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LUCIANO GALLINO: FINANZCAPITALISMO la civiltà del denaro in crisi

RIASSUNTO E COMMENTO
Cap 1
Il finanzcapitalismo è una mega-macchina che è stata sviluppata nel corso degli ultimi
decenni allo scopo di massimizzare e accumulare, sotto forma di capitale e insieme di
potere, il valore estraibile sia dal maggior numero possibile di esseri umani, sia dagli
ecosistemi.
Estrarre valore significa aumentare il capitale senza aumentare la produzione. Il
sistema non è più quello classico del mercato D-M-D ma D-D ovvero un aumento del
capitale che non passa più attraverso la creazione di un bene “valore”. Questo
fenomeno, voluto, ha fatto si che il capitale in un dato periodo superasse di gran
lunga il pil (prodotto interno lordo) andando a creare la famosa bolla.
Il finanzcapitalismo si compone di:
Sistema bancocentrico: Si tratta di grandi società – in cui è predominante la
componente bancaria/assicurativa, che operano in almeno una dozzina di settori di
attività differenti, e in ciascuno di questi settori controllano decine/centinaia di
società. Siamo dunque in presenza di immense reti societarie. Sono entità aziendali
visibili con bilanci ufficiali che registrano attività e passività. Per esemplificare
qualcuna di queste reti: bank holding companies; banche proprietarie di assicurazioni
nel comparto immobiliare; compagnie di assicurazione sulla vita proprietarie di
banche; banche commerciali con divisioni operanti come banche di investimento;
società che emettono titoli aventi per garanzia un bene reale (casa, azienda, titoli) o
irreale (un debito).
La finanza ombra: Non si tratta certo di finanza illegale, perché è stata la legge a
consentirla, ma di attività de-regolate e liberalizzate a partire dagli inizi degli anni ’80
del Novecento. Così avviene, legalmente, che nella “finanza ombra” operino migliaia di
società costituite dalle banche al fine di veicolare fuori bilancio attivi che dovrebbero
figurarvi, come pure operino migliaia di intermediari esperti nella vendita di titoli
obbligazionari complicatissimi a investitori istituzionali e a enti pubblici.
Gli investitori istituzionali: I principali sono: Fondi pensione, Fondi comuni
d’investimento, Compagnie d’assicurazione, Fondi comuni speculativi (Hedge funds).
Gli Investitori istituzionali sono una delle maggiori potenze economiche dei nostri
tempi. Gestiscono un capitale di oltre 60 trilioni di dollari equivalente al Pil mondiale
del 2009. Le loro strategie di investimento influenzano sia le grandi Corporation che i
bilanci degli Stati. Essi posseggono oltre la metà delle società quotate in borsa hanno
dunque un ruolo rilevante nel proporre e imporre politiche finanziare e industriali.
Cap 2
Sempre in modo maggiore, col passare del tempo, si è rafforzata la figura della
società mondo. Le caratteristiche sono molte dalla circolazione di capitali, merci e
persone alle interconnessioni politiche ed economiche. Si è inoltre sviluppata la
consapevolezza che il mondo è limitato e la società mondo non può più risolvere i
suoi problemi con la tradizionale bilancia delle esportazioni e importazioni ma deve
fare in modo che le risorse del pianeta siano sufficienti.
La crisi che si è riversata ai giorni nostri ha origine dalla su citata bolla la quale nel
2007 aveva portato i capitali finanziari a superare di 4 volte il PIL mondiale. I principali
responsabili sono le banche che attraverso i più svariati strumenti finanziari hanno
creato valore, un valore che tuttavia non corrispondeva a un bene reale. Il problema
che ha colpito la società e ha sviato gli obiettivi tradizionali della politica è sorto
quando economia e politica hanno cominciato ad avvicinarsi sempre di più.
L’economia domina sulla politica la quale invece che continuare ad adattare
l’economia alla società adatta la società all’economia. Quello che possiamo definire il
primo segno di debolezza della politica nei confronti dell’economia è proprio il
mercato libero ovvero la libera circolazione di merci persone e soprattutto capitali
cominciato in Francia negli anni 80 e poi in moltissimi altri paesi.
L’avvicinamento politica economia è stato reso possibile dall’ideologia neoliberale. <<
il neoliberismo non assume semplicemente che tutti gli aspetti della vita sociale,
culturale e politica possano essere ridotti ad un simile calcolo; esso sviluppa piuttosto
pratiche e ricompense istituzionali per dare corpo a tale visione. Detto altrimenti il
neoliberalismo produce attori razionali e impone la ratio del mercato per la presa di
decisione in tutte le sfere.>> È evidente, dunque, che il neoliberismo è innanzitutto
una teoria politica ma al tempo stesso si presenta come teoria economica secondo la
quale le politiche economiche devono basarsi su 3 processi: 1) i mercati sono capaci di
autoregolarsi; 2) il capitale affluisce senza ritardo dove la su utilità risulta massima; 3) i
rischi sono calcolabili.
La crisi che si è verificata non è solo quella economica di cui tutti siamo a conoscenza
ma è qualcosa di molto più grande. Il Pil mondiale misura 60 trilioni di dollari ovvero è
in grado di garantire buone condizioni di vita a tutti li abitanti del pianeta (quasi 7
miliardi). Nonostante questo circa 3 miliardi di persone compongono la classe povera.
Al tempo stesso sono peggiorate le condizioni della fascia medio bassa della
popolazione i cui salari si sono ridotti notevolmente andando ad abbassare il potere
d’acquisto. La crisi ha peggiorato le condizioni di vita di milioni di persone
aumentando vertiginosamente la forbice (classe ricca sempre più ricca e classe povera
sempre più povera). Altro problema è quello forse più importante che riguarda la
sostenibilità dell’ambiente. Il pianeta Terra è al limite, le risorse sono sfruttate senza
freni e senza alcuno scrupolo e senza alcuna considerazione per le generazioni future.
Solo di recente il tema ambiente si sta diffondendo, anche se per molti studiosi è
troppo tardi ed il conto alla rovescia è già cominciato.
