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Purgatorio

Virgilio incarna nella Commedia un triplice valore sacro: la romanità che glorificò, il cristianesimo che presentì
e l’arte che fu in lui luce di bellezza e vita.

Negli esempi di peccato è costante il raffronto tra mondo biblico e pagano.

Canto I – isola del Purgatorio

Giungono all’isola. Li accoglie, dapprima reticente, Catone Uticense, savio battezzato e santificato
per la sua integrità morale che lo spinse sino al suicidio pur di non piegarsi all’impero.
Canto II – spiaggia

Giunge una navicella carica d’anime guidata da un angelo. Incontro commosso e malinconico con
Casella, musico e cantore amico di Dante. Egli comincia a cantare e tutti sono rapiti. Sopraggiunge
Catone rimproverandoli per la poca solerzia.
Canto III – Antipurgatorio, morti in contumacia

Proseguono verso il monte e incontrano i morti in contumacia dalla Chiesa, che debbono lì stare per
trenta volte il tempo della scomunica. Incontrano Manfredi, nobile animo, figlio di Federico II; egli
fu sovrano del Regno di Napoli e Sicilia, venne scomunicato per contrasti con la Chiesa e morì in
battaglia, riconciliandosi alfine con Dio. Pena e malinconia per lo scempio del corpo.
Canto IV – Antipurgatorio, negligenti

Virgilio esplica il corso del sole dopo aver percorso un angusto sentiero. All’ombra d’un masso vi
sono i negligenti, pentiti solo in punto di morte e condannati a stare lì tanto tempo quanto vissero.
A parlare è Belacqua, pigro liutaio di Firenze, descritto in maniera comicamente bonaria.
Canto V – Antipurgatorio, negligenti di morte violenta

Proseguono e incontrano altre anime, stupite per il corpo ancora vivo di Dante. Tra essi: Iacopo Dal
Cassero, podestà a Bologna assassinato dagli Este; Buonconte da Montefeltro, morto in battaglia
contro Firenze senza che il suo corpo fosse ritrovato, perché trascinato via dal fiume; la senese Pia,
uccisa dal marito per potersi risposare. Triste dolore per i loro corpi terreni.
Canto VI – Antipurgatorio, negligenti di morte violenta

Le anime attorniano Dante come fosse vincitore del gioco della zara. Interroga Virgilio sulla natura
e validità delle preghiere, contestata nell’Eneide in quanto pagana ma altrimenti benigna.
Incontrano Sordello, trovatore e anima gentile, nato a Mantova e perciò conterraneo del poeta
latino; scatto passionale d’affetto tra le due ombre unite da quella terra, che per contrasto dà luogo
alla dura apostrofe Ahi serva Italia; lo sdegno iniziale, che colpisce la bramosità degli uomini di
Chiesa e l’indifferenza degli imperatori (Asburgo), causa della caoticità dei due poteri, della crisi
politica e del declino italiano, che tocca tutte le città e ancor più Firenze. Amara ironia permea
questo sfogo.
Canto VII – Antipurgatorio, principi negligenti

Virgilio si rivela e Sordello afferma che la notte, senza la luce della grazia divina, non è possibile
proseguire nel cammino. Giungono a una valletta ove stanno gli imperatori, descritti in scala
gerarchica ma comunque uniti da fraternità spirituale.
Canto VIII – Antipurgatorio, principi negligenti
Scendono in tal valletta e giungono due angeli di verde vestiti e con spade tronche ma affocate, che
li guarderanno dal serpente. Incontrano Ugolino Visconti, uomo politico amico del poeta, dalle cui
dolenti parole traspare il tenue filo dei ricordi terreni. Spunta la biscia, tosto fugata dai messi di Dio.
Prende parola Corrado Malaspina, la cui famiglia ha fama d’esser nobile d’animo e onorata, e tra le
cui virtù spiccano la liberalità (borsa) e la prodezza (spada). Preannuncia a Dante che sarà proprio
dalla sua famiglia benignamente ospitato.
Canto IX – Antipurgatorio/ porta

Nella valletta si addormenta e ha un sogno simbolico all’alba. In esso è rapito da un’aquila (Lucia, la
grazia illuminante), e si risveglia parendogli d’ardere. Virgilio lo tranquillizza e si trovano davanti la
porta (sacramento della penitenza): il primo gradino bianco (contrizione del cuore), il secondo nero
(confessione orale), il terzo rosso (opere di penitenza); segue la soglia di diamante (base della
Chiesa). L’angelo, prima reticente, li fa passare e incide sulla fronte di Dante sette P (peccati mortali).
Apre la porta con due chiavi, l’una d’argento (scienza necessaria al sacerdote) e l’altra d’oro (autorità
concessa da Dio). La grande porta si smuove con fatica, a indicare il religioso sgomento di questo
luogo d’espiazione. Entrano udendo il Te Deum.
Canto X – primo girone, superbi

