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La presente dispensa è una raccolta degli articoli scritti da William Aschero e Pietro N. Roselli Lorenzini.

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Per quanto riguarda le altre, poiché provengono da Internet sono ritenute di dominio pubblico, gli autori o i soggetti coinvolti
possono in ogni momento chiederne la rimozione scrivendoci.

Riferimenti degli autori:

William Aschero – asd Infinity JiuJitsu


web: http://www.area-15.it
http://www.infinityjiujitsu.it
e-mail: infyjiujitsu@gmail.com

Pietro N. Roselli Lorenzini – Scuola Corpo Mente Spirito


web: http://www.scms.it
e-mail: pietro@scms.it

Stampato a Roma - Marzo 2015

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William Aschero
Pietro N. Roselli Lorenzini

Psicologia e Fisiologia
dello Scontro

Roma - Marzo 2011


W. Aschero e P. N. Roselli Lorenzini Psicologia e Filosofia dello Scontro

Questa dispensa intende essere un pratico e immediato compendio di “pronta lettura” per
conoscere in tempi ragionevolmente brevi la dimensione psicologica nel mondo del
combattimento: luogo in cui è fondamentale una buona gestione della propria sfera emotiva
prima ancora di quella fisica.
Il nostro lavoro pertanto, data anche la delicatezza dell’argomento, è una piccola
introduzione al magico mondo della psicologia.
Ai seri appassionati rimandiamo per ulteriori approfondimenti alla lettura dei testi indicati
nella bibliografia e utilizzati per la stesura della nostra ricerca.

Ringraziamo, infine, la dott.ssa Diana Nardacchione 1 per la gentilezza e la pazienza


dimostrateci e per averci guidato e aiutato nella stesura della presente dispensa.

William Aschero
Pietro N. Roselli Lorenzini

1
Diana Nardacchione è nata nel 1949 a Udine. Laureata in Medicina e Chirurgia, si è specializzata n "Psicologia - Indirizzo medico" e in
"Anestesiologia e Rianimazione". Lavora come Anestesista Rianimatrice presso un ospedale pubblico e da molti anni insegna "Psicologia
delle situazioni di emergenza e delle catastrofi" per conto di diverse amministrazioni pubbliche.
Cintura nera di judo insegna "Fondamenti di psicologia dell'autodifesa femminile" in corsi organizzati per conto di varie amministrazioni
comunali. Presso una palestra comunale in provincia di Milano conduce un corso di arti marziali esclusivo per donne.

1
Psicologia e Filosofia dello Scontro W. Aschero e P. N. Roselli Lorenzini

2
W. Aschero e P. N. Roselli Lorenzini Indice

Indice

INDICE 3

TEORIA DELL’AGGRESSIVITÀ -5-

CENNI SUL FUNZIONAMENTO DEL SISTEMA NERVOSO SIMPATICO (SNS) E


PARASIMPATICO (SNP) -8-

Blackout parasimpatico - 10 -

Smaltire l’adrenalina - 10 -

Momento di maggiore vulnerabilità - 11 -

PAURA, FOBIA E ANSIA: DIFFERENZE - 12 -

PAURA, ATTIVAZIONE PSICOLOGICA E PERFOMANCE - 14 -

Utilizzo respirazione profonda per mantenimento autocontrollo - 16 -

La condizione nera in dettaglio - 17 -

Vasocostrizione e suoi effetti - 18 -

EFFETTI DELLO STRESS - 20 -

Esclusione sensoriale - 20 -

Esclusione auditiva - 21 -

Intensificazione sonora - 21 -

Visione a tunnel - 21 -

Il Bigger Bang - 22 -

Chiarezza visuale - 22 -

Ammutolire dalla paura - 22 -

Tempo al rallentatore e paralisi temporanea - 22 -

Perdita e distorsione della memoria - 23 -

Dissociazione e pensieri intrusivi - 24 -

Perdita del Controllo su Vescica e Sfinteri - 25 -

REAGIRE ALL’AGGRESSIONE E METODI DI REAZIONE - 26 -

3
Indice W. Aschero e P. N. Roselli Lorenzini

Volontà di combattere - 26 -

Volontà di sopravvivere - 26 -

Fenomeno del Loop - 26 -

DISTURBO DA STRESS POST TRAUMATICO - 28 -

Cos’è - 28 -

Prevenzione - 30 -

PREVEDERE UN CRIMINE - 32 -

SEGNALI DI SOPRAVVIVENZA PER INDIVIDUARE COMPORTAMENTI


POTENZIALMENTE AGGRESSIVI - 34 -

L’unione forzata - 34 -

Il fascino e la gentilezza - 35 -

I troppi dettagli - 36 -

La caratterizzazione - 37 -

Lo strozzinaggio - 37 -

La promessa non richiesta. - 38 -

Non tenere conto della parola “NO” - 38 -

GLI ELEMENTI DI UN CRIMINE E IL NOSTRO INTUITO - 40 -

VIOLENZA DOMESTICA - 42 -

CRITERI GENERALI PER AFFRONTARE UNA SITUAZIONE DI CRISI - 45 -

BIBLIOGRAFIA - 47 -

4
W. Aschero e P. N. Roselli Lorenzini Teoria dell’Aggressività

Teoria dell’Aggressività
La storia dell’umanità è, per buona parte, storia di guerre.

Con le guerre i popoli hanno conquistato nuovi territori, nuove risorse e si sono diffusi. Le
guerre hanno inoltre spronato le capacità inventive umane a prestazioni elevatissime e ciò
vale ancora oggi.

Perché vi sono ancora tante guerre oggi come allora?


Come si è evoluta questa forma di confronto reciproco?
A tal fine è necessario anzitutto il fenomeno dell’aggressività umana.

Il concetto di aggressività deriva dal latino


“aggredior”, ovvero avvicinarsi.

Esso viene inteso nel senso di attaccare, ma anche


in quello di porsi come sfidante.

Per comportamento aggressivo intendiamo qualsiasi


comportamento che causa un danno fisico o
psicologico nei confronti di un altro individuo.

Solitamente si parla di comportamento aggressivo


quando è diretto nei confronti di persone e non
viene classificato come aggressivo un
comportamento che causa un danno in un’altra
persona in modo accidentale o causale, senza che vi
sia stata intenzionalità.

L'aggressività è rivolta anche contro oggetti o


fenomeni astratti (fenomeni naturali).

I vigili del fuoco ad esempio combattono contro il fuoco, tant’è vero che in Europa sono
organizzazioni a struttura e tradizione militare.

Con "transfert aggressivo" si indica una situazione in base alla quale una persona in preda
all'ira, rompe un piatto o da un calcio ad un barattolo non avendo altri soggetti contro cui
sfogarsi.

È il caso, per esempio, del marito abbandonato dalla moglie il quale le straccia i vestiti.

Con il "furore pantoclastico" invece si intende un comportamento di individui in preda alla


collera che distruggono tutto quanto sia a portata di mano.

Se al posto di un oggetto, ad un certo punto, si parasse davanti una persona, l'aggressione


diverrebbe inevitabile (transfert aggressivo e furore pantoclastico fungono da ponte per il
successivo stadio di aggressività verso persone).

5
Teoria dell’Aggressività W. Aschero e P. N. Roselli Lorenzini

Scontato che al termine di queste violenze il colpevole (o i colpevoli) si profonderà/anno in


scuse.

Il "vandalismo" degli adolescenti è una chiara manifestazione di aggressività rivolta verso


cose e oggetti che in realtà appartengono a tutti.

L’attacco ad un altro individuo implica di solito il pericolo di ritorsioni, ferite. È quindi spesso
associato a misure protettive e di fuga.

Questo fenomeno è particolarmente evidente nelle


posizioni di minaccia di molti animali che sono formate
da un mosaico di elementi di attacco o di fuga.

L’aggressività può essere diretta verso un membro della


propria specie (conflitti intraspecifici) o verso un membro
di una specie diversa (conflitti interspecifici).

In natura un animale aggredisce perché affamato o


assetato e questa forma di aggressività si definisce
come aggressività predatoria (che può tradursi sia come tentativo di nutrirsi del corpo della
vittima, sia come tentativo di impossessarsi del suo cibo o acqua).

Il predatore agisce secondo un principio di convenienza: raggiungere l’obbiettivo con il


minimo dispendio di energia e con il minimo rischio per la propria incolumità.

Per questi motivi la vittima è scelta prevalentemente in funzione della vulnerabilità che
essa manifesta.

Il rapporto tra predatore e preda è pertanto caratterizzato da una asimmetria di strumenti e


di possibilità tutta a favore del primo che sceglie luogo, tempo e modalità di aggressione.

La reazione più spontanea e immediata, attuata immediatamente, di fronte a un pericolo è


per tutti gli animali la fuga.

Anche il predatore più determinato, di fronte a un evento sconosciuto o allarmante,


preferisce la fuga all’aggressione.

6
W. Aschero e P. N. Roselli Lorenzini Teoria dell’Aggressività

Quando la fuga o comportamenti elusivi non sono più possibili sovente si assiste
all’attuazione di un comportamento di aggressività difensiva: la fuga in avanti.

Si tratta di un’ultima irrazionale e disperata risorsa che la vittima può attuare prima di
soccombere e che non di rado le consente di sopravvivere, contro ogni previsione.

Sia l’aggressività predatoria, sia quella difensiva possono esprimersi anche come minaccia:
in questo caso la minaccia rappresenta un esercizio economico dell’aggressività, nella
misura in cui può conseguire gli stessi risultati senza pagare il prezzo di un danno fisico
(inflitto o subito).

Nel mondo animale infatti il soggetto minaccioso non tenderà ad aggredire se non vi sarà
costretto e in ogni caso lo farà solo se per lui sarà conveniente.

Di contro l’animale che intende sferrare un attacco non tradirà le sue emozioni sino
all’attimo in cui scatta l’aggressione fulminea e inesorabile.

L’aggressione minacciata, anche in condizioni


di svantaggio, da parte di una potenziale preda
rappresenta una sofisticata strategia
difensiva definita anche aggressività
deterrente.

A differenza della fuga in avanti


(comportamento irrazionale), l’aggressività
deterrente è conseguenza di una scelta
consapevole e calcolata.

L’assumere un atteggiamento minaccioso (vedi il gatto che soffia e gonfia il pelo) serve a
far capire all’aggressore di non essere una vittima conveniente: questo comportamento
sovente induce l’aggressore a desistere nei propri intenti e a cercare una vittima più
conveniente e vulnerabile.

Tanti comportamenti umani sono espressioni di aggressività predatoria: il furto, la rapina,


la truffa, l’estorsione, il ricatto, lo sfruttamento in ambito lavorativo, la discriminazione
ideologica, sessuale o etnica, la violenza sessuale, le molestie, i maltrattamenti…

In tutti questi casi l’aggressore abusa della vittima in funzione della vulnerabilità espressa
dalla stessa.

