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#Profduepuntozero…

Requiem per la metafora

La metafora non è una figura retorica di significato a cui dedicare qualche centimetro
quadrato (di un libro). La metafora è un amore. La metafora è un modo di stare al
mondo. Senza le metafore saremmo muti, non avremmo parole, non avremmo
umanità. Il mondo sarebbe fatto solo di superfici e non di corrispondenze. Il mistero
sarebbe esiliato e con esso ogni nostra scoperta.

Senza metafore nessuno potrebbe spezzarci il cuore o entrarci dentro, nessuna sedia
avrebbe gambe per fuggire, nessuno sguardo nasconderebbe il cielo, nessun pensiero
volerebbe, nessuno occhio sarebbe una stella o viceversa, nessun narciso uno
splendido adolescente vago di sè fino allo struggimento, nessun’eco una innamorata
delusa sino a rimanere solo voce, nessuna bottiglia avrebbe il collo, nessuno avrebbe
un diavolo per capello, nessun rospo potrebbe essere trasformato in un principe
azzurro al bacio della sua bella e nessuna bella sarebbe imprigionata in un castello in
attesa del suo principe azzurro, nessun vento soffierebbe, nessun cuore sarebbe
tenero, nessun sorriso brillerebbe provocandoci la pelle d’oca…

Nessun cuore sarebbe arido o di ghiaccio, non ci sarebbereo cuori freddi o aridi…

Una potenza misteriosa


Quando si legge il IX capitolo dei Promessi Sposi ci si deve fermare sbigottiti,
esausti, tramortiti della sofferenza di Gertrude, nella quale i ragazzi si identificano
immediatamente, partecipandone i travagli emotivi adolescenziali.

C’è un momento che mi toglie il fiato ed è quando Manzoni descrive l’adolescenza


in due righe da ricordare a memoria:

“Tra queste deplorabili guerricciole con sé e con gli altri, aveva varcata la puerizia, e
s’inoltrava in quell’età così critica, nella quale par che entri nell’animo quasi una
potenza misteriosa, che solleva, adorna, rinvigorisce tutte l’inclinazioni, tutte l’idee,
e qualche volta le trasforma, o le rivolge a un corso impreveduto”

Ecco io oggi volevo ringraziare Manzoni di avermi ricordato che non c’è un’età
avvolta nel mistero più dell’adolescenza. Un mistero fascinoso e doloroso allo stesso
tempo. Un mistero che si apre al bene, al vero, al bello come non era successo prima
e come, forse, non accadrà più. Questa potenza misteriosa, che entra nel cuore di un
bambino che diventa uomo, di una bambina che diventa donna, fa paura, sconvolge e
turba. Essa è il richiamo potente della realtà e della vita. Questa forza misteriosa che
trasforma e indirizza verso “un corso impreveduto” rende i nostri alunni fragili e
sgomenti.
A noi il compito di rassicurare e prestare la forza che a loro manca per essere
pienamente se stessi e dire sì al richiamo della vita vera, buona, bella. Scelta la quale
ogni sgomento tace.

Le stelle di Dante
Ci siamo convinti che vita eterna sia sinonimo di futuro, come se presente ed eternità
fossero cronologicamente contigui, successivi o comunque separati. E per questo abbiamo
inventato utopie che riportassero il futuro nel presente, salvo poi deluderci perchè quel
futuro non riguarda mai il nostro presente. Ogni utopia provoca infatti, alla fine dei conti,
disperazione.

Non abbiamo letto Dante allora, o lo abbiamo letto male.

Ho approfittato di queste vacanze per rileggere Dante.

Presente ed eternità stanno l’uno nell’altro, che è quello che Dante ci ha mostrato. La
vita eterna prende forza dentro il tempo, comincia dal presente, è un futuro che si fa
presente, è una qualità dell’esistenza.

Dante lo mostra con le stelle.

La fine di ogni cantica dantesca parla di stelle, a dimostrazione del fatto che il suo
viaggio non riguarda l’aldilà e basta, ma l’aldilà nell’aldiqua, uno dentro l’altro.

Il suo viaggio è un viaggio nel cuore di ogni uomo che ha i suoi inferni, purgatori e
paradisi.

L’inferno si chiude con questo verso (34, 139 )

E quindi uscimmo a riveder le stelle.

Dall’inferno del cuore si esce volgendo lo sguardo alle stelle. Aver considerato tutto
il male che si nasconde nel nostro cuore rischia di gettarci nella disperazione, ma allo
stesso tempo ci apre al “desiderio” (le stelle: de + sidera) di vedere quel male
sparire, cambiare, trasformarsi. Così il cuore concepisce lo slancio alla salita verso il
monte del Purgatorio, che si chiude con questo verso (33, 145):

Puro e disposto a salire le stelle

Dante ha visto il male, tutto il male, il suo male, se ne è purificato, ne è stato lavato,
ha compreso che il bene, per chi lo cerca, trionfa sempre e così nel suo cuore ora è
nata un nuovo desiderio: la disposizione a salir le stelle, il desiderio va oltre, è
rilanciato. Si trasforma in sete di vedere la fonte dell’amore che ha eliminato tutto il
male che c’era nel suo cuore, per sapere se sarà per sempre, se c’entra con lui, con la
sua vita. Così il Paradiso termina con questo verso (33,145)

l’Amor che move il sole e l’altre stelle.


Dante vede Dio, vi caccia lo sguardo dentro e trova sè stesso, il suo viso, scopre che
ciò che governa l’universo fisico e spirituale è amore, è l’Amore. E quell’Amore ha
voluto lui, lo ha attratto sino a sè, prendendolo così com’era, nel suo presente.

Dopo questa visione Dante torna al presente.

In realtà ci è sempre rimasto. Non ci ha raccontato una favoletta medievale, di


demoni e angeli, ma la storia di un cuore che realizza tutti i suoi desideri (Beatrice è
causa di tutto), e raggiunge le stelle.

Dall’inferno al paradiso non si è mosso di un millimetro, ha solo attraversato le


regioni del suo cuore e lo ha scoperto immerso nell’eterno, voluto dall’eterno.

E questo è paradiso.

Zibaldino domenicale
«Supponete di trovarvi in cammino verso casa mentre piove, assorti con il pensiero
nelle questioni del vostro lavoro. Le strade e le case vi scorrono accanto senza che
voi la notiate; anche le persone scorrono accanto; insomma, nulla invade i vostri
pensieri eccetto i vostri interessi e le vostre ansietà. Poi, improvvisamente, il sole
esce dalle nubi e un raggio di luce illumina tremulo un vecchio muro di pietra al
bordo della strada. Voi date una occhiata al cielo e alle nuvole che si sparpagliano, e
un uccello esplode nel canto in un giardino di là dal muro. Il vostro cuore si colma di
gioia e i vostri pensieri egoistici si dissipano. Il mondo vi sta davanti, e voi siete
contenti del solo guardarlo lasciandolo così come esso è. Avete fatto esperienza del
mondo come dono».

Roger Scruton, “La bellezza e il sacro”

Fondamenta
Quando la tua vita è lanciata come mille coriandoli per le vie dell’etere, con il rischio
di subire quella cosa chiamata successo o di infastidire qualcuno pronto a convincersi
che tu sia soltanto quel coriandolo colorato, ciò che ti afferra è la straniante
sensazione di essere dappertutto e di non essere da nessuna parte.

Il successo (o l’insuccesso) è una cosa piccola piccola, che come è venuta se ne va, e
come tutte le cose (dalla macchina ai capelli…) si rovina, si consuma, passa.

Allora in questi giorni imperiosa mi si è imposta la domanda sulle fondamenta.

Su cosa si fonda la tua vita, Prof? Quando la tua anima, sotto forma di libro,
immagini, interviste, se ne va in giro a fare danni più o meno prevedibili nei cuori
delle persone, cosa resta fermo nel turbinio di questo movimento?
Il cuore resta fermo. Il cuore non si muove. Ecco il fondamento: le radici.

Come quando sei in barca e devi restare in piedi. Non puoi più dare per scontato che
la terra sia ferma. Le gambe sono impegnate a cercare l’equilibrio, bilanciando
indietro o in avanti il baricentro del corpo. Proprio in circostanze come quella ti
chiedi: quale è la mia terraferma. Dove cade il mio baricentro?

Nel cuore. E cosa ci trovi: la tua identità, in altre parole, i tuoi amori.

Qualcuno ha detto che i nostri amori sono il nostro peso, il nostro baricentro.
Se la tempesta spazza via quello che fai o quello che hai, cosa resta?
Paradossalmente rifugiarsi qualche metro sotto la superficie del mare in burrasca, per
scoprire che lì sotto è rimasto tutto fermo, e lì puoi riposare.

Con chi ti ama e con chi ami, che non si sono mossi da lì.

Pro-vocare

Ogni ragazzo ha una vocazione: è chiamato a farsi carico della propria vita, così
come è e come potrebbe essere. La vocazione è questo: accettazione del proprio
compito nel mondo, a partire da ciò che non abbiamo scelto, arrivando a ciò che
scegliamo.

Per questo amo dire che gli educatori sono PRO-VOCATORI: gente che ti aiuta a
sentirti chiamato alla vita. La tua.

Ma per pro-vocare bisogna essersi fatti carico della propria vocazione.

Per questo non mi piace questo continuo paragone con Keating. Mi piace la sua
passione, non il suo controllo.

Ci giro intorno da dieci anni, ma come sempre qualcuno lo aveva già detto: prima e
meglio.

“La nascita e lo sviluppo di una vocazione richiede spazio: spazio e silenzio. Il


rapporto che intercorre tra noi e i nostri figli dev’essere uno scambio vivo di pensieri
e di sentimenti, e tuttavia deve comprendere anche profonde zone di silenzio;
dev’essere un rapporto intimo, e tuttavia non mescolarsi violentemente alla loro
intimità; dev’essere un giusto equilibrio tra silenzio e parole.
Noi dobbiamo essere importanti per i nostri figli, e tuttavia non troppo importanti;
dobbiamo piacere un poco, ma non troppo, perché non salti loro in testa di diventare
identici a noi. Noi dobbiamo essere con loro in un rapporto d’amicizia, eppure non
dobbiamo essere troppo i loro amici, perché non diventi loro difficile avere dei veri
amici.
Noi dobbiamo essere per loro un semplice punto di partenza, offrire loro il
trampolino da cui spiccheranno il salto; essi devono sapere che non ci appartengono,
ma noi sì apparteniamo a loro: sempre disponibili, presenti nella stanza vicina, pronti
a rispondere…
E se abbiamo una vocazione noi stessi, se non l’abbiamo tradita, possiamo tener
lontano dal nostro cuore, nell’amore che portiamo ai nostri figli, il senso della
proprietà. Se invece una vocazione non l’abbiamo, o se l’abbiamo abbandonata o
tradita, allora ci aggrappiamo ai nostri figli come un naufrago ad un relitto,
pretendiamo vivacemente da loro che ci restituiscano tutto quanto gli abbiamo dato,
che ottengano dalla vita tutto quanto a noi è mancato: vogliamo che siano in tutto
opera nostra.
Ma se abbiamo noi stessi una vocazione, se non l’abbiamo rinnegata o tradita, allora
possiamo lasciarli germogliare quietamente fuori di noi, circondati dall’ombra e dallo
spazio che richiede il germoglio di una vocazione. Questa è forse l’unica reale
possibilità che abbiamo di riuscir loro di qualche aiuto nella ricerca di una vocazione:
avere una vocazione noi stessi, conoscerla, amarla e servirla con passione.”

“Le piccole virtù” di Natalia Ginzburg – Einaudi

Ricordi di carne e sangue


Provate a recuperare dalla vostra memoria quel che ricordate dei vostri anni
scolastici nel rapporto con i vostri professori. La nostra memoria, umanissima, sa
dimenticare rapidamente ciò che non serve alla polpa della vita e conserva solo quel
che si è trasformato, nel bene o nel male, in carne e sangue.

Ci sono tre cose che non dimenticherò mai del mio professore di lettere al liceo,
Mario Franchina. Non ricordo le date di nascita e morte dei poeti, la trigonometria e
la formula del clorato di potassio… ma ricordo i momenti in cui quest’uomo
insegnava davvero. Ho tre ricordi in particolare.

Quando spiegava Dante, cominciava a balbettare e prima di perdere del tutto la


parola perdeva la grammatica. Una volta si emozionò a tal punto da urlare tra le risa
generali: “Lo… lo… lo… più grande poeta di tutti i tempi”. Testimoniava
l’ineffabilità di Dante perdendo la parola. Ci faceva capire che la parola è il dono più
grande e terribile che abbiamo a disposizione.

Il sabato ad ultima ora, a volte, si presentava con un ridicolo stereo portatile molto
anni novanta. Non si faceva lezione, si ascoltava Beethoven. Non c’erano
programmi, interrogazioni. C’era la bellezza che gli gonfiava il cuore e voleva
condividere. Valeva molto più di qualsiasi lezione teorica sul romanticismo. Ci
faceva toccare la bellezza, invece di spiegarcela.

Un giorno in seconda liceo mi chiamò alla fine della lezione. Come un


carbonaro mi diede un libro ingiallito dicendo “Tu questo potresti amarlo”. Si
trattava della sua edizione di poesie di Hölderlin. Mi fece giurare che glielo avrei
restituito. Tornai a casa e mi immersi in quel grande atto di fiducia. Era un poeta
difficile e per certi versi noioso. Ma avevo una responsabilità: dovevo rispondere ad
una chiamata di qualcuno che aveva fiducia in me. Mi perdevo a leggere le
annotazioni a matita che il mio professore aggiungeva accanto ad alcuni versi.
Toccavo la sua vita che rispondeva alla chiamata del poeta, assistevo a questo
dialogo e ne diventavo parte. Rimasi fregato: fu uno dei motivi per cui decisi di
diventare professore. Quel professore mi riteneva capace di partecipare alle cose
grandi, mi dava fiducia. Faceva nascere la responsabilità dalla libertà e non
viceversa. Leggevo volentieri, liberamente sceglievo di leggere, anche se era lui ad
avermi dato un libro. Mi obbligava senza obbligo. Mi faceva capire dove mi sentivo
a casa.

In questi tre ricordi per me è racchiuso il segreto dell’insegnamento.

Insegnare è testimoniare che quello che insegno mi cambia la vita.

Insegnare è permettere ad altri di toccare più rapidamente quello che è costato studio,
tempo, fatica.

Insegnare è promuovere la responsabilità dei ragazzi a partire dai loro punti di forza
ancora fragili.

Insegnare è insegnare ad essere liberi.

OGNI VOLTO E’ UN VOLTO SACRO

Il poeta Rilke s’imbatte in una elemosinante. L’amico che lo accompagna le dà uno


spicciolo. Rilke tira dritto, ma giunto presso un fioraio compra una rosa e di ritorno
solleva la donna e gliela regala. Il poeta coglie la sacralità ferita di quella donna,
difende la sua dignità di “amata”, sacralità e dignità che l’anonimo spicciolo privo di
uno sguardo negli occhi non riesce ad abbracciare e restituire. I poeti, con i bambini e
i santi, sono i custodi del mistero. «Ora che nelle fosse / con fantasia ritorta / e mani
spudorate dalle fattezze umane l’uomo lacera / l’immagine divina»: un altro poeta,
Ungaretti, scorge, nelle deportazioni della II guerra mondiale, mani folli che
strappano via dal volto umano ciò che lo rende umano: l’essere immagine di Dio.

Di questo dobbiamo parlare quando accadono eventi meno apocalittici, ma non meno
tragici come il coma del tassista o della donna rumena sfigurati da mani folli. Si
leveranno malinconiche voci a significare nella modalità del piagnisteo o dello
sdegno che la civiltà è al capolinea… Si girerà, in modo politicamente corretto,
attorno all’unico vero problema centrato dai poeti: dove va a finire “la persona” se
non vediamo più qualcosa di sacro nel volto “delle persone”? La perdita del senso
del sacro nel quotidiano è la più grande tragedia della cultura contemporanea, la
tragedia che ha causato nel secolo più ateo della storia due guerre mondiali.

Tutti inorridiamo di fronte a casi come quelli descritti. Ma tutti noi, convinti di essere
signori di minuscoli regni, soli al centro del creato, disprezziamo le persone che
affollano il “nostro” vagone del metrò, intralciano la “nostra” coda al supermercato.
Tutte le volte che non riusciamo a scorgere nell’altro una persona degna di tutta la
nostra attenzione, la diminuiamo e diventiamo potenziali “omicidi”. Ma esiste un
antidoto.

La novità del cristianesimo, la vera buona notizia, è che Dio ha un volto umano e
tutti gli uomini hanno quello stesso volto. Non è questione di “tolleranza”o
“simpatia”, assolutamente insufficienti a sentire la realtà dell’altro tutto intero, ma è
questione di “empatia”: sentire l’altro come qualcuno dotato della mia stessa dignità.
Nella coda al supermercato la donna piena di pacchi non è una potenziale nemica da
sconfiggere, ma qualcuno che ha una storia sacra, perché la storia di ogni uomo è
sacra, perché quell’uomo è voluto dall’eternità da Dio. Questa è la configurazione
esistenziale di base del cristiano. Solo il cristianesimo ha la pretesa folle di
trasformare quelli nel traffico con me da nemici da eliminare a figli dello stesso
Padre e quindi fratelli con difficoltà e problemi importanti persino più dei miei.

Persona: volto di Dio. Per gli antichi era solo la maschera dell’attore. Cristo ha reso
quella maschera il volto stesso di Dio, riconoscibile più direttamente nel debole
(l’anziana in piedi, l’elemosinante in ginocchio, il barbone coricato…), ma presente
in ogni volto umano (il manager abbronzato, lo studente svogliato, la portinaia
chiacchierona…). Persona deriva dal lasciare passare il suono della voce
amplificandolo (per-sonare): con la venuta di Dio in un volto la persona si riempie
della voce stessa di Dio. Il volto dell’uomo amplifica l’immagine di Dio e lo rende
tangibile.

Una cultura, priva del mistero cristiano, non perde Dio, ma perde l’uomo, suo vero
volto. Non è un caso che Benedetto XVI abbia parlato nel recente documento
“Ovunque e sempre” della necessità di una nuova evangelizzazione, non solo dove il
volto di Cristo non è noto, ma soprattutto dove è stato sradicato: «Si è verificata una
preoccupante perdita del senso del sacro, giungendo persino a porre in questione quei
fondamenti che apparivano indiscutibili… Se tutto ciò è stato salutato da alcuni come
una liberazione, ben presto ci si è resi conto del deserto interiore che nasce là dove
l’uomo, volendosi unico artefice della propria natura e del proprio destino, si trova
privo di ciò che costituisce il fondamento di tutte le cose».

Un pagano scorgendo il modo di comportarsi dei primi cristiani commentava:


«Guarda come si amano!». Riportare nella maschera vuota di una cultura senza Dio
la pienezza del volto di Cristo e quindi del Creatore è il compito dei cristiani anche
oggi, in una cultura secolarizzata che, come diceva il poeta: «Per pensarti, Eterno, /
non ha che le bestemmie».

Elogio della noia


La scuola è una noia. I grandi sono una noia. Lo studio è una noia. Ma anche questa festa è
una noia. Lo aveva già detto con immaginifica potenza Baudelaire: “Ma in mezzo ai mostri
che guaiscono, urlano, grugniscono entro il serraglio infame dei nostri vizi, uno ve n’è, più
laido, più cattivo, più immondo. Sebbene non faccia grandi gesti, né lanci acute strida,
ridurrebbe volentieri la terra a una rovina e in un solo sbadiglio ingoierebbe il mondo. È la
Noia!”

La noia. Il nemico mortale dei miei studenti, il nemico mortale delle nostre giornate.
La noia che ti prende sia quando lavori sia quando sei in vacanza. Anzi a volte ci si
annoia di più in vacanza che al lavoro. La noia non dipende da quello che si fa, ma è
una condizione del cuore. Non è altro che un preziosissimo indicatore: non stai
vivendo tutta la vita che c’è da vivere, la tua vita non è all’altezza della vita vera.
Manca qualcosa. Ci sono due possibili soluzioni.
La prima facile, ma incerta: cercare subito un’emozione forte che mi tiri fuori dalla
noia. Compro qualcosa di nuovo, lavoro di più, mi sballo… Ma finito l’effetto
“adrenalina” ritorno alla noia di prima, divenuta però più profonda, perché sono
caduto da più in alto.

Seconda soluzione: mi fermo e mi chiedo cosa mi manca? Cosa manca alla mia vita
per essere all’altezza di sé stessa? Di cosa ho nostalgia?

La risposta è: manca la meraviglia. La meraviglia sta in ciò che è nuovo, ma non in


senso cronologico: l’ultima cosa che è uscita (l’ultimo film, l’ultimo paio di scarpe…
insomma il nuovo della pubblicità), che è sinonimo di “meno vecchio”.

Il vero “nuovo” invece è ciò che sa darmi sempre di più di quello che è. E dove si
trova? Un po’ nella realtà, un po’ nel cuore che sa accoglierla: un amico vero, un bel
romanzo, un panorama, il quadro di un artista, un progetto da realizzare, Dio… e chi
più ne ha più ne metta. E cosa sa essere sempre nuovo ogni volta che lo interroghi?
Ciò che ha profondità di spirito. Ci annoiamo perchè ci accontentiamo delle
superfici, ma la vita non si inganna. Occorre scovare quel qualcosa di meraviglioso
che si nasconde in ogni situazione, ma questo richiede impegno e attenzione.

Non sempre abbiamo questo coraggio, e per questo costringiamo noi e i nostri figli a
riempire il tempo come una specie di stomaco bulimico. Abbiamo paura di annoiarci,
abbiamo paura che si annoino. Ma proprio la noia ci costringe a cercare
quell’equilibrio che manca.

Lasciamo che i nostri ragazzi si annoino, non c’è niente di male. La noia li porterà a
contatto con sé stessi rapidamente e forse sarà l’inizio di una ricerca del vero nuovo,
che “le cose più recenti” non riescono mai a soddisfare.

“Le passioni tristi, l’impotenza e il fatalismo non mancano di un certo


fascino. È una tentazione farsi sedurre dal canto delle sirene della
disperazione, assaporare l’attesa del peggio, lasciarsi avvolgere dalla
notte apocalittica che, dalla minaccia nucleare alla minaccia terroristica,
cala come un manto a ricoprire ogni altra realtà. È a questo che ciascuno
di noi deve resistere… creando. Infatti sappiamo bene che le passioni
tristi sono una costruzione, un modo di interpretare il reale e non il reale
stesso. Non possono far altro che arretrare di fronte allo sviluppo di
pratiche gioiose”.

M. Benasayag-G. Schmit, L’epoca delle passioni tristi

DARE DEL TU ALLE COSE


Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s’abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto… [I limoni, E. Montale]

Vedere nel silenzio: condizione per cui le cose siano sé stesse e tradiscano il segreto
volto che nascondono.

Le cose del mondo rimandano ad un oltre, non dicono solo sè stesse. E se fosse di
più?

Se il mondo fosse il volto attraverso cui il divino ci guarda e ci insegna a dargli del
tu? In una persona, in un cielo stellato, nel disegno delle ali di una farfalle,
nell’armonia aurea dei petali della rosa…

Si rischia il panteismo, ma la parola “attraverso” mantiene la giusta distanza tra ciò


che si manifesta e il suo essere, tra la percezione estetica e la presenza del sacro.

Forse il silenzio è il tu delle cose?

Dare del tu alle cose, nel silenzio, cioè lasciandole essere, è forse dare del tu a Dio?

La rabbia dei figli rimasti senza padri


Nella città in cui vivo alla velocità di una bicicletta incontri segni che allo sguardo a
motore sfuggono. Così su un ponte costellato da scritte murali, tumulto di amori,
rabbie o vandalismo espressivo, ho letto: “il futuro non è più quello di una volta”. Ho
immaginato il/la giovane che, complice la notte, ha verniciato il suo tormento, come
nelle innumerevoli email di persone che hanno letto il mio romanzo: in cosa posso
credere e giocarmi la vita?

Il presente, che è l’unica cosa che ci è dato vivere in spirito e carne, è in realtà il
luogo in cui si realizza ciò che ci rappresentiamo come futuro. Se il futuro sparisce,
evapora anche il presente. Un bambino senza l’abbraccio e la cura dei genitori non
interiorizza mai il futuro come promessa: il mondo per lui sarà una selva oscura
senza uscita, il tempo un sicario pronto a eliminarti. Lo stesso accade con i ragazzi,
con i quali sto in classe, e in generale con i giovani. Solo se percepiscono lo sguardo
promettente di qualcuno che, appartenendo alla generazione precedente, fa da
mediatore tra il futuro e il presente fragile in cui si trovano, sono disposti a mettere in
gioco la loro libertà sulle rotte della vita e navigare lontano dai porti sicuri delle mura
casalinghe, affrontando la tempesta e la bonaccia, alla ricerca di quel porto segnalato
sulle carte geografiche del desiderio: l’immagine di futuro interiorizzata. Ma se il
futuro non ha immagine, se sparisce lo spazio ideale in cui i sogni si possono
realizzare, svanisce l’aspetto sognante della realtà, necessario ad affrontare fatiche e
ombre del presente quotidiano.

Non sto parlando delle illusioni in cui ci rifugiamo per vincere la frustrazione dei
nostri limiti e sconfitte, ma di quella reale possibilità di sognare, cioè di sperare nel
futuro, per il semplice fatto che ognuno di noi c’è ed è il sogno di qualcun altro. La
libertà è rendersi consapevoli del fatto che ogni uomo è creato per essere un nuovo
inizio. Di cosa? Lo si scopre solo strada facendo. Viviamo nella storia e solo il
presente, passo dopo passo, ci dirà quale è stato il nuovo inizio a cui abbiamo dato
corso. Solo se so che sono già adesso il nuovo inizio di qualcosa che avverrà domani,
tirerò fuori le risorse che solo il futuro sa evocare e provocare al presente. Altrimenti
mi accontenterò di una vita in difesa, in cerca di sicurezze individualistiche, a costo
di calpestare altri disillusi.

I ragazzi manifestano, alla ricerca del futuro perduto e lo cercano anche quelli che
non manifestano. I ragazzi rispondono a Saviano come ad un salvatore (“Siamo
ragazzi normali, senza un futuro, pieni di rabbia”, “Daccela tu l’alternativa, scendi in
politica e dimostraci che il miracolo di cambiare davvero questo Paese è possibile”).
I ragazzi ringraziano il mite Napolitano che li ascolta nel suo studio (“è l’unico che
parla con noi”). I ragazzi cercano ciò che la generazione che li precede non offre: la
mediazione di un padre. Così emergono padri incerti e provvisori, prometei simbolici
più o meno pittoreschi che rubano il fuoco del futuro agli dei: da Assange a
Mourinho, e quel che sta in mezzo.

Il futuro non esiste più perché i padri si soni nascosti. Il padre è il mediatore del
futuro, colui che è capace di provocare la nostalgia di futuro di cui ogni giovane ha
bisogno per affrontare il presente. Padri sono i padri di famiglia, spesso assenti; padri
sono i maestri a scuola e all’università, spesso padrini; padri sono i politici, spesso
padroni; padri sono gli uomini delle agenzie educative (dalla chiesa alla tv), spesso
patrigni. Padri sono tutti coloro a cui sono affidate le vite di altri, che padri diventano
se si pongono al servizio di quella vita che non è loro, ma è loro affidata e di cui
dovranno rendere conto alla storia. Se i padri non servono le vite dei figli, ma le
divorano come Cronos, cioè le controllano o ignorano, i figli diventano burattini o
orfani. Che futuro ha un burattino? I fili. Un orfano? La fuga.

Quando mio padre mi lanciava in aria da bambino, mia madre, impaurita, gli
chiedeva di mettermi giù. Lui la rassicurava e continuava. La madre ha il compito di
tenere ancorato il figlio alla terra, il padre invece lo lancia verso le stelle, verso
l’ignoto, verso la paura di cadere, ma le sue braccia lo aspettano per ricordargli che il
futuro è un’incognita, ma si cade tra braccia sicure, e la paura della vertigine si muta
in risata. Ma se il padre sparisce, il duro suolo fermerà la caduta dei figli e non
resterà che il pianto inconsolabile di un inizio fallito. I ragazzi manifestano perchè i
padri si manifestino e liberino il futuro e i sogni che contiene. Ogni ragazzo può
sognare perché è sognato. Ogni uomo può sperare perché è atteso.

Ho la fortuna di avere un padre: mio padre. Ho avuto la fortuna di avere grandi padri:
Mario Franchina, professore di lettere, Padre Pino Puglisi, professore di religione del
mio liceo, Paolo Borsellino, vicino di quartiere. Da loro ho ricevuto il futuro e quindi
il presente.

Abbiamo bisogno di padri che facciano più strada di quanta possiamo farne noi per
raggiungerli.
Padri tornate, noi non smetteremo di cercarvi e di darci da fare per essere un nuovo
inizio.

*
Beatrice
“Leo, tutti cercano l’amore.
Alcuni non lo trovano, perché lo cercano nel posto o nel modo sbagliato.
Alcuni lo trovano, ma non lo possono avere.
Alcuni lo hanno, ma non lo sanno trattenere.
Alcuni lo trattengono. Ed è a questi che devi chiederne il segreto”
“Tu lo sai?”
“Adesso io devo andare”
“Dove?”
“Dove non ci sono segreti”
Intanto fuori piove.

La poesia preferita da E la mia gioia


ha preso a girare, avvinta
Leo al tuo essere, nel tuo pulsare.
Possesso di me tu mi davi,
Quando tu mi hai scelto dandoti a me.
– fu l’amore che scelse – Ho vissuto, vivo. Fino a quando?
sono emerso dal grande So che tu tornerai
anonimato indietro. E quando te ne andrai
di tutti, del nulla. ritornerò a quel sordo
Sino allora mondo, indistinto,
mai ero stato più alto del grammo, della goccia,
delle vette del mondo. nell’acqua, nel peso.
Non ero mai sceso più sotto Sarò uno dei tanti
delle profondità quando non ti avrò più.
massime segnalate E perderò il mio nome,
sulle carte di mare. i miei anni, i miei tratti,
E la mia allegria era tutto perduto in me, di me.
triste, come lo sono Ritornato all’ossario immenso
quei piccoli orologi, di quelli che non sono morti
senza braccio cui cingersi, e non hanno più nulla
senza carica, fermi. da morire nella vita.
Ma quando mi hai detto : “Tu”
– a me, sì, a me, fra tutti – P.Salinas, da La voce a te dovuta,
più in alto ormai di stelle 1933
o coralli sono stato.

Zibaldino domenicale
E allora forse qualcuno ricorda questo o quel particolare di questa o quella storia che
narra la grandezza interiore d’un uomo — come per esempio la storia della morte
d’una giovane donna nel Lager, della quale fui testimone. La storia è semplice —
non c’è molto da raccontare — e tuttavia sembrerà inventata, tanto appare
poetica. Questa giovane donna sapeva che sarebbe morta nei prossimi giorni. Quando
le parlai, era serena, nonostante tutto. «Sono grata al mio destino, per avermi colpita
così duramente», mi disse, e ricordo bene ogni sua parola: «Perché nella mia vita di
prima, quella borghese, ero troppo viziata e non avevo nessuna vera ambizione
spirituale». Nei suoi ultimi giorni era come trasfigurata. «Quest’albero è il solo
amico nei miei momenti di solitudine», disse, accennando attraverso la finestra della
baracca. Fuori c’era un castagno, tutto in fiore, e chinandomi sul tavolaccio della
malata, potevo scorgere ancora un ramoscello verde con due grappoli di fiori,
guardando dalla finestrella dalla baracca-infermeria. «Con quest’albero parlo
spesso», disse poi. Ne fui meravigliato e non sapevo come interpretare le sue parole.
Sta forse delirando, ha delle allucinazioni? Le chiesi dunque, curioso, se l’albero può
risponderle — Sì! — e che cosa le dice. Mi rispose: «M’ha detto: Io sono qui — io
sono qui — io sono la vita, la vita eterna…».

Viktor Frankl, Uno psicologo nei lager, Ares, pag. 119

Improvvisamente, ho di fronte l’immagine di mia moglie. Mentre inciampiamo per


chilometri, guardiamo la neve o scivoliamo su lastre ghiacciate, sempre
sorreggendoci a vicenda, aiutandoci gli uni gli altri e trascinandoci avanti, nessuno
parla più, ma sappiamo bene che in questi momenti ognuno di noi pensa a sua
moglie. Di tanto in tanto guardo il cielo, dove impallidiscono le stelle, o là, dove
comincia l’alba, dietro una scura cortina di nubi: ma il mio spirito è ora tutto preso
dalla figura che si racchiude nella mia fantasia straordinariamente accesa, e della
quale non ho mai avuto sentore prima, nella vita normale. Parlo con mia moglie. La
sento rispondere, la vedo sorridere dolcemente, vedo il suo sguardo, e — corporeo o
meno — il suo sguardo brilla più del sole che si leva in questo momento. D’un tratto,
un pensiero mi fa sussultare: per la prima volta nella mia vita, provo la verità di ciò
che per molti pensatori è stato il culmine della saggezza, di ciò che molti poeti hanno
cantato; sperimento in me la verità che l’amore è, in un certo senso, il punto finale, il
più alto, al quale l’essere umano possa innalzarsi. Comprendo ora il senso del segreto
più sublime che la poesia, il pensiero umano ed anche la fede possono offrire: la
salvezza delle creature attraverso l’amore e nell’amore! Capisco che l’uomo, anche
quando non gli resta niente in questo mondo, può sperimentare la beatitudine
suprema — sia pure solo per qualche attimo — nella contemplazione interiore
dell’essere amato. Nella situazione esterna più misera che si possa immaginare –
nella condizione di non potersi esprimere attraverso l’azione, quando la sola cosa che
si possa fare è sopportare il dolore con dirittura, sopportano a testa alta, ebbene,
anche allora, l’uomo può realizzarsi in una contemplazione amorosa, nella
contemplazione dell’immagine spirituale della persona amata, che porta in sé. Per la
prima volta nella mia vita, sono in grado di capire ciò che si intende, quando si dice:
gli angeli sono beati nell’infinita, amorevole contemplazione di uno splendore
infinito… Davanti a me cade un compagno; quelli che gli marciano dietro, cadono
anche loro. La sentinella accorre e li bastona senza pietà. La mia vita contemplativa è
interrotta per qualche secondo, ma subito dopo la mia anima si innalza, si eleva
nuovamente dalla mia esistenza di internato ad un mondo sovrumano e riprende il
dialogo con l’essere amato: io chiedo — lei risponde, lei domanda — rispondo io.
Viktor Frankl, Uno psicologo nei lager, Ares, pag. 75

Parlate loro di bellezza


“Quando ho finito di leggere il suo romanzo ho sentito un fuoco dentro di me,
qualcosa di misterioso si è svegliato e mi sono detto: io voglio vivere così. Ora lei
deve spiegarmi come mai questo è accaduto”

Me lo ha chiesto venerdì pomeriggio Mattia, 17 anni. Eravamo in una scuola di una


città emiliana, di pomeriggio. Ci sarebbe stato un professore a parlare di un libro:
c’erano centinaia e centinaia di ragazzi, spontaneamente. Lo stesso era successo una
settimana prima in una città lombarda, lo stesso in un’altra ancora due settimane fa e
così via… Ogni settimana, ragazzi che non vorrebbero stare a scuola al mattino, poi
tornano volontariamente al pomeriggio e pongono domande sulla loro vita a partire
da un libro, loro che si dice non leggano mai…

Sono stufo di luoghi comuni e piagnistei sui giovani italiani: viziati, superficiali,
disinteressati. Da quando è uscito il romanzo sto girando come una trottola per le
scuole e il più delle volte sono i ragazzi stessi che spingono i professori a organizzare
gli incontri. Vado anche se mi costa fatica, dovendomi anche io occupare dei miei
studenti, ma volevo vedere con i miei occhi. Sono stato in decine di scuole, ho
incontrato migliaia di ragazzi da Trieste a Marsala, perché mi interessa avere il polso
di questi giovani tanto vituperati dai media e dai giornali: mi parlano di impegno,
studio, famiglia, amore, dolore, morte, paure, sogni… Trovo un desiderio di
impegnarsi e di fare cose grandi che nessuno racconta. Basta luoghi comuni, basta
piagnistei! Non basta stare chiusi in uno studio televisivo o davanti a internet per
conoscere e parlare di giovani. Mai come oggi si parla così tanto dei giovani e si
parla così poco con i giovani. Bisogna passare il tempo con loro, bisogna stare in
mezzo a loro, ascoltare.

Con questo non voglio dire che i ragazzi non siano viziati, o che si accontentino a
volte di marche, gadget e affini (basta accompagnarli in un viaggio di istruzione per
saperlo…). Ma questo accade perché viziati sono gli adulti. Siamo noi, incapaci di
additare mete alte e porti da raggiungere, di manifestare con i nostri occhi che siamo
fatti per una vita grande, piena. Siamo noi, malati di pessimismo, ad accontentarci e a
non trovare altra ricetta se non accontentarli. Abbiamo sostituito la felicità con il
benessere, ma per fortuna i ragazzi hanno un anti-corpo che noi adulti perdiamo con
il tempo, con il nostro abitudinarismo borghese e comodo, fatto di cellulari e
maxischermi, partite di calcio e televisori accesi durante i pasti. I ragazzi hanno un
anticorpo: sono giovani.

Se solo potessi far leggere le cose che mi scrivono! Ne do un breve saggio:

“Sono un liceale e ti scrivo per un aiuto, un consiglio o un parere. La scuola non


va… non riesco a metterci il cuore come dici tu… poi il problema più grosso… non
riesco a darmi uno scopo in questa vita che mi sembra così tanto monotona. Forse
questo è dovuto al fatto che non ho un sogno… anche quello non riesco a trovarlo.
Penso alle cose che mi fanno vibrare il cuore e sono tutte banalità… quando esco il
sabato sera e quando vedo la mia squadra giocare”.

“Mi riconosco molto in Leo. Un ragazzo che cerca il suo sogno, come cerco di fare
io. Anche se mi sembra di non riuscirci, mi sembra di non trovare nulla che mi
appassioni davvero. Cerco di non abbattermi, perché credo che la vita sia troppo
breve per essere tristi, o odiare qualcuno o qualcosa. E credo che sia necessario
essere curiosi e avere voglia di vivere, di essere felici e di procurare felicità agli
altri”.

“Ho capito che non bisogna accontentarsi delle banalità che ci offre la vita, ma
bisogna combattere e impegnarsi in ogni cosa”.

Non ho cambiato una virgola di queste lettere. Sembreranno incredibili, proprio


perché noi adulti siamo i primi a non credere in questi ragazzi, che non conosciamo.
Ragazzi che, oppressi dal dolore per le loro vite impoverite e derubate, chiedono
consigli ad uno sconosciuto, che ha avuto la fortuna di pubblicare un libro in cui
trabocca la passione per la sua e le loro vite.
Se non portiamo i ragazzi a fare uso della libertà, che è scegliere, le loro vite
piombano nella paura o nella monotonia del benessere e dell’individualismo. Le cose
non bastano mai, si rovinano, si rompono. Siamo ancora capaci di sognare le loro
vite, di prenderci cura del loro destino, di proteggerli, ascoltarli e sfidarli in grandi
imprese, portandoli a scegliere ogni giorno?

Abbiamo insegnato loro la libertà di indifferenza: la libertà “da”, invece di quella


“per”. Chiedete ad un ragazzo che cosa sia la libertà e vi dirà: “fare ciò che si vuole”
o “ciò che finisce dove comincia quella di un altro”. La prima definizione è falsa, la
seconda è vuota. La libertà è decidere come giocarsi la vita, libertà è partecipazione
avrebbe cantato Gaber. Ma quali dei nostri ragazzi toccano ciò che vale la pena
scegliere? Quanti di loro vengono abituati da noi adulti a scegliere davvero e non
solo tra due marche, tra due film, tra due cellulari, due giochi per la playstation?

Portiamoli di fronte a ciò che è grande, bello, vero (prima di tutto la loro stessa
esistenza) e il fuoco della vita divamperà e brucerà pessimismo e paure. Credo in
loro, perché credo nella grandezza della mia vita, non perché io sia migliore di
nessuno, ma perché qualcuno ha creduto e amato la mia vita (con le sue luci e ombre,
pregi e difetti, qualità e fragilità), mostrandomi che era troppo bella, grande, libera
per sprecarla o tenermela per me.

Invece “colla esperienza, (il giovane) trovandosi sempre in mezzo ad eccessive


piccolezze, malvagità, sciocchezze, bruttezze ecc., a poco a poco si avvezza a stimare
quei piccoli pregi che prima spregiava, a contentarsi del poco, a rinunziare alla
speranza dell’ottimo o del buono, e a lasciar l’abitudine di misurar gli uomini e le
cose con se stesso”.
E questo lo diceva Giacomo Leopardi già due secoli fa, un uomo che i luoghi comuni
hanno reso capostipite dei pessimisti, lui che era un realista spietato, con il quale la
vita non era stata generosa, era incapace di mentire sul vuoto di certo ottimismo
borghese, che dietro luccicanti promesse da consumare nascondeva soltanto la
monotonia, la noia, la chiusura di chi ha sostituito le idee con le cose, l’essere con il
fare, l’amore con il controllo.
I ragazzi sono viziati, perché gli abbiamo insegnato a sognare cose piccole, da
soddisfare con il portafoglio.

Proprio loro, insoddisfatti, ci salveranno dai vizi che abbiamo loro trasmesso. Lo
stanno già facendo a colpi di suicidi, dipendenze, depressioni. Lo stanno già facendo
a colpi di domande, sogni, ribellioni.

La Stampa, 21 febbraio 2011

L’ordine delle cose


Nel silenzio di questa sera che è ormai notte ho fiducia nell’ordine delle cose.

Domani il sole sarà di nuovo lì, a rinnovare cielo e terra. Ed io verrò di nuovo alla
luce, forse con un pianto, quando sentirò la sveglia strapparmi dal mio essere tornato
una creatura nelle ore notturne del grembo della terra, costretto a distendermi in lei,
orizzontale. Poi in piedi, vivace, bagnato dalla luce, per un nuovo giorno: il cosmo
che io trovo ogni 24 ore è un mistero a cui non mi rassegnerò mai.

L’ordine delle cose mi disseta.

A chi appartieni?
“A chi appartiene?”. Con questa domanda, nella mia città, ci si informa sull’identità
di uno sconosciuto. E così in campo educativo, in famiglia e a scuola, si dovrebbe
mirare a questo: a stimolare nei ragazzi la scoperta di appartenere, per prendere
davvero coscienza di chi sono. I ragazzi sono disposti ad affrontare la realtà solo
quando interiorizzano la loro unicità e io – insegnante ¬– esisto perché vedano, nel
mio corpo, che la loro unicità è per me un dono e una responsabilità. Le loro vite mi
sono affidate e donate. Solo così il bambino o l’adolescente assumono in sé la
propria immagine come qualcuno che è voluto, che appartiene.

Ma come fa un genitore, come fa un insegnante a rendere tutto questo possibile,


percepibile? Così racconta una delle più grandi pianiste russe del Novecento, nonché
insegnante: «Nel mio gruppo c’era un “attaccabrighe”, un ragazzino di otto-nove
anni praticamente senza famiglia, senza amare o essere amato. Si chiamava Akinfa;
era indisponente, stuzzicava tutti, prendeva in giro i bambini ebrei, si azzuffava e
così via. Noi tutti cercavamo di esortarlo con la parola e con l’esempio. Ma una volta
Akinfa passò tutti i limiti: picchiò uno dei compagni, prese a male parole gli adulti,
commise un furtarello. Fu “decretata” la sua espulsione, ma quando venne il
momento di eseguire la “condanna” – il momento del distacco – io, non so come,
scoppiai a piangere».

È a questo punto che avviene la “seconda nascita” di Akinfa: «Scoppiò a piangere


anche lui; chiese perdono tutti, rese la refurtiva e da quel momento mi seguiva
sempre ovunque, nel campo, come un fedele cagnolino; e spiegava a tutti che “in vita
sua” (!) non aveva mai visto una maestra che piangesse per il suo alunno: che
piangesse, per dirla con le sue parole, “sull’anima e sulla vita” di un monello. Proprio
questo era il senso del suo stupore e del desiderio di rimettersi sulla buona strada».

Akinfa cambia vita, una seconda nascita, grazie alla pietas della sua insegnante e la
pietas-pietà, da Omero a Dante, passando per Virgilio, è la manifestazione di questa
appartenenza. La maestra piange per il suo ragazzo, che solo a quel punto percepisce
come la sua vita sia amata, voluta, accolta. Da quel momento Akinfa sa di
appartenere a lei, la segue ovunque, cambia perché è cambiato. Una maestra piange
per il suo alunno e lo salva, più che col buon esempio e le parole. Manifesta che quel
ragazzo è un dono, le appartiene, ne è responsabile.

Ma non a tutti sarà dato piangere per i propri alunni. Come può questo pianto
manifestarsi senza lacrime e avere gli stessi effetti? Come può uno studente sentire la
pietas, l’appartenenza e quindi mettere in gioco la sua vita come una vita bella, che
merita di essere e amare, perché qualcuno l’ha amata prima? Il segreto è il tempo.
Donare tempo. Lo vedo con i miei alunni. Una mail, una chiacchierata a tu per tu
all’intervallo, un caffè al bar della scuola, un progetto condiviso, una mostra,
un’uscita a teatro… Tutto il tempo che riesco a donare loro è quel pianto, è quella
pietas di chi appartiene: tu mi appartieni, sei dono. Tutto il tempo che i miei genitori
e maestri mi hanno regalato, ha reso bella la mia vita e fortissima la consapevolezza
che valga la pena spenderla per amare.

Non sempre abbiamo il coraggio di ritagliare i nostri impegni di lavoro, la nostra


auto-affermazione con i suoi ritmi asfissianti, i nostri spazi, per regalarli ai nostri
studenti e ai nostri figli. Ma forse questa è l’unica cosa che possiamo veramente
donare agli altri, perché prendere il proprio tempo e regalarlo è amare, educare,
liberare. Me lo aveva già detto tempo fa qualcuno: “Noi amiamo, perché qualcuno ci
ha amati per primo”. E continuo a dimenticarmelo. Se io non appartengo, non mi
appartengo e nessuno mi appartiene.

Sparate (1)
In una giornata scolastica di quelle che avresti fatto meglio a rimanere a casa, anzi a
letto…

Quando la vita mi offende, io la guardo negli occhi e le dico:

“Ti amo”

E viene da ridere anche a lei…

Ascoltare
Troppo spesso diamo per scontato che gli studenti ci ascoltino. Uno dei cinque sensi, quello
più legato alla comprensione del mondo, è invece in crisi. E quando un senso si usa male, si
perde anche il senso delle cose. Mi piace il fatto che in italiano usiamo la stessa parola per
indicare i 5 sensi e il senso della vita, della realtà, delle cose… Solo chi usa bene i sensi trova
un senso, perché la realtà parla forte e chiaro. Ma se i sensi sono chiusi prenderemo il
senso a prestito da ciò che magari sensato non è: l’idea dominante, il così fan tutti, il così mi
dicono di fare (conformismi e totalitarismi nascono da qui).

L’uomo che visse tre volte


“Ricordarsi che si muore presto è il più importante strumento che io abbia mai
incontrato per prendere le grandi scelte della vita. Siete già nudi. Non c’è ragione per
non seguire il vostro cuore”.
Jobs è stato un grande scopritore di ciò che diamo per scontato perché crediamo di
averla sempre con noi: la vita. Ed è stato inventore della vita perché ha avuto il
coraggio che pochi possono permettersi: ha amato la morte, l’ha guardata in faccia
senza rimanere pietrificato come accadeva nei miti greci a chiunque incontrasse
Medusa. L’ha vinta come Perseo, guardandola senza guardarla, fregandola con il suo
stesso sguardo: l’ha messa nel sacco e l’ha sfruttata come strategia per la vita, la più
potente, la più radicale che esista. Perché alla vita se le nascondi la morte ti si ribella
contro e finisce col fregarti. Invece se sai che sei nudo e lo vedi, ti ritrovi vestito
soltanto di quella povertà che ti salva perché ti costringe a rispondere alla domanda
che rende la vita autentica: per chi e cosa vivo?

La morte gli si è presentata in vari modi come accade nella vita di tutti noi, ma l’ha
trasformata nel più fertile principio vitale: “in my end is my beginning” diceva il
poeta. Fateci caso: solo chi sa morire, ha saputo anche vivere. Jobs era uno di questi.
Amava così tanto perché sapeva morire e rinascere. Tutte le volte che gli è stato
necessario.

Tre volte è morto Jobs. Almeno tre sono le morti che conto nella sua vita.

