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STAN ROMANEKCON J.

ALLAN DANELEK
MESSAGGI DALL’UNIVERSO
ISBN: 978-88-344-2605-0

Titolo originale dell’opera:


Messages – The Most Documented Extra-terrestrial Contact Story

Traduzione di Roberto Sorgo


Copyright © 2009 Stan Romanek
Published by Llewellyn Publications
Woodbury, MN 55125 USA
www.llewellyn.com
Fotografie ed equazioni riportate nel testo © by Stan Romanek Copyright © 2011
Gruppo Editoriale Armenia S.p.A.
Via Valtellina, 63 – Milano

Stampato da Print Duemila S.r.l.


per conto del Gruppo Editoriale Armenia S.p.A.
L’autore
Stan Romanek è cresciuto in una famiglia legata all’aviazione, spostandosi tra varie
basi militari nel Midwest e negli Stati occidentali degli USA. Con la moglie e la famiglia
risiede ora nel Midwest, dove lavora nel campo dell’informatica.
Da adulto Stan si è dedicato a varie discipline atletiche: è stato campione di
culturismo, ginnastica, nuoto e candidato alle Olimpiadi per il ciclismo. Invece le sue
esperienze paranormali, da lui talvolta definite «stranezze supreme», lo hanno avviato
su una rotta assai bizzarra che lui cerca disperatamente di capire.
Stan è apparso su tutte le principali reti televisive americane, nonché su molte altre
emittenti locali e via cavo; fra l’altro, ha partecipato a uno speciale della ABC con
Peter Jennings e ai programmi Larry King Live, Fox and Friends e AB C Morning
Show. L’elenco delle sue partecipazioni e interviste alla radio è ancora più lungo, su
emittenti che vanno da una costa all’altra degli USA. È stato oratore di primo piano in
convegni sugli U F O e ha rilasciato interviste o ha scritto per diverse riviste sul tema
degli UFO e del paranormale.
Ringraziamenti

Un libro come questo è l’apice dell’impegno di molte persone: alcune hanno fornito
sostegno tecnico e aiuto nelle ricerche, e molte altre hanno semplicemente offerto
incoraggiamento nel corso degli anni. Sebbene l’elenco di amici che mi sono stati
accanto in tutte queste esperienze possa riempire diverse pagine, desidero citare
specificamente alcune persone.
Il mio buon amico Mark Stahl e mia sorella Ann Romanek sono stati entrambi una
fonte di notevole sostegno e incoraggiamento.
Una parola di ringraziamento è dovuta anche al dottor Kasher, al dottor Sprinkle e al
dottor Swanson, unitamente ai numerosi ricercatori che sono stati disposti a mettere a
repentaglio la propria reputazione professionale per corroborare la mia storia.
Desidero ringraziare Nancy Talbott per la sua dedizione e l’impegno nel predisporre
tutte le analisi scientifiche dei reperti materiali della mia vicenda. La sua esperienza è
stata preziosa per conferire validità scientifica a questo caso. Sono inoltre grato al
regista Clay Roberts per le molte ore che mi ha dedicato per avvalorare le mie
esperienze, e per il suo documentario che verrà presentato in futuro.
Grazie alla mia agente, Anita Kushen, per tutte le ore che ha dedicato a fare di questo
libro una realtà. E grazie anche ad Alejandro Rojas e tutte le persone del MUFONper la
loro assistenza, nonché Rick Nelson del Paranormal Research Forum, amico prezioso e
indispensabile per l’équipe di ricerca: è sempre la voce della ragione. Un
ringraziamento al nostro nuovo amico Jack Butler, per la sua generosità nel sostenere la
causa, alla nostra amica Heidi Soudani, che è stata fonte di sostegno sia per mia moglie
Lisa sia per me, e a Victoria Albright per la sua amicizia e il suo aiuto nelle questioni
economiche, e per il suo ottimismo e l’incessante dedizione a questo progetto.
Infine grazie a Jeff Peckman per avere attirato l’attenzione del mondo sulla mia storia
e su questo argomento mediante la raccolta di firme al fine di creare una Commissione
affari extraterrestri a Denver, nonché per i suoi sforzi per creare una Commissione
affari extraterrestri alla Casa Bianca.
Ma più che a tutti gli altri voglio esprimere la mia gratitudine alla mia bellissima e
affettuosa moglie, Lisa, senza il cui amore e sostegno nulla di tutto questo sarebbe stato
possibile. La sua pazienza e la sua comprensione sono state più preziose di quanto lei
possa immaginare.
PREFAZIONE di J. Allan Danelek

