.

119
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

Gli osservatori più esigenti, con telescopi superiori ai 20 centimetri,


per accelerare il raggiungimento della temperatura degli specchi sono
soliti utilizzare ventole da computer montate dentro il tubo, dietro lo
specchio primario, la cui funzione è quella di rendere più efficiente
lo scambio di aria con l’esterno, per un raggiungimento più veloce
della temperatura ambiente.
Durante le notti più umide, si può presentare anche il problema
dell’appannamento della lastra, particolarmente esposta all’umidità.
In commercio esistono dei paraluce in gomma da adattare ad ogni
diametro, che evitano di dover spannare la lastra dopo appena pochi
minuti di osservazione. Gli amanti dei fai da te possono costruire un
efficiente paraluce con del semplice cartoncino o un tappetino per
aerobica.
Nonostante le particolari cure necessarie per far lavorare al meglio
questa configurazione ottica, e le piccole mancanze rispetto a stru-
menti specializzati, non è un caso se molti esperti astrofili ed astrofo-
tografi, soprattutto dei pianeti, scelgono questa configurazione per le
loro osservazioni e ricerche: per diametri superiori ai 200 millimetri
non esistono attualmente sul mercato configurazioni ottiche in grado
di fornire migliori prestazioni visuali contemporaneamente del pro-
fondo cielo e dei pianeti, il tutto condito da una trasportabilità davve-
ro eccellente.

Vantaggi:
• Ottima qualità ottica della produzione commerciale
• Trasportabilità e leggerezza
• Adatto a tutte le osservazioni e ad ogni tipo di fotografia

Svantaggi:
• Prezzo generalmente più elevato dei Newton, ma decisamen-
te minore dei Cassegrain e dei rifrattori di pari diametro
• Ostruzione centrale alta
• Elevato tempo di acclimatamento, soprattutto per le osserva-
zioni in alta risoluzione

120
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

4.6.5 Maksutov-Cassegrain

Nei Maksutov, o semplicemente mak, la lastra correttrice è sostituita da uno spesso


strato di vetro incurvato, detto menisco, il cui centro è alluminato per ricavare lo
specchio secondario.

Altro telescopio catadiottrico, variante del riflettore Cassegrain ed


alternativa allo Schmidt.Cassegrain per diametri inferiori ai 200 mm.
I Maksutov-Cassegrain, o semplicemente mak, sono strumenti molto
compatti, quasi come gli Schmidt-Cassegrain. In effetti la somiglian-
za costruttiva è notevole. Lo specchio primario sferico convoglia la
luce verso uno specchio secondario convesso, ricavato dalla lastra
adibita alla correzione dell’aberrazione sferica, che la porta sul piano
focale posto dietro lo strumento.
La differenza con lo Schmidt-Cassegrain (detto anche SCT) è nella
lastra per la correzione dell’aberrazione sferica e nelle proprietà dello
specchio secondario. La lastra correttrice si trova più lontano dal
primario rispetto ad uno Schmidt-Cassegrain, è molto più spessa ed
ha una forma curva. Al centro della lastra, che prende il nome di me-
nisco, si trova lo specchio secondario ricavato alluminando proprio la
parte centrale del menisco. Il secondario, quindi, non è un elemento a
se stante; esso ha la stessa curvatura del menisco e non richiede una
collimazione delicata come per gli Schmidt-Cassegrain.
Il progetto costruttivo molto particolare costringe a realizzare ogni
mak con un rapporto focale molto chiuso, tipicamente f12-15.
Questa configurazione è di solito usata per piccoli diametri, da 9 fino
a 15-18 cm, per la solidità e la compattezza. Diametri maggiori ini-
ziano a diventare problematici per la difficoltà di costruzione (non-
ché il peso) del menisco.

121
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

Il mak è uno degli strumenti preferiti dai principianti, in grado di


fornire ottime visioni dei pianeti ad un costo che è una piccola fra-
zione dell’unica configurazione che forse gli è (leggermente) supe-
riore, ovvero i rifrattori acromatici a lungo fuoco, o gli apocromatici.
Un mak da 90 mm e rapporto focale f13 ha un tubo lungo circa 40
cm, un peso di poco superiore a 2 kg ed un costo intorno ai 200 euro.
Un rifrattore acromatico da 90 mm chiuso ad f13 ha una lunghezza di
circa 120 cm, un peso di quasi 4 kg ed un costo superiore ai 500 euro
(se si riesce a trovare in commercio).
Come avete già intuito, i Maksutov sono strumenti adatti per
l’osservazione degli oggetti del Sistema Solare; il piccolo diametro
non consente di avere una buona visione degli oggetti del cielo pro-
fondo, così come il rapporto focale non consente di fare alcun tipo di
ripresa profonda.
La configurazione ottica, al contrario degli Schmidt-Cassegrain, con-
sente una certa libertà costruttiva, tanto che alcuni telescopi mak so-
no ottimizzati per le visioni in alta risoluzione, presentando ostruzio-
ni centrali inferiori al 20%, valore impossibile da raggiungere negli
Schmidt-Cassegrain.
La piccola ostruzione raggiungibile specializza ancora di più questi
strumenti verso le osservazioni in alta risoluzione (pianeti, Luna e
stelle doppie). Se non si considera il fattore economico, piuttosto li-
mitante per diametri maggiori di 150 mm, il mak sarebbe lo strumen-
to ideale per l’alta risoluzione, nella versione Cassegrain qui presen-
tata, o nella variante Newtoniana che andiamo proprio ora ad analiz-
zare.

Vantaggi:
• Strumento molto compatto nei diametri piccoli
• Ottima qualità ottica e prestazioni sui pianeti
• Tubo estremamente solido che non richiede collimazione

Svantaggi:
• Poco adatto alle osservazioni deep-sky
• Costo superiore rispetto ai Newton di pari diametro
• Diametri disponibili inferiori ai 20 centimetri

122
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

4.6.6 Maksutov-Newton

I Maksutov-Newton sono strumenti senza compromessi per le osservazioni in altis-


sima risoluzione, quindi pianeti e stelle doppie, a scapito del prezzo, del peso (no-
tevole) e dell’ingombro.

Sullo stesso progetto che prevede l’introduzione di un menisco spes-


so per correggere l’aberrazione sferica, è nato il Maksutov-Newton,
variante catadiottrica del classico riflettore Newtoniano. Il concetto
di base è sempre lo stesso: invece di produrre specchi parabolici co-
stosi e non sempre della qualità desiderata, i costruttori preferiscono
lavorare un primario sferico, la cui lavorazione è molto più semplice
ed economica, e correggere l’aberrazione sferica con una lastra cor-
rettrice spessa e curva, proprio come quella dei Maksutov-
Cassegrain.
Progettati fino a diametri di 20-25 cm (almeno per la vendita com-
merciale), sono strumenti dal rapporto focale chiuso (f7-8), con bas-
sissima ostruzione, capaci di dare grandi soddisfazioni sugli oggetti
del Sistema Solare. Di fatto, il Mak-Newton rappresenta l’evoluzione
del riflettore Newtoniano poco ostruito.
Il Mak-Newton è uno strumento progettato per le osservazioni in alta
risoluzione senza compromessi: il progetto ottico implica tubi lunghi
come quelli di un Newton di pari diametro e focale; il menisco au-
menta notevolmente il peso dello strumento, costringendo all’uso di
montature piuttosto robuste. La piccolissima ostruzione, inferiore al
15-18%, limita l’utilizzo di oculari dal grande campo e lunga focale,
ma fornisce immagini in alta risoluzione praticamente perfette e mol-
to simili ai migliori rifrattori apocromatici di pari diametro.
Sebbene il diametro abbastanza generoso sia sufficiente per avere
anche buone visioni degli oggetti deep-sky, l’acquisto di uno stru-

123
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

mento così peculiare e anche costoso non dovrebbe essere finalizzato


a questo tipo di osservazioni, per le quali si trovano strumenti dalle
prestazioni migliori ad un prezzo decisamente minore, come il sem-
plice Newtoniano.
Il principale problema del Maksutov-Newton è il tempo
d’acclimatamento: non a caso molti di essi montano di serie una o
più ventole dietro lo specchio primario per accelerare il processo, che
altrimenti potrebbe richiedere anche alcune ore, rendendo vano ogni
tentativo di osservazione in alta risoluzione.

Vantaggi:
• Strumento ideale per le osservazioni in alta risoluzione
• Qualità ottica eccellente
• Immagini comparabili ai migliori rifrattori apocromatici di
pari diametro

Svantaggi:
• Costo, peso ed ingombro maggiori rispetto al Newtoniano
• Altamente specializzato per le osservazioni in alta risoluzio-
ne
• Lungo tempo di acclimatamento necessario

124
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

4.6.7 Schmidt-Newton

Lo Schmidt-Newton è una configurazione ideata per l’osservazione e soprattutto la foto-


grafia degli oggetti del cielo profondo.

Lo Schmidt-Newton è un'altra configurazione catadiottrica, evolu-


zione del Newtoniano per l’osservazione e la fotografia degli oggetti
del cielo profondo.
Il progetto ottico è simile a quello del Mak-Newton, solamente che in
questo caso lo scopo è avere uno strumento altamente specializzato
per l’osservazione e soprattutto la fotografia degli oggetti deboli.
La differenza fondamentale con il Mak-Newton è nella lastra di vetro
destinata alla correzione dell’aberrazione sferica introdotta dal pri-
mario sferico, la quale ha uno spessore minore, una forma diversa e
si trova più vicina al primario rispetto al menisco di tutte le configu-
razioni Maksutov, rendendo queste configurazioni ottiche tra le più
luminose in assoluto.
Gli Schmidt-Newton sono telescopi prettamente fotografici e lo con-
ferma anche il loro rapporto focale, tipicamente di f4 o minore.
La lastra correttrice corregge anche le principali aberrazioni extra-
assiali che affliggono i Newton, coma in primis. Il loro acquisto,
quindi, è giustificato solamente se si vuole intraprendere la strada
dell’astrofotografia degli oggetti deboli. Per l’osservazione visuale
un Newton classico conserva una qualità identica, ma ad un prezzo
decisamente inferiore.

125
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

La qualità ottica degli Snchmidt-Newton commerciali raramente of-


fre immagini al limite di diffrazione, e comunque, per raggiungere
l’ingrandimento limite di 2,5 volte il diametro strumentale, occorro-
no oculari dalla cortissima focale e piccola pupilla d’uscita, con os-
servazioni non molto agevoli su pianeti e stelle doppie. Questi sono i
motivi principali per i quali lo Schmidt-Newton non è consigliato per
le osservazioni planetarie.
Grazie al campo corretto più ampio dei newton puri, questa è la più
economica alternativa per chi vuole ottenere il massimo dalla foto-
grafia degli oggetti del cielo profondo.

Vantaggi:
• Strumento ideale per l’osservazione e soprattutto la fotogra-
fia degli oggetti deboli
• Tubo relativamente corto e compatto
• Prezzo di poco superiore ad un Newton classico

Svantaggi:
• Non adatto alle osservazioni planetarie
• La lastra correttrice può causare riflessi indesiderati attorno a
stelle brillanti
• Più pesante di un Newton di pari diametro

126
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

4.6.8 Camera di Schmidt

La camera di Schmidt era un tempo utilizzata per la fotografia astronomica a grande


campo degli oggetti deboli. Ora è poco diffusa tra gli amatori, ma ancora utilizzata dai
professionisti per programmi di ricerca di comete e asteroidi.

La camera di Schmidt può essere considerata una configurazione ot-


tica ormai estinta. E’ uno strumento studiato esclusivamente per la
fotografia chimica, ormai abbandonata, con rapporti focale molto a-
perti, intorno f1,5-2. Purtroppo non è un vero e proprio telescopio.
Lo specchio primario sul fondo del tubo è sferico; l’aberrazione sfe-
rica e tutte le altre extra-assiali sono corrette dalla lastra correttrice.
Non esiste uno specchio secondario, ne il posto per inserire gli ocula-
ri. La vecchia pellicola fotografica va inserita direttamente nel tubo!
La produzione attuale consente l’utilizzo con i moderni sensori digi-
tali, sebbene rimanga uno strumento di nicchia, utilizzato spesso da-
gli astronomi professionisti alla caccia di comete, asteroidi, stelle va-
riabili: insomma, tutte quelle applicazioni che richiedono un grande
campo corretto, esteso per oltre 1°
Rappresenta il massimo per eseguire programmi di survey a largo
campo, come la ricerca di asteroidi, comete e supernove.

127
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

4.7 Gli oculari


Gli oculari sono accessori
indispensabili per osservare
al telescopio. Come abbia-
mo già visto, il tubo ottico
si può considerare come un
grande teleobiettivo in gra-
do di raccogliere la luce
proveniente dalle stelle. Per
vedere gli oggetti del cielo
è necessario inserire,
nell'apposito alloggio, degli
oggetti cilindrici, composti
da un gruppo di lenti, detti
appunto oculari.
Gli oculari forniscono le
immagini visibili all'occhio Gli oculari sono sistemi ottici destinati ad in-
umano; la combinazione grandire le immagini offerte da ogni telesco-
pio. Alcuni di essi sono formati da diverse len-
con la lunghezza focale del ti per garantire la massima qualità.
telescopio fornisce gli in-
grandimenti.
Gli oculari sono costituiti sempre da gruppi di lenti, spesso 5-6, e de-
vono essere di ottima qualità per fornire immagini soddisfacenti.
Ricordate infatti una regola d’oro: la qualità dell’immagine finale di-
pende dall’elemento più debole. E’ del tutto inutile avere un telesco-
pio dalla ottima qualità ottica ed utilizzare oculari scadenti.
Il contrario è invece giustificato. Un oculare eccellente ha senso an-
che se utilizzato in un telescopio dalla qualità non proprio eccelsa,
per due motivi:
1) Un oculare dalla qualità peggiore ridurrebbe ancora le pre-
stazioni dello strumento.
2) Gli oculari possono durare una vita perché universalmente
adatti ad ogni strumento ottico.
Gli oculari non fanno parte del telescopio, ma sono accessori indi-
pendenti che possono essere cambiati e sostituiti.

128
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

I diametri degli oculari, o meglio, della parte dell’oculare che va in-


serita nel telescopio, hanno misure standard. In commercio trovate
tre diametri: 24,5 mm, 31,8 mm e 50,8 mm.
Il gruppo di oculari da scegliere dipende dal diametro
dell’alloggiamento dell’oculare del vostro telescopio. I più utilizzati
sono quelli da 31,8 mm: tutti gli oculari con queste dimensioni sono
adatti a tutti i telescopi con portaoculari da 31,8 mm.
Il diametro di 24,5 mm è riservato solamente ai telescopi giocattolo:
meglio scartare a priori tutti i telescopi che prevedono questo stan-
dard per gli oculari.
Quelli dal diametro di 50,8 mm sono imponenti e riservati a telescopi
da 200 mm in su. Questi ultimi sono più costosi e generalmente de-
stinati alla visione degli oggetti del cielo profondo, per i quali un
grande campo è necessario per aumentare i dettagli e il livello di
spettacolarità dell’immagine.
Molti strumenti commerciali prevedono comunque degli adattatori
per utilizzare sia gli oculari da 31,8 mm sia quelli da 50,8 mm; di fat-
to, oculari da 31,8 mm di diametro li potrete usare su ogni telescopio
commerciale.
La potenza di ogni oculare si identifica principalmente attraverso la
sua lunghezza focale, che fornisce direttamente indicazioni sull'in-
grandimento e sulla pupilla d'uscita, e con il suo campo apparente,
che tra poco vedremo.
Gli schemi utilizzati per costruire oculari sono diversi; alcuni sono
molto semplici ed economici, ma dalla scarsa qualità; altri sono mol-
to complessi, forniscono immagini superbe ma sono molto costosi.
Lo schema ottico più semplice è quello di Huygens, inventato dal fi-
sico olandese nel diciassettesimo secolo. Questo schema ottico è
molto economico ma fornisce immagini buone solamente al centro
del campo, peraltro piuttosto ridotto: da utilizzare solamente per
strumenti molto economici. E' composto da due semplici lenti piano-
convesse (da una parte piane, dall'altra convesse). Questo schema
soffre di aberrazione sferica (anche gli oculari, come i telescopi, pos-
sono presentare aberrazioni!), dannosa soprattutto ad alti ingrandi-
menti. L'evoluzione dello schema Huygens è il Ramsden, che utiliz-
zando lenti aggiuntive riesce a fornire immagini qualitativamente

129
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

migliori. Lo schema in-


ventato dal fabbricante
di strumenti inglese cor-
regge l'aberrazione sfe-
rica, ma introduce quel-
la cromatica, che si ma-
nifesta come un bordo
colorato attorno a tutti
gli oggetti osservati.
Schemi ottici più recen-
ti e più performanti so-
no sicuramente l'orto-
scopico ed il Ploss.
L'ortoscopico è molto
adatto per avere ottime
visioni di oggetti a pic-
colo campo, quali i pia-
neti, davvero insupera-
bile in queste applica-
zioni. I Ploss, sebbene
non eccelsi, sono al
momento il miglior Schemi ottici dei principali tipi di oculare. Dal sempli-
compromesso tra spesa ecequalitativamente
e qualitativamente modesto Huygens, al complesso
ottimo Erfle.
e qualità, offrendo buo-
ne immagini soprattutto degli oggetti del cielo profondo, grazie ad
una correzione buona su tutto il campo e ad un campo apparente ge-
neroso, molto maggiore degli ortoscopici. I Ploss, quindi, sono gli
oculari perfetti per iniziare. Esistono molti altri schemi molto più
complicati e costosi, che però non trovano giustificazione per
l’astrofilo principiante.
Anche in questi casi l’esperienza diretta sarò il vostro migliore con-
sigliere. Provate oculari di altri astrofili, fate dei confronti diretti ed
in poco tempo capirete quale è la configurazione che più vi piace e se
vale la pena spendere del denaro aggiuntivo per il miglioramento
qualitativo che avete osservato.

130
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

4.7.1 Caratteristiche degli oculari


Oltre al diametro ed alla focale, la quale determina direttamente
l’ingrandimento, quali sono le grandezze che identificano qualità e
campo di utilizzo di un oculare?

Pupilla d'uscita: E' una grandezza che esprime il diametro del fascio
luminoso in uscita dall'oculare di ogni telescopio.
La pupilla d'uscita è molto
importante per le osserva-
zioni di oggetti poco lumi-
nosi, quali nebulose e ga-
lassie. Il nostro occhio ha
una pupilla del diametro
massimo di 6-8 mm, quan-
do adattata al buio. Se
dall'oculare del telescopio
esce un fascio dal diametro
maggiore, non tutta la luce
raggiungerà il nostro oc-
chio e, di fatto, si avrà una
perdita di luminosità. E'
strettamente necessario che
Identificazione della pupilla d’uscita e
la pupilla d'uscita non sia dell’estrazione pupillare di un oculare.
MAI più grande della pu-
pilla dell'occhio. La pupilla d'uscita si calcola con la semplice rela-
zione: P=D/I, dove D è il diametro dell'obiettivo del telescopio (in
mm) ed I è l'ingrandimento. Si definisce ingrandimento minimo,
quello per il quale la pupilla d'uscita ha un diametro di circa 7 mm;
esso si ottiene dalla semplice formula: Imin=D/7.

Estrazione pupillare: una grandezza poco conosciuta ma molto im-


portante. L'estrazione pupillare rappresenta la distanza massima tra
l'occhio e la prima lente dell'oculare affinché l'osservatore possa os-
servare tutto il campo inquadrato.
E' esperienza comune che se ci mettiamo lontano da una piccola a-
pertura, come il buco di una serratura, vediamo un campo estrema-

131
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

mente ridotto. Mano a mano che ci avviciniamo, il campo inquadrato


aumenta, fino ad una certa distanza, detta estrazione pupillare, nel
quale il campo è limitato non più dalla distanza, bensì dall'oculare o
dall'apertura della serratura.
Un'ottima estrazione pupillare permette di fare osservazioni più co-
mode, evitando di stare con l'occhio attaccato alla lente dell'oculare.
L'estrazione pupillare dipende dalla lunghezza focale dell'oculare e
dal suo campo apparente. Generalmente, oculari con focali corte
hanno piccole estrazioni pupillari (dell'ordine di qualche millimetro),
per questo si tende a preferire l'uso di accessori che aumentano
l’ingrandimento degli oculari dalla lunga focale, come le lenti di bar-
low, mantenendo quindi inalterata l’estrazione pupillare.
Questo è il motivo più tecnico per il quale nelle pagine precedenti vi
è stato detto che telescopi dalla lunga focale sono più adatti
all’osservazione dei pianeti, mentre quelli a bassa focale (meglio
basso rapporto focale) sono più adatti per le osservazioni ad ingran-
dimenti modesti. Raggiungere l’ingrandimento massimo teorico con
un telescopio molto luminoso implica l’utilizzo di oculari dalla pic-
cola estrazione pupillare, con il risultato che l’osservazione è più
scomoda e stancante, oltre che leggermente meno definita rispetto a
strumenti dall’elevato rapporto focale.

Campo apparente e reale: Guardando attraverso tutti gli oculari no-


terete come il campo inquadrato è ridotto ed è minore del campo in-
quadrato dall'occhio umano, che è circa 100°. Ogni oculare possiede
un certo valore di campo apparente, dipendente dallo schema ottico e
dal modo in cui è stato costruito. I migliori oculari hanno campi ap-
parenti di oltre 80°, mentre quelli più economici, come gli Huygens,
raramente superano i 40°. Il campo apparente è molto importante per
avere osservazioni comode, spettacolari ed ampie, visto che determi-
na anche il campo reale, cioè per l'angolo di campo che è possibile
osservare direttamente al telescopio. Il campo reale si trova dal sem-
plice rapporto: Campo reale = Campo apparente/Ingrandimento.
Secondo questa formula, un oculare da 60° di campo apparente uti-
lizzato su un telescopio che fornisce 60 ingrandimenti, fornirà un
campo reale pari a 60°/60X= 1°: questa è la porzione di cielo inqua-

132
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

drata dall'oculare. Il campo apparente, quindi quello reale, sono mol-


to importanti quando si osservano oggetti molto estesi, come tutti
quelli deep-sky, o la Luna. Per questi oggetti un oculare dal grande
campo apparente fornisce visioni altamente spettacolari, molto diver-
se dalle visioni simili ad un buco di serratura che offrono gli oculari
più economici.

Oculari Ploss di diverse focali e diame- Oculari ortoscopici, adatti alle osserva-
tro di 31,8 mm. Questa è la configura- zioni dei pianeti. Notate l’esiguo diame-
zione migliore per l’astrofilo che deside- tro della lente: anche per questo motivo
ra osservare un po’ di tutto. Costo con- non sono adatti per le osservazioni del
tenuto. cielo profondo.

Oculari dal grande campo apparente, di Lo stato dell’arte degli oculari: Televue
ben 82°, dal diametro di 31,8 mm. Co- Ethos da 50,8 mm di diametro, con 100°
stosi ma assolutamente spettacolari per di campo apparente. Questi oculari co-
le osservazioni deep sky, a patto di ave- stano quanto un telescopio da 250 mm,
re uno strumento da almeno 150 mm di ma regalano visioni spettacolari su un
diametro. Questi oculari sono superflui campo così ampio che l’occhio non si
per l’osservazione planetaria. accorgerà di osservare in un telescopio..

133
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

4.8 Le montature
La montatura di un telescopio è un supporto di fondamentale impor-
tanza per avere osservazioni proficue e rilassanti.
Ogni strumento ottico è provvisto di una montatura, la quale ha in
prima approssimazione il compito di sostenere saldamente il tubo ot-
tico e permettere i suoi spostamenti alla ricerca degli oggetti celesti.
Nel campo dell’astronomia, la funzione di una montatura è molto più
complessa di quella riservata agli strumenti fotografici: le montature
astronomiche sono molto di più che dei semplici treppiedi o supporti
per il proprio strumento, tanto che in alcuni ambiti (come la fotogra-
fia astronomica, capitolo 7) sono più importanti delle caratteristiche
del tubo ottico che devono sorreggere.
Le montature dei telescopi devono soddisfare almeno due principi
fondamentali:
1) devono essere abbastanza robuste da sostenere il peso, spes-
so di diversi chili, dello strumento e degli accessori.
2) Devono consentire movimenti precisi e senza produrre oscil-
lazioni dello strumento, anche ad elevati ingrandimenti.
Se la montatura non è in grado di sostenere con sufficiente precisione
lo strumento, allora le osservazioni diventano molto difficili, se non
impossibili.
Nelle applicazioni astronomiche vi è una ulteriore differenza rispetto
alle situazioni terrestri: la Terra ruota, tutte le stelle nel cielo sembra-
no spostarsi molto velocemente. Per osservazioni comode e conti-
nuative nel tempo, sarà molto utile bilanciare, nel modo più semplice
possibile, la rotazione della Terra, di modo che un oggetto resti nel
campo inquadrato per più dei pochi secondi, al massimo un minuto,
che ci resterebbe se non si bilanciasse il moto terrestre.
Tenendo conto anche di questa importante esigenza, le montature dei
telescopi astronomici si dividono in due grandi famiglie: montature
altazimutali ed equatoriali. Le prime seguono il sistema di coordinate
altazimutale, le seconde quelle equatoriali. Sapete già dire quale dei
due supporti è la più indicato per le applicazioni astronomiche? Sco-
priamolo insieme, andando ad indagare a fondo questi due modi di
sorreggere il telescopio.

134
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

4.8.1 Le montature altazimutali


Sono costituite da
una testa, ovvero il
supporto che sorreg-
ge il telescopio, ed
un treppiede, il quale
deve essere robusto e
non produrre vibra-
zioni durante le os-
servazioni.
Questo tipo di mon-
tatura ha un funzio-
namento molto simi-
le ai classici treppie-
di fotografici. I mo-
vimenti avvengono
secondo due assi,
La montatura altazimutale non è altro che un robusto
uno verticale (mo- treppiede.
vimento in altezza),
l’altro orizzontale (movimento in azimut). La montatura altazimuta-
le, come suggerisce la parola, segue quindi il sistema di coordinate
altazimutali.
Generalmente semplice da gestire ed utilizzare, equipaggia telescopi
di piccolo diametro, a volte dei semplici giocattoli, ed è utile sola-
mente quando si effettuano osservazioni a bassi ingrandimenti, come
quelle che competono agli oggetti del cielo profondo.
La montatura altazimutale commerciale non consente alcun tipo di
fotografia, se non quella dei pianeti attraverso un complesso sistema
di motorizzazione.
Il movimento degli assi secondo le coordinate altazimutali è comodo
ed intuitivo, ma presto lo troverete sconveniente, poiché non segue il
moto della sfera celeste.
Quando effettuiamo osservazioni ad ingrandimenti maggiori delle
100 volte, l’oggetto puntato sembra spostarsi molto velocemente nel
campo a causa della rotazione della Terra. A questo punto dobbiamo
riportarlo, attraverso movimenti dedicati della montatura (moti mi-

135
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

crometrici), al centro del campo dell’oculare. Con la montatura alta-


zimutale dobbiamo muovere entrambi gli assi per centrare di nuovo
l’oggetto, poiché il suo movimento non avviene ne in modo perfet-
tamente verticale, ne perfettamente orizzontale.
Le cose peggiorano quando si cercano di osservare i pianeti con in-
grandimenti maggiori delle 200 volte. In queste condizioni il corpo
celeste ci appare letteralmente sfrecciare nel campo e sparire nel giro
di un minuto. Ogni volta dobbiamo muovere entrambi gli assi della
montatura della giusta quantità per riportare il pianeta al centro del
campo. Spesso lo perderemo, perché non sappiamo a priori quando
muovere in verticale un asse e quanto in orizzontale l’altro.
Le montature altazimutali, quindi, sembrano scomode quando si fan-
no osservazioni ad alti ingrandimenti, per di più, a causa della rota-
zione della Terra, non è possibile fotografare alcun oggetto, visto che
ogni ripresa verrebbe mossa.
La soluzione a questo inconveniente è data da un supporto molto di-
verso e più complesso: la montatura equatoriale.

136
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

4.8.2 La montatura equatoriale

Montatura equatoriale commerciale e identificazione dei suoi componenti principali.

Le montature equatoriali sono supporti molto più robusti e apparen-


temente complessi.
Esse seguono il sistema di coordinate equatoriali, muovendosi quindi
secondo i movimenti della sfera celeste, non secondo quelli relativi
all’osservatore (sistema altazimutale).
Attraverso una fase detta stazionamento, la montatura equatoriale
viene orientata verso il polo nord celeste muovendo delle leve per il
controllo dell’azimut e dell’altezza poste alla sua base.
Una montatura equatoriale stazionata permette di seguire il percorso
delle stelle nel cielo muovendo solo un asse, quello di ascensione ret-
137
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

ta (AR). L’altro, detto di declinazione (Dec), serve solamente a pun-


tare stelle poste a declinazioni diverse e non è necessario muoverlo
per inseguire un oggetto.
Grazie alla facilità con cui si può compensare il moto di rotazione
della Terra, le montature equatoriali possono essere equipaggiate di
un motorino che ha il compito di muovere l’asse di ascensione retta e
mantenere nel campo inquadrato l’oggetto anche per ore.
Per funzionare correttamente, le montature equatoriali devono essere
anche bilanciate.
A causa della loro inclinazione, il peso del tubo ottico è sbilanciato e
fa pressione sull’intera struttura. Per ovviare a questo problema, una
barra in grado di ospitare dei contrappesi è inserita nella montatura,
lungo l’asse di declinazione, in modo che il loro peso controbilanci
perfettamente quello del tubo del telescopio, rendendo i movimenti
molto più fluidi e agevoli.
Lo spostamento veloce del telescopio avviene sbloccando gli assi,
allentando le viti di serraggio; questo movimento è utile per puntare
gli oggetti e spostarsi velocemente.
I movimenti micrometrici, invece, avvengono agendo su apposite
manopole (se presenti), senza MAI sbloccare gli assi. Questi sposta-
menti sono indicati per centrare l'oggetto nel campo dell'oculare, o
per seguire il suo movimento nel cielo causato dalla rotazione terre-
stre.
Il movimento in declinazione fa muovere solamente la culla dove
deve essere installato il telescopio, non la base della montatura, o-
rientata nella fase di stazionamento.
Il movimento in ascensione retta si sviluppa lungo l’asse perpendico-
lare alla cella del telescopio e ala barra dei contrappesi, detto asse
orario.
Nessuno dei due movimenti avviene ne perfettamente verticale ne
perfettamente orizzontale, a meno che non vi troviate ai poli o
all’equatore!
Ogni supporto equatoriale dispone di altri due movimenti, già men-
zionati, utili per la fase di stazionamento: quello in altezza e quello in
azimut. Questi movimenti si sviluppano alla base della testa equato-
riale (la montatura vera e propria, per distinguerla dal treppiede o

138
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

dalla colonna su cui poggia), sono indipendenti dagli assi di ascen-


sione retta e declinazione e muovono l’intera base della montatura,
cambiandone l’orientazione.
I movimenti in azimut e in altezza non servono per puntare gli ogget-
ti e muovere il telescopio, ma solamente per stazionare la montatura
verso il polo nord celeste; una volta eseguita questa operazione, che
vedremo meglio tra qualche pagina, non bisogna più agire
sull’orientazione.

Schematizzazione dei movimenti di una montatura equatoriale. Il puntamento degli


oggetti celesti avviene muovendo due assi, uno detto di ascensione retta (AR), l’altro
di declinazione (Dec). Naturalmente occorre che la montatura sia stazionata, ovvero
che l’asse polare sia diretto verso il polo nord celeste, nei pressi del quale si trova la
stella Polare. Nella figura in alto a destra, uno schema di come deve essere eseguito
lo stazionamento,agendo su altri due movimenti che si trovano alla base della mon-
tatura: quello in altezza e quello in azimut, completamente indipendenti dai movi-
menti degli assi, atti al puntamento degli oggetti celesti.

139
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

4.8.3 Lo stazionamento della montatura equatoriale


Ogni montatura equatoriale, per funzionare adeguatamente, deve es-
sere regolata e stazionata; questa fase è importante, altrimenti le sue
funzioni non verranno svolte in pieno.
Le montature equatoriali commerciali più diffuse sono di tipo tede-
sco, analoghe a quelle nelle foto delle pagine precedenti, ma il pro-
cedimento di stazionamento non cambia con qualsiasi altra configu-
razione (ad esempio, le equatoriali a forcella).
Ogni montatura alla tedesca possiede un asse, detto asse polare, che
rappresenta la struttura portante, il quale va inclinato, attraverso ap-
posite manopole, di un angolo pari alla latitudine del luogo di osser-
vazione. Questo angolo è di circa 42° per Roma, 44° per Milano.
Prima di inclinare la montatura, assicuratevi che il treppiede poggi
esattamente in piano. La cosiddetta messa in bolla è un modo como-
do per evitare complicazioni nella fase di stazionamento.
Lo stazionamento vero e proprio si effettua puntando l’asse polare
verso il polo nord celeste, indicato orientativamente dalla stella Pola-
re, la quale dista meno di un grado da questo punto immaginario.
Se l’inclinazione dell’asse polare è corretta e il telescopio è messo
bene in bolla, dovrete solamente ruotare la base della montatura in
orizzontale (azimut), verso la stella Polare, senza agire sulla sua al-
tezza.
A questo punto dobbiamo distinguere tra due tipi di montature:
• montature dotate di cannocchiale polare. Il cannocchiale pola-
re è un picciolo can-
nocchiale inserito
nell’asse polare che
serve per identificare e
puntare con maggiore
precisione il polo nord
celeste ed ottenere uno
stazionamento più pre-
ciso. Traguardando at-
traverso questo stru- Il cannocchiale polare è un accessorio che si
mento e muovendo la trova nell’asse polare di tutte le montature e-
quatoriali di media qualità e serve per effettua-
montatura in altezza e re uno stazionamento preciso della montatura.

140
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

azimut (la base, non gli assi!), possiamo procedere ad uno sta-
zionamento rapido e preciso, ma ad una condizione: il cannoc-
chiale polare deve essere allineato! Questo piccolo strumento è
inserito all’interno dell’asse polare della montatura e fissato con
tre viti. Affinché si riveli veramente utile, occorre che esso sia
perfettamente parallelo all’asse polare; se fosse inclinato, anche
di poco, la direzione dell’asse polare sarebbe diversa da quella
puntata dal cannocchiale polare e non si raggiungerebbe mai uno
stazionamento preciso.
L’allineamento del cannocchiale polare è facile da eseguire e ge-
neralmente deve essere fatto solo una volta. Di giorno, togliete il
telescopio e i contrappesi e ponete l’inclinazione dell’asse polare
a zero. Ruotate l’asse di Ascensione retta fino a portare la culla
dove si collega il telescopio a destra, in posizione orientativa-
mente parallela al terreno. A questo punto fissate le viti e punta-
te, con il cannocchiale polare inserito nell’asse polare e ben fis-
sato, un oggetto terrestre piccolo e definito (un’antenna, la punta
di un albero, un lampione) distante almeno una decina di metri.
Agendo sulla regolazione in altezza e azimut della montatura,
ponete il dettaglio al centro esatto del crocicchio del cannocchia-
le. Adesso ruotate l’asse di ascensione retta della montatura di
180°, fino a portare la culla del telescopio dall’altra parte, a sini-
stra. L’orientazione dell’asse polare non cambia e se il cannoc-
chiale polare è ben allineato, l’oggetto puntato non si sarà sposta-
to dal centro del crocicchio. Se l’allineamento non è perfetto, la
posizione dell’oggetto varia a seconda della posizione dell’asse
di ascensione retta ed ora risulterà diversa. In questo caso è ne-
cessario individuare, ad occhio, il centro rispetto al quale è avve-
nuta la rotazione, il quale si troverà a metà strada tra le due posi-
zioni del dettaglio inquadrato. Cercate, agendo sulle viti di rego-
lazione del cannocchiale polare, di portare al centro del crocic-
chio questo punto. Ora centrate di nuovo il dettaglio agendo
sull’altezza e l’azimut della montatura e ruotate di nuovo l’asse
di AR di 180°. Se il dettaglio resta esattamente al centro del cro-
cicchio, allora l’allineamento è andato a buon fine, altrimenti bi-
sognerà ripetere la procedura descritta, ovvero trovare il centro

141
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

di rotazione e regolare le viti del cannocchiale polare fino a rag-


giungere tale posizione. Se il cannocchiale polare è fortemente
disallineato, è difficile raggiungere una precisione elevata con
una sola operazione, meglio farlo a passi successivi. General-
mente in due-tre volte si riesce ad ottenere un allineamento per-
fetto. Il cannocchiale polare ora è allineato.
Riportate la montatura in configurazione equatoriale, inclinando
l’asse polare secondo la vostra latitudine e aspettate la sera per
effettuare lo stazionamento preciso. Montate lo strumento e tutti
gli accessori che userete quella sera (oculari o camere fotografi-
che); bilanciate lo strumento in modo perfetto con i contrappesi.
E’ importante ricordare che lo stazionamento si ottiene in due fa-
si: 1) prima si ruota tutta la montatura, compreso il treppiede, in
modo che l’asse polare sia diretto orientativamente verso nord.
Questa fase è meglio effettuarla senza il telescopio e i contrappe-
si, in modo da avere minor peso. Successivamente: 2) si agisce
con i movimenti micrometrici posti alla base della montatura,
quelli che regolano l’altezza (inclinazione dell’asse polare) e a-
zimut (orientamento orizzontale) fino a portare la stella Polare
all’interno del campo inquadrato dal cannocchiale polare.
• Montature senza cannocchiale polare: In questo caso lo sta-
zionamento è leggermente approssimato e si effettua sempre nel-
le due fasi: 1) se l’orientazione della montatura è casuale, senza
alcun strumento sopra e senza contrappesi si ruota il treppiede
verso il polo nord in modo approssimato. Successivamente: 2) si
monta telescopio, accessori e contrappesi, si esegue il bilancia-
mento e poi, ponendo l’occhio dietro l’asse polare si cerca, attra-
verso i movimenti micrometrici dell’altezza e dell’azimut, di
puntare in modo più preciso possibile l’asse verso la stella Pola-
re. Senza un cannocchiale polare questo è l’allineamento più
preciso che si possa fare.
Spesso le procedure appena descritte permettono di raggiungere una
precisione ottima per ogni tipo di osservazione e per alcune fotogra-
fie a corta esposizione (pianeti), o grande campo (campi stellari con
obiettivi fotografici montati in parallelo).

142
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

Nel caso sia richiesto uno stazionamento perfetto, o in tutti quei casi
(purtroppo molti) nei quali non è possibile stazionare la montatura
poiché non si ha la visuale nei pressi del polo nord celeste, lo stazio-
namento equatoriale deve essere effettuato in un altro modo, più la-
borioso ma anche molto più preciso, detto metodo Bigourdan.

4.8.4 Il metodo Bigourdan per uno stazionamento preciso


Questo metodo permette uno stazionamento molto più preciso di
quello raggiungibile ad occhio o con il cannocchiale polare, nonché
di stazionare anche quando non è possibile avere la visuale sulla stel-
la Polare, attraverso l’analisi della deriva delle immagini stellari.
Prima di tutto effettuate uno stazionamento il più preciso possibile al
polo. Se non vedete la stella polare aiutatevi con una bussola, tenen-
do presente che il nord indicato dall’ago (nord magnetico) è spostato
di 5° verso ovest rispetto alla posizione del nord celeste.
Una volta fatto lo stazionamento, per ottenere una precisione vera-
mente ottima, è necessario procedere come segue:
1) Si punta una
stella al meri-
diano (ovvero
alla massima
altezza
sull’orizzonte
, in direzione
sud) posizio-
nata
all’incirca Quando si punta una stella a sud sull’equatore celeste, con
sull’equatore il motore in AR acceso, se l’asse del telescopio non coin-
celeste. Si ac- cide con l’asse terrestre, la stella tende a muoversi legger-
cende il mo- mente verso nord o verso sud. A seconda della direzione e
dell’intensità dello spostamento, sarà necessario muovere
tore di inse- l’asse polare della montatura verso est o ovest.
guimento
dell’asse di ascensione retta, si inserisce un oculare ad alto in-
grandimento (almeno 200 volte) e si aspetta. Se lo stazionamento
non è eseguito correttamente in azimut, la stella tenderà ad avere

143
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

una deriva verso nord o sud. A questo punto dobbiamo fare bene
attenzione alla visione telescopica: uno spostamento verso nord
indica che l’asse polare punta troppo ad ovest. Quando si osserva
con un oculare, senza accessori quali diagonale a specchio o pri-
sma raddrizzatore, l’immagine è capovolta, quindi il nord sarà in
basso. Viceversa uno spostamento verso sud, ovvero verso l’alto
per la visione telescopica, indica che l’asse polare punta troppo
ad est. In entrambi i casi è necessario agire sulla regolazione
dell’azimut della montatura e spostare (leggermente) verso est,
nel primo caso, ovest nel secondo, senza mai muovere gli assi di
AR e declinazione. A questo punto si centra di nuovo la stella e
si ripete l’osservazione e gli eventuali spostamenti, fino a quando
non si noterà più alcuna deriva con un tempo di osservazione di
almeno 5 minuti. In linea teorica, se la pazienza dell’osservatore
è tanta, così come la delicatezza con cui si muove l’asse polare,
si può raggiungere una precisione perfetta, tale che la deriva sia
completamente assente. Effettuata questa fase, la montatura è
perfettamente stazionata in azimut. Ora bisogna regolare meglio
l’altezza.
2) Si punta una
stella lontano
dal meridia-
no, a circa 6
ore, ovvero
90°. Per non
scegliere un
oggetto trop-
po basso
sull’orizzont
La situazione è simile nel caso della regolazione errata in
e, è meglio altezza, solo che questa volta si punta una stella lontana dal
puntare una meridiano.
stella posta a
declinazioni superiori ai 30°. Si centra la stella con un ingrandi-
mento elevato, si accende l’inseguimento in AR, e si analizza
l’eventuale moto di deriva. Un segmento verso nord indica che
l’asse polare punta troppo in alto; in questo caso occorre agire

144
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

delicatamente solo sulla regolazione dell’altezza dell’asse, por-


tandolo un po’ verso sud, ovvero a latitudini minori. Vale sempre
la stessa regola: se si osserva all’oculare senza accessori aggiun-
tivi, il nord è in basso e il sud in alto, quindi fate attenzione. Un
segmento verso sud (verso nord per osservazioni visuali senza
dirette) indica che l’asse punta troppo a sud e bisognerà aumen-
tarne la sua altezza portandolo a latitudini maggiori. Ottenere
una precisione elevata in questo caso è più difficile poiché il mo-
to di deriva è influenzato anche dall’errore periodico dell’asse di
ascensione retta della montatura. Per questo, quando esigete una
precisione notevole, fate in modo che il tempo di osservazione
della deriva sia almeno uguale al periodo della ruota dentata, in
modo da essere sicuri che lo spostamento sia causato solamente
da uno stazionamento non perfetto e non dalle imprecisioni di
costruzione della montatura. In ogni caso non è necessario per-
derci troppo tempo, poiché un leggerissimo spostamento con il
tempo è quasi fisiologico.
Per coloro che non possiedono il motorino di compensazione del mo-
to terrestre, fare uno stazionamento preciso con il metodo Bigourdan
si rivela superfluo, poiché la precisione raggiungibile non verrà mai
sfruttata.
Il metodo richiede manualità ed un po’ di pazienza, per questo è con-
sigliabile da attuare solamente quando strettamente necessario, ovve-
ro quando si vogliono fare fotografie, o quando la stella Polare non è
visibile.

145
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

4.8.5 La montatura dobson


Grazie alla geniale intuizione dell’astrofilo americano John Dobson,
questa terza e particolare classe di montature rende possibile l’uso di
telescopi di grande diametro a prezzi contenuti.
Le montature di tipo dobson
sono delle speciali montature
altazimutali molto spartane
che sorreggono telescopi
Newton di diametro medio-
grande.
Esse sono sprovviste di un
treppiede e poggiano diretta-
mente a terra. La meccanica è
ridotta al minimo, spesso ine-
sistente. Il movimento del te-
lescopio avviene in verticale e
in orizzontale, come nelle La montatura dobson è abbinata a telescopi
montature altazimutali. Newton. I telescopi dobsoniani sono molto
Grazie alla semplicità di rea- economici e adatti alle osservazioni di
lizzazione e alla mancanza di ammassi, nebulose e galassie.
parti che richiedono un’elevata lavorazione, le montature dobsoniane
sono le più economiche che ci siano in circolazione.
Con il termine telescopio dobson o dobsoniano si intende quindi una
configurazione meccanica che prevede l’utilizzo di una montatura di
tipo dobson. Generalmente solo i telescopi Newtoniani sono adatti a
questi supporti; insieme formano i famosi telescopi dobson, che of-
frono un’elevata potenza ottica ad un prezzo basso, proprio perché
eliminano le costose parti meccaniche ed elettroniche di supporto.
Tuttavia, data la semplicità, le montature dobson non possono con-
trobilanciare il movimento della Terra come le equatoriali.
Questo tipo di montatura è ideale per tutti coloro che fanno
dell’osservazione degli oggetti del cielo profondo lo scopo principale
della propria passione. In questi casi possiamo rinunciare a tutto il
superfluo e dirigere la nostra attenzione, ed il nostro denaro, sola-
mente nel diametro del telescopio, l’unica variabile che conta in que-
sto tipo di osservazioni.

146
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

4.8.6 Gli altri accessori ottici


Siamo giunti quasi al termine di questa lunga trattazione sugli stru-
menti astronomici.
In questo paragrafo vediamo gli altri accessori ottici che possono es-
serci utili per una proficua osservazione del cielo.

Cercatore
Un piccolo cannoc-
chiale posto sul tu-
bo ottico, che ha il
compito di puntare
gli oggetti celesti.
Centrare un pianeta
o una nebulosa con
il telescopio è spes-
so difficile e lungo,
molto meglio utilizzare il cercatore, opportunamente allineato, che
con i suoi 5-10 ingrandimenti permette di centrare l’oggetto con e-
strema facilità.

Lenti di barlow
Lenti speciali, simili agli oculari, che sono in
grado di raddoppiare (ma anche triplicare o
quadruplicare) la lunghezza focale originale
del telescopio. Le più famose sono le lenti di
barlow 2X. Esse, inserite prima degli ocula-
ri, raddoppiando la focale del telescopio,
raddoppiano quindi l’ingrandimento otteni-
bile con un certo oculare. Le lenti di barlow
devono essere di ottima qualità ottica, altri-
menti introducono dei difetti molto fastidiosi
e nocivi. Sono molto utilizzate nella fotogra-
fia in alta risoluzione dei pianeti, per aumen-
tare la focale del telescopio, quindi l’ingrandimento, che per sistemi
digitali non ha bisogno di oculari ed è determinato dalla focale dello
strumento.
147
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

Filtri colorati
Sono piccoli filtri da avvi-
tare al barilotto degli ocu-
lari, in grado di migliorare
la visibilità dei pianeti. Se
il vostro telescopio am-
mette oculari dal diametro
di 31,8 mm, allora vi ser-
vono filtri di questo dia-
metro. Filtri rossi sono
molto adatti per migliora-
re il contrasto dei dettagli di Marte, quelli azzurri mettono in mostra
la struttura della sua atmosfera; filtri violetti mettono in luce le tenui
strutture nuvolose dell’atmosfera di Venere.

