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GHENO V (2017). Social-linguistica. Italiano e italiani dei social network.. p.

1-132,
Firenze:Franco Cesati Editore, ISBN: 9788876676468

pillole
linguistica
5

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Social-linguistica
Italiano e italiani dei social network

Vera Gheno

Franco Cesati Editore

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ISBN 978-88-7667-646-8

© 2017 proprietà letteraria riservata

Franco Cesati Editore


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www.francocesatieditore.com Cover design: ufficio grafico
e-mail: info@francocesatieditore.com Franco Cesati Editore.

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Indice

Prefazione di Stefano Bartezzaghi 7

Introduzione. Nella notte dei tempi 11

I Nata ieri? Come si permette!


Qualche accenno alla storia di internet 15

1.1 Correva l’anno 1957 15


1.2 Dopo Arpanet: una successione di scoperte 18
1.3 Vent’anni e non sentirli: storia recente
della rete 24
1.4 Un popolo di poeti, santi e navigatori…
dei social network 25
1.5 Tempi moderni 27
1.6 Di terze e triple rivoluzioni 28

II Social-linguistica
Appunti di lingua liquida 31

2.1 Di lingua e di uomini 31


2.2 Una lingua inquieta 32
2.3 Atti di identità in rete. La lingua del villaggio
globale, la lingua del cottage su misura 33
2.4 Problemi di definizione: scritto, orale, trasmesso,
digitato? 35

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2.5 Alla base di tutto: il neostandard 41
2.6 Scritture brevi 42
2.7 Questioni di lessico 50
2.8 Metterci la faccina, non potendo metterci
la faccia 70
2.9 “Fumettosi” 78
2.10 Non solo parole: giocare con spazi,
punteggiatura e caratteri 79
2.11 Quer pasticciaccio brutto dell’ortografia 89
2.12 Il lato oscuro dell’imprecazione 92
2.13 È citazionismo, baby 95
2.14 Il tu telematico e il ritorno del lei 97
2.15   Conclusione: dove il LOL suona 99

III “Genti della rete”


Vizi e virtù dello stare sui social 103

3.1 Descrivere la rete. Spazi, third places, canali,


estensioni 104
3.2 Stare in rete: qualsiasi cosa scriviamo,
ci mettiamo un pezzo di noi 107
3.3 Tipini da social: di stereotipi e di come
non odiarli 112
3.4 La comunicazione deragliata e i fenomeni di
odio online 116
3.5 Soluzione: delegare agli “altri”? 130
3.6 Cosa posso fare io? Le domande giuste 132

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Prefazione

La condizione ideale sarebbe quella di non aver mai saputo nulla,


prima, di internet, posta elettronica, chat, emoticon, social network.
Leggere come se fosse la descrizione sociolinguistica di una landa re-
mota e del tutto ignota: pensiero stupendo, questo, ma ovviamente im-
possibile da tramutare in realtà. Eppure è proprio quello che viene da
pensare, sin dalle pagine iniziali in cui Vera Gheno racconta del suo
vero e proprio pionierismo informatico e telematico, che fa risalire a
quando, cercando (invano) di sfuggire al retaggio di essere nata in una
famiglia di linguisti, si iscrisse a ingegneria, cominciò a studiare pro-
grammazione, si inoltrò nei meandri di Windows 3.11, si dotò di un
modem per scoprire infine che tutta quell’ingegneria non l’avrebbe che
riportata alla linguistica. O meglio alla sociolinguistica e, finalmente, a
questa «social-linguistica» come indagine empirica e utile sulla lingua e
le modalità espressive in genere che usiamo interagendo nei social net-
work. Non sono «solo» parole: è, appunto, socialità. Teniamone conto.
Né grammatica (come femminile di «grammatico») né maestrina di
quel bon ton che ora si è aggiornato con il nome di netiquette: il lavoro
di Vera Gheno è fatto di pratica intensiva della rete e di quelli che chia-
ma «socialini», sulla base però di una teoria linguistica implicita ben
fondata e manifestata quando serve e senza pedanteria, nonché sullo
studio scrupoloso di antecedenze e stati di fatto, visto che di doman non
v’è certezza e che, come disse autorevolmente Umberto Eco, ragionare
sulle comunicazioni di massa è come pensare di fare la teoria di giovedì
prossimo.
In quanto alle antecedenze, la prima parte del libro racconta in po-
che pagine la nascita di internet e la sua evoluzione, con date e defi-
nizioni precise, e una sapiente maestria nel distinguere fra tecnica (da
spiegare) e tecnicismi (che non spiegano, e casomai vanno spiegati a
loro volta). La seconda parte è quella in cui ci si addentra nei moduli

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Social-linguistica

espressivi che, di fatto, vengono adottati sui social network ed è qui che
sarebbe bello essere all’oscuro di tutto, non esserci mai stati ed entrare
in rete sapendo da subito quello che Vera Gheno ha da dirci. È – chiara-
mente – l’utopia di cominciare a giocare conoscendo già tutte le regole,
cominciare a parlare avendo prima studiato la grammatica della lingua,
muoversi in una regione conoscendone già caratteristiche e viabilità.
Ma così, altrettanto chiaramente, non è e non può essere. Noi abbiamo
già delle abitudini legate alla rete, stili e usanze che si sono stabiliti un
po’ per caso un po’ seguendo logiche che oggi è possibile ricostruire. Il
bene e il male di rete e social network si sono determinati con il tempo.
È una storia che, per trovarne un senso possibile, ci fa pensare al Far
West, modello di tutti gli stati sociali nascenti: occupazione di terre, le-
galità dubbia, aspirazione alla ricchezza che a sua volta ispira violenze
libere e liberi aneliti allo sviluppo. Di fronte a questa materia, che è o è
stata fluida almeno fino a che non si è addensata lungo certe direttrici
privilegiate, sarebbe magari popolare ergersi a giudice: c’è molta gente
che non aspetterebbe altro, gente che richiama l’Accademia della Cru-
sca (di cui Vera Gheno anima il profilo Twitter, con abnegante pazienza
e spirito) a un ruolo di autorità o authority perfettamente malinteso,
e gente che ha così nostalgia di qualcuno in cui credere supinamente
da accettare e anzi adottare con entusiasmo il nome di «grammarnazi».
Ma a cosa servirebbe? Non di giudici, abbiamo bisogno, ma casomai di
giuristi, capaci di rilevare le principali linee di tendenza per provare ad
estrarne (e non sovrapporre) un apparato di regole: nelle cose umane, le
regole discendono dalle regolarità, e non viceversa.
Questo è il compito che Vera Gheno si è dato: quello di fornirci un
ritratto di come ci comportiamo in rete (e qui arriviamo alla terza e
ultima parte del libro), vizi e virtù ormai invalsi, vantaggi e svantaggi
ormai noti proprio perché la rete e i social network si sono segnalati
come spazi di sostanziale libertà e le loro degenerazioni si sono potute
manifestare senza quasi alcun limite, a parte il codice penale e la policy
spesso stravagante dei singoli social.
Un libro, insomma, per non indignarsi né sdegnarsi: per conosce-
re, invece, quindi poter valutare meglio e adottare un comportamento
conseguente. Ci sta sotto (come è evidente e anzi tautologico) l’idea che

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Prefazione

proprio la conoscenza sia alla base di ogni comportamento consapevole.


Un atteggiamento positivo – si sente che è un libro scritto con il sorriso
– che oppone una garbata e spiritosa obiezione alla tentazione, che pure
proviamo, di dichiarare la resa all’inevitabilità del peggio.
È un libro che comincia con la frase: «Ricordo bene il prima, e que-
sto mi fa godere del dopo». Ammiro Vera Gheno anche solo per avere
avuto il coraggio di scriverla.

Stefano Bartezzaghi

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Introduzione

Nella notte dei tempi

Per me l’uomo colto non è colui che sa quando è nato Napoleone,


ma quello che sa dove andare a cercare l’informazione nell’unico
momento della sua vita in cui gli serve, e in due minuti.
Se tutta la conoscenza è un viaggio giocoso,
Umberto Eco (intervistato da Stefano Bartezzaghi),
La Repubblica, 1° settembre 2003

Ricordo bene il prima, e questo mi fa godere molto del dopo. Il


“prima” è la mia adolescenza, quando ancora internet non era un bene
comune. Ho vaghi ricordi di mio padre che mandava e-mail con un
computer sul cui schermo monocromatico a fosfori verdi ballavano
righe di testo, verso la fine degli anni Ottanta; ma i vari Commodore
64 non mi avevano mai attirata più di tanto. Sapevo dell’esistenza dei
computer e di qualche forma di rete, ma il mio interesse si esauriva lì.
Quando, dopo il liceo classico, mi iscrissi a ingegneria – come
chiaro segno di rottura rispetto alla mia famiglia di linguisti, dove era
normale discutere, a cena, di questioni di glottologia –, nacque il bi-
sogno di avere un personal computer, perché uno dei primi corsi che
dovevo seguire era quello di programmazione. Mio padre mi comprò,
me lo ricordo ancora, un 486 DX2 a 66 MegaHertz con ben 4 mega di
RAM (!); una sciccheria, per l’epoca. Ho impresso in mente il momen-
to della prima accensione, il primo accesso a Windows 3.11, il vagare
inizialmente incerto tra un’icona e l’altra… Ma la vera svolta venne
dopo, quando a un certo punto mi procurai un modem. Era un Trust
14.400. Nel tentativo di capire come usarlo scoprii che esistevano dei

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Social-linguistica

non-luoghi virtuali che si concretizzavano tramite un certo numero di


telefono: erano le BBS (bulletin board system), bacheche virtuali in cui
ci si potevano, fondamentalmente, scambiare messaggi. Di quel tempo
primordiale, fatto di lunghe sessioni di handshaking (quel rumorino
che facevano i modem nel negoziare la connessione con il terminale
dall’altra parte) e di righe di testo scritte da altri che irrompevano sul
mio monitor dopo qualche minuto, ricordo soprattutto l’emozione di
sentirsi in contatto con altre persone, lontane, per parlare di questo e
di quello.
Disgraziatamente, all’epoca esisteva la TUT, Tariffa Urbana a Tem-
po, e, dato che io, dalla mia stanzetta fiorentina, componevo un nu-
mero di Milano, la mia chiamata era un’interurbana. In poche parole,
quando arrivò la prima bolletta dopo la mia scoperta di internet, la
famiglia ebbe una doccia fredda: se non ricordo male, era sopra il mi-
lione di lire. Mio padre minacciò di “spegnermi l’internet”, se non fossi
stata in grado di darmi una regolata. Purtroppo, o per fortuna, il germe
della rete aveva già attecchito nella mia testa, e decisi prontamente che
per me sarebbe stato impossibile fare a meno di quella sensazione di
condivisione virtuale con gente lontana. Per la fortuna del portafoglio
familiare, invece, di lì a poco arrivarono i primi provider su Firenze, e
potei iniziare a connettermi a internet con tariffa urbana, prima, poi
con l’ISDN e ancora dopo con l’ADSL. I costi scesero progressivamen-
te, per assestarsi su una cifra accettabile.
Qualche anno dopo, in seguito a una serie di delusioni personali,
decisi di trascorrere un semestre di studio in Australia, per l’esattezza
alla Monash University di Melbourne. Ero l’unica italiana del campus
e mi sentivo, a tratti, molto sola. C’era una grande ma scalcinata sala
computer, nel dormitorio dove alloggiavo, e da uno di quei terminali
scrivevo lunghe e-mail a mia madre e ad altre persone care. Però, in
contemporanea, scoprii, da quelle macchine, l’esistenza dei newsgroup,
o gruppi di discussione telematici. Erano dei gruppi nei quali il tema
era già esplicitato nel nome (ad esempio, it.arti.cinema si occupava di
cinema, in lingua italiana), e dove si potevano intavolare discussioni
con altri membri, chiaramente, se possibile, rimanendo in topic, cioè
parlando di questioni pertinenti al tema del gruppo. Mentre fuori, nel-

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Introduzione. Nella notte dei tempi

la vita di tutti i giorni, vivevo in un contesto altamente multiculturale,


parlando inglese dalla mattina alla sera, su IAC mi sfogavo a scrivere
in italiano, a interagire con altri cinefili nel mezzo della notte australe.
Su IAC ho conosciuto persone con le quali ho rapporti ancora oggi.
Quell’ambiente completamente testuale, senza alcuna forma di ingen-
tilimento grafico (no foto, no emoji, no colori, niente) è stato la mia
palestra di scrittura, di interazione virtuale, di sintesi e chissà quante
altre cose. Devo moltissimo, ai newsgroup.
I “dati”, nella mia vita, sono diventati sempre più
importanti. Investii una somma consistente in uno dei
primi cellulari che, tramite il WAP, permetteva di ave-
re una connessione dati in mobile: era un Nokia 7110,
era il 1999; lo prenotai e lo aspettai per mesi, e ogni bit
mi costava un visibilio, ma mi sentivo parte del mondo
di Matrix, con il mio “bananone” dorato.
Qualche anno dopo, nel 2002, decisi di scrivere la mia tesi di laurea
prima, e la mia tesi di dottorato poi, sulla comunicazione pubblica asin-
crona in Rete, anche se inizialmente i miei professori erano perplessi
dalla mia scelta perché non ritenevano la comunicazione mediata dal
computer così rilevante da scriverci una tesi (tantomeno una tesi di
dottorato). Ma avevo una professoressa coraggiosa di sociolinguistica,
Patrizia Bellucci, che accettò la mia proposta di tesi e mi seguì con in-
teresse e attenzione.
Nelle pagine seguenti c’è tutto questo: l’emozione di scoprire un
nuovo mondo, l’idea di essere tra i pionieri – seppur tardivi – del
cyberspazio, l’esperienza incredibile di leggere i classici del cyberpunk
(Neuromante, Snow Crash, i libri di Sterling…) praticamente in con-
temporanea alla “popolarizzazione” della rete, il passaggio dal defunto
Friendfeed, lo sbarco su Facebook, la conquista di Twitter e Instagram.
E, come filo rosso di tutto questo, la voglia e curiosità perenni di capire
di più di cosa succeda alla lingua, e di cosa succeda alle persone, nella
commistione tra 1.0 e 2.0. Io sono una sociolinguista, nel midollo.
Non è veramente una guida, e non pretende di essere in alcun
modo completa: è il diario di bordo di vent’anni di frequentazione dei
social network, considerando che ho avuto la fortuna di poter unire,

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Social-linguistica

almeno in parte, la mia passione al mio lavoro. Il fenomeno dei social


network è sicuramente controverso, e suscita grande curiosità in alcuni
e vero e proprio disgusto in altri. Mi piacerebbe riuscire a presentarlo
a entrambi gli schieramenti, ben conscia del fatto che il testo non è
esauriente, perché è testimonianza della mia personale esperienza con
la rete, e che già nel momento della sua pubblicazione sarà in qualche
modo obsoleto, fotografando un preciso momento della storia – velo-
cissima – di questo ambiente comunicativo. Spero di raccontare qual-
cosa di nuovo a chi frequenta i social, di rendere gli stessi meno “osti-
ci” a chi non è abituato a frequentarli, di ridimensionare certi timori
ma anche di dare una mano nella direzione di una nuova ecologia dei
mezzi di comunicazione elettronici, la cui “pulizia” e vivibilità sono
responsabilità di tutti gli utenti.

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I
Nata ieri? Come si permette!
Qualche accenno alla storia di internet

Il cielo sopra il porto aveva il colore della


televisione sintonizzata su un canale morto.
William Gibson, Neuromante (1986, trad.
dell’originale inglese Neuromancer, 1984)

1.1 Correva l’anno 1957

Generalmente, l’inizio della storia di in-


ternet viene identificato nel lancio in orbita
dello Sputnik1 – il primo satellite artificia-
le – da parte dei sovietici nel 1957. In piena
guerra fredda1 era successo che per una volta
gli Stati Uniti fossero stati battuti nella corsa
allo spazio dal loro nemico giurato, l’Unione
Sovietica.
Paragonato alle dotazioni tecnologiche dei satelliti odierni, lo
Sputnik era assai primordiale: una semplice palla di metallo di cir-
ca cinquanta centimetri di diametro con quattro lunghe antenne,

1  Il lungo periodo di ostilità reciproche tra le due superpotenze del pianeta. Ho ri-
tenuto utile inserire questa nota dopo che vari ventenni con cui mi sono confrontata
all’università mi hanno detto che per loro la guerra fredda si chiama così perché com-
battuta in Siberia.

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Social-linguistica

che rimase in orbita per poco


più di cinquanta giorni; ma il
dado era tratto, e gli USA de-
sideravano ristabilire urgente-
mente il primato tecnologico.
Il ministero della Difesa lo
fece creando ARPA, Advan-
ced Research Projects Agency
(‘Agenzia per progetti avanza-
ti di ricerca’), che all’interno
aveva una divisione chiamata
RAND (da research and development, ‘ricerca e sviluppo’). In questo
“incubatore tecnologico”, uno dei progetti presentati ruotava attor-
no alla realizzazione di una rete di comunicazioni più resistente di
quelle del tempo; a tale proposito Paul Baran, un ingegnere di origine
polacca, presentò un documento, ricordato come il “memorandum di
Baran”, nel quale erano riportati tre tipi di rete2 .
I primi due modelli di rete presentano un evidente tallone d’Achil-
le: il centro, fondamentale per il loro funzionamento. Questo punto
debole, divenuto topos narrativo di un’infinità di film e libri (si pensi
solo al modo in cui Luke Skywalker distrugge la Morte Nera), è ciò che
manca nel terzo modello, quello della rete distribuita. Questa, infatti,
non solo non ha centro, ma prevede collegamenti ridondanti, ossia in
soprannumero, tra i vari nodi che la formano (almeno due, come si
vede nei punti più sguarniti, gli angoli); infine, è progettata in modo
che ciascun punto possa assumere ognuno dei tre ruoli possibili: in-
viare dati, riceverli e ritrasmetterli. Questo la rende molto resistente:
anche se un pezzo di rete viene colpito, i dati possono aggirare la falla
e fare un altro percorso. Esattamente come succede a un’amaca o una
rete da pesca, che fino a un punto critico riescono, nonostante i buchi,
a fare il loro lavoro.

2  Paul Baran, 1964, On distributed communications: I. Introduction to distributed com-


munications networks, Santa Monica (CA), The Rand Corporation, www.rand.org/con-
tent/dam/rand/pubs/research_memoranda/2006/RM3420.pdf.

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Secondariamente, Baran propose anche un nuovo modo per invia-


re dati in maniera sicura attraverso la nuova rete. Fino a quel momento
si era usata la crittografia, in una continua corsa e rincorsa a creare
nuovi livelli di cifratura che poi, però, venivano immancabilmente vio-
lati (si pensi alla famosa Macchina Enigma impiegata dai tedeschi du-
rante la Seconda guerra mondiale). Considerata la quantità di “strade”
possibili tra un punto e l’altro, Baran ideò il modello della comunica-
zione a pacchetti, che consisteva nel suddividere i dati in una serie di
“pacchetti”, appunto, da inviare poi da un punto all’altro della rete per
vie diverse. Così, anche se qualcuno fosse arrivato a intercettare una
serie di informazioni, per esempio mettendo sotto controllo il collega-
mento tra due punti, non avrebbe comunque avuto accesso ai dati nella
loro interezza.
Alla fine, una rete con que-
ste caratteristiche (anche se
non direttamente collegata allo
studio di Baran) venne inau-
gurata nel 1969. È Arpanet, la
progenitrice della nostra inter-
net, che collegava quattro cen-
tri universitari: Università del-
la California con i campus di
Los Angeles (in sigla: UCLA) e
Santa Barbara, Stanford e Università dello Utah. Il primo messaggio
inviato via Arpanet risale alle 22.30 del 29 ottobre 1969; lo manda uno
studente di programmazione della UCLA, Charley Kline. Il 5 dicembre
dello stesso anno il collegamento tra i quattro nodi raffigurati sulla
cartina divenne permanente3.
La novità di Arpanet rispetto a progetti più o meno coevi di reti
di comunicazione stava soprattutto in due fattori: la comunicazione a

3  Cfr. en.wikipedia.org/wiki/ARPANET. Oggi internet è un coacervo di computer


connessi tra di loro, e per avere idea della sua complessità basta consultare la mappa dei
cavi sottomarini che rappresentano ancora oggi la dorsale del sistema mondiale: www.
submarinecablemap.com/.

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pacchetti, già menzionata, e il fatto che il protocollo adottato per tra-


smettere i dati, allora chiamato NCP4, permetteva a ogni genere di mac-
china di connettersi alla rete. Insomma, non c’era bisogno di avere un
tipo particolare di computer per accedere ad Arpanet, e questo aspetto,
davvero inusitato considerata la riservatezza del progetto originario,
è stato la vera fortuna della rete poi diventata internet. L’intuizione di
rendere la rete tecnicamente fruibile a chiunque è fenomenale. Certo,
il pensiero di una rete globale, non riservata a tecnici o scienziati, era
ancora lontanissimo, e molti dei problemi insorti successivamente sono
dimostrazione di come non si fosse mai veramente pensato a un’utenza
così vasta e generalizzata. Questi diversi momenti della storia di Arpa-
net mostrano un cambiamento nello Zeitgeist, lo spirito dei tempi, da-
gli anni Cinquanta al Sessantotto. Non a caso, pensando a quest’ultima
data, non possiamo che ricordare l’anno di Woodstock, i figli dei fiori,
l’ideologia del peace and love. Che le cose siano “connesse”?

1.2 Dopo Arpanet: una successione di scoperte

1.2.1 La posta elettronica

Negli anni successivi, mentre la rete cresce in maniera logaritmi-


ca, vengono via via creati altri strumenti per migliorarne la fruibili-
tà: nel 1972 viene implementata l’e-mail, o posta elettronica, come la
conosciamo oggi. Va ricordato che esistevano già programmi di mes-
saggistica, anche da prima di Arpanet, che servivano per scambiarsi
messaggi tra utenti diversi di una stessa macchina. Proprio da uno di
questi, SNDMSG (sembra complicato, ma sta per send message), Ray
Tomlinson, ingegnere che lavorava per la BBN Technologies5, l’azienda
che costruiva alcune componenti per far funzionare Arpanet, sviluppa
un sistema che invece garantiva la possibilità di scambiarsi messaggi

4  Network Control Protocol, oggi diventato TCP/IP, Transmission Control Protocol/In-


ternet Protocol.
5  Bolt, Beranek & Newman.

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I   Nata ieri? Come si permette! Qualche accenno alla storia di internet

tra macchine diverse6. Ed è lui che decide di usare la chiocciola, o at,


“@”, già esistente sulle tastiere7, per dividere la prima parte dell’indi-
rizzo di posta elettronica dalla seconda.

Per approfondire

L'indirizzo di posta elettronica

Il doppio livello di costruzione Va ricordato come spesso l’indirizzo di


dell’indirizzo di posta elettronica ga- posta elettronica diventi una specie di no-
rantisce, ancora oggi, che non esista al- stro biglietto da visita: ancor prima di aprire
tro utente con il nostro stesso indirizzo: io la lettera, ancor prima, anzi, di leggerne il
sono v.gheno@gmail.com, e all’interno di titolo, al destinatario cade quasi sicura-
Gmail sono unica. Non a caso, quando si mente l’occhio sull’indirizzo. E che impres-
va a creare un nuovo indirizzo, il sistema ci sione darebbe di noi un nome utente quale
avvisa immediatamente se il nome utente farfallina98 o fightforyourdreams, quando
che stiamo per scegliere è libero. magari stiamo inviando un curriculum per
Chi deve farsi un account di posta elet- una posizione lavorativa? Viviamo nell’e-
tronica oggi su uno dei sistemi più usati, ra della comunicazione, la cui moneta di
quale appunto Gmail, ha difficoltà a tro- scambio è, fondamentalmente, l’informa-
vare libera una combinazione immediata, zione. Che senso ha regalare delle infor-
perché con il passare del tempo gli indiriz- mazioni private su di noi (gusti, aspirazioni,
zi migliori risultano già presi, ed è costretto desideri) così, gratuitamente?
a ricorrere a qualche combinazione stra-
na, a numeri e lettere in più, fino a trovare → Un nome utente quale nome.cognome
un nome utente libero. o varianti è la soluzione migliore per l’indi-
rizzo di posta elettronica che ci porteremo
nella nostra vita da adulti.

Come spesso accade, non passa molto prima che qualcuno si in-
venti un modo per abusare del neonato servizio di posta elettronica:
il 3 maggio 1978 Gary Thuerk, che lavorava per la Digital Equipment
Corporation, pensa che sarebbe stata una buona idea mandare un
messaggio pubblicitario a 400 delle circa 2600 persone al tempo su
Arpanet. Il messaggio, peraltro scritto TUTTO IN MAIUSCOLO
(che, come vedremo nel secondo capitolo, equivale da sempre a urlare,

6  Cfr. Ian Peter, 2004, The history of email, www.nethistory.info/History%20of%20


the%20Internet/email.html.
7  Per una storia della chiocciola cfr. Massimo Arcangeli, 2015, Biografia di una chioc-
ciola. Storia confidenziale di @, Roma, Castelvecchi.

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Social-linguistica

ed è di norma percepito come scortese), è considerato il primo caso di


spam della storia8.
A proposito di spam: questo sostantivo inizialmente indicava un
marchio di carne in scatola molto popolare negli Stati Uniti, ma per
diventare il termine che indica la posta sgradi-
ta occorre la mediazione di un gruppo comico
inglese, i Monty Python, che popolarizzarono
lo spam con uno sketch televisivo nel quale una
cameriera, in un tipico diner inglese, elenca una
serie lunghissima di piatti, ognuno dei quali
contiene spam, sempre più spam, spam…!9 Lo
sketch è degli anni Settanta, i primi casi docu-
mentati di uso del termine per indicare la posta-
spazzatura risalgono alla prima metà degli anni Novanta. Prima si
chiamava solo unsolicited mail, ‘posta non richiesta’.

1.2.2 I social network

E ora, l’innovazione che forse ci tocca più da vicino: l’inven-


zione dei social network. Ma cosa sono i social network? Intanto,
tendiamo a usare la definizione inglese perché il corrispettivo ita-
liano, rete sociale, è un concetto sociologico più antico, e si riferi-
sce semplicemente all’insieme delle relazioni che collegano tra di
loro varie persone. La mia rete sociale, ad esempio, è costituita – dal
centro verso la periferia – dalla famiglia ristretta, dalla famiglia al-
largata, dagli amici, dai colleghi di scuola e di lavoro, dai conoscen-
ti e, infine, dalle persone con cui interagisco per specifici scopi: il
postino, l’amministratore di condominio, il salumiere… Per esse-
re precisi, quindi, dovremmo chiamare rete sociale virtuale ciò che

8  Cfr. Robert Quigley, 2010, Today in History: The First Spam Email Ever Sent, www.
themarysue.com/first-spam-email/ e Brad Templeton, s.d., Origin of the term “spam” to
mean net abuse, www.templetons.com/brad/spamterm.html.
9  Per lo sketch cfr. youtu.be/anwy2MPT5RE.

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I   Nata ieri? Come si permette! Qualche accenno alla storia di internet

sbrigativamente chiamiamo con il nome inglese. In ogni caso, stando a


Treccani, un social network è:

un servizio informatico on line che permette la realizzazione di reti sociali


virtuali. Si tratta di siti internet o tecnologie che consentono agli utenti di
condividere contenuti testuali, immagini, video e audio e di interagire tra
loro. Generalmente i s. n. prevedono una registrazione mediante la creazio-
ne di un profilo personale protetto da password e la possibilità di effettuare
ricerche nel database della struttura informatica per localizzare altri utenti
e organizzarli in gruppi e liste di contatti. Le informazioni condivise varia-
no da servizio a servizio e possono includere dati personali, sensibili (credo
religioso, opinioni politiche, inclinazioni sessuali ecc.) e professionali. Sui s.
n. gli utenti non sono solo fruitori, ma anche creatori di contenuti. La rete
sociale diventa un ipertesto interattivo tramite cui diffondere pensieri, idee,
link e contenuti multimediali.10

Ora, soprattutto i nativi digitali non immaginano che ci fosse vita


prima dell’invenzione di Facebook, e invece… il primo esperimento di
uso della rete a fini di socializzazione risale al 1979. Sono degli studenti
della Duke University, Tom Truscott e Jim Ellis, a realizzare, assieme
a Steve Bellovin, un sistema che metteva in contatto la Duke e la Uni-
versity of North Carolina dando la possibilità di scambiarsi messaggi
concatenati in discussioni su topic, ossia temi, definiti: in altre parole,
un sistema di discussione asincrona distribuita11. L’idea dei tre nasceva
dal desiderio di creare un’alternativa ad Arpanet per coloro che per
varie ragioni ne erano esclusi (cioè la maggioranza). Per questo motivo
la rete che si sarebbe poi evoluta in Usenet fu inizialmente definita The
poor man’s Arpanet, ‘l’Arpanet dei poveri’.
La particolarità di Usenet era, e in parte ancora è, la sua natura an-
tiburocratica, antiautoritaria e non gerarchica: è l’utente stesso a deci-
dere cosa leggere. Anche per merito del richiamo esercitato da questa

10  Cfr. Enciclopedia Treccani, Social network, s.v., www.treccani.it/enciclopedia/so-


cial-network/.
11  Cfr. Andrew Anderson, 1996, Usenet history, www.tldp.org/LDP/nag/node256.
html.

21

Social-linguistica.indb 21 12/09/2017 14:33:25


Social-linguistica

caratterizzazione egalitaria, il numero degli utenti e degli argomenti


trattati cominciò a crescere in maniera estremamente veloce.
Precedentemente, nel corso degli anni Settanta erano già esistite le
BBS, o bulletin board system: software che permettevano alle persone
di connettersi a un computer attraverso la linea telefonica e usare pro-
grammi di messaggistica, ma erano piuttosto difficili da usare per il
social networking. Sui newsgroup si discuteva, quindi, in thread, ossia
discussioni nidificate, riguardo al tema contenuto nel nome stesso del
gruppo, similmente a quanto succede oggi nei forum di discussione
raggiungibili con il browser.
La gerarchia it., ossia la sezione italiana di Usenet, venne creata nel
1996. È suddivisa in sottocategorie come it.arte, it.discussioni, it.comp.,
it.cultura, it.fan, it.hobby ecc. Queste sottocategorie generiche sono a
loro volta suddivise in maniera via via più circoscritta. È una configu-
razione “ad albero” che dalla root, o radice, arriva ad argomenti alta-
mente specifici, come it.istruzione.universita.tesi-di-laurea, con ben tre
sottolivelli. Il fatto che ogni gruppo avesse un topic rendeva in molti
casi poco tollerato l’OT, ovvero l’off topic, l’andare fuori tema. Questo
non ha impedito la creazione di comunità virtuali che, nonostante l’ap-
parente povertà grafica del canale di comunicazione (nessuna possibi-
lità di decorare i messaggi con colori, emoji o immagini), hanno pro-
liferato. I newsgroup sopravvivono ancora e possono essere raggiunti,
per esempio, tramite Google Gruppi.
Il testimone dei newsgroup, in anni più recenti e prima del boom
dei social network, è stato raccolto dai forum raggiungibili tramite il
WWW. Sono piattaforme di discussione con interfacce graficamen-
te varie, più colorate, che funzionano con principi simili a quelli dei
newsgroup. Si concentrano di norma su temi specifici12, permettendo
la creazione di thread complessi. I forum, per alcuni, sono ciò che per
me hanno rappresentato i newsgroup; non mi ci soffermo perché non
fanno parte del mio specifico percorso cognitivo e di crescita all’in-
terno della rete. Questa, come è noto, ha una struttura ipertestuale:

12  Cfr. il popolarissimo gruppo di forum di Al Femminile, forum.alfemminile.com/


forum/.

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I   Nata ieri? Come si permette! Qualche accenno alla storia di internet

non va fruita in maniera lineare ma prevede che ogni utente si crei il


proprio percorso di conoscenza al suo interno13.

1.2.3 Il world wide web

Tornando ad Arpanet e “nipoti”, nel 1982 la rete militare si separa


da internet e diventa indipendente con il nome di Milnet. Il distac-
co è chiaramente provocato dalla sempre più massiccia presenza di
“gente comune” sulla rete, che spinge i militari a creare la loro rete
indipendente.
Nove anni più tardi, tra il 1991 e il 1993, Tim Berners-Lee crea
il WWW, ossia il world wide web, un nuovo modo per accedere alle
informazioni che pure in rete si trovavano già – ma erano di difficile
reperibilità. All’epoca, Berners-Lee lavorava come fisico nucleare al
CERN di Ginevra, e sentiva il bisogno di trovare un modo per scam-
biare dati con altri ingegneri in giro per il mondo con maggior sem-
plicità. Così inventa non solo il WWW, ma anche il linguaggio con
cui sono scritte le pagine web, l’HTML (hypertext markup language)
e il protocollo di trasmissione delle pagine web, l’HTTP (hypertext
transfer protocol). E il CERN decide di non tenerselo per sé: proprio
nel ’93, i codici sorgente del WWW vengono resi pubblici. Chiun-
que, con un minimo di conoscenze tecniche, da quel momento in poi
ha potuto costruirsi il proprio sito web con uno sforzo relativamente
contenuto14.

13  Un libro bellissimo, seppure datato, che illustra l’affascinante fenomeno delle
prime comunità virtuali nate in rete, è The Virtual Community, di Howard Rheingold.
Risale al 1998 ed è consultabile gratuitamente in rete nella sua versione inglese: www.
rheingold.com/vc/book/.
14  Da leggere History of the web, in webfoundation.org/about/vision/history-of-the-
web/.

