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http://www.mporzio.astro.it/˜marco/AstrofisicaStellare/

Vittorio Castellani
INAF, Osservatorio Astronomico di Roma
INFN, Sezione di Ferrara

Fondamenti di Astrofisica
Stellare

Versione ampliata, riveduta e corretta del testo ”Astrofisica Stellare” edito da Zanichelli nel
1985
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Indice

Introduzione.
Capitolo 1. Evidenze evolutive nell’Universo stellare.
1.1 Gli osservabili stellari
1.2 Le galassie: evidenze di evoluzione dinamica
1.3 Diagramma HR e isocrone di ammasso
1.4 La Galassia: evoluzione nucleare. Popolazioni stellari
1.5 L’Universo: evoluzione dinamica ed evoluzione nucleare
1.6 Gli obiettivi dell’astrofisica stellare

Approfondimenti:
A1.1 Termalizzazione. Radiazione di corpo nero. Emissivita stellare.
A1.2 Magnitudini ed indici di colore
A1.3 Le parallassi stellari. Seing
A1.4 Spettri stellari e tipi spettrali
A1.5 Gli ammassi stellari
A1.6 Galassie. Ammassi di Galassie. Quasar
A1.7 I sistemi binari e le masse stellari
A1.8 I nuclei atomici. Decadimenti radioattivi
A1.9 La legge di Hubble ed il Big-Bang
A1.10 Particelle elementari. La storia delle particelle nel Big.Bang
A1.11 Il problema della massa oscura.

Capitolo 2. Natura e struttura delle stelle


2.1 L’equilibrio delle strutture stellari
2.2 La convezione ed il criterio di Schwarzschild. Overshooting
2.3 Trasporto radiativo e trasporto convettivo
2.4 Le atmosfere stellari e la trattazione degli strati atmosferici
2.5 Le variabili naturali del sistema
2.6 Metodi di calcolo: strati atmosferici, metodo del fitting, metodo di Henyey

Approfondimenti:
A2.1 Energia interna, pressione della radiazione d pressione del gas perfetto
A2.2 Gradiente di temperatura e gradiente radiativo. Conduzione elettronica
A2.3 L’equazione di Oppenheimer-Volkoff. Il raggio di Schwarzschild
A2.4 Termodinamica della materia in condizioni stellari. Il gradiente adiabatico
ed il criterio di stabilità
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A2.5 La teoria della mixing-length


A2.6 Integrazione degli strati atmosferici
A2.7 Algoritmi risolutivi del metodo di Henyey

Capitolo 3. Materia e radiazione in condizioni stellari


3.1 Il quadro fisico
3.2 Equazione di stato
3.3 L’opacità ed i meccanismi di interazione radiazione materia
3.4 Generazione di energia
3.5 Reazioni nucleari

Approfondimenti:
A3.1 Eccitazione e ionizzazione: formule di Boltzmann e di Saha. Ionizzazione
per pressione
A3.2 Degenerazione elettronica. Equazione di stato di un gas di Fermi
A3.3 Interazione radiazione elettrone libero: lo Scattering Thomson
A3.4 La media di Rosseland

Capitolo 4. Le basi fisiche dell’evoluzione stellare


4.1 La formazione di strutture autogravitanti
4.2 Strutture di equilibrio e teorema del viriale
4.3 Combustioni termonucleari: la catena protone-protone
4.4 Elementi primari ed elementi secondari
4.5 Traiettorie evolutive per fusione di particelle cariche
4.6 Il biciclo CN-NO
4.7 Combustione dell’elio. Catena 14 N
4.8 Combustioni avanzate
4.9 Evoluzione stellare e fusioni nucleari

Approfondimenti:
A4.1 La formazione stellare. Funzione iniziale di massa
A4.2 Il teorema del viriale
A4.3 Condizioni generali sulle strutture stellari
A4.4 Il ciclo CNO veloce

Capitolo 5. La combustione centrale dell’idrogeno


5.1 Modelli di presequenza. Politropi.
5.2 Sequenze di modelli evolutivi
5.3 La presequenza
5.4 La traccia di Hayashi
5.5 La Sequenza Principale di Età Zero
5.6 La Sequenza Principale e l’esaurimento dell’idrogeno

Approfondimenti:
A5.1 Modelli politropici. Equazione di Lane Emden
A5.2 La combustione degli elementi leggeri
A5.3 La convezione centrale da 3 He
A5.4 Eliosismologia, diffusione e Modello Solare Standard
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A5.5 Neutrini solari


A5.6 La fase di esaurimento dell’idrogeno

Capitolo 6. Combustione dell’idrogeno in shell


6.1 Il limite di Schoenberg Chandrasekhar. La gap di Hertzsprung.
6.2 Stelle di piccola massa: il ramo delle giganti e il flash dell’elio.
6.3 Giganti Rosse di piccola massa: primo ”dredge up” e velocità evolutiva.
6.4 Linee evolutive e isocrone di ammasso.

Approfondimenti:
A6.1 Efficienza della convezione superadiabatica. Indeterminazione sui raggi stel-
lari.
A6.2 Stelle deficienti o prive di metalli.La Popolazione III.
A6.3 Il flash dell’elio.
A6.4 Masse limite per la combustione dell’idrogeno. Nane Brune.
A6.5 Isocrone teoriche e funzioni di luminosità per Ammassi Globulari.

Capitolo 7. Combustione dell’elio e fasi evolutive avanzate: le


piccole masse
7.1 Generalità sulle fasi di combustione di elio. Piccole masse, masse intermedie e grandi
masse.
7.2 Combustione centrale di elio: trascinamneto del nucleo convettivo e semiconvezione
indotta.
7.3 Stelle di piccola massa: perdita di massa, ZAHB ed evoluzione di Ramo Orizzontale.
7.4 Stelle di piccola massa: esaurimento dell’elio centrale. Ramo asintotico.
7.5 I pulsi termici ed il terzo dredge up.
7.6 Nane Bianche: la relazione massa-raggio.
7.7 La massa limite di Chandrasekhar.

Approfondimenti:
A7.1 Breathing pulses.
A7.2 Perdite di massa: Giganti Rosse, Blue HB, AGB Manqué e Hot Flashers.
A7.3 Rotazione stellare. ZAHB rotazionali.

Capitolo 8. Combustione dell’elio e fasi evolutive avanzate:


masse intermedie e grandi masse
8.1 Lo scenario generale.
8.2 La transizione tra masse piccole e intermedie.
8.3 Masse intermedie.
8.4 Grandi masse: combustione di H ed He.
8.5 Limiti superiori di massa. Quadro riassuntivo
8.6 Grandi masse: combustioni avanzate.

Approfondimenti:
A8.1 Strutture ”Not-too-old” in combustione di He .
A8.2 La Red Giant Transition.
A8.3 Nuclei degeneri. Pulsi termici. Biforcazione del Carbonio.
A8.4 Modelli con overshooting invasivo.
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A8.5 Strutture deficienti in metalli e Mup .


A8.6 Il bilancio del Viriale e il criterio di stabilità delle strutture.
A8.7 La storia gravitazionale

Capitolo 9. Riscontri e problematiche osservative


9.1 Calibrazione e validazione dello scenario teorico.
9.2 Ammassi di disco e masse intermedie.
9.3 Ammassi Globulari Galattici: procedure di fitting ed etá.
9.4 Ammassi Globulari Galattici:composizione chimica e problema dell’elio. Il parametro
R.
9.5 Il problema del secondo parametro e le ”Code Blu”.
9.6 Ammassi sintetici e colori integrati.

Approfondimenti:
A9.1 Il Gruppo Locale.
A9.2 Masse intermedie ed overshooting invasivo.
A9.3 Ammassi Globulari: i Rami delle Giganti Rosse.
A9.4 Ammassi Globulari: Nane Bianche di He e Hot Flashers.

Capitolo 10. Le stelle variabili


10.1 Cenni storici ed inquadramento.
10.2 Pulsatori radiali.
10.3 RR Lyrae.
10.4 Cefeidi classiche.
10.5 Validazione della teoria. Progressione di Hertzsprung.

Approfondimenti:
A10.1 Il giorno giuliano.
A10.2 Curve di luce e curve di velocità.
A10.3 Relazioni Periodo-Mk. Imdici di Wesenheit.
A10.4 La dicotomia di Oosterhoff.
A10.5 Coefficienti di Fourier. Ampiesse pulsaziomali.
A10.6 Classificazione delle variabili.

Capitolo 11. La Nucleosintesi


11.1 L’evoluzione nucleare.
11.2 Processi di neutronizzazione lenta (S).
11.3 I processi rapidi ”r” e ”p”.
11.4 Fenomeni esplosivi: Variabili cataclismiche, Novae e Supernovae.
11.5 Modelli di evoluzione galattica.
11.6 Conclusione.

Approfondimenti:
A11.1 Reazioni nucleari interstiziali.
A11.2 Sistemi binari stretti.
A11.3 Le Supernovae storiche.
A11.4 Misure di Litio atmosferico.
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Capitolo 12. Appendici


12.1 Grandezze fondamentali.
12.2 Funzioni di Fermi.
12.3 Sistemi fotometrici.
12.4 Diagrammi HR teorici ed osservativi.
12.5 Potenziali di ionizzazione.
12.6 I nuclei atomici
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Introduzione
La comprensione dei meccanismi fisici che regolano la struttura e l’evoluzione degli oggetti
stellari ha raggiunto solo recentemente una forma compiuta, dopo aver faticosamente avan-
zato per oltre mezzo secolo. Un tale ritardo non deve stupire: una struttura stellare è un
laboratorio naturale in cui è all’opera tutta la fisica moderna. Ciò significa che non è pos-
sibile raggiungere una corretta comprensione delle strutture stellari senza una approfondita
conoscenza del ruolo svolto da quelle che oggi denominiamo le quattro interazioni fonda-
mentali: gravitazionale, elettromagnetica, debole, forte.
In pratica si è dovuto attendere di avere informazioni attendibili su un vasto insieme
di processi fisici microscopici quali le reazioni nucleari, il comportamento di gas quantis-
ticamente degeneri, la produzione di neutrini, e cosı̀ di seguito. A ciò si aggiunga che
solo l’avvento dei potenti calcolatori elettronici ha di fatto consentito di integrare queste
conoscenze per ricostruire compiutamente il fenomeno stella.
Al chiarirsi di tale problematica si è andato anche precisando il ruolo che le stelle hanno
avuto nella storia e nell’evoluzione dell’universo. Talché oggi siamo in presenza di un quadro
che travalica lo studio degli oggetti stellari in sé, per considerarli nella più giusta luce di
attori e testimoni della più generale storia evolutiva della materia e dell’universo. A ciò si
vuoi fare riferimento con il termine Astrofisica Stellare.
Per quanto molte tra le risultanze di tale disciplina siano ormai largamente diffuse , le
ragioni, le procedure e le problematiche sono ancora appannaggio di un ristretto numero
di specialisti, né esiste, almeno in Italia, un testo che introduca compiutamente il relativo
quadro conoscitivo. Questo libro è un tentativo di ovviare a tale situazione. Esso è rivolto a
chi desideri acquisire una ragionata comprensione di quell’insieme di conoscenza teoriche e
sperimentali che costituiscono oggi 1’Astrofisica stellare.
A parere di chi scrive, la maggiore difficoltà nell’esporre, nel suo complesso, un nuovo
campo di discipline, è quella di separare e far risaltare per quanto possibile le ragioni e le
traiettorie evolutive della disciplina sullo sfondo, sempre formalmente pesante, del bagaglio
tecnico nozionistico che la traiettoria stessa implica, acquisisce ed elabora. Ciò è tanto più
difficile quando ci si debba confrontare con la naturale diversità di cognizioni possedute sia
dai lettori di un libro come dai discenti di un corso universitario.
Per tentare di affrontare questo problema questo libro è organizzato su due piani. Il
testo riportato nei vari capitoli intende recuperare le linee portanti della disciplina, partendo
dall’esporre su cosa e perché ci si interroga per giungere a descrivere i metodi di indagine,
le attuali risultanze e le relative problematiche. L’intendimento è che esso possa essere letto
anche da chi non possieda solide conoscenze della fisica a livello universitario, demandando
ad un ulteriore approfondimento una più esplicita comprensione dei meccanismi fisici che
vengono illustrati ed utilizzati nel testo.
Ogni capitolo è peraltro integrato da una serie di brevi argomenti monografici, gli
”Approfondimenti”, tesi talora a illustrare brevemente alcuni strumenti conoscitivi dati per
acquisiti nel testo o, altre volte, a fornire un primo approccio alla struttura fina dei mecca-
nismi fisici o delle problematiche evolutive. Là dove si entra in trattazioni più specialistiche,
al termine di ogni capitolo viene riportata la fonte delle figure, consentendo cosı̀ un diretto
inserimento - a chi lo desiderasse– in una bibliografia che è al momento estremamente vasta
ed estremamente dispersa.

V.C.
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Ringraziamenti.
E’ un piacere ringraziare i qui elencati amici e colleghi che a vario titolo mi sono stati di
aiuto nella stesura del testo:

Enrico Bozzo, Osservatorio Astronomico di Roma.


Enzo Brocato, Osservatorio Astronomico di Teramo.
Santi Cassisi, Osservatorio Astronomico di Teramo.
Marco Castellani, Osservatorio Astronomico di Roma.
Massimo Dall’Ora, Osservatorio Astronomico di Roma.
Scilla Degl’Innocenti, Dipartimento di Fisica, Università di Pisa.
Marcella Marconi, Osservatorio Astronomico di Napoli.
Pier Giorgio Prada Moroni, Università di Pisa.
Steven Shore, Università di Pisa.
Manuela Zoccali, Universidad Catolica de Chile.
Capitolo 1

Evidenze evolutive nell’Universo


stellare

1.1. Gli osservabili stellari


La prima antichissima evidenza di quella vasta e strutturata distribuzione spaziale di materia
cui diamo il nome di Universo risiede nel flusso luminoso che ci proviene dalle sorgenti stellari.
La consapevolezza che tali sorgenti debbano essere riguardate come corpi celesti analoghi al
vicino Sole, più volte adombrata nel corso della storia del pensiero scientifico e certamente
già fatta propria da Galileo, è alla base di una svolta conoscitiva nello studio dell’Universo:
dalla Astronomia, intesa come semplice analisi delle posizioni e dei movimenti apparenti
delle stelle sulla volta celeste, si apriva la strada all’ Astrofisica ed allo studio delle proprietà
fisiche degli oggetti stellari.
Tale studio non può peraltro che essere basato sull’analisi della radiazione elettromag-
netica che da tali oggetti ci giunge e quindi, in termini operativi, sulla analisi dei fotoni
raccolti da telescopi e focalizzati su opportuni rivelatori. In linea generale, ci attendiamo che
una sorgente stellare sia caratterizzata dalla quantità di energia luminosa emessa nell’unità
di tempo sotto forma di fotoni e dalla distribuzione dei fotoni stessi alle varie frequenze o
lunghezze d’onda (”distribuzione spettrale” o ”spettro” della radiazione). Fortunatamente,
si trova che nella grande maggioranza dei casi tale distribuzione risulta con buona approssi-
mazione assimilabile a quella attesa da un corpo nero (→ A1.1) di opportuna temperatura.
Potremo dunque parlare di una “temperatura della sorgente”, e caratterizzare tali temper-
ature attraverso opportune definizioni delle “magnitudini” stellari e dei relativi “indici di
colore” (→ A1.2). Le osservazioni mostrano che le temperature stellari risultano tipicamente
contenute in un intervallo non molto esteso, orientativamente tra i 3.000 ed i 30.000 gradi
Kelvin (K).
La distribuzione spettrale della radiazione non dipende dalla distanza della sorgente, dis-
tanza da cui dipende peraltro il flusso di energia che raggiunge la Terra. Più problematico
risulta quindi risalire dall’energia raccolta alla superficie della Terra all’energia emessa per
unità di tempo (luminosità intrinseca) da una sorgente di cui sovente è difficile valutare con
precisione la distanza. Metodi diretti (parallassi trigonometriche → A1.3) applicati sia da
terra che da veicoli spaziali consentono oggi di conoscere con buona precisione la distanza
degli oggetti più vicini al nostro sistema solare, che rappresentano peraltro una frazione min-
imale dell’Universo osservato. Al di là di tale campione locale, la valutazione delle distanze
riposa sulla diponibilità di opportune “candele standard”, cioè sull’utilizzo di particolari

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Fig. 1.1. Rappresentazione schematica della struttura della nostra Galassia. Le distanze sono
misurate in parsec (1 pc ∼ 3.3 anni luce → A1.3)

sorgenti stellari di cui si ritiene di poter conoscere a priori la luminosità intrinseca della
struttura.
A questi due osservabili “macroscopici” delle proprietà radiative di una stella si ag-
giunge una ulteriore e preziosa informazione a livello microscopico. La non esatta corrispon-
denza tra gli spettri stellari e la distribuzione di corpo nero è infatti da attribuirsi in larga
misura alla presenza di righe e bande oscure variamente distribuite lungo lo spettro, causate
dall’assorbimento selettivo di radiazione (→ A1.4) da parte degli atomi o molecole di cui è
composta la porzione più superficiale di una struttura stellare (atmosfera stellare). La teo-
ria delle atmosfere stellari consente oggi di risalire con buona precisione dagli assorbimenti
osservati all’abbondanza delle varie specie atomiche, fornendoci la preziosa (e per lungo
tempo insperata) opportunità di acquisire informazioni sulla composizione chimica di tali
atmosfere.

1.2. Le galassie: evidenze di evoluzione dinamica


Pur limitandosi al solo osservabile “temperature”, l’esame delle sorgenti stellari suggerisce
tutto un insieme di evidenze evolutive collegabili alla storia della materia nella nostra
Galassia e, più in generale, ad una storia dell’Universo stesso, delle sue strutture e della
materia in esse contenute. E’ su tale quadro di evidenze che l’Astrofisica Stellare è chiamata
ad operare, al fine di raggiungere valutazioni quantitative che consentano di sviluppare
l’ambizioso programma di ricostruire nei dettagli la storia dell’Universo nel suo insieme,
ricavando tale storia dall’analisi delle testimonianze stellari che sopravvivono disseminate
nello spazio.
E’ ben noto come la fascia luminosa che attraversa il cielo notturno, detta “Via Lattea”,
debba essere interpretata come evidenza che il Sole faccia parte di un sistema strutturato di
stelle detto Galassia, dal greco Γαλαξιασ = “Latteo”, ove è sottinteso il termine “circolo”.
L’osservazione ha portato a riconoscere nella Galassia tre componenti principali che sono
qui elencate in ordine di rilevanza osservativa (fig.1.1):

1. Un disco, di raggio '15 chiloparsec (kpc) e spessore '300 pc, popolato da stelle e nubi di
materia diffusa sotto forma di polveri e gas. Caratteristica la presenza di ammassi stellari
aperti (fig. 1.2), tipicamente formati da non più di qualche migliaio di stelle, non legate
gravitazionalmente e senza evidenti simmetrie . Numerose evidenze indicano l’esistenza
nel disco di una sottostruttura a spirale, in analogia a quanto osservato direttamente in
altre galassie (fig. 1.3).
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Fig. 1.2. Distribuzione sulla volta celeste degli ammassi stellari aperti della nostra Galassia che
marcano la collocazione del disco galattico. Sono utilizzate coordinate galattiche ove la latitudine
galattica (b) è misurata con riferimento al piano definito dalla Via Lattea e per la longitudine (l) si
assume come origine la direzione del centro galattico.

Fig. 1.3. Mappa della posizione sul piano del disco galattico di alcuni tracciatori di spirale nei
dintorni del Sole. I simboli rappresentano giovani ammassi stellari aperti (cerchi pieni) e nubi di
idrogeno ionizzato dalla radiazione di contigue stelle giganti blu (cerchi vuoti). Le concentrazioni
degli oggetti lungo fasce evidenziano porzioni locali delle braccia a spirale della nostra Galassia.

2. Un nucleo (bulge), centro di simmetria per il disco, particolarmente ricco di stelle e di


materia diffusa.

3. Un alone sferico, di raggio comparabile a quello del disco, nel quale sono presenti essen-
zialmente solo oggetti stellari, distribuiti con buona simmetria attorno al nucleo galattico.
Caratteristica la presenza di oltre cento ammassi globulari (→ A1.5), formati da sino ad
un milione di stelle, gravitazionalmente legate in strutture a spiccata simmetria sferica.

Strutture di questo tipo sono riconosciute per ogni dove nell’Universo, a partire da quando
i primi grandi telescopi riuscirono a risolvere un antica controversia, mostrando come le
nebulose spiraleggianti intraviste con i cannocchiali ottocenteschi dovessero essere riguardati
come strutture dalle dimensioni e strutture analoghe a quelle della nostra Galassia poste ad
enormi distanze. Per la galassia a noi più vicina (M31 = Andromeda) stimiamo oggi, per
esempio, una distanza di ∼700 kpc.
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Fig. 1.4. Schema evolutivo della Galassia. I punti rappresentano il gas, le crocette le stelle ed
ammassi di alone, i cerchi aperti le prime stelle di disco. Gli asterischi rappresentano l’esplosione di
supernovae ed i cerchietti pieni stelle arricchite di elementi pesanti. R rappresenta l’asse di rotazione
della Galassia. Il raggio dei cerchi è di circa 15 kpc. Nella fase b sono indicate alcune orbite della
popolazione di alone (stelle od ammassi).

Di particolare rilevanza appare la differenza di temperatura tra stelle di disco e di alone.


Nella nostra Galassia e, per quanto è possibile verificare, in tutte le galassie simili alla nostra
(galassie a spirale), si ha infatti che:

1. Tra le stelle che popolano il disco, le più luminose appaiono tipicamente stelle ad alta
temperatura (stelle blu, T∼10.000 K).
2. L’alone galattico è invece dominato da stelle a temperatura nettamente inferiore (giganti
rosse, T∼5.000 K).

Da queste osservazioni scaturisce, sia pur a livello di ipotesi di lavoro, un quadro inter-
pretativo che collega evidenze stellari ed evoluzione galattica. Dovendosi assumere che le
stelle siano il risultato della condensazione di materia diffusa sotto l’influenza del campo
gravitazionale, è innanzitutto evidente che nell’alone della Galassia, ove tale materia diffusa
è praticamente assente, il processo di formazione stellare è al presente inibito. Le stelle che
popolano l’alone devono quindi essere il ricordo di una fase precedente, in cui l’intero alone
era occupato da una nube di materia diffusa a simmetria tipicamente sferica (protogalassia).
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Alla formazione di una prima generazione stellare nel corpo di questa protogalassia deve
aver fatto seguito il collasso del gas residuo (fig. 1.4) a formare il disco, con tempi scala
caratteristici di ∼ 3 × 108 anni per un collasso in caduta libera (collasso non dissipativo).
Nel disco cosı̀ formatosi sono restati e restano attivi i processi di formazione stellare a spese
della materia diffusa ivi addensata. Se ciò è vero, le popolazioni stellari di alone devono essere
le più antiche della Galassia, e la differenza di stato fisico delle strutture stellari potrebbe
essere messa in relazione proprio alla differente età. Cosı̀ varrebbero le relazioni:

Alone → Predominio di giganti rosse → strutture stellari antiche.


Disco → Predominio di stelle blu → strutture stellari giovani.

Pur senza entrare in casistiche dettagliate (→ A1.6) ricordiamo d’altronde come


nell’Universo, sia pur nel quadro di una gran varietà di forme e dimensioni, si osservino
due tipi fondamentali di agglomerazioni di materia su scala galattica:

1. Galassie a spirale, quali la nostra e M31, nelle quali è presente un disco (con spirali
regolari o barrate) immerso in un alone dominato da giganti rosse.
2. Galassie ellittiche, nelle quali è presente solo una componente sferoidale di alone.

E’ interessante notare come le galassie ellittiche mostrino di essere dominate da una


componente stellare a bassa temperatura, come chiaramente indicato dal loro colore. Questa
osservazione sembra integrare il quadro evolutivo precedente, suggerendo che le prime gen-
erazioni stellari siano nate, in ogni caso, da nubi protogalattiche sferoidali ed in un lontano
passato. Solo se, per motivi al momento imprecisati, tale processo di generazione stellare
lascia nella struttura del gas residuo, tale gas si condensa lungo un disco ove rimangono ef-
ficienti ulteriori processi di formazione stellare. Notiamo che da queste semplici osservazioni
emerge che l’Universo ha una storia: c’è stata nel passato un era per la formazione delle
galassie, e ciò contraddice quella teorie che vorrebbero l’Universo sempre eguale a sé stesso
(teorie dello stato stazionario).
Il quadro evolutivo cosı̀ delineato è peraltro suscettibile di modifiche anche sostanziali
sulle quali è ancora vivo il dibattito: il collasso del protoalone potrebbe essere stato di tipo
dissipativo, e quindi su tempi scala termodinamici, o - ipotesi ancor più radicale - nella
formazione degli aloni potrebbero aver giocato un ruolo processi di cattura e di merging
di sistemi stellari preesistenti. Le teorie di evoluzione stellare sono chiamate a precisare,
definendoli quantitativamente, tali scenari evolutivi, fornendo risposte che - come abbiamo
visto - coinvolgono non solo la storia della nostra Galassia ma anche la storia del più generale
strutturasi in galassie dell’Universo nel suo insieme.

1.3. Diagramma HR e isocrone di ammasso.


Per integrare il quadro osservativo sul quale le teorie dell’evoluzione stellare sono chiamate
ad operare, dobbiamo ora aggiungere le informazioni riguardanti le luminosità intrinseche
degli oggetti stellari. A tale scopo appare naturale organizzare in un diagramma le due
caratteristiche che definiscono le proprietà radiative di una struttura stellare: la luminosità L
(energia emessa per unità di tempo) e temperatura efficace Te (→ A1.1). Un tale diagramma
prende il nome di diagramma di Hertzsprung Russel o diagramma HR dal nome dei due
ricercatori che agli inizi del novecento per primi ricorsero a tale rappresentazione . Quando al
posto delle grandezze fisiche L, Te si usano le correlate grandezze osservative “magnitudine”
e “indice di colore” tali diagrammi prendono anche il nome di diagrammi Colore Magnitudine
o diagrammi CM.
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Fig. 1.5. Magnitudini visuali assolute MV in funzione del colore B-V per stelle con distanza dal
Sole minore di 20 pc, parallassate trigonometricamente dal satellite astrometrico Hipparcos. La
freccia indica la magnitudine assoluta del Sole (MV =4.8). Luminosità e temperatura delle sorgenti
decrescono all’aumentare, rispettivamente, di MV e B-V.

Organizzando in tale diagramma i dati magnitudine assoluta-colore per le stelle nei


dintorni del Sole, le cui distanze sono note grazie alle parallassi trigonometriche, osserviamo
che la maggior parte delle stelle si dispone lungo una sequenza monoparametrica che va
dalle alte luminosità e alte temperature verso valori decrescenti di ambedue questi parametri
osservativi (fig. 1.5). Non sorprendentemente, a tale sequenza viene dato il nome di Sequenza
Principale o, con terminologia inglese, Main Sequence sovente abbreviata in MS. Nello stesso
diagramma si notano alcune stelle che si distaccano sensibilmente dalla sequenza, poste
rispettivamente a alte temperature e minori luminosità o a basse temperature e maggiori
luminosità. Ricordando che la temperatura regola l’emissività del corpo nero, è immediato
dedurne che le prime devono essere sensibilmente più piccole e le seconde più grandi, evidenza
che giustifica i nomi di Nane Bianche (White Dwarfs = WD) per le prime e di Giganti Rosse
(Red Giants = RG) per le seconde. Da segnalare infine la presenza di alcune, rare, stelle che
si collocano al di sotto della MS, note come ”Subnane di campo” (Subdwarfs = SD)
Informazioni analoghe sono anche ottenibili tracciando il diagramma HR per stelle ap-
partenenti ad un ammasso: è lecito infatti assumere che le mutue distanze tra le stelle
dell’ammasso siano molto minori della distanza dell’ammasso stesso dal Sole. In tale caso si
conservano i rapporti delle diverse luminosità. Ricordando che nelle magnitudini appaiono
i logaritmi delle luminosità, se ne trae che le magnitudini osservate si distribuiscono in tale
diagramma esattamente come le magnitudini assolute, differendo da esse per una costante
di scala additiva dipendente dalla distanza dell’ ammasso (modulo di distanza dell’ammasso
→ A1.2).
Costruendo cosı̀ diagrammi HR per ammassi contenuti nel disco o nell’alone galattico
(fig. 1.6 e fig. 1.7) si osserva la costante presenza di sequenze monoparametriche, la cui
topologia varia peraltro sensibilmente al variare della collocazione galattica. Gli ammassi di
disco mostrano diagrammi HR per molti versi analoghi a quello delle stelle nella vicinanza
del Sole. Gli ammassi globulari dell’alone galattico se ne discostano invece sensibilmente:
sono assenti le giganti blu (come già avevamo indicato) ed appaiono nuove sequenze indicate
rispettivamente come “Ramo delle Giganti Rosse” (RGB = Red Giant Branch), “Ramo
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Fig. 1.6. Diagramma HR dell’ammasso aperto delle Iadi, tipico di ammassi aperti del disco galat-
tico. In ordinata le magnitudini assolute (MV ) come ricavate dalle magnitudini relative e dal modulo
di distanza (DM =3.33) fornito dal satellite astrometrico Hipparcos (→ A1.2). In ascissa i colori
B-V. Per opportuno confronto la freccia riporta la magnitudine assoluta del Sole.

Fig. 1.7. Magnitudini visuali V in funzione del colore B-V per le stelle dell’ammasso globulare
M5 di alone. La freccia riporta la magnitudine V del Sole posto alla distanza dell’ammasso (DM ∼
15.07 )

Orizzontale” (HB = Horizontal Branch) e “Ramo Asintotico” (AGB = Asymptotic Giant


Branch).
Recentemente il grande progresso osservativo portato da Telescopio Spaziale Hubble
(HST= Hubble Space Telescope) ha consentito di estendere le osservazioni degli ammassi
globulari a stelle di debole luminosità non rivelabili da Terra, integrando notevolmente le
nostre conoscenze del diagramma CM di tali oggetti. La fig. 1.8 mostra come le fasi evolutive
raggiunte da Terra siano quasi la “punta di un iceberg”, al di sotto della quale si estende
una lunga Sequenza Principale che raggiunge stelle con luminosità anche inferiori a 1/100
di quella solare.
L’evidenza di diagrammi HR con sequenze monoparametriche conduce ad una rilevante
deduzione. In linea del tutto generale ci si attende infatti che le caratteristiche evolutive delle
stelle debbano dipendere da molti parametri e, in particolare, dalla composizione chimica
8

Fig. 1.8. Diagramma CM delle stelle nell’Ammasso Globulare M92 ottenuto combinando le osser-
vazioni da Terra con le osservazioni HST

della materia da cui si sono formate, dalla massa e dall’età delle strutture, non escludendo
l’intervento di altri fattori quali, ad esempio, lo stato di rotazione delle strutture medesime.
L’evidenza di sequenze monoparametriche indica che nelle stelle di un ammasso solo uno
di tali parametri varia in maniera indipendente, governando la collocazione nel diagramma
HR delle varie strutture. Se le stelle di un ammasso sono nate in un comune processo di
formazione, nulla osta a che le stelle abbiano avuto in origine una comune composizione
chimica e una comune età. Pare invece irrealistico che processi di fragmentazione del pro-
toammasso gassoso abbiano portato a valori fissi per la massa degli oggetti stellari formati,
cpsì da suggerire che la massa stellare debba essere il parametro che governa la distribuzione
nel diagramma HR.
Il diagramma HR conferma in tal modo l’ipotesi che le stelle di un ammasso si siano
formate da un unica nube ed in una determinata epoca, in un intervallo di tempo piccolo
rispetto all’età dell’ammasso. Il diagramma HR delle stelle di un ammasso deve quindi essere
interpretato come il luogo, nel piano luminosità - temperatura, di stelle aventi massa diversa
e costante età e composizione chimica (isocrona di ammasso).
Nel quadro evolutivo che siamo andati delineando, la differenza tra i diagrammi degli
ammassi di alone e di disco dovrebbe essere, almeno in parte, attribuita a differenze di età.
Se ne può trovare una conferma indiretta nello studio di sistemi binari per i quali è possibile
valutare massa e luminosità delle stelle (→ A1.7). Si trova infatti che in stelle di sequenza
principale la luminosità è direttamente correlata alla massa, crescendo al crescere di questa.
Di particolare rilevanza è la constatazione che la luminosità cresce secondo potenze superiori
della massa (orientativamente L∼ M3.5 - fig. 1.9). Se ne trae infatti l’evidenza che la quantità
di energia emessa da una stella per unità di tempo e di massa cresce anch’essa rapidamente
con la massa della stella.
Ciò suggerisce che le stelle a massa maggiore debbano esaurire più rapidamente la loro
riserva di energia, qualunque essa sia, e che, quindi, abbiano tempi evolutivi più rapidi e vita
9

Fig. 1.9. La relazione massa-luminosità per stelle di sequenza principale in sistemi binari.

totale più breve. Non stupisce quindi l’assenza di stelle luminose blu di sequenza principale
nell’alone: se le stelle di alone sono sensibilmente più antiche di quelle di disco ci si attende
appunto che le stelle più massicce abbiano esaurito il loro tempo di vita, scomparendo dalla
sequenza principale. Resta naturalmente da identificare l’origine delle osservate sequenze di
Giganti Rosse e di stelle di Ramo Orizzontale.
Colore, luminosità e spettri delle stelle contribuiscono quindi a suggerire un quadro evo-
lutivo di notevole interesse per la storia della nostra Galassia, quadro che una opportuna
teoria delle strutture e della evoluzione stellare è chiamata a confermare e precisare.

1.4. La Galassia: evoluzione nucleare. Popolazioni stellari


Il quadro che siamo andati delineando nei punti precedenti si amplia quando si aggiungano
le informazioni provenienti dall’analisi spettroscopica. Dalle righe di assorbimento dei vari
elementi è possibile risalire con buona precisione alla abbondanza degli elementi stessi nelle
atmosfere stellari. Il quadro che se ne evince si salda direttamente alle analisi precedenti
ampliando le ipotesi ivi avanzate. La materia dell’Universo risulta per la maggior parte
(oltre il 98 % in massa) sotto forma di idrogeno ed elio. Ovunque sono peraltro presenti
gli elementi più pesanti , ma con la caratteristica che negli ammassi dell’alone galattico tali
elementi risultano di 1-2 ordini di grandezza meno abbondanti di quanto riscontrabile nelle
stelle di disco e, in particolare, nel nostro Sole (fig. 1.10).
E’ invalso l’uso in astrofisica di indicare col termine “metalli” l’insieme di tutti gli ele-
menti con nuclei più pesanti di quello dell’elio, e quindi con numero atomico A > 4 (→ A1.8),
e di indicare con Z l’abbondanza in massa di tali elementi, cioè la massa che in un grammo
di materia è sotto forma di “metalli”. Le abbondanze in massa di idrogeno e elio vengono
rispettivamente indicate come X o Y, valendo per definizione X+Y+Z =1. Utilizzando tale
notazione, nella Galassia risulta indicativamente:

Alone → Zalone ∼ 10−4 − 10−3 .


Disco → Zdisco ∼ 10−2 (Sole → Z ∼ 2 · 10−2 ).

Assumendo lo schema di progressione temporale protogalassia → alone → disco, risul-


terebbe cosı̀ che gli oggetti più antichi della nostra Galassia sono nel contempo caratterizzati
da una netta sottoabbondanza di elementi pesanti. Ciò suggerisce che la composizione nucle-
are della materia nell’Universo non sia immutabile, e che al fluire del tempo si sia modificata
non solo la morfologia delle strutture ma anche la distribuzione delle specie nucleari nella
10

Fig. 1.10. L’abbondanza dei vari elementi nell’ atmosfera del Sole, graficata in funzione del numero
di massa A: La distribuzione è normalizzata ponendo l’abbondanza del Silicio pari a 106 . Si nota
come l’idrogeno risulta almeno 1000 volte più abbondante di tutti gli altri elementi, fatta eccezione
per l’elio. Si notino le peculiari abbondanze dei nuclei di 12 C e dei successivi multipli del nucleo di
elio (O, Ne, S ...). Si notino infine i picchi nella distribuzione in corrispondenza del ferro e per i
numeri magici di neutroni N 50, 82, 126. Nelle stelle di alone si hanno distribuzioni simili ma con
minore complessiva abbondanza di elementi pesanti.

materia da cui tali strutture si sono formate, materia che nel tempo deve essersi andata ar-
ricchendo di elementi pesanti. Poichè la produzione di nuovi elementi implica l’efficienza di
reazioni nucleari, e quindi di materia in condizioni altamente energetiche, pare naturale indi-
viduare nell’interno delle stelle la sede preferenziale per l’efficienza di tali processi. Previsione
che mostreremo essere ampiamente confermata da dettagliate valutazioni teoriche.
L’informazione spettroscopica diviene tanto più rilevante quando ci mostra come le stelle
che compongono un “ammasso stellare”, pur presentando una varietà di fasi evolutive (cioè
di luminosità e temperature superficiali), mostrino una sensibile uniformità di composizione
chimica. Ciò non solo conferma l’ipotesi che tali aggregati di stelle si siano formati da una
originaria comune nube di materia protoammasso, ma indica anche che l’evoluzione delle
strutture stellari non modifica sensibilmente la composizione chimica degli strati più super-
ficiali, che di conseguenza deve essere rimasta ancora quella della nube originaria. Poichè è
immediato riconoscere che alla superficie di una stella - a causa delle limitate temperature
- non possono mai essere state efficienti reazioni nucleari, l’indicazione precedente va letta
come una evidenza che nel corso dell’evoluzione di una struttura stellare non si verificano
in genere rimescolamenti profondi in grado di alterare macroscopicamente la composizione
degli strati superficiali.
In questa luce, risulta quindi che una struttura stellare, all’atto della sua formazione,
“congela” alla sua superficie la composizione nucleare della materia interstellare dalla quale
la stella stessa si è formata. Acquisendo quindi informazioni sull’età di strutture stellari
attualmente osservabili ricaviamo nel contempo informazioni sulla storia della composizione
della materia interstellare, mappandone l’evoluzione non solo nello spazio ma anche nel
tempo. Le teorie di evoluzione stellare sono chiamate a confermare un tale quadro evolu-
tivo, producendo nel contempo quelle informazioni quantitative che consentano una dettagli-
ata ricostruzione conoscitiva del passato, ricollegando le evidenze osservative del presente
Universo ad una catena di avvenimenti che ci conduca alla comprensione della storia della
nostra Galassia in particolare e, più in generale, dell’Universo nel suo insieme.
11

E’ importante notare che la bassa metallicità degli ammassi globulari dell’alone si rac-
corda con una più generale differenza nelle caratteristiche delle strutture stellari che com-
pongono la Galassia, come portata alla luce dallo studio della dinamica degli oggetti stellari
di campo, non appartenenti cioé ad ammassi. Per discutere questo punto è da premettere
che il Sole, in quanto stella del disco, ruota attorno al centro galattico, con una velocità di
circa 220 km/sec, compiendo dunque un’intera orbita in circa 200 milioni di anni. Le stelle
nei dintorni del Sole che partecipano alla rotazione del Sole attorno al centro galattico, e
che hanno quindi piccole velocità relative al Sole, hanno sempre metallicità simili a quelle
solari. Il disco è peraltro attraversato anche dalle orbite di stelle di alone che non partecipano
alla rotazione del disco e che nei pressi del Sole si manifestano come un gruppo di stelle ad
alta velocità, conseguenza del moto riflesso del Sole. Queste stelle di alone risultano sempre
di piccola massa (e quindi a lunga vita media) e tipicamente sottoabbondanti in metalli,
collocandosi nel diagramma CM al di sotto della MS, nel gruppo delle Subdwarf.
Sommando tali evidenze a quelle fornite dagli ammassi stellari si conclude che gli
oggetti stellari, indipendentemente dalla loro appartenenza ad ammassi, possono dividersi
in ”famiglie” caratteristiche per la loro collocazione galattica, per l’età, per il contenuto in
metalli e per la morfologia dei rispettivi ammassi stellari. A tali caratteristiche si associa
anche una ulteriore differenza in stelle che mostrano una regolare e periodica variazione
di luminosità (stelle variabili). Nelle stelle di alone appaiono infatti variabili di tipo RR
Lyrae, con periodo minore di un giorno, mentre nel disco si trovano solo variabili Cefeidi,
con periodo molto più lungo, sino ad alcuni mesi.
Si giunge cosı̀ al concetto di popolazioni stellari galattiche, secondo lo schema:

1. Popolazione I → disco galattico: stelle giovani (giganti blu), abbondanza solare, ammassi
aperti, variabili Cefeidi.
2. Popolazione II → alone galattico: stelle anziane (giganti rosse), povere di metalli, ammassi
globulari, variabili RR Lyrae.

Tale schematizzazione non deve peraltro essere riguardata come una evidenza per una
netta bimodalità nelle popolazioni stellari della Galassia. Essa rappresenta invece i due
casi estremi ed evidenti di una più graduale distribuzione delle proprietà stellari al variare
della collocazione galattica. Gradualità che si riflette nel definire una Popolazione estrema od
intermedia ed una Popolazione I di disco, vecchia o estrema, in ordine di crescente metallicità,
crescente appiattimento sul disco e decrescente età. Distribuzione che è evidentemente da
collegarsi alla storia dinamico-chimica della materia nella galassia medesima.
E’ da notare che le popolazioni stellari cosı̀ definite descrivono le caratteristiche del
sistema alone-disco nella nostra Galassia con categorie non necessariamente estendibili a
tutti gli altri sistemi stellari. Nello stesso nucleo galattico troviamo infatti, ad esempio,
ammassi globulari antichi ma ricchi di metalli, e nelle vicine Nubi di Magellano troviamo
invece ammassi globulari giovani ma poveri di metalli, che non rientrano nelle precedente
classificazione. Il concetto di popolazione stellare può mantenere una sua generalità quando
si svincoli dall’età collegandolo esclusivamente al contenuto in elementi pesanti, cioè alla
distanza genetica che separa la formazione di una popolazione stellare dalla materia priva di
metalli emersa dal Big-Bang (→ 1.5). In questa accezione, nel nucleo galattico potremo allora
parlare di una popolazione I vecchia e nelle Nubi di Magellano di ammassi di popolazione
II giovani.

1.5. L’Universo: evoluzione dinamica ed evoluzione nucleare


Lo scenario evolutivo sin qui suggerito da un esame delle evidenze fornite dagli oggetti stellari
si salda con impressionante coerenza ad un parallelo scenario evolutivo fornito dall’ evidenza
12

osservativa del fenomeno di “recessione” delle galassie ( → A1.9). L’evidenza di un Universo


in espansione porta con semplici argomenti dinamici ad ipotizzare, tornando indietro nel
tempo, un Universo sempre più denso e più caldo, sino a giungere - circa 1010 anni or sono
- in prossimità di uno stato in cui densità e temperatura tendono a divergere. L’osservata
radiazione di fondo cosmico, a circa 3 K, supporta tale ipotesi, talchè oggi è pressochè
unanimemente accettato che l’Universo attuale abbia preso origine da una fase nella quale
materia e radiazione erano fortemente accoppiate, raggiungendo valori che in prossimità del
tempo zero (Big-Bang) possono essere seguite sino ad almeno T∼1013 K, ρ∼1015 gr/cm3 .
La storia dell’Universo nel suo insieme risulta cosı̀ la storia della progressiva espansione e
raffreddamento di materia e radiazione che componevano tale iniziale “sfera di fuoco”.
Per quanto inaspettato possa apparire, ne consegue che è possibile operare previsioni sulla
distribuzione delle specie nucleari emerse dalla sfera di fuoco per costituire la composizione
chimica iniziale della materia nel nostro Universo. Alle condizioni estreme di temperature
indicate, l’energia media per particella risulta infatti dell’ordine del GeV (109 eV), molto
maggiore delle energie di legame dei nuclei. A tali livelli di energia non potevano quindi
esistere strutture nucleari, esistendo solo un ”brodo” di quark, leptoni e fotoni in equilibrio
termodinamico. Ne segue che in tali condizioni la materia non conserva memoria del proprio
passato e in questo senso dobbiamo concludere che la storia del presente Universo inizia dal
Big-Bang.
E’ possibile seguire il destino di questo gas primordiale per scoprire che la composizione
della materia uscita dal Big-Bang non poteva contenere elementi più pesanti dell’elio, lim-
itandosi anzi essenzialmente a idrogeno ed 4 He. Per mostrare ciò occorre seguire il destino
dei nucleoni (protoni (p) e neutroni (n)) sino al momento in cui la temperatura scende a
valori (∼109 K) ai quali l’energia media di particelle e fotoni scende al di sotto dell’energia
di legame del primo nucleo complesso possibile, il deuterio (D= 2 H), cosı̀ che i nuclei di
D eventualmente formati non vengano immediatamente distrutti da processi di fotodisinte-
grazione.
A 1011 K (10−2 sec dalla discontinuità iniziale) vi sono a disposizione ancora circa 10 Mev
per particella, cioè un’energia sensibilmente superiore all’ energia del decadimento spontaneo
del neutrone.

n → p + e+ + ν (+1.2

In tali condizioni ci si attende che il numero di neutroni sia paragonabile a quello dei
protoni ( → A1.10). A 1010 K (10 sec) l’energia media delle particelle e dei fotoni diventa
paragonabile all’energia del decadimento, l’equilibrio è spostato a favore dei protoni ed i
neutroni cominciano a decadere in protoni. In tutto questo arco di tempo la fusione diretta
protone-neutrone in deuterio (D)

n + p → 2D + γ

è vanificata dalla immediata fotodisintegrazione del deuterio. A 109 K (∼10 sec) il D


diviene finalmente stabile, ma l’equilibrio è ormai definitivamente spostato a favore dei
protoni. Il neutrone libero ha peraltro una vita media dell’ordine di 15 minuti, cosı̀ che a 109
K - quando il deuterio diventa stabile - sopravvive una frazione consistente di neutroni che
concorrono con i protoni alla formazione per fusione nucleare di nuclei di deuterio. Ciò dà
inizio ad una serie di reazioni nucleari particolarmente favorite, quale - ad esempio - quella
di D + D che ha una probabilità 1022 maggiore della protone-protone, che conducono alla
formazione dell’isotopo 4 dell’ elio:

n+p→D+γ
2
D + 2 D → 3 He + n
13

3
He + n → 3 H + p
2
D + 3 H → 4 He + n

Non è peraltro possibile costruire nuclei più pesanti dell’ elio 4 poichè in natura non
esistono isotopi stabili con numero di massa 5, e la possibile reazione
4
2 He + n → (52 He)∗ )→ 42 He + n

è seguita da un decadimento con vita media 10−21 sec, che riconduce inevitabilmente all’
elio 4.
Curiosamente, le proprietà dei nuclei sembrano disegnate per precludere ogni possibilità
di superare il limite dell’elio 4. Non esistono infatti nuclei stabili anche, e solo, per il numero
di massa 8. Ne consegue che per superare il “muro” dell’elio 4 non servono nemmeno le
possibili reazioni tra i nuclei già prodotti
3
He + 4 He → 7 Be + γ
4
He + 4 He → 8 Be + γ

perchè la prima indirettamente e la seconda direttamente portano alla formazione di


berillio 8 che con tempi caratteristici di 10−16 sec ridecade in due α
8
Be → 4 He + 4 He.

Furono proprio queste curiose proprietà dei nuclei a convincere a suo tempo Gamow
a desistere dal tentativo di giustificare la presenza in natura di elementi pesanti tramite
il Big-Bang. Se ne trae invece l’evidenza che la materia, cosı̀ come uscita dalla sfera di
fuoco, doveva essere essenzialmente composta da H ed He, con tracce di D, 3 He e pochi altri
elementi leggeri.
La valutazione delle quantità di elementi prodotti da questa nucleosintesi primordiale
dipende criticamente dai particolari dell’evoluzione temporale della sfera di fuoco. La quan-
tità di elementi leggeri cosı̀ prodotti sono quindi correlate al modello di Big-Bang e, at-
traverso questo, alle caratteristiche del passato e presente Universo (fig. 1.11). Calcoli det-
tagliati basati sul “modello standard” del Big-Bang conducono in particolare a correlare
l’abbondanza dell’ elio (elio cosmologico) alla densità nell’ Universo attuale di materia bar-
ionica, secondo la relazione

YC ∼ 0.23 + 0.094 (ρ/ρcrit )

dove YC rappresenta l’abbondanza in massa dell’elio cosmologico, ρ la densità attuale


dell’Universo e ρcrit ( ∼ 10−29 gr/cm3 ) è la densità critica, cioè la densit media dell’Universo
attuale (→ A1.11) al di sotto della quale l’energia cinetica del moto di espansione supera
l’energia gravitazionale e l’Universo sarebbe costretto ad espandersi indefinitamente.
Poichè la nucleosintesi di origine stellare, che aggiungerà i suoi prodotti agli elementi cos-
mologici, può solo aumentare l’abbondanza di elio, l’elio presente nella materia dell’attuale
Universo rappresenta un limite superiore per l’abbondanza di elio cosmologico. La cosmolo-
gia del Big-Bang prevede dunque che nell’Universo intero l’idrogeno appaia sempre mescolato
con una non trascurabile quantità di elio, la cui minima abbondanza è fornita dalla relazione
precedente.
Le osservazioni confermano l’esistenza per ogni dove di tale elio cosmologico, fornendo
un valore che si aggira attorno a Y ∼ 0.23. Se ne deve concludere che la densità di barioni
nell’Universo attuale è circa un fattore 100 al di sotto del valore critico ρcrit ( ∼ 10−29
gr/cm3 ), valore confortato anche dalle abbondanze cosmologiche degli altri elementi leggeri e
in buon accordo con le stime di densità ricavabili dalla distribuzione delle galassie. Dovremmo
14

Fig. 1.11. La produzione di elementi nel big bang come funzione della densità di barioni
nell’Universo attuale.

quindi concludere per un Universo è aperto, a meno che non vi sia il contributo di massa
sotto forma non barionica (materia oscura). Eventuale massa posseduta dai neutrini od
altre particelle, quali le ipotizzate WIMPS (Weak Interacting Massive Particles) potrebbe
peraltro concorrere a chiudere l’Universo.
I recenti risultati del satellite WMAP, lanciato nel 2001 dalla NASA per studiare la ra-
diazione di fondo cosmico, hanno confortato un tale scenario, portando peraltro nuove ed
importantissime informazioni. L’Universo, con un’età di 13.7 miliardi di anni, appare pi-
atto, e la densità critica viene raggiunta grazie al contributi di un 4% di materia barionica,
23% di materia oscura non barionica e un ulteriore 73% di “energia oscura”, un compo-
nente tuttora misteriosa cui talvolta si da anche il nome di “Quintessenza”. Un esempio
di come ormai astrofisica, cosmologia e fisica fondamentale debbano essere riguardate come
momenti conoscitivi strettamente correlati nel comune obiettivo di svelare la storia ed il
comportamento dell’Universo.

1.6. Gli obiettivi dell’astrofisica stellare


Il quadro di ipotesi evolutive che siamo andati tratteggiando fornisce nel contempo le indi-
cazioni dei principali obiettivi che si pone la ricerca astrofisica stellare. Un primo obiettivo è
di rendere conto dell’attuale presenza di elementi pesanti che devono essersi formati in fasi
successive al Big-Bang per processi di fusione nucleare a partire dall’idrogeno ed elio cosmo-
logici. Si è già indicato come sia difficile sfuggire alla conclusione che l’interno delle stelle sia
la sede preferenziale per i processi in questione. Previsione che sarà ampiamente confortata
dai risultati teorici, talchè oggi abbiamo raggiunto la ragionata convinzione che ogni nucleo
più pesante dell’elio esiste nell’Universo solo ed in quanto è stato a suo tempo sintetizzato
all’interno di una struttura stellare. La presenza di tali nuclei nella materia interstellare,
come nel nostro stesso pianeta Terra, è evidenza di un fenomeno di riciclaggio della mate-
ria elaborata nelle strutture stellari ed espulsa dalle medesime secondo meccanismi di cui
l’esplosione di una “supernova” può essere solo un esempio.
Ma abbiamo nel contempo anche già indicato come si possa riguardare alle strutture
stellari che oggi popolano gli spazi come testimoni dell’evoluzione nello spazio e nel tempo
della materia dell’Universo. Ne segue che, nel suo aspetto più generale, l’astrofisica stellare
15

si pone due obiettivi sinergici, leggere nelle stelle attuali la storia evolutiva delle galassie
e ricostruire il contributo delle ormai scomparse generazioni stellari all’evoluzione nucleare
della materia. Con il fine ultimo di ricavare una storia ragionata dell’Universo nel suo insieme,
che ci consenta di comprendere come e perchè l’Universo di nubi di materia, di stelle e di
galassie si presenti oggi ai nostri occhi cosı̀ come è.
16

Approfondimenti

A1.1. Termalizzazione. Radiazione di corpo nero. Emissività stellare.


Come mostrato da Planck, la radiazione elettromagnetica deve essere considerata come composta
da unità elementari (quanti di energia, o fotoni) ad ognuno dei quali risulta associata una energia
E = hν, dove:

h= costante di Plank= 6.62 ·10−27 erg


ν= frequenza della radiazione Hz (=cicli/sec)

Un campo di radiazione elettromagnetica (quale è la luce) può quindi essere visto come un gas di
fotoni tra loro non interagenti. In presenza di materia a temperatura T, i fotoni interagiscono però
con le particelle attraverso tutta una serie di processi che conducono i fotoni verso una situazione
energetica di equilibrio, retta dalla legge di distribuzione di Planck:

8πhν 3 1
u(ν) = (1)
c3 [exp(hν/kT ) − 1]

ove u(ν)dν è la densità di energia della radiazione con frequenza tra ν e ν+dν, k la costante di
Boltzmann.
Nel suo aspetto più generale la distribuzione di Plank è una conseguenza delle necessità che
discendono dalla meccanica statistica. Un gas di particelle, se le particelle possono scambiarsi energia
tramite mutue interazioni, deve evolvere verso una situazione di equilibrio nella quale la velocità
delle particelle è retta dalla nota formula di Maxwell-Boltzmann (fig. 1.12): in queste condizioni si
può parlare di equilibrio termico e definire una temperatura T del gas cosı̀ termalizzato.
Analogamente, una radiazione elettromagnetica che possa interagire con un sistema di particelle
termalizzato evolve verso la situazione di equilibrio descritta dalla legge di Plank. In tutti e due i casi,
il raggiungimento della termalizzazione della materia e della radiazione sarà tanto più rapido quanto
più efficienti sono i meccanismi di interazione e scambio energetico materia-materia e materia-
radiazione.
Si può mostrare che l’energia S irradiata in un secondo nell’ angolo solido 2π dalla unità di
superficie di un corpo in equilibrio termodinamico (corpo nero) risulta
c
S= u (2)
4
e quindi, indicando con Sν dν l’energia irraggiata nell’intervallo di frequenza ν e ν + dν

2πhν 3 1
Sν = = πBν (3)
c2 [exp(hν/kT ) − 1]

dove Bν è nota come funzione di Plank.


Poichè per la lunghezza d’onda λ è λ=c/ν si ha dλ =- (c/ν 2 ) dν e dν=-(ν 2 /c)dλ= -(c/λ2 )dλ, il
flusso energetico per unità di superficie e di lunghezza d’onda (emittanza) risulta (fig. 1.13)

2hc2 1
Sλ = = πBλ (4)
λ5 [exp(hν/kT ) − 1]

Per l’energia irraggiata per unità di superficie e di tempo da un corpo nero si ha


17

Fig. 1.12. La distribuzione


 Maxwelliana
 delle velocità U delle particelle di un gas segue la legge
3/2 −mU 2
dN
N
= 4π m
2πkT
exp 2kT
U 2 dU , dove dN è il numero di particelle nell’intervallo di velocità
dU, m la massa delle particelle e T la temperatura del gas.

Fig. 1.13. L’emissività di un corpo nero per varie temperature in funzione della lunghezza d’onda
λ (in 103 Angstrom). La curva a tratti riporta schematicamente l’andamento dello spettro solare.

R∞
W =π 0
Bλ dλ = σT 4 (legge di Stefan-Boltzman)
−5 2
con σ = 5.6710 erg/cm sec.

Annullando nella (4) la derivata dBλ /dλ si ottiene per la lunghezza d’onda cui corrisponde il
massimo di emissione
λmax T = cost = 0.2898 cm K (legge di Wien).
L’emissione delle superfici stellari approssima in generale distribuzioni (spettri) di corpo nero. In
tal senso si può parlare di temperatura della radiazione e delle superfici stellari. La fig. 1.14 pone ad
esempio a confronto lo spettro della radiazione solare con la distribuzione di corpo nero, mostrando
come alla superficie del Sole debba essere attribuita una temperatura che si aggira attorno a T∼
6000 K.
Di particolare importanza per le stelle è la temperatura efficace Te , definita dalla legge di Stefan-
Boltzmann
L = 4πR2 σTe4
dove L e R indicano rispettivamente Luminosità e Raggio della stella. La temperatura efficace è
dunque la temperatura che avrebbe la superficie della stella se emettesse esattamente come un corpo
nero.
18

Fig. 1.14. Spettro del Sole al di fuori dell’atmosfera (punti) confrontato con il corpo nero a 6000
K (tratto e punto) e con lo spettro della radiazione raccolta alla superficie della Terra. Si notino
in questo ultimo spettro, al di là di 8000 A, le bande degli assorbimenti causati da H2 O, O2 , H2 e
CO2 .

Fig. 1.15. Curve di trasmittanza dei filtri U, B e V del sistema di Johnson

A1.2. Magnitudini e indici di colore. Arrossamento


La luminosità delle sorgenti stellari, così come esse appaiono ad un osservatore terrestre, viene in
astrofisica misurata secondo una scala logaritmica delle magnitudini ”m”, definita dalla relazione

m = −2.5 log W + cost (5)

ove W è l’energia raccolta e misurata dai rivelatori. L’energia W dipenderà peraltro non solo
dal flusso della radiazione ma da molti altri fattori quali le dimensioni del telescopio, il tempo di
esposizione, la sensibilità del rivelatore. Ci si libera da tutti questi fattori aggiuntivi attraverso la
costante che fissa il punto zero della scala delle magnitudini ed è definita prefissando la magnitudine
di una o più stelle ”standard”. Nella pratica delle osservazioni si misurano sempre differenze di
magnitudine tra gli oggetti in studio e opportune standard, talché

m = ms − 2.5logW/Ws (6)

e la misura di una magnitudine si riduce alla misura di un rapporto di flussi.


L’energia misurata dipende peraltro dalla risposta (sensibilità) del rivelatore alle varie lunghezze
d’onda convoluta con lo spettro (temperatura) della sorgente. In passato furono così definite, ad
esempio, le “magnitudini fotografiche” che facevano riferimento alla sensibilità delle emulsioni fo-
tografiche. Per liberarsi per quanto possibile da tale dipendenza oggi è d’uso misurare l’energia
corrispondente solo a prefissate porzioni (bande) dello spettro. Molto usate le bande U, B, V
(Ultravioletto, Blu, Visuale) di Johnson definite attraverso curve standard di trasmissione dei rel-
ativi filtri (fig. 1.15). Accanto a tale sistema sono in uso anche altre bande, quali le R, I, J, H,
19

Fig. 1.16. Andamento alle varia lunghezze d’onda del coefficiente di assorbimento A(λ) che misura
la variazione di magnitudine causata da un arrossamento E(B-V) unitario.

K, L che coprono porzioni dello spettro a lunghezze d’onda ancora maggiori. Per ogni banda si
definiscono le relative magnitudini

mi = −2.5logWi + cost (7)

dove Wi è l’energia raccolta nella banda ”i” e la costante e’ ancora determinata fissando la
magnitudine ”i” di stelle standard. In corrispondenza delle tre bande indicate ogni stella è cosi’
caratterizzata dalle tre magnitudini mU , mB e mV , sovente indicate semplicemente con U, B e V.
Scala e punto zero delle magnitudini visuali sono state fissate in maniera da risultare in ragionevole
corrispondenza alla antica classificazione delle stelle visibili ad occhio nudo in sei classi di grandezze
apparenti. Si ponga attenzione al fatto che al diminuire della luminosità apparente aumenta la
magnitudine.
Per familiarizzarsi con tale scala, notiamo che un aumento di 5 magnitudini corrisponde ad una
riduzione del flusso di un fattore 100. La stella più brillante del cielo, Sirio, ha una magnitudine
visuale V=-1.6, la luna piena -12.6, il Sole -26.7. L’osservazione del cielo ad occhio nudo si limita a
magnitudini inferiori a 6, ma telescopi anche modesti possono raggiungere almeno V=15. I grandi
telescopi accoppiati con i sensibili moderni rivelatori CCD giungono a V∼ 24 e il telescopio spaziale
Hubble si spinge oltre V∼28. Si può realizzare la debolezza di tali sorgenti ricordando, ad esempio,
che ad una sorgente di magnitudine 21 corrisponde alla superficie della Terra un flusso di circa 5
10−3 fotoni per cm2 e per secondo. Occorre cioé attendere più di tre minuti perché su un centimetro
quadro giunga un singolo fotone. Questi numeri bastano per far chiaro come i telescopi non servano,
come talora ingenuamente si ritiene, a ”ingrandire” le immagini celesti, ma a raccogliere da una
sorgente quanti più fotoni possibile, il numero di fotoni crescendo col quadrato della superficie dello
specchio. E’ così facile ricavare che i fotoni raccolti da uno specchio di 5 metri di diametro, quale
quello del famoso telescopio del Monte Palomar, sono più numerosi di circa un fattore 107 di quelli
raccolti bello stesso tempo dalla pupilla di un occhio umano.
E’ di grande importanza osservare come confrontando l’energia raccolta in bande diverse si
possa investigare la distribuzione energetica del flusso, e quindi la temperatura del corpo nero. La
differenza tra due di queste magnitudini prende il nome di indice di colore e misura il rapporto tra i
flussi nelle due prescelte bande. Dalle caratteristiche del corpo nero è subito visto che al crescere della
temperatura ci si attende che crescano ambo i rapporti WU /WB e WB /WV , e diminuiscano quindi
gli indici di colore U-B e B-V. La esatta relazione tra indici di colore e temperatura dipenderà sia
dalla composizione chimica che dalla gravità alla superficie della stella, poiché ambedue tali fattori
modulano le righe di assorbimento negli spettri stellari e,quindi, il flusso emesso nelle varie bande.
Tali relazioni colore-temperatura possono essere ricavate sia per via empirica (sperimentale) che
attraverso modelli teorici di atmosfere stellari.
Si definisce inoltre magnitudine bolometrica mbol la magnitudine riferita all’ intero flusso di
energia emessa, compresa quindi anche tutta la radiazione che non giunge alla superficie della
Terra a causa di assorbimenti atmosferici e, talora, interstellari. Nota la magnitudine bolometrica
20

e la distanza di una stella si risale alla luminosità intrinseca della sorgente L. La magnitudine
bolometrica è sovente posta in relazione con quella visuale attraverso la relazione
mbol = mV + BC (8)
ove BC (correzione bolometrica) sarà una funzione di temperatura gravità e composizione chim-
ica. La scala delle magnitudini bolometriche non ha peraltro, sinora, standard definiti. e quindi deve
essere utilizzata con grande precauzione.
Si definiscono infine magnitudini assolute, sia bolometriche (Mb ol) che nelle varie bande (MB ,
MV etc), le magnitudini che avrebbero le stelle se poste ad una comune prefissata distanza di 10 pc
dalla Terra. Nota la magnitudine relativa e la distanza di una stella è facile ricavarne la rispettiva
magnitudine assoluta. Infatti, l’energia che attraversa nell’unità di tempo una superficie sferica ad
una qualunque distanza r dalla sorgente deve essere costante e pari alla luminosita’ della sorgente,
definita come energia emessa per secondo. Si ha dunque a due generiche distanze r1 e r2
φr12 = φ2 r22 (9)
ricordando che m=-2.5logφ + cost, ponendo r1 pari alla distanza della stella e assumendo r2 =
10 pc, si ottiene
m = M − 5 + 5 log r (10)
dove r è misurata in parsec. La differenza m-M viene sovente indicata come DM, modulo di
distanza.
Per le magnitudini assolute bolometriche, poiché il rapporto tra i flussi di due stelle poste alla
stessa distanza è pari al rapporto delle luminosità intrinseche degli oggetti, potremo infine scrivere
per una generica stella con luminosità L
Mbol = −2.5logL/L + cost (11)
33
ove con L si indica la luminosità del Sole ( 3.9 10 erg/sec) e la costante è la magnitudine
bolometrica assegnata al Sole.
I modelli teorici di atmosfere stellari consentono di correlare le grandezze osservative sin qui
definite con la luminosità L e la temperatura efficace Te delle strutture, fornendo per ogni assunto
valore di Te e di gravità lo spettro emergente dalla superficie e, da questo, i flussi nelle varie bande,
gli indici di colore e la correzione bolometrica.
Notiamo infine che in linea di principio gli indici di colore, in quanto rapporto tra due flussi, non
dipendono dalla distanza della sorgente. In quanto sinora esposto si è peraltro sottaciuto il caso,
frequente quando si osservi lungo la direzione del disco galattico, che nel suo tragitto verso la Terra
la radiazione sia soggetta a fenomeni di assorbimento dovuti alla presenza di materia (gas e polveri)
interstellare. L’effetto di un tale assorbimento risulta in genere tanto maggiore quanto minore è la
lunghezza d’onda, e viene misurato in termini dell’ arrossamento E(B-V), definito come la variazione
dell’indice di colore intrinseco (B-V)0 causato dal maggior assorbimento della radiazione nella banda
B.
Per ogni dato arrossamento si ha dunque
(B − V )oss = (B − V )0 + E(B − V ) (12)
mi,oss = mi,0 + Ai (13)
dove, Ai è l’aumento di magnitudine nella banda i estinzione, proporzionale all’arrossamento.
Ad esempio, per la banda V risulta AV ∼3.1 E(B-V) da cui V = V0 + 3.1 E(B-V).
La fig. 1.16 mostra l’andamento alle varie lunghezze d’onda della variazione di magnitudine
prodotta da un arrossamento unitario, mentre la Tabella 1 riporta le estinzioni Ai in varie bande
riferiti all’assorbimento nella banda V. La precisa valutazione degli arrossamenti è uno dei capitoli
più delicati della pratica osservativa astronomica. L’entità dell’arrossamento può essere valutata
dalla posizione della sorgente nel diagramma a due colori (U-B), (B-V). Qui notiamo che ove
si disponga di uno spettro che si estenda nella regione dell’ultravioletto assorbita dall’atmosfera,
come ottenibile dunque solo da strumentazione nello spazio, l’entità dell’arrossamento è facilmente
ricavabile dalla caratteristico “bump” nell’assorbimento a 2200 Angstrom.
21

Tab. 1. Assorbimenti relativi nelle varie bande fotometriche riferiti all’assorbimento nella banda V

Filtro <λ> A(λ)

U 3600 A 1.569
B 4400 A 1.337
V 5500 A 1.000
R 7000 A 0.751
I 9000 A 0.479
J 1.25µ 0.282
H 1.60µ 0.190
K 2.20µ 0.114
L 3.40µ 0.056

Fig. 1.17. Traguardando una stella a sei mesi di distanza ci si attende che la sua posizione sulla volta celeste
vari di un angolo 2 π, ove π è la parallasse dell’ oggetto, definita come l’angolo sotto il quale l’oggetto vede il
semiasse ”a” dell’orbita terrestre.

A1.3. La parallassi stellari. Seing.


Sulla superficie della Terra, per valutare la distanza di un qualunque oggetto non altrimenti rag-
giungibile è d’uso ricorrere a semplici metodi trigonometrici, traguardando l’oggetto da due diverse
opportune posizioni. Procedure simili sono possibili anche per valutare la distanza delle stelle, uti-
lizzando come base della misurazione la posizione della Terra sulla sua orbita a distanza di sei mesi
(fig. 1.17).
Per stelle che giacciono sul piano perpendicolare alla base di traguardo cosi’ definita si ha

r= a/tgπ ∼ a/π

dove ”a” è il semiasse dell’ orbita terrestre (unità astronomica) e l’angolo π è misurato in radianti.
Essendo 1 rad = 57o 17’ 44” pari a 206.265 secondi d’arco

r= a (206 265/π)

se π è misurato in secondi d’arco. Poichè a=1.49598 1013 cm

r = 3.1 1018 /π cm

Assumendo come unità di misura delle distanze stellari quella cui corrisponde una parallasse
annua di 1” (1 parsec (pc)= 3.1 1018 cm) si ha direttamente

r (pc)= 1/π.

Poiché la velocità della luce è c∼3 1010 cm/sec, un parsec corrisponde a 3.26 anni luce, cioè allo
spazio percorso dalla luce in 3.26 anni (1 anno∼3.1 107 secondi).
22

La misura delle parallassi è argomento delicato, perchè è innanzitutto da notare che ogni tele-
scopio non può restituire immagini puntiformi, creandosi in ogni caso una figura di diffrazione, tanto
più estesa quanto minore è il diametro del telescopio. L’ottica ondulatoria ci assicura che il disco
centrale della figura, sino alla prima frangia oscura, ha un raggio angolare

α = 1.22 λ/D

dove α è espresso in radianti. Nel visibile (λ ∼5500 A) ed esprimendo D in centimetri si ottiene

α = 14”/D in secondi d’arco.

Le maggiori limitazioni nella misura delle parallassi provengono peraltro dalla turbolenza at-
mosferica (seing) che produce variazioni temporali dell’indice di rifrazione atmosferico e, quindi, del
cammino ottico dei raggi luminosi, disperdendo l’immagine di una stella su un area che in condizioni
normali è dell’ ordine di almeno alcuni secondi d’arco. E’ per questa ragione che risulta di grande
importanza collocare gli osservatori astronomici ad alta quota, in regioni contraddistinte da limitata
turbolenza atmosferica, dove il seing può scendere anche sotto il secondo d’arco. Quando si consid-
eri che la stella più vicina al Sole, αCen (αCentauri), ha una parallasse di soli 0”.76 si comprende
peraltro la difficoltà di precise misure di parallasse. Il metodo trigonometrico ha consentito cosi’ di
avere indicazioni abbastanza precise sulla distanza solo qualche centinaio di stelle nei dintorni del
Sole.
Un notevole miglioramento si è ottenuto grazie all’ utilizzazione di telescopi nello spazio e, in
particolare, dal satellite astrometrico Hipparcos, lanciato nel 1989 dall’Agenzia Spaziale Europea,
che ha misurato la parallasse di molte migliaia di stelle con precisioni dell’ordine del millesimo di
secondo d’arco. Un telescopio spaziale risulta infatti limitato dal solo fenomeno della diffrazione
(diffraction limited), semprechè la piattaforma spaziale sia adeguatamente stabilizzata.
Si noti che l’immagine di seing oltre che limitare la misura delle parallassi introduce pesanti
limitazioni anche sul limite inferiore dei segnali luminosi rivelabili. Il cielo ha infatti una luminosità
diffusa (fondo) valutabile nella banda V a circa 22 mag per secondo d’arco quadrato. Se l’immagine
di una stella viene dispersa dal seing su una superficie analoga, ne segue che per oggetti con mag-
nitudine superiore a V=22 il rapporto segnale-rumore scende sotto l’unità, rendendo sempre più
difficoltose le misure. All’aumentare della figura di seing diminuisce quindi la magnitudine limite
raggiungibile da un telescopio, ed e’ questo uno tra i principali motivi per cui è vitale scegliere
per gli osservatori astronomici siti contraddistinti dal minimo possibile seing. Ed è questo ancora
il motivo per cui la tecnologia dei moderni telescopi ha sviluppato tutta una serie di procedure
informatiche (ottiche adattive e ottiche attive) volte a minimizzare le dimensioni delle immagini
stellari.

A1.4. Spettri stellari e tipi spettrali


Abbiamo indicato come lo spettro di una sorgente stellare corrisponda in genere ad una distribuzione
energetica di corpo nero solcata da righe o bande di assorbimento. La distribuzione di corpo nero
ci assicura che la radiazione proviene da strati stellari in cui le interazioni tra particelle e fotoni
sono sufficienti ad assicurare l’equilibrio termodinamico tra materia e radiazione. Risulta peraltro
ovvio che prima di lasciare la stella tale radiazione debba fatalmente attraversare strati di bassa
e bassissima densità ove le interazioni radiazione particelle finiscono col diventare sporadiche e
l’equilibrio termico non può più essere realizzato. A conferma di ciò si consideri che negli ultimi strati
superficiali si è in presenza di un flusso di radiazione uscente, mentre l’equilibrio termodinamico
richiederebbe una radiazione isotropa.
Una radiazione elettromagnetica che attraversi un gas subisce peraltro fenomeni di assorbimento,
secondo la regola che vuole che ogni gas sia in grado di assorbire la radiazione che sarebbe in grado
di emettere spontaneamente. A livello microscopico sappiamo che tale regola è collegata ai livelli
energetici degli elettroni legati ai nuclei: portando un elettrone su un livello eccitato esso ritorna sul
suo stato naturale emettendo un quanto di luce di frequenza che obbedisce alla relazione hν = ∆E
dove ∆E è la differenza di energia tra i due livelli. Analogamente, un elettrone è in grado di
assorbire lo stesso quanto di energia per portarsi dal suo livello naturale al livello eccitato. Si noti
23

Fig. 1.18. Schema delle transizioni elettroniche indotte dall’assorbimento di fotoni in atomi di
idrogeno. Atomi nello stato fondamentale hanno elettroni nell’orbita più interna (orbita K) ed i
possibili assorbimenti producono una serie di righe note come ”serie di Lyman”. Al crescere della
temperatura gli elettroni si spostano a popolare livelli superiori e conseguentemente si hanno la
serie di Balmer (da elettroni sull’orbita L) nel visibile e la serie di Paschen (da elettroni nell’orbita
M) nell’infrarosso.

che si è in presenza di un assorbimento transitorio, perchè l’elettrone eccitato ritornerà sul suo stato
naturale emettendo nuovamente radiazione. Tale emissione è peraltro isotropa e alla superficie di
una stella tale meccanismo implica che vengono estratti fotoni dal flusso uscente, producendo le
righe di assorbimento presenti nello spettro.
Le righe presenti in uno spettro stellare dipenderanno quindi non solo dalle specie atomiche
presenti nell’atmosfera stellare ma anche, e soprattutto, dalle temperature degli strati atmosferici.
Al crescere della temperatura cresce infatti l’energia delle particelle e negli atomi aumenta il nu-
mero di elettroni che si allontana dallo stato fondamentale per collocarsi spontaneamente su livelli
eccitati o per passare in stati slegati ionizzazione. Ad ogni temperatura corrisponde quindi una
particolare distribuzione degli elettroni legati ai vari nuclei, distribuzione che si riflette sulle righe
di assorbimento presenti nello spettro stellare.
Cosı̀ alle più basse temperature gli elettroni legati all’idrogeno (fig. 1.18) saranno nello stato
fondamentale (nell’orbita inferiore), e passando da questo stato a stati eccitati superiori produrranno
righe di assorbimento solo nell’estremo ultravioletto (Serie di Lyman). Al crescere della temperatura
una consistente frazione degli elettroni si sposta sul primo stato eccitato (la seconda orbita) e nello
spettro appaiono le righe della serie di Balmer, nel visibile, e a temperature ancora maggiori apparirà
la serie di Paschen, nell’infrarosso.
Analogamente, anche gli atomi degli altri elementi presenti nell’atmosfera produrranno ad ogni
temperatura uno spettro di assorbimento caratteristico della temperatura stessa. Poichè nella ma-
teria stellare, formata essenzialmente da idrogeno ed elio, sono in ogni caso sempre presenti tutti
gli altri elementi, sia pur con diverse abbondanze, la presenza di determinate righe o bande in uno
spettro è essenzialmente governata dalla temperatura, mentre la consistenza di tali assorbimenti
sarà collegata all’abbondanza delle relative specie atomiche o molecolari.
Al variare della temperatura si presentano cosı̀ nello spettro righe di assorbimento caratteristiche
(fig. 1.19): sulla base delle quali vengono definiti, in ordine di temperatura decrescente, i tipi spettrali

O, B, A, F, G, K, M

ognuno suddiviso in 10 sottoclassi (B0, B1, B2...B9, A0, A1...). A basse temperature sono pre-
senti nel visibile gli assorbimenti di molecole e elementi pesanti (metalli) neutri, quali, ad esempio,
le righe del FeI = ferro non ionizzato. Le righe dell’idrogeno sono assenti perché tale elemento è
24

Fig. 1.19. Schema orientativo dell’intensità delle righe di assorbimento nel visibile di diversi ele-
mento al variare del tipo spettrale.

Tab. 2. Corrispondenza (orientativa) tra tipo spettrale, indice di colore, temperatura efficace e
magnitudine V assoluta per stelle di disco di Sequenza Principale.

Spettro B-V Te MV

O5 -0.35 35500 -5.7


B0 -0.30 25000 -4.1
B5 -0.16 17200 -1.1
A0 0.00 12300 +0.7
A5 +0.15 9900 +2.0
F0 +0.30 8350 +2.6
F5 +0.45 7100 +3.4
G0 +0.57 6240 +4.4
G5 +0.70 5620 +5.1
K0 +0.89 4930 +5.9
K5 +1.18 4100 +7.3
M0 +1.45 3560 +9.0
M5 +1.75 3110 +11.8

nel suo stato fondamentale e le righe della serie di Lyman cadono nell’ultravioletto. Aumentando
la temperatura si dissociano le molecole mentre appaiono le righe di metalli ionizzati, ad esempio
FeII= ferro ionizzato una volta. Appaiono anche le righe della serie di Balmer perché gli elettroni
dell’idrogeno si sono portati a popolare il secondo livello. Aumentando ancora la temperatura scom-
paiono nuovamente le righe dell’idrogeno, perché ionizzato, e appaiono le righe dell’elio prima neutro
(HeI) e poi ionizzato (HeII), presenti solo ad alta temperatura perché gli assorbimenti dell’elio nello
stato fondamentale cadono anch’essi nell’estremo ultravioletto.
Nella Tabella 4 riportiamo a titolo indicativo le relazioni tra tipo spettrale, indice di colore B-V
e temperatura efficace per stelle di sequenza principale del disco galattico (Popolazione I) , dando
per tali stelle anche la tipica magnitudine assoluta nella banda V.
Stelle con identico tipo spettrale possono mostrare ulteriori differenze nella forma delle righe,
differenze che sono risultate in relazione alla luminosità intrinseca della stella. Si comprendono tali
differenze notando come a parità di temperatura stelle intrinsecamente meno luminose debbano
avere raggi minori (L = 4πR2 σTe4 ) cui corrispondono densità atmosferiche maggiori, atomi più
perturbati e righe conseguentemente allargate. Corrispondentemente, per ogni tipo spettrale si
definiscono cinque classi di luminosità, che vanno dalla classe I per le stelle più luminose a righe
più sottili alla classe V, che corrisponde a stelle della sequenza principale. In questa classificazione
di Morgan, Keenan e Kellman classificazione MK il Sole è una tipica stella G2V.
25

Ad evitare equivoci, è bene precisare che una classe di luminosità NON corrisponde ad una
luminosità fissa e determinata. La classe V, ad esempio, è formata per ogni temperatura dalle
stelle meno luminose, che corrispondono a stelle di sequenza principale e la cui luminosità dipende
fortemente dalla temperatura.

A1.5. Gli Ammassi stellari.


Nella nostra come nelle altre galassie sono presenti Ammassi Stellari che trovano la loro evidente
origine in episodi collettivi di formazione stellare. Nella nostra Galassia alcuni ammassi di disco,
nelle vicinanze del Sole, sono ben visibili ad occhio nudo ed hanno ricevuto nomi propri sin dalla
più remota antichità. Tali sono, ad esempio, le Iadi, le Pleiadi o il Presepe. Molti altri, osservati
attraverso piccoli telescopi appaiono solo come nebulosità e come tali appaiono nel catalogo pub-
blicato nel 1771 dall’astronomo francese Messier per agevolare il lavoro dei cercatori di comete. Gli
ammassi presenti in tale catalogo vengono indicati dalla lettera M seguita dal numero del catalogo.
Una più moderna e pressochè completa classificazione degli ammassi della Galassie è quella fornita
nel 1888 dal New General Catalogue di galassie, ammassi e nebulose, dove sono anche riportati
numerosi ammassi appartenenti alle due vicine galassie irregolari note come Piccola e Grande Nube
di Magellano. Per fare riferimento agli oggetti di questo catalogo si usa la sigla NGC seguita dal
numero di catalogo. A seguito di tale molteplicità di identificazioni molti oggetti celesti, e in parti-
colare molti ammassi stellari, hanno una corrispondente moltiplicità di nomi ancora variamente e
alternativamente usati nella letteratura scientifica. Così, ad esempio, Presepe = M44 = NGC 2632.
In particolare, ove esistente, per gli ammassi globulari è ancora molto usata la classificazione di
Messier, talch per i globulari piò luminosi nel cielo notturno si ha, ad esempio, M3 = NGC5272,
M5 = NGC5904 o M92 = NGC6341.
Abbiamo ricordato come gli ammassi stellari della Galassia mostrino caratteristiche evolutive
e strutturali che si differenziano nettamente a seconda della collocazione. Gli ammassi del disco,
detti anche ammassi aperti o ammassi galattici, sono composti da qualche centinaio ad alcune
migliaia di stelle, tra le quali predominano giganti blu ad alta temperatura superficiale. Si ha talora
evidenza per l’esistenza nell’ ammasso di gas e polveri. Tali ammassi si dicono ”aperti” proprio
perché risultano gravitazionalmente slegati e destinati col tempo a disperdersi; da ciò si possono
ricavare limiti superiori all’età degli ammassi, talora anche inferiori al centinaio di milioni di anni. E’
da assumere che tali ammassi nascano nelle spirali della Galassia. In fig. 1.3 abbiamo infatti mostrato
che gli ammassi più giovani, selezionati in base all’estensione ad alte temperature della sequenza
principale, si distribuiscono nelle vicinanze del Sole lungo direttrici che marcano la struttura a
spirale della Galassia. Fenomeni di recente formazione stellare sono anche segnalati dalle regioni
HII, nubi di idrogeno ionizzato dalla radiazione di contigue stelle giovani e massicce, e dunque
di alta temperatura superficiale. Gli ammassi di vecchio disco, quali ad es. M67 o NGC188, sono
infine una sottocategoria degli ammassi aperti che per alcuni versi approssima le caratteristiche
dei globulari. Pur se collocati in prossimità del disco galattico, con metallicità che possono essere
dell’ordine di quella solare, mostrano una peculiare abbondanza di stelle, una struttura sferoidale
e un’età avanzata, testimoniata dalla assenza di stelle ad alta temperatura e dalla contemporanea
presenza di sia pur esili rami di giganti rosse.
Nell’alone della Galassia osserviamo invece più di 150 Ammassi Globulari, composti anche da
oltre un milione di stelle, distribuite con netta simmetria sferica attorno al centro dell’ammasso,
dove si raggiungono densità stellari anche superiori a 104 stelle per parsec cubo. La buona simmetria
sferica e la regolare distribuzione radiale della densità stellare mostrano che tali ammassi risultano
non solo gravitazionalmente legati ma anche dinamicamente rilassati. Con quest’ultimo termine
si intende indicare che le mutue interazioni gravitazionali hanno portato verso una equipartizione
dell’energia, talché la distribuzione di densità approssima quella di un gas di stelle autogravitante
isotermo (sfera isoterma) mentre la distribuzione di velocità delle stelle approssima la distribuzione
di Maxwell-Boltzmann. I tempi caratteristici per tale processo (tempi di rilassamento) dipendono
dal numero e dalla densità delle stelle, risultando in ogni caso non minori del miliardo di anni, il
che da solo testimonia dell’antichità di tali oggetti, in accordo con le citate ipotesi di evoluzione
galattica.
26

Fig. 1.20. L’andamento della luminosità superficiale nell’ammasso globulare M3 (punti) con-
frontato con le previsioni teoriche da un perfezionamento del modello semplice isotermo.

Pur senza entrare nei dettagli dell’affascinante e complesso argomento dell’evoluzione dinamica
di tali sistemi, conviene qui accennarne alcuni punti fondamentali. Notiamo innanzitutto che la
tendenza ad una distribuzione Maxwelliana implica che una frazione delle stelle viene spinta a
velocità maggiori della velocità di fuga dall’ammasso. Da un altro punto di vista, ciò corrisponde
al fatto che teoricamente una sfera isoterma non ha contorno, estendendosi sino all’infinito. Un
modello realistico (fig. 1.20) deve quindi, ad esempio, prevedere che l’ammasso perda tutte quelle
stelle che si spingono oltre il suo raggio mareale, definito come la distanza dal centro dell’ammasso
a cui inizia a prevalere il campo gravitazionale della Galassia.
Il sistema ”Ammasso Globulare” quindi non può essere dinamicamente stabile ed è destinato
a perdere, sia pur lentamente, non solo stelle ma anche energia. Ciò conduce infine ad una catas-
trofe gravotermica, ancora oggetto di intensi studi, nella quale il nucleo del cluster subirebbe una
serie di improvvisi collassi oscillazioni gravotermiche che porterebbero la densità centrale sino a
valori dell’ordine di 108 M /pc3 . Notiamo anche che l’equipartizione dell’ energia implica che le
stelle con massa minore abbiano maggiori velocità, quindi con distribuzione spaziale più espansa e
preferenzialmente candidate a fenomeni di evaporazione dall’ammasso.
A fianco di tali meccanismi occorre anche tener conto di ulteriori meccanismi che collaborano
alla distruzione degli ammassi, quali gli incontri stretti con altri ammassi e gli effetti di disk shocking
e bulge shocking che si manifestano ogni qualvolta un ammasso nella sua orbita di alone attraversa
il disco galattico o si avvicina al bulge. Se ne deve concludere che gli ammassi globulari che oggi
popolano l’alone della Galassia non sono necessariamente quelli che vi si sono a suo tempo formati,
ma solo quelli che per le loro caratteristiche strutturali sono riusciti a sopravvivere fino ad oggi
nell’alone galattico.
E’ da notare che gli ammassi globulari, oltre a caratterizzare l’alone di molte galassie a spirale,
quali la nostra e Andromeda, paiono peculiarmente abbondanti nelle galassie ellittiche, mostrando
di essere un costituente generale dell’Universo collegato alle prime fasi di formazione delle galassie.
In questo contesto spicca l’eccezione della galassia irregolare del gruppo locale ”Grande Nube di
Magellano”. Accanto ad ammassi globulari antichi (rossi) esistono ammassi morfologicamente glob-
ulari che mostrano stelle in fase evolutiva anche estremamente giovanile, alle quali si possono as-
segnare età anche inferiori ai cento milioni di anni.
Per spiegare tale peculiarità e, con essa, l’assenza di ammassi globulari nel disco della Galassia si
può avanzare il suggerimento che la distribuzione del gas in un disco con rotazione differenziale (kep-
leriana) abbia nella Galassia inibito l’ulteriore formazione dei grandi ammassi globulari, formazione
che è invece rimasta efficiente nelle regioni di gas non strutturato o solo parzialmente strutturato,
come era il primitivo alone, e come sono ancor oggi le Nubi di Magellano.
27

Fig. 1.21. Schema della classificazione morfologica delle galassie.

