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Come Cristo ci insegna a dire Abbà-Padre.

Il nostro Getsemani alla ricerca di Dio

Alessandro D€'Avenia giovedì 24 marzo 2016

«Sono terribilmente infelice. Se credi che una preghiera possa essere efficace (non
scherzo), prega per me e vigorosamente». Così scriveva Charles Baudelaire a sua
madre il 18 ottobre del 1860, dall’inferno spirituale da cui cercò di uscire negli ultimi
anni della sua vita. Ogni uomo ha la sua notte. Ed è proprio in quella notte che trova
Dio, perché la notte lo lascia nudo e senza risorse di fronte all’insufficienza di tutto
e di se stesso. Dalla ferita inguaribile della propria radicale solitudine emerge l’unica
preghiera vera, perché è la vita stessa a farsi supplica: voglio essere da te salvato,
perché io da solo, ora che mi conosco, non posso. Dante, nel suo viaggio, si perde
nella selva oscura, nella notte tra il giovedì santo e il venerdì santo dell’anno
giubilare. A quella notte dedica i primi versi del poema, il 'la' notturno al suo
percorso di salvezza. Secondo molti commentatori è proprio la notte tra il giovedì 24
marzo e il venerdì 25 marzo che vede coincidere (come quest’anno) venerdì di
Passione e Annunciazione. A quella notte del 24 marzo Dante dedica un verso che in
undici sillabe scolpisce tutte le nostre notti: «la notte ch’io passai con tanta pieta».
La 'pieta' è la parola che Dante usa per indicare, con perfetta polisemia, da un lato la
paura della tenebra e dall’altra proprio la misericordia che lo raggiunge in quella
tenebra, perché Maria lo soccorre mandando Lucia, Beatrice, Virgilio a recuperarlo.
Non può che essere così se la luce del giorno che gli fa sperare salvezza è quella del
venerdì 25 marzo, data in cui nella tradizione medievale Dio creò il mondo e lo
ricreò poi con il fiat di Maria. La notte che ogni uomo e donna attraversano per
trovare Dio, la notte che gli esperti di vita spirituale attribuiscono ai santi come
passaggio dolorosissimo e necessario, in cui l’uomo si sente dannato dalle sue sole
forze e trova in Dio la sua unica e radicale speranza di salvezza, come chi sta
cercando l’aria sott’acqua dopo essere naufragato. Nel Vangelo, che è la forma di
ogni storia umana, essendo Cristo il Dna di ogni vita, questa notte deve essere tutte
le nostri notti ed è per questo che in questa notte Cristo cade per terra nella sua
selva, dalla quale si vede Gerusalemme, tra i contorti rami degli alberi d’ulivo, che
preannunciano il tormento del legno della Croce. Cristo, solo e triste fino alla morte
in questa sua notte, il senso di tutte le notti degli uomini, chiede compagnia ad altri
uomini, tre in particolare che, gravati da sonno e paura, si addormentano: la
solitudine di Cristo non è lenita da nessuno, nessun uomo può raggiungerlo neanche
standogli a fianco. Cristo sperimenta su di sé le conseguenze del peccato, viene
applicata alla sua natura divina l’assoluta estraneità della morte, come un veleno
che egli beve volontariamente, così da renderlo inefficace, dopo averne subito tutte
le conseguenze. Il sudore è di sangue, perché l’essere viene sradicato dalla sua
identità immortale e si sente morire in vita, donandosi alla morte. In questa notte,
Cristo si trova faccia a faccia con il Padre, e lo chiama come nessun ebreo ha mai
fatto, a dimostrazione che lui è l’unigenito figlio del Padre: lo chiama col nomignolo
affettuoso dei bambini: Abbà, Babbo, Papino. L’uomo-Dio ha paura, per questo
tutti gli uomini possono avere paura di ciò che li fa morire, possono avere paura di
morire come le ragazze dell’autobus spagnolo, come i cittadini di Bruxelles. Cristo
non elimina la paura, ma ci permette di abitarla: l’invito più frequente di Dio
quando entra nella storia è 'non temere'. Un non temere che non elimina il nostro
tremare di fronte alle difficoltà della vita, alle cadute, agli errori, alla nostra radicale
solitudine quando la vita ci frusta. Ma lui può dirci di non temere, perché ha parlato
con Abbà: ho paura di morire, gli ha detto, ma non sia fatto quello che voglio io, ma
quello che vuoi tu. Salvami tu, perché io non so come fare, mi fido di te, ora che
tutto sto per perdere, i miei si sono addormentati e Gerusalemme brilla nella notte
come il più terribile patibolo. Nelle tue mani mi rifugio. È la notte della 'pietà' che
Pascal sperimentò proprio scoprendo che il sudore di sangue di Cristo lo riguardava:
«Quelle gocce di sangue le ho versate per te» (Pensieri, VII, 533); è la notte che
Dante paragona proprio a un naufrago che si aggrappa alla terra, e si volge a
guardare l’acqua mortifera. È ogni notte questa, la notte di un amore che si
frantuma, la notte di una perdita irreparabile, la notte di chi scopre che le cose si
rovinano e non corrispondono mai al nostro desiderio di infinito... Grazie a quella
notte noi possiamo attraversare le nostre, perché solo nella nostra notte impariamo a
dire Abbà, l’unico nome che ci salva dalla notte, che spezza la nostra solitudine e ci
raggiunge proprio lì dove ci sentivamo irreparabilmente soli e perduti, perché solo
quella supplica radicale ci porta dritti nel cuore della Misericordia. «Miserere di me,
gridai a lui», urla Dante a chi era già lì, Virgilio, inviato da Maria che aveva prevenuto
il suo urlo notturno, urlo che così si svela essere non una richiesta ma la risposta
adeguata a un’azione preventiva del Padre-Abbà, che ci attira a sé, più che mai, nei
nostri Getsemani.
Il Sabato Santo. Solitudine e attesa
Alessandro D'Avenia sabato 23 aprile 2011
«In verità siamo tutti in attesa». Così dice la voce narrante di un racconto di Cesare Pavese
("Piscina feriale"), che amo come si amano i testi che non siamo noi a leggere, ma che leggono noi.
C’è un gruppo di persone che passano il tempo ai bordi di una bella piscina color verdemare,
inebriata di luce: chi si tuffa, chi prende il sole. Non importa chi sia, tutti sono "in attesa" di
qualcosa che sconvolga o dia senso a quella quiete, a quella bellezza, a quella compagnia che
nasconde la solitudine: «Ciascuno di noi pensa che se la piscina fosse deserta, non reggerebbe a
starsene solo, sotto il cielo».Nessuno può sfuggire in questo racconto a ciò che hanno di più proprio
uomini e donne attorno o dentro alla piscina verdemare della vita: «Non si sfugge nemmeno
nell’acqua alla solitudine e all’attesa». Ecco cosa siamo: un miscuglio di solitudine e attesa.
Cerchiamo di lenire la solitudine con la compagnia degli uomini. Ma l’attesa? Niente e nessuno può
lenirla, neanche la bella piscina dei nostri sogni e progetti: non basta, non basta mai. Inoltre proprio
quegli uomini che ci fanno compagnia, nello scambio di parole e gesti, riaccendono in noi l’attesa
quasi per contrasto: «La compagnia che ci facciamo serve a distrarci dalla varia attesa». Chi potrà
mai lenire questa ferita del destino che non si rimargina mai?«Che cosa deve dunque accadere?», si
chiede la voce narrante verso la fine. Tutti aspettiamo nelle nostre vite, tutti attendiamo che
qualcosa accada, qualcosa di nuovo, di definitivo, di risolutivo, che riempia, soddisfi, disseti la
nostra attesa. Nessuno ci ha promesso niente eppure siamo sempre lì ad aspettare qualcosa che ci
salvi; e per quanto le cose belle di questo mondo possano riempire per un po’ il nostro orizzonte
visivo e il nostro cuore, poi inevitabilmente, la vita ci delude. Ed è bene che ci deluda, e ci delude
perché ciò che abbiamo raggiunto non è ciò che attendevamo, anche se ci eravamo illusi fosse così.
La vita ci delude, perché attendiamo altro, ciò che aspettavamo non era la nostra bella piscina
verdemare. Allora ci ritroviamo a fare i conti con una solitudine rinnovata e una rinnovata attesa,
ora più forte: una nostalgia continua di qualcosa di nuovo e definitivo, raggiunto il quale non
attendere più nulla, non avere più sete. Una nostalgia paradossale, volta al futuro, non al passato.
Volta al per sempre, non ai ricordi: neanche quelli bastano mai.L’arte tutta, dice George Steiner,
ebreo agnostico, è nella condizione del sabato santo. Sospesa tra la sofferenza e la solitudine del
venerdì e la speranza di liberazione, di rinascita della domenica, attende anche lei il riscatto
definitivo dalle ombre. L’arte è in attesa, è l’attesa, per questo il cuore la ama e la crea, perché è
come lei: attende ciò che non delude, lo cerca. Così è il sabato santo, il giorno che amo di più,
perché è il giorno che assomiglia di più alla vita e agli uomini: giorno di solitudine e attesa. Il
silenzio del sepolcro invade tutto e rischia di tradire ogni speranza nata attorno a quell’uomo che
diceva di essere il figlio di Dio. Ma persino Lui ha deluso. Ha fallito. «Ma siamo tutti inquieti, chi
seduto e chi disteso, qualcuno contorto, e dentro di noi c’è un vuoto, un’attesa che ci fa trasalire la
pelle nuda». Così finisce il racconto di Pavese. L’attesa è dentro di noi, niente potrà strapparla via.
Potremo forse ignorarla, ma non sopprimerla, restiamo inquieti: l’unica cosa che vogliamo sapere è
se quell’uomo è risorto e quella resurrezione c’entra con me ora, in questo istante in cui scrivo.
Questa è l’unica cosa che attendiamo, se quell’uomo risorge e c’entra con me, ora, l’attesa è finita.
Per questo il sabato è il giorno della donna. Di chi sa attendere la vita nove mesi nel suo grembo: è
«in dolce attesa» si dice di una donna incinta. Il sabato è il giorno in cui Lei sola attende, solo lei
già sa che suo Figlio non ha fallito e può modulare, col cuore spezzato dai dolori di parto del
venerdì, il canto perenne della domenica: Amore mio, amore mio, eternità!

*
IL SABATO SANTO. IL GIORNO DELL’ATTESA A. D’avenia

Il Sabato Santo è il giorno più femminile dell’anno, perché è il giorno dell’attesa.


Solo la donna sa cosa vuol dire attendere, perché porta in grembo la vita per nove
mesi e la si dice per questo in dolce attesa. Attesa e attenzione hanno la stessa
radice, per questo le donne sono attente ai dettagli sino a rischiare di perdersi in essi,
perché ogni talento ha la sua ombra. Solo la donna sa cosa vuol dire tessere la vita,
prendersene cura e donarla al mondo. Solo la donna conosce questo accadere in lei
e ne stupisce nel corpo e nell’anima. Il Sabato Santo è infatti il giorno delle donne.
Alle donne è affidato il compito di prendersi cura, cioè di 'attendere' al corpo di
Cristo, prima che inizi il sabato ebraico: con i profumi e le essenze ne preparano la
sepoltura provvisoria, in tutta fretta, in attesa di quella definitiva dopo l’obbligatorio
riposo sabbatico. In qualche modo anticipano, inconsapevolmente, la risurrezione
con quel gesto umanissimo della mirra e dell’aloe, che avevano funzione non solo
di profumare ma di rallentare la corruzione del corpo. È proprio della donna dare la
vita, è proprio della donna profumare e preservare dalla corruzione, è proprio della
donna prendersi cura del corpo. Ed è a una donna che viene dato il lieto annuncio
della risurrezione, della vita preservata dalla morte che si scopre sconfitta, quando
credeva ormai di aver vinto la partita su un cadavere, che è il Corpo più vivo della
storia umana. Le parole di Luca, apparentemente soltanto descrittive, svelano il
motivo per cui alle donne per prime è dato l’annunzio, loro così attente a quel
corpo perché in attesa di quel corpo: «Le donne che erano venute con Gesù dalla
Galilea osservarono la tomba e come era stato deposto il corpo di Gesù, poi
tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato
osservarono il riposo secondo il comandamento. Il primo giorno dopo il sabato, di
buon mattino, si recarono alla tomba, portando con sé gli aromi che avevano
preparato». Il silenzio del sabato per gli uomini è sconfitta e disfatta. Tutto è finito.
Per gli uomini che cercano sempre soluzioni efficaci ai problemi, la morte non ha
soluzione: Cristo è stato un’illusione, non è la soluzione al problema, che differenza
vuoi che facciano gli aromi e gli oli profumati (solo Nicodemo fa eccezione, proprio
quello a cui nottetempo Gesù aveva spiegato che bisogna rinascere dall’alto). Per
le donne c’è qualcosa di diverso, intuiscono che Cristo è come loro, che danno ai
loro figli il loro sangue e il loro corpo, perché i figli abbiano la vita. Il punto per loro
non è trovare la soluzione al problema, ma accompagnare chi ha il problema, non
lasciarlo solo. Il chicco di grano muore a sé, come chi è in dolce attesa, per dare
frutto: la donna questo lo sa nel corpo e quindi anche nell’anima, il suo dischiudersi
è dolore che dà la vita. L’uomo invece vede la morte con freddo realismo: senza
soluzione, e basta. Altro che risurrezione. Anche nella nostra vita molte cose devono
morire (e noi moriremo), perché appartengono al mondo vecchio, mortalmente
ferito dal peccato. Ma su questo se ne innesta uno nuovo, inaugurato da Cristo, che
fa risorgere la vita e la restituisce intatta, prendendosene cura come fa una donna
incinta: il realismo del cristianesimo non ha nulla a che fare con le favole. Si muore
realmente e con tutte le sofferenze del caso, ma si risorge altrettanto realmente, per
intervento del Padre a cui la vita è affidata. Questa buona notizia, l’unica buona
notizia nel naufragare continuo delle cose umane, è data a una donna, a Maria di
Magdala, perché sono le donne che sanno dare la vita e sono loro che devono
trasmettere agli uomini il messaggio che la vita è ricominciata. Sono loro ad
attendere preparando aromi e oli, non sono in fuga, c’è ancora qualcosa da fare
per il corpo di Cristo: preparano la loro umanissima ricetta di risurrezione. Tutto
questo avviene nel giardino del sepolcro, così come nel giardino la donna aveva
mangiato dell’albero della conoscenza del bene e del male, decidendo che poteva
essere lei a dare la vita in proprio, senza il consenso di Dio, e quindi avrebbe potuto
anche non attendere la vita, non attendere alla vita. Nello stesso giardino tutto viene
riparato: «Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon
mattino, quand’era ancora buio». Quella donna si era alzata prima dell’alba,
probabilmente dopo ore insonni, ed era andata di fretta al sepolcro. Ecco perché il
sabato è donna, perché la donna ha atteso trepidante tutto il sabato e quando può
scatta in avanti, corre in fretta, come una molla compressa, per curare la vita, anche
quella più ferita, si alza quando è ancora buio, per nutrire la vita, come le madri che
allattano nel cuore della notte. Non si cura del fatto che il sepolcro è chiuso da una
pietra che non potrà mai spostare, a lei quello che interessa è stare il più vicino
possibile al suo amore, essere lì presente, fisicamente. Proprio a lei, innamorata folle,
allora viene concesso il privilegio di essere chiamata per nome («Maria!») dal risorto,
e così riconoscerlo. Una nuova vita viene attesa dagli uomini, scegliendo il nome che
ne inaugurerà l’inedito essere al mondo. La nuova vita di Cristo risorto si mostra
pronunciando il nome di Maria come nessuno lo ha mai pronunciato, con un tono
tale che sentiamo risuonare tutta la meraviglia del nostro essere, che non solo è
amato così come è, ma è voluto dall’eternità e per l’eternità proprio da chi non
può morire più, perché è risorto una volta per tutte. Come quando lo sposo dice alla
sposa nel Cantico dei Cantici: «Sei tutta bella», e quel 'tutta' non indica solo la totalità
del corpo ma la totalità del tempo, bella in ogni tempo, passato presente e futuro.
Lei che era andata a prestar cura a un corpo senza vita si ritrova a essere chiamata
per nome, per prima, dalla Vita stessa, che non può più morire. E la sua vita rifiorisce,
dall’alto. Lei ora sa che non può più appassire, grazie a quella Vita che pronuncia il
suo nome come nessun amore umano potrà mai fare.In quel giardino la donna che
era in attesa, era in realtà la donna attesa. Lei che voleva in qualche modo ridare vita
a quel corpo con i suoi profumi, rinasce dall’alto, a partire dal suo nome. Lei per
prima viene a sapere la buona notizia, sin dentro al suo nome, perché piena di fede
e di cure, che poi è lo stesso. Lei la prima a dare la notizia, la buona notizia, perché
lei è la prima, vigile, scattante, ad aspettarla quella notizia per un intero trepidante
malinconico sabato d’attesa.

Oggi è l’uomo il riposo di Dio. L'ultimo sabato di Cristo sulla terra conferma il primo sabato della storia: Dio
riposa e contempla ciò che ha fatto. Nel sepolcro Dio riposa, dopo aver ricreato il mondo e l’uomo in lui,
fatto e disfatto della materia del mondo e dell’uomo. Ha rinnovato dall’interno gli atomi, con la vera
particella di Dio, l’Amore che non può essere isolato da nessun acceleratore perché è l’acceleratore di
quelle particelle (Amor che move il Sole e l’altre stelle), non può essere ulteriormente diviso perché è
l’elemento degli elementi, la sostanza di tutta la tavola periodica. Dio impadronendosi da dentro di ogni
atomo di materia lo rende nuovo, ogni atomo adesso appartiene alla vita di Dio e non può più decadere: è
salvo. Tutto è rinnovato dal di dentro oggettivamente, e lo sarà anche soggettivamente grazie a chi aderirà:
«Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo». Ma che gran lavoro è costato tutto
questo: ci vuole un momento di silenzio e di riposo, uno di quei momenti in cui l’umanità si chiede: dov’è
Dio? Ed è in quel silenzio: contempla che quanto è stato fatto è cosa definitivamente bella e buona. Quel
corpo distrutto dalla violenza umana, senza apparenza né bellezza per attirare lo sguardo, ha in sé tutta la
bellezza possibile, perché adesso la bellezza porta su di sé anche i segni dell’incompiutezza: dolore,
solitudine, tristezza, malattia, ferita, sangue, abbandono... tutto è bello adesso, perché quel corpo distrutto
contiene dentro di sé tutto ciò che è brutto al mondo, trasformato da dentro, cioè realmente. Se solo ci
soffermassimo a considerare che cosa è significato per l’estetica (e quindi per la vita) aver reso bello un
crocifisso, smetteremmo di staccarli per ragioni puramente estetiche. Alcune cose continueranno a
decadere come prima, perché la ferita inferta dal peccato all’uomo e al creato non è del tutto cancellata, e
ciò che deve decadere continuerà a decadere, ma una creazione nuova comincia a ergersi, sottile,
silenziosa, ma inarrestabile, da quel corpo distrutto coinvolgendo, insieme alle cose che in noi marciscono,
chi a lui si volgerà. Quel corpo è il corpo di un morto, ma in Dio la morte è solo riposo: come si riposò dopo
aver creato, adesso riposa dopo aver ri-creato. C’è un unico sabato, adesso, in cui Dio, guardando tutta la
storia, vede il suo riposo nel giardino della nuova creazione. C’è un gran silenzio nel giardino, attorno a quel
sepolcro. Eppure, proprio quando sembra che Dio riposi, egli opera più di ogni altro giorno, perché il suo
guardare le cose, dopo averle fatte, in realtà è un modo umano di dire che nel guardarle è lui che le fa
esistere, le conserva nell’essere e le fa essere belle. Il riposo di Dio è la restaurazione continua della
bellezza, la ri-creazione inesausta della bellezza, tutto più bello di prima, come pallidamente dice quell’arte
giapponese di riparare i vasi rotti iniettando vene d’oro dentro le crepe. Nelle mani del Padre riposa il Figlio
per tutto quel sabato, ma intanto quelle stesse mani operano su ogni elemento di quel corpo e quindi della
realtà, rinnovandola da dentro. E questo vale per tutti i nostri sabati di dolore, attesa e prostrazione. «Nelle
tue mani consegno il mio spirito», dice il Figlio al Padre. «Ecco io faccio nuove tutte le cose», risponde il
Padre al Figlio, ricevendo nella sua vita incorruttibile la materia e lo spirito del Figlio e, attraverso di lui,
quella di chi a lui si unirà, credendo in lui e lasciandolo entrare nella propria camera del cuore. E il Padre
che vede nel segreto lo ricompenserà: con se stesso. Dio vide che ciò che aveva fatto per l’uomo era cosa
buona-e-bellissima e lo sarebbe stato in ogni angolo della Terra in cui un uomo e una donna avessero
accettato di far riposare Dio, perché ancora una volta era l’uomo la via di Dio: «Io salirò fino ai piedi della
Croce, mi stringerò al Corpo freddo, al cadavere di Cristo, con il fuoco del mio amore, lo schioderò con i
miei atti di riparazione e con le mie mortificazioni, lo avvolgerò nel lenzuolo nuovo della mia vita limpida, e
lo seppellirò nel mio cuore di roccia viva, dal quale nessuno me lo potrà strappare, e lì, Signore, puoi
riposare! Quand’anche tutto il mondo ti abbandoni e ti disprezzi, serviam! ti servirò, Signore!» (San
Josemaría Escrivá, Via Crucis, XIV stazione). Quando Dio sembra tacere nella nostra vita, quello è il
momento in cui chiede di riposare proprio grazie alla nostra vita. Solo così sarà di nuovo creata, di nuovo
bella, pur con tutta la sua fatica e, a volte sconsolata, sensazione di abbandono. La vita di un cristiano sulla
terra è un sabato in cui far riposare Dio in noi, un tempo che intercorre tra il dire – qualsiasi cosa accada –
«Padre nelle tue mani consegno la mia vita» e l’ascoltare la risposta «Ecco, io faccio nuove tutte le cose»,
anche le più oscure. E in noi Dio vedrà di aver fatto una cosa bellissima. E saremo il suo riposo.

Venerdì Santo. La roccia della morte si apre. C'è una parola che dà luce

Alessandro D'€ ™Avenia venerdì 3 aprile 2015


«Non ho più abbastanza allegria né salute per impegnarmi in soggetti tristi. La Crocifissione mi ha
fatto star male, ho provato molta pena, ma un Cristo portacroce finirebbe con l’uccidermi. Non
potrei resistere ai pensieri penosi e seri di cui bisogna riempire lo spirito e il cuore per riuscire in
soggetti di per sé così tristi e lugubri. Dunque risparmiatemi, per favore» così scrive Nicolas
Poussin a Jacques Stella che gli ha commissionato una Salita al Calvario, dopo che aveva visto la
sorprendente Crocifissione dipinta per De Thou, a cui l’artista aveva dedicato i mesi dal novembre
1645 al giugno 1646. Qualche settimana fa mi trovavo di fronte a questo quadro e ho visto,
trasformati in forme e colori, il dolore di cui parla l’artista che è riuscito così a rappresentare
l’eclissi della luce su una tela. Si può dipingere il buio e con il buio? Poussin riesce. Crea un
buco nero artistico in cui si assiste all’implosione della luce, in una specie di anti-primo-giorno
della creazione: la luce non fu. Il cielo dello sfondo precipita nell’assenza totale e le rocce del
paesaggio sono macchie evanescenti: la materia è annichilita quanto il suo creatore. Con la parola
“materia” i Romani indicavano il concretissimo legno degli alberi. La materia del creato è servita a
forgiare lo strumento di tortura per il creatore.

A parte il movimento impressionante dei manti rossi che attraversano il quadro in una specie di “s”
coricata, la scia di sangue della storia umana, sangue versato dalla violenza (i soldati), sangue dato
per la vita (Maria, Giovanni, il ladro buono), tutte il resto è fatto da gradazioni di buio che
inghiottono figure umane ridotte a fantasmi. Tutto è cacciato nella notte che si merita. Ai piedi della
croce, sul piano medio, al centro, c’è un personaggio che si volge verso lo spettatore e gli chiede
conto di ciò che sta accadendo e se c’entri qualcosa con quella tenebra che sta inghiottendo tutto.
Gli uomini sono in primo piano, con la loro violenza: soldati che si giocano a dadi le vesti del
crocifisso, due di loro sono sorpresi da qualcosa che esce dal buio della terra in un movimento
opposto alla tenebra celeste: dalla pietra di un sepolcro emerge un uomo contro il quale il soldato
sguaina un pugnale. L’uomo, erompendo dalla fessura della terra al centro dei due triangoli
composti dalle figure ai due lati del quadro, fissa Cristo immerso nella tenebra, mentre lui in un
manto bianco, unico punto di luce, è la primizia dei risorti di cui parla Matteo: «Gesù emesso un
alto grido spirò... la terra si scosse, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di
santi morti resuscitarono. E uscendo dai sepolcri, dopo la resurrezione, entrarono nella città santa e
apparvero a molti» (Mt 27, 50-53). La roccia della morte si apre come un bozzolo molle di
crisalide, la morte che pietrifica col volto di Medusa, paralizzando il soffio di Dio (anima,
da anemos, vento), è ammorbidita, la materia ha un sussulto, perché l’uomo-Dio si è sottoposto alla
pietrificazione della morte e, spirando, l’ha resa di nuovo fluida e viva: Da dentro. Il suo corpo non
conosce corruzione (questo vuol dire resuscitare: preservare dalla corruzione) e la Morte diventa più
piccola della Vita, perché la Vita l’ha inghiottita dentro di sé, sperimentandone l’avvelenamento,
ma strappandole il pungiglione e rendendo il veleno inefficace. Adesso si allarga una luce silenziosa
in mezzo alle tenebre, in ogni cuore che si volga a guardare Colui che hanno trafitto che, subendo
nella sua materia le conseguenze delle nostre tenebre, restaura la materia dell’uomo e gli restituisce
la condizione di luce: «Quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me», aveva detto. Questo è il
movimento centripeto e inconsapevole del quadro e del mondo e di tutti i suoi elementi, materiali e
umani. Il centro di questo buco nero divino è la figura di Cristo: attorno a lui trionfa il non-colore
della solitudine e del male, egli diventa un buco nero al contrario, inghiotte tutto il buio della storia
per ridare luce a noi. Non fa forse questo la Parola? Dare luce alle cose e dare alla luce le cose.
Attira tutto il buio a sé e ci restituisce la luce nella quale possiamo ri-conoscere (conoscerlo di
nuovo e come nuovo) il nostro volto. Lo abbiamo noi questo volto? Convinceremmo Nietzsche che
asseriva che avrebbe creduto al cristianesimo se avesse visto nei suoi seguaci “il volto dei risorti”?
Potremo se ci volgeremo a lui riconoscendo tutta la nostra tenebra, perché sia soggettivamente e
progressivamente rischiarata, perché la tenebra è inversamente proporzionale alla croce, come
scopre il poeta, al cospetto delle macerie della città degli uomini devastata dalla guerra mondiale:
«Vedo ora nella notte triste, imparo, / So che l’inferno s’apre sulla terra / Su misura di quanto /
L’uomo si sottrae, folle, / Alla purezza della Tua passione» (G.Ungaretti, Mio fiume anche tu).
Il cuore di Dio. Pasqua: questo giorno, ogni giorno

Alessandro D'Avenia domenica 5 aprile 2015

Riparare i viventi è il titolo di un bel romanzo scritto della bravissima Maylis de


Kerengal che in questi giorni mi ha accompagnato. Mi sembra il titolo perfetto per
questa domenica. La storia parla di un adolescente che, uscito con i suoi amici in una
fredda notte in cerca dell’onda perfetta da cavalcare all’alba con i loro surf
ruggenti, sulla strada del ritorno ha un incidente ed entra in coma irreversibile. I suoi
genitori consentono l’espianto degli organi, anche se è il cuore il vero protagonista
della storia. Il cuore che viene estratto dal petto del ragazzo va a riempire quello di
una donna in attesa di un organo che la salvi grazie ad un trapianto. Ad un tratto la
madre di Simon, il ragazzo morto, si chiede che accadrà al contenuto del cuore di
suo figlio: «Che ne sarà dell’amore di Juliette una volta che il cuore di Simon
ricomincerà a battere dentro un corpo sconosciuto, che ne sarà di tutto quel che
riempiva quel cuore, dei suoi affetti lentamente stratificati dal primo giorno o
trasmessi qua e là in uno slancio d’entusiasmo o in un accesso di collera, le sue
amicizie e le sue avversioni, i suoi rancori, la sua veemenza, le sue passioni tristi e
tenere? Che ne sarà delle scariche elettriche che gli sfondavano il cuore quando
avanzava l’onda? Che ne sarà di quel cuore traboccante, pieno, troppo pieno?».
Che ne sarà del nostro cuore, con tutto quello che ha filtrato di amore e disamore in
una vita? Ma non è forse questo il senso della grande promessa di Dio: «Vi darò un
cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di
pietra e vi darò un cuore di carne» (Ez. 36, 26-7)? Anche noi eravamo a rischio di
vita, anzi eravamo già morti, il nostro cuore aveva subito troppi infarti, non riusciva
più ad amare senza rischiare il colpo di grazia. E proprio per un colpo di grazia
riceviamo un cuore nuovo, che viene trapiantato gradualmente nella nostra vita nella
misura in cui lo vogliamo. L’uomo nuovo di cui parla Paolo nelle sue Lettere è un
uomo dopo il trapianto. Rimane l’uomo vecchio, ma il trapianto irrora
gradualmente ogni fibra trasformandola. In noi comincia ad abitare il battito di un
Altro, che non muore. La vita di Dio che non può essere distrutta entra e
gradualmente trapianta (ci innesta nella sua vita come si fa in botanica), purifica,
trasforma, nella misura di quanto vogliamo. C’è tanto del cuore di Dio nella nostra
vita quanto noi vogliamo ne venga trapiantato ogni giorno. Ad un certo punto della
narrazione il medico che condurrà l’operazione di trapianto avverte la paziente
perché si prepari: «Il cuore sarà qui fra trenta minuti, è splendido, è fatto per lei, vi
intenderete alla perfezione. Claire sorride: ma aspetterà che sia qui prima di togliere
il mio, vero?». Il nostro rimarrà, proprio quello nostro, ma il centro di ogni pensiero,
decisione, amore, caduta, tristezza, malinconia, il motore di ogni nostro amore e
disamore, non verrà tolto, ma trasformato. La natura umana è riparata perché il
perfetto uomo ha attraversato tutto l’umano, ha conosciuto tutto ciò che passa per
il cuore dell’uomo e lo ha sentito come fosse suo, anche il peccato, non come atto
ma nelle sue conseguenze (dalla tentazione, al dolore, alla morte). E quel cuore che
ha cessato di battere sulla croce, quel cuore che ha dato tutto, tanto che, quando il
soldato lo trafisse con la lancia, sputò sangue e acqua, il siero che si riversa nella
sacca del pericardio quando dopo un infarto la parte densa del sangue si separa da
quella più leggera, proprio quel cuore diventa nostro. Quel cuore in realtà non è
vuoto, non è il cuore di un morto, inservibile per un trapianto. È il cuore di un vivo, è
il cuore del Vivente, è il cuore della Vita; il cuore che ci consente di avere passione
per la vita e di patire per la vita; il cuore che ci concede il trasporto erotico per il
creato e le creature e la capacità di patire per il creato e le creature. Il cuore di Dio,
spiritualmente trapiantato in noi grazie al Battesimo e riparato dagli altri Sacramenti,
batte fortissimo nel petto dei cristiani, che per questo ogni giorno, se vogliono
risorgono. E quando quel cuore verrà pesato ( amor meus pondus meum, il mio
amore è il mio peso dice Agostino) alla fine della vita lo si troverà 'pieno'
dell’amore di Dio stesso, perché era il suo in noi. Solo lui ripara i viventi e i morenti,
perché il suo cuore non ha conosciuto la corruzione della morte, conosce solo la vita
e ciò che dà la vita. Si dice che, dopo aver bruciato Giovanna D’Arco, i carnefici
trovarono intatto il suo cuore in mezzo alla cenere. Quel cuore non poteva essere
distrutto, perché la sua materia non apparteneva a questo mondo e il fuoco degli
uomini non poteva consumarlo. Era il cuore di Giovanna o quello di Dio? Se è amore
che vogliamo per vivere, è un cuore nuovo che vogliamo. Oggi è il giorno del
trapianto.
*
Alessandro D'Avenia. Bellezza: quando Dio «seduce»