Dopo un’aspra salita per uno stretto calle giungono a un piano sulla cui ripa erano scolpiti stupendi
bassorilievi raffiguranti esempi d’umiltà, così che i superbi, condannati a camminare gravati da massi
sulla loro cervice potessero vederli.
Canto XI – primo girone, superbi

Le ombre camminando recitano un Pater noster poeticamente dantesco, carico di umana


sofferenza. Parla Omberto Aldobrandesco, conte ucciso per la sua eccessiva fierezza in battaglia. Poi
Oderisi da Gubbio, miniatore la cui arte è già stata surclassata. Accesa considerazione sulla vana
gloria e la fugacità del mondan rumore, nei paragoni Cimabue-Giotto e Guido Guinizelli-Cavalcanti
cui un terzo (forse il poeta stesso) sarebbe ora pronto a rubare la fama. Così Provenzan Salvani,
senese morto in battaglia contro Firenze, il cui nome sonava per tutta la Toscana e ora è quasi
dimenticato. Egli è già in Purgatorio perché si procurò il denaro necessario al riscatto d’un amico
elemosinando in piazza, tremando per ogni vena dalla sofferenza d’un’anima orgogliosa: fatto che
Provenzano preannuncia succederà anche a Dante.
Canto XII – primo girone, superbi

Proseguendo vedono figurati sul pavimento esempi di superbia punita, in tre categorie: per mano
di Dio (Vedea, figurato), per intimo tormento (O, sentimento) e per mezzo d’altri uomini (Mostrava,
figurato), per concludersi con la summa dei tre (Troia). Esteriore simmetria che traduce bisogno
d’armonia costruttiva. Sopraggiunge dolce e luminoso l’angelo, che toglie il primo P a Dante ed egli
prosegue più leggero. Quaderno e doga fanno riferimento a due vergognosi misfatti avvenuti a
Firenze, sempre nei ricordi del poeta.
Canto XIII – secondo girone, invidiosi

Ambientazione desolata, squallore. Il sole li guida. Voci trasvolanti per l’aria evocano esempi di
carità. Gli invidiosi si confondono con la pietra, hanno gli occhi cuciti come ciechi mendicanti, da cui
sgorgano lacrime. Ruvidamente vestiti. Fraternità di sofferenza. Dante inizialmente intimorito (vede
senza essere veduto) li interroga. Risponde Sapia, zia di Provenzan Salvani. Ritrae il suo peccaminoso
carattere per trascenderlo in amara consapevolezza. Malinconia, in un crescendo d’accoramento
per l’invidia passata. Aveva pregato per la sconfitta, avvenuta, della sua città natia, voltando le spalle
a Dio e redimendosi solo in fin di vita. Dante teme d’aver peccato non per invidia ma lussuria.
Loquacità femminile nella risposta di Sapia, non c’è più lo sgomento dell’antipurgatorio. Pensa con
ironicità velata di tristezza alla sua città, compatendo la malignità terrena.
Canto XIV – secondo girone, invidiosi

Dialogo con due nobili romagnoli, affratellati dalla loro condizione. Dante tace il suo nome e quello
dell’Arno. Se ne accorgono e maledicono il fiume. La virtù è fuggita come biscia da quelle genti,
tanto da appellarli porci, cani e volpi, lupi (i fiorentini, sventurata fossa Firenze), volpi i pisani. Guido
predice il futuro del nipote del compagno, figurato cacciatore di lupi in Firenze (trista selva). Ricorda
con commozione gli esponenti della nobiltà (d’animo) d’un tempo, contrapponendola al
decadimento morale dell’epoca. Le donne e i cavalier, li affanni e li agi sarà ripreso da Ariosto. Voci
trasvolanti per l’aria d’esempi di carità, cupe e violente. Virgilio apostrofa l’uomo che anziché mirare
alla bellezza del cielo guarda a terra.
Canto XV – terzo girone, iracondi

Sopraggiunge un angelo sfolgorante di luce, tanto che Dante non riesce a schermirsi, poiché non
ancora purificato. Gli indica una scala meno ripida delle precedenti. Virgilio, interrogato, esplica
l’inconsistenza dell’invidia; Dio si concede maggiormente a chi più spande amore verso gli altri, e
quante più anime ascendono al paradiso tanto più quest’amore diverrà esponenzialmente bene
comune. Gli preannuncia poi l’arrivo di Beatrice una volta cancellate i cinque P rimanenti. Assistono
a esempi di mansuetudine, rivelati non sensibilmente ma in visione estatica; prima scena quella di
Maria e Gesù nel tempio, moto e parole riescono veri e naturali. Poi Pisistrato signore in Atene
(accostamento pagano-cristiano). Poi S. Stefano lapidato da Giudei che invoca con gli occhi il
perdono per i persecutori. Dante rapito dell’estasi avanza come ubriaco. Sopraggiunge la notte e
l’atmosfera e annebbiata e intristita dal fumo.
Canto XVI – terzo girone, iracondi