Filtri a banda stretta


Sono filtri studiati per la fotografia e
riescono ad enfatizzare il contrasto di
alcuni dettagli, specialmente di nebu-
lose e del Sole. Per l’osservazione del-
la nostra stella esistono telescopi solari
equipaggiati con dei filtri, detti H-
alpha, che lavorano in una sottile linea
centrata alla lunghezza d’onda di
656,3 nm (nanometri), nella regione rossa dello spettro e permettono
di scorgere, sul Sole, protuberanze, filamenti e dettagli impossibili
da osservare in luce bianca.
Esistono anche filtri a banda stretta per le nebulose. Generalmente
essi sono adatti solamente per riprese fotografiche e mettono in risal-
to la loro debole immagine. I più famosi sono l’H-alpha e l’OIII,
centrati su sottili linee nelle quali questi oggetti emettono gran parte
della loro luce. Per le osservazioni visuali esistono speciali filtri ne-
bulari.

148
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

Filtri solari
Filtri per attenuare
la fortissima luce
che giunge dal So-
le. L’osservazione
della nostra stella
può essere molto
bella e appagante,
ma va condotta
ASSOLUTA-
MENTE CON UN FITRLO SOLARE, da porre davanti all’obiettivo
del proprio telescopio, prima che la luce vi entri. Comprate sempre e
solo filtri solari astronomici, non cercate MAI di costruirne uno con
le vostre mani, può essere molto dannoso! I filtri solari più conosciu-
ti attenuano la luce del Sole di circa 100000 volte, lungo tutto lo
spettro elettromagnetico. Esistono speciali filtri, centrati su delle sot-
tili linee (h-alpha, calcio) che mostrano dettagli nuovi e diversi della
nostra stella. Purtroppo questi filtri sono molto costosi.

Filtri lunari
Filtri dal colore generalmente neutro,
o verde, che consentono di attenuare
la luce lunare in prossimità della fase
di Luna piena. L’utilità di questi filtri
è limitata, visto che la luce lunare non
è mai troppo intensa da provocare
danni agli occhi. Inoltre, le migliori
osservazioni del nostro satellite si hanno in fasi lontane dal plenilu-
nio, rendendo, di fatto, questi filtri piuttosto superflui. Se osservate
con strumenti a partire da 200 mm, ad ingrandimenti modesti, potete
trovare più rilassante l’uso di un filtro lunare, ma che sia di provata
qualità, altrimenti degraderà inevitabilmente l’immagine.

149
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

Filtri nebulari
Filtri che selezionano solamente le
zone dello spettro elettromagnetico
responsabili dell’emissione della lu-
ce che osserviamo dalle nebulose.
La luce emessa dalle nebulose, infat-
ti, non è sparsa su tutte le lunghezze
d’onda, ma concentrata in poche e sottili linee. Questi filtri lasciano
passare solamente le linee che corrispondono all’emissione delle ne-
bulose, aumentando il loro contrasto e scurendo il fondo cielo, so-
prattutto se inquinato dalle luci artificiali. Non vi aspettate miracoli,
ma solamente dei leggeri miglioramenti: questi filtri non potranno
mai sostituire un cielo perfettamente buio, anche se, di fatto, rendono
possibili le osservazioni anche da luoghi non troppo scuri.

Raddrizzatori di immagine
Sono speciali accessori che raddriz-
zano le immagini fornite da ogni te-
lescopio. In commercio ne esistono
di due tipi.
Il diagonale a specchio è un accesso-
rio molto semplice (ma che può es-
sere anche molto costoso!) compo-
sto da uno specchio piano inclinato a
45° che si inserisce nel porta oculari
del telescopio, naturalmente prima dell’oculare stesso, che andrà in-
serito nell’altra estremità del diagonale. Il punto di osservazione in
questo caso ruota di 90° e l’immagine, a causa della riflessione nello
specchio, viene raddrizzata, ma solo nel senso nord-sud, non nel sen-
so est-ovest. In questi casi si dice che l’immagine è specchiata, per-
ché la destra è invertita con la sinistra.
Per ovviare a questo spiacevole effetto, esistono in commercio dei
raddrizzatori totali di immagine, composti da una combinazione di
due prismi. In questo caso l’immagine è totalmente raddrizzata, co-
me nei binocoli. I raddrizzatori totali sono utili solo per osservazioni
terrestri.

150
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

4.9 La scelta del primo telescopio


La scelta del primo strumento rappresenta un momento molto impor-
tante per la carriera di ogni astrofilo.
Proprio per l’importanza di questo pri-
mo telescopio, il mio consiglio è un po’
controcorrente: chi inizia ad osservare il
cielo non dovrebbe farlo con uno stru-
mento giocattolo, che non consente di
vedere nulla oltre alla Luna.
Negli anni passati, quando l’astronomia
era una passione estremamente più di-
spendiosa, gli strumenti adatti ai princi-
pianti avevano diametri di 60-70 mm. In
questi anni nei quali i prezzi degli stru-
menti ottici hanno subito un vero e pro-
prio tracollo, iniziare con strumenti così Telescopio newtoniano da 150
modesti non ha più molto senso, perché, mm su montatura equatoriale:
oggettivamente, sono poche le possibili- ottimo strumento per iniziare.
tà che offrono. Il primo consiglio è quindi quello di evitare telescopi
di piccolo diametro, poco più dei giocattoli.
Uno strumento astronomico è un oggetto di precisione, che richiede
cura nella sua costruzione. Fortunatamente, se trattato con la neces-
saria cura, un telescopio ha una vita pressoché infinita. Il secondo
consiglio quindi è: considerate l’acquisto di un telescopio astronomi-
co come un investimento che non ha scadenze nel tempo, non passa
di moda e non diventa obsoleto, al contrario dell’attuale tecnologia
informatica e telefonica. Se un giorno doveste stancarvi del telesco-
pio, il mercato dell’usato è molto attivo e vi consentirà di recuperare
oltre il 50% del denaro speso nell’acquisto.
Detto questo, il budget iniziale non dovrebbe essere inferiore a 500
euro. Se questa cifra vi sembra enorme, pensate al costo di un cellu-
lare alla moda che diventerà senza valore e fuori moda dopo solo un
anno, e capirete che forse 500 euro per uno strumento che può durare
una vita alla fine non sono poi così tanti.

151
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

4.9.1 Quale è il telescopio migliore per le vostre esigenze?


Il telescopio è uno strumento piuttosto difficile da gestire ed utilizza-
re con profitto, per questo occorre prima di tutto avere coscienza di
cosa si sta facendo e conoscere le basi dell'astronomia osservativa.
L'acquisto di un telescopio dovrebbe essere effettuato quando il no-
stro strumento naturale, l'occhio, non è più sufficiente per
l’osservazione del cielo.
La scelta del primo strumento deve essere ragionata e fatta senza al-
cuna fretta.
Un consiglio molto valido è quello di osservare attraverso strumenti
di altre persone, prima di scegliere di comprare il proprio. In questo
caso l’esperienza diretta vale più di mille parole.
In tutte le regioni italiane sono attive delle associazioni di astrofili,
che osservano il cielo senza alcuno scopo di lucro. Contattare una di
queste associazioni ed osservare con diversi telescopi è
un’esperienza estremamente utile. Non fate i timidi: tutte le associa-
zioni saranno liete di ospitarvi, a titolo gratuito, e farvi osservare at-
traverso i loro strumenti. L’osservazione attraverso diversi telescopi
vi consentirà di completare il percorso che vi porterà direttamente
alla scelta del primo strumento, senza avere la paura di sbagliare.
Ricordate che un telescopio è uno strumento completo, composto dal
tubo ottico, dalla montatura e dagli accessori, ovvero almeno un paio
di buoni oculari.
Gli accessori, e soprattutto la montatura, sono importanti quanto e
forse più del tubo ottico. Se acquistati con consapevolezza possono
accompagnarvi per tutta la vita, poiché possono essere adattati facil-
mente a qualsiasi tubo ottico.
Le domande da porsi nell’acquisto di uno strumento completo sono
poche ma precise:
Da dove osservo? Da una città con elevato inquinamento luminoso,
oppure ho la possibilità di osservare sotto cieli davvero scuri?
Cosa voglio fare? Mi accontento di osservare, o voglio fare anche
fotografia?
Cosa prediligo osservare? Pianeti e Luna, oppure gli oggetti del cielo
profondo come galassie, nebulose, ammassi stellari?

152
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

Lo userò in una postazione fissa, o preferisco uno strumento leggero


da trasportare facilmente?
Quanto voglio spendere?
Tenete sempre presente che si tratta di strumenti astronomici di pre-
cisione, quindi costosi: l’acquisto deve essere ben ponderato.
Un telescopio, anche se il primo, deve essere di buona qualità ottica e
meccanica, altrimenti le immagini restituite saranno sfocate e prive
di dettagli, con la conseguenza che ben presto perderete la passione
per il cielo.

Quale marca scegliere? Le più famose e blasonate sono, in ordine


casuale: Celestron, Meade, Konus, RKS, Skywatcher, Orion, Geop-
tik, GSO. Ad un livello qualitativo superiore, quindi a prezzi piutto-
sto elevati, troviamo: Astrophysics, Televue, Takahashi, Borg, Pen-
tax, William Optics; generalmente questi ultimi non sono adatti all'a-
strofilo alle prime armi. I primi, invece, esclusa la Geoptik e la GSO,
sono strumenti prodotti in serie dalla stessa azienda cinese, la Synta.
La scelta tra queste marche, quindi, non è influenzata da differenze
di qualità ottica e può essere fatta solamente in base all'offerta com-
merciale più vantaggiosa.
Diffidate sempre di marche che vendono strumenti a prezzi notevol-
mente ridotti. In astronomia la qualità si paga, NON esistono prezzi
stracciati. Un buono strumento per iniziare non dovrebbe costare
meno di 300 euro: meno di un cellulare alla moda, indubbiamente
con un valore enormemente maggiore! Se non avete abbastanza ri-
sorse economiche, non vi accontentate di strumenti piccoli o medio-
cri, meglio aspettare.
Potete scegliere se acquistare uno strumento già completo di monta-
tura e oculari, oppure costruirvelo su misura acquistando a parte il
tubo ottico, gli oculari e la montatura.
Uno strumento già completo ed assemblato è sicuramente la scelta
più semplice, ma non sempre la più adatta, poiché occorre spesso
scendere a dei compromessi.

153
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

4.9.2 Il momento della scelta


Se non avete esigenze particolari, quali la fotografia a lunga posa,
sconsigliata, almeno agli inizi, è meglio acquistare uno strumento già
completo.
Fortunatamente negli ultimi anni i prezzi si sono notevolmente ab-
bassati, grazie all’offerta commerciale proveniente dalla Cina, ed ora
un ottimo primo telescopio si può comprare per meno di 1000 euro.
L’acquisto del primo strumento dovrebbe essere effettuato con la
consulenza di persone esperte del settore, che sappiano guidarvi e ri-
spondere alle vostre domande. Dopo aver contattato le associazioni
di astrofili ed aver provato gli strumenti, per l’acquisto del telescopio
è meglio se vi rivolgete ai grandi negozi di astronomia, di solito for-
niti di validi tecnici in grado di aiutarvi nella scelta. Non fate mai una
scelta al buio e non affidatevi mai al parere di persone non esperte
(tipo E-bay): il telescopio deve essere comprato in un negozio spe-
cializzato in astronomia, non presso un fotografo o ottico, il quale,
inevitabilmente, non può essere esperto in astronomia.
Per iniziare, senza alcune scelte preliminari sul campo di applicazio-
ne, uno strumento ottimo è un Newton da 150 mm di diametro, posto
su una montatura equatoriale motorizzata, o comunque motorizzabi-
le. Questo strumento è completo, dal prezzo molto interessante, infe-
riore a 500 euro. In alternativa ci sono le versioni da 130 mm o 114
mm, dalle prestazioni sicuramente minori, ma dal prezzo inferiore.
Questi strumenti, venduti sotto marche quali Skywatcher, Konus,
Meade, Celestron, RKS, Orion, sono equivalenti ed ottimi per gli ini-
zi. Chi preferisce uno strumento compatto, dovrà aumentare il budget
a propria disposizione, se non vuole sacrificare le prestazioni. Sotto
questo punto di vista i telescopi in configurazione mak o Cassegrain
sono ideali. Ottimi per iniziare sono strumenti dal diametro di 90 mm
o, molto meglio, di 127 mm, distribuiti dalle solite marche, sebbene
meno indicati per le osservazioni del cielo profondo (ma ottimi per i
pianeti). Ricordatevi che dovrete acquistare un telescopio completo
di montatura ed oculari. Generalmente tutte le offerte sono di questo
tipo, ma state attenti: quando c'è scritto solo tubo ottico, vuol dire
che lo strumento è privo di montatura, quindi inutilizzabile se già
non la avete!

154
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

Se volete specializzarvi solamente nelle osservazioni, senza alcuna


possibilità, neanche futura, di riprese fotografiche, ed avete la possi-
bilità di osservare da un cielo scuro, allora date molta importanza al
diametro dell'ottica e meno alla montatura, convogliando quasi tutto
il vostro denaro verso il maggiore diametro possibile: i telescopi in
configurazione dobson fanno proprio al caso vostro. Se con una spe-
sa di poco inferiore ai 500 euro potete acquistare uno strumento su
montatura equatoriale da 150 mm, con la stessa cifra potrete acqui-
stare un dobson da 200 mm, anche 250 mm, molto più potente dal
punto di vista ottico!
Se volete avere un setup completo anche per la fotografia a lunga po-
sa, allora acquistate un Newton da 200 mm su una montatura compu-
terizzata di tipo HEQ5 o EQ6. Questa configurazione, sebbene un
po’ costosa, vi permetterà in futuro di intraprendere i primi passi nel-
la fotografia astronomica degli oggetti del cielo profondo.
Per la ripresa dei pianeti, invece, è sufficiente una semplice montatu-
ra equatoriale motorizzata, abbinata a qualsiasi strumento.
Se osservate sempre e soltanto dalla città, è inutile prendere un tele-
scopio dal grande diametro, perché non si potranno mai vedere bene
gli oggetti del cielo profondo. In questi casi vi dovete dirigere per
forza verso Luna e pianeti, per i quali la turbolenza atmosferica me-
dia italiana raramente consente di sfruttare visualmente diametri
maggiori di 150-mm. Una scelta ottima potrebbe essere un mak da
127-150 mm oppure, se lo trovate, un rifrattore a lungo fuoco da 90
millimetri. Non scendete sotto questo diametro, altrimenti rischiate di
non vedere abbastanza dettagli.
L’importante è capire che, a parità di qualità ottica, per vedere me-
glio e in modo più profondo occorre sempre un diametro dello stru-
mento maggiore: non c’è accessorio elettronico, o meccanica, o sche-
ma ottico che possa violare questa semplice regola.
Sconsiglio di acquistare telescopi con molta elettronica, in particola-
re con il puntamento automatico, detto anche GOTO, per due motivi:
1) Il puntamento automatico vi toglie la soddisfazione di cono-
scere il cielo, parte importantissima dell’astronomia amato-
riale.

155
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

2) Il costo dell’elettronica è elevato, quindi per un determinato


budget si riduce inevitabilmente l’unica caratteristica che
davvero conta: il diametro strumentale.

Telescopio Newton da 130 mm su


Rifrattore acromatico da 90 mm a lunga montatura equatoriale EQ2. Strumento
focale su montatura equatoriale EQ2. consigliato a chi dispone di poco dena-
Strumento consigliato per l’osservazione ro e vuole iniziare le osservazioni, sen-
dei pianeti, Luna e stelle doppie. Prezzo za alcuna preferenza specifica. Prezzo
orientativo: 300 euro orientativo: 300 euro

Telescopio Maksutov da 127 mm su mon- Telescopio Newtoniano in configura-


tatura equatoriale EQ3.2, adatto a coloro zione dobson da 200 mm, per gli os-
che vogliono osservare principalmente i servatori senza problemi di spazio, che
pianeti, Luna e stelle doppie e dispongo- dispongono di un cielo scuro e voglio-
no di poco spazio. Strumento molto tra- no osservare principalmente gli oggetti
sportabile. Prezzo orientativo: 450 euro del cielo profondo. Prezzo orientativo:
300 euro.

156
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

4.9.3 Qualche consiglio sulla scelta degli oculari


Tutti i telescopi commerciali sono dotati di uno-due oculari di serie
sufficienti per le prime, emozionanti, osservazioni. Ben presto, tutta-
via, sentirete la necessità di altri ingrandimenti e di oculari che con-
sentano di avere visioni più spettacolari e qualitativamente migliori
di quelle offerte dagli oculari a corredo, di solito dalla qualità ottica
modesta o appena sufficiente.
Tenete bene in mente che un oculare non si limita solamente ad in-
grandire e rendere visibile l’immagine formata dall’obiettivo, ma de-
termina la qualità delle immagini fornite dal vostro strumento.
Ogni oculare deve essere acquistato considerando il proprio tubo ot-
tico, le sue potenzialità e cosa si vuole osservare. In effetti, prima di
acquistare nuovi oculari è necessario conoscere prima di tutto il pro-
prio strumento e le proprie esigenze.
Analogamente alla scelta del telescopio, ci sono una serie di doman-
de che l'astrofilo dovrebbe porsi nella scelta dell'oculare meglio adat-
to alle sue esigenze; eccone alcune.
• Quali oculari supporta il mio telescopio? da 24,5 mm , 31,8
mm o 50,8 mm?
• Quale tipo di osservazioni voglio effettuare?
• Il mio telescopio è in grado di supportare il peso, notevole,
di alcuni oculari?
• Il mio telescopio è adatto a questo oculare?
• Ho intenzione di comprare anche una lente di barlow?
• Quanto voglio spendere?
• Quali oculari già possiedo?
Generalmente lo standard da 31,8 mm (1,25 pollici) è accettato da
quasi tutti i telescopi, ad eccezione di quelli giocattolo, da evitare.
Il tipo di osservazioni che vorrete condurre è fondamentale: gli og-
getti del cielo profondo richiedono bassi ingrandimenti e campi ge-
nerosi, i pianeti alti ingrandimenti e campi non troppo grandi, anche
perché maggiore è il campo apparente di un oculare, maggiore è il
suo prezzo.
Non comprate oculari che non possono essere utilizzati in pieno con
il vostro telescopio.
NON cadete nella trappola dell'ingrandimento.

157
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

Comprare un oculare dalla focale di 4 mm da usare con un telescopio


da 80 mm di diametro e focale di 1200 è completamente inutile, poi-
ché l'ingrandimento restituito, pari a 1200/4=300X è troppo elevato
per lo strumento, che al massimo può essere utilizzato con un in-
grandimento pari a 80X2,5=200X. Questo non significa che non ve-
drete nulla o che l'oculare è incompatibile, solamente che l'immagine
risultante sarà generalmente buia, sfocata e impastata, meno partico-
lareggiata rispetto a quella offerta da un ingrandimento di 200X.
Non comprate oculari troppo pesanti per il vostro strumento, soprat-
tutto se posto su una montatura che vibra o con un focheggiatore non
troppo solido: vi ritrovereste con uno telescopio inutilizzabile. Me-
glio scegliere un leggero Ploss e rinunciare agli oculari complessi a
grande campo, generalmente molto pesanti.
Se già disponete di qualche oculare la cui qualità vi soddisfa, non
comprate dei doppioni.
Se avete un 20 mm (di focale) che vi fornisce 50 ingrandimenti (tele-
scopio dalla focale di 1000 mm) è inutile comprare un 18 mm, che vi
fornirà 55 ingrandimenti: una differenza assolutamente impercettibi-
le! Meglio, a questo punto, comprare un 10 mm, che vi restituisce un
potere doppio (100X) o una lente di barlow apocromatica 2X.
Il prezzo, come al solito, è vario: diffidate da oggetti venduti per po-
che decine di euro.
Un oculare buono costa almeno una cinquantina di euro, uno ottimo
circa 200, uno eccellente anche 500!
Sebbene ogni oculare possa essere usato con qualsiasi telescopio (en-
tro certi limiti!) appare poco sensato comprare un Televue Ethos, da
100° di campo apparente e dal costo di oltre 500 euro, per un piccolo
telescopio quale può essere un rifrattore da 80 mm o il classico
Newton da 114 mm: la spesa per l'oculare dovrebbe essere propor-
zionata al prezzo e alle prestazioni del telescopio.
Un tale oculare, inserito in un riflettore da 114 mm, strumento spesso
utilizzato come primo telescopio, non restituirà immagini mozzafia-
to, a causa della qualità non eccelsa dello strumento: nessun oculare
può migliorare le prestazioni dello strumento, ma solamente farvi
avvicinare ai suoi limiti.

158
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

Una buona scelta di oculari per ogni tipo di osservazioni può essere
la seguente:
• Un oculare per le osservazioni dei pianeti, in grado di darvi
l'ingrandimento più alto che il vostro telescopio è in grado di
fornirvi, orientativamente 2-2,5 volte il diametro dell'obietti-
vo, espresso in millimetri.
• Un oculare a basso ingrandimento e grande campo per l'os-
servazione degli oggetti diffusi, diciamo con un ingrandi-
mento intorno alle 50 volte e un campo apparente, possibil-
mente maggiore di 50°.
• Un oculare intermedio tra i due, che vi fornisca circa 100-
150 ingrandimenti, adatto per una visione d'insieme di piane-
ti, Luna o di qualche oggetto deep-sky dalle esigue dimen-
sioni, come le nebulose planetarie o gli ammassi globulari
In alternativa, si può considerare l’acquisto di una lente di barlow
apocromatica da 2X ed acquistare un oculare in meno:
• Un oculare dal basso ingrandimento, intorno alle 30 volte,
dal grande campo e luminosità.
• Un oculare dall'ingrandimento intermedio, attorno alle 100-
150 volte, con campo non troppo ristretto.
Quali marche e schemi ottici scegliere?
La scelta non è facile e tutto dipende da quanto si vuole spendere.
Generalmente evitate gli Huygens, i Ramsden e gli schemi chiamati
MA (modified achromatic). Uno schema ottico che inizia ad essere
buono, almeno per strumenti sotto i 25 cm di diametro, è il Ploss. Le
marche che producono telescopi (Meade, Celestron, Konus, Skywa-
tcher, Orion) vendono generalmente anche questi oculari, di qualità
buona, a prezzi accessibili (50-80 euro). Le lenti di barlow apocro-
matiche sono generalmente di ottima qualità, a prescindere dalla
marca, ed hanno un costo attorno ai 100 euro. Non comprate mai len-
ti di barlow acromatiche ed economiche, perché le immagini fornite
non hanno la giusta qualità.
Se si vogliono oculari dalla qualità superiore bisogna rivolgersi verso
altre marche, quali Pentax, Vixen, Televue. Per l'osservazione degli
oggetti del profondo cielo esistono oculari che offrono un campo ap-

159
Capitolo 4: Il telescopio Primo incontro con il cielo stellato

parente anche superiore ad 80°, restituendo una visione fantastica,


come se foste immersi nel cielo.
Imbattibili, sotto queste
condizioni, sono i Televue
Nagler o Ethos, venduti
purtroppo a prezzi vera-
mente elevati (250-500 eu-
ro). Un'alternativa più eco-
nomica (circa 200 euro)
sono i Meade Ultra wide
angle, con campi apparenti
di circa 80°. Per l'osserva-
zione dei pianeti ottimi so-
no gli ortoscopici, dall'ec- I Ploss sono buoni oculari venduti a prezzi
economici, adatti per le prime osservazioni di
cellente qualità ottica, so- pianeti e deep-sky.
prattutto al centro del cam-
po, generalmente ridotto (ma i pianeti sono poco estesi, un campo
ridotto non è fastidioso).
Come già sapete, la potenza di un oculare è determinata da tre fattori:
la pupilla d'uscita, l'estrazione pupillare e, più importante, il campo
apparente. Una volta scelto l'ingrandimento che vi serve, date un'oc-
chiata a questi dati. La pupilla d'uscita serve solamente per bassi in-
grandimenti, così come il campo apparente, mentre l'estrazione pu-
pillare è utile quando si scelgono ingrandimenti elevati, riservati
spesso ai pianeti.

160
Capitolo 5: Cura degli strumenti Primo incontro con il cielo stellato

Capitolo 5: Prendersi cura degli strumenti

Gli strumenti astronomici, dai binocoli ai telescopi, a tutti gli ac-


cessori, richiedono una minima manutenzione e cura nel loro uti-
lizzo. Seguendo delle semplici regole è possibile ottenere il mas-
simo dalla propria strumentazione e assicurargli una vita di di-
verse decine di anni.

5.1 Alcune semplici regole per la cura degli strumenti


Gli strumenti astronomici, in particolare il tubo ottico, sono oggetti
delicati che vanno trattati con cura.
Alcune semplici regole vi permetteranno di ridurre la manutenzione
su questi delicati strumenti e allungheranno di molto la loro vita, che
può superare abbondantemente i 50 anni.
Ecco alcuni utili consigli per curare nel modo migliore tutte le parti
ottiche:
• Quando non effettuate osservazioni, coprite sempre ogni a-
pertura con i tappi in dotazione, specialmente l’obiettivo.
Questo accorgimento evita il depositarsi di sporco sulle su-
perfici ottiche.
• Se non effettuate osservazioni per un periodo di tempo pro-
lungato, superiore ad un mese, oltre a proteggere le parti ot-
tiche, vi consiglio di porre il telescopio in un luogo fresco e
privo di umidità, magari nella propria scatola, nella quale
andranno messe un paio di bustine di silica gel, un materiale
in grado di sottrarre umidità all’aria. Se lo strumento si trova
per lunghi periodi in un luogo umido, c’è il serio rischio che
sulle superfici ottiche, benché coperte, si formino delle dan-
nose muffe che spesso rovinano irreparabilmente l’ottica.

161
Capitolo 5: Cura degli strumenti Primo incontro con il cielo stellato

• Stesso trattamento dovrebbero seguire gli oculari e gli even-


tuali filtri. Ogni volta che non osservate, copriteli con dei
tappi e poneteli in un luogo asciutto quando non osservate
per lunghi periodi.
• Sembra scontato, ma è meglio puntualizzare: non lasciate il
telescopio o gli accessori fuori quando non osservate. Seb-
bene si tratti di uno strumento indicato per stare all’esterno,
non deve starci quando non si osserva e di certo non deve
prendere acqua, quantità esagerate di Sole, freddo, umidità.
• Evitate di toccare con le dita le superfici ottiche. La leggera
patina di grasso delle mani si deposita con una facilità incre-
dibile e lascia indesiderati aloni. Sebbene essi non pregiudi-
chino la resa dello strumento, sono esteticamente sgradevoli
e alla lunga potrebbero rovinare il trattamento antiriflessi di
lenti e specchi.
• Evitate di effettuare pulizie periodiche delle superfici ottiche,
sia degli oculari, dei filtri, che dell’obiettivo del telescopio.
Un po’ di polvere si accumula in modo naturale su queste
superfici, ma non inficia in alcun modo la qualità ottica. La
pulizia delle ottiche è un procedimento che dovrebbe essere
eseguito solamente quando strettamente necessario, da per-
sone competenti,
altrimenti si rischia
di danneggiare ir-
reparabilmente la
delicatissima su-
perficie di lenti e
specchi. Vedremo
tra qualche pagina
come effettuare in
modo sicuro questa Tutti gli specchi sono dei dischi di vetro sui
importante opera- quali viene fatto depositare un sottilissimo
zione. strato di alluminio, il quale conferisce il potere
• Dopo alcuni anni riflettente. Questo strato deve essere sostituito
dopo 15-20 anni, attraverso il processo di al-
di onorato servizio, luminatura, mostrato nella foto.
potrete notare che

162
Capitolo 5: Cura degli strumenti Primo incontro con il cielo stellato

lo specchio primario del vostro telescopio, soprattutto se


Newton, comincerà a perdere la lucentezza iniziale. Questo
naturale processo di degradazione dell’alluminatura, ovvero
del sottile strato metallico che rende lo specchio riflettente,
non si può arrestare. Quando uno specchio riduce il suo pote-
re di riflessione, la conseguenza sulle immagini è una certa
perdita di luminosità, ma non di risoluzione. Se avete con-
servato lo strumento in modo accurato, comincerete a notare
una perdita di riflettività solamente dopo 10-15 anni. Potete
facilmente analizzare lo stato dello specchio di giorno e capi-
re quanto si è opacizzata la sua superficie. Se per voi è inac-
cettabile, allora si rende necessaria un’opera di ringiovani-
mento, ovvero ri-alluminare la superficie dello specchio, sia
del primario che del secondario. Questa operazione è fatta da
competenti artigiani e laboratori astronomici, ad un prezzo di
50-100 euro per gli specchi più grandi, e restituisce agli
specchi la lucentezza originale, oltre ad eliminare totalmente
qualsiasi traccia di graffi, abrasioni e sporco residuo.
L’alluminatura deve essere eseguita solamente quando stret-
tamente necessario e solo per strumenti le cui ottiche sono a
diretto contatto con gli agenti atmosferici. Lo specchio di un
catadiottrico, protetto dalla lastra correttrice, può mantenere
un’ottima riflettività anche per 20-30 anni.
Questi sono i punti fondamentali da seguire per prendersi cura della
propria strumentazione. Se seguite queste regole in modo scrupoloso,
le vostre ottiche vi ringrazieranno continuando a produrre splendide
immagini per molti anni.
Adesso andiamo a vedere, invece, un’importantissima operazione da
fare su quasi tutti gli strumenti: la collimazione delle ottiche. Succes-
sivamente approfondiremo un altro aspetto: la corretta pulizia delle
ottiche.

163
Capitolo 5: Cura degli strumenti Primo incontro con il cielo stellato

5.2 La collimazione degli strumenti ottici


Nei paragrafi dedicati alla qualità delle ottiche abbiamo visto come
ogni strumento dia il meglio di se in una regione del piano focale a
cavallo dell’asse ottico.
In questa regione, le aberrazioni extra-assiali, frutto naturale delle
leggi dell’ottica, sono pressoché assenti, e lo strumento, se costruito
bene, sviluppa tutto il suo potenziale, in particolare il potere risoluti-
vo.
Quando inseriamo un oculare per le osservazioni, la zona corrispon-
dente all’asse ottico si trova al centro del campo inquadrato, se e solo
se tutte le lenti e gli specchi sono perfettamente allineati.
Quando a causa di un disallineamento degli specchi o delle lenti,
l’asse ottico non è allineato con tutti gli elementi ottici (specchi, ocu-
lari, lenti), la zona inquadrata dall’oculare non coincide più con
l’asse ottico e la qualità delle immagini cala vistosamente, soprattutto
se siamo ad ingrandimenti elevati ed utilizziamo strumenti delicati,
come i telescopi newtoniani molto aperti e tutti i catadiottrici.
In questo caso di parla di elementi ottici disallineati o di telescopio
scollimato. Al centro del campo diventano visibili molte aberrazioni,
tra le quali la più vistosa è sicuramente la coma.
Un’ottica scollimata presenta delle immagini in intra ed extrafocale
asimmetriche:

Star test che rivela ottiche piuttosto scollimate. Le figure in intra ed extrafocale sono
infatti asimmetriche. Affinché possiamo avere ottime immagini all’oculare, occorre
collimare lo strumento: operazione delicata, ma piuttosto semplice e veloce.

164
Capitolo 5: Cura degli strumenti Primo incontro con il cielo stellato

Star test di un telescopio perfettamente collimato. Questo è l’obiettivo che ci dob-


biamo prefiggere all’inizio di ogni osservazione astronomica, se utilizziamo cata-
diottrici o riflettori. Generalmente la collimazione non è possibile per molti rifrattori
economici. I questi casi c’è solo da sperare che lo strumento sia e resti collimato.

Anche le immagini a fuoco, di una sorgente puntiforme molto in-


grandita, sono strane. Ad alti ingrandimenti, infatti, ogni sorgente
puntiforme deve mostrare la classica figura di diffrazione, con il di-
sco di Airy ben definito e simmetrico. Se il telescopio non è collima-
to, il disco di Airy appare invece deformato.

Immagine di diffrazione di una sorgente puntiforme (stella) a fuoco. A sinistra il di-


sco di Airy e il primo anello di diffrazione sono perfettamente simmetrici. A destra
la figura è deformata, rivelando un’evidente scollimazione.

Come possiamo vedere dalle figure, riconoscere un’eventuale scol-


limazione del proprio strumento è relativamente facile e veloce.
La scollimazione degli elementi ottici non è un difetto delle ottiche,
ovvero non è un’aberrazione, ma è causata solamente dal non perfet-
to allineamento di tutti gli elementi, sui quali l’astrofilo ha una gran-
de libertà di movimento.
165
Capitolo 5: Cura degli strumenti Primo incontro con il cielo stellato

Tutti i telescopi devono essere collimati, a prescindere dalla loro


configurazione ottica, e controllati periodicamente nel corso del tem-
po da parte dell’astrofilo.
Nel campo degli strumenti commerciali, tuttavia, solo i riflettori e
alcuni catadiottrici hanno la possibilità da parte dell’osservatore di
regolare la collimazione degli elementi ottici.
I rifrattori, a meno che non siano costosissimi apocromatici, non pos-
sono essere collimati. Questa non è una forte limitazione, poiché
questi strumenti sono molto solidi ed è difficile che perdano
l’allineamento, se sono stati progettati a dovere e se sono stati colli-
mati perfettamente al momento dell’assemblaggio.

5.2.1 Quando collimare?


Ogni telescopio esce dalla casa produttrice con le ottiche perfetta-
mente centrate (o almeno così dovrebbe essere!).
A causa del trasporto, di scosse ed urti, anche piccoli, o semplice-
mente con il passare del tempo, il tubo ottico ed i supporti degli spec-
chi tendono ad allentarsi e deformarsi leggermente, facendo perdere
la collimazione, soprattutto nel caso di riflettori molto aperti.
E’ buona norma, quindi, controllare la collimazione quando vi arriva
lo strumento nuovo, prima di cominciare le osservazioni, attraverso
lo star test, che vi permette anche di stabilire la qualità delle vostre
ottiche (naturalmente dopo averle collimate!).
Nel corso del tempo, la collimazione va controllata in funzione di
come vi prendete cura dello strumento e del tipo di osservazioni che
volete condurre.
In linea generale, è meglio non sottoporre mai il tubo ottico ad urti o
sobbalzi di ogni genere. Nel caso di telescopi riflettori o catadiottrici,
evitate di capovolgere il tubo ottico o di fargli fare movimenti im-
provvisi.

166
Capitolo 5: Cura degli strumenti Primo incontro con il cielo stellato

5.2.2 Come si effettua la collimazione


L’allineamento degli elementi ottici è una fase fondamentale di ogni
osservazione, spesso sottovalutata dall’astrofilo alle prime armi.
Se all’oculare del vostro strumento vedete immagini sfocate, impa-
state o allungate, allora sicuramente avete bisogno di collimare il te-
lescopio.
Non abbiate paura, la collimazione è un’operazione semplice e velo-
ce, che vi permetterà far lavorare al meglio il vostro strumento.
Ogni configurazione ottica presenta delle fasi di allineamento diverse
e particolari, che sono descritte nel manuale fornito con lo strumento
e non possono essere del tutto generalizzate. In ogni caso, la colli-
mazione si effettua regolando l’orientazione degli specchi, ruotando
delle viti adatte allo scopo, poste in prossimità degli elementi ottici,
nelle celle che li contengono.
Prima di tutto, controllate lo stato effettivo della collimazione del vo-
stro strumento puntando una stella alta nel cielo e abbastanza lumi-
nosa, diciamo intorno alla magnitudine 1. Il telescopio deve essere
acclimatato e non deve essere presente una turbolenza elevata.
Inserite un oculare che vi dia il massimo ingrandimento utile (2,5
volte il diametro dello strumento in mm) e portate la stella al centro
del campo inquadrato.
Fate bene attenzione nel controllare che l’oculare sia inserito salda-
mente ed in modo perfettamente parallelo al portaoculari. Non si de-
vono verificare delle flessioni, altrimenti il risultato sarà falsato.
Adesso sfuocate la stella in modo vistoso, tanto da poter vedere ed
apprezzare bene gli anelli di diffrazione.
Analizzate la figura che vedete: se è asimmetrica allora il vostro stru-
mento richiede una collimazione. Se è perfettamente simmetrica, al-
lora lo strumento è collimato.
Nei telescopi con ostruzione centrale, la figura vi apparirà con un bu-
co al centro, risultato dell’ombra dello specchio secondario, molto
utile per stimare meglio la collimazione. Se l’ombra è perfettamente
centrale, il telescopio è collimato, altrimenti non lo è. Maggiore è il
disassamento dell’ombra, maggiore e più dannosa è la scollimazione.

167
Capitolo 5: Cura degli strumenti Primo incontro con il cielo stellato

Lo scopo di ogni collimazione è far si che la figura di diffrazione ri-


sulti perfettamente simmetrica, sia in intrafocale che in extrafocale.

A sinistra: figura sfocata di una stella che manifesta evidenti segni di scollimazione
delle ottiche. A destra: il risultato di un’ottica perfettamente collimata.

Per collimare lo strumento, bisogna agire delicatamente su una delle


viti che regolano la collimazione dello specchio primario o seconda-
rio, ruotarla di circa un quarto di giro e tornare poi all’oculare. La
stella si sarà quasi sicuramente spostata: riportatela al centro del
campo ed osservate i cambiamenti nella figura di diffrazione sfocata.
Se la simmetria è migliorata, allora continuate ad agire sulla stessa
vite fino a quando non risulterà perfetta. Se la situazione è peggiora-
ta, dovrete agire sulle altre viti. All’inizio è normale non sapere a
quale vite compete un certo cambiamento nella collimazione, ma non
vi preoccupate, perché con un po’ di pazienza ed esperienza riuscire-
te a capire perfettamente i movimenti e a collimare lo strumento in
un paio di minuti.
La prima fase della collimazione finisce quando la figura in intrafo-
cale ed extrafocale è perfettamente simmetrica.
In realtà è molto raro che le immagini in intrafocale ed extrafocale
siano perfettamente simmetriche. Non di rado, un allineamento per-
fetto sull’immagine in intrafocale non lo è altrettanto quando si os-
serva l’immagine in extrafocale. Questo è dovuto a piccole impreci-
sioni nell’assemblaggio dello strumento e purtroppo è più normale

168
Capitolo 5: Cura degli strumenti Primo incontro con il cielo stellato

del previsto, specialmente in strumenti economici come Newton e


Schmidt-Cassegrain. Se la differenza è piccola, questa leggerissima
scollimazione permanente non pregiudica l’osservazione, mentre se è
evidente, dovete far controllare il vostro strumento perché probabil-
mente c’è stato un errore di fabbricazione che ha introdotto delle
flessioni.
Effettuata la fase “grossolana” della collimazione, l’osservatore può
scegliere se affinare ulteriormente l’allineamento, oppure acconten-
tarsi della precisione raggiunta, più che sufficiente per ogni osserva-
zione visuale del cielo profondo e quasi sempre anche per pianeti e
stelle doppie.
Se invece è richiesta maggiore precisione, come succede nelle osser-
vazioni ad altissima risoluzione, ai limiti delle possibilità dello stru-
mento, allora dovete passare alla seconda fase, possibile solamente
se la turbolenza atmosferica è ridotta.
La seconda fase prevede di affinare la collimazione raggiunta osser-
vando la stessa stella, ma questa volta a fuoco. E’ meglio inserire un
oculare più potente, in grado di darvi un ingrandimento pari a 3 volte
il diametro dello strumento. Portate la stella al centro del campo e
mettetela a fuoco.
Se la turbolenza atmosferica non è troppo dannosa, come succede
spesso per strumenti inferiori ai 200 mm, allora osserverete la classi-
ca figura di diffrazione, composta dal disco di Airy, centrale, ed al-
meno un anello esterno, detto primo anello di diffrazione.
Se il disco di Airy e l’anello sono perfettamente simmetrici, allora la
collimazione dello strumento è perfetta e non c’è alcun bisogno di
andare avanti.
Se il disco di Airy presenta delle asimmetrie, allora dovete affinare la
collimazione, cercando di fare in modo che il disco e l’anello di dif-
frazione risultino più simmetrici possibile.
E’ importante che la turbolenza atmosferica sia minima, altrimenti il
disco di Airy, viste le esigue dimensioni apparenti, sarà deformato
dai moti turbolenti delle masse d’aria sopra la nostra testa.
Il procedimento è lo stesso: agite sulle viti di collimazione, ma que-
sta volta con movimenti ancora più leggeri. Spesso per affinare la
collimazione sono sufficienti rotazioni inferiori ad un decimo di giro

169
Capitolo 5: Cura degli strumenti Primo incontro con il cielo stellato

di una vite, per questo dovete essere molto delicati. Dopo ogni mo-
vimento, centrate di nuovo la stella e controllate attentamente la figu-
ra di diffrazione, fino a quando non vi sembrerà totalmente simme-
trica. A questo punto il vostro strumento è perfettamente collimato
ed in grado di dare all’osservatore tutto il potenziale in termini di po-
tere risolutivo.
E’ bene sottolineare che questa fase si rivela utile solamente quando
si vuole utilizzare il proprio strumento in osservazioni che richiedono
il massimo potere risolutivo, mentre è superflua per le osservazioni
deep-sky, per le quali la prima fase produce risultati più che suffi-
cienti.
Non sempre è possibile affinare la collimazione osservando il disco
di Airy, a causa della turbolenza atmosferica. Non di rado, soprattutto
per strumenti superiori ai 150 mm, il disco risulta invisibile perché
completamente deformato e sovrastato dalla turbolenza atmosferica.
Questo non è in realtà un problema: se la turbolenza è così elevata da
non permettere una collimazione precisa, ciò significa che non ne
avete bisogno, perché la qualità finale dell’immagine non sarà data
dalla collimazione, ma proprio dalla turbolenza. E’ un po’ come cer-
care di mettere a punto il motore di una macchina che può andare a
200 km/h su un circuito pieno di curve e privo di rettilinei che non
permette di superare mai i 150 km/h.

170
Capitolo 5: Cura degli strumenti Primo incontro con il cielo stellato

5.2.3 La collimazione del riflettore newtoniano


Si tratta dello strumento da collimare per eccellenza.
I riflettori newtoniani richiedono una collimazione sia dello specchio
primario che del secondario, in modo estremamente preciso, poiché
soffrono in modo particolare eventuali leggeri disallineamenti.
L’asse ottico dello specchio primario e del secondario devono coin-
cidere (o quasi) ed essere sullo stesso piano dell’asse di simmetria
del portaoculari. In altre
parole, la linea mediana
dello specchio principale e
secondario deve coincidere
con la linea mediana del
portaoculari.
Proprio per l’importanza
Se osservando nel portaoculari di un riflettore
che la collimazione riveste Newtoniano, senza oculare, di giorno, notiamo
per questi strumenti e, pur- una situazione simile, allora lo strumento è da
troppo, per la facilità con collimare: dobbiamo allineare gli specchi.
cui la perdono anche dopo piccoli sobbalzi, o semplicemente con il
trascorrere del tempo, esistono degli speciali accessori, chiamati col-
limatori laser, che hanno il compito di facilitare il procedimento di
collimazione, almeno per quanto riguarda la fase principale. Il colli-
matore laser sostituisce la visione della stella, così che la collimazio-
ne può essere fatta tranquillamente in casa.
In ogni caso, ecco cosa bisogna regolare in un telescopio newtonia-
no.
La collimazione, in questi casi, si articola in quattro fasi, di cui due si
dovrebbero svolgere di giorno e due, quelle viste nel caso generale,
di notte. Se si tratta della prima collimazione, o comunque il vostro
telescopio è vistosamente scollimato, dovrete affrontare tutte e quat-
tro le fasi, mentre se dovete solamente controllare la collimazione,
come succede quasi in ogni serata osservativa, allora potete andare
direttamente alle ultime due fasi.

171
Capitolo 5: Cura degli strumenti Primo incontro con il cielo stellato

• Fase 1: centraggio approssimato dello specchio secondario.