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Social-linguistica

1.3 Vent’anni e non sentirli: storia recente della rete

Le date rilevanti riguardo alla storia della rete sarebbero numero-


se: è del 1997 la creazione dei blog (da web-log, ‘diario della rete’), siti
sui quali il materiale viene visualizzato dal più recente al meno recen-
te (che è controintuitivo, almeno la prima volta che se ne visita uno).
All’inizio degli anni Duemila il fenomeno prende piede anche in Italia,
e ancora adesso, sebbene forse in calo per via dei social network, i blog-
ger sono considerati rilevanti per esempio come influencer, ossia ‘in-
fluenzatori’, che fanno spesso da anello di congiunzione tra le aziende e
i consumatori agendo da testimonial per specifici prodotti: non a caso
abbiamo fashion blogger, food blogger, book blogger, lifestyle blogger e
così via. Anche nel nostro paese esistono molte piattaforme gratuite
che permettono di creare blog con pochissime conoscenze tecniche.
Myspace nasce nel 2003, Facebook nel 2004, Twitter nel 2006,
Friendfeed, un aggregatore di flussi social che diventa a sua volta social
network, nel 2007 (chiuso nel 2015, è stato un’esperienza importante
per molte persone che oggi ricoprono posizioni di prestigio nell’ambito
del web italiano), Instagram è del 2010. Ormai siamo nell’era dei social
network. E se Facebook, Twitter e Instagram sono i principali (assieme
a YouTube e ai blog, che “fanno social” a modo loro, pur non essen-
do social network in senso stretto), ne esiste una miriade più o meno
longeva, più o meno nota e più o meno specifica: Academia, Diaspora,
Flickr, Foursquare, Goodreads, LinkedIn, MySpace, Pinterest, Quora,
Tumblr, Vine, WhatsApp (che non è proprio un social network, ma un
po’ sì) e la lista potrebbe continuare a lungo15. Ricordiamo solo che nel
2017 Facebook è il social network più popolare con più di due miliardi
di utenti a livello mondiale (ed è il terzo sito web più visitato al mondo,
dopo Google e YouTube16) e circa 30.000.000 di utenti in Italia.

15  Per una lista, cfr. en.wikipedia.org/wiki/List_of_social_networking_websites.


16  Cfr. la mappa internet interattiva, The Internet Map, internet-map.net/.

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I   Nata ieri? Come si permette! Qualche accenno alla storia di internet

1.4 Un popolo di poeti, santi e navigatori… dei social


network

L’Italia è un paese “elettronicamente anomalo”: ha dato i nata-


li all’inventore della radio (Marconi) e a quello del telefono (Meucci,
ex aequo, diciamo, con Alexander Graham Bell), eppure è, ancora nel
2017, sotto la media europea per uso della rete, la cui utenza, per di
più, è piuttosto superficiale; gli italiani amano i cellulari e soprattutto
gli smartphone (ci sono più SIM attive in circolazione che persone), di
cui però usano una frazione delle funzioni, ma sono sopra la media
europea per uso dei social17. Se si pensa che ancora nel 2008 il quoti-
diano inglese The Guardian definiva l’Italia bastione dell’indifferenza
digitale18, canzonando gli abitanti dello stivale per la scarsa propensio-
ne a socializzare in rete, possiamo dire che in pochi anni lo scenario è
davvero cambiato.
Che gli italiani, tra tutti i canali di comunicazione telematici, si
siano appassionati proprio ai social network, può avere molte spie-
gazioni: l’amore per le chiacchiere, ad esempio, anche se alcuni ci-
tano, più seriamente, la RSC, reduced social cues theory, ‘teoria de-
gli indicatori sociali ridotti’: stando a questa, la carenza di indicatori
sociali (e personali), cioè di particolari che permettono di capire il
livello socio-culturale dell’individuo dietro allo schermo, dovuta alla
mediazione del computer, fa sì che gli utenti provino meno inibizioni
nell’esprimere le proprie opinioni. Magari gli italiani, sovente coloriti
nelle loro esternazioni, si sono trovati particolarmente a proprio agio
con l’apparente maggiore libertà di espressione garantita da tali mez-
zi. Di sicuro piace la possibilità di rendere pubblici i propri sentimenti
o le proprie convinzioni attraverso petizioni, veglie funebri, sottoscri-
zioni, raccolte di firme: è il clicktivism, cioè l’attivismo fatto tramite i

17  I dati provengono dal rapporto annuale di We Are Social, 2017, wearesocial.com/it/
blog/2017/01/digital-in-2017-in-italia-e-nel-mondo.
18  Cfr. Michael Fitzpatrick, 2008, This is social networking, Italian style, in The Guar-
dian, www.theguardian.com/technology/2008/nov/06/internet-blackberry-social-net-
working.

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Social-linguistica

clic del mouse. Peccato che tutto questo scivoli spesso in esagerazioni
narcisistiche ed esibizionismo, e che sia sin troppo facile manifesta-
re indignazione o dissenso condividendo un contenuto o un appello,
senza fare niente di concreto.
Questo uso, molto massiccio e molto generalizzato, dei social media,
da parte di persone fino a non molto tempo fa quasi refrattarie alle nuove
tecnologie, non è scevro di problemi: si pensi solo ai mille malintesi cre-
ati dalla parola amico, con cui vengono descritti i contatti su Facebook,
o la scarsa percezione di quanto reale e virtuale oggi siano legati, compe-
netrati. O riflettiamo su cosa comporti, per il mondo dell’informazione,
il fatto che con un cellulare in mano ognuno di noi possa improvvisarsi
giornalista, anche in assenza di competenze specifiche.
Un esempio: il 15 aprile 2013, a Boston, due bombe rudimentali
vengono fatte detonare all’arrivo della maratona in corso. Tre persone
muoiono e più di 250 rimangono gravemente ferite19. I presenti ini-
ziano immediatamente a twittare dal luogo dell’evento (dimostrando,
tra l’altro, come per certe finalità Twitter sia ancora il canale migliore,
grazie al funzionamento degli hashtag, dei quali parleremo più avanti),
includendo nei loro tweet foto di quello che vedevano. Finiscono così
in rete fotografie di feriti orridamente mutilati dagli ordigni, senza al-
cun controllo. Fotografie che giornalisti non avrebbero mai pubblicato,
per un senso, se non altro, di responsabilità nei confronti dei loro let-
tori (e per questioni di privacy). Spesso l’utente medio non ha preoccu-
pazioni, se non quella di “fare lo scoop”, essere il primo a postare una
certa cosa, senza considerare pienamente le conseguenze di quanto sta
facendo.
Questo tipo di errori comunicativi non è specifico delle generazioni
meno abituate ai social media, che possiamo definire di immigrati digi-
tali o nativi cartacei. Anche le giovani generazioni, ossia i cosiddetti na-
tivi digitali, dimostrano che essere nati con il telefonino o con il tablet in
mano non garantisce automaticamente di saper anche usare questi stru-
menti. Nativo digitale, insomma, non vuol dire alfabetizzato digitale.

19  Per un riepilogo della vicenda, cfr. www.history.com/topics/boston-marathon-


bombings.

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I   Nata ieri? Come si permette! Qualche accenno alla storia di internet

Noi “nativi cartacei”, invece, dobbiamo fare un ulteriore sforzo di com-


prensione di canali di comunicazione che spesso non ci sono naturali.

1.5 Tempi moderni

La mia giornata-tipo, come quella di molti, credo, inizia spegnendo


la sveglia del cellulare e accedendo, contemporaneamente, alle varie
app: controllo la mail, apro Facebook, Twitter e Instagram, poi le no-
tizie, poi il meteo, poi… un percorso nella rete fatto su misura in base
alle mie esigenze e alla mia volontà. La rete è lì, sveglia anche quando
io dormo: vedere che cosa sia successo in mia assenza è ciò che mi por-
ta a controllare il cellulare appena sveglia. Non a caso, esiste perfino
una sindrome, detta FOMO20, fear of missing out, ‘paura di perdersi
qualcosa’, che sarebbe uno dei motivi principali per cui non riusciamo
proprio a fare a meno di dare, in ogni momento, una sbirciatina al no-
stro telefonino. Come una coperta di Linus, siamo sempre col cellulare
in mano: pare che alcuni arrivino a manipolarlo più di cento volte al
giorno21, spesso senza rendersene nemmeno conto. Per la sola Italia,
quando parliamo di social network ci riferiamo a un fenomeno che
coinvolge all’incirca la metà degli abitanti di questo paese, con la mag-
gior parte dell’utenza ormai migrata su dispositivi mobili22.
Con il rischio di fare un discorso da anziana (o anzyana, come scri-
verebbero in certi ambientini social), da “signora mia ai miei tempi”,
com’era diversa l’emozione di arrivare a casa, dover aspettare l’accen-
sione del computer, accendere il modem, cliccare sull’icona della con-
nessione e aspettare che il modem, e poi il router, ci facessero accedere

20  Sull’argomento cfr. Sherry Turkle, 2011, Alone Together: Why We Expect More from
Technology and Less from Each Other, New York, Perseus Books.
21  Cfr. Victoria Woollaston, 2014, How often do YOU look at your phone? The average
user now picks up their device more than 1,500 times a week, in Daily Mail, www.dai-
lymail.co.uk/sciencetech/article-2783677/How-YOU-look-phone-The-average-user-
picks-device-1-500-times-day.
22  We are Social, 2017, cit.

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Social-linguistica

a quel mondo ancora tutto da esplorare che era internet vent’anni fa.
Come cambia la percezione stessa della rete non accedendovi più con
un browser, ma premendo sull’icona di un’app? Che cosa significa, a
livello cognitivo e relazionale, questo ulteriore allontanamento dalla
rete, questa fruizione ancora più mediata di prima, che arriva al punto
di far dire a molti giovanissimi, in risposta alla domanda “Che cos’è
internet?”, “internet è YouTube”, “internet è Facebook”, “internet è
Google”? Che cambiamenti porta, a livello cognitivo, la possibilità di
avere letteralmente ogni informazione a portata di clic (anche se non è
detto che le persone vogliano farlo, quel clic), oppure il fatto che siamo
costantemente intenti a fare più cose insieme, con un’attenzione peren-
nemente suddivisa tra più compiti che mandiamo avanti in parallelo?
La vocazione “social” della rete appare evidente: certo, in rete oggi
si fanno mille cose, dagli acquisti alla scelta del ristorante, dalla preno-
tazione di un volo alla ricerca di informazioni su un dato argomento,
dall’ascolto di musica alla lettura dei giornali. Internet è trasversale alle
nostre vite, presente in ogni momento in maniera più o meno esplicita.

1.6 Di terze e triple rivoluzioni

Riprenderemo la questione nella terza parte del libro, ma per ades-


so ricordiamo solo che con l’avvento di internet nelle nostre vite si
è parlato di tripla rivoluzione della comunicazione come di terza ri-
voluzione della comunicazione. Dopo l’invenzione della stampa nel
quindicesimo secolo e l’affermarsi dei mezzi di comunicazione di
massa nel ventesimo, internet tocca le tecniche di produzione del testo
(questo verrà trattato ampiamente nel prossimo capitolo), il modo di
trasmettere informazioni (si pensi solo a come chiunque possa diven-
tare editore di sé stesso23) e anche le abitudini di lettura. Soprattutto a

23  “Sé stesso” accentato non è una svista. Si tratta di una scelta che segue le indica-
zioni di Luca Serianni e dell’Accademia della Crusca, cfr. www.accademiadellacrusca.
it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/accentazione-prono-
me-stesso.

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I   Nata ieri? Come si permette! Qualche accenno alla storia di internet

proposito di quest’ultimo dato, occorre notare come in particolare le


giovani generazioni, investite da un sovraccarico informativo e sen-
soriale, facciano fatica a concedersi il tempo di leggere testi lunghi:
l’attenzione è parcellizzata, i trilli continui del telefono distraggono
anche dallo studio, e pare che non ci sia momento in cui non siamo
intenti in almeno due compiti in contemporanea. Alcuni studiosi par-
lano di Continuous Partial Attention24, una vera e propria sindrome
di deficit di attenzione dovuta alla presenza costante, in background,
di altre attività, come il social networking mentre si lavora. Secondo
molti, internet non sarebbe solo fonte di conoscenza ma anche una
perenne causa di distrazione25.
Come tutte le rivoluzioni, anche l’avvento di internet ha provocato
e provoca tuttora reazioni contrastanti; non sono rari gli interventi che
manifestano preoccupazioni riguardo alle possibili ricadute negative
della comunicazione mediata dal computer (CMC) da punti di vista so-
ciali, comunicativi e anche prettamente linguistici. David Crystal rileva
tuttavia che i sentimenti di diffidenza nei confronti delle novità non
sono inediti, ricordando che reazioni simili si ebbero già nel quindicesi-
mo secolo con l’invenzione della stampa e poi nel diciannovesimo seco-
lo con l’avvento dei mezzi di comunicazione a distanza26, che rendevano
meno facile il controllo della trasmissione del sapere e la censura.
Allo stesso modo, l’arrivo di internet e la sua diffusione hanno
causato una certa destabilizzazione: si pensi, per esempio, alla nume-
rose politiche mondiali vòlte a controllare l’accesso della popolazione
ai dati. Internet, per quanto caotica e sicuramente spesso inaffidabile,
possiede un enorme potenziale: portare informazione in luoghi dif-
ficilmente raggiunti da altri mezzi di comunicazione, sfuggendo alle
forme di controllo tradizionalmente impiegate per limitare l’accesso
alla “conoscenza”.

24  Cfr. Ellen Rose, 2010, Continuous Partial Attention: Reconsidering the Role of On-
line Learning in the Age of ‘Interruption’, in «Educational Technology», 50, 4, pp. 41-46.
25  Ibid.
26  Cfr. David Crystal, 2001, Language and the Internet, Cambridge, Cambridge Uni-
versity Press, capitolo 1: A linguistic perspective.

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II
Social-linguistica
Appunti di lingua liquida

L’interdipendenza fra pensiero e linguaggio


rende chiaro che le lingue non sono tanto
un mezzo per esprimere una verità che è già
stata stabilita, quanto un mezzo per scoprire
una verità che era in precedenza sconosciuta.
La loro diversità non è una diversità di suono
e di segni, ma di modi di guardare il mondo.
Károly Kerényi, Dioniso. Archetipo della
vita indistruttibile (1992, trad. di Urbild des
unzerstörbaren Lebens, 1976)

2.1 Di lingua e di uomini

In una spassosa intervista di Ali G (Sacha Baron Cohen) a Noam


Chomsky, il primo chiede al linguista «Why is studying language im-
portant?»; Chomsky risponde, con il suo tono pacato, ma contenente
un transatlantico di competenze: «Language is the core property that
basically defines human beings»1. La facoltà del linguaggio è la cosa
che ci rende umani, insomma. Sta alla base stessa della nostra essenza
umana. Come si fa, quindi, a sottostimarne l’importanza, a ridurne
la centralità, a pensare che, in fondo, come parlo è indifferente, tanto

1 Cfr. Ali G interviews Noam Chomsky, www.youtube.com/watch?v=fOIM1_


xOSro.

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Social-linguistica

l’importante è che il messaggio arrivi? Le cose non stanno così, e l’abito


linguistico che diamo alle nostre comunicazioni è rilevante quanto i
vestiti che decidiamo di indossare per una specifica occasione. Come
calibriamo l’abbigliamento in base alla situazione in cui ci troviamo,
allo stesso modo non è sensato pensare che sui social ci si debba com-
portare come quando si scrive un tema o un curriculum vitae: sono
contesti comunicativi diversi, con finalità diverse e – prendendo a pre-
stito un concetto di Francesco Sabatini – differenti gradi di «vincolo»:
nell’intento di socializzare in rete ci si possono permettere libertà lin-
guistiche superiori rispetto a contesti nei quali è richiesta maggiore
aderenza alle regole.
Questa introduzione serve per chiarire una questione: non intendo
né insegnare a scrivere per i social, né stigmatizzare i comportamenti
linguistici che vi si incontrano. Piuttosto, vorrei presentare una rasse-
gna di tratti caratterizzanti della lingua usata nei social con il doppio
intento di renderne più consapevole l’uso da parte di chi li impiega, ma
anche di “normalizzarli” agli occhi di chi li guarda con sospetto e un
certo timore di corruzione linguistica.

2.2 Una lingua inquieta

Come ogni nuovo mezzo di comunicazione, anche internet, ma in


particolare il mondo dei social network, ha provocato dei cambiamenti
nel modo di comunicare. In assenza di tutti gli elementi che contrad-
distinguono la comunicazione tra persone dal vivo (le espressioni del
viso, la posizione del corpo nello spazio, i gesti, il tono della voce ecc.),
gli utenti della rete cercano costantemente di trovare modi di espri-
mere tutto questo tramite la tastiera. Sin dagli albori, è stato possi-
bile vedere come, nel corso degli anni, la comunicazione mediata dal
computer si sia arricchita di nuovi modi di rendere più espressiva la
scrittura. Con il migliorare delle possibilità offerte dal mezzo, ad esem-
pio, si è passati dalle faccine “verticali” come :-) agli emoji (o le emoji?
Ne riparleremo più avanti), attraverso stadi intermedi che illustrere-

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Social-linguistica.indb 32 12/09/2017 14:33:26


II   Social-linguistica. Appunti di lingua liquida

mo. Dall’altra parte, è affascinante vedere come certe caratteristiche


della lingua dei social, che i nativi digitali considerano “nuove”, siano
invece presenti da sempre: l’uso di acronimi come LOL, laughing out
loud, o la tendenza al conio costante di parole nuove, spesso effimere. È
una lingua, insomma, in perenne mutamento, che fa spesso inorridire
i conservatori e gioire i rivoluzionari, anche se linguisticamente, com’è
ovvio, la realtà sta da qualche parte nel mezzo.

2.3 Atti di identità in rete. La lingua del villaggio


globale, la lingua del cottage su misura

Gli etnolinguisti Robert B. Le Page e Andrée Tabouret-Keller affer-


mano, insieme a molti altri studiosi, che ogni produzione linguistica è
un vero e proprio atto di identità 2: l’intento del comunicante non è solo
di comunicare, ma anche di unire tra simili e contemporaneamente di-
scriminare – nel senso più vicino all’etimologia originaria del termine
– tra i membri della propria tribù e gli estranei. Sui social si può trovare
piena realizzazione del ruolo della lingua contemporaneamente unifi-
catrice e separatrice: unificatrice tra persone che comunicano in ma-
niera simile, e su temi condivisi, separatrice nei confronti dei “diversi”,
includendo in questa categoria anche gli utenti inesperti, i newbie o, in
italiano, niubbi o utonti (di webeti parleremo poi): nei gruppi online,
sia quelli su WhatsApp sia quelli di Facebook, non c’è molta tolleranza
per lo “straniero”, e non di rado la comunicazione scivola nella cripto-
lalia, cioè in una lingua volutamente incomprensibile, nel solco della
tradizione dei gerghi storici. In alcuni casi, i comportamenti diventano
quasi tribali.
Non troppo tempo fa, internet veniva considerata il villaggio glo-
bale per eccellenza (secondo il concetto esposto da Marshall McLuhan

2  Cfr. Robert Brock Le Page, Andrée Tabouret-Keller, 1985, Acts of Identity. Creole-
Based approaches to language and ethnicity, Cambridge, Cambridge University Press.

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Social-linguistica.indb 33 12/09/2017 14:33:26


Social-linguistica

nel 19643). Ma oggi, caduto un po’ il mito di una rete che unisca tutti,
indistintamente, a livello mondiale, possiamo forse piuttosto dire che
la rete è come una globalità di villaggi, in cui ogni villaggio usa la lin-
gua in modo un po’ diverso. Insomma, è indubbio che i social hanno
l’enorme pregio di metterci in collegamento con persone fisicamente
lontane, che hanno idee simili alle nostre – o condividono con noi il
più peculiare degli interessi –, ma esiste anche un fenomeno che muove
in senso contrario, peraltro già accennato sempre da McLuhan (1964),
analizzato poi da altri studiosi: la privatizzazione, ossia l’isolamento
del singolo membro dalla comunità via via che per accedere alle infor-
mazioni e allo svago non c’è più bisogno di spostarsi da casa. Il rischio
sarebbe quello di una specie di progressivo rintanarsi delle persone nel
proprio “nido”.
In realtà, quindi, la globalità della rete è più che altro un’idea, men-
tre la frammentazione online è molto accentuata; per usare la defini-
zione coniata da Manuel Castells, il villaggio globale ha lasciato posto a
una serie di cottage personalizzati, agglomerati di singole casette iper-
adattate al proprio abitante4. Sono molti anni ormai che gli studiosi
parlano di cyberbalcanizzazione di internet, ossia della sua esplosione
in mille frammenti, fino a creare una splinternet5.
La presenza di internet implica una sostanziale variazione a livello
della rete di contatti che un individuo può avere: mentre una volta ogni
essere umano inserito in una società faceva parte di un gruppo di per-
sone circoscritto e, in fondo, delimitato nello spazio, attraverso questa
estensione nello “spazio virtuale” i contatti possono arrivare ovun-
que, anche agli antipodi del mondo fisico. Allo stesso tempo, questo
può comportare l’indebolimento di legami locali, più consolidati, che

3  Cfr. Marshall McLuhan, 1964, Understanding media. The extensions of man, Cam-
bridge (MA)-London, The MIT Press.
4  Cfr. Manuel Castells, 1996, The rise of network societies, Malden (MA), Blackwell,
p. 341.
5  Splinter in inglese significa ‘scheggia’. Cfr. Evgeny Morozov, 2010, Think Again: The
internet, foreignpolicy.com/2010/04/26/think-again-the-internet/ e Id., 2011, The Net
delusion. The dark side of internet freedom, New York, Public Affairs.

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Social-linguistica.indb 34 12/09/2017 14:33:26


II   Social-linguistica. Appunti di lingua liquida

divengono meno necessari nel momento in cui i confini fisici del pro-
prio milieu vengono ampliati.

2.4 Problemi di definizione: scritto, orale, trasmesso,


digitato?

Le innovazioni tecnologiche influenzano sempre il sistema comu-


nicativo: «i cambiamenti non sono mai puri fatti tecnici, ma modifica-
no sia le forme della scrittura sia quelle dell’interazione»6. Osservando
gli usi linguistici che incontriamo sui social, troveremo tratti che vo-
gliono essere surrogato di elementi mancanti (per esempio l’intona-
zione), ma anche un vero e proprio sistema di comunicazione alterna-
tivo, con numerosi elementi del tutto velleitari.
Negli anni passati, il dibattito sulle lingue telematiche ha ruotato
sovente intorno alla definizione della loro natura, in particolare ri-
spetto alle categorie canoniche di parlato e di scritto. Tra le definizio-
ni usate da numerosi studiosi abbiamo written speech e electronic di-
scourse, ma anche talky writing o e-linguaggio. E ancora: creolo scritto/
orale, discorso scritto interattivo e visibile parlare, italiano parlato digi-
tato, testo chiacchierato, scrittura conversazionale, italiano inviato7…
Elena Pistolesi, studiosa di questi ambiti, nota che le caratteristiche
più rilevanti di questo contesto d’uso della lingua stanno proprio nel
tentativo di recuperare, con tecniche che appartengono a vari livelli
linguistici, ciò che viene perso nel passaggio dall’orale allo scritto8.
Sembra dunque che esista uno sforzo cosciente da parte dello scrivente

6  Patrizia Violi, Patrick J. Coppock, 1999, Conversazioni telematiche, in Renata Gala-


tolo, Gabriele Pallotti (a cura di), La conversazione. Un’introduzione allo studio dell’inte-
razione verbale, Milano, Raffaello Cortina Editore, pp. 319-364, p. 324.
7  Un ampio elenco di definizioni, tra cui quelle qui citate, viene fornito in Gaetano
Berruto, 2005, Italiano parlato e comunicazione mediata dal computer, in Klaus Hölker,
Christiane Maaß (a cura di), Aspetti dell’italiano parlato, Münster-Hamburg-Berlin-
Wien-London, LIT Verlag, pp. 137-156.
8  Elena Pistolesi, 2004, Il parlar spedito. L’italiano di chat, e-mail e SMS, Padova, Ese-
dra, p. 98.

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Social-linguistica

volto quasi a “spingere” la scrittura verso ruoli a cui essa era un tempo
estranea.
A un livello superficiale, notano molti studiosi, il testo telematico
presenta un misto di elementi dello scritto e del parlato, con la pre-
senza rilevante di un vero e proprio gioco linguistico con l’intento di
trasmettere più contenuti emozionali. Inoltre, la natura dei mezzi di
comunicazione elettronici non solo permette, ma incoraggia lo scam-
bio dialogico: si ottengono così dei testi scritti con caratteristiche sia
stilistiche che strutturali diverse da uno scritto normale. Né la ripro-
duzione dell’oralità né la dialogicità sono, infatti, proprie dello scritto
tradizionale.
Nemmeno questa sistemazione è però pacifica, tanto che già nel
1982 Walter Ong affermava che le nuove tecnologie hanno portato
all’avvento di una specie di oralità secondaria o di ritorno, in opposi-
zione all’oralità primaria delle civiltà precedenti alla scrittura9. Oralità
secondaria è una definizione accettata da vari studiosi ma, di nuovo,
non da tutti.
Massimo Prada ha classificato la CMC come appartenente a quel-
la che molti già considerano una vera e propria terza varietà rispetto
all’orale e allo scritto: l’italiano trasmesso10, con caratteristiche come la
multimedialità e l’ipertestualità che solo parzialmente possono essere
ricondotte alla divisione tra orale e scritto. In particolare, per essere
ancora più specifici, Prada considera la comunicazione mediata dal
computer come una sottoclasse del trasmesso, il trasmesso discontinuo,
con caratteristiche linguistiche ma anche strutturali proprie. Paolo
D’Achille chiama questa forma particolare di scritto scritto a distanza,
da affiancare al parlato a distanza di telefono, radio, cinema e televi-
sione all’interno dell’italiano trasmesso, terza varietà di lingua dopo

9  Cfr. Walter J. Ong, 1982, Orality and literacy: the technologizing of the word, Lon-
don-New York, Methuen, trad. it. 1986, Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola,
Bologna, il Mulino.
10  Cfr. Massimo Prada, 2003, Scrittura e comunicazione. Guida alla redazione di testi
professionali. Volume 1: Comunicazione - Testo - Varietà di Lingua, Milano, LED, p. 157.

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II   Social-linguistica. Appunti di lingua liquida

parlato e scritto11. Ma manca ancora un tassello: anche se il supporto


è scritto, e non a caso Giuseppe Antonelli lo definisce il primo, vero
italiano scritto di massa12, nella percezione degli utenti si tratta quasi di
un parlato13. Sentiti gli studiosi, ma sentiti anche gli utenti, la domanda
rimane: che cosa facciamo quando “parliamo per iscritto” in rete?

2.4.1 Quale classificazione possibile? Oltre il parlato e lo scritto

Per David Crystal, netspeak è non solo la combinazione di elemen-


ti del parlato e dello scritto ma possiede un’ulteriore serie di carat-
teristiche, che definisce proprietà mediate elettronicamente14. Esiste
dunque un surplus che pone il linguaggio elettronico al di là di scritto
e parlato.
Filogeneticamente (cioè a livello di specie umana) e ontogenetica-
mente (a livello di evoluzione del singolo essere umano), la classifica-
zione della lingua telematica come una specie di terza via tra parlato e
scritto non soddisfa completamente: la sua appartenenza alla categoria
del trasmesso è legata al mero mezzo di trasmissione e non svela molto
delle sue caratteristiche cognitive. Si pensi a una riprova semplicissi-
ma: è evidente che un analfabeta non riuscirebbe a comunicare fat-
tivamente in rete. La necessità di un’alfabetizzazione piena dimostra
che non si ha a che fare con una “via di mezzo” tra parlato e scritto, ma
fondamentalmente con uno scritto che contiene caratteristiche di un’o-
ralità di ritorno, come se elementi del parlato subissero una ri-codifica
dopo essere già stati una volta “tradotti” nello scritto: una specie di
doppia codifica parlato –> scritto –> CMC.

11  Cfr. Paolo D’Achille, 2003, L’italiano contemporaneo, Bologna, il Mulino, pp. 208 e sgg.
12  Cfr. Giuseppe Antonelli, 2016, L’e-taliano tra storia e leggende, in Sergio Lubello
(a cura di), E-taliano. Scriventi e scritture nell’era digitale, Firenze, Cesati, pp. 11-28, in
particolare p. 13.
13  Cfr. Edda Weigand, 2009, Language as Dialogue. From rules to principles of prob-
ability, Amsterdam, Benjamins, p. 183.
14  David Crystal, 2001, Language and the Internet, Cambridge, Cambridge University
Press, p. 48.

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Social-linguistica

Viste le difficoltà, forse è sensato definirlo semplicemente italiano


digitato, con tutti i limiti di una qualsiasi definizione. Da una parte,
esso è “forzato” dal mezzo di comunicazione ad assumere alcune ca-
ratteristiche peculiari che la differenziano sia dal parlato parlato che
dallo scritto scritto: ecco quindi la brevità, la frammentarietà sintat-
tica, la scarsa importanza data agli errori ortografici, tutti elementi
dettati dalla velocità con cui avviene la trasmissione, quindi legati,
almeno in parte, a esigenze quasi tecniche. Non a caso, Elena Pistolesi
afferma che la caratteristica principale dei testi elettronici è di essere
spesso degli ipotesti, più che degli ipertesti: praticamente, dei fram-
menti di testo15. «E questo spiega perché li possono scrivere – e ov-
viamente leggere – anche i tanti italiani che non toccano mai libri o
giornali; anche i tanti che quando leggono un articolo di giornale non
sono in grado di capire cosa dice», scrive Giuseppe Antonelli16. D’altro
canto, i testi elettronici esibiscono una serie di fenomeni non stretta-
mente necessari, non essenziali per la comunicazione, ma che possono
essere considerati elementi di stile, come l’uso delle emoticon, degli
acronimi, del maiuscolo che mima l’urlo ecc. L’omissione di questi
tratti non impedirebbe certo il passaggio delle informazioni “di base”:
talvolta forse si perderebbero delle informazioni aggiuntive, mentre in
altri casi non si tralascerebbero che tratti espressivi, non indispensa-
bili. Ma sappiamo bene che una lingua non è mai pura informazione:
ogni genere letterario, per esempio, come pure il cinema, il teatro, la
tradizione giornalistica, possiede caratteristiche linguistiche peculia-
ri, che concorrono a differenziarlo e a fare sì che ognuno di essi con-
vogli dei significati diversi. In parte, la lingua dei social appare legata a
esigenze sociali: si è formato – e si sta tuttora formando – un costume
linguistico, una tradizione che gli utenti tendono ad acquisire. Il gra-
do di dimestichezza con le caratteristiche della comunicazione social

15  Elena Pistolesi, 2011, Frammenti di un discorso ordinario, in Gudrun Held, Sabine
Schwarze (a cura di), Testi brevi. Teoria e pratica della testualità nell’era multimediale,
Bern, Peter Lang, pp. 113-125.
16  Giuseppe Antonelli, 2014, Comunque anche Leopardi diceva le parolacce, Milano,
Mondadori, capitolo 10: Si parla italiano, si scrive e-taliano?

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II   Social-linguistica. Appunti di lingua liquida

non influisce obbligatoriamente sul passaggio della trasmissione, ma


è piuttosto una forma di prestigio per l’utente. È evidente quanto con-
ti la presenza dell’altro, degli utenti circostanti, della «maggioranza
silenziosa», come la definisce Bruno Mastroianni nella sua Disputa
felice17. L’utente si vuole sentire apprezzato e accettato, e desidererebbe
raggiungere uno status all’interno della comunità che gli permetta di
venire riconosciuto, o di divenire, magari, un influencer (anche di loro
riparleremo più avanti).
Ricapitolando: l’italiano digitato è la quarta varietà che i nuovi
media ci hanno permesso, o forse imposto, di acquisire. Possiamo, se-
guendo Antonelli, chiamarlo e-taliano18. L’importante è sapere che è
una competenza utile, talvolta forse imprescindibile, che deve andare
ad aggiungersi alle nostre altre competenze: quella di parlare bene e
quella di scrivere bene, anche a mano. Come sostiene ancora lo studio-
so, «saper digitare non equivale a saper scrivere. O meglio: l’italiano
digitato è una varietà diversa rispetto all’italiano scritto tradizional-
mente inteso»19. Ricordiamo ancora una volta che la competenza lin-
guistica e comunicativa si deve formare per aggiunta e non per sosti-
tuzione, sempre.

2.4.2 Linguistica dei “socialini” tra stupore e disgusto

Una delle principali caratteristiche della lingua che si incontra sui


social network (o socialini20, come talvolta li chiamano i loro frequen-
tatori) è dunque il tentativo di rendere massimamente espressiva la
scrittura, veicolando, oltre al mero “testo”, contenuti socio-emoziona-

17  Cfr. Bruno Mastroianni, 2017, La disputa felice. Discutere senza litigare sui social
network, sui media e in pubblico, Firenze, Cesati, pp. 106-107.
18  Cfr. Giuseppe Antonelli, 2016, L’e-taliano tra storia e leggende, cit.
19  Id., 2014, Comunque anche Leopardi diceva le parolacce, cit.
20  Per una definizione di socialino cfr. Vocabolario Treccani, sezione Neologismi,
www.treccani.it/vocabolario/socialino_%28Neologismi%29/.

