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Berlino,

estate 1936. Le Olimpiadi sono alle porte. Goebbels ha avuto ragione delle resistenze
iniziali di Hitler e della sua Hitlerjugend e tutto è pronto per lasciare il resto del mondo a bocca
aperta davanti alla potenza e alla maestosità del Reich. Ai vertici della complessa e ambiziosa
organizzazione dell’evento c’è un uomo, anzi un soldato: Wolfgang Früstner. A poche settimane
dalla cerimonia inaugurale, però, un giornale denuncia le sue origini ebraiche e l’immediata
conseguenza è la destituzione dall’incarico. Da deus ex machina con pieni poteri, Fürstner si
ritrova in un angolo: è rispettato dai veterani che hanno combattuto con lui nella Prima guerra
mondiale ma deve ora subire l’umiliazione delle giovani leve naziste e solo l’intervento di un ex
commilitone gli permette di restare al Villaggio Olimpico, sia pure con un ruolo di secondo
piano. A Berlino accorrono giornalisti da ogni parte del mondo e le telecamere fortemente volute
dal Führer e da Leni Riefenstahl portano le Olimpiadi per la prima volta sul piccolo schermo. E
mentre Jesse Owens entra nella storia con le sue quattro medaglie d’oro, il maratoneta coreano
Son Kitei è costretto a vincere per il Giappone e si disputa Austria-Perù, che Eduardo Galeano
definirà “la partita di calcio più emozionante di tutti i tempi,” Fürstner si aggira come uno
spettro in una città vestita a festa. Non riconosce più il Paese che ama, né la donna che ha
sposato, e forse nemmeno se stesso. Nel suo primo romanzo, scritto a quattro mani con Paolo
Frusca, Federico Buffa mette il suo inconfondibile stile narrativo al servizio di una storia vera e ci
racconta non solo tante straordinarie pagine di sport, ma anche la parabola di un uomo, di una
capitale e di un Paese sull’orlo dell’abisso.
FEDERICO BUFFA (Milano, 1959) è un personaggio di culto nel mondo del basket, nonché un
esperto di cultura americana. Per quasi vent’anni è stato commentatore NBA prima su Tele+, poi
su Sky Sport, dove ha ideato con Federico Ferri il programma Federico Buffa racconta, giunto alla
seconda edizione, con il quale ha ottenuto uno straordinario successo di critica e di pubblico. Ha
pubblicato Black Jesus. The Anthology (2009) e Storie Mondiali. Un secolo di calcio in dieci avventure
(2014), scritto con Carlo Pizzigoni. L’ultima estate di Berlino è la sua prima prova narrativa.

PAOLO FRUSCA (Brescia, 1963) vive felicemente in esilio a Vienna e coltiva la passione per la
Storia e per il Brescia (inteso come squadra di calcio). Nel 2010 ha pubblicato per Mondadori
Urania Phoxgen!, scritto a quattro mani con Italo Bonera. Per e con Federico Buffa ha scritto a
otto mani il testo teatrale Le Olimpiadi del 1936. Prima o poi, forse, scriverà anche qualcosa a due
mani.
FEDERICO BUFFA
PAOLO FRUSCA

L’ultima estate
di Berlino
Proprietà letteraria riservata
© 2015 RCS Libri S.p.A., Milano

ISBN 978-88-58-68168-8

Prima edizione digitale 2015 da edizione ottobre 2015

In copertina
Art Director: Francesca Leoneschi
Graphic Design e illustrazione:
Mauro De Toffol / theWorldofDOT

www.rizzoli.eu

Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore.


È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.
L’ultima estate di Berlino
Prologo

Terra nera.
Buone, fertili zolle di Slesia.
Terra tedesca.
E sangue tedesco versato per difenderla.
Narici impregnate di odore di polvere da sparo, fango e torba.
Sull’orizzonte lampeggiano artiglierie.
Distanti dalle nostre trincee, sfumano nella nebbia i cavalli di Frisia
dietro la linea di betulle bianche.
Reticolati ancora troppo lontani. Rifugio per me irraggiungibile.
Corro.
Corro da ore, il cuore in gola. Sudore gelato. Non mi salverò.
I miei stivali affondano nella fanghiglia della palude.
L’uniforme lacerata dai rami di questi alberi maligni. Tana del nemico.
Trascino le ginocchia in un acquitrino vermiglio. Ogni passo è più
pesante del precedente. Sempre più faticoso.
Sono stremato. I banditi polacchi prenderanno anche me.
Nelle orecchie un urlo lontano. Ovattato. Ripetuto.
«Capitano Fürstner!»
Chi mi chiama?
Sono i miei camerati rimasti indietro?
Sento le loro grida disperate. Inumane. I nostri aguzzini li hanno
raggiunti e li sgozzano a uno a uno, come animali.
Mia la responsabilità di questo massacro. Solo mia.
Da ufficiale avrei dovuto intuire l’agguato. E reagire da soldato. Invece
sto fuggendo.
Li ho abbandonati. Ho abbandonato i miei uomini.
«Capitano Fürstner!»
Chi urla in questo modo? Ancora e ancora?
Non sono capitano, non sono capitano!

Mi fermo. Mi inginocchio. Ho corso abbastanza. Non fuggirò più.


Vivo non mi avranno.
Quello che devo fare. La mano corre alla fondina.
Impugno la pistola. Freddo il calcio. Gelido.
Le colpe si pagano.
Ci vorrà un attimo. Un gesto fluido. Il cane si alzerà. Il dito scivolerà
sul grilletto.
Tutto semplice.
Ma non riesco a estrarre l’arma.
Come fosse incastrata.
Riprovo. Vorrei urlare per lo sforzo, la bocca è spalancata, ma dalla
gola non esce alcun suono.
La Luger 08 non si sfila dal fodero di cuoio.
Bloccata. Mi duole la mano. Le vene della destra, azzurre e rigonfie.
L’arma è inchiodata.
«Capitano Fürstner!»
Fra i miei denti serrati si fa spazio, dolorosamente, un grido
spaventoso, sempre più acuto. Frequenza insopportabile. Basta!
Basta!
Basta!

Apro gli occhi. La testa appoggiata direttamente sul materasso,


nell’inquietudine vischiosa del mio incubo il cuscino è scivolato sul
pavimento.
Nel raggio di sole obliquo della persiana socchiusa, il tappeto ai piedi
del letto è un universo sospeso di granelli di polvere. La mia destra
ancora rattrappita, dolente. Le unghie conficcate nel palmo della mano.
Sento colpi alla porta della stanza. Una voce concitata.
L’urlo lontano e ripetuto.
«Capitano Fürstner, che succede? Ha bisogno di aiuto?»
Joachim, il mio attendente. Ha sentito gridare. Mi schiarisco la voce
per rispondergli.
«Nulla.»
Slesia, estate 1921. Sono passati quindici anni, ma l’ossessione di
quella battaglia non mi abbandona.
Joachim insiste: «Va tutto bene, signor capitano?».
«Sì, grazie, tutto bene. Vai pure era… solo… un sogno.»
Joachim sembra indugiare un istante, poi la sua voce riprende, con
una punta di agitazione inusuale.
«Ricordi che oggi c’è la presentazione del Villaggio alle autorità. Sarà
presente anche il…»
Fa una pausa. Prova timore reverenziale persino a nominarlo.
«… nostro Führer, se mi posso permettere.»
La presentazione.
Ma certo.
Che ore sono?
Uno sguardo alla sveglia.
Forse ha suonato, forse non l’ho caricata.
Il sole è già alto in questa giornata berlinese.
Troppo alto.
Il comandante del Villaggio non può essere in ritardo proprio oggi!
«Grazie. Un istante e sarò pronto.»
Ho bisogno di qualche minuto per riprendermi.
Il solito incubo che mi lascia stremato, ancora, nuovamente, la mia
ossessione: io, giovane sottotenente nei Freikorps.
La continuazione della guerra, noi obbligati a difendere terre
germaniche dall’invasione dei miliziani polacchi.
Francesi e italiani li appoggiavano. Si volevano spartire le spoglie del
nostro impero crollato.
Ma in Slesia no. Non li facemmo passare.
Fu eroico e terribile.
Centinaia di ragazzi morti.
La migliore gioventù tedesca. Noi, volontari e fuorilegge. Eroi per il
popolo tedesco e canaglie per le autorità di Weimar.
La prepotenza di Versailles vietava l’esistenza di un vero esercito
tedesco.
Una delle mille inaccettabili condizioni di quel trattato di pace che ci
strangolava.
Ma noi eravamo lì.
Battaglia di Annaberg, la nostra montagna sacra. Il mio plotone rimase
tagliato fuori da una sortita del nemico.
Mi salvai con pochissimi dei miei camerati. Dei miei sottoposti. Molti
non tornarono.
Il senso di colpa mi tormenta, ancora oggi, oltre ogni responsabilità
militare.
E quell’idea di farla finita, nelle ore immediatamente successive al
massacro, un’allucinazione che ancora mi porto dentro.
Ma oggi no. Oggi cercherò di dimenticare quel passato sanguinoso,
oggi è lo sport al centro della mia vita. Oggi è la mia giornata.
Le Olimpiadi stanno per iniziare. Ancora poche settimane.
«Ha bisogno d’altro, signor capitano?»
«No. Grazie Joachim… anzi, sì. La divisa è stirata?»
«Sì, signor capitano, e gli stivali lucidati.»
«Perfetto, Joachim. Fra dieci minuti sarò pronto. Heil Hitler!»
Eco lontana del saluto di risposta, dal corridoio.
1

Berlino, 17 giugno 1936. Mattino.

Acqua bollente e asciugamano di spugna intorno al collo.


Sono in piedi davanti allo specchio del bagno.
Rito mattutino, celebrazione di virilità.
Radersi tranquillizza. Toglie dalla mente le scorie di una notte agitata.
Mescolo col pennello il sapone nella ciotola.
Coramella di cuoio chiaro. Rasoio affilato.
Oggi la rasatura deve essere perfetta.
La lama di Solingen trascina la schiuma lungo i noti percorsi delle
guance e del collo.
Forse dovrei lasciarmi crescere un poco le basette.
No. Meglio di no. Per gli ufficiali il regolamento non lo prevede.
Agitazione crescente al pensiero delle personalità del Governo che mi
attendono. Non ci sarà solo Adolf Hitler.
E un vago senso di inquietudine.
Continua a ronzarmi in testa la vicenda dei danni causati dai visitatori
al Villaggio.
Perché? In fondo si tratta solo di una piccola macchia sul mio
curriculum.
Il sapone è eccellente, morbido.
La lama scorre.
Spero proprio che nessuno di questi pezzi grossi tiri fuori la faccenda.
Appena sopra il labbro. È una zona difficile, da radere delicatamente.
E anche quel fogliaccio di propaganda idiota che ha pubblicato
allusioni sulle origini razziali di mio nonno.
Insignificante, certo, ma spiacevole. Nessuno metterà in discussione i
miei meriti verso lo Stato per un articolo di calunnie.
Eppure.
Non riesco a fare a meno di pensarci.
Propaganda razziale che ci sta facendo perdere la faccia di fronte al
mondo civile.
Ahi! Maledizione! Ecco. Mi sono tagliato. Quando penso a certe
questioni mi tremano le mani.
Brucia. Sanguino. Strofino le dita sulla ferita.
Contemplo la goccia di sangue sulla punta del mio indice e, per
quanto mi sforzi, non riesco a distinguere la mia parte ariana da quella
ebraica.
Dovrò farlo sapere ai giornalisti dello «Judenkenner»!

Taglio superficiale, comunque. Niente di grave.


Ma non è un rasoio di Solingen?
Allume di rocca dalla bottiglietta verde smeraldo.
Bene. Finito.
Adesso ci vuole acqua bollente e l’asciugamano di spugna.
Dopobarba.
Controllo tirando la pelle del viso se la rasatura è perfetta.
Pare di sì. Il taglietto sopra il pomo d’Adamo è già cicatrizzato.
Spio la mia espressione allo specchio: le guance scavate, gli occhi
infossati.
Oggi sento ciascuno dei miei quarant’anni.
Un macigno la stanchezza di queste settimane, ma passerà.
Passerà presto. Una volta che tutto sarà finito per il meglio.
Ma perché quell’articolo è uscito proprio ora?
Ancora quell’inquietudine. Mi prende lo stomaco.

La mia uniforme per oggi, scelta con cura.


Pantaloni grigi da ufficiale con doppia striscia rossa lungo la gamba.
Stivali lucidi, appena spazzolati dall’attendente.
Camicia chiara stirata, senza la minima piega. Cravattino nero.
Cinturone. Fibbia d’acciaio, in rilievo il Gott mit uns.
Sciabola? No. Niente sciabola, sarebbe eccessivo.
Giacca d’ordinanza, estiva, da cerimonia. Candido fresco di lana.
Spalline dorate. Luccicano i gradi di capitano della Wehrmacht.
I nastri colorati di tutte le mie campagne militari sfilano in bella
mostra lungo il taschino della giacca.
Rossignol, Somme, Loretto, Brody, Galizia, Tolmino, Fiandre.
Ventitreesimo reggimento fanteria Winterfeldt.
I figli della Slesia.
Croce di ferro di prima classe all’occhiello della giacca.
L’arrivo di questi ospiti va degnamente celebrato.
Berretto rigido. Coccarda nera, bianca e rossa. Guanti di pelle.
Sono pronto per il Führer, adesso.
2

Porto di New York, 15 luglio 1936.

Aveva ragione il reverendo Bridges a credere che sarei diventato un


grande giornalista.
A spingermi a diventare un giornalista.
Non fosse stato per lui, io, Dale Fitzgerald Warren, non sarei qui, in
procinto di salpare per l’Europa, corrispondente dell’«Herald Tribune»
per le Olimpiadi.
No. Niente Olimpiadi.
Più probabilmente starei raccogliendo patate nei campi attorno alla
mia città, a Decatur, traballando sul rimorchio del trattore coi miei
fratelli, lungo le strade polverose dell’Alabama, tergendomi il sudore col
fazzoletto del nonno e bevendo sidro dal bottiglione di vetro.
Invece ora guardo l’oceano dal ponte principale di questo
transatlantico.
Fiancata bianca, striscia rossa e blu.
La nave si chiama Manhattan, è lunga come due campi di football e
porterà in Europa la nostra delegazione per i Giochi olimpici. È un
privilegio essere qui.
Viaggio di prima classe pagato dal giornale, mica male per uno che
viene da Decatur, Alabama, e nella vita era destinato a raccogliere
patate.
Sento il salmastro dell’Atlantico sul viso e ripenso al giorno in cui
tutto è iniziato: io a diciassette anni, la faccia piena di brufoli, che scrivo
per il giornaletto della scuola la cronaca della partita Red Riders contro
Patriots, campionato di football fra High School.
Benson Field, il nostro campo spelacchiato di erba gialla.
Tre cheerleader per squadra, «… e datemi una R, e datemi una E»,
quattro trombettieri disperati a suonare la carica e una dozzina di
spettatori sulla tribunetta di legno.
Caschi scoloriti, per chi li aveva, e il mio professore di religione, il
reverendo Bridges, che era anche l’allenatore della squadra di football,
che porta di persona (oh, di persona!) la mia cronaca della partita al
direttore del «Decatur Daily», il principale quotidiano della città. Anzi,
l’unico.
Dalla chiesa alla sede del giornale nove chilometri in bicicletta per
andare e nove per tornare, non proprio dietro l’angolo, sotto il sole
dell’Alabama.
Il direttore fu talmente entusiasta che pubblicò la mia paginetta
manoscritta nell’edizione del giorno successivo, senza cambiare una
virgola.
No. Questo non è vero, forse qualcosa cambiò… non lo ricordo
esattamente, è roba di vent’anni fa.
Comunque, due giorni dopo ero in redazione, con indosso le scarpe di
vernice di mio fratello, la camicia stirata e un quaderno con i fogli
azzurrini per prendere appunti che mi aveva regalato il reverendo.
Da quell’articolo iniziò la mia carriera. Una straordinaria carriera.
Non potrò mai ringraziare abbastanza il reverendo Bridges.
Ora ci vorrebbe un drink. Vediamo dove si trova il bar su questo
ponte…
La sirena del piroscafo sta fischiando. Già si parte? Impossibile,
dovrebbe salpare fra un’ora. E perché fischia allora? Ancora non esce
fumo dai comignoli.
Guardo in basso, sul molo, movimento di gente, colleghi giornalisti e
semplici lavoratori del porto, ufficiali e scaricatori, tutti in grande
subbuglio. Una decina di marinai, divise candide, escono da un
boccaporto e corrono verso la fiancata dove mi trovo, si tengono i
berretti in testa con la mano perché non volino via nel vento, ridono
felici, si affacciano. Come aspettassero qualcuno.
Urlano, saltano. Anche le altre navi intorno fanno fischiare le loro
sirene. C’è aria di festa.
Guardo il molo. Distinguo solo atleti, colleghi e dirigenti della squadra
americana che stanno salendo sulla nave. Non capisco cosa abbia
provocato tutta questa agitazione.
Un giovane ufficiale arriva con gli altri alla balaustra, si colloca
proprio al mio fianco e lo interrogo: «Ehi, guardiamarina, mi dici che
succede?».
«Sta arrivando! Viene a bordo!» Poi mi guarda stupito per l’assenza di
una mia reazione.
«Davvero non hai capito chi sta salendo?»
«Oh, “ammiraglio”, non te lo avrei chiesto.»
Lui alza di un tono la voce, se possibile ancor più emozionato: «Ma
Babe Ruth, lo hanno detto alla radio militare… viene a bordo a salutare
gli atleti in partenza».
Ora mi spiego la confusione. George Herman Ruth, detto “Babe”. Il dio
del baseball, il più famoso sportivo d’America. Forse il più popolare
personaggio d’America.
Altri marinai si accalcano intorno a me, tutti esaltati. Guardo di nuovo
verso il basso e lo riconosco. È proprio lui che sale lungo la scaletta con
passo veloce, atletico.

L’ho intervistato molte volte, ma vederlo da vicino è sempre


emozionante.
Eccolo sul ponte. E i primi atleti gli vengono incontro alla spicciolata,
eccitati e intimiditi, a rispettosa distanza.
«Ehi, Babe, vieni a giocare con noi in Europa?»
La domanda arriva da un terzabase della squadra nazionale di
baseball, che per la prima volta sarà sport olimpico.
«Credo vincerete lo stesso, anche senza di me!»
«Babe, è vero che sei più famoso del presidente?»
«Ovvio ragazzi, anche ai repubblicani piace il baseball!»
Risposte fulminanti e risate di tutti i giovani intorno. Ruth sempre
disponibilissimo, gentile.
Ora mi inquadra e, con mio immenso piacere, mi riconosce subito.
«Oh, guarda chi abbiamo qui. Il più feroce giornalista sportivo della
East Coast, nientemeno che Dale Warren!»
Allunga la mano. Gliela stringo e devo confessare a me stesso di essere
molto emozionato. Ma la professione viene prima di tutto, e maschero i
miei sentimenti con una battuta: «Babe, per sopravvivere nel mio lavoro
devi metter su denti da squalo!».
Risata generale.
Ora sta davanti a Jesse Owens. Il nostro velocista e saltatore in lungo.
Lui pare intimidito dalla presenza della star del baseball.
Comprensibile per un ragazzo di colore con la sua storia, con la sua vita
non facile e così simile a quella degli altri atleti di colore su questa nave.
Stavo giusto cercando idee per telegrafare il mio primo articolo al
giornale. Be’, le ho trovate: Babe Ruth che parla con Jesse Owens. Si può
pensare a qualcosa di più interessante per i nostri lettori?
No. Non si può.
Tolgo il taccuino e la matita dalla tasca della giacca, sono proprio a un
metro dai due, un colpo di fortuna.
Sentirò tutto. Annoterò tutto. Le prime parole di Babe Ruth a Jesse
Owens: «Jesse, ho grandissima fiducia in te. Volevo proprio incontrarti
per dirtelo».
Owens, emozionatissimo, non apre bocca. Ruth prosegue.
«Ragazzo, hai battuto quattro record del mondo in quarantacinque
minuti alla Big Ten, non devi avere timore di nulla!»
Ruth dimentica che probabilmente i record furono cinque, e che il
“ragazzo” quel giorno aveva un tremendo mal di schiena, perché aveva
fatto una partitella a football con gli amici la sera prima, tanto per
passare il tempo…
Io c’ero, ne feci un grande articolo.
Owens annuisce, timido, e trova il coraggio di fare lui una domanda,
la butta fuori come l’avesse tenuta a lungo in serbo: «Ma come fa? Mi
dica come fa, mister Ruth. Come fa a battere sempre, sempre a quei
livelli? Per ogni inning. A cosa pensa?».
Ruth sembra rifletterci un attimo. Poi replica, quasi paterno: «Sai
Jesse, gli altri provano a vincere, io vinco. Ogni volta che vado in
battuta e muovo quella mazza ho la netta sensazione che farò un home
run, un fuori campo, e sono vivamente sorpreso se non lo faccio. Prova a
ragionare così, Jesse. Sai qual è la chiave per vincere sempre?».
«Non lo so, mister Ruth.»
«Pensare sempre di poter vincere. Fallo anche tu. E, vedrai, funziona!»
Ancora risate e complimenti dagli atleti intorno.
Una stretta di mano di rito mentre qualche fotografo scatta immagini.
Due sole sillabe mormorate da Jesse Owens, con la sua voce profonda:
«Grazie».
A levargli l’imbarazzo arriva il comandante della nave, trafelato,
attorniato dagli altri ufficiali.
Ruth ha finito con Owens e saluta il capitano.
Jesse si sposta, incrocio il suo sguardo, gli faccio segno col pollice
verso l’alto.
«Tutto ok, ragazzo. Medaglie sicure! Se lo dice Babe Ruth!»
Lui ride.
«Grazie, Dale!»
Ricambia il gesto col pollice e poi inizia scendere la scaletta verso i
ponti inferiori.
Decisamente ci vuole un drink, adesso.

***

Stavolta il fischio del piroscafo indica che si sta salpando.


Ora sì. Per davvero. Tutti a Berlino, Europa, anzi, Germania.
La grande avventura delle Olimpiadi.
Grazie, davvero grazie reverendo Bridges, dovunque lei sia. Quando
tornerò, promesso, verrò a raccontarle tutto ciò che avrò visto, a voce
bassa per non disturbare, restando in piedi sotto i grandi salici che
proiettano ombra fresca sulla sua lapide, al cimitero di Decatur,
Alabama.
3

Berlino, 17 giugno 1936. Ore undici.

Gonfi di pioggia, i salici di Elstal vaporano, scossi dal vento.


La ghiaia nei vialetti del Villaggio olimpico luccica sotto un cielo di
ferro.
Sentore di fiori marci.
La primavera di Berlino.
Man mano che l’acqua cessa di cadere, nuvole grigie arrivano a
sfiorare la terra fradicia.
Celebro con le autorità la consegna ufficiale al Comitato olimpico
tedesco della struttura costruita da noi, dalla Wehrmacht.
Non accompagno visitatori qualunque, oggi.
Nelle scorse settimane, essendo comandante del Villaggio, ho fatto da
guida a Rudolf Hess, Charles Lindbergh e al campione del mondo dei
pesi massimi Max Schmeling, poi altri ministri e ambasciatori stranieri,
ho accompagnato persino il re di Bulgaria.
Ma oggi è un giorno speciale.
Parlo camminando e indico agli ospiti il primo gruppo di edifici.
«Centoquaranta unità abitative, tutte a un piano, blocchi per due,
quattro, sei oppure otto atleti, dipende dal numero degli sportivi per
ciascuna squadra…»
Adolf Hitler mi ascolta compiaciuto. Non parla. Cammina con le mani
dietro la schiena. Gli occhi azzurri si muovono attenti lungo le linee
architettoniche delle nuove costruzioni.
Assolutamente vero quello che si racconta sul magnetismo eccezionale
di quest’uomo.
E del suo interesse morboso per l’architettura.
Pone domande molto competenti, alle quali sono orgoglioso di poter
rispondere.
«Abbiamo deciso di chiamare ogni blocco col nome di una città
tedesca. Questo faciliterà l’orientamento degli ospiti e li aiuterà a
conoscere meglio il nostro meraviglioso Paese. Ecco, Führer, faccio
strada, se permette: questo, per esempio, è il blocco Helgoland…»
Per un patriota come me una giornata indimenticabile.
Proprio qui, davanti al blocco Helgoland una rappresentanza di atleti
tedeschi saluta il Cancelliere. Entusiasmo. Saluti a braccia tese. Una
lunga tavola con bicchieri di vino, frutta, dolci.
La fanfara della Luftwaffe intona il nostro inno.
Vibrazioni di orgoglio, cantando sugli attenti.

Ero teso da settimane.


Esattamente dal giorno in cui seppi che, in qualità di comandante,
avrei dovuto guidare il capo dello Stato in visita al Villaggio.
Oggi cerco di mascherare l’emozione nella mia voce.
Ma non è facile.
Ho iniziato tutto questo e ora sto terminando il mio compito.
Sto vivendo, da protagonista, la Storia del mio Paese.
E al termine di questa avventura non ci potrà essere per me altro che
la promozione a maggiore, o un altro incarico prestigioso. Magari
addetto militare a qualche ambasciata.
Sarebbe magnifico, anche per Leonie, e una rivincita verso suo padre
che mi ha sempre considerato una nullità.
E che ultimamente fa molto pesare quella maledetta notizia sul mio
sangue.
«… I tempi di lavoro sono stati rispettati perfettamente. Potremmo già
da oggi iniziare a ospitare le squadre! Mi riferisco ai soli atleti uomini, le
atlete verranno invece dislocate nei pressi dello stadio.»
Gli alti ufficiali e i politici che ci accompagnano in questa visita si
tengono a distanza di qualche passo dal Führer.
Commenti positivi, battute spiritose sulla necessità di tenere le donne
separate dagli atleti maschi.
Fortunatamente ha cessato di piovere.
Solo qualche goccia portata dal vento sugli impermeabili chiari.
Sporadici raggi di sole si fanno largo attraverso le nuvole.
Atmosfera assolutamente rilassata.
«E quelli? Cosa sono quei due edifici? Stalle per cavalli?»
Un ufficiale della scorta del Führer, incredulo, sta indicando due
minuscoli bungalow di legno chiaro, appartati e seminascosti in un
angolo del parco. Tocca a me spiegare.
Non riesco a evitare una vena di sarcasmo nella voce.
«È un’idea del nostro ministro della Propaganda, il dottor Goebbels,
idea che noi abbiamo realizzato. Le abbiamo fatte arrivare dagli Stati
Uniti: sono due unità abitative del Villaggio olimpico di Los Angeles, i
Giochi del 1932. Sono lì, diciamo così, come paragone fra la nostra
organizzazione e…»
Una voce mi interrompe, proviene dal gruppo degli ufficiali. Completa
la mia frase.
«… il primitivismo dei vaccari d’oltre oceano!»
Risata generale. Un altro funzionario sbraita sopra le risate.
«Forse gli americani ci mettevano i negri in quelle baracche.»
Le voci ora si sovrappongono, sempre più allegre, concitate.
«Sì, ma non ditelo a mister Brundage, magari ci prova davvero!»
«Lui ci metterebbe più volentieri gli ebrei, lì dentro!»
Altra risata generale.
Guardo il Führer. Non parla, ma sembra anche lui divertito dalla
situazione.
Ci allontaniamo dai bungalow americani. Dalle “stalle per cavalli”.

Va tutto per il meglio. La mia presentazione procede.


«Una grande piscina, la sauna. Laggiù il centro della vita del Villaggio:
la cosiddetta Casa delle Nazioni: refettori, cinema, sale riunioni e ritrovi.
Organizzeremo anche due concerti della Berliner Philharmoniker, con la
direzione di Furtwängler.»
Guardo ancora Hitler. La sua passione per la musica classica lo porta
ad annuire convinto.
«Il programma dei film da proiettare è già stabilito?» chiede un
ufficiale della scorta.
«Stabilito e concordato col ministero della Propaganda. Partiremo con
SOS Iceberg, che vede protagonista la nostra Riefenstahl, che siamo sicuri
verrà apprezzato.»
Mormorii di approvazione, do un’occhiata a Hitler, sembra
impassibile.
Proseguo la presentazione: «Ci sono anche ambulatori medici e una
palestra, un teatro, persino. Ogni possibile esigenza dei nostri ospiti
verrà adeguatamente soddisfatta».
Due passi dietro a Hitler camminano, assieme agli altri funzionari, von
Gilsa, il mio amico von Gilsa, e von Blomberg, il ministro della Guerra.
«Abbiamo messo a disposizione degli ospiti una tecnologia nuovissima.
Stupefacente. Nell’atrio della Casa delle Nazioni vi saranno degli
apparecchi dai quali gli atleti potranno visionare alcune gare, o per
esempio la cerimonia di apertura, su un piccolo schermo. Una sorta di
cinema, ma in diretta. Un vero prodigio, Führer. Purtroppo non posso
mostrarne ora il funzionamento ma… eccoci… Benvenuti ora all’edificio
che abbiamo deciso di dedicare al feldmaresciallo Hindenburg…»
Pronunciando questo nome guardo von Gilsa.
Lui ammicca, ricambiando, alto come è, il mio sguardo sopra le teste
degli altri funzionari e ufficiali.
Sorride ironico.
Credo di sapere cosa pensa.
Pensa alle risate che ci siamo fatti quando mi raccontò che il
feldmaresciallo Hindenburg chiamava Hitler “böhmischer Gefreiter”, “il
caporale Boemo”, allusione pesante alle origini scarsamente prussiane e
al grado militare di nessuna rilevanza del Führer durante la guerra.
Questo, almeno, agli occhi della onnipotente aristocrazia germanica.
Hitler adesso parla.
La sua voce così come spesso l’ho sentita per radio.
Dal vivo ancor più emozionante.
«Meine Herren! Sono entusiasta. Entusiasta. È il Villaggio più bello del
mondo! Esattamente questo mi aspettavo da voi. Esattamente questo. Il
mondo si stupirà davanti alla nostra organizzazione!»
Poche parole ancora. Asciutto. Conciso.
Compiacimento.
Congratulazioni.
Un Heil Hitler! urlato da tutti chiude il suo discorso.
Adesso prende la parola un membro del Comitato olimpico tedesco.
Prima che inizi a parlare sento un tocco leggero sulla mia spalla.
Von Blomberg. Il ministro della Guerra.
«Posso parlarle un istante, capitano?»
«Certo, eccellenza.»
Il suo tono è scortese. Nodo di inquietudine alla gola.
Perché questo tono se il ministro volesse soltanto comunicarmi la
promozione a maggiore?
Ci allontaniamo insieme dagli ospiti.
Distante gracchia nell’aria la voce nasale del funzionario al microfono.
Passeggiamo fianco a fianco lungo la sponda del laghetto artificiale.
Cigni e anatre nuotano o tuffano la testa rapidamente nell’acqua, a
caccia di cibo.
Vento tra i rami delle betulle.
Von Blomberg tiene i guanti di cuoio con la mano destra e li sbatte
ritmicamente contro il palmo della mano sinistra. Passo dopo passo.
Si ferma. Mi guarda dritto negli occhi.
«È a proposito di quelle voci…»
Riprende a camminare, io sento le ginocchia quasi piegarsi, devo farmi
forza per non cadere. Rallento il passo. Sento un velo di sudore gelato
alla radice dei capelli.
«Lei è molto, diciamo così, esposto, nella sua posizione, signor
capitano. In questo momento il Partito guarda con grande attenzione alla
Wehrmacht, ci controllano, in parole povere, mi chiamano quasi tutti i
giorni…»
Non riesco a nascondere la mia agitazione. Lui lo nota. Continua a
parlarmi in un fiato, quasi complice.
«“Der Judenkenner”, per carità, Fürstner, lo so bene che si tratta di un
fogliaccio di propaganda, lo so. Non è certo stampa seria. Ma, vede, nel
Partito, quel giornale lo leggono tutti. E quelle voci apparse mesi fa sulla
sua famiglia, su suo nonno per l’esattezza, lei sa di cosa sto parlando…»
Mi sembra sia persino in imbarazzo ad affrontare l’argomento.
La testa mi gira. La voce del ministro mi arriva quasi distorta,
rallentata, così come distorta, deformata percepisco l’espressione del suo
viso.
«Le confesso che ho chiesto informazioni all’ufficio Matricola
dell’esercito. Il libretto militare parla per lei, Fürstner, lei ha fatto molto
per la nostra Patria. Un ex-combattente, figuriamoci, ma queste nuove
leggi! Anche i reduci decorati non hanno più la protezione che avevano
prima.»
Adesso si ferma, si gira, io cerco di parlare. Devo spiegare, devo
convincerlo.
«Vede eccellenza, io…»
Mi interrompe. Forse non si è nemmeno reso conto che volevo
replicare.
«Se lei potesse, diciamo, nelle prossime settimane presentare il suo
Arier Nachweis, Fürstner. Quel semplice certificato di completa
appartenenza alla razza ariana… mi aiuterebbe molto a calmare i più
esagitati dentro al Partito, che, glielo devo dire, reclamano a gran voce
la sua testa. Esagitati con poltrone molto in alto. Molto.»
Abbiamo terminato il percorso attorno al laghetto. Siamo di ritorno al
blocco Helgoland.
I miei ospiti, in crocchio, ascoltano ancora il funzionario del Comitato
olimpico.
O forse per educazione semplicemente attendono finisca di parlare.
Von Blomberg mi guarda, si attende una risposta.
Adesso non ho più scelta.
«Eccellenza, io non credo di poterle presentare quel documento,
sembra che… probabilmente non mi…»
Non ho il tempo di terminare la frase.
«Sta scherzando, Fürstner? Mi dica che sta scherzando! Vorrebbe farmi
credere che la redazione dello “Judenkenner” ha scritto la verità sulle
sue origini?»
Non gli riesce di dire altro. Ma il suo sguardo parla per lui.
Ci vedo tutto dentro.
Incredulità, dapprima, ovviamente.
Poi sorpresa, sconcerto, poi irritazione, offesa, infine puro e assoluto
disprezzo, mille anni di superiorità razziale in due fessure verde
smeraldo fisse su di me.
Prima che io gli possa rispondere, cercare di giustificarmi in qualche
modo, forse spiegare o forse implorare, il cielo si fa d’un tratto più scuro.
Cala una sorta di buio. Il segretario del Comitato olimpico finalmente
si zittisce.
Alzo istintivamente lo sguardo verso le nuvole.
Come me, von Blomberg e gli altri ruotano nello stesso istante le teste
verso l’alto.
Mi chiedo il motivo di questa eclissi immediata e inattesa.
Persino gli animali del parco hanno cessato i loro versi.
Poi la risposta: oltre le cime degli alberi e la linea di collinette che
delimita il Villaggio è apparso dal nulla uno Zeppelin.
Veleggia a bassissima quota. Senza un rumore.
La sua sagoma ovale oscura completamente gli sprazzi di sole.
Un’ombra sfuggente e vasta scivola rapidissima lungo il Villaggio.
Ora il velivolo è proprio sopra di noi e galleggia maestoso nel cielo di
Berlino, come un enorme argenteo pesce.
Le svastiche nere scintillano sulle fiancate grigio chiaro.
Cala il silenzio, tutti gli astanti hanno alzato le teste verso il dirigibile.
Io invece abbasso gli occhi e mi vedo davanti Adolf Hitler.
Anche lui osserva lo Zeppelin senza parlare.
Il naso all’insù.
A bocca aperta.

Berlino, 19 giugno 1936. Sera.

Joachim mette la freccia e guarda nello specchietto retrovisore, la nostra


Adler rallenta, sterza verso destra e si sfila leggera dalla carreggiata di
viale Unter den Linden arrestandosi con un sibilo proprio davanti
all’ingresso dell’hotel.
Splendida la sera di Berlino, tiepida.
Spicchio di luna estiva su Pariserplatz e sulla porta di Brandeburgo
illuminata a giorno.
Folla sui marciapiedi.
Edifici pavesati a festa. Le bandiere di tutto il mondo, mille colori
sulle facciate dei palazzi.
Il mio attendente, anticipando gli inservienti dell’albergo, scende
rapidissimo dall’autovettura per aprire la portiera a mia moglie, seduta
con me sui sedili posteriori.
Tenuti lontani dalle transenne molti curiosi, alcuni fotografi.
Flash lampeggiano insistenti. Lo spettacolo siamo noi, questa sera.
Scendo anch’io dalla macchina.
Leonie appoggia la mano sul mio avambraccio. Si muove come una
principessa. Le forme prima di tutto, in una famiglia prussiana. E
formalmente noi siamo ancora una coppia felicemente sposata.

Quando settimane fa ricevetti questo invito non ci dormii la notte: il


Reichsminister della Propaganda, sua eccellenza il dottor Joseph Paul
Goebbels in persona, invitava me, proprio me, il capitano della
Wehrmacht Wolfgang Fürstner, “al ricevimento in onore della regista
cinematografica, la gloria del Reich, la signora Leni Riefenstahl”.
Così recitava l’invito, elegantissimo cartoncino color panna, caratteri
rosso scuro, col sigillo del ministero, l’aquila e la firma del ministro,
autografa.

È GRADITO L’ABITO SCURO.


PER I SIGNORI UFFICIALI L’ALTA UNIFORME.
SALONE DELLE FESTE DELL’ADLON KEMPINSKI HOTEL.

E io, modesto ufficiale di carriera, insignificante in mezzo a tutte


queste personalità del Governo, della nuova cultura germanica, della
nuova arte, avrei vagato, come un ebete, stupito, perso, ammirato.
Solo voglioso di mostrare la mia gratitudine e la mia fedeltà servendo
con tutte le mie forze lo Stato.
Così sarebbe stato appena qualche giorno fa. Esattamente così.
Stasera invece sono stordito. Tutto è cambiato. Non mi ritrovo.
Come se questo non fosse più il mio posto.
Lo è mai stato davvero?

Mostro gli inviti al personale dell’hotel, schierato davanti all’ingresso.