Cap 3
le cause della crisi attuale sono molte e di non semplice individuazione. I punti salienti
che individuiamo sono tuttavia 4:
– Eccessiva concessione di mutui da parte delle banche USA a soggetti che si sono
dimostrati non capaci di far fronte al debito. Gli Stati Uniti dall'inizio degli anni 2000
stavano passando una fase di ribasso economico peggiorata ancora con l'attentato
del' 11 settembre 2001. Per sollevare il paese vennero promosse campagne di
consumo di massa. Fu Bush jr a dire << prendete d'assalto i supermercati >>. quello
su cui era necessario investire erano le case poiché la costruzione di una casa smuove
tutti i settori dell'economia. Per questo motivo le banche cominciarono a emettere
mutui facili senza richiedere particolari garanzie se non l'ipoteca sulla casa. Una volta
creati questi debiti venivano cartolarizzati e quindi spezzettati e distribuiti ad altre
società in modo tale che le banche potessero eliminare i debiti dai loro bilanci e
continuare ad emetterne. Il dato critico fù l'aumento del prezzo delle case e quindi del
tasso di interesse (2006-2007). questo improvviso mutamento ha fatto si che la
maggior parte dei soggetti che avevano un mutuo da pagare non avessero i soldi per
sostenere le rate (a volte aumentate del 100%) e quindi il valore delle case è sceso
vertiginosamente; da li ripercussioni sulle banche e su tutte le società ed enti
istituzionali che erano entrati nel sistema dei mutui facili. Dagli USA forti ripercussioni
(distruzione di valore) colpirono l'Ue. Tale distruzione è stimata a circa 25 trilioni di
dollari (25000 miliardi). Centinaia di enti finanziari sono stati salvati dai governi per un
costo che si aggira intorno ai 14-15 trilioni di dollari.
– Il superamento da parte della finanza mondiale del valore reale dei beni prodotti. I
principali strumenti finanziari che circolano nel sistema finanziario sono: a) i derivati;
b) le Cdo, cioè obbligazioni che hanno per collaterale un debito; c) i Cds, cioè certificati
di protezione del credito dal rischio di insolvenza del debitore (Credit default swaps,
Cds).
a) I DERIVATI Il “derivato”, nella sua forma originaria in uso da molti secoli, è un
contratto tra due parte che si impegnano l’una a vendere, l’altra ad acquistare ad una
data prefissata una certa quantità di merce a un determinato prezzo. La parola
“derivato” sta a significare che il valore del titolo, appunto, deriva da quello di un’entità
sottostante, cioè la merce oggetto di compravendita. Questo tipo di titolo è una
razionale garanzia, sia per il venditore che per l’acquirente, contro il rischio di
variazioni sfavorevoli di prezzo che si possono verificare nell’intervallo di tempo dato
nel contratto.
Con la soppressione del cambio fisso tra dollaro e oro introdotta dopo il 1971, le
banche hanno introdotto nei “derivati” una serie di innovazioni, trasformandoli da
strumenti di garanzia in strumenti altamente speculativi. Inoltre, li hanno prodotti e
distribuiti in quantità colossali, e ciò li ha resi tra i maggiori fattori di instabilità del
sistema finanziario. A metà del 2008 l’ammontare nominale dei derivati era di circa
765 trilioni di dollari (stima Banca dei Regolamenti Internazionali). Soltanto 80 trilioni
di dollari di questo titolo era registrato presso le borse. Il resto, 683 trilioni era
scambiato “al banco” tra privati. Di qui la designazione di tali titoli come Otc, cioè
“Over the counter”.
Circa la “trasmutazione dei derivati” operata dalle banche, cioè, da strumenti di
garanzia in strumenti speculativi, ciò è avvenuto moltiplicando a dismisura i tipi di
valori/merci sottostanti il titolo Queste entità sottostanti il derivato sono passate da
alcune decine ad alcune migliaia. Oggi, per esemplificare, i sottostanti al derivato
possono essere: - tassi di interesse; - indici azionari compositi; - prezzo di
innumerevoli merci; - costo del noleggio di navi portacontainer; - valore delle monete;
- esito di eventi sportivi; - futura capacità di trasmissione delle fibre ottiche; - attivi da
registrare in bilancio. L’ammontare dei derivati in circolazione è enormemente
cresciuto negli ultimi venti anni. Essi possono essere “scambiati al banco” (Otc) al di
fuori delle borse (e delle loro norme), e dunque essere detenuti dalle banche senza
l’obbligo di registrarli in bilancio. Nel 2008 i derivati Otc in circolazione superavano i
683 trilioni di dollari su un totale di 765 trilioni di derivati. I maggiori proprietari di
questi derivati Otc erano le banche.
b) I DERIVATI-CDO (COLLATERALIZED DEBT OBBLIGATIONS) Il nome “obbligazioni” con
cui vengono chiamati questi titoli è ingannevole. Si pensa alle obbligazioni,
immediatamente, come titolo di debito (per l’emittente), e come titolo di credito (per
l’acquirente), titoli che di norma valgono qualche centinaio o migliaio di dollari o euro.
Invece i Cdo possono valere da 500 milioni di dollari/euro in su. Il valore più comune è
di 1-2 miliardi. In realtà la Cdo non è un titolo singolo, bensì un portafoglio, o canestro
conglomerato in cui sono ricompresi alcune centinaia di titoli di debito, nel caso dei
“Cdo semplici”, a parecchie migliaia nel caso dei “Cdo al quadrato”. Dato che una Cdo
comprende titoli di credito che in origine facevano capo a migliaia di persone o
società diverse, avviene che tra queste vi sia una maggioranza (A) che alla scadenza
ripagherà certamente il debito, una minoranza (B) che non è sicuro che lo pagherà,
una minoranza più piccola (C) che presenta un elevato rischio di insolvenza. Il
conglomerato Cdo viene composto sulla base di modelli di gestione del rischio di tipo
attuariale che calibrano ed equilibrano le tipologie di rischio A-B-C.
c) I DERIVATI-CDS (CREDIT DEFAULT SWAPS). Sono certificati di protezione del credito
dal rischio di insolvenza. Sono, di fatto forme di assicurazione. A metà 2008 i Cds
emessi a livello mondo superavano i 57 trilioni. L’intera economia mondiale aveva cioè
impegnato il Pil di un anno per proteggersi dal proprio fallimento. I Cds rientrano a
buon diritto nel sistema finanziario ombra. Purtroppo rispetto a questo sistema
nemmeno i suoi creatori nel 2007-2008 riuscivano più a capire dove erano collocati
alcune centinaia di trilioni di derivati “scambiati al banco”, in quali mani erano finite le
varie trance di Cdo. Tra il settembre e l’ottobre 2008 il sistema finanziario globale
rischiò di andare in frantumi. Solo l’intervento dello Stato a suon di trilioni di dollari,
negli Usa come in U.E., riuscì a salvarlo.