La prima. Molti secondo le regole di una retorica sempliciona lo hanno paragonato a


Leonardo, per il suo genio e la sua poliedricità. Uno che ha creato Apple, e forse
ancora di più NeXt e Pixar, è un genio. Siamo d’accordo. Ma il vero paragone con
Leonardo è un altro. Più profondo, più nascosto: come Leonardo Da Vinci, Steve era
frutto di una “scopata”. Sì, una relazione casuale o quasi. I due padri si nascosero, si
vergognarono e non vollero riconoscere i rispettivi figli, che si ritrovarono orfani
entrambi, per scelta dei loro padri, vivi e in piena salute, ma troppo egoisti per
guardarli in faccia. Nè l’uno né l’altro perdonarono mai i loro padri. Passarono la vita
a cercare di essere all’altezza di chi li aveva rifiutati, ne superarono ampiamente la
bassezza e si innalzarono dove i loro padri non avrebbero potuto mai sognare. Ma
questa morte, la prima e più radicale, perché non finale ma iniziale, li portò a creare
vita più di chiunque altro viva della certezza di sapere da dove viene. Non ebbero
regole perché nessun padre gliele insegnò e fecero di questa apparente debolezza il
loro genio. Le regole le inventarono loro a furia di cercarle: “Ai folli. Agli
anticonformisti, ai ribelli, ai piantagrane, ai pioli rotondi nei buchi quadrati, a tutti
coloro che vedono le cose in modo diverso, non amano le regole… perché solo
coloro che sono abbastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo lo cambiano
davvero”. Non si arruolarono in marina come tutti quelli normali, inquadrati e ben
avviati al gioco della vita. Scelsero la pirateria, con tutti i rischi che comportava.

Steve morì una seconda volta quando i suoi soci, quelli che lui aveva assunto, con
spregiudicata furbizia lo cacciarono dalla Apple che lui stesso aveva creato. Rifiutato
ancora una volta, creò con fame inestinguibile qualcosa di ancor più grande e dieci
anni dopo ricomprò la Apple e la sollevò di nuovo, lanciandola nell’iperuranio
(spesso deludente) del capitalismo. E ancora una volta seppe morire, ringraziare la
morte e quindi vivere ancora di più, senza scendere a compromessi con la quieta
disperazione di cui si accontentano molti: “allora non lo capii, ma il fatto di essere
licenziato da Apple era stata la cosa migliore che potesse capitarmi. La pesantezza
del successo era stata rimpiazzata dalla leggerezza di essere di nuovo un debuttante,
senza certezze su niente. Mi permise di entrare in uno dei periodi più creativi della
mia vita”. Il successo rende pesanti, ci si sente al sicuro, arrivati, non si ha più fame
di nulla. La povertà della morte, nelle sue varie forme più o meno cruente, ci fa
leggeri, affamati, aperti: “accendi il cervello. Le nuove idee nascono guardando le
cose, parlando alla gente, sperimentando, facendo domande e andando fuori
dall’ufficio”. Altro che posto di lavoro assicurato. Jobs aveva il coraggio e la
sapienza semplice dell’albero che si nutre delle sue stesse foglie morte. E così
rinasce.

Prima della terza morte, però, mi voglio soffermare su una parentesi poco edificante.
Anche lui ebbe una figlia quasi per caso, Lisa, e non la volle riconoscere. Per fortuna
però la vita gli mise accanto Laurene: quando la vide Steve disse che non avrebbe
mai avuto occhi per nessun’altra donna e così fu. Lei lo rese un po’ più uomo come
sanno fare le donne vere: rinnovandogli il guardaroba e anche l’anima. Donandogli
tre figli, lo aiutò a recuperare Lisa, accogliendola in casa e dandole il posto che le
spettava: il circolo vizioso dell’abbandono e della rabbia si interrompeva, la ferita
veniva curata. E per queste cose ci vogliono le donne, non basta essere geni. Divenne
padre, come mai forse avrebbe sospettato potesse essere un padre. Lui che non
tollerava mancanza di concentrazione, andava in totale confusione quando i figli
arrivavano a fargli visita sul posto di lavoro, o gli facevano ‘ciao’ con la mano da
lontano. Sorrideva e non riusciva più a riprendere il filo del discorso.

Steve è morto una terza volta quando gli hanno diagnosticato uno dei tumori più
aggressivi e inguaribili. Ancora una volta ha fatto piazza pulita, riconsiderando la sua
perenne nudità di fronte alla vita, mettendo nel giusto ordine le sue priorità: la
famiglia prima di tutto, ma continuando a lavorare, scoprire, creare e cercare il bello
in ogni piccolo dettaglio. Lui che non era mai stato brillante negli studi richiesti dal
curriculum, scoprì molto di più, perché aveva chiaro che la stessa minestra non può
andar bene per tutti ed era consapevole che lo studio è la radice dell’amore per il
lavoro: “i miei figli non hanno imposizioni. Solo lo studio. Non si può essere
ignoranti e felici”.

Amava la vita perché sapeva che non era illimitata. Poi la morte ha vinto sul suo
corpo, ma fino all’ultimo ha continuato a ripetere ciò che solo un vero genio sa: “la
morte è con tutta probabilità la più grande invenzione della vita”, “essere l’uomo più
ricco del cimitero non mi interessa. Andare a letto la sera dicendosi che si è fatto
qualcosa di meraviglioso, è quello che conta per me”.
Neanche Steve Jobs era immortale, che ci crediamo o no, anche lui è morto. Ma la
lezione più grande non sono le sue invenzioni, anche quelle passeranno, ma il fatto di
essersi fidato del suo cuore fino in fondo: “Il vostro tempo è limitato, quindi non lo
sprecate vivendo la vita di qualcun altro. Non lasciate che il rumore delle opinioni
altrui offuschi la vostra voce interiore. Abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e
la vostra intuizione. In qualche modo sanno già che cosa volete realmente diventare”.

Volle essere Steve Jobs. Grazie al cielo, ci è riuscito.

Oh-Oh-Oh-Oh
Da più di 48 ore, piove.
Sono qui al computer a scrivere due righe, incapace di correggere gli ultimi 4 temi…
Ascolto Paradise dei Coldplay per provare ad aprire il sipario grigio e chiuso del
cielo.
La vita mi riempie di doni che non mi aspettavo.
E non sono all’altezza di ciò che ricevo.
Un amico mi manda degli sms in cui urla che il dolore che sta vivendo non ha senso
e io come unica risposta ho “cose che nessuno sa”.
Chris Martin dice:
So lying underneath the stormy skies
she said oh-oh-oh-oh-oh-oh.
I know the sun’s set to rise
it’s gonna be paradise.
Il sole tornerà.
E dalla mia stanza dico: oh-oh-oh-oh.
Perché tutto è grazia. Anche quando non sembra.
Anche quando piove.

Capirsi con il cuore


La Stampa, 4 dicembre 2011
Tu come hai fatto a capire che quella è la strada per te, il modo in cui giocarti la tua
intera vita?».

Così mi ha scritto una ragazza di 16 anni, dopo aver finito di leggere «Cose che
nessuno sa», mentre stavo scrivendo questo articolo.

Si può morire restando vivi. Si muore in molti modi e il più diffuso è quello della
solitudine causata dall’assenza di possibilità di raccontare la propria storia, unica e
irripetibile, a qualcuno. Amiamo e vogliamo essere amati perché ci sia almeno un
interlocutore a cui poterla raccontare questa nostra benedetta vita così grande e
fragile. Alcuni giovani muoiono da vivi, per assenza di racconto. Il mondo che
dovrebbe ascoltare le loro vite, quello degli adulti, giudica la loro tela assurda, prima
ancora che tratti e colori di quella storia si siano potuti dispiegare.
Si muore giovani, e non perché cari agli dei, ma perché disprezzati da loro. Non per
una guerra cruenta, ma per mancanza di sguardo: una vocazione, una unicità, per
essere ha bisogno di essere percepita.

La gioia di vivere – mi hanno insegnato i miei genitori e maestri – non dipende dal
successo, ma dal fatto di occupare il proprio posto nel mondo, nella fedeltà a quello
che siamo chiamati a essere e fare, sulla base dei nostri talenti e dei nostri limiti, la
conoscenza dei quali ha il suo spazio privilegiato nell’infanzia, nell’adolescenza e
nella prima giovinezza. Ciascuno di noi è la propria vocazione, la propria chiamata,
il proprio compito. Sul tempio di Apollo a Delfi c’era scritto «Conosci te stesso». Da
lì prese le mosse il pensiero occidentale ed è lì che bisogna guardare per questa crisi
che è prima ancora che economica, una crisi di senso e di identità.

Eraclito disse che il carattere dell’uomo è il suo destino. Platone immaginò nel mito
di Er che un «dàimon» ci affiancasse, perché il destino di ciascuno si compisse. Tutti
sappiamo che qualcosa ci chiama a percorrere un certo cammino. Magari non si tratta
di un annuncio eclatante, ma di piccole spinte (un libro, un film, un incontro, un
fatto…) verso una strada, mentre eravamo persi in una selva di vie possibili. Ognuno
di noi è irripetibile e la libertà, diceva Hannah Arendt, è «esserci per un nuovo
inizio»: a ciascuno di noi è affidato il proprio sé come inizio, compito e compimento.
Solo questo genera gioia di vivere: armatura forte di fronte ai fallimenti, spada che
consente di non rifugiarsi, impauriti dalla vita, in autismi virtuali ed emotivi
(dipendenze di ogni tipo).

Quando un adolescente cerca di spiegare la propria strada, senza rendersene conto


porta la mano al cuore, come se intuisse il mistero di sé. È uno dei momenti del mio
mestiere di insegnante che amo di più: quando si «accorano», si attorcigliano attorno
al proprio cuore per ascoltarlo e spesso accade quando sono ascoltati. Sarà proprio la
scoperta di questa unicità, percepita, preservata, ricordata, difesa da chi ci ama a dare
senso al quotidiano vivere, anzi proprio a quel ripetitivo copione darà brillantezza e
novità. Questo vale in ogni epoca e in ogni congiuntura storica, anche e soprattutto le
crisi, durante le quali si è costretti ad andare all’essenziale. Questo ai giovani non
può e non deve essere tolto: la bellezza che alberga nell’unicità di ciascuno ha
bisogno di ricevere uno spazio, un riconoscimento, per non morire. Questo spazio è
la famiglia, questo spazio è la scuola.
I ragazzi chiedono ogni giorno questo riconoscimento. Hanno nostalgia di uno
sguardo che riconosca la loro unicità, che non giudichi e inscatoli la loro vita prima
ancora di averla accettata nel suo straordinario, scomposto, contraddittorio emergere,
che è già segno di ricerca. Questo mi chiedono ogni giorno: «Aiutami ad essere me
stesso». I giovani di oggi hanno questa fame, io lo vedo, ma questa fame di sé, questa
fame di destino, questa fame di futuro è stordita dalla sazietà del benessere. Se non
ho fame di futuro il mio presente sparisce. E ha un sogno solo chi si ferma a
considerare i mezzi che ha per attuarlo. Ma se invece di conoscermi sonnecchio per
riuscire a digerire l’eccesso di portate di cui vengo ingozzato, sarà tardivo e brusco il
risveglio: chi sono io e che ci faccio qui?

Se so chi sono e che ci faccio qui è perché a 16 anni ho trovato chi mi aiutasse a
unire i pezzi ancora sconnessi del puzzle della mia vita e a percepirmi come compito
da realizzare. A 16 anni ho deciso di diventare insegnante perché avevo un
insegnante che amava non solo ciò che insegnava, ma amava la mia vita con la sua
irripetibilità. A 16 anni ho deciso che volevo dedicare la vita ai ragazzi perché il
professore di religione della mia scuola, padre Puglisi, si lasciò ammazzare per
provare a cambiare le cose.

A 16 anni i miei genitori mi hanno messo alla prova, e io che li mandavo a quel
paese come ogni adolescente, in realtà toccavo la reale consistenza dei miei sogni.
Questi mentori mi hanno insegnato che non è il successo il criterio per essere sé
stessi, ma che essere se stessi è il successo. Molti ragazzi rimangono paralizzati
all’idea che non riusciranno a realizzare i loro sogni e questo è il veleno di una
società che lavora per produrre, comprare e consumare, anziché lavorare per
costruire un tempo buono e ampio per appartenersi e appartenere attraverso relazioni
e amicizie vere.

Se il criterio di giudizio dell’agire è il successo, si rimane prigionieri di un destino


crudele, che può schiacciare prima ancora di mettersi in movimento. Invece ciò che
rende felici è realizzare la propria vocazione, indipendentemente dal riconoscimento
«della folla». Si può avere successo come madre, come insegnante, come panettiere.
Basta essere pienamente ciò a cui si è chiamati.

È la crisi ad aver rubato ai giovani il futuro? No. La crisi farà venire più fame,
costringerà a non accontentarsi del benessere per essere felici. Il futuro ai giovani lo
rubano gli adulti che non li guardano, gli adulti che occupano i posti di potere e se ne
fregano del bene comune, gli adulti che fanno diga per l’ingresso di nuove leve negli
ambienti di lavoro, gli adulti che non sono disposti a mettersi al servizio della
generazione successiva passando il testimone. Come tanti Crono se ne stanno seduti
a digerire i figli che loro stessi hanno messo al mondo.

I sistemi educativi dovrebbero riconsiderare le loro priorità. Cominciamo a credere


nella unicità delle vite che ci sono affidate, serviamole togliendo qualcosa al nostro
egoismo. La cena con i figli è più importante di una pratica di lavoro sbrigata la sera
tardi, una moglie stanca dopo una giornata infernale è più importante di una partita di
calcio in tv, un alunno è più del suo 4 o del suo 8…

Dalla famiglia e dalla scuola si può ripartire: non si richiedono riforme strutturali, ma
riforme del cuore e della testa. In famiglia e a scuola ho imparato a occuparmi degli
altri e a non pensare di essere il centro del mondo. In famiglia e a scuola ho scoperto
la mia vocazione.

Lo aveva già scritto in pochi versi Dante quando il suo maestro, Brunetto Latini, gli
disse: «Se tu segui tua stella/ non puoi fallire a glorïoso porto/ se ben m’accorsi ne la
vita bella/ e s’io non fossi sì per tempo morto/ veggendo il cielo a te così benigno/
dato t’avrei a l’opera conforto».

3-4 cose che devo fare prima della fine del mondo
Appaio. Faccio. Sono. Mi chiamo Alessandro D’Avenia, 34 anni, capelli ricci che
cominciano a cadere, occhi azzurri per fare entrare tutta la luce che è loro concessa.
Così appaio.

Faccio il professore di scuola superiore a poco più di mille euro al mese, ma ho la


fortuna di scrivere dei libri, che vengono anche letti, il che mi ha risparmiato dalla
necessità di dare ripetizioni. Questo è quello che faccio.
Sono un uomo che fa fatica ad amare e a lasciarsi amare, come tutti credo, ma con un
grande desiderio di riuscirci. Ho una gran sete di bellezza, di quella vera, di quella
che non si rovina, né si rompe, di quella che Dante chiama splendore della verità: su
di me e sul mondo. Questo è quello che sono.

Appaio, faccio, sono. Su queste tre zone – dalla periferia al centro – della mia
identità vorrei provare a basare gli interventi prima dell’apocalisse dei Maya. Quanto
all’apparire vorrei provare a fare un po’ di sport in più, perché a furia di studiare e
scrivere mi sto ingobbendo, ma siccome poi so che non riuscirò a farlo come dovrei,
mi accontenterò di andare a dormire prima, così da dormire almeno sette ore e
mezza, così da migliorare le occhiaie e soprattutto sorridere. Quando dormo poco
sono nervoso, perdo la pazienza e non sorrido. Apparire.

Sul piano del fare mi vorrei proporre di lavorare un po’ di più con i miei colleghi di
scuola. Spesso preferisco fare da me e non mi coordino con gli altri dello stesso
consiglio di classe. E poi pretendo che lo facciano i ragazzi tra di loro? Non è facile,
perché spesso credo di saper fare le cose: solo, prima e meglio. Troppo spesso mi
sbaglio… Ma che fatica accettare di non essere autonomo, di avere bisogno di aiuto,
insomma di essere limitato e non il professore ideale che credo stupidamente di
dover essere e potrei invece più felicemente accontentarmi di essere un buon
professore. Fare.

Quando qualche giorno fa un amico mi ha scritto in una mail che, nonostante la sua
vita sia piena di soddisfazioni professionali, spesso ha un dolore che quasi lo soffoca
e fatica ad aprirsi e a piangere davanti a qualcuno, ma ne avrebbe bisogno, ho capito
quanto lo avevo lasciato solo a subire quella profonda solitudine che ci afferra tutti
anche nel bel mezzo di una gioia o di una folla.
Ecco allora vorrei fare il proposito di dedicare più tempo alle persone che ho accanto,
ritagliandolo a Facebook & co., per poterle ascoltare faccia a faccia, provando, nei
limiti della mia capacità di attenzione, ad essere un balsamo per le loro ferite. Magari
imparo anche io a concedermi ogni tanto il lusso di essere me stesso, non solo
quando scrivo. Essere.

Mi rendo conto però che mi è rimasta fuori la bellezza e non posso fare a meno di
dedicarle un proposito. Altrimenti l’essere mi resta dimezzato. Mi sia allora concessa
un’altra possibilità, spero non velleitaria. Vorrei abbracciarla questa bellezza che non
si rovina, questa Bellezza che è casa ovunque io sia, quasi una patria tascabile, per
lasciarla albergare in quello che Amleto chiama il cuore del cuore dell’uomo, perché
niente e nessuno me la porti via e io sia suo e lei mia.

Allora proverò a frequentarla un po’ di più ogni giorno, nel silenzio. Le chiederò più
spesso di farmi visita nel bel mezzo della routine quotidiana, in metropolitana, in
bicicletta, a letto, nel traffico, in cucina e dovunque la vita ordinaria mi sorprenda.
Come quando si poggia l’orecchio su una conchiglia e si sente tutto il mare. E
aspetterò che Lei venga a trovarmi, lì nel bel mezzo della strada, o anche nel bel
mezzo di una notte oscura. Per poter dire con il poeta che «bellezza è verità e verità è
bellezza, e questo è tutto quello che abbiamo bisogno di sapere».

Adesso però metto in ordine la mia stanza…

Giorno dopo giorno


Giorno dopo giorno. Day by day. Dia tras dia.
Ogni lingua avverte la fatica del quotidiano nella ripetizione della parola “giorno”.
E se la parola “giorno” fosse l’unità di misura per la bellezza?
E se dobbiamo solo imparare, giorno dopo giorno, a colpire il buio fino a far
sanguinare la luce?
Che fatica, lo so. Però così non ci si annoia mai.
Giorno dopo giorno.
*

Baci nel tempo


“Che progetti hai?” chiese lui.

“Sopravvivere” rispose lei.

“Beata te”

La crisi tarlava tutto.

I dialoghi tradivano un certo compiaciuto e finalmente


lecito vittimismo, ma anche il cappuccino aveva la schiuma meno soffice, il
dentifricio pizzicava troppo come negli anni ’80 e la luce del sole era ridotta ad uno
strato lattiginoso sopra muri e tetti screpolati da altri soli un tempo ben più
consapevoli. Lui la baciò. I baci erano rimasti gli stessi.

Neppure la crisi era capace di cambiarli.

***

“Perché tra me e te metti sempre i tuoi baci?” chiese lei.


“Che vuoi dire?” rispose lui.
“Ci scontriamo sempre sulle nostre labbra.”
“Scontriamo?”
“L’anima a me si concentra sulle labbra quando ti bacio e da lì vorrebbe saltare
dentro la tua. Ma non la raggiungo mai.”
“Ci vai vicina?”
“Sembra ogni volta che questa cosa sia ad un passo da noi, ma poi…”
Lo baciò di nuovo. Di nuovo alla ricerca. Di nuovo.

***

Adorare: dal lat. ad + os-oris (bocca): portare la bocca a.

Tra i popoli antichi chi incontrava qualcuno ne afferrava un lembo della veste con la
mano sinistra e baciava la propria destra, indirizzando poi quel bacio
all’interessato. Come facciamo noi alle partenze dei treni dietro vetri impossibili da
perforare.

Per questo lei gli baciava sempre gli occhi. Sugli occhi soggiornava l’anima di lui.
Sapeva che era l’unico modo di adorargli l’anima: baciarla. E li baciò ancora, quando
lui li chiuse per l’ultima volta. E il bacio rimase sospeso, momentaneamente sospeso.

Come il loro amore.

Io Donna, 11 febbraio 2012

Due modi, anzi uno


Ci sono due modi di “vivere la vita” e uso
l’espressione di proposito. Perché due modi ci
sono per sentirsi viverla e per sentirla vivere:
controllarla o servirla, dominarla o accoglierla,
imprigionarla o amarla. E vale per tutti: dallo
scienziato all’insegnante, dalla madre
all’amico. Nella recente commemorazione
della Shoah ho riletto alcune parole di
Appelfeld che amo molto: «Nel ghetto e nei
campi di concentramento avevo visto la
bassezza, ma anche la generosità degli uomini. La bassezza era tanta e la generosità
poca, ma la mia memoria ha custodito proprio i momenti chiari e umani nei quali la
vittima superava il suo meschino egoismo e si sacrificava per il prossimo. Questi
pochi momenti non si limitavano a portare luce nell’oscurità: infondevano in me la
fiducia che l’uomo non sia un insetto… Ho fatto un conto: ogni uomo che si è
salvato durante la guerra si è salvato grazie ad una persona che, in un momento di
grande pericolo, gli è venuta in aiuto. Nei campi di concentramento non abbiamo
visto Dio ma abbiamo visto i giusti. L’antica leggenda ebraica, che dice che il mondo
continua a esistere per merito di pochi giusti, era vera allora come oggi».

Se ciò è stato vero nell’orrore nazista, vale in momenti della storia meno assurdi,
anche se critici e carenti di speranza. La vita è un compito di fronte al quale siamo
posti come esseri liberi, di fronte alla vita che emerge, in ogni sua forma, possiamo
scegliere: o imprigionarla per usarne o ammirarla e farla fiorire, servendola. Di
fronte ad un fiore blu in montagna, incastrato tra le rocce e il ghiaccio posso
scegliere: coglierlo per me o incontrarlo, stupirne come un dono da lasciare intatto.
Di fronte alla vita di uno studente posso scegliere il controllo perché faccia ciò che
voglio, o cercare di capire che unicità è venuto a portare sulla terra e mettermi a
fianco, proteggerla, difenderla, sfidarla. Da oggetto da modellare a soggetto ricco di
potenzialità. Così faceva mia nonna con le piantine ancora deboli: piantava accanto
un bastoncino che le aiutava a crescere dritte, verso la luce del sole. Più una pianta si
slancia verso l’alto più rende profonde le radici. Quando le ha affondate nella terra
che la nutre abbastanza in fondo da resistere alle intemperie, il bastone sparisce,
altrimenti ne limiterebbe la crescita.

Non è una forma di controllo, ma una forma di servizio. All’apparenza ruvido,


ingiusto, forse, ma alla fine capace di restituire la pianta a sé stessa, al suo migliore
slancio: «Perdonami se ti cerco così / goffamente, dentro / di te / È che da te voglio
estrarre / il tuo migliore tu. / Quello che non / vedesti e che io vedo, / immerso nel
tuo fondo, preziosissimo. / E afferrarlo / e tenerlo in alto come/ trattiene / l’albero
l’ultima luce / che gli viene dal sole» (Pedro Salinas). Davanti a un malato il dottore
può scegliere di estirpare o accogliere. Davanti all’embrione lo scienziato può
scegliere se congelare o riservare il calore di un grembo. Davanti ad un feto la
mamma può scegliere tra la sua vita e la propria vita, tra il controllo della vita del
bambino o il dono della propria al bambino.

Davanti alla propria vita un giovane può scegliere: controllare o donare,


imprigionarla o servirla. Ma potrà farlo solo se gli adulti che ha vicino gliel’avranno
messa sotto gli occhi come qualcosa di amabile e da servire, in sé e negli altri. Emily
Dickinson diceva che «non sappiamo la nostra altezza sino a che non siamo chiamati
ad alzarci in piedi». Da oggetti a soggetti. Ma avremo noi il coraggio di guardare la
vita? Quella vita che tra le ombre emerge, si slancia verso l’alto, a cercare la luce.
Avremo noi occhi capaci di vederla? E una volta vista, che cosa sceglieremo:
imprigionarla per soddisfare i nostri desideri (che poi non sono altro che desiderio di
divorare ciò che c’è aldilà del desiderio stesso), o chinarci a servirla, dovesse costarci
la schiena? E la vita la perdiamo di più controllandola o donandola?

Lo sanno i giusti. Chiedilo a loro. O al chicco di grano.

Avvenire, 5 febbraio 2012

*
Dio non si tocca
Qualche giorno fa parlavo con una mia alunna ed
è emerso il tema di Dio, con il quale – lei si
lamentava – non si può avere un rapporto vero,
perché non è “tangibile”. Nella nostra cultura
scientista (non scientifica, perché i grandi
scienziati hanno sempre ammesso l’esistenza del
mistero) esiste solo ciò che è sperimentabile, ciò
che è esperibile attraverso i sensi, dimenticando
che gran parte di ciò che riteniamo vero lo
crediamo per fiducia in chi ci testimonia qualcosa: credo che questi siano i miei
genitori senza bisogno di fare una prova del DNA, credo che l’Australia esista
nonostante non ci sia mai stato, credo che la composizione della materia sia
molecolare, atomica e subatomica, pur non avendo mai visto un elettrone in vita
mia… La nostra ragione aderisce alla verità tanto per fiducia quanto per prova diretta
dei sensi.

In coincidenza con questa chiacchierata sulla quale riflettevo in queste ore e riguardo
alla quale chiedevo qualche luce proprio a Dio, un amico mi ha mandato questo
raccontino di tradizione ebraica. Mi è sembrata la risposta di cui avevo bisogno.

C’è un piccolo racconto cassidico in cui Moshé aiuta una pastore a mungere le
pecore. La sera Moshé vedeva che il pastore prendeva la parte migliore del latte e,
riempita una ciotola, la metteva su un masso al lato del pascolo. Dopo qualche
giorno Moshé chiede al pastore cosa stesse facendo e il pastore gli spiega che il latte
era per Jahvè che la notte veniva a nutrirsi della sua offerta. Allora Moshé si
scandalizza delle parole del pastore, va nel deserto a pregare, e il giorno dopo
spiega al pastore che Javhé è puro spirito e che pertanto non può venire la notte a
bere il suo latte. “Questa notte nasconditi dietro un cespuglio e guarda bene cosa
succede, vedrai che non è Javhé a bere il tuo latte”. Arriva il buio e, mentre Moshé è
di nuovo nel deserto a pregare, il pastore obbedisce a Moshé e si accorge che –
effettivamente – nel cuore della notte arriva una volpe che, dopo aver guardato
prima a destra e poi a sinistra, va alla ciotola e lecca il latte. Il mattino dopo Moshé
chiede al pastore cosa sia successo e il pastore gli racconta la verità. Moshé si
accorge che il pastore è molto triste e gli dice: “dovresti essere felice invece: adesso
infatti conosci Jahvé molto meglio di prima perché hai imparato che è puro spirito”.
“Si – risponde il pastore – ma ora tu mi hai tolto l’unico modo di amarlo che
conoscevo”. Allora Moshé, dubbioso da aver fatto la cosa giusta, torna nel deserto a
pregare, e questa volta gli appare Jahvé che gli dice: “è vero che sono puro spirito
ma è anche vero che ero contento che il pastore facesse felice una mia creatura, la
volpe, che amava tanto quel latte”.

La “sperimentabilità” di Dio passa attraverso le creature.

Addirittura attraverso le cose, persino un po’ di pane e un po’ di vino, come ricorda
la festa per la quale oggi molti sono in vacanza.

*
Oggi è ogni giorno

Violento è l’amore, non un fatto sentimentale, un fatto che tocca solo i sentimenti,
ma un fatto ruvido e forte, un fatto che tocca lo spirito e la carne insieme e li unisce
anche quando si sono staccati, disuniti, frantumati.

E oggi l’amore mostra la sua violenza: ti prende e ti rimette in vita. Ti incolla di


nuovo. Con infinita pazienza, come i mosaici antichi.

E se vuoi lo fa ogni giorno. E se non vuoi sei tu che trasformi l’amore in violenza.
Non c’è scampo.

Non posso fare a meno di questo amore violento che ogni giorno, se voglio, mi rende
nuovo e pieno di risorse non mie e mie insieme. E che ogni volta che muoio, come
un seme, mi fa rinascere, come intuisce Van Gogh nel suo Lazzaro che esce da una
ferita della terra come un seme, morto e rinato.

Un Cristo inesorabile, violento e delicato, mi entra ogni giorno nella carne e nello
spirito.

Ogni giorno. Ogni giorno. Ogni giorno.

Questa vita non mi annoia, perché questo amore non mi annoia.

Lo ha detto meglio di me un poeta che ho avuto la fortuna di conoscere di persona.

Auguri a tutti quelli che hanno la pazienza di leggere questo blog!

Muore giovane chi è


caro agli dei
Ogni civiltà costruisce la sua cultura per
stanare o almeno frenare la silenziosa
implacabile tarma che la svuota dal di dentro
e ne corrode la sostanza vitale sino al
collasso: la morte. I Greci antichi opposero le
loro tombe ad argine dell’oblio di colei che
tutto rapisce. Chi moriva senza sepoltura era
costretto a vagare in un crepuscolo incerto tra
il buio e la luce, inquieto per il morto e inquietante per i vivi.

Chi rimaneva senza tomba cadeva definitivamente nel silenzio e non entrava neanche
nel mondo dei ricordi, l’unica immortalità che consolava l’assenza. Ma per entrare
nel ricordo bisognava aver lasciato il segno, per questo i Greci chiamavano la tomba
«segno», unico baluardo capace di pietrificare colei che pietrifica la linfa della vita.
Ma i Greci andarono oltre, e inventarono la poesia degli eroi. Anche la pietra delle
tombe può sgretolarsi, ma non le parole, unico vero segno che non si sbriciola: chi
entra nel canto per le sue gesta sul campo sarà ricordato per sempre. Così fu di
Achille che preferì morire giovane ma ricordato piuttosto che vecchio e dimenticato.
Il giovane eroe preferiva la sua bella morte, nel gesto estetico che riscattava l’orrore
della fine prematura, per questo un poeta osò dire che muore giovane chi è caro agli
dei. Era preferibile morire dando la vita sul campo ed entrare nella memoria sociale,
contribuendo all’unità culturale del gruppo, che scivolare nel silenzio dei senza
nome. Ma questo era privilegio di pochi, nell’aristocratica e greca sfida alla morte.

La morte di Piermario Morosini ha scosso le fondamenta dei nostri corpi perché ha


scosso le fondamenta stesse della nostra società senza argini alla morte, perché la sua
è una morte ben più democratica. Come tutte le morti di giovani ci costringe infatti a
ripartire da zero. È morto sul campo colpito da una divinità che sembra quasi essersi
accanita contro di lui come gli irosi dei antichi: orfano dei genitori, con un fratello
suicida e una sorella disabile. Tutti siamo rimasti inchiodati ad ascoltare le parole che
ci hanno raccontato, in una specie di canto epico in prosa, il vivere e il morire di
questo ragazzo, sempre sorridente e così simile a noi, sul campo verde della guerra
stilizzata del calcio.

La nostra società, se capace di affrancarsi del semplice voyeurismo a cui ci


costringono alcuni media (che ripropongono la morte di un giovane alla moviola
come fosse un gol), si ritrova unita e attonita di fronte all’unico grande mistero: che
cosa ci riscatta dalla morte? Morosini, come già Simoncelli, ci ricordano che non
siamo eterni – gli uomini sono come le foglie dice il poeta di Achille – e che saremo
stati, se riusciremo a vincere la morte.

Oggi come ieri merita la tomba e il canto chi muore da eroe, chi muore sul campo,
ma oggi diversamente da ieri può essere eroe chi muore sul campo della sua lotta
quotidiana, nell’eroismo che non accetta il compromesso, la raccomandazione, la
scorciatoia, la furbata, ma dà la vita onestamente, anche nel silenzio di un’officina, di
un’aula, di una cucina, di un ospedale.

Morosini, liberato dalla sua morte spettacolare, ci sveglia tutti. Ci ricorda che ognuno
dovrà affrontare Medusa e potrà sconfiggerla solo se sarà capace di sorriderle, come
sapeva fare Piermario anche fuori dal campo. Di questo eroismo quotidiano e
democratico, che il sacerdote del funerale ha chiamano santità, ha bisogno la nostra
cultura imborghesita e stanca.

La Stampa, 20 aprile 2012

Figlio dello Scirocco


Era d’estate. Nell’antica casa di Palermo in cui abitavo c’era una stanza, la più
interna e fresca: un’alcova di muri spessi. Quando spira lo Scirocco e l’aria diventa
gialla, si bagna il pavimento di quella stanza e ci si stende per terra, in mutande, la
guancia e i polsi incollati a terra, in croce. Non ci sono finestre, lì lo Scirocco non
può trovarti, perché lo Scirocco fa impazzire, ti viene “un colpo” se ti trova. È una
belva che scioglie le ginocchia e quando si avvicina c’è quel silenzio che hanno le
cose in equilibrio subito prima di crollare: un palazzo incendiato, prima di
precipitare; un bosco, prima del temporale; la terra, prima di un terremoto. I miei avi
hanno imparato a difendersi dalla bestia che soffia, nascondendosi in questa stanza
irraggiungibile, come il cuore. Infatti se quel vento ti entra nella testa vedi miraggi,
sei uno “sciroccato” si dice, però passa. Ma se ti entra nel cuore, sei fottuto: ti brucia
da dentro e ti inaridisce, come fa con gli alberi di arance.
Niente è più serio dello Scirocco nella mia terra. Nella stanza dello Scirocco non
resta che fare i conti con quello che si ha e quello che non si ha. Non c’è altro. Quello
che trovi in quella stanza, nudo, senza niente, ti salva. Forse per questo mia nonna
diceva sempre: Tri sunnu li putenti: u papa, u re e cu’ nun havi nenti. Ricordo i
discorsi sussurrati in quella stanza, anzi sono gli unici che ricordo. Un giorno, mentre
lo Scirocco mordeva l’aria estiva, screpolava le persiane, abbatteva i cani, parlai con
mio padre. Ero solo un bambino.

“Arriva”
“Chi?”
“Lo Scirocco”
“Come lo sai?”
“Il mare. Lo senti?”
“No”
“Appunto. Quando il mare rallenta e respira piano, le cicale impazziscono di paura e lo richiamano a
fare il suo dovere. Lui arriva”
“Chi?”
“Te l’ho detto, scimunito. Lo Scirocco”
“E che si fa?”
“Come il mare. Respira piano. Appoggia la guancia al pavimento: aspetta e ascolta”
“Cosa?”
“Storie”
“Che storie?”
“Storie d’amore”
“E perché d’amore?”
“Ne esistono altre?”
“Che ne so, storie di avventura, di battaglie, di mistero…”
“E per cos’altro si va all’avventura, si soffre e si risolvono indovinelli?”
“E tu quali storie sai, papà’”
“Una sola”
“Solo una?”
“Basta e avanza”
“E come fa?”
“C’è un ragazzo. Suo padre dice che sarebbe ora che si sposasse. Sua madre dice che sarebbe bello
piuttosto che si innamorasse. Suo padre dice che non c’è differenza. Sua madre dice che la differenza
c’è. Suo padre non dice più nulla, tanto sua moglie ha sempre ragione”
“E poi?”
“E poi s’innamora”
“E finisce così?”
“Perché c’è altro?”
“Lei com’è? Cosa succede?”
“Lei è tua madre. Lui le dice ti amo. Non c’è altro. I dolori, le cadute, le avventure, i misteri, le gioie
si dimenticano.”
“Ma di questo sono fatte le storie!”
“Non quando c’è lo Scirocco”
“Perché?”
“Quando c’è lo Scirocco bisogna andare all’osso”
“E qual è l’osso?”
“Quello che resta. Il mare. Il vento. Le stelle. La sabbia”
“E che fanno?”
“Lo sfondo”
“Lo sfondo?”
“Della commedia”
“Quale?”
“Quella di chi è innamorato”
“È una commedia?”
“Sì”
“Perché si ride?”
“No”
“E perché?”
“Perché finisce bene”
“E la tua storia come finisce?”
“Bene”
“E basta?”
“Sì”
“Neanche una lacrima?”
“Continuamente”
“Papà, ma che commedia è se si piange?”
“Figlio mio, che commedia è se non si piange?”
“Che cosa è questo rumore?”
“Quale?”
“Questo tum-tum. Sbattono le porte?”
“No. È il cuore, scimunito”
“Che ne so io che si sente il cuore nel pavimento…”
“Il giorno che non lo senti, vuol dire che lo Scirocco te l’ha bruciato. Quella è una tragedia…”
“Il mio è più veloce del tuo, papà, lo senti?”
“Lo so”
“Perché?”
“Perché ama poco”
“Perché quando ama rallenta?”
“Certo”
“E perché?”
“Perché non ha fretta”
“E poi?”
“E poi si ferma”
“Quando?”
“Quando non ha più fretta per niente”
“E quand’è?”
“Quando finisce la commedia”
“E che succede?”
“Si ride”
“Che è sto silenzio?”
“È arrivato, se senti il silenzio…”
“Beddamatri, fa scantari!”
“Lascia stare mamma. E poi non è una disgrazia…”
“Ma se bisogna nascondersi, parlare piano… Fa paura lo Scirocco”
“Tu sei figlio dello Scirocco”
“Io?”
“Era un giorno di Scirocco terribile, i fiori e i cani fuori morivano, e tua madre e io eravamo qui per
terra…”
“E allora?”
“Scimunito, a te lo Scirocco t’è rimasto in testa”

Maturità: un’anima antisismica


«Il silenzio della terra pareva fondersi con quello del cielo, il mistero terrestre si
congiungeva con quello stellare… Aljoša stava in piedi e guardava, e a un tratto,
come falciato, si prostrò per terra. Ad ogni istante sentiva in modo più chiaro e quasi
tangibile che qualcosa di saldo e d’incrollabile come quella volta celeste gli scendeva
nell’animo. Un’idea parve farsi largo nel suo spirito, e ormai per tutta la vita e per
l’eternità. Era caduto a terra debole adolescente, ma si alzò lottatore temprato per
tutta la vita, e subito lo sentì e ne ebbe coscienza, in quello stesso momento».
Si tratta di uno dei passi più belli di un romanzo-mondo, «I fratelli Karamazov».
Aljoša sembra sperimentare quei rari momenti in cui l’universo, pur con le sue forze
e movimenti caotici di eros e polemos, manifesta la sua armonia segreta all’uomo e
nell’uomo.

Dante aveva scritto di aver visto «legato con amore in un volume ciò che per
l’universo si squaderna». La letteratura dà nome a quello a cui aspiriamo: i momenti
di assoluta verità che ci conferiscono un posto nel mondo e ci rendono «lottatori
temprati per tutta la vita». Che cosa è la maturità se non questa capacità di affrontare
il mutevole corso delle cose forti di un’anima a prova di terremoto, che come tutte le
strutture veramente antisismiche ha la capacità di resistenza non nella rigidezza, ma
nella capacità di assecondare le oscillazioni delle scosse?

Maturità non è la durezza di chi vuole controllare la vita, ma la duttilità resistente di


una struttura che rimanendo sé stessa sappia accogliere gli smottamenti dell’esistenza
fino a farli suoi, per rendersi ancora più temprata al fuoco e al freddo dell’esperienza,
come si faceva un tempo con il ferro dolce delle spade per renderle fortissime.

Maturità è questo: lo svilupparsi di un’anima temprata, «salda e incrollabile» come la


volta celeste contemplata da Aljoša, eppure in continuo movimento ed espansione.
Come è mai possibile questo in 13 anni di percorso scolastico tanto da definire
l’esame che conclude il percorso «di maturità»?

Ad Alcibiade che afferma: «Conoscere se stessi molte volte, Socrate, mi è sembrata


una cosa alla portata di tutti, molte volte, invece, assai difficile», il maestro risponde:
«Tuttavia, Alcibiade, che sia facile oppure no, per noi la questione si pone così:
conoscendo noi stessi potremo sapere come dobbiamo prenderci cura di noi, mentre
se lo ignoriamo, non lo potremo proprio sapere».

Un percorso scolastico, unico in Europa – non solo per durata, ma anche per qualità –
come quello nostrano, ci potrebbe potenzialmente offrire gli strumenti per la scoperta
di questa struttura antisismica che è l’anima, e non quella di tutti e quindi di nessuno,
ma proprio quella di quel ragazzo e di quella ragazza in particolare in questo contesto
storico e culturale. In natura non esistono due cose uguali, non due fiocchi di neve né
due foglie dello stesso albero, figuriamoci gli uomini. Solo la violenza e il controllo
provano ad azzerare le differenze.

E la Scuola sembra a volte voler controllare, più che far sbocciare. Il percorso
iniziato in prima elementare e che ora si compie ha intercettato quella unicità, così
evidente nei bambini, per coltivarla, svilupparla, rafforzarla nelle varie tappe, così da
renderla capace di affrontare le innumerevoli variabili dell’esistere?

Hanno dialogato tra loro le diverse fasce scolari? E le famiglie sono state la
continuità del percorso o sono rimaste sullo sfondo, salvo i momenti della consegna
delle pagelle? Perché tanti ragazzi che affrontano la maturità non hanno neanche
deciso se andare all’università o meno? E se decidono di frequentarla spesso è perché
così fan tutti, dal momento che molti di loro non sanno ancora che facoltà scegliere.
Dopo 13 anni.

Quanto ci vorrà per cambiare un percorso scolastico che ancora si fonda su principi
di stampo ora comportamentista (a furia di fare una cosa, ricevendo il premio o la
correzione, impari la corretta sequenza d’esecuzione, come si fa per addestrare gli
animali o per i quiz della patente) ora innatista (l’intelligenza è una dote genetica
quantificabile da un QI, e i percorsi scolastici non sono altro che la conferma di
questi dati di partenza e chi la paga sono i cosiddetti «asini», che a volte erano
semplicemente dislessici, come lo erano Galilei, Newton e Einstein)?

Quando avremo un ministro talmente coraggioso da recuperare lo stile veramente


occidentale dell’educazione, cioè proprio quello socratico, funzionale non all’utile
immediato, ma a prenderci cura di noi e del mondo a partire dalla conoscenza di noi
stessi? Quando cominceremo a costruire percorsi scolastici personalizzati, seppur
nell’ambito di un curriculum come quello della Scuola italiana che non ha niente da
invidiare a nessuno per contenuti, sia a livello liceale che professionale?

A che cosa mi serve tutta quella matematica e letteratura se non a rendere abitabile la
vita che affronto tutti i giorni? A che cosa mi servono 13 anni di studi se non portano
alla maturità di chi sa prendere su di sé il peso delle cose, perché è e può essere un
«lottatore temprato» di quel bellissimo e sporco mestiere che è vivere?

Dostoevskij, come solo la letteratura sa fare, tiene insieme il paradosso e parla della
scoperta di qualcosa di definitivo, benché sia ancora tutto da vivere e sviluppare
nell’imprevedibile susseguirsi dei giorni, perché nel romanzo questo accade proprio
ad un ragazzo che abbandona l’adolescenza. Qualcosa, anzi qualcuno, che è già e
non ancora.

Maturità è avere l’anima a prova di terremoto. Dio solo sa quanto abbiamo bisogno,
nella situazione attuale del nostro Paese, di giovani capaci di resistere al fuoco e al
freddo delle controversie per rafforzare ancora di più la tempra delle loro anime a
non sbriciolarsi alla prima scaramuccia.

Ma siamo troppo concentrati sui problemi economici per ricordarci che la crisi
dell’economia è solo la manifestazione di una crisi più profonda: antropologica ed
educativa.

ps. in bocca al lupo, ragazzi!

Due modi di guardarsi


Nello sguardo rivolto ad una persona si può essere colti dallo stupore di una
promessa e lasciare che l’altro sia, afferrati dal desiderio di scoprire ciò che gli occhi,
confine tra corpo e anima, hanno lasciato intravedere.

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=JVuUwvUUPro[/youtube]

Oppure si può scegliere lo sguardo di chi usa, controlla, calcola, sfrutta.

[vimeo]http://vimeo.com/46304267[/vimeo]

L’uso che facciamo degli occhi dipende dallo stato cardiaco.


Un cuore vuoto usa gli occhi per controllare, usare, dominare.
Un cuore pieno per stupirsi, conoscere, amare.
Per questo usiamo espressioni come “vedere di buon occhio” o “lanciare il
malocchio”.
Noi siamo come guardiamo.
*

Il mistero dietro il mito di Sic


Per sentire il polso di una civiltà bisogna tastare
come affronta la morte e prova a redimersene.
I Greci antichi provarono a spezzare il
pungiglione alla morte trasformando la vita di un
uomo in ricordo: la sua tomba o il suo essere
narrato.

Aristocraticamente la morte era sopportabile e vinta solo per pochi eletti, quelli
capaci di morire eroicamente e meritarsi una pietra più dura della pietrificazione
della morte. L’alternativa era entrare nell’oblio assoluto. Non essendoci nulla di
buono dopo la morte, l’unica forma di vita-dopo-morte era essere posti a fondamento
della società, diventandone mito. Ma lo stesso Achille morto si dichiarerà sconfitto
nel faccia a faccia con Ulisse in visita nell’aldilà: preferirebbe essere l’ultimo dei
servi da vivo che il primo nel regno delle ombre. Lui che nel poema della
consacrazione eroica, aveva scelto in dono dagli dei una vita breve ma gloriosa,
piuttosto che lunga ma nascosta. Anche il mito vacilla sul ponte che unisce aldiqua e
aldilà. Iliade e Odissea sono costruite sul ricordo di pochi grandi, che però sottovoce
ammettono il fallimento, almeno per il morto stesso, di quella soluzione nobile e
aristocratica.

Poi la morte diventò più democratica col cristianesimo. Il pungiglione non veniva
spezzato solo per pochi, ma per tutti quelli che volevano. Non era questione di essere
eroi agli occhi della società, ma agli occhi di Dio, che scruta il cuore dell’uomo. Non
era più necessario conquistare Troia e magari morirne, per diventare eroe. Lo era
anche chi rimaneva a casa. Il quotidiano venne improvvisamente illuminato in ogni
suo angolo, perché la morte non aveva l’ultima parola, e il gesto eterno non era più
solo quello eroico e coraggioso, ma quello fatto con amore, spesso eroico e
coraggioso, proprio perché quotidiano come la carne di un Dio che sembra vivere e
morire come vivono e muoiono gli uomini, ma poi torna dalle tenebre della morte, a
dire, ribaltando Achille, che l’ultimo dei servi di qua è il primo dall’altra parte.

E oggi cosa accade nella nostra cultura post-moderna?

Ad un anno dalla morte di Simoncelli ricordo ancora il silenzio dei miei ragazzi il
giorno dopo l’accaduto. Parlavano a bassa voce come in un luogo sacro, eppure era
la stessa grigia classe di sempre. Era il silenzio di chi parla di una morte senza senso,
perché la sua direzione, il suo traguardo, si era spezzato proprio sulla strada che ne
doveva essere il compimento. Una promessa interrotta sul campo di battaglia. Un
destino tradito. E che cosa teme un ragazzo più di questo?

Eppure, paradossalmente, la morte di Simoncelli non ha paralizzato, ma ha dato vita


a moltissimi, suonando senza sosta la campana, perché ogni vivo non è un’isola, ma
il pezzo di un continente. Lo dimostra la sua foto usata da molti ragazzi al posto della
loro sul proprio profilo nei social network, punta dell’iceberg di molte altre
iniziative.

Ha qualcosa degli antichi Greci questo ricordo rituale e virtuale che prova a strappare
alla morte un giovane, scomparso quando ancora era una promessa. Ha qualcosa di
antico questo «cuore collettivo» che la rete ha creato. Non a caso la nostra epoca
viene definita di «oralità secondaria», un ritorno alla società orale di Omero, in cui il
racconto occupava la coscienza individuale creandone una collettiva, in una sorta di
metafisica fantastica, sopravvissuta nei bambini che ascoltano le favole. La nostra
oralità non è però verbale, ma digitale, fatta com’è di immagini digitali. Quelle della
morte di Simoncelli in diretta, quelle di lui sorridente con le braccia aperte e la
chioma al vento come il Centauro di un mito post-moderno.

Qualcosa dentro la rete, qualcosa dentro questo «cuore collettivo e digitale» non
vuole lasciare andare Simoncelli, come facevano gli antichi con la loro poesia eroica
e le loro tombe. E quella memoria, ieri come oggi, faceva da collante e da paradigma
sociale: ieri di un eroismo aristocratico da imitare, oggi di qualcosa di diverso. Di
che cosa mi chiedo.

Forse della paura che la vita sia una promessa che si interrompe, un’illusione che la
morte spazzerà via quando meno te lo aspetti, anzi forse proprio perché non te
l’aspetti. L’emozione collettiva crea un talismano per allontanare, almeno
allontanare, il pungiglione della morte. La memoria sociale testimonia il desiderio di
eternità e la ribellione contro una vita dal copione tragico. In un ritorno aristocratico,
il caso unico o raro di pochi aggrega una società senza verità condivise, che alla
ripetizione rituale e virtuale del ricordo si abbarbica. La morte ordinaria, silenziosa e
democratica, quella del vicino di casa, l’abbiamo rimossa, nascosta, obliata. Per
questo, soprattutto i giovani, non possono fare a meno di creare memoria e senso,
cioè un codice culturale, attorno a una morte «eccezionale», che poi di eccezionale –
a rifletterci – non ha nulla, se non la sfortuna. Un codice culturale che crea senso e
memoria sull’emozione, per quanto possa sembrare paradossale.