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Social-linguistica

li 21 attraverso strategie di compensazione22 che vanno a sostituire tutto


ciò che durante un’interazione faccia a faccia si comunica normalmen-
te con la gestualità, la prosodia, le espressioni del volto ecc. La mimesi
del parlato, più o meno consapevole, è una delle strategie comunicative
che più caratterizzano questa lingua, nel tentativo di rendere più “emo-
tiva” una comunicazione scritta spesso reputata (forse a torto) fredda
e impersonale a causa dei limiti oggettivi imposti dal mezzo. La co-
municazione rimane comunque scritta, pur considerando i tentativi
coscienti di riprodurre, nel testo, alcuni effetti sonori (innalzamenti
di volume, toni di voce particolari ecc.). Ma si tratta pur sempre di
una riproduzione consapevole, di una traduzione dall’orale allo scritto.
Questa consapevolezza, del resto, è un elemento che contrasta con l’o-
pinione diffusa che la lingua dei social sia necessariamente sciatta, data
la presunta velocità della comunicazione. Sicuramente è importante
non “perdere il turno” in una conversazione su WhatsApp o in una
discussione accesa, ma si ha comunque la possibilità di riflettere un
attimo su quanto si sta scrivendo, molto più di quanto non succede in
un confronto a voce, dove il “ritardo comunicativo” è poco tollerabile.
La risposta veloce, non ponderata, istintiva, non è tanto responsabilità
del mezzo di comunicazione, quanto del singolo utente e delle scelte
che questi compie.
La giocosità verbale non è certo un elemento di assoluta novità:
la troviamo in molti altri generi di scrittura non formale, come nel
linguaggio giovanile, nella pubblicità e nei fumetti; e ancora, i graffiti
e il genere epistolare privato, soprattutto giovanile. Giusto per ricorda-
re che, benché molte delle caratteristiche esaminate appaiano nuove e
inedite, il “gioco linguistico” è sempre esistito, in una forma o nell’al-
tra. L’elemento di grande novità è il medium attraverso il quale il gioco
si realizza: non è il muro taggato, ovvero firmato dal writer, il graffita-

21  Cfr. Alberto Baracco, 2002, La comunicazione mediata dal computer, in Carla Baz-
zanella (a cura di), Sul dialogo. Contesti e forme di interazione verbale, Milano, Guerini
studio, pp. 253-267, in particolare p. 255.
22  Cfr. Patrizia Violi, Patrick J. Coppock, 1999, Conversazioni telematiche, cit., pp.
319-364, p. 348.

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II   Social-linguistica. Appunti di lingua liquida

ro, o l’agenda dell’adolescente, ma un mezzo di comunicazione molto


più pubblico, più ampio.
Che ci siano parallelismi tra la lingua dei social e i linguaggi giova-
nili non è una sorpresa. In fondo, l’età definibile come giovanile si è al-
largata, nel corso degli ultimi decenni, diventando sempre più precoce
l’ingresso nell’adolescenza e sempre più ritardato quello nell’età adulta,
anche a causa di varie questioni sociali. Di conseguenza, anche la lin-
gua tende a emanciparsi sempre più tardi dai giovanilismi, rimanendo
piuttosto a uno stadio adultescente23, assieme a genitori che a loro volta
non hanno molta voglia di crescere, ma tentano di rientrare nell’ado-
lescenza: non è per nulla raro vedere ultraquarantenni che indulgono,
sia nella vita reale sia in rete, in rituali comunicativi chiaramente gio-
vanilistici, anche fuori tempo massimo.

2.5 Alla base di tutto: il neostandard

C’è una base linguistica sulla quale poi si stratificano tutte le ca-
ratteristiche che vedremo proseguendo. Questa base viene chiamata,
dai linguisti, italiano dell’uso medio24 o neostandard25: è un italiano
corretto, ma in qualche modo semplificato rispetto a quello studiato a
scuola, e corrisponde anche alla lingua che impieghiamo tutti i gior-
ni; potremmo dire che sia il nostro “italiano da strada”, rimanendo
comunque a un livello di accettabilità linguistica. È l’italiano in cui
usiamo lui al posto di egli, o domani vado invece di domani andrò, o
adesso mi bevo un caffè invece di adesso bevo un caffè o, ancora, se lo
sapevo non venivo invece di se lo avessi saputo non sarei venuto. Poi-

23  Cfr. Eide Spedicato Iengo, Giovanni Bongo, 2015, Società artificiale. Dal consumi-
smo alla convivialità, Milano, FrancoAngeli, p. 33.
24  È Francesco Sabatini a dare la definizione nel 1985; la riprende anche in Id., 2016,
Lezione di italiano, Milano, Mondadori (paragrafo: Una fotografia sociolinguistica dell’I-
talia, nelle Conclusioni), definendolo «un italiano privo di tratti regionali, ma abbastan-
za sciolto […], vera spina dorsale dell’intero sistema».
25  Per la definizione di italiano neostandard, cfr. Gaetano Berruto, 1987, Sociolingui-
stica dell’italiano contemporaneo, Roma, La Nuova Italia Scientifica.

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Social-linguistica

ché è un tipo di lingua più ricorrente nel parlato che non nello scritto,
vedere certe forme o certe costruzioni digitate può destare più di una
perplessità. Non sono, però, scelte linguistiche totalmente insolite, dal
momento che ricorrono già in altri contesti di scrittura meno formale.
Solo che, forse, prima d’ora non erano mai state così visibili.
Anche a livello di sintassi della frase, si nota la tendenza a usare
una lingua piana, con frasi brevi, senza subordinate complesse o reg-
genze verbali complicate. Certo, questa è una caratteristica diffusa, si-
curamente legata a motivi di spazio, velocità e immediatezza; tuttavia,
sarebbe sbagliato generalizzare troppo, perché il mondo dei social è
talmente vasto da permettere, al suo interno, un ventaglio di situazioni
comunicative diverse, dalla meno formale − a tratti persino substan-
dard − all’altamente formale. Le scelte linguistiche, quindi, tenderan-
no a variare di conseguenza.

2.6 Scritture brevi26

Iniziamo con l’aspetto forse più visibile della lingua dei social (e di
WhatsApp, e degli SMS, e…): la presenza di una serie di strategie per
“dire di più in meno spazio”, per sintetizzare la scrittura oltre ogni li-
mite. Queste scritture brevi, e veloci, erano originariamente dovute a
limiti tecnici posti dalle tecnologie: quando la connessione si pagava
a tempo, risparmiare anche solo una lettera aveva un senso. L’esigenza
era ancora più sentita negli SMS27 che – a molti oggi parrà impossibile –
avevano un costo, per cui si cercava di rimanere in tutti i modi dentro
ai 160 caratteri previsti. Oggi, più che da questioni di spazio e denaro, le
scritture brevi sono legate all’esigenza di velocità di digitazione, o pre-
carietà delle situazioni in cui si mandano i messaggi.

26  Prendo a prestito questa espressione da Francesca Chiusaroli, inventrice del pro-
getto omonimo. Cfr. www.treccani.it/lingua_italiana/speciali/web/Chiusaroli.html.
27  Cfr. Vera Gheno, 2010, Linguaggio giovanile, nuovi media, SMS: contatti e influssi
reciproci, in Nicoletta Maraschio, Domenico De Martino (a cura di), Se telefonando… ti
scrivo. L’italiano al telefono, dal parlato al digitato / I giovani e la lingua. Atti dei convegni
(11 maggio 2007, 26 novembre 2007), Firenze, Accademia della Crusca, pp. 58-80.

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II   Social-linguistica. Appunti di lingua liquida

Possiamo individuare tre tipi di scritture brevi: gli acronimi, le ta-


chigrafie, che taluni chiamano anche “scrittura a codice fiscale” per
la tendenza a omettere le vocali, e i troncamenti, cioè l’uso di parole
private delle loro sillabe finali.

2.6.1 Acronimi

Acronimi inglesi
Data l’origine della rete, non stupisce la presenza di acronimi in-
glesi. Molti di questi sono noti ai più “anziani” frequentatori dei social,
mentre risulteranno quasi del tutto sconosciuti alla maggioranza dei
nativi digitali. Quando la rete e i social erano un fenomeno più di nic-
chia, i prodotti non erano localizzati (ossia non esisteva la loro versione
italiana), e quindi i frequentatori si adattavano alle formule comunica-
tive già in uso, facendole proprie.
acronimi inglesi

afaik bsod
= as far as I know = blue screen of death
→ ‘per quanto ne so’ ‘lo schermo blu della morte’
esempi

quando un computer con Windows


aka
si pianta in maniera irreparabile
= also known as
→ ‘conosciuto anche come’ btw
= by the way
asap
→ ‘tra l'altro’, ‘a proposito’
= as soon as possible
→ ‘il prima possibile’ cu
= see you
bbl
→ ‘ci vediamo’
= be back later
→ ‘torno piú tardi’ cul8r
= see you later
bbs
→ ‘ci vediamo piú tardi’
= be back soon
→ ‘torno presto’ faq
= frequently asked questions
bff
→ ‘domande poste di frequente’
= best female friends
→ ‘migliori amiche’

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Social-linguistica

acronimi inglesi

ftw omg
= for the win = oh my God
→ ‘per la vittoria’ ‘o mio Dio’
esempi

fubar omfg
= fucked up beyond all repair = oh my fucking God
→ ‘incasinato oltre ogni limite’ come sopra, con l’aggiunta di
‘fottuto’
fyi
= for your information ot
→ ‘per tua informazione’ = off topic
‘fuori argomento’ (e il suo opposto,
imho / imo / imvho / imao
it = in topic)
= in my humble opinion / in my opinion
/ in my very humble opinion / in my ar- pita
rogant opinion = pain in the ass
→ ‘secondo la mia umile opinione’ e ‘dolore nel culo’, ovvero ‘problema’,
varianti. iyho ‘secondo la tua umi- ‘seccatura’
le opinione’, è usato spesso in maniera
rl
polemica, giustapposto agli altri
= real life
idk ‘vita reale’, contrapposta alla vl =
= I don’t know virtual life, la vita ‘in rete’
→ ‘non so’
rotfl
lmao = rolling on the floor laughing
= laughing my ass off ‘rotolandosi in terra ridendo’
→ ‘ridendo fino a star male’ ovvero ‘ridere molto forte’
lmgtfy rotflastc
= let me Google that for you = rolling on the floor laughing and
→ ‘lascia che te lo googli’; di solito, scaring the cat
rivolto ironicamente a chi chiede agli ‘rotolandosi in terra ridendo e
altri un’informazione che potrebbe fa- spaventando il gatto’
cilmente trovare da solo… googlando
rtfm
lol = read the fucking manual
= laughing out loud ‘informati sulle cose da sapere
‘ridendo rumorosamente’ prima di scrivere’
nimby snafu
= not in my backyard = situation normal, all fucked up
‘non nel mio cortile’ ‘la situazione è normale, è tutto
sottosopra’

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II   Social-linguistica. Appunti di lingua liquida

acronimi inglesi

tmi yolo
= too much information = you only live once
‘troppe informazioni’, quando si ‘si vive una sola volta’
esempi

entra troppo nei particolari nel rac-


wot
contare qualcosa
= wall of text
ttfn ‘muro di testo’: scrivere tantissimo
= ta-ta for now senza suddividere in paragrafi, ren-
‘ciao-ciao per ora’ dendo il testo di difficile fruizione
ttyl wtf
= talk to you later = what the fuck
‘ti parlerò piú tardi’ ‘ma che cazzo’

Parte di questi acronimi è ormai in disuso soprattutto in conte-


sti italiani, ma alcuni continuano a essere usati, come per esempio il
popolarissimo LOL. È talmente sedimentato nell’uso italiano da avere
dato origine al verbo lollare per ‘ridere molto’.
Recentemente, LOL sembra aver subito una parziale risemantizza-
zione. Continua, di norma, a indicare la risata, ma è documentato un uso
dell’acronimo in maniera autoironica, per chiosare una battuta malriu-
scita quando nessun altro ride. A quel punto l’autore stesso, autocommen-
tandosi con LOL, può per lo meno far credere di averlo fatto apposta28.

Acronimi italiani
La tendenza alla formazione di acronimi è presente un po’ in tutte
le lingue, perché nasce da un’esigenza condivisa di chi sta online, in
particolare con l’intento di socializzare: la brevità e velocità di comuni-
cazione. Anche in Italia se ne trovano molti, alcuni esclusivi dei social,
altri di molto precedenti. Ecco qualche esempio:

28  Questo impiego è stato citato dal giovanissimo scrittore Giacomo Mazzariol du-
rante una tavola rotonda a Tempo di Libri (Milano, 20 aprile 2017) come esempio di
linguaggio giovanile.

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Social-linguistica

acronimi italiani

3msc fdp
→ ‘(io e te) tre metri sopra → ‘figlio/a di puttana’
il cielo’
esempi

gac
dal titolo del noto successo di
→ ‘grazie al cazzo’
Federico Moccia. Ha poi dato origine
a varianti come 4msc (perché a tre pd
metri era tutto pieno) o 2mst (‘due → ‘porco d**’
metri sotto terra’, a fine storia)
pdm
cbcr → ‘pezzo di merda’
→ ‘cresci bene che
ripasso’ pda/pd’a
un acronimo antichissimo! → ‘perfettamente
d'accordo’
cdr
→ ‘cappottato dal ridere’ slmv
→ ‘sei la mia vita’
cz
→ ‘cagato zero’ supf
riferito a persona cui nessuno → ‘sei un povero fesso’
risponde o, in generale, poco tadb
considerata → ‘ti amo di bene’
cmdz quando non ci si sente di dire “ti
→ ‘cagato meno di zero’ amo” (tra giovanissimi), oppure tra
variante del precedente due bff

dcd+ tvb
→ ‘dicci di piú’ → ‘‘ti voglio bene’
con varianti tvumdb ‘...un monte di
dsdp bene’, tvttb ‘...tanto tanto bene’,
→ ‘devi scopare di piú’ tv1kdb ‘…un casino di bene’ ecc.
consiglio passe-partout
fdm
→ ‘figo/a della madonna’

Molti acronimi, a parte quelli chiaramente “mocciani” come 3MSC


e SLMV, sono eufemistici, cioè servono per camuffare almeno in parte
parolacce e bestemmie. È una tendenza piuttosto diffusa, quella di au-
tocensurarsi, dati i molti filtri che limitano la possibilità di pubblicare

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II   Social-linguistica. Appunti di lingua liquida

elementi coprolalici29 su molti canali. Usando l’acronimo, il messaggio


arriva lo stesso, ma si aggira il filtro della censura, e si rispetta un certo
pudore per espressioni troppo esplicite.
Oltre agli acronimi “codificati” e ormai compresi da buona parte
dei navigatori, esistono molti esempi di creatività personale; in questi
casi, per ovvi motivi, la spiegazione è d’obbligo. Il fenomeno, per niente
sporadico, indica che la tendenza all’acronimizzazione è sentita, dagli
utenti della rete, come uno dei giochi linguistici propri della lingua
del mezzo, indipendentemente da ciò che si voglia dire o dall’effettiva
esiguità di spazio che ne giustificherebbe l’impiego.

2.6.2 Tachigrafie (inglesi e italiane)

Altra caratteristica è quella delle tachigrafie (dal greco ταχύς ‘ve-


loce’), modi contratti o abbreviati di scrivere singoli termini o intere
frasi. Abbiamo diversi esempi di notazioni contratte30 sia inglesi sia
italiane.
tachigrafie

3ad/3d cmq grz


= thread = comunque grazie
→ ‘discussione’
esempi

czz msg
6 = cazzo = message
= sei (v. verbo ‘messaggio’
dgt
essere)
= digiti, digitare nn
b4 es. “d dv dgt?” = non
= before
fwup ns
→ ‘prima’
= follow-up = nostro
→ ‘seguire, dare
seguito’

29  Coprolalia, dal greco κόπρος, ‘sterco’, e -λἅλιά, ‘chiacchiera’, è il modo in cui il lin-
guista chiama il turpiloquio, insomma le parolacce.
30  Cfr. Elena Pistolesi, 1997, Il visibile parlare di IRC (Internet Relay Chat), in «Qua-
derni del Dipartimento di Linguistica», 8, pp. 213-246, p. 231.

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Social-linguistica

tachigrafie

pls/plz/pliz qlc vs
= please = qualche/qualcosa = vostro
esempi → ‘per favore’
qs xke’
prg = questo = perché
= prego
thx/tnx xo’
pvt = thanks = però
= privato → ‘grazie’

Queste tachigrafie vengono usate sui social e anche sui canali di


messaggistica istantanea come WhatsApp o Messenger. Molte di esse
sono già familiari perché provengono da vari contesti della scrittura
informale giovanile o dalla pubblicità, o addirittura dalla scrittura
burocratica, come ns e vs; del resto, come nota Giuseppe Antonelli,
anche nell’Ottocento le tachigrafie di questo tipo erano diffuse negli
scritti più o meno privati (per esempio le lettere) di uomini colti e let-
terati: C.A. per caro amico e T.V. per tutto vostro erano consuetudine
in apertura e chiusura delle lettere, i nomi dei mesi venivano decur-
tati in 8bre, 9bre e Xbre, la famiglia Leopardi scriveva cose come nro
e vro e, ancora, qlche, fse, qdo e simili31. E recentemente, perfino alla
Crusca su Twitter è capitato di ricorrere a una tachigrafia per ovviare
alla penuria di caratteri…

31  Cfr. Giuseppe Antonelli, 2014, Comunque anche Leopardi diceva le parolacce, cit.,
capitolo 10: Si parla italiano, si scrive e-taliano?

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II   Social-linguistica. Appunti di lingua liquida

2.6.3 Troncamenti
Conclude il trio delle scritture veloci la tecnica dei troncamenti di
parola, assai diffusa e applicabile, ancora una volta, anche in maniera
estemporanea. Ecco alcuni esempi:
troncamenti

a propos/appropò cisi probl


= a proposito = ci si vede = problema
esempi

asp/aspè doma raga


= aspetta, = domani = ragazzi
soprattutto
impo rego
chattando
= importante = regolare
cell/cello
pome risp
= cellulare
= pomeriggio = rispondi/
rispondete

Alcuni usi sono ormai proverbiali, come la domanda raga tutto


rego? o risp è impo ‘rispondete è importante’, spesso usato (anche in
maniera ironica) per rendere particolarmente pregnante una richie-
sta di consigli o di aiuto, come nell’esempio qui sotto, tratto da Yahoo
Answers:

La tradizione di troncare le parole è ben radicata sui social. Meno


diffuso, ma altrettanto interessante, è l’uso del troncamento per simula-
re la riformulazione del discorso che
si stava facendo. Si crea un pecu-
liare effetto comunicativo, come
se si avesse avuto un’improvvisa
illuminazione capendo qualcosa che
prima ci era sfuggito. Ecco quindi frasi come Ah ma allora sei andAH
NO NIENTE oppure quindi mi stai dicendo che tuOH WAIT.

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Social-linguistica.indb 49 12/09/2017 14:33:27


Social-linguistica

2.7 Questioni di lessico

Se le scritture brevi sono una delle caratteristiche più pubblicizza-


te dei social, il settore del lessico32 appare più ricco e più “mosso”. Vi
rientrano gli anglismi tecnici e non (e in misura marginale altre lin-
gue), i dialettismi e le invenzioni estemporanee, ossia i neologismi più
o meno effimeri che spesso rimangono confinati all’interno di questo
settore.

2.7.1 L’inglese
Tecnicismi e paratecnicismi dell’informatica, del web e dei vari canali
di comunicazione

Tutta la comunicazione mediata dal computer, nelle sue varie for-


me, è ricca di anglismi. Il web nasce “in inglese” e rimane, pur con le
traduzioni del caso, fondamentalmente anglofono. La rete è predispo-
sta per l’alfabeto di questa lingua, privo di segni diacritici; e questo
spiega parzialmente come mai, almeno all’inizio della storia dei so-
cial, si usasse scrivere le lettere accentate con il digramma di lettera
semplice+apice, come in perche’ 33: l’infrastruttura è pensata per l’in-
glese più che per le altre lingue. È naturale che un’arte, un mestiere o
una tecnologia nati in un certo paese e in una certa lingua si portino
appresso il lessico anche quando “esportati”: il balletto “parla francese”
in tutto il mondo, le indicazioni sugli spartiti musicali sono sempre in
italiano: andante, fortissimo, crescendo ecc.
Inoltre, la fascinazione della cultura angloamericana sugli italia-
ni, soprattutto i giovani, è ben nota sin dagli studi di Edgar Radtke

32  Sul lessico tecnico della rete tra inglese e italiano, cfr. anche Marco Biffi, 2016, Le
parole nella Rete, Roma, Gruppo Editoriale L’Espresso, capitolo 6: Il flusso delle parole,
pp. 101-114.
33  Cfr. Vera Gheno, 2003, Uso del digramma lettera+apice in sostituzione della lettera
accentata, sezione Consulenza Linguistica, sito web dell’Accademia della Crusca, www.
accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/
uso-digramma-letteraapice-sostituzione-lette.

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Social-linguistica.indb 50 12/09/2017 14:33:27


II   Social-linguistica. Appunti di lingua liquida

negli anni Novanta 34, e anche questo ha il suo peso, nelle nostre scelte
anglofile.
Il primo settore lessicale di cui ci occuperemo, quindi, forse quel-
lo meno soggetto a critiche o perplessità, è quello dell’informatica in
generale e più in particolare di internet e dei social. Intanto, abbiamo
parole ormai acclimatate come software e hardware, reset, username e
password; poi, termini specificamente legati al mondo del web come de-
facing (di un sito, quando la sua homepage viene hackerata35), screenshot
(fotografia della schermata di un computer o un cellulare), tag (etichet-
ta) e moltissimi termini ibridi (soprattutto verbi formati con base in-
glese e morfema flessivo della prima coniugazione dell’italiano) come
downloadare, formattare, regrammare (re-instagrammare una foto al-
trui), resettare, screenshottare, sharare, taggare e l’infinita serie legata
ai nomi dei vari programmi: googlare, instagrammare, photoshoppare,
snapchattare, telegrammare (usare Telegram, con slittamento semanti-
co di un verbo già esistente che significava ‘mandare un telegramma’),
twittare, whatsappare36. Certo, per molti di questi esistono traduzioni o
possibili circonlocuzioni, ma spesso è più comodo e immediatamente
comprensibile usare il termine inglese o semi-inglese.
Ad esempio, selfie37 non è perfettamente analogo ad autoscatto, che
designa un accorgimento tecnico piuttosto che un vero e proprio stile
per fotografarsi (stile che comprende l’uso del braccio teso, con l’inqua-

34  Cfr. Edgar Radtke, 1992, La dimensione internazionale del linguaggio giovanile, in
Emanuele Banfi, Alberto A. Sobrero (a cura di), Il linguaggio giovanile degli anni Novan-
ta. Regole, invenzioni, gioco, Roma-Bari, Laterza, pp. 5-44, in particolare p. 25.
35  Come è successo al sito dell’Accademia della Crusca il 9 agosto 2015, quando chi
si connetteva a www.accademiadellacrusca.it vi trovava la bandiera dell’ISIS. Cfr. Marta
Serafini, 2015, Isis, hacker attaccano il sito dell’Accademia della Crusca, in Corriere.it,
www.corriere.it/tecnologia/15_agosto_09/hacker-filo-isis-attaccano-sito-dell-accade-
mia-crusca-a1dcf6dc-3e83-11e5-9ebf-dac2328c7227.shtml.
36  Cfr. Stefano Olmastroni, 2015, Whatsappiamo?, sezione Consulenza Linguistica,
sito web dell’Accademia della Crusca, www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/
consulenza-linguistica/domande-risposte/whatsappiamo.
37  Per approfondimenti su selfie, cfr. Simona Cresti, 2014, Selfie, sezione Parole Nuove
del sito web dell’Accademia della Crusca, www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italia-
na/parole-nuove/selfie.

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Social-linguistica

dratura lievemente dall’alto che, è noto, migliora le apparenze, tanto da


essersi meritata un nome tutto suo, MySpace angle, dal nome di uno dei
primi social network... a meno di non ricorrere a quell’accessorio, in-
viso ai più, che è il selfie stick!); taggare, invece, è difficile da spiegare in
italiano: nominalmente, vuol dire indicare le persone presenti in una
foto su vari social, come Facebook e Instagram, creando solitamente
un collegamento al loro profilo. Ma che dire, allora, di quando si viene
taggati sull’immagine di un albero di Natale come augurio? L’azione
stessa del taggare subisce uno slittamento di significato, perché è pas-
sata a indicare quasi una ricerca non verbale di contatto, come poteva
essere, in tempi meno telematici, lo squillino sul cellulare.
Esistono, poi, molti esempi di termini che non sono più definibili
né tecnici né paratecnici, ma che connotano aspetti, azioni e compor-
tamenti che tipicamente hanno luogo proprio sui social network. Ecco
una piccola tabella che ne riporta diversi, con esempi di “evoluzioni”
pseudoitaliane:
“socialinismi”

attentionwhore = invio di un messaggio a più gruppi


→ ‘persona che si prostituisce in contemporanea
per avere attenzione’ ▶ crosspostare, crosspostato
esempi

▶ attenscionuor
DM, direct message
ban → ‘messaggio diretto’
→ ‘bando’ = messaggio privato inviato a
espulsione e radiazione di qualcuno su una piattaforma
un utente da una chat, da un social
gruppo o da una piattaforma di ▶ diemmare
comunicazione
fake
▶ bannare, bannato
→ ‘falso’
block chi si crea una falsa personalità
→ ‘blocco’ elettronica o usurpa quella di
▶ blockare un altro
challenge flame
→ ‘sfida’ → ‘fiamma’
= attività molto comune sui canali di messaggio contenente insulti
alcuni ▶ youtuber ▶ flammare, fleim (adattamento
grafico del termine inglese)
crosspost
→ ‘invio incrociato’

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Social-linguistica.indb 52 12/09/2017 14:33:27


II   Social-linguistica. Appunti di lingua liquida

“socialinismi”

flamebait like
→ ‘miccia’ → ‘mi piace’
esempi

messaggio creato apposta per ▶ likare, laikare, ma anche mipiaciare


scatenare la rissa telematica
lurker
flamewar → ‘spione’
→ ‘guerra di fiamme’ chi legge abitualmente senza
serie di scambi di messaggi di intervenire personalmente nella
insulti che degenera in una rissa discussione e rimanendo, in questo
verbale modo, invisibile
▶ lurkatore
flooding
→ ‘inondazione’ to lurk / lurking
invio ripetuto di messaggi di posta → ‘spiare’
elettronica verso la casella di posta ▶ lurkare, lurkato, lurkaggio, lurkata
di un utente, in modo da intasarla e
mailbombing
renderla inutilizzabile
→ ‘bombardamento con
▶ floodare, floddare
lettere’
follow effettuato spesso come azione di
→ ‘seguire’ massa contro un server o un sito per
▶ followare intasarlo e, in definitiva, bloccarlo
temporaneamente
hashtag
▶ mailbombare
→ ‘etichetta con
cancelletto’ newbie
parola che serve per definire → ‘utente inesperto’
l’argomento di cui si sta scrivendo, in chi si affaccia a Usenet per la prima volta
modo da poter aggregare il contenuto ▶ niubbi, niubbo, niubbino
con altri simili e creare un flusso
nickname / nick
ordinato di informazioni
→ ‘soprannome’
▶ hashtaggare
soprannome con cui l’utente si firma
(to) hide
poke / to poke
→ ‘nascondere’
→ ‘colpire’
rendere invisibile una conversazione
il poke è un comando di Facebook
che non ci interessa leggere
che permette di mandare una “ditata
▶ hidare, haidare
virtuale” a un altro utente, un po’
lag come una volta ci si facevano gli
→ ‘ritardo’ squillini al cellulare
rallentamento nella trasmissione
post / to post
dei dati sulla rete; particolarmente
→ ‘messaggio’ / ‘‘mandare un
fastidioso durante una chat
messaggio’
▶ laggare, laggato

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Social-linguistica

“socialinismi”

il singolo messaggio, o articolo, serie di messaggi connessi tra di loro


inviato a un newsgroup, e l’azione di per argomento
esempi

inviarlo
topic
▶ postare, postato, postatore (‘colui → ‘argomento’
che posta’) argomento del newsgroup o
quoting / to quote della discussione, da cui in topic
→ ‘citazione’ / ‘citare’ ‘pertinente all'argomento’ e off
riportare parti di un altro messaggio topic ‘fuori tema’
nel proprio post trending topic
▶ quotare, quotato, quotaggio → ‘argomento di tendenza’
reply di solito usato su Twitter, per
→ ‘risposta’ indicare l’argomento di cui tutti
messaggio scritto come risposta stanno discutendo, identificato dal
a un altro suo hashtag
▶ replaiare, replaiato troll
retweet si fa risalire al nano dispettoso della
ricondivisione del tweet scritto mitologia scandinava; l’etimologia
da un altro utente si incrocia con il verbo inglese to
▶ retwittare troll ‘pescare alla traina’, che
denota una tecnica di pesca in cui
spam non si distingue per specie. Indica un
→ ‘posta-immondizia’ utente che disturba volutamente le
▶ spammare (‘inviare spam’), discussioni altrui
spammatore ▶ trollo, trolla, trollone, trollare
‘fare il troll’
shitstorm
→ ‘tempesta di cacca’ twitterstar
tecnica di disturbo che segue una un personaggio di rilievo di
regia specifica: ad esempio, si Twitter
cerca di rovinare la reputazione di
un ristorante con una scarica di unfollow
recensioni negative ‘smettere di seguire’
▶ unfolloware, unfollouare
subject
→ ‘oggetto’ (to) up
titolo del post → ‘far salire o risalire (un
messaggio o un thread)’
tag
▶ uppare
→ ‘etichetta’
▶ taggare, taggato youtuber
→ ‘personaggio famoso tramite
thread
YouTube’
→ ‘filo’

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Social-linguistica.indb 54 12/09/2017 14:33:27


II   Social-linguistica. Appunti di lingua liquida

Anglismi “lussuosi”
Altrettanto icastici sono i termini inglesi che non hanno nessun
ruolo preciso nella comunicazione online: non sono termini tecnici o
pseudotecnici, non sono in alcun modo necessari per ragioni tecniche
o di chiarezza: semplicemente, vengono usati perché sentiti come ter-
mini privi di un corrispettivo italiano, perché sintetizzano in maniera
efficace un concetto che in italiano richiederebbe delle circonlocuzioni,
o ancor più semplicemente vengono sentiti come appartenenti a un les-
sico di prestigio.
anglismi di lusso

bromance mansplaining
da brother+romance, amicizia man+explaining, quando un uomo
esempi

affettuosa tra due maschi spiega cose a una donna trattandola


come inferiore
demotivational
qualcosa che demotiva, quando sadfrog
normalmente si usano immagini e rana triste, sintetizza uno
concetti per motivare stato d’animo
epic win/epic fail sadtrombone
vittoria epica/fallimento epico trombone triste: il classico suono di
trombone discendente alla fine di
facepalm
certi sketch che finiscono male
gesto di portarsi il palmo della mano
alla faccia per indicare incredulità,
rassegnazione

Questi termini vengono incastonati in un


discorso in italiano perché, per chi li usa, veico-
lano un significato più ricco rispetto a eventuali
corrispettivi italiani. Rispondere, ad esempio,
con l’immagine di una sadfrog o con il più famo-
so dei facepalm, quello del capitano Jean-Luc Pi-
card dell’astronave Enterprise dalla popolarissima serie di fantascienza
Star Trek: The Next Generation, dice, a volte, molto più di mille parole.
L’inglese, se rimanesse confinato ad ambiti “sensati”, non rappre-
senterebbe certo un problema. In fondo, l’italiano è da sempre stato
una spugna nei confronti delle altre lingue – e al momento il vocabo-

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Social-linguistica

lario della nostra lingua contiene termini da decine di lingue diverse


– quindi la presenza di termini stranieri non è preoccupante… se non
quando si cade nell’eccesso. Forse sarebbe saggio seguire i consigli che
dà Francesco Sabatini38:

-- essere pienamente padroni del significato della parola;


-- conoscere la pronuncia e la grafia corretta;
-- assicurarsi che l’interlocutore capisca.

Per approfondire

Di viralità e di memi
Molte delle parole e delle immagini vi- Popper sul parallelismo tra evoluzione
ste qui sopra sono ormai viralizzate, sono genetica ed evoluzione culturale dell’es-
cioè diventate dei memi (o meme: per sere umano. Il gene, scrive Dawkins, è
molti, il termine è invariabile al plurale). un replicatore di informazioni che per-
Oggi si parla di virale, viralità e diffusio- mette l’evoluzione della specie. Esistono
ne virale ogni volta che una notizia, una altri tipi di replicatori? Secondo l’autore
fotografia, un brano musicale, più ge- sì. Abbiamo un nuovo “brodo primordia-
nericamente un’unità di informazione, si le” e un nuovo replicatore. Riporto qui
diffondono con velocità pressoché incon- – in traduzione – il pezzo in cui Dawkins
trollabile soprattutto nel web, a denotarne spiega la creazione del nuovo termine:
il grande successo di pubblico o, forse,
l’impossibilità di contenere l’informazione Il nuovo brodo è quello della cultura
(anche quando sgradevole). Questa nuo- umana. Ora dobbiamo dare un nome
va accezione di virale inizia ad affermarsi in al nuovo replicatore, un nome che dia
italiano all’incirca dal 2008. l’idea di un’unità di trasmissione cul-
In alcuni casi, soprattutto per immagini che turale o un’unità di imitazione. “Mime-
diventano iconiche, spesso accompagna- me” deriva da una radice greca che
te da frasi a effetto, si parla di meme. Il ter- sarebbe adatta, ma io preferirei un
mine è stato coniato dal biologo Richard bisillabo dal suono affine a “gene”:
Dawkins negli anni Settanta, in un’opera spero perciò che i miei amici classi-
intitolata Il gene egoista (1976, The Selfish cisti mi perdoneranno se abbrevio mi-
Gene, Oxford, Oxford University Press), meme in meme. Se li può consolare,
basandosi su alcune osservazioni di Karl lo si potrebbe considerare correlato
a “memoria” o alla parola france-

38  Cfr. Francesco Sabatini, 2016, Lezione di italiano, cit., paragrafo: La corsa all’an-
glismo.

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Social-linguistica.indb 56 12/09/2017 14:33:27


II   Social-linguistica. Appunti di lingua liquida

se  même. (qui citate pp. 186-187 una singola parola o una frase, conte-
della traduzione di Giorgio Corte e nente magari un errore commesso inten-
Adriana Serra per Mondadori, 1992) zionalmente per fini espressivi1, come in
questo esempio creato proprio dall’Acca-
Successivamente, lo scienziato forni- demia della Crusca.
sce alcuni esempi:

Esempi di memi sono melodie, idee,


frasi, mode, modi di modellare vasi o
costruire archi. Proprio come i geni si
propagano nel  pool genico  saltando
di corpo in corpo tramite spermatozoi
o cellule uovo, così i memi si propa-
gano nel  pool  memico  saltando di
cervello in cervello tramite un proces-
so che, in senso lato, si può chiamare
imitazione. (Ivi, p. 187)

Come il  gene, quindi, è un’unità di infor-


mazione genetica, così il meme è un’unità Tra i memi più famosi in assoluto ci sono
di informazione culturale. molte foto di felini. La rete, si sa, adora i
Una definizione di meme che tiene conto gattini; uno dei gatti più popolari è Tardar
dell’influsso dei media compare al mo- Sauce, meglio conosciuta come Grumpy
mento nella sezione Neologismi del Voca- Cat (‘Gatto accigliato’, anche se nel nostro
bolario Treccani, che riporta il 2012 come caso è una gatta), protagonista di infiniti
sua data di diffusione in italiano:  memi come questo, forse uno di quelli
che ha avuto più circolazione: ‘Una volta
Singolo elemento di una cultura o mi sono divertita. È stato orribile’.
di un sistema di comportamento,
replicabile e trasmissibile per imita-
zione da un individuo a un altro o da
uno strumento di comunicazione ed
espressione a un altro (giornale, libro,
pellicola cinematografica, sito inter-
net, ecc.).

