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Uomini e Profeti

#1“Oikonomia. Meditazioni sul capitalismo e il sacro”


Domenica 23 marzo 2019

https://www.raiplayradio.it/audio/2019/03/4---quotOikonomia--Meditazioni-sul-capitalismo-e-il-sacroquot-
con-Luigino-Bruni--e-Serge-Latouche-4f76deee-64fe-40a7-bb98-42f03fba65fb.html

Buona domenica da Luigino Bruni. Siamo arrivati alla quarta puntata del nostro ciclo di incontri su oikonomia:
il capitalismo e il sacro. In queste tre puntate precedenti abbiamo guardato alcune dimensioni di un capitalismo
nato dello spirito Cristiano, protestante e cattolico, che si è trasformato via via uno spirito idolatrico e, po-
tremmo dire, pagano. Il problema è che un mondo disincantato, un mondo che si è liberato dagli dei si sta
ritrovando totalmente popolato da una quantità impressionante di totem e tabù, per utilizzare un’espressione
celebre di Freud. Oggi continuiamo il nostro discorso guardando da vicino alcune dimensioni del sacrificio,
questa grande parola delle religioni e delle civiltà; e vedremo come le imprese applicano questa grande parola
– appunto - sacrificio alla sfera aziendale. Vedremo come viene declinato, come viene usato e come viene
manipolato. Forse ci siamo accorti in queste puntate: la manipolazione di parole grandi è una costante. Il capi-
talismo, come d'altronde ogni impero, prende parole grandi: gratuita, dono, sacrificio, libertà, … e le amputa
della loro dimensione più intima per produrre dei succedanei, dei beni, delle categorie, che assomigliano alla
grande parola originaria ma che in realtà è diventata qualcosa di molto diverso. Questo è anche accaduto a
sacrificio. Sacrificio, grande parola delle religioni, delle civiltà, usata in modo a mio parere improprio dalle
grandi imprese. Domandiamoci quindi: che cosa era il sacrificio nella sua essenza, nella cultura arcaica? Era
molte cose diverse, lo sappiamo. Sacrificio, già nella sola Bibbia, svolge più funzioni; ma c'è una funzione
fondamentale - io vorrei dire anche fondativa e primaria - c'è una funzione legata alla concezione economica
della fede, alla dimensione commerciale delle religioni; perché se noi leggiamo la fede come un rapporto
debito-credito, se noi leggiamo la fede con categorie economiche - e si faceva così: il primo linguaggio delle
fedi è stato linguaggio economico, cioè il primo homo oeconomicus è stato l'uomo antico (abbiamo esordito
così nel nostro primo incontro) il primo debitore è stato Dio - in questa visione della fede, presente anche in
alcuni testi biblici, chiaramente la religione diventa una partita doppia, una contabilità tra il fedele e la divinità,
dove allora i sacrifici diventano la moneta - non solo in senso metaforico ma concreto: animali, pecore e co-
lombe - la moneta di questo commercio; quindi la religione economica ha sempre avuto molti adepti e ce li ha
ancora perché è molto facile, è banale, semplicemente stupida come diceva il saggio Qohelet: gli stolti fanno
sacrifici. Perché funziona però questa visione della religione commerciale? Perché il fedele è felice di acqui-
stare meriti e di compensare colpe per mezzo di sacrifici semplici, il fedele può facilmente acquistare meriti di
fronte a Dio perché non mondo incerto, in un mondo dove non si controlla la vita, dove sei in balia degli eventi,