Alessandro D’Avenia martedì 16 febbraio 2016

Il testo qui di seguito compare sul numero di febbraio del mensile di


Avvenire dedicato al Giubileo "La PORTAperta". Ci innamoriamo e amiamo solo per
la bellezza. Nessuno di noi ha desiderato avvicinarsi e conoscere qualcosa o
qualcuno senza esserne prima sedotto. Questo principio di attrazione ha il suo
fondamento ultimo qui: «Nessuno viene a me se non lo attrae il Padre». Tutte le
volte che nell’ambito naturale (la grazia delle cose) o soprannaturale (la Grazia,
dono di Dio a partecipare alla sua vita) la bellezza ci mette in movimento,
sperimentiamo l’attrazione dell’Amore che ci trasforma, cioè vuole darci la sua
forma, la sua essenza, per farsi tutto in tutti, pur mantenendo ciascuno la sua
irripetibile identità. Questa attrazione che Agostino chiamava delectatio victrix
(piacere che avvince), in Dante è il movimento «amoroso» che Dio imprime alla
creazione: «La gloria di colui che tutto move / per l’universo penetra, e risplende /
in una parte più e meno altrove», in cui «il più e il meno» non indica solo
l’oggettiva scala di perfezione dell’essere delle creature, ma anche la loro risposta
soggettiva. La gloria è lo stabile e progressivo manifestarsi e comunicarsi della bontà
di Dio nel mondo e nella storia, si mostra come bellezza e si dà quasi senza ostacoli
negli esseri privi di libertà (per questo a volte preferiamo cani gatti mari e boschi agli
umani), mentre è più o meno o affatto rallentata dalla resistenza delle creature
dotate di libertà (in questo senso il massimo del progresso è stato raggiunto una
volta per tutte con Cristo). Quando l’azione beatificante (capace di rendere felici),
che attira cose e persone verso il loro pieno e duraturo compimento di bellezza,
trova un ostacolo, questa gloria non si irrigidisce ma diventa anzi resiliente e prende
il nome di misericordia e, lasciandosi ferire, diventa limite imposto al male della e
nella storia. Quando l’ostacolo del male si erge contro la gloria di Dio, trionfo di
bellezza a cui ogni cosa e persona è chiamata, l’azione «attraente» di Dio si piega
in forma di misericordia (Cristo si china sulla donna che tutti volevano lapidare) sul
cuore duro e cerca di sedurlo, a volte con forza a volte con delicatezza, verso un
bene più grande e misterioso, nel tempo e nello spazio che si renderanno
necessari. La misericordia accetta il rallentamento della gloria che si dispiegherebbe
altrimenti al ritmo divino («Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi
quelli che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la
chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto!»), ma proprio
questo inciampo fa emergere un volto della gloria spiazzante per i canoni umani: la
misericordia («Perdonali perché non sanno quello che fanno»). Che ne sarebbe
dell’abbraccio del padre che si china sul figlio sporco, ordinando anello, vestiti e
banchetto di festa, se il figlio non fosse andato via e tornato, dopo aver sperperato
tutto? La misericordia è una forma unica e ulteriore di bellezza, perché è la bellezza
resa compatibile con il male, con la ferita, con la resistenza (forse solo Michelangelo
è riuscito a scolpirla, quasi per errore, nella Pietà Rondanini). Si tratta di una bellezza
che mostra le ferite (come accade con l’incredulo Tommaso) come credenziali di
un’estetica nuova, in cui la vita ha attraversato e trasformato la morte, ma non per
via immaginaria, perché ne porta i segni, producendo una meraviglia inedita rispetto
a secoli di storia in cui il bello era soltanto armonia delle parti e il sangue doveva
rimanere fuori dalla scena («osceno» appunto). Per ricordarselo, basterebbe fissare
per qualche minuto la Pietà di Avignone che Enguerrand Quarton dipinse a metà del
1400: «Quando sarò elevato da terra attirerò tutti (o tutto) a me», la massima
attrazione, fascinazione, bellezza, si dispiega proprio al massimo della sconfitta, la
massima seduzione provocata dalla nostra più pervicace resistenza. Non a caso
Ambrogio intuì che non dopo aver creato le cose Dio si riposò, ma solo dopo aver
fatto l’uomo perché aveva finalmente qualcuno da perdonare: Dio riposa quando
può comunicare la sua essenza amorosa alla creatura ferita, riparandone la
presunzione di autonomia. L’incontro tra la nostra volontà di autonomia e
l’insistenza della seduzione divina è la drammatica estetica della misericordia, cioè
della croce («prendere» la croce «di ogni giorno» non è masochismo, ma «ricevere»
quotidianamente la misericordia divina, proprio dove falliamo, dove la tristezza ci
sorprende). Tutte le volte che l’uomo si lancia a capofitto nella bellezza, in fondo a
essa cerca Dio, anche le volte in cui quella bellezza anelata è frutto del cuore curvato
su se stesso che, investendo di assoluto quel poco che gli resta da amare, lo fa
diventare un’illusione di Dio: proprio allora, quel cuore deluso e spaccato, può
aprirsi al Dio misericordioso. L’ubriaco ama la sua bottiglia perché in essa cerca
Dio, il sensuale ama il suo piacere perché in esso cerca Dio, l’avaro ama il suo
denaro perché in esso cerca Dio. Dio però non è «in» ma «oltre» la bottiglia, il
piacere, il denaro. Che Dio? Il Dio misericordioso che lo seduce proprio lì,
nell’ultimo tentativo auto-inventato dall’uomo per essere tutt’uno con ciò che
ama, salvo poi esserne fatalmente e dolorosamente respinto per insufficienza di
eternità di quella briciola di bellezza. Forse proprio a quel capolinea abita Dio, per
questo «pubblicani e prostitute» precedono chi si crede giusto, perché hanno
toccato il fondo e oltre il fondo c’è il profondo, il sottosuolo teologico di
Dostoevskij, cioè o la salvezza o la distruzione. C’è Dio, la cui regola è: «a chi molto
viene perdonato, molto ama». In un attimo, con un paradossale «colpo di grazia»
che dà vita e non morte, la nostra disperazione può trasformarsi in salvezza, fosse
anche per il solo desiderio di avere una «vita nuova», come accadde a Dante,
proprio mentre (in)seguiva Beatrice. Non c’è bellezza piena senza ferita, come non
c’è misericordia senza giustizia: non è venuto per i sani ma per i malati, che si
riconoscono tali. Se il malato riconosce la ferita e la mostra a Dio, perché sa che
altrimenti non potrebbe guarirne, la misericordia immediatamente lo raggiunge,
anche di soppiatto, come quella donna che sapeva che le sarebbe bastato toccare la
veste di Cristo per esser sanata, tanto da costringerlo al miracolo senza neanche
chiederlo a voce, in mezzo alla folla che lo pressa. Egli, quasi che la guarigione gli sia
scappata, chiede: «Chi mi ha toccato?». Toccare Dio con la propria ferita aperta è il
segreto per sperimentarne la misericordia e vederne finalmente, senza più difese, la
bellezza che tutto vince e avvince, bellezza antica e sempre nuova, che non è mai
tardi per esserne sedotti, come accadde a un ladro e assassino, che ammise la sua
colpa e si rivolse all’unico innocente della storia, e fu accolto in quel giorno stesso
in Paradiso. Ciò accade ancora, in ogni confessione.
L’avvento antico, l’Avvento nuovo di Cristo. Oltre la soglia che ci
separava
Alessandro D'Avenia lunedì 8 dicembre 2014

Venne Gesù, a porte chiuse... e disse a Tommaso: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani;
stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!».L’arte in
Grecia nasce dal desiderio di toccare gli dei. I Greci intuiscono che gli dei non possono che avere
forma umana, perché nulla che influisca sull’uomo può esser meno di un uomo, anche se non ne
condivide la mortalità. L’arte si slancia oltre la fallibilità umana per costruire lo spazio in cui santo
e profano dialoghino, umano e divino entrino in relazione. L’arte arcaica scolpisce le prime statue
di dei, leviga i templi in cui il dio sotto forma di statua è confinato nella stanza inaccessibile, e cerca
di dare all’uomo la possibilità di contattare gli dei. Scultura e architettura sono il desiderio di
confinare il divino nel territorio dell’umano, il santo nello spazio e nel tempo profani, quasi
costringere dio a farsi uomo. Ma santo è etimologicamente ciò che è "separato" e deve essere tenuto
"separato" dal profano vivere, per questo l’uomo crea soglie di accesso alla dimensione ulteriore,
fuori dal fallibile, dall’impuro, dal sangue, dal sudore, dalla fatica, dal lavoro, dal quotidiano. Le
statue di dei con la loro bellezza "di un altro mondo" sono il desiderio di pietra che l’altro mondo si
occupi di questo, un vero e proprio "doppio", presenza surrogata del divino nelle strade degli
uomini. La bellezza si addensa attorno al culto di questi luoghi e immagini-soglia, in cui il dio si
rende tangibile a dita profane. L’arte invoca come d’avvento il dio perché si avvicini e sollevi
l’uomo dal quotidiano profano mortale, in una tensione che ribadisce il limite dell’umano nel
concepire il divino: nel momento in cui cerca di toccarlo il divino si sottrae, la soglia costruita è
invalicabile, la separazione resta insuperabile. Lo dimostrano corpi perfetti, che gli antichi scultori
levigano, strappandoli a ferite e imperfezioni dei mortali. La bellezza è la strategia umana per
raggiungere il divino e costringerlo a sostare con noi, o quanto meno dargli un volto cui rivolgersi
per placarlo: solo bellezza e sacrifici lo ammansiscono. Eppure proprio nel renderlo tangibile,
mentre si alimenta la speranza di una vicinanza, si acuisce il dolore di una alterità totale al sudore
quotidiano. Il profano viene ricacciato nel suo angolo, non è un dio con noi. Qualcosa di simile
accade, nella cultura di massa, con "le divine" in copertina, modificate da scultori del photoshop (i
programmi di correzione fotografica), che rimandano a prodotti santificanti, surrogati sacramentali
non solo tangibili ma acquistabili, in luoghi che sostituiscono il tempio domenicale. Dio ascolta ieri
come oggi l’invocazione umana e si fa gradualmente presente, fino a scavalcare i segni e i sogni
umani, diventando tenera carne di bambino. La stessa sostanza degli uomini, le stesse tappe della
vita (bambino, adolescente, adulto), lo stesso sudore, lo stesso lavorare, lo stesso camminare, lo
stesso morire. Il profano non viene ricacciato in un angolo, ma pienamente assunto e trasformato e
per questo reso abitabile come luogo del sacro e del santo, senza esserne separato. Se Dio nella sua
umanità ha fatto il falegname per trenta anni, la nostra umanità può essere pienamente divina nel
quotidiano lavoro. La garanzia sono proprio quei segni "mortali" che non spariscono nel corpo
glorioso del risorto e che il Tommaso che c’è in noi deve verificare. Segni che Caravaggio dipinge
con realismo evangelico (ci scandalizza forse per questo?). Non è un dio che nasconde i segni del
quotidiano con i suoi fallimenti, ferite, cadute. Non è un dio scolpito nella perfezione sognata
dell’arte, ma è la reale gloria di un corpo umano, fatto carne tessuta nel grembo di una donna e
straziata dalla croce. Dal Natale in poi abbiamo l’alibi perfetto per non essere accusati di noia,
stanchezza, fallibilità, ferite, perché la soglia non è più fuori dal tempo e dallo spazio, nella
perfezione irraggiungibile, ma è riscattata qui, adesso, nel corpo, nella fatica, nel lavoro quotidiano,
nella misura in cui lasciamo abitare dal divino la statua che siamo, fino a che la pietra diventi carne
del divino per via di grazia. Terra, profano, corpo, lavoro sono tutte dimensioni del santo, da
quando il santo si è fatto terra, profano, corpo, lavoro. Se non ci riesce di viverlo è perché, come
Tommaso, non abbiamo ancora creduto nel Natale di allora, e in quello eucaristico di ogni giorno,
non più irraggiungibile cibo degli dei, ma tangibile pane quotidiano.
L’Epifania ci indica come cercare Gesù. La carezza di Dio e la gioia del lavoro

6 gennaio 2015

«Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia» di Alessandro D'Avenia
Quando la sonda Rosetta ha compiuto il suo inseguimento della cometa ci siamo emozionati.
Nel silenzio dello spazio qualcosa creato dall’uomo si poggiava, grazie a calcoli resi possibili
dalla logica che permea l’universo, su qualcosa che l’uomo non ha creato per studiarlo da vicino
e magari rimanere sorpreso scoprendo i segni di una vita che andiamo cercando in un cielo di
corpi stellari, imitando forse la nostra ricerca, più o meno consapevole, di vita in ben altro cielo.
Una cometa, come quella che forse un giorno passò in cielo in coincidenza con la nascita di un
bambino e fece da segnaletica ad un gruppo di scienziati del tempo, che volevano studiare
quella stella da vicino, come noi. Con calcoli precisi la trovarono. Mi ha sempre affascinato che
il Bambino-Dio nato in un posto rabberciato alla meglio è contemporaneamente reperibile
grazie a calcoli e osservazioni astronomiche da professionisti del settore. Dio si fa trovare
sempre da chi fa bene il proprio lavoro: come perfezionamento del pezzo di mondo che gli è
affidato, come perfezionamento delle persone con cui lo svolge, come perfezionamento della
propria capacità di stare al mondo. Chi cerca la stella nel proprio lavoro, trova la Stella nel
proprio lavoro. Alcuni esegeti dicono che la stella in cielo non c’è mai stata e ci si riferisce
simbolicamente alla stella che è Cristo, stella di Davide. Di questa idea era l’astronomo Tycho
Brahe (1546-1601), che sosteneva la stella non fosse un fenomeno naturale. Ma gli rispose uno
più grande di lui, Johannes Keplero in persona (1571-1630), che cercò di identificarla prima con
una Nova (uno stadio della vita di una stella che emana fortissima luminosità per alcuni giorni)
e poi con una congiunzione planetaria avvenuta il 4 a.C. o l’1 a.C. (quando due o più pianeti,
appaiono vicini tra loro e sommano la loro luminosità, anche se si tratta solo di un effetto di
prospettiva). Keplero scoprì il fenomeno durante il Natale del 1603: si trattava della
congiunzione tra Giove, Saturno e Marte, nella costellazione dei Pesci. Questa congiunzione
avviene ogni 800 anni circa: tutto tornava. I magi avevano visto tre pianeti tra loro vicini
sommare le loro luminosità in una triade. Nella sua opera De die natiali Iesu Christi escluse che
si trattasse di una cometa (un corpo che periodicamente si avvicina al Sole e genera quindi una
coda di luce per combustione per poi "spegnersi" quando è lontano, registrato nel 12-11 a.C, la
famosa cometa di Haley). Scienziati e storiografi dibattono ancora, ma l’ipotesi di Keplero sulle
congiunzioni planetarie è la più accreditata e compatibile col viaggio altrimenti non giustificato
dei Magi (una Nova o una cometa non erano eventi così rari per un osservatore del cielo).
Comunque sia, il dato ineludibile è la presenza del Corpo Celeste: il Bambino-Dio. Nell’uno e
nell’altro caso, per i Magi, c’è una chiamata scaturita proprio a partire dalla propria vicenda
umana e professionale. I talenti che abbiamo sono il terreno della visione della stella e della la
Stella, l’alfabeto che Dio ci presta per intrattenere un dialogo con lui: l’artista con i suoi colori,
il panettiere con il suo impasto, il professore con la sua lezione.«Dio ci ha chiamati con
inequivocabile chiarezza. Come i Magi, anche noi abbiamo scoperto nel cielo dell’anima la
stella che ci guida e illumina, il dono di un impulso efficace per giungere alla pienezza della
carità, convinti che è necessario – e non solo possibile – raggiungere la santità anche in mezzo
alle attività professionali, sociali. La vocazione cristiana non ci toglie dal nostro posto» (San J.
Escrivá, È Gesù che passa, nn. 32-33). Non credo sia un caso che il gesto del Bambino-Dio
dipinto da Gentile da Fabriano sia quello di toccare la testa pelata dello scienziato che si inchina
di fronte alla Stella alla quale lo ha portato la stella da lui riconosciuta nelle osservazioni
astronomiche, nei calcoli astrali, nella interpretazione dei testi. Il lavoro è mezzo, mai fine:
serve, se fatto bene, ad ampliare la gloria di Dio nel creato, compierne i semi potenziali,
portarne più rapidamente a perfezione l’indomabile bellezza e polifonia. Chi lavora dimentico
che la Creazione è un dono, sì da sviluppare, ma anche da difendere, invece di servire la vita
finisce con il distruggerla. Chi lavora male non fa altro che rallentare questa gloria e inserire
tristezza nel mondo, al contrario di chi vi inocula gioia proprio attraverso un lavoro ben fatto.
Come quando gioiamo per un piatto ben cucinato, una lezione appassionante, un capolavoro
artistico. Tutto il nostro lavoro ben fatto, pur con tutta la fatica che comporta, cerca e canta la
gioia e la gloria di quella carezza di Dio, senza la quale diventa l’ennesima torre di Babele. A
quella carezza siamo chiamati da domani, quando tutto ricomincia.

L'Avvento è in autunno: ecco perché

Alessandro D'Avenia domenica 14 dicembre 2014

«Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che
neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così
l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente
di poca fede?». L’Avvento si consuma in autunno. Le città si riempiono di colori che non
lasciano indifferente chi vi cammina con occhi devoti non solo allo schermo del telefono. C’è
una bellezza singolare nel disfacimento delle foglie: una paradossale sinfonia di colori caldi
canta la morte, prima che la luce torni a prevalere sulla notte proprio con il solstizio invernale.
Questa logica di bellezza nel disfacimento non è sfuggita né al pittore né al fisico. Rouault –
uno dei pochi artisti del ’900 che, in quanto contemplativo, sapeva fare arte sacra, non
semplicemente religiosa – dipinge un quadro originale: Autunno a Nazareth.

È una scena quotidiana, il giovanissimo Gesù scende da una strada, accompagnato da qualcuno,
e va verso due figure di donne con bambini. Sono gli anni della cosiddetta vita 'nascosta' di
Cristo (o semplicemente ordinaria?). Tutto è immerso in un meraviglioso paesaggio autunnale,
con colori caldi che dialogano e contrastano con i blu delle tenebre (non a caso colori
complementari). C’è un senso di attesa e pace: nelle tenebre si fa strada la luce, in modo molto
naturale, Cristo raggiunge gli uomini che lo attendono sulla strada, come d’Avvento. Il
paesaggio ruota attorno alla figura bianca che scende: si incarna, nelle vie umane. Un autunno
qualsiasi di un paesino qualsiasi, in un tramonto qualsiasi sospeso tra tenebra e luce, tra alberi
qualsiasi che alludono all’albero della vita e a quello della croce. Dio, come già nella Genesi,
sul far della sera continua a passeggiare nel giardino, con gli uomini. Il fisico Henri Margenau,
ne Il miracolo dell’esistenza, sottolinea la problematicità di risolvere la bellezza armonica delle
cose in termini di casualità o lotta per la sopravvivenza: «Perché c’è tanta bellezza nella natura?
Noi non crediamo che la bellezza stia solo nell’occhio dello spettatore. Alla base delle
esperienze di bellezza, o almeno di alcune, ci sono dei caratteri oggettivi, come i rapporti fra le
frequenze delle note di un accordo maggiore, la simmetria fra le forme geometriche, il fascino
estetico della giustapposizione di colori complementari. Nessuno di questi ha un valore di
sopravvivenza, ma sono frequenti in natura, in una misura incompatibile col caso. Noi
ammiriamo l’incomparabile bellezza di una foglia d’acero in autunno, col suo rosso intenso, le
nervature azzurre e i bordi dorati. Si tratta per caso di qualità utili alla sopravvivenza quando la
foglia è in disfacimento?». C’è una logica nelle cose, una logica da stilista: Dio è stilista
impareggiabile anche delle cose minime come il giglio votato al disfacimento nel giro di poche
ore. Nessuno riuscirà mai a riprodurne freschezza, morbidezza e colori per vestire una donna.
Questo 'spreco armonico' nelle cose è, secondo Cristo, segno persuasivo di una cura
infinitamente superiore verso l’uomo, mancante di fede. Con l’Annunciazione la luce entra
nella storia chiedendo permesso a una ragazza impegnata in qualche faccenda quotidiana. Le
faccende della casa, di ogni casa, non sono più da sottovalutare, come non si devono
sottovalutare i colori delle foglie e i petali dei gigli: «Non vi è altra strada: o sappiamo trovare il
Signore nella nostra vita ordinaria, o non lo troveremo mai. La nostra epoca ha bisogno di
restituire alla materia e alle situazioni che sembrano più comuni il loro nobile senso originario,
metterle al servizio del Regno di Dio, spiritualizzarle, facendone mezzo e occasione del nostro
incontro continuo con Gesù Cristo» (san Josemarìa Escrivà, Amare il mondo
appassionatamente). Non è forse questo il paradossale manuale di istruzioni affidato ai pastori
per riconoscere il figlio di Dio? «Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce,
adagiato in una mangiatoia», cioè nessun segno se non la vita di tutti i giorni. L’ordinario è il
vessillo dell’incarnazione. Non è forse vero che quando sta per nascere un bambino si
moltiplica l’attenzione di tutti ai dettagli? Ci si prende cura di ogni cosa: cibo, temperatura,
movimenti minimi. I pastori, e noi con loro, cominciano a educare la vista: la riconoscibilità di
Dio è nell’ordinario, illuminato dalla luce della grazia. Egli ama ri-velarsi, cioè 'velarsi di
nuovo', per essere visibile a chi sa ricevere: in una foglia autunnale, in un paesino sperduto, su
una strada qualunque, in una stagione autunnale. Come nel quadro, tutto è, se lo vogliamo, ogni
giorno, Natale.
*
Così il mondo per noi è diventato Emmaus. Semplice è l'origine

Alessandro D’Avenia sabato 26 marzo 2016

«Dio onnipotente, cerca / (sforzati), a furia d’insistere / – almeno – d’esistere». Così il poeta
Giorgio Caproni scriveva in una delle sue poesie, e commentava in un’intervista: «Dio è il
mistero di tutti i misteri, non si sa nulla di lui. È inafferrabile, ci vivifica e ci uccide. Eppure
ricerco la sua presenza da anni». Dove è questo Dio? Su quali strade? Su quella di Emmaus. Un
santo contemporaneo ha detto infatti che tutte le strade del mondo sono diventate Emmaus (san
Josemaría Escrivá, “Cristo presente nei cristiani”). Si riferisce, con intuizione folgorante, ad una
delle pagine del Vangelo più belle, con la quale non a caso Luca (cap. 24) conclude il suo
Vangelo e dà il “la” alla storia del cristianesimo così come sarà sempre. Vi si narra la scena in
cui due discepoli dopo la morte di Gesù se ne tornano, disperati, da Gerusalemme al loro
paesino, Emmaus, con il cuore pesante dopo essersi illusi che Cristo fosse veramente il
Salvatore. La morte ha spazzato via tutto: l'ennesimo fuoco fatuo. Ora rimane solo il tempo
della tristezza e il ritorno al grigiore di prima. Ma proprio su quella strada, Cristo risorto, senza
essere riconosciuto dai loro occhi tristi, come uno qualsiasi si mette a camminare con loro e
chiede perché sono così appesantiti. Li tira fuori da dove si trovano, dalla loro tristezza, non con
l'evidenza schiacciante della resurrezione (si sente dare persino dell'ignorante perché non sa
nulla di ciò che è successo a Gesù Cristo: mi è sempre piaciuto il gioco che fa con noi, la sua
paziente ironia per farci arrivare da soli alla realtà, senza schiacciarci), ma con una
chiacchierata pacata e forte di amico, sul far della sera, come quando nella Genesi si narra che
Dio passeggiava con gli uomini al fresco della sera: è ricominciato tutto. Poi fa per andar via
quando loro si fermano alla locanda per mangiare, non si impone, si fa desiderare, la sua
delicatezza verso la nostra libertà mi appassiona e mi appassiona che l'unica vera preghiera che
lo costringe a rimanere sia il nostro semplice desiderio che resti con noi. E a tavola, mentre
mangiano come amici, li sorprende e si fa riconoscere nello spezzare il pane, come per due
volte Caravaggio ha raccontato nelle sue tele in età diverse della sua vita con un realismo che
non è altro che il realismo del cristianesimo: il quotidiano trasfigurato dall'incarnazione di
Cristo. In quel momento lo riconoscono e proprio in quel momento lui si sottrae alla loro
vista. Paradossalmente se ne va, rimanendo: proprio in quel pane. Tutte le strade del mondo
sono percorse da uomini e donne impegnati nelle loro battaglie quotidiane, con il volto tirato,
presi dai loro pensieri, dalle loro lotte, dalle loro tristezze, dalle loro incertezze, dalla caduta
quotidiana delle loro umanissime speranze. Magari hanno inseguito l'ennesima che li ha delusi e
sono a caccia di un'altra o di qualcosa che lenisca la delusione, che possa dare senso al ripetersi
dei giorni, rinnovandoli sempre, qualcosa per cui valga veramente la pena alzarsi la mattina. Su
quelle strade qualcuno con uno sguardo diverso li raggiunge, è esattamente come loro,
condivide le loro lotte e pensieri, ma ha una luce negli occhi. Si affianca con la normalità di chi
sa essere amico, fa la stessa strada, lo stesso lavoro, condivide le stesse passioni, sogni e
sconfitte. Non giudica, ma guarda gli occhi e chiede: perché sei triste? Sa ascoltare la tristezza
del volto degli altri, che si sentono tranquilli a confidarsi lungo il cammino, perché finalmente
hanno trovato qualcuno a cui possono affidare il peso del loro cuore: un amore tradito, una
relazione familiare piena di dolore, un lavoro insopportabile, una condizione fisica critica, un
pianto mai affiorato... Hanno sperato per anni che tutto potesse cambiare, avevano creduto con
tutto il loro slancio alla vita come promessa, ma niente: è stata un'illusione. Adesso si limitano a
sopravvivere perché vivere fa troppo male, perché per vivere bisogna sperare e non ci sono più
le forze, né la voglia di essere ancora delusi e si accontentano di piccolissimi noiosissimi rituali.
Eppure l'amico che ascolta ha una luce che illumina proprio quella situazione, una luce che non
gli appartiene e che non viene meno, proprio per questo non è triste, anche se porta sul viso gli
stessi segni si stanchezza degli altri, perché la vita è dura anche per lui, proprio allo stesso
modo. Parla di un modo di guardare il mondo pieno di passione e fuoco, come se avesse il
potere di trovare la bellezza in ogni angolo, anche il più oscuro. Non pretende di cambiare il
mondo, ma il modo di guardare il mondo: dice le cose con forza, senza lesinare sulla verità, ma
lo fa con un tale affetto che non ci sente amari, ma amati. Ci libera dalla tristezza, perché è oltre
la tristezza, che ben conosce perché l'ha attraversata, ma che ha disinnescato con una formula
che ora ci intriga, ci seduce, ci attira, come una promessa. Il dialogo continua lungo il cammino,
ed è fatto di giorni, di settimane, di mesi, stagioni e anni e di cose ordinarie. E quella luce non
viene meno e illumina ogni età e stagione, ogni fatica e ogni gioia, ogni sconfitta e ogni
desiderio. Il mondo è lo stesso per tutti, ma per quell'amico il modo di guardarlo è sempre da
innamorato. Come fa? Da dove trae origine questa forza ardente e appassionata? Come fa ad
essere così pieno di eros? La curiosità e il calore sperimentati portano a chiedere di rimanere di
più, di approfondire l'amicizia, di arrivare al segreto che guida quella vita, perché un segreto
deve esserci se è così capace di far ardere il cuore e le speranze, in mezzo a tutte queste rovine.
Si sta insieme, si cena insieme, si condividono non solo le lotte ma anche il riposo, un bicchiere
di vino e il pane. E proprio in quella intimità d'amicizia, il vero dono che un cristiano deve fare
al mondo, si fa strada la verità sconvolgente, quasi incredibile proprio per il suo essersi nascosta
nella vita di tutti i giorni ed essere lì accessibile, a tavola, e non nei recessi e nelle altezze in cui
gli uomini hanno cercato inutilmente Dio per secoli. No, ci dice Caravaggio, è qui, a tavola, con
te e me. Il segreto è che l'Emmanuele è Dio con noi, per questo l'amico non ha paura, perché lui
ha scoperto che Dio è con lui, tutti i giorni, sino alla fine, è il Dio vicino, di strada e di tavola:
parola e pane. Sentiamo le forze rinvigorirsi e le parole di prima non rimanere fuori di noi, ma
entrare dentro di noi, anzi di più: farsi noi, trasformandoci in Parola e Pane per gli altri, per
questo lui è sparito, ci sei tu, tocca a te. Così di corsa torniamo per strada a dirlo a tutti, la strada
dell'andata, piena di tristezza, la ripercorriamo a ritroso con lena nuova, anche se è notte fonda,
anche se siamo stanchi, perché adesso è cambiato tutto, c'è una ragione per camminare, anzi c'è
una ragione per correre, c'è una ragione per alzarci ogni mattina. E la ragione è che Dio è mio e
io sono suo, nelle 24 ore che ho disposizione, con tutto quello che ci sta dentro, perché l'unità di
misura del Vangelo, fateci caso, è “ogni giorno”. Adesso siamo pieni di vita, come uno che ogni
giorno s'innamora, perché questo innamoramento non dipende principalmente da noi, ma è dato,
se lo vogliamo. Qualcosa ci fa rinascere dall'alto ogni giorno, ed è capace di far rinascere altri.
Non ci sono più strade anonime, c'è solo Emmaus: ogni strada umana, ogni lavoro umano, ogni
amore umano, ogni tristezza umana è proprio il luogo dove Cristo cammina con noi, magari con
il volto ordinario di un amico, di un'amica. E quell'amico o amica sei tu per gli altri, che
cammini con loro (dopo aver camminato e mangiato con Lui), tu che ascolti le loro tristezze e
riporti il cuore ad ardere (come Lui ha fatto con te), fino a metterli faccia a faccia con Cristo, in
una catena senza fine. Quello è il momento in cui devi farti da parte, adesso tocca a lui. La
Resurrezione non è una lezione, non è uno sfolgorare schiacciante, ma è una passeggiata
accorata tra amici con parole vere, fino a trovare l'origine di ogni speranza nella Parola e nel
Pane. E subito ripartire, perché è tutto troppo bello, tutto troppo grande, per restarsene
paralizzati e tristi. Adesso è tutto nuovo. E tu e io sappiamo il segreto. Niente è più erotico del
cristianesimo, perché nessuno ama come Cristo e il cristianesimo è diventare un altro Cristo, lo
stesso Cristo, tanto da poter dire con Paolo: «Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in
me».