Notte senza stelle e fumo richiamano l’inferno. Virgilio guida Dante come un cieco. Le voci delle
anime pregano armonicamente insieme. Marco Lombardo, uomo di corte, apostrofa Dante e segue
un dialogo senza che i due possano vedersi. Il poeta lo interroga in merito al dubbio instillatogli da
Guido del Duca, ora fatto doppio, e cioè la causa dell’umana corruzione. All’uomo è concesso da Dio
lume di ragione e libero voler, e perciò la colpa è da ricercare in noi, e non fatalisticamente nei Cieli.
L’anima nasce pura e innocente come fanciulla da Dio, pargoleggiando è attratta al trastullo, e
divengono necessarie le leggi come freno. Qualcuno deve farle rispettare, ma né l’imperatore né
l’avido clero (unghie fesse) se ne fanno carico; dalla confusione di potere temporale e spirituale,
contrariamente all’impero romano (due soli), tutta la società risulta dedita a beni mondani. Segue
un ricordo accorato di Lombardo della virtù della sua terra e degli ultimi tre esponenti. Si avvicinano
infine alla luce e Marco si allontana.
Canto XVII – terzo/quarto girone

Escono dalla nebbia, vinta dai raggi solari come in montagna. Riflessione sul lume che move la
fantasia (imaginativa); essa ci sublima, in visione estatica, dalla realtà esterna (Dante bifronte:
solitario e meditativo/ partecipe alla cosa pubblica). Scaturiscono nella sua mente esempi d’ira
punita: Progne mutata in uccello, Aman crocifisso e Lavinia piangente sul cadavere materno. La luce
dell’angelo, insostenibile all’occhio, risveglia il poeta, e lo indirizza alla scala senza bisogno di
preghiere. Debbono però fermarsi, come nave arenata, perché s’è fatto buio. Virgilio espone
(dimostrandolo, al contrario dell’Inferno) l’ordinamento morale del Purgatorio; in ogni uomo c’è un
amore naturale, instillato da Dio e sempre retto, e un amore d’animo, razionale, che può errare in
tre modi: per malo obietto (superbia, invidia, ira), amando con troppo vigore i beni mondani
(avarizia, gola, lussuria) o con poco vigore il sommo bene (accidia). L’amore è parimenti origine di
virtù e peccato, e non permette d’odiare se stessi o Dio, ma il prossimo. Tripartizione dell’amore per
malo obietto, punito nei primi tre gironi. Vi è poi l’accidia, punita nel quarto, e l’eccesso nei
successivi tre. Virgilio lascia la tripartizione di questi ultimi all’intelletto di Dante.
Canto XVIII – quarto girone, accidiosi

Dante incalza accoratamente, seppur timoroso di affettivo ritegno, Virgilio, il quale esplica la natura
dell’amore, fulcro della teoria precedente. Esso scaturisce dalla materia, che non è sempre buona
in quanto plasmabile come cera. Si sbaglia a considerare l’amore sempre tendente al bene (error
dei ciechi). Il ragionamento è passionale ed estremamente efficace nei vocaboli e nelle immagini.
Dante replica che se l’animo si affida ai sensi e alla realtà esterna non ha scelta e perciò non è
responsabile. Virgilio risponde, affidando comunque la verità a Beatrice, che l’anima (forma
intellettiva) opera insieme a due facoltà: una la tendenza ad amare, in quanto innata non
biasimevole (uomo-amore/api-miele); l’altra la ragione, che deve discernere bene e male, e sulle cui
scelte si è poi giudicati in paradiso. È il libero arbitrio di cui gli parlerà anche Beatrice. Da notare la
concretezza delle suddette forze spirituali. L’atmosfera è rischiarata dalla luna e Dante è più
leggiadro per le risposte ottenute. Si scuote all’arrivo degli accidiosi in corsa sfrenata come i Tebani.
Seguono grida d’esempi di sollecitudine, esaltanti la rapidità di Maria e di Cesare. L’abate di San
Zeno correndo mostra loro la scala del quinto. Esempi d’accidia punita sono gli Ebrei e i compagni
di Enea (analogamente a prima accostamento dio-impero).
Canto XIX – quarto/quinto girone

Appare all’alba in sogno a Dante una femmina balba, deforme, incarnante l’amore errante per
troppo vigore, che ammalia il poeta con lo sguardo e il canto, come una sirena, la stessa ad aver
conquistato Ulisse; da notare la mellifluità dei versi. Appare a un tratto una donna santa a richiamare
l’attenzione di Virgilio (la ragione), il quale scopre il ventre putrido della balba svelando con il puzzo
l’inganno amoroso a Dante. Raggiungono l’apertura del quinto e sono accolti dall’angelo
dell’amorosa sollecitudine, ma il poeta è ancora scosso per la visione; Virgilio chiarisce la figura della
strega e lo invita ad ammirare lo rege eterno. Dante lesto come falcone volge lo sguardo al cielo e
sale veloce tutta la scala. Nel quinto giro gli avari (e i prodighi) giacciono bocconi a terra e piangono,
per l’eccessivo attaccamento alla materia. Adriano V parla loro indicando la strada. Il poeta curioso
interroga l’anima accasciata, che risponde soavemente frammezzando latino, esaltando la passata
maestà pontificale. Egli resse il gran manto per poco più d’un mese, e rimarca gravemente il peso
di quella terrena potenza; rimpiange l’avarizia e riconosce il giusto contrappasso, asserendo di
sostenere la pena interiore più amara di tutto il monte (in quanto estremamente cosciente del male
compiuto). Redarguisce Dante (non errar) che si era riverentemente inginocchiato innanzi lui e lo
invita a proseguire il cammino. Alfine ricorda sua nipote, sua sola cara rimasta, e nel cui ricordo
dolce e affettuoso si chiude il canto (opposizione alla balba d’apertura).
Canto XX – quinto girone, avari