dove i bambini muoiono così in continuazione, dove non si conosce il futuro, non si prevede, non è gestibile,
chiaramente le religioni hanno offerto in passato – le religioni più semplici, quelle naturali - hanno offerto dei
sistemi per sperare di controllare un Dio da cui si pensava dipendesse interamente la vita; e il modo più sem-
plice è offrire qualcosa alla divinità e quindi creare delle divinità, dei debiti nei confronti dei fedeli; quindi
questo sistema funzionava molto bene e poi i templi chiaramente vivevano di questi edifici, quindi chiaramente
questo turpe commercio alimentava un'economia fiorente attorno ai templi in tutte le religioni antiche. Ecco
perché i profeti sono dei grandi nemici dei sacrifici - Isaia capitolo 1 inizia distruggendo la logica semplificata
- perché intuiscono che poi dietro questo semplice commercio non solo si snatura Dio ma si creano delle
economie e delle diseconomie completamente insostenibili e ingiuste, che finisco sempre per uccidere i poveri.
Quindi il sacrificio che veniva letto anche come dono, perché c’è anche la dimensione di dono, ci sono dei
sacrifici che sono anche più vicini al dono, però nella sua natura più profonda il sacrificio ha molto poco a
che fare col dono, a meno che noi non vogliamo intendere il dono come fanno gli antropologi, come intreccio
di gratuità e di obbligo, cioè il munus, che era una delle parole del dono nel mondo romano, significa al tempo
stesso dono e obbligo; quindi la comunità, che può forse venire anche da Cumulus - dono reciproco, è un
insieme di doni e di obblighi. Allora il sacrificio ha una componente di obbligo molto forte e questa compo-
nente di obbligo è rimasta nella parola diciamo latina e italiana regalo, che viene da Rex, da regalia, da re:
l'obbligo del regalo al potente. Quindi oggi il sacrificio, nella sua ambivalenza e nella sua natura essenzial-
mente di obbligo - poco pochissimo di dono, se non dono manipolato - lo troviamo molto presente dentro le
grandi imprese. Io quando parlo di impresa chiaramente non ho in mente la piccola e media Impresa dei distretti
industriali italiani con pochi dipendenti, ho in mente le grandi multinazionali dove si creano le categorie che
poi arrivano chiaramente, in varia misura, a tutti. Se quindi guardiamo queste grandi imprese ci accorgiamo
che nulla più del sacrificio è chiesto oggi ai lavoratori di queste grandi imprese. Sacrificio di tempo, di vita
sociale, di vita familiare. Il lavoro è sempre stato fatica, sudore e quindi in un certo senso anche sacrificio. Una
nota su questo termine: sacrificio; è una parola ottima se applicata ai rapporti tra le persone, è una parola molto
problematica - secondo me negativa - se è applicata al rapporto fra gli uomini ed Dio. Quindi sacrificio lo
possiamo usare e lo dobbiamo usare per spiegare il lavoro, i successi nello sport, nella scienza, nella scuola,
… lo dobbiamo usare con molta più attenzione nell'ambito religioso e quindi, quando viene evocato all'interno
di contesti di tipo sacrale, come nelle imprese, per manipolarlo a fini di lucro. Quindi bisogna stare molto
attenti quando il sacrificio viene evocato da qualcuno che usa il mio sacrificio per degli obiettivi che sono
evidentemente privati, che non sono obbiettivi condivisi e collettivi.