Lavorare e migliorare la qualità della nostra vulnerabilità può consentirci di far fronte con
successo a situazioni di crisi.

7
Cenni sul funzionamento del SNS e SNP W. Aschero e P. N. Roselli Lorenzini

Cenni sul funzionamento del sistema nervoso simpatico


(SNS) e parasimpatico (SNP)

8
W. Aschero e P. N. Roselli Lorenzini Cenni sul funzionamento del SNS e SNP

Il sistema nervoso autonomo (SNA) comprende il sistema nervoso simpatico (SNS) e il


sistema nervoso parasimpatico (SNP).

La maggior parte dei nostri organi riceve impulsi sia dal SNS che dal SNP, che operano
generalmente in modo antagonista uno all’altro: per esempio, il SNS accelera il battito
cardiaco mentre il SNP lo rallenta.

Il SNS è anche associato alle reazioni allo stress (la cosiddetta risposta “attacco o fuga”) in
quanto predispone il nostro corpo e la nostra mente a reagire a un pericolo percepito.

Il SNS consente, inoltre, di attingere energie dalle riserve immagazzinate nel nostro corpo,
inibisce la digestione, aumenta la secrezione di epinefrina e norepinefrina, dilata i bronchi e
i vasi cardiaci.

In breve, il SNS mobilita e indirizza all’azione le riserve di energia del corpo umano; il SNP
invece è associato al rilassamento ed è spesso coinvolto nelle attività fisiologiche che
incrementano le riserve di energia del nostro corpo.

Il SNP, invece, stimola la quiete, il rilassamento, il riposo, la digestione e


l'immagazzinamento di energia.

In seguito agli stimoli del sistema parasimpatico, aumentano le secrezioni digestive (es:
salivari, gastriche, e pancreatiche), diminuisce come già detto la frequenza cardiaca, si
costringono i bronchi e viene favorita la minzione.

La notte durante il sonno, il SNP è dominante. Poi al


mattino dopo la sveglia, si fa colazione ci si prepara e si
raggiunge la cosiddetta omeostasi: un equilibrio tra i
processi del SNS e del SNP.

Nel caso questo ciclo quotidiano venga interrotto a


seguito, per esempio, di una aggressione mortale a
nostro danno il corpo attiva immediatamente il SNS.

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Cenni sul funzionamento del SNS e SNP W. Aschero e P. N. Roselli Lorenzini

Ogni processo a carico del SNP viene bloccato. Il corpo mobilita ogni risorsa utile al fine di
raggiungere un unico obbiettivo: la sopravvivenza.

Vediamo di seguito indicate alcune situazioni tipo che possono verificarsi a causa
dell’alterazione delle normali funzioni cerebrali.

Blackout parasimpatico

Appena terminata una situazione carica di stress (esempio, un combattimento) subentra un


devastante collasso fisiologico a carico del nostro organismo (crollo del SNP): siamo
oggetto di una potente scarica ormonale a cui non
possiamo porre rimedio, e il corpo ci richiede un
determinato lasso di tempo per ricaricarsi.

In questo frangente gli effetti secondari normalmente


denunciati consistono in:
• mal di testa
• nausea
• stanchezza diffusa
• sonnolenza

Il "rebound (rimbalzo) parasimpatico" avviene nella fase successiva ad una intensa


stimolazione dell'ortosimpatico, dopo che si è spenta l'attivazione dell'ortosimpatico,
diversamente (in presenza di una reazione da stress) non si verifica.

In altri termini, se si continua a lottare od a fuggire questo fenomeno non scatta.

Si verifica, invece, quando si cessa di lottare o di fuggire. È come se l'organismo chiedesse:

"Devi continuare a lottare ?"  "No! "


"Devi continuare a fuggire?"  "No! "

E di conseguenza dicesse: “Allora, resta immobile e nasconditi e, finché sei in tempo,


riposati, recupera, e ripristina!".

Continuando invece a lottare e o fuggire si attiva il sistema “ipofisi-corticosurrenalico da


stress”, il quale permette all’organismo di prestazioni extra come correre una maratona,
attraversare a nuoto grandi tratti d’acqua, fare un incontro
di pugilato con 15 riprese.

Smaltire l’adrenalina

In alcune particolari circostanze, al contrario, non si riesce


a smaltire totalmente l’adrenalina prodotta per essere stati
in una situazione eccessivamente stressante (es: essersi
preparati ad affrontare uno scontro letale, ma tale
situazione si risolve in breve tempo e senza arrivare al
conflitto vero e proprio).

In tal caso il corpo sarà sottoposto a reazioni fisiologiche differenti rispetto a quelle già citate
e consistenti in:
10
W. Aschero e P. N. Roselli Lorenzini Cenni sul funzionamento del SNS e SNP

• pensieri ricorrenti (“in subbuglio”)


• cuore che batte forte
• corpo che non riesce a stare fermo

Per ritrovare la propria condizione di equilibrio è bene fare della ginnastica, una corsa o
sollevare dei pesi, quindi riposare.

Preme sottolineare la necessità di perseguire una buona qualità del sonno e cercare di
dormire sufficientemente (ottimale un 6/8 ore).

La quantità minima di sonno non interrotto deve essere di almeno 4 ore.

Momento di maggiore vulnerabilità

È importante essere a conoscenza del fatto che al termine di un conflitto (risoltosi a nostro
favore) siamo maggiormente
vulnerabili.

Questo avviene in quanto si produce


l’effetto descritto in precedenza:
subentra un crollo inarrestabile del
SNP.

Personale di polizia, operatori di


soccorso, ma anche semplici cittadini
devono essere consci che al termine di
una situazione comportante un elevato
grado di stress / rischio possono
essere oggetto di questo tipo di fenomeno che può esporre la persona all’azione di ulteriori
attacchi (del malintenzionato) senza avere più la possibilità di difesa.

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Paura, Fobia e Ansia: Differenze W. Aschero e P. N. Roselli Lorenzini

Paura, Fobia e Ansia: Differenze


Occorre tenere a mente la differenza tra una fobia ed una semplice paura.

La fobia è una paura irrazionale, opprimente,


incontrollabile di uno specifico oggetto o evento. La
maggior parte delle persone ha una qualche fobia
capace di far scattare il loro interruttore di reazione
all’evento vissuto: potrebbe essere, ad esempio,
una fobia verso serpenti o verso i ragni.

L’unica fobia che colpisce però quasi chiunque è


l’aggressione fisica tra esseri umani.

Nella norma interagiamo ogni giorno con più


persone alcune conosciute, molte altre invece sconosciute (ad esempio camminando per
strada) e non ci aspettiamo che una di esse sia pronta ad assalirci da un momento all’altro.

Diversamente sarebbe difficile vivere la vita di ogni giorno. È più facile invece che un
individuo si aspetti un comportamento aggressivo da una bestia randagia di cui non conosce
l’eventuale reazione.

L’aggressione fisica tra esseri umani viene da noi interpretata in un modo a sé stante: non
si tratta di una semplice paura della morte poiché l’uomo è conscio di dover morire, ma
pretende di avere un certo grado di controllo sul come morire.

In altre parole sussiste una accettazione della morte a causa di un evento naturale (es.
terremoto) o di una malattia, ma non se questa (la morte) avviene per mano di un nostro
consimile.

La paura propriamente detta è lo stato mentale che viene suscitato dalla


consapevolezza di essere minacciati da un pericolo ben individuato nella sua natura
ed entità e circoscritto e circostanziato nello spazio e nel tempo.

La paura è proporzionale al rischio a cui si è consapevoli di essere esposti: ciò vale a dire
che la paura è funzione del pericolo percepito e anche della propria vulnerabilità. Quando
l’entità del rischio è sconosciuta, la paura è massima; quando invece è carica di
presentimenti di morte, si definisce terrore.

La paura è uno stato d’animo che ci pone in relazione


con eventi imminenti o possibili, è inoltre un sentimento
proiettato nel futuro, anche se determina effetti nel
presente: si ha paura di ciò che accadrà o che potrebbe
accadere.

L’ansia per contro è una forma particolare di paura


che si sviluppa quando si è esposti a un pericolo
che è ancora incerto nella sua natura e indefinito

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W. Aschero e P. N. Roselli Lorenzini Paura, Fobia e Ansia: Differenze

nello spazio e nel tempo: in questo caso la fonte del pericolo che suscita ansia non è
ancora visibile, udibile, o tangibile.

L’ansia quando è carica di presentimenti di morte si


definisce angoscia. La funzione dell’ansia è quella di
preparare l’individuo all’azione o alla fuga ancora
prima che un rischio reale si configuri nell’ambiente.

Il panico è un fenomeno intensissimo e acuto di


paura o di ansia. Come queste ultime due è
sempre determinato dalla prospettiva di eventi
futuri, mai dalla rievocazione di quelli pregressi.

La crisi di panico è scatenata dalla concomitanza di


quattro concause:
a) percezione di pericolo incombente;
b) informazioni inaffidabili o contraddittorie sulla
natura e sulla entità del rischio;
c) presentimento di non essere in grado di
adottare adeguate contromisure di protezione
e di difesa;
d) sensazione che sia rimasto poco tempo per
mettersi in salvo.
Una crisi di panico è un segno che il soggetto non ha più il controllo razionale della
situazione, ma si sente in balia degli eventi.

È un fenomeno inevitabile e incontrollabile spesso collettivo e contagioso.

In sintesi: ansia e paura sono risposte fisiologiche e sono normali in tutti gli individui. Il fatto
che una persona non provi paura in una situazione in cui sia ragionevole provarla può essere
il primo sintomo di una schizofrenia misconosciuta.

La fobia, invece, è un fenomeno patologico e come tale è presente solo in personalità


predisposte che sono, nell'ambito delle psiconevrosi, in
una posizione intermedia tra quelle ossessive e quelle
isteriche.

Si tratta di un meccanismo ansiolitico, vale a dire che


difende dall'ansia. La persona fobica si illude di
circoscrivere la sua ansia (che è paura indistinta, senza
oggetto e non circostanziata) in una paura, ben
circostanziata e definita.

In altre parole, una ragazza che sia sfuggita ad


un'aggressione, può illudersi che evitando i luoghi
aperti e senza nascondigli (agorafobia) o evitando di
entrare negli ascensori o negli sgabuzzini
(claustrofobia) in cui improvvisamente può fare
irruzione uno sconosciuto, sia al sicuro.