Entriamo. Scricchiolano le scarpe di vernice sui pavimenti tirati a cera.
Immagino i fregi art déco alle pareti di questi saloni, applique
Jugendstil, ori, stucchi, specchi, forse anche quadri. Una meravigliosa
idea di Europa.
Li posso solo immaginare, però.
Per il ricevimento è stato tutto ricoperto da enormi stendardi rosso
vivo. Cerchio bianco. Croci nere.
Questa onnipresenza inizia a ossessionarmi.
Ciò che prima mi sembrava simbolo di una forza vitale, proveniente
dai confini più lontani del mondo, ora mi disturba, testimonianza muta
ma arrogante, eccessiva, a coprire ogni altra possibile idea di universo.
Due amiche salutano Leonie da lontano. Lei si stacca da me senza una
parola, e si unisce a loro.
Io passo oltre con un sorriso di circostanza. Evito imbarazzi a
entrambi. Così mi pare.
Brusio, dal piano superiore giunge un ritmo leggero di swing, omaggio
agli ospiti stranieri della festa.
Anziane signore ingioiellate, testimoni di altre epoche, e giovani atleti
tedeschi col frac in affitto.
Ufficiali dello Stato Maggiore e diplomatici di ogni Paese che fumano
in crocchio, alzano calici di vino, ridono ad alta voce, battendo a terra i
tacchi.
Una cameriera si avvicina con un vassoio fitto di bicchieri.
Prendo una flûte.
Intorno facce conosciute. Sorrisi tirati. Mi evitano o è solo la mia
impressione?
Colgo sguardi dal gruppo di amiche di mia moglie. Obliqui.
Fra gli altri invitati, elegantissimo in frac, Carl Diem. Proprio davanti
a me.
Gli vado incontro. Una boccata di ossigeno la sua amicizia in questa
atmosfera greve.
Mi tende la mano.
In qualità di presidente del Comitato olimpico tedesco è venuto molte
volte negli scorsi mesi a visitare il Villaggio. Abbiamo sempre avuto un
rapporto cordiale. Costruttivo. Ammiro la sua straordinaria passione per
lo sport, oltre ogni meschino confine della politica.
Anche lui è un ex-combattente, come me. Forse per questo ci capiamo
così bene.
Per un attimo ho l’idea di confessargli il mio disagio, la mia nuova
situazione. La mia ansia.
Diem mi sorride, franco. Il volto largo, naso aquilino e calvizie
accentuata. Inizia a farmi grandi complimenti. Mi scuote la destra,
stringendola forte.
«Fra un mese si comincia, Wolfgang, e tu hai fatto un grandissimo
lavoro! Senza di te non sarebbe stato possibile. La Germania ti deve
molto.»
Le sue lodi quasi mi imbarazzano. Non riesco a rispondergli. Gli
sorrido soltanto.
Mi resta nelle orecchie, come un tarlo, la sua ultima frase: “La
Germania ti deve molto”.
Accanto a lui noto un cinquantenne asciutto, dal fisico atletico.
Occhiali tondi. Anglosassone in ogni particolare, fin dal pessimo gusto
nella scelta della cravatta. Ha un volto che non mi è nuovo.
Percepisco un certo imbarazzo in Diem. Lo conosco bene. Stasera non
ha un comportamento naturale. Una strana tensione.
«Posso presentarti il presidente del Comitato olimpico americano,
mister Avery Brundage?»
Ecco chi è. Ho visto molte sue fotografie sui giornali. “Amico della
nazione tedesca.” Così lo descrivevano.
Quello che si è battuto come un leone per la presenza americana ai
Giochi e contro il boicottaggio proposto dalle organizzazioni ebraiche.
Quello della frase sugli ebrei “ovviamente esclusi dal mio club di
Chicago”.
Ci avevo riso, io, su quella frase, il giorno che la lessi sui giornali.
In un’altra vita.
L’americano mi tende la mano. Noto l’enorme anello. Il sorriso aperto.
Sembra cordiale. Sembra.
Carl prosegue, con una sorta di imbarazzo: «Mister Brundage vorrebbe
visitare il tuo Villaggio, che ne dici Wolfgang, sarebbe possibile?».
Annuisco di malavoglia. È quello stesso Brundage cui dal seguito di
Hitler, il giorno della presentazione, veniva sarcasticamente attribuito il
desiderio di mettere negri ed ebrei nelle cadenti baracche delle
Olimpiadi di Los Angeles.
Facciamo tintinnare i bicchieri in un brindisi che suona falso. Carl
percepisce la mia tensione. Mi guarda, incerto sul da farsi. A salvarlo
giunge alle spalle dell’americano un militare straniero.
Divisa blu notte, mai vista prima. Non riesco a decifrarne la
nazionalità.
L’ufficiale è allampanato, dal viso lungo, equino. Pallidissimo, sorride
meccanicamente e due incisivi d’oro gli sfavillano in bocca.
«Mister Brundage! Finalmente! Che piacere incontrarla qui!»
Parla un tedesco grammaticalmente ottimo però strascicato,
ammorbidito, cadenza nordica, direi.
Brundage pare entusiasta dell’incontro. Si gira, afferra gli avambracci
del suo interlocutore e li scuote ridendo.
Poi si volge verso Diem e verso di me.
«Ho l’onore di presentarvi il colonnello…»
Nel brusio della folla non colgo esattamente il nome. Brundage
continua a tessere le lodi dell’ufficiale.
«… addetto militare dell’ambasciata di Lituania e grande ammiratore
della Germania e del Führer!»
“Dentidoro” ora pare lusingato. Annuisce. Si sente importante.
L’americano insiste con i complimenti.
«Vede, Diem, se un giorno, e Dio voglia non venga mai quel giorno,
non dovessimo più avere nazionalsocialisti in Germania…»
Si guarda intorno, ironico, gli occhi azzurri che brillano dietro gli
spessi occhiali. Vuole valutare l’effetto della sua frase sarcastica. Poi
prosegue: «Ci basterà andare nelle repubbliche baltiche per trovarne
quanti ne vogliamo! Guardate il colonnello, non sembra forse più ariano
di voi due?».
Di nuovo la risata sguaiata. Ho la sensazione che mi guardi di
traverso. Quella frase era casuale? Solo una volgarità da plebeo
americano giunto presumibilmente al quarto bicchiere di champagne o
era rivolta a me? Direttamente a me? Anche Brundage conosce la mia
situazione? Diem cerca di stare al gioco. Tenta di smorzare quella
tensione che, così mi sembra, sta diventando palpabile oppure cerca di
liberarsi da quei due invitati.
Alza di nuovo il bicchiere.
«Al Baltico come eterna ultima Thule del nazionalsocialismo. La vera
terra promessa dell’arianesimo si trova fra Riga, Vilnius e Tallin!»
«Prosit!»
Tintinnio di bicchieri. “Dentidoro” ammicca. Felice. Servile. Ha
qualcosa da raccontare ai suoi commilitoni ariani del Baltico.
«Ci scusi ora, mister Brundage, io e il capitano Fürstner dobbiamo
parlare.»
«La prego, signor presidente. Buona serata.»
Diem mi prende sottobraccio e quasi mi trascina via. Abbiamo fatto
pochi passi. Alle mie spalle, nitidamente, ad altissima voce nel brusio:
«Capitano Fürstner!».
Ancora l’americano, il suo sgradevole accento anglosassone a storpiare
il mio nome tedesco. Tono di sfida.
«Abbiamo scordato qualcosa, signor capitano…»
Mi giro. Brundage ha gli occhi fissi su di me. Ancora la flûte sollevata.
Nessuna traccia di allegria sguaiata questa volta.
«Heil Hitler!»
Gli altri invitati si girano incuriositi da questo intermezzo. Da questo
tono così alto, quasi maleducato, sopra le altre voci della festa. Reggo il
suo sguardo.
«Naturalmente, mister Brundage. Naturalmente e sempre.»
Alzo a mia volta il bicchiere.
«Heil Hitler!»
Diem mi sussurra: «Vieni, Wolfgang, andiamocene».
Lo seguo. Ha ragione.
«Quell’americano sa essere poco piacevole, soprattutto dopo qualche
bicchiere, ma ci ha aiutato moltissimo.»
Il mio amico si ferma accanto a una delle finestre del salone che danno
sul giardino interno dell’hotel.
Fuori si intuisce, lucente, la notte di Berlino.
Fasci di luce sui cavalli bronzei della porta di Brandeburgo.
Altri invitati si godono all’esterno il fresco della sera.
Il mio amico depone il bicchiere vuoto sul davanzale. Cerca con gli
occhi un cameriere.
Lo vede e gli fa un cenno. Il ragazzo arriva col vassoio. Diem prende
due bicchieri e me ne porge uno.
«Ti immagini che Olimpiadi sarebbero state senza americani? E un
loro boicottaggio avrebbe trascinato anche altre squadre, inglesi, francesi
forse. Gli scandinavi, magari. Un disastro. Pensa solo ai titoli dei
giornali! Tutti i nostri sforzi, i tuoi sforzi, tutto per nulla! Finché sono i
sovietici e gli spagnoli a starsene a casa… hai sentito che in Spagna i
bolscevichi vogliono organizzare delle Olimpiadi popolari? Mi sembra
un’idea folcloristica, fra l’altro il livello degli atleti sarà bassissimo…»
Beve un sorso e mi squadra.
«Mi sembri inquieto, Wolfgang, va tutto bene?»
Ecco, sarebbe l’occasione per confidarmi, per cercare conforto alle mie
ansie. Diem potrebbe aiutarmi, ma scelgo di tacere. È più forte di me.
«Se posso fare qualcosa per te…»
Si interrompe, come folgorato.
«Guarda! C’è l’architetto Speer. Vuoi che te lo presenti? L’ho
conosciuto qualche settimana fa nella villa del Führer all’Obersalzberg.
Vieni, avviciniamoci.»
L’architetto è al centro di un crocchio di ospiti, attenzione tutta su di
lui.
Una stella vera nel nuovo firmamento tedesco. Col suo elegantissimo
accento del Baden intrattiene le signore.
«… E allora sono entrato nel suo studio, lui era seduto alla scrivania.
Ha alzato la testa e mi ha guardato. Ho preso coraggio e gli ho detto:
“Führer, le dimensioni dello stadio che lei mi ha chiesto di progettare
per Norimberga non sono per nulla compatibili con i campi da gioco
regolamentari delle federazioni sportive internazionali”. E lui: “Che
importa, Speer, le prossime Olimpiadi le organizzeranno i nostri amici
giapponesi, ma da lì in avanti le ospiteremo noi e i regolamenti li
decideremo noi…”.»
Gli astanti sorridono divertiti alla battuta. Sollevano i bicchieri.
Brindano.
Speer ha trovato il suo Mefisto. Più persuasivo del personaggio di
Goethe, il nuovo Mefisto al quale avrebbe venduto l’anima per la
possibilità di progettare un grande edificio.
In tanti come Speer, qui, in cerca di un Mefisto cui vendere l’anima:
attori, musicisti, atleti, giornalisti, membri del Partito, tutta la Berlino
che conta, oggi. Tutti qui.
Ma sono anche io così? Avevo venduto la mia anima a questa idea
malsana?
Questa tensione mi prende alla gola.
Domattina, è certo, avrò la solita emicrania.
Prima che Diem possa chiedermi di nuovo se voglio conoscere Speer,
la folla degli invitati inizia a ondeggiare.
Un applauso leggero si diffonde nel salone.
L’emozione sembra palpabile. Un’eccitazione crescente. Il motivo per
il quale siamo stati invitati.
Le teste degli ospiti si girano tutte simultaneamente verso il polo di
attrazione nella sala.
Leni Riefenstahl non cammina, incede. Non entra nel salone, lo
invade. Lo spirito di una conquistatrice.
Una dea.
La folla, istintivamente, si apre al suo passaggio. Quel passo non lascia
altre scelte ai comuni mortali.
Alla sua destra procede sua eccellenza il dottor Joseph Paul Goebbels
in persona.
Più emozionato di lei, così mi pare. La zoppia ancora più accentuata al
confronto col passo sicuro della sua ospite.
La regista è a proprio agio nel lungo abito da sera, anche se io l’ho
sempre vista con abiti sportivi, spesso da uomo.
Ma vestita così, fasciata in quella lucente stoffa nera, sembra una
regina, non altro.
Incrocio per un istante il suo sguardo.
Raramente ho visto in due occhi una tale forza di volontà, una tale
espressione di sicurezza e capacità di comando.
Nemmeno nei migliori ufficiali. E ne ho incontrati molti.
Mi rendo conto di quante difficoltà debbano avere avuto i miei
colleghi della Wehrmacht a confrontarsi ogni giorno con la Riefenstahl e
le sue isterie per l’organizzazione delle riprese del film.
Mi raccontarono che aveva fatto scavare, e subito dopo ricoprire
perché non posizionate secondo i suoi desideri, decine di buche dentro lo
stadio olimpico, e a un maggiore che si era lamentato aveva urlato in
faccia, rossa in viso: «Ma non fate così anche voi militari con le reclute?
Scavare e ricoprire, scavare e ricoprire!».
Straordinaria.
Più prussiana del sottoscritto.
Decisamente.
Sorrido e ingollo una sorsata di vino.
Carl si china verso di me e sussurra.
«Lo sai? Si dice che la regista e il nostro Führer, sì, insomma…»
L’avevo sentito dire.
Prosegue a parlarmi abbassando ancora il tono di voce: «E comunque,
quando lei chiede udienza, attende al massimo dieci minuti prima di
essere ricevuta. Nemmeno Göring…!».
Gracchia nell’aria una voce amplificata. Scariche elettrostatiche. Eco
di colpetti picchiati con l’indice sulla testa di un microfono.
«Signori e signore, un istante, prego.»
Silenzio. Ora.
Improvvisa quiete. Il chiacchiericcio si spegne. I bicchieri non
tintinnano più.
Non rimbombano passi sui marmi bianchi del salone. Tutti fermi.
Ah, ecco il motivo, laggiù, sul palco qualcuno sta iniziando a parlare.
Forse il direttore dell’albergo, o un funzionario del Reich. Non lo
conosco.
Al suo fianco Goebbels, la Riefenstahl e, appena dietro, mister
Brundage.
«Un grazie a tutti i presenti e un benvenuto.»
Applausi.
«Prima dell’inizio della manifestazione vera e propria e della consegna
dei premi, abbiamo pensato di fare ascoltare ai nostri ospiti stranieri
alcune gemme della cultura musicale germanica…»
Avevo letto il programma nell’invito: Wagner al pianoforte, poi
canzoni popolari.
«Solo un piccolo accenno, non è stata una scelta facile, ma sono certo
lor signori apprezzeranno. Heil Hitler!»
Saluti e ovazioni di risposta, poi appalusi: un giovane alto e
magrissimo si avvicina al pianoforte a coda sul palco.
Si inchina al pubblico e si siede. Regola lo sgabello e allunga dietro a
sé le code del frac con un gesto elegantissimo. Poggia un fazzoletto nero
all’estremità destra della tastiera.
Si smorza nuovamente il brusio della sala.
I primi lentissimi accordi nell’aria.
Certo, manca la potenza dell’orchestra, ma l’ouverture del Tannhäuser
resta sempre incantevole, anche solo al pianoforte.
Un inizio così solenne!
Un respiro di eternità.
Gli invitati sono colpiti. Immobili.
Quando il solista ripete il tema dominante con le ottave superiori si
sente quasi la tensione salire a volute dal pianoforte.
L’ovazione prevedibile accoglie le ultime vertiginose scale e gli accordi
cromatici che chiudono il pezzo.
Diem applaude frenetico, si gira verso di me e annuisce convinto.
«Wagner va sempre benissimo, è la massima espressione della vera
cultura tedesca, ma per la cerimonia di apertura dei Giochi faremo
ancora meglio…»
Lascia cadere la frase. E seguita a battere le mani guardando il palco.
Mi ha incuriosito ora.
«E come?»
Mi risponde sempre battendo le mani.
«Abbiamo convinto Richard Strauss a comporre l’inno olimpico! Non
solo, lo dirigerà il giorno dell’inaugurazione! Strauss in persona, il più
grande musicista contemporaneo, te ne rendi conto? Ed è tutto merito di
Goebbels. Avrà qualche lato negativo, ma per ciò che riguarda la
propaganda sa il fatto suo!»
Vorrebbe probabilmente continuare a lodare il ministro, ma l’applauso
è cessato e nel frattempo due cantanti hanno preso posto sul palco.
Un uomo e una donna. Anzi, una ragazza di non più di venticinque
anni.
Cascata di capelli ricci, castani, che le scende da un lato del capo,
l’abito bianco l’avvolge e le lascia scoperte le spalle. Non è una bellezza
vistosa, una che si ammirerebbe per strada, ma i suoi sono occhi dai
quali non ci si stacca, due lampi che sfidano il pubblico fin dai primi
istanti, è una presenza scenica folgorante, che sovrasta il collega,
ingolfato e quasi ridicolo invece in un frac troppo stretto.
E da quei due occhi fatico a staccarmi. Fascino insolito. Ho la
sensazione che mi resteranno a lungo impressi nella memoria.
Un arpeggio del pianista.
Riconosco la canzone fin dalle primissime note. La usava mia madre
come ninna nanna per me e le mie sorelle.
Il ricordo di una luce bassa, l’abat-jour sul comodino nella nostra
stanzetta, un viso triste sopra di me.
E quella melodia in lento sei ottavi che nelle sere d’estate mi sembrava
uscire dalla finestra aperta e arrampicarsi sui tetti delle case vicine.
«In einem kühlen Grunde…»
Espressione dell’anima tedesca. Il popolo della Storia che però sa
anche sanguinare di dolore.
«Mein’ Liebste ist verschwunden…»
Cantano benissimo. Due voci perfette, assolutamente indipendenti, a
creare un’atmosfera davvero unica. Il pianoforte le avvolge senza
coprirne i toni.
«Sie hat mir Treu versprochen…»
Proprio alla mia destra, in un angolo della sala, alti ufficiali delle SS,
anche loro tutti invitati, ovvio.
Élite ariana sorridente, elegante nelle uniformi nere.
Onnipotenti. Paiono onnipotenti.
«Sie hat die Treu gebrochen…»
In questa Germania, probabilmente, lo sono anche.
Tempo fa avevo addirittura immaginato di indossare quella divisa.
Li ammiravo.
Oggi guardo il distintivo che hanno sui berretti: vi scintillano teste di
morto argentee e bianche, e mi inquieta.
Mi inquieta quel simbolo.
Perché si deve amare la morte a tal punto da volerne il ghigno feroce
sull’uniforme?
Mi fa paura questa venerazione corrosiva della morte. Perfino della
propria.
«Ich möcht’ am liebsten sterben…»
Io l’ho vista in faccia la morte, l’ho vista da vicino, ho sentito il suo
fetore sulla mia pelle e non vi trovo nulla di venerabile. Questi erano
ancora bambini quando io ero già in trincea.
«Da wär’s auf einmal still!»
Mentre li sto osservando, mi rendo conto che quello più vicino a me,
un giovanissimo Sturmbannführer, volto di marmo bianco, naso affilato e
sopracciglia che paiono dipinte, ha due larghe lacrime che si rincorrono
veloci e trasparenti lungo le gote.
Piange. Stringe le labbra per frenare i singulti.
Sente la commovente storia dell’anello spezzato in due, dell’amore
perduto nella terra gelata, della fedeltà tradita, la più celebre canzone
popolare tedesca che i due giovani stanno cantando così bene, e piange.
Piange!
Hanno teschi sugli elmetti e sulle bandiere e si commuovono fino alle
lacrime per i versi che mia madre mi cantava da bambino, per farmi
addormentare.
Mi inquieta, mi confonde, questa schizofrenia, mi lascia senza parole,
senza fiato, qualcosa non va, non può più andare.
Ora sì, davvero, voglio uscire da qui. Devo uscire.
Mi serve aria.
Aria.
Senza una parola stringo frettolosamente la mano di Diem. Lui
sussurra, per non disturbare l’esecuzione: «Wolfgang, ma dove vai? Ti
senti male? Se c’è qualcosa che io possa fare per te…».
Non lo sto più ad ascoltare.
Esco dalla porta principale dell’albergo. Non rispondo nemmeno al
saluto sorpreso del personale e dei fattorini.
Vado rapidamente verso la macchina.
Tolgo la croce di ferro dal collo, la ficco nella tasca dei pantaloni e
slaccio l’ultimo bottone della camicia. Respiro.
Sento dietro di me l’ovazione del pubblico per i due cantanti, per la
loro interpretazione, o forse per quell’idea di Germania.
Joachim sta attendendo nel parcheggio. Fuma in piedi, appoggiato con
la schiena alla portiera della Adler, chiacchierando con gli altri
attendenti e autisti.
Mi vede arrivare. Corre vicino e si mette sugli attenti.
«Già finita la festa?»
«Sì. Almeno per me. Joachim, avvisa tu la signora e riaccompagnala a
casa quando uscirà. Io torno a piedi. Mi farà bene una passeggiata.»
«Come vuole, signor capitano.»

Splendida la notte di Berlino, tiepida. Spicchio di luna estiva su


Pariserplatz.
Vanno al passo i cavalli bronzei sulla porta di Brandeburgo,
trasportando la dea della Vittoria al suono dolce di In einem kühlen
Grunde.

Berlino, 19 giugno 1936. Notte.

Una passeggiata.
Da solo.
Una camminata notturna nella mia Berlino.
La millenaria capitale del Reich tedesco.
Mi farà bene. Scorderò i fantasmi.
Perché dovrei avere paura?
Di cosa poi?
Basta con queste ansie!
Fra un mese inizierà una straordinaria avventura sportiva. Record e
prestazioni, agonismo, corse, gare.
Lo sport ai suoi massimi livelli.
E io, protagonista, in mezzo a questi atleti, da tutto il mondo.
Sarà indimenticabile.
Indimenticabile.
Cosa potevo fare di più per il mio Paese?
Quali cicatrici posso ancora scolpire in calce al mio certificato di
purezza razziale?
E quante?
Due volte ferito, un’intossicazione da gas, cinquecento giorni in prima
linea, una croce di ferro, due promozioni sul campo e combattimenti su
tre fronti.
Poi nei Freikorps per la libertà della Slesia.
E oggi questo Villaggio olimpico, fiore all’occhiello di tutta
l’organizzazione, che non sarebbe mai stato costruito senza di me.
Mai.
Lo dice anche Carl Diem.
Devo stare tranquillo.
Mania di persecuzione, ecco il nome della mia malattia: mania di
persecuzione.
Anche se per la legge ho una parte, minima, di sangue ebraico questo
non può essere un impedimento alla mia carriera.
Perché poi?
Respiro a fondo. Profumo di tigli.
Hanno ragione le vecchie berlinesi a dire che l’aria di questa città ha
una componente alcalina che stimola i sensi!
Sapevo che la passeggiata avrebbe giovato.
Sto costeggiando l’isolato dell’hotel, sono arrivato al retro, all’ingresso
di servizio.
La mia attenzione improvvisamente attirata da una scena insolita:
«Apra, la prego apra!».
Lungo la strada una giovane donna, vestita con un impermeabile
chiaro, un cappellino a fiori, picchia col palmo della mano sui vetri della
porta di un tram, fermo al semaforo rosso.
Sulla fiancata gialla del mezzo scintilla lucido il marchio delle
Olimpiadi.
Dagli specchietti retrovisori penzolano due bandierine: quella bianca
coi cinque cerchi e quella rossa con la svastica.
Tutta la città è avvolta dall’aria leggera dei Giochi.
Dentro la vettura intravedo, seduto in cabina, il conduttore: è
immobile, indifferente, guarda fisso davanti a sé. Nessun passeggero.
«Per cortesia, apra!»
Ancora colpi con la mano, più forti.
Verde.
Il tram sferraglia in avanti e la donna quasi deve fare un balzo indietro
per non essere colpita o forse addirittura travolta.
Resta in piedi e mima un gesto sconsolato più che irritato verso le
vetture che le passano davanti al naso.
Adesso sono a due passi da lei e raccolgo da terra la borsa che le è
caduta, presumibilmente nella corsa per cercare di raggiungere quel
tram.
«Signora, ecco.»
Si gira.
«Grazie, dia pure qui.»
Quegli occhi.
Sono basito.
La borsa mi resta fra le mani.
È la cantante di poco fa.
«Allora? La mia borsetta?»
«Sì, mi scusi.»
Gliela allungo verso le dita nervose.
La donna mi squadra, incerta. Voglio rassicurarla.
«Lei era al ricevimento. Il duetto. In einem kühlen Grunde. O sbaglio?»
Un istante di meraviglia, poi freddezza.
«Ero io. Anche lei fra gli invitati?»
Non aspetta la mia risposta e si avvia camminando velocemente, nella
direzione del tram già partito. Stringe la borsa davanti al petto.
La affianco. Il ritmo del suo passo sempre più veloce. Come volesse
staccarmi.
«Arriverò tardi al concerto.»
«Un altro concerto?»
«Sì, non ben pagato come questo, ma arriverò tardi, e tutto perché
quel tranviere non mi ha aperto.»
«Be’, siamo a Berlino. Esisterà immagino un regolamento che vieta di
aprire le porte del mezzo al di fuori dello spazio delle fermate.»
Lei non apprezza il mio goffo tentativo di far dello spirito.
«Già. Dimenticavo. Tedeschi. Prussiani, anzi.»
Marlene. Si chiama Marlene. Ora ricordo bene il nome stampigliato in
corsivo, color granata sui cartoncini gialli degli inviti.
Rido e insisto: «Già! Tedeschi. E l’anima tedesca è nata per rispettare i
regolamenti… giusto?».
Lei annuisce, ma anche questa battuta, evidentemente, non la diverte.
Stringe la borsa ancora più forte e accelera il passo.
Io continuo in quello che sta diventando pian piano un mio monologo.
«… Ma solo un’anima interamente, perfettamente tedesca avrebbe
potuto cantare quella canzone come l’ha cantata lei stasera.» Faccio un
pausa. «Davvero, Marlene. Lei mi ha ricordato mia…»
La ragazza taglia corto. Gelida. Il passo ancor più veloce, quasi
diventato una corsa.
«Mia madre è polacca. Mio padre era tedesco, e sono venuta con lui a
Berlino, ma in Polonia ci sono nata e cresciuta. Ah, e mi chiamo
Agnieszka. Marlene è un nome d’arte.»
Polacca.
Agnieszka.
Ingorghi di sensazioni mi scuotono in questo mondo, stravolto. In
questa notte di sogno o incubo, notte nella quale tutto ciò per cui ho
combattuto mi si rivolta contro e vengo invece attirato da ciò che
consideravo più ostile ed estraneo.
Polacca.
Come i carnefici di Annaberg.
Ma nei suoi occhi viola non riesco a riconoscere quegli assassini.
«Di dove esattamente? È grande la Polonia.»
Lei risponde, sempre sostenuta: «Una cittadina vicino a Cracovia,
piccola, si chiama Oswiecim. La conosce? Ne sarei sorpresa».
«No. Mai sentita nominare. Ma ha anche un nome tedesco questo
luogo?»
«E perché dovrebbe averne uno?»
Cerco di essere più neutro possibile: «Be’, da quelle parti, tutto ha
anche un nome tedesco, i paesi, i fiumi, i monti, è la Storia stessa che lo
rende inevitabile…».
Un istante di silenzio.
«Mio padre ogni tanto diceva che mamma abitava a… a… ora mi
sfugge. Sono passati troppi anni.»
Continuo a camminare al suo fianco, senza una meta la seguo.
Lei sta costeggiando i binari e così, credo, procede fino alla fermata
successiva.
Siamo lungo la Sprea, attorno a noi splende la Berlino imperiale.
«Suo padre “diceva”: intende che è…»
«È morto. Tragicamente. Proprio qui a Berlino.»
Lei tace. Io non insisto.
Superiamo un ponte sul fiume. La prossima fermata non può più
essere tanto lontana, ma vorrei che questo colloquio potesse continuare.
È come se respirassi diversamente.
«E come mai non è tornata in Polonia, quando lui è morto?»
«Ci sono dovuta tornare, infatti, ero troppo piccola per stare qui da
sola. Ma sono scappata appena ho potuto.»
«Era così orribile?».
«Oswiecim? Si vede che non lei non ci è mai stato. Solo campi a
perdita d’occhio, terra gialla che ti entra nei polmoni e toglie il respiro,
una piazzetta con un malandato caffè e, ai bordi della città, file di
betulle e le baracche di legno che Francesco Giuseppe fece costruire per i
lavoratori stagionali: disertori e forzati, prigionieri pidocchiosi prelevati
da ogni buco di quell’impero marcio e ammassati là dentro. Ricordo le
raccomandazioni di mia madre di star lontana da quelle baracche. Ma
non c’era bisogno di raccomandazioni, quella gente e quelle baracche mi
facevano paura.»
Sento nella sua voce un terrore lontano, una misteriosa angoscia,
l’oscura sensazione del Male. La voce quasi le trema. Ha perso la
freddezza iniziale.
«No, lasci perdere Oswiecim. Mi è bastato doverci stare da piccola. Io
sto bene a Berlino. Almeno fino a ora.»
Silenzio adesso, imbarazzato. Si sente solo l’eco sorda dei nostri passi
sui marciapiede. Prendo coraggio.
«Comunque, lei ha cantato in maniera semplicemente magnifica.
Quella canzone è importante per me, il ricordo più nitido che io ho di
mia madre.»
Resta per un attimo senza parlare. Non si attendeva questa confessione
di debolezza da un ufficiale?
«Grazie. E mi scusi, non volevo essere così dura.»
Ha cambiato improvvisamente tono: forse colpita dalla mia emozione.
Si ferma. Mi allunga la mano. La stringo. Morbida.
«Agnieszka, o Marlene, se preferisci.»
Passa disinvoltamente al “tu”, e mi confonde terribilmente, sconvolge
il mio retaggio di educazioni rigide, di feroce divisione di ruoli.
«Fürstner, voglio dire, Wolfgang Fürstner, Wolfgang.»
Il mio solito imbarazzo, l’impaccio di sempre. Niente di nuovo.
Riprende la sua camminata, più lenta adesso.
«Anche a me piace molto quella canzone. Molto. E mi ricorda mio
padre, vedi, abbiamo qualcosa in comune.»
Mi sforzo di darle del “tu”.
«Mi dicevi di un concerto, poco fa.»
«Sì, canto in un locale, molto distante da qui. Al capolinea, anzi,
oltre!»
Mi piacerebbe andare a sentirla, rivederla, ma non ho il coraggio di
dirlo.
Ancora un lunghissimo momento di silenzio fra noi.
Un gruppo di ubriachi sull’altro marciapiede stecca a due voci
un’oscena canzone militare che ho sentito mille volte.
Un cigolio improvviso di freni, ci voltiamo.
Dietro di noi si sente l’arrivo del tram. Marlene percorre di corsa i
pochi metri che mancano alla fermata. Io rimango sul posto.
Stavolta la porta si apre.
Lei ha già un piede sul predellino. Si volta verso di me con un sorriso:
«Orloppstrasse, a Lichtenberg, di fronte al palazzo delle Cooperative. Il
caffè si chiama…».
Il nome del locale evapora, coperto dai rumori della strada. Sembrava
in inglese, ma non l’ho afferrato.
«Se ti va di sentirmi cantare vieni lì. Non aspettarti Wagner, però!»
Sale.
La porta si chiude.
Il mezzo parte.
Resto fermo con la mano destra alzata a metà, forma di immobile
saluto.
Ripeto mentalmente l’indirizzo. Quello invece è facile da ricordare.
Il palazzo delle Cooperative.
Orloppstrasse, Lichtenberg.
La Berlino più bolscevica che il Governo ancora non riesce
interamente a piegare.
Lei si affaccia dal finestrino mezzo aperto. Vuole dirmi ancora
qualcosa mentre il tram è già in movimento.
«Il nome tedesco di Oswiecim! Mio padre la chiamava…»
Troppo tardi. E troppo lontana. La parola pronunciata da Marlene (o
da Agnieszka?) scivola sotto il cigolio delle ruote, si perde stritolata sotto
i binari di quel treno.
Resta nell’aria solo un inizio di nome, un fonema quasi, una radice
troppo simile a mille altri toponimi tedeschi, qualcosa con Au…

Ho iniziato la serata con mia moglie e una luccicante auto di servizio


all’Adlon Kempinski, Pariserplatz, all’ombra della porta di Brandeburgo,
e avrei voglia di finirla nel quartiere più malfamato di tutta Berlino,
dopo esserci arrivato su un tram, con una ragazza polacca.
4

Transatlantico Manhattan, in navigazione, 20 luglio 1936. Notte.

Il faraonico ricevimento sul ponte principale sta pian piano scemando.


La festa è stata splendida.
Sportivi, giornalisti, funzionari e dirigenti, tutti insieme. E per domani
è annunciato il clou: un concorso di bellezza, con sfilata in costume da
bagno delle atlete!
Ora però i privilegiati, come me, restano a dormire in questa parte
lussuosa della nave, mentre gli sportivi, i tecnici, i massaggiatori e tutti i
membri del team devono tornarsene, fra un rollio e un beccheggio, alle
loro cabine di terza classe.
L’orologio quadrato sulla parete di fondo del salone indica le due.
Navighiamo nel mezzo dell’Atlantico ma siamo ancora regolati sull’ora
di New York.
Gli orchestrali ripongono delicatamente gli strumenti nelle custodie e
ripiegano gli spartiti, i camerieri si affrettano intorno e hanno già
iniziato a ripulire e riordinare. Qualche invitato ancora si trattiene nella
sala.
Coi miei compagni di tavolo, tre colleghi giornalisti, abbiamo già
chiamato l’ultimo giro. Meglio così, perché mi stanno ripulendo. Serata
sfortunata, o forse il poker non fa per me. Potrei rifarmi con questa
mano, dato che ho appena spillato due allegre donnine affiancate da due
assi e avrei molta voglia di dare un’occhiata alla quinta carta.
Ma il mazziere si blocca proprio quando me la sta servendo, delle urla
improvvise gli fanno voltare la testa verso il bancone del bar.
«E io ti ripeto che non ci torno a dormire in terza classe!»
«Te lo ordino, Eleanor, te lo ordino come presidente del Comitato! E
posa quel bicchiere di champagne, maledizione, stai dando spettacolo!»
«Cosa ordini tu?»
Adesso tutti i presenti, me compreso, stanno guardando in quella
direzione. Due personaggi appoggiati al banco del bar discutono e la
conversazione è evidentemente degenerata.
«Ti ordino di andartene a dormire, e nella tua cabina.»
La voce è molto sopra le righe.
«Io pretendo una cabina in prima classe… Posso permettermela. Cosa
credi?»
La ragazza estrae dalla scollatura un fascio di dollari e lo mostra al suo
interlocutore. Poi lancia le banconote in aria.
Le due voci sono quelle della splendida, bellissima Eleanor Holm,
olimpionica del nuoto a Los Angeles quattro anni fa, e di mister Avery
Brundage, l’onnipotente funzionario che dirige il nostro Comitato
olimpico. Lui paonazzo e irato, lei sarcastica, evidentemente alterata da
qualche bicchiere di troppo. Niente di veramente nuovo per la
nuotatrice, ma stanotte ha davvero esagerato.
«Eleanor, ti do la mia parola, se non scendi immediatamente nella tua
cabina sei fuori dalla squadra!»
Lei ride sguaiata.
«Ah ah! Io? Fuori dalla squadra io? Una medaglia d’oro sicura?
Raccontala a un altro, Avery!»
Forse perché Eleanor Holm, oltre a essere una celebre sportiva, è
anche una stellina di Hollywood, ma il tutto mi sembra una scena da
film e, francamente, non ben recitato.
«Non chiamarmi Avery, Cristo! Io per te sono mister Brundage!»
Adesso il presidente ha urlato e contemporaneamente ha picchiato un
tale pugno sul bancone che il suo bicchiere è caduto; schegge di vetro,
cubetti di ghiaccio e gocce di liquore si rovesciano sul pavimento. Lui si
guarda intorno, imbarazzato. Capisce che tutti i presenti stanno
osservando ciò che succede. Lei imperturbabile.
«Tu provaci soltanto a buttarmi fuori.»
Eleanor adesso si allontana dal bancone e si avvicina al nostro tavolo,
il passo incerto. Forse è ancora più ubriaca di quello che pensavo.
«Sei fuori dalla squadra. Fuori! Fuori! Domani lo dirò a tutti i
giornalisti!»
Mi verrebbe da replicare: “Non ce n’è bisogno, mister Brundage, siamo
già tutti qui”, ma preferisco tacere per non peggiorare le cose.
Lei prosegue nella sua camminata strascicata. Arriva davanti a noi e ci
sorride storta.
«E tu pro-va-ci.» Le sue ultime parole.
Inciampa nelle falde del lungo abito bianco e cade a picco,
esattamente sul tavolo. Il panno verde scivola via trascinando con sé
carte, bicchieri, posacenere, dollari e fiches.
E chissà cosa diavolo sarebbe stata quella mia quinta carta.

Transatlantico Manhattan, in navigazione, 20 luglio 1936. Mattino.

Lei è appoggiata alla balaustra e guarda l’oceano. Smaltisce gli effetti


della sbornia e della delusione. Forse.
Mi avvicino.
«Hi, Eleanor, come va?» La conosco da quando vinse l’oro nei cento
dorso quattro anni fa. L’ho intervistata varie volte.
«Come vuoi che vada?»
Sembra imbarazzata: «Senti, Dale, mi dispiace per ieri sera».
Cerco di buttarla sul ridere: «Mi sei costata un’ultima mano con full
d’assi… non era davvero serata».
Tace e guarda lontano un orizzonte di solo oceano. Pare realmente
delusa.
Del resto l’Olimpiade resta il sogno di ogni atleta, e lei è prima di tutto
un’atleta.
«Dici che farà sul serio?»
Annuisco: «Sei fuori dalle gare, Eleanor. Brundage non può perdere la
faccia davanti a tutti. Mi dispiace».
«Se ti racconto il vero motivo della mia cacciata giuri che non lo
pubblicherai?»
«Be’, domanda difficile da fare a un giornalista.»
«Se ti dicessi che Brundage allungava le mani e io gli ho risposto di
lasciarmi in pace ci crederesti?»
Non rispondo. Non è improbabile che sia la verità. Ma meglio
cambiare discorso.
«E ora che farai?»
«Appena sbarchiamo cercherò un’altra nave per tornare a casa.»
L’oceano è calmissimo. Blu profondo. Il sole splende, solo qualche
nuvola rosa e bianca ci insegue sulla nostra rotta.
Si avvicina un ufficiale della nave, ha in mano un foglietto giallo.
«Miss Holm?»
«Sì?»
«Telegramma per lei, miss Holm.» Consegna il foglio a Eleanor e saluta
con la mano alla visiera del berretto.
Lei lo legge. Poi alza la testa. Mi guarda con gli occhi che ridono.
«Siamo colleghi. Niente più ritorno a casa.»
«Che intendi?»
Mi porge il telegramma: “Appreso sua squalifica da squadra nuoto.
Stop. Le offriamo scrivere per nostri giornali corrispondenze da Berlino.
Stop. Firmato W.R. Hearst”.
Non ci credo. William Randolph Hearst, il più grande magnate della
stampa americana, ha offerto a Eleanor una collaborazione che dire
prestigiosa… Io in venti anni di carriera un’offerta così me la sono
sognata e risognata e lei in una sola notte… Da morire di invidia qui, sul
posto. Invece mi viene quasi da ridere.
«E cosa gli rispondi?»
«Che ne dici di: why not?» E giù una risata a gola piena.
Rido anche io.
«Ma tu non hai scritto una riga in vita tua!»
«A questo rimedieremo, Buddy!»
Come si dice dalle mie parti: gli Stati Uniti. Sono un grande Paese, o
cosa?
5

Berlino, 24 luglio 1936. Mattino.

Oggi tutto deve essere perfetto.


Ogni cosa a posto.
Ben fatta.
I picchetti d’onore, l’alzabandiera e la fanfara.
Abbiamo provato tutto decine di volte.
I ragazzini e gli inservienti con le loro divise immacolate danno una
splendida sensazione di ordine e freschezza.
Io sono davanti all’ingresso del Villaggio, tutti aspettiamo i primi
atleti.
Cade una pioggerella leggerissima ma fastidiosa. Il selciato del
piazzale lucido d’acqua, nelle pozzanghere si specchiano gli stivali dei
soldati. Profumo di fiori di tiglio nell’aria. Il maltempo non rovinerà la
festa.
Grande animazione.
Mi guardo intorno.
Gli ultimi dettagli da controllare. Scrupolosamente, come piace a me.
Lancio un’occhiata ai cinque enormi cerchi colorati appesi sopra
l’ingresso.
Rassicurante simbolo di sport.
La mia cerimonia di accoglienza funzionerà come un meccanismo
perfettamente oliato.
Un sottufficiale mi si avvicina. Saluta, sbattendo freneticamente i
tacchi. Porta la notizia che aspettavo.
«Signor capitano, hanno chiamato dalla stazione. Il treno da Brema
con gli atleti è appena arrivato. In perfetto orario. Stiamo già caricando
gli sportivi e i loro bagagli sugli autobus. Heil Hitler!»
Ricambio il saluto a braccio teso.
È il mio giorno.
Ho messo da parte preoccupazioni e ansie. Forse ho davvero esagerato
con le fobie.
Il comandante della fanfara si avvicina. Vedo nei suoi occhi una
tensione positiva.
«Signor capitano, vuol sentire l’attacco degli inni nazionali che
suoneremo oggi?»
Militari, ma soprattutto maestri di musica. Nessun dubbio sul loro
talento.
«Non serve. Siete bravissimi. Ma, prima degli inni, suonerete Preussens
Gloria. Ci tengo!»
«La nostra marcia preferita, signor capitano!»
Avrei ancora qualcosa da dirgli, ma vedo Joachim uscire correndo dal
portone del Villaggio. La mano destra sul berretto, per non farlo
scivolare via.
Il mio attendente sembra affannato, come avesse corso a lungo. Ha
un’espressione ansiosa che non gli conosco. Si guarda intorno, ho la
sensazione che cerchi qualcuno. Poi mi vede e si illumina. Arriva davanti
a me e saluta militarmente.
«Grazie al cielo l’ho trovata, signor capitano, è mezz’ora che la cerco.»
Si interrompe. Ansima. Le mani sui fianchi. Prende fiato.
Ma che succede?
«Nel suo ufficio è arrivato il tenente colonnello von Gilsa. Ha chiesto
di lei. Ho fatto presente che era impegnato… ma sembra una cosa
urgente. Importante. La sta aspettando. Sembrava molto impaziente.»
Una fitta di inquietudine al costato. I fantasmi del colloquio di qualche
settimana fa con von Blomberg che ritornano.
Joachim si asciuga la fronte con un fazzoletto.
Cosa vuole von Gilsa da me? E proprio stamane? Voglio capire. Devo
capire.
«Grazie, Joachim. Andiamo a sentire von Gilsa.»

***

Sta in piedi davanti alla grande finestra del mio ufficio, le mani dietro la
schiena, da militare, una sorta di istintivo, automatico riposo.
Si gira di scatto non appena sente la porta aprirsi.
Mi vede mentre ancora sono sulla soglia. Un piede fuori e uno dentro
la stanza.
Sbatte con lo stivale, un colpo secco sul pavimento di legno chiaro.
La sua voce è una frustata di sarcasmo divertito: «Ben arrivato,
Fürstner! Giusto in tempo, stavo per andarmene!».
Werner von Gilsa.
Più esattamente: tenente colonnello Werner Albrecht, barone von und
zu Gilsa.
Da quanti anni lo conosco? E questa frase? Quante volte l’ha
pronunciata?
Ricordo esattamente il giorno del nostro primo incontro.
E le circostanze.
Ovvio.
Indimenticabili.
Il mio battesimo del fuoco.

Belgio, fronte occidentale, 1° ottobre 1915.

L’artiglieria francese ha appena picchiato duro sulle nostre fortificazioni.


Nell’aria fumo, tanfo di cordite, vomito, alcol e disinfettante. Nuvolaglia
grigia, bassa, scrosci di pioggia gelida in un autunno precoce.
Il fango della Somme intriso di sangue nero.
Urla dei feriti. Invocazioni, lacrime, ordini e bestemmie.
Intorno si affannano infermieri e ufficiali medici.
Cadaveri vengono portati via in barella, avvolti stretti in teli da tenda, per
farli sembrare interi.
Il mio plotone arriva in prima linea pochi istanti dopo la fine del
bombardamento. Siamo i rimpiazzi.
Fra un attimo, come sempre, cessato il fuoco di sbarramento, scatterà
l’assalto francese.
Ecco i bengala dalle loro trincee. Strisce fosforo nel cielo scuro. Ecco le urla
lontane dei poilus che si incitano all’attacco.
Un nostro mitragliere alza la testa oltre il reticolato e i sacchi di sabbia,
mastica un insulto fra i denti e scuote il capo. Si strappa di bocca il
mozzicone di sigaretta e lo getta a terra, spegnendolo poi con la punta dello
stivale. Si schiaccia l’elmetto sul capo, picchiandogli sopra col palmo della
mano. Stringe il sottogola. Abbassa il volto sul calcio dell’arma. La Spandau
inizia ad abbaiare.
Un graduato, in ginocchio lì a fianco, gli porge paziente il cuoio l’ottone e il
piombo del nastro di munizioni. Veterani.
A ogni esplosione, fontane di terra e di shrapnel, le mie reclute si
ingobbiscono istintivamente nella trincea come volessero farsi ingoiare dal
suolo, salvarsi tornando nell’utero di Madre Terra.
Io, sottotenente di diciannove anni, con la paura che stringe lo stomaco.
Mi sforzo di urlare, sopra gli scoppi e il ringhio sincopato della
mitragliatrice.
«Chi è il comandante qui?»
Chiedo a un fante lì vicino.
L’uomo, terreo, l’espressione sfinita, mi indica senza una parola e senza
guardarmi un ufficiale qualche metro più avanti. Questi sta in piedi su un
terrapieno, il busto oltre il parapetto. Come a sfidare i tiratori scelti.
Nemmeno uno schizzo di terra sulla divisa, dopo ore di pioggia calibro
centocinque.
Dal fondo della trincea dove mi trovo lo devo guardare da sotto in su.
Lui osserva con un binocolo le linee francesi e dirige gridando il tiro del
mitragliere.
Mi avvicino. Sbraito per presentarmi, come mi hanno insegnato in caserma:
«Comandi, sottotenente Fürstner, siamo…».
Non mi lascia finire la frase. Abbassa il cannocchiale. Ruota il torso. Si
abbassa e si gira verso di me. Lampo ironico negli occhi azzurri.
«Ben arrivato… Fürstner! Giusto in tempo… stavo per andarmene!»

Berlino, 24 luglio 1936. Tarda mattinata.

Nello stesso identico modo, con uguale insensato sarcasmo mi saluta


oggi come mi salutò allora.
Impeccabile oggi.
Impeccabile allora.
Alto. Mi sopravanza di tutta una testa. Magrissimo. Zigomi sporgenti.
Affilato. Elegante.
Nobiltà prussiana, Junker fino al midollo. Credo di non averlo mai
visto in borghese.
In tutti questi anni siamo rimasti in contatto.
Lui allo Stato Maggiore; io reintegrato da poco nella Wehrmacht.
Amici.
O meglio, una parodia del rigido cameratismo prussiano, per il quale
ci diamo del tu, ma ci chiamiamo tassativamente e solo per cognome,
come abbiamo imparato tra ufficiali, in caserma, al circolo o in trincea,
appunto.
Von Gilsa parla in fretta, senza pause. Tenendo le mani dietro la
schiena, guardandomi fisso negli occhi.
«Fürstner, senti. Vengo subito al punto. Sai che non amo giri di parole,
e poi, fra noi… Ho una comunicazione per te dal ministero della Guerra.
Anzi, per dirla tutta, direttamente da von Blomberg. Una questione
antipatica e pertanto, in nome della nostra vecchia amicizia, preferisco
dirtelo di persona: sei stato destituito. Da questo momento non sei più il
comandante del Villaggio olimpico. Prendo io il tuo posto. Qui hai anche
le scartoffie da firmare, le tue dimissioni, formalità, solita robaccia da
furieri. Poi, quando avrai tempo, me le farai recapitare dal tuo
attendente.»
Sogghigna e indica sulla scrivania un plico di fogli che evidentemente
aveva appoggiato lì poco prima. Mi guarda interrogativo.
Interpreta il mio silenzio come una richiesta di ulteriori spiegazioni.
Prosegue nel suo discorso.
«Tu mi servirai qui, comunque. Sai che io non mi sono mai occupato
di sport. Non ne capisco nulla. Tu invece sei stato il presidente del club
di atletica leggera dell’esercito, sei un competente e appassionato
ufficiale. Sarai il mio braccio destro. Ho chiesto io al ministro,
espressamente, di…»
Si interrompe. Fa una lunga pausa, valuta le mie reazioni. Il mio
silenzio.
«Non dici niente, Fürstner?»
Nulla. Nulla ho da dirgli. Mi pulsa nelle vene del cranio la sua frase:
“Direttamente da von Blomberg…”.
Sento un globo di ira che mi sale dal ventre alla gola, si espande nei
polmoni e li fa scoppiare.
Mi gira la testa.
Forse sono impallidito.
Lui se ne accorge. Mi indica la sedia.
Von Blomberg, quindi.
Resto in piedi.
Serro le mascelle.
Von Gilsa prosegue.
«Non vuoi sapere il motivo? Immaginavo me lo avresti chiesto.»
Mi escono, sibilando tra i denti, le prime parole: «Ma non te l’ho
chiesto. Lo conosco perfettamente».
Von Gilsa non mi ascolta, non interrompe il suo discorso.
«La questione è semplice, Fürstner: quasi diecimila Reichsmark di
danni causati dai visitatori nel giorno delle visite per il pubblico! Solo
per tua negligenza. Negligenza nel servizio. Un ufficiale, mi dispiace,
non può permetterselo.»
Questo, dunque? Questo mi rimproverano?
«È uno scherzo? I danni alle strutture del Villaggio? Tre aiuole
calpestate, due vasi di fiori e quattro mattonelle del bordo della piscina
staccate, forse perché le avevano fissate male. Più di diecimila
Reichsmark? Una scusa. Von Gilsa, lasciatelo dire. Banale pretesto.»
Von Gilsa si toglie il monocolo, lo tiene davanti al petto con la destra e
mi guarda fisso. Occhi sgranati ma non mi interrompe.
«Che ordini avrei dovuto dare? Far girare per il Villaggio le sentinelle
con la baionetta inastata? Aprire il fuoco ad altezza d’uomo sui berlinesi
che calpestavano le aiuole? No, sai bene che c’è dell’altro.»
Mi guarda, muto, interrogativo, scettico.
Un suono proveniente da fuori attira la mia attenzione.
Taccio.
Cadenza di ottoni. Lontani.
In sordina. Dapprima.
Poi grancassa e fiati.
Marcetta accattivante.
Il comandante della fanfara ha obbedito al mio ordine: Preussens
Gloria.
Ritmata, in rapido avvicinamento.
Grida di folla. Applausi.
Eccoli. I primi atleti al Villaggio.
Von Gilsa, vagamente stupito per la confusione, si rimette il monocolo
e ruota il torso verso la finestra.
Il brusio evidentemente lo disturba. Si gira di nuovo verso di me e
chiede: «È oggi che arrivano i primi atleti, esatto?».
Io non rispondo. Lui prosegue.
«Allora, Fürstner, sarai il mio braccio destro?»
Resto impassibile.
Non mi interessa questo, ora.
Il mio ruolo formale qui dentro è secondario.
Il principio.
Il motivo di questa destituzione.
Una cosa immorale. Con ulteriori conseguenze.
Questo sì, questo mi importa.
Cerco di recuperare un minimo di razionalità in questa situazione per
me incomprensibile.
Giusto che von Gilsa, il mio amico von Gilsa, sappia.
«Tu conosci il vero motivo del mio dimissionamento. Questo è solo il
primo passo. Il prossimo sarà buttarmi fuori dall’esercito. È questo che
ha in mente von Blomberg. Espellere tutti quelli come me dal suo
esercito di… di… puri ariani. Una cosa ridicola, nella nostra Germania!»