– regolazione carente dei mercati finanziari. In Usa come nella Ue gli intrecci
organizzativi, personali e ideologici tra finanza e politica, tra enti che dovrebbero
essere regolati ed enti regolatori, tra cariche private e cariche pubbliche, sono stati e
sono tuttora così stretti da rendere illusoria l'attesa che anche in vista della crisi la
politica riprendesse una congrua misura di autonomia, se non di potere, rispetto alla
finanza. L'eccessiva liberalizzazione è stata dunque distruttiva per l'economia poiché
si preoccupava di sviluppare i mercati finanziari e non i mercati dei beni reali.
– la crisi deriva dalla fragilità del finanzcapitalismo, detto anche capitalismo dei
mercati finanziari o capitalismo manageriale azionario. Dopo la fortissima spinta del
sistema fordista della produzione di massa questa ha cominciato a rallentare intorno
agli anni 60-80 e le imprese hanno cercato di compiere un passo avanti. Tale passo è
stato trovato nei mercati finanziari. Dunque è stata avviata una imponente fase di
produzione di strumenti finanziari cha hanno portato ad una incontrollabile crescita
dei capitali gestiti dagli investitori istituzionali: fondi pensione, fondi comuni di
investimento, compagnie di assicurazione, derivanti e Cdo comprese. Da pochi trilioni
negli anni 80 detti capitali hanno raggiunto nel 2007 una cifra compresa tra i 63 e i 74
trilioni (Pil mondiale nel 2007 circa 54 trilioni). Il problema del capitalismo dei mercati
finanziari è che presenta degli squilibri al suo interno, pronti ad esplodere. Tra gli
squilibri abbiamo l'arricchimento della fascia più ricca della popolazione e
l'impoverimento della fascia medio bassa; la concentrazione nei soli USA che produce
¼ del Pil mondiale del più alto debito privato/pubblico (13,5 trilioni di dollari) del
mondo mentre i paesi quali Cina, Russia e Medio Oriente ormai industrializzati hanno
surplus enormi con i quali acquistano obbligazioni federali negli USA.
Cap 4
In questo capitolo vogliamo capire due cose: il ruolo che determinate teorie
economiche hanno avuto nel produrre la crisi del 2007, e il peso che una
scientificizzazione mal riposta ha esercitato nel condurle a svolgere tale ruolo. Tra le
cause della crisi, come già accennato, vi è la concessione, da parte delle banche, di
crediti a soggetti che non potevano rimborsarli. Nel meccanismo del credito il rischio è
sempre presente, in maniera lieve o alta e ciò influenza il tasso di interesse. A
complicare ancora di più le cose sono i numerosissimi strumenti finanziari sorti,
spesso nemmeno i direttori delle banche sapevano bene il loro funzionamento. Le
istituzioni finanziarie hanno potuto creare tali strumenti solamente perche si sono
avvalse di due principali classi di modelli scientifici. Una prima classe di modelli
rappresenta il mercato come un sistema che si autoregola; il capitale affluisce
immancabilmente dove il suo rendimento è più efficiente. Una seconda classe di
modelli rappresenta il rapporto tra rischio e prezzo in modo tale che qualunque sia il
livello di rischio, si trova infallibilmente qualcuno disposto a pagare il prezzo che lo
copre. Tali modelli registrarono numerosi successi grazie all'applicazione della fisica in
campo economico. Tuttavia buona parte di questo successo era forviante poiche
derivava dal modello stesso. Tali modelli, infatti, invece di osservare e spiegare la
realtà l'avevano influenzata a tal modo che questa dipendeva dal modello stesso,
ovvero i soggetti che agivano sul mercato utilizzavano i dati del modello prima di
intraprendere qualsiasi azione. Dunque se buona colpa della crisi attuale è delle
scienze della natura può la scienza salvarci? Ovvero può la scienza contribuire a
fornire teorie economiche allo scopo di ricostruire il sistema economico? Nel 2009
scienziati ed economisti hanno discusso per realizzare il progetto Manhattan
“economico” il quale aveva lo scopo di verificare se e in che modo le scienze naturali
potessero aiutare l'economia nel campo della previsione e regolazione. Il risultato è
che economisti, matematici finanziari, studiosi di contabilità dovrebbero unire le forze
con
teorici della complessità, fisici, biologi evoluzionisti e altri per rifare la teoria e la
modellizzazione economica, affinchè possa tornare ad offrire una guida affidabile per
l'organizzazione e la regolazione dei mercati finanziari stabili. Osserviamo tuttavia che
per quanto ci si possa sforzare e per quanto le scienze naturali possano contribuire
non si potrà mai risolvere i problemi attuali senza uno sviluppo della mentalità di tutti
i soggetti che operano nel mercato soprattutto se si continua a ragionare con l'ottica
del mero profitto incurante degli effetti.