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Paura, Attivazione Psicologica e Perfomance W. Aschero e P. N. Roselli Lorenzini

Paura, Attivazione Psicologica e Perfomance


Il corpo umano, a seconda di un’esposizione allo stress più o meno intensa, si trova in
differenti situazioni di attivazione psicologica e di performance: generalmente tali
differenti stati psicofisici sono suddivisi in una scala cromatica tendente dal bianco, al
giallo, al rosso, al grigio, sino al nero.

Tenendo presente che a seconda degli individui, della forma fisica generale e di altri fattori
si possono avere prestazioni differenti, sono stato individuati diversi parametri fisiologici
legati alla scala dei colori sopraddetta.

Vediamoli in dettaglio.

14
W. Aschero e P. N. Roselli Lorenzini Paura, Attivazione Psicologica e Perfomance

Condizione bianca:: frequenza cardiaca compresa tra i 60/80 circa b.p.m. (battiti per minuto) –
stato mentale di quiete.

Condizione gialla: frequenza cardiaca compresa tra i 80/115 b.p.m. circa – al raggiungimento della
soglia dei 115 b.p.m. si attivano i processi di deterioramento delle abilità motorie fini (esempio: l’uso
della parola).

Condizione rossa: frequenza cardiaca compresa tra i 115/145 b.p.m. circa – dopo il raggiungimento
della soglia dei 145 b.p.m. si attiva il deterioramento delle abilità motorie complesse (sensibile calo
delle performance).

Condizione grigia: frequenza cardiaca tra i 145/175 b..pm. circa – al raggiungimento della soglia
dei 175 b.p.m. avvengono fenomeni di deterioramento dei processi cognitivi, vasocostrizione
(riduzione del sanguinamento), visione a tunnel, perdita della percezione della distanza e/o
profondità, perdita visione ravvicinata, esclusione auditiva.

Condizione nera: frequenza cardiaca sopra i 175 b.p..m circa – crollo catastrofico delle
performance. Al raggiungimento di questa condizione avvengono reazioni irrazionali (attacco o
fuga), immobilismo, sottomissione, perdita di controllo di vescica e/o sfinteri, massimizzazione delle
abilità motorie grossolane.

Tenere presente che gli effetti descritti al raggiungimento delle soglie cardiache in questione
sono unicamente derivanti e prodotti dallo stress da sopravvivenza o di combattimento.

Analoghi aumenti delle frequenza cardiaca causati da un semplice sforzo fisico non
generano gli stessi effetti psicofisici.

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Paura, Attivazione Psicologica e Perfomance W. Aschero e P. N. Roselli Lorenzini

Utilizzo respirazione profonda per mantenimento autocontrollo

La respirazione profonda è una tecnica molto semplice e utile in situazioni stressanti per
rallentare il battito cardiaco, ridurre il tremore delle mani, mantenere un tono di voce
profondo, sentirsi pervaso da un senso di calma e autocontrollo.

È un modo pragmatico per gestire il proprio


sistema nervoso simpatico.

Vediamo come funziona, consideriamo il corpo


diviso in due sezioni: una controllata dal
sistema nervoso volontario, l’altra dal sistema
nervoso autonomo.

Il primo è coinvolto nelle attività volontarie e


coscienti, come muovere un braccio o dare un
calcio.

Il sistema nervoso autonomo è coinvolto nelle


attività che non dipendono dal controllo
cosciente, come il battito cardiaco e la
respirazione.

La respirazione è composta da due atti


(inspirazione ed espirazione) ed è un atto
automatico - se fosse sottoposta al controllo
cosciente dormendo si morirebbe di asfissia -
ma è altrettanto vero che siamo padroni di
inspirare profondamente e poi espirare.

Nel compiere tale azione si sposta il controllo della respirazione dal sistema nervoso
autonomo a quello somatico.

La respirazione e il battito delle palpebre, inoltre, sono le sole due attività del sistema
nervoso autonomo che si possono portare sotto il controllo cosciente.

Si può affermare, quindi, che la respirazione sia un ponte di collegamento tra il sistema
nervoso somatico e quello autonomo.

Se si controlla la respirazione si controlla l’intero sistema nervoso autonomo!

In questo modo possiamo controllare le reazioni del SNP


legate alla paura e alla rabbia.

Queste ultime due sono entrambe manifestazioni


dell’attività del mesencefalo, ovvero quella parte del
cervello ritenuta più primitiva, animalesca e irrazionale
che ci causa problemi di gestione durante situazioni di
stress.

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W. Aschero e P. N. Roselli Lorenzini Paura, Attivazione Psicologica e Perfomance

La respirazione ci permette di gestire questa parte del cervello: più si pratica questa tecnica
respiratoria più rapidamente sapremo gestire le nostri crisi.

La respirazione profonda prevede di contare fino a quattro in una sequenza di inspirazioni


ed espirazioni: inspirare con il naso, contando lentamente sino a quattro, ed espandendo
l’addome come un pallone (respirazione
diaframmatica).

Trattenere il fiato contando sino a quattro,


poi espirare lentamente dalle labbra,
contando sino a quattro e sgonfiando
l’addome.

Ripetere il ciclo almeno tre volte.

Questa tecnica può essere usata


indifferentemente prima, durante e dopo
una situazione di conflitto.

Supponiamo di trovarci in una data situazione di stress (esempio siamo sotto una minaccia)
e il nostro battito cardiaco schizza in una condizione rossa.

In questo instante qualsiasi altro stimolo esterno potrebbe farci reagire in modo incontrollato
o esagerato.

Sfruttare quindi la respirazione per riportare la frequenza cardiaca ad un limite entro il quale
riprendere il controllo delle nostre facoltà razionali.

La condizione nera in dettaglio

Analizziamo l’ultimo stadio della scala cromatica già


citata.

Abbiamo preso atto che tale condizione, nella norma,


subentra oltre la soglia cardiaca dei 175 b.p.m..

Oltre tale soglia la frequenza cardiaca diventa


controproducente poiché il cuore pompa così
rapidamente da non riuscire a riempiersi
adeguatamente di sangue tra la dilatazione e la
contrazione: di conseguenza da questo punto in poi
l’efficacia dell’azione cardiaca viene meno, la circolazione ne risente e il livello di ossigeno
fornito al cervello cala inesorabilmente.

In questa condizione, inoltre, subentra l’azione del mesencefalo e i processi cognitivi si


deteriorano (in altre parole si smette di pensare) facendoci trovare nella situazione di lottare
in maniera molto goffa e impacciata.

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Paura, Attivazione Psicologica e Perfomance W. Aschero e P. N. Roselli Lorenzini

Per chiarire meglio questo concetto occorre sapere


dell’esistenza della teoria “dei tre cervelli”, elaborata dal
neurologo Paul MacLean, e secondo la quale il cervello
umano è composto di tre parti: proencefalo (cervello
superiore, corteccia cerebrale) che è la componente
specificamente umana; il mesencefalo (cervello medio,
sistema limbico) che è comune a tutti i mammiferi; il
romboencefalo o tronco encefalico chiamato anche “cervello
rettile”.

• Il proencefalo gestisce i processi del pensiero


• Il mesencefalo gestisce le emozioni e i riflessi
• Il cervello rettile gestisce gli istinti primari e le funzioni vitali (come la respirazione e il
battito cardiaco).

Nella condizione nera il proencefalo si spegne letteralmente per passare ogni comando al
mesencefalo, cioè quella parte del cervello che abbiamo in comune con il nostro cane o
gatto.

Da qui la spiegazione per cui in una condizione nera, senza un adeguato addestramento,
potremmo trovarci nostro malgrado a lottare e muoverci goffamente.

È importante, infine, porre ancora in evidenzia che c’è una enorme differenza tra l’aumento
della frequenza cardiaca dovuta alla paura (ossia al SNP che reagisce allo stress
diffondendo ormoni nel corpo) e quello dovuto all’esercizio fisico.

Vasocostrizione e suoi effetti

Gli effetti della vasocostrizione cominciano a manifestarsi nella condizione rossa, ma solo
raggiungendo quella nera divengono catastrofici.

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W. Aschero e P. N. Roselli Lorenzini Paura, Attivazione Psicologica e Perfomance

Ai livelli minimi della vasocostrizione soltanto i più piccoli capillari vengono colpiti dalla
mancanza di sangue, il che riduce in una certa misura il controllo motorio fine, come nel
caso delle dita gelate di primo mattino.

Quando invece la vasocostrizione diviene intensa, iniziano a essere colpiti anche i gruppi
muscolari responsabili della motricità complessa.

Il sangue ristagna all’interno del corpo e nelle


grandi masse muscolari, e la pressione
sanguigna schizza alle stelle.

Lo strato più esterno del corpo assume quasi


la funzione di un armatura e, fino a quando non
viene colpita un’arteria, si possono sopportare
estese lesioni senza sanguinare molto.

Ecco perché, tra l’altro, le ferite superficiali al


volto e al cuoio capelluto tendono a sanguinare
di più: in queste aree i vasi venosi e arteriosi
sono tutti molto vicini alla superficie e quindi la
vasocostrizione è meno efficace.

Il fenomeno della vasocostrizione


sembrerebbe trattarsi di un meccanismo di
sopravvivenza, inteso a limitare la perdita di
sangue durante un combattimento.

Parallelamente a questo vantaggio però


assistiamo a un calo del controllo motorio
poiché se i muscoli smettono di ricevere
sangue smettono anche di funzionare.

19
Effetti dello Stress W. Aschero e P. N. Roselli Lorenzini

Effetti dello Stress


Sotto stress e soprattutto durante una
aggressione, uno scontro o un combattimento,
possono verificarsi molteplici distorsioni
percettive, che alterano il modo in cui si vede
e percepisce il mondo e si registrano gli eventi
intorno a sé.

Si tratta di uno stato alterato di coscienza


simile a quello indotto dall’assunzione di
droghe o dal dormiveglia.

Và sottolineato che le distorsioni percettive, in


particolare visive e uditive, sono
sostanzialmente diverse dalle comuni
esperienze quotidiane in cui non ci accorgiamo
di certi stimoli visivi o sonori perché siamo distratti.

Non vedere o non sentire qualcosa perché siamo concentrati su qualcos’altro è un normale
processo psicologico.

Invece la visione tunnel o l’esclusione uditiva implicano, sia un fenomeno psicologico di


“concentrazione”, sia potenti fenomeni fisiologici causati da alterazioni biomeccaniche a
carico di occhi e orecchie.

Esclusione sensoriale

In preda allo stress può capitare che durante una rissa, un ferimento o un incidente si possa
provare un’esclusione sensoriale pur riportando abrasioni, contusioni o rotture ossee di
rilevante importanza.

Solo dopo la fine dello scontro, con il rilassamento,


si prende atto delle lesioni riportate mediante
l’avvertimento del dolore sino a quel momento sopito.