Conobbi Stan Romanek nell’estate del 2006. Avevo appena tenuto una conferenza per
il Paranormal Research Forum (un’associazione locale di entusiasti del paranormale)
sull’argomento della reincarnazione, e poi a cena ero seduto accanto a lui. Mi fu detto
che era stato rapito e aveva «una bella storia» da raccontare, completa di prove
documentate, e che avrei dovuto parlare con lui.
Ora, all’epoca non ero particolarmente interessato agli extraterrestri. Ero sì di larghe
vedute riguardo alla possibilità che arrivassero razze aliene in visita sul nostro pianeta;
però non credevo all’idea che una persona potesse essere rapita a forza da parte di
esseri, presumibilmente illuminati, provenienti da un altro sistema stellare. Sapeva di
paranoia o psicosi o, come minimo, di stupidità, per cui non dimostrai particolare
interesse alla storia di Stan. Rimasi però impressionato dal fatto che lui non rientrasse
nel mio schema di come «dovesse» essere una persona rapita dagli alieni; non era
irrazionale, non portava un cappellino di stagnola per impedire al governo di sottrargli
i pensieri e nemmeno pareva incline ad attirare l’attenzione su di sé. In effetti sembrava
decisamente a disagio riguardo a quell’idea nel suo complesso, spaventato, perfino.
Chiaramente aveva una storia interessante da raccontare, immaginavo, però all’epoca
pensavo che la cosa dovesse finire lì.
Per quanto mi fossi imbattuto in Stan e sua moglie Lisa alcune altre volte in seguito,
perlopiù durante convegni e altre manifestazioni, solo dopo aver tenuto un’ennesima
conferenza per il Forum qualche mese dopo, ebbi occasione di ascoltare nei dettagli la
sua storia. Seduto di fronte a lui e alla moglie a cena in un ristorante, mi dissi che non ci
sarebbe stato nulla di male almeno ad ascoltarlo, tanto più che all’epoca ero impegnato
a mia volta a scrivere un libro sugli UFO.
Ciò che mi raccontò nel corso dell’ora successiva era difficile da credere, ma anche
emozionante. Parlava di equazioni algebriche da lui trascritte nel sonno e
dell’«impianto» che gli era stato asportato dall’anca e che si era dimostrato contenere
microprocessori e altri indizi di fabbricazione aliena, e di un sacco di altre esperienze
straordinarie a cui era andato incontro nei sette anni precedenti. Al termine della serata
ero meno sicuro che Stan fosse un fissato come avevo ipotizzato inizialmente, e
incominciai perfino a valutare seriamente la possibilità che la sua storia fosse vera, e in
tal caso quali potessero esserne le implicazioni.
Vinto dalla curiosità, cominciai poi a compiere qualche ricerca su Internet – sempre
un terno al lotto – sia su quell’uomo sia sulla sua storia, per vedere che cosa potessi
ricavarne, a favore o contro. Certo, aveva dei denigratori, persone che lo accusavano di
frode, di essere un fissato, di essere un genio astuto alla ricerca di soldi facili, ma
nessuna delle immagini che altri dipingevano di Stan corrispondeva all’uomo con cui
avevo parlato. In ogni caso i denigratori raramente sono una misura precisa della vera
indole di una persona; ciò che mi interessava erano il carattere e la qualità dei suoi
sostenitori – ammesso che ne avesse – e ciò che scoprii mi sorprese. A quanto pareva,
c’era un mucchio di scienziati e ricercatori dalle credenziali impressionanti disposti a
corroborare ufficialmente gran parte delle prove addotte da Stan, e in particolare le
misteriose equazioni da lui periodicamente prodotte nel sonno o sotto ipnosi. Questo,
unitamente a ciò che mi aveva raccontato lui riguardo alle sue esperienze personali e ad
altre prove, bastò per impressionarmi. Non posso dire di essere diventato un suo
convinto sostenitore già a questo punto, ma ero molto più disponibile di prima nei
confronti delle sue esperienze e delle possibilità da queste preannunciate. Frattanto,
però, tenevo d’occhio Stan Romanek e aspettavo che compiesse un passo falso. Di
sicuro, se fosse stato un imbroglione, prima o poi avrebbe commesso qualche errore
grossolano che avrebbe dimostrato come la sua storia fosse un unico, enorme scherzo di
cattivo gusto, e allora avrei capito.
Con mia grande sorpresa, non è mai successo. Semmai Stan è rimasto determinato (e
spaventato) riguardo all’intera faccenda, almeno quanto lo era la prima volta che lo
incontrai. Di giorno in giorno più curioso, alla fine mi decisi a partecipare a una
conferenza da lui tenuta per verificare le «prove» di cui diceva di essere in possesso,
così avrei potuto decidere da me. Perciò, il 26 gennaio 2008, in una sala convegni
gremita nella sede del campus Auraria del Community College di Denver, mi ritrovai a
osservare una delle esposizioni con diapositive e video tra i più interessanti che io
avessi mai visto. Senza dubbio Stan aveva «molta carne al fuoco», come si usa dire, e
mi lasciò ancora più perplesso.
Però non fu soltanto la sua esposizione a farmi riflettere. Durante un intervallo a metà
conferenza, io e mio figlio approfittammo della giornata insolitamente mite e uscimmo
per discutere in privato riguardo al racconto di Stan. Quando stavamo rientrando
successe qualcosa di insolito: qualcosa che per me modificò l’intera equazione. Mentre
ci avvicinavamo alla base della scalinata dell’edificio, io notai che la gente guardava
in alto, fissando il cielo a nord e puntando il dito. Naturalmente, l’unica cosa da fare
quando succede qualcosa del genere è vedere che cosa sia tutta questa agitazione e
unirsi agli altri, e fu così che vidi due minuscoli punti di luce subito a destra di una
nuvola.
Inizialmente pensai fossero aerei o palloni di qualche genere, ma poi mi resi conto
che sembravano completamente fermi e silenziosi, in apparenza molto simili a una
coppia di stelle (anche se mancava oltre un’ora al crepuscolo). Ciò che mi colpiva