La fanfara si fa sempre più vicina. Musica sempre più ad alto volume.


«Ma quella è politica, Fürstner, lascia perdere, solo politica spicciola.
Noi siamo soldati. Dobbiamo solo obbedire.»
«Politica? Qui si tratta della mia esistenza che quel, quel…»
Non trovo l’insulto che vorrei.
Lui sbotta.
«Adesso basta, Fürstner. Anche se siamo amici da una vita non ti posso
permettere di parlare male, impunemente, in mia presenza, del ministro.
Tu resterai qui, a farmi da vice. E questo è un ordine!»
Più niente da dirgli.
Taccio di nuovo.
La musica adesso è vicinissima, vibrano quasi i vetri della casa.
Ora vedo gli atleti. Attraverso i riquadri di legno bianco della finestra.
Sfilano proprio a fianco dell’edificio.
Eccoli. Sorridenti.
Blazer blu e pantaloni bianchi, si guardano intorno ammirati.
Paiono entusiasti. Salutano agitando le braccia.
Attorno a loro si muovono frenetici le decine e decine di ausiliari delle
Olimpiadi, i ragazzini in divisa bianca, tutti membri della Hitlerjugend.
Tutti scelti personalmente da me.
La fanfara scandisce il tempo.
Piatti e cimbali.
L’ufficiale in prima fila, parodia di direttore d’orchestra.
Alza e abbassa ritmicamente il suo bastone del comando.
Stivali e tamburi all’unisono percorrono i vialetti.
Scorta obbligatoria agli sportivi che prendono possesso dei loro
alloggi.
Bandiere al vento, stelle e strisce, questi sono gli americani.
Anche von Gilsa tace e guarda fuori dalla finestra.
Da ultimo, in coda, sollevando una leggera polvere, passano i furgoni
Volkswagen che portano i bagagli degli atleti.
Tradizione e modernità a braccetto.
La musica sfuma in lontananza.
Attendevo questo momento, questo esatto momento, da due anni
almeno.
Da quando iniziai a dirigere i lavori di costruzione.
Questo esatto momento.
È arrivato.
E io, proprio ora, non sono più il comandante del Villaggio.
Per von Gilsa il colloquio è finito.
Mi ha detto ciò che doveva.
Ha avuto da me ciò che voleva.
Fa due passi verso la porta.
La socchiude.
Prima di uscire si gira verso di me, con un tono completamente
diverso. Amichevole.
«Accompagnami, adesso, andiamo a dare il benvenuto agli americani!»
Esce. Cammina marziale lungo i vialetti e se ne va senza aspettarmi,
fischiettando Preussens Gloria.
6

Treno fra Brema e Berlino, 24 luglio 1936. Mattino.

Cammino lungo gli scompartimenti. Cerco il vagone ristorante.


Eccolo. È affollato, e non potrebbe essere diversamente. Siamo in tanti
su questo treno, in viaggio fra il porto di Brema, dove siamo sbarcati, e
Berlino, la nostra destinazione finale.
Entro. Nell’aria aleggia un sentore misto di carne al forno e fumo di
sigari. Non sarà semplice trovare un posto a sedere.
O forse sì. Guarda chi c’è: Eleanor seduta a un tavolo, con altri
colleghi. A occhio e croce ha appena terminato l’ennesima partita a dadi.
Dalle facce lunghe intorno mi pare abbia vinto di nuovo lei. Mi
avvicino.
«C’è un posto libero?»
I due colleghi non attendevano altro. Si alzano in fretta.
Sì, è ovvio che sono appena stati ripuliti.
«Noi ce ne andiamo, Dale, accomodati pure.»
«Ma non giocarti nulla con Eleanor!»
«Non c’è pericolo, la conosco bene!»
Risata generale.
Mi siedo vicino a lei. Ha davanti un piatto con due würstel immersi
nella senape e appena sbocconcellati. Sta sorseggiando da un bicchiere,
immagino sia champagne, e lo tiene ostentatamente davanti al viso. Se
capisco bene, sta ingaggiando una sfida a base di sguardi gelidi con
Brundage, che vedo ora seduto all’altro capo della carrozza e,
francamente detto, non ho dubbi sul vincitore del duello.
«Ciao, Dale. Come va?»
«Bene. E tu? Bel viaggio, no?»
«Quando arriviamo? Con la partita a dadi ho perso il senso del
tempo.»
«Siamo in orario perfetto. Fra cinquanta minuti entriamo a Berlino.»
Guardo fuori il paesaggio veloce con questo ritaglio di Europa: sfilate
di campi, case e fattorie, strade larghe, asfaltate, boschi e prati coltivati
con cura. Fino a pochi minuti fa procedevamo attraverso enormi distretti
industriali, ciminiere fumanti, capannoni per chilometri e cantieri edili
in ogni angolo. L’impressione è quella di un Paese in enorme sviluppo. Il
cielo è grigio, qualche piovasco, a scrosci. Spicca il rosso dei gerani alle
finestre delle abitazioni lungo la ferrovia. Si tocca con mano un livello di
benessere e opulenza davvero distante da ciò che abbiamo lasciato in
Patria. Anche questo treno è effettivamente molto lussuoso.
Comodissimo.
Lei sembra leggermi nel pensiero: «Stanno davvero bene questi. Meglio
che da noi».
«Già. Te lo dice uno che viene dal Sud. Sai cosa è rimasto nelle nostre
campagne dopo la depressione? Polvere, miseria, gente ammalata,
macerie di case e persino una popolazione denutrita. Be’, qui davvero
non si vede nulla di tutto ciò. Guarda che ordine, che pulizia.»
Vorrei continuare l’impietoso confronto fra la campagna tedesca e il
nostro Midwest, ma in quell’istante nel vagone entra Owens.
L’attenzione di tutti viene calamitata dal suo ingresso.
Si guarda intorno e cerca un posto a sedere con la sua aria timida, i
modi impacciati. Eleanor non può non commentare: «Come cambia Jesse
quando non gareggia! Incredibile. Sembra un pulcino. Guarda come è
spaesato!».
«È una storia complicata, Eleanor. Vuoi sapere che sta pensando Jesse
in questo preciso momento?»
«Fai l’indovino, Buddy?»
«Ti prego, non scherzare. È una faccenda seria, Eleanor, molto seria.»
Riesco a farla tacere per un istante.
«Jesse sta pensando a come è strano per lui poter salire su una
carrozza di bianchi, addirittura mangiare al loro tavolo. A questo sta
pensando.»
Eleanor continua a stare in silenzio.
«Tu sei del New Jersey, fatichi a capire, ma io so bene come funziona,
cosa passa per la testa di quei ragazzi. Le cose che hai vissuto da
bambino le ricordi per sempre.»
Eleanor si versa nuovamente da bere. Brundage, da lontano, alza il
sopracciglio.
«Io li ho visti i ragazzini neri piegati in due dalla gerla da cento libbre
di cotone sulla schiena, e ti sto parlando di solo qualche anno fa.»
Una pausa. Nelle orecchie il ritmo del treno che scivola sui binari,
sordo, ipnotico.
«Povertà vera. Tragica. Ascolta: una domenica mattina, avevo appena
finito di servire alla messa, avrò avuto sette anni, otto al massimo…»
«Tu vestito da chierichetto! Fatico a immaginarti…»
«… una madre, una donna nera di forse venticinque anni, che ne
dimostrava cinquanta per la stanchezza, la miseria e la disperazione,
entrò in sagrestia e implorò il reverendo Bridges di darle delle medicine
per la polmonite del proprio figlioletto che stava morendo. E il
reverendo con le lacrime agli occhi la accompagnò davanti all’altare
maggiore, e fece l’unica cosa che poteva permettersi di fare in quel
momento: accese una candela e si mise in ginocchio a pregare con lei. E
anch’io piangevo. Piangevo e pregavo perché quel bimbo vivesse. E Dio
quel giorno doveva avere un orecchio ben disposto alle preghiere del
reverendo Bridges, perché quel bimbo, figlio di schiavi e nipote di
schiavi, si salvò. Ma non andava sempre così, laggiù a Decatur,
Alabama.»
Ho visto di rado Eleanor Holm così partecipe. Afferra la bottiglia e mi
riempie il bicchiere fino all’orlo.
«Butta giù, Dale, deprime l’aria dell’Europa, fa diventare tristi.»
Io eseguo. Non ha tutti i torti sull’aria dell’Europa. Sarà per il cielo
così grigio.
I fantasmi del segregazionismo per un attimo lontani, affogati nelle
bollicine: «Ehi, ti tratti bene Eleanor, champagne ghiacciato, perfetto».
Riprendo il discorso su Jesse: «Credo sia per questo che i ragazzi di
colore fanno sport in quel modo speciale, è come se fossero tutti dei
sopravvissuti».
Owens si siede. Ha trovato il suo posto. Un cameriere arriva sussiegoso
e gli porta un cestino col pane. Poi si china verso l’atleta e attende
l’ordinazione.
«Il giorno dei cinque record ad Annapolis alzai la cornetta e chiamai il
preside della sua vecchia scuola, volevo scrivere un bell’articolo.»
«Intendi il suo primo allenatore?»
«Allenatore per modo di dire. Era un tipo onesto, mi disse: “Se hai
Owens non devi insegnargli niente, Owens te lo manda Dio. Tu devi solo
stare attento a non rovinarlo”.»
«Bella frase. Posso appuntarmela?»
«Mi disse anche che ricordava perfettamente di aver chiamato al
telefono il padre di Jesse, per chiedergli di farlo gareggiare. Il
pover’uomo era commosso, si sentiva finalmente parte della comunità di
Cleveland. Capisci Eleanor? È molto più che sport.»
Brundage si alza. I suoi fedelissimi lo seguono come fossero guardie
del corpo. Io proseguo: «E capisci anche perché per lui…» indico il
presidente che sta uscendo, «sia stato facile spazzar via chi voleva
boicottare i Giochi della Germania di Hitler: come puoi dire a un atleta
non professionista che per quattro anni si è dannato in allenamento per
prepararsi alle Olimpiadi: “Non andiamo”? Detto tra noi, come fai a dire
a un atleta nero, uno che da noi non può nemmeno bere alle fontane dei
bianchi, salire sugli autobus dei bianchi, mandare i figli alle scuole dei
bianchi: “Non si va”?».
Jesse prende una baguette dal cestino. La spezza con un gesto quasi
religioso, il rapporto mistico che chi è nato povero ha con il pane.
Il cameriere arriva per la mia ordinazione. Eleanor lo anticipa.
«Dale, per carità, non ordinare gli hot dog. Neanche da paragonare a
quelli di Long Beach…»
«Strano, avrei giurato fossero ottimi. Non sai che gli hot dog sono un
piatto tipicamente tedesco?»
Lei mi guarda con un ghigno di sfida: «Mi prendi in giro, Buddy?».

***

Il treno ha rallentato da molti minuti. Dai finestrini osservo la periferia


di Berlino. Sono palazzi nuovi di edilizia popolare, e ancora una volta
emerge impietoso il confronto con i sobborghi caotici delle nostre città.
Abbiamo molto da imparare. Il treno ha un sobbalzo, giungono gli ultimi
fischi ed ecco la frenata.
Intravedo l’ingresso della stazione. Definirlo monumentale è poco.
Mi volto verso Eleanor. È girata verso il portabagagli e contempla la
sua valigia enorme.
«Ti aiuto a tirarla giù?»
«Non provarci nemmeno, mi arrangio.»
Ancora poco e ci saremo. Sono davvero stanco adesso, ma prevale
l’emozione per quello che ho già visto e, soprattutto, per quello che
ancora ci aspetta.
Sul binario, una folla ordinata ci attende. Ragazzini in divisa bianca,
ufficiali dell’esercito, facchini, altro personale delle ferrovie e,
immagino, dell’organizzazione dei Giochi. Tutti si muovono come
ingranaggi di un minuzioso meccanismo a orologeria. Questa efficienza
mi affascina e mi inquieta al tempo stesso. Potrebbe prendere una piega
sbagliata tutta questa disciplina?
I facchini afferrano i bagagli e iniziano la loro corsa affannata verso il
parcheggio nel quale una fila di camioncini Volkswagen, grigio militare,
attende atleti e allenatori. Un attendente spunta col suo lapis l’elenco
degli atleti, al suo fianco un ufficiale controlla i documenti.
«Eleanor, vieni con me a vedere il Villaggio olimpico? Prendiamo un
taxi assieme?»
«No, sono a pezzi. Ho assolutamente bisogno di una doccia. Vado in
albergo. Ci vediamo.»

***

La corsa in taxi è stata lunga e le impressioni si sono affastellate durante


il tragitto. Ho visto una città straordinaria, dove tutto pare concentrato
sui Giochi. Il luogo dove gli atleti verranno radunati è molto fuori dal
centro, oltre la periferia della città, in una zona splendida, verdissima.
Scendo dal taxi e mi rendo conto che non sarà semplice entrare al
Villaggio olimpico: un uomo in divisa sta davanti al cancello. Controlla i
documenti. I furgoncini nel frattempo scaricano gli atleti americani in un
perimetro transennato, appena fuori dall’ingresso.
In prima fila iniziano a schierarsi i nostri alfieri, l’asta della bandiera
sollevata. Old Glory viene srotolata e, per la prima volta, sventola
orgogliosa nel cielo berlinese. La prima, non di certo l’ultima!
In sottofondo inizia a scoppiettare una fanfara. Una marcia militare
classica.
Bella melodia, forse un poco monocorde, ma accattivante. Ora capisco:
gli atleti verranno fatti entrare coreograficamente, a passo di marcia!
Devo assolutamente vedere il Villaggio, voglio scriverci un articolo.
Arrivo davanti allo sbirro e lo squadro. Mi sopravanza di tutta la testa.
Meglio non discuterci.
«Alt.»
Gentile ma fermo.
Inizia a parlarmi in tedesco ma lo interrompo subito: «In inglese, per
cortesia».
Lui sorride e chiede nella mia lingua: «Lei è un atleta? O fa parte in
qualche modo della squadra?».
«No, sono giornalista.»
Estraggo il mio accredito e glielo metto sotto il naso, spero che basti.
Lui lo guarda, mi sorride di nuovo ma poi scuote il testone.
«Serve un’autorizzazione speciale. Al Villaggio avranno accesso solo
gli atleti e il personale delle squadre.»
«Ma perché?»
Non risponde. Per me è un’incomprensibile misura di sicurezza, forse
vogliono che gli atleti stiano tranquilli.
Si gira dall’altra parte. Lancia uno sguardo panoramico al suo
territorio. Di qui non si passa.
Questo fa sul serio. Indossa guanti bianchi e, con gli ospiti, ha una
voce gentile, ma la faccia è dura, da gendarme vero.
Provo a sfoderare tutta la mia esperienza, i miei trucchi da giornalista
d’assalto cresciuto nelle periferie estreme degli States.
La musica prosegue a volume sempre più alto, e rende tutta la scena
francamente surreale.
La piazzetta davanti al Villaggio nel frattempo si è riempita di curiosi,
che battono le mani e lanciano incitamenti in un’atmosfera di grande
eccitazione.
Ci riprovo: lo tocco sul braccio per farlo girare dalla mia parte.
«Solo un’occhiata amico, un’occhiata soltanto.»
Resta in silenzio, scuote semplicemente la testa e mi pone la mano
guantata sul petto. Senza spingere. Fermezza cortese.
«Entro un istante e me ne vado subito, promesso!»
Nulla da fare. Il mio primo impatto con la burocrazia germanica non è
un successo. Pazienza. Lancio un’occhiata al muro di mattoni rossi.
Troppo alto, meglio lasciar perdere.
Gli atleti iniziano a sfilare verso il Villaggio. Imboccano il grande
portone sovrastato dai cinque enormi cerchi olimpici. Davanti a loro la
banda, guidata da una specie di generale munito di bastone, che alza e
abbassa in maniera grottesca.
Marcia col passo dell’oca, cadenza che mi sembra di una difficoltà
spaventosa, con i muscoli e i tendini sottoposti a una sollecitazione
incredibile. Certo, fa il suo effetto.
Guardo di nuovo il gorilla che mi ha sbarrato la strada.
«Senti, amico, almeno un’informazione me la dai?»
«Prego.»
«Ha un titolo questa marcetta?»
«Preussens Gloria.»
7

Berlino, Villaggio olimpico, 1° agosto 1936. Alba.

Terra di nessuno fra il sonno e la veglia.


Momento esatto nel quale esco dal continente inquieto dei sogni ed
entro nella quotidianità.
Aggredito senza preavviso dai ricordi sgradevoli e dolorosi dei giorni
precedenti, che mi assalgono alla gola e che speravo rimasti fra le
lenzuola.
Così stamane.
L’emicrania mi acceca.
Foschia rossa nella testa.
Seduto sul bordo del letto.
Ma ho già inghiottito due pastiglie. Meglio non esagerare.
Ultimo sorso d’acqua dal bicchiere sul comodino.
La sveglia indica le cinque.
Mi alzo e faccio due passi verso la finestra. Scosto le tende.
Per l’inaugurazione dei Giochi olimpici sta arrivando “l’aurora dalle
dita di rosa”.
Citazione che sarebbe piaciuta al mio professore del ginnasio di Posen.
Sosteneva che Omero era stato il primo giornalista sportivo, quando
aveva descritto le gare al termine dei funerali di Patroclo! Forse da quel
racconto nasce il mio amore per l’agonismo?
La bruma della notte si alza a folate dal prato. Sarà una giornata senza
piogge.
In quest’alba di agosto, da qualche parte nei dintorni di Berlino, sta
già correndo uno degli ultimi tedofori con la fiaccola di Olimpia.
Lo immagino procedere rigido, con la divisa bianca, il braccio destro
alto, sul ciglio di una strada di campagna, attraversare i campi coltivati
del Brandeburgo, fra i covoni di fieno, la segale da mietere e il luppolo
che sta maturando.
E in fondo a quella strada, col batticuore, vedere, lontani all’orizzonte,
i primi edifici della grande capitale.
Promessa di pace, prosperità e orgoglio tedesco.
La fiaccola arriverà allo stadio a mezzogiorno. È partita settimane fa
dall’Acropoli di Atene verso Sofia e poi Belgrado, proseguendo lungo il
Danubio, vena pulsante dell’Europa, passando per Budapest, Vienna,
Praga, attraverso nazioni che hanno nel loro destino di guardare con
speranza al Terzo Reich.

Un pensiero non mi abbandona: la mia innocenza, la palese, evidente


ingiustizia della punizione che subisco si specchia e si risolve nel senso
di colpa, immane, di avere contribuito in qualche modo alla
perpetuazione del Sistema.
Che oggi avrà la sua glorificazione.
Sono innocente, ma in fondo è come fossi colpevole.
Da perderci la testa, e forse è esattamente ciò che mi sta accadendo.
Butto lo sguardo verso il panorama verde che mi si apre davanti.
Con grande sorpresa intuisco laggiù, nel parco del Villaggio, una
figura esile.
Eterea.
Vestita di bianco. Pantaloni corti e maglietta.
A testa scoperta.
Nessun altro in giro, com’è ovvio a quest’ora.
Strizzo gli occhi per vedere meglio.
Il gioco di prospettive e ombre del vetro della finestra mi ha fatto per
un istante pensare che questa persona fosse in piedi al centro del
laghetto. Immobile sul pelo dell’acqua!
È ferma in mezzo al prato, invece.
In una posizione assurda, che non avevo mai visto prima, se non in
qualche rara fotografia di arti marziali orientali.
Ora che osservo meglio deve essere uno degli atleti giapponesi arrivati
al Villaggio.
Sta in equilibrio su una sola gamba.
Anzi, si direbbe quasi sulla punta delle dita di un piede.
Le braccia unite sopra la testa a formare un arco.
Resta lunghissimi secondi in questa posizione, poi, con un’armonia,
una velocità e una forza che mi lasciano a bocca aperta inizia una specie
di danza selvaggia, ma sempre controllatissima, scalciando
alternativamente con una gamba o con l’altra e ruotando il busto e la
testa, colpendo con scatti rapidissimi degli avambracci immaginari
avversari di fronte a sé.
Quindi ritorna nella posizione di prima, immobile. Sull’altra gamba.
Il suo volto esprime concentrazione, una lucidità fredda, senza
sentimento alcuno.
La confusione mentale mi travolge, devo assolutamente avvicinarmi a
quel personaggio, capire che forza di volontà gli consente quegli esercizi
oltre ogni limite fisiologico.
Afferro la vestaglia, la indosso ed esco così, in pigiama, scalzo.
Una reazione insensata, malata. Figlia della situazione.
Cammino veloce, strascicando i piedi nudi nell’erba fradicia di
rugiada.
Così, bambino, correvo con le mie sorelle lungo gli argini ripidi del
Niemen, le fronde gemmate dei salici che si immergevano nelle acque
grigie e veloci del fiume e ne tracciavano la corrente.
Risento le raccomandazioni di mia madre.
Le risate di mio padre.
Cerco disperatamente quella figura avvolta di nebbia.
Ma è scomparsa.
Solo il cigno nel laghetto nuota, solenne, in lunghi, lentissimi cerchi.
Tutto il resto del mondo è immobile. Chiudo gli occhi.
Canto di uccelli e rintocchi di campane.
Devo sapere chi è quell’uomo, devo capire. Mi guardo intorno.
Alla mia destra, dal boschetto di betulle, proviene un ritmico battere
di piedi. Giro la testa.
È proprio lui, la figura vestita di bianco.
L’asiatico sta correndo. Scende dal vialetto e mi sta venendo incontro.
Nonostante sia lontano almeno cento passi, mi rendo conto subito che il
suo gesto atletico è di una bellezza che non avevo mai visto.
Un’armonia primordiale, falcate perfette.
Così, in altre ere, devono avere corso i nostri progenitori nelle giungle
e nelle foreste vergini, esattamente così.
La corsa come momento successivo al camminare, istintivo, nulla di
meccanico o appreso, ma semplicemente assorbito dall’utero materno,
patrimonio genetico dell’essere umani.
Adesso è vicino e mi ha notato.
Non rallenta. Il suo ritmo è da mezzofondista.
Mi sta passando accanto. Alzo la mano in un cenno di saluto.
L’asiatico con mia enorme sorpresa si ferma. Gli ultimi passi di corsa
sul posto, le suole che rotolano sulla ghiaia.
Mi guarda. Mi osserva curioso.
Recupero in un attimo la razionalità perduta in queste ore confuse.
Realizzo che un atleta del Sol Levante, forse un soldato dei nostri
marziali e educatissimi alleati si sta imbattendo, all’alba, in ufficiale
della gloriosa Wehrmacht, la macchina militare più organizzata del
mondo.
Ma lo vede in vestaglia, spettinato, non rasato e a piedi scalzi
nell’erba.
Grottesco. Forse avrei fatto meglio a nascondermi, ma ormai è troppo
tardi.
Lui china il capo.
È proprio davanti a me, le mani sui fianchi, non il minimo accenno di
respirazione fuori controllo.
Una macchina.
Gli guardo le scarpe. Strane, mai viste prima: l’alluce separato dalle
altre quattro dita. Forse lo aiuta nella corsa, in quella meravigliosa
scioltezza di passo.
Restiamo così lunghi istanti.
Ci osserviamo.
Due continenti inesplorati.
Sorride.
Poi mi sembra voglia ripartire per il suo allenamento, ma lo fermo.
«Tu sei giapponese?»
Non capisce. Mi guarda interrogativo. Perplesso.
Ovvio, non abbiamo una parola in comune.
Riprovo.
Punto il mio indice sul suo petto e declino “Giappone” nelle poche
lingue che conosco.
«Giappone? Japon? Japan? Tu?»
Forse ha capito. Strizza gli occhi. Il suo mento ha uno scatto laterale,
un “no” muto ma deciso.
Poi gesticola un “no” anche con i due indici.
Alza le mani coi palmi verso di me, cenno di aspettare.
Io sono stupito. Lo vedo guardarsi intorno, cercare qualcosa.
Fa due passi verso la sponda del laghetto.
Il cigno si avvicina. Immagina vi sia cibo in arrivo.
L’asiatico ora si china e raccoglie dal pelo dell’acqua un sottile stecco
di legno lungo mezzo metro. Lo scuote per farlo sgocciolare.
Mi sorride.
Dove termina il prato, e appena prima del lago, inizia una striscia di
rena grigia. Umida.
L’atleta inizia a disegnare sulla sabbia con il legno. Due, poi tre, poi
quattro cerchi allungati, irregolari, vicini tra loro.
Sembra soddisfatto del disegno. Poi lo indica con lo stecco.
«Japon. Giappone.»
Gutturale ma comprensibile.
Indica se stesso e scuote di nuovo il capo in una decisissima
negazione.
Poi, a venti centimetri dai quattro cerchi, ben staccata, disegna nella
sabbia un’altra figura geometrica, una sorta di penisola frastagliata,
allungata. Annuisce.
Mi guarda e indica questa nuova figura con lo stecco. Poi punta il
legno verso il proprio petto, annuisce.
«Corea, Corea.»
Pronuncia anche altre parole sempre indicando se stesso, ma non le
colgo.
Mi guarda.
Poi indica di nuovo i cerchi allungati. Isole.
«Japan.» E scuote la testa.
«Forse ho capito, sì. Corea, non Giappone?»
Lui china il capo due volte, in rapida successione.
Ma non c’è una rappresentativa coreana a queste Olimpiadi.
Mi resta il dubbio.
Ma la Corea è parte del Giappone? Intendo, questo almeno ciò che si
vede nelle carte geografiche.
Un’informativa del ministero degli Esteri mi segnalava pochi giorni fa
di comunicare immediatamente al delegato nipponico “attività di atleti
giapponesi non in linea con l’obbedienza all’imperatore”. Forse
intendevano proprio questo. Espressione di ostinata volontà identitaria?
«Corea.»
Non so che pensare. Gli sorrido. Lui ricambia, come se i millenni di
storia che ci separano e gli oceani fisici e metaforici di memorie diverse
potessero essere colmati da questo incontro imprevisto e antelucano.
Angosciante, mi assale la sensazione che siamo due esseri umani in
procinto di essere stritolati da sistemi ostili.
Voci attorno, riprende lentamente la vita nel Villaggio.
Passi che si avvicinano.
È tempo di rientrare in casa e porre fine allo spettacolo di un ufficiale
tedesco che si aggira in pigiama per il parco.
Lui china il capo, getta lo stecco nel lago e riparte.
«Fermo, aspetta! Aspetta.»
Una domanda ancora. Lo afferro per il braccio. Lo fermo. Non so come
spiegarmi.
«Come ti chiami? La tua specialità? Qual è la tua gara?»
Stavolta davvero non può capire, o forse teme di avermi già detto
troppo. Si divincola, lo lascio andare e lo guardo allontanarsi, col suo
meraviglioso modo di correre. E con quelle sue scarpe strane, gli alluci
separati dalle altre quattro dita.
Percorre qualche metro. Poi si ferma e si volta verso di me. Dalla sua
gola suoni, fonemi regolari, ma poco comprensibili, forse il suo nome,
poi, più chiara, la sua specialità.
«Io Sohn, ma-ra-tona. Io ma-ra-tona.»
Linguaggio universale dello sport. Ho i brividi, e non credo sia l’aria
fredda dell’alba che la vestaglia non riesce a contrastare.
Si inchina e riparte.

Di nuovo passi alle mie spalle.


Un gruppo di tre atleti scende di corsa per lo stesso vialetto dal quale
il maratoneta era arrivato poco fa.
Li riconosco come asiatici, ma questi sulla canottiera bianca hanno il
disco rosso del Sol Levante, che il coreano non aveva.
Corrono fianco a fianco, hanno visi di pietra, senza espressione, e la
loro corsa è meccanica, artificiosa.
Resto immobile al centro della strada.
I tre mi passano accanto, senza degnarmi di uno sguardo.
Per evitarmi devono però uscire dalla ghiaia del viale, deviare dal loro
percorso e calpestare la striscia di rena a fianco del laghetto.
“Giappone e Corea” disegnati sulla sabbia vengono cancellati in un
istante da quei passi indifferenti, brutali. Non ne resta traccia.

Berlino, Villaggio olimpico, 1° agosto 1936. Mattino inoltrato.

Dove realmente vorrei essere in questo preciso momento?


Sull’Hindenburg.
Un passeggero o un membro dell’equipaggio, prima o seconda classe,
mozzo o capitano non farebbe alcuna differenza.
Solo il poter vivere quella sensazione unica.
Questo vorrei. O forse, ecco, forse vorrei essere un operatore alla
telecamera, uno di quelli piazzati lassù da Leni Riefenstahl, per riprese
cinematografiche uniche al mondo.
Il dirigibile sta veleggiando in queste ore sopra Berlino, punto di vista
insuperabile sulla cerimonia d’apertura e prima ancora sul trionfale
percorso della staffetta dei tedofori – che straordinaria trovata –
attraverso la città.
Fin dal loro ingresso nel centro urbano i portatori della fiaccola sono
scortati da squadre di altri giovani che li affiancano, e lungo il percorso,
già dalla periferia, sono schierate decine, forse centinaia di migliaia di
persone. Bandiere, stendardi dei reparti militari, o anche solo fazzoletti
colorati sventolati dai civili, e poi fanfare e musica da ogni angolo dalla
città.
Gioia pura.
Un fremito infinito, un brivido percorre le vene della capitale.
Nessun berlinese vuole perdersi lo spettacolo. L’ultimo di tremila
tedofori di sette nazioni.
Ma io non sono sul dirigibile. E nemmeno alla stadio. Sono nella Casa
delle Nazioni.
Alcuni atleti, quelli che già domani inizieranno a gareggiare, non
prendono parte alla cerimonia, così sono rimasto al Villaggio per loro.
Stanno a gruppetti, chiacchierano e scherzano, spesso divisi per
nazionalità. Era mio dovere rimanere. L’espressione abusata “torre di
Babele” che diventa realtà quotidiana del mio lavoro!
Ho soprattutto la grande curiosità di sperimentare quel nuovo
apparecchio elettronico che trasmette immagini da lontano.
Non so valutare se questa macchina avrà applicazioni in futuro, ma è
da lì, in piedi davanti a quella sorta di evoluzione della radio, che
seguirò la cerimonia di apertura.
Come me, molti atleti affollano la sala. Anche loro ansiosi di capire
l’efficacia di questa invenzione.
Uno degli sportivi in particolare attira la mia attenzione: lo conosco di
fama come detentore di vari record del mondo di atletica, è americano,
nero.
Cleveland Owens. Il suo nome.
Velocista e saltatore in lungo.
Sta proprio qui al mio fianco. Si guarda intorno e intravedo nei suoi
occhi una curiosità da fanciullo. La mitezza ancestrale della sua gente.
L’audio non sembra di ottima qualità, ma si percepisce comunque
l’atmosfera nello stadio. Ci sono centomila persone e negli occhi di
ciascuna si può leggere una vera commozione. Cantano tutti a
squarciagola le canzoni del regime: cantano i politici, cantano i notabili,
cantano tutti i militari come me.
Ecco l’inizio.
Un lunghissima nota di tromba, poi un’altra ancora più lunga, poi
ottoni dapprima dissonanti che ritornano all’unisono dopo qualche
battuta.
Aria di Grecia antica, anello di congiunzione fra il Reich millenario e
l’Ellade classica.
Di nuovo gli accordi dei fiati, introduzione musicale.
Maestoso, il coro sillaba a piena voce “O-lym-pia”, varie volte.
Carl aveva ragione su Richard Strauss.
Sui pennoni disposti a semicerchio nello stadio vengono issati,
lentamente, tutti i vessilli delle nazioni del mondo e, con loro, l’enorme
bandiera bianca coi cinque cerchi.
Brividi lungo la schiena.
Dopo pochi istanti di trasmissione ho la certezza che, sì, questo
apparecchio avrà un futuro: le immagini non sono nitidissime, ma
l’impressione è enorme: poter vedere ciò che succede in quel preciso
momento in un luogo molto distante.
Incredibile.
Magnifico.
Sensazione di un portentoso salto in avanti tecnologico.
Gli atleti non staccano gli occhi dagli schermi. Esclamazioni di
meraviglia.
Qualcuno è addirittura corso agli alloggi a chiamare i compagni di
squadra, perché anche loro possano vedere questo miracolo.
Ecco la Germania, la mia Germania che presenta al mondo il suo
aspetto migliore.
Solo disturba un poco il riflesso di luce dalle enormi vetrate. Dovrò
fare mettere delle tende, spesse tende di velluto.
Sono i Greci i primi a sfilare. Fra loro il primo vincitore della nuova
maratona, Spyridon Louis, indossa un meraviglioso costume tipico.
Dopo i greci un precipizio di atleti, marce, gesti simbolici, saluti e
bandiere alzate e abbassate, rispetto per il Paese ospitante ma anche
talvolta astio malcelato.
La grande politica che non può nascondersi del tutto in questa
circostanza.
Paesi amici e Paesi ostili, italiani e inglesi, ungheresi e jugoslavi.
I francesi che salutano a braccio teso fra le ovazioni del pubblico, poi i
finlandesi e i norvegesi con la loro alterigia crepuscolare, la gioia
contagiosa degli australiani che fanno sfilare la loro mascotte, un piccolo
canguro, suscitando l’ilarità affettuosa del pubblico, e poi gli inglesi.
Silenzio al loro passaggio, rispetto per l’ammirazione che il Führer ha
nei loro confronti.
Lui apprezza la determinazione britannica nell’inseguire da secoli e
senza alcuno scrupolo morale un disegno di impero mondiale. Forse una
determinazione che a noi manca.
E poi le facce degli americani, giovani come il loro Stato.
Anche loro pronti ai miei occhi a un progetto di potenza, sterminate
risorse e nessuna paura.
Hanno dentro lo stesso nostro germe, sentirsi predestinati a qualcosa
di speciale, la coscienza della propria superiorità. Il sentirsi meglio degli
altri.
Magari non da subito, ma il prossimo secolo potrebbe essere loro.
Ultimi marciano i nostri, il Paese ospitante. Deutschland über alles
intonato da centomila gole.
Perfino con l’audio leggermente distorto dell’apparecchio il nostro
inno sovrasta ogni altra musica per bellezza e solennità.
Pelle d’oca.
Il popolo della Storia siamo noi. Gli americani aspettino.
Ora il Führer si alza e si avvicina al microfono. Nella sala cala il silenzio,
come se anche gli atleti del mondo attorno a me subissero il magnetismo
del suo sguardo, del suo atteggiamento.
Lui esita quasi, poi una semplice, brevissima frase: «Dichiaro aperti gli
undicesimi Giochi olimpici dell’epoca moderna!».
Uno scandito, corale Sieg Heil si alza dalle tribune, a malapena coperto
dalle ventitré salve di cannone.
Un volo di colombe bianche liberate oscura quasi per un attimo i
nostri schermi.
La Casa delle Nazioni ora è stracolma di atleti, tutti quelli rimasti al
Villaggio sono confluiti qui. Ne sono orgoglioso.
Ecco il momento che tutti attendevano.
Il tedoforo.
L’entrata dello stadio è posta in alto e quando vi si affaccia ha il
ribollente anello dello stadio proprio sotto di lui.
Si ferma, contempla lo spettacolo. Un istante ancora, poi alza la
fiaccola.
Sentirsi addosso gli occhi di centomila spettatori.
Lo stadio vibra, freme, l’ovazione da qui è già incredibile.
Posso solo immaginare cosa si provi in questo istante allo stadio.
Ho un pensiero per il mio amico Carl. Lo immagino seduto in tribuna.
Teso ma felicissimo. È lui che ha avuto l’intuizione geniale di questa
corsa epica, la riscoperta delle più vere radici dei Giochi.
Sarà emozionato anche lui.
Il tedoforo non lo conosco.
So solo che si chiama Schilgen, Fritz Schilgen, ed è stato scelto dopo
una durissima selezione.
La bellezza della sua corsa, prima di tutto, e poi il suo apparire
assolutamente ariano, nordico.
Biondo, magro ma non segaligno. Non troppo alto.
Proporzioni perfette.
Ora scende rapidamente gli scalini. Percorre un mezzo giro di pista.
Poi senza fermarsi inizia l’ultima fatica, sale con passi leggeri e uguali, la
mascella in avanti, la schiena dritta, la testa alta, gli occhi fissi davanti a
sé, procede lungo l’infinita scalinata che porta al braciere. Istanti
lunghissimi.
È arrivato in cima adesso.
Cala il silenzio sullo stadio. Irreale.
Schilgen prima alza il braccio destro come a mostrare a tutto il mondo
la torcia, poi la stende verso il tripode.
Ecco la fiamma.
Gli atleti intorno a me si lasciano andare a un applauso quasi
liberatorio. Sono davvero iniziati i Giochi, adesso.
Mi trovo anch’io a battere le mani, quasi senza pensarci. Al fianco di
Jesse Owens.
Lo sento ripetere, ad alta voce, con la sua voce profonda ma con il
candore di un ragazzino: «Bellissima questa radio con le immagini,
bellissima!».

Berlino, stadio olimpico, 3 agosto 1936. Mattino.

Tribuna delle autorità. Appena pochi metri sopra di me il palco del


Führer.
Una visuale perfetta.
Il posto al mio fianco è vuoto. Ci sarebbe dovuta essere mia moglie qui
oggi, con me, ma ha preferito non venire.
La crepa nel nostro matrimonio si allarga.
Dalla tribuna centrale dove siedo l’urlo preparatorio dello starter si
sente perfettamente.
Amplificato, stentoreo sopra il brusio della folla.
L’uomo indossa un vistoso abito chiaro, cravatta e un enorme
cappellaccio bianco, è impossibile non notarlo. Il braccio destro con la
pistola è già alzato.
Sbraita a gola piena. Sa di essere protagonista quasi quanto gli atleti.
Anche lui fa parte dello spettacolo.
«Pronti?»
Cala il silenzio sullo stadio. Tutti pendono dalle sue labbra.
«Attenti!»
Anche gli spettatori intorno trattengono il fiato.
Sparo.
L’eco della pistolettata si propaga a onde verso le tribune.
La curva opposta lo percepisce solo istanti dopo, quando gli atleti sono
già scattati da qualche momento.
I muscoli dei centometristi esplodono fuori dai blocchi di partenza.
La prima semifinale. Mulinello di braccia e di gambe.
Urlo in crescendo degli spettatori, che si sono alzati di slancio.
Anch’io sono balzato in piedi, automaticamente. Gridando quasi senza
volerlo, euforico.
Incredibilmente, per un istante, la mia attenzione viene deviata da un
inatteso movimento sul campo di gara: scosse dal colpo, intimorite,
alcune colombe si sono levate in volo dall’erba dello stadio.
Breve battito d’ali, verso l’alto, poi tornano da dove sono partite.
Abitano quell’erba dal giorno dell’inaugurazione, quando vennero
liberate a centinaia dopo che il Führer ebbe dichiarato aperti i Giochi.
Attenzione di nuovo alla pista.
La folla sta impazzendo.
Sembrano eterni i dieci secondi, inseguendo con lo sguardo
l’incredibile cavalcata di Owens.
Un boato, l’urlo si liquefa in applauso. La tensione si scioglie.
L’atleta americano ha spezzato col busto proteso il filo rosso
dell’arrivo, le ultime falcate sono automatiche, senza più spinta, senza
più energia.
Owens ovviamente davanti a tutti, non guardo neppure che tempo
abbia fatto, negli ultimi metri ha passeggiato, addirittura rallentato.
Incredibile.
Duecentomila occhi addosso.
E ovazioni quando è stato presentato al pubblico. Credo che nemmeno
lui si aspettasse questa accoglienza.

«Pronti?»
«Attenti!»
Sparo.
Altra volata, altra corsa, altre braccia alzate a esultare.
Gioia, entusiasmo intorno, sorrisi e commenti ad alta voce.
Io invece non riesco a evitare di collegare questa procedura così
necessaria all’agonismo a quella militare, angosciante e così simile, che
precedeva l’ordine di assalto.
Mi accade ogni volta.
È più forte di me.

Galizia, fronte orientale, marzo 1917.

Usciamo dai rifugi. Orecchie ancora otturate dalle esplosioni del nostro fuoco
di sbarramento.
I russi rispondono con la loro artiglieria.
Nevischio grigio si solleva a ogni colpo.
La testa mi gira, ma sto bene, non sono ferito.
Guardo il capitano. Mi urla qualcosa che non capisco, parole coperte dal
tuono di un obice che esplode poco lontano. Poi lui alza la pistola. Io faccio
lo stesso.
È il momento dell’attacco.
Baionetta inastata, i miei Landser si addossano l’uno all’altro a ridosso
delle scalette di legno per uscire dalla trincea.
Ultimo sorso di cognac.
Ultimo pensiero a casa.
Ultimo segno di croce.
Non ci sono atei in trincea.
Aspettano l’ordine di assalto.
Il mio ordine.
Sarò io a mandarli a morire.
E nonostante questo mi guardano, fiduciosi. E a me si spezza il cuore.
Pronti? Alzo la pistola.
Urla di incitamento e paura.
Proprio ai miei piedi, un fante non vuole o forse non riesce ad alzarsi.
Ha ceduto. Sta seduto per terra, la testa fra le mani.
Ha buttato il fucile e urla come un animale, un agnello sacrificale.
Intuisco nel rumore un grido primordiale: semplicemente chiama sua
madre.
Un sottufficiale lo scuote prendendolo per le braccia.
Vista l’inutilità degli sforzi estrae la baionetta e gliela punta alla gola.
Ancora urla. Bestemmie.
«Basta! basta!»
Ecco il bengala.
Pronti!
Attenti!
Sparo in aria.
Segnale per andare al macello.

Berlino, stadio olimpico, 3 agosto 1936. Mezzogiorno.

Ma perché oggi, almeno oggi, non riesco a scacciare questi pensieri di


morte?
Una giornata allo stadio. La più bella delle gare, la più emozionante,
concentrata in dieci secondi di forza, coraggio e talento.
I cento metri.
Ecco ai blocchi i velocisti della seconda semifinale.
Li guardo a uno a uno mentre si schierano per la presentazione.
Sono atleti eccezionali.
Sento anch’io salire l’agitazione per la gara, ed è una sensazione
bellissima, copre per un momento la palude di angoscia che mi sta
facendo affogare in queste ore.
Onnipresenti gli americani, fortissimi in atletica leggera.
C’è Metcalfe, accreditato del miglior tempo in batteria.
L’olandese Osendarp, che ha già corso in dieci e cinque e potrebbe
andare a medaglia, ma soprattutto c’è il nostro Borchmeyer.
Quando viene presentato e saluta il pubblico a braccio teso sento
intorno a me mormorii di soddisfazione, incitamenti.
Anch’io spero che faccia bene, che vinca, ovvio. Siamo tedeschi,
dopotutto.
Ma per me la grandezza delle Olimpiadi, dello spirito che si respira in
questo ovale di passioni, sta proprio nell’ammirare il gesto, l’essenza
dello sport, oltre il meschino confine di una nazionalità, di uno stemma
sulla maglietta. Di una bandiera che si alza.
Ecco che arriva il turno di Metcalfe. Da alcuni settori dello stadio
partono applausi molto calorosi, da altri forse più freddi, di cortesia,
gelida ma pur sempre sportiva cortesia.
Invece d’un tratto, a pochi passi da me, distinto sopra il battimani e gli
incitamenti, qualcuno bercia: «Nigger!».
Un urlo. Il suono della “i” allungato, strascicato, la “erre” che sfuma e
ammutolisce quasi in una “a”, l’accento tedesco è marcato, ma l’insulto è
strillato in inglese, forse con la speranza, la stupida volontà che l’atleta,
laggiù, sul campo possa sentirlo. Due file sotto di me siede Baldur von
Schirach coi suoi collaboratori.
L’urlo è partito da quel gruppetto, ridono là intorno, trovano il
termine divertente.
Di nuovo: «Nigger!».
Risate e commenti. Baldur von Schirach. Ha dieci anni meno di me ed
è già il comandante della Hitlerjugend.
Lo starter ha alzato la pistola. Di nuovo vive i suoi personalissimi
istanti di gloria.
La seconda semifinale.
«Pronti?»
«Attenti!»
Sparo.
Metcalfe vince la semifinale e questa volta ci sono solo applausi per
lui, anche se il sostegno dei centomila è stato tutto per il nostro Erich
Borchmeyer, terzo con dieci secondi e sette decimi e comunque
qualificato per la grande finale.
Ma c’è tempo, sarà nel pomeriggio.

