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“Il parlamento può fare tutto, tranne che trasformare una donna in uomo e un

uomo in una donna”:


(trans)sessualità, genere e politica nel dibattito parlamentare della legge
164/1982

Stefania Voli*

Nell’articolo l’autrice intende ricostruire l’iter parlamentare che ha portato all’approvazione della
legge 164/1982 (Norme in materia di rettificazione di attribuzione di sesso). Ripercorrere le tappe
che hanno caratterizzato il dibattito sul “cambiamento di sesso” tra il 1979 e il 1982 offre un’inedita
prospettiva di analisi sul rapporto tra la categoria di genere e le principali culture politiche –
istituzionali e di movimento – presenti tra gli anni Settanta e Ottanta. In particolare, si è posta
l’attenzione sulle modalità con cui il Movimento transessuale italiano (Mit) ha intrecciato un dialogo
con alcuni dei soggetti protagonisti sulla scena politica del periodo, traducendo le proprie istanze sul
piano istituzionale, fino ad arrivare ad imporle all’attenzione del Parlamento. Si pensa in particolare
al Partito radicale, che si fece promotore della legge in Parlamento, ma anche al Partito comunista.
Da tale prospettiva l’autrice ha infine voluto analizzare il contesto nel quale si è resa possibile
l’approvazione della 164/1982, disegnandone i confini e le ricadute sul piano tanto individuale quanto
collettivo.
Parole chiave: Legge 164/1982; movimento transessuale italiano (Mit); Partito radicale; genere;
cambio di genere; Italia anni Settanta-Ottanta.

Analyzing the socio-political path which led to the Law 164/1982 – Rules Concerning the
Rectification of Sex-Attribution – the article intends to highlight the normalization process of
(trans)gendered bodies and sexuality in Italy, hidden behind the apparent recognition of the gender
self-determination right. In particular, the paper reconstructs the Italian parlamentary debate that led
to law during a period – 70s-80s – deeply crossed by sexual liberation and civil rights movements,
such as feminist and gay movements. The aim is to show how this law has been the result of a tradeoff
to subjects concerned (MIT, the Italian Transsexual Movement) and the parties which promoted it –
in particular the Radical Party and the Communist Party – and to these parties and the Christian
Democracy Party.
Key words: Law 164/1982; Italian Transsexual Movement (Mit); Radical Party; Gender; Gender
recognition law; 70s-80s Italy

*
Istituto di Scienze Umane e Sociali – Scuola Normale Superiore; stefania.voli@sns.it

“Italia contemporanea”, 287/2018 ISSN 0392-1077 - ISSNe 2036-4555


Il contributo presenta i primi risultati di una ricerca in corso sulla storia del movimento trans1
nell’Italia repubblicana. In particolare, in questa sede si è inteso ricostruire i passaggi centrali dell’iter
parlamentare che hanno condotto all’approvazione della legge 164/1982 riguardante le “Norme in
materia di rettificazione di attribuzione di sesso”.
Ripercorrere le tappe del dibattito sul “cambiamento di sesso” tra il 1979 e il 1982 offre infatti
un’inedita ed importante prospettiva di analisi dei rapporti e delle alleanze che – a partire dalle diverse
visioni elaborate sull’esperienza di modificazione di genere – si creano tra alcune delle principali
culture politiche, istituzionali e di movimento, protagoniste del passaggio di decennio tra gli anni
Settanta e Ottanta. Soggetto politico della riflessione che si intende proporre è innanzitutto il
movimento transessuale italiano il quale nasce nell’estate 1979 con le prime mobilitazioni per la
richiesta di una legge di rettificazione dei dati anagrafici per tutte quelle persone che, essendosi
sottoposte ad interventi chirurgici di “modificazione del sesso”, desideravano avere un nome
corrispondente al proprio apparire gendered. Pur essendo l’ultimo in ordine cronologico a formarsi
alla fine del decennio Settanta, questo nuovo gruppo (che prenderà il nome di Movimento italiano
transessuali, Mit)2 si sviluppa e cresce a partire dai primi anni Ottanta, andando da subito in cerca di
interlocutori tra i soggetti protagonisti della scena politica maggiormente coinvolti e sensibili alle
battaglie per la liberazione sessuale e i diritti civili. Il dialogo che con questi intraprende è in alcuni
casi ideale (come accade con i movimenti femministi)3, in altri reale: basti pensare al F.u.o.r.i.!
(Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano, dal 1974 federato con i radicali)4 e, più in
generale, all’universo della sinistra istituzionale ed extraparlamentare.
Obiettivo del contributo è stato dunque illustrare i passaggi attraverso cui il movimento trans,
intrecciando relazioni con alcune specifiche forze politiche (in primo luogo il Partito radicale, che si
fece promotore della legge), ha saputo tradurre le proprie istanze sul piano politico istituzionale, fino

1
Il termine “trans” è qui utilizzato come termine “ombrello”, comprensivo cioè di tutte le diverse esperienze che si
riconoscono in generi diversi da quelli assegnati alla nascita e/o di persone che preferiscono o scelgono di presentarsi ed
apparire diversamente dalle aspettative associate al ruolo gendered loro assegnato. Nelle parti di narrazione e riflessione
critica si è dunque scelto di nominare i soggetti della ricerca come persone o donne trans. Laddove invece si è data voce
ai/lle diretti/e protagonisti/e, priorità è stata assegnata alle modalità di (auto)rappresentazione e (auto)definizione
prevalenti all’epoca (ed è quindi stato maggiormente usato l’aggettivo “transessuale”).
2
Come si vedrà, il Mit (Movimento italiano transessuale) nasce nel 1979 nel contesto delle battaglie per la legge
164/1982. L’attuale Mit nel 1998 cambia nome in Movimento identità transessuale. Dove non specificato, nel presente
intervento si farà riferimento all’originario Mit.
3
A questo proposito si veda: Porpora Marcasciano, Trans, donne e femministe. Coscienze divergenti e/o sincroniche,
in Teresa Bertilotti e al., Altri femminismi. Corpi culture lavoro, Roma, Manifestolibri 2006; Nerina Miletti, L&T Words,
ovvero i più o meno difficili rapporti tra lesbiche e transessuali, in Porpora Marcasciano, Favolose narranti. Storie di
transessuali, Roma, Manifestolibri, 2008 e Stefania Voli, Allargare la polis dei generi. Movimenti femministi e movimento
transessuale tra anni Settanta e Ottanta in Italia: silenzi, azioni e omissioni. Una questione storiografica da aprire, in
Cesarina Casanova, Vincenzo Lagioia (a cura di), Genere e storia: percorsi, Bologna, Bononia University Press, 2014,
pp. 257-276.
4
Sul F.u.o.r.i.! si rimanda ai lavori di Gianni Rossi Barilli, Il movimento gay in Italia, Milano, Feltrinelli, 1999 e
Massimo Prearo, La fabbrica dell’orgoglio. Una genealogia dei movimenti LGBT, Edizioni ETS, Pisa, 2015.
2
ad arrivare ad imporle all’attenzione del Parlamento.
La ricerca si è valsa di fonti di molteplice natura: innanzitutto sono stati consultati i documenti
relativi alla discussione parlamentare; a questi si sono aggiunte le molte ore di audio delle trasmissioni
di Radio Radicale andate in onda nel triennio 1980-1982, relative alle iniziative e al percorso politico
del Mit (convegni, congressi, interviste, conferenze stampa) conservate presso l’archivio on-line della
radio stessa5. Le fonti citate sono poi state incrociate con le testimonianze orali (edite, ma anche
raccolte dall’autrice nell’ambito di un lavoro di ricerca dedicato alla condizione trans nel contesto
italiano contemporaneo6) di alcune delle pioniere del movimento trans, e con i documenti originali
messi a disposizione dall’associazione Mit (Movimento identità trans) di Bologna. In particolare, il
Centro di documentazione ad essa afferente conserva materiali relativi all’attività del movimento
trans dalla sua nascita ad oggi. Nello specifico, si è fatto riferimento al “fondo Romanina”, frutto di
una donazione da parte di Romina Cecconi (detta “la Romanina”), la prima transessuale divenuta nota
all’opinione pubblica nazionale negli anni Sessanta per la sua storia di transizione7. Soffermandosi
con particolare attenzione al periodo relativo al dibattito parlamentare (1979-1982), si è poi fatto
ricorso ad alcune testate di quotidiani: “La Stampa”, “Stampa Sera”, “L’Unità”. Infine, sguardo
privilegiato è stato posato sulla produzione scientifica della medicina legale: nel periodo precedente
all’emanazione della legge (ma anche successivo, come predisporrà la legge 164 all’articolo 2) è
infatti stata questa la specializzazione maggiormente interpellata dai giudici (tramite la nomina di una
consulenza tecnica d’ufficio) in cerca di una “risoluzione” delle questioni che, a livello sociale,
sanitario e di ordine pubblico, le persone trans ponevano alle istituzioni medico-legali8.

5
Si faccia riferimento al sito web di Radio Radicale: www.radioradicale.it.
6
Stefania Voli, Modificazioni corporee e cittadinanza transgender. Il caso del Movimento Identità Transessuale
(MIT) di Bologna, tesi di Dottorato in Sociologia applicata e Metodologia della ricerca sociale, Università di Milano-
Bicocca, XXVIII ciclo, a.a. 2014-2015 e Stefania Voli, Le parole per dire e per dirsi. Intervista a Porpora Marcasciano
intorno ad una storia trans da costruire, in Umberto Grassi e al. (a cura di), Tribadi, sodomiti, invertite e invertiti,
pederasti, femminelle, ermafroditi... Per una storia dell’omosessualità, della bisessualità e delle trasgressioni di genere
in Italia, Pisa, ETS, 2017, pp. 279-299.
7
Sulla storia di Romina Cecconi si veda il testo autobiografico Io, la “Romanina”: perché sono diventato donna,
Firenze, Vallecchi, 1976. Il nome del fondo è stato assegnato dall’autrice, mancando tali materiali di una precedente opera
di archiviazione.
8
Cfr. tra gli altri, Jennifer Harding, Sex and Control: The Hormonal Body, “Body & Society”, n. 2/1, 1996; Nelly
Oudshoorn, Beyond the Natural Body: An Archaeology of Sex Hormones, New York, London, Routledge 1994; Olivia
Roger Fiorilli, Psichiatria ed esperienze trans*. Una storia di controllo e conflitto biopolitico, “Zapruder”, 2016, n. 41.
3
Verso la proposta di legge “De Cataldo”

È il 1° aprile 1982 quando la Camera dei Deputati discute e approva all’unanimità la proposta di legge
“De Cataldo e altri: Norme in materia di rettificazione di attribuzione di sesso”9. Promulgata dal
Presidente della Repubblica Sandro Pertini, la 164/1982 diventa legge di Stato il 14 aprile: composta
di soli sette articoli, da quel momento essa rende legale la procedura di cambiamento anagrafico del
nome per le persone che, essendosi sottoposte ad interventi di “modificazione di sesso”, vivono
un’incongruenza tra i propri documenti e il proprio aspetto fisico.
L’iter di approvazione era iniziato meno di tre anni prima quando, in un contesto nazionale di
tensioni politiche e sociali, il Partito radicale decide di affrontare e risolvere il “problema (…) dei
transessuali”, ovvero di quelle persone (“non sappiamo dire quanti”) che – secondo la definizione
data dal deputato Francesco De Cataldo nel corso della presentazione della proposta di legge del 27
febbraio 1980 –

attraverso un intervento medico e chirurgico sono giunti alla modifica dei loro caratteri genitali esterni, da maschili in
femminili, ottenendo una certa tal quale (corsivo mio, nda) identificazione sessuale con le donne, superando quello stato
di ibridismo sessuale del loro fenotipo e soprattutto adeguando il soma alla psiche e quindi raggiungendo il fine che ha
consentito loro di porre termine al loro dramma esistenziale ed alla loro dissociazione psichica, fonte di innumerevoli e
gravi conseguenze, sia nel campo psichico che nell’ambito della vita di relazione10.