particolarmente al riguardo era che, diversamente dagli aerei lucenti di alluminio o dai
palloni di stagnola, non erano particolarmente riflettenti ma erano più o meno del
colore della nuvola adiacente. Tuttavia era chiaro come non facessero parte della
nuvola; semplicemente sembravano due puntini bianchi in lontananza.
Mentre ancora riflettevo su che cosa potessero essere, notai qualcosa con la coda
dell’occhio: numerose luci minuscole e in movimento rapido che ruotavano
descrivendo una stretta spirale in senso orario, appena qualche decina di metri sopra di
noi. Inizialmente pensai che si trattasse di una serie di aquiloni altamente riflettenti
catturati in un vortice di vento o forse di uno stormo di uccelli intenti a rincorrersi in
formazione ravvicinata, ma studiando più attentamente quel fenomeno fui rapidamente
costretto ad abbandonare entrambe queste spiegazioni. Le luci si muovevano troppo
rapidamente l’una rispetto all’altra per essere degli aquiloni e nemmeno vi era un alito
di vento che potesse avere creato lassù un vortice turbinante. E quanto agli uccelli, a
una distanza tanto ravvicinata sarebbero stati ben evidenti. Inoltre, una formazione di
uccelli non avrebbe proseguito l’inseguimento per tanti minuti, ma si sarebbe presto
stancata del gioco e sarebbe andata via. No, non erano aquiloni, né uccelli, né aerei
telecomandati, né palloni, né alcunché io avessi mai visto prima. Invece sembravano
semplici globi luminescenti impegnati in qualche sorta di danza elaborata, ciascuno dei
quali scompariva inspiegabilmente per diversi secondi per volta, ricomparendo poi dal
nulla qualche secondo più tardi per proseguire quell’inseguimento reciproco con una
circolazione scorrevole, quasi fluida.
Mio figlio ed io osservammo entrambi quello spettacolo abbagliante per quasi cinque
minuti prima che le luci finalmente prendessero a ridursi di numero fino poi a
scomparire del tutto, lasciandoci un po’ sbalorditi, al pari di decine di altri testimoni.
In seguito, nel riflettere su ciò che avevo visto durante l’intervallo della conferenza,
l’unica ipotesi che mi apparisse sensata era di avere osservato una sorta di spettacolo
luminoso, forse una manipolazione di plasma, creata mediante l’uso di qualche forma di
tecnologia a me poco nota, il tutto eseguito specificamente per il divertimento della
folla.
Oppure era qualcosa di più? Poteva essere una sorta di conferma del fatto che le
esperienze di Stan fossero qualcosa di più di un racconto? Questa esibizione era forse
in realtà un «segno» a cui io dovessi prestare attenzione? Non lo so, ma di sicuro mise
in discussione i miei presupposti e, quando lentamente ci incamminammo di nuovo
verso la sala convegni, con la mente che ancora frullava per la straordinaria esibizione
di aerodinamica di cui eravamo appena stati testimoni, io mi sentii molto più
disponibile nei confronti della storia di Stan. In effetti, considerando ciò che avevamo
appena visto, la sua storia all’improvviso assumeva un aspetto incalzante e io rimasi ad
ascoltare con profonda attenzione mentre Stan mostrava alcune delle testimonianze
video più straordinarie che avessi mai visto. Al termine non sapevo proprio che cosa
pensare, ma sapevo che stava succedendo qualcosa di straordinario. Di conseguenza,
quando qualche mese dopo l’agente di Stan mi interpellò proponendomi di contribuire a
una rielaborazione del suo libro, acconsentii ad affrontarlo.
Tuttavia, poiché io sono noto per scrivere libri con un’inclinazione generalmente
obiettiva verso gli argomenti legati al paranormale, non è stato sempre facile evitare di
esprimere giudizi nell’esporre la vicenda di Stan. In effetti, rielaborando il libro nella
sua forma attuale, ammetto di avere avuto qualche difficoltà ad affrontare tutto questo
materiale. Però, avendo avuto occasione di parlare a quattr’occhi con Stan riguardo alle
sue esperienze e di esaminare di prima mano le sue prove, alla fine sono giunto ad
apprezzare l’importanza della storia che lui ha da raccontare. La storia di Stan
Romanek non è una delle tante in una litania di resoconti di contatti e rapimenti multipli,
ma è unica per via della pura e semplice quantità di prove concrete che la corroborano,
prove che, prese nel loro insieme, rendono la sua storia non solo credibile ma
addirittura strabiliante. Rielaborando questo materiale, ho avuto occasione di parlare
con fisici che hanno esaminato le equazioni prodotte da Stan in stato di trance e con
ricercatori che hanno studiato le tracce lasciate dai suoi incontri, e inoltre sono stato a
colloquio con esperti di video per esaminare in dettaglio le varie fotografie e i filmati
da lui acquisiti nel corso degli anni. Ho avuto perfino il privilegio di osservare una
delle sedute di regressione ipnotica di Stan in cui a quanto pare faceva da medium per
uno dei grigi alieni, il che ha fatto del mio ruolo in quest’opera, se non altro, una
straordinaria esperienza di apprendimento e un’avventura di cui ho l’onore di aver fatto
parte.
Alla fine ritengo di essere riuscito a presentare la storia di Stan in maniera semplice
per invitare il lettore a decidere da sé che cosa accettare e che cosa no. Inoltre, poiché
questo libro è il culmine di anni di lavoro da parte di Stan e dei suoi amici, per quanto
possibile ho utilizzato le parole precise di Stan o come minimo ho cercato di
conservare la sua voce nel mettere insieme tutti i vari elementi, con la speranza di farla
rimanere veramente la sua storia. Lascio ad altri stabilire se sia riuscito a raggiungere
questo obiettivo.
Solo il tempo dirà se questa opera potrà resistere agli assalti dei numerosi detrattori,
presenti e futuri. In qualche modo sospetto che ne sarà all’altezza.