Cap 5
Il Fondo monetario internazionale aveva stimato ad agosto 2009 che le risorse che i
paesi occidentali dovranno impegnare per salvare le loro istituzioni finanziarie
ammonterà entro il 2011 a circa dodici trilioni di dollari, un quinto del Pil del mondo
2008. Le risorse cui si fa riferimento comprendono vari addendi: a) capitali per il
salvataggio di grandi banche e compagnie di assicurazione; b) acquisto da parte dello
Stato di titoli svalutati nel portafoglio di enti finanziari; c) sostegno dalle banche
centrali e nazionali alla liquidità di banche private; d) garanzie versate a favore del
debitore insolvente. Le stime della distruzione di ricchezza prodotta dalla crisi variano
invece da 25-28 trilioni di dollari (la metà del Pil del mondo 2007), a 100 trilioni (1,8 il
Pil mondiale). La crisi ha comportato e comporterà costi elevatissimi sotto il profilo
dell’occupazione e delle condizioni di lavoro. In ambito U.E. la disoccupazione a fine
2009 era del 9,5%, con punte del 19% in Spagna, per un totale di 23 milioni di
disoccupati. La disoccupazione giovanile, dai 15 ai 24 anni toccava il 21,4%, e il 30% in
Italia. Il degrado delle condizioni di lavoro è riscontrabile in tre ambiti: - lo sviluppo
dell’economia e dell’occupazione informale; - nell’economia formale l’aumento dei
lavoratori precari; - l’aumento del numero dei lavoratori poveri. A livello mondiale, su
una popolazione complessiva di circa 3 miliardi di lavoratori, coloro che hanno un
contratto formale sono 1,2 miliardi; una minoranza dunque. Dentro questo numero
sono compresi i lavoratori atipici e temporanei. L’etimo del vocabolo “precario” già
dice delle condizioni di questi lavoratori: “precario” è colui che deve pregare qualcuno
per ottenere qualcosa. Negli ultimi anni sono aumentate tutte le categorie del lavoro
atipico, e con esse l’insicurezza dell’occupazione. Poi ci sono i lavoratori poveri.
Secondo la definizione dell’Ocse il Povero è il lavoratore che percepisce una paga
oraria inferiore al 60% della paga mediana dell’insieme di salariati della economia di
riferimento. La crisi sta provocando sia un forte aumento della povertà estrema nelle
due fasce di coloro che sopravvivono con 1,25 dollari al giorno procapite, e di quelli da
2 dollari al giorno. Per la Banca mondiale l’aumento dei poveri della fascia 1,25 dollari
potrebbe essere di 55 milioni, di 64 milioni per la fascia da due euro al giorno. L’OIL
invece pone il numero dei nuovi poveri prodotti dalla crisi a 140 milioni.
Alla crescita della povertà concorre anche la speculazione che gli investitori
istituzionali attuano nel corso della crisi operando sui derivati che hanno come entità
sottostante i prezzi di alimenti base: grano, mais, riso, soia, sorgo. A questo riguardo è
utile ricordare che il commercio delle granaglie è controllato da tre società americane.
Ebbene, tra il 2005 e il 2008 i prezzi delle derrate alimentari hanno subito aumenti del
70% del riso e del 130% del grano. La conseguenza immediata dell’aumento del
prezzo degli alimenti di base è stato un forte aumento del numero degli affamati. Nel
1997 essi erano stimati in 775 milioni; nel 2007 gli affamati erano saliti a 840 milioni.
Dopo di che nei due anni successivi, dal 2008 al 2010 gli affamati hanno superato il
miliardo di persone. Si consideri che la povertà ha effetti diffusi e duraturi sulla salute
e sulla speranza di vita, in particolare per quanto riguarda i bambini, gli adolescenti, le
gestanti. Tutto si sta aggravando. A partire dalla crescita delle popolazioni che si
ritrovano a vivere negli slums, nelle favelas, tugurios, bidonvilles disseminati nel
mondo. Nel 1980 viveva negli slums il 5% della popolazione delle principali
megalopoli, nei primi anni 2000, oltre il 20%. Se la tendenza in atto continua, si stima
che nel 2030 la popolazione degli slums potrebbe arrivare a due miliardi. Discutibile è
anche la scelta dei governi che hanno destinato trilioni di dollari per salvare la finanza
globale, essa stessa causa della crisi. O tanto meno farebbero bene a smettere di dire
che per risolvere la crisi sono necessari tagli di salari pensioni e prestazioni sanitarie.
Cap 6
la macchina del finanzcapitalismo opera in modo differente da quella del capitalismo
industriale. Per prima cosa genera l'accumulazione di capitale entro se stesso, inoltre
sono state create e diffuse con eccezionale rapidità immense quantità di titoli che
hanno portato nel 2008 ad un volume di scambi dei suddetti strumenti di 1285 trilioni
di dollari ovvero 21,4 volte maggiore del pil. Le banche nel nuovo sistema finanziario
hanno messo da parte la loro funzione primaria di prestatori di denaro a imprese e
famiglie e si sono sempre più dedicate alla compravendita di titoli finanziari. Si è
verificata in appena venti anni una massiccia concentrazione di capitali in pochi grandi
gruppi sia nel settore bancario che, più in generale, nella gestione del risparmio. Per
quanto riguarda le banche, negli Usa nel 2007 esse erano scese a 7.000 (14.000 nel
1992), e gli attivi delle prime 18 erano il 60% del totale degli attivi. Negli altri campi
della gestione del risparmio, tra cui fondi pensioni, fondi di investimento e
d’assicurazione la concentrazione è stata ugualmente forte. Dal 1990 in poi gli
investitori istituzionali, grazie all’alto grado di concentrazione finanziaria, sono stati in
grado di influenzare in modo determinante il governo delle imprese. Nel 2008 gli
investitori istituzionali Usa, Germania, Francia, Italia, Regno Unito detenevano oltre il
50% del capitale delle società quotate in borsa. Essi così hanno assunto il ruolo di
“nuovi proprietari universali” le cui strategie di investimento nessuna Corporation può
ignorare. La concorrenza degli investitori istituzionali ha spinto le banche a creare
grandi famiglie di fondi di investimento .La pressione degli investitori istituzionali sulle
grandi imprese di cui detengono azioni richiede loro un rendimento sul capitale
dell’ordine mediamente del 15% anche quando l’economia cresce ad un tasso dei 4-5
volte inferiore. Per questo, anche le grandi imprese hanno finito per dare sempre
maggiore spazio agli investimenti finanziari rispetto alle attività produttive. Almeno
l’80% dei 110-120 trilioni di dollari scambiati annualmente nelle borse mondiali
perseguono unicamente finalità speculative. Il predominio sui mercati finanziari a
brevissimo termine ha accresciuto in maniera sostanziale la irresponsabilità sociale
degli investimenti. Ciò che un impresa produce, il suo possibile sviluppo, le condizioni
di lavoro che offre hanno perso quasi ogni rilevanza per le decisioni di finanziamento.