I due proseguono e odono da un’anima tre esempi antitetici all’avarizia (Maria e Fabrizio, amore per
la povertà, e San Nicolò, generosità). È Ugo Capeto, che si presenta come radice de mala pianta,
progenitore della stirpe regnante in Francia successiva ai Carolingi. L’espandersi dei possedimenti
aveva instillato nel figlio sempre più brama ed efferatezza (uccisione d’un giovine e di San
Tommaso), e analogamente si comporteranno i successivi Carlo I (traditore in Firenze) e Carlo II
(mercanteggiatore della figlia e rapitore del vicario di Cristo insieme a Filippo il Bello, fatto che
riproduce ai suoi occhi i tormenti la Passione, evidente dal lessico evangelico aceto, fele, novo Pilato,
tempio). Ciò provoca un crescendo d’esecrazione e rabbia nei confronti dell’avarizia, che sfocia
nell’invocazione alla vendetta divina. Seguono esempi di avarizia punita (Pigmalione, Mida, Acàn,
Safira, Crasso e altri minori). Tutte le anime li declamano insieme, forte o piano a seconda dell’entità
del sentimento di purificazione. D’un tratto il monte è scosso violentemente e s’innalzano canti, e
Dante seppur arso dal desiderio di conoscerne si trattiene; è un’anima che purificata lascia il
Purgatorio.
Canto XXI – quinto girone, avari

Dante è oltremodo curioso, assetato di verità, quando un’ombra compare loro alle spalle. Virgilio si
identifica come guida del poeta, ancora vivo nel corpo, e chiede chiarimenti sul terremoto. Il monte
è libero da perturbazioni atmosferiche e i fenomeni fisici avvengono solo per volere di Dio. Regna
l’imperturbabilità, solo l’antipurgatorio è toccato da fenomeni terrestri. Il movimento sismico
avviene quando un’anima ascende al cielo, libera di muoversi, a riprova della sua avvenuta
purificazione dal talento, la residua tendenza di male appetiti. Stazio, il fu poeta epico, si rivela;
dopo cinquecento anni in quel girone ha raggiunto la libera volontà e tale è il motivo dell’accaduto.
I due placano la loro arsura di sapere, ed effondono gioia. Stazio, perso nel piacere del ricordo della
sua poesia (termini pregni di sentimento), si qualifica come poeta epico di gran fama a Roma (non
sua città natale). Sfocia in un appello accorato alla mamma e nutrice Eneide, a Virgilio, che lo
avevano guidato nella sua vita terrena, al punto che sacrificherebbe un anno per conoscere il suo
mentore. Dante trepida per la situazione infantilmente comica creatasi, Virgilio per sua natura umile
e restio acconsente di rivelarsi, e Dante lo presenta a Stazio in un crescendo interiore. Stazio si getta
ai piedi di Virgilio (ricalco canto XIX), che dolce e malinconico lo redarguisce; Stazio chiude il canto
con soavi parole, e le ombre acquistano d’un tratto la consistenza della salda realtà.
Canto XXII – quinto/sesto girone

L’angelo toglie il quinto P, Dante procede più spedito. Virgilio in intimo confida di provare altrettanta
benevolenza (amico) verso Stazio dopo che il suo affetto gli è stato presagito da Giovenale nel limbo,
poi chiede la ragione dell’avarizia nel suo animo puro; egli aveva peccato dell’opposto, cioè di
prodigalità, e ne aveva risposto nello stesso cerchio (di attitudini sbagliate al denaro) per
cinquecento anni. Cita il verso di Virgilio che lo aveva salvato dall’inferno sollecitandolo al
pentimento. Dante considera benignamente i prodighi rispetto agli avari. Virgilio, intuitore letterario
delle virtù cristiane, è stata scintilla della conversione matura del poeta, che è stato spinto al
cristianesimo. Nascose però questa sua fede per paura delle persecuzioni domizianee, e tale è la
causa della sua permanenza nel quarto degli accidiosi. Malinconia e afflato lirico nel canto, che si
palesa nella risposta del duca, che giace nel limbo insieme agli altri poeti latini e greci, tra cui Omero.
Stazio, già anima eletta accompagna il maestro, intermediatore del suo spirito pagano con la divinità
di Beatrice. Trovano un albero con i rami figurati a cono rovesciato, che impedisce l’ascesa ai succosi
pomi, spruzzato dall’acqua. Seguono esempi di temperanza (Maria a Cana, le astemie donne
romane, il Battista e le locuste).
Canto XXIII – sesto girone, golosi