Lo specchio secondario è sostenuto da 3-4 sostegni rigidi
all’interno del tubo,
dette razze. E’ impor-
tante che questo spec-
chietto ellittico si trovi,
almeno in prima ap-
prossimazione, al cen-
tro del tubo ottico.
Per ottenere ciò basta
misurare la lunghezza Prima fase: agendo sulle viti che collegano lo
delle razze: se è uguale specchio secondario al tubo ottico, dobbiamo
per ognuna, allora lo fare in modo che lo specchietto si trovi al cen-
specchietto è centrato, tro del tubo ottico. Per strumenti molto aperti
altrimenti dobbiamo questa è un’approssimazione e bisogna calco-
lare il cosiddetto offset (vedi 5.2.4).
provvedere a centrarlo
ruotando le viti che collegano le razze del secondario al tubo ot-
tico. Se il vostro strumento è molto aperto, il secondario non si
deve trovare perfettamente al centro, ma deve essere spostato di
una certa quantità, detta offset, che vedremo nel dettaglio tra
qualche pagina (vedi 5.2.4).
Generalmente quasi tutti gli strumenti escono di fabbrica con il
secondario nella giusta posizione, quindi raramente dovrete af-
frontare in modo attivo questa fase.
• Fase 2: allineamento del primario e del secondario. Di giorno,
togliete il tappo del telescopio e puntare uno sfondo luminoso.
Osservate nel portaoculari privo di qualsiasi oculare. Ciò che ve-
drete sarà lo specchio secondario in primo piano.
All’interno noterete il riflesso del primario. Al centro della ri-
flessione noterete il riflesso del portaoculari ed il vostro occhio.
In questa fase è importante che il vostro occhio sia al centro del
portaoculari; anche un piccolo errore di disallineamento potrebbe
compromettere la collimazione. Per aiutarvi a trovare la posizio-
ne giusta, si può utilizzare un piccolo trucco: prendete un conte-
nitore vuoto di una pellicola fotografica o qualsiasi altro conteni-
tore che si inserisca perfettamente nel portaoculari. Sul fondo del

172
Capitolo 5: Cura degli strumenti Primo incontro con il cielo stellato

contenitore, in una posizione centrale, praticate un piccolo foro


dal diametro di pochi millimetri. Inserite il contenitore nel porta-
oculari, come se fosse un oculare, ed osservate la posizione degli
specchi. Il piccolo foro praticato al centro fa si che l’occhio os-
servi effettivamente solamente nella posizione centrale del por-
taoculari impedendo errori di parallasse.
Adesso possiamo passare alla fase operativa.
Lo specchio secondario da questa prospettiva dovrebbe apparire
perfettamente sferico,
sebbene la sua forma
sia ellittica.
Il primo obiettivo è ca-
pire se la forma dello
specchio secondario ci
appare quindi sferica.
Se non lo fosse, dovete
variare la sua inclina-
zione rispetto al porta-
oculari agendo sulla vi- Fase 2: lo specchio primario deve essere diret-
te centrale posta dietro to verso il portaoculari ed apparire, in questo
il suo supporto, dedita modo, di forma sferica. Se così non appare,
proprio alla rotazione dobbiamo agire sulla vite centrale, che regola
dello specchio. E’ raro la sua orientazione. Successivamente, agendo
sulle 3 viti periferiche, dobbiamo far si che
che l’orientazione del esso sia diretto perfettamente verso lo specchio
secondario sia errata; in primario.
ogni caso, la regolazio-
ne è semplice e velocissima.
Adesso dobbiamo fare in modo che lo specchio secondario in-
quadri perfettamente lo specchio primario. L’obiettivo è far si
che il riflesso del primario sia centrato nell’immagine del secon-
dario. Per fare questo dobbiamo muovere le tre viti che si trova-
no dietro lo specchio secondario e cambiarne l’orientazione ri-
spetto al primario.
Per vedere se il centraggio è stato fatto in modo perfetto, cambia-
te angolo di osservazione o occhio, visto che spesso ci si abitua
quando si osserva nella stessa direzione, perdendo capacità di

173
Capitolo 5: Cura degli strumenti Primo incontro con il cielo stellato

giudizio. Se la figura del primario appare sempre al centro dello


specchio secondario (non il ri-
flesso dell’occhio, il primario!),
allora l’allineamento è comple-
to ed il secondario non andrà
più toccato.
A questo punto dobbiamo alli-
neare il primario. Noterete, in-
fatti, che il riflesso del portao-
culari all’interno di quello dello
specchio primario sarà proba- Quando il secondario è collimato,
bilmente disallineato. possiamo vedere la forma dello
specchio primario perfettamente al
L’obiettivo è far si che il centro centro del campo. Il riflesso interno
del portaoculari, ovvero il no- dell’occhio è ancora fuori centro:
stro occhio, cada perfettamente dobbiamo ora collimare lo specchio
al centro del riflesso dello spec- primario.
chio primario. Per compiere questo allineamento non dobbiamo
toccare in alcun modo il sostegno del secondario, ma agire esclu-
sivamente sulle viti di colli-
mazione poste sulla cella del
primario, in fondo ed ester-
namente al tubo ottico.
In alcuni newtoniani questa
operazione è facilitata dalla
presenza di un segno al centro
dello specchio primario, nel
quale far coincidere il centro
del riflesso dell’occhio. La collimazione dello specchio prima-
rio si effettua agendo sulle viti poste
Agendo sulle viti poste sul nella cella del telescopio, sul fondo del
fondo del tubo, dove si trova tubo. Agendo su di esse con piccoli
la cella dello specchio prima- movimenti, dobbiamo portare il rifles-
rio, dovete fare in modo che il so dell’occhio al centro della figura
riflesso del vostro occhio cada del primario osservata al telescopio.
perfettamente al centro della figura del primario, ovvero al cen-
tro del segno, ove presente. Se il centro del primario non è se-
gnato, dovrete effettuare l’allineamento ad occhio o, in alternati

174
Capitolo 5: Cura degli strumenti Primo incontro con il cielo stellato

va e solo se avete già una certa


esperienza, smontare lo specchio
primario, individuarne il centro
preciso e tracciare un segno con
un pennarello. Il centro dello
specchio si trova sempre nel co-
no dell’ombra prodotto dallo
specchio secondario e non è
quindi mai utilizzato per la for-
mazione dell’immagine, per que-
sto può venire segnato o addirit- Il telescopio è collimato: tutte le
tura forato nel caso dei riflettori figure sono perfettamente concen-
triche.
Cassegrain e molti catadiottrici.
Fatta anche questa operazione, tutte i riflessi e le figure visibili
sono concentriche (centrate): il vostro telescopio è collimato, al-
meno in modo grossolano. Possiamo passare alla terza fase, da
effettuare sul cielo.
• Fase 3: regolazione della collimazione su una stella. A questo
punto dobbiamo affinare la collimazione raggiunta di giorno.
Aspettiamo la notte e puntiamo una qualsiasi stella di prima ma-
gnitudine posta molto in alto sull’orizzonte.
Utilizziamo un oculare in grado di fornire un ingrandimento
compreso tra 2 e 2,5 volte il diametro dello strumento ed osser-
viamo la stella sfocata al centro del campo. Ricordando le consi-
derazioni generali sulla collimazione degli strumenti, sappiamo
che se l’ombra del secondario è simmetrica rispetto alla figura,
allora il telescopio è collimato, altrimenti dovremmo procedere a
regolare finemente la collimazione, agendo esclusivamente
sull’allineamento dello specchio primario. Quando la macchia
scura è centrale e la figura perfettamente concentrica, il telesco-
pio è collimato con maggiore precisione. A questo punto il no-
stro newtoniano è pronto per la maggior parte delle osservazioni,
tranne quelle ad altissima risoluzione, per le quali è prevista la
quarta fase.
• Fase 4: regolazione fine osservando la figura di Airy (facolta-
tiva). Da mettere in pratica solamente se volete ottenere le mas-

175
Capitolo 5: Cura degli strumenti Primo incontro con il cielo stellato

sime prestazioni sui pianeti, come già detto nel paragrafo generi-
co sulla collimazione. Questa fase è utile e applicabile solo
quando la turbolenza atmosferica permette di sfruttare tutto il po-
tere risolutivo dello strumento, e lo capirete subito quando punte-
rete la solita stella brillante ad alto ingrandimento ed osserverete
la sua immagine a fuoco. Se la turbolenza è bassa, ogni sorgente
a fuoco al massimo dell’ingrandimento mostra il classico disco
di Airy. Se il disco di Airy e il primo anello di diffrazione sono
visibili, allora potete agire con estrema delicatezza sulle viti del-
lo specchio primario e cercare di rendere il disco perfettamente
simmetrico, sempre posto al centro del campo dell’oculare. Se la
figura di diffrazione non è visibile, lasciate perdere questa fase.
Queste sono le quattro fasi per la collimazione di un telescopio new-
toniano. La descrizione potrebbe far pensare ad un’operazione diffi-
cile e delicata, ma non è così.
L’operazione di collimazione non compromette mai la qualità ottica
dello strumento, ma permette solamente di sfruttare il telescopio al
massimo delle proprie possibilità.
Molti astrofili principianti conducono osservazioni con telescopi pe-
santemente scollimati, ottenendo ben poche soddisfazioni dai loro
strumenti. Per prima cosa, quindi, occorre essere consapevoli che alla
base di immagini di pessima qualità c’è quasi sempre un banale pro-
blema di collimazione.
Per mantenere un corretto allineamento delle ottiche, spesso è neces-
saria solo la fase 3, da attuare almeno una volta la settimana.
Ricordate, infatti, che tutti gli strumenti, in particolare i Newton, ten-
dono a perdere il perfetto allineamento degli specchi, anche senza
subire urti o forti sollecitazioni, a causa di giochi e normali impreci-
sioni nella costruzione di ogni tubo ottico.
Nei Newton lo specchio primario non è mai stretto saldamente nella
sua cella, per evitare il fenomeno del tensionamento delle ottiche, il
quale produce immagini distorte. Questo gioco normale, fa sì che la
collimazione possa variare leggermente anche spostando il tubo otti-
co in due zone diverse del cielo. E’ buona norma, quando si esigono
prestazioni di altissima risoluzione, che lo specchio primario sia pri-
vato del piccolo gioco all’interno della sua cella, facendo bene atten-

176
Capitolo 5: Cura degli strumenti Primo incontro con il cielo stellato

zione però a non stringerlo troppo. Inoltre, per non rischiare di perde-
re la collimazione fine, è meglio non fare mai spostamenti che pre-
vedono l’orientazione del tubo ottico verso il basso durante le osser-
vazioni. Lo specchio primario può muoversi; bastano un paio di mil-
limetri per perdere la collimazione fine.
Questi sono naturalmente degli accorgimenti che si rendono necessa-
ri solamente nei particolari casi in cui l’alta risoluzione è l’elemento
fondamentale delle osservazioni, accompagnata da una turbolenza
atmosferica minima. In tutti gli altri casi, e per le osservazioni ad in-
grandimenti minori delle 200 volte, queste indicazioni si rivelano su-
perflue, tanto che una leggerissima collimazione è totalmente invisi-
bile.
Una condizione necessaria affinché si possa raggiungere una colli-
mazione perfetta è che il portaoculari sia perfettamente perpendicola-
re al tubo ottico. Se così non fosse, non saremmo mai in grado di
raggiungere una collimazione perfetta; lo strumento non potrà mai
dare tutto il suo potenziale.
La non ortogonalità del portaoculari, quindi dell’intero focheggiato-
re, si rende visibile quando le immagini in intrafocale ed extrafocale
presentano variazioni di collimazione. In questi casi, se la differenza
è notevole, bisogna contattare il venditore del telescopio per farlo si-
stemare.

5.2.4 Collimazione fine dei Newton molto aperti


Il procedimento di collimazione appena esposto è valido per stru-
menti non troppo aperti, diciamo da f5 in su. Per strumenti molto a-
perti, dobbiamo tenere in considerazione un fatto: il centro dello
specchio secondario non deve coincidere con il centro del tubo otti-
co. In altre parole, per strumenti così aperti, dobbiamo tenere presen-
te il cosiddetto offset del secondario. Durante la fase 1 della collima-
zione, è necessario regolare la lunghezza delle razze del secondario
in modo che esso non sia perfettamente al centro del tubo ottico, ma
spostato di una certa quantità, generalmente di pochi millimetri, nella
direzione opposta a dove si trova il portaoculari. Una relazione ap-
prossimata per conoscere l’entità dell’offset del secondario è la se-

177
Capitolo 5: Cura degli strumenti Primo incontro con il cielo stellato

d ⋅D
guente: Off = , dove d è la misura dell’asse minore dello spec-
4F
chio secondario, D il diametro dello specchio primario, ed F la sua
focale. Come possiamo vedere, la formula dipende dal rapporto foca-
d
le, la cui espressione è f = F , quindi Off = . Come già accenna-
D 4f
to, l’entità dell’offset è apprezzabile solo quando il telescopio è aper-
to ad almeno f5. Per rapporti focale più chiusi, l’offset è di solito pari
o inferiore ad un millimetro, quindi trascurabile.
Stabilita l’entità del disassamento dello specchio secondario rispetto
al tubo ottico, le altre fasi della collimazione sono esattamente le
stesse di quelle viste nel caso precedente.

5.2.5 Collimazione di uno Schmidt-Cassegrain


Questo tipo di strumenti
è molto diffuso nel pa-
norama amatoriale, e se
collimati possono resti-
tuire immagini davvero
spettacolari.
La collimazione di uno
Schmidt-Cassegrain
commerciale è molto
più semplice di quella di
un Newton, poiché lo
specchio primario è fis-
so nella cella e il secon- Negli Schmidt-Cassegrain commerciali si può col-
dario è incastrato nella limare solo lo specchio secondario, agendo sulle
lastra correttrice. Non si tre viti di collimazione.
dovrà quindi calcolare offset o regolare il centraggio dello specchio
rispetto al tubo ottico, ne si dovrà allineare il primario.
L’unica operazione richiesta per la collimazione di uno Schmidt-
Cassegrain è l’allineamento dello specchio secondario rispetto al
primario.

178
Capitolo 5: Cura degli strumenti Primo incontro con il cielo stellato

Ogni telescopio di questo tipo


possiede, sul supporto dello
specchio secondario, tre viti
destinate proprio alla sua col-
limazione.
Puntate la solita stella alta in
cielo, di prima o seconda gran-
dezza. Aumentate gli ingran-
dimenti e sfocate l’immagine
che dovrà trovarsi al centro del La collimazione si raggiunge ruotando
campo. leggermente le viti di collimazione. E’ im-
La condizione per effettuare la portante che quando si allenta una vite si
collimazione è sempre la stes- stringono le altre due e viceversa, di una
sa: se l’ombra del secondario stessa quantità.
appare decentrata, allora dovete allinearlo.
Agite sulle tre viti, stringendone una e allentando leggermente le al-
tre due. E’ fortemente consigliato non agire solo su una vite per non
tensionare lo specchio.
Non svitate troppo le viti, altri-
menti c’è il rischio che lo spec-
chio possa sganciarsi; d’altra par-
te, non le serrate troppo, altrimen-
ti si produrranno delle tensioni.
Per affinare la collimazione è ne-
cessario operare sulla stella a fuo-
co. In questi casi possiamo agire
solamente su una vite alla volta,
stringendola o allentandola di una
quantità molto ridotta, non più di Le Bob’s Knob sono manopole che si
1/10 di giro. sostituiscono alle viti di collimazione e
Non fate mai troppa pressione rendono questa operazione molto più
con il cacciavite sulla lastra cor- semplice e sicura, perché evitano l’uso
di un cacciavite.
rettrice, e state attenti affinché
non vi scivoli rischiando di graffiarla.
Quando la figura di Airy sarà perfettamente simmetrica, la collima-
zione può dirsi perfetta.

179
Capitolo 5: Cura degli strumenti Primo incontro con il cielo stellato

Gli Schmidt-Cassegrain, sebbene non come i Newton, tendono anche


essi a perdere l’allineamento nel corso del tempo e/o quando subi-
scono trasporti o urti accidentali, per questo è bene controllare la col-
limazione ogni volta si vogliono osservare i pianeti e tutti gli altri
oggetti ad alti ingrandimenti.
Le viti di collimazione del secondario sono scomode e rischiano di
rovinarsi con il tempo usando i comuni cacciavite; ben presto trove-
rete utile sostituirle con delle manopole che non richiedono strumenti
per essere ruotate. Le cosiddette Bob’s knobs sono tre manopoline
che si avvitano al posto delle viti fornite di serie, rendendo molto a-
gevole e semplice la collimazione di ogni Schmidt-Cassegrain.

5.2.6 La collimazione di un Maksutov-Cassegrain


I Maksutov-Cassegrain commerciali di solito non richiedono una col-
limazione, poiché sono centrati in fabbrica e tendono a mantenere
l’allineamento degli specchi, a meno di cadute o difetti di fabbrica-
zione.
Lo specchio secondario dei mak è ricavato direttamente argentando
la porzione centrale del menisco (la lastra di vetro davanti al tubo),
quindi non è possibile collimarlo.
Bisogna solo sperare che durante l’assemblaggio dello strumento in
fabbrica tutto sia stato fatto con la necessaria precisione.
La collimazione di questi strumenti, in ogni caso, è diversa dai
Newton e dagli Schmidt-Cassegrain e va fatta agendo sulle viti che
sostengono il primario all’interno della sua cella, detta anche culatta,
perché posizionata in fondo al tubo ottico.
Collimare lo specchio primario di un mak non è semplice e la proce-
dura cambia a seconda della marca del telescopio.
Il consiglio è quello di preoccuparsi solamente quando la scollima-
zione è notevole e pregiudica seriamente la qualità delle immagini;
nel caso fosse lieve non ci sono problemi, anche perché si tratta di
strumenti molto chiusi (f12-15), che possono tollerare piccoli disalli-
neamenti.
Molti mak sono venduti di serie con un accessorio, detto flip mirror.
Si tratta di un piccolo specchietto mobile, posto all’interno del porta-

180
Capitolo 5: Cura degli strumenti Primo incontro con il cielo stellato

oculari, che permette, tramite una leva, di osservare in visione tele-


scopica, ovvero con le immagini capovolte, od in modalità terrestre,
raddrizzando le immagini. Non è raro che nella posizione per le os-
servazioni terrestri venga introdotta una leggera scollimazione. In
questi casi,osservate sempre in modalità astronomica e il problema
sarà risolto.
Se siete proprio sicuri che gli specchi siano disallineati in modo ve-
ramente dannoso, allora dovrete preoccuparvi di collimare lo stru-
mento. In linea generale, nella culatta del telescopio sono presenti 6
viti e su queste bisogna agire con massima delicatezza.
Non tutti gli strumenti commerciali, soprattutto quelli di piccolo di-
ametro (90-100 mm), permettono una collimazione immediata, per
questo, se il manuale del vostro telescopio non accenna affatto alla
procedura di collimazione, è meglio affidare lo strumento ad un tec-
nico professionista.
Se avete acquistato il telescopio da un negozio di ottica, parlate pri-
ma con colui che ve lo ha venduto e sentite cosa vi dice. Se lo stru-
mento è stato acquistato da un negoziante che vende telescopi e che
quindi è esperto del settore, sicuramente vi saprà dare una mano.
Se avete acquistato il telescopio da un piccolo ottico della vostra città
non specializzato nella vendita di materiale astronomico, allora pro-
babilmente non vi saprà aiutare.
Alcuni laboratori ed esperti artigiani del settore possono sistemarvi
lo strumento con una spesa davvero piccola, ma il consiglio fonda-
mentale è a monte, ed è il seguente: acquistate uno strumento astro-
nomico solamente da un laboratorio specializzato nella vendita di te-
lescopi e non nei grandi magazzini, o da piccoli ottici che principal-
mente vendono altro materiale e che raramente sapranno darvi consi-
gli per risolvere eventuali problemi.
Sulla rete, se cercate con Google le parole “collimazione mak” trove-
rete alcuni interessanti interventi e guide per la marca del vostro tele-
scopio, ma è consigliabile sapere bene come muoversi ed avere la
procedura ben chiara in testa prima di cominciare a muovere viti.

181
Capitolo 5: Cura degli strumenti Primo incontro con il cielo stellato

5.3 Pulizia delle ottiche


Nel corso del tempo e delle osservazioni è naturale che le ottiche di
un telescopio tendano a sporcarsi, principalmente di polvere.
Molti principianti cominciano a preoccuparsi non appena un po’ di
polvere comincia a comparire sulle superfici ottiche, specialmente
sull’obiettivo del telescopio. La tentazione, forte, è quella di fare su-
bito una bella pulizia: per favore, FERMATEVI!
Non fatevi prendere dall’ansia e dalla fretta e seguite le indicazioni
che sto per darvi.
Prima di tutto un po’ di polvere sulle ottiche non danneggia in alcun
modo la qualità delle immagini, quindi non c’è alcun bisogno di stare
pronti con un panno e pulire le superfici ogni volta vi si deposita un
granello di polvere.
La pulizia delle ottiche deve essere eseguita solamente quando lo
sporco accumulatosi raggiunge livelli inaccettabili e si comincia ad
intravedere un calo reale delle prestazioni dello strumento.

Un po’ di polvere sullo specchio o lente di un telescopio è del tutto normale e non
pregiudica in alcun modo la qualità delle immagini: non ve ne preoccupate affatto. A
sinistra una normale situazione di uno specchio che NON richiede pulizia, a destra,
invece, è arrivato il momento di un lavaggio: il deposito di sporco e polvere è spesso
e uniforme.

Pulire un’ottica astronomica è un’operazione molto diversa è più


complessa della pulizia di altre superfici ottiche, come gli occhiali.
Tutti gli obiettivi dei telescopi sono estremamente delicati e ricoperti
di un trattamento atto ad aumentare la trasmissione della luce, chia-

182
Capitolo 5: Cura degli strumenti Primo incontro con il cielo stellato

mato trattamento antiriflessi. Se con un panno si cominciano a strofi-


nare lenti e specchi, si rischia di fare dei danni.
Se si ha cura delle ottiche seguendo i semplici consigli visti nel pri-
mo paragrafo di questo capitolo, allora uno strumento ottico dovrà
essere pulito non più frequentemente di una volta ogni 2-3 anni.
Personalmente decido di affrontare il tema della pulizia solamente
quando la lastra correttrice del mio Schmidt-Cassegrain ha così tanta
polvere che ci si potrebbe scrivere un bel messaggio sopra, come
quello che spesso potete leggere su automobili non proprio pulite.
Se siete anche voi in questa condizione, allora è forse giunto il mo-
mento di dare una pulita alle ottiche, ma in che modo?
Nella mia esperienza ho capito che le superfici delle lenti sono meno
delicate delle superfici degli specchi, per questo possiamo permetter-
ci qualche lusso in più.

5.3.1 Pulizia di lenti e lastre dei telescopi


Non c’è bisogno di smontare la lente o la lastra correttrice dello
strumento.
Ponete il telescopio in posizione orizzontale e con un pennellino dal-
le setole morbide cominciate a togliere lo strato principale di polvere.
Non è questo il momento di utilizzare panni, perché la pressione e-
sercitata sui granelli di polvere potrebbe rigare la lente.
E’ consigliabile, prima di utilizzare il pennellino, soffiare via la pol-
vere con un soffietto. Se non ne avete a disposizione, agite subito con
il pennellino, facendo movimenti rapidi e brevi, con la massima deli-
catezza. Solo dopo questa fase è possibile prendere un fazzolettino o,
in alternativa, un batuffolo di cotone. Inumidirlo con una soluzione
composta di ¾ di acqua distillata e da ¼ di alcool denaturato (il co-
mune alcol di colore rosso). Facendo una leggerissima pressione si
strofina il fazzolettino o il batuffolo sulla lente, sostituendolo quando
ha raccolto abbastanza polvere e cercando di pulire in modo uguale
tutta la superficie. A questo punto la pulizia è completa. L’uso di ac-
qua distillata fa si che essa si asciughi senza lasciare aloni. Se pro-
prio volete, potete, con un panno adatto alla pulizia degli occhiali,
strofinare leggermente la lente ed asciugare totalmente le parti ba-

183
Capitolo 5: Cura degli strumenti Primo incontro con il cielo stellato

gnate. Se avete fatto bene la fase di rimozione della polvere, potete


fare una leggera pressione in questo caso.
A questo punto la lente del vostro telescopio è finalmente pulita.
Alcuni astrofili utilizzano prodotti più aggressivi, alcuni addirittura
quelli indicati per la pulizia dei vetri delle finestre. Io personalmente
sconsiglio l’uso di questi prodotti perché rischiano di creare degli a-
loni e di strappare via il trattamento antiriflessi della lente. Il danno
procurato non sarebbe così grave, ma esteticamente il vostro stru-
mento ne risentirebbe. Se proprio volete usare dei prodotti chimici,
procuratevi quelli specifici per pulire le lenti degli obiettivi fotogra-
fici, in vendita in molti negozi di fotografia.

5.3.2 Pulizia degli specchi


Tutte le superfici riflettenti sono estremamente più delicate delle len-
ti. Ogni specchio, infatti, è formato da una base di vetro sulla quale
viene fatta depositare, per evaporazione, una sottilissima pellicola
metallica. Questa fase, detta alluminatura, è fondamentale per tra-
sformare un pezzo di vetro lavorato, in uno specchio.
Lo strato argentato, detto anche alluminatura, è molto delicato e si
graffia con una facilità imbarazzante. Fortunatamente, nel malaugu-
rato caso in cui si dovesse graffiare, ciò non pregiudicherebbe la qua-
lità ottica, a meno che non vi siano dei veri e propri solchi o zone in
cui l’alluminatura è stata completamente asportata. Anche in questi
casi così gravi, il rimedio c’è ed è quello di far effettuare ad un labo-
ratorio ottico una nuova alluminatura del vostro specchio. Certo, si
tratta di una soluzione costosa ma che, nel caso di danni seri, riesce a
restituire piena vita al vostro specchio.
Nella speranza che non ci sia bisogno di ricorrere a tanto, vediamo
come pulire le superfici riflettenti, sempre nel caso in cui ce ne sia un
disperato bisogno.
Questo significa che è necessario pulire solamente gli specchi a diret-
to contatto con gli agenti esterni, ovvero lo specchio primario di un
Newton.

184
Capitolo 5: Cura degli strumenti Primo incontro con il cielo stellato

In questo caso dobbiamo provvedere a smontare lo specchio dal suo


alloggiamento e ad appoggiarlo su una superficie piana, insieme alla
sua cella.
La regola principale è quella di non toccare mai lo specchio, né du-
rante lo smontaggio, né durante la pulizia.
Per togliere i residui più grandi dovete utilizzare un soffietto ad aria
compressa, inclinato, da passare vicino alla superficie dello specchio,
senza mai toccarlo.
La pulizia vera e propria si
effettua con acqua distillata
e detergente neutro, facen-
do un vero e proprio bagno
allo specchio. Alcuni astro-
fili utilizzano lo shampoo
adatto ai bambini, molto
delicato. In un litro di ac-
qua distillata, diluite qual-
che goccia di sapone neu- Durante la pulizia degli specchi non bisogna
tro, generalmente un cuc- toccare o strofinare la superficie dello spec-
chiaino da caffè. Agitate chio, rio.
a meno che non sia strettamente necessa-

bene la soluzione e poi ver-


satela, delicatamente, sullo specchio, fino a coprire tutta la sua super-
ficie. Lasciate riposare per qualche minuto e poi lavatelo con acqua
corrente fino a quando se ne va ogni residuo di sapone. Successiva-
mente, sciacquare con acqua distillata per togliere le tracce di acqua
del rubinetto, la quale asciugandosi può lasciare aloni di calcare. A
questo punto la pulizia è terminata: ponete lo specchio in un luogo
asciutto e privo di polvere e aspettate che si asciughi. Per velocizzare
la procedura potete utilizzare un phon da capelli, ma solo se davanti
alla bocchetta da dove fuoriesce l’aria ci mettete un sottile panno di
cotone, che filtra l’aria ed evita a nuova polvere di depositarsi sulla
superficie.
Una volta asciutto, lo specchio non richiede nessun altro intervento e
potete montarlo di nuovo nel telescopio. Naturalmente a questo pun-
to una collimazione dello strumento è assolutamente obbligatoria!

185
Capitolo 5: Cura degli strumenti Primo incontro con il cielo stellato

Se la superficie contiene più di semplice polvere depositata, questo


lavaggio potrebbe non togliere tutto lo sporco. Solo in queste condi-
zioni è necessario ripetere l’operazione con acqua distillata e sapone
e strofinare leggermente con le dita la superficie, per rimuovere lo
sporco residuo.
Questo metodo può essere eseguito anche sulle lenti in alternativa a
quello proposto e si rivela in assoluto il più sicuro tra tutti, perché
non prevede il contatto con la superficie e neanche l’utilizzo di pro-
dotti o solventi che a lungo andare potrebbero rischiare di rovinare il
trattamento antiriflessi della superficie.

5.3.3 Pulizia di filtri ed oculari


Questi accessori, essendo a contatto più spesso con le nostre mani,
tendono a sporcarsi molto rapidamente del grasso della nostra pelle,
molto più difficile da togliere della semplice polvere.
Pulite solamente la lente che presenta lo sporco pesante, senza mai
smontare l’oculare o il filtro.
Anche in questo caso la regola da seguire è la stessa: pulire di rado e
solo quando strettamente necessario.
Fortunatamente si tratta di elementi ottici molto meno delicati degli
specchi ed anche delle lenti degli obiettivi dei telescopi.
La loro pulizia segue sempre le due fasi, ovvero:
• Si toglie la polvere superficiale con un pennellino delicato o
con un soffietto ad aria compressa. Se sono presenti ditate o
sporco che non se ne è andato, allora:
• Si inumidisce un batuffolo di cotone in acqua distillata e sa-
pone neutro e si strofina sulla lente da pulire. Fate attenzione
ad effettuare questa operazione con il batuffolo solamente
umido, altrimenti la soluzione potrebbe entrare nelle lenti in-
terne, creando spiacevoli aloni. Si ripassa con un altro batuf-
folo inumidito solo con acqua distillata, si acciuga e si passa
con un panno in microfibra, ovvero con le comuni pezze per
la pulizia degli occhiali.
Questo metodo è necessario per pulire filtri ed oculari quando c’è
molto sporco e grasso depositato sulla superficie.

186
Capitolo 5: Cura degli strumenti Primo incontro con il cielo stellato

Un metodo molto più veloce e spartano, da attuare solamente in caso


di ditate e assenza di polvere, prevede di alitare sulla lente appan-
nandola e strofinare dolcemente con il solito panno in microfibra.
Eventualmente ripetere la pulizia più di una volta finché la macchia
non sarà completamente rimossa.

187
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

Capitolo 6: L’osservazione telescopica

L’osservazione con il primo telescopio ci consente finalmente di


mettere in pratica tutte le nozioni apprese nei capitoli precedenti
e di partire alla scoperta dei tesori del cielo. Pianeti, stelle, nebu-
lose e lontane galassie sono le pietre preziose di questo Universo
che non smetterà mai di sorprendervi.
Seguite attentamente i suggerimenti ed i consigli di questo capi-
tolo se volete ottenere il massimo dalle vostre osservazioni.

6.1 Principi dell’osservazione al telescopio


Acquistato lo strumento che più risponde alle vostre esigenze ed ap-
prese le basi per la sua cura, siete finalmente pronti per le prime os-
servazioni telescopiche.
L’osservazione telescopica non si riduce alla mera contemplazione
dell’oggetto puntato con il telescopio, ma è qualcosa di molto più
profondo e allo stesso tempo complesso.
L’osservazione al telescopio non è come guardare un video su youtu-
be, è qualcosa che ha il sapore del passato, che mette alla prova i vo-
stri sensi, la vostra abilità e la voglia di conoscere e scoprire il mon-
do con le vostre forze.
Non è esagerato affermare che l’osservazione telescopica sia un vero
e proprio stile di vita. Il cielo ha i suoi ritmi, i suoi tempi, spesso e-
stremamente diversi da quelli frenetici cui siamo abituati.
L’osservazione del cielo è quindi qualcosa nel quale ci si deve im-
mergere completamente, qualcosa che si deve vivere, dimenticando
la realtà di tutti i giorni e tutto ciò cui la frenetica società commercia-
le attuale ci ha abituato.
Uno dei problemi più grandi dei principianti che si avvicinano
all’osservazione telescopica è causato dalle aspettative. Ci si aspetta

188
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

che puntare gli oggetti celesti sia facilissimo; ci si aspetta che le im-
magini che si possono osservare siano uguali alle centinaia di foto
che è possibile ammirare su libri, riviste, internet. Non è così: osser-
vare il cielo non è come vedere un’immagine, ne a livello di dettagli,
ne per quanto riguarda la comodità e le sensazioni.
Trovare gli oggetti celesti non è semplice, sebbene abbiate a questo
punto acquisito una discreta padronanza del cielo; le prime volte for-
se vi occorreranno parecchi minuti per trovare un pianeta o una ne-
bulosa. Quando finalmente avete trovato l’oggetto, la prima impres-
sione sarà deludente: il pianeta vi apparirà piccolo ed indistinto, la
nebulosa vi sembrerà debolissima.
Non dovete scoraggiarvi. L’abilità nel trovare nel minor tempo pos-
sibile gli oggetti e l’acutezza visiva necessaria per osservare qualcosa
di più di un disco informe o una pallida nebbiolina, sono aspetti che
fanno parte dell’osservazione astronomica e che la rendono una di-
sciplina nella quale crescere, maturare e mettere alla prova le vostre
capacità. Se la vostra idea di divertimento si limita al voler vedere gli
oggetti celesti come appaiono in foto, subito e senza problemi, allora
vi consiglio lo schermo di un computer ed una ricerca in internet. Se
la vostra idea di divertimento è più profonda e prevede il contatto
con il cielo, il gusto dell’esplorazione, la sfida nel cercare dettagli
apparentemente impossibili, allora avete scelto la strada giusta.
Il divertimento nell’osservazione astronomica non è nella spettacola-
rità dell’oggetto, ma nel contorno e nel clima offerto
dall’osservazione del cielo. Immaginate per un momento ciò che sta-
te realmente osservando. Quel piccolo puntino indistinto può essere
un pianeta distante più di quanto la vostra mente può immaginare; un
corpo celeste esterno al nostro mondo che condivide con noi la luce
infinita della nostra piccola stella.
E quando vi spingete oltre questo che è considerato il nostro vicinato
cosmico, verso altre stelle, o meglio, verso altri oggetti formati da
centinaia o migliaia di stelle, capirete che la Terra è solo un piccolo
punto indistinto in un Universo che è possibile esplorare con il pro-
prio telescopio. Potrete scegliere di prendere questa astronave e vola-
re tra l’immensità del cielo, fermarvi ad ammirare ogni tanto le me-
raviglie delicate che si stagliano contro il nero dell’ignoto, quadri

189
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

dalla bellezza indescrivibile, impossibile da raccontare con semplici


parole, impossibile da capire se non si ha l’occhio all’oculare del
proprio strumento e ci si immerge anima e corpo.
Con l’esperienza vi trasformerete da inesperti e timidi curiosi del cie-
lo, a dei veri e propri marinai alla scoperta dell’infinitamente grande.

6.1.2 Cosa osservare al telescopio


La Luna ed i pianeti sono sicuramente i corpi celesti da osservare per
eccellenza, che possono offrire grandi soddisfazioni a tutti gli appas-
sionati di astronomia alle prime armi.
Spingendoci oltre il nostro Sistema Solare, possiamo però osservare
altre centinaia, anzi, migliaia di altri spettacolari oggetti.
Le singole stelle non sono interessanti da osservare perché così di-
stanti da non riuscire a risolvere il loro disco, con nessuno strumento.
Benché un telescopio ve ne mostri qualche milione sparse in tutto il
cielo, ogni stella resterà un puntino, a volte, per quelle più brillanti,
colorato. Sebbene non mostrino dettagli, qualcuno trova lo stesso ter-
ribilmente affascinante osservare la loro luce, non di rado disturbata
dall’atmosfera della nostra Terra. Osservare la luce di una stella si-
gnifica toccare con mano le distanze dell’Universo. Quella debole
luce, migliaia di volte più fioca di una comune lampadina, proviene
da un immenso corpo incandescente e dopo un percorso durato deci-
ne di anni nel vuoto dello spazio, sta entrando nel vostro telescopio.
La luce di questa stella, qualsiasi essa sia, è molto di più di semplice
luce, è energia, è vita, è distanza, è pura bellezza che ci fa rendere
partecipi di tutto questo perfetto meccanismo chiamato Universo.
Se avete un buon cielo ed ottime capacità visive, potete cominciare a
notare il diverso colore di questi astri, in particolare di quelli più bril-
lanti della magnitudine 5. Per osservare le colorazioni delle stelle
può essere utile sfuocare leggermente l’immagine per facilitare il dif-
ficile compito dell’occhio umano. I diversi colori delle stelle, come
avete appreso nelle pagine iniziali, testimoniano diverse temperature
superficiali. Le componenti arancio, come Betelgeuse in Orione, so-
no relativamente fredde (circa 3000°C), quelle bianche come Vega,
nella costellazione della Lira, sono intermedie (circa 10000°C), men-

190
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

tre quelle azzurre, come Rigel, sempre in Orione, sono caldissime


(oltre 20000°C). Riuscire a capire la temperatura di una stella, sem-
plicemente osservando il suo colore con il vostro telescopio, non è
già una grande emozione?
Oltre alle singole stelle, naturalmente, utili per mettere alla prova lo
strumento appena arrivato e cominciare ad immergersi nel cielo più
profondo, vi è tutta una grande famiglia di oggetti diffusi, ovvero an-
golarmente piuttosto estesi, spesso più del diametro della Luna piena
vista ad occhio nudo. Questi sono gli oggetti per eccellenza da osser-
vare: nebulose, gli ammassi stellari, le galassie, chiamati anche og-
getti deep-sky (del cielo profondo).
Tutte le nebulose, ammassi aperti e galassie sono piuttosto deboli:
per l’osservazione migliore vi serve assolutamente un cielo più scuro
possibile. Per osservare con profitto questi oggetti il consiglio è di
spostarvi un una zona priva di luci e di osservare quando il cielo è
molto trasparente e in assenza completa della Luna. Migliore è la
qualità del cielo, migliore sarà la visione e i dettagli deboli che riu-
scirete ad osservare; l'inquinamento luminoso va evitato il più possi-
bile. Contrariamente ai pianeti e alla Luna, nei quali la luce è abbon-
dante e tutto ciò che serve è la stabilità atmosferica, gli oggetti deep-
sky sono tutti molto estesi, a volte più della Luna piena vista ad oc-
chio nudo, ma migliaia di volte più deboli. I luoghi migliori per que-
sto tipo di osservazioni si hanno quindi in montagna, dove l'aria è e-
stremamente tersa ed il cielo è molto più trasparente che in pianura.
Nelle grandi città è praticamente impossibile osservare gli oggetti
deep-sky con profitto.
Ma cosa sono gli oggetti deep-sky?
Sono la porta per la conoscenza del nostro Universo, attraverso il no-
stro strumento e le nostre forze. Dei disegni cosmici bellissimi, di-
versi l’uno dall’altro, dalle dimensioni variabili tra decine di anni lu-
ce e centinaia di migliaia (le galassie).
Vale la pena ricordare che un anno luce è la distanza percorsa da un
raggio di luce in un anno. Nel vuoto dello spazio la luce ha una velo-
cità fissata e molto prossima a 300000 km/s, percorrendo in un anno
la distanza astronomica di circa 9500 miliardi di km. Immaginate
quindi questi disegni cosmici così perfetti e delicati estesi per miliar-

191
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

di di miliardi di km, culla di decine di stelle simili al Sole e, perché


no, di altrettanti pianeti simili alla Terra.
La forma delle galassie, isole di miliardi di stelle, è qualcosa che non
si può dimenticare e lascia letteralmente senza parole ogni osservato-
re. Quelle girandole così perfette che presto analizzeremo sono i mat-
toni dell’Universo, i luoghi da dove nascono e si sviluppano tutte le
stelle. Ogni galassia contiene in media 100 miliardi di stelle e si pen-
sa che nell’Universo che è possibile osservare ne esistano qualcosa
come 500 miliardi.

6.1.3 Programmare le osservazioni


Ogni serata osservativa, soprattutto se deep-sky, dovrebbe essere pia-
nificata per ottimizzare il tempo e sapere come muoversi durante le
osservazioni. Il cielo, in effetti, è un luogo immenso, nello spazio e
nel tempo; gli oggetti da osservare sono potenzialmente migliaia,
sparsi in ogni costellazione, per questo motivo serve una minima
preparazione alle vostre osservazioni.
Prima di tutto ci si deve procurare un software che preveda l’aspetto
della sfera celeste per un determinato giorno, come peraltro è stato
già detto nel corso di questo volume. Questo programma (io consi-
glio Cartes du Ciel) è la base per programmare il vostro viaggio, il
vostro navigatore che vi mostra quello che si può osservare, quando e
dove.
Se in cielo è presente la Luna, allora ci si deve dirigere gioco forza
sul nostro satellite o sui corpi brillanti, come i pianeti, le stelle dop-
pie e al limite qualche ammasso aperto. Queste osservazioni possono
essere condotte anche da un cielo non scuro, quindi non sarà necessa-
rio doversi spostare.
Se volete osservare gli oggetti del cielo profondo, è necessario sce-
gliere un giorno in cui la Luna non dia fastidio (la settimana a caval-
lo del novilunio è perfetta), un cielo adeguato e fare una lista degli
oggetti che si vogliono osservare.
Se ci si deve spostare di alcuni chilometri, è meglio andare in com-
pagnia e portare l’abbigliamento adatto per affrontare il freddo della
notte, sempre presente anche in estate. Fare una lista degli accessori

192
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

che servono è molto utile: naturalmente il telescopio, gli oculari, i


filtri, le mappe del cielo da consultare alla ricerca degli oggetti cele-
sti, una torcia rossa, un po’ d’acqua (o the e caffè caldi) e cibo per la
serata. Le osservazioni saranno molto più piacevoli se starete como-
di, al caldo e rilassati, quindi fate di tutto per ottenere il massimo
comfort.
Se si tratta della vostra prima osservazione con il telescopio, sceglie-
te una lista di oggetti facili da osservare. Nelle notti primaverili è
possibile dirigersi verso le galassie, quali M51, M63 nei cani da cac-
cia, M81-82 nell’Orsa Maggiore, l’ammasso della Vergine tra la ver-
gine e il Leone. Nelle notti estive vi potete gustare molte nebulose e
ammassi stellari in piena Via Lattea: M13, M92 nella costellazione
di Ercole sono globulari bellissimi da osservare. M22, M8, M20 sono
oggetti estremamente interessanti, posti nel Sagittario. Quasi sopra le
nostre teste, nella costellazione della Lira, si trova la planetaria M57;
poco più in basso, nella costellazione della Volpetta, c’è M27, altra
nebulosa planetaria.
In autunno è possibile osservare le Pleiadi (M45) sorgere ad est, o la
grande galassia di Andromeda (M31), facilmente visibile anche ad
occhio nudo. In inverno le costellazioni dell’Auriga, di Perseo e di
Cassiopea mostrano molti ammassi stellari aperti, mentre a cavallo
dell’equatore celeste Orione e la sua grande nebulosa (M42) offrono
uno degli spettacoli più belli del cielo.

6.1.4 Qualche consiglio per un’osservazione proficua


A prescindere dal tipo di oggetti che stare per puntare con il vostro
strumento, qualche semplice consiglio pratico vi eviterà problemi e
delusioni.
Non osservate mai da dietro le finestre o in coincidenza con forti fon-
ti di calore, come i tetti caldi delle case o una strada esposta al Sole
per tutto il giorno. Evitate anche di osservare oggetti posti molto in
basso sull'orizzonte. Lo scintillio di colori che spesso vedrete è cau-
sato dalla turbolenza della nostra atmosfera che devia, modifica e at-
tenua la luce di ogni oggetto posto fuori di essa. Se ammirare con il
telescopio una stella bassa sull’orizzonte può essere affascinante per

193
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

rimanere rapiti dalla variazione dei colori prodotti dall’atmosfera ter-


restre, una proficua osservazione dello spazio profondo deve essere
fatta minimizzando questo disturbo, ergo dirigendovi verso oggetti
alti sull’orizzonte.
Scelti gli oggetti da osservare e la serata adatta, portate fuori il vostro
telescopio almeno un’ora prima dell’osservazione, con le ottiche an-
cora coperte. Questo tempo di acclimatamento serve alle ottiche a
raggiungere la temperatura dell’ambiente e fornire immagini di ele-
vata qualità.
Se avete una montatura equatoriale potete fare lo stazionamento
mentre aspettate.
Allineate il cercatore e controllate la collimazione, se intendete os-
servare i pianeti o se notate immagini di scarsa qualità. Mettete a
portata di mano tutti gli accessori che vi serviranno, in particolare gli
oculari.

6.1.5 Osservare, non vedere


C’è una bella differenza tra vedere ed osservare. L’osservare un og-
getto implica attenzione ai dettagli, alle deboli sfumature, ai contrasti
al limite della percezione, ben lontano dal semplice vedere senza al-
cuna attenzione.
L’osservazione telescopica deve essere condotta con calma, pazien-
za, comfort e attenzione. Ogni oggetto, alla prima occhiata, vi sem-
brerà piccolo, debole e povero di dettagli; uno sguardo più attento vi
rivelerà invece molti dettagli. In un certo senso, l’osservazione è più
proficua quanto maggiore è calma e rilassatezza dell’osservatore.
L’occhio deve essere allenato giorno dopo giorno, osservazione dopo
osservazione.
Non vi scoraggiate se le prime osservazioni saranno difficoltose, se
trovare ogni oggetto celeste sembra di una fatica estrema: la pazienza
è la vostra arma, nessuno nasce già in grado di fare perfettamente
qualsiasi compito.

194
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

6.1.6 Annotare e disegnare


Imparate a tenere un diario delle osservazioni, ad annotare gli oggetti
visti, le impressioni, la qualità del cielo, eventuali curiosità. Prendere
appunti mentre si è al telescopio è un ottimo modo per ordinare e da-
re maggiore significato al
tempo speso all’oculare
dello strumento. Abituatevi
anche a disegnare gli og-
getti ed i dettagli che os-
servate. Non sono necessari
talenti particolari, solamen-
te una matita ed un foglio
di carta. Naturalmente i di-
segni vanno fatti al buio o
con la luce della vostra I primi disegni ed osservazioni di un astrofilo
lampada rossa, per non ro- alla scoperta dell'Universo. La grande nebulo-
vinare l’adattamento sa di Orione, con il trapezio centrale circonda-
dell’occhio. to da una tenue nebulosità di colore azzurro-
I vostri disegni e annota- verde.
zioni sono un ottimo strumento per fare esperienza e per notare i mi-
glioramenti che farete nel tempo, nonché per scoprire tutte le mera-
viglie dell’Universo.

Disegno di Marte, eseguito osservando La prima osservazione di Saturno non si


all'oculare di un rifrattore da 90 mm può certo dimenticare; gli anelli sono incre-
f10. Nell’osservazione dei pianeti è ne- dibili da osservare, anche se molto difficili
cessario annotare l’orario in tempo uni- da disegnare! Telescopio rifrattore da 90
versale (TU, orario di Greenwich). mm f10.

195
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

6.2 Il puntamento degli oggetti celesti


Il puntamento degli oggetti è forse l’operazione più difficoltosa da
affrontare all’inizio.
Avete già imparato che per punta-
re gli oggetti celesti bisogna uti-
lizzare il cercatore, il piccolo can-
nocchiale montato in parallelo al
vostro telescopio. Il cercatore, pe-
rò, va prima allineato, puntando
un lontano oggetto con lo stru-
mento principale.
L’allineamento preciso del cerca-
tore è un’operazione fondamenta-
le, che fa la differenza tra il rin- Il cercatore si trova parallelo al tele-
tracciare con facilità o non trovare scopio. Per puntare gli oggetti deve
affatto tutti gli oggetti celesti. essere allineato, muovendo le viti che
lo tengono nel suo supporto.
Il puntamento attraverso il cercatore è, in effetti, quello di gran
lunga più utilizzato ed immediato da eseguire: l’unica difficoltà sta
proprio nell’allineare, prima delle osservazioni, il cercatore al campo
inquadrato dal telescopio.
L’allineamento del cercatore è una fase importante, che andrebbe e-
seguita di giorno e con calma, almeno per le prime volte.
Puntate un lontano dettaglio di piccole dimensioni con lo strumento
principale ed un oculare dal basso ingrandimento. E’ preferibile che
il dettaglio sia terrestre, come un lampione, un campanile,
un’antenna, in modo da non dover considerare il moto di rotazione
della Terra. Spegnete eventuali motori, che non vi serviranno, serrate
bene gli assi della montatura affinché non si sposti durante la fase di
allineamento. A questo punto osservate nel cercatore. Al centro del
crocicchio dovrebbe esserci ciò che vedete al centro dell’oculare, ma
quasi sicuramente non sarà così. Se questo è il vostro caso, muovete
le viti che lo serrano (3 o 6) fino a quando il centro del cercatore in-
quadra lo stesso dettaglio puntato con il telescopio.

196
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

La prima fase dell’allineamento è


compiuta, adesso bisogna affinar-
lo inserendo nel telescopio un o-
culare dall’elevato ingrandimen-
to, attorno alle 150 volte. La pro-
cedura è la stessa: ponete il detta-
glio inquadrato al centro
dell’oculare e fate in modo, agen-
do sulle viti di regolazione, che
esso si venga a trovare esattamen-
te al centro del reticolo del cerca-
tore. Raggiungere un’ottima pre- Quando un dettaglio terrestre centrato
cisione è fondamentale nelle suc- nell’oculare è anche al centro del cro-
cessive fasi di puntamento degli cicchio del cercatore, allora esso è alli-
neato e può essere utilizzato per punta-
oggetti celesti. re gli oggetti celesti.
Una volta allineato con precisione
il cercatore, non toccate più le viti o il cercatore stesso: quelli che
equipaggiamo i telescopi economici tendono a disallinearsi con faci-
lità, quindi meglio evitare urti o movimenti improvvisi. E’ consiglia-
to controllare l’allineamento del cercatore all’inizio di ogni sessione
osservativa, perché, quando il telescopio viene riposto in casa non è
raro che si disallinei.
Un cercatore ben allineato permette di puntare tutti gli oggetti che
sono visibili ad occhio nudo o attraverso le sue lenti, quindi tutti
quelli più brillanti della magnitudine 8. In queste circostanze, per
trovare e puntare un oggetto possiamo dirigerci direttamente su di
esso, magari aiutandoci con una mappa, porlo al centro del reticolo
ed osservarlo al telescopio.
Ben più difficile la situazione quando non si hanno punti di riferi-
mento o quando l’oggetto da puntare non è visibile attraverso le pic-
cole lenti dei cercatori e non disponiamo di una montatura con pun-
tamento automatico.
In questi casi abbiamo due tecniche di puntamento, una più pratica,
l’altra più complessa.