J. ALLAN DANELEK,
novembre 2008
Il coautore

Originario del Minnesota, ma residente nel Colorado dal 1969, J. Allan Danelek (Jeff
per gli amici) da oltre vent’anni è artista grafico e dal 2002 è un ricercatore del
paranormale. Attualmente persegue l’attività di romanziere mentre continua a illuminare
i suoi lettori su un’ampia gamma di argomenti legati al paranormale. Jeff ama esaminare
gli argomenti da un punto di vista obiettivo, scientifico, invitando i lettori a decidere da
sé che cosa credere. Autore di vari libri per la Llewellyn Worldwide, tra i suoi titoli vi
sono The Mystery of Reincarnation, The Case for Ghosts, Atlantis: Lessons from a
Lost Continent e, recentemente, UFO, il grande dibattito, la sua prima opera sul
fenomeno degli UFO. Attualmente risiede a Lakewood, nel Colorado, con la moglie
Carol. Jeff vi invita a mettervi in contatto con lui tramite il suo sito Internet
www.ourcuriousworld.com.
Introduzione

Secondo un sondaggio Roper (www.scifi.com/ufo/roper/) del 2002, effettuato per il


canale televisivo di fantascienza Sci-Fi, più di metà degli americani ritiene che gli
extraterrestri abbiano visitato o stiano visitando la Terra, mentre il 14 per cento circa –
un americano su sette – ritiene di avere avvistato di persona un UFO oppure conosce
qualcuno che lo ha fatto. Fino a pochi anni fa io non solo facevo parte di quell’86 per
cento che non aveva mai visto un UFO ma mi sarei annoverato anche in quella metà di
americani che considerava il tutto una sciocchezza.
Il 27 dicembre 2000, però, il mio punto di vista cambiò. Da quel giorno, non soltanto
entrai a far parte di quel 14 per cento di americani che hanno avuto un proprio incontro
ravvicinato con qualcosa di non appartenente a questo mondo, ma in definitiva quel
giorno modificò anche le mie convinzioni riguardo a tutto ciò che sapevo, influenzando
la mia vita in un modo che non avrei mai ritenuto possibile.
Ma com’era possibile? Se vedere in cielo qualcosa che non può essere facilmente
spiegato può bastare a mutare la propria opinione sull’eventualità che gli extraterrestri
esistano, questo non dovrebbe essere però sufficiente a modificare tutta la propria vita,
vero?
Probabilmente no; e se quell’unico breve incontro fosse stato l’unico episodio,
probabilmente non avrebbe cambiato nulla. Ma quel giorno sarebbe stato solo l’inizio
di una catena di eventi che avrebbero trasformato radicalmente la mia vita in maniera
profonda e significativa, il che prosegue ancora oggi. Involontariamente, senza alcun
desiderio né alcun consenso da parte mia, sarei diventato qualcosa di più di un
ennesimo testimone di avvistamenti UFO. Invece venivo preparato a diventare un
messaggero – un «contattista» in gergo ufologico – per recare nel mondo i messaggi
degli alieni.
Difficile crederci, lo so. In effetti, non sono sempre sicuro di crederci io stesso e, se
non fosse per il cumulo crescente di prove a favore (prove empiriche, sperimentali,
quantificabili), anch’io sarei tentato di respingere questa idea come fanno molti altri.
Ma non posso negare la realtà di ciò che mi è successo. Le prove sono davvero
schiaccianti, le conseguenze sono troppo importanti.
Questa è la storia di tale trasformazione, corredata di fotografie, documenti, analisi
scientifiche e tutto il resto. Non è affatto completa, né perfetta. Lo scettico può sempre
affermare che alcune delle mie prove potrebbero essere replicate da un abile truffatore
e io non lo nego. Tuttavia a parlare sono soprattutto il peso e la qualità delle evidenze
(in gran parte acquisite davanti a testimoni oculari ed esaminate da esperti qualificati).