*
Dostoevskij, il mondo salvato dal «sottosuolo»

Alessandro D’Avenia venerdì 20 marzo 2015


Il primo Dostoevskij è come il primo Van Gogh: ci racconta l’uomo in modo romantico, quasi
melodrammatico, il mondo dei poveri. Lo guarda con la compassione di colui che è già salvo,
infatti lo fa dall’esterno. In Siberia è stato a contatto con i poveri, è stato lui stesso spogliato di
tutto. E dopo esser tornato alla vita, scrive le Memorie del sottosuolo, in cui quello che fa è
proprio quello che hanno fatto Dante con la Divina Commedia e Agostino con le Confessioni.
Ha scoperto il principio trasformante della vita, a partire da sé, la prima compassione l’ha
sperimentata su di sé. Leggendo il Vangelo, ha scoperto che Cristo ha passato trent’anni della
sua vita a essere uno qualunque, a lavorare, a fare il falegname. Scopre che ogni storia umana
può diventare quella narrazione divina, perché Dio si è fatto carne e ha assunto, come Dio, tutta
la condizione umana: pianto, sudore, incomprensione, dolore, fatica, sorriso, gioia, festa. Tutto.
Tutto il ventaglio, tutta la polifonia dell’umano, da quando Dio si è fatto uomo, è dentro Dio. Si
è soprattutto fatto carico di una cosa che l’uomo non vede o non vuole vedere, e da cui si ripara
con le sue narrazioni auto-fondanti: il peccato. Questo è fondamentale per capire il Dostoevskij
del Sottosuolo. Dalle Memorie del sottosuolo in poi, Dostoevskij scrive solo romanzi
potentissimi, che hanno come centro propulsore e chiave di volta una scena del Vangelo, o nella
frase in esergo (il brano dei porci nei Demoni) o mescolata alla narrazione, chiave di lettura di
tutto il romanzo (le nozze di Cana nei Karamazov, Lazzaro in Delitto e Castigo...). Le Memorie
del sottosuolo sono lo snodo, la Damasco narrativa di Dostoevskij: il protagonista è sprofondato
nel sottosuolo e cerca di fondare la sua identità senza Dio, e titanicamente cerca di costruire
quest’io, che si deve puntellare da qualche parte, e lo auto-fonda. E lo auto-fonda a tal punto
che ne consegue l’agire: amore per la distruzione, annichilimento, annullamento. Dante e
Agostino la chiamano dannazione infernale. Lui: sottosuolo. Il tipo di lettura del reale è analogo
a quello di Dante e Agostino: c’è senso e sovrasenso, lettera e spirito, storia umana e storia della
salvezza coincidono, a saperne leggere l’intreccio. I personaggi dei romanzi successivi escono
tutti dal sottosuolo, per la loro dannazione definitiva o per la loro salvezza. Prendiamo
Raskol’nikov. Chi è? Un ragazzo che decide (riduzione) di essere al di là del Bene e del Male:
ucciderà senza pentirsene, perché è convinto di poter decidere il Bene e il Male, proprio
mangiando il frutto della conoscenza del bene e del male, per farsi dio a sé stesso. Decide di
farsi creatore di se stesso e diventa dio: e chiunque diventa dio deve gestire un’esistenza da dio
(rifiutare l’incarnazione produce il movimento contrario): questa è la sua vera condanna. La
polifonia di voci che lo abitano, tra loro in conflitto, come l’uomo nudo di Dio dopo il peccato,
esplode. Ragione, volontà e corpo divorziano e lo spirito è titanicamente sostituito dal fiato
corto dell’uomo. Dostoevskij racconta il peccato originale con altri mezzi, e sa che solo la
redenzione porta il divorzio a unità, nella narrativa come nella vita.Dostoevskij nel ghiaccio e
nella carne ha scoperto che il Vangelo non è un testo che riguarda il passato, ma è la Storia di
ogni storia, e la narrazione che provoca ogni narrazione. Ogni storia umana è solo
proseguimento del Vangelo e il Vangelo è la chiave di lettura di ogni storia. Dostoevskij scrive i
suoi romanzi come prosecuzione del Vangelo. Raskol’nikov alla fine si è reso conto che il male
e il bene non può “deciderli” l’uomo da solo: ma lo scopre proprio grazie al suo delitto (felix
culpa): l’uomo, per quanto razionalmente e volontaristicamente (quindi con ogni tipo di
narrazione riduzionistica rispetto alla sua creaturalità aperta al Creatore) cerchi di fondare la
propria identità a partire da sé stesso, fallisce. Finisce in prigione, vuole espiare il suo delitto,
grazie alla grazia dell’amore: ha trovato una donna capace di amarlo com’è, questa donna è tra
gli ultimi, è una prostituta. Anche lei a contatto con Raskol’nikov si “converte”. Quando il
personaggio si trasforma, in Dostoevskij, c’è sempre un momento cosmico, il mondo partecipa
in ogni dettaglio come in una liturgia del creato, che non è mai neutro, ma sempre in tensione
verso Dio («Amando una mela si può amare l’uomo», scrive nel suo taccuino. «Se amerete ogni
cosa, in ogni cosa scorgerete il mistero di Dio», dice uno dei suoi personaggi principali). In
questo caso il ragazzo si affaccia dalla sua prigione (reale e spirituale), vede la steppa immensa
e ricorda Abramo [...].Poi in quella prigione dialoga con Sonja e ricorda il momento in cui
hanno letto insieme, quando lei ha aperto «a caso» (il Logos parla sempre) il Vangelo (la sua
àncora nella vita da prostituta), la pagina della risurrezione di Lazzaro. Chi è Raskol’nikov? È
la ri-scrittura di Lazzaro, è la prosecuzione nella storia nostra della storia di Lazzaro. Il Lazzaro
risorto è Raskol’nikov: storia e sovra-storia coincidono, e l’una trova compimento nell’altra;
quello che accade nella storia di ogni giorno non è altro che la prosecuzione di una storia che è
già stata detta e che si può rinnovare, in modalità nuove rispetto a come è stato raccontato,
perché nuovo è ogni giorno l’incontro della grazia con la storia («Ecco, io faccio nuove tutte le
cose», si legge nell’Apocalisse). Ecco la bellezza di cui parla Dostoevskij! Non è la bellezza
estetica come compiacimento della seduzione delle forme e dell’armonia, la bellezza
consumabile. Quando dice in L’idiota: «Il mondo lo salverà la bellezza», parla di qualcos’Altro.
Quando nei Karamazov, parlando di bellezza, contrappone l’ideale della Madonna a quello di
Sodoma, svela questo: la bellezza trasformante si accoglie, quella distruttiva si consuma.

Avvento: quella fragilità che sfama


«Così mi ha detto il Signore: "Va’, metti una sentinella che annunci quanto vede. Osservi con
grande attenzione". La vedetta ha gridato: "Al posto di osservazione, Signore, io sto sempre lungo il
giorno, e nel mio osservatorio sto in piedi, tutte le notti"... "Sentinella, quanto resta della notte?
Sentinella, quanto resta della notte?". La sentinella risponde: "Viene il mattino, poi anche la notte;
se volete domandare, domandate, convertitevi, venite!"».Così nel capitolo 21 Isaia racconta la
drammatica caduta di Babilonia, città infernale causa di un popolo trebbiato e frantumato come
grano. Torna la luce, la notte della prigionia è finita. La farina di un popolo spezzato può diventare
pane.«Paesaggio con covoni e luna che sorge» è il titolo del quadro che chiude la mostra di Van
Gogh a Milano. Un quadro che l’artista dipinse osservando quel paesaggio dalla finestra
dell’ospedale in cui era ricoverato per gli attacchi epilettici, che frantumarono la sua psiche, ma non
il suo spirito che guidava la mano. Il grano come un mare si raccoglie e addensa a ondate nei
covoni, e la luna, di un giallo che la fa sembrare sole, emerge dalle colline galleggiando in un cielo
di stelle biancheggianti. Una notte che rivela un giorno. La luna che rivela un sole, e rima, in terra,
con il grano. Una notte di luce solare. Una notte di frumento.

L’artista, occhi di sentinella, a guardar attentamente scorge proprio il paradosso della sua notte
oscura: la luna tradisce la luce che la illumina di riflesso diventando la fonte stessa: il sole. Il sole
che la cultura romana celebrava proprio a fine dicembre, quando la luce tornava a prevalere sulle
tenebre. Ma il sole questa volta non è un irraggiungibile e immaginario Apollo che vince sul dio
della Notte, ma è il bambino-Dio in carne e ossa che nel notturno lunare sorge come Sole
silenzioso, di rimbalzo su una più umana e silenziosa luna. Nessuno si accorge che la notte cosmica
è finita, se non qualche pastore e qualche vero conoscitore di stelle, comete e pianeti, venuto da
lontano. Bisogna avere occhi-sentinella per scorgere ciò che sta per accadere. La luna lo segnala
con il suo color giallo-grano. Il Sole che sorge velato, senza abbagliare, infatti ha non solo il colore
ma anche la consistenza del grano. È morbido e fragile come un bambino in fasce. La sua fragilità
però non è debolezza, ma la forza irriconoscibile per qualsiasi immaginazione di uomo che ipotizza
il divino. Il popolo in cui nasce è dominato da potenti nella cui cultura "fragile" viene da "frangere",
spezzare, e "fragile" è "ciò che si spezza". Per questo il Sole notturno ha lo stesso colore del grano e
la sua fragilità, perché, ora che Dio ha la consistenza degli uomini-farina, può essere avvicinato,
toccato, preso, strattonato, carezzato, spezzato, proprio come si fa con il pane. Un pane fragile
perché frangibile, la cui fragilità è la sua forza: è fragile all’infinito, perché è l’infinito reso
frangibile. Può raggiungere tutti coloro che si volgeranno al richiamo della sentinella che ha scorto
che il dolore tramonta, le tenebre cessano, la festa comincia. Nel silenzio della notte illuminata
quasi a giorno dalla luna, il bambino Dio cresce nel grembo della madre-lievito per essere dato alla
storia che non lo riconoscerà proprio per quella inimmaginabile fragilità di pane che si spezza, di
Dio troppo uomo per essere vero. Un Dio troppo buono per essere mangiato (quando lo dirà in molti
lo abbandoneranno, ieri come oggi), il Dio fragile, il Dio pane che sarà incollato a ciascuno, come
solo il cibo può essere, tutti i santi giorni fino alla fine del mondo, proprio quando ci sentiremo più
fragili, proprio quando saremo noi quelli spezzati, senza possibilità di ricucirci da soli. Solo lui
spezzandosi unisce, essendo fragile rinforza e nutre. Noi non possiamo, come scriveva biblicamente
Van Gogh, occhi-sentinella, al fratello: «Cos’altro si può fare, pensando a tutte le cose la cui
ragione non si comprende, se non perdere lo sguardo sui campi di grano. La loro storia è la nostra,
perché noi, che viviamo di pane, non siamo forse grano in larga parte? Se non altro, dobbiamo o no
sottostare a crescere, senza poterci muovere, come una pianta, ignorando ciò che la nostra
immaginazione a volte desidera, ed essere falciati quando maturi? Per quanto mi riguarda mi ci
abituerò ad essere spezzato». Il pittore decretò la sua fine dipingendo un campo di grano, non c’era
più la luna-sole a segnare la ri-creazione di tutto il Paesaggio di Dio, ma solo un cielo tenebra da cui
uscivano corvi di disperazione. Si spezzò. I corvi divorano il grano, se si oscura il Sole che sorge in
forma di Pane, l’unico che può spezzarsi senza morirne. Noi uomini fragili, fatti per l’Onnipotente
fragilità, senza rimaniamo irrimediabilmente disgregati. L’Avvento ci rende sentinelle in attesa di
sfamare la nostra e altrui fragilità dell’unica fragilità che sfama e unisce. Possiamo permetterci il
lusso di essere ogni giorno fragili, spezzati, stanchi, se veniamo ogni giorno panificati nel Natale
eucaristico.

Tramite quel Bambino. Niente ci è estraneo


Alessandro D'Avenia venerdì 23 dicembre 2011

La bellezza è sempre stato affare da Greci. Un canone perfetto in cui la proporzione e l’armonia
delle parti, il peso e il contrappeso sono perfettamente bilanciati, l’occhio riposa perché trova
l’ordine per cui è stato fatto. Ecco, questa bellezza non c’entra con un bambino. Lui è come tutti gli
altri bambini: armonia e proporzione chissà, forse verranno. Per ora è solo piccolo, ha pochi capelli,
fa la cacca, rigurgita e piange.

La bellezza non è affare da gente nata nei paesini della Palestina. La bellezza è affare di scultori
capaci di trasformare persino il vento in pietra, di pittori che sanno i colori di ciò che non si vede.
La bellezza è artificio e perfezione. Non ha odore. Non è certo affare da falegnami e casalinghe, la
bellezza. Non ha niente a che vedere con la vita quotidiana, la bellezza. Con i pannolini, le pappe, i
pianti, le veglie e qualche sorriso non si sa ancora bene lanciato a chi.La bellezza è affare degli dei:
loro sì che mangiano nettare e ambrosia, non si feriscono mai, fanno quello che vogliono. Sono
bellissimi e fortissimi. Hanno braccia bianche, le dee, e riccioli belli. Scuotono i cieli, gli dei, e li
attraversano in un soffio. Altro che carne pesante. Non è certo affare di bambini la bellezza. Gli dei
non sono mai stati bambini deboli e tanto normali da sembrare bambini qualsiasi di una coppia di
poveracci, con lei incinta non si sa bene di chi. La bellezza è affare da eroi, da kaloikaiagathoi ,
tanto belli quanto perfetti: gente invincibile, non fosse per il tallone, capace di ogni fatica, dal piè
veloce e dalle mente poliedrica. Sono nati maturi questi, non sono mai stati bambini, quasi se ne
vergognano. E se sono stati bambini erano dei prodigi che appena nati già stritolavano serpenti.

La bellezza non riguarda i bambini ignoti di una periferia riottosa e cavillosa dell’Impero. Non
riguarda bambini che devono imparare a gattonare, camminare, leggere e usare le buone maniere.
Forse li sfiora la bellezza, perché ogni bambino è a suo modo bello, soprattutto quando sorride o
stringe la mano attorno a un dito, ma quella non è una bellezza imperitura. Quella è la vita
quotidiana e non c’entra molto con la bellezza. La bellezza è affare straordinario, non c’entra niente
con la noia quotidiana di una famiglia qualsiasi, dopo una settimana dalla nascita del pupo. Finiti i
festeggiamenti cominciano le occhiaie. No, non c’è bellezza nella vita quotidiana, lì tutto è uguale,
monotono. Ogni tanto, sì, balugina uno squarcio di bellezza ma, come sempre è stato e sarà, è
strappata al caso, passeggera e per questo impregnata della malinconia di ciò che non è stabile, che
non è mai tutto qui, adesso, per me. Nella vita quotidiana tutto invece finisce col rovinarsi, col
rompersi, col non durare insomma. Per questo ci vuole quella bellezza da Greci, sinonimo di un per
sempre perfetto e luminoso.

Solo l’amore è un po’ così. Se non ci fosse quello non mi alzerei la mattina. L’amore per un libro,
un paesaggio, un amico, una donna, una madre. È l’unica cosa quotidiana che non finisca con
l’annoiarmi. Ma anche quello spesso si rompe e 'che fatica rimetterlo a posto!'. Quando la trovo,
quella bellezza, mi ci aggrappo come la cozza allo scoglio e la piovra alla sua preda, perché non
scappi troppo presto, per lasciare solo un ricordo dolce-amaro. Ma quel Bambino? È l’amore in
persona? L’amore fatto persona? L’amore fatto limite e quotidianità? Non può essere. Se fosse vero,
un’altra bellezza sarebbe entrata nel mondo, nel silenzio, quasi senz’arte. Tutto diverrebbe im-
provvisamente bello: i pannolini, le pappe, le veglie, i sorrisi e le lacrime. Tutto diverrebbe
improvvisamente divino, perché non c’è niente di umano che quel bambino non debba fare: è un
uomo e non c’è niente di umano che gli sia estraneo.

Questa è la notizia. Se è così, c’è per me una bellezza che non si rovina, che non si rompe, che non
c’entra con il nettare e l’ambrosia, con la proporzione e l’armonia, ma c’entra con la vita
quotidiana, con il sudore, i capelli, la pelle, le mani screpolate, la fatica, lo scoraggiamento, la
tristezza, la paura, il fallimento, il sangue, il freddo e il sonno. Una bellezza senza perfezione. Una
bellezza che c’entra con tutto, perché tutto ha attraversato. Una bellezza fecondata da limiti e
sproporzioni, per partorire ciò che non passa. Io questa bellezza cerco. Questa bellezza nasce per
me. In una stalla.
Natale. La nostra vita danza con Dio

Alessandro D'Avenia martedì 23 dicembre 2014

A settembre ho avuto la fortuna di guardare l’Adorazione dei pastori del Greco a Madrid. Il
Museo del Prado ospita una mostra sull’influenza dell’artista nell’arte moderna e
contemporanea, di cui è stato maestro inconsapevole, come tutti quelli che scoprono qualcosa
(vale nella scienza come in arte). El Greco, in una sintesi originale degli apporti pittorici del suo
secolo, che scavalcò per insediarsi nel tempo della bellezza, aveva scoperto che gli uomini sono
fiamme. Da quando Dio si è incarnato il loro corpo si allunga – come le sue tele (che faceva
preparare ad hoc) – verso l’alto come se da un momento all’altro quel corpo potesse fiondarsi,
seguendo la vera forza di gravità, nel suo centro di gravitazione: Dio

Lo aveva intuito già Dante quando, entrato nel Paradiso, si stupisce del suo «cadere verso
l’alto», e Beatrice gli spiega che sta accadendo esattamente quello che deve accadere secondo le
leggi della (meta-)fisica: nel regno dei cieli si cade verso l’alto. L’attrazione verso Dio non
conosce più ostacoli e l’uomo, come freccia, punta al suo bersaglio. Ma El Greco aggiunge a
questo la condizione dell’al di qua: assistiamo allo stirarsi dei corpi, appartengono alla Terra,
ma le ossa e i muscoli, ancorati allo spirito, vera struttura portante dell’essere, si distendono
come in questa "fiammante" Natività – potrebbe infatti essere racchiusa dentro una fiamma –,
che partendo dal gesto del Bambino, al centro, sale coinvolgendo nel vortice lo spettatore che,
pur rimanendo, è risucchiato verso l’alto. Sono corpi che hanno la mobilità, la leggerezza, la
tensione dello Spirito (guardate anche i colori), pur rimanendo terreni. Ma né Dante né El Greco
hanno scoperto nulla, hanno solo chiosato, con la loro arte, queste parole: «"Se uno non rinasce
dall’alto, non può vedere il regno di Dio. Gli disse Nicodèmo: "Come può un uomo nascere
quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?".
Gli rispose Gesù: "In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può
entrare nel regno di Dio. Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è
Spirito. Non ti meravigliare se t’ho detto: dovete rinascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e
ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito"»
(Gv 3). Chi abita in Cristo e lo lascia abitare in sé non è mai pesante e prevedibile, ma mobile,
geniale, leggero, e non perché evanescente o distaccato dalla realtà, ma perché, immerso nella
realtà, è guidato dalla mobilità, genialità, leggerezza della vita di Dio in lui, inaugurata nella
nostra natività, il Battesimo (acqua e spirito), e corroborata nel tempo dall’azione della grazia
(spirito). La leggerezza è l’attualizzazione della Nascita del Bambino in noi. Se non ci fossero
acqua e spirito la nascita del Dio Bambino sarebbe solo un evento archeologico, da considerare
devotamente come la nascita di un grande uomo, invece quella venuta al mondo rende possibile
la costante e reale rinascita dall’alto del mondo e di ciascuno di noi, quando ci lasciamo
raggiungere, in ogni istante della giornata: mentre leggiamo, svolgiamo un lavoro, facciamo
benzina, mangiamo una pizza o beviamo un bicchiere di vino, curiamo un’influenza, stiriamo
una camicia, diamo un bacio. Tutto diventa leggero e imprevedibile: noia, pesantezza,
ripetitività del quotidiano vivere sono superati. Si è come vento che soffia dove vuole e si riceve
l’ispirazione da un altro, liberi dal dovere o dall’aver più o meno voglia, anche nel ripetersi
degli eventi. Ci si muove solo per amore. Di una persona sveglia diciamo che ha uno spirito
mobile. Così è nelle cose di Dio: la rinascita dall’alto è un evento quotidiano reso possibile
dalla Natività di Cristo. Diffido dai cristiani lamentosi, noiosi, ripetitivi, prevedibili, tormentati,
soprattutto quando credono che queste caratteristiche manifestino vicinanza a Dio. Al contrario
resto sedotto da coloro che, nonostante i motivi per permettersi tutti quegli atteggiamenti, hanno
sempre uno scarto, un guizzo, una fiamma, perché abitano in una zona di loro stessi, di acqua e
spirito, dove il regno dei cieli è già e sanno appartenervi, proprio a partire dalla loro umanità
piena di limiti e tenebre, riscattata dall’apertura alla leggerezza, che solo Dio dona con la sua
grazia. Incedono nella vita con grazia, per l’appunto. Vi danzano, prestando tutta loro corporeità
alla coreografia divina. Nicodemo non conosce questa leggerezza, è perplesso, come tutti noi,
quando non crediamo di dover rinascere per opera della grazia portata nell’umano
dall’incarnazione del Verbo, che nella sua persona realizza l’armonia del perfetto Dio e del
perfetto uomo e, per questo, divinizza tutto l’umano, consentendoci il viaggio di ritorno della
nostra carne verso il divino. Gesù lo spiazza ulteriormente: «Se vi ho parlato di cose della terra
e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo?». È proprio attraverso le cose della
terra che accediamo a quelle del cielo, e Dio si è fatto terra a Natale, per questo possiamo
finalmente credere alle cose della terra, perché sono diventate strada verso quelle del
cielo. Siamo fiamme, come gli uomini del Greco, chiamati ad ardere di passione per le cose
umane come strada per quelle divine, perché è proprio nel nostro umano ferito che Dio può
raggiungerci, oggi e ogni giorno nella preghiera e nella liturgia, sotto forma di quel Bambino al
centro del quadro che, con quel gesto, mette in moto tutta la leggerezza di cui abbiamo bisogno.

Lettera ai giovani della Gmg. Andate al cuore

Alessandro D'Avenia sabato 13 agosto 2011


Care ragazze e ragazzi, conservo un ricordo di una delle mie GMG: Colonia, notte
della veglia. Con un amico ci avventurammo tra la folla. Dava una certa ebbrezza
quel milione di ragazzi, un’immagine potente del cristianesimo, da concerto, ma
quell’emozione superficiale sarebbe presto volata via. Dio non era lì. Non nel
terremoto, nella tempesta, nella potenza. Dopo una ventina di minuti approdammo
alla cappella dell’adorazione del Santissimo Sacramento. Uno stanzone immenso
pieno di ragazzi in un silenzio assordante rispetto alla folla da stadio accampata
fuori. Là dentro c’era la brezza leggera, un silenzio raccolto e misteriosamente più
pieno di ogni rumore di cori. Si alternavano ininterrottamente ragazzi e ragazze, a
pregare, ad adorare, ad ascoltare. Eppure non c’era un cantante, un palco, effetti
speciali. Niente. Solo un silenzio pieno, misteriosamente pieno. Una presenza
silenziosa e calamitante. Dio era lì e parlava. Dio era lì per me, solo per me e mi
voleva parlare. Le emozioni da concerto passarono presto, quel silenzio e quella
presenza sono rimasti. Andate al cuore, non accontentatevi del folklore. Il nostro Dio
ha un debole per i giovani. Si fida di loro più di chiunque altro. Affida imprese
incredibili a giovani incapaci e inadatti. Leggete di Davide, ultimo e più debole dei
suoi fratelli, designato come re dal profeta che spiega i criteri di scelta di Dio: non le
apparenze, ma il cuore. Leggete la storia di Giuseppe, minore di tanti fratelli, che lo
prendevano in giro chiamandolo il "Sognatore": diverrà primo ministro del faraone e
i suoi Sogni salveranno i fratelli dalla carestia. Leggete la storia di Geremia che
chiamato a fare il profeta si difende dicendo che è troppo giovane, balbetta, non sa
parlare. E Dio gli risponde che lo conosce da prima che lui entrasse nel grembo della
madre. Leggete la storia del giovane Tobia accompagnato dall’angelo Raffaele a
scegliere una ragazza bella e intelligente, da prendere in moglie. Leggete di
Giovanni, discepolo prediletto da Gesù, proprio perché fin da giovanissimo volle
vivere come lui. Leggete soprattutto di colei che a 14 anni divenne la madre di colui
che aveva fatto tutte le galassie dell’universo. In questo momento in cui sembra
che per i giovani non ci sia futuro e la loro rabbia si scatena sulle strade della
civilissima Londra, c’è qualcuno che continua a scommettere sui giovani. Quel Dio
che sceglie ciò che è debole, fragile, incerto per ridurre al nulla i potenti, e si
compiace di rivelare le cose ai piccoli, perché "gli adulti" (gli autosufficienti) non
ascoltano. Io non conosco niente di più entusiasmante di questo Dio, in tema di
giovani. Giovani che a volte si sentono degli "sfigati" a essere cristiani e non si
rendono conto di avere dalla loro parte chi li conosce da sempre, e per questo li
ama e li vuole da sempre e per sempre. Sognate giovani, sognate perché siete il
Sogno di Dio. Ma ricordate che non si manifesta in grandi raduni o dispiegamenti di
forze, ma nelle orecchie di ciascuno. Immersi in un milione di coetanei di ogni lingua,
cercate nel silenzio quel sussurro che vuole confidarvi il Sogno che ha per voi. Avrete
il coraggio di ascoltare? Avrete il coraggio di dire di sì, qualsiasi cosa vi chieda? Il
cristianesimo è per gente coraggiosa, per gente che rimane giovane tutta la vita.
Altro che sfigati. Dio è come le conchiglie che si trovano sulle spiagge. Se le porti
all’orecchio contengono tutto il mare. Ma per ascoltare ci vuole raccoglimento,
silenzio, pazienza e il coraggio generoso di non andarsene come fece quel giovane
ricco del Vangelo, la cui ricchezza principale era proprio la sua giovinezza che volle
tenere per sé. Se ne andò triste e io me l’immagino anziano e malinconico, a
rammaricarsi di quella fuga, come accade a chi si accontenta solo dei suoi
piccolissimi sogni e non si fida del Sogno di Dio. Magari perché non si è dato
neanche la possibilità di ascoltarlo.
I personaggi del presepe e le nostre storie/1. Quel pastore, tu, io e il
bambino

di Alessandro D'€ ™Avenia domenica 6 dicembre 2015


I santi hanno sempre risolto plasticamente un problema: saldare umano e divino. Imitatori di Cristo,
perfetto Dio e perfetto uomo, riuscirono nella loro vita a ripresentare quell’equilibrio tra cielo e
terra, tra spirito e corpo, tra mani e pensieri, che risolve tutte le crisi umane.Così Francesco, otto
secoli fa, inventava il presepe proprio per unire spirito e corpo e fare memoria viva del mistero
dell’incarnazione. Dio era venuto in un recinto, presepe vuol dire ciò che ha dinanzi ( prae-) un
recinto, siepe (- sepes): la mangiatoia. Dio viene nel Recinto del Mondo, confina il suo infinito ed
eterno fino a sfinirlo, per concedere allo spazio e al tempo finiti di superarsi e trascendersi, dalle
stelle alla stalla e ritorno. La teologia esistenziale di Francesco rendeva permeabile ai sensi dei suoi
contemporanei ciò che dodici secoli prima Dio aveva reso permeabile, una volta per tutte, agli
uomini di tutti i tempi, incarnandosi: facendo il presepe Francesco ripeteva l’iniziativa di Dio,
facendo risuonare in un piccolo spazio della sua terra quello che Dio aveva fatto venendo nel
piccolo spazio della sua Terra. Il rito del presepe è infatti un rito di ri-creazione: dà gioia e
materialmente rifà la storia della salvezza, facendola uscire dalle mani dell’uomo. Nella mia terra,
la Sicilia (Terra di Meraviglie e non solo di altre 'M' come sostenuto recentemente da alcuni) ci
furono le mani di un uomo, nel 1600, che si dedicarono all’attività di scultore proprio per questa ri-
creazione: Giovanni Antonio Matera, operante fra Trapani e Palermo, soprannominato dai suoi
concittadini Mastru Giuvanni lu Pasturaru, scolpì presepi e soprattutto pastori, che in miniature di
20-30 centimetri confinavano nell’arte scultorea del barocco siciliano l’essenza del mondo. Ne
rimase impressionato persino il principe Ludovico di Baviera che, nel suo viaggio in Sicilia a inizio
’800, fece incetta di quei pastori, pezzi unici, tanto che il figlio Massimiliano II li collocò nel Museo
nazionale di Baviera. Anche io quando ero bambino sperimentavo questa forza 'ricreativa' nel fare il
presepe. Era il rito che scandiva il nostro Avvento (lo spirito ha bisogno della materia), all’inizio del
quale i genitori ci portavano in escursione in montagna, alla ricerca del muschio fresco nel bosco di
San Martino delle Scale. Bisognava essere attenti a scovare i tappeti di muschio più ampi, così da
averne pochi pezzi compatti, che rendevano il presepe più bello. Dovevamo aver cura di staccarlo,
meglio dalle rocce che dagli alberi, senza rovinarlo, scegliendo quello con meno terriccio. Poi
veniva il rito della pulitura e dell’essiccazione. Solo allora si poteva stenderlo sulla base di
polistirolo coperta di giornali e cominciare la creazione di quel mondo in miniatura, in cui era
rappresentato il gioco che Dio fece col Mondo alle origini, sapendo che sarebbe stato il recinto
dentro cui avrebbe giocato il Verbo fatto Bambino.La Creazione non era altro che il Presepe, la
camera del Bambino. E qui la storia di quello scultore siciliano del 1600 si intreccia con la mia,
perché mentre il muschio si asciugava andavamo a comprare un pastore nuovo. Erano pastori
grandi, tra i venti e i trenta centimetri, di legno. Ogni anno, dato il costo, ne compravamo solo uno,
da un artigiano che si dedicava soltanto a questo (ora non esiste più). I pastori imitavano quelli della
tradizione siciliana, tra i quali quelli inventati da Matera, che scolpiva su legno di tiglio le parti del
corpo e lo scheletro, sul quale sovrapponeva, con la tecnica della 'tela e colla', vesti e oggetti
caratterizzanti il personaggio. Per me, bambino dotato di grande fantasia, era un vero e proprio
avvento: costruivamo il mondo da capo, perché il Natale accadesse, mescolando gli elementi vivi
del creato, come il muschio, a quelli verosimili dell’arte umana, le statue del presepe. Tutto si
indirizzava verso una perfetta sintesi. Uno dei pastori inventati da Matera era il 'pastore che si toglie
la spina dal piede', nel quale mescolava l’eco colta dello Spinario di età ellenistica e il gesto
realistico del pastore che, recandosi di corsa verso la Grotta dell’Annuncio, si ferisce proprio su
quel terreno che imitavamo con il muschio ancora fresco e profumato. Vorrei dedicare questa prima
puntata narrativa sul presepe proprio a questo personaggio e al muschio. Il Creato è una delle due
strade – l’altra è la Scrittura – che Dio ha battuto per farsi trovare, qualcosa che già il mondo
pagano sapeva, come testimonia la risposta di Aristotele a quel tale che gli chiedeva dove avesse
imparato le verità che spiegava: «Nelle cose, poiché esse non mentono». La terra non mente, il
muschio non mente (indica sempre il Nord, perché cresce sulla parte più umida e fresca degli
alberi). Il pastore che si toglie la spina lo sa: la strada per raggiungere la grotta è il Creato, da
contemplare, conoscere, coltivare, custodire. Ma quel Creato sa anche difendersi, irto di spine,
resiste alla trasformazione e coltivazione, soprattutto se sconsiderate, o addirittura può irretire con i
suoi rovi, ferire fino ad avvelenare. Per questo, come quel pastore, proprio mettendosi in cammino
d’Avvento, si sentirà l’urgere della spina che ferisce la nostra carne, che ci ricorda che la nostra
umanità è fragile e che per accostarci dobbiamo prima voler eliminare la spina che ci affligge,
mostrare la ferita perché venga curata. Le spine estirpate verranno tutte raccolte e intrecciate per
una corona regale, il nostro dono al Re che viene come Bambino, la Corona che ha voluto accettare
perché quel pastore, tu e io, diventassimo Re.