[07:43]
(Musica)

[08:06]
Questo sacrificio della cultura di impresa del ventesimo secolo è trasparente in chi lo faceva in chi lo faceva e
in chi lo riceveva; tutto il movimento sindacale - ad esempio - aveva contenuto il sacrificio dentro limiti politici,
contrattuali, e quando il sacrificio eccedeva questi limiti veniva chiamato sfruttamento, non sacrificio. Ab-
biamo sempre saputo che dietro a molto lavoro c'erano - nel ‘900, nell'impresa di ieri - degli dèi, degli idoli
lontani, che vivevano di rendita magari grazie ai nostri sacrifici, allo sfruttamento del nostro lavoro nei campi
e nelle fabbriche; ma lo sapevamo, ci soffrivamo molto, abbiamo combattuto, abbiamo lottato per ridurre que-
ste rendite e queste ingiustizie e questi dèi lontani. Oggi invece, che cosa sta accadendo? Che la manipolazione
semantica - questo è un tema a me molto caro - la manipolazione semantica delle parole sta riuscendo a pre-
sentarci il “di più” del sacrificio richiesto dalle imprese come una forma di dono volontario; siamo più sfruttati
di ieri dai faraoni ricchissimi ma, diversamente da ieri, dobbiamo essere felici dei nostri sacrifici perché ci
vengono venduti come dono. Quindi il sacrificio richiesto ai lavoratori dalle grandi imprese è un atto necessario
per poter sperare nel favore degli dei e quindi fare carriera; se io non mi sacrifico per l'impresa non vado da
nessuna parte ma quel sacrificio viene interiorizzato dal lavoratore come dono - questo è il punto - se io rifiuto
di fare questi sacrifici, quindi dico che ho un figlio a casa, devo tornare a cena, che non ho un tempo illimitato,
chiaramente sto dicendo che non sono attaccato all'impresa, che non dono all'impresa, che non mi sacrifico per
l’impresa, quindi che non sono un buon lavoratore. Chi non accetta di restare in ufficio fino alle 11:00 di sera
rimane fuori dagli eletti e spesso sviluppa sensi di colpa molto gravi del suo essere perdente. È impressionante
la produzione di massa di sensi di colpa dentro le imprese contemporanee, per questi meccanismi - secondo
me - di tipo manipolativo. Inoltre, come nei sacrifici degli antichi dei e idoli, le offerte i voti non potevano mai
estinguere completamente il debito del sacrificante: c’era sempre scarto, c'era sempre un debito che rimaneva
nella parte – diciamo - del fedele: nessuna offerta estingueva completamente il debito originario. Oggi in queste
imprese più tempo si dona, più si dona vita, più vengono richiesti tempo e vita; finché un giorno esauriamo le
nostre offerte ma in questo giorno il management ci offrirà gratuitamente - tra virgolette - il giusto coach che
ci farà rialzare per recarci di nuovo all’altare e offrire nuovi sacrifici. Perché sappiamo dalla storia e dall’an-
tropologia che l'idolo non si sacrifica ma l'idolo può solo ricevere i sacrifici dei suoi fedeli, l’idolo non offre
sacrifici: li chiede, li domanda, e li ottiene. Quindi gli dei invisibili e lontani si nutrono dei sacrifici dei lavo-
ratori, ne hanno un bisogno vitale: li consumano, li mangiano; ma il colpo di genio di questo capitalismo di
ultimissima generazione sta nell'essere riuscito a coprire con il contratto la struttura sacrificale del mercato del
lavoro. Cioè, cosa significa? Ciò che in realtà ci chiedono è un sacrificio ma, presentandolo come libero con-
tratto accettato e firmato e voluto, questo contratto nasconde molto bene la natura del sacrificio. Quindi noi in
realtà doniamo, ci sacrifichiamo, ma l'impresa ci presenta questi sacrifici da una parte come dono libero -
l'abbiamo visto - e dall'altra, per quella fetta che non riesce a farci donare, ce lo presenta come contratto; quindi
- in realtà - da una parte il dono e dall’altra il contratto nascondono la natura sacrificale che c'è sotto questo
tipo di richiesta; e lo strumento decisivo, fondamentale, di questa Alchimia, di questa operazione che nasconde
la natura profonda e vera del sacrificio richiesto, è l'incentivo; e tra poco lo vedremo. Incentivo è una parola,
uno strumento, chiave. L'incentivo, perché è chiave? Perché si presenta come una scelta libera - in parte lo è -
essendo un contratto (e quindi libero) ma la sua radice è una forma di seduzione e di incantesimo. Allora il
sacrificio, perché è così importante? Si chiede il sacrificio, lo si copre di dono e soprattutto di contratto e quindi
l'impresa che riceve il sacrificio da parte dei lavoratori non si sente assolutamente legata nei loro confronti nei
momenti in cui bisognerebbe rispondere al sacrificio con altro sacrificio, cioè: l’idolo riceve sacrifici ma non