Comunque posso soltanto esporre il mio caso nel modo migliore possibile, lasciando
che i lettori decidano da sé che cosa pensarne. Certamente questo è il cammino che io
stesso devo affrontare quasi ogni giorno.
Ho esposto le informazioni generalmente in ordine cronologico e, sebbene taluni
dettagli possano apparire confusi col passare del tempo, sono accurati e fedeli rispetto
ai miei ricordi. Fortunatamente, a mano a mano che queste esperienze cominciavano a
impadronirsi della mia vita, vi erano altre persone ad assistere a molti di tali eventi, il
che rende la mia storia non solo uno dei casi di contattismo meglio documentati che si
conoscano, ma anche uno fra quelli col maggior numero di testimoni. Ove possibile
indico per nome tali testimoni, anche se mi riservo il diritto di omettere l’identità di
alcuni (perlopiù familiari e amici), perché me l’hanno chiesto oppure perché la loro
identità non è importante per questa storia. Inoltre alcune persone hanno chiesto di
conservare l’anonimato per motivi personali o professionali, richiesta che sono lieto di
soddisfare essendo consapevole delle conseguenze a cui potrebbero andare incontro
degli scienziati se dovessero mettere a repentaglio la propria reputazione faticosamente
conquistata, magari per poi scoprire che la loro fiducia in me è stata mal riposta.
Questa non è una storia accettabile dalla comunità scientifica, per cui rispetto il
desiderio degli studiosi di restare dietro le quinte e ammiro il loro coraggio
nell’avermi aiutato nei limiti delle loro possibilità. Comunque vi sono abbastanza
scienziati (molti dei quali con solide credenziali) disposti a visionare questo materiale,
e i lettori, come minimo, dovrebbero essere indotti a meravigliarsene.
Le fotografie di questo libro – con l’eccezione di alcune derivanti da ricerche e altre
create appositamente per questo libro – sono tutte mie. Purtroppo alcune immagini non
sono di qualità elevatissima. In parte questo è dovuto al fatto che sono fotogrammi tratti
da telecamere di videosorveglianza oppure sono state scattate di fretta con videocamere
poco costose azionate da persone spaventate e confuse (di solito io stesso). In certi casi
però è semplicemente dovuto alla natura della fotografia digitale, che purtroppo tende a
distorcere un’immagine quando viene ingrandita. Comunque gran parte delle immagini è
sufficientemente nitida da consentire di identificare che cosa stia avvenendo, e
dovrebbe bastare a dimostrare la fondatezza di quanto affermo. Inoltre, per amore di
brevità, accludo qui solo una parte della cospicua miniera di immagini, registrazioni
audio, dichiarazioni giurate e altre prove da me accumulate nel corso degli anni. Per la
maggior parte, tuttavia, le immagini allegate sono tra le migliori prove di cui sono a
conoscenza di visite aliene, anche se sono disposto a lasciare che i lettori giudichino da
sé.
Alla fin fine il mio unico desiderio è presentare queste informazioni e permettere a
chi legge di farsene un’opinione. Non pretendo che mi si creda a occhi chiusi, poiché
sarebbe contrario alla natura umana. Tutto ciò che chiedo è che i lettori si accostino a
questo materiale con larghezza di vedute, applichino ove necessario la propria capacità
critica e poi stabiliscano non soltanto se la mia storia è vera ma anche, in tal caso, che
cosa possa significare per loro stessi. Se sarò riuscito a realizzare anche solo in minima
parte questo obiettivo, avrò conseguito quello che mi sono proposto e, in effetti, quello
che mi sento tenuto a fare per conto di coloro che mi hanno affidato questo messaggio.