Non è possibile rendersi immediatamente conto dei


danni subiti a causa del rilascio di potenti dosi di
adrenalina che circolando nel nostro organismo
inibiscono i recettori del dolore.

Per il motivo suddetto ogniqualvolta si è vittime di


scontri (sia con uso di armi che senza) è buona norma effettuare un check corporale a sè
stessi, o ai propri compagni, per verificare la presenza di eventuali ferite non avvertite (è
buona norma effettuare il check con pressioni del palmo della mano sulla cute iniziando dal
capo, collo, braccio sx, braccio dx, petto e pancia, schiena, gamba e piede sx, gamba e
piede dx).

20
W. Aschero e P. N. Roselli Lorenzini Effetti dello Stress

Esclusione auditiva

Dall’analisi statistica effettuata presso agenti di polizia statunitensi emerge che in situazioni
di conflitto gli operatori hanno registrato fenomeni di sordità o sensazioni di attutimento
dei rumori.

Ciò avviene fondamentalmente per due


motivi:
1. È dovuto ad una sorta di
selezione dei suoni da parte
del nostro cervello che si
“canalizza” su certi suoni
specifici perché ritenuti
importanti in quella fase
dell’azione di conflitto (il cervello
scarta letteralmente tutti i suoni
non necessari e si concentra su
un suono alla volta – equivalente
auditivo della visione tunnel).
2. È causato da una sorta di
“ammiccamento” uditivo per il
quale i rumori più forti vengono
fisicamente e meccanicamente smorzati o silenziati per un attimo (esempio: appena
prima di uno scoppio il cervello è conscio del rumore a cui l’orecchio sarà sottoposto.
Lo smorzamento del suono diviene quindi una forma di protezione dell’organo
dell’udito.

In una condizione nera si riscontrano fenomeni di esclusioni auditiva talmente intensi che le
vittime raccontano di non aver sentito nulla di quanto accadeva intorno a loro.

Intensificazione sonora

Al contrario di quanto sopra può verificarsi, in condizioni di scarsa luminosità, che i suoni
anziché essere smorzati o non uditi siano amplificati.

Ciò avviene in quanto il cervello si concentra sullo stimolo più rilevante, e nell’oscurità lo
stimolo più importante è il suono (laddove la vista è scarsa, gli organi dell’udito compensano
a tale mancanza).

Visione a tunnel

Sotto estremo stress il campo visivo tende a


restringersi (a quanti durante un emergenza è
capito di non mettere a fuoco i numeri della tastiera
del telefono e non riuscire a comporre il numero di
emergenza) come se il soggetto stesse guardando
attraverso un tubo.

La visione a tunnel, accompagnata dall’esclusione


auditiva e da parecchie altre distorsioni percettive, è
comunemente associata a livelli elevati di ansia.

21
Effetti dello Stress W. Aschero e P. N. Roselli Lorenzini

Il Bigger Bang

Nel caso di caso di scontri con armi da fuoco, situazioni per fortuna più comuni per le forze
dell’ordine che per il normale cittadino, occorre conoscere questo aspetto tipico degli scontri
armati secondo il quale sotto stress si è soggetti a
soccombere se si fronteggiano avversari che fanno uso di
armi più potenti delle nostre.

Gli effetti psicologici della polvere da sparo possono essere


disposti su una scala ideale: in cima troviamo le flash bang,
le granate, bomba d’aereo, fuoco d’artiglieria.

Sul fondo la pistola, nel mezzo invece il fucile.

Preso atto di quanto sopra non dimenticare mai di contrastare


ogni attacco armato con pari volume di fuoco.

Chiarezza visuale

Anche in questo caso, sotto stress, può avvenire l’opposto ed il nostro corpo anziché subire
gli effetti di una visione a tunnel può essere sottoposto ad un fenomeno di chiarezza
visuale: il nostro corpo, attraverso l’organo della vista, utilizza al massimo le proprie risorse
permettendoci di cogliere nitidamente particolari che nella norma in condizioni di quiete
psicologica passerebbero inosservati.

Ammutolire dalla paura

Il linguaggio è un abilità psicomotoria fine e le alterazioni della voce possono essere uno
dei primi indicatori di stress nella maggior parte delle persone.

Sembra che ciò accada per via del fenomeno della vasocostrizione (ridotto afflusso di
sangue ai vasi trovandoci nella condizione rossa), che annulla il controllo della motricità
fine della laringe.

Tale drastico decadimento della capacità di parlare può sfociare, in condizione nera, nella
situazione di restare completamente ammutoliti (sintomi tipici di stress estremo) senza
capacità di reazione.

Tempo al rallentatore e paralisi temporanea

Percepire le azioni al rallentatore può essere chiaramente


un meccanismo di sopravvivenza messo in atto dal nostro
cervello, ma spesso si abbina a controindicazioni quali
(soprattutto in condizione nera) frequenza cardiaca
esasperata e perdita di controllo sulla motricità fine e
complessa.

In situazione di stress estremo (in particolar modo nella


condizione nera) il corpo può provare anche sensazioni di

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W. Aschero e P. N. Roselli Lorenzini Effetti dello Stress

paralisi, all’improvviso non si riesce a muovere un muscolo e si va in panico.

È una situazione che può ricorrere in alcuni soggetti in preda ad una grande carica d’ansia.

Perdita e distorsione della memoria

È documentato che una buona parte delle vittime di situazioni di stress vivono l’esperienza
di “fotogrammi mancanti”, ossia significative porzioni di memoria cancellate dalla
sequenza degli eventi.

La perdita di memoria è da considerarsi un fenomeno normale, soprattutto se ci troviamo in


condizione nera!

Di norma se si osserva del riposo, dopo l’evento traumatico, si riesce a recuperare buona
parte della memoria perduta.

Sotto forte stress può infine capitare di visualizzare le nostre peggiori paure, e la visione
(mentale) potrebbe risultare cosi chiara da auto convincersi che si tratti di una percezione
reale.

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Effetti dello Stress W. Aschero e P. N. Roselli Lorenzini

In questi casi, frequentemente, si registrano casi di perdita/distorsione della memoria


combinata a sensi di colpa derivanti dalla convinzione (errata) di aver o non aver fatto una
determinata azione per risolvere l’evento negativo vissuto.

Dissociazione e pensieri intrusivi

In situazioni di grave minaccia si può sperimentare uno strano senso di distacco, come se
l’evento fosse un sogno e come se si stesse osservando la scena e il proprio corpo
dall’esterno.

Sovente al termine di una aggressione si ha serie difficoltà ad accettare l’accaduto in quanto


psicologicamente ci si trova nella condizione di negare a sè stesso quanto occorso.

A livello di studi pare che la dissociazione possa


essere collegata a una performance meno efficace
in combattimento ed a una predisposizione al
P.T.S.D. (post traumatic stress disorder).

La dissociazione può essere una risposta alla


condizione nera e indicativa di livelli estremi di
attivazione neuro percettiva, il che potrebbe
predisporre effettivamente l’aggredito ad una
successiva reazione post traumatica.

L’ultimo effetto di distorsione psico percettiva è


composto dai cosiddetti pensieri intrusivi e
distraenti: durante episodi traumatici i soggetti durante l’azione sono colpiti da pensieri
relativi alla propria sfera famigliare o in certi casi dall’aspetto bizzarro e causale.

È cosa positiva sapere che nei soggetti aggrediti in più di un occasione critica questo tipo di
reazione si è rivelato fondamentale per attivare il loro spirito di sopravvivenza
permettendogli così di salvarsi la vita.

Di seguito vengono riportati alcuni dati statistici raccolti da Klinger D. (Into the kill zone: a
cop’s eye view of deadly force, San Francisco – Josey Bass 2004):
Prima e Prima del Durante il
durante combattimento combattimento

Incredulità 42% 32% 34%


Paura per sé 41% 35% 30%
Paura per altri 60% 54% 49%
Sopravvivere 30% 27% 23%
Sbrigarsi 55% 44% 46%
Preoccupazioni 14% 10% 9%
varie

Pensieri e sentimenti: prima e durante il combattimento. Tab. 1 (studi di Klinger)

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W. Aschero e P. N. Roselli Lorenzini Effetti dello Stress

Prima e Prima del Durante il


Vista
durante combattimento combattimento
Visione a tunnel 51% 31% 27%
Chiarezza 56% 37% 35%
visuale
Entrambe non disp. 10% 11%
Prima e Prima del Durante il
Udito
durante combattimento combattimento
Attenuazione 82% 42% 70%
sonora
Intensificazione 20% 10% 5%
sonora
Entrambe non disp. 0% 9%

Distorsioni di vista, udito, senso del tempo. Tab. 2 (studi di Kliger)

Senso del Prima e Prima del Durante il


tempo: durante combattimento combattimento
Tempo al 56% 43% 40%
rallentatore
Tempo accelerato 23% 12% 17%
Entrambi non disp. 0% 2%
Distorsioni di vista, udito, senso del tempo. Tab. 3 (studi di Kliger)

Perdita del Controllo su Vescica e Sfinteri

Essere vittima di una aggressione caratterizzata da un elevato carico stressogeno


(esempio: essere sotto il fuoco di una pistola o subire un
attacco di coltello) può comportare l’essere esposti a diverse
reazioni del nostro corpo del tutto incontrollabili.

Tali reazioni, sia chiaro sin d’ora, sono da ritenersi


assolutamente normali e facenti parte della sfera emotiva
del corpo umano.

Si evidenzia pertanto, in simili occasioni, la totale perdita di


controllo sulla propria vescica e/o sugli sfinteri con il risultato di urinarsi o defecarsi nei
calzoni.

Ricerche statunitensi condotte in ambito militare e di polizia evidenziano che nella norma un
50% dei combattenti effettivi ammettono di aver perso (in combattimento) il controllo sulla
vescica, mentre un 25% il controllo sugli sfinteri, la cosiddetta “diarrea da stress” dove il
corpo letteralmente molla la zavorra, in modo che nessuna energia vada sprecata in funzioni
non indispensabili durante l’azione.

25
Reagire all’Aggressione e Metodi di Reazione W. Aschero e P. N. Roselli Lorenzini

Reagire all’Aggressione e Metodi di Reazione


Volontà di combattere

In situazioni di combattimento spesso l’essere colpiti o ricevere delle percosse inibisce la


volontà di continuare lo scontro.

Da una punto di vista psicologico bisogna


ribaltare la situazione: il colpo subito (o i colpi
subiti) deve essere vissuto come punto di
partenza per non essere colpiti ancora.

Il nostro compito consiste nel lottare con molta


forza reagendo all’aggressione, nel caso di
scontro con forza letale sarà invece nostro
obbiettivo lottare per sopravvivere e nei casi
più disperati, se feriti, sforzarci di dirigerci
verso un riparo.