Riassumendo, si può dire che un meme è


un elemento culturale o di informazione
che, per qualche sua caratteristica, divie-
ne chiaramente riconoscibile e riproduci-
bile, e si diffonde in maniera velocissima,
potremmo dire virale, per l’appunto, anche 1  Cfr. Vera Gheno, 2014, A proposi-
grazie alle possibilità date dai nuovi canali to di virale e meme, sezione Consulenza
di comunicazione. In internet un meme Linguistica, sito web dell’Accademia della
può prendere la forma di immagini, col- Crusca, www.accademiadellacrusca.it/
legamenti ipertestuali, spezzoni video, siti it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/
web o hashtag. Potrebbe anche essere domande-risposte/proposito-virale-meme.

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Social-linguistica.indb 57 12/09/2017 14:33:27


Social-linguistica

2.7.2 “Maccheronismi”

Uno dei fattori principali della lingua dei social è il divertimento,


l’uso ludico della lingua. Nel campo degli anglismi questo si concre-
tizza nella creazione di forme ibride con materiale linguistico inglese
adattato all’italiano secondo la pronuncia, oppure di frasi in un ibrido
maccheronico itanglese. Del resto, mentre adesso prevale l’uso di ac-
quisire forestierismi in maniera integrale, in passato l’adattamento non
era insolito: si consideri l’esempio di bistecca da beef steak, di salame-
lecco da Salam Aleikum o uragano da huracàn. Adesso non agiamo più
così, e non abbiamo zunami da tsunami o daunload da download. Ma
giocosamente tale uso sopravvive. Come negli esempi qui di seguito:
“maccheronismi”

andeggraund lovvare scrinscio


↔ underground ↔ to love ↔ screenshot
esempi

attenscionuor moar trustori


↔ attentionwhore ↔ more, ‘di più’ ↔ true story, ‘storia
vera’
ciusi nau
↔ choosy, ‘schizzinoso’ ↔ now uannabi
↔ wannabe, ‘che
feic oald
vorrebbe essere
↔ fake ↔ old
(qualcosa)’
fleim occhei(one)
whinare o wainare
↔ flame ↔ ok
↔ to whine,
haid roghenroa ‘lamentarsi’
↔ hide ↔ rock and roll
ipste rullare
↔ hipster ↔ to rule, ‘dominare’

Talvolta questo costume linguistico si estende alla fraseologia: ecco


che troviamo esempi come donuorri (don’t worry), vado a ghettarmi
una laif (dall’esortazione get a life ‘fatti una vita’), iz de niù (is the new),
ma perfino creazioni completamente effimere come we are rasking the
fond of the baril. Il motivo? Nessuno reale, se non il ludus.

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Social-linguistica.indb 58 12/09/2017 14:33:27


II   Social-linguistica. Appunti di lingua liquida

2.7.3 Tracce di altre lingue

L’inglese rimane la lingua franca del mondo, e di internet – soprat-


tutto nella forma ipersemplificata del globish39; nonostante questo, via
via che la rete si è internazionalizzata, le varie lingue stanno riconqui-
stando il loro posticino al sole accanto all’inglese.
Nel tessuto del social-italiano si trovano quindi anche tracce di
altre lingue, tra cui spagnolo, francese, tedesco e latino, quest’ultimo
come probabile reminiscenza scolastica.
Gli ispanismi e le forme ispanizzanti sono una presenza fissa nell’i-
taliano da molto tempo: come scrive Edgar Radtke, lo spagnolo eserci-
ta un effetto deformante sull’italiano, con chiari effetti umoristici40. In
decenni passati, la presenza dello spagnolo è stata fatta risalire al pa-
ninarese, cioè al gergo di quel movimento giovanile che ebbe un certo
successo durante gli anni Ottanta. Il movimento dei paninari ebbe vita
molto breve, ma è probabile che abbia comunque avuto un influsso sul
linguaggio giovanile odierno. All’epoca non si contavano i falsi ispani-
smi creati con il suffisso -os applicato a qualsiasi parola (come passami
los libros). Oggi troviamo nell’uso parole ed espressioni come hola o
no tengo dinero (come il titolo del famoso brano dei Righeira), vamos,
hasta la vista, que pasa ecc.
Possiamo censire alcuni francesismi come voilà o déjà vu, delle
forme pseudoadattate come mersì bocù per merci beaucoup, padequà
per pas de quoi, savasandìr per ça va sans dire che sottintendono, ov-
viamente, una qualche conoscenza della lingua di partenza e quindi la
possibilità di giocare con il materiale linguistico.
Non mancano alcuni termini tedeschi che non hanno esatta cor-
rispondenza in italiano, in particolare schadenfreude, ‘felicità per le
disgrazie altrui’ e fremdschämen ‘vergogna conto terzi’, talmente accli-

39  «Forma semplificata di inglese parlato dai non madrelingua», cfr. Dizionario Gar-
zanti, www.garzantilinguistica.it/ricerca/?q=globish&idl=eb9256270fa4a748b8a8817d5
90ae5ee&v=ENIT.
40  Cfr. Edgar Radtke, 1992, La dimensione internazionale del linguaggio giovanile, cit.,
pp. 5-44, in particolare p. 27.

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Social-linguistica.indb 59 12/09/2017 14:33:27


Social-linguistica

matato, in alcuni contesti, da venire addirittura vezzeggiato in fremdy


e aver dato origine anche al verbo fremdare: sta fremdando per dire ‘si
sta vergognando per qualcuno’.

Il giapponese compare in alcune sporadiche espressioni come


kawaii ‘carino’ o otaku ‘persona che coltiva interessi ossessivi’; lo in-
contriamo, ovviamente, in maggiore quantità nei contesti direttamen-
te collegati a temi giapponesi, come i gruppi di appassionati di anime o
manga o, magari, di Pokémon.
Per il latino, a parte la citazione diretta di
modi di dire acquisiti a scuola – perfino l’in-
cipit della prima Bucolica di Virgilio Tityre, tu
patulae recubans sub tegmine fagi, fino a tec-
nicismi burocratici o legali – si riscontra una
ricca tradizione di storpiature, da de gustibus
non est sputazzandum a in hoc sugna vinces
(incrocio tra sugna, grasso di maiale, e in hoc
signo vinces). Non sarà certo un caso, del re-
sto, se il latinorum compare anche nello stemma di Hogwarts, l’arcinota
scuola dei maghi in Harry Potter.

2.7.4 La presenza dei dialetti

I dialetti hanno seguito un percorso decisamente tortuoso rispetto


alla lingua nazionale. Sulla loro genesi di varietà sorelle di quella di-
ventata “italiano”, ossia il fiorentino colto parlato dalle classi abbienti,
non abbiamo qui spazio di trattenerci, ma occorre ricordare che il pro-
cesso di italianizzazione, acceleratosi dagli anni Sessanta per merito

60

Social-linguistica.indb 60 12/09/2017 14:33:28


II   Social-linguistica. Appunti di lingua liquida

dei mezzi di comunicazione di massa – soprattutto la televisione – ave-


va portato il timore che i dialetti fossero destinati al declino, finendo
risucchiati dalla lingua nazionale41.
Nell’ambito dei linguaggi giovanili, e di riflesso anche sui social,
l’uso del dialetto appare come un tratto di ritorno una volta conqui-
stata la padronanza dell’italiano, in funzione non prettamente comu-
nicativa, bensì piuttosto gergale ed espressiva; in parte come un’al-
tra lingua straniera alla quale attingere per “colorire” ulteriormente
il testo42. Considerata, dunque, questa funzione, non stupisce che il
recupero, in realtà, sia fatto di “mattoncini dialettali” spesso molto
stereotipati, non più legati a una precisa area di appartenenza, ma dif-
fusi su tutto il territorio italiano in maniera trasversale: in un certo
senso, si allarga la “tastiera” delle parole a disposizione includendo
il termine che appare più efficace, indipendentemente dal dialetto al
quale appartiene.
Il recupero, insomma, non avviene solo nell’ambito della propria
area geografica, ma nei confronti di dialetti di tutta la penisola, a se-
conda di quale sia quello che offre il termine più adatto al contesto: e
Flavia Ursini la definisce sregionalizzazione dei dialetti43.
Secondo Alberto Sobrero, nella situazione attuale, italiano e dia-
letto finiscono per sovrapporsi nella coscienza del parlante, poiché
spesso sono disponibili in contemporanea, venendo percepiti più
come variazioni di registro all’interno della stessa lingua che come

41  Cfr. Gaetano Berruto, 2002, Parlare dialetto in Italia alle soglie del Duemila, in Gian
Luigi Beccaria, Carla Marello (a cura di), La parola al testo. Scritti per Bice Mortara Ga-
ravelli, Alessandria, Edizioni dell’Orso, volume 1, pp. 33-49, in particolare p. 34.
42 Una rilevazione nei licei di Livorno, pubblicata in un mio saggio del 2014, aveva
mostrato la relativa vitalità del dialetto in ambito giovanile, con ricorrenze dialettali tut-
to sommato circoscritte e stereotipate. Cfr. Vera Gheno, 2014, La dialettalità nell’ambito
del linguaggio giovanile livornese, in Gianna Marcato (a cura di), Le mille vite del dialetto,
Padova, CLEUP, pp. 395-401.
43  Cfr. Flavia Ursini, 2005, La lingua dei giovani e i nuovi media: gli SMS, in Fabiana
Fusco, Carla Marcato (a cura di), Forme della comunicazione giovanile. Atti del Conve-
gno di Udine (8 maggio 2003), Roma, Il Calamo, pp. 323-336, p. 332.

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Social-linguistica

lingue distinte44. In altre parole, il dialetto diventa davvero un altro


mezzo per arricchire la lingua usata in rete.
Non tutti i dialetti hanno analoga fortuna. In questo momento, in
rete sembra prevalere il romanesco, sia grazie a una lunga tradizio-
ne di comici e cabarettisti romani (tra i più recenti ricordiamo solo i
personaggi creati da Corrado Guzzanti, come Rokko Smitherson), sia
grazie al “fattore simpatia” che sembra portare con sé questa parlata.
In questo modo, si diffonde un po’ in tutta Italia l’uso di daje per ‘ok’,
‘va bene’, ‘che bello!’ e vojo per voglio ecc.45, saluti ritualizzati come
bella ci’, annamo, chettelodicoaffa’, chettedevodi’, m’arisurta, ’taccisua
ma anche di esclamazioni come limorté (da li mortacci tua, alla france-
se), stacce, sveja, chemmestaiaddi’, spesso con registrazione nello scrit-
to del raddoppiamento fonosintattico
(della scriptio continua parleremo nel
seguito). Ecco il daje nella magistrale
interpretazione di Stefano Guerrera,
inventore di Se i quadri potessero par-
lare46, che accoppia didascalie in roma-
nesco a quadri famosi, in questo caso a
Rinaldo e Armida di Annibale Carrac-
ci (1601 ca.).
Altri dialetti sono presenti in maniera minore, e dipendono so-
stanzialmente da personaggi famosi in voga in un dato momento:
Luciana Littizzetto ha esportato il piemontese balengo in tutta Italia,
come precedentemente aveva fatto il Gabibbo con besugo; Jerry Calà
aveva reso popolare ocio però veneto, mentre più recentemente Mac-
cio Capatonda ha introdotto nella lingua dei social espressioni quali
sossoldi (‘sono (tanti) soldi’) o imparare (in luogo di insegnare) e uscire

44  Cfr. Alberto A. Sobrero, 2000, Fra videogiochi, non-lettura e una lingua flou, in Ma-
ria Emanuela Piemontese (a cura di), Bisogni linguistici delle nuove generazioni, Firenze,
La Nuova Italia, pp. 23-38, p. 27.
45  Per capirli tutti, non resta che leggere l’articolo Le 10 declinazioni del daje sul blog
The Roman Post, www.theromanpost.com/2014/04/10-declinazioni-daje/.
46  Cfr. www.facebook.com/seiquadripotesseroparlare/.

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Social-linguistica.indb 62 12/09/2017 14:33:28


II   Social-linguistica. Appunti di lingua liquida

transitivo, come l’uomo che usciva la gente, costrutti verbali tipici dei
dialetti meridionali. Un tormentone della rete, ad esempio, ancora di
origine meridionale, è imparare qualcosa a qualcuno invece di insegna-
re, ovviamente usato in maniera sbagliata apposta.

Non è assolutamente escluso che in rete, e sui social, il dialetto


si usi anche come vera e propria affermazione identitaria attraverso
gruppi appositi di “orgoglio dialettale”. Fenomeni simili sono stati esa-
minati da numerosi studiosi, come per esempio Andrea Viviani che
ha studiato il gruppo Facebook Sei de Roma se…47. Ma non mancano
esempi da qualsiasi dialetto. Ecco un messaggio in siciliano:

2.7.5 L’invenzione linguistica


«Dio, il Signore, avendo formato dalla terra tutti gli animali dei
campi e tutti gli uccelli del cielo, li condusse all’uomo per vedere come

47  Cfr. Andrea Viviani, 2012, La nuova piazza “de Roma”: Facebook, in Marco Gar-
giulo (a cura di), L’Italia e i mass media, Roma, Aracne, pp. 371-380. Sul dialetto usato
come rivendicazione identitaria, cfr. anche Vera Gheno, 2016, Una sottile linea rossa tra
dialettofilia e dialettomania?, in Gianna Marcato (a cura di), Il dialetto nel tempo e nella
storia, Padova, CLEUP, pp. 325-333.

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Social-linguistica

li avrebbe chiamati, e perché ogni essere vivente portasse il nome che


l’uomo gli avrebbe dato. L’uomo diede dei nomi a tutto il bestiame, agli
uccelli del cielo e ad ogni animale dei campi…». Questo brano è tratto
dalla Genesi (2, 20-21) e viene qui citato per un motivo preciso: l’essere
umano, sin dalla notte dei tempi, è investito dell’onere di dare i nomi alle
cose. Ogni persona, in sostanza, è potenzialmente un onomaturgo, cioè
un inventore di parole48. La maggior parte di queste non avrà vita lunga,
anzi, molte ricorreranno un’unica volta nella storia di una lingua. Alcune
sopravvivono alla prova del tempo e finiscono per entrare nei vocabolari.
Nell’inquietudine e nel movimento perenne della rete, soprattutto
sui social, assistiamo alla nascita continua di parole nuove. Molte ri-
mangono dei veri e propri hapax, ossia degli occasionalismi di brevis-
sima durata. Alcune sono invece più diffuse, ma, esistendo solo in un
unico contesto, quello appunto dei social, spesso non compaiono nei
dizionari. Esempi diffusi, ma “opachi” alle opere lessicografiche po-
trebbero essere perculare per ‘prendere in giro’ o settordici per indicare
un numero molto alto. Sarebbe difficile tentare un censimento, ma si
possono raccogliere alcuni esempi particolarmente interessanti.
neologismi

bellachessei ▶ bellachesseriare buongiornismo


“che bella che sei”, di solito detto a l’abitudine di dire sempre
esempi

sproposito di persona non troppo “buongiorno” sul proprio profilo


piacevole nelle fattezze
capiscione
bombability factor uno che ne capisce
fattore di “scopabilità”
divertenza
boutanade divertimento
da boutade+puttanata
ducolpability
possibilità di dare due colpi a
qualcuno

48  Un esempio recente di neologia letteraria si incontra in Giulio Xhaët, 2017, I sogni
di Martino Sterio, Milano, Mondadori. Lo scrittore inventa numerosi termini per il suo
romanzo, da cantuoni a mestruopolitana, da falsorriso a rioccasione. Sono parole espres-
sive e semanticamente trasparenti, molto interessanti da scoprire.

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II   Social-linguistica. Appunti di lingua liquida

neologismi

interessanza poveraccismo
l’essere interessante la manifestazione dell’essere dei
esempi

poveracci
lolloni
grandi risate, da LOL, acronimo per puccy e puccysmo
laughing out loud essere teneri
perculare puntacazzismo
prendere per il culo l’essere puntigliosi
pesaculismo trequartismo
di chi non ha voglia di fare le cose una certa tendenza a farsi sempre
dei selfie maliardi mettendosi di
pessempremente
tre quarti di fronte alla macchina
per sempre
fotografica
piccy
una cosa carina, simpatica, tenera

Queste sono tutte parole inventate, per ora non registrate da alcun
dizionario ed esistenti solo nella memoria collettiva dei frequentatori
di alcuni angoli del web, più o meno reconditi. Più l’ambito è comuni-
tario, più si inventeranno termini che fanno da “collante” al gruppo,
rappresentando in qualche modo la sua storia49.
Due neologismi che invece hanno avuto più fortuna sono utonto e
webete. Il primo, già in uso sui social italiani dei primordi, nasce come
crasi di utente+tonto, proprio come webete nasce da web+ebete. Di
quest’ultimo si trovano attestazioni già nel 199850, ma il salto di quali-
tà è accaduto nel 2016 quando Enrico Mentana l’ha usato per stigma-
tizzare il commento sciocco di un utente. Rispetto al 1998, il termine
ha subito uno slittamento semantico: da ‘utente che considera internet
composta solamente dalla WWW’ a più genericamente ‘ottuso della

49  Cfr. Vera Gheno, 2017, In morte di un socialino, in Marco Gargiulo (a cura di), In-
croci. Luoghi della creatività e reti della comunicazione. Atti del convegno Incroci/Cros-
sings (Bergen, 4-6 novembre 2015), Roma, Aracne, pp. 219-249.
50  Cfr. il dizionario del gergo telematico curato all’epoca da Maurizio Codogno, xmau.
com/gergo/w.html.

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Social-linguistica

rete’. Si veda lo scambio che ha reso


famoso il termine51.
Webete è stato da più parti sa-
lutato come “il nuovo petaloso”, e il
suo ingresso nei dizionari caldeggia-
to con entusiasmo. Come già si era
chiarito per petaloso, l’ingresso nei
dizionari potrà avvenire solo se la
parola si stabilizza nell’uso, ossia se
sarà impiegata da un congruo nume-
ro di persone per un periodo suffi-
cientemente lungo di tempo e, possi-
bilmente, in contesti diversificati.
Chiaramente, per quanto una reazione di perplessità di fronte a
parole nuove sia naturale, si ricordi che l’invenzione linguistica è in-
dice di una lingua sana e capace di adattarsi ai contesti: per questo, il
fenomeno della neologia effimera non deve spaventare o inquietare,
ma solo divertire.

Per approfondire

Due parole su petaloso


Vorrei soffermarmi sull’odiosamato1 a un fiore con tanti petali. La maestra, che
petaloso dalla posizione privilegiata nella per sorte si chiama proprio Margherita, gli
“stanza dei bottoni” in cui mi trovavo nei segnala la parola come errore, in quanto
giorni della vicenda. La storia è semplice. inesistente, ma lo chiosa come “errore bel-
Febbraio 2016: un bambino di otto anni, lo”; e sull’errore del ragazzino costruisce
Matteo, alunno di terza della scuola ele- per i suoi alunni una lezione sulla neologia.
mentare di Copparo (Ferrara) attribuisce, in Matteo viene quindi esortato a scrivere
un compito in classe, l’aggettivo petaloso all’Accademia della Crusca in quanto au-
torità nel campo della lingua italiana, per
chiedere come si faccia a fare inserire una
parola nel vocabolario. La Crusca, trami-
1  Aggettivo coniato da Vittorio Alfieri.

51  Cfr. Licia Corbolante, 2016, Webete: neologismo che entrerà nei dizionari?, blog.
terminologiaetc.it/2016/08/29/origine-significato-webete/.

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II   Social-linguistica. Appunti di lingua liquida

te la sua collaboratrice Cristina Torchia, ne con un grande seguito. Uno di questi è


risponde (con un tono adatto al destina- Stefano Guerrera, del già citato Se i quadri
tario della missiva, un bambino di otto potessero parlare, che crea un quadro peta-
anni)2. loso per la Crusca, attirando l’attenzione del
La classe di Matteo riceve la lettera suo vastissimo seguito. Seguono molte altre
(cartacea) e la maestra, felice della rispo- pagine amate dai frequentatori della rete, da
sta, la fotografa e la pubblica sul suo profilo Le più belle frasi di Osho (coniando petalo-
Facebook. Un giornalista locale, dell’Esten- sho) a Io ti amavo, passando da Lego (che
se, decide di scriverci sopra un breve pez- dedica alla vicenda un fiore petaloso costruito
zo di cronaca3 e, soprattutto, di lanciare lo di mattoncini colorati) e dall’astronauta Luca
hashtag4 #petaloso per aiutare Matteo a far Parmitano, che nota come il modulo di rientro
entrare la parola nel vocabolario. Premes- dalla ISS, con gli oblò spalancati, sia anch’es-
so che l’esistenza di una parola come solo so petaloso.
hashtag difficilmente porta al suo ingresso
nel vocabolario, dato che si tratta di un im-
piego non reale, ma metacomunicativo, la
Crusca decide di rilanciare la notizia su Twit-
ter; in fondo è una vicenda costruttiva: l’Ac-
cademia che risponde a un bambino… cosa,
del resto, per niente insolita nell’ambito della
normale attività del servizio di consulenza lin-
guistica della Crusca, che tenta di dare più
risposte possibili e in maniera completamen-
te democratica.
La condivisione su Twitter della notizia
dell’Estense (del 24 febbraio 2016) provoca
una reazione inattesa: la storia inizia a circola- Il fenomeno, che su Twitter diventa ve-
re, e sempre più persone ricondividono #pe- locemente trending topic nazionale, ossia
taloso o creano contenuti appositi, compresi hashtag più popolare del momento, attira i
i cosiddetti influencer della rete, ossia perso- media: giornali, radio e televisioni parlano del-
la storia, perfino all’estero; successivamente,
in maniera prevedibile, arriva anche l’instant
2  La lettera può essere letta qui: www.acca- marketing: “fioriscono” pubblicità che ripren-
demiadellacrusca.it/it/laccademia/notizie-dal- dono l’aggettivo tanto in auge in quei giorni,
laccademia/parola-petaloso-possibilit-entrare- dal dolce petaloso di Melegatti ai voli per i
vocabolari. campi petalosi della Provenza di Easyjet, pas-
3  Cfr. www.estense.com/?p=529919. sando per la selezione di abiti petalosi di Asos
4  Perché non “il hashtag”? Deformazione e la gamma petalosa di colori della nuova Fiat
mia: sono nata in Ungheria, e per me la h si Cinquecento.
pronuncia saldamente. Mi viene spontaneo,
quindi, usare l'articolo lo/uno. Che la situa-
zione non sia semplice, lo testimonia anche
una scheda pubblicata sul sito dell’Accademia
della Crusca, che riporta le parole di Luca Se-
rianni, cfr. www.accademiadellacrusca.it/it/lin-
gua-italiana/consulenza-linguistica/domande-
risposte/larticolo-prima-parole-inizianti-per-h.

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Social-linguistica

Chiaramente, come tutti i tormentoni, to a un Sanremo5, le critiche non inficiano la


l’amore per la parola passa velocemen- bella storiella di uno dei tanti termini inventati
te, e inizia la fase di discesa. Purtroppo, da un bambino (i bambini, si sa, sono ac-
per vari motivi (compreso un intervento caniti onomaturghi, e amano a dismisura il
di Matteo Renzi, allora presidente del suffisso -oso) che, per imponderabili ragioni
Consiglio), la notizia subisce una fonda- di viralizzazione spontanea, ha catalizzato
mentale distorsione: invece di considerarlo l’attenzione della rete per alcuni giorni. Lun-
un semplice e innocente gioco linguistico e gi dall’essere un’operazione di marketing
mediatico, il messaggio compreso da molte voluta o prevista, va considerata esempio
persone è che la Crusca abbia approvato pe- della portata mediatica che possono avere
taloso e l’abbia inserito nel suo Vocabolario. i social network, spesso in maniera del tutto
Per questo, occorre chiarire che in Italia incontrollabile.
non esiste un ente addetto alla cernita dei Ancora oggi, a dimostrazione di quanto
neologismi; i neologismi entrano nei vocabo- sia difficile eradicare una bufala, moltissime
lari in base ai tre parametri accennati in pre- persone sono convinte che la Crusca abbia
cedenza, cioè ampiezza dell’uso, longevità e “approvato” o peggio, “sdoganato” petaloso,
impiego in contesti differenziati (che è il mo- qualsiasi cosa questo voglia dire.
tivo per cui i gergalismi della rete raramente Un aspetto positivo della storia di petalo-
finiscono nei dizionari: perché sono esclusivi so 6 è sicuramente che l’interesse degli italiani
di questo settore). In secondo luogo, la Cru- per la neologia è aumentato esponenzial-
sca ha terminato la sua attività lessicografica mente proprio dal tempo dei fatti qui somma-
nel 1923, con la sua V Impressione “monca” riamente narrati. Se poi questo aggettivo fini-
che arriva solo al lemma ozono; sarebbe rà o meno nei nostri dizionari, lo decideranno
quindi proprio impossibile per l’Accademia gli utenti della lingua e il tempo.
inserire una parola nel dizionario, dato che
non ne compila.
Anche le critiche mosse a petaloso era- 5  Per una panoramica completa sulle cri-
no per la maggior parte pretestuose e frutto tiche mosse a petaloso cfr. Vera Gheno e
di pregiudizi (di questi parleremo nella terza BUTAC, 2016, Petaloso-gate – servizio de-
parte di questo volume): dalla scoperta che bunking, «Bufale un tanto al chilo», www.bu-
un botanico inglese, James Petiver, aveva tac.it/petaloso-gate-servizio-debunking/.
già usato l’aggettivo in un trattato di fine Sei- 6  Invito anche alla lettura del bell’approfon-
cento (che chiaramente Matteo non poteva dimento di Michele Cortelazzo sul suo blog,
avere letto) all’uso negli anni Novanta di pe- Parole, apparso a ridosso degli avvenimenti,
taloso da parte di Michele Serra in riferimen- cortmic.myblog.it/petaloso/.

2.7.6 Le risemantizzazioni funzionali

In parte per controbilanciare la presenza a tratti ingombrante dei


neocòni, e forse anche per tranquillizzare coloro che sono preoccupati
dall’invadenza dell’inglese, focalizziamoci su un altro aspetto del les-
sico dei social, che può essere ascritto sempre agli pseudotecnicismi dei
vari canali di comunicazione.

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II   Social-linguistica. Appunti di lingua liquida

Nella “seconda ondata” dei social, ossia da quando questi sono fe-
nomeno di massa, è diventato imprescindibile tradurre la cornice co-
municativa, cioè le piattaforme stesse: comandi e azioni su Facebook,
Twitter, Instagram e così via hanno ricevuto nomi italiani. Tecnica-
mente, si chiama localizzazione (del programma, dell’app, della piatta-
forma). Le localizzazioni italiane sono state fatte raramente tramite il
conio di nuove parole, quanto piuttosto dando nuovi significati (facil-
mente intuibili) a parole esistenti. Il meccanismo si chiama risemantiz-
zazione funzionale. Ecco alcuni esempi, con accanto i termini inglesi
precedentemente in uso sui quali hanno quasi sempre prevalso.
risemantizzazioni funzionali

aggiungere (agli amici, ai preferiti), mi piace e persino mipiaciare, che


che ha vinto sui precedenti add ▶ soppiantano like e likare
esempi

addare e friendare
nascondere, usato quanto (mettere
bacheca, il wall di FB in) hide e hidare o haidare
bloccare, molto simile all’inglese to notifica, avviso del caricamento
block, precedentemente usato anche su una piattaforma social di un
come blockare contenuto che in qualche modo
riguarda l’utente
cambiare stato, nel senso di ‘sposato’,
‘single’ ecc. su FB postare, che unisce in sé un verbo già
esistente con l’inglese to post
chiedere l’amicizia (su un social)
profilo (su un social network)
commentare (un post)
condividere (un link) che prevale su pubblicare e spubblicare
sharare rispondere, precedentemente
doppia spunta, usato su WA in luogo replaiare da to reply
di double check silenziare, sempre su WA, ma anche
su TW per to mute
gruppi, acclimatato in luogo di
groups un po’ i tutti i contesti togliere (dagli amici), che ha
spodestato unfriend e unfriendare
menzionare o chiocciolare qualcuno
su TW (e più recentemente anche visualizzare, ancora da WA
su FB)

Questi termini, che di fatto convivono nel lessico dei socialnauti


con le mille espressioni inglesi, sono testimonianza della vitalità dell’i-

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Social-linguistica

taliano. Il fatto che i significati siano nuovi, slittati rispetto a quelli


originari, è facilmente verificabile chiedendo a un nativo cartaceo cosa
significhi per lui/lei “cambiare stato” o “profilo”. Nel primo caso, non
è escluso che venga risposto “andare a stare in un’altra nazione”, men-
tre nel secondo caso molti collegheranno il termine profilo a un’opera
d’arte (profilo di una statua) o alla biografia di un personaggio.

2.8 Metterci la faccina, non potendo metterci la faccia

In rete non si sente il nostro tono di voce; non si vedono le nostre


espressioni; non possiamo gesticolare (e si sa, per gli italiani la gestua-
lità è essenziale52) e neanche porre il nostro corpo in particolari posi-
zioni (questa è la prossemica). Monchi di tutti questi elementi extra-
linguistici, da sempre i navigatori della rete hanno cercato modi per
compensare, nella comunicazione scritta, la loro assenza, prima con le
emoticon poi con gli emoji.
Le (o gli) emoticon nascono come brevi sequenze di segni diacritici,
a volte in combinazione con caratteri alfanumerici, che, lette perpen-
dicolarmente alla riga, rappresentano delle faccine stilizzate con varie
espressioni. Per esempio, digitando :-) e guardando quanto ottenuto con
il capo idealmente piegato di 90° verso sinistra compare un viso sorri-
dente. Fu un informatico
della Carnegie Mellon,
Scott Fahlman, a sugge-
rire, su un message board
telematico dell’universi-
tà, l’impiego di quei tre
piccoli segni in fila per
esprimere un contenuto emotivo. Tutto questo succedeva il 19 settembre
1982, ancora festeggiato come compleanno della faccina sorridente53.

52  Cfr. il video di Fabio Caon, Dizionario dei gesti degli italiani, www.youtube.com/
watch?v=EkTzU971Y9o.
53  Fahlman stesso ha raccontato la nascita dello smiley sul suo sito: www.cs.cmu.
edu/~sef/sefSmiley.htm.

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II   Social-linguistica. Appunti di lingua liquida

Fahlman, più che inventare, “traduce” in caratteri ASCII54


un’immagine ricorrente da secoli nella comunicazione umana, e
resa particolarmente famosa negli anni Sessanta dal movimento
hippie.
Nel loro uso più comune, le faccine servono a chiarire il tono con
cui interpretare quanto detto, o meglio, scritto. Diversamente dall’in-
tonazione, il suggerimento di decodifica del messaggio viene dato a po-
steriori, poiché la posizione classica dell’emoticon è in fondo alla frase55.
La potenza e incisività delle faccine può venire modulata, come
vedremo poi per i segni di interpunzione. Quindi, se :-) rappresenta un
sorriso e :-D una risata a bocca spalancata, per indicare di stare riden-
do a crepapelle si potrà scrivere :-)))))) oppure :-DDDD.
Mentre inizialmente esistevano solo le faccine verticali, succes-
sivamente si è diffusa una variante “orizzontale” delle emoticon, da
guardare, per così dire, “senza inclinare la testa”. Generalmente non
si incontrano sugli SMS, soprattutto per problemi di spazio (occu-
pano più caratteri delle emoticon classiche, e gli SMS sono limitati a
160 caratteri), ma sono usate con una certa frequenza sui social, visto
che il costante aumento della larghezza di banda di trasmissione ha
reso meno impellente il problema di “contenere” gli spazi della co-
municazione.
Si suppone che tali faccine siano di importazione orientale e che
siano almeno in parte legate alla traduzione di manga e anime giap-
ponesi. Oggi sono state quasi completamente soppiantate dagli emoji,
che illustreremo a breve. Ecco, a ogni modo, alcuni esempi, amati da
coloro che preferiscono farsi da sé le faccine piuttosto che ricorrere a
quelle confezionate.

54  ASCII: American Standard Code for Information Interchange (pronuncia [askii]),
è un codice standard americano per lo scambio di informazioni proposto dall’ANSI
(American National Standard Institute) nel 1963 e diventato definitivo nel 1968. Con-
siste di 128 numeri decimali che vanno da 0 a 127. Successivamente si sono aggiunti i
numeri che vanno da 128 a 255 per il set di caratteri estesi che comprendono caratteri
speciali, matematici, grafici e di lingue straniere.
55  Cfr. Elena Pistolesi, 2004, Il parlar spedito. L’italiano di chat, e-mail e SMS, cit., p. 99.