STAN ROMANEK,
novembre 2008
1. Crescere nella famiglia Romanek

Prima di addentrarmi nella mia storia, mi pare una buona idea far capire che genere
di persona io sia. In fin dei conti non succede tutti i giorni di incontrare un tale che
pronunci affermazioni straordinarie come faccio io in questo libro, il che rende non
solo utile, ma probabilmente anche essenziale, la presentazione di una mia breve
autobiografia.
Il mio passato non lasciava presagire la direzione che avrebbe preso la mia vita.
Sono nato nel dicembre del 1962 all’ospedale militare Fitzsimons di Denver, nel
Colorado, ultimo di quattro figli di un sottufficiale dell’aeronautica militare e di sua
moglie Vlasta. Pertanto ero quello che viene tecnicamente chiamato «figlio di un
militare», il che può costituire un ostacolo per un bambino, poiché voleva dire
riadattarsi a nuove scuole e a nuovi amici quando mio padre veniva trasferito da una
base dell’aeronautica all’altra, a intervalli di qualche anno. Per fortuna i bambini in
genere sono duttili rispetto a questo genere di esperienze e, a mano a mano che noi figli
ci abituavamo a questo continuo cambiamento di paesaggio, cominciavamo perfino a
pregustare le nuove avventure che ci attendevano ogni volta che la destinazione
operativa di papà costringeva la famiglia a trasferirsi di nuovo.
Fino a oggi non so ancora bene che cosa facesse mio padre nell’aeronautica. Tutto
ciò che sapevo era che c’entravano i missili Minuteman e di conseguenza lui negli anni
Sessanta e Settanta fu di stanza in quasi tutte le basi missilistiche importanti del
Midwest degli USA. Era tutto segretissimo, argomenti di cui parlare sottovoce, ma
d’altronde lo era tutto a quell’epoca, specialmente al culmine della guerra fredda,
quando lo spettro dell’annientamento nucleare incombeva come un’ombra su ogni cosa.
Mio padre andò in pensione da maresciallo di terza classe ed è ancora in gamba oggi, a
ottant’anni suonati.
Mia madre, una delle persone più gentili che io abbia mai conosciuto, era casalinga.
Da donna straordinaria, affabile e molto affettuosa qual era, teneva unita la nostra
famiglia. Ricordo che una volta ci portò a un picnic durante una tormenta di neve e ne
fece un’esperienza memorabile malgrado il freddo pungente, un’impresa che oggigiorno
poche donne avrebbero la capacità di portare a termine. Morì all’epoca del mio primo
matrimonio. Perderla mi distrusse e ancora oggi ne sento terribilmente la mancanza.
Questa sorta di esistenza nomade – che talvolta noi chiamavamo scherzosamente la
nostra «vita da zingari» – ebbe l’effetto di rendermi piuttosto timido e introverso. In
parte ciò era dovuto all’ampio divario di età fra me e i miei fratelli: mia sorella Ann ha
cinque anni più di me e i miei fratelli Jim e Jerry rispettivamente dieci e quattordici
anni di più. Per questo avevamo poco in comune, il che mi costringeva a trascorrere
gran parte del tempo alla ricerca di un modo per divertirmi. Peggio ancora, all’età di
cinque anni mi fu diagnosticata una grave dislessia, un disturbo dell’apprendimento che
mi portò a sviluppare un temperamento ancora più solitario, oltre che la tendenza ad
osservare il mondo in maniera un po’ strana. Il che mi fece sentire ancor più diverso
dagli altri bambini, ma un po’ per volta mi abituai a vivere all’interno del mio piccolo
mondo.
Inoltre, la dislessia ebbe su di me un’altra conseguenza, ancor più negativa. A quei
tempi i dislessici erano considerati degli stupidi o dei ritardati mentali, per cui gli
insegnanti mi spedivano da una classe differenziale all’altra. Essere considerato «più
scemo» degli altri bambini della mia età mi rendeva un bersaglio naturale per i bulli e
per gli insegnanti più insensibili (era un’epoca un po’ meno illuminata nel campo
dell’istruzione; da allora le cose sono notevolmente migliorate, mi dicono), col risultato
che finii per odiare la scuola. La cosa ridicola fu che, quando i miei genitori decisero
di farmi esaminare per accertarsi della gravità del mio disturbo dell’apprendimento, si
scoprì che il mio Qi, in realtà, era superiore alla media. In ogni caso la situazione si
aggravò al punto che abbandonai del tutto la scuola. Alla fine, però, conseguii il
diploma e passai alle superiori.