197
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

Lo star hopping è la tecnica più utilizzata e prevede di raggiungere


un oggetto non visibile attraverso le lenti del cercatore avvicinandosi
passo-passo, saltando si stella in stella. Aiutandosi con una mappa si
individua e si punta con il cercatore la stella visibile ad occhio nudo
più vicina all’oggetto da puntare e la si pone al centro del campo del
telescopio, utilizzato con l’oculare dal minor ingrandimento e mag-
gior campo. A questo punto, aiutandosi con le stelle che si vedono
nel cercatore, è possibile avvicinarsi all’oggetto da puntare, rintrac-
ciando la sua posizione presunta interpretando attentamente le mappe
celesti in nostro possesso. Generalmente la posizione è facile da in-
dividuare, se conosciamo il campo inquadrato dal cercatore e sap-
piamo orientarci tra le stelle visibili. E’ importante che le mappe in
vostro possesso siano particolarmente precise e mostrino stelle fino
alla magnitudine 8. In questo modo si troveranno sempre due stelle
abbastanza vicine all’oggetto da utilizzare per stimare la sua posizio-
ne. Quando è stata individuata, centratela con il cercatore e poi os-
servate al telescopio. L’oggetto puntato probabilmente non sarà al
centro del campo dell’oculare, ma quasi sicuramente sarà visibile ai
bordi o nelle immediate periferie.
Questa tecnica di puntamento è molto utile per tutti gli oggetti del
cielo profondo con magnitudini maggiori della 7,5-8, tanto che verrà
approfondita nel paragrafo relativo all’osservazione di questi oggetti

Il puntamento attraverso i cerchi graduati si può effettuare sola-


mente con le montature equatoriali ed è molto utile quando l’oggetto
non è visibile ne ad occhio nudo ne con il cercatore e non vi sono ri-
ferimenti abbastanza precisi per fare lo star hopping.
Una situazione tipica si ha quando si vogliono osservare Mercurio o
Venere di giorno (perché è possibile!) o quando si vuole rintracciare
un oggetto lontano dal disco galattico, in una zona nella quale vi so-
no davvero poche stelle (come succede nei pressi delle costellazioni
dell’Orsa Maggiore e del Drago). In questi casi si utilizzano i cerchi
graduati della propria montatura equatoriale, che indicano le coordi-
nate di ogni oggetto celeste, previa un’opportuna calibrazione.
Il metodo migliore è il seguente.

198
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

Puntate la stella (o l’oggetto astronomico) visibile ad occhio nudo


più vicina all’oggetto da puntare.
Aiutandovi con la mappa, o con
un software per computer di si-
mulazione del cielo, prendete nota
delle coordinate equatoriali della
stella. Muovete i cerchi graduati,
facendo attenzione a non muovere
gli assi della montatura, fino ad
impostare le coordinate della stel-
la. Serrate le viti dei cerchi, in
modo che non si muovano quando
muovete la montatura; sbloccate
gli assi e muoveteli fino a rag-
giungere le coordinate
dell’oggetto da puntare. Se tutto è
stato fatto a dovere, e se la preci-
sione degli assi della montatura è
sufficiente (cosa rara per le mon-
tature più economiche), inserendo
un oculare dal grande campo e
In ogni montatura equatoriale sono
modesto ingrandimento dovreste presenti i cerchi graduati per puntare
avere l’oggetto quasi al centro o gli oggetti celesti utilizzando le coor-
nelle immediate periferie. dinate equatoriali, ovvero declinazione
Questa tecnica è utile solamente e ascensione retta.
se la montatura equatoriale è ben stazionata al polo e se la motoriz-
zazione è attiva: in questi casi si ottengono notevoli precisioni anche
per oggetti distanti 40-50° da quello sul quale sono stati calibrati i
cerchi graduati.

Il puntamento automatico si effettua con le montature (equatoriali


e altazimutali) che possiedono un sistema atto a questo scopo, detto
anche GOTO. Il principio è quello del puntamento attraverso i cerchi
graduati, ovvero attraverso le coordinate equatoriali degli oggetti, so-
lamente che il procedimento viene fatto in automatico dal telescopio,
dopo un’opportuna calibrazione, detta anche allineamento.

199
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

6.3 Osservare i corpi del Sistema Solare

I pianeti del nostro Sistema Solare sono i corpi celesti più immediati
da riconoscere e sicuramente i primi su cui dirigere il telescopio ap-
pena acquistato. Ognuno di essi manifesta dei fenomeni unici e rapi-
damente variabili nel tempo: un pianeta non vi apparirà mai lo stesso
ad ogni osservazione. Contrariamente al pensiero di molte persone, e
spesso anche a dispetto di qualche osservazione, tutto l’Universo è in
perenne e costante movimento. Nulla resta immobile ed immutabile.
I pianeti sono i corpi celesti che più rispettano questo concetto uni-
versale. Le loro superficie e soprattutto le loro atmosfere, esattamen-
te come accade per la Terra, possono cambiare di aspetto in poche
ore. Alcuni, come Giove e Saturno, ruotano molto più velocemente
del nostro pianeta e mostrano fenomeni che possono nascere e svi-
lupparsi nel corso di poche ore. Se vi state quindi ponendo la classica
domanda: “perché osservare continuamente un pianeta, non è sempre
lo stesso?” ora avete la risposta e mano a mano che la vostra espe-
rienza aumenta, vi accorgerete delle splendide sorprese che vi posso-
no regalare questi piccoli corpi celesti (piccoli rispetto all’immensità
dello spazio).
Molti osservatori, proprio per la mutabilità ed i molti dettagli che vi
si possono osservare, si dedicano solamente alla loro osservazione.
L’osservazione dei pianeti non richiede un cielo scuro, anzi, può es-
sere condotta anche dal centro di una grande città; anche per questo
molti astrofili cittadini si specializzano nella loro osservazione.

6.3.1 Quali pianeti osservare


Teoricamente è possibile osservare con ogni strumento tutti gli 8 pia-
neti, ovvero: Mercurio, Venere, Marte, Giove, Saturno, Urano e Net-
tuno, a cui dobbiamo aggiungere la Luna e il Sole, quest’ultimo solo
con appositi filtri da porre davanti l’obiettivo del telescopio. Le mi-
gliori soddisfazioni al telescopio le offrono comunque Venere, Mar-
te, Giove e Saturno, perfettamente visibili anche ad occhio nudo.

200
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

Un osservatore esperto, equipaggiato anche con strumenti piccoli, è


in grado di registrare una miriade di dettagli, soprattutto su Giove,
Marte e la Luna.
I pianeti remoti, ovvero Urano e Nettuno, non mostrano invece det-
tagli, se non un piccolo dischetto debole e spesso sfocato.

6.3.2 Cosa serve per osservare i pianeti: un cielo stabile, anche


se non scuro
I pianeti sono oggetti brillanti e non è necessario osservarli da un
luogo buio.
Ogni pianeta può essere osservato anche all’interno di una grande
città: le luci e l’inquinamento luminoso in genere non inficiano in al-
cun modo la loro osservazione.
E’ invece richiesta una notevole stabilità atmosferica.
La turbolenza atmosferica è infatti il nemico principale di ogni os-
servazione in alta risoluzione, come quella dei pianeti.
Come sapete, la turbolenza ha sia origini locali che atmosferiche.
Non possiamo fare nulla per quella causata dai venti ad alta quota,
ma possiamo attenuare quella locale, spesso la principale causa delle
deformazioni e delle grandi sfocature di ogni immagine.
Evitate sempre di osservare attraverso finestre o a ridosso di tetti o
camini; evitate sempre una fonte di calore nelle immediate vicinanze
dello strumento.
Portate all’esterno il telescopio almeno 1 ora prima di osservare, af-
finché la sua temperatura raggiunga quella esterna, altrimenti la tur-
bolenza all’interno del tubo sarebbe deleteria per ogni immagine.
Non bisogna osservare a ridosso di grandi ostacoli naturali, quali col-
line o montagne, soprattutto se il vento proviene proprio dalla loro
direzione. L’ostacolo naturale provoca notevole turbolenza e rovina
l’immagine, a prescindere dall’entità della turbolenza in alta quota.
Non osservate dal fondo delle valli, soprattutto quelle alpine. In que-
sti casi la turbolenza è sempre molto elevata e l’unico rimedio è
cambiare punto di osservazione.
I posti migliori si trovano in pianura, nelle serate in cui il vento è as-
sente ed una leggera foschia ci indica una certa stabilità dell’aria.

201
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

Non osservate durante giorni di forte vento, quando magari il cielo è


limpidissimo ma molto irrequieto, o a ridosso del passaggio di una
perturbazione.
I momenti migliori di stabilità atmosferica si hanno sempre quando
c’è un’alta pressione consolidata da almeno un paio di giorni e non ci
sono venti, ne cambiamenti meteorologici in vista.
Queste sono naturalmente indicazioni di massima, che non vanno
prese alla lettera. Spesso possono esserci delle eccezioni soprattutto
per chi osserva all’interno delle città, dove si creano dei microclimi
difficili da interpretare.
L’importante è che capiate di dover ridurre al minimo la turbolenza
locale e che i luoghi migliori sono le pianure o la sommità di monta-
gne o colline.
Ogni ostacolo naturale produrrà sempre turbolenza inaccettabile ogni
giorno dell’anno, soprattutto se vi trovate in una valle, per questo o
cambiate luogo di osservazione o scegliete di dedicarvi alle osserva-
zioni degli oggetti del cielo profondo.
Se disponete di uno strumento di almeno 150 mm, anche dal luogo
più idoneo delle località italiane sarà difficile trovare più di venti
giorni in cui la turbolenza sarà minima e permetterà di osservare i
pianeti nel migliore dei modi. Un po’ meglio con strumenti di diame-
tro inferiore, proprio perché risentono meno della turbolenza atmo-
sferica (ma hanno un potere risolutivo minore degli strumenti più
grandi).

6.3.3 Cosa serve per osservare i pianeti: Il telescopio


I pianeti sono oggetti che ci appaiono molto piccoli, oltre 50 volte
inferiori al diametro apparente della Luna piena, per questo occorro-
no strumenti in grado di offrire ingrandimenti elevati mantenendo
una certa comodità di osservazione.
Tutti gli strumenti con focale elevata, diciamo dal metro in su, sono
adatti allo scopo.
Particolarmente indicati sono i rifrattori acromatici con rapporti foca-
le oltre f10 o i moderni Maksutov di diametro a partire da 90 mm, i
quali uniscono ad una lunga focale una notevole compattezza e quali-

202
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

tà ottica. Questo è il diametro minimo che permette di avere buone


soddisfazioni.
La qualità ottica è in effetti il requisito fondamentale per osservare i
pianeti, vista la necessità di sfruttare tutto il potere risolutivo teorico
dello strumento, il quale si raggiunge solo se le ottiche sono lavorate
adeguatamente e se il telescopio è collimato (nel caso di strumenti a
specchio).
Per un’attività continuativa e ricca di soddisfazioni un telescopio
mak da 150 mm può definirsi uno strumento definitivo.
L’utilità dei grandi diametri è relativa e vanificata dalla turbolenza
atmosferica, che di fatto limita la potenza (in termini di potere risolu-
tivo) di ogni strumento maggiore di 150 mm. E’ per questo motivo
che i piccoli strumenti, benché teoricamente meno potenti, possono
dare maggiori soddisfazioni e un’immagine più a fuoco, ferma ed in
apparenza dettagliata quando la turbolenza atmosferica è elevata.
Diffidate sempre dagli strumenti super economici, e se non volete
affrontare spese troppo impegnative, la scelta migliore è rappresenta-
ta da un mak da 127 mm con il quale avrete grandi soddisfazioni e
che richiede una montatura meno impegnativa di un rifrattore di pari
diametro.
I telescopi Newton non sono particolarmente portati verso questo ti-
po di osservazioni, soprattutto i diametri inferiori ai 200 mm. Natu-
ralmente questo non significa che con il Newton non si possano ave-
re soddisfazioni, piuttosto che se la vostra priorità è l’osservazione
planetaria, lo strumento più adatto è un altro.
I telescopi Newton commerciali di diametri inferiori ai 200 mm sono
spesso progettati ed ottimizzati per lavorare a bassi ingrandimenti e
raramente possiedono la qualità ottica necessaria per effettuare os-
servazioni ottime dei pianeti
La lunga focale consigliata per gli strumenti planetari, oltre ad indi-
care generalmente una migliore qualità ottica (lavorare lenti e spec-
chi di lunga focale è molto più semplice che lavorare ottiche di corta
focale), consente di raggiungere elevati ingrandimenti con oculari
dalla focale medio-lunga, tipicamente intorno ai 10-15 mm, al posto
degli oculari da 4-5 millimetri la cui comodità di osservazione è piut-
tosto discutibile.

203
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

Anche quando la turbolenza atmosferica è elevata, uno strumento dal


diametro maggiore permette di vedere dettagli con maggiore contra-
sto e colori più netti. La migliore stabilità offerta dagli strumenti di
piccolo diametro è di natura psicologica.
Quello che cambia è il modo in cui si presenta l’immagine: diametri
inferiori ai 150 mm mostrano generalmente visioni più ferme; stru-
menti al di sopra di questo diametro sentono più la turbolenza e mo-
strano immagini sempre leggermente mosse ma molto spesso più
dettagliate e sempre più colorate, luminose e contrastate. Sta a voi
capire se preferite avere immagini stabili e leggermente meno detta-
gliate, rispetto a visioni sempre turbolente e solo qualche volta più
definite. Come sempre, la migliore scelta si può effettuare solamente
dopo aver provato diversi strumenti, quindi, ancora una volta, vi in-
vito a contattare l’associazione astrofili più vicina a casa vostra per
provare sul campo i loro strumenti.

6.3.4 Cosa serve per osservare i pianeti: allenamento e pazienza


Ultimo requisito, ma non per importanza, la pazienza.
L’osservazione dei pianeti è difficoltosa e contro intuitiva.
Osservare da un’apertura piccola come quella di un oculare, con un
solo occhio, un oggetto di ridotte dimensioni e spesso molto lumino-
so, non è un’esperienza alla quale siamo abituati, per questo l’occhio
e soprattutto il cervello fanno una certa fatica all’inizio, restituendovi
immagini piccole ed indefinite.
L’osservazione dei pianeti è considerata da molti un’arte da appren-
dere con tempo, pazienza e costanza. Molti osservatori alle prime
armi non noteranno che dei piccoli dischetti colorati attraverso il
proprio strumento, ma con il tempo quei dischetti conterranno molti
dettagli. Spesso si trascura questo importantissimo fatto, che non di
rado fa perdere la passione all’astrofilo alle prime armi.
Non vi arrendete, non abbiate fretta, cercate di avere pazienza e di
osservare per almeno 5 minuti il pianeta.
L’astronomia è una disciplina che richiede pazienza.

204
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

Ogni astrofilo deve passare per questa fase, che in linguaggio comu-
ne può venire definita “gavetta”. Se non credete a quanto detto, os-
servate i disegni qui sotto riportati.

Ecco quanto conta l’esperienza e l’allenamento nell’osservazione dei pianeti. A sini-


stra una delle prime osservazioni di Giove. Il disegno fatto al computer non mostra
altri dettagli se non le due bande equatoriali, peraltro dalla forma piuttosto strana e
non corrispondente alla realtà. A destra stesso strumento, rifrattore da 90 mm, stessi
ingrandimenti, 250X, ma un anno dopo e soprattutto dopo molta esperienza. Non
avete fretta nelle osservazioni e cercate di catturare ogni minimo dettaglio o sfuma-
tura.

Per una proficua osservazione planetaria è necessario annotare scru-


polosamente anche l’orario, visto che i pianeti ruotano attorno al
proprio asse abbastanza velocemente. L’orario dovrebbe essere indi-
cato in tempo universale (TU), ovvero riferito al tempo di Green-
wich. Per il fuso orario italiano, il tempo universale si trova toglien-
do un’ora al tempo locale, quando è in vigore l’ora solare, e toglien-
done due quando invece è in vigore l’ora legale (da fine Marzo a fine
Ottobre). Registrare il tempo di inizio e fine delle osservazioni è utile
per poterle confrontare con quelle di altri osservatori. Alcune orga-
nizzazioni, come la UAI, l’ALPO (americana e giapponese) e la
BAA (inglese) raccolgono immagini e disegni da parte di astrofili di
tutto il mondo, creando un imponente database che consente di moni-
torare l’attività dei pianeti brillanti 24 ore su 24. Quando avrete preso
dimestichezza con le osservazioni ed i disegni, inviate i vostri lavori,
saranno sicuramente pubblicati ed apprezzati da parte dell’intera co-
munità, amatoriale e professionale.
205
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

6.3.5 Il Sole
Il Sole è la nostra stella,
l’astro responsabile della
luce del giorno. Ma il Sole
non è solo un generatore di
luce, bensì il motore
dell’intero Sistema Solare.
Grazie al calore della sua
radiazione la Terra è un
pianeta vivo. L’energia so-
lare è responsabile del ri-
scaldamento dei pianeti,
dell’esistenza dei venti,
delle stesse atmosfere, così
importanti per garantire Il Sole, con un apposito filtro solare, mostra
condizioni adatte alla vita. facilmente le macchie solari, la granulazione e
Il Sole è anche l’astro più le facole, anche a strumenti di piccolo diame-
brillante del firmamento, tro, come 80-90 mm.
come abbiamo già visto nel capitolo 1. La sua grandissima luce è pe-
ricolosa per l’occhio umano, soprattutto se osservata al telescopio.
Osservate il Sole solo ed esclusivamente con un apposito filtro so-
lare da porre davanti l’obiettivo del telescopio, prima che la luce so-
lare vi entri. Non utilizzate mai rimedi fatti in casa, come le masche-
re da saldatore, e mai i filtri da avvitare agli oculari. Anche un se-
condo di osservazione non protetta potrebbe causare gravi danni alla
vista.
Osservando con un filtro solare in mylar o astrosolar (sottili pellicole
da porre davanti l’obiettivo del telescopio) possiamo ammirare il di-
sco solare in sicurezza ed individuare la superficie, detta fotosfera. Il
Sole, come ogni stella, non ha una superficie solida, quindi la foto-
sfera è da intendersi come lo strato gassoso che emette la luce che
possiamo osservare. Nella fotosfera si sviluppa tutta l’attività solare.
Se ve ne sono, le macchie solari, grandi regioni più scure del resto
del disco che si muovono ed evolvono nel corso dei giorni, sono i
dettagli più facili da individuare. Il numero di macchie solari dipende
dal cosiddetto ciclo solare, un periodo di 11 anni nel quale la nostra

206
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

stella alterna momenti in cui vi sono molte macchie, ad altri nei quali
ne è completamente priva. Alcune macchie solari possono essere av-
vistate ad occhio nudo (sempre con un filtro), essendo decine di volte
più grandi del nostro pianeta. I gruppi maggiori sono i più interessan-
ti, con molti dettagli da osservare, quali le zone di penombra, i ponti
di luce e le facolae, porzioni di disco solare più brillanti delle zone
circostanti. Un’osservazione continuativa nei giorni vi mostrerà il lo-
ro lento movimento lungo la fotosfera (il Sole ruota su se stesso in
circa 26 giorni) e la loro continua evoluzione.
Un ingrandimento intorno alle 50 volte vi fornirà uno sguardo
d’insieme del disco solare, tutto contenuto nel campo di osservazio-
ne. Se vi sono dettagli da osservare e se la turbolenza non è eccessiva
(durante il giorno è più difficile) aumentate gli ingrandimenti, anche
se difficilmente riuscirete ad andare oltre le 150 volte.
Di giorno la turbolenza atmosferica è generalmente maggiore che di
notte, principalmente a causa del riscaldamento del telescopio e
dell’ambiente circostante. Osservare da un prato e rivestire il tubo
ottico con un sottile foglio di carta di alluminio aiuta a mantenere
bassa la turbolenza atmosferica.
Non puntate mai il Sole con il cercatore del vostro telescopio, a me-
no che anche esso non sia dotato di un filtro solare. Se non avete un
filtro solare per coprire il cercatore, tappatelo o toglietelo del tutto
per evitare che la luce intercettata possa entrare accidentalmente nel
vostro occhio o bruciarvi addirittura i vestiti (esperienza diretta!).
Il Sole si punta con il metodo dell’ombra. Si osserva al suolo l’ombra
proiettata dallo strumento, mentre lo si muove. Quando l’estensione
dell’ombra è minima, il Sole è sicuramente inquadrato dal telescopio:
semplice e assolutamente sicuro.
L’osservazione solare è l’unica per la quale non si consiglia di porta-
re fuori il telescopio prima di osservare, anzi il contrario: tenete lo
strumento lontano dai raggi del Sole finché non decidete di osserva-
re, poiché una volta che il tubo ottico si scalda la turbolenza aumen-
terà in modo irreversibile.
Ad alti ingrandimenti, nei pressi del centro del disco, si può osserva-
re anche la granulazione, composta da migliaia di sacche di gas dal
diametro di circa 200 km che si muovono nella fotosfera solare, allo

207
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

stesso modo dei moti di vapore che avvengono in una pentola che
bolle.
Alcuni telescopi solari sono specializzati nell’osservazione del Sole
ad una precisa lunghezza d’onda nel rosso, detta riga H-alpha, a
656,3 nm. A questa lunghezza d’onda, l’aspetto della nostra stella
cambia ulteriormente e diventano visibili le protuberanze, immensi
getti di gas caldissimo che si staccano dalla cromosfera, un sottile
strato al di sopra della fotosfera, visibile invece in luce bianca. Sfor-
tunatamente i telescopi per le osservazioni in H-alpha sono molto co-
stosi. Non tentate mai di osservare il Sole con un filtro H-alpha adat-
to per l’osservazione e la ripresa degli oggetti del cielo profondo; es-
so non è adatto all’osservazione solare!

Il disco solare in luce bianca, con apposito filtro, mostra interessanti dettagli: mac-
chie solari, granulazione e facolae sono visibili con ogni strumento. Nel caso del
Sole e della Luna le visioni all’oculare somigliano molto alle fotografie.

208
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

Il Sole osservato con un piccolo telescopio solare in luce H-alpha da 40 mm mette in


luce dettagli impossibili da osservare in luce bianca. Sfortunatamente, i telescopi
solari di questo tipo sono piuttosto costosi e specializzati solamente
nell’osservazione della nostra Stella. Attualmente le marche commerciali più van-
taggiose sono la Coronado e la Lunt.

Vi siete mai chiesti come appare il disco solare osservato dagli altri pianeti? Questa
è una simulazione di quando cambiano le dimensioni della nostra Stella se osservata
dai pianeti del Sistema Solare.

209
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

6.3.6 Mercurio
Il pianeta più piccolo e vicino al Sole è piuttosto difficile da osserva-
re, perché si presenta sem-
pre angolarmente molto vi-
cino alla nostra Stella.
L’unica speranza per os-
servarlo ad occhio nudo si
ha nei giorni a cavallo delle
massime elongazioni,
quando si mostra alla mas-
sima distanza angolare.
Questa condizione vale an-
che per Venere, l’altro pia-
neta interno.
Le massime elongazioni
possono essere serali o
Il piccolo disco di Mercurio osservato ad oltre
mattutine, a seconda se il 300 ingrandimenti con un telescopio da alme-
pianeta è visibile di sera, no 150 mm. L’esiguo diametro apparente del
dopo il tramonto del Sole, pianeta e la turbolenza atmosferica alle basse
o la mattina, prima del suo altezze al quale si rende visibile, ne fanno uno
dei pianeti più difficili da osservare.
sorgere.
Le massime elongazioni di Mercurio raggiungono a fatica i 28°; que-
sto significa che non sarà mai visibile per oltre un’ora e mezza prima
del sorgere o dopo il tramonto del Sole. I momenti migliori, in queste
giornate, si hanno circa 45 minuti prima che il Sole sorga o dopo che
è tramontato, quando il cielo comincia ad essere scuro ed il pianeta è
ancora abbastanza alto sull’orizzonte. Durante le elongazioni massi-
me la magnitudine del piccolo pianeta è di circa 0, simile alla stella
Vega o a Saturno, facile da identificare ad occhio nudo.
In particolari condizioni di trasparenza, possiamo osservare Mercurio
al telescopio anche in pieno giorno, con il Sole alto sopra l’orizzonte.
Il pianeta non è visibile ad occhio nudo, di giorno, ma con un cerca-
tore da 50 mm è già avvistabile, se si trova nei pressi delle massime
elongazioni ed il cielo è trasparente. Al telescopio è visibile chiara-
mente con ogni strumento a partire dai 60 mm e spesso mostra mag-

210
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

giori dettagli rispetto all’osservazione notturna, quando la bassa al-


tezza sull’orizzonte introduce notevole turbolenza.
Il problema principale per l’osservazione diurna è trovarlo in un cielo
completamente privo di stelle. Per farlo occorre disporre necessaria-
mente di una montatura equatoriale. Se la montatura dispone di pun-
tamento automatico, basta puntare il Sole (sempre con un filtro!) o la
Luna, quando visibile, sincronizzare il telescopio e poi farlo dirigere
automaticamente verso Mercurio, il quale sarà visibile in qualsiasi
campo di un oculare con circa 30-50 ingrandimenti. Se non disponete
di una montatura con puntamento automatico, dovrete procedere allo
stesso modo, ma manualmente, aiutandovi con il puntamento attra-
verso i cerchi graduati, che è stato descritto nelle pagine precedenti.
Particolarmente importante è mettere a fuoco l’immagine direttamen-
te sul corpo celeste usato come riferimento (il Sole o la Luna). Se in-
fatti siamo fuori fuoco potremmo non vedere il pianeta anche se si
dovesse trovare al centro del campo.
Non tutte le elongazioni sono favorevoli alla sua osservazione; biso-
gna tenere conto, infatti, dell’inclinazione dell’eclittica sull’orizzonte
terrestre e della posizione del pianeta, come testimonia la figura se-
guente.

Per osservare Mercurio al crepuscolo è necessario che l’inclinazione dell’eclittica sia


favorevole. A sinistra, un’elongazione di soli 18° con una geometria favorevole
permette di osservare agevolmente Mercurio dopo il tramonto del Sole. A destra,
nonostante un’elongazione di 23°, quando il Sole tramonta il pianeta si trova a pochi
gradi di altezza ed è molto difficile da osservare.

211
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

Come possiamo vedere dalla figura sopra, le condizioni geometriche


sono i discriminanti reali per un’eventuale osservazione, una volta
tramontato (o poco prima che sia sorto) il Sole. In generale, per gli
osservatori dell’emisfero boreale, la primavera è il momento miglio-
re per poterlo osservare di sera e l’autunno per le osservazioni
all’alba. Le massime elongazioni serali che si verificano in autunno
sono le più sfavorevoli, assieme a quelle mattutine in primavera,
quando il pianeta si presenta spesso troppo basso sull’orizzonte una
volta che il cielo è abbastanza scuro per osservarlo.
A prescindere dall’osservazione
notturna o diurna, al telescopio è
quasi sempre privo di dettagli, a
causa del piccolo diametro appa-
rente e della notevole turbolenza
sempre presente. Le esigue di-
mensioni costringono ad utilizza-
re ingrandimenti oltre le 100 volte
per poter osservare una fase simi-
le a quella della Luna.
Nessun altro dettaglio general-
mente, se non un colore tendente Un eccellente disegno di Mercurio ot-
al marroncino-grigio. tenuto da Mario Frassati, esperto os-
Ogni telescopio è adatto alla sua servatore del piccolo pianeta. Telesco-
osservazione; anzi, a causa della pio Schmidt-Cassegrain da 200 mm ed
notevole turbolenza atmosferica ingrandimento di 400X. Questo è
quanto di meglio si può sperare di
che affligge la sua immagine, è scorgere (con molta fatica) sul pianeta
meglio utilizzare diametri mode- più piccolo del Sistema Solare.
sti, inferiori ai 150 mm, i quali
forniranno immagini migliori dei grandi telescopi.
Non aspettatevi però visioni mozzafiato, se non l’idea di ammirare
un corpo roccioso orbitare a poche decine di milioni di km dal Sole,
con una temperatura nel lato diurno che supera i 300°C e precipita a
diversi gradi sotto zero nella parte al buio.
Il diametro angolare medio è di circa 6”, questo significa che per po-
terlo osservare grande come la Luna piena vista ad occhio nudo (che

212
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

misura circa 1800”), sono necessari 300 ingrandimenti, proprio al


limite di strumenti da 100-150 mm.
Se volete un consiglio, osservate Mercurio quando avrete fatto mag-
giore esperienza con gli altri, e ben più facili, pianeti, a cominciare
proprio da Venere.

La superficie di Mercurio ripresa a distanza ravvicinata dalla sonda europea Mes-


senger, mostra un mondo simile alla nostra Luna, privo di atmosfera ed estremamen-
te craterizzato.

213
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

6.3.7 Venere
E’ il pianeta a noi più vici-
no (circa 40 milioni di km
alla minima distanza),
quindi il più brillante e
quello che ci appare più
grande.
Trattandosi di un pianeta
interno, mostra anche esso
le fasi e non si discosta più
di 48° dal Sole; questo si-
gnifica che non potremmo
mai osservarlo a più di tre
ore prima del sorgere del
Sole o dopo il tramonto (la Venere, come appare a 250X, quando si trova
Terra ruota con una veloci- vicino alla Terra. Per questa e le altre simula-
tà angolare di 15° l’ora). zioni è stato considerato un oculare con un
campo apparente di 45-50°. Per avere le giuste
E’ impossibile non ricono- proporzioni, dovreste osservare questa e le
scere il pianeta ad occhio prossime simulazioni da una distanza di 6 cen-
nudo, visto che è l’astro più timetri!
brillante dopo il Sole e la Luna.
La magnitudine media di Venere è di circa -4, e questo lo rende il
primo oggetto di natura stellare che si accende dopo il tramonto del
Sole e l’ultimo a scomparire all’alba.
In realtà, il pianeta non scompare mai nel cielo, risultando visibile ad
occhio nudo anche in pieno giorno, se si sa precisamente dove guar-
dare. Avete mai pensato che di giorno si potesse osservare un pianeta
alto nel cielo azzurro? Provateci voi stessi quando Venere raggiunge
le massime elongazioni e se avete un cielo piuttosto trasparente.
Quando il vostro occhio si troverà a guardare nella posizione esatta
(ed è questa la parte più difficile), potrete ammirare la sua luce bian-
ca con estrema facilità ed emozionarvi pensando di riuscire a vedere
le stelle anche di giorno.
Al telescopio si mostra di generose dimensioni anche con un ingran-
dimento modesto. Quando si trova vicino alla Terra possiede un di-
ametro di quasi 60” e si mostra come una sottilissima falce, davvero

214
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

molto suggestiva.
Tutti gli ingrandimenti so-
no adatti per l’osservazione
delle fasi, mentre i dettagli
raramente sono visibili.
Venere infatti è avvolto da
una spessa e perenne cappa
di nubi che nasconde com-
pletamente la superficie,
impossibile quindi da os-
servare. Lo strato di nubi
ha un contrasto molto bas- Venere è l’unico pianeta visibile ad occhio nu-
so alle lunghezze d’onda do di giorno, se si sa dove guardare. Aiutando-
vi con la direzione del telescopio, puntato ver-
visibili, risultando spesso so il pianeta, sarete in grado di identificarlo
privo o quasi di dettagli, facilmente, anche da cieli di pianura.
davvero un peccato vista la
vicinanza al nostro pianeta e l’ottima risoluzione raggiungibile.
A causa del bassissimo contrasto dei dettagli atmosferici, spesso Ve-
nere viene liquidato come pianeta completamente privo di alcun det-
taglio, ma a ben vedere questa convinzione è, almeno in parte, falsa.
Il problema del pianeta, che condiziona anche l’eventuale visibilità
dei dettagli atmosferici, è causato dalla forte luminosità, che abbaglia
letteralmente l’occhio ed azzera i già bassi contrasti delle nubi.
Per ovviare a questo problema è possibile utilizzare dei filtri che at-
tenuano la luminosità (filtri neutri) o osservare di giorno, con il Sole
in cielo. Venere, infatti, è l’unico pianeta che presenta maggiori det-
tagli quando il cielo è ancora chiaro. In queste circostanze l’occhio
riesce a bilanciare la grande luminosità del pianeta ed a restituire
un’immagine più equilibrata e correttamente esposta, che può mo-
strare anche qualche dettaglio della spessa coltre atmosferica.
La struttura delle nubi si mostra bene alle lunghezze d’onda ultravio-
lette, purtroppo invisibili all’occhio umano. E’ possibile tuttavia uti-
lizzare dei filtri blu o violetti per aumentare il contrasto dei debolis-
simi dettagli, che si renderanno visibili come tenui sfumature nei
pressi del terminatore, zona al confine tra la parte illuminata e quella

215
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

al buio, soprattutto quando il pianeta ha una fase prossima al primo o


ultimo quarto. Un occhio allenato, con ogni strumento che
lavora ad almeno 150 in-
grandimenti, è in grado di
percepire qualche debole
struttura dell’atmosfera del
pianeta se si utilizza la tec-
nica per attenuare la luce
appena descritta e magari
qualche filtro blu-viola.
La struttura nuvolosa del
pianeta ruota in circa 4
giorni e si modifica rapi- Con la giusta tecnica di osservazione, le nubi
di Venere si possono osservare, deboli, con
damente, quindi ogni gior- strumenti a partire dai 100 mm. Questo dise-
no Venere si mostrerà gno è stato ottenuto con un telescopio Newton
sempre diverso. Con da 200 mm durante il tramonto del Sole ed in
un’adeguata esperienza prossimità della massima elongazione del pia-
troverete questo pianeta, neta, con un ingrandimento di 250X.
considerato gemello della Terra quando a massa e dimensioni, uno
dei più dinamici del Sistema Solare, sebbene mostri i suoi preziosi
dettagli solamente a chi ha la voglia e la determinazione di riuscire a
scoprirli, proprio come con un prezioso tesoro.

Una delle pochissime immagini esistenti della superficie di Venere, eseguita dalla
sonda russa Venera 13, il 1 Marzo 1982. Le condizioni atmosferiche erano così e-
streme che la sonda sopravvisse solamente per circa 90 minuti, prima di venire
schiacciata dalla pressione di 90 atm e dalla torrida temperatura di circa 400°C

216
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

6.3.8 La Luna
Il corpo celeste a noi più
vicino (384000 km), quindi
senza ombra di dubbio il
più spettacolare al telesco-
pio, soprattutto per i prin-
cipianti.
Non c’è bisogno di descri-
vere la bellezza e le sensa-
zioni che comunica la Lu-
na, vero e proprio faro del
cielo, così vicino che il suo
disco sottende un angolo di
circa mezzo grado in cielo.
Al telescopio la Luna e- Lo spettacolo offerto dalla Luna è visibile con
splode letteralmente di det- ogni strumento, anche ad ingrandimenti mode-
tagli, che si stagliano net- sti.
tissimi lungo il terminatore,
la zona di confine tra giorno e notte.
Uno strumento da 100 mm
di diametro consente di i-
dentificare formazioni di
circa 2 km sulla superficie
del nostro satellite, ovvero
oltre 200 crateri, diverse
spaccature e catene mon-
tuose.
In effetti le considerazioni
fatte per i pianeti, ovvero la
debolezza dei dettagli e il
basso contrasto, in questo
caso non valgono. Disegnare le formazioni lunari è un’arte vera-
Già nel cercatore del tele- mente splendida. In questa immagine i crateri
e Arzachel visti con un telescopio
scopio, o con un piccolo Alphonsus
da 150 mm.
binocolo, è possibile indi-
viduare i principali crateri, mentre un telescopio usato con un in-

217
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

grandimento di circa 50 volte permette di ammirare tutto il disco e


già centinaia di crateri. Aumentando l’ingrandimento oltre le 100-
150 volte, possiamo osservare i dettagli all’interno dei crateri stessi,
oltre a montagne, valli, spaccature (chiamate rimae). Sono migliaia i
crateri osservabili con un piccolo strumento, anche quando la turbo-
lenza atmosferica è elevata e non permetterebbe l’osservazione pro-
ficua dei piccoli dischi planetari.
La Luna è veramente un parco di divertimenti.
Non vi limitate ad ammirarla a bassi ingrandimenti, sebbene sia sug-
gestiva; la parte divertente è inserire un oculare che dia almeno 150
ingrandimenti e scorrazzare sulla sua superficie, come se vi trovaste
a bordo di una navetta spaziale.
La superficie lunare, priva di qualsiasi atmosfera, porta tutte le cica-
trici subite nel corso dei 4,5 miliardi di anni di storia.
I migliaia di crateri osservabili sono il risultato dell’impatto violen-
tissimo di asteroidi compresi tra pochi metri e qualche chilometro di
diametro con la superficie lunare, a velocità di qualche km/s. I grandi
mari osservabili anche ad occhio nudo (le zone più scure) e le spac-
cature, sono il risultato dell’intensa attività vulcanica scatenata dai
numerosi impatti circa 3,5 miliardi di anni fa e del conseguente lento,
ma inesorabile, raffreddamento.
E’ affascinante e un po’ preoccupante pensare che anche la Terra de-
bba aver subito tutto questo, anzi, essendo 4 volte più grande della
Luna, gran parte dei meteoriti e dei detriti cosmici sono precipitati
proprio sul nostro pianeta, generando esplosioni catastrofiche e ral-
lentando non poco lo sviluppo della vita (che si è potuta sviluppare
stabilmente solo a partire da 2 miliardi di anni dopo la formazione).
Moderni studi si spingono ancora oltre, affermando che la Luna stes-
sa sia una costola della Terra, generata dall’immenso impatto con il
nostro pianeta di un corpo celeste delle dimensioni del pianeta Marte,
qualche decina di milioni di anni dopo la formazione del Sistema So-
lare. L’impatto avrebbe disintegrato il corpo celeste e scagliato nello
spazio pezzi della Terra primordiale, parte dei quali si sarebbe poi ri-
assemblata per formare la Luna.
La Luna orbita intorno alla Terra in poco meno di un mese e durante
questo periodo mostra le fasi. E’ una credenza abbastanza diffusa tra

218
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

i neofiti, che il periodo di migliore osservazione si abbia in prossimi-


tà delle fase di Luna piena, ma nulla è più sbagliato. Quando il nostro
satellite è pieno, il Sole illumina i dettagli di fronte, rendendoli piatti
perché privi di ombre.
I momenti migliori per l’osservazione lunare si hanno da due giorni
prima a due giorni dopo la fase di primo ed ultimo quarto. Le zone
da osservare sono quelle vicino al terminatore, ovvero la linea di de-
marcazione tra il giorno e la notte lunare.
In questi momenti e lungo questa linea vi appariranno gli imponenti
crateri e catene montuose che caratterizzano la sua superficie, che
proiettano lunghe ombre e generano giochi di luce davvero suggesti-
vi. Particolarmente interessante è la zona attorno al polo sud lunare
nei pressi del primo ed ultimo quarto. Questa è la più antica, quindi
la più ricca di crateri.
Due giorni dopo il primo quarto o prima dell’ultimo, nella parte nord
sono visibili le grandi catene montuose, in particolare gli Appennini,
splendidi ed imponenti con ogni strumento, che vi mostrerà dettagli
delle cime e dei pendii.
Un buon atlante lunare è d’obbligo per riconoscere tutte le formazio-
ni presenti e andare alla caccia delle più curiose. Non vi basteranno
degli anni per scandagliare il nostro satellite naturale. Un’ottima al-
ternativa ad un atlante cartaceo è rappresentato da un programma
gratuito e liberamente scaricabile dalla rete: Virtual Moon Atlas.

Fotografia del polo sud lunare a media risoluzione. In una notte di calma atmosferi-
ca, uno spettacolo con questi particolari è alla portata di uno strumento da 150 mm.

219
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

6.3.9 Marte
Il pianeta rosso è forse il corpo celeste più difficile da osservare al
telescopio tra quelli brillan-
ti.
Facilissimo da rintracciare
ad occhio nudo, come visto
nel capitolo 1, il pianeta
rosso purtroppo si presenta
nelle migliori condizioni di
visibilità solamente ogni 26
mesi, quando, a causa di un
gioco di orbite, si trova vi-
cino alla Terra, nel punto
opposto alla direzione del
Sole, chiamato proprio op-
posizione. Per i pianeti e-
sterni non esiste più il con- Marte osservato con un telescopio da 100 mm
cetto della massima elon- ed un ingrandimento di 250X.
gazione visto per Mercurio
e Venere, poiché essi si possono trovare in ogni punto dell’eclittica.
In questi casi, quando il corpo celeste si trova nel punto più vicino
alla Terra e nella parte opposta al Sole (180° di elongazione) si dice
essere in opposizione. La finestra di migliore osservabilità si estenda
da un paio di mesi prima a due mesi dopo l’opposizione.
Marte, a causa della vicinanza al Sole e delle dimensioni ridotte (po-
co più di metà della Terra), sente particolarmente la differenza tra i
periodi in cui si trova in opposizione e non. Il diametro apparente
nelle opposizioni è di circa 20”, mentre scende a 3,5” quando si trova
nella parte opposta dell’orbita, nei pressi della congiunzione con il
Sole.
Nonostante le difficoltà osservative, le emozioni che regala Marte
sono uniche, perché il pianeta è quello che si mostra più simile alla
Terra.
I dettagli da osservare sono molti, a cominciare dalla bianca calotta
polare (solo una è visibile durante ogni opposizione), nubi e nebbie
lungo il bordo del pianeta e sopra i rilievi maggiori dal caratteristico

220
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

colore bianco-azzurro, macchie di albedo, ovvero zone in cui il terre-


no si presenta più scuro, e i maggiori vulcani del Sistema Solare.
Sfortunatamente il contrasto di questi dettagli è davvero basso e
spesso è richiesta una grande dose di esperienza e di acuità visiva,
oltre ad uno strumento di almeno 90-100 mm, se a lenti, o 130-150
mm se a specchi.
Le prime osservazioni del pianeta rosso saranno piuttosto deludenti,
ma l’emozione di osservare un mondo che un tempo probabilmente
era molto simile alla Terra, con fiumi che si riversavano in grandi
oceani e forse anche alcune forme di vita, è davvero forte.
Per diminuire la luminosità elevata che contribuisce ad abbassare il
contrasto, è consigliabile l’utilizzo di un filtro neutro, come per Ve-
nere, o di un filtro lunare. Per aumentare il contrasto dei dettagli su-
perficiali è meglio usare un filtro arancio o un rosso, mentre un az-
zurro o blu aumentano il contrasto delle formazioni nuvolose. Seb-
bene portino a dei reali benefici, i filtri colorati non sono indispensa-
bili per l’osservazione dei pianeti, soprattutto per la necessaria espe-
rienza iniziale. Discorso diverso per il filtro neutro, che abbassa la
luminosità senza alterare il colore, utile proprio per le prime espe-
rienze.
Marte ben supporta gli alti ingrandimenti, che sono invece indigesti
ai pianeti interni, principalmente per la loro ridotta altezza
sull’orizzonte e la mancanza di dettagli fini.
A 150X il dischetto assume la tipica ed inconfondibile colorazione
rossastra e, nelle opposizioni intermedie (diametro massimo 18”) si
mostra già una volta e mezzo più grande della Luna piena vista ad
occhio nudo. Vale la pena portare l’ingrandimento ad almeno 200
volte ed osservare finalmente un disco dalle generose dimensioni
(due volte più grande della Luna piena ad occhio nudo).
L’inclinazione dell’asse di rotazione, di circa 25°, simile a quella ter-
restre, rende possibile il ciclo stagionale anche su Marte, sebbene di
durata doppia rispetto alla Terra (il pianeta rosso ha un periodo di ri-
voluzione di 687 giorni). Una delle calotte polari visibile ad ogni op-
posizione, se ben sviluppata, è il dettaglio più facile da osservare
perché di colore bianco candido, in ottimo contrasto con la colora-
zione del pianeta. Mano a mano che il tempo passa, la calotta polare

221
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

cambia dimensioni, restringendosi con l’approssimarsi dell’estate


marziana, estendendosi con l’approssimarsi dell’inverno.
La temperatura media del pianeta, di -63°C, rende Marte un luogo
arido, nel quale l’acqua non può esistere allo stato liquido; essa è ab-
bondante però sottoforma di ghiaccio. Le calotte polari sono compo-
ste in gran parte da ghiaccio d’acqua. Nelle regioni equatoriali, sotto
un pallido Sole di colore rosato, le sonde robotiche atterrate negli
scorsi anni hanno registrato temperature gradevoli, superiori a 20°C.
La Sirtys Major è una
grande regione più scura
dell’ambiente circostante,
facile da osservare con ogni
strumento, anche un picco-
lo rifrattore da 60 mm. Per
gli altri dettagli occorrono
strumenti da almeno 100
mm e una notevole stabilità
dell’atmosfera. Ingrandi- Una delle migliori visioni che si può avere di
menti di 200-250X sono Marte con uno strumento da almeno 200 mm,
esperienza e calma atmosferica. Notate la ca-
perfetti per strumenti di lotta polare e le nubi che solcano il pianeta (i
100-150 mm, mentre per punti più chiari).
telescopi da 200-250 mm
possiamo spingerci fino a 350-400 volte. Marte ruota su se stesso in
poco più di 24 ore ed è quindi relativamente facile seguire il movi-
mento dei dettagli visibili nel corso delle settimane.
Uno strumento da almeno 100-120 mm permette di osservare anche
l’Olympus Mons, il vulcano più grande del Sistema Solare, con i suoi
27 km di altezza. Questo dettaglio è meglio osservabile quando si
trova nei pressi del bordo ed è illuminato in modo radente dal Sole.
E’ utile ed istruttivo seguire l’evoluzione del pianeta nel corso dei
giorni, perché non di rado compaiono sorprese inaspettate, come
tempeste di sabbia o grandi nubi nei pressi delle montagne più alte.
Sebbene l’atmosfera sia circa 100 volte più tenue di quella terrestre e
composta per oltre il 90% di anidride carbonica, una piccola quantità
di vapore acqueo da vita alle nebbie e soprattutto alle nubi, del tutto

222
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

simili ai cirri terrestri, le quali, analogamente alla Terra, si concen-


trano attorno alle grandi montagne.

Mappa di Marte compilata dall’unione astrofili italiani (UAI) grazie alle osservazio-
ni degli astrofili. Sono riportati tutti i dettagli che un telescopio di 100-150 mm può
effettivamente mettere in luce.

Un suggestivo tramonto marziano ripreso dalla sonda Opportunity, atterrata sul pia-
neta rosso nel 2003.