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Social-linguistica

faccine

ç_ç *_*
faccina con lacrimuccia sotto gli faccina allucinata, e più allucinata
esempi

occhi *____*
^o^ T_T
faccina che canta con la bocca faccina con lacrime che colano sulle
aperta guance
(^_^) -_-’
faccina soddisfatta faccina con gocciolina di sudore
sulla tempia
(^_-)
occhiolino O_o
faccina molto perplessa
\(^_^)/
braccia alzate in segno di vittoria

Queste faccine orizzontali non hanno una diffusione molto am-


pia. Il motivo è legato al fatto che negli ultimi anni, grazie al migliora-
mento delle tecnologie mobili e all’aumento di banda disponibile per
la trasmissione, è stato possibile creare dei veri e propri disegni al po-
sto delle emoticon fatte con i caratteri ASCII: gli emoji56, prestito dal
giapponese 絵文字, pronunciato [emodʑi], composto di e ‘immagine’
e moji ‘lettera, carattere’. Sono un’evoluzione commerciale delle emo-
ticon, una serie di simboli disegnati su una griglia grafica di 12x12
punti che raffigurano faccine ma anche oggetti, scenette, rappresen-
tazioni di emozioni: insomma, dei veri e propri pittogrammi. Questa,
ad esempio, è una selezione degli emoji di Ios, il sistema operativo di
Apple.

56  Qui usati al maschile, anche se oggi è più diffuso il femminile (come conseguen-
za di emoticon, a sua volta femminile). Sulla questione, cfr. Vera Gheno, 2015, Facci-
ne: emoticon, smile(y), emoji… maschili o femminili?, sezione Consulenza Linguistica,
sito web dell’Accademia della Crusca, www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/
consulenza-linguistica/domande-risposte/faccine-emoticon-smiley-emoji-maschili-
femmi.

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II   Social-linguistica. Appunti di lingua liquida

La consacrazione degli emoji


è del 2015, anno in cui una fac-
cina in particolare, quella che
ride fino alle lacrime, è stata elet-
ta parola dell’anno dagli Oxford
Dictionaries57: è la prima volta che
una faccina ottiene questo ricono-
scimento, anche se l’anno prima,
nel 2014, l’emoji a forma di cuore,
♥, aveva ottenuto un riconosci-
mento simile da Global Language
Monitor58.
Più colorati, più divertenti
e immediati da usare, sono diventati talmente popolari da stimolare
esperimenti comunicativi assai interessanti, come la riscrittura di Pi-
nocchio in emoji portata avanti da Scritture Brevi59; alcuni, come spesso
accade, si sono chiesti se gli emoji possano soppiantare la scrittura al-
fabetica, data l’abbondanza con cui vengono impiegati. Ma le scritture
alfabetiche, che partono da un set molto contenuto – meno di trenta
simboli – per formare un’infinità di parole, sono quasi sicuramente
più elastiche per descrivere questioni complesse. Più che preoccupar-
si della sparizione dell’alfabeto, occorrerebbe insegnare che l’abuso di
faccine è fastidioso: coloro che mettono una faccina alla fine di ogni
frase finiscono per snaturarne completamente il senso. Per non parlare
di chi pensa che la faccina automaticamente renda non offensive cer-

57  Cfr. Oxford Dictionaries, 2015, Oxford Dictionaries Word of the Year 2015 is…,
blog.oxforddictionaries.com/2015/11/word-of-the-year-2015-emoji/.
58  Cfr. Elahe Izadi, 2014, The Word of the Year is not actually a word. It’s this
emoji: ♥, in The Washington Post, www.washingtonpost.com/news/the-intersect/
wp/2014/12/29/the-word-of-the-year-is-not-actually-a-word-its-this-emoji/?utm_
term=.033ffce0542d.
59  Cfr. Valentina Ruggiu, 2016, Pinocchio Emoji, prima opera italiana con le faccine:
“Così scriviamo la grammatica delle immagini”, in Repubblica.it, www.repubblica.it/
tecnologia/social-network/2016/05/20/news/emoji_pinocchio_la_prima_opera_italia-
na_in_emoji_cosi_scriviamo_la_grammatica_delle_immagini_-140139831/.

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Social-linguistica

te affermazioni: non si può pensare di ribaltare il senso di un insulto


mettendo un emoji in fondo alla frase; e nascondersi dietro a “ma ci
avevo messo la faccina” non è certo dimostrazione di grandi capacità
comunicative.

2.8.1 Ritorno al geroglifico?

Già prima dell’avvento degli emoji non esistevano solo le faccine:


era infatti possibile creare disegnini con i caratteri presenti sulla tastie-
ra. Nonostante il loro uso sia in diminuzione per ovvi motivi, esistono
molti affezionati che li impiegano ancora.
Prima di presentare alcuni pittogrammi veri e propri, occorre ri-
cordare anche la sequenza di caratteri ASD, che, come LOL, indica la
risata. A differenza di LOL o ROTFL, però, ASD non è una sigla o un
acronimo. Per l’esattezza, ASD non significa niente: sono solamente le
prime tre lettere da sinistra della seconda fila della tastiera standard.
La sequenza è totalmente casuale, e probabilmente è entrata nell’uso
perché facile da digitare. In questo caso, se non si conosce già il signi-
ficato, non è possibile ricavarlo in alcun modo perché la forma estesa
non esiste.
Esempi, invece, di piccoli disegni fatti con i simboli della tastiera
e oggi in uso sui social, a parte lo scontato <3, che, ovviamente, è la
versione ASCII di ♥, esistono:
disegnini

O( 3<
abbraccio (visto dall’alto, la l’inverso del cuore, il peto
esempi

parentesi indica le braccia protese


\m/
davanti alla testa)
braccia alzate in segno di vittoria
O(((
__@_____
abbraccio più intenso
____@___
<=3 ______@_
il “cazzocuore”, ibrido dall’ovvio balla di sterpi che rotola nella
significato, che ha dato origine steppa; ovvero, quando nessuno
anche al verbo cazzocuorare considera un post

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II   Social-linguistica. Appunti di lingua liquida

La vitalità di questi esperimenti appare comunque limitata, seppu-


re interessante come esplorazione dei “limiti della tastiera”, nel solco di
una lunghissima tradizione di ASCII art che è presente in rete sin dai
suoi esordi60.

2.8.2 Kappa & Co.

Molto si è detto della sostituzione del ch con la lettera k: caratteri-


stica molto popolare in passato, nei primi anni del social networking,
oggi viene usata solo dai giovanissimi che già da adolescenti la con-
siderano una caratteristica da bimbominkia61, eterodenominazione
riservata sprezzantemente ai più giovani. Come già accennato per ta-
chigrafie e simili, la sostituzione aveva un senso quando ogni carattere
aveva di fatto un costo, mentre oggi non sarebbe strettamente necessa-
ria per ragioni di denaro o spazio, ma può risultare utile per questioni
di tempo: molto spesso i messaggi (su canali di instant messaging, come
pure gli SMS) vengono digitati in momenti di scomoda concitazione,
di fretta, nei ritagli di tempo. Risparmiare una lettera può, insomma,
essere ancora una buona idea, di tanto in tanto.
Del resto, occorre notare come la k non sia affatto una novità as-
soluta nella nostra lingua. Nicoletta Maraschio ricorda come la lettera
sia stata usata, negli anni caldi delle contestazioni – in diverse lingue
– per attrarre attenzione, in maniera anche ideologicamente connotata
(come per maskio o komunista)62.

60  Per maggior informazioni sull’argomento, cfr. la voce ASCII art su Wikipedia,
it.wikipedia.org/wiki/ASCII_art.
61  «Nel gergo della Rete, giovane utente dei siti di relazione sociale che si caratterizza,
spesso in un quadro di precaria competenza linguistica e scarso spessore culturale, per
un uso marcato di elementi tipici della scrittura enfatica, espressiva e ludica (grafie sim-
boliche e contratte, emoticon, ecc.)», da Treccani sezione Neologismi, www.treccani.it/
vocabolario/bimbominkia_%28Neologismi%29/.
62  Cfr. Nicoletta Maraschio, 1993, Grafia e ortografia: evoluzione e codificazione, in
Luca Serianni, Pietro Trifone (a cura di), Storia della lingua italiana, Torino, Einaudi,
volume 1: I luoghi della codificazione, pp. 139-227, p. 148.

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Social-linguistica

Contestare le kappa, insomma, alla fin fine appare piuttosto sterile.


Difficilmente migreranno in altri contesti, e in rete possono pure es-
sere guardate con simpatia. Per chiudere definitivamente la questione
basta ricordare che, in fondo, la lettera tanto vituperata ricorreva già
nei placiti cassinesi. Per esempio, eccola nel placito di Capua (marzo
960 d.C.): «Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni
le possette parte sancti Benedicti».

La kappa, d’altro canto, non è l’unica lettera “strana” dell’alfabeto


dei social. Anche se meno comunemente, si trovano esempi di un’altra
lettera “straniera”, la y, in sostituzione, ovviamente, della i: si ha così
il già citato piccy, detto soprattutto di animaletti carini e teneri (quel-
li che un certo programma televisivo aveva imprecisamente chiamato
cuccioli petalosi [!] come traduzione di Baby Animals), o l’ironico ag-
gettivo anzyano, detto spesso di sé, ma anche i povery e i poveraccysmi
(le cose da poveraccy, insomma).

2.8.3 Storpiature assortite, quasi baby-talk

Oltre alla kappa e alla ipsilon, sui social (soprattutto nei gruppi più
coesi: qui esempi tratti dal defunto social network Friendfeed) si assi-
ste a una costante tendenza ad alterare la grafia delle parole. Le alte-
razioni coinvolgono sostituzione di sorde con sonore, scempiamento

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II   Social-linguistica. Appunti di lingua liquida

delle doppie, palatalizzazioni arbitrarie, aggiunta o sottrazione di pez-


zi di parola, impiego di allomorfi, storpiamenti a simulare il baby-talk
e altri fenomeni ancora. Queste alterazioni aggiungono al termine un
surplus di peso semantico, ma soprattutto concorrono a creare un vero
e proprio lessico di storpionimi63, che oltretutto servono come atto di
identità tra i membri del gruppo:
storpionimi

abbragiamogi mbriachello
 abbracciamoci
esempi

 ubriachello
agliuto
 aiuto
bagiare
 baciare
cazo michetti
  cazzo, con forse un  amichetti
accenno di autocensura muoi
gegno o gègno gegnale  muori; anche intensivo muoi di
  usati specificamente per morte morta
prendere in giro le persone pazo
giao  pazzo
  ciao pobelino
gombloddo  poverino
  complotto, usato per prendere puppeh
in giro i complottisti da social  puppe
network, gli stessi che scrivono
FATE GIRARE!!! o SVEGLIA!!! sampotte
  zampotte, quelle dei gattyni e dei
magliale canetti che, come si sa, rompono
 maiale l'internes!
maglionese sgandaloh
 maionese   scandalo
svgna
  sugna

63  Cfr. www.storpionimi.it.

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Social-linguistica

2.9 “Fumettosi”

Il fascino dei fonosimboli è antico: le parole che imitano suoni, o


le interiezioni che esprimono stati d’animo, sono un campo a lungo
esplorato anche dalla letteratura: si pensi alla Fontana malata di Pa-
lazzeschi (Clof, clop, cloch, / cloffete, / cloppete, / clocchete, / chchch…) o
all’arcinoto Zang tumb tumb di Marinetti. Dato che abbiamo già visto
quanto siano molteplici le manifestazioni di creatività nella lingua dei
social, non deve stupire che ancora una volta si cercheranno di ripro-
durre nello scritto caratteristiche del parlato, i suoni della lingua. Del
resto, data la vicinanza della lingua giocosa dei social con i linguaggi
giovanili, che a loro volta devono molto ai fumetti, questa presenza non
è strana. Alberto Mioni definisce questi fenomeni come eye dialect64,
un vero e proprio codice visivamente molto efficace che dal fumetto si
è traslato in altri ambiti della scrittura.
Sui social incontriamo le interiezioni e gli ideofoni classici, comu-
nemente usati sia nella riproduzione scritta della conversazione che nei
fumetti: ah, eh ecc. e gnam, slurp, blablabla, uff, urgh ecc. Si trovano
anche espressioni che in questo contesto hanno una carica di significa-
to particolare, condiviso dalla maggioranza dei frequentatori dei social
o di un social specifico. Ecco qualche esempio:
fonosimboli

awwww fap, ma anche fip fap fop


‘ felicità, sorpresa, diletto’ ‘eccitazione maschile’,
esempi

‘eccitarsi, masturbarsi’. Ha dato


badum tsss
origine al verbo fappare; esiste una
rullo di tamburi e piatti
minoritaria “versione femminile”
bof per indicare l’eccitazione, ciaf
tra il puah e l’umpf, per segnalare
insoddisfazione, indifferenza,
fastidio

64  Cfr. Alberto Mioni, 1992, Uao! Clap, clap! Ideòfoni e interiezioni nel mondo dei fu-
metti, in Emanuele Banfi, Alberto A. Sobrero (a cura di), Il linguaggio giovanile degli
anni Novanta. Regole, invenzioni, gioco, Roma-Bari, Laterza, pp. 85-96, p. 92.

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II   Social-linguistica. Appunti di lingua liquida

fonosimboli

ghghgh russo Eduard Khil, in cui sembra che


il verso di chi sta ghignando, o il testo dica proprio questo1
esempi

gongolando in maniera maligna (o


ironicamente maligna)

gnegnegne
il verso che fa chi sta prendendo in
giro qualcuno. Da cui si ha anche il
verbo gnegnegneare e il sostantivo
gnegnegneismo

noaoaoao
un “no” disperato
yawn
orghl ‘sbadiglio, noia nel corso di una
‘slurp’, eccitazione sessuale discussione o, possibilmente,
un flame che non risulta
sbam interessante’
rumore che fa – metaforicamente –
l’utente cadendo dalla sedia per lo ziiiip
stupore ‘rumore della cerniera dei
pantaloni che si abbassa’
trolololol
‘risata cattivella’ che nasce
dall’incrocio tra troll e LOL. Da un 1  Cfr. www.youtube.com/watch?v=32
pezzo musicale cantato dal cantante UGD0fV45g.

2.10 Non solo parole: giocare con spazi, punteggiatura e


caratteri

Non è esclusivamente con il lessico che si anima la lingua dei so-


cial. Un ruolo rilevante, e da sempre, ce l’hanno anche gli aspetti “di
contorno” dello scritto: la gestione degli spazi tra le parole, i cambia-
menti nell’uso della punteggiatura e i nuovi valori assegnati a maiu-
scole e minuscole. Per quanto la parte lessicale che caratterizza i social
sia sicuramente la più importante, gli usi grafici offrono molti spunti
di analisi.

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Social-linguistica

2.10.1 Corsi e ricorsi: la scriptio continua

Anche gli spazi (o la loro assenza) finiscono per avere un ruolo cre-
ativo: si ricordi la penuria di spazio che caratterizzava la comunica-
zione soprattutto agli esordi, che oggi è traslata in perdita di tempo.
In altre parole, talvolta saltare gli spazi può essere una strategia per
risparmiare qualche pressione sulla tastiera, ma più spesso risulta una
tecnica utile per registrare fenomeni dell’oralità, di un parlato-parlato
magari connotato in diatopia, cioè che riproduce, ad esempio, i rad-
doppiamenti fonosintattici che caratterizzano le pronunce regionali e
dialettali del Centroitalia, in delle specie di trascrizioni foniche65. Tro-
viamo molti esempi come:
scriptio continua

andostai, andovai inchessenso o inchessenzo


‘dove stai, dove vai’ ‘in che senso’
esempi

buciodiulo ‘buco di culo’, macchimmelofaffà


livornese per ‘persona molto ‘ma chi me lo fa fare’
fortunata’
machestaiaddì
chettelodicoaffà ‘ma che stai a dire’
‘che te lo dico a fare’ machittesencula
‘ma chi ti s'incula’, cioè
‘chi ti considera’1

1  Chittesencula è l’immor-
tale consiglio dato dal di-
dimmelammé
segnatore Zerocalcare come giusta
‘dimmelo a me’
reazione agli scomposti litigi online:
ettepareva «la forza tranquilla della sintesi con-
‘e ti pareva’ tro il latrare sguaiato delle bestie»,
cfr. www.zerocalcare.it/2014/09/08/i-
litigi-su-internet/.

65  Cfr. Luisa Passerini, Enrica Capussotti, Paul Braunstein, 1996, La conversazione
online tra oralità e scrittura, in Fabio Di Spirito, Peppino Ortoleva, Chiara Ottaviano (a
cura di), Lo strabismo telematico. Contraddizioni e tendenze della società dell’informazio-
ne, Torino-Roma, UTET-Telecom, pp. 141-198, p. 147.

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II   Social-linguistica. Appunti di lingua liquida

scriptio continua

maddeché peggnènte
‘ma di che’ ‘per niente’
esempi

mobbasta purammé
‘adesso basta’ ‘pure a me’

La diffusa presenza di elementi del romanesco è in linea con quan-


to precedentemente detto riguardo al grande momento di popolarità
vissuto da questo particolare dialetto, più in generale sui media ma in
particolare sui social.
Accade che la tecnica espressiva dell’univerbazione non sempre
venga adoperata in maniera consapevole, con sovraestensioni a casi
che poi tendono a migrare anche in altri tipi di scrittura: tipici erro-
ri commessi anche dagli studenti universitari in testi non informali
sono apparte per a parte, apposto per a posto, avvolte per a volte, aldi-
là (‘oltretomba’) per al di là, allato per a lato (di qualcosa) ma anche,
all’inverso, a fatto per affatto, fenomeno che contribuisce ulteriormen-
te a creare confusione. Tra l’altro, non c’è niente di più fastidioso e
distraente che un errore del genere (ma nel prosieguo ne vedremo altri)
a coronamento di una citazione “profonda”. L’effetto straniante è assi-
curato. Il modo più semplice per non fare questo genere di errori, del
resto, sarebbe semplice: leggere. La lettura è un esercizio che abitua a
“vedere” la parola scritta più di qualsiasi altra attività.

Con le dovute precauzioni, l’univerbazione giocosa va presa per


quello che è: uno dei tanti modi di giocare con il testo, seguendo peral-
tro una tradizione che possiamo addirittura fare risalire all’antichità:
gli spazi, infatti, sono arrivati nella lingua scritta in una fase successi-
va. Scrive Lynne Truss:

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Social-linguistica

Per un lungo periodo nelle trascrizioni latine non ci furono nemmeno gli spazi
tra le parole, se riuscite a credere a una simile follia. I testi di quel tenebroso
periodo classico – solo lettere maiuscole in grossi blocchi squadrati – appaiono
a uno sguardo moderno come quei giochi di ricerca di parole nei quali, dopo
venti minuti di osservazione, scoprire improvvisamente (con un grido di esul-
tanza) il termine “TOVAGLIOLO” scritto in diagonale al contrario. Eppure il
sistema della scriptio continua […] aveva i suoi sostenitori all’epoca. Un ana-
coreta del quinto secolo di nome Cassiano affermava che se un testo tardava a
svelare il suo significato, ciò favoriva non solo una salutare meditazione, ma la
gloria di Dio – il cuore, naturalmente, levava una lode al Signore nel momen-
to in cui la parola “TOVAGLIOLO” affiorava di colpo in superficie, come un
prodigio sinaptico.66

Basta guardare un documento familiare ai più


perché citato spesso come esempio di testo che docu-
menta il passaggio dal latino al volgare: l’iscrizione
dalle catacombe di Commodilla (IX sec.), che recita
nondicereillesecritaabboce, perfino con registrazione
del raddoppiamento fonosintattico! Corsi e ricorsi
della storia linguistica…

Per approfondire sono in qualche modo eredi della lunga


tradizione della scriptio continua: rap-
L’arte di hashtaggare presentano stringhe di testo, precedute
dal simbolo #, in inglese hash, in italiano
cancelletto; servono per favorire l’aggre-
Gli hashtag1 (e non ashtag ‘etichet-
te di cenere’, come si legge alle volte)

Instagram dai cosiddetti hipster, cfr. Marco


Gargiulo, 2014, Hipster e altri animali metro-
1  Cfr. Vera Gheno, 2015, Hashtag, sito politani. #instagram #politica #media #italia,
web Treccani, sezione 90anni, www.trecca- in Id. (a cura di), Lingua e cultura italiana nei
ni.it/90anni/parole/2009-hashtag.html. Per mass media. Uno sguardo interdisciplinare,
un approfondimento sugli hashtag usati su Roma, Aracne, pp. 141-156.

66  Lynne Truss, 2005, Virgole, per caso: tolleranza zero per gli errori di punteggiatura,
Casale Monferrato, Piemme, p. 48, trad. di Ead., 2003, Eats, shoots, and leaves: The Zero
Tolerance Approach to Punctuation, London, Profile Books.

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II   Social-linguistica. Appunti di lingua liquida

via, personaggio creato


da Corrado Guzzanti,
o #sischerza, quan-
do occorre esplicitare
l’ironia.
Inoltre, ogni iniziativa
ed evento di una certa
gazione di contenuti sui social, in partico- rilevanza ricorre oggi
lare Twitter (che è il loro ambiente nativo, agli hashtag ufficiali per aumentare la pro-
nel 2009), Instagram e Facebook. Per pria visibilità: #ijf17 è quello del Festival
esempio, se si volessero vedere tutte le Internazionale del Giornalismo di Perugia
altre foto che hanno lo hashtag #Shop- (chiaramente, aggiornando sempre l’an-
TheBlondeSalad basta cliccarci sopra, e no), o #SalTo17 è uno di quelli usati dal
tutti i contenuti così contrassegnati ver- Salone del Libro di Torino: come si può
ranno aggregati davanti ai nostri occhi. notare, sono scelti hashtag intuitivi e facil-
Gli hashtag2 vanno concepiti e usati con mente decodificabili.
oculatezza: se sono troppi distraggono, Twitter, peraltro, proprio grazie agli
quindi non bisogna esagerare con il loro hashtag, rimane il social network più velo-
uso; l’ideale è che siano brevi e icastici, e ce nel reperire informazioni in tempo reale
ovviamente non possono contenere spazi. su avvenimenti: così #terremoto torna in
Una delle funzioni previste da Twitter è auge ogni volta che disgraziatamente c’è
la segnalazione, nella parte sinistra dello una scossa di entità sufficiente a mettere
schermo, dei trending topic (TT), cioè de- in allerta le persone. Uno dei comporta-
gli argomenti su cui in un dato momento si menti più condannati su Twitter è invece
sta twittando di più: aspirazione comune la cannibalizzazione dei trending topic,
è entrare nei TT, o sfruttarli, se si è social soprattutto quando legati ad avvenimenti
media manager, per portare clic al proprio tragici (come chi ha scelto di pubbliciz-
profilo. zare una serata in discoteca vampirizzan-
Esistono hashtag “tradizionali”, come do proprio #terremoto durante una delle
#ThrowbackThursday o #tbt, l’usanza di scosse dalle conseguenze tragiche degli
mettere una foto “vecchia” di giovedì, o ultimi anni). Il quarto d’ora di successo
#FollowFriday, #ff, indicazione dei profili non vale questo.
che si ritengono meritevoli di seguire, fatta Ci sono, sui social, molti esempi di
di venerdì. Su Instagram abbiamo #later- hashtag non ufficiali ma molto amati dagli
gram, che segnala una foto caricata in un utenti, impiegati soprattutto per commen-
secondo momento rispetto a quello dello tare qualcosa, per scopi espressivi:
scatto, o #nofilter, a sottolineare che non
si sono usati filtri per modificare la foto. Ti- - #bombabilissimo/a: ‘persona molto
picamente italiani sono gli hashtag #sape- piacente’, talvolta usato in maniera ironica
vatelo, che viene da un modo di dire di Vul- - #brutteperzone: quando si dice
qualcosa di “cattivo” antibuonista ▶
brutteperzonismo
2  Cfr. Stefano Olmastroni, 2014, Hashtag, - #ealloralefoibe, #nessunopensa-
sezione Parole Nuove, sito web dell’Acca- aimarò: riferimenti al benaltrismo im-
demia della Crusca, www.accademiadel- perante
lacrusca.it/it/lingua-italiana/parole-nuove/ - #einvece: ‘non è come pensavi’
hashtag-0.

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Social-linguistica

- #foreveralone: ‘solo
per sempre’
- #popcorn: quando ci si
accinge ad assistere a un
litigio

Niente vieta di creare, del re-


sto, hashtag estemporanei, un
po’ anche per prendersi in giro
da soli: a quel punto la stringa di
caratteri – talvolta comicamente
lunga – perde la sua funzione
originaria per acquisire solo un
ruolo di “coloritura”: non essen- prendono accordi particolari con Twitter.
do molti i modi di enfatizzare un segmen- Così abbiamo , hashtag
to di testo sui social (dato che corsivo e ufficiale del concorso Eurovision 2017.
grassetto in molti contesti non si possono Durante Sanremo 2017 si è avuto il primo
usare), farli diventare hashtag è un modo hashtag venduto a uno sponsor: in sostan-
per aggirare il limite. Come si vede, la za, ogni volta che qualcuno scriveva su
tastiera espressiva a disposizione degli Twitter #sanremo2017, accanto ai carat-
utenti dei social è davvero ampia. teri digitati compariva automaticamente il
Ma proprio perché con l’univerbazione logo dell’azienda. E la cosa non è piaciuta
si creano, talvolta, sequenze peculiari, a molti.
occorre stare attenti ai possibili
altri significati assunti dalle parole
quando lette in maniera diversa
da quanto avremmo inteso: ne sa
qualcosa la città di Pompei che,
per festeggiare l’apertura dell’atti-
vità sul web e sui social, decise di
lanciare lo hashtag #pompeinrete, Ci sono anche hashtag come emoji di
da molti ritenuto sin troppo… polisemico3. lungo corso, come:
Da qualche tempo, infine, è possibile
incontrare hashtag che contengono un
piccolo disegno. Si tratta di hashtag spon-
sorizzati4, per i quali le aziende o gli enti e uno dei primi hashtag con emoji in as-
soluto:

3  Cfr. anche il sito ufficiale, www.pom-


peinrete.it/.
4  Cfr. Justin Lafferty, 2015, How the
Branded Hashtag Emoji Is Taking Over
Twitter, www.adweek.com/digital/how-
the-branded-hashtag-emoji-is-taking-over-
twitter/.

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Social-linguistica.indb 84 12/09/2017 14:33:30


II   Social-linguistica. Appunti di lingua liquida

2.10.2 Maiuscole e minuscole

A volte sembra che le persone non sappiano più gestire maiuscole


e minuscole. Non si può escludere che alcuni abbiano davvero qualche
difficoltà di questo tipo, ma più comunemente si nota che la scelta di
usare maiuscole e minuscole è legata a una vera e propria ridistribuzio-
ne dei ruoli e dei significati assegnati al carattere impiegato.
Intanto le minuscole. Dato che in rete molte cose non fanno dif-
ferenza tra maiuscole e minuscole, ossia non sono case sensitive (è in-
differente come vengono scritti gli indirizzi di posta elettronica o dei
siti web, o le ricerche su Google), a volte questo uso si trasporta anche
sui social. In fondo, inserire le maiuscole significa perdere un mini-
mo di tempo in più a digitare il testo e, si sa, il mondo dei social è da
molti percepito a consumazione veloce. Soprattutto quando si chatta,
il ruolo del punto è svolto dall’invio dello spezzone di messaggio, per
non lasciare l’interlocutore in sospeso troppo a lungo a guardare la
scritta “sta digitando...”; non è strano, quindi, che assieme all’omis-
sione del segno di punteggiatura saltino anche le maiuscole. Scrivere
tutto minuscolo è anche una scelta di stile, per alcuni, con importanti
predecessori come e.e. cummings o k.d. lang, rispettivamente poeta e
cantante.
Le maiuscole, in un certo senso, hanno una storia diversa. Da
sempre, sin dagli esordi della rete, SCRIVERE TUTTO MAIUSCOLO
EQUIVALE A URLARE, per cui non sono affatto insoliti dialoghi in
cui un utente è invitato a non gridare, ovvero a togliere il blocco maiu-
scole. In una mentalità del minuscolo, come la chiama David Crystal,
scrivere tutto maiuscolo diventa estremamente marcato, tanto da ve-
nire, generalmente, evitato67. Si può usare il maiuscolo anche solo per
mettere in rilievo una singola parola o un concetto, in sostituzione del
corsivo o del sottolineato, formattazioni che di norma i social non per-
mettono. In quel caso, chiaramente, la funzione è diversa, di focalizza-
zione, come lo è la sensazione che il messaggio trasmette.

67  Cfr. David Crystal, 2001, Language and the Internet, cit., p. 87.

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Social-linguistica.indb 85 12/09/2017 14:33:30


Social-linguistica

È possibile anche simulare pazzia AlTeRnAnDo CaRaTtErI MaIu-


ScOlI e MiNuScOlI, ma chiaramente si tratta di tecniche comunicative
specifiche che, invece di fare risparmiare tempo, diventano funzionali
ad altri scopi. Una funzione fondamentale viene invece ricoperta dal-
le maiuscole inserite ad esempio negli
hashtag per esplicitare i confini di paro-
la, dato che gli spazi non sono possibili,
come pure nei nomi degli account: così,
quello della Crusca è @AccademiaCrusca
e quello del progetto Parole O_Stili è @
ParoleOstili. Non cambia niente, a livel-
lo tecnico, a togliere le maiuscole, ma in
questo modo il messaggio passa in ma-
niera sicuramente più chiara. Ed ecco
come si presenta, in un giorno medio, la
sezione dei trending topic di Twitter.

2.10.3 “Punto, punto e virgola, punto e un punto e virgola…”

In parte abbiamo già accennato a quanto il sistema interpuntivo


sia cambiato. Complessivamente, si può notare una tendenza alla po-
larizzazione della punteggiatura: o viene usata pochissimo o, se usata,
è tutta sbilanciata sui segni di interpunzione di maggiore espressività.

- Il punto e virgola è vicino alla scomparsa; non è strano, perché que-


sto segno di interpunzione necessita di un momento di pianificazio-
ne in più rispetto ad altri più semplici da usare.
- La virgola tende a venire impiegata spesso in maniera sciatta: è
grande classico la virgola tra soggetto e verbo.
- I punti esclamativi e interrogativi si presentano spesso e immotiva-
tamente a mazzetti, in una specie di punteggiatura “isterica”. In una
sua versione eccessiva, quando si digita molto in fretta capita che il
tasto del punto esclamativo venga premuto da solo, senza l’ausilio del
tasto per le maiuscole, generando così un “1” invece del desiderato se-

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Social-linguistica.indb 86 12/09/2017 14:33:30


II   Social-linguistica. Appunti di lingua liquida

gno di interpunzione, in sequenze come SVEGLIAAAAA!!!!111!!!!;


poiché un linguaggio molto ricco di punti esclamativi è spesso carat-
terizzante di un tipo particolare di comunicazione, quella dei com-
plottisti, di coloro che dicono “tutti non hanno capito niente, ho capi-
to tutto solo io”, alternare punti esclamativi e numeri 1 diventa mezzo
per prendere in giro tale comunicazione.

In una versione ancora più radicale, la presa in giro diventa scrivere


UNO in lettere invece di “1”, in un infinito gioco citazionistico.

- I puntini di sospensione sono usati in numero variabile: dovrebbe-


ro essere tre, questa competenza manca a molti che pure sono an-
dati a scuola. Come antidoto contro il grammarnazismo da puntini
possiamo ricordare che è vero che oggi, secondo la norma, sono tre,
ma ancora nell’ultimo vocabolario degli Accademici della Crusca
erano regolarmente quattro. Anche in questo caso, la regola si è fis-
sata molto tardi.

Molti utenti amano scrivere messaggi in cui l’unico segno di pun-


teggiatura sono proprio i puntini. L’effetto, a volte, è di un parlato con
continue – e quasi fastidiose – esitazioni.

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Social-linguistica.indb 87 12/09/2017 14:33:30


Social-linguistica

Sulle chat, i puntini erano utili per tenere il turno (come, del resto,
asp); esiste, anche in questo caso, un uso metacomunicativo dei punti-
ni, che ha dato origine anche a un verbo, puntinare; puntinare qualcu-
no significa esprimere il proprio disappunto o la propria perplessità in
maniera silenziosa: una silente riprovazione.

- Infine, parliamo del punto. Nelle chat e nei sistemi di instant mes-
saging (che i linguisti chiamano comunicazione sincrona o semisin-
crona) i punti spesso vengono omessi, come accennavo prima, e
sostituiti dall’a capo che separa i vari spezzoni del messaggio. Ma
proprio perché in certi contesti di fatto non lo si usa quasi più, il
punto subisce almeno una parziale risemantizzazione. Si consideri
la differenza tra queste due risposte:

D: C’è qualcosa che non va?


R: No
D: C’è qualcosa che non va?
R: No.

C’è largo accordo sul fatto che la risposta con il punto in qualche
modo comunichi stizza, distacco, freddezza. Il punto, in questo caso,
ribalta il significato della risposta68. Insomma, attenzione a non mette-
re troppi punti nei messaggi: finisce che sembriamo arrabbiati.

68  Cfr. www.ilpost.it/2013/12/04/punto/.

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II   Social-linguistica. Appunti di lingua liquida

2.11 Quer pasticciaccio brutto dell’ortografia

Mentre di questi tempi va di moda parlare di post-verità69, già nel


2003 il linguista Alberto Sobrero parlava di post-italiano70, una varie-
tà di lingua in cui gli errori ortografici sarebbero di scarsa rilevanza:
quasi dei “graziosi tic”. I social, con la loro peculiare varietà di lingua
spesso ipoarticolata – cioè meno rifinita di un testo scritto tradizionale
– sembrano dare sovente più peso al contenuto del messaggio invece
che alla sua forma. Per quanto sia deleterio, per sé e per le proprie fre-
quentazioni, girare per la rete con il ditino alzato, comportandosi da
grammarnazi, insomma, una certa attenzione all’ortografia è sempre
auspicabile, ma senza esagerare71. Intanto, per garantire che il messag-
gio passi nel migliore dei modi; secondariamente perché, e giova ri-
cordarlo, gli errori davvero gravi provocano uno stigma sociale. Come
scrive Andrea De Benedetti, «Così come mostrarsi in pubblico sozzi e
puzzolenti può urtare la sensibilità di chi ci sta accanto, certi errori di
grammatica possono offendere il (più o meno) comune senso del pu-
dore linguistico»72. Non a caso esistono gruppi, su Facebook, dedicati
al canzonamento (o perculo) organizzato di chi non scrive in maniera
corretta, fino ad arrivare allo spassoso Scartare corteggiatori e poten-
ziali amanti per gli errori grammaticali73 che condivide perle come:

69  Cfr. scheda sul termine nella sezione Neologismi di Treccani, www.treccani.it/voca-
bolario/post-verita_%28Neologismi%29/.
70  Cfr. Alberto A. Sobrero, 2003, Nell’era del post-italiano, in «Italiano & Oltre», 18,
5, pp. 272-277.
71 Cfr. Forse i refusi non sono un porblema, con un’intervista a Raffaella Setti, in Il Post,
www.ilpost.it/2017/08/31/refusi-problema/.
72  Andrea De Benedetti, 2015, La situazione è grammatica. Perché facciamo errori.
Perché è normale farli, Torino, Einaudi, pp. 4-5.
73  Cfr. www.facebook.com/scartarecorteggiatori/.