Mentre scendo gli scalini verso la caffetteria incontro von Blomberg, sta
risalendo verso le tribune, e non mi degna di uno sguardo. Lo ricambio.
Il ristorante dello stadio è pieno di fumo, ogni nazionalità è
rappresentata.
I giornalisti scrivono a matita sui loro taccuini gli appunti delle gare o
qualche acuminata osservazione sulla pesantezza della gastronomia
tedesca.
Cameriere con scollature generose girano attorno, portando sopra la
testa piatti colmi di würstel fumanti, crauti.
Di nuovo vedo von Schirach.
Sta in piedi accanto al bancone, attorniato da altri ufficiali.
Probabilmente, fra loro, anche quello dell’insulto a Metcalfe.
Sigari, risate, boccali di birra, schiuma bianca oltre l’orlo dei bicchieri.
Baldur von Schirach.
Nelle foto accanto a Hitler sembrava più alto.
Di cosa sta parlando con quei generali? Mi piacerebbe saperlo, mi
avvicino per sentire.
«… È una questione ancestrale. Di pura, bruta forza fisica: trovo
francamente vergognoso, umiliante per loro, che gli americani si
facciano rappresentare alle nostre Olimpiadi da così tanti atleti negri.
Dicevo al Führer proprio ieri, che anche se dovessero vincere qualche
medaglia, dipenderebbe certamente dalla resistenza alla fatica che gli
africani hanno sviluppato nei millenni, per sopravvivere alla brutale
lotta nelle giungle…»
Ordino anche io qualcosa.
8

Berlino, prato dello stadio olimpico, 3 agosto 1936. Pomeriggio.

«Ehi amico! Che me ne faccio di questo foglietto, me lo vuoi spiegare?»


Il ragazzo con la divisa bianca degli ausiliari dei Giochi mi guarda
insistente, spalanca gli occhi azzurri e seguita a tenermi il pezzo di carta
sotto il naso. E io continuo a chiedergli chiarimenti.
«Fra cinque minuti parte la finale dei cento metri, non ho tempo, lo
capisci?»
Lui, massimo quattordici anni ma già alto come me, replica sicuro,
sfrontato, tutto compreso del suo ruolo. Il ciuffo biondo che quasi gli
copre gli occhi e la nuca rasata. Il suo inglese è meccanico, gutturale ma
comprensibile.
Tutti questi ragazzini parlano la mia lingua. Incredibile. Tutti!
«Devo consegnarlo a lei, è importante.»
Decido di accontentarlo, afferro il rettangolino rosa e butto un occhio
sulle quattro righe nere stampate. Tutto in tedesco, ovviamente. Glielo
restituisco, cercando di essere meno sgarbato di quanto la situazione
richiederebbe.
«Non capisco la tua lingua, che significa? Puoi tradurre?»
Intorno il pubblico si sta pian piano scaldando: dalle tribune salgono
cori e applausi, la visione di questo gigantesco anello, stracolmo di
spettatori, è straordinaria. Fra poco scatta la finale dei cento, uno dei
momenti più entusiasmanti di ogni Olimpiade e i miei lettori si
aspettano una cronaca dettagliata, stimolante. Non posso perdere tempo
con questo giovane nazi! Dovrei iniziare a pensare al mio articolo.
Già ho visto i primi atleti salire dalle scalette degli spogliatoi. Accolti
da un’ovazione!
Un’ovazione.
E per chi? Per tutti, certo, ma principalmente per lui, per Jesse Owens.
Sarà difficile spiegare ai miei lettori in America quest’atmosfera. È tutto
così diverso dalle attese, non eravamo preparati a questa accoglienza.
Pensavamo che per gli atleti di colore vi sarebbero stati fischi o, nella
migliore delle ipotesi, il gelo delle tribune. Invece, entusiasmo. Dovrei
scrivere la verità ai miei lettori? Come la prenderebbero se raccontassi
loro che conosco una moltitudine di stadi e di impianti sportivi negli
Stati Uniti nei quali i giovani neri verrebbero accolti decisamente
peggio, o magari nemmeno potrebbero gareggiare? Già, come
reagirebbero leggendo queste informazioni sul giornale del mattino,
mentre bevono caffè e si ingozzano di donuts?
Ma questa è un’altra storia. Adesso devo capire cosa vuole da me
questo piccolo nibelungo.
Lo guardo, interrogativo.
Lui traduce a memoria il testo del foglietto, ne ha già consegnati di
identici, forse a decine.
«È un biglietto da parte di Frau Riefenstahl. Scrive che lei deve
immediatamente allontanarsi di qui, sta impallando la telecamera per le
riprese del film. Altrimenti…»
«Frau Riefenstahl? La regista? Altrimenti, cosa?»
«Altrimenti… arriva la polizia.»
«La polizia? Ma scherziamo? Ho la finale dei cento metri da
commentare, amico, e questa benedetta telecamera, dove sarebbe?»
Mi giro su me stesso varie volte, cercando ovunque intorno, ma non la
trovo. Poi guardo in basso e finalmente la vedo. Interrata quasi, una
trincea fra il bordo della pista dove sono io e la pedana del salto in lungo
alle mie spalle, con l’operatore seminascosto a sua volta. Quando vede
che l’ho individuato, questi alza la mano e mi saluta, cordiale. Intravedo
addirittura, sul fondo della buca, dei binari. Immagino faranno scorrere
la telecamera nella stessa direzione degli sprinter. Io sono sul prato ed
effettivamente impedisco una visuale perfetta. Saranno riprese
incredibili, bisogna ammetterlo, ma che modi la signora Riefenstahl!
“Altrimenti… arriva la polizia…”
Ho sentito favoleggiare di riprese subacquee, di sessanta telecamere a
disposizione di Frau Leni perché possa piazzarle dove vuole, quando
vuole, anche sulla piattaforma dei tuffi. Ne ha fatta di strada, l’exdiva
del muto. Dicono sia tecnicamente impossibile innamorarsi di lei, a
meno che non piaccia un tipo di bellezza femminile primigenia, terrea,
dominante. Quel tipo di bellezza che gli uomini non riescono a
descrivere, sanno solo subire; quel tipo di bellezza che permette a una
donna di non dirtele, le cose, ma di lasciartele indovinare; quel tipo di
bellezza che…
«Dale, anche tu qui giù, sulla pista? Ma le gare non si vedono meglio
dalla tribuna stampa?»
A proposito di bellezza. Una voce femminile dietro di me. Sento un
tocco leggero sulla spalla e mi volto.
La bionda che mi saluta affabilmente non riesco a chiamarla collega.
Ma un piccolo vantaggio nell’incontrarla adesso c’è: a quest’ora del
pomeriggio, quantomeno, è piuttosto sobria.
«Eleanor! Allora, come è la vita del corrispondente? Complicata, eh!
Che dice mister Hearst?»
Non risponde, sembra concentrata su quello che vuole fare. Mi scosta
con la destra e si avvicina alla linea di partenza.
«Lasciami lavorare!» mi risponde ridendo.
«Come lavorare? Cosa hai in mente?»
Mentre le parlo mi allontano di qualche passo, per evitare le ire di
Frau Riefenstahl e un contatto ravvicinato, e piuttosto sgradito, con le
forze dell’ordine teutoniche.
Tutti gli atleti sono saliti nel frattempo dagli spogliatoi e stanno
facendo qualche semplice esercizio di riscaldamento davanti ai blocchi
di partenza, prima della presentazione al pubblico.
Finalmente Eleanor mi rivela le sue intenzioni: «Voglio intervistare
Jesse».
«Ma come intervistare? Eleanor, mancano cinque minuti al via!»
«E allora?»
«Non dirai seriamente! Come pensi che possa rilasciare interviste
proprio ora?»
«Che ci giochiamo?»
Per carità, mai scommettere con una così: sulla nave ha ripulito tutti i
colleghi che l’avevano sfidata ai dadi.
E infatti.
Eleanor si avvicina al nostro atleta e iniziano a parlare. Lui non solo
non la respinge ma, per quello che colgo da questa distanza, risponde
affabilmente alle domande, anzi, si intrattiene volentieri.
Scena ancor più incredibile: gli altri concorrenti della finale stanno
facendo a gara per stringergli la mano, appena prima della partenza!
Ammissione di inferiorità, consapevolezza che sarà un grande onore
uscire battuti da un atleta del genere. Solo alle Olimpiadi possono
accadere queste cose, è l’aria che si respira.
Faccio altri passi verso di loro e, sopra il brusio dello stadio, riesco a
sentire l’ultima domanda, banale, ma non potrebbe essere diversamente,
dell’intervista improvvisata di Eleanor.
«Ma come fai a correre così?»
«Coach Riley ai tempi della High School mi disse: “Devi immaginare di
stare correndo alla massima velocità, su coperchi di stufe bollenti. Per
non scottarti devi appoggiare l’avampiede e starci il meno possibile su
quella superficie e passare, sia mentalmente che fisicamente, all’atto
successivo. Corri così”. Sai, Eleanor: non l’ho mai dimenticato.»
Ho la netta sensazione che Eleanor Holm non sia nemmeno stata a
sentirlo, che stia semplicemente ai suoi piedi, perduta, e lo stia
guardando come un semidio; e forse lo è, un semidio.
Lo starter chiama gli atleti ai blocchi di partenza. Eleanor lo prende in
giro.
«Ma come è conciato quel tipo?»
In effetti l’abbigliamento dell’uomo che darà il via alla finale è
folcloristico: un giaccone bianco di due taglie troppo grande e un
cappellaccio da gangster. Gli atleti si inginocchiano ai loro posti.
«Ho letto che si chiama Franz Miller, ed è perfetto per Jesse…»
«In che senso?»
Silenzio nello stadio. Anche io abbasso la voce, istintivamente.
«Più che un uomo è un metronomo. L’ideale per Owens che in
partenza non è mai tra i primi. Con lui passa sempre lo stesso intervallo
di tempo tra un comando e l’altro: sempre cinque secondi. Prova a
contare!»
Eccoli ai blocchi di partenza.
Arriva stentorea e amplificata la voce del “gangster”: «Auf die Plätze!».
Eleanor conta a bassa voce.
«Uno, due, tre, quattro…»
«Fertig?»
«Uno, due tre, quattro…»
Mille pensieri nelle frazioni di secondo che separano dal via.
Il colpo dello starter.
Owens esce dai blocchi. Come dovrei descrivere ai lettori questa
partenza? Queste sue prime falcate?
“Ehi, guardatelo, corre come se fosse inseguito da Belzebù.”
Eccola, la frase più calzante per descrivere la corsa di James Cleveland
Owens!
No, non è mia, non esce nemmeno dalla penna di qualche grande
giornalista, o celebre scrittore. No. In realtà la bofonchiava spesso mio
nonno, allungato sul dondolo nella veranda della nostra casa di Decatur,
Alabama, sputando tabacco, guardando il mare di erba all’orizzonte e
noi bimbi correre attorno, sull’aia, mentre il cane abbaiava.
“Corre come se fosse inseguito da Belzebù.”
Ai cinquanta metri è già in testa. Solo Metcalfe regge ancora per
qualche metro, ma Jesse, semplicemente, non è battibile, succhia l’aria
fuori dallo stadio, tiene in ostaggio centomila respiri e duecentomila
occhi. L’ovazione diventa un boato e lui se la gode tutta.
Dietro Owens arriva Metcalfe. Il terzo mi pare un europeo, forse
olandese, controllerò poi, “per dovere di cronaca”, come si dice. In
questo momento mi interessa poco.
Mi preme solo di rivedere fra breve Old Glory, la nostra vecchia
bandiera, brillare altre due volte sul podio di questo stadio, durante la
premiazione, e di risentire le note di Stars and stripes.
Trionfo americano e sconfitta dei nazionalsocialisti. Il nostro “destino
manifesto” di dominio, il nostro “eccezionalismo” che si realizza anche
in campo sportivo.
Un’idea. E se iniziassi l’articolo titolando: “Owens uno, Hitler zero”?
Ai lettori piacerebbe moltissimo!
Ma quell’ovazione spontanea del pubblico al nostro atleta resterà nella
mia memoria. Devo capire meglio questo Paese.
Anche Eleanor batte le mani, felicissima: «Avevi ragione sullo starter,
cinque secondi di intervallo, ogni volta».
La tensione nello stadio olimpico si è sciolta, altre gare stanno per
iniziare.
“Owens uno, Hitler zero”? Perché no? Sto prendendo nota sul
taccuino. Ah, il terzo era davvero un olandese, tale Osendarp. Ha finito
con dieci e cinque, neanche malissimo per essere europeo.
Eleanor mi si avvicina. Mi guarda piegando la testa: «Senti, Dale,
dovrei chiederti una cortesia: non è magari che mi scriveresti
venticinque o trenta righe da mandare al mio giornale su questa gara? Ti
prego, tu ci sai fare, io non ho grande esperienza e Hearst se le aspetta
per stasera. Me le fai recapitare in albergo?».
Cerco di limitare il mio sarcasmo, ma senza grande successo: «Ah, per
stasera, in albergo? Ma guarda che è strano. Il padrone dei giornali, oh!,
ho detto “dei giornali”, Eleanor, si aspetta un articolo dalla propria
corrispondente per la finale olimpica dei cento metri».
«Ti prego…»
Si può dire di no a Eleanor Horn, quando ti chiede una cosa con quel
tono di voce, con quegli occhi già quasi pieni di lacrime, finte, ovvio, le
labbra rosse e tremanti e quella sensazione perenne che ti stia prendendo
in giro?
No, non si può.
Stati Uniti: sono un grande Paese, o cosa?
9

Berlino, Villaggio olimpico, 4 agosto 1936. Mattino.

Lo incontro al refettorio della grande Casa delle Nazioni.


Oggi, per la prima volta, proprio nel giorno della sua gara.
Lotta greco-romana.
Sta facendo colazione.
È seduto da solo. Ovvio.
La circolare dei servizi di sicurezza che invitava gli atleti
nazionalsocialisti ad astenersi dal frequentare Werner Seelenbinder
funziona.
Funziona bene.
Probabilmente nemmeno sarebbe servita: a tenerlo isolato come un
cane idrofobo bastano e avanzano le immagini finite su tutti i giornali
della sua premiazione ai campionati tedeschi di lotta, qualche mese fa:
in una foresta pietrificata di entusiastiche braccia protese nel saluto
nazionale, lui, il campione, sul gradino più alto del podio, con tutti gli
occhi addosso, teneva le proprie ostentatamente dietro la schiena.
E sorrideva. Sfrontato.

Finora avevo visto di lui soltanto fotografie e sporadiche immagini di


cinegiornali.
Dal vivo è un atleta impressionante.
Una massa di muscoli e un viso da bimbo.
Piccolo significativo gesto di ribellione: nel refettorio non indossa la
tuta bianca con la croce uncinata sul petto che usano gli altri atleti
tedeschi nel tempo libero.
Ha una semplice maglia verde scuro del suo club, l’Unione Sportiva
Berlinese.
Maniche rimboccate, a scoprire i bicipiti.
Capelli tirati indietro, la fronte alta, il naso affilato.
Gli occhi due pozze di innocenza consapevole. Determinata.
Come cambiano le cose.
Probabilmente solo poche settimane fa neanch’io avrei apprezzato la
compagnia di questo comunista dichiaratamente, orgogliosamente
sovversivo, che ha già assaggiato per qualche settimana il carcere della
Gestapo.
Oggi qualcosa è cambiato.
Il mio è un gesto istintivo, non ci ho pensato troppo.
Sto cercando un posto dove sedermi a fare colazione, passo accanto al
suo tavolo e mi trovo a rivolgergli la parola.
«Posso sedermi al suo tavolo, Herr Seelenbinder?»
Prevale la cortesia sullo stupore. Mezzo sorriso. Mezzo.
«Si accomodi, capitano Fürstner.»
La pioggia picchia di traverso sulle grandi finestre del salone.
Ritmici scrosci.
Gocce tracciano percorsi veloci e irregolari scendendo lungo i vetri.
L’estate di Berlino.
Sono le otto di mattina ma il cielo è talmente grigio che le luci del
refettorio sono accese.
I camerieri si affannano attorno ai tavoli.
Profumo di caffè e pane tostato, uova e pancetta.
Brusio di giovani voci nella sala. Risate.
Ma appena siedo al tavolo di Seelenbinder mi sembra cali il silenzio.
Sento gli sguardi degli altri atleti intorno premere quasi sulla mia
nuca.
Il lottatore non parla, non mi guarda in faccia.
Per lui sono soltanto una divisa.
Semplicemente un’uniforme che rappresenta quanto di più odioso vi
possa essere su questa terra.
Ostentatamente, prosegue a spalmare burro sulla sua fetta di pane.
Senza guardarmi.
Mi rendo conto che sto facendo una pessima figura, così, impacciato, a
corto di argomenti.
Resisto alla tentazione di accendermi una sigaretta, tanto per fare
qualcosa.
È lui a rompere il ghiaccio.
Voce pacata, grande educazione. Il tono umile ma sicuro di uno
cresciuto in una famiglia di lavoratori. Pane duro e allenamento. Alza lo
sguardo.
«Viene a vedere la mia gara, oggi?»
Rispondo banalmente: «No, mi dispiace, ho molto da fare qui al
Villaggio».
Lui smette per un attimo di imburrare il suo Kornspitz.
Si chiede certamente perché mi sia seduto di fronte a lui.
Sorride.
«Non abbiamo niente in comune, io e lei. Francamente, non so cosa
potrebbe volere lei da me. Qui e oggi. E io nulla ho da chiedere a lei. Se
non la cortesia di essere lasciato in pace. Ciò che volevate sapere su di
me lo sapete già. Avete i vostri metodi, per questo.»
Addenta il pane e mastica con vigore. Gli occhi che ridono. Sa di avere
vita facile con quelli come me.
In fondo ha ragione. Forse dovrei alzarmi e andarmene.
Meglio per me, meglio per lui.
Ma sarei in imbarazzo verso tutti gli atleti che stanno osservando la
scena.
E poi, soprattutto, una strana sensazione mi trattiene.
Forse invece qualcosa in comune l’abbiamo: siamo due sconfitti.
Le nostre due Germanie, così diverse, entrambe perdenti, entrambe
spazzate via.
Ecco perché sono seduto qui, con lui, in silenzio. Senza risposte.
A togliermi per qualche istante dall’imbarazzo provvede un cameriere
che si avvicina.
Porta un vassoio di metallo con una brocca bianca. Mi fissa.
Noto la sua barba malfatta. La giacca chiara stazzonata.
In altri tempi lo avrei aspramente rimproverato davanti a tutti per
quella trascuratezza.
Forse addirittura lo avrei punito. Giorni di consegna. Multa.
«Caffè, signor capitano?»
«Sì. Grazie, nero.»
Una strana, quasi comica goffaggine nei suoi gesti.
«Niente latte?»
Mentre appoggia sul tavolo la brocca noto l’anello di ferro al suo
mignolo.
Svastica nera su smalto rosso.
«No, ma mi porti cortesemente un bicchiere d’acqua.»
Il cameriere mi guarda di nuovo, annuisce chinando il capo.
Poi rialza la testa, squadra me e Seelenbinder e io capisco.
Costui arriva direttamente da Prinz Albrechtstrasse, dal quartier
generale della Gestapo.
Basta vedere l’impaccio col quale regge il vassoio per notare che non
esce da una scuola alberghiera.
Quando se ne va, Seelenbinder mi guarda intensamente.
Sono certo che ha indovinato i miei pensieri.
Nella sua condizione, deve avere l’occhio allenato agli spioni.
La sua voce ora con un tono più morbido. La sua franchezza
disarmante.
«Perché è restato al suo posto? Non sarebbe stato più semplice
andarsene?»
Non rispondo.
Dal giorno della mia destituzione, mai nessuno, nemmeno fra i miei
amici più cari, o i commilitoni più vicini, mi aveva posto la questione.
Anzi, forse nemmeno io l’avevo posta a me stesso.
Per paura della risposta. Immagino.
Insiste. Mi fa un’altra domanda: «Lei che ricordi ha della sua scuola?».
Non capisco dove voglia arrivare, poi celiando: «Orribili ovviamente!
Ma a scuola ero bravo. E lei?».
Non mi risponde ma imita la cadenza di qualche stagionato professore
di storia della sua adolescenza.
«Battaglia di Maxen?»
Non capisco la domanda. Mi sembra francamente assurda.
«Cosa intende?»
Lui insiste ancora con la voce nasale di un vecchio docente prussiano.
«Battaglia di Maxen, allievo Fürstner, mi dica la data, suvvia, la data,
la prego…»
Ora capisco il gioco.
Sorrido e scuoto la testa.
Ma la data mi arriva, in automatico, sulle labbra.
Senza pensarci.
Ripescata da una vertigine di anni. Da notti di studio e letture.
«20 novembre 1759.»
«Battaglia di Königgratz?»
«3 luglio 1866.»
«Bravo allievo Fürstner. Ha studiato. Battaglia di Sedan?»
«Sedan… Sedan… 1° settembre 1870.»
Degli automi. Ecco cosa intendeva. Ci hanno educato a questo.
A colpi di bacchetta sul dorso delle mani.
Fra noi un’inesplicabile, improvvisa confidenza.
Gli altri atleti hanno smesso di osservarci, molti si sono alzati e si
dirigono agli allenamenti o agli autobus che li conducono allo stadio.
Ho finito il caffè.
Mi accendo con calma una sigaretta.
Il cameriere piomba tra noi, servile, portando un posacenere.
Mi sembra persino di cogliere la sua tensione nel cercare di cogliere
qualche frase dai nostri discorsi. Io aspetto che si allontani prima di
parlare. Tiro una lunga boccata.
«Capisco cosa intende, Seelenbinder, ma non basta, non intendevo
questo. Per me è una questione più ampia, è…»
Il senso del dovere.
Ma non riesco a spiegarglielo.
Difficile. Non è solo una parola.
Dovere.
Per me è uno stato mentale.
Di più: una malattia del sangue.
Un microbo pericoloso che nella nostra terra viene inalato dai polmoni
sin dall’infanzia.
Quest’aria l’ho sentita sorgere dai campanili di Königsberg.
Dai tetti verdi di rame della mia Posen.
Dalle mura rosse di Marienburg.
Provenire dalle spiagge sabbiose della Pomerania.
Dai boschi di Tannenberg.
Uscire dalle acque tranquille e dai mulinelli del Niemen e arrivare fino
ai campi del Brandeburgo.
Il dovere. Quello che si deve fare.
Per Dio, per la Patria, per l’imperatore, per la famiglia.
È per questo che sono rimasto al mio posto.
Antropologicamente impossibilitato a ribellarmi a un’autorità
costituita.
Aspiro forte dalla sigaretta e guardo il mio interlocutore.
«Il senso del dovere.»
Adesso è lui che resta in silenzio. Medita.
«Arma a doppio taglio.»
Annuisco.
Ha terminato la sua colazione.
«Venga a vedere la mia gara oggi, capitano Fürstner. Le farò vivere
qualcosa di indimenticabile, ne parleranno i giornali di tutto il
mondo…»
È la voce che gira su di lui. L’avevo già sentita settimane fa, in un’altra
vita.
Dal podio, dove certamente salirà, essendo il più forte di tutti,
rivolgerà al Führer un gesto di assoluto, totale, irriverente e persino
volgare disprezzo.
Sarebbe la sua fine.
Non subito.
Ovvio. Troppa gente a Berlino, troppi giornalisti, troppi diplomatici.
Ma non la passerebbe liscia.
Lo vedo alzarsi. Mi gira le spalle e si avvia verso l’uscita del refettorio.
Io resto seduto al tavolo, ma devo dirgli assolutamente ancora
qualcosa.
Sento che devo. Lo chiamo ad alta voce: «Herr Seelenbinder!».
Si gira e mi guarda con gli occhi che ridono. Incoscienza, follia o
straordinario, sovrumano coraggio?
Mi prende ancora in giro.
«Battaglia di Peipus?»
Scuoto il capo.
«Ah, ma lì le prendemmo di santa ragione dai russi.»
«Oggi sono i sovietici… e la Storia si ripeterà.»
Mi guarda strafottente. Ma non riesco a essere in alcun modo irritato
con lui.
Quello che devo dirgli.
«Non faccia nulla di ciò che ha in mente, quelli non scherzano.»
«Ha detto “quelli”? Vuol dire che siamo dalla stessa parte?»
Quello che non riesco a dirgli.
No.
No amico mio. Non siamo dalla stessa parte ma non vorrei saperti
nelle mani di “quelli”.
Capisce che non risponderò, così continua lui.
«Lei avrebbe dato la vita per la sua Germania?».
Davanti agli occhi, di nuovo, i boschi della Slesia, il fango di Verdun.
Le paludi dei laghi Masuri. O la strada che portava a Caporetto.
Sì. Lo avrei fatto.
Non gli rispondo. Sento le sue ultime parole.
«5 aprile 1242.»
«Prego?»
«La battaglia del lago Peipus, il 5 di aprile 1242.»
Esce a testa alta. Le spalle larghe, passo da atleta vero, sembra un
semidio greco. Una spanna sopra tutti.
Io resto seduto. Guardo il fondo del mio caffè.
Piove sempre. Di traverso. Ancor più forte se possibile.
Nell’angolo del salone, fermo, in piedi, le spalle alla parete, noto il
cameriere trascurato che ancora mi fissa.
Riferisca ciò che vuole ai suoi padroni, oggi non me ne importa più.

Berlino, Villaggio olimpico, 6 agosto 1936.

La staffetta tedesca quattro per cento.


Si allenano sulla pista del Villaggio.
Scatti, ripetute, potenziamento: una splendida atmosfera di agonismo.
Un volo scomposto di rondini annuncia la sera in arrivo. Il vento
rinfresca sferzando a strappi le betulle.
La giornata è stata calda. Ora però il clima è ideale.
Si rincorrono le voci degli atleti.
Li osservo da lontano.
Seguire questi meravigliosi gesti di sport mi toglie qualche tensione
dalla testa.
Mi aiuta a sopravvivere al peso immane di questi giorni.
I nostri corridori sono davvero uno spettacolo di forza, equilibrio e
tenacia.
Adesso provano la corsa completa, a chiusura dell’allenamento. Come
fosse la gara.
Il loro allenatore fischia.
Il primo frazionista esplode dai blocchi.
È Borchmeyer, quello con la partenza migliore.
È arrivato quinto nella finale dei cento, ma dietro a Owens e Metcalfe.
L’ho visto allo stadio.
Macchinoso forse, ma la sua uscita dai blocchi è una deflagrazione.
Poi gestisce al meglio la vertigine della curva.
Ultime falcate a spingere molto con le spalle, passa il testimone a
Gillmeister.
Cambio perfetto.
Gillmeister, partendo lanciato, va sempre sotto i dieci secondi.
Tocca al terzo, a Hornberger.
Mi colpisce la frequenza dei passi, il rimbombo regolare che fanno le
scarpette percuotendo la pista si espande fino ai confini del Villaggio,
un’eco ripetuta.
Entusiasmante per chi come me sia da sempre appassionato.
L’allenatore, in piedi al centro dell’anello, lo incita chiamandolo per
nome e battendo le mani. Il corridore ondeggia forse troppo in curva,
perde sicuramente qualche decimo, ma il testimone scivola sicuro nella
presa ferrea delle dita del quarto atleta.
L’ultimo frazionista è quello che corre meglio. Il più armonico, il più
potente. Non è altissimo ma è un blocco compatto di muscoli. Scolpito
nel marmo.
Domani dovrà gestire gli ultimi cento metri e portare un’altra
medaglia alla Germania.
Non appena il corridore si avvicina all’arrivo mi muovo verso la pista,
sempre tenendo gli occhi fissi su di lui.
Anche se concentrato sulla corsa, mi nota e quasi rallenta, gli ultimi
passi in scioltezza ma sempre velocissimi.
Dal centro del campo l’allenatore, a voce alta, quasi sarcastico:
«Quarantuno e tre, signori, possiamo fare meglio. Dobbiamo fare
meglio».
Giusto che non sia contento, fa parte del gioco.
Guarda il cronometro. Schiaccia qualche tasto del suo orologio, poi
annuncia: «Quindici minuti di pausa, quindici minuti. Sciogliere i
muscoli, forza!».
Il quarto frazionista è piegato in due per lo sforzo, prende fiato, non
riesce ancora a parlare.
Io mi avvicino. Gli appoggio una mano sulla schiena.
«Tenente Leichum!»
Sempre restando piegato con le mani sui fianchi, alza appena la testa.
Mi guarda. Mi sorride.
Lo conosco da quando era un cadetto dell’accademia militare.
Segnalato come atleta molto promettente.
Lo avevo seguito, consigliato. Ero stato anche il suo allenatore per
qualche mese.
Lo avevo inserito da subito nel gruppo sportivo dell’esercito.
Si vedeva immediatamente che aveva qualcosa più di tutti gli altri.
E infatti due anni fa ha vinto in Italia il campionato europeo di salto in
lungo. Straordinaria medaglia d’oro.
E corre anche la staffetta. Un campione vero.
Ora ha recuperato. Si raddrizza e mi allunga la destra. Ci stringiamo la
mano.
«Sarei venuto a cercarla io, capitano Fürstner. Ci tenevo troppo a
salutarla.»
«Lo so.»
Adesso si siede nell’erba. Alza le ginocchia tenendo le piante dei piedi
a terra e scioglie la muscolatura delle gambe.
Raccolgo dal prato la giacca bianca della sua tuta e gliel’appoggio
sulle spalle.
Ci parliamo senza guardarci.
«Sta bene, signor capitano?»
«Sì. Grazie, Wilhelm. Bene.»
Si può pronunciare una frase e rendersi conto che il proprio
interlocutore ha perfettamente compreso che non è la verità? Questo ciò
che percepisco nel suo silenzio.
Poi: «Mi dispiace per quello che le è accaduto, io per lei avrò sempre
una enorme stima. Se sono qui è grazie a lei, signor capitano».
«Lascia perdere. Saresti arrivato in cima comunque, tu sei nato per
l’atletica.»
Le rondini impazziscono nel cielo che inizia a scolorarsi verso oriente.
«Sa cosa mi piaceva molto di quel periodo nel gruppo sportivo delle
forze armate? Tutti sapevamo, perfettamente, il motivo della nostra
presenza lì. Poco a che vedere con lo sport. Volevamo recuperare il
tempo perduto per le sanzioni che ci avevano indeboliti, ricreare un
embrione di esercito. Una classe di ufficiali combattivi. Ci venne fatto
capire in vari modi. Ma con lei era diverso, lei dava molta importanza
allo sport, ai risultati, ai tempi, alle prestazioni. Ci credeva davvero. È
questo che mi è sempre piaciuto, capitano Fürstner, lei amava davvero
l’atletica leggera.»
Riaffiorano tantissimi ricordi di quei mesi. Un’altra vita.
«La amo ancora, Wilhelm, amo lo sport, nonostante tutto. Certe
passioni non si dimenticano, anche se si è costretti a trascurarle.»
Lui vorrebbe aggiungere qualcosa. Forse chiedermi come davvero mi
sento. Poi preferisce raccontarmi della sua gara.
«I miei primi salti di ieri, due nulli oltre gli otto metri!»
«L’ho letto. Peccato. Succede, a questi livelli di agonismo.»
Lui scuote la testa, sorride amaro.
«Non è stato casuale. Me lo aspettavo, purtroppo. Ero nervoso. Ho
rinunciato a una sicura medaglia personale nel lungo per far vincere
questa staffetta. Ultimamente mi sono allenato quasi solo sulla velocità.
Ho trascurato la preparazione per la rincorsa.»
«Sacrificio per la Patria, obbedienza, tenente. Virtù militare tedesca. Il
destino di ogni soldato.»
La voce mi è uscita stonata. Retorica. Falsa. Per fortuna lui non ha
fatto caso alle mie parole. Per un attimo aveva smesso di ascoltarmi. La
sua attenzione deviata altrove.
«Ecco chi vincerà anche la staffetta…»
Indica col mento, senza alzarsi da terra, due atleti che stanno
giungendo alla pista di atletica. Attorno a loro si muove un codazzo
multicolore di altri sportivi e giornalisti o semplici appassionati. Molti
fotografi.
Quei due, dal giorno della gara di salto in lungo, si muovono al centro
dell’universo. Ognuno vuole incontrarli, stringer loro la mano. O almeno
vederli da vicino.
James Cleveland Owens e Carl Lutz Long. Un americano e un tedesco.
Oro e argento nel salto in lungo.
Diventati amici sull’erba dello stadio. Amici e famosi.
A Leichum quei due hanno portato via una medaglia, ma nelle sue
parole sento solo ammirazione.
Nessun grado di invidia o di astio.
«Ha sentito? Pare che Lutz Long abbia aiutato Owens a qualificarsi!
Sembra gli abbia indicato il punto esatto dove staccare! Sarebbe tipico di
Lutz! Generoso con tutti. E così si è giocato l’oro.»
Leichum è troppo signorile per dirmi che se Long ha perso l’oro per
quel gesto di sportività, lui non ha vinto il bronzo. Cerco di consolarlo,
ma immagino non ve ne sia bisogno.
«Un gran gesto, comunque. Da vero sportivo germanico!»
«Lutz potevo batterlo. L’ho battuto spesso, lei lo sa. Forse lo batterò
ancora. Ma Owens no. Imprendibile. Anche nel salto. Ha visto come
stacca? E come corre?»
Annuisco.
«Ero allo stadio per la finale dei cento. Mai visto niente del genere in
venti anni che seguo l’atletica leggera.»
«È vero!»
Leichum sembra entusiasta. La sua descrizione della corsa del rivale è
bellissima, immaginifica. Lo ha osservato bene, con una competenza che
supera ogni rivalità sportiva. A fine carriera diventerà un grande
allenatore, ne sono certo.
«E ha fatto ancora meglio nelle batterie. Io ero proprio al bordo della
pista. Indimenticabile. Ha stabilito un record del mondo non
riconosciuto per il vento. Quell’americano è perfetto. Impeccabile. Tiene
equilibratissimo il bacino e ogni volta che il suo piede tocca la pista
riprende forza, come se dalla terra stessa uscisse energia. È
sovrannaturale. Non si può imparare a correre così. O lo hai dentro di te,
nei tuoi muscoli, nei tuoi tendini, oppure…»
Cerco di fargli coraggio.
«Ma Owens non corre la staffetta, corrono gli altri, per cui…»
Non mi lascia terminare la frase.
«Certo che corre. Non ha sentito? Stoller e Glickman sono stati esclusi
dalla squadra. Gli americani fanno partire Owens e poi Metcalfe. Quei
due bianchi sono fuori.»
Sono stupito.
«E come lo sai?».
Leichum si alza. Si sfrega le mani per togliere i fili d’erba che gli sono
rimasti fra le dita. Ora intorno a lui stanno arrivando a uno a uno i suoi
compagni, l’allenatore e altri membri della nostra squadra. Lui si asciuga
la testa con una salvietta che gli ha passato il massaggiatore e seguita a
raccontare.
«Stamane un giornalista americano è venuto a chiedere al nostro
allenatore se era vero ciò che si diceva, che avremmo schierato nuovi
velocisti, atleti che non avevano partecipato alle gare fino a ora.
Ovviamente era un’invenzione, volevano solo una scusa per cambiare la
loro staffetta…»
«Ma perché?»
Leichum si rende conto di avere toccato un tasto scabroso con me.
Smette di parlare. Mi guarda. Vorrebbe cambiare discorso. Si passa una
mano fra i capelli neri.
È uno dei nuovi arrivati che risponde, forse un medico, o un dirigente
della squadra.
Bofonchia una mezza frase con un lampo di cattiveria negli occhi
azzurri, ingranditi da spesse lenti cerchiate d’oro.
«Perché anche gli americani non amano i giudei!»
Intorno una risatina generale. Solo Wilhelm non ride. Cerca di
nascondere l’imbarazzo.
Una stilettata per me, ma mi faccio forza. Provo troppo affetto per
questo ragazzo, per questo meraviglioso atleta che ho visto crescere. Non
voglio lasciarlo in quella situazione. Cerco di sviare il discorso.
«Allora sarà dura per noi. Be’, però ai campionati europei fra due anni
Owens non ci dovrebbe essere! O no?»
Altra risata degli atleti attorno.
Quello che ha pronunciato la dura frase sugli ebrei guarda ora verso la
pista. Carl Ludwig “Lutz” Long e Jesse Owens stanno inanellando giri di
corsa. Ora sono proprio vicini al nostro gruppo. Trotterellano piano,
parlottando fra loro. Un bianco ariano e un negro americano. Tuta
bianca con svastica nera e tuta azzurro cielo con scritta U.S.A., fianco a
fianco. L’immagine non piace per nulla al dirigente. Si leva gli occhiali
con la montatura d’oro e inizia a ripulire le lenti con un fazzoletto. Non
apre bocca, stavolta. Ma i suoi occhi esprimono un disprezzo infinito per
quell’amicizia, incomprensibile ai suoi occhi. Inimmaginabile. Fosse un
qualche picchiatore del Partito, prodotto del Lumpenproletariat*
berlinese, probabilmente sputerebbe per terra, vedendoli passare.
L’allenatore fischia.
«I quindici minuti sono passati. Forza, si ricomincia!»

***

L’allenamento è finito, ora.


Leichum si avvia verso gli spogliatoi. Lo accompagno. Mi piace
quest’atmosfera, ricordo di anni sereni.
Camminiamo vicini.
Tre enormi querce, di sicuro pluricentenarie, vegliano su questa parte
del Villaggio e ne delimitano i confini. Immagino siano lì da prima di
Federico il Grande.
Wilhelm le indica. La sua voce piana: «Dietro la casa dei miei genitori
c’è un prato che sale fino all’argine di un torrente. Lei ha presente la
piccola quercia che durante la premiazione regalano ai vincitori,
affinché, piantandole in giro per il mondo, si diffonda l’ideale olimpico?
Ecco, io sognavo di piantare la mia proprio su quell’argine, in modo che
fra cento anni qualcuno ancora si ricordasse di me. La mia quercia da
olimpionico».
Ride amaro e cambia discorso: «Si sa già dove saranno i prossimi
Europei?».
«Vienna o Parigi, ancora non è deciso. Ma tu devi puntare anche alle
Olimpiadi in Giappone, nel ’40. Avrai solo ventinove anni, sarai nel
momento migliore della tua carriera, sia come gambe che come testa.»
Mi comporto come fossi ancora il suo allenatore e la cosa, in fondo, mi
piace moltissimo.
Lui si ferma e guarda lontano, la linea di betulle che delimita il
Villaggio.
«Il 1940, le Olimpiadi di Tokyo. Suona strano. Irreale. Lei non crede ci
sarà una guerra, prima di allora?»
Lontano, verso la città, rosseggia il tramonto. Il vento si è calmato,
come il volo delle rondini. La luce della sera diventa liquida, senza più
ombre.
«Non so, Wilhelm. Perché lo chiedi?»
Si guarda intorno, inquieto.
«Hanno richiamato due miei amici, uno aveva iniziato a fare atletica
con me. Ora è pilota di caccia. Stanno da qualche giorno qui, a
Döberitz.»
Indica col mento in direzione della caserma adiacente al Villaggio.
Sono stupito, non ne sapevo nulla.
«Una cinquantina di piloti e meccanici, tutti dell’aeronautica.»
Lui guarda per terra. Consapevole di farmi una confidenza importante.
«Operazione coperta, girano in borghese per la caserma, ufficialmente
è un ritrovo di agenti di viaggio! Ma il mio amico ha visto le divise che
gli hanno preparato, senza mostrine, estive. E poi gli hanno consegnato
chinino contro la malaria…»
«Malaria? Addirittura! E dove li mandano?»
«Nessuno glielo ha detto, qualcuno sussurra Marocco. Ma nella
dotazione per gli ufficiali hanno messo un dizionario tedesco-spagnolo. Il
nome che circola fra loro è “Legione Condor”.»
Spagna. Andiamo davvero in guerra, allora, anche se non
ufficialmente. È solo il primo passo.
Il conto alla rovescia è iniziato.
Leichum mi osserva, si attende una risposta da me. Qualcosa che lo
conforti. Ma poi rompe lui il silenzio. Il suo tono è consapevole ma non
triste, forse rassegnato.
«Se succederà ci andremo. Come ci hanno insegnato. Questo è certo.
Anche io e lei, quando verrà il nostro turno…»
Lo interrompo.
«Wilhelm, il mio turno non verrà più. Mai più.»
«Ma cosa dice capitano?»
«La decisione è stata presa, quelli come me non servono più. Mi
butteranno fuori. L’esercito era tutta la mia vita, ed è la seconda volta
che mi succede…»
«Non possono farle questo!»
Cerco di sostenere il suo sguardo, ma è difficile. La voce mi si strozza
in gola, fatica a uscire, dolore vero, rabbia repressa. Non riesco a
continuare.
Lui lo coglie perfettamente. Fa un gesto, plateale, inaspettato.
Leichum si mette sugli attenti e mi saluta militarmente, al di fuori da
ogni protocollo, pur senza divisa e con quella tenuta da gara così poco
marziale.
La sua destra che trema sul bordo di una immaginaria visiera del
berretto.
Di saluti militari nella mia vita ne ho ricevuti moltissimi, infiniti.
In ogni circostanza.
In situazioni drammatiche o gioiose.
Al suono di fanfare o al sibilo delle granate.
Festeggiando qualcosa, ascoltando l’inno nazionale o salutando la
bandiera.
Partendo per il fronte o tornandovi.
Sulle tombe scavate di fresco per dei camerati, o mentre ricevevo
decorazioni.
Ma mai, mai avevo visto una tale fierezza nello sguardo di un
commilitone che mi salutava.
Sbatto i tacchi, anche la mia mano alla visiera.
Qui, all’ombra delle querce di Olimpia.
Non lo dimenticherò questo gesto, Wilhelm Leichum.
* Sottoproletariato.
10

Berlino, caffè di Marlene, 6 agosto 1936. Notte.