A1.6. Galassie. Ammassi di Galassie. Quasar


L’osservazione mostra che le stelle del nostro Universo sono raggruppate in enormi sistemi stellari
cui diamo il nome di galassie. Per tali sistemi viene adottata una classificazione morfologica che
distingue:

1. Galassie ellittiche: mostrano una distribuzione di luminosità quale ci si attende da ellissoidi di


rotazione. Vengono classificate con la lettera E seguita dal numero intero che più approssima
l’osservata ellitticita’, definita come 10 (1-b/a), dove b/a rappresenta il rapporto tra semiassi
maggiore e minore della figura osservata. Si noti che tale valore non è necessariamente una carat-
teristica intrinseca degli oggetti, dipendendo il valore osservato dall’orientazione delle galassie
rispetto all’osservatore. Analisi approfondite hanno al riguardo dimostrato l’esistenza anche di
distribuzioni secondo ellissoidi triassiali.
2. Galassie a spirale: mostrano un disco nel quale si avvolgono braccia di spirale. Vengono clas-
sificate con la lettera S, seguita dalle sottoclassi a, b, c che segnalano la crescente apertura dei
bracci di spirale. In alcuni casi le spirali si raccordano al nucleo tramite una barra rettilinea (spi-
rali barrate): in analogia al caso generale vengono indicate come SB. Vengono infine classificate
come S0 galassie a disco, ma prive di una evidente struttura a spirale (galassie lenticolari).
3. Galassie irregolari: classe che contiene tutti gli oggetti che sfuggono alle precedenti classificazioni.

Orientativamente, si può indicare che circa il 50% delle galassie osservate appartiene alla classe
S, il 40% alla classe E, ed il restante 10% alle irregolari. Le masse di questi oggetti, così come
ricavabili dalle proprietà fotometriche o dinamiche delle strutture, possono variare di molti ordini
di grandezza. L’intervallo più esteso è coperto dalle ellittiche, che dalle ellittiche giganti cui sono
attribuibili masse dell’ordine di 1013 masse solari (M ) passa a circa 1010 M nelle ellittiche nane,
quale il compagno di Andromeda M32, per scendere sino a 108 M nel caso delle nane sferoidali
(Dwarf Spheroidals) che circondano la nostra Galassia. Tali masse vanno confrontate con le circa
1011 M tipiche di galassie a spirale quale la nostra. Le irregolari sono in genere oggetti poco
massicci; nel Gruppo Locale di galassie, per la Grande Nube di Magellano (che mostra peraltro
evidenze di una barra) si può stimare una massa M∼5 109 M .
Accanto a questa classificazione generale, esistono parallele classificazioni dettate da particolari
evidenze osservative. Ricordiamo ad esempio la classe delle galassie di Seyfert caratterizzate da
nuclei particolarmente compatti e brillanti. Oggi si ritiene anche che i Quasar, oggetti di apparenza
stellare (di cui cioé non si giunge a rivelare l’estensione) in alcuni casi radioemittenti e caratterizzati
sempre da un forte effetto Doppler in allontanamento (redshift) siano anch’essi nuclei attivi di
galassie estremamente lontane nello spazio e - tenuto conto del tempo di percorrenza della luce -
nel tempo. Oggi si ritiene che tali AGN (Active Galactic Nuclei) trovino la loro origine in fenomeni
di accrescimento di materia su Buchi Neri massicci, con masse che possono raggiungere e superare
le 108 M , posti al centro delle rispettive galassie.
28

Ricordiamo infine come talora le galassie siano a loro volta raggruppate in sistemi di ordine supe-
riore che prendono il nome di ammassi di galassie. Tipico il vicino ammasso nella costellazione della
Vergine, a circa 4 Mpc da noi, che entro dimensioni paragonabile a quelle che separano la Galassia
dalla più vicina compagna di dimensioni paragonabili, Andromeda, annovera invece migliaia di
galassie. La dinamica della materia nelle galassie e negli ammassi di galassie è un importante capi-
tolo dell’astrofisica, collegato al più generale problema dell’origine e dell’evoluzione dell’Universo,
che purtroppo esula dai limiti della presente trattazione.

A1.7. I sistemi binari e le masse stellari.


L’osservazione mostra come gran parte delle stelle del disco galattico faccia parte di sistemi binari
o multipli, in stati gravitazionalmente legati. I sistemi binari, in particolare, offrono la preziosa
possibilità di una stima delle masse delle due stelle componenti. Ricordiamo che la meccanica classica
ci insegna problema dei due corpi che le due stelle compiranno orbite ellittiche attorno al baricentro
del sistema, con semiassi maggiori inversamente proporzionali alla massa delle singole stelle. In un
sistema con l’origine in una delle due componenti, si trova che l’altra componente descrive ancora
un ellisse il cui semiasse maggiore ”a” è dato dalla somma dei due semiassi maggiori delle singole
ellissi reali.
Notiamo subito che, in linea di principio, non stupisce che i sistemi binari offrano la possibilità
di una determinazione delle masse. L’effetto delle masse è la creazione di un campo gravitazionale,
ed ogni volta che un fenomeno risulta condizionato dall’ l’intervento del campo gravitazionale, esso
deve contenere informazioni sulle masse sorgenti di quel campo. Ciò è banalmente vero nel caso
delle orbite di componenti di sistemi binari, ma resterà vero anche in fenomeni più complessi, quale
il caso delle masse stellari determinate dal rapporto dei periodi nei doppi pulsatori RR Lyrae di cui
tratteremo nel seguito.
Per discutere il problema delle orbite delle binarie conviene preliminarmente individuare il tipo
di informazioni che su questi oggetti possiamo raccogliere, tipi di informazioni cui corrispondono
diverse classi di binarie. Scartato il caso delle false binarie, cioè di immagini stellari contigue dovute
solo ad effetti prospettici, le caratteristiche osservative portano a definire tre classi di binarie

1. Binarie visuali: la distanza angolare tra le due componenti è tale da consentirne la separazione
nell’osservazione telescopica.
2. Binarie spettroscopiche: il moto orbitale viene rivelato dallo spettro del sistema, grazie al peri-
odico spostamento Doppler delle righe di assorbimento di una o di tutte e due le componenti.
3. Binarie fotometriche: la natura binaria viene rivelata da periodiche variazioni di luminosità
causate dalle mutue eclissi delle due componenti.

Qui di seguito riassumiamo brevemente le informazioni sulle masse ottenibili nei tre diversi casi,
rimandando ad un qualunque testo di astronomia classica per il trattamento dei diversi argomenti.

1. Binarie visuali. Le osservazioni forniscono l’orbita apparente di una stella attorno alla sua pri-
maria, definita come la stella più luminosa della coppia. Con procedure geometriche è possibile
da ciò risalire all’orbita reale, determinando in particolare il valore del periodo e del semiasse
maggiore α (in secondi d’arco). Dalla 3a legge di Keplero abbiamo

m1 + m2 = a3 /P2

dove ”a” rappresenta il semiasse maggiore in unità astronomiche (distanza Terra-Sole), P il


periodo orbitale in anni e le masse m1 e M2 sono misurate in masse solari. Se del sistema è
anche nota la distanza ”d” (in parsec), ad esempio attraverso misure di parallasse,

a = αd
a
e la 3 legge di Keplero fornisce la somma delle masse delle due componenti. Se oltre al moto
relativo si riesce ad identificare il baricentro del sistema, si ha che in ogni istante il rapporto
delle masse è pari all’inverso del rapporto delle distanze dal baricentro e si ricavano le singole
masse.
29

2. Binarie spettroscopiche. Le osservazioni forniscono istante per istante la velocità radiale (in
km/sec) di una o ambo le componenti (curve di velocità radiale). Da ciò si ricava il periodo,
la velocità del baricentro e il prodotto ak sin i, dove ak è il semiasse maggiore dell’orbita reale
della componente k (k=1,2) e ”i” è l’angolo tra la direzione della visuale e la normale al piano
dell’orbita. Se sono osservati tutti e due gli spettri si conoscono a1 sin i, a2 sin i e quindi anche a
sin i dove a = a1 + a2 è ora il semiasse dell’orbita relativa. Si ricava cosı̀

a1 sin i/a2 sin i = a1 /a2 = m2 /m1

e dalla 3a legge di Keplero

(m1 + m2 )sin3 i = a3 sin3 i/P2 .

3. Binarie fotometriche: La luminosità in funzione del tempo curva di luce fornisce rilevanti in-
formazioni sulla luminosità e sulla geometria degli oggetti che si eclissano. Per quel che qui
interessa notiamo che, al di là di possibili valutazioni più dettagliate, l’occorrenza delle eclissi
ci indica che i∼90, sin i∼1. Nel caso di binarie ad eclisse di cui si conoscano anche gli spettri
(binarie spettrofotometriche) le relazioni discusse nel punto precedente conducono facilmente ad
una stima delle masse delle due componenti.

A1.8. I nuclei atomici. Decadimenti radioattivi.


I nuclei degli atomi che compongono i vari elementi chimici che formano la materia sono costituiti
da un ”assiemaggio” di protoni e neutroni. Detto, per ogni nucleo, Z il numero di protoni ”p” e
N il numero di neutroni ”n”, Z determina la carica elettrica totale del nucleo (= +Ze), mentre
N+Z=A numero atomico rappresenta il numero totale di nucleoni (”p” o ”n”) presenti nel nucleo,
determinandone la massa.
E’ noto che dalla carica elettrica del nucleo dipendono le proprietà degli elettroni orbitanti
attorno al nucleo stesso e, in definitiva, le proprietà chimiche dei vari elementi. Ad ogni Z corrisponde
dunque un ben determinato ”elemento” classificato secondo la usuale nomenclatura chimico-fisica
(idrogeno, elio, etc.), cui possono corrispondere nuclei con diverso A (isotopi). In fig. 1.22 è riportata
una tabulazione dei nuclei stabili con numero atomico A≤70.
Attraverso reazioni di impatto tra nucleoni e/o nuclei è possibile produrre nuovi nuclei con un
rapporto protoni/neutroni che rende i nuclei instabili. Tali nuclei tendono in generale a decadere
per riportarsi al rapporto che caratterizza il nucleo stabile. Nel caso di un eccesso di neutroni questi
vengono trasformai in protoni grazie al decadimento β −

n→p+e− +ν

nel quale vengono emessi un elettrone col suo antineutrino. In caso di eccesso di protoni si ha il
corrispondente decadimento β +

p→n+e+ +ν

con emissione di un positrone e di un neutrino. Simili reazioni sono caratterizzate da una prob-
abilità di decadimento che dipende solo dal processo considerato, e non dalle condizioni chimiche o
fisiche della materia.
Poiché la probabilità è pari alla frequenza degli eventi, dati N nuclei suscettibili di un particolare
decadimento radioattivo, in un tempo dt ne decadranno

dN/N = P dt

essendo dN/N la frequenza degli eventi e ”P” la probabilità di decadimento per unità di tempo.
Ponendo P=1/τ si ha

dN/N =dt/τ

e, integrando su un tempo finito


30

Fig. 1.22. Mappatura nel piano Z (numero di protoni) N (numero di neutroni) dei primi trenta
elementi chimici del sistema periodico. Per ogni elemento (per ogni Z) è riportato il simbolo chimico
e, nelle corrispondenti caselle, il numero di massa A (=Z+N) dei vari isotopi. In alto a sinistra sono
riportate le traiettorie corrispondenti ai più comuni processi di decadimento o cattura. L’assenza di
isobari contigui testimoni l’efficienza dei processi β nel portare i nuclei nelle configurazioni nucleari
a maggior energia di legame. Sono anche indicati i numeri magici di neutroni o protoni in corrispon-
denza dei quali i nuclei mostrano una peculiare stabilità. Le spezzate a tratti e punti mostrano le
traiettorie corrispondenti ad una serie successiva di catture di protoni o neutroni. Nel riquadro una
mappatura nel piano A,Z evidenzia l’assenza di nuclei con A=5 e 8.

N(t)= N0 exp(−t/τ )

dove N è il numero di nuclei sopravvissuti al tempo ”t”, N0 il numero di quelli presenti all’istante
iniziale, τ è l’inverso della probabilità di decadimento per unità di tempo e prende il nome di
vita media del nuclide radioattivo in esame. Analoghe relazioni valgono in generale anche per i
decadimenti attraverso altri canali che caratterizzano l’instabilità di taluni nuclei e, in particolare,
per il decadimento con emissione di particelle α che caratterizza l’instabilità degli elementi a più
alto numero atomico (famiglie radioattive dell’Uranio-Torio).

A1.9. La legge di Hubble ed il Big-Bang


Nel 1929 Edwin Hubble analizzando lo spettro della radiazione luminosa proveniente dalle galassie
trovò che le righe di assorbimento presenti in tali spettri risultavano tanto più spostate verso il
rosso quanto più deboli apparivano le galassie medesime. Interpretando tale spostamento come
(effetto Doppler) lo spostamento delle righe si correla con la velocità ”V” di allontanamento dal
Sole, risultando per velocità non relativistiche:

∆λ/λ = V/c

dove ∆λ/λ viene in genere indicato con ”z” e prende il nome di redshift dell’oggetto osservato.
Assumendo inoltre che la luminosità apparente delle galassie sia governata dalla distanza delle
stesse si conclude che il redshift appare correlato alla distanza, crescendo con essa (recessione delle
31

Fig. 1.23. La relazione tra redshift e magnitudine ricavata da A. Sandage per un campione di
galassie ellittiche giganti.

galassie). Hubble precisò questa osservazione in una legge di diretta proporzionalità tra la velocità
di allontanamento (V) e la distanza (d) secondo la relazione

V = H0 d (14)

dove H0 prende il nome di costante di Hubble.


Per galassie non troppo distanti, per le quali si possa assumere una metrica dello spazio euclidea
e velocità non relativistiche, dalla relazione che lega le magnitudini apparenti a quelle assolute (→
A1.2), introducendo la legge di Hubble e la relazione tra velocità e redshift si ricava:

m = M-5+5logd = M-5+5logV-5logH0 = M-5+5log(∆λ/λ)-5logc-5logH0 .

cioé per ogni assunta magnitudine assoluta M di una classe di galassie

logz= log(∆λ/λ)= 0.2 m + cost.

Noto M, una misura sperimentale della costante darebbe il valore di H0 . In figura 1.23 è riportata
la relazione tra magnitudine e redshift ricavata da A. Sandage per un campione di galassie ellittiche
giganti. Si noti come la relazione lineare risulti estremamente ben verificata, confortando la legge di
Hubble, mentre l’incertezza sull’esatto valore delle magnitudini assolute non consente di utilizzare
tale evidenza per una precisa valutazione del valore di H0 .
La determinazione di tale valore è stato sino a tempi recenti uno dei più importanti problemi
dell’astrofisica. Una precisa valutazione del valore della costante di Hubble richiede valutazioni al-
trettanto precise della effettiva distanza delle galassie. Essendo impraticabili i metodi trigonometrici,
è necessario ricorrere all’utilizzo di opportune candele campione, cioé di oggetti di cui si ritenga di
conoscere a priori la luminosità intrinseca e le cui luminosità apparenti variano quindi solo con il
quadrato delle distanze. Per le galassie più vicine si utilizzano a tale scopo vari oggetti, quali le
stelle variabili Cefeidi, le Novae, le regioni HII e gli ammassi globulari. Per le galassie più distanti
si possono infine utilizzare eventuali Supernovae. In tali direzioni si è una lunga serie di indagini
che hanno progressivamente e drasticamente abbassato la stima originale di Hubble che valutava
attorno a H0 ∼ 500 km/sec Mpc. Questi risultati sono recentemente stati confermati e perfezionati
con approccio alternativo dal satellite WMAP della NASA che investigando la radiazione cosmica
di fondo ha ricavato H0 ∼ 70 km/sec Mpc.
32

Fig. 1.24. I valori sperimentali della distribuzione energetica della radiazione di fondo (punti)
confrontati con le previsioni teoriche per un corpo nero per T=2.7 K.

Si noti che l’inverso di H0 ha le dimensioni di un tempo, e rappresenta il tempo trascorso


dall’inizio dell’ espansione se le velocità fossero rimaste costanti. La presenza del campo gravi-
tazionale ha peraltro l’effetto di far diminuire nel tempo le velocità, e 1/H0 rappresenta dunque un
limite superiore per l’età dell’Universo.
George Gamow per primo osservò come da questo quadro discenda che nelle sue fasi iniziali
la materia doveva essere estremamente densa ed estremamente energetica (Big-Bang caldo) e che
quindi dovesse esistere una radiazione elettromagnetica in equilibrio con la materia ad altissime
temperature. Al diminuire della densità della materia diminuiscono le interazioni fotone-particelle
e la radiazione finisce col disaccoppiarsi dalla materia. Da questo momento materia e radiazione
evolveranno con diverse modalità: se R è un parametro caratterizzante lo stato di espansione, la
densità di materia decresce come 1/R3 mentre l’energia della radiazione decresce come 1/R4 , come
richiesto dall’espansione adiabatica del gas di fotoni. Si noti come tale ultima dipendenza risulti
dalla combinazione della conservazione del numero di fotoni (1/R3 ) col degrado dell’energia dovuto
al redshift (1/R). Se ne trae la conseguenza che la cosmologia del Big-Bang prevede che l’Universo
sia ancor oggi omogeneamente riempito da una radiazione isotropa di corpo nero, degradata ormai
a pochi gradi Kelvin. La scoperta della radiazione di fondo (fig. 1.24), verificando puntualmente tale
previsione, è tra le più importanti conferme dello scenario del Big-Bang. Si noti come l’esistenza
di tale radiazione di fondo (CBR = Cosmic Background Radiation) stabilisca tra tutti i sistemi
inerziali l’esistenza di un unico sistema in quiete rispetto all’Universo, il moto di ogni altro sistema
essendo rivelato da una anisotropia di dipolo nella radiazione.
Il valore di H0 , la temperatura della radiazione di fondo e la densità nel presente Universo
forniscono le condizioni al contorno che consentono di definire un modello di Universo e di seguirne
l’evoluzione nel tempo, valutando - in particolare - gli effetti delle reazioni nucleari nelle primissime
fasi di tale evoluzione.
Per completezza notiamo che la forma della legge di Hubble sin qui discussa vale solo sino a
quando non si raggiungono velocità relativistiche. Nel caso generale dovremo porre

∆λ √ (1 + β)
z= = −1 (15)
λ (1 − β)

da applicarsi ogniqualvolta z≥0.2. La tabella 3 riporta la relazione tra il redshift z e β = v/c.


Nella stessa tabella è riportato il fattore relativistico di dilatazione dei tempi atteso per i vari valori
di z, dalla relazione

t0
t = αt = √ (16)
(1 − β)2
33

dilatazione dei tempi puntualmente osservata nella curva di luce di Supernovae a distanza cos-
mologica. Si può notare come z = 4 corrisponda ormai ad una velocità pari al 92 % della velocità
della luce.

Tab. 3. Velocità di espansione e fattore di dilatazione dei tempi per selezionati valori di redshift z

z β α

1 3/5 1.25
2 5/8 1.28
3 15/17 2.12
4 24/26 3.60

A1.10. Particelle elementari. La storia delle particelle nel Big-Bang


E’ noto come la ricerca fisica abbia riconosciuto che nel divenire della materia siano all’opera
quattro interazioni fondamentali: gravitazionale, elettromagnetica, forte e debole. Le prime due tra
queste interazioni sono ben note già nella fisica classica, le ultime due si evidenziano rispettivamente
nelle forze di aggregazione nucleare e nei processi di decadimento β. Interazione gravitazionale ed
elettromagnetica sono forze che vanno come 1/R2 , con un raggio di azione che si estende dunque
sino all’infinito. Al contrario, interazione forte ed interazione debole risultano forze a corto range,
con raggi di azione di 10−13 e 10−16 cm, rispettivamente.
La descrizione moderna di tali interazioni riposa sull’intervento quali ”vettori” dell’ interazione
di ”quanti” associati alle interazioni stesse, che vengono creati e si propagano all’interno delle
restrizioni imposte dal principio di indeterminazione di Heisenberg

∆E · ∆t ∼ h/2π

In tale scenario, l’interazione elettromagnetica si spinge sino all’infinito perché il suo vettore, il
fotone, ha massa nulla e può quindi avere energia piccola a piacere. Analoghe considerazioni valgono
per la postulata esistenza dei quanti del campo gravitazionale, i gravitoni. La forza debole ha invece
vettori massivi, i bosoni intermedi W e Z0 , la cui produzione impegna un’energia non minore di
∆E=mc2 , ponendo una severa limitazione al tempo di esistenza delle particelle virtuali ed al tragitto
c∆t raggiungibile da tali particelle. Il caso dell’interazione forte è peraltro estremamente più com-
plesso, riposando sul comportamento di quark e gluoni descritto dalla cromodinamica quantistica.
Qui ci limiteremo a riaffermare che anche l’interazione forte si manifesta solo a corto range.
E’ d’uso classificare le particelle elementari, siano esse stabili o instabili, a seconda del tipo di
interazioni cui vanno soggette. Le particelle si distinguono cosı̀ in due grandi classi

1. Leptoni: soggetti, oltre che alla interazione elettromagnetica se carichi, anche all’interazione
debole. Tali sono l’elettrone (e), le particelle instabili (µ) e (τ ) ed i tre corrispondenti tipi di
neutrino (νe νµ ντ ), tutti con le loro antiparticelle.
2. Adroni: soggetti, oltre che alle citate interazioni, anche alle interazioni forti. Tali sono il protone
ed il neutrone, anch’essi con le loro antiparticelle, ed una gran quantità di particelle instabili.
Particelle instabili con massa minore del protone sono dette mesoni, tutte le altre barioni.

Gli adroni sono in realtà anch’essi formati a partire da tre coppie di particelle più propriamente
elementari dette quark, che peraltro non sono osservabili isolate (confinamento dei quark). Questi
sei quark vengono indicati con le lettere

u, d; c, s; t, b
I barioni risultano formati da tre quark, mentre i mesoni sono composti da una coppia quark-
antiquark. Protoni e neutroni risultano in particolare dalle seguenti combinazioni
34

Fig. 1.25. L’andamento di temperatura e densità nell’Universo del Big-Bang

p = uud
n = ddu
e il decadimento spontaneo del neutrone consiste nella trasformazione di un quark d in in un
quark u indotta dall’interazione debole.
Particelle, stabili e instabili, possono essere liberamente prodotte quando sia disponibile l’energia
corrispondente alle masse prodotte, ferme restando le varie leggi di conservazione per le quali, ad
esempio, la produzione di un protone richiede la produzione contemporanea di un antiprotone per la
conservazione del numero barionico. Si noti che per la conservazione della quantità di moto un fotone
può produrre solo (almeno) coppie di particelle e, di converso, l’annichilazione di due particelle deve
produrre (almeno) due fotoni.
E’ ben noto come nel presente Universo sopravvivano solo le particelle stabili: fotoni, neutrini,
protoni e un numero di elettroni tale da compensare la carica dei protoni. Sopravvivono anche i
neutroni quando inglobati nella struttura di un nucleo. Ma in un Universo in cui l’energia media per
particella (∼kT) risultava superiore quella necessaria per produrre particelle instabili, ci si attende
che tali particelle siano in continuazione prodotte, e che risultino presenti in equilibrio statistico
con le altre particelle.
Nelle primissime fasi del Big-Bang, l’energia dei fotoni era sufficiente per creare coppie di ogni
tipo di particella e l’Universo dovette essere popolato da un ”brodo” di adroni e leptoni con le loro
antiparticelle, in equilibrio termodinamico tra loro e con il gas di fotoni (Era degli adroni). A 1012
K si è ormai scesi sotto la soglia di produzione degli adroni e quelli in precedenza esistenti si sono
vicendevolmente annichilati con le loro antiparticelle

n+n → γ + γ
p+p → γ + γ

Al termine delle annichilazioni restano i barioni oggi presenti nell’Universo, che in precedenza
rappresentavano solo una piccola differenza percentuale (dell’ordine di 10−7 %) nel bilancio della
popolazione di particelle ed antiparticelle in equilibrio con la radiazione.
Al successivo decrescere della temperatura e sinché kT≥me c2 ( T ∼ 1010 K ) gli elettroni
sono continuamente formati da creazione di coppie e+ +e− (Era dei leptoni) mentre i neutrini sono
inizialmente accoppiati agli elettroni da interazioni

e+ + e− ↔ νe + ν e
35

Tab. 4. Le principali tappe nella storia dell’Universo.

Fase Tempo Densità Temperatura Energia per particella

Termine era degli adroni 10−4 sec 1012 K 1Gev


4 −3
Termine era dei leptoni 1 sec 10 g cm 1010 K 1 MeV
Termine Era della radiazione 106 anni 10−21 g cm−3 3·103 K 0.3 eV

e con i nucleoni da interazioni

p + ν e ↔ n + e+ -1.80 MeV
p + e− ↔ n + νe -0.78 MeV
n ↔ p + e− + ν e +0.78 MeV

dove l’energetica delle reazioni e’ immediatamente ricavabile dalle masse delle particelle coin-
volte: Mn = 939.5656 MeV, Mp = 938.2723 MeV, Me = 0.5109999 MeV. A causa della lunga
vita del neutrone ( ∼ 14.76 minuti) le prime due reazioni (endotermiche) restano dominanti sino a
che l’energia media è superiore alle rispettive soglie. Durante l’Era dei leptoni i neutrini finiscono
però col disaccoppiarsi, mentre l’abbondanza di protoni e neutroni, in equilibrio termico tra loro,
obbedisce alla relazione di Maxwell

np (mn − mp )c2
= exp [ ] (17)
nn kT

A 1011 K np /nn ∼ 1.2, salendo a circa 4 a A 1010 K, quando termina l’era dei leptoni e inizia
l’era della radiazione . Al di sotto di questa temperatura le coppie elettrone positrone si annichilano
producendo fotoni

e + + e− → γ + γ

e l’Universo, dopo la nucleosintesi cosmologica (che termina a circa 4 minuti), resterà infine
popolato solo da idrogeno, elio ed elettroni, con tracce di elementi leggeri. A circa 106 anni gli
elettroni si ricombinano con i protoni e la radiazione di fondo si disaccoppia dalla materia, la
densità della radiazioni scende sotto quella della materia e inizia l’attuale Era della Materia.
La Tabella 4) riassume la sequenza di eventi che caratterizza l’evoluzione del Big-Bang mentre
la fig. 1.25 riporta l’evoluzione di temperatura e densità.

A1.11. Il problema della massa oscura.


Si è indicato come la stima della densità attuale dell’Universo sia un parametro cruciale per model-
lare l’evoluzione cosmologica dell’Universo medesimo e, in particolare, per stabilire se esso è aperto
o chiuso. è infatti di per sé evidente che, fissato il campo di velocità della legge di Hubble, al crescere
della densità cresce il campo gravitazionale che contrasta l’espansione, e dalla stima di tale densità
discende quindi il valutare se l’Universo superi o meno la velocità di fuga.
Più in generale, ricordiamo che dall’assunzione che l’Universo sia su grande scala omogeneo e
isotropo si ricava per l’espansione l’equazione di Friedmann

Ṙ 2 8πGρM kc2 Λc2


H2 = ( ) = − 2 + (18)
R 3 R 3

dove R= R(t)è il fattore di scala, H =Ṙ / R misura la velocità di espansione (H0 , costante di
Hubble, rappresenta l’espansione al tempo presente), ρM densità di massa, k parametro di curvatura
e Λ la costante cosmologica di Einstein, che rappresenta una densità di energia del vuoto.
36

Fig. 1.26. Curva di rotazione della galassia NGC3198. In funzione della distanza R dal centro della
galassia è riportata la velocità di rotazione osservata per stelle e nubi di gas. Il tratto orizzontale
indica, orientativamente, le dimensioni dell’immagine ottica della galassia.

Esprimendo le densità di materia ed energia attraverso i parametri al tempo presente

8GρM Λc2
ΩM = ; ΩΛ = (19)
3H02 3H02

l’equazione di Friedmann fornisce

kc2
= H02 (ΩM + ΩΛ − 1) (20)
R02

e per avere un Universo piatto e con metrica euclidea, come rivelato ad esempio dal satellite
WMAP, si richiede k=0 e quindi
Ω M + ΩΛ = 1
Una stima della densità di materia normale (barioni) si ottiene dalla stima della densità di
galassie unita a valutazioni della massa delle medesime. Con tale procedura si giunge ad una den-
sità dell’attuale Universo dell’ordine di 10−31 gr/cm3 , cioé inferiore di circa un fattore 100 della
densità critica necessaria per chiudere l’Universo. Se ne dovrebbe concludere che l’Universo è aperto,
destinato ad una indefinita espansione. E’ stato peraltro fatto notare che la procedura testé descritta
conduce ad una stima della massa contenuta in oggetti emettenti luce, e che non si può escludere la
presenza di massa oscura, dalla quale non proviene radiazione elettromagnetica. Massa che potrebbe
essere contenuta in oggetti oscuri (stelle di bassissima luminosità od oggetti planetari) ma anche in
particelle elementari massive e scarsamente interagenti diffuse nell’Universo.
Esistono infatti molteplici evidenze per l’esistenza di un tale ulteriore contributo. La stabilità del
disco della nostra Galassie richiede ad esempio molta più massa di quella visibile. Un’altra evidenza
sperimentale per l’esistenza di massa oscura è fornita dalla curva di rotazione delle galassie spirali.
Se la massa delle galassie è collegata sostanzialmente all’osservato corpo luminoso, ci si attende
che allontanandosi da questo gli oggetti che vi ruotano attorno (stelle e/o gas) mostrino velocità
decrescenti, come atteso da moti kepleriani. L’osservazione mostra che ciò non è vero, e la velocità
di rotazione si mantiene pressochè costante sino a grandi distanze dal corpo centrale della galassia
ed all’esterno della stesa immagine ottica della galassia (fig. 1.25). Se si vuole conservare la legge di
gravità di Newton, ciò implica che nella Galassia e attorno ad essa esista una distribuzione di massa
non accessibile all’osservazione diretta. Altre evidenze per la presenza di massa oscura si ottengono
dalla dinamica degli ammassi di galassie.
Si è così stimato che in alcuni casi la massa oscura sia almeno quattro volte quella osservata,
un valore rilevante ma ancora troppo piccolo per rendere piatto l’Universo. In tale contesto molte
indagini sono state dedicate al tentativo di determinare se e quanta di tale massa oscura potesse
essere sotto forma di barioni. Tali ad esempio gli esperimenti MACHO ed EROS volti a rivelare gli
effetti di lente gravitazionale prodotti da corpi oscuri di piccola massa transitanti davanti a stelle
normali. Il progresso delle indagini sulla radiazione di fondo cosmico, e in particolare i risultati del
37

già citato satellite WMAP, sembrano ormai aver risolto tale problema, mostrando che la materia
oscura è essenzialmente non barionica, ma che l’Universo è piatto solo grazie al sostanziale contributo
di una per molti versi ancora misteriosa energia del vuoto.
38

Origine delle Figure

Fig.1.1 Rose W.K. 1973, ”Astrophysics”, Holt, Rinehart & Winston


Fig.1.2 Castellani V. 1985, ”Astrofisica Stellare”, Zanichelli
Fig.1.3 Mavridis L.N. 1971, in ”Structure and evolution of the Galaxy”, Reidel
Fig.1.4 Castellani V. 1985, ”Astrofisica Stellare”, Zanichelli
Fig.1.6 Castellani V., Degl’Innocenti S., Prada Moroni P.G, 2001, MNRAS 320,66
Fig.1.7 Cassisi S., Castellani V., Degl’Innocenti S., Salaris M., Weiss A. 1999, A&A 134,103
Fig.1.8 Rosenberg A., Piotto G., Saviane I., Apparicio A. 2000, A&AS 144,5
Fig.1.10 Cameron A.G.W. 1982, in ”Essays in Nuclear Astrophysics”, Cambridge Univ. Press
Fig.1.16 Nandy, K., Morgan, D. H., Willis, A. J., Wilson, R., Gondhalekar, P. M. 1981, MNRAS 196, 955
Fig.1.19 Clayton D.D. 1983, ”Principles of sStella Evolution and Nucleosynthesis”, McGraw-Hill
Fig.1.20 Da Costa G.S., Freeman K.C. 1976, ApJ 206, 132
Fig.1.22 Castellani V. 1985, ”Astrofisica Stellare”, Zanichelli
Fig.1.25 Karttunen H., Kroeger P., Oja H. et al 1996, ”Fundamental Astronomy”, Springer
Fig.1.26 van Albada T. S., Bahcall J. N., Begeman K., Sancisi R. 1985, ApJ 295 30

28.12.04
Capitolo 2

Natura e struttura delle stelle

2.1. L’equilibrio delle strutture stellari


La diffusa evidenza del fenomeno ”stella” testimonia che la formazione di stelle costituisce
una processo spontaneo e naturale nell’evoluzione della materia nell’Universo. Ed in effetti il
Sole, come tutte le altre stelle, indubbiamente altro non è che il prodotto di una aggregazione
spontanea di materia diffusa sotto l’influenza della gravitazione. La storia dell’evoluzione di
una stella sarà dunque la storia della contrazione di una massa di gas sotto l’influenza del
proprio campo gravitazionale (struttura autogravitante). Per affrontare un tale argomento
conviene esaminare con qualche dettaglio la struttura di tali oggetti, al fine di compren-
derne e di prevederne le principali caratteristiche. Ciò può essere fatto investigando in forma
quantitativa le problematiche che vengono suggerite da pur semplici evidenze osservative.
La prima di queste evidenze è che il Sole mantiene ed ha mantenuto per un lunghissimo
tempo le sue dimensioni. La materia che costituisce il Sole, pur soggetta ad una intensa forza
gravitazionale, non mostra di muoversi verso il centro di gravità con tempi scala meccanici,
cioè con i tempi tipici dei moti che si sviluppano sotto l’azione della forza gravitazionale. Per
fissare le idee, possiamo valutare che alla superficie del nostro Sole, essendo massa e raggio
del Sole M = 1.989 1033 gr R = 6.960 1010 cm, si ha una accelerazione di gravità

g = GM/R2 ∼ 6.67 10−8 1.99 1033 / 4.84 1021 ∼ 2.74 104 cm/sec2

circa 30 volte superiore che alla superficie della Terra. Poiché in un moto uniformemente
accelerato S=gt2 /2, un corpo alla superficie del Sole sul quale agisse liberamente la gravità
percorrerebbe uno spazio pari al raggio del Sole in un tempo

t = (2R/g)1/2 ∼ 2 103 sec ∼ 30 minuti.

Si ricava così un ordine di grandezza dei tempi caratteristici sui quali opererebbe la
gravità su scala solare. I 2 103 secondi ricavati assicurano che se sul Sole la forza di gravità
fosse libera di operare, il Sole dovrebbe rapidamente modificarsi sotto i nostri occhi. Poiché
ciò non avviene, dobbiamo concludere che la forza di gravità è contrastata ed annullata
dalle forze di pressione generate nel gas, producendo una struttura che definiremo quasi
stazionaria, perché - come constateremo - pur se le forze di pressione annullano le forze di
gravità la struttura è costretta sia pur lentamente ad evolvere.
E’ facile tradurre le precedenti considerazioni in una relazione quantitativa. Assumendo
la simmetria sferica della struttura solare - come suggerito dall’evidenza osservativa - il

1
2

Fig. 2.1. Il bilancio della forza di gravità Fg e delle forze di pressione Fp per un generico elemento
di materia di volume dV = dS dr.

bilancio tra le forze di pressione e quelle gravitazionali (fig. 2.1) per un generico elemento di
massa dm = ρdV = ρdSdr fornisce la relazione dell’equilibrio idrostatico

dP (r) Mr (r)ρ(r)
= −G dr (1)
dr r2
dove P rappresenta la pressione totale operante nell’ambiente (quindi non la sola pres-
sione del gas → A2.1 ), ρ la densità locale ed Mr la massa contenuta all’interno del generico
raggio r.
Questa equazione fornisce una prima relazione tra le tre grandezze incognite P, ρ ed Mr ,
assicurando che la pressione deve crescere con continuità muovendosi verso l’interno della
stella. In realtà una delle incognite è solo formale, perché dalla definizione di Mr si ricava
subito l’equazione di continuità

dMr = 4πr2 ρdr (2)

Aggiunta alla precedente, l’equazione di continuità forma un sistema di due equazioni


differenziali nelle tre indicate incognite. Dalla sola condizione di equilibrio non è dunque
possibile definire l’andamento delle variabili fisiche lungo la struttura, e ciò non sorprende
perché la struttura medesima dipenderà da come ρ e P sono tra loro collegate, cioè dall’
equazione di stato che per ogni assegnata composizione della materia consisterà in una
relazione del tipo

P = P (ρ, T ) (3)

E’ subito visto che l’introduzione dell’equazione di stato, se aumenta il numero delle


equazioni aumenta anche il numero delle incognite, introducendo la nuova incognita ”tem-
peratura” ( T(r) ). Come peraltro prevedibile, la distribuzione delle temperature è quindi
un ingrediente essenziale nel determinare lo stato della struttura. Sarà di conseguenza nec-
essario, in linea del tutto generale, ricorrere ad opportune valutazioni delle leggi fisiche che
regolano la distribuzione delle temperature nella materia stellare, determinando l’andamento
del gradiente di temperatura dT/dr.
Notiamo che la presenza di un gradiente di temperatura implica la conseguente presenza
di un flusso di energia che tende a riequilibrare lo stato energetico dei diversi strati di
materia. Le interazioni particella-particella e fotone-particella tendono inevitabilmente a
ridistribuire l’energia, producendo un trasporto di calore verso le zone a minor temperatura.
E’ peraltro noto come i possibili meccanismi per tale trasporto siano conduzione, convezione
3

ed irraggiamento. Escludendo per il momento il caso della convezione, negli altri due casi si
ha - come regola generale - che il flusso di calore è proporzionale al gradiente
dT
= cost · φ (4)
dr
relazione che può essere letta come una delle tanti leggi di proporzionalità tra causa
(dT/dr) ed effetto (il flusso φ), una sorta di legge di Ohm dove la costante rappresenta
la ”resistenza” al trasporto. La materia all’interno di una stella si trova in generale nello
stato gassoso, cui corrisponde (ma con importanti eccezioni) una trascurabile efficienza dei
meccanismo conduttivi. In tal caso si può dimostrare (→ A2.2) che tra il flusso trasportato
per radiazione (dai fotoni) ed il gradiente di temperatura intercorre la relazione
dT 3 κρ
=− φ (5)
dr 4ac T 3
dove a= costante del corpo nero = 7.6 10−15 cm, c= velocità della luce e κ opacità per
grammo di materia è definita dalla relazione

κρ =1/λ,

con λ cammino libero medio dei fotoni: minore il cammino libero medio maggiore
l’opacità.
Da tale del trasporto radiativo si ricava non solo che un gradiente di temperatura gen-
era un flusso, ma anche che la presenza di un flusso implica un gradiente di temperatura.
L’emergere di un flusso luminoso dalle strutture stellari è quindi indicazione che la temper-
atura cresce dalla superficie verso l’interno, e che tale aumento deve continuare sinché la
struttura è percorsa da un flusso di energia uscente. Se ne trae anche la conseguenza che se
nelle zone centrali di una struttura stellare non vi sono sorgenti (positive o negative) di ener-
gia, allora tali zone devono tendere ad una situazione isoterma. Un gradiente di temperatura
produrrebbe infatti un flusso volto a riequilibrare le differenze di temperatura.
Nell’equazione del trasporto il flusso φ locale può utilmente essere espresso, per ogni r,
in termini della flusso energetico totale attraverso la superficie sferica di raggio r (Lr (r)=
luminosità)

Lr = 4πr2 φ

talché l’equazione del trasporto diventa, nel caso di trasporto radiativo


dT 3 κρ Lr
=− (6)
dr 4ac T 3 4πr2
Abbiamo così una quarta relazione, che introduce l’ulteriore incognita Lr , così che in
totale si hanno quattro equazioni che contengono le sei variabili r, Lr , P, T, Mr , ρ. La
condizione su Lr è peraltro subito fornita dalla conservazione dell’energia
dLr
= 4πr2 ρε (7)
dr
dove ε rappresenta la produzione di energia per grammo di materia e per secondo. La
relazione precedente rappresenta il bilancio energetico, stabilendo che se l’energia totale
che fluisce attraverso la struttura subisce una variazione tra r e r+dr ciò e’ dovuto alla
produzione o assorbimento di energia nella corrispondente massa dm = 4πr2 ρdr. E’ proprio
questa diretta collegabilità al bilancio energetico che fa preferire l’uso della variabile Lr
nell’equazione del trasporto.
Con questa ultima relazione si raggiunge un sistema di cinque equazioni (di cui quattro
differenziali) che legano i sei parametri r, Lr . P, T, Mr , ρ
4

1. dP/dr → equilibrio idrostatico


2. dMr /dr → equazione di continuità
3. dT/dr → equazione del trasporto
4. dLr /dr → conservazione dell’energia
5. P = P(ρ, T) → equazione di stato

sistema che, con le opportune condizioni al contorno, può essere risolto, ricavando
l’andamento di cinque delle precedenti variabili in funzione dell’andamento della sesta vari-
abile assunta come variabile indipendente.
Ripercorrendo le assunzioni operate concludiamo che il sistema di equazioni governa
ogni sistema a simmetria sferica, autogravitante, in equilibrio idrostatico e sinché si resti
nel campo di applicabilità della meccanica non relativistica (→ A2.3). Al variare della com-
posizione chimica della materia stellare, le soluzioni si differenzieranno non per l’algoritmo
delle equazioni fisico matematiche sin qui descritte, ma per il diverso comportamento fisico
della materia “depositato” in tali equazioni dalle tre relazioni

1. P (ρ, T ) → equazione di stato


2. κ(ρ, T ) → opacità della materia stellare
3. ε(ρ, T ) → produzione di energia

ove si è esplicitamente indicato come ci si attenda che non solo la pressione ma anche
l’opacità e la produzione di energia dipendano dalle condizioni termodinamiche della materia
oltre che dalla non esplicitata composizione chimica della materia medesima.

2.2. La convezione ed il criterio di Schwarzschild. Overshooting.


Le equazioni dell’equilibrio di una struttura stellare discusse nel punto precedente sono state
ricavate sotto la condizione di assenza di trasporto convettivo. L’evidenza osservativa mostra
peraltro che moti convettivi sono presenti alla superficie di molte stelle e, in particolare, alla
superficie del Sole. La trattazione dovrà quindi essere estesa per tener conto anche di una
tale evenienza. Conviene trattare tale problema in due passi successivi: questa sezione sarà
dedicata alla identificazione delle regioni di una struttura stellare che risultano instabili per
moti convettivi. Nella prossima sezione discuteremo il problema del trasporto convettivo al
fine di ricavare le condizioni sul gradiente di temperatura richieste dalle le equazioni di
equilibrio.
L’identificazioni delle regioni convettive riposa sul Criterio di Schwarzschild, che in
sostanza risulta una applicazione dell’antico principio di Archimede per il quale un corpo
immerso in un fluido riceve una spinta verso l’alto pari al peso del fluido spostato. Per
giungere alla formulazione di tale principio ricordiamo innanzitutto che in assenza di moti
convettivi il gradiente di temperatura resta determinato dal già discusso gradiente radia-
tivo (dT/dr)rad . Alla formulazione di tale gradiente sin qui adottata preferiremo nel seguito
la parallela definizione (dT/dP)rad , subito ricavabile coniugando la prima con l’equazione
dell’equilibrio idrostatico (dT/dP= dT/dr dr/dP). La ragione di tale preferenza è duplice.
Innanzitutto dT/dP è una relazione tra grandezze termodinamiche, utilmente confrontabile
con le grandezze termodinamiche proprie del gas stellare. L’assunzione di dT/dP libera in-
oltre la discussione dalla fastidiosa occorrenza di un dT/dR per definizione negativo (la
temperatura cresce verso l’interno) che complicherebbe formalmente la discussione.
Partendo dunque dall’evidenza che in assenza di convenzione il gradiente di temperatura
locale deve essere pari a quello radiativo, possiamo domandarci se in tali condizioni la zona
risulta o meno stabile rispetto alla convezione. A tale scopo dobbiamo domandarci se piccole
fluttuazioni “δR” nella posizione di un elemento di materia inneschino o meno un moto
convettivo. A seguito dello spostamento l’elemento varierà la propria pressione adeguandola
5

Fig. 2.2. In un ambiente a gradiente radiativo, se tale gradiente risulta maggiore di quello adia-
batico (1) un elemento di materia che si sposti adiabaticamente dalla posizione iniziale si trova più
caldo dell’ambiente a minori pressioni (spostamento verso l’alto) o più freddo a pressioni maggiori
(spostamento verso l’interno). In tutti e due i casi l’elemento e’ stimolato a proseguire il moto in-
nescando una instabilità convettiva. Nel caso in cui il gradiente radiativo risulti minore di quello
adiabatico (2) si manifesta invece una forza di richiamo che rende l’ambiente stabile.

a quella dell’ambiente con tempi scala meccanici. Gli scambi di calore avvengono invece
sui più lunghi tempi scala termodinamici, talché potremo assumere che l’espansione (se
assumiamo uno spostamento verso l’alto, a pressione minore) o la compressione risultino
adiabatiche.
Dalla figura 2.2 si ricava immediatamente che se il gradiente locale (assunto come radia-
tivo) è minore del gradiente adiabatico dT/dP, per uno spostamento verso l’alto l’elemento
risulta più freddo dell’ambiente, quindi più denso e soggetto ad una forza di richiamo verso
la posizione originale. Analoghe considerazioni valgono per uno spostamento verso il basso.
Se ne conclude che in tali condizioni la zona è stabile. Ripetendo il ragionamento nel caso di
un gradiente radiativo maggiore di quello adiabatico si giunge invece alla conclusione che in
tal caso la zona è instabile, talché si giunge alla formulazione del Criterio di Schwarzschild
che stabilisce che in una struttura stellare sono instabili per convezione tutti quegli strati
per i quali risulta

dT dT
( )rad > ( )ad (8)
dP dP
A tale formulazione viene talora preferita la forma logaritmica

∇rad > ∇ad (9)

dove ∇ = P/T dT/dP = dlogT/dlogP e ∇ad = 0.4 per un gas perfetto monoatomico
(→ A2.4).
Si deve peraltro notare che, a rigor di termini, il criterio di Schwarzschild identifica
le zone in cui l’instabiltà convettiva è stimolata ed all’interno delle quali sono attivi moti
convettivi con velocità che saranno determinate da complessi meccanismi legati anche agli
scambi termici ed alla viscosità del mezzo. E’ così evidente che il frenamento di tali moti
deve avvenire nella zona formalmente stabile per convezione, laddove si manifesta una forza
di richiamo. Ne segue che oltre i limiti definiti dal criterio di Schwarzschild deve esistere una
zona di penetrazione degli elementi convettivi, indicata come zona di overshooting (fig. 2.3).
6

Fig. 2.3. Nella regione in cui è violato il criterio di stabilità di Schwarzschild un elemento di
convezione è soggetto a forze che ne favoriscono il moto. Il frenamento di tali elementi dovrà quindi
avvenire nelle zone di stabilità al bordo della zona precedente, producendo un rimescolamento di
materia che si estende al di là dei limiti formali di stabilità (overshooting).

Le dimensioni di tale zona sono un problema astrofisico ancora aperto. L’approccio


”canonico” assume come trascurabili tali dimensioni, ma sull’argomento esiste un ampio
dibattito e alcune valutazioni evolutive assumono tali dimensioni come un parametro libero
da determinare attraverso il confronto con le osservazioni.
Notiamo infine che la formulazione del gradiente radiativo, unita al criterio di
Schwarzschild, consente di operare alcune previsioni generali sullo sviluppo della con-
vezione nelle strutture stellari. Il valore del gradiente radiativo risulta infatti proporzionale
all’opacità ed al flusso di energia e se ne può dedurre che alti valori di uno di questi due
parametri possano condurre il gradiente radiativo a superare quello adiabatico. L’opacità
sale a valori estremamente elevati negli strati in cui l’idrogeno è in stato di ionizzazione
parziale, per il semplice motivo che i fotoni vengono facilmente catturati, ad esempio, per
effetto fotoelettrico da elettroni che sono già in gran parte su stati eccitati (→ 3.3). Ne
segue l’interessante previsione secondo la quale tutte le stelle con temperatura superficiale
sufficientemente minore della temperatura di ionizzazione dell’idrogeno debbano necessaria-
mente sviluppare regioni convettive nelle zone più esterne (inviluppi convettivi), che devono
contemporaneamente essere assenti nelle stella a più alta temperatura superficiale. La tran-
sizione si pone attorno a temperature effettive Te ∼ 10 000 K.
A fianco di tale ”convezione da opacità” si potrà avere una ”convezione da flusso” che
dipenderà da quanto i meccanismi di produzione di energia dipendono dalla temperatura.
E’ infatti subito visto che al crescere di tale dipendenza la produzione di energia si concen-
tra sempre più verso il centro della struttura, facendo crescere i flussi. Nel caso quindi di
combustioni nucleari con forte dipendenza dalla temperatura ci attendiamo la presenza di
nuclei convettivi. Anticipiamo qui che ad esclusione della catena pp (∝ T 4 ) tutte le altre
combustioni nucleari hanno dipendenze estremamente elevate (CNO ∝ T 14 ; 3α ∝ T 22 con
conseguente presenza di nuclei convettivi.

2.3. Trasporto radiativo e trasporto convettivo


Stabilito sotto quali condizioni ci si attende la presenza di moti convettivi, resta da stabilirne
l’efficienza e, in particolare, il gradiente di temperatura che si realizza nelle regioni sedi di
tali moti. E’ innanzitutto da rilevare come la convezione trasporti energia tramite il moto
ciclico di materia che assorbe energia nelle zone inferiori, più calde, per ricederla nelle zone
superiori. Per ricavare un utile quadro di riferimento, possiamo semplificare il fenomeno
assumendo che un elemento di convezione inizialmente in equilibrio con l’ambiente alla base
7

Fig. 2.4. Un elemento di convezione che si innalzi adiabaticamente nell’ambiente per un tragitto l
al termine del tragitto si porterà ad una temperatura T1 = T0 + (dT /dP )ad ∆P , circondato da un
ambiente a temperatura T2 = T0 + (dT /dP )amb ∆P .

della zona convettiva si innalzi adiabaticamente per un tragitto “l” cedendo qui il calore in
eccesso. Come ordine di grandezza di “l” possiamo assumere l’altezza di scala di pressione

1 dP
HP = (10)
P dr
definita come il tragitto che vede diminuire la pressione di un fattore 1/e, assunto come
il tipico tragitto lungo il quale un elemento di convezione (in necessaria espansione) possa
mantenere una propria individualità.
E’ subito visto che, pur nell’ipotesi adiabatica che è la più favorevole al trasporto, la
convezione può trasportare calore solo se il gradiente ambientale sia maggiore di quello
adiabatico (superadiabatico). Solo in tal caso al termine del tragitto l’elemento risulterà
più caldo dell’ambiente circostante, in grado di cedere calore e di contribuire al trasporto
dell’energia. Tali semplici considerazioni mostrano che in una zona convettiva, dove - per
definizione - il gradiente radiativo è maggiore di quello adiabatico, il gradiente effettivo
è limitato dall’essere necessariamente maggiore del gradente adiabatico ma anche minore
del gradiente radiativo perché, per definizione di gradiente radiativo, l’esistenza di un tale
gradiente implica il trasporto radiativo dell’intero flusso energetico.
Il problema è pertanto quello di valutare il grado di superadiabaticità del gradiente locale.
Per far ciò ricorriamo ancora al precedente modello di convezione per notare che l’energia
ceduta da un elemento di convezione sarà pari a

δQ = CδT (11)

ove C rappresenta la capacità termica dell’elemento e δT la differenza di temperatura


tra l’elemento e l’ambiente a fine tragitto. Quest’ultima grandezza è subito ricavabile come
Z
dT dT
δT = [( )ad − ( )amb ]dP (12)
l dP dP

ove l’integrando è appunto il valore della superadiabaticità del gradiente ambientale.


La capacità termica del gas all’interno di una stella è peraltro così elevata che, ove si
assuma che una sostanziale frazione della materia concorra al trasporto, per trasportare i
flussi stellari si richiede di fatto una superadiabaticità microscopica (∼ 10−5 ), talché a tutti
8

gli effetti pratici è in genere lecito assumere direttamente un gradiente ambientale pari a
quello adiabatico.
Ciò non è più vero solo nelle zone più esterne della struttura ove la marcata diminuzione
della capacità termica, conseguente alla diminuita densità della materia, genera un non
più trascurabile fabbisogno di superadiabaticità. In tal caso (convezione subatmosferica)
manchiamo ancora di una teoria soddisfacente della convezione, ed è d’uso ricorrere ad un
algoritmo approssimato noto come (Teoria della ”Mixing Length” → A2.5).
E’ da notare che se il trasporto radiativo può o meno essere attivo, il trasporto radiativo
- in accordo alla (6) - in presenza di un gradiente di temperatura è sempre efficiente. La
convezione può quindi essere intesa come un meccanismo di troppo pieno che scatta quando le
richieste di gradiente per il trasporto radiativo superano la soglia del gradiente adiabatico,
attivando un ulteriore canale di trasporto. E, in tale visione, il criterio di Schwarzschild
stabilisce che in presenza di meccanismi di trasporto concorrenti si stabilisce il processo che
minimizza le richieste di gradiente.
In caso di convezione, l’efficienza relativa dei due canali di trasporto resta collegata al
rapporto tra i gradienti. In particolare si ricava banalmente che:

∇rad >> ∇amb ∼ ∇ad → la zona è instabile per convezione ed il trasporto è essenzial-
mente convettivo.

∇rad ∼ ∇amb > ∇ad → la zona è instabile per convezione ma il trasporto è essenzialmente
radiativo.

2.4. Le atmosfere stellari e la trattazione degli strati atmosferici


Si è già indicato come l’analisi spettroscopica delle sorgenti stellari riveli nella grande mag-
gioranza dei casi una distribuzione energetica largamente assimilabile ad uno spettro di corpo
nero deformato dalla presenza di righe o bande di assorbimento.Ciò mostra come nell’interno
di una struttura stellare i meccanismi di interazione particella-particella e particella-fotone
siano così efficienti da mantenere l’equilibrio termodinamico, così che si possa definire una
comune temperatura per particelle e radiazione. Ovviamente ciò implica che le particelle
seguano una distribuzione di Maxwell-Boltzmann e i fotoni quella di corpo nero, assun-
zione quest’ultima sulla quale riposa la formulazione del gradiente radiativo discussa nelle
precedenti sezioni.
Caratteristica necessaria della radiazione di corpo nero è di essere isotropa. L’esistenza in
una stella di un flusso uscente contraddice solo apparentemente tale condizione: l’anisotropia
necessaria per rendere conto del flusso uscente risulta essere solo una trascurabile frazione
dell’energia contenuta sotto forma di fotoni, talché l’equilibrio termodinamico può consider-
arsi pienamente realizzato. E’ evidente però che tale condizione viene a cadere negli strati
più esterni della struttura, dove per la bassa densità della materia diminuiscono le interazioni
e il flusso è di fatto un flusso netto uscente. Dunque l’equazione del trasporto radiativo non
può essere utilizzata e ciò limita la validità dell’intero sistema di equazioni ai soli strati
interni di una struttura, di cui gli strati più esterni rappresentano una sorta di condizione
al contorno.
Per definire più propriamente il ruolo di tali inviluppi stellari introduciamo la grandezza
τ = prof ondita0 ottica, definita come la probabilità che ha un fotone di subire un’interazione
prima di lasciare la stella. E’ subito compreso che τ è in linea di principio correlabile
alla profondità geometrica dei vari strati dell’inviluppo stellare, risultando τ = 0 al lim-
ite esterno della struttura, crescendo poi al crescere della profondità degli strati. Possiamo
definire atmosfera di una stella la zona di inviluppo per la quale τ ≤ 1. Con tale definizione
l’atmosfera di una stella e’ quella zona oltre la quale ”non possiamo vedere”, ovvero - con
9

espressione più corretta - oltre la quale non è possibile che ci giungano informazioni di-
rette trasportate dai fotoni che, per definizione, subiranno almeno una interazione prima di
emergere dalla struttura.
La nozione di atmosfera è quindi collegata a meccanismi di opacità, e si può definire τ
attraverso la relazione

dr
dτ = − = −κρdr (13)
λ

ove, per la già data definizione di κ, κρ rappresenta l’inverso del cammino libero medio
del fotone e dunque la probabilitàdi interazione per unità di percorso.
Le caratteristiche spettrali della radiazione osservata mostrano che una radiazione di
corpo nero proveniente dalla base dell’atmosfera (τ = 1), viene ”filtrata” nel passaggio at-
traverso l’atmosfera, ove meccanismi selettivi di assorbimento o diffusione da parte degli
atomi dell’atmosfera stessa estraggono fotoni dal fascio uscente, isotropizzandoli, in cor-
rispondenza delle frequenze proprie delle possibili transizioni elettroniche. La valutazione
delle strutture atmosferiche è operazione estremamente complessa, per la quale è necessario
valutare nel dettaglio il trasporto radiativo nelle locali condizioni di anisotropia, tenendo
conto della presenza di milioni di righe di assorbimento. Nella pratica dei calcoli di strutture
stellari si preferisce ricavare da tali calcoli dettagliati la relazione funzionale

T = T (τ, Te ) (14)

che con buona approssimazione risulta una funzione della sola temperatura efficace Te .
Adottando tale funzione è possibile chiudere semplicemente il sistema di equazioni della
struttura atmosferica. Poichè dalla definizione di τ si trae ρ dr = - d τ / κ, la relazione
dell’equilibrio idrostatico può essere portata nella forma

Mρ g
dP = −G dr = dτ (15)
r2 κ

dove κ = κ (ρ, T) oltre che della composizione chimica dell’atmosfera e g=GM/R2


rappresenta l’accelerazione di gravità alla superficie della stella. Poiché massa e dimensioni
dell’atmosfera sono in ogni caso trascurabili rispetto a massa (M) e raggio (R) della stella è
lecito assumere Mr =M e r=R.
Gli strati atmosferici sono quindi descritti dalle tre relazioni

dP g
= (16)
dτ κ(ρ, T )

T = T (τ, Te ) (17)

P = P (ρ, T ) (18)

che regolano la distribuzione di P, ρ, T nell’atmosfera stellare al variare di τ (→ A2.4).


L’integrazione di tali relazioni da τ = 0 sino alla base dell’atmosfera τ = 1 fornisce il valore
di P in tale punto, T è dato dalla (17), ρ dall’equazione di stato e R, M, L sono i valori di
raggio, massa e luminosità della stella, costanti lungo tutta l’atmosfera.
10

2.5. Le variabili naturali del sistema


A partire dalla base dell’atmosfera inizia il dominio di validità del sistema delle 5 equazioni
che descrivono il comportamento fisico di una struttura stellare e che collegano tra loro le 6
grandezze r, Lr , P, T, Mr , ρ. Notiamo peraltro che l’equazione di stato fornisce una relazione
diretta tra P, T, ρ, diminuendo di uno i gradi di libertà del sistema. Il nucleo del sistema
è così costituito dalle 4 equazioni differenziali dove considereremo come incognite P e T,
ρ restando noto dall’equazione di stato non appena note P e T. Il sistema di 4 equazioni
è quindi in grado, con le opportune condizioni al contorno, di fornire quattro di queste
grandezze in funzione della quinta assunta come variabile indipendente.
Nella formulazione sin qui adottata abbiamo assunto la variabile indipendente ”r”. Tale
assunzioni, che ha radici ”antropocentriche” non è fisicamente tra le più felici. Avviene
infatti che talora ”r” non si presenti come una variabile naturale del sistema, nel senso che
le grandezze fisiche in gioco hanno campi di escursione non significativamente collegati alla
corrispondente escursione della coordinata radiale.
Al di la’ di questo, la coordinata radiale non è lagrangiana, nel senso che - al modificarsi
della struttura - un fissato valore della coordinata radiale non corrisponde ad un determi-
nato elemento di materia. Ciò non avviene ove si scelga per variabile indipendente Mr che
risulta lagrangiana proprio nel senso che risulta collegata a determinati elementi di materia,
indipendentemente da variazioni (espansioni o contrazioni) nella geometria della struttura,
almeno sinché non siano presenti movimenti di materia (quali la convezione) all’interno della
struttura stessa. Per tale motivo all’interno della struttura è d’uso utilizzare come variabile
indipendente Mr .
E’ peraltro da notare che, causa la bassa densità delle regioni più esterne, nelle zone
immediatamente al di sotto dell’atmosfera la variabile Mr tende a saturare, raggiungendo
asintoticamente il suo valore M = massa totale della struttura. Grandi variazioni della pres-
sione restano perciò contenute in variazioni percentualmente minime di Mr , che potrebbero
diventare confrontabili con gli errori di arrotondamento delle cifre introdotti dai calcolatori.
La grande precisione dei moderni calcolatori consente in genere di superare tale difficoltà.
Tuttavia alcuni programmi evolutivi preferiscono ancora prevenire tale pericolo adottando
per una breve regione al di sotto dell’atmosfera (ad esempio sino a Mr /M =0.97) la variabile
indipendente P.
Riassumendo, l’intera struttura stellare risulta così matematicamente divisa in tre regioni
di integrazione

1. Le zone atmosferiche (0 ≤ τ ≤ 1 : r = R, Mr = M, Lr = L): sistema di tre equazioni con


variabile indipendente τ .
2. Eventuali zone subatmosferiche (1 ≥ Mr /M ≥ 0.97): sistema completo delle 5 equazioni,
variabile indipendente P.
3. Le zone interne (0.97 ≥ Mr /m ≥ 0): sistema completo delle 5 equazioni, variabile in-
dipendente Mr .

2.6. Metodi di calcolo


L’andamento delle variabili fisiche all’interno di una struttura stellare è dunque retto da
un sistema di quattro equazioni differenziali che, integrato con l’equazione di stato, con-
sente di ricavare l’andamento di cinque delle variabili in funzione di una sesta assunta come
variabile indipendente per ogni prefissato valore della massa M della struttura e per ogni pre-
fissata distribuzione della composizione della materia all’ interno della struttura medesima.
Notiamo subito che l’esistenza di quattro equazioni differenziali del primo ordine richiederà
l’individuazione di quattro opportune condizioni al contorno. Stante la complessità del sis-
tema non esistono in generale soluzioni analitiche e la soluzione è ottenuta sulla base di
11

tecniche di calcolo numeriche basate su metodi a differenze finite, ove cioè i differenziali
sono approssimati con incrementi piccoli ma finiti, così che le relazioni differenziali vengono
trasformate in equazioni algebriche.
Prima di illustrare i due diversi metodi in uso per la soluzione di tali equazioni dis-
cuteremo l’integrazione degli strati atmosferici, in quanto ingrediente di base che entra
nell’architettura di tutti e due i metodi cui abbiamo fatto riferimento.
2.6.1 Integrazione degli strati atmosferici
Ricordiamo che per gli strati atmosferici abbiamo stabilito la relazione differenziale (2.13)
che, in termini di differenze finite può essere scritta come
g
Pj+1 − Pj = (τj+1 − τj ) (19)
κ
ove, in accordo con il metodo delle differenze finite, l’intervallo di integrazione 0 ≥ τ ≥ 1
è stato opportunamente suddiviso prefissando N valori τj della variabile indipendente (N
mesh) per j che va da 1 a N. Pj è il valore, da determinare, della variabile nel generico punto
”j”. Accanto a questa relazione differenziale abbiamo le due ulteriori relazioni, qui ripetute
per comodità

T = T ( τ , Te )
P = P ( ρ, T )

Tali relazioni consentono di ricavare l’andamento delle variabili P, ρ, T in un atmosfera


stellare per ogni prefissato valore della massa stellare M, quando siano assegnati due tra
i tre parametri R, L e Te il terzo restando determinato dalla relazione L = 4 π R2 σ T4e .
Assegnando ad esempio, come d’uso, M, L e Te restano fissati g = G M/R2 e Te . Sotto tali
condizioni, note le grandezze nel generico punto j la (19) fornisce il valore della pressione
nel punto j+1
g
Pj+1 = Pj + (τj+1 − τj ) (20)
κ
la temperatura nello stesso punto j+1 è fornita dalla T(τ ,Te ), dall’equazione di stato si
ricava allora la densità e, con essa, il valore di κ(ρ, T). Basta quindi fornire i valori per τ =
0 (N = 1) (→ A2.6) per ricavare per ricorrenza l’andamento di P, ρ, T su tutto l’intervallo
considerato.
Tale integrazione per tangenti (cfr. fig.2.5) risulterà tanto più accurata quanto più piccoli
gli intervalli (passi ) della variabile indipendente. Nella pratica, tali passi possono essere
collegati alla condizione che la variabile dipendente lungo un passo non vari più di una
prefissata percentuale, e la bontà dell’integrazione può essere controllata verificando, ad
esempio, che un ulteriore dimezzamento dei passi non vari il risultato entro la richiesta
precisione. Sulla base di tale schema sono costruiti algoritmi di calcolo numerico (ad es. il
metodo di Runge-Kutta) che, con l’introduzione di opportuni coefficienti di correzione basati
sull’andamento della funzione già integrata consentono di minimizzare il numero di passi per
ogni prefissata precisione.
2.6.2 Il metodo del fitting
Per ogni prefissato valore della massa totale M e per ogni scelta dei due parametri L e
Te si possono quindi ricavare i valori di P e T (e quindi ρ) alla base dell’atmosfera, ove sono
quindi disponibili i valori di tutte e sei le variabili

r=R, Lr =L, P, T, ρ, Mr =M
12

Fig. 2.5. Nell’integrazione per tangenti, noto il valore della derivata della generica variabile Y(X)
nel mesh Xj si pone Yj+1 = (dY/dX)j (Xj+1 - Xj ), valutando così la variazione lungo la tangente
definita dalla derivata in Xj , con un errore che diminuisce al diminuire dell’assunto ∆X.

che compaiono nel sistema di equazioni per l’equilibrio stellare. Supponendo di utilizzare
subito come variabile indipendente Mr , possiamo riscrivere le equazioni di equilibrio in
funzioni della variazioni di tale variabile. Ponendo dr =dMr /4 πr2 ρ e passando nuovamente
allo schema di differenze finite si ottiene
Mr,j
Pj+1 − Pj = −G (Mr,j+1 − Mr,j ) (21)
4πrj4

Mr,j+1 − Mr,j
rj+1 − rj = (22)
4πrj2 ρ

3κLr,j 1
Tj+1 − Tj = − (Mr,j+1 − Mr,j ) (23)
64acπ 2 r4 T 3
se (dT/dP)rad ≤ (dT/dP)ad , altrimenti

Mr,j dT
Tj+1 − Tj = −G ( )ad (Mr,j+1 − Mr,j ) (24)
4πr4 dP
Lr,j+1 − Lr,j = ε (25)

Analogamente a quanto già discusso per l’integrazione atmosferica, se nel mesh Mr,j sono
noti i valori delle variabili r, Lr , P, T, ρ (dall’equazione di stato), κ(ρ, T ) e ε(ρ, T ) sono noti
i valori di tutti i coefficienti a secondo membro delle relazioni precedenti, e per ogni assunto
∆Mr = Mr,j+1 − Mr,j le relazioni forniscono il valore delle variabili nel mesh j+1. Partendo
dal primo mesh, alla base dell’atmosfera, l’iterazione di tale procedura consente di spingere
l’integrazione lungo tutta la struttura.
Perché il risultato possa rappresentare una stella occorre e basta che per Mr = 0 (centro
della struttura) risulti r = 0 e Lr = 0. In linea di principio si potrebbe pensare di identificare
la soluzione variando opportunamente i valori di L e Te di partenza, sino a soddisfare le
citate condizioni centrali. Nella pratica ciò non è consentito dalla eccessiva sensibilità delle
soluzioni a Mr = 0 dalle condizioni superficiali. Il metodo del ”fitting” (cioè del raccordo)
supera questa difficoltà procedendo ad una integrazione dall’ esterno a partire una coppia
di valori di prova L e Te , spingendo l’integrazione sino ad un prefissato valore della massa
Mr = MF ( massa di fitting) ottenendo in tale punto una quadrupletta di valori re , Ler , Pe ,
Te , ove l’indice ”e” sta ad indicare che tali valori sono il risultato dell’integrazione esterna.
13

L, Te → re (L, Te ), Le (L, Te ), Pe (L, Te ), Te (L, Te )

ove si è evidenziata la ovvia dipendenza dei valori della quadrupletta dai due assunti
valori di prova L e Te . Si procede poi ad una integrazione dal centro imponendo in tale
punto r = Lr = 0 e assumendo due valori di prova Pc e Tc ricavando nello stesso punto di
fitting un’altra quadrupletta di valori ri , Lir , Pi , Ti ,

Pc , Tc → ri (Pc , Tc ), Lir (Pc , Tc ), Pi (Pc , Tc ), Ti (Pc , Tc )

e l’integrazione sarà corretta solo quando le due quadruplette vengano a coincidere.


In generale, le integrazioni basate sui parametri di prova forniranno al fitting valori non
concordanti, e porremo per tali discrepanze

r e − r i = εr

Ler − Lir = εL

P e − P i = εP

T e − T i = εT

Tenuto presente che i valori delle due quadruplette dipenderanno dai valori di prova
assunti, rispettivamente, per L, Te e Pc , Tc , il metodo del fitting consiste nel valutare
quali le variazioni da apportare ai 4 valori di prova per annullare le discrepanze tra le due
quadruplette, o - nella pratica - perchè le discrepanze (Pi - Pe )/Pi e simili scendano al di
sotto di una soglia di precisione tipicamente non maggiore di 10−4 .
In approssimazione lineare, la variazione dei valori delle quadruplette può essere espressa
in funzione delle derivate parziali dei valori medesimi rispetto ai relativi valori di prova. Così,
ad esempio

∆P e = (∂P e /∂L)T e=cost ∆L + (∂P e /∂Te )L=cost ∆Te

e, corrispondentemente,

∆P i = (∂P i /∂Pc )T c=cost ∆Pc + (∂P i /∂Tc )Pc =cost ∆Tc

Sulla base di simili relazioni, per la variazione delle discrepanze si ottiene

∂re ∂re ∂ri ∂ri


∆(re − ri ) = ( )T e ∆L + ( )L ∆Te + ( )T c ∆Pc + ( )P ∆Tc (26)
∂L ∂Te ∂Pc ∂Tc c

∂Ler ∂Le ∂Li ∂Li


∆(Ler − Lir ) = ( )T e ∆L + ( r )L ∆Te + ( r )T c ∆Pc + ( r )Pc ∆Tc (27)
∂L ∂Te ∂Pc ∂Tc

∂P e ∂P e ∂P i ∂P i
∆(P e − P i ) = ( )T e ∆L + ( )L ∆Te + ( )T c ∆Pc + ( )P ∆Tc (28)
∂L ∂Te ∂Pc ∂Tc c

∂T e ∂T e ∂T i ∂T i
∆(T e − T i ) = ( )T e ∆L + ( )L ∆Te + ( )T c ∆Pc + ( )P ∆Tc (29)
∂L ∂Te ∂Pc ∂Tc c
Imponendo che tali variazioni siano eguali ma di segno contrario alle discrepanze εi (i =
1, 4), così da annullare le differenze delle due quadruplette al fitting, ove siano noti i valori
delle derivate si ottiene un sistema lineare di quattro equazioni nelle quattro incognite ∆L,
∆Te . ∆Pc . ∆Tc e con termini noti -εi (i=1,4).
14

I valori delle derivate parziali sono ricavati eseguendo quattro integrazioni, due dall’
esterno e due dall’interno, a partire dai valori al contorno

L + δL, Te
L, Te + δTe
Pc , Tc + δTc
Pc + δPc , Tc

e ponendo per la generica variabile Xij (j=1, 4), Xej (j=1,4)

∂Xje Xje (L + δL, Te ) − Xje (L, Te )


∼ (30)
∂L δL
e simili per le derivate rispetto alle altre tre condizioni al contorno. La soluzione del
sistema di quattro equazioni lineari fornisce le quattro correzioni alle condizioni al contorno
sulla base delle quali operare una nuova coppia di integrazione esterno-interno. Poiché la
linearità del sistema delle correzioni e’ solo una approssimazione al primo ordine, la soluzione
viene in genere raggiunta attraverso una serie di iterazioni, sempre che le iniziali condizioni
al contorno non siano troppo distanti da quelle finali, risultando all’interno di quella che
viene definita l’area di convergenza.
2.6.3 Il metodo di Henyey
Un approccio alternativo alla soluzione del problema consiste nel adottare una soluzione
di prova, cioè assegnare in ogni punto un valore delle funzioni r(Mr ), Lr (Mr ), P(Mr ), T(Mr ),
ed applicare un metodo che consente di correggere tali valori.
Possiamo riscrivere le equazioni dell’equilibrio sotto forma di differenze finite e portando
tutti i termini a primo membro, ottenendo -ponendoci ad esempio nel caso di equilibrio
radiativo, le quattro relazioni algebriche

(Pj+1 − Pj )/(rj+1 − rj ) − GMr,j ρj /rj2 = 0


(Mr,j+1 − Mr,j )/(rj+1 − rj ) − 4πrj2 ρ = 0
(Tj+1 − Tj )/(rj+1 − rj ) − (3/4ac)(κρj /Tj3 )Lr,j /4πrj2 = 0
(Lr,j+1 − Lr,j )/(rj+1 − rj ) − 4πrj2 ε = 0

Poiché la soluzione di prova non soddisfa le equazioni di equilibrio, le quattro eguaglianze


a zero non saranno verificate, ed ognuna delle quattro relazioni darà, per ogni coppia degli
N mesh, una discrepanze

δi,j i = 1, 4; j = 1, N − 1

Occorre dunque operare sui valori di prova assegnati negli N singoli mesh in cui è stata
divisa la struttura al fine di azzerare i 4N-4 δi,j così che le relazioni di equilibrio risultino
soddisfatte lungo tutta la struttura.
Notiamo al proposito che, avendo scelto come variabile indipendente Mr ed avendo
dunque prefissato il valore di Mr in opportuni mesh spaziati lungo la struttura, il gener-
ico δi,j resta una funzione algebrica dei valori delle quattro variabili nei mesh j e j+1

δi,j = f (rj , Lr,j , Pj , Tj , rj+1 , Lr,j+1 , Pj+1 , Tj+1 )

di cui è possibile ricavare algebricamente i valori delle derivate parziali rispetto alle otto
variabili.
Per la dipendenza del generico δi,j dalle funzioni di prova potremo dunque scrivere per
ogni coppia di mesh e per ognuna delle 4 equazioni dell’equilibrio una relazione che lega le
discrepanze al valore variabili
15
∂δi,j ∂δi,j ∂δi,j ∂δi,j ∂δi,j ∂δi,j
∆δi,j = ∂rj ∆rj + ∂Lr,j ∆Lr,j + ∂Pj ∆Pj +
∂Tj ∆Tj + ∂rj+1 ∆rj+1 + ∂Lr,j+1 ∆Lr,j+1 +
∂δi,j ∂δi,j
∂Pj+1 ∆Pj+1 + ∂rj+1 ∆Tj+1

imponendo che per ogni coppia e per ogni equazione δi, j subisca una variazione eguale
e di segno contrario alla discrepanza trovata, si ottiene in definitiva un sistema di 4N-4
equazioni nelle 4N incognite
∆rj , ∆Lr, j, ∆Pj , ∆Tj (j=1,N)
Il bilancio tra numero di incognite e numero di equazioni mostra - come dovevamo at-
tenderci - che la soluzione richiede l’intervento di quattro condizioni al contorno. Due di
queste si ricavano immediatamente osservando che al centro della struttura deve risultare e
rimanere r = Lr = 0, e quindi

∆r1 = 0, ∆Lr,1 = 0

Restano dunque 4n-2 incognite. Le altre due condizioni risultano dall’imporre che l’ultimo
mesh (N) debba essere alla base dell’ atmosfera. Sappiamo infatti che le variabili fisiche alla
base dell’atmosfera sono note non appena sia assegnata una coppia di valori L e Te . Per
l’ultimo mesh devono valere dunque le ulteriori condizioni

rN = f1 (L, Te )

Lr,N = f2 (L, Te )

PN = f3 (L, Te )

TN = f4 (L, Te )

che aggiungono alle precedenti 4 nuove equazioni e due incognite (L e Te ). In totale


abbiamo dunque un sistema di 4N equazioni in 4N incognite, che viene in genere risolto
per sostituzioni successive (→ A2.8), fornendo i valori delle correzioni da apportare in ogni
mesh alle funzioni di prova per verificare le equazioni dell’equilibrio. Avendo nuovamente
linearizzato il problema, la soluzione sarà in genere raggiunta tramite una serie di iterazioni,
sempre che le funzioni di prova siano assegnate all’interno di un’area di convergenza.
16

Approfondimenti

A2.1. Energia interna, pressione della radiazione e pressione del gas perfetto.
Si è già indicato (→ A1.1) come all’interno di una struttura stellare materia e radiazione siano
ambedue da considerarsi termalizzate alla temperatura locale T In tali condizioni la densità e la
distribuzione in frequenza dei fotoni restano regolate dalle leggi del corpo nero, la densità di energia
risultando in particolare pari a U = aT 4 . In tali condizioni è anche facile ricavare il valore della
pressione di radiazione, collegata -come nel caso delle particelle- al momento trasportato dai fotoni.
Se immaginiamo la radiazione intrappolata all’interno di un cubetto di volume unitario a su-
perfici interne perfettamente riflettenti. Un generico fotone di energia E = hν e momento p = hν/c
avrà una direzione di moto definita dai tre coseni direttori
cx cy cz
, ,
c c c
degli angoli formati dal vettore velocità c con i tre assi delle coordinate. Nell’unità di tempo si
avranno cx urti contro le due pareti perpendicolari all’asse x (Figura 2.6) ed in ogni urto verrà
scambiata una quantità di moto pari in modulo a 2(hν/c)cx /c. La somma (in modulo) dei momenti
scambiati dal fotone con le 6 pareti del cubetto nell’unità di tempo risulta

hν cx hν cy hν cz hν
2 +2 +2 = 2 2 (c2x + c2y + c2z ) = 2hν = 2E
c c c c c c c
Se ne conclude che il gas di fotoni isotropi scambia nell’unità di tempo con ognuna delle pareti del
cubetto una quantità di moto pari a

∆p = E/3
dove E è la somma delle energie dei singoli fotoni. Poichè ∆p = F ∆t si ricava che il gas di fotoni
opera sulla superficie unitaria una forza (la pressione) pari a

Pr = E/3
Per una distribuzione di corpo nero si ricava così il valore della pressione di radiazione
1 a
Pr = U = T4
3 3
Con considerazioni del tutto analoghe si ricava per un gas perfetto non relativistico
1 2
Pg = Σmi vi2 = W
3 3
dove W = Σ 21 mi vi2 rappresenta la densità di energia cinetica. Poichè l’energia cinetica media per
molecola è pari a 23 kT, Σ 12 mi vi2 = nkT dove n rappresenta il numero di particelle per unità di
volume. Si ritrova così l’equazione di stato del gas perfetto

Pg = nkT
Per un gas perfetto monoatomico W=U=3/2 kT. Nel caso più generale U=N/2 kT, dove N è il
numero di gradi di libertà delle particelle, e si ricava facilmente
2
Pg = U
N
che, in analogia di quanto già visto per la radiazione, pone in relazione la pressione con l’energia
interna per unità di volume.
17

Fig. 2.6. Nell’urto elastico contro la parete un fotone di impulso hν/c inverte la componente x
cx
cedendo un impulso pari a 2 hν
c
cosθ = 2 hν
c c
.

A2.2. Gradiente di temperatura e gradiente radiativo. Conduzione elettronica.


Se nel plasma stellare esiste un gradiente di temperatura (Fig. 2.7) la densità di fotoni cresce con la
temperatura e si produrrà un flusso netto di fotoni dalle maggiori verso le minori temperature. E’
possibile porre in relazione il gradiente di temperatura con tale flusso, osservando che le interazioni
con la materia tendono ad isotropizzare i fotoni del flusso, estraendoli dal ”fascio” direzionale e che,
in tal modo, i fotoni devono cedere momento alla materia.
Il numero di interazioni subite da uno di questi fotoni in un tragitto dr è dato da dr/λ, dove λ
rappresenta il libero cammino medio del fotone. Se N è il numero di fotoni che attraversano nell’unità
di tempo l’unità di superficie, il momento trasferito nell’unità di tempo dai fotoni alle particelle
sarà

dr hν Φ
dp = N = dr
λ c λc
Poiché la pressione di radiazione altro non è che il momento trasportato per unità di superficie e di
tempo, dp = dPr , e quindi

Φ
dr = dPr
λc
Ove, come nel caso degli interni stellari, si possa assumere l’equilibrio termodinamico locale, Pr =
a/3T 4 e si ottiene così

dPr 4a dT
Φ = λc = λc T 3
dr 3 dr
Poiché il cammino libero medio dei fotoni dipende dalla frequenza, ponendo λ = 1/κρ, dove
κ rappresenta una opportuna media (media di Rosseland) sulla distribuzione energetica dei fotoni:
1/κρ rappresenta la probabilità media di interazione per unità di percorso e κ prende il nome di
opacità per grammo di materia. Si ha cosìnfine

4acT 3 dT
Φ=
3κρ dr
che mostra come in condizioni di equilibrio termodinamico sussiste una necessaria proporzionalità
tra gradiente di temperatura e flusso di energia trasportato dai fotoni.
In assenza di convezione, poiché in un gas il trasporto per conduzione è in genere molto poco
efficiente, la precedente relazione si trasforma in una relazione tra gradiente di temperatura e flusso
totale di energia. Ciò però non è più vero nel caso di degenerazione elettronica, allorquando per
motivi quantistici gli elettroni manifestano un comportamento collettivo (→ A3.2). In tal caso,
18

Fig. 2.7. I fotoni che compongono il flusso di energia fluente tra due temperature T1 e T2 (T1 >
T2 ) subiscono interazioni che li isotropizzano cedendo qunatità di moto alla materia

come avviene nei metalli, un gas di elettroni mal sopporta gradienti energetici, e la conduzione
elettronica diviene un meccanismo di grande efficienza.
Per il flusso di energia Φc trasportato dalla conduzione si può ancora porre

dT
Φc = C
dr
dove il valore di C resta definito per le varie condizioni fisiche del mezzo dalla teoria di un gas
elettronicamente degenere. In presenza di conduzione elettronica è d’uso generalizzare, con semplice
artificio, la precedente formula del gradiente radiativo. Basta infatti definire una opacità conduttiva
κc attraverso la relazione

4acT 3
C=
3κc ρ
per ottenere

4acT 3 1 1 dT
Φ r + Φc = − ( + )
3ρ κr κc dr
Definendo come opacità totale 1/κT = 1/κr + 1/κc si ottiene la forma generalizzata

4acT 3 dT
Φ=
3κT ρ dr
che collega la totalità del flusso ”non convettivo” al gradiente locale di temperatura.

A2.3. L’equazione di Oppenheimer-Volkoff. Il raggio di Schwarzschild.


La formulazione newtoniana della gravitazione, cosı̀ come inserita nella relazione dell’equilibrio idro-
statico, non può essere mantenuta per campi gravitazionali estremi, quando l’energia gravitazionale
delle particelle diventa non trascurabile a confronto dell’energia di massa E = mc2 . Occorre in tal
caso ricorrere al formalismo della relatività generale. Adottando la metrica di Schwarzschild, che
governa il campo gravitazionale a simmetria sferica generato da una massa ”m”
rg 1
ds2 = −(1 − ) d(ct)2 + dr2 + r2 (dθ2 + sin2 θdΦ2 )
r 1 − rg /r
dove

2Gm
rg =
c2
si giunge a riscrivere l’equazione dell’equilibrio idrostatico e quella della conservazione della massa
nella forma generalizzata relativistica

dP GMr P 4πr3 P 2GMr −1


= − 2 ρ (1 + 2 ) (1 + ) (1 − )
dr r ρc Mr c2 rc2
19

Fig. 2.8. La relazione massa densità centrale per le strutture di stelle di neutroni, La curva A
indica la soluzione per un gas di neutroni liberi mentre le altre curve portano esempi di equazioni
di stato più elaborate.

dMr
= 4πr2 ρ
dr
dove Mr , massa contenuta all’interno del raggio ”r”. contiene il contributo non solo della massa a
riposo delle particelle ma anche quello della loro energia.
Le strutture in cui si rende necessaria l’applicazione di un tale formalismo si collocano in qualche
maniera ai due estremi delle normali strutture stellari: stelle supermassive e stelle di neutroni.
Per ciò che riguarda gli oggetti supermassivi (M ∼ 105 − 108 M ) è da notare che per i normali
oggetti stellari esiste un limite superiore, a poco più di 100 M , per la formazione di strutture
stabili. Ciò perchè al crescere della massa il crescente contributo della pressione di radiazione finisce
col destabilizzare la stella. Al livello di supermassività indicato intervengono però due nuovi fattori
che consentono, almeno in linea di principio, strutture gravitazionalmente legate. Infatti il campo
gravitazionale efficace è enormemente accresciuto dall’equivalente in massa dell’energia e, nel con-
tempo, i fotoni perdono energia nel propagarsi contro il campo gravitazionale, riducendo di molto
gli effetti della pressione di radiazione.
Oggetti supermassivi sono stati nel passato invocati per giustificare l’emissione luminosa da
nuclei galattici, radiosorgenti e quasars. Per quanto tale ipotesi sia stata ormai abbandonata, è da
notare che da una struttura di 105 M nelle fasi iniziali di combustione di idrogeno si attendono
∼ 1043 erg/sec, con temperature efficaci (→ 1.7.1)Te ∼ 6 104 K. Il confronto con la luminosità del
Sole (∼ 1033 erg/sec) rivela come in tali oggetti supermassivi il rapporto luminosità/massa risulti
dell’ordine di ∼ 105 volte di quello solare.
A causa delle elevatissime densità, anche stelle di neutroni che eventualmente si producano
nell’esplosione di Supernovae sono caratterizzate da campi gravitazionali estremamente intensi, e
necessitano quindi di un trattamento relativistico. Se si assume che i neutroni si comportino come
un gas di fermioni liberi (→ A3.2) per essi vale un equazione di stato del tipo

P = P (ρ) ∼ 41019 ρ5/3


che, unita alle due precedenti relazioni, consente di definire la
struttura dell’oggetto (caso politropico→ A5.1). Se ne ottiene una relazione massa-densità cen-
trale che raggiunge un massimo per M = 0.7M (Fig.2.8). E’ subito visto che strutture al di
sopra di tale limite non sono stabili: una fluttuazione della densità centrale porterebbe la stella
fuori dall’equilibrio, innescando una contrazione e,di qui, un processo di collasso reazionato positi-
vamente.
20

L’approssimazione di un gas di fermioni appare peraltro inadeguata, perchè a densità che rag-
giungono e superano quelle nucleari interverranno certamente interazioni a molti corpi tra le par-
ticelle. Equazioni di stato più realistiche appaiono spostare il precedente limite sino a 2-3 M (
Fig. 2.8. Al di sopra di queste masse non si trovano meccanismi in grado di fermare il collasso della
struttura, che dovrebbe quindi procedere indefinitamente.
Al riguardo è facile verificare come l’equazione dell’equilibrio presenti una singolarità per
2GM
r=
c2
E’ questo il cosiddetto raggio di Schwarzschild. Anche nell’approssimazione non relativistica si ver-
ifica facilmente che, per ogni massa, a tale raggio corrisponde una velocità di fuga pari alla velocità
della luce. In generale si trova quando il collasso raggiunge il raggio di Schwarzschild i fotoni non
sono ulteriormente in grado di sfuggire dall’oggetto collassante, che quindi cessa di avere un tale
canale di comunicazione elettromagnetica con il resto dell’Universo (diventando una buca nera).