II. Il pastore addormentato e quello spaventato

Il Presepe è il Mondo. Dio fece il Presepe del Mondo perché suo Figlio un giorno vi abitasse.
L’uomo creando il presepe, ricrea se stesso e scopre l’essenza di quel mondo che è chiamato ad
abitare, coltivandolo e custodendolo. Lo sapeva bene Giuseppe Antonio Matera, grande scultore di
presepi e pastori del barocco siciliano, inventore di personaggi che entrarono nella tradizione del
presepe locale. Se nella scorsa puntata ho parlato del muschio e del pastore che si toglie la spina dal
piede, adesso vorrei soffermarmi su altri due pastori del presepe siciliano, posto che nei personaggi
del presepe è l’uomo di tutti i tempi che si rivela, con i suoi pregi e i suoi difetti. Così troviamo
adagiato da qualche parte il pastore addormentato, detto “Susi Pasturi” (susirisi è il verbo siciliano
che indica lo svegliarsi e levarsi), e ben dritto da qualche altra il cosiddetto “Sbaundatu/Scantatu ra
stidda”, il pastore a bocca aperta che guarda o indica la Stella, colto da una meraviglia incontenibile
(in altre tradizioni è un personaggio femminile di nome Meraviglia).

Mi piace pensare a questi due personaggi come ad uno solo, colto in due momenti diversi. Il sonno
tranquillo del primo, meritato riposo notturno di chi ha lavorato tutto il giorno e che proprio in quel
riposo cerca la cura di una vita spesso piena di dolore, noia, ripetitività, quella che il pastore di
Leopardi conosceva bene: “Se tu parlar sapessi, io chiederei: / Dimmi: perché giacendo /A
bell’agio, ozioso, / S’appaga ogni animale; / Me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?”. Il pastore
dormiente sa che quel riposo non basta mai, gli manca sempre qualcosa capace di riempire di
meraviglia la vita, di gioia e di riposo il lavoro stesso, tanto da risolvere il grande enigma
dell’esistenza: esiste qualcosa capace di rendere il lavoro riposo, la fatica gioia, le ore del giorno
pace? Quel pastore ci rappresenta quando vorremmo fuggire dall’agone del mondo che si è fatto
troppo arduo, quando nel cuore non c’è pace, l’amore degli altri non ci raggiunge, e ci sentiamo soli
anche in mezzo alla folla. Gli altri ci toccano, ma la nostra parte più intima non è toccata dalla
grazia, dalla bellezza, dalla gioia. Meglio dormire e aspettare il sonno eterno (poi stanco si riposa in
su la sera: / Altro mai non ispera, rincara Leopardi), morire o dormire? Entrambe sono esperienze
che si fanno in orizzontale, dormire ci prepara alla posizione definitiva. Eppure nella notte oscura
del nostro cuore, della nostra vita quotidiana può levarsi una stella, una novità, una notizia che
rinnova tutto, che accende una speranza dentro la paura. Ai primordi della letteratura occidentale
Omero ci regala una delle sue più belle similitudini, che sembrano descrivere il nostro pastore
“spaventato”, “meravigliato”, dalle stelle: “come quando le stelle nel cielo, intorno alla luna che
splende, / appaiono in pieno fulgore, mentre l’aria è senza vento; / e si profilano tutte le rupi e le
cime dei colli e le valli; / e uno spazio immenso si apre sotto la volta del cielo, / e si vedono tutte le
stelle, e gioisce il pastore in cuor suo” (Iliade, VIII, 555-560). Il pastore trova un motivo per essere
verticale, attraverso la gioia del cuore, provocata dalla meraviglia del dispiegarsi del firmamento, si
sente chiamato ad essere verticale, c’è una forza di gravità che spinge al contrario, chiama verso
l’alto, riempe di bellezza la fatica quotidiana. Non è forse quello che Dio fa sperimentare ad
Abramo, quando lo invita ad uscire dalla sua tenda per mettersi in viaggio, gli dice: “Esci fuori,
guarda il cielo”. La sua discendenza sarà superiore al numero delle stelle. Abramo viene risvegliato
dal suo sonno, dal suo ristretto giro di cose e chiamato ad una pienezza nuova, a testimonianza del
quale Dio gli mostra il cielo stellato, nulla più (E quando miro in cielo arder le stelle; /Dico fra me
pensando: /A che tante facelle?). Allora il pastore Abramo si mette in viaggio, la volta celeste lo
invita al volo, non folle e non frutto di semplice immaginazione: “Forse s’avess’io l’ale / Da volar
su le nubi, / E noverar le stelle ad una ad una… / Più felice sarei, dolce mia greggia, / Più felice
sarei, candida luna.” Quel “forse” viene messo da parte e si fa certezza, il pastore si sveglia e veglia,
attende qualcosa e diventa attento, attenzione e attesa hanno la stessa radice, si mette in cerca dei
segnali che facciano scoprire l’antidoto al tedio, alla noia, alla fatica, che diano senso anche alla
fatica, alla noia e al tedio. La vita del pastore è rinnovata da dentro e costantemente, il piccolo
diventa immenso.

Se il Natale non desta in noi questa meraviglia rimarremo dormienti come Susi Pasturi, non ci
renderemo conto di nulla e rimarremo chiusi nel nostro ristretto giro di cose, che poi si rovinano e
finiscono con l’annoiarci. Eppure sappiamo quanto si parli di necessità di “vegliare” nel Vangelo,
sembra quasi essere l’invito più pressante, tra vergini stolte, servi addormentati o pigri, discepoli
oppressi dal sonno. L’avvento è l’annuale occasione che ci è data per scoprire il segreto delle stelle,
vero fondamento (firmamento vuol dire questo) della gioia stabile del cuore, promessa scritta nelle
cose: c’è una Stella in arrivo, per cui vale la pena essere verticali. E riposare è necessario solo per
essere più pronti al cammino del giorno dopo. Camminare e riposare saranno un unico gesto festivo,
e la ferita della noia, del tedio, della paura, della stanchezza, si rimarginerà poco a poco, grazie alla
Stella. E sapere definitivamente che non “è funesto a chi nasce il dì natale”.

Avvenire, 13 dicembre 2015

III. Artigiani e suonatori

Nelle precedenti puntate sul Presepe si è parlato di pastori, come è giusto che sia. Il Vangelo parla
di pastori: a loro viene dato l’annuncio, perché sono loro a popolare i notturni ripari dove si
rifugiano Giuseppe e Maria per il parto. Eppure sin da bambino ero affascinato da un presepe
affollato di altre due categorie di personaggi: Artigiani e Suonatori, mutevoli a seconda della
latitudine. Tra i primi si possono annoverare: fabbri, arrotini, lavandaie, portatrici di uova,
acquaioli, carrettieri, venditori di frutta, marinai, facchini, osti e avventori, venditori di caldarroste,
vasai, mugnai, tessitrici, filatrici, fornaie, ciabattini, falegnami, cenciaioli, guardiane d’oche,
pescatori… Tra i suonatori troviamo: flautisti, zampognari, cantastorie, giocolieri, danzatori…

Questi personaggi non potevano certo essere attivi nel cuore della notte della nascita del Bambino,
ma è stato da subito chiaro, a chi inventava il gioco del Mondo del presepe, che non c’è Mondo
senza lavoratori e suonatori. Il Mondo in cui Cristo viene non può essere senza lavoro (egli stesso fu
falegname per trent’anni) e senza musica. Festa e lavoro sono il ritmo secondo il quale si muove il
Recinto del Mondo, il Presepe della Storia umana, come nella prima settimana della creazione.

Inoltre l’uomo è posto da Dio nel giardino dell’Eden perché “lo lavori e lo custodisca” si dice nella
Genesi (2,15). Il creato è lo spazio che l’uomo, con la sua creatività, è chiamato a lavorare e
custodire, e nel farlo festeggia, riposa, gioisce ed entra in rapporto con Dio, “che passeggiava nel
giardino alla brezza del giorno” con l’uomo (Gn 3, 8). Con il peccato la consegna non è cambiata, è
cambiata la risposta del creato: il peccato non introduce il lavoro nel piano divino, che c’era già, ma
la fatica e la resistenza del creato e dell’uomo stesso a svilupparsi secondo il progetto di Dio. La
dimensione di festa si offusca, Dio non passeggia più con l’uomo, tutto è fatica.
Platone, attento testimone di queste conseguenze, scrive che gli dei condannarono l’uomo al lavoro
e per compassione gli concessero intervalli di riposo per le feste, affinché l’uomo ricevesse in quelle
occasioni la luce e la forza per vivere rettamente. Per gli antichi la festa era una specie di condono
alla condanna quotidiana del lavoro. Riconoscono nella festa la luce originaria, ma non scorgono
più il legame divino tra lavoro e uomo, schiacciati solo dal negativo della caduta: la fatica, la
ripetitività, la necessità. L’aspirazione è poter non lavorare e la festa serve a costringere gli dei a
passeggiare di nuovo con gli uomini.

Con l’incarnazione il progetto divino è restituito al suo ordine originario che dà la possibilità di far
festa nel quotidiano, benché sia diventato faticoso (Cristo non ci nasconde che “ogni giorno ha la
sua fatica”). Ma che il Dio fatto carne abbia avuto un lavoro e lo abbia svolto per trent’anni elimina
ogni ombra di condanna dal lavoro umano. Cristo era noto come falegname e chissà quanto legno
avrà piallato nella sua vita, e quel legno, resistente e modellato a fatica e con il quale l’uomo gli
modellerà la croce, è stato “redentivo” quanto i suoi gesti straordinari: miracoli, guarigioni,
trasfigurazioni. I trent’anni di vita ordinaria di Cristo ci aiutano a rientrare nel piano originario di
Dio: il lavoro – purché onesto – non è condanna, ma progetto divino, e la festa, dopo il peccato
originale, è ratifica del fatto che verrà un tempo, qui solo intravisto e pregustato, in cui celebreremo
in un’unica ininterrotta festa i doni del creato. Senza la festa il lavoro non si comprende e viceversa.

L’uomo per dialogare con Dio è chiamato tutt’ora a coltivare e custodire il pezzo di giardino che gli
è affidato. Lavorare è pro-creare: partecipare allo sviluppo e alla custodia delle risorse che gli sono
date, infatti l’uomo e la donna, che lavorano nel posto giusto, vedono e sentono fiorire le proprie
qualità e quelle di chi beneficia del loro lavoro, nonostante la fatica. Gioioso è solo chi lavorando
riposa o riposa lavorando.

Il tempo libero (come ahimè anche i cristiani si sono abituati a chiamarlo, accettando la dinamica
della schiavitù al lavoro, come la intendevano i pagani) è in realtà tempo della festa, tempo in cui si
festeggia la gioia del talento ricevuto. Invece un lavoro vissuto senza la luce dell’incarnazione,
tende a ridursi a condanna, semplice neg-otium, rispetto all’otium degli dei; e il tempo libero finisce
con l’essere inteso come “privo di lavoro”, quando è libero ogni istante, feriale o festivo, vissuto da
un cuore liberato dalla grazia. Solo se il lavoro è luogo della coltivazione di sé e dono dei propri
talenti agli altri, il tempo in cui l’uomo non lavora diventa tempo della festa, priva, questo sì,
dall’affanno dell’utile, ma pura gioia del ricevere e del condividere, del ritemprare le forze per un
lavoro rinnovato, e non fuga dalla realtà in non-luoghi come gli affollati ipermercati domenicali,
versione secolarizzata e insoddisfacente della festa (non mantengono mai ciò che promettono).

L’uomo è chiamato a creare la propria bellezza. Non è già tutta fatta, ma da compiere, in sé e nelle
cose: il termine creatura infatti origina dal participio futuro latino ed esprime la tensione verso un
compimento di ciò che è già in potenza, come avventura, che è la vita del cristiano, non da salotto,
non da divano, non bigotto, ma l’avventura dell’artigiano e del suonatore. È necessario riportare il
fuoco nel grigiore del quotidiano, e questo passa solo attraverso quell’arte del vivere che Cristo è
venuto a insegnarci con la sua incarnazione e a rendere a noi possibile, donandoci la sua grazia.

Per questo quando il Bambino nasce si dispiega il ventaglio del lavoro dell’uomo e in
contemporanea il ventaglio della festa, perché sono due atteggiamenti del cuore, compresenti da
quando Cristo è uomo, e ogni giorno possibili, perché è vero che ogni giorno ha la sua pena, ma è
altrettanto vero che l’uomo Dio ha conosciuto questa pena e l’ha trasformata da dentro in materia
divina (“senza me non potete fare nulla”, anzi si potrebbe dire senza di me “fate il nulla”). Dio ha
ripreso a passeggiare con l’uomo, che può finalmente essere artigiano e suonatore nel Presepe del
Mondo, in questa notte di stelle.
IV. Il fuoco dello zio

Tra i personaggi del presepe della tradizione siciliana che ho raccontato in queste settimane, quello
che mi affascina di più in questa notte di veglia è Zu Innaru, zio Gennaio o Gennaietto. Si tratta di
un vecchio pastore, che riscalda il suo corpo infreddolito al fuoco, che poi offre anche a Maria e
Giuseppe, perché possano riscaldare il Bambino.

Per quanta simpatia mi abbiano sempre ispirato bue e asino, non mi ha mai convinto la versione
idilliaca che fosse il loro fiato a riscaldare il Bambino: più che un conforto sarebbe stato un
supplizio, che Maria non avrebbe permesso. Era necessario il fuoco e questo fuoco,
nell’immaginazione di chi fa il Gioco del Mondo che è il Presepe, è procurato da un “inutile” (credo
che lui così si sentisse) vecchio che porta il nome del primo mese dell’anno, il primo mese del
primo anno dell’era cristiana.

Lo Zio Gennaio è un pastore provato da fatica, anni e freddo. I pastori sono disprezzati nel mondo
ebraico, a causa del loro lavoro che li tiene lontani dai riti della legge. Gli è rimasto solo il fuoco in
questa notte di stelle a riscaldargli un po’ il cuore e le membra, chissà dove è sua moglie e i suoi
figli, chissà se si ricordano ancora di lui. Sogna a tratti di palazzi confortevoli e giacigli morbidi, di
sorrisi e di abbracci, ma quando si sveglia e vede il suo gregge sente tutta la fatica della sua vita
ripetitiva e votata solo a finire, e cerca di riaddormentarsi in fretta, dopo aver attizzato il fuoco, per
lenire almeno il gelo del corpo se non quello del cuore. Ma all’improvviso una coppia in cerca di
riparo con una giovane ragazza incinta scuote il suo torpore, e offre ad un ragazzo forte e stanco, di
nome Giuseppe, il suo fuoco per riscaldare l’ambiente inospitale di uno di quei ripari per animali
scavati nella roccia, che lui conosce bene.

Il fuoco è ciò che nel mito Prometeo aveva strappato agli dei, ribellatosi a Zeus, che, deluso dalla
razza umana, aveva deciso di sterminarla e sostituirla. Prometeo invece lo dona agli uomini insieme
a tutte le arti, proprio perché possano affrancarsi dal controllo degli dei. Per questo Zeus lo
condanna al terribile supplizio: incatena Prometeo ad una rupe e il suo fegato, nel mondo antico
organo deputato a raccogliere il sangue e quindi la vita stessa, viene divorato dall’aquila del padre
degli dei, per ricrescere il giorno dopo ed essere nuovamente distrutto, provocando una continua
morte in vita. Gli dei non sopportano che agli uomini vengano concessi i privilegi esclusivi del
mondo divino, né che gli uomini siano liberi.

Al contrario, nel Presepe non ci sono divinità invidiose, ma c’è un Bambino che è il Salvatore.
Almeno così affermano gli angeli ai pastori, che chiedono un segno. Lo potranno riconoscere così: è
in una mangiatoia. Il segno perché Dio si faccia riconoscere è di fatto un “non segno”: la vita
quotidianissima di una giovane famiglia in stato d’emergenza, un Bambino deposto in fasce in un
presepe. Il segno di Dio è l’ordinario, un segno tenue come la brezza in cui Elia riconobbe la
presenza del Signore, che non era in nulla di eclatante. Con questo segno silenzioso e invisibile, una
famiglia qualsiasi in un luogo qualsiasi, è abbattuta la separazione tra sacro e profano, il profano
anzi diventa il luogo del sacro e del mistero, purché si abbiano occhi per vedere. L’ordinario è
divenuto straordinario, Dio si è fatto uomo, adesso l’uomo può farsi Dio. Dio si è fatto Bambino e
in una sola notte i Bambini diventano la vetta della dignità umana, quando nella lingua della grande
cultura occidentale, il greco, la lingua dei vangeli, i bambini sono indicati solo con l’articolo che si
usa per le cose. A differenza degli dei antichi, che ci tenevano alla loro separazione, questo
Bambino-Dio non ha neanche il privilegio del fuoco, viene al freddo di una notte di stelle, in un
riparo improvvisato, perché nella locanda non c’è posto. Dio non solo non si tiene il fuoco per sé,
ma non lo ha e lo deve mendicare all’uomo, dall’ultimo degli uomini: la situazione è ribaltata. Per
questo lo zio Gennaio è il mio eroe, perché non è un titano che inveisce contro il cielo, ma un
povero pastore infreddolito e disperato, che presta il suo fuoco perché non ha altro. Non sa che sta
prestando il suo fuoco a Dio, ma Dio lo sa.

La scena ricorda le parole di uno dei personaggi di Vita e Destino di V.Grossman, Ikonnikov, che
riferendosi alla disfatta di nazismo e comunismo, distingue il Bene con la maiuscola che le
ideologie degli uomini vogliono imporre con i loro mezzi e si trasforma in sangue, soprattutto di
vecchi e bambini, dal bene piccolo e quotidiano: “E dunque oltre al bene grande e minaccioso esiste
la bontà di tutti i giorni. La bontà della vecchia che porta un pezzo di pane a un prigioniero, la bontà
del soldato che fa bere dalla sua borraccia un nemico ferito, la bontà della gioventù che ha pietà
della vecchiaia, la bontà del contadino che nasconde un vecchio ebreo nel fienile. La bontà delle
guardie che, a rischio della propria libertà, fanno avere a mogli e madri le lettere dei prigionieri. È
la bontà dell’uomo per l’altro uomo, una bontà senza testimoni, piccola, senza grandi teorie. La
bontà illogica, potremmo chiamarla.”

Credo sia questa la rivoluzione silenziosa cominciata in questa notte, quella della “bontà illogica”,
che porta ad amare persino il nemico e a pregare per il persecutore. Lo zio Gennaio è il primo uomo
a ricevere la grazia divina di poter donare (restituire) quel poco che ha a Dio stesso. Egli non lo sa,
ma quel gesto senza testimoni fatto ad un “piccolo”, lo ha fatto, lui pastore reietto ed escluso da Dio
e dagli uomini, al Dio onnipotente, creatore e signore del cielo e della terra.

Lo zio Gennaio si sente finalmente utile: qualcuno ha bisogno di lui. Dio ha bisogno di lui, con il
suo fuoco e con le sue arti, tanto disprezzate da tutti. Al contrario di Prometeo non deve strapparle
agli dei invidiosi ma, può donarle al Dio che glieli chiede in elemosina per fare la redenzione, che è
rendere evidente agli uomini la verità. Il fuoco che il Bambino ci chiede è quello dei nostri talenti,
del nostro lavoro, di ciò che ci riesce bene, di ciò che ci appassiona e ci permette di fiorire e far
fiorire gli altri servendoli con quei doni, fino a poter dire che questa vita, nonostante tutto, è bella e
vale la pena esserci anziché no. Questo pensa zio Gennaio in quella grotta.

Questo è il mistero della notte di Natale: Dio ha bisogno di te e me. Fosse anche solo per il nostro
piccolo fuoco e la nostra grande stanchezza.
Il sangue versato, vino per la nostra vita. E se il venerdì fosse il giorno della festa?

Chi di noi nel bel mezzo di una felicità non è colto a volte da un improvviso senso di smarrimento,
quando si rende conto che potrebbe sfuggirgli di mano o che inevitabilmente finirà, e vorrebbe
fermare il tempo? In che cosa sperare, quando la festa finisce e rimangono solo i segni
dell'abbandono alla sera di quel giorno? A che cosa possiamo noi aggrapparci perché la festa
continui sempre? E non è questo quello di cui parla di più il Vangelo: feste, banchetti, inviti a
nozze?Quando Dante viene soccorso da Virgilio nella sua notte oscura, le prime luci dell'alba che
danno speranza al poeta sono quelle del venerdì santo, per molti commentatori quelle del 25 marzo,
festa anche dell'Annunciazione e, nella tradizione medievale, data simbolica della creazione del
mondo, all'inizio della primavera “quando l'amor divino / mosse di prima quelle cose belle”. La
presenza di Virgilio è frutto di una catena di misericordia che da Maria, attraverso santa Lucia,
Beatrice e l'autore dell'Eneide, arriva al nostro poeta, infatti egli spiega a Dante, bloccato tra selva e
fiere, che “Donna è gentil nel ciel che si compiange / di questo impedimento”. Maria, avendo
compassione per l'uomo che non riesce a superare l'ostacolo insormontabile, interviene piegando
perfino “il duro giudizio” del cielo, lei è la donna gentile che, proprio in quel 25 marzo, disse “sì”
all'amore “per lo cui caldo ne l’etterna pace / così è germinato questo fiore” di una primavera
perenne.Nella Commedia, e anche in quest'anno giubilare, il venerdì santo e la festa
dell'Annunciazione sono intrecciati e non possiamo ignorarlo. “Donna” (da “domina”, signora) è il
nome che Virgilio usa per riferirsi alla Madonna (“mea domina”), lo stesso nome che Cristo sulla
Croce rivolge a sua madre: “Donna, ecco tuo figlio”. In quell'epiteto dall'apparente freddezza, usato
nel vangelo di Giovanni, che non vuole raccontarci la semplice cronaca dei fatti, risuona lo stesso
accento con cui Cristo le si rivolge alle nozze di Cana, quando Maria fa notare al figlio che in quella
festa non hanno più vino: “Che ho da fare con te, o donna, non è ancora giunta la mia ora”. L'ora
adesso è giunta, e Maria, onnipotenza supplicante come la chiamano i teologi, l'aveva
semplicemente anticipata con il segno dei 600 litri d'acqua trasformati in vino, perché dire “non
hanno più vino”, alla luce dell'ultima cena e della crocifissione, non è altro che dire: “non
hanno più sangue”, non hanno più vita, solo con il dono della tua avranno una festa illimitata,
nozze senza fine. Dostoevskij ha scritto il suo romanzo più grande a commento di questo passo, nei
Fratelli Karamazov infatti fa dire ad uno dei suoi personaggi chiave, a commento delle nozze di
Cana a cui dedica un intero capitolo: “egli converte l'acqua in vino per non interrompere la gioia
degli ospiti, aspetta nuovi ospiti, ne invita continuamente di nuovi, e così nei secoli dei secoli”. Ora
sulla croce è evidente che quel “non hanno più vino” sta per “non hanno più sangue”: il
sangue che Cristo dà perché la festa continui, e che ha offerto nell'ultima cena proprio come
memoriale perenne della sua morte e resurrezione. Sbagliano quelli che si concentrano sul sangue
del sacrificio senza tenere presente il vino delle nozze, manca un pezzo, manca il pezzo più bello.
Non è il sangue il fine, ma la festa. Quel sangue-vino ci raggiunge ogni giorno nell'Eucarestia,
sorprendendoci, come accade al maestro di tavola delle nozze di Cana: proprio quando abbiamo
esaurito le nostre scorte, arriva il vino migliore, questa è l'unica vera buona notizia. L'uomo per
quanto cerchi di far festa si ritrova sempre senza scorte, ma Cristo lo rifornisce del vino-sangue che
rinnova tutto e per sempre, fa nuove tutte le cose strappandole al loro esaurirsi e alla nostra
stanchezza.Maria è l'origine, il sangue di Cristo è quello che lei gli ha dato nei nove mesi di
gestazione, è lei che con la sua “compassione” si rende conto, per prima, che siamo rimasti senza
più nulla, che non c'è più modo di festeggiare e in qualche maniera “costringe” il Figlio a darsi:
“Fate quello che egli vi dirà”. Cristo sulla Croce riprende quel momento e lo compie, adesso la sua
ora è piena, e chiede a sua madre di continuare a custodirci come aveva fatto a Cana: il discepolo
diventa figlio e lei madre. Il testamento di Gesù sulla Croce non è un messaggio astratto, ma è la
“Donna” della festa, la Donna gentile, il cui fiat rende il mondo una primavera perenne, una festa
continua. Il testo dice che da quel giorno Giovanni, autore di quel Vangelo intessuto – a saper
ascoltare - di dialoghi intimi con Maria, “prese Maria con sé”, anzi le parole affermano con più
forza “la prese tra le sue cose”. Solo se tra le nostre cose più intime, proprio dove il nostro
umano si esaurisce, la nostra capacità di far festa viene meno, il nostro vino scarseggia,
accogliamo la Donna gentile, non ci mancherà mai il vino per la festa, perché noi da soli
proprio non riusciamo a far festa: le nostre feste finiscono tutte.Solo se riceviamo il testamento
di Cristo, Maria, verremo resi discepoli, e la sera del dì di festa non solo sarà ancora festa ma lo sarà
di più, e inoltre la nostra povera acqua sarà vino per chiunque ci passerà a fianco. Questo venerdì, ci
dice Cristo, è il giorno della Donna, della mia Donna, che adesso è tua.

IL NUOVO ROMANZO. Il ritorno di D'Avenia ... sui padri perduti

Antonia Arslan martedì 1 novembre 2011


Un narratore sconosciuto che esplode alla prima prova, come Alessandro D’Avenia con Bianca
come il latte, rossa come il sangue, e inoltre si fregia anche di un nome elegante e scorrevole,
tanto calzante da sembrare uno pseudonimo, non può che aspettarsi sopracciglia alzate e molti
«sì, però...» al secondo libro. La cosiddetta "società letteraria italiana" è smilza, gelosa e
percorsa da brividi di robusta invidia. Si sgomita per una segnalazione, si ucciderebbe per
ottenere quello che il bravo D’Avenia ha ottenuto in un soffio, con grazia spavalda e sofferta:
lettori appassionati ed esigenti, un identificarsi amoroso e selvaggio di moltissimi giovani, che
lo vedono come un maestro (e a ragione: la capacità di questo giovane scrittore di trasmettere ai
suoi lettori versi e voci della grande poesia e della grande letteratura ha del prodigioso: si vede
bene quanto li ama, i suoi classici, di quell’amore religioso e umile che li rende sempre nuovi).
E invece la scommessa del secondo libro (Cose che nessuno sa, Mondadori, pagine 332, euro
19, in libreria dal 2 novembre) mi pare sostanzialmente riuscita. Anche perché si appoggia
robustamente su alcuni "miti fondanti" di grande tenuta emotiva, capaci di generare immagini
forti, che giacciono nel profondo di ciascuno di noi. Prima di tutto c’è Omero, e un’Odissea resa
contemporanea, rivissuta e riamata, come è giusto che si amino i grandi libri. Margherita, la
quattordicenne protagonista, ascolta dal suo professore, che per lei diventa veramente
psicopompo, la storia di Telemaco, il figlio dell’eroe, che deve andare alla ricerca del padre
Odisseo, lontano da lunghissimi anni. Quella storia diventa la sua; quelle parole immortali,
Margherita sente che sono state create per lei. Allora se ne appropria, e le usa per comprendere
il proprio smarrimento e il proprio dolore per la fuga del padre amatissimo: e del personaggio di
Telemaco fa il suo modello e la sua guida. E così si abbandona a una fuga generosa e folle,
verso Genova, verso il mare dove il padre ha un suo rifugio: da là non risponde e non dà cenni
di vita, ma la figlia è sicura di trovarcelo. La accompagna il secondo protagonista, Giulio, un
ragazzo abbandonato dalla nascita, chiuso in un’autosufficienza maligna che cela una
disperazione profonda. Ma con Margherita si sono guardati, di uno sguardo che si è inciso
nell’anima di entrambi con forza straziante, adulta. Un altro grande mito (che si intensifica e si
giustifica nella seconda parte, man mano che la trama si fa più lineare e drammatica) è quello
della perla, e si gioca fin dall’inizio sul nome: margarita in latino (ma anche in antico italiano)
vuol dire appunto "perla". D’Avenia ha molto riflettuto sulla magica, lenta opera della
conchiglia che secerne strati e strati di madreperla per avvolgere il predatore che si è annidato al
suo interno, e sul modo in cui dalla bruttezza mortifera di un male esce alla fine la bellezza
translucida e vivente di una perla perfetta, col suo luminescente chiarore. E attribuisce alla sua
protagonista, inconsapevole di sé ma carica di destino, la capacità silenziosa ma smisurata di
fare del suo dolore un centro di forza, ponendosi al centro delle vite e dei destini di tutti i
personaggi che la circondano. Questa centralità si snoda pagina dopo pagina lungo tutto il libro,
ma si rivela con la massima chiarezza verso la fine, quando la ragazzina è in coma dopo un
brutto incidente, ma "sente" la forza dell’amore che salva, e riannoda i destini di tutti, come
tenendosi in equilibrio su una corda da funambolo, tesa nel cielo del suo sogno, nel mondo
silenzioso e vigile in cui si trova: «Sentiva l’urgenza di piangere, ma le lacrime non potevano
uscire. Allora cominciarono a fluire dentro di lei, calcificandosi lentamente attorno al
predatore». Se la piccola Margherita è la perla, allora è intorno a lei che tutte le vite degli altri si
riordinano, almeno provvisoriamente: «La più fragile di tutti su quel filo stava portando
ciascuno di loro lassù, a considerare quanto fossero fragili. L’unica forza per stare in equilibrio
sul filo della vita è il peso dell’amore». Margherita è il funambolo che «trasforma la gravità in
leggerezza, il peso in ali». Il terzo tema che percorre tutto il libro, sottotraccia ma fortissimo, è
il mito dell’isola, incarnato nella nonna siciliana. Anche Teresa conserva un segreto, che sarà
svelato solo nelle ultime pagine; ma la sua sola presenza è affascinante e riequilibra il libro sul
versante della quotidianità, là dove la preparazione del cibo si confonde con la luce ferma e i
mille proverbi, gli odori e i sapori della Sicilia. Le confidenze dei nipoti si intrecciano agli
ingredienti delle torte; la preparazione della cassata è un pezzo di bravura di straordinaria
efficacia. E non è un caso che il libro si concluda proprio nella casa sull’isola. La lingua di
D’Avenia è soave e sfrangiata, ma sempre appoggiata su una cultura profonda e profondamente
amata; ma alcune frasi, come il titolo, ricorrono più e più volte, come i ritornelli delle ballate e
delle canzoni ottocentesche, a screziare la compattezza del testo con misteriosi echi musicali.