Francamente, non si può dire che il fascino di questo locale anche solo si
avvicini a quello del Cotton Club sulla 48esima o all’atmosfera del 55
bar del Village.
Per carità. No, davvero, nemmeno lontanamente paragonabile, pur
con tutta la buona volontà.
Tanto per cominciare per via dei musicisti: il sassofonista sembra
imbalsamato e alla batteria siede un rosso con due avambracci da pugile
e nessun senso del ritmo.
Be’, ma per forza, sono tedeschi, non è che si potesse pretendere di
più. Il pianista è già meglio; vediamo come sarà la cantante, ma le
premesse non mi paiono esaltanti, forse sono arrivato fin qui alla
estrema periferia di Berlino per nulla. Girano anche voci che non sia
proprio privo di rischi venire in questo posto. Il regime non ama questa
musica, anche se durante i Giochi mi raccontano che la vigilanza sia
molto allentata.
Ma è troppa la voglia di sentire un po’ di jazz dopo tutte le marcette
militari che ci siamo sorbiti in questi primi giorni. In ogni angolo una
fanfara. Sembra di vivere a West Point!
«Cosa prende?»
La barista è carina, molto professionale, mi piacciono gli orecchini così
vistosi e, soprattutto, il modo ambiguo in cui mi guarda.
Inizio a scrutare oltre il suo caschetto di capelli corvini, la lunga
parata di bottiglie di liquore lungo lo specchio dietro il banco. Non trovo
quello che cerco e allora chiedo, senza molte speranze di essere esaudito:
«Bourbon?».
Lei annuisce convinta e sfila da sotto il bancone una bottiglia del mio
preferito. Non mi sembra vero!
«Per i nostri ospiti americani, quelli davvero speciali. Ghiaccio?»
Dalle sue labbra rosse esce un inglese scolastico ma efficace. E per la
verità, ora che la guardo meglio, anche quello che si intuisce sotto la sua
camicetta bianca mi sembrerebbe piuttosto efficace.
«Che domande! Cinque cubetti.» Apro le dita della mano, gliela piazzo
davanti al naso e le sorrido.
Lei ricambia, afferra una pinza argentea con le mani diafane, le unghie
laccate di viola.
Inizia a contare i cubetti facendoli cadere nel bicchiere.
«One, two…»
E io devo ammettere a me stesso che, no, d’accordo, non sarà come al
Greenwich ma per essere in Europa, la musica non è così male come mi
sembrava appena sono entrato.
Dai tavolini in fondo alla sala, oltre la cortina di fumo che galleggia
sulle teste dei clienti, sento risate e un accento familiare. Aria di casa.
Intravedo nella penombra una ragazza vistosa, con un elegante abito
bianco senza spalline, a piedi scalzi, sta ballando in equilibrio su un
tavolino. Attorno a lei avventori entusiasti battono le mani. I musicisti
sul piccolo palco, poco più di una pedana con due gradini sopraelevati,
apprezzano e moltiplicano gli sforzi per un almeno passabile quattro
quarti. Quei clienti sono americani, di sicuro. Anzi, dall’accento direi
compatrioti del profondo Sud. Getto un’ultima occhiata cercando
inutilmente complicità con la barista, lascio sul banco un paio di monete
da venti centesimi di Reichsmark – ancora non ho ben capito come
funziona il cambio col dollaro, ma mi sembra tutto molto caro – poi
prendo il bicchiere e mi dirigo verso il fondo del locale.
Camminando nel bar affollato, colpisco inavvertitamente col gomito la
nuca di un cliente seduto a un tavolo.
«Mi scusi!»
Gira la testa verso di me. Sembra irritato. Incrocio il suo sguardo.
«Glenn, Cristo santo, che ci fai alle undici di sera ancora in giro, hai la
gara fra due giorni!»
Lui spalanca gli occhi. Poi si alza e mi abbraccia. Mi sovrasta di tutta
una testa. Un gigante.
«Dale Warren, gran figlio di puttana!»
«Sempre gentile!»
«Che piacere vederti, vecchio mio!»
Glenn Morris, il nostro miglior specialista del decathlon, medaglia
sicura per gli Stati Uniti. Un atleta incredibile. Lo conosco da una vita,
ho seguito tutta la sua carriera, fin dagli inizi, quando ancora non sapeva
a che specialità dedicarsi. Ho raccontato le sue vittorie. I professori di
educazione fisica di tutto l’Ovest se lo contendevano a suon di borse di
studio. Era troppo bravo in ogni sport, in ogni cosa, perfino a vendere
auto alle signore del Colorado, possibilmente vedove, ma non solo.
«Siedi con noi!» Afferra una sedia e la fa strisciare fino al suo tavolo.
«Come… noi? Chi c’è con te? Qualche altro atleta che a quest’ora
dovrebbe essere al Villaggio olimpico a dormire?»
Con la sua faccia da attore di Hollywood indica davanti a sé, divertito,
la ragazza che fa acrobazie saltando da un tavolo all’altro. Ma certo!
Come ho potuto non riconoscerla subito? La mia “collega” giornalista. La
stella del nuoto che non partecipa alle gare. Eleanor! Sta animando la
serata a modo suo, direi. E con buoni risultati. Adesso si è lanciata dal
tavolino e due clienti la prendono mentre è ancora in volo, poggiandola
poi a terra. Grandi risate e vassoi con altri bicchieri pieni in arrivo.
Mi siedo accanto a lui.
«Che si racconta al Villaggio? Quante medaglie farai vincere ancora
agli States?»
«Cosa vuoi che ti dica, Dale? È come un sogno. Basti questo: Hitler mi
ha invitato al suo palco.»
Deve leggere incredulità nei miei occhi, perché insiste.
«Ti assicuro, è tutto così incredibile qui. La Riefenstahl che mi offre
Coca-Cola, vera Coca-Cola, e poi mi fa vedere un suo film e poi…»
«Fermati, Glenn! Sono un giornalista. Tutto quello che dici potrà
essere usato contro di te!»
Scoppia a ridere. «Non è come credi!»
Si versa da bere e prosegue a descrivere il suo sogno a occhi aperti.
«Ho firmato più autografi qui in un giorno che in tutta la mia vita in
Colorado.»
«Il decathlon è amatissimo in Germania, più che da noi.»
«Dev’essere così.»
La musica in sottofondo non migliora, in compenso Eleanor è sempre
più l’attrazione della serata. Beve da due bicchieri contemporaneamente,
suscitando l’ilarità dei suoi accompagnatori.
«Sai chi ha voluto un mio autografo? Non ci crederai: Max Schmeling.
Quello che ha pestato Joe Louis. Gli ho detto: “Max, sono io che devo
chiedere un autografo a te…”, ma lui insisteva.»
Scuote il testone e beve un sorso.
Me lo ricordo benissimo: la sfida dei massimi. Scrissi io l’articolo
sull’incontro. Quattro colonne di spalla in prima per una delle pagine più
umilianti dello sport americano.
Glenn, a modo suo, ci fa prendere una discreta rivincita.
Anche il mio bicchiere si è svuotato, nel frattempo.
Adesso Eleanor cammina verso di noi, mi vede e sorride. È solo una
mia sensazione o barcolla?
«Hi Dale, come stai? Vieni qui, Buddy, non ti ho ancora ringraziato
come si deve per il bellissimo articolo che mi hai mandato sui cento
metri…»
Mi stampa un bacio sulle labbra che mi lascia senza fiato. Poi si infila
la scarpa destra, dopo averla pescata sotto il tavolino.
«Sai che Hearst mi ha fatto i complimenti per il pezzo?»
«È stato un piacere. Si vede che è uno competente.»
Si versa da bere e inizia a cercare anche la scarpa sinistra, senza molto
successo.
«Vieni a vedere il basket domani?»
«Certo. Perché me lo chiedi? Ti serve un altro articolo?»
«Why not!»
«Eleanor, qualche volta sei prevedibile!»
Lei vorrebbe ribattere, ma rimane interdetta dall’improvviso silenzio.
La cantante sta salendo sul palco e il pubblico si calma.
Attacca Midnight with the Stars and You, canzone che adoro. La voce è
da grande artista.
Persino Eleanor sembra colpita, o forse ha terminato le energie ed è
semplicemente accasciata sulla poltrona.
Altre quattro, cinque canzoni, un medley di successi, poi una pausa. La
ragazza scende dalla pedana, fra gli applausi. Battimani convinti: ha
talento da vendere, ma a mio avviso poca scuola per gestire questo tipo
di canzoni, e ancor meno esperienza. Non viene spalleggiata
adeguatamente dalla band, nel complesso, però, il risultato è più che
accettabile.
«Ancora un giro ragazzi: offro io.»
Eleanor non molla un colpo.
E Glenn Morris a rispondere. Col linguaggio da pokerista.
«No, io passo, grazie, bellissima serata, ma ora devo proprio andare.»
Si alza.
Anche io ho sentito abbastanza: «Ti accompagno».
«Vieni a vedere le mie gare, Dale?»
«Naturalmente, Glenn, è sempre bello vederti competere.»
Non risponde, ma so che gli interessa la mia opinione.
Eleanor ci segue. Scalza, le scarpe in mano.
«Ehi, dove state andando ragazzi, è ancora presto…»
Ci avviamo verso l’uscita del locale e costeggiamo il banco. Vorrei
rivedere la barista e magari scambiare due parole, ma sembra
indaffarata. Sta servendo liquore verde a un avventore ben vestito, che si
tiene la testa fra le mani, appoggiato al banco. Eleanor è al mio fianco e
mi dà di gomito, parla sottovoce, e mi rendo conto da come arrota la
lingua che la sua serata ha già carburato in maniera decisa. Niente di
realmente nuovo per lei.
«Guarda chi c’è! Il nazi ebreo.»
«Come il nazi ebreo? Eleanor, per favore, sei ubriaca.»
«È il nazi ebreo ti dico, quello lì, in piedi al banco. Il comandante del
Villaggio olimpico, anzi l’ex comandante, lo hanno cacciato perché è
ebreo, anzi mezzo ebreo. Sarà stato per ordine del nostro nazista, di
mister Avery “Siegheil” Brundage!»
Il nome lo ha quasi urlato. Qualche cliente si è girato incuriosito.
«Parla piano!»
«È vero o no, Glenn? Non è sempre al Villaggio quel Kraut?»
Lui annuisce. Sta ancora ridendo per il soprannome che Eleanor ha
affibbiato al presidente del Comitato olimpico americano, che qualche
simpatia per i nazi l’ha effettivamente già dimostrata.
Avery “Siegheil” Brundage! Buona questa. Me la devo segnare.
Vuoi vedere che Eleanor ha pure un qualche talento giornalistico!
Il personaggio che mi ha indicato è davvero misterioso, non sembra
essere a proprio agio in questo locale, resta in piedi, rigido, solo le mani
si muovono nervose lungo il bicchiere.
Ha l’espressione tesa, anche in borghese e in questa situazione
tutt’altro che marziale il suo atteggiamento è inconfondibilmente quello
di un militare. Mi sa che Eleanor ha ragione. Deve essere proprio il
comandante, anzi, l’ex-comandante del Villaggio. La cantante adesso gli
si avvicina. Gli parla. È un cliente abituale? Situazione strana, obliqua.
Quell’uomo, in qualche modo, mi interessa.
Inizia a rispondere alla jazzista, sembra un torrente in piena ora. Lei
gli accarezza il viso. Peccato non capire una parola. Gli passo proprio a
fianco, lui alza gli occhi verso di me, incrocio il suo sguardo e mi
inquieta.
Intervistarlo, ecco. Confesso, mi piacerebbe provare a intervistarlo. Il
mio intuito di giornalista mi dice che quel soldato ha una storia
interessante, una sua storia. Lui mi potrebbe fare capire molto di questa
Germania, oltre le quinte e gli orpelli dello show hitleriano che vediamo
ogni giorno negli stadi e lungo i viali. Intervistarlo. Perché no? Magari ci
provo.
«Eleanor, tu sai magari anche come si chiama quell’ufficiale?»
Lei, la voce dei giorni migliori, mastica le sillabe.
«Qualcosa tipo “Fürst-ner”.»
11

Berlino, 6 agosto 1936. Sera.

«Mi ha cercato, signor capitano?»


Alzo la testa dalle mie scartoffie. Il rapporto giornaliero sul consumo
di cibi e bevande, i permessi da firmare per l’entrata nel Villaggio degli
autocarri con i rifornimenti.
Nulla di più.
Ecco a cosa serve un vicecomandante.
Osservo questo giovane ufficiale dalla mia scrivania. Lui sugli attenti, i
piedi perpendicolari alla soglia.
«Sì, Joachim, mi servono le chiavi della Adler.»
È stupito. Mi squadra sorpreso, poi prevale la disciplina. Lui pure è
frutto di mille anni di educazione prussiana.
«Le porto immediatamente.»
«Grazie.»
Saluta ed esce. Ha resistito alla tentazione di chiedermi dove voglio
andare e, soprattutto, perché da solo, senza di lui, senza il mio autista,
che mi accompagna praticamente sempre.

***

Sensazione di libertà che non provavo da tempo. Il rombo ruvido dei


quattro cilindri mi rilassa.
Guido a braccia tese, stendo i gomiti e spingo sul gas lungo le strade di
questa deserta periferia.
Il traffico del centro alle mie spalle, così come i ponti sulla Sprea.
Lichtenberg la mia meta. Quartiere operaio di Berlino, zona di
cooperative e fabbriche, luogo insolito per un locale.
Spero di rivedere quella ragazza. La cantante. Marlene. Agnieszka,
anzi.
Dal finestrino abbassato l’aria tiepida di questa notte.
Sembra tutto a posto, ma i pensieri non si fermano.
Eccola.
Improvvisa. Una sorta di fitta al costato preannuncia una tempesta di
interrogativi nella mia testa.
Ma perché ci vado?
Cosa mi spinge lì?
Che razza di lurida marcia nel fango è diventata la mia esistenza?
Il mio onore? Che fine ha fatto il mio onore?
Per un istante vedo tutto nero. Ma che sto facendo?
No.
Non posso.
Il solo fatto di volerci andare, in quel bar, in quella zona malfamata,
sarebbe già un tradire mia moglie, la mia Patria.
Alla fine, sarebbe ingannare me stesso, quello che sono stato per
quarant’anni. Orgogliosamente.
Devo tornare indietro.
Subito.
Senza alternative.
Un’occhiata allo specchietto retrovisore, stridono i freni.
Le gomme si bloccano.
Tutto troppo in fretta. Troppo violentemente. L’asfalto si inclina
all’improvviso verso destra.
Il volante gira a vuoto, le mani cercano disperatamente di
controsterzare.
Inutile.
L’auto del tutto fuori controllo si mette di traverso e si ferma
esattamente sulla mezzeria.
Il cuore del motore ha cessato provvisoriamente di battere.
Non sono un bravo autista.
Perlomeno la strada è deserta. Nessuno in giro.
Tachicardia. Respiro a fondo un paio di volte.
Tutto bene. Solo un attimo di paura.
I fari della Adler ora sciabolano fasci di luce lungo uno dei casermoni
di edilizia popolare che costeggiano la via, una vetrina polverosa, tipico
modesto negozio di questa periferia triste.
Un piccolo manifesto bianco, grigio anzi, pare incollato al vetro da
molti mesi, storto.
Poche parole in grassetto attirano la mia attenzione. Una frase
leggibile già da questa distanza: Kauft nicht bei Juden!
Alla periferia della città la cosmesi imposta dal Governo, la ripulitura
di ogni singolo indizio che potesse far risalire all’atmosfera reale della
Germania degli ultimi mesi non ha funzionato così bene come nel centro
della capitale, frequentato dagli ospiti stranieri dei Giochi.
Qui è rimasta qualche scoria.
Sulla vetrina di questo negozietto, per esempio, si può ancora leggere
benissimo: “Non comprate dagli ebrei!”
La mia Patria ha partorito questo messaggio, lo ha approvato, lo ha
stampato, distribuito, incollato.
In milioni di esemplari.
Ogni angolo di Germania ne è tappezzato.
La Germania, il Paese al quale ho dato tutto. La terra dei miei avi, del
medico David Karl, padre di mio padre.
Non l’ho mai visto, non sapevo nulla di lui e delle sue origini, a parte
la professione.
Magari esercitava proprio in un quartiere così. Popolare, povera gente,
una vita di lavoro.
Posso capire ora quale sarebbe stato il suo incredulo malessere se i
suoi pazienti, di punto in bianco, dopo anni, avessero smesso di andare a
farsi visitare da lui.
Perché era ebreo.
Inimmaginabile.
Eppure oggi assurdità simili avvengono e continuano ad avvenire, ogni
giorno di più.
«Ehi, sei impazzito?»
Un urlo improvviso nella notte. Mi scuoto: un passante con un enorme
cane al guinzaglio mi sta guardando dal marciapiede. Borbotta qualcosa
all’animale e si picchia l’indice sulla tempia apostrofandomi.
Un volo di insetti avvolge il lampione che sfarfalla sopra di lui.
«Non hai visto il cartello? Trenta all’ora, tratto pericoloso!»
No. Non ho visto il cartello. Forse è uno di quei triangoli biancorossi,
umorismo macabro a buon mercato, che riportano: “Curva pericolosa.
Trenta all’ora per gli ariani, settanta all’ora per gli ebrei…”.
L’uomo fa due passi verso il centro della strada, si avvicina al
finestrino abbassato.
Paonazzo, i capelli bianchi incollati alla fronte.
«Sei scemo? Togliti di lì.»
Anche il cane adesso abbaia. Aggressivo. Latrati gli escono incalzanti
dalla gola, stretta in un collare di ferro dalle mille punte.
Unico suono in questa periferia desolata.
Quel vecchio non ha tutti i torti. Ma l’espressione del suo viso lo
tradisce: non credo gli importi che io mi possa ferire, o fare del male a
qualcuno tenendo la macchina in questa posizione insidiosa.
No, non è questo il suo problema.
È l’anarchia che lo urta, lo disturba: lo sfrontato automobilista che a
bordo di un’elegante e veloce macchina infrange ogni regola. E se ne sta
in mezzo alla strada.
Questo lo fa imbestialire.
L’assenza di ordine. Il mancato rispetto delle regole.
E se una delle regole dice: “Non comprate dagli ebrei!” ebbene, lui
non comprerà, questo è certo.
Vorrei rispondergli, ma lampeggiano fari in lontananza. Arriva
un’autovettura e io sono esattamente di traverso. Il berlinese mi lancia
ancora un paio di insulti e si allontana a passi rapidi, recuperando il
marciapiede e continuando a dare ordini perentori al cane.
Avvio il motore. Ingrano la retromarcia e mi rimetto in carreggiata.
L’auto ora è più vicina e lampeggia: un colpo di clacson.
Dentro la prima.
Niente più dubbi, adesso.
Proseguo per Lichtenberg.

***
Il caffè è proprio all’imbocco di Orloppstrasse. L’insegna gialla
lampeggia un The last swinging Thule. Che razza di nome! Ovvio non lo
avessi afferrato quando Marlene l’ha urlato dal tram.
Una serie di finestre al pianterreno di un edificio popolare dalle quali
filtra una luce azzurrina.
Esattamente di fronte al palazzo delle Cooperative.
Passo oltre e parcheggio in una strada defilata, non voglio che la
vettura con targa del ministero della Guerra susciti qualche curiosità di
troppo.
Tre scalini per arrivare alla porta. Rimbombo leggero da sotto la
soglia, un ritmo trascinante, sfumato.
Eccomi nel locale: un lungo budello, un corridoio quasi, affollato di
avventori, al termine del quale lo spazio si allarga e lascia intravedere
un palco, poco più di una pedana rialzata.
Nessuno fa caso alla mia entrata. Tutti guardano verso i musicisti.
Nel corridoio si allunga un bancone di legno scuro, vetro e metallo,
dietro il quale, bicchieri bottiglie e cubetti di ghiaccio, armeggia una
giovanissima barista. Aria piena di fumo, rumore di fondo: risate e un
leggero swing dal trio sul palco.
Intravedo proprio sotto la pedana una figura, una donna, in piedi su
un tavolino, ha un abito chiaro e si dimena suscitando l’ilarità degli
avventori. Accenti anglosassoni. Comportamento da primitivi, immagino
abituale per loro. Cowboy.
Mi avvicino al banco. La barista mi guarda.
«Mi scusi, cercavo la signorina Agnieszka.»
Alza un sopracciglio. Le labbra rosso vivo. Sguardo gonfio di
sarcasmo, non devo sembrarle il cliente tipo: il mio portamento da
borghese non è esattamente adatto all’ambiente.
Quando sono in abiti civili persino la mia voce suona diversa dal
solito.
«Qui non c’è nessuno con quel nome.»
Indugio un istante. Forse dovrei andarmene. Quella cantante mi ha
preso in giro? Aumenta il mio disagio. Ancora un tentativo.
«Mi ha detto che canta in questo locale.»
Non termino la frase, ora ricordo: ma certo. Il nome d’arte!
«Marlene, si chiama Marlene?»
Abbozza un sorriso.
«Ah, Marlene, quella sì, la conosco. Ora si sta cambiando nei camerini.
Fra poco inizia. Bevi qualcosa, intanto?»
Accendo una sigaretta, più per abitudine che per vero desiderio di
fumo.
Indico una bottiglia dal liquore verde, senza etichetta. Appoggiata sul
bancone, in mezzo alle altre e tuttavia in una strana evidenza, ai miei
occhi, almeno.
«È quello che credo?»
Lei mi guarda intenta. Interrogativa.
«Tu cosa credi?»
Non mi lascia rispondere.
Lo sta già versando attraverso il cucchiaio colmo di zucchero.
La conosco bene questa facile via di fuga.
Antidoto ai nostri incubi peggiori, annidato nelle retrovie di ogni
guerra: l’assenzio.
Noi, sventurati lotofagi da trincea.
Non l’ho più toccato da allora. Forse è la serata giusta. Pensavo ne
fosse proibita la vendita, ma questo locale è una sorta di zona franca.
Il trambusto attorno al palco scema all’improvviso. Tutti gli occhi
puntati sul cono di luce abbagliante che incornicia la nuova apparizione:
ecco Marlene. La trovo differente, quasi irriconoscibile così truccata.
Semplicemente diversa, ma ugualmente splendida: sì.
Inizia la canzone, aveva ragione a dire di non aspettarmi Richard
Wagner.
E adesso davvero ho capito cosa intendeva: Agnieszka è rimasta a
Oswiecim.
Solo Marlene qui, da oggi e per sempre.
Le prime frasi e le prime note che le sgorgano dalle labbra sono di una
bellezza disarmante. Midnight with the Stars and You, mondo che mi
resterà sempre precluso, ma stasera almeno sono qui.
Mi giro con la schiena verso il banco, un’altra sigaretta, per godermi il
resto del concerto.

Potevo sperare tanto? Mi ha notato e al termine dell’esibizione scende


dal palchetto, gli applausi la accompagnano ma lei si avvicina al
bancone dove mi trovo, non guarda intorno, guarda solo me, almeno,
credo guardi solo me.
Eccola.
«Hai trovato la strada, Wolfgang?»
«Avevi ragione. Non era Wagner».
Finalmente sono riuscito a farla sorridere.
Lei guarda la barista, un cenno di intesa e quella le riempie un lungo
calice di cristallo.
Ora la ragazza dalle labbra rosse mi guarda interrogativa. Annuisco e
inizia a versarmi il secondo bicchiere.
Allungo l’accendino verso le dita di Marlene che stringono una
sigaretta.
Improvvisamente mi sento osservato.
Come se punture di spillo mi trafiggessero la nuca.
Volto la testa. In effetti, tre clienti, a pochi passi di distanza, mi stanno
fissando.
Due uomini e una donna. Lei è la ragazza sguaiata che ballava sui
tavolini.
Dev’essere ubriaca perché sbraita e cammina a piedi scalzi tenendo i
sandali per il cinturino, con due dita.
Uno dei suoi accompagnatori ha un volto noto: è Glenn Morris, l’atleta
americano che dovrebbe dominare il decathlon, anche perché il nostro
Heinrich Sievert, il primatista del mondo, ha un ginocchio infortunato.
L’ho già incontrato varie volte al Villaggio.
Faccia volgare da comparsa di Hollywood.
Le due del mattino e lui va in giro per locali. Bel modo di prepararsi
alla gara.
Il terzo invece non l’ho mai visto ed è quello che mi sta guardando in
modo più insistente. Capelli neri e grandi occhi scuri. Indagatori. Una
luce diversa nel suo viso rispetto alla palese ottusità dei suoi due
compagni. Ora si sono resi conto che li ho notati e distolgono lo sguardo.
Ma il terzo indugia ancora una frazione di secondo con i suoi occhi
penetranti su di me.
Per un attimo sembra voglia parlarmi, invece tira dritto. Non importa.
Mi tuffo ancora negli occhi di Marlene.
Abbiamo tanto da dirci.

Berlino, aeroporto Tempelhof, 7 agosto 1936.


Rombo di eliche sopra di noi.
Con un’ora di ritardo sta atterrando il volo Lufthansa da Roma,
organizzato direttamente dal nostro ministero degli Esteri.
Attendiamo una delegazione di alti funzionari e politici italiani.
Arrivano con qualche giorno di ritardo sull’inizio dei Giochi. Quando gli
hanno comunicato la variazione del programma e la necessità di ricevere
questi illustri ospiti, von Gilsa ha masticato amaro, ma ha deciso che
saremmo andati ad accoglierli in pompa magna.
Adesso è qui, in piedi al mio fianco, sbatte i piedi.
Percuote con un bastone da passeggio la sua destra guantata.
Nervosissimo per la scarsa puntualità dell’aereo. Immagino dirà ai
ministri italiani che stava per andarsene.
Non serve a calmarlo nemmeno lo straordinario spettacolo dell’edificio
del nuovo aeroporto tutto attorno a noi.
Un fantastico semicerchio di archi e volte, perfetta quinta per
impressionare i visitatori che mettono piede per la prima volta in
Germania.
Congiunzione architettonica fra le glorie dell’antica Grecia e l’eternità
del Reich millenario, quasi ancora più che lo stadio olimpico.
Sempre feroce von Gilsa: si stringe il monocolo fra le orbite e
commenta sarcastico non appena li vede scendere dalla scaletta dello
Junkers Ju 11.
«Che ne dici, Fürstner, finalmente vedremo degli italiani in faccia! Per
tutta la guerra li ho visti solo di schiena!»
L’interprete al nostro fianco ridacchia.
Von Gilsa prosegue, sempre più acido.
«Immagino che nelle gare di corsa andranno benissimo.»
Ricordo comune. So perfettamente a cosa si riferisce.

Caporetto, 24 ottobre 1917.

Avanziamo nel fondovalle.


Siamo l’avanguardia del battaglione.
La nebbia avvolge ogni cosa.
Lontano oltre l’orizzonte rotola un brontolio di cannoni.
Ruderi di case dai quali si alza ancora fumo. Cenere nell’aria. Scheletri di
alberi e carogne di animali lungo il nostro percorso.
Le cime dei monti sono nascoste, coperte di nubi. Cani randagi frugano fra
i rifiuti lungo il bordo della strada sterrata.
Ecco la prima linea italiana. Ora il silenzio è totale.
Nessuna reazione da parte del nemico.
Due dei miei assaltatori avanzano rapidissimi verso la trincea avversaria.
Io corro, le ginocchia basse, accucciato il più possibile, appena dietro di
loro, la Luger in pugno.
Il cuore in gola per la tensione. Come sempre. Anche dopo tre anni di
guerra.
Il reticolato viene tranciato con precisi colpi di cesoia.
Do un calcio violento a un cavallo di Frisia, e lo faccio rotolare giù nella
trincea.
Siamo proprio sopra il fossato.
È colmo di corpi di nemici. Sdraiati uno sull’altro. Morti o in punto di
morte, svenuti o semicoscienti. I volti lividi e gialli. Le mani dei soldati Savoia
artigliano inutilmente fucili che non hanno potuto usare. Moltissimi sono
senza scarpe, senza elmetto. Nessuna possibilità di indossare le maschere.
Sopresi nel sonno dal nostro gas.
Avanziamo ancora.
Dietro di me sento dei colpi sordi, tonfi irregolari e urla soffocate: il rumore
delle mazze ferrate e delle vanghette che i miei commilitoni usano come arma
bianca sulle teste, sulle gole e sui corpi dei nemici.
Opera pietosa e metodica su esseri umani agonizzanti.
Scena vissuta mille volte e ogni volta più agghiacciante.
Adesso procediamo quasi in formazione, in fila indiana lungo la strada
piena di pozzanghere fumanti.
Ai lati ancora cadaveri, tre cavalli scossi galoppano lontano. Nella bruma
che si sta alzando vedo postazioni di artiglieria abbandonate. Cannoni
inutilmente puntati verso il cielo fosco.
Nessuna resistenza.
Di colpo li vediamo spuntare dalla nebbia.
A decine prima, poi a centinaia, e quasi non riusciamo più a contarli.
I soldati italiani corrono a mani alzate verso di noi, disarmati, le fasce
mollettiere srotolate che si trascinano nel fango.
Gridando buttano a terra zaini, bombe a mano e giberne, pensano solo a
correre.
Alcuni addirittura ci sorridono. «Kameraden! Kameraden!» Ci urlano
altre parole in italiano, incomprensibili.
Ho visto l’orgoglio ferito dei tommies inglesi catturati nelle Fiandre, il
mutismo umile dei contadini russi costretti a fare i soldati dello Zar e in fondo
felici di arrendersi, ma non ho mai visto un esercito sfaldarsi in questo modo.
Pensano solo a salvarsi la pelle…

Berlino, aeroporto Tempelhof, 7 agosto 1936.

L’interprete al mio fianco si schiarisce la gola.


Mi appare nervoso. Come temesse di commettere errori, di non essere
all’altezza, probabilmente è il suo primissimo incarico.
È un sottotenente che proviene direttamente dall’accademia militare.
La Wehrmacht ha messo a disposizione dei Giochi tutta la propria
organizzazione.
Eccoli. Gli italiani.
Grandi sorrisi, quasi tutti sono vestiti con camicia nera e pantaloni
chiari. In testa un copricapo che mi pare turchesco, difficilmente
compatibile con la gloria di Roma Antica.
Più che funzionari di alto grado di uno Stato sembrano studenti in gita
scolastica.
Arrivano di fronte al picchetto d’onore, i nostri granatieri.
I soldati tedeschi sono sugli attenti. Perfetti, impeccabili.
Il meglio del meglio.
Tutti altissimi, sovrastano nettamente in statura gli ospiti.
Scelta personale di von Gilsa quella di chiamare proprio i granatieri
nel reparto d’onore.
La mia sensazione è che per lui gli italiani siano ancora nemici e li
voglia in qualche modo umiliare.
L’urlo del comandante del reparto: «Presentaaat arm!».
Scattano all’unisono. Fruscio delle mani guantate che sollevano i
Mauser e danno un colpo secco col palmo sul calcio del fucile. Baionette
al cielo.
Il capodelegazione italiano annuisce convinto. Ammirato. Si avvicina a
von Gilsa e inizia a parlargli. In italiano. Von Gilsa lo guarda stupito e,
mi pare, già annoiato. L’interprete cerca di intromettersi. Le prime
battute degli inni nazionali interrompono la scena e costringono i
visitatori sugli attenti.
Rossiniano l’inno dei Savoia, marcetta sincopata francamente
trascurabile dal punto di vista musicale.
Appena meglio la canzone del Partito Fascista, del quale dopo qualche
strofetta mi trovo a ripetere meccanicamente la parola più ricorrente nel
ritornello, “giovinezza”, dopo essermela fatta tradurre.
Impietoso il confronto con la marzialità trascinante del nostro Horst
Wessel Lied.
Ma i nostri ospiti sono felici, questo mi basta. Von Gilsa invece è
sempre più astioso.
Una troupe di giornalisti italiani inizia a filmare la scena. Gli ospiti in
camicia nera fanno quasi a gara per finire davanti alla telecamera.
Il delegato italiano inizia il suo discorso. L’interprete si avvicina a von
Gilsa.
«Devo tradurre, signor colonnello?»
«Non importa. Va bene così. Grazie.»
Non aspettavo nulla di diverso. Proprio non li sopporta.
Fortunatamente il discorso è brevissimo. Comprendo solo “duce” e
“fascista”.
Termina con un saluto a braccio teso di tutto il gruppo, “a noi!” mi
pare urlino.
Von Gilsa, ostentatamente, saluta solo con la mano alla visiera del
berretto. Faccio lo stesso.

Siamo in attesa di salire sugli autobus verso il Villaggio.


Cerco in qualche modo di stemperare quella tensione e mi avvicino a
uno degli italiani, quello che mi pare più affabile.
Chiamo l’interprete.
La mia domanda, quasi una scusa: non una vera curiosità, solo un
tentativo di aprire un dialogo.
Riguarda una loro atleta, grande talento, una corsa magnifica da
vedere, agile e potente.
Ieri ha vinto uno strepitoso oro negli ottanta a ostacoli davanti alla
nostra Anni Steuer. Una gara sensazionale, decisa soltanto al fotofinish,
ma la ragazza ha un nome per me stranissimo: Ondina.
Prima che io possa aprire bocca, lui mi anticipa con una richiesta sua.
L’interprete traduce.
«Per la partita della loro Nazionale di questa sera contro la Norvegia,
la semifinale. Vorrebbe dei biglietti, se possibile.»
«Di quale sport?»
Dopo la traduzione della mia domanda l’italiano è quasi offeso.
«Fussball» ovviamente.
L’interprete è incalzato dal mio interlocutore che gesticola parlando, il
giovane cadetto fatica a stargli dietro. Vedo gocce di sudore sulla sua
fronte.
Rispondo.
«Davvero? Qui a Berlino? Il principale allenatore di calcio del mondo?
Come ha detto che si chiama? Vittorio Pozzo? No, mi dispiace, non lo
conosco. No, nemmeno Annibale Frossi. Digli che per i biglietti vedrò
cosa posso fare.»
Il calcio mi è assolutamente estraneo e la faccenda stupisce l’italiano.
Simula di indossare un immaginario paio di occhiali portandosi le dita
ad anello davanti al viso e ripete, tralasciando l’interprete e guardando
direttamente me, solo a voce più alta: «Frossi, Frossi, grande calciatore!».
Capisce dalla mia espressione l’inutilità dei suoi sforzi. Ora sono io che
gli faccio una domanda.
«La vostra velocista che ha vinto ieri gli ottanta metri a ostacoli… ha
un nome strano.»
L’interprete mi dà la sensazione di essere molto cauto con la
traduzione.
Si irrigidisce, teme di combinare disastri diplomatici. Io insisto.
«Lo chieda.»
«Come è il nome?»
«Ondina.»
L’italiano ha capito.
«Ondina Valla, Ondina? Certo, bellissima e brava, grande atleta,
Grande vittoria ieri.»
Ora sorride rilassato e guarda alternativamente me e l’interprete. Io
insisto.
«Ma quel nome? Quel nome? Da dove viene. Ondina, piccola onda,
che significa?»
Il funzionario italiano ascolta corrugando la fronte, poi si illumina.
Ha capito, scuote la testa divertito e parla con l’interprete, che sorride
a sua volta. Poi traduce.
«Il nome completo, esatto della ragazza italiana è… Trebisonda.»
«Come?»
«Sì, Trebisonda Valla, Trebisondina, Ondina. Il padre era affascinato
dalla bellezza di una città turca dell’Asia minore, Trebisonda, appunto, e
così ha chiamato la figlia…»
L’italiano mi guarda con gli occhi che ridono. Espressione furba.
«E i biglietti per stasera?»
L’ultimo funzionario in camicia nera sale sull’autobus, non prima di
aver urlato qualcosa ai suoi colleghi già a bordo. Immagino una battuta
scurrile perché tutti ridono sguaiati.
La staffetta con i motociclisti di scorta si avvia. L’autobus la segue.
Von Gilsa gira sui tacchi e si allontana senza una parola. Tiro un sospiro
di sollievo.
Trebisonda Valla. Che razza di nome.
12

Berlino, campo di basket, 8 agosto 1936. Mattino.

«Coach! Non mi dirai che giocate qui? È questo il campo per il basket?
All’aperto? È uno scherzo, dimmi che è uno scherzo!»
James “Jimmy” Needles nemmeno si volta mentre gli parlo. Sono
vicino al bordo del terreno di gioco e lui si muove trotterellando avanti e
indietro, a ridosso della sua panchina. Saltella impacciato nella tuta
grigia con la scritta U.S.A. in rosso e blu cucita sul petto. Lo osservo
mentre tenta di palleggiare, ma il rimbalzo del pallone sulla terra
rossobruna – un fondo pensato per il tennis, in realtà – è talmente
irregolare che dopo due appoggi la sfera va via lunga, incontrollabile.
L’allenatore della nostra squadra di basket ora si gira verso di me e
senza una parola allarga le braccia, sconsolato, come volesse dire: “Hai
visto?”. Continuo la mia predica ad alta voce, mentre gli altri membri
del team lì attorno ascoltano divertiti.
«Che fine ha fatto la grande organizzazione germanica delle
Olimpiadi? Nemmeno una palestrina coperta, un fondo di cemento,
qualcosa di anche solo vagamente simile a un campo di pallacanestro?»
Intorno al terreno di gioco è stata costruita una miserabile tribunetta
di legno per gli spettatori, tre o quattro scalini di assi chiare, verniciate
di fresco, tribuna scoperta, ovviamente. Nulla di più. Due ragazzini con
la divisa candida degli ausiliari stanno montando un men che
rudimentale segnapunti.
Spero conoscano almeno le regole e sappiano quando un canestro vale
uno e quando vale due.
Alcuni spettatori si avviano a occupare i loro posti, qualche decina di
persone, non di più.
Ma è ancora presto, manca mezz’ora alla partita.
Needles raccoglie il pallone da terra, se lo mette sottobraccio e si
avvicina.
«Hai visto che roba? E meno male che abbiamo portato noi da casa
palloni, ferri e le retine dei canestri. Dovevi vedere come erano quelli
originali! Ieri ho fatto smontare e rimontare tutto, altrimenti non
avremmo giocato.»
Adesso entro in campo e mi colloco proprio sotto un tabellone. Non è
una buona idea: quella specie di fango rosso mi inzacchera le scarpe.
Butto uno sguardo panoramico: il luogo in sé sarebbe anche bello. Dopo
tutta la pioggia degli scorsi giorni oggi splende il sole, intorno rallegrano
l’atmosfera alberi frondosi e uccellini che cinguettano. Addirittura si può
vedere qualche scoiattolo che saltella, non spaventato dal rumore e dalla
gente. Sarebbe il posto ideale per un picnic o per portarci una ragazza,
ma il basket è un’altra cosa.
Jimmy si sbraccia e ribadisce il suo malcontento e la sua sorpresa:
«Neanche nel più scalcinato istituto superiore del North Dakota giocano
in queste condizioni».
Aggiungo le mie ansie alle sue: «Ma… dovesse piovere?».
«Non voglio nemmeno pensarci, diventerebbe lotta nel fango.» Ride.
Il buonumore comunque non gli è passato. Lo aiuta la certezza di
ricevere la medaglia d’oro, alla fine di un torneo che nessun’altra
squadra potrà vincere se non la sua.
E non riceverà quella medaglia dalle mani di un personaggio
qualunque. No. Da James A. Naismith in persona!
Bisogna dare atto all’organizzazione tedesca di avere avuto una grande
idea convocando l’inventore del gioco a queste Olimpiadi. Sarà lui a
premiare le squadre.
Ma l’impianto che ci ospita, semplicemente, non è all’altezza di una
manifestazione talmente importante.
In fondo, non mi dispiace che i tedeschi non siano così perfetti come
vorrebbero essere. Una piccola lezione per loro, e per noi che li
sopravvalutiamo.
Sento un rumore di diesel affannato in avvicinamento a turbare la
pace di questo angolo verde. Arriva traballando un autobus e parcheggia
a un centinaio di metri da dove ci troviamo.
Alla spicciolata scendono i giocatori americani, mescolati con i nostri
avversari di oggi, gli estoni, tutti già in tenuta da gioco.
«Coach, i tuoi ragazzi indossano già le divise da gara, ma dove sono
gli spogliatoi?»
Needles sogghigna: «Niente spogliatoi, un autobus porta i giocatori
avanti e indietro fino allo stadio olimpico, là dietro».
Sempre peggio!
I giocatori mi salutano, ne conosco molti. Ci scambiamo pacche sulle
spalle e risate. Nessuna tensione prima della gara, come è ovvio che sia.
«Ehi Dale, mi raccomando, scrivi bene di me!»
Due metri di bruttezza e simpatia: il suo nome è Pranas Lubinas.
Lituano. Americanizzato in Frank Lubin.
Frank Lubin di nome, ma di soprannome fa “Frankenstein”! Somiglia
così tanto al personaggio che a Hollywood lo hanno ingaggiato come
controfigura per il film.
È il nostro giocatore più forte, comunque.
I palloni rimbalzano – male – sulla terra, i giocatori, brontolando a
mezza voce, iniziano il riscaldamento.
Non vedo telecamere intorno, a Frau Riefenstahl il basket
evidentemente non interessa. Meglio così, non corro il rischio di ricevere
bigliettini di minacce!
Dal centro del campo dove mi trovo cerco con gli occhi sulle “tribune”
un posto dove sedermi a vedere l’incontro.
Eleanor non è ancora arrivata. Perché non sono stupito? In effetti la
partita alle tredici e trenta è un po’ prestino per le sue abitudini.
Uno degli spettatori attira la mia attenzione. Anche da seduto è
imponente. Resta in disparte, quasi cercasse di non farsi notare e di
restare in incognito. Eppure, nonostante gli enormi occhiali da sole che
gli nascondono mezzo viso e il discreto abito chiaro di buon taglio, così
diverso dagli indumenti da gara nei quali l’ho visto, mi sembra di averlo
riconosciuto. Ora uno spettatore gli si avvicina, foglio di carta e matita,
chiede evidentemente un autografo e mi toglie ogni dubbio: in tribuna, a
vedere il basket, c’è Carl Lutz Long, il saltatore in lungo, medaglia
d’argento nella gara vinta da Jesse qualche giorno fa.
Non ci penso un istante, è un’occasione troppo ghiotta per andare a
conoscerlo. Scavalco con un balzo la balaustra in legno che separa, si fa
per dire, il campo dalle tribune e in due balzi gli sono al fianco. Tolgo il
taccuino dalla tasca della giacca. Lui non è davvero sorpreso di essere
stato individuato.
«Hi, Lutz, ti disturbo?»
Mi guarda da sopra gli occhiali da sole. Mi fa cenno di accomodarmi al
suo fianco. Gli allungo la destra prima di sedermi. Solida stretta di
mano.
«Piacere, sono Dale Warren, scrivo per il giornale americano “Herald
Tribune”. Posso farti qualche domanda?»
«La prego, come posso aiutarla?» Gentilissimo, disponibile, nessuna
allure da stella, eppure oggi è certamente il più celebre sportivo tedesco.
Anche da questo atteggiamento riconosco il campione vero.
«Lutz, prima una mia curiosità: se sei qui vuol dire che ti piace il
basket.»
«Mi interessa. Ho visto giocare la Germania qualche giorno fa, ora
vorrei veder giocare voi maestri. Lo trovo molto appassionante. E
diverso.»
«In che senso?»
«Difficile spiegarle, poi il mio inglese magari non è sufficiente.»
In realtà questo ragazzone parla un inglese colto e fluente, marcato
accento british che testimonia la sua appartenenza all’alta borghesia
tedesca.
«Non scherzare, Lutz, parli inglese meglio della metà dei miei
colleghi!»
Lui ride. L’analisi che mi fa di questo sport per lui nuovo è strepitosa,
finissima, una mente superiore.
«Molto interessante: assolutamente diverso da ogni altra forma di
movimento con una palla che io abbia mai visto. Diverso, mi piace. Sì,
questo sport nuovo mi piace. È fresco, pieno di vita. Veloce, frizzante. Mi
pare ancora in embrione, ma con tante prospettive. Sembra che
entrambe le squadre attacchino, ma che solo una gestisca la palla.
Geniale, davvero.»
Fischio dell’arbitro. Palla a due. Inizia la partita sotto di noi.
«Magari… Scusi, mi ripeterebbe il suo nome?»
«Dale, Dale Warren. Tu chiamami pure Dale!»
«Certo, Dale, ti chiederò di spiegarmi qualche regola che non mi è
molto chiara.»
«Quando vuoi, Lutz.»
Due a zero per gli Stati Uniti. Lubin da fuori. Poi subito palla rubata
dei nostri e altro canestro, facile, da sotto questa volta, di
“Frankenstein”. Quattro a zero. La gente si diverte, anche Lutz batte le
mani convinto. Gli estoni giocano con la grinta e la voglia di chi
vorrebbe mettersi sulla cartina geografica del gioco, ma non è questa la
partita più adatta. Altra palla persa. Sei a zero. Il loro allenatore chiama
una sospensione.
Lutz prosegue a spiegarmi la sua visione: «Vedo libertà di movimento
all’interno di regole precise. Un singolo decide che fare col pallone, ma
deve tenere conto dei movimenti degli altri, di quelli intorno a lui. Con
lui o contro di lui. Lo trovo perfetto anche per le scuole, soprattutto se lo
confronto con la rigidità totale, la ottusa, monotona, polverosa
ripetitività degli esercizi atletici nella palestra delle nostre scuole… è
così anche da voi?».
Dagli spalti qualcuno urla, scandito e nitido: «Iu-es-ei! iu-es-ei!» Il
nostro patriottismo impagabile, sotto ogni cielo.
Ancora Lutz: «Anelli, trave, parallele, cavallo con maniglie. Gli stessi
identici percorsi, nessuno spazio ad alcunché di fantasioso. Invece il
basket, questa rivoluzione nello sport, non poteva che venire dal vostro
Nuovo Mondo. Bello, davvero trascinante».
Otto a zero nel frattempo. Lubin ha deciso di far segnare un po’ anche
i compagni.
«Quello è fortissimo. Come si chiama?»
«Lubinas, anzi Lubin.»
Quando gli spiego perché i compagni di squadra lo chiamano
“Frankenstein”, Lutz scoppia a ridere. Non è già più un’intervista, ma un
colloquio fra amici.
«Che Paese il vostro! Mi piacerebbe venirci, una volta, negli Stati
Uniti.»
«Quando vuoi Lutz! Quando vuoi! Vieni a trovarmi in America, ti
porto io in giro per gli States! Al mio giornale sarebbero felicissimi di
ospitarti!»
Un ragazzino timido sta immobile due gradoni sotto di noi. Stringe fra
le mani un lapis e un foglietto di carta e ci guarda. Poi trova il coraggio
di chiedere. Supplicare quasi.
«Herr Long, bitte.»
Lutz gli fa cenno di avvicinarsi e dice una frase in tedesco che non
capisco, immagino chieda il nome al bambino. Poi gli firma l’autografo e
lo accarezza sulla testa. Il piccolo si allontana, rosso in viso per la
felicità.
«Posso farti una domanda complicata, Lutz?»
«Sulla finale del Lungo?»
Annuisco.
«Sì. Sulla finale del salto in lungo, anzi, più esattamente sulla
qualificazione.»
Prendo il suo silenzio come un via libera, prevale in me lo spirito del
giornalista aggressivo.
«È vero quello che si dice? Che avresti aiutato Jesse a qualificarsi e ti
sei giocato l’oro con quel gesto?»
Il pubblico ha un sussulto. Un applauso. Gli estoni hanno realizzato il
loro primo canestro. Otto a due.
Lui non risponde. Lo immaginavo, troppo gentiluomo per ammetterlo.
Poi, con un mezzo sorriso: «Jesse salta mediamente un metro oltre la
misura della qualificazione. Un metro! Era solo nervoso per i due nulli e
per la batteria dei duecento. Io ho semplicemente appoggiato la giacca
della mia tuta in un punto preciso lungo la pedana della rincorsa, il
punto nel quale pensavo Jesse avrebbe dovuto staccare, e gliel’ho detto.
Tutto qui».
Allora è vero. Lutz Long ha davvero aiutato, in qualche modo, Owens
a vincere l’oro. Forse il gesto più sportivo di tutta l’Olimpiade. Anzi,
senza forse.
Due tiri liberi per Lubin. Dentro il primo. Nove a due.
«Ma così ti sei giocato l’oro.»
Lui tace, lo sguardo fisso al campo.
Dentro anche il secondo. Dieci a due. La sua voce bassa.
«Piace a tutti vincere. Personalmente, le dico, piace molto anche a me,
ma non a qualunque costo. Che vittoria sarebbe stata senza Owens in
finale?»
Lezione di sport e di vita. Non avevo mai sentito niente del genere in
vent’anni di professione giornalistica. Mi colpisce moltissimo. Ancora di
più mi colpisce che la lezione me la dia un europeo, anzi un tedesco, con
l’aria che tira in Germania. Quest’uomo ha davvero qualcosa di speciale
dentro di sé. Sono già diventato un suo fan.
«Hai la rivincita a Tokyo, fra quattro anni.»
«Quattro anni…» Sorride amaro. «Quattro anni sono lunghi. Le
Olimpiadi di Tokyo nel ’40, sarebbe bello. Io ci spero. Ma non so.
Viviamo tempi difficili, imprevedibili.»
Vedo un’ombra percorrergli il volto. Questo davvero non lo capisco
degli europei. Sono pessimisti, hanno una visione così spesso grigia del
futuro e non me ne spiego il perché. Forse dipende dalla loro storia, o
forse siamo noi superficiali e troppo giovani come nazione per capire,
per temere il futuro.
«Ma questo, la prego, non lo scriva sul suo giornale.»
Annuisco e penso che no, Lutz, lo prometto, non lo scriverò. Ho troppo
rispetto per la tua straordinaria persona.
La vera domanda che vorrei fargli mi resta in gola. Vorrei chiedergli se
ha paura di avere dei problemi col regime avendo mostrato in pubblico
tutta quella simpatia per un atleta americano, un nero. Ma non voglio
metterlo in difficoltà.
Proprio in quell’istante le campane della chiesa adiacente gli impianti
battono dei rintocchi. Le due.
Io indico l’orologio bianco del campanile che svetta oltre la linea di
alberi.
«Il campo fa schifo, ma almeno il cronometro lo si vede bene!»
Riesco a fargli tornare il sorriso. Al mio amico Lutz. Carl Lutz Long.
Sì. Sarà un bell’articolo.
Finisce il primo tempo con un chiarissimo ventotto a dieci per noi. Gli
estoni avranno altre occasioni per mettersi in mostra.
Eleanor, ovviamente, ancora non si vede.
Iu-es-ei! iu-es-ei! iu-es-ei!
13

Berlino, stazione ferroviaria Potsdam, 8 agosto 1936. Pomeriggio.