La ragione di tale interessamento si rintraccia in due eventi tra loro correlati. Nell’estate del 1979,
con la sentenza n. 98 del 12 luglio, la Corte costituzionale viene interpellata circa la legittimità
dell’articolo n. 454 (R.D.L. 12 dicembre 1938) contenuto nel primo libro del Codice Civile (intitolato
“Delle persone e della famiglia”), e degli articoli n. 165 e n. 167 (R.D.L. 9 luglio 1939 n. 1238).
Mentre il primo prevedeva che la rettifica degli atti di stato civile potesse avvenire, con sentenza
favorevole di un tribunale, in caso di omissione, distruzione o smarrimento, i secondi prevedevano la
rettificazione nel caso di errore materiale ricadente sull’identificazione sessuale della persona, dovuto
ad erronea dichiarazione del denunziante, o a errore di scritturazione da parte dell’Ufficiale di stato
civile responsabile della redazione dell’atto (n. 165), e in caso di atto omesso, distrutto o smarrito
(art. 167). In quell’occasione la Corte stabilì che le norme citate non ponevano “fra i diritti inviolabili

9
Atti Parlamentari – Camera dei Deputati VIII Legislatura – Disegni di Legge e relazioni – n. 1442, Proposta di legge
di iniziativa dei deputati De Cataldo, Aglietta, Ajello, Baldelli, Boato, Bonino, Cicciomessere, Crivellini, Faccio, Galli
Maria Luisa, Melega, Mellini, Pannella, Pinto, Roccella, Sciascia, Teodori, Tessari Alessandro – Presentata il 27
febbraio 1980 – Modifica dell’articolo 454 del codice civile.
10
Intervento di Francesco De Cataldo, Camera dei Deputati VIII Legislatura – Disegni di Legge e relazioni – n. 1442,
Proposta di legge, p. 1.
4
dell’uomo quello di far registrare un sesso esterno diverso dall’originario, acquisito con
trasformazione chirurgica per farlo corrispondere a una originaria personalità psichica”. Tuttavia,
riconoscendo di essere in presenza di una lacuna del diritto, la Consulta decise di formulare in
direzione del Parlamento un invito esplicito a farsi carico della questione: “Il problema, che non
coinvolge (…) la libertà del comportamento sessuale, può suscitare in Italia, come in altri Paesi,
l’attenzione del legislatore sulle sue possibilità di soluzione”11.
La sentenza citata si pose a tutti gli effetti come ostacolo insormontabile tra le persone trans e le
loro (già ridotte) possibilità di adeguare i dati anagrafici al proprio aspetto fisico e all’identità di
genere sentita. Fino a quel momento infatti, tale rettificazione avveniva (illecitamente) tramite una
falsa dichiarazione di erronea registrazione o trascrizione del sesso avvenuta al momento della
nascita: un “gran sotterfugio”, come lo ha definito Alberta Franciolini, pioniera del movimento
trans12.
La sentenza della Consulta funzionò da acceleratore per l’emersione sulla scena pubblica dei
primi gruppi di donne trans13 e, in particolare, per l’organizzazione di quello che nella memoria
collettiva del movimento lgbt italiano e nelle (poche) ricostruzioni esistenti ritorna come snodo
nell’avvio di soggettivazione politica del movimento trans in Italia14. Nel luglio di quell’anno infatti,
in una piscina pubblica di Milano alcune transessuali decidono di inscenare una protesta. Così Pina
Bonanno, leader del movimento, nel suo intervento di apertura al II Congresso del Mit (Milano,
gennaio 1982), ricorda questo momento:

Spero di non annoiarvi se vi dirò di un luglio afoso milanese, quando molte di noi presso la piscina comunale di piazzale
Lotto, davanti ad una moltitudine di bagnanti, pur dietro la spavalderia, con un’amara riflessione dentro e quasi tremanti
ci togliemmo il reggiseno per far notare una delle molteplici assurdità della nostra situazione anagrafica: degli uomini che
non posso stare a torso nudo perché sono fisicamente diventate donne. Suscitando così lo scompiglio tra gli astanti, fummo

11
Sentenza n. 98 del 12 luglio 1979 (“Gazzetta Ufficiale” n. 217, 8 agosto 1979), disponibile al link:
http://www.giurcost.org/decisioni/1979/0098s-79.html. Tale sentenza ribadiva inoltre una decisione precedente della
Corte di Cassazione (22 febbraio 1972).
12
Alberta Franciolini, Il Movimento italiano transessuali, 9 gennaio 1981,
http://www.radioradicale.it/scheda/1810/1823-il-movimento-italiano-transessuali.
13
Per quanto il testo di legge non inserisca distinzioni in tal senso, nella battaglia per l’approvazione della legge
164/1982 protagoniste visibili sulla scena pubblica sono state le persone che – assegnate come uomini alla nascita – si
riconoscevano nel genere femminile. Negli stessi discorsi pubblici delle protagoniste, e nella pubblicistica dell’epoca, la
problematica del cambio di sesso (e di nome) viene affrontata totalmente nella sua accezione al femminile. Nel contesto
italiano, il percorso di soggettivazione politica e di visibilità delle persone in transito dal genere femminile a quello
maschile (FtM) si è trasformato in protagonismo politico solo intorno agli anni Novanta.
14
Le pioniere del Mit collocano approssimativamente l’evento nel luglio del 1979 (come è possibile sentire anche
dagli audio citati disponibili nell’archivio on-line del sito di Radio Radicale), senza tuttavia fornire più precise indicazioni
temporali. Sui giornali consultati non è inoltre stata rinvenuta alcuna traccia della protesta.
5
obbligate poi a recarci tutte sul cellulare, che ci porterà al posto dei carabinieri di quella circoscrizione, con denuncia a
piede libero15.
L’obiettivo delle partecipanti era quello di dimostrare all’opinione pubblica, alle istituzioni, ma
soprattutto allo Stato (che le considerava uomini a tutti gli effetti) la contraddittorietà e la
drammaticità della loro condizione, e di chiedere il riconoscimento sociale e giuridico della loro
appartenenza al genere femminile16.
L’iniziativa consegna per la prima volta visibilità politica alla “questione transessuale”17, e
rappresenta un incentivo per la formazione, in molte città italiane, di gruppi di donne trans e per
l’organizzazione di azioni dimostrative18 volte ad ottenere una legge per l’adeguamento dei dati
anagrafici sui documenti. Nel contesto di questo inedito susseguirsi di mobilitazioni è possibile
individuare l’origine del Mit, il Movimento italiano transessuali19. Come si vedrà, fin dalla sua nascita
il Mit si muove in cerca di alleati tra i soggetti politici, soprattutto istituzionali20: tra questi, in prima

15
Paola Astuni, II congresso nazionale del Movimento italiano transessuali,
http://www.radioradicale.it/scheda/2706/2719-ii-congresso-nazionale-del-movimento-italiano-transessuali.
16
L’episodio è citato anche in P. Marcasciano, Trans, donne e femministe, cit., p. 42. Prima della legge 164/1982, per
tutte le persone che trasgredivano le tradizionali norme ed aspettative di genere, il rischio era di incorrere in atti
discriminatori, multe e violenze da parte della polizia. L’infrazione più spesso contestata era quella di “mascheramento”
in luogo pubblico (art. 1926 T.U.P.S., poi art. 85 del Codice Penale T.U.P.S., Regio Decreto 18 giugno 1931, n. 773).
Esse potevano poi essere considerate “delinquenti abituali” (art. 1 T.U.) e, se ritenuti/e “potenzialmente pericolosi per la
sicurezza pubblica” o per l’“ordine nazionale”, incorrere nella misura del confino o della sorveglianza speciale (fa
riferimento a queste misure il volantino a firma congiunta Mit, F.u.o.r.i.! e Partito radicale, Sono come te, perché mi
emargini?, in Centro documentazione del Mit di Bologna, fondo Romanina). In base alla legge n. 1423 del dicembre 1956
sulle “Misure di prevenzione nei confronti delle persone pericolose per la Sicurezza e per la Pubblica Morale”, le persone
trans rischiavano di essere colpite da diffide, misure di prevenzione, confino, sequestro dei documenti e della patente di
guida. Si segnala il volantino dal titolo Per una nuova legge: 10 marzo manifestazione nazionale del MIT per il diritto al
riconoscimento civile e anagrafico femminile e contro tutte le discriminazioni, in Centro documentazione Mit, fondo
Romanina. Per uno sguardo sul periodo precedente alla legge si faccia riferimento a: Porpora Marcasciano, Tra le rose e
le viole. La storia e le storie di travestiti e transessuali, Roma, Manifestolibri 2002; R. Cecconi, Io, la “Romanina”, cit.;
Lorenzo Benadusi, Dalla paura al mito dell’indeterminatezza. Storia di ermafroditi, travestiti, invertiti e transessuali, in
Elisabetta Ruspini, Marco Inghilleri (a cura di), Transessualità e scienze sociali. Identità di genere nella postmodernità,
Napoli, Liguori, 2008.
17
Altre iniziative avevano preceduto questa, senza tuttavia ottenere lo stesso risultato. Paola Astuni, Transessuali:
approvata la legge 164/1982. Conferenza stampa per l’approvazione della legge 164/1982,
http://www.radioradicale.it/scheda/3021/3034-transessuali-approvata-la-legge-legge-n-164-1982.
18
P. Astuni, Transessuali: approvata la legge 164/1982 cit. e Questo matrimonio non s’ha da fare: e i transessuali
protestano, “Annabella”, 6 novembre 1980.
19
Documento di costituzione in associazione e statuto del Mit, in Centro documentazione Mit, fondo Romanina.
20
I documenti consultati attestano la presenza di una rete di contatti con alcuni esponenti dei partiti della sinistra (oltre
che del mondo culturale), e in particolare del Pci e del Psi. È possibile affermare che la posizione ufficiale di questi ultimi
sia stata di generale sostegno di quello che in più occasioni i politici invitati a partecipare alle iniziative del Mit, hanno
definito “diritto di una minoranza”.
6
fila, c’è il Partito radicale21, che ne diventerà il portavoce in Parlamento, ma anche il Pci e, più in
generale, l’universo della sinistra (extraparlamentare e non)22.
È però soprattutto grazie alla complicità del F.u.o.r.i.!, che già all’indomani della sentenza della
Consulta redige una proposta di legge, che l’iter riesce a prendere il via23.

La proposta di legge “De Cataldo” e le “nuove donne”24

Il 27 febbraio 1980 la proposta di legge “De Cataldo” (n. 1442) viene presentata alla Camera
dall’omonimo deputato radicale, da quel momento portavoce ufficiale dell’iniziativa in Parlamento.
Il primo dato che emerge dall’analisi degli atti parlamentari riguarda gli obiettivi originari del
progetto di legge, i quali appaiono molto differenti – e decisamente più circoscritti – di quanto
concretamente si vede accadere nel corso dell’iter legislativo. La proposta di legge, presentata alla
Camera col titolo “Modifica dell’articolo 454 del codice civile” da diciotto deputati radicali25, aveva
infatti l’unico scopo di semplificare le procedure per il cambio anagrafico di sesso (ma non
chirurgico), che la citata sentenza del 1979 della Consulta aveva definitivamente “blindato”. In altre
parole, per porre fine a quello che i radicali definivano il “dramma esistenziale” vissuto dalle persone
trans (descritte come vittime di una “dissociazione psichica”26 e di un “errore di natura”27), si
proponeva che la rettifica dei dati anagrafici potesse avvenire (sempre con sentenza del tribunale) in
via generica, “in tutti quei casi in cui la realtà attuale non appaia più conforme a quella accertata al
momento della nascita”28 (e quindi non più nei casi specifici di erroneità, omissione, distruzione o
smarrimento degli atti). Una formulazione tanto ampia – nel quale non compare alcuna casistica o