Il sistema finanziario del finanzcapitalismo ha fatto enormemente salire il rapporto
deficit/Pil dei paesi sviluppati.
Il sistema finanziario non si sarebbe potuto sviluppare in questo modo, se non avesse
avuto l'apporto di miliardi di persone inconsapevoli. Bisogna infatti riconoscere che a
questo punto ogni essere umano pare diventato un uomo economico, che motiva le
sue azioni solo verso il perseguimento dell'interesse o utilità personale. Uno dei
maggiori problemi del finanzcapitalismo sta nella pressochè totale scomparsa di
soggetti che riescano a distanziarsi da esso, di vederlo di giudicarlo dall'esterno, di
resistervi. Le nostre personalità appaiono avere ormai subito le universali pressioni
modellatrici della cultura dominante. E' infatti la cultura dominante a prescrivere quali
devono essere gli oggetti materiali idonei a soddisfare i nostri bisogni.
la estrazione di lavoro degli esseri umani si compie attraverso il lavoro. Il
finanzcapitalismo ha sviluppato un processo di estrazione di valore dal lavoro umano
complesso ed efficiente. Per massimizzare la quantità di valore estratto è necessario
che un impresa realizzi varie condizioni: paghi il meno possibile il lavoro effettivo;
impieghi solamente la quantità di lavoro necessaria in un dato momento per
compiere una data operazione; far si che le persone lavorino, in modo consapevole o
no, senza essere retribuite; infine minimizzare o azzerare qualsiasi onere addizionale
che gravi sul tempo di lavoro, come imposte, contributi etc. Il finanzcapitalismo ha
perseguito queste condizioni mediante la delocalizzazione e gli investimenti verso
l'estero, trasferendo grandi volumi di produzione in paesi sottosviluppati dove il costo
del lavoro è più basso. In questo modo ha potuto esercitare anche una forte
pressione sui salari dei paesi sviluppati, che sono rimasti stagnanti. Un altra forma di
massimizzazione della estrazione di valore dal lavoro è l'occupazione flessibile. Grazie
alle riforme del mercato del lavoro che hanno moltiplicato le forme di occupazione,
imperniate sui contratti di breve durata, le imprese hanno potuto retribuire i propri
dipendenti solo al momento in cui questi svolgono una determinata prestazione
lavorativa. Un ulteriore modo per estrarre valore dal lavoro consiste nella
intensificazione dei suoi ritmi e nella riduzione delle pause durante l'orario. A questi
bisogna aggiungere il lavoro non retribuito. L'essere perennemente connesso,
dovunque ci si trovi, per parlare al telefono, mandare messaggi etc., significa in realtà
lavorare senza sosta per qualcun altro.
Il finanzcapitalismo ha chiamato “valorizzazione delle risorse naturali” una
impressionante serie di scempi della natura di cui si è reso protagonista soprattutto
negli ultimi trenta anni: a) abbattimento delle foreste, anche pluviali, per trarne
legname a uso industriale.
b) scavi minerari di materie prime sottostanti a ecosistemi sensibili. c)
industrializzazione della pesca in mare. d) costruzioni di dighe che sconvolgono gli
ecosistemi e gli insediamenti umani a valle. La gran parte di questi progetti di
“valorizzazione” hanno una rilevante componente finanziaria. Gli investitori
fondamentali sono la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e le maggiori
banche e investitori istituzionali. Come già è stato detto nelle pagine precedenti la
valorizzazione dell'ambiente e quindi delle risorse è un passo importante che è stato
ed è tutt'ora messo alle strette dall'accumulazione di capitali. La distruzione definitiva
di risorse per il denaro è un fenomeno difficilissimo da arrestare che stà distruggendo
il nostro pianeta.
Forte e concentrato è stato l’assalto del finanzcapitalismo al sistema agroalimentare.
Le principali direttrici di questo assalto sono state in ordine di tempo: 1) La
formazione di monopoli ed oligopoli nel mercato delle sementi e degli alimenti di
base, e nella distribuzione di prodotti alimentari. 2) assoggettamento contrattuale di
agricoltori indipendenti e trasformazione industriale degli alimenti. 3) L' acquisto su
larga scala e gestione diretta di terreni agricoli per mezzo di corporation strettamente
collegate con le corporation delle sementi e degli alimenti di base. al presente la metà
del mercato globale delle sementi è controllato da dieci corporation. Tre di queste
sono americane (Monsanto, Du Pont, Land O’ Lakes) e posseggono il 64% del mercato
globale. Un altro 32% del mercato è posseduto da cinque corporation europee (tra
queste la svizzera Syngenta da sola pesa per il 13%). Infine, il 4% è detenuto da due
corporation giapponesi il 25% del mercato mondiale degli alimenti confezionati e delle
bevande è controllato da una decina di industrie alimentari (tra cui la svizzera Nestlé,
l’americana Kraft, la francese Danone, l’olandese Unilever). numerose corporation
mercantili si sono spinte, oltre che nel settore della trasformazione industriale degli
alimenti, anche nell’acquisizione e sviluppo di terreni agricoli e di fattorie organizzate
come veri stabilimenti industriali. Hanno inoltre stipulato contratti di fornitura con
centinaia di migliaia di agricoltori imponendogli condizioni molto rigide. Si tratta di
contratti da regime paraschiavistico. Il paradosso del sistema agro alimentare sta nel
fatto che avendo le sue corporation investito svariati trilioni di dollari ed euro e
convertito milioni di ettari a produzioni estensive tecnologicamente avanzatissime,
con una quota crescente di ogm, ci si poteva attendere che la situazione alimentare dl
pianeta, presente e futura, migliorasse. Al contrario è peggiorata di molto facendo
contare circa 3 miliardi di persone al mondo malnutrite.
Cap 7
la crisi emersa nel 2000 ma in gestazione da almeno 20 anni affonda le radici nella
creazione di denaro in quantità eccessive e in nuove forme. In meno di 20 anni il
sistema finanziario mondiale in prevalenza USA e UE ha creato dal nulla un massa
immensa di denaro nell'ordine di centinaia di trilioni di dollari di cui una parte
costituita da denaro con forma monetaria tradizionale e una parte maggiore costituita
in denaro di forma nuova.
