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L’arte del diavolo

 Antonio De Felip
 Giugno 12, 2019

Perché l’arte contemporanea presenta una totale rottura con le rappresentazioni artistiche dei
millenni precedenti, così da distorcere, decostruire, negare lo stesso concetto di Bello? Perché, assai
spesso e salvo eroiche eccezioni, l’arte di oggi vuole rappresentare un vulnus, un rifiuto, esibito e
orgogliosamente rivendicato, rivolto al reale, alla rappresentazione, alla forma, alle proporzioni,
all’umano? Qual è il significato profondo, morale ancora prima che estetico, di questa perversione
del Bello, che sembra essere un pendant visivo, rappresentativo e simbolico della dissoluzione
dell’era presente, epoca del trionfo della bruttezza etica, sociale, comportamentale, politica? Quale
la sua genesi storica, quali le cause profonde, prossime e lontane?

Anche se non mancarono segnali, prodromi, anticipazioni precedenti, è certamente nei primi anni
del Novecento che si consuma visibilmente il divorzio tra realtà e rappresentazione pittorica e
scultorea, tra arte e bellezza, tra visione e significato razionale della produzione artistica. L’arte
figurativa rinuncia al reale, alla prospettiva, alle forme razionali e compiute, all’uso comprensibile
della rappresentazione e dei colori, per diventare assai spesso irrazionale, repellente, in-significante,
informe, deforme, oscura, infera, primitiva, mostruosa.

Nel suo libro Capire l’arte così scrive Stefano Zecchi, docente di Estetica: “Mai secolo come il
Novecento ha tanto teorizzato il brutto nell’arte, accettando che in un’opera ci potessero essere
elementi volgari, inespressivi, dissonanti, negativi. Tutto il grande fiume di cattivo gusto, di
pornografia artistica che oggi si lamenta, nasce da quella trasgressività estetica che nei primi
decenni del XX secolo […] aveva considerato il brutto nell’arte un principio di interessante e
insostituibile novità, molto colta, molto intelligente, molto snob. Oggi se ne possono vedere le
conseguenze in un’arte che si esprime con sempre maggiore volgarità e violenza, che trova nel
brutto la sua unica possibilità comunicativa. La teorizzazione del brutto nelle forme dell’arte ha
portato alla tolleranza del cattivo gusto nei comportamenti quotidiani”.
Ma, forse, le origini di questo irrompere del brutto e dell’osceno vanno ricercate ancora più lontano.
Uno tra i maggiori storici dell’arte del XX secolo, l’austriaco Hans Sedlmayr ha individuato,
descrivendolo in alcune sue opere ma soprattutto in Perdita del centro, un momento preciso, la fine
del Settecento (l’epoca della Rivoluzione Francese, del teismo e, soprattutto, della massoneria), e
una causa precisa, la possessione diabolica. Secondo Sedlmayr, in quel periodo “qualcosa” accadde
a livello metafisico che si riverberò sul mondo dell’arte: “ISognidi Goya sono stati eseguiti nel
1792, cioè quando la rivoluzione francese raggiunge il suo culmine […]. Siamo nei decenni in cui
molti artisti vengono posseduti da forze demoniache […]. Nell’arte, spesso gelida, diJ. H.
Füssli [autore dell’infero dipinto L’incubo,NdR] sono innegabili gli elementi derivanti da una
autentica allucinazione; […] J. Flaxman ha la visione del volto del diavolo. E’ come se nell’uomo
si sia aperta una porta verso il mondo degli inferi”.

William Blake, pittore, poeta, teosofo, simpatizzante della rivoluzione, ostile a ogni forma di
autorità, antireligioso narrò più volte di aver assistito a spaventose apparizioni demoniache. Degli
influssi demoniaci nell’arte in questo periodo ci offre una precisa sintesi Maurizio Blondet in un suo
articolo Quando tutto cominciò, reperibile in rete (Quando tutto cominciò – effedieffe.com). Da
meditare anche la considerazione di Dalmazio Frau, studioso, critico e pittore, nel suo
testo Crociata contro l’arte: “La Rivoluzione Francese è in realtà una ribellione satanica non
soltanto contro la Monarchia e la Chiesa, ma anche contro tutto ciò che è Bellezza”.

Domandiamoci: possono agire, sull’arte contemporanea, influssi gnostici? Non si intravvede, in


alcune opere e in alcune correnti “artistiche” un odio profondo, viscerale, rabbioso contro il Creato,
il reale, l’esistente, tutto ciò che è vitale, organico, ordinato e sovraordinato? Se lo chiede anche
Ciro Lomonte, architetto e docente presso l’Università Europea di Roma: “C’è dietro qualche forma
di gnosticismo, c’è la prospettiva che disprezza la materia e il creato?”