…Margherita rideva fino alle lacrime, le stesse che il dolore aveva prodotto poco prima. Chissà
se la loro composizione era la stessa. Nessuno scienziato si occupa di questi esperimenti
fondamentali. Di sicuro c’è che gioia e dolore sgorgano da un’unica fonte, il cuore del cuore.

Il cuore non è altro che una fila di stanze, sempre più piccole, una immette in un’altra attraverso
una porta chiusa e scale che scendono. Sono in tutto sette stanze.

Il cuore del cuore è la settima, la più difficile da raggiungere ma la più luminosa perché le pareti
sono di cristallo.

Gioia e dolore vengono da quella stanza e sono la chiave per entrarci. Gioia e dolore piangono
le stesse lacrime, sono la madreperla della vita e quel che conta nella vita è mantenere intatto
quel pezzetto di cuore così difficile da raggiungere, così difficile da ascoltare, così difficile da
donare perché lì tutto è vero…(pag. 221, Cose che nessuno sa)

*
CAPIRSI CON IL CUORE…

Tu come hai fatto a capire che quella è la strada per te, il modo in cui giocarti la tua
intera vita?».

Così mi ha scritto una ragazza di 16 anni, dopo aver finito di leggere «Cose che
nessuno sa», mentre stavo scrivendo questo articolo.

Si può morire restando vivi. Si muore in molti modi e il più diffuso è quello della
solitudine causata dall’assenza di possibilità di raccontare la propria storia, unica e
irripetibile, a qualcuno. Amiamo e vogliamo essere amati perché ci sia almeno un
interlocutore a cui poterla raccontare questa nostra benedetta vita così grande e
fragile. Alcuni giovani muoiono da vivi, per assenza di racconto. Il mondo che
dovrebbe ascoltare le loro vite, quello degli adulti, giudica la loro tela assurda, prima
ancora che tratti e colori di quella storia si siano potuti dispiegare.

Si muore giovani, e non perché cari agli dei, ma perché disprezzati da loro. Non per
una guerra cruenta, ma per mancanza di sguardo: una vocazione, una unicità, per
essere ha bisogno di essere percepita.

La gioia di vivere - mi hanno insegnato i miei genitori e maestri - non dipende dal
successo, ma dal fatto di occupare il proprio posto nel mondo, nella fedeltà a quello
che siamo chiamati a essere e fare, sulla base dei nostri talenti e dei nostri limiti, la
conoscenza dei quali ha il suo spazio privilegiato nell’infanzia, nell’adolescenza e nella
prima giovinezza. Ciascuno di noi è la propria vocazione, la propria chiamata, il proprio
compito. Sul tempio di Apollo a Delfi c’era scritto «Conosci te stesso». Da lì prese le
mosse il pensiero occidentale ed è lì che bisogna guardare per questa crisi che è prima
ancora che economica, una crisi di senso e di identità.

Eraclito disse che il carattere dell’uomo è il suo destino. Platone immaginò nel mito di
Er che un «dàimon» ci affiancasse, perché il destino di ciascuno si compisse. Tutti
sappiamo che qualcosa ci chiama a percorrere un certo cammino. Magari non si tratta
di un annuncio eclatante, ma di piccole spinte (un libro, un film, un incontro, un
fatto...) verso una strada, mentre eravamo persi in una selva di vie possibili. Ognuno
di noi è irripetibile e la libertà, diceva Hannah Arendt, è «esserci per un nuovo inizio»:
a ciascuno di noi è affidato il proprio sé come inizio, compito e compimento. Solo
questo genera gioia di vivere: armatura forte di fronte ai fallimenti, spada che
consente di non rifugiarsi, impauriti dalla vita, in autismi virtuali ed emotivi
(dipendenze di ogni tipo).

Quando un adolescente cerca di spiegare la propria strada, senza rendersene conto


porta la mano al cuore, come se intuisse il mistero di sé. È uno dei momenti del mio
mestiere di insegnante che amo di più: quando si «accorano», si attorcigliano attorno
al proprio cuore per ascoltarlo e spesso accade quando sono ascoltati. Sarà proprio la
scoperta di questa unicità, percepita, preservata, ricordata, difesa da chi ci ama a dare
senso al quotidiano vivere, anzi proprio a quel ripetitivo copione darà brillantezza e
novità. Questo vale in ogni epoca e in ogni congiuntura storica, anche e soprattutto le
crisi, durante le quali si è costretti ad andare all’essenziale. Questo ai giovani non può
e non deve essere tolto: la bellezza che alberga nell’unicità di ciascuno ha bisogno di
ricevere uno spazio, un riconoscimento, per non morire. Questo spazio è la famiglia,
questo spazio è la scuola.

I ragazzi chiedono ogni giorno questo riconoscimento. Hanno nostalgia di uno sguardo
che riconosca la loro unicità, che non giudichi e inscatoli la loro vita prima ancora di
averla accettata nel suo straordinario, scomposto, contraddittorio emergere, che è già
segno di ricerca. Questo mi chiedono ogni giorno: «Aiutami ad essere me stesso». I
giovani di oggi hanno questa fame, io lo vedo, ma questa fame di sé, questa fame di
destino, questa fame di futuro è stordita dalla sazietà del benessere. Se non ho fame
di futuro il mio presente sparisce. E ha un sogno solo chi si ferma a considerare i mezzi
che ha per attuarlo. Ma se invece di conoscermi sonnecchio per riuscire a digerire
l’eccesso di portate di cui vengo ingozzato, sarà tardivo e brusco il risveglio: chi sono
io e che ci faccio qui?

Se so chi sono e che ci faccio qui è perché a 16 anni ho trovato chi mi aiutasse a unire
i pezzi ancora sconnessi del puzzle della mia vita e a percepirmi come compito da
realizzare. A 16 anni ho deciso di diventare insegnante perché avevo un insegnante
che amava non solo ciò che insegnava, ma amava la mia vita con la sua irripetibilità. A
16 anni ho deciso che volevo dedicare la vita ai ragazzi perché il professore di religione
della mia scuola, padre Puglisi, si lasciò ammazzare per provare a cambiare le cose.

A 16 anni i miei genitori mi hanno messo alla prova, e io che li mandavo a quel paese
come ogni adolescente, in realtà toccavo la reale consistenza dei miei sogni. Questi
mentori mi hanno insegnato che non è il successo il criterio per essere sé stessi, ma
che essere se stessi è il successo. Molti ragazzi rimangono paralizzati all’idea che non
riusciranno a realizzare i loro sogni e questo è il veleno di una società che lavora per
produrre, comprare e consumare, anziché lavorare per costruire un tempo buono e
ampio per appartenersi e appartenere attraverso relazioni e amicizie vere.

Se il criterio di giudizio dell’agire è il successo, si rimane prigionieri di un destino


crudele, che può schiacciare prima ancora di mettersi in movimento. Invece ciò che
rende felici è realizzare la propria vocazione, indipendentemente dal riconoscimento
«della folla». Si può avere successo come madre, come insegnante, come panettiere.
Basta essere pienamente ciò a cui si è chiamati.

È la crisi ad aver rubato ai giovani il futuro? No. La crisi farà venire più fame,
costringerà a non accontentarsi del benessere per essere felici. Il futuro ai giovani lo
rubano gli adulti che non li guardano, gli adulti che occupano i posti di potere e se ne
fregano del bene comune, gli adulti che fanno diga per l’ingresso di nuove leve negli
ambienti di lavoro, gli adulti che non sono disposti a mettersi al servizio della
generazione successiva passando il testimone. Come tanti Crono se ne stanno seduti a
digerire i figli che loro stessi hanno messo al mondo.

I sistemi educativi dovrebbero riconsiderare le loro priorità. Cominciamo a credere


nella unicità delle vite che ci sono affidate, serviamole togliendo qualcosa al nostro
egoismo. La cena con i figli è più importante di una pratica di lavoro sbrigata la sera
tardi, una moglie stanca dopo una giornata infernale è più importante di una partita di
calcio in tv, un alunno è più del suo 4 o del suo 8...

Dalla famiglia e dalla scuola si può ripartire: non si richiedono riforme strutturali, ma
riforme del cuore e della testa. In famiglia e a scuola ho imparato a occuparmi degli
altri e a non pensare di essere il centro del mondo. In famiglia e a scuola ho scoperto
la mia vocazione

Lo aveva già scritto in pochi versi Dante quando il suo maestro, Brunetto Latini, gli
disse: «Se tu segui tua stella/ non puoi fallire a glorïoso porto/ se ben m’accorsi ne la
vita bella/ e s’io non fossi sì per tempo morto/ veggendo il cielo a te così benigno/ dato
t’avrei a l’opera conforto».

“Il tuo cuore agitato sente sempre una gran mancanza, un non so che di meno di quello che
sperava, un desiderio di qualche cosa, anzi di molto di più” (Giacomo Leopardi, Zibaldone,
1820)

Dedicato a tutti coloro che conoscono la malinconia, reliquia dell'assoluto nel cuore umano.
Dedicato a tutti coloro che questa malinconia la nascondono, perché ne hanno troppa paura,
come una diga che potrebbe cedere. Dedicato a tutti coloro che fingono di non provare questa
malinconia, con maschere splendenti. [A. D’avenia da web Fb]
La Grande Nostalgia

Era il 1964 quando 8 e ½ vinse l’Oscar come miglior film straniero. Sono passati 50 anni e
Paolo Sorrentino, nel ritirare lo stesso premio, ha rievocato il maestro.

Nel capolavoro di Fellini il protagonista è Guido, un regista che dovrebbe girare un film, ma
finge, la sua arte è in crisi perché è in crisi la sua vita (soffre non a caso di crisi cardiache). Il
girotondo di figure con cui dialoga sono in realtà altrettanti tentativi di salvarsi l’anima e, nella
scena più bella di tutto il film, parla con Claudia (Cardinale), che ha la purezza che manca a lui
e alle sue amanti e, incantato dalla sua bellezza che genera un rispetto sacro che lo potrebbe
rinnovare, le chiede:

“Tu saresti capace di essere fedele ad una cosa, ad una cosa sola e farne la ragione della tua
vita? Una cosa che raccolga tutto, che diventi tutto, proprio perché è la tua fedeltà che la fa
diventare infinita. Ne saresti capace?”

Lei ribatte: “E tu ne saresti capace?”

“No, questo tipo vuole prendere tutto, arraffare tutto, non sa rinunciare a niente, cambia strada
ogni giorno perché ha paura di perdere quella giusta e sta morendo come dissanguato”

La sua crisi cardiaca è una crisi di sangue: è uno che arraffa, non sa dare.

“Così finisce il film?” chiede lei.

“No così comincia. Poi incontra la ragazza della fonte: è una di quelle ragazze che danno
l’acqua per guarire. È bellissima: giovane e antica. Non c’è dubbio che sia lei la sua salvezza”

Il protagonista intuisce che c’è una bellezza che promette salvezza, una bellezza infinita, che
non si può rovinare, ma si rende conto che la via d’accesso gli è preclusa. Ci vorrebbe una
fedeltà tale da rendere quell’oggetto d’amore, infinito.

Allora lei lo inchioda:

“Un tipo così, che non vuol bene a nessuno, non fa mica tanta pena. In fondo è colpa sua. Che
cosa pretende dagli altri? Incontra la ragazza che lo può far rinascere. Ma è lui che la rifiuta.”

La crisi è una crisi personale. Egli ammette la sua colpa e cerca l’assoluzione, ma il suo male
non desta misericordia. È soltanto un egoista. Guido cerca di difendersi con “una” verità, ma lei
lo costringe a considerare “la” verità:

“Perché non ci crede più”

“Perché non sa voler bene”

“Perché non è vero che una donna possa cambiare un uomo”

“Perché non sa voler bene”

“E perché soprattutto non mi va di raccontare un’altra storia bugiarda”


“Perché non sa voler bene”

50 anni dopo viene premiato un film italiano che racconta la stessa storia. Uno scrittore in crisi
di ispirazione che si ingaglioffa nel mondo delle feste romane, dorme di giorno, balla e
consuma alcool e amori di notte. E più la noia lo fa suo più si risveglia il ricordo della sua
bellissima ragazza “giovane e antica”, la promessa di un amore giovanile, purissimo e sacro,
salvifico ma impossibile. La vita è solo una promessa d’amore non mantenuta: non resta che
raccogliere tante delusioni quante sono state le illusioni. Tutto è un grande trucco, ripete il
malinconico e cinico Jap Gambardella. Non resta che vivere di nostalgia, il sentimento che
rimane all’uomo deluso: rievocazione di ricordi di un eden perduto, o di un eden promesso ma
non realizzato (che è lo stesso).

La differenza con il Guido di Fellini è che quella crisi da individuale è diventata sociale. È tutta
Roma (il decreto “Salva Roma” è ironicamente all’ordine del giorno), e quindi tutta l’Italia, che
vive di una promessa non mantenuta, di una bellezza giovane e antica, che potrebbe salvarla
come la ragazza con l’acqua. Ma è solo un’illusione. Tutto cade a pezzi, come i muri del tempio
di Venere a Pompei. E perché?

Perché non siamo stati capaci di voler bene a questo Paese e quindi a noi stessi. Ci siamo fatti
gli affari nostri, come diceva quel personaggio dei Viceré, facendo il verso a D’Azeglio, “Fatta
l’Italia, adesso possiamo farci gli affari nostri”. Non ci resta che vivere di nostalgia, o di
cinismo. Non abbiamo più le forze per essere fedeli, non sappiamo essere fedeli a noi stessi, ad
un amico, ad un amore, figuriamoci ad un Paese intero. Non sappiamo voler bene, non
sappiamo più cosa sia il bene comune e tutto si è trasformato in un trucco: chi frega di più è più
bravo.

Proprio in questi 50 anni la crisi del protagonista felliniano si è profeticamente avverata in


quella di Jap, con la differenza che è diventata di sistema.

Lo abbiamo voluto dire al mondo intero, 50 anni dopo. E il mondo intero ci ha dato l’Oscar alla
nostra infedeltà. Abbiamo ammesso il nostro delitto contro la bellezza. Per essere assolti dai
propri peccati bisogna confessarli, e noi lo abbiamo fatto. Ma premiandoci non ci hanno assolto,
e mentre noi ripetevamo, con Jap, che non volevamo essere bugiardi, che non ci crediamo più,
che è tutto un trucco, loro ci hanno risposto: “Non ci fate pena. Non sapete voler bene”.

Per essere fedeli a qualcosa tanto da renderla infinita occorre essere fedeli a qualcosa di infinito,
non arraffoni e furbi, fedeli ad un bene che ci supera, ad una bellezza che ci trascende. Solo così
saremo disposti a batterci, come innamorati, per difendere i nostri amori dall’usura, dal cinismo,
dalla morte.

PS. Se non sei proprio distrutto/a, puoi leggere anche La Grande Bellezza è ogni 24 ore
La Grande Bellezza è ogni 24 ore

“Ho cercato la grande bellezza”, dice il protagonista dell’omonimo film, alla fine del suo
percorso umano e spirituale. “E non l’ho trovata”. È la constatazione rassegnata.
Rimane solo la promessa non mantenuta di un amore giovane e freschissimo. La realtà
purtroppo è un grande trucco, provoca illusioni e conseguenti delusioni. Si vive di sogni
o di ricordi. Il velo di Maia copre il nulla.

La prima parte del film è un viaggio alla ricerca di una via di uscita dal torpore
esistenziale e letterario dei meandri quasi infernali delle feste romane “i cui trenini
sono i più belli perché non portano da nessuna parte”, per giungere – nella seconda
parte – a porre la domanda di senso ad interlocutori validi perché “spirituali”: un
vescovo in odore di papato e una suora austera fino a destare paura. Ma validi non si
dimostrano: il primo perché carnale, la seconda perché angelica. Nessuno dei due è
spirituale, nel senso di albergare la vita dello Spirito nella carne.

Il vescovo alla confidenza del protagonista sulle sue inquietudini spirituali si allontana o
cambia discorso parlando di carne e vino (non quelli eucaristici). La suora,
soprannominata la Santa, invece mangia radici e dorme per terra. Proprio lei in una
scena suggestiva raduna attorno a sé dei bellissimi uccelli di cui dice di conoscere “il
nome di battesimo” e li fa volare soffiando loro sopra, nell’alba, un frammento di
grande bellezza in cui il creato è l’alfabeto che Dio usa per dialogare con l’uomo. Ma la
“santità” capace di questo – scavata in uno sguardo perso nel vuoto, in rughe
profondissime ma senza la vitalità di madre Teresa, nella salita slogata e dolorosa della
Scala Santa – è un modello lontanissimo per l’uomo di tutti i giorni, figuriamoci per il
protagonista dandy disilluso, timidamente in cerca di un paradiso non artificiale.

La narrazione riconosce quindi la Chiesa come ultimo interlocutore e le chiede ragione


della speranza (che è la grande bellezza del cristianesimo) che dice di avere. Ma il
vescovo (carne senz’anima) e la Santa (anima senza carne) non hanno risposte
appetibili per l’uomo del mondo che, del mondo nichilista ed edonista, ha riconosciuto
“il trucco”.

L’uomo del mondo chiede dove siano uomini del mondo come lui, ma con delle
risposte. Questa è l’assenza fragorosa che il film fa emergere. Dove sono i fedeli laici
immersi nel mondo, “come l’anima nel corpo”, si diceva dei primi cristiani? Chi sta nel
mondo può essere solo mondano? Solo chi si allontana dal mondo, non ne è
inghiottito? C’è spazio per la contemplazione della bellezza nell’agone delle 24 ore? C’è
spazio per il non plus ultra nel quotidiano?

Eppure la fede è fondata sull’incarnazione del Verbo. La carne di Dio ha attraversato in


Cristo tutto il ventaglio dell’esperienza umana: il lavoro, il sudore, il fallimento, la gioia,
il sorriso, il pianto, la stanchezza, la noia, il tradimento, l’amicizia… e ha reso quindi
ogni vissuto umano – in unione con Cristo – un luogo di incontro con il Dio
trascendente, che salva quella singola e apparentemente insignificante esperienza. Ma
questo è possibile solo a chi vede Dio nell’agire quotidiano, anzi trova nell’agire
quotidiano il dialogo con Dio, altrimenti impossibile per chi ha un lavoro e una famiglia.
La grande bellezza è quotidiana e a portata di mano, solo se reintroduciamo la
contemplazione all’interno dell’azione quotidiana, se l’ininterrotto dialogo, che lo Spirito
causa dentro di noi e attorno a noi, viene colto in ogni momento. Ma questo è possibile
solo grazie ad una vita dallo “stile sacramentale”, cioè una vita in cui il visibile rimanda
ad una pienezza di cui è ombra: “…la fede ha una struttura sacramentale. Il risveglio
della fede passa per il risveglio di un nuovo senso sacramentale della vita dell’uomo e
dell’esistenza cristiana, mostrando come il visibile e il materiale si aprono verso il
mistero dell’eterno”. Sono parole di papa Francesco nella Lumen Fidei (n.40), che forse
potremmo prendere sul serio.

È impossibile contemplare senza vita sacramentale, perché la trasformazione è gratis


data sacramentalmente solo dallo Spirito ad ogni singolo uomo che la desideri mentre
si muove nel mondo, con il suo lavoro, le sue bollette e il traffico. Quel tocco divino
che rivela nell’agire ordinario la grande bellezza, che non è da mettere nelle cose, ma è
nelle cose e nelle persone, perché ce l’ha già messa Dio. Contemplativo può essere
chiunque risponda a questa chiamata continua, reale, forte nella vita ordinaria: sul
tram, in macchina, in cucina, a tavola. Solo nel sacramento lo sguardo, l’udito, l’olfatto,
il tatto, il gusto si aprono alla grande bellezza, che quotidianamente balugina nelle 24
ore e fa nuove tutte le cose di quelle 24 ore. E si trova non solo nel silenzio di una
chiesa, ma nel caricare una lavatrice e nel fare una lezione, nell’inserire dati in un
computer e in una passeggiata al parco, nell’ascoltare musica e nel chiacchierare con
un amico… In tutto, perché tutto è grazia e tutto è buono per chi crede. Il mondo
diventa tempio, pur mantenendo l’autonomia che Dio gli ha conferito.

Ma solo chi vive sacramentalmente la vita, vede la vita per quello che è: frammento di
una trascendenza, che dà gusto a quel frammento. Il cristiano contemplativo è un vero
edonista: è immerso nel mondo senza esserne sommerso. Dio è un padre che si china
su un bambino e gli regala il mondo perché giochi con lui. Dio non è una dottrina
astratta per pochi o una serie di leggi impossibili da rispettare. Dio è un gioco padre-
figlio, un gioco impegnativo come tutti i giochi divertenti.

La grande bellezza, la grandissima bellezza, è la trasfigurazione sacramentale del


visibile, scovata dalla contemplazione nell’agire quotidiano, l’ancoraggio a Cristo nella
giornata concreta, i cui gesti “risorgono”, i gesti tutti, e la loro grandezza non è
determinata dal loro incerto successo ma dall’amore che vi scopriamo dentro e
mettiamo dentro.

Troppo cristianesimo triste – papa Francesco ha detto recentemente che “i cristiani


tristi non credono nello Spirito Santo”- assomiglia a quelle coppie il cui l’amore dato
per scontato si spegne, non viene più espresso, celebrato, festeggiato. Il mondo non è
più il teatro dove l’altro si muove, ma ritorna muto e ripetitivo. Lo stile non è più
luminoso e aperto, ma grigio e abitudinario, ripiegato su di sé. Non c’è più nessun
liturgia amorosa, non c’è più segno che ricordi l’altro: nessuna foto nel portafogli o
sulla scrivania, nessun piatto preferito in tavola. Solo se cerchiamo di affermare,
approfondire, rendere consapevole e impegnativo l’amore di Dio, allora tutto in noi si
trasforma, come un giovane che s’innamora, o come un amore che dimora nella
giovinezza.
Solo se i nostri sensi diventano porte aperte al dono continuo della grazia, lo Spirito
potrà attraversarci e mostrarci la grande bellezza dell’ordinario. Senza questo la vita è
dis-graziata, esiliata dalla grazia. Del bianco delle vesti di Cristo, nella Trasfigurazione,
ci viene detto che non poteva ottenerlo nessun lavandaio. Le vesti, persino le vesti, a
contatto con la carne del Verbo, diventano luce e bellezza. Persino i vestiti diventano
segno di Dio, stilista impareggiabile già dell’erba del campo, figuriamoci dell’uomo che
per le strade faticose del mondo brama la Grande Bellezza.

*
UNO TI ASPETTA…

“In qualche lontana città che non conosci e dove forse non ti accadrà di andare mai, c’è uno
che ti aspetta. In una antica angusta stradetta della sterminata città orientale, là dove si
nascondono gli ultimi segreti della vita, giorno e notte resta aperta per te la porta del suo
palazzo favoloso; il quale, a chi passi in fretta per la via, può sembrare una casa come tante.”

Così comincia un brevissimo e vertiginoso racconto di Dino Buzzati, dal titolo Uno ti aspetta, in
cui lo scrittore immagina la presenza di questa porta che ci attende ma: “Tu stenti qui la vita,
vai vestito di grigio, perdi già i capelli. Sei uno dei tanti. Di anno in anno ambizioni e speranze si
rattrappiscono. Ma laggiù, nella città di cui ignori il nome, un potente signore ti aspetta per
toglierti ogni pena: per liberarti dalla fatica, dall’odio, dagli spaventi della notte. Non ci
sarebbe bisogno di spiegazione, non avresti da pronunciare neppure il tuo nome, potresti
arrivare anche vecchio, sudicio, impestato”.

Quella porta potrebbe immetterci nel segreto della nostra stessa esistenza, un luogo in cui
siamo conosciuti e amati senza bisogno di dire il nostro nome, un luogo di assoluta
misericordia, senza la quale la nostra vita diventa anonima e invecchia, perché non ha
un’origine e quindi un futuro. Solo chi è figlio ha un’origine e quindi un’originalità da
realizzare.

Quella porta potrebbe anche non essere in una città lontana, ma in un luogo dove siamo attesi
senza bisogno di dovercelo meritare: “Potrebbe darsi invece che sia molto più vicino. Forse il
signore potente ti aspetta in una delle nostre città che tu conosci”. Se la trovassimo e la
varcassimo vedremmo “scomparire l’abbandono, la povertà, il sudiciume, tutto ti apparirà
allegro e lucente. È arrivato! È arrivato! grideranno dalle profondità della dimora”.

Addirittura questa porta potrebbe essere nel nostro stesso condominio o, incredibile a dirsi,
“anche molto più vicino, veramente a due passi, tra le mura della tua stessa casa. Sulla scala, al
terzo piano, hai mai notato, a destra del pianerottolo, quella porta senza campanello né
etichetta? Qui forse, per agevolarti al massimo, ti attende colui che vorrebbe renderti felice:
ma non ti può avvertire”.

Sono segnali tenui quelli della misericordia, ma troppo poco noi li cerchiamo, sono in quel
sussurro di vento leggero in cui il profeta Elia trovò il Signore, perché mentre la tempesta non
lascia scampo, il sussurro del vento, che non sai da dove venga e dove vada, richiede
attenzione e ci lascia liberi: “Perciò prova, la prossima volta che ci passi davanti, prova a
spingere l’uscio senza nome. Vedrai come cede. Dolcemente ruoterà sui cardini, un impulso
irragionevole ti indurrà ad entrare, resterai sbalordito”. Potremmo lasciarci sorprendere più
spesso da questa fonte di perdono che rinnova ogni nostro gesto, relazione, caduta, fallimento
o gioia, basterebbe riscoprire il dono della confessione. Eppure qualcosa dentro di noi resiste,
nonostante la vicinanza della porta di fronte alla quale passiamo tutti i giorni: “Ma tu non
provi ad aprire, indifferente, ci passi davanti, su e giù per le scale, mattina e sera, estate e
inverno, quest’anno e l’anno prossimo, trascurando l’occasione.”

Ma forse la ricerca, rincara il narratore, è ancora più facile: “Ma come escludere che sia ancora
più vicino colui che ti vuol bene? Mentre tu leggi queste righe egli forse è di là dalla porta,
bada, nella stanza accanto; se ne sta quieto ad aspettarti, non parla, non tossisce, non si
muove, non fa nulla per richiamare l’attenzione. A te scoprirlo. Ma tu, uomo, non ti alzi
nemmeno, non apri la porta, non accendi la luce, non guardi. Oppure, se vai, non lo vedi. Egli
siede in un angolo, tenendo nella destra un piccolo scettro di cristallo, e ti sorride. Però tu non
lo vedi. Deluso, spegni, sbatti la porta, torni di là, scuoti il capo infastidito da queste nostre
assurde insinuazioni: fra poco avrai dimenticato tutto. E così sprechi la vita”. Senza
misericordia la vita va sprecata.

La porta è dentro di noi e il Dio, che Agostino chiamava “più intimo a me di me stesso”, non è
neanche dietro di essa, ma nella stanza più interna del nostro cuore, e noi non riusciamo a
vederlo, perché siamo noi stessi la porta chiusa sulla misericordia di Dio, che ci ama più di
quanto noi possiamo amare noi stessi, più del nostro stesso istinto di sopravvivenza, e che è
già lì: “Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò
da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Apocalisse, 3,20). Se aprissimo tutti i giorni, più volte al
giorno, la nostra vita non si stancherebbe, i nostri minuti non sembrerebbero tutti uguali.
Basterebbe una richiesta semplice, magari ancora cieca ma piena di fiducia, come quella dei
due di Emmaus: “Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto” e a tu per tu,
finalmente, la chiarezza ci raggiungerebbe come raggiunse i discepoli che, spazzata via la
tristezza dei senza fede, trovarono subito le forze per rimettersi in cammino, nel cuore della
notte che li aveva fermati, ormai senza paura di nulla e nessuno.

Avvenire, ottobre 2016

Qualche tempo fa uno studente mi ha scritto:

“Volevo chiederti se avessi una cura per una malattia che devo ancora scoprire cosa sia; ecco la
diagnosi: non riesco a leggere un libro da prima di Natale. Ne avevo cominciato uno proprio nei
giorni di Natale, poi all’inizio di marzo me ne hanno regalato un altro e ho lasciato perdere il
primo. Però sento che mi manca fermarmi, lasciare tutto per un po’ e leggere un bel romanzo…
Hai qualche consiglio?”

Malattia. Mi manca fermarmi. Lasciare tutto. Leggere.

Uno dei modi che abbiamo per “origliare” noi stessi è leggere la grande letteratura. Senza
letture perdiamo l’orecchio interiore. E chi non si ascolta prima o poi sente nostalgia di sé.
Paradossi della lettura: lasciare tutto per trovare tutto.

***

“Io scrivo. Il mondo non mi si chiude addosso, non diventa più angusto. Mi si apre
davanti,verso un futuro, verso altre possibilità. Io immagino. L’atto stesso di immaginare mi
ridà vita. Creo personaggi. Talora ho l’impressione di trarli dal ghiaccio in cui li ha imprigionati
la realtà. Ma forse, più di tutto, sto estraendo me stesso da quel ghiaccio”

D.Grossman, Con gli occhi del nemico, (Saggi sulla scrittura) p. 48


L’ARTE DI ESSERE FRAGILI…
Esiste un metodo per la felicità duratura, uno stare al mondo che dia il più ampio
consenso possibile alla vita senza rimanere schiacciati dalla sua forza di gravità, senza
soccombere a sconfitte, fallimenti, sofferenze, anzi trasformando questi ultimi in
ingredienti indispensabili a nutrire l’esistenza? Si può imparare il faticoso mestiere di
vivere giorno per giorno in modo da farne addirittura un’arte della gioia quotidiana?
Giunto alla soglia dei miei quarant’anni, tempo fecondo di bilanci, il segreto di
quest’arte di esistere senza paura di vivere, o meglio accettando anche la paura, credo
di averlo trovato, ed è quanto di più prezioso io abbia. In queste pagine, caro lettore,
vorrei raccontartelo, come in una chiacchierata fra amici, magari nella penombra di
una sera senza incombenze. Anzi, preferirei che te lo raccontasse l’amico che me lo ha
svelato, colui che quando avevo diciassette anni varcò la soglia di camera mia per non
uscirne più. Nella nostra stanza facciamo entrare solo chi ha il diritto di vederci
scoperti, senza difese, persino nudi. (…)
Pensa, lettore, a ciò che ti sta accadendo adesso, all’atto di sconsiderata fiducia che si
consuma nel leggere un libro al fuoco antichissimo e moderno di una lampadina, nella
condizione orizzontale del proprio letto: stai permettendo a un estraneo di entrare
nella tua notte, il momento in cui abbassi le difese. Con questo gesto affronti la paura
del buio e ti rendi disponibile al mistero.
Così è accaduto a me con chi mi ha svelato il segreto de la felicità, l’ultimo a cui avrei
pensato, da ragazzo, di concedere la chiave della mia stanza: Giacomo Leopardi.
(...)

Aprirsi al mistero
Leopardi ebbe presa sulla realtà come pochi altri, perché i suoi erano sensi finissimi, da
«predatore di felicità». A guidarlo era una passione assoluta. La custodiva dentro di sé
e la alimentò con la sua fragilissima esistenza nei quasi trentanove anni in cui
soggiornò sulla Terra; per questo ebbe un destino scelto e non subìto, pur avendo tutti
gli alibi per subirlo o per ritirarsi da qualsiasi passione. Fu invece un cacciatore di
bellezza, intesa come pienezza che si mostra nelle cose di tutti i giorni a chi sa
coglierne gli indizi, e cercò di darle spazio con le sue parole, per rendere feconda e
felice una vita costellata di imperfezioni.