A2.4. Termodinamica della materia in condizioni stellari. Il gradiente adiabatico


ed il criterio di stabilità
Dalla usuale formulazione del primo principio della termodinamica, indicando con δQ il calore
fornito ad un generico sistema termodinamico, si ha

δQ = dU + pdV

ove appare la variabile estensiva V = volume occupato dal sistema. Osservando che il volume
occupato da 1 grammo di materia è pari a 1/ρ, si risale immediatamente ad una più appropriata
formulazione riguardante il bilancio termico per grammo di materia
1 P
δQ = dU + pd( ) = dU − 2 dρ
ρ ρ
ove l’energia interna U e’ ora da intendersi come riferita al grammo di materia e immediatamente
ricavabile dividendo per ρ le già citate espressioni riguardanti l’energia interna per unità di vol-
ume. Lo stato termodinamico resta così definito dalle tre variabili intensive T, P e ρ, fornendo una
rappresentazione adeguata anche ad un generico fluido termodinamico non soggetto ad artificiali
delimitazioni. Si noti che in tutte le precedenti relazioni la pressione P va intesa come pressione
totale, somma dunque delle pressioni parziali di gas e radiazione.
La termodinamica ci assicura anche che per trasformazioni reversibili, cioé per trasformazioni
che si sviluppano lungo stati di equilibrio e nelle quali restano quindi definite istante per istante le
variabili di stato, il calore assorbito o ceduto resta collegato alla funzione di stato S (entropia) dalla
relazione δQ = T δS. Poiché questo è ovviamente il caso per le trasformazioni subite dal plasma
stellare nel corso dell’evoluzione di strutture stellari in equilibrio, potremo in generale porre il primo
principio della termodinamica nella forma

P
δQ = T δS = dU − dρ
ρ2
Poiché S è funzione di stato, assumendo P e T come variabili indipendenti, il bilancio energetico
deve potersi portare nella forma
∂S ∂S
T ds = T [( )P + ( )T ] = CP dT − ET dP
∂T ∂P
con
CP = T (dS/dT )P = (δQ/dT )P = calore specifico a pressione costante
ET = T (dS/dP )T = (δQ/dT )P = calore specifico scambiato in una compressione isoterma.

Nel caso generale la valutazione di questi due coefficienti riposa su opportune e complesse
valutazioni sullo stato energetico del sistema, che tengano nel dovuto conto non solo il grado di
ionizzazione, ma anche la distribuzione degli elettroni nei vari livelli eccitati, la presenza di eventuali
21

legami molecolari etc. Stante la complessità dei relativi calcoli, questi dati vengono in genere forniti
al programma assieme all’equazione di stato (→ A3.2) ed ai coefficienti di opacità (→ A3.3) sotto
forma tabulare, per ogni assunta composizione della materia stellare e per una opportuna griglia di
valori delle variabili di stato ρ e T .
Nel caso di una miscela di gas perfetto e radiazione, basta peraltro esplicitare la dipendenza
dell’energia interna U dai parametri di stato e fare uso dell’equazione di stato per ricavare analiti-
camente i valori di CP e ET . Scegliendo come parametri di stato P e T , il primo principio della
termodinamica fornisce

∂U ∂U P ∂ρ ∂ρ
T dS = ( )T dP + ( )P dT − 2 [( )T dP + [( )P dT ]
∂P ∂T ρ ∂P ∂T
e quindi

∂U P ∂ρ
CP = ( )P + 2 [( )P ]
∂T ρ ∂T
∂U P ∂ρ
EP = −( )T + 2 [( )T ]
∂P ρ ∂P
Poichè (→ 3.2)

k a
P = Pg + P r = ρT + T 4
µH 3
1 N
U = Ug + Ur = ( Pg + 3Pr )
ρ 2
si ottiene, ad esempio, per ET

N 1 ∂ρ 1 ∂ N P ∂ρ
ET = ( Pg + 3Pr ) 2 ( )T − [ ( Pg + 3Pr )T ] + 2 ( )T
2 ρ ∂P ρ ∂P 2 ρ ∂P
Osservando che per T = cost, dPr = 0 e dP = dPg si ha

∂ρ ∂ρ µH ρ
( )T = ( )T = =
∂P ∂Pg kT Pg

si ottiene infine

1 N Pr N P 1 Pr
ET = ( +3 − + ) = (4 + 1)
ρ 2 Pg 2 Pg ρ Pg
Analogamente si ricava

1 N +2 P2
CP = ( Pg + 20Pr + 16 r )
ρT 2 Pg
Si noti che T dS = 0 definisce una trasformazione adiabatica. Ne segue che per una tale trasfor-
mazione

dT ET dlogT P ET
( )ad = o anche ∇ad = =
dP CP dlogP T CP
Se Pr << Pg , ∇ad = 2/(N + 2), pari quindi a 0.4 nel caso di un gas perfetto monoatomico
(N=3) e a 0.3 nel caso di molecole biatomica (N=5). Più in generale, è facile comprendere che un
gas perfetto monoatomico realizza il massimo possibile gradiente adiabatico. In tal caso infatti, e
solo in tal caso, tutto il lavoro assorbito in una compressione adiabatica va in energia cinetica delle
particelle e nel corrispondente innalzamento della temperatura. Ove esistano gradi di libertà interni
(quali molecole, ionizzazioni, eccitazioni elettroniche) parte del lavoro sarà ripartito tra questi, con
conseguente minor innalzamento della temperatura.
Si noti infine che per Pr >> Pg , come tende ad avvenire in strutture stellari di massa molto
grande, ∇ad → 0.25. La radiazione tende quindi a diminuire il gradiente adiabatico, favorendo la
convezione. La radiazione dunque si comporta come un gas con 6 gradi di libertà, ed in effetti tale
22

Fig. 2.9. Andamento dei gradienti (scala di destra) e del peso molecolare µ(scala di sinistra) in
funzione della pressione P negli strati esterni di una stella di Popolazione II, 1.5 M in Sequenza
Principale, log Te = 3.91. Il gradiente radiativo raggiunge il valore massimo 45. In superficie il peso
molecolare segnala la presenza di molecole di idrogeno.

comportamento corrisponde alle due direzioni di polarizzazione per ognuna delle tre direzioni di
propagazione del fotone. Da questa osservazione è facile giungere ad un criterio termodinamico per
la stabilità di una struttura stellare. Per il teorema del viriale (→ 4.1) tale stabilità richiede

2T + Ω = 0

dove T è l’energia cinetica totale posseduta dalle particelle che compongono la struttura e Ω è
l’energia di legame.
La stabilità richiede quindi che metà dell’energia guadagnata in una contrazione sia trasferita
all’ energia cinetica delle particelle : dT = −dΩ/2. In un gas monoatomico, quindi con 3 gradi di
libertà, tutta l’energia guadagnata dal gas va in energia cinetica, e resta quindi altrettanta energia
(dΩ/2) per sopperire alle perdite per radiazione. In un gas con 6 gradi di libertà se metà dell’energia
va in energia cinetica, altrettanta energia deve andare negli altri gradi di libertà del sistema. Non
resterebbe quindi energia disponibile per sopperire alle perdite per radiazione, e questo è chiaramente
incompatibile con la stabilità della struttura. Il predominare della pressione di radiazione porta
quindi la struttura verso l’instabilità.
Tale criterio è sovente espresso in letteratura tramite γ = CP /CV = d(logP/dlogρ)ad = 1/(1 −
∇ad ) = 1 + 2/N , con N gradi di libertà delle particelle. Per un gas perfetto monoatomico risulta
γ = 5/3, per la radiazione γ = 4/3 e la stabilità richiede γ > 4/3.

A2.5. La teoria della mixing-length


Assumiamo che la convezione sia descrivibile come lo spostamento di elementi di convezione
(”bolle”) che, iniziando il loro moto in equilibrio con l’ambiente, percorrano adiabaticamente un
tragitto ”l” per cedere infine l’eccesso di energia termica all’ambiente circostante. Il tragitto ”l”
prende il nome di lunghezza di rimescolamento o mixing length. Se dT /dR è il gradiente dell’ambiente
in cui si muove la bolla, la differenza di temperatura tra bolla ed ambiente sarà a fine tragitto

∆T = [(dT /dr)ad − (dT /dr)]l = [(dT /dP )ad − (dT /dP )](dP/dr)l
.
Poichè dP/dr è negativo, si riconosce immediatamente che vi sarà trasporto di energia (la bolla
sarà pic̀alda) solo quando la zona è instabile per convezione, cioè dT /dP > (dT /dP )ad (Criterio di
Schwarzschild → 2.2)
23

Fig. 2.10. Come in figura 2.9, ma per una stella di 1.25 M , log Te = 3.83. Al diminuire della
temperatura efficace affonda la zona convettiva e nelle regioni piú interne ( piú dense) il gradiente
locale tende al gradiente adiabatico.

Poiché lo scambio di calore avviene a pressione costante, il calore scambiato al termine del
tragitto sarà M CP ∆T , ove M è la massa della materia a maggior temperatura. Ponendo che metà
della materia partecipi al moto ascendente, si ricava per il flusso trasportato dalla convezione

1 dT dT
CP ρv[(
Fc = )ad − ( )]l
2 dr dr
L’esistenza di un gradiente di temperatura implica peraltro anche un trasporto radiativo (→
A2.2)

T 3 4ac dT
Fr = −
κrho 3 dr
cosı̀ che per il flusso totale in regime di convezione si ricava

1 dT 1 T 3 4ac dT
F = Fc + Fr = CP ρv( )ad − ( CP ρv − )( )
2 dr 2 κrho 3 dr
da cui

dT F − 12 CP ρv( dT )
dr ad
= T 3 4ac
dr 1
− CP ρv
κρ 3 2

Si riconosce facilmente che per convezione inefficiente (CP ρv → 0) dT /dr → (dT /dr)rad mentre
per convezione dominante (CP ρv → ∞)) dT /dr → (dT /dr)ad .
Per valutare le velocità degli elementi di convezione possiamo osservare che per il principio di
Archimede la forza agente sull’elemento sarà

F = g∆ρV
dove g è la gravità locale, V il volume delle elemento e ∆ρ è la differenza di densità tra l’ambiente
e la bolla di convezione. Assumendo un gas perfetto (trascurando quindi variazioni del grado di
ionizzazione) ∆ρ/ρ = ∆T /T , dove per ogni tragitto parziale x (0 ≤ x ≤ l)∆T = [(dT /dr)ad −
(dT /dr)amb ]x. Applicando il teorema delle forze vive (lavoro = variazione di energia cinetica) si
ottiene così al termine del tragitto
Z l Z l
1 ∆/T
mv 2 = g∆ρV dx = gρV xdx
2 0 0
T
da cui
24

Fig. 2.11. Andamento della temperatura in funzione della pressione per il modello di figura 2.10
per due diverse assunzioni sulla lunghezza di rimescolamento. All’aumentare di l aumenta l’efficienza
della convezione e diminuisce il gradiente di temperatura. In ogni caso le diverse soluzioni convergono
verso una comune soluzione interna.

l
v(l)2 l2
Z
1 dT dT g dT dT
' g [( )ad − ( )amb ] xdx = [( )ad − ( )amb ]
2 T dr dr 0
T dr dr 2
Introducendo come valori medi lungo la traiettoria v = v(l)/2 e ∆T (l) = ∆T /2, osservando che
per l’equilibrio idrostatico si ha che

dT dT dP dT
= =− gρ
dr dP dr dP
si ricava infine


v = gl[ (∇ − ∇ad )]1/2
8kT
che unita alla precedente relazione per il gradiente ambientale fornisce un sistema di equazioni
che, per ogni assunto valore della mixing length consentono la determinazione di v e ∇amb .
Quest’ultimo, in particolare, fornisce il valore del gradiente di temperatura locale in presenza di
convezione e, in quanto tale, viene sovente indicato come ∇conv
Non può sfuggire l’estrema semplificazione del modello adottato, ove -ad esempio - viene trascu-
rata la viscosità del mezzo e vengono trascurati gli scambi di energia lungo il tragitto degli elementi
di convezione. Ancor più pesante è l’assunzione di una convezione per ”bolle” a fronte dell’evidenza
osservativa (nel Sole) di una convezione per colonne, e quindi ”non locale”. La teoria della mixing
length è nondimeno utilizzata come un formalismo che conduce ad una ragionevole correlazione
tra le varie quantità fisiche in gioco, fornendo relazioni che finiscono col dipendere dal parametro
l che, di fatto, viene a regolare l’efficienza del trasporto convettivo. In tal senso l viene riguardato
come un parametro libero il cui valore va determinato non tanto con ulteriori valutazioni teoriche,
quanto sulla base di un riscontro dei risultati ai risultati osservativo sperimentali. In questo quadro
la versione semplificata della teoria, qui presentata come proposta da Demarque e Geisler, è non
meno valida della più sofisticata versione originalmente proposta da Erika Bohm-Vitense, nella quale
veniva ulteriormente elaborato il problema del tragitto non-adiabatico dell’elemento di convezione.
Nella pratica dei calcoli evolutivi è invalso l’uso di assumere una mixing length proporzionale
all’altezza di scala di pressione, HP

l = αHP
dove HP = dlogP/dr = (1/P )dP/dr e α è scelto tra 0.5 e 2 in base alla considerazione che
difficilmente un elemento di convezione può conservare la propria individualità per tragitti molto
25

superiori a quello per cui la pressione si riduce di un e-mo. In analogia con la precedente formu-
lazione, la mixing length può essere anche riferita a l’altezza di scala di temperatura o a quella di
densità. Quest’ultima in particolare ha in passato goduto di una certa popolarità, perchè elimina le
inversioni di pressione che talora si manifestano con l’uso HP .
Le Figure 2.9 e 2.10 riportano a titolo di esempio l’andamento dei vari gradienti nelle zone
subatmosferiche di stelle di sequenza principale di varia massa. Al diminuire della massa stellare
aumenta la densità degli strati subatmosferici, aumenta quindi la capacità termica della materie e,
come mostrato nelle figure, il gradiente convettivo tende sempre più verso il gradiente adiabatico.
E’ importante notare come l’incertezza sull’efficienza della convezione superadiabatica si
trasferisca in genere in un incertezza sui raggi stellari, ma non sulle rispettive luminosità. In partico-
lare si può mostrare che per inviluppi convettivi non troppo profondi le soluzioni per diversi valori di
l finiscono per convergere ad un unica soluzione interna (Fig. 2.11), Si può calibrare α richiedendo,
ad esempio, che un modello solare riproduca il raggio (e la temperatura efficace) osservato. Si ricava
così l ' 1.8. Nulla assicura peraltro che una tale calibrazione possa essere estesa a stelle con diversa
massa e/o diversa composizione chimica. Ed in effetti giganti rosse di Pop.II richiedono diversi α.
Notiamo infine come la teoria della mixing length, nei limiti in cui si accettino le predizioni
sulla velocità, possa fornire anche indicazioni sulla consistenza dell’overshooting. Il tragitto degli
elementi nella zona radiativa è infatti ricavabile dall’applicazione del teorema delle forze vive alle
forze di frenamento che in tale zona si vengono a creare.

A2.6. Integrazione degli strati atmosferici


Si è già indicato come l’integrazione degli strati atmosferici riposi sull’equazione dell’equilibrio idro-
statico e sulla diponibiltà di una relazione che fornisca l’andamento della temperatura al variare
della profondità ottica τ . Tale relazione, nel caso più generale, si ottiene come risultato di complessi
modelli di atmosfera, basati sull’integrazione dell’equazione del trasporto che collega, per ogni asseg-
nata direzione l’intensità della radiazione all’opacità ed alla emissività della materia, giungendo così
a fornire predizioni sulla struttura dell’atmosfera e sulle caratteristiche dello spettro della radiazione
emergente.
Per ciò che riguarda la temperatura, si ottiene una soluzione semplice nell’approssimazione di
atmosfera grigia, ove si assume che l’opacità sia indipendente dalla frequenza della radiazione. In
tal caso si ricava:
1 4 3
T4 = Te (1 + τ )
2 2
quindi una T (τ, Te ) che per τ = 32 fornisce T = Te . In generale le relazioni esatte non si discostano
sensibilmente dalla relazione di atmosfera grigia, che fornisce così un utile punto di riferimento. Nella
pratica dei calcoli evolutivi vengono di frequente usate correzioni semiempiriche alla distribuzione
di temperature dell’atmosfera grigia. Tale, ad esempio, la relazione di Krishna-Swami.
E’ peraltro da notare che una tale trattazione (approssimazione di Eddington) assume implici-
tamente una atmosfera in equilibrio radiativo. Ciò e’ in genere ben verificato perché nell’atmosfera
ρ → 0 e, con ρ tende a zero il gradiente radiativo. Solo in strutture di piccolissima massa (pochi
decimi di massa solare) le atmosfere risultano sede di estesi moti convettivi e, in tal caso, la relazione
T (τ ) deve essere solo ricavata da acconci modelli di atmosfera.
E’ anche da notare che l’equazione dell’equilibrio idrostatico

dP g
=
dτ κ
regola l’andamento della pressione totale P = Pg + Pr . Si ha dunque
dPg g dPr
= −
dτ κ dτ
Ma (→ A2.2)

dPr Φ σTe4
= =
dτ c c
26

e ponendo gr = (κσTe4 )/c, si puo’ scrivere

dPg 1
= (g − gr ) = gef f /κ
dτ κ
dove gef f = g − gr assume il ruolo di gravità efficace.
Nella pratica dei calcoli, l’integrazione non può partire da τ = 0, ove l’equazione presenta
una singolarità, implicando Pg = 0 e κ = 0. Per ogni assunto Te le condizioni iniziali vengono
imposte tramite un’iterazione che conduce ad una tripletta di valori Pg , T e τ tra loro compatibili.
Assumendo un valore piccolo ma finito di Pg , si adotta inizialmente T = T (τ = 0) e, ricavando
dalla coppia Pg e T un valore di ρ, si ricava quindi τ da
P/τ = gef f /κ(ρ, T )
Adottando tale τ si ottiene una nuova temperatura e quindi un nuovo ρ , un nuovo κ e, infine,
un nuovo τ . Il processo viene iterato sino ad ottenere la convergenza.

A2.7. Algoritmi risolutivi del metodo di Henyey


Si è già mostrato come il metodo di integrazione di modelli stellari noto come metodo di Henyey
conduca ad un sistema di 4N equazioni in 4N incognite, essendo N il numero di mesh in cui è stata
suddivisa la struttura interna della stella. Ricordiamo qui alcuni tra i vari accorgimenti di calcolo
in genere adottati nel raggiungere la soluzione.
E’ d’uso innanzitutto raffinare il sistema di equazioni definendo le variabili fisiche nel generico
intermesh j+1/2 ponendo Pj+1/2 = (Pj+1 − Pj )/2 e simili, e scrivendo le equazioni di equilibrio
nella forma

Pj+1 − Pj Mj+1/2 ρj+1/2


=G 2
rj+1 − rj rj+1/2
Si noti come in tale forma venga automaticamente eliminata l’apparente singolarità centrale. E’
inoltre d’uso portare le equazioni in forma logaritmica, così da rendere più maneggevole il calcolo
delle derivate.
Lo soluzione del sistema di equazioni può essere agevolmente raggiunta attraverso un metodo
di sostituzioni ricorrenti. Si consideri, ad esempio, la prima quadrupletta di equazioni che fanno
riferimento al mesh centrale (j=1) ed a quello adiacente (j=2). Si è già notato trattarsi di 4 equazioni
in 6 incognite, dovendo risultare per due delle correzioni ∆L1 = ∆r1 = 0. E’ dunque possibile
risolvere per sostituzione il sistema ricavando ∆r2 , ∆L2 , ∆P2 e ∆T2 in funzione di ∆P1 e ∆T1 .
Riportando questi 4 valori delle correzioni nella seconda quadrupletta è ora possibile ricavare le 4
correzioni nel mesh 3 sempre in funzione di ∆P1 e ∆T1 , e cosı̀ di seguito sino a ricavare tutte le
correzioni in funzione delle due incognite correzioni centrali. Tali due gradi di libertà del problema
si eliminano imponendo che r, L, P e T nell’ultimo mesh N (= base della subatmosfera) debbano
corrispondere a soluzioni dell’integrazione compiuta dall’esterno al variare delle condizioni iniziali
L e Te .
Per far ciò, si esegue una preventiva serie di integrazioni dall’esterno variando opportunamente
le condizioni iniziali L e Te , così da ricavare rN , LN , PN e TN come funzioni lineari di L e Te .
Imponendo la coincidenza dei valori esterni ed interni nel mesh N si ottengono infine 4 equazioni
nelle 4 incognite ∆P1 , ∆T1 , L e Te e, da ∆P1 e ∆T1 le correzioni da apportare alle variabili fisiche
in tutti gli altri mesh. Poiché ci siamo mossi nell’ambito di un trattamento linearizzato al primo
ordine, la soluzione finale sarà raggiunta dopo un certo numero di iterazioni, sempre che la soluzione
di prova sia fornita all’interno della relativa area di convergenza.
Il vantaggio essenziale del metodo del fitting è di richiedere solo le 4 condizioni al contorno,
senza il bisogno di fornire valutazioni preventive dell’andamento delle variabili fisiche lungo tutta la
struttura. Il metodo di Henyey si fa peraltro preferire perché il trattamento ”locale” della soluzione
consente di affrontare strutture complesse, con discontinuitf́isiche o chimiche quali si incontrano nelle
fasi avanzate dell’evoluzione stellare. Vedremo nel seguito come il metodo del fitting sia utilizzato
come ”innesco” del metodo di Henyey nella valutazione delle sequenze evolutive.
Ricordiamo ancora una volta come il risultato del metodo di Henyey NON dipenda dalla
bontd́elle derivate delle discrepanze. Ciò nella pratica consente alcune semplificazioni delle proce-
dure di calcolo evitando la valutazione di derivate troppo numericamente onerose. Più in generale,
27

se ne conclude anche che, in assenza di errori formali nella stesura delle equazioni dell’equilibrio,
i risultati dell’integrazione di un modello non dipendono dal particolare codice utilizzato ma solo
dalla bontà delle relazioni e/o assunzioni fisiche dal modello stesso utilizzate.
28

Origine delle Figure

Fig.2.1 Castellani V. 1985, ”Astrofisica Stellare”, Zanichelli


Fig.2.2 Castellani V. 1985, ”Astrofisica Stellare”, Zanichelli
Fig.2.3 Castellani V. 1985, ”Astrofisica Stellare”, Zanichelli
Fig.2.4 Castellani V. 1985, ”Astrofisica Stellare”, Zanichelli
Fig.2.5 Castellani V. 1985, ”Astrofisica Stellare”, Zanichelli
Fig.2.6 Castellani V. 1985, ”Astrofisica Stellare”, Zanichelli
Fig.2.7 Castellani V. 1985, ”Astrofisica Stellare”, Zanichelli
Fig.2.8 Gratton L. 1978, ”Introduzione all’Astrofisica”, Zanichelli
Fig.2.9 Castellani V., Renzini A. 1969, Astr.Space Sci. 3, 283
Fig.2.10 Castellani V., Renzini A. 1969, Astr.Space Sci. 3, 283
Fig.2.11 Castellani V., Renzini A. 1969, Astr.Space Sci. 3, 283
Capitolo 3

Materia e radiazione in condizioni


stellari
3.1. Il quadro fisico
Per procedere all’integrazione numerica delle equazioni dell’equilibrio stellare è necessario
disporre di opportune valutazioni quantitative sul comportamento fisico della materia stel-
lare, comportamento che nelle equazioni appare attraverso le tre relazioni

P = P (ρ, T )
κ = κ(ρ, T )
ε = ε(ρ, T )

In tutti e tre i casi è altresì da assumersi, anche se non esplicitata, la dipendenza dalla
composizione chimica della materia. Le tre funzioni dovranno evidentemente coprire tutto il
campo di valori di ρ e T che ci attendiamo nelle strutture stellari. Stante la complessità delle
relative valutazioni, equazione di stato e opacità vengono in genere fornite al programma
evolutivo sotto forma di acconce tabulazioni che riassuono i risultati dei calcoli. In questo
capitolo esamineremo nell’ordine le tre relazioni, al fine di identificare l’intervento dei vari
possibili meccanismi fisici, delineando le generali vie di approccio a tale problematica.

3.2. Equazione di stato


I contributi alla pressione provengono dai tre componenti del plasma stellare: ioni, elettroni
e radiazione elettromagnetica. La pressione totale sarà la somma dei contributi dovuti a tali
componenti

P = Pi + Pe + Pr

con ovvio significato dei simboli. Si assume in ciò trascurabile il contributo di moti
collettivi (convezione, turbolenza), la cui quantità di moto può peraltro giocare un ruolo
non trascurabile nel caso delle atmosfere stellari.
3.2.1 Il gas perfetto
Per ciò che riguarda la componente particellare (ioni ed elettroni), in molti casi la materia
stellare si comporta con buona od ottima approssimazione come un gas perfetto. Ricordiamo
che per un gas perfetto di particelle libere e tra loro non interagenti, vale l’equazione di stato

1
2

P = nkT

ove n è il numero di particelle per unità di volume e k la costante di Boltzman. Per la


nostra miscela di ioni ed elettroni varrà quindi

P = Pi + Pe = (ni + ne )kT

Tale relazione può essere facilmente portata nelle due variabili ρ, T (proprie delle
equazioni di equilibrio), osservando che per un gas composto da particelle di massa ”m”
si ha n = ρ/m. Poichè nel gas stellare la massa è essenzialmente quella degli ioni, potremo
coaı̀ porre
k
Pi = µi H ρT

dove µi è il peso molecolare degli ioni e H la massa dell’atomo di idrogeno. Il contributo


degli elettroni viene introdotto attraverso l’artificio di definire un peso molecolare medio per
elettrone µe = ni /ne (= ni /Z in caso di ionizzazione completa). Si ha così
k
Pe = µe H ρT

e, in totale
k k k
Pgas = µi H ρT + µe H ρT = µH ρT

avendo posto 1/µ = 1/µi + 1/µe .


Si noti come la valutazione della pressione degli elettroni richieda una valutazione dello
stato di ionizzazione delle specie atomiche presenti (→ A3.1). Negli interni stellari è peraltro
in generale lecito assumere la completa ionizzazione almeno delle due specie atomiche atom-
iche più abbondanti H e He. Troveremo infatti che stelle di sequenza principale hanno tipiche
temperature centrali dell’ordine di 10 − 30 106 K, cui corrisponde una radiazione largamente
composta da fotoni di energia media kT ∼ 1keV (raggi X duri). Poichè l’energia di ioniz-
zazione dell’idrogeno è di soli 13.6 eV tale elemento sarà completamente ionizzato. Così è
pure per l’He, i cui potenziali di prima e seconda ionizzazione risultano pari rispettivamente
a 24.49 eV e 52.17 eV.
H e He saranno quindi completamente ionizzati nella maggior parte della materia stel-
lare, ecettuate solo le parti più esterne ove la temperature scendono a valori di 103 − 104
K. Ioni di atomi più pesanti sono invece in grado di conservare gli elettroni più interni an-
che a temperature elevate. L’energia di ionizzazione di un atomo idrogenoide (che ha cioè
conservato un solo elettrone) risulta infatti pari a W = Z 2 m4e /2h2 . Per il Ferro si ha così
W ∼ 9keV , ed i nuclei di Fe saranno in grado di conservare in parte i loro elettroni più
interni anche a temperature dell’ordine della diecina di milioni di gradi.
Nel caso di ionizzazione completa è talora utile ricavare il numero di particelle per unità
di volume dalle abbondanze in massa di idrogeno, elio ed elementi pesanti X, Y e Z. Per
queste tre componenti il numero di nuclei ed il numero di elettroni si ottiene facilmente dalle
relazioni
nH = X/H → ne = X/H
nHe = Y /4H → ne = Y /2H
nZi = Xi /Ai H → ne = Xi Zi /Ai H
dove con Xi indichiamo l’abbondanza in massa dell’ i-mo elemento pesante di numero
atomico Ai e carica Zi . In totale si avrà dunque
3Y Xi Xi Zi ρ
n = (2X + +Σ +Σ )
4 Ai Ai H
3

Trascurando ΣXi /Ai (Xi << 1, Ai ≥ 12) ed osservando che Zi /Ai ∼ 1/2 (ciò è esatto
per C, N, O, Ne che sono tra i maggiori contributori a Z) si ottiene infine

3Y Z ρ
n ' (2X + + )
4 2 H
da cui per il peso molecolare medio (ρ/µH = n)

1
µ= 3Y Z
(2X + 4 + 2)

Da queste relazioni si riconosce come, in prima approssimazione, il peso molecolare medio


sia essenzialmente governato dalla ionizzazione di H e He, con un contributo solo marginale
dei metalli (Z ≤ 10−2 ).
3.2.2 Interazioni coulombiane e degenerazione elettronica
Per la componente particellare (ioni, elettroni) si può agevolemente verificare entro quali
limiti l’energia cinetica predomina sulle interazioni coulombiane, condizione necessaria per
poter assimilare il sistema ad un gas di particelle libere approssimanti un gas perfetto.
Indicando con ”d” la distanza media tra le particelle, per un gas di ioni con carica Ze la
condizione si traduce ad esempio nella relazione

kT >> Z 2 e2 /d = ECoul

Se Ni è il numero di ioni per unità di volume, si ha anche

Ni (= ρ/µH) ∼ 1/d3

dove µ è il peso molecolare degli ioni e H la massa dell’atomo di idrogeno. Se ne ricava

d ∼ 1/N 1/3 ∼ (µH/ρ)1/3

e la condizione si traduce nella relazione

Z 2 e2 1
T /ρ1/3 >>
k (µH)1/3
da cui

ρ << 4 10−14 µT 3 Z 6 gr/cm3

condizione in genere ben verificata nelle strutture stellari. Per temperature T∼ 107 K
(combustione dell’idrogeno, Z=1) si ottiene ρ << 4.107 gr/cm3 , per T∼ 108 (combustione
dell’elio, Z=2) ρ << 109 gr/cm3 , cioè valori di densità che superano ampiamente quanto
avremo occasione di verificare nella larga generalità delle strutture stellari. Le condizioni
per un sensibile intervento di correzioni coulombiane (alte densità, basse temperature) ap-
pariranno solamente nel caso di stelle di piccola massa o di nane bianche, per le quali sarà
necessario introdurre nell’equazione di stato opportuni termini di correzione coulombiana.
Quando ECoul ∼ kT il gas inizia a solidificare e per ECoul > kT gli ioni sono forzati in una
struttura solida sino a cristallizzare (Fig. 3.1).
E’ facile infine riconoscere che se sono trascurabili le interazioni ione-ione, lo sono an-
che quelle ione-elettrone ed elettrone-elettrone. Ciò è immediato per Z=1, mentre per Z
maggiori la diminuzione del prodotto delle cariche interagenti prevale sulla contemporanea
diminuzione delle mutue distanze.
4

Fig. 3.1. Mappatura schematica delle condizioni del plasma stellare al variare dei parametri
temperatura-densità con schema delle traiettorie evolutive delle condizioni centrali di strutture
stellari .

Analoghe considerazioni consentono di investigare entro quali limiti il gas di particelle


si può considerare libero da effetti quantistici, imponendo in questo caso che la distanza
media tra le particelle risulti molto maggiore della lunghezza d’onda associata alle particelle
medesime λ = h/p, dove p=mv rappresenta il momento delle singole particelle.
Per ioni ed elettroni, dall’equipartizione dell’energia si ha

mi vi2 = me ve2

da cui si ricava immediatamente


mi vi ve
=
me ve vi
che mostra come la quantità di moto degli ioni sia sempre molto maggiore di quella
degli elettroni e, conseguentemente, che saranno in ogni caso gli elettroni ad entrare per
primi in regime quantistico. Con considerazione del tutto analoghe a quelle già svolte per le
interazioni coulombiane, dalla condizione

λ = h/p << d

osservando che kT ∼ me ve2 e, quindi, p2 ∼ me kT , si ricava facilmente

µH 1/3 (me kT )1/2


ρ1/3 << ( )
Z h
ρ << 10−10 T 1/2 gr/cm3

Ove ciò non si verifichi, si manifestano effetti quantistici ed il gas di elettroni viene
definito quantisticamente degenere. E’ immediato riconoscere come queste condizioni sulla
densità siano più stringenti di quelle per le interazioni coulombiane.In effetti la degenerazione
elettronica giocherà un ruolo determinante in molte strutture stellari.
3.2.3 Equazione di stato del plasma stellare
Se alla pressione del gas aggiungiamo il contributo portato dalla radiazione, ove non
intervengano fenomeni di degenerazione elettronica e risultino trascurabili le interazioni
coulombiane, otteniamo l’equazione di stato per il plasma stellare
5

Fig. 3.2. La linea del piano log T, log ρ lungo la quale la pressione di degenerazione eguaglia
quella degli elettroni liberi. La linea a tratti segnala l’instaurarsi di degenerazione relativistica.

k 1 1 a
P = ρT ( + ) + T 4
H µi µe 3
Gli effetti della degenerazione elettronica sono di rendere il gas di elettroni più incom-
primibile di un gas perfetto. Gli elettroni sono infatti fermioni (cioè particelle a spin sem-
intero) per i quali vale il Principio di esclusione di Pauli per il quale non più di due elettroni
possono occupare un identico stato energetico. Ne segue, ad esempio, che nel limite T → 0 un
gas di elettroni possiede energia e quantità di moto, quest’ultima implicando una pressione
non prevista dalla trattazione classica.
Si può porre

Pe = Pe + Pe,d
ove con Pe ePe,d si indicano rispettivamente la pressione di un gas perfetto di elettroni e il
contributo della digenerazione. Pe,d può essere calcolato sulla base del comportamento quan-
tistico di un gas di Fermi (→ A3.2). La Figura 3.2 mostra l’intervento della degenerazione
nel piano ρ, T , riportando in particolare la linea di transizione lungo la quale Pe,d = Pe ,
come definita dalla relazione

ρ/µe = ne = 2.4 10−8 T 3/2 cm−3


In caso di completa degenerazione (Pe,d >> Pe ) la pressione del gas è data dai soli
elettroni degeneri (Pe > Pi ), dipendendo in tal caso solo dalla densità secondo la relazione
(c.g.s.)

Pg = Pe = 10.00 1012 (ρ/µe )/3


Per altissime densità (ρ ≥ 107 ) la degenerazione spinge gli elettroni in livelli energetici
così alti che l’energia non è più trascurabile rispetto all’energia della massa a riposo (me c2 )
rendendo necessaria una trattazione relativistica. In tal caso per la quantità di moto si avrà
pe = me v/(1 − v 2 /c2 )1/2 (∼ me v se v << c), e per la pressione si ha

Pg = Pe = 6.58 101 4(ρ/µe )4/3


6

Fig. 3.3. Assorbimento della radiazione al variare della lunghezza d’onda da parte di un atomo neu-
tro di Pb. Le varie discontinuità corrispondono all’energia di ionizzazione dell’elettrone sull’orbita
più interna (K) e degli elettroni nella successiva shell L.

3.3. L’opacità ed i meccanismi di interazione radiazione materia


Dalla definizione di opacità usata nell’equazione del trasporto discende che i contributi
all’opacità proverranno da tutti quei meccanismi di interazione tra radiazione e materia in
grado di estrarre fotoni dal flusso di radiazione uscente dalla stella, isotropizzandoli. Accanto
ai meccanismi di assorbimento (con riemissione isotropa), quali ad es. l’effetto fotoelettrico,
dovranno quindi essere considerati anche il contributo degli scattering elastici o anelastici.
Ricordiamo che l’opacità κρ è definita come l’inverso del cammino libero medio del fotone,
rappresentando quindi la probabilità di interazione per unità di percorso. Ne segue che, in
generale, in presenza di diversi meccanismi di interazione la probabilità totale di interazione
sarà direttamente ricavabile come somma delle probabilità relative di ciascun processo

κ = Σκi
I possibili meccanismi di interazione radiazione-materia sono riassumibli in quattro cat-
egorie:
→ Scattering eletronico: diffusione di fotoni da parte degli elettroni liberi presenti nel
plasma stellare. Alle energie stellari è in genere valida l’approssimazione di scattering
isotropo non relativistico (Scattering Thomson). Alle alte energie intervengono fenomeni
quantistico-relativistici (Scattering Compton).
→ Processi bound-bound (bb): assorbimento del fotone da parte di un elettrone legato
(bound) ad un nucleo con passaggio dell’elettrone ad orbite ad energia superiore. Si tratta
dunque di processi di eccitazione.
→ Processi bound-free(bf): assorbimento del fotone da parte di un elettrone legato che
viene liberato (free=libero) e portato nel continuo, secondo un processo altrimenti noto come
Effetto Fotoelettrico o Fotoionizzazione.
→ Processi free-free (ff): assorbimento di un fotone libero ma nel campo di un nucleo.
Si può facilmente verificare che l’assorbimento di un fotone da parte di un elettrone libero
ed isolato resta proibito dalle leggi di conservazione di energia e quantità di moto. Il pro-
cesso diventa possibile in presenza di un terzo corpo (il nucleo) che partecipi al bilancio di
conservazione.
Gli ultimi tre processi implicano un assorbimento solo come atto iniziale: gli elettroni
assorbiti ritorneranno in equilibrio termico riemettendo energia sotto forma di radiazione
7

Fig. 3.4. Mappatura nel piano T, ρ dell’efficienza relativa dei vari meccanismi di opacità.

isotropa, ed il risultato netto di tali interazioni sarà quindi di estrarre fotoni dal flusso di
radiazione uscente.
La valutazione dettagliata delle probabilità di interazione per gli eventi bb e bf è cer-
tamente tra le più onerose procedure affrontate dal calcolo astrofisico. Tale calcolo richiede
preventivamente una dettagliata conoscenza non solo del grado di ionizzazione ma anche
della distribuzione degli elettroni nei vari livelli (gradi di eccittazione), la valutazione delle
probabilità di interazione per le varie frequenze della radiazione e infine l’esecuzione di
un’opporuna media (media di Rosseland → A3.4) sullo spettro della radiazione. Ciò implica
in generale la considerazione di milioni di righe di assorbimento dovute agli atomi nei vari
stati di ionizzazione. Il calcolo diventa ancor più oneroso alle basse temperatura a causa del
contributo degli spettri rotazionali delle molecole presenti.
Nel secondo dopoguerra un vasto programma di ricerca sull’opacità fu iniziato per motivi
strategici dai laboratori di Los Alamos. Sulla base di tale lavoro, ripreso e perfezionato
in altre istituzioni, oggi sono disponibli tabulazioni di opacità radiativa per varie miscele
di elementi in funzione dei parametri di stato ρ e T . Nel calcolo di strutture stellari tali
tabulazioni sono ormai d’uso generale, sostituendo antiche approssimazioni analitiche. E’
peraltro opportuno discutere con qualche dettaglio l’efficienza dei vari meccanismi di opacità
al fine di ricavare indicazioni generali sul loro intervento nel calcolo delle strutture stellari.
Per ciò che riguarda lo scattering Thomson, anche classicamente (→ A3.3) si trova che
la probabiltà di interazione tra la radiazione e una particella di carica e e massa m è data
da

8π e2 2 8π 2
σT = ( ) = r
3 mc2 3 0
dove r0 = 2.82 10−13 cm è il raggio classico della particella, cioè il raggio attribuibile
alla particella se tutta la sua massa fosse di origine elettromagnetica. Poichè tale probabilità
va come 1/m2 è subito visto che i nuclei danno un contributo allo scattering trascurabile
rispetto a quello degli elettroni.
Ricordando che l’opacità corrisponde alla probabiltà di interazione per unità di superficie
e per unità di percorso risulta quindi
ne
κT = σ T
ρ
8

Fig. 3.5. Andamento dell’opacità radiativa al variare della temperatura per assunti valori della
densità.

Fig. 3.6. L’intervento della degenerazione elettronica induce un crollo dell’opacità totale κT alle
alte densità.

Poichè σT = 0.66 10−24 , ne = (X + Y /2 + Z/2)ρ/H = (1/2 + X/2)ρ/H e H =


1.66 10−24 gr, si ricava infine

κT ∼ 0.2(1 + X)

che mostra come l’opacità per scattering Thomson non dipenda dalla densità ma solo
dall’abbondanza in massa di idrogeno. Notiamo infine che in presenza di degenerazione
elettronica la probabilità d’interazione tenderà a diminuire, per divenire proibiti tutti quegli
scattering che porterebbero gli elettroni in stati già occupati. Ad alte energie, in regime di
scattering Compton (hν ≥ me c2 ), occorrerà inoltre tener conto che lo scattering non è più
isotropo ed i fotoni tendono ad essere preferenzialmente scatterati in avanti.
Ove siano presenti elettroni legati (materia non completamente ionizzata) i processi bb e
bf dominano sullo scattering Thomson. Di qui la grande importanza degli elementi pesanti
nel determinare l’opacità della materia stellare, nonostante la loro relativamente scarsa ab-
bondanza, con contributi determinanti in regioni dove ormai H e He sono completamente
ionizzati. Per i processi bf (effetto fotoelettrico) notiamo in particolare che ad ogni stato
legato dell’elettrone corrisponde una ben precisa energia di estrazione (ionizzazione)Wi . Per
ogni possibile ionizzazione esiste quindi per i fotoni una energia di soglia hν = Wi al di sotto
della quale il processo è proibito. Come conseguenza l’opacità presenta un caratteristico
andamento con picchi corrispondenti alle varie ionizzazioni (Fig. 3.3).
9

L’interazione free-free può infine essere riguardata come il processo inverso della ben nota
radiazione di frenamento (Braemstrahlung) dove un elettrone emette un fotone nel campo
di un nucleo. Il principo del bilancio dettagliato assicura che in condizioni di equilibrio
termodinamico le velocità di reazione diretta ed inversa devono essere eguali. Si trova così

Z 3 ρ −7/2
κf f α Z 2 ne ni T 7/2 α T
A2
che con il termine Z 3 mostra ancora una critica dipendenza dalla presenza di elementi
pesanti.
A fianco dei meccanismi bb, bf e ff occorre anche tener conto dei fenomeni di emissione
stimolata che, aggiungendo fotoni al flusso, diminuiscono in pratica le singole opacità di un
fattore 1 − ehν/kT (Coefficienti di Einstein). In totale per ogni frequenza ν si avrà

κ(ν) = κT + (κbb + κbf + κf f )(1 − ehν/kT )


che verrà mediata sulla distribuzione di fotoni tipica di ogni temperatura per fornire
l’opacità κ(ρ, T ) tabulata per le varie assunte miscele.
La Figura 3.4 riporta una mappatura nel piano (ρ, T ) delle regioni in cui dominano i vari
meccanismi di opacità, mentre la Fig. 3.5 riporta esempi dell’andamento dell’opacità, evi-
denziando le ingenti variazioni collegate all’efficienza dei vari meccanismi.Ricordiamo infine
che in caso di degenerazione elettronica diviene efficiente il trasporto elettronico. In piena
degenerazione κc << κr e il trasporto è dominato dalla conduzione (κ ' κc ) (Fig. 3.6).

3.4. Generazione di energia


Nelle equazioni dell’equilibrio la condizione di conservazione dell’energia interviene at-
traverso il coefficiente ε, inteso come bilancio energetico per grammo di materia e per
secondo. I meccanismi che possono contribuire a tale bilancio sono tre, cui è d’uso far cor-
rispondere i tre distinti coefficienti:
→ εg : Trasformazioni termodinamiche della materia,
→ εN : Produzione di energia per reazioni di fusione nucleare,
→ εν : Perdita di energia per produzione di neutrini.
Il coefficiente di produzione di energia risulta ovviamente definito come somma dei reltivi
contributi:

ε = ε g + εN − ε ν
.
3.4.1 Il bilancio termico della materia
Al primo meccanismo corrisponde il calore assorbito o prodotto a causa delle trasfor-
mazioni termodinamiche subite dalla materia stellare. Di norma indicato, ma impropria-
mente, come produzione di energia gravitazionale, in esso deve essere compreso non solo il
lavoro delle forze di pressione ma anche le variazioni di energia interna del plasma stellare. Il
bilancio termico per grammo di materia è immediatamente fornito dal primo principio della
termodinamica che con formulazione intensiva può essere scritto

dQ = dU + pd(1/ρ)
dove U rappresenta l’energia interna per grammo di materia e 1/ρ è il volume corrispon-
dente. Introducendo l’entropia per grammo di materia S si ricava
10

Fig. 3.7. L’energia di massa per nucleone al variare del numero di nucleoni (numero atomico) in
nuclidi stabili.

dQ dS dS dP dS dT
εg = − = −T = −T [( )T + ( )P ] = EP Ṗ − CP Ṫ
dt dt dP dt dT dt
I coefficienti EP e CP delle derivate temporali sono facilmente ricavabili nel caso di
una miscela di gas perfetto e radiazione (→ A2.4). Nel caso generale essi vengono calcolati
assieme all’equazione di stato e forniti anch’essi sotto forma tabulare. Si noti come la presenza
delle derivate temporali implichi che laddove εg non sia nullo l’integrazione di una struttura
stellare richiede precise informazioni sulla passata storia temporale di P e T lungo tutta la
struttura della stella.

3.4.2 Energia Nucleare


Ad alte temperature due o più nuclei leggeri possono arrivare in contatto, fondendosi per
formare un nucleo più massiccio con un rilascio di energia (”Q” della reazione) dato dalla
differenza tra le masse iniziali e quelle dei prodotti di reazione secondo la nota relazione
E = mc2 . E’ subito da notare al proposito che in natura la massa media per nucleone
decresce al crescere del numero atomico A dall’idrogeno sino al nucleo del ferro, per risalire
progressivamente per A ancora maggiori. Se ne ricava che per il Fe è massima l’energia di
legame per nucleone (Fig. 3.7), cioè l’energia che occorre fornire ai nucleoni per portarli
allo stato libero e, quindi, alle masse caratteristiche dei nucleoni liberi. Ne segue anche che
reazioni di fusione nucleare sono esoenergetiche sino alla formazione di Fe. La fusione di due
nuclei di Fe, ad es., richiederebbe invece l’assorbimento dell’energia necessaria per portare i
nucleoni alla maggiore massa. Si comprende cosı̀ come per elementi pesanti, quale l’Uranio,
risultino esoenergetiche non le reazioni di fusione ma quelle di fissione, cioè di rottura del
nucleo in due o più frammenti.
L’energia ceduta da una reazione si presenta sotto forma di energia dei prodotti di
reazione. Se osserviamo una tipica reazione di fusione di interesse stellare (fusione di due
protoni (p) in un nucleo di deuterio (D))

p + p → D + e+ + νe
troviamo l’energia rilasciata sotto forma di energia cinetica dei prodotti di reazione e
nella produzione dell’elettrone positivo. Quest’ultima particella è destinata ad annichilarsi
con un elettrone negativo

e+ + e− → 2γ
11

così che la produzione del positrone corrisponde, come bilancio netto energetico, alla
produzione di due γ di energia complessiva pari all’energia delle masse a riposo degli elettroni
annichilati (2me c2 ) più l’energia cinetica delle due particelle.
Il γ ed il deutone D vengono rapidamente termalizzati, cedendo cosı̀ la loro energia alla
struttura. Questo non avviene per il neutrino elettronico νe , particella debole il cui cammino
libero medio è ben superiore alle dimensioni stellari. L’energia Q∗ acquisita dalla struttura
è quindi fornita dal Q della reazione meno l’energia (media) portata dal neutrino. Ove sia
noto il numero N di reazioni nucleari che avvengono per unità di tempo e di volume, il
coefficiente di energia nucleare sarà fornito, per ogni prefissata reazione, dalla relazione
N ∗
εN = Q erg gr−1 sec−1
ρ
3.4.3 Termoneutrini
Ad alte temperature e densità, a fianco della produzione di neutrini nelle reazioni nucleari
divengono efficienti meccanismi di produzione di neutrini direttamente a spese del contenuto
termico del plasma stellare, cui nel seguito daremo il nome di termoneutrini. La teoria delle
interazioni deboli fornisce il quadro di tali interazioni quali provengono anche dalla provata
esistenza di correnti neutre:

e− + (Z, A) → e− + (Z, A) + νe + ν e (brämstrahlung)


− −
γ + e → e + νe + ν e (f otoproduzione)
+ −
γ → e + e → νe + ν e (da coppie)
dove tra i processi di brämstrahlung è da comprendere anche l’interazione elettrone-elettrone.
E’ facile riconoscere come tali processi rappresentino l’analogo di noti processi che coin-
volgono elettroni e fotoni, ove si ammetta in uscita una coppia neutrino-antineutrino al posto
di fotoni.

e− + (Z, A) → e− + (Z, A) + γ (brämstrahlung)


γ + e− → e− + γ (scattering)
γ → e+ + e− → γ + γ (creazione e annichilazione di coppie)
A densità elevate diviene inoltre efficiente un altro e più complesso canale di produzione di
termoneutrini: i neutrini da oscillazione di plasma. Per delinearne il meccanismo, ricordiamo
come un fotone non possa decadere direttamente in una coppia di neutrini non potendosi
conservare energia e quantità di moto. Da qui l’intervento nei processi di braemstrahlung
e di fotoproduzione di un ulteriore particella. Fotoni in un gas ionizzato, quale è l’interno
stellare, possono interagire anche con i modi di oscillazione del plasma (la cui quantizzazione
conduce al concetto di plasmoni) scambiando quantità di moto e divenendo in grado di
produrre coppie di neutrini.
La teoria delle interazioni deboli consente di valutare l’efficienza dei vari processi, giun-
gendo cosı̀ a valutare l’energia depositata in questi neutrini. Si noti come in questi fenomeni,
che definiremo di termoproduzione, i neutrini giocano un ruolo differente da quanto già esam-
inato nel caso dei neutrini da reazioni di fusione nucleari. Nella fusione infatti i neutrini
semplicemente ”taglieggiano” l’energia prodotta nella fusione, diminuendone l’efficienza che
resta peraltro positiva. Nella termoproduzione il neutrino sottrae invece energia direttamente
dalla struttura stellare, realizzando un meccanismo di raffredamento che ha fondamentali
ripercusisioni nella storia evolutiva di molte strutture stellari.
La figura 3.8 riporta una mappatura nel piano ρ, T dell’efficienza relativa dei vari pocessi
di produzione.
12

Fig. 3.8. Regioni del piano ρ, T di predominio dei diversi processi di produzione di termoneutrini.
E’ mostrata, a tratti, la linea lungo la quale l’Energia di Fermi (Ef ) eguaglia l’energia termica, che
delimita la regione di degenerazione elettronica.

3.5. Reazioni nucleari


Le reazioni nucleari ricoprono un ruolo fondamentale nell’evoluzione delle strutture stellari,
non solo per costituire un importante componente della generazione di energia ma anche
determinando l’evoluzione della composizione chimica della materia stellare. Conviene quindi
esaminare in qualche maggior dettaglio lo scenario in cui si colloca tale meccanismo fisico.
All’inizio del XX secolo Rutherford, studiando la deflessione di un fascio di particelle
cariche da parte di una sottile lamina metallica, concluse che in un atomo le cariche positive
sono raggruppate in una microscopica regione centrale, il nucleo, di raggio dell’ordine di
10−13 − 10−12 cm, circondato da una nuvola di elettroni negativi con dimensioni dell’ordine
di 10−8 cm. Se l’attrazione coulombiana rende ragione della collocazione degli elettroni, fu
chiaro che sui nucleoni (protoni e neutroni) doveva agire una forza che dominando sulla repul-
sione coulombiana riusciva a mantenere le particelle del nucleo in una configurazione stabile.
Forze che fu conseguentemente indicata come interazione forte. Operativamente indicheremo
come raggio di un nucleo proprio la distanza cui comincia a manifestarsi la interazione forte
come deviazione dal comportamento coulombiano nelle esperienze di scattering di particelle
cariche su un nucleo.
Un nucleo è quindi un insieme isolato di nucleoni sotto il controllo della forza forte.
Insieme isolato sia per il caratteristico comportamento dell’interazione forte che si annulla
al di la’ di un caratteristico ”range” di azione, sia per la repulsione coulombiana che in
condizioni normali impedisce che due nuclei possano avvicinarsi sino al raggio di azione
delle forze forti. Particelle sufficientemente energetiche possono peraltro giungere a superare
tale repulsione coulombiana. Se e quando ciò avviene, i nucleoni di due nuclei venuti in
contatto ”forte” formano per definizione un nucleo composto, cioè un insieme di nucleoni
sotto il comune controllo delle forze forti.
Non necessariamente il nucleo composto ammetterà configurazioni stabili. Ove ciò si
verifichi, il nucleo composto (creato in uno stato eccitato) potrà decadere nel suo stato fon-
damentale, emettendo sotto forma di un quanto γ l’energia in eccesso, come data dall’energia
cinetica delle particelle interagenti e dalla variazione dell’energia di legame dei nucleoni prima
e dopo l’interazione. Più in generale il nucleo composto tenderà a decadere in una serie di
diversi possibili canali di decadimento, con probabilità che dipendono dal particolare insieme
di nucleoni e dall’energia da essi posseduta. Sarà cosı̀ possibile che il nucleo composto si sud-
divida in due o più frammenti, che emetta un nucleone singolo, una particella α, ecc. . Potrà
in particolare ridecadere nei componenti iniziali, realizzando cosı̀ uno scattering nucleare,
13

simile come risultato ma sostanzialmente diverso dallo scattering coulombiano nel quale non
sussite interazione nucleare e formazione del nucleo composto. Si noti che i possibili canali
di decadimento del nucleo composto possono dipendere anch’essi dall’energia: ad esempio
solo fornendo al nucleo composto energie superiori all’energia di legame dei nucleoni sarà
possibile che il nucleo si frammenti nei suoi singoli componenti (evaporazione del nucleo).
In un generico processo di collisione nucleari tra due particelle i e j, il numero np di eventi
che, per unità di volume e per unità di tempo, conducono ad un prodotto finale ”p” viene
correlato alla densità delle particelle interagenti ed alla loro mutua velocità V attraverso una
relazione che è definizione della sezione d’urto σp

np = Ni Nj σp (V )V
dove Ni e Nj indicano rispettivamente il numero di particelle interagenti per unità di
volume. E’ facile verificare come tale relazione rappresenta l’estensione formale di quanto
banalmente ricavabile nel caso di particelle assimilabili a sferette. Essendo Ni Nj il numero
di possibili coppie di particelle per unità di volume, σp (V )V si configura come la probabilità
per coppia di particella che avvenga il processo ”p”.
Nel caso di particelle di varia velocità è immediata l’estensione della relazione precedente
alla più generale relazione

dnp = Ni Nj (V )σp (V )V dV
dove Ni Nj (V )dV rappresenta il numero di coppie di particelle che hanno tra loro mutua
velocità tra V e V+dV, e dnp è il contributo di tali particelle al processo in esame.
Nel caso di reazione di fusione particelle cariche, che è quello che più direttamente ci
interessa, la probabilità di reazione può essere ulteriormente esplicitata entrando nel merito
dei meccanismi fisici ad esso inerenti. Ricordando che si ha formazione di nucleo composto
quando le particelle giungono alle distanze dell’interazione forte, una reazione nucleare può
essere pensata procedere in due successivi e distinti passi
1) Le particelle giungono a interagire forte, superando la repulsione coulombiana,
2) Il nucleo composto cosı̀ formatosi decade nel canale prescelto.
Essendo questi due accadimenti tra loro indipendenti, la probabilità P di reazione sarà
data dal prodotto delle due rispettive probabilità

P = σ(V )V = PC PN
ove con PC e PN indichiamo rispettivamente la probabilità (coulombiana) di formazione
del nucleo composto e la probabilità (nucleare) di decadimento del nucleo composto nel
canale prescelto.
In tale scenario, le regole della fisica ci consentono di valutare PC . Al proposito è da con-
siderare che alle temperature tipiche degli interni stellari l’energia delle particelle interagenti
è in ogni caso inferiore all’altezza della barriera coulombiana ( 3.9). In altre parole le reazioni
nucleari sono classicamente proibite. In simili condizioni è peraltro noto che la meccanica
ondulatoria predice che la barriera di potenziale non rappresenta un confine rigido per la
presenza di particelle: la funzione d’onda si attenua all’interno della barriera, ma esiste un
probabilità, piccola ma finita, che una particella superi la zona classicamente proibita per
giungere ad interagire nuclearmente (effetto tunnel).
Tale probabilità risulta in particolare proporzionale al fattore di penetrazione di Gamow

1 2πZi Zj e2
PC α 1/2
exp(− )
E hV
14

Fig. 3.9. Una particella che a grande distanza da un nucleo bersaglio possegga una energia cinetica
E non può classicamente oltrepassare la distanza Rc , alla quale tutta l’energia cinetica iniziale si
è trasformata in energia potenziale nel campo elettrico. Grazie all’effetto tunnel quantistico una
frazione di particelle riesce invece a raggiungere la distanza rn alla quale intervengono le interazioni
nucleari

Ne segue che la barriera coulombiana gioca un ruolo determinante, abbassando di un


fattore exp (−Zi Zj ) la probabilità di reazione al crescere del numero atomico delle particelle
interagenti. Tale andamento esponenziale risulta dominante su tutti gli altri fattori, ed in
esso risiede il motivo per cui l’energia di soglia delle reazioni nucleari cresce al crescere di Z.
Il caso della materia stellare, nella quale le particelle interagenti sono ambedue termaliz-
zate, può essere ricondotto all’analisi precedente. Si può infatti mostrare che se le particelle
i e j hanno ambedue una distribuzione di velocità di Maxwell Boltzmannm, anche la dis-
tribuzione delle mutue velocità è una maxwelliana, e per il numero di coppie N(V)dV con
velocità mutua V = |Vi − Vj | tra V e V+dV si ha

2 V 2 µ3/2 − µV 2
N (V ) = Ni Nj ( )1/2 e 2kT = Ni Nj n(V )
π kT 3/2
dove µ = Ai Aj /(Ai + Aj ) è la massa ridotta tipica dei problemi dei due corpi.
Il numero di reazioni per unità di volume ed unità di tempo sarà in definitiva fornito da
Z ∞ Z ∞
n= N (V )PC PN dV = Ni Nj n(V )PC PN dV
0 0

Trascurando il contributo di PN , da ricavarsi da opportune esperienze di laboratorio


e che fuori da eventuali risonanze è funzione lentamente variabile, è istruttivo esaminare
l’andamento della funzione integranda n(V )PC nelle tipiche situazioni stellari.
Assumendo, come verificheremo nel seguito, che il Sole sia sorretto dalla combustione di
idrogeno, l’evidenza geologica che assegna al Sole un’ età superiore ai 4 miliardi di anni, si
traduce nell’evidenza di una lunga vita media dei protoni a fronte delle reazioni di combus-
tione e, di converso, di una probabilità di reazione fortemente ridotta. La grande quantità
di energia emessa dal Sole è quindi figlia non tanto della velocità delle reazioni ma del
grandissimo numero di particelle coinvolte.
Come illustrato in figura 3.10, ciò corrisponde ad una situazione in cui la citata fun-
zione integranda è non nulla solo in un ristretto intervallo di energie nel quale la coda ad
alte energie della maxwelliana interseca il limite inferiore della probabilità di penetrazione
coulombiana. L’andamento dell’integrando in tale regione prende il nome di picco di Gamow
15

Fig. 3.10. Andamento schematico delle due funzioni, l’integrale del cui prodotto regola la velocità
delle reazioni nucleari. La curva a tratti mostra l’andamento del prodotto, che raggiunge un massimo
all’energia di Gamow EG

e l’energia del suo massimo viene indicato come energia di Gamow. Si noti come al crescere
di Zi Zj la probabilità coulombiana si sposti a maggiori energie: al fine di fornire un anal-
ogo contributo energetico la maxwelliana si dovrà anch’essa spostare verso maggiori energie,
richiedendo cioè maggiori temperature.
Nella usuale notazione astrofisica si usa porre
Ni Nj
n= < σV >
1 + δij
ove < σV > rappresenta l’integrale sulle velocità ed il fattore 1+δij (δij =0 per i=j, =1 per
i=j) viene introdotto per generalizzare la formula al caso di particelle identiche per il quale
il numero di coppie risulta Ni2 /2. Il valore di < σV > viene fornito, per ogni reazione, come
funzione della temperatura in base a valutazioni teoriche e sperimentali sull’andamento delle
sezioni d’urto nucleari. La sperimentazione è alle energie di interesse astrofisico è peraltro
resa difficoltosa dalla bassa efficienza delle reazioni e quindi dal basso numero di eventi attesi
dai limitati campioni di materia gestibili in un laboratorio. Tali esperienze vengono quindi
realizzate tipicamente in laboratori sotterranei, quali i Laboratori Nazionali del Gran Sasso
dell’INFN, per quanto possibile schermati dal fondo di segnali prodotto dalla radiazione
cosmica.
Aggiungiamo che nelle valutazioni complessive occorrerà infine tener anche conto della
presenza nel plasma stellare di elettroni liberi la cui carica elettrica negativa tende a scher-
mare i campi elettromagnetici dei nuclei, favorendo le reazioni nucleari (electron screening).
16

Approfondimenti

A3.1. Eccitazione e ionizzazione: formule di Boltzmann e di Saha. Ionizzazione


per pressione.
In accordo con i risultati della meccanica statistica all’equilibrio termodinamico la popolazione
relativa di due stati separati da un’energia ∆E resta regolata dalla nota formula di Boltzmann
n1 g1 −∆E/kT
= e
n0 g0
dove g0,1 rappresentano la degenerazione dei rispettivi stati, cioè il numero di stati quantici
sovrapposti nel medesimo livello energetico. Nel caso di un generico atomo, r-volte ionizzato, la
formula di Boltzman regola la popolazione dei diversi stati eccitati, ricordando che in assenza
di campi magnetici ( trascurabilità dell’effetto Zeeman) ad ogni stato con momento angolare Ji
corrispone una degenerazione data da gi = 2Ji + 1. Se quindi indichiamo con Ei l’energia di
eccitazione del livello ”i”, cioè l’energia che occorre fornire per portarvi un elettrone dallo stato
fondamentale, il popolamento relativo di due qualunque stati eccitati j e k dello ione sarà fornito
dalla
nj gj −(Ej −Ek )/kT
= e
nk gk
Sommando su tutti i possibili stati j si ricava che la frazione di ioni nello stato eccitato k è data
dalla relazione

gk e−Ek /kT
nk =
G
dove
G = g0 + g1 e−E1 /kT + g2 e−E2 /kT + .....
prende il nome di funzione di partizione dello ione. Formule analoghe varranno per ogni specie
atomica e per ogni grado di ionizzazione.
Un qualunque ione isolato ha peraltro infiniti livelli eccitati, e la funzione di partizione diverge.
Nel caso reale gli elettroni liberi si trovano nel campo di ioni ed elettroni. L’energia di elettrone
libero nel plasma stellare diminuisce allora di un fattore −e2 /RD ove RD è il cosiddetto raggio di
Debyee con esso diminuisce l’energia di ionizzazione. A causa di tale abbassamento del continuo il
numero di livelli diventa finito e viene evitata la divergenza delle funzioni di partizione.
Analoghe considerazioni possono essere applicate ai processi di ionizzazione. Dal bilancio ener-
getico del prodesso di ionizzazione di uno ione Ar r volte ionizzato

Ar → Ar+1 + e
si può ricavare (equazione di Saha)

nr+1 ne Gr+1 2 2πme kT 3/2 −χr /kT


= ( ) e
nr Gr h2
dove χr rappresenta l’energia necessaria per estrarre un altro elettrone dall’atomo r-volte ioniz-
zato.
Al crescere della densità il raggio di Debye diminuisce e cresce l’abbassamento del continuo.
Calcoli dettagliati mostrano che a densità dell’ordine di 103 gr/cm3 gli atomi di idrogeno finiscono
l’essere totalmente ionizzati: tale fenomeno prende il nome di ionizzazione per pressione.
17

Fig. 3.11. Schema del meccanismo di ionizzazione per pressione. Atomi sufficientemente distanti
si comportano come buche di potenziale isolate (1) che ammettono tutta una serie di livelli legati
per gli elettroni. Avvicinandosi gli atomi (2) le buche di potenziale tendono a fondersi, abbassando
il livello del continuo e distruggendo gli stati legati a energia superiore.

A3.2. Degenerazione elettronica. Equazione di stato di un gas di Fermi


La teoria cinetica dei gas, cosı̀come sviluppata nella meccanica statistica, mostra come il concetto di
temperatura sia indissolubilmente connesso col concetto di equilibrio termico.Il principio fondamen-
tale è che per ogni prefissato insieme di N particelle contenute in un volume V e di assgnata energia
totale E tutte le possibili configurazioni microscopiche compatibili con le assegnate condizioni sono
equiprobabili. Ne segue che il macrostato che finisce con il realizzarsi è quello cui corrisponde la
massima probabilità, cioè il maggior numero di microstati. E’ questo quello che noi chiamiamo
equilibrio termico. L’obiettivo primario della meccanica statistica è dunque quello di valutare tutti
i diversi possibili stati microscopici corrispondenti ad una assegnata energia totale E delle particelle
del sistema. E’ noto come su questa base si giunga alla nota distribuzione di Maxwell-Boltzmann
per la velocità delle particelle a prefissata temperatura T.
La considerazione della natura quantistica delle particelle introduce, salvando il principio,
notevoli modifiche al calcolo classico delle configurazioni microscopiche. Dal principio di indeter-
minazione di Heisenberg (∆px ∆x = h) si ricava che il numero di stati permessi per una particella
contenuta in un volume V e con quantità di moto p compresa tra p e p + dp è dato da

1
∆N = 4πp2 dpV = g(p)dpV
h3
dove g(p) rappresenta la densità degli stati. La distribuzione delle particelle in tali possibili
stati deve essere valutata con l’ulteriore avvertenza che la meccanica quantistica opera su particelle
indistinguibili, il che implica che non si devono considerare distinti due stati se due particelle si sono
solo scambiate di posto. Tale distribuzione dipende infine da proprietà globali delle particelle che,
in natura, appartengono ad una delle due classi:
Fermioni: particelle a spin (momento angolare intrinseco) semiintero, quali elettroni, protoni e
neutroni,
Bosoni: particelle a spin intero o nullo, quali fotoni, mesoni, nuclei di He3 .
Per le particelle a spin semiintero sussiste l’ulteriore condizione (principio di esclusione di Pauli)
secondo la quale uno stato non può essere occupato da più di una particella, da cui discende che non
più di due elettroni (con spin opposto) possono occupare uno stato di moto, talchè g(P ) = 8πp2 /h3 .
Se ne trae la statistica di Fermi-Dirac, secondo la quale, detta n(p)dp la densità di elettroni tra p e
p + dp,

2
n(p)dp = 4πp2 dpP (E)
h3
18

Fig. 3.12. Il valore del parametro α al variare di ρT −3/2 /µe

Fig. 3.13. Mappatura nel piano ρ/µe , T del valore del parametro di degenerazione Φ = -α

dove l’indice di occupazione P (E) di uno stato è dato da

P (E) = 1/(eα+E/kT + 1)
e dove, per ogni assunto valore della densità di elettroni ne e e della temperatura T , il valore di
α resta determinato della condizione
Z
n(p)dp = ne

Poichè ρ = ne µe H, il valore di α resta fissato per ogni coppia di valori T, ρ/µe (Fig. 3.12, 3.13).
Si noti come in ogni caso P (E) ≤ 1 come vuole il principio di esclusione di Pauli. Al crescere di
ne decresce α, che da valori grandi e positivi (gas classico) raggiunge grandi valori negativi (gas
degenere). Nel caso di gas classico P (E) << 1 per tutte le energie. Nel caso completamente degenere
α << 0 e

P (E) = 1 per E/kT < |α|

P (E) = 0 per E/kT > |α|

cioè tutti gli stati sono occupati sino all’energia E = |αkT |, che prende il nome di energia di
Fermi. In tale caso
Z
8π 3
ne = n(p)dp = pmax
3h3
19

Fig. 3.14. Il rapporto 2/3 F3/2 /F3/2 , che rappresenta la correzione di degenerazione alla pressione
di gas perfetto, in funzione del parametro α.

che mostra come al crescere di ne cresce l’energia massima raggiunta dagli elettroni. Tale ac-
cadimento è subito compreso osservando che in degenerazione completa tutti gli stati ad energia
minore sono occupati, e ove si spingano altri elettroni nell’unità di volume essi devono andare ad
occupare stati ad alta energia. Si comprende anche come al crescere di ne si giunga infine a spingere
gli elettroni ad energie relativistiche anche a basse temperature.
Nel caso generale, ed in approssimazione non relativistica, si ha E = p2 /2me da cui

p2 dp
Z Z

ne = n(p)dp =
h3 0 eα+p2 /2me kT +1
2
con la sostituzione x = p /2me kT si ottiene

x1/2 dx 4π(2me kT )3/2
Z

ne = (2me kT )3/2 = F1/2 (α)
h3 0
eα+x +1 h3
dove F1/2 (α), come definito dalle precedenti relazioni, prende il nome di funzione ”1/2” di
Fermi. Come già ricavato per il caso del gas perfetto (→ A2.1), la pressione elettronica discende dal
momento trasportato, da cui

8π(2me kT )3/2
Z
1
Pe = pve n(p)dp = kT F3/2 (α)
3 0
3h3
con analoga definizione della funzione di Fermi F3/2 . Per α → ∞, F3/2 /F1/2 → 3/2 e quindi in
assenza di degenerazione si ritrova l’equazione di stato di un gas perfetto di elettroni Pe = ne kT
Per la pressione del gas si può quindi porre

k 8π(2me kT )3/2
P = Pi + Pe = ρT + kT F3/2 (α)
µH 3h3
Ricordando che ne = ρ/µe H si ottiene infine

k µ
P = Pi + Pe = ρT [1 + Φ(α)]
µH µe
dove Φ(α) = 2/3(F3/2 /F1/2 rappresenta il contributo addizionale portato alla pressione dalla
degenerazione elettronica . Per ogni coppia di valori ρ, T è possibile ricavare il valore di α e per ogni
α ottenere P dalle correnti tabulazioni di F1/2 e F3/2 (Fig.3.14).
In letteratura è frequentemente utilizzato il parametro di degenerazione Ψ = −α. Si può
mostrare che ΨkT fornisce il potenziale termodinamico di Gibbs per elettrone. Per Ψ < −4 il
gas di elettroni ha un comportamento classico, −4 < Ψ < 4 rappresenta la zona di degenerazione
parziale, mentre per Ψ > 4 nel gas domina la pressione di degenerazione.
20

Notiamo infine che la presenza di degenerazione elettronica modifica anche il comportamento


termodinamico che abbiamo studiato nel caso di una miscela di gas perfetto e radiazione (→ A2.1).
Utilizzando la stessa linea di ragionamento adottata in quella occasione, dovremo portare

P
T ds = dU − dρ
ρ2
nella forma

T dS = CP dT − EP dP
ricordando però che ora

ρ = ρ(Ψ, T )
P = Pe (Ψ, T ) + Pi (ρ, T ) + Pr (T ) = P (Ψ, T )
Con una lunga serie di passaggi e sostituzioni è possibile ottenere dΨ in funzione di
P, T, ρ, Ψ, dP, dT , e utilizzando la formula di ricorrenza per le funzioni di Fermi

dFn (Ψ)
= nFn−1 (Ψ)

si ottiene infine

P HP (4 − 3β/2)2 15
CP = ( − β)
ρT ρkT L(Ψ) 4
1 HP (4 − 3β/2) 3
EP = ( − )
ρ ρkT L(Ψ) 2
dove

1 2 F1/2 (Ψ)
L(Ψ) = +
µi µe F−1/2 (Ψ
e β = PG /P = (Pi + Pe )/P essendo P, come di consueto, la pressione totale. Al limite di non
degenerazione (Ψ → −∞) L(Ψ) tende a 1/µi + 1/µe e le relazioni precedenti si riconducono alle
corrispondenti formule per un gas non degenere.
Nel caso di completa degenerazione è facile ricavare direttamente le relazioni tra pressione e
densità. Nel caso non relativistico per la quantità di moto si ha p = me ve , da cui
pmax pmax
p2 8πp2 8π p5max
Z Z
Pe = pve n(p)dp = 3
dp =
0 0
me h 15 me h3
e poiché

8π pm ax3
ne =
3 h3
ricordando che ne = ρ/µe H si ricava infine

3 2/3 h2 ρ
Pe = ( ) ( )5/3
8π 5me H 5/3 µe
.
Nel caso relativistico
me ve pc
p= da cui ve =
(1 − ve2 /c2 )1/2 [(me c)2 + p2 ]1/2
dalla quale, con percorso analogo al caso precedente non relativistico

1 3 1/3 hc ρ
Pe = ( ) ( )4/3
8 π H 4/3 µe
21

A3.3. Interazione radiazione elettrone libero: lo Scattering Thomson


Le leggi di conservazione proibiscono che un fotone venga assorbito da un elettrone libero.
Nell’ipptesi di elettrone a riposo ed energie non relativistiche si dovrebbe ad esempio richiedere:

1 hν
hν = me v 2 = me V
2 c
che ammette solo la non-soluzione v = 2c. Un fotone però può essere deflesso scatterato e, nel
caso più generale Effetto Compton, le leggi di conservazione:

hν + me c2 = hν0 + mc2
hν/c = mv + hν 0 /c
forniscono l’atteso valore di ν0 per ogni angolo di deflessione. Al limite non relativistico di basse
energie l’effetto Compton si riduce allo scattering Thomson, la cui efficienza può essere calcolata
anche classicamente.
La forza agente su un elettrone a riposo in un campo di radiazione elettromagentica in cui il
campo elettrico è descritto dalla relazione

E = E0 sinωt
si avrà F = eE = me a. L’accelerazione dell’elettrone risulta quindi pari, istante per istante, a

a = F/me = eE0 sinωt/me

Dalle leggi classiche dell’elettromagnetismo è noto che una carica accelerata irradia una potenza

2 e2 a2 2 e4 E02 sin2 ωt
P = =
3 c 3 3 c3 m2e
Nel contempo, la potenza trasportata per unità di area dall’onda incidente e’ data dal modulo
del vettore di Pynting
c c 2
S = | E ∧ H| = E0 sin2 ωt
4π 4π
Un elettrone diffonde quindi una frazione della potenza incidente

8π e2 2
σT = P/S = ( )
3 me c2
In termini di fotoni σT rappresenta quindi la probabilità che un fotone sia diffuso da un elettrone,
e ne σT sarà la probabilità che un fotone sia diffuso da ne elettroni nell’unità di volume.

A3.4. La media di Rosseland


L’equazione del gradiente radiativo è stata in precedenza ricavata sotto l’assunzione di un cammino
libero medio comune per tutti i fotoni o, in altra parole, di una opacità indipendente dalla frequenza
della radiazione caso grigio. Discutendo i meccanismi di opacità si è peraltro già indicato come tale
assunzione sia in generale lungi dall’essere verificata. Per ogni prefissata frequenza ν della radiazione
potremo definire λ(ν) come il cammino libero medio dei fotoni con frequenza compresa tra ν e ν +dν,
una corrispondente opacità κ(ν) = 1/ρλ(ν), restando valida per ogni frequenza la relazione

dP (ν)
= κ(ν)ρcΦ(ν)
dr
dove P (ν)dν e Φ(ν)dν rappresentano il contributo alla pressione ed al flusso della radiazione
portato dai fotoni con frequenza compresa tra ν e ν + dν. Indicando inoltre con E(ν) la densità di
energia radiativa nello stesso intervallo di frequenza, si avrà

E(ν)
P (ν) =
3
e sarà possibile porre in relazione il flusso totale con la densità di energia tramite la relazione
22

Z ∞ Z ∞
c 1 dE(ν)
Φ= Φ(ν)dν = dν
0
3ρ 0
κ(ν) dr
Per il noto teorema della media potremo definire κ attraverso la relazione
Z ∞ Z ∞
1 dE(ν) 1 dE(ν)
dν = dν
0
κ(ν) dr κ 0
dr
dove κ prende il nome di media di Rosseland dell’opacità, ricavando

c 1 dE
Φ=
3ρ κ dr
e da E = aT 4 si ricava infine una relazione per il gradiente radiativo del tutto analoga a quanto
ricavato nel caso grigio, ma con l’intervento di κ al posto di κ. Poichè in equilibrio termodinamico
la E(ν) = B(ν, T ) per la media di Rosseland si avrà

R∞ 1 dE(ν)
R∞ 1 dB(ν,T )
R∞ 1 dB(ν,T ) dT
R∞ 1 dB(ν,T )
1 0 κ(ν) dr
dν 0 κ(ν) dr
dν 0 κ(ν) dT dr
dν 0 κ(ν) dT

= R ∞ dE(ν) = R ∞ dB(ν,T ) = R ∞ dB(ν,T ) dT = R∞ dB(ν,T )
κ dν dν dν dν
0 dr 0 dr 0 dT dr 0 dT
23

Origine delle Figure

Fig.3.1 Castellani V. 1985, ”Astrofisica Stellare, Zanichelli


Fig.3.2 Clayton D.D. 1983, ”Principles of Stellar Evolution and Nucleosynthesis”, McGraw-Hill
Fig.3.3 Clayton D.D. 1983, ”Principles of Stellar Evolution and Nucleosynthesis”, McGraw-Hill
Fig.3.4 Hayashi C., Hoshi R., Sugimoto D. 1962, Progr. Theor. Physics, Suppl 22.
Fig.3.5 Ezer D., Cameron A.G.W. 1963, Icarus 1, 422.
Fig.3.6 Castellani V. 1985, ”Astrofisica Stellare, Zanichelli
Fig.3.12 Clayton D.D. 1983, ”Principles of Stellar Evolution and Nucleosynthesis”, McGraw-Hill
Fig.3.14 Clayton D.D. 1983, ”Principles of Stellar Evolution and Nucleosynthesis”, McGraw-Hill

(Version 3.2)
Capitolo 4

Le basi fisiche dell’evoluzione stellare

4.1. La formazione di strutture autogravitanti


Le considerazioni svolte nel precedente capitolo forniscono un quadro generale dei
meccanismi fisici che riteniamo operare nelle strutture stellari determinandone le pro-
prietá. Inserendo adeguate valutazioni dell’efficienza di tali meccanismi nelle equazioni
dell’equilibrio stellare discusse nel secondo capitolo e utilizzando i sistemi di calcolo nu-
merico ivi presentati sará possibile operare previsioni teoriche sul comportamento nel tempo
di tali strutture, per ogni assunto e prefissato valore della massa e della composizione chim-
ica. Diviene cosí possibile investigare quantitativamente il destino evolutivo degli oggetti
stellari al duplice fine di interpretare le strutture stellari oggi osservate in termini dei loro
parametri evolutivi e, nel contempo, di comprendere il ruolo che le stelle hanno svolto e
stanno svolgendo nell’evoluzione nucleare della materia dell’Universo.
Prima di entrare in tali dettagliate valutazioni, dedicheremo peraltro questo capitolo a
precisare il quadro entro il quale tali risultati evolutivi devono muoversi in base a consider-
azioni generali sulla natura e il funzionamento della ”macchina stella”. Per ciò che riguarda
in particolare l’origine di tali strutture, si è più volte indicato come una stella sia il risul-
tato della contrazione di una massa di gas interstellare nel quale il campo gravitazionale
abbia finito col prevelere sull’energia termica delle particelle. Si può ottenere una stima dei
rapporti tra le grandezze in gioco richiedendo che alla periferia di una nube di massa M e
raggio R l’energia gravitazionale di un atomo di idrogeno superi la sua energia di agitazione
termica

MH
G > kT
R
Collegando la massa alla densità media della nube, M = 43 πR3 ρ, si può esprimere R3 in
funzione di M, ρ, ottendendo cosı̀

M 2ρ 3 k 3
> ( )
T3 4π GH
che mostra come per ogni prefissata coppia di valori ρ e T della nube protostellare esista
una massa minima in grado di contrarre (Massa di Jeans). Come era da attendersi, la massa
di Jeans risulta tanto minore quanto minore è la temperatura o quanto maggiore è la densità.
Se per una tipica nube interstellare assumiamo una temperatura T ∼ 100K ed una densità di

1
2

∼ 20 atomi cm−3 si trova una massa minima di circa un migliaio di masse solari, dell’ordine
quindi di quella osservata per gli ammassi stellari di disco.
Ciò suggerisce un semplice schema che giustifica, sia pur qualitativamente, la formazione
di tali ammassi e, più in generale, l’esistenza di ammassi stellari. Una nube che abbia rag-
giunto la massa critica, o per fluttuazioni di densità o per raffreddamento, inizia infatti a
collassare perchè la forza gravitazionale prevale sull’agitazione termica. A bassa temperatura
il gas è non ionizzato e trasparente alla radiazione, l’energia acquistata nella contrazione
viene irradiata nello spazio ed il collasso procede quasi isotermicamente. Aumenta peraltro
la densità e diminuisce quindi la massa critica di Jeans, rendendo possibile ulteriori frag-
mentazioni in scala gerarchica. Tali fragmentazioni terminano quando, al procedere della
contrazione, la radiazione tende sempre più a restare intrappolata nel gas e la temperatura
del gas stesso inizia ad aumentare. Dall’ultima generazione di fragmentazioni nasceranno le
stelle dell’ammasso.
La formazione delle strutture stellari è peraltro processo estremamente complesso che
coinvolge il trattamento idrodinamico del gas in contrazione, non escluso l’intervento di
campi magnetici, e che esula dai limiti della presente trattazione. E’ nondimeno istruttivo
utilizzare ancora la relazione precedente per valutare la densità minima corrispondente a
masse di Jeans dell’ordine delle comuni strutture stellari. Si ricava infatti facilmente che per
l’instabilità gravitazionale deve essere

ρ ≥ 4 1044 T 3 /M 2
Ponendo come limite inferiore delle possibili temperature il valore della radiazione di
fondo (T ∼ 3K), per M = 1M si ottiene cosı̀ ad esempio ρ ≥ 10−18 grcm−3 , corrispondente
a circa 106 atomi di idrogeno per centimetro cubo.

4.2. Strutture di equilibro e teorema del viriale


Con semplici procedure basate sulla terza legge di Newton si può agevolmente mostrare
(→ A4.2) che per un qualsiasi sistema isolato di particelle autogravitanti vale il Teorema del
Viriale nella forma

d2 I
2T + Ω =
dt2
dove T =energia cinetica totale = Σi 21 mi vi2 estesa a tutte le particelle del sistema, Ω =
energia (negativa) di legame gravitazionale ( = 0 per r → ∞) e I è il momento di inerzia
del sistema.
Le fasi iniziali del processo di formazione stellare sono sotto il controllo dei tempi scala
meccanici del collasso gravitazionale ed il sistema è ben lontano dalle condizioni di quasi
stazionarietà ( quasi equilibrio che abbiamo definito essere caratteristiche di una struttura
stellare. Al progredire della contrazione l’innalzamento della temperatura finisce con il fa-
vorire fenomeni di ionizzazione, cresce l’opacità radiativa, l’energia guadagnata nella con-
trazione viene ceduta al gas, innalzandone temperatura e pressione, ed i tempi scala passano
da tempi scala meccanici a tempi scala termodinamici. Le strutture raggiungono cosı̀ con-
dizioni di quasi equilibrio, d2 I/dt2 → 0 e le strutture stesse restano sotto il controllo del
viriale nella forma

2T + Ω = 0
Da questo momento potremo dire di essere in presenza di una struttura stellare, struttura
che rimarrà sotto il controllo del viriale sinché non si giunga ad una eventuale fase finale
esplosiva. Si noti che l’alta opacità della materia nelle fasi iniziali, inibendo il trasporto
3

radiativo, tende a indurre estesi moti convettivi, talché si ritiene in genere lecito assumere
strutture iniziali totalmente convettive e, di conseguenza, chimicamente omogenee.
E’ utile notare che la precedente espressione del viriale non rappresenta qualcosa di mis-
terioso o magico ma, al contrario, fornisce in forma quantitativa una ovvia condizione di
equilibrio per le strutture. L’equilibrio tra le forze di gravità e quelle di pressione richiede
infatti che all’aumentare della gravità (al decrescere di Ω) aumenti la temperatura per au-
mentare la pressione. E’ facile ricavare dal viriale anche le linee generali di evoluzione di
un sistema autogravitante. A causa dell’irraggamento dalla superficie (e talora anche per
emissione di neutrini) il sistema perde infatti continuamente energia. Se tale perdita non è
bilanciata da una qualche sorgente interna di energia (quali le razioni nucleari) temperatura
tenderebbe a decrescere. Se la pressione é controllata dalla temperatura, la stella deve al-
lora contrarre su tempi scala termodinamici (o di Kelvin-Helmotz. Il viriale ci dice che per
rimanere in equilibrio deve risultare

dT = −dΩ/2
cioé metà dell’energia guadagnata nella contrazione deve andare ad innalzare il contenuto
termico della struttura, mentre l’altra metà supplisce alle perdite per radiazione. La perdita
di energia quindi finisce col produrre un innalzamento della temperatura e, in questi senso,
una struttura autogravitante può essere riguardata come un sistema termodinamico a calore
specifico negativo.
Ma quello che quı̀ più interessa è che tale relazione mostra come la storia di una stella
sia la storia di una progressiva contrazione di una sfera di gas autogravitante e del con-
temporaneo continuo innalzamento del contenuto termico della struttura. In tal senso una
qualunque stella altro non è che una macchina naturale per innalzare la temperatura di un
agglomerato di particelle. Se le particelle che compongono il gas stellare fossero puntiformi
e non interagenti, la contrazione non avrebbe termine, né avrebbe termine il continuo in-
nalzamento delle pressioni e delle temperature. Ma le particelle sono atomi, composti da
un nucleo centrale circondato dagli elettroni periferici, e nel corso della contrazione possono
intervenire due possibili tipi di fenomeni, a seconda dei valori di temperatura-densità che
vengono raggiunti:

i) gli elettroni degenerano, cosı̀ che la pressione non dipende più dalla temperatura. La
contrazione è arrestata dalla pressione degli elettroni degeneri,

ii) vengono raggiunte temperature alle quali diventano efficienti le reazioni nucleari.