li fa.
Volevo specificare un aspetto, anche per evitare che emerga una visione troppo negativa sul Management delle
imprese: la natura sacrificale di questo capitalismo non è tanto una proprietà morale delle singole persone,
riguarda il sistema nel suo insieme (qui si può usare veramente “il sistema”, questa categoria del secolo scorso)
cioè le prime vittime sacrificali sono gli stessi dirigenti e manager, sacerdoti e vittime insieme; il manager è
dentro un meccanismo dove sopra di lui (o di lei ci) sono altre persone che si comportano nei suoi confronti
con la stessa logica che il manager segue nei rapporti con i suoi dipendenti; quindi non è un problema in genere,
un problema di immoralità della singola persona, ma di immoralità di un meccanismo, di una struttura, dove
il male morale non è attribuibile al singolo atto delle persone ma questa immoralità del comportamento del
singolo ha la sua radice in una immoralità più generale del sistema stesso. Quindi lo scenario probabile e cupo
che si prospetta all'orizzonte della nostra civiltà è una rapida crescita di questa nuova forma di idolatria che
dall'ambito economico sta di via via emigrando verso ambiti diversi, come la scuola, la sanità, le chiese stesse,
e non trovo opposizione nel suo sentiero di espansione perché ricorre a simboli religiosi che la nostra cultura
- analfabeta spiritualmente - non ha più categorie per comprendere. Cosa voglio dire? Che oggi i principali
amici di queste forme di culto sacrale delle imprese sono spesso persone che vengono all'ambito delle religioni,
che guardano con simpatia questa sorta di pseudo religione che viene praticata dentro le imprese perché ci
trovano tracce analoghe alle tracce tradizionali delle chiese e raramente si coglie la natura – diciamo- manipo-
lativa, quantomeno riduzionista, di quest'operazione. C'è poi un rapporto interessante tra sacrificio, dono e
gerarchia. La gerarchia mangia i doni dei sudditi, li consuma sotto forma di sacrificio: i re, i faraoni, pretendono
le primizie, vogliono sempre la parte migliore. Sempre nel mito greco, Zeus condanna Prometeo perché gli
offre la parte peggiore del Toro squartato. Il re vuole la parte migliore, ma la gerarchia teme più di ogni altra
cosa il dono libero e non orientato ai suoi obiettivi perché non orientabile, quindi cercare di trasformare il
dono-gratuità in cose simili ma innocue è la tendenza-tentazione invincibile della gerarchia, che fa di tutto per
togliere dal dono la sua eccedenza ingestibile, il suo pungiglione velenoso perché libero, quindi fa sì che il
dono venga consumato, preso, ma non riconosciuto (un tema che abbiamo già affrontato): tutti i governanti
delle organizzazioni hanno bisogno della creatività, della libertà, del dono, ma vorrebbero solo quella che può
rimanere dentro i confini stabiliti, custoditi. Sta quasi tutta qui quella che abbiamo chiamato negli incontri
delle domeniche precedenti “la tragedia del dono nelle imprese di oggi”: una volta che la nostra gratuita ha
generato organizzazione e imprese, la dinamica intrinseca e necessaria del loro governo finisce per negare quel
dono che le ha generate. Le imprese, le organizzazioni, nascono da qualcuno che ha delle passioni, che ha
un’eccedenza, che non va dietro semplicemente al denaro e quelle che nascono così finiscono subito; cioè le
realtà più importanti della vita nascono da ideali più grandi del denaro, è troppo poco il denaro per mettere in
piedi un'organizzazione, un'istituzione, una cooperativa, però che cosa succede? Che una volta nate, questa
realtà producono una burocrazia, una gerarchia, che non vuole più riconoscere - non può più riconoscere - quel
dono che l'ha generate. Quindi abbiamo, a volte, anche nel mondo delle organizzazioni non profit, nelle orga-
nizzazioni a moventi ideali, nel mondo delle religioni, troviamo che l'organizzazione figlia mangia la gratuità
madre; cioè quella gratuità che l'ha fatta nascere ieri, viene consumata dalle esigenze di sopravvivenza dell'or-
ganizzazione di oggi. Questo è un tema molto interessante e ne abbiamo evidenza quotidiana. Su queste tema-
tiche dell'Economia e delle imprese, che sembrano da una parte così lontane dalla regione dall'altra - come
abbiamo visto in questi incontri - così vicine, abbiamo voluto ascoltare il pensiero di Serge Latouche, un eco-
nomista francese noto soprattutto per i suoi lavori sulla decrescita ma che in realtà si è occupato e si occupa
molto anche di antropologia economica e della fondazione religiosa del capitalismo.