Ricorriamo ancora alla potenza espressiva di Sedlmayr in Perdita del centro nel descrivere l’arte di
oggi (o parte di essa: nonostante tutto, vi sono ancora artisti e opere dei nostri giorni che hanno
mantenuto “la retta via” del Bello, del Vero e del Buono): “L’elemento notturno, pauroso, morboso,
molle, morto, putrefatto e sfigurato, il tormentato, dilaniato, ottuso, osceno, l’invertito, il
meccanico, tutte queste sfumature, attributi e aspetti di ciò che non è umano, s’impadroniscono
dell’uomo […]. Essi trasformano l’uomo in un rudere e in un automa, in un lemure e in una larva,
in un cadavere e in uno spettro, in una cimice e in un insetto, essi lo dipingono brutale, crudele,
abbietto, osceno, mostruoso, meccanico. In diverse correnti della pittura moderna compare l’una o
l’altra combinazione di questi tratti antiumani, dove in sostanza dominano, nel cubismo la morte,
nell’espressionismo il caos ardente, nel surrealismo la fredda demonia del più profondo gelo
infernale”.

Quest’odio per il reale, questa volontà di distruzione in generale e del significato in particolare, del
razionale e del logico fino al limite del suicidario, dell’autolesionista, è evidentissimo
nell’espressionismo, nel surrealismo, nel dadaismo. Il fondatore rumeno del dadaismo, Tristan
Tzara, iscritto al Partito Comunista, nel suo manifesto del Dadaismo si dichiara contro la logica, a
favore della contraddizione, contro il buon senso. E, a scanso di equivoci, chiarisce che il suo
obiettivo è la negazione del senso, il trionfo dell’in-significante (cioè del non significato): “DADA
non significa nulla”. L’in-significanza viene addirittura rivendicata e difesa.

Il pittore tedesco Paul Klee suggerisce, di fronte a un’opera d’arte, di non chiedersi mai “cosa
significa?” perché l’unica e vera risposta può essere soltanto: “Niente! Presenta questo; essa esiste
semplicemente”. La controprova di ciò è data all’elevato numero di “opere d’arte” contemporanee
denominate “Senza titolo”. Come si può, infatti, dare un titolo, un nome a ciò che è insignificante,
privo di significato e quindi di senso?
Il trionfo dell’irrazionale, del caotico, della follia, dell’atto violento si manifesta con estrema
virulenza con il surrealismo. Il “poeta” Louis Aragon, tra i fondatori della corrente, anch’egli
iscritto al Partito Comunista, (così come anche il suo sodale André Breton), lo chiarisce molto bene
nel Seconde manifeste du surréalisme: “L’atto surrealistico più semplice consiste nello scendere in
strada con la rivoltella in pugno e sparare alla cieca sulla folla.” E ancora: “La bellezza, l’arte per
bene, ultimo risultato della logica bisogna distruggerla”; “Al diavolo la logica”; “L’arte è una
stupidaggine”, “Noi rovineremo questa civiltà che vi è cara, in cui siete stati modellati come fossili
nello scisto. Mondo occidentale, sei condannato a morte.”

D’altronde, è sempre Sedlmayr a ricordarci come i surrealisti considerassero il Marchese de Sade


come “una figura centrale del loro Pantheon”. (Del “Divino Marchese” Thomas Molnar dice:
“incapace di assalire Dio, tentò di distruggere la sua immagine nelle sue creature”). L’ideologia
surrealista è l’apologia e il trionfo del caos e l’odio viscerale per ogni ordine vitale: “Motivo
dominante della produzione surrealista è il caos assoluto”. E sempre Sedlmayr ci suggerisce che
certi accenni “fanno apparire il surrealismo […] come una specie moderna di quelle sette “nere”
del medioevo”.

Scrive lo psicologo Roberto Marchesini nel suo libro La rivoluzione nell’arte: “Scopo
dell’arte [contemporanea, NdR]è sorprendere, urtare, sconvolgere; negare, rifiutare, ridicolizzare
percezioni, valori, schemi attuali, infrangere ogni tabu. Questa è l’essenza della Rivoluzione: la
negazione, il superamento di ciò che esiste attualmente; […] la demolizione di ogni valore, ogni
pensiero, ogni punto di riferimento; la negazione continua, incessante, inesausta di ogni
affermazione. La devastazione demoniaca, dionisiaca, shivaita di ogni cosa. Dell’essere stesso”.