Minore è la massa di una stella, maggiore è in genere la densità e minore la temperatura


delle zone centrali. Stelle di massa sufficientemente piccola (M ≤ 0.1M ) degenerano ancor
prima di raggiungere le temperature di fusione dell’idrogeno. Stelle di massa leggermente
superiore (0.1M ≤ M ≤ 0.5M ) innescano l’idrogeno ma degenerano prima di innalzare le
temperature sino a innescare la combustione dell’elio. Stelle più massicce degenerano prima
di innescare la combustione del carbonio. In stelle ancora più massicce la contrazione è
destinata a proseguire, innescando tutte le combustioni esotermiche, sino a raggiungere le
ultime fasi esplosive.
Se e quando nelle regioni centrali di una struttura inizia a divenire efficiente una sor-
gente nucleare di energia, l’energia cosı̀ prodotta va a supplire alle perdite per radiazione,
rallentando la contrazione. La contrazione deve in ogni modo continuare (innalzando la tem-
peratura) sino a quando l’energia nucleare prodotta giunge a bilanciare esattamente quella
persa dalla struttura. In tali condizioni la contrazione guidata dalle perdite di energia si
arresta e, se si trascurassero le variazioni di composizione chimica indotte dalle reazioni
nucleari, la struttura risulterebbe indefinitamente stabile.
4

In realtà le reazioni di fusione nucleare, agglutinando due o più nuclei in un unico prodotto
di reazione, diminuiscono il numero di particelle. Diminuisce quindi la pressione, rompendo
l’equilibrio idrostatico, e la stella deve quindi contrarre, ora però su tempi scala nucle-
ari. L’aumento di temperatura guidato da tale contrazione dovrà anche essere in grado di
mantenere la produzione di energia ai livelli necessari a fronte del progressivo consumo del
combustibile nucleare disponibile. Si noti che da quanto sinora indicato si ricava che l’energia
irraggiata da una stella NON è determinata dall’efficienza delle reazioni nucleari, essendo
invece vero il viceversa: l’efficienza delle reazioni è regolata dalla necessità di bilanciare il
preesistente fabbisogno energetico della struttura. E’ questa una evidenza che sarà necessario
tener presente nel seguito per comprendere alcune caratteristiche dell’evoluzione stellare.
La storia di una stella è quindi la storia di una continua contrazione, di volta in volta
rallentata dall’innesco di reazioni nucleari, con una continua alternanza di tempi scala ter-
modinamici e nucleari. Ricordando come la temperatura di efficienza delle reazioni nucleari
sia regolata dalla repulsione coulombiana, è facile prevedere che, al passare del tempo ed
all’aumentare della temperatura, nelle regioni centrali di una stella inizierà prima la com-
bustione dell’idrogeno, seguita -in successione a partire dall’elio- dalla combustione degli
elementi più pesanti prodotti delle precedenti combustioni. Tale alternanza si interrompe
definitivamente se la degenerazione elettronica interviene a bloccare la contrazione. Ove ciò
non avvenga (stelle massive) dobbiamo prevedere che una struttura stellare quasi statica
giunga fatalmente al suo termine quando nelle zone centrali si sia formato un nucleo di ferro
giunto al limite della fusione nucleare (∼ 5 109 K). Come più volte indicato tale fusione è en-
dotermica, e ne consegue un processo di contrazione reazionato positivamente che riporterà
la struttura su tempi scala meccanici, ponendo fine all’evoluzione stellare con la possibile
distruzione e dispersione di parte della struttura.
L’innesco della reazione endotermica induce infatti un assorbimento di energia che ac-
celera la contrazione, che a sua volta incrementa la temperatura centrale e l’efficienza della
reazione stessa. Ci si attende come risultato un collasso della struttura. Pur senza entrare qui
nel merito dei meccanismi fisici che regolano e controllano tale collasso, ricordiamo che ci si
attende nel nucleo stellare una intensa produzione di neutroni e neutrini e, contemporanea-
mente, un subitaneo innalzamento della temperatura che riattiva reazioni nucleari in gran
parte della struttura (nucleosintesi esplosiva). E’ in questa fase che può venire eiettata nello
spazio una consistente frazione della struttura medesima, iniettando nel gas interstellare gli
elementi sintetizzati nell’intero corso dell’evoluzione nucleare della struttura.

4.3. Combustioni termonucleari: la catena protone-protone


Per precisare ulteriormente il quadro evolutivo emerso dal teorema del viriale conviene esam-
inare più in dettaglio la serie di reazioni nucleari che ci attendiamo divengano efficienti nel
gas stellare al progressivo aumentare della temperatura. Tra le moltissime reazioni nucleari
in linea di principio efficienti soffermeremo la nostra attenzione solo su quelle che definiamo
come significative, e che appartengono a due distinte categorie:

i) Reazioni che per l’abbondanza del combustibie ed il valore della sezione d’urto pre-
dominano nettamente e dalle sole quali dipende la produzione di energia

ii) Reazioni che pur non contribuendo apprezzabilmente alla produzione di energia
possono lentamente sintetizzare prodotti di reazione di particolare rilevanza nel quadro
dell’evoluzione della composizione nucleare della materia stellare.
Sulla base delle considerazioni sin qui svolte appare evidente che al progressivo crescere
della temperatura debbano per prime divenire efficienti le reazioni nucleari cui corrisponde
la minor repulsione coulombiana, cioè quelle tra due protoni. Ciò, in linea di principio, è
5

Fig. 4.1. Le reazioni della catena protone-protone, con sottolibeate le reazioni primarie.

certamente vero, ma è anche vero che i protoni, giunti a reagire nuclearmente decadono con
grandissima probabilità nuovamente in due protoni (scattering nucleare) e solo una piccol-
issima frazione dei nuclei composti decade lungo il canale di fusione, in grado di produrre
energia

p + p → D + e+ + ν
fortemente inibito dal necessario intervento delle interazioni deboli. Per tale motivo, attorno
ai 106 K le prime fusioni a diventare efficienti sono le combustioni degli elementi leggeri D, Li,
Be e B con protoni. Ci si attende peraltro che l’abbondanza di tali elementi nel gas stellare
sia molto piccola, e corrispondentemente piccolo è il contributo delle fusioni all’energetica
della struttura. L’effetto principale, oltre alla distruzione degli elementi stessi, consisterà
in un momentaneo rallentamento della contrazione gravitazionale ed in una trascurabile
produzione di 3 He e 4 He, secondo canali di combustione che ritroveremo discutendo qui di
seguito la combustione dell’idrogeno.
Solo quando la temperatura raggiunge, orientativamente, i 5 − 6 106 K il numero di
reazioni nucleari pp è aumentato al punto da rendere efficiente anche il canale di fusione di
due protoni in un nucleo di deuterio D, secondo la reazione già in precedenza indicata. Il
deuterio prodotto è peraltro in grado di reagire nuclearmente con un altro protone,

D + p →3 He + γ
cui segue tutta una catena di reazioni impostata sui vari prodotti di combustione che converrà
esaminare in qualche dettaglio. Alle minori temperature l’3 He prodotto tende ad accumularsi
come prodotto di reazione. Solo attorno a 8106 K diviene efficiente la reazione di combustione

3
He +3 He →4 He + 2p
mentre attorno ai 15 milioni di gradi diviene efficiente anche la reazione concorrente

3
He +4 He →7 Be + γ
di fusione di 3 He con i nuclei di 4 He certamente presenti nel gas stellare almeno come
conseguenza della nucleosintesi cosmologica. Si noti come le due ultime reazioni esaminate
6

Fig. 4.2. Efficienza relativa delle catene di combustione pp al variare della tempeatura (in milioni
di gradi).

contemplino di fatto la fusione di due nuclei di elio, mentre resta peraltro inibita la reazione
”debole” 3 He + p →4 He + e+ + ν.
Esperienze di laboratorio indicano che il 7 Be è nucleo instabile per cattura K, cioè per
cattura di un elettrone dell’orbita più interna, con tempo di dimezzamento di 57 giorni.
Tale processo non può peraltro essere efficiente nelle stelle, perchè alle temperature in esame
ci si attende che il 7 Be sia completamente ionizzato. In tali condizioni il nucleo può però
catturare un elettrone del plasma stellare, iniziando una catena di reazioni che conduce infine
alla formazione di due nuclei di 4 He. Si noti come tale reazione non risulti governata dalla
repulsione coulombiana.
E’ invece regolata dalla repulsione coulombiana l’alternativa cattura di un protone per
formare 8 B e, attraverso una serie di decadimenti, 8 Be e infine 24 He. L’efficienza di questa
reazione aumenta quindi al crescere della temperatura, e a circa 2 107 K essa finisce col
prevalere sulla concorrente cattura elettronica. Di particolare rilevanza in questa catena di
reazioni i neutrini prodotti nel decadimento del 8 B, che a causa della grande energia furono
i primi ad essere rilevati nelle esperienze di rilevazione dei neutrini solari (→ A5.5)
La Figura 4.1 riporta uno schema riassuntivo della catena di reazioni originate dalla
fusione di due protoni, nota come catena pp. Come indicato nella figura, al variare della
temperatura sono possibili tre diverse sequenze di reazioni (ppI. ppII e ppIII) che conducono
in ogni caso al comune risultato di fondere 4 protoni in un nucleo di 4 He. La Figura 4.2
mostra l’efficienza relativa di questi diversi canali al variare della temperatura. Ad evitare
equivoci ricordiamo che all’aumentare della temperatura aumenta l’efficienza di tutte le
reazioni e quindi di tutte e tre le catene pp: la figura 4.2 riporta il contributo relativo delle
tre catene alla produzione totale di energia.

4.4. Elementi primari ed elementi secondari


Chi avesse dimestichezza con le famiglie di elementi radioattivi naturali riconoscerebbe nella
catena pp tutta una serie di elementi ”secondari”, i cui nuclei sono contemporaneamente
prodotti e distrutti nella sequenza di reazioni. In tale condizione le abbondanze di questi
elementi tendono verso condizioni di equilibrio, ed i nuclei non intervengono più nel deter-
minare la velocità delle reazioni se non in maniera indiretta. Illustreremo tale caratteristica
nel caso del deuterio.
Per il deuterio si ha infatti una reazione di produzione (p + p →) ed una di distruzione
(D + p →). Poichè per ogni reazione viene creato o distrutto un nucleo di deuterio, il numero
di nuclei creati o distrutti nell’unità di volume e nell’unità di tempo sarà dato dalle relazioni

dN2 N2
Processi di creazione → = n1,2 = 1 < σ11 v >
dt 2
7

Fig. 4.3. Il rapporto di equilibrio D/H al variare della temperatura T in milioni di gradi.

dN2
Processi di distruzione → = −n12 = −N1 N2 < σ12 v >
dt

dove 1 e 2 fanno riferimento rispettivamente a protoni e deutoni. Ne segue che che il


numero di deutoni nell’unità di volume varia col tempo secondo la relazione
dN2
= n11 − n12
dt
Qualunque sia l’abbondanza iniziale del deuterio (ma in realtà ce ne attendiamo molto
poco) si ricava che l’abbondanza di tale elemento deve evolvere verso la condizione di equi-
librio

n11 = n12
da cui si trae per le abbondanze di equilibrio

N2 1 < σ11 v >


( )eq =
N1 2 < σ12 v >
E’ subito visto infatti che se N2 > N1 allora σ12 > σ11 , e viceversa, cosı̀ che le abbondanze
evolvono necessariamente verso l’equilibrio. Ricordando che le abbondanze in numero sono
legate a quelle in massa dalla relazione Xi = Ni Ai H/ρ per le abbondanze in massa di
equilibrio potremo scrivere (X2 /X1 )eq =< σ11 v > / < σ12 v >.
Si può ottenere una scala dei tempi per il raggiungimento dell’equilibrio osservando che,
per esempio, se N2  (N2 )eq prevale la reazione di distruzione, per la quale

1 dN2 d
= lnN2 = −N1 < σ12 v >
N2 dt dt
da cui N2 = N20 e−t/τ con τ = 1/(N1 < σ11 v >). Per una miscela ricca di idrogeno e per
temperature in cui la fusione pp è efficiente si trova cosı̀ (X2 )eq ≤ 10−18 , τ ≤ 1 secondo. Le
condizioni di equilibrio sono cioè raggiunte in tempi rapidissimi e senza una apprezzabile
variazione della composizione chimica della materia (Figura 4.3)
All’equilibrio ogni reazione p+p è necessariamente seguita da una reazione D+p, talchè
si può direttamente assumere che ogni reazione p+p abbia per risultato la scomparsa di
tre protoni e la sintesi di un nucleo di 3 He, la velocità di produzione restando regolata
solo dal valore di n11 . In questo senso il deuterio è elemento secondario, come lo sono
anche 7 Be,7 Li,8 Be,8 B la cui dettagliata valutazione risulta inessenziale sia ai fini della
evoluzione chimica che a quelli della produzione di energa della catena pp, fermo restando
8

Fig. 4.4. La concentrazione all’equilibrio di 3 He (a sinistra) e il tempo (in anni) per raggiungere
l’equilibrio stesso (a destra) in funzione della temperatura in milioni di gradi .

che alle restanti reazioni primarie occorrerà associare i prodotti in particelle ed i contributi
energetici provenienti dalle reazioni secondarie che le seguono.
Cosı̀ gli effetti delle due prime reazioni della catena
p + p → D + e+ + ν (+Q11 )
D + p →3 He + γ (+Q12 )
ove con Qii indichiamo l’energia rilasciata nella singola reazione eventualmente decurtata
della enrgia sotto forma di neutrini,restano compiutamente descritti dalle relazioni

dN1 dN3
= −3n11 = n11
dt dt
dQ
= n11 (Q11 + Q12 )
dt
ove le prime due regolano, con ovvio significato dei simboli, la variazione col tempo del
numero di particelle per unità di volume e la terza fornisce l’energia prodotta per unitaà di
tempo sempre nell’unità di volume. Da quest’ultima si ricava immediatamente la produzione
di energia per grammo e per secondo della ppI:

1 dQ
ε=
ρ dt
Resta da notare che alcuni elementi, come nel nostro caso l’3 He, possono comportarsi da
primari o secondari a seconda della temperatura che regola il valore della sezione d’urto di
distruzione. A basse temperature la sezione d’urto 3 He +3 He è molto piccola e la compo-
sizione d’equilibrio -sempre esistente- è corrispondentemente non solo molto alta ma anche
raggiunta in tempi lunghi. L’evoluzione dell’ abbondanza di 3 He deve quindi essere seguita
in dettaglio e l’3 He si comporta come elemento pseudoprimario. Al crescere della temper-
atura aumenta la sezione d’urto di distruzione e l’3 He diviene a tutto rigore un secondario
(Fig. 4.4)

4.5. Traiettorie evolutive per fusione di particelle cariche


Esaminando in generale le proprietà dei nuclei è possibile porre in luce quanto di non oc-
casionale vi è nel tipo di reazioni nucleari che abbiamo incontrato discutendo la catena
pp e che incontreremo illustrando le altre combustioni. Come già richiamato nel I capitolo
9

Fig. 4.5. La sequenza dei nuclei stabili é contornata da nuclei instabili che con decadimenti β + o
β − si portano nella configurazione di equilibrio, cui corrisponde un massimo dell’energia di legame.

(→ A1.8), un generico nucleo resta caratterizzato dal numero Z di protoni e N di neutroni


che lo compongono, ed é possibile mappare nel piano Z,N la sequenza di nuclei stabili es-
istenti in natura (Fig. 4.5). In tale piano, per i nuclei piú semplici, sino a circa Z=20, i
nuclei stabili appaiono caratterizzati da un numero simile di protoni e neutroni (Z ∼ N )
mentre a Z maggiori si manifesta un progressivo eccesso di neutroni (Fig. 1. 22). Le regioni
esterne alla sequenza di stabilità sono occupate da nuclei instabili che decadono verso la loro
configurazione stabile trasformando protoni in neutroni, o viceversa, attraverso decadimenti
β + o β − , rispettivamente.
Come mostrato in Figura 4.6, non sorprende trovare che per ogni prefissato numero di
nucleoni A=Z+N la configurazione stabile mostra la maggiore energia di legame (la minore
massa) tra tutti gli altri possibili isobari. Si comprende cosı̀ come i decadimenti β rapp-
resentino il canale di trasformazione che consente ai nuclei di portarsi nel loro minimo di
energia con l’emissione di elettroni negativi o positivi. Risulta anche comprensibile l’evidenza
sperimentale secondo la quale l’instabilità appare tanto maggiore (i tempi di decadimento
tanto minori) quanto più i nuclei si allontanano da quella che viene talora definita la loro
valle di stabilità.
In tale scenario, si comprende come nella catena pp, agglutinando successivamente pro-
toni si producano nuclei con eccesso di tali particelle, instabili dunque per decadimento β + .
Più in generale, quando la fusione di particelle leggere porta a configurazioni della valle di
stabilità, il nucleo composto prodotto nella reazione decadrà nel suo stato fondamentale con
l’emissione di un quanto γ di energia. Se il configurazione del nucleo composto è all’esterno
della valle, ciò avverrà inevitabilmente per un eccesso di protoni e un decadimento β + si
incaricheràdi riportare il nucleo nella sua configurazione stabile.
E’ cosı̀ possibile leggere la maggior parte delle reazioni che abbiamo incontrato nella
catena pp e che incontreremo nel seguito in tale semplice chiave topologica, chiarendo
l’alternanza di processi γ e β + che in genere contraddistinguono le varie catene di com-
bustione tra particelle cariche.
10

Fig. 4.6. Andamento schematico della massa di nuclei con eguale numero di nucleoni (numero
atomico A=Z+N) al variare del numero di protoni Z e neutroni N. Il nucleo stabile realizza la
massima energia di legame (massa minima). I nuclei instabili si portano nello stato di massimo
legame tramite decadimenti β − [(Z,N]→ (Z+1, N-1) + e− + ν ] o β + [(Z,N]→ (Z-1, N+1) + e+ +
ν ] liberandosi cosı̀rispettivamente dell’eccesso di neutroni o di protoni.

4.6. Il biciclo CN-NO


Se, e solo se, nel gas stellare è presente anche una minima quantità di nuclei di carbonio, di
azoto e/o di ossigeno, a temperature leggermente superiori a quelle necessarie per l’efficienza
della catena pp si apre un ulteriore canale di reazioni per la combustione dell’idrogeno in
elio. Se, per esempio, assumiamo la presenza di soli nuclei di carbonio, a circa 15 106 K
diventano efficienti processi di cattura protonica che innescano una serie di reazioni
12
C + p →13 N + γ
13
N →13 C + e+ + ν (τ = 870sec)
13
C + p →14 N + γ
14
C + p →15 O + γ
15
O →15 N + e+ + ν (τ = 178sec)
15 ∗
N + p → ( O) → (∼ 99%) →12 C + α
16

→ (∼ 1%) →16 O + γ
Si vede come il nucleo di 12 C aggreghi successivamente 4 protoni giungendo con l’ultima
reazione alla produzione di un nucleo di 16 O in uno stato eccitato. Quest’ultimo decade pref-
erenzialmente restituendo un nucleo di 12 C ed una particella α ( nucleo di 42 He). Trascurando
per il momento l’ulteriore canale di decadimento in 16 O, siamo dunque in presenza di un ciclo,
in cui il carbonio funge da catalizzatore della fusione di 4 protoni in un nucleo di elio, rima-
nendo disponibile per una serie indeterminata di reazioni. Naturalmente il ciclo può prendere
inizio quando sia presente almeno uno qualsiasi dei suoi componenti (12 C,13 C,14 N,15 N ),
essendosi in precedenza assunto il 12 C solo a titolo di esempio. Tale ciclo viene in genere in-
dicato come ciclo CN ad indicare come esso sia basato sulla continua mutua trasformazione
di questi due elementi.
Trattandosi di un ciclo, tutti i nuclei C e N sono contemporaneamente creati e distrutti,
e assumono quindi la veste di elementi secondari, evolventi quindi verso una loro condizione
di equilibrio. All’equilibrio n1j = cost (j = 12, 13, 14, 15) e per le abbondanze di equilibrio
si ricava

N (12 C) < σ1,12 v >= N (13 C) < σ1,13 v >= N (14 N ) < σ1,14 v >= ....
11

Fig. 4.7. Variazione col tempo dell’abbondanza dei vari elementi del ciclo CNO in una miscela
con composizione iniziale solare, mantenuta a T= 30 106 K, ρ = 1 gr/cm3 . La linea a tratti mostra
l’evoluzione temporale del coefficiente ε di generazione di energia. Il tempo t è in anni.

Come atteso, l’abbondanza di equilibrio dei vari nuclei risulta quindi inversamente pro-
porzionale alla sezione d’urto per i rispettivi processi di distruzione. La sezione d’urto di
gran lunga minore è quella per processi di cattura protonica su 14 N , seguita nell’ordine da
quelle per gli analoghi processi su 12 C,13 C e 15 N . Corrispondentemente ci si attende che
all’equilibrio oltre il 95% dei nuclei sia sotto forma di 14 N ed il resto largamente sotto forma
di 12 C.
Abbiamo peraltro già indicato come il ciclo CN non sia perfetto, perdendo una piccola
parte dei nuclei a formare 16 O. Tale perdita è peraltro effimera, perchè tale elemento viene
a sua volta processato per restituire nuclei di 14 N . Si ha infatti
16
O + p →17 F + γ
17
F →17 O + e+ + ν
17
O + p → (18 F )∗ →14 N + α
ove appare ora lecito trascurare la piccola quantità di 18 F che decade nel suo stato
fondamentale. Si vede come le precedenti reazioni realizzino un nuovo ciclo NO: un nucleo
di azoto può aggregare successivamente 4 protoni per restituire infine ancora un nucleo di
azoto più una particella α. Siamo dunque in presenza di due cicli mutuamente accoppiati che
realizzano il cosiddetto biciclo CN-NO nel quale tutti i nuclei pesanti coinvolti si presentano
come elementi secondari. Si noti che, poichè i nuclei non sono in realtà né creati né distrutti
ma solo trasformati l’uno nell’altro, in ogni caso ed in ogni momento il numero originale N0
di nuclei pesanti deve conservarsi, risultando

ΣNi = N0
Alle minori temperature la cattura 16 O + p è largamente innefficiente e la combustione
riposa essenzialmente sul solo ciclo CN. Attorno ai 20 106 K ambo i cicli sono in piena
efficienza e sia 12 C che 16 O vengono ridotti a pochi percento di 14 N . Anche in questo caso
12

Fig. 4.8. Abbondanze relative di equilibrio al variare della temperatura (in milioni di gradi) per
gli elementi principali del ciclo CNO. Si è posto ΣNi = 1

Fig. 4.9. La produzione di energia dalla catena pp e dal ciclo CNO al variare della temperatura
in milioni di gradi. Si è assunta una composizione chimica solare.

la grande maggioranza dei nuclei di 14 N finiscono necessariamente con l’evolvere lungo il


ciclo CN che fornisce quindi in ogni caso il maggior contributo alla generazione di energia.
L’importanza del ciclo NO discende dall’evidenza che il gas interstellare da cui originano
le stelle risulta in genere relativamente ricco di elementi multipli di α, quali 12 C e 16 O, a
fronte di una relativa sottoabbondanza di 14 N . L’efficienza del ciclo NO ha dunque l’effetto
di rendere disponibili per il ciclo CN gli originali nuclei di 16 O presenti nella materia.
Quanto sinora esposto ha come importante conseguenza l’efficienza di una combustione
CNO viene dunque memorizzata nella abbondanza relativa di quei tre elementi, secondo lo
schema:
12 14 16
Gas non processato C⇑ N⇓ O⇑
12 14 16
Gas processato CN C⇓ N⇑ O⇑
12 14 16
Gas processato CNO C⇓ N⇑ O⇓

La Figura 4.7 riporta l’andamento col tempo delle abbondanze dei nuclei nel caso di
combustione CNO in una miscela con abbondanze originali solari alle condizioni indicate.
Si nota come prima 12 C e poi 16 O vengano trasformati in 14 N , mentre 13 C e 15 N vengono
prodotti e mantenuti all’equilibrio con i loro capostipiti 12 C e 14 N . I tre elementi più abbon-
danti del ciclo CNO risultano in ogni caso 12 C, 14 N e 16 O, cui corrispondono le più piccole
sezioni d’urto per le reazioni di distruzione e, conseguentemente, i tempi più lunghi per
il raggiungimento dell’equilibrio. Per seguire nel dattaglio l’evoluzione di una combustione
CNO sarà quindi sufficiente valutare istante per istante l’efficienza delle tre reazioni
12 13
C+p→ N+γ
13

Fig. 4.10. Schema delle reazioni che compongono il biciclo CN-NO. Sono indicate anche le reazioni
che prendono origine dai rari nuclei di 18 F che decadono nel loro stato fondamentale.

14 15
N+p→ O+γ
16 17
O+p→ F+γ
e, eventualmente, se interessati ai dettagli temporali,
13 14
C+p→ N+γ
che sono le quattro reazioni pseudoprimarie. Tutti gli altri elementi possono essere riguar-
dati come strettamente secondari, raggiungendo in tempi trascurabili composizioni minime
di equilibrio. La Figura 4.8 mostra la dipendenza dalla temperatura delle abbondanze di
equilibrio dei quattro elementi pseudoprimari.
L’efficienza della combustione CNO dipende per ogni temperatura dalla abbondanza di
tali elementi nel gas stellare. Nel caso di gas con composizione solare (Z ∼ 0.02) circa il
50% della massa degli elementi pesanti è attribuibile a C,N ed O e attorno ai 17 106 K la
combustione CNO inizia a predominare sulla pp (Fig. 4.9). Tale soglia non dipende peraltro
criticamente dall’abbondanza di CNO. La dipendenza dalla temperatura della generazione
di energia va infatti nei due casi come

εpp ∝ T 4 εCN O ∝ T 15
e modeste variazioni di temperatura sono quindi sufficienti per bilanciare variazioni anche
notevoli nell’abbondanza di nuclei CNO.
La Figura 4.10 riporta uno schema delle reazioni che compongono il biciclo CN-NO,
con anche indicate le reazioni che prendono origine dai rari nuclei di 18 F che decadono
nello stato fondamentale anzichè restituire un nucleo di 14 N ed una particella α. In linea
di principio potrebbe preoccupare l’esistenza al termine di queste ultime reazioni del nucleo
stabile 20 Ne: ogni nucleo di 20 Ne formato viene infatti sottratto al ciclo, diminuendone
l’efficienza. E’ peraltro facile verificare che il numero di nuclei di 20 Ne cosı̀ prodotti risulta
del tutto trascurabile. Dal rapporto delle rispettive sezioni d’urto p,γ e p,α si ricava infatti
la probabilità dei nuclei eccitati (= la frazione) di decadere nel loro stato fondamentale per
proseguire la catena di reazioni. Risulta cosı̀
14

(18 F)∗ →18 F ∼ 0.3; (19 F)∗ →19 F ∼ 0.0008; (20 Ne)∗ →20 Ne ∼ 0.0002;

ricordando che circa solo l’ 1% dei nuclei transita per il ciclo NO si ricava che la prob-
abilità di formare un nucleo di 20 Ne è minore di 10−9 . Questa probabilità va confrontata
con il numero di cicli che compie un nucleo prima che sia esaurito l’idrogeno. Nel caso di
materia di tipo solare, Z=0.02, abbiamo indicato come vi sia all’incirca 1 nucleo di CNO per
ogni 1000 nuclei di idrogeno, e questo è quindi il numero di cicli compiuto da ogni nucleo di
CNO. E’ subito visto che non solo nel caso del Sole, ma anche per materia molto più povera
di metalli, la probabilità di formare 20 Ne risulta microscopica.
Per completare il quadro resta da indicare come il quadro di reazioni sin qui descritto
riposi sull’implicita assunzione che il tempo tra due successive catture protoniche sia lungo
rispetto ai decadimenti β. Ciò è sempre vero nelle fasi di normale evoluzione delle strutture
stellari, nelle quali la temperatura è governata dall’equilibrio idrostatico e le fusioni nucleari -
come abbiamo indicato - sono eventi rari. Non è più vero durante le ultime fasi di implosione-
esplosione, durante le quali la temperatura può aumentare improvvisamente di ordini di
grandezza. In tal caso cresce la sezione d’urto per cattura protonica e diventa probabile che
gli elementi del ciclo instabili β + catturino un protone prima di decadere. In tal caso si
aprono ulteriori canali di combustione indicati con il termine CNO veloce (→ A4.3).

4.7. Combustione dell’He. Catena del 14 N

Al termine della combustione dell’idrogeno, esaurito tale combustibile la materia risulterà


composta da elio e dagli elementi più pesanti originariamente preesistenti. Se il ciclo CNO
è stato efficiente ci si attende che tra tali elementi pesanti C e O si siano in gran parte
trasformati in 14 N.
La catena pp, ove sono presenti due rami di combustione He+He, ci indica come a qualche
diecina di milioni di gradi debba certamente risultare ”coulombianamente” efficiente anche
la reazione
4
2 He +42 He →84 Be
Con tale reazione non si realizza però una reale combustione perché il 8 Be cosı̀ prodotto
ridecade in due particelle α in circa 10−16 secondi. La combustione si realizzerà solo se e
quando il Be prima di decadere catturi una ulteriore particella α giungendo a produrre un
nucleo stabile di 12 C
8
Be +4 He →12 C
Per comprendere il meccanismo che porta ad una efficiente produzione di carbonio è
da notare che il 8 Be si comporta come un elemento secondario, creato dalla reazione di
produzione 4 He +4 He e distrutto dal successivo decadimento, con una concenrazione di
equilibrio che dipende dal rapporto tra l’efficienza delle reazioni di produzione (fusione di
due nuclei di elio) e di distruzione (decadimento spontaneo). Aumentando la temperatura
si producono due effetti, tutti e due tesi a rendere più probabile la combustione del berillio
in carbonio:

1. Aumenta la velocità di reazione α + α e aumenta quindi, a fronte del costante tempo di


decadimento , la concentrazione di equilibrio di 8 Be
2. Si attenuano gli effetti della repulsione coulombiana e aumenta quindi la sezione d’urto
del berillio per cattura α

La combinazione di questi due effetti fà si che a circa 108 K divenga efficiente il processo
a tre corpi di fusione di He in C. A tali temperature, ben superiori a quelle richieste dal
15

semplice attraversamento della barriera coulombiana, risultano peraltro efficienti anche suc-
cessive catture α, così che nelle strutture stellari ci si attende che siano contemporaneamente
efficienti

3α →12 C + γ

12
C + α →16 O + γ
seguite, ma con minore e talora trascurabile efficienza, da
16
O + α →20 N e + γ

20
N e + α →24 M g + γ
Al termine della combustione di elio ci si attende essenzialmente una miscela di 12 C e
16
O con tracce più o meno consistenti di Ne. Le stelle, consentendo di mantenere la materia
attorno ai 108 K per milioni di anni, riescono cosı̀a superare tramite la reazione 3α il limite
imposto alla veloce nucleosintesi cosmologica dalla mancanza di nuclei stabili con A=5, 8.
Le reazioni di combustione di elio sin qui discusse sono le uniche rilevanti per quel che
riguarda il contributo al fabbisogno energetico di una struttura stellare. E’ peraltro da notare
come alle temperature di combustione dell’elio l’ 14 N presente (anche come prodotto di una
precedente combustione CNO) sia in grado anch’esso di catturare particelle α
14
N + α →18 F + γ
seguita dal decadimento
18
F →18 O + e+ + ν
innescando una catena di reazioni che qui di seguito riportiamo in una notazione alternativa
di immediata interpretazione
14
N (α, γ)18 F (e+ ν)18 O(α, γ)20 N e(α, n)25 M g
Ricordiamo che in una stella ricca di metalli quale il Sole, con abbondanza in massa di
elementi pesanti dell’ordine di Z ∼ 0.02, l’abbondanza in numero di elementi CNO (supra)
è dell’ordine di 10−3 , confortando la scarsa rilevanza energetica di tale reazione a fronte della
combustione 3α. E’ peraltro da notare che il completamento della catena implica che per
ogni nucleo CNO originalmente presente nel gas stellare venga liberato un neutrone, il che
-nella assunzione Z ∼ 0.02- corrisponde a ∼ 1021 neutroni liberati per grammo di materia.
Poiché i neutroni non risentono della repulsione coulombiana, essi tendono ad essere
catturati dai nuclei circostanti, che vengono cosı̀a fungere da nuclei seme per la costruzione
di elementi a numero atomico sempre più alto. Proprio un simile processo contribuisce alla
formazione degli elementi più pesanti del Fe che, come già sappiamo, non ci attendiamo
possano essere prodotti in combustioni termonucleari quiescenti.

4.8. Le combustioni avanzate


Considerando ancora una volta gli effetti della repulsione coulombiana, si trova che in-
nalzando la temperatura a 7 − 8 108 K diviene efficiente la combustione del carbonio
12
C +12 C →20 N e + α ∼ 50% Q = 4.6M eV
→23 N a + p ∼ 50% Q = 2.2M eV
16

→23 M g + n rara Q = −2.6M eV


→24 M g + γ molto rara Q = 13.9M eV
→16 O + 2α sporadica Q = −0.1M eV

Si noti come all’aumentare della complessità del nucleo composto diventino sempre più
probabili canali di fragmentazione con emissione di protoni, neutroni o particelle α a con-
fronto del decadimento nello stato fondamentale.
Poiché siamo a temperature molto più alte di quelle tipiche per la combustione
dell’idrogeno o dell’elio, i protoni e le particelle α prodotte reagiscono immediatamente
con molti dei nuclei circostanti. Tra le molte reazioni possibili, e di cui sarà necessario tenere
dovuto conto, segnaliamo ad esempio una catena di reazioni che può portare un ulteriore
contributo alla produzione di neutroni

12
C(p, γ)13 N (e+ ν)13 C(α, n)16 O
Innalzando ancora la temperatura, a T ∼ 1.5 109 K i fotoni sono cosı̀ energetici che
la successiva combustione del Neon viene in realtà innescata da un processo di fotodisinte-
grazione
20
N e + γ →16 O + α
23
e le particelle α cosı̀ prodotte reagiscono con lo stesso Neon o con il N a prodotto della
precedente combustione del carbonio
20
N e + α →24 M g + γ
23
N a + α →26 M g + p

dando di nuovo inizio a tutta una serie di reazioni che possono portare alla formazione
di alluminio, silicio, fosforo.
A T ∼ 2 109 K diviene possibile la fusione diretta di due atomi di ossigeno
16
O +16 O →28 Si + α ∼ 45% Q = 9.6M eV
→31 P + p ∼ 45% Q = 7.7M eV
→31 P + n ∼ 10% Q = 1.5M eV
→32 S + γ molto rara Q = 16.5M eV
→24 M g + 2α sporadica Q = −0.4M eV

i cui prodotti danno di nuovo origine a tutta una serie di reazioni che possono giungere sino
al 46 T i.
All’ulteriore aumentare della temperatura iniziano a dominare i processi di fotodisinte-
grazione e di ricattura delle particelle prodotte che conducono ad un equilibrio dinamico in
cui l’abbondanza dei vari nuclei è regolata dalle rispettive energie di legame. Da tali pro-
cessi di equilibrio emerge come specie dominante il nucleo più legato, il Ferro, termine delle
possibili reazioni esoenergetiche di cui qui ci siamo interessati.

4.9. Evoluzione stellare e fusioni nucleari


La conoscenza del quadro delle reazioni termonucleari consente ora di precisare le aspetta-
tive evolutive delineate all’inizio di questo capitolo come conseguenza del teorema del viriale.
Come schematizzato in Fig. 4.11 , ci si attende che la storia di una stella sufficientemente
massiccia consista in una progressiva contrazione intervallata da ”stop” nucleari ogniqual-
volta l’innalzamento della temperatura nelle zone centrali raggiunga la soglia di una delle
combustioni termonucleari chiamate progressivamente a trasformare prima H in He, poi He
17

Fig. 4.11. Schema dell’andamento temporale delle temperature centrali T in uns stella sufficien-
temente massiccia: fasi di contrazione gravitazionale (g) portano in successione alle combustioni di
H, He, C.. sino alla finale fotodisintegrazione del Ferro.

in C e O, sintetizzando infine Mg, Si sino alla costituzione del nucleo finale di Fe la cui
fotodisintegrazione darà inizio al collasso finale di Supernova .
Piú in dettaglio, troveremo che ogni reazione, esaurito il proprio combustibile nelle regioni
centrali, si sposta in uno strato che circonda il nucleo composto dai prodotti di reazione
che all’aumentare della temperatura fungeranno da combustibile alla successiva reazione.
Come schematizzato in Fig. ?? l’iterazione di tale processo conduce infine nelle fasi finali
di pre-Supernova alla tipica struttura ”a cipolla”, in cui un nucleo di Ferro é contornato
in successione dai prodotti delle varie reazioni che sono state efficienti lungo tutta la storia
della stella.
La durata temporale delle fasi di combustione nucleare resta determinata dalla condizione
che l’energia prodotta supplisca al fabbisogno energetico della struttura, restando quindi
collegata alla capacità di produrre energia delle varie fusioni. E’ subito visto che a parità
di nucleoni coinvolti la fusione di gran lunga più energetica é quella dell’idrogeno, dalla
quale ci attendiamo un emissione di energia di almeno ∼20 MeV per nucleo di He prodotto,
quindi almeno ∼5 MeV per nucleone coinvolto. Segue nell’ordine la 3α →12 C che fornisce
7.275 MeV per nucleo prodotto di carbonio, e altri 7.162 MeV per la combustione di 12 C
in 16 OO. Si hanno dunque circa 0.6 MeV per nucleone dalla combustione in C, che salgono
a circa 0.9 MeV se la combustione si completa a formare 16 O. Se ne conclude che se una
stella rimanesse a luminosità costante la combustione dell’elio sarebbe in grado di durare
non piú di un quinto di quanto duri quella dell’idrogeno. Poichè in realtà una struttura
aumenta di ordini di grandezza la sua luminosità, la durata combustione di He risulterà
corrispondentemente minore, riducendosi talora anche a meno di 1%.
Le combustioni di elementi più pesanti risultano ancor meno energetiche e, per di più,
l’abbondante produzione di termoneutrini che contraddistingue le fasi evolutive più avanzate
aumentano di molto il fabbisogno energetico, riducendo di conseguenza i tempi caratteristici
della combustione, sino a farli svanire in una continua finale contrazione. La Tabella 1 riporta
una valutazione indicativa della storia energetica di una struttura, dalla sua formazione sino
alla struttura finale di pre-Supernova.
Se l’età delle stelle è distribuita a caso, ci si attende di trovare la grande maggioranza
delle stelle in fase di combustione di idrogeno, e ciò è da collegarsi alla già citata evidenza
osservativa della Sequenza Principale. Ci si attende anche una non trascurabile presenza
di stelle in fase di combustione di He, ma una scarsa o nulla evidenza di stelle in fasi di
combustione ancor più avanzate. Fasi quindi di difficile identificazione osservativa, ma che
18

Fig. 4.12. A destra: l’andamento temporale della struttura di una stella. In ordinata la variabile
Mr /M che descrive la struttura dal centro ( Mr /M=0) alla superficie ( Mr /M=1). Le aree trat-
teggiate rappresentano le zone ove sono efficienti le indicate combustioni nicleari. A sinistra: schema
della struttura finale ”a cipolla” in fase di pre-Supernova.

Tab. 1. Schema orientativo dell’evoluzione di una struttura stellare massiva attraverso le diverse
fasi di combustione al crescere della temperatura centrale T6 in milioni di gradi. Per ogni fase viene
riportata l’energia totale (gravitazionale o nucleare)rilasciata dall’inizio dell’evoluzione e la frazione
di energia emessa per fotoni o neutrini.

T6 Fase Egrav Enucl Fotoni Neutrini

0-10 Gravit. 1 KeV/n 100%


10-30 H → He 6.7 MeV/n 95% 5%
30-100 Gravit. 10 KeV/n 100%
100-300 He → C, O 7.4 MeV/n 100%
300-800 Gravit. 100 KeV/n 50% 50%
12
800-1100 C +12 C → 7.7 MeV/n ∼ 100%
1100-1400 150 KeV/n ∼ 100%
16
1400-2000 O +16 O → 8.0 MeV/n ∼ 100%
2000-5000 Fe 400 KeV/n 8.4 MeV/n ∼ 100%

risultano peraltro di grande importanza quando si affrronti il problema della formazione


degli elementi e della evoluzione nucleare della materia nell’Universo.
19

Approfondimenti

A4.1. La formazione stellare. Funzione Iniziale di Massa (IMF)


La formazione stellare origina dal prevalere della gravità sulla agitazione termica del gas interstellare.
La dinamica dei processi di formazione è peraltro ancora aperta a indagini ed ipotesi. Per quel che
riguarda l’identificazione del meccanismo che conduce nubi interstellari a superare la massa critica,
iniziando la contrazione, sono possibili due scenari:

1. La massa critica viene superata per fluttuazioni spontanee nella densità e/o per rafreddamento
del gas,
2. La massa critica viene superata a causa della compressione prodotta dalla propagazione nel
mezzo di onde d’urto prodotte da una vicina supernova.

Tali due meccanismi, anzichè essere alternativi, possono rappresentare due meccanismi concor-
renziali che, con efficienza da determinare, hanno contribuito alla formazione stellare lungo l’arco
della storia della nostra Galassia. In tale contesto, le più volte citate differenze tra ammassi stellari
di disco e di alone (numero di stelle e stato dinamico) sono indice di una sostanziale differenza nello
stato fisico del gas nel quale si formarono i protoammassi e/o nei meccanismi di formazione.
Nel primo caso (fluttuazioni spontanee) la produzione di stelle resta indipendente dalla presenza
in loco di altre stelle,o tutt’al più inibita da tali stelle se esse, riscaldando il gas, elevano il valore della
massa di Jeans. In tal caso ci si attendono processi di formazione stellari più o meno casualmente
scaglionati nel tempo. La formazione di stelle indotta da eventi di Supernova suggerisce al contrario
che la nascita di sistemi stellari sia un evento autopropagantesi: la formazione di un sistema stellare
implica la presenza di stelle massicce che, esplodendo come Supernove, inducono in sequenza la
formazione di ulteriori sistemi stellari nelle regioni circostanti, e cosı́di seguito. Un processo iterativo
di cui si trova forse evidenza osservativa nella sequenza temporale di alcuni gruppi di ammassi aperti
della Galassia.
La distribuzione di masse stellari risultante al termine della gerarchia di fragmentazioni di un
protoammasso è un problema fondamentale tuttora aperto. Dall’osservazione delle stelle attorno
al Sole è stata a suo tempo ricavata per tale distribuzione una legge di potenza, nota come IMF
(Initial Mass Function) di Salpeter, fornita in letteratura nelle due forme alternative:

dN dN
=M = M −α = M −1.35
dlnM dM

dN
= M −(α+1) = M −2.35
dM

E’ subito visto come tale distribuzione diverga per M→ 0: essa era infatti intesa a descrivere la
distribuzione della IMF per masse superiori o dell’ordine di 1 M . Le più recenti evidenze osservative
mostrano che la distribuzione di Salpeter può al più essere mantenuta sino a masse dell’ordine di
0.6 M ; per masse minori sono state proposte varie alternative, tutte in accordo nell’abbassare
drasticamente il numero di stelle previsto in tale intervallo di masse. Miller e Scalo hanno ad
esempio proposto di interpretare i dati osservativi in termini di una distribuzione log-normale, del
tipo

dN
∝ exp[−C1 (logM − C2 )2 ]
dlnM
20

Fig. 4.13. Istogramma della distribuzione in massa dei frammenti risultanti da un processo proba-
bilistico confrontato con una distribuzione log-normale. Le masse sono in frazioni della massa della
nube iniziale.

con cui coprire l’intero intervallo di masse. Non è peraltro ancora chiaro il ruolo dei fenomeni fisici
alla base di una tale distribuzione, né - in particolare - quanto tale legge sia di validità generale
o rappresenti - al contrario - una distribuzione caratteristica delle sole stelle di Popolazione I.
L’ipotesi che la IMF dipenda anche sensibilmente dal contenuto di metalli è stata infatti avanzata
più volte, sulla base dell’osservazione che il contenuto di metalli condiziona l’opacità della materia
ed i meccanismi di raffreddamento della medesima, processi che dovrebbero giuocare un ruolo non
trascurabile nella dinamica della contrazione e della fragmentazione.
E’ interessante peraltro notare come sia stato mostrato che una distribuzione log-normale sia
spontaneamente raggiunta quando si supponga che il processo di successive fragmentazioni sia retto
da leggi probabilistiche per quel che riguarda il numero di frammenti per evento, le masse di tali
frammenti e il numero di frammentazioni (Fig. 4.13).

A4.2. Il teorema del viriale


Si abbia un gas autogravitante, composto cioè da un insieme di N particelle di massa mi , mutamente
interagenti attraverso il loro campo gravitazionale. Per esso si definisce il momento di inerzia
m1 (x2i + yi2 + zi2 )
P
I= i
i = 1, N

con ovvio significato dei simboli. Operandone la derivata seconda rispetto al tempo ne risulta

1 d2 I X d X 2
2
= mi (xi vxi + yi vyi + zi vzi ) = mi vxi + ... + m1 xi axi + .......
2 dt dt
i i

dove per brevità sono stati omessi gli analoghi contributi delle componenti y e z.
E’ subito visto che la somma
X 2 2 2
X
mi vxi + mi vyi + mi vzi = mi vi2 = 2T
i i

avendo indicato con T l’energia cinetica totale del sistema, somma delle energie cinetiche delle
singole particelle.
Notiamo ora che mi axi per la legge di Newton (F = ma) è la componente x della forza agente
sulla i-ma particella. Potremo dunque scrivere
X mi mj xj − xi
xi mi axi = xi Fxi = xi G 2
rij rij
j6=i
21

Eseguendo le somme, ad ogni termine del tipo

mi mj xj − xi
xi G 2
(componente x della forza operata dalla particella j su quella i)
rij rij

corrisponde un termine

mi mj xi − xj
xj G 2
(componente x della forza operata dalla particella i su quella j)
rij rij

la cui somma fornisce


mi mj xj − xi mi mj (xj − xi )2
(xi − xj )G 2
= −G 2
rij rij rij rij

Sommando le corrispondenti componenti y e z si ha

mi mj (xj − xi )2 + (yj − yi )2 + (zj − zi )2 mi mj


−G 2
= −G
rij rij rij
e sommando su tutte le particelle
X mi mj
− G = Ω = energia di legame gravitazionale
rij
ij

Riassumendo, si conclude che

1 d2 I
= 2T + Ω
2 dt2
come si voleva dimostrare.

A4.3. Condizioni generali sulle strutture stellari


Sulla base delle varie relazioni teoriche che governano l’equilibrio delle strutture stellari è possibile
ricavare interessanti predizioni sul comportamento generale di tali strutture.
Dall’equazione dell’equilibrio idrostatico nella forma dP/dM=GM/4πr4 , integrando lungo
l’intera struttura con un unico passo si ottiene as esempio

M2 M
P ∝ e poichè P ∝ ρT ∝ T
R4 R3
si ha infine

M
T ∝
R
Alla stessa relazione si giunge dal teorema del viriale. Da 2W + Ω = 0 si ha infatti W ∝ −Ω,
dove ad evitare confusioni con la temperatura T abbiamo ora indicato con W l’energia cinetica
totale del sistema. Per la temperatura si ha T ∝ W/M e, dal viriale, anche ∝ Ω/M. Poichè Ω ∝
M2 /R si ha infine ancora T ∝ M/R.
Utilizzando tale relazione possiamo anche ricavare indicazioni sulla relazione massa-luminosità
per strutture supposte almeno in larga parte in equilibrio radiativo. In tal caso si ha infatti

dT 3κ L T4 L
= − da cui ∝ 4
dM 4ac 16π 2 r4 T 3 M R
Da T ∝ M/R si ricava infine

L ∝ M3
22

Fig. 4.14. Mappa degli elementi coinvolti nella combustione CNO veloce. Le linee a tratti indicano
i decadimenti β.

che mostra come la luminosità debba crescere con una potenza superiore della massa. Si
noti come nella derivazione non si siano fatte ipotesi sulla generazione di energia, a ulteriore di-
mostrazione che la luminosità di una struttura è governata dalla massa attraverso l’equilibrio idro-
statico. Introducendo l’ipotesi che la luminosità sia il prodotto di un meccanismo di combustione
nucleare, poichè l’efficienza delle combustioni cresce con la temperatura, la relazione precedente ci
garantisce anche che la temperatura centrale deve crescere con la massa.
Dalla equazione della conservazione di energia si ha inoltre

dL L
= 4πr2 ρε da cui ∝ ρε
dR R3

e utilizzando ancora T ∝ M/R, unita alla L ∝ M3 si ha

LT 3
∝ T 3 ∝ ρε
M3
.

che mostra come il rapporto tra temperatura e densità dipenda dal coefficiente di generazione
di energia. Per quest’ultimo si avrà una dipendenza da temperatura e densità del tipo

ε ∝ ρm T n
risultando m=1, n=4 per la combustione dell’idrogeno, catena pp, m=1, n=14 per il ciclo CNO,
e m=2, n=22 per la combustione dell’elio.
Per strutture sorrette dalla catena pp si avrà cosı̀, ad esempio

T ρ2 ∼ cost
e simile per il CNO, che mostra come se all’aumentare della massa deve crescere la temperatura,
come abbiamo già trovato, nel contempo deve diminuire anche la densità centrale. Diminuendo
le masse si avranno dunque minori temperature e maggiori densità, predisponendo tali masse
all’insorgere della degenerazione elettronica, come già indicato.

A4.4. Il ciclo CNO veloce


I meccanismi di combustione dell’idrogeno tramite la catena pp o il ciclo CNO sono in genere valutati
sotto l’implicita assunzione che la materia stellare sia a temperature tipiche delle fasi quiescenti di
23

Fig. 4.15. Diagrammi di flusso per le reazioni del ciclo CNO veloce a varie temperature in miliardi
di gradi (T9 ).

combustione, e quindi al più a poche diecine di milioni di gradi. Sono queste infatti le temperature
che consentono di norma di estrarre dalla fusione dell’idrogeno l’energia necessaria per sostenere
una struttura stellare. E’ da presumere però che in peculiari condizioni evolutive materia ancora
ricca di idrogeno possa raggiungere temperature anche molto più alte. Tale è il caso, ad esempio,
di stelle supermassicce o prive di metalli o ancora, con riguardo a fasi non quiescenti, di materia
coinvolta nell’esplosione di una nova o di una supernova (nucleosintesi esplosiva.)
Ad alte temperature (T ≥ 108 K)il quadro di reazioni di combustione dell’idrogeno può risultare
anche drasticamente modificato da due distinti ordini di accadimenti;

1. Nella normale trattazione delle reazioni pp o CNO si è assunto che ove vengano prodotti nuclei
β instabili, questi abbiano il tempo di decadere spontaneamente prima di catturare un altro
protone. Ciò può non essere più vero ad alte temperature, quando la velocità delle reazioni di
cattura è grandemente accresciuta.
24

2. Alle alte temperature considerate è contemporaneamente presente la cattura α che può entrare
in concorrenza con reazioni di cattura protonica.

Le modifiche attese nella catena pp risultano marginali. Più rilevanti le modifiche attese nel ciclo
CNO, dove la cattura 13 N(p,γ)14 O può diventare concorrenziale al decadimento 13 N(e+ ν)13 C, e dove
reazioni quali 14 O(α,p)17 F(p,γ)18 Ne o 15 N(α, γ)19 F a T≥ 5 108 K giocano un ruolo determinante.
Il calcolo dettagliato dell’efficienza dei vari processi concorrenti può essere eseguito sulla base
della conoscenza delle relative sezioni d’urto. La figura 4.14 riporta uno schema delle varie reazioni
in grado di contribuire alla combustione veloce, mentre la figura 4.15 mostra i canali efficienti alle
tre diverse temperature 108 , 5 108 e 109 K.
A 108 K è ancora essenzialmente operante un ciclo CNO attraverso la serie di reazioni
12
C(p, γ)13 N (p, γ)14 O(e+ ν)14 N (p, γ)15 O(e+ ν)15 N (p, α)12 C
mentre 20 Ne viene trasformato in 22
Ne. A 5 108 K il ciclo CNO si espande mentre diviene
operante anche il ciclo
20
N e(p, γ)21 N a(e+ ν)21 N e(p, γ)22 N a(p, γ)23 M g(e+ ν)23 N (p, α)20 N e
A 109 K le reazioni sono infine dominate da catture α che operano sugli elementi leggeri sino a
trasformarli in Mg24 .
25

Origine delle Figure

Fig.4.2 Castellani V. 1985, ”Astrofisica Stellare”, Zanichelli


Fig.4.3 Castellani V. 1985, ”Astrofisica Stellare”, Zanichelli
Fig.4.4 Castellani V. 1985, ”Astrofisica Stellare”, Zanichelli
Fig.4.5 Castellani V. 1985, ”Astrofisica Stellare”, Zanichelli
Fig.4.6 Castellani V. 1985, ”Astrofisica Stellare”, Zanichelli
Fig.4.7 Castellani V., Sacchetti M. 1978, Astrophys. Space Sci. 53, 217
Fig.4.8 Castellani V. 1985, ”Astrofisica Stellare”, Zanichelli
Fig.4.9 Castellani V. 1985, ”Astrofisica Stellare”, Zanichelli
Fig.4.13 Elmegreen B.G.Mthieu R.D. 1983, MNRAS 203, 305
Fig.4.14 Prialmk D., Shara M.M., Shaviv G. 1978, A&A 62, 339
Fig.4.15 Audouze J., Truran J.W., Zimmerman B.A, 1973, ApJ 184, 493.

(Version 4.2)
Capitolo 5

La combustione centrale dell’Idrogeno

5.1. Modelli di presequenza. Politropi


Fine ultimo delle considerazioni fisico-matematiche che siamo andati presentando nei capitoli
precedenti è quello di porci in grado di procedere a valutazioni quantitative delle variazioni
strutturali, e con esse dei parametri osservativi, che ci attendiamo debano caratterizzare
l’arco di esistenza di una struttura stellare. Per entrare nel dettaglio dei risultati evolu-
tivi restano da illustrare brevemente le tecniche di calcolo che consentono di valutare una
sequenza evolutiva di modelli stellari al fine di predire le variazioni temporali di ogni prede-
terminata struttura.
Possiamo ricapitolare quanto sinora esposto, concludendo che il sistema di equazioni
dell’equilibrio, integrato con le relative valutazioni fisiche, consente di determinare
l’andamento delle variabili fisiche lungo tutta una struttura stellare una volta che si conosca
in ogni punto la composizione chimica degli strati stellari e qualora si possa trascurare il
contributo dell’energia gravitazionale. La prima condizione è esplicitamente inserita nelle
equazioni dell’equilibrio, mentre la seconda discende dall’evidenza che il coefficiente di ener-
gia gravitazionale εg richiede la valutazione punto per punto delle derivate rispetto al tempo
di pressione e temperatura, valutabili solo conoscendo l’evoluzione temporale del modello.
La composizione chimica all’interno di una struttura stellare è peraltro figlia della storia
nucleare della struttura medesima, e non è pertanto valutabile a priori. Le uniche strutture
che saranno accessibili ad un calcolo diretto saranno quindi e solo quelle di recentissima for-
mazione, nella prima fase di contrazione gravitazionale e prima che l’innesco delle reazioni
nucleari inizi a modificare la composizione chimica. Ricordiamo ora che nel processo di for-
mazione una struttura raggiunge una configurazione di equilibrio quando l’aumento della
temperatura, stimolando la ionizzazione, aumenta l’opacità della materia intrappolando la
radiazione. A seguito dell’ alta opacità ci attendiamo che tali strutture primitive siano to-
talmente convettive e da tale accadimento discende la possibilità di calcolarne la struttura.
Per ciò che riguarda la prima condizione notiamo infatti che strutture completamente
convettive sono completamente e continuamente rimescolate. Se dunque l’assenza di reazioni
effetti di selettive sedimentazioni gravitazionali dei diversi elementi. Potremo sunque as-
sumere strutture chimicamente omogenee con composizione chimica pari a quella assunta
per la nube originaria.
Un modello convettivo risulta peraltro anche indipendente da εg . Per comprenderne
le ragioni assumiamo inizialmente, come prima approssimazione, che lungo l’intera strut-

1
2

tura il gradiente sia pari al gradiente adiabatico di un gas perfetto monoatomico ∇ad =
(dlogT/dlogP)ad =0.4. In tal caso

da dlogT = 0.4dlogP si ricava T = C1 P 0.4


sostituendo nell’equazione di stato
k k
P = ρT → P = C1 ρP 0.4 da cui P = C2 ργ con γ = 5/3
µH µH
E’ questo un caso particolare di una regola generale: non appena si aggiunga all’equazione
di stato un’ulteriore relazione che colleghi tra loro le variabili termodinamiche (nel nostro
caso la relazione del gradiente adiabatico) il sistema termodinamico perde un grado di libertà
e ognuna delle variabili di stato (P, T, ρ) può essere espressa in funzione di solo un’altra
variabile. Varrà sempre, in particolare, una relazione del tipo

P = K ργ
con γ dipendente dalla assunta relazione tra le variabili. Tutte le volte che l’equazione di
stato è esprimibile nella forma precedente prende il nome di ”equazione di stato politropica”.
Si noti che se la relazione riguarda un gradiente (come nel caso adiabatico) l’equazione di
stato politropica contiene necessariamente una costante arbitraria (condizione al contorno).
Fissando le derivate si fissa infatti l’andamento delle variabili ma non il loro punto zero.
Questo resta fissato non appena si fissi il rapporto P/ρ ( e quindi la temperatura) in un
qualsiasi punto.
Per ciò che riguarda il modello stellare omogeneo e totalmente convettivo, se per esso
riscriviamo le equazioni dell’equilibrio si trova che nel caso di strutture politropiche

dP (r) Mr (r)ρ(r)
= −G dr (1)
dr r2
dMr = 4πr2 ρdr (2)

P = K ργ (3)

che formano un sistema di tre equazioni nelle tre variabili incognite P, ρ, Mr , la cui
risoluzione richiederà ora la presenza di tre opportune condizioni al contorno. Quel che qui
ci interessa, è che la struttura prescinde da ogni valutazione sulla generazione di energia, con-
sentendo quindi l’integrazione del modello stellare. Per tale integrazione si userà un metodo
del fitting, mancando delle soluzioni di prova richieste dal metodo di Henyey. In genere, per
ogni prefissato valore della massa e della composizione chimica, si usa determinare le tre
condizioni al contorno Pc (pressione centrale), Te (temperatura efficace) e L (luminosità)
per un prefissato valore della temperatura centrale Tc , assunta a valori sufficientemente bassi
per escludere il passato intervento di reazioni nucleari.
Si noti come alla costante arbitraria nell’equazione di stato politropico-adiabatica cor-
rispondono infinite soluzioni del modello, descritte dal calcolo al variare delle assunzioni su
Tc . Questo ci dice che finchè la struttura resta totalmente convettiva dovrà necessariamente
seguire il tracciato decritto dai modelli politropici al progressivo innalzarsi di Tc .
La stessa procedura può essere applicata nel caso generale, ove si lasci cadere l’assunzione
∇ad = 0.4 (ionizzazione completa) in tutta la struttura e si voglia valutare il gradiente
superadiabatico nelle zone esterne. La presenza della relazione di gradiente adiabatico o
convettivo abbassa sempre di un grado di libertà il sistema, e anche se il gradiente convettivo
dipende da L, per esso nelle zone esterne resta lecito assumere L=cost, prescindendo dalla
valutazione di εg .
3

5.2. Sequenze di modelli evolutivi


Avendo prodotto un primo modello di struttura stellare, è possibile seguirne l’evoluzione
temporale attraverso l’integrazione di una serie di modelli intervallati da opportuni passi
temporali ∆ti . Conoscendo la distribuzione delle variabili fisiche e della composizione chimica
lungo tutta una struttura è infatti possibile predisporre le condizioni per integrare un nuovo
modello che realizza le condizioni della struttura dopo un prefissato intervallo temporale ∆t.
Nel caso generale ciò corrisponde a valutare innanzitutto la nuova distribuzione della specie
chimiche dopo il passo temporale. Questa nuova struttura potrà essere integrata, assumendo
in ogni punto ”i” per le derivate rispetto al tempo che appaiono nel coefficiente di energia
gravitazionale

dPi P 00 − Pi0 dTi T 00 − Ti0


= i e = i (4)
dt ∆t dt ∆t

dove P 0 , T 0 e P 00 , T 00 rappresentano i valori delle rispettive variabili nel modello che precede
o segue il passo temporale.
Le variazioni della composizione chimica sono collegate all’efficienza delle reazioni di
fusione e, eventualmente, al rimescolamento prodotto da fenomeni di convezione. Le vari-
azioni di composizione indotte dalle reazioni nucleari sono subito ricavabili dal numero nij di
reazioni per grammo e per secondo necessario per valutare nel modello di partenza il valore
del coefficiente di produzione di energia nuclear εn . Facendo ad esempio il caso della catena
PPI, dalla valutazione delle reazioni primarie (→ 4.4) si trae il numero di nuclei di idrogeno
scomparsi nell’unità di tempo

dNH = −3n11 + 2n33

e di conseguenza il numero di nuclei di 4 He formatisi

dNHe = −dNH /4

da cui le variazioni delle abbondanze in massa dopo un imtervallo di tempo ∆t, come
fornite in ogni punto da

Xi = (dNi µi H)∆t

Ove siano presenti regioni convettivamente instabili, si terrà successivamente conto del
processo di omogeneizzazione indotto dal rimescolamento convettivo ponendo in tutta la
zona convettiva
Z
1 1 X
hXi i = Xi dM = Xi dM
Mc Mc

dove l’integrale (sommatoria) è esteso a tutta la zona convettiva di massa totale Mc .


L’iterazione di tali procedure consente di seguire l’evoluzione di una struttura stellare
a partire dalle primissime fasi di contrazione gravitazionale attraverso tutte le fasi di com-
bustione nucleare sino al suo destino finale. Attraverso queste Sequenze Evolutive si realizza
il compito dell’astrofisica stellare, consentendo di predire nei dettagli le strutture fisiche
e le grandezze osservabili per ogni assunto valore della massa, della composizione chimica
originaria e dell’età di una stella.
4

Fig. 5.1. Tracce teoriche per l’evoluzione presequenza di stelle di varie masse e composizione
chimica solare. Nel diagramma sono anche indicate le linee di raggio costante come ricavabili dalla
relazione di corpo nero L=4πR2 σ T4e . I cerchietti aperti indicano le fasi iniziali di contrazione grav-
itazionale. Il primo punto sulla traccia segnala l’ultimo modello totalmente convettivo, il penultimo
punto il primo modello sorretto nuclearmente e l’ultimo il modello di Sequenza Principale di Età
Zero. I tempi lungo le tracce sono in anni.

5.3. La presequenza
Alcune semplici considerazioni permettono di predire come debba presentarsi una struttura
stellare nelle prime fasi che seguono la sua formazione. Essa sarà ovviamente espansa, essendo
giusto all’inizio della sua lunga storia di contrazione, ma anche relativamente fredda, perchè
la stabilizzazione della struttura segue, come abbiamo già ricordato, l’inizio della ionizzazione
parziale dell’idrogeno. Poichè dalla relazione di corpo nero segue che grandi raggi implicano
anche grandi luminosità, si giunge alla conclusione che al momento della sua formazione una
struttura deve presentarsi relativamente fredda ma molto luminosa: in termini astronomici
deve presentarsi come una Gigante Rossa.
Tale previsione è puntualmente verificata dai risultati del calcolo. La Fig. 5.1 mostra
la posizione nel diagramma HR teorico (logL, logTe ) di modelli stellari con composizione
chimica solare nelle primissime fasi di contrazione gravitazionale. Come atteso, tutti i mod-
elli sono completamente convettivi, e tali rimangono per il primo tratto di evoluzione che si
svolge con una decrescita della luminosità a temperatura pressochè costante, e quindi con
una sensibile diminuzione del raggio. All’aumentare della temperatura centrale diminuisce
l’opacità e al punto indicato in figura incominciano a formarsi dei nuclei in equilibrio radia-
tivo. Al crescere di tale nucleo la traccia evolutiva abbandona infine il precedente andamento
per spostarsi verso alte temperature con un contenuto aumento di luminosità. Mostreremo
nel seguito come sia proprio la presenza di un nucleo radiativo a spostare la stella verso alte
5

Fig. 5.2. Evoluzione di presequenza per una stella di 1 M e composizione chimica solare. A=
modello iniziale; B= ultimo modello completamente convettivo; C= primo modello sorretto nucle-
armente; D= Sequenza principale di Età Zero (ZAMS). Lungo la traccia sono riportati i tempi di
evoluzione ed i modelli in cui si raggiungono le temperature centrali per la combustione del deuterio.

temperature efficaci, abbandonando quella che viene indicata in letteratura come la ”Traccia
di Hayashi”.
Mentre la stella si sposta verso alte temperature cominciano a diventare efficienti
le reazioni nucleari sinchè (penultimo punto in Fig. 5.1) l’energia nucleare arriva a co-
prire l’intero fabbisogno energetico della struttura, svanisce il contributo dell’energia grav-
itazionale e ha termine la fase di contrazione su tempi scala termodinamici. In linea del
tutto generale è da notare come tutte le stelle si stabilizzino attorno a quella che sarà la loro
luminosità nella fase di combustione nucleare ben prima che le reazioni stesse comincino
a diventare efficienti, a ulteriore riprova che non sono le reazioni a determinare la lumi-
nosità di un oggetto stellare. E’ vero il contrario: la luminosità, governata dalle condizioni
di equilibrio, determina la richiesta di energia e quindi l’efficienza delle reazioni nucleari.
La Fig. 5.2 riporta con qualche ulteriore dettaglio la traccia di presequenza per una stella
di 1 M . L’evidenza che l’evoluzione rallenti al diminuire della luminosità non dovrebbe
sorprendere: la luminosità altro non è che l’energia persa dalla struttura per unità di tempo,
e in fase di contrazione gravitazionale l’evoluzione sarà tanto più veloce quanto più veloce
la perdita di energia. Nella stessa figura sono indicati i modelli in cui per la prima volta si
raggiungono le temperature per la combustione del deuterio. La scarsa abbondanza naturale
di questo elemento rende pressochè trascurabile il contributo di tali combustioni, causando
al più un transitorio rallentamento dell’evoluzione.
In base a semplici considerazioni sui tempi scala nucleari noi abbiamo già identificato la
Sequenza Principale osservata, ad esempio, nelle stelle nei dintorni del Sole, come formata
da strutture in fase di combustione di idrogeno. Possiamo perfezionare tale identificazione
precisando che definiremo stelle di Sequenza Principale tutte quelle stelle che evolvono con
i tempi scala della combustione dell’idrogeno. Sulla base di tale definizione si deve conclud-
ere che il primo modello sorretto nuclearmente al termine della fase di contrazione NON
rappresenta ancora una struttura di Sequenza Principale. Nei meccanismi di combustione
6

Fig. 5.3. Andamento col tempo di temperatura centrale, densità centrale e energia gravitazionale
in una stella di 1 M durante la fase di contrazione e nell’approccio alla Sequenza Principale.

dell’idrogeno, siano essi la catena pp o il ciclo CNO, vi sono infatti specie nucleari che
devono portarsi all’equilibrio prima che la combustione dell’idrogeno raggiunga una situ-
azione di regime e che evolveranno - e con essi la struttura - con tempi scala intermedi tra
quelli gravitazionale e quelli della combustione dell’idrogeno. Conseguentemente dovremo
definire come primo modello di Sequenza Principale (o modello di ZAMS = Zero Age Main
Sequence) il primo modello sorretto nuclearmente in cui gli elementi secondari abbiano rag-
giunto l’equilibrio.
Nel caso di una stella di 1 M , quale quello illustrato in Fig. 5.2, la struttura arriva
ad essere sorretta dalle combustioni nucleari con temperature centrali dell’ordine dei 15
106 K, alle quali domina ancora la catena ppI. Per arrivare al modello di ZAMS dovremo
quindi attendere che l’ 3 He, pressochè ancora nullo nel primo modello sorretto nuclearmente,
raggiunga la sua composizione di equilibrio. E’ istruttivo riconoscere in Fig. 5.3 il comporta-
mento della struttura in questa fase di approccio alla sequenza principale. Durante tutta la
fase di contrazione gravitazionale temperatura e densità centrale aumentano con continuità
sino a quando intervengono le reazioni nucleari e l’energia prodotta dalla gravitazione crolla
rapidamente a zero, sostituita da quella nucleare.
Per mancanza di 3 He le reazione 3 He+3 He → 4 He + 2p non può essere efficiente, e la
combustione si deve limitare alla produzione di 3 He, con l’emissione di energia corrispon-
dente alla sola produzione di tale elemento,. Mano a mano che aumenta l’abbondanza di
3
He, la 3 He+3 He → 4 He + 2p comincia a diventare efficiente, il PPI si completa e aumenta
l’energia prodotta per ogni fusione di coppia di protoni, aggiungendovisi l’energia guadag-
nata nella produzione dell’4 He. La stella, che si era portata a temperature tali da soddisfare
al suo fabbisogno energetico con il solo ppI incompleto, reagisce all’eccesso di energia dimin-
uendo temperatura e densità per abbassare la velocità delle reazioni e mantenere costante la
produzione di energia nucleare. Ne segue anche una espansione con il limitato assorbimento
di energia gravitazionale segnalato dai valori negativi in figura. E’ temporaneamente pre-
sente un piccolo nucleo convettivo, destinato ad una rapida sparizione e privo di conseguenze
evolutive (→ A5.4)
La decrescita della temperatura prosegue sinchè l’3 He nelle zone di combustione si sta-
bilizza alla sua composizione di equilibrio: da questo momento la stella cessa di evolvere con
i tempi scala dell’equilibrio dell’3 He e inizia ad evolvere con i tempi scala della combustione
dell’idrogeno (modello di ZAMS). Durante la fase di riaggiustamento nucleare che intercorre
tra il primo modello sorretto nuclearmente e il modello di ZAMS le condizioni centrali tor-
nano verso valori precedenti e, corrispondentemente, come mostrato nelle figure 5.1 e 5.2 si
inverte la direzione della traccia nel diagramma HR.
7

Fig. 5.4. Andamento col tempo di temperatura centrale, densità centrale e energia gravitazionale
in una stella di 1.5 M durante la fase di contrazione e nell’approccio alla Sequenza Principale. Qcc
riporta l’estensione del nucleo convettivo in frazioni di massa stellare. Estremi delle ordinate: 0.80
≤ logTc ≤ 1.39; 0.75 ≤ logρc ≤ 2.00

Al diminuire della massa diminuisce la temperatura centrale dei modelli sorretti nu-
clearmente causa la drastica diminuzione della luminosità intrinseca delle strutture. Le
reazioni nucleari continuano dunque ad essere dominate dalla catena ppI e le fasi di prese-
quenza hanno andamenti sostanzialmente analoghi, almeno sinchè non si giunga (M ≤ 0.4
M ) a temperature centrali cosı̀ basse e, conseguentemente, a tempi di equilibrio dell’3 He
cosı̀ grandi da configurare per tale elemento il ruolo di elemento primario. In tal caso svanisce
la fase di rilassamento nucleare e il primo modello sorretto nuclearmente deve essere consid-
erato modello di ZAMS.
Ancora analogo, ma per alcuni versi speculare, l’avvicinamento alla Sequenza Principale
di modelli invece più massicci, nei quali la maggior richiesta di energia conduce a mag-
giori temperature centrali, portando alla dominanza del ciclo CNO. L’equilibrio del ciclo
viene raggiunto quando il 12 C viene trasformato in 14 N, diminuendo la velocità del ciclo e
l’energia emessa nell’unità di tempo. La Fig. 5.4 mostra che in tal caso al primo modello sor-
retto nuclearmente segue un nuovo episodio di limitata contrazione e un ulteriore aumento
di temperatura che infine consente al ciclo all’equilibrio di fornire la richiesta energia. Nel
diagramma HR il modello prosegue ora la sua traccia, innalzando ulteriormente la temper-
atura efficace. Notiamo infine che, come previsto (→ Cap. 2), a causa della alta dipendenza
dalla temperatura la combustione CNO produce ora nuclei convettivi, che si manterranno
per tutta la fase di sequenza principale.
La diversa risposta delle combustioni pp e CNO nell’approccio all’equilibrio si riflette
quindi nella diversa collocazione nel diagramma HR dei modelli di ZAMS rispetto ai modelli
omogenei sorretti nuclearmente. Come mostrato in Fig. 5.5, modelli di ZAMS sorretti dalla
catena pp si collocano a temperature efficaci leggermente inferiori dei rispettivi modelli
omogenei, mentre il contrario avviene per i modelli sorretti dal CNO, che continuano la
contrazione per portarsi a temperature efficaci più alte. Tale diversa risposta rende anche
ragione del fatto che alla transizione tra le due combustioni esiste un intervallo di masse
in cui i modelli omogeni sono sorretti dal CNO e i modelli di ZAMS dal pp. La massa
di transizione dipende naturalmente dalla assunta composizione chimica: innalzando l’elio
originario si ottengono, ad esempio, modelli più caldi e la massa di transizione diminuisce.
Resta infine da osservare come, sulla base delle considerazioni svolte, si possa concludere
che la struttura di un modello di ZAMS possa n genere essere identificata anche senza
8

Fig. 5.5. Una sequenza di modelli omogenei supermetallici (linea a tratti) confrontata con la
collocazione dei modelli di ZAMS.

procedere al calcolo dettagliato delle fasi di presequenza. Sinchè, come avviene per masse non
troppo piccole, i tempi scala gravitazionale, nucleare dei secondari e nucleare del’idrogeno
restano ben distinti, sarà lecito integrare direttamente un primo modello omogeneo sorretto
nuclearmente imponendo ε=0, e lasciando evolvere la struttura sino a raggiungere l’equilibrio
dei secondari (pseudoevoluzione).

5.4. La traccia di Hayashi


Si è visto come tutti i modelli stellari nella loro iniziale fase convettiva seguano ben definite e
tra loro analoghe sequenze confinate alle basse temperature efficaci. Tale comportamento va
inquadrato in una regola generale secondo la quale per ogni prefissata massa e composizione
chimica esiste nel diagramma HR un limite destro invalicabile definito appunto da strutture
totalmente convettive, che prende il nome di traccia di Hayashi. Tale regola, enunciata
dall’astrifisico giapponese Kushiro Hayashi sulla base di modelli stellari semianalitici, può
essere convenientemente illustrata in base ad esperimenti numerici.
Si riprendano infatti le equazioni di equilibrio e si consideri il gradiente dT/dp come un
parametro libero G costante lungo la struttura. Se ne ricava il sistema politropico

dP/dr = ....
dMr /dr = ...
dT/dp = G

che per ogni valore di G e per ogni assunto valore della luminosità L ammette una
soluzione. Non sorprendentemente, si trova che per ogni L, al crescere di G il modello (non
realistico) si sposta a temperature efficaci minori. Il criterio di Schwarzschild detta peraltro
un limite superiore per i valori del ”gradiente medio” G, dovendo risultare

dT dT
≤( )ad
dP dP
9

Fig. 5.6. Linee isoconvettive HR per una struttura di 1 M dalla indicata composizione chimica.
Le singole linee indicano il luogo nel diagramma HR ove la base dell’inviluppo convettivo raggiunge
un prefissato valore della frazione di massa Mc e. La linea a tratti riporta la traccia di Hayashi
(strutture roralmente convettive)

ove, trascurando gli effetti superficiali di superadiabaticità, l’eguaglianza implica strut-


ture completamente convettive. Ne segue che la linea formata al variare di L da tali strutture
convettive rappresenta nel diagramma HR un limite destro per strutture in quasi equilibrio.
E’ utile inserire il concetto di traccia di Hayashi nel contesto più vasto di un indagine
topologica della convezione negli strati esterni delle strutture stellari. Si è già indicato
come al diminuire della temperatura efficace ci si attenda che nascano e progressivamente
si sviluppino in profondità strati convettivi superficiali collegati alla ionizzazione parziale
dell’idrogeno. Tale previsione qualitativa può essere perfezionata osservando che il metodo
del ”fitting” ci assicura che per ogni prefissata massa stellare, ogni posizione del diagramma
HR (ogni coppia di valori L e Te ) identifica senza ambiguità le condizioni superficiali. E’
lecito quindi integrare le equazioni di equilibrio verso l’interno, identificando le catatter-
istiche che avrebbe la struttura e, in particolare, la profondità degli strati convettivi, se
presenti. Si noti che in tale modo non si esegue la valutazioe di un reale modello stellare:
si opera solamente la previsione che se una stella di data massa si venisse a trovare in quel
punto del diagramma HR, allora dovrebbe avere la struttura esterna cosı̀ calcolata.
Tali informazioni possono essere accorpate per produrre la topologia degli inviluppi con-
vettivi mostrata in Fig.5.6, ove le varie linee isoconvettive rappresentano il luogo dei punti
ove la convezione superficiale affonda sino ad un predeterminato valore della massa stellare.
Come caso limite, si ottiene cosı̀ anche una valutazione della traccia di Hayashi ove sono
tenuti in debito conto gli effetti della superadiabaticità.
Poichè i modelli di presequenza percorrono per definizione le rispettive tracce di Hayashi,
la precedente Fig, 5.1 mostra chiaramente come al diminuire della massa stellare la traccia
di Hayashi si sposti verso temperature efficaci minori. La Fig, 5.7 mostra come la traccia si
sposti verso minori temperature efficaci anche all’aumentare della metallicità. La sensibilità
al contenuto originario di elio è molto minore, almeno nel campo delle variazioni attese
per questo parametro evolutivo (∆ Y ≤ 0.1), con la traccia che si sposta leggermente a
temperature inferiori al diminuire di Y. La particolare sensibilità al contenuto metallico
discende dal forte contributo dato dai metalli (a differenza dell’elio) all’opacità della materia.
10

Fig. 5.7. Tracce di Hayashi per una struttura di 1 M al variare del contenuto metallico.

E’ infine di particolare rilevanza osservare che per ogni fissata massa e composizione
chimica originaria la traccia di Hayashi dipende anche, e sensibilmente, dalla lunghezza
di rimescolamento adottata nel trattamento della convezione superadiabatica. Minore la
lunghezza di rimescolamento, meno efficiente è il trasporto convettivo e più alto il valore della
superadibaticità. Si noti al riguardo come al limite l →0 debba risultare anche ∇con → ∇rad .
Maggiore superadiabaticità significa infine maggiori gradienti all’interno della struttura e
di conseguenza temperature più basse in atmosfera. Se ne conclude che al diminuire di
l la traccia di Hayashi si sposta, come avviene, verso temperature più basse. Se ne deve
concludere che in assenza di indicazioni precise sul valore di l (→ A5. ..) la collocazione
della traccia è soggetta a pesanti incertezze, che si riflettono non solo sulla temperatura
delle tracce di presequenza, ma anche, come vedremo, sulla collocazione nel diagramma HR
delle Giganti Rosse.

5.5. La Sequenza Principale di Età Zero (ZAMS)


In base alle considerazioni evolutive sin qui svolte è possibile produrre valutazioni teoriche
sulle strutture di Sequenza Principale per ogni assunta composizione chimica iniziale. La
Fig. 5.8 riporta, nel riquadro a sinistra, l’andamento nel diagramma HR di tali sequenze per
tre scelte di composizione chimica che coprono le composizioni delle strutture galattiche. Il
riquadro a destra nella stessa figura riporta l’andamento delle temperature centrali per gli
stessi modelli.
Luminosità e temperatura centrale crescono in ogni caso al crescere della massa, come
richiesto dal crescente contenuto energetico e conseguente fabbisogno delle strutture di equi-
librio. Al crecere della massa stellare segue l’inevitabile passaggio delle combustioni nucleari
sotto il controllo del ciclo CNO. La transizione tra catena pp e ciclo CNO avviene attorno alle
1-2 M , in dipendenza anche dalla composizione chimica. Tale transizione è segnalata dalla
diversa pendenza della relazione massa - temperatura centrale: per sostenere l’aumento di lu-
minosità con la crescita della massa, stelle sorrette dalla catena pp (∝ T 4 ) devono aumentare
la temperatura centrale molto più rapidamente di quanto richiesto dalle stelle sorretta dal
ciclo CNO, dalla molto maggiore dipendenza dalla temperatura (∝ T 14 ).
Le masse minori, sorrette dalla catena pp, come conseguenza della bassa dipendenza
di tale catena dalla temperatura hanno nuclei in equilibrio radiativo, con l’occasionale e
11

Fig. 5.8. A sinistra: distribuzione nel diagramma HR di strutture di sequenza principale per le
indicate composizioni chimiche. Il punto lungo le sequenze segnala la collocazione dei modelli di 1
M . E’ indicata una retta R= cost (logL ∝ 4logTe ). A destra: andamento delle temperature centrali
(in milioni di gradi) al variare della massa negli stessi modelli.

transitoria presenza di una limitata convezione da 3 He (→ A5.3). La alta dipendenza dalla


temperatura del ciclo CNO genera invece nuclei convettivi che aumentano all’aumentare della
massa e, quindi, della temperatura centrale. Contemporaneamente, stelle a massa minore si
collocano a temperature effettive corrispondentemente minori, ove abbiamo visto debbano
svilupparsi inviluppi convettivi che devono scomparire alle alte temperature efficaci. Ne segue
che -come indicato in figura- stelle della Sequenza Principale ”Inferiore” (SPI) o ”Superiore”
(SPS) hanno strutture caratteristicamente speculari: nuclei radiativi ed inviluppi convettivi
le prime, nuclei convettivi e inviluppi radiativi le seconde. Differenze che si rifletteranno
nelle successive fasi evolutive. La convezione superficiale, presente a partire da logTe ∼
4.0, a logTe ∼ 3.8 comincia ad interessare consistenti frazioni di massa stellare, affondando
sempre di più al diminuire della massa (e della temperatura efficace) sino a produrre per
masse M≤ 0.3 M strutture totalmente convettive.
La Tabella 2 riporta alcune grandezze caratterizzanti strutture di sequenza principale
con composizione originale solare, Z=0.02, Y=0.27. Si nota come, in generale, al crescere
della massa decresca sensibilmente la densità centrale. Si può comprendere il significato di
tale comportamento ricorrendo alla condizione di equilibrio imposta dal viriale. Supponiamo
infatti di avere una fissata struttura stellare e di aumentarne (con un gedanken experiment) la
massa. La struttura ha due vie per ritrovare l’equilibrio: aumentare l’energia cinetica totale
(aumentare la temperatura) o diminuire l’energia gravitazionale (espandere e diminuire la
densità). I dati in tabella mostrano che le strutture stellari sfruttano contemporaneamente
ambedue i canali. La leggera deviazione da tale comportamento generale attorno 1 M è,
forse, da porsi in connessione con la transizione tra i due tipi di combustione e la nascita
dei nuclei convettivi. Se, aumentando la massa, aumenta la temperatura e diminuisce la
densità dobbiamo infine concluderne che all’aumentare della massa le strutture si allontanano
sempre più dal rischio di degenerazione elettronica, accadimento che è la chiave di volta dalla
quale dipenderanno le caratteristiche dell’evoluzione delle strutture nelle fasi successive alla
Sequenza Principale.
12

Fig. 5.9. La collocazione nel diagramma HR di Sequenze Principali con Z=0.001 e varie assunzioni
sull’abbondanza di idrogeno X. La linea a punti mostra il luogo di modelli di 1M al variare di X.

Tab. 1. Grandezze caratteristiche di alcune strutture di ZAMS per composizione chimica solare.
Vengono riportati nell’ordine: la massa M in masse solari, luminosità e temperatura effettiva, raggio
in raggi solari, temperatura Tc e densità centrale ρc , la massa del nucleo convettivo Mcc in masse
solari, la frazione di massa del bordo inferiore della convezione esterna Mce e la frazione di energia
prodotta tramite la catena pp o il ciclo CNO. L’ultima colonna riporta infine il tempo, in anni, che
le strutture trascorreranno nella fase di combustione centrale di H

M logL logTe R Tc ρc Mcc Mce Lpp LCN O tH


0.1 -3.06 3.450 0.12 4.69 402.5 compl. conv. 1.000 0.000 ∼1000 109
0.3 -1.98 3.534 0.29 7.69 100.7 compl. conv. 1.000 0.000 ∼500 109
0.6 -1.09 3.620 9.55 10.0 84.7 0.04 0.510 0.996 0.004 73 109
0.8 -0.59 3.694 0.70 11.7 79.2 0.06 0.741 0.980 0.020 23 109
1.0 -0.17 3.751 0.87 13.7 77.4 0.07 0.969 0.898 0.136 10 109
1.5 0.69 3.849 1.49 18.1 79.4 0.07 0.981 0.803 0.168 2.2 109
2.5 1.59 4.028 1.84 22.7 48.9 0.44 – 0.277 0.724 497 106
5.0 2.74 4.230 2.73 26.9 20.3 0.94 – 0.033 0.967 83 106
7.0 3.25 4.318 3.27 29.1 13.5 1.60 – 0.013 0.987 38 106

Per quel che riguarda le strutture di MS, la degenerazione elettronica comincia ad influire
solo nelle stelle al di sotto di 1 M , crescendo al diminuire della massa, sinchè attorno a
0.1 M giunge a bloccare la contrazione di presequenza e ad impedire cosı̀ l’innesco della
combustione dell’idrogeno. Strutture al di sotto di tale limite continueranno a raffreddare
sotto forma di oggetti compatti sorretti dalla pressione di degenerazione, dissipando il calore
prodotto nella fase gravitativa. Se non troppo al di sotto della massa limite, a queste ”stelle
mancate” si dà il nome di Nane Brune (Brown Dwarfs) ad indicare l’esistenza di sia pur
limitate capacità radiative. Con masse ancora minori si entra nel campo dei pianeti gassosi,
con analoga storia evolutiva. In tale contesto è da notare come nel nostro sistema planetario
Giove, MJ ∼ 10−3 M , emetta una quantità di energia maggiore di quella ricevuta dal Sole,
una evidenza da porsi forse in relazione con una residua lenta contrazione.
La Fig. 5.8 mostra come al diminuire del contenuto di metalli e/o all’aumentare del con-
tenuto di elio le sequenze principali si spostino verso maggiori temperature effettive, mentre
13

Fig. 5.10. Andamento con la frazione di massa delle variabili fisiche e chimiche in un modello
di MS di 1.25 M , Z=0.001, Y=0.1. Le variabili sono normalizzate ai valori L=7.16 1033 erg/sec,
P=2.05 1018 dyn/cm2 , ρ =87.81, T=14.88 106 K, R=6.84 1011 cm, X3 =6.37 10−4 , X12 =1.41 10−4 ,
X14 =2.41 10−4

a parità di massa le strutture risultano più luminose. Questa ultima evidenza indica senza
ambiguità un aumento delle temperature centrali, come peraltro verificabile nel riquadro de-
stro della stessa figura. Notiamo subito che la dipendenza della collocazione nel diagramma
HR dal contenuto di elementi pesanti rende ragione della collocazione in tale diagramma
delle subnane di campo, le stelle povere di metalli che transitano nelle vicinanza del Sole (→
Cap.1). L’aumento della luminosità lascia anche prevedere che al diminuire del contenuto di
metalli diminuisca anche la durata, a parità di massa, della fase di combustione di idrogeno.
La risposta delle strutture alle variazioni di elio può essere compresa osservando che, a
parità di densità, l’incremento della percentuale di elio diminuisce il numero di particelle: la
struttura deve contrarre e aumentare la sua temperatura per contrastare l’aumentata grav-
itazione. Ogni volta che si aumenta il peso molecolare, troveremo strutture più calde e più
luminose. La Fig. 5.10 riporta una estesa analisi della collocazione delle Sequenze Principali
al variare del contenuto di elio. Spingendosi verso il limite X (abbondanza di idrogeno)→0 le
sequenze coprono una vasta ma limitata fascia del diagramma H R, per balzare a temperature
efficaci notevolmente più alte per X=0. Tale balzo è collegato alla variazione nel meccan-
ismo di combustione che, all’esaurimento dell’idrogeno, deve passare dalla combustione di
tale elemento alla combustione 3α, che richiede molto maggiori temperature centrali.
Si noti che se le stelle foseero oggetto di efficienti rimescolamenti interni evolverebbero
mantenendosi omogenee, accrescendo col tempo il loro contenuto di elio. La loro traccia evo-
lutiva dovrebbe dunque seguire le linee a massa costante in Fig.5.9, spostandosi sulla sinistra
della Sequenza Principale. Tale approccio topologico fornisce una semplice risposta ad un
delicato problema: l’evidenza di rotazione delle strutture stellari può lasciar sospettare che
fenomeni di circolazione meridiana rimescolino la struttura, mantenendola omogene. La va-
lutazione teorica dell’efficienza di tali rimescolamenti è collegata a non semplici valutazioni
sulla viscosità del gas stellare, e potrebbe apparire dubbia. La riposta osservativa è esplicita-
mente e inconfutabilmente negativa, mostrando che l’evoluzione sposta le strutture non sulla
sinistra ma sulla destra della Sequenza Principale. Sarà dunque l’evoluzione disomogenea a
14

Fig. 5.11. Andamento schematico dell’abbondanza di idrogeno durante l’evoluzione di una strut-
tura della SPI. I numeri segnalano nell’ordine la sequenza temporale.Le linee a tratti segnalano il
passaggio alla combustione CNO.

dover rendere conto degli osservabili, cosa che farà con buon successo. Conviene peraltro
ancora una volta ricordare come l’incertezza sulla lunghezza di rimescolamento si traduca in
una indeterminazione sul valore della temperatura efficace in stelle con inviluppi convettivi
i cui effetti dovrano essere opportunamente valutati.
La fig. 5.10 riporta l’andamento delle variabili fisiche e di composizione in un modello di
MS di 1.25 M . Si noti in particolare l’evidente presenza di un piccolo nucleo convettivo e
l’evoluzione dei diversi elementi chimici che intervengono nelle due combustioni pp e CNO.
La caratteristica distribuzione dell’ 3 He corrsiponde al fatto che nelle zone più interne questo
elemento ha ormai raggiunto la sua abbondanza di equilibrio (che cresce al diminuire della
temperatura) mente nelle zone più esterne non è stato ancora formato.
Qui come sempre nel seguito, occorre ricordare come la indeterminazione sulla lunghezza
di rimescolamento si traduca in una indeterminazione sui valori assoluti delle temperature
con inviluppi convettivi (→ A6.1), indeterminazione che è necessario tenere in considerazione
ogniqualvolta si proceda all’interpretazione di dati osservativi.