Lo tengo per mano e lui, ometto di quasi nove anni, cammina a fianco a
me cercando di tenere il mio passo.
Un piccolo zaino sulle spalle con i suoi indumenti. Quello che gli
servirà durante le vacanze.
Lo aspettano i nonni per portarlo col treno alla casa di campagna.
Hans. Mio figlio. Il viso serio. Non dice una parola da quando siamo
scesi dalla macchina, al parcheggio.
Immagino sia arrabbiato con me.
Il monumentale atrio della nuova stazione ferroviaria di Berlino
Potsdam.
Alzo la testa. Il grande orologio tondo indica le 17.04
Siamo in tempo. Il treno che cerchiamo parte alle 17.20.
Decine di viaggiatori frettolosi. I marmi del pavimento rimandano il
solito brusio di fondo.
Un altoparlante annuncia arrivi e partenze.
Cerco di capire dalla voce stonata e distorta verso quale binario debba
dirigermi.
La nostra ancestrale paranoia dell’efficienza vede nella puntualità
delle ferrovie il segno e il simbolo di uno Stato perfettamente
funzionante.
Saliamo la scala che porta ai treni in partenza.
La locomotiva sbuffa a strappi, già in attesa. Il capotreno ha un piede
sul predellino di un vagone.
Eccoli, li vedo in lontananza, ci aspettano lungo il binario.
I miei suoceri, in piedi. Alzano la mano, da lontano, freddo gesto di
saluto. Asettico.
Meglio non avvicinarsi troppo a uno Halbjude come me.
Preferisco questa chiarezza di rapporti alla falsa cortesia degli anni
scorsi.
Mi fermo a trenta passi da loro.
Un gelido lampo di lucida follia mi fa pensare che sarebbero giusto a
tiro per la mia Luger.
Un colpo. Due colpi… e il terzo per chi? Il capitano Fürstner non finirà
in un carcere militare.
Questo è certo.
Ma che mi succede? Come posso anche solo immaginarlo? Respiro a
fondo per recuperare razionalità. Non è semplice. Ma devo pensare a
mio figlio, adesso.
Appoggio un ginocchio a terra, per mettermi all’altezza del suo viso.
Il cucciolo d’uomo mi guarda serio. Compunto.
Cosa intuisce a quest’età? Moltissimo.
I grandi occhi marroni sono velati. E io ho un groppo in gola.
Gli riordino con la mano la frangia, i capelli castani, corti, la riga a
destra.
Cerco di immaginare nel suo viso gli esordi della mutazione da
bimbetto a ragazzino, che fra breve avverrà.
Lo prendo per le braccia. Simulo un tono marziale, fintamente
burbero.
«Hans Hubertus Fürstner!»
«Sì, papà?»
«Mi prometti che sarai buono?»
«Sì, papà.»
«Che obbedirai ai nonni?»
«Ma tu verrai a trovarmi?»
Silenzio. Cambio completamente tono. Cerco di essere il più
convincente possibile, il più dolce possibile. Così come forse con lui non
sono mai stato.
«Sai che non posso. Ho tanto da fare qui…»
Lui chiude gli occhi e schiaccia fuori dalle palpebre due piccole gocce
salate che scendono lungo le gote.
«Ehi! Lo sai, ci sono le Olimpiadi, ricordi? E io sono importante, come
farebbero senza di me?»
Allunga la testa nella mia direzione e con la punta del nasino urta la
visiera del mio cappello militare, la spinge facendolo cadere.
Ride adesso. Anch’io sorrido. Mi rimetto il berretto.
«Vai adesso. Vai!»
Lui corre verso i nonni, lo vedo di schiena, lo zaino che gli traballa
ritmicamente sulle spalle.
Mi rimetto in piedi. Aspetto fino a che sia arrivato da loro. La nonna si
abbassa ad abbracciarlo. Mio suocero invece resta impassibile in una
sorta di “attenti”.
Sento il gelo che arriva fino a me.
Di nuovo quel lucido lampo nella testa: un colpo, due colpi.
Mi giro senza più un gesto e mi avvio verso l’uscita.

Peso nell’anima. Insopportabile. Quegli occhi velati di lacrime.


Tuffarmi nel lavoro?
Avrebbe aiutato prima.
Oggi peggiora le cose.
Devo fermarmi.
Far rallentare il cuore.
Mi sono arrestato di colpo e le persone intorno mi urtano, si
lamentano o passano oltre senza chiedere scusa. Anzi, alcuni si girano e
mi guardano irritati. Mi gira la testa.
Scendo di corsa le scale. Voglio tornare al Villaggio al più presto.
Sono di nuovo nella grande sala d’ingresso.
«Fürstner? Herr Fürstner?»
Cosa c’è ora?
Una voce dietro di me urla il mio nome. Stridula.
«Fürstner? Sei proprio tu?»
Obbligato a girarmi.
Proprio nel centro dell’atrio, distante venti passi, un uomo, più o meno
della mia età grida ancora qualcosa per farsi sentire oltre il brusio della
folla e mi guarda.
Gli altri viaggiatori intorno quasi infastiditi.
Lui, impermeabile frusto e cappelluccio floscio, ora agita un ombrello
sopra la testa per attirare la mia attenzione.
Poi si muove verso di me, zoppicando vistosamente e trascinando con
fatica una valigia che sembra pesantissima.
Adesso mi ha visto bene in viso, sorride e cerca di procedere ancor più
velocemente nella mia direzione, accentuando così la sua camminata
sghemba, quasi caricaturale.
Si ferma di fronte a me.
Appoggia sbuffando la valigia a terra.
Si toglie il cappello. Calvizie incipiente.
Mi guarda con un sorriso mesto. Sembra incredulo.
Io, confuso, lo squadro. Quel viso grigio, anonimo, mal rasato non mi
dice nulla.
Allunga la mano per stringere la mia.
Ricambio con freddezza e continuo a torturarmi il cervello.
Cerco di srotolare con la massima velocità il film della mia vita, di
pescare nei ricordi più lontani, ma non l’ho riconosciuto. Temo di
offenderlo, balbetto.
«Mi scusi, io ho molto da fare e…»
Ma lui pare un fiume in piena.
«Fürstner, ma certo che sei tu! Ho visto le tue foto sui giornali! Anche
al cinema, una volta! Il Villaggio olimpico, per ospitare gli atleti
stranieri. Sei diventato famoso! Ti ricordi di me? Sono Leo. Leo Fischer.
Tenente Fischer, ventitreesimo fanteria Winterfeldt, ospedale militare di
Pasewalk…»
Adesso sì.
Adesso posso cristallizzare il fotogramma del film.
Riavvolgere una lontanissima pellicola, restando a bocca aperta.
Vertigine di ricordi.

Pasewalk, ospedale militare, autunno 1918.

Oggi va meglio.
Molto meglio.
Posso respirare a fondo.
Senza dolore, senza spasmi.
I bronchi sollevati.
Cessate le punture di spillo nella trachea.
Ho avuto fortuna.
L’obiettivo dell’attacco con l’iprite erano i plotoni di fucilieri in prima linea.
Noi della Compagnia Comando siamo stati investiti solo di striscio.
Abbiamo avuto tempo per indossare le maschere antigas. Con calma.
Addestrati.
Il vento contrario ha fatto il resto e, probabilmente, ci ha salvato.
Altri hanno avuto meno fortuna.
Dieci giorni di convalescenza.
Quello che davvero mi preoccupa non è la mia salute, ma le notizie che
giungono dal fronte e soprattutto dalle retrovie.
Tutto si sta sfaldando, ci stanno pugnalando alla schiena, sconfitti non dal
nemico, ma da traditori dietro le nostre linee.
Spio fuori dalle grandi finestre dell’edificio il cielo grigio della Pomerania.
Ombra della sera incipiente sugli ippocastani gialli del cortile.
Nella corsia dell’ospedale si muovono, fantasmi silenziosi, le suore.
Odore di disinfettante, sapone e zuppa di cavoli. Ora di cena.
Il ferito nel letto accanto al mio si è lamentato per tutto il giorno.
I suoi guaiti da animale ferito non mi hanno lasciato riposare.
Ha la gamba destra amputata sotto il ginocchio.
Al momento del ricovero ho intravisto il moncherino fra le bende
insanguinate.
Crudeltà surreale, grottesca assurdità che mi è stata confermata da altri
camerati: i dolori lancinanti gli vengono proprio da quell’arto che non ha più.
Adesso è tranquillo. Mormora qualcosa. Sollievo dalla morfina.
Una suora si avvicina e gli rimbocca piano le coperte.
La voce del ferito roca, bassissima.
«Che giorno è oggi, sorella?»
L’infermiera solleva una brocca di vetro e riempie il bicchiere d’acqua sul
comodino accanto al letto.
Risponde annoiata.
«Venerdì, venerdì sera. Perché me lo chiede, tenente? Cerchi di dormire,
invece.»
L’ufficiale chiude gli occhi e in un fiato ci descrive ciò che “vede”.
«Venerdì sera? Se è venerdì sera, proprio adesso, nella nostra casa, mia
madre sta accendendo le candele di shabbat sulla tovaglia bianca…»
Berlino, stazione ferroviaria Potsdam, 8 agosto 1936. Tardo pomeriggio.

«Certo che mi ricordo di te, Fischer. Quanti anni sono passati dall’ultima
volta?»
Non mi risponde. Scuote il capo. Come pensasse a quella lontana
circostanza di incontro comune.
Cerco di essere gentile. Anch’io non ricordo.
Forse la festa del reggimento, forse una cerimonia per i nostri caduti.
Una corona di fiori, un monumento inaugurato. Ipocrisia dei politici di
quella repubblica che ci vendette a Versailles, senza che avessimo perso
la guerra.
Sono passati almeno quindici anni.
Sembra vecchissimo. Ingrassato, calvo.
Sono anch’io invecchiato in questo modo?
«Perché non andiamo a berci qualcosa, che ne dici? Festeggiamo
questo fortunato incontro?»
Vorrei rifiutare, ma non mi viene una scusa accettabile. Davvero non
ho nulla da dire.
Il vecchio camerata prende il mio silenzio come un assenso e
prosegue: «Cinque minuti soli, cinque minuti! Lasciami prima mettere la
valigia al deposito bagagli, è un macigno…».
«Aspetta, ti aiuto.»
«No. Non serve, grazie. Ci riesco. Ma tu quindi sei rimasto
nell’esercito? Che ci fai in stazione?»

Il caffè della stazione è affollato, polveroso, segatura sul marmo del


pavimento per asciugare le scie d’acqua e fango che i viaggiatori fradici
di pioggia si trascinano entrando.
Via vai caotico.
Appoggiata in alto, trionfale, su uno scaffale di legno, in un angolo
della parete, una radio accesa. Sintonizzata su una cronaca sportiva. I
Giochi olimpici.
Una partita del torneo di calcio.
I miei Giochi?
Lo sono ancora?
La voce del cronista arriva a strappi, coperta talvolta da scariche
elettrostatiche.
Rumore perenne di fondo le urla degli spettatori. Avventori intorno
che ascoltano divertiti.
Camerieri indaffarati.

«… Calcio di punizione fischiato dall’arbitro norvegese, il signor Kristiansen,


a favore della squadra austriaca. I giocatori del Perù si avvicinano al
direttore di gara con atteggiamento minaccioso, la partita resta nervosa…»
Troviamo un tavolo libero in un angolo.
Sulla fòrmica verde noto resti di cristalli di zucchero.
Istintivamente li spazzo via con il taglio della mano.
Il cameriere ha preso l’ordine con arroganza.
Piedi piatti e farfallino storto sullo sparato bianco, ci porta ora le due
tazze su un vassoio di metallo.
Liquido nero, caldo, ma il caffe è rimasto nei nostri desideri.
Fischer solleva la tazza, annusa. E la ripone sul tavolo con una
smorfia.
Cerco di stemperare l’imbarazzo di una conversazione impossibile,
senza argomenti.
«Parti o arrivi?»
Solleva le sopracciglia.
«È il mio ultimo giorno in Germania. Me ne vado. Proprio oggi. Tutto
quello che mi è rimasto sta in quella valigia. È bello che possa salutarti,
simbolico. Come se con te salutassi tutto un Paese che non riconosco più
e al quale ho dato tanto. Pur da invalido di guerra mi hanno licenziato.
Lo sai bene cosa succede a quelli come me, senza certificato di purezza
razziale…»
Rimbombano scrosci dalla radio, oltre i marmi del caffè e i nostri
silenzi imbarazzati.

«… Del centrocampo sudamericano, ma la pressione della squadra peruviana


si sta accentuando e gli austriaci faticano a respingere gli attacchi. Ecco
Tovar che serve Castillo, palla in avanti per Villanueva, troppo lunga, esce
Kainberger e blocca con sicurezza. Austria due Perù zero, mentre scorre il
minuto venticinque del secondo tempo…»

Lo sguardo di Fischer vaga sopra la mia testa e si perde alle mie spalle,
rapito da una lontana rassegnazione.
«Avrei troppe cose da raccontarti, ma una in particolare, una… vorrei
che tu la sapessi. Avevo promesso a Schröder di proteggere i suoi figli.
Lo ricordi il sergente Schröder? Due croci di ferro, due.»
Fa una lunga pausa.
«La seconda alla memoria.»
Sorride quasi, autocompiaciuto del proprio feroce sarcasmo.
Aggiunge zucchero alla tazza. Cerca di rendere potabile quella
poltiglia.
Mi guarda.
Di nuovo si incupisce.
Racconta rotolando le parole una sull’altra, disordinatamente, quasi
senza un senso, prevale fortissima l’emozione.
«Gli giurai che sarei stato vicino ai suoi figli… Lui era steso in quella
trincea di merda, un palmo di terra straniera che avevamo conquistato,
quota centodieci, quei nomi idioti dello Stato Maggiore. Troppi morti,
Fürstner, troppi. E lui che urlava e si premeva le viscere con le mani per
non farle uscire. Dio mio, Fürstner, ricordi? Io lo guardavo morire e lui
singhiozzava… i miei figli, i miei figli… E sai cosa è avvenuto un mese
fa?»
Tace. Si prende il viso tra le mani.
Assaggio il caffè. Il liquido nero, denso, gratta quasi l’esofago tanto è
acido.
Davvero disgustoso.
Fischer tace. Io taccio. Lo ricordo bene Schröder. Bravo soldato.
Patriota tedesco.

«… Rete! Rete! Tiro, secco, angolato di Alcalde. Il Perù ha segnato. Il


punteggio ora è Austria due Perù uno, mentre mancano solo poco più di
quindici minuti al termine di questa avvincente…»

Lui prende fiato e riprende a raccontare.


«Il ragazzo, il più piccolo, il figliolo diciottenne usciva dall’università,
e un gruppo di trogloditi in camicia bruna…»
Si ferma.
Deglutisce, attende la mia reazione?
Vede in me un vecchio commilitone, ma anche un capitano della
nuova Wehrmacht.
Con un incarico importante per il Governo.
In realtà non mi conosce affatto.
Poi decide di fidarsi di me e prosegue.
«Gli hanno spaccato naso, zigomo e mascella, a bastonate. È ancora in
ospedale.»
Deglutisce ancora. Spinge indietro qualche lacrima.
Così mi pare.
«Questa è diventata la Germania oggi. Il figlio di un eroe, di un caduto
in guerra, malmenato e mandato in ospedale. Lui che non ha mai
conosciuto suo padre, massacrato in quel modo per…»
Scuote il capo con una smorfia.
«Non ho potuto mantenere fede al mio giuramento. Ma questa
persecuzione è solo un inizio, solo un inizio.»
Accenna ancora a bere dalla tazza, poi rinuncia definitivamente.
Davvero imbevibile. Smorfia.
«Era meglio il brodo rancido dell’ospedale di Pasewalk.»
«Ma anche Schröder era ebreo?»
Fischer sorride amaramente.
«Ecco, Fürstner. Proprio questo è il punto: per noi non aveva
significato tutto ciò. Noi eravamo solo tedeschi. Nemmeno sapevamo chi
fosse ebreo e chi no. È un veleno che ci hanno instillato dopo, goccia a
goccia.»
Il cameriere torna a chiedere se vogliamo ordinare ancora qualcosa.
Immagino speri che, altrimenti, liberiamo al più presto il tavolo, ma lo
fa in maniera assolutamente sgarbata.
Mi verrebbe da alzarmi, prenderlo per il bavero e urlargli in faccia di
lasciarci in pace, che siamo due soldati, che abbiamo dato tutto per
questo Paese. E che lui magari era un imboscato, o un sabotatore
vigliacco che ci pugnalava alle spalle andando a manifestare contro la
guerra…
Invece è come se mi avessero tagliato i tendini delle ginocchia.
Resto seduto e non posso fare altro che sorridergli un muto, gelido:
“No, grazie”.
Io e Fischer non apriamo bocca per interminabili secondi.
Lui guarda lontano. Io scruto dentro la tazza del caffè. Prendo dal
taschino della giacca il portasigarette.
«Fumi?» Gliene porgo una.
«No, grazie. Non ti è bastato il gas degli inglesi nei polmoni?!»
Di nuovo sorride della propria ironia. Fischer.
Il mio camerata Fischer.
Che adesso se ne deve andare in esilio, come un cane bastonato.
Accendo.
E il figlio di Schröder in ospedale. Picchiato da un branco di plebei in
divisa bruna.
Penso a Hans. Succedesse a lui?

«… Spiove verso il centro dell’area piccola… rete! rete! Il pareggio del Perù.
Villanueva con un preciso diagonale dal limite…»

«Be’, almeno per te non sarà stato un problema presentare il certificato


di purezza razziale.»
Il mio silenzio, forse quel fantasma di sorriso amaro che mi è apparso,
credo, sulle labbra, o forse un’ombra nei miei occhi. Il cilindro di cenere
della mia sigaretta che diventa freddo e lunghissimo. Dettagli che lui
non può non notare.
Ora mi guarda fisso. Prima sospettoso. Poi incredulo.
Devo finire di spiegare quello che lui ha già capito.
È la prima volta che l’ammetto a me stesso.
Nuova identità.
Qui l’ammetto, davanti al mio vecchio commilitone Fischer, tenente
come me del ventitreesimo reggimento fanteria Winterfeldt, una gamba
di legno, quella di ossa sangue e muscoli rimasta per sempre nel fango
delle Fiandre, regalata alla casa imperiale Hohenzollern. Schiaccio
violentemente il mozzicone nel posacenere.
«Pare che per i giornalisti dello “Judenkenner” anche nella casa di mio
nonno, al venerdì sera, qualcuno accendesse sulla tovaglia bianca le
candele per lo shabbat…»
Fischer resta a bocca aperta. Folgorato.
«Baruch HaShem!»
Ha gli occhi lucidi per davvero, adesso. Non lo avevo mai sentito
parlare ebraico, prima d’ora.
«Ma allora? La tua divisa?»
«Questione di tempo, Fischer, solo questione di tempo.»
«Ma tu non fuggirai, vero?»
«… Una furibonda rissa! Vediamo due giocatori austriaci che corrono
inseguiti da spettatori inferociti… invasione di campo improvvisa, volano
spinte, pugni, calci, l’arbitro non riesce a fermare gli scontri, ci sono ora tre
poliziotti che cercano di arginare la folla dei tifosi sudamericani che ha
invaso il campo, ripetiamo, partita sospesa, incredibile… incredibile…»
14

Berlino, centro città, 9 agosto 1936. Mattino.

Sto davanti all’ingresso dell’albergo da almeno venti minuti e mi sto


annoiando. Non ho null’altro da fare se non guardarmi intorno. Il
direttore del giornale mi direbbe che al solito sto perdendo tempo. In
realtà sto attendendo Eleanor per andare con lei alla maratona, ma la
mia “collega” non si vede. È in ritardo come sempre. Mi consolo
guardando gli edifici di questa città davvero imponente. Ordinatissima
ma viva, piena di verde e di parchi, gente cordiale, impressione positiva
di questi Giochi. Magari scriverò un articolo sulle differenze fra Berlino e
New York. Il cibo, la gentilezza e la disponibilità dei passanti.
Come si chiedeva un loro giornale, mi pare fosse «Der Angriff»: “I
berlinesi sono davvero diventati più charmant dei parigini, più affabili
dei viennesi, più allegri dei romani, più cosmopoliti dei londinesi e più
pratici dei newyorchesi!?”.
“Più pratici dei newyorchesi”… Lo inizierò esattamente così! Bel
titolo! Perché no? Almeno non avrò sprecato questo quarto d’ora.
Ma dov’è finita Eleanor? Forse dovrei chiamare un taxi e andarmene
via da solo.
Sbuffo guardando l’orologio. Quantomeno oggi non piove, anzi, la
giornata si annuncia calda.
Sento ora distinto, in avvicinamento nel rumore di fondo del traffico,
il ronzio di un due tempi ingolfato in marce basse. Poi dall’incrocio
all’angolo dell’edificio alla mia sinistra spunta, improvviso, un centauro
alla guida di un sidecar verde scuro. Viene proprio nella mia direzione.
Accelera addirittura. Mi mette quasi paura. Istintivamente faccio un
passo indietro verso il muro per scansarmi.
Il motociclista indossa occhialoni protettivi e un elmo nero e
lucidissimo dell’esercito tedesco, o forse delle SS. Questo militarismo
così aggressivo è veramente fastidioso, non se ne può più. I loro soldati
sono onnipresenti nell’organizzazione… Ma… ora che guardo meglio, la
giacca grigia del pilota mi insospettisce: man mano si avvicina distinguo
bene la scritta U.S.A. cucita sul petto.
Quanti motociclisti di Berlino possono orgogliosamente sfoggiare la
tuta della squadra olimpica americana? Pochi, credo. Vuoi vedere che…
Il sidecar rallenta, poi si ferma rasente al marciapiede, romba e sgasa
proprio davanti a me. Una Daimler cabriolet color argento che viaggiava
appena dietro viene costretta a una brusca manovra dall’improvvisa
frenata della moto, l’autista protesta con una lunga nota di clacson in
allontanamento e un plateale gesto della mano.
Il tanfo di benzina si alza fino al cielo. Il centauro indica il carrozzino,
parla inglese con spiccato accento del New Jersey e quella voce,
francamente, non mi è nuova.
«Allora, mister Warren? Non vuol salire? C’è un posto comodissimo,
tutto per lei.»
Infila la mano nel sottogola di cuoio e si sfila in un colpo gli occhiali e
l’elmetto. Spunta una luminosa cascata di capelli biondi.
Eleanor Holm. Ovviamente. Solare più che mai. Io scuoto la testa e
inizio a ridere. Lei fa l’offesa.
«E allora? Cosa c’è da ridere? Non volevi seguire la maratona?»
«L’idea era quella, ma… E questa da dove spunta?»
Indico il sidecar nuovo di zecca che Eleanor sta inforcando. Marca
Zundapp.
«Chi te l’ha data? E quell’elmetto?»
«Me l’ha prestata Hermann. La moto è un prototipo. La prima
prodotta! Appena uscita dalla fabbrica. Apposta per lui.»
«Lui chi?»
«Hermann, ti dico.»
Mi indica sul serbatoio una sigla argentea, quasi cesellata: HG.
Lei prosegue senza freni nel suo entusiasmo.
«E guarda che elmo. È delle SS. Elegantissimo!»
Un atroce sospetto.
«Ma quale Hermann? Gli dai del tu? Non sarà per caso…»
«Proprio lui, invece. L’altra sera ero a un suo ricevimento. Vedessi che
villa! Che piscina e che rinfresco! Sai come si era mascherato? Da antico
romano. Il costume gli stava benissimo.»
Hermann Göring vestito da antico romano. Uno spettacolo, immagino.
«Ah. Interessante. E tu? Da cosa ti eri mascherata?»
Eleanor glissa. Prosegue nelle lodi di sua eccellenza il ministro
dell’Aeronautica del Reich.
«… E gentilmente mi ha anche procurato questo, ancora più
importante: dice che non ce l’ha quasi nessuno e ci consentirà di seguire
la corsa da vicino, in pratica, assieme agli atleti.»
Si piega e toglie dal fondo del carrozzino un rettangolo di legno lungo
una trentina di centimetri, una targa con una lunghissima scritta in
caratteri gotici, all’interno della quale individuo solo la parola “presse” in
nero sul fondo bianco, timbri e sigilli. Lei prima me la mostra, orgogliosa
e poi la fissa con un semplice gesto sul bordo di metallo, ben visibile, più
o meno nel punto dove di solito andrebbe collocata la mitragliatrice…
Sono oggettivamente colpito dalla intraprendenza della mia “collega”.
Dalla sua capacità di accompagnarsi ai potenti della Terra.
«Brava, ottimo lavoro. Ora però alzati che guido io.»
«Eh no, Buddy io guido, tu scrivi. Scrivi per tutti e due. Affare fatto?»
«Ma la sai guidare?»
«A sedici anni prendevo la Indian Scout rossa di mio padre e andavo a
Long Island, a fare il bagno nell’oceano.»
Mi siedo, rassegnato, a fianco della motociclista. Lei si infila di nuovo
elmetto e occhialoni.
Siamo appena partiti, e già fa lo slalom nel traffico di Berlino.
Mi viene un dubbio.
«Che significa “prendevo”? Ma non è che la Indian Scout era rossa
perché apparteneva ai pompieri di New York?»
«Proprio così, Dale. Come lo sai?»
«Mi hai raccontato che tuo padre era il capo dei pompieri di New
York!»
Lei accelera. Mi devo aggrappare al bordo del carrozzino.
***

Bisogna pure dare atto a Eleanor che l’idea della moto per raccontare la
maratona è straordinaria.
Siamo appostati al chilometro otto, nel folto del bosco di Grünenwald.
Fra poco potremo vedere gli atleti scattati al comando della corsa e
inizieremo a seguirli. Si potrà già capire qualcosa dell’andamento della
gara. Si lavora molto meglio qui, sul campo, piuttosto che attendendo
notizie nella tribuna stampa dello stadio olimpico.
«E poi qui stiamo all’ombra» mi dice.
La giornata in effetti è caldissima. La prima veramente estiva da
quando abbiamo messo piede in Europa.
Grande animazione intorno, ma anche disciplina. Non ci sono
transenne né protezioni, però il pubblico resta ordinatamente al proprio
posto, senza invadere la carreggiata.
Al bordo della strada si trova una organizzatissima postazione mobile
della «Deutsche Rundfunk»: gli addetti alla stazione radio sono tutti
militari, tanto per cambiare.
Hanno persino un tavolo colmo di viveri e bevande per atleti e ospiti.
Un punto di ristoro con ogni ben di Dio. Mi sono servito di acqua, pesche
e mele. Eccellente la qualità della frutta germanica.
Il collega tedesco parla in modo stentoreo, volume alto. Entusiasta. Lo
si sente perfettamente anche a distanza.
Eleanor dev’essere sovrappensiero perché la sua domanda mi è
francamente incomprensibile: «Che sta dicendo la radio?».
«La radio? Eleanor, e da quando in qua parlerei tedesco? Forse tu
magari, grazie al tuo Hermann…»
Non risponde. È impegnata col rossetto davanti al piccolo specchietto
retrovisore.
Vorrei farle qualche domanda ancora su Göring, ma la folla lì intorno
urla e mi fa sobbalzare.
Mi giro verso il punto della strada dal quale dovrebbero arrivare gli
atleti.
«Eccoli!»
In realtà ne vedo uno solo. La maglia bianca non è sufficiente a
identificarne la nazione, ma è già abbastanza vicino per leggere il
numero di pettorale.
Controllo il nome sulla lista dei partecipanti che l’organizzazione,
impeccabile, mi ha fatto recapitare in albergo: «33. È Zabala, l’argentino.
Lo ricordi? Il vincitore a Los Angeles, quattro anni fa».
«E gli altri dove sono rimasti? È già davanti a tutti, da solo?»
«Eh, ma è ancora lunghissima.»
Ho qualche dubbio sulla scelta tattica del sudamericano. Fra l’altro la
sua corsa mi pare tutt’altro che sciolta. Arranca quasi. Ora ci passa a
fianco e posso notare la sua espressione sofferente, cappellino bianco
appiccicato alla fronte dal copioso sudore. Questo non dura.
«Aspettiamo ancora qualche secondo, vediamo chi gli sta dietro.»
Ecco il successivo atleta, una maglia rossa. Il portoghese Dias. Il
vantaggio di Zabala è nell’ordine di un centinaio di metri. A ridosso del
lusitano, si rincorrono altri due corridori.
«Questi chi sono?»
Controllo di nuovo la lista.
«Il 382 è Son Kitei, Giappone e… aspetta… eccolo… 265, Ernie
Harper, Inghilterra.»
Corrono fianco a fianco, concentrati. Non hanno ovviamente una sola
parola in comune, due universi lontani, ma scommetterei dai gesti che
scambiano che si stiano aiutando a vicenda, tenendo il ritmo e
alternandosi al comando.
Sembra quasi di intuirlo, questo accordo muto: “Lasciamo andare
l’argentino, e stiamo vicini, lo raggiungiamo di sicuro…”.
Una dimostrazione di intelligenza tattica.
«Ma, e i nostri? Che fine hanno fatto gli americani?»
Bella domanda. Niente maglie degli States in vista. Sono deluso e
stupito dalla debolezza della nostra squadra.
«Non lo so dove sono i nostri. Speriamo che qualcuno riesca a
rientrare in gioco. Parti ora, questi bisogna seguirli.»
Eleanor dà gas e la Zundapp schizza via. Mi giro per un’ultima
occhiata alla strada dietro di me: vedo tre macchie blu scuro in
movimento laggiù in fondo, finlandesi o italiani? Già tagliati fuori dai
primissimi posti, probabilmente.
La mia motociclista preferita deve urlare per farsi sentire oltre il sibilo
bicilindrico.
«Che bel percorso, tutto fra gli alberi, magnifico!»
«Ma appena escono dal bosco avranno quasi dieci chilometri di
asfalto, diritti e sotto il sole.»

***

Infatti. Ventottesimo chilometro: il cosiddetto “Avus Weg”, una striscia


di asfalto bollente lunga cinque chilometri, completamente,
disperatamente diritta, un incubo per un atleta che andasse in crisi.
Da percorrere due volte, andata e ritorno, e tutta sotto il sole, proprio
dopo avere lasciato alle spalle il fresco del Grünenwald.
Eccolo, Zabala, duecento metri davanti a noi. Il suo passo è molto
pesante. Si percepisce visivamente la sua enorme difficoltà. Siamo a
cento metri adesso, e lo vediamo bene. Sembra rallentare ancora. Le
scarpe che si sollevano a fatica dal cemento.
Eleanor ora guida a passo d’uomo.
Avviene proprio mentre gli siamo vicinissimi.
Dapprima barcolla, fa tre passi laterali verso sinistra, sembra
recuperare l’equilibrio per un istante ma poi incrocia le ginocchia, cede
di schianto e cade a terra. Il pubblico assiepato lungo il percorso
mormora una sorta di «Oh!» di meraviglia o di paura, o tutte e due le
cose assieme. Alcuni addetti alla sicurezza in uniforme bianca sono
piombati su Zabala supino, le mani sul viso. Eleanor ha fermato la moto
a pochi metri dalla scena. Vediamo coi nostri occhi il crollo fisico e
morale del meraviglioso olimpionico di Los Angeles. Qualcuno gli
spruzza acqua sulla nuca, tenta un improvvisato massaggio alle gambe.
Io, sempre stando seduto nel carrozzino, guardo indietro. Ancora
nessuno in vista. L’argentino ora si è rialzato, con la pura forza di
volontà prova a ripartire ma le gambe non rispondono. È scosso, si
arresta con le mani sui fianchi. La faccia stravolta. Il pubblico fa partire
uno stentato applauso. Nuova spruzzata d’acqua sulla nuca. Tutto
inutile. Scuote il capo. Non ce la fa. La folla sta urlando, da dietro vedo
arrivare altri corridori.
Sono il giapponese e l’inglese, ancora affiancati. Il portoghese Dias è
scomparso, probabilmente affondato nelle retrovie della gara, forse ha
pagato anche lui la partenza troppo lanciata lungo il torrido Avus Weg.
I due superano Zabala, seduto a terra, senza nemmeno guardarlo.
Faccio segno con la mano a Eleanor di rimettersi in movimento.
***

Trentaduesimo chilometro. Son Kitei ha mezzo metro di vantaggio


sull’inglese, dapprima solo un’impercettibile luce fra i due corridori, poi
un metro e in poche falcate i metri diventano cinque e poi dieci. Il
giapponese va, sempre più deciso, pare prenda forza a ogni passo. Senza
muovere un muscolo del volto, le gambe che girano perfettamente.
Harper stringe i denti. Cerca di non perdere contatto, ma io colgo nel
suo viso i segni della crisi: è rosso e congestionato, sta dando fondo a
ogni goccia di energia. Son Kitei ha invece il serbatoio pieno, è
imprendibile, la sua corsa è ancora bellissima da vedere, libellulesca,
anche dopo trenta chilometri.
«Questo arriva in fondo!» urla Eleanor.
«Credo di sì, vai, andiamo allo stadio a vedere l’arrivo.»
La Zundapp vola verso l’Olimpico, dietro di noi i passi sicuri e
vittoriosi del giapponese che va verso la gloria!

Ci siamo seduti ai nostri posti in tribuna da pochi secondi, appena in


tempo. La folla dello stadio è già in fibrillazione, arrivano
dall’altoparlante le notizie sul giapponese da solo in fuga e ormai
vicinissimo all’ingresso.
Poi, improvvisa, l’ovazione. Tutti in piedi. Anche noi. Ecco Son Kitei
dentro lo stadio. Corre gli ultimi duecento metri a una velocità inaudita.
Mi giro verso Eleanor.
«Ma hai visto che finale? Sembra un quattrocentista!»
Arriva al traguardo, lo taglia da dominatore, ma senza un gesto. Nulla.
Non alza nemmeno le braccia, o una mano, o un dito. Nulla.
Batto le mani, ma non posso non farmi la domanda, e come me credo
ognuno dei centomila sulle tribune: «Perché non festeggia?».
Eleanor annuisce. Anche lei ha notato la stessa cosa.
«Stranissimo: non ha esultato, nemmeno un gesto. Perché?»
Neanche un minimo segno di esultanza. Indifferenza assoluta. Ora
viene circondato dai suoi compagni di squadra e quasi portato via di
peso. Una situazione sempre più inspiegabile.
Eleanor ha un’altra preoccupazione: «Ma dove sono i nostri?».
Me lo chiedo anch’io.
Intanto ecco Harper, l’inglese. Arriva secondo. Medaglia d’argento.
Ovazione anche per lui. Appena oltre il traguardo si siede sul prato al
bordo della pista.
«Ma che fa?». Eleanor lo sta osservando.
L’inglese ha una spaventosa smorfia di dolore mentre il suo
massaggiatore cerca di sfilargli le scarpe. Eleanor ora urla di sorpresa.
«Ah! Guarda, Dale! Guarda l’inglese! Poveretto.»
Impressionante: le calze di Harper, in origine probabilmente bianche,
sono scarlatte. Quell’uomo ha corso con i piedi letteralmente
sanguinanti, ed è arrivato secondo. Questa forza d’animo, solo gli
inglesi…
Be’, un’altra meravigliosa storia delle Olimpiadi. Soltanto in
quest’atmosfera potrebbe succedere.
Passano i minuti.
Ecco il primo dei nostri: è John Adelbert Kelley, diciottesimo.
Eleanor distorce le labbra in un’espressione schifata quando lo vede
arrivare ansante al traguardo, mentre Son Kitei è già sotto la doccia da
moltissimi minuti.
Anche lei, come me e come la maggior parte di noi americani,
concepisce solo la vittoria.
Tutto il resto, sconfitta o pareggio che sia, roba per popoli deboli, non
per gli States.

***

Peccato, giornata molto triste per il nostro sport. Niente note


entusiasmanti di Stars and Stripes oggi allo stadio, niente brillare della
Old Glory sul pennone.
Solenne, comunque, impressionante l’inno nipponico.
Ma il vincitore sta tutto il tempo dell’inno e dell’alzabandiera con la
testa bassa.
Davvero sorprendente. Sarà un modo asiatico di manifestare rispetto?
«Buddy, ma secondo te, perché Son Kitei aveva quella faccia da
funerale alla premiazione?»
Non le so rispondere.
15

Berlino, centro città, 9 agosto 1936. Pomeriggio.

Tic. Tac.
La pendola del salotto ritma i nostri silenzi.
L’appartamento è in penombra, le tende sono abbassate a proteggerci
dal torrido pomeriggio estivo. Un’eccezione per la piovosa Berlino degli
ultimi giorni.
Tic. Tac.
Leonie tace. Mi guarda e tace.
Crede di avermi già detto tutto, e forse ha ragione.
Del resto i suoi atteggiamenti nelle ultime settimane e quelli dei miei
suoceri dopo gli articoli di quei giornali avrebbero dovuto aprirmi gli
occhi. Non v’era bisogno di molte parole.
Troppo ingenuo io, come sempre. E ora questo gelo e questo vuoto.
Le sue valigie pronte nell’ingresso. Affastellate sul tappeto.
Non per un viaggio. Non solo un viaggio questa volta.
Tic. Tac.
Dalle finestre socchiuse lo sferragliare lento dei tram lungo Unter den
Linden.
I tigli** che danno nome al viale sono tornati al loro posto dopo i
lavori di costruzione della metropolitana. Prima sradicati a uno a uno,
poi amorevolmente ripiantati. Sarebbe stato semplicemente impossibile
abbatterli.
Il Partito riconosce l’importanza di salvaguardare il verde pubblico e
la tutela dei boschi e della natura è un punto fondamentale nel
programma politico del nazionalsocialismo. È stato meno complicato
sradicare gli zingari dai loro campi e “trapiantarli” nel centro di raccolta
di Marzahn, perché non disturbassero i Giochi con la loro presenza.
Clacson di rare automobili e voci di passanti. Allegre.
Ronzio insistito di una mosca sul vetro.
Immagini di noi due, felici in questi anni, occhieggiano dalle cornici
d’argento poggiate sui mobili scuri.
Posacenere di ottone opaco con due mozziconi, mezze sigarette
fumate. Due bicchierini di cristallo, con un dito di cognac, dispersi fra i
centrini ricamati sul grande tavolo rotondo nel centro della stanza.
Ultimo tentativo di un colloquio impossibile.
L’ex-comandante del Villaggio olimpico, che si appresta a diventare a
breve un ex-ufficiale della Wehrmacht non può più stare al fianco di una
von Schlick.
Troppo umiliante. Troppe battute ironiche al circolo del bridge.
Ma soprattutto: non con un mezzoebreo.
Non più. È troppo rischioso.
Ecco tutto. Semplice. Nessun altro vero motivo.
Dovrei capirlo.
O almeno provarci.
Se non per me, o per lei o per noi, dovrei farlo almeno per nostro
figlio.
Osservo per terra i perfetti incroci di linee fra i mille nodi e i mille
colori del buchara.
Guardo le rose appassite nel vaso di Murano sul pianoforte a coda.
Chiuso.
Tic. Tac.
«Faccio venire Joachim a portarti i bagagli?»
«No, grazie. I miei hanno mandato il loro autista. Avrebbe dovuto
essere qui già da un quarto d’ora.»
Pronuncia le ultime parole con tono acido. Quando invecchierà avrà il
carattere di suo padre, l’ammiraglio, abituato a farsi obbedire.
Alzo lo sguardo verso di lei.
Leonie ora squadra il soffitto e segue con gli occhi i fregi di gesso alle
pareti.
È un sollievo che Hans sia in vacanza dai nonni.
I suoi nove anni non sarebbero sufficienti a comprendere questo
lancinante dolore.
Ci sarà modo di informarlo.
Da una radio lontana, forse per strada, forse in un appartamento
vicino, voce di una cronaca sportiva.

«… Gentili radioascoltatori, prendiamo la linea dal posto di controllo al


chilometro otto, stazione di Grünenwald, da dove vi stiamo trasmettendo la
cronaca della maratona… è appena transitato per primo l’argentino
Zabala…»

Le Olimpiadi. Avevo proposto io a Carl Diem di collocare una stazione


radio nel bosco di Grünenwald.
I Giochi sono beffardamente onnipresenti per me.
Persino in un momento come questo.
Tic. Tac.
La pendola che ci accompagna è un regalo di nozze.
«Sai, credo sia meglio così. Meglio per tutti. Anche per Hans.»
Mia moglie pronuncia ora anche altre parole, che però mi arrivano
smorzate, distorte, non ho prestato attenzione a quello che diceva, non
mi interessa più, ho solo guardato le sue labbra.
Le sue labbra. Come allora.
Tic. Tac.