Questa massa di denaro distribuita malamente e i suoi movimenti incontrollati hanno
causato nell'economia globale degli squilibri irrimediabili nel quadro finanziario: il
denaro è una promessa di valore garantita dallo stato, è anche una forma di potere,
un mezzo di scambio che ha come caratteristica la capacità di attraversare il tempo e
lo spazio. Posto quindi che il denaro è una promessa di valore chiunque ha la
possibilità di creare denaro purché si assuma la responsabilità di mantenere fede alla
promessa. Esempio tipico della creazione di denaro è la cambiale, che una volta girata
in banca diventa denaro effettivamente circolante. Qualunque forma il denaro
assuma esso da al possessore la capacità di esercitare un certo potere su beni e
persone nel presente e una certa sicurezza che ciò possa mantenersi nel futuro. Per
qualsiasi specie di potere il futuro è incerto, nel denaro invece il potere è reale e di
conseguenza il futuro è certo. Dicevamo prima che il denaro ha la capacità di
attraversare il tempo e lo spazio. Una banconota se la lasciamo in un cassetto perde
ogni anno di valore a causa del tasso di inflazione, se invece la stessa banconota viene
usata per aprire un libretto di risparmio quel dato valore rimane in gran parte
mantenuto nel tempo. Il denaro attraversa on solo il tempo ma anche lo spazio, sia
nella moderna forma elettronica sia nella forma più materiale; una banconota da 10€
può essere spesa con facilità sia a Palermo che a Stoccolma e cosi via anche quando
non è la moneta ufficiale del luogo, questo grazie alla tecnologia informatica. La
maggior parte del denaro in circolazione è creato dalla banche commerciali e in
misura minore dalle banche centrali: Banca Centrale Europea, Bank of Ingland e il
Federal Reserv Sistem (FED). Le banche private creano denaro concedendo credito
sotto forma di prestiti, mutui, scoperti di conto a persone, famiglie, imprese, enti
pubblici e altre banche. Nell'immaginario collettivo si pensa che una banca riceva in
deposito una certa somma dai risparmiatori e su questa base possa concedere
prestiti a famiglie e imprese, niente affatto se lo facesse non si creerebbe denaro
addiszionale chiamato “espansione dei depositi”. Nell'attuale sistema finanziario
succede il contrario. Sono i depositi ad esistere grazie ai crediti. Man mano che il
cliente utilizza la somma avuta in credito dalla banca per effettuare pagamenti la cifra
inizialmente immessa nel sistema bancario può essere moltiplicata diverse volte. Fino
a 10 volte negli Usa dove le banche devono tenere in riserva 1 ogni 10 che prestano.
Anche se necessario al funzionamento dell'economia, il processo di creazione del
denaro porta inevitabilmente alla degenerazione. La massiccia erogazione di credito
da parte della banche ha sviluppato un enorme debito rendendo l'intera economia
vulnerabile e vicina al tracollo. Un considerevole contributo allo sviluppo del debito è
stato incentivato da tassi di interesse fortemente ridotti nel periodo 1990-2000
quando presidente della FED era Alan Greespan il quale nutriva una profonda fiducia
nella capacità auto regolatrice dei mercati finanziari, per poi riconoscere
pubblicamente nel 2008 che si era sbagliato. Nello stesso periodo si verifico un forte
squilibrio tra PIL e tasso di creazione del denaro. Mentre l'economia USA cresceva del
3-4% l'anno, il tasso di creazione del denaro del 14%. questa eccedenza prodotta da
banche private con la complicità dell'autorità di vigilanza balzo in 2 anni 2005-2007 a 2
trilioni di dollari al quale va aggiunto un altro trilione e mezzo prodotto per salvare dal
disastro numerose banche americane. Le banche centrali sono le sole ad avere il
diritto di fabbricare denaro sotto forma di monete p banconote, questa forma di
denaro non supera il 2-3% della massa monetaria a livello mondiale. A loro volta le
banche centrali prestano denaro alle banche private trattenendo presso di esse la
frazione di riserva. Parte di questo denaro è già in loro possesso mentre il resto viene
creato di volta in volta. Il modo principale di creare denaro è l'acquisto di titoli di stato.
I derivati sono una nuova forma di denaro creato dalle banche negli anni 80. Un
derivato può essere rivenduto più volte e il suo prezzo può variare nel corso di questi
scambi. Il derivato può essere monetizzato e scambiato
senza che nessuna delle controparti entri in possesso del relativo sotto stante.
Siccome sono considerati “merce in transito temporaneo” possono essere tenuti fuori
bilancio dalla banca senza quindi vincolo di tenere in riserva una frazione degli attivi
da registrare in bilancio. La creazione di denaro mediante derivati, ha fatto un salto
qualitativo e quantitativo grazie alla cartolarizzazione in massa del debito da parte di
banche e altri enti con la trasformazione in titoli commerciali di milioni di ipoteche
sulla casa. Questi titoli cambiano di mano più volte, dall'emittente originale del credito
agli enti che confezionano i titoli strutturati, dalle banche che li smerciano agli
investitori istituzionali, e poi da questi ad altri intermediari che li vendono a loro volta
ad altri investitori e ad amministrazioni pubbliche. Ad ogni passo di questo processo
qualcuno ne ricava un profitto. Alla fine, i profitti totali generati dagli strati di attivi
cartacei creati ammontano a molte volte il prezzo di mercato del bene originale, la
casa stessa. L'eccessiva creazione di denaro per mezzo del debito e dei nuovi
strumenti finanziari ha provocato i seguenti effetti: 1) la massa monetari a livello
mondiale non viene censita ne regolata da alcuna autorità e
da ciò nasce l'impotenza ad elaborare ad applicare politiche monetarie efficaci e di
conseguenza crea diffuse pratiche fraudolente da parte di ente e corporazioni.
2) La creazione di denaro ha fornito un enorme incentivo alla speculazione assoluta in
campo finanziario definibile come commercio di denaro fine a se stesso separato da
qualsiasi finalità produttiva; si stima infatti che circa il 40% degli attivi finanziari del
mondo (240 trilioni di dollari) vengono impiegati esclusivamente a fini speculativi.