5.6. La Sequenza Principale e l’esaurimento dell’idrogeno


La struttura di ZAMS è il punto iniziale della lunga combustione centrale dell’idrogeno.
In tutte le strutture, alla progressiva diminuzione dell’abbondanza di idrogeno nelle regioni
centrali corrisponde automaticamente un continuo aumento di temperatura e densità cen-
trali che si riflette in una lenta crescita della luminosità e un progressivo allontanamento
dalla ZAMS. Stelle della Sequenza Principale Superiore (SPS) hanno nuclei convettivi nei
quali l’idrogeno viene progressivamente sostituito dall’elio prodotto nelle combustioni. Poichè
l’opacità dell’elio è -a parità di condizioni fisiche- minore di quella dell’idrogeno, il gradiente
radiativo tende a diminuire e conseguentemente l’estensione dei nuclei convettivi regredisce
lentamente nel tempo.
L’esaurimento dell’idrogeno al centro segna la fine di questa lunga fase di Sequenza
Principale, manifestandosi con caratteristiche singolarmente diverse per stelle della SPI o
SPS, in dipendenza della presenza o meno di nuclei convettivi. In stelle della SPI, in as-
senza di moti convettivi centrali l’idrogeno viene consumato in una zona relativamente larga
attorno al centro della struttura e, in ogni punto di tale zona, in proporzione all’efficienza
locale delle combustioni pp. Ne segue un andamento temporale dell’abbondanza di idrogeno
del tipo riportato nella figura 5.11. E’ facile comprendere come in tal caso l’esaurimento
15

Fig. 5.12. Andamento schematico dell’abbondanza di idrogeno durante l’evoluzione di una strut-
tura della SPS. I numeri segnalano nell’ordine la sequenza temporale.

dell’idrogeno non rappresenti un evento traumatico: il progressivo aumento di temperatura


renderà più efficienti le combustioni nelle zone ricche di idrogeno contornanti il centro e la
combustione si sposterà con continuità dal centro ad una ampia shell contornante un nucleo
essenzialmente composto solo da elio e dagli originari elementi pesanti.
E’ importante rilevare che la crescita delle temperature centrali favorisce l’efficienza del
ciclo CNO che poco dopo l’esaurimento dell’idrogeno centrale finisce col prendere defini-
tivamente il sopravvento. A causa della forte dipendenza del CNO dalla temperatura, si
restringe fortemente la zona interessata dalle combustioni che finisce col presentarsi come
una shell sottile che progredisce all’interno della stella erodendo il fondo della zona ancora
ricca di idrogeno e separando bruscamente il nucleo di elio dalle zone più esterne.
Nelle stelle di SPS la presenza del nucleo convettivo conduce invece a conseguenze pe-
culiari. Anche se la zona di combustione è fortemente accentrata, il rimescolamento operato
dalla convezione fa sı̀ che l’idrogeno diminuisca omogeneamente in tutta la zona convettiva
(Fig. 5.12). Ne consegue che all’esaurimento dell’idrogeno restano prive di combustibile non
solo le zone ove era efficiente la combustione, ma anche una estesa regione circostante. Allo
spengersi delle combustioni la stuttura deve quindi reagire con una contrazione che avrà
termine solo quando la temperatura interna si sarà innalzata sino a produrre una efficiente
combustione di idrogeno negli strati circostanti il vecchio nucleo convettivo. Si noti ”in pass-
ing” che al diminuire delle combustioni centrali diminuisce il relativo flusso, il gradiente
radiativo crolla e sparisce l’instabilità convettiva.
La Fig. 5.13 riporta esempi del cammino evolutivo delle strutture durante la fase di MS,
sino all’innesco della combustione di idrogeno in una shell. Il modello di 1 M mostra la
tipica evoluzione delle strutture di SPI: si allontana regolarmente dalla posizione di ZAMS
raggiungendo un massimo della temperatura efficace (turn off della traccia) poco prima
dell’esaurimento dell’idrogeno centrale. Dopo l’esaurimento la traccia prosegue dirigendosi
sempre più decisamente verso basse temperature efficaci nel mentre si instaura la combus-
tione di idrogeno in una shell. I modelli di 1.25 e 1.5 M mostrano invece il tipico andamento
delle strutture di SPS. Poco prima dell’esaurimento parte la contrazione (tratto A-B in Fig
5.13) solo al termine della quale l’idrogeno al centro viene definitivamente esaurito. Ci si
attende dunque che stelle sufficientemente massicce presentino al termine della fase di com-
bustione centrale di idrogeno (MS) una fase di contrazione gravitazionale, percorsa dunque
con tempi scala molto minori di quelli nucleari. In questa fase ci si attende quindi scarsa o
nulla presenza di oggetti stellari. Le osservazioni confermano puntualmente tale previsione:
ammassi stellari sufficientemente giovani mostrano al termine della sequenza principale una
16

Fig. 5.13. Tracce evolutive nel diagramma HR di stelle per la composizione iniziale Y=0.30,
Z=0.10. L’evoluzione è seguita a partire dal modello di ZAMS sino al massimo relativo di luminosità
(C). I punti lungo le tracce indicano decrementi di idrogeno centrale pari a ∆X=0.1.

Fig. 5.14. Il diagramma CM (Colore-Magnitudine) per l’ammasso di vecchio disco M67 =


NGC2682.

”gap” per mezzo della quale l’esistenza di un nucleo convettivo nelle strutture di SPS diventa
-indirettamente- un osservabile (Fig. 5.14).
Ulteriori dettagli sulla fase di esaurimento dell’idrogeno sono riportati in A5.6. Prima di
concludere questo punto dobbiamo però aggiungere che per masse al di sopra delle 10 M ,
la fase di esaurimento dell’idrogeno si complica per la presenza di un ulteriore fenomeno:
l’energia emessa dai nuclei in contrazione si traduce in un flusso cosı̀ grande che nelle regioni
che circondano il nucleo il gradiente radiativo viene spinto a superare quello adiabatico e le
zone diventano, almeno formalmente, convettive.
Abbiamo detto ”almeno formalmente” perchè è adesso necessario osservare che nella
derivazione del criterio di Schwarzschild si era a suo tempo fatta l’implicita assunzione di
materia chimicamente omogenea. La zona che contorna il nucleo in contrazione presenta
invece un gradiente di elio, la cui abbondanza va progressivamente crescendo verso l’interno
come risultato della progressiva diminuzione delle dimensioni del nucleo convettivo original-
mente presente nel modello di ZAMS.
L’esistenza di un tale gradiente di peso molecolare tende a stabilizzare la zona più di
quanto previsto dal criterio di Schwarzschild: al termine di uno spostamento adiabatico gli
elementi possono trovarsi più caldi dell’ambiente circostante ed essere peraltro richiamati
17

alla posizione originale perchè intrinsecamente più pesanti. Conseguentemente il criterio di


Schwarzschild si trasforma nel Criterio di Ledoux secondo il quale per l’instabilità convettiva
si richiede
dlogµ
∇rad ≥ ∇L = ∇ad +
dlogP
E’ stato però fatto notare che in una zona superadiabatica resa stabile del termine di
Ledoux un elemento richiamato alla sua posizione iniziale, a causa delle inevitabili perdite ra-
diative vi tornerebbe più freddo e quindi più pesante dell’ambiente circostante, proseguendo
quindi nel suo moto e dando origine ad una sia pur diversa forma di instabilità che porterebbe
in ogni caso al rimescolamento degli strati coinvolti. L’efficienza del rimescolamento in queste
zone è peraltro questione ancora dibattuta, talora affrontata nel quadro di teorie diffusive.
Qui notiamo solo che nel caso dell’esaurimento dell’idrogeno in stelle massicce l’applicazione
”sic et simpliciter” del criterio di Ledoux inibisce di fatto la formazione delle shell di con-
vezione, con predizioni osservative che sembrano in molto migliore accordo con le osservazioni
(→ A5,,,).
Resta infine da notare come la durata della fase di combustione centrale dell’idrogeno
(MS) decresca rapidamente all’aumentare della massa (e della luminosità) della struttura:
la precedente tabella 5.1 riporta alcuni valori di tale durata per stelle di metallicità solare.
Stelle povere di metalli avranno durate leggermente più lunghe, ma si può in ogni modo
concludere che in ogni caso stelle con masse minori di ∼ 0.8 M hanno vite di MS mag-
giori dell’età stimata per l’Universo (∼ 1010 anni). Tali strutture devono quindi in ogni caso
essere ancora presenti in cielo, portando testimonianza di tutte le generazioni stellari che
si sono succedute nella nostra come nelle altre galassie. Si ricava anche che il nostro Sole,
con circa 4 miliardi di anni di vita, si trova nel pieno della sua fase di MS, ancora essen-
zialmente sorretto dalla combustione pp. Il confronto delle strutture solari teoriche con i
dati sperimentali dell’eliosismologia ha posto in luce la probabile efficienza di meccanismi
di diffusione microscopica che, con scale temporali dell’ordine di miliardi di anni, inducono
leggere modificazioni alla distribuzione degli elementi chimici all’interno delle strutture stel-
lari, interessando quindi solo l’evoluzione di stelle con massa suffientemente piccola e tempi
evolutivi corrispondentemente lunghi (→ ..).
18

Approfondimenti

A5.1. Modelli politropici. Equazione di Lane Emden.


Ogniqualvolta sia possibile stabilire una relazione ”politropica” del tipo

P = Kργ = Kρ(n+1)/n
le equazioni di equilibrio si riducano conducano a modelli ”politropici”, dalle già discusse carat-
teristiche. Gli indici che corrispondono alle due diverse formulazioni della relazione tra pressione e
densità prendono rispettivamente il nome di esponente della politropica (γ) o di indice della politrop-
ica (n). Tra le molte possibili origini di un comportamento politropico ricordiamo:

1. Gradiente adiabatico di gas perfetto monoatomico γ = 5/3, n= 1.5


2. Gas isotermo γ = 1, n= ∞
3. Pgas /Ptot =β=cost, γ = 4/3, n= 3
4. Degenerazione non relativistica γ = 5/3, n= 1.5
5. Degenerazione relativistica γ= 4/3, n= 1.5

In tutti i casi, derivando rispetto a r l’eguaglianza dell’equilibrio idrostatico, e sostituendo


dMr /dr tramite la relazione di conservazione della massa si ottiene

d r2 dP dMr
( ) = −G = −G4πr2 ρ
dr ρ dr dr
da cui

1 d r2 dP
( ) = −4πGρ
r2 dr ρ dr

esprimendo P attraverso la relazione politropica e operando le sostituzioni

ρ = ρc θ n

n−1
4πG
r = ξ/A dove A = ρc n
(n + 1)K

si giunge all’equazione di Lane Emden

1 d 2 dθ
(ξ ) = −θn
ξ 2 dξ dξ

da integrarsi con le condizioni θ = 1 e dθ /dξ = 0 per ξ =0. L’equazione di Lane Emden ammette
per alcuni valori di n anche soluzioni analitiche.
Abbiamo già ondicato come nel caso adiabatico K rappresenti un parametro libero cui cor-
rispondono ∞1 strurrure convettive. Diverso è il caso di strutture degeneri, ove K è una costante
fissata dalla teoria della gas degenere. In tal caso si ha quindi una soluzione unica, e ogni ρc fissa
massa e raggio della struttura, accadimento che mostra come il raggio di una struttura degenere
non dipenda dal suo contenuto termico e dal quale vedremo discendere l’esistenza di una massa
limite per nane bianche e stelle di neutroni.
19

Fig. 5.15. Reazioni di cattura protonica per gli elementi leggeri.

A5.2. La combustione degli elementi leggeri


Le combustioni di elementi leggeri nel corpo delle varie catene pp e il ruolo di elementi secondari
giocato da tali elementi mostra senza ambiguitá che le catture protoniche su D, Li, Be e B precedono
la combustione dell’idrogeno in deuterio. La Fig. 5.15 riporta i principali canali di combustione, con
i due canali del 9 Be in concorrenza 1:1. Stante la scarsa abbondanza di tali elementi nella mate-
ria interstellare é lecito trascurare il contributo energetico alla storia evolutiva di una struttura
stellare; al piú ci si attende che il deuterio, di gran lunga il più abbondante, produca un rallenta-
mento nell’evoluzione di presequenza. peraltro trascurabile a fronte dei successivi tempi evolutivi.
Marginale anche il contributo dei prodotti di reazione, 3 He e 4 He, alla originaria composizione
chimica di una struttura.
L’interesse di queste combustioni risiede principalmente nel fatto che esse consentono di sondare
la storia degli eventuali inviluppi convettivi di una struttura stellare. Maggiori infatti le profonditá
raggiunte da un inviluppo convettivo, maggiori sono le temperature alla base della zona convettiva
cui vengono esposti gli elementi nel continuo rimescolamento. Poiché le sezioni d’urto scalano con
la repulsione coulombiana, ci si attende quindi che al crescere di tali temperature scompaiano
nell’ordine dalla atmosfera D, Li, Be, B. Per quel che riguarda le strutture di MS, ci si attende dunque
che tali elementi scompaiano, nell’ordine, al diminuire della massa stellare e al conseguente crescere
degli inviluppi convettivi. Tale previsione é in linea generale confermata dalle osservazioni, anche se
é bene precisare che i calcoli dettagliati mostrano che le combustioni avvengono principalmente nel
corpo delle strutture di presequenza. Il problema di una corretta previsione delle abbondanze degli
elementi leggeri nelle atmosfere stellari é peraltro ancora aperto e oggetto di indagini.

A5.3. La convezione centrale da 3 He.


E’ istruttivo seguire nei dettagli l’evoluzione dell’ 3 He nelle fasi di approccio alla MS di una stella di
piccola massa al fine di comprendere come tale evoluzione governi la nascita di un nucleo convettivo
e la sua successiva sparizione. Assumendo un’abbondanza iniziale di 3 He tracurabile, la produzione
di tale elemento sarà proporzionale alla temperatura e, quindi, in una fase iniziale la distribuzione di
3
He avrà un massimo al centro della struttura. Poichè la presenza di 3 He favorisce il completamento
della catena pp, la produzione di energia si concentra anch’essa verso il centro, aumenta il flusso di
energia e -stanti l’espressione del gradiente radiativo ed il criterio di Schwarzschild- la zona centrale
diventa convettiva,
Al procedere della combustione l’3 He raggiunge però il suo valore di equilibrio, prima al cen-
tro e progressivamente nella zone circostanti (Fig.5.16). Poichè l’abbondanza di equilibrio è tanto
maggiore quanto minore la temperatura, la distribuzione dell’3 He tenderà ad assumere una carat-
teristica distribuzione a shell, con l’effetto incrementare l’efficienza della catena nelle zone esterne al
20

Fig. 5.16. La variazione col tempo e con la frazione di massa dell’abbondanza di 3 He (linee
continue)in una stella di 0.6 M , Y=0.10, Z=10−3 . Lungo le varie curve sono riportate le età dei
modelli in anni. La curva a tratto e punto riporta la distribuzione di 3 He al manifestarsi dell’episodio
convettivo (t= 2.7 107 anni). Le curve a tratti riportano l’andamento della luminosità alla massima
estensione del nucleo convettivo (a) e per t= 2.5 109 anni.

nucleo convettivo, ridistribuendo la generazione di energia e finendo cosı̀ con l’inibire la convezione
fino a farla scomparire.
A causa di tale meccanismo le stelle di piccola massa sperimentano nelle fasi di approccio e
nelle fasi iniziali di MS un episodio di convezione centrale, la cui limitata estensione, nella struttura
come nel tempo, ha effetti trascurabili sulla successiva storia evolutiva della struttura.

A5.4. Eliosismologia, diffusione e Modello Solare Standard.


Negli anni ’60 del XX secolo si era scoperto, con una qualche sorpresa, che la superficie del Sole
risultava soggetta a moti oscillatori. Dopo quasi un decennio si comprese, almeno in linea di princi-
pio, l’origine di tale fenomeno: il Sole una massa gassosa , e quindi fluida, mantenuta in equilibrio
dalla sua stessa forza di gravità (struttura autogravitante). Tale struttura, se sollecitata, può per-
altro oscillare attorno alla sua configurazione di equilibrio, ed appunto questo quello che avviene.
L’origine della sollecitazione va ricercata nei moti convettivi alla superficie del Sole, in grado di
trasferire energia meccanica all’intera struttura. Ricorrendo ad un’immagine molto usata, si può
riguardare al Sole come ad una campana o un gong che risuona sotto le sollecitazioni dei moti
convettivi. Sarebbe peraltro pi corretto ricorrere ad immagini quali quelle di una massa gelatinosa
posta in vibrazione.
La struttura solare risponde alle sollecitazioni con una enorme quantità di possibili oscillazioni
collegate alla propagazione di onde acustiche che attraversano tutta la struttura. In particolare si
instaurano onde stazionarie, con milioni di modi di oscillazione contraddistinti dai numeri quantici
n, l, m delle relative armoniche sferiche. A fianco di tali onde acustiche (modi ”p”) esistono anche
onde di gravità (modi ”g” e ”f”). In analogia con quanto ottenuto dalle indagini sismiche sulla
struttura dell’interno della terra, la rivelazione e lo studio di tali onde ha consentito di ottenere
importantissime informazioni sulla struttura interna del Sole, aprendo cos un inatteso ed insperato
campo di studio: l’eliosismologia. Campo che richiede peraltro misure di estrema delicatezza, ove
si consideri che l’ampiezza tipica delle oscillazioni dell’ordine di solo 0.1 m/sec e la rivelazione di
tali velocità tramite l’effetto Doppler sulle righe di assorbimento della radiazione solare richiede
di riuscire a valutare spostamenti Doppler dell’ordine di un milionesimo della larghezza intrinseca
delle righe stesse.
21

Fig. 5.17. Confronto dell’andamento di P/ρ del SSM con i risultati eliosismologici .

L’eliosismologia si andata sviluppando solo in tempi relativamente recenti. Nei primi anni
’90 diventava ad esempio operativo il programma GONG (Global Oscillation Network Group)
destinato a tenere sotto continua osservazione il Sole grazie a sei stazioni di osservazione dis-
tribuite regolarmente in longitudine. Nel 1995 veniva inoltre lanciato il satellite SOHO (SOlar
and Heliospheric Observatory), una collaborazione ESA/NASA dedicata all’osservazione continua
del Sole dallo spazio. La disponibilità di informazioni sperimentali sull’interno della struttura solare
ha stimolato un rilevante progresso nella nostra capacità di produrre accurate previsioni teoriche
sulla struttura ed evoluzione non solo del Sole ma anche delle altre stelle. L’affidabilità dei ”mod-
elli stellari”, come sviluppatisi negli ultimi decenni del XX secolo anche grazie alla disponibilità di
moderni e veloci calcolatori elettronici, dipende infatti criticamente dalla accuratezza con cui viene
descritto il comportamento della materia e della radiazione in condizioni stellari.
Nel caso del Sole, la possibilità di confrontare le predizioni dei modelli con i dati eliosismologici
ha stimolato un grande progresso in tali valutazioni, ponendo inoltre in luce l’efficienza nel Sole di
meccanismi di diffusione che erano in prededenza generalmente trascurati nei calcoli evolutivi. A
livello microscopico per ogni specie ionica ”i” si può definire una velocità di migrazione

T 5/2
vi = ξi
ρ
con

dlogT dlogP dlogCi


ξi = AT + AP + AC
dr dr dr
Siamo in presenza dunque di un effetto di sedimentazione gravitazionale (dlogP) cui si aggiun-
gono effetti di temperatura e di concentrazione, quest’ultimo in genere di minore efficienza.
La considerazione di processi di diffusione si è rivelata un ingrediente fondamentale per giun-
gere a produrre modelli solari che siano in buon accordo non solo con le caratteristiche radia-
tive del Sole (Luminosità e Temperature efficace) ma anche con le caratteristiche strutturali rive-
late dall’eliosismologia. Tali modelli (Standard Solar Model=SSM) venivano originalmente prodotti
richiedendo che una struttura di 1 M con la composizione chimica originale della attuale atmosfera
solare raggiunga dopo 4.5 miliardi di anni le caratteristiche del Sole. La condizione sull’età proviene
dalle stime sull’età del sistema solare ricavate dagli elementi radioattivi contenuti nei meteoriti.
In tali procedure i modelli contengono due parametri liberi, la lunghezza di rimescolamento che
regola l’efficienza della convezione superadiabatica e il contenuto originale di elio, non direttamente
ricavabile dallo spetro del Sole perchè le righe dellelio nel suo stato fondamentale cadono nell’estremo
ultravioletto. La lunghezza di rimesolamento governa il raggio della struttura, mentre il contenuto
di elio ne regola la luminosità, cosı̀ che la richiesta di riprodurre il Sole attuale corrispondeva ad
una calibrazione di tali due quantità.
22

Tab. 2. Distribuzione di alcune grandezze fisiche lungo il Modello Standard con diffudione micro-
scopica

Mr /M R/Rtot logP logT logρ L/Lsup εN ∇rad ∇ad


1.06E-07 6.91E-04 17.366 7.195 2.181 9.49E-07 1.71E+01 3.32E-01 0.397
4.12E-03 3.43E-02 17.332 7.184 2.141 3.45E-02 1.54E+01 3.31E-01 0.397
4.20E-02 7.92E-02 17.208 7.143 2.014 2.83E-01 1.06E+01 3.26E-01 0.397
8.88E-02 1.07E-01 17.100 7.109 1.914 5.01E-01 7.40E+00 3.19E-01 0.397
1.86E-01 1.48E-01 16.912 7.050 1.756 7.68E-01 3.63E+00 3.00E-01 0.397
2.71E-01 1.78E-01 16.758 7.006 1.637 8.87E-01 1.93E+00 2.80E-01 0.397
3.46E-01 2.04E-01 16.619 6.968 1.530 9.43E-01 1.05E+00 2.62E-01 0.397
4.46E-01 2.37E-01 16.423 6.919 1.380 9.80E-01 4.52E-01 2.41E-01 0.397
5.23E-01 2.65E-01 16.255 6.880 1.250 9.94E-01 2.21E-01 2.27E-01 0.397
5.79E-01 2.87E-01 16.122 6.850 1.146 9.98E-01 8.72E-02 2.18E-01 0.397
6.45E-01 3.16E-01 15.944 6.812 1.005 1.00E+00 2.84E-02 2.09E-01 0.397
7.06E-01 3.46E-01 15.758 6.774 0.857 1.00E+00 1.21E-02 2.02E-01 0.397
7.39E-01 3.65E-01 15.642 6.751 0.764 1.00E+00 7.21E-03 1.98E-01 0.397
7.79E-01 3.91E-01 15.484 6.720 0.637 1.00E+00 3.57E-03 1.95E-01 0.397
8.12E-01 4.17E-01 15.334 6.691 0.516 1.00E+00 1.82E-03 1.93E-01 0.397
8.45E-01 4.47E-01 15.159 6.657 0.374 1.00E+00 8.19E-04 1.91E-01 0.397
8.73E-01 4.77E-01 14.984 6.624 0.232 1.00E+00 3.66E-04 1.91E-01 0.397
8.90E-01 4.99E-01 14.865 6.601 0.135 1.00E+00 2.09E-04 1.92E-01 0.397
9.07E-01 5.24E-01 14.729 6.575 0.026 1.00E+00 1.10E-04 1.93E-01 0.397
9.23E-01 5.53E-01 14.572 6.544 -0.101 1.00E+00 5.11E-05 1.97E-01 0.397
9.40E-01 5.89E-01 14.383 6.506 -0.252 1.00E+00 1.98E-05 2.06E-01 0.397
9.50E-01 6.15E-01 14.250 6.478 -0.358 1.00E+00 9.84E-06 2.16E-01 0.397
9.58E-01 6.40E-01 14.120 6.449 -0.459 1.00E+00 4.80E-06 2.33E-01 0.396
9.66E-01 6.70E-01 13.968 6.411 -0.574 1.00E+00 1.93E-06 2.70E-01 0.396
9.74E-01 7.05E-01 13.785 6.356 -0.705 1.00E+00 5.54E-07 3.50E-01 0.396
9.79E-01 7.30E-01 13.655 6.306 -0.787 1.00E+00 1.83E-07 5.10E-01 0.396
9.83E-01 7.53E-01 13.520 6.252 -0.868 1.00E+00 5.38E-08 7.71E-01 0.396
9.88E-01 7.81E-01 13.352 6.186 -0.969 1.00E+00 1.10E-08 1.25E+00 0.396
9.91E-01 8.09E-01 13.158 6.109 -1.085 1.00E+00 1.61E-09 2.14E+00 0.396
9.93E-01 8.28E-01 13.023 6.055 -1.167 1.00E+00 3.94E-10 3.05E+00 0.396
9.95E-01 8.46E-01 12.873 5.996 -1.257 1.00E+00 0.00E+00 4.54E+00 0.396
9.96E-01 8.66E-01 12.696 5.926 -1.363 1.00E+00 0.00E+00 7.33E+00 0.396
9.97E-01 8.79E-01 12.563 5.873 -1.443 1.00E+00 0.00E+00 1.06E+01 0.395
9.98E-01 8.95E-01 12.382 5.802 -1.551 1.00E+00 0.00E+00 1.77E+01 0.395
9.99E-01 9.06E-01 12.248 5.749 -1.632 1.00E+00 0.00E+00 2.58E+01 0.394
9.99E-01 9.26E-01 11.936 5.626 -1.819 1.00E+00 0.00E+00 6.59E+01 0.392
9.99E-01 9.35E-01 11.778 5.564 -1.913 1.00E+00 0.00E+00 1.12E+02 0.391
1.00E+00 9.43E-01 11.613 5.500 -2.013 1.00E+00 0.00E+00 2.03E+02 0.389
1.00E+00 9.50E-01 11.458 5.440 -2.105 1.00E+00 0.00E+00 3.70E+02 0.387
1.00E+00 9.55E-01 11.312 5.383 -2.194 1.00E+00 0.00E+00 6.73E+02 0.384

Le strutture cosı̀ calcolate risultano peraltro in grave disaccordo con i dati eliosismologici che
forniscono, ad esempio, il velore di P/ρ lungo tutta la struttura. L’introduzione di meccanismi
di diffusione complica ovviamente le procedure, perchè si deve anche ricavare una composizione
chimica originale che, tenendo conto della diffusione atmosferica, produca infine il valore di Z/X
ricavato dagli spettri del Sole attuale. Come risultato di tale introduzione le valutazioni teoriche
hanno raggiunto un insperato grado di affidabilità, come mostrato nella Figura 5.17, che mostra
l’eccellente accordo del rapporto tra pressione e densit (P/ρ) all’interno del Sole, come ricavato
23

Fig. 5.18. Traccia evolutiva di un Modello Solare Standard.

dall’eliosismologia, con le previsioni del modello teorico solare. Grazie anche a tali verifiche speri-
mentali, siamo oggi in grado di valutare con ragionevole precisione le storia evolutiva delle stelle,
in generale, ed in particolare quella del nostro Sole. La Figura 5 riassume schematicamente quanto
oggi sappiamo non solo sulla storia passata del nostro astro, ma anche sulla sua prevista evoluzione
nei prossimi 5 miliardi di anni.

A5.5. Neutrini Solari


I neutrini solari hanno rappresentato un rilevante problema giunto a soluzione giusto nei primi anni
2000. I termini di tale problematica erano stati posti a partire dai precedenti anni ’60, quando
R. Davis installò in una miniera di Homestake, nel Dakota, ad una profondità di 1500 metri, un
contenitore con 400 000 litri di tetracloroetilene al fine di rivelare i neutrini prodotti dalle reazioni di
fusione nucleare che, trasformando idrogeno in elio, riforniscono il Sole di energia. Una valutazione
del numero di neutrini emessi dal Sole é di grande semplicità. In ogni reazione di fusione 4 protoni
vanno a formare un nucleo di elio con due protoni e due neutroni, e ad ogni formazione di un neutrone
corrisponde l’emissione di un neutrino. Quindi ad ogni reazione di fusione corrisponde l’emissione
di due neutrini. Il numero di reazioni che avvengono in un secondo é subito ricavabile dall’energia
luminosa emessa dal Sole in quell’intervallo di tempo (3.9 1033 erg) divisa per l’energia prodotta
nella formazione di un nucleo di elio (circa 25 MeV = 4 10−5 erg). Ne risulta una produzione di
circa 1038 neutrini al secondo e un flusso, alla distanza della terra, dell’ordine di 1011 neutrini per
cm2 e per secondo.
I neutrini solari rivestono una grande importanza perché, prodotti nelle regioni centrali della
stella, sfuggono direttamente nello spazio senza in pratica interagire con la materia solare. Essi
portano quindi informazioni direttamente dalle regioni di produzione, nel centro della nostra stella.
Con i fotoni dunque vediamo la superficie del Sole, con i neutrini ”vediamo” le sue parti centrali.
Per comprendere l’evoluzione della problematica sui neutrini solari, dobbiamo peraltro ricordare
come alla fusione dell’idrogeno concorrano numerose reazioni che producono neutrini elettronici di
varia energia (Fig. 5.19 ) . Le pi importanti risultano:

p + p → D + νe Eν = 0.42M ev

7
Be + e− →7 Li + νe Eν = 0.86M ev
8 8 +
B → Be + e + νe Eν = 14.06M ev
ove per ogni reazione riportata l’energia massima posseduta dai neutrini prodotti.
24

Fig. 5.19. Lo spettro dei neutrini solari predetto dal Modello Solare Standard. Le frecce riportano
la soglia dei vari esperimenti di rivelazione.

L’esperienza di Davis rivelava i neutrini tramite la reazione νe +37 Cl →37 Ar +e− e la successiva
rivelazione del decadimento del nucleo di 37 Ar cosı̀ prodotto. La reazione ha peraltro una soglia
pari a 0.81 Mev, talché l’esperimento poteva in linea di principio rivelare solo i neutrini provenienti
dalle reazioni del boro (B) e del berillio (Be). Sorprendentemente i neutrini rivelati risultarono solo
tra 1/2 e 1/3 di quelli previsti dalla teoria.
Tale evidenza sperimentale si apriva a due interpretazioni alternative. Poteva infatti indicare
che i modelli teorici non valutavano correttamente il contributo delle diverse reazioni all’emissione
dei neutrini, fermo restando il numero totale di neutrini emessi. Ne seguirono vari ma vani tentativi
di abbassare le temperature centrali del Sole, spostando cosı̀ le reazioni verso la catena ppI i cui
neutrini non erano rivelabili. Ma, alternativamente, sin dal 1962 Bruno Pontecorvo (1913-1993)
aveva avanzato l’ipotesi secondo la quale i neutrini emessi dal Sole, di tipo elettronico, si sarebbero
trasformati in volo in uno degli altri due tipi di neutrino (muonico e tauonico), perdendo cosı̀ la
capacità di interagire col Cloro. Ipotesi affascinante perché implicherebbe che il neutrino abbia una
massa, contrariamente alle previsioni dei più semplici e accettati modelli di tali particelle, aprendo
la strada ad una nuova fisica.
Il problema dei neutrini solari ha stimolato nel tempo una serie di importanti imprese sperimen-
tali. Nel 1987 l’esperimento giapponese Kamiokande misurava i neutrini del B utilizzando processi
di scattering elettronico, parzialmente sensibili anche alla presenza di neutrini non elettronici, con-
fermando il deficit di neutrini. Assumendo come validi i dati sperimentali, era peraltro giá possibile
ricavare che i risultati dei due esperimenti erano incompatibili con neutrini canonici. La Fig 5.20
mostra l’interpretazione dei dati sperimentali nel piano dei flussi neutrinici rispettivamente di B e
Be. Kamiokande, sensibile solo ai neutrini del B, fissa il flusso di tali neutrini indipendentemente
da ulteriori assunzioni. Il segnale di Homestake fornisce invece una relazione tra i due flussi a sec-
onda che sia interpretato come prodotto solo da neutrini del B, solo da neutrini del Be o da una
mescolanza dei due. La figura mostra che, in ipotesi di neutrini canonici, il flusso del B misurato
da Kamiokande dovrebbe, da solo, produrre in Homestake un segnale piú alto di quanto osservato.
Una contraddizione sanabile solo ammettendo o un errore nei dati sperimentali.
Un ulteriore chiarimento. e un supporto ai dati dei precedenti esperimenti, veniva dai risul-
tati dell’esperimento Gallex (Gallium Experiment) condotto a partire dal 1996 nei Laboratori
Sotterranei dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) al Gran Sasso, e dal contempora-
neo esperimento SAGE (Soviet-American Gallium Experiment) in un laboratorio sotterraneo nelle
montagne del Caucaso. La soglia della reazione utilizzata da ambedue questi esperimenti per rivelare
i neutrini

νe +71 Ga →71 Ge + νe
25

Fig. 5.20. Le condizioni imposte dagli esperimenti di Homestake e Kamiokande ai flussi di neutrini
del Be e B.

era sufficientemente bassa per rivelare neutrini provenienti da tutte le reazioni supposte esistenti
nel Sole. Il deficit di neutrini riscontrato anche in questi esperimenti, interpretabile ancora sulla
falsariga dello scenario di Fig.5.20, puntava decisamente in direzione delle oscillazioni del neutrino.
La soluzione definitiva del problema venuta solo nel 2001, con l’esperimento di Sudbury che utilizza
l’interazione tra neutrino e deuterio per studiare contemporaneamente la presenza sia di neutrini
elettronici che di altro tipo. Le due reazioni utilizzate sono:

νe + D → p + p + e−

ν+D →p+n+ν
Anche dal confronto con i risultati degli esperimenti precedenti, se ne tratta la chiara e definitiva
evidenza per un flusso dei neutrini in pieno accordo con le previsioni teoriche e la contemporanea
evidenza per l’oscillazione dei neutrini elettronici in neutrini di altro tipo, aprendo cosı̀ la strada
ad un nuovo capitolo della fisica fondamentale.

A5.6. La fase di esaurimento dell’idrogeno.


Le strutture della SPI, caratterizzate lungo la fase di MS da nuclei in equilibrio radiativo, attraver-
sano la fase di esaurimento dell’idrogeno al centro mantenendo una regolare continuità evolutiva. La
Fig. 5.21 mostra la distribuzione degli elementi chimici in una struttura di 1 M in due momenti,
l’uno precedente e l’altro successivo all’esaurimento dell’idrogeno. La distribuzione dell’idrogeno
nella struttura che precede l’esaurimento è conseguenza di una combustione pp che è giunta ad
interessare circa metà della massa stellare. La scarsa efficienza del ciclo CNO è dimostrata dalla
distribuzione dell’16 O, che ha iniziato a muoversi verso la sua composizione di equilibrio solo nelle
regioni più centrali. Si nota peraltro che il 12 C si è ormai portato all’equilibrio con l’14 N in gran
parte della zona di combustione.
Nella struttura successiva all’esaurimento si è ormai formato un piccolo nucleo di elio. La com-
bustione è ancora largamente sorretta dalla catena pp, come mostrato dalle dimensioni della zona
in cui l’idrogeno è diminuito. La combustione CNO sta però guadagnando efficienza, come mostrato
dall’16 O la cui abboondanza nelle regioni centrali è crollata ai valori di equilibrio. Si può infine
notare come la shell dell’ 3 He si sposti verso l’esterno, come conseguenza del combinato effetto della
diminuzione dei valori di equilibrio dovuta all’aumento di temperatura nella porzione più interna
della shell, e della proseguita produzione di tale elemento nella porzione più esterna.
26

Fig. 5.21. Distribuzione delle concentrazioni in massa degli elementi primari o pseudoprimari
all’interno di una struttura di 1 M prima (linee continue) e dopo (linee a punti) l’esaurimento
dell’idrogeno centrale. Tutte le grandezze sono normalizzate al loro valore massimo.

Fig. 5.22. Andamento temporale di variabili fisiche di struttura e dell’abbondanza centrale di H


durante la fase di contrazione all’esaurimeno di H centrale.Il tempo t è in miliardi di anni.

I dettagli dell’evoluzione di una struttura di SPS attraverso la fase di esaurimento dell’idrogeno


sono più complessi. Il passaggio dalla combustione centrale a quella a shell, sovente indicato in
letteratura come fase di overall contraction, avviene in realtà con una certa continuità, grazie an-
che all’intervento nella fase cruciale dell’energia gravitazionale. La Fig. 5.22 mostra l’andamento
temporale di alcune variabili di struttura nella stella di 1.25 M di Fig 5.13. La contrazione ha
inizio quando al centro Xc ∼ 0.05 (punto A in figura) con un aumento di temperatura e densità
centrali che tendono a mantenere efficiente la combustione CNO dello scarso H ancora presente,
mentre la generazione di energia gravitazionale resta ben al di sotto di quella nucleare. Nel con-
tempo aumentano anche le temperatura ai margini del nucleo convettivo ove iniziano a divenire sia
pur debolmente efficienti reazioni di combustione.
L’esaurimento dell’idrogeno è segnalato dalla contemporanea scomparsa del nucleo convettivo:
in questo momento la contrazione gioca il suo ruolo di stabilizzazione, fornendo un’energia pari
a quella generata nuclearmente. La temperatura centrale crolla perchè il nucleo ormai privo di
sorgenti di energia deve tendere all’isotermia, portandosi alla temperatura delle combustioni che
lo circondano, mentre cresce corrispondentemente la densità centrale. Al termine di questa ultima
e rapida fase, la struttura si è stabilizzata nella combustione a shell. E’ importante notare che,
contrariamente a quanto talora ritenuto, la fase di rapida evoluzione (e quindi la ”gap” osservativa)
27

Fig. 5.23. Andamento temporale della temperatura efficace in modelli di 20 M , composizione


chimica solare, all’esaurimento dell’idrogeno centrale, calcolati adottando alternativamente il criterio
di Ledoux (L) o quello di Schwarzschild (S).

Fig. 5.24. Diagramma CM dell’ammasso giovane globulare della Grande Nube di Magellano
NGC2004. La linea mostra la traccia evolutiva di una stella di 16 M calcolata adottando il criterio
di Ledoux.

non necessariamente coincide con la fase di temperature efficaci crescenti (tratto A-B in Fig. 5.13),
potendosi estendere anche alle fasi successive, come facilmente deducibile dai dati di Fig. 5.22.
Passando al caso delle shell di convezione in stelle massicce, l’alternativa applicazione dei cri-
teri di Schwarzschild o di Ledoux porta, come abbiamo indicato, all’esistenza o meno dell’ insta-
bilità, con macroscopiche conseguenze sulle caratteristiche evolutive. La Fig. 5.23 riporta ad esempio
l’andamento temporale della temperatura efficace in una stella di 20 M valutato sotto le due al-
ternative ipotesi. Assumendo il criterio de Ledoux all’esaurimento dell’idrogeno la stella si sposta
bruscamente nella zona delle giganti rosse, ove proseguirà la sua vita innescando la combustione
dell’elio. Dal criterio di Schwarschild si ricaverebbe invece che la stella si sposta lentamente dalla sua
posizione di MS, innescando l’elio avendo ancora un temperatura efficace di ∼ 10000 K. a Fig. 5.24
mostra che ammassi globulari giovani nella Grande Nube di Magellano (LMC= Large Magellanic
Cloud) presentano un gruppo ben separato di giganti rosse, mostrando cosı̀ che il criterio di Ledoux
produce, perlomeno, modelli stellari molto più vicini alla realtà delle cose.
28

Origine delle Figure

Fig.5.1 Cameron A.G.W. 1971, in ”Structure and Evolution of the Galaxy”, Reidel
Fig.5.2 Ezer D., Cameron A.G.W. 1965, Canad. J. Phys. 49, 1497.
Fig.5.3 Iben I.Jr. 1965, ApJ 141, 993
Fig.5.4 Iben I.Jr. 1965, ApJ 141, 993
Fig.5.5 Caloi V., Castellani V., Firmani C., Renzini A. 1968, Mem. SAIt 39, 409
Fig.5.6 Caputo F., Castellani V., D’Antona F. 1974, Astrophys. Space Sci. 28, 303
Fig.5.7 Caputo F., Castellani V., D’Antona F. 1974, Astrophys. Space Sci. 28, 303
Fig.5.8 Castellani V. 1985, ”Astrofisica Stellare”, Zanichelli
Fig.5.9 Caloi V., Castellani V. 1975, Astrophys. Space Sci. 39, 335
Fig.5.10 Castellani V., Renzini A. 1968, Astrophys. Space Sci. 2, 83
Fig.5.11 Castellani V. 1985, ”Astrofisica Stellare”, Zanichelli
Fig.5.12 Castellani V. 1985, ”Astrofisica Stellare”, Zanichelli
Fig.5.13 Caloi V., Castellani V., Di Paolo N. 1974, A&A 30, 349
Fig.5.14 Montgomery K.A., Marschall L.A., Janes K.A. 1993, AJ 106, 181
Fig.5.16 Caloi V., Castellani V., Firmani C., Renzini A. 1968, Mem. SAIt 39, 409
Fig.5.17 Degl’Innocenti S., Dziembowski W.A., Fiorentini G., Ricci B. 1997, Astroparticle Phys. 7, 77
Fig.5.18 Castellani V., 2002, Lezioni Galileiane X, 423, Museo della Scienza, Firenze
Fig.5.20 Castellani V., Degl’Innocenti S., Fiorentini G., Lissia M., Ricci B. 1997, Phys. Reports 281, 566
Fig.5.21 Castellani V., Giannone P., Renzini A. 1971, Mem. SAIt 42, 73
Fig.5.21 Tornambé A. 1980, Tesi di Laure, Università ”La Sapienza”.
Fig.5.21 Bencivenni D., Brocato E., Buonanno R., Castellani V. 1991, AJ 102, 137
Fig.5.21 Brocato E., Castellani V. 1993, ApJ 410,99
Capitolo 6

Combustione dell’idrogeno in shell

6.1. Il Limite di Schoenberg Chandrasekhar. Gap di Hertsprung


Le caratteristiche evolutivo-strutturali di una stella che si inoltra nella fase di combustione di
H in una shell risultano regolate da una serie di ricorrenze che accomunano tutte le strutture.
L’instaurarsi della combustione a shell è infatti sempre seguita da una espansione degli strati
esterni mentre la luminosità si mantiene approssimativamente costante. Diminuisce quindi
la temperatura efficace e gli strati esterni alla shell diventano rapidamente e sempre più
consistentemente convettivi. La stella si porta conseguentemente verso la sua traccia di
Hayashi raggiungendo l’isoconvettiva corrispondente ad un inviluppo totalmente convettivo,
seguendo infine l’isoconvettiva medesima con un progressivo aumento di luminosità sinché
la shell d idrogeno resta l’unico sorgente efficiente di energia nucleare (Fig. 6.1). E’ questo
il primo apparire di una regola generale; combustioni centrali collocano i modelli verso alte
temperature efficaci, combustioni a shell riportano i modelli verso le rispettive tracce di
Hayashi.

Fig. 6.1. Tracce evolutive nel diagramma HR per stelle di Pop.I di varie masse. Il punto 6 ndica
il terrmine della combustione di H in shell e l’innesco della combustione dell’elio.

1
2

Tab. 1. Tempi evolutivi (milioni di anni) per le due strutture di 3 e 5 M alle fasi riportate in Fig.
6.1

Fase 2 3 5 6 9
3 Modot 227 239 249 253 326
5 Modot 65.5 68.2 70.3 70.8 87.8

Fig. 6.2. Diagramma CM per l’ammasso giovane di disco NGC7789.

Al progredire della combustione l’idrogeno che circonda il nucleo inerte di elio viene
trasformato anch’esso in elio. Il nucleo aumenta quindi con continuità la propria massa
mentre la shell di combustione interesssa progressivamente strati sempre più esterni. In ogni
caso la combustione è ormai dominata dal ciclo CNO. Causa l’assenza di sorgenti di energia,
il nucleo di elio tende inizialmente verso una struttura isoterma, reagendo poi alla continua
sua crescita in massa con una contrazione e conseguente riscaldamento che condurrà infine
all’innesco delle reazioni dell’elio.
Stelle della SPS dopo la fase di overall contraction permangono nei pressi della Sequenza
Principale sinché il nucleo di elio raggiunge ∼ 10% della massa totale della stella. E’ questo
il limite di Schoenberg Chandrasekhar, dal nome dei due ricercatori che nel 1942 mostrarono
con trattamento analitico come al di sopra di questo limite non siano ammesse soluzioni
delle equazioni di equilibrio che si raccordino con un nucleo isotermo. Raggiunto tale limite
i nuclei iniziano una fase di contrazione mentre la struttura si porta verso la traccia di
Hayashi dove, dopo breve risalita, giungono ad innescare la combustione centrale dell’elio.
Questa fase si sviluppa con tempi scala molto minori sia di quelli precedenti che di quelli
della successiva combustione dell’elio. Ci si attende quindi che la zona del diagramma HR
compresa tra la Sequenza Principale e le Giganti Rosse in fase di combustione di elio sia
scarsamente popolata, accadomento peraltro già evidenziato dalle osservazioni di ammassi
giovani (Fig. 6.2), noto in letteratura come Gap di Herizsprung. I dati in Tabella 2 riportano
a titolo di esempio i tempi alle diverse fasi evolutive di due strutture della Fig. 6.1.
Stelle con massa superiore a circa 6 M hanno in Sequenza Principale nuclei convettivi
che già superano il limite di Schoenberg Chandrasekhar: l’esaurimento del idrogeno centrale
è seguito immediatamente dalla contrazione del nucleo di elio con il conseguente spostamento
verso la traccia di Hayashi dove innescano la combustione 3α. Stelle ancora più massicce
(≥ 15 M ) finiscono con innescare le reazioni dell’elio ancor prima di raggiungere la traccia
di Hayashi (vedi Fig. 6.1), che verrà raggiunta solo al termine della successiva combustione
dell’elio . In caso di strutture povere di metalli, decresce il limite inferiore per tale combus-
3

Fig. 6.3. Tracce evolutive di stelle di SPS per le indicate masse e composizioni chimiche. I punti
sulle tracce riportano nell’ordine: ZAMS, esaurimento idrogeno centrale, inizio combustione centrale
di elio, esaurimento elio centrale.

Fig. 6.4. Caratteristiche strutturali di una stella si 6 M , Y=0.20, Z= 10−4 nella fase di MS
(pannello superiore) e nella fase di combustione di idrogeno a shell (pannello inferiore). Le grandezze
sono normalizzate al loro valore massimo.

tione precoce dell’elio (Fig.6.3). Tale comportamento può essere agevolmente interpretato
ricordando che al diminuire di Z aumentano temperature centrali e luminosità delle stelle,
aumentando con queste anche le dimensioni in massa del nucleo convettivo. Vengono così
simulate condizioni che a Z maggiori sono caratteristiche di stelle più massicce.
In stelle con massa inferiore a, circa, 2.5 M nel nucleo di elio cominciano invece a
manifestarsi gli effetti della degenerazione elettronica, che accomunerà la storia evolutiva di
tali strutture a quella delle strutture della SPI che verrà discussa nella prossima sezione.
4

Fig. 6.5. Schema rappresentativo della evoluzione temporale di una struttura di 7 M di


Popolazione I. Il tempo è in unità di IO7 anni.

La Fig. 6.4 riporta alcuni dettagli della struttura di una stella di 6 M in fase di com-
bustione centrale di idrogeno (pannello superiore) e nella fase di combustione a shell che
segue l’esaurimento dell’idrogeno centrale. Si noti nella struttura di MS il gradiente di elio
conseguente all’arretramento del nucleo convettivo e nella struttura a shell il gradiente di
temperatura nel nucleo che segnala la contrazione del medesimo e, negli strati esterni al
nucleo, la diminuzione di luminosità che segnala il riassorbimento di energia legato alla es-
pensione dell’inviluppo. La Fig.6.5 illustra infine l’andamento temporale di una struttura
di 7 M secondo una rappresentazione tipica della scuola evolutiva tedesca di Kippenhan e
collaboratori.

6.2. Stelle di piccola massa: il ramo delle giganti e il ”flash” dell’elio.


Nel seguito definiremo come stelle di piccola massa tutte quelle strutture nelle quali al ter-
mine della combustione centrale dell’idrogeno si formano nuclei di elio in cui si manifestano
gli effetti della degenerazione elettronica. Ricordando come al diminuire della massa di una
struttura risulti favorito il fenomeno della degenerazione, ne concludiamo che alle piccole
masse appartengono le stelle della SPS al di sotto di circa 2.5 M e tutte le stelle della SPI.
Le masse limite per l’intervento delia degenerazione dipendono dalla composizione chimica
della struttura originaria, e per le più volte ripetute motivazioni è immediato comprendere
come esse debbano diminuire all’aumentare dell’elio e/o al diminuire dei metalli. L’evoluzione
delle strutture di piccola massa risulta di particolare rilevanza, sia perchè tali strutture rap-
presentano un importante campione osservativo delle più antiche popolazioni stellari, sia per
una serie di interessanti fenomeni che si manifestano nel corso di tale evoluzione.
In linea generale la degenerazione agisce ”congelando” la struttura: la contrazione del nu-
cleo viene ostacolata dalla pressione degli elettroni degeneri, viene ostacolato quindi l’innesco
della combustione dell’elio e i tempi scala della combustione a shell dell’idrogeno aumentano
sensibilmente. La combustione di idrogeno a shell e la degenerazione elettronica interven-
gono cosiì a modificare, integrandolo, il semplice quadro evolutivo tratteggiato sulla base del
Teorema del Viriale. Come mostrato in Fig. al termine della combustione centrale di idrogeno
le stelle di piccola massa raggiungono la loro traccia di Hayashi e, anzichè innescare l’elio,
proseguono la loro evoluzione inerpicandosi lungo la traccia stessa, mentre la combustione
dell’idrogeno in shell aumenta progressivamente la massa del nucleo di elio. In tale fase di
Gigante Rossa a causa delle alte temperature e densità si manifestano nel nucleo con cres-
5

Fig. 6.6. Tracce evolutive di due stelle di piccola massa. I punti lumgo le tracce indicano variazioni
di 0.1 nell’abbondanza centrale di idrogeno. Lungo il ramo delle Giganti Rosse sono indicati inoltre
i punti: MC = massimo affondamento della convezione superficiale; D = la shell di combustione
raggiunge la discontinuità nell’abbondanza di idrogeno; HE = He flash

cente efficienza meccanismi di produzione di termoneutrini, che estraendo energia dal nucleo
stesso (”raffreddando” il nucleo) ostacolano ulteriormente l’innalzamento delle temperature
e ritardano l’innesco dell’elio.
In tali condizioni una struttura viene a perdere energia da due distinte regioni: la super-
ficie, tramite fotoni, e le zone centrali, tramite neutrini. L’energia prodotta dalle reazioni
nucleari deve quindi fluire a compensare amboedue queste perdite e, conseguentemente, la
temperatura raggiunge un massimo in una regione intermedia per decrescere sia verso la
superficie che verso il centro della stella. Ne segue anche che l’innesco dell’elio avverrà non
al centro della struttura ma in una shell. Al ritardo dell’innesco dell’elio causato dai ter-
moneutrini corrisponde una accresciuta massa del nucleo di elio al momento dell’innseco.
Tale variazione, pur se contenuta in pochi percento, avrà sensibili conseguenze sulla lumi-
nosità delle strutture nella successiva fase di combustione centrale di elio, così che i relativi
riscontri osservarvi forniscono una macroscopica sperimentazione dei processi di interazione
debole.
L’innesco delle combustioni 3a avviene quando il nucleo di elio raggiunge una massa
di circa 0.5 M , il valore esatto dipendendo leggermente dalla massa e dalla composizione
chimica. L’innesco di una fusione nucleare in materia elettronicamente degenere dà luogo ad
un processo reazionato positivamente che inizialmente tende a divergere: l’energia prodotta
innalza la temperatura locale lasciando inalterata la pressione che è essenzialmente for-
nita dagli elettrono degeneri. La stella dunque non reagisce espandendosi, e l’unico effetto
dell’innalzamento di temperatura è di incrementare ulteriormente la velocità delle reazioni,
stimolando l’emissione di ulteriore energia. Nel caso delle Giganti Rosse di piccola massa,
la 3α procede autoincentivandosi sinché localmente non si siano raggiunte temperature in
grado di rimuovere la degenerazione attivando la controreazione dell’espansione. In questa
fase, rapida ma non dinamica (r̈ ∼ 0), l’energia prodotta dalle reazioni 3α raggiunge val-
ori dell’ordine di 1011 L ma senza apprezzabili variazioni delle luminosità della struttura:
l’energia prodotta viene infatti totalmente riassorbita nell’espansione degli strati interni e la
violenza del fenomeno resta nascosta all’interno della struttura.
6

Fig. 6.7. Caratteristiche strutturali di una stella di 0.8 M , Y=0.20, Z= 10−3 dalla fine della fase
di Sequenza Principale all’innesco del flash dell’elio. Si noti nell’ultima fase il Carbonio prodotto
dall’inizio del flash. Tutte le grandezze sono normalizzate al loro valore massimo.

La Fig. 6.7 illustra le tipiche variazioni strutturali di una stella di piccola massa dalle fasi
finali di sequenza principale sino all’innesco dell’elio. Si noti come, in presenza del nucleo
di He, le variabili fisiche P e T compiano in pratica lo loro intera escursione all’interno del
nucleo medesimo. Da ciò la larga insensibilità dell’evoluzione del nucleo alle caratteristiche
dell’inviluppo, che viene sentito come una trascurabile modifica alle condizioni al bordo del
nucleo P∼0 e T∼0. Caratteristica di queste fasi è anche l’estrema sottigliezza della shell di
combustione dell’idrogeno. Nelle fasi più avanzate l’intera energia finisce con l’essere prodotta
in uno strato contenente non più di 10−3 10−4 della massa totale ( fase di shell sottile). Per
meglio comprendere questa evidenza si può usare un’immagine gastronomica, asserendo che
l’idrogeno viene bruciato ”alla piastra”: viene infatti combusto giusto l’idrogeno che viene
in contatto con la superficie ”arroventata” del nucleo di elio.
Si osservi anche come il nucleo, pur giungendo a contenere più di metà della massa
stellare, rimanga sempre di dimensioni estremamente ridotte. Una Gigante Rossa è dunque
formata da un esteso e tenue inviluppo ricco di idrogeno che quasi ”galleggia” attorno ad un
punto, il nucleo, che fornisce gravità. A confortare tale pittura basti avvisare che a metà del
raggio di una Gigante Rossa la densità è ancora inferiore alla densit dell’atmosfera terrestre.
Aggiungiamo infine che il nucleo cresce col tempo in massa ma non in raggio, raggio che anzi
diminuisce leggermente e progressivamente. Questo processo si può comprendere osservando
che l’idrogeno trasformandosi in elio aumenta la massa del nucleo di He degenere, e già
sappiamo che le strutture degeneri al crescere della massa devono diminuire il raggio. Tale
diminuzione non segue peraltro esattamente la relazione delle Nane Bianche perché il nucleo
di He è solo parzialmente degenere.
In conclusione, le Giganti Rosse di piccola massa formano ed accrescono nel loro interno
una embrione di stella di elio che giungerà infine ad innescare la combustione 3α una volta
raggiunta la indicata massa critica. Si comprende anche così la limitata influenza di massa
e composizione chimica originaria sul valore di tale massa critica. Stelle di massa minore di
0.5 M 0 non sono ovviamente in grado di inescare la combustione di elio. Esse dovranno
7

Tab. 2. Evoluzione temporale dei parametri fisici per la struttura di 0.9 M di Fig. 6.6

Fase log Tc log ρc log Pc log R(cm)


Sequenza Principale 7.10 1.9 17.4 10.7
Esaurimento H centrale 7.29 2.4 18.0 10.8
RG: L=1.5 7.56 5.2 21.3 11.7
RG: L=2.0 7.66 5.5 22.0 12.2
RG: L=3.0 7.82 5.9 22.5 12.5
flash: L=3.3 7.88 6.0 22.3 12.7

terminare la loro evoluzione con una fase di raffreddamento sotto forma di Nane Bianche di
elio.
La Tabella 2 riporta l’evoluzione temporale di alcuni parametri strutturali caratterizzanti
l’evoluzione di una piccola massa sino al flash. Notiamo solamente come l’osservazione delle
Giganti Rosse e dei loro ”successori” evolutivi consenta di sperimentare astronomicamente
il comportamento di un gas di elio a temperature di poco inferiori ai 100 milioni di gradi e a
densità dell’ordine di 1 tonnellata per centimetro cubo, ben al di là quindi delle possibilità
sperimentali nei laboratori terrestri.

6.3. Giganti Rosse di piccola massa: primo ”dredge up” e velocità evolutiva
L’evoluzione di una stella di piccola massa nella fase di Gigante Rossa presenta ulteriori
e rilevanti caratteristiche che meritano di essere esaminate in dettaglio anche perché se
ne ricavano ulteriori opportunità di possibili e talora soprendenti riscontri osservativi. La
Fig. 6.9 mostra l’evoluzione della massa del nucleo di elio e della profondità dell’inviluppo
convettivo in funzione della luminosità della struttura. I dati in figura mostrano come per
luminosità maggiori o dell’ordine di logL∼ l.5 si manifesti una correlazione tra luminosità
e massa del nucleo di elio, largamente indipendente dai parametri evolutivi della struttura.
La massa del nucleo di elio fissa quindi con buona approssimazione la luminosità, mentre
l’inviluppo governa la temperatura efficace il raggio) della struttura.
La stessa figura mostra come la convezione dell’inviluppo raggiunga alla sua massima
estensione una frazione di massa Mr ∼ 0.3, interessando dunque strati parzialmente elabo-
rati nuclearmente nel corso della combustione centrale di idrogeno che. a causa della bassa
dipendenza dalla temperatura della catena pp, ha interessato una porzione relativamente
vasta della struttura. Ne segue che il rimescolamento convettivo arricchirà la superficie della
stella con elio prodotto dalle combustioni, producendo nel contempo una discontinuità nelle
abbondanze di elio e di idrogeno in corrispondenza del limite inferiore raggiunto dalla con-
vezione (Fig. 6.8).
Per la prima volta nella sua storia la stella subisce quindi un ”dredge up”, cioè il trasporto
negli strati atmosferici di prodotti delle combustioni interne. Tale dredge up, oltre che a
portare in superficie elio, altererà anche l’abbondanza superficiale di elementi secondari che,
se pur coinvolti in reazioni nucleari scarsamente efficienti ed energeticamente trascurabili,
hanno avuto il tempo nella ormai lunga storia della stella di modificare lentamente la loro
abbondanza originaria. Ci si attende così che nelle atmosfere di giganti di piccola massa si
riduca l’abbondanza di 12 C, orientativamente di circa il 30%, e che si raddoppi 14 N come
conseguenza di una sia pur modesta efficienza delle reazioni CNO in una vasta regione
interna. Lo sviluppo del dredge up è quindi un segnale di evoluzione interna che raggiunge
la superficie della stella dove può essere rivelato ed analizzato spettroscopicamente.
Il dredge up, creando una discontinuità nell’abbondanza di idrogeno, finisce inoltre col
produrre un ulteriore fenomeno osservabile. La Fig. 6.9 mostra infatti come al crescere in
8

Fig. 6.8. Andamento schematico della abbondanza di idrogeno in una struttura di piccola massa
dopo il primo ”dredge up” .

Fig. 6.9. Evoluzione temporale della massa del nucleo di He (Me) e della profondit dell’inviluppo
convettivo (Mce) in funzione dela luminosit della struttura per alcuni modelli di Gigante Rossa. I
numeri tra parentesi riportano, nell’ordine, la massa, il contenuto originario di elio e la metallicit
dei modelli .

massa del nucleo di elio la convezione venga respinta verso l’alto, mantenendosi in contiguità
del nucleo stesso, con la shell di combustione che finisce necessariamente col raggiungere la
zona della discontinuità. I modelli predicono che quando la shell incontra la discontinuità,
la struttura reagisce dimunendo leggermente la luminosità (∆logL ∼ 0.03) per riprendere la
sua regolare ascesa sul ramo delle giganti dopo essersi adattata alla nuova abbondanza di
idrogeno. Vi è dunque un breve tratto del ramo delle giganti che viene percorso in totale tre
volte, e nel quale le stelle spendono quindi un tempo eccezionalmente lungo rispetto ai tempi
con i quali vengono percorsi gli altri tratti del ramo. Corrispondentemente ci si attende che
ciò venga segnalato da una anomala sovrabbondanza di stelle, puntualmente osservata nei
diagrammi osservativi degli animassi globulari (Fig. 6.10), cui viene dato il nome di Red
Giant Bump.
Per portare tale problematica in forma quantitativa possiamo definire

∆t dt
τ= ∼
∆logL dlogL
tempo ”specifico” impiegato da una stella per percorrere un tratto il Ramo delle Giganti,
inverso di una corrispondente velocità evolutiva. Dai modelli stellari si ricava, fuori dal bump,
logτ ∼ logL. Si può mostrare che tale proporzionalità discende dall’esistenza di una relazione
massa del nucleo-luminosità. La fase in cui la shell incontra la discontinuità introduce in
questa regolare dipendenza un temporaneo allungamento dei tempi evolutivi. I risultati
dei calcoli evolutivi, come riportati in Fig 6.11, indicano che luminosità e consistenza del
bump dipendono dalla massa e dalla composizione chimica della stella evolvente. Dai dati
in figura si ricava in particolare che la luminosità decresce al diminuire dell’elio originale e/o
9

Fig. 6.10. Diagramma CM dell’ammasso globulare galattico 47Tuc, con indicato l’evidente ”RG
bump”.

Fig. 6.11. Logaritmo dei tempi specifici τ in funzione di logL per una Gigante Rossa di 0.8 M per
tre modelli con le indicate abbondanze originali di idrogeno (X) e d metalli (Z). Per ogni modello
sono indicati i ”sovratempi” prodotti dall’incontro della shell di combustione con la discontinuità
chimica.

all’aumentare della metallicità, come peraltro si pu ricavare anche dai dati in Fig.6.8. La
luminosità del bump decresce inoltre anche al diminuire della massa.
Notiamo infine che una Gigante Rossa approssima ma non realizza a pieno una struttura
completamente convettiva. Conseguentemente è quindi improprio, anche se diffuso, identifi-
care la traccia di una gigante con la relativa traccia di Hayashi. Più propriamente diremo che
un gigante si colloca su una isoconvettiva corrispondente al limite effettivo della convezione
dato dalla massa del nucleo di elio. Da tali considerazioni discende anche che la collocazione
della traccia di gigante NON dipende dai meccanismi di combustione dell’idrogeno ma solo
dalle dimensioni del nucleo di elio e dalle caratteristiche (massa e composizione chimica)
dell’inviluppo.

6.4. Linee evolutive e isocrone di ammasso. La ”Red Giant Transition”


Le considerazioni evolutive sin qui svolte ci pongono in grado di predire l’evoluzione di una
struttura stellare lungo tutta la sua fase di combustione di H una volta che ne sia stata fissata
la massa e la composizione chimica originaria. Tali predizioni consentono di procedere alla
10

Fig. 6.12. Linee evolutive (punti) per una prefissata composizione chimica e per gli indicati valori
delle masse. Le linee mostrano le corrispondenti isocrone, per quattro diverse et (in miliardi di anni).

ricostruzione della distribuzione nel diagramma HR di stelle in ammassi stellari, per le quali
è lecito assumere una comune età e composizione chimica. Si dovrà a tale scopo identificare
il luogo del diagramma HR ove si distribuiscono stelle con prefissata composizione chimica
al variare della massa e per ogni prefissata età dell’ammasso. Il luogo cosi identificato prende
il nome di isocrona.
La costruzione di un isocrona resta collegata al calcolo di un sufficiente campione di tracce
evolutive al variare della massa stellare, cosi da ricavare tramite opportune interpolazieni
delle relazioni L(M,t) e Te(M,T) fornite dalle tracce stellari l’andamento dei due parametri
L e Te in funzione della massa per ogni prefissata età. La Fig. 6.12 mostra un esempio dei
risultati di tali procedure, dal quale si riconosce come le isocrone, pur conservando una stretta
analogia con le tracce evolutive, siano cosa essenzialmente diversa. Poichè al crescere della
masse diminuiscono i tempi evolutivi, una tipica isocrona sarà formata dalle masse minori
ancora in sequenza principale per avere tempi evolutivi di sequenza maggiori della fissata età,
ed un ristretto intervallo di masse che si distribuiscono nelle fasi fuori sequenza. All’avanzare
della fase evolutiva cresce in generale la velocità di evoluzione, intesa come velocità con la
quale viene percorsa l’ascissa curvilinea del cammino evolutivo. Di conseguenza diminuisce
il gradiente di massa lungo l’isocrona e l’isocrona stessa finisce col coincidere con la traccia
evolutiva della tipica massa in fase di evoluzione avanzata.
Nel caso di isocrone popolate da piccole masse (età superiori a qualche miliardo di anni)
ciò avviene circa in corrispondenza della base del ramo delle giganti rosse (RGB= Red Giant
Branch): non solo per tale ramo ma anche per tutte le successive fasi di combustione nu-
cleare è lecito confondere l’isocrona con la traccia evolutiva e, in tal caso, assumere che il
popolamento dell’isocrona sia proporzionale ai relativi tempi evolutivi (→ A6.5). Il popo-
lamento della Sequenza Principale risulta invece governato dalla distribuzione delle masse,
distribuzione che tornerà a governare anche il popolamento della fase finale di raffreddamento
delle Nane Bianche, che giunge nuovamente a coprire lunghi tempi evolutivi.
La Fig. 6.13 riporta a titolo di esempio un fascio di isocrone calcolate per diverse età
nell’intervallo 3-24 miliardi di anni. E’ immediato riconoscere come tali isocrone rendano
11

Fig. 6.13. Linee isocrone per le fasi di combustione di H. Le isocrone sono ordinate da 1 a 19 e
per ogni isocrona è riportatata l’età in 1010 anni).

pienamente conto - almeno qualitativamente- di una parte notevole della distribuzione nel
diagramma CM osservate negli ammassi globulari, che deve quindi essere interpetata come
evidenza di stelle in fase di combustione di idrogeno, al centro e in shell. La variazione delle
isocrone con il tempo rappresenta 1o ”orologio” con cui potremo valutare l’età degli ammassi
stellari, orologio calibrabile tramite la luminosità del punto di massima temperatura efficace
(punto di Turn Off) segnalato in figura. Si preferice la luminosità perch la temperatura
efficace, altra possibile scelta, è affetta dalle incertezze sul trattamento della convezione
superficiale superadiabatica. Da un punto di vista della modellistica stellare notiamo che al
crescere dell’età diminuisce la massa delle giganti e il ramo delle giganti s sposta leggermente
verso le minori temperature, in accordo con la già dicussa dipendenza della traccia di Hayshi
dalla massa. La presenza nei diagrammi osservativi delle ulteriori fasi di Ramo Orizzontale
(HB) e di Ramo Asintotico(AGB) viene ora automaticamente a configurarsi come evidenza
di fasi successive alla combustione dell’idrogeno, dunque alle fasi di combustione dell’elio.
Il Ramo delle Giganti segnala l’instaurarsi della degenerazione elettronica nei nuclei
di elio nella fase di combustione a shell dell’idrogeno e segnala quindi nel contempo, la
presenza sul ramo di stelle di piccola massa e di conseguenza una età dell’ammasso di
almeno qualche miliardo di anni. Troviamo cosi conferma all’ipotesi di lavoro avanzata giusto
all’inizio della nostra indagine secondo la quale ”rosso significa vecchio”. Ammassi o, più
in generale, popolazioni stellari giovani non producono rami d giganti e vi dominano stelle
blu di MS. All’aumentare dell’età diminuisce la massa evolvente e, allorché si raggiunge la
massa critica per la degenerazione dei nuclei di elio, appare il ramo delle giganti. Si ha così
una rapida transizione a popolazioni dominate da giganti a bassa temperatura, designata in
letteratura come la Red Giani Transition.
Sulla base di una approfondita valutazione dell’andamento delle isocrone teoriche,
trasportate nel piano osservativo Colore-Magnitudie, si sviluppano i programmi interpre-
tativi che consistono, in linea generale, nell’identificare l’isocrona che rende ragione della
distribuzione osservatva, ricavando cosi indicazioni non solo sull’età ma anche su altri im-
portanti parametri degli ammassi. A titolo di esempio anticipiamo in Fig. 6.14 un esempio
del confronto teoria osservazione dal quale si ricava per l’ammasso globulare M5 un età di
∼ 12 Gyr e un modulo di distanza (m-M)V ∼ 14.6 mag. E’ d’uso inoltre identificare nelle
12

Fig. 6.14. Confronto tra le isocrone teoriche e la osservata distribuzione nel diagramma CM delle
stelle nell’Ammasso Globulare galattico M5.

isocrone tutta una serie di parametri con chiara corrispondenza osservativa e larga affid-
abilità teorica, quale ad esempio la luminosità del Turn Off, da cui ottenere informazioni
sullo stato evolutivo di un ammasso.
Nella pratica si tende a indagare il maggior numero possibile di relazioni teorico osser-
vative non soltanto per sopperire a possibili indeterminazioni teoriche (quali quelle sulla
temperatura efficace delle Giganti Rosse) ma anche per sincerarsi attraverso la ridondanza
del sistema, della piena adeguatezza del quadro teorico, garantendo la congruità di tutti
gli ingredienti fisci che sono alla base delle valutazioni evolutive. In questo senso le stelle
finiscono col fornirci informazioni non solo sulla loro stessa storia, ma anche sulle leggi fon-
damentali della fisica e sulla conseguente efficienza di meccanismi fisici quali le reazioni
nucleari, le interazioni deboli e cosi di seguito. Di particolare rilevanza è anche l’uso delle
strutture stellari per porre condizioni alle possibili evoluzioni verso la ”nuova fsica” richiesta
dall’evidenza di una massa dei neutrini. Così, ad esempio, l’evidenza osservativa ha con-
sentito di dedurre dalle strutture stellari un limite superiore di IO11 magnetoni di Bohr al
momento magnetico del neutrone, perfezionando i limiti di laboratorio.
Osserviamo infine che, ove sia assegnata una distribuzione di massa iniziale, attraverso
le isocrone è facile ricavare non solo il luogo geometrico della distribuzione delle stelle nel
diagramma HR (e CM) ma anche la distribuzione delle singole stelle lungo tale luogo, costru-
endo quelli che nel seguito indicheremo come Diagrammi HR Sintetici.
13

Approfondimenti

A6.1. Efficienza della convezione superadiabatica. Indeterminazione sui raggi


stellari.
Il corrente trattamento della convezione superadiabatica negli inviluppi stellari richiede di operare
assunzioni sul valore del parametro libero 1 = lunghezza di rimescolamento. Tale parametro è in
genere assunto dell’ordine di grandezza dell’altezza di scala della pressione HP , definita come la
lunghezza su cui nella stella la pressione si riduce di 1 e-mo

dr
HP =
dlogP

Con analoga definizione è stata usata anche l’altezza di scala della densità Hρ che ha il pregio
di non consentire inversioni di pressione ma il contemporaneo difetto di richiedere valutazioni più
onerose, attraverso opportune iterazioni.
Per HP si ha infatti direttamente

1 dlogP 1 dP GMr ρ
=− =− =
HP dr P dr P r2
κ
mentre per Hρ , ricordando che P = µH
ρT da cui dlogP = dlogρ + dlogT , si ha

1 dlogρ dlogP dlogT


=− =− −
Hρ dr dr dr

che mostra come il valore di Hρ dipenda dal gradiente di temperatura che esso stesso condiziona, da
cui la necessità di procedure iterative. Si noti che risulta Hρ = Hp /(1 − ∇) , da cui risulta Hρ > HP
ma anche ∇ ≤ 1 che è facilmente riconoscbile come condizione per non avere inversioni di densità.
La lunghezza di rimescolamento regola d fatto l’efficienza della convezione: diminuire l significa
ridurre l’efficienza del trasporto convettivo (nullo per l=0) e di conseguenza aumentare il gradiente
locale, sino a portarlo sul gradiente radiativo per l=0. La Fig.6.15 riporta i risultati di un esperimento
numerico, mostrando l’effetto di diverse assunzioni su l sull’andamento di pressione e temperatura
nell’inviluppo di una struttura di 1 M supposta a logL=3, logTe=3.57. Minore il valore di l
maggiore il gradiente, e quindi viene raggiunta più rapidamente la ionizzazione totale e minore è
l’estensione della zona convettiva. In ogni caso, tutte le integrazioni convergono verso l’interno ad un
comune andamento, a indicazione che il trattamento della convezione superadiabatica non modifica
la struttuta interna di una stella e, quindi, non influenza la luminosità della struttura. Le variazioni
indotte nella zona convettiva diventano infatti rapidamente trascurabili a confronto della variazioni
nelle zone più interne.
Ne segue la regola generale per la quale l’incertezza su l si traduce in una incertezza sui raggi
stellari (sulle temperature efficaci) ma non sulle luminosità. L’effetto sulle strutture stellari può
essere compreso osservando che se la temperatura centrale è determinata dall’efficienza delle reazioni
nucleari allora minore l implica maggior gradiente nelle regioni superadiabatiche e, in definitiva,
minore temperatura efficace alla superfcie (= maggiori raggi stellari). Tale effetto risulta tanto
più rilevante quanto minore la densità degli inviluppi e, quindi, tanto maggiore la richiesta di
superadiabaticità.
La Fig.6.16 mostra le varie collocazioni nel diagramma HR di una Sequenza Principale calcolata
con diverse lunghezze di rimescolamento. Strutture con logTe ≥ 3.9 non risentono del valore della
14

Fig. 6.15. Correlazione tra pressione e temperatura nell’inviluppo di una struttura di 1 M


(Y=0.20. Z=4 10−4 ) posta a log L/L = 3, logTe=3.57 per diverse assunzioni sul valore della
lunghezza di rimescolamento.

Fig. 6.16. Collocazione nel diagramma HR di Sequenze principali (Y=0.10, Z=10−3 ) per varie
assunzioni sulla lunghezza di rimescolamento.

mxing length per avere inviluppi radiativi o con convezione in questo contesto trascurabile. Al
di sotto di questa temperatura, come previsto, all’aumentare della mixing length le strutture si
spostano verso temperature efficaci maggiori. Si noti peraltro come al diminuire della massa, e al
conseguente decrescere della temperatura efficace, l’influenza della mixing length torni a decrescere.
Ciò è dovuto al fatto che al decrescere della massa cresce la densità negli inviluppi e stelle di massa
molto piccola tendono conseguentemente a sviluppare strati convettivi sempre più adiabatici.
L’evoluzione verso una Gigante Rossa implica invece un’espansione degli inviluppi ed una dras-
tica diminuzione delle densità subatmosferiche, con conseguente richiesta di forte superadiabaticità.
Se ne hanno, in linea di principio, le drammatiche consegueze illustrate in Fig.6.17 nel caso di
una struttura di 1 M . La Figura mostra come la lunghezza di rimescolamento abbia una limitata
influenza anche sulla luminosità del ”Bump” delle Giganti Rosse. Aumentando il valore di l tale
luminosità tende ad aumentare leggermente: se ne trae l’evidenza che all’aumentare di l diminuisce
leggermente la profondità massima raggiunta dalla convezione superficiale.
Allo stato attuale delle nostre conoscenze il valore della lunghezza di rimescolamento deve essere
ricavato tramite opportune calibrazioni su strutture reali. E’ molto usata la calibrazione su Modelli
Solari Standard che fornisce il valore l ∼ 1.9Hp . A priori, nulla garantisce che tale calibrazione possa
essere estesa a strutture con masse, composizioni chimiche e fasi evolutive diverse. E’ peraltro di
grande interesse rilevare che lo stesso valore di l produce la corretta temperatura efficace per i rami
delle Giganti Rosse negli Ammassi Globulari sopra un esteso intervallo di metallicità, talché la
15

Fig. 6.17. Tracce evolutive di una stella di 1 M per le varie indicate assunzioni sulla lunghezza di
trimescolamento.Le frecce indicano la collocazione del ”Bump” delle Giganti Rosse.

scelta α = 1.9 appare al momento la più corretta. Notiamo infine che usare un SSM come cal-
ibratore implica tenere nel dovuto conto gli effetti della diffusione degli elementi all’interno della
struttura. Pseudo-SSM calcolati senza diffusione forniscono il valore α ∼ 1.6, talvolta incongrua-
mente utilizzato in taluni calcoli evolutivi.

A6.2. Stelle deficienti o prive di metalli. La Popolazione III


Il quadro generale delle fasi di combustione dell’idrogeno tracciato per le varie popolazioni stellari
risulta sensibilmente modificato quando si considerino strutture stellari estremamente povere o ad-
dirittura del tutto prive di metalli. Non è questa peraltro una pura esercitazione numerica: se - come
fondatamente riteniamo - la materia emersa dal Big-Bang era priva di elementi pesanti, la prima
generazione stellare da essa formatasi doveva necessariamente essere composta da stelle di puro
idrogeno-elio. Anche se i processi di arricchimento hanno infine portato la stragrande maggioranza
delle stelle della nostra galassia a possedere metallicità superiori o dell’ordine di Z = 10−4 , stelle
prive o poverissime di metalli devono essersi formate, popolando a tutt’oggi l’alone galattico ove si
sono osservate sia pur rare stelle con metallicità inferiore a quella degli ammassi globulari, sino a Z
∼ 10−7 .
Lo studio di queste strutture deficienti in metalli appare quindi di grande rilevanza quando si
vogliano ricostruire le caratteristiche evolutive delle popolazioni stellari che, con la loro esistenza,
hanno dato inizio all’evoluzione chimica della materia galattica. Per comprendere la peculiarità delle
stelle prive di metalli, è utile innanzitutto richiamare le ragioni della larga similarità dell’evoluzione
in fase di combustione di idrogeno al variare del contenuto originario di metalli anche di ordini
di grandezza nelle Popolazioni I e II. La presenza dei metalli influisce sulle strutture stellari at-
traverso, essenzialmente, i coefficienti di opacità e di generazione di energia. Al variare dei metalli
le variazioni di opacità possono essere sensibili ma non drammatiche perchè anche in assenza di
metalli permangono tutti i meccanismi di opacità collegati in ogni caso all’idrogeno ed all’elio. Né
sono drammatiche , in genere, le conseguenze della variata efficienza del ciclo CNO: stante l’alta
dipendenza del ciclo dalla temperatura, le strutture reagiscono ad una diminuzione degli elementi
CNO incrementando modestamente le temperature centrali sino a recuperare il soddisfacimento del
fabbisogno energetico.
Quest’ultimo meccanismo è quello che viene a cadere quando si assumano strutture stellari
totalmente prive di metalli. La catena pp resta di fatto l’unica possibile sorgente di energia e le
stelle in fase di presequenza dovranno necessariamente continuare a contrarre fino a raggiungere
temperature tali da estrarre da questa catena di reazioni il loro intero fabbisogno energetico. Le
conseguenze, come illustrate in Fig.6.18 possono diventare drammatiche. Al crescere della massa,
l’aumento delle temperature centrali non è più ”calmierato” dall’intervento del ciclo CNO e la
16

Fig. 6.18. Andamento delle temperature centrali in funzione della massa per stelle di MS prive di
metalli. La lnea continua mostra le temperature ricavate sotto la condizione di pura combustione
pp. La linea a punti indica la modifica causata dalla produzione di carbonio tramite reazioni 3α.
La linea a tratti indica le temperature centrali per stelle di normali popolazioni.

Fig. 6.19. Tracce evolutive per stelle di piccola massa e per i due indicati valori di metallicità.

temperatura continua a crescere sino a raggiungere attorno alle 15 M i 108 K, cioè la temperatura
di innesco delle reazioni 3α. All’ulteriore crescere della massa si manifesta un fenomeno del tutto
nuovo, peraltro qualitativamente prevedibile. A 108 K inizia infatti la combustione 3α che fornisce
carbonio il quale, a sua volta, abilita il ciclo CNO, riducendo il fabbisogno di temperatura. La
produzione di carbonio cessa solamente quando l’efficienza del ciclo riporta la temperatura sotto la
soglia delle reazioni 3α. La conseguenza finale è che, all’ulteriore crescere della massa la temperatura
tende a stabilizzarsi attorno ai 108 K mentre aumenta la quantità di carbonio prodotto e messo a
disposizione delle regioni centrali convettive.
E’ questo il primo manifestarsi di un fenomeno generale che caratterizza l’evoluzione in fase di
idrogeno delle stelle prive di metalli: ogniqualvolta in fase di combustione di idrogeno l’evoluzione
tende a portare le temperature oltre la soglia di innesco delle 3α interviene la produzione di carbonio
che stabilizza la temperatura. Fenomeni simili sono attesi anche in strutture in cui il CNO sia
estremamente sottoabbondante. Nel seguito definiremo come strutture di Popolazione III tutte
quelle strutture prive o sottoabbondanti di metalli nella cui evoluzione si manifestano fenomeni di
combustione contemporanea H-He, separandole cosı̀ da strutture anche molto povere di metalli
(estrema Pop. II) la cui evoluzione segue le generali prescrizioni ricavate per le stelle di Pop. I e
Pop. II.
17

Fig. 6.20. Effetto di metallicità sull’evoluzione fuori sequenza di stelle di piccola massa.

Tab. 3. Andamento di variabili strutturali per una stella di MS di 10 M al variare della metallicità.
MCC e Lpp rappresentano rispettivamente la frazione di massa nel nucleo convettivo e la frazione
di luminosit prodotta dalla combustione pp.

Z logL logTe Mcc Lpp logTc logρc


0 3.76 4.61 0.16 1.00 7.82 2.04
10−8 3.74 4.59 0.36 0.87 7.79 1.92
10−6 3.73 4.55 0.38 0.16 7.71 1.70
10−5 3.73 4.51 0.38 0.05 7.66 1.53
4 10−4 3.72 4.47 0.36 0.01 7.56 1.25

Una notevole caratteristica delle stelle sottoabbondanti in metalli riguarda le dimensioni dei
nuclei convettivi. Al diminuire della metallicità da valori solari a Z = 10−4 la luminosità delle stelle di
MS tende ad aumentare, con il conseguente e già ricordato aumento dei nuclei convettivi. Al continuo
diminuire della metallicità deve crescere sempre più il contributo della catena pp che, al limite Z=
0, è l’unica efficiente. Sappiamo peraltro che la combustione pp tende a deprimere le dimensioni dei
nuclei convettivi. La conseguenza che attorno a Z =10−5 i nuclei convettivi raggiungono un massimo
per poi decrescere con continuità sino a raggiungere un pronunciato minimo per Z = O, (Tabella 3).
Constateremo nei prossimi capitoli come tali variazioni abbiano importanti conseguenze sul destino
finale delle stelle. La Fig. 6.19 mostra gli effetti della sottoabbondanza metallica in stelle di piccola
massa. La scomparsa della fase di overall contraction testimonia la scomparsa dei nuclei convettivi,
cosí che per Z = 10−8 anche una stella di 2.5 M si comporta come una struttura di MS inferiore.
L’influenza di Z sulla caratteristiche dell’evoluzione fuori sequenza è infine mostrata in Fig.6.20
: si verifica come la diminuzione del contenuto metallico da Z = 10−4 a Z =10−8 non influenzi
ormai in maniera sensibile né la posizione di SP né la collocazione delle Giganti Rosse. Ciò è
da collegarsi alla scarsa influenza che ormai i metalli hanno sulla opacità della materia, influenza
che attorno a Z ∼ 10−5 - 10−6 diviene del tutto trascurabile. Le diverse modalità di uscita dalla
MS e di evoluzione di subgigante corrispondono invece a necessità della struttura chiaramente
interpretabili. In stelle di piccola massa lo spostamento della struttura verso la sua traccia di Hayashi
corrisponde all’instaurarsi d un efficiente combustione a shell tramite CNO. Minore l’abbondanza
di questi elementi più la stella deve aspettare ad eseguire il passaggio evolvendo nei pressi della
sequenza principale. E’ questa una prima indicazione diretta dell’effetto di variazioni di abbondanza
18

Fig. 6.21. Evoluzione strutturale di una stella di 0.7 M , Y= 0.20, Z=10−3 durante la fase di
innesco dell’elio. Nel pannello superiore è riportato lo sviluppo temporale della convezione durante
i vari flash. La linea a punti indica l’andamento della posizione del massimo di temperatura. Nel
pannello inferiore sono riportati, in luminosit solari, gli andamenti della luminosit totale (L) ed i
contributi a questa delle combustioni d H e di He. Il tempo t è in 106 anni.

degli elementi CNO in stelle della SPI. Si noti infine come la luminosità cui avviene il flash vada
progressivamente decrescendo con Z, in corrispondenza delle crescenti temperature interne.
Nello scenario in precedenza adottato, le tracce evolutive nelle Pig. 6.19 e ?? sono da riguardarsi
come evoluzioni di normale ed estrema popolazione II. Stelle di 0.9 M con Z = 0 sono invece
costrette a produrre carbonio quando ancora al centro residua idrogeno, e percorrono il ramo delle
giganti con una shell di idrogeno parzialmente alimentata dal carbonio prodotto attraverso reazioni
3α. Tra i problemi particolari posti dall’integrazine di strutture di Popolazione III citiamo infine
la necessità di riguardare alle alte temperature l’3 He come un vero e proprio elemento secondario,
stanti i brevi tempi di equilibrio. Questo elemento non deve quindi essere rimescolato nelle zone
convettive interne. Trascurare questa avvertenza provocherebbe una abbondanza spuria di 3 He al
centro della stella, da cui un flttizio incremento della produzione di energia ed un conseguente
aumento dei nuclei convettivi.

A6.3. Il flash dell’elio.


Abbiamo già indicato come l’innesco dell’elio in stelle di piccola massa avvenga tramite un processo
reazionato positivamente che porta ad un flash di efficienza delle reazioni di fusione 3aα. A causa del
raffreddamento indotto dai neutrini l’innesco dell’elio avviene in una shell, la cui distanza dal centro
dipende dai parametri di massa e di composizione chimica della stella. Calcoli dettagliati mostrano
come un primo e più violento flash riesca a rimuovere la degenerazione elettronica negli strati
sovrastanti la shell di innesco. Il processo procede quindi, in maniera sufficientemente complessa,
attraverso una serie successiva di flash secondari, intervallati nel tempo e progressivamente sempre
più prossimi al centro della stella, sinché la degenerazione è completamente rimossa in tutto il nucleo
di elio ed inizia la fase di combustione quiescente di elio al centro della struttura.
La Fig. 6.21 riporta alcune caratteristiche di tali fasi calcolate per una stella di massa M =
0.7 M , Y=0.20 e Z = 10−3 . Si noti in particolare come l’espansione indotta dal flash principale
(il primo) negli strati esterni del nucleo di elio produca Io spengimento della shell di idrogeno che
19

Fig. 6.22. Percorso nel diagramma HR della struttura di cui alla Fig.6.21 durante la fase di
innesco dell’elio. Il cerchietto pieno indica la posizione al flash principale; la stella l’inizio della fase
quiescente di combustione centrale di elio. II tempo t è in milioni di anni.

recupererà la sua efficienza solo gradualmente, tornando a contribuire sostanzialmente alla struttura
solo in prossimità dell’inizio della fase di combustione di elio quiescente. I risultati principali di
tali calcoli, eseguiti sotto le usuali assunzioni di simmetria sferica e convezione interna adiabatica,
possono essere riassunti nei due seguenti punti fondamentali:

1. La convezione nel nucleo resta separata, sia pur di poco (∆Mr ∼ 210−3 ) dalla base della shell di
idrogeno. Non si attendono quindi rimescolamenti che si ripercuotano sulla successiva efficienza
di questa shell.
2. Nel corso dei vari flash si giunge a sintetizzare una quantità di carbonio dell’ordine 12 X ∼ 0.05,
omogeneamente distribuito nel nucleo di elio.