21
L’“Unità”, in data 9 gennaio 1980, scrivendo del congresso regionale dei Radicali riporta delle difficoltà di federare
al partito le associazioni che attorno ad esso gravitano (femministe, ecologisti, antinucleari, minoranze sessuali, obiettori
di coscienza), eccezione fatta – osserva il giornalista – “per il movimento delle transessuali che partecipa con una folta
rappresentanza al congresso” (pur non federandosi mai ufficialmente al Partito). Nonostante la stretta collaborazione tra
le due realtà, il rapporto del Mit con il Partito radicale sarà non privo di tensioni, come gli audio citati di Radio Radicale
testimoniano.
22
S. Voli, Le parole per dire e per dirsi. Intervista a Porpora Marcasciano, cit., p. 31.
23
Sul ruolo del F.u.o.r.i.! nel progetto di legge in oggetto si faccia riferimento all’intervento del leader del gruppo
Enzo Francone, in occasione del già citato II Congresso del Mit (in II Congresso nazionale del Movimento italiano
transessuali, http://www.radioradicale.it/scheda/2706/2719-ii-congresso-nazionale-del-movimento-italiano-
transessuali).
24
Sit-in dei transessuali a Roma. “Vogliamo essere definite donne”, “La Stampa”, 11 marzo 1981.
25
Si veda nota 9.
26
Intervento di Francesco De Cataldo, Camera dei Deputati VIII Legislatura – Disegni di Legge e relazioni – n. 1442,
Proposta di legge, p. 1.
27
Intervento di Francesco De Cataldo, Camera dei Deputati VIII Legislatura – Disegni di Legge e relazioni – n. 1442,
Proposta di legge, p. 4.
28
Intervento di Francesco De Cataldo, Camera dei Deputati VIII Legislatura – Disegni di Legge e relazioni – n. 1442,
Proposta di legge, p. 4.
7
riferimento all’esperienza trans – era stata volutamente pensata dai radicali per evitare confronti (e
scontri) con la Dc, che, visto il tema, avrebbero rischiato di protrarsi indefinitamente nel tempo,
spostandosi sul scivoloso terreno della morale29, impedendo così di arrivare in tempi rapidi alla
votazione e all’approvazione della proposta.
Tale urgenza (e timore) orienta e attraversa il dibattito in Parlamento per tutta la sua durata,
andando ad incidere in profondità sulle argomentazioni – in primo luogo dei radicali – in tema di
transessualità e, di conseguenza, sulla stessa formulazione della legge.
Quando, nel febbraio 1980, Francesco De Cataldo illustra per la prima volta la proposta di legge
che reca il suo nome, senza esitazione puntualizza di non essere intenzionato a discutere “la materia
della transessualità”. Per convincere i suoi interlocutori della ragionevolezza di tale scelta, egli fa
esplicito riferimento ai risultati raggiunti dai saperi medici – a suo parere ampiamenti esaustivi –
nell’impresa di comprendere e definire tale fenomeno. Questa quasi totale riduzione della complessità
dell’esperienza trans alla sola dimensione clinica permette di mettere meglio a fuoco la matrice
discorsiva sulla quale si innesta il confronto parlamentare sulle modificazioni di genere: la diretta
esperienza delle persone trans entra solo indirettamente (e per lo più mediate dalla voce dei radicali)
nel dibattito sulla futura legge, andando ad incidere su quest’ultimo molto meno di quanto invece
fanno alcune specifiche interpretazioni di carattere psicologico e medico legale.
Così Francesco Di Cataldo: “Non ci soffermeremo sulla natura del transessualismo, fenomeno
ormai ben conosciuto e definito, da Benjamin in poi (in Italia – Franchini – si è parlato pure di
schizosessualità, ma la sostanza non muta)”30. Nel tentativo di far risultare la propria scelta
inattaccabile, De Cataldo si appella a due personalità scientifiche di grande notorietà (di livello
internazionale il primo, nazionale il secondo). A partire dagli anni Sessanta, gli studi
dell’endocrinologo americano Harry Benjamin avevano iniziato a determinare in ampia parte il
moderno approccio medico all’esperienza trans: riconosciuto come il massimo esperto sul tema,
Benjamin è colui al quale viene attribuito il merito di aver reso popolare e di uso comune, tramite le
sue pubblicazioni, lo stesso termine “transessuale”31. Nei suoi lavori, suffragati da un’estesa pratica

29
Per lo stesso motivo, il giurista Bilotta ipotizza che l’omissione dal testo dei termini “transessuale” e
“transessualismo” sia frutto della volontà del legislatore di rendere la legge accettabile a una parte dell’opinione pubblica
e di non sconvolgere palesemente la dualità dei due sessi ammettendo l’esistenza di una terza possibilità di esperire i
generi (Francesco Bilotta, Transessualismo, in Digesto delle discipline privatistiche, sezione civile, dir. Di Rodolfo Sacco,
Torino, Utet, 2013).
30
Intervento di Francesco De Cataldo, Camera dei Deputati VIII Legislatura – Disegni di Legge e relazioni – n. 1442,
Proposta di legge, p. 2.
31
La parola transessuale è divenuta di uso comune nel 1953 dopo la pubblicazione di Benjamin, Transvestism and
Transsexualism sull’“International Journal of Sexuology”, ma soprattutto con il libro The Transsexual Phenomenon
(1966). Da Benjamin prese anche il nome la più nota associazione a livello mondiale dei professionisti della salute trans,
la Harry Benjamin International Gender Dysphoria (HBIGDA), oggi Word Professional Association Transgender Health
(WPATH).
8
clinica, egli decise di operare una distinzione netta tra travestiti, omosessuali e transessuali,
sostenendo l’inutilità e la nocività dei trattamenti psicologici con finalità riparativa. Individuando e
definendo le cause del “fenomeno transessuale” in una combinazione di fattori ormonali, fisici e
psicologici, Benjamin sostenne invece l’efficacia dei trattamenti ormonali, proponendo criteri
diagnostici tutt’oggi di riferimento per la comunità scientifica internazionale32. È dunque con
Benjamin che l’intervento sulla transessualità diventò tanto diagnostico quanto curativo. Per il
contesto italiano, Aldo Franchini si distinse invece per la sua attività di medico legale e delle
assicurazioni, criminologo ed esperto di psicopatologia minorile. Sulla questione transessuale egli
viene ricordato (da De Cataldo stesso) per un articolo, intitolato Schizosessualità e cambiamenti di
sesso33. Seppur senza espliciti riferimenti a Franchini, molte delle teorie da egli elaborate ritornano
con frequenza nel dibattito parlamentare in modo trasversale agli schieramenti politici, a riprova dei
consensi e della diffusione raggiunti. Condividendo con Benjamin la necessità di categorizzazione
delle diverse “inversioni sessuali”, Franchini scrive:

Dalla omosessualità deve essere distinta la schizosessualità, sostenuta da una radicale dissociazione fra sesso psichico e
sesso cromosomico, cromatinico, gonadico, ormonale e morfologico. Lo schizosessuale, contrariamente all’omosessuale,
è convinto di appartenere al sesso opposto e si comporta sessualmente in ragione di questo suo convincimento, per cui
ritiene di essere eterosessuale! (…) Si tratta di soggetti, in genere maschi, più raramente femmine, che sono convinti su
un piano quasi monomaniacale di appartenere al sesso opposto e chiedono pertanto di “cambiare sesso” 34.

Nel prosieguo del discorso di De Cataldo, il registro discorsivo patologizzante sembra essere
funzionale alla rassicurazione dei propri interlocutori circa il fatto che le sentenze fino a qual
momento favorevoli al cambio anagrafico del nome sui documenti, fossero giunte non come
riconoscimento di “una espressione di libera ed arbitraria scelta della persona interessata, ma come
conseguenza di terapie ed interventi chirurgici rivolti ad assecondare una naturale tendenza”35.

32
Si fa qui riferimento agli Standard of Care (SoC), stilati a partire dal 1979 dalla Harry Benjamin International
Gender Dysphoria Association – HBIGDA (dal 2006 World Professional Association of Transgender Health – WPATH),
standardizzati criteri di diagnosi e trattamenti clinici indirizzati a livello internazionale a sessuologi, psichiatri, psicologi
ed endocrinologi che si occupano delle persone trans (l’ultima versione degli SoC è consultabile all’indirizzo:
http://www.wpath.org/site_page.cfm?pk_association_webpage_menu=1351). Nella sua pratica clinica, Harry Benjamin
somministrava terapie ormonali a pazienti che affermavano di non identificarsi con il genere assegnato alla nascita, al
fine di riassegnare loro quello “giusto”. La teoria sottesa a tali trattamenti è quella dell’esistenza di un “sesso psicologico”,
separato da quello assegnato alla nascita, per il quale un individuo è spinto a definirsi o “uomo” o “donna”.
33
Aldo Franchini, Schizosessualità e cambiamenti di sesso, “Medicina Legale e delle Assicurazioni”, 1967, XV, pp.
52-58.
34
A. Franchini, Schizosessualità e cambiamenti di sesso, cit., pp. 53-55.
35
Intervento di Francesco De Cataldo, Camera dei Deputati VIII Legislatura – Disegni di Legge e relazioni – n. 1442,
Proposta di legge, p. 4.
9
Nel processo di costruzione del discorso che riguarda l’esperienza trans, ampio spazio è dunque
quello assegnato – indipendentemente dall’appartenenza partitica – all’approccio medicalizzante e
patologizzante36. Tuttavia, è necessario segnalare anche l’esistenza di un doppio registro che
caratterizza i discorsi dei parlamentari radicali, coinvolti sia sul fronte parlamentare sia su quello di
relazione politica con il Mit. L’inizio del dibattito in Parlamento coincide infatti con il susseguirsi di
iniziative pubbliche del neonato movimento transessuale che si svolgono con la costante presenza e
con il supporto, organizzativo e politico, del Partito radicale (all’interno del quale il Mit raccoglie
molti associati)37: è proprio in tali occasioni che la prospettiva dei diritti civili acquista maggiore
enfasi di quanto accade in Parlamento.
Il 2 aprile 1980 la proposta di legge n. 1442 passa al vaglio della Commissione Giustizia38,
restandovi bloccata fino all’autunno39. L’impasse spinge le attiviste del Mit a prendere parola e
mobilitarsi per sollecitare la prosecuzione dell’iter legislativo. Il 30 ottobre 1980, per la prima volta
a livello nazionale, circa duecento donne trans si ritrovano a Roma, in Piazza Montecitorio: in
quell’occasione la Presidente della Camera, la comunista Nilde Iotti, riceve una delegazione di
attiviste, rassicurandole circa il suo impegno nella prosecuzione della discussione40. Nello stesso
anno, alcune esponenti del Mit si recano a Strasburgo con il Partito radicale41, per poi prendere parte,
ad inizio dicembre, al Congresso dei radicali, dove si decide di organizzare per il gennaio successivo
il primo Congresso del movimento42.

36
È possibile ipotizzare che su tale approccio abbia inciso anche l’inserimento nel 1975 della categoria di
“transessualismo” nella International Classification of Diseases (ICD) della World Health Organization, seguita, nel
1980, dal DSM III (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) dell’American Psychiatric Association
(APA), la più influente organizzazione di psichiatri a livello mondiale, che definì tale patologia come Gender Identity
Disorder (GID). Anche nella nella decima edizione l’ICD (1990) il transessualismo compare come Gender Identity
Disorders, nella sezione dei “disturbi psichici e comportamentali”, mentre nel DSM-IV (1994), il termine
“transessualismo” scompare e il GID viene incluso nella categoria dei “Disturbi sessuali”, sottocategoria dei “Disturbi
dell’identità di genere”. Infine, nel 2013, la più recente edizione del DSM (DSM-V) ha sostituito il GID con “disforia di
genere”. In essa i criteri diagnostici non si riferiscono più all’identità della persona, ma al malessere associato alla non
corrispondenza tra “genere esperito” e quello assegnato alla nascita. Per un’analisi dell’argomento nel contesto italiano
si rimanda ai testi di Christian Ballarin e Roverta Padovano (a cura di), Esquimesi in Amazzonia. Dialoghi intorno alla
depatologizzazione della transessualità, Mimesis, Milano 2010; Olivia Roger Fiorilli e Stefania Voli, De-
patologizzazione trans* tra riconoscimento e redistribuzione, in Federico Zappino (a cura di), Il genere tra neoliberismo
e neofondamentalismo, Verona, Ombrecorte, 2016, pp. 97-109.
37
Paola Astuni, II Congresso nazionale del Movimento italiano transessuali,
http://www.radioradicale.it/scheda/2706/2719-ii-congresso-nazionale-del-movimento-italiano-transessuali.
38
In questa occasione viene anche formulata la richiesta di un parere della Commissioni Affari costituzionali e degli
Interni (Atti Parlamentari – Camera dei Deputati VIII – Discussioni – Seduta di mercoledì 2 aprile 1980, p. 12065).
39
La discussione riprende il 24 settembre 1981, per essere immediatamente rimandata al mese successivo a causa
dell’assenza dello stesso De Cataldo (Camera dei Deputati, Commissione in sede legislativa, Commissione IV Giustizia,
Seduta del 24 settembre 1981, pp. 774-5).
40
L’anagrafe non può considerarli donne e in duecento protestano alla Camera, “La Stampa”, 1° novembre 1980.
41
Notizia della presenza del Mit a Strasburgo insieme ai radicali è data da “La Nazione”, 20 novembre 1980 e
documento Telefono amico del trans, 2 dicembre 1980 in Centro documentazione Mit, fondo Romanina.
42
“Trans” al congresso dei radicali toscani, “La Nazione”, 8 dicembre 1980.
10
Tale evento ha un’importanza particolare, in quanto primo momento ufficiale di presa di parola
pubblica del Mit e di esplicitazione dei rapporti politici intrecciati nei precedenti mesi di
mobilitazione. Al Congresso partecipano i molti gruppi di persone trans sorti in tutta Italia (i principali
a Milano, Firenze, Torino, Bologna, Genova e Roma). L’evento – che cattura la curiosità di alcuni
giornali nazionali43 – afferma di volersi rivolgere a “transessuali, lesbiche, omosessuali, eterosessuali,
tutti insieme per una società libertaria e non violenta” ed esprime l’obiettivo di far uscire la
transessualità dall’ambito esclusivamente giornalistico e medico, promuovendo una “maggiore
consapevolezza nell’opinione pubblica al fine di facilitare la strada verso una più ampia
rivendicazione di diritti per le persone transessuali”44. Nel servizio proposto dall’“Espresso”, il
giornalista sottolinea la partecipazione di esponenti del mondo gay e lesbico, oltre ad “alcuni
eterosessuali invitati ad hoc”, ma nota anche la presenza di “alcune femministe”, le quali tuttavia, non
compaiono tra gli interventi ufficiali45. Sul palco prendono invece la parola i radicali Francesco
Rutelli, Alessandro Tessari e Adele Faccio, e Angela Pezzana del F.u.o.r.i! È in particolare verso
quest’ultima realtà che una delle leader del Mit, Paola Astuni, esprime grande riconoscimento e
complicità:

Il Mit colloca (…) la sua battaglia nel contesto di tutti i movimenti progressisti e di liberazione sociale e civile, sentendosi
particolarmente legato a quei gruppi, partiti e movimenti, che più hanno sviluppato le tematiche riguardanti la sessualità,
e che per questo si trovano oggi più in sintonia con noi. Così il primo congresso del Mit rivolge il suo saluto più grato e
un abbraccio fraterno ai compagni omosessuali del F.u.o.r.i.! che hanno tanto fatto prima di noi e poi al nostro fianco per
affermare il diritto ad una libera sessualità46.