3) Ancora esso ha portato alla finanziarizzazione delle imprese industriali le quali
potendo ottenere attraverso la speculazione finanziari rendimenti netti del capitale
impegnato nell'ordine del 15-20% esse si sono messe a fare le banche.
4) Creando denaro si è favorita la concentrazione di capitali e attivi finanziari in un
numero ristretto di società finanziare di dimensioni colossali. La creazione di denaro
ha proiettato la dinamica e i rischi della finanza internazionale nella vita quotidiana di
milioni di persone. I nuovi strumenti finanziari collassano il tempo e lo spazio, quello
che accade alla borsa di Tokio può incidere sulla situazione economica e materiale dei
lavoratori e pensionati di regioni europee.
Cap 8
la finanziarizzazione dell'impresa industriale è un fenomeno che si è andato sempre
più sviluppando e ingrandendo. Le grande imprese industriali non fanno altro che
perseguire ricavi e profitti attraverso investimenti in operazioni finanziarie piuttosto
che investire nella produzione in ricerca e sviluppo. Di fatto il modello di downsizing
dell'indistria alimentare “taglia gli impianti e l'occupazione e distribuisci maggior
valore agli azionisti” è stato applicato in quasi tutti i settori dell'industria
contemporanea. Il principio della massimizzazione del profitto dell'azionista,
introdotto dalla cultura finanziaria, ha modificato l'etica e l'organizzazione
dell'impresa capitalistica. Essa ha riversato tutta l'attenzione sugli interessi degli
azionisti dimenticando gli altri soggetti coinvolti nelle sorti dell'azienda: ossia
dipendenti, fornitori e comunità locali. La finanziarizzazione delle imprese è iniziata
nell'industria dell'auto per e interessare. La Fiat, la Fort e la General Motors hanno
creato divisioni finanziarie capaci di offrire una diversificata gamma di piani di
investimenti dai quali guadagnare più che dalla vendita delle auto.
Gli investitori istituzionali sono arrivati a possedere circa il 55% del capitale di tutte le
società quotate in borsa. Un grosso contributo alla finanziarizzazione delle imprese si
deve anche ai fondi speculativi e a quelli specializzati nella compravendita di imprese
non quotate. La scomposizione in diverse parti dell'impresa dopo l'acquisto permette
loro di ricavarne un capitale molto più consistente del valore pagato per
l'acquisizione. Il passo successivo per l'imprese è stato l'esternalizzazione della
produzione su scala mondiale. Esso segna il passaggio del processo produttiva da una
singola impresa ad un gruppo di controllo di centinaia di produttori medi e piccoli
sparsi per il mondo che collaborano con l'azienda, cosi facendo l'impresa al suo
interno non produce quasi nulla. Oggi più del 75% di un auto Fiat viene prodotta da
centinaia di fornitori esterni. La Dell il più grande costruttore di pc del mondo non
produce niente dei milioni di computer che vende. Essa coordina il lavoro di migliaia
di produttori piccoli medi e grandi sparsi in quattro continenti convergendo il tutto
verso un numero ridotto di assemblatori finali. La finanziarizzazione delle grandi
imprese ha creato la formazione di monopoli e oligopoli attraverso vaste campagne di
fusioni e acquisizioni di aziende spesso finanziate ricorrendo al debito o emettendo
obbligazioni poiché neanche i più grandi gruppi economici dispongono di decine di
miliardi in proprio. Miliardi che vengono impiegati non per fare investimenti bensì per
eliminare un concorrente e ridurre successivamente i posti di lavoro. Per quanto
riguarda le persone la finanziarizzazione delle imprese industriali ha portato ad un
deterioramento generale delle condizioni di lavoro, ponendo addirittura in conflitto
tra loro i lavoratori dei paesi sviluppati con quelli dei paesi emergenti. A ciò è da
aggiungere la compressione dei salari reali, la stagnazione della domanda interna
combattuta con l'esplosione del debito delle famiglie, una drastica riduzione degli
investimenti in ricerca e sviluppo, l'abbandono di interventi a tutela dell'ambiente e il
mancato sviluppo delle infrastrutture urbane e interurbane.
Cap 9
i primi disastri nell'economia mondiale sono dei primi anni 2000 con la fusione
finanza industria a cui ha fatto seguito nel 2007/2009 i disastri finanziari delle banche
finanziarie e la devastazione nel mondo del lavoro. Per finire poi nel 2010 quando i
principali attori del sistema finanziario hanno preso di mira il debito degli stati non
prima di averlo appesantito per tamponare i loro enormi debiti privati. La crisi
industriale ha portato a decidere di utilizzare e investire in alcune direzioni i fondi
pensione. Avendo infatti a disposizione ingenti capitali i fondi pensione sono diventati
in meno di 20 anni uno dei più potenti gruppi di investitori istituzionali che esistono al
mondo secondo solo ai fondi comuni di investimento. Essi ricevono trilioni di dollari e
euro dai lavoratori di tutto il mondo e li investono a loro totale discrezione seguendo
criteri di razionalità economica che molte volte nuocciono agli interessi del mondo del
lavoro. Allo scopo di far fruttare i capitali a loro affidati i fondi pensione li investono in
azioni di società quotate e obbligazioni private e pubbliche e anche in prodotti della
cosiddetta finanza ombra. Queste strategie hanno recato danno ad altri lavoratori e
persino a sottoscrittori dei fondi stessi. Gran parte dell'economia contemporanea è
proprietà dei fondi pensione, i quali possono in pratica decidere se grandi magazzini o
enormi grattacieli si moltiplicheranno a discapito di piscine, biblioteche e teatri; in
pratica il guadagno commerciale prende il posto dell'etica del servizio pubblico.