223
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

6.3.10 Giove
Giove è il re dei pianeti, un
gigante gassoso, capostipite
dell’omonima famiglia
comprendente Saturno, U-
rano e Nettuno, 11 volte
più grande della Terra ed
oltre 300 volte più massic-
cio.
Giove, in effetti, così come
gli altri pianeti gassosi, po-
co ha in comune con i corpi
celesti visti fino a questo
momento, chiamati pianeti
rocciosi o terrestri. Giove, come appare in un telescopio di 90-100
Su Giove non esiste super- mm, osservato a circa 250X. E’ evidente la
ficie; l’intero pianeta è un macchia rossa, come una sporgenza nella parte
destra della banda equatoriale sud.
immenso involucro di gas,
molto più simile, quanto a struttura e composizione chimica, ad una
stella. Spesso Giove viene in effetti soprannominato “stella manca-
ta”, a sottolineare la somiglianza maggiore alle stelle rispetto ai pia-
neti rocciosi. In effetti, se il gigante fosse stato almeno 15 volte più
massiccio, avrebbe avuto abbastanza materia da innescare le reazioni
di fusione nucleare al centro e brillare come una stella.
Dal punto di vista osservativo, è il pianeta più facile da riconoscere
ed osservare.
Quando il gigante gassoso brilla alto nel cielo, la sua luminosità è 2,5
volte maggiore di Sirio, la stella più brillante. Grazie alle sue cospi-
cue dimensioni apparenti, che raggiungono anche i 50 secondi
d’arco, bastano appena 40 ingrandimenti per vederlo grande come la
Luna piena ad occhio nudo.
Obiettivo preferito per ogni strumento, mostra dettagli atmosferici
con estrema facilità. Molto evidenti risultano le due bande equatoriali
più scure che attraversano in orizzontale l’intero disco del pianeta.
Questi dettagli sono visibili anche con un binocolo che sviluppi al-
meno 20 ingrandimenti. Con ogni telescopio vale la pena osservarlo

224
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

ad almeno 100X ed ammirare, con calma e pazienza, tutti i dettagli


atmosferici che ci mette a disposizione, a cominciare dalla grande
macchia rossa, evidente anche con un rifrattore da 60 mm o il classi-
co riflettore da 114 mm.
La grande macchia rossa,
detta in gergo GRS (Great
Red Spot, abituatevi a nomi
ed abbreviazioni in inglese)
è un immenso ciclone os-
servato sin dall’invenzione
del telescopio, quindi da
almeno 400 anni. Nessuno
conosce da quanti secoli
questo ciclone imperversa
nell’irrequieta atmosfera di
Giove; quello che si cono- Giove, osservato durante l’opposizione del
sce sono le sue dimensioni, 2010, privo della banda equatoriale sud (SEB)
oltre due volte la Terra, e la e con la macchia rossa in primo piano. Tele-
velocità con cui spirano i scopio Maksutov da 230 mm.
venti, oltre 500 km/h! Si tratta, a tutti gli effetti, di uno dei fenomeni
più violenti e duraturi del Sistema Solare, un evento dalle proporzio-
ni inimmaginabili, migliaia di volte più energetico dei più devastanti
uragani terrestri.
Uno sguardo più profondo, ci rivela un pianeta estremamente dina-
mico, con un’atmosfera che non conosce momenti o zone di tranquil-
lità. Piccole macchie di colore bianco o marroncino sono presenti un
po’ ovunque; questi puntini non sono altro che dei cicloni dalle di-
mensioni di qualche migliaio di km, che si generano nell’atmosfera,
si muovono indipendentemente e spesso si possono fondere, aumen-
tando la loro potenza.
Tutti questi dettagli sono perfettamente visibili a partire da strumenti
da 90-100 mm, diametro minimo per avere delle buone soddisfazioni
su tutti i corpi del Sistema Solare.
Giove ruota su se stesso in circa 10 ore; questo significa che in una
sola notte siamo in grado di osservare un’intera rotazione planetaria.

225
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

L’osservazione proficua può essere condotta anche per 10 mesi


l’anno. L’enorme distanza dalla Terra e le grandi dimensioni (oltre
11 volte il nostro pianeta) fanno si che anche lontano
dall’opposizione Giove mantenga un diametro apparente sempre su-
periore a 30”.
Le opposizioni di Giove si verificano ogni circa 13 mesi e sono tutte
piuttosto favorevoli.
Nel corso dei mesi, i fenomeni atmosferici che possiamo osservare
subiscono delle evoluzioni. Non è raro assistere ad un cambiamento
del colore delle bande o alla comparsa ed evoluzione di piccole mac-
chie bianche, chiamate proprio macchie bianche ovali (WOS in in-
glese, ovvero white oval spot).
Più raro, ma non quanto si sia portati a credere, assistere a fenomeni
molto particolari. Nel Luglio 2009, ad esempio, è stato possibile os-
servare per alcune settimane il segno nero lasciato dall’impatto di
una piccola cometa, scoperto proprio da un astrofilo australiano.
Per tutto il 2010 Giove si è presentato senza una delle due caratteri-
stiche bande, quella sud, mostrandosi con un aspetto particolare e
davvero unico. La scoperta è stata ancora opera dello stesso astrofilo
australiano. Se diventate osservatori abituali di questo pianeta, le sor-
prese non mancheranno di certo e, perché no, magari potreste essere
voi ad avvisare l’intera comunità astronomica mondiale della com-
parsa di un nuovo, inaspettato evento.
La luminosità di Giove all’oculare di ogni telescopio è abbondante e
questo, come per Venere e Marte, confonde l’occhio soprattutto a
bassi ingrandimenti, restituendo un’immagine sovraesposta, quindi
apparentemente povera di dettagli, in particolar modo per i princi-
pianti.
I rimedi per migliorare la visibilità dei dettagli sono i soliti:
1) aumentare l’ingrandimento
2) utilizzare dei filtri per ridurre la luminosità. In generale, se non si
hanno esigenze particolari, un filtro neutro (grigio) è ideale; in alter-
nativa un filtro lunare.
L’uso di filtri colorati per aumentare la visibilità di certi dettagli è
utile, ma non quanto con Marte o Venere.

226
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

Un filtro rosso tende a far emergere le strutture atmosferiche tra le


due bande principali, chiamate festoni; uno blu aumenta il contrasto
di tutte le bande del pianeta.
Oltre ai dettagli atmosferici, il quadro cosmico è completo e assolu-
tamente straordinario grazie alla presenza dei 4 principali satelliti del
pianeta, identificati per primi da Galileo Galilei il 7 Gennaio del
1610. Io, Ganimede, Europa e Callisto sono tra i satelliti più grandi e
facili da osservare del Sistema Solare, visibili anche con piccoli bi-
nocoli.
Un osservatore attento munito di un telescopio da almeno 200 mm
può, all’ingrandimento massimo utile di circa 500X, riuscire a risol-
vere la forma e qualche dettaglio di Ganimede, il cui diametro medio
si aggira intorno ad 1,6 secondi d’arco. Chi di voi vuole provarci? Vi
do un consiglio: il disco ed i dettagli si vedono molto meglio quando
il satellite attraversa il disco di Giove, durante quelli che si chiamano
transiti. In queste situazioni il contrasto del dischetto brillante del sa-
tellite è minore e l’occhio riesce a restituire un’immagine corretta-
mente esposta, quindi con maggiore possibilità di osservarvi dettagli.

I 4 principali satelliti di Giove sono visibili con ogni strumento. Molto interessante
risulta seguire il loro veloce movimento attorno a Giove. Ad intervalli regolari essi
possono transitare davanti al disco del gitante (come in questa foto), oppure venirne
eclissati.

227
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

Nomenclatura e principali formazioni atmosferiche visibili su Giove. Trattandosi di


un pianeta gassoso, non ha una superficie solida come i pianeti rocciosi, e quello che
osserviamo è uno spesso strato atmosferico composto di gas in rapido movimento a
causa dell’irraggiamento solare.

228
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

6.3.11 Saturno
Senza dubbio il pianeta più
bello del Sistema Solare,
grazie al complesso e stu-
pendo sistema di anelli per-
fettamente visibile con qua-
lunque telescopio ad alme-
no 50 ingrandimenti.
Saturno brilla ad occhio
nudo di magnitudine circa
zero, quindi come Vega, la
stella più luminosa della
costellazione della Lira.
La prima volta che si os-
serva il pianeta c’è da ri- Saturno ed i suoi magnifici anelli, come ap-
manere attoniti per la bel- paiono in uno strumento da 90-100 mm a 250
lezza dell’immagine ingrandimenti.
nell’oculare. Vale la pena portare gli ingrandimenti ad almeno 150
volte per gustarsi tutta la sua magnificenza.
Si tratta senza dubbio del pianeta più emozionante e più ricco di sod-
disfazioni per l’astrofilo alle prime armi, un po’ meno per l’astrofilo
evoluto, a causa della sua relativa staticità se confrontato con Giove,
Marte o Venere.
Un ottimo rifrattore da 60 mm, un mak da 80 o un Newton da 114
mm, in assenza di turbolenza atmosferica ed un ingrandimento di
almeno 150 volte, permettono di vedere anche una sottile divisione
tra gli anelli, la famosa divisione di Cassini, una zona larga circa
4000 km nella quale il materiale degli anelli è estremamente rarefat-
to, dando l’impressione di una zona vuota.
Aumentando il diametro strumentale, aumentano, come sempre, i
dettagli visibili.
Un telescopio di almeno 100 mm permette di scorgere agevolmente
le bande nell’atmosfera del globo. Uno strumento di diametro doppio
permette di notare altre divisioni e lacune minori negli anelli, la più
evidente delle quali è la divisione di Encke, una piccola lacuna larga
appena 325 km, più esterna della divisione di Cassini. In realtà noi

229
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

possiamo osservare quello che si chiama un minimo fotometrico, ov-


vero una caduta di luce negli anelli causata dalla divisione, che però
è troppo stretta per poter essere risolta da qualsiasi strumento amato-
riale.
L’inclinazione degli anelli
cambia nel corso del tempo
con un periodo di 30 anni,
esattamente uguale a quello
di rivoluzione del pianeta
attorno al Sole. Nel 2009
gli anelli si sono osservati
quasi di profilo. Nei pros-
simi anni la loro inclina-
zione crescerà fino a rag-
giungere il massimo nel
2016, per poi cominciare a Saturno osservato con un telescopio da 200
ridursi di nuovo. mm ed ottimo seeing.
Quando l’inclinazione degli anelli è massima, il pianeta risulta molto
più spettacolare rispetto a quando sono visti di taglio.
Saturno ha una struttura ed una composizione chimica simile a Gio-
ve, benché una densità media minore, così bassa da risultare inferiore
a quella dell’acqua. Non è in effetti un’esagerazione dire che Saturno
galleggerebbe su un ipotetico oceano che lo potesse contenere! La
distanza doppia rispetto a Giove (circa 1,6 miliardi di km) dal Sole,
fa si che il pianeta riceva un’energia solare 4 volte meno intensa, con
una conseguente ridotta attività atmosferica. Non di rado, tuttavia,
nella sua calma e gelida atmosfera (temperatura media di -130°C),
compaiono delle tempeste che possono raggiungere proporzioni pla-
netarie, come accaduto recentemente nel Dicembre 2010.
Ad intervalli di 28-30 anni l’emisfero nord del pianeta genera dei ve-
ri e propri cicloni estesi per decine di migliaia di km, che in poco
tempo rigenerano, con materiale proveniente dalle profondità, gran
parte dell’atmosfera del pianeta, in un evento spettacolare visibile per
mesi con ogni telescopio. La struttura di questi cicloni ricorda, quan-
do a forma e dinamica, quella degli uragani terrestri, sebbene il vapo-

230
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

re acqueo terrestre sia sostituito da imponenti nubi formate da cristal-


li di ammoniaca.
Qualsiasi strumento mostrerà nello stesso campo di vista almeno un
satellite, Titano, il secondo più grande del Sistema Solare dopo Ga-
nimede. Uno strumento di 120 mm mostrerà almeno altri 3 satelliti
sempre prospetticamente vicini al pianeta; in realtà Saturno ne pos-
siede almeno 60, molti dei quali troppo deboli per essere osservati. E
voi, quanti ne riuscite ad osservare con il vostro telescopio?

Particolare degli anelli di Saturno ripresi dalla sonda Cassini, in orbita attorno al
pianeta dal 2006.

231
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

6.3.12 Urano
Con Urano ci accingiamo
verso la periferia del Si-
stema Solare, a quasi 3 mi-
liardi di km dal Sole e dalla
Terra, una regione di spa-
zio nella quale il disco so-
lare appare piccolo e debo-
le, con temperature prossi-
me ai -200°C!
Urano è un altro gigante
gassoso, posto ad una di-
Il disco pressoché uniforme di Urano ripreso
stanza doppia rispetto a Sa- con un telescopio da 235 mm. Il pianeta, anche
turno, visibile ad occhio in visuale, appare uniforme e privo di strutture
nudo solamente da luoghi atmosferiche.
estremamente bui e con notevole fatica, brillando di magnitudine 5,7.
In effetti Urano è il primo pianeta, in ordine di distanza dal Sole, non
riconosciuto dalle antiche civiltà, scoperto solamente con i moderni
mezzi telescopici dal grande astronomo inglese di origini tedesche
William Herschel, il 13 Marzo 1781, in modo del tutto casuale. Ura-
no diventò quindi il primo pianeta ad essere scoperto con un telesco-
pio.
A causa dell’enorme distanza dal Sole, la sua atmosfera è conseguen-
temente meno attiva di quella di Saturno, risultando priva di dettagli
a grande scala, come testimoniano le immagini della sonda Voyager
2, avvicinatasi al pianeta nel 1986.
La particolarità di Urano risiede nell’inclinazione dell’asse di rota-
zione, pari a circa 98°. In altre parole, il pianeta non sembra ruotare
su se stesso nel suo lento percorso intorno al Sole, piuttosto rotola
lungo la sua orbita. In conseguenza di questo fatto, le regioni polari
sono quelle che ricevono più radiazione rispetto alle fredde regioni
equatoriali. Non è esagerato affermare che Urano è il pianeta degli
inversi: i poli si trovano al posto dell’equatore e l’equatore al posto
dei poli! Come conseguenza di questo bizzarro comportamento, e a
causa del lungo periodo di rivoluzione intorno al Sole (84 anni), le
regioni polari sperimentano delle estati lunghissime (42 anni) e sem-

232
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

pre illuminate, ed inverni, altrettanto lunghi, completamente al buio.


La costante illuminazione solare per tutto questo periodo, sebbene
indebolita dalla enorme distanza, crea una circolazione atmosferica
particolare ed unica nel Sistema Solare, purtroppo invisibile con i te-
lescopi amatoriali e appena percettibile in fotografia (di solito i poli
risultano più brillanti del resto dell’atmosfera).
L’osservazione telescopica può essere condotta con ogni strumento,
ma solo con telescopi da almeno 80 mm, lavorando agli ingrandi-
menti massimi utili, è possibile notare il piccolo disco dal diametro
di soli 3,6”, la colorazione verdognola e lo schiacciamento dei poli
causato dalla rapida rotazione che contraddistingue tutti i pianeti gas-
sosi (in questo caso 17 ore e 14 minuti). Nessun altro dettaglio è vi-
sibile nella sua atmosfera apparentemente priva di attività, ma
l’emozione di osservare un corpo celeste grande 4 volte la Terra, a
quasi 3 miliardi di km dalla nostra casa, è comunque forte e ripaga in
parte dell’assenza di dettagli e della sua debolezza.
Come tutti i pianeti
gassosi, anche Urano
possiede una folta
schiera di satelliti;
attualmente ne sono
noti 27, ma è proba-
bile che alcuni di e-
sigue dimensioni
siano sfuggiti
all’osservazione tele-
scopica e all’occhio
della sonda Voyager
2, ormai ad oltre 15
miliardi di km dalla
Terra. Urano ed il debole sistema di anelli ripreso dalla sonda
Meno noto è che U- Voyager 2 nel 1986.
rano possiede un debole sistema di anelli, invisibili da Terra con i te-
lescopi amatoriali. In realtà tutti i pianeti gassosi hanno un sistema di
anelli, compreso Giove, seppur troppo deboli per essere osservati con
la facilità e lo stupore dei bellissimi anelli di Saturno.

233
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

6.3.13 Nettuno
La situazione è ancora peg-
giore con Nettuno. Brilla di
magnitudine 8,2 ed è quin-
di totalmente invisibile ad
occhio nudo, anche dai cie-
li più scuri. La sua identifi-
cazione richiede una mappa
celeste abbastanza detta-
gliata e buona padronanza
della tecnica dello star hop-
ping, visto che neanche i
cercatori dei telescopi rie-
scono a mostrare la sua de-
bole luce.
Il pianeta venne scoperto Nettuno ripreso dall’unica sonda giunta nelle
sue vicinanze, la Voyager 2 nel 1989.
dall’astronomo tedesco
Johann Gottfried Galle il 23 settembre del 1846. Dopo la scoperta
casuale di Nettuno, infatti, gli astronomi di quel tempo si chiesero se
c’erano altri pianeti sfuggiti alle osservazioni delle antiche civiltà
perché troppo deboli ad occhio nudo. Negli anni successivi
l’identificazione di Urano, studi approfonditi sul suo moto orbitale
avevano dato forza all’ipotesi di un altro corpo celeste, oltre la sua
orbita, responsabile delle piccole perturbazioni orbitali osservate.
Grazie ad una serie di complicatissimi calcoli matematici, l’ipotesi di
un altro pianeta divenne quasi una certezza, tanto che fu iniziata la
caccia a questo corpo celeste con i più potenti telescopi dell’epoca.
La ricerca non fu troppo complessa: Nettuno venne scoperto a meno
di un grado di distanza rispetto a quanto avevano previsto i modelli
matematici, davvero un gran risultato per la scienza di quel tempo!
L’osservazione telescopica è piuttosto difficoltosa e solamente tele-
scopi di almeno 150 mm permettono di risolvere il debole disco dal
colore azzurro. Naturalmente nessuna traccia di dettagli, per anni ri-
servati all’unica sonda che è stata in grado di coprire la distanza di
4,5 miliardi di km dal Sole (e poco meno dalla Terra, vista la distan-
za di soli 150 milioni di km dal Sole).

234
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

La sonda Voyager 2, dopo aver visitato nel 1986 Urano, nel 1989 è
giunta in prossimità di Nettuno, mostrano un pianeta piuttosto parti-
colare, dalla colorazione azzurra, percorso da sottili nubi di ammoni-
aca e acido solforico, con una temperatura media di -220°C, strana-
mente più attivo di Urano, sebbene più lontano e freddo. Anche i
venti misurati hanno lasciato sorpresi gli astronomi: alcune raffiche
hanno superato i 2000 km/h, conferendo a Nettuno la palma di piane-
ta con i venti più violenti dell’intero Sistema Solare.

6.3.14 Plutone e la periferia del Sistema Solare


Il regno dei pianeti gassosi si ferma a Nettuno.
Nelle regioni si spazio al di là della sua orbita, il materiale presente
al tempo della formazione del Sistema Solare non era sufficiente per
aggregare altri pianeti di questa dimensione e caratteristiche, ma era
ancora abbastanza per generare una serie di corpi celesti dalle carat-
teristiche piuttosto particolari.
Una volta il nono pianeta, Plutone è ora capostipite di una classe de-
finita pianeti nani e primo corpo celeste di una cintura composta da
milioni di corpi ghiacciati, denominata fascia di Kuiper. La fascia di
Kuiper è popolata dai resti del processo di formazione del Sistema
Solare, avvenuto 4,6 miliardi di anni fa e conta già circa 800 corpi
celesti, alcuni, come Eris, addirittura più grandi di Plutone stesso.
Contrariamente agli asteroidi presenti nella fascia principale, tra
Marte e Giove, questi oggetti sono composti principalmente da ele-
menti ghiacciati, tra cui l’acqua è forse il più abbondante.
I corpi della fascia di Kuiper sono, in effetti, delle potenziali comete:
quando uno di essi, per qualsiasi motivo, si avvicina nelle regioni in-
terne del Sistema Solare, parte dei suoi elementi comincia ad evapo-
rare sotto l’incremento di temperatura causato dalla radiazione sola-
re, perdendosi nello spazio e formando la spettacolare coda tipica di
ogni cometa.
Plutone brilla di magnitudine 14 ed è impossibile da osservare con
strumenti inferiori ai 250 mm. Sotto cieli scuri è visibile a ingrandi-
menti medio bassi solo come una debolissima stellina. Il diametro
apparente di 0,1” è troppo piccolo da risolvere per ogni strumento.

235
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

Plutone venne scoperto nel 1930 dall’astronomo americano Clyde


Tombaugh.
La ricerca di quello che venne considerato fino al 2006 il nono piane-
ta del Sistema Solare, è da collocare addirittura agli anni immedia-
tamente successivi la scoperta di Nettuno. Analizzando il modo di
Urano e Nettuno, molti astronomi si convinsero che le perturbazioni
gravitazionali osservate fossero da attribuire ad un altro pianeta oltre
l’orbita di Nettuno. Le ricerche furono lunghe, ma alla fine Tom-
baugh scoprì Plutone proprio a ridosso della posizione calcolata dai
modelli matematici. Proprio come per la scoperta di Nettuno, anche
in questo caso il lavoro di studio preliminare aveva dato agli astro-
nomi la giusta posizione.
Ma come si scopre un pianeta, per giunta così lontano?
Mettendo in mostra il suo lento moto attraverso le stelle. Tutti i pia-
neti, infatti, ruotano, sebbene con velocità diverse, attorno al Sole,
quindi tendono a spostarsi rispetto alla posizione delle stelle, consi-
derate fisse o comunque immobili su tempi così brevi. La scoperta di
Plutone tardò ad arrivare a causa della sua debolezza e del lentissimo
moto apparente. Gli astronomi semplicemente non riuscivano a mo-
strare il movimento di quella che fino a quel momento era una sem-
plice stella di quattordicesima magnitudine.
Una volta scoperto Plutone, ci si accorse anche di un fatto piuttosto
curioso. Le perturbazioni osservate nelle orbite di Urano e Nettuno
non potevano essere giustificate da un corpo celeste così piccolo (di-
ametro di 2300 km, poco più grande della Luna). In effetti, ben pre-
sto si capì che la scoperta fu graziata da un grande colpo di fortuna: i
calcoli erano sbagliati, ma per qualche motivo che resterà un mistero,
guidarono gli astronomi verso la vera posizione di Plutone!
Questo corpo celeste è molto diverso da tutti gli altri pianeti, sia per
quanto riguarda la composizione chimica che per le proprietà orbita-
li. Gran parte della sua superficie è ghiacciata. A queste distanze dal
Sole (oltre 5 miliardi di km), quasi tutti gli elementi solidificano (la
temperatura su Plutone è di circa -230°C). Si pensa che almeno il
30% di Plutone sia composto da un mix di ghiacci (ammoniaca, ac-
qua, metano, anidride carbonica..). L’orbita del pianeta è molto
schiacciata, tanto che lo porta da una distanza minima dal Sole (detta

236
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

perielio) di 4,4 miliardi di km, ad una distanza massima (detta afelio)


di 7,4 miliardi di km). Nel punto di minima vicinanza, la sua orbita è
addirittura più interna di quella di Nettuno, pianeta con il quale, tut-
tavia, non si scontrerà mai, visto che tra il periodo di rivoluzione di
Nettuno (165 anni) e quello di Plutone (248 anni) esiste un rapporto
detto risonanza, tale da impedire che i due pianeti si incontrino quan-
do le loro orbite si trovano relativamente vicine.
Plutone possiede ben
tre satelliti, il più
grande dei quali, Ca-
ronte, venne scoperto
nel 1978 ed è grande
circa la metà di Plu-
tone. A causa delle
dimensioni confron-
tabili, spesso il si-
stema è considerato
un pianeta (nano)
doppio. Gli altri due
satelliti, scoperti dal
telescopio spaziale
Hubble nel 2005,
chiamati Nix e
Hydra, hanno invece
dimensioni molto più
piccole. Il sistema di Plutone ed i suoi satelliti ripreso dal tele-
Nonostante la di- scopio spaziale Hubble.
stanza enorme dal Sole alla quale ormai ci troviamo, i confini del Si-
stema Solare si devono collocare molto oltre Plutone e la fascia di
Kuiper, la cui estensione di protrae fino a circa 15 miliardi di km dal
Sole.
Ad una distanza di 2400 volte superiore a quella di Plutone dal Sole,
gli astronomi hanno ipotizzato l’esistenza di un immenso serbatoio di
piccoli corpi celesti ghiacciati di forma irregolare, chiamato nube di
Oort (dal nome dell’astronomo che per primo l’ha ipotizzata). La
nube di Oort dovrebbe contenere miliardi di piccoli corpi celesti, de-

237
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

triti del processo di formazione del Sistema Solare, collocati ad una


distanza compresa tra 0,3 ed 1,5 anni luce dal Sole (da ricordare che
un anno luce corrisponde a 9460 miliardi di km). Visto che la stella a
noi più vicina, Proxima Centauri, si trova a circa 4,3 anni luce, i con-
fini del nostro Sistema Solare si dovrebbero collocare addirittura
quasi a metà distanza che ci separa da questa stella, molto, molto ol-
tre i confini stabiliti dagli otto pianeti.
A causa dell’enorme distanza e delle dimensioni esigue dei corpi che
popolano la nube di Oort, nessuno ancora è riuscito ad osservarli,
neanche con i telescopi più grandi al mondo. Come si può allora es-
sere sicuri della sua esistenza? Perché quasi tutte le comete che ap-
paiono nel cielo, molte di più di quelle che si possono osservare, de-
vono provenire da qualche parte, proprio dalla nube di Oort.

Estensione del Sistema Solare e della nube di Oort, un immenso serbatoio di piccoli
corpi celesti che si estende fino a circa 100000 UA, cioè metà della distanza tra il
Sole e la stella Alpha Centauri. 1 Unità Astronomica (AU in inglese) è la distanza
media Terra-Sole, pari a 149 600 000 km.

238
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

6.3.15 Eclissi solari e lunari


Un’eclisse di Sole, se osservata in fase totale, è uno degli spettacoli
più belli della natura. Purtroppo è un fenomeno estremamente raro
per una certa località, confinato in una lunga linea di qualche miglia-
io di km, larga solo un centinaio (basti pensare che in Italia l’ultima
visibile fu nel 1961 e la prossima lo sarà solo nel 2081!). Benché
meno spettacolari, le fasi parziali, che si possono ammirare relativa-
mente spesso (1 volta l’anno in media), sono molto affascinanti.

Si verifica un’eclisse (o eclissi) solare quando la Luna si trova esat-


tamente tra la Terra e il Sole. Il nostro satellite naturale comincia a
coprire il disco solare, prima parzialmente, poi, se ci si trova nel po-
sto giusto, completamente (fase totale o totalità).
Le eclissi (specialmente quelle solari) sono rare, poiché l’orbita della
Luna è inclinata di circa 5° rispetto all’eclittica e non sempre ad ogni
rivoluzione intorno alla Terra essa si trova esattamente tra il Sole e il
nostro pianeta, ma un po’ più in alto o un po’ più in basso.
Affinché ci sia un’eclissi occorre che la Luna, mentre transita tra la
Terra e il Sole, si trovi su uno dei punti della sua orbita che interse-
cano l’eclittica (nodi). Se l’allineamento è quasi perfetto si ha
un’eclisse totale, altrimenti è possibile ammirare una fase parziale.

L’orbita lunare è inclinata di 5° rispetto all’eclittica. Un’eclissi solare si verifica


quando la Luna si trova tra la Terra e il Sole e su uno dei nodi della sua orbita (punti
che intersecano l’eclittica).

239
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

Nell’eventualità di un’eclisse totale, occorre distinguere tra due di-


verse situazioni:
- Se il nostro satellite si trova in prossimità del punto più vicino alla
Terra (perigeo), allora il suo diametro apparente è maggiore di quello
solare. Il disco viene coperto totalmente e l’eclisse è totale.
- Nel caso in cui la Luna dovesse trovarsi in prossimità del punto
più lontano dal nostro pianeta (apogeo), il diametro apparente sarà
minore di quello solare, così che il Sole non verrà coperto totalmen-
te. La Luna sembrerà entrare nel Sole, producendo un anello: questo
tipo di eclissi si chiama anulare.
Non v’è dubbio che
l’eclisse totale sia
più spettacolare di
quella anulare: il So-
le viene coperto e la
sua luce totalmente
bloccata; sulla Terra
cade uno strano ed
improvviso buio, le
stelle diventano visi-
bili, l’orizzonte resta
luminoso (una specie Fase totale di un’eclisse di Sole. La Luna copre total-
di tramonto al con- mente il disco solare e sulla Terra si fa improvvisa-
trario) perché situato mente buio. La fase totale si osserva senza alcun filtro
al di fuori solare.
dell’ombra lunare. Il disco scuro della Luna è circondato da una co-
rona di gas brillanti, la corona solare, totalmente invisibile di giorno
a causa della sua debolezza, se paragonata a quella del disco del So-
le.
In prossimità del bordo lunare diventano visibili anche le protube-
ranze, altrimenti troppo deboli per essere viste in condizioni normali
(solo l’uso di filtri a banda strettissima è in grado di mostrarle fuori
eclisse). Poterle osservare ad occhio nudo, senza l’ausilio di costosis-
simi strumenti, è un’emozione unica.
La fase totale dura pochi minuti; anche nel caso più favorevole in cui
l’eclisse si verifichi in estate (quando il Sole è più lontano dalla Ter-

240
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

ra, quindi con il minor diametro apparente) e con la Luna al perigeo


(quindi con il massimo diametro angolare), la durata massima arriva
ad appena 7 minuti e mezzo. Nonostante l’esigue durata, rimane in
assoluto il fenomeno celeste più bello e spettacolare: vale la pena as-
sistervi almeno una volta nella vita.

Le eclissi lunari si verificano quando la Terra si frappone tra il Sole


e la Luna, oscurando il nostro satellite, dal quale si vedrebbe
un’eclisse solare simile a quella che si verifica sulla Terra.
Il diametro dell’ombra del nostro pianeta, alla distanza della Luna, è
di circa 1,5°, quindi la fase totale di un’eclissi lunare può durare an-
che alcune ore, visi-
bile da ogni parte
della Terra nella
quale il satellite è
sopra l’orizzonte.
La fase totale è sicu-
ramente quella più
interessante e sugge-
stiva. La tipica tona-
lità rosso cupo può
variare leggermente
in funzione della
profondità
dell’eclisse e della
trasparenza Fase totale di un’eclisse di Luna. La luce rifratta
dell’atmosfera terre- dall’atmosfera della Terra conferisce al nostro satellite
stre, responsabile l’inconfondibile tonalità rosso cupo.
dell’effetto luna rossa.
Il fenomeno fisico è lo stesso responsabile del cielo rosso successivo
al tramonto del Sole: la luce solare che attraversa la nostra atmosfera
viene deviata (rifratta) in misura proporzionale alla sua lunghezza
d’onda. Ne consegue che la luce rossa viene deviata più di quella blu,
tanto che raggiunge la Luna immersa nel cono d’ombra della Terra,
illuminandola debolmente, mentre le parti più vicine al confine
dell’ombra della Terra assumono colorazioni bluastre.

241
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

6.3.16 Comete
Dalle periferie del Sistema Solare, in particolare dalla fascia di Kui-
per e dalla nube di Oort, provengono le comete, magnifici corpi ce-
lesti che, seppur raramente, sono in grado di regalare spettacoli unici.
Per capire cosa sono le comete, è utile riferirsi alla sintetica ma terri-
bilmente efficace definizione del compianto astronomo Fred Whip-
ple: palle di neve sporca.
Le comete che possiamo ammirare magnificamente nel cielo sono
infatti piccoli corpi celesti ghiacciati provenienti dalle periferie del
Sistema Solare. Quando questi oggetti si avvicinano al Sole, il cre-
scente calore è sufficiente a far sublimare molti degli elementi di cui
sono composte, rendendo visibile la classica coda, che nei casi più
spettacolari può raggiungere centinaia di milioni di km di lunghezza.
Le comete, quindi, non rappresentano una nuova classe di corpi cele-
sti, piuttosto il modo, un po’ particolare, in essi si manifestano.
Alcune comete, come la Halley, sono periodiche, ovvero si ripresen-
tano ad intervalli regolari nel cielo (76 anni per la Halley). La distan-
za massima dal Sole non supera quella di Urano o Nettuno.
Molte altre comete sono dette di lungo periodo, con orbite ben oltre
quella di Nettuno e periodi di apparizione superiori ai 100 anni. Al-
cune, come la spettacolare Hale-Bopp rimasta ben visibile ad occhio
nudo per circa un anno, nel 1997, si pensa abbia un periodo di circa
2500 anni.
Alcune comete possiedono invece delle orbite aperte, ovvero esse si
presentano soltanto una volta prima di uscire addirittura dal Sistema
Solare. A prescindere dai casi, le comete sono oggetti che non pos-
sono avere una vita lunga. Nei lunghi mesi o anni che trascorrono in
vicinanza al Sole, esse perdono inesorabilmente materia. Dopo alcuni
passaggi ravvicinati alla nostra Stella, la cometa si esaurisce sempli-
cemente, evaporando proprio come una palla di neve al Sole. Tutte le
comete che compaiono in cielo, quindi, sono oggetti che si trovano a
transitare vicino al Sole per la prima volta, oppure da poche volte. La
domanda che ci possiamo porre allora è la seguente: chi o cosa spo-
sta le orbite di questi oggetti, fino a farle passare a distanza ridotte
dal Sole? Probabilmente il caso: nelle remote regioni del Sistema So-
lare da dove provengono, il numero di questi piccoli corpi ghiacciati

242
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

deve essere elevatissimo, dell’ordine dei milioni o miliardi. Le reci-


proche interazioni e, raramente, anche gli scontri, sono i responsabili
del cambiamento orbitale può portare alcuni di essi nelle regioni in-
terne del Sistema Solare e farli accendere come delle splendide co-
mete.
Ogni giorno, le comete presenti in direzione del Sole sono diverse,
ma solo raramente una cometa può diventare sufficientemente bril-
lante da rendersi visibile ad occhio nudo. Alcune recenti comete sono
la McNaught nel 2006, così brillante da essere osservabile anche in
pieno giorno, e la Holmes, che nel 2007 ci ha regalato una spettacola-
re esplosione che l’ha resa miliardi di volte più brillante, perfetta-
mente visibile ad occhio nudo nel cielo autunnale ed invernale.
Mediamente le grandi co-
mete visibili facilmente ad
occhio nudo appaiono ogni
5-7 anni. Se ci acconten-
tiamo dell’osservazione bi-
noculare e telescopica, allo-
ra in un anno possiamo os-
servare almeno 2-3 piccoli
batuffoletti di luce, simili a
delle galassie, solcare il
cielo a grande velocità ap-
parente. I binocoli sono gli
strumenti ideali per osser-
vare le comete, viste le ge-
nerose dimensioni della co-
sa, che può raggiungere an-
che diversi gradi. La mia
personale regola, è che
quando una cometa può es-
sere osservata con un tele-
scopio, vuol dire che non La cometa Holmes ripresa nel Novembre 2007
con un piccolo rifrattore acromatico da 80 mm
possiede ne la brillantezza
ne l’estensione necessaria per regalare le necessarie emozioni. Natu-
ralmente questa è solamente una mia personale opinione.

243
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

6.3.17 Cosa è possibile osservare sui pianeti


Le immagini dei pianeti che avete visto all’inizio della descrizione di
ogni corpo celeste cercano di simularne l’aspetto tipico per un prin-
cipiante, compresa l’illusione di avere sempre a che fare con dei di-
schi piccolissimi.
In realtà, se avrete la pazienza e la determinazione di osservare ogni
sera serena, almeno per 10 minuti, annotando scrupolosamente i mi-
nuti dettagli, ben presto capirete che le immagini delle pagine prece-
denti sono piuttosto pessimistiche quanto a dettagli visibili.
Con la giusta esperienza, con un telescopio di 150-200 millimetri con
ottiche scrupolosamente collimate e serate in cui la turbolenza
dell’atmosfera terrestre è minima, si possono osservare moltissimi
dettagli sui dischi planetari, specialmente Marte, Giove e Saturno,
oltre a decine di tenui sfumature di colore.
Alcuni astrofili si dedicano quasi esclusivamente all’osservazione dei
pianeti e dei continui fenomeni che compaiono nelle loro atmosfere e
superfici, arrivando ad ottenere risultati davvero sbalorditivi.
Una volta ancora, l’osservazione astronomica è qualcosa che deve
essere appreso; l’occhio, ma soprattutto il cervello, devono essere
ben allenati per poter cogliere tutti i particolari dei pianeti.
Non ci credete? Mettetevi alla prova guardando un film che non ave-
te mai visto. Riguardatelo una seconda volta: quanti nuovi dettagli
che prima non avevate notato sono comparsi? Riguardatelo ancora e
forse avrete la panoramica di tutte le situazioni. Se lo riguardate an-
cora comincerete a notare anche eventuali errori nel montaggio o in-
decisioni nella recitazione o nella sceneggiatura. Il principio alla base
è sempre lo stesso: quando i dettagli da notare sono tanti e spesso na-
scosti, occorre osservare più volte ed attentamente. Il cervello, una
volta che ha avuto la visione globale, si concentra mano a mano su
dettagli sempre più minuti e nascosti.

244
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

Pianeti ad un telescopio da 200 mm, in condizioni atmosferiche favorevoli e dopo la


necessaria esperienza. In alto a sinistra: Marte, a destra Giove. In basso: Saturno.

245
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

6.4 Osservare gli oggetti del cielo profondo


Il Sistema Solare rappresenta il nostro vicinato cosmico.
Benché le distanze dei pianeti e le dimensioni dei corpi celesti siano
enormi, l’Universo è estremamente più grande di questo che può es-
sere considerato un puntino nella Galassia, per giunta solamente una
delle centinaia di miliardi presenti nel cosmo.
Lo spazio profondo, deep-sky per gli amanti della lingua inglese, è
composto da stelle, nebulose, ammassi stellari e galassie, sparse un
po’ ovunque nel cielo notturno, che vale la pena osservare almeno
una volta nella vita per rendersi conto del nostro posto nell’Universo
e del meraviglioso disegno cosmico che la Natura ha generato in mi-
liardi di anni di storia ed evoluzione.
Alla portata di uno strumento amatoriale di 100 mm, sotto un cielo
scuro, vi sono centinaia, se non migliaia, di nebulose, galassie e am-
massi stellari, ognuno dei quali è sempre diverso dall’altro.
L’osservazione di una lontana galassia produce delle emozioni uni-
che: stiamo osservando, infatti, un oggetto distante milioni di anni
luce, una nube soffusa contenente miliardi di stelle e probabilmente
milioni di pianeti.
Nelle nebulose è possibile osservare filamenti di gas incandescente
dai quali nascono le stelle e dai quali anche il nostro pianeta, 4,6 mi-
liardi di anni fa, si è formato.
Non possiamo rimanere indifferenti davanti all’Universo in movi-
mento, davanti ai mattoni costitutivi dell’immenso spazio che ci cir-
conda. Il vostro telescopio è una macchina del tempo che vi permette
di fare viaggi senza limiti e senza confini.

6.4.1 L’importanza di un cielo scuro


Ad eccezione delle stelle doppie, generalmente luminose e facili da
osservare anche in città, tutti gli altri oggetti diffusi hanno due carat-
teristiche che determinano le condizioni necessarie per la loro profi-
cua osservazione:
1) sono tutti oggetti angolarmente molto estesi, per i quali ra-
ramente occorrono ingrandimenti oltre le 150 volte.

246
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

2) Sono tutti oggetti estremamente deboli, ai limiti della sensi-


bilità dell’occhio umano.
Detto questo, il primo strumento di cui dobbiamo assolutamente di-
sporre è un cielo scuro. L’osservazione degli oggetti del cielo pro-
fondo richiede sempre un cielo non inquinato dalle luci delle città o
da smog e foschia presenti nelle grandi pianure del nostro paese. Se
non avete un cielo adatto e non avete la possibilità di fare spostamen-
ti alla sua ricerca, lasciate perdere l’osservazione del cielo profondo,
che produrrà solamente delusioni e spese inutili.
L’importanza di un cielo scuro è fondamentale: uno strumento da
appena 60 mm di diametro, sotto il più scuro dei cieli, permette di
vedere meglio e più di uno strumento dal diametro 3 volte maggiore
utilizzato dal centro di una grande città. Aumentare il diametro del
telescopio rappresenta solamente una soluzione molto parziale e di-
scutibile, che non può sostituire un cielo buio, che resta quindi il re-
quisito fondamentale. Non è sufficiente uscire dalle grandi città, ma è
necessario allontanarsene il più possibile. L’illuminazione artificiale,
infatti, risulta molto ben visibile anche a decine di chilometri.
Un cielo che può considerarsi sufficientemente scuro mostra chiara-
mente tutte le stelle del Piccolo Carro, così come la Via Lattea estiva
o invernale. Se questi requisiti non sono soddisfatti, non avrete molte
soddisfazioni dagli oggetti del cielo profondo.

La nebulosa di Orione osservata da un cielo molto scuro (a sinistra) e da un cielo


piuttosto inquinato (a destra). La qualità del cielo è fondamentale per ogni osserva-
zione deep-sky.

247
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

6.4.2 Il telescopio più adatto


La strumentazione necessaria per l’osservazione deep-sky è diversa
rispetto a quella richiesta per i pianeti.
Non è necessario che lo strumento abbia
una qualità ottica ottima, poiché osser-
verete sempre ad ingrandimenti modesti,
piuttosto è necessaria la maggiore aper-
tura possibile.
Nelle osservazioni del cielo profondo
non conta la risoluzione raggiungibile, e
la turbolenza atmosferica non è deter-
minante come nell’osservazione plane-
taria. L’unica cosa che serve è luce, rac-
cogliere più luce possibile; questo si
traduce con l’unica regola delle osserva-
zioni deep-sky: diametro. Avere un tele-
scopio dal maggiore diametro possibile
è la condizione principale per le osser-
vazioni del cielo profondo (dopo il cielo
scuro!).
Alcuni osservatori specializzati Un telescopio dobson è un
Newtoniano su una montatura
nell’osservazione deep-sky prendono al- altazimutale estremamente
la lettera questo consiglio, acquistando o semplice, particolarmente adat-
costruendosi telescopi il cui unico obiet- to alle osservazioni degli og-
tivo è catturare più luce possibile, trala- getti del cielo profondo.
sciando la qualità ottica eccelsa e tutta la parte meccanica. Lo stru-
mento che risponde a questa categoria in modo perfetto è il telesco-
pio dobson.
Gli attuali dobson disponibili in commercio sono ottimi strumenti
anche per l’osservazione dei pianeti, grazie ad una qualità ottica mi-
gliorata molto rispetto agli anni precedenti. L’unica vera difficoltà
del telescopio dobson, oltre all’ingombro ed il peso, è il dover inse-
guire gli oggetti, soprattutto quando si usano alti ingrandimenti, per-
ché il supporto non è in grado di compensare manualmente o elettro-
nicamente il movimento della Terra.

248
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

I telescopi dobsoniani di almeno 200 mm sono strumenti perfetti per


iniziare l’osservazione del cielo profondo da parte dei principianti.
Il consiglio, un po’ controcorrente, è quindi il seguente: se non avete
problemi di spazio, se avete un cielo scuro e non volete fare fotogra-
fia astronomica, compratevi un dobson da almeno 200 mm, il quale
si trova allo stesso prezzo di un telescopio completo di montatura
equatoriale ed elettronica di controllo da 100 mm.
Se non potete permettervi uno strumento di questo tipo, consiglio di
acquistarne uno di diametro inferiore, anche di 150 mm, sempre
Newton, e magari sempre in configurazione dobsoniana.
I rifrattori non sono molto adatti per questo tipo di osservazioni, prin-
cipalmente per il costo in relazione al diametro dell’obiettivo, per il
peso e l’ingombro. Un rifrattore da 200 mm di diametro, di ottima
qualità ottica, può costare quanto un’automobile, mentre un riflettore
Newton come un telefono cellulare!
I principali oggetti del cielo profondo sono alla portata anche di un
buon binocolo o di un piccolo telescopio da 114 mm, ma le emozioni
che può dare uno strumento più grande sono assolutamente maggiori
ed imparagonabili.
Il minimo diametro per avere soddisfazioni è proprio quello di 150
mm, sebbene i riflettori Newton di diametro inferiore possano co-
munque dare qualche bella soddisfazione.
Da escludere, se non ci sono evidenti problemi di spazio, gli stru-
menti catadiottrici, per il costo maggiore e la grande ostruzione cen-
trale.
E se un astrofilo, come spesso succede, non si vuole specializzare ne
nell’osservazione planetaria ne in quella deep-sky, ma preferisce un
po’ di tutto? In questo caso la scelta dovrebbe ricadere, almeno per il
primo telescopio, su un Newton da 150 mm o un catadiottrico di pari
diametro, comprensivi di montatura equatoriale. Non scendete molto
sotto questo diametro se volete vedere e non intravedere gli oggetti
del cielo profondo.

249
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

6.4.3 L’importanza di un occhio attento, allenato e qualche sem-


plice trucco
Le osservazioni del cielo profondo richiedono una preparazione e
delle tecniche diverse rispetto a quelle dei corpi del Sistema Solare.
Tutti gli oggetti del cielo profondo sono estremamente deboli, anche
attraverso un telescopio, per questo è necessario mettere in pratica
qualche piccolo, ma importante, accorgimento.
Portate il telescopio fuori, al riparo dalle luci dirette. Non è necessa-
rio farlo acclimatare per diverse ora, poiché non vi occorrono osser-
vazioni ad altissima risoluzione. Se la montatura è equatoriale, sta-
zionatela, ma senza una precisione maniacale. Controllate grossola-
namente la collimazione dello strumento, soprattutto se si tratta di un
Newton, e soprattutto l’allineamento del cercatore, il vostro più fida-
to alleato nelle operazioni di ricerca degli oggetti.
E’ importante che scegliate oggetti alti sull’orizzonte. La bassa altez-
za, oltre a produrre turbolenza, che per questi scopi non interessa poi
molto, causa una perdita di luminosità dell’oggetto, prodotta
dall’assorbimento da parte dello strato di aria sopra la nostra testa.
La regola numero uno per osservare al meglio nebulose, ammassi e
galassie è l’adattamento al buio dell’occhio.
La maggiore sensibilità alle deboli luminosità si ha dopo 15 minuti di
buio assoluto. Prima di osservare qualsiasi oggetto, quindi, aspettate
al buio totale, senza accendere lampade o guardare il cellulare. E’
importante non avere fonti di luce neanche in lontananza, altrimenti
l’adattamento al buio non verrà mai raggiunto. Trascorso questo tem-
po, il cielo si presenterà nettamente più affollato, perché il vostro oc-
chio è ora adattato alle deboli luminosità. Non accendete torce e non
fissate lampioni o i fari di una macchina; basta un secondo per perde-
re l’adattamento e dover aspettare preziosi minuti prima di poter os-
servare con la stessa efficienza. Se vi serve l’illuminazione per con-
sultare mappe o controllare il vostro strumento, equipaggiatevi di una
torcia che emette una debole luce rossa; in questo modo potete muo-
vervi e leggere senza perdere l’adattamento.
Quando osservate un oggetto non fatelo direttamente, se volete co-
glierne le parti più deboli. La cosiddetta visione distolta è una tecnica
molto efficiente nell’osservazione degli oggetti deboli. Si tratta di

250
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

osservare l’oggetto con la coda dell’occhio, ovvero con la parte non


centrale della retina, nella quale sono concentrati dei ricettori chia-
mati bastoncelli, dieci volte più sensibili dei coni che si trovano al
centro. Focalizzate lo sguardo su un punto vicino all’oggetto, osser-
vatelo con la coda dell’occhio e riuscirete a vedere molti più dettagli.
Alcuni deboli ammassi o piccole nebulose planetarie sono del tutto
invisibili in visione diretta, ma diventano evidentissime distogliendo
lo sguardo leggermente.
I dettagli da percepire possiedono sempre contrasti evanescenti e
piccole sfumature; l’occhio deve essere allenato a questo tipo di os-
servazione, un po’ come succede nel caso dei pianeti.
E’ molto difficile che al primo sguardo possiate notare tutti i dettagli;
prendetevi del tempo, non abbiate fretta.
Mano a mano che proseguirete nelle osservazioni, il vostro occhio si
abituerà e riuscirete a percepire molti più dettagli della prima osser-
vazione. Un buon allenamento si comincia ad avere già dopo una set-
timana di osservazioni.
Annotate sempre le vostre osservazioni. Fare dei disegni aiuta ad al-
lenare l’occhio e rende giustizia a ciò che si osserva.

Un occhio allenato alle deboli visioni telescopiche permette di osservare meglio e


maggiori dettagli. Questi due disegni della galassia M51 sono stati fatti all’oculare
dello stesso strumento da 250 mm, ma da due osservatori diversi. A sinistra ciò che
ha visto un esperto astrofilo, a destra la visione di un principiante.