La Fig.6.22 riporta il cammino evolutivo della struttura di cui alla Fig.6.21 durante la fase dei
flash e sino ai raggiungimento della combustione quiescente dell’elio centrale. Poiché la durata di
questa fase risulta dell’ordine di 106 anni, a fronte dei 108 anni tipici per l’evoluzione di gigante
rossa nello stesso intervallo di luminosità, ci si attende di osservare circa una stella in fase di flash
per ogni 100 giganti rosse. Questo rende pienamente conto della lacuna osservabile negli ammassi
globulari tra il ramo delle giganti e la successiva fase di combustione di elio.

A6.4. Massa limite per la combustione dell’idrogeno. Nane Brune.


In una struttura stellare di Sequenza Principale al diminuire della massa aumenta la densità neces-
saria per raggiungere le temperature di combustione dell’idrogeno. Ciò può essere compreso anche
attraverso semplici valutazioni di ordini di grandezza. Abbiamo infatti già visto (→ A4.3) come dal
Viriale si ricavi per la temperatura media di una struttura

M
T ∝
R
dalla quale, poichè ρ ∝ M 7R3 si ricava anche

T ∝ ρ1/3 M 2/3
e quindi per mantenere temperature di combustione al diminuire della massa aumenta la densità.
Aumenta conseguentemente il richio di degenerazione elettronica sino a raggiungere una massa limite
al di sotto della quale le stelle degenerano in presequenza e non giungono ad innescare le reazioni
dell’idrogeno. Abbiamo già indicato come tale massa limite si aggiri attorno a 0. 1 M . Valutazioni
più accurate richiedono un corrispondentemente accurato trattamento della complessa equazione di
stato, ove le interazioni coulombiane rivestono un ruolo rilevante.
La Fig.6.23 riporta una serie di tracce evolutive di strutture di piccola e piccolissima massa in
fase di contrazione gravitazionale. Nel caso illustrato si trova una massa limite pari a 0.08 M . Si
20

Fig. 6.23. Sequenze di contrazione per strutture di piccola e piccolissima massa.

noti come al diminuire della massa crescano notevolmente i tempi di presequenza delle strutture che
giungono ad innescare l’idrogeno, cosi che, al limite, la 0.08 M raggiunge la MS solo dopo alcune
centinaia di milioni di anni. Il completamento della sequenza principale alle minori luminosità
richiede dunque un lungo periodo di tempo, accadimento di cui si deve tener conto nel costruire le
isocrone di ammassi stellari con età al di sotto di ∼ 1 Gyr.
Strutture al di sotto della massa limite non innescano l’idrogeno e contraggono sino a raggiungere
il raggio della struttura degenere: la successiva evoluzione consisterà nel progressivo raffreddamento
della struttura che andrà diminuendo progressivamente luminosità e temperatura efficace seguendo
una sequenza di raggio costante. La Fig.6.23 mostra come tali strutture si dispongano a formare
un prolungamento della MS verso le basse luminosità, mostrando nel contempo come l’ulteriore
allungamento dei tempi di contrazione porti alla predizione che anche per età dell’ordine di 10 Gyr
tale prolungamento debba risultare popolato da oggetti che mantengono luminosità che scalano
regolarmente a partire dall’estremo inferiore della MS.
A fronte di tale evidenza, l’antica designazione di Nane Nere (Black Dwarf) data in origine a
questi oggetti è stata sostituita da Nane Brune (Brown Dwarf) a significare la prevista sopravvivenza
di non trascurabili capacità radiative. A livello di nomenclatura, aggiungiamo infine che le stelle
che popolano l’estremità inferiore della MS ( M ≤ 0.4 - 0.3 M ) vengono di norma designate con il
termine di strutture VLM (Very Low Mass ).

A6.5. Isocrone teoriche e funzioni di luminosità per Ammassi Globulari


La collocazione nel diagramma HR delle stelle di un ammasso stellare deve essere considerata come
il luogo, ad un prefissato tempo t0 (isocrona), dei punti rappresentativi di stelle in moto lungo traiet-
torie prefissate le tracce evolutive) determinate, per ogni assunta composizione chimica, dall’unico
parametro M = massa delle stelle. Si è qui assunto implicitamente che le fluttuazioni nei tempi
della formazione stellare siano trascurabili rispetto ai tempi evolutivi. Lungo un isocrona è dunque
L = L(M,t] Te=Te(M,t) al variare del parametro M. Con terminologia mutuata dall’idrodinamica
diremo in definitiva che le tracce evolutive delle strutture costituiscono le linee di corrente del fluido
stellare, mentre l’isocrona rappresenta la linea materiale del fluido all’istante t=t0 .
Si è già indicato come nelle fasi evolutive avanzate aumenti la velocità evolutiva, definibile
attravesro il valore delle derivate (∂L/∂t)M e (∂Te /∂dt)M che regolano la variazione con il tempo
della posizione di una struttura nel diagramma HR. Si è anche intuitivamente indicato come in tali
21

Fig. 6.24. La relazione massa luminosità lungo isocrone teoriche per età comprese tra 9 e 321
miliardi di anni.

condizioni sia lecito confondere l’isocrona con la traccia evolutiva comune al ridotto intervallo di
tracce evolventi.
Possiamo precisare le motivazioni e i limiti di una tale approssimazione definendo lungo una
generica isocrona la variabile curvilinea S, cosi che S(M,t) risulti univocamente detrminata e im-
plicitamente resolubile rispetto a qualsivoglia delle variabili M,t. Dalla definizione di isocrona si ha
allora:

∂t ∂t
dt(M, S) = ( )S dM + ( )M dS
∂M ∂S
da cui si ottiene per la variazione delle masse lungo l’isocrona

∂M ∂M ∂t
()t = −( )S ( )M
∂S ∂t ∂S
Si verifica cosi innanzitutto che per

∂S ∂M
( )M → ∞ ( )t → 0
∂t ∂S
cioè che al crescere della velocità evolutiva (∂S/∂t)M tende a zero la variazione di massa lungo
l’isocrona.
L’osservazione fornisce non solo la collocazione nel diagramma HR della linea isocrona, ma
anche il numero di stelle dN che popolano l’intervallo di ascissa curvilinea dS. Il dato osservativo Φ
=dN/dS è correlabile alle proprietà evolutive, risultando

∂M ∂M ∂t
Φ(S, t0 ) = Ψ(M )( )t = −Ψ(M )( )S ( )M
∂S ∂t ∂S
avendo indicato con Ψ(M) = dN/dM la distribuzione di masse propria dell’ammasso (IMF =
Initial Mass Function). E’ facile riconoscere che l’espressione precedente rappresenta semplicemente
l’espressione euleriana dell’equazione di continuità. Per fasi evolutive avanzate, laddove tende a
zero l’intervallo di masse popolanti l’isocrona, potremo porre Ψ(M ) ∼ cost e cosi anche per il flusso
temporale lungo l’isocrona (∂M/∂t)S ∼ cost. Se ne ricava che, sotto tali condizioni, il numero di
stelle in una fase evolutiva avanzata risulta proporzionale al tempo speso dalle stelle evolventi lungo
la loro traccia in tale fase.
Come utile applicazione di tale relazione abbiamo in precedenza discusso il caso della funzione di
luminosità del ramo delle Giganti Rosse in un Ammasso Globulare. A titolo orientativo la Fig.6.24
riporta la distribuzione teorica massa-luminosità lungo isocrone di età compresa tra 9 e 21 Gyr.
Come atteso, la variazione della massa interessa essenzialmente le strutture di MS. Le subgiganti
che si collocano tra il Turn Off e la base del ramo delle giganti hanno variazioni già più contenute, e
dalla base delle giganti la massa evolvente diventa sensibilmente costante. Si è a suo tempo indicato
come lungo il ramo delle giganti si possa porre
22

Fig. 6.25. Funzione di luminosità per l’Ammasso Globulare NGC6356 confrontata con le predizioni
teoriche per la distribuzione dal Turn Off sino al tip del ramo delle giganti. I dati teorici assmono
[Fe/H]=-0.9, età 14 Gyr, (m-M)v = 18.05.

dt
logτ ∝ logL dove τ =
dlogL
è la velocità evolutiva (in luminosità) delle giganti. Mostreremo qui che tale relazione è conseguenza
diretta del fatto che lungo il ramo delle Giganti Rosse, come ogniqualvolta si sia in presenza di stelle
con nucleo degenere, esiste una relazione massa del nucleo-luminosità

L = Mnα
che ci indica come in tali strutture sia la massa del nucleo degenere a governare la luminosità di
una stella.
A fianco della precedente relazione potremo infatti considerare l’ulteriore relazione che collega
la luminosità della struttura alla crescita temporale della massa del nucleo

dMn = µLdt
dove µ rappresenta la massa di elio sintetizzato nella produzione dell’unità di energia. Differenziando
la prima relazione si ottiene
1 1−α
dMn = L α dL
α
che sostituita nella seconda relazione conduce con facili passaggi a

dt 1 1−α
=τ = L α
dlogL µα
da cui la attesa relazione
1−α
logτ = cost + logL
α
La Fig.6.25 mostra come i riscontri sperimentali siano in generale in buon accordo con le previ-
sioni, rivelando anche il bump delle giganti prodotto dall’incontro della shell di combustione di H
con la discontinuità prodotta dall’affondamento della convezione superficiale.
23

Origine delle Figure

Fig.6.1 Iben I.Jr. 1964, ApJ 140, 1631


Fig.6.2 Hagen G.L. 1970, ”An Atlas of Open Clusters CM Diagrams”, David Dunlap Obs. pub.4
Fig.6.3 Alcock C., Paczynski B. 1978, ApJ 223, 244
Fig.6.4 Castellani V., Chieffi A., Pulone L., Tornambé A. 1985, ApJ 294, L31
Fig.6.5 Hofmeister E., Kippenhahn R., Weigert A. 1964, Zeitschr. Astrophys. 59,242
Fig.6.6 Castellani V. 1985, Fund. Cosmic Phys. 9, 317
Fig.6.7 Chieffi A. 1984, inediti.
Fig.6.8 Caputo F., Castellani V., D’Antona F. 1974, Astrophys. Space Sci,28, 303.
Fig.6.10 Sosin C., Piotto G., Djorgovski S.G. et al 1997,”Advances in Stellar Evolution” , Cambridge Univ.
Fig.6.11 Castellani V., 1976, A&A 48, 461.
Fig.6.12 VandenBergh D.A. 1980, ApJS 51, 29
Fig.6.13 Bertelli G., Bolton A., Chiosi C., Nasi E. 1979, A&AS 36, 429
Fig.6.14 Cassisi S., Castellani V., Degl’Innocenti S., Salaris M., Weiss A. 1999, A&A 134,103
Fig.6.15 Caputo F., Castellani V., D’Antona F. 1974, Astrophys. Space Sci,28, 303.
Fig.6.16 Castellani V., Renzini A. 1968 Astrophys. Space Sci. 2, 83
Fig.6.17 Cassisi S., Castellani V. 2004, inedita
Fig.6.18 Castellani V., Paolicchi P. 1975, Astrophys. Space Sci. 35, 185
Fig.6.19 Wagner R.L. 1974, ApJ 191, 173
Fig.6.20 Castellani V. 1985, Fund. Cosmic Phys. 9, 317
Fig.6.21 Mengel J.C., Sweigart A.V. 1981, ”Astrophysical Parameters for Globular Clusters”, IAU Coll. n.68
Fig.6.22 Mengel J.C., Sweigart A.V. 1981, ”Astrophysical Parameters for Globular Clusters”, IAU Coll. n.68
Fig.6.23 D’Antona F., Mazzitelli I. 1985, ApJ 296, 502
Fig.6.24 Castellani V., D’Antona F. 1971, Mem. SAIt 42, 441
Fig.6.25 Zoccali M., Piotto G. 2000, A&A 358, 943
Capitolo 7

Combustione dell’elio e fasi evolutive


avanzate: le piccole masse

7.1. Generalità sulle fasi di combustione dell’elio. Piccole masse, masse


intermedie e grandi masse
Lo studio delle fasi avanzate di combustione di idrogeno in una shell ci ha portato a con-
cludere che stelle con massa superiore o dell’ordine di ∼ 0.5 M riescono a raggiungere le
temperature tipiche (∼ 108 K) per l’innesco delle reazioni 3α. In tali stelle, all’aumentare

Fig. 7.1. Traccia evolutiva di una stella di 3.0 M di Pop. 1, tipica di stelle al limite del
flash dell’elio. L’asterisco indica la posizione dell’innesco dell’elio. L’evoluzione è seguita sino
all’esaurimento dell’elio al centro ed all’instaurarsi della combustione a doppia, shell. I tempi evo-
lutivi delle varie fasi sono riportati in tabella 1. La luminosità L è in luminosità solari.

Tab. 1. Tempi evolutivi per la traccia in Fig. 7.1 (in 108 anni).

Punto t Punto t Punto t Punto t Punto t


2 1.39 6 2.44 10 2.489 14 2.56 18 3.19
3 2.24 7 2.47 11 2.498 15 2.78 19 3.23
4 2.34 8 2.479 12 2.507 16 2.94 20 3.26
5 2.40 9 2.484 13 2.53 17 3.07

1
2

Fig. 7.2. Evoluzione della struttura interna di una stella di 5 M , Pop. I, dalla sequenza principale
sino allo spengimento della sbell di idrogeno ed al secondo dredge up. il tempo t è in 10 7 anni. Come
in Fig. 6.5 sono indicate le zone di combustione e di convezione.

della massa il nucleo centrale di elio risulta sempre meno governato da fenomeni di degener-
azione elettronica. Le valutazioni evolutive mostrano che stelle con massa maggiore di circa
M ∼ 3M giungono ad innescare pacificamente l’elio in un nucleo centrale non degenere.
Indipendentemente dalle modalità dell’innesco, le fasi di combustione di elio riproducono
un’evoluzione strutturale per molti versi analoga a quella caratterizzante la combustione
centrale ed a shell dell’idrogeno. E’ innanzitutto da notare come, a causa della elevata
dipendenza della reazione 3a dalla temperatura, la combustione centrale di elio induce in
ogni caso la formazione di un nuovo nucleo di convezione. Le strutture che avevano raggiunto
la loro traccia di Hayashi reagiscono alla presenza della nuova sorgente centrale di energia
tendendo a distaccarsi dalla traccia, ritornando verso maggiori temperature effettive, cioè
verso il luogo caratteristico delle combustioni centrali.
Stelle di massa sufficientemente elevata (M ≥ 7M ) continuano ad evolvere con un
graduale e contenuto aumento di luminosità. Al decrescere della massa si manifesta sempre
più evidente una tendenza dei modelli a doppia sorgente di energia (He centrale ed H in
shell) a collocarsi a luminosità inferiori a quelle raggiunte al momento dell’innesco dell’elio.
La Fig. 7.1 riporta in maggiori dettagli l’evoluzione del modello di 3 M di Fig. 6.1 che
mostra chiaramente tale caratteristica. La tabella 1 riporta i tempi evolutivi delle relative
fasi.
La diminuzione di luminosità conseguente all’instaurarsi della doppia sorgente di energia
prosegue e risulta esaltata in stelle di piccola massa che subiscono il flash dell’elio. Da oltre
1.000 luminosità solari, tipiche del flash, esse discendono a meno di 100, collocandosi alle
luminosità tipiche della fase di ramo orizzontale negli ammassi globulari (→ A7.2). Fase
che avevamo già interpretato, in base al principio di ragion sufficiente, come quella della
combustione dell’elio. Si può interpretare questo scenario come un’evidenza che la presenza
di una relazione massa del nucleo degenere - luminosità spinge la stella verso luminosità
abnormi. Rotta la degenerazione, la struttura si riassesta sulle luminosità naturali per una
struttura non degenere.
Per ogni massa, all’esaurimento dell’elio centrale segue l’innesco della reazione 3α nella
shell ricca di elio contornante un nucleo di carbonio-ossigeno, e la stella tende nuovamente a
ricollocarsi lungo la sua traccia di Hayashi. E’ in questa fase che si manifesta una ulteriore
biforcazione nella storia evolutiva delle stelle. Abbiamo già definito come ”piccole masse”
tutte quelle strutture che innescano la 3α in un nucleo di He degenere e, quindi, con un
flash. Tenendo presente che il progredire dell’evoluzione tende a favorire l’insorgere della
3

Tab. 2. La classificazione evolutiva delle strutture stellari.

Innesco H Innesco He Innesco C


M≤ 0.1M Nane Brune Mancato - -
0.1M ≤M≤ 3M Piccole Masse Quiescente Degenere Mancato
3M ≤M≤ 8M Masse Intermedie Quiescente Quiescente Mancato
8M ≤M≤ 11M Masse Intermedie Quiescente Quiescente Degenere
11M ≤M Grandi Masse Quiescente Quiescente Quiescente

degenerazione elettronica, non sorprende trovare che al termine della combustione di He


tutte le piccole masse sviluppano un nucleo di CO fortemente degenere.
Al di sopra del limite delle piccole masse troviamo un intervallo di masse, orientativam-
nete tra le 3 e le 11 M , caratterizzato da strutture che innescano l’idrogeno in maniera
quiescente al centro di un nucleo non degenere, ma che al termine della combustione di He
sviluppano nuclei di CO degeneri. Tali strutture, designate con il termine di ”masse inter-
medie”, in larga parte condivideranno con le piccole masse il destino comune di nana bianca.
Caratteristico di queste masse il secondo dredge up: nella fase di combustione a doppia shell
la convezione esterna affonda e , finisce col raggiungere ed intaccare più o meno profonda-
mente il nucleo di elio, trasportando in superficie i prodotti delle precedenti combustioni
(Fig. 7.2) .
Masse ancora superiori, le ”grandi masse”, innescheranno invece la combustione del car-
bonio in un nucleo di CO non degenere, giungendo a completare l’intera catena di reazioni
sino alla fotodisintegrazione del ferro. Si giunge cosı̀ ad una classificazione altamente signi-
ficativa, basata sulle caratteristiche evolutive delle strutture, che si sovrappone e sostituisce
la suddivisione in strutture della MS superiore o inferiore il cui valore resta limitato alle strut-
ture della Sequenza Principale ed alle loro modalità di uscita dalla MS stessa. La Tabella
2 riassume schematicamente tale classificazione, riportando a titolo orientativo l’indicazione
di limiti di massa che peraltro dipendono, talora sensibilmente, dalla composizione chimica
originaria.

7.2. Combustione centrale di He: Trascinamento del nucleo convettivo e


semiconvezione indotta
Una volta innescato l’elio,sia in maniera quiesente o attraverso un flash, nella fase di combus-
tione quiescente la stella brucia 4 He in C e O in un nucleo convettivo non degenere, interno
ad un più esteso nucleo di elio. Tale nucleo è infine circondato da un inviluppo ancora ricco
dell’idrogeno originale, mentre sul bordo del nucleo di elio è ancora efficiente una shell di
combustione dell’idrogeno. Al progredire dell’evoluzione He viene trasformato in C + O,
omogeneamente ridistribuiti nella zona convettiva. In combustione di idrogeno il prodotto
di combustione, l’elio, aveva opacità minore dell’idrogeno, e da ciò discendeva la progressiva
diminuzione in massa dei nuclei convettivi. In combustione di elio la situazione è radical-
mente diversa, perchè carbonio ed ossigeno hanno opacità maggiore (Fig. 7.3). Questo darà
luogo ad una crescita del nucleo attraverso meccanismi che richiedono di essere discussi con
qualche dettaglio.
Come esemplificato in Fig. 7.4, nel modello iniziale il nucleo di elio è ancora
sostanzialmente omogeneo, ed il gradiente radiativo decresce regolarmente dal centro verso
l’esterno, raggiungendo e superando il bordo della convezione, definito dalla condizione di
Schwarzschild ∇rad = ∇ad . Al progressivo incremento delle abbondanze di C e O, au-
menta l’opacità e aumenta di conseguenza il gradiente radiativo nel nucleo convettivo ,
mentre nella zona esterna di elio non raggiunto dalla convezione opacità e gradiente restano
4

Fig. 7.3. Opacità di He, C ed O per distribuzioni di densità e temperatura caratteristiche del
nucleo di una stella di piccola massa in fase di combustione centrale di elio.

sostanzialmente inalterati, e la zona resta pertanto formalmente stabile e in equilibrio ra-


diativo. Applicando indiscriminatamente tale criterio, al bordo della convezione si verrebbe
progressivamente a creare una discontinuità del gradiente radiativo, collegata alla disconti-
nuità in composizione chimica, con il gradiente radiativo che al limite della convezione cresce
a valori sempre più superadiabatici.
E’ facile verificare come tale situazione, pur verificando formalmente il criterio di
Schwarzschild, sia sostanzialmente da rigettare da un punto di vista fisico. Basta infatti
ricordare come debba esistere un sia pur contenuto overshooting della zona convettiva per
comprendere come tale overshooting, portando C + O all’esterno, tenda ad estendere irre-
versibilmente il confine della convezione, operando istante per istante a partire dal nuovo
confine. Il confronto tra i tempi della convezione (tempi scala meccanici) ed i tempi evolutivi
(tempi scala nucleari) mostra che se anche l’estensione dell’overshooting è - come abbiamo
assunto - tracurabile, la propagazione di tale meccanismo di autotrascinamento del nucleo
convettivo deve risultare pienamente efficiente.
Se, a titolo di esempio, assumiamo tempi scala della convezione dell’ordine del mese,
risulta che in un passo temporale di 1 milione di anni l’overshooting riesce in linea di principio
a propagarsi per 107 volte la sua estensione. L’unica situazione stabile e accettabile è quindi
quella nella quale il nucleo si à esteso sino a verificare il criterio di eguaglianza ∇rad =
∇ad sulla faccia interna della superficie di separazione tra convezione e stabilità radiativa,
condizione nella quale viene a cessare il meccanismo di autotrascinamento. (Fig.7.5).
La situazione diviene più complessa allorquando, al progredire delle dimensioni del nu-
cleo, si giunge ad una fase nella quale il gradiente radiativo corrispondente alla miscela
ricca di C + O, al crescere delle dimensioni del nucleo presenta un minimo oltre il quale
tende a ricrescere e le prescrizioni in precedenza adottate per definire le dimensioni del
nucleo convettivo non sono più utilizzabili. Si può comprendere lo sviluppo di una tale situ-
azione partendo dall’ultimo modello accettabile, nel quale il limite del nucleo convettivo -
secondo le precedenti prescrizioni - è giusto al minimo del gradiente e supponendo di evol-
vere temporalmente la situazione lasciando innalzare C + O nel nucleo e quindi creando un
sovragradiente ai bordi del nucleo medesimo (Fig. 7.6 : a). Una tale situazione, instabile,
dovr evolvere dinamicamente secondo le seguenti fasi

1. l’overshooting ai bordi del nucleo estenderà la convezione, trasportando contemporanea-


mente elio dall’esterno e abbassando così il gradiente in tutto il nucleo (Fig. 7.6: b).
2. Al progredire di questo rimescolamento il gradiente finirà col verificare la condizione adi-
abatica non al bordo del nucleo convettivo ma in corrispondenza del minimo di gradiente
(b). La convezione al minimo non è più efficiente e la zona convettiva interna ed esterna
al minimo si disaccoppiano.
5

Fig. 7.4. La crescente discontinuit del gradiente radiativo ai limiti del nucleo convettivo quando
si trascuri l’instabilità indotta dall’overshooting. Le varie curve sono contrassegnate dal valore Y
del contenuto di elio nel nucleo convettivo di una stella in fase di combustione centrale di elio. Y∼1
rappresenta la situazione del modello iniziale.

Fig. 7.5. Andamento schematico dei gradienti al limite del nucleo convettivo:(a) nel caso di una
crescente discontinuità e (b) nella situazione stabile .

3. L’overshooting resta efficiente a causa della sovradiabaticità al bordo esterno, ma è in


grado di trasferire elio solo nella zona esterna al minimo, e di trasferirlo per ogni zona
sinché l’elio non ha abbassato il gradiente radiativo sull’ adiabatico inibendo la convezione
(Fig. 7.6: c).

Il processo termina quando, continuando ad inibire la convezione alle sue spalle, il bordo
della convezione inibisce se stesso, e si raggiunge una situazione stabile che può essere così
descritta: un nucleo convettivo estendentesi sino al minimo del gradiente, e regolato dalla
condizione che al minimo stesso si raggiunga la condizione di adiabaticità, circondato da
una zona a gradiente chimico nella quale il rapporto He/(C+O) è punto per punto tale
da garantire la neutralità convettiva (∇rad = ∇ad ) della zona (zona semiconvettiva). Al
progredire dell’evoluzione l’effetto combinato della convezione e dei rimescolamenti tende
in continuazione a ristabilizzare la struttura sulla situazione precedentemente descritta, che
6

Fig. 7.6. Schema esplicativo dello sviluppo del processo di semiconvezione.

Fig. 7.7. Distribuzione dell’abbondanza di elio per varie fasi al progredire della combustione
dell’elio. La freccia indica gli effetti del trascinamento. La linea a tratti mostra la tipica distribuzione
dell’elio in fase di avanzata combustione in assenza di overshooting.

è la prescrizione utilizzata in molti calcoli evolutivi. La. Fig. 7.7 mostra l’evoluzione della
distribuzione interna di He nei due casi.
La zona a gradiente chimico che contorna il nucleo convettivo è stata definita ”semi-
convettiva” perchè ancora una volta siamo in presenza di una convezione che tende ad
autoinibirsi, non giungendo al completo rimescolamento degli strati inizialmente instabili.
Si noti peraltro che il meccanismo che genera la semiconvezione in combustione di elio
risulta sostanzialmente diverso da quello che produce la semiconvezione che abbiamo in-
contrato al termine della combustione centrale di idrogeno nelle grandi masse. In quel caso
l’instabilità convettiva originava spontaneamente nella struttura, nel caso dei nuclei di elio
è invece prodotta dal meccanismo di avanzamento dell’overshooting. Per tale ragione pare
opportuno designare questo secondo caso con il termine di semiconvezione indotta.
7

Fig. 7.8. Traccia evolutiva, di una stella di 0.6 M con composizione chimica dell’inviluppo
Y=0.27, Z=10−3 durante la fase di combustione centrale dell’elio. Il cerchietto indica il primo
modello di combustione quiescente a dppia sorgente di energia che segue al flash dell’elio. Per
comparazione è riportata anche la traccia evolutiva dello stesso modello calcolata in assenza di
overshooting e semiconvezione. E’ assunta una massa iniziale del nucleo di He M = 0.468M . La
traccia senza oversbooting è spinta oltre l’esaurimento dell’elio centrale che avviene attorno a logTe∼
3.7, logL ∼ 1.9.

La prevedibile conseguenza dell’efficienza di autotrascinamento e semiconvezione è il


prolungamento temporale della fase di combustione di elio centrale: ambedue i meccanismi
contribuiscono infatti a portare nuovo elio nelle regioni di efficienza della 3α, prolungandone
conseguentemente l’efficienza. Viene conseguentemente prolungata anche la traccia evolutiva,
come esemplificativamente mostrato in Fig. 7.8 nel caso di una stella di piccola massa. La
figura mostra come l’effetto dell’overshooting e della semiconvezione sia essenzialmente quello
di estendere l’intervallo di temperature efficaci coperto durante l’evoluzione. In ogni caso la
struttura evolve mantenendosi in un ristretto intervallo di luminosità, in qualitativo accordo
con l’evidenza più volte menzionata delle fasi di ramo orizzontale nei vecchi ammassi di
Popolazione II.
Durante la combustione centrale di elio la direzione di evoluzione risulta regolata da
leggi che sono in qualche maniera speculari rispetto a quelle che reggono la collocazione del
modello nel diagramma HR. L’evoluzione strutturale è infatti caratterizzata da un continuo e
regolare spostamento della produzione di energia dalla shell di combustione dell’idrogeno alla
combustione centrale dell’elio. Sinché la shell di idrogeno predomina, la stella evolve verso
maggiori temperature efficaci. Quando infine la combustione centrale prende il controllo della
produzione di energia il cammino evolutivo si inverte e la stella tende ad evolvere in direzione
della zona delle giganti. Pur se nella intera fase di combustione di elio centrale le temperature
centrali risultano in continuo aumento, la prima fase di combustione è caratterizzata da
una espansione del nucleo e da un conseguente regolare decremento dei valori delle densità
centrali, andamento che nelle più avanzate fasi di combustione si inverte per tornare al
regolare aumento di ambedue temperatura e densità centrali.

7.3. Stelle di piccola massa: perdita di massa, ZAHB ed evoluzione di ramo


orizzontale
Nel seguito rivolgeremo inizialmente l’attenzione al problema dell’evoluzione in fase di com-
bustione di elio per stelle di piccola massa. Tale scelta è suggerita da due ordini di argomenti:
il primo e principale è che esaurienti evidenze osservative per stelle in fase di combustione
di elio nella nostra Galassia sono di fatto reperibili solo in sistemi antichi come gli ammassi
globulari. Ciò discende non tanto da caratteristiche evolutive quanto dalle proprietà degli
ammassi stellari delle diverse popolazioni galattiche. Tenendo presente che la fase di com-
bustione di elio ha tempi caratteristici di circa due ordini di grandezza inferiori a quelli
della fase di combustione dell’idrogeno, e tenendo presente che in un ammasso oltre alle
8

Fig. 7.9. Tracce evolutive nel diagramma HR di struttre in fase di combustione di elio per due
diverse assunzioni sulla massa del nucleo di He Mc e al variare della massa totaale. Le linee a punti
mostrano, per ogni Mc , la collocazione dei modelli iniziali

stelle evolventi fuori sequenza esistono molte altre stelle ancora in fase di combustione di
idrogeno, si può orientativamente stimare, anche se molto rozzamente, di poter osservare in
fase di combustione di He circa una stella su 103 .
Essendo gli ammassi di disco caratterizzati al più da qualche migliaio di stelle, ci si aspetta
di trovare in fase di elio pochissime stelle, dalle quali è difficile ottenere relazioni statisti-
camente rilevanti. Ben diverso è il caso di un ammasso globulare, nel quale l’abbondante
popolazione stellare consente di rivelare centinaia di stelle in tale fase evolutiva, fornendo
un campione rilevante sul quale operare confronti con le teorie evolutive. A questo fatto si
deve aggiungere che la possibilità di ottenere informazioni sui parametri evolutivi di stelle
che appartengono alla lontana storia dell’alone galattico è certamente un eccitante obiettivo
nel contesto delle ricerche sulla storia del nostro Universo.
Abbiamo già indicato come il cammino evolutivo di una stella di piccola massa in fase
di doppia combustione (He centrale + shell di idrogeno) si collochi confortabilmente nella
zona del diagramma HR nel quale si osserva la cosiddetta fase di ”Ramo Orizzontale”.
Molto meno confortabilmente non si tardò a riconoscere che alcuni ammassi globulari della
Galassia presentano rami orizzontali con un’estensione in temperatura molto maggiore di
quella ottenibile in base alle tracce evolutive susseguenti al flash. Tracce che - per una
già citata regola - devono coincidere con l’isocrona. Lo scenario teorico richiede quindi un
qualche perfezionamento e modifica. Le modalità di una tale modifica vengono suggerite
dall’evidenza osservativa (righe di emissione) che mostra come nelle Giganti Rosse luminose
siano efficienti meccanismi di perdita di massa. Possiamo quindi sospettare che un ulteriore
parametro, la perdita di massa, regoli la distribuzione delle stelle lungo il Ramo Orizzontale.
Un approccio topologico alle proprietà dei modelli di ramo orizzontale può chiarire la
situazione, confortando l’intervento della perdita di massa. Osserviamo che, per ogni pre-
fissata composizione chimica, un modello nella sua fase iniziale d combustione di elio al
centro resta identificato da due parametri Mc = Massa del nucleo di He, M = massa to-
tale della stella, M-Mc rappresentando ovviamente la massa dell’inviluppo ricco di idrogeno.
Integrando una serie di modelli utilizzando Mc e M come parametri liberi si ottiene che la
topologia dei modelli è regolata da una semplice relazione, secondo la quale (Fig. 7.9) per
ogni prefissata composizione chimica dell’inviluppo e per ogni prefissata massa del nucleo di
elio, al variare della massa, le stelle si dispongono lungo una sequenza sensibilmente orizzon-
tale; minore è la massa totale maggiore è la temperatura efficace della stella. Le origini di
una tale comportamento sono facilmente comprensibili: minore la massa totale, minore (a
parità di Mc ) è la massa dell’inviluppo, e quindi più esterna, più fredda e meno efficiente è
9

Fig. 7.10. ZAHB teoriche valutate per diverse assunzioni sull’abbondanza iniziale di elio, as-
sumendo Z= 10−4 ed un’età di 10 Gyr. Lungo le sequenze sono riportati le masse totali dei vari
modelli,in masse solari e le masse evolutive dei nuclei di elio.

la shell di idrogeno, e più la stella deve allontanarsi dalla traccia di Hayashi per avvicinarsi
alla sua posizione sulla sequenza principale di elio.
Dai dati in Fig. 7.9, che coprono gli attesi valori evulutivi dei nuclei di He al flash, si
ricava non solo la capacità della perdita di massa di distribuire le strutture lungo un Ramo
Orizzontale, ma anche che le masse richieste per coprire bracci estesi risultano sensibilmente
inferiori alle masse originarie di 0.8, 0.9 M attese per Giganti Rosse con età dell’ordine
di 10 Gyr. E’ oggi universalmente riconosciuto che una dispersione nei valori di perdita di
massa è all’origine della osservata distribuzione delle stelle di Ramo Orizzontale, così che le
sequenze di Fig.7.9 vengono a rappresentare il luogo del diagramma HR ove ci si attende che
possano andare a collocarsi le stelle all’inizio della combustione quiescente di elio centrale al
variare della perdita di massa, e prendono il nome di Rami Orizzontali di Età Zero (ZAHB
= Zero Age Horizontal Branch).
Si noti come la perdita di pochi decimi di massa solare, quali necessari per popolare il
Ramo Orizzontale, hanno effetti trascurabili sulle caratteristiche delle Giganti Rosse, stante
la ridotta dipendenza della traccia di Hayashi dalla massa stellare. I tempi evolutivi di
Gigante Rossa diventano inoltre minori dei tempi scala termodinamicidel nucleo interno di
elio, così che la perdita di massa e le conseguenti modifiche dell’inviluppo stellare finiscono
col non influenzare la struttura interna. In conclusione, la postulata perdita di massa in
fase di Gigante Rossa ha possibilità di manifestarsi nel diagramma HR solo all’avvento della
successiva fase di combustione centrale di elio.
Al di là di esperimenti numerici quali quelli di Fig.7.9, il calcolo di strutture di HB
richiederebbe in linea di principio che per ogni assunta composizione chimica originaria
venga seguita l’evoluzione delle stelle introducendo opportune valutazioni della perdita di
massa lungo il Ramo delle Giganti, seguendo la struttura attraverso il flash dell’He sino
alla suuccessiva fase di combustione quiescente. A causa dell’onerosità dei relativi calcoli
numerici, per ricavare il modello di ZAHB è largamente utilizzata una procedura alternativa
estremamente semplificata.
Tale procedura consiste nel determinare, attraverso acconci calcoli evolutivi, per ogni
assunta composizione chimica ed età la massa delle giganti al flash e la relativa massa del
nucleo di elio. Saltando la fase del flash, i relativi modelli di ZAHB vengono direttamente
costruiti come strutture di equilibrio sorrette nuclearmente, costituite da un nucleo di elio
della massa evolutivamente prefissata e con la massa dell’inviluppo come parametro libero,
con la ovvia condizione che la somma delle masse del nucleo e dell’inviluppo sia minore o
al più eguale alla massa originale della struttura. Si tiene conto della nucleosintesi del flash
assumendo che il 5% dell’elio del nucleo si sia trasformato in C, mentre si dovrà anche tener
10

Tab. 3. Parametri evolutivi per un modello di 0.65 M , Z=0.001, Yorig =0.23,Yinv =0.243,
Mc =0.4942 in fase di combustione di He. Sono riportati, nell’ordine, l’età del modello (in mil-
ioni di anni dal primo modello), l’abbondanza centrale di He, luminosità, temperatura efficace,
temperatura e densità centrali, la frazione di luminosità prodotta dal CNO o dalla 3α, la massa del
nucleo di He e di quello di CO in masse solari.

Fase t Yc logL logTe logTc logρc LCN O LHe MHe MCO

Equilibrio 0.193 0.95 1.620 3.851 8.073 4.271 0.560 0.466 0.494 -

ZAHB 1.000 0.93 1.652 3.813 8.072 4.278 0.519 0.425 0.494 -
He centrale 3.453 0.90 1.661 3.802 8.074 4.276 0.518 0.430 0.494 -
11.567 0.80 1.670 3.801 8.079 4.267 0.503 0.465 0.495 -
22.386 0.70 1.664 3.830 8.086 4.246 0.451 0.511 0.499 -
34.495 0.60 1.648 3.869 8.093 4.225 0.370 0.593 0.503 -
46.640 0.50 1.638 3.892 8.101 4.210 0.290 0.675 0.505 -
58.602 0.40 1.636 3.900 8.111 4.202 0.219 0.751 0.507 -
70.348 0.30 1.644 3.894 8.123 4.202 0.163 0.813 0.509 -
81.606 0.20 1.663 3.877 8.138 4.215 0.128 0.852 0.510 -
95.544 0.10 1.708 3.830 8.163 4.258 0.106 0.879 0.511 -
100.997 0.05 1.742 3.796 8.185 4.316 0.137 0.845 0.512 -
105.083 0.01 1.800 3.751 8.214 4.409 0.238 0.735 0.512 -
107.055 0.00 1.900 3.719 8.251 4.544 0.431 0.498 0.513 -
107.384 0.00 1.990 3.702 8.268 4.694 0.595 0.040 0.513 -
107.399 0.00 1.999 3.701 8.267 4.713 0.601 0.037 0.513 -
He shell 107.647 - 2.188 3.682 8.278 4.948 0.707 0.116 0.513 0.204
107.767 - 2.233 3.678 8.274 5.006 0.712 0.284 0.513 0.224
109.018 - 2.118 3.689 8.192 5.170 0.357 0.636 0.513 0.257
111.351 - 2.166 3.684 8.163 5.311 0.225 0.766 0.517 0.294
114.378 - 2.296 3.673 8.147 5.841 0.036 0.963 0.518 0.349
116.915 - 2.498 3.658 8.130 5.657 0.013 0.975 0.518 0.394
118.605 - 2.705 3.644 8.105 5.856 0.074 0.899 0.519 0.446
119.085 - 2.800 3.638 8.088 5.931 0.276 0.693 0.520 0.462
119.685 - 3.004 3.624 8.055 6.036 0.651 0.328 0.524 0.483
119.685 - 3.004 3.624 8.055 6.036 0.651 0.328 0.524 0.483
1o maxL 119.907 - 3.104 3.618 8.040 6.074 0.774 0.217 0.526 0.488

conto della variazione di composizione chimica dell’inviluppo causata dal primo ”dredge up”.
Per ottenere il corretto modello di ZAHB si lascia infine rilassare la struttura per ∼ 106 anni
per raggiungere l’equilibrio degli elementi CNO nella shell di combustione di idrogeno, ora
notevolmente più estesa che nelle precedente struttura di RG.
La Fig. 7.10 mostra una serie di ZAHB teoriche evolutive calcolate assumendo una metal-
licità Z=10−4 per diversi valori dell’elio originario Y. I dati in figura si prestano ad una serie
di interessanti considerazioni. Si riscontra innanzitutto che la massa del nucleo di elio al
flash diminuisce all’aumentare del contenuto originario di elio. Ciò è in buon accordo con
la regola generale che vuole all’aumentare di Y (del peso molecolare) strutture più calde
(e più luminose) che sfuggono quindi prima al controllo della degenerazione. Dalla Fig. 7.9
si ricava che per ogni fissata temperatura efficace la luminosità di una struttura di HB
cresce all’aumentare della massa del nucleo di elio, in accordo con le attese di una gener-
ica relazione massa-luminosità. La Fig.7.10 mostra peraltro che all’aumentare dell’elio, per
11

Fig. 7.11. Contributi parziali allaluminosità totale dueante le fase di esaurimento dell’He centrale
e il passagio alla combustione di He in shell. Tempi in milioni di anni dal flash.

temperature efficaci minori o dell’ordine di 104 K le ZAHB hanno luminosità che aumentano
all’aumentare dell’elio anche se la massa del nucleo di elio diminuisce.
Ciò indica che la luminosità della stella è dominata dalla combustione a shell
dell’idrogeno, tanto più efficiente quanto più ricca di elio e calda risulta la struttura:
all’aumentare del contenuto di elio la produzione di energia della shell compensa e supera
la perdita di energia della combustione di elio nel nucleo, innalzando in totale la produzione
di energia. Al diminuire della massa dell’inviluppo diminuisce l’efficienza della shell e tale
gerarchia di contributi deve necessariamente scomparire. Al limite di stelle prive di inviluppo
e sorrette quindi dalla sola combustione dell’elio centrale, la luminosità deve risultare pro-
porzionale alla massa della stella di elio. Questo spiega l’incrociarsi delle ZAHB attorno a
logTe ∼ 4.2 - 4.3: al di sopra di quelle temperature efficaci è ormai il nucleo che domina,
imponendo la sua relazione massa luminosità.
Le tipiche tracce evolutive di piccole masse in combustione di elio sono già riportate nelle
precedenti figure 7.8 e 7.9. La Tabella 3 riporta a titolo di esempio l’evoluzione in fase di
combustione di elio dei più rilevanti parametri di struttura per una tipica stella di Ramo
Orizontale in ammassi globulari di metallicità intermedia, quali M3 o M5. Limitandosi per
il momento ad esaminare solo la fase di combustione centrale di He è facile verificare nei
dati in Tabella tutta una serie di già discusse caratteristiche evolutive, quali ad esempio, la
bilanciata evoluzione dei contributi relativi delle combustioni di H ed He ed il corrispondente
andamento della traccia evolutiva nel diagramma HR.

7.4. Stelle di piccola massa: esaurimento dell’elio centrale.Ramo asintotico


La fase di esaurimento dell’elio centrale è complicata dall’apparizione di una instabilità che è
stata oggetto di molte indagini volte in particolare a decidere se si trattasse di fenomeno reale
o di mera instabilità numerica di calcolo. Da un punto di vista generale l’origine fisica di tale
instabilità è rapidamente comprensibile, quando si tenga presente che nel meccanismo della
semiconvezione, come descritto in precedenza, l’estendersi della semiconvezione ed il con-
seguente richiamo di elio ”fresco” verso le zone convettive centrali contribuiva a stabilizzare
la zona grazie alla diminuzione di opacità. In tale descrizione si è implicitamente assunto
che il contemporaneo effetto sull’efficienza delle reazioni nucleari fosse piccolo rispetto al
meccanismo di opacità.
Ciò non può più essere vero nella fase di esaurimento dell’He, quando l’abbondanza di
elio centrale si è ridotta al punto che anche un modesto ingresso di elio si traduce in una
sensibile variazione percentuale nell’abbondanza di tale elemento. Ne segue un aumento di
luminosità e, conseguentemente, del gradiente radiativo che finisce col produrre una serie di
violenti pulsi di convezione noti in letteratura con il termine di breathing pulses. Al riguardo
12

Fig. 7.12. Tracce evolutive per stelle di varia massa durante le fase di combustione centrale di He
e nella successiva evoluzione a doppia shell lungo il Ramo Asintotico .

Fig. 7.13. Andamento temporale della luminosità per i modelli di Fig. 7.12 .

si è andato diffondendo l’orientamento generale di riguardare tale fenomeno come spurio,


eliminandolo con varie tecniche dalla modellistica. Pur se il problema attende un definitivo
chiarimento, noi nel seguito seguiremo tale orientamento, rimandando agli approfondimenti
per una più dettagliata descrizione del fenomeno.
Ciò premesso, l’esame dei dati in tabella 3 mostra con sufficiente chiarezza i meccan-
ismi del passaggio dalla combustione centrale di He alla combustione a shell dello stesso
elemento, descritto con maggiori dettagli nella Fig. 7.11. All’esaurimento dell’elio centrale
viene inizialmente a mancare il contributo delle reazioni 3α e l’energia viene supplita in
parte dalla conseguente contrazione ed in parte dalla shell di idrogeno che viene spinta
ad aumentare la sua efficienza. All’innesco della combustione di He nella shell circondante
il nucleo di CO svanisce il contributo gravitazionale e ne segue la stabilizzazione in due
combustioni a shell quiescenti.
La Fig. 7.12 riporta le tracce evolutive di una serie di modelli di varia massa, seguiti
dall’inizio della combustione centrale di elio sino alle fasi avanzate di combustione a shell
che precedono la fase di pulsi termici (vedi oltre). La freccia in figura mostra il minimo rel-
ativo in luminosità che segnala l’innesco della shell di He. Le caratteristiche dell’evoluzione
sono ulteriormente chiarite nella Fig. 7.13 che riporta l’andamento temporale della lumi-
nosità dei vari modelli. La stella spende la sua fase di combustione centrale nei pressi della
sua luminosità di ZAHB e solo al termine di tale fase si sposta rapidamente verso la sua
traccia di Hayashi innalzando contemporaneamente la luminosità. L’innesco della shell di
He è segnalato da un minimo relativo nella luminosità, dopo il quale la stella imizia la sua
ascesa lungo il ”Ramo Asintotico”,aumentando progressivamente la sua luminosità mentre
13

si sviluppa un nucleo degenere di Carbonio ed Ossigeno che tende sempre più a raffreddarsi
a causa della crescente efficienza della produzione di neutrini.
Nella fase di Ramo Asintotico (AGB) si riproduce quindi la situazione già discussa per
le Giganti Rosse: l’evoluzione naturale prevista dal viriale è per così dire ”bloccata”, e le
strutture sono costrette a permanere nella fase di combustione a shell, aumentando ora con
continuità la massa del nucleo di CO. Nel caso di giganti rosse di massa maggiore di ∼
0.5 M interveniva il flash dell’elio a risolvere la situazione. Ora invece il nucleo di CO è
fortemente e definitivamente degenere e la combustione a shell dovrà proseguire accrescendo
lentamente la massa del nucleo stesso.
La Fig. 7.11 mostra come l’evoluzione lungo l’AGB sia caratterizzata da un progressivo
prevalere della combustione dell’elio (come già è avvenuto nelle fasi di combustione centrale
di elio); la shell di H finisce con lo spengersi e la shell di He resta l’unica sorgente d energa
efficiente nella struttura. Poichè una shell efficiente rappresenta un limite invalicaabile per la
convezione, lo spengimento della shell di H consentirebbe in linea di principio alla convezione
superficiale di affondare nel nucleo di He. Le stelle di piccola massa ”mancano” peraltro
il secondo ”dredge up” che abbiamo descritto nella discussione generale all’inizio di questo
capitolo. Pur a shell di idrogeno spenta, la convezione superficiale non giunge mai a superare
la discontinuità He-H, talché il nucleo di elio che caratterizza le strutture di ramo asintotico
è e resta quello ai momento dello spengimento della shell di H o, in pratica, quello ereditato
dalla fase di combustione di elio centrale.
Notiamo infine che, a somiglianza di quanto già osservato nel caso di combustione a shell
di idrogeno, appare esistere una relazione tra la luminosità della struttura e la massa del
nucleo degenere:

L ∼ 104 (MCO − 0.5)


con la luminosità L e la massa del nucleo degenere MCO misurate in unità solari.

7.5. I Pulsi termici e il terzo dredge up


Una struttura di Ramo Asintotico è composta da un nucleo di CO degenere, contornato da
strati di He a loro volta circondati dall’inviluppo ancora ricco di idrogeno. Poco dopo la
sua accensione, la shell di combustione di He prende il sopravvento e la più esterna shell di
combustione dell’idrogeno si spenge. Da questo momento l’evoluzione strutturale consisterà
in un progressivo aumento della massa del nucleo degenere di CO, mentre la situazione al
passaggio He-H resta congelata causa l’assenza di reazioni nucleari di fusione dell’idrogeno.
Come già nel caso delle Giganti Rosse il nucleo degenere cresce in massa ma diminuisce in
raggio. Ragionando peraltro in termini della variabile Mr potremo dire che il nucleo si sposta
a valori sempre maggiori di tale parametro, a spese dei circostanti strati di elio che vengono
progressivamente trasformati in CO e inglobati nel nucleo.
In tale progressivo aumento, il nucleo degenere finisce necessariamente col trovarsi sempre
più prossimo al inviluppo ricco di idrogeno. Quando la distanza (in massa) si riduce a pochi
centesimi di massa solare inizia a riaccendersi la shell di idrogeno, riaccensione segnalata da
un massimo relativo nell’andamento della luminosità col tempo. Segue nel tempo una sorta
di instabilità nota come ”pulsi termici” da cui, tra l’altro, ci si può attendere il trasporto in
superficie di prodotti di combustione dell’elio. Con l’apparizione dei pulsi termici ha fine la
fase indicata in letteratura come evoluzione di ”early AGB”.
Per comprendere il meccanismo di tale instabilità occorre partire dall’evidenza che in-
evitabilmente la shell di combustione 3α, che implica una temperatura dell’ordine di 108 K,
si avvicina progressivamente al limite del nucleo di elio ove la shell di idrogeno è inefficiente,
il che a sua volta implica temperature molto minori. Poiché all’interno della struttura non
14

Fig. 7.14. Diagramma schematico illustrante il meccanismo di innesco dei pulsi termici. I simboli
pieni rappresentano combustioni a shell attive, quelli aperti shell spente. Alla penultima riga è
indicata l’accensione a flash della shell di elio.

possono sussistere gradienti di temperatura infiniti, ne segue che all’avvicinarsi delle due
shell le rispettive temperature devono avvicinarsi. Ciò che avviene è che la shell di elio
progressivamente si raffredda perdendo efficienza fino a spengers. La struttura inizia nel
frattempo una fase di contrazione che ha l’effetto di riaccendere la shell di idrogeno e la
stella esperimenta una fase quiescente di idrogeno in shell.
In Fig. 7.14 è riportato un diagramma schematico illustrante la catena di avvenimenti
che ne seguono e che conducono alla instabilità di pulso termico. La riaccensione della
shell di idrogeno mette infatti in opera un meccanismo che tende ad accumulare nuovo elio
sopra la vecchia shell 3α, rimuovendo le cause della sua inefficienza. In effetti il progressivo
avanzamento della shell di idrogeno ricostruisce progressivamente un’ ”intercapedine” di
elio tra le due shell, finendo con l’indurre un’innalzamento di temperatura sulla shell 3α
che si riaccende improvvisamente con un flash. Dopo tale fase parossistica, si instaura una
combustione quiescente di elio mentre la shell di idrogeno si è nuovamente spenta.
Si comprende facilmente come un tale processo si ripresenti iterativamente:
l’avanzamento della shell 3α finisce col trasformare in CO l’intercapedine di He e la shell 3α
si dovrà nuovamente spengere provocando la riaccensione della shell d idrogeno e la riedi-
zione del ”pulso termico”. Un tale processo è comune a tutte le stelle con combustione di
elio in una shell circondante un nucleo degenere. Il numero di pulsi e la durata di un singolo
pulso dipendono invece dalla massa della struttura: all’aumentare della massa si passa da
pochi pulsi con durata sino a milioni di anni a migliaia di pulsi con durate dell’ordine di 103
-104 anni.
L’intera fase di combustione a shell di elio può quindi essere cosı̀ riassunta:

1. All’esaurimento dell’elio centrale si instaura la combustione a shell di elio e si spenge la


shell di idrogeno. Gli strati di elio vengono progressivamente trasformati in CO. Questa
fase (early AGB) termina quando praticamente tutto l’elio è andato in CO e la stella è
composta da un relativamente microscopico (in raggio) nucleo di CO degenere al centro
di un esteso inviluppo idrogenoide.
2. L’insorgere dei pulsi termici ha l’effetto di trasformare iterativamente gli strati di
idrogeno che circondano il nucleo prima in He e poi in CO: un processo in due passi
che ha l’effetto globale di trasformare H in CO e attraverso il quale il nucleo degenere
continuerà a crescere in massa sino, potenzialmente, ad invadere l’intera struttura.

La teoria pone peraltro un limite superiore alla massa del nucleo degenere (limite di
Chandrasekhar), pari a circa 1.4 M . (vedi oltre). Ove si raggiunga tale limite la pressione
15

Fig. 7.15. Traccia evolutiva nel diagramma HR delle fasi di combustione di elio per un modello
di 0.6 M e composizione chimica iniziale Y=0.25, Z=10−3 . I cerchietti pieni indicano l’inizio di
un pulso e l’escursione durante il pulso è mostrata per i pulsi 7, 9 e 10. Lungo la traccia in us-
cita dall’AGB sono riportati i tempi evolutivi (in anni, t=0 per Te = 30.000 K) e la massa residua
nell’inviuppo ricco di idrogeno. E’ riportata la linea di raggio costante (R, in unità solari) cor-
ripondente alla massa della struttura. FBE (= Fundamental Blue Edge) rappresenta il limite ad
alte temperature della zona di instabilità (striscia punteggiata) ove ci si attende che le strutture
manifestion fenomeni di variabilità che verranno trattati nei successivi capitoli.

degli elettroni degeneri non può più sostenere la struttura che collassando innesca la fusione
del C in ambiente fortemente degenere. I calcoli mostrano che al termine di questa esplosione
è stata depositata nella materia della stella un’energia di gran lunga superiore all’energia di
legame della struttura. Ci si attende che la struttura venga dispersa e ”incinerita”: l’energia
iniettata infatti nelle particelle porta a rapidissime fusioni spostando l’abbondanza degli
elementi verso il picco del Fe.
Le stelle di Ramo Orizzontale degli Ammassi Globulari galattici hanno certamente masse
di gran lunga inferiori al limite di Chandrasekhar. Dopo una serie di pulsi termici queste stelle
finiranno col lasciare la traccia di Hayashi quando la massa dell’inviluppo ricco di idrogeno
si è ridotta a circa 0.01 M (→ A7.2) e non è più in grado di sostenere la combustione
dell’idrogeno. Una fase di rapida contrazione porta la stella al suo raggio di Nana Bianca,
che per queste stelle è una funzione precisa della sola massa, e che caratterizzerà tutta la
successiva fase di raffreddamento. Durante queste fasi finali il riscaldamento della shell di
idrogeno in ambiente elettronicamente degenere può portare a episodici flash nucleari. La
Fig.1 7.15 riporta a titolo di esempio l’evoluzione nel diagramma HR di un modello di AGB
di massa costante pari a 0.6 M .
Più in generale, l’inizio della fase di contrazione viene a dipendere dall’efficienza della
perdita di massa che, riducendo l’inviluppo ricco di idrogeno, affretta il compimento della
fase di AGB. Si ritiene che al termine della fase di AGB possa manifestarsi una fase di
rapida e violenta perdita di massa (superwind) che darebbe luogo alle osservate Nebulose
Planetarie, stelle che appaiono circondate da un anello di materia diffusa. Si ritiene anche
che la perdita di massa porti in ogni caso le stelle di piccola massa al di sotto del limite
di Chandrasekhar, cosı̀che per tutte queste strutture si prevede il destino comune di Nana
Bianca. Si noti che, stante l’esistenza della relazione Massa del nucleo-Luminosità, dalla
luminosità massima osservata in stelle di AGB in una popolazione stellare si può risalire alla
16

Fig. 7.16. L’alternanza di episodi di convezione (linee a punti) attraverso i quali si realizza il III
dredge up.

massa delle stelle evolventi in questa fase ottenendo una indicazione della perdita di massa
subita dalle strutture.
Come fenomeno di importanza non secondaria, aggiungiamo che durante la fase di pulsi
termici, in corrispondenza del ritmico alternarsi di efficienza delle due shell, si instaurano
moti convettivi che finiscono col portare in superficie prodotti della combustione 3α, in primo
luogo carbonio. Come schematizzato in Fig.7.16, all’innescarsi semiesplosivo della shell di
elio si instaura una instabilità convettiva che rimescola la zona tra le due shell portandovi
prodotti della combustione dell’elio. Al successivo spengimento della shell di idrogeno e
durante la combustione quiescente della shell di elio la convezione superficiale affonda sino a
superare la discontinuità He-H ed intaccando così la zona contaminata dal precedente pulso
di convezione. Ci si attende che attraverso tale meccanismo (III ”dredge up”) la superficie
si arricchisca di carbonio e di elementi ”s” prodotti dai neutroni da combustione di 14 N. Se,
come da taluni sospettato, in questa fase processi di diffusione e/o mescolamenti riescono a
portare protoni nella zona di combustione dell’elio, ne risulterebbe un’ulteriore sorgente di
neutroni originata dalla reazione 12 C + p →13 N + γ che potrebbe grandemente aumentare
l’efficienza dei processi ”s” (→ 11.2).

7.6. Nane Bianche: la relazione massa-raggio


Per concludere il quadro evolutivo delle stelle di piccola massa resta da esaminare con ul-
teriori dettagli la configurazione delle strutture nella loro ultima fase di degenerazione elet-
tronica.Da un punto di vista osservativo, la prima Nana Bianca venne alla luce dall’evidenza
dell’esistenza di un ”compagno oscuro” di Sirio, Sirio B. Dai parametri di tale sistema bi-
nario si ricavava per Sirio B una massa dell’ordine di 1 M , con una luminosità pari a circa
1/500 di quella solare. Lo spettro, ottenuto nel 1915, rivelò peraltro una temperatura efficace
dell’ordine di 9000 K. Dal bilancio tra emissività e luminosità (L=4πR2 σT4e ) si dovette nec-
essariamente concludere per un raggio inferiore al 2% di quello solare e corrispondentemente,
per densità dell’ordine almeno di 105 gr/cm3 . In tali condizioni ci si attende una struttura
elettronicamente degenere.
La struttura di una stella totalmente degenerata è retta dal sistema politropico (→ 5.1
e A5.1):

dP GMr ρ
=− 2
dr r

dMr
= 4πr2 ρ
dr

P = kργ .
17

Fig. 7.17. La relazione teorica massa-raggio per strutture elettronicamente degeneri confrontata
con i dati sperimentali per alcune Nane Bianche.

ove, a differenza del caso dei gas non degeneri, ambedue gli indici k ed γ sono univocamente
determinati dalla condizione di degenerazione elettronica. Nel caso di degenerazione non-
relativistica (ρ < 106 gr/cm3 ) si ha:

P = 1.0 1012 (ρ/µe )5/3


da cui una politropica di indice 3/2. Al crescere della densità gli elettroni sono spinti a energie
relativistiche. Al limite relativistico (Pe > me c2 , ρ > 106 gr/cm3 ) risulta analogamente:

P = 1.2 1015 (ρ/µe )4/3 = politropica di indice 3


.
Dalla struttura del sistema politropico discende che per ogni fissata densità centrale ρc
resta fissata la pressione centrale e, con essa, tutta la struttura ed in particolare la massa
ed il raggio della stella. Ad ogni massa deve dunque corrispondere una e una sola densità
centrale ed un determinato raggio della struttura degenere. Ciò è una conseguenza diretta
del fatto che, se tutta la pressione è fornita dagli elettroni degeneri, pur se le temperature
possono essere ancora elevate il contributo dell’energia termica è trascurabile.
Nel caso di degenerazione non relativistica, una semplice valutazione di ordini di
grandezza consente di valutare la dipendenza di raggio e densità centrali dalla massa.
Ponendo infatti ρ ∼ M/R3 , si ha dall’equilibrio idrostatico:

GM 2
P ∼
R4
ma è anche P = Kρ5/3 ∼ KM 5/3 /R5 , da cui

P ∼∝ M −1/3 e anche ρ ∝ M2
Maggiore è la massa della struttura minore deve dunque essere il raggio della medesima.
Ciò discende dal fatto che al crescere della massa la densità centrale necessaria per sostenere
la struttura cresce col quadrato della massa stessa. La soluzione della politropica fornisce in
effetti per il raggio di una Nana Bianca di M masse solari:
0.02
R∼ 5/3
R
µe M 1/3
18

Fig. 7.18. Andamento con il tempo della luminosità di un modello di Nana Bianca di CO, 0.6
M . Nelle linee a tratti è trascurato il calore di cristallizzazione. Caso A: inviluppo di 1.5 10−4 M
di H; caso B: inviluppo di 0.016 M di He. Il tempo t è in anni.

dove µe , peso molecolare medio per elettrone, è stato già a suo tempo definito come
la massa, in unità della massa dell’idrogeno, per elettrone libero. Fatta eccezione per il
caso dell’idrogeno (µe = 1), che peraltro riveste scarsa importanza nel quadro evolutivo che
stiamo esaminando, per tutti gli altri elementi si ha µe ∼ 2, e, in particolare, si ha µe per
He, 12 C, 16 O, 20 Ne. Il raggio di una struttura degenere evoluta dipende quindi solo dalla
massa, e non dipende dalla composizione chimica della struttura stessa né, come si è più
volte ripetuto, dal suo contenuto termico.
La relazione precedente resta valida per M ≤ 0.5 M . Per masse superiori si raggiungono
densità a cui interviene la degenerazione relativistica, che tende ad accrescere la dipendenza
del raggio dalla massa. La Fig.7.17 mostra come queste previsioni teoriche siano ben con-
fortate dai dati sperimentali per alcune WD appartenenti a sistemi binari, confortando, in
ultima analisi, le correnti valutazioni teoriche sulle proprietà della materia degenere.
Un’indipendente indicazione osservativa sul rapporto M/R nelle nane bianche è fornita
dallo spostamento delle righe spettrali (redshift) causato dal forte campo gravitazionale, in
accordo con le prescrizioni della relatività generale. Per un fotone di energia hν0 emesso
alla superficie di una stella di massa M e raggio R, che raggiunga un osservatore all’infinito
potremo infatti porre

GM hν0
hν = hν0 −
R c2
dove il secondo termine al secondo membro rappresenta il lavoro del campo gravitazionale
delle stella. Se ne ricava immediatamente

ν0 − ν GM
=
ν0 Rc2
Tale redshift, trascurabile in strutture stellari normali, diviene oservabile nelle WD a
causa della grande gravità superficiale. Viene sovente riportato sotto forma di Effetto Doppler
Equivalente ponendo ∆λ/λ = v/c, da cui

M
v = 0.64 km/sec
R
dove M e R sono in unità solari. Per le due Nane Bianche Sirio B e 40 Eri B si ottiene
cosı̀ v=92 ± 8 km/sec e 22 ± 1.4 km/sec.
Da un punto di vista generale, asserire che per ogni prefissata massa una Nana Bianca ha
un raggio fissato, indipendentemente da ogni assunzione su temperatura e luminosità, sig-
nifica indicare che la Nana si comporta come un corpo solido, quali -per fornire un’immagine-
19

Fig. 7.19. Sequenze teoriche di raffreddamento di Nane Bianche (µe = 2) per vari valori della
massa. Per confronto sono riportate alcune linee R=cost ed è indicata la collocazione di una Sequenza
Principale. I cerchietti aperti mostrano la collocazione di alcuni nuclei di Nebulosa Planetaria,
progenitori di Nane Bianche a minor temperatura efficace.

una sfera di metallo o un mattone. Tale corpo, formatosi da materia ad altissime tem-
peratura, perderà energia irraggiando dalla sua superficie come un corpo nero, a spese
dell’energia degli ioni, essendo ormai gli elettroni nel loro stato di minima energia com-
patibile con la loro natura di fermioni. La struttura percorrerà quindi nel diagramma HR
una sequenza a raggio costante (L ∝ T4e ) dissipando prima l’energia di agitazione termica
degli ioni e poi anche il calore di cristallizazione degli stessi, destinata a raffreddarsi sino
a porsi in equilibrio con il fondo cosmico dell’Universo o, più in generale, con il campo di
radiazione locale.
All’inizio del raffreddamento la velocità con la quale decresce la luminosità è molto alta,
perchè corrispondentemente alte sono le perdite per irraggiamento. Al diminuire della lumi-
nosità decresce anche la temperatura efficace e con questa diminuiscono anche le perdite di
energia, e i tempi evolutivi si allungano corrispondentemente. La Fig.7.18 riporta un esem-
pio dell’andamento temporale della luminosità di un modello di Nana Bianca lungo la sua
sequenza di raffreddamento, mostrando il rallentamento portato dal contributo del calore di
cristallizzazione. Si noti come i tempi di raffreddamento dipendono anche dalle dimensioni
e dalla composizione di sia pur tenui inviluppi residui, sia per il possibile contributo ener-
getico di combustioni superficiali di idrogeno, sia perchè l’opacità degli inviluppi governa la
temperatura efficace e, quindi, le perdite di energie della struttura.
La figura mostra come i tempi di raffreddamento possano raggiungere e superare i 1010
anni: ci si attende di conseguenza che anche negli ammassi stellari più antichi, quali gli
Ammassi Globulari, le prime Nane formatesi non abbiano ancora terminato il loro raffred-
damento, marcando quindi con la loro luminosità il tempo della loro formazione. La Fig.7.19
mostra la l’andamento nel diagramma HR di sequenze di egual raggio calcolate per varie
masse, poste a confronto con la distribuzione osservata per un campione di Nane Bianche di
campo.
Per concludere ricordiamo come le densità in una Nana Bianca restino fissata una volta
fissata massa e µe . Il numero di particelle per unità di volume sarà peraltro inversamente
proporzionale alla massa delle medesime. Poichè ogni ione possiede una energia ∝ kT, ne
segue, ad esempio, che una Nana Bianca di He avrà - a parità di temperature - un contenuto
20

Tab. 4. Densità di soglia per la neutronizzazione. Dall’energia di soglia è sottratta l’energia di


massa dell’elettrone me c2 =0.511 MeV.

Reazione Energia (MeV) ρ0 (gr cm−3 )


1
1H → n 0.782 1.22 107
4 3
2 He →1 H + n → 4n 20.596 1.37 1011
12 12 12
6 C → 5 B → 4 Be 13.370 3.90 1010
16 16 16
8O → 7 N → 6 C 10.419 1.90 1010
20 20 20
10 N e → 9 F → 8 O 7.026 6.21 109
24 24 24
12 M g →11 N a →10 N e 5.513 3.16 109
28 28 28
14 Si →13 Al →12 M g 4.643 1.97 109
32 32 32
16 S →15 P →14 Si 1.710 1.47 108
56 56 56
26 F e →25 M n →24 Cr 3.695 1.14 109

Fig. 7.20. Relazioni massa-densità centrale per strutture elettronicamente degeneri di varia com-
posizione, tenendo in conto i processi β inversi. La linea a tratti mostra la soluzione di Chandrasekhar
per µe = 2.

termico molto maggiore di una Nana di CO e, corrispondentemente, tempi di raffreddamento


più lunghi.

7.7. La massa limite di Chandrasekhar.


La teoria pone un limite superiore alla massa di una struttura sorretta dalla degenerazione
elettronica, pari a circa 1.4 M . Tale limite (limite di Chandrasekhar) fu a suo tempo ricavato
come conseguenza diretta delle relazioni fisiche che siamo andati sin qui esponendo. Si può
comprendere l’origine di tale limite ricordando che al crescere della massa cresce la densità
(serve maggior pressione degli elettroni) e la degenerazione è fatalmente spinta verso il regime
relativistico. Al limite pienamente relativistico esiste una ed una sola struttura possibile, la
cui massa è fornita dalla relazione

5.75
M= M
µ2e

Ripetendo il precedente calcolo di ordini di grandezza nel caso relativistico ( P ∝ ρ4/3 )


si ha infatti:
21

Fig. 7.21. Relazioni massa-densità centrale per strutture sorrette da elettroni o neutroni degeneri.
Le linee a tratti rappresentano strutture instabili. Per le stelle di neutroni è riportata la soluzione ri-
cavata dall’equazione di Oppenheimer-Volkoff (OV) assieme ad una soluzione che include opportune
interazioni tra neutroni.

GM 2 KM 4/3
P ∼ e anche P ∼
R4 R4
da cui si ricava la massa M = (K/G)−2/3 . In pratica si trova che raggiungendo la piena
degenerazione relativistica la struttura dovrebbe ridursi ad un punto, né sono permesse
strutture di equilibrio con masse maggiori.
Al di là di tale approccio analitico, il problema della massa limite è in realtà governato
da meccanisnmi fisici più complessi. Al crescere della densità cresce l’energia raggiunta dagli
elettroni, finendo col superare la soglia per reazioni β inverse sui nuclei. Quando infatti
l’energia di un elettrone diviene superiore all’energia del decadimento β di un nucleo di
numero di massa A e carica Z-1, diventano possibili le reazioni

e− + (Z, A) → (Z − 1, A) + ν
La Tabella 4 riporta le densità di soglia per l’innesco di tali processi per diverse specie
atomiche. Valutazioni dettagliate (Fig.7.20)mostrano che che al crescere della massa di una
struttura elettronicamente degenere, e quindi della sua densità, avvicinandosi alla massa
limite di Chandrasekhar intervengono processi β inversi che, aumentando µe , inducono una
diminuzione della massa limite. La Fig.7.21 riporta una sintesi generale di tali risultati. Alle
densità minori si trova il campo di esistenza delle strutture elettronicamente degeneri sin
qui discusse. Al crescere ulteriore della densità centrale si hanno strutture instabili in cui la
massa decresce all’aumenatre di ρc . Si ritrova una zona di stabilità solo a densità dell’ordine
di ρc ∼1014 - 1016 per strutture sorrette ora da neutroni degeneri (Stelle di neutroni). I
neutroni, con spin 1/2, sono infatti anch’essi fermioni che ubbidiscono alla statistica di
Fermi Dirac, in grado quindi di sviluppare una pressione di degenerazione. Nel caso non
relativistico si trova cosı̀P ∼ 4 109 ρ5/3 . A titolo orientativo ricordiamo qui che il raggio
tipico di una stella di neutroni risulta dell’ordine di 10 km, contro i 103 -104 km di una Nana
Bianca e i 106 km del Sole.
Alle densità delle stelle di neutroni non è peraltro più valida l’approssimazione
Newtoniana, e il campo gravitazionale dovrà essere descritto in accordo con la relatività
generale, secondo l’equazione di Oppenheimer Volkoff (→ A2.3). La soluzione dipende dalle
assunzioni che devono essere necessariamente fatte sull’equazione di stato della materia neu-
tronica. Si ritrova in ogni caso ancora una massa limite, ma il valore di tale massa dipende
criticamente da tali assunzioni. Assumendo l’equazione di stato non relativistica si tro-
verebbe una massa limite M ∼ 0.7 M . La figura 7.21 mostra peraltro un esempio di come
22

equazioni di stato che introducono opportunele interazioni tra neutroni possano innalzare la
massa limite per tali strutture. Oggi si ritiene che il limite di massa per le stelle a neutroni
si collochi attorno alle 2 - 3 M , anche se la maggioranza delle stelle di neutroni osservate
come ”pulsar” ha masse attorno alle 1.4 M .
A titolo orientativo ricordiamo qui che il raggio tipico di una stella di neutroni risulta
dell’ordine di 10 km, contro i 103 -104 km di una Nana Bianca e i 106 km del Sole. Per le Nane
Bianche resta in ogni caso stabilito un limite superiore di massa dato, con buona approssi-
mazione, dal limite di Chandrasekhar MCh precedentemente riportato. Per una struttura
di idrogeno µe =1 e MCh = 5.8 M , un limite di scarsa rilevanza perchè sappiamo che in
condizioni normali strutture di H di massa maggiore di 0.1 M giungono ad innescare la
combustione dell’idrogeno. Per 4 He, 12 C, 16 O, 20 Ne etc µe = 2 e quindi

MCh ∼ 1.4M
limite che giocherà un ruolo essenziale nell’evoluzione delle stelle massicce e nella pro-
duzione di Supernovae di tipo I nei sistemi binari.
Per completezza, ricordiamo infine che a temperatura zero ma densità sufficientemente
alte diventano possibili anche reazioni nucleari: l’energia dei nuclei nel lattice può divenire
sufficientemente elevata da superare la repulsione coulombiana, dando luogo a reazioni che
prendono il nome di reazioni picnonucleari, dal greco ”pyknos” = denso. Si stima che a
106 gr cm−3 H sarebbe convertito in He in circa 105 anni, e a 1010 gr cm−3 He sarebbe
convertito in C. Il calcolo di tali processi è peraltro molto difficoltoso, e i valori riportati
sono solo indicativi.
23

Fig. 7.22. Andamento delle variabili chimiche e fisiche in una struttura di Ramo Orizzontale
durante la fase di semiconvezione quiescente. Parametri evolutivi: massa totale della stella M=0.65
M , massa iniziale del nucleo di He Mc = 0.5 M , Y inviluppo = 0.20, Z= 10−3 . Luminosità e
composizioni chimiche sono normalizzate ai loro valori massimi.

Fig. 7.23. Andamento di alcune variabili strutturali nella stella di cui alla figura precedente
durante (pannello superiore) e subito dopo (pannello inferiore) un pulso di convezione. Si noti
durante il pulso il riassorbimento della luminosità segnalante l’espansione del nucleo centrale.

Approfondimenti

A7.1. Breathing Pulses


L’origine dei pulsi di convezione noti come Breathing Pulses è da ricercarsi nel medesimo mecca-
nismo di opacità che aveva in precedenza dato luogo al trascinamento del nucleo convettivo ed
allo sviluppo della semiconvezione. Meccanismo che nelle fasi finali di combustione centrale di elio
viene ulteriormente sollecitato dalle particolari caratteristiche della combustione. E’ infatti da no-
tare come al tendere a zero dell’ abbondanza di elio nella zona di combustione, diventi sempre men
probabile la reazione 3α (che dipende dal cubo dell’abbondanza centrale di elio Yc ) a fronte della
concorrente reazione 4 He (12 C, γ)16 0. In pratica, i nuclei di elio fondono preferenzialmente con il
carbonio in cui sono ormai immersi prima di riuscire a trovare altri due nuclei di elio disponibili per
24

Fig. 7.24. Traiettoria nel diagramma HR della struttura di cui alle due precedenti figure durante la
fase di combustione quiescente diell’elio e attraverso i primi due pulsi sino all’innesco del terzo pulso.
I numeri segnalano l’inizio dei pulsi e le porzioni di traccia a punti riportano le rapide evoluzioni
durante i flash

Fig. 7.25. Andamenti temporali di luminosità, temperatura efficace e composizione chimica cen-
trale per il modello di cui alle figure precedenti lungo l’intera fase di combustione centrale di He.

la reazione 3α. La trasformazione di 12 C in 16 0 innalza ulteriormente l’opacità della materia, così


che il bordo del nucleo convettivo è stimolato con continuità ad allontanarsi dalla neutralità (∇rad
= ∇ad ) e, conseguentemente, a richiamare al suo interno materiale ancora ricco di He.
Al diminuire di Yc la situazione diviene progressivamente sempre più critica perchè anche il
poco elio trasportato attraverso tale meccanismo nel nucleo ormai depauperato di combustibile
comincia ad influenzare sensibilmente la generazione di energia, tendendo ad aumentare il flusso e
quindi il gradiente radiativo, contrastando l’effetto di stabilizzazione collegato all’opacità. Si trova
che per Yc ≤ 0.05 l’effetto di flusso finisce col prevalere e l’immissione di elio ”fresco” finisce in-
evitabilmente col produrre un innalzamento generale del gradiente e quindi, con processo reazionato
positivamente, un progressivo estendersi della convezione a richiamare nel nucleo sempre più elio. Il
processo si blocca solo quando, a causa del sensibile incremento dell’energia proveniente dal centro
della struttura, gli strati circostanti iniziano una rapida espansione, riassorbendo l’energia stessa e
stabilizzando così la zona.
La Fig. 7.22 riporta i dettagli di una struttura di ramo orizzontale durante la fase semicon-
vettiva quiescente, mentre la Fig.7.23 mostra la stessa struttura durante un pulso convettivo.
Calcoli dettagliati suggeriscono che prima di giungere all’esaurimento dell’elio le strutture subis-
25

Fig. 7.26. Linee isoacutiche Lac /L = cost nel diagramma HR per una stella di 0.6 M , Y=0.1,
Z=10−3 , mixing length l=1.5 HP . Per confronto sono mostrate la posizione della MS, la linea
evolutiva di una struttura di 1.1 M e la traccia di Hayashi per l’assunta composizione chimica.

cano in media tre maggiori pulsi, che si sviluppano con tempi scala termodinamici. L’effetto di tali
pulsi è di ”ringiovanire” la struttura, riaumentando improvvisamente l’abbondanza di elio centrale.
Corrispondentemente la stella tende a riportarsi verso precedenti posizioni nel diagramma HR, per
riiniziare la sua tipica evoluzione di combustione quiescente (Fig.7.24). Solo quando attraverso i
pulsi è stato depauperata di elio una vasta regione circondante il nucleo convettivo la stella riesce
ad esaurire l’elio centrale per predisporsi alla fase di combustione in doppia shell.
L’effetto principale dei pulsi sarebbe dunque di prolungare la durata della fase di combustione
centrale di He, come immediatamente ricavabile dai dati in Fig.7.25, ove è facilemente riconoscibile
che l’intervento dei pulsi allunga tale fase di poco meno di circa il 20%. Per sopprimere i pulsi
esistono due alternative tecniche di calcolo. Una prima consiste nell’imporre che nei modelli in
prossimità dell’esaurimento dell’elio centrale (Yc ≤ 0.1 -0.05) siano impediti aumenti nel tempo
di tale parametro. Una seconda tecnica, che sopprime i pulsi e fornisce comportamenti evolutivi
analoghi ma non eguali, consiste invece nel sopprimere negli stessi modelli la valutazione della
generazione di energia gravitazionale εG .

A7.2. Perdite di massa: Giganti Rosse, Blue HB, AGB Manqué e Hot Flasher.
Vi è oggi un generale accordo sul fatto che le strutture stellari nel corso della loro evoluzione siano
soggette a non trascurabili fenomeni di perdita di massa. Osservazioni dirette di tale fenomeno
riposano sull’evidenza di gas diffuso emergente dalla struttura, come data - ad es. - dalla presenza
di righe di emissione nella banda ottica o da emissione infrarossa. Le misure, spesso di non facile
interpretazione, suggeriscono che la perdita di massa sia particolarmente efficiente tra le Giganti
Rosse, raggiungendo e forse superando valori di 10−8 M /anno. Nel caso di giganti di ammassi
globulari sono state riportate evidenze di perdita di massa dell’ordine di 10−9 M /anno, cioè giusto
dell’ordine di grandezza adatto per perdere durante la fase di Gigante Rossa quei pochi decimi di
massa solare richiesti dalle caratteristiche osservative dei rami orizzontali.
Pur non esistendo al presente una chiara interpretazione del meccanismo fisico che sovraintende
a tale fenomeno, le osservazioni sembrano indicare come la perdita di massa cresca sensibilmente al
crescere della luminosità della struttura. Su tali basi è spesso utilizzata una formula empirica per il
valore di tale perdita:

L
Ṁ = −4 10−13 ηR M /anno (Formula di Reimers)
gR
dove la luminosità, il raggio e la gravita superficiale sono in unità solari ed ηR è un parametro
libero che dovrebbe variare tra 1/3 e 3.
26

Fig. 7.27. Diagrammi CM per un campione di Ammasi Globulari galattici, ordinati per crescente
metallicità

Nel tempo si sono peraltro susseguite una gran varietà di formulazioni sie empiriche che basate
sulla postulata efficienza di meccanismi fisici quali la pressione di radiazione sugli strati atmosferici.
Citiamo, a titolo di esempio, la proposta correlazione tra perdita di massa ed i flussi acustici presenti
negli inviluppi convettivi turbolenti, ipotizzando che da tali flussi si origini l’energia utilizzata dal
gas per sfuggire alla attrazione gravitazionale. In effetti si ricava che la topologia di questi flussi nel
diagramma HR (Fig.7.26), cosı̀come ricavabile da integrazioni analoghe a quelle usate per ricavare
le linee isoconvettive e la traccia di Hayashi (→ 5.4), mostra una almeno qualitativa corrispondenza
con quanto atteso per l’efficienza della perdita di massa.
Assumendo una perdita di massa proporzionale al rapporto tra la luminosità acustica e l’energia
gravitazionale
27

Fig. 7.28. Disribuzioni teoriche nel diagramma CM per ammassi con età 15 Gyr e per le indicate
assunzioni sulla metallicità Z. Si è assunto ηR = 0.4.

R
Ṁ = −ηF P R Lac (Formula di Fusi Pecci − Renzini)
GM
dove ηF P R è un parametro di efficienza. Tarando tale formula per il caso solare (Ṁ ∼
10−14 M /anno) la formula fornisce previsioni che si accordano almeno qualitativamente bene con
la formula empirica di Reimers.
Restando nel campo delle piccole masse, la Fig.7.27 riporta i diagrammi CM per un campione di
Ammassi Globulari galattici, ordinati per metallicità crescente. Sia pur con alcune eccezioni, sulle
quali dovremo tornare nel seguito, si riscontra una generale correlazione tra metallicità Z e Ramo
Orizzontale, con le stelle di HB che si spostano verso minori temperature efficaci all’aumentare
dellla metallicità. Un tale andamento può essere compreso osservando che all’aumentare di Z per
ogni prefissata età aumenta la massa delle Giganti Rosse al flash e diminuisce nel contempo la
massa delle stelle di HB ad una prefissata temperatura efficace (aumenta l’efficienza della shell di
H!), ambedue queste variazioni andando nel senso di produrre HB più rossi.
La Fig.7.28 mostra come utilizzando la formula di Reimers con parametro ηR =0.4 le predizioni
teoriche forniscano diagrammi CM in buon accordo con tale andamento generale. La presenza
di alcuni HB con eccezionali ”Code Blu” è peralro evidenza che in quegli ammassi alcune stelle
di HB hanno subito un ingente ed eccezionale perdita di massa, sino a perdere la quasi totalità
dell’inviluppo idrogenoide. ”In passing”, si noti che il brusco crollo di luminosità degli HB alle
alte temperature è un artefatto dell’intervento della correzione bolometrica. Vedremo nel prosieguo
come nell’ultravioletto le stelle più blu di Ramo Orizzontale (EHB= Extremely Blue HB) siano
addirittura le più luminose dell’intero ammasso.
La Fig.7.29 mostra un fascio di tracce evolutive per modelli che iniziano la fase di combustione di
He a varie temperature efficaci di ZAHB. Si noti come modelli a temperatura molto alta, quindi con
inviluppi estremamente tenui e shell di idrogeno poco efficienti, al termine della fase di combustione
centrale di elio non riescano a spostarsi sul Ramo Asintotico, permanendo alle alte temperature
da dove infine raggiungeranno direttamente la loro sequenza di raffreddamento come Nane di CO.
A Tali strutture prendono il nome di AGB Manqué , e sono di grande importanza per il flusso
UV (ultravioletto) che possono generare negli Ammassi Globulari e, più in generale, nelle antiche
popolazioni stellari.
Perdite di massa che portino la massa di un Gigante Rossa al di sotto della massa critica per
l’innesco del nucleo di elio mancheranno la fase di Ramo Orizzontale. L’idagine evolutiva mostra
che una Gigante Rossa riesce a completare la sua evoluzione sino al flash dell’elio solo nel caso che
la perdita di massa non riduca in precedenza l’inviluppo al di sotto di un valore critico pari a circa
0.06 M . In corrispondenza di tale limite la shell di idrogeno inizia a risentire della mancanza di
inviluppo e la stella cessa la sua ascesa, permanendo presso il Ramo delle giganti sino a ridurre
28

Fig. 7.29. Tracce evolutive per la fase di combustione di elio per stelle con varie collocazioni
di ZAHB, come causate da corrispondenti variazioni nella assunta quantità di massa persa dai
progenitori RG.

Fig. 7.30. Sequenze evolutive di Giganti Rosse che per eccesso di perdita di massa abbandonano
il Ramo delle Giganti per raffreddarsi come Nane di He.

l’inviluppo a ∼ 0.007 M , iniziando a questo punto una rapida contrazione che le porta sulla
sequenza di raffreddamento sotto forma di Nane di He (Fig.7.30).
Esiste peraltro un piccolo intervallo di masse che, avendo abbandonato il ramo delle Giganti
poco prima del flash, finisce con innescare il flash lungo la sequenza di raffreddamento. Tali strutture
prendono il nome di Hot Flashers. Si ritiene che in tali strutture la particolare violenza del flash
possa portare a fenomeni di rimescolamento che arricchiscono l’atmosfera delle strutture con He e
C. A seguito di tale arricchimento le stelle dovrebbero mostrarsi nei diagrammi CM come un gruppo
leggermente separato dalla normali stelle di HB.

