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LA BISBETICA DOMATA (Caterina)

Vergogna! Spiana quel tuo brutto e terribile cipiglio e non avventare occhiate di scherno
dagli occhi, a ferire il tuo signore, il tuo re e governatore: questo sciupa la tua beltà come
una gelata morde i prati, e distrugge il tuo buon nome come un ventaccio che strappa i bel
germogli, e non è affatto cosa decente e graziosa. Una donna incollerita è come una fonte
intorbidita, fangosa, sconcia, viscida, priva d'ogni bellezza, la quale, così essendo, niuno è,
per quanto arso e assetato sia, che si degni di attingervi o di toccarne pur una goccia. Tuo
marito è il tuo signore, la tua vita, il tuo custode, il tuo capo, il tuo sovrano: è uno che si
prende cura di te e che per mantenerti sottopone il suo corpo a penoso lavoro, sia in mare
che in terra, a vegliar la notte fra le tempeste e il giorno in mezzo al gelo, mentre tu riposi in
casa al caldo, tranquilla e sicura, e non esige da te altro tributo se non amore, dolci sguardi,
schietta obbedienza: troppo piccolo compenso per un debito così grande.
L'obbedienza che un suddito deve al suo re, la donna deve a suo marito; e quand'ella è
caparbia, stizzosa, imbronciata, aspra e non obbediente agli onesti voleri di lui, che cos'è
essa se non una ribelle infame e litigiosa, una sciagurata traditrice del suo signore che
l'adora? Mi vergogno che le donne siano così sciocche da offrir guerra mentre dovrebbero
chieder la pace in ginocchio, che vogliano legiferare, dominare, soverchiare, quando son
nate a servire, ad amare e a ubbidire. E perché sarebbero i nostri corpi molli e fragili e lisci,
inadatti a faticate e penare pel mondo se non perché il nostro tenero stato e i nostri cuori
debbono armonizzare col nostro aspetto esteriore? Via, via, poveri vermi insolenti e
incapaci! L'anima mia è stata superba un tempo come la vostra, il mio cuore così altero, e
forse ancor più la mia ragione, per ribattere parola con parola, cipiglio con cipiglio; ma ora
lo comprendo che le nostre lance non sono che pagliucole, la nostra forza è altrettanto
fragile, la nostra debolezza estrema, e meno di tutto siamo quello che pretendiamo d'esser
di più. Abbassate la vostra prosopopea, poiché vano è il vostro sforzo, e ponete le mani
sotto i piedi di vostro marito. E in segno di questa sottomissione, se a lui piace, la mia mano
è già pronta al suo cenno.