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Social-linguistica

2.11.1 Invocando la clemenza della corte: gli errori di


digitazione o sbagli

Ormai viviamo perennemente connessi. Questo ha di fatto reso


meno rilevante il problema della velocità di realizzazione dei testi da
spedire in rete, tranne che nei casi di forme di comunicazione sincro-
na o pseudo-tale. Nonostante questo, il testo telematico in generale è
tuttora percepito come più “volatile” di un testo scritto tradizionale (e
questo è un grosso errore, soprattutto quando con leggerezza si im-
mettono in rete materiali che non vorremmo diventassero pubblici). La
rilettura, quindi, viene effettuata solo in casi particolari. Chiaramente,
l’occasionale errore di digitazione, che i linguisti chiamano sbaglio, e
che si presenta in infinite e variegate forme, non solo non è censibile,
ma non è particolarmente interessante dal punto di vista cognitivo,
tanto è vero che in generale, soprattutto nel corso di una conversazio-
ne social, difficilmente ci si autocorregge, visto che il messaggio passa
lo stesso. Nell’esempio successivo, è chiaro che l’autrice è una persona
che maneggia bene sia la norma tradizionale sia la “norma dei social”,
con un troncamento (Mado’ per Madonna), una tachigrafia (Baires per
Buenos Aires) e un anglismo “di contorno” (damn per mannaggia);
mattobe è evidentemente un typo, cioè un errore di battitura, come
pure il punto tra al e muro.

In compenso, soprattutto nell’instant messaging, dove la correzione


del messaggio già inviato non è possibile, si incontra l’impiego dell’aste-
risco, prima o dopo la parola da correggere. Tra l’altro, l’asterisco viene
usato in linguistica proprio per segnalare forme errate o ricostruite (per
esempio, nelle etimologie) anteponendolo alla
parola, per indicare la correzione nel turno di
parola successivo, come in quest’esempio, dove
il “poi” doveva essere “più”.

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II   Social-linguistica. Appunti di lingua liquida

La cura per la forma del messaggio, insomma, non deve mai sfo-
ciare in ossessione. Nessuna ossessione è segno di salute, nemmeno
quella per la scrittura senza errori. Mi sento di condividere l’opinione
di Andrea De Benedetti:

Io non so bene che pensare di un paese così, intendo dire di un paese che le-
gifera su una creatura viva come la lingua con la stessa pedanteria e lo stesso
rigore arido riservati alle entità inanimate. Da un lato apprezzo lo sforzo di
razionalizzare una materia intimamente caotica come l’ortografia con delle
norme chiare e di facile applicazione. Dall’altro apprezzo ancora di più il ca-
rattere blandamente prescrittivo della nostra Accademia, la sua tolleranza, il
suo sostanziale antidogmatismo, e soprattutto – ci tengo a ribadirlo – il prin-
cipio democratico per cui l’errore è tale fino a che la comunità dei parlanti
non decide il contrario.74

A volte un errore ha conseguenze inaspettate e imprevedibili. Il 30


maggio 2017, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha twittato
il seguente messaggio:

Nelle quattro ore successive, nelle quali il tweet non è stato rimos-
so, pur essendo evidente che era “tronco” e conteneva un errore di di-
gitazione (probabilmente per coverage), la rete è impazzita per questa
parola inesistente, facendone memi, battute sagaci e fotomontaggi. Per
ore, #covfefe è stato trending topic su Twitter. Sono stati creati vari
profili di finti utenti, come questo:

74  Andrea De Benedetti, 2015, La situazione è grammatica. Perché facciamo errori.


Perché è normale farli, cit., p. 19.

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Social-linguistica

Tra i moltissimi fotomontaggi, eccone uno particolarmente riusci-


to dal film Arrival (2017), dove una linguista tenta di dialogare con
alieni tramite una lavagnetta, qui opportunamente modificata.
Alla fine, il tweet è stato rimosso e so-
stituito da uno in cui Trump stesso scherza
sul significato del termine inventato. Ri-
mane la domanda su quanto l’attenzione
provocata dal typo, ossia dall’errore di di-
gitazione, fosse voluta, quanto ci sia stato
di improvvisazione… fatto sta che alla fine
della giornata, molti inglesi hanno dichiarato la nascita di una nuova
parola, invocandone l’inserimento nel dizionario75.

2.12 Il lato oscuro dell’imprecazione

Conosco poche persone che, chiudendosi il dito nella portiera,


esclamerebbero “perdincibacco!” o “perdindirindina!”. Ne conosco

75  Cfr. David Shariatmadari, 2017, Yes, covfefe is a word now. That’s the Trump ef-
fect, in The Guardian, www.theguardian.com/commentisfree/2017/may/31/covfefe-is-
a-word-now-deal-with-it.

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II   Social-linguistica. Appunti di lingua liquida

molte di più che riuscirebbero a produrre un florilegio di imprecazioni


estremamente colorite e probabilmente offensive per un largo numero
di divinità. Come il linguaggio giovanile, così anche la lingua dei so-
cial abbonda di esempi di coprolalia. Da una parte, si tratta di un uso
fortemente desemantizzato, con termini volgari usati come intercalari,
un po’ come il fuck inglese. Spesso non c’è nessuna particolare volontà
di ferire l’interlocutore o gli interlocutori: si tratta piuttosto di un uso
“rilassato” della lingua, come può accadere nel caso di una conversa-
zione informale/amichevole. La parolaccia e persino l’imprecazione,
arrivando in qualche caso alla bestemmia, sono usate per dare maggior
forza a un’affermazione, per essere più incisivi e anche scioccare un po’;
lo notava già Radtke tanti anni fa, riferendosi al linguaggio giovanile,
che in fondo è un modo per potenziare l’espressività76 su cui si può,
certo, anche non concordare.
Esiste perfino un uso “ritualizzato” dell’insulto e della parolaccia,
che studiosi come Walter J. Ong riconducono alla pratica del flyting
(una sequenza crescente di offese reciproche), diffusa nelle culture
prevalentemente orali delle comunità afroamericane77: è un’escalation
dell’insulto, che però non tocca i valori nucleari di una persona (in in-
glese, core values); nel momento in cui, invece, le offese arrivano a pun-
gere nel vivo, improvvisamente il gioco si interrompe e nasce il rischio
di offendere o subire offese seriamente. Il flyting non è vera offesa o
vera lotta, insomma, ma una specie di forma espressiva artistica, come
in altre culture il ricorso al sarcasmo (che, come si sa, sta nel rimanere
sulla sottile linea rossa tra ironia e offesa); di questo rituale incontria-
mo spesso esempi nelle comunità virtuali più coese, dove i vari utenti
si conoscono e sanno come “offendere senza offendere”.
Non si può certo negare che i canali di comunicazione mediata
provochino, come effetto collaterale, una tendenza a “lasciarsi andare”

76  Cfr. Edgar Radtke, 1993, Varietà giovanili, in Alberto A. Sobrero (a cura di), In-
troduzione all’italiano contemporaneo, volume 2: La variazione e gli usi, pp. 191-235,
p. 206.
77  Cfr. Walter Ong, 1986, Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola, cit., pp. 73-74,
trad. di Id., 1982, Orality and Literacy: The Technologizing of the Word, cit.

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Social-linguistica

più del dovuto, dato che in fondo non vediamo l’interlocutore in faccia
(ritorneremo sull’argomento nel terzo capitolo) e abbiamo una qualche
illusione di anonimato. In questo caso, non si tratta più di sperimen-
tazione con le possibilità espressive date dalla lingua, o dal mezzo di
comunicazione, ma di semplice incapacità di filtrare tra la propria rab-
bia e il mondo esterno, senza, peraltro, pensare alle conseguenze dei
propri atti.

In Italia, la bestemmia ricorre ancora in maniera minoritaria ri-


spetto al turpiloquio (questo discrimine è ancora molto forte sui me-
dia tradizionali, anche in TV); inoltre, molti sistemi di comunicazio-
ne, come le pagine o i gruppi su FB, offrono la possibilità di creare dei
filtri lessicali che impediscano la pubblicazione di messaggi conte-
nenti parole non consone alla discussione. Il messaggio citato sopra,
ad esempio, non è stato pubblicato sul profilo FB dell’Accademia del-
la Crusca, ma è stato filtrato a causa dei termini che contiene. Quindi,
o per pudore e autocensura o per evitare la censura altrui, molti usa-
no deformare la grafia delle parole “incriminate”, evitando, di fatto,
di essere espliciti. E così gli anglofoni usano effing per indicare la
f-word, cioè fuck/fucking, scrivendo per esteso la pronuncia della ini-
ziale della parola, f. In italiano troviamo esempi come la sostituzione
di alcune lettere con asterischi, cancelletti o x, come in fi*a, caxxo e
simili, oppure l’uso della sigla TT, dal significato piuttosto intuitivo
(‘tette’); è molto usato anche estiqaatsi per ‘chi se ne frega’, con chia-
ro riferimento al Grande Capo Estiqaatsi creato da Lillo e Greg su

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II   Social-linguistica. Appunti di lingua liquida

RadioRai 278. Infine, si ricorre


a parole di senso compiuto dal
suono simile al termine che si
vuole censurare, come nel caso
di bioparco79 o codroipo80 al po-
sto della nota bestemmia, fatto,
questo, su cui ha ironizzato an-
che Lercio.it81.
La mia personale idea è che,
poiché per l’appunto non sappiamo mai chi abbiamo davanti, forse con-
verrebbe evitare termini coprolalici sparati senza troppo ritegno. Po-
tremmo finire per offendere qualcuno senza necessità.

2.13 È citazionismo, baby

Anche a chi si affaccia occasionalmente sui social, balza all’occhio


la parte “rituale”, stereotipata, per frasi fatte della comunicazione. Par-
te di questa ritualità, finalizzata soprattutto a riconoscersi tra membri
della stessa tribù, passa attraverso un ricorso massiccio al citazionismo.
Si usano frasi celebri tratte da film, telefilm, pubblicità, programmi te-
levisivi, libri, fumetti… Alcune citazioni sono estremamente longeve,
altre durano il tempo di una messa in onda.

78  È possibile diventare fan di Estiqaatsi su FB, www.facebook.com/Grande-Capo-


Estiqaatsi-30353126723/.
79  Termine con il quale, da qualche anno a questa parte, si designano gli zoo di nuova
generazione nel nostro paese.
80  Comune in provincia di Udine (www.comune.codroipo.ud.it/) che è, casualmente,
anagramma della più comune bestemmia italiana.
81  Cfr. Andrea Michielotto, 2016, Prete appassionato di anagrammi rifiuta il trasfe-
rimento a Codroipo, www.lercio.it/prete-appassionato-di-anagrammi-rifiuta-il-trasferi-
mento-a-codroipo/.

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Social-linguistica

citazionismo

andiamo a comandare [col trattore no, Maria, io esco


in tangenziale] famosa frase di Tina Cipollari,
esempi

il primo brano di successo di concorrente prima e ospite fissa poi


Rovazzi del programma Uomini e Donne
capre! no, non mi disturba affatto, dica
tipica esclamazione di Vittorio battuta di Furio, personaggio di
Sgarbi Carlo Verdone nel film Viaggi di
nozze1
è tutto molto interessante
dall’omonimo brano di Rovazzi novantadue minuti di applausi
Fantozzi
è una cagata pazzesca
Fantozzi per me è un sì
X-Factor
escono dalle fottute pareti
citazione distorta da un film della per te miss Italia finisce qui
serie Alien dall’omonimo concorso
francamente, me ne infischio per tutto il resto c’è Mastercard
da Via col Vento dalla pubblicità dell’omonima carta
di credito, usato ironicamente
guarda guarda guarda il ca che me
ne frega pòle la donna perméttisi di
ancora un brano di Rovazzi pareggià con l’òmo?
il “dibattito culturale” da Amici
magna tranquillo
miei
dalla correzione a mano aggiunta
a un annuncio di vendita di vedo la gente morta
un’automobile, diventato un dal film Il Sesto Senso, che diventa
tormentone sui social anche vedo la gente scema

1  Per approfondimenti cfr. anche


Vera Gheno, 2011, L’italiano inviato,
mi stai diludendo; vuoi che in Nicoletta Maraschio, Fabio Caon
muoro? (a cura di), Le radici e le ali: l’italiano e
Joe Bastianich a Masterchef, ripreso il suo insegnamento a 150 anni dall’U-
poi anche da Maurizio Crozza nei nità d’Italia, Torino, UTET Universi-
suoi sketch comici tà, pp. 232-242.

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Social-linguistica.indb 96 12/09/2017 14:33:31


II   Social-linguistica. Appunti di lingua liquida

2.13.1 Classiche rivisitazioni


Non mancano le infinite citazioni di Dante, per esempio Fatti non
foste a viver come bruti; spesso la citazione è distorta, come Non ti cu-
rar di lor ma guarda e passa, versione popolare di Non ragioniam di
lor, ma guarda e passa (Inferno III, 51). A parte le citazioni con lievi
imprecisioni, succede spesso che la rete metta in circolo frasi famose
attribuite alle persone sbagliate: per esempio, è molto popolare Non
sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa
dire attribuita a Voltaire, che di Voltaire non è82. L’elenco delle citazioni
errate è infinito, e a volte gli effetti sono davvero (spesso involonta-
riamente) esilaranti. Un solo consiglio: nel condividere citazioni colte,
a parte controllarne l’esatta grafia, sarebbe meglio adottare il metodo
giornalistico di controllare che l’informazione sia giusta trovando più
fonti indubbiamente autorevoli che la confermano83. Certo, occorre
prima avere un’idea di quali siano le fonti realmente autorevoli almeno
del proprio campo… ma non è impossibile formarsi delle competenze
minime su questo. Altrimenti, le figuracce sono sempre in agguato.

2.14 Il tu telematico e il ritorno del lei


Fino a pochi anni fa, si elencava, tra le caratteristiche della comu-
nicazione mediata dal computer, il cosiddetto tu telematico: un uso

82  Cfr. Alfio Squillaci, 2013, Voltaire non ha mai detto: «Non sono d’accordo con quello
che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire», in Linkiesta, www.linkiesta.it/it/blog-
post/2013/01/14/voltaire-non-ha-mai-detto-non-sono-daccordo-con-quello-che-dici-
ma-dar/13767/.
83  Per l’esattezza, consiglia Bruno Mastroianni, i criteri di verifica minimi sono:
fonte precisa e individuabile, informazione o citazione databile e localizzabile nello
spazio, autorevolezza della fonte, verificabilità sul campo (per esempio: lo posso cer-
care su un libro? In un archivio? In un documento?), confronto tra più fonti. Tutto
questo è importante perché spesso accade che varie fonti secondarie si citino a vi-
cenda, senza però che nessuno controlli l’esistenza di una fonte primaria. Cfr. Bruno
Mastroianni, 2017, La disputa felice. Dissentire senza litigare sui social network, sui
media e in pubblico, cit., capitolo 5: Uscire dalla propria “zona di sicurezza”, paragrafo:
Il rapporto con le informazioni e le fonti.

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Social-linguistica

sostanzialmente derivato dallo you inglese che la rete, nascendo in am-


bito anglofono, aveva fatto suo anche in Italia. Dalle prime interazioni
sui proto-social come i newsgroup, sembrava che il tu stesse prendendo
piede diventando quasi esclusivo84, anche se forme di allocuzione di
maggiore formalità si incontravano pure in passato (per esempio, sui
newsgroup dove si discuteva di malattie o di letteratura). Certamente,
l’usanza di dare del tu in contesti inadatti è estesa ben oltre l’ambi-
to delle conversazioni telematiche, come notava Umberto Eco in una
lectio magistralis di qualche anno fa85; anche Alberto Sobrero, già nel
2003, in un articolo sul linguaggio giovanile raccontava come soprat-
tutto i giovani tendessero a impiegare in ogni situazione una monova-
rietà linguistica, nella quale l’espressione “menare le mani” era consi-
derata adatta a qualsiasi tipo di contesto86, che fosse una discussione
tra amici o un dialogo con un docente; l’uso della gamma degli allocu-
tivi di cortesia, chiaramente, si riduceva di conseguenza.
Negli ultimi anni, invece, si assiste a un ritorno del lei. Un’inversio-
ne di tendenza, forse? È più probabile che sia cambiata la composizione
del “popolo della rete”. Fino a non troppo tempo fa, internet era ancora
un fenomeno comunque riservato a una minoranza. Chi stava online,
soprattutto chi frequentava i social, aveva la sensazione di far parte di
un gruppo circoscritto, quasi di pionieri del cyberspazio. E tra amici, o
membri di una specie di setta, ovviamente era normale assumere l’u-
sanza anglofona di darsi del tu.
Con l’apertura della rete a un pubblico generalizzato e molto am-
pio, esattamente come vi ritroviamo quasi tutti i meccanismi sociali e
comunicativi della realtà, così si tende a ricreare online la stratificazio-
ne della società in cui viviamo: non sarebbe certo naturale, o perlome-
no educato, darci del tu tra sconosciuti nella vita di tutti i giorni. Ecco

84  Cfr. ad es. Elena Pistolesi, 2004, Il parlar spedito. L’italiano di chat, e-mail e SMS,
cit., p. 20.
85  Cfr. Umberto Eco, 2015, Tu, Lei, la memoria e l’insulto, lectio magistralis pub-
blicata integralmente (seppure con qualche imprecisione) all’indirizzo www.festival-
comunicazione.it/wp-content/uploads/2015/09/UMBERTO-ECO_Lectio-Magistra-
lis-2015.pdf.
86  Cfr. Alberto A. Sobrero, 2003, Nell’era del post-italiano, cit., p. 273.

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II   Social-linguistica. Appunti di lingua liquida

che quindi anche in rete, soprattutto a causa dell’afflusso dei nativi car-
tacei, torna il lei, prima usato in genere per creare una distanza ostile,
ma oggi assai più comune e meno connotato87.
La terza via, soprattutto nella gestione delle relazioni tra azienda/
ente e pubblico, è quello di evitare in toto gli allocutivi di cortesia. Con
un po’ di sforzo, è possibile riformulare le interazioni senza includere
né il tu né il lei. Molti adottano questa politica, che è quella che porto
avanti sul profilo Twitter dell’Accademia della Crusca.

2.15 Conclusione: dove il LOL suona

Il parere del linguista, anzi, in questo caso della linguista, alla fine
di questa elencazione, è positivo. Abbiamo visto una moltitudine di
tecniche per rendere “unico” il nostro messaggio, abbiamo mostrato
molti esempi di creatività e, in generale, si è cercato di fornire moti-
vazioni alla base dei fenomeni linguistici che si incontrano in rete.
Ora, va fatto un distinguo: non è che tutta la rete, ma nemmeno tutti i
social, comunichino così. L’occorrenza di fenomeni di devianza dalla
norma scrittoria tradizionale è molto alta quando si è in ambito infor-
male (raggiungendo le punte massime nelle sessioni di instant messa-
ging tra persone che hanno una conoscenza intima), mentre è minima
se non assente in ambito formale (per fare un esempio: il Twitter della
Crusca che una volta ha usato cmq ha destato scalpore, cfr. p. 48 in
questo volume). E così deve rimanere: sono tecniche che hanno una
giustificazione più sociale che linguistica, e che vanno “dosate” esat-
tamente come quando scegliamo l’abito consono a una situazione, o
il paio di scarpe più adatto. Come è fuori luogo andare in ciabatte a
teatro, così lo è andare con i tacchi a spillo in spiaggia (per non parlare
della scomodità!). Tra l’altro, le lingue della rete, ma anche solo dei
social, sono tante. Dipendono dal contesto, dal tema della conversa-
zione, dagli interlocutori…

87  Ringrazio Bruno Mastroianni per la bella discussione su questo tema.

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Social-linguistica

La lingua dei social, intanto, è dimostrazione di una cosa positiva:


della vitalità dell’italiano. Il fatto che il nostro idioma si sia adattato al
mezzo – e che le grandi case produttrici di software e app abbiano rite-
nuto rilevante tradurre le piattaforme in italiano, di fatto avallandone
l’importanza, o l’importanza del nostro mercato – è la prova di quanto
l’italiano sia lingua viva, mutevole, in movimento.
Sebbene il fastidio per il cambiamento sia comprensibile – “sono
cambiamenti solo se spaventano”, cantano i Subsonica in un noto bra-
no88 – e la resistenza ai nuovi usi pure, prendiamo atto che in deter-
minati contesti, e solo in quelli, questa pletora di fenomeni linguistici
ha senso e ricalca una tendenza presente a livello internazionale. In
altre parole, fenomeni tachigrafici, sigle, contrazioni varie e una ge-
nerale semplificazione del sistema linguistico sono diffusi in mol-
te lingue del mondo, e parlarne solo in termini di impoverimento è
un’eccessiva semplificazione. Del resto, se le commistioni e gli incroci
con il linguaggio giovanile sono evidenti, si ricordi che tradizional-
mente quest’ultimo si costruisce per rottura e non per continuità: in
altre parole, la sensazione che le giovani generazioni non sappiano più
comunicare non è esclusiva di questi giorni, ma è un giudizio che viene
riservato da decine di anni a tutti i “giovani” del momento, come pure
quello di povertà lessicale. La verità è che sovente i giovani hanno un
lessico molto ampio negli ambiti di loro interesse, che però sono quasi
sempre diversi da quelli degli adulti89.
Che l’italiano stesse bene – ma gli italiani, in quanto a livello cultu-
rale, molto meno – lo ha ripetuto spesso il compianto Tullio De Mau-
ro90, anche a commento dei dati Istat pubblicati nel corso degli anni. E
il rischio di un popolo in recessione culturale è proprio l’incapacità di
muoversi tra registri linguistici diversi. Non so se l’episodio, spesso rac-

88  Subsonica, 2014, Di domenica, dall’album Una nave in una foresta.


89  Cfr. ad es. David Crystal, 2010, On the 800-word myth, david-crystal.blogspot.
it/2010/01/on-800-word-myth.html.
90  Cfr. ad es. Annamaria Testa, 2014, Italia dealfabetizzata, ma l’italiano sta bene. Lo dice
Tullio De Mauro, nuovoeutile.it/italia_dealfabetizzata/ e Maria Rosaria Iovinella, 2015, De
Mauro: “Tra social media e migrazioni, niente paura per l’italiano del futuro”, in Wired,
www.wired.it/play/cultura/2015/09/10/italiano-social-lingua-de-mauro/.

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II   Social-linguistica. Appunti di lingua liquida

contato nei convegni dei linguisti, di quello studente all’esame di matu-


rità che continuava a dire “Nino Biperio” per “Nino Bixio”91 (contagiato
dall’uso che si fa della X nelle tachigrafie della comunicazione social)
sia vero o una leggenda urbana; so per certo, però, perché mi è succes-
so personalmente, che una studentessa, al mio corso, qualche anno fa
ha scandito senza esitazioni “Malcolm decimo” per “Malcolm X”, forse
pensando che fosse stato il primo papa nero. Più che le contaminazioni
tra web e vita reale, temo le sciocchezze e la superficialità, ovunque.
Alla fine, dove si predicava l’anarchia, anche linguistica, si è creata
una specie di “neonorma” della comunicazione. Lo scriveva già David
Crystal nel 2001 che si tratta di una nuova forma di prescrittivismo, ma
pur sempre di prescrittivismo92. E perfino chi le considera tutte bazze-
cole dovrebbe ammettere che, talvolta, conoscere la lingua dei social è
utile anche in campo lavorativo. Si veda questo scambio su Twitter tra
la cantante Nina Zilli e la Barilla.

In breve, usando un anglismo e ciò che compare sul tasto “registra-


zione” di videoregistratori e simili, Zilli sta chiedendo di non svelare il
risultato della partita di basket (no spoiler93) perché la sta registrando

91  L’aneddoto è citato anche da Umberto Eco in una sua Bustina di Minerva,
espresso.repubblica.it/opinioni/la-bustina-di-minerva/2011/03/31/news/il-garibal-
dino-nino-biperio-1.30010.
92  Cfr. David Crystal, 2001, Language and the Internet, cit., p. 71.
93 Su spoiler e spoilerare, cfr. Vera Gheno, 2015, Evitando di spoilerare il finale…, se-
zione Consulenza Linguistica, sito web dell’Accademia della Crusca, www.accademia-
dellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/evitando-
spoilerare-finale.

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Social-linguistica

(sono in REC). Barilla, evidentemente non conoscendo il significato di


spoiler, risponde così:

Di fatto, insomma, svela (spoilera) il risultato della partita, rovi-


nando la sorpresa a Zilli – proprio quello che lei aveva chiesto di non
fare. Non a caso, pochi minuti dopo una utente commenta:

Niente di tragico, sia ben chiaro, ma un mini epic fail per una gran-
de azienda…
Come sempre, va ricordato che la competenza linguistica si for-
ma sempre per aggiunta, mai per sostituzione. Ha senso conoscere –
se non usare – almeno alcune delle potenzialità comunicative fornite
da questo ambito d’uso della lingua, chiaramente senza perdere altre
competenze linguistiche: cmq, come un ke ben piazzato, può servire
su Twitter, Facebook e gli altri social; chiaramente, sarebbe completa-
mente fuori posto in un tema o in un curriculum vitae. La lingua, si sa,
è un codice che funziona grazie a una serie di convenzioni; l’anarchia
linguistica, a mio avviso, va praticata nei contesti giusti.

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Social-linguistica.indb 102 12/09/2017 14:33:31


III
“Genti della rete”
Vizi e virtù dello stare sui social

Fatti non foste a viver come bruti


ma per seguir virtute e canoscenza.

Dante, Inferno XXVI, 119-120

Internet è finalmente diventata un fenomeno di massa a tutti gli


effetti: prima era un mezzo di comunicazione elitario, riservato a
militari, scienziati, studiosi, adesso siamo tutti online, in un modo o
nell’altro. Abbiamo un nuovo modello di utente, che mai come ora
deve essere attivo e responsabile: nessuno gli “premastica” i contenu-
ti, gli intermediari hanno perlomeno in parte rinunciato al loro ruolo
e la capacità di districarsi all’interno dell’immensità di internet non
viene quasi mai insegnata. Occorre crearsi delle competenze inedite,
per esempio quella di distinguere tra notizie vere e false, o fake news,
o bufale1. E, parallelamente, occorre anche imparare a stare in rete. Le
cose spesso non sono state inventate per l’uso che poi ne è stato fatto:
Arpanet nasce per mettere in contatto scienziati e militari, il WWW
per semplificare il lavoro agli scienziati nucleari, la mail per mandar-
si messaggi, Facebook per rimanere in contatto con gli amici. Poi la

1  Discorso affrontato recentemente in Bruno Mastroianni, 2017, La disputa felice.


Dissentire senza litigare sui social network, sui media e in pubblico, Firenze, Cesati, in
particolare capitolo 5: Uscire dalla propria “zona di sicurezza”, paragrafo: Il rapporto con
le informazioni e le fonti.

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Social-linguistica

rete viene usata per “cazzeggiare”, il web per mettere in circolazione


idee di ogni sorta, viene inventato lo spam, Facebook viene usato in
maniera distorta per infastidire le persone… Il fatto che in rete siamo
(meglio: abbiamo l’illusione di essere) liberi ha come effetto collatera-
le che chi crea un’applicazione non può pienamente prevedere come
le persone useranno il nuovo strumento a loro disposizione, come
scrive anche Antonio Pavolini2. Non a caso, in un’intervista al New
York Times uno dei fondatori di Twitter e Medium, Evan Williams,
fa un’affermazione forte: «internet si è rotta»; dopo essere stato a lun-
go convinto del fatto che dare a tutti la libertà di esprimersi potesse
essere una cosa positiva, si è ricreduto sulla questione, visto soprat-
tutto l’uso distorto dei mezzi a disposizione da parte degli utenti3.

3.1 Descrivere la rete. Spazi, third places, canali, estensioni

Il mondo del virtuale è stato, nel corso dei decenni, descritto con
metafore differenti. A cavallo tra gli anni Novanta e il primo decennio
del Duemila, prevaleva l’idea che le comunità virtuali (oggi almeno in
parte sostituite dal concetto stesso di social network) fossero dei luoghi
virtuali; un pezzo che ha, in un certo senso, fatto storia, è la cosiddetta
“metafora del bar”, scritta da un anonimo frequentatore dei newsgroup
e che qui riporto senza correzioni:

Il vecchio paragone del bar funziona sempre. Se provi a guardare questo NG


come un bar capirai quasi tutto: il bar è un locale aperto al pubblico, in cui
c’è gente che passa una volta soltanto per un caffè o per fare una telefonata
urgente; ma ci sono anche frequentatori abituali, gente del quartiere, compa-
gnie fisse, e qualcuno che addirittura vive quasi lì, seduto al suo tavolino di
sempre davanti a una birretta piccola.

2  Cfr. Antonio Pavolini, 2016, Oltre il rumore: Perché non dobbiamo farci raccontare
internet dai giornali e dalla TV, Informant Ebook.
3  Cfr. www.nytimes.com/2017/05/20/technology/evan-williams-medium-twitter-inter-
net.html?_r=0.

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III   “Genti della rete”. Vizi e virtù dello stare sui social

La gente nuova è guardata con interesse e curiosità, gli abitueè commentano e


pettegolano, e se qualcuno appena entrato si mette a sbraitare perchè nessuno
lo serve all’istante, e magari picchia un pugno sul tavolo e sputa per terra, bè...
quelli di sempre borbottano. E qualche testa calda, con tre grappe di troppo
nello stomaco e su per la testa, magari lo prende a parolacce, lo afferra per la
collottola e gli pianta un bel calcio in culo. Ma c’è anche tanta gente che entra,
si siede tranquillamente, guarda lo sbronzo di turno che pontifica, ascolta le
chiacchiere, abbozza un commentino sorridente, offre un giro di bianchi ai
presenti.
E diventa quasi subito uno di quelli di sempre.

L’idea del gruppo di discussione come bar è figlia del concetto delle
comunità virtuali come third places4, ‘posti terzi’, ossia tutti quei luoghi
che non sono casa e scuola o luogo di lavoro e che frequentiamo per
diletto. Questo poteva valere finché le persone “andavano online” in
maniera volontaria, proprio come se andassero, appunto, al bar o in
generale in un locale. La metafora, in concomitanza con il diffondersi
del “sempre connessi” (always on, dicono gli anglofoni), è invecchiata
velocemente, sostituita piano piano dall’idea di internet come canale,
come nuova modalità di comunicazione, o come contenitore. Le due
metafore hanno comunque in comune un punto fondamentale: il fatto
che, giustamente, sfatano la convinzione che le devianze e i problemi
siano “colpa della rete”. Sia quando era considerata un (non) luogo, sia
quando la si pensava contenitore, gli unici responsabili del contenuto
continuavamo a essere noi, gli utenti. Internet è come il luminol, scri-
veva Mafe De Baggis qualche anno fa: rende visibili rapporti, connes-
sioni, conversazioni che, però, esistevano già prima della rete5.
Oggi è ancor più vero che non “si va” più su internet. Già nel 2012,
una ricerca di Forbes mostrava come lo stare online fosse diventa-
to un concetto fluido, e molte persone non considerassero più “stare

4  Cfr. John B. Horrigan, 2001, Virtual communities. Part 2: The Internet, Communi-
ties, and the Virtual “Third Place”, Washington, Pew Research Center, www.pewinternet.
org/2001/10/31/part-2-the-internet-communities-and-the-virtual-third-place/.
5  Cfr. Mafe De Baggis, 2014, #Luminol. Tracce di realtà rivelate dai media digitali, In-
formant Ebook.

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Social-linguistica

su internet” come attività svolte in rete6. Internet è sempre con noi7,


attorno a noi, dentro al nostro telefonino, mediata dalle nostre app.
Potremmo dire che la rete non è altro che un’estensione di noi stessi,
e di conseguenza tutto quello che vi accade è diretta conseguenza di
quello che siamo e di come ci comportiamo nella nostra vita reale; il
tutto, probabilmente, amplificato dal fatto che si tratta, per l’appunto,
di comunicazione mediata: non vediamo in faccia gli altri, e questo
crea un effetto generale di disinibizione8 che, talvolta, ha conseguenze
anche gravi (lo vedremo nell’ultima parte di questo capitolo). Quello
che, certamente, anche l’analisi linguistica ha dimostrato, è la forte e
naturale tendenza all’aggregazione esercitata dai social, adesso molto
più trasversale e generalizzata rispetto a quando la rete era “cosa di po-
chi”. Anche il “sogno democratico” di una rete risolutrice dei dislivelli
sociali non sembra realistico, oggi che tutti stanno online; non esiste,
infatti, società senza dislivelli, per quanto il pensiero possa essere at-
traente9. Se la selezione non è quasi più a monte, dato che l’accesso alla
rete non è più considerabile di nicchia, le dinamiche all’interno dei
social creano dei dislivelli: non a caso, esistono gli influencer, quasi una
casta venerata dalle aziende per la loro presunta capacità di avere un
effetto sull’opinione pubblica o sui consumatori. È il momento in cui il
post viene letto non per il contenuto, ma per il nome della persona che

6  Cfr. Gina Sverdlov, 2012, For Consumers, “Being Online” Is Becoming A Fluid Con-
cept, in Forbes.com, www.forbes.com/sites/forrester/2012/10/17/for-consumers-being-
online-is-becoming-a-fluid-concept/#3ebf6a2452d8.
7  Sherry Turkle notava, nel 2011, come con browser e motori di ricerca si avesse la
sensazione di attraversare un paesaggio infinito tutto da scoprire, mentre in tempi re-
centi, ormai, la rete ci accompagna costantemente. Cfr. Sherry Turkle, 2011, Alone To-
gether: Why We Expect More from Technology and Less from Each Other, New York,
Perseus Books, paragrafo: Author’s note: Turning point.
8  Cfr. John Suler, 2004, The Online Disinhibition Effect, in «CyberPsychology & Be-
havior», 7, pp. 321-326. Nello stesso solco, gli studi sulla Reduced social cues theory citati
anche da Luciano Paccagnella, 2000, La comunicazione al computer. Sociologia delle reti
telematiche, Bologna, il Mulino.
9  Questo è uno dei concetti sociali che stanno alla base degli studi sociolinguistici.
Cfr. ad es. Gaetano Berruto, 2005, Fondamenti di sociolinguistica, Roma-Bari, Laterza,
in particolare capitolo 4.