List, mare del Nord, giugno 1924.

Dalla terrazza della villa il mare sembra vicino. Due passi. Solo un breve
scivolo di sabbia e radi cespugli dividono dal bagnasciuga. Una striscia
tremolante, luce arancione di fiaccole indica il percorso verso la spiaggia.
Tramonto e solstizio d’estate. Il cielo è lattiginoso.
La notte salmastra non sarà di tenebra a queste latitudini.
Mi appoggio alla balaustra, sorseggio da una flûte vino del Reno e guardo
l’orizzonte.
Gabbiani ritornano verso l’entroterra, Il vento pian piano rinforza, ma è
ancora brezza piacevole.
Una lunga tavolata è pronta dietro di me. Tovaglie bianche, mazzi di fiori e
posate d’argento. Camerieri girano attorno, portando vivande, vassoi di
frutta.
L’orchestra ha suonato l’ultimo valzer. Gli accordi sfumano nell’aria.
Festa in onore dei veterani dei Freikorps.
Junkers e soldati semplici.
Graduati, ufficiali e Landser.
Ma prima di tutto, soprattutto, tedeschi.
Più tardi, forse, davanti a un cimitero di bottiglie di birra, intoneremo
solennemente, a cappella, la canzone per i nostri caduti, Ich hatt’ einen
Kameraden…
Occhi lucidi.

Leonie. Si chiama Leonie, così mi hanno detto.


Non so se sia davvero la figlia del padrone di casa, dell’ospite di questa
meravigliosa festa.
So soltanto che io l’ho osservata per tutta la sera, incantato, e credo di
essere stato l’unico uomo, fra gli invitati, a non chiederle di ballare.
Ci vorrebbe una sigaretta. La pesco dalla scatoletta d’argento.
Il primo fiammifero sfuma senza successo fra le capriole della tramontana.
Anche il secondo.
Della feroce notte di Annaberg mi rimane un leggero tremore alla mano
sinistra. Per farmi scudo dal vento mi giro verso il salone, volgendo la schiena
al mare.
E la vedo.
A pochi passi da me, in piedi, sulla terrazza.
Mi stava guardando.
So che non riuscirò mai più a togliermi dalla testa questo lunghissimo
istante.
La ragazza, proprio lei, Leonie, luce trasparente dal vestito bianco.
Fra i capelli neri splende un fermaglio di giada.
Ombra della sera di giugno negli occhi chiari.
Mi guarda con la testa reclinata sulla spalla scoperta. Dalle sue labbra
scivolano queste parole: «Lei è un militare? Non ha la divisa come gli altri
invitati di mio padre…».
Goffa risposta, la mia. Farfuglio banalità.
«No, in questo momento no. Anch’io ero ufficiale. Lei sa. La Reichswehr, il
trattato di Versailles, le riduzioni di personale. Sono stato congedato, ma mi
piacerebbe tornare a essere un soldato, voglio dire… semplicemente un
soldato, credo di essere nato per questo. Ecco.»
Mi sorride e mi chiedo se le sue labbra sappiano di miele o di fragola.
Dal salone giunge, ovattato, il suono dell’orchestra che riprende a suonare.
Vorrei che dal mare il braccio grigio del vento la afferrasse per la cintura,
adesso, subito, e la portasse fra le mie braccia.
Per sempre.

Berlino, centro città, 9 agosto 1936. Pomeriggio.

Il suono del campanello mi riporta alla realtà, bruscamente.


«Allora ciao.»
Non rispondo. Leonie esce dall’appartamento, l’uscio resta socchiuso.
Resto in piedi nell’ingresso e la seguo con lo sguardo.
Vedo la sua schiena sul pianerottolo. Una voce dai piani inferiori.
«Frau von Schlik? È lì? Devo salire?»
«È in ritardo! Sì. Terzo piano. Si sbrighi.»
Sento il colpo secco dell’ascensore che inizia la risalita.
Con la porta spalancata, la voce alla radio arriva molto più
distintamente.

«… Il giapponese Son Kitei e l’inglese Harper stanno tenendo il passo del


fuggitivo di questa entusiasmante corsa…»

Lei si gira per spostare la valigia, alza la testa e io incrocio ancora una
volta i suoi occhi.
Poi si aggiusta il cappello chiaro e rimane a guardarmi attraverso la
porta aperta.
Esattamente come dodici anni fa: so che non riuscirò mai più a
togliermi dalla testa questo lunghissimo istante.
Conto i tre passi verso l’ingresso e chiudo piano l’anta, mentre Leonie
resta immobile.
L’ultima immagine che ho di lei.
Scatto della serratura.
Sento singhiozzi scendere lungo le scale.
Berlino, Villaggio olimpico, 12 agosto 1936. Mattino.

Il giornale del mattino fresco di stampa è appoggiato sulla scrivania.


«Völkischer Beobachter», l’organo ufficiale del Partito.
Leggo i titoli, sorseggiando il caffè preparato da Joachim, il perfetto
attendente.
Alla fine dei Giochi lo proporrò per un avanzamento di grado. Se lo
merita.
In prima pagina i massacri della guerra di Spagna: i bolscevichi danno
la caccia a suore, sacerdoti e monaci. Li macellano come pecore.
Forse è vero ciò che si dice qui a Berlino: dovremmo fermarli noi
quegli assassini.
Lo faremo anche.
Prima o poi.
Ne parlava Wilhelm Leichum giusto qualche giorno fa.
Credo sarebbe giusto.
La grande foto di spalla racconta altre vicende, quelle esaltanti dei
Giochi: in primo piano un atleta asiatico, canottiera bianca con fascia
scura e il numero trecentottantadue.
Il suo ultimo balzo verso il traguardo della maratona.
È un giapponese.
Si chiama Son Kitei e ha vinto la medaglia d’oro “al termine di
quarantadue chilometri e centonovantacinque metri di corsa”, come
recita la didascalia.
Una sigaretta dopo il caffè è quello che ci vorrebbe ora. Tasto
ripetutamente coi palmi delle mani nella giacca, ma non ne trovo. Le
avrò lasciate nelle tasche dell’impermeabile, o in macchina.
Resisterò al bisogno di nicotina.
Guardo meglio la foto.
L’immagine del campione: quel viso, quegli zigomi sporgenti, quei
capelli cortissimi li ho già visti.
Un ricordo non lontano e comunque scolpito nella mia memoria.
È il mio interlocutore misterioso, l’asiatico che correva prima dell’alba,
solitario, lungo i sentieri del Villaggio.
Apro il giornale. Nelle pagine interne anche una foto della sua
premiazione.
Il vincitore sta con la medaglia al collo, a capo chino.
Foto mal riuscita o l’espressione su quel podio è triste?
Forse esagero, ma mi pare addirittura che tenga fra le mani la piantina
di quercia, omaggio ai vincitori, in modo tale da coprire il sole rosso sul
suo petto!
Un tuono fortissimo mi toglie da questi pensieri. Alzo la testa dal
giornale. La pioggia ora picchia di traverso sui vetri, sempre più
insistente.
Ieri afa, oggi il diluvio. Non si può dire che il clima sia stato
favorevole in questi Giochi.
Già, l’estate di Berlino!
Bussano. La voce di Joachim da dietro la porta.
«Capitano? Posso disturbarla?»
«Avanti.»
Si abbassa la maniglia, la porta si apre.
«Heil Hitler!»
«Bravo Joachim, giusto in tempo. Hai una sigaretta?»
Senza esitazioni toglie un étui argenteo dalla tasca dei pantaloni,
percorre i quattro passi che separano la scrivania dall’ingresso e me lo
porge.
Sfilo una sigaretta e, mentre armeggio con l’accendino, lui parla.
«Ci sono in anticamera due greci, vorrebbero parlare con lei.»
«Con me? Due greci?»
«Uno è attaché dell’ambasciata, l’altro professore di archeologia, se ho
capito bene.»
«Archeologia? Ma von Gilsa dove è? Non dovrebbe incontrarli lui?»
«Stamane aveva un incontro al ministero della Guerra.»
Accendo, aspiro, gli rendo il portasigarette: «Vediamo che vogliono.
Falli entrare».
Joachim esce.
Una boccata di fumo, poi mi alzo e apro uno spicchio di finestra. Aria
fresca con il temporale.
Che vogliono da me i due greci? Raddrizzo il ritratto di Adolf Hitler
appeso al muro dietro alla mia scrivania.
Qualche istante dopo la porta si riapre. Entra Joachim per primo. Si
mette di nuovo sugli attenti, stavolta in maniera più scenografica,
formale: braccio teso e altro “Heil Hitler”.
Ricambio il saluto, data la presenza di ospiti.
I due stanno in piedi davanti a me, entrambi con i cappelli e gli
impermeabili sgocciolanti. Joachim si mette alle loro spalle e li aiuta a
spogliarsi. Uno sembra piuttosto avanti con gli anni, oltre la sessantina
in ogni caso.
Il volto olivastro e pieno di rughe, le mani forti, nodose, un Ulisse
invecchiato. Porta in braccio, quasi stringendola al petto, una
voluminosa e all’apparenza pesante borsa di cuoio nero. L’altro invece
sembra più il tipo dell’intellettuale, calvizie incipiente, occhiali tondi e
pizzetto. Immagino seri problemi di comunicazione fra noi, ma il più
giovane dei due si presenta in perfetto tedesco.
«Buongiorno, capitano Fürstner, grazie per averci ricevuto così, senza
appuntamento.»
Cerco di essere gentile.
«Nessun problema, siamo a vostra disposizione.»
Indico le due sedie davanti alla mia scrivania.
«Accomodatevi. Caffè?» Senza attendere la loro risposta, faccio un
cenno di intesa a Joachim che si allontana.
I due uomini si sono seduti.
Il più vecchio ha estratto un fazzoletto dalla tasca e asciuga con cura
maniacale il cuoio nero, togliendone goccioline di pioggia. Cosa ci sarà
in quella borsa di tanto prezioso?
Sempre l’addetto d’ambasciata: «Abbiamo pensato di portare un regalo
al vincitore della maratona. Sa, per noi greci, quella corsa ha un
significato speciale».
Il vincitore della maratona. Prima la foto sul giornale, poi questi due
con l’omaggio dalla Grecia, proprio la sua giornata.
“Ulisse” ora poggia la borsa sulla scrivania, la apre e ne estrae, a
fatica, un cofanetto di legno levigato. L’insieme dà l’idea di qualcosa di
davvero prezioso.
Si sfila dal collo una catenella d’oro alla quale sta appesa una piccola
chiavetta. Cerimoniosamente la infila nella toppa e – clic – apre il
bauletto di mogano. Alza la testa e mi guarda.
Resto senza fiato: all’interno del cofanetto è incastonato un manufatto
di metallo, un elmo da antico guerriero greco; riflessi di verde e
azzurrino fra le occhiaie vuote e lungo il profilo che proteggeva il naso.
Una meraviglia.
Lo guardo e respiro la storia di un soldato. Un vero soldato. Uno per
tutti. Simbolo di quel comune sentire che accomuna le virtù militari di
ogni tempo e in ogni epoca.
Oltre ogni divisa.
Solo l’onore di difendere la propria Patria.
Quello che è stata la mia vita.
Mi sembra di vedere questo eroe combattere nella sabbia giallastra
dell’Attica, i suoi sandali impolverati, e giavellotti e scudi e lance. Con
questo elmo.
Tentazione infantile di volerlo indossare!
Il professore parla, con voce grave, bassissima, e l’addetto
d’ambasciata traduce.
«Vorremmo premiare il vincitore della maratona con questo bronzo.
Un autentico gioiello, lei che ne pensa? Potrebbe organizzare la cosa?
Crede si possa fare?»
«È un’idea bellissima. Bellissima! Faccio avvisare subito i giapponesi,
magari li convoco qui, così possiamo concordare i dettagli. E faremo
venire anche dei giornalisti.»
Alzo la cornetta.
«Centralino per cortesia, l’ufficiale di collegamento con la delegazione
giapponese…»

Ci vorrà almeno mezz’ora prima che i funzionari nipponici ci possano


raggiungere.
Cerco temi di conversazione.
«E da dove viene esattamente l’elmo? A che epoca risale?»
Joachim arriva, portando i caffè. Sono costretto a chiederglielo.
«Hai un’altra sigaretta?»
Me la porge di nuovo.
Sì, proprio il perfetto attendente.

***

Eccoli i nipponici, c’è voluta meno di mezz’ora.


Efficienti e puntuali.
Entrano nel mio ufficio.
Sono in tre.
Due hanno giacche chiare, quasi un’uniforme, e cravatte nere.
Pantaloni color kaki perfettamente stirati. Sono i dirigenti della squadra.
Il terzo è il maratoneta, indossa la loro usuale tuta bianca da
allenamento sulla quale spicca il cerchio rosso. Quello che nascondeva
con le foglie di quercia. Sono contento ci sia anche lui.
Uno dei due orientali si leva gli occhiali e inizia a ripulire le lenti con
un fazzoletto.
Lo riconosco: era uno di quelli che correvano qui nel Villaggio, quasi
inseguendo Sohn, quel mattino.
E ora che ripenso a quella situazione, forse davvero lo stavano
seguendo.
Mi sembrano sorpresi di vedere altri ospiti nel mio ufficio. Irritati,
direi. E non lo vogliono nascondere.
Quello dei due che mi pare in comando ha una evidente cicatrice sul
viso. Una sorta di “v” irregolare sulla guancia, macchia più chiara
rispetto alla sua carnagione. Sembra quasi una Mensur, sfregio esibito
orgogliosamente dai giovani schermitori prussiani. Antipatia istintiva.
Tuttavia provo a svolgere il mio compito. Mi rivolgo proprio allo
sfregiato.
«Parla la mia lingua?»
Annuisce, restando serio.
Spiego la situazione con parole semplici, gli ricordo l’importanza della
maratona per il popolo greco, dico che sono convinto che il loro assenso
sarà una formalità, e che immagino già i loro sorrisi e la loro gratitudine
per questo importante riconoscimento.
«… e pertanto, se siete d’accordo, pensavamo di organizzare per
questa sera, con tutti gli onori e nel teatro del Villaggio, la consegna di
questo fantastico premio…» indico il manufatto ancora nella protezione
di legno «… al vostro atleta.»
Terminato il discorsetto, sorrido. Cordiale, almeno ci provo. I greci
anche.
Gli orientali mi hanno ascoltato senza muovere un muscolo del viso.
Tutti e tre.
Poi il funzionario giapponese ringhia una mezza frase nella sua lingua
verso il maratoneta, che risponde piano, quasi solo fonemi, a scatti.
La risposta deve soddisfare lo sfregiato, perché ha un ghigno metallico
mentre si rivolge a me: «Grazie dell’invito, ma Son Kitei è già molto
orgoglioso di avere servito fedelmente l’imperatore del Giappone con la
sua vittoria e questo gli basta. Non vuole altri regali».
Silenzio. Gelo. Nessuno fiata. Lui si inchina e, senza attendere
repliche, semplicemente, infila la porta e se ne va, seguito dagli altri
due.
I greci non capiscono. Non comprendono la situazione. Guardano
dapprima me, poi le schiene dei giapponesi che lasciano la stanza. Poi di
nuovo me, che non ho parole, ma ho capito perfettamente.
Ora sì, ora tutto mi è chiaro: i cerchi nella sabbia, e la disperata
negazione del ragazzo quando gli avevo chiesto se fosse giapponese, e il
suo viso di pietra nelle foto della premiazione.
Nessuna gioia: semplicemente il trionfo di uno schiavo per il proprio
padrone.
E il padrone non vuole eccessivo clamore su un coreano, che è già
anche troppo famoso.
Del resto, anch’io ho smesso di essere gratificato da chi si
complimentava con me per l’organizzazione delle Olimpiadi. Destino
comune. Chissà se anche lui è sposato o ha figli. Se magari ha una
moglie che lo ha abbandonato e ha sceso le scale di casa piangendo, ma
senza ripensamenti…
“Ulisse” resta in silenzio, scuote il capo e, religiosamente, richiude a
chiave il cofanetto di legno.
Il guerriero ateniese ritorna nel buio. Forse per altri secoli.
Per una volta i tiranni hanno vinto contro la voglia di libertà dei greci.
Il nazionalismo più becero sulla cortesia e soprattutto sullo sport.
Dalla finestra guardo i tre asiatici allontanarsi sotto la pioggia. Son
Kitei cammina in mezzo agli altri due.
Un prigioniero.

Berlino, nei pressi del Villaggio olimpico, 13 agosto 1936. Mattina.

Joachim guida lentamente mentre mi accompagna all’ufficio.


Si sente solo il fruscio controllato del motore della Adler 1.7. Scala le
marce, tenendo i giri al minimo.
Questo apprezzo del mio attendente: parla poco. E solo se interrogato.
Capace di ascoltare. Dote non comune.
Oggi poi parla ancor meno del solito.
Capisce il mio stato d’animo di questi giorni, ma cosa pensi veramente
di me, credo non lo saprò mai.
Discorriamo del più e del meno, ma soprattutto ovviamente dei
Giochi.
Ho un appuntamento con il capo della delegazione peruviana.
Racconto a Joachim della questione.
Non perché la cosa mi interessi veramente, non più.
Gliene parlo solo per educazione forse, o per far trascorrere il tempo, o
perché i silenzi mi fanno paura.
Si pensa troppo, nei momenti di silenzio.
«… E dopo questa rissa furibonda gli austriaci sono rimasti in nove. I
peruviani hanno segnato altre due reti e avrebbero vinto, ma gli
austriaci hanno fatto ricorso e il Comitato olimpico ha squalificato il
Perù e promosso alla semifinale l’Austria. E adesso le squadre
sudamericane vogliono abbandonare i Giochi.»
«E lei vuole far cambiare idea al delegato peruviano?»
«Ci proverò, ma temo la decisione sia già stata presa. Immagino voglia
solo salutarmi.»
«Peccato però, mi pare che così…».
Si interrompe di colpo. La sua attenzione attirata da un gruppetto di
persone sul marciapiede alla sua destra. Proprio lungo il muro di cinta
del Villaggio.
Sono tre. All’apparenza giovani, molto giovani. Danno le spalle alla
strada.
Due in divisa bruna. Il terzo indossa una vistosa camicia bianca e un
copricapo militare.
Bracciali rossi con la croce uncinata.
Pantaloni corti di pelle, scarponi da montagna e calze arrotolate sopra
la caviglia completano quella sorta di uniforme.
Attorno a loro si è già formato un piccolo gruppo di curiosi.
Animazione. Risatine.
Uno di quei militi regge un secchio.
Ha un vistoso rotolo di fogli sotto un braccio.
Un altro impugna un largo pennello e lo sta vigorosamente facendo
scorrere lungo la parete di mattoni, da destra a sinistra. Metodico e
veloce.
Ricopre con una mano di colla sette o otto manifesti gialli che recano
una scritta nera.
Affissi in questo modo, all’altezza degli occhi dei passanti e uno
accanto all’altro, attirano moltissimo l’attenzione.
Il ragazzo intinge il pennello nel secchio che l’amico gli porge e stende
la colla con forza, attacca i fogli ordinatamente sul muro di mattoni
rossi. Il terzo membro del gruppo, quello che sembra il caposquadra, si
guarda intorno circospetto, come facesse da palo.
Da questa distanza intuisco solo i caratteri gotici. Le lettere mi paiono
sfocate, mi sfiora il pensiero che a breve avrò bisogno di occhiali. O di
un monocolo.
Gli occhiali sono poco marziali. Non rientrano nell’immagine del buon
soldato. Sì, meglio un monocolo, più da ufficiale.
Joachim invece deve averla già letta, la scritta.
Sempre reggendo il volante, si volge col busto verso di me. La bocca
aperta in un’espressione di stupore.
«Ha visto, capitano?»
La Adler rallenta ulteriormente, ora è ferma proprio a fianco della fila
di manifesti incollati.
Adesso leggo anch’io attraverso il finestrino.
Cinque semplici parole e un punto esclamativo: “Nieder mit dem Juden
Fürstner!”.***
Solo questo. Scritta nera, sfondo giallo. Esteticamente ineccepibile.
Gli attacchini non si sono accorti della nostra presenza, non ancora.
Apro la portiera e scendo. Passi veloci verso di loro.
Sento il sangue salirmi alle tempie.
Anche Joachim è sceso.
Gira attorno alla vettura per bloccarmi.
Mi insegue e cerca di afferrarmi per un braccio.
«Capitano! Capitano, stia calmo! Lasci stare!»
Lo zittisco con un gesto e mi divincolo. Lui insiste, intuisce che sono
completamente fuori controllo.
«Lasci perdere, chiamo la guardia, li faccio staccare immediatamente!
Nessuno li ha visti…»
Adesso il palo mi ha notato, urla qualcosa e fa scappare i suoi
complici.
Il secchio vola per terra, assieme al fascio di altri manifesti non ancora
affissi.
Il liquido appiccicoso e schiumante si rovescia per tutto il
marciapiede.
Iniziano a correre rapidissimi lungo il muro, incitandosi alla fuga.
Mi rendo conto che se arrivano all’angolo della strada non li prenderò
più.
Inizio a inseguirli. Il mio berretto militare vola via.
Corro più veloce che posso, il colpo violento dei miei piedi sull’asfalto
mi rimbomba nelle tempie.
Ma sono troppo rapidi per me, troppo più giovani, forse anche
allenati.
Negli occhi ho una nebbia rossa, provo un furore plumbeo.
Da lontano mi arrivano le grida di Joachim. Mi chiama disperato.
«Stia calmo capitano, capitano!»
Il primo dei tre gira l’angolo, imprendibile, anche il secondo si mette
in salvo con falcate potentissime, veloci, non frenato dal peso degli
scarponi.
Il terzo invece, quello che reggeva il secchio. Forse durante la fuga ha
calpestato la colla viscida, forse ho solo fortuna.
Appena prima di svoltare l’angolo scivola goffamente. Cade sul
selciato.
Sbatte con violenza il ginocchio destro contro il palo di ferro di un
cartello stradale.
Urla di dolore.
Si tiene la gamba.
Non mi scappa più.
Gli piombo addosso in un istante.
Ho il respiro mozzato dalla corsa.
Costui pagherà per tutti, per tutto.
Non mi importa più di nulla.
Incrocio i suoi occhi.
Mi sfida ancora, pur da terra, dolorante. Mi insulta.
«Che vuoi, maiale?»
Accento plebeo del sottoproletariato berlinese.
Lo afferro per il collo della camicia con la mano sinistra. Lo sollevo da
terra: «Figlio di puttana!».
Non riesce a credere che qualcuno abbia il coraggio di mettergli le
mani addosso, di violare l’impunità che gli viene da quella mezza divisa,
da quei simboli al braccio.
Senza pensarci parte il mio pugno. Fulmineo.
La testa del ragazzo ha uno scatto all’indietro.
Sento lo schianto delle sue ossa nasali che si frantumano.
Un getto di sangue schiuma improvviso fuori dalle narici e inonda la
sua camicia, spruzzi vermigli anche sulla mia giacca e sulla mia cravatta.
Prima che possa colpirlo ancora una mano mi blocca, presa ferrea
nell’incavo del gomito destro, e un avambraccio mi afferra per la vita,
trascinandomi quasi a terra.
«Basta capitano, basta. Si fermi, um Gottes Willen! Che sta facendo?»
Joachim. Mi ha inseguito. Mi tiene fermo. Mi divincolo, ma, da terra,
posso solo cedere alla sua presa da combattimento corpo a corpo.
Il teppista si è rialzato. Si allontana zoppicando, trascina la gamba e si
tiene con la mano il naso ancora sanguinante.
Mentre attraversa la strada ha ancora la forza di voltarsi e lanciarmi il
suo insulto.
Vedo il viso stravolto dall’odio.
«Maiale ebreo! La pagherai!»
Solo ora noto che sul marciapiede opposto si sono radunati altri suoi
sodali.
Sono almeno quindici o venti. Schierati. In fila.
Anche se uno dei loro sta sanguinando ed è stato umiliato davanti ai
loro occhi, restano fermi. La nostra divisa grigia incute loro ancora,
forse, un minimo di rispetto.
Mi chiedo per quanto.
Ma stando fermi sul marciapiede berciano in coro, ritmicamente, tutto
il loro odio.
«Juden raus! Juden raus!»
Vorrei replicare. Vorrei dire a quegli esaltati che io già versavo sangue
per la Germania quando loro avevano il naso pieno di moccio, ma non
riesco a parlare, mi manca la forza.
Sento un reflusso acido salirmi nella gola.
Un conato di vomito.
«Andatevene, idioti!» urla loro Joachim, accompagnando le parole con
un gesto della mano.
Tutto inutile.
Torno verso la macchina con lui.
Camminiamo fianco a fianco.
«Il cappello, signor capitano.»
L’ha raccolto da terra. Me lo porge. Gli batto sopra col palmo della
mano per togliere la polvere della strada e lo indosso nuovamente.
«Comunque… gran bel destro signor capitano! L’ha imparato da Max
Schmeling?»
Joachim cerca di sdrammatizzare ma io, prima d’ora, non avevo mai
picchiato nessuno, nemmeno in guerra.
Che tipo di uomo mi stanno facendo diventare?
Lui continua a scherzare sull’avvenimento: «Ma ha visto che facce
avevano? Siamo sicuri che i ruffiani, borseggiatori, rapinatori di mezza
tacca, mendicanti, zingari e piccoli criminali che hanno arrestato nelle
scorse settimane per ripulire la città li abbiano davvero ficcati dentro?
Non è che invece li hanno rivestiti di camicia bruna e bracciale rosso al
gomito e li hanno mandati in giro per Berlino?».
Ride. Scuoto la testa, ma l’osservazione è pertinente.
«Grazie per avermi fermato, Joachim, senza di te mi sarei messo nei
guai.»

Nel frattempo, dal loro posto di guardia all’ingresso del Villaggio, sono
arrivati uomini del picchetto, attirati dalla confusione e dalle urla.
Sulla strada un giornalista o forse solo un curioso o magari un atleta,
di chiare origini asiatiche, sta fotografando la scena.
Altri attorno a lui, anglosassoni, sudamericani, sento una Babele di
lingue.
Il sottufficiale di servizio mi chiede con lo sguardo se debba fare
qualcosa per impedire quelle fotografie.
No. Che si sappia. Che si sappia bene ciò che succede in Germania.
«Li lasci fare, tutto bene, tutto bene.»
Mi sono calmato adesso.
Le guardie iniziano con le baionette a staccare i manifesti dal muro.
I curiosi si allontanano.
Respiro a fondo. Le nocche della destra sono livide, mi dolgono. Vi
soffio sopra per cercare di lenire il bruciore.
Mi chino a raccogliere da terra uno dei manifesti non ancora affissi e
rimasti sul marciapiede.
Lo apro davanti a me.
Lo voglio mostrare a von Gilsa. Lo guardo.
“Nieder mit dem Juden Fürstner!”
Nessuna firma, ovvio. Nessun responsabile.
Iniziativa personale di qualche testa calda dentro al Partito.
Sono certo che sarà la versione ufficiale dell’incidente, se mai ve ne
sarà una.
Avrei dovuto chiedere a quel teppista chi fossero i suoi mandanti.
Il mio pugno era per loro, non per lui, povero analfabeta, a suo modo
solo carne da cannone del Partito.
Mi rivolgo a Joachim.
«Andiamo adesso, non facciamo aspettare il delegato peruviano.»

Berlino, caffè di Marlene, 14 agosto 1936. Poco dopo mezzanotte.

Il liquido fonde la zolletta di zucchero.


Scorre attraverso l’argento opaco del cucchiaino traforato.
Scivola nel vetro.
La barista mi sorride. Lunghe dita, unghie laccate sulla bottiglia verde
smeraldo, cipria e scollatura.
Appoggio il gomito al bancone.
Il liquore ora diventa lattiginoso. L’aroma sale, forte, dal bicchiere. Già
il terzo, stanotte.
Ma non sono qui per questo. No.
Guardo verso il palco.
Marlene, in piedi. Microfono tra le mani, canta a occhi chiusi. Accanto
al pianoforte. Dietro, gli altri suonatori. È per lei che sono qui. E forse
anche per dimenticare quella metà di me che non ha più un posto dove
andare. La mia metà fuorilegge.

L’ultima strofa. Il finale di questa canzone mette sempre i brividi.


Midnight with the Stars and You.
Esattamente così. Quello che provo per Marlene. O per questo locale.
O per questa musica. O per tutte queste cose assieme.
Midnight with the Stars and You.
Aspiro forte dalla sigaretta.
Solo per le ultime tre note, identiche, perfette nella voce di Marlene,
solo per il loro suono, eco sospesa nell’aria piena di fumo di questo
locale, solo per questa sensazione vale la pena esserci.
Vale la pena sfilarsi la divisa e arrivare fino qua, in borghese. Senza
mostrine, senza gradi, decorazioni, croci di ferro a fronde intrecciate,
niente che ti identifichi da lontano.
Né prussiano, né ariano né mezzoebreo.
Classificato, arruolato, catalogato, pieno di certezze inculcate.
A colpi di scudiscio, quando serviva.
Così è stato per me, e per tutta la vita, fin dall’accademia militare.
Qui cambia tutto. In abiti civili, finalmente ignoto agli altri e
soprattutto nuovo a me stesso.
Applausi. Bicchieri tintinnano. Vociare.
Il pianista sorride, riprende le sue modulazioni morbide, Marlene
scende i due gradini del palco. Viene verso di me.
E i suoi occhi valgono il rischio di arrivare fino a qui.
Rischio.
“Rischio” temo sia il termine più corretto. Stasera il piantone che mi
ha visto uscire a tarda ora dal Villaggio mi ha guardato da dietro il
banco col suo sorriso falso, obliquo, e mi ha detto: «Serve qualcosa,
posso aiutarla signor capitano?».
E se fosse un poliziotto? Uno della Gestapo? Ma certo, è della Gestapo,
di sicuro. Come il cameriere della mensa, perché non ci ho pensato
prima? Uno Halbjude come il sottoscritto bisogna pure pedinarlo,
seguirlo, osservarlo.
Mi fanno pedinare? Siamo ospiti o prigionieri nel Villaggio olimpico?
Avrei dovuto uscire dalla porta di servizio.
No, sarebbe ridicolo. Ridicolo. Io sono sempre, sono ancora un
capitano della Wehrmacht!
Però.
La barista mi guarda intenta. Orecchino vistoso.
«Me ne fa un altro? Grazie.»
Eccola. Marlene, in piedi accanto a me.
Insopportabile peso, la sfumatura viola nei suoi occhi mi uccide ogni
volta.
«Buonasera, Marlene. Bevi qualcosa?»
Sorride e ammicca.
Allungo la mano con l’accendino verso la sigaretta fra le sue labbra e
devo farmi forza per non rendere evidente il tremolio delle mie dita.
Da lei il solito sarcasmo feroce, intelligente, spietato.
«Sei ancora qui? Wolfi, non faresti meglio a scappare?»
Sa come ferirmi, Marlene. Conosce i miei punti deboli. Rispondo
sorridendo.
Le parole fluiscono senza intoppi.
Il monologo lucido e infinito di un ubriaco.
«Anche tu dovresti andartene, sai? Scappare da qui, e presto. Non
sperare nella loro moderazione, Marlene, non credere a quello che
dicono ora, a quello che scrivono ora, mentre sono osservati, mentre
tutto il mondo li guarda. Non è ciò che pensano davvero. Stanno
fingendo. Non l’hai notato? Per qualche settimana ti hanno persino
lasciato cantare in pace le tue canzoni. Ma hanno altro in mente. Altro.»
La sua voce profonda uno stiletto nella mia giugulare.
«Sei ubriaco, Wolfgang.»
«Tu credi? Ubriaco. Probabile. Dubbioso, certo. Lo sai, Marlene, lo sai
cosa c’è davvero là fuori? Solo tamburi, marce, bandiere, rimbombo di
scarponi sul selciato e revolverate. E poi botte e violenza e brutalità e
menzogne. E ottusità. E disprezzo. Perfino disprezzo per lo sport e per
campioni di altre razze. Perché? Non era questo che volevo quando mi
sono arruolato. Era un’altra la Germania per la quale ho combattuto nei
Freikorps. Così non si costruisce nulla di buono. Già il mondo ha iniziato
a odiarci. E poi, dimmi Marlene, perché invece io qui, qui mi sento
bene? Con te e con questa musica. Perché?»
Mi guarda. Stavolta leggo un muto rimprovero in quelle fessure
violette.
«Sì, è l’ultimo, hai ragione, promesso. L’ultimo per stanotte e poi torno
al Villaggio. Anzi, faccio chiamare un taxi, non sono in condizione di…
ma tu dimmi: perché sto così bene, così bene io qui? Solo perché qui si
può ascoltare “la musica dei negri”? Questa incomprensibile divisione
del mondo. È tutto così assurdo. Perché quando Owens è volato quattro
volte verso l’oro, è volato quattro volte oltre ogni pregiudizio, io ero
ammirato, ammirato e felice? Sì, felice, a te lo posso dire, e invece, in
mezzo a tutti quei colleghi e camerati quasi dovevo nascondere la mia
gioia, mascherarla. Perché? Avresti dovuto vederlo, Owens, avresti
dovuto esserci tu accanto a me in quello stadio, non altri, tu…»
Un lungo sorso. Davvero l’ultimo. La gola brucia, consumata dall’alcol
e dal fumo.
«Dimmi, Marlene, dimmelo tu chi sono. Sono il Wolfi che, bambino,
ascoltava piangendo il preludio del Lohengrin sugli attenti e a tredici
anni ha iniziato l’accademia militare per servire la Germania e
l’imperatore o sono Wolfgang lo Halbjude Fürstner che oggi si commuove
alle terzine ritmate di Marlene ed esulta perché un negro americano
corre e salta come un semidio? Chi sono io?»
Non risponde, non mi sente o forse non mi ascolta. Non mi ascolta più.
Sorseggia ancora dal bicchiere. Spegne la sigaretta nel posacenere. Le
sue dita come lacrime dalle mie ciglia alla gola. Appoggia l’indice sulle
mie labbra, a sigillarle. Poi ancheggia tre passi eleganti verso il palco,
sale e afferra il microfono che il sassofonista le porge.
Mi guarda. Almeno, io credo stia guardando me.
Mi sorride. Almeno, io credo stia sorridendo a me.
L’attacco.
Pianoforte. Sollievo di lacrime.
Anche qui non è più posto per me.

Berlino, Villaggio olimpico, 16 agosto. Sera.

L’ho custodita per lungo tempo, rinchiusa nell’armadio del mio ufficio,
qui al Villaggio.
È tempo di riprenderla. Di ridarle vita.
La chiave gira armonica, rotonda, nella serratura.
Apro l’anta del mobile. Cigolio dei cardini.
La vedo, è poggiata sullo scaffale. Tranquilla. Dorme nel suo fodero.
Come mi aspettasse.
Afferro il cinturone, mi avvicino alla scrivania e lo poso
delicatamente.
Accendo la lampada da tavolo, un cono di luce giallastra illumina il
cuoio della fondina.
Marchiato a fuoco, nero, sul fodero, si legge perfettamente il mio
numero di matricola, nonostante l’evidente usura degli anni.
Mi venne consegnata il giorno della promozione a sottotenente,
assieme alla sciabola.
Mi ha accompagnato sui campi di battaglia di tutta Europa.
Mi ha salvato la vita togliendola ad altri.
Adesso la sfilo dalla sua custodia.
Esce senza intoppi.
Nel mio incubo ricorrente invece si incastra. Si blocca.
È il momento preciso in cui mi sveglio. Ogni volta identico.
Angosciante.
La vita vera è altro. Magnifica efficienza delle buffetterie germaniche.
Eccola. L’ho in pugno. Eccellente l’equilibrio, si bilancia alla
perfezione.
Novecentosessanta grammi di straordinaria, letale meccanica.
Trascurata per mesi.
So che non si dovrebbe fare.
Come non si dovrebbe trascurare una bella donna.
L’ho imparato troppo tardi? Forse, ma probabilmente è il mio destino.
Il delegato jugoslavo, il giorno della gara a pistola libera, mi raccontò
ridendo che loro, nei Balcani, una bella donna la chiamano puska, cioè
fucile.
Interessante metafora.
Mai trascurare un’arma, mai trascurare una bella donna.
Pistola brunita. Calcio in legno scuro. Canna corta. Marcatura DWM.
Deutsche Waffen Munitionsfabrik.
Nome ufficiale? Parabellum Pistole System Luger Borchardt 08. Ma
tutti noi soldati la chiamiamo semplicemente Luger.
Chissà se era ebreo anche il progettista della Luger.
Forse.
Sogghigno.
Fusto canna otturatore castello percussore guancette calciolo molla di
recupero…
Mi siedo. Smontare tutto. Oliare. Pulire, rendere di nuovo efficiente.
Accendo la radio.
Clic.
La cerimonia di chiusura è già iniziata.
La musica di Richard Strauss. Inno olimpico solenne, nell’aria.
Commenti a bassa voce del radiocronista. Come non volesse disturbare
gli immaginari orchestrali.
Questi temi, questo accompagnamento, queste melodie sarebbero
perfetti anche per un funerale.
Il funerale di un militare.

«… e ora sfilano gli atleti degli Stati Uniti d’America. Sono stati avversari
degni della grande squadra tedesca…»
Sfilo il caricatore dal calcio. Lo svuoto. Con calma. Otto colpi.
Calibro 9 millimetri.
Schiero le pallottole in verticale, in fila sulla scrivania.
Mi abbasso con la schiena e le guardo dal livello del tavolo.
Strizzo gli occhi per mettere a fuoco.
I bossoli in fila come soldatini. Obbedienti e disciplinati. Uno dietro
l’altro.
In attesa di ordini. Ordini che verranno presto.
Tic. Colpo secco con l’indice per fare cadere il proiettile.
Piombo e ottone.
Toc. Rimbombo sordo sul legno.

«… ora il portabandiera della squadra italiana, compagine che tanto bene ha


fatto a questi Giochi. Ecco gli atleti che sfilano con la camicia nera e il fez,
alzando entusiasti la mano destra tesa nel saluto che fu dei loro padri romani
e che oggi è anche il fraterno saluto del popolo tedesco…Vediamo Ondina
Valla, i calciatori, fra loro Annibale Frossi, realizzatore della rete decisiva
nella finale contro l’Austria, il campione di scherma Mangiarotti…»

Tic. Colpisco il bossolo.


Toc. Colpo sul legno.
Tiro indietro il carrello che si alza. Spio dentro la camera di sparo.
Vuota. Premo comunque il grilletto, due, tre volte, gesto meccanico, di
sicurezza.
Addestramento di anni.

«… un bottino di sedici medaglie per la squadra magiara che rappresenta pur


sempre un ragguardevole risultato per questa piccola coraggiosa nazione
amica…»

Appoggio l’arma sul tavolo premendo la volata sul legno. Spingo sulla
molla di recupero.
Ruoto poi il chiavistello di smontaggio, è facile per le mie dita sottili,
ha la testa zigrinata.
Lo faccio scorrere via e libero manovella e piastrina di copertura.
Sfilo la canna, resta intera, perfetta, brunita…
Lo squillo del telefono mi fa sussultare.

«Ecco la squadra giapponese che ha dominato la marat…»

Clic.
Impugno la cornetta.
La bachelite tiepida nel palmo della mano è un fulmineo contrasto con
il gelido acciaio della pistola.
«Pronto.»
All’altro capo del filo von Gilsa.
«Fürstner, che stai facendo? Ti stiamo aspettando per la cena di
chiusura…»
«Mi dispiace, von Gilsa.»
«Come? Non ho capito. A che ora arrivi? Non puoi mancare, sai che
dobbiamo anche consegnarti la medaglia per la tua…»
Lo interrompo.
«Mi dispiace.»
Riattacco senza attendere altre sue vuote parole.
Qualche istante e il telefono suona ancora. Non rispondo. Pochi lunghi
squilli.
Di nuovo silenzio.
Clic.
Riaccendo la radio. L’etere è di nuovo ricolmo di enfasi sportiva.
Gli ultimi minuti di questa euforia artificiale.
Prima che cali il buio sulla Germania. Sulla mia Germania.

«… zione, autentica ovazione del pubblico accoglie i nostri atleti tedeschi, veri
trionfatori della undicesima Olimpiade. Ottantanove medaglie, delle quali
trentatré d’oro. Eccoli, sorrisi dei vincitori, corone d’alloro fra i capelli e
braccia tese a salutare il nostro Führer…
«Ecco Long e Leichum, gli sfortunati ma cavallereschi protagonisti della
eccezionale finale di salto in lungo, ed ecco Helene Mayer, argento nella
scherma, e finalmente il migliore dei nostri, Konrad Frey, tre medaglie d’oro
nella ginnastica…»

Separo ginocchiello, percussore e otturatore. Soffio via la polvere.


Tutto deve essere pulito. Perfetto.
Svito le guancette di legno.
«… i vessilliferi inclinano ora verso terra le aste delle bandiere. Bellissime
ragazze germaniche in candide tuniche, sacerdotesse di Olimpia, appendono
alle punte delle aste corone di alloro, un purissimo, simbolico gesto di
chiusura. La grandissima bandiera coi cinque cerchi viene ammainata.»

Terminato di smontare.
Davanti a me, sul tavolo, ogni parte dell’arma, separata, pulita. Oliata.
Sono pronto.

«Ecco! In questo preciso istante si è spenta la fiamma olimpica che ci ha


accompagnato per tutti questi giorni. Sullo stadio cala un buio irreale.
Radioascoltatori tedeschi, è giunto il momento più alto di tutta questa
straordinaria cerimonia, mentre spontaneamente, nella oscurità, decine, e poi
centinaia e migliaia di gole urlano alto il nostro Sieg Heil! Sieg Heil! Sieg
Heil!»
«Inizio piano piano a rimontare.

Ogni passo preciso.


Ogni scatto del metallo incastra perfettamente un pezzo nell’altro.
Qualità superiore della tecnologia militare germanica.
Nessun dubbio su questo.
I proiettili, uno a uno, di nuovo al loro posto, nel caricatore.
Lo inserisco.
«… Il tempio di luce, come lo ha voluto chiamare Albert Speer, il suo
ideatore, decine di proiettori della nostra arma contraerea, in cerchio, che
sprigionano fasci di luce bianchissima verso il cielo, colonne di un tempio
ideale, appunto. Si alzano e si abbassano creando un effetto semplicemente
straordinario nella meravigliosa notte di Berlino… idealmente unendo tutti i
tedeschi in questa…»

Scarrello.
Rassicurante rumore del colpo in canna.
Sicura inserita.
Tloc.
Gesichert.
Perfetto.
Fisso la fondina sotto l’ascella.

«… le ventitré salve di artiglieria hanno appena terminato di rimbombare


nella marziale notte tedesca… Il Führer ha ora invitato la gioventù mondiale
a recarsi a Tokyo, per le prossime Olimpiadi, il 1940!»

Ora devo salutare Marlene. Devo vederla ancora una volta.

«… in questo trionfo assoluto di organizzazione e civiltà, è esaltante pensare


che le altre nazioni del mondo abbiano potuto toccare con mano la nostra
gra…»

Clic.
Esco dal mio ufficio. La sera di agosto è quieta e tiepida.
Niente pioggia. Niente vento. Il tramonto scolora lontano.
Gli dei del Walhalla hanno posato dal cielo il loro benevolo occhio su
Berlino, nel giorno della cerimonia di chiusura.
L’aria è come sospesa. Fermi i rami degli alberi. Qualche grillo
stonato.
In terra, lo noto solo ora, le prime foglie gialle dai tigli.
Un nuovo autunno si annuncia.
Pochi passi e sono all’uscita del Villaggio.
Li sento ancora prima di arrivare alla porta.
Colpi violenti, ritmati. Qualcuno sta percuotendo il muro perimetrale.
Già dalla soglia mi rendo conto di ciò che sta accadendo.
Quattro fasci di luce gialla, orizzontali, violenti, decine di falene che
ronzano impazzite attorno.
I fari paiono esattamente puntati contro di me. Per vedere bene la
scena devo pararmi gli occhi col taglio della mano.
Rumore di fondo, un rombo di diesel attutito, continuo e monotono.
Due autocarri militari, motori in funzione, immobili al centro della
carreggiata, a una ventina di metri dal portone, con gli abbaglianti
indirizzati esattamente sul muro d’ingresso.
Un’impalcatura montata di fresco. Oggi pomeriggio, quando sono
entrato al Villaggio, la parete era nuda.
Lì sopra alcuni genieri stanno abbattendo, a colpi di martello, il primo
degli enormi cerchi olimpici che, collocati in alto, proprio alla sommità
dell’arco del portone, decoravano l’edificio.
Faccio due passi verso il centro della strada e devo schivare polvere
gialla e calcinacci che piovono improvvisamente dall’alto.
Da terra un sottufficiale dirige le operazioni.
Bestemmie e incitamenti.
Quando mi vede passare sbraita un Achtung! verso i suoi uomini.
Questi cessano per un istante di martellare.
Sono in borghese, meglio così, i soldati non mi notano.
Non avrei voglia né di saluti né di spiegazioni.
I due autisti sono scesi dai Magirus A330 dipinti col grigio d’ordinanza
e fumano tranquillamente, osservando la scena.
I genieri hanno ripreso il loro lavoro.
Cammino veloce lungo il marciapiede, alla ricerca di un taxi.
Sento ora un ronzio alternato.
Fastidioso.
Intravedo, appena oltre i due autocarri, una luminescenza azzurrina,
lampeggia intermittente nel buio della strada.
Li noto, ora. In ginocchio sull’asfalto, con le maschere di acciaio e
vetro a protezione degli occhi, due militari saldano uno con l’altro i due
bracci neri di un’enorme croce uncinata stesa a terra.
Immagino verrà collocata esattamente al posto dei cinque cerchi.
Il Villaggio diventa caserma.
Via di qui. Via di qui.
** In tedesco appunto Linden.
*** Abbasso il giudeo Fürstner!
16

Berlino, stadio olimpico, 16 agosto 1936. Sera.