Smettere di combattere è da imputarsi alla nostra volontà, non al nostro corpo.

Volontà di sopravvivere

Uno degli obbiettivi primari, strettamente connesso al discorso sopraesposto, è la volontà


di sopravvivere alla minaccia che ci troviamo di fronte combattendo sino a che la stessa
non è neutralizzata.

È essenziale mantenere l’autocontrollo (vedi respirazione profonda) e sfruttare il potere


della nostra adrenalina per perseguire questo obbiettivo.

Fenomeno del Loop

Occorre prendere in considerazione il fenomeno della perseverazione, un fenomeno


studiato inizialmente analizzando le grandi tragedie che nel primo
Novecento hanno colpito teatri e locali affollati (da incendi,
terremoti, ect..).

In quei momenti di panico la gente si accalcava contro la porta e


premeva il maniglione, ma la porta risultava bloccata. Dopo
alcuni diversi tentativi andati a vuoto un essere umano razionale
(e in condizioni di quiete) si sarebbe diretto verso un'altra uscita,
ma quegli individui rimanendo intrappolati in un loop, ovvero un
ciclo ripetitivo di azioni del tutto inefficaci, non reagivano
positivamente agli eventi condannandosi a perire.

Probabilmente questo strano modo di operare del cervello ha


radici ancestrali e risalenti a quei momenti in cui i nostri

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W. Aschero e P. N. Roselli Lorenzini Reagire all’Aggressione e Metodi di Reazione

progenitori si trovavano a combattere contro le fiere: era importante per essi colpire
ripetutamente la belva per non esserne sopraffatti.

Il problema ora è rappresentato dal fatto che ai giorni odierni, in preda allo stress, ci troviamo
a comportarci al medesimo modo: è cronaca italiana del nostro tempo la cosiddetta “strage
del pilastro” dove alcuni carabinieri, vittime del fuoco della Uno Bianca, scarrellarono
ripetutamente le loro Beretta 92 lasciando al suolo inesplosi tutti e 15 i proiettili contenuti nel
caricatore. Quei carabinieri perirono anche a causa del fenomeno del loop: in condizioni non
stressogene si sarebbero certamente accorti che le loro pistole erano con la sicura inserita
e l’avrebbero tolta. Purtroppo per loro gli eventi giocarono a loro sfavore.

Per evitare di cadere in questo tipo di fenomeno si deve prendere in considerazione di


addestrarsi sotto stress sino al sovra-apprendimento, ossia a quella condizione per cui in
caso di necessità il corpo e la mente reagisce automaticamente.

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Disturbo da Stress Post Traumatico W. Aschero e P. N. Roselli Lorenzini

Disturbo da Stress Post Traumatico


Cos’è

Il disturbo post traumatico da stress (post traumatic stress disorder /


P.T.S.D.) si definisce come disturbo del comportamento di ansietà,
iper-attivazione, depressione, sensi di colpa, comportamento
impulsivo o violento, alienazione ed isolamento sociale e spesso
abuso di sostanze stupefacenti.

Questo disturbo venne indagato approfonditamente a seguito dei


molti casi di nevrosi da guerra che emersero nella guerra del
Vietnam. Una sindrome simile venne riscontrata in personale medico, infermieristico,
impegnato nei teatri di guerra del Vietnam, ma anche in vittime di disastri civili, violenza
carnale, attacchi terroristici, presa in ostaggio.

Criteri diagnostici del Disturbo da Stress Post-Traumatico (P.T.S.D.)

[scheda tratta da Grossman D.: On combat: the psychology and physiology of deadly
conflict in war and peace]

A. La persona è stata esposta ad un evento traumatico nel quale erano presenti


entrambe le caratteristiche seguenti:
• La persona ha vissuto, ha assistito o si è confrontata con un evento o con eventi
che hanno implicato morte, o minaccia di morte, o gravi lesioni, o una minaccia
all’integrità fisica propria o di altri.
• La risposta della persona comprendeva paura intensa, sentimenti di
impotenza, o di orrore.
Nota – Nei bambini questo può essere espresso con comportamento
disorganizzato o agitato.
B. L’evento traumatico viene vissuto persistentemente in uno (o più) dei seguenti
modi:
• Ricordi spiacevoli ricorrenti e intrusivi dell’evento, che comprendono immagini,
pensieri o percezioni.
Nota – Nei bambini piccoli si possono manifestare giochi ripetitivi in cui
vengono espressi temi e aspetti riguardanti il trauma.
• Sogni spiacevoli ricorrenti dell’evento.
Nota – Nei bambini possono essere presenti sogni spaventosi senza un
contenuto riconoscibile.
• Agire o sentire come se l’evento traumatico si stesse ripresentando (ciò include
sensazioni di rivivere l’esperienza, illusioni, allucinazioni ed episodi dissociativi
di flashback, compresi quelli che si manifestano al risveglio o in stato di
intossicazione).
Nota – Nei bambini piccoli possono manifestarsi rappresentazioni ripetitive
specifiche del trauma.
• Disagio psicologico intenso all’esposizione a fattori scatenanti interni o esterni
che simbolizzano o assomigliano a qualche aspetto dell’evento traumatico.

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W. Aschero e P. N. Roselli Lorenzini Disturbo da Stress Post Traumatico

• Reattività fisiologica o esposizione a fattori scatenanti interni o esterni che


simbolizzano o assomigliano a qualche aspetto dell’evento traumatico.
C. Evitamento persistente degli stimoli associati con il trauma e attenuazione della
reattività generale (non presenti prima del trauma), come indicato da tre (o più) dei
seguenti elementi:
• Sforzi per evitare pensieri, sensazioni o conversazioni associate con il trauma.
• Sforzi per evitare attività, luoghi o persone che evocano ricordi del trauma.
• Incapacità di ricordare qualche aspetto importante del trauma.
• Riduzione marcata dell’interesse o della partecipazione ad attività significative.
• Sentimenti di distacco o di estraneità verso gli altri.
• Affettività ridotta (per es: incapacità di provare sentimenti di amore).
• Sintomi di diminuzione delle prospettive future (per es: aspettarsi di non poter
avere una carriera, un matrimonio o dei figli o una normale durata della vita).
D. Sintomi persistenti di aumento arousal (attivazione, eccitazione, vigilanza o allerta)
non presenti prima del trauma, come indicato da almeno due dei seguenti elementi:
• Difficoltà di addormentarsi o a mantenere il sonno.
• Irritabilità o scoppi di collera.
• Difficoltà a concentrarsi.
• Iper-vigilanza.
• Esagerate risposte di allarme.
E. La durate del disturbo (sintomi ai criteri B, C e D) è superiore a 1 mese.
F. Il disturbo causa disagio clinicamente significativo o menomazione nel
funzionamento sociale, lavorativo o di altre aree importanti.
Specificare se:
• Acuto: la durata dei sintomi è inferiore a 3 mesi.
• Cronico: la durata dei sintomi è 3 mesi o più.
• Ad esordio ritardato: l’esordio dei sintomi avviene almeno 6 mesi dopo
l’evento stressante.

In accordo al Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorder, il P.T.S.D. può


classificarsi in:
• Acuto: inizio entro sei mesi dall’evento traumatico e durata non superiore a tre mesi
• Cronico: inizio entro sei mesi dall’evento traumatico e lunga durata
• Ritardato: inizio e ricorrenza dopo sei mesi fino a molti anni dopo l’evento traumatico

Questa sindrome non deve essere confusa con la fatica da combattimento che tende a
scomparire con la possibilità di riposo.

La diagnosi non viene posta se il disturbo dura meno di un mese.

Gli eventi stressanti che producono questo disturbo includono disastri naturali, disastri
umani accidentali oppure disastri deliberatamente prodotti dall’uomo.

L’evento traumatico può essere rivissuto in modi diversi.

Comunemente l’individuo ha continui ricordi intrusivi dell’evento, o incubi ricorrenti durante


i quali l’evento viene rivissuto.

29
Disturbo da Stress Post Traumatico W. Aschero e P. N. Roselli Lorenzini

Vi è spesso un intenso disagio psichico quando l’individuo è esposto ad eventi che


assomigliano, per qualche aspetto, all’evento traumatizzante o che lo simboleggiano,
come gli anniversari di tale evento.

Una diminuita reattività verso il mondo esterno, riferita


come “anestesia emotiva”, di solito si instaura subito
dopo l’evento traumatico.

La persona si può lamentare di sentirsi distaccata o


estraniata dalla altre persone, di aver perso la capacità di
interessarsi ad attività precedentemente gradite, o che la
capacità di sentire emozioni di qualunque tipo è
marcatamente diminuita.

I sintomi persistenti di una aumentata attivazione, che non erano presenti prima del trauma,
includono alterazione dell’inizio e del mantenimento del sonno (incubi ricorrenti durante i
quali vien rivissuto l’evento traumatizzante sono qualche volta accompagnati da insonnia
nella parte centrale e terminale del sonno), iper-vigilanza ed esagerate risposte di allarme.

Alcuni lamentano difficoltà nel concentrarsi o nell’eseguire determinati compiti, molti


riferiscono cambiamenti del livello di aggressività.

Come regola generale, più traumatica è l’esperienza


sofferta, maggiori sono le possibilità che insorgano
problemi di sonno.

Situazioni che possono provocare un P.T.S.D.


possono essere rappresentate da:
• perdita di amici, compagni d’arme
• circostanze particolarmente orribili
• associato senso di colpa per aver commesso
un errore
• ferite gravi o morte inflitte ad innocenti

Prevenzione

Nel caso delle forze dell’ordine è opportuno prevedere incontri (debriefing) con gli altri
operatori coinvolti in eventi traumatici, specie se sono intervenuti errori, fraintendimenti, feriti
o decessi.

In tali incontri deve essere data a tutti la possibilità di esprimere il loro parere, discutere nel
dettaglio le tattiche adottate ed i risultati o le perdite conseguite.

Occorre giungere ad un accordo su cosa effettivamente sia accaduto, in modo da avere


una visione chiara degli avvenimenti.

È importante far sapere ai partecipanti che qualunque loro pensiero o reazione nel contesto
dell’incontro è da considerarsi normale e accettabile.

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W. Aschero e P. N. Roselli Lorenzini Disturbo da Stress Post Traumatico

Per esempio, come già detto, si deve sapere che è


normale, durante un evento traumatico, perdere il
controllo su vescica e sfinteri, e che è una reazione
comune a molti che vivono simili esperienze.

Lo stesso discorso vale per la tipica reazione del “grazie


a Dio non è toccato a me”. Aver formulato questo
pensiero davanti alla morte violenta di un altro essere
umano è un esperienza devastante, che riempie di
vergogna e senso di colpa: si tratta però di un pensiero
involontario e del tutto normale, praticamente
automatico. È una reazione del nostro subconscio in
relazione all’evento critico.