Un poeta purtroppo troppo poco conosciuto in Italia scrisse una poesia attorno ad un
suo amico morto sotto i suoi occhi: «Se lui si fosse mutato in pietra / in una pesante
statua di marmo / indifferente e dignitosa / che sollievo sarebbe stato». Non vuole
vederlo precipitare nel nulla e preferirebbe pietrificarlo nel freddo marmoreo di una
statua. «Sic» non è un mito dei morti, ma un mito dei vivi, necessario ad avere un po’
di quel sollievo. Perpetuarne l’emozione in una sorta di pietrificazione digitale
lenisce la sete di eternità. O la rinvia a data da definire. «Sic», come l’amico morto
del poeta, ci interpella, con il suo «piccolo fagotto di ruvido mistero» (Z. Herbert, Il
Signor Cogito). Il mistero chiuso in un fagotto interroga inesorabile la «mente
collettiva» nascosta e confusa dietro al «cuore collettivo»: basterà pietrificare
l’emozione e perpetuarla, basterà un talismano digitale, basterà un mito tragico e
socializzato dalla rete a spezzare il pungiglione della morte?

La Stampa, venerdì 19 ottobre 2012

Esci fuori e guarda


Può uno scultore scolpire le stelle?
No. Sarebbe Dio stesso.

Ma quello che uno sculture può fare è scolpire la nostra


relazione con le stelle, come ha provato a fare Arturo
Martini (potete vedere qualcosa al Museo del ‘900 di
Milano). Lo sguardo rivolto verso l’alto sino a farsi
venire il torcicollo.

L’attesa che qualcosa accada, che un senso piova su di


noi da quella luce che appartiene al passato, tanto è
lontana. La speranza che tutta quella gratuita bellezza di
galassie sia segno indelebile di una promessa.
[A. Martini, Le stelle]

Forse per questo il Dio della Genesi per firmare la sua promessa ad Abramo «poi lo
condusse fuori e gli disse: guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle» (Gen
15,5)

Il Dio della Genesi firma la sua promessa con un cielo stellato. Conduce il povero
pastore errante fuori dal suo ristretto giro di cose e gli dice: guarda. Questo sono io: ti
prometto che ti amo. Guarda. Però esci fuori dal tuo ristretto giro di cose.

Siamo ciò che guardiamo. E chi guarda le stelle sente l’eco di una promessa.

In questa giornata in cui – che ci crediate o no – i Re Magi raggiungono un bambino


per essersi fidati di una stella, vorrei anche io uscire fuori dal mio ristretto giro di
cose, da ciò che mi ostino a guardare: le mie sicurezze, le mie paure, i miei
fallimenti, le mie illusioni.

Oggi è il giorno che porta via le feste. O forse, è il giorno che porta la festa dentro i
giorni ordinari che cominciano.

“E quindi uscimmo a riveder le stelle”. Così esce Dante dall’inferno. Così si esce dai
propri piccoli o grandi inferni: a costo di un po’ di torcicollo.

Per questo siamo fatti, per le stelle, più che per i nostri schermi, esteriori e interiori.

…se gli altri animali contemplano a testa bassa la terra, /


la faccia dell’uomo l’ha sollevata, ordinò che vedesse /
il cielo, che fissasse, eretto, il firmamento…
(Ovidio, Metamorfosi, I)

*
Non sappiamo più giocare alla vita: bariamo
Gli uomini non corteggiano più le donne. Diventiamo cinici: non ne vale la
pena, tanto poi finisce. Eppure non c’è gioco più bello dell’amore. Non comincia
tutto con un gioco di sguardi per diventare poi un gioco di anime? Però non ci riesce
più di stare al gioco.

Il gioco è una delle finestre aperte per scandagliare il guazzabuglio sociale del cuore
umano. Il gioco è un’isola perfetta, un territorio circoscritto da regole precise in cui il
rischio – a differenza della realtà – è controllato e non può farci troppo male. Sono
proprio le regole e la fiducia negli altri che rendono appassionante e libero il gioco,
che finisce infatti quando uno bara o dice “non gioco più”. Così è per ogni gioco:
soprattutto quello dell’amore. Ma andiamo con calma. Oggi ci sono altri giochi che
ci rivelano la fatica che facciamo a giocare la vita “sul serio”.

Prima c’è il grande gioco di ruolo globale: Facebook. Un gioco in cui uno fa la parte
di se stesso, indossa la maschera di sé, grazie a foto in cui è più bello di come appare
nella realtà e scrive frasi più intelligenti di quelle che pronuncia nella realtà.
Appartiene alla categoria di giochi in cui impersoniamo qualcun altro. Da bambini
diventavamo il dottore, la maestra, la mamma, il pompiere. Oggi diventiamo il
profilo di Facebook. Il bambino che fa il pompiere non vuole fare il pompiere, ma
vuole fare l’adulto, imita le cose che fanno i “grandi”. I nostri profili di Fb imitano
chi noi vorremmo essere da “grandi” (non adulti, “grandi”, “magni” come
Alessandro e Carlo). È un gioco antico: oscillare tra reale e ideale, tradendo spesso il
primo a favore del secondo, con tutti i rischi di don Chisciotte e Madame Bovary.
Certo lo facciamo per farci amare, farci amare un po’ di più: infatti essere un po’ più
amabili ci fa credere di essere un po’ più amati. Le bacheche di Fb sono facciate
immacolate, ma il ritratto, come Dorian Gray, è nella soffitta della nostra anima. E
un giorno per farci amare davvero dovremo mostrare anche quello, con le sue
brutture, a nostro rischio e pericolo.

Poi c’è Ruzzle. Abbiamo le parole e le parole dimorano, crescono e maturano nelle
poesie e nelle pagine di prosa. Quando le troviamo brillano come pepite in una
miniera. Le riconosciamo come un gioiello smarrito nell’angolo di un cassetto. Oggi
leggiamo un po’ meno, anzi oggi leggiamo meno poesie e meno pagine di prosa di
quelle che salvano le parole. Certo, ci informiamo moltissimo, ma finiamo con
l’usare sempre le stesse parole e magari lasciamo entrare nella nostra anima mostri
come endorsement (che poi “appoggio” non suona tanto male). Ruzzle segnala sulla
carta geografica dell’anima la nostra nostalgia per le parole: ci mancate, parole.
Tornate, parole, per favore, a dirci chi siamo e come siamo. Ruzzle non è altro che il
vecchio Cose Nomi Città. Giochi antichi, nomi (affari) nuovi.

E poi c’è il gioco del calcio: l’agon, la battaglia. La vita è lotta e il calcio oggi ne è la
sublimazione più comoda e spettacolare. Dal divano di casa si lotta bene. Un agone
senza agonia, a tutte le ore del giorno. Che cosa c’è di meglio di lottare senza sudare
ma provando le stesse emozioni?

Certo c’è anche l’azzardo: il gratta-e-vinci, il bingo, le slot-machine e tutto quella


categoria di giochi che ci ricorda che la vita è una lotta contro il destino. Non c’è
merito che conti, ma puro caso a cui abbandonarsi finanche a naufragare, come
purtroppo succede ai ludopatici, vittime del destino che hanno sfidato.
Da ultimo ci sono i giochi della vertigine: quelli che piacciono ai giovani, quelli che
portano a perdersi per ricordarsi che nella vita non vorremmo avere regole,
infrangendo persino quelle assolute. Ogni sballo che sfida la ragione e l’istinto di
conservazione: dal bungee jumping a chi beve più birre. Giochi che possono portare
a giocare la vita, fino a perderla.

I giochi del nostro tempo ci dicono chiaro che noi vogliamo “giocarci la vita” e
vogliamo che gli altri “giochino sul serio”, ma allo stesso tempo ci rivelano che
spesso ci accontentiamo di prenderci gioco della vita: insomma bariamo. E invece
avremmo bisogno di essere veri giocatori e non bari della vita: giocare un po’ di più
nel quotidiano e con le persone che abbiamo accanto. Fare un amore più vero,
tornare a corteggiare senza sfumature di grigio, leggere una bella poesia e magari
impararla a memoria, essere persone amate e non solo amabili profili, accettare
l’agone senza il divano, lavorare in modo più giocoso e azzardare qualche scelta
invece di lamentarci sempre della sfortuna.

Non ho dimenticato l’amore, il gioco dei giochi. Il gioiello più fragile e prezioso
della vita, che per indossarlo infatti incastoniamo giorno per giorno nell’oro dei riti.
Eppure sembra che il galateo dei sentimenti stia sparendo. Non sappiamo più giocare
come si deve. Non sappiamo più arrossire, corteggiare, sfiorare, cercare parole,
ricordare un anniversario e fare una sorpresa. Compriamo subito, afferriamo subito,
dimentichiamo subito. Ci prendiamo gioco dell’amore, bariamo, per poi scoprire che
ci siamo giocati la felicità. E finiamo col nasconderci dietro un cinico e dolorante:
non gioco più.

La Stampa, 29 gennaio 2013

Pranzi di futuro con


gli studenti
In queste ultime settimane ho organizzato i
“pranzi di futuro”. Per due giorni alla
settimana le lezioni terminano alle 14, così mi
fermo a pranzare al bar della scuola e lascio
che i miei studenti di quinto anno, se vogliono,
a turno, mi facciano compagnia nel mangiare
un panino e mi raccontino che scelte stanno
maturando o hanno maturato sul dopo
maturità. Li ascolto e faccio loro da specchio,
aiutandoli a diradare incertezze, paure e pressioni familiari o culturali.

Molti di loro sono più preoccupati di fallire che pieni di entusiasmo per l’inizio di
qualcosa di nuovo. Tali sono le pressioni dell’ideologia stritolante del successo come
riconoscimento della folla, che la paura finisce con l’offuscare la chiarezza della loro
vocazione professionale che si è mostrata almeno parzialmente nel corso di 13 anni
di scuola, dei quali ho assistito agli ultimi, i più importanti in questo senso. Devo
sempre ricordare loro che il successo non è negli occhi degli altri, ma nell’essere se
stessi.

La scuola spesso allena a superare prove e non alla vita, a cui ci si allena solo con
una progressiva conoscenza di se stessi (limiti e talenti) e scelte conseguenti.
Shakespeare scriveva che “quando l’anima è pronta, allora le cose sono pronte”. La
paura di ragazzi che non riescono a scegliere è frutto di un’anima che si sta ancora
cercando, molti invece sono più sicuri della scelta e ne hanno sì paura, ma proprio
perché è la sfida nuova della loro vita: riuscirò a realizzare il mio talento? L’anima è
pronta, le cose a poco a poco, con sacrificio e passione, lo diventeranno.

Potremmo provare a impostare il lavoro educativo in chiave di talenti invece che di


pratiche di addestramento, necessarie sì, ma non sufficienti. Che me ne faccio di un
ragazzo che sa affrontare un test e non sa neanche se quel test è quello che gli serve
per realizzare la sua vocazione professionale e portare a compimento i germi di
destino che ha intravisto negli anni di scuola?

Vorrei allora riferirmi ad una parabola spesso dimenticata, forse per il suo contenuto
poco poetico rispetto a gigli, seminatori e alberi da frutto: “Chi di voi, volendo
costruire una torre, non si siede prima a calcolare la spesa, se ha i mezzi per portarla
a compimento? Per evitare che, se getta le fondamenta e non può finire il lavoro, tutti
coloro che vedono comincino a deriderlo dicendo: “Quest’uomo ha cominciato a
costruire e non ha potuto finire”. Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro
re, non si siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli
viene contro con ventimila? Se no, mentre quello è ancora lontano, gli manda
un’ambasciata per chiedergli le condizioni di pace” (Lc 14 28-32)

Mi è sempre piaciuta questa doppia parabola perché non fa sconti. Cristo sta parlando delle
caratteristiche di chi vuole seguirlo, quindi proprio di un discorso “vocazionale”: chi vuole
intraprendere qualcosa di grande, unico, nuovo, non può improvvisare. Sono fermamente
convinto che per laici che vivono in mezzo al mondo, la strada per realizzare la propria vita è
quella di vivere in pienezza la propria vocazione professionale, cioè il fiorire dei talenti,
lettere di un alfabeto divino nell’umano, che gradualmente impariamo ad usare.

Egli pone Adamo nel giardino perché “lo coltivi e custodisca” prima del peccato originale. Il
modo di stare nel creato per l’uomo è coltivare e custodire il giardino: sviluppare le
potenzialità intrinseche alle cose ma non ancora espresse (coltivare) e proteggere quel
compimento (custodire). Proprio a partire da quel pezzo di mondo possiamo dialogare con
Dio e fare intravedere agli altri la bellezza di questo dialogo nel quotidiano. Nella Genesi
infatti si dice che Dio passeggiava con l’uomo nel giardino alla brezza della sera: quel
giardino che l’uomo lavorava e custodiva.

Per questo credo sia così importante che un ragazzo trovi il suo pezzo di giardino da
coltivare e custodire. Ma per far questo Cristo dice chiaro e tondo che bisogna sedersi a
considerare mezzi a disposizione, fare calcoli e prendere decisioni: altrimenti saremo degni
delle risate altrui (torre incompiuta) o sconfitti (guerra persa). Nella fede come nella vita è
interpellato tutto l’umano: non possiamo improvvisare, basarci su emozioni passeggere o
obbedire ad assurdi copioni culturali per le scelte professionali. Ne va dei nostri talenti e
quindi del nostro stesso dialogo con Dio, che si sostanzia di quei talenti. Mi fa sorridere
quando qualche ragazzo mi dice che Dio non parla, non dice niente. Io rispondo: parla anche
troppo, nel quotidiano. Attraverso un libro, le parole di un amico o di un passante, ma
soprattutto attraverso i nostri desideri, le nostre idee, i nostri limiti, i nostri talenti. Un
cristianesimo fatto di cose straordinarie rischia di essere vuoto, disadattato rispetto alla
storia, bigotto. Nell’ordinario di Dio ce n’è persino troppo. Basta avere i sensi aperti.

Dante avrebbe detto che una rosa dà gloria a Dio essendo rosa, un uomo essendo quell’uomo
che Dio ha sognato prima che quell’uomo fosse. La rosa lo fa e basta e tutti rimaniamo
incantati di fronte alla sua grazia. Un uomo, a differenza della rosa, è libero di farlo e noi
rimaniamo più o meno incantati di fronte al compiersi di quella stessa grazia. O disincantati
e addirittura feriti se quella grazia sparisce o è violata, come una rosa sfarinata sotto il tacco
di chi non crede più nella bellezza.

I pranzi di futuro per me non sono altro che sedersi a considerare, con quello studente, come
costruire la torre, come affrontare il nemico.

Solo se l’anima è pronta, allora le cose sono pronte. E il futuro fa meno paura.

ps. l’immagine è un dipinto di una mia collega di storia dell’arte, che di pari passo
con l’insegnamento coltiva il suo talento di artista.

Com’è ‘sta storia del talento?


Nel post del 18 aprile ho affrontato il tema del
talento attraverso l’immagine del giardino da
custodire e coltivare e la necessaria preparazione
per farlo, alla luce delle storie della torre e della
guerra. I vostri numerosi e accesi commenti mi
hanno fatto capire che si tratta di un nervo
scoperto, del vero buco della formazione
scolastica. Per questo proseguo la riflessione,
con qualche spunto pratico.

Il talento. Parola ambigua che oscilla tra una


specie di privilegio concesso a pochi fortunati da
invidiare e un generico, fino a scomparire, dono che tutti abbiamo per il solo fatto di
respirare. Vere, ma inutili, entrambe le interpretazioni.

Qualche giorno fa un ragazzo di 17 anni mi ha chiesto come fare a scovare il suo talento.
Sono molti a scrivermi al riguardo, dato che ne parlo molto sul blog, nei libri (come sogno
nel primo come coraggio nel secondo), articoli e incontri.

Che cosa è questo talento, tanto in voga oggi grazie al seguito planetario dei “talent
show” che lo riducono a quei 15 minuti di visibilità di cui parlava Warhol,
confondendolo quindi con il successo di pubblico?

Dopo cinque anni di scuola con i miei ragazzi che, per continuità didattica, ho la
fortuna (mia, non loro) di seguire dal primo anno alla maturità, posso dire con
discreta certezza quale sia il loro talento: il loro modo di stare al mondo.

Il talento è la forza di gravità che porta un uomo e una donna ad occupare il proprio
posto nel mondo, perché è il suo modo unico e irripetibile di relazionarsi con il
mondo (il creato, gli altri, Dio).
Un mio amico architetto mi ha spiegato qualche giorno fa che il suo “talento” è nato
dal fatto che, avendo perso il padre da bambino ed essendo il maggiore, ha dovuto
risolvere mansioni spesso paterne in famiglia. Che c’entra con l’architettura? Una
delle prime cose che gli capitò di dover risolvere ancora dodicenne fu un trasloco e
toccò a lui ricostruire in pianta la nuova casa e collocare i mobili della vecchia, così
da capire cosa portare, dove collocare ogni pezzo. Una mancanza lo ha reso creativo.

Il talento è un insieme complesso di caratteristiche maturate durante l’infanzia


(soprattutto) e l’adolescenza (il loro emergere), frutto di predisposizione naturale e di
fattori ambientali, che non si ripetono mai due volte, neanche in due gemelli.

L’esempio del mio amico mostra che la privazione genera creatività. Si sa che il
bambino privato di qualcosa è costretto a mettere in atto la sua immaginazione per
risolvere il dolore. Se un bambino chiede un secondo gelato e i genitori pur di non
sentirne i capricci glielo comprano non solo lo viziano, ma gli tarpano le ali. Chi ha
tutto non comincia mai la ricerca, perché non mette in moto l’immaginazione, la
creatività, la sua relazione con il mondo a partire dalle proprie risorse interiori. Se i
genitori resistono il bambino dovrà trovare altro per occupare il suo “bisogno” e
lenire il dolore, magari sarà un gioco inventato sul momento: un mazzo di chiavi che
diventa un amuleto, un bastone che diventa una spada. I bambini che hanno tutto e
hanno tutto il tempo pieno, che non si annoiano mai, sono atrofizzati nella loro
creatività, riempita dall’esterno e mai sgorgante dall’interno. E lo stesso vale per i
ragazzi rimpinzati di oggetti e tempi pieni. Quelli che non si annoiano mai, sono
fregati: il loro processo creativo, cioè lo scavare e scovare le risorse dentro di sé e
non fuori, per arginare il vuoto e il nulla, rimane bloccato.

“Lasciate che i bambini vengano a me”, indica la necessità di essere bambini per accedere a
Dio. Solo il bambino che è in noi può accedere, perché suo è il regno dei cieli, cioè il luogo
in cui la chiamata di Dio, con i talenti ricevuti, è evidente. Purtroppo poi gli uomini a cui è
affidato il talento di altri possono rovinarlo, schiacciarlo, distruggerlo, standardizzarlo.

Il mio amico architetto mi spiegava che il suo non è altro che un modo di rapportarsi
al mondo, di guardare le cose, maturato da quando era bambino e che lui non fa altro
che applicare a tutto lo spazio circostante, con l’idea di metterlo in ordine e di
renderlo funzionale per gli altri.

Il talento è cristallino nei bambini: basterebbe guardare un bambino per intercettarne


a livello seminale e potenziale il talento che lo porterà ad occupare il suo posto nel
mondo. E attenzione non sto parlando di posto di lavoro, ma di centro della propria
esistenza che andrà coltivato indipendentemente dal lavoro che poi si riuscirà ad
ottenere.

Per questo chiedo ai miei ragazzi in crisi di futuro di stilare una lista di “10 cose che
amano fare” e di “10 cose che sanno fare”. Se qualcosa tra le due liste coincide ecco
emergere il talento. Si può amare ballare ma essere scoordinati: non si ha talento. Si
può saper ballare ma non amare farlo: non si ha talento. La scrittrice Flannery
O’Connor a chi le chiedeva perché scriveva racconti rispondeva: “Perché mi riesce
bene”. E amava farlo più di ogni altra cosa. I risultati sono capolavori.

Una volta trovato il talento si tratta di chiedersi: chi può aiutarmi a coltivarlo? Qual è
il posto migliore per coltivarlo? Maestri e luoghi: andare a bottega. Sogno una scuola
costruita su queste basi.
A quel punto il futuro è solo questione di fortuna, che come dice Seneca “non esiste,
esiste il momento il cui il talento incontra l’occasione”.

Col talento non (sempre) si mangia, ma si vive


Ed eccoci alla terza puntata del percorso intrapreso nella complessa ed entusiasmante
selva del talento.

Non dobbiamo correre il rischio di confondere il talento con la professione. Quando


incontriamo una persona per la prima volta, gli chiediamo: che fai?

È vero, il fare – oggi più che mai purtroppo – definisce l’essere come sua lampante
(e non esaustiva) manifestazione, ma se avessi posto questa domanda ad un mio caro
amico qualche anno fa mi avrebbe risposto: l’impiegato in banca. Dopo cinque anni
di studi di economia era felicemente sistemato. Ma soffriva come un cane, il suo
talento era altrove, non nella sicurezza economica. Così ha mollato tutto per
dedicarsi alla sua vera vocazione e talento, con tutti i rischi del caso, trattandosi del
mondo delle storie e dei fumetti. Adesso guadagna meno di prima e probabilmente
lavora anche di più di prima, ma è contento.

Il talento riguarda l’essere non il fare (anche se il fare ne è fortemente determinato).

Imbarazzante forse, ma giusto, sarebbe chiedere ad una persona: tu chi sei? Cioè,
secondo la definizione che del talento ho dato: quale centro di gravità fonda, attrae e
nutre la tua vita?

Il talento riguarda l’essere: è un modo di stare al mondo e di relazionarsi con il


mondo, gli altri, Dio. Il lavoro è una parte importante ma non totale di questa
relazione. Molti sono costretti dalla vita a svolgere lavori non rispondenti al loro
talento, ma non smettono di coltivare quel loro sguardo sapendo che è l’unico modo
di affrontare tutto il resto. Chi ha la fortuna di unire professione e talento ha il
privilegio di poter rispondere alla domanda “che fai?” con un “chi sono”.

Un mio amico che si occupa di cinema mi ha raccontato che la sua passione per il
cinema è cominciata da ragazzino. Nella sua famiglia si leggeva molto. Tutti tranne
lui, che per questo era la pecora nera: leggeva la prima pagina di un libro e poi
preferiva immaginarne il seguito. C’era in soggiorno uno scaffale pieno di numeri di
una rivista che dedicava alcune pagine alle recensioni dei film. Così si divertiva a
leggere quelle recensioni e a immaginare il film, dato che il cinema del suo paesino
non proiettava un granché. Ancora una volta, come spiegavo qualche tempo fa, una
mancanza diventa fondamento di un talento. Si è laureato e dottorato in cinema e da
poco è stata pubblicata la sua bellissima tesi di dottorato. Si occupa di critica
cinematografica e scrive storie per il cinema. Ed è felice, nonostante la crisi e
l’ambito di cui si occupa sia ancora più in crisi.

Chi ha coraggio e fortuna di portare fino in fondo il suo talento perseguendolo a


livello anche professionale rischia di essere felice. Il lavoro lo alimenta anziché
logorarlo e basta. Ma non a tutti è dato questo privilegio di guadagnare con l’aria che
amano respirare. È quindi necessario scoprire il proprio talento e coltivarlo per tutta
la vita, indipendentemente da ciò che nella nostra vita servirà a campare. Perché
anche l’anima deve campare ed è proprio il talento che le consente di farlo, perché il
talento è l’alfabeto di cui Dio ci ha dotato per dialogare con lui attraverso il pezzo di
mondo che ci è affidato.

Chiaramente questo tipo di “coltivazione di sé” – se non ha paletti professionali e non è


retribuita – è più minacciata dalle urgenze della vita, e proprio per questo va difesa con
forza.

Ho una collega di storia dell’arte che non ha rinunciato a dipingere e sta realizzando
varie mostre in giro per l’Europa; un collega di lettere appassionato di ebraico, lo sta
imparando e passa regolarmente qualche mese a Gerusalemme a studiare i testi
biblici nella lingua originale; una collega dedica molto tempo al volontariato con i
bambini; un amico commercialista cura il giardino di casa come fosse l’eden; un
collega di storia e filosofia ogni weekend scala montagne e ghiacciai con moglie e
figli…

Tutte le volte che chiediamo ad una persona “chi sei?”, inevitabilmente ci parlerà del
suo talento. Credo che nella scuola una parte considerevole dello sforzo educativo
dovrebbe passare da questa domanda, per poi coltivare e proteggere quel centro di
gravità, minacciato spesso dai copioni dettati dalle pretese certezze sul futuro, dalle
aspettative familiari e culturali, dalla semplice contingenza della vita. Dimenticare il
proprio talento è la vera minaccia alla nostra vita, perché è la vera minaccia alla
nostra anima. Quando una persona parla del suo “talento” è capace di affascinare
chiunque, perché è come una rosa fiorita: ti imbatti in lei e non puoi non guardarla.

Se si chiedesse ad una rosa: che fai? Risponderebbe con il chi sono: la rosa. A questo
dovremmo guardare.

E sul talento non finisce qui.

***

Consigli inattuali per la maturità


Se Freud fosse stato italiano avrebbe dedicato gran parte del suo trattato
sull’interpretazione dei sogni all’esame di maturità.

La sogniamo per tutta la vita, al contrario di altri esami che dimentichiamo


un mese dopo averli sostenuti. No, la maturità è incubo per la vita, un incubo
capace persino camaleonticamente di aggiornarsi. Se un tempo sognavo di
dover sostenere l’interrogazione di matematica al posto di quella di greco (la
mia maturità era quella da due materie con i commissari esterni),
recentemente ho sognato che dovevo sostenere l’interrogazione di greco con
la fu ministra Fornero che, di fronte al mio mutismo, stizzita mi garantiva che
avrei pagato più tasse.

L’esame di maturità: un incubo multiforme, proiezione e sintesi di mille altre


paure che si sedimentano nei meandri dell’inconscio sotto forma sognata di
cangiante commissione inquisitoria e di sempre e comunque fatale
inadeguatezza del candidato. Non c’è via di scampo, non ci sono consigli che
vi salveranno da quest’esame. Ve la farete sotto, almeno un poco. Ed è giusto
così.

Sì, perché non se ne può più di consigli per lenire la sofferenza fisica e
psichica quasi si trattasse di un orrore. Quella sofferenza, quella paura, sono
giustificate. Perché? Perché si tratta del primo vero serio esame della vita. E
la vita è dolce e amara, altrimenti annoierebbe.

Non vi darò consigli su come allentare la tensione: tisane oppiacee, ore di


sonno calcolate da algoritmi salutisti, trucchi per suggerire degni del miglior
illusionista. Queste cose le sapete prima più e meglio di me. Ogni generazione
ha trovato i suoi stratagemmi per superare queste Scilla e Cariddi senza
lasciarci la pelle, lo scafo magari sì, ma la pelle no.

Il consiglio è uno solo ed è inattuale: studiate.

Studiate meglio e più che potete.

Preparate la tesina come un vero e proprio capolavoro, come se doveste


scolpire la Pietà michelangiolesca.

E non fatelo per il voto o per fregare la commissione.

Fatelo per voi, per essere all’altezza di 13 anni di studi che vi hanno portato
fino a lì e – si spera – vi trampolineranno nel futuro.

Fatelo per i vostri genitori che per 13 anni vi hanno seguito e hanno sofferto
con voi, sobbarcandosi colloqui, ansie, paure e solenni incazzature.

Fatelo per i vostri insegnanti, quelli bravi, quelli che in questi 13 anni vi
hanno dato qualcosa che non dimenticherete e che voi avete l’obbligo gioioso
di restituire.

E ricordate il verso di Shakespeare che ho usato come motto per la maturità


dei miei ragazzi: “Quando l’anima è pronta, allora le cose sono pronte”.

Ma gli incubi li avrete lo stesso.

GRAZIA, 14 giugno 2013 (Font Georgia 12)

*
Semplicissima felicità
Nell’atrio della mia scuola alla fine
dell’anno è apparso un albero, con il tronco
e i rami di compensato e le foglie di carta
multicolore. In cima all’albero è scritto:
«Felicità è…». In ogni foglia è contenuta la
risposta di un bambino della scuola
materna.

Mi sono fermato a leggere una per una


quelle foglie, quasi fosse il responso
nell’antro della Sibilla cumana. E ho
scoperto che la felicità per i bambini non
solo è semplicissima, ma è soltanto
relazionale. Tutte le foglie sono dedicate ad
altri: familiari e amici. Nessuno di quei
bimbi è felice da solo. Le foglie sono, per
la maggior parte, dedicate ai genitori, ai
padri in particolare: felicità è «quando papà
mi gonfia un palloncino e giochiamo
insieme», «quando papà mi fa il solletico». Felicità è: padri che giocano con i figli.

Mi sono reso conto che la mia felicità non era all’altezza di quella di quei bambini.
La mia felicità è molto più complicata, assomiglia a un contenitore pieno di oggetti
nuovi, di luoghi da vedere e di eventi futuri. È tutta coniugata al futuro e all’assente.
Invece la felicità dei bambini non ha tempo e non ha spazio, anzi, meglio, ha il
presente come unico tempo e la presenza come unico spazio. È relazionale, non
individuale. Quanto tempo la cultura in cui sono immersi questi bambini ci metterà a
cambiare il loro modo così chiaro e univoco di essere felici? C’è un antidoto per
proteggere quella felicità così raggiungibile, così a portata di mano, rispetto alla
felicità dettata dal consumismo?

Il consumismo è un implacabile dispensatore di felicità, infatti è «la prima vera


possibilità di liberarci della resistenza della realtà», dice Bauman. Basta trovare il
negozio giusto. Oggi ogni negozio è una farmacia in cui lenire i dolori che la buona
vecchia natura ci infligge con i suoi uragani, terremoti, solleoni, monsoni, umane
bassezze, tradimenti e cuori spezzati. Basta scegliere il negozio giusto e rimettiamo a
posto la relazione dolorosa con la realtà, scegliendo l’oggetto che salverà la nostra
frustrazione, rispondendo come noi ci aspettiamo, soddisfacendo senza fallo le nostre
aspettative. Siamo diventati soggetti che comprano oggetti che finalmente
rispondono perfettamente. Non importa che la nostra capacità di guardare negli occhi
la realtà e gli altri si sia dimezzata, perché siamo impegnati a guardare lo smartphone
che risponde perfettamente all’ansia di controllo e al desiderio di trascendere se
stessi. La tecnologia sostituisce egregiamente quel mondo naturale, colpevole di
essere troppo indifferente ai nostri desideri.

Infatti non si fa in tempo a crescerli questi figli, che già hanno in mano gli oggetti
che avrebbero almeno potuto desiderare. Non gli abbiamo dato neanche il tempo, di
desiderarli. La loro capacità di desiderare, atrofizzata per poco uso, anchilosata per
troppa soddisfazione, non vuole più conoscere, cercare, scegliere, attendere. Non ne
vale la pena. Eppure i genitori sanno bene che il bambino privato di qualcosa è
costretto a mettere in atto la sua immaginazione per risolvere il dolore. Se un
bambino chiede un secondo gelato e i genitori pur di non sentirne i capricci glielo
comprano non solo lo viziano, ma gli tarpano le ali. Chi ha tutto non comincia mai la
ricerca, perché non mette in moto l’immaginazione, la creatività, la sua relazione con
il mondo a partire dalle proprie risorse interiori. Se i genitori resistono il bambino
dovrà trovare altro per occupare il suo “bisogno” e lenire il dolore, magari sarà un
gioco inventato sul momento: un mazzo di chiavi agitato in aria dal papà, di fronte al
quale il bimbo rimane incantato. Lo porta alla bocca e così conosce qualcosa di
nuovo, proprio grazie a una privazione, e inventa un gioco con quelle chiavi. I
bambini che hanno tutto e hanno tutto il tempo pieno, che non si annoiano mai, sono
atrofizzati nella loro creatività, riempita dall’esterno e mai sgorgante dall’interno. E
lo stesso vale per i ragazzi rimpinzati di oggetti, emozioni e tempi pieni. Quelli che
non si annoiano mai sono fregati: il loro processo creativo, cioè lo scavare e scovare
le risorse dentro di sé e non fuori, per arginare il vuoto e il nulla, rimane soffocato. E
la realtà ha e fa troppa “pena” perché valga la “pena” giocarci dentro.

Eppure giorni fa in treno avevo di fronte a me una coppia di trentenni che giocavano.
Lei aveva qualcosa che le pesava sul cuore e la rendeva triste e silenziosa. Lui a un
tratto ha scritto qualcosa su un taccuino bianco, poi le ha passato il taccuino. Si è
messa a leggere svogliatamente e ha chiuso il taccuino. Dopo un po’ qualcosa ha
rotto le sue difese, ha preso la penna e ha scritto sul taccuino che ha poi passato a lui.
Non si dicevano una parola. Non si guardavano neanche negli occhi, si passavano il
taccuino chiuso con la penna sopra, come fosse una mano di poker tra abili giocatori.
Il gioco è andato avanti per quasi un’ora. A poco a poco ho visto il volto di lei
rilassarsi e cominciare a sorridere. Dopo poco ogni lettura si concludeva con una
sonora risata, mentre l’altro sorrideva in attesa. Alla fine hanno cominciato a parlare
e ridere. Quei due si amavano. Lui l’aveva stanata dalla sua tristezza. E lo aveva fatto
con un gioco, come quelli invocati dai bambini, mettendoci la sua semplice presenza
creativa: taccuino, parole scritte a penna, attesa.

Mi è sembrato un rito di eros e agape. Darsi e riceversi come l’altro ha bisogno.


Senza scorciatoie, piano piano, nel tempo presente e nel tempo della presenza. Non
era la relazione di un soggetto con un oggetto che risponde perfettamente. Anzi, il
contrario: lei non aveva voglia di esser felice. Era la relazione tra due soggetti, tra
due persone, che si richiamavano alla reciproca fedeltà. Non si buttano via le persone
quando non rispondono perfettamente, quando non soddisfano le nostre aspettative,
non si buttano via come si fa con gli oggetti, che non richiedono fedeltà.

Con gli oggetti ci sentiamo forti: interrompiamo la relazione quando vogliamo, ma in


realtà questa mancanza di fedeltà, persino verso le cose, ci rende più fragili, perché la
forza della vita non sta nella liquidità delle relazioni, ma nella loro profondità e
faticosa grandezza. Forse per questo la moglie del ricchissimo e impegnatissimo
inventore di Facebook ha fatto firmare al marito un contratto matrimoniale nel quale
era pattuito che avrebbero passato 100 minuti alla settimana sotto le lenzuola.
Priscilla non ha permesso al marito di giocare solo con Facebook, lo ha obbligato a
ricordarsi di lei.

Forse più che felicità dagli oggetti noi vogliamo attenzione e fedeltà dalle persone.
Quella attenzione e fedeltà che fa felici i bambini che aspettano i loro padri per
giocare, presenti nel presente. Forse potrebbero metterlo a contratto anche loro, per
essere felici.

Una parola da salvare: futuro

Carissimi lettori, dopo un po’ di sano digiuno mediatico, riprendo volentieri il bel
dialogo che le pagine di questo blog mi permettono di intrattenere con voi.

Vorrei cominciare con un articolo apparso durante il mese di agosto, scritto mentre
il mare della mia Sicilia mi levigava la pelle il cuore e i pensieri. E scrivevo il mio
nuovo romanzo.

Un grazie perché avete la pazienza di seguirmi. Voglio augurarvi un buon inizio di


attività ordinarie che io ricomincerò con un segreto che mi ha insegnato Giulio, il
mio nipotino di quasi 5 anni. Quest’estate disegnava continuamente mappe del
tesoro, tesoro che puntualmente andavamo a nascondere nel posto segnalato da una
X. Tutto questo era preceduto da una richiesta: “Zio, andiamo a fare una
esplorazione?”. Si trattava di passeggiate in zone più o meno selvagge vicino al
mare o nella campagna, esplorazioni costellate di domande e di perché. Come una
spugna Giulio divora ogni cosa e scopre un tesoro in ogni dove. Così voglio fare
anche io, quest’anno. Esplorare ancora. Cose e persone. E scovare un tesoro, in
ogni dove.

Buona lettura e praticate l’allegria per far tacere chi mormora sempre.

***

Nella città in cui vivo, alla velocità di una bicicletta, su un muro costellato da sfoghi,
ho letto: “il futuro non è più quello di una volta”. Ho immaginato chi, complice la
notte, ha verniciato quel tormento, lo stesso racchiuso nelle migliaia di lettere che
ricevo dai lettori dei miei romanzi.

La parola che vorrei salvare è proprio “futuro”. Ripetiamo ossessivamente le parole


di quel che perdiamo. La parola futuro è sulla bocca di tutti, proprio perché forse tra
un po’ ce ne resterà solo il suono. E senza questa parola ne sparisce un’altra che ci
illudiamo sia più al sicuro: presente.

Il presente è in realtà il luogo e il tempo in cui si realizza ciò che ci rappresentiamo


come futuro. Se il futuro sparisce, evapora anche il presente. Un bambino senza
l’abbraccio e la cura dei genitori non interiorizza mai la vita come promessa: il
mondo sarà labirinto, il tempo sicario. I ragazzi con i quali sto in classe, solo se
percepiscono su se stessi lo sguardo promettente di qualcuno che fa da mediatore tra
futuro e presente, si mettono in gioco sulle rotte difficili della vita e navigheranno
lontano dagli attracchi sicuri delle mura casalinghe, alla ricerca di un porto segnalato
sulle carte geografiche del desiderio: il futuro. Ma se il futuro non ha immagine, si
prosciugano immaginazione, creatività e coraggio, e con essi il carburante necessario
a percorrere le fatiche del quotidiano.
Non sto parlando delle illusioni in cui ci rifugiamo per lenire la frustrazione dei
nostri limiti e salutari fallimenti, ma di quella reale possibilità di sognare per il
semplice fatto che ognuno di noi c’è ed è il possibile compiersi di qualcosa di nuovo,
mai visto tra gli 80 miliardi di uomini che hanno calpestato il mondo.

La libertà è la fiducia di essere un nuovo inizio, che consumismo e potere inibiscono.


La parola futuro infatti viene dal participio “futuro” latino del verbo essere: ciò che è
sul punto di essere, che sta per essere. Ogni seme è sul punto di essere. Ogni seme è
il suo futuro. Ma solo se so che sono già adesso il nuovo inizio di qualcosa che
avverrà domani, tirerò fuori le risorse che l’avvenire sa evocare e provocare al
presente. Altrimenti mi accontenterò di una vita impaurita, in cerca di sicurezze
individualistiche e narcisistiche. Capolinea: solitudine e cinismo.

Cronos, nel racconto mitico, divora i suoi figli perché sa che uno di loro lo
spodesterà. Si mangia il futuro per paura del futuro. Cronos è un padre cannibale.

La favola purtroppo è attuale. Il futuro non esiste più per una diffusa sindrome di
Cronos. Il padre è l’immagine del futuro, colui che è capace di provocare la nostalgia
di futuro di cui ogni giovane ha bisogno per affrontare il presente. Padri sono i padri
di famiglia, spesso assenti; padri sono i maestri a scuola e all’università, spesso
padrini; padri sono i politici, spesso padroni; padri sono gli uomini delle agenzie
educative (dalla chiesa alla tv), spesso patrigni. Padri sono tutti coloro a cui sono
affidate le vite di altri, che padri diventano se si pongono al servizio di quella vita
che non è loro e di cui dovranno rendere conto alla storia. Se i padri non servono le
vite dei figli, ma le divorano, niente è più sul punto di essere. L’Italia del dopoguerra
era di padri. Lo sarà quella di questa crisi, che non è sicuramente peggio di una
guerra?

Ogni uomo può sperare perché è atteso nello sguardo di un altro. Non controllato,
non divorato.

Lo so perché ho la fortuna di avere un padre: mio padre. Ho avuto la fortuna di


conoscere grandi padri: M.Franchina e Padre Puglisi, rispettivamente professore di
lettere e di religione del mio liceo, e poi Paolo Borsellino, vicino di casa. Da loro ho
ricevuto il futuro e quindi il presente.

E se oggi posso provare ad essere l’inizio di qualcosa, magari un buon padre, è


perché quei padri con i loro sguardi mi hanno reso un buon figlio. A loro devo il mio
futuro, cioè il mio presente.

Il Fatto Quotidiano, 19 agosto 2013

*
C’eri una volta tu
Ragazzo che ti abbatti sul banco come una balena
spiaggiata, con quegli occhi annebbiati dalla noia e
dalla forza ingabbiata in una stanza per cinque ore, che
dobbiamo fare tu e io di quest’anno scolastico?

Ragazza tutta in fioritura assetata di essere vista,


guardata, amata, dal cervello mai in pace, con le
orecchie a caccia di qualcosa che possa servirti ad
essere felice, che dobbiamo dare tu e io di quest’anno
scolastico?

Che ne sapete voi due adesso dell’io di domani? Che


ne sapete voi due dell’amore che cercate? Che ne
sapete voi due del senso da dare alla vita se state scoprendo adesso che la vita ha un
senso, si inarca, si stira, si tende dentro di voi come neanche voi sapete come, ma con
tutto il dolore del caso.

Ragazzo dalla maschera inespressiva, incapace di raccontare i tuoi sentimenti se non


nascondendoli dietro uno strato di spacciata sicurezza, che dobbiamo farne di queste
lezioni di italiano?

Ragazza dalla maschera fin troppo espressiva, con quel trucco che dovrebbe
segnalare quanto sei bella e segnala quanto hai paura di essere fragile, che dobbiamo
farne di Catullo, Virgilio e Dante?

A che mai ci servirà passare centinaia di ore insieme a parlare di bellezza, dolore,
amore, futuro, passato, presente, parole, terra, pelle, occhi, cervello, cuore, dita,
occhi, orecchie e del che farci con tutte queste cose di cui la vita ci ha dotato senza il
nostro permesso?

Come si fa, ragazzo, ragazza, a raggiungerti dove te ne stai rintanato? Come si fa a


metterti sotto gli occhi quella bellezza unica e in costruzione che cerchi a tutti i costi
di nascondere tanto fa male non esserle all’altezza? Come si fa a spiegarti che tra gli
80 miliardi di esseri umani che hanno calpestato il suolo non ce n’è uno o una come
te? Come si fa a farti credere che sei la tua biografia, ma che sei sopratutto la tua
autobiografia? Come posso io insegnante mostrarti sulla mappa geografica del
desiderio che le terre di tua conquista sono ancora da scoprire? Come posso aiutarti a
costruire il mezzo migliore per raggiungerle? Come faccio a sapere se sei fatto o fatta
per una nave, per una bicicletta o per andare a piedi?

Ragazzo quanta unicità sprecata dietro a piccolissimi piaceri che rendono tutti uguali
i ragazzi. Ragazza quanta unicità sprecata dietro a immagini illusorie del così fan e
son tutte le ragazze. Eppure tu e tu avete occhi come nessuno e fiorite come mai è
accaduto nella vostra vita, neanche da bambini. Perché adesso il vostro corpo si
slancia verso il futuro con la tensione di chi può essere un giorno padre e un giorno
madre. E così il vostro cervello si tende oltre ogni colonna d’ercole e il vostro cuore
si inarca sino allo spasimo. E la pelle quasi non ce la fa a contenere la tensione di
questa possibilità divina di creare.
Assisto a questa tensione e rimango alla finestra su questo panorama che muta di ora
in ora di minuto in minuto cercando come un oracolo di indovinare chi sarai.

Ragazzo che cosa è questa tua unicità nella storia delle generazioni, questa tua forza,
questa tua virilità e vitalità? Ragazza che cosa è questa tua alterità rispetto ad ogni
altra donna, questa tua fecondità e attenzione?

Verso dove ti trascendi e ti superi? Verso un uomo e una donna mai compiuti del
tutto, ma con una chiamata chiara nel dna: amare ed essere amato.

Questo io lo so. E su questo cammino impervio ti accompagno. Anche io ho lo stesso


dna e quello che posso fare è raccontarti la storia di altri che hanno reso grande
questo dna: con la parola, con l’arte, con la poesia, con gli occhi, con le orecchie, con
le dita, col cuore, col cervello. Imparando a scolpire la copia migliore di se stessi in
vista dell’ultimo giorno, che prima o poi arriva. E ti auguro di esserne soddisfatto.

Vorrei che fossi tu a scrivere la tua biografia. In fondo io solo questo posso
insegnarti: come si scrive un’autobiografia.

C’eri una volta tu, ragazzo.

C’eri una volta tu, ragazza.

Io sono in quella storia, come tutti gli aiutanti delle storie, ma il protagonista sei tu,
della gioia e del dolore di una vita e di quello che decidi di fare in mezzo a queste
due sponde.

In-decenti, in-docenti, docenti


Un libro li definisce “sdraiati”. I ragazzi di oggi. Una
generazione che non sa tenere la schiena dritta, ma
spalma sulla vita la propria spina dorsale liquida. Avrei
la schiena come la loro se mi avessero dotato di una
comodissima sedia a sdraio, dalla quale avrei mandato a
quel paese chi dopo averla fornita ora, pentito, la rivuole
indietro. Moralismo. Nostalgia del tempo andato.
Paternalismo sornione.

Gli sdraiati invece li vedo tendersi quando offri loro


qualcosa di cui non possono fare a meno e che abbiamo
sostituito con surrogati tecnologici, assenza di “no” e
limiti, ma soprattutto di mete non autoreferenziali e
narcisistiche. Raddrizzano la schiena quando al
moralismo sostituisci la morale: facendo loro toccare
cosa è bene e cosa è male, non a parole; quando alla nostalgia del tempo andato
sostituisci la nostalgia del futuro, sudando lo stesso loro sudore, non metaforico;
quando al paternalismo sostituisci la paternità, difendendoli dalle paure ma sfidando
le loro risorse migliori, dedicando loro tempo al di fuori di quello stabilito.

La spina dorsale cresce dritta a chi è teso verso la luce, come quelle piante a cui mia
nonna metteva accanto un bastone fissato con uno spago, che le lasciava abbastanza
libere da slanciarsi verso l’alto e non troppo libere da curvarsi su se stesse. Come si
slanciavano verso il sole affondando proporzionalmente le loro radici! Dopo un po’,
eliminati spago e bastone, rimanevano dritte, perché la fisica vuole che più ti slanci
in alto più hai bisogno di radici profonde. Incolpare la pianta di non avere radici
salde è incolpare se stessi, ma questo è duro da ammettere, e la colpa finisce sempre
per cadere fuori dal recinto della responsabilità personale: loro, la tv, il consumismo,
la scuola, la playstation (che abbiamo comprato con la sdraio).

Solo la vita e l’esempio educano, le parole non bastano. Non basta dire tieni su la
schiena, se non additiamo il panorama da guardare oltre la soglia. Il nostro modo di
vivere autoreferenziale lancia spesso proclami contraddittori rispetto alla schiena
dritta che esigiamo. I bambini allo stadio fanno lo stesso che fanno i padri: e ci
scandalizziamo pure? O li multiamo?

C’è però chi reagisce, cito da una delle tante lettere di contenuto analogo che ricevo:

Mi dica, le piace essere un professore? Pensa che abbia ancora un valore, per un
professore, essere tale? Io sinceramente odio la scuola e non perché non ami
studiare, imparare cose nuove, ma perché mi sento soffocare, quando la prospettiva
è entrare in classe ed ascoltare passivamente persone che nel loro mestiere non
mettono impegno, che sembrano sempre sull’orlo di una crisi isterica, che non fanno
amare ciò che si vantano di insegnare.

Ho solo diciotto anni, che ne so io della vita, di come si svolge un mestiere?


Potrebbe chiedermi e dirmi che tutto ciò è una scusa per giustificare il fatto che di
studiare non mi va. Sì è vero, non mi va di studiare un argomento che non mi
appassiona. Ma non dovrebbe essere proprio quello, il ruolo del professore? Far
amare la cultura? Far amare lo studio? No, perché quello che nel mio liceo si fa è
imparare a memoria. Ma a Lei non sembrano sbagliati i verbi che vengono usati per
capire se si è studiato o meno? Interrogare e ripetere.

Io li odio questi due verbi, Professore, perché interrogare ha perso il suo significato
latino, è diventata una minaccia, e alla domanda “La misoginia nella Medea di
Euripide” – che neanche è una domanda a dirla tutta – si deve ripetere, come un
automa, quello che il professore ha “pazientemente” dettato in classe per un’ora (50
minuti, nei primi dieci era a prendere il caffè col collega di turno) e le altre
cinquanta pagine che invece avresti dovuto imparare a memoria a casa.

Io invece vorrei che un professore mi chiedesse “Ma tu della Medea cosa hai
capito?”, “Ma perché secondo te Manzoni ha rinnovato completamente il genere del
romanzo?”, “Ma quindi a te cosa è rimasto di Hegel?”, e vorrei lo facesse con
quella luce che si ha negli occhi quando si fa qualcosa che si ama, per guidarci
verso la maturità, quella vera, verso la capacità di guardare con occhio critico la
realtà, quella luce che fa scattare dentro la curiosità, una volta a casa, di aprire il
libro e capire “Ma quindi cosa voleva trasmettermi D’Annunzio, con tutta ‘sta
pioggia?”.
Io guardo i miei professori e in loro vedo tante cose, tranne l’amore verso il proprio
mestiere. Più che odiare la scuola, io odio i miei professori. Preferisco passare i
pomeriggi a scrivere o visitare una mostra che hanno appena allestito o andare in
quella libreria, un po’ nascosta tra le vie del centro, dove posso comprare un libro e
sedermi a leggerlo.

Lei la vede intorno a sé la voglia di insegnare, di trasmettere qualcosa a coloro ci si


aspetta siano il futuro del nostro Paese? Le vede le loro anime accese, vive, piene di
voglia di fare, di dire?

Questa non è una lettera sdraiata, ma la lettera ben dritta di una ragazza all’ultimo
anno di liceo, delusa, polemica, in uscita con un cumulo di nozioni in testa e la
certezza di sapere chi non diventare. Eppure ne voleva di cultura, di quella che
trasforma la vita, cultura indicata infatti come “luce che fa scattare”. Non basterà
rispondere che la vita è la fatica di fare “anche” ciò che non appassiona, perché lei la
passione non l’ha vista proprio e le sembra di dover fare “solo” ciò che non
appassiona, la morte in vita per chiunque, figuriamoci per un diciottenne.