251
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

6.4.4 Stelle doppie


Le stelle doppie sono gli oggetti del cielo profondo più facili da os-
servare, perché generalmente piuttosto brillanti.
Oltre la metà delle stelle della nostra Galassia non è infatti isolato,
ma possiede almeno una compagna con la quale dividere l’orbita.
I sistemi multipli sono quindi formati da almeno due stelle che orbi-
tano attorno al comune centro di massa.
L’osservazione telescopica delle stelle doppie è molto appagante e
facile da condurre con ogni telescopio, il quale mostra dettagli e co-
lori molto simili a quelli visibili nelle fotografie: si tratta di uno dei
rarissimi casi nei quali una fotografia mostra esattamente ciò che un
occhio ben allenato può percepire.
Quasi tutte le stelle doppie reali (non prospettiche) appaiono come
un’unica componente ad
occhio nudo e manifestano
la loro reale natura sola-
mente al telescopio.
Il cielo è ricchissimo di
stelle doppie molto spetta-
colari: la più bella è Albi-
reo ( β Cygni), formata da
due componenti, una di co-
lore arancio, l’altra azzurro, Albireo, magnifica stella doppia nella costella-
separate di 34”, alla portata zione del Cigno. Le due componenti sono se-
di ogni telescopio utilizzato parate da 34” ed hanno colorazioni molto di-
verse. La stella blu mostra la figura di diffra-
ad ingrandimenti maggiori zione, con il disco di Airy centrale, segno di
delle 30 volte. La visione è ottima qualità ottica, collimazione e seeing.
davvero emozionante, pro-
prio grazie al tenue, ma evidente, gioco di colori, che nasconde pro-
fonde diversità tra le due stelle.
Un altro sistema molto interessante è quello formato da ε (epsilon)
Lyrae, formato addirittura da ben 4 componenti! Le due principali
sono separate da 208” e costituiscono un ottimo test per l’occhio nu-
do: un occhio perfetto riesce a separarle, a fatica, senza alcun ausilio
ottico. Un binocolo, o qualsiasi piccolo telescopio, mostrano le due
componenti perfettamente separate. Un rifrattore da 80 mm o un ri-

252
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

flettore da 114 mm, utilizzati ad almeno 150 ingrandimenti, vi faran-


no capire che ognuna delle due componenti è in realtà doppia, con
separazioni di circa 2,5”, costituendo un ottimo test per la qualità
delle ottiche di un telescopio da 60 mm, il quale, se lavorato in modo
perfetto, vi mostrerà separate, seppur a fatica, le singole stelle.
Come possiamo vedere, le stelle doppie strette (quelle con angoli di
separazione inferiori ai 5”) costituiscono anche dei severi test per la
qualità ottica dei vostri strumenti. Se la qualità ottica è ottima, il po-
tere risolutivo del telescopio è determinato solamente dalle leggi del-
la diffrazione. Il criterio di Dawes è stato sviluppato proprio a partire
da numerose osservazioni condotte su alcune strette stelle doppie. In
una serata con scarsa turbolenza, il vostro telescopio deve essere in
grado di mostrarvi stelle doppie di uguale luminosità, fino ai limiti
imposti dalla formula di Dawes: PR = 115 / D , dove D è il diametro
dell’obiettivo del telescopio espresso in millimetri.
In appendice troverete un elenco di alcune decine di spettacolari stel-
le doppie.

6.4.5 Ammassi aperti


Gli ammassi aperti sono concentrazioni di stelle, disposte general-
mente lungo il disco della Via Lattea, legate gravitazionalmente le
une alle altre.
Le stelle dell’Universo non solo possono fare parte di sistemi doppi o
multipli, ma quasi tutte nascono e trascorrono parte della loro esi-
stenza come membri di un ammasso stellare aperto.
Tutte le stelle nascono dalle immense distese di gas freddo chiamate
nebulose oscure. La quantità di materiale contenuta in queste nubi è
enorme e genera più di una stella, a volte centinaia o migliaia. Quan-
do le stelle si accendono, la loro intensa radiazione ultravioletta ri-
scalda il gas rimanente che brilla come una nebulosa ad emissione,
bloccando di fatto la nascita di altre componenti. Le stelle nate, tut-
tavia, sono così vicine che orbitano l’una attorno all’altra.
Gli ammassi aperti, a causa della posizione nel disco affollato e den-
so della Via Lattea, sono oggetti piuttosto giovani, astronomicamente
parlando. Sono pochissimi gli ammassi aperti con un’età superiore ad

253
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

un miliardo di anni, proprio perché questi oggetti sono destinati a


dissolversi dopo qualche centinaio di milioni di anni.
Anche il Sole si pensa sia nato 4,6 miliardi di anni fa come compo-
nente di un ammasso composto da almeno una cinquantina di stelle.
Alcune di esse, le più massicce, sono ormai esplose da tempo; le altre
hanno seguito semplicemente una strada diversa dissolvendo
l’ammasso aperto iniziale. Questo da una parte è un peccato, perché
il cielo sarebbe stato molto più ricco di stelle brillanti, mentre
dall’altra parte è un bene, visto che una eventuale esplosione di una
stella come supernova, ad una distanza inferiore a 150 anni luce, po-
trebbe potenzialmente cancellare ogni traccia di vita dalla Terra, a
causa dell’intensa emissione di raggi gamma.
Gli ammassi aperti sono sicuramente gli oggetti più facili e brillanti
da osservare, dopo le stelle doppie.
Vista la concentrazione nel disco della Via Lattea, le stagioni miglio-
ri per osservare gli ammassi aperti sono l’inverno e l’estate.
Alcuni tra i più belli sono:
• M45, ovvero le Pleiadi, visibili ad occhio nudo nella costel-
lazione del Toro, in autunno e in inverno. Ammasso spetta-
colare con ingrandimenti bassi, inferiori alle 50 volte, com-
posto da stelle giovani di colore azzurro e una tenue nebulo-
sità visibile solo con strumenti di almeno 150 mm e cieli
scuri.
• NGC869-884, ovvero il doppio ammasso del Perseo, visibile
ad occhio nudo come una nuvola indistinta, nell’omonima
costellazione, vicino al confine con Cassiopea. Si tratta, for-
se, dell’ammasso aperto più bello. Qualsiasi telescopio uti-
lizzato a bassi ingrandimenti (30-50 volte) vi permette di os-
servare tutti e due gli ammassi, composti da almeno un cen-
tinaio di stelle, alcune delle quali mostrano colorazioni che
vanno dal giallo-arancio all’azzurro. Un telescopio da 150
mm vi permette di aumentare il numero di deboli stelle e di
entrare nel cuore dei due ammassi, riempiendo l’oculare di
tantissime stelle. Come tutti gli ammassi aperti, perde di
spettacolarità con ingrandimenti eccedenti le 100 volte, a
causa della loro grande estensione apparente.

254
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

• M44, detto ammasso del Presepe, nella costellazione del


Cancro, è facile da avvistare ad occhio nudo, ad est
dell’imponente costellazione del Leone. Si tratta di un am-
masso meno spettacolare del doppio ammasso, ma interes-
sante perché piuttosto concentrato.
• M11, detto ammasso dell’anitra selvatica è l’ammasso aperto
più concentrato. Le sue stelle, strettamente avvolte in uno
spazio pari alla metà delle dimensioni apparenti della Luna
piena (14’) sono alla portata di uno strumento da 80 mm. Un
telescopio da 150 mm vi consentirà di individuare tutte le
deboli componenti che formano questo curioso oggetto, po-
sto nella debole costellazione dello Scudo (Scutum, in lati-
no).
Se avete intenzione di intraprendere seriamente l’osservazione deep-
sky, allora potrete acquistare molta esperienza e pratica,
nell’osservazione e nel puntamento, proprio con gli ammassi aperti,
ancora brillanti per essere facilmente rintracciati e sufficientemente
deboli per fornirvi la giusta esperienza osservativa.
Ogni telescopio è in grado di regalare visioni veramente splendide, a
prescindere dal diametro dell’obiettivo. Le stelle principali di ogni
ammasso mostreranno tenui colorazioni, spesso in contrasto le une
con le altre, vista la coesistenza di stelle molto calde (azzurre) e
fredde (rosse). Gli ingrandimenti consigliati sono modesti, general-
mente minori delle 100 volte, a causa dell’elevato diametro apparen-
te.
Sebbene non fondamentale, è consigliato osservare quando la Luna
non è presente nel cielo. Sono sicuramente da evitare le notti prossi-
me alla Luna piena, la cui luminosità tende a nascondere ogni debole
stella.
Questa è una regola molto importante e che verrà ampiamente ripetu-
ta nel corso delle prossime pagine: gli oggetti del cielo profondo so-
no sempre molto più evidenti e dettagliati quando in cielo non è pre-
sente il nostro satellite naturale.
Ovviamente, è sempre necessario un cielo scuro, lontano dalle luci
della città.

255
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

Le Pleiadi (M45) sono l’ammasso aperto Il doppio ammasso del Perseo


più brillante e conosciuto del cielo. Faci- (NGC869-884) è visibile ad occhio nudo
le da osservare nelle notti invernali ed come una debole condensazione lungo la
autunnali nella costellazione del Toro. Via Lattea invernale, non lontano dalla
Questo disegno mostra come appaiono costellazione di Cassiopea. In questo
all’oculare di un telescopio da 150 mm, disegno come appare con un telescopio
osservando a 20 ingrandimenti. di circa 100 mm.

La bellezza delle Pleiadi immortalata su un dispositivo digitale. Sfortunatamente


l’occhio umano non è abbastanza sensibile per mostrarci questo spettacolo, con nes-
sun telescopio.

256
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

Elenco di alcuni ammassi aperti da osservare nel cielo


M 44 è detto ammasso
Presepe ed è visibile ad
occhio nudo, in primave-
ra, sotto cieli moderata-
mente scuri. Se invisibile,
allora il cielo dal quale
osservate è troppo lumi-
noso e non vi permette di
osservare oggetti deboli;
meglio dirigersi verso i
pianeti. Situato nel cuore
dalla costellazione del
Cancro, è un soggetto
stupendo con binocoli ed
ogni telescopio, purché si
utilizzino bassi ingrandi-
menti

Nel cuore della piccola


costellazione della Frec-
cia (Sagitta) troviamo
M71, un ammasso aperto
piuttosto debole e con-
centrato. Ogni telescopio
vi mostrerà la sua imma-
gine, la quale sarà però
confusa e nebulosa. La
visione delle singole stel-
le è riservata a strumenti
di almeno 150 mm, sotto,
naturalmente, cieli scuri,
importanti quanto, se non
più, del diametro del pro-
prio telescopio.

257
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

Nella costellazione del


Cocchiere (Auriga), nel
cuore della Via Lattea
invernale, si trovano nu-
merosi ammassi aperti,
alcuni visibili anche ad
occhio nudo. M36-37-38
sono oggetti facilissimi
da osservare con ogni
strumento e veramente
spettacolari. Uno sguardo
nel cuore di questa co-
stellazione vi mostrerà
numerosi altri agglomera-
ti minori, con diverse co-
lorazioni e forme.

Il doppio ammasso del


Perseo è formato da due
ammassi aperti prospetti-
camente vicini, visibili ad
occhio nudo sotto cieli
scuri. Si tratta, probabil-
mente, dell’ammasso
stellare più bello da os-
servare, pieno di stelle e
colori che riempiono il
campo degli oculari di
ogni strumento. A diffe-
renza degli altri oggetti,
la visione degli ammassi
aperti è suggestiva con
ogni telescopio e si avvi-
cina a quella delle foto-
grafie.

258
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

6.4.6 Ammassi globulari


Sono gli oggetti stellari più antichi dell’Universo e si trovano
nell’alone delle galassie.
Gli ammassi globulari sono composti da decine di migliaia di stelle
raggruppate in uno spazio di qualche decina di anni luce. Si pensa si
tratti di quelli che possono essere considerati a tutti gli effetti nuclei
di condensazione primordiali per le galassie. Quasi tutti gli ammassi
globulari, infatti, sono più antichi delle galassie che li ospitano, se-
gno che probabilmente l’unione di questi oggetti, che popolavano in
gran numero il giovane Universo oltre 10 miliardi di anni fa, ha poi
contribuito a creare le galassie stesse. Gli ammassi che possiamo os-
servare, quindi, sono alla stregua degli asteroidi per il Sistema Sola-
re: relitti fossili di antichi e violenti processi di formazione stellare.
Al telescopio sono spettacolari se si riescono a risolvere le singole
stelle.
Tutti i globulari della nostra Galassia sono osservabili con strumenti
di almeno 80 mm; alcuni, i maggiori, anche con un modesto binocolo
o ad occhio nudo, se il cielo è scuro, come delle piccole ed indistinte
nuvolette.
Gli ammassi globulari sono forse gli oggetti per i quali si fa più sen-
tire un crescente diametro del telescopio. Strumenti da 60-80 mm
mostrano solamente una piccola condensazione priva di qualsiasi
struttura stellare, molto simile ad una nebulosa. Telescopi da 100-
120 mm cominciano a mostrare una evidente granulosità negli am-
massi più vicini e luminosi. Non si riescono ad osservare ancora le
singole stelle, ma è possibile intuire la natura stellare dell’oggetto.
Strumenti a partire dai 150 mm permettono di risolvere, usando in-
grandimenti di almeno 100 volte, l’intera struttura dei principali, tra
cui M13 ed M22. Il campo dell’oculare pullula di migliaia di stelline
piccole ma distinte, che sembrano esplodere nel centro
dell’ammasso. Tutte queste stelle hanno età superiori a 10 miliardi di
anni; molte sono antiche quasi quanto l’Universo.
L’osservazione degli ammassi globulari con telescopi da 200-250
mm è forse l’attività più bella dell’intera volta celeste: non troverete
mai oggetti nei quali poter osservare migliaia di stelle in uno spazio
angolarmente esteso quanto la Luna piena vista ad occhio nudo.

259
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

Gli ammassi globulari ben supportano gli alti ingrandimenti, che


spesso si rivelano necessari per poter separare e risolvere la grande
densità stellare nei pressi delle regioni centrali. L’ingrandimento ide-
ale dovrebbe essere di almeno 100-150 volte, magari da raggiungere
con oculari dalla grande pupilla d’uscita e campo apparente, come
quelli da 15-17 mm, accoppiati, se necessario, ad una lente di barlow
da 2X.
Benché simili strutturalmente (sono tutti quasi sferici), nessun am-
masso globulare, se osservato attentamente, è uguale ad un altro. Una
bella sfida sta proprio nel capire le differenze tra i diversi oggetti,
magari aiutandosi con una matita ed il classico taccuino.
Gli ammassi globulari più belli da osservare sono:
• M13: il grande ammasso di Ercole, nell’omonima costella-
zione, passa quasi sopra la testa nelle calde notti estive. La
sua magnitudine integrata (ovvero totale) è di 5,9 ed esso co-
stituisce un ottimo test per valutare la bontà di un sito osser-
vativo. Se il vostro occhio riesce a scorgerlo, almeno in vi-
sione distolta, senza l’ausilio di alcuno strumento, allora il
cielo dal quale osservate è di buona qualità e potrà regalarvi
belle soddisfazioni. Dai cieli migliori del mondo, sfortuna-
tamente assenti in Italia, M13 è facile da vedere ad occhio
nudo anche in visione diretta.
Si mostra già brillante ed evidente nei piccoli cercatori dei
telescopi e in strumenti di modesta apertura, come rifrattori
da 60-70 mm o strumenti a specchio di 90-114 mm. Le sue
stelle più luminose sono di magnitudine 11,5 ed è necessario
almeno uno strumento da 120 mm per cominciare a svelare
la sua natura stellare. Un telescopio da 200-250 mm, utilizza-
to ad un ingrandimento di 100 volte, riempie il campo
dell’oculare di migliaia di debolissime stelline: uno degli
spettacoli più belli ed emozionanti da osservare.
• M22 è più brillante di M13, ma si trova nella costellazione
del Sagittario, quindi sempre basso sull’orizzonte. Se dispo-
nete di un cielo scuro presso l’orizzonte sud, lo potete osser-
vare e risolvere anche a partire da strumenti di 114 mm.

260
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

Le dimensioni apparenti simili a quelle della Luna ne fanno


l’obiettivo per oculari a grande campo apparente, con i quali
avrete l’impressione di volarci sopra. Con strumenti da 150
mm e ingrandimenti di 100 volte appare quasi interamente
risolto nelle singole componenti.
• M4 è un ammasso globulare meno spettacolare, ma più facile
da risolvere perché meno denso rispetto agli altri. E’ situato
nella costellazione dello scorpione, vicino alla brillante An-
tares. Facilissimo da identificare, si osserva meglio a mode-
sti ingrandimenti e con strumenti da almeno 150 mm, sebbe-
ne anche esso sia visibile con ogni strumento ottico.
Esistono molti altri ammassi globulari bellissimi da osservare, tra i
quali M92, M2, M5, M15. Sfortunatamente i più belli e brillanti si
trovano nell’emisfero sud e non possono essere visti dalle nostre lati-
tudini. Omega centauri, il quale brilla come una stella di magnitudi-
ne 4, e 47 Tucanae: sono loro le vere gemme del cielo.

M3 è un ammasso globulare nella co- M5, nel serpente, è molto denso e diffi-
stellazione dei Cani da Caccia (Canes cile da risolvere fino al centro con stru-
Venatici). In questo disegno come appa- menti inferiori ai 200 mm. In questo di-
re all’oculare di un telescopio da 200- segno, come appare ad un telescopio da
250 mm, osservando a circa 100X 250 mm.

261
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

Elenco di alcuni ammassi globulari da osservare nel cielo

L’ammasso globulare
M13 è il più bello del
cielo boreale. Visibile ad
occhio nudo da cieli scu-
ri, è molto facile da pun-
tare. Evidente con ogni
strumento, comincia a
mostrare le sue stelle a
telescopi di 120 mm, uti-
lizzati ad oltre 100 in-
grandimenti. M92 è il
“fratello gemello”, leg-
germente più piccolo. Per
risolvere gli ammassi
globulari servono stru-
menti di almeno 150 mm.

M22 è molto luminoso ed


esteso quanto il diametro
apparente della Luna pie-
na. Più brillante di M13,
è penalizzato dalla bassa
altezza sull’orizzonte. Da
luoghi di montagna, con
cieli limpidi fino
all’orizzonte, è visibile
anche ad occhio nudo.
Facile da osservare con
ogni strumento, mostra le
sue stelle, di magnitudine
11,5, a telescopi di alme-
no 120 mm. Uno stru-
mento da 200 mm lo mo-
stra splendidamente risol-
to.

262
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

M 5 è un globulare piut-
tosto denso e compatto,
nella costellazione del
serpente (testa), situato
in una regione di cielo
povera di stelle brillanti.
Benché visibile attraverso
i cercatori dei telescopi,
non è così immediato da
rintracciare. Per risolvere
la sua struttura occorrono
strumenti da 200 mm e
ingrandimenti elevati,
almeno di 150 volte.

M2 ed M15 sono globu-


lari osservabili nelle notti
autunnali, simili quanto a
luminosità, ma molto di-
versi quanto a forma e
densità. M2, nella costel-
lazione dell’Acquario, è
sferico e non molto den-
so, tanto che strumenti da
150 mm, sotto cieli dav-
vero scuri, mostrano una
buona definizione della
sua struttura. M15 è mol-
to più denso, tanto che
occorrono strumenti da
200-250 mm per risolver-
lo fino al centro.

263
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

6.4.7 Nebulose
Le nebulose sono forse gli oggetti più interessanti per l’astrofilo alle
prime armi, eppure sono estremamente avare di dettagli e difficili da
osservare con profitto.
Le nebulose sono immense distese di gas estremamente rarefatto. Per
estremamente rarefatto si intende un gas molto meno denso del più
spinto vuoto che è possibile creare qui sulla Terra. La densità tipica
delle nebulose è di circa 1000 particelle ogni centimetro cubo di spa-
zio. Pensate che l’atmosfera terrestre al livello del mare contiene
qualcosa come 1019 molecole (1 seguito da 19 zeri, un numero im-
possibile da pronunciare!).
Una nebulosa rappresenta sia lo stadio antecedente la vita di tutte le
stelle, sia l’atto finale. Tutte le stelle nascono dalle nebulose e termi-
nano la loro esistenza come nebulose, arricchendo lo spazio interstel-
lare di nuovo materiale, a sua volta utilizzato dalla generazione se-
guente di astri.
Sotto questo punto di vista, possiamo pensare alle stelle come a degli
esseri viventi: nascono, si sviluppano e alla fine della loro vita
muoiono espellendo il materiale di cui sono composte, che non andrà
però perso, ma sarà parte fondamentale per la nascita di altre stelle.
Esistono diversi tipi di nebulose. Quelle da cui nascono le stelle sono
molto estese, almeno una decina di anni luce, e a seconda delle di-
verse fasi evolutive assumono proprietà e nomi diversi.
Quando nella nebulosa non esistono ancora stelle, essa è estrema-
mente fredda (temperatura prossima a -260°C) e piuttosto densa, ri-
sultando però totalmente invisibile: si tratta delle nebulose oscure.
Quando all’interno di questa nube cominciano a formarsi le prime
stelle per compressione di parte del gas, la nebulosa viene riscaldata
dalla radiazione delle stelle e se supera una temperatura di 10000°C
emette luce propria, di una tenue colorazione rossastra. Questo tipo
di nebulose è detto ad emissione.
Quando la luce delle stelle non è sufficiente per scaldare il gas, oppu-
re quelle più calde e massicce si sono già estinte, la nebulosa diffon-
de e riflette la luce delle stelle contenute o osservate dietro la sua li-
nea di vista, e analogamente ad un banco di nebbia illuminato da un
faro, si rende visibile. Queste nebulose sono dette a riflessione.

264
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

Quando una stella esaurisce il carburante al suo interno (principal-


mente idrogeno) si avvia verso la fine della sua esistenza.
Alcune stelle, in dipendenza della loro massa, possono bruciare l’elio
ed altri elementi, attraversando diverse fasi, dette di gigante rossa o
supergigante rossa (solo per le stelle più massicce). Prima o poi, co-
munque, la vita della stella è segnata. Se la massa è inferiore alle 8
volte quella del Sole, la gigante rossa, finito di bruciare pure l’elio,
comincia ad espellere gradualmente gli strati più esterni, in un pro-
cesso che in qualche migliaio di anni darà vita ad una splendida ne-
bulosa planetaria.
Se la stella ha una massa superiore alle 8 volte quella del Sole, la sua
fine è molto violenta. Dopo aver consumato tutto il carburante nel
suo centro (fino a formare un nucleo di ferro), la stella improvvisa-
mente collassa su se stessa. L’immensa onda d’urto generata provoca
una immane esplosione, detta supernova, che distrugge gran parte
della struttura stellare e lancia nello spazio, ad una velocità di decine
di migliaia di chilometri al secondo, il materiale di cui è fatta.
Durante questa esplosione, la cui durata tipica è intorno ad un mese,
le energie sono così alte che vengono prodotti, per fusione nucleare,
tutti gli elementi più pesanti del ferro, tra cui l’oro, l’argento, il plati-
no e molti altri metalli. In effetti, tutti gli elementi presenti
nell’Universo, quindi anche sulla Terra, il cui peso atomico è supe-
riore a quello del ferro, sono stati prodotti in queste violentissime fasi
della morte di una stella massiccia. Se avete sotto mano un gioiello
d’oro, ora sapete che esso proviene dall’esplosione di qualche stella,
in chissà quale parte della Galassia, molto tempo prima della forma-
zione della Terra e del Sole (4,6 miliardi di anni fa).
L’energia liberata ogni secondo dall’esplosione di una supernova è
spaventosamente alta, superiore a quella emessa, ogni secondo,
dall’intera galassia nella quale esplode. Le supernovae infatti, sono
visibili anche a distanza di centinaia di milioni, se non miliardi, di
anni luce.
Con il passare del tempo, quando l’energia iniziale è ormai scemata,
i segni di questa esplosione si manifestano con la comparsa di una
nebulosa, detta resto di supernova, nient’altro che i pezzi di stella
scagliati dalla supernova.

265
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

Nebulose planetarie e supenovae, originandosi dalla fine di una sin-


gola stella, hanno dimensioni ridotte, nettamente inferiori rispetto al-
le grandi distese di gas dalle quali nascono e si sviluppano le stelle.
Inoltre, questi oggetti hanno una vita relativamente breve, raramente
superiore ai 100000 anni.
Tutte le nebulose brillanti (quindi eccetto quelle oscure) possono es-
sere spettacolari al telescopio, soprattutto ora che si conoscono le
proprietà ed i meccanismi ad esse associati. L’importante è dimenti-
carsi delle visioni fotografiche che potete aver visto in giro per libri e
riviste: le nebulose non vi mostreranno mai quei colori e quelle e-
stensioni.
Sono oggetti molto, molto diversi da come appaiono in ogni foto, al
contrario degli ammassi; non ci sarà strumento, per quanto grande e
potente, che ve le mostrerà come una fotografia a lunga posa.
Le nebulose più indicate e ricche di dettagli sono le piccole planeta-
rie, tra le quali possiamo citare M57, la famosa nebulosa ad anello
nella Lira e M27, nella piccola costellazione della Volpetta. Le nebu-
lose planetarie sono angolarmente piccole ed è richiesto un elevato
ingrandimento, di ameno 100 volte per poterle ammirare. Fortunata-
mente sono anche intrinsecamente molto più brillanti delle altre,
quindi più facili da osservare. Il cielo è pieno di questi piccoli oggetti
dalle forme più disparate.
Le nebulose ad emissione sono molto più estese, ricche di sfumature
ma anche estremamente più deboli.
La nebulosa ad emissione per eccellenza è sicuramente la grande ne-
bulosa di Orione (M42), nel cuore dell’omonima costellazione, facile
da identificare anche ad occhio nudo come una stella sfocata.
Se osservata da un cielo scuro, M42 è la nebulosa più bella di tutte.
Un piccolo strumento di 80-100 millimetri consente di vedere anche
le 4 stelle presenti nel suo centro, il famoso trapezio. In visione di-
stolta si ha l’impressione di vedere l’immagine di un uccello che si
libra nel cielo.
Uno strumento da 200-250 mm restituisce un’immagine da sogno.
Sebbene priva di colore, ad esclusione di una tenue tinta verde-
azzurra delle regioni centrali, la nebulosa appare effettivamente simi-
le alle fotografie. Le sfumature di gas sono evidenti, così come le di-

266
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

verse intensità e le trame che percorrono questa immensa distesa di


gas. Nessun’altra nebulosa ad emissione è così spettacolare, sebbene
ve ne siano di interessanti nel cielo, come M8, la nebulosa Laguna,
nella costellazione del Sagittario, visibile facilmente ad occhio nudo;
M20, detta Trifida, 1,4° a nord della Laguna; poi ancora M16, detta
nebulosa Aquila, e la vicina (prospetticamente) M17, la nebulosa
Omega. Ognuna di queste nebulose ha forme e sfumature particolari,
che solo l’allenamento, la visione distolta ed un cielo scuro vi per-
metteranno di ammirare in tutto il loro splendore.
Tutte le nebulose ad emissione si estendono oltre il diametro della
Luna; un’osservazione proficua si conduce quindi a bassi ingrandi-
menti (non oltre 50x) e possibilmente con oculari dal grande campo
apparente.
Le nebulose a riflessione sono in genere deboli e difficili da osserva-
re. Vale la pena citare la nebulosità, tenue, attorno all’ammasso delle
Pleiadi, visibile con strumenti da almeno 150 mm, la parte nord della
nebulosa Trifida, facile preda di ogni strumento, ed M78, nebulosa a
riflessione nella costellazione di Orione.
I resti di supernova sono molto rari: solamente M1 è alla portata di
ogni strumento, ma non regala particolari emozioni, se non a telesco-
pi maggiori di 200 mm e ad occhi esperti.
Le nebulose oscure si osservano al meglio ad occhio nudo e con un
binocolo, guardando lungo il disco galattico, specie quello estivo. La
celebre nebulosa Testa di Cavallo, forse la nebulosa oscura più fa-
mosa, si osserva solo con strumenti oltre i 250 mm.
Il cielo scuro è più che mai fondamentale e determina l’aspetto della
nebulosa e la visibilità delle parti più tenui, che sfumano delicata-
mente nel fondo cielo. Naturalmente, anche la presenza delle Luna
sopra l’orizzonte disturba e non poco, tanto che per osservare al me-
glio questi oggetti e le galassie è necessaria la totale assenza di qual-
siasi falce di Luna in cielo. Se così non è, meglio dedicarsi ad altro:
pianeti, ammassi aperti, la Luna stessa.
Gli osservatori più esigenti ed appassionati possono migliorare la vi-
sione delle nebulose ad emissione, planetarie e resti di supernova uti-
lizzando dei filtri nebulari, o un più selettivo filtro OIII, centrato
sull’emissione verde dell’ossigeno ionizzato due volte, tipica delle

267
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

distese di gas caldo. Cieli scuri, telescopi di almeno 200 mm ed un


ottimo filtro OIII sono i protagonisti ideali per uno spettacolo di
sfumature e forme che molto difficilmente si potrà dimenticare.

Aspetto di alcune nebulose all’oculare di un telescopio di circa 150-200 mm, sotto


un cielo molto scuro. A sinistra: La piccola nebulosa planetaria M57 nella costella-
zione della Lyra. A destra: la grande nube ad emissione detta Laguna (M8), nel
cuore della Via Lattea estiva .

Elenco di alcune nebulose da osservare nel cielo

La grande nebulosa di
Orione (M42) è la più
famosa del cielo boreale.
Visibile ad occhio nudo
nella spada del gigante
mitologico, nelle notti
invernali, è splendida con
ogni telescopio.
Le sue tenui sfumature,
l’accenno di colore al
centro, dove si trova
l’ammasso aperto detto
trapezio, l’estensione
maggiore della Luna pie-
na, fanno di questo ogget-
to uno dei più belli.

268
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

M57 è la nebulosa plane-


taria più famosa del cielo.
Soprannominata nebulosa
ad anello, a causa della
sua forma visibile, seppu-
re a fatica, con strumenti
di almeno 100 mm.
Come ogni nebulosa pla-
netaria, ha modeste di-
mensioni apparenti ma
elevata luminosità super-
ficiale, rendendosi visibi-
le con ogni strumento.

M27 è un’altra nebulosa


planetaria, nella debole
costellazione della Vol-
petta. Facile da osservare
anche con i binocoli, da il
meglio di se al telescopio.
La sua forma particolare
e le deboli sfumature pre-
senti sono alla portata di
telescopi da 200 mm, aiu-
tandosi, magari, con un
filtro nebulare. Ottimi per
le nebulose planetarie e
quelle ad emissione sono
i filtri OIII.

269
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

Nelle notti estive, a sud,


troviamo la costellazione
del Sagittario, sovrappo-
sta al centro della nostra
Galassia. La nebulosa
Laguna (M8) è evidente
ad occhio nudo come una
piccola nube indistinta.
1,4° a nord si trova M20,
detta nebulosa Trifida,
visibile anche con un bi-
nocolo. Sono oggetti ma-
gnifici con strumenti di
150 mm.

6.4.8 Galassie
Tutti gli oggetti visti fino ad ora appartengono alla nostra Galassia, la
Via Lattea.
Nell’Universo si pensa esistano almeno altre 500 miliardi di galassie,
contenenti centinaia di miliardi di stelle, milioni di nebulose, mi-
gliaia di ammassi stellari e, con tutta probabilità, miliardi di altri pia-
neti. L’Universo non è limitato a ciò che possiamo osservare ad oc-
chio nudo; esso è molto, molto più grande di quanto si possa pensare
e umanamente immaginare. Pensate che nonostante le 500 miliardi di
galassie, oltre il 90% dell’Universo è semplicemente vuoto (o quasi):
riuscite ad immaginare un volume così immenso da restare in gran
parte vuoto nonostante la presenza di 500 miliardi di galassie, ognu-
na formata da centinaia di miliardi di soli?
Il fascino di poter osservare altre galassie, di spingerci quasi ai con-
fini dell’Universo, rappresenta una delle più forti sensazioni che ci
può regalare l’osservazione astronomica. Purtroppo, l’osservazione
delle galassie è forse la più difficile da condurre e quella più avara di
dettagli.
Le galassie, infatti, sono oggetti estremamente deboli, spesso anche
di dimensioni ridotte, proprio a causa della loro estrema lontananza.
La grande galassia di Andromeda è quella a noi più vicina, distante
appena (si fa per dire!) 2,3-2,4 milioni di anni luce. Nelle notti scure
270
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

è facilmente visibile nell’omonima costellazione come una macchia


di luce vistosamente allungata in direzione est-ovest. Sebbene sia vi-
sibile ad occhio nudo, l’osservazione telescopica non rivela molti al-
tri dettagli, con qualsiasi strumento la si osservi.
Bella ed emozionante, soprattutto le prime volte, con binocoli e tele-
scopi con bassi ingrandimenti (20-30x), non regala altro: le stelle, le
nubi di gas e i bracci di spirale cos belli nelle fotografie, non sono
visibili con nessuno strumento. Solamente con telescopi da almeno
200 mm è possibile mettere in luce disomogeneità lungo il suo disco,
causate dall’abbondante presenza di gas freddo.
In cielo esistono molte altre galassie, tra le quali:
• M33 nel triangolo è la seconda galassia più vicina, 2,5 mi-
lioni di anni luce. Brilla di magnitudine 5,7 e si può osserva-
re ad occhio nudo da cieli molto scuri. Al telescopio si mo-
stra invece quasi trasparente, tanto che è difficile avvistare
dettagli con strumenti minori di 250 mm.
• M51: la famosa galassia Whirlpool (girandola) è una galassia
a spirale nella costellazione dei Cani da Caccia, poco sotto il
timone del Grande Carro. E’ probabilmente la galassia più
famosa perché quella che mostra maggiori dettagli al tele-
scopio. Non vi illudete però: strumenti di diametro inferiore
a 250 mm vi mostreranno due batuffoli di luce, ovvero la ga-
lassia principale e la piccola compagna con la quale è in inte-
razione. Strumenti superiori vi mostreranno, deboli, anche i
suoi bracci a spirale, a partire da ingrandimenti di 100X
• M81 è un’altra galassia a spirale, nella costellazione
dell’Orsa Maggiore. Facile da avvistare con ogni strumento,
ha notevoli dimensioni apparenti e risulta evidente con un
ingrandimento di circa 30-50 volte. Nessuna speranza di os-
servare i bellissimi bracci a spirale, se non con un telescopio
di mezzo metro di diametro ed un cielo scurissimo.
• M82 è una piccola galassia irregolare prospetticamente vici-
na ad M81. Essendo compatta e luminosa è molto facile da
osservare. Probabilmente si tratta di una delle poche galassie
che mostra dettagli in modo proporzionale all’aumentare del
diametro del telescopio. Uno strumento da 80-100 mm a bas-

271
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

si ingrandimenti la mostra evidente e allungata; non a caso è


soprannominata galassia sigaro. Un telescopio da 150 mm,
utilizzato ad almeno 100 ingrandimenti, permette di osserva-
re qualche irregolarità nel disco, solcato da ingenti nebulose
oscure. Un telescopio da 250 mm ne restituisce una bellissi-
ma visione, ricca di sfumature e dettagli.
• NGC253 è poco conosciuta ma anche essa è una delle poche
galassie che mostra dettagli. Si tratta di una spirale vista qua-
si di profilo, quindi molto allungata. Di magnitudine integra-
ta 7, è facile da vedere anche con un binocolo 20x80, mo-
strandosi come una sottile linea indefinita. Basta uno stru-
mento da 150 mm per mostrare delle irregolarità nel disco,
anche esso solcato da ingenti quantità di gas freddo, quindi
opaco. Possiamo spingerci con gli ingrandimenti oltre le 100
volte e cercare di carpire ogni dettaglio: stiamo infatti guar-
dando una galassia molto simile alla nostra, lungo il disco,
dove si trovano stelle e nebulose: sicuramente un’emozione
davvero forte. Uno strumento da 250 mm consente di avere
una visione molto dettagliata. NGC253 resta una delle mie
galassie preferite.
• L’ammasso della Vergine è una zona tra la costellazione del
leone e della Vergine ricchissima di galassie, tutte gravita-
zionalmente legate, come se fosse un immenso ammasso a-
perto. Gettandosi con il proprio strumento, meglio se di al-
meno 150 mm, con un oculare a grandissimo campo e basso
ingrandimento, possiamo osservare decine e decine di piccoli
batuffoletti bianchi, principalmente galassie ellittiche, in uno
spazio di una decina di gradi. Fermatevi un attimo a pensare
e lasciatevi trasportare dal dono più grande che ha l’essere
umano: la capacità di viaggiare con la mente. Questi piccoli
batuffoli di luce in realtà sono immensi agglomerati cosmici
contenenti centinaia di miliardi di stelle, a loro volta centi-
naia di volte più grandi della nostra Terra. In uno spazio di
cielo di qualche grado potete contare decine di galassie: ave-
te idea dell’immensità dell’Universo ed allo stesso tempo
dell’armonia e perfezione dei meccanismi che lo regolano?

272
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

Queste galassie orbitano l’una attorno all’altra a velocità di


qualche migliaio di km al secondo; ogni stella, ognuna delle
migliaia di miliardi totali, segue delle regole ben scritte, nul-
la è lasciato a caso, non importa quanto complesso e grande
sia. Terribilmente affascinante, no?
Il cielo è pieno di molte altre galassie, alcune facili da osservare, an-
che con diametri modesti, ma quasi tutte, purtroppo, avare di dettagli.
Lo spettacolo nell’osservazione delle galassie, soprattutto con piccoli
telescopi, è nell’osservare la forma e avere la consapevolezza che
quel minuscolo batuffolo di luce contiene centinaia di miliardi di
stelle, migliaia di nebulose e milioni di pianeti. E chissà, se non ce ne
sia almeno uno abitato da qualcuno che in quel momento sta guar-
dando con il telescopio verso quel batuffolo di luce chiamato Via
Lattea.

M63, nei cani da Caccia, all’oculare di NGC 4565, bellissima galassia a spirale
uno strumento da 150 mm. Le galassie, vista di taglio, nella Vergine, con un
per mostrare dettagli, richiedono tele- telescopio da 200-250 mm.
scopi di almeno 250 mm.

273
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

Elenco di alcune galassie da osservare nel cielo

La famosa galassia di
Andromeda (M31) è
l’oggetto più distante
visibile ad occhio nudo.
Evidente anche da cieli
poco scuri, si mostra
quasi priva di dettagli
con ogni strumento,
sebbene diametri mag-
giori mostrino un con-
trasto crescente. Proba-
bilmente si tratta
dell’oggetto diffuso che
meno mostra dettagli
all’osservazione, a pre-
scindere dalla potenza
dello strumento.
Nella costellazione dei
cani da caccia troviamo
molte galassie brillanti,
tra cui M51, una spirale
bellissima, i cui bracci
sono in assoluto i più
facili da osservare al
telescopio. Nonostante
ciò, per osservarli sono
necessari strumenti da
250 mm e cieli molto
scuri; questo la dice lun-
ga sul ruolo fondamen-
tale del diametro stru-
mentale nelle osserva-
zioni deep-sky.
M106, M63 ed M94
sono altre interessanti
spirali.

274
Capitolo 6: L’osservazione telescopica Primo incontro con il cielo stellato

M81-82 è una coppia di


galassie abbastanza bril-
lanti da essere identifi-
cabili con un binocolo.
M81 è una spirale e
come tutte le altre mo-
stra dettagli solo a tele-
scopi di almeno 300
mm. M82, invece, è una
galassia irregolare, sia
dal punto di vista fisico
che osservativo: è infatti
una delle poche galassie
che mostra un incre-
mento dei dettagli pro-
porzionale al diametro
dello strumento.
M108 ed M109 sono
spirali piuttosto deboli,
ma facilissime da rin-
tracciare perché pro-
spetticamente vicine
alle brillanti stelle del
grande carro. Sono visi-
bili con strumenti da
almeno 90-100 mm,
seppur a fatica. Diame-
tri doppi le mostrano
evidenti e contrastate,
sebbene prive di altri
dettagli, riservati a
strumenti oltre i 250
mm.

275
Capitolo 7: Fotografia astronomica Primo incontro con il cielo stellato

Capitolo 7: Pillole di fotografia astronomica

Il potenziale di ogni strumento, sia per quanto riguarda la rac-


colta della luce, che, in misura minore, per il potere risolutivo, è
in realtà limitato dall’elemento qualitativamente più inferiore:
l’occhio umano.
I limiti dell’occhio umano nelle osservazioni astronomiche sono
ciò che di fatto regola le prestazioni di un telescopio.
Se al posto dell’occhio inseriamo un dispositivo apposito per la
fotografia, ecco che il nostro telescopio diventa uno strumento
formidabile di indagine e studio del cielo, ad un livello di profon-
dità che può rivaleggiare con i grandi telescopi professionali.
Il problema è la difficoltà, spesso estrema, richiesta per ottenere
una buona fotografia.
In questo capitolo verranno affrontate le problematiche e le tec-
niche principali.

Molti astrofili esperti nel corso della loro vita, pur non abbandonan-
do l’osservazione visuale, che resta, per le emozioni che può dare,
impareggiabile, dirigono parte del loro tempo nell’apprendere la dif-
ficile tecnica della fotografia astronomica proprio per osservare det-
tagli, come i colori o i bracci di spirale delle galassie, che l’occhio
umano non è in grado di restituire attraverso lo stesso strumento.
La fotografia astronomica è una branca dell’astronomia amatoriale
completamente differente dall’osservazione visuale. Negli ultimi an-
ni la fotografia astronomica è essenzialmente digitale, ovvero il cielo
si riprende con dispositivi digitali.
La fotografia astronomica ha in comune con l’osservazione solamen-
te due cose: il tubo ottico (e non sempre!) ed il cielo (che peraltro
deve avere caratteristiche severe, non sempre richieste
all’osservazione). Montatura, accessori e tecnica sono completamen-

276
Capitolo 7: Fotografia astronomica Primo incontro con il cielo stellato

te diversi rispetto all’osservazione visuale, rendendo questa branca


dell’astronomia indipendente e molto diversa dall’osservazione.
Molti astrofili, soprattutto principianti, sono attirati dall’idea di poter
eseguire delle splendide fotografie con il proprio telescopio, in modo
del tutto simile a quando si fotografa un normale panorama terrestre.
Questa idea, purtroppo, è totalmente sbagliata: fare fotografie agli
oggetti del cielo è di una difficoltà estrema e la tecnica richiesta è
completamente differente rispetto ad una normale fotografia.
Possedere uno strumento per l’osservazione del cielo non significa
necessariamente riuscire, con la stessa facilità, a catturare splendide
immagini.
Il consiglio, quindi, è di fare piccoli passi: imparate prima ad osser-
vare in modo approfondito e consapevole, perché le emozioni regala-
te dalle immagini che possiamo osservare direttamente all’oculare
non sono paragonabili, neanche lontanamente, a quelle di
un’immagine vista sullo schermo di un computer.

Immagine a lunga esposizione della grande nebulosa di Orione ottenuta con un tele-
scopio da 23 centimetri. La fotografia permette di andare oltre i limiti visuali di ogni
strumento, ma richiede tempo, pazienza, esperienza e denaro.

277
Capitolo 7: Fotografia astronomica Primo incontro con il cielo stellato

7.1 Le difficoltà nella fotografia del cielo


Per capire l’equipaggiamento adatto alla fotografia astronomica,
dobbiamo capire quali sono alcune proprietà degli oggetti del cielo.
Ogni fotografia si effettua facendo passare la luce attraverso un o-
biettivo, che la focalizza sul piano focale, dove è presente un sensore
che la rileva. Un tempo questo sensore era costituito dalle pellicole
fotografiche, ora dai moderni sensori digitali.
Il sensore è sempre tenuto al buio, tranne quando si vuole scattare
una fotografia; in questi casi la macchina fotografica apre l’otturatore
(ciò che tiene al buio il sensore), lascia passare la luce necessaria per
impressionare il rilevatore, poi viene chiuso.
Il tempo di esposizione, ovvero il tempo per il quale il sensore viene
esposto alla luce, dipende dalla luminosità dell’ambiente e dalla sua
sensibilità.
Per un normale panorama diurno, è sufficiente un’esposizione alla
luce di 1/250 di secondo per far giungere sul sensore la luce adatta a
formare l’immagine.
Questo tempo di esposizione è brevissimo, minore di quello necessa-
rio per un battito di ciglia, eppure è sufficiente per formare
un’immagine correttamente esposta.
Gli oggetti del cielo sono tutti (o quasi) centinaia di migliaia di volte
meno luminosi di un normale panorama terrestre.
Se esponessimo per i tempi previsti per le normali foto, non otter-
remmo nulla, se non una foto completamente nera.
Ecco il primo ostacolo: la fotografia astronomica richiede tempi di
esposizione nettamente maggiori rispetto ai panorami terrestri.
Nella fotografia astronomica, generalmente si ha la necessità di col-
legare la macchina fotografica al telescopio. Per fare questo dobbia-
mo togliere l’oculare e, soprattutto, l’obiettivo della macchina foto-
grafica: purtroppo questo non è possibile per le normali ed economi-
che fotocamere compatte.
E’ possibile aggirare momentaneamente l’ostacolo cercando di non
collegare la macchina fotografica al telescopio. In effetti, potreste
semplicemente dirigere la vostra fotocamera munita del proprio o-

278
Capitolo 7: Fotografia astronomica Primo incontro con il cielo stellato

biettivo verso il cielo e scattare, per avere almeno le immagini di ciò


che vedrebbe l’occhio nudo.
Per fare una foto che mostri le maggiori costellazioni bisogna esporre
il sensore della macchina fotografica per almeno un minuto, ovvero
60 secondi.
Appare evidente che non è più possibile sorreggere la macchina fo-
tografica a mano, ma si dovrà poggiare su un supporto stabile, in
modo che non si muova per tutto il tempo dell’esposizione.
Bene, sperando che la fotocamera abbia controlli manuali, almeno
per l’esposizione (praticamente nessuna delle normali compatte pos-
siede questa opzione!), si imposta il tempo di 60 secondi e si scatta.
Ecco ciò che sicuramente otterrete:

Provando a fotografare il cielo con una fotocamera comune, impostando


un’esposizione di almeno un minuto, otteniamo sicuramente un’immagine di questo
tipo, nella quale le stelle delle costellazioni (in questo caso Orione) presentano un
evidente mosso. Questo risultato è normale se non si bilancia il movimento di rota-
zione della Terra, evidente già dopo pochi secondi di esposizione.

279
Capitolo 7: Fotografia astronomica Primo incontro con il cielo stellato

La foto sopra dovrebbe mostrare la costellazione di Orione, ma le


stelle sono completamente mosse. Certo, perché non abbiamo consi-
derato un punto fondamentale: la Terra ruota su se stessa e le stelle
sembrano spostarsi!
Un’esposizione di 15 secondi con un normale obiettivo mostra già
evidente il mosso dovuto alla rotazione della Terra. A meno che non
vogliate ottenere delle strisciate stellari, peraltro a volte molto sugge-
stive nei pressi del polo nord celeste, dovete fare in modo di contro-
bilanciare il moto di rotazione della Terra. L’unica soluzione è quella
di servirsi di una montatura equatoriale, compresa di motore sull’asse
di ascensione retta sulla quale collegare la fotocamera digitale.
In questo modo, dopo uno stazionamento preciso, si è in grado di fa-
re finalmente qualche immagine a grande campo un po’ più bella
della precedente:

Ponendo la fotocamera su una montatura equatoriale motorizzata, le cose migliora-


no: le stelle sono finalmente puntiformi, ma non si vedono molte più stelle rispetto
all’occhio nudo e alla lunga questo tipo di fotografia non è molto appagante. Que-
sto rappresenta il limite imposto dalle comuni fotocamere digitali compatte, le qua-
li, spesso, non consentono esposizioni superiori a 30-60 secondi, troppo brevi per
mostrare le potenzialità della fotografia.