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III   “Genti della rete”. Vizi e virtù dello stare sui social

l’ha scritto, come succede, del resto, su Instagram, dove foto banalissi-
me, ma scattate da influencer, ricevono migliaia di like “gratis”. Anche
in questo caso, niente di male; basta averne coscienza.

3.1.1 Narciso si specchia nei social

Il concetto di influencerness diventa quasi comico quando sconfina


nell’autoreferenzialità: le persone che si presentano “sono un(’)influen-
cer” o che lo scrivono sul curriculum o sul profilo fanno talvolta l’effet-
to di chi dice “lei non sa chi sono io”. Ma questa non è altro che la natu-
rale conseguenza dell’altro polo delle dinamiche della rete rispetto alla
socializzazione e alla condivisione: il narcisismo. Sicuramente una bel-
la parte della comunicazione è incentrata sul sé, sul mettere in mostra
sé stessi e sull’auto-narrazione “augmentata” della propria vita. Non è
per forza una critica: il narcisismo, fino a un certo punto, è connatura-
to all’essere umano. Siamo tutti narcisisti, in fondo anche chi nega di
esserlo: il rifiuto del narcisismo è esso stesso una forma di narcisismo.
Casomai, il vero problema è la degenerazione in solipsismo. Quando le
persone si convincono di essere le uniche a esistere, l’equilibrio delle
relazioni sociali si sfascia. Un esempio: che cosa pensano tutti quelli
che non abbassano la suoneria dei loro cellulari in un luogo pubblico
angusto, come in treno, che magari sono gli stessi che si adombrano nel
sentire i trilli della persona accanto? L’atteggiamento può essere ricon-
dotto proprio a una specie di convinzione che “il mio squillino non dà
noia come gli altri, perché è il mio”. In Italia, più latamente, “il divieto
è rivolto a tutti ma non a me, perché io sono io”.

3.2 Stare in rete: qualsiasi cosa scriviamo, ci mettiamo


un pezzo di noi

Si discute molto su quanta parte di noi mettiamo nelle comuni-


cazioni social. In linea di massima, occorre dire che certo, possiamo
operare delle distorsioni rispetto a ciò che siamo veramente (si veda

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Social-linguistica

per esempio l’illusione di vite perfette prodotta da Instagram, con con-


seguenze anche gravi sulla psiche degli adolescenti10), ma alla fine la
nostra personalità online rispecchierà comunque quello che siamo.
Raramente si tratta di semplice passaggio di informazioni: abbia-
mo già ampiamente visto quanto siano rilevanti, quando si fa social
networking, tutte le parti non strettamente informative dei messaggi
che scriviamo, che contengono, di fatto, la parte più interessante e più
innovativa della comunicazione. Quando si comunica su un social, in-
fatti, difficilmente non perseguiamo nessuno dei tre scopi seguenti:

- ostentare esperienza dei social, anche tramite spie linguistiche;


- migliorare la propria online reputation, cosa che contribuisce alla
costruzione di un’immagine positiva (o negativa, se si vuole fare gli
hater o i troll);
- scrivere in maniera consona non tanto, o non solo a sé stessi, quan-
to alla propria “personalità online”; poiché l’interlocutore non si
vede in faccia, possiamo anche smussare qualche lato di noi che
non amiamo esporre in pubblico.

3.2.1 Nickname, fake e anonimato

I vari social hanno differenti regole di ingaggio, per quanto ri-


guarda l’uso o meno di pseudonimi. Prima di Facebook, era piuttosto
normale avere un nickname, abitudine che, del resto, è ancora viva su
Twitter, Instagram e molti altri social network minori. Facebook, in-
vece, nel corso del tempo ha dapprima incoraggiato, poi quasi impo-
sto l’uso del vero nome e cognome. Che l’uso di un nome e cognome
plausibili sia garanzia di riconoscibilità e di non essere anonimi, però,
è un’illusione: mentre quasi sempre chi aveva – o ha – uno pseudonimo
è una persona definita, per la quale il soprannome è una specie di “car-

10  Cfr. Luciana Grosso, 2017, Ricerca inglese: Instagram è il social più pericoloso per l’e-
quilibrio mentale degli adolescenti, in Business insider, it.businessinsider.com/indagine-
iglese-instagram-e-il-social-piu-pericoloso-per-lequilibrio-mentale-degli-adolescenti-
e-altri-9-fatti-del-gorno/.

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III   “Genti della rete”. Vizi e virtù dello stare sui social

tellino” definitore di una personalità che non viene nascosta, ma anzi,


meglio definita dal soprannome11, chi si firma con un nome e cognome
apparentemente reali può comunque adottare un’identità falsa. Molti
dei cosiddetti fake, quelli veramente dannosi per la comunicazione, che
indulgono in attività di disturbo, si nascondono efficacemente dietro a
nomi e cognomi dall’apparenza reale. Le truffe perpetrate ai danni degli
utenti di FB provengono quasi sempre da profili verosimili. Casomai,
potrebbe insospettire la loro “scolasticità”. Per esempio, da quando ho
compiuto quarant’anni, sono bersagliata di richieste di amicizia di una
categoria molto particolare: ufficiali dell’esercito statunitense vedovi.
Sono chiaramente i prodromi di tentativi di estorsione12.
Va detto che spesso il largo pubblico dimostra di non avere ben
chiara la differenza tra nickname e fake: i due piani vengono confusi,
come se l’uso di uno pseudonimo fosse tutto vòlto all’anonimato. Il
fake, invece, sia che abbia un nome e cognome plausibili, sia che adot-
ti un soprannome, non corrisponde a una persona reale: o è qualcu-
no (o un gruppo di persone) che finge di essere qualcun altro, magari
un personaggio famoso, assumendone caratteristiche da prendere in
giro, come “Gianni Kuperlo” su Twitter, che prima era @GianniCu-
perIoPD13, con la I maiuscola, facilmente confondibile con una l, o è
il secondo profilo di una persona già presente con il proprio nome (o
un altro nickname) in una comunità virtuale, che lo usa per dire e fare
le cose che non vuole associate al proprio profilo primario, o magari,
come si dice nel gergo della rete, per trollare14.

11  Ad esempio, io mi sono chiamata a lungo “Morganalafata” sui newsgroup, poi


“Fraublucher”, poi “Appleseed”, ma la mia identità era comunque nota. E in certi ambien-
ti era ed è normale chiamarsi anche dal vivo con i nomignoli invece che con i nomi reali.
12  La vittima, normalmente, viene convinta a partecipare a chat ambigue, possibil-
mente con l’uso di webcam o comunque lo scambio di fotografie spinte, con le quali
viene poi ricattata.
13  Cfr. twitter.com/giannicuperiopd.
14  Su questo, cfr. ad esempio Vera Gheno, 2015, Fenomenologia di un fake: riflessioni
sull’uso del dialetto napoletano per dare vita, in rete, a un personaggio di fantasia, in Gian-
na Marcato (a cura di), Dialetto parlato scritto trasmesso. Atti del convegno di Sappada/
Plodn (2-5 luglio 2014), Padova, CLEUP, pp. 275-283.

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Social-linguistica

Al di là del caso specifico dei social, però, occorre tenere presen-


te che tutta la comunicazione mediata dal computer si presta, proprio
perché mediata, al falso. Internet pullula di false notizie, falsi appelli,
falsi scoop, false fotografie, false biografie, false morti e false corna,
spesso rilanciate da ignari – e disattenti – utenti: il confine tra il vero
e il non-vero è molto labile. Non ci si può neanche affidare alla vista,
perché le immagini stesse sono facilmente falsificabili. Talvolta anche
autorevoli testate vengono tratte in inganno, come quando Repubbli-
ca rilanciò una notizia del collettivo satirico Lercio, secondo la quale
Radio Maria aveva mandato in onda dei brani di death metal15, e l’e-
mittente radiofonica era stata costretta a smentire ufficialmente. Non
a caso, una delle competenze sempre più richieste nel mondo della co-
municazione è il controllo di qualità delle informazioni (in inglese fact
checking). Certo, l’uso di pseudonimi e il tentativo di rimanere ano-
nimi sembrano un problema minore, rispetto alla necessità, secondo
me, di conoscere meglio tutti i meccanismi comunicativi della rete in
modo da potersi, nel caso, informare e difendere da raggiri e da falsità.
Ma riprenderò la questione poco oltre.

3.2.2 L’ egosearch: controllare la propria reputazione online

Che ci si presenti con nome e cognome (in Italia meglio non fir-
marsi cognome e nome16!), con un nickname saldamente associato a
una persona (come Insopportabile o Blimunda, i cui veri nomi sono
largamente noti) o si tenti di rimanere anonimi, la “ricaduta” della
nostra presenza in rete può venire efficacemente controllata tramite
l’egosearch, ovvero la pratica di verificare che cosa, di noi, si veda sui
motori di ricerca. Essendo Google oggi il sito web più frequentato al
mondo, nonché il motore di ricerca attraverso il quale viene effettuata

15  Cfr. www.lercio.it/radio-maria-passa-i-megadeth/.


16  Cfr. Vera Gheno, 2003, È più corretto firmare nome+cognome o cognome+nome?,
sezione Consulenza Linguistica, sito web dell’Accademia della Crusca, www.accademia-
dellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/pi-corretto-
firmare-nomecognome-cognomenome.

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III   “Genti della rete”. Vizi e virtù dello stare sui social

la schiacciante maggioranza delle ricerche, prenderemo in considera-


zione quello. Insomma, mettiamo mano a Google per verificare cosa
vedono di noi gli altri.

Questo è il “Google CV”, il nostro curriculum vitae creato da Goo-


gle in base alle pagine sulle quali ricorre il nostro nome. È ormai noto
che un potenziale datore di lavoro, oltre al CV da noi redatto, darà un
occhio anche ai risultati di Google che ci riguardano. Mentre la spiega-
zione approfondita di come modificare la propria SERP, search engine
results page, sfugge agli scopi di questo libro, vorrei solo dare due con-
sigli (oltre a quello di consultare, di tanto in tanto, i risultati che Google
fornisce di noi a chiunque ci cerchi):

✓ informarsi su come gestire al meglio i livelli di privacy dei vari so-


cial a cui siamo iscritti: tutto ciò che è pubblico, infatti, viene anche
indicizzato da Google, mentre il contenuto dei feed chiusi non lo è;
✓ imparare a conoscere la propria SERP in modo da non venire còlti
di sorpresa nei momenti meno opportuni.

Non occorre avere la pretesa di essere assolutamente ineccepibili e di


non avere nemmeno uno scheletro nell’armadio: è normale che chiun-
que abbia lati che preferirebbe tenere nascosti. A parte l’ovvia necessità
di stare attenti a cosa si mette in rete, l’importante è avere coscienza

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Social-linguistica

di cosa, di noi, sia visibile: in questo modo possiamo essere pronti, nel
caso, a dare chiarimenti a chi ce li chiedesse.

3.3 Tipini da social: di stereotipi e di come non odiarli

Fin qui, abbiamo parlato dello “stare” in rete. Credo sia noto a
chiunque frequenti i social (ma anche solo le sezioni di commenti di un
quotidiano online) che molte delle interazioni che ci coinvolgono per-
sonalmente sono estremamente prevedibili: gli utenti tendono spesso
a seguire degli schemi comportamentali che si ripresentano in manie-
ra regolare. Possiamo tentare un elenco di comportamenti tipici a me
particolarmente invisi, così invisi da averli raccolti in una piccola tas-
sonomia senza pretese; conoscerli, forse, ce li renderà meno odiosi, o
forse eviterà a noi di arrabbiarcisi troppo17 o di cascarci a nostra volta.
tipi social

1. L'amico scomodo: quello che, per qualche motivo, tenete fra i contatti,
ma siete matematicamente certi che riuscirà a commentare qualsiasi vo-
appunti

stro post in maniera sgradevole, greve, scurrile o fuori posto, di solito


facendo anche arrabbiare qualcuno.

2. L'attentionwhore: una categoria particolare; quelli che pubblicano


post come “Che giornata da dimenticare!”, oppure “Sapeste cosa mi è
successo…”, il cui unico scopo è attrarre l’attenzione dei lettori per far-
si fare domande o ricevere incoraggiamenti. L’importante è incuriosire
con un post “acchiappalike” per potersi sentire al centro dell’attenzio-
ne. Vale anche postare un selfie magari corrucciato, oppure finto tonto
sul tipo “Vi piace la mia nuova maglietta?”, in realtà scusa per esibire il
seno.

3. Il bastian contrario: qualunque sia l’argomento del post, sottolineerà


sempre di pensarla diversamente. Tutti si dispiacciono della morte di un

17  Per approfondire la questione, consiglio la lettura di Massimo Arcangeli, Valentino


Selis, 2017, Faccia da social. Nazi, Webeti, Pornogastrici e altre specie su Facebook, Roma,
Castelvecchi.

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III   “Genti della rete”. Vizi e virtù dello stare sui social

tipi social

cantante? Lui dovrà dire che quel cantante non gli piaceva, che era so-
pravvalutato, che non capisce tutta la tristezza che gli altri esprimono.
appunti

4. Il benaltrista: indipendentemente dalla questione trattata, che può es-


sere linguistica, o una discussione su un film o un libro, o magari su un
problema personale dell’autore del post, irromperà tra i commenti ricor-
dando che i problemi sono ben altri, oppure scrivendo con tutti i problemi
che ci sono al mondo… Magari con esempi concreti, fino al benaltrista
ormai diventato meme “e allora i marò?”. Ama pure chiudere i suoi mes-
saggi con “VERGOGNA!”, dato che noi ci stiamo occupando sempre del
problema sbagliato.

5. Il clicktivista: inonda la sua bacheca, e quella di tutti gli altri, di peti-


zioni, sottoscrizioni, appelli, chiedendo il tuo click, il tuo contributo, la
tua condivisione. La maggior parte delle volte, si tratterà di petizioni su
change.org, piattaforma che consente di crearne una per qualsiasi causa.
Poi, quando si deve passare all’attivismo reale, il clicktivista preferisce
spostarsi alla petizione online successiva.

6. Il commentatore compulsivo: esordisce con “non ho letto i commenti


precedenti, ma…”, perché considera la comunicazione sui social comple-
tamente orizzontale. E questo quando è in buona; altrimenti, interverrà
semplicemente senza avere letto nessuno dei commenti precedenti al suo,
e quindi scrivendo, quasi sicuramente, qualcosa di già scritto da altri. Ma
perché non informarsi su quanto è stato già detto, prima di intervenire?18

7. Il complottista: la versione dell’argomento del giorno che tutti danno


per buona è sicuramente sbagliata. C’è qualcosa dietro: i poteri forti, le
lobby internazionali, i potentati, il Nuovo Ordine Mondiale, oscure tra-
me che solo lui, il complottista, ha capito. Normalmente finisce i suoi
post o i suoi commenti con “SVEGLIA!” o “SVEGLIATEVI!” scritto
così, tutto grande.

8. Il ditolunista: la discussione verte su un tema importante, ma il ditolu-


nista estrapola una quisquilia dal post e vi costruisce attorno una sotto-

18  Su Facebook esiste un gruppo che raccoglie le talvolta impressionanti sequenze di


commenti tutti uguali sotto un post o una notizia. Si chiama “Raccolta statistica di com-
menti ridondanti” (www.facebook.com/RaccoltaStatisticaDiCommentiRidondanti/).
Ne consiglio la lettura, davvero educativa (e un po’ preoccupante).

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Social-linguistica

tipi social

discussione: si può trattare di un errore, di una svista, di una singola


appunti

parola, di una leggerezza procedurale.

9. L'eroironico: un classico, per uscire dall’angolo; accusare l’altro di non


avere capito l’ironia. “Guarda che ero ironico, eh”. Se nessuno capisce la
tua ironia, però, forse non lo sei per davvero.

10. Il grammarnazi: non importa il pensiero, ciò che conta è solo la forma.
Hai messo quattro punti invece di tre? Hai sbagliato a scrivere “sognia-
mo” e hai scritto “sognamo”? Il grammarnazi arriverà, puntuale come
la morte, a commentare, se possibile sbeffeggiandoti, in ogni caso sotto-
lineando la tua abissale ignoranza. A volte, anche completamente senza
fondamento.

11. Il lapidatore lapidario: potremmo chiamarlo anche il “giustiziere del


web”; è un personaggio che possiede l’unica Verità. Sa esattamente, e
sempre, cosa sia giusto e cosa non lo sia. Possibilmente fomenta le fol-
le verso chi ha sbagliato. Alacre nello scagliare la prima pietra, non ha
mai il dubbio di stare sbagliando atteggiamento. Anzi, non ha proprio
mai dubbi. E come potrebbe? È l’unico a possedere la Verità, che enuncia
senza spazio di repliche. Proprio perché lapidario, non è neanche troppo
interessato ad approfondire i motivi del suo giudizio. Interverrà dicendo
“Che stupidaggine!”, o “Non sono affatto d’accordo”, o “Stai sbaglian-
do!”, ma sarà molto meno interessato nel dare spiegazioni. Sempre per
quel discorso che tanto lui detiene la Verità.

12. Il lurker: è quello che non commenta mai, non mette mai un like, non
interagisce mai… nemmeno ti ricordi di averlo tra gli amici, finché, in
tutt’altro contesto, non scopri che sa tutto di te e della tua vita. Evidente-
mente non parla, ma ti osserva con attenzione.

13. Il newbie: è il novizio dei social. Probabilmente è in buona fede, ma non


si prende la briga di informarsi prima di intervenire. Quindi farà cose
come: confondere la tua bacheca con la chat privata, con tutte le con-
seguenze del caso; mettere like dove non dovrebbe; fare domande non
pertinenti… Occorre avere molta pazienza.

14. Il noivoista: ha la tendenza a iniziare ogni post con “voi che…” e varianti.
In sostanza, sta sempre dalla parte giusta rispetto agli altri, che invece
sbagliano. Ogni questione è vista in maniera polarizzata, e nella polariz-
zazione, ovviamente, sono sempre gli altri a non avere ragione.

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III   “Genti della rete”. Vizi e virtù dello stare sui social

tipi social

15. L'odiatore aprioristico: c’è una discussione in corso, tutti rimangono


sul filo del civile. Arriva il nostro eroe, l’odiatore aprioristico. Normal-
appunti

mente è amico di uno dei due contendenti, al punto che l’altro conten-
dente diventa per forza il nemico da annientare. Non ti conosce, non sa
chi tu sia o cosa faccia nella vita – e non se ne cura –, l’unica cosa im-
portante è odiarti e disprezzarti con tutte le sue forze, adducendo anche
motivazioni poco plausibili. Non di rado, scivolerà nella misoginia, se
l’interlocutrice è femmina, per esempio accusandola di essere isterica.
Rispondergli amabilmente è molto faticoso ma, come sempre, occorre
pensare agli astanti e a quello che a loro rimarrà della disputa.

16. Il parlannuòra: colui che, seguendo il vecchio adagio di parlare a nuora


perché suocera intenda, verga post spesso ostili nei confronti di... non si
sa bene chi: non fa nomi, ma lancia generici anatemi e invettive rivolte a
quelli che fanno questo o quello. Di solito, il diretto interessato capisce,
se per caso legge il post, ma il resto del mondo no: così, il parlannuòra
può sempre negare di avere avuto una persona specifica in mente: “dice-
vo in generale, mica parlavo di te, figurarsi!”.

17. Il primatista: quello che commenta “PRIMO!” sotto il post di qualcuno


di famoso. Di solito sono almeno cinquanta, a commentare così.

18. Il salutista: quello che, in mezzo a un alterco, saluta e lascia la discus-


sione: “Arrivederci”, “La saluto”, “Saluti, ho altro da fare”. Spesso è a cor-
to di argomenti, ma invece di dartela vinta preferisce andarsene sbatten-
do, metaforicamente, la porta.

19. Il superiore: ne sa sempre di più, ha sempre un amico esperto, è già stato


dove voi volete andare e probabilmente ha anche già avuto la malattia
che pensate di avere. In più, non si abbassa a pensare come “la plebe”. Per
esempio, se tutti stanno commentando un fatto riguardante una persona
famosa, il superiore ostenterà di non conoscerla: “Ma chi è questo XY di
cui state tutti parlando?”; atteggiamento, questo abbastanza posticcio,
dato che per una risposta basterebbe rivolgersi a Google, senza fare della
non-conoscenza un vanto. Un altro classico del superiore è far capire che
lui avrebbe altro da fare, cose più importanti, e noi dobbiamo essergli
grati se ci concede un po’ del suo preziosissimo tempo con una graziosa
risposta.

20. Il titolista: colui che non si spinge mai oltre il titolo della notizia che
commenta o che, peggio, condivide. Purtroppo per lui, e per tutti quelli
che gli vanno dietro, spesso il titolo non rispecchia affatto il contenuto

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Social-linguistica

tipi social

dell’articolo o del post. Ma quando tale discrepanza gli viene fatta nota-
appunti

re, il titolista continua comunque a rimanere fermo sulla sua posizione.


Un vero e proprio dialogo tra sordi.

21. Il troll: entra in un gruppo Facebook di vegani e annuncia di amare la


bistecca al sangue. Entra in un forum di credenti e dà loro degli stolti
perché Dio non esiste. Insomma, il personaggio si capisce. È il re dei
comportamenti scorretti. Si diverte a scatenare liti rabbiose, fa di tutto
per far deragliare qualsiasi discussione, e in generale è il meno gradevole
degli interlocutori, in qualsiasi situazione, perché tanto non ha alcuna
intenzione di cambiare idea. Questo comportamento è chiamato trolling
in inglese, trollaggio e trollare in italiano. Quando si incontra un troll,
l’unica reazione veramente efficace è ignorarlo. In realtà, buona parte dei
comportamenti antisociali sui social (quale ossimoro!) è provocata da
manie di protagonismo. Credo molto più agli infelici che ai “cattivi”.

Chiaramente questo è solo un gioco. Ma il punto è che spesso nem-


meno noi stessi ci accorgiamo di ricadere in una di queste categorie.
Quindi meglio conoscerle, così, se le incontriamo, siamo in grado di
evitarle. O di evitare di finirci noi stessi. D’altro canto, se è vero che le
persone tendono a schierarsi come riflesso naturale, la polarizzazione
delle opinioni è, almeno in parte, provocata anche dai media tradizio-
nali, che spingono verso la contrapposizione19.

3.4 La comunicazione deragliata e i fenomeni di odio


online
Finora, tra alti e bassi, abbiamo parlato prevalentemente del lato
bello della comunicazione. Come è evidente, però, a chiunque frequen-
ti la rete, i casi in cui la situazione degenera, e la comunicazione de-
raglia, sono praticamente quotidiani. Perché succede? Come mai non
riusciamo a convivere pacificamente in rete con chi la pensa diversa-

19  Cfr. Bruno Mastroianni, 2016, Dibattiti online: oltre le contrapposizioni, in Giovan-
ni Tridente, Bruno Mastroianni, La missione digitale. Comunicazione della Chiesa e so-
cial media, Roma, Edusc, p. 65.

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III   “Genti della rete”. Vizi e virtù dello stare sui social

mente da noi? Premesso che all’argomento sono stati dedicati interi vo-
lumi20, la mia idea è che quello che succede in rete sia collegato a come
ci comportiamo nella nostra vita “reale”. L’odio online, insomma, non
fa eccezione.
alcuni fattori dell’odio online

- Odiare è purtroppo un’inclinazione naturale dell’essere umano, e non


appunti

odiare, in un certo senso, è frutto di un preciso (e giusto) condiziona-


mento socioculturale.
- Riproduciamo in rete comportamenti della nostra vita offline.
- La società odierna manifesta una tendenza all’adiaforizzazione, ossia
a «dispensare una buona parte delle azioni umane dal giudizio morale
e addirittura dal significato morale», come dice Bauman 21, con tutte le
conseguenze che questo comporta a livello di relazioni reciproche.
- Abbiamo la sensazione che odiare in rete sia più facile che farlo nella vita
reale, perché non vediamo l’interlocutore in faccia.
- Soprattutto, la società odierna, e ancor più la rete, ci mette sempre più fa-
cilmente a contatto con persone che non solo provengono da altri luoghi,
ma che hanno visioni radicalmente diverse dalle nostre. Siamo costretti
a fare interagire tra di loro le “bolle” in cui ognuno di noi vive. Questo
non può che comportare dei problemi di gestione dell’incontro22.
- Abbiamo anche un problema di autorevolezza. Non che l’autorevolezza
manchi, ma forse le fonti “autorevoli” sono troppe e spesso in conflitto
tra di loro. Chi seguire, quindi? Ognuno sarà convinto della superiorità
di una posizione rispetto a un’altra 23.

20  Tra questi segnalo Giovanni Ziccardi, 2016, L’odio online. Violenza verbale e osses-
sioni in rete, Milano, Cortina, per la parte di “mappatura dell’odio”, e Bruno Mastroi-
anni, 2017, La disputa felice. Dissentire senza litigare sui social network, sui media e in
pubblico, cit., per la gestione delle interazioni “dissenzienti”.
21  Cfr. Zygmunt Bauman, 1999, La società dell’incertezza, Bologna, il Mulino, p. 49.
22  Cfr. Id., 2013, Lo Spirito e il clic. La società contemporanea tra frenesia e bisogno di
speranza, Roma, Edizioni San Paolo.
23  Ibid. Bauman parla specificamente di «eccesso di autorità che produce qualcosa
come una cecità secondaria: non riusciamo a vedere non perché non abbiamo opinioni,
ma perché non riusciamo a districarci in questa massa di opinioni; e le opinioni, la co-
noscenza diventano una sorta di cortina di ferro che nasconde la realtà e ci impedisce
di vederla».

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Social-linguistica

Quindi, litighiamo online quando ci scontriamo con un’opinione


divergente e, soprattutto, non abbiamo le necessarie competenze argo-
mentative e dialettiche, che non sono naturali nelle persone, ma vanno
costruite e richiedono impegno. Del resto, la comunicazione stessa non
è mai facile, né offline né online; la diamo un po’ per scontata, dato che
tutti, bene o male, sappiamo usare la nostra lingua. Raramente, però,
ci soffermiamo sulla riflessione metalinguistica, cioè sulla lingua che
usiamo, che invece si rivela utile in molte occasioni.

3.4.1 Alcune parole dell’odio

Gran parte della terminologia legata all’odio in rete è già stata som-
mariamente spiegata nel paragrafo dedicato agli anglismi. Cionono-
stante, riprendo qui il discorso per abbozzare una breve tassonomia
delle parole più “odiose”.
alcune parole d’odio online

Body shaming: viene preso di mira qualcuno per il suo aspetto, accusandolo
appunti

di essere troppo grasso, troppo magro, troppo brutto o di avere altre carat-
teristiche fisiche sgradevoli. Recentemente, un caso di body shaming che ha
destato scalpore ha riguardato una ragazzina tragicamente assassinata nel
2010. Poiché il processo al presunto colpevole si è chiuso nel 2017, attorno ai
giorni della sentenza alcuni utenti di Facebook hanno fatto commenti sulla
presunta bruttezza della vittima. Tali esternazioni fanno ancor più inorridi-
re, perché rivolte a una ragazzina uccisa brutalmente24.
C yber-: cyberbullismo e cyberstalking sono i corrispettivi telematici di
quanto succede nella vita reale: chi bullizza, prende di mira qualcuno (per
un difetto fisico, o di pronuncia, o per qualche caratteristica sociale), di so-
lito spalleggiato dal “branco”. Sfortunatamente, l’odio per chi è in qualche
modo “diverso” è una predisposizione che gli esseri umani hanno natural-
mente. Non a caso, del resto, i fenomeni di bullismo possono avvenire anche
in tenera età, alla faccia di chi pensa che i bambini nascano buoni. A maggio
2017, in Italia è stata data definizione ufficiale del fenomeno nella legge che
lo riguarda:

24 Cfr. “Che mostro con quell’apparecchio”, insulti choc a Yara, in ADNKronos, www.adnkro-
nos.com/fatti/cronaca/2017/07/18/che-mostro-con-quell-apparecchio-insulti-choc-yara-
gambirasio-facebook_NMtlCNSyPAyOeY4tFMkgFP.html.

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III   “Genti della rete”. Vizi e virtù dello stare sui social

alcune parole d’odio online


qualunque forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, dif-
famazione, furto d’identità, alterazione, acquisizione illecita, manipolazione, trattamento
appunti

illecito dei dati personali in danno di minorenni, nonché la diffusione di contenuti online
il cui scopo intenzionale e predominante sia quello di isolare un minore o un gruppo di
minori ponendo in atto un serio abuso, un attacco dannoso, o la loro messa in ridicolo. 25

Il cyberstalking, invece, comporta minacce e molestie tramite i mezzi tele-


matici, caratteristica che non lo rende meno fastidioso o pericoloso di quanto
avviene nella “vita reale”. O meglio, è vita reale anche questa.

Hater è l’odiatore, cioè chi manifesta qualche forma di odio in rete. Si ten-
de a pensare che gli hater siano organizzati, e siano perfettamente coscienti di
quello che stanno facendo. Sono convinta che sia così solo in determinati casi.
La maggior parte dell’odio mi sembra dovuta a ignoranza, incompetenza, man-
cata coscienza di quanto ampia sia l’audience raggiunta dal messaggio di odio.
Revenge porn è una delle ultime forme di “deragliamento comunicativo” di
cui parlano i media. Si tratta di mettere in circolazione foto socialmente inac-
cettabili – di solito pornografiche – di qualcuno di cui ci si vuole vendicare,
spesso un(’)ex 25.
Shitstorm, letteralmente ‘tempesta di cacca’, è un’azione collettiva rivolta
contro un obiettivo concordato (un ristorante, un hotel, un locale, una per-
sona), che viene sommerso, a ragione o a torto, di commenti o recensioni
negativi, soprattutto tramite siti come Tripadvisor o Booking. Un’azione del
genere rischia, ovviamente, di rovinare la reputazione, che come sappiamo è
estremamente importante per la presenza in rete.

Una forma di reazione all’“imbecille della rete” (sempre per cita-


re Eco) è quella di blastarlo26, ossia distruggerlo, metaforicamente, con
una risposta tranchant e che non ammette repliche. Sicuramente, è una
pratica che dà grande soddisfazione momentanea sia al blastatore sia
al suo pubblico; tuttavia, io che sono piuttosto interessata ai benefici a
lungo termine della comunicazione, penso che sia una scorciatoia non
particolarmente utile per nessuno dei partecipanti allo scambio.

25 Cfr. Prevenzione e repressione del cyberbullismo, www.camera.it/leg17/522?tema=


prevenzione__e_repressione_del_bullismo_e_del_cyberbullismo.
26 Dall’inglese to blast ‘far saltare in aria, distruggere’, derivato dal mondo dei videogiochi e
reso particolarmente popolare da Enrico Mentana. Cfr. Licia Corbolante, 2017, Blastare: dai
videogiochi a Mentana (forse), blog.terminologiaetc.it/2017/02/13/significato-origine-blastare/.

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Social-linguistica.indb 119 12/09/2017 14:33:32


Social-linguistica

3.4.2 Pregiudizi cognitivi ed echo chamber


Sia nella nostra vita reale, sia online, abbiamo la tendenza a circon-
darci di persone che la pensano come noi. Ovvio che è più piacevole
stare con persone dalle idee sufficientemente omogenee alle nostre che
non con chi la pensa del tutto diversamente. Nel caso più estremo, fi-
niamo per stare dentro a delle echo chamber, ‘casse di risonanza’ ma
forse anche ‘saloni con l’eco’, così definite perché tutti hanno e ripe-
tono la nostra stessa opinione. L’effetto-eco viene in parte acuito dagli
algoritmi di alcuni social, che tendono a mettere in evidenza contenuti
simili a quanto postato da noi. Questo crea un effetto di “sicurezza” per
l’utente, ma allo stesso tempo può impedirgli di vedere il dissenso, che
invece, a mio avviso ma non solo, è necessario per la crescita, cognitiva
e umana.
In secondo luogo, nessuno cambia idea facilmente sulle cose che
contano davvero, sui valori nucleari. Finché si parla di cose superficia-
li, non abbiamo nessun problema a modificare un’opinione, mentre,
quando si “attaccano” questioni che le persone sentono come fondanti
per la loro persona, succedono cose strane, comprese reazioni com-
pletamente sproporzionate. Perfino in campo linguistico, quello che
per lavoro conosco meglio, accade che le persone arrivino a insultarsi
pesantemente su una modifica della norma che magari va in contrad-
dizione con quanto studiato a suo tempo a scuola. La realtà, secondo
molti, dovrebbe essere lineare, bianca/nera; i grigi sono sempre causa
di problemi perché non sono facilmente classificabili. Si tratta di una
forma di pregiudizio cognitivo (in inglese cognitive bias). Il pregiudi-
zio, etimologicamente, è un giudizio che precede lo studio o la verifica.
Spesso lo diamo in base a quanto pensiamo di conoscere, come nello
scambio seguente:

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III   “Genti della rete”. Vizi e virtù dello stare sui social

La battuta vorrebbe essere tra il critico e lo spiritoso, ma l’utente


sbaglia l’accento sulla voce del verbo essere. La replica, di conseguenza,
è semplice:

Dunque, l’intento era di fare gli spiritosi con la Crusca, ma tale


intento è stato rovinato da quella piccola svista ortografica. La con-
seguenza logica di questo scambio sarebbe il silenzio, o un ringrazia-
mento per la correzione. E invece, qui entra in gioco il pregiudizio:

Notiamo, oltre al pregiudizio (“a me hanno insegnato così”, pa-


zienza che sia un’autorità del campo a correggerti), anche il tentativo di
deresponsabilizzazione, peraltro molto “italico”: è colpa della tastiera.