La donna prosegue specificando che tale rapporto di amicizia e solidarietà è “d’obbligo tra minoranze
di emarginati e di diversi” che, tra le altre cose, lottano contro lo stesso comune nemico, “che ci
opprime continuamente contro il quale siamo qui: cioè l’emarginazione”47.

43
Sono 20 mila, belle, giovani, eleganti e solo per la legge rimangono uomini in Italia, “La Stampa”, 25 gennaio
1981; Un trans che si chiama desiderio, “Espresso”, n. 2, 18 gennaio 1981.
44
Primo congresso nazionale del MIT (Movimento italiano transessuali), Milano 24-25 gennaio. ‘Transessuali,
lesbiche, omosessuali. Eterosessuali, tutti insieme per una società libertaria e non violenta’”, Volantino di convocazione
del Congresso, in Centro Documentazione Mit, fondo Romanina.
45
Un trans che si chiama desiderio, cit.
46
Paola Astuni, Movimento italiano transessuali – congresso, http://www.radioradicale.it/scheda/1684/1697-
movimento-italiano-transessuali.
47
P. Astuni, Movimento italiano transessuali - congresso, cit.
11
Mentre il numero dichiarato delle tessere del Mit è a quota duemila48, nel marzo 1981 si tiene la
seconda manifestazione nazionale49, convocata con l’intento di chiedere maggiori garanzie circa
l’approvazione della proposta di legge. Nonostante le proteste, la discussione parlamentare riprende
in autunno e, con questa, anche le iniziative del Mit. Il 23 settembre (giorno precedente alla riapertura
della discussione della legge in Commissione Giustizia) Radio Radicale ospita nei propri studi le
portavoce del Mit, Gianna Parenti e Pina Bonanno. Lo spazio offerto dai radicali diventa possibilità
per le due ospiti di inscrivere le proprie rivendicazioni all’interno del più ampio contesto delle
battaglie per i diritti civili, declinati esplicitamente come “diritto alla sessualità” e lotta al
“maschilismo e la morale comune”50. In particolare, riferimento costante in questo intervento è la
legge per l’interruzione di gravidanza (194/1978), che aveva pochi anni prima impegnato
trasversalmente ampia parte dei movimenti femministi51. Tuttavia, nel discorso di Gianna Parenti,
questa è nominata come esempio di estremo riconoscimento del diritto individuale ad una libera
sessualità, quasi in termini contrapposti all’agognato desiderio di una “normalissima” sessualità di
cui le trans sarebbero state portatrici:

Per noi avere un documento è diritto all’esistenza (…). La piena e libera esplicazione della sessualità è stata ritenuta dal
legislatore così importante fino al punto da legittimare e giustificare per essa l’aborto. Ora non si vede perché questo
stesso diritto all’esplicazione della propria sessualità non debba essere concessa ad un’altra rilevante percentuale di
cittadini italiani, quali nel caso specifico noi cosiddette transessuali, le quali invece per la legge italiana, per la
giurisprudenza della Cassazione, per la Corte Costituzionale e ancor più in generale per la pseudo ideologia razzista e
intollerante che viene ancora ampiamente propinata alle masse, attraverso i canali distorti di informazione, nella pratica

48
Gianna Parenti e Algerta Franciolini, TeleRoma, 9 marzo 1981, http://www.radioradicale.it/scheda/1810/1823-il-
movimento-italiano-transessuali. Fanno riferimento all’iniziativa i documenti: Comunicato stampa del MIT e Manifesto
di indizione manifestazione: “Per una nuova legge: 10 marzo manifestazione nazionale del MIT per il diritto al
riconoscimento civile e anagrafico femminile e contro tutte le discriminazioni” (Centro documentazione Mit, fondo
Romanina). Inoltre, per l’occasione il Mit invia alcuni telegrammi ad esponenti della politica nazionale (tra cui:
Alessandro Pertini, Presidente della Repubblica; Amintore Fanfani, Presidente del Senato della Repubblica; Nilde Iotti,
Camera dei Deputati) rivolgendo loro una richiesta di incontro “al fine di illustrare la condizione umana giuridica delle
persone transessuali” e “sollecitare per quanto di sua competenza l’esame di approvazione della proposta di legge n. 1442
in commissione giustizia”, in b. “Telegrammi – Incontri MIT 10-03-81 – Varie – Bozza Statuto”, Centro documentazione
Mit, fondo Romanina,
49
Sit-in dei transessuali a Roma. “Vogliamo essere definite donne”, “La Stampa”, 11 marzo 1981 e I transessuali
chiedono una legge che li riconosca, “Paese sera”, 11 marzo 1981. Si parla della manifestazione anche in Porpora
Marcasciano, Antologaia. Vivere sognando e non sognando di vivere: i miei anni Settanta, Milano, Edizioni Alegre, 2015,
pp. 194-196.
50
Gianna Parenti, Il movimento italiano transessuali, http://www.radioradicale.it/scheda/2449/2462-movimento-
italiano-transessuali.
51
Dalle parole di Gianna Parenti emerge una semplificazione della battaglia per l’ottenimento dell’aborto libero
gratuito ed assistito portato avanti dai movimenti delle donne negli anni precedenti la legge 194/1978 che, piuttosto, aveva
posto al centro l’autodeterminazione e la salute sessuale delle donne, e che in quegli stessi mesi tornava ad essere
minacciato dal referendum del maggio 1981 per la richiesta della sua abrogazione voluto dal Movimento per la vita
(impegnando dunque anche su questo fronte pressoché gli stessi partiti già coinvolti nella discussione del disegno di legge
De Cataldo). Sul complesso rapporto tra movimento trans e movimenti femministi in Italia si rimanda al già citato S.
Voli, Allargare la polis dei generi, cit.
12
costante repressiva degli organi giudiziari, hanno la colpa di aver preso coscienza della loro vera natura, e si battono per
poter vivere la vita di donna normale, esplicando la loro normalissima sessualità, come tutti gli altri cittadini che pur di
aver diritto ad una sessualità libera hanno ottenuto persino di poter abortire liberamente. Quindi essendo una delle due
portavoce nazionali del mio movimento, ed a nome di tutte le mie compagne, chiedo che ci venga concesso di poter
esplicare la nostra personalità, e non venire più considerate in base al Codice Rocco delle persone sociali pericolose, da
condannare, senza motivo destinate dalla persistente interpretazione fascista delle nostre leggi ad assumere un ruolo di
ambiguità anagrafica che non ci appartiene. (…) È assolutamente falso il ruolo di defensor vinculi, o avvocato del diavolo,
che si vuole ad ogni costo far assumere in tale materia al pubblico ministero: quasi che il compito di quest’ultimo fosse
difendere ad ogni costo lo stato di appartenenza al sesso maschile di un individuo che di fatto all’analisi obiettiva nulla
ha del sesso maschile (…)52.

Inoltre, dopo aver messo in discussione il ruolo assegnato ai poteri istituzionali e giuridici
nell’operazione di controllo dei confini della norma eterosessuale, la leader del Mit prosegue il suo
intervento radiofonico illustrando le presunte origini della transessualità. Nelle sue parole si ritrovano
frammenti dei già citati studi di medicina legale, così come riferimenti alle teorie di alcuni dei padri
fondatori dell’esperienza transessuale (tra i quali il sessuologo tedesco Magnus Hirschfeld e
l’endocrinologo Harry Benjamin53), a dimostrazione dell’ampia diffusione di cui godevano i saperi
medici anche tra le persone trans e del ruolo da questi giocato nella costruzione di un “canone
transessuale” di autorappresentazione54. In questo caso, particolarmente evidente è l’enfasi posta
sull’esistenza originaria di un “vero”, “autentico” sé femminile, ma anche (e ancora una volta) la
messa in rilievo della differenza tra esperienza transessuale e omosessuale:

Le nostre origini a livello scientifico sono tre: prima, la grande incognita genetica; seconda, la paura delle madri a livello
inconscio di avere un maschio da mandare in guerra; terza, questa è la cosa più grave di tutti, i cibi estrogenizzati. (…)
Senza nessuna intenzione di razzismo o di voler offendere i compagni omosessuali: esiste una netta distinzione tra omosex
e travestito e transessuale. (…) Lo squilibrio di cui medici e psicologi parlano nei loro rapporti viene quindi a cadere,
perché per esperienze personale posso oggi dire che non esiste tale squilibrio, se non a livello fisico. (…) La nostra
femminilità non è qualcosa che si sviluppa e nasce in noi per gradi con gli anni, ma è in noi fin dalla nascita come in
qualsiasi altra donna. Trovo questo punto molto importante in quanto contrasta con le teorie di tutti o quasi i luminari

52
G. Parenti, Il movimento italiano transessuali, cit.
53
Magnus Hirschfeld nel suo Die Transvestiten (1910) elabora una netta distinzione tra travestitismo e omosessualità,
definendo il primo come un fenomeno complesso non riducibile al secondo né ad altre forme di psicopatologia.
54
Si fa qui riferimento ai criteri medici che hanno tradizionalmente interpretato l’esperienza trans (definendone il
carattere patologico), e che entrano fin dall’inizio a far parte dei registri di autonarrazione e autorappresentazione di molte
persone trans, con caratteristiche che, per la loro ricorrenza, hanno contribuito alla creazione di un vero e proprio “canone”
trans. Tra queste, l’enfasi data al senso della scoperta di un “vero”, “autentico” sé, contrapposto alla percezione di vivere
in un “corpo sbagliato”; una precisa memoria d’infanzia come momento eziologico della disforia di genere; un
orientamento eterosessuale; il rifiuto dei propri genitali e dunque la volontà di intervenire chirurgicamente su essi
affrontando un completo percorso di transizione (Cfr. Harold Garfinkel, Studies in Ethnometodology, Prentice Hall,
Englewood Cliffs, 1967; Elisa A. G. Arfini, Scrivere il sesso. Retoriche e narrative sulla transessualità, Meltemi, Roma,
2007). Nel 1979, tali elementi entrano a far parte degli Standards of Care for Gender Identity Disorders.
13
della scienza che possono dare i giudizi che vogliono ma non arriveranno mai a saperne quanto la diretta interessata, in
quanto nelle loro relazioni ci sono cose che diciamo noi in visite umilianti a livello di vivisezione. E in tali visite non tutte
siamo in grado di esprimerci e ad avere proprietà di linguaggio tali da far capire come stanno esattamente le cose. I nostri
– a partire dall’infanzia e per la nostra psiche – devono essere considerati rapporti eterosessuali e non omosessuali, in
quanto esiste in noi la convinzione di donarsi ad un uomo e di essere amate come donne, mettendo in luce nel rapporto
fisico la nostra essenza fisica di donna che si dà ad un uomo e non subendo una passività nel rapporto, passività cosciente
a cui si sottopongono gli omosessuali55.