Incontrano la prima turba di peccatori, smagriti pallidi e stremi, con occhi scavati, tra i quali Forese
Donati, con cui il poeta aveva avuto la Tenzone. I frutti e l’acqua dell’albero accendono un
tormentoso desiderio in loro, che però si risolve nella certezza della beatitudine. Le preghiere della
sua donna Nella gli hanno evitato l’antipurgatorio, e la sua dolcezza e bontà è esaltata dirimpetto la
scostumatezza delle donne di Firenze in uno sfogo dagli aspri toni. Il loro dissapore letterario d’un
tempo è guardato con pena, simbolo d’umana e negativa passionalità ora al cospetto di Dio. Dante
gli spiega il suo itinerario passato e futuro extramondano.
Canto XXIV – sesto girone, golosi

Nell’avanzare Dante chiede notizia di Piccarda, sorella di Forese, che per bellezza e bontà già trionfa
in paradiso. Segue una serie di figure di golosi, con vivi particolari, tra cui Bonagiunta Orbiciani,
rimatore provenzaleggiante. Contrapposizione tra lo stil novo (Donne ch’avete intelletto d’amore),
che scaturisce direttamente dal sentimento dell’amore (spirazione), e la vecchia maniera, che si
limitava al virtuosismo retorico. Tale spirazione è la differenza primaria tra i due stili, che si traduce
nell’importanza dell’adesione di parola e sentimento; Orbiciani riconosce le sue mancanze e gioisce
disinteressatamente per l’arte. Le anime assiepatesi intorno si disperdono alla fine del discorso, ma
Forese è trattenuto dal desiderio di rivederlo. Dante, malinconia d’un cuore che non regge a tanto
male terrestre, vorrebbe già esser morto, ma sconterà la restante vita nella decadente Firenze.
Forese accusa della rovina della città il fratello Corso, e predice la sua fine, trascinato da un cavallo
all’inferno. La famiglia Donati rappresenta l’eterna vicenda umana (Corso-inferno, Forese-
purgatorio, Piccarda-paradiso). Se ne va e il poeta vede un albero gravido di frutti sotto cui si
dibattono invano le anime nell’atto di afferrarli; gli arrivano presso e una voce dalle fronde li invita
a starvi lontano perché nato dallo stesso legno di quello d’Eva, e fa seguire esempi di golosità punita.
Appare l’angelo fulgente come metallo fuso insieme a una folata primaverile che conclude
gioiosamente il canto.
Canto XXV – sesto/settimo girone

Dante, timido e bramoso, chiede ragione della magrezza laddove non ci sia bisogno di nutrirsi.
Virgilio adduce la modellazione dei corpi fittizi delle ombre in base all’anima. Stazio, che rappresenta
la verità rivelata aggiunta a quella di ragione, delucida compiutamente la generazione del corpo. La
parte più pura del sangue che ha virtù concezionale in un uomo scende dal cuore ai genitali per
stillare nel sangue femminile; si forma il feto, anima vegetativa come pianta cui però Dio infonde
l’anima razionale, meraviglia come il sole che si fa vino. Alla morte del corpo le facoltà spirituali
(memoria, intelligenza e volontade) permangono ma non quelle sensitive e fisiche data l’assenza del
corpo. Approdata post mortem a una delle due rive (Acheronte/Tevere) l’aria circostante si atteggia
sul modello del corpo che ancora conserva la sua virtù formativa, come nel fenomeno
dell’arcobaleno. Tale figura fittizia segue come fiammella con il fuoco i moti dell’anima e pertanto è
denominata ombra. Ammirazione di fronte all’opera di Dio, colorata nel discorso da illuminanti
immagini. Arrivano al settimo, dove camminano tra il fuoco a sinistra e il dirupo sulla destra, udendo
le anime nelle fiamme cantare inni sacri ed esempi di castità.
Canto XXVI – settimo girone, lussuriosi

Proseguendo sul cammino esposto, le anime notano l’ombra di Dante che dà risalto alle fiamme
(realtà e vividezza) e lo interrogano. La scena s’interrompe con l’arrivo di un’altra schiera; le anime
salutandosi gioiosamente trasfigurano l’atto peccaminoso d’un tempo, gridano esempi di lussuria e
si separano in fretta come grue. Il poeta ora si presenta e tutti restano stupiti come montanaro che
s’inurba; tosto passata la sorpresa, il parlante qualifica la turba precedente come sodomiti (Cesare
chiamato regina), e loro come ermafroditi, abbandonatisi al desiderio senza freni (Parsifae). Tace i
nomi dei compagni (contrario dell’inferno), e si svela come Guido Guinizelli, pentitosi prima di
morire. Dante è colmo d’affetto per quel suo padre poetico, ma il suo slancio (figli di Licurgo per la
madre) è frenato da riverenza e rispetto, e resta attonito a rimirarlo. Guinizelli afferma che non si
dimenticherà del poeta, e vi si appella come frate. Indica Daniello, trovatore raffinato, tenuto in
poco conto da molti solo per opinione comune senza criticità, e all’inverso Guittone eccessivamente
esaltato. Poi prega Dante di recitare per lui un padrenostro (omettendo la tentazione) e scompare
nel fuoco. Il poeta si rivolge a Daniello, il quale chiude il canto con raffinati versi francesi pregni di
musicale malinconia.
Canto XXVII – settimo girone/paradiso terrestre