[18:27]
(Serge Latouche)

Luigino Bruni: - Buongiorno, buona domenica, Serge.

Serge Latouche: - Buongiorno Luigino.

L. B.: - Ecco volevo chiederti, sulla base anche del tuo ultimo saggio, che hai dedicato proprio a queste tema-
tiche del capitalismo e il Sacro: quali sono, dal tuo punto di vista, gli elementi più importanti per un’analisi
antropologica del nostro capitalismo dalla prospettiva del sacro, della prospettiva - se vogliamo –religiosa?

S. L.: - Da molto tempo ho sentito che c'era una prossimità, un problema, un rapporto complesso tra economia
e religione; l'avevo sentito già quando ero missionario dello sviluppo in Africa e in Asia - avevo capito che
l'economia è una forma di religione e, dopo un certo tempo, avevo perduto la fede in questa religione. Poi, più
recentemente, ho ritrovato questo problema: avevo scritto, alcuni anni fa, in una rivista un saggio che si chia-
mava “Il vitello d’oro e vincitore degli Dei” che riprende una parola nell’opera di Gounod, il Faust, dal Faust
di Goethe, dove il vitello d’oro è sempre in piedi (c’è questa aria famosa) e poi più recentemente, quando mi
sono dedicato alla decrescita, ho capito che la decrescita era una rottura con l'idolatria dell'economia, del mer-
cato, della crescita, ma per creare un'altra civiltà, un'altra società, che di fronte a questo sistema del capitalismo
che - come ha analizzato Max Weber - disincanta il mondo, e probabilmente siamo di fronte a una sfida:
reincantare il mondo. Allora per reincantare il mondo si deve ritrovare il senso del sacro, per me la ricerca che
cerco di sviluppare è il rapporto tra la decrescita e la spiritualità: come reincantare il mondo.

L.B.: - Sì il tema del disincantamento, del disincanto del mondo, è un grande tema delle Scienze Sociali tra
‘800 e ‘900, di Max Weber e non solo. Tu quindi vedi anche un una positività, un elemento positivo, nel
rapporto tra una nuova religiosità e il capitalismo o vedi solo la manipolazione che il capitalismo sta facendo
del Sacro per poter aumentare i suoi profitti?

S. L.: - Sì. No. Sicuramente, su questo punto, ho trovato il saggio di Giorgio Agamben, uno dei suoi ultimi
libri: Creazione e anarchia. L'opera nell'età della religione capitalistica. Lui riprende un saggio di Walter Be-
njamin, che aveva scritto un saggio che si chiama: La religione del capitalismo, riprendendo un saggio più
vecchio dell'anarchico francese Paul Lafargue, La religion du Capital. Il saggio di Agamben è affascinante
perché lui parte del dente del fatto che il termine centrale dell’economia è credito, e credito viene dal verbo
credere, dice che il capitalismo è una religione nella quale la fede, il credito, si è sostituito a Dio. La forma più
forte del credito è denaro, dunque il capitalismo è la religione il cui Dio è il denaro (e questo sicuramente è
vero) allora trae la conclusione che il capitalismo è la religione della disperazione, che realizza una forma di
cristianesimo apocalittico. Allora il progetto della decrescita è di sicuro di uscire dal capitalismo, uscire da
questa idolatria per reincantare il mondo. Per me che sono un laico, cerco di trovare una spiritualità laica, per
me non è un ossimoro perché c’è la possibilità, attraverso la poesia, l’arte, l’estetica, di trovare una forma di
animismo laico.

L.B. Sì. È un tema interessante, anche molto molto coraggioso, dell'animismo laico. In fondo anche la stessa
Bibbia è molto più laica di come normalmente viene intesa e interpretata, c'è un interesse per la vita, per tutto
ciò che è vivente, nella stessa Bibbia che è impressionante che a volte è stato dimenticato anche all'interno
delle stesse religioni e, chiaramente, al di fuori di esse. Grazie moltissime Serge per queste intuizioni, per
queste provocazioni anche, di una decrescita di merci che dovrebbe dare spazio a una crescita di spiritualità
nell'economia del XXI secolo che - davvero - io personalmente me lo auguro ma penso anche che sia un
auspicio, un augurio di tanta gente che oggi è preoccupata di una religione anche ridotta a merce e che vorrebbe,
che desidera, un tempo dove il posto della merce possa essere occupato dalla poesia, dalla letteratura, dalla
vita interiore. Grazie mille Sergio. Serge Latouche. Grazie, grazie.