In queste pagine pongo domande (la letteratura serve a fare interrogativi, non
interrogazioni) e rispondo a Leopardi, che mi ha a sua volta accolto amorevolmente
nelle sue «stanze» (così si chiamano le strofe delle poesie) scrivendomi lettere
accorate e vigorose: questo è un epistolario intrattenuto con lui in uno spazio-tempo
creato dall’atto della lettura, lo spazio-tempo della bellezza, che vince sul tempo
misurato dagli orologi ed espande la vita come solo amore e dolore, scrittura e lettura
possono fare.

Ma questo libro è anche un atto di fedeltà a due dei progetti mai realizzati da Giacomo.
Egli avrebbe voluto scrivere una Lettera a un giovane del ventesimo secolo, come
accenna nello Zibaldone nell’aprile del 1827, e mi piace immaginare che a ricevere
quella lettera sia stato proprio io, nato centocinquant’anni dopo quella nota, nel secolo
verso il quale egli si sentiva proiettato. Leggere ciò che un altro uomo ha scritto è
entrare in relazione epistolare con lui: lui ci scrive, noi, a distanza di migliaia di ore,
rispondiamo. La poesia è un messaggio in bottiglia, che vive della speranza di un
dialogo differito nel tempo. Questo è stata per me, adolescente naufrago nella sua
stanza, la poesia di Leopardi.

Le età dell’uomo
L’altro progetto che lasciò incompiuto era un poema, in prosa e versi, sulle età
dell’uomo. Costretto a vivere più in fretta di tutti noi, per via delle sue condizioni
fisiche, Leopardi mi ha insegnato ad accostarmi alle età della vita con parole precise,
rendendole così reali e abitabili, e mi ha aiutato a trovare gli strumenti dell’arte del
vivere quotidiano in ogni tappa dell’esistenza, identificando il fine per cui esiste e la
passione felice che deve attraversarla e guidarla.

Il libro è quindi diviso in sezioni che segnalano i passi dell’esistenza umana e ciò che
può illuminarli dall’interno. Leopardi ha distillato, come si fa con gli ingredienti dei
profumi, le tappe che ci accomunano tutti, qualunque siano longitudine e latitudine di
appartenenza, qualunque sia la «dote» che la vita ci ha offerto. Queste componenti
fondamentali dell’essenza della vita le chiamo: adolescenza, o arte di sperare;
maturità, o arte di morire; riparazione, o arte di essere fragili; morire, o arte di
rinascere. Arte è ciò che chi ha talento per la vita (tutti) può imparare e migliorare
giorno per giorno, perché ogni tappa sia illuminata, guidata e riscaldata da un fuoco
che non si spegne, quello della passione felice di essere al mondo come poeti del
quotidiano e non stremati superstiti o pallide comparse. Non esclamiamo forse, di un
momento di gioia: «È pura poesia»?

La semplicità
Queste pagine non contengono soluzioni semplici, perché semplice la vita non lo è mai,
e non lo è stata per Leopardi in particolare, ma suggeriscono come un po’ più semplici
potremmo essere noi, con uno sguardo più puro sulla vita (…) e la sua possibile
felicità, che, come scrive Leopardi, non ne è che il compimento, per raggiungere il
quale «è necessario alle cose esistenti amare e cercare la maggior vita possibile a
ciascuna di loro» (Zibaldone, 31 ottobre 1823).

Se ti fidi, lettore, prometto di aiutarti a cercare questa vita e a risvegliare questo


amore.

*
La morte, l’indifferenza, la fede. La zona grigia

Alessandro D’Avenia mercoledì 12 gennaio 2011


Un uomo per la strada vede una ragazzina che trema, ha solo un vestito leggero, niente da mangiare.
Si arrabbia con Dio: «Perché lo permetti? Perché non fai qualcosa?». Dio tace.Fatti di cronaca come
quello del bimbo morto a Bologna mi inducono alla stessa reazione. Sono i fatti che appartengono
alla zona grigia dell’esistenza, che fanno dubitare della bontà della creazione e del creatore.
Creatore forse, ma Padre?Di fronte a questa zona d’ombra però si apre per me lo spazio della
compassione, del dolore di fronte al dolore altrui: è mio o no? Quando vedo una mendicante che
trema in ginocchio al centro del marciapiede, quel dolore mi interpella.Posso reagire come Ivan
Karamazov che, nella sofferenza degli innocenti, scorge un segno dell’assenza di Dio e se ne serve
per la sua ribellione contro il redentore. In fondo però la compassione di Ivan verso il dolore
innocente è la scusa, la teoria progettata da un cuore incapace di amare con i fatti. Egli ama quel
dolore non per alleviarne la sofferenza, ma per sé stesso. Senza quel dolore assurdo, non potrebbe
starsene chiuso a casa nel suo cinismo con tanto di certificato medico. Egli ama il dolore altrui, per
mettere a tacere la sua coscienza e Dio ed ergersi a giudice. Il mondo è male: cosa posso mai fare
io?Posso non reagire. Facendo finta di non vedere o non vedendo proprio, se non un ostacolo da
superare: l’ennesimo mendicante a intralciare la mia strada di uomo fortunato. Perché qualcuno non
risolve? Non pago forse le tasse? Un liceale al quale era stato proposto di donare il sangue ha
risposto: "Quanto mi pagate?". La logica del dono è fuori moda: cosa c’entro io con il dolore
altrui?Oppure posso fare come Rilke che s’imbatte in una donna che chiede l’elemosina. L’amico
che lo accompagna le dà uno spicciolo, il poeta tira dritto, ma più avanti compra una rosa e di
ritorno solleva la donna e gliela regala: va oltre il bisogno materiale, coglie la persona nella sua
interezza e agisce "personalmente" restituendo dignità alla donna, che almeno quel giorno smise di
mendicare.Quando la zona grigia mi aggredisce, trovo in me questi personaggi. Ma ho pace solo
quando provo a fare come il poeta, quando il gesto affronta il bisogno, ma non si ferma lì, offrendo
una soluzione che va oltre; quando sono io a mettermi in gioco, con il mio essere e non solo con il
mio avere. Mi tornano in mente quelle parole di Cristo, che danno ragione della zona grigia, in una
logica tanto sorprendente quanto concreta che solo il Dio incarnato raggiunge, l’uomo più uomo
degli uomini. Non mi nasconde la zona grigia, ma me ne rivela il senso e la possibilità di
illuminarla, coinvolgendomi. Agli ipocriti che criticano lo spreco di un unguento prezioso per lui,
invece di darne il prezzo ai poveri, risponde: "i poveri li avete sempre con voi, me, invece, non
sempre mi avete". Questa frase smaschera tutti: cinici, indifferenti o ipocriti compratori della
propria pace più che cercatori di quella altrui. La zona grigia c’è e resta, ma è affidata a noi la
capacità di diminuirne l’area, illuminandola con la luce del dono personale, faticoso e possibile solo
a patto di avere quella luce: se Dio è amore, chi è in lui può realmente donare sé stesso. La storia
citata all’inizio si conclude qualche ora dopo, nella notte, quando a quell’uomo che si era adirato
con Lui per la povera bambina infreddolita Dio risponde: "Certo che ho fatto qualcosa. Ho fatto te".
Per questo: io c’entro con la morte del bimbo bolognese, con il disagio della sua famiglia. Per
questo io resto libero e Dio è ancora Padre.

*
CHIEDI ALL’INIFINITO

Leggevo in questi giorni uno spietato romanzo sulla vita di un rapinatore e assassino degli anni 50,
ambientato nei bassofondi di Los Angeles. Dopo aver messo a segno un colpo da mezzo milione di dollari, si
ritrova in una casa con vista sul mare a godersi il bottino: «Quando sono arrivato quaggiù è stato come
arrivare alla fine dell’arcobaleno, nel luogo baciato dal sole che appartiene ai sogni di tutti. Era tutto quello
che desideravo dalla vita: semplicità, una spiaggia, la pace. Ma la pace si è trasformata in noia e solitudine».
Giorno dopo giorno la noia lo assale, lo divora da dentro. Non basta mezzo milione di dollari da spendere in
divertimenti a trovar pace. Ha bisogno di riempire il vuoto e allora, pur sapendo di rischiare la cattura dal
momento che è un super-ricercato, comincia a preparare un altro colpo.Ci si può annoiare anche in
vacanza, e siamo disposti persino a scegliere il rischio pur di lenire il vuoto profondo che ci afferra.Il vuoto.
Non credo che in altre epoche della storia sia stato concesso il privilegio di sentire la morsa disperante del
non senso, come nella nostra o almeno nella forma cristallina che ha raggiunto oggi.C’è stata un’epoca in
cui gli uomini sapevano di essere finiti, dentro l’infinito di Dio, e per questo interpretavano ogni cosa finita
come segno dell’infinito. Venne poi un’epoca in cui il finito si rese autonomo dall’infinito ed esplorò tutti gli
angoli della sua finitezza, scoprendo cose che prima non sospettava. §Si sentì più solo, ma sapeva di essere
sorvegliato dall’infinito, così si rassicurava anche se cominciava ad averne paura. Venne poi un tempo, il
nostro, in cui il finito non volle essere più rassicurato né impaurito, accantonò l’infinito e si rese del tutto
autonomo, tanto da diventare infinito o credere di esserlo. Il prezzo pagato fu che insieme alla sua
raggiunta infinitezza sperimentò l’infinitezza del suo limite: emerse il vuoto in forma nitida, come uno
stampo svuotato, perfettamente pulito, ma privo della sua sostanza.Si decise allora di riempirlo
dell’ottimismo delle "cose da fare" per scacciare quel vuoto, ma nessuna coincideva con lo stampo e le
troppe cose si rivelarono ingombranti, e si rompevano pure. Nacque così la vacanza: per svuotare di nuovo
lo stampo dalle cose di cui lo si era riempito, e tornò la violenta evidenza del vuoto e si desiderò tornare al
pieno di cose da fare, pur di non sentire con tale forza l’assenza perturbante. E si cominciò a pendolare,
inquieti. Riempi e svuota.L’assenza di infinito ci costringe a rendere infinito tutto: lavoro e vacanza.
Andiamo in vacanza come uno che spegne il computer quando è andato in tilt, perché il lavoro è solo
schiavitù funzionale a guadagnarsi la vacanza. Trattiamo l’anima come un interruttore: on/off. E non
troviamo pace.Cesare Pavese in alcune delle sue poesie più belle di Lavorare stanca dipinge questo tedio
che ci sorprende all’alba o alla sera: «Poi la notte, che il mare svanisce, si ascolta / il gran vuoto ch’è sotto le
stelle... / L’uomo, stanco di attesa, / leva gli occhi alle stelle, che non odono nulla... / Non c’è cosa più
amara che l’alba di un giorno / in cui nulla accadrà... / Vale la pena che il sole si levi dal mare / e la lunga
giornata cominci?».Attendiamo la vacanza come se potesse risolvere il nostro infinito desiderio di felicità,
minacciato dalla schiavitù del lavoro, ma la vacanza, impietosa, ci mostra il vuoto che abbiamo coperto con
i troppi impegni feriali. Così l’attesa si fa ancora più dolorosa e delusa e le stelle in cui avevamo sperato non
ci ascoltano. Cerchiamo la compagnia in spiagge affollate e locali rumorosi, che pochi giorni prima
fuggivamo. Cerchiamo divertimenti ancora più impegnativi di un lavoro che avevamo vissuto come alibi al
vuoto. E non troviamo pace, perché l’anima non è un interruttore e il corpo la sua lampadina che prima o
poi si fulmina, ma un’unità che ha pace solo quando è unità.Per questo credo che, suo malgrado, l’uomo di
quest’epoca, guardando lo stampo mal riempito o vuoto, potrà più facilmente chiedere all’infinito di
tornare. L’infinito lo ascolterebbe e si riverserebbe subito dentro di lui, come una grazia, colmandone di
pace ogni angolo. Il tedio non è da disprezzare: altro non è che la percezione dell’assenza dell’immagine
che siamo. L’immagine del Dio fatto carne.

*
Riflessione. È nelle mani di una madre il motivo della nostra festa

Alessandro D'Avenia martedì 30 dicembre 2014


Una riflessione sulla madre di Cristo, festeggiata nel primo giorno del calendario.
Alessandro D'Avenia

La storia dell’arte cristiana è unica, perché unica è la storia cristiana, cioè la storia di Cristo. Si
lascia alle spalle tutta la seduzione dell’arte antica e mette in scena, riscattandola in bellezza, la
verità sul cuore dell’uomo e sul cuore di Dio. L’uomo è violento, Dio è buono, come
nell’incompiuta Adorazione dei Magi di Leonardo in cui, nella metà alta del quadro, si svolge una
cruenta scena di guerra e distruzione. Gli uomini, adoratori di Cristo, sono anche portatori di morte,
il cuore che adora è lo stesso che sacrifica l’altro uomo. L’arte cristiana mette in scena la strage
degli innocenti, grande risposta storica a tutti coloro che, troppo comodamente, giustificano la non
esistenza di Dio a partire dalle stragi. Proprio la venuta del bambino-Dio indifeso smaschera subito
la violenza degli Erode di tutta la storia, sacrificatori di innocenti in nome del potere e del dominio,
tecnico, politico, sociale, economico... La vicinanza di Dio scatena la violenza dell’uomo perché la
smaschera, senza per questo privare l’uomo che continua a fidarsi della compagnia di Dio. Per
questo l’arte cristiana ha nella sua faretra una galleria di immagini straordinarie, soprattutto
Madonne con il Bambino, che gettano piena luce, nel momento in cui narrano la scena più dolce
della vita umana, sull’orrore della violenza dell’uomo, violenza resa evidente proprio perché l’uomo
senta il bisogno di essere salvato. Non fuga di vinti nell’aldilà per dimenticare l’aldiqua, secondo
l’accusa di Nietzsche, ma al contrario smascheramento proveniente dall’aldilà proprio per farci
aprire gli occhi sull’aldiqua, per essere raggiunti nell’aldiqua da un principio che lo trasforma in e
attraverso di noi. L'arte cristiana racconta e rappresenta il dolore della vittima, sacrificata per
ragioni senza ragione. Una bellezza scavata nell’abisso di tenebra del cuore dell’uomo, da cui
zampilla l’acqua pura della grazia trasformante dell’assolutamente buono. Ho scelto tra queste
immagini una che amo particolarmente e che si sposa bene con la festa della Madre di Dio. La
Madonna greca di Bellini, conservata a Brera. Operando a Venezia, Bellini conosceva bene la
tradizione iconografica bizantina, di cui riprende la composizione generale del quadro ma in una
nuova sintesi originale. All’oro dello sfondo sostituisce una più quotidiana tenda nera, che ha il
compito simbolico di rappresentare il trono delle Madonne di tradizione occidentale, ma serve
primariamente a far risaltare le figure come se uscissero fuori dal quadro, fino a toccare non solo gli
occhi ma anche il cuore dello spettatore. Bellini muta la fissità frontale delle icone in umanissimo
sguardo malinconico di tre quarti, che dà tutto il senso della drammaticità della storia che sta
raccontando, quasi che i soggetti del quadro non riescano a guardare negli occhi l’artefice di ciò che
accadrà a quel bambino: noi spettatori, messi sottosopra da un quadro, bisognosi di un’inversione di
marcia: la conversione. Il bambino poggia il suo corpo pesante su un davanzale, come se stesse per
buttarsi in avanti e l’abbraccio della Madonna lo trattiene come qualsiasi bambino in pericolo. Ma
quel bambino è in pericolo, si metterà nelle mani di chi guarda il quadro, uscito dalla sua
condizione divina per farsi uomo. Ma grazie a Dio le prime mani che incontra sono quelle di Maria,
vestita di blu e rosso, divino e umano si intrecciano: come in una Pietà nascosta, sostiene il corpo
del figlio, a cui ha dato la vita e che un giorno terrà esanime tra le braccia. E la croce fa capolino
non solo nella malinconia del volto del Bambino, ma anche nel frutto che tiene in mano: Maria è la
nuova Eva e Cristo il nuovo Adamo. La malinconia non serve a rendere malinconici noi, ma a
portarci dentro uno spazio di consapevolezza che l’evento trascendente della sola icona bizantina
non basterebbe a raccontare ad un occidentale. Si sposano perfettamente trascendenza e
quotidianità, divino e umano, Dio entra nella storia e la storia ha la sua malinconia, dovuta alla
violenza umana, l’essere peccatori, cioè distruttori dell’opera di fioritura del creato. Eppure
possiamo rallegrarci, perché tutta la malinconia della storia se la prende lui, sul suo corpo, sulle sue
spalle, sul suo volto. Si prende la tortura e la morte sulle spalle e le tramuta in amore, ribadendo la
sua innocenza, ci apre gli occhi ma non ci condanna. Quello sguardo dice: tu sei violento, ma io ti
amo, mi rende triste, ma è per trasformare questa tristezza che sono venuto qui, senza di me non
puoi fare nulla. È il motivo per cui questi quadri continueranno ad attirare osservatori distratti o
inconsapevoli, che vi troveranno quello che forse non sapevano di cercare e che solo il Dio
incarnato può offrire: la verità, senza che essa ci schiacci, perché quella verità ha adesso un volto di
bimbo. Ma anche di Madre. La violenza è nella nostra vita sotto molteplici forme: dall’invidia per i
successi altrui agli sguardi in cagnesco in una coda al supermercato, da un bambino strangolato a
un’insegnante che dice al suo alunno "non combinerai mai nulla di buono", dalla raccomandazione
che mette fuori gioco chi merita un posto alla cresta su un prezzo stabilito dalle leggi, dalla
femminilità ridotta a gioco degli occhi e del dominio allo scherno verso chi ha un difetto.
L’originalità dell’arte cristiana è l’originalità di Cristo: nel dire il male lo supera, non lo nasconde
ma non gli lascia l’ultima parola: neanche il Bambino è solo. Lo tiene saldo la Madre, come dice il
monogramma greco ai margini del quadro (MHTHP OEOY, "Madre di Dio"). Non è malinconica
come lui, anche se ha già saputo che anche a lei una spada le trafiggerà l’anima, proprio nel
momento di massima gioia: la presentazione di quel bambino al tempio pochi giorni dopo la nascita.
Dice un proverbio ebraico, che mi ripete spesso mia madre, che Dio creò il mondo e quando vide
che non arrivava a tutto creò le madri. È un’intuizione popolare di una verità teologica da far
tremare: anche Dio ha avuto bisogno di una madre, per nascere e per resistere alla sua morte. Senza
quelle mani di madre nessuno può raggiungere Dio, «sua disianza vuol volar sanz’ali» direbbe
Dante: non è forse lei a "costringerlo" ad accelerare i tempi, quando gli uomini non hanno più vino
(cioè non hanno più sangue, perché questo viene anticipato a Cana) per far festa. Possiamo cercare
quelle mani all’inizio di un nuovo anno, perché la festa non finisca, tutte le volte che non abbiamo
più vino.

*
DUE MODI ANZI UNO

Ci sono due modi di "vivere la vita" e uso l’espressione di proposito. Perché due modi ci sono per
sentirsi viverla e per sentirla vivere: controllarla o servirla, dominarla o accoglierla, imprigionarla o
amarla. E vale per tutti: dallo scienziato all’insegnante, dalla madre all’amico. Nella recente
commemorazione della Shoah ho riletto alcune parole di Appelfeld che amo molto: «Nel ghetto e
nei campi di concentramento avevo visto la bassezza, ma anche la generosità degli uomini. La
bassezza era tanta e la generosità poca, ma la mia memoria ha custodito proprio i momenti chiari e
umani nei quali la vittima superava il suo meschino egoismo e si sacrificava per il prossimo. Questi
pochi momenti non si limitavano a portare luce nell’oscurità: infondevano in me la fiducia che
l’uomo non sia un insetto... Ho fatto un conto: ogni uomo che si è salvato durante la guerra si è
salvato grazie ad una persona che, in un momento di grande pericolo, gli è venuta in aiuto. Nei
campi di concentramento non abbiamo visto Dio ma abbiamo visto i giusti. L’antica leggenda
ebraica, che dice che il mondo continua a esistere per merito di pochi giusti, era vera allora come
oggi».Se ciò è stato vero nell’orrore nazista, vale in momenti della storia meno assurdi, anche se
critici e carenti di speranza. La vita è un compito di fronte al quale siamo posti come esseri liberi, di
fronte alla vita che emerge, in ogni sua forma, possiamo scegliere: o imprigionarla per usarne o
ammirarla e farla fiorire, servendola. Di fronte ad un fiore blu in montagna, incastrato tra le rocce e
il ghiaccio posso scegliere: coglierlo per me o incontrarlo, stupirne come un dono da lasciare
intatto. Di fronte alla vita di uno studente posso scegliere il controllo perché faccia ciò che voglio, o
cercare di capire che unicità è venuto a portare sulla terra e mettermi a fianco, proteggerla,
difenderla, sfidarla. Da oggetto da modellare a soggetto ricco di potenzialità. Così faceva mia nonna
con le piantine ancora deboli: piantava accanto un bastoncino che le aiutava a crescere dritte, verso
la luce del sole. Più una pianta si slancia verso l’alto più rende profonde le radici. Quando le ha
affondate nella terra che la nutre abbastanza in fondo da resistere alle intemperie, il bastone
sparisce, altrimenti ne limiterebbe la crescita. Non è una forma di controllo, ma una forma di
servizio. All’apparenza ruvido, ingiusto, forse, ma alla fine capace di restituire la pianta a sé stessa,
al suo migliore slancio: «Perdonami se ti cerco così / goffamente, dentro / di te / È che da te voglio
estrarre / il tuo migliore tu. / Quello che non / vedesti e che io vedo, / immerso nel tuo fondo,
preziosissimo. / E afferrarlo / e tenerlo in alto come/ trattiene / l’albero l’ultima luce / che gli viene
dal sole» (Pedro Salinas). Davanti a un malato il dottore può scegliere di estirpare o accogliere.
Davanti all’embrione lo scienziato può scegliere se congelare o riservare il calore di un grembo.
Davanti ad un feto la mamma può scegliere tra la sua vita e la propria vita, tra il controllo della vita
del bambino o il dono della propria al bambino. Davanti alla propria vita un giovane può scegliere:
controllare o donare, imprigionarla o servirla. Ma potrà farlo solo se gli adulti che ha vicino
gliel’avranno messa sotto gli occhi come qualcosa di amabile e da servire, in sé e negli altri. Emily
Dickinson diceva che «non sappiamo la nostra altezza sino a che non siamo chiamati ad alzarci in
piedi». Da oggetti a soggetti. Ma avremo noi il coraggio di guardare la vita? Quella vita che tra le
ombre emerge, si slancia verso l’alto, a cercare la luce. Avremo noi occhi capaci di vederla? E una
volta vista, che cosa sceglieremo: imprigionarla per soddisfare i nostri desideri (che poi non sono
altro che desiderio di divorare ciò che c’è aldilà del desiderio stesso), o chinarci a servirla, dovesse
costarci la schiena? E la vita la perdiamo di più controllandola o donandola? Lo sanno i giusti.
Chiedilo a loro. O al chicco di grano.

*
Scuola. Rischio noia se si perde la meraviglia
L’alternativa a una scuola noiosa non è una scuola divertente. Non esiste una scuola spensierata e senza
fatica (e il digitale non la renderà tale), ma questo non vuol dire che debba essere noiosa (e il digitale ci
darà una mano). La vera alternativa è una scuola interessante. Interesse (essere dentro) vuol dire
coinvolgimento con tutto l’essere (corpo, cuore, testa, spirito) da ciò che viene presentato o rappresentato
(dal corpo, cuore, testa, spirito dell’insegnante). L’interesse è perfettamente compatibile con l’impegno e la
fatica, cosa che la noia non potrà mai ottenere, e neanche il divertimento che si esaurisce nella
consumazione dell’esperienza. Ma che cosa ha il potere di attraversare l’essere da dentro in tutti i suoi
strati? Quale presenza riesce a muovere la persona nella sua completezza chiedendole di andare
oltre?Ancora una volta chiedo la soluzione alla lettera ricevuta da una giovane lettrice:«Ho 15 anni, ho fatto
il primo anno al classico e più l’inizio della scuola si avvicina più vado in crisi. Non mi fraintenda: io ho una
sete di apprendere smisurata, la mia curiosità più viene alimentata e più cresce. Io ho veramente voglia di
studiare. Ma se da una parte i miei occhi ardono di scoperta, dall’altra i miei professori, con occhi di
ghiaccio assolutamente inespressivi, parlano con disinteresse alla materia, senza amore verso ciò che
fanno. Come facciamo a mantenere vivo l’interesse e a realizzare noi stessi in una scuola che insegna senza
amore? In una scuola che pensa solo a classificarci tutti tramite voti, voti e ancora voti? Ho avuto la fortuna
di assistere a una lezione di un poeta, mentre parlava di Leopardi e parafrasava alcuni suoi versi, non si
poteva che rimanere lì, incantati dal suo sapere, meravigliati da come la faceva diventare parole per noi,
stupiti da come "un’altra poesia da studiare" si trasformasse in "questa poesia parla di me, la voglio
approfondire!" Questo è ciò che io chiamo imparare». Occhi ardenti (movimento) contro occhi di ghiaccio
(immobilità). Interesse (esserci in pienezza) contro disinteresse (esserci se non in parte). Che cosa ha di
diverso quell’uomo che parla di Leopardi: incanta, meraviglia, porge la poesia come un pane buono, spinge
l’eros di sapere ad andare oltre, a lanciarsi nell’alto (altum in latino è l’aperto e il profondo al tempo stesso)
dell’Ulisse dantesco, per dissetare la sete dei sensi in veglia.L’alternativa ad una scuola noiosa è una scuola
"meravigliosa", cioè capace di destare l’interesse attraverso la meraviglia. Già Aristotele descriveva così
questo sentimento capace di unificare sensi, cuore e mente: «Gli uomini hanno cominciato a filosofare a
causa della meraviglia: mentre da principio restavano meravigliati di fronte alle difficoltà più semplici, in
seguito, progredendo a poco a poco, giunsero a porsi problemi sempre maggiori: per esempio i problemi
riguardanti i fenomeni della luna e quelli del sole e degli astri, o i problemi riguardanti la generazione
dell’intero universo. Ora, chi prova un senso di dubbio e di meraviglia riconosce di non sapere». Sorprende
la somiglianza tra la descrizione di Aristotele e le parole della quindicenne: questa cosa mi interessa, cioè
riguarda tutto il mio essere da dentro, non posso perdermela, devo andare oltre.Ma dobbiamo capire
meglio cosa sia questa meraviglia, per poterla recuperare e suscitare. La definisco un sentimento misto:
sorpresa unita a pace. Qualcosa di nuovo si impone alla nostra attenzione e spiazza la nostra intelligenza,
ma non basta. Siamo chiamati a fermarci, sostare, osservare, andare alle fonti di quello stupore che ci ha
afferrato, per attingerne la causa. Veniamo trasformati da passanti distratti in spettatori curiosi e attenti,
per questo prima parlavo di (rap-)presentazione del sapere (il professore agisce il sapere).

La generica sete di sapere che caratterizza ogni essere umano attraverso la meraviglia diventa
interesse specifico: dal bambino affascinato dal gioco nuovo che cerca di aprire per capire come
faccia a muoversi, al ricercatore che osserva al microscopio un grumo di cellule. La realtà è una
promessa di sapere che aggancia attraverso la meraviglia, capace di generare una ricerca (un girare
attorno all’oggetto: ri-circa) di tipo sapienziale o scientifico, come dice Aristotele.Il compito di ogni
insegnante è proprio quello di presentare nelle sue parole, nei suoi gesti, nei suoi occhi, la
meraviglia verso l’oggetto in esame. Non esistono aspetti della realtà poco interessanti, esistono
casomai persone poco interessate. Quest’estate ho ascoltato da un amico appassionato di pesca il
racconto di una notte passata a prendere i pesci-lama. Alla fine del racconto volevo sapere come
erano fatti questi pesci, volevo capire il tipo di esca e di amo che aveva usato, volevo andare a
pesca, che non è stata mai al centro dei miei interessi, ma la meraviglia del suo racconto mi aveva
cambiato in pochi minuti. L’insegnante è un narratore-attore della meraviglia verso ciò che insegna,
provoca eros manifestando il suo eros. L’attenzione dell’allievo agganciata si porta verso la cosa e
non verso l’insegnante, altrimenti non si tratterebbe di meraviglia ma di seduzione. Il sapere
somiglierà ad un regalo impacchettato: un pacchetto ben fatto segnala qualcosa che è per me e solo
per me, una sorpresa. Nessuno però si accontenta del pacchetto: va oltre, apre, riceve,
ringrazia.Questo non vuol dire che avrò una classe di occhi ardenti e assetati, ma semplicemente
che darò a coloro che saranno pronti la possibilità di accendersi. Solo al fuoco della meraviglia
cuore e mente vengono unificati e lanciati oltre. Solo chi coltiva questo fuoco in sé riesce a
insegnare, altrimenti con il tempo si riduce ad assegnare.