Obbiettivo più importante del debriefing è separare i


ricordi dalle emozioni, scollegare la memoria dai
meccanismi di attivazione del sistema nervoso
simpatico.

Mentre l’incontro procede e si scava nella memoria


collettiva dell’evento, tutto è permesso.

L’unica cosa non ammessa è l’ansia.

Nel caso in cui un partecipante iniziasse a sudare, avere


la voce tremula, pallore, tremore alle mani, bisogna
interrompere subito e fargli praticare la respirazione
profonda.

Successivamente infine occorre lavorare anche su questi interrogativi:


• quali aspetti hanno funzionato bene e non necessitano di cambiamenti?
• Cosa può essere migliorato?
• Cosa non ha funzionato e richiede nuove condotte d’azione?

Tali incontri aumenteranno la coesione, la fiducia, la comprensione all’interno della squadra


e incrementeranno la fiducia sul fatto che le future operazione andranno meglio.

Nel caso di aggressioni a comuni cittadini, il debriefing potrà essere fatto o con le eventuali
altre persone che hanno subito l’aggressione o con personale medico specializzato.

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Prevedere un crimine W. Aschero e P. N. Roselli Lorenzini

Prevedere un crimine
È consuetudine nell’immaginario collettivo affermare di non poter riuscire ad immaginare
cosa si prova a vivere una certa esperienza (nel nostro caso negativa), eppure è possibile
immaginare ogni sensazione umana e vedere che grazie a questa capacità si potranno
prevedere azioni che altri commetteranno.

Non c’è alcun mistero del comportamento umano che non si possa comprendere
razionalmente o con l’intuito: si prenda atto che il comportamento degli aggressori non
corrisponde mai allo stereotipo che abbiamo nella nostra mente.

Ci sono cose che bisogna vedere per poterci credere, mentre ad altre bisogna crederci per
poterle vedere.

Gli istinti umani, secondo Freud, si possono dividere


in due grandi categorie: “quelli che cercano di
preservare e unire e quelli che cercano di distruggere e
uccidere”.

A conferma della tesi di Freud c’è la realtà dei fatti: la


violenza e l’omicidio sono comuni a tutte le culture: in
un ognuno di noi è allocato nella mente il seme della
violenza e come i nostri antenati ominidi siamo tutt’ora
competitivi, territoriali, e violenti.

I più sostengono che non potrebbero mai uccidere, ma


inevitabilmente aggiungono un chiarimento
significativo: “a meno che, naturalmente, una persona
non cerchi di arrecare del male a qualcuno che mi sia
caro..”

La violenza è in noi, che piaccia o meno.

Ciò che cambia è la nostra concezione della


giustificazione a perpetrare una violenza in genere.

Le persone che commettono atti violenti hanno ampie possibilità di scelta per quanto
riguarda le modalità di azione: immaginiamo per un momento la cosa peggiore in assoluto
che qualcuno potrebbe fare ad un altro essere umano… proprio perché l’abbiamo potuta
immaginare, con ogni probabilità sarà stata già commessa poiché tutto ciò che un essere
umano può fare ad un suo consimile è già stato compiuto.

In ogni epoca sono state commesse azioni violente e atroci, ma non capiamo mai perché
ciò avvenga se consideriamo un comportamento inconsueto come se fosse un qualcosa
che non ci appartiene.

La violenza che abbiamo immaginato, per quanto sia orribile, era in noi, e per questo è parte
di noi.

32
W. Aschero e P. N. Roselli Lorenzini Segnali di sopravvivenza per individuare…

Per poter prevedere e prevenire certi crimini dobbiamo accettare l’idea che certe azioni sono
compiute da persone come noi, e non da altri esseri estranei alla sfera comportamentale
umana.

È un classico dopo un crimine violento sentire affermare che “l’omicida (o il violentatore..)


era una persona tranquilla, che se ne stava in disparte “ o “era un vicino tranquillo e
cordiale”.

Al riguardo, secondo studi in materia, un elemento che potrebbe far prevedere un futuro di
violenza e criminalità in un individuo è la violenza subita nell’infanzia di quella persona.

Un’altra caratteristica tipica dei predatori criminali (e a molte altre persone) è il loro bisogno
di avere il controllo sulle situazioni o sulle persone.

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Segnali di sopravvivenza per individuare… W. Aschero e P. N. Roselli Lorenzini

Segnali di sopravvivenza per individuare


comportamenti potenzialmente aggressivi
Nell’affrontare situazioni critiche l’intuito sovente ci invia segnali di avvertimento per
metterci in guardia di fronte a terze persone: sta a noi usare al meglio le nostre facoltà
razionali e seguire l’intuito per toglierci dai guai.

Per ironia della sorte nella maggioranza dei casi gli individui
tendono a sottovalutare i segnali provenienti dall’intuito,
segnali che arrivano dalla parte più profonda della mente
dove trovano sede i nostri istinti primordiali deputati alla
sopravvivenza.

Il “criminale abile” è da considerarsi a tutti gli effetti un


esperto di quelle pratiche per cui la sua vittima viene messa
in condizione di non riuscire a comprendere i segnali di sopravvivenza ricevuti dall’intuito,
ma proprio i metodi che il criminale utilizza per confonderci possono tornare utili per
smascherare i suoi intenti.

L’unione forzata

L’unione forzata è un metodo efficace per indurre fiducia poiché è arduo respingere un
atteggiamento che ci accumuna in un determinato momento senza essere o sembrare
scortesi.

L’unione forzata viene utilizzata, per esempio, dal


potenziale aggressore mediante l’uso della parola “noi”:
uno sconosciuto approccia una donna in un parcheggio
del supermercato con un “Signora, venga che la aiuto a
caricare questi pacchi pesanti; se non ci aiutiamo tra
noi!!”).

Il condividere una situazione difficile, come il trovarsi in


un ascensore bloccato o l’arrivare insieme davanti a un
negozio appena chiuso, farà comprensibilmente
superare alla gente le barriere sociali.

L’unione forzata in determinate situazioni non è un


metodo casuale, ma al contrario viene usato
intenzionalmente.

Un indizio identificabile dell’unione forzata è l’affermazione di uno scopo o di un’esperienza


condivisa quando in realtà non esistono: “tutti e due”, “noi si che siamo una squadra”, “come
facciamo adesso?”, “ce l’abbiamo fatta”.

Và detto che l’unione forzata viene usata anche in molti contesti e per molti motivi non
sempre negativi (ad esempio il riuscire a prendere al volo un treno con un'altra persona
quando lo stesso è in procinto di partire: “ce l’abbiamo fatta!!”), ma quando vi ricorre uno
sconosciuto nei confronti di una donna magari in una zona non frequentata, è sempre

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W. Aschero e P. N. Roselli Lorenzini Segnali di sopravvivenza per individuare…

inappropriata: in questo caso non si tratta


di associazione o coincidenza, in questo
caso si vuole stabilire un rapporto.

Sebbene non tutti i motivi che spingono la


maggior parte della gente a instaurare siano
sinistri (come chiacchierare piacevolmente
con una persona appena conosciuta a una
festa), ciò non vuol dire che una donna
debba incoraggiare ogni sconosciuto che
l’avvicina.

La difesa contro l’unione forzata è semplice: occorre rifiutare questo tentativo di


associazione rifiutando chiaramente l’aiuto offerto, anche a costo di apparire scortesi.

Il fascino e la gentilezza

Il fascino è un altra capacità spesso sopravvalutata. È definito capacità in quanto non è una
caratteristica inerente alla personalità di qualcuno e
quasi sempre è uno strumento che ha un preciso
scopo.

Affascinare, in determinati contesti, vuol dire forzare,


controllare, attrarre o allettare.

Per riuscire a comprendere questo aspetto bisogna


pensare al fascino come ad un verbo e non come una
caratteristica.

Bisogna ripetersi “questa persona sta cercando di affascinarmi” (inteso come verbo) invece
che pensare “questa persona è affascinante” (inteso qui come caratteristica) potrà far
comprendere cosa si cela dietro una persona.

Scoprire le intenzioni di una persona non significa che dietro vi sia per forza qualcosa di
malevolo, ma in alcune occasioni questo atteggiamento di prudenza e indagine potrebbe
rivelarsi molto utile per la nostra incolumità.

Spesso si affascina con il sorriso che secondo alcuni è il tipico travestimento per
mascherare emozioni (“ti mostro i denti proprio per dimostrarti che non li userò contro di
te”).

Preme sottolineare ancora come in molti casi le vittime di aggressioni abbiano descritto il
loro assalitore come una persona che in principio era estremamente gentile.

Gentilezza non equivale a bontà!

La gentilezza spesso è frutto di una decisione, una strategia di interazione sociale; non è
un carattere distintivo e quelli che cercano di controllare gli altri all’inizio offrono quasi
sempre l’immagine di persone gentili.

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Segnali di sopravvivenza per individuare… W. Aschero e P. N. Roselli Lorenzini

Come il fascino e il sorriso ingannatore anche la gentilezza


non richiesta ha spesso un secondo scopo.

Oggi, diversamente da un tempo quando la gente viveva


in piccole comunità, viviamo in un epoca di anonimi e
isolati incontri, e molte persone sono diventate esperte
nell’arte della persuasione rapida.

La fiducia che una volta si guadagnava con il tempo e


comportandosi rettamente, si ottiene ora con destrezza di
mano e di parola.

Le donne devono prendere il coraggio di rifiutare apertamente approcci indesiderati, anche


se purtroppo una donna decisa, sicura di sé e determinata spesso viene (a torto!)
considerata fredda o peggio.

Da una donna (dal punto di vista della media degli uomini ovviamente…) ci si aspetta che
sia cordiale, aperta, e che risponda a ogni messaggio che le arriva da un uomo.

La risposta a tali messaggi ovviamente (sempre stante gli uomini) deve consistere per forza
di cose in disponibilità e interessamento…

In merito agli approcci da parte di sconosciuti è bene considerare che la cordialità prolunga
l’incontro, accresce le aspettative e in molti casi fa perdere tempo.

Il prolungarsi, inoltre, fornisce gran parte delle informazioni concernenti le vittime e aiutano
quindi l’uomo con cattive intenzioni a perseguire le sue azioni malvagie.

I troppi dettagli

Tipicamente, quando una persona afferma una verità, non pensa che qualcuno possa
mettere in dubbio le proprie parole e perciò non sente la necessità di utilizzare un ulteriore
sostegno sotto forma di dettagli a quanto detto.