Dopo la scuola pubblica andai a studiare design e arti grafiche. Frequentai inoltre un
istituto di specializzazione in gestione aziendale e, per un certo periodo, mi avviai alla
carriera di stilista di moda. Quando me ne stancai, mi procurai un posto nel settore
della gestione aziendale e della vendita al dettaglio, lavorando per un certo periodo
perfino nella sede della Schwinn, l’azienda produttrice di biciclette. In effetti, il
ciclismo mi piaceva tanto che per un po’ valutai seriamente la possibilità di darmi al
professionismo, mirando alla partecipazione alle Olimpiadi; nel frattempo, diversi miei
compagni di squadra morirono in un incidente aereo: la sciagura mi distrusse
completamente. Infine, in parte perché i miei computer erano continuamente attaccati
dagli hacker (argomento che esamineremo più avanti), diventai piuttosto abile nel
riparare e nel riconfigurare i computer, eliminando i virus (cosa che faccio ancor oggi).
Ah, prima che me ne dimentichi: imparai anche a suonare il flauto amerindio da
autodidatta, diventando abbastanza bravo da incidere un CD e da andare in tournée. È un
hobby che ancora oggi mi procura grande divertimento.
La morte di mia madre, abbinata al fallimento di due rapporti affettivi nel corso dei
successivi vent’anni, mise a dura prova la mia capacità di reagire. Poco dopo la morte
di mia madre, dovetti affrontare un divorzio straziante e un rapporto ancora più
problematico con una ragazza psicotica. Poi, finalmente, nel 2000 conobbi Lisa, la mia
attuale moglie, grazie a Internet (e che nessuno vi venga a raccontare che il web non è
un’ottima opportunità per conoscere gente). Ancor oggi Lisa ed io scherziamo sul fatto
che mi ci sia voluto un bel po’ di tempo prima di trovare la strada giusta, e suppongo
che sia vero. Lisa è una persona di eccezionale buon cuore, dotata di un ottimo senso
dell’umorismo, che mi ha offerto un sostegno incredibile negli otto anni trascorsi
assieme. In effetti, di fronte a eventi che avrebbero fatto scappare a gambe levate una
donna meno in gamba, si è dimostrata ben fornita di forza d’animo. Ad essere onesto,
senza l’affetto di Lisa non so come avrei potuto gestire le esperienze che ci attendevano
e che continuano ancor oggi a rendere così folle la nostra vita.
Una delle domande più comuni che mi vengono poste è se avessi mai coltivato in
precedenza qualche interesse per gli UFO o per gli argomenti paranormali in genere: la
mia risposta è un no deciso. La fantascienza non mi attirava (inoltre, la mia grave
dislessia mi impediva comunque di leggere) e non mi sono mai piaciuti Star Trek,
Guerre stellari o quei polpettoni extraterrestri con cui sono cresciuti in tanti negli anni
Settanta e Ottanta. In effetti, ero tutt’altro che un ufologo e prendevo in giro senza pietà
il mio buon amico Mark, che fin dalle superiori era diventato un fanatico degli UFO. Una
volta riuscì perfino a convincermi a frequentare con lui un seminario sull’argomento e
ben presto lo indussi a pentirsene. Mi dimostrai così sgarbato e strafottente che tutti gli
altri partecipanti mi evitavano (e non a torto, posso aggiungere). Decisamente, la cosa
mise a dura prova la nostra amicizia, ma da vero amico Mark sopportò le mie
sciocchezze e per anni fece finta di non accorgersi del mio evidente disprezzo per
l’ufologia.
Considerando il mio passato e il mio atteggiamento, non mi viene in mente nessuno
meno preparato di me ad affrontare le esperienze che mi attendevano. Era come se Dio
avesse preso il più grande scettico – meglio ancora, il più grande cinico – riguardo agli
UFO che potesse reperire e l’avesse collocato al centro dell’esperienza più folle
immaginabile. Da allora ho imparato che il mondo non è proprio in bianco e nero come
avevo ipotizzato. In effetti ho capito che è un luogo molto più vasto di quanto ritenessi
possibile, e tutto cominciò in una mattinata fresca e frizzante nel dicembre del 2000.
Ma sto andando troppo avanti. Innanzitutto desidero raccontarvi alcune cose strane
che avvennero prima dell’inizio di tutta questa follia e che potevano far presagire come
il mio futuro fosse destinato a evolversi in maniera piuttosto fuori dell’ordinario.
2. UFO sul North Dakota
e la «BELLA SIGNORA»