Guardare i volti di una classe è faticoso, ma non ci stanca


Alessandro D’Avenia martedì 23 settembre 2014
La meraviglia come impegno: così preghiamo vigilando. Grazie a quel "guarda", ogni giorno mi
stanco, ma non mi annoio. (Alessandro D'Avenia)

C’è un quadro di Boccioni di cui mi sono innamorato. Si intitola "La strada entra nella casa",
dipinto nel 1911. Una donna, le cui fattezze sono della madre del pittore, affacciata al balcone
guarda la città dall’alto e, in un movimento a spirale di edifici e uomini dediti a diverse attività, la
strada sembra riversarsi come un fiume danzante dentro la casa, attraverso lo sguardo vigile e
attento della donna. Guardandolo mi sono chiesto: come guardiamo la strada o come lei entra nel
nostro sguardo? Lo sguardo stanco di molti, la lamentela come tema dominante dei discorsi, il
disincanto sulle cose più belle, l’amore in primis, mi suggeriscono che tutto, al contrario di quel
quadro, diventa immobile, vecchio, ripetitivo, incolore, stantio. La grande promessa di vita sembra
non poter esser mantenuta. Il paradiso si manifesta in singoli e fugaci istanti di pienezza non in
qualcosa di duraturo e stabile. Cercare questi istanti è la goccia di miele nell’esilio? Dov’è il nuovo
che dà vita a ogni cosa in ogni momento del giorno e in modo duraturo? Devo rassegnarmi
all’opacità del quotidiano o c’è altro?
Solo il nuovo sconfigge la routine, solo il nuovo dà sangue a ciò che diventa esangue. Per questo è
bello innamorarsi: il cuore si rinnova e una ventata di luce e freschezza ci ricorda per cosa siamo
fatti. L’eternamente uguale invece è l’inferno. Per questo la vigilanza (vegliate!) è il requisito primo
richiesto all’uomo che voglia essere uomo: la sua disponibilità totale al presente, l’apertura elastica
al dono di ogni istante, qualsiasi cosa contenga. Agostino chiamava "attenzione" la presenza del
presente, rispetto a quella del passato (memoria) e del futuro (attesa). La guerra che dobbiamo
condurre ogni giorno è proprio quella contro l’abitudinarismo, contro il farsi andar bene la
stanchezza del cuore e dell’amore, per mancanza di vigilanza, di attenzione. La pace è frutto della
guerra contro la tiepidezza che rende tutto incolore, noioso e ripetitivo. Ma come si fa a mantenere
questa disposizione del cuore a inaugurare ciò che tocca? A trasformarlo in gioia duratura e fedele?
La strada è segnalata in poche parole che leggo e rileggo in questi tempi di crisi: «Guarda (dice
l’originale greco, più spesso tradotto con "ecco"), io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21,5). Così Dio
dice nell’Apocalisse all’uomo impaurito dal fallimento, dalla stanchezza, dalla crisi. L’uomo da
solo non può inaugurare, rinnovare: ha bisogno di ricevere questa novità istante per istante, e
scoprire che ogni momento è pieno di questa novità che può baluginare solo raramente se procurata
dalle nostre forze esigue (tutta l’arte vive di questo slancio, enorme anelito di apertura al mistero
della creazione, così percepita come dono).
Ma quel verbo all’imperativo («Guarda»), a differenza dell’azione divina che è al di fuori della
portata dell’uomo (fare nuove tutte le cose: proprio tutte, uno sguardo, un amore, un lavoro, una
persona, un dolore, un fallimento...), segnala lo spazio affidato all’uomo verticale: guardare. Per
accedere al rinnovamento continuo di tutte le cose, alla primavera che ogni istante contiene anche se
minacciato da stanchezza e opacità, bisogna essere condotti al piano di chi vede veramente,
ricordando quello che già Montale lamentava nei suoi versi: «Gli scorni di chi crede che la realtà sia
quella che si vede». Si scorna chi crede che la realtà sia solo quella che si vede, perché la realtà è
invece quella che ci viene concesso di "guardare". Quello che si vede è il trascorrere delle cose
umane in un flusso che inevitabilmente perde forza, slancio, vigore. Quello che si guarda è invece il
legame con chi rende viva ogni cosa in questo momento, anche la più fragile e stanca. Ma c’è
bisogno di me, punto di contatto tra la fonte che rinnova e la realtà da rinnovare. Sono io che entro
in classe, che incontro un genitore, che correggo un compito, che scrivo una pagina, che ascolto un
amico, che risolvo un problema, che cucino un piatto di pasta, che provo il dolore di un fallimento,
di un errore, di un tradimento, di un turbamento, di un peccato. Sono io quella congiunzione tra
l’effimero e la realtà, e in me può compiersi la trasformazione di ciò che è vecchio in ciò che è
nuovo, non grazie a me, ma attraverso di me. Purché io guardi. Io guardi veramente le cose. È
qualcosa che a livello umano gli artisti sperimentano, perché il loro guardare è uno dei gradini di
questo invito in cui naturale e soprannaturale possono toccarsi.
Raymond Carver, maestro di attenzione nei suoi racconti e poesie, scriveva «si possono descrivere
delle cose, degli oggetti quotidiani, usando un linguaggio comune, ma preciso – una sedia, una
forchetta, la tendina di una finestra – e dotare questi oggetti di un potere immenso, addirittura
sbalorditivo». La scrittura è veglia dei sensi, prima ancora che segno sulla pagina. Va oltre il poeta e
premio Nobel D.Walcott, che del modo di dipingere di Pissarro, ne Il levriero di Tiepolo, dice:
«Ogni pennellata era intrisa di quell’assenza; con regolare, quieto dipingere / costruiva il suo
azzurro. Era questo il suo modo di pregare». Il poeta-pittore intuisce che guardare, strumento
primario del suo lavoro nel mondo, è pregare: vigilare, custodire, inaugurare ogni cosa. L’arte ci
ricorda, fissandolo nella materia, per cosa sono fatti i nostri occhi: la novità di tutte le cose che in
questo istante Dio opera, silenziosamente, lievemente come la brezza di Elia.Il pieno compimento
di questa possibilità, secondo l’invito della Rivelazione-apocalisse, è però un dono: si chiama
preghiera (vigilanza). Una preghiera continua, costante, importuna ci viene chiesta, perché il
presente richiede attenzione continua. Non come una prestazione impossibile: non è un moralismo
utopico, perché la preghiera non è una prestazione, ma un prestito di occhi e cuore, che sono la
radice degli occhi. È Colui che dice di far nuove tutte le cose che la rende costante, continua,
importuna, inesausta. Io posso solo ricevere questa possibilità aprendomi ad essa e vedrò tutto
rinnovarsi sotto il mio sguardo, non per magia, ma per caduta di paoline squame dagli occhi e
scorgere ciò che io non potevo vedere (Danielou scrive che i tre della Trasfigurazione sul Tabor
videro come stavano le cose in realtà, per grazia furono resi meno ciechi).
Questo comporta la fatica buona del rimanere aperti, compatibile con la gioia, ma non con la
stanchezza, col disincanto, con l’abitudine. Guardare tutti i volti di una classe ogni giorno in modo
unico è faticoso, ma non stanca. Allattare il bimbo è faticoso, ma riempie. Questo guardare il
rinnovarsi di tutte le cose che tocchiamo è ciò che abbiamo da dare ad un mondo stanco. Un
cristiano che non prega (veglia) in ogni istante, attraverso ciò che sta facendo, rapidamente perde
smalto, perché ha perso il suo legame con la fonte, con la vite/a. Non ha più nulla che lo rinnovi,
non può vedere più nulla, perché non guarda più nulla. La meraviglia di una continua novità, quella
che ci prende di fronte ad un panorama alla fine di una lunga camminata, quella che ci afferra nelle
movenze della donna di cui ci innamoriamo, quella che ci spiazza nel sorriso di un bambino, è la
possibilità data in ogni momento a ciascuno di noi. È quello che la strada chiede a quella donna
affacciata al balcone nel quadro di Boccioni: dare senso e casa al caos di quella strada. Grazie a
quel «guarda» ogni giorno mi stanco, ma non mi annoio. Ho il cuore e gli occhi pieni di una
meraviglia che nessuno può strapparmi, perché non l’ho messa io nelle cose: il loro reale rinnovarsi
è lì disponibile per i miei occhi liberati dalle squame. Il mio compito, a volte faticoso, è goderne. E
poi raccontarla.
Alessandro D’Avenia. L’eterna sfida dell’educatore formare persone
autentiche
Alessandro D’Avenia sabato 10 maggio 2014
La scuola ha bisogno di fondamento. L’antropologia della rivelazione cristiana, vera risposta
umana.

L’insegnamento è un ambito dell’educazione. L’educazione abbraccia la vita. La vita è intera e


universa.C’è un’armonia possibile a cui le cose tendono, una pienezza inscritta in ogni fibra
dell’universo. Le cose dell’universo nascono piccole e tendono alla loro pienezza, che Dante
identificava nella gloria di colui che "tutto move" che penetra e risplende più in una parte e meno
altrove secondo la scala dell’essere del creato. In questa "scala dell’essere" alcune cose crescono per
una loro interna potenza, una verità che procede intrepida e che nel suo splendore è fonte inesausta
di stupore: nel movimento migratorio di uccelli, nella geometria dei petali della rosa e delle orbite
celesti. Altre cose, chiamate uomini, crescono con quella stessa potenza interna, ma il loro tendere
non si esaurisce in questo.

Condividono con l’universo vegetale e animale la crescita lineare, ma non si limitano alla linearità
del biologico, perché caratterizzati da altri due livelli di crescita: quello dell’anima, che li rende
capaci di intendere e di volere (distinguere vero/falso, bene/male, bello/brutto e scegliere), e quello
dello spirito, che rende gli altri livelli capaci di trascendenza.I livelli non sono tra loro separati, ma
come cerchi concentrici si trovano a diverse profondità, simili a una spirale. Il più profondo è quello
in cui alberga la trascendenza che l’uomo da solo non può darsi, ma a cui tende ogni elemento degli
altri livelli: il terribile dono della libertà dà la possibilità di scegliere tra l’orgoglio dell’auto-
trascendersi o l’accettazione della vita da altro. Su questi tre livelli (corpo, anima, spirito) si gioca
l’educazione integrale dell’uomo, anche se l’uomo, ferito dal male, possiede questa armonia non in
equilibrio: essa quindi va curata, rafforzata, indirizzata, educata.Se educare oggi sembra
impossibile, la motivazione non va cercata nei tempi, ma nella carenza di pensiero: "nos sumus
tempora" (noi siamo i tempi) diceva Agostino, perché solo nell’uomo e nella sua profondità si dà
tutto il tempo (passato, presente e futuro). Abbiamo perso o confuso la verità sull’uomo e i suoi
livelli di esistenza, come dimostra il moltiplicarsi e perdersi in mille pedagogie oscillanti tra
addestramento (ad azione reazione) e razionalismo meccanico (se riempio la testa allora
funzionerà). Lo ha detto in maniera chiara e semplice una donna che san Giovanni Paolo II nel 1998
– non a caso – ha scelto come patrona d’Europa, in un libro significativamente intitolato «Vita
come totalità»: «L’insegnamento non è che una parte dell’educazione, particolarmente
dell’intelletto. Ma col termine educazione intendiamo la formazione dell’essere umano nel suo
complesso, con tutte le sue forze e tutte le sue capacità. Cos’altro vogliamo aggiungere
coll’educazione se non che il giovane che ci è affidato divenga un essere umano vero, autentico e
autenticamente se stesso (tale quale Dio prescrive all’uomo di essere e questo sia nel senso generale
della natura umana quanto in quello particolare della personalità individuale). Come conseguire
però questo fine? L’educatore deve possedere un’opinione chiara e un giudizio vero riguardo a in
che consista l’educazione, cioè l’autentica natura umana e l’autentica individualità... Formare esseri
umani autentici significa formarli ad immagine di Cristo, ma per farlo l’educatore deve essere lui
stesso un essere umano autentico» (Edith Stein).
La scuola è al servizio dell’autentica formazione dell’uomo e della donna. L’uomo è chiamato a
realizzare la pienezza della sua natura (umana) e la pienezza della sua individualità (unica e
irripetibile). Per raggiungere tale fine bisogna aver chiara idea della vera natura umana e la vera
individualità. La vita è un tutto che tende alla pienezza, ma nel caso degli uomini attraverso l’aiuto
di altri uomini (Dio è relazione, e l’uomo, a sua immagine, è chiamato a crescere nella relazione).
Per questo ogni epoca, con la sua cultura, interpella in modo diverso l’educazione dell’uomo,
perché ogni cultura è parziale rispetto al progresso massimo mai raggiunto e raggiungibile per
l’uomo: Cristo, perfetto uomo, oltre che perfetto Dio. Per questo san Giovanni Paolo II scriveva che
Cristo «svela l’uomo all’uomo». Ogni carenza educativa è quindi una carenza di conoscenza di
Cristo, non come un modello mitico irraggiungibile a cui si tende con uno sforzo titanico
impossibile all’uomo, ma fondamento che agisce nel singolo uomo da dentro, incontrandosi così in
modo unico con il dinamismo della storia, perché in certo modo si è unito a ogni uomo e a tutto
l’uomo. Per questo la Stein parla anche dell’autentica individualità. Non basta portare a pienezza la
natura umana, che non si dà separata dal concreto vivente, ma occorre portare a pienezza quel
concreto vivente, dotato di natura umana. Ma la pienezza può essere raggiunta come fine solo se è
chiaro quale sia tale pienezza realizzata in quell’uomo e in quella donna, per questo ancora
Giovanni Paolo II scriveva che «l’uomo è via della Chiesa», perché è nella molteplicità del suo
camminare nel mondo, cioè nella sua unicità, che l’uomo va accompagnato su quella strada che è
sua e solo sua, ma che porta alla pienezza inscritta nel progetto che dall’eternità Dio ha su di lui,
perché l’uomo faccia dono agli altri uomini di quel progetto.
Ogni epoca, con i suoi squilibri culturali, interpella l’antropologia equilibrata (proprio perché fa i
conti col male) della rivelazione cristiana, che ha il compito di rispondere alle soluzioni relative che
si danno nelle singole culture, famiglie e uomini, purificandole, innalzandole, completandole. Senza
chiarezza su questa antropologia non possiamo educare, anzi meglio, non riusciamo a educare,
perché in realtà educhiamo sempre, perché siamo dentro la vita: una mamma educa il bambino
anche nel modo in cui lo prende in braccio o gli sorride, un insegnante educa nel modo di guardare
negli occhi un alunno o nella posizione che assume in aula. Come dice la Stein, solo l’autenticità
del vivere stesso dell’educatore riesce a educare, altrimenti educheremo secondo una parzialità che
è già in noi e che prima dobbiamo superare in noi. Senza una chiarezza di idee sull’uomo e senza
l’autenticità personale (che non è essere risolti, ma aperti) finiremo con l’improvvisare (in-pro-
videre): cioè non saremo pro-videnti, non vedremo in anticipo e da lontano, e quindi non saremo
prudenti (sempre dal verbo pro-videre), cioè non sapremo trovare soluzioni adeguate al singolo
uomo e alla singola situazione, alla luce di una chiarezza di fondo sulla persona umana e i suoi
livelli di esistenza.
Non ci sono soluzioni per tutti, come crede una cultura in cui la mente, ridotta a pensiero calcolante,
cerca l’applicazione. Si danno invece inedite e concrete occasioni che interpellano quel progetto di
armonia ed equilibrio a cui tendiamo. Per educare in famiglia e a scuola si richiede intelligenza del
cuore, che non sta (solo e principalmente) nei manuali, ma nella capacità di aprirsi all’altro
dell’educatore, cioè nel suo volere amare l’altro in quanto soggetto e non in quanto oggetto della
sua azione educativa. Si pone al servizio di un soggetto dotato di libertà e quindi di un progetto.
Rivoluzione copernicana che ogni educatore sa di dover affrontare e senza la quale riceverà solo
frustrazioni dal suo ruolo, perché tenderà al controllo, che è il contrario dell’amore: chiude,
addestra, invece di aprirsi e servire. Gli oggetti si controllano, i soggetti si amano.
La nostra antropologia educativa di marca post-cartesiana galleggia spaurita in una visione
dell’uomo diviso in un cogito, che riempito di nozioni dovrebbe bastare a renderlo migliore, e in un
corpo di passioni, sentimenti, emozioni, che abbandonato a sé è preda della reattività e spontaneità
del buon selvaggio, che buono non è mai stato né sarà. Lo spirito, terzo livello dell’essere umano, in
questa dicotomia tra ragione e corpo è andato perduto e con esso qualsiasi ricerca di senso su quella
sete di infinito che ci caratterizza (il cor inquietum agostiniano è narcotizzato, Bauman dice che
siamo sottoproletari dello spirito) e che però si ostina a manifestarsi in insoddisfazione, noia,
malattie, precipitazione, affanno, idoli.Basti pensare che a scuola educhiamo prevalentemente con il
sistema degli errori. Il cogito, come una macchina, sbaglia, viene ripreso, si corregge. L’errore
invece è parte del percorso della vita, va integrato anch’esso. Quando facciamo complimenti per i
punti di forza di uno studente, più che sull’errore commesso? Quando disponiamo i banchi in modo
che si abbia l’impressione che il sapere si condivida come in un "convivio" e non sia invece
addestramento a obbedire? Quando troveremo un modo di interrogare rispondente alla persona
(soggetto di relazioni) anziché all’individuo (magazzino di nozioni)? Le pratiche relative a una
antropologia equilibrata ed equilibrante sono un terreno fecondo da esplorare, migliorare o
ripensare. Noi se non siamo consapevoli del progetto intero che è l’uomo, operiamo secondo schemi
non frutto di riflessione, ma di "luoghi comuni". Finiamo con il fare "come hanno fatto con noi":
teniamo in piedi risposte a domande che non ci sono più, difendiamo mondi già tramontati, e
rimaniamo frustrati. Non è che non sappiamo più educare, ma non accettiamo il rischio di educare,
che è partecipare alla vita delle persone e non imporre formule che danno sicurezza (a noi più che ai
ragazzi). Chi educa si comporta come i bastoncini che mia nonna poneva accanto alle piantine
ancora fragili. Affianchiamo, non determiniamo, l’elaborazione dell’io, cioè la progressiva (ma non
lineare come una pianta, perché le piante e gli animali vivono solo nel presente, mentre la
profondità dell’uomo si estende nel passato e nel futuro) appropriazione di un io a partire da un sé
dato, che non può essere omesso o dimenticato, altrimenti si cade nell’idea meccanicistica e
volontaristica di un io che si può costruire a suo piacimento, che è pura illusione, con conseguenti
mancanze di equilibrio: squilibri.
Solo una antropologia integrata e integrante porta l’uomo alla piena fioritura, all’equilibrio, alla
pace nei limiti delle condizioni del mondo finito in cui ci muoviamo. Solo una antropologia
completa rende il destino (ciò che in noi non scegliamo) una destinazione (come integriamo,
curiamo, indirizziamo e perfezioniamo ciò che è dato).Chi educa affianca la fioritura della natura
umana (condivisa) e della specifica persona (con luci e ombre, con talenti e difetti). Il corpo ha
bisogno di una cura lineare, anima e spirito no. Anche se parliamo sempre di maturazione: nel
primo è progressiva, nei secondi va a salti e conosce progressioni e regressioni, a seconda di come
la vita è interpellata dai fatti e dall’educazione. La vita nella sua molteplicità attiva livelli di
profondità diversi di quel sé. Un educatore può prendersi cura dei vari livelli se li ha presenti e li
coltiva in sé, altrimenti si appellerà a ricette che andavano bene ai suoi tempi o a ricette prese a
prestito da concezioni più o meno adeguate alla pienezza del concreto vivente. Basti pensare, come
piccolo esempio, alle letture: di quale libro ha bisogno in questo momento questo alunno? Siamo
sicuri abbia bisogno di quello che ho letto io alla sua età? Non sarebbe meglio una lista da cui
scegliere?
Solo la scoperta e il gusto di raggiungere questa pienezza consente all’uomo di percepire la propria
vita come dono da fare e non come ego da affermare sugli altri, fonte di insolvibili conflitti. Solo
chi ri-conosce qualcosa di dato può poi dare a sua volta e concepire la propria vita come dono e
compito. Questa percezione della propria vita è l’obiettivo dell’educazione e quindi mediatamente
dell’insegnamento. Siamo noi educatori capaci di far vedere a ogni singolo ragazzo, ragazza,
quell’unità di senso che rimane nel tempo, anche se viene sollecitata, messa alla prova, arricchita, e
a volte quasi annichilita, dal fluire più o meno burrascoso della vita? Siamo noi capaci di aiutare a
trovare il "fondamento" che unifica a partire dalla molteplicità dell’esperienza? Se non lo facciamo
"improvviseremo" soluzioni "provvisorie", liquide come il mondo senza fondamento, incapaci di far
sgorgare risorse di vita che scaturiscono dalle profondità del sé sollecitato da ciò che nella vita è
imprevedibile ma che può essere integrato come arricchimento. È un compito che san Giovanni
Paolo II aveva segnalato in modo chiaro, ma che forse dobbiamo ancora raccogliere nella sua
pienezza, nella «Fides et ratio»: «Una grande sfida che ci aspetta è quella di saper compiere il
passaggio, tanto necessario quanto urgente, dal fenomeno al fondamento. Non è possibile fermarsi
alla sola esperienza; anche quando questa esprime e rende manifesta l’interiorità dell’uomo e la sua
spiritualità, è necessario che la riflessione speculativa raggiunga la sostanza spirituale e il
fondamento che la sorregge». Ciò può avvenire se l’educatore sa attingere nella sua vita a questo
fondamento, perché poi sarà capace di coglierlo negli altri, nessuno ri-conosce ciò che non conosce:
«Chi non incontra mai una persona degna d’amore, non può mai vivere le profondità nelle quali si
radica l’amore» (Edith Stein, «L’empatia»).
Tutto questo richiede studio, preparazione, trasformazione personale, dono di sé. La scuola si fa a
partire dai maestri. Così è e sempre sarà. Le soluzioni organizzative sono importanti, ma saranno
dettate da questa visione più ampia, altrimenti saranno oggetto di un dibattito esclusivamente
ideologico, di qualsiasi marca sia. Gli educatori non sono chiamati a essere organizzatori, ma
«esperti in umanità, che conoscano a fondo il cuore dell’uomo d’oggi, ne partecipino gioie e
speranze, angosce e tristezze, e nello stesso tempo siano dei contemplativi innamorati di Dio»
(Giovanni Paolo II, discorso dell’11 ottobre 1985). Solo questa profondità detterà soluzioni sempre
nuove e creative, pratiche virtuose capaci di realizzare nel mondo quella "incarnazione" che è il
centro della pedagogia divina e quindi fonte di ogni pedagogia umana.

La morte di "Sic", le domande dei ragazzi. Nessuna promessa può rimanere


incompiuta

Alessandro D'Avenia lunedì 31 ottobre 2011


Quando sono entrato in classe poco prima dell’inizio delle lezioni ho trovato i miei ragazzi, i
maschi, già in classe. Non erano in giro per i corridoi cercando di sfruttare sino all’ultimo qualche
boccata di libertà prima della prigione di sei ore di lezione. Erano seduti e parlavano sottovoce. Ho
chiesto cosa fosse accaduto, mi hanno risposto: «Simoncelli». Alcuni di loro il giorno prima
avevano pianto, guardando e riguardando video più volte, quasi a volersela far raccontare bene
questa brutta favola. Mi ha colpito che fossero i maschi della classe, così poco disposti a
manifestare i propri sentimenti, e che partecipassero in modo così personale a quel lutto, come si
trattasse di un amico. Che cosa c’era sotto? Il loro sconforto andava di là dai confini della morte di
uno sportivo impegnato in uno sport pericoloso. Che cosa era accaduto veramente? Nei loro occhi
spenti e in qualche parola smozzicata emergeva il punto con evidenza smagliante: una promessa
interrotta. Il dramma non era quello della morte, ma quello dell’ingiustizia della vita, se non è
eterna. Simoncelli più che un campione era una promessa di campione. Eravamo tutti in attesa che
realizzasse il suo sogno e tifavamo per lui. Ma la morte gli ha fatto lo sgambetto a quella curva. I
miei ragazzi non ce l’avevano con la morte, ma con l’ingiustizia della vita se finisce qui e così.
Nell’età fatta per decidere per cosa mi gioco la vita, la morte li risvegliava con la sua cruda verità:
anche se lo scopri io ti porto via tutto, quando dico io. I miei alunni erano arrabbiati, frustrati,
abbandonati. A che serve impegnarsi, professore, se poi finisce così? Anche io covavo quel
pensiero, ma contemporaneamente ero salvato da un altro, più profondo e meno emotivo. In fondo
Sic non ha subito nessuna ingiustizia. La morte è un fatto della vita, non un’ingiustizia. Sic è morto
facendo quello che amava. Se proprio si deve morire, non c’è modo migliore di morire. Se potessi
scegliere la mia morte vorrei arrivasse all’improvviso mentre spiego il Paradiso di Dante: morì
facendo ciò che amava. Mi sono scoperto libero, grazie al fatto che credo che la morte sia un
passaggio non la fine, in my end is my beginning, ma allo stesso tempo non mi voglio perdere la
vita e rifiuto Nietzsche che accusava i cristiani di disprezzare la vita, perché puntavano sull’aldilà.
No, in my beginning is my end (nel mio inizio c’è la mia fine). Il paradiso c’è e lo voglio proprio
perché amo la vita e la vita sa essere amabile.I miei ragazzi avrebbero dato ragione a Cioran che a
proposito della morte scriveva: «Non c’è un altro problema. Non ho fatto niente nella mia vita
proprio perché ero al tempo stesso liberato e paralizzato da quel pensiero della morte. Non si può
avere un mestiere quando si pensa alla morte, si può soltanto vivere come ho vissuto io, al margine
di tutto, come un parassita». Mi permetto di dissentire. Proprio perché c’è la morte voglio vivere
fino in fondo ogni secondo della mia vita per ciò e per chi amo. Se fossimo immortali, ci
sveglieremmo la mattina e non ci scolleremmo dal letto, consolati dal pensiero di avere a
disposizione tutto il tempo che vogliamo. Invece per fortuna la morte ci incalza, ci sfida a
sconfiggerla amando, perché l’amore è l’unica forza forte come la morte e solo amando la morte
diventa «nostra sora», come la definì un innamorato della Vita. Certo la morte paralizza chi non si
aspetta da lei il dono più grande, quello della rinascita a una vita indistruttibile e da perenni
innamorati.Questo sconcertava me e i miei alunni: perché tutti questi sforzi, se poi finisce così. Però
ho ribadito loro che proprio perché finisce così non possiamo rimanere paralizzati, è proprio il fatto
che Sic fosse una promessa che mostra l’esistenza della vita eterna: nessuna promessa può rimanere
incompiuta, nessun amore interrotto, nessuna passione spenta, nessun male non curato, nessuna
ingiustizia non riparata.Ma tutto si gioca nell’aldiqua, che può essere già paradiso. Un brano del
Talmud dice: «Se stai piantando un albero e ti dicono che il Messia sta arrivando, prima finisci di
piantare l’albero» e Charles Peguy racconta che un giorno Luigi Gonzaga stava giocando a palla
con i suoi compagni di seminario. I superiori li interruppero e chiesero cosa avrebbero fatto se di lì
a poco, venticinque minuti per l’esattezza, ci fosse stato il Giudizio. Tutti risposero che si sarebbero
dedicati a qualche penitenza, preghiera, confessione... Luigi rispose: «Io continuerei a giocare a
palla».
*

Aiutiamoli a scegliere: s’impara così a non avere paura

Alessandro D'Avenia domenica 30 gennaio 2011


Ho paura del futuro… iniziare il liceo… Ci sono tante cose ke nn puoi controllare, mi manca
qualcosa ma non so ke kosa… Voglio che tutto migliori… ma non so da dove cominciare!».Sono
parole del blog di una ragazza che confida worldwide il suo segretissimo tormento, simile in tante
lettere che ricevo. La paura è il denominatore comune delle vite dei ragazzi quando c’è in gioco il
futuro: è il segno che stanno entrando nella realtà. Spesso anche io ho paura, ed è il messaggio che
la realtà manda per dirmi che la mia libertà è in gioco: la paura è la vertigine della libertà. Ma io ho
33 anni, diverso è quando la paura attanaglia il cuore di un’adolescente confusa sul presente,
figuriamoci sul futuro. Per questo i genitori non possono aver paura, o almeno non possono aver
paura di averne, di fronte alle nuove scelte dettate dalla riforma. Come consigliare senza sostituirsi?
Come non lasciare la decisione in carico solo ai figli? La scelta non è il giudizio universale: se si
sbaglia, si corregge il tiro. Educare non è essere infallibili, ma servire le vite a noi affidate,
gradualmente incoraggiandole ad essere sé stesse, senza sconti. I ragazzi vogliono essere provocati,
messi nel gioco della vita, protetti sì dalla paura, ma non dalla libertà: non c’è montagna più alta di
quella che non si scala.Dato che la vita, a raccontarla, consiste nelle scelte che fai nelle circostanze
che ti è dato vivere, questa, che è forse la prima vera di un ragazzo, è occasione di crescita
personale e familiare. Educare è provocare la libertà a scegliere, e si può scegliere solo se si
conosce la realtà.I ragazzi hanno affrontato test attitudinali, hanno alle spalle anni di studi e molti
adulti che li conoscono. Un bagaglio sufficiente per diventare consapevoli delle proprie risorse
migliori e dei propri limiti, per costruire sulle prime e convivere, migliorandosi, con i secondi. In
questa linea possono muoversi i genitori, non lasciandosi guidare da esperienze personali ormai
lontane o attese sociali e familiari non sempre adeguate alle qualità dei figli. La mamma che vede il
figlio con il dito nel naso pensa: sarà un grande ricercatore! Per guidare, senza soffocare o ignorare,
occorre avere lo sguardo al futuro e sapere incoraggiare segnali ancora tenui al presente, che
saranno ciò che "salva" quella vita, il punto di appoggio per sollevarsi dal letto al mattino. I genitori
faranno bene a scegliere con e per il figlio: se può dare 7, che intraprenda un curriculum che
richiede 9, e raggiungerà 8. Solo così quel percorso sarà un viaggio di crescita reale, non un
parcheggio. Genitori e insegnati dicano ai ragazzi le qualità che vedono in loro: una relazione
funziona solo se ognuno dà all’altro ciò di cui l’altro ha bisogno, costi quel che costi.La ragazza
impaurita ha bisogno dei due pilastri educativi fondamentali per la sua età: contenere la paura
dell’ignoto e mettersi in movimento con le sue risorse reali verso una meta, ardua ma possibile. La
vita ci è stata data, ma non ci è stata data già fatta, per fortuna. Occorre aiutare e farsi aiutare,
cercando il percorso più adatto, alleandosi con un gruppo di insegnanti capaci anche di educare.
Sono i genitori a decidere dell’educazione dei figli, senza delegare, ma rendendo i professori
partecipi alla missione educativa, scegliendoli: ti affido mio figlio, aiutami a renderlo sé
stesso.L’inizio di un nuovo percorso scolastico è un’imperdibile occasione per conoscere e aiutare a
crescere il proprio figlio/a: cosa guarda, per cosa si appassiona? E poi additare la meta al di sopra
(non troppo) delle capacità, con riscontri positivi ad ogni passo di avvicinamento. I ragazzi saranno
disposti a lanciarsi in mare aperto, forti dello sguardo di adulti che garantiscono l’esistenza del
porto: la certezza che la loro irruzione nel mondo è apportatrice di novità, che altrimenti andrebbero
irrimediabilmente perdute. Educare non è controllare, né ignorare, ma servire la novità di ciascuno.