[25:02]
(Musica)
[27:10]

Oggi stiamo riflettendo sul sacrificio e sull'ambivalenza radicale di questa parola e di come viene manipolato
all'interno delle imprese. Un'altra dimensione essenziale del sacrificio è la sua tensione tra l'utile e l'inutile. Il
sacrificio è utile agli dei se è disutile a noi, è utile a chi lo riceve se è inutile per chi lo fa. Questo meccanismo
molto noto nell'antropologia e questo lo vediamo anche nella Bibbia dove il sacrificio perfetto 'hola, poi ha
dato origine della parola tremenda che l'olocausto, 'hola “far salire” significa in ebraico, consisteva nell’offerta
degli animali migliori che venivano interamente bruciati per non poterli mangiare, perché in altri sacrifici detti
di comunione si mangiava animale sacrificato al termine del sacrificio, durante il sacrificio mentre nell'hola,
nell'olocausto, l'animale veniva interamente bruciato comprese le ossa per dire, non è utile a me il sacrificio e
quindi è più utile più gradito agli dei in quel caso a Dio. Quindi affinché l'atto del sacrificio sia massimamente
utile a Dio deve essere massimamente inutile agli uomini o meglio disutile cioè deve costarti qualcosa, questo
è un tema molto interessante del costo che se noi non crediamo che colui che sta facendo un sacrificio sta
pagando qualcosa (no? ancora il linguaggio economico nella religione), che quel sacrificio costa qualcosa in
termini di tempo, di risorse quel sacrificio non vale. Quindi quest'idea molto profonda che il sacrificio deve
essere legato a un costo e su questo ha lavorato molto nel secolo scorso il filosofo Battaille che parlava di
questa dépense è una categoria che potremmo tradurre con dissipazione cioè il ruolo che ha la dissipazione, lo
spreco, l'inutilità in generale nella vita in comune ma anche nella vita religiosa, cioè l'aspetto del disutile come
una forma di utilità. Ascoltiamo allora un brano di Battaille tratto dal suo saggio La nozione di dépense.

[29:26]
(Musica)

[29:50]
L'attività umana non è interamente riducibile a processi di produzione e di conservazione e il consumo deve
essere diviso in due parti distinte. La prima, riducibile, è rappresentata dall'uso del minimo necessario agli
individui di una data società per la conservazione della vita e per la continuazione dell'attività produttiva. Si
tratta dunque della condizione fondamentale di quest'ultima, la seconda parte è rappresentata dalle spese
cosiddette improduttive il lusso, i lutti, le guerre, i culti, i giochi, gli spettacoli, le arti, l'attività sessuale per-
versa, cioè deviata dalla finalità genitale, rappresentano altrettante attività che almeno nelle condizioni pri-
mitive hanno il loro fine in sé stesse. Orbene è necessario riservare il nome di dépense a queste forme impro-
duttive escludendo tutti i modi di consumo che servono da termine intermedio alla produzione. Pur essendo
sempre possibile opporre le diverse forme numerate, le une alle altre, esse costituiscono un insieme caratte-
rizzato dal fatto che in ciascun caso l'accento viene posto sulla perdita che deve essere la più grande possibile
affinché l'attività acquisti il suo vero senso. I culti esigono uno spreco sanguinoso di uomini e di animali da
sacrificio. Il sacrificio non è altro, nel senso etimologico della parola, che la produzione di cose sacre. Fin
dall'inizio appare come le cose sacre siano costituite da un'operazione di perdita, in particolare il successo
del Cristianesimo deve essere spiegato attraverso il valore del tema della crocifissione infamante del figlio di
Dio che porta l'angoscia umana a una rappresentazione della perdita e del decadimento senza limiti.