Ecco il taxi di Eleanor, finalmente.


L’auto accosta e si ferma davanti a me, vedo la mia “collega” sul sedile
posteriore che si affanna a cercare danaro nella borsetta per pagare la
corsa.
«Forza Eleanor, la cerimonia inizia fra…» do un’occhiata all’orologio
«nove minuti esatti.»
Appena Eleanor scende, le prendo la mano, insieme fendiamo la folla
lungo il marciapiede e ci avviciniamo all’ingresso della stampa.
«Scusa, Buddy, non sai il traffico! I berlinesi stanno venendo tutti qui.»
«C’era da aspettarselo, con l’ingresso gratuito!»
Superiamo i controlli all’ingresso per i giornalisti e saliamo quasi di
corsa fino al corridoio che conduce ai nostri posti in tribuna. Per
raggiungerli dobbiamo percorrere un breve tratto a fianco dell’ingresso
del palco personale di Adolf Hitler, ovviamente vigilato dalle SS.
Il boss sarà di certo già arrivato.
Ma a sorpresa niente SS questa sera qui, almeno così pare. Un crocchio
di persone tra cui riconosco alcuni colleghi staziona proprio lì davanti.
C’è una grande agitazione, allungo la testa per vedere meglio.
Stanno parlando con Hitler?
«Che succede?» chiede Eleanor. «Chi sono questi?»
«Giornalisti, direi. Sembra stiano intervistando qualcuno. Qualcuno di
importante.»
Mi sposto leggermente di lato e capisco: non è Hitler, è Leni
Riefenstahl, ed è la prima volta che la vedo di persona. Vestita da
business woman, sciarpa su blusa e pantaloni. Elegante comunque.
Eleanor si appoggia con la testa sulla mia spalla, mi spinge via, vuole
vedere anche lei. Pare colpita dal fascino indubitabile di quella donna.
Purtroppo siamo arrivati tardi a questa sorta di improvvisata
conferenza stampa. I miei colleghi mitragliano ancora domande su
domande, la regista risponde a tono.
Fra tante voci maschili ne sento una femminile, dall’accento
australiano, a occhio e croce. Non vedo la giornalista nel mucchio che si
è creato, ne sento solo la voce, decisa, quasi sgarbata: «Miss Riefenstahl,
come spiega il suo personale successo in un Paese nel quale la donna
viene essenzialmente vista come fattrice di soldati prossimi venturi?».
Gelo. Cala il silenzio.
La domanda è davvero scorbutica.
Mi attendo, ci attendiamo tutti, una precipitosa fuga della regista
dentro il palco “reale”, senza una risposta, invece, nel suo straordinario
elegantissimo inglese attoriale, la giovane “stella” tedesca replica così:
«Vede, signora… Mi scusi, ignoro il suo nome».
Dopo la stilettata la Riefenstahl prosegue: «In Germania per la donna
vale il concetto delle tre Kappa: Kirche, Kinder, Küche. Per quanto mi
riguarda, ho semplicemente aggiunto la quarta Kappa: Kino!».****
Risata collettiva. Quasi sollievo. Un colpo di genio per uscire
dall’angolo. Ci saluta con tono trionfale: «Buon divertimento a tutti per
la cerimonia di chiusura!» poi svanisce oltre l’ingresso del palco. Le due
SS che sembravano scomparse riappaiono come d’incanto davanti alla
porta, a bloccare l’accesso. La piccola folla si disperde. Stiamo per
andarcene quando arrivano, scortate da due ufficiali, Othilie Fleischer e
Gisela Mauermayer, medaglie d’oro tedesche nel disco e nel giavellotto.
Prototipi di bellezza ariana, festeggeranno la cerimonia di chiusura nel
palco del Führer.
Un privilegio, indubbiamente, ma sembrano spaesate. La porta si
riapre per un breve istante, per farle entrare.
Io e Eleanor allunghiamo la testa, tentando senza successo di spiare
all’interno.
Mentre ci avviamo verso i nostri posti, commento la scena di poco fa.
«Che donna! Che forza! Odiosa probabilmente, ma con carattere da
vendere.»
Eleanor non è convinta, con tipica gelosia femminile ribatte: «Sarà. Ma
girano voci che la “gran donna” abbia esagerato con le spese per
ristrutturare la villa dove ospitano la sua troupe».
Sottintende ovviamente arricchimento personale.
Mi fermo e mi giro verso di lei.
«Cosa?»
«Sì, proprio così. E sai che si è fatta una suite da centoventi metri
quadri tutta per sé, mentre i suoi collaboratori dormono in sei o sette per
stanza?»
«Chi è la fonte di queste informazioni? Il tuo Hermann?»
«Esatto. Proprio lui, non la sopporta.»
«Sarà geloso per l’influenza della Riefenstahl verso il “Baffo”!»
Eleanor mi colpisce con un buffetto sulla guancia.
Ci sediamo ai nostri posti. Appena in tempo.
Ecco i primi atleti.

Di nuovo, come all’inaugurazione di quindici giorni fa, all’inizio sfila la


Grecia e per ultima la squadra di casa, accolta da un’ovazione
inimmaginabile. Se la sono meritata, comunque: i tedeschi ci hanno
surclassato in termini di medaglie e devo dire che è stata per noi
americani una pessima sorpresa. Del resto, giocavano in casa, e questo
qualcosa vuole pur dire. Ma i miei lettori si attendevano la solita pioggia
di medaglie U.S.A. e il solito primo posto. Sarà difficile farglielo digerire.
Ci rifaremo a Tokyo fra quattro anni, sono pronto a scommetterci.
Ora è iniziata la cerimonia di chiusura vera e propria. La musica
inonda lo stadio, il cielo sopra Berlino si tinge degli straordinari colori
del tramonto, è una scena da pelle d’oca.
Cerco di spiegare a Eleanor cosa provo, ma è difficile da descrivere:
«Be’, bisogna ammetterlo, magnifico. L’ultima volta che ho vissuto una
sensazione così probabilmente è stato al Metropolitan».
«Intendi al teatro? Al teatro di New York?»
«Esattamente, rappresentavano Wagner, La caduta degli dei, o… forse
era Il crepuscolo degli dei…? Non ci sono stato spesso, ma quella volta fu
davvero coinvolgente.»
«Io non ci sono stata mai, ma capisco cosa vuoi dire. Anch’io sono
emozionata.»
Questa cerimonia è il coronamento di due settimane perfette, nulla da
dire sull’organizzazione.
Centomila persone nello stadio cantano a squarciagola.
Tutti i portabandiera delle diverse rappresentative ora sono schierati
sull’attenti, in fila lungo la pista.
Entrano una ventina di ragazze vestite di bianco, le braccia nude, sul
capo corone di alloro, magnifiche, eteree, corrono verso gli alfieri.
Le aste delle bandiere vengono abbassate e le ragazze infilano a una a
una delle ghirlande oltre la punta delle lance.
Poi iniziano una specie di danza. La musica crea un sottofondo
grandioso, c’è aria di Ellade antica, un momento straordinario.
«Carine le fanciulle però» squittisce Eleanor. «Perché non me l’hanno
chiesto? Ci sarei andata volentieri a recitare questa scena.»
«Dovevi chiederlo a Hermann, magari ti avrebbe accontentato…»
Rido, ma la sensazione che provo è davvero forte, va ben oltre la scena
che vedo sul prato.
Io sono americano, nessuno è più americano di me, mi sento
americano fino al midollo e ne sono orgoglioso, ma in questo preciso
istante avverto la sensazione di qualcosa che non saremo mai, oltre la
nostra ricchezza e il nostro progresso.
Queste radici mancheranno sempre al nostro sogno di grande potenza,
inevitabilmente. Quale potrebbe essere il nostro mito fondante?
Gli spettatori ora fissano il braciere. Una cappa di silenzio improvvisa
scende sullo stadio. Tutti si alzano in piedi, a comando, quasi. Questa
gente sembra poter vivere solo se guidata da un direttore d’orchestra.
Si attende ora che la fiamma venga spenta.
Anch’io sono in piedi. Eleanor mi prende la mano e la stringe.
Si spengono tutte le luci dello stadio. Resta accesa solo la fiamma.
Balugina riflessi arancioni che guizzano lungo la scalinata di marmo
bianco. Tutti trattengono il fiato.
Ecco l’istante esatto nel quale i Giochi terminano: l’attimo nel quale il
fuoco di Olimpia si è estinto.
Buio totale. Centomila gole e non si sente nemmeno un sospiro. Sono
incredulo, sgomento.
Scatta proprio a pochi metri da me ed è assolutamente improvviso,
inaspettato: «Sieg Heil!».
L’urlo mi fa voltare di scatto.
«Sieg Heil!» un altro proprio dalla fila sotto. Ne fioccano di nuovi, in
rapida successione, alcuni più vicini, altri più lontani, dalle curve e dalla
gradinata di fronte, e all’inizio sembra un gioco.
Mi viene quasi il dubbio che anche questo ritmato scandire faccia
parte della cerimonia, che sia previsto. Invece è spontaneo, non può che
essere spontaneo.
«Sieg Heil!» Persino Eleanor al mio fianco urla. La rimprovero.
«Lo sai almeno che significa? Lo sai che inneggiano alla vittoria? Alla
loro vittoria?» le grido nell’orecchio, sopra il frastuono che sale.
«Non ne avevo idea, ma suona molto bene, marziale. Senti qua: Sieg
Heil!»
Grida e ride alzando il braccio. Io scuoto la testa. Ora sono intere file
che lo scandiscono, nelle tenebre che avvolgono lo stadio saettano le
braccia tese, sembra l’onda di un mare in tempesta, un frangersi contro
inesistenti scogli, in netto contrasto con lo spirito dei Giochi. Per quello
che mi riguarda è una pessima coda, un finale avvelenato. Ora davvero
l’urlo sale da ogni settore.
Improvvisamente un’altra meraviglia: in pochi istanti si alza, proprio
sopra lo stadio olimpico, una geometrica serie di colonne di luce bianca.
In rapida successione si abbassano e si alzano a solcare la notte. Sono i
proiettori della contraerea che sondano il cielo, ricreano un tempio greco
con fasci di luce candida, ma a me dà la sensazione di nascere
direttamente da questa mareggiata velenosa, evocata dalla schiuma di
questo fanatismo che sta esplodendo improvviso.
«Incredibile.» Eleanor a bocca spalancata, come me e come tutti gli
altri spettatori.
L’urlo si è finalmente spezzato, resta solo qualche furibonda eco sparsa
lungo le gradinate. La rabbia e la tensione si sciolgono in un lungo
applauso. La gente si abbraccia, così come gli atleti sul prato. Per un
attimo è tornata Olimpia.
«Perché sei così cupo adesso, Buddy? Non ti è piaciuta la cerimonia?»
**** Chiesa, figli, cucina, cinema!
17

Berlino, Villaggio olimpico, 16 agosto 1936. Notte.

Eccolo, il taxi.
L’ultimo. Sono stato fortunato. Con la partenza degli atleti il
parcheggio delle auto è ormai pressoché deserto.
È sospeso anche il servizio di autobus che portava gli atleti in centro a
fare delle visite guidate alle bellezze di Berlino.
La luce sodica del lampione non lascia distinguere se la Daimler 260D
sia nera o verde scuro.
Il tassista sta in piedi fuori dalla macchina, la schiena appoggiata a
una delle ruote di scorta applicate lungo la fiancata.
Braccia conserte, un berretto storto sulla testa. Si guarda intorno
annoiato.
Faccio gli ultimi passi accelerando.
Quasi di corsa.
Afferro la maniglia della portiera posteriore.
«Orloppstrasse, per cortesia.»
Spalanco.
Salgo.
Il tassista, perplesso, si gira e mi guarda attraverso il vetro mentre mi
sto accomodando sui sedili di pelle.
Dentro l’auto odore stantio di fumo freddo.
Aria. Mi serve aria, abbasso meccanicamente il finestrino.
L’autista, accento strascicato del Sud della Germania: «Orloppstrasse?
Intende il quartiere di Lichtenberg?».
Uno dei tanti che hanno abbandonato la miseria dei campi di segale
bavaresi e sono venuti a cercare fortuna nella ricca capitale del Reich.
Annuisco. Lui non è convinto.
«Ci vorrà più di un’ora, è all’altro capo della città!»
Non gli rispondo. Sto frugando nel portafoglio.
«Ci sarà anche molto traffico per via della cerimonia di chiusura.»
«Sì, non importa.»
«Costerà caro.»
Nel frattempo si è seduto al posto di guida.
Allungo la mano dal sedile posteriore e, tenendoli fra pollice e indice,
gli mostro quattro Reichmark.
Li prende con un grugnito e li infila nel taschino della giacca.
Quasi il guadagno di un intero giorno di lavoro.
La vettura si avvia.
I fanali illuminano una Berlino che mi pare stralunata.
A mano a mano che ci avviciniamo al centro, aumenta il numero di
automobili e passanti.
La capitale prende vita, ma subisce ai miei occhi una rapidissima
metamorfosi.
Diventa sconosciuta. Nuova.
I vessilli rossi, bianchi e neri scossi dal vento, enormi, rettangolari, con
le loro nere croci, appesi longitudinalmente per tutta l’altezza degli
edifici mi sembrano enormi vele, e i palazzi, illuminati a giorno, vascelli
in navigazione che vedo salpare verso la rovina.
Tutto è in movimento.
Strade e vie che ho percorso mille e mille volte, in auto o lungo i
marciapiedi, mi sono estranee questa notte, irriconoscibili.
Tutto diventa ai miei occhi liquido, magmatico.
Percorriamo proprio la zona dello stadio.
Gli spettatori stanno uscendo, a frotte, noi siamo in colonna, a passo
d’uomo, con molte altre auto.
Il tassista gratta marce basse, sbuffa.
Eccoli.
I berlinesi. I tedeschi. I miei compatrioti.
Persone normali, passanti, ragazzi e ragazze per mano, bambini e
genitori, mariti mogli amanti, amici, donne, uomini, vecchi, giovani.
Tutti ignari, inconsapevoli del disastro che incombe, li vedo come
scheletri che camminano.
Premo con gli indici sulle palpebre chiuse per scacciare questo incubo.

Un semaforo.
Il taxi frena.
Precedenza ai pedoni.
L’autista impreca a bassa voce.
Proprio davanti ai miei occhi la strada viene ora attraversata da una
squadra di giovani della Hitlerjugend reduci dalla cerimonia di chiusura,
dentro lo stadio olimpico.
C’erano anche loro. Schierati a rappresentare la Germania.
Poco più che bambini, eppure già così ordinati. Compatti. Marziali.
Un tamburino, forse di tredici, quattordici anni, pantaloni di pelle
corti, capelli biondi e lentiggini, batte ancora il tempo della marcia.
Sembra sfinito da un intero pomeriggio di fatica.
Trascina le gambe.
Ma insiste a picchiare con le bacchette sulla membrana tesa del suo
strumento.
Dietro di lui gli altri marciano ancora.
Marciano e cantano.
Osservo gli occhi cerulei di queste decine di ragazzini e ragazzine.
Gioiosi.
Convinti.
E immagino altre migliaia e migliaia di giovani come loro in tutta la
Germania.
Li osservo e mi sento un entomologo.
Fino a oggi mi era mancato il coraggio di guardare in fondo,
veramente in fondo a quegli occhi.
Qualche tempo fa mi sarebbe sembrata la “straordinaria
manifestazione di forza e freschezza di un Governo che aveva messo i
giovani al primo posto”.
Oggi, invece, mi chiedo cosa gli abbiamo fatto per farli diventare così.
A quanti ragazzini che ho seguito nelle gare negli scorsi anni ho io
stesso instillato questo culto dell’obbedienza?
Il verde del semaforo non cancella i miei sensi di colpa.
Il taxi riparte. Le gomme stridono sull’asfalto.
Ho visto il vuoto e l’odio in fondo a quegli occhi.
Vi ho visto più che semplice fanatismo, molto di più.
Vi ho visto…
«… die Strasse frei, den braunen Battalionen…»
Il tassista fischietta e canticchia la canzone che ha appena sentito dai
ragazzini.
Batte il tempo percuotendo le razze del volante col palmo della mano.
Poi mi guarda dallo specchietto retrovisore.
«Bella canzone, no?»
L’abisso di un Male eterno.
Questo ho visto.

Quartieri di periferie lontane. Un altro mondo.


Strade sgombre adesso.
L’auto viaggia veloce.
Fabbriche su fabbriche. La potenza industriale del nostro impero che
ritorna prepotente.
E tante case nuove.
I casermoni già abitati hanno rare luci alle finestre, gli alloggi per il
meritato riposo dei lavoratori tedeschi.
Dove invece tutto è avvolto dal buio immagino edifici ancora in
costruzione, non terminati.
Berlino è un immenso cantiere.
Siamo vicini al locale di Marlene.
Molto vicini adesso. Sono felice di rivederla, ma di nuovo so che mi
bloccherò davanti al riflesso violetto dei suoi occhi. Lei canterà per me
Midnight with the Stars and You e io cercherò di nuovo di convincerla ad
andarsene dalla Germania e salvarsi in qualche modo… poi lei scenderà
dal palco, mi parlerà e io resterò ancora lì come un adolescente
innamorato e…
Il taxi imbocca Orloppstrasse.

Mi rendo subito conto che qualcosa non va.


«Freni, Freni! Accosti qui!»
Le luci del caffè non sono accese.
Perché?
Il locale occupa tutto il pianoterra di un edificio popolare.
Normalmente, a quest’ora ci sono almeno quattro o cinque finestre che
lasciano trapelare le luci azzurrine, soffuse dell’interno.
Anche la scritta al neon col nome del locale in giallo, di solito così ben
visibile da lontano, è spenta.
La Mercedes frena con un sibilo leggero. Si ferma sul bordo della
carreggiata.
«Mi aspetti qui, per cortesia, non se ne vada.»
Scendo di corsa e sento la voce del bavarese che mi insegue, scostante.
«Cinque minuti, non di più… aspetto cinque minuti, ha capito?»
Faccio segno di sì con la testa.
Che è successo al locale?
Impossibile sia chiuso stasera.
Mi concentro sull’ingresso, esattamente davanti a me.
Portone d’angolo del casermone, tre scalini per salire.
Non serve arrivare troppo vicino.
Qualche passo ancora e capisco.
La porta è sbarrata da quattro assi di legno chiaro inchiodate a croce.
Un foglio bianco con una sorta di sigillo rosso scuro troneggia,
incollato sullo stipite.
Ovviamente non distinguo il testo, ma intuisco sia una requisizione di
polizia, una confisca statale.
Un tappeto di schegge, vetri infranti. Tanfo di alcol e strisce di liquido
per terra.
Qualcuno ha devastato il locale e fracassato bottiglie.
Unica domanda. Una sola. Dov’è Marlene?
Solo adesso lo noto.
Quattro enormi stelle di David dipinte su ciascuna finestra, vernice
bianca.
Sotto ogni stella una lettera, a formare la scritta: “Jude”.
Ecco dunque.
Sbircio dentro il locale attraverso una delle finestre.
La luce dei lampioni della strada mi fa solo intuire l’angolo del bar, col
pianoforte ricoperto da un drappo e alcune poltrone di velluto, patetiche
occhiaie vuote.
Gli ultimi accordi sfumano nella mia mente.
Dov’è Marlene? L’avranno portata via?
E del resto lei lo aveva detto che temeva una retata.
Mi rendo conto con angoscia che non ho nulla per rintracciarla.
Nulla per rivederla, né un numero di telefono né un indirizzo diverso
da questo. Nulla. Nemmeno il cognome.
Soltanto il nome.

Una sorta di violento, stonato accordo bitonale mi fa sussultare.


Il tassista ha suonato il clacson per richiamare la mia attenzione.
I cinque minuti sono passati.
Gli faccio un gesto da lontano, a prendere tempo, come a significare
che ho capito.
In realtà non so cosa fare. Non so dove andare.
Disperazione nera. Non la rivedrò più. Ora mi è chiaro.
Resto fermo per lunghi secondi come un automa, davanti al locale.
Sento il rumore della Mercedes che si mette in moto.
Il bavarese deve aver perso la pazienza.
Mi volto.
E li vedo.
Hanno appena girato l’angolo dell’isolato.
Costeggiano l’edificio e stanno venendo proprio nella mia direzione.
Sono in due. A piedi, affiancati.
Abiti scuri e cappelli.
Nel silenzio totale della strada deserta sento l’eco dei loro passi rapidi
sul selciato.
In borghese ma poliziotti fino al midollo.
Chi altri potrebbero essere qui, a quest’ora, se non poliziotti?
Camminano verso di me, ora ne sono certo.
Hanno le mani in tasca. Ho persino la sensazione che, dopo avermi
visto, si siano fatti un gesto d’intesa, parlottando fra loro.
Via di qui.
Subito.
Che fare?
Potrei usare la pistola?
Allungo la mano verso la fondina.
Ho il coraggio di affrontarli?
Non lo so.
Non si scherza con quelli.
No, paura di loro, no.
O forse sì.
Non delle botte, dell’arresto o della galera.
Dell’umiliazione ho paura.
Del mio sprofondare di vergogna davanti a quegli individui biechi,
volgari.
Ho paura di sentirli berciare: “Dove scappi, Wolfgang Halbjude
Fürstner?
“Fuggi di nuovo?
“Come quella volta in Slesia?
“Dove scappi, capitano?
“Ma non eri dei nostri, Wolfi?
“Non eri nazionalsocialista?
“Che ci fa qui il sottotenente che abbandonò i camerati ad Annaberg?
“Quelli, veri tedeschi, loro sì veri tedeschi, si sono fatti ammazzare per
te e tu, mezzoebreo, invece, vieni qui ad ascoltare la musica dei negri?”.

Di questo ho paura.
E, nonostante tutto, forse anche dello sguardo di Leonie.
Della piega amara delle sue labbra. Delle parole che mi direbbe se
sapesse che vengo in questo locale, a sentire questa musica. A sentire
Marlene.
E soprattutto non vorrei mai che un giorno qualcuno, malignamente o
anche solo per caso, raccontasse questo di suo padre a Hans.
Ecco, questo mai.
Lasciate fuori mio figlio da questa storia.
Volgo le spalle ai due individui.
Mi dirigo verso il taxi col cuore in gola.
Cerco di fare passi veloci ma senza correre.
Non voglio attirare la loro attenzione se non era proprio me che
volevano.
Quasi ci sono.
Non ho il coraggio di girare la testa, cerco solo di sentire se i loro passi
sul marciapiede abbiano accelerato il ritmo, se sono davvero io la loro
preda…
Eccomi all’auto.
Afferro la maniglia della portiera. Salgo.
«Amici suoi?»
Il tassista ha notato i due e reagisce sarcastico.
«Torniamo al Villaggio olimpico, presto.»
«Mi fa magari prima vedere ancora un paio di quelle monete con
l’aquilotto?»
«Si muova, per cortesia!»
I due uomini sono ora a pochi passi dall’auto.
Posso vedere i loro volti.
Facce anonime.
Immagino senza vederli i loro sorrisi tirati, i capelli lucidi di
brillantina.
Rallentano. Si affiancano.
Uno dei due si abbassa all’altezza del finestrino e, senza smettere di
camminare, getta attraverso il vetro una lunghissima penetrante occhiata
verso di me. I nostri sguardi s’incrociano.
Istante lunghissimo, il tempo si ferma.
Poi passano oltre.
Chiudo gli occhi e allungo le gambe sotto il sedile anteriore.
La schiena mi duole ferocemente per la tensione.
Cerco di controllare il respiro.
Il tassista deve avere intuito qualcosa perché non fa più battute di
spirito.
Ingrana la marcia.

***

Sono di nuovo all’ingresso del Villaggio.


I due autocarri sono spariti e con loro la squadra di genieri.
Tutto tranquillo. Idilliaco.
I grilli hanno ripreso a cantare il loro verso stonato.
Persino l’impalcatura è già stata tolta.
Dimostrazione di perfetta efficienza della macchina militare della
Wehrmacht.
Sul muro di mattoni arancio svetta ora la croce uncinata nera. Lucida,
appena montata.
Sul marciapiede i resti metallici dei cinque grandi cerchi colorati.
Piegati, scheggiati, spezzati. Irriconoscibili.
Domattina, immagino, finiranno tra i rifiuti.
Fra poche settimane saranno coperti di ruggine.
O piuttosto rottami da rifondere per le colate delle acciaierie Krupp.
Da simbolo di fratellanza, amicizia e sport diverranno l’anima di un
cannone da 88mm o l’aletta della bomba di uno Stuka.
Un militare in divisa grigia ha già sostituito nel corpo di guardia il
piantone con la divisa bianca degli addetti al Villaggio.
Il ruvido tessuto Feldzuggrau sarà d’ora in avanti il colore dominante
qui.
La sentinella non mi riconosce. Abbaia sgarbato: «Non si entra».
Mentre frugo nel taschino della giacca per estrarre i miei documenti
lui chiama il capoposto.
Regolamento rispettato. Io estraggo il mio libretto militare.
Per entrare al Villaggio, al mio Villaggio, ora devo identificarmi a un
capoposto arrogante.
Il sottufficiale esce dal corpo di guardia visibilmente annoiato. Forse
stava addirittura dormendo.
Senza una parola afferra i miei documenti.
Breve sguardo al libretto.
Lo chiude.
Me lo rende.
Io passo oltre.
Sento dietro di me lo sbatter di tacchi dei due soldati.
Epilogo

Berlino, Villaggio olimpico, 17 agosto 1936. Appena prima dell’alba.

A una festa bisogna andare eleganti.


Sono di nuovo nel mio alloggio, dentro la casa che è stata degli atleti
fino a poche ore fa.
Il vicecomandante, quello che sono stato fino all’ultimo giorno.
Davanti allo specchio del mio armadio.
Mi sfilo le scarpe di vernice.
Pantaloni e giacca di grisaglia.
Il mio travestimento da normale essere umano.
Non ha funzionato.
Non ha mai funzionato. Non sono questo, io.
Via la cravatta. La camicia bianca.
Un fantoccio in mutande. Solo con se stesso.
Mi hanno portato via tutto.
Ma sono ancora in tempo a salvare qualcosa.
Apro l’armadio.
Stirata, impeccabile la mia divisa. Quella di sempre.
Joachim. L’attendente perfetto.
La lettera con la richiesta della sua promozione è già sul tavolo di von
Gilsa.
***

Cammino attraverso prospettive di edifici che fino a poche ore fa


risuonavano di ogni possibile eco di gioia.
Musiche, canzoni, urla, risate.
Atleti e giocatori che esultavano per una vittoria e si disperavano per
una sconfitta.
Tutto magnifico, il meglio dello sport, specchio vero e non deformato
dell’anima del mondo.
Africani e asiatici, americani ed europei, insieme e felici.
Solo un Villaggio Potëmkin di tolleranza e umanità?
No. Quei sentimenti, quella gioia erano veri.
E vera quella disperazione assolutamente sportiva per le sconfitte, così
umana, così pura.
Non fingevano quei ragazzi.
Ma domani.
Domani qui cambierà tutto.
Verranno i miei colleghi della Wehrmacht a prenderne possesso.
Stivali e cadenze ottuse da fanfara, grancassa e monotonia aggressiva di
ottoni cancelleranno ogni cosa.
Per sempre.
Lo trovo insopportabile.
Mi si chiude la gola.
Cammino per il Villaggio da un tempo che mi pare infinito, un passo
dopo l’altro, scarpe fradicie nell’erba intrisa di rugiada, senza una meta.
Una marcia nel fango come mille altre che ho fatto, gli scarponi
consumati nella polvere di tutta Europa.
Una stanchezza infinita adesso. Tutta l’inutilità addosso.
Lontani e spenti i rumori della grande città.
A intervalli regolari i latrati di un cane.
Un campanile lontano batte le cinque.
L’ora nella quale il sonno concede tregua persino agli agonizzanti, ma
non a me.

Poi, improvvisamente.
Eccole. Le ho cercate per anni ed erano così vicine.
Le nostre trincee.
La mia salvezza, la meta irraggiungibile del mio incubo, della mia
vigliacca fuga di allora e della mia inutile fuga di oggi, la linea di betulle
bianche che stanotte taglia in due l’orizzonte di Berlino.
Vicino a quella che fino a ieri era la “casa del comandante”, la mia
vecchia casa.
Erano così vicine! Bastava saperle vedere.
Cercarle con occhi nuovi.
I miei occhi di questa notte, gli occhi da mezzoebreo.
Era qui, dunque, che dovevo arrivare.
Qui.
Alfa e omega.
Non un incubo, questa volta.
Niente lettere d’addio.
Unica fitta di dolore atroce, vero, fisico: le piccole gocce salate sulle
gote di Hans. I suoi occhi castani.
Tutto il resto è fredda cenere nei miei pensieri.

Mi fermo. Mi inginocchio. Ho corso abbastanza. Non fuggirò più.


Vivo non mi avranno.
So quello che devo fare. La mano corre alla fondina.
Impugno la pistola. Freddo il calcio. Gelido.
Ci vorrà un attimo. Un gesto fluido. Il cane si alzerà. Il dito scivolerà sul
grilletto.

Arriva da lontano, è reale o presente solo nella mia testa?


Il ritmo diventa ossessivo, adesso.
Rimbombo di stivali e tamburi, ancora e ancora.
Cimbali e grancassa. Piatti, fiati e corni.
Mi serro le orecchie con le mani, ma è inutile.
Inutile.
Lo riconosco.
Preussens Gloria.
Tutto più semplice adesso.
Inizia la corsa.
La mia corsa.
Pronti.
Attenti.
«Apprendo oggi 21 agosto del suicidio del capitano Fürstner,
responsabile dell’organizzazione del Villaggio olimpico. Si era
saputo da qualche tempo che aveva sangue ebraico. Ha ottemperato
ai suoi doveri fino all’ultimo giorno delle Olimpiadi, e poi è caduto
vittima di un esaurimento nervoso. Uno dei molti, tristi casi limite.
Rispetto assoluto per questo gesto di dignità, che gli proviene
certamente dal suo lato germanico!»

(Dal diario di Alfred Rosenberg, teorico della razza.)


Destini

L’ultimo sfregio che il regime inferse all’immagine del capitano


WOLFGANG FÜRSTNER fu il tentativo di far passare la sua morte, almeno
inizialmente, come incidente stradale.
La verità venne subito a galla, ma vi sono molti dubbi sulle esatte
circostanze del suicidio.
La maggior parte della documentazione sul caso andò perduta durante
i bombardamenti della Seconda guerra mondiale.
Pur cercando di restare il più possibile fedeli alla verità storica, ci
siamo permessi, nel romanzo, di anticipare di qualche ora la morte di
Fürstner. Sembrava troppo importante, per rendere plasticamente la sua
ribellione, spostare il suo gesto esattamente nella notte della cerimonia
di chiusura.
In questo ci conforta il diario di Carl Diem, il suo amico Carl Diem,
che scrisse di potersi immaginare che la decisione di Fürstner venisse
presa nel giorno della chiusura dei Giochi, e messa in opera “dopo avere
indossato la divisa migliore”.
DALE FITZGERALD WARREN, LEO FISCHER e MARLENE “AGNIESZKA” sono
personaggi interamente frutto della nostra fantasia.
Midnight with the Stars and You, canzone che piaceva molto anche a
Stanley Kubrick, fu resa celebre negli anni Trenta da Albert Allick “Al”
Bowlly, star sudafricana dello swing ucciso in un bombardamento della
Luftwaffe nel 1941, a Londra. La città natale di Agnieszka è più
tragicamente nota al mondo col suo nome tedesco: Auschwitz.

Il figlio di immigrati tedeschi GEORGE HERMAN RUTH, detto BABE, è ancora


oggi fra i più celebri e amati sportivi americani di sempre, “Più famoso
del presidente, perché anche ai repubblicani piace il baseball…!”.
Impossibile enumerare tutti i suoi titoli e i suoi record.
Al suo funerale, nel 1948 a New York, presero parte ottantamila
persone. Uno stadio.

Il fervente nazismo dell’amico della nazione tedesca AVERY BRUNDAGE non


ostacolò la sua lunghissima carriera piena di successi, che lo portarono a
essere per molti anni presidente del Comitato olimpico internazionale.
La Germania nel suo destino, fu proprio lui che decise il proseguimento
dei Giochi di Monaco di Baviera del 1972, nonostante la carneficina
degli atleti israeliani.
Il cerchio si chiuse con la sua morte nel 1975, proprio a Garmisch,
cittadina nelle Alpi tedesche che era stata sede delle Olimpiadi invernali
del 1936.

LEONIE VON SCHLICK (la moglie di Fürstner). Non sappiamo molto di lei.
L’unica notizia certa è che, qualche tempo dopo il suicidio del marito,
sposò JOACHIM BERNAU (l’attendente), di sei anni più giovane.
Sopravvissero entrambi oltre cinquanta anni alla scomparsa di Fürstner e
sono morti alla fine del secolo scorso.

LENI RIEFENSTAHL visse fino a cento anni e per tutta la vita, in ogni singola
intervista che rilasciò, dovette difendersi dalla accusa di avere
rappresentato il nazionalsocialismo in una luce gloriosa. Non sapremo
mai cosa passasse veramente nella sua testa: la tessera del Partito, in
effetti, non la prese, ma trovò Mein Kampf un libro folgorante.
Innegabile però, iniziando dalle primissime foto degli anni Trenta
pubblicate da «Time» mentre scia in bikini sulle alpi tedesche e finendo
con le registrazioni dell’ultima intervista televisiva, è l’incredibile, quasi
sovrannaturale carisma che traluceva da quegli occhi.
WERNER VON GILSA, “più esattamente: Werner Albrecht, barone von und
zu Gilsa…”, coronò pochi anni dopo la fine della vicenda che
raccontiamo il suo sogno di diventare un generale della Wehrmacht.
Partecipò all’invasione della Polonia, della Francia e dell’Unione
Sovietica. Decorò la sua croce di ferro con le fronde di quercia
intrecciate.
Marginalmente coinvolto nell’attentato del 1944 al “caporale boemo”,
proseguì comunque la sua brillante carriera.
Nella primavera del 1945, comandante generale della Piazza di
Dresda, si arrese ai sovietici.
Il nove di maggio si suicidò con un colpo di pistola.
Una Luger 08.

La splendente e inarrestabile carriera di WERNER FRITZ VON BLOMBERG si


interruppe sul più bello. Diventato feldmaresciallo alla fine del 1936,
venne costretto alle dimissioni nel 1938 e congedato senza complimenti.
Il Partito non gli aveva perdonato le dubbie origini e le attività
cinematografiche piuttosto vivaci, per l’epoca, della seconda moglie.
Inattivo per tutta la durata della guerra, venne arrestato dagli
americani nel 1945.
Convocato come imputato e testimone al processo di Norimberga,
morì nel 1946 per un male incurabile in un ospedale militare Alleato.

Il rapporto di CARL DIEM col nazionalsocialismo resta controverso. Per il


Partito lui risultava essere “inaffidabile”. Restò però alla guida del
Comitato olimpico tedesco fino al crollo del regime. Un suo discorso
negli ultimi giorni di guerra, in una Berlino ormai spettrale, dopo il
quale centinaia di ragazzini tedeschi andarono a farsi massacrare
pressoché disarmati dai T34 sovietici, viene valutato dagli storici odierni
alla stregua di un crimine. Diem non volle mai commentare questo fatto.
Morì nel 1962. Dall’archivio delle sue lettere sono state ricavate la
maggior parte delle informazioni sulla vita del suo amico Fürstner.
Se immediatamente dopo la sua morte lo sport tedesco volle dedicargli
impianti e strade, negli ultimi anni molte di queste dediche sono state
revocate.
ELEANOR HORN non proseguì la brillante carriera di “giornalista”. Tornata
in America, fece qualche comparsata a Hollywood, ma poi preferì
dedicarsi all’attività di agiata ereditiera.
È morta pochi anni fa, novantenne.

Il 17 di settembre del 1988 lo stadio olimpico di Seul attendeva col fiato


sospeso l’ultimo tedoforo. Quello che avrebbe acceso la fiamma nel
tripode. Non tutti, fra le centinaia di milioni di spettatori in tutto il
mondo, sapevano esattamente chi fosse quel vecchio atleta e perché
fosse stato scelto proprio lui, ma possiamo immaginare l’emozione di
quelli che invece la storia di SOHN KEE-CHUNG la conoscevano.
Perché fu lui, in quella tarda estate coreana, a percorrere gli ultimi
metri impugnando la fiaccola. Subito dopo la sua vittoria del 1936 la
repressione giapponese conobbe pagine spietate: i giornalisti coreani,
che lo avevano celebrato come loro compatriota, vennero perseguitati.
Ma furono i colpi di coda del regime. Sohn poté vivere in una Corea
almeno parzialmente libera e nessuno, mai più, lo avrebbe chiamato Son
Kitei. Due anni prima di quella sua ultima commovente corsa olimpica di
Seul, gli era stato recapitato persino il dono che avrebbe dovuto ricevere
a Berlino. Era trascorso esattamente mezzo secolo, ma quell’elmo greco
aveva trovato finalmente il degno custode. Aveva ragione il suo maestro
elementare a dirgli sempre: «Corri! Corri, giovane uomo, corri! E un
giorno arriverai a vedere la tua Corea libera».

WERNER SEELENBINDER non riuscì a salire sul podio della gara di lotta
greco-romana, quel giorno alle Olimpiadi di Berlino. Era il grande
favorito, ma arrivò soltanto quarto, e non poté far conoscere al mondo il
suo disprezzo per la dittatura.
Negli anni successivi partecipò ad altre competizioni internazionali,
usando questi viaggi all’estero come copertura per la sua attività di
resistenza al regime.
Arrestato nel 1942, venne decapitato nel carcere di Brandenburg am
Havel il 24 di ottobre del 1944.
Alcuni detenuti che lo videro nel suo ultimo giorno dicono che al
momento dell’esecuzione pesasse meno di quaranta chilogrammi.
A suo nome sono oggi intitolati in Germania molti impianti sportivi,
parchi, vie e stadi.

WILHELM LEICHUM non piantò mai la sua quercia da olimpionico. Fu il


vero sconfitto della gara di salto in lungo. Ci arrivava da favorito,
assieme a Jesse Owens, ma venne scavalcato per le medaglie dal suo
amico Lutz Long e da un giapponese, e giunse soltanto quarto. Non servì
a consolarlo il bronzo nella staffetta quattro per cento. E non ci furono
Olimpiadi nel 1940, a Tokyo.
Da ufficiale della Wehrmacht, cadde nel luglio del 1941, fronte
orientale, nei boschi intorno a Gorki.

Le versioni su se e come CARL LUTZ LONG avesse aiutato Owens nella


rincorsa durante le qualificazioni della gara di salto in lungo sono
diverse.
Alcune fra loro contrastanti.
Non importa, in questa sede.
Che l’amicizia fra i due sia però sbocciata e sia diventata vicenda
luminosa in quella plumbea Olimpiade è innegabile, così come vera è la
lettera che Lutz scrisse a Jesse, raccomandandogli il piccolo figlioletto.
Lo sentiva, Lutz, che dalla guerra non sarebbe tornato.
Morì nel 1943, in Sicilia, e lì riposa, fra gli ulivi di Motta
Sant’Anastasia.

GLENN EDGAR MORRIS non vinse semplicemente la gara di decathlon, la


dominò dalla prima all’ultima prova e stracciò il record del mondo della
specialità. Persino Adolf Hitler non volle perdersi una sua gara. E si
mormora addirittura che Leni Riefenstahl si fosse innamorato di Glenn
durante i Giochi. Forse l’episodio del bacio focoso fra i seni della regista
durante la premiazione è una brillante invenzione proprio di Leni, ma
l’aneddoto, se non vero, è verosimile quantomeno…
Dopo le Olimpiadi, Hollywood gli offrì il ruolo di Tarzan in un film.
Oh, ma se abbiamo Tarzan, ci vorrebbe anche una Jane. Che ne ve ne
pare di Eleanor Horn? Esatto, proprio lei recitò al suo fianco!
Come direbbe il nostro Dale: “Stati Uniti, sono un grande Paese, o
cosa?”.
Questa straordinaria esuberanza non bastò a proteggere la mente di
Glenn Morris dalle esperienze sconvolgenti della guerra nel Pacifico, alla
quale partecipò come ufficiale delle truppe da sbarco.
Morì nel 1974, in un ospedale per veterani, con problemi di alcolismo
e senza essersi mai più realmente ripreso da quei traumi.

HANS HUBERTUS FÜRSTNER non rivide più suo padre, dopo il fuggevole
addio alla stazione Potsdam.
Arruolato a quindici anni nella Wehrmacht, venne fatto prigioniero nel
1944 dagli Alleati e recluso in un campo di prigionia negli Stati Uniti.
E negli Stati Uniti restò a vivere, dopo la guerra. Fu lui a dettare il
testo della lapide per la tomba del padre, rinnovata dopo decenni di
abbandono.
Simbolicamente, il cimitero dove riposavano i resti del capitano
Fürstner si trovava esattamente nella terra di nessuno a ridosso del muro
che divideva le due Germanie.
Nel 2003, Hans, avvertito un rapido peggioramento di una malattia
degenerativa che lo aveva colpito, decise di togliersi la vita.
Lui pure con una pistola.

Non si è mai saputo come si chiamassero i ronzini che JESSE OWENS


dovette sfidare nella corsa. I cento metri contro i cavalli, o i cani, furono
solo alcuni dei miserabili show ai quali lo costrinse la scarsissima
considerazione che lo accompagnò negli Stati Uniti, al ritorno da
Berlino.
All’unico ricevimento al quale venne invitato, in un hotel di New
York, lui e la moglie vennero fatti salire al salone delle feste attraverso
un montacarichi per vivande sul retro dell’albergo, e non dall’ascensore
principale…
Finì per tirare a campare gestendo un distributore di carburante.
Solo nel 1976, quattro anni prima della sua morte, gli Stati Uniti si
ricordarono di Jesse Owens, premiandolo con la medaglia presidenziale.
Jesse mantenne però la sua promessa a Long e negli anni Sessanta
tornò a Berlino a incontrarne il figlio, Kai.
E proprio a lui, a Kai, raccontò dell’aiuto, del suggerimento ricevuto
dal padre per qualificarsi.
Vicenda senza prove e conferme.
A noi piace pensare che sia tutto vero, ma anche non lo fosse, l’essersi
inventato quel consiglio resterebbe semplicemente un aspetto della
grandezza umana di Owens: un modo elegante per descrivere la
personalità del genitore a un figlio che del padre poteva avere solo
ricordi come ombre, mescolanza di fotografie e sogni.
Era l’ottemperare a una richiesta che Long fece nella sua ultima lettera
dal fronte: “Se un giorno incontrerai il mio bambino, raccontagli di come
possono andare le cose tra esseri umani sulla Terra…”.
Ringraziamenti di Federico Buffa
L’idea di questo libro nasce dallo spettacolo teatrale Berlino 1936.

Grazie a Emilio e a Caterina, che lo hanno diretto.

Grazie a Cecilia, ad Alessandro e a Nadio, che lo hanno interpretato.

Grazie a Jvan e naturalmente a Paolo, che lo hanno scritto.


Indice

Copertina
Abstract
Federico Buffa e Paolo Frusca
Frontespizio
Copyright
Prologo
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Epilogo
Destini
Ringraziamenti di Federico Buffa