Al contrario, nel caso in cui la stessa persona menta, anche se ciò che dice potesse suonare
credibile a terzi, molto probabilmente non
suonerebbe credibile a sé stessa, per cui
continuerebbe a parlare aggiungendo particolari
e dettagli nel tentativo di convincere il suo
interlocutore di quanto affermato.

Consideriamo, per esempio, uno sconosciuto che


in treno si avvicina ad una donna e dopo aver
attaccato bottone le offra un passaggio in
macchina.

Se mosso da un secondo fine, al rifiuto di lei,


molto probabilmente cercherà di esercitare un’azione di controllo aggiungendo dettagli su
dettagli (es: “ci sarà anche mia moglie”, “la strada è difficile”, etc…) e mostrandosi
estremamente gentile e disponibile per cercare di convincerla a seguirlo.

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W. Aschero e P. N. Roselli Lorenzini Segnali di sopravvivenza per individuare…

Per difendersi da questo tipo di azione di


controllo bisogna rimanere
consapevolmente consci del contesto in cui
vengono forniti i dettagli.

Se si viene avvicinati da un estraneo in un


contesto “anomalo” per quanto attraente
possa essere quell’uomo non dovete mai
perdere di vista il contesto: lui è uno
sconosciuto che vi ha avvicinato.

Ai fini della sicurezza è bene ricordarsi


sempre dove ci troviamo e quale è il
rapporto con le persone che abbiamo
intorno.

Un uomo “abusa” della nostra accoglienza e per quanto affascinante e simpatico occorre
concentrarsi sul contesto chiedendosi semplicemente: “gli ho chiesto due volte di
andarsene”.

La difesa contro questo metodo è semplice: teniamo in evidenza il nostro pensiero


conscio.

La caratterizzazione

È un metodo subdolo adottato dai predatori criminali, ma pure dalle persone “comuni”.

Un uomo etichetta una donna in modo vagamente critico, sperando che lei si senta costretta
a dimostrare che l’opinione formulata dall’uomo è errata.

Ad esempio un soggetto potrebbe affermare a una


donna di essere troppo snob per colloquiare con lui, e lei
si libererà dell’etichetta di snob parlandogli.

O ancora, un uomo potrebbe offrire il proprio aiuto


sottolineando il fatto che un eventuale rifiuto della donna
deriverebbe dal suo troppo orgoglio: per rifiutare
quell’etichetta la donna acconsente ad essere aiutata.

La caratterizzazione è in qualche modo un’offesa che di


solito è facile confutare, ma poiché è proprio una risposta
ciò che l’interlocutore sta cercando, la difesa migliore è
il silenzio.

Contro la caratterizzazione occorre agire come se le


parole non fossero state pronunciate.

Lo strozzinaggio

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Segnali di sopravvivenza per individuare… W. Aschero e P. N. Roselli Lorenzini

Questo aspetto è mutuato proprio dal comportamento tenuto dagli strozzini: accettano di
prestare una somma, ma poi esigono molto di più della cifra inizialmente prestata.

Nello stesso modo il criminale offre generosamente il


suo aiuto, ma tiene a mente sempre il calcolo del
debito.

La difesa consiste nel tenere ben presente due aspetti:


un individuo vi ha avvicinato, e voi non avete chiesto il
suo aiuto.

Come già detto però è bene ripetere che l’unione


forzata, i dettagli, il fascino e la gentilezza, la
caratterizzazione, e lo strozzinaggio vengono usati
inconsciamente anche da persone che non sono
animate da cattive intenzioni.

La promessa non richiesta.

La promessa non richiesta è uno dei segnali più significativi: viene utilizzata per convincerci
di un intenzione, ma non abbiamo alcuna garanzia in sostegno.

Ad esempio, un individuo a cui è stata già rifiutata la sua proposta di aiuto continua a
insistere nei propri intenti promettendo che terminato il lavoro non infastidirà più andando
via… sarà vero che andrà poi via sul serio!?

La garanzia è una promessa che offre qualche


indennità, se chi non l’ha fatta non la mantiene un
terzo (il garante) si impegna a far fronte agli impegni
non mantenuti.

Le promesse, invece, non forniscono una simile


garanzia collaterale, sono discorsi vuoti perché non
rivelano altro che il desidero di chi li fa di convincervi
di un qualcosa.

Una buona difesa contro questo metodo è chiedersi: “perché questa persona ha bisogno di
convincermi?”

Un motivo che induce una persona a promettere qualcosa (e che quindi ha bisogno di
convincerci) è dovuto dal fatto che capisce che non siete affatto convinti.

Quindi ascoltate il vostro intuito!

Non tenere conto della parola “NO”

È uno dei segnali più eloquenti in quanto il nostro aggressore ignora o non tiene conto della
parola “no” ricevuta.

Fare attenzione a non abbinare alla parola “no” azioni e gestualità del corpo esitanti in
quanto non faranno che rafforzare gli intendimenti dell’interlocutore.

38
W. Aschero e P. N. Roselli Lorenzini Segnali di sopravvivenza per individuare…

“No” è una parola che non si deve negoziare (ed ha


solo un significato: “no”, appunto) perché la persona
che decide di non sentirla sta cercando di controllarvi.

Il rifiuto di ascoltare un no indica che qualcuno sta


cercando di acquisire il controllo, o che non vuole
cederlo.

Occorre essere fermi e decisi quando si pronuncia


“no” altrimenti si darà disco verde al soggetto di
avviare nuovi tentavi di controllo.

Ad esempio, un uomo che in un parcheggio avvicina


una donna, che sta sistemando la spesa nel
bagagliaio dell’auto, e si offre di aiutarla.

L’uomo potrebbe essere un gentiluomo oppure un


poco di buono, ma la donna che appare intimorita e
timidamente dice: “No… grazie ce la faccio…”
potrebbe diventare la sua vittima.

Al contrario, la donna che si gira verso di lui, alza le mani con decisione per bloccarlo e dice
chiaramente: “No! Non desidero il suo aiuto!!” meno facilmente diverrà la sua vittima.

Ricordare bene: quando qualcuno ignora quella parola, bisogna chiedersi il perché quella
persona cerca di controllarci, e che cosa vuole da noi.

Sarebbe buona norma allontanarsi da una elemento simile, ma se ciò non fosse possibile
l’unica soluzione è sottolineare la nostra volontà senza paura di apparire scortesi: “ho
detto di NO!!”

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Gli elementi di un crimine e il nostro intuito W. Aschero e P. N. Roselli Lorenzini

Gli elementi di un crimine e il nostro intuito


Il portare a compimento dei crimini (lo stupro ad esempio) richiede il concorso di una serie
di specifiche condizioni:
a) condizioni non imputabili alla vittima come l’essere scelti da parte dell’aggressore
(ovviamente la persona scelta per l’aggressione dovrà rispondere a determinati
requisiti: essere possibilmente non “combattiva”, ma semmai “remissiva”);
b) condizioni imputabili alla vittima e consistenti in una sua collaborazione, il mettersi
a disposizione del criminale, l’essere avvicinabili, il trovarsi in un dato posto, etc…

Al riguardo l’aggressore agisce secondo un principio di


convenienza: raggiungere l’obbiettivo con il minimo
dispendio di energia e con il minimo rischio per la propria
incolumità.

Per realizzare quanto sopra l’aggressore sceglie la vittima


in funzione della vulnerabilità che la stessa manifesta.

Il rapporto tra aggressore e vittima è pertanto


caratterizzato da una asimmetria di strumenti e di
possibilità tutta a favore del primo in quanto sceglie il
luogo, il tempo e le modalità di aggressione.

Su questi ultimi punti si può intervenire modificando la


propria attenzione mentale affinché si possa riconoscere
sin da subito i segnali che una persona invia per cercare
di controllarci.

Comprendere il significato di un processo di


avvicinamento mentre è in atto non significa dover
valutare ogni incontro inaspettato come se si trattasse di un crimine, ma significa reagire ai
segnali mentre ci vengono lanciati.

Essere oggetto di questi segnali attiverà il nostro intuito: questo meccanismo inconscio
reagisce sempre a qualcosa ed ha sempre a cuore il nostro interesse.

Purtroppo la nostra interpretazione dell’intuito non è sempre


esatta: è ovvio che non tutto quello che prevediamo avverrà,
ma dato che l’intuito reagisce sempre a qualcosa, invece di
sforzarci a sopirlo con una riflessione razionale o rifiutando
l’idea che possa esserci un rischio reale, faremmo meglio a
sforzarci di identificarlo, se esiste.

Se invece non sussisterà alcun rischio non abbiamo perso


e rischiato nulla!

Anzi, l’aver vissuto quella determinata situazione amplierà il


nostro bagaglio di esperienza aiutandoci ad identificare e
valutare serenamente situazioni analoghe che si presenteranno in futuro.

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W. Aschero e P. N. Roselli Lorenzini Gli elementi di un crimine e il nostro intuito

L’intuito apprende in continuazione e ci manda costantemente segnali, uno diverso dall’altro


in base alla situazione, per ottenere la nostra attenzione.

Questi segnali sono diversi a seconda dell’urgenza e dell’intensità della situazione: quello
di grado più elevato e che indica la maggiore urgenza è la paura (è bene sempre ascoltare
questo segnale).

Seguono poi l’apprensione, il sospetto, l’esitazione, il dubbio, le sensazioni viscerali, le


impressioni e la curiosità.

Intuito vuol dire semplicemente ascoltarsi!

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Violenza domestica W. Aschero e P. N. Roselli Lorenzini

Violenza domestica
Contrariamente a quanto si ritiene, meno del 7% degli stupri è compiuto a opera di
sconosciuti mentre oltre il 70% degli stessi è da imputarsi a carico di partner o ex partner.

Gli ex partner in particolare sono la categoria più spesso


responsabile di ogni tipo di violenza contro le donne,
soprattutto di quelle con conseguenze più gravi.

In Italia viene assassinata una donna ogni tre giorni.

Tre quarti degli omicidi avvengono tra le mura


domestiche e nel 70% dei casi la vittima è una donna.

Agli omicidi nei confronti di donne va aggiunta quella


quota di suicidi indotti da una violenza domestica
subita o compiuti per sottrarsi da continui maltrattamenti.

Le separate e divorziate sono le donne a maggior rischio


di esposizione a fenomeni di violenza. Per queste donne
il lavorare a turni, rincasare tardi, uscire di sera o la notte
(per obbligo o per necessità), lavorare autonomamente, compiere lunghi percorsi con mezzi
pubblici può rappresentare un amplificatore di rischio.

I maltrattamenti in famiglia, intesi sia come violenza fisica sia come violenza psicologica,
rappresentano oltre l’80% delle violenze di cui sono vittime le donne.