Chiedete ad un ragazzo di oggi quali lezioni frequenta volentieri: vi citerà non l’“in-
decente” (professore amicone, complice, che parla di sé e non fa lezione), non l’“in-
docente” (colto ma freddissimo), ma il docente che li mette alla prova, che li sfida,
che dà molto ed esige molto, che si occupa della loro crescita e non solo dei loro voti,
il docente che amano e odiano, e che sceglierebbero autonomamente, se fosse loro
consentito. I ragazzi si sdraiano nella scuola degli “in-decenti”, e odiano quella degli
“in-docenti” (letteralmente coloro che non-in-segnano anche se conoscono in modo
ineccepibile la materia). L’in-docenza si nasconde dietro la ripetizione, la formula
vuota, il dovere per il dovere, evita la vita, non la seduce, non per portare gli sdraiati
verso noi stessi (triste e inutile beffa), ma per raccontare loro il sole, attraverso la
luce di occhi posati sì sulle carte ma altrettanto sulle vite, perché raggiungano -
singolarmente e insieme- la loro altezza. Prima di discettare sul ridurre di un anno la
scuola italiana, per uniformarci (verso il basso) al resto dei paesi europei (se la
sognano una scuola con contenuti come la nostra), dovremmo provare a costruire
scuole in cui sia consentito scegliere insegnanti decenti e docenti, come prova a fare
qualsiasi mamma che vuole iscrivere il figlio in prima elementare.

La Stampa, 6 dicembre 2013

*
Il mito dei nativi digitali
Quando un aspetto della realtà emerge in
modo inedito, sorprendente e anche doloroso,
ci mancano le parole per de-finirlo, cioè
dargli confini. Farlo ci aiuta a identificare il
mostro e a con-finarlo in un territorio
circoscritto e meno pauroso.

La definizione “nativi digitali” è uno di quei


neologismi fortunati per confinare un mostro di ben altra entità. Confinato il mostro
nel recinto tecnologico ci sembra di poterlo gestire meglio o quanto meno di non
subirne l’ombra minacciosa.

Ma andiamo con ordine.

“Nativi digitali” è efficace metafora che indica coloro che sono nati in uno spazio (il
nativo è l’aborigeno, l’autoctono) fatto di tecnologia digitale, rispetto a coloro che vi
arrivano provenendo da un altro spazio: coloni, immigranti. L’altra faccia del nativo
digitale è quindi il “colono digitale” che sbarca nell’isola del nativo e ne rimane
abbagliato e confuso allo stesso tempo. La generazione dei nativi digitali infatti
provoca sudori freddi a quella dei coloni, quelli che, come me, si sono ritrovati ad
usare una tecnologia nuova e vi si sono (nel mio caso più che volentieri) adattati.

Ma la consuetudine che ho con i nativi digitali mi ha fatto capire che si tratta di un


mito, una narrazione con cui nascondiamo un altro mostro. Lo dico perché i nativi mi
sembrano tanto imbranati quanto la generazione precedente. Nell’uso generico di
smartphone, social, pc sono rapidissimi, ma in fin dei conti raggiungono un livello
simile a quello di un adulto. Ma quando si tratta di operazioni più complesse
chiedono aiuto. I cosiddetti smanettoni sono l’eccezione che conferma la regola, ieri
come oggi. Insomma il nativo digitale non ha un cervello nuovo o diverso da quello
degli adolescenti della mia generazione. E la scienza lo conferma.

L’inventore del termine non è uno scienziato ma (c’era da aspettarselo) uno


sviluppatore di videogiochi. Si chiama Marc Prensky e nel 2001 si è inventato il
nesso “digital natives, digital immigrants” riferendosi a chi impara a parlare una
lingua sin da bambino, un madrelingua digitale, per distinguerlo da chi ne ha appreso
l’uso in modo non naturale. Secondo Prensky questa lingua madre digitale ha
modificato il cervello dei nativi, che apprendono in modo diverso dai loro
predecessori, motivo per cui la scuola non tecnologica e digitale risulta loro
incomprensibile e noiosa. Una semplificazione che chi sta a scuola sa di non poter
accettare.

Questo mito è diventato presto efficace proprio per la sua semplificazione. Ha dato
una scusa ad adulti che non riescono più a farsi ascoltare e vedono la noia dipinta sui
volti dei ragazzi: “ha un altro cervello, non può capire, non è colpa mia, altri tempi”.
Dico una scusa perché in realtà si evita il vero problema. Ha inoltre fatto salire sul
carro(zzone) della scuola i profeti della tecnologia, convinti che lavagne elettroniche
e tablet avrebbero risvegliato i cervelli addormentati dal professore analogico (che in
dotazione ha solo “la parola”). Invece non siamo di fronte ad un nuovo tipo di homo
sapiens, non c’è una generazione diversa dalle precedenti, né una mutazione
genetica. L’unica differenza che è stata scientificamente dimostrata non è tra nativi e
coloni, ma tra utilizzatori e non utilizzatori degli strumenti. Il cervello si specializza
in breve tempo grazie ad azioni ripetute, ma questo, in relazione alla tecnologia, si dà
ad ogni età e non solo nei giovanissimi. La plasticità del cervello è ben altra cosa da
una mutazione genetica. Consiglio la lettura del libro “Neurodidattica” di
C.Rivoltella uscito nel 2012.

Proprio Rivoltella parla di neuromitologia. Non c’è un solo studio scientifico che
dimostri che il cervello dei ragazzi sia mutato, anzi gli studi operati per verificare
hanno dimostrato il contrario: il cervello non muta in una generazione; le tecnologie
attivano aree cerebrali che ognuno di noi attiva quando realizza compiti diversi
dall’abituale (come imparare una lingua nuova) e che quindi sono attivazioni di
scopo e non mutazioni strutturali; le tecnologie non determinano la motivazione che
manca allo studente per ben altri motivi.

Insomma il nativo digitale è il volto che abbiamo dato ad una paura: la rapidità del
progresso di questi anni e dei ritmi di vita a cui siamo sottoposti che porta il dialogo
fra le generazioni, già di per sé arduo, a incepparsi di più. Il mito, una volta
smitizzato, ci riporta faccia a faccia con il mostro: non ci capiamo e ci capiamo
sempre meno perché andiamo velocissimo. La velocità è una delle cause della “crisi
dell’esperienza”. Andiamo così veloci che non riusciamo a fare esperienza delle
cose, figuriamoci trasmetterla alla generazione successiva. Non è ridurre la Divina
Commedia in tweet da 140 caratteri inviati da Dante Alighieri a renderla interessante
per un sedicenne. La tecnologia senz’altro ci potrà affiancare ed aiutare a
raggiungere quella che erroneamente chiamiamo “attenzione” dei ragazzi, ma che in
realtà non è altro che il loro “stato di veglia”. L’attenzione è già “tenuta”, è già
“memoria”, non è “rivolgere lo sguardo a me che parlo”. Io durante una conferenza
sono attentissimo mentre disegno ghirigori sul mio quaderno e così tanti ragazzi.
Quindi la tecnologia (dalla lavagna al tablet) resta quello che è sempre stato: un
grande alleato per afferrare lo stato di veglia e incanalarlo verso l’attenzione. Ma
l’attenzione resta compito nostro, compito degli insegnanti e degli educatori, dotati
della tecnologia eterna della “parola”.

Il mostro è un altro, meno consolante dell’aborigeno tecnologico. Il mostro è la


nostra mancanza di disponibilità ad ascoltare, a dedicare tempo di qualità, a frenare
la rapidità dei nostri impegni di lavoro, a fare una passeggiata calma, a giocare con i
bambini e leggere loro storie, a dialogare con i ragazzi come si fa in tanti sistemi
scolastici esteri in incontri (con test di auto-valutazione) programmati e regolari (che
noi invece dedichiamo solo a genitori pieni di “buona” volontà). La scuola è soggetta
a tagli di ogni tipo e quando sento di finanziamenti per strumenti tecnologici mi
rattristo. Non per gli strumenti che uso in modo pervasivo per afferrare lo stato di
veglia dei ragazzi, ma perché quei soldi servirebbero di più a pagare un bravo
docente che può così permettersi di rimanere a scuola nel pomeriggio e dedicare
tempo a colloqui e approfondimenti con gli studenti, invece di esser costretto a dare
ripetizioni in nero. La motivazione di uno studente è dentro di lui e viene attivata da
quella del docente. In assenza di motivazione del docente non si attiva quella dello
studente e non c’è dispositivo che possa fare miracoli. Ma noi pur di non guardare in
faccia il mostro, chiediamo miracoli al dio scintillante della tecnica.

La Stampa, 18 dicembre 2013


Zibaldino: nullità feconda, mafia & Still life
Da un po’ di tempo non scrivo sul blog. Sono
in una di quelle fasi della vita interiore in cui –
mentre la vita là fuori continua come sempre
piena di impegni, gioie e fatiche – si è più
disposti a ricevere che a dare, in cui non si
scrive perché la parola nasce solo dal silenzio.
D’altro canto si scrive se si ha qualcosa da
dire, e non per dire qualcosa. Sono momenti
che amo molto, è come se lo spirito si
liberasse di molte parole superflue, si
semplificasse e si facesse più femminile e
disposto ad accogliere, ad essere fecondato, a
farsi piccolo per ricevere il mondo. In una cultura in cui si cerca a tutti i costi di
affermare il proprio ego, periferia debole della nostra identità, che proprio per questo
ha bisogno di avere nemici per ingrandirsi e farsi largo (litigi dappertutto e di tutti,
fatica, malattie…), i periodi ricettivi sono benedizioni. Annoia la parola continua e
che tiene in piedi la facciata di cartapesta dell’ego, la bandierina piantata sulla Luna,
come se questo la facesse diventare propria, come se la Luna ce l’avessero messa
l’America o la Russia lassù.

Il silenzio è il grembo della parola, il femminile della parola, quella ricettività che è
farsi piccoli fino ad essere quasi un nulla, che è tipica dei poeti e dei contemplativi,
come diceva in versi Ungaretti nel 1916 “Quando trovo / in questo mio silenzio / una
parola / scavata è nella mia vita / come un abisso” e come spiegava in prosa la
poetessa russa Marina Cvetaeva nel 1926:

“Io ascolto, tra i [critici] non professionisti, ogni grande poeta e ogni grande uomo,
meglio se tutti e due in uno…

Chi ascolto ancora? Presto ascolto ad ogni grande voce, a chiunque appartenga. Se
delle mie poesie mi parla un vecchio rabbino reso saggio dal sangue, dall’età e dai
profeti, io sto ad ascoltarlo. Ama la poesia? Non lo so. Forse non ne ha mai letta.
Ma ama (sa) tutto ciò da dove viene la poesia, le fonti della vita e dell’essere. È
saggio, e la sua saggezza basta e avanza per me, per i miei versi. Presto ascolto al
rabbino, presto ascolto a un bambino di sette anni – a tutto ciò che è saggezza e
natura…

Chi ascolto ancora, oltre la voce della natura e della saggezza? La voce di tutti i
mastri e maestri. Quando recito una poesia sul mare e un marinaio che non capisce
nulla di poesia mi corregge, io gli sono riconoscente. Lo stesso con il guardaboschi,
il fabbro, il muratore. Ogni cosa che mi viene donata dal mondo esterno mi è
preziosa, poiché in quel mondo io sono una nullità. Ma quel mondo mi è necessario
ogni ora, ogni minuto”.

Benedetti i momenti in cui proprio perché siamo una nullità diventiamo grandi,
perché torniamo alle fonti dell’essere ad abbeverarci e non da quella pozza noiosa
dell’ego. Periodi in cui smettiamo di affermare la vita e riscopriamo che la vita va
solo ricevuta, accettata, difesa, coltivata, data. Periodi che portano la pace nel cuore,
come la preghiera, perché si diventa liberi dal mito dell’auto-realizzazione e
dell’autonomia. E si è finalmente più liberi, perché tutto è necessario, originario,
primario per chi può solo ricevere. E la vita diventa subito grande, perché grande è la
vita, non l’ego.

***

Tra le cose belle, bellissime che ho ricevuto in questi


giorni c’è stato un incontro per ragazzi insieme a Piero
Grasso, il presidente del Senato, che ho accompagnato
in una presentazione del sul recente Lezioni di Mafia.
Di fronte a ragazzi, genitori e insegnanti si è parlato di
come la Palermo di sangue delle stragi abbia
determinato e paradossalmente fecondato la vita di
entrambi. Quello che più mi porto nel cuore è la reazione dei ragazzi. Un silenzio
pieno di riflessività, un cuore che si fa pensiero e non effimera emozione, comprende
(cioè sente e sa) che la vita non si può dare per scontata, e che ci si attacca più che
mai alla vita proprio quando la vita più si frantuma. Fare del ricordo memoria è
passare una tradizione, perché il ricordo può rimanere sterile, invece quando diventa
memoria feconda la vita di altri, perché è vita di nuovo in azione, anche se è passata.
E si è ancora una volta attraversati, fecondati e fecondi.

***

Qualcosa di analogo è avvenuto guardando il film


Still Life. Non un film di grande richiamo, perché non
proprio pieno di effetti speciali, se non quelli di una
vita ordinaria. La vita ordinaria di un uomo che si
sforza di raccogliere quel che resta di persone morte
senza nessuno che li ricordi, neanche al loro funerale.
Con amorevole cura quest’uomo salva quello che in
ogni vita c’è da salvare e restituisce la grandezza alle
vite, anche le più piccole e apparentemente
insignificanti. E la sua diventa quella di un eroe,
proprio perché è piccola sino quasi ad essere
trasparente, ma come il percorso del film mostra, una
vita che si ingrandisce a dismisura proprio perché al
servizio di quelle degli altri. Un film in controtempo e
proprio per questo pienamente contemporaneo.

***

Scrivere qui è condividere e sempre più vorrei questo spazio si arricchisse dei vostri
apporti. In questi momenti di silenzio guardo le cose, le persone, la vita con la
verginità di chi le scorge per la prima volta. Assomiglia così tanto a pregare che
sembra di non fare altro. Ed è una pace che nessun fallimento turba.

*
Scuola il rischio noia se si perde la meraviglia
L’alternativa ad una scuola noiosa non è una scuola divertente. Non esiste una scuola
spensierata e senza fatica (e il digitale non la renderà tale), ma questo non vuol dire
che debba essere noiosa (e il digitale ci darà una mano). La vera alternativa è una
scuola interessante. Interesse (essere dentro) vuol dire coinvolgimento con tutto
l’essere (corpo, cuore, testa, spirito) da ciò che viene presentato o rappresentato (dal
corpo, cuore, testa, spirito dell’insegnante). L’interesse è perfettamente compatibile
con l’impegno e la fatica, cosa che la noia non potrà mai ottenere, e neanche il
divertimento che si esaurisce nella consumazione dell’esperienza.

Ma che cosa ha il potere di attraversare l’essere da dentro in tutti i suoi strati? Quale
presenza riesce a muovere la persona nella sua completezza chiedendole di andare
oltre?

Ancora una volta chiedo la soluzione alla lettera ricevuta da una giovane lettrice:

“Ho 15 anni, ho fatto il primo anno al classico e più l’inizio della scuola si avvicina
più vado in crisi. Non mi fraintenda: io ho una sete di apprendere smisurata, la mia
curiosità più viene alimentata e più cresce. Io ho veramente voglia di studiare. Ma se
da una parte i miei occhi ardono di scoperta, dall’altra i miei professori, con occhi
di ghiaccio assolutamente inespressivi, parlano con disinteresse alla materia, senza
amore verso ciò che fanno. Come facciamo a mantenere vivo l’interesse e a
realizzare noi stessi in una scuola che insegna senza amore? In una scuola che
pensa solo a classificarci tutti tramite voti, voti e ancora voti? Ho avuto la fortuna di
assistere a una lezione di un poeta, mentre parlava di Leopardi e parafrasava alcuni
suoi versi, non si poteva che rimanere lì, incantati dal suo sapere, meravigliati da
come la faceva diventare parole per noi, stupiti da come “un’altra poesia da
studiare” si trasformasse in “questa poesia parla di me, la voglio approfondire!”
Questo è ciò che io chiamo imparare”.

Occhi ardenti (movimento) contro occhi di ghiaccio (immobilità). Interesse (esserci


in pienezza) contro disinteresse (esserci se non in parte). Che cosa ha di diverso
quell’uomo che parla di Leopardi: incanta, meraviglia, porge la poesia come un pane
buono, spinge l’eros di sapere ad andare oltre, a lanciarsi nell’alto (altum in latino è
l’aperto e il profondo al tempo stesso) dell’Ulisse dantesco, per dissetare la sete dei
sensi in veglia.

L’alternativa ad una scuola noiosa è una scuola “meravigliosa”, cioè capace di


destare l’interesse attraverso la meraviglia. Già Aristotele descriveva così questo
sentimento capace di unificare sensi, cuore e mente: “gli uomini hanno cominciato a
filosofare a causa della meraviglia: mentre da principio restavano meravigliati di
fronte alle difficoltà più semplici, in seguito, progredendo a poco a poco, giunsero a
porsi problemi sempre maggiori: per esempio i problemi riguardanti i fenomeni della
luna e quelli del sole e degli astri, o i problemi riguardanti la generazione dell’intero
universo. Ora, chi prova un senso di dubbio e di meraviglia riconosce di non sapere.”
Sorprende la somiglianza tra la descrizione di Aristotele e le parole della
quindicenne: questa cosa mi interessa, cioè riguarda tutto il mio essere da dentro, non
posso perdermela, devo andare oltre.
Ma dobbiamo capire meglio cosa sia questa meraviglia, per poterla recuperare e
suscitare. La definisco un sentimento misto: sorpresa unita a pace. Qualcosa di nuovo
si impone alla nostra attenzione e spiazza la nostra intelligenza, ma non basta. Siamo
chiamati a fermarci, sostare, osservare, andare alle fonti di quello stupore che ci ha
afferrato, per attingerne la causa. Veniamo trasformati da passanti distratti in
spettatori curiosi e attenti, per questo prima parlavo di (rap-)presentazione del sapere
(il professore agisce il sapere). La generica sete di sapere che caratterizza ogni essere
umano attraverso la meraviglia diventa interesse specifico: dal bambino affascinato
dal gioco nuovo che cerca di aprire per capire come faccia a muoversi, al ricercatore
che osserva al microscopio un grumo di cellule.

La realtà è una promessa di sapere che aggancia attraverso la meraviglia, capace di


generare una ricerca (un girare attorno all’oggetto: ri-circa) di tipo sapienziale o
scientifico, come dice Aristotele.

Il compito di ogni insegnante è proprio quello di presentare nelle sue parole, nei suoi
gesti, nei suoi occhi, la meraviglia verso l’oggetto in esame. Non esistono aspetti
della realtà poco interessanti, esistono casomai persone poco interessate.

Quest’estate ho ascoltato un amico appassionato di pesca il racconto di una notte


passata a prendere i pesci lama. Alla fine del racconto volevo sapere come erano fatti
questi pesci, volevo capire il tipo di esca e di amo che aveva usato, volevo andare a
pesca, che non è stata mai al centro dei miei interessi, ma la meraviglia del suo
racconto mi aveva cambiato in pochi minuti.

L’insegnante è un narratore-attore della meraviglia verso ciò che insegna, provoca


eros manifestando il suo eros. L’attenzione dell’allievo agganciata si porta verso la
cosa e non verso l’insegnante, altrimenti non si tratterebbe di meraviglia ma di
seduzione. Il sapere somiglierà ad un regalo impacchettato: un pacchetto ben fatto
segnala qualcosa che è per me e solo per me, una sorpresa. Nessuno però si
accontenta del pacchetto: va oltre, apre, riceve, ringrazia.

Questo non vuol dire che avrò una classe di occhi ardenti e assetati, ma
semplicemente che darò a coloro che saranno pronti la possibilità di accendersi. Solo
al fuoco della meraviglia cuore e mente vengono unificati e lanciati oltre. Solo chi
coltiva questo fuoco in sé riesce a insegnare, altrimenti con il tempo si riduce ad
assegnare.

Avvenire, 11 settembre 2014

*
La classe è… acqua

Ho scritto queste righe per l’inserto La Lettura


del Corriere della Sera, nell’ambito del dibattito
sulla scuola affrontato dal giornale nelle ultime
settimane.

***

Le parole abusate sono segnaletica della nostalgia,


fosforescenze di ciò che perdiamo. Scuola: tutti ne parlano, mentre rantola.

Se dovessi distillare il succo di 14 anni di insegnamento, di incontri in ogni tipo di


scuola e di migliaia di lettere di studenti, docenti e genitori, dovuti ai libri che ho
scritto, direi con E.Canetti: “Ogni cosa che ho imparato dalla viva voce dei miei
insegnanti ha conservato la fisionomia di colui che me l’ha spiegata e nel ricordo è
rimasta legata alla sua immagine. È questa la prima vera scuola di conoscenza
dell’uomo”. Così ne La lingua salvata definiva l’essenza della scuola: la viva voce e
l’immagine dell’insegnante. Solo una discontinuità antropologica (e quindi
economica) potrà cambiare la scuola, non belletti organizzativi spacciati per riforme.
Una rivoluzione copernicana che ponga nell’ordine giusto conoscenza e amore: ogni
crescita in estensione e profondità della nostra conoscenza del mondo presuppone
un’estensione della nostra sfera di inter-esse, cioè d’amore.

Perché non chiudiamo le scuole e non carichiamo le lezioni su youtube risparmiando


tempo e fatica? Perché siamo convinti che insegnare sia una relazione attuale: spazio
e tempo condivisi nell’irripetibile dinamismo della vita e delle vite.

Se un ragazzo esteriormente somiglia più al padre o alla madre, interiormente


(sguardo sul mondo, fiducia nella vita) corrisponde alla qualità della relazione tra i
genitori. Così l’insegnamento, parte dell’educazione, si dà nella triplice relazione
professore-studente, professore-genitori, professore-colleghi. Classe e studente
somigliano alla qualità di queste tre relazioni. Posso soffermarmi solo sulla prima.

La qualità della relazione docente-studente determina l’apertura conoscitiva, a meno


di non illudersi che istruzione ed educazione siano separabili. Si conosce soltanto ciò
a cui la nostra intelligenza ri-conosce un valore (il cuore intelligente di Finkielkraut)
segnalato da tutto l’essere dell’in-segnante. Non ci può essere educazione (né
insegnamento) in differita, perché la relazione coinvolge tutti i livelli della persona
(corporeo, intellettivo, spirituale). Il moscone del cogito cartesiano continua a
sbattere contro il vetro che non vede: cervelli riempiti di nozioni, addestramento
pavloviano a ripetere, miglioramento solo con la sanzione dell’errore.
L’insegnamento invece avviene solo in atto, perché solo la vita integrale educa. Si
insegna con tutto: sguardo, tono di voce, movenze del corpo, disposizione dei banchi,
brillare degli occhi, segni su un compito, cellulare spento… e parole. Una relazione
funziona quando genera i beni specifici per cui la si instaura, se quella scolastica non
genera attenzione, motivazione, curiosità, non è solo per carenza di stipendio, mura
scorticate, vuota burocrazia, giovani e famiglie d’oggi, ma per carenza di relazione.
Che cosa è necessario perché essa sia e sia generativa?
La molecola d’acqua è relazione tra due atomi d’idrogeno e uno d’ossigeno, uno dà
all’altro ciò di cui l’altro ha bisogno. Anche a scuola è così: la classe è acqua!

Nella relazione scolastica tre sono gli elementi indispensabili: amore per ciò che si
insegna (conoscenza e passione: studium), amore per il chi a cui si insegna (empatia:
non sentimentalismo, ma riconoscimento dello studente come soggetto di un “inedito
stare al mondo” e non oggetto da cui ottenere prestazioni), amore per il come si
insegna (creatività didattica che rinnova ogni lezione in base ad allievi e contesto:
metodo). Senza questi tre elementi la relazione non si dà e genera contro-effetti: noia,
avversione, disinteresse. Per questo credo in una personalissima trinità di professori.

Uno. I docenti in atto. Curando faticosamente i tre elementi, trasformano il loro


“dìcere”(dire) in “docère”(mostrare): pongono le condizioni dell’imparare non lo
pretendono e i ragazzi sono pro-vocati a lavorare sodo (a noia non si oppone
divertimento, ma interesse) e a diventare teste fredde e cuori caldi (al contrario di
come sono oggi). Generano il desiderio mimetico di raggiungere autonomamente la
Luna che il dito mostra, svincolano il sapere dalla pur necessaria prestazione e lo
orientano a diventare vita: la cultura come strumento per leggere la realtà con totale
apertura, senza subire luoghi comuni e ideologie. Generano simbolicamente, fanno
venire alla luce i ragazzi, per ciascuno dei quali hanno una pagina del registro con i
punti di forza, non smettono di studiare, prestano libri, offrono un caffè ad uno
studente in crisi, fanno una lezione fuori dal programma, dedicano tempo fuori dalla
lezione… Tengono il filo come Arianna (amano e sono presenti a distanza) mentre
lo studente si addentra nel labirinto e lo decodifica grazie alla cultura che si
confronta con la svolte della vita e le sue forme a volte spaventose come il
Minotauro. Aiutano i ragazzi a trasformare il loro destino in destinazione: ad ora ad
ora m’insegnavate come l’uom s’etterna (Dante a Brunetto). La loro classe è
convivio, hanno l’autorità di chi assapora la vita e la porge.

Due. Gli “in-docenti”. Per vari motivi (stanchezza, difficoltà relazionali, equilibrio
personale, stipendio…), pur avendo competenza nella materia, non riescono a
trasmetterla. Mancano due terzi della relazione (empatia e metodo), somigliano ad un
postino che consegna lettere senza busta e/o destinatario. Non propongo disastrose
simbiosi o voti politici, ma asimmetria relazionale (non è distacco: emblematico il
recente Detachment), in cui la materia è terreno comune di ricerca, non trincea: “la
fiducia non si guadagna se ci sforza di guadagnarla, ma se si partecipa alla vita degli
allievi, in modo immediato e naturale e se si prende su di sé la responsabilità che da
ciò deriva” (Buber). L’indocente non insegna, perché non impara dai ragazzi, la sua
classe si appiattisce sulla prestazione (programma ed esame diventano l’orizzonte di
autorità).

Tre. Gli “in-decenti”. Non conoscono ciò che insegnano e trasformano la classe,
presto connivente, in chiacchierificio e poltiglia educativa.

Ogni discorso sulla scuola è secondario senza i docenti in atto. Non basta l’anzianità
come criterio esclusivo di merito nelle graduatorie, ma i tre elementi segnalati e
trasversali (docenti, indocenti, indecenti hanno tutte le età). La scuola si liberi degli
indecenti; aiuti gli indocenti a (ri)diventare se stessi; punti sui docenti, che ne sono le
mura di carne e sangue: ce n’è almeno uno nella nostra vita e gli dovremmo, se non il
doppio dello stipendio, almeno un grazie.
La Lettura del Corriere della Sera, 25 maggio 2014

Arrivederci, Robin, grazie per il tuo verso


C’è un tempo della vita in cui la pelle e la
carne si slabbrano per poter coprire lo
spirito che finalmente si stira, all’alba
della consapevolezza della propria libertà
e unicità (checché ne dicano i minimalisti
dell’esistenza, nessuno ha mai avuto né
mai avrà le impronte digitali uguali alle
mie). Quel tempo, d’ebbrezza e dramma
insieme, inizia con l’adolescenza, che per
questo è una stagione vorace di storie che
costituiscono veri e propri momenti di epifania: l’evidenza di ciò che il futuro
potrebbe regalarci, come il tempo che corre tra il primo sguardo di una coppia e il
loro primo figlio. A contatto con modelli (persone portatrici di storie che risvegliano
la nostra) sentiamo aggregarsi le nostre forze e speranze verso una meta che unifica
passato presente e futuro in un unico attimo, non fuggente. Così mi è accaduto,
quando avevo 16 anni, di decidere di diventare professore. I modelli che hanno
chiamato a raccolta le mie forze e le mie speranze sono state tre storie, due in carne e
ossa (un insegnante di italiano, Mario Franchina, e uno di religione, padre Pino
Puglisi), una sullo schermo: il professor Keating dell’Attimo Fuggente, interpretato
da Robin Williams, con quella grazia che quasi solo una volta un attore raggiunge
nella sua carriera.

Per questo, alla notizia della morte di Keating-Williams mi sono sentito un po’
orfano. Non c’era più il volto di quel personaggio, incontrato per caso una sera
primaverile del 1993, facendo zapping, alla ricerca dell’ennesima scusa per non fare i
compiti. Mi ricordo ancora quel professore che chiede ai suoi studenti, con le parole
di Whitman, che verso aggiungeranno al poema della vita. Mi identificai sia con gli
adolescenti alla ricerca tumultuosa dei loro talenti e passioni, frustrati dai loro limiti
e fragilità, sia con l’insegnante carismatico che di quei talenti era pro-vocatore, colui
che chiama al coraggio e alla libertà chi entra nel raggio d’azione del suo carisma
(parola che deriva da grazia e non da narcisismo). Sono rimasto in silenzio a fissare i
titoli di coda (mai fatto prima). Quella notte non dormii. Mi ripetevo: io voglio essere
come quello lì, io voglio fare questo nella vita. Il presente mi si riempì di futuro e
divenne mio. Senza storie siamo analfabeti di futuro e chi è privo di futuro perde
anche il presente, e dorme sonni troppo tranquilli.

Ieri mi sono sentito orfano non tanto di quel tipo di professore, che nella narrazione
mostra una pedagogia talvolta zoppicante (narcisistica, emotivista, simbiotica con gli
studenti), ma del modello rappresentato. Non “modello” come lo intende la cultura
dominante (la star) che abbaglia generando solo imitazione, ripetizione,
scimmiottamento e quindi passività, ma il modello che provoca, mette in crisi,
accende, sveglia il nocciolo più autentico della persona: il desiderio di mettersi in
gioco in prima persona, di realizzare la propria unicità per metterla al servizio altrui,
di non sclerotizzarsi su copioni scritti da altri, ma appunto di aggiungere il proprio
verso al grande poema della vita in cui siamo capitati, come una nota, che lo si voglia
o no, insostituibile. Il vero modello non schiaccia le possibilità di chi lo ammira, ma
le risveglia, libera, dilata, spingendo verso risoluzioni proprie. Questo è il carisma,
quella grazia (charis), capace di far sgorgare la vita negli altri, a partire da quella che
sgorga in noi.

Robin Williams nella parte di Keating diede un volto a quel “modello”. A 16 anni,
guardando quel volto, sentii le mie forze chiamate a raccolta e un’ipotesi di futuro,
tutto da costruire ma più che mai presente e reale. Non ho idealizzato Keating, per
fortuna, altrimenti avrei fatto molti più danni a scuola, ma ho semplicemente
compreso che l’insegnante, capace di mettere in moto libertà e unicità dei ragazzi,
attraverso le cose che amavo studiare e le storie che volevo raccontare, era il modello
di professore che mi interessava essere. Ancora oggi ne sono convinto e non me ne
sono pentito, il mio sogno di sedicenne è ancora intatto, dopo 14 anni di scuola.

Anche se il demone del vuoto, dei fallimenti, degli errori, della solitudine, delle
dipendenze, ti ha forse asfissiato nei tuoi ultimi istanti, nessuno potrà toglierti il
merito di aver donato il tuo volto a personaggi che, in qualche modo, ci hanno
cambiato. Se non addirittura, chiamato.

Arrivederci, Robin, e grazie per il tuo verso.

Colpa delle stelle: affrontare la morte per


fregarla, da Omero a oggi

In prima superiore ho chiesto di portare i libri letti


durante l’estate. Sul banco di una studentessa c’era
“Colpa delle stelle”, uno dei libri che ha infuocato
le classifiche di libri e i cuori di molti ragazzi,
anche grazie al film adesso nelle sale: una storia in
cui due sedicenni per vivere il loro amore devono
chiedere permesso alla morte. Dimmi cosa leggi e
ti dirò chi sei: è la scorciatoia per iniziare a leggere
la segnaletica dell’inedito che ogni ragazzo è e che,
a 14 anni, non si manifesta scopertamente, ma
attraverso scelte (musica, libri, film, serie tv…) che
troppo spesso bolliamo come “adolescenziali”,
come se da adolescenti si potesse essere altro che
adolescenti o l’adolescenza fosse una colpa e non
una tappa necessaria a far fiorire la vita.

Ma perché per sentirsi raccontare l’amore i ragazzi scelgono di passare per il


crogiolo del dolore? Vivono immersi in una cultura che nasconde il dolore e la morte
(se non come spettacolo che è un modo di occultarli). Esaurite le grandi narrazioni
religiose e politiche, si trovano privi di codici simbolici capaci di dar senso alla realtà
limite. L’uomo è un essere narrativo e simbolico, interpretiamo e stiamo nella realtà
attraverso le storie: qualunque azione umana cerchiamo di comprenderla alla luce di
una narrazione (Chi è? Da dove viene? Dove va?). Alla Musa si chiedeva di
raccontare dell’uomo multiforme, perché quell’uomo era narrativamente la sintesi di
ciò che ad un uomo accade nella vita, persino di dare un’occhiata all’aldilà per farsi
raccontare come finisce la storia nell’aldiqua. Per poter vivere la vita in anticipo
l’uomo si è arrangiato con le storie: gli scrittori sanno che i loro personaggi sono io
sperimentali per saggiare la realtà. La società di Omero aveva inventato un modo per
superare la morte (il grande tema su cui ogni cultura è costretta a fondare se stessa):
socializzarla attraverso la tomba e i racconti epici. La pietra e l’esametro epico (il
verso dell’Iliade e dell’Odissea) garantiscono immortalità a un effimero che
precipiterebbe nell’oblio, che è peggio della morte.

Le cose non sono cambiate. Ieri come oggi abbiamo bisogno di segni che codifichino
e decodifichino la morte, permettendoci di guardarla senza rimanerne pietrificati:
abbiamo bisogno, come Perseo, dello specchio dei racconti, dei simboli, per
affrontare Medusa. Non si può guardare Medusa direttamente, va affrontata con lo
scudo-specchio dell’invenzione culturale. Oggi la Musa canta in serie televisive,
musica, libri… narrazioni che con coerenza gravitano attorno a temi evanescenti
nell’educazione simbolica della nuova generazione. A differenza della società
omerica che scongiurava la morte con la memoria perenne, oggi è l’amore che
sembra avere le credenziali per sconfiggerla. Ma come può se non è per sempre? Gli
adolescenti sanno che non si dichiara il proprio amore specificando la data di
scadenza come lo yogurt, ma dicendo “ti amerò per sempre”. Per questo cercano
storie che (as-)saggino la verità di questa formula: “per sempre” è un’illusione
linguistica o la necessaria conseguenza dell’essenza amorosa? Quando lavoravo al
film tratto da Bianca come il latte rossa come il sangue, uno sponsor propose di
cambiare il titolo, perché la parola sangue poteva spaventare il pubblico. Mi feci una
risata: proprio quella parola doveva rimanere, era come togliere il lupo dalla fiaba di
Cappuccetto Rosso. I ragazzi di oggi leggono sui volti, ora stanchi ora cinici, della
generazione che li cresce la caduta di ogni sogno, sostituito dal morbido o liquido
pragmatismo consumistico, e temono che la vita sia una promessa non mantenuta.
Ma sentono nel cuore e nella carne che la vita può essere grande e non è fatta per
essere riempita di oggetti e botox, ma per essere spesa fino al sangue. Ma per chi o
cosa? E come?

Così mi spiego il successo di saghe come quelle di Tolkien, Lewis, Rowling,


Martin… L’epica, scacciata dalla porta del nostro cuore rimpicciolito, rientra dalla
finestra dei desideri trasfigurati dalla fantasia. Le ragazze (soprattutto) leggono e
guardano Colpa delle stelle (mentre i maschi ammirano gli eroi post-omerici del
calcio) perché vogliono sapere come si fa ad amare ed essere amate con il coraggio
che sfida la morte. Vogliono mettere la testa dove il cuore ha già intuito la verità, e la
morte rimane narrativamente (cioè esistenzialmente) il modo più vero per chiamare
le cose alla vita. Raymond Carver, scrittore e poeta minacciato – come i protagonisti
del libro – dal cancro, volle che sulla sua lapide fossero scolpiti i suoi ultimi versi: “E
hai ottenuto quello che/volevi da questa vita, nonostante tutto?/Sì./E cos’è che
volevi?/Potermi dire amato, sentirmi/amato sulla terra”. Quando morì aveva solo 50
anni e le parole che un adolescente spesso non riesce a trovare. Ma sa cercare.

La Stampa, 18 settembre 2014

*
Pur faticando, non mi stanco
C’è un quadro di Boccioni di cui
mi sono innamorato. Si intitola
“La strada entra nella casa”,
dipinto nel 1911. Una donna, le
cui fattezze sono della madre del
pittore, affacciata al balcone
guarda la città dall’alto e, in un
movimento a spirale di edifici e
uomini dediti a diverse attività,
la strada sembra riversarsi come
un fiume danzante dentro la
casa, attraverso lo sguardo vigile
e attento della donna.
Guardandolo mi sono chiesto:
come guardiamo la strada o
come lei entra nel nostro
sguardo?

Lo sguardo stanco di molti, la


lamentela come tema dominante dei discorsi, il disincanto sulle cose più belle,
l’amore in primis, mi suggeriscono che tutto, al contrario di quel quadro, diventa
immobile, vecchio, ripetitivo, incolore, stantio. La grande promessa di vita sembra
non poter esser mantenuta. Il paradiso si manifesta in singoli e fugaci istanti di
pienezza non in qualcosa di duraturo e stabile. Cercare questi istanti è la goccia di
miele nell’esilio? Dov’è il nuovo che dà vita ad ogni cosa in ogni momento del
giorno e in modo duraturo? Devo rassegnarmi all’opacità del quotidiano o c’è altro?

Solo il nuovo sconfigge la routine, solo il nuovo dà sangue a ciò che diventa esangue.
Per questo è bello innamorarsi: il cuore si rinnova e una ventata di luce e freschezza
ci ricorda per cosa siamo fatti. L’eternamente uguale invece è l’inferno. Per questo la
vigilanza (vegliate!) è il requisito primo richiesto all’uomo che voglia essere uomo:
la sua disponibilità totale al presente, l’apertura elastica al dono di ogni istante,
qualsiasi cosa contenga. Agostino chiamava “attenzione” la presenza del presente,
rispetto a quella del passato (memoria) e del futuro (attesa). La guerra che dobbiamo
condurre ogni giorno è proprio quella contro l’abitudinarismo, contro il farsi andar
bene la stanchezza del cuore e dell’amore, per mancanza di vigilanza, di attenzione.
La pace è frutto della guerra contro la tiepidezza che rende tutto incolore, noioso e
ripetitivo. Ma come si fa a mantenere questa disposizione del cuore a inaugurare ciò
che tocca? A trasformarlo in gioia duratura e fedele? La strada è segnalata in poche
parole che leggo e rileggo in questi tempi di crisi: “Guarda (dice l’originale greco,
più spesso tradotto con “ecco”), io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,5). Così Dio
dice nell’Apocalisse all’uomo impaurito dal fallimento, dalla stanchezza, dalla crisi.
L’uomo da solo non può inaugurare, rinnovare: ha bisogno di ricevere questa novità
istante per istante, e scoprire che ogni momento è pieno di questa novità che può
baluginare solo raramente se procurata dalle nostre forze esigue (tutta l’arte vive di
questo slancio, enorme anelito di apertura al mistero della creazione, così percepita
come dono). Ma quel verbo all’imperativo (“Guarda”), a differenza dell’azione
divina che è al di fuori della portata dell’uomo (fare nuove tutte le cose: proprio tutte,
uno sguardo, un amore, un lavoro, una persona, un dolore, un fallimento…), segnala
lo spazio affidato all’uomo verticale: guardare. Per accedere al rinnovamento
continuo di tutte le cose, alla primavera che ogni istante contiene anche se
minacciato da stanchezza e opacità, bisogna essere condotti al piano di chi vede
veramente, ricordando quello che già Montale lamentava nei suoi versi: “gli scorni di
chi crede che la realtà sia quella che si vede”. Si scorna chi crede che la realtà sia
solo quella che si vede, perché la realtà è invece quella che ci viene concesso di
“guardare”. Quello che si vede è il trascorrere delle cose umane in un flusso che
inevitabilmente perde forza, slancio, vigore. Quello che si guarda è invece il legame
con chi rende viva ogni cosa in questo momento, anche la più fragile e stanca. Ma
c’è bisogno di me, punto di contatto tra la fonte che rinnova e la realtà da rinnovare.
Sono io che entro in classe, che incontro un genitore, che correggo un compito, che
scrivo una pagina, che ascolto un amico, che risolvo un problema, che cucino un
piatto di pasta, che provo il dolore di un fallimento, di un errore, di un tradimento, di
un turbamento, di un peccato. Sono io quella congiunzione tra l’effimero e la realtà, e
in me può compiersi la trasformazione di ciò che è vecchio in ciò che è nuovo, non
grazie a me, ma attraverso di me. Purché io guardi. Io guardi veramente le cose. È
qualcosa che a livello umano gli artisti sperimentano, perché il loro guardare è uno
dei gradini di questo invito in cui naturale e soprannaturale possono toccarsi.
Raymond Carver, maestro di attenzione nei suoi racconti e poesie, scriveva “si
possono descrivere delle cose, degli oggetti quotidiani, usando un linguaggio
comune, ma preciso – una sedia, una forchetta, la tendina di una finestra – e dotare
questi oggetti di un potere immenso, addirittura sbalorditivo”. La scrittura è veglia
dei sensi, prima ancora che segno sulla pagina. Va oltre il poeta e premio Nobel
D.Walcott, che del modo di dipingere di Pissarro, ne Il levriero di Tiepolo, dice:
“Ogni pennellata era intrisa di quell’assenza; con regolare, quieto dipingere /
costruiva il suo azzurro. Era questo il suo modo di pregare”. Il poeta-pittore intuisce
che guardare, strumento primario del suo lavoro nel mondo, è pregare: vigilare,
custodire, inaugurare ogni cosa. L’arte ci ricorda, fissandolo nella materia, per cosa
sono fatti i nostri occhi: la novità di tutte le cose che in questo istante Dio opera,
silenziosamente, lievemente come la brezza di Elia.

Il pieno compimento di questa possibilità, secondo l’invito della Rivelazione-


apocalisse, è però un dono: si chiama preghiera (vigilanza). Una preghiera continua,
costante, importuna ci viene chiesta, perché il presente richiede attenzione continua.
Non come una prestazione impossibile: non è un moralismo utopico, perché la
preghiera non è una prestazione, ma un prestito di occhi e cuore, che sono la radice
degli occhi. É colui che dice di far nuove tutte le cose che la rende costante, continua,
importuna, inesausta. Io posso solo ricevere questa possibilità aprendomi ad essa e
vedrò tutto rinnovarsi sotto il mio sguardo, non per magia, ma per caduta di paoline
squame dagli occhi e scorgere ciò che io non potevo vedere (Danielou scrive che i tre
della Trasfigurazione sul Tabor videro come stavano le cose in realtà, per grazia
furono resi meno ciechi).

Questo comporta la fatica buona del rimanere aperti, compatibile con la gioia, ma
non con la stanchezza, col disincanto, con l’abitudine. Guardare tutti i volti di una
classe ogni giorno in modo unico è faticoso, ma non stanca. Allattare il bimbo è
faticoso, ma riempie.

Questo guardare il rinnovarsi di tutte le cose che tocchiamo è ciò che abbiamo da
dare ad un mondo stanco. Un cristiano che non prega (veglia) in ogni istante,
attraverso ciò che sta facendo, rapidamente perde smalto, perché ha perso il suo
legame con la fonte, con la vite/a. Non ha più nulla che lo rinnovi, non può vedere
più nulla, perché non guarda più nulla. La meraviglia di una continua novità, quella
che ci prende di fronte ad un panorama alla fine di una lunga camminata, quella che
ci afferra nelle movenze della donna di cui ci innamoriamo, quella che ci spiazza nel
sorriso di un bambino, è la possibilità data in ogni momento a ciascuno di noi. È
quello che la strada chiede a quella donna affacciata al balcone nel quadro di
Boccioni: dare senso e casa al caos di quella strada. Grazie a quel “guarda” ogni
giorno mi stanco, ma non mi annoio. Ho il cuore e gli occhi pieni di una meraviglia
che nessuno può strapparmi, perché non l’ho messa io nelle cose: il loro reale
rinnovarsi è lì disponibile per i miei occhi liberati dalle squame. Il mio compito, a
volte faticoso, è goderne. E poi raccontarla.

Avvenire, 22 settembre 2014

Della morte e resurrezione in Stephen King & altri…


Qualche giorno fa, il direttore dell’inserto TuttoLibri della Stampa mi ha lanciato la
sfida di recensire l’ultimo libro di Stephen King, che spadroneggia nelle classifiche.
Così mi sono lanciato nella lettura di un genere che non frequento molto. Ed ecco il
pezzo, al seguito del quale riporto i link di quattro articoli scritti la
settimana precedente in occasione della Pasqua, che rispondono alla domanda posta
all’inizio e alla fine dell’articolo su King: a quali narrazioni affiderei il mio destino
in tema di morte e aldilà?

***

Come afferma Alain Finkielkraut “il principale ostacolo tra noi e il mondo, tra noi e
noi stessi, è di ordine romanzesco. Il velo steso sulle cose ha una tessitura narrativa,
non diversamente dal loro disvelamento… Essere uomo è affidare il proprio destino
alla letteratura, perché gli dia forma. Tutto sta nel sapere a quale”.

Quando nacque l’horror, come genere, l’ostacolo frapposto tra l’uomo e la


comprensione di se stesso era la dea Ragione dei Lumi, che tutto pretendeva di
spiegare, scacciando dalla porta della realtà il misterioso e l’irrazionale. Così nel giro
di qualche decennio quei due rientrarono dai buchi che trovarono aperti: camini,
solai, cantine, fessure, incubi… e si riversarono, con il loro carico di tenebra e
terrore, nei cervelli costretti ad accettare che la sola Ragione non basta. La realtà non
è solo luce, ma insondabile tenebra: l’uomo nasconde cantine, soffitte, fessure da cui
escono mostri e multiformi follie. Stephen King lo sa bene e continua a raccontarlo,
anche se, rispetto ai suoi capolavori, in questo romanzo (siamo oltre i 50 e solo nel
2014 ne sono usciti due ed è in arrivo un altro) sul suo talento visionario sembra
prevalere la vena nostalgica (il titolo è Revival) di un uomo che, raggiunti i 68 anni,
ha deciso di trasfigurare narrativamente i conti da fare con la morte e con ciò che c’è
da espiare in una vita. Infatti il protagonista, Jamie Morton (la sua lotta con la morte
è anche nel cognome), ci racconta la storia in prima persona, dai 6 nel 1962 fino ai
61 anni nel 2013, per poi lasciarci nell’incertezza sul dopo.

Il titolo si riferisce solo superficialmente ai concerti con pezzi musicali d’un tempo
(il rock è il rumore di fondo della storia, come in aletta la foto dell’autore con
chitarra in spalla), nostalgicamente rievocati da chi non ha più il ritmo delle canzoni
della sua giovinezza, in realtà “revival” è la galleria di ricordi di Jamie e di tutti
quelli ha visto morire, ma ancor di più è la ricerca del segreto della resurrezione
(ultimo e vero “revival”) e quindi del dopo-morte. Un segreto indagato dal più
classico dei personaggi dell’horror – lo stregone – che, giocando con i poteri occulti
della natura, scopre il modo di controllare o almeno scandagliare la “potestas
universi”, la forza che governa le cose, di cui l’elettricità non è che pallida
manifestazione. Si tratta del reverendo Charlie Jacob, un misto di Tesla, Faust, dottor
Frankestein e Houdini, che comincia a giocare con l’elettricità, scoprendone
l’inesplorato potere, quando è ancora il mite pastore metodista della cittadina di
Jamie. Ma dopo aver perso la splendida moglie e il figlio in un incidente, egli
sostituisce alla fede in Dio quella nella morte, il cui mistero si nasconde proprio
nell’elettricità, canale aperto e da risalire ad ogni costo per scoprire che fine hanno
fatto quelli che più amava. Il dominio tecnico dell’elettricità diventa ossessione, che
Jacob, finto uomo di Dio, sfrutta per guarire centinaia di persone e raccogliere i soldi
per l’esperimento finale: strappare alla Grande Madre (la Nera Signora) il suo ultimo
segreto, varcando la porta tra il nostro mondo e quello dei morti. Jacob (la scala di
Giacobbe di biblica memoria qui è l’elettricità) è un alchimista dei giorni nostri, che
deve far resuscitare un morto per chieder cosa abbia visto di là. Jamie Morton, sanato
lui stesso, gli è alleato prima entusiasta e inconsapevole quando gli esperimenti
causano guarigioni miracolose, poi, aiutante riottoso e antagonista, quando si
trasformano in morti terribili e violente. Jamie vorrebbe fermare Charlie, ma alla fine
è lui stesso (e noi con lui) a voler sapere quale forza (angelica o demoniaca?) si celi
oltre la Soglia.

