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L'Italia ebbe le leggi razziali.

Ma non fu mai antisemita


Hannah Arendt e Gideon Hausner, procuratore generale al processo contro
Eichmann, elogiarono il comportamento del nostro Paese. Che in pratica ignorò il
diktat nazista

Oggi è il Giorno della Memoria anche se da dieci giorni se ne parla ampiamente sui giornali
e in tv. Non ha torto Elena Loewenthal, studiosa di cultura ebraica, a scrivere un libretto
contro il giorno della memoria e a proporre un intenso silenzio più che una così retorica
esibizione a settant'anni dalla Shoah. Per la ricorrenza sarà proiettato oggi e domani in
alcune città il film di Margarethe von Trotta dedicato ad Hannah Arendt, la principale
studiosa ebrea del nazismo e dei regimi totalitari, sfuggita alle persecuzioni naziste.

Il film trae spunto dal celebre testo della Arendt, La banalità del male (edito da Feltrinelli),
nato dai suoi reportage per il processo al nazista Adolf Eichmann, cinquant'anni fa in
Israele. La banalità del male è importante anche per le pagine dedicate agli italiani in
relazione alle deportazioni. Scrive la Arendt: «L'Italia era uno dei pochi paesi d'Europa dove
ogni misura antisemita era decisamente impopolare». Infatti, aggiunge, «l'assimilazione
degli ebrei in Italia era una realtà». La condotta italiana «fu il prodotto della generale
spontanea umanità di un popolo di antica civiltà». Un popolo che dai tempi dei Romani
conviveva con gli ebrei, e continuò a conviverci, con alti e bassi, anche all'ombra della
Chiesa cattolica e del Papa re pur nella considerazione degli ebrei come popolo deicida.
«La grande maggioranza degli ebrei italiani - scrive la Arendt - furono esentati dalle leggi
razziali», concepite da Mussolini «cedendo alle pressioni tedesche». Perché gran parte
degli ebrei erano iscritti al Partito fascista o erano stati combattenti, nota la Arendt, e i pochi
ebrei veramente antifascisti non erano più in Italia. Persino il più razzista dei gerarchi,
Roberto Farinacci, «aveva un segretario ebreo». Si potrebbe ricordare il concordato del
1931 tra lo Stato fascista e la comunità israelitica italiana, accolto con soddisfazione dagli
ebrei. A guerra intrapresa «gli italiani col pretesto di salvaguardare la propria sovranità si
rifiutarono di abbandonare questo settore della loro popolazione ebraica; li internarono
invece in campi, lasciandoli vivere tranquillamente finché i tedeschi non invasero il paese».
E quando i tedeschi arrivarono a Roma per rastrellare gli ottomila ebrei presenti «non
potevano fare affidamento sulla polizia italiana. Gli ebrei furono avvertiti in tempo, spesso
da vecchi fascisti, e settemila riuscirono a fuggire». Alcuni con l'aiuto del Vaticano. Le
stesse tesi aveva espresso al processo Eichmann il procuratore generale Gideon Hausner,
il quale definì l'Italia «la nazione più cara a Israele».