A7.3. Rotazione stellare. ZAHB rotazionali


Non sorprendentemente, l’evidenza sperimentale mostra che non solo il Sole ma anche le altre
stelle ruotano attorno ad un loro asse. Evidenze per la rotazione stellare possono essere e sono
ricavate dall’allargamento delle righe di assorbimento dovuto all’effetto Doppler, qualora l’asse di
rotazione della struttura non giaccia lungo la linea visuale. La Fig.7.31 riporta l’andamento della
velocità equatoriale media caratterizzante stelle di SP di varia massa. Si nota come al di sotto di
∼ 2 M si evidenzi una brusca diminuzione dello stato di rotazione. Ciò viene posto in relazione
con l’instaurarsi di una zona di convezione superficiale e, con essa, di un vento solare in grado di
estrarre momento angolare dalla struttura, tramite l’interazione delle particelle del vento col campo
29

Fig. 7.31. Andamento con la massa stellare delle velocit‘a equatoriali medie per stelle di MS. Le
masse sono in masse solari.

magnetico ruotante originato dalla struttura medesima. A parziale riprova di questa interpretazione
vi è l’osservata correlazione inversa tra l’età della struttura e le velocità di rotazione.
La rotazione stellare è un possibile parametro evolutivo che abbiamo sinora omesso nelle val-
utazioni strutturali, assumendone esplicitamente la trascurabilità, almeno come caso generale. Ciò
è confortato dall’andamento monoparametrico dei diagrammi CM, nei quali non si manifestano gli
effetti di un parametro stocastico come ci si attende sia la rotazione stellare. Valutazioni rigorose di
strutture ruotanti sono peraltro estremamente complesse, non fosse altro perchè, venendo a cadere
la simmetria sferica, sarebbe in linea di principio necessario sviluppare codici di calcolo in coordi-
nate cilindriche. Valutazioni approssimate indicano che la rotazione tende a raffreddare gli interni
stellari. Si può comprendere tale risultato osservando che la forza centrifuga va in parte a bilanciare
la gravità, diminuendo le richieste di temperatura (energia cinetica).
Raffreddando l’interno delle strutture stellari, la rotazione può influenzare l’evoluzione di piccole
masse in fase di Gigante Rossa, ritardando il flash dell’elio. Ne discende che strutture di ZAHB
provenienti da stelle ruotanti dovrebbero avere masse dei nuclei di elio e perdite di massa maggiori
di quanto atteso nel caso canonico non rotante. L’aumento della perdita di massa, fatti salvi ulteriori
fenomeni legati alla rotazione, restando collegato al maggior tempo passato in fase di Gigante Rossa.
Al riguardo sono state eseguite stime evolutive, sotto la condizione di conservazione del momento
angolare lungo tutta la struttura. Ciò implica un forte aumento di velocità angolare nei nuclei di
elio delle Giganti Rosse, stante le esigue dimensioni spaziali cui tali nuclei si riducono.
In accordo con tali stime massa del nucleo di elio e luminosità al flash seguono approssimativa-
mente le relazioni

Mc (ω) ∼ Mc,0 + 1.44ω 2.16

logLf ∼ logLf,0 + 3.810−3 ω 2


dove Mc,0 e ogLf,0 rappresentano i valori canonici di modelli non rotanti e ω è la velocità
angolare dei modelli di MS, data in rotazioni per giorno. E’ da notare che per ω ≤ 5 l’evoluzione
dalla MS alle giganti rosse resterebbe sostanzialmente inalterata, gli effetti di rotazione rivelandosi
solo nella fase di combustione di elio.
Dalle discusse proprietà topologiche dei modelli a doppia sorgente di energia si ricava che
l’aumento di Mc e quello della perdita di massa agiscono entrambi nel senso di spostare un mod-
ello dalla sua posizione canonica verso maggiori temperature effettive, con modalità che dipendono
dallo stato di rotazione delle singole stelle e dalla relativa efficienza dei due meccanismi citati. La
situazione è illustrata dall’approccio topologico di Fig.7.32. Se modeste variazioni sulla velocità an-
golare ω , tali cioè da non influenzare il valore canonico di Mc , producono sensibili variazioni sulla
perdita di massa, l’attesa distribuzione sul ramo orizzontale non si discosta da una ZAHB canonica,
30

Fig. 7.32. La collocazione nel diagramma HR di sequenza di ZAHB sotto diverse assunzioni della
relazione tra perdita di massa e rotazione. La η-ZAHB rappresenta la ZAHB canonica con massa
variabili e massa del nucleo costante. La ω-ZAHB è il luogo di strutture con massa costante e
variabile massa del nucleo di He. I cerchietti aperti mostrano la distribuzione attesa quando perdita
di massa e rotazione sono combinate secondo le prescrizioni fornite nel testo. .

indicata in figura come η-ZAHB a sottolineare che la distribuzione è originata esclusivamente da


variazioni di efficienza nella perdita di massa.
Se, all’altro estremo, variazioni di ω giungono a variare sensibilmente Mc senza modificare la
perdita di massa, le stelle si distribuiranno lungo una sequenza caratterizzata dalle condizioni M ∼
cost ma Mc variabile. Tali sequenze sono indicate in figura come ω-ZAHB. E’ facile verificare che per
ogni assunta relativa efficienza dei due meccanismi le possibili sequenze di ZAHB rotazionali devono
restare comprese nel cono avente vertice nel modello canonico non ruotante e avente come limiti la
η-ZAHB e la ω-ZAHB passanti per quel punto, discostandosi dalla η-ZAHB tanto maggiormente
quanto minore è l’influenza della rotazione sulla perdita di massa.
Le attuali valutazioni dell’influenza della rotazione sulle dimensioni in massa del nucleo di elio
e sulla perdita di massa paiono indicare un bilanciamento tra questi due effetti, còme mostrato
nella stessa Fig.7.32. Parrebbe potersi obiettare che le stelle di ramo orizzontale sono stelle di
piccola massa che abbiamo trovato essere trascurabilmente ruotanti. Da un lato però non abbiamo
probanti informazioni sullo stato di rotazione di tali stelle negli ammassi globulari, né sappiamo
quanto il meccanismo di frenamento discusso in precedenza agisca in profondità. In effetti ciò che noi
misuriamo è lo stato di rotazione dell’atmosfera stellare e nulla sappiamo su una possibile residua
rotazione dell’interno. Se una dispersione dei valori della rotazione fosse all’origine della dispersione
delle stelle lungo il Ramo Orizzontale verrebbe ad essere modificata la relazione tra luminosità di
HB e composizione chimica iniziale cosı̀come ricavata dalle η-ZAHB ed alla base di molte delle
correnti elaborazioni teoriche dei dati osservativi.
31

Origine delle Figure

Fig.7.1 Iben I.Jr. 1965, ApJ142,1447


Fig.7.2 Kippenhan R., Thomas H.C., Weigert A. 1965, Zeitschrift f. Astrofis. 61, 241
Fig.7.3 Castellani V., Chieffi A., Pulone L., Tornambé A. 1985, ApJ 296, 204
Fig.7.4 Castellani V., Giannone P., Renzini A. 1971, Astrophys. Space Sci, 10, 340
Fig.7.5 Castellani V., Giannone P., Renzini A. 1971, Astrophys. Space Sci, 10, 340
Fig.7.6 Castellani V., Giannone P., Renzini A. 1971, Astrophys. Space Sci, 10, 340
Fig.7.7 Demarque P., Sweigart A.V., 1976, A&A 20, 442
Fig.7.8 Demarque P., Sweigart A.V., 1976, A&A 20, 442
Fig.7.9 Sweigart A.V., Gross P. 1976, ApJS 32, 367
Fig.7.10 Caloi V., Castellani V., Tornambé A. 1978, A&AS 33, 169
Fig.7.11 Castellani V., Chieffi A., Pulone L., Tornambé A. 1985, ApJ 296, 204
Fig.7.12 Castellani V., Chieffi A., Pulone L. 1991, ApJS 76, 911
Fig.7.13 Castellani V., Chieffi A., Pulone L. 1991, ApJS 76, 911
Fig.7.14 Castellani V., Astrofisica Stellare, Zanichelli 1985
Fig.7.15 Iben I.Jr. 1982, ApJ 260, 821
Fig.7.16 Castellani V.1985 , Astrofisica Stellare, Zanichelli ed.
Fig.7.17 Kaplan S.A. 1982, Fisica delle Stelle, Sansoni ed.
Fig.7.18 Iben I.Jr., Tutukov A.V. 1984, ApJ 282, 615
Fig.7.19 Weidemann V. 1967, Zeitschrift f. Astrofis. 67, 286
Fig.7.20 Shapiro S.L., Tenkolsky S.A. 1983, Black Holes, WD and Neutron Stars, Wiley Inters. Publ.
Fig.7.21 ReesM.J., Ruffini R. 1974
Fig.7.22 Castellani V., Chieffi A., Pulone L., Tornambé A. 1985, ApJ 296, 204
Fig.7.23 Castellani V., Chieffi A., Pulone L., Tornambé A. 1985, ApJ 296, 204
Fig.7.24 Castellani V., Chieffi A., Pulone L., Tornambé A. 1985, ApJ 296, 204
Fig.7.25 Castellani V., Chieffi A., Pulone L., Tornambé A. 1985, ApJ 296, 204
Fig.7.26 Castellani V., Puppi ., Renzini A. 11971, Astrophys. Space Sci. 10, 136
Fig.7.27 Sosin C., Piotto G., Djorgovski S.G. et al 1997, Advances in Stellar Evolution, Cambridge Univ. Press
Fig.7.28 Brocato E., Castellani V., Poli F.M. Raimondo G. 2000, A&AS 145,91
Fig.7.29 Cassisi S., Castellani M., Caputo F., Castellani V. 2004, A&A
Fig.7.30 Castellani M., Castellani V. 1993, ApJ 407, 649
Fig.7.31 McNally D. 1965, The Observatory 85, 166
Fig.7.32 Castellani V., Ponte G., Tornambé A. 1981, Astrophys. Space Sci. 73, 11
Capitolo 8

Combustione dell’elio e fasi evolutive


avanzate: masse intermedie e grandi
masse

8.1. Lo scenario generale


Lo studio dell’evoluzione delle piccole masse ci ha fornito gran parte degli ingredienti nec-
essari per la comprensione dei meccanismi che caratterizzano e condizionano l’evoluzione di
masse superiori nelle fasi evolutive avanzate. Ricordiamo innanzitutto che masse intermedie
e grandi bruciano in ogni caso H in un nucleo convettivo: all’esaurimento dell’H centrale
subiranno quindi tutte una fase di overall contraction che conduce all’innesco della com-
bustione a shell di idrogeno ai confini del nucleo di He che segnala l’avvenuta combustione
dell’idrogeno. Il nucleo di He è non-degenere, e la combustione a shell assume l’aspetto di una
rapida fase di transizione che porta la struttura sulla sua traccia di Hayashi ove innescherà
la combustione quiescente 3 α al centro del nucleo di elio, mentra la shell di idrogeno resta
attiva ai confini di tale nucleo. In questo intervallo di masse viene dunque a mancare il
Ramo delle Giganti, che resta a contraddistinguere le piccole masse e, dunque, le più antiche
popolazioni stellari.
Stante la forte dipendenza della combustione 3 α dalla temperatura, in tutte queste
strutture si svilupperà una zona convettiva centrale. I fenomeni di trascinamento del nucleo
convettivo, semiconvezione e, eventualmente, ”breathing pulses” che abbiamo riscontrato
nelle piccole masse sono presenti anche nelle masse superiori, contribuendo a prolungare nel
tempo la fase di combustione centrale di He. A somiglianza delle piccole masse, cresce nel
tempo il contributo energetico delle combustioni di He e, tipicamente, nel diagramma HR le
traiettorie evolutive compiono un ”loop” prima allontanandosi dalla traccia di Hayashi, per
tornarvi all’esaurimento dell’elio centrale e l’instaurarsi della fase di combustione a doppia
shell, come già riscontrabile nelle Fig. 6.1, 6.3 e 7.1.
La Fig. 8.1 illustra il comportamento in combustione centrale di elio della struttura di
6 M che avevamo già seguito nelle fasi di combustione di idrogeno (→ Fig. 6.4). Si può
notare il progressivo incremento della luminosità prodotta dalla 3 α a spese dell’efficienza
della shell di idrogeno. Si noti anche il progressivo aumento del nucleo convettivo, segnalato
dalla distribuzione omogenea di 12 C, e lo sviluppo di una limitata regione semiconvettiva,
segnalata dal gradiente nell’abbondanza di elio. Dalle temperature efficaci riportate in figura
si ricava come l’ultimo modello sia già in fase di rientro verso la traccia di Hayashi.

1
2

Fig. 8.1. Evoluzione della struttura interna di una stella di 6 M , y=0.20, Z=10−3 durante la fase
di combustione quiescente dell’elio centrale. I vari parametri sono normalizzati ai loro valori massimi,
riportati in ogni pannello. Per ogni struttura sono anche riportati la collocazione nel diagramma
HR (logL, LogTe ), l’età ed il numero sequenziale del modello. .

Per definizione, le masse intermedie innescano la combustione a shell di elio alla periferia
di un nucleo di CO che diviene rapidamente degenere. Come le piccole masse, esse daranno
quindi vita ad una fase di AGB, raggiungendo fatalmente una fase di pulsi termici attraverso
i quali l’idrogeno dell’inviluppo viene progressivamente trasformato prima in elio e poi in
CO. Se nel frattempo, come si ritiene, la perdita di massa porta le strutture al di sotto del
limite di Chandrasekhar, il destino finale di tali strutture sarà - come per le piccole masse- il
progressivo raffreddamento sotto forma di Nane Bianche di CO. In caso contrario si giungerà
fatalmente alla deflagrazione del Carbonio. Il limite superiore di massa per tale comporta-
mento viene indicato in letteratura come Mup . Il preciso valore di tale limite dipende dalla
composizione originale della stella: possiamo peraltro almeno orientativamente indicare un
valore attorno alle 8 M .
Masse superiori a Mup giungono invece ad innescare la combustione del Carbonio prima
che il nucleo degeneri completamente. In un ristretto intervallo di circa 2 M la combustione
di C conduce alla creazione di nuclei di ONe degeneri. Se, nuovamente, non interviene una
sufficiente perdita di massa, anche queste strutture termineranno o con la deflagrazione del
Carbonio (masse minori) o con processi di cattura elettronica che portano alla implosione
ed alla formazione di una stella di neutroni. Nel seguito considereremo queste strutture
come una sottoclasse della masse intermedie. Stelle con massa ancora maggiore portano
a compimento l’intera catena di combustioni sino alla finale fotodisntegrazione del Fe e
l’esplosione come Supernovae.
3

Fig. 8.2. Andamento di alcune variabili di struttura al variare della massa stellare alla transizione
tra piccole masse e masse intermedie. Pannello superiore: massa del nucleo di He all’innesco della
reazione 3α. Pannello intermedio: luminosità del primo modello in combustione quiescente di He.
Pannello inferiore: tempi di vita in fase di combustione di He centrale.

8.2. La transizione tra masse piccole e intermedie


Il dominio delle piccole masse resta definito dalla combustione di idrogeno in una shell
che circonda un nucleo di He elettronicamente degenere, condizione che contrasta l’innesco
della combustione dell’He e prolunga l’evoluzione in combustione di H lungo il Ramo delle
Giganti sino allo sviluppo dell’ He-flash in una struttura con luminosità migliaia di volte
quella solare e con un nucleo di He che raggiunge all’incirca le 0.5 M . All’aumentare
della massa stellare viene progressivamente rimossa la degenerazione e, corrispondentemente,
viene progressivamente facilitato l’innesco dell’He che avviene prima e con un nucleo di He
più piccolo (in massa). Rimossa la degenerazione la struttura è ormai entrata nel dominio
delle masse intermedie.
La Fig.8.2 riporta alcuni dettagli che illuminano il comportamento delle strutture al
variare della massa attraverso la transizione dalle piccole masse alle masse intermedie per
composizioni di tipo solare. Il pannello superiore mostra come alle masse minori il nucleo di
He all’innesco dell’He (flash) si mantenga sensibilmente costante, diminuendo leggermente
all’aumentare della massa. Attorno alle 2.0 M inizia una rapida transizione ed il nucleo
di He raggiunge un minimo per M=2.3 M . In questa struttura la degenerazione è ormai
rimossa e l’innesco dell’elio avviene in maniera quiescente. Il nuovo aumento al di sopra di
M=2.3 M origina dal fatto che la 2.3 M in MS ha già sviluppato un nucleo convettivo, che
all’esaurimento dell’H centrale si trasformerà in un nucleo di elio, e che tale nucleo convettivo
cresce al crescere della massa della stella.
Il pannello intermedio mostra come tali variazioni si riflettano sulla luminosità delle
strutture. Sino a circa 2.0 M , nonostante la leggera diminuzione del nucleo di He, la lumi-
nosità aumenta, segnalando che l’aumentata massa degli inviluppi accresce l’efficienza della
shell di H, compensando la diminuzione del nucleo e governando la luminosità totale della
struttura. Nella fase di transizione è invece la forte diminuzione del nucleo che prende il
sopravvento, inducendo una corrispondentemente rapida diminuzione della luminosità. Sono
4

Fig. 8.3. Collocazione nel diagramma HR dei modelli di cui alla figura precedente.

infine ancora le dimensioni del nucleo di He a guidare la risalita della luminosità sopra le
M=2.3 M , con una crescita che continuerà regolarmente al crescere della massa stellare e
del conseguente aumento dei nuclei convettivi.
Il pannello inferiore riporta infine la rilevante evidenza di come la durata della fase di
combustione di He centrale sia regolata dalle dimensioni del nucleo di He, regola di cui
faremo uso nel discutere gli effetti di un eventuale esteso oveshooting (→ A8.1). Se ne trae
l’evidenza che giusto alla transizione le strutture stellari mostrano una eccezionale durata
della fase di combustione di He centrale, permanendo in tale fase più del doppio del tempo
di ogni altra massa, sia minore che maggiore. Evidenza che in taluni casi si deve tradurre in
una particolare abbondanza di tali strutture.
Più in generale, dai dati in Fig.8.2 e sulla base dei tempi in Tabella 5.1, si trae l’evidenza
che una popolazione stellare di composizione solare e di assegnata età, comincerà a sviluppare
un Ramo delle Giganti dopo circa 600 milioni di anni, tempo evolutivo di una struttura
M=2.3 M all’esaurimento dell’H centrale. A 800 milioni di anni, tempo della combustione
di H di una M=2.1 M , il Ramo delle Giganti è ormai formato e permarrà per tutti i tempi
successivi. Questa fase di apparizione del Ramo delle Giganti prende in letteratura il nome
di Red Giant Transition (RGT) e segna il rapido passaggio dalle tipiche polazioni giovani, a
giganti blu, alle popolazioni più anziane dominate dalle Giganti Rosse.
Tempi e masse della Red Giant Transition dipendono dalla composizione chimica origi-
nale delle stelle. La stessa Fig. 8.2 mostra come una diminuzione dell’elio originale si traduca
in un aumento della massa di transizione. Ciò appare in accordo con la regola più volte enun-
ciata secondo la quale diminuire il contenuto di elio (diminuire il peso molecolare medio)
produce strutture più fredde e, di conseguenza, più affette da degenerazione elettronica.
Analogamente si può facilmente predire che al diminuire della metallicità deve diminuire
anche la massa di transizione: una diminuzione di metallicità produce infatti strutture più
calde e meno soggette alla degenerazione elettronica.
La Fig. 8.3 mostra infine la collocazione nel diagramma HR di strutture di transizione
all’inizio della loro fase di combustione quiescente di elio. All’aumentare della massa i mod-
elli raggiungono un minimo nella temperatura efficace per poi tornare verso alti valori di tale
parametro ancor prima di entrare nella fase di vera transizione, marcata dal successivo min-
imo della luminosità. Superata la transizione, la luminosità alla quale inizia la combustione
di elio crescerà infine monotonamente al crescere della massa della struttura.
5

Fig. 8.4. Tracce evolutive per stelle di 3, 4, 5, 7 e 9 M dalla MS sino alle fasi di combustione di
He in shell per composizioni chimiche rappresentative della Pop.I e della Pop.II.

8.3. Masse intermedie.


Superata la massa critica per la Red Giant Transition le stelle entrano nel dominio delle
masse intermedie. Tutte queste strutture avevano in MS un nucleo convettivo che nel tempo
è andato ritirandosi lasciando dietro di sé un gradiente di elio. E’ in questa zona semicom-
busta che si innesca la shell di H che conduce la stella nella zona delle Giganti Rosse dove
infine innescherà la combustione centrale dell’He. Per composizioni chimiche normali i tempi
evolutivi sono ormai scesi a centinaia di milioni di anni, troppo corti perchè la diffusione
degli elementi possa modificare in maniera significativa la distribuzione interna delle specie
chimiche. La Fig. 8.4 riporta il tipico cammino evolutivo delle masse intermedie per due
campioni di stelle rappresentativi, rispettivamente, della Pop. I e II. La fase di combustione
di elio centrale è segnalata dai ”loop” in temperature efficaci che prima allontanano e poi
riportano le stella sulla loro traccia di Hayashi. Notiamo qui solamente che al diminuire
della metallicità aumenta l’escursione di tali ”loop”, occorrenza che avrà risvolti rilevanti
nel discutere le proprietà delle veriabili Cefeidi.
Dopo l’esaurimento dell’He centrale e lo spengimento della shell di H la maggior parte
delle strutture subisce il 2 dredge up. La convezione superficiale affonda sino a penetrare
nel nucleo di elio, arricchendo di elio la superfice e avendo come conseguenza anche una
diminuzione delle dimensioni in massa del nucleo medesimo. Il nucleo di CO inizia a de-
generare e la produzione di neutrini raffredda le regioni centrali procurando una inversione
della temperatura. In tale fase il parametro evolutivo che regola il raggiungimento o meno
dell’innesco delle reazioni del Carbonio è la massa del nucleo di CO degenere. Occorrono
grandi nuclei di CO per consentire che la loro contrazione fornisca l’energia che, in concor-
renza con le perdite per termoneutrini, consenta di raggiungere l’innesco del Carbonio. In
pratica si trova che innescano il C le strutture che giungono a costituirsi un nucleo di CO
di massa M maggiore di ∼ 1.1 M .
E’ immediato collegare tale prescrizione alla storia evolutiva della stella e, con essa, alla
massa della struttura. Le dimensioni del nucleo di CO discendono infatti dalle dimensioni
del nucleo di He nella fase di combustione centrale di He e queste sono a loro volta il
ricordo del nucleo convettivo nella fase di combustione di H. Maggiore dunque la massa
della stella, maggiore - come abbiamo visto - il nucleo convettivo in MS e, attraverso la
catena di eventi ora enunciata - facilitato l’innesco del Carbonio. Una simile prescrizione
fornisce anche un criterio per valutare l’effetto della metallicità sul valore della massa critica
Mup . Dalla correlazione a suo tempo indicata per le strutture della Sequenza Principale,
secondo la quale al diminuire della metallicità aumenta la massa dei nuclei convettivi, segue
ora direttamente che al diminuire della metallicità viene favorito l’innesco del C, spostando
6

Tab. 1. Parametri evolutivi per le strutture di cui alla Fig. 8.4. Ogni riga riporta nell’ordine: metal-
licità (Z), massa del nucleo convettivo in ZAMS (MM S
cc ), massa del nucleo di elio all’esaurimento
dell’H centrale (MHe ) e all’inizio della combustione di He (MHe
X=0
He ), massa del nucleo convet-
tivo all’innesco dell’He (MHe Y =0
cc ) e le masse del nucleo di elio (MHe ) e del nucleo di CO (MCO )
Y =0

all’esaurimento dell’He centrale. Le ultime quattro colonne riportano infine massa del nucleo di CO
e luminosità della struttura al 2 dredge up e al primo pulso termico. Le lineette indicano un mancato
dredge up. Masse e luminosità sono in unità solari.

Z M MMcc
S
MX=0
He MHe
He MHe
cc MYHe=0 MYCO
=0
MDU
CO LDU MTCO
P
LT P
0.02 3 0.60 0.32 0.37 0.22 0.57 0.21 - - 0.55 3.41
0.02 4 0.88 0.40 0.49 0.32 0.79 0.39 - - 0.79 4.12
0.02 5 1.20 0.58 0.64 0.40 1.04 0.44 0.73 3.95 0.87 4.23
0.02 7 1.93 0.90 0.98 0.71 1.59 0.72 0.94 4.17 1.01 4.46
0.02 9 2.63 1.27 1.39 1.03 2.20 1.03 - - C ignition
0.002 3 0.64 0.34 0.39 0.30 0.70 0.30 - - 0.69 3.74
0.002 4 0.98 0.47 0.51 0.42 0.93 0.47 0.73 4.00 0.86 4.17
0.002 5 1.33 0.59 0.64 0.54 1.19 0.57 0.78 4.00 0.91 4.28
0.002 7 2.11 0.88 0.96 0.81 1.73 0.83 1.01 4.25 1.07 4.51
0.002 9 2.97 1.24 1.37 1.11 2.28 1.11 - - C ignition

dunque Mup verso valori minori, almeno sinché si rimanga nel campo di metallicità tipiche
per le normali popolazioni galattiche.
In tale contesto è infine opportuno rilevare come il raggiungimento della massa critica del
nulcleo di CO, e quindi l’innesco o meno del C, dipenda anche dall’efficienza dei meccanismi
di rimescolamento che hanno operato lungo la storia della struttura, con il trascinamento
del nucleo e la semiconvezione indotta che favoriscono l’innesco e il 2 dredge up che invece
lo sfavorisce. La Tabella 1 illustra la catena di avvenimenti che condizionano la massa del
nucleo di CO riportando alcuni parametri significativi per le stelle di cui alla precedente Fig.
8.4.
Come esempio di lettura di tali dati, la Tabella ci dice, ad esempio, che una stella di 5
M , Z=0.02, inizia la sua vita con un nucleo convettivo di 1.20 M che al termine della
combustione di idrogeno si è ridotto a 0.58 M , portato a 0.64 M dalla combustione a
shell di H prima dell’innesco dell’elio. All’inizio della combustione di elio la struttura ha un
nucleo convettivo di 0.40 M , che produce al termine della combustione un nucleo di CO
di 0.44 M , mostrando i ridotti effetti del trascinamento del nucleo in queste masse. Nello
stesso tempo il nucleo di elio è stato portato dalla combustione a shell a 1.04 M . La stella
subisce il 2 dredge up e arriva al reinnesco della shell di idrogeno, precursore della fase dei
pulsi termici, con un nucleo di CO di sole 0.87 M , indicando che a tale valore è calato del
nucleo di elio dopo il dredge up. Si notino nella Tabella le alte luminosità raggiunte dalle
stelle al termine della fase di early AGB. In una stella di 7 M di Pop.II il primo precursore
dei pulsi si manifesta a logL/L =4.5, a luminosità ben più alte che nel caso delle piccole
masse (logL/L ∼ 3).
La traiettoria evolutiva delle condizioni centrali, come riportata in Fig. 8.5 per varie
masse e due metallicità, fornisce un utile compendio della storia delle strutture. Come carat-
teristica generale si noti come l’innesco della combustione centrale di elio sia segnalato da
una espansione delle regioni centrali, cui corrisponde nel diagramma HR il primo tratto
del loop verso alte temperature efficaci. Nelle fasi evolutive successive una stella di 10 M
a bassa metallicità riesce a mantenersi al di fuori della degenerazione, giungendo ad in-
nescare pacificamente il Carbonio. Diminuendo la massa e/o aumentando la metallicità gli
7

Fig. 8.5. Traiettoria temporale delle condizioni centrali per stelle di varia massa con Y=0.28 e
Z=10−4 (linee continue) e Z=3 10−2 (linee a tratti). La linea a punti indica il luogo ove l’energia
prodotta dalla combustione del C eguaglia le perdite per termoneutrini. Le masse delle stelle sono
indicate in M all’inizio delle relative tracce. Cerchi o quadrati lungo le tracce segnalano nell’ordine:
1. Sequenza Principale; 2. Inizio della fase di overall contraction; 3. Innesco della combustione di
elio centrale; 4. Esaurimento dell’elio centrale.

effetti della degenerazione finiscono con il prevalere, allontanando le traiettorie dalla curva
di ignizione per imboccare una sequenza di raffreddamento.
L’innesco del Carbonio, che segna il limite superiore delle masse intermedie, avviene
inizialmente in nuclei parzialmente degeneri ove è presente l’inversione di temperatura in-
dotta dall’efficiente produzione di termoneutrini: tale innesco avverrà dunque in una shell
tramite una serie di flash. All’aumentare della massa si passerà ad un flash centrale e, infine
all’innesco quiescente del C che segna l’inizio delle Grandi Masse. Non sorprendentemente,
la stelle che innescano il C in ambiente degenere sono quelle che svilupperanno un nucleo di
ONe definitivamente degenere.
Abbiamo più volte ripetuto come il destino delle masse intermedie, che sviluppano un
nucleo di CO definitivamente degenere, dipenda dalle perdite di massa. Inizialmente, entrate
nel regime di pulsi termici, mostreranno atmosfere arricchite dal 3 dredge up, segnalandosi
come Stelle al Carbonio. Se attraverso il meccanismo dei pulsi termici il nucleo di CO è in
grado di aumentare liberamente, dalla relazione massa del nucleo luminosità si ricava che
a logL/L ∼ 4.7 il nucleo raggiunge la massa di Chandrasekhar: ne segue deflagrazione e
incinerimento della struttura. Si ritiene peraltro che durante i pulsi termici intervenga anche
nelle masse intermedie una perdita di massa parossistica (superwind) che liberi la struttura
del proprio inviluppo, lasciando il nucleo di CO degenere di circa 1 M al centro di una
Nebulosa Planetaria.

8.4. Grandi masse: combustione di H e He


Stelle sufficientemente massicce (M≥ 10 - 11 M ) giungono a superare indenni la com-
bustione del Carbonio, procedendo attraverso le successive combustioni di Neon, Ossigeno,
Silicio sino a formare un nucleo di Fe. Abbiamo già ricordato la sostanziale inosservabilità
delle fasi successive alla combustione dell’elio causata dai brevi tempi evolutivi. A conferma
di ciò la Tabella 2 riporta una stima dei tempi trascorsi nelle diverse combustioni da una
stella di 25 M , confermando come lo studio delle combustioni avanzate debba essere essen-
zialmente volto alla conoscenza dell’evoluzione chimica della materia stellare e ai processi
esplosivi che interessano le strutture finali.
A fronte della breve vita delle grandi masse , non risulta peraltro semplice trovare per
tali strutture opportuni riscontri osservativi anche per le fasi di combustione di H o He. Gli
Ammassi Globulari o Galattici che abbiamo sin qui posto come fondamento delle indagini
8

Tab. 2. Temperature, densità e tempi scala nucleari per una stella di 25 M .

Combustione Temperatura Densità Tempi scala


Idrogeno 5 keV 5 gr/cm3 7 106 anni
Elio 20 kev 700 gr/cm3 5 105 anni
Carbonio 80 kev 2 105 gr/cm3 600 anni
Neon 150 kev 4 106 gr/cm3 1 anno
Ossigeno 200 kev 107 gr/cm3 6 mesi
Silicio 350 kev 3 107 gr/cm3 1 giorno
Collasso 600 kev 3 109 gr/cm3 secondi
Massimo del collasso 3 MeV 101 4 gr/cm3 millisecondi
Esplosione 100-600 kev varie 1-10 secondi

Fig. 8.6. Sinistra: Diagramma CM per l’Ammasso Globulare della Grande Nube NGC2004. Destra:
Stesso diagramma ma corretto per un modulo di distanza DM=18.5 e con sovraimposte le tracce
evolutive teoriche per stelle di 2.5 e 16 M . Le stelle del clump indicato dalle frecce sono stelle del
campo della Nube, non appartenenti all’ammasso,

evolutive offrono al riguardo scarsissime evidenze. Fortunatamente nei pressi della Galassia
si trova la galassia satellite della Grande Nube di Magellano, ove è tuttora attiva le for-
mazione di popolosi Ammassi Globulari. Nel seguito introdurremo dunque il discorso sulle
grandi masse avendo come utile riferimento le evidenze osservative che ci provengono da am-
massi della Grande Nube (Large Magellanic Cloud = LMC) quali quello il cui diagramma
CM è riportato in Fig. 8.6.Come mostrato nel pannello di sinistra della stessa figura, as-
sumendo per LMC un modulo di distanza DM ∼ 18.5, troviamo all’estremità superiore della
Sequenza Principale stelle di magnitudine V ∼ -6, oltre 20000 volte più luminose del Sole,
a testimonianza della loro appartenenza al campo delle grandi masse.
Da un punto di vista teorico le fasi di combustione dell’idrogeno non si discostano qual-
itativamente dalle tipiche evoluzioni guidate dalla combustiome CNO. All’aumentare della
massa aumentano temperatura centrale e luminosità delle strutture, e aumentano le dimen-
sioni in massa dei nuclei convettivi di Sequenza Principale, che in una stella di 20 M e
in dipendenza dalla composizione chimica iniziale, possono arrivare a superare anche le 9
M . Come mostrato nel pannello di destra della precedente Fig.8.6 nel caso di una 16 M ,
all’esaurimento dell’idrogeno centrale segue - come di norma - una escusrsione verso il rosso.
Le modalità di tale escursione dipendono peraltro dalle assunzioni riguardanti il criterio per
la stabilità convettiva, come espresso o attraverso la formulazione di Schwarzschild o tramite
9

Fig. 8.7. Andamento temporale della temperatura efficace al termine della combustione centrale
di H assumendo per l’instabilità convettiva il criterio di Schwarzschild (S) o di Ledoux (L)

Fig. 8.8. Tracce evolutive di grandi masse per i vari indicati valori della massa e della composizione
chinica originaria.

l’espressione modificata da Ledoux per prendere in considerazione l’intervento dei gradienti


di peso molecolare.
Dall’adozione di uno dei due criteri dipende lo svilupparsi (Schwarzschild) o meno
(Ledoux) di una instabilità convettiva alla periferia del nucleo in contrazione all’esaurimento
dell’idrogeno. Le conseguenze evolutive sono mostrate in Fig.8.7. Adottando il criterio di
Schwarzschild la struttura si sposta lentamente verso la traccia dii Hayashi, andando quindi
a popolare il tratto intermedio. Al contrario, il criterio di Ledoux conduce ad una rapida
escursione alle basse temperature, ove le stelle passerano la loro fase di combustione di elio
sotto forma di Supergiganti Rosse. Al riguardo il diagramma CM di NGC2004 di Fig.8.7
sembra portare una testimoninza decisiva, indicando il criterio di Ledoux come il più adatto
a rappresentare il comportamento reale delle stelle.
Su tali basi la Fig.8.8 riporta un campione di tracce evolutive per diverse assunzioni
riguardanti le masse e le composizioni chimiche originarie. Si vede come al diminuire della
metallicità vengano favoriti i loop della combustione di elio. E’ peraltro da avvisare che
qui, come anche nel caso di masse intermedie, l’estensione dei loop dipende criticamente da
10

Tab. 3. Temperature centrali per i modelli di 20 M di cui alla Fig.8.8 nella fase di ZAMS e
all’esaurimento dell’idrogeno.

Z 0.01 0.006 0.003 0.002


TMc
S
30.6 31.5 35.9 37.4
X=0
Tc 65.5 67.5 70.8 72.0

dettagli della modellistica: ad esempio, diverse assunzioni sulla ancora incerta sezione d’urto
per la reazione 12 C(α, γ)16 O producono sensibili variazioni sullo sviluppo dei loop.
La Fig.8.8 porta per la prima volta alla luce un accadimento che vedremo avere una
valenza ancor più generale. I modelli a metallicità minore (Z=0.002) non completano
l’escursione verso il rosso, innescando l’elio e iniziando il loop ancora a temperature rel-
ativamente elevate. Come mostrato in Tabella 3, ciò è dovuto al fatto che al diminuire della
metallicita cresce la temperatura centrale dei modelli di ZAMS e crescono ancor di più le
temerature al momento dell’esaurimento dell’idrogeno centrale. La conseguenza è un innesco
anticipato dell’elio e l’interruzione dell’escursione verso il rosso. La temperatura centrale dei
modelli di grandi masse è di per sé così alta che tale innesco anticipato si manifesta già a
metallicità ”normali”, tipiche di una Popolazione II estrema. Nelle masse intermedie una
simile caratteristica si svilupperà solo a metallicità ancor e talora notevolmente minori. Al
contrario, tale anticipazione si manifesterà a metallicità sempre più alte andando a masse
sempre maggiori nel dominio delle grandi masse.

8.5. Limiti superiori di massa. Quadro riassuntivo


Stelle di grande massa percorrono le fasi di combustione nucleare in pochi milioni di anni,
terminando la loro vita esplodendo sotto forma di Supernova. Strutture molto massicce (M≥
60-100 M ), se si formano, sfuggirebbero peraltro a tale destiono a causa di una instabilità
che deve manifestarsi alla formazione di nuclei di Ossigeno. A causa delle altissime temper-
ature centrali i fotoni della radiazione divengono sufficientemente energetici per attivare la
produzione di coppie di elettrone nel campo dei nuclei:

γ → e+ + e−

L’intervento di una ulteriore particella è necessario per conservare la quantità di moto,


come è subito visto mettendosi nel sistema del baricentro della coppia di elettroni prodotta.
La reazione si sviluppa preferenzialmente con l’intervento dei nuclei perché, stante la rela-
tivamente grande massa, contribuiscono al bilancio della quantità di moto assorbendo poca
energia, talché la soglia energetica resta in pratica quella per la produzione delle masse dei
due elettroni E ∼ 2me c2 ∼ 1 Mev. Nel campo di un elettrone tale soglia salirebbe a circa 6
Mev.
L’attivazione del canale di produzione di coppie tende a destabilizzare la struttura: ri-
facendosi al teorema del Viriale ricordiamo come la stabilità richieda che metà dell’energia
guadagnata nella contrazione vada ad aumentare l’energia cinetica delle particelle che com-
pongono la struttura stessa. L’effetto della produzione di coppie è di impedire che l’energia
iniettata nella struttura vada integralmente ad innalzare l’energia cinetica, una parte sempre
maggiore essendo spesa per produrre particelle. Si rompe cosı̀ l’equilibrio del Viriale e la
struttura collassa.
Più in dettaglio, partendo dal teorema del Viriale si può mostrare che una struttura
diventa instabile ogniqualvolta il parametro termodinamico
11

Fig. 8.9. Traiettorie temporali delle condizioni centrali nuclei ”nudi” di ossigeno poste a confronto
con le regioni di instabilità per fotodisintegrazione del Fe o per creazione di coppie..

CP
γ =
CV
scende sotto il valore di 4/3. In tale quadro lo scenario qualitativo precedente si mate-
rializza nell’osservazione che al crescere dell’efficienza della produzione di coppie diminuisce
il valore di CV , che tende a zero nel limite in cui tutta l’energia iniettata nella materia vada
in formazione di coppie.
Quando, al crescere della temperatura, il criterio di stabilità viene a risultare violato in
una consistente frazione della struttura, la stella deve contrarre più velocemente da quanto
richiesto dalle perdite di energia. Ne risulta un aumento dell’efficienza della combustione
dell’Ossigeno ed una incontenuta produzione di energia che finisce col distruggere la strut-
tura. In un tale processo sono possibili produzioni di energia termonucleare anche sensibil-
mente maggiori di quelle prodotte nel collasso da fotodisintegrazione del Fe.
La Fig.8.9 riporta a titolo di esempio i risultati di un indagine compiuta seguendo
l’evoluzione di nuclei ”nudi” di Ossigeno, considerando cioè in prima approssimazione come
trascurabile l’influenza degli inviluppi più esterni. Dalla traiettoria evolutiva delle condizioni
centrali, confrontata con la regione di efficienza della produzione di coppie, si evince che
strutture che sviluppano nuclei di Ossigeno sono a 10 M riescono a compiere l’intero ciclo
di combustioni sino al Fe. Stelle con nuclei dell’ordine o maggiori di 30 M sono invece
destinati a penetrare nella zona di produzione di coppie, destabilizandosi.
Definiremo tali strutture, dell’ordine delle 102 M , come oggetti ultra-massivi, essendo
il termine di oggetti super-massivi già entrato in letteratura intorno agli anni ’60, a des-
ignare supposte strutture di 106 - 107 M indagate, ma poi abbandonate, come possibili
controparti teoriche dell’allora recente scoperta dei Quasar. Stelle ultra massive, se si for-
mano, percorrono peraltro in brevissimo tempo l’intero loro ciclo evoluttivo e possono far
parte dell’Universo osservabile al più tramite le loro esplosioni.
Siamo cosı̀ giunti al termine di un lungo percorso che ci ha consentito di indagare la
natura e le proprietà degli oggetti stellari disseminati nell’Universo a comporre galassie ed
ammassi di galassie, creando un quadro conoscitivo che riteniamo copra il destino evolutivo
di tutte le possibili strutture di equilibrio che si sono formate e continuamente si formano
dalla condensazione del gas interstellare. La Fig.8.10 riassume graficamente tale quadro, ri-
12

Fig. 8.10. Quadro riassuntivo della storia evolutiva delle struture stellari.

portando la collocazione osservativa assieme ed indicando alcuni caratteristici episodi strut-


turali e il destino finale di opportune strutture rappresentanti i tre tipi di storie evolutive
che siamo andati identificando e che abbiamo raggruppato nelle categorie di stelle di massa
piccola, intermedia e grande.

8.6. Grandi masse: combustioni avanzate


Pur mancando di un diretto riscontro osservativo, l’indagine sulla evoluzione di strutture di
grande massa attraverso le fasi di combustione successive a quella dell’elio è argomento di
grande rilevanza che ha l’obiettivo di giungere ad identificare le caratteristiche strutturali
e la distribuzione delle specie chimiche all’instaurarsi dell’instabilità. Tali strutture di pre-
supernovae rappresentano l’ingrediente fondamentale per indagare l’evoluzione temporale
dell’instabilità e, in particolare, per valutare tipo e quantità di materia elaborata nuclear-
mente espulsa nel corso dell’esplosione, valutando così il contributo delle varie Supernovae
all’evoluzione nucleare della materia dell’Universo.
E’ da avvisare che il calcolo di tali strutture diviene progressivamente sempre più oneroso
sia per la necessità di valutare il contributo di un sempre maggior numero di concorrenti
reazioni nucleari, sia per il complesso accoppiamento tra reazioni nucleari e mescolamento
convettivo. Orientativamente, ricordiamo che nei calcoli si giunge a seguire l’evoluzione di
13

Fig. 8.11. Evoluzione temporale delle regioni convettive all’interno di una stella di 15 M compo-
sizione solare, dalle fasi iniziali sino alla strutura di pre Supernova.

parecchie centinaia di isotopi valutando l’intervento di migliai di diverse reazioni nucleari.


La complessità dei calcoli e delle relative strutture è ben illustrata in Fig. 8.11, che riporta
l’evoluzione tenporale delle regioni convettive in una stella di 15 M composizione solare,
dalle fasi iniziali sino alla strutura di pre Supernova. Vi si riconosce facilmente la attesa
regressione dell’iniziale nucleo convettivo indotto dalla combustione CNO e nella succes-
siva fase di combustione di elio, il nuovo nucleo convettivo in progressivo aumento per il
meccanismo di autotrascinamento.
Dopo l’esaurimento dell’He centrale, l’evoluzione è caratterizzata dalla formazione di
nuovi nuclei convettivi in corrispondenza delle maggiori fasi di combustione di C, Ne, O e
Si e dall’alternarsi di episodi di convezione in shell che seguono l’innesco delle varie shell di
combustione. L’affondarsi della convezione superficiale dimostra che a partire dal termine
della combustione dell’elio e sino alla sua esplosione la stella raggiunge e permane nello stato
di Supergigante Rossa. Strutture a minore metallicità non completano invece l’escursione
verso il rosso, ed esploderanno come Supergiganti Blu ad alta temperatura superficiale.
Come già preconizzato sin dal Capitolo 4 sulla base di ”principi primi”, la struttura
di pre supernova conserva memoria della sua storia nucleare distribuendo in una struttura
”a cipolla” i prodotti di tutte le passate combustioni. La Fig. 8.12 porta l’esempio della
distribuzione delle specie chimica nella struttura di presupernova di una stella di 25 M .
Dall’esterno verso l’interno si riconoscono prima gli strati incombusti ( 25 < M/M < 10),
seguiti dalle shell con i prodotti di combustione prima dell’H, poi dell’He sino alla produzione
del nucleo di 54 Fe.
L’abbondanza delle specie chimiche all’interno di una struttura di presupernova non è
peraltro ancora rappresentativa della composizione chimica della materia che verrà eiettata
nello spazio a seguito dell’esplosione. Ci si attende infatti che tale composizione venga anche
sostanzialmente modificata dal passaggio dell’onda d’urto provaocata dall’esplosione medes-
ime, onda che innalza anche di ordini di grandezza le temperature locali provocando un
ultimo episodio di Nucleosintesi Esplosiva.
Notiamo qui che in tale episodio le reazioni nucleari possono seguire strade anche molto
diverse da quelle che abbiamo indagato interessandoci delle combustioni quiescenti. In quelle
condizioni, il fabbisogno energetico della struttura è soddisfatto da una bassa efficienza delle
reazioni e, conseguentemente, abbiamo implicitamente assunto che la bassa frequenza di
reazioni consentisse in ogni caso che gli elementi instabili prodotti durante una catena di
reazioni decadessero prima di subire una reazione di fusione con un ulteriore particella. Nella
14

Fig. 8.12. La distribuzione delle specie chimiche in una struttura di presupernova, calcolata al
momento in cui la velocità massima di collasso nel nucleo causata dall’instabilità per fotodisinte-
grazione del Fe ha raggiunto 1000 km/sec. La massa M è in masse solari.

Fig. 8.13. Distribuzione delle specie chimice nel nucleo della struttura di cui alla precedente figura
dopo la rielaborazione terminale causata dalla nucleosintesi esplosiva.

Nucleosintesi Esplosiva tale condizione viene a cadere, e le reazioni seguono nuovi cammini
di cui abbiamo dato un esempio trattando negli Approfondimenti del Ciclo CNO veloce.
Sfortunatamente, al presente i calcoli idrodinamici non riescono ancora a riprodurre nel
dettaglio la fase del collasso e della conseguente successiva espulsione di strati esterni. Si
ritiene che nel collasso gli strati esterni ad un nucleo centrale neutronizzato dovrebbero
finire col venire riflessi a causa dell’energia proveniente dal centro della struttura, ed eiettati
da ciò che resta della stella. In linea generale, è infatti da notare che qualunque meccan-
ismo che consenta di trasferire all’inviluppo anche pochi percento dell’energia prodotta dal
nucleo collassante giunge inevitabilmente ad invertire il collasso dell’inviluppo medesimo,
trasformandolo in una esplosione.
In assenza di una descrizione dettagliata, la nucleosintesi esplosiva viene investigata va-
lutando con vari argomenti la parte del nucleo sopravvivente all’esplosione e provocando
l’espulsione degli strati al di sopra di tale nucleo con vari artifici, quali una improvvisa
iniezione di energia o una perturbazione con effetto di pistone. Si ritiene peraltro che i
risultati, quali quelli presentati in Fig. 8.13 siano largamente significativi.
Con riferimento alla citata figura e con riferimento alle più macroscopiche modificazioni,
si può notare come giusto all’esterno del nucleo neutronizzato la nucleosintesi esplosiva del
Silicio conduca ad una completa distruzione del Si con produzione di 56 Ni. Più all’esterno,
dalla combustione incompleta del Si originano strati ricchi di Si, S, Ca e Ar. Aggiungiamo
15

solo che i calcoli dettagliati forniscono valutazioni dettagliate sull’abbondanza dei diversi
isotopi dei vari elementi, valutazioni che esulano dai limiti della presente esposizione, ma
che sono alla base di interessantissimi capitoli dell’Astrofisica Nucleare basati sul confronto
con l’abbondanza naturale di quegli isotopi.
Il destino del nucleo della Supernova dipende dalla sua massa. Se inferiore alla massa
critica per strutture di neutroni degeneri esso permarra sotto forma di una Stella di Neutroni
dal diametro dell’ordine della diecina di km. In tal caso, stante la necessaria conservazione
del momento angolare, è facile prevedere come tali strutture possano diventare rapidissimi
rotatori, e non stupisce riconoscere tali strutture nelle Pulsar, emettitori radio con periodi
dei segnali (e della rotazione) anche notevomente minori al secondo.
Per masse maggiori, non paiono esistere meccanismi fisici in grado di fermare il collasso
gravitazionale, e la materia appare destinata a proseguire il collasso raggiungendo il suo
Raggio di Schwarzschild, scomparendo dall’Universo osservabile sotto forma di Buca Nera.
16

Fig. 8.14. Collocazione nel diagramma HR di modelli in fase iniziale di combustione di elio
al variare dell’età. Per i vari modelli sono riportati massa (masse solari), età (miliardi di anni),
abbondanza di elio superficiale e massa del nucleo di He. Per i vari modelli sono riportate anche
le tracce evolutive in fase di combustione centrale di He e gli spostamenti del modello iniziale per
perdite di massa multiple di 0.1 M .

Approfondimenti

A8.1. Strutture ”Not-too-old” in combustione di He


Abbiamo visto come all’inizio della combustione di elio i modelli che portano alla transizione RGT
si dispongano al variare della massa, e quindi dell’età, lungo una sequenza che raggiunge un minimo
nella temperatura efficace per poi tornare verso alte temperature incrementando leggermente la
loro luminosità. Possiamo trovare una ragione per tale andamento sulla base di semplici consider-
azioni strutturali svolte in analogia a quanto discusso nel caso delle ZAHB. Nel caso delle ZAHB il
parametro libero era la perdita di massa, qui assumiamo come parametro libero l’età della struttura.
E’ subito evidente che per età opportunamente alte ci attendiamo in combustione di elio stelle
di massa poco superiore alla massa del nucleo elettronicamente degenere. Stelle quindi con shell di
idrogeno poco efficiente, che si devono collocare ad alte temperature in prossimità della Sequenza
Principale dell’He. Al diminuire dell’età cresce la massa della struttura e cresce con essa la massa
dell’inviluppo di H: la shell di combustione dell’H diviene sempre più efficiente e la stella si sposta
verso la sua traccia di Hayashi. Si può comprendere peraltro come tale processo non possa continuare
indefinitamente. Al progressivo aumentare dell’inviluppo di H la produzione di energia della shell
si viene peraltro a trovare in regioni sempre più interne, così che comincia sempre più ad essere
”sentita” dalla stella come una combustione centrale e la stella riguadagna il suo cammino verso le
alte temperature.
Accenni ad un simile comportamento si trovano già all’estremità rossa di alcune ZAHB. La Fig.
8.14 mostra in dettaglio la distribuzione dei modelli che nel caso Z=10−4 coprono il minimo in
temperatura efficace di cui andiamo discutendo. Nella stessa figura vengono riportati i parametri
evolutivi dei vari modelli: massa, età, abbondanza di He nell’inviluppo (dopo il primo dredge up) e
massa del nucleo di He all’innesco della reazione 3α. La stessa figura riporta anche le tracce evolutive
dei vari modelli nella fase di combustione di He centrale e la distribuzione dei modelli iniziali per
perdite di massa multiple di 0.1 M .
17

Fig. 8.15. Modelli evolutivi di HB per stelle ”metal-deficient” originate da un progenitore di 1.0
M . Si noti il ”turn over” della ZAHB che segnala la massima escursione dei modelli verso il rosso.
Le linee a tratti delimitano la regione di instabilità per pulsazioni radiali delle variabili di tipo RR
Lyrae.

E’ subito visto che per età dell’ordine di quelle degli Ammassi Globulari galattici (11-12 Gyr)
anche in assenza di perdita di massa le stelle in combustione di elio si collocherebbero sul ramo
inferiore, prima del minimo in temperatura efficace. In tal caso, come abbiamo già visto, anche
contenute perdite di massa sono in grado di aumentare notevolmente la temperatura efficace delle
strutture, creabdo i ben noti Rami Orizzontali. Il quadro cambia notevolmente andando ad età
minori, quali quelle rilevanti non solo per alcuni ammassi stellari galattici di vecchio disco, ma per
Ammassi Globulari nelle Nubi di Magellano e per le popolazioni stellari in alcune Galassie Nane
del Gruppo locale.
Diminuisce infatti notevolmente la sensibilità alla perdita di massa e la traiettoria dei modelli a
massa variabile segue in qualche maniera i precetti delineati in precedenza: ne segue in particolare
che la perdita di massa cessa di essere in grado di portare le strutture verso le alte temperature.
I Rami Orizzontali restano quindi una prerogativa delle popolazioni stellari, quali gli Ammassi
Globulari galattici, con età dell’ordine di quella dell’Universo (Tempo di Hubble).
Non sorprendentemente, in tale escursione delle strutture pre-transizione verso il rosso il minimo
di temperatura efficace dipende sensibilmente dalla metallicità: diminuendo la metallicità le stelle
restano più calde. al Fig. 8.15 mostra come scendendo a valori esteremamente bassi di Z il ”turn
over” dei modelli raggiunga temperature dell’ordine 104 K, accadimento che può essere messo in
relazione con le diminuita efficienza della shell di combustione dell’idrogeno. Come discuteremo in
uno dei capitoli seguenti, ciò avrà rilevanti conseguenze sulle predizioni concernenti l’apparizione di
stelle variabili nelle popolazioni più povere di metalli.

A8.2. La Red Giant Transition


Una estrema sottoabbondanza di metalli ha conseguenze rilevanti anche sui parametri della Red
Giant Transition. Il pannello di sinistra della Fig. 8.16 mostra l’andamento della luminosità
all’innesco dell’elio (”tip” delle Giganti Rosse) al variare della massa stellare per diverse valori
di sottoabbondanza. La luminosità in oggetto è un ulteriore parametro che segnala la transizione:
18

Fig. 8.16. Pannello di sinistra: andamento della luminosità al ”tip” delle Giganti Rosse al variare
della massa attraverso la RGT per gli indicati valori di metallicità. Pannello di destra: come nel
pannello di sinistra ma in funzione dei tempi all’innesco dell’elio.

Tab. 4. Parametri evolutivi per modelli stellari al minimo della transizione per diverse assunte
metallicità. Per ogni Z sono riportati la massa Mmin al minimo del nucleo di He, in masse solari,
il suo tempo evolutivo (milioni di anni), la massa del nucleo di He M min
c e la luminosità di ”tip”
Lmin
tip . ambedue in unità solari.

Z 10−10 10−6 10−4 4 10−3 10−2 4 10−2


Mmin 1.5 1.9 2.4 2.5 2.6 2.9
tmin 4500 2650 769 636 612 531
M min
c 0.29 0.34 0.32 0.33 0.33 0.33
Lmin
tip 2.04 2.15 2.11 2.26 2.31 2.27

Fig. 8.17. Variazione con il tempo dell’abbondanza relativa di stelle in fase di combustione a shell
di H (subgiganti e giganti) o in fase di combustione centrale di elio. Il tempo t è in milioni di anni.

all’aumentare delle masse attraverso la transizione tale luminosità diminuirà seguendo la progres-
siva scomparsa del Ramo delle Giganti Rosse , raggiungendo un minimo in corrispondenza del
minimo valore del nucleo di elio, per poi risalire seguendo l’aumento delle masse stellari e delle loro
luminosità evolutive.
Il pannello di destra della stessa figura mostra ancora la luminosità di ”tip” ma in funzione del
tempo all’innesco dell’elio. Dai dati in figura si trae l’evidenza che popolazioni sottoabbondanti di
metalli possono sperimentare la RGT a masse notevolmente minori e, conseguentemente, a tempi
notevolmente maggiori di una normale popolazione stellare, sviluppando un Ramo delle Giganti
Rosse solo dopo alcuni miliardi di anni. La Tabella 8.16 riporta alcuni parametri caratterisatici
della RGT per metallicità che coprono l’intervallo da Z= 10−10 al valore soprasolare Z= 4 10−2 .
19

Tab. 5. Per le varie masse M (in masse solari) ogni riga riporta nell’ordine la massa del nucleo di
He e l’età all’innesco dell’elio centrale seguite dai tempi di vita nelle fasi d combustione a shell di
idrogeno, combustione centrale di elio e early AGB.

H He
M Mc t(flash) τshell τcentral τ He shell
1.0 0.472 13527 1982 118 10
1.2 0.471 6851 986 111 10
1.5 0.470 3105 632 117 10
2.0 0.444 1158 137 130 11
2.3 0.341 740 58 260 25
2.5 0.330 573 33 231 23
3.0 0.363 341 14 136 13

Fig. 8.18. Evoluzione delle condizioni centrali di stelle di varia massa dalla fase di presequenza
sino alle fasi evolutive avanzate.

Per indagare infine con qualche maggiore dettaglio le modalità della transizione riportiamo in
Tabella 5 una selezione di tempi evolutivi per una serie di masse di composizione solare a cavallo
della transizione. Sulla base di tali dati la Fig.8.17 mostra la variazione con il tempo dell’attesa
abbondanza relativa di stelle in fase di combustione a shell di idrogeno o combustione centrale di
elio. Se ne ricava l’evidenza di come alle minori età le fasi post MS siano dominate dal clump delle
stelle nella combustione centrale di elio. La transizione avviene a circa 1 Gyr, quando giungono al
flash le stelle di ∼ 2.0 M .

A8.3. Nuclei degeneri. Pulsi termici. Biforcazione del Carbonio.


Allorquando in una struttura stellare si sviluppa un nucleo degenere l’evoluzione delle condizioni
interne appare largamente condizionata dalle caratteristiche del nucleo stesso. Un’evidenza di ciò
proviene dalla esistenza di una relazione ”massa del nucleo-luminosità” sia per le Giganti Rosse
di piccola massa, con nucleo di He degenere, che per piccole masse e masse intermedie in fase di
AGB. A titolo di esempio la Fig. 8.18 riporta l’evoluzione temporale delle condizioni centrali di un
campione di masse stellari, mostrando come le strutture con nuclei degeneri di He convergano verso
un’unica sequenza temporale.
Strutture con nucleo di CO degenere sono fatalmente destinate a innescare pulsi termici. Il
termine della fase di early AGB e l’innesco dei pulsi è segnalato da alcuni eventi precursori, quali
una rinnovata efficienza della shell di idrogeno e alcuni lievi massimi secondari nell’evoluzione della
luminosità della struttura. Ancora a titolo di esempio la Fig.8.19 mostra l’andamento di tale lu-
minosità in un modello di 2.5 M di composizione chimica solare. Si può notare come la crescita
continua della luminosità assuma gradatamente un andamento oscillante sino a innescare il primo
vero e proprio pulso che, dopo un transiente riaggiustamento, dà inizio ad una sequenza omogenea di
successivi pulsi. Si noti al riguardo anche la relativamente bassa luminosità alla quale si sviluppano
i pulsi rispetto alle strutture più massicce.
20

Fig. 8.19. Andamento temporale della luminosità nella fase di innesco dei pulsi termici in un
modello di 2.5 M di composizione solare.

Fig. 8.20. Evoluzione temporale delle temperature centrali e delle temperature massime in una
serie di modelli con Z=8 10−3 a cavallo dei limiti per l’innesco del Carbonio.

La Fig.8.20 mostra infine come l’innesco del Carbonio si presenti come una vera e propria
biforcazione nel destino evolutivo delle strutture stellari. A densità logρc ∼6 al centro di tutte le
strutture inizia a prevalere la produzione di neutrini, provocando una inversione di temperatura ed
il progressivo raffreddamento delle regioni centrali. La temperatura continua peraltro a crescere in
una shell intermedia, sinché avviene la netta e brusca separazione tra le strutture che innescano e
quelle che raffreddano.

A8.4. Modelli con Overshooting invasivi.


Nel trattamento della convezione adottato nel testo, si è esplicitamente assunto che ai bordi
delle zone convettive esista una regione di ”overshooting” di estensione trascurabile. La presenza
dell’overshooting si manifesta dunque in tale modellistica ”classica” solo nella fasi di conbustione
dell’elio attraverso i meccanismi del trascinamento del nucleo convettivo e nelle successiva fase di
semiconvezione. Attorno agli anni ’80 fu peraltro avanzata da alcuni ricercatori l’ipotesi di ”over-
shooting invasivi”, cioè con dimensioni non trascurabili. In assenza di una teoria al proposito,
l’estensione di tali overshooting viene ad assumere l’aspetto di un parametro libero ed è usualmente
espressa in unità di quella lunghezza di scala di pressione HP che appare anche nel trattamento
della convezione superadiabatica, ponendo l=β HP .
La reale efficienza di tale meccanismo, peraltro ignorato nella formulazione dei Modelli Solari
Standard, è stata l’oggetto di un lungo dibattito che si prolunga sino al presente. Le varie evidenze
osservative di volta in volta invocate in supporto del fenomeno sono talora risultate incosistenti e, nel
tempo, le estensioni di overshooting adottate sono progressivamente scese da β ∼ 1 a 0.25. Notiamo
qui che un’estensione dell’orine do 0.1 HP produce modelli che che cominciano a confondersi con lo
scenario classico.
Da un punto di vista generale è facile prevedere le conseguenxe di un efficiente overshooting
invasivo, che si traduce in accresciute dimensioni delle regioni rimescolate ed omogeneizzate dai
21

Fig. 8.21. Tracce evolutive di una struttura di 4.0 M come calcolate seguendo le segnalate
assunzioni sull’efficienza di overshooting invasivi.

nuclei convettivi. Piccole masse in fase di combustione di idrogeno, essendo prive di nuclei convettivi,
risultano quindi immuni dall’intervento da tali extra rimescolamenti, che invece interesseranno i
nuclei convettivi della fase di combustione di elio e le strutture in combustione sia di H che di He
in masse intermedia e grandi. Conseguentemente, un efficiente overshooting produce nelle piccole
masse solo un’allungamento della fase di HB proporzionale al combustibile portato nel nucleo di
combustione di elio e, dunque, alle dimensioni di overshooting adottate.
In masse intermedie e grandi l’overshooting modifica invece già le strutture di ZAMS, generando
una catena di conseguenze che possono essere riassunte nei seguenti punti:

1. Si prolunga la vita in fase di combustione centrale di H, con modifiche della traccia di uscita
dalla ZAMS.
2. All’esaurimento dell’H centrale la struttura ha nuclei di He più massivi e, di conseguenza, si
abbassa il valore della massa critica per la RGT.
3. Le stelle si presentano in fase di combustione di elio centrale con nuclei di elio più massivi
risultando più luminose e con vite medie più brevi.
4. Le strutture sviluppano infine nuclei di CO più massivi, di conseguenza, scende il valore di Mup .

che rappresentano, nel contempo, le caratteristiche osservative sulle quali è possibile in linea di
principio verificare e/o calibrare l’efficienza dell’overshooting.
La Fig.8.21 riporta un esempio di tale comportamento, mettendo a confronto la traccia evolutiva
di struttura di 4 M calcolata con le assunzioni classiche con tracce per la stessa struttura ma
calcolate assumendo un’estensione dell’overshooting pari a 0.10 o 0.25 HP .
Per ovviare ad alcune inconsistenze, nei calcoli recenti sono stati introdotti approcci più arti-
colati, ad esempio inibendo del tutto l’efficienza dell’overshooting per masse minori od eguali a 1
M , ad evitare le predizioni di un nucleo convettivo nell’attuale Sole, aumentando gradatamente
il valore di tale perametro portandolo in piena, seppur moderata, efficienza per stelle di massa ≥
1.5 M . La modellistica è ulteriormente complicata dalla coerente introduzione di un parallelo ”un-
dershooting” alla base degli inviluppi convettivi, anch’esso modulato in termini di HP , seppur con
valori autonomi ed in genere diversi da quelli utilizzati per la convezione interna.

A8.5. Strutture deficienti in metalli e Mup


Le stelle, a parità di massa, al diminuire dei metalli risultano progressivamente ”più calde”, allu-
dendo con ciò alla predizione di maggiori temperature centrali. Ne segue, come discusso in altro
punto, una corrisponente diminuzione della massa della RGT. Nel caso delle grandi masse, per Z≤
0.002 ne segue anche una accelerazione della combustione dell’elio, il cui innesco avviene prima che
la struttura raggiunga la sua traccia di Hayashi. E’ facile comprendere come tale effetto scali con
le masse: masse minori hanno temperature centrali minori e e saranno necessarie minori metallicità
22

Fig. 8.22. Tracce evolutive per masse intermedie con metallicità Z= 10−4 .

Fig. 8.23. Evoluzione temporale dei nuclei convettivi in strutture con Z=10−10 e gli indicati valori
delle masse. In ascissa la concentrazione di idrogeno al centro Xc .

per innalzare sufficientemente le temperature e produrre l’innesco anticipato. In effetti la Fig. 8.22
mostra come scendendo a Z=10−4 anche le masse intermedie mostrano un simile comportamento.
A metallicità ancora minori, piccole masse anticiperanno l’innesco dell’elio diminuendo progressiva-
mente la luminosità del tip del Ramo delle Giganti.
L’effetto della metallicità sul valore di Mup è più complesso. L’innesco della combustione del
Carbonio resta infatti collegato alle dimendioni del nucleo di CO e tali dimensioni risultano an-
che dal tipo di reazioni che hanno sorretto la fase di combustione dell’idrogeno. Diminuendo la
metallicità a partire da valori solari, a parità di massa aumentano i nuclei convettivi e diminuisce
corrispondentemente il valore di Mup . Al progressivo diminuire di Z inizia però ad essere progressi-
vamente sfavorita la combustione CNO, che è all’origine dei nuclei convettivi, a favore della catena
pp. Ciò riduce la dimensione dei nuclei convettivi, sfavorendo l’innesco del Carbonio ed innalzando
nuovamente il valore di Mup .
Come caso limite, la Fig.8.23 riporta la storia dei nuclei convettivi in strutture di masse interme-
die e grandi con Z=10−10 . In tutti i casi, la ricrescita della convezione nel corso della combustione
centrale di idrogeno corrisponde all’intervento della reazione 3α con la conseguente produzione di
Carbonio ”fresco” che incentiva un passaggio verso la combustione CNO. Le conseguenze su Mup
sono mostrate in Fig. 8.24: in strutture deficienti in metalli il valore di Mup risale sensibilemte. Se a
23

Fig. 8.24. Andamento di Mup al variare delaa metallicità .

ciò corrispondesse anche una diminuzione della perdita di massa, forse masse intermedie delle prime
popolazioni stellari potrebbero non terminare le loro vitsa come Nane Bianche di CO, ma subire la
deflagrazione del Carbonio.

A8.6. Il bilancio del viriale ed il criterio di stabilità delle strutture


Dal teorema del Viriale, per una struttura quasi stabile deve valere

2T + Ω = 0
con l’ormai usuale significato dei simboli. Si può indagare più a fondo il bilancio energetico della
struttura ricordando (→ A2.1) che l’energia interna per particella risulta
n
u= kT
2
dove n è il numero di gradi di libertà. Per l’energia cinetica della particella si ha in particolare
3
w= kT
2
da cui
3 3 2
w=u = ( )u
n 2 n
Ponendo γ = 1 +2/n, γ -1= 2/n e per l’energia cinetica si ha la forma
3
w= (γ − 1)u
2
Dalla termodinamica elementare si ricava facilmente che γ è il rapporto CP /CV dei calori
specifici a pressione o volume costanti.
La precedente relazione tra energia cinetica ed ebergia totale della materia consente di ricavare
un dettagliato bilancio energetico del processo di contrazione. L’energia totale posseduta dalla
struttura risulterà infatti, ponendo U = Σi ui

E =U +Ω
ma per il viriale, risultando T=Σi wi , deve anche valere

3(γ − 1)U + Ω = 0
da cui si ricava in definitiva
24

3γ − 4
E= Ω
3(γ − 1)
Per una contrazione, dΩ < 0, e le due precedenti relazioni forniscono

3γ − 4
dE = dΩ
3(γ − 1)
1
dU = − dΩ
3(γ − 1)
Ne segue che per γ > 4/3 la contrazione comporta una diminuzione di E: è questa l’energia
disponibile per essere irradiata. Nel contempo la contrazione implica un aumento di U, confermando
che in tal caso la contrazione aumenta l’energia interna e con essa l’energia cinetica della struttura.
Per un gas perfetto monoatomico γ = 5/3, W = U, e si riconosce come metà dell’energia
guadagnata dalla contrazione vada in energia cinetica delle particelle e metà venga irradiata. E’
subito visto che al diminuire di γ aumenta la frazione di energia gravitazionale che deve essere
immagazzinata come energia interna per mantenere l’equilibrio. Al limite γ = 4/3 (gas di fotoni)
tutta l’energia guadagnata dalla contrazione deve andare in energia interna.
Le precedenti considerazioni forniscono agevolmente un criterio di stabilità per la struttura.
Sinché γ > 4/3 resta possibile l’equilibrio di una struttura stellare, in quanto l’energia guadagnata
nella contrazione è sufficiente per innalzare adeguatamente l’energia interna e soddisfare le richieste
del viriale. Per γ < 4/3 ciò non è più possibile: l’energia guadagnata dalla contrazione diventa
minore di quella necessaria per mantenere l’equilibrio idrostatico e si deve manifestare una instabilità
gravitazionale. La condizione γ > 4/3 è quindi condizione necessaria per la stabilità delle strutture
stellari.

A8.7. La storia gravitazionale


Nel seguire la storia evolutiva delle strutture stellari abbiamo di volta in volta posto in luce
l’intervento della gravitazione come elemento centrale che guida la contrazione ed il riscaldamento
della materia di cui le stelle sono composte. E’ restato peraltro in secondo piano il reale contributo
di energia con cui il campo gravitazionale ha contribuito al bilancio energetico generale.
E’ dunque interessante esplorare la storia gravitazionale delle strutture stellari, come ricavabile
dall’andamento temporale dell’ energia di legame gravitazionale
Z
Mr ρ
Ω=G
r
.
che fornisce in ogni istante il bilancio dell’energia prodotta lungo tutta la precedente storia della
stella a spese del campo gravitazionale.
La Fig. 8.25 riporta nel pannello inferiore un esempio di tali andamenti nel caso di una stella
di 5 M di composizione solare, seguita dalla Sequenza Principale sino alle fasi avanzate di AGB
lungo la traccia riportata nel pannello superiore della stessa figura.
Se ne trae la sorprendente evidenza di quanto l’intervento dell’energia nucleare, intrecciandosi
con le condizioni strutturali, finisca con il modificare la semplice pittura che avevamo a suo tempo
derivato dal Teorema del Viriale. In effetti la Fig. 8.25 mostra che, in totale, l’energia gravitazionale
della struttura rimane per lungo tratto del’evoluzione addirittura minore di quella del modello di
MS, finendo con l’aumentare sensibilmente solo durante la fase di crescita del nucleo degenere di
CO durante la fase di AGB.
La storia di una stella, come dipinta dal Viriale, e’ dunque largamente una storia dei nuclei
stellari, mentre le varie e successive espansioni degli inviluppi tendono a bilanciare le variazioni
dell’energia totale gravitazionale. Come mostrato in Fig. 8.26 , la storia gravitazionale di una pic-
cola massa quale il Sole, risulta ancor più lineare, con le fasi di combustione centrale a legame
sensibilmente costante, l’aumento di legame durante le fasi di combustione a shell e l’evidente es-
pansione causata dal flash dell’elio e il conseguente riaggiustamento della stella in una struttura di
25

Fig. 8.25. Pannello superiore: Traccia evolutiva di una stella di 5 M e composizione chimica
solare. Pannello inferiore: Andamento temporale dell’energia dii legame della struttura di cui al
pannello superiore. Le frecce indicano alcune fasi evolutive.

Fig. 8.26. Andamento temporale dell’energia di legame di una struttura di 1M seguita dalla fase
iniziale di Sequenza pPrincipale sino alle fasi avanzate di Ramo Asintotico. .

HB. In passim, dai dati in figura, si ricava facilmente che l’antica evidenza per la quale l’energia
gravitazionale del Sole potrebbe sostenere l’attuale luminosità per meno di 108 anni.
Come accenato in precedenza, il motore di tutta l’evoluzione delle strutture stellari resta peraltro
e in ogni caso la gravitazione, il cui contributo energetico è all’origine della serie di complessi
fenomeni che caratterizzano la vita delle strutture stellari e che, sola, riesce a risvegliare l’energia
latente nei nuclei per porla a disposizione della stella.
26

Origine delle Figure

Fig.8.1 Castellani V., Chieffi A., Pulone L., Tornambé A. 1985, ApJ 283, L89
Fig.8.2 Castellani V.,Degl’Innocenti S.,Girardi L., Marconi M.,Prada Moroni P.G.,Weiss A. 2000, A&A 354,150
Fig.8.3 Castellani V.,Degl’Innocenti S.,Girardi L., Marconi M.,Prada Moroni P.G.,Weiss A. 2000, A&A 354,150
Fig.8.4 Castellani V., Chieffi A., Pulone 1990 ApJS 74, 463
Fig.8.5 Alcock C., Paczynski B. 1978, ApJ 223, 224
Fig.8.6 Bencivenni D., Brocato E., Buonanno R., Castellani V. 1991, AJ 102, 137
Fig.8.7 Brocato E., Castellani V. 2003, ApJ 410, 99
Fig.8.8 Brocato E., Castellani V. 2003, ApJ 410, 99
Fig.8.9 Barka T.S. 1977, in ”Supernovae”, O.N. Schramm ed., Reidel Publ. Comp.
Fig.8.10 Iben I.Jr. 1980, in ”Physical Processes in Red Giants”, Reidel Publ. Comp.
Fig.8.11 Limongi M., Chieffi A., Straniero O. 2001, Mem. Soc. Astron. It. 72, 289
Fig.8.12 Woosley S.S., Weawer S.E. 1982, in ”Essays in Nuclear Astrophysics”, Cambridge University Press.
Fig.8.13 Woosley S.S., Weawer S.E. 1982, in ”Essays in Nuclear Astrophysics”, Cambridge University Press.
Fig.8.14 Castellani V.,Degl’Innocenti S. 1995, A&A 298, 827
Fig.8.15 Cassisi S., Castellani V., Tornambé A. 1996, ApJ 459, 298
Fig.8.16 Cassisi S., Castellani V. 1993, ApJS 88, 509
Fig.8.17 Castellani V., Chieffi A., Straniero O. 1992, ApJS 78, 517
Fig.8.18 Iben I.Jr. 1973, in ”Explosive Nucleosynthesis”, D.N. Schramm ed., Univ. Texas Press
Fig.8.19 Castellani V., Chieffi A., Straniero O. 1992, ApJS 78, 517
Fig.8.20 Castellani V., Degl’Innocenti S., Marconi M., Prada Moroni P.G. Sestito P. 2003 A&A 404, 645
Fig.8.21 Castellani V., Degl’Innocenti S., Marconi M., Prada Moroni P.G. Sestito P. 2003 A&A 404, 645
Fig.8.22 Cassisi S., Castellani V. 1993, ApJS 88, 509
Fig.8.23 Cassisi S., Castellani V. 1993, ApJS 88, 509
Fig.8.24 Cassisi S., Castellani V. 1993, ApJS 88, 509
Fig.8.25 Castellani V., Marconi M. unpublished
Fig.8.26 Castellani V., Marconi M. unpublished
Capitolo 9

Riscontri e problematiche osservative

9.1. Calibrazione e validazione dello scenario teorico


La catena di argomentazioni che siamo andati sviluppando ci autorizza ad interpretare in
termini dei parametri fondamentali ”età” e ”composizione chimica originaria” lo stato evo-
lutivo di una qualsivoglia struttura stellare, consentendoci in particolare di interpretare in
termini di ”isocrone” la distribuzione di fasi ecolutive osservata nei diagrammi CM degli
ammassi stellari. Tali diagrammi rappresentano nella maggior parte dei casi il ”dato speri-
mentale” di cui le teorie sono chiamate a rendere conto, con il duplice obiettivo di verificare,
innanzitutto, l’adeguatezza del quadro teorico stesso e, su tali basi, di desumerne i paramteri
evolutivi degli ammassi stellari in esame.
Per fare luce sulla gran varietà di valutazioni evolutive apparse in letteratura conviene
innanzitutto richiamare e precisare alcuni aspetti fondamentali dell’approccio teorico. Da
un punto di vista generale, la creazione di uno scenario teorico riposa sul calcolo di linee
evolutive (le tracce evolutive) che costituiscono l’ingrediente di base per giungere alla predi-
zione delle relative isocrone. Per giungere a confronti quantitativamente significativi con
le osservazioni occorre peraltro ”forgiare” lo strumento evolutivo operando una scelta tra
le molte opzioni sulle quali riposa il calcolo di un qualunque modello stellare. Per porre
tale problematica sulle sue giuste basi osserviamo innanzitutto che, almeno sinché si ri-
mane nel campo delle strutture stellari a simmetria sferica, il sistema delle cinque condizioni
dell’Equilibrio appare fornire una descrizione esauriente del sistema fisico e, in quanto tale,
viene universalmente adottato nei calcoli evolutivi.
Aggiungiamo ora che il metodo di soluzione di tali equazioni, basato sul rilassamento di
una soluzione di prova (metodo di Henyey), fornisce risultati singolarmente robusti. Abbiamo
infatti a suo tempo indicato come procedure inaccurate possano eventualmente influenzare
la velocità di convergenza o il suo stesso reggiungimento: se e quando si raggiunge la conver-
genza le funzioni sono peraltro la corretta soluzione del sistema, indipendentemente da ogni
altra considerazione. In programmi di calcolo ragionevolmente impostati, variazioni nel trat-
tamento numerico (numero dei mesh, spaziatura dei passi temporali, etc) hanno una minore
influenza, talché appare lecito concludere che i modelli stellarti non dipendono dai partico-
lari programmi di calcolo ma che, invece, un modello stellare è tanto più adeguato e migliore
quanto più adeguato e migliore è il trattamento degli ingredienti fisici che intervenfono nel
calcolo del modello.
Possiamo richiamare i vari ingredienti fisici che entrano o che eventualmente si sopetta
possano entrare in un modello stellare, dividendoli in due categorie:

1
2

1. Meccanismi microscopici: 1. Equazione di Stato (EOS) per il plasma stellare, 2. Opacità


radiativa ed eventuale conduzione elettronica, 3. Produzione di energia, ivi compresa la
produzione di termoneutrini.
2. Meccanismi macroscopici: 1. Convezione superadiabatica, 2. Diffusione, 3. Overshooting
invasivo, 4. Breathing pulses.

Abbiamo più volte ricordato come la valutazione dei meccanissmi fisici microscopici
(prima categoria) coinvolga valutazioni sia teoriche che sperimentali anche di notevole com-
plessità e difficoltà. Conseguentemente la capacità di predire il comportamento fisico del
plasma stellare è andata progressivamente affinandosi con il tempo, con un parallelo adegua-
mento e perfezionamento della modellistica stellare. Per quel che riguarda la seconda cat-
egoria dei meccanismi macroscopici, la modellistica può includere o meno diffusione, over-
shooting invasivo o breathing pulses, mentre la convezione superadiabatica, quando trat-
tata tramite l’algoritmo della mixing length, richiede la calibrazione del parametro libero
”lunghezza di rimescolamento”.
A fronte di una tale varietà di opzioni, appare chiaro che il puro e semplice ”output” di
un programma di calcolo evolutivo, per essere usato per valutazioni quantitative, richiede di
essere validato e calibrato. Abbiamo a suo tempo indicato come l’eliosismologia fornisca un
primo e prioritario strumento di validazione, talché la modellistica che non abbia passato il
”test” solare dovrebbe essere guardata perlomeno con sospetto. Discutendo di grandi masse,
abbiamo anche posto in luce come la validazione richieda l’adozione del criterio di instabilità
di Ledoux. Sono questi solo due esempi di come le varie fasi evolutive offrano una varietà
di occasioni di validazione che non possono essere trascurate quando si vogliano raggiungere
risultati affidabili.

9.2. Ammassi di disco e masse intermedie


In questa, come nelle seguenti sezioni di questo capitolo, intendiamo proporre una serie
di esempi che illustrino almeno nelle loro linee fondamentali le numerose problematiche
connesse all’utilizzazione dello strumento evolutivo, al fine di porne in luce le potenzialità
ma anche i limiti e le eventuali assunzioni. Inizieremo dal caso degli ammassi stellari in
prossimità del Sole, che rappresentano un campione privilegiao per la raggiunta solidità dei
relativi dati osservativi. Per lungo tempo il confronto tra teoria ed osservazioni era rimasto
infatti solo parzialmente significativo a causa dell’assenza di informazioni sulla distanza degli
ammassi e, di conseguenza, sulla magnitudine assoluta delle stelle.
Il satellite astrometrico Hipparcos, lanciato nel 1989, ha finalmente colmato tale lacuna,
consentendo di determinare trigonometricamente la distanza di alcuni degli ammassi stellari
più vicini al Sole. La Fig.9.1 pone a confronto il diagramma CM dell’ammasso delle Iadi,
già a suo tempo riportato in Fig. 1.6, con le isocrone teoriche prodotte utilizzando modelli
classici (no overshooting invasivo, no breathing pulses) basati sui pi‘u recenti ingredienti di
microfisica testimoniati in letteratura a tutto il 2004. Si noti che per età inferiori a qualche
miliardo di anni gli effetti della diffusione risultano in ogni caso negligibili.
Nella stessa figura sono riportati anche i dati osservativi per un altro ammasso aperto
in vicinanza del Sole, la Pleiadi, anch’essi confrontati con le relative predizioni teoriche.
Iniziamo con l’osservare che il confronto della teoria con i dati osservativi richiede che lo
strumento evolutivo, che fornisce l’isocrona nel diagramma HR teorico nel piano logL, logTe ,
sia ulteriormente integrato da opportune relazioni che colleghino logL, logTe alle magnitudini
e colori nelle prefissate bande usate nell’osservazione.
I dati in figura mostrano che utilizzando aggiornate valutazioni di tali due ingredienti
la teoria appare in confortante accordo con le distribuzioni osservate. Evidenza tanto più
solida in quanto la figura stessa mostra come le assunzioni sul valore della mixing length non
3

Fig. 9.1. Diagrammi CM per le stelle degli ammassi aperti Iadi e Pleiadi. In ascissa e ordinata
sono riportati rispettivamente i colori intrinseci e le magnitudini assolute. Le linee riportano le
isocrone teoriche per gli indicati valori di metallicità dei due ammassi e per il valore di mixing
length l=1.9 HP . La linea a tratti mostra la collocazione della MS predetta per l=2.2 HP .Sono
riportate indicazioni per le età delle due isocrone, per l’equazione di stato (EOS) e le trasformazioni
nel piano osservatico (”Colori”)

influenzino le stelle di Sequenza pPrincipale alle maggiori temperature, e abbiano anche una
limitata influenza sulle stelle di MS di minor massa, che sappiamo dover sviluppare inviluppi
convettivi. Si noti al proposito come all’ulteriore diminuire della massa (e della temperatura
efficace) diminuisca per infine svanire l’influenza del trattamento della convezione, che di-
viene progressivamente sempre più adiabatica.
Come già abbiamo discusso, la scelta della lunghezza di rimescolamento è invece critica
per la collocazione delle Giganti Rosse. La presenza nelle Iadi di due giganti in fase di
combustione di He consente così di calibrare tale lunghezza al valore l∼ 1.9HP , in rimarcabile
accordo con il valore ricavato dal Modello Solare Standard calcolato nel quadro del medesimo
scenario teorico. Come indicato in figura, le isocrone consentono infinedi ricavare per i due
ammassi età pari a 130 milioni di anni per le Pleiadi e a 520 milioni per le Iadi, gettando
una proma luce sulla storia della formazione degli ammassi nella nostra Galassia.
E’ subito necessario precisare che con quanto sopra non si intende dare una risposta
probante e definitiva ad argomenti sui quali è ancora aperto il dibattito. L’introduzione di
overshooting invasivo aumenterebbe la valutazione delle età, lasciando pressoché inalterata
la bontà del ”fitting”. Così come non vi è generale accordo sulla metallicità da assegnare alle
Pleiadi. Qui, come nel seguito, si intende fare uso di opportuni esempi per illustrare il tipo
di procedure utilizzate nel raccordo tra teorie evolutive ed osservazioni, avvertendo peraltro
-come stiamo facendo- delle ”variabili nascoste” esistenti nelle diverse problematiche.
Ove si accetti la precedente validazione, su tale base è evidentemente possibile esten-
dere l’indagine a qualsivoglia ammasso aperto della nostra Galassia, questa volta però ri-
cavando moduli di distanza e magnitudini assolute delle stelle di un ammasso dal ”fitting”
delle Sequenze Principali, cioè dall’imporre che la distribuzione delle sequenze osservative
corrispondano alle predizioni teoriche come valutate per i valori di metallicità determinati
spettroscopicamente per i vari ammassi. Notiamo peraltro che in caso di arrossamento in-
terstellare non trascurabile, con tale metodo si ricava non il modulo di distanza ”vero”,
differenza tra le magnitudini non arrossate (m-M)0 , ma un modulo di distanza (m-M) in cui
all’effetto di distanza si somma quello dell’assorbimento. Nel caso della banda visuale si ha,
ad esempio, (V-MV ) = (V-MV )0 + AV = (V-MV )0 + 3.1 E(B-V). In tale contesto notiamo
che parlare genericamente di un modulo di distanza DM può talora ingenerare equivoci,
dovendosi preferire le forme esplicite (V-MV ) o (V-MV )0 e simili.
4

Fig. 9.2. Diagramma CM osservativo per l’Ammasso Globulare NGC1866 nella Grande Nube di
Magellano. La linea nel corpo della Sequenza Principale e la sequenza di punti indicata dalla freccia
mostrano il ”best fitting” con l’isocrona teorica popolata con una distribuzione casuale delle masse.
La freccia indica la sequenza teorica dei modelli in combustione di elio.

Di particolare rilevanza appare l’estensione di simili procedure agli Ammassi Globulari


delle Nubi di Magellano. La Fig. 9.2 riporta il best fitting dell’ammasso NGC1866 nella
Grande Nube, come ottenuto per un’età di 140 milioni di anni e gli indicati parametri di
composizione chimica. Seguendo la procedura nota in letteratura come ”Ammassi sintetici”
al posto della linea isocrona cui abbiamo sin qui fatto riferimento, la figura riporta la dis-
tribuzione di stelle lungo l’isocrona stessa come predetta sulla base di una distribuzione ca-
suale delle masse evolventi. Tale procedura consente di aggiungere all’informazione sul luogo
dei punti del diagramma coperto dall’isocrona anche l’informazione sull’atteso popolamento
delle varie fasi evolutive mostrando ad esempio, nel caso in figura, come a causa dell’alta
velocità evolutiva non ci si attendono stelle nella vasta regione che separa la Sequenza
Principale dalle Giganti Rosse in fase di combustione di elio.
Il caso di NGC1866 ci consente di meglio valutare quanto a suo tempo affermato
sull’importanza degli Ammssi Globulari giovani nelle Nubi di Magellano. Si riconosce in-
fatti come tale cluster rappresenti la controparte extragalattica di un ammasso galattico
quale le Pleiadi, avendo simile età e non eccessivamente dissimile composizione chimica. A
causa della grande differenza di popolazione, NGC1866 contiene peraltro qualche centinaio
di Guganti Rosse in fase di combustione di elio laddove le Pleiadi non ne mostrano nem-
meno una. Gli ammassi giovani delle Nubi rappresentano quindi un eccezionale campione
che consente di ottenere dati statisticamente rilevanti sul popolamento delle fasi avanzate di
combustione di elio in masse intermedie e, di converso, sui relativi tempi evolutivi. Per tale
motivo NGC1866 es̀tato sovente utilizzato per indagare l’efficinza dell’overshooting invasivo,
peraltro sinora con controversi risultati.
Notiamo infine come il best fitting, oltre a confortare le capacità predittivre della teoria
ed a fornire una stima dell’età di quell’ammasso, fornisce anche una stima della distanza
dell’ammasso e, con esso, della Grande Nube di Magellano. Ne risulta infatti un modulo di
distanza (V-MV ) = 15.5 da cui un modulo di distanza intrinseco (V-MV )0 ∼15.35. Senza
entrare al momento in problematiche che affronteremo più oltre, accenniamo qui alla grande
importanza di una precisa determinazione della distanza della Grande Nube: da tale distanza
segue infatti la calibrazione della relazione periodo luminosità delle variabili Cefeidi della
nube stessa, primo gradino che porta a definire una scala delle distanze per l’Universo intero.
5

Fig. 9.3. Il numero di stelle di MS nell’ammasso NGC2004 con luminosità superiore alla magni-
tudne V in funzione di V (Distribuzione cumulativa ) confrontato con le predizioni teoriche per i vari
indicati valori dell’esponente della IMF. Il numero di stelle è normalixzzato al numero di Giganti
Rosse in combustione di elio.

Come ulteriore elemento di possibili indagini, notiamo infine come la conoscenza della
relazione teorica massa-luminosità lungo una MS consenta di ricavare con facile calcolo
la distribuzione di stelle lungo tale sequenza per ogni assunto valore della distribuzione
iniziale di massa IMF, parametro che vedremo essere di rilevanza centrale nella storia delle
popolazioni stellari. Il confronto con le osservazioni consente quindi di esplorare il vaolre
dell’esponente dell’IMF in tutti quegli ammassi con MS sufficientemente popolate per fornire
risultati statisticamente rilevanti. A titolo di esempio, la Fig. 9.3 mostra come la MS del
cluster NGC2004 della Grande Nube, il cui diagramma CM è stato riportato nel precedente
capitolo alla Fig. 8.6, segua con buona precisione una distribuzione IMF con esponente di
Salpeter, risultando per il numero di stelle N al variare della massa M dN/dM = M−2.35 .