[31:55]
(Musica)

[32:19]
Quest'idea di dissipazione, di spreco è quindi ancora dominante nel significato corrente del termine sacrificio.
Sacrificarsi per qualcuno, per qualcosa rimanda ad una perdita che il sacrificante subisce a vantaggio del de-
stinatario del sacrificio. Una perdita, una dissipazione che diventa positiva, il sacrificio è quell'ambito, della
vita in comune, dove perdere significa guadagnare, dove la positività è associata a una diminuzione e quindi a
questo livello si incontrano dono e sacrificio, un altro tema ricorrente in questi incontri, perché tra le molte
pratiche arcaiche di dono, che Marcel Mauss chiamava appunto potlatch, potlatch che significa consumare,
studiate dagli antropologi, particolarmente interessante è la distruzione del dono cioè il dono, il potlatch dissi-
pativo, il dono dissipativo, il dono distrutto di fronte al rivale. Ci racconta sempre Marcel Mauss che nel popolo
Tlingit tra Canada e Alaska ancora inizio del '900 un capo si presentava davanti ad un altro capo e lì sgozzava
un certo numero di schiavi. Il rivale, l'altro capo, qualche giorno dopo tornava e sgozzava un numero ancora
maggiore di schiavi sempre di fronte al nemico. Quindi questo potlatch dissipativo, queste gare a distruggere
dove chiaramente vediamo in modo pure assoluto una dimensione presente in molte comunità, che sono rima-
ste vive queste pratiche attraverso il Medioevo nonostante Cristo che ha fatto di tutto per eliminare queste
dimensioni idolatriche della fede, il Cristianesimo che è un intreccio di molte culture ha conservato, ha con-
servato alcune pratiche dissipatrici di dono/sacrificio per molti secoli. Non capiamo ad esempio il Medioevo
ma neanche il nostro mondo dell'altro ieri senza la magnificenza dei ricchi e dei potenti che si esprimeva con
le grande spese improduttive per il culto, basta pensare agli sprechi per i fuochi d'artificio, al finanziamento
delle feste patronali, alla festa che doveva essere il momento dove si sprecava il cibo magari io ricordo ancora
personalmente, vengo da un mondo contadino, le feste dei nonni, le domeniche o le grandi feste magari si
faceva una vita sobria e anche povera per tutto, per tutto il mese ma il giorno della festa ci doveva essere lo
spreco. Quello spreco, questo è interessante, perché c’è una dimensione che io amo di questa forma dissipativa,
non c'è solo una dimensione perversa del potlatch dissipativo c'è anche una dimensione interessante che lo
spreco in certi momenti forti dice l'importanza dei rapporti cioè dove si celebrano i rapporti che poi diventano
le risorse fondamentali nei tempi delle povertà. Quindi il giorno della festa quando non si bada a spese fonda
dei rapporti che poi sostengono l'ordinario delle famiglie, delle comunità, però sappiamo anche di tanti pot-
latch, di tante dissipazioni sbagliate di ieri e di oggi, diciamo, dei mafiosi, di dove lo spreco è un modo per
mostrare il potere dentro la comunità cioè potersi permettere una dissipazione totalmente inutile dice lo status
sacrale e il potere di una persona o di una famiglia e anche nel mondo cristiano è rimasta per secoli l’idea che
il sacrificio/dono è gradito a Dio, perché espressione di perdita, di rinuncia, di un costo. Questo è un concetto
che addirittura portava con sé l'idea che per accontentare, per far qualcosa di bello a Dio dovessimo pagare
magari con l'offerta di dolore, di sofferenze, no? una categoria è molto complessa che comunque, diciamo,
aveva in sé un residuo dell'antica idea della dissipazione, della perdita come valore. Si capisce anche perché
Lutero ha molto lavorato su questo punto, cioè ha molto insistito su questa dimensione della perdita del sacri-
ficio, la sua critica ad esempio alla messa cattolica era molto legata a questa dimensione sacrificale che lui,
diciamo, rifiutava però dov'è un altro paradosso del nostro tempo che proprio da quel mondo protestante che
nasce da una critica radicale alla dissipazione inutile, no pensiamo a Calvino che che abolì le feste a Ginevra
per dire che questa dimensione di disutilità non ha nessuna utilità, perché Dio non vuole sacrifici no?. Bene