280
Capitolo 7: Fotografia astronomica Primo incontro con il cielo stellato

Con questo equipaggiamento è possibile, in effetti, fare belle foto


delle costellazioni, ma ci si può scordare nebulose, galassie, ammassi
stellari, pianeti, la stessa Luna.
E potete anche scordarvi di vedere le costellazioni in questo modo:

Se disponiamo di una fotocamera con la quale possiamo impostare tempi di esposi-


zione a piacere, siamo in grado di raggiungere dei livelli altissimi, anche senza uti-
lizzare il telescopio. Questa immagine ritrae la costellazione del Cigno, come si può
“vedere” attraverso una camera CCD astronomica munita di un obiettivo fotografico
da 35 mm di focale, dal diametro di appena 1 centimetro, ed un filtro H-alpha da 13
nm di banda passante. Somma di 10 pose da mezz’ora ciascuna.

La fotografia sopra ritrae la costellazione del Cigno come appare


all’obiettivo di una fotocamera digitale per applicazioni astronomi-
che (CCD) ed uno speciale filtro (H-alpha), con una posa di 5 ore da
un cielo molto scuro!
Come potete vedere, per fare fotografia astronomica di oggetti debo-
li, anche delle comuni costellazioni, servono tempi di esposizione di
diverse ore, impossibili da raggiungere con le normali fotocamere
compatte.
281
Capitolo 7: Fotografia astronomica Primo incontro con il cielo stellato

7.2 Fasi e strumentazione per la realizzazione di una


fotografia astronomica
Fare una fotografia al cielo richiede un dispositivo di ripresa, del
quale parleremo meglio nel prossimo paragrafo, ed una montatura
equatoriale motorizzata. Senza questo accessorio indispensabile non
è possibile eseguire alcuno scatto, se non quello che mostra le stri-
sciate delle stelle. Se volete successivamente fotografare al telesco-
pio, è necessario che anche esso sia su una solida montatura equato-
riale motorizzata.
Come possiamo vedere, la fotografia influenza per forza di cose la
scelta della strumentazione: un telescopio dobson non sarà mai in
grado di offrire la possibilità per qualsiasi fotografia astronomica,
così come ogni supporto altazimutale.
Qualora aveste i mezzi per scattare una foto, dovete ben sapere come
fare.
Con i dispositivi digitali la fotografia non si limita allo scatto.
Se si utilizzano tempi di posa superiori ai 60 secondi, occorre ripren-
dere le cosiddette immagini di calibrazione, ovvero delle particolari
immagini che servono a correggere i difetti intrinseci ad ogni sensore
digitale, che si manifestano con le lunghe esposizioni.
Le immagini di calibrazione più importanti sono i cosiddetti dark
frame, ovvero riprese con la fotocamera completamente tappata (al
buio) della stessa durata e alla stessa temperatura di quelle scattate
sul cielo.
Quando si effettua un’esposizione lunga sul cielo (o qualsiasi altro
panorama a bassa luminosità), è possibile notare sull’immagine una
serie di puntini colorati, che nulla hanno a che fare con il panorama
ripreso. Questi puntini sono artefatti, del rumore causato dalla tempe-
ratura del sensore digitale che deve essere rimosso attraverso la sot-
trazione delle immagini di dark frame, con specifici programmi per
computer.
Quando si vuole fotografare qualsiasi oggetto (pianeta, Luna, stelle)
la tecnica da seguire è quella di acquisire un grande numero di im-
magini, tutte identiche tra di loro, che andranno poi allineate e som-
mate le une sulle altre attraverso uno specifico programma.

282
Capitolo 7: Fotografia astronomica Primo incontro con il cielo stellato

La somma di molte immagini identiche permette di ridurre il rumore


delle singole pose ed evidenziare maggiori dettagli sugli oggetti ri-
presi.
Dopo la somma bisogna generalmente passare all’elaborazione, ov-
vero all’applicazione, via software, di alcuni filtri che aumentano il
contrasto dell’immagine ed i dettagli visibili. Questi filtri non altera-
no la realtà della foto, ma permettono di estrapolare tutto il segnale
raccolto, che spesso rimane nascosto all’occhio umano senza
un’opportuna elaborazione.

7.3 Dispositivi per la fotografia astronomica


La fotografia astronomica si conduce con apparecchi molto diversi
rispetto alle fotocamere compatte che siete abituati ad utilizzare.
Sebbene vedremo come qualcosa si possa fare anche con questi mez-
zi, la fotografia astronomica seria deve essere intrapresa con disposi-
tivi particolari, a seconda di ciò che ci vuole fotografare:
1) fotografia a colori di grandi campi e costellazioni: è sufficiente
una fotocamera reflex, detta anche DSLR. Le reflex digitali sono
quelle macchine fotografiche grandi, nere, i cui obiettivi si pos-
sono smontare e dove è possibile regolare tutti i parametri di ri-
presa. Questi dispositivi hanno costi superiori ai 500 euro e de-
vono essere acquistati con consapevolezza.
2) Fotografia di Luna e pianeti brillanti al telescopio: alcune comu-
ni webcam sono la soluzione migliore. In queste situazioni, an-
che le comuni fotocamere digitali compatte possono fornire
qualche risultato interessante. Naturalmente esistono speciali
camere planetarie che consentono di ottenere i risultati migliori.
La montatura equatoriale deve essere motorizzata, esattamente
come nel punto precedente.
3) Fotografia di oggetti deboli al telescopio. In questo caso le cose
cambiano. I dispositivi adatti sono le reflex digitali o, meglio, le
camere CCD, ovvero sensori progettati appositamente per le ap-
plicazioni astronomiche, decine di volte più sensibili di ogni fo-

283
Capitolo 7: Fotografia astronomica Primo incontro con il cielo stellato

tocamera. I CCD sono piuttosto costosi: un dispositivo contenen-


te mezzo milione di pixel può costare anche 2000 euro! La spesa
è giustificata dalla passione e dai risultati: le camere CCD pro-
ducono risultati che nessuna reflex digitale è in grado di offrire,
anche e soprattutto dal punto di vista scientifico.

A sinistra, una camera planetaria adatta alle riprese in alta risoluzione. A destra,
una moderna camera CCD per le riprese a lunga esposizione di oggetti deboli. No-
tate il raccordo per il collegamento al porta oculari del telescopio.

7.3.1 La prima fotografia: tracce stellari


Prima di vedere come affrontare tutte le problematiche relative alla
fotografia al telescopio e a lunga esposizione, vi potete divertire ad
ottenere la vostra prima foto, la quale, se ben realizzata, può risultare
spettacolare e molto istruttiva.
Senza dover utilizzare una montatura equatoriale motorizzata, pren-
dete la vostra reflex digitale o qualsiasi fotocamera che consenta di
regolare a piacimento i tempi di esposizione, ponetela su un treppie-
de, utilizzate un obiettivo dalla corta focale chiuso ad almeno f7, re-
golate la messa a fuoco sull’infinito, la sensibilità a 100 ISO, puntate
la zona attorno al polo nord celeste e scattate per un tempo di almeno
mezz’ora.
La rotazione della sfera celeste risulterà evidente con una serie di ar-
chi di circonferenza di diverso colore e dimensioni, il cui centro è
posizionato non lontano dalla Polare. Se avete il senso artistico di in-
quadrare anche un paesaggio particolare nella vostra foto (ad esem-
pio un albero, la cima di una montagna….), potete realizzare
284
Capitolo 7: Fotografia astronomica Primo incontro con il cielo stellato

un’immagine davvero suggestiva, che vi permette inoltre di rendervi


conto del movimento della Terra.
Sebbene si tratti di
un’applicazione mol-
to semplice, ottenere
risultati spettacolari
non è ne facile, ne
banale. Potete ad e-
sempio variare il
tempo di esposizione
e portarlo a qualche
ora per allungare le
tracce stellari. In
questi casi è meglio Tracce stellari attorno al polo nord celeste fotografate
chiudere l’obiettivo con una normale fotocamera posta su un treppiede.
ad almeno f9-10 e
scattare con una sensibilità attorno ai 200 ISO. Naturalmente il cielo
deve essere scuro; purtroppo questo tipo di fotografie sono impossi-
bili da ottenere all’interno di una città.
Oltre alla rotazione della sfera celeste, molti altri soggetti sono adatti
per questo tipo di applicazioni, dipende solamente dalla vostra fanta-
sia. Ad esempio, si può utilizzare un obiettivo grandangolare e ri-
prendere il percorso della Luna nel cielo, dal sorgere fino al tramon-
to. Quali possono essere le migliori combinazioni ISO-tempi di espo-
sizione-apertura del diaframma in questo caso? Meglio effettuare una
singola posa o tante più brevi da mediare in fase di elaborazione?
Divertitevi a scoprirlo attraverso prove e ancora prove. Il lato estre-
mamente positivo del supporto digitale è rappresentato proprio dal
poter vedere i risultati immediatamente, invece che nei giorni succes-
sivi come per la vecchia pellicola. Se avete fatto qualche errore, o la
foto non vi convince, ve ne renderete conto subito dopo aver chiuso
l’otturatore, senza perdere tempo ne denaro.
Solamente la vostra esperienza sarà in grado di farvi migliorare e
crescere. Nessun libro può sostituire il modo in cui qualsiasi persona
apprende vivendo direttamente l’esperienza, specialmente a partire
dagli errori.

285
Capitolo 7: Fotografia astronomica Primo incontro con il cielo stellato

7.4 La fotografia a grande campo (in parallelo)


La fotografia a grande
campo con gli obiettivi fo-
tografici a corta focale, che
mostri stelle puntiformi e
non più delle strisciate, è
relativamente semplice da
realizzare. Prima di tutto vi
serve una reflex digitale
che si adatti nel modo mi-
gliore alle applicazioni a-
stronomiche, ottime sotto
questo punto di vista sono
tutte le Canon. Nella fotografia in parallelo il telescopio si usa
solamente come supporto per la macchina fo-
Compratevi, se già non lo tografica, rigorosamente reflex o camera CCD,
avete, un telecomando che munita di un obiettivo di focale compresa tra
vi consente di fare la posa 30 e 100 mm.
B (tempo infinito) senza dover toccare la fotocamera, ovvero di de-
cidere arbitrariamente la durata dell’esposizione.
Montate la macchina fotografica con il suo obiettivo sulla montatura
equatoriale del vostro telescopio, in parallelo ad esso. Naturalmente è
necessario che la montatura sia ben stazionata e possieda un motore
per l’inseguimento automatico. Quasi tutti gli strumenti commerciali
sostenuti alla montatura con degli anelli hanno una piccola vite del
tutto simile a quella di ogni treppiede, proprio su uno degli anelli di
supporto al telescopio. Visto il modo di collegare la fotocamera, que-
sto tipo di fotografia si chiama in parallelo, poiché utilizza la monta-
tura del telescopio ma non lo strumento.
Stazionate perfettamente la montatura, accendete il motore per
l’inseguimento e centrate il campo da riprendere. Effettuate la messa
a fuoco in modo manuale su infinito, impostate la sensibilità a 400-
800 ISO e…scattate! Se la vostra reflex vi permette di vedere in di-
retta l’immagine sul suo schermo (modalità live view), la messa a
fuoco risulterà molto più semplice perché potrete ingrandire
l’immagine su una stella luminosa. Se invece siete costretti a mettere

286
Capitolo 7: Fotografia astronomica Primo incontro con il cielo stellato

a fuoco traguardando il mirino, fate delle prove preliminari scattando


immagini a corta esposizione ad una stella brillante per vedere quale
è la migliore posizione del fuoco, molto difficile da raggiungere in
questi casi (e non è detto che esso corrisponda necessariamente alla
posizione di infinito sulla ghiera dell’obiettivo!). In effetti la messa a
fuoco precisa, soprattutto con obiettivi progettati per applicazioni ter-
restri, è piuttosto critica; dedicate tempo a questa fase, visto che
un’immagine sfocata è impossibile da correggere in fase di elabora-
zione ed ha inevitabilmente una profondità nettamente minore rispet-
to alla stessa imma-
gine con le stelle ben
a fuoco.
Raggiunto il fuoco
perfetto, non dovete
fare altro che scatta-
re almeno una decina
di immagini e maga-
ri, alla fine della ses-
sione, acquisire i
dark frame (almeno
5, anche essi devono
essere sommati, me-
glio, mediati, prima
di venire sottratti alle
singole pose), singo-
le pose al buio com-
pleto della stessa du-
rata di una singola
posa fatta sul cielo La costellazione di Orione, ripresa con la tecnica della
fotografia in parallelo, utilizzando un obiettivo da 70
(tra quale pagina ve- mm ed una reflex digitale alla quale è stato tolto il fil-
dremo più in detta- tro blocca infrarossi. Posa complessiva di un’ora
glio la parte riguar- (somma di 6 pose da 10 minuti).
dante la calibrazione delle immagini). E’ molto importante che tutte
le immagini vengano acquisite rigorosamente in formato grezzo
(RAW), non in jpg, formato compresso ed elaborato automaticamente

287
Capitolo 7: Fotografia astronomica Primo incontro con il cielo stellato

dal software della camera. Tutte le reflex digitali consentono di ac-


quisire immagini in formato grezzo, non elaborato ne compresso.
Qualsiasi sia il campo inquadrato, le singole esposizioni non dovreb-
bero essere più brevi di 5 minuti, mentre un buon tempo di esposi-
zione totale è superiore alla mezz’ora. Non abbiate fretta di fotogra-
fare più costellazioni o campi stellari nella stessa nottata. Una buona
foto richiede molto tempo; meglio farne una-due in una notte, ma di
elevata qualità, piuttosto che farne 10 di qualità mediocre.
Una sessione tipica di fotografia in parallelo, una volta scelto il cam-
po inquadrato, può essere formata da 10 riprese di 5 minuti di espo-
sizione ciascuna. Il tempo totale di esposizione, pari a 50 minuti, è
sufficiente per restituire campi piuttosto ricchi di stelle.
Una volta terminata l’acquisizione, potete decidere se cambiare cam-
po inquadrato e ricominciare con la serie di esposizioni, oppure ter-
minare la vostra serata con i frame di calibrazione.
Al termine della sessione di fotografia, scaricate le immagini dal
computer e attraverso un software adatto (Deep Sky Stacker, Maxim
Dl, Iris) mediate i dark frame per formare una nuova immagine di
dark frame, la quale deve essere sottratta alle singole pose di luce.
Successivamente potete allineare e sommare, o mediare, le pose cali-
brate ed ottenere l’immagine finale grezza, che deve essere aggiusta-
ta, almeno per quanto riguarda luminosità e contrasto.
Le moderne reflex digitali, in realtà, possiedono sul sensore un filtro
che blocca la componente rossa ed infrarossa, alla quale tutti i senso-
ri digitali sono naturalmente sensibili.
Se volete dedicarvi alla fotografia degli oggetti deboli con questi di-
spositivi, dovreste considerare la sostituzione del filtro taglia infra-
rossi con uno trasparente a queste lunghezze d’onda. In questo modo
la fotocamera guadagna sensibilità, soprattutto nella zona rossa dello
spettro elettromagnetico, ma attenzione, perché l’eventuale garanzia
decade ed ottenere foto diurne correttamente bilanciate non è più così
semplice!

288
Capitolo 7: Fotografia astronomica Primo incontro con il cielo stellato

7.5 La fotografia in afocale


Questo metodo permette di sfruttare le comuni fotocamere digitali
compatte e addirittura le fotocamere dei telefoni cellulari, per cattu-
rare qualche immagine della Luna, del Sole (con un filtro) e di qual-
che pianeta brillante (Giove e Venere). Quello che vi serve è sola-
mente un telescopio su una montatura equatoriale motorizzata (senza
autoguida, senza puntamento automatico, senza precisione o robu-
stezza eccessiva) ed una comune fotocamera.
La fotografia in afocale è
semplicissima: si punta un
soggetto luminoso, meglio
la Luna, si inserisce un
oculare dalla grande pupilla
d’uscita, (20-30 mm di fo-
cale), si mette a fuoco, si
appoggia l’obiettivo della
fotocamera esattamente
come se fosse il nostro oc-
chio e si scatta l’immagine!
Le normali fotocamere
compatte sono gli strumenti Il metodo afocale si può applicare con ogni
fotocamera, anche quella dei telefoni cellulari.
ideali per mettere in pratica Basta avvicinare l’obiettivo all’oculare del te-
il metodo afocale. lescopio e scattare.
Il soggetto preferito è senza dubbio la Luna.
Fate in modo che la Luna occupi almeno l’80% del campo; in questo
modo si ha la massima probabilità di una corretta messa a fuoco ed
esposizione.
L’esposizione corretta è senza dubbio il punto più critico.
Se la vostra fotocamera non permette regolazioni manuali, dovete fa-
re in modo che il campo sia coperto il più possibile, poiché esse ap-
plicano un’esposizione media tra le zone luminose e scure; se queste
ultime sono in abbondanza (ad esempio il cielo scuro) l’immagine vi
verrà quasi sicuramente sovraesposta.
Alcune fotocamere permettono la lettura dell’esposimetro in modali-
tà spot, cioè calcolata solamente in un punto (di solito quello centra-

289
Capitolo 7: Fotografia astronomica Primo incontro con il cielo stellato

le): impostando questa modalità e centrando il dettaglio lunare (o so-


lare) desiderato, avrete un’esposizione ottimale. Se volete operare in
modalità manuale, o per effettuare qualche controllo, tenete presente
che la Luna ha all’incirca la stessa luminosità di una normale scena
diurna terrestre, quindi non usate mai tempi di esposizione lunghi, a
meno di non lavorare con un ingrandimento eccessivamente alto.
La messa a fuoco non è mai
critica, a patto che
l’immagine restituita
dall’oculare sia già a fuoco;
questo si ottiene guardando
direttamente all’oculare,
mettendo a fuoco, e poi,
senza toccare nulla, si ap-
poggia l’obiettivo della fo-
tocamera sulla lente ester-
na, esattamente al posto del
vostro occhio. Se disponete
di un raccordo in grado di
collegare saldamente la fo- La Luna ripresa con la fotocamera di un tele-
tocamera all’oculare, impo- fono cellulare in proiezione di un oculare da
25 mm.
state la sensibilità al mini-
mo (tipicamente 50-100 ISO), per ridurre il rumore dell’immagine,
ed effettuate almeno una decina di scatti che andrete a sommare con i
classici programmi di elaborazione (Registax, Iris…).
Se non disponete di un
supporto, cercate una posi-
zione più stabile possibile;
in generale essa si trova
appoggiando l’obiettivo
della fotocamera
all’oculare, magari utiliz- Venere ripreso con la fotocamera di un telefo-
zando un diagonale a spec- no cellulare in proiezione di un oculare da 10
chio per raggiungere una mm.
posizione più verticale pos-
sibile (o un sistema analogo a quello dell’immagine della pagina pre-

290
Capitolo 7: Fotografia astronomica Primo incontro con il cielo stellato

cedente, nel quale la fotocamera non tocca l’oculare ed evita vibra-


zioni). Cercate il giusto compromesso tra sensibilità (che comunque
non deve essere oltre i 400 ISO), ingrandimento e tempo di esposi-
zione.
Non usate tempi più lenti di 1/30 di secondo, altrimenti è molto pro-
babile che la foto vi verrà mossa.
Seguendo questi semplici accorgimenti è possibile ottenere dei risul-
tati discreti, sicuramente impensabili fino a qualche anno fa.
Naturalmente la fotografia in afocale rappresenta un divertimento ed
una buona occasione per avvicinarsi gradualmente alla fotografia a-
stronomica attraverso il proprio telescopio, ma non è in grado di re-
galare grosse soddisfazioni al di là di qualche scatto panoramico e
suggestivo sulla Luna e sul Sole (con un filtro solare!). Per tutti gli
altri oggetti del cielo occorre cambiare tecnica e strumentazione, ed è
qui che le cose cominciano a complicarsi un po’.

La superficie lunare ripresa con il metodo afocale attraverso una fotocamera compat-
ta e la proiezione di un oculare da 17 mm.

291
Capitolo 7: Fotografia astronomica Primo incontro con il cielo stellato

7.6 La fotografia di Luna e pianeti brillanti


Se volete utilizzare il vo-
stro telescopio, questo è il
tipo di fotografia più facile
da affrontare.
Il dispositivo di ripresa at-
tualmente migliore è una
semplice webcam per com-
puter.
Prendete una webcam con
buone caratteristiche, come
la Philips SPC900 o le glo-
riose (e ormai introvabili, La fotografia di Luna e pianeti brillanti si ef-
se non nell’usato) Toucam fettua con alcune webcam o camere planetarie
in grado di riprendere tante immagini al se-
Pro e Vesta. In generale, condo, registrando dei video.
tutte le webcam sono adatte
alla ripresa della Luna, ma per riprendere adeguatamente anche i
pianeti è meglio che siano soddisfatti alcuni punti:
• La webcam deve avere un sensore di tipo CCD, non un
CMOS.
• L’obiettivo origi-
nale deve essere
smontabile perché
non ci serve per le
riprese al telesco-
pio.
• La sensibilità alla
luce deve essere di
almeno ad 1 lux.
• Non importa affat-
to il numero di Saturno, il 23 marzo 2005, ripreso con la tec-
pixel, tanto i piane- nica webcam ed un telescopio da 235 mm
ti sono oggetti pic-
coli, anzi, è inutile avere un sensore con molti pixel.
Se non riuscite a trovare una webcam adatta, o la vostra passione per
i pianeti è già consolidata, potete prendere in considerazione

292
Capitolo 7: Fotografia astronomica Primo incontro con il cielo stellato

l’acquisto di camere specifiche per questi scopi. Le cosiddette came-


re planetarie non sono altro che delle videocamere ad alta sensibilità
e con la possibilità di raccogliere molte immagini al secondo (fps,
frame per second), prive dell’obiettivo e con un supporto che con-
sente di inserirle nel porta oculari del telescopio, esattamente al posto
dell’oculare dedicato all’osservazione visuale. Alcune camere plane-
tarie ottime ed economiche sono quelle prodotte dall’azienda The
Imaging Source o dalla canadese Point Grey.
La ripresa attraverso questi dispositivi richiede la presenza costante
di un computer al quale devono essere collegate, quindi un portatile,
da tenere vicino al telescopio durante le riprese.
La montatura del telescopio deve naturalmente essere di tipo equato-
riale e motorizzata almeno sull’asse di Ascensione Retta, ma non de-
ve avere una stabilità eccezionale, visto che la tecnica prevede
l’acquisizione in rapida successione di immagini a breve esposizione.
L’importante è che il soggetto inquadrato resti nel campo di ripresa,
sebbene non necessariamente nella stessa posizione.
La tecnica di ripresa è semplice e può essere riassunta nei seguenti
punti:
• La videocamera va privata dell’obiettivo e collegata al tele-
scopio senza alcun oculare.
• L’ingrandimento che si raggiunge, o meglio, la scala
dell’immagine, dipende dalla focale del telescopio e dalle
dimensioni dei pixel della videocamera. Generalmente, per
riprendere un pianeta ad alta risoluzione serve un rapporto
focale compreso tra f20 ed f40, ottimo f30. Visto che nessun
telescopio nasce con questo rapporto focale, si è soliti inseri-
re delle lenti di barlow nel porta oculari, prima della video-
camera, che aumentano la focale di almeno 2 volte o più. Al-
cune lenti di barlow consentono di variare il fattore di molti-
plicazione della focale semplicemente allontanando il senso-
re. Maggiore è la distanza del sensore dalla lente, maggiore è
l’ingrandimento. Una tecnica complementare per aumentare
la focale prevede l’inserimento di un oculare al posto della
lente di barlow e di operare in proiezione di oculare. A se-
conda della focale dell’oculare e della distanza del sensore,

293
Capitolo 7: Fotografia astronomica Primo incontro con il cielo stellato

si ottiene un ingrandimento variabile. Per le prime riprese,


che verranno fatte sulla Luna, consiglio di operare al fuoco
diretto, ovvero senza inserire alcun elemento ottico per au-
mentare la focale. Fatta la giusta esperienza, ci si preoccupe-
rà poi di come aumentare la focale, quindi l’ingrandimento
dell’immagine. In ogni caso non è mai conveniente andare
oltre f40: l’ingrandimento risultante sarebbe eccessivo, pro-
prio come un ingrandimento superiore a 2,5 volte il diametro
dell’obiettivo lo è per l’osservazione visuale.
• Si riprendono filmati della durata di qualche minuto, racco-
gliendo almeno un migliaio di singoli fotogrammi, detti an-
che frame.
• Attraverso dei programmi appositi, i frame del filmato ven-
gono analizzati. I migliori, quelli non rovinati dalla sempre
presente turbolenza atmosferica (seeing) vengono seleziona-
ti, allineati e sommati per formare l’immagine finale, che di
conseguenza sarà composta dalla somma, o media, di centi-
naia di singole immagini di ottima qualità. Questa immagine
è detta grezza, o RAW, e contiene molto più segnale e detta-
glio delle singole esposizioni.
• L’immagine RAW deve essere elaborata, perché il segnale è
generalmente nascosto alla vista. Attraverso filtri di contra-
sto specifici, di solito maschere sfocate o wavelet, si procede
all’estrapolazione dei dettagli contenuti. Sta alla sensibilità
dell’elaboratore ottenere un’immagine correttamente elabo-
rata, dall’aspetto naturale ma contenente tutti i dettagli che
sono stati catturati in fase di ripresa. L’elaborazione non alte-
ra la natura dell’immagine, ma fa risaltare solamente il se-
gnale che è già stato ripreso. Nessuna elaborazione, quindi,
può far miracoli: la qualità è determinata nella fase di ripre-
sa. Una corretta elaborazione consente semplicemente di e-
strapolare tutto il segnale e le potenzialità dell’immagine
grezza.

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Capitolo 7: Fotografia astronomica Primo incontro con il cielo stellato

7.6.1 Tecnica per riprendere Luna e pianeti


La ripresa dei pianeti può essere condotta anche da cieli inquinati da
luci artificiali, visto che ci serve sfruttare solamente il potere risolu-
tivo dello strumento. Sfortunatamente, la ripresa planetaria, come
d’altra parte l’osservazione, soffre il problema della turbolenza at-
mosferica e deve quindi essere condotta quelle relativamente rare
volte in cui la nostra atmosfera è calma.
Il telescopio deve essere perfettamente collimato ed acclimatato.
Quest’ultimo punto è fondamentale. Se le lenti o gli specchi non
hanno la stessa temperatura dell’ambiente, si creano moti turbolenti
locali che rendono le immagini prive di dettagli e contrasti, a pre-
scindere dalla turbolenza atmosferica. La turbolenza locale è genera-
ta anche dalla presenza di tetti riscaldati di case, di grossi centri ur-
bani, soprattutto se si osservano oggetti bassi sull’orizzonte, e dalla
presenza di ostacoli naturali che alterano la circolazione dei venti.
Sebbene quindi la presenza delle luci di una città non è assolutamen-
te dannosa, di fatto le condizioni ambientali presenti all’interno dei
grandi centri urbani sono spesso incompatibili con il raggiungimento
dell’alta risoluzione necessaria per la ripresa dei pianeti.
Le migliori condizioni atmosferiche si presentano d’estate e
d’inverno, stagioni più stabili dal punto di vista meteorologico.
Le condizioni ambientali adatte si hanno in assenza di vento, all’alba
o poco dopo il tramonto, o in generale ogni volta che la temperatura
è stabile e non si creano moti convettivi tra il terreno più caldo e
l’atmosfera più fredda. La stabilità a livello locale è quasi sempre te-
stimoniata dalla presenza di una leggera foschia. In queste condizio-
ni, se le condizioni dei livelli più alti dell’atmosfera sono buone, si
hanno le serate migliori per le riprese in alta risoluzione.
Il territorio italiano non è molto fortunato sotto questo punto di vista,
percorso da catene montuose che alterano lo scorrere dei venti, gene-
rando quindi moti turbolenti per tutto il territorio che viene a trovarsi
sotto vento. Le zone pianeggianti sono le migliori. Da questo punto
di vista, l’inquinata pianura Padana è sicuramente il luogo che per
più giorni l’anno gode della necessaria stabilità atmosferica, locale e
ad alta quota.

295
Capitolo 7: Fotografia astronomica Primo incontro con il cielo stellato

A prescindere dalla ricerca di quei rari giorni di stabilità atmosferica,


per le prime prove e per la necessaria esperienza potete riprendere
ogni volta che ne avete la possibilità. Naturalmente le condizioni
strumentali, ovvero collimazione ed acclimatamento, devono essere
sempre rispettate.
Una delle difficoltà maggiori che si incontrano le prime volte è pun-
tare l’oggetto da riprendere e mettere a fuoco.
Il primo soggetto da riprendere dovrebbe essere la Luna. Puntatela
con un oculare, affinate l’allineamento del cercatore, che dovrebbe
essere perfetto, andate sul dettaglio che volete riprendere (sempre vi-
cino al terminatore) e centratelo con un ingrandimento attorno alle
200 volte. Togliete l’oculare, inserite la camera planetaria o la we-
bcam, senza altri elementi ottici e regolate luminosità e messa a fuo-
co. La posizione di fuoco sarà generalmente molto diversa rispetto
all’osservazione visuale, quindi non vi fate problemi nel muovere il
focheggiatore in modo sensibile.
Una volta che l’immagine è a fuoco, potete centrala meglio ed even-
tualmente aumentare la focale inserendo prima della webcam una
lente di barlow o un oculare. Il consiglio è di inserire una lente di
barlow, naturalmente di ottima qualità, che non vi porrà problemi su
come collegarla alla camera planetaria, visto che essa stessa ha
l’alloggiamento per gli oculari, quindi per il supporto della camera
planetaria, al contrario dell’oculare che richiede un tubo di collega-
mento apposito.
Una volta scelta l’inquadratura e regolata la messa a fuoco, dovete
impostare in modi più accurato alcuni parametri della camera di ri-
presa, tra i quali tempo di esposizione e guadagno.
Per fare questo dovete tenere d’occhio costantemente la luminosità
dell’immagine, attraverso quello che si chiama istogramma. Se usate
programmi di acquisizione concepiti per le riprese astronomiche, tra i
quali vale la pena citare K3CCD tools per tutte le webcam, oppure
ICcapture per le camere della Imaging Source, Firecapture per le
camere della Poing Grey, o Lucam Recorder per le camere prodotte
dall’azienda Lumenera, avete una funzione che vi restituisce la lumi-
nosità dell’immagine in tempo reale.

296
Capitolo 7: Fotografia astronomica Primo incontro con il cielo stellato

La luminosità massima dell’oggetto che state riprendendo deve esse-


re compresa tra il 70 e l’85% di quella massima consentita. Se utiliz-
zate webcam o camere planetarie ad 8 bit, questo significa avere li-
velli di luminosità di circa 200-220 ADU (ADU = Analog to Digital
Unit, unità di misura della luminosità di un’immagine digitale) su un
totale di 255 ADU; se usate camere con una dinamica a 12 bit, come
quelle prodotte da Point Grey e Lumenera, allora questo significa
avere luminosità massime pari a circa 3000 ADU, su un totale di
4096 ADU. E’ importantissimo non arrivare al valore limite, perché
si raggiungerebbe la cosiddetta saturazione, ovvero la perdita totale
dei dettagli. E’ altrettanto importante non scendere verso valori bassi,
a causa del degrado dell’immagine prodotto dal poco segnale.
Per raggiungere i giusti valori di luminosità si agisce quasi esclusi-
vamente sul tempo di esposizione e sul guadagno. Il tempo di esposi-
zione determina anche un limite superiore al framerate di acquisizio-
ne e incide sulla qualità delle singole immagini a causa della turbo-
lenza atmosferica, maggiore quanto più lungo è il tempo di esposi-
zione. Tempi di esposizione tipici sono intorno ad 1/30-1/60 di se-
condo. Tempi più lunghi producono immagini dalla qualità più sca-
dente e costringono a riprendere pochi frame per secondo. Ad esem-
pio, se esponiamo i singoli frame ad 1/15 di secondo, sarà impossibi-
le riprendere con una frequenza maggiore di 15 immagini al secon-
do! Inoltre, l’immagine singola, pur essendo più pulita, sarà mag-
giormente rovinata dalla turbolenza, il cui effetto è doppio rispetto ad
un’immagine ottenuta con un tempo di 1/30 di secondo.
Per ottenere un tempo di almeno 1/30 di secondo si agisce sull’altra
quantità, detta guadagno, che opera sull’amplificatore della camera,
amplificando il segnale. Un guadagno alto produce quindi l’effetto di
un’immagine più brillante, ma con la comparsa di rumore crescente,
proprio perché viene amplificato tutto, sia il segnale che il rumore.
Per questo motivo sarebbe bene non operare con guadagni troppo al-
ti, a causa della perdita di qualità delle immagini. Trovare il giusto
compromesso tra tempo di esposizione e guadagno, in modo da avere
immagini con la giusta luminosità, poco rovinate dalla turbolenza e
con il minor rumore possibile, rappresenta una delle difficoltà princi-
pali nella ripresa dei corpi del Sistema Solare.

297
Capitolo 7: Fotografia astronomica Primo incontro con il cielo stellato

Il raggiungimento del miglior compromesso determina la differenza


tra un’immagine buona ed una eccellente. Solo l’esperienza potrà
consigliarvi la ricetta migliore.
Una volta scelti i giusti parametri di ripresa, si controlla di nuovo la
messa a fuoco, che deve essere precisissima, e si passa
all’acquisizione di un filmato di circa un paio di minuti. Coloro che
utilizzano webcam non potranno acquisire a velocità maggiori di 10
frame al secondo, perché le singole immagini si degradano aumen-
tando la velocità. Andare ad una velocità di 10 fps non significa usa-
re un tempo di esposizione analogo. Esso non può essere più lungo,
ma può essere più breve, anzi, per i discorsi fatti in merito alla turbo-
lenza, è meglio usare un tempo di esposizione intorno ad 1/30 di se-
condo, anche se si riprende a frame rate più bassi.
I possessori di camere planetarie,
invece, non devono preoccuparsi
di ciò e possono regolare il fra-
merate maggiore possibile com-
patibilmente con la scelta del
tempo di esposizione.
L’importanza del raccogliere il
maggior numero di immagini al
secondo deriva dal fatto che tutti i
pianeti, compresa la Luna, ruota-
no su se stessi; se si riprende un
filmato per troppo tempo otterre- Le nubi di Venere riprese con un tele-
mo dei dettagli mossi. Le condi- scopio da 23 centimetri alle lunghezze
zioni di alta risoluzione alle quali d’onda del vicino infrarosso, laddove
l’occhio umano non mostra alcuna
ogni astroimager planetario am- sensibilità.
bisce, fanno si che le finestre tem-
porali siano davvero esigue in certi casi. Mercurio e Venere possono
essere ripresi anche per 15 minuti, Marte, quando vicino alla Terra,
per circa 6-7 minuti. Giove invece ruota così velocemente su se stes-
so, che il tempo massimo per l’acquisizione di un filmato è di circa
120 secondi. Un po’ meglio per Saturno, attorno ai 4-5 minuti. Ri-
prendere un filmato oltre questi tempi significa avere un’immagine

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Capitolo 7: Fotografia astronomica Primo incontro con il cielo stellato

finale in cui si nota la rotazione planetaria, con uno spiacevole effetto


di strisciata e la perdita di dettagli fini.
Visto che per ottenere ottime immagini RAW da elaborare servono
almeno 500 ottimi frame, e che, a causa della turbolenza atmosferica,
in ogni video le immagini utilizzabili spesso sono attorno al 40-50%,
ne consegue che si devono raccogliere filmati da almeno 1500 frame.
Per i pianeti che ruotano velocemente, come Giove, è necessario
quindi avere un buon frame rate per raggiungere l’obiettivo.
Il valore di 1500 immagini è poi relativo e rappresenta un limite infe-
riore. La regola infatti è la seguente: più frame raccolgo, migliore sa-
rà la qualità dell’immagine finale. Personalmente ho imparato a
sfruttare sempre al massimo le finestre temporali. Se su Venere, ad
esempio, si hanno a disposizione 15 minuti, sfrutto tutto questo tem-
po, magari riprendendo diversi filmati della durata di 5 minuti cia-
scuno, che poi elaboro insieme, per ottenere un’immagine finale
formata anche da oltre 10000 frame. Non c’è alcun motivo per rac-
cogliere meno immagini di quelle imposte dai tempi di rotazione.
La fase di selezione delle migliori immagini, allineamento e somma,
è gestita da programmi diversi rispetto a quelli usati per
l’acquisizione. Attualmente il miglior programma per il cosiddetto
stacking è Registax, liberamente scaricabile da internet. Un altro
programma, che personalmente trovo utile nella fase di elaborazione
(processing) è Iris, anche esso gratuito. Questi due software sono in-
dispensabili per l’astroimager planetario.
La fase di elaborazione è importantissima, perché, se opportunamen-
te applicata, consente di estrapolare tutto il segnale catturato durante
l’acquisizione dei video. L’elaborazione non altera in alcun modo
l’informazione ripresa, non si tratta quindi (o non dovrebbe trattarsi!)
di un lavoro di fotoritocco, ma di un’operazione alla cui base c’è
l’oggettività e alcuni principi scientifici.
In effetti, sebbene l’astronomia amatoriale sia una passione, un
hobby da coltivare, si tratta pur sempre di scienza. Quando osservate
un fenomeno, o meglio, quando riprendete un certo dettaglio, esso
deve essere confermato da altre osservazioni o immagini.
Nella fotografia digitale vale un principio simile: i risultati di
un’immagine devono essere compatibili con lo strumento utilizzato e

299
Capitolo 7: Fotografia astronomica Primo incontro con il cielo stellato

con la turbolenza atmosferica, e soprattutto devono poter essere otte-


nuti da tutti. In astronomia, ma in tutte le discipline scientifiche, la
bravura dello scienziato non sta nell’ottenere risultati unici, ma
nell’arrivare a quel risultato prima degli altri. Se qualcosa resta unico
e non riproducibile, perde semplicemente di ogni significato.
Se l’immagine ripresa è di ottima qualità, l’elaborazione è molto
semplice; basta applicare le cosiddette maschere di contrasto o filtri
wavelet, con i soliti programmi (Iris, Registax) e vedere emergere
tutti i minuti dettagli ripresi. Se l’immagine di partenza non è buona,
nessuna elaborazione può far emergere dettagli che non sono sempli-
cemente stati ripresi.

A sinistra, immagine grezza di Marte ottenuta sommando i migliori 1700 frame di


un filmato. A destra, una corretta elaborazione a base di filtri wavelet.
L’elaborazione estrapola solamente il segnale raccolto in fase di ripresa.

I risultati ottenibili con un’adeguata tecnica sono a dir poco strabi-


lianti, paragonabili a quelli raggiungibili con i più grandi strumenti al
mondo, visto che oltre un certo limite la turbolenza atmosferica livel-
la le prestazioni. Strumenti dal diametro di almeno 200 mm sono per-
fetti per queste applicazioni, restituendo risultati estremamente utili
anche per seri studi di carattere scientifico.

Nella pagina seguente: Marte e Giove ripresi con un telescopio da 23 centimetri


con la tecnica della cattura di video da parte di webcam o videocamere specializzate.
I risultati sono davvero spettacolari quanto a numero di dettagli, contrasto e risolu-
zione.

300
Capitolo 7: Fotografia astronomica Primo incontro con il cielo stellato

301
Capitolo 7: Fotografia astronomica Primo incontro con il cielo stellato

7.7 La fotografia del cielo profondo attraverso il tele-


scopio (fuoco diretto)
Questo è il tipo di fotografia più impegnativo, perché gli oggetti da
fotografare, contrariamente ai pianeti, sono estremamente deboli e
richiedono pose singole eccedenti spesso i 5-10 minuti.
La fotografia degli oggetti del cielo profondo si effettua al fuoco di-
retto, ovvero inserendo al posto dell’oculare del telescopio un senso-
re digitale, molto più sensibile delle webcam appena viste, sfruttando
la focale originaria del telescopio. In pratica, si utilizza il proprio te-
lescopio come se fosse un grande teleobiettivo fotografico.
Questo tipo di fotografia è
detta anche al fuoco diretto,
primario, o primo fuoco.
Il problema principale, che
poi è la grande differenza
con l’imaging dei pianeti, è
dato dalle lunghe esposi-
zioni necessarie. Se per i
pianeti possiamo riprendere
anche con tempi di esposi-
zione di 1/50 di secondo,
per fotografare galassie,
ammassi e nebulose sono
necessarie pose singole di
almeno 10 minuti, spesso Un tipico setup per la fotografia deep-sky a
anche di mezz’ora. lunga posa: montatura equatoriale robusta, in-
In questo lasso di tempo il terfacciabile al computer, camera CCD sul te-
telescopio non deve vibrare lescopio più grande per la ripresa, camera
CCD di minore qualità sul telescopio seconda-
ed i motori della montatura rio, per il controllo automatico della guida
equatoriale devono avere la
necessaria precisione affinché il soggetto resti esattamente nella stes-
sa posizione per tutta la durata della posa.

302
Capitolo 7: Fotografia astronomica Primo incontro con il cielo stellato

Il corretto inseguimento è proprio il problema principale della foto-


grafia deep-sky.
Anche se riuscissimo ad effettuare uno stazionamento perfetto, non
otterremmo mai stelle pun-
tiformi con pose superiori
ad un paio di minuti. Il mo-
tivo è da ricercare nella
precisione meccanica con
la quale è stata costruita la
montatura equatoriale, in
particolare nella precisione
di lavorazione delle com-
ponenti che trasmettono il
M51, detta Whirlpool (vortice) la spirale più
moto del motore dell’asse bella di tutto il cielo Telescopio Newton da
di ascensione retta. Anche 250 mm f4.8. Posa complessiva di 2,5 ore.
le montature più precise e
costose hanno un errore residuo, detto errore periodico, piccolo, ma
distruttivo per la fotografia a lunga esposizione.
L’errore periodico è l’errore che la montatura compie nell’inseguire
ogni oggetto celeste; esso è periodico perché dipende dagli ingranag-
gi del motore e dell’asse di ascensione retta, e si ripete, quindi, dopo
5-10 minuti.
Una montatura commerciale di qualità media ha un errore periodico
di circa 15 secondi d’arco, ovvero la stella si sposta di 15 secondi
d’arco oltre e 15 secondi d’arco sotto la posizione media, detta di e-
quilibrio, in un tempo tipico di 8 minuti.
Quando facciamo una fotografia al telescopio, basta uno spostamento
di soli 2 secondi d’arco per mostrare le stelle come dei sottili seg-
menti; figuriamoci cosa succederebbe se lo spostamento fosse di 15
secondi d’arco!
Per ottenere immagini puntiformi bisogna controllare il movimento
dei motori e correggere l’errore periodico prima che si renda visibile
nella fotografia. Questo sistema è detto guida. La guida può essere
fatta manualmente o automaticamente, in questo caso si parla di au-
toguida.

303
Capitolo 7: Fotografia astronomica Primo incontro con il cielo stellato

L’autoguida prevede un secondo sensore digitale, collegato ad un al-


tro telescopio posto in parallelo al principale, oppure all’interno del
sensore di ripresa stesso, con il compito unico di correggere automa-
ticamente l’errore periodico della montatura, attraverso
un’interfaccia ai motori del telescopio e ad un computer.
I sistemi di autoguida richiedono, quindi, la presenza di una montatu-
ra equatoriale interfacciabile al computer, il computer (tranne casi
particolari) ed una seconda camera di ripresa (anche una webcam va
bene). L’alternativa è costituita da una camera di ripresa con doppio
sensore, uno dedicato all’imaging, l’altro al controllo
dell’inseguimento, come quelle prodotte dall’azienda americana
SBIG. La montatura dello strumento deve essere precisa e molto so-
lida, affinché non venga spostata da piccole vibrazioni o da una leg-
gera brezza.
Un setup base per questo tipo di fotografia, senza considerare il tubo
ottico, costa circa 2000 euro, lo stesso prezzo di un telescopio dob-
son da 400 mm!
Appare quindi evidente che l’acquisto di una montatura solida, con
motorizzazione, interfaccia al computer, camera di ripresa e di guida,
è giustificato solamente se volete dedicarvi seriamente alla ripresa
fotografica degli oggetti del cielo profondo.

7.7.1 Camere di ripresa


Come per l’imaging in alta
risoluzione, anche nella
fotografia del cielo pro-
fondo al fuoco diretto,
possiamo adattare camere
progettate per altri usi, o
acquistare sensori adibiti Confronto tra una tipica camera CCD astrono-
alle riprese astronomiche. mica (a sinistra) e una reflex digitale (a destra).
Al primo caso rispondono Sebbene quest’ultime possano essere impiegate
le reflex digitali, ovvero per le riprese deep-sky, non consentono di otte-
tutte quelle fotocamere nere gli stessi risultati delle camere CCD.
progettate per applicazioni naturalistiche che consentono di control-

304
Capitolo 7: Fotografia astronomica Primo incontro con il cielo stellato

lare i parametri di ripresa e togliere l’obiettivo. Nel secondo caso, in-


vece, parliamo di camere progettate per studi astronomici, general-
mente monocromatiche, che non consentono riprese diurne, dette
camere CCD.
Tra le reflex, come già detto, quelle che meglio si possono adattare
sono le Canon, mentre tutte le camere CCD possono essere utilizzate
senza particolari difficoltà.
La differenza tra una reflex ed una camera CCD è notevole, sia dal
punto di vista progettuale, che del prezzo.
Una reflex digitale ha il grande vantaggio dell’avere un sensore a co-
lori dalle generose dimensioni, ad un prezzo accettabile. Una camera
CCD è generalmente monocromatica, almeno 10 volte più sensibile,
con un rumore nettamente minore, quindi con una qualità complessi-
va di molto superiore alle reflex. Il problema è il prezzo piuttosto al-
tro, oltre i 1000 euro per i modelli più economici.
Dal punto di vista delle prestazioni, non c’è confronto tra una reflex
digitale ed una camera CCD: quest’ultima vince su ogni campo, con-
sentendo di ottenere meravigliosi risultati con esposizioni relativa-
mente brevi, laddove una reflex richiederebbe ore. Le camere CCD
inoltre, sono progettate anche per serie applicazioni scientifiche, tra
le quali fotometria ed astrometria. Pensate che con l’uso di un’ottima
CCD ed un telescopio da 20 centimetri è possibile anche scoprire,
attraverso la fotometria, pianeti attorno ad altre stelle!
Per ottenere immagini a colori con le camere CCD, visto che il sen-
sore è monocromatico, sono richiesti dei filtri colorati e
l’acquisizione di tre immagini identiche, in luce rossa (R), verde (G)
e blu (B), componendo poi in fase di elaborazione quella che si
chiama tricromia RGB, ovvero l’immagine a colori a partire dalle ri-
prese monocromatiche ottenute con i tre filtri.
Le reflex digitali non hanno questo problema, visto che sul loro sen-
sore è posta una sottilissima griglia di filtri rossi, verdi e blu, che
consentono di riprendere una tricromia RGB automaticamente con
un singolo scatto e di restituire l’immagine a colori. La griglia di fil-
tri RGB, detta griglia di Bayer, comporta però numerosi svantaggi,
tra in quali: perdita di risoluzione e sensibilità (circa il 30%) e im-

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Capitolo 7: Fotografia astronomica Primo incontro con il cielo stellato

possibilità di usare altri filtri molto utili in astronomia, quali gli infra-
rossi, gli ultravioletti ed i filtri a banda stretta.
Tutte le reflex, inoltre, possiedono davanti al proprio sensore un fil-
tro taglia infrarossi, che di fatto taglia tutta la parte rossa dello spet-
tro, laddove è massima la sensibilità del sensore e l’ emissione di tut-
te le nebulose, rendendo queste camere inadatte per la ripresa delle
nebulose. Una pratica molto diffusa consiste nel rimuovere il filtro
taglia infrarosso dalla camera, perdendo però in questo caso la ga-
ranzia e la possibilità di eseguire immagini naturalistiche diurne con
il corretto bilanciamento cromatico. Alcuni intraprendenti astrofili si
sono specializzati nella rimozione di questo filtro e nella riprogram-
mazione del bilanciamento del bianco per ottenere immagini diurne
corrette.
Dopo questa breve disquisizione, la domanda è spontanea: quale è la
camera migliore? Il mio punto di vista è piuttosto atipico e ne avete
avuto prova anche nel capitolo dedicato alla scelta del primo telesco-
pio. Se avete già una reflex digitale, allora vi consiglio di utilizzarla
senza problemi, ma se dovete acquistare una camera per le riprese al
telescopio, allora non vi consiglio una reflex, ma una camera CCD.
Il mercato attuale propone ottime camere a partire da prezzi anche
inferiori a 1000 euro, con la garanzia di una qualità e risultati più
semplici, immediati e spettacolari di quelli che vi possono offrire le
reflex ed ogni dispositivo non progettato per le applicazioni astro-
nomiche.
Una camera CCD consente di avere ottime immagini con qualche
minuto di posa, laddove una reflex richiederebbe ore ed accorgimenti
particolari (ad esempio la tecnica del dithering per diminuire il rumo-
re, che altrimenti rischierebbe di distruggere l’immagine). Una tipica
nebulosa o galassia che appare già evidente con 10 minuti di posa
attraverso una camera CCD, può risultare visibile a malapena con
una reflex. Questo non significa che non si possano ottenere ottimi
risultati con queste camere, anzi, alcuni astrofili riescono ad ottenere
dei veri e propri capolavori. Il problema è che per ottenere risultati
con una reflex serve una gran dose di esperienza, soprattutto in fase
di elaborazione, difficile da avere se si è principianti. Non è una caso
che anche astrofili non esperti riescano ad ottenere splendide riprese

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Capitolo 7: Fotografia astronomica Primo incontro con il cielo stellato

CCD, ma pochissimi sono in grado di produrre risultati altrettanto


spettacolari con una reflex.
La camera CCD deve essere monocromatica e sicuramente avrà un
formato diverso rispetto a quello gigante delle attuali reflex. Meglio
rinunciare a qualche pixel ed ottenere risultati migliori, piuttosto che
avere a disposizione un sensore da 12 milioni di pixel praticamente
cieco e che dopo pochi tentativi rischia solamente di farvi perdere la
passione per la fotografia astronomica.
Nel mercato commerciale esistono diversi livelli di camere CCD, a
seconda del vostro scopo. Aziende come la Magzero, la Atik, la O-
rion e la Starlight producono principalmente CCD economici, adatti
per iniziare e dedicati alla ripresa estetica del cielo. Aziende come la
SBIG, Marconi, Apogee sono impegnate nella produzione di camere
di livello scientifico, con una maggiore cura del sensore e
dell’elettronica, adatte ad astrofili esperti impegnati anche nella ri-
cerca astronomica o nell’imaging ad altissimi livelli. Queste camere
infatti hanno un costo molto superiore.