3.4.3 “Me l’ha detto mio cuggino”

Ultimamente, mi è successo più volte di incontrare degli esempi di


cocciuta chiusura alla conoscenza nei quali ho avuto esperienza diretta
di pregiudizi cognitivi e anche di notizie false apparentemente impos-
sibili da confutare.

Accusato di neologia: gelicidio


A gennaio 2017, uno strano fenomeno meteorologico si abbatte
sull’Italia. Non è la prima volta, ma la maggior parte delle persone non
si ricorda delle sue precedenti ricorrenze. Si tratta del gelicidio, una

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Social-linguistica

pioggia che ghiaccia quando arriva a terra, ricoprendo tutto di una pati-
na pericolosissima di ghiaccio, con conseguenze tragicomiche, a volte.
Il termine gelicidio è chiara-
mente sconosciuto ai più. Quando
la parola compare sui media, mol-
ti reagiscono con grande stizza.
“Che neologismo orribile! Ce n’era
davvero bisogno?”; alcuni scrivono
addirittura degli articoli sulla que-
stione: «“Gelicidio”. Questo termi-
ne raggelante, è il caso di dirlo, che
richiama eccidi, stermini di massa,
genocidi e forse persino la Shoah, è stato usato a manetta, a partire
da venerdì, da tutti i media nazionali, dai meteorologi, dagli esper-
ti dell’Aeronautica militare», inizia così un articolo27 che ha ricevuto
molta attenzione in rete. Si accusa il termine di essere un’inutile iper-
bole e si diffonde la notizia che sia l’ennesimo superfluo neologismo,
magari nato sulla scia di femminicidio. Orde di tweet inferociti sull’ar-
gomento, come sempre quando compare un nuovo termine…
Bastava, invece, aprire il dizionario per scoprire che gelicidio va ac-
costato a stillicidio, e la sua etimologia riporta la data «avanti 1320»28.
Un termine antichissimo, insomma. Sconosciuto perché appartiene a
un linguaggio tecnico preciso, quello della meteorologia, e diciamo-
lo, non tutti sono meteorologi. Coloro che hanno espresso odio per
il povero gelicidio, però, non hanno nemmeno pensato a controllare
nel dizionario la datazione della parola, sicuri che, non conoscendo-
la personalmente, tale parola non esistesse. Eppure, una persona che
esce da una scuola superiore conosce in media un decimo del lessico
dell’italiano, per cui la consultazione del vocabolario dovrebbe essere
un’abitudine da non perdere per tutta la vita.

27  Cfr. www.massimofini.it/articoli/gelicidi-e-altre-inutili-iperbole.


28  Cfr. Il Nuovo De Mauro s.v. gelicidio, dizionario.internazionale.it/parola/gelicidio.

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III   “Genti della rete”. Vizi e virtù dello stare sui social

La Crusca che approva presidenta


L’Accademia della Crusca si è in più occasioni schierata a favore del
femminile dei nomi di professione quali sindaca, ministra o assessora29.
Quando ne era presidente Nicoletta Maraschio (dal 2008 al 2014), lei
stessa aveva espresso il desiderio di venire appellata come la presiden-
te. Laura Boldrini è tra le
personalità politiche che
si sono pronunciate a fa-
vore del femminile, e in
alcune occasioni ha chie-
sto a colleghi e giornalisti
di venire chiamata signora
presidente e non signor presidente. Nel 2016, in seguito a un convegno
a Montecitorio, alcuni giornali hanno pubblicato titoli nei quali si fa-
ceva riferimento a una presunta richiesta, “sdoganata” dalla Crusca, di
chiamare presidenta le donne presidenti30.
Ovviamente, nessuno ha mai proposto, in Italia, presidenta; basta,
del resto, guardare le registrazioni della giornata di studi per averne
conferma. Questa, però, è una “bufala che piace”: permette, infatti,
di attaccare contemporaneamente sia Laura Boldrini che la Crusca. E
nessuno di coloro che sparano odio contro entrambe si è preoccupato
di verificare questa affermazione, né tantomeno il quotidiano ha mai
smentito. Ma la violenza verbale, quella viene elargita senza esitazioni.
Ecco un esempio pescato a caso dai commenti all’articolo.

29  Cfr. l’intervento di Cecilia Robustelli, Infermiera sì, ingegnera no?, comparso nel
marzo 2013 sul sito web dell’Accademia della Crusca, www.accademiadellacrusca.it/it/
tema-del-mese/infermiera-s-ingegnera, e la monografia di Ead., 2016, Sindaco e sindaca:
il linguaggio di genere, Roma, Gruppo Editoriale L’Espresso. Per una posizione ufficiale
della Crusca, cfr. anche Yorick Gomez Gane (a cura di), 2017, «Quasi una rivoluzione».
I femminili di professioni e cariche in Italia e all’estero, Firenze, Accademia della Crusca.
30  Cfr. ad es. Giuseppe De Lorenzo, 2016, L’inutile battaglia della Boldrini: la Crusca
sdogana “presidenta”, in Il Giornale, www.ilgiornale.it/news/politica/ora-boldrini-sar-
contenta-crusca-ha-deciso-si-pu-dire-presid-1233867.html.

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Social-linguistica.indb 123 12/09/2017 14:33:33


Social-linguistica

Legge sull’aborto in Texas


Il 22 marzo 2017 molti quotidiani italiani riportano una notizia
secondo la quale in Texas sarebbe stata approvata una legge che per-
mette ai medici di mentire alle donne incinte qualora il loro feto pre-
senti anomalie tali da giustificare una possibile richiesta di aborto te-
rapeutico31. La notizia è talmente scioccante che ho deciso di leggere le
reazioni che questa ha suscitato negli Stati Uniti. Solo che i quotidiani
americani riportano un titolo diverso, e non poco:

This morning, the Texas Senate Committee on State Affairs unanimously pas-
sed a bill on to the full Senate that would let the government decide what a
pregnant woman deserves to know about the health of her unborn child.32

La grande differenza sta nel verbo would, che non è will: in altre
parole, il Comitato degli Affari di Stato del senato del Texas ha fat-
to avanzare all’intero senato una proposta di legge che permetterebbe
al governo di decidere cosa una donna incinta merita di sapere della
salute del suo bambino prima della nascita. C’è una bella differenza
tra permette e permetterebbe; anche in questo caso, la notizia è data

31  Cfr. Federico Rampini, 2017, Nuova legge in Texas: “Medici possono mentire a ma-
dri per evitare gli aborti”, in Repubblica.it, www.repubblica.it/esteri/2017/03/22/news/
texas_nuova_legge_medici_hanno_diritto_di_mentire_a_madri_per_evitare_abor-
ti_-161148595/.
32 ‘Questa mattina, il Comitato degli Affari di Stato del senato del Texas ha inoltrato
una proposta di legge al Senato che permetterebbe al governo di decidere cosa una don-
na incinta merita di sapere sulla salute del suo bambino non ancora nato’. Cfr. Alex Zie-
linski, 2017, Texas Lawmakers Advance Bill That Would Allow Doctors to Lie to Pregnant
Women, in San Antonio Current, www.sacurrent.com/the-daily/archives/2017/02/27/
texas-lawmakers-advance-bill-that-would-allow-doctors-to-lie-to-pregnant-women.

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Social-linguistica.indb 124 12/09/2017 14:33:33


III   “Genti della rete”. Vizi e virtù dello stare sui social

in modo da provocare un’indignazione tale da fare passare la voglia


di controllare le fonti. Anche così, la notizia è ugualmente grave, ma
almeno la legge non è ancora passata. Ecco i due titoli a confronto.

L’effetto triceratopo
In tutti e tre i casi analizzati, si hanno degli esempi di quello che
Bruno Mastroianni chiama “effetto triceratopo”33, da un celebre episo-
dio di viralità accaduto in rete. Il 10 luglio 2014, Jay Branscomb posta
sul suo profilo Facebook una foto di Steven Spielberg sul set di Jurassic
Park (1993), con alle spalle la “carcassa” di uno dei dinosauri ricostruiti
per la pellicola, accompagnandola a una didascalia ironica:

Disgraceful photo of recreational hun-


ter happily posing next to a Triceratops
he just slaughtered. Please share so the
world can name and shame this despi-
cable man.34

33  Cfr. Bruno Mastroianni, 2016, Dibattiti online: oltre le contrapposizioni, cit., in par-
ticolare paragrafo 3: Effetto Triceratopo: la vista offuscata dal gruppo omogeneo.
34  ‘Deplorevole foto di un cacciatore sportivo che posa felice accanto al Triceratopo
che ha appena trucidato. Condividi in modo che il mondo possa conoscere e svergogna-
re questo cattivissimo uomo’. Cfr. David McCormack, 2014, How could Stephen Spielberg
kill a Triceratops? Gullible internet users in uproar over vintage photo of Jurassic Park
director posing with ‘prey’, in Daily Mail, www.dailymail.co.uk/news/article-2688463/
Steven-Spielberg-Im-disappointed-Online-uproar-photo-famous-movie-director-po-
sing-triceratops-just-slaughtered.html.

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Social-linguistica.indb 125 12/09/2017 14:33:33


Social-linguistica

La foto ottiene un numero altissimo di condivisioni da parte di per-


sone indignate per l’uccisione dell’animale, e pochi sembrano rendersi
conto del fatto che si tratta di una specie estinta dalla preistoria. Perfi-
no quando qualcuno, nei commenti, fa notare che si tratta di Spielberg
che posa sul set del suo film, molti replicano «Non importa. Non dove-
va comunque uccidere quell’animale». Sul buon senso sembra vincere
l’impeto di rispondere sull’onda emotiva dell’indignazione scomposta,
e il rifiuto di riconoscere l’errore perfino quando messi di fronte all’e-
videnza. Questo episodio ci fa ridere, e tendiamo a pensare che questi
siano, effettivamente, problemi degli altri, degli “scemi”. Quanti pic-
coli triceratopi, invece, conclude Mastroianni, riempiono le nostre vite
quotidiane? Quante convinzioni, anche di fronte a prove inconfutabili,
rifiutiamo di rivedere? Quanto spesso indulgiamo in preconcetti sui
quali non ci soffermiamo a riflettere, dandoli per scontati?

Una correlazione: chi scrive male pensa male


Dai vari esempi disseminati qua e là in questo testo, forse a molti
lettori è saltata all’occhio una correlazione tra scrittura rozza e pen-
sieri rozzi. Sembra che spesso chi “sbraita” online, esprimendo idee
non ben ponderate, ostili, grossolane, lo faccia in modo altrettanto
non riflettuto e grossolano. Si veda questo scampolo di dialogo, in cui
un utente manda un’invettiva all’indirizzo di Laura Boldrini (men-
zionando anche la Crusca), sbagliando l’uso dell’articolo indetermi-
nativo (*un agenzia). Re-
darguito dall’Accademia,
risponde non solo in ma-
niera piccata, ma sbagliando
il modo verbale e parlando di
punteggiatura, che ovviamen-
te non è pertinente (l’assenza
o presenza di apostrofo non è
questione di punteggiatura, e
soprattutto non è legata a esi-
genze di sintesi).

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III   “Genti della rete”. Vizi e virtù dello stare sui social

Il seguente messaggio, ancora rivolto a Boldrini, necessita forse di


una vera e propria traduzione:
“Non bisogna neanche
commentarla, questa:
oramai non sa neanche
dove vive, le è partita la
testa, se mai l’ha avuta;
è da TSO [trattamento
sanitario obbligatorio]
e CIM [centri di igiene
mentale]!”

Le cose che non funzionano in questo tweet sono talmente tante


che è quasi difficile contarle: la punteggiatura, l’errore nell’uso del pro-
nome (gli per le), semmai per se mai, l’avuta per l’ha avuta, e invece di
è, lo spazio prima del punto esclamativo… cosa ci dice questo dell’au-
tore? Non possiamo farcene un’idea troppo positiva. Gli errori con-
tenuti nel messaggio ci distraggono dal contenuto stesso, rendendone
più difficoltosa la comprensione.
Per fare capire più chiaramente la rilevanza di commettere errori
quando si comunica, paragono spesso gli errori all’alitosi: se parliamo
da vicino con una persona che ha l’alito cattivo, è molto difficile rima-
nere focalizzati su quanto ci sta dicendo, perché veniamo continua-
mente distratti dal pensiero di… una mentina. Il fatto che il messaggio
fatichi ad arrivare a destinazione per via della superficie linguistica
potrebbe già essere un deterrente bastevole per impegnarsi di più sulla
parte formale dei messaggi che scriviamo in rete.

Non esistono i carnefici


La domanda che invito a fare, a conclusione di questa rassegna, è:
chi sono le persone che hanno scritto i messaggi qui sopra? Sono dei
professionisti dell’odio? Sono persone con evidenti carenze cognitive
e comunicative? Credo che sia comodo, e liberatorio, pensarlo. Riten-
go invece che la maggior parte dei cosiddetti hater sia “gente comune”,

127

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Social-linguistica

che non sempre usa bene i social35: a seconda della situazione, ognuno
di noi può dunque diventare un “odiatore” o, comunque, un utente
“deragliato”.
Pensare che i problemi siano sempre causati dagli altri è un passo
verso la deresponsabilizzazione del singolo; tutti gli esempi presenta-
ti fino a qui dovrebbero servire non tanto per creare una tassonomia
delle cose che non funzionano e sorridere, tra noi e noi, della stupidità
delle persone, ma piuttosto per prendere coscienza del fatto che ognu-
no di noi può in ogni momento cadere in errori. Quando studiamo e
analizziamo tali errori, invece, cerchiamo sovente di distanziarci da
essi, come se non riguardassero noi ma fossero solo oggetto del nostro
studio. L’ecologia della comunicazione deve partire dal singolo, perché
è responsabilità condivisa da tutti, e prima dell’online: non ha senso
“educare ai nuovi media” e basta, ma occorre partire dall’educazione
civica36, investendo sul capitale sociale, ossia sul legame tra le persone,
sia quello che connette e permette di sentirsi parte di una comunità (i
cui destini ci interessano), sia quello che “crea ponti” e quindi aperture
verso gli altri, come scrive Robert Putnam37.
Forse abbiamo qualche speranza perché siamo ancora tutti, global-
mente, dei giovani utenti della rete. L’abbiamo già detto, i social sono
neutri, siamo noi utenti che li riempiamo di contenuti, spesso in ma-
niera goffa. Non a caso, in un appunto non ufficiale, Umberto Eco ave-
va detto che la rete ha dato voce agli imbecilli38, che in realtà esistevano
già, solo che sono diventati più visibili. Siamo come dei neopatentati

35  Si veda, ad esempio, il caso di Maria, hater di Laura Boldrini, intervistata da Re-
pubblica: Cristina Nadotti, 2016, Maria e le offese a Boldrini sui social: “Pentita ma non
andrò a Roma, mi vergogno”, in Repubblica.it, www.repubblica.it/cronaca/2016/11/27/
news/il_personaggio_le_sue_offese_sui_social_rese_note_dalla_presidente_della_
camera_e_ora_maria_si_scusa-152908833/.
36  Cfr. anche Mafe De Baggis, 2014, #Luminol. Tracce di realtà rivelate dai media digitali, cit.
37  Cfr. Walter Mariotti, 2015, Insieme ma soli. Dialogo con Robert Putnam, tysm.org/
robert-putnam/.
38 Cfr. Umberto Eco: “Con i social parola a legioni di imbecilli”, in La Stampa, www.la-
stampa.it/2015/06/10/cultura/eco-con-i-parola-a-legioni-di-imbecilli-XJrvezBN4XOo-
yo0h98EfiJ/pagina.html.

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III   “Genti della rete”. Vizi e virtù dello stare sui social

alla guida di una Ferrari, che di per sé non è “cattiva”, ma che nelle no-
stre mani inesperte può diventare anche un’arma39. Bauman stesso ri-
tiene che in questo momento storico siamo in una specie di interregno,
in cui le vecchie leggi e regole non funzionano più ma quelle nuove non
sono state ancora inventate40.
A proposito di goffaggine comunicativa, occorre ricordare che nes-
suno può scrivere davvero solo per sé sui social: nel momento stesso in
cui apriamo un profilo su un qualsiasi social network, l’intento è pro-
prio quello di farci leggere. E il pubblico, sia che interagisca sia che stia
in silenzio, è sempre presente41. Meriterebbe uno studio a sé stante la
leggerezza con la quale molti esprimono opinioni in rete: non sono in-
fatti poche le persone che si sentono “al sicuro” a scrivere nascoste die-
tro a un monitor, magari coperte da uno pseudonimo. Così accade che
sul proprio blog, o nello status update del proprio profilo, sul wall di un
amico o in qualsiasi altra sede, si scrivano pareri troppo espliciti, o in-
sulti senza freni a persone, con nome e cognome. Pochi si rendono conto
che, al di là della sensazione di immaterialità transeunte data dal web,
scripta manent; la sociologa Eide Spedicato chiama questa mancanza di
senso di “profondità” temporale presentismo42, che sarebbe l’idea che
tutto si riduca al presente. Come abbiamo già visto, è molto facile risa-
lire all’autore, anche quando costui si cela dietro a un soprannome. Si
rischiano querele, licenziamenti, perfino il carcere, come dimostrano
notizie ormai quasi quotidiane, che insegnano che una fotografia, una
frase, un video, una volta immessi nel “circo del web”, sono quasi im-
possibili da sradicare, da eliminare: esiste sempre una copia, su qualche
remoto server, pronta a saltare fuori quando meno ce lo si aspetta.

39  Su questo argomento cfr. anche Massimo Arcangeli, 2016, All’alba di un nuovo Me-
dioevo. Comunicazione e informazione al tempo di Internet, Roma, Castelvecchi.
40  Cfr. Zygmunt Bauman, 2013, Lo spirito e il clic, cit., paragrafo 1: Spiritualità e crisi
di valori.
41  Cfr. Bruno Mastroianni, 2017, La disputa felice. Dissentire senza litigare sui social
network, sui media e in pubblico, cit., capitolo 4: Disinnescare il conflitto, paragrafo: La
maggioranza silenziosa.
42  Cfr. Eide Spedicato Iengo, Giovanni Bongo, 2015, Società artificiale. Dal consumi-
smo alla convivialità, Milano, FrancoAngeli, p. 84.

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Social-linguistica

Il problema diviene allora creare la coscienza dei pericoli che si


corrono, soprattutto combattendo la già citata tendenza a essere mag-
giormente disinibiti online rispetto alla vita reale: prima di tutto per
la presenza, inevitabile, di malintenzionati, ma in secondo luogo per
regolare con più acume il nostro stesso comportamento online. Non
per niente David Crystal, uno dei massimi esperti di comunicazione
in rete, consiglia: «Write as though your Mom were reading»43, cioè
‘scrivi come se tua madre stesse leggendo’. In altre parole, mai scrivere
qualcosa che non si vorrebbe vedere stampato in un giornale o ripetu-
to pubblicamente. È un consiglio semplice quanto efficace, assieme a
quello di non scrivere mai niente quando si è troppo arrabbiati.

3.5 Soluzione: delegare agli “altri”?

In questo scenario, dunque, qual è la soluzione? In questo momento


storico, da più parti si sta invocando l’intervento dall’alto: Google deve
dare garanzia di qualità dei contenuti indicizzati; Facebook non deve
permettere la condivisione di contenuti “nocivi”. Si legga, ad esempio,
l’intervista a uno degli hater della Boldrini, almeno apparentemente
caduto nella trappola di una delle false notizie, che dice:

Scriverò a Facebook protestando per il fatto che fanno girare notizie false.
Come facciamo noi che non abbiamo strumenti a distinguerle dalle vere? De-
vono dircelo loro, altrimenti per colpa di altri facciamo la figura dei cretini.44

Io non penso che questo atteggiamento sia giustificabile: delegando


ad altri la gestione di comunicazione, fake news, odio online, si mette in
moto un processo di deresponsabilizzazione dell’utente che mi sembra

43  David Crystal, 2001, Language and the Internet, Cambridge, Cambridge University
Press, p. 108.
44  Cfr. Alberto Custodero, 2017, Felice Di Rocco: “Mi pento degli insulti a Boldrini,
contro le bufale siamo indifesi”, in Repubblica.it, www.repubblica.it/cronaca/2017/04/15/
news/_mi_pento_degli_insulti_a_boldrini_contro_le_bufale_siamo_indife-
si_-163019708/.

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III   “Genti della rete”. Vizi e virtù dello stare sui social

potrebbe avere conseguenze deleterie. Torno a dire: è sull’utente che oc-


corre lavorare, sulle sue competenze (peraltro, prima di tutto su quelle
“reali”, che poi gettano nuova luce anche su quelle “virtuali”). Penso
sia una posizione impopolare, e una vera fatica, ma sul lungo periodo
l’unica soluzione in grado di cambiare le cose per davvero.

Per approfondire

Gestire la comunicazione per


non diventarne vittime

Ecco alcuni consigli pratici, a mo’ di rias- (puoi tenere la bacheca aperta o chiu-
sunto di tutti i discorsi fatti finora, che mi derla).
sento di dare per ottenere il massimo dalla
propria comunicazione in rete. 8. Ricordati che non puoi veramente
controllare l’ampiezza del tuo pubbli-
1. Non mettere in rete niente che ti ver- co, e che i tuoi contatti su Facebook
gogneresti di vedere pubblicato su un non sono davvero tuoi “amici”.
giornale.
9. Ricordati che il vero anonimato è diffi-
2. Non scrivere nulla di comprometten- cile da ottenere.
te nemmeno in chat, nemmeno su
Messenger. L’ideale è che, anche se 10. Non pensare che le cose spariscano
qualcuno trovasse i tuoi profili aperti e in fretta. La rete ha una memoria lun-
ci andasse a curiosare, non potesse ghissima.
trovare niente di imbarazzante. 11. Controlla quello che stai per pub-
3. Imposta bene i livelli di privacy dei tuoi blicare. Pensaci due volte. Quando
profili e ricordati quali sono pubblici e mandi una mail: controlla a chi la stai
quali no. mandando, controlla il testo, controlla
tutto. Non premere invio quando sei
4. Ricordati che la privacy è relativa perché arrabbiato. Scrivi pure, ma lascia de-
qualcuno può sempre screenshottare o cantare un po’ le cose prima di com-
copincollare la tua roba altrove. binare possibili pasticci.

5. Fa’ in modo che i post in cui sei tag- 12. Non serve a molto richiamarsi a ti-
gato possano essere pubblicati sul toli o competenze, “sono dieci anni
tuo profilo solo previo il tuo benestare. che…” “sono laureato in…”, “lei non
sa chi sono io”, “fidati”: una serena as-
6. Fa’ in modo che non ti possano tagga-
sertività, data dalle competenze che
re nelle foto altrui, o che prima di visua-
ognuno di noi sa di avere (perché ha
lizzare un tag tu debba approvarlo.
studiato, o perché lavora in un certo
7. Decidi se vuoi che altri possano pub- settore), può aiutare a non far dege-
blicare cose sul tuo profilo o meno nerare la discussione.

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Social-linguistica

13. C’è un momento in cui, dopo avere abbandonare l’arena: il pubblico si-
risposto pazientemente ed esaustiva- lenzioso avrà capito quanto basta per
mente, dopo essersi morsi e rimorsi farsi un’idea sui contendenti, e l’anta-
la lingua (e legate le mani) per resiste- gonista probabilmente non ha inten-
re alla voglia di mandare tutti a quel zione di cambiare idea. Disattivare le
paese, la cosa più saggia da fare è notifiche è, a volte, una benedizione.

3.6 Cosa posso fare io? Le domande giuste

Nel mio riflettere soprattutto sui miei contenuti, ho stilato un elen-


co di domande che mi rivolgo io stessa tutte le volte che sto per pub-
blicare qualcosa (non solo in rete, ma in generale). L’intento è proprio
quello di creare una maggior coscienza di quanto si scrive o si condivi-
de, dato che spesso, quando poi le cose vanno male, gli utenti si difen-
dono con frasi come “tanto la rete non è reale”, “non mi vede nessuno”,
“stavo scherzando” o “oops, ora cancello!”, tutte repliche che abbiamo
già smontato in corso d’opera. La difesa più ipocrita, forse, è invocare
lo scherzo: quando si dileggia un altro, lo si offende, lo si ferisce, non
è vero che basta dichiarare di stare scherzando per risolvere le cose. E
quindi, questa è la mia lista personale di domande.
domande preliminari

1. Il senso del post


a. Perché voglio dare voce a questo contenuto?
b. Quale soddisfazione o vantaggio ne traggo?
appunti

2. L'empatia
a. Qual è la conseguenza delle mie azioni o delle mie affermazioni
sugli altri?
b. Se fossi dall’altra parte, sarei contento dell’attenzione rivoltami?
c. Quello che è divertente per me lo è davvero per tutti?

3. C omportamenti da gregge
a. “L’hanno fatto tutti” può mai essere una giustificazione?

4. Responsabilità ed errori
a. Ho piena coscienza di essere unico responsabile delle affermazioni
che faccio? Sono pronto a difenderle?

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III   “Genti della rete”. Vizi e virtù dello stare sui social

domande preliminari

b. Se mi accorgo di avere contribuito a condividere una bufala, sono


in grado di ammettere di avere sbagliato?
appunti

5. Stile e chiarezza
a. Sono stato sufficientemente chiaro e preciso nell’esprimere le mie
opinioni?
b. Se sto rispondendo ad altri, ho letto/ascoltato e compreso quanto
affermano?
c. Ho controllato di non essere ridondante?

Parte della lista di controllo personale è poi confluita nella mia col-
laborazione a Parole O_Stili, progetto tuttora in corso partito con un
grande incontro a Trieste il 17 e 18 febbraio 2017. L’incontro ha prodot-
to un decalogo di princìpi che molti ritengono banale e inutile, ma che
ha uno scopo ben preciso: indurre le persone non abituate ai ragiona-
menti metacognitivi sul modo in cui usano i social a riflettere sui loro
comportamenti “elettronici”, ma non solo. Nessuno oggi, può pensare
di contrastare l’odio online considerando l’online come separato dal
resto della sua vita.
Ecco i dieci punti del Manifesto45:
il manifesto di parole o_stili

1. Virtuale è reale
Dico o scrivo in rete solo cose che ho il coraggio di dire di persona.
appunti

2. Si è ciò che si comunica


Le parole che scelgo raccontano la persona che sono: mi rappresentano.

3. Le parole danno forma al pensiero


Mi prendo tutto il tempo necessario a esprimere al meglio quel che penso.

4. Prima di parlare bisogna ascoltare


Nessuno ha sempre ragione, neanche io. Ascolto con onestà e apertura.

5. Le parole sono un ponte


Scelgo le parole per comprendere, farmi capire, avvicinarmi agli altri.

45  Cfr. www.paroleostili.com.

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Social-linguistica

il manifesto di parole o_stili

6. Le parole hanno conseguenze


So che ogni mia parola può avere conseguenze, piccole o grandi.
appunti

7. Condividere è una responsabilità


Condivido testi e immagini solo dopo averli letti, valutati, compresi.

8. Le idee si possono discutere. Le persone si devono rispettare


Non trasformo chi sostiene opinioni che non condivido in un nemico da
annientare.

9. Gli insulti non sono argomenti


Non accetto insulti e aggressività, nemmeno a favore della mia tesi.

10. Anche il silenzio comunica


Quando la scelta migliore è tacere, taccio.

I miei punti preferiti sono il primo, “Virtuale è reale”, e l’ultimo,


“Anche il silenzio comunica”. Banali? Certo, ma non scontati. Sono
banali per molti di coloro che frequentano la rete abitualmente (ma
meno di quanto si possa pensare); lo sono molto meno per una grande
quantità di persone che invece non è abituata a tale frequentazione, ma
che ritiene, a torto, di conoscere i meccanismi della comunicazione in
rete semplicemente perché usa i social. Personalmente penso che una
riflessione su questi punti non possa che essere di aiuto nell’impiegare
meglio gli strumenti comunicativi a nostra disposizione, e che vadano
prima di tutto applicati a noi stessi, solo successivamente agli altri.

3.6.1 Quando le cose vanno male, ossia il crisis management

Vorrei chiudere questa rassegna con alcuni consigli sulla gestione


di crisi, più pratici che professionali. Purtroppo, siamo umani e quindi
possiamo sbagliare in qualsiasi momento. Se è successo quello che non
doveva succedere, ed è stato pubblicato per errore un contenuto che
non doveva finire pubblicato, o se altri hanno pubblicato qualcosa di
lesivo, che fare? Ovviamente, come in tutte le crisi, farsi prendere da
isteria, sconforto e reazioni scomposte non serve a molto.

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Social-linguistica.indb 134 12/09/2017 14:33:33


III   “Genti della rete”. Vizi e virtù dello stare sui social

All’inizio del mio lavoro come gestrice46 [sic] del profilo Twitter
dell’Accademia della Crusca, è successa una cosa che poteva avere an-
che conseguenze sgradevoli. Mia figlia, che all’epoca aveva sei anni,
impossessatasi dell’Ipad tramite il quale gestivo abitualmente il pro-
filo, si mise a giocare a Fruit Ninja e, finita la partita, twittò il risulta-
to… usando il profilo dell’austera istituzione! Nonostante me ne fossi
accorta subito, e avessi immediatamente cancellato il tweet, qualcuno
l’aveva già notato e screenshottato, come da tradizione.

Dopo un attimo di panico, decisi di stare al gioco e non ignorare


l’incidente.

E la risposta conciliante, che in fondo riconosce l’errore, ottiene l’ef-


fetto desiderato. Anche l’utente si rilassa e cessa di essere belligerante.

46  Come si può verificare in alcuni dizionari, gestrice è uno dei femminili possibili
di gestore, assieme a gestitrice e gestora. I femminili sono marcati come rari, ma questo
non vuol dire che non possano diventare più comuni... Cfr. ad es. dizionari.repubblica.
it/Italiano/G/gestore.php.

135

Social-linguistica.indb 135 12/09/2017 14:33:34


Social-linguistica

Ovviamente, non ogni crisi può venire gestita in maniera pacifica.


Però, molti altri episodi simili, non solo su Twitter ma un po’ in tutti i
contesti, mi hanno spinta a stilare questo (ennesimo) breve elenco.

crisi social: qualche consiglio per gestirla

1. Prima di tutto, fare un bel respirone. Non perdere la calma, essere


appunti

fuori di sé non è utile. Se ti è partito un tweet o un post sbagliato, se hai


pubblicato sulla bacheca una cosa destinata a una chat, chiediti se è il
caso di cancellare, ma aspettati che qualcuno abbia già notato (e annota-
to) l’errore.

2. Non negare. Non serve. Meglio ammettere le proprie colpe. Il pubblico è


più disposto a perdonare il passo falso che non la menzogna.

3. Non cercare di addossare ad altri le colpe. Assumersi le responsa-


bilità è segno di serietà e maturità, e alla lunga avrà effetti positivi.

4. Forse non c'è bisogno di vergognarsi. Spesso “la società” non vede l’ora
di mettere le persone alla gogna, anche con una certa ipocrisia. Davanti
a una foto finita non intenzionalmente in pubblico, ad esempio, una
reazione sana può essere “embè?”. Se non è niente di illegale, una buona
tecnica può essere quella di fare spallucce. La rete, del resto, non è fatta
per i suscettibili. A volte una sana scrollata di spalle serve.

5. Minacciare denunce raramente è davvero utile, e spesso peggiora


le cose. Certo che in casi estremi si può ricorrere anche a questo, ma
magari non serve. Intasare i tribunali d’Italia per quisquilie non giova a
nessuno.

6. Rendere pan per focaccia non è una cosa degna di un


umano evoluto. Sembra una banalità, ma ridursi al li-
vello meschino del contendente è triste e dequalifican-
te. Molto meglio volare alto e seguire uno dei consigli
più antichi e longevi dei social: “non dare da mangia-
re al troll”.

136

Social-linguistica.indb 136 12/09/2017 14:33:34


Cultura non è possedere un magazzino ben fornito di notizie,
ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita,
il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini.
Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto,
chi sente la relazione con tutti gli altri esseri.»

Antonio Gramsci, Socialismo e cultura, in Il grido del popolo,


29 gennaio 1916

Ringrazio per i consigli e le riletture, le discussioni e la pazienza


nell’ascoltarmi:

Lorenza Alessandri
Stefano Bartezzaghi
Valentina Colazzo
Silvia Columbano
Marco Gargiulo
Elisa Pontini
Giovanni Tridente
Alessandro Zaltron

Un grazie di cuore a tutti i miei contatti virtuali, che spesso sono


stati e sono importanti quanto quelli reali: i membri di it.arti.cinema, i
Friendfeeders, gli amici su Facebook, Twitter e Instagram. Questo libro
esiste grazie alle nostre interazioni.
Un ringraziamento particolare alla persona senza la quale questo
libro non sarebbe mai stato scritto: Bruno Mastroianni, “rompibolle” e
compagno di mille scorribande cognitive.

Social-linguistica.indb 137 12/09/2017 14:33:34


Finito di stampare nel mese di ottobre 2017
presso Area Grafica 47 srls – Città di Castello (PG)

Social-linguistica.indb 138 12/09/2017 14:33:34