questo mondo questo umanesimo protestante che ha prodotto, che nasce da una critica al sacrificio inutile come
inutilità utile a Dio, bene da qui nasce oggi un ritorno della dissipazione dentro le nostre imprese, perché queste
pratiche di potlatch dissipativo, queste forme di dépense oggi sono molto presenti all'interno delle nostre grandi
imprese. I potenti hanno sempre usato la dépense, la dissipazione, come strumento per dire e ribadire il proprio
potere, per esempio pensiamo nel '900 anche nella politica file interminabili dietro le porte dei capi, risposte
importanti che arrivano sempre nell'ultimo giorno utile mai prima, ritardi intenzionali negli appuntamenti per
segnare il potere, attese inutili di ore, chiedere e pretendere sacrifici dei sudditi che non hanno alcun scopo se
non quello di umiliare le persone e rafforzare le gerarchie, pratiche sociali ben note a tutti ieri e oggi. Ciò
accade negli ambienti laici ma anche quelli religiosi dove le pratiche inutili al solo fine di rafforzare distanze
e poteri sono più usate perché spesso vengono anche rivestite da una giustificazione sacrale e sono magari
interiorizzate dalle stesse vittime. Ma dove queste pratiche sono oggi molto evidenti e molto usate sono ancora
le grandi imprese che si stanno spingendo molto lontano nel potlatch del nostro tempo. Come, dove: riunioni
fissate di domenica quando potrebbero essere fatte tranquillamente di lunedì, alle 10:00 di sera invece che nel
pomeriggio, il 24 dicembre e non il 23, perdite inutili di tempo e di vita che non hanno nessuno scopo produt-
tivo né di efficienza, sono pura dissipazione cultuale, del culto. Dépense che i membri dei team si autoinflig-
gono, questo è interessante, spesso non sono nemmeno chiesti, cioè ma si autoinfliggono immersi in questa
cultura sacrificale per dare segnali al management, ai capi dove le offerte valgono tanto più, quanto più inutili
e dissipative: orari insostenibili e inutilmente infiniti che riducono spesso efficienza e qualità del lavoro, perché
nessuno ci ha mai dimostrato che lavorare 15 ore al giorno produca meglio o di più di 7. Quindi riunioni di
lavoro dove si dovrebbe parlare dei problemi del lavorare che invece finiscono per essere estenuanti riti inutili
ma utili per consolidare ruoli e gerarchie fino ad arrivare al vero e proprio sacrificio dell'intera vita privata e
familiare dove rivive il potlatch di pura distruzione, una dépense disutile all'economia aziendale ma essenziale
al culto perché segnale di devozione totale e assoluta: nuovi olocausti. Quindi questi doni che poi diventano
strumenti di concorrenza tra lavoratori e tra aziende che gareggiano tra di loro usando come linguaggio i propri
sacrifici/dono totalmente gratuiti e inutili e non da ultimo questa gratuità pervertita sta uccidendo la gratuità
buona e si sta mangiando quel poco che restava della cultura del lavoro dei secoli passati e sta oscurando anche
il valore che avevano e hanno alcune azioni inutili ad esempio quello di poter gridare una libertà più grande
dell'interesse. L'umanità ha impiegato millenni per giungere ad un'idea di Dio che non ha bisogno di mangiare
gli uomini per essere saziato, placato, abbonito. Ma gli uomini, soprattutto i potenti, non hanno mai smesso di
desiderare di essere Dio. Quindi l'impresa essendo il luogo dell'eccellenza è il luogo più religioso del nostro
tempo, ma se non capiamo subito la natura sacrificale neo arcaica del nostro capitalismo quando un giorno ci
accorgeremo di essere precipitati in un culto perpetuo e assoluto sarà senz'altro troppo tardi. Potremmo sve-
gliarci sopra un altare e solo lì accorgerci che la vittima siamo noi. Concludiamo così con questo scenario che
potrebbe apparire, diciamo, vagamente apocalittico, ma che forse non è così lontano dall'esperienza che tanti
di noi fanno tutti i giorni nelle nostre imprese, nelle nostre organizzazioni. Vi auguro buona domenica senza
dimenticare di ringraziare Emiliano Trocini alla parte tecnica e di ringraziare tutti voi per il vostro ascolto.
Buona domenica da Luigino Bruni.

Trascrizione di base della puntata effettuata con VoiceNote II Speech to text


Stesura e revisione: Franca Caneve e Stefano Persico
Rilettura: Franca Caneve e Stefano Persico