Come si vedrà, le parole delle leader del Mit non si discostano completamente neppure da quelle che
entrano e sostanziano il dibattito parlamentare quando, nell’autunno del 1981, l’iter riprende.
Il 1° ottobre, la proposta di legge “De Cataldo” ritorna alla Commissione Giustizia, la quale
aveva precedentemente ricevuto dalla Commissione Affari costituzionali (oltre al parere positivo) la
richiesta di esplicitare “le condizioni in base alle quali sia possibile la rettificazione di atti dello stato
civile”56. Il rischio sotteso a tale reclamo è il prolungarsi della discussione, che tanto i radicali quanto
i comunisti avevano affermato di voler evitare57. Tuttavia, è proprio il Pci il primo ad accogliere
l’indicazione della I Commissione e ad avanzare emendamenti, innescando un processo di apertura
del dibattito non prevista (e neppure auspicata): appellandosi alla necessità di una “formulazione più
propria dal punto di vista scientifico”58, il gruppo comunista propone che l’art. 454 nomini
testualmente la possibilità di rettificazione dei dati anagrafici anche nei casi in cui sia stata accertata
“una sessualità effettiva, originaria o successiva, diversa da quella denunciata al momento della
nascita”59. Inoltre, esso esprime l’importante preoccupazione di assicurare – con l’introduzione di un
secondo articolo – la possibilità di estinzione del reato di travestimento previsto dall’art. 85 del TUPS
e delle condanne ad esso legate, che, come già detto, gravava con pesanti conseguenze sulle vite di
molte persone transessuali e travestite.
Dopo il Pci, è la volta del gruppo misto-sinistra indipendente che, nella persona del deputato
Rizzo, invita i colleghi a riflettere sugli effetti della rettificazione anagrafica sui matrimoni
precedentemente contratti (ovvero sul rischio non esplicitato di trovarsi in presenza dell’unione di
due persone diventate dello stesso sesso)60. Con lo stesso oratore entra per la prima volta nel dibattito

55
G. Parenti, Il movimento italiano transessuali cit.
56
Bollettino delle Commisioni, I Commissione Permanente (Affari costituzionali), mercoledì 20 maggio 1981, p. 14.
57
Commissione IV Giustizia, Seduta di giovedì 1° ottobre 1981, pp. 777-778.
58
Commissione IV Giustizia, Seduta di giovedì 1° ottobre 1981, p. 780.
59
Commissione IV Giustizia, Seduta di giovedì 1° ottobre 1981, p. 779.
60
Lo scioglimento del matrimonio, previsto come conseguenza della sentenza di rettificazione di attribuzione di sesso,
entra nella legge 164 (art. 4). Nel corso degli anni, questa misura ha causato molte problematiche, trovando recente
risoluzione in una sentenza della Corte di Cassazione (n. 8097 del 2015) che ha messo fine all’imposizione dello
scioglimento del vincolo coniugale quale conseguenza “automatica” della rettificazione di sesso, sancendo la permanenza
del matrimonio fra due persone divenute dello stesso sesso fino all’introduzione di una legge sulle unioni civili da parte
del legislatore, poi avvenuta con la legge Cirinnà del 2016 (http://www.articolo29.it/2015/vittoria-delle-alessandre-
14
la possibilità, da parte dei giudici, di disporre “di indagini, anche sanitarie, per accertare il sesso della
persona”61. Tutti questi emendamenti vengono tuttavia repentinamente – e a malincuore – ritirati dopo
i primi interventi democristiani, i quali fanno presagire il rischio di un rallentamento nella
discussione62. Posta di fronte ad una tale moltiplicazione di opzioni, la Dc sembra infatti prendere
coscienza della complessità della tematica, quella stessa complessità che la proposta di legge n. 1442
aveva volutamente tentato di omettere. Il disorientamento del gruppo democristiano viene espresso
dal deputato Sabbatini: “La materia è molto complessa e non abbiamo potuto riflettere adeguatamente
sul testo proposto”. Per tale ragione, emerge la necessità di un tempo supplementare per approfondire
le conseguenze che sarebbero potute scaturire dall’approvazione del provvedimento63.
Alla notizia del rinvio, le attiviste del Mit reagiscono proclamando una protesta a tempo
indeterminato64. La discussione riprende il giorno successivo alla “massiccia presenza di
commissari”, interpretata dal Sottosegretario di Grazia e Giustizia Giuseppe Gargani (Dc) come
segnale di una condivisa “esigenza di un’attenta valutazione del problema in oggetto”65. A partire da
questo momento, gli atti parlamentari restituiscono la sensazione di un mutamento dei rapporti di
forza, che sembrano volgere quasi totalmente a favore dei democristiani. Protagonisti della seduta del
2 ottobre 1981 sono lo stesso Gargani e il deputato democristiano Carlo Casini, i quali intrattengono
i colleghi con lunghi interventi che hanno l’obiettivo dichiarato di meglio cogliere e definire
l’esperienza trans, e prevedere le ricadute che una riforma come quella proposta dai radicali avrebbe
arrecato in termini giuridici, sociali e culturali. Tutto ciò che i radicali avevano sperato di scongiurare,
prende corpo nelle parole di Gargani:

(…) Manca una norma sostanziale che regolamenti l’ipotesi del cambio di sesso, a cui si fa riferimento con questa proposta
di legge: si introduce così nel nostro ordinamento una sorta di “cavallo di Troia” accollando nella sostanza al magistrato
l’onere di risolvere il problema sotteso alla norma (poiché si dà per scontato che è la sentenza che accerta l’intervenuta
modificazione di sesso) (…). In secondo luogo, il provvedimento di legge non si fa carico degli aspetti sanitari del

donne-restano-sposate-sino-allentrata-in-vigore-legge-sulle-unioni-civili/ e Genius. Rivista di Studi Giuridici


sull’orientamento sessuale e l’identità di genere, numero speciale dedicato a Mutamento di sesso e divorzio imposto: il
diritto all’identità di genere e al matrimonio [2014, 1]).
61
Commissione IV Giustizia, Seduta di giovedì 1° ottobre 1981, p. 779. “Le indagini sanitarie” cui fa riferimento
Rizzo, erano già praticate dai medici legali interpellati dai tribunali per i casi di richiesta di modificazione del nome.
Tanto dalle parole delle donne coinvolte, quanto dai lavori di Franchini e dei suoi collaboratori, si evidenzia come queste
si traducessero, nei fatti, in invasive osservazioni ed esplorazioni corporali, oltre che nell’applicazione di tecniche
diagnostiche approssimative e umilianti (si vedano a questo proposito i lavori di Aldo Franchini citati e del suo
collaboratore Renzo Celesti, Il problema medico-legale della schizosessualità, “Medicina legale e delle assicurazioni”,
1968, 16, 3/4, pp. 173-229; Atti del 32° Congresso internazionale di medicina legale e di medicina sociale di lingua
francese, Genova 7-11 maggio 1969, Genova Sampierdarena, Tip. Morandi, 1971). Tale richiesta verrà ribadita in Senato,
dalla Commissione Sanità e dal democristiano Bompiani (si veda oltre nel testo).
62
Commissione IV Giustizia, Seduta di giovedì 1° ottobre 1981, p. 784.
63
Commissione IV Giustizia, Seduta di giovedì 1° ottobre 1981, p. 783.
64
Sit-in delle nuove donne, “La Stampa”, 2 ottobre 1981.
65
Commissione IV Giustizia, Seduta di giovedì 1° ottobre 1981, p. 783.
15
problema in questione, e quindi, implicitamente, autorizza chi voglia recarsi all’estero per subire un intervento chirurgico
a farlo, per poi ritornare in Italia a farsi registrare con un altro sesso. (…) Prescindiamo pure dal problema morale e
giuridico relativo alla possibilità di cambiamento di sesso (…). Mi limito a far notare che stiamo facendo una cosa
affrettata ed inutile e ad invitare ad un ripensamento. Se oggi la Commissione fosse disposta a soprassedere
all’approvazione di questo provvedimento, il Governo potrebbe impegnarsi a predisporre, in brevissimo tempo, un
disegno di legge in materia66.

Interviene dopo di lui il deputato Carlo Casini67:

Intervengo per esprimere il mio disagio di fronte all’ipotesi di approvazione in termini brevissimi di questo
provvedimento. Pur ammettendo che del problema in questione non mi sono occupato in maniera particolare (…) non mi
sembra che si possa decidere oggi su una materia che è gravissima. (…) In realtà, secondo il nostro ordinamento (…) il
cambiamento di sesso (perché questo è il problema reale, di fondo) non è possibile, e questo sulla base di precise
affermazioni scientifiche secondo cui il sesso è determinato da cause biologiche. (…) Con questa disposizione non solo
si ammette la possibilità del cambiamento di sesso, ma si indica anche il criterio cui fare riferimento, cioè quello della
apparenza, quindi il criterio anatomico. (…) Quando si dice che la rettificazione può avvenire anche in forza di una
sentenza che abbia dichiarato che il sesso di una persona è diverso da quello enunciato alla nascita o si fa riferimento a
una registrazione erronea, oppure si ammette il cambiamento di sesso (e, traducendo un antico brocardo, ricordo che in
tutti i manuali di diritto abbiamo sempre letto che “tutto può fare il legislatore tranne cambiare l’uomo in donna”68).
Intendo dire che siamo di fronte a un problema che non è possibile risolvere in poche ore e sotto pressioni esterne. (…)
Vorrei capire meglio che cosa è il transessualismo, quali ne sono le cause e se vi sono rimedi. (…) Gli autori dei testi
scientifici che ho consultato rapidamente affermano che non esiste ibridismo dal punto di vista biologico (…)69.

Casini si sofferma poi sulle presunte cause del transessualismo appellandosi a interpretazioni
scientifiche (mai specificate) che escludono tanto le ragioni endocrine quanto quelle genetiche. Egli
conclude il suo intervento parlando quindi di “cause di tipo psicologico o psichiatrico” che, in una
certa misura, fanno eco con i contributi di Franchini e colleghi70, ma anche con le parole sopra citate
della leader del Mit:

La causa sarebbe da ricercare in disturbi di tipo nevrotico o schizofrenico, provocati, ad esempio, da una madre che voleva
a tutti i costi una figlia (…) oppure dalla gelosia nei confronti di una sorella maggiore che viene preferita al bambino,

66
Commissione IV Giustizia, Seduta di venerdì 2 ottobre 1981, pp. 788-9.
67
Carlo Casini, magistrato della Corte di Cassazione, oltre ai molti incarichi come deputato e parlamentare europeo
nelle fila della Dc (e successivamente nell’Udc), è stato, tra le altre cose, uno dei fondatori dell’ultracattolico Movimento
per la vita, di cui è stato anche presidente dal 1990 al 2015.
68
La frase citata da Carlo Casini (“Il parlamento può fare tutto, tranne che trasformare una donna in uomo e un uomo
in una donna”) è attribuita a Jean-Louis de Lolme, giurista illuminista svizzero naturalizzato inglese, che nel 1771, nel
suo Constitution de l'Angleterre critica il potere, a suo parere eccessivo, del Parlamento britannico.
69
Commissione IV Giustizia, Seduta di venerdì 2 ottobre 1981, pp. 789-791.
70
Si veda nota 61.
16
oppure dalla singolare intimità del figlio con la madre, insomma, da un’infanzia patogena. Comunque, la diagnosi
prevalente investe il terreno psicopatologico, per cui la domanda alla quale dobbiamo rispondere è la seguente: la
castrazione è un rimedio? (…) La domanda che mi pongo è se non sia necessario un intervento a monte di alta scientificità,
che tenda ad eliminare le cause di queste situazioni. Un’altra domanda, dal momento che siamo siamo in presenza di un
fenomeno di costume, riguarda gli effetti sociali di questo provvedimento71.