Al tramontare del sole appare l’angelo della castità, che li invita ad entrare nel fuoco; Dante è
atterrito, ma Virgilio gli ricorda che lo ha salvato da tanti pericoli e così farà ora che è vicino a Dio, e
che le fiamme non possono provocare morte. Aggiunge, un po’ alterato vedendo il poeta restare
fermo, che quello è l’ultimo ostacolo a separarlo da Beatrice. A tal nome egli si ridesta (come Piramo)
e scherza affettuosamente con Virgilio come fossero padre e figlio. Entrano nel fuoco rovente e
seguendo una voce escono dirimpetto l’angelo a guardia della scala per il paradiso. Saliti un poco
sono costretti a fermarsi perché sopraggiunge la notte. Paragone bucolico con le capre (lui), rapide
sulle cime e manse alla sera, guardate dai pastori (i due maestri). Guarda le stelle e stretto tra le
pareti di roccia fa un sogno, come prima di entrare in purgatorio. Gli appare Lia, simbolo della felicità
terrena derivante da vita attiva e foriera di una prossima radiosa realtà, che va cogliendo fiori in uno
scenario incantato; la sorella Rachele invece siede ferma tutto il giorno in quanto simbolo di vita
contemplativa. Virgilio preannuncia che quel giorno coglierà il tanto ambito pomo della felicità
terrena, e Dante percorre d’un fiato le scale, come volando perché non ha più P. In cima il poeta
latino pronuncia le sue ultime commosse parole; il suo compito è finito e oltre non può spingersi, e
dunque corona Dante che ora, purificatosi, può seguire il suo volere.
Canto XXVIII – paradiso terrestre

Entrano nella divina foresta (antitetica rispetto alla selva infernale). Realismo alleggerito
dall’incanto spirituale, dipinge un mondo in cui crede e ne è rapito (opposto dall’Ariosto che
accompagna con un sorriso le sue figurazioni oltremondane). Fisso ai più alti valori dello spirito non
dimentica la terra e il reale, dove l’armonia è sovrana ed ebbra di dolci particolari. Natura soave,
un’eterna primavera. Oltrepassano il fiume Lete, dalle acque purissime, e trova di là da quello una
donna nell’atto di cogliere fiori, che invita ad avvicinarsi. È Matelda, rappresentante nel reale di Lia,
anch’essa simbolo di vita attiva. Con grazia, levità e pudore si muove e alfine lo guarda, sorridendo
leggiadra. Dante è sorpreso dall’acqua, dalla foresta e dal vento poiché Stazio aveva negato
alterazioni atmosferiche dopo la porta. Ella risponde alla questione. La montagna del purgatorio fu
spinta tanto in alto perché l’uomo non fosse toccato dalle esalazioni terrestri sottostanti, cui ebbe
però modo d’abituarsi dopo la cacciata per il peccato originale. Il vento è causato dall’aria del primo
cielo che rotando s’imbatte in quegli alberi, che la impregnano di virtù fecondatrice che insemina il
mondo. L’acqua dei due fiumi nasce da una sorgente inesauribile, non da pioggia e vapore; il Letè fa
dimenticare il ricordo del peccato, l’Eunoè ravviva il ricordo del bene compiuto e dev’essere gustato
solo dopo il precedente. Continua la spiegazione, sostenendo che l’età dell’oro decantata dai pagani
poetanti fosse loro apparsa in sogno, immagine di quel paradiso, in quanto savi e vati. Dante si volge
indietro per il riferimento ai due poeti, che gioiscono sorridenti di vedere concretato la loro utopia.
Canto XXIX – paradiso terrestre