Il paradosso del periodo più atteso. La nostra paura del tempo libero Solo chi
dona sa fare vacanza
Alessandro D'Avenia domenica 10 luglio 2011

Vacanze, così le chiamiamo. Dal latino vacatio, ciò che è vuoto. Dopo un anno di battaglie, fatiche,
impegni non vogliamo più scadenze, obblighi, ma uno spazio vuoto in cui nessuno ci imponga
niente. Lo chiamiamo anche tempo libero, cioè tempo dotato di libertà, a differenza di quello
dedicato al lavoro, il tempo dell’obbligo, della produzione, dello 'schiavo'. Trovo inadeguati questi
nomi, soprattutto per un cristiano. Il cristiano è figlio di Dio, e figlio – in latino liber – è libero,
sempre. Il mio tempo libero è sia quando insegno, sia quando faccio un bagno al mare, quando
compilo un noioso registro e quando prendo il sole con la brezza che mi accarezza la pelle, perché
sono sempre figlio, sotto lo sguardo di Dio che mi dona tutto quello che sono, faccio e ho. L’ho
capito meglio leggendo un bellissimo libro di Mauro Leonardi sul mistero del celibato, dal titolo
Come Gesù. L’autore spiega (p.179) che «Adamo ed Eva si riconoscono essi stessi debitori del
dono dell’essere e del dono egualmente grande del loro amore e della loro unità, verso una presenza
più grande, Dio, che costituisce l’orizzonte della loro esistenza. Dio non si presenta come un
creditore, ma come qualcuno che elargisce doni e gratuità. Dio viene con il solo intento di
passeggiare alla brezza del vento lieve: 'Passeggiava nel giardino alla brezza del giorno' (cfr Gn
3,8). A ben vedere è proprio questo, in essenza, l’azione caratteristica dell’amicizia: fare una
passeggiata». Questo è il progetto originario di Dio: passeggiare con i suoi figli nella bellezza del
creato che ha elargito loro e condividere cuore e cuore questa bellezza, lasciando liberi i suoi figli di
condividerla fra loro, e il peccato non è altro che il principio di opposizione al ricevere e al donare.
* * *Molti si annoiano più in vacanza che al lavoro e altrettanti anelano la solitudine quando
lavorano e poi si vanno a infilare in pochi metri quadrati affollati da decine di ombrelloni. Come è
possibile? Noi vogliamo il tempo libero, ma in realtà ne abbiamo paura. Perché? Proprio perché è
libero, proprio perché è vuoto. Proprio perché è il tempo della libertà, è tempo della scelta. Noi
vogliamo tutto il tempo, perché l’unica cosa che il nostro cuore anela è l’eternità, ma poi quando
abbiamo il tempo scopriamo il suo paradosso. Per chi vive nel tempo, il tempo è l’unica cosa che ho
a disposizione per amare. Amare è donare tempo e donare nel tempo è morire. Se dedico un’ora a
un mio amico, quell’ora non torna più indietro, io faccio vivere di più lui, ma quell’ora non torna
più. Il Verbo ci ha dato tutto il suo tempo per salvarci, si è fatto tempo per donarci il senza tempo.
Quando arrivano le vacanze e il tempo libero, noi crediamo che sia finalmente venuto il momento di
vivere, ma il tempo autoreferenziale, egoistico, senza amore, è un tempo che annoia, perché ci rende
più schiavi di quello che abbiamo quando lavoriamo. L’unico tempo liberato e che ci rende felici –
sia che lavoriamo sia che riposiamo – è quello dedicato ad amare (noi stessi e il prossimo). * * *
Vacanza non è svuotarsi e non avere impegni, quello ci stanca più di lavorare, ma è prendere il
proprio tempo e decidere a chi e cosa dedicarlo, perché diventi pieno: passeggiare nel giardino con
Eva, carezzati dalla brezza del giorno, sotto lo sguardo di Dio. Pieno è il tempo dei figli sotto lo
sguardo del padre. Pieno è il tempo dedicato a ciò che il nostro cuore cerca, se lo sappiamo
ascoltare. Abbiamo noi il coraggio, durante le vacanze, di liberare il nostro tempo e di non farne un
semplice dato di fatto determinato dal destino: non devo lavorare, allora sono libero? Solo chi è in
vacanza anche quando lavora, sa cosa è la vacanza. Solo chi è libero nella fatica quotidiana, può
godere il tempo della festa e viceversa. Le vacanze parlano del paradiso, luogo in cui avremo tutto il
tempo: saremo sempre liberi, perché saremo davvero figli, senza niente che possa offuscare questa
condizione. Il nostro tempo sarà solo tempo dell’amore ricevuto e dato. L’amore non vuole durata,
ma eternità, a noi non soddisfa che le cose durino (tanto non durano), ma che siano piene,
nell’istante. Il paradiso – anche sulla terra – non è durata e immortalità, ma pienezza dell’attimo,
eternità. Ecco quale è il vero tempo libero: quello che ha in sé la pienezza e nelle vacanze abbiamo
semplicemente più possibilità di sceglierlo. Una chiacchierata con un amico, un bel libro, una
passeggiata con la moglie, una nuotata con un figlio, una cantata sotto le stelle, una chiacchierata
con Dio. Solo se avremo il coraggio di donarlo il tempo si libererà. * * * Se non inseriremo il nostro
riposo nella celebrazione del rito della bellezza delle cose che ci sono donate, insieme agli altri, ma
lo vivremo come possesso consumistico di beni da ottenere a tutti i costi, inevitabilmente
oscilleremo tra l’accidia del non far nulla (noia) e l’agitazione del fare (ansia); consumeremo le
vacanze ritrovandoci più stanchi di prima, quasi sperando di ricominciare a lavorare, felici sotto
sotto che qualcuno ci strappi via il tempo che non abbiamo il coraggio di vivere, cioè di donare.

Come salvaguardare il vero «otium». Celebrare l’inutile il segreto della


vacanza

Alessandro D’Avenia domenica 17 luglio 2011


Diceva Platone che gli dei condannarono l’uomo al lavoro e per compassione gli concessero
intervalli di riposo per le feste, affinché l’uomo ricevesse in quelle occasioni la luce e la forza per
vivere rettamente. La visione greca del lavoro è pessimista: fatica necessaria, da cui salvarsi grazie
al culto. Otium, diranno i latini, per opporlo al neg-otium (ciò che otium non è): gli affari della vita
quotidiana, priva della dimensione divina del vivere.Gli antichi, interpreti del mondo caduto,
avevano ragione, ma da quando il Verbo si è fatto carne il lavoro non è condanna, ma benedizione.
Nel progetto originario l’uomo è posto nell’Eden per custodirlo e coltivarlo, prima della Caduta, che
non ha determinato il lavoro, ma la fatica e la resistenza. La creazione resiste e aspetta nelle doglie
del parto che l’uomo la faccia partorire attraverso il lavoro. Lo sa bene ogni artista, che prova a
piegare parole, pietre, colori alla bellezza concepita. Cristo lavorò trent’anni da falegname e fece la
redenzione tanto quanto gli ultimi tre, ma purtroppo troppo spesso quei trenta, a piallare tavoli a
Nazareth, ce li dimentichiamo.Il lavoro si è di nuovo impregnato della visione pagana. È schiavitù
da cui fuggire o contenitore di auto-affermazione, non cura e salvezza di me, della parte di mondo
che mi è affidata e delle persone che ci sono dentro. La visione tragica del lavoro origina l’otium
come fuga e divertimento dionisiaco: un annullamento dell’io bisognoso di azzeramento, come si fa
con il pc quando si sovraccarica. L’otium diventa così terreno fertile per la noia. Questa accidia è la
rinuncia alle aspirazioni connaturali alla dignità umana, un ostinato non voler essere sé stessi che ci
porta sino alla disperazione, l’altra faccia dell’attivismo workaholic (alcolismo da lavoro). Ad
accidia e attivismo si oppone il vero otium, che non è l’assenza esteriore di lavoro (le ferie), ma uno
stato dello spirito, che riposa sia a lavoro sia in vacanza. È un atteggiamento di apertura quieta e
silenziosa, di chi riceve in dono la realtà. Solo così si scopre che il lavoro, anche se stanca, non è
fatica, ma riposo, e che la vacanza non è vuoto, ma pienezza. Ne Il piccolo principe c’è un
lampionaio che accende e spegne le luci sul suo pianeta, ma il pianeta ha cominciato a girare
sempre più veloce e richiede un lavoro frenetico, pur di rispettare la consegna ricevuta. Il
lampionaio disperato vorrebbe solo dormire e se ne lamenta con il bambino biondo, che gli
suggerisce di «riposare lavorando»: camminare, invece di stare fermo, così da seguire il corso del
sole, rimanendo fedele alla consegna, ma soprattutto a se stesso. Ci sono infiniti tramonti da
contemplare, di cui il lampionaio si è dimenticato. Egli ha dimenticato il culto, la dimensione rituale
dell’esistenza: godere senza possedere, lavorare riposando. Il culto sta al tempo, come il tempio allo
spazio. Il tempio era il recinto sacro agli dei, separato dai terreni adibiti al lavoro. Il culto è il tempo
strappato ai fini produttivi. Quello delle ferie, se vissuto utilitaristicamente per produrre
divertimento diventa tempo senza riposo. Solo il culto protegge la vacanza da questa minaccia, in
quanto tempo dedicato all’inutile. Separato dal culto, l’otium stanca.Come raggiungere il vero
otium? Festeggiando i beni del creato secondo i dettami del culto: godere della bellezza, celebrare
l’inutile. C’è una razza di oche che dopo un lungo viaggio migratorio, distrutte dalla fatica, trovato
lo specchio d’acqua che le salva, non si tuffano a capofitto a bere, ma inscenano una bellissima
danza. Persino le oche celebrano ciò che è necessario, senza consumarlo subito. Con la e nella
bellezza. Siamo noi capaci di danzare, celebrare, gioire in questo tempo festivo, nel culto dei
sacramenti (da leggere il recentissimo libro di A. Mardegan, «Il sacramento della gioia», per
riscoprire che la confessione è una festa) e nella bellezza dei doni del creato, o abbiamo già riempito
di disperazione il nostro otium?

*
A Milano i pugni di Oleg, la morte di Emilu. Dove eri Dio? Ma nella tempesta Tu ci parli

Alessandro D'Avenia sabato 7 agosto 2010


Dov’eri ieri mattina, Dio? Non a Milano, in viale Abruzzi, dove le mani di Oleg, ragazzo di 25 anni,
hanno spappolato la vita di Emilu, donna di 41 anni con l’unica colpa passare da lì. Te l’ho chiesto
spesso in questi giorni, Dio. Dove eri quando l’impiegato in odore di licenziamento ha sparato ai
suoi colleghi? E dove, quando il ragazzo laureato ha sparato alla fidanzata sedicenne che lo aveva
lasciato? Tutte le volte che ti faccio questa domanda, Dio, mi ricordo il consiglio di un amico:
«Chiediti piuttosto: dov’era l’uomo?».Dov’era l’uomo in Oleg disperato per una lite con la
fidanzata? Dove si era andato a nascondere il suo spirito, quella cosa che consente di vedere in
un’altra persona qualcuno e non qualcosa, di sentirne la vita così come sentiamo la nostra e quella
di chi amiamo? Non c’era l’uomo.Ma questo non mi basta. Perché l’uomo sparisce e il male dilaga
sull’innocente? Ritorno al sospetto di prima, divenuto quasi certezza: l’uomo non c’era perché non
c’eri tu, Dio. In viale Gran Sasso alle 8 non c’eri. Questa è la verità: dove Caino uccide Abele, tu
non ci sei. Sparisci quando in noi si fa strada l’invidia contro qualcuno che ha qualcosa che ci è
stato tolto o non abbiamo. Il male che crediamo di aver subito scatena una fame cieca di punire chi
quel qualcosa ce l’ha ancora. Questa è l’origine della violenza, di ogni violenza: l’invidia
primordiale del «sarete come lui se mangerete». Non ci sei Dio tutte le volte che do spazio a questa
invidia primordiale, tutte le volte che tolgo la vita (fisicamente o moralmente) a qualcuno perché ha
qualcosa che io non ho: salute, amore, soldi, lavoro... Quando diminuisco l’uomo, lì Dio non c’è. Il
Dio che vorrei, interventista, quello che evita il male che l’uomo vuole compiere, non c’è, perché è
stato cacciato già da un pezzo. Mi piacerebbe un Dio meno rispettoso della libertà umana, che
salvasse Abele, invece di dire a Caino: «Il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo
istinto, ma tu dòminalo». Ma Dio non l’ho inventato io. Però non mi rassegno e glielo chiedo di
nuovo: dov’eri? Domandare è guardare meglio. E pensando ad Abele, scopro che c’eri, ma non
dove guardavo. Non dal lato dell’onnipotenza, non dal lato della forza, ma dal lato meno visibile,
dal lato fragile. C’eri in un altro modo: nella vittima innocente. Ecco dov’eri. Emilu è l’innocente
crocifissa dai pugni del suo carnefice, che incapace di guarire da solo dalla violenza primordiale,
perdonando la donna che lo ha lasciato, punisce un’altra donna innocente in modo cruento. Non è la
risposta che mi riporta indietro Emilu, ma è l’unica risposta che non mi lascia solo con il male
cieco, il cui unico limite e argine è Cristo, che c’era, quella volta sì, sulla croce, faccia a faccia con
il male, una volta per tutte e ha vinto. Non ci sono soluzioni. In passato le cercavo usando la stessa
moneta: cercando i colpevoli contro cui scagliarmi, riproducendo il gesto violento. Ma cercare dei
colpevoli non è un bel modo di vivere. La vita non è un giallo, ma piuttosto un viaggio su una barca
a vela: con dei bellissimi posti da vedere e a lieto fine. Ogni tanto ci sono le tempeste e la paura di
affondare. Quello della tempesta è l’unico momento in cui Dio parla con noi: «Il Signore parlò a
Giobbe da dentro il turbine». La parole che Dio dice non sono tanto convincenti, ma a Giobbe non
interessano quelle. A lui interessa aver finalmente trovato ciò che il suo cuore cercava: parlare con
Dio. I suoi amici e sua moglie non ci riescono. Solo lui che sta dentro il turbine vede Dio: «Allora
Giobbe disse: Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono. Per questo mi
ricredo».Lo sgomento del male senza senso ci costringe al faccia a faccia con Dio e solo quel
fiducioso faccia a faccia, seppur nel chiaroscuro della tempesta, ci ricorda che il bene è onnipotente.
E questo ci salva da quel male.

La sfida per una visione cattolica dell’educazione: deve essere universale . Maturità: l’ultimo
dei riti di passaggio

La sfida per una visione cattolica dell’educazione di A. D'Avenia

Maturità: uno degli ultimi riti di passaggio nella nostra cultura, come quando l’adolescente veniva
abbandonato nel bosco per una notte e doveva sopravvivere da solo affrontandone i pericoli per
poter essere accolto nella cerchia degli adulti. La scuola di oggi riesce a rendere questo rito
effettivo o si è ridotto a una pratica ormai vuota? È compito solo della scuola? L’obiettivo
dell’istruzione è la cultura e la scienza, l’obiettivo dell’insegnamento è l’autonomia. Sono
inseparabili, ma hanno finalità specifiche che è bene distinguere per poi poterle unire. Un
insegnante nell’atto stesso dell’istruire educa, e nell’educare istruisce. Chi separa forzosamente
queste due dimensioni pensando di poterle agire separatamente produce: o nozionismi che
saranno presto dimenticati, non avendo presa sulla persona nella sua interezza, confinate solo in
una zona periferica e non utile all’autonomia; o automi, cioè uomini e donne che ripetono gesti
che non hanno vagliato personalmente ma si sono attaccati addosso per imitazione e contagio,
non per interiorizzazione. Come dunque insegnamento e istruzione trovano equilibrio nella loro
differenza? Come si armonizzano nell’obiettivo di "pro-vocare" persone mature? Solo a patto che
questa armonia sia coltivata ogni giorno dall’insegnante nella sua propria vita e offerta nel vissuto
concreto ai propri studenti. Solo se l’insegnante coltiva e amplia la sua vita interiore, incoraggia la
"conversazione interiore", cioè la capacità di abitare in se stessi in mezzo al flusso delle cose senza
esserne travolti, dare ampio assenso alla vita senza esserne schiacciati. Insomma, essere maturi è
umanizzare l’uomo (cosa che riguarda tutte le età della vita e non solo i diciottenni),
distinguendosi dagli animali che sono totalmente "nel mondo" e si limitano a reagire alle sue
sollecitazioni, mentre l’uomo è, sì, nel mondo ma è anche contemporaneamente di fronte al
mondo: ha uno spazio dentro di sé grazie al quale lo considera, lo interiorizza, lo valuta: «Quello
che i sensi e l’intelletto pongono di fronte è un mondo di cose; l’importanza che esse possiedono
ai fini della costituzione del mondo interiore, come alimento spirituale, le denota come oggetti di
valore o come beni. Nella misura in cui i beni sono prodotti dello spirito umano, suscitati dalla sua
attività creativa, li designiamo come beni culturali. Essi hanno un’esistenza autonoma, svincolata
dal suo autore. Per lo più è un oggetto materiale a costituire la materia prima del loro essere. Ma
ciò che costituisce il loro valore è qualcosa di spirituale; un elemento di vita spirituale è
misteriosamente imprigionato in loro, e può essere afferrato dall’anima che ne viene a contatto.
Se li consideriamo sotto questo punto di vista, li chiameremo beni educativi. Più ancora che dal
rapporto col complesso di questi beni, l’anima si avvantaggia nell’avere rapporto con i loro
eventuali autori, con le persone viventi. Lo sviluppo dell’anima e quello del suo ambiente spirituale
procedono di pari passo. Il compito degli educatori è quello di fornire questi materiali». Questo
scrive Edith Stein, in La vita come totalità. Non è un caso che la patrona d’Europa, morta in campo
di concentramento, intitoli così il suo libro. La vita come totalità: credo sia questa la sfida per una
visione cattolica dell’educazione, che non significa una visione confessionale, catechistica, parziale,
ma appunto universale, cioè quella che riconduce ad "unità" l’immensa varietà di oggetti del
mondo, rispettandola. Visione cattolica significa guardare le cose all’interno della visione che ne
ha Cristo: come guarderebbe quell’uomo, quella donna, quel filo d’erba, quell’albero? In tutta la
sua ampiezza e verità, per il suo pieno compimento. Partecipiamo noi di questo sguardo? Solo
partecipandovi e coltivandolo in noi potremo generare personalità mature, perché il dinamismo
della maturità non è lineare, non siamo macchine, ma procede a stadi. Nel ragazzo viene
risvegliato uno stadio ulteriore, che egli vorrà raggiungere perché ne sente l’attrazione, il
desiderio, la bellezza. Per questo la maturità può conoscere fughe in avanti rispetto all’età (basti
pensare a ragazzi che hanno sofferto molto) o regressioni nonostante l’età raggiunta. La maturità
non è mai data per acquisita, è un dinamismo continuo, che avrà un percorso armonico nella
misura in cui si orienta la persona alla sua pienezza, in ogni tappa della sua vita. Questo è educare:
«L’insegnamento non è che una parte dell’educazione. Ma col termine educazione intendiamo la
formazione dell’essere umano nel suo complesso, con tutte le sue forze e tutte le sue capacità.
Cos’altro vogliamo raggiungere coll’educazione se non che il giovane che ci è affidato divenga un
essere umano vero, autentico e autenticamente se stesso (sia nel senso generale della natura
umana quanto in quello particolare della personalità individuale). Come conseguire però questo
fine? L’educatore deve possedere un’idea chiara riguardo a in che consista l’educazione, cioè
l’autentica natura umana e l’autentica individualità. Formare esseri umani autentici significa
formarli ad immagine di Cristo, ma per farlo l’educatore deve essere lui stesso un essere umano
autentico» (ibidem). Credo che questa sia la sfida della maturità, vero esame e rito di passaggio, in
ogni età della nostra vita.
Cosa vuol dire essere «maturi»? Affrontare la vita portando il peso della
realtà. Il centro in primo piano

Alessandro D’Avenia martedì 19 giugno 2012


«Come mai senza saperlo, hai diretto tutto a un centro? Logica interna, provvidenza, istinto vitale?»
Così si interrogava, nel novembre del 1943, Cesare Pavese nel suo diario significativamente
intitolato Il mestiere di vivere. Tutte le volte che sfoglio la mia vecchia copia, comprata su una
bancarella dell’usato tanti anni fa, mi domando quale sia il mestiere di vivere. ...La risposta è
proprio dentro quel diario, benché quel mestiere faticoso Pavese non abbia voluto accettarlo. Egli
suggerisce che il mestiere della vita sia cercare e (magari) trovare quel centro, e se questo accadrà
per «logica interna, provvidenza, istinto» forse non è neanche importante, fa parte di quelle cose che
nessuno sa, ma che accadono nella inesausta ricerca che la vita fa di sé stessa. È grazie a quel centro
che non crolla tutto, una regione antisismica di noi che asseconda i terremoti della vita: dolori,
amori, fallimenti, preoccupazioni, disperazioni. Che cosa c’entra questo con l’esame di maturità?
Ricordo il mio esame di maturità. L’ansia di non riuscire a essere preparato come avrei voluto mi
portava a disperdermi in mille rivoli dei programmi, ancora incapace di capire che l’informazione
non basta e che la sapienza non è erudizione. L’erudizione è orizzontale, la sapienza è verticale. La
sapienza è la capacità di cogliere la verità in ogni cosa nel suo legame con il tutto e quindi di
comprenderla davvero. L’esame stesso me lo dimostrò. Nessuna delle tracce dei temi era un mio
cavallo di battaglia. La versione era di un Cicerone più ostico del solito e non di Seneca.
L’interrogazione partì dagli autori che meno amavo: Carducci e D’Annunzio. Dopo un iniziale
spaesamento ho chiamato a raccolta le mie risorse. Avevo studiato, avevo amato tanti autori, avevo
ore di volo, adesso dovevo aprire le ali da solo. E proprio quegli argomenti, a me meno congeniali,
si dimostrarono una bellissima sfida. Potevo affrontarli da quel centro che dentro di me si era pian
piano costruito, grazie ai miei maestri, senza che io me ne accorgessi, forse, troppo preso dai
risultati di compiti e interrogazioni. Scoprii in me la capacità di poter guardare a una cosa nuova da
un luogo della mia anima capace di leggerla, senza rimanerne paralizzata. Forse questo è la
maturità: con-centrarsi, cioè portare tutta la mutevolezza imprevedibile della vita in quel centro.
Pavese a un certo punto scrive, citando il Re Lear: «Ripeness is all. Maturità è tutto». E perché, mi
sono chiesto – per il mestiere di vivere –, maturità è tutto? La risposta è proprio in quel passo
shakespeariano: «L’uomo deve aspettare con pazienza / il suo momento di uscire dal mondo, /come
aspetta il momento per entrarci. / Maturità è tutto (Ripeness is all)». Il segreto non è sapere tutto
della vita, averne il bugiardino con le indicazioni e gli effetti collaterali, il segreto è essere pronti.
Questo vuol dire esattamente «ripeness». Ma chi è pronto alla vita senza essere travolto ogni volta
dalla sua novità o abbattuto dalla sua ripetitività? Essere pronto non vuol dire che ce la si farà a
superare con successo l’ostacolo, ma che si può affrontare senza scappare. Proprio così. Maturità è
non scappare dalla vita, questo è essere pronti. Maturità è dare alla vita quel consenso che comporta
almeno altrettanto dolore: a ogni giorno la sua fatica. Il mestiere di vivere è portare il peso delle
cose, con quel coraggio che è umiltà della vita. È proprio Lear che dirà a sua figlia, in uno dei passi
più belli di tutta la letteratura, proponendole di rifugiarsi con lui, vessato tragicamente: «Così
vivremo e pregheremo, e rideremo... prenderemo su di noi il mistero delle cose come se fossimo le
spie di Dio, e tra i muri di una prigione vedremo consumarsi partiti e sette di potenti, che s’alzano e
s’abbassano come la marea sotto l’influsso della luna». La vita è – nel suo respiro a volte calmo, a
volte affannato, a volte straziato – questo sollevarsi e abbassarsi della marea. Ma l’uomo maturo è
colui che in compagnia dell’altro uomo, della donna, prende su di sé il peso delle cose, il mistero di
questo peso a cui spesso vorremmo sottrarci e dal quale vorremmo essere risparmiati proprio da
quel Dio, del quale però – se troviamo il coraggio di vivere – diventiamo spie. Spie di Dio: sia
perché è proprio quel travaglio a renderci capaci di intercettare i suoi segnali tenui, che solo poeti,
bambini e santi sanno cogliere, sia perché in quel travaglio diventiamo noi stessi testimoni di quel
Dio che mette sulle nostre spalle un peso che ci ha promesso essere dolce. Come è mai possibile un
peso dolce? Proprio il peso delle cose ci porta a raggiungere il centro di noi e scoprire che quel
centro non basta. Non basta mai. E proprio perché non basta mai si apre a Dio, il centro del centro,
il cuore del cuore. Improvvisamente tutto diventa dolce, anche se ci schiaccia. Il mestiere di vivere
è la maturità di portare il peso delle cose, lasciando che sia Cristo a portarlo in noi: solo lui, vera
spia di Dio, ha portato il peso di tutte le cose e di tutti gli uomini. E lo ha reso dolce, per noi.

La scuola, la pelle, l'identità. «Maturità è tutto» e allora andiamo alla vita

Alessandro D'Avenia martedì 22 giugno 2010


Dopo 13 anni di scuola Mattia è arrivato al punto: la maturità. Ha 18 anni, Mattia. Anagraficamente
è maturo, la carta di identità lo afferma: quel diciottenne ha il diritto di guidare, votare, andarsene di
casa (se vuole). Rimane un rito di passaggio tutto italiano: l’esame di maturità. Mattia sotto sotto se
lo chiede: sono io maturo? La prof di inglese (brava lei, che crede alla letteratura, alle parole)
l’ultimo giorno di scuola ha seminato il dubbio, ricordando le parole del King Lear: «L’uomo deve
aspettare con pazienza / il suo momento di uscire dal mondo, /come aspetta il momento per entrarci.
/ Maturità è tutto (Ripeness is all). Andiamo, via!». La prof ha detto che in questi versi il termine
«maturità» (ripeness), significa sia «maturazione» sia «l’essere pronti». Nella traduzione si perde il
doppio valore: punto di arrivo parziale e dinamismo continuo che rende vigili e pronti a rispondere
al reale. Mattia si chiede se è maturo, se è pronto: non preparato solo per l’esame, ma pronto alla
vita, alla storia unica e irripetibile che è venuto a raccontare. Tutti ce lo siamo chiesti, di là dal
mutare delle forme della prova. Tutti infatti ci sorprendiamo a sognare regolarmente l’esame di
maturità: come ogni rito di passaggio vero, emerge nei nostri incubi, che tentano di integrare i dubbi
che abbiamo (avuto) su noi stessi.Sono pronto per entrare nel mondo? In altre parole Mattia si sta
chiedendo se gli adulti, con i quali ha avuto a che fare per 13 anni a scuola, lo abbiano reso pronto.
Se «maturità è tutto», Mattia controlla lo zaino di cui 13 anni di scuola lo hanno dotato e si chiede
se è pronto a intraprendere la strada della vita con vera autonomia, libertà, identità o se invece ad
aggirarsi per le strade del mondo sarà una personalità fragile il cui orizzonte di senso è ancora tutto
da concepire e quindi deciso da mode e pressioni culturali. Cosa significa essere maturo, cosa
significa essere pronto? Tutti noi vogliamo avere amici e compagni di vita «profondi» e non
«superficiali»: l’uomo metaforicamente concepito sembra avere strati di profondità. Ecco cosa è la
maturità, Mattia: avere attivato in questi 13 anni gli strati più profondi della tua identità e avere
maturato la capacità di affrontare tutte le situazioni con lo strato della tua identità adeguato. La tua
vita intima Mattia non si evolve e decade come il corpo, semplicemente si approfondisce, si sveglia
o si risveglia a qualsiasi età. Pavese scriveva che «la maturità è questo: non più cercare fuori ma
lasciare che parli col suo ritmo, che solo conta, la vita intima». Se non è accaduto, Mattia, sei
rimasto superficiale e la vita ti abbatterà regolarmente. Perché la vita vuole risposte. Se la tua
identità non si è radicata nel profondo e non scaturisce dal profondo, Mattia, userai la pelle per
rispondere ai richiami della realtà. Ma la pelle non basta. Si sfalda a contatto con la realtà. Solo lo
spirito, forte e permeabile allo stesso tempo, non si sfalda.Mattia allora si siede su quella dannata
sedia rituale e guarda i suoi esaminatori e chiede loro: siete stati voi maturi a rendermi maturo?
Sapete voi chi siete e cosa fate al mondo? Mi avete inserito consapevolmente nella narrazione che la
storia ha costruito attorno a me? Non è questione di prendere 60, 80 o 100. Ci sono persone il cui
esame di maturità verrà ricordato negli annali, che non sanno chi sono; altri passano per miracolo,
ma usciti dalle mura di scuola trovano sé stessi, perché sanno chi sono e cosa vogliono. La vita ha le
sue contingenze e le sue forme più o meno adeguate alla sorprendente varietà delle esistenze. Solo
chi si possiede può donarsi al mondo. La maturità è possedersi, cioè avere accettato il compito che è
la propria vita ed essere pronti ad affrontare il reale con le antenne giuste per andare a caccia delle
uniche tre cose che rendono la vita piena e felice, anche se faticosa: il bene, la verità, la bellezza.
Mattia, «Maturità è tutto, andiamo via». O meglio andiamo dentro, all’esame. Alla vita.

La provocazione di una ragazza, una sfida per tutti. Vogliamo toccare la gioia Le parole si
facciano carne

Alessandro D'Avenia lunedì 7 febbraio 2011


«Non tocco mai la gioia». Così dice una ragazza triste in un film girato da un gruppo di liceali.
Queste parole costituiscono una sfida, perché manifestano il bisogno di una cultura intera. Tutti
cerchiamo la gioia. È la ricerca che accomuna buoni e cattivi: chi è buono, è buono per essere
felice; chi è cattivo non lo sarebbe, se non sperasse di potere, con ciò, essere felice. Questa ragazza
vuole la gioia, fin qui niente di nuovo. Ma la chiede attraverso il senso più basilare che abbiamo: il
tatto. Non i sensi nobili e collegati più direttamente all’intelligenza: la vista e l’udito. No, lei vuole
«toccare» la gioia. Vuole che la felicità sia comprensibile alle dita, alla pelle. Questa generazione,
nutrita di virtuale, chiede in modo ancora più forte che la salvezza diventi tattile: «L’uomo ha
bisogno di vedere e di fare sì che questo tale vedere divenga toccare. Egli deve salire la "scala" del
corpo, per trovare su di essa la strada alla quale la fede lo invita» (J. Ratzinger). Ma la gioia non
raggiunge il tatto perché spesso chi ha la gioia (condizione necessaria ma non sufficiente) e
vorrebbe trasmetterla ci prova a parole. Ma le parole non bastano più. Quanti maestri scoraggiati di
fronte a ragazzi disinteressati alle loro parole, quanti sacerdoti sfiancati dall’apatia dei ragazzi alle
loro parole, quanti genitori pieni di fede rattristati dalla perdita di essa nei loro figli nonostante le
tante parole... Non con i discorsi si raggiunge oggi la vita delle persone, ma solo con la vita che si
mette in gioco in prima persona, nella carne, nel corpo. La gioia, oggi, è chiamata a rendersi
percepibile, non all’ascolto, non alla vista. Non basta più. Deve camminare per le strade del mondo,
farsi permeabile al tatto, si deve poter toccare: al supermercato, in aula, in cucina, sul campo di
calcio. I ragazzi vogliono toccarla, ma la realtà li delude. Lo sapeva bene un grande cercatore della
gioia: «Al solo sentirla nominare tutti si drizzano e ti guardano nelle mani, per vedere se mai tu sia
in grado di dare qualcosa al loro bisogno!» (Agostino). Non c’è risposta più assurda che quella data
a una domanda non posta. In realtà, la domanda c’è e c’è anche la risposta, almeno questo pretende
il cristiano, tanto che qualcuno invitava a «dare ragione della speranza che è in voi». Ecco il punto:
riuscire a dare ragione. Ma quella ragione non può essere più fatta solamente di parole, discorsi. Si
tratta di dare ragione attraverso qualcosa di immediatamente percepibile al tatto. La verità deve
tornare a sedurre la vita, incantarla, estasiarla. Come? «Tutto me trae, tant’è bello», diceva
Jacopone da Todi di Cristo. Ecco il valico ancora aperto attraverso cui la verità si fa permeabile al
tatto e la gioia percepibile: la bellezza. La bellezza mette d’accordo tutti, è gioia tattile. I ragazzi lo
sanno, la cercano in ogni angolo. Dove si è nascosta la bellezza? O dove si sono nascosti i sensi
capaci di percepirla, atrofizzati di fronte all’assenza del loro cibo? La bellezza ci "tocca" solo
quando è amore che si realizza, evidenza di un dono: una donna che si fa bella per il marito, una
spiaggia che i secoli hanno levigato per i nostri occhi, una rosa che un giardiniere ha curato, un
capolavoro che è costato fatica e disperazione ad un artista, una lezione che un professore ha
preparato con rinnovato slancio, un sorriso vero a chi entra in ascensore con noi... Il Verbo stesso di
Dio non è una spiegazione, non è un concetto, ma è carne tangibile, è la bellezza stessa che si dona
nel linguaggio del corpo: il pane. E questo dono è per me. Ma siamo noi affamati di ricevere e
donare questo dono? Chi guarda nelle nostre mani lo trova? Nessuno può donare ciò che non ha.
Nessuno può far toccare ciò che non lo tocca.