Sovente questa tipologia di violenza è reiterata nel tempo o protratta negli anni:
frequentemente il comportamento violento si manifesta solo dopo molti anni di convivenza
e la separazione dei partner non sempre è sufficiente a interromperlo.

Il maltrattamento ha come autori generalmente i partner, ma anche i padri, i fratelli, i figli, i


cognati.

Sono stati individuati degli indicatori di massima che, se presenti in un numero consistente
in una relazione, potrebbero preludere a futuri fenomeni di violenza.

• La donna sente intuitivamente di essere


in pericolo: teme costantemente che il
partner le faccia del male, o addirittura
la uccida. Ne ha parlato spesso con
altre persone o ha dato disposizioni in
caso della sua morte (ad esempio per la
cura dei figli).
• All’inizio della relazione il partner
(uomo) precorre i tempi proponendo di
andare a vivere insieme o di
matrimonio.
• Il partner tende a risolvere i conflitti con intimidazioni, prepotenze e violenza.
Verbalmente è aggressivo. Per mantenere il controllo e la supremazia utilizza

42
W. Aschero e P. N. Roselli Lorenzini Violenza domestica

intimidazioni e minacce (millantando ritorsioni fisiche, calunnie, limitazioni della


libertà, minacciare l’abbandono o il suicidio, etc…).
• In caso di liti rompe e/o prende a pugni gli oggetti. Può ricorrere a violenze simboliche
come strappare una foto, deturpare un volto su una foto e cosi via.
• Ha compiuto violenza fisica su precedenti partner (oppure ha precedenti penali per
questi motivi).
• Fa uso di alcool o droghe. Giustifica i propri comportamenti violenti a causa dell’uso
di queste sostanze.
• Nel suo passato c’è stato più di un episodio di comportamento violento (ad esempio:
vandalismo, rottura di oggetto, etc…).
• Utilizza il denaro per controllare il comportamento della compagna.
• È geloso di chiunque o di qualsiasi cosa che distolga l’attenzione della partner dalla
relazione; tende a controllare la partner pretendendo che lei gli fornisca un resoconto
di come ha trascorso il tempo.
• Non accetta di essere respinto.
• Si aspetta che la relazione duri per sempre (pronuncia frasi del tipo “insieme per la
vita” o “in ogni caso”).
• Tende a minimizzare i casi di abuso.
• Tenta di coinvolgere amici e parenti della partner per mantenere un rapporto o
recuperare, nel caso, il rapporto.
• Fa sorvegliare o pedina la partner.
• Tende a credere che gli amici e/o parenti della partner lo trovino antipatico e lo
spingano a lasciarlo.
• Si oppone ai cambiamenti, è inflessibile e poco propenso ai compromessi.
• Soffre di improvvisi cambiamenti di umore, è cupo, iroso o depresso.
• Incolpa regolarmente gli altri di problemi da lui stesso creati oppure rifiuta di
assumersi le responsabilità delle conseguenze delle proprie azioni.
• Le armi sono una parte importante della sua personalità: possiede una pistola o parla
di acquistarla o colleziona armi.
• Il partner (uomo), nell’infanzia, ha subito o visto da vicino violenze in varie forme.

È da segnalare il fatto che malgrado una donna possa in ogni momento troncare un
relazione infelice spesso sono proprio le donne che
non decidono di uscirne.

Una donna maltrattata probabilmente sviluppa un


senso di dipendenza al senso di sollievo quando
l’episodio di violenza termina (cosiddetta sindrome
da maltrattamento).

L’essere oggetto di continue percosse comporta,


inoltre, un indebolimento del meccanismo reattivo
alla paura: in sostanza le donne maltrattate non
sono più in grado di distinguere il rapporto tra
violenza e morte.

Il venire percossi da una persona amata crea un conflitto tra due istinti che non dovrebbero
mai essere in contrapposizione: l’istinto di rimanere in contesto sicuro (in questo caso la
famiglia) e l’istinto di fuggire da un ambiente pericoloso.

43
Violenza domestica W. Aschero e P. N. Roselli Lorenzini

Di solito nessun ragionamento logico


riesce a smuovere una donna maltrattata
la quale tende a lasciarsi persuadere e a
reagire spinta più da uno stimolo emotivo
che da dati statistici o argomentazioni
morali.

È triste prendere atto che in entrambi i


sessi, in presenza di violenze durante
l’infanzia, si sviluppano in età adulta
comportamenti emulativi: se la madre
accetta le percosse, altrettanto farà la
figlia. Se il padre picchia, lo stesso farà il
figlio.

Segue il fatto che ci sono uomini violenti che picchiano e maltrattano ogni donna con cui
allacciano un rapporto, e ci sono donne che puntualmente scelgono sempre dei compagni
violenti.

Abbandonare il proprio partner violento rappresenta la migliore risposta alla violenza, ma è


proprio nel tentativo di farlo che la maggior parte delle donne viene uccisa.

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W. Aschero e P. N. Roselli Lorenzini Criteri generali per affrontare una situazione di crisi

Criteri generali per affrontare una situazione di crisi


In caso di aggressione la risposta deve essere fulminea, esplosiva, automatica e istintuale.

L’elemento sorpresa consiste in gesti difensivi particolarmente efficaci che possono essere
risolutivi e determinanti.

La vittima minacciata fisicamente deve assumere una


postura e una gestualità che comunichino la propria
consapevolezza che un attacco potrebbe essere
imminente, la propria determinazione a resistere alla
violenza, la propria capacità di arginare l’aggressione e di
operare un’eventuale aggressione.

Non si deve mai dimenticare che il combattimento, lo


scontro, è al 90% una dimensione psicologica e in ogni
momento dovremmo essere sempre in grado di vivere il
presente (con il vivere il presente si intende la costante
consapevolezza di ciò che ci circonda e interagisce in ogni
istante con noi).

Vediamo alcuni accorgimenti da adottarsi in caso di pre-scontro (si sottolinea che questo
aspetto deve essere necessariamente affrontato, studiato, e lavorato in un corso specifico
tenuto da un istruttore o istruttrice qualificato):
• Individuazione delle tre distanze di combattimento (gialla: aggressore ancora sulla
lunga distanza; arancione: aggressore alla media distanza: rossa: aggressore nella
sfera intima - reagire senza ulteriori indugi e combattere con determinazione).
• Il controllo del respiro per tenere a bada i sintomi dello stress (ricordate la
respirazione profonda?).
• La ripetizione mentale di pensieri positivi (“non sono una vittima”, “non sarò mai
la tua preda”).
• Il non perpetrare lo stereotipo del sorriso disarmante che è perdente se applicato
in un contesto di difesa personale.
• Il fissare invece lo sguardo alla base del naso
dell’aggressore o sul suo petto per sfruttare la visione
periferica e acquisire un vantaggio tattico soprattutto se
siamo soggetti a visione tunnel (il roteare gli occhi alla
ricerca di un aiuto esterno, così come abbassare lo
sguardo – equivalente ad una dichiarazione di
sottomissione - farà percepire all’aggressore la vostra
debolezza in quel particolare frangente).
• L’assumere una posizione di difesa prevedente i
piedi alla larghezza delle spalle, un angolazione del
corpo di circa 45° rispetto al vostro aggressore (se
possibile), gambe leggermente flesse, braccia in
palizzata ovvero avambracci alzati con i palmi rivolti
verso il basso (secondo il linguaggio corporeo i palmi
orientati verso il basso comunicano padronanza della
situazione, dominanza e autorità). La mano dominante va tenuta più arretrata e
pronta a colpire.

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Criteri generali per affrontare una situazione di crisi W. Aschero e P. N. Roselli Lorenzini

• Il non provocare inutilmente l’aggressore con insulti o minacce a cui non


possiamo dare seguito – nel caso poi di un aggressore permaloso lo stesso potrebbe
trarre dagli insulti ricevuti ulteriori elementi per perseverare nell’aggressione con più
determinazione.
• L’usare frasi breve e concise (“ho detto NO!! non desidero il suo aiuto”, “stai
lontano!” “se ne vada via”) per evitare possibili fraintendimenti da parte
dell’aggressore.
• Il non negoziare e non implorare il vostro aggressore.

Solamente in ultima ratio reagite e combattete, cercando non appena se ne crea la


possibilità di fuggire il più forte che potete dal luogo di aggressione.

46
W. Aschero e P. N. Roselli Lorenzini Bibliografia

Bibliografia
Per completezza riportiamo la bibliografia dei libri usati per la stesura dei vari articoli:

Acosta J. Prager
The worst is over: what to say when every moment counts
San Diego, Jodere 2002

A.M.A.T.
Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorder
4th ed. Washington DC

Allen T.
Offering at the wall: artefacts from the Vietnam Veterans Memorial collection
Turner Publishing 1995

Ardant du Piqu C.
Battle studies
Harrisburg, Telegraph Press 1946

Borg J.
Il linguaggio del corpo
Tecniche Nuove 2009

Burkett B.G.
Stolen valor: how the Vietnam generations was robbed of its heroes and its history
Verity press 1998

Christensen L.
Crazy crooks
Adventure Books Publishers 2002

De Becker G.
Fear less: real truth about risk, safety and security in a time of terrorism
Boston, Little Brown 2002

Clagett R.
After the echo
Varro press 2003

Costa M.
Psicologia militare
F. Angeli 2006

Geoff T.:
The art of fighting without fighting
Ebook

47
Bibliografia W. Aschero e P. N. Roselli Lorenzini

Grossman D.
On killing: the psychological cost of learning to kill in war and society
Crowns Books 1999

Grossman D.
On combat: the psychology and phisyology of deadly conflict in war and peace
PPCT Research Publications

Kosslyn S., Koenig O.


Wet mind: new cognitive neuroscience
Free Press 1995

Klinger D.
Into the kill zone: a cop’s eye view of deadly force
San Francisco – Josey Bass 2004

Nardacchione D.
Psicologia per l’autodifesa femminile
Il dito e luna 2009

Nardacchione D.
Competitività al femminile – Oltre l’autodifesa
Il dito e luna 2010

Tarani S., Fay D.


Contact weapons: lethality and defense
Wolfe Pub Co. 2004

Watson P.
War on the mind: the military uses and abuses of psychology
Basic Books 1978

The mental edge


Desert Pubblications 1999

Far beyond defensive tactics: advanced concepts, techniques, drills and tricks for
cops on the streets
Boulder, Paladin Press, 1998

Il dono della paura


Sperling & Kupfer

The gift of war, and other survival signals that protect us from violence
New York, Dell 1997

48
William Aschero Pietro N. Roselli Lorenzini
asd Infinity JiuJitsu Scuola Corpo Mente Spirito
web: http://www.area-15.it web: http://www.scms.it
http://www.infinityjiujitsu.it e-mail: pietro@scms.it
e-mail: infyjiujitsu@gmail.com

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