Matelda si incammina, accompagnata da giochi di luce e ombra che si susseguono in tutto il canto,
e Dante la segue dalla sponda opposta. Il fiume curva il suo corso verso levante (dunque verso Dio)
e un bagliore continuo accompagnato da una melodia preannuncia una visione. Invoca le muse
sacrosante dell’arte perché lo assistano nello scrivere cose difficili solo a pensare. Vede sette alberi
d’oro (doni dello Spirito Santo) che avvicinandosi si rivelano un candelabro, splendente come
fiamma. Matelda redarguisce il poeta, tutto intento a rimirare il lento incedere della figura senza far
caso alla processione d’anime candidamente vestite. Le fiammelle formano sette strisce colorate
nell’aria i cui estremi in larghezza distano dieci passi (dieci comandamenti). Seguono ventiquattro
seniori (libri antico testamento), cui s’accodano quattro animali (vangeli), la descrizione dei quali è
rimandata ad Ezechiele. In mezzo a loro v’è un carro (la chiesa) a due ruote (antico/nuovo
testamento - vita attiva/contemplativa) trainato da un grifone (Cristo nella sua natura divina, aquila
dorata, e umana, leone bianco-vermiglio). Maestoso al punto da surclassare oltre i carri romani
anche quello del sole. Alla ruota destra danzano tre donne, (virtù teologali, carità, rossa, che dà il
ritmo, speranza, verde, e fede, bianca,). A sinistra sono quattro (virtù cardinali tutte porporate,
giustizia, fortezza, temperanza e prudenza, che ha tre occhi e le guida). Seguono due vecchi
differentemente vestiti, uno medico l’altro guerriero ma parimenti benigni (San Luca, Atti degli
Apostoli e San Paolo, Epistole). Altri quattro umili figuri rappresentano testi minori, e infine San
Giovanni dormiente (visioni nell’Apocalisse). Questi ultimi sette sono coronati non da gigli bianchi
(fede), bensì da rose vermiglie (carità). Arrivato dirimpetto a Dante il carro si ferma. Tutto il canto è
costellato da richiami alla bellezza del luogo frammisti alle allegorie.
Canto XXX – paradiso terrestre

Il carro si ferma e ne spuntano, come beati dalle loro caverne nel giorno del giudizio, cento angeli,
intonando inni sacri. Appare Beatrice, ombrata dai fiori come i vapori che permettono la vista del
sole all’alba. Ella è vestita dei tre colori delle virtù teologali (rosso e bianco già indossati da viva) e
cinta d’ulivo. Dante è preso da tremore, che riflette lo smarrimento della Vita Nova in tono più
maturo e profondo. Trepida di fronte al ritrovamento della più perfetta bellezza, che lo aveva
idealmente guidato nel cammino; dapprima non la vede, poiché ombrata, e ne sente solo la
presenza, ma poi il suo splendore di virtù lo acceca come già era successo da ragazzino. Si volta verso
Virgilio materno, che però è scomparso. Scoppia in un pianto commosso d’affetto, ma Beatrice lo
esorta a riprendersi chiamandolo per nome (prima volta che compare nella Commedia, ma solo per
necessità, altrimenti umilmente taciuto). La donna, che lo guarda, è paragonata ad un ammiraglio,
d’atteggiamento forte e regale. Lo rimprovera severamente ed egli è preso dalla vergogna, che il
canto compassionevole degli angeli mitiga come il vento caldo dell’Africa (terra che perde ombra)
scioglie le nevi, e prorompe di nuovo in pianto. Ella dice agli angeli, onniscienti come Dio, di volersi
far bene intendere dal poeta, e più pacatamente procede con la spiegazione: le sfere celesti
indirizzano ogni uomo (seme) a un fine, non comprensibile nemmeno a loro, che però può essere
coltivato in un terreno maligno, quale è il caso di Dante. Dal suo primo incontro alla morte lei lo
sostenne col suo volto, ma successivamente seguì false immagini; a nulla valsero le apparizioni in
sogno per tentare di ricondurlo sulla retta via. Allora scese nel Limbo pregando Virgilio di portarlo
in salvo. E nel farlo pianse, poiché per gustare la dolce acqua del Lete è necessario pagare uno scotto
di pentimento in lacrime.
Canto XXXI – paradiso terrestre

Beatrice lo incalza a confessare la verità di quanto detto, ma lui non riesce a parlare tanta è la sua
paura e virtù confusa. Riesce appena a pronunciare un sì stentato, poi si spezza come l’arco d’una
balestra e scoppia in pianto. Lei gli chiede perché avesse abbandonato la speranza del bene e seguito
i godimenti fugaci. La confessione del poeta prorompe sincera, e pertanto non punita ma perdonata
(rota non affila la spada). Beatrice, sospesa tra umano e divino, lo interroga sul perché fosse ceduto
a simili debolezze dopo la dimostrazione, con la morte di lei, della fugacità della bellezza in terra
(pargoletta), anziché seguire lei nella bontà spirituale (immagine dell’augelletto inesperto). Ella
racconta con pathos, affettiva dolcezza e tormento. Poi invita Dante, muto e con lo sguardo a terra
come un fanciullo vergognoso, ad alzare la barba, con tale pungente contrasto che il poeta qualifica
come velen de l’argomento. Gli angeli cessano l’aspersion dei fiori e Beatrice sfolgora in tutta la sua
celestiale beltà; egli è punto come ortica dal rimorso e crolla a terra. Rinviene immerso nel fiume
con Matelda che lo tiene e lo spinge a bere l’acqua che toglie ricordo del peccato. Poi lo porta nel
mezzo delle quattro virtù cardinali, a indicare protezione dell’uomo purificato. Queste, sembianti
ninfe e stelle, furono ordinate ancelle di Beatrice. Tuttavia saranno le tre teologali ad aguzzargli la
vista per penetrare il giocondo lume degli occhi della donna (smeraldi), che lo avevano conquistato
in gioventù; in essi come specchio si riflette l’immagine del grifone che si tramuta nelle sue due
nature, restando però immutato nella realtà. Al poeta stupito s’avvicinano danzando le tre cardinali,
mentre pregano Beatrice di disvelare la bocca (seconda bellezza). Il canto si chiude con
l’interrogativo sul rendere in poesia (Parnaso) lo isplendor di viva luce eterna.
Canto XXXII – paradiso terrestre