Cap 10
il sistema finanziario mondiale presenta una serie di difetti strutturali che hanno
fortemente contribuito alla crisi. Occorrono quindi grossi interventi di ristrutturazione
e delle riforme mirate. Le principali riforme necessarie sono: - ridurre le dimensioni
globali del sistema finanziario e riportarlo alla sua funzione come mezzo necessario a
sostegno dell'economia reale; - ridurre il valore della finanza ombra riportando in
bilancio tutti i capitali posseduti dalle società finanziarie; - imporre il rispetto e
l'aumento della quota di capitale da tenere come riserva; - regolare il mercato dei
derivati con l'introduzione di strumenti di controllo più efficaci; - vietare o almeno
limitare la cartolarizzazione dei crediti che hanno permesso alle banche di creare dal
nulla ingenti masse di denaro; - cambiare il rapporto stabilito tra criteri di erogazione
del credito bancario, gestione del rischio, valutazione delle agenzie, innovazione dei
prodotti finanziari, ricavi delle banche e compensi dei manager. E' difficile che l'unione
europea accorga queste riforme, visto il lavoro che stanno facendo le istituzioni.
Sembra plausibile invece se si guarda sia la riforma americana sia le proposte
provenienti da autorità internazionali. Loro prospettano la supervisione delle
istituzioni e dei mercati finanziari europei, il rafforzamento della cooperazione
europea sul tema della supervisione della stabilità finanziaria e i modi in cui i
supervisori europei dovrebbero cooperare con altre giurisdizioni. Altre proposte di
riforme del sistema finanziario arrivano da fonti del Regno Unito e dagli Stati Uniti che
parlano di restringere l'attività delle istituzioni finanziarie creando banche di piccole
dimensioni con l'unica funzione di concedere prestiti e servizi di pagamento.
Cap 11
per ridurre in misura significativa il dominio del finanzcapitalismo la prima cosa da
fare consiste nel ridurre le dimensioni degli enti finanziari ( le banche ) e nello stesso
tempo restringere il perimetro delle loro attività. Queste proposte anche solo per il
fatto di essere nate all'interno del sistema finanziario difficilmente verranno sostenute
da una maggioranza parlamentare ma poniamo che ciò accada, sarebbe un primo
passo nella giusta direzione ma sarebbe sufficiente a sottrarre la civiltà mondo al
dominio del finanzcapitalismo? .. No di certo poiché il finanzcapitalismo è una
formazione economico sociale che rappresenta una negazione sostanziale della
democrazia in ogni settore dell'organizzazione sociale, sia a livello locale che a livello
mondiale. Purtroppo è più che mai vivo l'intreccio tra finanza e politica per cui è arduo
distinguere se l'uno è al servizio dell'altro o l'altro è a servizio dell'uno. L'unica cosa
effettivamente consumata è il divorzio tra democrazia e popolo. La crisi economica
lascia intravedere in un periodo medio lungo due possibili esiti. Da un lato la versione
democratica e socialista della regolazione dell'economia con l'intervento dello stato
nell'industria e nella finanza e dall'altro lato la versione autoritaria della regolazione
dell'economia che permetta a industria e finanza ampia libertà di movimento purché
assecondino i fini del regime. Negli anni 20 e 30 del secolo scorso in Italia e Germania
la scesa al potere di governi autoritari fù sostenuta dall'industria e dalla finanza e
riscosse anche il consenso di consistenti masse popolari. Oggi come ieri molte
persone davanti allo specchio della disoccupazione, fallimento e miseria si sono
dimostrate propensi ad ascoltare chi promette loro legge e ordine, sicurezza
dell'occupazione, lotta allo straniero e stimoli all'economia a colpi di decreti e leggi
eccezionali. Ne sono prova i successi delle formazioni politiche di estrema destra e
orientamento xenofobo
in Usa e Europa. Tuttavia per quanto possibile appare piuttosto lontano l'affermarsi di
una forma aggiornata di fascismo. Studiosi affermano che ci sarà un esito della crisi
opposto a quello autoritario. Essi pensano che lo stesso finanzcapitalismo finirà per
produrre gli anticorpi sociali e culturali che porteranno ad un superamento e
all'affermazione di un nuovo capitalismo meno insensato di quello attuale; credono
quindi nella sua auto-riformabilità. Questi studiosi ripongono le speranze in una
società civile impegnata in una lotta di liberzione dal consumismo su diversi fronti
come il consumo responsabile, la responsabilità sociale di impresa e il micro credito.
Purtroppo queste previsioni ignorano importanti elementi della realtà che si muovono
in direzioni opposte. Il finanzcapitalismo è votato a trasformare gli esseri umani in
robot, in servo meccanismi. Esso preclude loro la possibilità di sviluppare pienamente
le potenzialità intellettive e affettive che risiedono in ognuno di essi privandoli così di
un diritto che dovrebbe essere inalienabile. Si tratta di capire fino a che punto la crisi
in essere della civiltà-mondo dovrà spingersi prima di obbligare la persona a
riconoscere l'insostenibilità del proprio modo di vivere.
COMMENTO
E' il saggio sulla crisi più completo, preciso ed esauriente che io abbia mai avuto modo
di leggere. Il testo spiega la principale trasformazione del mondo economico negli
ultimi anni cercando di esaminare tutti i cambiamenti sia a livello mondiale che locale
e il passaggio dal capitalismo industriale a quello finanziario. Si sofferma in particolare
nell'analizzare le cause dell'enorme debito pubblico dei paesi sviluppati, le complicità
delle classi politiche nel salvataggio delle banche e traccia anche dei possibili scenari
futuri per niente ottimisti. Egli ha un atteggiamento critico nei confronti del sistema
economico e politico della nostra società, ne sottolinea il degradamento morale e il
prevalere costante della legge del profitto sull'etica di una società civile. L'autore
intende informarci sui diversi aspetti economici, culturali e politici del nostro tempo
poiché solo attraverso la conoscenza di essi sarà possibile trovare una soluzione
all'enorme disuguaglianze sociali ed economiche, alla disoccupazione e alla
distruzione dell'ecosistema e di tutte le risorse che la natura mette a disposizione per
creare la vita. In questo libro Luciano Gallino con rigore scientifico indaga sull'attuale
crisi economica del Mondo e dell'Italia partendo da una forte critica nei confronti del
sistema finanziario odierno e mettendo in luce gli aspetti più controversi partendo dal
finanzcapitalismo, una mega macchina che usa l'essere umano come ingranaggio in
un sistema di sfruttamento ( si vive per lavorare e non si lavora più per vivere ) dal
quale è possibile uscire solo con una riappropriazione della nostra facoltà intellettuale
e affettiva, una vera e propria rivoluzione della ragione contro gli eccessi della finanza.