Nei confronti di un fenomeno di cui sembrano non conoscersi cause biologiche certe, ritorna come
tratto comune degli interventi di parte democristiana l’approccio “riparativo”72, come soluzione
alternativa rispetto agli interventi chirurgici di modificazione di genere. Il tema delle mutilazioni
genitali (sollevato in anni più recenti dai movimenti trans e intersex, come rivendicazione del diritto
fondamentale a non subire sterilizzazioni forzate e limitazioni della propria capacità procreativa in
cambio dei documenti e, dunque, del reinserimento nella cittadinanza formale) viene introdotto nel
dibattito parlamentare con l’accezione di “castrazione” dal deputato democristiano, che non
dimentica di sottolinearne anche il carattere di natura penale73. La preoccupazione espressa da Casini
giunge come risposta indiretta alle teorie consolidate a partire dagli anni Sessanta nella comunità
medico-scientifica occidentale secondo le quali il sesso biologico e il genere pur rappresentando il
secondo la proiezione del primo, dovessero essere considerati separatamente74 e che, di conseguenza,
la chirurgia genitale per le persone trans costituisse la possibilità di emersione del “vero” sé.
Concludendo il suo intervento, Carlo Casini esprime i propri dubbi circa l’approvazione della norma
e domandandosi se “sia giusto decidere su un tema come questo senza un adeguato dibattito pubblico,
una consultazione di esperti, un approfondito esame della materia, e magari solo perché ci sono delle
persone che manifestano in piazza”75.
Un tale schieramento di problematiche provoca lo sconcerto di radicali e comunisti, i quali,
vedendo concretizzarsi l’ipotesi della bocciatura della legge, tentano di rispondere alle teorie
scientifiche sommariamente citate dal deputato democristiano, mettendone in evidenza

71
Commissione IV Giustizia, Seduta di venerdì 2 ottobre 1981, p. 790.
72
Il riferimento è alle terapie cosiddette “riparative” o di “conversione” all’eterosessualità, introdotte ed utilizzate a
partire dalla fine del XIX secolo in concomitanza con la nascita della sessuologia e dei primi tentativi di classificazione
dell’omosessualità come malattia (inserita come tale nel 1952 nella prima edizione del DSM, ci resterà fino al 1980). Si
ricorda che uno dei momenti fondativi della storia del movimento lgbtqi italiano (e in particolare del F.u.o.r.i.!) è legato
alla prima manifestazione di protesta del movimento di liberazione omosessuale tenutasi a San Remo nel 1972 contro il
convegno internazionale del cattolico CIS-Centro Italiano Sessuologia, dedicato al tema “Comportamenti devianti della
sessualità umana” (e, in particolare, alle terapie per “curare” l’omosessualità).
73
Nel codice penale italiano si considera lesione personale gravissima punibile con la reclusione da sei a dodici anni
azioni che abbiano come conseguenza “la perdita dell’uso di un organo o della capacità di procreare” (C.P. art. 583).
74
Agli inizi degli anni Cinquanta, lo psicologo e sessuologo neozelandese John Money è il primo ad applicare una
differenziazione tra sesso biologico e ruolo sociale. Pochi anni più tardi, nel 1968, è uno psichiatra, Robert Stoller a
riferirsi alla gender identity per indicare la non corrispondenza tra sesso (geni, ormoni, anatomia) e identità sessuale,
facendo riferimento ai suoi studi sui disturbi dell’identità sessuale nelle persone intersessuali e transessuali (Robert Stoller,
Sex and Gender. On the Development of Masculinity and Femininity, Science House, 1968).
75
Commissione IV Giustizia, Seduta di venerdì 2 ottobre 1981., p. 791.
17
l’anacronismo. Adele Faccio è la prima che, insieme al deputato del gruppo misto Rizzo, esprime un
approccio non patologizzante, sostenendo il diritto delle persone trans di autodeterminare la propria
esistenza: “(…) Le dottrine scientifiche di cui si è fatto riferimento sono continuamente superate da
nuove ricerche: allora quale deve essere la soluzione? Il manicomio?”76. La radicale prosegue
nominando esplicitamente i problemi di emarginazione e violenza vissuti dalle persone trans,
spostando il focus dalla presunta psicopatologia dei soggetti al peso della repressione da questi vissuta
quotidianamente. Dalle sue parole emerge, infine, il corpo trans, convitato di pietra in un dibattito
fino a quel momento privo dei soggetti in carne ed ossa:

Bisogna risolvere i problemi più urgenti e poi pensare ad una riforma che sia la migliore possibile; ed i problemi più
urgenti sono i pestaggi della polizia, lo sfruttamento da parte degli avvocati, la situazione abnorme di vita sociale,
l’emarginazione da sempre esistita per i diversi nella nostra cultura e che produce sfruttamento e prostituzione, perché è
divertente vedere un corpo anomalo (…) È un dramma accorgersi di avere un corpo diverso da tutti gli altri.

Le fa eco il comunista Rizzo, anche lui avanzando una lettura dell’esperienza trans in cui l’aspetto
psichico non è assimilato alla condizione di patologia mentale. Nel fare questo, egli si schiera
apertamente contro Carlo Casini, affermando:

Forse solo l’elemento psichico, al di fuori del discorso delle malattie mentali, può essere determinante, cioè il modo in
cui il soggetto affronta la posizione di uomo o donna; quindi quanto accertato al momento della nascita non può
considerarsi valido in modo assoluto ed è necessario riconoscere al soggetto il diritto di vedere individuato il suo sesso
per quello che è. Questo è quanto si propone la proposta di legge De Cataldo: attribuire al soggetto il sesso che gli è
proprio77.

Nonostante le perplessità, alla fine della seconda giornata di discussione in Commissione Giustizia la
proposta di De Cataldo viene approvata con diciannove voti a favore su ventiquattro votanti. Tra i
favorevoli ci sono radicali, comunisti, socialisti e un esponente del Msi. Esprimono voto contrario
“alcuni democristiani”, mentre non sono presenti in aula gli esponenti del Psdi, Pli e Pri78. Tuttavia,
la convinzione trasversale alle forze politiche circa la vaghezza di tale provvedimento porta alla

76
La risposta alla domanda posta da Adele Faccio data dalla democristiana Garavaglia (“Non ci sono più, purtroppo”)
fa riferimento all’approvazione della cosiddetta legge Basaglia avvenuta pochi anni prima (n. 180/1978) (Commissione
IV Giustizia, Seduta di venerdì 2 ottobre 1981, p. 793).
77
Commissione IV Giustizia, Seduta di venerdì 2 ottobre 1981, p. 793.
78
Adele Faccio, in occasione del II Congresso del Mit, nel gennaio 1982, ricorda come l’approvazione della proposta
di legge De Cataldo sia stata anche risultato dell’accettazione dei radicali alla richiesta della Dc di aumentare il compenso
ai cappellani delle carceri (pdl n. 919, Trattamento giuridico ed economico dei cappellani negli istituti di prevenzione e
di pena). Il disegno di legge n. 1442 approvato, è composto di un articolo unico, e prevede l’inserimento di un secondo
comma che recita: “La rettificazione di cui al comma precedente si fa anche in forza di sentenza del tribunale passata in
giudicato che abbia dichiarato che il sesso di una persona è diverso da quello enunciato nell’atto di nascita”.
18
decisione di affidare al Governo la stesura di una nuova norma, riguardante più nello specifico il tema
del cambiamento di sesso anagrafico.
Il 5 novembre dello stesso anno viene così presentato in Senato un disegno di legge (n. 1591) di
iniziativa democristiana: “Norme in materia di riconoscimento di mutamento di sesso”79. Nel registro
narrativo scelto dai senatori le interpretazioni, la terminologia e le ragioni di tale proposta rimandano
esplicitamente all’ambito medico e giuridico:

È noto che vi sono persone le quali, pur appartenendo morfologicamente ad un sesso, sono convinte di appartenere al
sesso opposto e si comportano sessualmente in conformità di questo loro convincimento (…). I delicati e complessi riflessi
morali e giuridici del transessualismo sono evidenti, tanto più che in sede scientifica non sono state ancora completamente
appurate la natura e l’origine di tale deviazione dalla norma sessuale80.

Appellandosi a non specificate indagini scientifiche e contraddicendo quanto affermato dal deputato
e compagno di partito Carlo Casini, il senatore Rosi esclude che il fenomeno della transessualità possa
trovare “il suo fondamento unicamente in un fatto psicologico e quindi volontario dell’individuo”.
Egli ricorre poi a fattori di natura biogenetica (“ai quali compete la distribuzione dei caratteri
anatomici maschili e femminili negli individui normali”), per spiegare come questi possano “influire
sul sesso compresi i caratteri secondari, quelli somatici generali, le attitudini ed i comportamenti, così
determinando nei transessuali indici di ambiguità già nel periodo della gestazione”81. Per quanto
detto,

è opportuno e necessario che il legislatore si occupi del fenomeno per regolare l’adeguamento dei registri dello stato civile
alla realtà sessuale del soggetto e per disciplinare i casi in cui può essere consentito il cambiamento di sesso ed i modi per
accertarlo. Ciò permetterà di tutelare l’interesse del singolo alla legittimazione della sua nuova identità sessuale ed alla
relativa annotazione nei registri dello stato civile e, nello stesso tempo, i valori essenziali della comunità quali l’integrità
fisica dei componenti la società, la garanzia della continuità della specie nonché il pubblico decoro. A tale scopo si è
previsto un giudizio contenzioso di accertamento costitutivo in contraddittorio col pubblico ministero il quale, come è
noto, è legittimato a intervenire attivamente e passivamente nei giudizi, in materie regolate da leggi di ordine pubblico,

79
I firmatari del ddl sono i senatori Dc Rosi, Di Lembo, Bausi, De Giuseppe, Fracassi, Fimognari ne sono i firmatari.
80
Senato della Repubblica – Disegno di legge n. 1621 d’iniziativa dei senatori Rosi, Di Lembo, Bausi, De Giuseppe,
Fracassi e Fimognari – Norme in materia di riconoscimento di mutamento di sesso, pp. 1-2.
81
Senato della Repubblica – Disegno di legge n. 1621 d’iniziativa dei senatori Rosi, Di Lembo, Bausi, De Giuseppe,
Fracassi e Fimognari – Norme in materia di riconoscimento di mutamento di sesso, p. 2. Non essendo presente
nell’intervento di Rosi alcuna informazione di carattere scientifico, è solo possibile presupporre il suo rifarsi a teorie
eziopatologiche allora in circolazione sulle cause del transessualismo, soprattutto di carattere endocrinologico. Queste si
basavano sulla supposta presenza di “variazioni ormonali” nelle persone trans, o sull’ipotesi dell’impregnazione cerebrale
nel corso della gestazione (o nei primi momenti post parto), secondo cui il feto sarebbe stato esposto a eccessi di androgeni
o estrogeni che ne avrebbero impregnato il cervello determinando comportamenti trans. Si vedano anche Atti del 32°
Congresso di Medicina legale, cit. e R. Celesti, Il problema medico-legale della schizosessualità, cit., pp. 180 sg; Jacques
Breton, Le transsexualisme; étude nosographique et médicolégale, Masson, Paris 1985, cap. VIII.
19
fra i quali sono compresi quelli concernenti l’accertamento e l’attribuzione del sesso (…). A tale scopo è prescritta una
consulenza medico-legale concernente i diversi aspetti del fenomeno sessuale e destinata ad accertare le condizioni
sessuali dell’interessato e la loro irreversibilità. Tale consulenza è indispensabile sia per la decisione definitiva sulla
domanda di mutamento, sia per la decisione precedente con la quale il collegio autorizza l’interessato a sottoporsi, ove è
necessario, ad intervento chirurgico per conseguire il definitivo adeguamento del sesso82.

Nell’intervento di Rosi si ritrovano, in estrema sintesi, alcuni dei principali punti che, entrando a far
parte del testo di legge, ne caratterizzeranno problematicamente i confini, diventando obiettivo delle
battaglie politiche e legali delle associazioni lgbtqi e di alcune corti italiane maggiormente interessate
all’ampliamento dello spazio di autodeterminazione delle persone trans: il ricorso alla consulenza
medico-legale; la richiesta di irreversibilità della “nuova” identità di genere (come conseguenza degli
interventi medico-chirurgici); l’inserimento dell’esperienza trans tra le questioni di decoro e ordine
pubblico (e quindi la necessità che questa venga regolata attraverso un contraddittorio col pubblico
ministero); la continuità della specie (e dunque l’obbligo di scioglimento del matrimonio).
La proposta passa rapidamente in Commissione Giustizia del Senato, nella quale si giunge alla
decisione di discutere congiuntamente le due proposte di legge (n. 1442 e n. 1591): questo passaggio
è accolto dalle attiviste del movimento trans con un presidio davanti al Senato stesso, lanciato con
l’intenzione di restare sul luogo fino ad approvazione avvenuta. La manifestazione viene però
brutalmente caricata dalla polizia: tre persone rimangono ferite e molte altre vengono trasferite in
Questura83.
Le proteste non influenzano la discussione, che subisce ulteriori rinvii: prima al 2, e infine al 16
dicembre, penultima tappa verso l’approvazione della futura legge 164. Nell’esame congiunto delle
due proposte di legge si ritrovano tutte le preoccupazioni, le tensioni, le contraddizioni che avevano
già attraversato il primo iter parlamentare. In particolare, per ovviare alla mancata possibilità di
definire con certezza l’esperienza trans, il senatore democristiano Bompiani raccomanda che
l’autorizzazione al mutamento di sesso venga affidata al giudizio di un collegio tecnico-giuridico con
il compito di vagliare le richieste, e specifica: “Tale autorizzazione va concessa solo a seguito di un

82
Senato della Repubblica – Disegno di legge n. 1621 d’iniziativa dei senatori Rosi, Di Lembo, Bausi, De Giuseppe,
Fracassi e Fimognari – Norme in materia di riconoscimento di mutamento di sesso, p. 2. La necessarietà dell’intervento
chirurgico per la rettificazione dei dati anagrafici è evocata anche dal senatore Cioce (Psdi) in Commissione Giustizia del
10 febbraio 1982. Tale dicitura, che nella legge 164/1982 si trova all’art. 4, sarà fino in tempi recenti oggetto di
un’interpretazione giurisprudenziale restrittiva, che ha fissato negli interventi chirurgici il requisito indispensabile per le
procedure di cambio di nome e di genere.
83
La polizia carica i transessuali davanti al Senato, “La Stampa”, 12 novembre 1981. Parla della manifestazione
anche la trasmissione radio, Transessuali: Sergio Stanzani sull'iter della proposta di legge De Cataldo al Senato,
http://www.radioradicale.it/scheda/190821/transessuali-sergio-stanzani-sulliter-della-proposta-di-legge-de-cataldo-al-
senato. In seguito a tale episodio, le senatrici comuniste presentarono un’interrogazione per chiedere le ragioni delle
violenze della polizia (come ricordato da Giglia Tatò Tedesco nel suo intervento al II Congresso nazionale del Mit, in II
congresso nazionale del Movimento italiano transessuali, cit.).
20
esame prolungato nel tempo, l’unico che può garantire l’accertamento dell’effettiva irreversibilità
della sindrome transessuale”. Il senatore auspica inoltre l’opportunità di prevedere forme di interventi
recuperatori i quali “nei casi meno gravi potrebbero essere praticati senza porre difficoltà”84.
Ad opporsi alla proposta di istituzione di un organo collegiale atto a vagliare le richieste di
mutamento di sesso è invece Stanzani Ghedini (gruppo misto), il quale invita ad “arrendersi” di fronte
al desiderio dei soggetti di esperire un’identità di genere diversa da quella assegnata:

Proprio le dimensioni e il contenuto del fenomeno in questione comportano che la scienza non possa che arrendersi alla
volontà di ottenere una diversa identità sessuale (a meno che le cautele non riguardino soltanto l’accertamento
dell’esistenza di tale volontà)85.