Le due storie, quella di Jamie e quella di Charlie, sono sempre più fatalmente
intrecciate sino al faccia a faccia con l’Altro, dove torna un King lovercraftiano, in
pagine dall’atmosfera onirica e soffocante. La trama procede un po’ stancamente,
con qualche lungaggine, soluzione telefonata, nostalgica indulgenza sul tempo
andato. L’“humor” è sì nero, ma più melanconico che orrorifico. King mescola new
age, cinema, alchimia, scientismo faustiano, demonismo, religione, horror, a caccia
della risposta alla domanda che attanaglia tutti: cosa c’è dopo? E se fosse una tortura
peggiore di una vita votata alla morte?

A quale letteratura affidare il proprio destino, si chiede Finkielkraut. Non è a questo


libro che affiderei il mio, sull’argomento morte e aldilà. Lo faranno con gioia i suoi
adepti, anche se avvertiranno un passo affaticato, che comunque gli perdoneranno,
data l’età e l’inesauribile (sovra)produzione. Lo faranno con discreto piacere quelli
che cercano 500 pagine di intrattenimento con i dovuti sussulti, di genere.

*
Morire di nulla si può. Ma vivere?
Il corpo di Domenico, fotografato, analizzato,
dissezionato, con estrema freddezza, dovrebbe
dirci perché non c’è più Domenico, in quel
corpo. Si cerca di quantificare tutte le anomalie
di quel cadavere: tasso alcolemico, tracce di
feci, una canottiera come unico corredo
funebre, pantaloncini e mutande accanto al
corpo, non indossati (che ci fanno lì? come ci
sono finiti?), lividi sulle braccia. Un corpo senza pace, proprio perché solo a quel
corpo si può chiedere con freddezza la verità, che non riesce ad emergere da altri
corpi, caldi. Una settimana dopo i funerali affollati dai compagni di scuola e straziati
dalle richieste di verità di genitori e insegnanti, alla veglia per ricordare Domenico, i
compagni di classe sono assenti. La solitudine fredda di questo corpo si rinnova e si
aggiunge a quella dei minuti in cui non era ancora il corpo freddo, rinvenuto nelle
prime luci dell’amaro mattino milanese.

Con la lente di ingrandimento analizziamo ogni centimetro di questa solitudine di


pelle, ogni grammo di intestino e millilitro di sangue, perché la verità, che più spesso
si annida tra i vivi piuttosto che nei frammenti dei morti, non ce la fa a spaccare lo
strato di paura, omertà, confusione che la copre. La verità è sempre calda: quella che
i genitori invocano per cominciare ad elaborare la loro perdita; quella che noi
indaghiamo perché, senza colpevoli, aumenta il nostro smarrimento di fronte alla
morte senza senso di un giovane; quella che altri provano a dimenticare sperando si
possa riprendere a vivere come prima lasciando che i morti seppelliscano i loro
morti.

Sangue, pelle, feci: a questo si riduce la vita di un ragazzo, caldissima sulla soglia
della maturità, della patente, del voto, dell’università e di tutti i progetti che
cominciava appena a disegnare. Di tutta questa vita sprecata rimangono grumi di
sangue, carne e feci. Per uno scherzo finito male? Un malore? Un comportamento
anomalo? Tutte queste cose insieme? Ipotesi che non bastano a ridare calore ad un
corpo. Non bastano soprattutto a giustificare quello che temiamo di più: che si possa
morire «per nulla».

Il nulla di uno scherzo, il nulla di un bicchiere di troppo, il nulla di un abbandono.


Non si può morire di nulla. E se fosse proprio questo il senso di quel corpo
abbandonato al vuoto e alla notte? Ricordarci che quando ci si affida al nulla, il nulla
poi freddamente rapisce tutto: vita e verità, che siamo costretti a cercare, accanendoci
su frammenti dal tasso troppo basso di vita e verità, per potercele restituire.
L’autopsia di un corpo giovane, morto di nulla, restituisce ai vivi un referto
paradossale: di nulla si può morire. Ma vivere?

La Stampa, 24 maggio 2015


*
Lettere sulla scuola: n.8 – La bella scuola: rose e libri

Con questa lettera termina la rubrica che il giornale La Stampa mi ha affidato sul
tema scuola, durata eccezionalmente due settimane a causa del numero di lettere
giunte in redazione.

Gentile Ester,

la tua lettera mi ha fatto pensare che sarebbe molto interessante raccontare «la bella
scuola» (la definisco così per smarcarmi dalle facili attribuzioni di partigianeria).
Bello è un concetto più ampio di buono, perché lo include. Ricordo la volta che sono
entrato in un istituto tecnico statale e c’erano piante curate nell’atrio e nei corridoi.
Mi è bastato per capire che quella scuola era buona: e lo era.

Ti racconto una storia. Nel romanzo «Il mondo nuovo», Huxley immagina come i
bambini vengano educati nel nuovo sistema di controllo che garantisce l’equilibrio –
basato sui consumi – del Nuovo Mondo. Essi non nascono più nelle famiglie, ma
nelle provette con una selezione adeguata, e sono educati in gruppo e obbligati ad
odiare le due cose che minano il consumo continuo di beni: la natura e la cultura.
Infatti, introdotti in stanze piene di rose e libri colorati, non appena cominciano a
sfogliare pagine e petali, si attivano assordanti allarmi dal soffitto e dolorose scariche
elettriche dal pavimento. I bambini urlano impazziti, allontanandosi da rose e libri,
causa apparente del dolore. Tutto ciò si ripete regolarmente. Una volta cresciuti, in
modo puramente istintivo, si terranno alla larga dalla natura e dai libri. Cioè dalla
realtà, perché – spiega il Direttore del Centro di Incubazione e Condizionamento –
stare nella natura o leggere libri sono abitudini che non generano consumi.

La bella scuola è «resistenza» che ripara «rose e libri» e li offre agli 8 milioni di
studenti italiani, spezzando il meccanismo pavloviano indotto dalla società dei
consumi, che spinge a non tenere in considerazione la realtà e il suo senso, proprio
perché, alla realtà e al suo senso, i ragazzi spesso associano allarmi e scosse
elettriche: noia, delusione, paura, obblighi insensati e mancanza di risposte,
precipitando tra le grinfie di ciò che Pasolini definiva il fascismo odierno: il
consumismo.

Anche io, come te, sono diventato insegnante il giorno in cui, a 17 anni, il mio
insegnante di lettere mi prestò il suo libro di poesie preferito, dicendomi: «Leggilo,
hai due settimane». Hölderlin e quel gesto aprirono il mio cuore e la mia testa al
futuro. Una mia collega di scienze è diventata professoressa di questa materia perché
il suo professore durante l’ora poneva solo «perché» da risolvere: le spiegazioni
nascevano dalla comune ricerca della risposta. Ne ricorda a memoria uno decisivo:
«Perché se metto una ciliegia in un bicchiere di acqua calda l’acqua si colora di
rosso?».

«Rose e libri»: non mero campo di prova per compiti, interrogazioni e programmi da
svolgere, ma sguardo contemplativo e non consumistico sul mondo. Socrate ha
inaugurato lo stile occidentale del sapere e della scuola, il dialogo con i suoi allievi è
infatti per lui il logos (parola, discorso, ragione) che passa attraverso (dia-) le persone
per generare la verità. Ad Alcibiade che gli chiede: «Conoscere se stessi spesso mi è
sembrata una cosa alla portata di tutti, spesso, invece, assai difficile», Socrate
risponde: «Che sia facile oppure no, per noi la questione si pone così: conoscendo
noi stessi potremo sapere come dobbiamo prenderci cura di noi, mentre se lo
ignoriamo, non lo potremo proprio sapere». Rinunciamo alla conoscenza come modo
di prenderci cura di noi stessi quando facciamo divorziare istruzione ed educazione,
insegnamento e orientamento. Non ci salveranno riforme strutturali, necessarie se
ben pensate e concertate, ma «rose e libri», come dimostra la tua lettera, Ester.

Sarebbe interessante raccontare le rose e i libri nella «bella scuola» che avete vissuto
tempo fa o recentemente, dall’infanzia alla maturità, per condividere e mettere in
circolo buone pratiche e buone idee, e soprattutto perché, come dice il poeta: la
bellezza è per entusiasmare al lavoro.

Dal Pin di Calvino al pin del cellulare – in margine al tema di Maturità

L’inutilità di diventare adulti, oggi.

L’adolescenza è una terra impura, come per gli antichi la spiaggia, poiché non
apparteneva del tutto alla terra, né del tutto al mare. Per questo sulla spiaggia si
svolgevano i riti di purificazione, i sacrifici, per chi arrivava e per chi partiva. Dalle
certezze della terraferma si entrava nella minaccia del flutto, o dall’incerta identità
dei marosi si approdava alla terraferma. Non si apparteneva né alla terra né al mare,
per questo era necessario un rito di purificazione in uno spazio di transizione. Il
personaggio di Calvino, evocato intelligentemente nella scelta del testo della prima
prova di maturità, testimonia proprio questa sospensione, condannata alla solitudine,
tra il mondo dei bambini e quello degli adulti.

Pin si muove tra i due mondi senza appartenere a nessuno. É un essere liminare,
costretto sulla soglia in cui infanzia e maturità si toccano: è questa soglia è proprio
l’adolescenza, con il suo carico di solitudine dovuta proprio all’inappartenenza, fatta
di fughe in avanti verso il mondo adulto e le sue sfide, tra paura ed esaltazione, e
ritorni indietro al pensiero magico del bambino che crede tutto disponibile al
richiamo del suo pianto.

Pin gioca con i compagni ma poi viene allontanato perché è “sporco”, il mondo
impuro degli adulti che conosce bene gli si è attaccato addosso e non gli consente di
appartenere più all’ingenua “purezza” infantile: “i ragazzi non vogliono bene a Pin: è
l’amico dei grandi, Pin, sa dire ai grandi cose che li fanno ridere e arrabbiare, non
come loro che non capiscono nulla quando i grandi parlano.”

Pin allora si rifugia nel mondo degli adulti “che pure sono incomprensibili e distanti
per lui come per gli altri ragazzi, ma che sono più facili da prendere in giro”. A loro
racconta storie oscene e canta canzoni capaci di farli tornare bambini, e proprio per
questo anche i grandi gli voltano la schiena: Pin li smaschera, li prende in giro, ne
ridimensiona la pretesa serietà, e ne mostra l’oscenità e la mancanza di purezza.
Adolescenza è questa sospensione tra i due mondi, con un corpo che già corre verso
la maturità, come mostra il suo trasformarsi in un potenziale padre o madre, ma un
corpo allo stesso tempo ancora acerbo per contenere questa fecondità e che, per
questo, l’adolescente vive come “impuro”, non appartenente a nessuno dei due
mondi, da nascondere o da mostrare nascondendolo, sotto maschere accettate da tutti
(moda e morte sono sorelle ci ha insegnato Leopardi).
Adolescenza indica però un tendere: “ad” è moto a luogo, tensione, movimento di
ascesa da sé a se stessi, per un impeto scritto nella carne e nello spirito, di cui non si
è padroni e per questo paralizza. Tensione verso l’“olescenza”, che non ha nulla a
che vedere con gli odori di quel corpo irrequieto, ma con la pienezza, perché “ol” è
radice antica per indicare il tutto, il pieno, l’intero, che abbiamo confinato nelle cure
olistiche, che poi riguardano solo la pelle e l’intestino e non certo l’uomo tutto intero.
Tensione di ascesa verso la pienezza, sete di interezza, percepita proprio a partire dal
frammento, dal limite, dal confine. L’età in cui diventa necessario immaginare
l’infinito, di là dalla siepe che lo nasconde.

Oggi quell’infinito è meno certo, difficile anche solo da immaginare. La resistenza a


cui partecipa Pin oggi qual è? Come è possibile la resistenza dell’adolescente in
questa epoca di paura e disperazione, in cui non si vuole più appartenere al mondo
degli adulti, che offre spettacoli indecenti tra corruzione, egoismo, accidia, odio…?
Pin voleva appartenere alla grande avventura di liberare il Paese, ma a cosa dovrebbe
appartenere oggi un adolescente, se non c’è nessuna battaglia da fare, se gli adulti
giocano a fare gli adolescenti, trastullandosi con l’idolo tecnologico o chirurgico
dell’eterna giovinezza?

“La nebbia di solitudine che si condensa nel petto” di Pin e che lui cerca di smaltire
guardando i grandi e stando con loro, oggi pare più densa, la siepe sembra un muro.
La zona di inappartenenza si amplia e conosce evidenti regressioni infantili:
dipendenze, disagi psichici, violenza, incapacità di prendere decisioni, di uscire di
casa, di dedicarsi agli altri, consapevoli che i talenti non sono per autoaffermarsi ma
per servire, di affrancarsi dal pensiero magico alimentato dalla apparente
disponibilità dell’infinito negli smartphone, in cui già a 10 anni l’unico “pin” che
conta è quello da memorizzare per sbloccare la tastiera…

Dove è finito il mondo dei grandi? Cosa lo ha rammollito, anchilosato, incancrenito,


fatto ammalare? Nessuna pienezza a cui tendere se non quella del ventre che sorride
grazie al bifidus, del volto che sorride grazie al botox? La resistenza di oggi ha come
nemico il nuovo fascismo, come lo chiamava Pasolini: il consumismo, che rende
tutto disponibile ad un prezzo e lo priva di valore, eppure Wilde ci aveva avvertito
con più di un secolo di anticipo “al giorno d’oggi la gente sa il prezzo di tutto e non
conosce il valore di niente”. Resistere oggi è desistere dall’imperativo di consumare
e spendere, e trasformarlo in slancio per spendersi per gli altri e per il mondo: questi
saranno gli eroi della resistenza contemporanea, giovani o adulti che siano, capaci di
ricordarsi di Pin oltre che del pin. Ne conosco molti, a scuola: per questo non perdo
la speranza.

La Stampa, 18 giugno 2015 –

*
Quale educazione pro-voca persone mature? La visione cattolica…

Siamo sicuri che la cosiddetta educazione cattolica ci riesca?

Maturità: uno degli ultimi riti di passaggio nella nostra cultura, come quando
l’adolescente veniva abbandonato nel bosco per una notte e doveva sopravvivere da
solo affrontandone i pericoli per poter essere accolto nella cerchia degli adulti. La
scuola di oggi riesce a rendere questo rito effettivo o si è ridotto a una pratica ormai
vuota? È compito solo della scuola? L’obiettivo dell’istruzione è la cultura e la
scienza, l’obiettivo dell’insegnamento è l’autonomia.

Sono inseparabili, ma hanno finalità specifiche che è bene distinguere per poi poterle
unire. Un insegnante nell’atto stesso dell’istruire educa, e nell’educare istruisce. Chi
separa forzosamente queste due dimensioni pensando di poterle agire separatamente
produce: o nozionismi che saranno presto dimenticati, non avendo presa sulla
persona nella sua interezza, confinate solo in una zona periferica e non utile
all’autonomia; o automi, cioè uomini e donne che ripetono gesti che non hanno
vagliato personalmente ma si sono attaccati addosso per imitazione e contagio, non
per interiorizzazione.

Come dunque insegnamento e istruzione trovano equilibrio nella loro differenza?


Come si armonizzano nell’obiettivo di “pro-vocare” persone mature? Solo a patto
che questa armonia sia coltivata ogni giorno dall’insegnante nella sua propria vita e
offerta nel vissuto concreto ai propri studenti. Solo se l’insegnante coltiva e amplia la
sua vita interiore, incoraggia la “conversazione interiore”, cioè la capacità di abitare
in se stessi in mezzo al flusso delle cose senza esserne travolti, dare ampio assenso
alla vita senza esserne schiacciati. Insomma, essere maturi è umanizzare l’uomo
(cosa che riguarda tutte le età della vita e non solo i diciottenni), distinguendosi dagli
animali che sono totalmente “nel mondo” e si limitano a reagire alle sue
sollecitazioni, mentre l’uomo è, sì, nel mondo ma è anche contemporaneamente di
fronte al mondo: ha uno spazio dentro di sé grazie al quale lo considera, lo
interiorizza, lo valuta: «Quello che i sensi e l’intelletto pongono di fronte è un mondo
di cose; l’importanza che esse possiedono ai fini della costituzione del mondo
interiore, come alimento spirituale, le denota come oggetti di valore o come beni.
Nella misura in cui i beni sono prodotti dello spirito umano, suscitati dalla sua
attività creativa, li designiamo come beni culturali. Essi hanno un’esistenza
autonoma, svincolata dal suo autore.

Per lo più è un oggetto materiale a costituire la materia prima del loro essere. Ma ciò
che costituisce il loro valore è qualcosa di spirituale; un elemento di vita spirituale è
misteriosamente imprigionato in loro, e può essere afferrato dall’anima che ne viene
a contatto. Se li consideriamo sotto questo punto di vista, li chiameremo beni
educativi. Più ancora che dal rapporto col complesso di questi beni, l’anima si
avvantaggia nell’avere rapporto con i loro eventuali autori, con le persone viventi. Lo
sviluppo dell’anima e quello del suo ambiente spirituale procedono di pari passo. Il
compito degli educatori è quello di fornire questi materiali». Questo scrive Edith
Stein, in La vita come totalità.

Non è un caso che la patrona d’Europa, morta in campo di concentramento, intitoli


così il suo libro. La vita come totalità: credo sia questa la sfida per una visione
cattolica dell’educazione, che non significa una visione confessionale, catechistica,
parziale, ma appunto universale, cioè quella che riconduce ad “unità” l’immensa
varietà di oggetti del mondo, rispettandola.

Visione cattolica significa guardare le cose all’interno della visione che ne ha Cristo:
come guarderebbe quell’uomo, quella donna, quel filo d’erba, quell’albero? In tutta
la sua ampiezza e verità, per il suo pieno compimento. Partecipiamo noi di questo
sguardo? Solo partecipandovi e coltivandolo in noi potremo generare personalità
mature, perché il dinamismo della maturità non è lineare, non siamo macchine, ma
procede a stadi. Nel ragazzo viene risvegliato uno stadio ulteriore, che egli vorrà
raggiungere perché ne sente l’attrazione, il desiderio, la bellezza. Per questo la
maturità può conoscere fughe in avanti rispetto all’età (basti pensare a ragazzi che
hanno sofferto molto) o regressioni nonostante l’età raggiunta. La maturità non è mai
data per acquisita, è un dinamismo continuo, che avrà un percorso armonico nella
misura in cui si orienta la persona alla sua pienezza, in ogni tappa della sua vita.

Questo è educare: «L’insegnamento non è che una parte dell’educazione. Ma col


termine educazione intendiamo la formazione dell’essere umano nel suo complesso,
con tutte le sue forze e tutte le sue capacità. Cos’altro vogliamo raggiungere
coll’educazione se non che il giovane che ci è affidato divenga un essere umano
vero, autentico e autenticamente se stesso (sia nel senso generale della natura umana
quanto in quello particolare della personalità individuale). Come conseguire però
questo fine? L’educatore deve possedere un’idea chiara riguardo a in che consista
l’educazione, cioè l’autentica natura umana e l’autentica individualità. Formare
esseri umani autentici significa formarli ad immagine di Cristo, ma per farlo
l’educatore deve essere lui stesso un essere umano autentico» (ibidem). Credo che
questa sia la sfida della maturità, vero esame e rito di passaggio, in ogni età della
nostra vita.

Avvenire, 18 giugno 2015

La maturità non finisce mai – in margine alla lettura de “La porta stretta” di
Curi
Il libro di Umberto Curi rinviene gli elementi distillati dalla cultura occidentale per
una paideia del diventare «maggiorenni», senza impelagarsi in arzigogoli
pedagogici. Il percorso si snoda tra filosofia e letteratura, senza risparmiarsi nessuna
delle vette raggiunte sul tema: da Platone ai giorni nostri, passando per Kant,
Dostoevskij, Melville, Hegel e la Sacra Scrittura. Il primo merito di questo libro è
scrollarsi l’interpretazione delle età della vita come processo lineare e progressivo: la
maturità conosce fughe in avanti, acquisizioni, ma allo stesso tempo passi indietro,
regressioni. Il concreto vivente abita gli stadi della vita, centrati su specifiche forme
da sviluppare, contemporaneamente e a cerchi concentrici: l’uomo non è essere
lineare, ma polare. Oscilla in stato di continua tensione tra il polo dell’autonomia
raggiunta, attraverso qualsiasi forma di parricidio, simbolico o reale, e il polo
dell’obbedienza, cioè quella pienezza raggiunta obbedendo (ob-audire: ascoltare e
far proprio) al discorso paterno.
Nella prima regione troviamo personaggi e filosofi che identificano la maturità con la
presa di posizione del figlio contro il padre e i suoi insegnamenti: Edipo, i
Karamazov, Kant e il suo concetto di «rischiaramento» depurato da tante
interpretazioni fuorvianti, Freud… Nella seconda si attesta soprattutto il paradigma
giudaico-cristiano, con i suoi santi al seguito della figura di Cristo, che svuota se
stesso nel dono di sé e, obbedendo al Padre, raggiunge la pienezza della sua missione
e invita i suoi a fare altrettanto, senza che questo significhi inerzia, remissività,
deroga: «Mi svuoto non per restare minorenne a vita, ma perché è quella la strada
attraverso la quale potrò conseguire una maturità autentica, comunque sottratta alla
precarietà o all’inefficacia di una autoaffermazione che implichi l’uccisione del
padre… Pur innegabile e ineliminabile, l’aspetto della “sottrazione” o della
“rinuncia” non è affatto quello che più adeguatamente può esprimerne la peculiarità.
Nettamente predominante è semmai un carattere opposto, nel senso del massimo
potenziamento, dell’acquisizione piuttosto che della perdita, della vittoria anziché
della sconfitta, dove il «vuoto» è in funzione di un “pieno” più autentico e
“compiuto”».
In una zona intermedia, o ulteriore, di sospensione tra l’agone contro il padre e
quello con se stessi in favore del padre, Curi colloca Bartleby, lo scrivano di Melville
che, chiamato a superare la sua minorità, si sottrae: «preferirebbe» rimanere il
semplice «copista» che è sempre stato, anche se proprio questo rifiuto o astensione lo
porterà alla rovina. Bartleby sa che, propendendo per l’uno o l’altro polo,
accetterebbe la vita come lotta che il singolo è costretto ad affrontare, un agon a cui
non ci si può sottrarre. Egli risponde rifiutando il ruolo di prot-agonista, di primo
lottatore, con una terza via, marginale: «A chi ci incalza per farci diventare
maggiorenni, e dunque vorrebbe spingerci all’obbedienza o costringerci al parricidio,
ha dimostrato che si può rispondere “preferirei di no”».
Qualunque sia la via scelta, il titolo del libro, sfruttando la metafora evangelica,
indica proprio il passaggio stretto che ognuno, in numerosi e ripetuti momenti
della vita, è chiamato ad attraversare: la porta della maturità è stretta, perché,
comunque si scelga, i brandelli della carne vi rimangono impigliati, sia nel
braccio di ferro con il padre, sia nell’accettazione dell’«eccomi» alla volontà del
padre, sia nel «preferirei di no». Il dato che emerge è che nessuno di noi si è dato
a se stesso, ma è posto nel mondo per una volontà non sua, alla quale può
ribellarsi, con il grido di molti personaggi della letteratura: «meglio non esser
mai nati» (tema già sviscerato dall’autore in un altro libro). Ma per chi accetta
la condizione di «dipendenza» alla e nella vita, la maturità è trauma imposto:
siamo costretti a maturare, ad affrontare la porta stretta, come il personaggio del
racconto di Kafka che invecchia davanti a quella porta, senza mai riuscire a
varcarla. Maturare è comunque un faticoso e necessario «uscire» dalle proprie
ristrettezze e dipendenze idolatriche, rimanendo in bilico e quindi in tensione tra
la visione parziale della minorità e l’accecamento prodotto dalla nuova
condizione, perché è proprio della condizione umana «in qualunque epoca, in
ogni fase della nostra vita, avere accesso non al chiarore splendente di una luce
senza ombre, ma soltanto al chiaroscuro di una visione comunque limitata e
imperfetta».
Curi, con il gusto per l’archeologia – come ricerca dell’origine e del principio
ordinante – della parola, e con ragionamento serrato, che progredisce sia linearmente,
sia a spirale attorno alcuni punti più complessi, scendendo ad ogni passaggio più in
profondità, ci conduce in un viaggio culturale appassionante e impegnativo
(bellissime la pagine dedicate al Grande Inquisitore dostoevskijano), per farci
scoprire, a scanso di semplificazioni e formule approssimative, che «la maggiore età
non è l’incrollabile punto di arrivo del viaggio, non coincide con uno stato acquisito
una volta per tutte. Ma che la nostra vita è, nel suo insieme, caratterizzata da un
polemos inesauribile, dal quale non si esce mai definitivamente vincitori una volta
per tutte». La Stampa, Tuttolibri 22 giugno 2015

Il mio primo disastroso giorno di scuola


La memoria è il modo in cui il tempo degli orologi, sempre in movimento, si incontra
con l’eternità fatta di istanti talmente densi di senso da essere fermi. Per questo il mio
primo disastroso giorno di scuola di prima elementare è nella mia memoria un
motore immobile.

Avevo cinque anni, ero all’asilo, l’unico periodo scolastico in cui imparare coincide
con creare, che coincide con crescere. Creavo soprattutto con il pongo: astronavi per
scontri apocalittici con i miei amici. Sedevamo attorno a banchi disposti a quadrato,
ci guardavamo in faccia e le nostre mani agivano su uno spazio pieno di possibilità.
Nessuno di noi sospettava che la scuola “dei grandi” avesse banchi a trincea,
controllati dalla torretta-attedra da occhi-mitragliatrice.

Ad un tratto la maestra Gabriella mi chiamò: “Oggi cambi classe” (sono un


“primino”). Mi fidavo di lei, le tesi la mano e mi portò in prima elementare. Ero
convinto, logica ferrea di bambino, che la scuola fosse un crescendo di pongo: ce ne
sarebbe stato sempre di più, di classe in classe, sino al trionfo di una laurea in pongo!
Quando entrai invece c’erano dei banchi disposti a file e non ci si guardava in faccia.
Tutti fissavano la lavagna e una maestra vestita di nero: spiegava qualcosa di strano e
freddo. Gesso bianco e cifre astratte: le temutissime tabelline, porta infernale
attraverso la quale abbandonavo il mondo incantato della creazione, per entrare in
quello necessario del far di conto. Mi sono seduto in fondo, solo col mio banco. Del
pongo nessuna traccia

Dovevo imparare e stare lì seduto. Adesso imparare voleva dire soffrire: mi


aspettavano 13 anni dietro ad un banco di pochi centimetri, a imparare, senza mani e
senza facce. Ma i bambini sanno presto trasformare la mancanza in risorsa, così
cominciai a guardarmi intorno. Sulle pareti c’erano dei cartelloni colorati con grandi
figure associate a segni eleganti. “Gn” con uno Gnomo dal barbone bianco, “F” con
una farfalla gialla a puntini neri, “C” con un bel coltello affilato, la “C” poi era anche
sul cartellone vicino, con una coppia di superbe ciliege. Non sapevo ancora che i
suoni potessero essere affilati come un coltello e dolci come ciliege. Cominciai a
fissare i disegni, perché le tabelline mi terrorizzavano (ancora oggi se qualcuno mi
chiede 7 per 8 a bruciapelo ho un sussulto). Mi estraniai: per questo poi cominciai a
collezionare uscite “fuori porta”: “chiacchierone e distratto!”. Nessuno riconobbe un
talento mal indirizzato…

Eppure quel giorno i cartelloni dell’alfabeto mi salvarono, perché potevo creare


anche senza pongo e senza mani, ma con la testa, il cuore e gli occhi, senza che
nessuno se ne accorgesse, cominciando a immaginare i rapporti invisibili tra quei
personaggi fatti di lettere e colori: che cosa facevano quando lasciavamo la classe,
soprattutto la notte? Nascevano, nella mia testa in fuga, trame tessute da quelle
relazioni invisibili, a cui io davo parole ed esistenza. Fu allora che nacque una delle
mie prime storie: cosa fa lo Gnomo alla Farfalla con il Coltello? Un thriller di cui
non ricordo lo sviluppo, purtroppo. Se lo ricordassi guarirei da molte delle mie tare
mentali…

Quelle lettere mi cambiarono la vita. Erano i segni “calligraficamente” perfetti di un


mondo da scoprire in ciò che ha di invisibile e possibile. C’era molto più sul muro
bianco tra un cartellone e l’altro che in tutte le formule da imparare a memoria, come
accade nella vita. Quei personaggi si muovevano nel mio teatro interiore per svelarmi
grandi segreti. Con le parole potevo dare vita a quelle relazioni invisibili, riempire di
parole quella parete bianca e incantare i miei amici. Così divenni un cantastorie
dell’invisibile e del possibile strappato allo spazio bianco, prima del muro poi della
pagina. Continuo a farlo oggi, tutte le volte che le pareti bianche della vita celano
misteri, paure, segreti, domande e cerco risposte nei personaggi e nelle parole che si
agitano dentro e attorno a me. Tutto è cominciato così, nel mio primo disastroso
giorno di scuola. Non me ne vogliano i matematici, ma quello è il lutto che cerco di
elaborare da una vita.

Elettori prima che lettori – Ad alta voce


La verità sulla lettura degli adolescenti non è da cercare lontano, giace sul vostro
comodino. Chiediamo alla scuola di renderli “lettori”, come se gli insegnanti
avessero la capacità di far fiorire ciò che non è stato neanche seminato. Dobbiamo
prima renderli “e-lettori”, capaci di scegliere, in modo che la lettura sia un incontro e
non uno scontro. Einstein diceva che per avere figli intelligenti basterebbe legger
loro le fiabe ad alta voce: intelligenza è intus-legere (leggere dentro), per penetrare il
mondo e abitarlo bisogna prima leggerlo. Un bambino senza fiabe è privo della
mappa per la sua esplorazione autonoma della vita, la fiaba è infatti – direbbe Vico –
“metafisica fantasticata”. A quell’età la comprensione del mondo non passa dal
concetto astratto, ma dalla vita in azione, forma capace di nominare – e quindi
rendere vivibili – paure e sogni. La fame di storie resta anche negli adolescenti, anzi
si acuisce, perché più specifiche si fanno le domande: abbandonato il pensiero
magico, per abitare il mondo occorre, ora più di prima, dargli forma ri-conoscibile.
Pavese si rammaricava di non leggere più i libri come, da adolescente, “con quella
viva ed ansiosa speranza di cose spirituali”, l’adolescenza è infatti l’età in cui
l’informe cerca la forma, e non possiamo stupirci se le forme proposte o imposte
dalla scuola siano oggetto di sospetto, tanto più se sono lontane dalle domande vive
in quel momento.

D’altro canto non mi sono stupito, di ritorno dalle vacanze estive, nello scoprire i
quattro libri scelti dai miei ragazzi di prima superiore da quattro liste con
caratteristiche diverse: i più e-letti sono stati Open di Agassi, due romanzi di Jane
Austen, Fahrenheit 451. Se in quell’elenco non ci fosse stato nulla che nutrisse la
fame di cui parla Pavese, sarebbero andati giustamente a rovistare al mercato della
tribù. Quando racconto Le notti bianche di Dostoevskij ai quindicenni so benissimo
come andrà a finire: lo ameranno. Per arrivare a Delitto e Castigo occorre passare
prima per un racconto di Dostoevskij (14 anni), poi un racconto lungo (15), poi un
romanzo breve (16), per approdare al romanzo (17) e al grande romanzo (18). A
volte dimentichiamo che l’uomo non è un cervello, ma una storia, che ha bisogno di
gradualità, relativa non solo alle difficoltà linguistiche del testo, ma alla possibilità di
condividere le domande e la ricerca del protagonista.
Al primo anno di superiori, alla fine della lettura integrale ad alta voce dell’Odissea,
durata un anno, i miei alunni hanno tirato fuori pizzette e dolci per festeggiare il
compimento di un’avventura, che credevano noiosa e indigesta, e che si era invece
rivelata settimana dopo settimana ricca e sfamante. Avevano eletto ciò che non
avrebbero mai letto, e letto ciò che non avrebbero eletto.

Non è solo questione di gradualità, ma anche di bellezza sul nostro comodino. Il


comodino dei genitori ospita libri? Quali? Capita mai di parlarne a tavola? In camera
dei figli piccoli ci sono libri o c’è già un computer? E in tasca uno smartphone prima
di una tascabile? Perché non impegnare una sera in lettura ad alta voce di qualche bel
libro come rito familiare?

Scriveva Leopardi con gran sincerità, lui che nei libri aveva cercato salvezza e ci
aveva perso la salute: “la lettura dei libri non ha veramente prodotto in me effetti o
sentimenti che non avessi e non c’è effetto che senza lettura non avesse dovuto
nascere da sé: ma pure ha accelerato e fatto sviluppare più presto”. Quando i nostri
ragazzi leggono voracemente un libro, stanno nutrendo qualcosa che in loro cerca di
farsi strada (forma) come può, magari in modo superficiale e per contagio della
moda. Da lì bisogna partire, per far loro gustare forme sempre più adeguate e ricche:
chi torna agli omogeneizzati,se ha età e denti per un piatto di spaghetti? È già tutto
dentro di loro, ma siamo noi capaci di nutrire quella fame che li porta a dire di un
libro: l’ho divorato? Che cosa c’è sul nostro comodino a nutrire la nostra?

La paura di dire “no”


“La colpa non è dei maestri, che coi pazzi devono fare i pazzi. Infatti se non
dicessero ciò che piace ai ragazzi, resterebbero soli nelle scuole… E allora? Degni di
rimprovero sono i genitori che non esigono per i loro figli una severa disciplina dalla
quale possano trarre giovamento… essi devono abituare gradualmente i giovani alle
fatiche, lasciare che si imbevano di letture serie e che conformino gli animi ai
precetti della sapienza… Invece i fanciulli nelle scuole giocano.”

Questa geremiade appartiene ad Agamennone, maestro sbeffeggiato da Encolpio e


Ascilto, giovani protagonisti del Satyricon di Petronio, che rispondono all’ennesima
ramanzina del fallito, scappando da scuola e avventurandosi per le vie della città, irte
di peripezie che mostrano loro che avrebbero fatto meglio a studiare un po’ di più
prima di affrontare il mondo, improvvisando. È il racconto comico di una società
decadente, quella neroniana, con una scuola al passo con la decadenza.

I tempi non cambiano, soprattutto quelli di crisi si somigliano. Così qualche giorno
fa, in una scuola italiana, una bambina di prima elementare, annoiata dalla lezione,
ha chiesto di andare al bagno ma, passata sotto le sbarre del cancello di ingresso, ha
preso la via di casa e in pochi minuti è tornata dalla mamma, sgomenta tanto quanto
l’insegnante.

Di chi sarà la colpa? Dei genitori, degli insegnanti, della scuola, dei ragazzi? Con il
senso di colpa non si va lontano, serve invece un po’ di buon senso.
Noi insegnanti siamo a volte bersagliati da genitori, che non riescono a sopportare
che, nella cultura del successo e della prestazione, il figlio possa fallire: fallito
piuttosto sarà l’insegnante che non riesce a fare amare libri e teoremi, e a tenere la
disciplina. Ma d’altro canto anche noi abbiamo le nostre responsabilità. Qualche
decennio fa la nostra cultura ha eroso lentamente l’autorità, identificandola con
l’autoritarismo. Ma con l’acqua sporca dell’autoritarismo avevamo buttato via il
bambino dell’autorevolezza. Oggi, forti di un po’ di senso storico e di risultati, siamo
chiamati a rifondare l’autorità su altre basi, più stabili. I ragazzi cercano genitori e
maestri capaci di porre loro mete e limiti, confrontandosi con i quali, possono
provare la consistenza di principi su cui fondare le proprie esistenze ancora informi.
Ma se ad essere informe è colui al quale chiedono una forma?

Abbiamo troppa paura di dire dei no, di porre regole, di proporre mete alte e
impegnative, perché i nostri ragazzi potrebbero fallire o perché a quelle mete e quei
sentieri non crediamo più. Eppure così cresce una generazione incapace di
riconoscere il principio di realtà, affondando nelle sabbie mobili di quello di piacere,
che rende tutto un gioco da bambini tiranni, come nel racconto di Buzzati. Ma il
gioco è divertente proprio perché ha delle regole, e non perché un tiranno possa
rinegoziarle quando perde, altrimenti il gioco si trasforma in farsa. E noi non
vogliamo personaggi da farsa come quelli di Petronio, che si perdono sollecitati e
manipolati da tutti i piaceri che li allettano, resi letteralmente impotenti dal loro
stesso desiderio sempre soddisfatto, incapaci di prendere posizione sulla realtà, in
una società divisa – a detta dell’autore antico – in due gruppi “quelli che derubano e
quelli che si lasciano derubare”… del futuro, prima di tutto. A genitori e insegnanti,
nuovamente alleati, il compito di strappare i ragazzi dalla tirannia del non senso.

La misericordia non è solo per credenti


In occasione dell’inizio del Giubileo della Misericordia ho scritto due articoli. Nel
primo, mi sono chiesto se la misericordia riguardi anche i non credenti e come
influisca in ambito educativo; nel secondo, ho cercato di approfondire quale sia lo
specifico della misericordia per i credenti.

***

Un filosofo contemporaneo ha visto in Prometeo l’archetipo della società di oggi,


composta da uomini stanchi, che hanno creato una vita che li incatena e divora
continuamente. Il loro fegato ricresce ogni giorno, pronto per essere nuovamente
distrutto dal meccanismo della prestazione. Per Prometeo non c’è misericordia: “La
società del XXI secolo è una società della prestazione. I suoi stessi cittadini sono
“soggetti di prestazione”. Sono imprenditori di se stessi.” (Byung-Chul Han, La
società della stanchezza). La tecnica sostituisce ciò che è umano nell’uomo.

La stanchezza che caratterizza la società occidentale colpisce in modo particolare i


giovani, ora disarmati di fronte ad una vita che chiede loro di essere oggetto di
prestazioni e non soggetto di possibilità (adolescenza è l’irruzione di ciò che è
propriamente umano, è l’assunzione di un destino: la necessità e l’entusiasmo di
creare a partire da ciò che si è) e che si rifugiano nelle loro stanze come gli
hikikomori o sono costretti a far regredire il loro corpo e il loro spirito a larva
anoressica; ora armati a vuoto con l’unico scopo di distruggere (a maggior potenza
creatrice corrisponde sempre maggiore estensione del caos), con violenza sul corpo
altrui, o sul proprio, ferito per sapere di aver sangue e vita dentro di sé. Regressione
fetale da un lato, esplosione kamikaze dall’altro: in entrambi i casi si mostra una
forza sorprendente, di per sé creativa, che può impegnarsi a fini distruttivi, fino
all’autodistruzione. L’assenza di misericordia trasforma l’amore di sé in amore della
morte.

La prestazione è il contrario della misericordia, la capacità di interiorizzare, negli


occhi dell’altro, la propria vita e accettarla per quello che è: un limite capace di
superarsi, un limite capace di creare e di essere nuovo inizio, un inedito darsi. I
giovani di oggi cercano, come ogni generazione, questa misericordia nella
generazione precedente: la possibilità di riceversi così come sono. Ciò si impara
primariamente in famiglia, la cui essenza è avere almeno un posto al mondo in cui si
è accettati (se non si è frutto di un menu, e quindi oggetto di attesa di prestazione) e
si accetta l’altro per come viene ed è e non per quello che può dare o fare. Un posto
in cui qualcuno possa dire all’altro: “io darei la vita per te, come sei, adesso”. E
quell’adesso è fondamentale, ed è misericordia.

Invece anche la famiglia, più fragile, diventa spesso luogo di prestazione: il figlio è
caricato di tutte le attese dei genitori, che crollano se il figlio fallisce, perché la loro
realizzazione non è primariamente nell’amore della coppia, ma nelle aspettative sul
bambino (genitori che si ribellano per un cattivo voto del figlio, ma d’altronde la
scuola è spesso ridotta a prestazione e voti, o si scannano durante le partite di calcio
dei bambini). Se la felicità si identifica con una prestazione efficace, l’insuccesso è
bandito. Invece la crescita e la maturità sono tessute di fallimenti, attraverso i quali il
giovane impara che la realtà resiste ai suoi desideri di onnipotenza narcisistica e
impara a stare al mondo, introducendovi la sua novità con la pazienza e il coraggio
necessari. Questo è conquistare la maturità: interiorizzare il limite, trasformando il
destino in destinazione. La società della prestazione spazza via la possibilità di
fallire, perché non conosce misericordia, esilia la fragilità costitutiva dell’umano,
generando soggetti spesso depressi e frustrati, perché non riescono ad essere quello
che occhi senza misericordia si aspettano. Il doping diventa necessario: tanti
professionisti hanno bisogno di drogarsi per essere produttivi, come si dopano le
piante e gli animali perché forniscano materia nuova ogni giorno per gli scaffali.

Viene meno lo stupore paziente dell’essere “così” di cose e persone, viene meno la
stessa consistenza di cose e persone che hanno bisogno di tempo per darsi a
conoscere. “Rispetto” e “riguardo” dicono che per avere accesso alla realtà bisogna
guardarla (-spectare -guardare) con un certo distacco, più e più volte (ri-), nel
tempo, senza esigere il tutto-e-subito. Tolto il ri- della misericordia rimane solo lo
spettacolo (spectare) dell’eterno presente, del multitasking, dello sguardo che
pretende, della prestazione che affatica e divora, come l’aquila, il fegato del giovane
Prometeo, portatore di fuoco.

Non c’è spazio perché il nostro io disarmato sia e cresca, nella pazienza delle
stagioni. Il corpo si trasforma in protesi da migliorare con la chirurgia, l’amore si
riduce a tecnica di seduzione e di piacere, la felicità si riduce a benessere, la salvezza
a sicurezza, gli altri diventano app da smartphone. Riguardo e rispetto, cioè
misericordia, sono merce rara, perché non dipendono dalla tecnica che tutto può, ma
da un cuore capace di accogliere la realtà, prima di aver pensato di sfruttarla.
Un giovane non guardato e amato per ciò che è e non per ciò che dovrebbe dare e
fare, si stanca della sua esistenza prima ancora di cominciare il compimento, che ne
segna corpo e spirito. Non impara a conoscere e amare se stesso per quello che è,
quindi non trova il coraggio per essere nuovo inizio (dare e fare come conseguenza
dell’essere), agisce un copione per cui non ha talento, finendo con ribellarsi (o si
chiude o esplode) al continuo fallimento a cui è paradossalmente costretto. La
solitudine di Prometeo potrebbe guarire, la sua ferita rimarginarsi, se
ricominciassimo, anche grazie al Giubileo (che non riguarda solo i credenti) a creare
uno stile di vita basato, non sulla prestazione che genera stanchezza, ma su una vita
attiva nutrita da uno sguardo che sappia farci sentire in pace per quello che siamo e
non solo per quello che possiamo dare/fare. Se trovassimo questo sguardo, al fegato
divorato ogni giorno dalla prestazione, potremmo sostituire un cuore ogni giorno
rigenerato dalla misericordia.

La Stampa, 8 dicembre 2015

***

Gli dei antichi erano tutto tranne che misericordiosi, non potevano esserlo, perché li
aveva inventati il cuore ferito dell’uomo, tanto che Virgilio nell’esordio del suo
poema chiede sbigottito: “Così grandi sono le ire nelle anime dei celesti?”. Non
immaginava che Dio potesse essere misericordia incarnata in un cuore umano,
eppure Cristo sarebbe nato pochi anni dopo. La misericordia è attributo sorprendente
del Dio della Rivelazione, lontana da moralismo velleitario, irenismo sentimentale, in
versione secolarizzata (filantropia). La misericordia divina, alla quale veniamo
educati in modo speciale nell’anno giubilare, acquisendo gli stessi “pensieri-
sentimenti” di Cristo, nel cuore del quale questa si è resa visibile e accessibile, ha
due caratteri ben precisi, riassunti nella Dives in misericordia di San Giovanni Paolo
II (in particolare nella nota 52): hesed e rahmim.

Il primo vocabolo indica la fedeltà di Dio alla sua alleanza, anche e soprattutto
quando l’uomo non vi corrisponde: “si manifesta ciò che era al principio, amore che
dona, amore più potente del tradimento, grazia più forte del peccato”. Da questa
fedeltà a se stesso e alla sua creazione deriva la sua inesausta grazia, non ritira il
dono: «Io agisco non per riguardo a voi, gente di Israele, ma per amore del mio nome
santo» (Ez 36,22). Oggi più che mai c’è bisogno di questa fedeltà, data la diffusa
mancanza di fedeltà al proprio essere (ci si ama solo se ci si riceve da Dio), che
genera fughe da sé, la mancanza di fedeltà agli altri (ci si ama solo se si ama Dio
negli altri), che genera tradimento e abbandono.

Mentre il primo ha un connotato maschile e paterno, il secondo vocabolo indica


l’altro versante della misericordia divina, infatti rahmim, nella sua radice, denota
l’amore della madre (rehem è il grembo materno) ed è la variante «femminile» della
fedeltà a se stessi, espressa dalla hesed. Il legame che la madre ha con il bambino è
sconosciuto al padre, proprio per la sua visceralità: è un amore gratuito, non frutto di
merito, si dà e basta. Questo versante della misericordia “genera la bontà e la
tenerezza, la pazienza e la comprensione, cioè la prontezza a perdonare”: «Si
dimentica forse una donna del suo bambino? Anche se ci fosse una donna che si
dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai» (Is 49,15). Questo amore è capace
di accogliere, sostenere, gestare la vita dell’uomo, sempre e comunque: Dio non sa
cosa sia l’aborto.
In queste due espressioni, di carattere antropomorfico, scorgiamo il volto paterno e
materno di Dio: un amore che, a contatto con il male e, in particolare, con il peccato
dell’uomo e del popolo, non si tira indietro. Sono le caratteristiche del padre in attesa
del figlio prodigo: rimane padre, e quindi il ragazzo rimane figlio anche se è andato
via, lo aspetta, gli va incontro, lo abbraccia, lo bacia, ne ascolta la confessione, gli
restituisce la dignità originaria.

In questa doppia connotazione, resa visibile da Cristo, scorgiamo il volto della


misericordia di Dio (“chi vede me vede il Padre”), ancora oggi. Tutto le volte che
questa misericordia ci raggiunge abbiamo un tuffo al cuore, ci sentiamo a casa, come
chi guarda il crocifisso ligneo di Torcello, sull’asse verticale del quale l’artista
applicò dei pioli, indicando nel crocifisso la scala che porta al cielo, dopo essere stata
dal cielo calata. Il Dio che crea è il medesimo che redime e, se la redenzione è il
rendersi riconoscibile della verità, la misericordia diventa la redenzione che ci
raggiunge personalmente, in Cristo. Come? Dove?

In un sacerdote che siede in confessionale e aspetta con la pazienza del Padre il


ritorno del figlio, anche se non verrà nessuno. In una coppia sposata che rinnova ogni
giorno la presenza di Cristo nella sua fedeltà al vincolo matrimoniale, costi quel che
costi. In un laico che porta avanti la sua professione cercando di compierla con
perfezione umana e al servizio degli altri. In un bagliore di bellezza naturale, come in
questi giorni il tripudio di colori delle foglie autunnali, vestite a festa, benché
debbano cadere, dimostrando che la morte è un passaggio verso l’alto e non un muro.
In una donna che, in una giornata di pioggia in cui tutti vanno di fretta, si china a
offrire tre mandarini dalla sua spesa ad una mendicante per terra, dicendole “questi li
mangi lei, non li dia ai cattivi”. In un educatore che presta un libro che possa aiutare
un ragazzo o cerca le parole giuste per parlargli. In una suora che nel silenzio della
clausura ci ricorda che Dio solo basta. In una madre che, stanca, prepara con cura la
cena per la sua famiglia. In un padre che, stanco, gioca con il figlio e rinuncia al
riposo o porta un mazzo di rose alla moglie in un giorno in cui non ci sia nulla da
celebrare. In un giovane che trova qualche minuto, ogni giorno, per parlare a tu per
tu con il suo Dio. In una giovane che dedica qualche minuto del suo tempo alla
solitudine di un malato. In una Messa affollata in giorno feriale, prima che il lavoro
cominci. Sono tutte immagini “aggraziate”, cioè del dono di misericordia che Dio fa
all’uomo nella vita di tutti i giorni, se l’uomo si lascia raggiungere da questa grazia,
che ci rende “graziosi” (belli) e non “disgraziati” (brutti). Fedeltà paterna (che non
nasconde il male delle azioni del figlio ma lo aiuta, anche ruvidamente, a prenderne
consapevolezza) e accoglienza materna (che dimentica quel male se il figlio si apre al
perdono) sono sistole e diastole del cuore di Dio, un cuore che avremo nella misura
in cui chiederemo in dono quello di Cristo e di sua Madre. Questo è lo scopo del
giubileo: rientrati nel cuore paterno-materno di Dio trasmetterne qualche battito a chi
ci sta accanto.