È dunque significativo che molti degli artisti riconducibili alle avanguardie abbiano manifestato
segni di follia o comunque di instabilità mentale: Van Gogh (che si mutilò), Gauguin, che tentò il
suicidio, Munch, nevrotico e alcolista.

E altrettanto significativa l’adesione di molti di questi artisti a sette esoteriche, occultistiche,


talvolta demoniache. Piet Mondrian aderì alla teosofia, come Kandinskij. Breton era dedito
all’occultismo, Wright, l’architetto della famosa, o famigerata, “casa sulla cascata”, era stato
introdotto agli insegnamenti dell’occultista Gurdjieff. Anche Paul Klee e Wassily Kandinsky furono
influenzati dalle ideologie della setta teosofica e occultistica di Helena Blavatsky.

Ed ecco gli esiti contemporanei: l’osceno, l’immondo, lo scatologico; “Il […] percorso dell’arte
moderna ha portato a quel trionfo dell’immondo nell’arte che […] riflette il vuoto morale e
intellettuale della società dei nostri giorni”, scrive Roberto de Mattei. Ancor più esplicito Angelo
Crespi, esperto e docente di arte, che ha scritto un istruttivo libretto: Cento anni di arte immonda.
Dall’orinatoio di Duchamp alla merda di Manzoni: come il politically correct ci obbliga ad
adorare il brutto.

Gli esempi, innumerevoli, sono disgustosi e ci limitiamo a pochi casi, oltre a quelli già citati nel
sottotitolo: dalla “Turbo Cloaca” esposta al museo Pecci di Prato alle feci in travertino di Paul
McCarthy (alte due metri per quindici tonnellate), dagli 80.000 chilogrammi di feci umane, ben
squadrate in blocchi marroni esposte a Zurigo alle sculture “Shit head” e “Shit painting” di tale
Marc Quinn. Non potevamo ignorare il solito Cattelan che intitolò “Shit and die” una mostra a
Torino.

Purtroppo, coerentemente con le sue origini, l’arte contemporanea è andata anche oltre l’immondo:
è giunta al blasfemo, alla bestemmia figurata, all’urlo rabbioso di insulto contro Dio e la Vergine,
come hanno documentato notizie di casi, anche non lontani nel tempo, di miserabile oltraggio alle
immagini di Cristo e della Madonna definito come “arte”.

L’insulto alla Fede spacciato per manifestazione artistica è malauguratamente praticato anche in
ambienti ecclesiastici: il vescovo di Innsbruck, tale Hermann Glettler, tra l’altro
responsabiledell’area “Arte e cultura” della conferenza episcopale austriaca, ha voluto apporre sulla
facciata della cattedrale un’enorme scritta-installazione aopera della “artista” austriaca Katharina
Cibulka, che così recita: “Fino a quando Dio avrà la barba io sarò femminista”. Non solo: nella
cattedrale ha fatto installare una luce al neon rossa che ricorda una casa di appuntamenti della
Repubblica di Weimar. E ancora:ha preso una vecchia statua lignea del Crocifisso, ha fatto staccare
le braccia e l’ha appesa, a testa in giù, al muro: sarà il nuovo orologio di un ospedale. Le braccia
segneranno l’una le ore e l’altra i minuti. La sua spiegazione: “Man mano che il tempo scorre, le
braccia formano le diverse costellazioni e il corpo statico del Cristo morto prende all’improvviso
vita, il che rappresenta un momento di liberazione dalla croce e un superamento della stessa
morte”.

Forse Sua Eccellenza ignora che il Crocifisso capovolto è anche usato dai satanisti nelle messe nere.
In sostanza, questa installazione, più che una “opera d’arte” è un’evocazione infernale permanente.

E’ recente il caso, vicino a Bologna, di una statua chiaramente raffigurante il diavolo, oscena e
blasfema, con allusioni pedofile, che il presunto “artista” dichiara invece di rappresentare un fauno.
E giustamente Silvana De Mari alza la voce: “Not with my money. Non può essere fatto con denaro
pubblico”: Già, quante oscenità, quante evocazioni infere vengono realizzate con i nostri soldi?

I rimedi, gli antidoti a questa depravazione estetica ci sono e spetta a noi farli nostri: tornare alla
consapevolezza dell’intima, metafisica identità e consustanzialità ontologica di Bello, di Buono, di
Vero. Ricercare le cose belle, avere il coraggio, nonostante i presunti critici d’arte moderni e i loro
volutamente criptici scritti, di gridare “il re è nudo” di fronte agli orrori contemporanei. San
Tommaso identificò tre criteri essenziali della Bellezza: chiarezza, integrità, proporzioni (claritas,
integritas, debita proportio). Facciamoli nostri.