Dante è ermeticamente fisso a rimirare Beatrice, le tre teologali lo ammoniscono, ma egli ne è


abbagliato come dal sol e non vede altro; si astrae in lei. Poi si abitua al poco (contrapposto alla
maestosità della donna) che c’è intorno e vede la processione (milizia del celeste regno) piegare a
destra, come una testuggine romana. Il grifone muove il carro senza scuotere una piuma e il poeta,
Matelda e Stazio lo seguono nella selva vota (per il peccato di Eva) sulla destra. Alla distanza di tre
tiri d’arco Beatrice scende, e accerchiano l’altissimo albero spoglio della scienza del bene e del male
(la giustizia, incarnata nell’impero) vietato ad Adamo, il cui nome è biasivolmente pronunciato. Il
grifone (Cristo) è beato perché non divide col becco la pianta, non la rinnega, e anzi lega il carro (la
Chiesa) all’albero (l’Impero). Come fiori in primavera l’albero rinasce, rosso e viola, e Dante
s’addormenta tra gl’inni sacri; sorvola sul come ed è risvegliato da Matelda, al pari di Pietro Giovanni
e Giacomo da Cristo dopo l’apparizione di Mosè ed Elia sul monte. Beatrice è seduta sulla radice
(Roma custode dei due poteri) dell’albero, circondata dalle sette ninfe con i candelabri inestinguibili
ai venti (Aquilone e Austro) in mano. Beatrice preannuncia al poeta la sua cittadinanza nella Roma
divina (paradiso) e lo investe della missione di diffondere quanto visto nel mondo. D’un tratto
piomba un’aquila (imperatori romani maligni) dal cielo sfasciando l’albero e meno il carro, che si
piega come nave in fortuna. Sopraggiunge una volpe (l’eresia combattuta dai padri), tosto messa in
fuga dalla sua donna. L’aquila torna e si posa mansueta (Costantino), ma una voce dal cielo si
rammarica per le nefandezze poi compiute dalla stessa Chiesa. Spunta un drago (Satana, beni
temporali) tra le due ruote del carro, staccandone il fondo. Esso è ricoperto da piume e ne sbucano
sette teste, sopra cui siede una puttana (Curia romana), che si bacia con un gigante (Casa di Francia);
volge l’occhio a Dante (il popolo cristiano) e per questo viene flagellata dal bruto, che porta via il
carro (Avignone, Filippo il Bello), fino a scomparire. Evidente la plasticità della visione, il palpito
poetico: è la sua Apocalisse.
Canto XXXIII – paradiso terrestre

Le sette virtù intonano un salmo, doloroso commento allo strazio del carro, ma Beatrice, dapprima
assorta ha uno scatto passionale e cita le parole di Cristo annuncianti la sua morte e risurrezione.
Avvicinandosi si appella fraternamente a Dante, che è però ancora in soggezione per il timore e la
vergogna; ella vuole che se ne liberi in favore della riverenza. Fiera profezia con tono di maschia
forza: la Chiesa corrotta è come se non esistesse, e il responsabile subirà vendetta per mezzo del
Veltro (DVX, 500 10 e 5). E se il poeta non risolve l’enigma, presto arriverà un Edipo; il suo compito
è notare quelle parole e diffonderle. Constatazione pessimistica di fronte agli effimeri valori della
vita. Adamo, morso il frutto dell’albero la cui struttura a cono rovesciato è segno di divinità
intoccabile, attese cinquemila anni il Cristo. Se la mente di Dante non fosse stata offuscata
conoscerebbe il significato dell’albero (giustizia divina in terra). Afferma che il suo cervello è segnato
da Beatrice. Ella gli rimprovera l’aver dato credito alla filosofia (scola), tanto distante dalla verità
divina. Egli però non se ne ricorda avendo attinto dal Letè. Sorridendo benignamente gli dice che
quella è prova del suo peccato come fumo di un fuoco. Intanto il sole corre più lento e le sette si
fermano sull’orlo d’un ombra, che copre la fonte da cui nascono i due fiumi (quasi amici). Dante è
curioso ma Matelda (nominata per la prima volta) si discolpa poiché ne ha già parlato. Beatrice
interviene in aiuto di Dante, che non se ne ricorda preso com’era dall’osservare, e invita l’altra
donna a bagnare il poeta nel secondo fiume. Ella volentieri adempie il compito, e Dante, sorvolando
la bontà di quell’acqua che lo ha rinnovato come piante novelle, è ora pronto a salire a le stelle.