*
Zibaldino: Poesia, Di Caprio, Consumismo e don Abbondio
…pensieri sparsi di un prof scrittore…
La Scuola uccide la poesia?
Diciamolo ai ragazzi che le poesie crescono nelle raccolte e non nelle antologie.
Facciamoglieli vedere i nostri libri di poesie, letti, sottolineati, vissuti. Altrimenti poi
non possiamo stupirci che pochissimi in questo Paese leggano libri di poesia (e li
comprino anche). Oggi un ragazzo di quindici anni quando ha visto la mia vecchia
edizione di Lavorare stanca di Pavese, ha esclamato leggendo il titolo: è proprio
vero. Sì, è proprio vero, la poesia, quella che crea le condizioni perché la bellezza si
dia, riesce a dire solo la verità. Per questo ne leggiamo poca, perché, troppa realtà
tutta in una volta, il genere umano non la sopporta. Torniamo a impararle e farle
imparare a memoria, invece di ridurle a problemi psicologici dell’autore, perché
imparare a memoria è l’atto di interpretazione più giusto per una bella poesia, come
per un brano musicale lo è la sua esecuzione. Il resto sono chiacchiere. Oggi più che
mai, così tesi a restringere la vita, la poesia resta il baluardo spirituale capace di dare
il più ampio consenso alla vita senza soccomberle, la mappa per abitare ogni stanza
della casa dell’essere, anche quelle più oscure, anche quelle più luminose. Non
riusciamo più a pregare, per lo stesso motivo per cui non leggiamo poesie: ci siamo
rassegnati al fatto che la realtà sia solo quella che si vede.
***
Revenant e la faccia di Di Caprio.
Il limite di Revenant come film (la fotografia presa a sé è superba) è che si vede
troppo: solo l’arte dell’allusione rende l’illusione perfetta. L’iper-visività incatena
alla superficie e gradualmente si perde la profondità, la carne si trasforma in
spettacolo, le emozioni in provocazioni, la sapienza in informazione. La sospensione
dell’incredulità s’arresta, la catarsi resta quindi interdetta per troppa vicinanza,
nonostante la faccia di Leo (la sua “facies”, non il suo “vultus”: si osservi l’ultimo
frame) meriti l’Oscar di miglior “agonista” (la faccia non lui), perché mai come in
queste due ore e mezza l’agonia è concentrata su quella superficie. Inarritu inventa
una retorica, ma si dimentica per quale motivo l’ha inventata, come rischiano i
virtuosi. Si esce esteticamente impressionati, ma non per questo più capaci di stare al
mondo. Da vedere, appunto. (Il mio amore ad attore e regista resta comunque
incondizionato).
***
Consumi culturali: un nonsenso linguistico
In questi giorni ho letto alcuni articoli in cui ci si lamentava del fatto che in Italia
sono in calo, o sono inferiori ad altri paesi europei, i “consumi culturali”. Non so chi
abbia creato questo nonsenso linguistico. La cultura ha a che fare con il campo,
“agri-cultura” è la cura (il verbo latino colere vuol dire prendersi cura) del campo e
Cicerone definì la filosofia “animi-cultura”, l’amore per la sapienza è la coltivazione
dello spirito. La cultura insomma è il contrario del consumo, il consumo distrugge
ciò che ne è oggetto (consumiamo un pasto, non un quadro), mentre la cultura fa
dell’oggetto il soggetto, che è la realtà da cui ci lasciamo educare senza distruggerla,
anzi lasciandoci da essa trasformare (dare una nuova forma). Pensiamo veramente di
poter quantificare la cultura di un paese dai suoi “consumi” culturali? I Greci antichi
non avevano musei a pagamento, i loro consumi culturali erano a zero, eppure di
cultura mi sembra ne avessero… La cultura dipende dalla coltivazione nella propria
vita del bene, del vero, del bello. E non basta consumare “oggetti culturali” perché
questo accada, anzi ci vuole il contrario del consumo che è la contemplazione, cioè
lasciare che l’oggetto sia, e diventi quindi soggetto, a contatto con il quale io vengo
educato e trasformato. Le foto che scattiamo ai quadri o alle opere di una mostra
dimostrano la nostra difficoltà a contemplare, quando invece dovremmo rimanere
almeno 10 minuti in silenzio di fronte a quel quadro, perché il suo mistero, a poco a
poso, si sveli come tutto ciò ha profondità, come si fa con il seme del campo e il
rispetto delle stagioni. Anche a scuola spesso consumiamo invece di contemplare: le
antologie sono il supermercato della letteratura, i programmi la prestazione da
raggiungere. Ma c’è vera cultura solo quando dopo aver frequentato un quadro,
un’opera, un libro, qualcosa in me si è ampliato, approfondito, risvegliato,
trasformato. La felicità di un Paese non è nel suo Pil e la cultura non è nei suoi
“consumi culturali” che, casomai, potranno segnalare semplicemente un sintomo o
costituire un’occasione, poiché non è la moltiplicazione delle occasioni a fare di per
sé cultura, né l’addizione degli oggetti consumati. La cultura rende le persone più
aperte e disponibili al mondo, quindi ad accogliere, non a consumare. Dalla stessa
radice latina viene la parola “cultum”, il culto, la cura del sacro. La vera cultura è
scoperta del sacro nella nostra vita, la frequentazione di ciò che per definizione non
può e non deve essere consumato, perché indisponibile ai nostri appetiti, ma
disponibile solo ad essere accolto perché ci trasformi. Altro che consumi.
***
A.Manzoni, Promessi sposi, cap. 32
(Don Abbondio) Dovette dunque parlar con se stesso; ed ecco una parte di ciò che il
pover’uomo si disse in quel tragitto: ché, a scriver tutto, ci sarebbe da farne un libro.
“E’ un gran dire che tanto i santi come i birboni gli abbiano a aver l’argento vivo
addosso, e non si contentino d’esser sempre in moto loro, ma voglian tirare in ballo,
se potessero, tutto il genere umano”.

Zibaldino: il baco nella rosa, una lettera, George Gray, la Nera Signora

1.
Vedo anche il volto seduttivo della parola e della poesia: la si può coltivare e far
fiorire come una lusinga perversa, una catena di promesse dolci e fasulle, una terra
artificiale di latte e di miele. Perciò dico che c’è un baco nella rosa, anche se non sarà
fatale. Però mi piacerebbe che mi fosse risparmiata questa visione di disastro e prego
per questo, o quanto meno per una comprensione più piena e calma del fatto che la
forza della vita è contrastata.
J.Cheever, Una specie di solitudine

2.
“Salve prof D’Avenia, é da un po’ che non le scrivo, non ho avuto molto tempo
libero ultimamente, persino per me stessa. La chiusura del quadrimestre é
impegnativa e per una maturanda, come me, avere una buona media é un dovere nei
miei confronti e dei tanti sacrifici fatti in questi anni. Ho letto il post che ha
pubblicato su facebook “Mai vorrei stancarmi di riparare cose fragili: alunni e
parole”. Bene da alunna vedere un prof tanto dedito ai suoi alunni, non a verifiche
interrogazioni voti ma ai SUOI ALUNNI é davvero una bella cosa. Ci sono prof che
sanno leggere lo sguardo di uno studente, che riconoscono il malumore, la giornata
no, la rabbia che magari tentano di nascondere. Io ho la fortuna di avere una prof che
ha avuto il “coraggio” e la pazienza di entrare nella mia vita in punta di piedi e
diventarne importante. Le parole di lei come le sue hanno quasi un potere curativo,
calmante. É di persone come voi che noi, coriacei fuori e fragili dentro, abbiamo
bisogno. Spero proprio di ricevere una sua risposta. Un caro saluto. F.”
Cara F., ho ricevuto la tua lettera tra le tante di ogni giorno e ho deciso di risponderti
pubblicamente (previo tuo permesso). Non prendermi per un professore che si tira
indietro di fronte a verifiche interrogazioni e voti. Si tratta proprio del contrario:
proprio perché cerco di dare il massimo chiedo poi il massimo, convinto che solo chi
si comporta in un certo modo può poi chiedere ad un altro di fare altrettanto. Non
sempre ci riesco, ma ci provo. Le interrogazioni, le verifiche, i voti, sono il punto di
arrivo di un percorso educativo molto più ampio. Anche se do un brutto voto, la mia
relazione con l’alunno non si sposta, perché il voto riguarda il valore di una
prestazione, non il valore di una persona. Di questo voi avete bisogno, di non essere
identificati con le vostre prestazioni, ma percepire che quelle sono un pezzetto del
necessario allenamento a imparare a stare al mondo, così come fa un giardiniere, che
deve mettere il seme in condizione di morire per dare frutto. Ma solo se la relazione è
coltivata con quella cura che hanno i giardinieri per le loro piante, solo allora le
piante fioriscono. Il potere curativo di cui parli, non è altro che il potere curativo di
chi, guardandoti negli occhi ti dice: vali tutti i miei sforzi, sono qui al servizio della
tua fragilità, proprio perché essa è la tua preziosità che aspetta di compiersi. Un
giardiniere potrebbe mai disprezzare la piccolezza e fragilità del seme? Sarebbe un
pessimo giardiniere. Invece proprio in quella fragilità vede tutte le potenzialità e i
limiti, che lo portano a servire il seme come deve essere servito: il suo sguardo è
realistico proprio perché profetico. Il seme è coriaceo fuori, proprio come dici tu,
perché ha paura di morire e dare frutto. Chi di noi vuole morire, chi di noi ha il
coraggio di affrontare la vita a 16 anni? E il giardiniere che deve prestare al seme il
coraggio e la fiducia in sé, perché decida di rompere la corazza e finalmente venire al
mondo, con la sua rosa. “Possesso di me tu mi davi, dandoti a me”, dice il poeta.
Questo è quello che voglio i miei alunni percepiscano, così che non abbiano paura
della loro fragilità e possano viverla come preziosità. Una scuola basata sulle sole
prestazioni identifica fragilità con inadeguatezza, invece una scuola basata sulle
relazioni la identifica con potenzialità. Che me ne faccio di uno studente perfetto
nell’esecuzione di un compito, ma incapace di leggere la realtà propria e altrui e di
inserire quella esecuzione in un percorso, che lo rende una persona migliore? Ed è
ciò che dimostra il tuo impegno come maturanda: per dare frutto bisogna faticare. La
tua sintesi finale (“É di persone come voi che noi, coriacei fuori e fragili dentro,
abbiamo bisogno.”) è perfetta, per questo ho voluto che molti ti leggessero. E sappi
che di questo non solo voi avete bisogno, ma anche io, e credo molti altri. Forse tutti.
Grazie.

3.
GEORGE GRAY
Molte volte ho osservato
il marmo che hanno scolpito per la mia lapide:
una nave con la vela ammainata
alla fonda in un porto.
In verità ciò non rappresenta la mia destinazione
ma la mia vita.
Perché mi fu offerto l’amore e io fuggii
il suo incanto;
Il dolore bussò alla mia porta, ma ebbi paura;
mi chiamò l’ambizione, ma le opportunità
mi terrorizzarono.
Eppure desiderai dare un senso alla mia vita.
E ora io so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino
dovunque conducano la nave.
Dare il senso alla propria vita può finire in follia,
ma la vita senza senso è la tortura dell’inquietudine e del desiderio infecondo.
È un vascello che anela al mare ma ne ha paura.
E.L.Master, Antologia di Spoon River, 1915

4.
Mentre si è tutti catalizzati dalla lite da campetto di calcio tra due allenatori italioti,
ero intento a considerare la reazione, giustamente costernata, dell’individuo globale,
alla morte di alcune stelle del mondo artistico: Bowie, Rickman, Frey, Scola. Il
ventaglio di reazioni tradisce un comune senso di orfanità: se vengono meno i padri
fondatori dei simbolismi contemporanei ci sentiamo meno capaci di abitare il mondo.
Allora cerchiamo di “immortalarli” a colpi di sentimentali resurrezioni digitali (sul
twitter nostrano sembrava che tutti negli scorsi giorni fossero impegnati a vedere
film di Scola). Ma come mai di fronte alle morti illustri siamo così sgomenti, e non ci
siamo invece lasciati scalfire da altre morti quantitativamente ben più significative e
ignorate dal cervello globale (vedi articolo sottostante dal Sole24ore)? In Italia nel
2015 si è verificato, per la prima volta dal 1917, un bilancio negativo tra nascite e
morti, con una misteriosa impennata del numero dei deceduti (certo non saranno tutti
bravi come Bowie, ma se li sommi, ad ascoltare bene, fanno più rumore). Motivi:
crollo nascite, incapacità di far rimanere immigrati e giovani per mancanza di lavoro,
impennata di morti (tutta ancora da spiegare). L’Italia dal 2015 è ufficialmente un
paese che muore. “I data sono tratti”, il Rubicone del cupio dissolvi è varcato. Non
serve cominciare a enumerare le conseguenze di questa piramide rovesciata, in cui un
Paese per vecchi graverà sulle spalle insufficienti di poche forze giovani (tra le quali
mancano all’appello circa 100mila bambini abortiti ogni anno).
Sono dati simili a quelli delle guerre mondiali, ma li ignoriamo perché questa volta è
tutto molto lieve e silenzioso, non c’è tutto quel rumore.
Eppur si muore.
*

Zibaldino: una Lettera, un Racconto, un Posto dove portare una Ragazza

1.
Caro prof D’Avenia, sono una studentessa qualunque di diciotto anni di un paesino
in provincia di ***. Quest’anno, se Dio vuole, affronterò l’esame di maturità
classica. I miei cinque anni di liceo sono stati abbastanza tormentati perché benché io
sia una ragazza fortunatissima soffro di un’emicrania cronica farmacoresistente
definita intrattabile. Probabilmente lei si starà chiedendo perché le sto spiegando
tutto questo. Lei per me è stato fondamentale, i suoi libri mi hanno letta, mi hanno
ferita e mi hanno curata. Perché ogni mia soddisfazione in questi cinque anni di
dolore cronico è nata dai limiti ed è stata bella; perché ho provato ad essere una
funambola, ho tentato di trasformare la forza che mi fa cadere ogni santo giorno nella
spinta che mi salva. Non sono molto soddisfatta di me
stessa, avrei voluto dare e fare di più e anche ora vorrei ma il dolore quotidiano me lo
impedisce. Mi chiedo spesso se la vita si sarebbe aspettata di più da me… Lei cosa
ne pensa? Continuo a lottare per sostenere un esame almeno dignitoso, anche se sono
costretta ad assentarmi molto spesso e la concentrazione per studiare è molto scarsa
perché l’intensità del dolore varia, ma esso non scompare mai. Eppure io amo
studiare ed ho sete di cultura
perché credo che sia l’unica arma capace di renderci liberi. Ci tenevo a scriverle
perché avrei tanto voluto un prof come lei. Grazie di tutto, eternamente grazie. M.

Cara M.,
ti ringrazio per le tue righe accorate e generose. Sono felice che le parole delle mie
storie siano state in qualche modo capaci di accompagnarti e farti “abitare” la tua
condizione di fragilità, in una cultura in cui i fragili vengono spesso derisi, scartati,
dimenticati. Fragile viene da frangibilis, ciò che si può spezzare. A me viene subito
in mente il pane: fragile proprio perché si può spezzare e condividere, generando
quindi sazietà e gratitudine. Nessuno sopporta il pane duro: non si può spezzare. Io
credo, visto che me lo chiedi, che queste tue righe, la tua passione per lo studio, la
tua gratitudine, siano la risposta alla tua domanda: la vita si aspetta esattamente
questo da te, il coraggio di abitare la tua condizione accettandola e trasformandola in
qualcosa di bello, costi quel che costi. Leopardi trasformò la sua fragilità in canto,
immaginandosi ginestra, fiore che spande il suo profumo e dona i suoi fiori, proprio
dove non c’è nulla da aspettarsi. Senza la sua fragilità (del poeta) non avremmo i
suoi canti, non avremmo il poeta italiano più importante della modernità. Senza
fragilità nella mia vita non avrei maturato l’ascolto e la comprensione per i ragazzi ai
quali provo a porgere i frutti del mio studio. Senza fragilità non avrei mai potuto
raccontare le storie che ho raccontato, che parlano proprio di personaggi che la vita
“spezza”, e proprio in quell’essere spezzati trovano la loro rinascita, imparano a stare
al mondo: Leo, Margherita, Federico, sono forti perché sono fragili, perché
comprendono per cosa valga la pena morire, che poi è lo stesso di scoprire per cosa
valga la pena vivere. Riesco solo un poco ad accostarmi al tuo dolore e immaginare il
senso di impotenza che ti afferra, quando l’emicrania non ti lascia scampo e devi
rimanere immobile e al buio, con la nausea, aspettando che passi, incapace di fare
qualsiasi cosa. Spero tu possa trovare una cura, consultando qualche altro specialista,
o che tutto finisca con il compiersi della tua crescita. Posso anche dirti che uno dei
miei autori preferiti, Dostoevskij, senza le sue crisi epilettiche non sarebbe stato lo
scrittore che è stato e si trattava di vere e proprie esperienze di morte. La vita quando
ci toglie qualcosa ci dà qualcos’altro, lo so per esperienza, e ti auguro che tu possa
scoprirlo giorno dopo giorno, soprattutto in quei momenti in cui la disperazione
prende il sopravvento. La tua maturità è già arrivata, cara M, quella che affronterai
davanti ad una commissione sarà solo un corollario. Il tuo esame è già superato.
Cerca sempre qualcuno che sappia accompagnarti quando non ce la fai da sola, senza
amici è inutile essere fragili: per chi altrimenti dovremmo spezzarci? E che lezione
per chi ha la fortuna di poter usare la sua testa senza emicrania, perché dopo averti
letto, e io sono il primo, può chiedersi: e io che ne sto facendo della mia testa ben
funzionante?
Un abbraccio e grazie
A.

2.
Due anni fa accompagnavo un gruppo di ragazzi durante una vacanza studio in
Inghilterra. Tra loro c’era un sedicenne, che mi confidò il suo sogno di scrivere. Sono
molti i ragazzi che mi dichiarano questo desiderio, spesso scambiando per talento la
loro mera necessità di raggiungersi e afferrarsi nel caos informe della loro crescita e
comunicarsi al mondo, attraverso quello che resta uno strumento formidabile (la
scrittura). Non scoraggio questo slancio in nessuno di loro, proprio perché voglio che
siano loro a rendersi conto della realtà e, comunque vada, scrivere sarà servito a
conoscersi. Rari sono quelli che hanno poi vero talento “narrativo”, infatti la scrittura
dei più si esaurisce in ritratti psicologici, pagine di diario, sfoghi emotivi o poco più.
Li sfido tutti a mettersi alla prova, a porre la parola “fine” alle righe a cui stanno
lavorando, racconto o romanzo che sia, così che imparino a distinguere tra il “voler
dirsi scrittori”, mito romantico e accattivante, e l’aver scritto qualcosa fino alla fine,
impegno tutt’altro che romantico. Solo se ho scritto qualcosa che abbia un inizio uno
sviluppo e una fine, da poter far leggere ad un estraneo (non a mia nonna o a mia
sorella, magari sotto tortura), comincio a confrontarmi con la realtà della scrittura:
l’importante non è voler dirsi scrittori, ma scrivere e farsi leggere. E scrivere e farsi
leggere è fatica. A quel ragazzo chiesi di farmi leggere qualcosa, mi diede l’inizio di
un romanzo fantasy. Aveva talento. Lo sfidai: mandami a scadenze fisse i nuovi
capitoli. Crollò. Si scontrò con la fatica della costanza, del lavoro quotidiano.
Baudelaire diceva che l’ispirazione è la sorella minore del lavoro quotidiano e aveva
ragione. Ma non si scoraggiò, perché gli avevo detto che aveva talento e perché la
necessità di scrivere si imponeva ancora e non solo per comprendere se stesso, ma
proprio per la gioia di raccontare. Ci siamo rivisti recentemente, sta affrontando
l’anno di maturità e si è innamorato della scrittura di Fitzgerald e Čhecov: ha capito
che l’unico trucco per scrivere è leggere leggere leggere e rubare ai grandi i loro
segreti, e ha così deciso di scrivere racconti, coinvolgendo in questa avventura la sua
insegnante di italiano, che lo segue da vicino (viva gli insegnanti svegli!). Mi ha
detto che riesce a sostenere la forma breve, perché non si lascia fregare da indolenza,
pigrizia, o altre distrazioni tipiche della sua età e temperamento. Ha cominciato a
raccogliere i suoi racconti in un blog e me ne ha sottoposto uno, che condivido con
voi. Sarà un’occasione per mettersi alla prova con un pubblico di sconosciuti.
Il Racconto: A Marsiglia la speranza non muore, di Sebastiano Colaluce

3.

“L’aria odora di sale. C’è una montagna – un vulcano spento, credo, a giudicare dagli
scogli sulla spiaggia – e in lontananza una collina con una torre o un castello, come
denti rotti. E mi manca di nuovo il fatto che non sono giovane e innamorato, perché
questi sono luoghi e paesaggi per giovani innamorati. Tutta la scena si mostra come
tale. Una così ampia parte del mondo mi sembra un posto dove un ragazzo porta una
ragazza.” J.Cheever, Una specie di solitudine
Credo che bisognerebbe invertire la prospettiva: essere di giorno in giorno
innamorati di chi si ama, allora si diventa giovani e il mondo si mostra come un
grande dono da fare a qualcuno.
*
Zibaldino: una Lettera e l’Eco (il prof)

1.
Gentilissimo Professore
Ho bisogno di vedere come vedi tu le cose.
Avrai nella tua classe quella ragazzina timida che non parla mai.
Quella che diventa rossa solo a guardarla e che spera di non incrociare mai il tuo
sguardo per evitare qualsiasi domanda.
Quella che nelle interrogazioni fa una fatica da morire a spendere parole.
Dimmi di lei!
Dimmi di te con lei!
Sono la mamma di quella ragazzina che, quando la guarda silenziosa in casa, ama il
suo modo attento e riservato ma quando torna dai colloqui a scuola è distrutta da
quello che sembra un limite che le impedirà ogni cosa.
Se puoi ti ringrazio
A presto
C.

Gentilissima C.
grazie per le tue righe accorate, nelle quali riesco a intuire quanto una madre continui
a portare i propri figli in grembo, con i dolori conseguenti. Ma una madre sa anche
che i dolori sono per dare alla luce, anche se quella luce sembra abbagliare tua figlia.
Le mie considerazioni saranno generiche, perché non posso dare consigli senza
conoscere tua figlia e senza conoscere la famiglia in cui sta crescendo, ma visto che
mi chiedi di dirmi di lei ci provo.
Viviamo in una cultura un cui i timidi sembrano spacciati. Io con quella ragazzina
comincerei con il cambiare le parole, perché le rivoluzioni più importanti che so fare
sono queste. “Timido” ha la stessa radice di “timeo” e indica la paura, invece io
preferisco “riservato” (termine che tu hai usato), che viene da re-servare, cioè
conservare più e più volte. Tra i “riservati” conosco le persone più riflessive,
profonde, attente (hai usato tu anche questo termine), proprio per questo loro “passo
indietro” rispetto al mondo, che consente loro di vedere molto di più di coloro che
riempiono il mondo di schiamazzo: l’attenzione è la presenza del presente in noi,
altrimenti restiamo in superficie e non ce lo godiamo mai. Da questo piccolo
cambiamento verbale per me comincia il racconto di una possibilità: questo suo
essere così non è solo un ostacolo, ma una risorsa. “Tu pensoso in disparte il tutto
miri”, così Leopardi identificò se stesso con una creatura solitaria, che proprio per il
suo essere “schivo”, “romito” e “strano”, si sentiva fuori dal mondo e avrebbe
preferito essere come tutti gli altri. Eppure proprio questo gli consentì di scorgere
ogni dettaglio, scrivere “Il passero solitario” e far sentire a casa tutti quelli che, simili
a lui, vivono questa “separazione” da quella gioventù che “mira ed è mirata, e in cor
s’allegra”.
Con una ragazzina così io lavorerei anche a tu per tu (ogni tanto quattro chiacchiere
dedicate solo ad un ragazzo lo rimettono al mondo, spezzando il guscio di
invisibilità), perché percepisca uno sguardo di padre sul suo mondo interiore che le
confermi che non solo quel mondo è “guardabile”, ma è anche “amabile”. Per questo
credo sia molto importante il ruolo di tuo marito. Le ragazzine, più dei ragazzini,
hanno bisogno della figura paterna, proprio perché capace di trasmettere loro, questo
è il codice maschile, quella capacità di affrontare la fatica del mondo con slancio
esplorativo, a guardar fuori, mentre la madre le contiene, come ha fatto con il suo
grembo, e le aiuta a guardar dentro. Con una ragazzina così privilegerei il lavoro
scritto rispetto alle interrogazioni e per le interrogazioni magari creerei situazioni più
semplici: basterebbe ascoltarla con una compagna con cui si sente a suo agio e a
poco a poco fare dei passi in avanti, con la collaborazione della classe. Con una
ragazzina così cercherei di capire dove questa riservatezza diventa vero e proprio
ostacolo per la sua crescita, perché lei ne prenda coscienza e impari ad abitare questa
condizione senza esserne schiacciata. Con una ragazzina così eviterei che il suo
essere “così” sia sentito come un problema: chi percepisce su di sé lo sguardo “del
problema” si sente sbagliato e non comincia la strada di accettazione di se stesso che
è la base della maturazione, nei nostri occhi dovrebbe vedere la meraviglia che è il
suo inedito essere al mondo. Senza forzature attenderei le stagioni, aiuterei la
graduale presa di coraggio in territori in cui la bellezza nascosta possa comunque
rendersi evidente, cercherei di capire come il dono dell’invisibilità possa essere
veramente un dono, come ci raccontano tutte le favole antiche e recenti, gli anelli di
Frodo, i mantelli di Harry Potter… Per far questo tu e tuo marito (insieme) dovete
andare a parlare con gli insegnanti e allearvi con loro, per questa meravigliosa
ragazzina, che troverà la sua strada, se si sentirà guardata senza sentirsi sbagliata in
questo mondo di chiassose apparenze. Mi ricorda il bel personaggio di Violetta nel
film di animazione Gli Incredibili: la forza per essere come si è la si trova in
famiglia, non a scuola, è lì che questa ragazzina riconoscerà i suoi “superpoteri” da
spendere nel mondo, anche quando sembrano essere debolezze insormontabili.
Inoltre se gli insegnanti di tua figlia non sono in grado di “vederla”, e se dopo averli
coinvolti in questo processo di crescita continuano a non vederla, cerca altri
insegnanti disposti a “guardare” e quindi a “vedere”. A volte mi chiedo come si
faccia a svolgere questo mestiere come se i ragazzi non esistessero…
A.

2.
Il mio libro preferito di Eco si intitola “Sei passeggiate nei boschi narrativi” (credo
che ogni insegnante di lettere ne possa trarre giovamento). Ne incontrai alcune parti
durante l’ultimo anno di liceo, relative al gioco di specchi narrativi che Manzoni crea
con il suo romanzo, e me lo lessi per intero durante gli anni universitari. Lo uso
tutt’ora per le lezioni a scuola. Mi affascinò la metafora della narrazione come un
bosco da esplorare: la foresta è parola che ha la stessa origine di “fuori”, quello che
resta oltre la “porta” di casa, alla quale bussano i “forestieri”, portatori di doni o di
minacce. Nelle favole il bosco è l’ingrediente essenziale perché ci sia avventura. I
passi che più ho amato di questo libro sono due:
1) “Ma passeggiare in un mondo narrativo ha la stessa funzione che riveste il gioco
per un bambino. I bambini giocano, con bambole, cavallucci di legno o aquiloni, per
familiarizzarsi con le leggi fisiche e con le azioni che un giorno dovranno compiere
sul serio. Parimenti, leggere racconti significa fare un gioco attraverso il quale si
impara a dar senso alla immensità delle cose che sono accadute e accadono e
accadranno nel mondo reale. Leggendo romanzi sfuggiamo all’angoscia che ci coglie
quando cerchiamo di dire qualcosa di vero sul mondo reale. Questa è la funzione
terapeutica della narrativa e la ragione per cui gli uomini, dagli inizi dell’umanità,
raccontano storie. Che è poi la funzione dei miti: dar forma al disordine
dell’esperienza.” (p.107)
2) “Ma c’è anche un’altra ragione per cui la narrativa ci fa sentire a nostro agio
rispetto alla realtà. C’è una regola aurea per ogni criptoanalista o decritattore di
codici segreti, e cioè che ogni messaggio può essere decrittato purché si sappia che si
tratta di un messaggio. Il problema col mondo reale è che ci stiamo chiedendo da
millenni se ci sia un messaggio e se questo messaggio abbia un senso. Con un
universo narrativo noi sappiamo per certo che esso costituisce un messaggio e che
un’autorità autoriale sta dietro a esso, come sua origine e come insieme di istruzioni
per la lettura.
Così la nostra ricerca dell’autore modello è la ricerca dell’Ersatz di un’altra
immagine, quella di un Padre, che si perde nella nebbia dell’infinito, per cui non ci
stanchiamo mai di domandarci perché ci sia dell’Essere piuttosto che Nulla”. (p.143)
Eco, in questi passi di due delle sei conferenze pronunciate ad Harvard (stesso
contesto che ci ha regalato le Lezioni americane di Calvino), spiega che senza storie
non riusciamo a mettere in ordine l’esperienza, è una necessità antropologica di
comprensione e quindi abitabilità della nostra condizione umana (non a caso diciamo
“il nostro soggiorno su questa terra”). Mettere in ordine l’esperienza significa
cercarne la verità, trasformare il bosco in soggiorno.
Nel secondo brano arriva a dire che questa ricerca, che si sostanzia nella domanda
filosofica per eccellenza: perché sono qui anziché non esserci, rimanda alla certezza
che un messaggio è stato mandato da qualcuno e che quel messaggio è per me. Per
questo non smetteremo mai di voler ascoltare storie: perché ne va del mistero della
nostra esistenza. A meno che non vogliamo rinunciare ad essere uomini.

Zibaldino: una Lettera & la Felicità


1.
Caro Alessandro, sono una ragazza di 16 anni e dopo una lunga riflessione ho deciso
e capito che mai e poi mai farò l’insegnante. Il perché lo potrai capire dalle righe qui
sotto. Ti chiedo di potermi dare, magari, qualche risposta.
Cari professori…
anzi no, cari non lo siete affatto.
Professori.
Sì, solo professori può andare.
Voi siete quelle persone che mi farebbe piacere vedere solo da lontano, a debita
distanza, e se proprio non se ne può fare a meno.
Se odiare è vietato, lasciatemi almeno affermare che sicuramente vi sopporto quanto
il gatto sopporta l’acqua, quanto una ballerina classica l’ hip hop o quanto un atleta
può sopportare una storta alla caviglia il giorno di una maratona.
Ho sempre pensato che Dante avrebbe dovuto dedicare un girone dell’inferno solo a
voi, e se possibile vicino a Lucifero, anzi, nella bocca di Lucifero assieme a Cassio,
Bruto e Giuda.
Siete la categoria di persone che più mi irrita, mi infastidisce e mi innervosisce. So
già cosa state pensando: “I soliti adolescenti”, “Questi giovani di oggi”, “Non ci
ascoltate mai”.
Fermatevi. Capovolgete la situazione. Arrendetevi al fatto che siamo noi ragazzi a
pensare “I soliti insegnanti”, “Questi frustrati di oggi”, “Non ci ascoltano mai”.
La realtà è questa. Agite di conseguenza, noi vi seguiremo.
La passione che ci trasmettete è pari ad uno schiaffo doloroso o ad un gatto morto nel
marciapiede. Dico sul serio.
E non venite a dirmi che sono esagerata o che non tutti sono così (si salva l’1 %,
esagerando) perché non ho più voglia di ascoltare moralismi e falsità.
Ho sperimentato che spesso siamo lo specchio di noi stessi. Se non riesci ad avere
pazienza, perché hai scelto di fare l’insegnante? Se non ami la materia che ci
“insegni”, come puoi pretendere che noi non lanciamo il libro a terra alla prima
occasione? Se la tua vita non ha un senso, chi sei tu per venire a dirmi che neppure la
mia lo deve avere? Forse è come una strana legge del contrappasso. Magari voi siete
stati delusi dai vostri insegnanti e ora vi volete vendicare su di noi. Non è forse così?
Magari alcuni professori vi hanno rovinato in qualche modo la vita, vi hanno ferito,
annoiato a morte e non lo avete accettato. Posso capirlo bene.
Perché allora non attuare questa legge del contrappasso per contrasto? Trasmetteteci
tutta la passione che voi avreste voluto ricevere, ma che vi è mancata. Guardateci
negli occhi e scovate al loro interno quelle scintille di vita e di talento nascoste.
Sfidateci. Siete padri e madri. Semplicemente siate.
Cercate di capire i nostri comportamenti, le nostre risposte, la nostra individualità e
la nostra diversità. Non è vero che gli adolescenti sono tutti uguali.
Sembra che vi urti il fatto che qualcuno di noi continui ad avere un sogno e a
coltivarlo nonostante il mondo, nonostante la vita.
Non sprecate energie nel tarparci le ali o nel dirci che non ne vale la pena, perché
altrimenti penseremo che VOI non ne valete la pena.
Mentre spiegate, fate in modo che non desideriamo di essere in nessun altro luogo,
accendete il nostro interesse, non il nostro istinto omicida che ci suggerisce di
spararvi e di spararci in testa per mettere fine alla nostra agonia.
Non farò mai l’insegnante. Non seguirò mai le vostre orme, anzi, andrò proprio dalla
parte opposta. Questa è l’unica certezza che mi avete dato.
Dateci, è un imperativo, forza e speranza. Donateci la gioia vera, il fascino della
storia, della filosofia, della matematica, del greco (possibile che preferiamo farci
levare un dente?) o del latino e chi più ne ha più ne metta.
È inutile che perdiate fiato nel dirci che per Achille l’onore, e quindi l’essere
ricordato, fosse l’elemento più importante, se noi vi ricorderemo come si ricorda un
braccio rotto, una ferita o un’ansia terribile.
La buona notizia però è che siete ancora in tempo per cambiare, per cambiarvi, per
cambiarci. In meglio.
Se così farete verrete ricompensati.
Ve lo prometto.
E.

Cara E.,
la tua età non conosce mezzi termini, età fatta per l’assoluto, diapason sensibilissimo
a ciò che è vero, bello, buono. Senza mezzi termini, senza sfumature, come le tue
righe dimostrano. Senza pietà (al netto di uno sfogo) verso le umane debolezze. La
vita ti porterà ad essere più comprensiva (ci manderai in purgatorio e non all’inferno,
magari), perché si incaricherà di dimostrarti che siamo tutti un po’ “difettosi” o a
volte semplicemente stanchi, saprai scorgere dietro un professore una storia che a
qualche bivio si è persa, un fuoco originario spento da fatica e insoddisfazione per un
mondo della scuola che tratta gli insegnanti come servi. Non che questo giustifichi la
mancanza di professionalità: sarebbe come accettare un piatto avariato in un
ristorante, perché lo chef quel giorno è nervoso. Ma come dici tu, tutto può cambiare
e dipende proprio da voi, non solo da noi. Potreste alzarvi in piedi e rimanere un
minuto in silenzio di fronte ad una lezione insopportabile, non preparata, dedicata a
parlare di problemi personali o a sparlare dei colleghi. Così come potreste ringraziare
per una ben fatta, che lascia il segno, che desta curiosità e studio (a volte la nostra
stanchezza dipende dal vostro menefreghismo). Richiamateci voi alla grandezza del
nostro mestiere. Non adattatevi alle nostre debolezze, alle nostre ritirate, alle nostre
mancanze. Non fatevi rubare la libertà e la sete dalla nostra grettezza. Non ci
schioderete mai dalle nostre cattedre, dalle quali possiamo fare tutto quello che
vogliamo senza subire – o quasi – conseguenze. Abbiamo un po’ di potere ed è a voi
che lo faremo scontare, a voi faremo scontare le nostre sconfitte e frustrazioni. Non
lo volete? Richiamateci all’ordine, pretendete qualità. Fate la rivoluzione della
qualità, “occupate” la lezione (non la scuola) e pretendete che sia bella, solo questo,
bella: cioè vera e interessante, anche se impegnativa. Se non siamo all’altezza
richiamateci alla nostra altezza. Lo avete questo coraggio? Non lo avete capito che
questa è l’Italia in cui in un posto pubblico, se non lavori come si deve, sono i
cittadini che devono puntare i piedi e pretendere un cambiamento? Non lo avete
ancora capito che questa è l’epoca in cui sono i figli a dover richiamare i padri alla
loro identità? Sarete capaci di sopportare questo fardello? O vi accomoderete nella
facile complicità di chi così può starsene tranquillo, perché tanto il professore è il
primo a non far nulla? Cercate gli insegnanti che ci mettono anima e corpo, ci sono.
Chiedete a loro di fare lezione, oppure andate nelle loro classi ad ascoltare, come
faceva quella studentessa che all’intervallo si faceva rispiegare gli argomenti da un
professore della stessa scuola disposto a dedicarle quei 15 minuti di qualità.
Rivoluzionateci, con rispetto, ma con forza. Perdonate le nostre umane debolezze,
soprattutto se sono solo contingenti. Questo mi piace della tua rivoluzione, E., che
non vuoi eliminarci, ma ripararci. La buona notizia è che tu vuoi “cambiarci” perché
noi possiamo “cambiarvi”.
Un abbraccio
A.

100 giorni alla Maturità: ma quale?

Se l’adolescenza è l’età chiamata a scoprire per cosa valga la pena morire e quindi
vivere, e si può protrarre per questo indefinitamente, la maturità è l’età chiamata alla
fedeltà a quanto intuito. Se la prima è diapason sensibilissimo verso ciò che ha valore
in termini di bellezza, verità, bontà, e le loro gradazioni, la seconda è esercizio per
ampliare nello spazio e nel tempo quei valori liberamente assunti come portanti.

Se l’adolescente si innamora con un vigore che lo rende folle è perché scopre che il
valore primo dell’esistenza è amare, ma poco a poco l’incanto dell’innamoramento
narcisistico scema e quella ricerca di sé è chiamata a diventare vera apertura all’altro:
o l’io uccide l’amore o l’amore uccide l’io. Non finisce l’amore, come molti
adolescenti credono, ma l’amore comincia: quello maturo, che richiede affermazione
del valore intuito in origine, a costo della mia carne per farlo essere. Solo così
l’amore diventa più interessante dell’innamoramento e lo supera, perché va a
incidere sulla fibra della vita ad un livello più profondo, da cui sgorga la pienezza di
sé e dal quale diventiamo capaci di dire: sono felice. Altrimenti l’amore, soltanto
inaugurato, viene scartato e si cerca un nuovo innamoramento, non gustando mai la
solidità della maturità, ma accontentandosi dei movimenti caotici, frenetici, spesso
regressivi, delle emozioni.

La maturità è la trasformazione dell’incanto iniziale in canto della vita, passando per


l’inevitabile disincanto che tutte le cose umane, con il loro fardello di imperfezione,
si portano dentro. Maturità è il canto della vita, modulato da chi ne comincia a
conoscere le asperità, dopo essersi reso conto che la realtà non è a disposizione dei
propri desideri, ma resiste, e resiste non in modo “cattivo”, anzi, fornisce il materiale
per l’avverarsi (diventare vero) di quel valore intuito e che si vuole realizzare. La
realtà è come il legno di una foresta, che servirà come “materia” (parola che in latino
significava appunto il legno fornito da un bosco vivo, come wood in inglese è sia il
legno sia il bosco) per il lavoro ispirato e paziente dell’artigiano, che vi scava e
leviga con sudore e fatica un bellissimo tavolo attorno al quale molti potranno
riunirsi per banchettare e parlare.

L’adolescente non sopporta la resistenza, perché si deve ancora affrancare dal


pensiero magico dell’infante che tutto vuole e tutto pretende, ma proprio quella
resistenza, accolta e trasformata, diventa pienezza di vita, che cambia se stessi e il
mondo attorno a sé, attraverso l’incarnarsi di un nuovo inizio. Così la filosofa ebrea
Hannah Arendt definiva quest’avventura esistenziale: “Il fatto che l’uomo sia capace
di azione significa che da lui ci si può aspettare l’inatteso, che è in grado di compiere
ciò che è infinitamente improbabile. E ciò è possibile perché ogni uomo è unico e
con la nascita di ciascuno viene al mondo qualcosa di nuovo nella sua unicità. Solo la
piena esperienza di questa facoltà può conferire alle cose umane fede e speranza”.

Di questa maturità, nutrita di fede e speranza, oggi abbiamo bisogno tutti, i ragazzi
ne sperimentano solo una rituale tappa simbolica fra 100 giorni, il principio di
massima resistenza “scolastico”, necessario a misurarsi con il nuovo da realizzare,
prima di un cammino fatto finalmente di scelte più libere e consapevoli. Maturità è
fedeltà all’unicità della propria vita, che si svincola dal principio di piacere o
d’obbligo, e si lascia guidare dal principio di ispirazione, che più si realizza, cioè
diventa reale, più si rafforza, al contrario del piacere, che brucia rapidamente e cerca
altro piacere dopo averne distrutto la materia stessa che lo ha provocato, e
dell’obbligo, che costringe ad una realizzazione senza libertà, e quindi fonte di
stanchezza e tensione.

Maturità, se dovessi oggi definirla, lo farei con quelle parole che Leopardi scrisse
nello Zibaldone ormai trentenne, considerando la sua fedeltà alla vocazione di poeta,
nonostante gli scarsi riscontri dei suoi contemporanei: “e in fine il piacere che si
prova in gustare e apprezzare i propri lavori, e contemplare le bellezze e i pregi di un
figliuolo proprio, non con altra soddisfazione, che di aver fatta una cosa bella al
mondo; sia essa o non sia conosciuta per tale da altrui”.

Aver fatto una cosa bella al mondo, con o senza applausi, questa è la maturità che ci
aspetta tutti. I ragazzi, con la loro “scolasticissima” maturità, non fanno altro che
ricordarcelo.

L’età erotica e quindi eroica


In questi anni ho ricevuto molte lettere e confidenze di ragazzi che, dopo aver letto il
mio primo romanzo o visto il film che ne è stato tratto, mi raccontavano di aver
deciso di donare il sangue e, se maggiorenni, di iscriversi al registro dei donatori di
midollo. Sono sempre stato convinto che non ci sia età più “erotica” e quindi
“eroica” dell’adolescenza: erotica perché il desiderio di aver presa sulla vita, porta ad
aprirsi al mondo in cerca di ciò che possa soddisfare la sete che caratterizza qualsiasi
adolescente, e lo confonde per eccesso di domanda e carenza di risorse. Se questa
apertura al mondo trova un senso a cui votarsi, lo slancio erotico non si ripiega su se
stesso diventando narcisistico, ma si fa eroico, di un eroismo non eclatante ma
appagante, si scopre di essere dono per sé e per gli altri. Un tempo il transito
dall’adolescenza all’età adulta era segnato da veri e propri riti di passaggio, che
segnavano la capacità di guardare in faccia il mondo e affrontarlo. Oggi questi riti
sono diluiti in un acido consumistico: età in cui soddisfarli e riempirli di oggetti,
quando invece è fatta per aprirsi e riempirsi di progetti, che costringano ad entrare in
contatto con il mondo, senza quegli schermi che, paradossalmente, ci danno
l’ebrezza del contatto con la realtà, ma dalla realtà, come dice la parola stessa, ci
schermano e a contatto c’è solo un dito della nostra mano. Ricordo ancora la prima
volta che imboccai un bambino cerebroleso, in quel momento mi chiesi che cosa
stavo facendo io delle mie mani, delle mie gambe, dei miei occhi perfettamente in
funzione, nella vita di tutti i giorni.
I ragazzi di Alba che vogliono donare il midollo al compagno, sollecitati dalla vita
ferita, ci ricordano che adolescenza è il primo passo consapevole, e per questo
vertiginoso, verso l’acconsentire d’esser nati, dare consenso all’assoluto involontario
dell’esser qui, al fatto che la vita è data, con le sue gioie e i suoi drammi. Solo così si
scopre che non siamo più in un parco di divertimenti che risponde ad ogni nostro
desiderio, come per il pensiero magico e onnipotente del bambino. L’adolescente
entra nella vita, perché la vita entra dentro di lui in modo nuovo e più pieno, e lo
ferisce. Può quindi scegliere di ritirarsi o guardarla in faccia e chiedersi per cosa
valga la pena morire, cioè vivere. Non sto parlando di masochismo sacrificale, ma
proprio di affermazione piena della vita, del normale spaccarsi del seme per poter
diventare rosa: se il seme non si apre e non si lascia aprire da sole, terra, acqua,
accogliendo il suo destino, rimane sterile e si percepisce come “nonsenso”, proprio
perché non ha direzione, il suo destino non si fa destinazione. Se invece trova la
ragione per rompere il guscio si lascia ferire ed entra nel mondo con la sua fioritura,
e si sperimenta come dono di colori e sapori per il mondo, benché il prezzo da pagare
sia una morte “apparente”, perché in realtà è “più vita”. Donare il sangue non è forse
questo?

L’adolescente coglie allora che non siamo esseri “per” la morte, ma esseri “con” la
morte, da superare proprio con lo slancio della vita, che è tale quando si fa dono, cioè
spazio e tempo dedicati agli altri, come questi ragazzi che donano il sangue. Gli
adolescenti non provocati alla vita e dalla vita, non posti di fronte a delle ragioni per
darsi, ma solo a delle proposte per consumare, non riescono a percepire la grande
sfida che riempie una vita di senso: tutto il di più di vita che entra in loro è fatto per
essere dato, una volta riconosciuto il seme di cui sarà fiore e frutto, come scrive
Dante nel Convivio: “a l’adolescenza dato è quello per che a perfezione e a
maturitade venire possa”. Per cosa lottano? Per l’ultimo modello di cellulare? O per
donare il sangue, per una vetta da raggiungere in montagna, per un amico da
sostenere, per una passione da coltivare, per un malato da accudire? Scopriamo la
nostra altezza solo quando qualcuno ci invita ad alzarci in piedi, a uscire, a prenderci
cura di quello che i nostri sensi aperti lasciano entrare. Non sapremo nulla della vita
se rimaniamo piegati sul nostro ombelico, riparati dietro uno schermo,
accontentandoci di essere “profili” e non uomini e donne integrali. Basterebbe
qualche ora in un reparto di oncologia pediatrica per ricordarsi che la vita debole e
ferita è compito nostro.

Zibaldino: attesa, stupore & un lunedì qualunque

I.

Il tramonto era rimasto incastrato dietro al cielo lattiginoso di un aprile incostante.


Lei fissava l’orizzonte in cerca di qualcosa che ne spezzasse la monotonia.
Dall’orizzonte nasce sempre qualcosa o qualcosa muore: dipende tutto da come si
affronta il sole. Non ci sarebbero state stelle in quella notte per orientare pensieri e
desideri. Solo il vento le proteggeva il viso con i capricci che faceva coi suoi capelli.
Sempre aspettiamo qualcosa o qualcuno e non sappiamo se tutto congiura a nostro
favore o contro di noi. Posso aver fede in questa malinconia, reliquia d’infinito
abbandonata nel cuore da qualche Dio distratto? Si chiedeva nel silenzio. E
aspettava, da sola.
II.

Nella cura delle cose di questo mondo ci si scopre più figli che orfani.

III.

Elogio di un lunedì qualunque

Oggi mi è capitata una supplenza di un’ora e me la sono giocata come sempre:


vediamo cosa imparo in un’ora da ragazzi che non conosco e probabilmente non
vedrò più. Così mi sono fatto raccontare i loro momenti di “rapimento” nel corso di
questi anni. I momenti in cui si sono sentiti a casa, perché paradossalmente il
richiamo del mondo reale li ha rapiti e riportati dentro loro stessi facendoli
esclamare: questa è casa, questo è come vorrei abitare il mondo. Uno di loro mi ha
parlato dello sci alpinismo e il contatto con il silenzio della montagna, una di loro del
deserto in Mauritania dove ha passato alcune notti, un altro mi ha parlato dei Lençóis
Maranhenses, le “Lenzuola” dell’area desertica di Maranhão in Brasile, dalla
caratteristica sabbia bianca che si riempie di pozze di acqua piovana purissima e che
si affaccia sul mare. I ragazzi cercano il contatto con una natura che racconta
l’infinito e con la sua bellezza schiacciante richiama ad una purezza al tempo stesso
vergine, indomabile e pericolosa. Il lunedì è un giorno per molti pesante, io invece
sono uscito da quella classe come loro si sono sentiti in quei luoghi: mi sono sentito a
casa. Con i ragazzi e con i loro cuori malinconicamente assetati di infinito e di
purezza, io mi sento a casa.

Ne ho approfittato per raccontare loro che la stessa cosa accadde a Leopardi e quel
giorno divenne poeta: “Quando io vedo la natura in questi luoghi che veramente sono
ameni e in questi tempi specialmente, mi sento così trasportar fuori di me stesso, che
mi parrebbe di far peccato mortale a non curarmene, e a lasciar passare questo ardore
di gioventù e a voler divenire buon prosatore e aspettare una ventina d’anni per
darmi alla poesia” (G.Leopardi, Lettera a Giordani, aprile 1817 – 18 anni)

Zibaldino: di mari misteriosi & di deserti di stelle

I.

“So unergründlich wie das Meer”. “Ciò che inferno non è” da settembre parlerà in
tedesco e si intitolerà “Misterioso come il mare”. Sono orgoglioso del fatto che anche
questa copertina venga da uno scatto di mia sorella, Marta D’Avenia, capace di
guardare la nostra terra meglio di come io la scriva.

“Può lambire gli immensi ficus su cui il sole piove a cascate in piazza Marina e
sentire l’odore del mare impregnare le pietre di tufo. Se non fosse il loro colore
naturale lo crederesti di un giallo esagerato, ma è solo l’effetto del cielo che gli fa da
quinta. Una città più di ogni altra simile a una lampada delle Mille e una notte: basta
sfregarne le pietre perché un qualche genio sfugga, un genio obliquo e mercante,
capace di suscitare desideri invece che esaudirli.
Un geografo arabo scrisse di Palermo che “fa girare il cervello a chi la guarda”. Lo
annoda su se stesso, fino a slogarlo come un’articolazione. Tutto porto. Tutto
abbraccia. E tutto stritola”.