Alla fine della giornata, stante la “indubbia complessità della materia”, la Commissione Giustizia del
Senato procede con la stesura di un testo unificato delle due proposte di legge (“De Cataldo” e
“Rosi”). Questo viene posto in esame il 10 febbraio 1982 e discusso e il 16 febbraio dello stesso anno.
Nel gennaio 1982, all’insegna dell’attesa, si svolge a Milano il II Congresso nazionale del Mit.
Sul palco, gli interventi del primo giorno di discussione sono, tra gli altri, di Francesco Rutelli (vice
segretario radicale), Giglia Tedesco Tatò (senatrice Pci), Adele Faccio (Partito radicale), Angelo
Pezzana (leader e fondatore del F.u.o.r.i.!)86.
Il congresso si rivela un’opportunità di confronto tra realtà politiche e di costruzione di
prospettive future. Apre i lavori la presidente del Mit, Pina Bonanno, con la lettura del manifesto-
appello a sostegno della legge, scritto dal gruppo e sottoscritto da oltre duecento firme di
rappresentanti del mondo della cultura, dello spettacolo, della scienza, della politica e della
religione87.
Nel corso dell’evento, numerosi sono i riferimenti alle battaglie dei movimenti femministi: il
divorzio, l’aborto, le rivendicazioni di autodeterminazione e liberazione sessuale. Provenienti per lo
più dagli interventi delle e degli esponenti dei partiti presenti, tali evocazioni si soffermano con
intenzione sulla valenza di rottura – dei tabù e della morale sessuale diffusa – contenuta nelle battaglie
trans, ma hanno l’effetto di mettere in luce il mancato interscambio tra questi due soggetti politici e
l’assenza della presa di parola pubblica femminista sulla legge 16488.

84
Senato della Repubblica VIII Legislatura – Giunte e Commissioni parlamentari – 346° resoconto – 16 dicembre
1981, pp. 8-9.
85
Senato della Repubblica VIII Legislatura – Giunte e Commissioni parlamentari – 346° resoconto – 16 dicembre
1981, p. 9.
86
II congresso nazionale del Movimento italiano transessuali, http://www.radioradicale.it/scheda/2706/2719-ii-
congresso-nazionale-del-movimento-italiano-transessuali
87
Pina Bonanno, in II congresso nazionale del Movimento italiano transessuali, cit.
88
A questo proposito si rimanda ancora ai testi citati alla nota 3.
21
Giglia Tedesco Tatò sollecita le presenti, insistendo sulla potenzialità dello slogan femminista
“Donna è bello” anche per le transessuali, impegnate in quel momento in una “battaglia di tutte le
donne”, una battaglia “per l’emancipazione e la liberazione femminile”89. Adele Faccio, ancora più
direttamente, invita le attiviste del Mit a cercare le femministe, interlocutrici a suo parere tra le più
vicine: “Ricordatevi che è sulle donne che dobbiamo far conto perché sono quelle che più e meglio
si rendono conto dei diversi, perché hanno dovuto vivere come donne e come diverse. È una legge di
libertà”90. A sua volta, Enzo Francone (F.u.o.r.i.!) definisce il Mit il “movimento di punta delle lotte
di liberazione sessuale”, poiché, afferma, “quello che smuovono le trans è il tabù più grosso, profondo
recondito, più scomodo”91. Fa loro eco il comunista Luciano Violante, che parlando a nome del suo
partito, conferma l’intenzione di proseguire nel sostegno di quella che definisce una “giusta” istanza.
Nel suo intervento, il deputato procede per comparazione con i movimenti delle donne, ponendo al
centro il tema dell’autodeterminazione e quello dell’identità sessuale come diritto civile e
costituzionale:

Siamo in una situazione vicina a quella che avevamo avuto per l’aborto. Ovunque si tocchi un problema di sesso, si tocca
un problema di potere. Il rapporto di potere tra uomo e donna nella società civile è un nodo che voi mettete in crisi. Voi
fate scoppiare una serie di contraddizione importanti all’interno delle nostre concezioni culturali (…) molto più del
movimento delle donne, perché le donne lo mettono in crisi sotto il profilo della parità, voi rivendicate un’identità sessuale
diversa da quella morfologica. Introducete dei meccanismi di contraddizioni estremamente complessi. Vi trovate di fronte
al problema dell’autodeterminazione: chi deve decidere se cambiare sesso o meno? È lo stesso problema si era avuto per
la questione dell’aborto. Non c’è nessun diritto civile e costituzionale di rilevanza più forte di quello dell’identità sessuale
della persona. Il vostro è un diritto civile per l’identità sessuale. Questa battaglia non è soltanto per voi, ma per tutti,
perché è come la battaglia del movimento delle donne, che non è stato solo per e delle donne, ma è servito a correggere
rapporti di forza più complessivi92.

Quando infine, il 1° aprile, la legge unificata (e approvata dalla Commissione Giustizia del Senato in
data 16 febbraio 1982) arriva alla Commissione Giustizia della Camera dei Deputati, l’esame degli
articoli restituisce il travagliato processo di sintesi avvenuto nei mesi precedenti di discussione, ma
preannuncia anche le molte problematiche che, sul lungo periodo, la norma stessa presenterà alle
persone trans. In questa occasione i legislatori si dichiarano consapevoli dei molti aspetti che la legge
avrebbe lasciato irrisolti. Afferma il radicale Pinto:

89
Giglia Tedesco Tatò, in II congresso nazionale del Movimento italiano transessuali, cit.
90
Adele Faccio, in II congresso nazionale del Movimento italiano transessuali, cit.
91
Enzo Francone, in II congresso nazionale del Movimento italiano transessuali, cit.
92
Luciano Violante, in II congresso nazionale del Movimento italiano transessuali, cit.
22
I problemi che restano aperti sono molti e di difficile soluzione. (…) Sottolineerei la convergente volontà di tutti i gruppi
politici e del Governo a modificare certi modelli di giudizio nei confronti di individui che devono poter godere di tutti i
diritti. In futuro si dovrà lavorare molto per ribaltare concetti vecchi e superati e per capire le nuove realtà del paese.
Sicuramente, la legge che ci accingiamo ad approvare non è sufficiente a risolvere le questioni sul tappeto e di ciò eravamo
consapevoli sin dall’inizio del suo iter. Essa comunque rappresenta una precisa volontà del Parlamento che andava
sottolineata: per questa ragione abbiamo presentato la proposta di legge oggi modificata dal Senato; in futuro non
mancherà occasione di reintervenire con calma sulla questione93.

Nonostante le molte perplessità, la proposta di legge n. 1442-B viene approvata all’unanimità.

Da corpi “a-normali”, a corpi “normati”

Gli scenari che l’esperienza dell’ambiguità di genere ha storicamente saputo tracciare si sono
incarnati in una molteplicità e varietà di pratiche, discorsi, esperienze, (auto)rappresentazioni, che
hanno dimostrato tanto la capacità di confermare, aderire, quanto di eccedere, forzare e sovvertire le
norme e i confini gendered di volta in volta stabiliti.
Con questo contributo si è inteso illustrare come l’esperienza e il movimento trans rappresentino
una risorsa fondamentale per ri-tematizzare e ri-articolare questioni storiografiche liminali, quali il
rapporto tra poteri (istituzionali e medici), corpi “fuori norma”, esperienze “de-generi”, sessualità
eccentriche. In particolare, è stato possibile osservare da vicino i meccanismi di definizione,
pattugliamento, applicazione e normalizzazione delle prescrizioni sessuali e di genere che, in
particolari momenti della storia (e, in questo caso, della storia dell’Italia del dopoguerra) si palesano
nell’agire sincronico dei saperi politici, giuridici, medici.
La legge 164/1982 rappresenta l’importante risultato di una esplicita richiesta avanzata dalle
persone trans che rivendicavano il diritto a vedersi riconosciuta una corrispondenza tra il proprio
aspetto anatomico e, in conformità con questo, il nome sui documenti d’identità. La legge “De
Cataldo” sarà la prima e (fino alla legge n. 76/2016 meglio nota come legge Cirinnà) unica legge
rivolta alla tutela dei diritti delle persone lgbtqi in Italia. Essa, probabilmente, costituisce anche
l’ultimo risultato di un confronto controverso (ma in una certa misura virtuoso) tra movimenti e
istituzioni, prima di quella chiusura che Tolomelli descrive come “rottura di una dialettica di
interazione positiva, seppur difficoltosa e complessa, tra cittadini e governanti, mediata attraverso la
società civile, i movimenti e le istituzioni”, che aveva portato a quell’“insieme di misure legislative

93
Camera dei Deputati, Commissione in sede legislativa, Commissione IV Giustizia, Seduta del 1° aprile 1982, pp.
1056.
23
che andarono dallo Statuto dei Lavoratori fino all’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale,
passando dall’istituzione delle regioni, del divorzio, dell’obiezione di coscienza, dalla riforma del
diritto di famiglia, dalla regolamentazione dell’aborto”94.
Ancora oggi ricordata dalle dirette interessate come “una svolta epocale nella storia del diritto e
della morale del nostro Paese”95, la legge 164 tuttavia reca in sé il suo essere stata oggetto di una
doppia negoziazione. Da una parte, tra i soggetti direttamente interessati e le forze partitiche che se
ne fecero sostenitrici sul piano istituzionale (e, in particolare il Partito radicale e comunista); dall’altra
tra le forze partitiche stesse, le quali produssero risultati molto differenti rispetto alle iniziali
intenzioni dei proponenti. La legge De Cataldo si rivelò da subito più il simbolo di una vittoria politica
– per il Mit e per i radicali, che videro approvata la prima legge da loro proposta – che una risoluzione
concreta ai problemi vissuti dalle persone transessuali. L’approssimazione della norma non giocò a
favore della libertà di scelta delle persone trans, consegnandole, al contrario, nelle mani
dell’arbitrarietà di quel sistema di norme derivanti dall’ambito clinico e legale. La legge del 1982
stabilì infatti che il cambio delle generalità anagrafiche e di genere dovesse passare attraverso
autorizzazione del tribunale di residenza della persona interessata. Per arrivare a tale consenso, il
giudice, “quando necessario”, avrebbe dovuto disporre l’acquisizione di una consulenza di esperti
“intesa ad accertare le “condizioni psico-sessuali” del/la richiedente (art. 2). Se dunque, da una parte,
i saperi medici hanno avuto un ruolo fondamentale nella definizione della patologizzazione
dell’esperienza transessuale, ponendosi allo stesso tempo come gestori unici della “cura”, dall’altra
le procedure giuridiche ne hanno accresciuto l’autorità, facendo della diagnosi (e delle perizie) un
passaggio fondamentale per il percorso di modificazione chirurgica del sesso e del nome anagrafico.
L’iter di “riassegnazione” del genere si configura dunque come una serie di atti terapeutici il cui fine
è “guarire” e “correggere” le anomalie incarnate nei corpi delle persone transessuali, e di atti
legislativi, rivolti a normare e normalizzare l’esperienza transessuale tout court. In questi atti non solo
non si ammette, ma si opera contro la possibilità che possano esistere modi di esperire i generi, i
corpi, la sessualità, la genitorialità, “altri” rispetto al dualismo naturalizzato del femminile e del
maschile. Conferma di quanto detto si ritrova nel primo articolo della legge 164, il quale stabilisce
che la modifica anagrafica del nome può avere luogo “a seguito di intervenute modificazioni dei
caratteri sessuali”. Queste ultime si sono qualificate dunque come prioritarie rispetto al diritto
all’identità sessuale fino al luglio 201596, quando la corte di Cassazione ha stabilito che l’intervento