9.3. Ammassi Globulari Galattici: procedure di fitting ed età


Gli Ammassi Globulari Galattici rappresentano un campione osservativo sul quale si è per
molto tempo concentrata l’attenzione dei ricercatori, sia per l’interesse intrinseco di questi
sistemi collegati alle fasi evolutive iniziali della Galassia, sia per la presenza statisticamente
rilevante di stelle in ambedue le fasi di combustione di elio al centro (HB) e in shell (AGB).
La validazione dello scenario teorico è in questo caso meno stringente, non avendosi sinora
misure dirette della distanza di tali ammassi. Rimane dunque un grado di libertà sul valore
delle magnitudini assolute, cui talora si aggiunge una leggera flessibilità sui colori, collegata
all’incertezza sul preciso valore di un eventuale arrossamento. Il parametro libero ”età”, che
modula la forma del Turn Off, agiunge ulteriore libertà. Resta peraltro evidente che una tale
validazione, se pur ”debole” resta prioritariamente necessaria quando si voglia utilizzare lo
scenario teorico a livello quantitativo.
Nel caso di ammassi non arrossati, o di arrossamento noto con precisione, la dis-
tanza dell’ammasso puoò essere determinata tramite il best fit con la Sequenza Principale
teorica di opportuna composizione chimica. E’ peraltro facilmente verificabile come in-
certezze sull’arrossamento si traducano in incertezze sul modulo di distanza: aumentando
l’arrossamento aumenta il modulo di distanza necessario per portare a coincidere la sequenza
teorica con quella osservata. Una tale degenerazione arrossamento-distanza può in principio
essere risolta attraverso il best fit del Ramo Orizzontale, la cui luminosità, per l’andamento
sensibilmente orizzontale, poco risente dell’arrossamento. E’peraltro da notare come i mod-
elli di ZAHB siano il prodotto dell’intera evoluzione in fase di Gigante Rossa, e pertanto
6

Fig. 9.4. Esempio delle procedure di best fitting per l’Ammasso Glubulare M68. a):
Determinazione del modulo di distanza apparente dal fit del Ramo Orizzontale e dell’ arrossa-
mento dal fit della MS (+ TD). La freccia mostra la direzione di spostamento delle isocrone al
crescere dell’arrossamento. b): Aumento della mixing length e fit del colore del Ramo delle Giganti.

contengano molta più ”storia” e molta più fisica dei semplici modelli di MS, risultando
pertanto corrispondentement più a rischio di incertezze.
Tenendo in mente tali precauzioni, notiamo qui che se il modulo di distanza appar-
ente viene fissato tramite il Ramo Orizzontale, l’arrossamento resta fissato dal fitting della
sequenza principale, come mostrato in Fig. 9.4a. Fortunatamente, come mostrato nella
stessa figura, tale processo ammette un ulteriore criterio di validazione. Il ”gomito” che
all’aumentare delle temperature efficaci conduce alla verticalizzazione del Ramo (HB-TD
= HB Turn Down) segnala in effetti la temperatura alla quale la correzione bolometrica
inzia a crescere, abbassando la luminosità nella banda V. Esso è quindi un buon indicatore
di temperatura che si colloca attorno a (B-V)0 ∼ 0, indipendentemente dalla metallicità o
dall’età del cluster. La buona corrispondenza tra il TD teorico e quello osservato è quindi
un buon criterio di conferma del valore di reddening adottato.
Come mostrato in Fig. 9.4b, fissato modulo di distanza e reddening, il valore della
lunghezza di rimescolamento resta fissato dalla condizione di riprodurre il colore osservato
del Ramo delle Giganti, anch’esso solo debolmente dipendente dall’età dell’ammasso (cioè
dal valore della massa evolvente). l’età resta infine determinata dal confronto delle isocrone
nella regione del Turn Off. I dati in Fig. 9.4b mostrano come in un ammasso con buon di-
agramma CM l’incertezza di tale determinazione sia sensibilmente minore a ± 1 Gyr, fatto
salvo l’intervento di errori sistematici. La Fig.9.5 mostra come le isocrone teoriche più ag-
giornate riescano a rendere fedelmente conto della distribuzione nel diagramma CM delle
stelle di un Ammasso Globulare, riproducendo in particolare con buona precisione la collo-
cazione del Ramo delle Giganti con il parametro di mixing length calibrato al valore l∼ 2.0
HP .
7

Fig. 9.5. Diagramma CM per l’Ammasso Globulare M13 con sovraimposto il best fitting delle
isocrone teoriche. Per la fase di combustione centrale di He è riportata solo la collocazione della
ZAHB.

A fianco e in aggiunta a tale criterio morfologico, esistono altri parametri che possono
concorrere ad una validazione dello scenario teorico. Tra questi di particolare rilevanza il
rapporto tra il numero di stelle in AGB e in HB, che l’osservazione fissa a 0.14 ± 0.05.
E’ facile comprendere come tale rapporto rifletta l’estensione della convezione nella fase
di combustione centrale di He: maggiore tale estensione maggiori sono i nuclei di CO al
termine della combustione, più lunga la vita in HB e più luminosa e più rapida la fase
di AGB. La semiconvezione classica rende automaticamente conto di tale rapporto, che
richiederebbe invece una drastica riduzione dell’overshooting invasivo usato da alcuni autori.
Tra gli elementi validanti, e che nel contempo forniscono informazioni sui parametri evolutivi
del cluster, ricordiamo infine anche la funzione di luminosità del Ramo delle Giganti e, nel
corpo di questa, la luminosità del ”bump” generato dall’incontro della shell di combustione
dell’idrogeno con la discontinuità nell’abbondanza di H lasciata dal primo dredge up.
Tra i risultati delle procedure di validazione e di fitting vi è dunque, come atteso, anche
l’età dei cluster, elemento di grande rilevanza nello stabilire le tappe evolutive della Galassia.
Vi è oggi un crescente accordo per assegnare agli Ammassi Globulari della Galassia età che
si aggirano attorno a 11-12 Gyr, il valore esatto dipendendo dai vari autori. E’ ancora aperto
il discorso di quanto tali ammassi possono essere considerati rigidamente coevi. Da notare
che in ammassi così antichi non è più trascurabile la diffusione degli elementi: per ogni
prefissata età dell’ammasso, tale meccanismo tende a diminire la luminosità del Turn Off
e quindi, a ringiovanire l’ammasso di circa 1 Gyr rispetto a quanto ricavabile ricorrendo a
scenari evolutivi privi di diffusione.
Si noti a tale proposito come la luminosità del Turn Off cui abbiamo or ora fatto rifer-
imento possa essere calibrata, per ogni assunta composizione chimica originaria, in termini
dell’età dei cluster. Ciò consente determinazioni dell’età che prescindono dal fitting accurato
dell’andamento delle stelle nel diagramma CM. Per usare tale calibrazione occorre peral-
tro riuscire a valutare la distanza dell’ammasso e, con essa, la magnitudine assoluta delle
stelle osservate. A tale scopo vengono usati due tipi di procedure. L’una, che abbiamo g’à
richiamato, consiste nel valutare la distanza dell’ammasso tramite il fitting della Sequenza
Principale. Una variante di tale procedura, utilizzata da taluni, consiste nel valutare la mag-
nitudine assoluta delle stelle di MS non già dalle previsioni teoriche ma dall’osservazione di
subnane di campo di distanza e metallicità note. Non si comprende peraltro in base a quale
ragionamento non ci si fida della MS teorica per poi fidarsi della calibrazione dei Turn Off.
Una seconda procedura assume di fatto come calibratori di distanza (candele standard)
le stelle di Ramo Orizzontale. Ferme restando le precauzioni che riguardano le valutazioni
8

Fig. 9.6. Il diagramma CM per le stelle nella Dwarf Spheroidal Galaxy Carina del Gruppo locale.
Le isocrone teoriche mostrano il best fit delle stelle di tre distinti episodi di formazione.

teoriche di tali strutture in fase di evoluzione avanzata, una tale procedura conduce ad
una stima dell’età di particolare rilevanza e semplicità, nota come il Metodo Verticale. E’
infatti subito visto che in tal caso la teoria fornisce una calibrazione in termini di età della
differenza di magnitudine tra il Ramo Orizzontale ed il TO, che è parametro indipendente
dall’arrossamento e facilmente misurabile anche quando le osservazioni non raggiungano con
sufficiente precisione le stelle di MS. Ricordando come la luminosità dell’HB dipenda solo
molto debolmente dall’età, si conclude facilmente come la differenza di magnitudine HB-TO
deva aumentare al crescere dell’età dell’ammasso.
In linea di principio, a fianco del Metodo Verticale si potrebbe considerare anche un
corrispondente Metodo Orizzontale. La Fig.9.4 mostra infatti come al crescere dell’età
diminuisca la lumghezza del Ramo delle Subgiganti che collega il TO al Ramo delle Giganti.
La calibrazione teorica è peraltro dipendente dalle assunzioni sul valore della mixing length
che, in linea di principio, potrebbe variare al variare della metallicità del cluster. Per tale mo-
tivo il Metodo Orizzontale è stato principalmente sinora usato essenzialmente per confronti
interni tra cluster con simili metallicità.
Come nel caso delle masse intermedie, concludiamo anche questa sezione con una ap-
plicazione dello scenario evolutivo a sistemi extragalattici. La Fig.9.6 mostra infatti il di-
agramma HR delle stelle nella galassia ”dwarf spheroidal” del Gruppo Locale in Carina.
Ne emergono con buona evidenza tre distinti episodi di formazione stellare. Come mostrato
nella stessa figura, il fitting con le isocrone teoriche conduce a valutare le età di tali episodi
come risalenti, rispettivamente, a 0.6, 5 e 11 miliardi di anni or sono.

9.4. Ammassi Globulari Galattici: composizione chimica e problema dell’elio.


Parametro R.
Il quadro evolutivo sin qui elaborato ha assunto la composizione chimica originaria delle
stelle di ammasso come dato accessibile alla sperimentazione attraverso l’analisi degli spet-
tri stellari in strutture, quali quelle della MS, che non abbiano ancora subito fenomeni di
dredge up. Se questo è vero in linea di primcipio, è altrattanto vero che la determinazione
delle abbondanze chimiche nella atmosfere stellari è problema di grande complessità che
9

Fig. 9.7. Diagramma CM per l’Ammasso Globulare Galattico NGC6752. Metallicità stimata
dell’ammasso [Fe/H]= -1.57. Lungo la ”coda blu” del Ramo ”Orizzontale” sono riportate gravità e
abbondanza superficiale di elio come misurate alle diverse indicate luminosità .

nell’approccio più moderno riposa sulla produzione di ”modelli di atmosfera” da cui ri-
cavare Spettri sintetici da confrontare con gli spettri osservati. Pur senza poter entrare nel
dettaglio di uno dei più estesi capitoli dell’astrofisica moderna, ricordiamo solamente che
ancor oggi molte modelli di atmosfera sono basat1 su un trattamento monodimensionale
(strati atmosferici piani e paralleli) assunti in Equilibrio Termodinamico Locale = LTE.
Appare peraltro sempre più evidente che approcci più perfezionati, quali quelli non-LTE
tridimensionali, possono portare a non trascurabili variazioni nelle valutazioni di compo-
sizione chimica. Le stime sin qui fornite sulla metallicità delle struttture galattiche ed ex-
tragalattiche devono pertanto essere riguardate come fortemente indicative, ma con ancora
un sia pur limitato margine di variabilità. In tale contesto, per lungo tempo si è fatto uso
dell’ipotesi che al variare della metallicità totale Z rimanesse costante il rapporto dei vari
elementi pesanti che concorrono a formare tale metallicit‘a, così come ricavato dall’atmosfera
del Sole (Solar Scaled Mixtures). Valutazioni più approfondite hanno peraltro mostrato che
al fdiminuire di Z ai valori tipici della Pop-II galattica si manifesta una tipica sovrabbon-
danza relativa degli elementi multipli di α, quali C, O, Ne, Mg. E’ questo un interessante
segnale di una variazione temporale nei meccanismi di produzione degli elementi pesanti.
Qui ci interessa solo segnalare che tale sovrabbondanza viene rappresentata, in analogia
con il fattore di metallicità [F e/H], dal rapporto

[α/F e] = log[α/F e]∗ − log[α/F e]


che dunque misura il rapporto [α/F e] in una stella ripetto al rapporto solare. Dal valore
[α/F e] ∼ 0.3 tipico di per almeno alcuni Ammassi Globulari si ricava cosı̀ che in tali ammassi
gli elementi α sono, rispetto al Fe, circa il doppio che nel Sole. Sia pur con qualche eccezione
e precauzione , per investigare il cammino evolutivo di stelle di Pop.II è sufficiente valutare
dai due valori di [F e/H] e di [α/F e] il corretto valore di Z, abbondanza in massa di tutti
gli elementi più pesanti dell’elio.
Completamente diverso è invece il problema della valutazione del contenuto di elio nelle
stelle di Pop.II. Come notato discutendo dei tipi spettrali, le righe dell’elio appaiono solo in
stelle ad alta temperatura superficiale, di tipo spettrale B od O, ove gli elettroni dell’elio
si collocano in stati sufficientemente eccitati. Le righe di assorbimento degli elettroni nello
stato fondamentale cadono infatti nell’estremo UV, assorbito dal gas interstellare. Stelle a
temperatura sufficientemente alta si trovano solo in Ammassi Globulari con HB molto estesi.
10

Le misure dell’elio in tali stelle hanno peraltro prodotto risultati inattesi, con abbondanze
che variano tra 1/10 e 1/100 dell’abbondanza di He nel Sole.
A fronte di tale evidenza, fu a suo tempo suggerito, ed è oggi universalmente accettato,
che la scarsezza di He nelle atmosfere di stelle ”blu” di HB sia da addebitarsi alla sedi-
mentazione gravitazionale, meccanismo che ci si attende sia particolarmente efficiente in tali
stelle caratterizzate da alta gravità superficiale e assenza di inviluppi convettivi. Analisi ac-
curate hanno confortato tale ipotesi, mostrando come in stelle blu di HB l’abbondanza di He
risulti inversamente proporzionale alla gravità superficiale (Fig.9.7). L’elio negli Ammassi
Globulari non è quindi osservabile spettroscopicamente, e la sua valutazione può provenire
solo da considerazioni evolutive.
Ci si deve quindi domandare quali variazioni osservabili possano essere causate da vari-
azioni nel contenuto di elio originale. Di particolare rilevanza appare la prediziobe secondola
quale all’aumentare del contenuto di elio aumenta sensibilmente la lumimosità predetta per
le stelle di Ramo Orizzontale. Su tale evidenza si basa una ingegnosa procedura, proposta
nell’ormai lontano 1967 da Icko Iben Jr., che in linea di principio consente di giungere alla va-
lutazione dell’elio tramite semplici conteggi stellari e indipendentemente da ogni preventiva
valutazione della distanza o dell’arrossamento di un cluster.
Alla base di tale procedura vi è l’evidenza che le velocità evolutive in fase di Gigante
Rossa appaiono regolate dalla relazione ”massa del nucleo di elio”-”luminosità” e risultano
pertanto largamente indipendenti dai parametri evolutivi. A titolo esemplificativo ci si lasci
anche assumere che anche i tempi di evoluzione in HB siano costanti, ipotesi non distante
dalla realtà risultando tali tempi sempre dell’ordine di 108 anni. Sotto tali assunzioni basta
definire il parametro

N (HB)
R =
N (RG)L>L(HB)
rapporto tra il numero di stelle in HB e il numero di giganti più luminose dell’HB per
ottenere un paramtero osservativo che risulta un sensibile indicatore del contenuto originario
di elio.Da un punto di vista teorico ci si attende infatti che tale rapporto sia pari al rapporto
dei rispettivi tempi evolutivi

τ (HB)
R =
τ (RG)L>L(HB)
e all’aumentare dell’elio aumenta il calore di R per il semplice motivo che aumenta la
luminosiyà del Ramo Orizzontale e diminuisce quindi il percorso evolutivo delle giganti prese
in considerazione.
Una precisa calibrazione teorica del parametro R incontra peraltro severe difficoltà. La
durata della fase di HB dipende infatti innanzitutto dal trattamento della convezione centrale
e, ad esempio, risulterebbe notevolmente allungata nel caso di overshooting invasivo. Anche
rimanendo nello scenario canonico della semiconvezione, tale durata viene a dipendere dal
valore della sezione d’urto della reazione 12 C(α, γ)16 O che completa la combustione 3α:
aumentando la sezione d’urto aumenta corrispondentemente la durata della combustione di
elio centrale.
Si noti come un’analoga parametrizzazione possa essere definita anche per la fase di
AGB, definendo un parametro

N (AGB)
R1 =
N (RG)L>L(HB)
dove il mantenere come termine di paragone le Giganti Rosse è consigliato da quella che è
lecito ritenere la piena affidabilità delle relative valutazioni evolutive, come confortate anche
11

Fig. 9.8. Gli Ammassi Globulari NGC5272 (=M3) e NGC6205 (=M13) con simili metallicità
([Fe/H]∼ -1.55) mostrano spiccate differenze nella distribuzione delle stelle di HB. Le frecce de-
limitano indicativamente l’intervallo di temperature in cui le stelle di HB, se esistenti, mostrano
fenomeni di variabilità tipo RR Lyrae

dalle buona corrispondenza alle predizioni teoriche delle osservate funzioni di luminosità.
Senza entrare in ulteriori dettagli, è da ritenere che precise valutazioni osservative di R e
R1 possano nel futuro contribuire sensibilmente a chiarire le precise modalità delle fasi di
combustione di elionelle piccole masse.

9.5. Il problema del secondo parametro e le ”Code Blu”


Gli Ammassi Globulari galattici mostrano una generica correlazione tra metallicità e dis-
tribuzione delle stelle di HB, con Rami Orizzontali che passano dal blu al rosso all’aumentare
della metallicità. Abbiamo già visto come lo scenario evolutivo predica spontaneamente una
tale correlazione assumendo una comune legge di perdita di massa per tutti gli ammassi.
Un tale andamento generale presenta peraltro delle eccezioni che hanno da tempo atti-
rato l’attenzione dei ricercatori. E’ il caso ad esempio della coppia di cluster M3 3 M13
che, ambedue con metallicità [Fe/H]∼ -1.55, mostrano spiccate differenze nella distribuzione
delle stelle di HB. Per portare in forma quantitativa tali differenze è in uso il parametro
”HB Ratio” di Lee, definito come

B−R
HBR =
B+V +R
dove V è il numero di stelle variabili RR Lyrae, e B,R rappresentano il numero di stelle di HB
rispettivamente più blu o più rosse della regione di variabilità. HBR= 1 indica dunque un
ramo tutto a temperature efficaci maggiori della striscia di variabilità, e HBR= -1 un ramo
di sole stelle rosse, tipico degli ammassi a maggiore metallicità. Nel caso in esame si passa
dal tipico ramo intermedio di M3 (HBR= 0.08) al braccio blu di M13 (HBR= =.97). Ove
si escludano grossolani errori nella determinazione delle metallicità, se ne deve concludere
che oltre alla metallicità deve esister un ulteriore parametro che interviene nel determinare
la distribuzione delle stelle lumgo i Rami Orizzontali. E’ questo il Problema del Secondo
Parametro cui sono state rivolte numerose indagini.
Prendendo spunto da tale problema possiamo qui di seguito utilmente elencare alcune
delle possibili cause per le quali M13, con la stessa metallicità di M3, potrebbe avere HB
più blu:
12

Fig. 9.9. Diagramma CM per l’Ammasso Globulare Galattico NGC2808. Metallicità stimata
dell’ammasso [Fe/H]= -1.15.

1. Maggiore età: minori masse in RGB e, a parità di perdita di massa, in HB.


2. Minore [α/F e]: shell di idrogeno meno efficienti e HB più blu.
3. Maggiore He originario: strutture più calde e più luminose, evoluzioni più veloci e quindi
masse minori in RGB e HB.
4. Maggiore rotazione: nuclei di He più grandi.

Tra queste opzioni sembra al momento prevalere la differenza di età, almeno nel caso
della coppia di cluster M3 e M13, ma il problema è ancora aperto e suscettibile di ulteriori
indagini.
Parallelo al problema del Secondo Parametro, e talora confuso con esso, è il problema
delle Code Blu. Come nel caso già presentato di NGC6752 (Fig.9.7), alcuni cluster presentano
una estensione del Ramo Orizzontale che si spinge sino ad altissime temperature efficaci. A
causa dell’intervento della correzione bolometrica, nei diagrammi CM V, B-V o V, V-I il
ramo assume un andamento spiccatamente verticale, raggiungendo e anche superando la
magnitudibe del TO. Il confronto con le risultanze teoriche mostra che si è in presenza
di stelle che, al limite blu, giungono a perdere in pratica tutto l’inviluppo di idrogeno,
spingendosi cosı̀ sino al limite estremo della ZAHB.
Nei cluster più poveri di metalli, quale NGC6752, la coda blu si presenta come
un’estensione del ramo alle alte temperature, in cui appaiono perlatro evidenti sottorag-
grupamenti di stelle. A metallicità superiori la coda blu appare come qualcosa che viene ad
aggiungersi al ramo rosso del cluster. Emblematico il caso di NGC2808 riportato in Fig.9.9,
ove un ramo rosso ben popolato è separato da una vistosa gap in colore dalla coda blu che
torna a popolare quella parte di Ramo Orizzontale. Anche in questo caso si noti l’evidente
esistenza di una serie di raggruppamenti che modulano la popolazione stellare della Coda
Blu.
L’assenza di correlazione tra Code Blu e metallicità induce talora alcuni ricercatori a
inserire tale evidenza nel quadro del problema del Secondo Parametro. Anche se tale prob-
lematica è al presente ancora controversa, notiamo che il problema del Secondo Parametro
pare spontaneamente collocarsi nello scenario di una variazione di parametri evolutivi. Al
contrario, le Code Blu sembrano indicare che, per qualche oscura ragione, in alcuni clus-
ter sono efficienti meccanismi anomali di perdita di massa, che influenzano una parte della
popolazione di Giganti Rosse giungendo sino a privarle del loro intero inviluppo.
13

Fig. 9.10. Diagramma CM sintetico per un cluster con parametri evolutivi Z= 0.001, Y= 0.23,
t= 15 Gyr. Per simulare le osservazioni è stato artificialmente introdotto un errore sui colori pro-
porzionale alle magnitudini. Lungo le sequenze sono indicate le masse delle stelle in fase di combus-
tione di H, la massa media delle stelle di HB e la massa iniziale dei progenitori delle stelle lungo la
sequenza delle Nane Bianche. Si è assunta una IMF di Salpeter.

Si deve notare al proposito come esista una correlazione tra Code Blu e densità centrale
(stelle/pc3 ) dei cluster, nel senso che non tutti i cluster ad alta densità centrale hanno Code
Blu, ma tutti i cluster con Code Blu hanno alta densità centrale. Questo lascia sospettare che
le Code Blu possano essere il prodotto di interazioni dinamiche stella-stella con conseguente
stripping degli inviluppi in ambienti ad alta densità, probabilmente in occasione di episodi
di catastrofe gravotermica (→ A1.5) nei nuclei dei cluster.

9.6. Ammassi sintetici e colori integrati


La capacità di predire linee evolutive per ogni assunta composizione chimica e massa delle
strutture iniziali si traduce nella corrispondente capacità di predire isocrone per ogni assunta
composizione chimica ed età e, conseguentemente, anche di distribuire opportunamente le
stelle lungo le isocrone quando si sia assunta una Funzione di Massa Iniziale (IMF) e si
sia fissato il numero totale di stelle. Le due ultime condizioni fissano infatti il numero di
stelle in ogni intervallo di massa M, M+dm cui corrisponde sull’isocrona una ben deter-
minata collocazione. Al riguardo si possono usare due procedure leggermente diverse. Una
prima, che conduce alla costruzione di Ammassi Probabili consiste nel distribuire le stelle
con rigida proporzionalità alla probabilità di occupazione. Una seconda, più utilizzata, con-
siste nell’utilizzare una funzione ”random” per estrarre a caso le masse con cui popolare le
isocrone, producendo così Ammassi Sintetici.
Le due procedure ovviamente convergono per un numero di stelle N → ∞, la seconda
restando preferita perchè consente anche di valutare, tramite successivre serie di estrazioni,
le fluttuazioni statistiche di cui siono affetti i diagrammi. La Fig. 9.10 riporta a titolo di es-
14

Fig. 9.11. Predizioni teoriche sulla distribuzione di ammassi giovani nel diagramma a due colori
UV (1800-2800 A) (1500-3100 A) (linea continua) confrontate con le osservazioni di ammassi nella
Grande Nube di Magellano.

empio il diagramma CM sintetico di Ammasso Globulare per gli indicati valori dei parametri
evolutivi. Gli Ammassi sintetici risultamo di insostituibile utilità quando si voglia studiare
il predetto popolamento di determinate fasi evolutive, come necessario, ad esempio, per
calibrare compiutamente il valore del parametro R. Al riguardo, ricordiamo che nelle fasi
evolutive avanzate (RG, HB e AGB) vale la regola per cui gli intervalli di massa devono
risultare proporzionali ai tempi evolutivi, e dunque la calibrazione di R risulterà indipen-
dente da ogni assunzione sulla IMF. Nel prossimo Capitolo vedremo come le procedure
sintetiche siano insostituibili amche nel predire il comportamento delle stelle variabili.
Qui notiamo che la costruzione di Cluster Sintetici consente di predire il flusso totale
(flusso integrato) emesso da tali sistemi, agevolmente ottenible per ogni prefissata banda
come sommatoria dei flussi emessi dalle singole stelle. E’ questo un parametro di grande
importanza perchè tale flusso è l’unico rivelabile dagli ammassi in galassie lontane, non
risolubili in singole stelle. Quando si tenga presente che gli Ammassi Globulari sono presenti
in pratica in tutte le galassie e che gli ammassi galattici possono raggiungere una magnitu-
dine -10, se ne trae l’evidenza dell’importanza degli ammassi nel mappare la storia evolutiva
dell’Universo. Le semplici considerazioni sul colore delle popolazioni stellari galattiche avan-
zate all’inizio di questo testo mostrano senza ambiguità come i colori integrati contengano
informazioni sull’età degli ammassi. I colori integrati possono contenere peraltro simultanee
informazioni sulla metallicità, come ricavabile -ad esempio- dall’evidenza che i rami RGB
degli Ammassi Globulari Galattici al si spostano verso temperature efficaci progressivamente
inferiori.
Tali considerazioni hanno stimolato una interessante linea di ricerca volta a definire
le proprietà integrate degli ammassi stellari e nel ricercare le più opportune bande per
rimuovere eventuali degenerazioni tra i diversi parametri evolutivi. Nel caso di ammassi
relativamente giovani, è ad esempio facile comprendere come le bande UV siano un sistema
privilegiato per marcare l’età dei sistemi, registrando il progressivo decrescere del flusso UV
emesso da stelle massive di MS al crescere dell’età. La Fig. 9.11 riporta a titolo di esempio
la collocazione nel diagramma a due colori UV di ammassi giovani nella Grande Nube di
Magellano (LMC) confrontata con le predizioni teoriche al variare dell’età dei sistemi. Se ne
trae così l’evidenza della garabde produzione di ammassi a partire da circa 250 milioni di
anni or sono e, nel contempo, l’assenza di formazione di ammassi nei precedenti 400 milioni
di anni.
15

Tab. 1. Classificazione, distanza, luminosità V e coordinate galattiche per le tra maggiori galassie
del Gruppo Locale e per le galassie satelliti della Via Lattea. L’ultima colonna riporta la presenza
o meno di Ammassi Globulari.

d LV l b
Class. (kpc) (107 L ) (gradi) (gradi) Globular?
Galassie:
Andromeda Sb 770 2700 121 -22 Si
Galassia Sbc - 1500 - - Si
M33 Sc 850 550 134 -31 Si
Satelliti G.:
LMC SBm 49 170 280 -33 Si
SMC Irr 58 34 303 -44 Si
Fornax dSph 120 1.4 237 -66 Si
Sagittarius dSph 25 1.0 6 -14 Si
Leo I dSph 270 0.5 226 49 No
Sculptor dSph 72 0.14 288 -83 No
Leo II dSph 207 0.06 220 67 No
Tucana dSph 870 0.05 323 -47 No
Sextans dSph 83 0.04 244 42 No
Carina dSph 100 0.03 260 -22 No
Ursa Minor dSph 64 0.02 105 45 No
Draco dSph 72 0.02 86 35 No

Approfondimenti

A9.1. Il gruppo locale


Avendo nel testo fatto talora riferimento ad oggetti extragalattici appartenenti al Gruppo Locale di
galassie, diamo qui alcune brevi informazioni sui membri di tale gruppo. Innazitutto intendiamo per
Gruppo Locale l’insieme di galassie che popolano la porzione di spazio dominato dalla due meggiori
galassie a spirale, la nostra Galassia ed Andromeda (=M31), distanti tra loro circa 800 kpc. Il
gruppo contiene una terza galassia a spirale M33=NGC598, nel Triangolo, oltre ad altri oggetti
minori tra i quali ricordiamo la galassia irregolare Leo A, e la Galassia di Barbard (NGC6822)
un’altra irregolare di tipo ”magellanico”. Nell’alone di Andromeda sono stati identificati alcune
centinaia (∼ 300) di Ammassi Globulari, e altri ammassi sono segnalati (alcuni forse giovani) in
M33.
Via Lattea e Andromeda hanno ciascuna un proprio sistema di galassie minori ”satelliti”. Le
satelliti più cospicue della Galassia sono rappresentati dalle due (Grande e Piccola = LMC e SMC)
Nubi di Magellano, galassie irregolari visibili ad occhio nudo dall’emisfero meridionale. Le due
Nubi risultano anche tra gli oggetti extragalatici più prossimi, collocandosi ad una distanza dalla
Galassia di ∼ 50 kpc, con la Piccola Nube un poco più distante della Grande. La massa contenuta
nella Grande Nube può essere stimata a circa 1/10 della massa della Galassia. Abbiamo più volte ri-
cordato l’esistenza in ambedue le Nubi di numerosi Ammassi Globulari, alcuni anche di recentissima
formazione.
16

Oltre a questi due maggiori satelliti la Galassia è circondata da diecine di altre corpi minori, che
in genere prendono il nome dalla costellazione in cui si trovano collocati. Di particolare importanza
la ricca popolazione di Dwarf Spheroidals , una sorta di ammassi globulari extragalattici, ma a
debolissima concentrazione di stelle e con masse dell’ordine di 106 - 107 M . Appartengono a tale
tipologia le nane Ursa Minor, Draco, Carina, Sextans, Sculptor, Leo I, Leo II e Tucana. In alcuni
casi, come già ricordato per Carina, si ha evidenza per una molteplicità di generazioni stellari.
Ricordiamo qui anche la Dwarf Sferoidal Fornax, che ha la peculiare caratteristica di contenere
cinque veri ammassi globulari.
Andromeda è a sua volta contornata da una serie di caratteristici satelliti. Questa galassia -
a differenza della nostra Via Lattea - è innanzitutto accompagnata da 4 ellittiche nane; due più
vicine, NGC205 e NGC221=M32, e due, NGC147 e NGC185, leggermente più distanti, con masse
caratteristiche dell’ordine di 3-5 109 M , presenza di popolazione antica ma anche con segni di
recente formazione stellare. Anche queste galassie minori contengono Ammassi Globulari. Sono
state inoltre rivelate attorno ad Andromeda alcune Dwarf Sheroidals cui sono stati assegnati i nomi
Andromeda I, II, III .....
La Tabella 1 riporta alcuni valori indicativi per le tre maggiori galassie del Gruppo Locale e per i
satelliti della Via Lattea, questi ultimi ordinati per luminosità integrata, nella banda V, decrescente.

A9.2. Masse intermedie ed overshooting invasivo


Abbiamo indicato come talora si sospetti l’esistenza di un obershooting invasivo che estende il
rimescolamento convettivo sensibilmente al di là del limite di Schwarzschild. Trascurando per il
momento eventuali undershooting dagli inviluppi convettivi, i maggiori effetti di tale overshooting
si manifesterebbero in stelle con nuclei convettivi, dunque in fase di combustione di H all’incirca
a partire da ∼ 1 M . Ne sarebbero invece affette tutte le stelle in fase di combustione di He. Nel
discutere la validazione dei modelli stellari abbiamo già indicato come le stelle di HB indichino la ne-
cessità di ridurre drasticamente i valori di overshooting correntemente adottati. Qui ci interesseremo
in maniera pi1‘u generale del problema, discutendo le evidenze osservative collegate all’efficienza o
meno di tale meccanismo.
Gli effetti dell’overshooting nella fase di combustione di H sono chiaramente illustrati in fig. 9.12,
dove sono riportate le evoluzioni di un modello di 1.5 M sotto diverse assunzioni sull’efficienza di
tale meccanismo. Come atteso, l’overshooting prolunga la durata della fase di combustione centrale
di H, prolunganco contemporaneamente l’escursione del modello verso le basse temperature prima di
raggiungere la fase di overall contraction. E’ facile dedurne che ne seguirà una accentuata curvatura
dell’isocrona per la fase di uscita dalla sequenza principale. Come ulteriore ”firma” dell’overshooting
si può notare la progressiva scomparsa di stelle nella fase immediatamente successiva all’overall
contraction. Per validare l’overshooting nei dati osservativi, non basterà dunque fittare le isocrone,
dovendosi procedere alla produzione di Ammassi Sintetici.
In generale, per ogni osservata terminazione superiore della MS di un cluster, i modelli con
overshooting predicono per il cluster età anche notevolmente superiori alle età ”standard”. La
disponibilità di informazioni sull’età di un cluster indipendenti dalla terminazione della MS, come ad
esempio in linea di principio possibile dalla curva di raffreddamento delle Nane Bianche, condurrebbe
quindi ad una accurata validazione dell’efficienza dell’overshooting. Di particolare rilevanza è il
notare come al crescere dell’overshooting il Ramo delle Giganti appaia progressivamente depopolato.
Anche questa evidenza appare facilmente prevedibile: l’overshooting conduce a nuclei di He di massa
maggiore, tendendo quindi a rimuovere la degenerazione elettronica che è all’origine dell’indugiare
delle stelle sul Ramo delle Giganti.
L’overshooting diminuisce quindi la massa critica per la Red Giant Transition. Ne segue an-
che che aumenta l’età della RGT, Da un punto di vista prettamente osservativo, ci si attende di
conseguenza che i Rami delle Giganti appaiano a luminosità di TO inferiori di quanto previsto dai
modelli standard. I cluster in prossimità della RGT canonica rappresentano dunque un target priv-
ilegiate per le indagini sull’efficienza dell’overshooting. Su questo, come su altri parametri, esiste
una abbondante letteratura che peraltro non è ancora giunta ad unanimi conclusioni.
L’effetto dell’overshooting sulle masse intermedie è un altro argomento ampiamente investigato
in letteratura. Al riguardo, la linea di sviluppo delle relative argomentazioni è facilmente compren-
17

Fig. 9.12. Percorsi evolutivi in fase di combustione di idrogeno per una struttura dagli indicati
parametri di massa e composizione, come valutati sotto le diverse indicate assunzioni sull’estensione
dell’overshooting invasivo. I punti individuano lunglo le traiettorie evolutive un costante e comune
intervallo di tempo.

sibile. Per ogni prefissato valore della massa (intermedia) originaria, le strutture di MS sviluppano
nuclei di He più massivi. In analogia con quanto avviene per le strutture di MS. nella fase di
combustione di elio la luminosità cresce al crescere del nucleo di elio, e l’overshooting produrrà
quindi in tale fase stelle più luminose e con minore durata nella fase di combustione di elio centrale.
L’overshooting dunque opera sulla relazione massa - luminosità delle strutture in combustione di
elio: per ogni assegnata luminosità l’overshooting prevede massa minori di quelle previste dalla mod-
ellistica standard. Il comportamento pulsazionale delle variabili Cefeidi (supra) sembra confortare
una tale ipotesi di masse minori del previsto canonico: le evidenza però mal si accordano anche
con lipotesi dell’overshooting e la citata discrepanza potrebbe essere solo evidenza per fenomeni di
perdita di massa.
Grande attenzione è stata infine posta al tentativo di porre in luce le attese differenze temporali,
secondo le quali l’intervento dell’overshooting ha il duplice e contemporaneo effetto di aumentare i
tempi di combustione di H e di diminuire nel contempo i tempi della combustione di elio. In linea
di principio tale differenza può essere messa in luce semplicemente tramite il confronto dei dati
osservativi con le predizioni teoriche per le funzioni di luminosità della MS normalizzate al numero
di Giganti Rosse. E’ immediato comprendere come, per ogni prefissata distribuzione di massa lungo
la MS (per ogni fissata IMF), l’ipotesi di overshooting produce meno giganti e, di conseguenza, un
LF normalizzata sensibilmente più alta del caso canonico.
18

Fig. 9.13. Funzione di luminosità per le stelle di MS del cluster NGC1866 in LMC, confrontata
con le predizioni teoriche per vari valori dell’esponente della IMF. Ancora una volta si trova che le
stelle seguono con ottima approssimazione una distribuzione di Salpeter (α = 2.35)

La IMF può essere d’altra parte agevolmente ricavata dai dati sperimentali esprimendo la fun-
zione di luminosità osservata per le strutture non evolute della MS in un piano logN, V. Tale piano
risulta di grande utilità ogni qualvolta si discutano funzioni di lumonosità, rivelando le caratteris-
tiche della distribuzione indipendentemente dalla tricchezza del campione. Nel caso in discussione
ad ogni esponente della IMF corrisponde una unica e ben determinata pendenza delle curve, e vari-
azioni nel numero totale delle stelle implicano solo uno spostamento solidale della curve lungo l’asse
delle ascisse. La Fig. 9.13 mostra un esempio dell’applicazione di tale tecnica all’ammasso NGC1866
in LMC, ripetutamente usato come test per indagare l’efficienza di overshooting invasivi. Purtroppo
incertezze nei dati sperimentali e difformità negli scenari teorici di riferimento non hanno ancora
portato a conclusioni unanimi.
Per amore di precisione, notiamo infine che in quanto sopra abbiamo leggermente abusato della
definizione di MS: con tale termine abbiamo infatti indicato la sequenza di stelle che in realtà e
formata stricto sensu non solo da strutture di MS, ma ha alla sua culminazione strutture nelle fasi
immediatamente successive alla overall contraction. Per porre in chiaro tale ulteriore contributo,
al posto di MS è stata talora usata la definizione di Blue Sequence (BS), ma questo è dettaglio
marginale.

A9.3. Ammassi Globulari: Rami delle Giganti Rosse


Vogliamo qui discutere con qualche maggior dettaglio la dipendenza dei Rami delle Giganti dal
contenuto metallico, caratteristica che gioca un ruolo non secondario in molti parametri osservativi.
La Fig. 9.14 riporta la distribuzione teorica di stelle in fase di combustione di idrogeno per l’assunta
età di 11 Gyr e la variare del contenuto metallico nell’intervallo Z=0.0002-0.008. Si nota come
al crescere della metallicità le isocrone si spostano regolarmente verso minori temperature efficaci
(verso il rosso). Al livello di modello mentale tale spostamento trova una sua ragione nell’aumentata
opacità della materia, dalla quale discende un maggior gradiente radiativo e quindi una maggior
escursione di temperatura dal centro alla periferia della struttura.
Tale andamento teorico, che rende almeno qualitativamente ragione di analoghe evidenze sper-
imentali, ha suggerito tutta una serie di parametri osservativi volte ad ottenere indicazioni sulla
metallicità di un ammasso globulare dai soli dati fotometrici, senza cioè ricorrere alla analisi di
spettri stellari. Se ne traggono criteri di metallicità fotometrici che risultano di grande rilevanza
quando l’indagine si spinga ad ammassi distanti per i quali risulti difficoltoso acquisire informazioni
spettroscopiche. Con riferimento ai dati riportati in figura è innanzitutto subito visto che il colore
del Ramo delle Giganti ad una prefissata luminosità può essere calibrato in termini della metallicità
dell’ammasso.
19

Fig. 9.14. Isocrone teoriche nel piano V, B-V per stelle in fase di combustione di idrogeno con una
comune età di 11 Gyr e per i valori di metallicità Z=0.0002, 0.0004, 0.0006. 0.001, 0.004, 0.008.

Fig. 9.15. Relazione tra massa del nucleo di He (Mc) e luminosità per due Giganti Rosse di 0.9
M e per i due indicati valori della metallicità .

L’approccio osservativo riposa peraltro forzosamente su una definizione leggermente più comp-
lessa. Per ottenere un parametro indipendente dal modulo di distanza dell’ammasso si definisce il
parametro

(B − V )0,g
come il colore disarrossato del Ramo delle Giganti misurato al livello di luminosità del Ramo
Orizzontale. La calibrazione empirica di tale parametro riposa su campioni di ammassi di cui siano
noti sia il diagramma CM che le rispettive metallicità spettroscopiche. La corrispondente cali-
brazione teorica si scontra con l’incertezza sul valore della lunghezza di rimescolamento, da cui
abbiamo visto dipendere il colore del Ramo delle Giganti e si traduce di fatto non tanto in una cali-
brazione del parametro (B-V)0,g in termini di metallicità quanto in una calibrazione della lumghezza
di rimescolamento in termini dela metallicità stessa.
Un altro parametro fotometrico è fornito dalla Pendenza del Ramo definita dal parametro S
(=”Slope”)

∆V
S=
∆(B − V )
misurata sempre sa partire dal livello di luminosità del Ramo Orizzontale. Nella sua formulazione
originale, l’intervallo di misura veniva definito tramite il punto del Ramo delle Giganti 2.5 mag più
luminoso del HB. Tenendo presente che la magnitudine V del HB si aggira attorno a 0.5 m, la Fig.
9.14 mostra come tale definizione non sia applicabile agli ammassi più metallici, che non raggiungono
la richiesta differenza di magnitudine. Per tale motivo sono state evanzate definizioni alternative,
sia diminuendo l’intervallo di magnitudini, come esemplificato in figura, sia prendendo come base un
intervallo in colore e non in magnitudine. Senza entrare in ulteriori dettagli, notiamo qui solamente
che il parametro S, rispetto al parametro (B-V)0,g , gode della importante proprietà di non dipendere
dall’arrossamento dell’ammasso, sovente mal conosciuto.
20

Fig. 9.16. Calibrazione teorica dei colori integrati di Ammassi Globulari per gli indicati valori di
età al variare del contenuto metallico. I punti riportano valori osservativi per Ammassi Globulari
Galattici.

Il contenuto metallico gioca un ruolo importante anche nella storia evolutiva delle strutture di
Gigante Rossa. Abbiamo già ricordato come per tali strutture valga una relazione massa del nucleo
di He - luminosità. Ora aggiungiamo che tale relazione non dipende - entro limiti ragionevoli - dalla
massa stellare ma dipende dal contenuto metallico. I dati in Fig. 9.15 mostrano come per ogni
assunto valore della metallicità stelle con minore contenuto metallico abbiano una maggiore massa
del nucleo di He. Nuovamente a livello di modello mentale e ricordando come l’energia sia prodotta
dalle combustioni CNO, ciò discende dal fatto che a parità di nucleo di He stelle a minore contenuto
di CNO erogano minor energia.
I dati nella stessa figura confermano (→ 6.3) anche che, a parità di massa, la luminosità del
”bump” del Ramo delle Giganti decresca sensibilmente al crescere della metallicità. Aggiungiamo
che, per fissata metallicità, tale luminosità decresce al diminuire della massa evolvente e quindi
all’aumentare dell’età dell’ammasso. Aggiungiamo anche che la vita in fase di combustione di
idrogeno cresce all’aumentare dei metalli: i modelli di Fig. 9.15 raggiungono il flash rispettivamente
a 7.07 Gyr (Z=0.0002) e 12.94 Gyr (Z=0.008). A parità di età stelle più metalliche sono quindi
meno massicce, e la diminuzione di massa si aggiunge all’aumento di metallicità nel contribuire alla
diminuzione della luminosità del Bump. Le condizioni sulla luminosità del Bump possono cosí essere
riassunte schematicamente:

M = cost, Z ↑: LBump ↓ tf lash ↑

t = cost, Z ↑: LBump ↓ Mf lash ↓


Ricordando infine come la luminosità del Bump dipenda anche dall’abbondanza originale di He,
se ne trae la conclusione che la rivelazione di tale fase nei Rami di Giganti osservati aggiunge una
preziosa informazione che non dovrebbe essere trascurata nell’interpretazione dei diagrammi CM in
termini di età e composizione chimica delle strutture stellari.
Osservando come le Giganti Rosse risultino di gran lunga le stelle più luminose di un ammasso
globulare, se ne trae anche la ovvia conseguenza che il colore integrato di un ammasso è largamente
dominato dalla radiazione emessa da tali strutture. Dai dati riportati in Fig. 9.14 si ricava senza
ambiguità la predizione che il colore integrato di un ammasso che abbia superato la Red Giant
21

Fig. 9.17. Traiettoria nel diagramma HR di una stella di 0.8 M , Z=0.0002 per i due indicati
valori del parametro di efficienza della perdita di massa nella formulazione di Reimers.

Transition deve risultare tanto più rosso quanto più alta è la metallicità, predizione puntualmente
verificata dai calcoli evolutivi. La Fig. 9.16 mostra come i colori integrati in varie bande siano ottimi
indicatori di metallicità, solo marginalmente affetti da variazioni di età nell’intervallo 8-15 Gyr. E’
peraltro da avisare che variazioni nel tipo di HB possono introdurre ulteriori, ma non drsmmstiche
variazioni. I colori integrati forniscono quindi la possibilità di ottenere preziose informazioni sulla
metallicità di ammassi globulari in galassie anche estremamente lontane e per i quali non siano
accessibili i diagrammi CM.
Ricordiamo infine come la luminosità delle stelle al’estremità superiore del Ramo (”Tip” delle
Giganti) sia stata più volte utilizzata per stimare la distanza di ammassi globulari extragalattici,
con una precisione che può tipicamente scendere a circa 0.1 mag.

A9.4. Ammassi Globulari: Nane Bianche di He, Hot Flashers


L’evidenza osservativa di Ammassi Globulari con ”Code Blu” deve essere necessariamente interpre-
tata come evidenza di Giganti Rosse che hanno perso massa sino a raggiungere le masse critiche per
l’innesco del flash, iniziando la loro fase di combustione centrale α sotto forma di un nuclewo di He
contornato al più da un tenuissimo inviluppo ancora ricco di H. Qualunque sia il meccanismo che
governa tale abnorme perdita di massa, è lecito ritenere che ben difficilmente possa essere calibrato
sui limiti di massa per l’innesco, e ne consegue la predizione che in ammassi con Code Blu alcune
Giganti Rosse debbano perdere ancor più massa, mancando l’innesco del flash e andando a contrarre
sotto forma di Nane Bianche di Elio.
La Fig. 9.14 mostra le previsioni teoriche su un tale accadimento, riportando le tracce evolutive
per tre diversi valori del coefficiente che regola la perdita di massa nella formulazione di Reimers.
Per η = 0, si ha la normale evoluzione a massa costante con l’innesco del flash al tip dell’ RGB.
Per η = 1 e 2, quando la massa dell’inviluppo di H scende al di sotto di un valore critico , le
strutture abbandonano il Ramo delle Giganti prima di raggiungere il tip, tanto più precocemente
quanto maggiore è la perdita di massa. Ricordando come sull’RGB viga una relazione ”massa del
nucleo” -”luminosità” è immediato collegare tale evidenza con le progressivamente minori masse
delle strutture.
L’evoluzione di tali strutture nella fase di abbandono dell’RGB mostra interessanti caratteris-
tiche. Si noti innanzitutto nella Fig. 9.17 come prima dell’abbandono le tracce evolutive tendano sia
pur leggermente a spostarsi a temperature efficaci minori della traccia a massa costante. L’inviluppo
ha tempi scala di Kelvin-Helmotz minori dei tempi evolutivi, e si sposta quindi verso la traccia di
Hayashi corrispondente alla diminuita massa. Quando la massa dell’inviluppo scende al di sotto di
∼ 0.06 M la struttura termina la sua normale evoluzione di RG, la luminosità si stabilizza e la
temperatura efficace inizia a risalire mentre la shell di H continua a trasformare H in He diminu-
endo la massa dell’inviluppo. Come risultato si ottengono strutture che raffredderanno sotto forma
di Nane Bianche di He con inviluppi ricchi di idrogeno anche inferiori al millesimo di massa solare.
L’abbandono del Ramo delle Giganti, con la conseguente escursione verso la sequenza di raf-
freddamento di Nana Bianca, obbedisce a regole nel contempo precise ed interessanti. Adottando la
22

Fig. 9.18. A sinistra: Massa delle strutture all’abbandono del Ramo delle Giganti al variare
dell’efficienza della perdita di massa e per le indicate assunzioni sulla metallicità. A destra: Massa
degli inviluppi ricchi di idrogeno all’abbandono del Ramo delle Giganti in funzione della luminosità
di abbandono e per le indicate assunzioni sulla metallicità delle strutture

formulazione di Reimers per la perdita di massa, si trova che al crescere del parametro di efficienza
η le strutture -come atteso- abbandonano sempre più precocemente il Ramo delle Giganti, ad una
luminosità che risulta praticamente indipendente dalla metallicità delle strutture. Quanto questo
risultato sia collegato all’intervento di diversi e contemporanei fattori è mostrato dai dati in Fig.
9.18. Il pannello di destra mostra infatti come, a parità di η e quindi di luminosità di abbandono, la
massa delle strutture sia tanto maggiore quanto minore la metallicità. Questa è l’attesa conseguenza
del fatto che al diminuire della metallicità i Rami delle Giganti si spostano a temperature efficaci
maggiori e quindi diminuisce, a parità di η, la perdita di massa.
L’abbandono del Ramo delle Giganti avviene quando quindi, per ogni prefissata luminosità,
ad una massa critica che aumenta al diminuire della metallicità. Tale aumento non è in realtà
sorprendente quando si tenga conto di almeno due fattori. Innanzitutto, la Fig. 9.15 mostra come
a parità di luminosità stelle meno metalliche hanno nuclei di He maggiori e quindi, a parità di
massa, avrebbero inviluppi idrogenoidi minori. A ciò si aggiunge, come mostrato nel pannello di
destra di Fig. 9.18, che al diminuire della metallicità cresce anche il valore della massa minima
dell’inviluppo (massa critica) necessaria per sostenere l’evoluzione di Gigante Rossa. Anche per tale
accadimento si può ricorrere ad un modello mentale: maggiore la metallicità, maggiore il CNO,
più efficiente e più sottile la shell di combustione e, di conseguenza, minori le richieste sulla massa
minima dell’inviluppo.
Al quadro generale sin qui riportato, la teoria aggiunge la predizione che al crescere della perdita
di massa, le prime strutture che abbandonano il Ramo delle Giganti prima di innescare il flash
dell’He, finiscono con subire tale innesco durante l’escursione verso la sequenza di Nana Bianca o
addirittura durante il raffreddamento lumgo tale sequenza.La Fig. 9.19 ne riporta un tipico esempio.
Tali strutture sono indicate in letteratura con il termine di ”Hot Flashers”, e coprono un ristretto
interallo di masse, dell’ordine di 0.02 M . Masse ancora minori non riescono ad innescare il flash e
raffreddano come Nane Bianche.
Al termine del flash gli Hot Flashers iniziano la fase di combustione quiescente dell’He quasi, ma
non esattamente, in corrispondenza della ZAHB delle masse superiori. Il nucleo di He non è infatti
riuscito a svilupparsi completamente e le strutture hanno nuclei di elio leggermente meno massicci,
risultando di conseguenza leggermente meno luminose. La Fig. 9.20 mostra nel dettaglio un esempio
di tale accadimento. Particolare di grande rilevanza è l’evidenza che in base ai meccanismi descritti,
tali stelle conserveranno in ogni caso un sia pur tenue inviluppo di idrogeno, non raggiungendo quindi
mai l’estremo limite teorico della ZAHB definito da un inviluppo nullo. In base a tali considerazioni
la teoria fornisce per le strutture in fase di combustione quiescente di He una temperatura efficace
massima non superiore a logTe ∼ 4.5
Numerosi dati osservativi sembrano peraltro indicare che tali temperature sono superate dalle
stelle più calde in almeno alcune ”Code Blu”. La Fig. 9.21 riporta i dati osservativi per il ramo
orizzontale di NGC2808, come osservato nelle bande 2180 A (estremo UV) e 5500 A (visibile). Si
nota innanzitutto come l’uso di bande UV consenta di studiare con grande dettaglio le stelle di HB
23

Fig. 9.19. Traiettoria evolutiva di un modello di ”Hot Flasher”. L’asterisco indica l’innesco del
flash dell’He e la linea a tratti collega tale punto col primo modello di combustione quiescente di He
centrale. E’ riportata anche la successiva evoluzione in combustione quiescente di elio sino al finale
raffreddamento sotto forma di Nana Bianca di CO.

Fig. 9.20. ZAHB e fasi di combustione centrale di He per strutture evolutive (linee continue)
confrontate con modelli a massa del nucleo costante (linee a tratti). Le masse delle strutture sono
indicate in masse solari. Per confronto sono riportati anche tre modelli di puro elio di 0.45, 0.50 e
0.55 M e la traccia evolutiva del modello di 0.50 M sino al raffreddamento come nana di CO.

Fig. 9.21. Diagramma CM UV delle stelle dell’ammasso NGC2808. La grande linea curva indica la
collocazione della ZAHB teorica, e la linea a tratti quella delle fasi di esaurimento dell’elio centrale.
Sono indicate alcune fasi evolutine: TO=Turn Off, RHB= Red HB, BHB= Blue HB, AGBm=AGB
manqué. E’ indicata anche la sequenza di ”Blue Stragglers” (BS), di origine incerta.

ad alta temperatura, che in tali bande risultano di gran lunga le più luminose dell’intero ammasso.
Colori quali (218-555) usato in figura risultano onoltre ben correlati con le temperature estreme, a
differenza - ad es- - del B-V che a tali temperature ha ormai saturato raggiungendo il suo minimo
valore.
24

Dal confonto dei dato osservativi con le previsioni teoriche, riportate nella stessa figura, si
nota come le stelle più calde superino il limite estremo delle previsioni teoriche. Tale accadimento
pare anche confermato da osservazioni spettroscopiche, che forniscono per tali stelle temperature
dell’ordine di 35000-40000 K (logTe ∼ 4.55-4.60). Il problema è ancora aperto: tra le varie ipotesi
segnaliamo quella che collega tali alte temperature ad eventi di mescolamento durante il flash delle
strutture meno massicce, che arricchirebbero le atmosfere di tali stelle di He e C.
25

Origine delle Figure

Fig.9.1 Castellani V., Degl’Innocenti S., Prada Moroni P.G., Tordiglione V. 2002, MNRAS 334, 193
Fig.9.2 Brocato E., Castellani V., Di Carlo E., Raimondo G., Walker A.R. 2003, AJ 125, 311
Fig.9.3 Bencivenni D., Brocato E., Buonanno R., Castellani V. 1991, AJ 102, 137
Fig.9.4 Brocato E., Castellani V., Piersimoni A. 1997, AJ 491, 789
Fig.9.5 Cariulo P., Degl’Innocenti S., Castellani V., 2004, A&A (in stampa)
Fig.9.6 Monelli M., Pulone L., Corsi C.E., Castellani M., Bono G. (più 10 coautori) 2003, ApJ 128, 218
Fig.9.7 Heber U., Kudritzki R., Caloi V., Castellani V., Danziger J. (più 2 coautori) 1985, A&A 162, 171
Fig.9.8 Rosenberg A., Piotto G., Saviane I., Aparicio A. 2001, A&A 144, 5; 145, 451
Fig.9.9 Piotto G., King I.R., Djorgovski S.G., Sosin C., Zoccali M. (più 7 coautori) 2002, A&A 391, 945
Fig.9.10 Brocato E., Castellani V., Poli F.M., Raimondo G. 2000, A&AS 146, 91
Fig.9.11 Barbero, J., Brocato E., Cassatella A., Castellani V., Geyer E.H. 1990, ApJ 351, 98
Fig.9.12 Prada Moroni P.G. 1999, Tesi, Università di Pisa.
Fig.9.13 Brocato E., Castellani V., Di Carlo E., Raimondo G., Walker A.R. 2003, AJ 125, 3111
Fig.9.14 Cariulo P., Degl’Innocenti S., Castellani V., 2004, A&A (in stampa)
Fig.9.15 Pisa Evolutiobary Library
Fig.9.16 Brocato E., Castellani V., Poli F.M., Raimondo G. 2000, A&AS 146, 91
Fig.9.17 Castellani M., Castellani V. 1993, ApJ 407, 649
Fig.9.18 Castellani V., Luridiana V. , Romaniello M. 1994, ApJ 428, 633
Fig.9.19 Castellani M., Castellani V. 1993, ApJ 407, 649
Fig.9.20 Castellani V., Degl’Innocenti S., Pulone L. 1995, 446, 228
Fig. 9.15 Bono G., Castellani V., Iannicola G. 2004, in preparazione.
Capitolo 10

Le Stelle variabili.

10.1. Cenni storici e inquadramento


Nella cultura occidentale la perfezione e la conseguente immutabilità dei cieli sono state per
quasi due millenni un preciso dogma delle imperanti dottrine aristoteliche. Gli oggetti celesti
erano quindi pensati come eterni ed incorruttibili, non sucettibili di variazioni o modifiche.
In tale contesto l’apparizione delle comete veniva riguardata come fenomeno atmosferico,
non convolgendo quindi la profondità del cielo. Fu quindi con non piccola sorpresa che nel
1596 il pastore luterano Fabricius annunzià che una stella nella costellazione della Balena
(omicron Ceti) mutava regolarmente di splendore. La grabde novità del fenomeno giustifica
il nome con cui quella stella fu battezzata e che tuttora conserva: Mira Ceti, cioè la stella
meraviglios o ”straordinaria” in Cetus.
Per dare subito una chiara idea del fenomeno ”variabilità” riportiamo in Fig. 10.1 la
curva di luce di quella stella, cioè un grafico che registra l’andamento della magnitudine
dell’oggetto in funzione del tempo: la luminosità varia regolarmente con il tempo, con un
periodo di circa 11 mesi, passando da un massimo attorno a magnitudine 2-3 ad un minimo
ben al di sotto alla magnitudine 6, soglia di visibilità ad occhio nudo. L’ispezione visiva del
cielo mostrava dunque nella costellazione della Balena una stella che appariva e scompariva
regolarmente, ad intervalli di 11 mesi.
A partire da quei lontani tempi le indagini astronomiche hanno presto rivelato come la
variabilità stellare sia un fenomeno tutt’altro che raro, portando a molte diecine di migliaia
il numero di variabili sinora scoperte nella sola nostra Galassia. Sono nel contempo emerse

Fig. 10.1. Curva di luce di Mira Ceti. Il tempo è espresso in giorni giuliani (J.D. = Julian Days
→ A10.1)

1
2

sostanziali differenze nelle caratteristiche di tale variabilità e nei meccanismi all’origine del
fenomeno. Citiamo subito, per non interessarcene ulteriormente, la presenza di variabili
ottiche o ”pseudovariabili”, oggetti binari nei quali le variazioni periodiche di luminosità
sono dovute al mutuo eclissarsi dei due oggetti orbitanti (binarie ad eclisse). Tra gli oggetti
che invece presentano una reale variabilità possiamo definire in prima approssimazione due
grandi tipologie:

1. Variabili intrinseche. Come Mira Ceti, hanno variazioni di magnitudine che si ripetono
sovente con ampiezze e periodi ben determinati. Tra queste le variabili pulsanti, nelle
quali l’ effetto Doppler nelle righe dello spettro mostra senza ambiguità che la variazione
di luminosità è accompaganta da corrispondenti variazioni del raggio delle strutture.

2. Variabili cataclismiche. Hanno improvvisi e in genere violenti aumenti di luminosità che


si ripetono senza precisa periodicità. A tale classe vanno ascritti oggetti quali le variabili
tipo U Geminorum, ma anche le stelle Novae, nelle quali è stata più volte riscontrata la
ripetibilità del fenomeno sia pur a grande distanza di tempo (novae ricorrenti). In tutti i
casi ci si trova di fronte a sistemi binari stretti con instabilià causate da scambi di massa
tra le due componenti.

Nel prosieguo di questo capitolo ci interesseremo esclusivamente delle variabili pulsanti


e, tra esse, a quelle strutture che mostrano andamenti strettamente periodici. Le ragioni
di tale scelta risiedono nell’evidenza che solo in questo caso la variabilità è un fenomeno
intrinseco alle singole strutture stellari, collegabile quindi a quegli stessi parametri evolutivi
- quali massa, luminosità o temperatura efficace - oggetto dall’indagine evolutiva. Tale pur
semplice constatazione chiarisce subito la portata delle ricerche sulla variabilità: quando si
giunga - come oggi si è giunti - a stabilire le relazioni che collegano le caratteristiche della
pulsazione a quelle delle relative strutture, le predizioni evolutive che siamo andati sin qui
sviluppando si traformano anche in predizioni sulle caratteristiche pulsazionali osservate.
La variabilità stellare viene cosı̀ ad aggiungersi allo scenario evolutivo, integrandolo e
perfezionandolo con nuove e indipendenti predizioni i cui riscontri osservativi forniscono
preziose verifiche allo scenario evolutivo e, nel contempo, offrono la possibiltà di appro-
fondire l’interpretazione delle strutture stellari disseminate per nelle galassie. Aggiungiamo
solamente che le variabili cataclismiche, per ora trascurate, assumeranno invece un ruolo
fondamentale nel prossimo capitolo, quando tratteremo il problema dell’evoluzione nucleare
della materia dell’Universo.

10.2. Pulsatori radiali


La moderna ricerca astronomica ha portato alla luce un gran numero di forme di vari-
abilità intrinseca presenti, con maggiore o minore evidenza, nelle strutture stellari. Quando
si consideri che le ocillazioni solari sono in ultima analisi una forma di microvariabilità, si
comprende anche come non sia facile porre un limite preciso tra strutture variabili e non
variabili (statiche). Noi qui ci interesseremo solo delle forme di alcune variabilità macro-
scopica e, tra queste, di classi di pulsatori radiali che caratterizzano con la loro presenza le
popolazioni stellari della nostra come di altre galassie.
Al riguardo abbiamo già avuto occasione di ricordare come nei Rami Orizzontali degli
Ammassi Globulari esista un intervallo di temperature nel quale le stelle, se presenti, sono
tutte variabili a corto periodo (minore di un giorno) di tipo RR Lyrae. Queste variabili
sono invece assenti in ammassi o popolazioni stellari più giovani, ove si manifestano invece
variabili a più lungo periodo, tra alcuni giorni e pochi mesi, che prendono il nome di Cefeidi
Classiche. Ambedue queste classi prendono il nome dalla prima variabile della classe scoperta
e studiata in qualche dettaglio, rispettivamente RR Lyrae e δ Cephei per le due popolazioni.
3

Fig. 10.2. Distribuzione nel diagramma HR di idocrone al variare dell’età e per l’indicata compo-
sizione chimica iniziale. Sono indicati i bordi della striscia di instabilità e, a tratti, è schematizzata
la collocazione del Ramo Orizzontale popolato dalle stelle in combustione centrale di He nelle popo-
lazioni più antiche.

Il problema della variabilità stellare è suscettibile di un approccio moderno e generaliz-


zato. Le teorie evolutive ci hanno infatti insegnato come una popolazione stellare al variare
dell’età porti le stelle a percorrere progressivamente vaste ma ben determinate porzioni del
diagramma HR. A titolo di esempio, la Fig. 10.2 riporta lo sviluppo in tale diagramma delle
isocrone di una popolazione con Z=0.008 e al variare dell’età tra 50 Myr e 4 Gyr. Per diverse
composizioni chimiche varieranno i dettagli delle singole isocrone, lasciando peraltro inal-
terata il quadro topologico generale. Le strutture teoriche con cui è popolato il diagramma
sono per imposte condizioni matematiche ”strutture di equilibrio”. Nulla peraltro ci assicura
che questo equilibrio sia stabile o meno.
Le procedure fisico-matematiche per investigare la stabilità di una struttura stellare,
quale quelle fornite dai calcoli evolutivi, sono concettualmente semplici: abbandonare la
condizione di equilibrio scrivendo le equazioni del moto per gli elementi del fluido stellare
e perturbare la struttura, indagando se la perturbazione tende a smorzarsi (stabilità) o, al
contrario, ad esaltarsi (instabilità). Su tale falsariga si sono andati sviluppando nel tempo
calcoli sempre più precisi e perfezionati. Dai primi approcci di piccole perturbazioni in
approssimazione lineare, non in grado quindi di seguire il completo sviluppo del fenomeno, si
è passati a formulazioni non lineari progressivamente sempre più adeguate a rappresentare la
fenomenologia della pulsazione. Conseguentemente, in letteratura si trovano ancora risultati
di varia affidabilità. A titolo orientativo ricordiamo che le valutazioni teoriche sui periodi
risultano in ogni caso largamente affidabili, mentre le valutazioni sui bordi dell’instabilità e
l’ampiezza della pulsazione dipendono criticamente dalla adeguatezza dello scenario teorico
adottato.
Quel che qui interessa è che sin dalle prime e approssimate valutazione è emerso che
esiste nel diagramma HR una striscia di instabilità, schematizzata in Fig. 10.2, all’inerno
della quale tutte le strutture risultano instabili per pulsazioni radiali, cioè per ripetitive
e periodiche variazioni di raggio accompagnate da corrispondenti variaziono di luminosità.
Risulta innanzitutto che la pulsazione è un fenomeno che coinvolge essenzialmente solo
gli strati più esterni di una struttura. Si comprende cosı̀ la correlazione tra pulsazione e
diagrama HR: la modellistica stellare ci assicura infatti che per ogni assunta composizione
4

chimica originaria un punto del diagramma HR determina completamente la struttura degli


strati atmosferici e subatmosferici.
L’origine dell’instabilità risiede principalmente nelle zone di ionizzazione dell’idrogeno e
dell’elio. Ciò rende anche qualitativamente ragione dell’esistenza di una ”instability strip”:
per temperature efficaci minori del limite rosso della strip la ionizzazione ha luogo in una
regione densa e adiabatica che non sostiene le pulsazioni. Per temperature maggiori del limite
blu, la ionizzazione diviene invece troppo superficiale, coinvolgendo una frazione troppo
piccola di massa. La pulsazione si instaura cioè quando le zone di ionizzazione si vengono
a trovare abbastanza, ma non troppo, al di sotto dell’atmosfera stellare. I meccanismi fisici
che producono e sostengono l’instabilità risiedono principalmente nella risposta dell’opacità
radiativa (meccanismo K) e dell’esponente adiabatico (meccanismo Γ) a fluttuazioni delle
condizioni locali.
Poichè il meccanismo della pulsazione è in ogni caso sotto il controllo della gravità, è
infine facile prevedere che all’aumentare della gravità debbano diminuire i periodi. Possiamo
trasferire questa constatazione in termini di parametri stellari ricordando che R ∝ L/T4e
e quindi, a parità di massa, aumentando L o diminuendo Te diminuisce la gravità. Ne
concludiamo, ancor prima di un qualunque calcolo dettagliato, che ci attendiamo

P ↑ quando M ↓ L ↑ Te ↓
I dati in Fig. 10.2 rendono spontaneamente ragione per lo scenario osservativo in prece-
denza delineato. Si vede infatti come nel caso di popolazioni giovani, trascurando la rapida
fase di attraversamento del diagramma al termine della combustione centrale di H, la strip
possa essere popolata solo da quelle stelle sufficientemente massicce il cui ”loop” in fase di
combustione centrale di He penetri nella strip. Nelle popolazioni più antiche, quali quelle
degli ammassi globulari, tali strutture vengono ovviamente a mancare, mentre la strip di
instabilità può essere popolata sola da strutture di Ramo Orizzontale, a molto minore lu-
minosità. E’ immediato identificare i due casi con le classi, rispettivamente, di Cefeidi e RR
Lyrae, comprendendo nel contempo che la differenza tra le due classi discende dalla diversa
età e non dalla diversa composizione chimica. E comprendendo anche che il minor periodo
delle RR Lyrae discende essenzialmente dalla maggior gravità superficiale.

10.3. RR Lyrae
La Fig. 10.3 mostra la curva di luce nella banda V della variabile RR Lyrae, prototipo della
omonima classe, il cui periodo P risulta

P = 0.56683735d
Si noti che l’estrema precisione con cui è noto il periodo, inferiore al centesimo di secondo,
è conseguenza di osservazioni ripetute ad intervalli di tempo molto maggiori del periodo
stesso. Nell’occasione notiamo come i periodi delle variabili rappresentino una grandezza
astrofisica non solo misurabile con precisione sconosciuta a tutte le altre grandezze sinora
incontrate nella problematica stellare, ma che anche non dipende né dalla distanza né da
eventuali arrossamenti degli oggetti. Un dato sperimentale quindi di agevole misura ed es-
trema affidabilità che si inserisce in un quadro osservativo per molti versi affetto da molte
più incertezze.
Un ulteriore parametro caratterizzante la pulsazione è fornito dall’ampiezza della curva
di luce, intesa come differenza delle magnitudini al massimo e al minimo della curva stessa.
Poichè alla variazione di luminosità corrispondono anche variazioni di temperatura efficace,
l’ampiezza dipende dalla banda di osservazione e, tipicamente, risulta massima nella banda
B che, per tale motivo, è la più utilizzata sia per la ricerca di variabili che per definirne
5

Fig. 10.3. Curva di luce nella banda V della variabile RR Lyrae.

Fig. 10.4. Pannello superiore: Diagramma di Bayley per un campione di RR Lyrae nell’Ammasso
Globulare NGC5904=M5. Pannello inferiore: La collocazione nel diagramma CM del campione di
cui al pannello superiore.

l’ampiezza. In qualunque banda, l’ampiezza della curva di luce è peraltro, anch’essa, indipen-
dente da distanza ed arrossamento, così che ogni variabile osservata fornisce due parametri
esenti da incertezze sperimentali.
Le RR Lyrae sono tipiche variabili di Popolazione II e, in quanto tali, presenti sia come
stelle sparse nell’alone galattico sia concentrate in alcuni Ammassi Globulari. Le RR Lyrae
degli Ammassi Globulari sono state storicamente e restano tuttora di estrema importanza:
si è in presenza di campioni ricchi anche di qualche centinaio di variabili, tutte alla stessa
distanza, tutte con la stessa età e tutte provenienti da stelle con la medesima composizione
chimica. Campioni quindi ottimali per indagare le proprietà intrinseche della variabilità e il
loro collegamento con i parametri evolutivi.
Una prima ed important proprietà di tali variabili emerge mappando in un piano
(Diagramma di Bayley) i due parametri pulsazionali periodo e ampiezza. Come mostrato
nell’esempio riportato nel pannello superiore di Fig. 10.4, i pulsatori si dispongono in due
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Fig. 10.5. Topologia della striscia teorica di instabilità per stelle povere di metalli e massa 0.75
M . Sono indicate le tre zone discusse nel testo e i vari limiti di instabilità: FBE (Fundamental Blue
Edge), FRE (Fundamental Red Edge), FOBE (First Overtone Blue Edge), FORE (First Overtone
Red Edge).

gruppi ben distinti: un gruppo (RR di tipo ab = RRab) a maggiori periodi e ampiezze
varie, decrescenti col periodo, e un gruppo (RRc) con piccole ampiezze e corti periodi. Il
diagramma CM riportato nel pannello inferiore della stessa figura mostra come i pulsatori
di tipo ”ab” o ”c” si dispongano rispettivamente alle minori o alle maggiori temperature
efficaci.
Semplici considerazioni di ordine fisico hanno da molto tempo suggerito che una tale dico-
tomia delle proprietà pulsazionali sia una manifestazione di diversi ”modi” della pulsazione,
nel modo fondamentale le RRab e nel primo sopratono le RRc. Tale previsione è risultata
pienamente confermata daile moderne valutazioni teoriche che mostrano come nella strip
di instabilità si distinguano tre regioni con diverse caratterisiche pulsazionali: alle maggiori
temperature efficaci una zona FO (= First Overtone) ove è instabile solo il primo sopratono,
alle minori temperature una zona F (=Fundamental) ove le stelle possono pulsare solo nel
modo fondamentale e una zona intermedia (zona OR) dove sono instabili tutti e due i modi
e le stelle possono pulsare indifferentemente pulsare nel fondamentale o nel primo sopratono.
La Fig. 10.5 riporta la topologia della striscia teorica di instabilità per stelle povere di
metalli e massa 0.75 M . La precisa collocazione dei bordi delle zone di instabilità dipende
infatti dalla massa stellare e dalla composizione chimica degli inviluppi. Aggiungiamo che lo
sviluppo della convezione giuoca un ruolo determinante nell’inibire la pulsazione alle minori
temperature efficaci. Non sorprendentemente, l’esatta collocazione del FRE viene anche a
dipendere dalle assunzioni sulla mixing length.
La teoria fornisce inoltre precise predizioni sui periodi. Per il modo fondamentale risulta

logPF = 11.242 + 0.841 logL − 0.679 logM − 3.410 logTe + 0.007 logZ
dove L e M sono in unità solari e il periodo P è in giorni. Per il primo sopratono vale una
formula analoga, che con ottima approssimaziome può essere ridotta alla relazione

logPF O = logF − 0.13


cioè il primo sopratono si colloca a periodi pari a circa il 74% dei corripondenti periodi fonda-
mentali. Queste relazioni consentono di associare ad ogni isocrona, eventualmente popolata
tramite procedure di ammasso sintetico, una puntuale predizione della presenza di variabili
7

Fig. 10.6. La strip di instabilit à nel piano logP, Mv. Le frecce sull’ascissa indicano un intervallo
di periodi osservato e le linee a tratti mostrano il metodo per ricavare la magnitudine assoluta dei
pulsatori.

RR Lyrae e dei loro periodi. Si aprono cosı̀ inumerevoli canali di indagine che consentono di
utilizzare le proprietà osservative di questi pulsatori come elemento a conferma o integrazione
delle indagini puramente evolutive.
Senza entrare in una casistica talvolta complessa e delicata, notiamo qui soltanto che per
ogni assunta composizione chimica, le teorie evolutive forniscono una precisa predizione per
la luminosità del Ramo Orizzontale e per le masse che popolano la strip di instabilià. Ne segue
anche una precisa predizione sui periodi delle RR Lyrae e, in particolare, sui periodi minimi
e massimi come realizzati rispettivamente al bordo blu e al bordo rosso della strip. Il con-
fronto con le osservazioni consente quindi di validare lo scenario evolutivo o, eventualmente,
di acquisire informazioni sulle necessarie modifiche. Cosı̀, ad esempio, un quadro teorico che
fornisse Rami Orizzontali troppo luminosi verrebbe rivelato da periodi minimo/massimo più
lunghi di quelli osservati. La Fig. 10.6 mostra una utile forma applicativa di tale metodo.
Riandando alla Fig. 10.5 è facile verificare che per ogni assunta luminosità restano determi-
nati i periodi ai due limiti dalla strip, lungo cioè il FOBE e il FRE. Ciò consente di mappare
la striscia di instabilità in un piano logP, log L o anche logP, Mv. Come esemplificato in
Fig. 10.6, ove si possa trascurare la dispersione in luminosità dei pulsatori, ad ogni osservato
intervallo di periodi corrisponde un ed un sol valore della magnitudine assoluta V, da cui la
luminosit à del Ramo e il modulo di distanza dell’Ammasso.
Aggiungiamo che, a livello operativo, molte procedure di indagine risultano semplificate
dall’utile artifizio di introdurre i periodi fondamentalizzati. Di fatto l’analisi dei dati osser-
vativi viene esguita trasformano gli osservati periodi delle RRc nei corrispondenti periodi
fondamentali tramite la precedente relazione, ricavando il periodo che quelle stelle mostr-
erebbero se pulsassero nel fondamentale. Si evitano così le complicazioni presentate dalla
presenza dei due modi di pulsazione ottenendo un campione sperimentale legato da una
univoca relazione ai parametri evolutivi. Altro artifizio talora utilizzato è quello dei periodi
ridotti, ottenuti riducendo i periodi osservati ad una comune luminosità tramite l’utilizzo
della relazione dei periodi trasportata nel piano osservativo per ottenere logP in funzione,
ad esempio, di V, B-V e massa del pulsatore.
E’ facile infine prevedere, come di fatto si verifica, che in alcuni Ammassi Globulari
debbano esistere anche variabili a periodi nettamente più lunghi di quelli tipici delle RR
Lyrae. Stelle di Ramo Orizzontale che originano da collocazioni di ZAHB a temperatura
efficace maggiore di quella della strip (quindi stelle di Ramo Orizzontale con masse minori
di quelle delle RR Lyrae) al termine della combustione centrale di He attraverseranno il
diagramma per raggiungere le loro collocazione di AGB, attraversando quindi la strip di
8

Fig. 10.7. Diagramma teorico logP, Mv per quattro valori della massa (5, 7, 9 e 11 M ) e per le
tre composizioni chimiche indicate.

instabilità a luminosità sensibilmente maggiori di quelle del Ramo. Avendo anche massa
minore pulseranno con periodi notevolment più lumghi di quelli tipici delle RR.
Queste (rare) variabili sono sovente indicate il letteratura come Cefeidi di Popolazione II,
nomenclatura che trae origine dai lunghi periodi ma che risulta peraltro ingannevole perchè
il comportamento e le caratteristiche di tali variabili sono ben lontani da quelli delle cefeidi
classiche che discuteremo nel seguito. Basti qui osservare che in queste variabili luminose di
Pop.II le strutture menomassicce sono anche le più luminose (cfr., ad esempio, Fig. 7.12),
mentre il contrario avviene nelle Cefeidi classiche. Per tale motivo è stata recentemente
proposta la denominazione di ”Cefeidi di Ramo Orizzontale” (HB Cepheids).

10.4. Cefeidi classiche


Lo studio delle Cefeidi classiche ha avuto grande importanza a partire dal lontano 1912,
quando miss Henrietta Leavitt, studiando ad Harward le Cefeidi nella Piccola Nube di
Magellano (quindi oggetti tutti alla stessa distanza) scoprı̀ l’esistenza di una relazione
periodo-luminosità. Con l’attuale senno del poi, l’esistenza di una tale relazione non stupisce:
basta riandare alla Fig. 10.2 per prevedere che se osserviamo un campo celeste con popo-
lazioni stellari di varia età la strip risulterà popolata da una sequenza di strutture di varia
luminosità, tanto più luminose quanto più giovani e quindi più massicce. Poichè in termini
di gravità la variazione di luminosità predomina sulla variazione di massa, ci attendiamo che
Cefeidi più luminose abbiano periodi più lumghi, come di fatto osservato.
Questo richiamo storico ci aiuta a comprendere le diverse filosofie che sovraintendono alle
indagini su RR Lyrae o Cefeidi. Per loro natura, le RR Lyrae sono stelle di luminosità, età
e massa pressochè costanti, con distribuzione di periodi largamente regolata dalle differenze
di temperatura attraverso la strip. L’indagine si rivolge principalmente ai ricchi campioni di
variabili degli Ammassi Globulari, in larga parte al fine di determinare la magnitudine dei
Rami Orizzontali e i moduli di distanza dei cluster. Al contrario, i campioni di Cefeidi in clus-
ter sono in generale molto scarsi, e l’indagime si rivolge a campi con popolazioni di età, massa
e luminosit‘a variabili, al fine essenzialmente di calibrare una relazione periodo-luminosità
che consenta di usare le Cefeidi, molto più luminose delle RR Lyrae, come ”candele stan-
dard” per calibrare la distanza di galassie anche lontane, ricavando la magnitudine assoluta
dagli osservati periodi.
9

Fig. 10.8. Strip di instabilità nel piano logP, Mv per Z=0.004 confrontata con la collocazione
di un campione di Cefeidi della Piccola Nube di Magellano (Small Magellanic Cloud= SMC). I
quadrati pieni riportano la collocazione dei corrspondenti modelli teroco do Fig. 10.7

Per indagare il previsto comportamento delle Cefeidi dovremo ricavare dalle teorie evo-
lutive la relazione massa-luminosità per le stelle che in fase di combustione centrale di elio
penetrano nella strip di instabilità. Essendo le Cefeidi stelle massicce e, quindi, relativamente
giovani, per la Galassia potremo orientativamente assumere una metallicità solare, Z∼0.02.
Ma la problematica delle Cefeidi si estende spontaneamente al di là della nostra Galassia, e
l’evidenza osservativa indica peraltro che le Cefeidi della Grande Nube di Magellano hanno,
almeno in media, metallicità minori, Z∼0.008, e ancora minori (Z∼0.004) quelle della Piccola
Nube. Sarà quindi necessario esplorare l’influenza della metallicità sul comportamento di tali
variabili.
Possiamo peraltro operare subito una importante previsione. Le teorie evolutive ci indi-
cano che l’estensione dei loop che caratterizzano la combustione centrale di elio aumenta al
diminuire della metallicità. Ci si deve quindi attendere che al diminuire di Z entrino nella
strip stelle progressivamente sempre meno massicce e, conseguentemente, meno luminose. Da
qui la previsione che popolazioni giovani ma povere di metalli dovrebbero essere segnalate
dall’esistenza di Cefeidi con periodi anormalmente brevi. Tale previsione è di fatto pun-
tualmente verificata non solo nelle Nubi di Magellano ma anche in alcune galassie nane del
Gruppo Locale. In letteratura queste Cefeidi a corto periodo e povere di metalli sono state
per lungo tempo indicate come Cefeidi Anomale, nomenclatura che peraltro risente della
mancata comprensione della naturale estensione del fenomeno Cefeidi alle basse metallicità.
La Fig.10.7 riporta i risultati di una esplorazione teorica della variabilità di strutture
massicce di 5, 7, 8 e 11 M per le tre indicate assunzioni sulla composizione chimica origi-
naria delle strutture medesime. Sulla falsariga di procedure che abbiamo già discusso, tale
indagine è stata eseguita, per ogni assunto valore della massa stellare, esplorando il dia-
gramma HR al variare della temperatura efficace e al livello di luminosità che compete alla
fase di combustione di elio delle singole masse. Dai risultati di tale esplorazione si ricava in-
fine il diagramma logP, logL e da questo diagrammi logP,magnitudini quale quello riportato
in figure.
Dai dati nella figura si ricavano alcune interessanti evidenze. Innanzitutto, come atteso,
per ogni assunta composizione chimica l’esistenza di una striscia di instabilità nel diagramma
HR si traduce necessariamente in una corripondente striscia di instabilità nel diagramma
logP,Mv. Tale striscia, non marcata in figura, si ricava facilmente collegando tra loro i periodi
minimo e i periodi massimi della pulsazione per le varie masse ad ogni fissata composizione
chimica. La Fig. 10.8 riporta ad esempio la strip di instabilità per il caso Z=0.004. Come
mostrato nella stessa figura, il best fitting con i dati osservativi si ottiene richiedendo le
variabili all’interno della strip teorica, ricavandone cosı̀ un modulo di distanza.
10

Fig. 10.9. Il campione di Cafeidi della Grande Nube di Magellano raccolto dall’esperimento OGLE.

Contrariamente a quanto talora ritenuto, non esiste quindi una relazione periodo-
luminosità (PL) ma esistono solo relazioni periodo-luminosità- temperatura assieme alle con-
seguenti periodo-luminosità-colore (PLC). Si potrà al più parlare di una relazione periodo-
luminosità media, quale quella rappresentata dalle curve teoriche riportate nella precedente
Fig. 10.7. Relazione peraltro non priva di rischi, applicabile solo quando si abbia la garanzia
che il campione osservativo sia non solo abbondante, ma anche uniformemente distribuito a
ricoprire l’intera strip.
Le predizioni teoriche indicano che la collocazione della strip dovrebbe dipendere leg-
germente dalla metallicità, spostandosi verso il rosso all’aumentare di questa. Ne segue lo
shif di periodi evidente in Fig. 10.7. Ne segue che a parità di periodo Cefeidi più metal-
liche dovrebbero avere luminosità medie minori. Questa appare come una ferma predizione
teorica, anche se i riscontri sperimentali sono ancora dibattuti.
Anche le relazioni tra periodo e parametri strutturali dipendono leggermente dalla metal-
licità. Nel caso Z=0.008 (LMC) si ha ad esempio

logPF = 10.557 + 0.932 logL − 0.795 logM − 3.279logT e


che in realtà non si discosta molto da quanto avevamo a suo tempo trovato per le RR
Lyrae. Anche nella strip delle Cefeidi si hanno le tre zone FO, OR e F, con i pulsatori
nella prima armonica che hanno periodi più corti del rispettivo fondamentali di ∆logP ∼
0.14-0.15.
Come per le RR Lyrae, la dipendenza dal colore diminuisce notevolmente utilizzando sia
magnitudini infrarosse che gli indici ”reddening free” di Wesenheit. La Fig. 10.9 mostra ad
esempio il bel campione di circa 1500 Cefeidi nella LMC ricavato dall’esperimento OGLE
(Optical Gravitational Lensing Experiment). L’utilizzazione dell’indice di Wesenheit W(V,I)
ha non solo eliminato la dispersione osservativa legata agli arrossamenti differenziali, ma ha
anche fortemente ridotto la dipendenza dal colore, portando in bella evidenza le due sequenze
dei pulsatori fondamentali e nella prima armonica. Si noti tra l’altro come i dati in questa
figura si accordino almeno quaitativamente con le previsioni teoriche di Fig. 10.7, secondo le
quali l’instabilità FO dovrebbe essere presente solo alle minori luminosità (cioè nelle masse
minori).
Il collegamento tra proprietà pulsazionali e strutture evolutive stabilito dalla relazione dei
periodi è suscettibile di innumerevolie svariate applicazioni. Qui vogliamo solo come esempio
notare che se di una Cefeide si conosce la distanza, misurarne luminosità e temperatura
significa ricavarne la massa. Le pulsazioni danno quindi accesso a tale elusivo parametro
11

Fig. 10.10. A destra: Best fit della curva di luce di U Comae per gli indicati parametri strutturali.
A sinistra: variazione della curva di luce teorica per incrementi della temperatura effica di 50 K

fondamentale, risultando di vitale importanza in problemi evolutivi quali l’efficienza della


perdita di massa e/o l’efficienza di meccanismi di overshooting invasivo.

10.5. Validazione della teoria. Progressione di Hertzsprung.


Lo scenario teorico sin qui esaminato fa essenzialmente uso della valutazione dei periodi e
della definizione dei bordi dell’instabilità pulsazionale. I moderni modelli pulsazionali non
lineari e con adeguato trattamento temporale del’accoppiamento tra la pulsazione e la con-
vezione superadiabatica offrono peraltro una informazione molto più dettagliata, essendo,
in linea di principio, in grado di seguire l’andamento temporale della struttura lungo tutto
il ciclo pulsazionale, fornendo previsioni dettagliate su rilevanti osservabili quali le curve di
luce e quelle di velocità. Tali previsioni, al di là della quantificazione in termini di periodo
e ampiezza della pulsazione, prese nella loro interezza offrono un formidabile strumento per
indagare l’adeguatezza dello scenario teorico adottato. Si deve infatti richiedere che lo sce-
nario teorico appaia in grado di riprodurre l’evoluzione temporale della curva di luce per
ragionevoli condizioni sui parametri strutturali.
L’approccio a tale forma di validazione può seguire varie traiettorie di indagine. La Fig.
10.10 riporta ad esempio nel pannello di sinistra la curva di luce di una RRc di campo, U
Comae, di metallicità intermedia e con periodo P=0.29? d. Trattandosi di una stella di HB
possiamo ragionevolmente assumere una massa nell’intervallo M∼0.6-0.8 M . Assunto un
valore della massa, per ogni assunto valore della luminosità esiste uno e un sol valore di tem-
peratura efficace che soddisfi la fondamentale condizione di riprodurre il periodo osservato.
Occorre dunque verificare se tra queste ∞1 coppie logL, logTe ne esista almeno una in grado
di riprodurre la curva di luce sperimentale. Ove non si trovi una soluzione soddisfacente
occorrerà modificare entro limiti ragionevoli le condizioni sulla massa ed esplorare le nuove
∞1 coppie logL, logTe.
L’insuccesso finale