I nazisti, aggiunge la Arendt, «sapevano bene che il loro movimento aveva più cose in
comune con il comunismo di tipo staliniano che col fascismo italiano e Mussolini, dal canto
suo, non aveva molta fiducia nella Germania né molta ammirazione per Hitler». L'Italia
fascista, secondo la studiosa ebrea, adottò nei confronti dei rastrellamenti un sistematico
«boicottaggio». Nota la Arendt: «il sabotaggio italiano della soluzione finale aveva assunto
proporzioni serie, soprattutto perché Mussolini esercitava una certa influenza su altri
governi fascisti, quello di Pétain in Francia, quello di Horthy in Ungheria, quello di
Antonescu in Romania, quello di Franco in Spagna. Finché l'Italia seguitava a non
massacrare i suoi ebrei, anche gli altri satelliti della Germania potevano cercare di fare
altrettanto... Il sabotaggio era tanto più irritante in quanto era attuato pubblicamente, in
maniera quasi beffarda». Insomma il caso di Giorgio Perlasca, il fascista che salvò
cinquemila ebrei, non fu isolato. Quando il fascismo, allo stremo della sua sovranità,
cedette alle pressioni tedesche, creò un commissariato per gli affari ebraici, che arrestò
22mila ebrei, ma in gran parte consentì loro di salvarsi dai nazisti, come scrive la studiosa
ebrea. Nota la Arendt, perfino eccedendo, che «un migliaio di ebrei delle classi più povere
vivevano ora nei migliori alberghi dell'Isère e della Savoia». Insomma «gli ebrei che
scomparvero non furono nemmeno il dieci per cento di tutti quelli che vivevano allora in
Italia». Si può dire che morirono più italiani nelle foibe comuniste che ebrei italiani nei
campi di sterminio? Odiosa contabilità, ma per amore di verità va detto. Certo, la Shoah nel
suo complesso è una catastrofe imparagonabile. Anche per gli storici israeliti Leon Poliakov
e George Mosse l'Italia boicottò le deportazioni naziste e protesse gli ebrei. Le origini
culturali dell'antisemitismo per la Arendt sono riconducibili a leader, movimenti e ideologi di
sinistra. In “Le origini del totalitarismo” ricorda che fino all'affaire Dreyfus in Francia, «le
sinistre avevano mostrato chiaramente la loro antipatia per gli ebrei. Esse avevano seguito
la tradizione dell'Illuminismo, considerando l'atteggiamento antiebraico come una parte
integrante dell'anticlericalismo». In Germania, ricorda, i primi partiti antisemiti furono i
liberali di sinistra, guidati da Schönerer e i socialcristiani di Lueger. Non si tratta di
assolvere regimi né di cancellare o relativizzare le leggi razziali del '38 che infami erano e
infami restano. Né si tratta di salvare il fascismo dal nazismo e dal razzismo, ma di
riconoscere la pietà e la dignità del popolo italiano, che in quella tragedia si comportò con
più umanità. Magari in altri casi no, si pensi alla guerra civile, al triangolo rosso, alle stragi
d'innocenti o di vaghi sospettati; ma nel Giorno della Memoria della Shoah, ricordiamoci
che gli italiani furono meno bestie di tanti altri. Per una volta non denigriamoci. Quanto alla
Arendt, fu dura per lei la sorte di apolide, straniera nella sua terra natia, la Germania, poi
vista con diffidenza per la sua relazione giovanile con Heidegger, quindi detestata dalla
sinistra per la sua critica al totalitarismo e al comunismo, e pure in aperto conflitto col
mondo ebraico. Dopo aver letto “La banalità del male” lo studioso di mistica ebraica
Gershom Scholem la accusò (il carteggio è riportato in fondo a Ebraismo e modernità, edito
da Feltrinelli) di avversare il sionismo e di non amare gli ebrei. «Io non amo gli ebrei -
rispose lei - sono semplicemente una di loro». Una lezione di verità per tutti.

Marcello Veneziani - Lun, 27/01/2014


Il filosofo e il campo di
sterminio
La storia processa la filosofia e il principale filosofo del Novecento, Martin
Heidegger, finisce accusato di apologia dello sterminio degli ebrei

La storia processa la filosofia e il principale filosofo del Novecento, Martin Heidegger,


finisce accusato di apologia dello sterminio degli ebrei, ora sulla base dei suoi Quaderni
neri in via di pubblicazione.

La tesi sconcertante di Heidegger, ridotta all'osso, è che il nazismo è stato il braccio armato
dell'ebraismo metafisico per annientare gli ebrei in una catena di smontaggio umano.
L'ebraismo metafisico è per Heidegger il motore della modernità e coincide col dominio
planetario della Tecnica e lo sradicamento universale, il primato della finanza e l'oblio
dell'Essere. Quel seme metafisico si servì del nazismo come del comunismo ma si esprime
alla massima potenza nell'americanismo.

Vorrei far notare quattro cose. La prima, il pensiero di Heidegger era già delineato prima
che il nazismo si affacciasse all'orizzonte, non possiamo ridurlo a Hitler. La seconda, il suo
antisemitismo metafisico si inscrive in un millenario pregiudizio che accomunò Dante,
Shakespeare e gran parte della cultura occidentale, incluso Marx (ebreo), per non dire della
tradizione cristiana. La terza, senza Heidegger non capiremmo gran parte della filosofia del
nostro tempo e heideggeriani furono pensatori politicamente collocati a sinistra più che a
destra, anche da noi. Infine, ma quanti venerati filosofi e intellettuali adorarono Lenin e
Stalin, Mao e i khmer rossi, giustificarono i loro massacri e nessuno li marchia d'infamia?
Per un Martin Peccatore coi suoi quaderni neri quanti Cattivi Maestri coi loro quaderni
rossi?