94
Marica Tolomelli, L’Italia dei movimenti. Politica e società nella prima Repubblica, Bologna, Carocci, 2015, pp.
223 e 197.
95
Laurella Arietti e al. (a cura di), Elementi di critica trans, Roma, Manifestolibri, 2010, p. 23.
96
Sentenza n. 15138/2015. La decisione è stata poi confermata il 5 novembre 2015 dalla Corte Costituzionale con la
sentenza n. 221.
24
medico-chirurgico non è più condizione necessaria ai fini della riattribuzione del genere anagrafico
(contrariamente all’interpretazione fatta della legge 164/1982 dai giudici fino a quel momento). Dal
1982 al 2015, l’insistenza con cui l’obbligo agli interventi chirurgici è stato ribadito dai giudici, ha
fatto sì che il presupposto indispensabile per procedere con l’autorizzazione al cambio del nome e del
genere sia stato proprio il trattamento medico-chirurgico, ovvero l’“adeguamento” dei caratteri
sessuali. In accordo con le volontà espresse dagli stessi senatori proponenti il disegno di legge n.
1591, i giudici si videro così assegnare per legge la funzione specifica di regolamentare e gestire
l’esperienza trans, in base ad arbitrarie misurazioni di “adeguati” livelli di “mascolinità” o
“femminilità”.
Alla prova dei fatti, emergerà dunque una contraddizione tra il diritto individuale di poter
modificare il proprio nome e il proprio corpo in conformità al genere desiderato – per cui la legge
“De Cataldo” era stata originariamente concepita – e l’essere di questo stesso corpo uno spazio di
salvaguardia, se non di rafforzamento, della logica binaria eterosessuale97. La rivendicazione di un
diritto all’identità e alla libertà sessuale sostenuta dalle attiviste del Mit si trasforma, nella sua
traduzione istituzionale e legislativa, da una parte nella messa sotto tutela e nell’infantilizzazione
delle stesse persone trans (tramite la prescrizione di una consulenza medico-legale) e dall’altra in
tema di ordine pubblico (attraverso un contenzioso in contraddittorio con il pubblico ministero).
Come i discorsi dei politici in sede di discussione parlamentare evidenziano, è proprio l’idea che tale
diritto potesse discendere da un principio di autodeterminazione ad essere più volte negata, e sostituita
dall’affermazione della natura patologica dell’esperienza trans. Tale situazione è la diretta
conseguenza del cruccio dei parlamentari stessi – soprattutto del gruppo democristiano – per la
mancanza di interpretazioni scientifiche certe, capaci di attestare le “vere” cause della transessualità
e, specularmente, di fornire parametri definitivi di appartenenza al maschile o al femminile (vale a
dire, al “vero” sesso). Un’incertezza che, tradotta nel testo di legge, si declina come richiesta di
procedimenti finalizzati ad accertare l’irreversibilità (“definitivo adeguamento”) della condizione
transessuale e dunque a rimuovere ogni ambiguità (almeno estetica) e traccia di “deviazione della
norma sessuale”, sulla cui base autorizzare (o meno) il cambio anagrafico del nome98.

97
Il binarismo di genere corrisponde alla naturalizzazione dell’assegnazione sessuale (come conseguenza del
possedere genitali codificati come maschili o femminili), dell’attribuzione di un genere (far corrispondere a due diverse
tipologie di corpi – rigidamente o maschili o femminili – diverse aspettative sociali) e dell’orientamento sessuale (il
desiderio erotico provato verso il genere opposto, e quindi eterosessuale). Come ben dimostrato dall’esperienza trans, la
naturalizzazione di questo processo ha storicamente prodotto esperienze “compatibili”, etichettando come patologiche e
devianti tutte le esperienze “fuori norma” (Cfr. Judith Butler, Gender Trouble, Feminism and the Subversion of Identity,
London New York, Routledge, 1990; Eve Kosofsky Sedgwick, Epistemology of the closet, Berkeley and Los Angeles,
University of California Press, 1990).
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In alcune delle sentenze emesse immediatamente dopo l’approvazione della legge 164/1982 venne richiesto di far
risultare “con sicurezza le caratteristiche fisiche e psichiche del diverso sesso”; che la rettificazione venisse autorizzata
solo in presenza di modificazioni dei caratteri sessuali esterni, nei casi in cui il soggetto avesse “già perduto i caratteri
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All’interno di questo tentativo definitorio, il dibattito legislativo costruisce così un confine
discorsivo netto tra sesso “anatomico” e sesso “psicologico”. A quest’ultimo, in maniera trasversale
rispetto agli schieramenti, i parlamentari si riferiscono con una pluralità di termini quali “identità
sessuale”, “convincimento”, “comportamento sessuale”, “personalità psichica”, “elemento psichico”,
“stato psicologico”, “il modo in cui il soggetto affronta la posizione di uomo o donna”. Qualche anno
più tardi, la varietà di tali definizioni troverà una sintesi nella nozione di “genere”, che tuttavia, in
quel preciso momento, non era ancora arrivata a diffondersi nel lessico politico italiano (neanche
femminista)99.
Nondimeno, è necessario sottolineare l’ambivalenza delle rivendicazioni che, a partire dalle
nozioni di “identità sessuata” o “libera sessualità”, attraversano i discorsi e le pratiche delle donne
trans protagoniste della battaglia per la legge. Similmente a quanto accaduto per i movimenti
femministi degli anni Sessanta e Settanta, queste si sono infatti qualificate come potenti categorie di
mobilitazione e analisi politica100. Tuttavia, l’immaginario dominante che il movimento transessuale
produsse alla sua nascita e nel corso delle rivendicazioni per la legge 164, esprimeva la necessità di
potersi definire (e poter essere riconosciute) senza ambiguità all’interno di una precisa matrice
binaria, semplicemente come “donne”. Accanto a questa che si attestò inizialmente come posizione
dominante, solo in un secondo tempo (e non senza conflitti) si manifestò nel gruppo anche quella di
chi, non desiderando affrontare o concludere l’iter di “riassegnazione”, rifiutava di definirsi
all’interno del tradizionale binarismo di genere. Questa emerse soprattutto grazie ad una delle
principali voci del movimento trans in Italia, Porpora Marcasciano, la quale, pur riconoscendo
l’importanza storica della legge 164, non ha esitato a sottolinearne le molte ambivalenze e falle:

Quella legge cosa rappresentava realmente? Se vogliamo estremizzare il discorso è stata una sorta di sanatoria (…). Il
sistema ha bisogno che ognuno si definisca maschio o femmina, quindi si è fatta ‘sta legge che spingeva le persone a
definirsi, a intraprendere un percorso e a esplicitarlo. (…) La garanzia del cambiamento di sesso era sulla carta ma non

anatomici principali del sesso originario”; che fosse acquisita “una sufficiente specificazione anatomica dell’altro sesso”
(Tribunale di Cagliari, 25 ottobre 1982; Tribunale di Milano, 2 novembre 1982; Tribunale di Roma, 3 dicembre 1982;
Tribunale di Sanremo, 7 ottobre 1991).
99
Come già detto, è John Money che inizia nel 1952 ad utilizzare la nozione di gender come strumento clinico e di
diagnosi nel trattamento dei bambini intersessuali, seguito nel 1968 da Stoller (nota 74). A partire dagli anni Settanta, i
primi studi femministi che negli Stati Uniti si appropriano della categoria di genere non riescono, fino agli anni Ottanta,
a destrutturare l’idea del corpo come dato naturale, utilizzandola come costruzione e riflesso sociale e culturale della
differenza sessuale, e non come possibilità di messa in discussione del concetto di sesso anatomico come realtà biologica
(maschile o femminile) immutabile. Sull’uso e abuso della categoria di genere nell’indagine storica si rimanda a Joan W.
Scott, Gender: A Useful Category of Historical Analysis, “The American Historical Review”, 1987, 91, 5, pp. 560-586 e
Usi e abusi del “genere”, in Joan Scott, Genere, politica, storia, a cura di Ida Fazio, Genere, politica, storia, Viella,
Roma, 2013, pp. 31-63.
100
Liliana Ellena, Vincenza Perilli, Sesso/Genere. Le trappole della naturizzazione, in Sabrina Marchetti e al. (a cura
di), Femministe a parole. Grovigli da districare, Roma, Ediesse, 2012, pp. 258-264.
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era nei fatti. Non cambiò nulla: cambiò il fatto che era possibile farlo e in Italia qualcuno si improvvisò chirurgo comin-
ciando i primi interventi, usando le persone trans come cavie. Non c’erano standard di cura che si seguivano, non c’era il
consenso informato: non c’era niente! Si dice: fatta la legge trovato l’inganno! La legge da una parte ha riconosciuto un
percorso e lo ha legittimato (…). L’approvazione della legge non ha coinciso con un piano progettuale, semplicemente si
riconosceva e si dava la possibilità, ma non è che ci fosse un accordo Stato-Regioni per cui le Regioni dovevano finanziare
i consultori, i centri specializzati101.

In conclusione, ciò che non risultò intaccata fu proprio la tenuta della matrice eterosessuale102 che ha

fortemente caratterizzato, fino al luglio 2015, la legge per il cambio di genere in Italia, con profonde
ricadute anche nelle modalità e possibilità di esperire il transito. Per quanto detto, la legge 164/1982,
osservata nella più ampia cornice politica e sociale all’interno della quale è stata concepita ed
emanata, assume i tratti di un “meccanismo compensatorio”103 atto contrastare il rischio di qualunque
ambiguità o violazione del binarismo di genere, incarnato delle stesse persone trans, e di
un’interpretazione di libertà di scelta in materia sessuale che, anche su altri fronti, nello stesso
periodo, alcune delle forze in campo stavano cercando, senza successo, di contrastare (basti pensare
al referendum per l’abrogazione della legge 194/1978 del maggio 1981, voluto su due versanti opposti
dal Partito Radicale e dal Movimento per la vita)104.
In questa storia (ancora quasi totalmente da scrivere) è chiaro che “la posta in gioco (…) è alta,
non solo e non tanto per gli attori coinvolti, quanto per i più ampi processi storici che si palesano”105.
Ed è in questo senso che l’esperienza storica e politica della transessualità e dell’ambiguità di genere
nel contesto contemporaneo si costituisce contemporaneamente come una domanda aperta ed un
“margine” dal quale tornare ad interrogare, con nuove domande di ricerca, il “centro” delle narrazioni
generali. Queste ultime infatti, non sempre e non del tutto sono riuscite finora a restituire complessità
ad eventi – quali quello che si è provato a descrivere – situati in posizione liminale tra le discipline,
e che necessitano ancora di essere storiograficamente indagati. Si tratta, in conclusione, di un progetto
epistemologico e metodologico, che se da una parte ha l’obiettivo di “sventare la minaccia di una
cancellazione simile a quelle che si produssero in passato”106 (ed emblematica in questo senso è la
storia delle donne), dall’altra intende mettere al centro dell’analisi le cornici discorsive all’interno

101
Tale accordo verrà siglato per la prima volta in Italia nel 1990 nel Lazio (legge n. 59/1990). Si rimanda ancora a
S. Voli, Le parole per dire e per dirsi. Intervista a Porpora Marcasciano, cit., pp. 34.
102
J. Butler, Gender Trouble, cit.
103
Erving Goffman, Stigma: Notes on the Management of Spoiled Identity, Prentice-Hall, Englewood Cliffs, 1963.
104
Mentre il Movimento per la vita chiedeva l’abrogazione della legge 194/1978, il Partito Radicale voleva
l’abrogazione di alcune norme al fine di rendere maggiormente libera l’interruzione volontaria di gravidanza. Il diritto
all’aborto verrà riconfermato dai NO del 67,9% di italiani.
105
Domenico Rizzo, Sessualità e storia: i limiti di un approccio identitario, in Emmanuel Betta (a cura di), Sessualità
e storia, “Contemporanea”, 2011, 4, p. 736.
106
Anna Rossi-Doria, Dare forma al silenzio. Scritti di storia politica delle donne, Viella, Roma 2007, p. 109.
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delle quali si è sviluppato il rapporto tra la percezione di genere, le aspettative sociali ad esso correlate
e i meccanismi culturali che nelle diverse epoche storiche hanno lavorato per celare, rendere visibili,
contrastare o controllare specifiche esperienze (trans)gendered.

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