A.D’Avenia, Ciò che inferno non è, p.35

Sono felice di raccontare questa storia anche agli amici tedeschi, che da un po’ mi
chiedevano quando sarebbe arrivato. Ci siamo quasi.

II.

Un filosofo greco aveva immaginato che la parola “bello” (kalòs) derivasse dal verbo
“chiamare” (kalèo). Si tratta, a rigore, di una falsa etimologia, ma l’intuizione di
fondo è vera. La bellezza è una chiamata, le cose belle ci invitano al compimento,
perché loro compiute lo sono. Se avessero la parola la userebbero in forma di
domanda: e tu a che punto sei della tua pienezza? Una luna in un cielo blu cobalto,
un mare di luce screziata dalla onde, gli occhi chiari di un’anima nitida, un quadro,
una statua, una melodia, una poesia, un vestito, un lavoro ben fatto, un gesto
elegante, sono altrettante lampeggianti chiamate per nome: Alessandro, tu a che
punto sei? Che ne fai dei doni della vita?

Se solo avessimo più deserti e più cieli da ascoltare.

Zibaldino: temi, scritte sui muri, dialoghi, intervalli e preghiere

I.

Un sabato correggendo temi di quindicenni

“È quindi chiaro che Kafka, come molti altri scrittori, gioca a presentare i suoi
personaggi con quelle caratteristiche e paure che sono scavate nella sua profondità di
scrittore, e che nessuno poteva conoscere se non attraverso i libri e i racconti che ha
scritto nel tempo. Kafka ha dunque usato come tema la paura di ritrovarsi in un corpo
nuovo e sconosciuto, per mandare un messaggio di aiuto al lettore, una richiesta di
vicinanza, contatto con lui che non ha ricevuto da nessuno in quel periodo della sua
vita”.

Per passaggi come questo vale la pena leggere e correggere decine e decine di temi
ogni anno e come scriveva una ragazza di 17 anni: “Ho bisogno di parole per
ancorare i sentimenti. Se dentro non le trovo, riceverle da qualcuno mi può salvare.
Scopro di non essere sola, definitivamente sola”. La letteratura rende la vita
trasparente, cioè visibile (-parente) oltre (trans-) la superficie, le parole giuste
rendono l’esistenza una casa abitabile, anche nelle sue stanza più buie.

II.

Grammatiche dell’esistenza
Dal treno ho visto questa scritta e mi sono piaciuti: l’aprire virgolette, come un
dialogo che comincia dopo troppo silenzio; la congiunzione ‘e’ che spezza il flusso
anonimo delle cose fatte fino a quel momento e decreta un nuovo inizio, con il ‘poi’
che segna una promessa inattesa in un tempo prima uniforme; gli occhi che si posano
su di te tra milioni di possibili e ti perdonano di essere come sei, trascinandoti fuori
dall’anonimato.
Non si scrive sui muri delle stazioni, ma questa mano notturna doveva testimoniare
che cosa può salvare la vita. La misericordia di uno sguardo. Avere finalmente un
nome. Diventare qualcuno.

III.

Al margine di un intervallo scolastico

Hai scritto pagine e pagine che mai nessuno ha letto, perché nessuno ha mai letto i
tuoi giorni, i tuoi occhi, la tua solitudine mascherata di riti accettabili per un mondo
che tutto è tranne che mondo, cioè pulito.
Sono capitoli con i quali cerchi di ricapitolare chi sei e perché sarebbe dovuta andare
in altro modo. Sono righe con cui cerchi di rigar dritto sul foglio bianco dei giorni.
Sono pagine con cui cerchi di compaginare passato presente futuro in modo
plausibile.
Per stare al mondo ci vuole coraggio, l’ho capito dalle tue lacrime sgorgate
direttamente dall’esilio degli sbagliati nel tempo e nello spazio. Terra che conosco e
visito spesso.
“Non riesco ad andare avanti con quelle pagine. Non so come finirle” – mi hai
confidato.
“Proprio perché non lo sai devi scriverle. Proprio perché non ci riesci, quelle pagine
scongiureranno la morte”
“Come fare se nessuno ascolta?”
“Fammene dono”

IV.

Dialoghi

Un giorno, all’ombra di un albero immenso, mi hai chiesto per cosa spendo la mia
vita. E io ti ho risposto porgendoti un fiore di campo: Per difendere la bellezza delle
cose fragili.
E perché?
Perché ciò che è sacro al principio è sempre fragile, come il seme che nascondeva i
rami forti e ampi all’ombra dei quali parliamo.

V.

Preghiera

– Ci sono giorni in cui non riesco a evocare la bellezza – disse con stanchezza negli
occhi, fissi su un cielo insignificante, quei cieli in cui non si distinguono i contorni
delle nubi compatte di una luce giallastra e abbagliante.
– Sono i giorni in cui devi invocarla – rispose lei, che con leggerezza tutta
primaverile indossava una camicia azzurra e aveva nei movimenti la leggerezza degli
esseri inconsapevolmente eleganti. Quella che lui aveva perduto o forse non aveva
mai avuto. Lei era la sua nostalgia di leggerezza, la sua mancanza di giovinezza. Lei
era tutta la giovinezza del mondo.
– Insegnami come si fa a non invecchiare.
*

Zibaldino: ali, arance meccaniche e sempre l’amore


I.

Ho passato due ore con i ragazzi dell’Istituto tecnico e scientifico Moreschi, durante
la loro cogestione. L’aula magna dalle pareti scrostate e il parquet ormai sconnesso
era pieno di ragazzi e colleghi. Moltissimi per terra, non essendoci più posto. Ad un
tratto Roberto, 17 anni, ha preso la parola e gli ho chiesto che progetto di vita avesse.
Vuole entrare nel corpo dei paracadutisti dell’esercito. Gli ho chiesto come ha capito
che questa è la sua vocazione professionale. “Ho fatto il mio primo lancio e ho capito
che a me piace volare e ancora più a me piace cadere”. Tutti, ogni giorno, cerchiamo
di volare, in cerca della nostra vera altezza, tutti ogni giorno cadiamo, colpiti nelle
nostre fragilità e debolezze. Eppure non cadiamo mai più volte di quelle che abbiamo
provato a volare, anzi magari a volte riusciamo a volare e poi ad atterrare bene, senza
cadere. Roberto ha deciso di fare di questo il suo lavoro e oggi mi ha ricordato che
anche quando si cade, si può cadere con arte e con grazia.

Invece Virginia, 18 anni, mi ha chiesto come si fa a riconoscere gli occhi di un


maestro e le ho detto che i maestri sorridono spesso, perché hanno ancora intatto lo
stupore della vita e, quando ti guardano, stupiscono. Perché insieme al seme vedono
già il frutto.

II.

Sono stato a teatro a vedere “Arancia meccanica”, nel quale recita un mio amico.
Con un libro e un film alle spalle, del peso di Burgess e Kubrick, non credevo fosse
possibile dire altro, invece altro è stato detto con altri mezzi: soprattutto i corpi, nei
quali si incarna il personaggio, ché questa è la bellezza del teatro.

Il male è nel cuore dell’uomo, così come il bene. Ogni mattina bisogna decidere da
che parte stare e non ci sono ricette esterne che possano controllare questa scelta,
possono casomai favorirla, ma mai determinarla, perché non siamo solo animali, ma
anche animati. Questo è il dramma più grande, il dramma della libertà, il dramma di
essere uomini feriti e per questo capaci di ferire ulteriormente gli altri e il mondo, il
dramma di essere uomini feriti e per questo capaci di guarire gli altri e il mondo.
Essere un balsamo per le ferite, o il sale sulle ferite. Ferire il mondo o ripararlo. E
oggi che è l’anniversario dei 400 anni della morte di Shakespeare, la dirò con lui: “Io
considero il mondo per quello che è: un teatro dove ognuno deve rappresentare una
parte” (Il mercante di Venezia, Atto I scena II). “Il mondo è fuor dei cardini; ed è un
dannato scherzo della sorte ch’io sia nato per riportarlo in sesto” (Amleto, Atto I
scena V).

III.

Sotto un cielo instabile


“A volte mi chiedo perché tutto l’amore di cui abbiamo bisogno non riesca a
raggiungerci. Dove si impiglia, dove si incastra, dove si ferma?”

Tu mi hai detto: “Nessuno pensa di potere essere amato per com’è, ma crede di
doverselo meritare l’amore di cui ha bisogno. Eppure nessuno è qui perché se lo è
meritato, ma si merita d’essere amato perché è qui”.
*

Quando l’ultimo libro letto da una persona che muore è il tuo

Ho ricevuto la bellissima lettera di un figlio diciannovenne, che ha perso da


pochissimo la madre 58enne per un tumore e, con il suo permesso, ne condivido con
voi alcuni passi. Sono le persone fedeli alla propria vocazione che rendono il mondo
un posto bello e se ne vanno senza rimpianti. Queste storie mi aiutano a capire che
per essere felici non basta realizzare i propri sogni, se quei sogni non sono al servizio
degli altri. Smettiamola con la retorica dell’auto-affermazione: questo mondo ha
bisogno di persone capaci di lavorare bene e di trasformare quel lavoro in amore. Un
lavoro, qualsiasi lavoro onesto, si trasforma in amore quando è fioritura di talenti
(propri e altrui come conseguenza) e quando è servizio. Dio solo sa quanto questa
nostra benedetta Italia abbia bisogno di persone come questa donna di cui parla la
lettera.

Buongiorno Alessandro,

Sono un ragazzo di 19 anni. Ci tenevo a contattarti per dedicarti un mio pensiero.


Cercherò di essere breve per non rubarti troppo tempo. Spero tu possa, un giorno,
rispondermi (anche con calma).

Mia madre è morta 3 settimane fa, all’età di 58 anni. E’ stata un lotta contro il
cancro dal 2011, anche quando tutto sembrava finito, tutto si ripresentava.

Lei ha condotto una vita incredibile. Credimi, non voglio raccontarti di lei come una
star. Ma per me è come se lo fosse e lo sarà sempre.

Amava scoprire. Andava sempre alla ricerca di cose nuove, che avrebbero potuto
aiutarla, soddisfarla. Per questo amava altrettanto viaggiare. Ha girato l’Europa
intera, anche quando, in età adolescenziale, ciò non le era possibile,
economicamente parlando. Lei comunque si dava da fare, ci provava e ci riusciva. In
qualsiasi cosa. Era affascinata da tutte le meraviglie di questo mondo, nelle quali
vedeva sempre cose che agli occhi normali sfuggivano.

Amava insegnare. Lei era una prof. Ha cominciato come supplente e ha continuato
ad esserlo fino a quando siamo nati io e mio fratello. Nonostante le mille difficoltà
che le si presentavano lungo il cammino, continuava e andava avanti. Per poi
arrivare al liceo Classico. Era un amore talmente grande che solo una grande
malattia come questa poteva impedirle di continuare a fare ciò che amava. Era una
Prof. diversa dalle altre. Una Prof. con la “P” maiuscola. Non perché sia io a dirlo,
ma perché sono i suoi alunni a crederlo e a riportarmelo in frasi come “sono
passato da essere l’alunno da 4 a l’alunno da 8. Non che ne voglia fare una
questione di voti… riguarda invece il fatto che tua mamma fosse capace di far
risvegliare la passione in uno studente e questo è uno dei doni degli uomini grandi”.
E’ riuscita così ad unire due passioni: insegnare e viaggiare. Andava ovunque il suo
fisico le permettesse di andare, ancor meglio se con i suoi alunni.

Amava altrettanto leggere. Leggeva in continuazione, ne sentiva il bisogno. I libri la


aiutavano, le davano consigli.

L’ultimo libro che ha letto, prima che la malattia non le permettesse più di
continuare a farlo, è proprio il suo: “Ciò che inferno non è”.

Qualche giorno prima di andarsene, ha consigliato a molte sue amiche la lettura di


questo libro e soprattutto la parte delle “cinque cose che un uomo rimpiangerà
quando sta per morire”. Si rispecchiava in tutte e cinque.

Mia madre amava vivere. Qualche giorno prima di andarsene mi ha detto “non mi
lamento, ho avuto comunque una vita fantastica e ho fatto quasi tutto ciò che
volevo”.

Se cinque sono le cose che un uomo rimpiangerà quando sta per morire, una sarà
sicuramente quella che non rimpiangerà mai. Quella di esser vissuto. Di aver fatto
parte di questo bel pianeta. Di aver amato e di esser stato amato profondamente. Se
non da mille persone, da una sicuramente. Proprio come mia madre.

Modesto manifesto per una scuola del senso

C’è bisogno di una “paidéia” (istruzione ed educazione insieme: la prima ha come


fine la conoscenza, la seconda l’autonomia. Insieme potremmo chiamarle “cultura”
se oggi non avesse un significato riduttivo, mentre cultura è tutto ciò che rende più
umano l’uomo e più vivo lo spazio-tempo in cui l’uomo vive) capace di dare ai
ragazzi strumenti conoscitivi (niente a che vedere con l’obbligo e la rigidezza dei
percorsi attuali) e occasioni vitali (niente a che vedere con l’improvvisata alternanza
scuola-lavoro e altre mille educazioni che hanno intasato il curriculum scolastico) per
aver presa su se stessi, così da fiorire e far fiorire, così da star bene e far star bene.

Disordini e fragilità dei ragazzi non ci toccano? Anoressia, bulimia, dipendenze di


vario genere, disturbi di concentrazione, tentati e riusciti suicidi, autolesionismo…
non sono tutti segnali di un’angoscia profonda non risolvibile con i farmaci, ma
radicata in un territorio più nascosto ma raggiungibile che si chiama la vita della
vita?

Continuiamo a improvvisare pedagogie inefficaci, a causa di antropologie povere:


l’uomo non è solo mente, l’uomo non è solo corpo, l’uomo non è solo spirito, ma a
livelli differenti mente, corpo, spirito, situati in modo irripetibile in una
storia personale, familiare, sociale, contesti in cui le tre dimensioni (mente, corpo,
spirito) possono fiorire più o meno armonicamente, solo se specificamente e
contemporaneamente curate. O curiamo la tridimensionalità umana nella vita
quotidiana o avremo persone sempre più fragili e annoiate, controllabili e assetate di
consumi, ripiegate su stesse e impaurite.
La scuola di oggi è basata su una visione menomata dell’uomo, basti analizzare la
qualità delle relazioni e del lavoro in ambito scolastico, sia tra colleghi, sia tra
docenti e studenti, sia tra docenti e genitori.

Dobbiamo ritrovare il senso della scuola (in crisi e quindi soggetta a diventare
contenitore di cose vecchie o nuovissime, senza criterio se non quello dell’indolenza
o della moda) grazie ad una scuola del senso (per l’appunto una “paidéia”
integrale), che riguarda non solo i ragazzi, ma in primo luogo i genitori e gli
insegnanti.

Secondo voi che cosa serve? Che cosa manca? Che cosa di nuovo può nascere o è
già nato?

Cristianesimo: religione per deboli?


“Contemplare le bellezze e i pregi di un figliuolo proprio, non con altra
soddisfazione, che di aver fatta una cosa bella al mondo; sia essa o non sia
conosciuta per tale da altrui”. Così scriveva nel febbraio del 1828 Giacomo Leopardi
riguardo ai suoi versi, per lo più disprezzati dai suoi contemporanei. Sapeva che quei
versi avrebbero avrebbero reso il mondo meno immondo, più bello,
indipendentemente dal successo pubblico che, in vita, quasi non arrivò. La sua opera
abbellì il mondo, e resta (a differenza delle critiche dei suoi detrattori).

Il cristianesimo, accusato da molti di basare la sua speranza nel futuro, dimenticando


l’impegno nel presente, è esattamente il contrario: è la vita di un Dio fatto uomo, che
dà tale consistenza al presente e quindi al passato da farne dipendere il futuro. La
garanzia che Dio offre all’uomo è che le sue (dell’uomo) opere lo accompagneranno,
ciò che l’uomo porrà nel mondo sarà ciò che non gli sarà tolto, la sua eredità. Il
contrario di una fuga consolante nel futuro.

La misericordia che ci è chiesta è proprio quella di chi si prende cura del mondo e lo
rende più simile a Dio. Questa è la redenzione a cui siamo chiamati a partecipare:
rendere più visibile la verità in ogni angolo di questa terra, perché la verità è Cristo
stesso, quindi permettere a Cristo di regnare su quell’angolo di mondo. La
redenzione è la bellezza che si sprigiona, per opera della grazia, in ogni cosa, ma ciò
accade attraverso di noi, che costituiamo il legame tra Dio e il mondo, la possibilità
di Dio di tornare ad abitare tra gli uomini: la creazione sta aspettando, nelle doglie
del parto, la rivelazione dei figli di Dio, cioè di quelli che assomigliano al Figlio. Fu
Cristo stesso a dire: “chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più
grandi, perché io vado al Padre” (Gv 14,12). Promessa che si realizza tutte le volte
che “non sono io che vivo, ma è Cristo che vive in me”. Il cristianesimo non è
religione del futuro, ma al massimo del futuro anteriore, tempo verbale stranissimo e
segno dell’esistenza di Dio, che si fa garante, nel futuro, del nostro passato: le nostre
opere non saranno “state” dimenticate (futuro anteriore passivo), perché quando le
avremo compiute (futuro anteriore attivo), in-con-per Cristo, esse non potranno più
essere cancellate. O meglio, quelle malvagie potranno esserlo se, ammesse, sono
accolte nella misericordia divina e trasformate in un bene più grande. Il cristianesimo
è la religione che si fida così tanto delle opere dell’uomo che dà loro consistenza
eterna, purché ci sia misericordia (il nome di Dio, ci dice il papa) in quelle opere.
Me lo ha ricordato recentemente un ragazzo 19enne, raccontandomi della morte di
tumore di sua madre 58enne: “Amava scoprire. Andava sempre alla ricerca di cose
nuove, che avrebbero potuto aiutarla. Per questo amava altrettanto viaggiare. Ha
girato l’Europa intera, anche quando, da adolescente, ciò non le era possibile,
economicamente parlando. Lei comunque si dava da fare, ci provava e ci riusciva.
Era affascinata da tutte le meraviglie di questo mondo, nelle quali vedeva sempre
cose che agli occhi normali sfuggivano. Amava insegnare. Ha cominciato come
supplente e ha continuato ad esserlo fino a quando siamo nati io e mio fratello.
Nonostante le mille difficoltà che le si presentavano lungo il cammino, continuava e
andava avanti. Era un amore talmente grande che solo una grande malattia come
questa poteva impedirle di continuare a fare ciò che amava. Era una Prof. diversa
dalle altre. Una Prof. con la “P” maiuscola. Non perché sia io a dirlo, ma perché sono
i suoi alunni a crederlo e a riportarmelo in frasi come “sono passato da essere
l’alunno da 4 a l’alunno da 8. Tua mamma era capace di risvegliare la passione in
uno studente e questo è uno dei doni degli uomini grandi”. È riuscita così ad unire
due passioni: insegnare e viaggiare. Andava ovunque il suo fisico le permettesse di
andare, ancor meglio se con i suoi alunni. Amava altrettanto leggere. Leggeva in
continuazione, ne sentiva il bisogno. I libri la aiutavano, le davano consigli. L’ultimo
libro che ha letto, prima che la malattia non le permettesse più di continuare a farlo, è
proprio il suo: “Ciò che inferno non è”. Qualche giorno prima di andarsene, ne ha
consigliato a molte sue amiche la lettura e soprattutto la parte delle “cinque cose che
un uomo rimpiangerà quando sta per morire”. Si rispecchiava in tutte e cinque. Mia
madre amava vivere. Qualche giorno prima di andarsene mi ha detto “non mi
lamento, ho avuto comunque una vita fantastica e ho fatto quasi tutto ciò che
volevo”.

Queste storie mi aiutano a capire che per essere felici non basta realizzare i propri
sogni, se quei sogni non sono al servizio degli altri. Nella vita di tutti i giorni siamo
chiamati a compiere non solo opere di misericordia, ma la misericordia delle opere,
cioè tutte quelle che compiamo in, con e per Dio, che “salva” le nostre opere, perché
“salva” attraverso le nostre opere.

Maturità: ma di che e di chi?


È il momento del giudizio di maturità. E quindi della crisi, necessaria e feconda,
perché crisi è parola che in greco indicava il “giudicare” operato nei campi dai
contadini, quando dovevano vagliare il grano e distinguerlo dalla pula (l’involucro
del chicco) o dal loglio (la zizzania che imita in tutto e per tutto il grano ma è
velenosa), per conservare il primo ed eliminare i secondi. Il primo avrebbe dato
farina e pane, il secondo un po’ di fuoco. Per un attimo potremmo provare a pensare
a questa maturità non come una prestazione ansiogena, ma come momento del
raccolto, sì faticoso ma gioioso, per il pane buono che verrà messo in tavola. Da
insegnante mi chiedo se, dopo 13 anni di percorso scolastico, quel ragazzo quella
ragazza sapranno affrontare questa crisi, cioè questo giudizio, con la capacità di
distinguere il grano, ciò che vale da ciò che è effimero o addirittura nocivo. Maturità
è la capacità di vivere “in crisi”, cioè nel momento del giudicare cosa è vero e cosa è
falso, cosa è bello e cosa è brutto, cosa è buono e cosa è cattivo, e di tutte queste cose
le loro gradazioni, per poter impegnare la mia libertà ad affermare nello spazio e nel
tempo il valore che ho saputo identificare. Solo questo dà felicità, cioè fecondità, ad
una vita.

Vedo molti ragazzi confusi, annoiati, spaesati proprio dalla difficoltà di vivere le
crisi, forse perché noi adulti cerchiamo soluzioni facili e non vogliamo che si faccia
tutta questa fatica a “giudicare”, forse perché il nostro pensiero troppo debole e
liquido non sa più dire (da dicere latino che significava indicare) che cosa è vero,
bello, buono. Il relativismo, teorico o pratico che sia, impedisce il momento della
crisi, perché non sa cosa raccogliere, il grano vale quanto la pula, non lo si distingue
dalla zizzania, perché non c’è un ordine reale entro cui il mio agire libero si muova,
c’è la mia libertà come a priori, non il campo in cui raccolgo. A farne le spese sono
proprio i ragazzi, nella vita di tutti i giorni. Molti di loro non riescono a giudicare se
frequentare o no l’università, e che facoltà scegliere nel primo caso, perché non
sanno che talenti hanno, in 13 anni non hanno fatto del loro logos (parola, ragione,
verbo) uno sguardo sul mondo capace di raccogliere (anche logos viene da un verbo
che originariamente significava raccogliere i frutti, al tempo opportuno, senza logos
il momento della crisi, cioè del giudizio, è assurdo). Spesso oggi non c’è maturità
perché non c’è logos, e non c’è logos perché non c’è dialogo (dia-logos: un logos che
viaggia da me a te e viceversa, e che supera e trascende, in cerca della verità, della
bellezza, del bene). Si parla moltissimo, ma non si ha dialogo vero, perché non c’è
nulla da cercare, nessuna verità, nessun frutto da raccogliere. Si parla moltissimo
perché il vuoto deve essere riempito di parole e di procedure da compiere alla
perfezione (molta della didattica si riduce a prestazioni ripetute, come addestramento
per animali) e il logos viene rimpiazzato da un sistema di doveri, perché non c’è più
alcun amore alla vita (logos abbraccia amore e conoscenza in un’unica parola dopo
l’audacissimo primo verso del vangelo di Giovanni). Questo accade nelle coppie: si
parla moltissimo e si pensa di amare l’altro con il compimento dei doveri (io lavoro,
faccio la spesa, io vado ai colloqui dei figli, io cucino…), ma manca amore tra i due.
Questo accade nei rapporti docenti-alunni: si parla moltissimo e poi si riduce tutto a
prestazioni doveristiche, non ad una maturazione della vita sia del docente sia
dell’allievo, in una comune ricerca della verità nel campo della materia e della vita
che si condivide per varie ore a settimana.

Siamo entrati un vicolo cieco del logos, sostituito dall’informazione, in cui nulla è
più distinguibile, perché non si deve più giudicare nulla, ma solo moltiplicare i dati e
le procedure con cui riempire il vuoto delle differenze (la differenziazione è confusa
con la discriminazione). Lo raccontò Borges con un fulminante apologo, in cui un
imperatore megalomane pretendeva dai suoi cartografi una mappa del suo immenso
impero sempre più precisa, pena la vita degli stessi cartografi. La sua mania di
vedere il suo regno lo portò a chiedere la mappa apparentemente “perfetta”, in scala
uno ad uno. I cartografi pur di non perdere la testa si impegnarono nell’impresa, ma
poi divennero inservibili sia la mappa sia il regno coperto dalla mappa. Così l’impero
andò in rovina. Il nostro delirio di informazione ha esiliato la sapienza, la nostra
capacità di “raccolta”, di logos, è resa impossibile dalla autoreferenziale scala uno ad
uno. La quantità di dati ha sostituito la ricerca del vero, del bello, del buono, la crisi
non è più momento di giudizio, ma fallimento da rimuovere. In questo campo del
mondo siffatto è molto difficile diventare maturi, perché nessuno sa più dire che cosa
è maturo, quando e perché (la tecnologia ha sostituito l’ecologia). O torniamo al
logos e alla crisis dei contadini o continueremo a illuderci che le procedure,
burocratiche o prestazionali, ci renderanno migliori. Ma noi di tutti questi dati, di
tutte queste informazioni, di tutte queste procedure, non sappiamo più che farcene,
perché non ci servono a vivere meglio. Invece del pane ci ritroviamo in mano un
pugno di mosche, e per di più siamo stanchi. Li vedo questi diciottenni con il loro bel
voto da 60 a 100, con la loro bella mappa in scala uno ad uno in versione smartphone
(che gli abbiamo messo in tasca quando avevano solo 10 anni), che si guardano
intorno, spaesati, sperando che qualche forma umana dica loro la direzione per
tornare a casa, per sentirsi a casa.

L’ultimo rito di passaggio che ci resta


“Ho da poco subito una metamorfosi, ma non per nuove penne e nuove ali: queste
sono sparite e, al loro posto, spero ormai d’avere un paio di gambe per camminare
pazientemente sulla terra” così scriveva in una lettera il poeta inglese John Keats l’11
luglio 1819. Si riferiva all’approfondirsi, nella sua vita interiore, dei motivi che
dettavano versi nuovi al suo far poesia. Mancavano meno di due anni alla sua
prematura morte per tubercolosi, ma la sua biografia spirituale bruciava le tappe
come accade a tutti coloro che sanno di aver poco tempo per dare frutto. Affermava
che, dopo il fare bene, la cosa più importante era far poesia e lo diceva perché questo
era la sua maturità, fecondità di vita e, in ultima istanza, felicità (felix era per i latini
l’albero che dà frutto, quindi fecondo e felice sono la stessa cosa).

La carenza di felicità di molti contemporanei, e i giovani in particolare (in Occidente


aumenta il numero di ragazzi che hanno provato il suicidio entro i 21 anni o che
tributano la loro devozione alle divinità della Dipendenza o del Disagio), dipende
dalla carenza di fecondità delle vite, cioè dalla carenza di frutti e i frutti richiedono
chiarezza di destino che si fa destinazione nella pazienza delle stagioni.

Keats parla di una metamorfosi da adolescenziale Icaro che – per eccesso di speranza
tipico di quell’età – fugge dal labirinto della vita sopravvalutando i mezzi a
disposizione, a uomo innamorato della terra, che pazientemente la solca, simile alla
meravigliosa statua scolpita da Alberto Giacometti, l’Uomo che cammina: senza
rinunciare alla tensione verso l’alto, è infatti esageratamente slanciato, incede con
piedi grandi e pesanti, come radici di alberi.

La maturità è uno degli ultimi riti di passaggio che restano alla nostra cultura
ipertecnologica, che se ne ride dei tempi della natura e delle stagioni (quando vedo
un bambino delle elementari o delle medie con il suo smartphone ultimo modello in
mano so già che tutte le tappe sono state rimescolate e confuse, a quale prezzo lo
sapremo fra qualche anno). I riti di passaggio sono necessari, oggi come ieri, a
segnare nella carne e nello spirito una metamorfosi, simbolicamente rappresentata
dall’esame di maturità, per persone che di simboli significativi hanno bisogno come
l’ossigeno, perché il codice binario non conosce simboli, perché non ammette
profondità, ma solo superfici apparentemente profonde, ma uno schermo è uno
schermo. I nostri ragazzi sono ipernutriti dalla tecnologia da superfici rutilanti e
informazioni continue, in una specie di carta geografica inservibile, perché in scala
uno ad uno. Li guardo e li vedo spesso spaesati e distratti, solo quando la sera si
impadronisce dei loro corpi e delle loro anime, allora magari, in un raro momento di
solitudine strappata al chiasso, scrivono una lettera in cui chiedono aiuto: che ci sto a
fare qui? Perché tanta noia, anche se mi diverto tantissimo? Molti di loro arrivano
all’esame e, dopo un percorso di ben 13 anni di scuola, non hanno ipotesi sulla loro
destinazione. Il destino, ciò che ci capita senza nostra scelta, non si è trasformato in
destinazione, con conseguenti sconforto, noia, paura. Solo un futuro immaginato dà
senso e sangue al presente. Ma anche il futuro è un simbolo, perché lo riempiamo
sempre e solo delle narrazioni che respiriamo o (se siamo ancora liberi) scegliamo.
Che cosa abbiamo fatto con questo ragazzo per 13 anni? Il nostro dialogo con la sua
vita è stato talmente “superficiale” che della sua vita ha imparato troppo poco, ma ci
riteniamo soddisfatti perché sa applicare alcune procedure, che continuiamo ad
aggiungere ad uno zaino troppo pieno di oggetti, ma il cuore e la testa vuoti di
progetti, se non i copioni già scritti dal così fan tutti. La nostra scuola riesce a
renderli più liberi, cioè capaci di adesione al vero, al bello, al buono e di mettersi in
cammino in quella direzione?

L’esame di maturità è un’occasione di verifica per tutti: genitori-docenti-studenti.


Sono cresciute ai ragazzi le gambe per camminare, a fatica e con pazienza, per le vie
di questo mondo? Se non è così, li abbiamo tenuti troppo in braccio, o li abbiamo
semplicemente addestrati come si fa con gli animali, o li abbiamo illusi con ali di
cera, il tutto e subito, senza la pazienza delle stagioni, ma la rapidità della moneta e
del clic. Maturare richiede semi e stagioni, profondità e pazienza, maestri e amici,
altrimenti la pianta verrà spazzata via al primo vento della realtà, perché solo chi
matura dall’interno può cercare la luce del sole. Oggi più che mai in cui la volatilità
suicida alla Icaro (lavoro, famiglia, scuola) si traveste troppo spesso della seducente
parola flessibilità , abbiamo bisogno di gambe forti come radici di alberi e di pensieri
capaci di farci vedere la meta verso cui camminare, con tutta la pazienza necessaria.
Questo esame di maturità ci riguarda tutti.

9 ragioni per amare il greco


Ogni lingua esprime una irripetibile idea di mondo, più strana è l’idea più
interessante è la lingua. É questa la sfida dell’appassionante libro di Andrea
Marcolongo sui misteri del greco antico. Non fa differenza che una lingua sia viva o
morta, ciò che conta è che impararla possa ampliare i gradi di percezione del mondo:
i nostri sensi sono determinati dalle nostre parole. Il greco antico ha nella sua
capacità di nominare qualcosa di speciale ed essenziale: è una lingua geniale, fatta
per andare all’origine della realtà e nominarla senza fronzoli, senza però tralasciare
un’infinta varietà di sfumature, proprio per raggiungere, come si fa con uno
strumento di alta precisione, l’identità di ogni cosa: “è al greco che torniamo quando
siamo stanchi della vaghezza, della confusione; e della nostra epoca” diceva Virginia
Woolf. I Greci usavano almeno almeno tre verbi per “fare”, perché non era lo stesso
fare un’azione politica, una poesia, un figlio, un delitto. I loro colori non erano i
nostri, li definivano a partire dai movimenti di rifrazione della luce sulla superficie:
l’omerico mare “colore del vino” indicava l’indicibile cangiante riverbero della luce
sull’acqua.

Il libro della Marcolongo non è una grammatica, ma una storia d’amore con il greco
e la sua capacità di trasformare i sensi. L’autrice si lascia alle spalle le noiose anche
se necessarie diatribe “greco sì greco no”, “la crisi del classico”…, spesso risolte dai
cattedratici con dottissime dissertazioni ridotte al “devi amarlo anche se non capisci”
o al “prendi la medicina del pensiero, soprattutto oggi”. Due motivazioni tutt’altro
che motivanti: una parte dall’obbligo anziché dall’amore, l’altra dalla malattia
anziché dalla salute. Mentre nella Lingua geniale, conosciate o no il greco antico, si
parte dall’amore e dalla salute: è un vino che non avete mai bevuto, annata unica, se
lo assaggiate ne vorrete ancora, come quello offerto da Ulisse al Ciclope.

Proprio la stranezza del greco antico, non ridotto ad una tortura di eccezioni da
imparare a memoria, è ciò con cui Marcolongo ci affascina, trasformando nove
stravaganze linguistiche in veri e propri sondaggi esistenziali: dai tre generi
(maschile, femminile, neutro) ai tre numeri (singolare, plurale e duale), dal modo del
desiderio (ottativo) all’anarchia ordinata dei casi…

La prosa della Lingua geniale riesce a raccontare i misteri della grammatica e della
sintassi come si trattasse di un volto umano o di un’architettura: “un modo per
giocare a pensare in greco antico”, ma senza le gigionerie di alcuni libri di questo
genere. Ha la leggerezza frutto di esperienza e riflessione, e la giusta dose di
polemica: “il liceo classico così come è strutturato, sembra non avere altro scopo che
mantenere i Greci e il loro greco i più inaccessibili possibile”. Per i puristi che stanno
già affilando le loro critiche, non si tratta di una grammatica descrittiva e normativa,
“non ha alcuna pretesa accademica” ma “una forte pretesa di passione e di sfida”,
basate sulla convinzione che “lo studio del greco contribuisca a sviluppare il talento
di vivere, di amare, di faticare, di scegliere e di assumersi la responsabilità di
successi e fallimenti”.

Nelle pagine di ogni lezione i momenti più smaccatamente grammaticali diventano


presto veri e propri tuffi esistenziali, come quello relativo al modo “ottativo”, che
serve a esprimere il desiderio: “è la misura perfetta della distanza che intercorre tra la
fatica che serve a fare i conti con un desiderio e la forza che occorre per esprimerlo
prima di tutto a se stessi”; o quello dedicato al duale: “uno più uno uguale uno
formato da due, non semplicemente due”, sia che si riferisca agli occhi che guardano
l’amata, a navi che combattono lo stesso nemico, a cavalli che tirano lo stesso carro,
l’importante era esprimere attraverso la parola la presenza di una dualità non
matematica, per dare conto di una relazione che crea qualcosa di nuovo rispetto a un
semplice plurale.

Le 9 ragioni offerte da questo libro sono un ottimo spunto per professori e nostalgici,
e un efficace punto di partenza per studenti e curiosi, per rinnovare il modo di
studiare una lingua più viva e necessaria che mai: “dire cose complesse con parole
semplici, vere, oneste: ecco la potenza del greco antico”.

Una valanga ci svela chi siamo e a cosa crediamo


«Quando ieri ci ha preso la nebbia e qualche sasso rotolò dalla collina ai nostri piedi,
non pensammo alle cose divine né a un incontro incredibile ma soltanto alla notte e
alle lepri fuggiasche. Chi siamo e a che cosa crediamo viene fuori davanti al disagio,
nell’ora arrischiata». Così Cesare Pavese scriveva nell’ultimo dei suoi «Dialoghi con
Leucò», intitolato «Gli dei», lamentando il fatto che non siamo più capaci di
incontrare il mistero e la verità su noi stessi nel quotidiano, se non al momento della
caduta.
Quando il terremoto si unisce alla bufera di neve e spazza via un albergo,
sradicandolo dalle sue fondamenta e incastonando nel ghiaccio 35 vite, non c’è
margine per «normalizzare» le nostre paure con la fuga o con la caccia al colpevole:
è il momento in cui viene fuori cosa crediamo e chi siamo.

Siamo persone che credono, oltre ogni razionale evidenza, al miracolo della vita e
alla speranza che la vita debba, a tutti i costi, essere data e preservata. Non mi spiego
altrimenti uomini che, sugli sci, raggiungono nel cuore della notte un cimitero di
neve e cominciano a scavare, come possono, a -7°, in attesa di soccorsi più efficaci e
con il rischio che nuove valanghe seguano all’immensa colata di ghiaccio e detriti.

C’è una «irrazionale consapevolezza», se non fosse un paradosso, in quei muscoli


che lavorano sotto zero con le mani e poco più, per dissotterrare un corpo o magari
un superstite, la consapevolezza che ogni vita vale tutti i nostri sforzi e che, per una
vita intera, noi non ci prepariamo ad altro che a questi incontri in cui sappiamo chi
siamo, cosa crediamo e cosa dobbiamo fare: dare la vita.

Noi, trasformati in pubblico inerme del dramma, in silenzio tifiamo per quegli
uomini che lavorano e per quelli intrappolati. Li amiamo, e magari nel quotidiano ci
starebbero antipatici. Vorremmo poter fare qualcosa, essere all’altezza, ma quello
che ci resta forse è solo lo spazio della speranza, che in alcuni si traduce in preghiera,
in altri in attesa fiduciosa, in tutti la voglia di fare un po’ meglio il nostro lavoro,
accesi dall’evidenza che ogni vita vale tutto lo sforzo di macchine, muscoli e denari.
C’è qualcosa di divino in questo impegno tutto umano dell’uomo per l’uomo,
direbbero alcuni, o forse c’è qualcosa di pienamente umano nell’uomo che crede alla
vita dell’altro uomo, così come sono inumane l’indifferenza, l’accidia, il
pressappochismo quotidiani.

Finalmente le voci di alcune di queste vite risuonano nelle sacche che cemento,
alberi, detriti hanno fortuitamente costituito per frenare la cieca morsa di ghiaccio
compatto. Risuonano voci di persone dalle caverne della morte, perché persona vuol
dire proprio ciò che si fa udire (-sona) attraverso (per-) un’esile maschera di carne,
che resiste e chiede aiuto, fino allo stremo, guidata dalla speranza che oltre il
ghiaccio ci siano altre «persone»: perché questo spera un uomo da un altro, che la
sua vita valga ogni sforzo, soprattutto quando è debole, in bilico, fragile.

Bello sarebbe che questo impegno per l’uomo e per la sua vita, dopo l’ora arrischiata,
perdurasse nella vita di tutti i giorni. Allora forse il miracolo si darebbe nel
quotidiano del nostro lavoro, qualunque esso sia, fatto bene e vissuto come servizio:
viaggiare nella notte e scavare per noi sono il servire le vite che ci sono affidate
giorno per giorno (i cittadini a un politico, gli alunni ad un insegnante, i clienti a un
barista…), il nostro respingere il ghiaccio dell’indifferenza, della solitudine, della
stanchezza, dell’abbandono, della paura con uno sguardo che accorda attenzione, con
una mano che ne stringe un’altra, con un semplice «come stai?» pronunciato a voce.
Per questo mi piace ricordare anche i coniugi Moriconi che, ad Amatrice, in tempi
non sospetti avevano costruito il loro agriturismo rispettando le regole antisismiche,
salvando così tutti quelli che erano dentro al momento del terremoto e offrendo, dai
giorni successivi fino ad oggi, quei locali a chi non ha più nulla.

Solo lo straordinario ci risveglia all’ordinario, ma poi purtroppo quando tutto passa


dimentichiamo chi siamo e in cosa crediamo. O magari no.
*

Requiem per una scuola che se ne frega


Ho ricevuto una mail che riporto sotto. Il ministro dell’Istruzione ha detto che si
sarebbe battuta per la pari opportunità, magari leggerà questa lettera e avrà ancora
più voglia di battersi, perché le opportunità, a scuola, sono pari solo quando si dà la
possibilità agli insegnanti di insegnare.

“Caro professor D’Avenia,


Io e la mia classe (frequento la quinta di un Istituto Tecnico Economico) siamo in
lutto. Ci sta per essere tolto il nostro professore di inglese, uno dei migliori
insegnanti che abbia mai avuto.In questi tre mesi ( è arrivato a metà ottobre) è
riuscito a fare un lavoro incredibile con la classe, appassionando alla materia anche
chi per l’inglese non è proprio portato. Non è partito con pregiudizi o stupide
etichette dettate dal giudizio degli altri docenti ma ha cercato di far emergere le
nostre qualità attraverso lezioni coinvolgenti e vicine ai nostri interessi. In questi tre
mesi ho capito che l’inglese non è solo un insieme di regole grammaticali o di pagine
da studiare a memoria e non è nemmeno il perenne 5 e mezzo nelle verifiche. Ho
capito quanto l’insegnante influenzi l’amore o l’odio per la materia che insegna; ho
capito che, se mi impegno, posso raggiungere buoni risultati anche in questa
materia.E non sono stata l’unica a migliorare. Durante le lezioni TUTTI i miei
compagni lo ascoltavano senza fiatare e anche i più “turbolenti” della classe
intervenivano nel corso della lezione. Pensandoci bene, forse, quello che mi
ricorderò per sempre sarà la grande fiducia che questo professore ha avuto in noi, in
ciascuno di noi. Quando qualcuno ti concede la sua fiducia si innesca quel
meccanismo che ti porta a credere un po’ di più in te stesso e nelle tue capacità e ad
impegnarti per non deluderlo. Purtroppo questa favola pare essere giunta al termine.
Un termine che si sapeva, che era stabilito da uno di quei contratti che non tengono
conto di noi alunni, che non tengono conto della bravura di un insegnante che, stante
così le cose, da domani mattina si ritroverà disoccupato. Fa rabbia, professor
D’Avenia. Fa rabbia pensare che nella scuola ci siano docenti che entrano in classe
con venti minuti di ritardo e che passano il resto della lezione a leggere svogliati un
libro. Ci sono insegnanti che giudicano un compito in classe non sulla base del
contenuto ma del nome scritto in alto a sinistra. E questi professori rimangono
ancorati alla loro cattedra nonostante tutto, nonostante si sappia del loro
atteggiamento e dei loro metri di giudizio inesistenti. Il nostro insegnante di inglese,
invece, per restare un altro mese e mezzo, dovrebbe accettare di coprire un piccolo
numero di ore che non gli permetterebbero nemmeno di coprire i costi della benzina.
Oggi ci ha detto che se fosse per lui, nonostante il discorso economico, sarebbe
disposto a tenere la nostra classe ma si creerebbe lo stesso problema a marzo.
Avremmo un’insegnante nuova a pochi mesi dalla Maturità e per un discorso di
continuità didattica sarebbe meglio cambiare insegnate adesso. Inutile dire che tutti,
un po’ egoisticamente, lo abbiamo pregato di rimanere perché un insegnante come
lui, in Italia, si incontra una volta nella vita ed è molto più prezioso di un voto che
sicuramente non rispecchierà il nostro impegno e le nostre conoscenze.
Bene, dopo aver scritto questa e-mail posso tornare a studiare consapevole del fatto
che il mio è problema quasi del tutto irrilevante e non posso fare altro che ritenermi
fortunata per questi tre mesi.
Grazie per aver letto questa mail (se mai la leggerà)”.
Cara C.
ti ho letto con attenzione. Ripeto da anni che un sistema scolastico in cui l’unico
criterio di merito è l’anzianità di servizio è destinato a questo tipo di risultati.
L’anzianità di servizio, pur essendo un elemento importante, non garantisce la qualità
del servizio. Ci sono insegnanti bravissimi di ogni età, che andrebbero premiati e
incentivati, così come ce ne sono di meno bravi di ogni età (il mio non è un discorso
“giovane è bello e bravo”).

Ciò che non tollero è il fatto che occupino la cattedra alcuni insegnanti che timbrano
il cartellino e poi dei ragazzi se ne fregano. Sarebbe bello che si liberassero le
cattedre, ingiustamente occupate da chi vuol fare tutt’altro che insegnare, per
insegnanti bravi come il tuo. Purtroppo però la prima preoccupazione della politica
non è la qualità della scuola, ma il consenso di chi vota, per questo sono molto
scettico rispetto a soluzioni di sistema.

Credo però che qualcosa dovrebbero fare gli studenti e le loro famiglie, per
pretendere quelle pari opportunità che la nostra Costituzione sancisce all’art. 3: “È
compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che,
limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno
sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori
all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. In base a queste parole
sarebbe normale che il tuo nuovo insegnante di inglese avesse una cattedra a tempo
pieno, ma “il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione
all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” non è quello che
interessa, da anni, gli studenti non sono al centro dell’attenzione, come dimostra una
disoccupazione giovanile arrivata al 40%.

Quando al centro della scuola torneranno gli studenti, solo allora si darà dignità piena
agli insegnanti, come ho cercato di dire ad alcuni politici nel video che metto sotto.

In bocca al lupo per la tua maturità e mi raccomando ricordati che la scuola, così
com’è, non è il confine delle tue reali possibilità.

Un abbraccio a te e al tuo bravo insegnante di inglese.

Le mie parole di plastilina


Avevo cinque anni, ero all’asilo, il periodo in cui creare significa conoscere.
Soprattutto con il pongo: vere e proprie epopee di plastilina.

Poi la maestra Gabriella mi chiamò: dovevo cambiare classe. Mi fidavo di lei e della
sua voce sottile, così mi lasciai condurre in prima elementare. C’erano banchi-
trincea, non ci si guardava in faccia, ma si scorgeva solo la schiena delle linee
amiche contro il nemico, la maestra, che mitragliava le tabelline: avevo abbandonato
il mondo incantato della creazione per entrare in quello cruento del far di conto. Il
corpo non poté fuggire, l’immaginazione sì. Infatti sulle pareti c’erano bizzarre
figure associate a segni eleganti: “Gn” con uno Gnomo di verde vestito, “F” con una
farfalla in giallo, “C” con un coltello. Ma la “C” appariva anche in un altro cartellone
con le ciliegie: la stessa lettera aveva suoni affilati come coltelli e dolci come
ciliegie. Quei disegni mi salvarono dalle tabelline (lutto mai elaborato), perché
cominciai a immaginarmi le vite invisibili di quei personaggi quando la scuola era
vuota: non volevo far di conto, ma di racconto. Così nacque la mia prima storia, fatta
di parole, non di pongo, ma forse più duttili della plastilina, se ben usate: che cosa
faceva lo Gnomo alla Farfalla con un Coltello? Un racconto di sangue, non ricordo il
finale, forse lo sto ancora cercando in ogni libro che scrivo.

Le lettere divennero la “calligrafia” dell’ignoto, i fili di una trama invisibile che


sorreggeva lo scenario dichiarato ma insufficiente del mondo. C’era molto da trovare
sul muro bianco tra un cartellone e l’altro, così come in una pagina bianca. Quei
personaggi scalciavano nella mia testa e nel mio cuore, come un grembo, chiedendo
di esistere un po’ di più. Con le parole potevo partorire storie con cui cantare le cose
e incantare gli amici. Così mi scoprii cantastorie dell’invisibile attraverso il visibile e
potevo continuare a conoscere creando. Le lettere avrebbero costruito le storie per
cantare ciò che era evidente e salvare ciò che sarebbe altrimenti rimasto celato. Per
questo sono insegnante, per questo sono scrittore: ascoltare persone, ascoltare
personaggi. Esistenze che chiedono di esistere un po’ di più, e mi piace “vivere la
vita” al loro servizio. Così combatto la morte, e l’ho imparato il primo giorno di
prima elementare.

Tredici: l’assordante vuoto d’amore in una serie TV


La serie tv «Thirteen reasons why» («Tredici» in Italia) racconta la storia di una
17enne suicida che lascia tredici audiocassette per spiegare le ragioni del suo gesto.

***

Stavamo dialogando attorno al canto dell’Inferno dantesco dedicato al conte Ugolino,


ed evidenziavo il fatto che Dante presenta un padre incapace di dare pane e parole ai
suoi figli, condannati a morire da innocenti.

In un verso Dante descrive la tragedia della paternità sovvertita, quando Ugolino,


guardando i volti dei quattro innocenti imprigionati con lui, dice di aver visto se
stesso: sia perché vede in loro lo stesso dramma dell’inedia che li condanna a morte,
sia perché vede in loro il frutto delle sue colpe. Moriranno a causa sua, e lui non se
ne era reso conto, se non in quel momento, quando ormai è troppo tardi. Partendo da
qui siamo arrivati a parlare di Thirteen reasons why: titolo di un fortunato libro negli
Usa (Tredici in Italia), nonché di una ancora più fortunata serie televisiva che
spopola tra i ragazzi e che, sollecitato da loro e interessato a capire dove cercano le
parole e le immagini per raccontarsi, ho guardato nelle ultime settimane.

Una ragazza si suicida, ha 17 anni, ma prima di mettere in atto il suo gesto estremo,
incide 13 audiocassette, dedicate ciascuna alle tredici ragioni che l’hanno portata a
togliersi di mezzo, ogni ragione corrisponde all’amico o amica, a cui è dedicato quel
nastro. Così a poco a poco emerge la verità di una storia di violenza verbale e fisica,
ampliata anche da chi si riteneva innocente. Sorprende scoprire che solo l’ultima
cassetta è dedicata a un adulto, lo psicologo della scuola, che aveva parlato con la
ragazza il giorno stesso del suo suicidio e non era stato capace di andare oltre quanto
richiesto dal codice del suo lavoro.
Il ritornello che caratterizza tutta la serie è che la verità non è sempre quella che ci
costruiamo per giustificare le nostre azioni e che il male che commettiamo o il bene
che tralasciamo di fare hanno lo stesso peso.