7.7.2 Telescopi
Per la ripresa degli oggetti del cielo profondo non tutti i telescopi so-
no adatti, o meglio, alcuni strumenti possiedono qualità migliori di
altri.
Prima di tutto è necessario che lo strumento sia abbastanza luminoso,
ovvero abbia un rapporto focale piuttosto aperto. Ottimi per questo
scopo sono tutti i telescopi con rapporti focale compresi tra f4 ed f7.
Strumenti più chiusi sono inevitabilmente più bui e richiedono tempi
di esposizione molto maggiori per ottenere gli stessi risultati.
Appare chiaro, quindi, che telescopi Cassegrain, mak o rifrattori di
lungo fuoco, tutti strumenti con rapporti focale superiori ad f10, non
siano molto adatti a questo tipo di riprese.
La fotografia a lunga esposizione viene effettuata generalmente con
sensori di dimensioni non esigue, a contrario dell’imaging planetario,
quindi richiede un telescopio dal campo corretto piuttosto vasto. Sot-
to questo punto di vista, i telescopi Newton molto aperti soffrono
molto la coma al di fuori del centro del campo. Questo è un peccato,

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Capitolo 7: Fotografia astronomica Primo incontro con il cielo stellato

perché un Newton da 20-25 centimetri aperto ad f4-5 sarebbe lo


strumento ideale per la ripresa di ammassi globulari, nebulose e so-
prattutto galassie. Il mercato fortunatamente propone degli speciali
accessori, detti correttori di coma, che correggono questa aberrazione
per qualsiasi Newton e consentono di usare con profitto questi stru-
menti.
Se volete specializzarvi nella ripresa di nebulose ad emissione piut-
tosto estese ed ammassi aperti, vi servirà uno strumento dalla focale
minore. Sotto questo punto di vista, ottimi sono i rifrattori apocroma-
tici o semi-apocromatici di piccolo diametro (60-100 mm) e focale
tipica inferiore ai 700 mm. Questi strumenti sono dei veri e propri
teleobiettivi, perfetti per campi relativamente estesi, ma non adatti
per soggetti piccoli, come le galassie, gli ammassi globulari e le ne-
bulose planetarie.
Altre configurazioni, tra le quali la Schmidt-Cassegrain, non eccello-
no in questo campo, neanche se si utilizza l’apposito riduttore-
spianatore che porta il rapporto focale ad f6,3. I risultati, comunque,
sono certamente degni di nota, anche se personalmente non consi-
glierei mai di acquistare uno Schmidt-Cassegrain se l’interesse prin-
cipale è la fotografia a lunga posa.
In questo campo dell’astrofotografia, il diametro dell’obiettivo del
telescopio non è un fattore così importante per quanto riguarda la
profondità raggiungibile. Sebbene sia stato detto che per
l’osservazione visuale il diametro determini quanta luce venga rac-
colta, in questi casi la minore quantità di luce raccolta da un obiettivo
più piccolo può essere compensata dall’aumento del tempo di espo-
sizione. Di fatto, con i moderni sensori digitali la quantità di luce
raccolta non dipende più dal diametro dell’obiettivo, ma dallo stato
del cielo, dalla qualità del sensore, dal tempo di esposizione e dal
rapporto focale.
Oltre al tubo ottico, fondamentale importanza è da attribuire al sup-
porto, ovvero alla montatura. Non è sufficiente, infatti, avere un
semplice supporto equatoriale motorizzato come per la ripresa dei
pianeti; in questo caso la vostra montatura deve essere molto solida e
precisa. In effetti, nella scelta del setup di ripresa, la parte più impor-
tante, anche in termini economici, è riservata alla montatura, che de-

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Capitolo 7: Fotografia astronomica Primo incontro con il cielo stellato

ve possedere precisione e solidità maggiori rispetto all’osservazione


visuale. Di fatto, molte delle montature commerciali abbinate ai rela-
tivi tubi ottici sono sottodimensionate o comunque al limite per serie
riprese a lunga esposizione.
La scelta della montatura dipende criticamente, oltre che dal peso del
telescopio, soprattutto dalla focale di ripresa. Uno Schmidt-
Cassegrain da 20 centimetri f10 è più leggero di un Newton da 20
centimetri f4, ma la focale di ripresa (2000 mm per il primo, 800 per
il secondo) implica che per ottenere stelle puntiformi, l’inseguimento
e la guida devono essere oltre 2 volte più precise nel primo caso ri-
spetto al secondo. Dall’esperienza maturata nel corso degli anni, le
montature di produzione cinese della serie “EQ” non possono essere
utilizzate con focali superiori ad 1,5, massimo 2 metri. Se si vogliono
scale dell’immagine più spinte, ovvero un campo inquadrato più
stretto (in fotografia non ha senso parlare di ingrandimento, ma di
campionamento o scala dell’immagine), ci si deve dirigere verso
montature molto più costose e precise, ma a questo punto subentra
anche un’altra variabile: la turbolenza atmosferica, che comincia a
farsi sentire quando si riprende con una scala dell’immagine inferiore
ad 1”/pixel.

7.7.3 Tecnica di ripresa


La tecnica di ripresa delle immagini del cielo profondo prevede, an-
che essa, la somma o media di alcune singole esposizioni, in modo
simile alla riprese in alta risoluzione.
La fase di ripresa è piuttosto semplice, se tutto funziona a dovere,
specialmente l’autoguida. Si punta l’oggetto desiderato e ci si con-
centra sulla messa a fuoco, operazione, questa, che deve essere molto
precisa. Molti astrofili si aiutano con programmi particolari o sem-
plici maschere da porre davanti l’obiettivo del telescopio. La messa a
fuoco, anche a causa della lentezza con cui si susseguono le immagi-
ni, potrebbe richiedere diversi minuti. Non sottovalutate questa fase,
fondamentale nella riuscita di ogni lavoro

309
Capitolo 7: Fotografia astronomica Primo incontro con il cielo stellato

Per raggiungere una messa a fuoco precisa potete aiutarvi con due
dati, forniti da qualsiasi programma di gestione delle camere di ripre-
sa:
a) Valore della luminosità di picco di una stella: mano a mano
che ci si avvicina al punto di fuoco, le immagini stellari si
concentrano in una regione più stretta, aumentando, quindi,
la luminosità di picco.
b) Valore della FWHM. La Full Width at Half Maximum, lette-
ralmente larghezza a mezza altezza, da un’indicazione sul
diametro delle immagini stellari. Ogni sorgente ha una forma
tipica di una funzione gaussiana (in linea teorica, nella prati-
ca si ha una distribuzione normale, discreta), con un massi-
mo centrale e i bordi che lentamente sfumano fino a tendere
a zero. Quando la messa a fuoco si fa più precisa, la FWHM
diventa via via minore, fino al punto di fuoco, quando avrà
un valore minimo.
La maschera di Hartmann è, invece, un semplice dispositivo da porre
davanti l’obiettivo del telescopio, formato da 3-4 fori di diametro va-
riabile tra le 3-4 volte inferiore a quello dello strumento, equispaziati
ed identici.

La maschera di Hartmann è un tappo con dei fori da porre davanti l’obiettivo del
telescopio, atto ad aiutare nel raggiungere una precisa messa a fuoco.

310
Capitolo 7: Fotografia astronomica Primo incontro con il cielo stellato

Quando la messa a fuoco non è precisa, ogni immagine stellare vi


apparirà scomposta in 3-4 componenti (uguali al numero dei fori nel-
la maschera). Quando la messa a fuoco è perfetta, le immagini appa-
riranno perfettamente puntiformi ed unite: un ottimo stratagemma
per migliorare la precisione della messa a fuoco.
Un’alternativa moderna è rappresentata dalla maschera di Bahtinov,
la cui funzione è simile a quella svolta dalla maschera di Hartmann,
ma con una fitta griglia al posto dei fori.
Puntate o centrate l’oggetto da riprendere e scegliete una stella di
guida adatta: questo significa una stella, possibilmente non doppia,
che non saturi il sensore di guida e non sia troppo debole. Non sem-
pre la ricerca della stella di guida è facile, ma dalle mie esperienze
l’ho sempre trovata, in ogni angolo di cielo. Effettuate la calibrazione
della guida attraverso il software di controllo. Questa fase è impor-
tante, perché attraverso il movimento della montatura il computer
capisce in che direzione puntano gli assi del telescopio e come cor-
reggere nella fase di autoguida. Avviate la guida, impostando tempi
di correzione variabili tra 2 e 5 secondi, in dipendenza della precisio-
ne della montatura e della focale utilizzata. Non scendete sotto i 2
secondi, poiché le deformazioni dovute alla turbolenza atmosferica
possono ingannare la guida e farle fare correzioni quando non sono
necessarie.
La tecnica di ripresa, a questo punto è semplicissima: si effettuano
esposizioni, ognuna della durata massima consentita dallo stato del
cielo.
Cosa significa quanto detto?
Nelle riprese del cielo profondo occorre raggiungere la magnitudine
limite massima; essa dipende sostanzialmente dal setup utilizzato e,
soprattutto, dal cielo. L’esposizione corretta si ha quando la lumino-
sità del fondo cielo comincia a farsi notare: a questo punto si è rag-
giunta la magnitudine limite del cielo e del setup utilizzato. Un au-
mento dell’esposizione aumenterà anche la luminosità del fondo cie-
lo, non portando a miglioramenti significativi. Per aumentare la visi-
bilità di tutti i dettagli, a questo punto si usa la tecnica della somma o
della media, raccogliendo diverse immagini con esposizioni uguali (o
comunque simili). La tecnica della media riduce drasticamente il ru-

311
Capitolo 7: Fotografia astronomica Primo incontro con il cielo stellato

more casuale, rendendo le immagini più nitide, precise e gradevoli.


La durata delle singole esposizioni varia, ma generalmente non è mai
inferiore ai 5 minuti. Per cieli medi e focali telescopiche, un buon va-
lore si ha attorno ai 15-20 minuti.
Nelle riprese delle nebulose ad emissione, particolarmente utili e
spettacolari risultano i filtri a banda stretta, soprattutto l’H-alpha,
centrato sulla riga di emissione dell’idrogeno delle nebulose, a 656,3
nm. L’uso di un filtro H-alpha a banda stretta, tipicamente di 5-10
nm, consente di riprendere molti dettagli delle nebulose ad emissio-
ne, anche da cieli piuttosto inquinati da luci, visto che l’esigua banda
passante seleziona solamente la luce della nebulosa e limita di molto
il danno dell’inquinamento luminoso, che copre tutte le lunghezze
d’onda del visibile. Con questi filtri i tempi di ripresa delle singole
immagini si allungano anche a mezz’ora.
La somma o la media di singole esposizioni ha (quasi) lo stesso effet-
to di un’esposizione singola con durata pari alla somma delle singole
immagini.
Data l’intrinseca debolezza degli oggetti del cielo profondo, per otte-
nere un’immagine ottima che mostri parti deboli senza la comparsa
del rumore elettronico, è necessario raccogliere esposizioni comples-
sive per qualche ora. I migliori astroimager del mondo eseguono e-
sposizioni complessive superiori alle 10 ore, distribuite su più notta-
te. In effetti non abbiamo la stessa fretta dei pianeti, i quali ruotano
velocemente su loro stessi: galassie, ammassi e nebulose non variano
nel tempo, tanto che possiamo concentrarci su un oggetto anche per
giorni, raccogliendo singole esposizioni che, sommate o mediate, re-
stituiranno un risultato veramente eccellente.
Se si vuole ottenere il massimo dal proprio setup, bisogna concen-
trarsi su un oggetto alla volta, senza avere fretta. Molti principianti
nel corso di una serata osservativa possono ottenere 5-6 immagini di
diversi oggetti deep-sky, mentre un ottimo astroimager in una nottata
di lavoro si concentra solamente su un oggetto. La scelta sta a voi:
preferite la quantità o la qualità?

312
Capitolo 7: Fotografia astronomica Primo incontro con il cielo stellato

Ripresa a lunga esposizione della nebulosa testa di cavallo, con un filtro H-alpha con
banda passante di 10 nm, rifrattore acromatico da 80 mm f5 e camera CCD SBIG
ST-7XME con doppio sensore.
In alto, singola posa, calibrata, di venti minuti di esposizione. In basso, la media di 6
immagini da 20 minuti rivela maggiori dettagli e minore rumore. Gli oggetti deep-
sky sono molto deboli e richiedono ore di posa per essere ripresi in modo adeguato.

313
Capitolo 7: Fotografia astronomica Primo incontro con il cielo stellato

7.7.4 La calibrazione delle immagini digitali


Quando si usano sensori digitali e si riprendono immagini con tempi
di esposizione maggiori di qualche minuto, si rendono evidenti degli
inestetismi propri di un sensore digitale e dell’ottica utilizzata, che
devono, per quanto possibile, essere corretti per sperare di avere
un’immagine finale migliore.
Le cosiddette immagini di calibrazione sono particolari esposizioni
che in fase di elaborazione serviranno per correggere i difetti conte-
nuti nelle immagini del cielo, dette anche immagini di luce.
Le immagini di calibrazione si acquisiscono durante la seduta osser-
vativa nella quale si effettuano le riprese di luce.
Esistono tre tipi di immagini di calibrazione: i dark frame, i flat field
ed i bias frame, ma solo i primi due vengono applicati alle immagini
amatoriali.
Il dark frame è un’immagine con la stessa durata e temperatura
dell’immagine di luce, ottenuta con il sensore al buio totale. Alcune
camere commerciali dotate di otturatore meccanico consentono di
ottenere dark frame con un apposito comando via software; in tutti
gli altri casi si può effettuare una normale esposizione tappando il
telescopio.
Sebbene in teoria un’esposizione del genere non debba contenere al-
cun tipo di luce, l’immagine che avrete di fronte sarà costellata da
puntini bianchi. L’informazione registrata dal sensore non proviene
dal cielo, ma da quella che si chiama corrente di buio, rumore causa-
to dalla temperatura del sensore CCD. Il rumore termico, così è
chiamato, diminuisce al diminuire della temperatura del sensore, ed è
questo il motivo per cui tutte le camere progettate per l’astronomia e
le lunghe pose possiedono un efficiente sistema di raffreddamento
capace di portare il sensore ad una temperatura fino a 40-50°C infe-
riore all’ambiente. Nonostante le basse temperature alle quali si regi-
strano le immagini, una quantità di rumore termico sarà sempre pre-
sente, ma è facile da correggere con i dark frame.
I dark frame non sono sensibili all’orientazione della camera o
all’uso di eventuali filtri.
Se la vostra camera di ripresa consente un controllo accurato della
temperatura, si possono costruire delle librerie di dark frame da uti-

314
Capitolo 7: Fotografia astronomica Primo incontro con il cielo stellato

lizzare in ogni occasione, in funzione della temperatura alla quale si


opera e del tempo di esposizione. Se, ad esempio, si riprende sempre
ad una temperatura di -20°C ed esposizioni di 10 minuti, un dark
frame ottenuto con questa combinazione può correggere tutte le im-
magini di luce riprese con stessa temperatura ed esposizione, a pre-
scindere da quando sono state ottenute. Per questo motivo vi consi-
glio di standardizzare per quanto possibile temperatura e tempi di ri-
presa, di modo che non dobbiate sempre riprendere nuovi dark, ma
usare quelli della vostra libreria.
Ad essere precisi, un ottimo dark frame è la mediana di un numero
dispari di singole immagini di dark frame, almeno 3, meglio 5 o 7. In
questo modo si ottiene quello che si chiama master dark frame,
un’immagine più pulita della singola, che non contiene altri inesteti-
smi sempre presenti e mai correggibili: i raggi cosmici. Tutti i senso-
ri CCD infatti sono sensibili anche al flusso di particelle in massima
parte proveniente dal Sole, che giunge sulla Terra. I raggi cosmici
sono particelle atomiche che impressionano il sensore come fossero
dei raggi di luce. Essi compaiono sempre quando l’esposizione supe-
ra i due minuti e non si possono eliminare dalle immagini di luce.
Nei dark frame, invece, il procedimento di mediana di un numero di-
spari di immagini consente di eliminare i raggi cosmici.
Il master dark frame viene poi sottratto ad ogni immagine di luce ri-
presa con lo stesso tempo di esposizione (dato dal singolo dark fra-
me) e temperatura. Questa operazione matematica, della quale è ca-
pace ogni software astronomico per l’elaborazione delle immagini,
riduce sensibilmente il rumore contenuto nelle singole esposizioni.
Il particolare, noterete che molti puntini bianchi della vostra immagi-
ne di luce spariranno completamente. Questi puntini, in effetti, non
sono stelle, ma i cosiddetti pixel caldi, elementi del sensore che pos-
siedono un rumore maggiore rispetto alla media e appaiono per que-
sto motivo bianchi. Riconoscere il rumore termico dalle stelle è sem-
plice: le stelle non hanno mai dimensioni di un pixel, mentre il rumo-
re termico riguarda solo un singolo pixel.
Se volete ottenere il massimo dalle vostre riprese, quindi, è sempre
opportuno sottrarre l’immagine di dark frame alle riprese di luce con
esposizioni superiori ad un paio di minuti.

315
Capitolo 7: Fotografia astronomica Primo incontro con il cielo stellato

Procedimento di sottrazione di un dark frame, risultato della mediana di 9 singoli


dark frame, all’immagine di luce. Tutti i piccoli puntini bianchi, che altro non sono
che rumore introdotto dal sensore, scompaiono, lasciando il posto ai dettagli reali.

Gli astrofili più esigenti devono riprendere anche i cosiddetti flat


field, per correggere quello che in gergo viene chiamato fixed pattern
noise, ovvero tutti gli inevitabili difetti dovuti all’ottica utilizzata, e
all’eventuale presenza di sporcizia sul sensore. Ben presto, infatti, vi
accorgerete che quasi tutte le immagini a lunga esposizione si pre-
sentano più luminose al centro rispetto ai bordi. Questo difetto,
chiamato vignettatura, è intrinseco a molti telescopi, quindi non si
può eliminare a priori ma solamente correggere in fase di ripresa e
successiva elaborazione.
Un’immagine di flat field è una normale ripresa, con la giusta esposi-
zione, di uno sfondo uniformemente illuminato, privo di stelle o altri
oggetti. Questa immagine contiene tutti i difetti raccolti dal proprio
sistema ottico: vignettatura, polvere sul sensore o sul filtro, eventuali
riflessi….difetti che sono contenuti, sebbene nascosti dal segnale,
anche in tutte le immagini astronomiche che possiamo scattare.

316
Capitolo 7: Fotografia astronomica Primo incontro con il cielo stellato

La correzione delle immagini di luce avviene facendo la divisione


con il flat field. Questa operazione aritmetica, eseguita automatica-
mente da ogni software, cancella tutti i difetti del sistema ottico e re-
stituisce un’immagine finale molto più pulita e gradevole.
Il problema dei flat field è la loro acquisizione, che per quanto detto
deve avvenire nelle stessa esatta configurazione ottica delle immagi-
ni che si vogliono correggere. La ripresa dei flat field deve quindi
avvenire con la stessa focale, stessi filtri, stessa messa a fuoco e iden-
tica orientazione della ca-
mera, altrimenti i difetti ot-
tici, che dipendono da que-
sti fattori, non verranno
corretti efficientemente.
Da tutto questo emerge che
non è possibile avere a di-
sposizione una libreria di
flat field, come per i dark
frame; essi vanno ripresi ad Ottima immagine di flat field ottenuta dalla
ogni sessione osservativa, media di 30 singole immagini di flat field, o-
prima di smontare o cam- gnuna corretta con il relativo dark frame. Ri-
prendere corretti flat field è fondamentale per
biare configurazione al la corretta riuscita di un’immagine.
proprio setup (è sufficiente
un filtro diverso o una variazione della messa a fuoco per cambiare il
setup e rendere inutili eventuali flat field precedentemente acquisiti).
Non vi sono invece limiti sul tempo di esposizione, che non deve es-
sere necessariamente uguale a quello delle riprese, ma sufficiente per
avere un buon segnale e non saturare il sensore (ovvero avere
un’immagine completamente bianca). Nessun limite neanche sulla
temperatura di ripresa, che comunque deve essere la più bassa possi-
bile per contenere il rumore causato dalla corrente di buio.
Anche trovare una sorgente uniformemente illuminata non è sempli-
ce. Molti astrofili, una volta stazionato il proprio setup, riprendono il
cielo allo zenit in prossimità del tramonto, magari comprendo il tele-
scopio o l’obiettivo con un foglio da disegno. Altri astrofili, invece,
si costruiscono le cosiddette flat box, delle scatole illuminate da por-
re davanti al telescopio come un tappo, che simulano proprio il cielo

317
Capitolo 7: Fotografia astronomica Primo incontro con il cielo stellato

luminoso del tramonto. E’ molto importante che la sorgente ripresa,


vicina o lontana, sia uniformemente illuminata.
Un ottimo flat field è composto dalla media di almeno una decina di
singole immagini di flat field, ognuna delle quali ha una luminosità
di picco circa pari alla metà di quella massima consentita dal sensore.
Ad esempio, se il vostro sensore è a 16 bit, ovvero consente 65535
livelli di luminosità (ADU), un ottimo flat field è ottenuto con
l’esposizione che consente di avere una luminosità di picco pari a
circa 35000 ADU.
Il flat field, essendo un’immagine di luce, andrebbe corretto con i re-
lativi dark frame, ma questa operazione può non essere necessaria
per le normali applicazioni estetiche, ma solamente se avete inten-
zione di effettuare precisi lavori scientifici con la vostra camera
CCD.
Ottenuto il master flat field, esso viene diviso ad ogni singola imma-
gine di luce. Non è importante la sequenza con la quale si corregge
l’immagine di luce, ovvero se prima si sottrae il master dark frame,
oppure il master flat field, tanto che molti programmi attuano con-
temporaneamente questa correzione.
A questo punto le vostre singole esposizioni di luce sono pronte per
essere allineate, mediate ed elaborare.

Immagine non corretta con un flat field. Immagine corretta con un ottimo flat
Si nota vignettatura e polvere.. field. Il fondo cielo è ora uniforme.

318
Capitolo 7: Fotografia astronomica Primo incontro con il cielo stellato

7.7.5 Elaborazione
Anche per questo tipo di fotografia l’elaborazione ha un solo scopo:
rendere visibile all’occhio tutto il segnale catturato in fase di ripresa.
La tecnica di elaborazione delle immagini deep-sky è molto più libe-
ra di quella delle immagini in alta risoluzione, tanto che ogni astrofi-
lo ha la propria ricetta, spesso custodita con una buona dose di gelo-
sia. In queste pagine vediamo solamente i passi fondamentali da ef-
fettuare; sta alla vostra esperienza affinare il metodo e trovare la ri-
cetta migliore per le vostre immagini.
Le fasi dell’elaborazione di un’immagine deep-sky sono sostanzial-
mente 3:
1) Allineamento e media per arrivare all’immagine RAW da elabo-
rare;
2) Applicazione di filtri che rendono visibili tutti i dettagli catturati,
non in termini di risoluzione, ma di profondità;
3) Correzione degli inevitabili inestetismi rimanenti ed eventuale
composizione dell’immagine a colori.
La filosofia secondo la quale viene applicata l’elaborazione è piutto-
sto diversa rispetto a quella dei pianeti. In quel caso si applicano filtri
di contrasto che hanno il compito di rendere visibili tutti i dettagli,
anche i più minuti e meno contrastati.
Le immagini del cielo profondo non possiedono ne la risoluzione, ne
il segnale raccolto nell’imaging planetario, per questo motivo cambia
la filosofia con la quale si elabora: non più ricerca del minuto detta-
glio, ma estrapolazione di tutto il segnale possibile, ovvero mostrare
la massima profondità raggiunta in termini di magnitudine limite.
Essenziali per questi scopi risultano i cosiddetti stretch. L’operazione
di stretching significa letteralmente stiramento dell’informazione
luminosa contenuta nell’immagine grezza.
Lo stretch consente di visualizzare contemporaneamente parti debo-
lissime e parti estremamente brillanti dell’immagine, allungando e
comprimendo i livelli di luminosità.
Lo schermo di ogni computer e qualsiasi stampante non sono infatti
in grado di distinguere più di 256 livelli di luminosità per ogni canale
colore. Le immagini astronomiche hanno almeno 4096 (12 bit) o ad-
dirittura 65535 (16 bit) livelli di luminosità; di fatto, quando si visua-

319
Capitolo 7: Fotografia astronomica Primo incontro con il cielo stellato

lizza l’immagine sul computer si seleziona una stretta finestra di 256


livelli, escludendo tutti gli altri.
Attraverso lo stretch i livelli di luminosità originari vengono com-
pressi nella gamma di 256 livelli ammessi dal computer, rendendo
visibili tutti i dettagli dell’immagine, che altrimenti risulterebbero
nascosti.
Ogni programma di elaborazione delle immagini consente di effettu-
are questa operazione matematica estremamente importante.
Le operazioni da applicare successivamente lo stretch dipendono
dall’utente, dalla sua esperienza, dal gusto estetico, dalla qualità
dell’immagine.
Alcuni astrofili addirittura elaborano separatamente le stelle di cam-
po e l’oggetto, altri ancora applicano delle maschere di contrasto lo-
cali sui dettagli che vogliono enfatizzare. Io non vi consiglio di per-
dere molto tempo in queste operazioni, soprattutto se siete all’inizio.
Fare fotografia astronomica non dovrebbe significare passare ore al
computer e diventare maghi del foto ritocco: il cielo dovrebbe essere
sempre la nostra priorità.

L’ammasso globulare M13. Le due im-


magini in alto sono grezze e consentono
di vedere alternativamente dettagli cen-
trali (a sinistra) o periferici (a destra). La
visione d’insieme la si ottiene alterando
le differenze tra le luminosità, attraverso
i cosiddetti stretch, specialmente quelli
di natura logaritmica. Questa è la parte
principale dell’elaborazione (estetica) di
un’immagine deep-sky.

320
Appendice Primo incontro con il cielo stellato

Appendice

Eclissi di Sole dei prossimi anni e visibilità dall’Italia


Tipo di Visibilità
Data Come vista
eclisse dall'Italia
3 novembre Parziale per
Ibrida Eclissi molto parziale
2013 l'Italia
20 marzo Parziale per
Totale Visibile interamente
2015 l'Italia
21 giugno Parziale per
Anulare Eclissi di modesta entità
2020 l'Italia
10 giugno Parziale per Eclissi di modesta magni-
Anulare
2021 l'Italia tudine
25 ottobre
Parziale Visibile interamente
2022
29 marzo
Parziale Eclissi molto parziale
2025
12 agosto Parziale per
Totale Il Sole tramonta al culmine
2026 l'Italia
2 agosto Totale per l'I- Totale limitatamente a sud
Totale
2027 talia ovest di Lampedusa
26 gennaio Anulare per
Anulare Il Sole tramonta al culmine
2028 l'Italia

321
Appendice Primo incontro con il cielo stellato

Eclissi di Luna dei prossimi anni visibili in Italia

Tipo di e- Inizio Fase massima (orario in UT,


Data
clisse totalità Tempo Universale)
15 giugno
Totale 19:22 20:13
2011
10 dicembre
Totale 14:06 14:32
2011
25 aprile
Parziale - 20:07
2013
25 maggio
Parziale - 04:10
2013
18 ottobre
Parziale - 23:50
2013
28 settembre
Totale 02:11 02:47
2015
16 settembre
Parziale - 18:54
2016
11 febbraio
Parziale - 00:44
2017
7 agosto 2017 Parziale - 18:21

322
Appendice Primo incontro con il cielo stellato

Massime elongazioni di Mercurio dei prossimi anni (sono eviden-


ziate quelle maggiormente favorevoli)

Data Quando Elongazione


23 Marzo 2011 Sera 18,6°
7 Maggio 2011 Mattina 26,6°
20 giugno 2011 Sera 26,8°
3 settembre 2011 Mattina 18,1°
14 novembre 2011 Sera 22,7°
23 Dicembre 2011 Mattina 21,8°
5 Marzo 2012 Sera 18,2°
18 Aprile 2012 Mattina 27,5°
1 giugno 2012 Sera 25,7°
16 Agosto 2012 Mattina 18,7°
26 Ottobre 2012 Sera 24,1°
4 Dicembre 2012 Mattina 20,6°
16 Febbraio 2013 Sera 18,1°
31 Marzo 2013 Mattina 27,8°
12 Giugno 2013 Sera 24,3°
30 Luglio 2013 Mattina 19,6°
9 Ottobre 2013 Sera 25,3°
18 Novembre 2013 Mattina 19,5°
31 Gennaio 2014 Sera 18,4°
14 Marzo 2014 Mattina 27,5°
25 Maggio 2014 Sera 22,7°
12 Luglio 2014 Mattina 20,9°
21 Settembre 2014 Sera 26,4°
1 Novembre 2014 Mattina 18,7°
14 Gennaio 2015 Sera 18,9°
24 Febbraio 2015 Mattina 26,7°
7 Maggio 2015 Sera 21,2°
24 Giugno 2015 Mattina 22,5°
4 Settembre 2015 Sera 27,1°
16 Ottobre 2015 Mattina 18,1°
29 Dicembre 2015 Sera 19,7°

323
Appendice Primo incontro con il cielo stellato

Massime elongazioni di Venere dei prossimi anni

Data Quando Elongazione


27 marzo 2012 Sera 46,46°
15 Agosto 2012 Mattina 45,46°
1 Novembre 2013 Sera 47,47°
22 Marzo 2014 Mattina 46,46°
6 Giugno 2015 Sera 45,45°
26 Ottobre 2015 Mattina 46,46°

Opposizioni di Marte dei prossimi anni

Data Costellazione Magnitudine Diametro


max max
3 Marzo Leone -1,23 13,8”
2012
8 Aprile Vergine -1,48 15”
2014
22 Maggio Scorpione -2,06 18,5”
2016
22 Luglio Capricorno -2,78 24”
2018

324
Appendice Primo incontro con il cielo stellato

Scheda per l’osservazione dei pianeti interni e di Marte

325
Appendice Primo incontro con il cielo stellato

Scheda per l’osservazione di Giove

326
Appendice Primo incontro con il cielo stellato

Scheda per l’osservazione di Saturno (1)

327
Appendice Primo incontro con il cielo stellato

Scheda per l’osservazione di Saturno (2)

328
Appendice Primo incontro con il cielo stellato

Scheda per osservazioni deep-sky

329
Appendice Primo incontro con il cielo stellato

Elenco delle più belle stelle multiple del cielo boreale

Angolo
Ascensio- Declina- Magni- Separa- posi-
Nome ne retta zione tudine zione zione
Eta Cassio-
00h 49m.1 +57° 49' 3,4-7,5 12" 307°
peiae
65 Piscium 00h 49m.9 +27° 43' 6,3-6,3 4,4" 297°
Psi 1 Pi-
01h 05m.6 +21° 28' 5,6-5,8 30" 159°
scium
Zeta Pi-
01h 13m.7 +07° 35' 5,6-6,5 23" 63°
scium
Gamma A-
01h 53m.5 +19° 18' 4,8-4,8 7,8" 0°
rietis
Lambda A-
01h 57m.9 +23° 36' 4,9-7,7 37" 46°
rietis
Alpha Pi-
02h 02m.0 +02° 46' 4,2-5,1 1,7" 50°
scium
Gamma
Androme- 02h 03m.9 +42° 20' 2,3-5,5 9,8" 63°
dae
Iota Trian-
02h 12m.4 +30° 18' 5,3-6,9 3,9" 71°
guli
Alpha Ursa
02h 31m.8 +89° 16' 2,0-9,0 18,4" 218°
Minoris
Gamma Ceti 02h 43m.3 +03° 14' 3,5-7,3 2,8" 294°
Eta Persei 02h 50m.7 +55° 54' 3,8-8,5 28,3" 300°
Struve 331 03h 00m.9 +52° 21' 5,3-6,7 12,1" 85°

330
Appendice Primo incontro con il cielo stellato

32 Eridani 03h 54m.3 -02° 57' 4,8-6,1 6,8" 347°


Chi Tauri 04h 22m.6 +25° 38' 5,5-7,6 19,4" 24°
1 Camelo-
04h 32m.0 +53° 55' 5,7-6,8 10,3" 308°
pardalis
55 Eridani 04h 43m.6 -08° 48' 6,7-6,8 9,2" 317°
Beta Orionis 05h 14m.5 -08° 12' 0,1-6,8 9,5" 202°
118 Tauri 05h 29m.3 +25° 09' 5,8-6,6 4,8" 204°
Delta Orio-
05h 32m.0 -00° 18' 2,2-6,3 52,6" 359°
nis
Struve 747 05h 35m.0 -06° 00' 4,8-5,7 35,7" 223°
Lamda O-
05h 35m.1 +09° 56' 3,6-5,5 4,4" 43°
rionis
31° ,
Theta 1 O- 6,7-7,9- 8,8",13",
05h 35m.3 -05° 23' 132°,
rionis 5,1-6,7 21,5"
96°
Iota Orionis 05h 35m.4 -05° 55' 2,8-6,9 11,3" 141°
Theta 2 O-
05h 35m.4 -05° 25' 5,2-6,5 52" 92°
rionis
Sigma O- 4,0-7,5-
05h 38m.7 -02° 36' 12,9",43" 84°, 61°
rionis 6,5
1,9-4,0- 162°,
Zeta Orionis 05h 40m.8 -01° 57' 2,4", 58"
9,9 10°
Theta Auri-
05h 59m.7 +37° 13' 2,6-7,1 3,6" 313°
gae
Epsilon
06h 23m.8 +04° 36' 4,5-6,5 13,4" 27°
Monocerotis
Beta Mono- 06h 28m.8 -07° 02' 4-7-5,2 7,3" 132°

331
Appendice Primo incontro con il cielo stellato

cerotis
12 Lyncis 06h 46m.2 +59° 27' 5,4-7,3 8,7" 308°
Epsilon Ca-
06h 58m.6 -28° 58' 1,5-7,4 7,5" 161°
nis Majoris
Delta Ge-
07h 20m.1 +21° 59' 3,5-8,2 6,8" 211°
minorum
19 Lyncis 07h 22m.9 +55° 17' 5,6-6,5 14,8" 315°
Alpha Ge-
07h 34m.6 +31° 53' 1,9-2,9 2,2" 171°
minorum
Kappa Pup-
07h 38m.8 -26° 48' 4,5-4,7 9,9" 318°
pis
Zeta Cancri 08h 12m.2 +17° 39' 5,6-6,0 5,9" 89°
Iota Cancri 08h 46m.7 +28° 46' 4,2-6,6 30" 307°
38 Lyncis 09h 18m.8 +36° 48' 3,9-6,6 2,7" 229°
Gamma Le-
10h 20m.0 +19° 51' 2,2-3,5 4,4" 122
onis
54 Leonis 10h 55m.6 +24° 45' 4,5-6,3 6,5" 110°
N Hydrae 11h 32m.3 -29° 16' 5,8-5,9 9,2" 210°
Delta Corvi 12h 29m.9 -16° 31' 3,0-9,2 24,2" 214°
24 Comae
12h 35m.1 +18° 23' 5,2-6,7 20,3" 271°
Berenices
Gamma Vir-
12h 41m.7 -01° 27' 3,5-3,5 3,6" 293°
ginis
32 Camelo-
12h 49m.2 +83° 25' 5,3-5,8 21,6" 326°
pardalis
Alpha Ca-
12h 56m.0 +38° 19' 2,9-5,5 19,4" 229°
num Vena-

332
Appendice Primo incontro con il cielo stellato

ticorum
Zeta Ursae 2,3-4,0- 14,4", 152°,
13h 23m.9 +54° 56'
Majoris 4,0 709" 71°
Kappa Boo-
14h 13m.5 +51° 47 4,6-6,6 13,4" 236°
tis
Iota Bootis 14h 16m.2 +51° 22' 4,9-7,5 38" 33°
Pi Bootis 14h 40m.7 +16° 25' 4,9-5,8 5,6" 108°
Epsilon Bo-
14h 45m.0 +27° 04' 2,5-4,9 2,8" 339°
otis
Alpha Li-
14h 50m.9 -16° 02' 2,8-5,2 231" 314°
brae
Xi Bootis 14h 51m.4 +19° 06' 4,7-7,0 6,9" 332°
Delta Ser-
15h 34m.8 +10° 32' 4,2-5,2 3,9" 178°
pentis
Zeta Corona
15h 39m.4 +36° 38' 5,1-6,0 6,3" 305°
Borealis
Xi Scorpii 16h 04m.4 -11° 22' 4,8-7,3 7,6" 51°
Beta Scorpii 16h 05m.4 -19° 48' 2,6-4,9 13,6" 21°
Kappa Her-
16h 08m.1 +17° 03' 5,3-6,5 28" 12°
culis
Nu Scorpii 16h 12m.0 -19° 28' 4,3-6,4 41" 337°
Sigma Co-
rona Borea- 16h 14m.7 +33° 52' 5,6-6,6 6,2" 233°
lis
16/17 Dra- 5,4-6,4- 108°,
16h 36m.2 +52° 55' 3,4”, 90”
conis 5,5 194°
Mu Draco- 17h 05m.3 +54° 28' 5,7-5,7 2,0" 42°

333
Appendice Primo incontro con il cielo stellato

nis
Alpha Her-
17h 14m.6 +14° 23' 3,5-5,4 4,7" 107°
culis
Delta Her-
17h 15m.0 +24° 50' 3,1-8,2 8,9" 236°
culis
36 Ophiuchi 17h 15m.3 -26° 36' 5,1-5,1 4,4" 154°
Omicron
17h 18m.0 -24° 17' 5,4-6,9 10,3" 355°
Ophiuchi
Rho Hercu-
17h 23m.7 +37° 09' 4,6-5,6 4,1" 316°
lis
Nu Draconis 17h 32m.2 +55° 11' 4,9-4,9 62" 312°
Psi Draconis 17h 41m.9 +72° 09' 4,9-6,1 30,3" 15°
40/41 Dra-
18h 00m.2 +80° 00' 5,7-6,1 19,3" 232°
conis
95 Herculis 18h 01m.5 +21° 36' 5,0-5,1 6,3" 258°
70 Ophiuchi 18h 05m.5 +02° 30' 4,2-6,0 2,8" 72°
208", 357°,
Epsilon 5,0-6,1-
18h 44m.3 +39° 40' 2,6", 173°,
Lyrae 5,2-5,5
2,3" 94°
Zeta Lyrae 18h 44m.8 +37° 36' 4,3-5,9 44" 150
Beta Lyrae 18h 50m.1 +33° 22' 3,4-8,6 46" 149°
Theta Ser-
18h 56m.2 +04° 12' 4,5-5,4 22,3" 104°
pentis
Beta Cygni 19h 30m.7 +27° 58' 3,1-5,1 34,4" 54°
57 Aquilae 19h 54m.6 -08° 14' 5,8-6,5 36" 170°
Alpha Ca-
20h 18m.1 -12° 33' 3,6-4,2 378" 291°
pricornus

334
Appendice Primo incontro con il cielo stellato

Gamma
20h 46m.7 +16° 07' 4,5-5,5 9,6" 268°
Delphinus
61 Cygni 21h 06m.9 +38° 45' 5,2-6,0 28" 146°
Beta Cephei 21h 28m.7 +70° 34' 3,2-7,9 13,3" 249°
Xi Cephei 22h 03m.8 +64° 38' 4,4-6,5 7,7" 277°
Zeta Aquarii 22h 28m.8 -00° 01' 4,3-4,5 1,8" 266°
Delta Ce-
22h 29m.2 +58° 25' 3,9-6,3 41" 192°
phei
8 Lacerta 22h 35m.9 +39° 38' 5,7-6,5 22,4" 186°
94 Aquarii 23h 19m.1 -13° 28' 5,3-7,3 12,7" 350°
Sigma Cas-
23h 59m.0 +55° 45' 5,0-7,1 3" 326°
siopeiae

335
Bibliografia Primo incontro con il cielo stellato

Bibliografia

Testi consigliati
- A Orione svolta a sinistra; Consolmagno Guy; Davis M.
Dan. Hoepli
- Atlante del cielo; Silvano Minuto. Legenda
- Atlante dell'universo; Piero Bianucci, Walter Ferreri. UTET
- Astronomi per passione. 65 esperimenti ed esercizi per
imparare a osservare (bene) il cielo notturno; Thompson
Robert B., Fritchman Thompson Barbara. APOGEO
- Catalogo Messier; Enrico Moltisanti. Gruppo B
- Come funziona l’Universo; Heather Couper - Nigel Hen-
best.. Gruppo B
- Come osservare il cielo con il mio primo telescopio; Wal-
ter Ferreri. Il Castello
- Dal sistema solare ai confini dell'universo; Margherita
Hack. Liguori
- Fare astronomia con piccoli telescopi; Gainer Michael K.
Springer Verlag
- Il libro dei telescopi; Walter Ferreri. Il Castello
- Il piccolo cielo. Astronomia da camera per notti serene;
Piero Bianucci. Simonelli
- Introduzione all'astronomia. Esercitazioni e problemi per
lo studio dei fenomeni celesti; Romano Giuliano. Franco
Muzzio Editore
- L'atlante stellare di Cambridge; Tirion Wil. Gruppo B
- L'arte di osservare con il telescopio; Salvatore Albano. Il
Castello
- L'esplorazione del cielo notturno con il binocolo; Patrick
Moore. Il Castello
- L'osservazione visuale del cielo profondo; Salvatore Alba-
no. Il Castello
- Manuale dell'astrofilo. Consigli pratici per osservare il
cielo; Walter Ferreri. Gruppo B

336
Bibliografia Primo incontro con il cielo stellato

- Oltre Messier; Enrico Moltisanti. Gruppo B


- Passeggiando tra le stelle. Sei itinerari ideali per ammi-
rare lo spettacolo del cielo; Piero Bianucci. Sirio (Milano)
- Viaggio verso l'infinito. Le sette tappe che ci hanno svela-
to l'universo; Piero Bianucci. Gruppo B

Riviste Mensili
- Coelum
- Nuovo Orione
- Le Stelle
- Sky and Telescope (in inglese)
Link e risorse web
- www.danielegasparri.com: sito web dell’autore, nel quale
trovare immagini e numerosi articoli in merito
all’osservazione e alla fotografia del cielo.
- www.trekportal.it/coelestis: il più grande luogo di incontro
virtuale degli astrofili italiani, dove poter apprendere moltis-
sime nozioni, porre domande e crescere accompagnai
dall’aiuto di molti esperti del settore.
- http://forum.astrofili.org: forum di discussone su tutte le te-
matiche dell’astronomia, naturalmente in italiano.
- www.telescope-simulator.com; un’applicazione web che si-
mula la visione attraverso il telescopio. Un ottimo luogo per
approfondire il tema dell’osservazione telescopica e fare
confronti con le vostre osservazioni.
- www.britastro.org/dark-skies/simulator.html: Light Pollution
Simulator, ovvero un simulatore dell’inquinamento lumino-
so, per capire da quale cielo osservate e come dovrebbe esse-
re un cielo davvero scuro. Fatelo provare a coloro che pen-
sano che l’inquinamento luminoso non sia neanche un pro-
blema; si ricrederanno sicuramente.
- www.stargazing.net/astropc/download.html: pagina per il
download diretto del software di simulazione del cielo Car-

337
Bibliografia Primo incontro con il cielo stellato

tes du Ciel, ottimo per programmare le proprie osservazioni


e stampare le mappe per la ricerca degli oggetti celesti.
- www.stellarium.org/it/: pagina per il download del software
di simulazione del cielo Stellarium, graficamente più accatti-
vante di Cartes du Ciel, ma meno adatto alla stampa delle
mappe del cielo.
- www.shatters.net/celestia/download.html: il simulatore Cele-
stia è indicato per osservare l’Universo da punti di vista e-
sterni alla Terra.
- http://space.jpl.nasa.gov/: il simulatore del Sistema Solare
della NASA simula la posizione, l’aspetto ed il movimento
dei pianeti secondo diversi punti di vista.
- http://www.attivissimo.net/: il sito web di Paolo Attivissimo,
divulgatore scientifico, cerca di smascherare teorie assurde e
senza alcun fondamento, come il finto sbarco sulla luna o le
bizzarre teorie ufologiche: da visitare e leggere attentamente.
- www.asahi-net.or.jp/~zs3t-tk/atlas_85/atlas_85.htm: un a-
tlante stellare completo, gratuito, in lingua inglese, da stam-
pare in grande formato per osservazioni approfondite. Mo-
stra stelle fino alla magnitudine 8,5, ideale, quindi, per la
tecnica dello star hopping.
- www.ar-dec.net/vsa/ una pagina web per programmare le
proprie osservazioni, costellazione per costellazione.

338