Tutto ciò avviene ad una ragazza a cui non manca niente per essere felice, ma una
somma di gesti malvagi o di gesti omessi da chi le vuole bene fa crollare una identità
in formazione e quindi fragile. Questo il fascino esercitato sul pubblico di
adolescenti: la percezione della distanza tra come ci si sente e come è la realtà, due
dati che nella vita di un ragazzo sono spesso molto distanti e che portano gli adulti a
non capire, liquidando le loro sofferenze ora come «paturnie dell’età», ora come
«cose che un giorno capirai», ora come «la vita è fatta così, impara a starci».

Nella serie infatti l’assordante assenza è quella degli adulti, distantissimi anche se
vicini, a volte incapaci di ascolto o di capire come ascoltare (la famiglia del
protagonista deve formulare il proposito di fare almeno un pasto insieme dopo tre
settimane…), a volte incapaci loro stessi di essere adulti.

È il protagonista della serie, un diciassettenne, a dover dire in modo chiaro allo


psicologo: «Dovremmo imparare a volerci bene, in modo migliore». Ha capito che
non basta il rispetto, non bastano le regole, che il consumismo relazionale è un
veleno e che per volersi bene bisogna conoscere gli altri, conoscere il bene per gli
altri, perché una relazione è vera solo quando si impegna a realizzare il bene
dell’altro e ad accogliere l’altro come bene, non basta vivere sotto lo stesso tetto
(familiare, scolastico…). È l’adolescente protagonista che impara che il bene
dell’altro va fatto, a ogni costo, ed è lui a dover educare gli adulti sul tema.

Sono gli effetti di una società individualista, in cui i ragazzi non si sentono più parte
di una storia, ma si riducono ad atomi incapaci di comprendere la realtà, perché
nessuno gliene offre le parole adatte, ci si limita a insegnare delle regole per la vita e
non cosa ci sia di buono da fare nella vita e a cosa servano quelle regole. Lo
spaesamento narrato in questa serie solleva sin dal primo minuto la ferita aperta della
società di oggi, quella americana sicuramente più avanti della nostra, ma neanche
tanto: in un tessuto sociale disgregato e utilitarista, l’individuo è solo e non vale nulla
se non si procura da solo il suo valore. La vita inserita in un sistema di performance
in cui si è tanto quanto si ha, fa, appare, non c’è il tempo per costruire sull’essere,
cosa che potrebbe avvenire in famiglia, unico luogo in cui essere accettati per quello
che si è e non per quelle altre tre cose. Ma la famiglia non ha tempo per fare questo,
oppressa anche lei da un meccanismo soffocante. Non c’è tempo per le relazioni
buone, il tempo che permette di far emergere le ferite e le gioie, che va a costruire
quel nucleo forte di amore da cui un bambino ed un adolescente imparano a guardare
ed affrontare il mondo.

Il tempo delle relazione è spesso riempito da oggetti, silenzi, altre performance… che
non lasciano lo spazio e i minuti necessari ad abbassare le difese e ad aprirsi. Persino
l’assurda moda della Blue Whale – un gioco perverso che si conclude con il suicidio
del partecipante – può riempire il vuoto di senso della propria esistenza, tanto da
trasformarla in una performance sino alla autodistruzione: ci sarebbe da chiedersi
come mai neanche la scuola sia più in grado di offrire un orizzonte di senso a questi
ragazzi che vi passano per tredici anni tre quarti delle mattine. Continuiamo a
produrre «educazioni a» affollando la loro testa di altre regole, impossibili da vivere
perché non c’è una vita interiore, personale, unica e irripetibile, una storia in cui
inserirle. Gli individui non hanno storie, le storie le hanno i ragazzi quando sono
figli, nipoti, alunni… La passione per questa serie da parte dei ragazzi la tradurrei
così: «Insegnateci a voler bene davvero, ridateci relazioni significative e non
consumistiche, trovate il tempo da impegnare per noi come la cosa più importante
che vi è capitata nella vita, guardateci, andate oltre le apparenze, consegnatemi il
testimone della vita perché io cominci la mia corsa e sappia perché sto correndo».

La ragazza che si suicida dopo aver parlato con lo psicologo si ferma fuori dalla
porta a vetri di lui e rimane ferma sperando che lui la insegua, andando oltre lo
stretto necessario della chiacchierata appena affrontata. Lei afferma nella sua
registrazione che se lui fosse uscito non si sarebbe uccisa, ma lui risponde al cellulare
che aveva squillato già più volte durante il colloquio, interrompendo l’attenzione
totale dovuta ad una ragazza in crisi, e dimentica quello che lei gli ha appena
confidato: la mia vita non vale niente. Sceglie ciò che sembra più urgente, invece di
quello che è importante (quanto tempo rubato alle relazioni dalla nostra iper-
connessione). Tredici sono le ragioni per cui una ragazza si toglie la vita: e sono
persone, cioè relazioni. Una è la ragione che le unifica tutte: la mancanza d’amore.
L’amore è dare valore alle persone, e il valore sì dà solo quando si dona il proprio
tempo a curare la relazione con l’altro, costi quel che costi. Dare tempo quando si è
in tempo, altrimenti come Ugolino vedremo sul volto dei ragazzi ciò che noi stessi,
senza rendercene conto, abbiamo provocato. Ma sarà troppo tardi.

Manchester: siamo tutti in guerra (senza volerlo)


Solo durante una guerra l’ordine naturale di una società è sovvertito e sono i padri
che seppelliscono i figli, ma i padri sanno che questa è la regola cruda della guerra,
perché alla guerra ci vanno i giovani.

Non che questo lenisca il loro dolore e ripari l’assurdo, ma è la conseguenza della
distruzione che l’uomo impone all’altro uomo, da Caino in poi.

Eppure in questa guerra frammentata che l’Isis sta imponendo al mondo, ieri siamo
andati oltre. I padri non seppelliranno i figli andati alla guerra, ma i bambini e gli
adolescenti, che alla guerra non ci vanno e che qualsiasi codice militare rispetta. Qui
invece accade proprio il contrario: il semplice assistere a un concerto rende bambini
e adolescenti impuri e degni di morte, trasformando un’arena musicale in un vero e
proprio mattatoio. Il Bataclan aveva già portato l’immaginario della crudeltà oltre le
nostre aspettative, colpendo ragazzi e giovani adulti, considerati impuri per la loro
libertà da coetanei.

Ma alla Manchester Arena si è sceso un altro gradino, perché l’infamia è gettata sui
più deboli: gli impuri sono bambini, che non sanno neanche cosa sia l’Isis, e
adolescenti che, se lo sanno, non pensano che li riguardi. I loro genitori, se sono
sopravvissuti, dovranno seppellirli: il loro futuro è spazzato via, la loro vita è
spezzata, senza alcuna ragione plausibile e questo renderà la perdita ancora più
dolorosa, perché dove il dolore non riconosce una logica, ammesso che una ne esista,
la sofferenza si fa più cupa e mette radici difficili da estirpare.
Con coerenza sacrificale, direbbe Girard, l’invidia mimetica si scaglia contro chi
porta i segni vittimari più evidenti: gli innocenti, i bambini. Gli assassini non
sopportano la libertà di chi partecipa a un concerto e, poiché non sanno come
procurarsela una libertà così semplice e innocente, esplode la violenza sacrificale con
l’intelligenza precisa del male, richiesta dal confezionare una bomba efficace per
quanto artigianale, nessun raptus di follia. La logica è quella di ogni violenza
sacrificale: si elimina il possessore del bene irraggiungibile, attribuendogli la colpa di
averlo. Siamo tutti bersagli, perché siamo tutti liberi: soprattutto i nostri figli.

In questo modo il messaggio supera ogni possibile valenza comunicativa e simbolica:


si è colpevoli per il solo fatto di essere come siamo. È un terrore capace di generare
in noi una paura che spezza ogni fiducia nella vita, nella solidità delle istituzioni,
producendo un incremento di rabbia e sospetto, la cui misura non credo sia illimitata,
a livello prettamente civile. Lo dirà la storia delle nostre città, dove in certi quartieri
crescono i focolai della battaglia, con pseudo-cittadini mai integrati.

Non riesco inoltre a immaginare il dolore dei genitori delle vittime, di fronte al quale
sono quasi del tutto privo di strumenti di comprensione o di accettazione, che forse
invece possiede la generazione che ha conosciuto la violenza indiscriminata sui
civili, perpetrata nelle guerre mondiali o dal terrorismo nostrano.

È una guerra a tutti gli effetti quella che subiamo, la cui logica, frutto di una
ideologia simile ad altre che la storia ci ha mostrato, è: nessuno è innocente se non è
dei nostri, neanche un bambino che esce contento da una festa, dopo aver ballato e
cantato. Anzi proprio per questo anche lui è in guerra, senza saperlo. La sua libertà,
la sua gioia, il suo essere al mondo, come promessa, come futuro, lo rende degno di
morire. Un attacco così radicale alla dignità umana è «la» minaccia del futuro, e i
fatti di ieri ne sono un simbolo oscuro, oltre ogni dire.

E se i ragazzi facessero gli scrutini a noi? (Io ho provato)


Cari colleghi, in questi giorni ci sottoponiamo al rito degli scrutini: giudichiamo i
ragazzi sul lavoro che hanno svolto in questi mesi. Vi propongo un esercizio che mi
aiuta: prima di valutare un altro, valuta te stesso.

Ogni anno, alla fine dell’anno, mi sottopongo alla valutazione dei miei alunni in
forma anonima, creando un questionario con i “Moduli” di Google Drive, che
permette di esprimere valutazioni anonime e commenti. Così ho approntato un test
con tre voci da valutare numericamente e due spazi da riempire con commenti
relativi a: punti deboli e punti forti, suggerimenti e consigli. In questo modo posso
guardarmi con occhi diversi e cercare di migliorare.

Così come delineiamo il voto di un ragazzo sulla base di alcuni criteri, vi propongo
tre parametri, relativi ai tre elementi fondamentali che determinano la qualità
professionale del nostro lavoro:

1) conoscenza e passione per ciò che ho insegnato (competenza nella materia,


aggiornamento e approfondimento)
2) conoscenza e passione per le persone a cui l’ho insegnato (competenza umana e
ambientale: relazioni con la classe, con il singolo alunno e con i genitori, con i
colleghi dello stesso consiglio di classe)

3) conoscenza e passione per come ho insegnato quei contenuti proprio a quelle


persone (competenza di metodo, che cambia ogni anno e con ogni classe, efficacia
del tipo di interrogazioni e verifiche, tempistica nelle consegne dei compiti corretti e
trasparenza delle valutazioni).

La valutazione è diversificata per ogni classe che abbiamo. Il lavoro sarà completo
solo se confronterete il risultato, ottenuto dalla vostra autovalutazione, con ciò che
emerge dalle valutazioni dei vostri alunni sul vostro lavoro, espresse anonimamente
sui tre parametri.

Sono inoltre preziosissimi i commenti liberi dei ragazzi. L’anno scorso, per esempio,
le valutazioni dei miei ragazzi di secondo anno, mi hanno fatto comprendere che
dovevo stare più attento al punto tre, perché essendo molto esigente a volte non tengo
in debita considerazione le difficoltà o i loro tempi di apprendimento. Inoltre alcuni
commenti mi facevano notare che a volte assegnavo compiti in classe più difficili di
quanto affrontato a casa e, in alcune lezioni (gli argomenti da me preferiti…), mi
lasciavo prendere da divagazioni e prolissità.

Durante quest’anno mi sono sforzato di lavorare meglio su questi aspetti e mi sono


reso conto che le lezioni sono diventate più efficaci e il loro apprendimento più
graduale e armonico. Inoltre mi sono reso conto che faccio scontare a loro un certo
perfezionismo che mi caratterizza e devo imparare a disciplinare (e questo mi serve
anche per la vita di tutti i giorni).

La valutazione ci mette in gioco e richiede un po’ di umiltà e di coraggio, ma è


necessaria per migliorarsi e per scoprire aspetti che a volte ci sfuggono, dopo anni di
lavoro, abitudini consolidate ma a volte usurate, e il logorio che ogni professione
comporta. I ragazzi, se abbiamo un rapporto franco con loro, sanno essere molto
precisi e onesti. In fondo è a questo che li educhiamo: capacità di giudicare la realtà
sulla base di dati oggettivi.

Ed è stato bello trovare anche commenti divertenti e diretti, anche perché protetti
dall’anonimato, come questa infrazione al “lei” di rigore: “Continua così!”

Buoni scrutini a tutti!

*
Quando l’anima è pronta, allora le cose sono pronte
L’attenzione che i mezzi di comunicazione accordano all’esame di maturità è la
conferma del fatto che rimane uno degli ultimi riti di passaggio, in un’epoca in cui
trionfa anche sugli umani la visione prestazionale delle macchine: o funzionano o
sono guaste, non c’è crescita. L’esame di maturità interessa perché mette a tema,
almeno una volta all’anno, il tempo “inutile” in cui ci si può dedicare a pensare chi
sia l’uomo, la sua origine, il suo destino, la sua felicità. Fuori invece prevale il
grande meccanismo in cui l’io non deve crescere, ma semplicemente diventare
l’oggetto di produzione di se stesso, l’io-prestazione sostituisce l’io-presenza,
abbiamo valore nella misura in cui siamo capaci di procurarcelo con le nostre forze e
quindi alla periferia dell’io: avere, apparire, fare.

L’essere è cosa di cui si occupa chi ha tempo da perdere, roba da adolescenti, dopo si
entra nel tempo da ottimizzare, illusi che il tempo si possa guadagnare, come se il
tempo fosse a nostra disposizione e non noi a disposizione del tempo. Non c’è spazio
per le domande che aprono un tempo verticale, quello che dà senso al tempo
orizzontale degli orologi. Il tempo deve essere vinto, fare finta che non ci sia,
nascondere che moriremo, vogliamo scavalcare la morte come se potessimo
scavalcare la nostra ombra.

L’io prestazionale ha il suo mito nel guadagnare tempo (per fare cosa poi?), ma
l’unico modo in cui l’uomo guadagna tempo è crescere. E l’uomo cresce solo quando
impara ad abitare il tempo, cioè costruisce relazioni profonde con se stesso, gli altri e
il mondo, come ribadisce Seneca a Lucilio, nel testo offerto ai ragazzi per il compito
di traduzione: «Senza la Filosofia nessuno può vivere con coraggio, nessuno può
vivere con tranquillità».

Noi invece preferiamo sottometterci al dio Prestazione (successo, bellezza, potere…)


che ci garantisce di essere qualcuno, perdendo la capacità di stare in pace con noi
stessi e il coraggio di affrontare ogni lotta, contenti (cioè contenuti) dentro la vita.
Per questo l’io prestazionale è sempre stanco, a caccia di svaghi, non trova la festa
nel quotidiano ma nell’over di emozioni o nell’iper di acquisti e informazioni, e
spesso precipita nella depressione (cioè la pressione che schiaccia chi non si sente
mai all’altezza), oppure nel «lesionismo», agito dai corpi dei ragazzi per lo più come
violenza verso l’esterno o su quello delle ragazze per lo più come violenza verso
l’interno, modi speculari di svincolarsi dalla mancanza di valore della propria vita.
Un valore che può crescere solo dall’interno e grazie a relazioni sane e curate nel
tempo, per cui la filosofia diventa necessario stile di vita ed esercizio dello spirito
che si confronta con la negatività del reale, e non certo passatempo di salotti
autoreferenziali, farciti di pensieri e premi di autocompiacimento (anche questi
prestazioni del nostro tempo senza filosofia).

Fu Cicerone a dire che così come l’agricoltura è cura (-coltura) del campo (agri-)
così la filosofia è cura dell’animo («animi cultura»). La filosofia è la coltivazione
dell’io-presenza: come il contadino rispetta il tipo di semina e le stagioni e,
attraverso un lavoro faticoso e paziente, ne coglie i frutti al momento opportuno, così
noi, solo con un esercizio di conversazione con noi stessi, con gli altri e con il
mondo, prendiamo possesso di noi stessi e diamo frutto. In un tempo che distrugge il
tempo, la coltivazione del sé come campo fecondo che può dar frutto non è presa in
considerazione, perché siamo sottomessi a prestazioni che non tollerano l’attesa, e
quindi l’attenzione, la pazienza, e quindi la passione. Basti pensare ad una scuola
tutta basata sulle prestazioni, simile più a un addestramento che a un percorso di
conoscenza di se stessi, dei propri punti forti e deboli. Basti pensare a rapporti
familiari per i quali non si trova mai il tempo, il tablet sostituisce la tavola, gli oggetti
individuali sostituiscono i progetti condivisi.

Quando Alcibiade si lamenta con Socrate del fatto che conoscere se stessi è faticoso,
il filosofo gli risponde «è vero conoscere se stessi è difficile, ma se non conosceremo
noi stessi non sapremo come prenderci cura di noi stessi». In Occidente il dna
classico, arricchito dal concetto di persona del cristianesimo, ci ha consegnato
un’eredità la cui erosione è stata e continua a essere esiziale: la conoscenza del
mondo è al servizio della cura di se stessi e del mondo. Oggi la conoscenza del
mondo è ridotta a utile, calcolo, tecnica: è al servizio del dominio di se stessi e del
mondo. Ma se non sappiamo prenderci cura di noi stessi andiamo incontro a un
mondo regolato da rapporti di forza e non di cura. Ma si sa questi sono discorsi che
durano il tempo di una maturità, di una versione di latino di Seneca: «ma a che vuoi
che serva il latino, oggi», «fai lo scientifico senza latino, che poi non trovi lavoro».
Noi dobbiamo ottimizzare, produrre i nostri io, senza sapere neanche chi e che cosa
sia «io», come se la felicità fosse una condizione delle cose e non dello spirito. Per
questo Shakespeare poteva ancora far dire ad uno dei suoi personaggi: «Quando
l’anima è pronta, allora anche le cose sono pronte».

Senza filosofia, ci siamo convinti del contrario.

Se la scuola ha bisogno di una svolta


Due sono gli ambiti su quali si gioca la partita della scuola: uno antropologico, uno
di sistema.
La scuola da troppo tempo è diventata un ambiente autoreferenziale in cui la
burocrazia si è progressivamente impadronita degli spazi e del tempo da dedicare
all’unico centro di gravità scolastico: la relazione educativa. La relazione è come
l’aria: più è buona più vivi, ma ti accorgi che esiste solo quando diventa irrespirabile.
Senza relazioni educative di qualità la scuola perde la sua essenza e si trasforma in
un ambiente fatto di muri, ruoli, voti.
Una relazione per essere reale deve produrre effetti rilevabili, e quella educativa ha
come effetto nei ragazzi l’introduzione personale, graduale e progressiva alla realtà,
che ha come conseguenza nell’ordine: la conoscenza di se stessi, il consolidamento
della propria identità e la fioritura dei talenti. Il tasso di dispersione scolastica
(ragazzi che si ritirano prima dello scadere dell’obbligo) in Italia tocca cifre che
dimostrano che questa relazione è diventata irrespirabile: 20% per chi sceglie i licei,
40% per chi sceglie istituti professionali. Sono cifre patologiche i cui sintomi
coinvolgono chi resiste in misura non letale ma dolcemente asfissiante: noia,
disinteresse, ansia, repulsione.
Gli insegnanti, il cui contratto è bloccato da anni, hanno uno stipendio insufficiente,
e i ragazzi non sono seguiti secondo percorsi personali dettati da un collegamento tra
le tappe (primaria, secondaria di primo e secondo grado): il ragazzo non ha una storia
ma produce risultati. Lo dimostra l’indotto di ripetizioni private che portano a
guadagnare, in nero, in un mese il doppio del proprio stipendio, gravando sulle
finanze delle famiglie che possono permetterselo. Le lezioni private mostrano che la
didattica a scuola non funziona, perché dipende dalla qualità della relazione
educativa: non è questione di iPad o di lavagne elettroniche (strumenti che
semplificano il lavoro, ma non sostituiscono la relazione, altrimenti metteremmo le
lezioni online e ci vedremmo solo per le interrogazioni e i compiti).
Questi fatti ben noti a tutti mostrano che la nostra scuola allo stato attuale
contravviene a quel principio che vorrebbe la nostra Repubblica impegnata a
«rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la
libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona
umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica,
economica e sociale del Paese» (art. 3 della Costituzione). In questo senso la nostra
scuola è, negli effetti, abbastanza anticostituzionale, anche perché non consente una
reale libertà di scelta da parte delle famiglie e nei risultati conferma il censo di
appartenenza e la cultura di partenza dei ragazzi. Più che un’ascensore sociale è
diventato un ammortizzatore sociale, una falsa promessa al ribasso e un efficace
specchietto per discorsi elettorali sentimentali.
A tutto questo si aggiunga un appiattimento della scuola a industria di risultati, in cui
conta più la prestazione che la presenza, come mostrano da un lato l’esistenza di
diplomifici che consentono di fare due anni in uno senza che nessuno batta ciglio,
dall’altro un quasi del tutto assente progetto di orientamento scolastico e poi
professionale. Alle medie è lasciato alla quasi totale improvvisazione, con giudizi per
lo più impressionistici che portano le famiglie a scelte non basate sulla realtà ma su
comodità, convenienza, tradizione. Per non parlare dell’orientamento alle superiori in
vista della scelta lavorativa o universitaria, ridotto spesso a spot delle università
stesse per accaparrarsi iscrizioni. La nostra scuola è priva di un sistema di
orientamento serio e l’alternanza scuola-lavoro diventa efficace solo in casi virtuosi o
per scuole più fortunate di altre. Non è un caso che i ragazzi finiscano i loro 13 anni
di percorso senza conoscere qualche indizio della loro vocazione professionale. In
molti casi non sanno neanche che facoltà scegliere.
A livello di sistema si potrebbero scrivere pagine, ma basti sapere che ogni studente
costa alla Stato e quindi alle nostre tasche quasi 7 mila euro, una retta di tutto rispetto
in una scuola privata. Il servizio ricevuto non risponde a questo investimento come
mostrano le condizioni dell’edilizia e dell’ambiente scolastico, la mancata
attivazione di corsi di recupero veri, retribuiti e gratuiti, per evitare le ripetizioni
private. È evidente quindi che questi soldi si disperdono in un sistema
iperburocratizzato o inefficiente, perché a fronte di una spesa del genere alcune
scuole paritarie offrono servizi di ottimo livello. Quindi anche in questo caso la
nostra scuola, pur essendo «aperta a tutti» (art. 34 della Costituzione), è
anticostituzionale.
Tutto è affidato a dirigenti e docenti che, dotati di professionalità completa, curano i
tre ambiti della relazione educativa (amare e conoscere ciò che insegno, come lo
insegno, a chi lo insegno). Sono quelli che tutti ricordiamo, loro sì che sono
Costituzionali. Potrebbero costituire la normalità della scuola, se solo li volessimo
portare a sistema, e invece troppo spesso in Italia sono un’eccezione. E magari
qualcuno li deride pure come dei donchisciotte e non sa che sta ridendo del futuro del
Paese.
*
La fragilità degli uomini di ieri e di oggi
L’uomo è sempre stato fragile e lo diventa di più quando finge di non esserlo, come
quando ripeteva protetto dal suo insufficiente dopobarba: «non devo chiedere mai».
L’uomo (e la donna) sono fragili per costituzione: mentre gli animali si specializzano
tirando fuori corazze, zanne, artigli e tutto ciò che serve a vivere, l’uomo non si
specializza in nulla perché ciò che lo differenzia dagli animali è l’intelligenza
riflessiva, cioè la possibilità di conoscere se stesso e il mondo. Mentre gli animali si
adattano all’ambiente, l’uomo adatta l’ambiente a sé rimanendo sanamente fragile. É
fragile perché resta comunque mortale e, a differenza degli animali, lo sa. Questo
però lo rende più esposto alla morte e inerme. Cerca di eluderla tentando di fingersi
immortale, cioè ignorandola o cercando di ingannarla con modi e mode sempre
nuovi, ma poi sempre provvisori. È la mancata accettazione della morte che rende gli
uomini e le donne fragili, perché diete, fitness, chirurgia, oggetti, non ci danno reale
controllo sulla vita, ma servono a tacitare la paura di essere soli, di essere provvisori.

Questa fragilità che tutti ci accomuna ha però un antidoto, i veri artigli umani:
l’amore, cioè l’accettazione della nostra e altrui mortalità e debolezza, di fronte alla
quale possiamo metterci in ascolto e al servizio, riscattandola, oppure ignorarla con
un sempre insoddisfatto individualismo ludico. Il cucciolo d’uomo ha bisogno di un
lunghissimo svezzamento, mentre l’animale deve da subito arrangiarsi. Il bambino
impara a dire «tu» prima che «io»: conosce sé attraverso la relazione. Noi siamo
fragili proprio per imparare a prenderci cura della vita, con l’intelligenza del cuore. A
questa fragilità, costitutiva e caratterizzante tutte le epoche, l’uomo di oggi ne ha
aggiunta un’altra, tipica della società liquida. È diventato un io-cipolla: non abbiamo
più un nucleo di permanenza, non cerchiamo più il senso della nostra storia, ma
siamo successive e provvisorie stratificazioni: sono di Milano, faccio l’avvocato…
senza un io che unifichi strati più o meno temporanei. Diventa quindi fondamentale
che ogni esperienza vitale sia il più adrenalinica possibile, in una tensione acrobatica
che cerca di guadagnare tempo e spazio, per immunizzarsi dalla morte e dalla sua
sorella minore, la solitudine.

Ci si estende fuori di sé, si rinuncia all’identità appiattendosi sull’energia delle


emozioni, perdendo il contatto con il proprio io profondo e usando l’altro per
autosoddisfazione e autoaffermazione, come coerente conseguenza del fatto che non
si può amare qualcuno se non si è prima qualcuno.

Periodicamente questo prestazionismo da circo genera crisi dolorose, che sono


salutari se riconosciute come sintomo di mancanza di unità e senso: il fatto che tutto
si consuma ci ricorda ancor più che siamo mortali e, come per la cipolla, tolti gli
strati restano solo le lacrime di chi deve ammettere a se stesso di non essere felice.
Non essendoci un nucleo da cui guardare e vivere il mondo, pur di essere qualcuno ci
si riversa su compiti che di volta in volta il mondo ci affida o ci procuriamo, ma
quando i ruoli vanno in crisi per ragioni contingenti, ecco che l’uomo resta sospeso
nel vuoto identitario, nella vertigine del nessuno celato dietro i centomila. Ma l’uomo
è qualcuno se sono significative le sue relazioni fondamentali (essere), non i suoi
ruoli (avere, apparire, fare): l’uomo è forte a partire dalla profondità strutturata grazie
alla qualità delle sue relazioni come figlio, fratello, padre, fidanzato, marito, amico…
Solo le relazioni portano l’uomo a prendersi la responsabilità del mondo e degli altri
e attraverso l’altro a conoscere e definire se stesso. Conosco uomini capaci di
sacrifici eroici in palestra, in fuga quando si tratta di sostenere un momento di crisi di
coppia, la difficoltà di un figlio… Hanno coltivato muscoli esteriori e la loro identità
profonda si è dissolta alla prima responsabilità, anzi si è svelata ciò che era: il vuoto
di una statua di cartapesta. Ma questo può salvarci.

Il nostro desiderio di infinito è soddisfatto dalla consistenza dei nostri amori, non da
emozioni passeggere: un uomo pesa quanto sa amare non quanto gode, anche perché
gode quanto sa amare. Non c’è emozione più grande di diventare padre, di essere un
marito fedele, perché le relazioni, con la loro fatica e gioia, portano a una definizione
profonda e a una fioritura del proprio sé: il desiderio di felicità si confronta con i
limiti, e se ne nutre, anziché fuggirli, come lo scultore con la pietra, sarebbe assurdo
si lamentasse della sua durezza. La donna oggi occupa sempre più ruoli
tradizionalmente appannaggio dell’uomo e grazie ai quali egli costruiva la sua
«pretesa» di identità, ma scoprendo che la donna può fare a meno di lui è costretto a
interrogarsi su chi è e quale sia la sua specificità virile, a monte dei ruoli. Se non
trova risposta dentro di sé va alla ricerca dell’acrobazia edonistica, si narcisizza,
provando a risolvere la propria identità in strati superficiali dell’apparire, dell’avere,
del fare… e diventa fragile fino a sgretolarsi come una casa inadeguata ad affrontare
i terremoti della vita.

Un uomo è forte non perché non deve chiedere mai, ma perché gli si può chiedere di
essere un amico, padre, marito, fidanzato, figlio… affidabili. Un uomo forte non
teme di avere debolezze, perché sono parte della sua identità, amata da chi conta. Per
questo su di lui puoi appoggiarti, sa prendersi responsabilità, sa sostenere il peso
della vita, senza fuggire, anche se a volte piange perché la vita sembra schiacciarlo. E
in quei momenti ce la fa perché le sue relazioni più significative lo rendono resistente
a una profondità che nessun ruolo o fallimento può mettere in discussione: il suo io
profondo è antisismico, accoglie il peso e i movimenti della vita e li trasforma per
salvare e proteggere chi gli è affidato: «ciò che sai amare rimane, il resto è scoria»,
dice il poeta, ciò che sai amare è la tua storia, aggiungiamo noi.

La noia scolastica
Ho un nipote di 9 anni, curioso e attivo, sempre in esplorazione. Quando gli si indica
qualcosa di nuovo la sua reazione è binaria: «Mi interessa» e rimane coinvolto fino a
superare la passione di chi propone.

«Non mi interessa», e niente potrà fargli cambiare idea. Ha quello che chiamo
«l’istinto dell’interessante» che lo aiuta a percepire subito se quell’attività
conoscitiva, ludica, sociale lo farà crescere. Credo sia proprio di tutti i bambini aperti
alla vita.

Questo è un nodo dell’educazione, l’interesse, qualcosa che è già nei ragazzi e che
noi abbiamo il compito di agganciare alla realtà. L’alternativa è la noia, cioè
costringere a fare qualcosa che non fa crescere, fino sentirsi rinchiusi nella vita come
in una stanza delle torture. In un momento in cui le emozioni, nutrite da immagini e
messaggi di conferma narcisistica del proprio io, ostacolano l’esplorazione reale del
mondo a causa dell’apporto ipercalorico di ciò che soddisfa in modo effimero, ma
nel profondo affama, l’interesse è cruciale nell’educazione e quindi
nell’insegnamento.
Educare è aiutare a crescere, l’interesse non è quindi il frutto di effetti speciali più o
meno tecnologici (quanta noia in un film senza storia ma traboccante di effetti), ma
la conseguenza del fatto che gli oggetti che presentiamo all’attenzione dei ragazzi
hanno ragione di bene, di vero e di bello, e i ragazzi vi si aggrappano come un
bambino alla mammella, perché sanno, anzi sentono prima di saperlo, che questo li
aiuterà a crescere. Crescere è infatti, a qualsiasi età, l’unico modo che l’uomo ha per
guadagnare tempo, cioè per dare scacco alla morte portando a compimento il
progetto di vita che è. Non si guadagna tempo facendo più cose o in meno tempo o in
gran quantità, come si illude la cultura delle prestazioni (vedi i programmi di scuola,
grandi corse verso cosa?).

Una lezione è noiosa perché non aiuta a crescere, cioè perché non è vera, bella,
buona, innanzitutto per noi che la stiamo facendo. Quando entriamo in un ristorante
pretendiamo un piatto buono, da un amico vogliamo che sia sincero, ci innamoriamo
di qualcuno perché ne abbiamo scorto la bellezza. Noi siamo presi dalla realtà non
perché abbia effetti speciali, ma per quelle tre cose che ci fanno vivere relazioni
profonde e quindi crescere: verità, bene, bellezza.

Non serve una scuola divertente, ma una scuola interessante. Interesse vuol dire
essere (esse) dentro (inter), essere sorpresi e quindi presi da qualcosa che per via
esperienziale (cioè con tutto l’essere) percepiamo come vitale, perché coinvolge il
nostro essere dalle fondamenta, così da metterlo in movimento esplorativo della
realtà. Le nostre lezioni diventano poco interessanti non perché non conosciamo la
materia, ma perché non facciamo lo sforzo di far sì che quel contenuto abbia presa
sulla sostanza vitale dell’uomo o della donna in formazione, cioè non diamo ragione
che vitale lo è innanzitutto per noi.

Leopardi diceva dei libri che non avevano posto in lui qualcosa che già non ci fosse,
ma avevano semplicemente accelerato il processo di maturazione di qualcosa già
presente in lui: acceleratori di crescita. Come mi spiego un anno in classifica del
libro di una collega sul perché amare il greco o del mio su Leopardi? Perché quello
che vi si racconta è interessante ed è interessante non perché gli autori siano dei
fenomeni, ma perché quello che raccontano riguarda una ricerca vitale propria, che le
persone sentono comune alla loro esistenza. La noia della scuola di oggi dipende
dalla sua impostazione museale: presentiamo gli oggetti come morti, e non perché lo
siano, ma perché non servono a vivere, non servono a crescere, innanzitutto a noi che
li raccontiamo.

In che modo Leopardi, la termodinamica, la tavola periodica, la fotosintesi, le


disequazioni, Kant, la guerra del Peloponneso sono interessanti? Nella misura in cui
mi aiutano a crescere, cioè se sono soggetti attivi nella vita interiore dell’insegnante,
che mostra durante la lezione in che modo quell’argomento non sia un oggetto del
programma quantificabile in una valutazione, ma un pezzo (bello, buono, vero) di
mondo, necessario a orientarsi nella realtà di se stessi e di ciò che ci circonda.
Questo, indipendentemente dalle doti personali, lo comunicano il corpo, gli occhi, le
mani, le parole, l’essere tutto dell’insegnante che vibra nel tentativo di trasmettere il
suo «essere dentro». Niente c’è di interessante, se quegli argomenti non hanno
cambiato, cambiano, e continueranno a cambiare il mondo interiore di chi li racconta,
tanto che continua ad approfondirli, e non si limita a ripetere stancamente il
programma. Come farò a meravigliare con quello che insegno se non mi meraviglio
di quello che insegno? Non possiamo interessare, se non siamo interessati: a ciò che
insegniamo e soprattutto alla vita dei ragazzi.

*Andare via o rimanere in Italia?


Come evidenzia il rapporto “Italiani nel Mondo” sono in prevalenza giovani, con un
titolo di studio superiore, in cerca di lavoro. Per loro la narrazione del futuro in Italia
appartiene al genere tragico, quindi vanno in cerca di Paesi (prevale l’Europa «ricca»
e in seconda battuta l’America) in cui il lavoro, oggetto del desiderio che li fa
muovere , appartiene a una narrazione diversa.

Una narrazione più aperta alla speranza, da ascrivere almeno ai generi del thriller,
dell’azione, dell’avventura.

Mi occupo di scuola e di narrazioni, non di sociologia, e quel che ho visto in questi


anni è la progressiva erosione e caduta delle narrazioni di futuro di marca italica,
soprattutto per chi ha visto precipitare attività di artigianato, di impresa piccola e
media, crescere la pressione fiscale, la disoccupazione giovanile rinvigorita da
politiche di assunzione affamanti e basate sul precariato venduto per flessibilità…

Sono narrazioni spesso corrispondenti al vero quelle che spingono le nuove


generazioni a varcare i confini (ho due sorelle che abitano all’estero per queste
ragioni) e non riesco a biasimare chi si è convinto del fatto che le proprie energie
migliori non possano andar sprecate tra burocrazia, raccomandazioni, formazione
infinita e inutilmente prolungata. Valga l’esempio della scuola: per insegnare è ormai
necessaria una laurea di cinque anni, il superamento di alcuni esami integrativi per
accedere al concorso indetto ogni due anni, il superamento del concorso che immette
in un tirocinio formativo di tre anni e sottopagato (il primo anno 400 euro giusto per
farsi un’idea della considerazione sociale delle nuove leve, con un aumento negli
altri due anni non ancora quantificato…), se tutto va bene allo scadere dei tre anni si
ottiene la cattedra, chissà dove. A conti fatti si diventa insegnanti di ruolo, se non si
sbaglia un colpo, in almeno 9-10 anni, cioè a quasi 30 e magari si voleva anche
metter su famiglia… La formazione di un giovane viene prolungata a dismisura,
perché il lavoro non c’è (crisi demografica e indiscriminata e decennale produzione
di precari da sanare fanno il resto).

Questo è un piccolo carotaggio di esperienza personale, ma vedo accadere lo stesso


in molti altri ambiti, sia per chi voglia fare percorsi universitari sia per chi voglia
imparare un mestiere. Ho visto crescere in questi anni il numero dei maturati disposti
a partire subito o addirittura decidere di frequentare l’ultimo anno in una scuola
all’estero così da poter entrare nel sistema universitario o di formazione
corrispondente. Il tasso di disoccupazione giovanile determina fisiologicamente
paure e narrazioni di futuro centrifughe, salvo poi risvegliarsi in una città straniera e
scoprire che non è tutto così facile. Manca in questo momento un sistema di
orientamento serio che strutturi percorsi di formazione e di studio adeguati ai singoli
e alle richieste lavorative, così da non finire in generici calderoni di massa che
servono solo a demotivare e a ingrossare le file dei disoccupati, di chi lavora in nero,
o chi un lavoro non lo cerca neanche.
La scuola del nostro Paese è un osservatorio perfetto per verificare quanto ci importi
del nostro futuro: l’unica mossa che è stata fatta in ambito di orientamento è quella
tutta impressionistica dell’alternanza scuola-lavoro, non supportata da risorse
sufficienti, e quindi affidata alla libera iniziativa, con effetti di totale paralisi di
alcune scuole, di proposte eccentriche in altre (alternanza scuola-gioco più che
lavoro), di valide ed efficaci possibilità per chi ha già risorse e percorsi che saprebbe
e saprà intraprendere indipendentemente dalla scuola. Si tratta di un sistema che
punta all’adattamento, non certo alla scoperta di nuove strade e alla valorizzazione
dei talenti. La mancanza di permeabilità tra scuola, formazione, università, lavoro,
non genera narrazioni di futuro che possano nutrire i sogni e impegnare i progetti di
un ragazzo riottoso all’adattamento e voglioso di esplorare il mondo con la novità
che vuole introdurvi.

Questo vuoto narrativo viene spesso riempito da immagini seducenti ed esotiche. A


volte si tratta di semplici illusioni, a volte di possibilità reali, come ho potuto
constatare tra i ragazzi che conosco. Alcuni ce la fanno, alcuni tornano delusi, altri
cominciano carriere molto accidentate che bisogna a tutti i costi farsi piacere, altri
ancora vorrebbero tornare ma quello che hanno studiato spesso non è spendibile in
un sistema autoreferenziale come il nostro, in cui è faticosissimo fare un passaggio di
università nell’ambito della stessa facoltà, figuriamoci un cambio di facoltà o di
sistema universitario. Ma ci sono moltissimi che restano in Italia e costruiscono i loro
progetti con pazienza e impegno, perché sanno che la formazione che possono
ricevere qui è ancora eccellente in molte realtà nelle quali sono gli stranieri a venire.
Perché non erigerle a sistema?

Noi ci muoviamo sulla base di narrazioni che integrano e nutrono ciò che ancora non
ha consistenza. Un bambino nella sua stanza al buio teme che sotto il letto ci siano le
sue peggiori paure, per questo chiama i genitori. Il più delle volte basta accendere
una lampadina, guardare la realtà e cominciare a inventare il futuro che manca
insieme a interlocutori validi, e scappare non serve. Ma a volte, accesa la luce si
scopre che non sono solo paure, ma ostacoli che non tutti sono disposti ad affrontare
per amor di patria. E andare via è la scelta migliore.

***

Che cosa si aspetta il 2018 da noi? I miei auguri di Santo Natale e


Anno Nuovo ricco di compimenti, con un articolo.

Il nostro tempo non ha più tempo. E non perché la vita sia sempre più veloce come i
bit, accelerazione ultima di quella macchina a vapore che aveva incantato, al suo
apparire, le menti più impressionabili con l’idea di progresso lineare che ci avrebbe
liberato da ogni incombenza, dolore, fatica, persino dalla morte. No. Dolore, fatica e
morte ce li teniamo, anzi in aggiunta non abbiamo più tempo. Non – ripeto – a causa
dell’accelerazione della vita, ma dell’assentarsi della vita, perché la acceleriamo
proprio per la sua assenza, affannandoci di più a cercarla dove non è. Quando ci
manca il tempo siamo noi ad averlo smarrito per mancanza di vita interiore: il tempo
si può solo abitare non manipolare. Siamo arrivati a pensare di non averne e di
doverlo quindi guadagnare proprio per smarrimento del “senso del tempo”, un senso
interiore con un orologio che non misura la quantità ma la profondità della vita.
Abbiamo diminuito la capacità di indugiare sulle cose, di lasciare che si aprano e si
mostrino vive, cioè scrigni capaci di donarci la vita che contengono.
Ho seguito in questi mesi la gravidanza di mia sorella, e niente educa al e il senso del
tempo più della gestazione. Non si può accelerare una gravidanza, si può solo
attendere: “è in dolce attesa”. Sembra un luogo comune, ma la verità si nasconde
sempre negli angoli dei luoghi comuni. Si impara a indugiare, a godere della vita,
solo se ci si lascia educare dal tempo che ci vuole, da tutto il tempo che ci vuole, solo
se si ascolta la vita, così come facciamo quando balliamo: ci adeguiamo al ritmo,
altrimenti siamo ridicoli. Sei fuori tempo, non hai il senso del ritmo: non hai il senso
della vita, potremmo dire. Ho osservato le attenzioni che l’attesa di questa nipote ha
generato attorno alla sua venuta. La parole attenzione ha la stessa radice di attesa, noi
siamo attenti solo quando attendiamo: l’attesa ci rende presenti a noi stessi e
abitiamo tutto il tempo senza che possa più sfuggircene il ritmo, senza che ci venga
in mente di poterlo guadagnare accelerandolo. Lo acceleriamo proprio perché non lo
sappiamo abitare, anche se può sembrare paradossale.

L’attesa di un anno nuovo può renderci attenti, cioè presenti, ai 365 giorni che ci
aspettano, senza che quello che cerchiamo per la nostra felicità sia altrove rispetto a
dove si trova già, proprio in quei 365 giorni. Non siamo attenti perché non siamo più
in attesa. Di chi? Di cosa? Di tutto quello che ci circonda nella sua assoluta
indisponibilità e “inconsumabilità”: da un cielo stellato a una persona che ci è
affidata per amore, per lavoro, per caso. Il tempo non permette di consumare, ma di
abitare: chi ha il coraggio di passare più di cinque minuti in silenzio a fissare
un’opera d’arte, invece di consumarla magari fotografandola? Chi scrive ancora una
lettera a mano? Ma chiunque lo abbia fatto o l’abbia ricevuta sa che moltiplicatore di
tempo è una lettera scritta a mano.

L’ultimo rapporto Censis sulla comunicazione dice che i consumi delle famiglie
italiane sono diminuiti in tutti gli ambiti, tranne in uno: la tecnologia. In questo
campo sono aumentati del 191%. Questo vuol dire che noi ci aspettiamo la salvezza
dalla tecnologia, la restituzione del tempo che ci manca proprio dagli oggetti che lo
accelerano, portandoci ovunque in un attimo, soddisfacendo ogni nostro desiderio
dappertutto, con il volto indifferente all’orizzonte o al cielo, cioè ai volti o alla volta
celeste, che è proprio la differenza tra gli uomini e gli animali, tra un volto e un
muso, tra una destinazione e un destino. Il tempo medio per lo smartphone si aggira
attorno alle 3 ore giornaliere, in una settimana dedichiamo quasi 24 ore a uno
schermo telefonico, anziché dedicarci a ciò che è vivo: un amico, un fratello, la
moglie, una figlia, la natura, le letture… Tutto il tempo che crediamo di risparmiare è
tempo spostato da qualcuno a qualcosa che in realtà lo consuma.

Non è vero che non abbiamo tempo, abbiamo semplicemente perso il senso del
tempo perché il consumismo lo vuole per sé e ci obbliga ad accelerare la nostra
inesausta ricerca di felicità proponendoci sempre nuovi bisogni: invece il tempo per
crescere un figlio, per custodire una relazione, per accudire qualcuno, per coltivare
un talento, richiedono lentezza e attenzioni quotidiane (se penso a quelle tre ore sullo
schermo…): aspetti non “accelerabili” della vita.

Il segreto è abitare il presente, perché anche passato e futuro ne sono declinazioni: la


memoria è la presenza del passato, la speranza è la presenza del futuro e l’attenzione
è la presenza del presente. Memoria, attenzione e speranza, tre doni che mi e vi
auguro per il 2018. Senza memoria diventiamo evanescenti e manipolabili; senza
attenzione non siamo presenti a noi stessi e viviamo vite non nostre; senza speranza
abbiamo paura di porre nel presente, con passione e pazienza, ciò in cui abbiamo
fiducia e, per timore del vuoto o del fallimento, finiamo con l’intasarci di oggetti ed
emozioni che offrono l’illusione di sentirsi vivi, ma non bastano mai, perché la vita
basta a se stessa solo quando è impegnata e impregnata per e da ciò che non si
consuma e non ci consuma.

C’è solo un modo di andare a ritmo del tempo, di abitarlo di nuovo e goderne:
rispettare la vita, curarla e servirla. Sono tutte declinazioni del verbo amare, non
emozione rassicurante e inconcludente, ma coraggioso impegno ad affermare il
valore riconosciuto nelle cose e nelle persone che capitano nel nostro raggio di
azione, per far sì che quel valore arrivi a compimento anche attraverso di noi: diamo
tempo perché le cose abbiano la possibilità di compiersi e attraverso questo
superiamo il nostro radicale egocentrismo, vero e unico veleno della felicità. Solo
questo amore che richiede memoria, attenzione, speranza, azioni pazienti e
coraggiose, ci restituirà tutto il tempo che credevamo di non avere. Non c’è altro
modo di guadagnare il tempo che crescere, in ogni età della vita. E si cresce solo
quando si ama, non quando si consuma, anche se il consumare ci dà l’illusione di
crescere, ma è solo ingrassare non approfondire.

Così come fermarsi a pensare è l’unico modo di pensare, è necessario fermarsi ad


amare, solo così il 2018 ci darà tutto il tempo di cui abbiamo bisogno, tutta la vita
che meritiamo.

Le orecchie dei libri


Una canzone di Simon e Garfunkel, The Dangling Conversation, che lo stesso Simon
paragonava a The Sound of Silence, racconta l’impossibile conversazione di due
amanti che non si capiscono più. I due, in una luce crepuscolare come il loro amore,
leggono poeti diversi e lasciano il segno sui loro libri: And we note our place with
bookmarkers / That measure what we’ve lost. Sono due versi geniali che definiscono
il segnalibro come ciò che allo stesso tempo ferma ciò che si è e ciò che si è perso.
Le pagine che segniamo nei libri indicano ciò che siamo stati, siamo e vorremmo
essere. I segnalibri – anche quelli 2.0 che postiamo – fermano, nel presente, il
passato e il futuro. Potreste costruire un’autobiografia raccogliendo i passi segnalati
dai vostri segnalibri. Mi sono divertito a farlo con uno dei libri che ho amato di
recente e ne è venuta fuori un’interessante radiografia dell’anima, perché, se i libri ci
danno le parole per l’invisibile che ci portiamo dentro e ci aiutano così a farlo nostro
e a viverlo, i segni che lasciamo nelle pagine ci mostrano la nostra storia: ricordi,
amori, sogni, desideri, progetti, dolori, sfide, paure, speranze, rimpianti…

Per farlo c’è chi piega l’angolo in alto della pagina, creando la cosiddetta “orecchia”.
Io non temo di farlo perché ritengo che i libri abbiano orecchie proprio dove abbiamo
imparato finalmente ad ascoltare noi stessi attraverso parole di altri. C’è chi segna le
pagine con una matita o con colori diversi, come se il testo intercettasse zone diverse
della nostra fisica interiore, come gli strumenti che traducono lo spettro della luce in
base al calore. C’è chi si serve di segnalibri improvvisati, come quadrati di carta
igienica, scontrini, biglietti dell’autobus, fissando la pagina con elementi effimeri del
vivere quotidiano, rendendoli essenziali a contatto con l’essenziale. C’è chi usa
segnalibri parlanti, raffinati, significativi, che non ledono la pagina ma rimandano a
parole inseparabili dal contesto in cui sono incastonate. C’è chi invece non segna
nulla, perché ritiene che la memoria sia l’unico segnalibro valido, magari impara
quel passo a memoria, par coeur o by heart (come si indica più efficacemente la
volontà di non dimenticare).

Mi ricordo il caloroso ringraziamento di un padre che aveva letto uno dei miei libri
dopo la figlia, che glielo aveva prestato: aveva di nuovo avuto accesso all’anima di
una figlia divenuta taciturna.

Insomma dimmi come usi i segnalibri e ti dirò chi sei, sei stato e sarai.

Forse i due amanti della canzone per tornare a comprendersi dovrebbero smetterla di
leggere ciascuno il suo libro e appropriarsi delle parole che l’altro ha voluto
segnalare, perché non riusciva più a pronunciarle a voce alta: chissà, magari, così
potrebbero ritrovarsi, riscoprirsi, ripartire da dove sono naufragati.

Sono proprio le parole che loro non riescono a trovare ad averli trovati, la loro unica
scialuppa di salvataggio.