Dal momento che ho appena sottolineato la mia incredulità riguardo agli UFO e, in
generale, il mio disgusto per l’argomento prima del mio «risveglio» nel 2000, qualcuno
forse troverà sorprendente scoprire che, malgrado il mio ardente scetticismo, ebbi a che
fare con gli UFO fin da bambino, anche se non di persona.
Tutto cominciò poco dopo che mio papà fu destinato alla base dell’aeronautica di
Grand Forks e noi abitavamo nella cittadina di Northwood, nel North Dakota. Al pari di
molte città del Midwest, Northwood vivacchiava a un ritmo piuttosto blando, e ogni
giornata rispecchiava la precedente, in una sequenza apparentemente infinita di
monotonia e talvolta di noia. Quell’andazzo, però, fu interrotto una mattina d’estate del
1966, quando fui svegliato da mio fratello Jimmy che correva strepitando per casa,
urlando di aver visto qualcosa di insolito volare sopra la strada principale di
Northwood. Raccontando la sua versione dei fatti nella maniera affannata di cui sono
capaci solo gli adolescenti, disse a mia madre e a me che passando in bicicletta aveva
notato una sorta di veicolo librarsi silenziosamente per diversi minuti al di sopra del
serbatoio dell’acqua della cittadina, dopo di che l’oggetto si era smaterializzato sotto i
suoi occhi ed era scomparso. Terrorizzato da quell’esperienza, Jimmy si era fiondato a
casa per riferirci la notizia prima ancora di finire di recapitare i giornali del suo giro di
consegne.
Non eccezionalmente, la mamma non rimase impressionata da questa storia di
visitatori extraterrestri intenti a ispezionare in modo sinistro la principale riserva
d’acqua della cittadina e scoppiò a ridere incredula. Più tardi nel corso della giornata,
però, quando papà tornò a casa dopo il lavoro nella vicina base dell’aeronautica di
Grand Forks, la discussione sull’argomento assunse un tono più serio. Sentii mio padre
dire alla mamma che lui e qualche altro dipendente della base avevano visto un oggetto
– che descrisse in seguito come una sfera rossastra molto grande, assai simile a quella
che aveva visto mio fratello quella mattina – librarsi sopra i silos dei missili della base
prima di spostarsi sopra la cittadina. Parlavano dell’episodio sottovoce, in tono quasi
cospiratorio e, quando guardarono verso di me e si accorsero che stavo origliando, la
conversazione si concluse bruscamente. Non ebbi mai occasione di ascoltare ulteriori
dettagli su questo primo avvistamento, ma ricordo che mamma e papà da allora per
qualche motivo inspiegabile presero ad acquistare acqua in bottiglia. Quanto al reale
grado di coinvolgimento di mio padre in tutta la faccenda, rimarrà sempre un mistero,
poiché ancora oggi lui si rifiuta di parlarne. Tutto ciò che so è che questo episodio è
ben radicato nella storia della mia famiglia, anche se non sono del tutto sicuro che sia
realmente accaduto, magari avevo solo bisogno di crederci a tutti i costi. Solo
effettuando ricerche qualche anno dopo avrei scoperto che in quel periodo vi erano
state segnalazioni di oggetti misteriosi comparsi sopra diverse importanti basi
missilistiche del Midwest, talvolta in relazione al cattivo funzionamento dei missili
senza motivo apparente, il che conferisce al racconto di mio papà (e di mio fratello
Jimmy) molto più peso di quanto gliene avessi assegnato io da bambino.
Ma questo non fu l’unico episodio insolito della mia infanzia. Un altro evento ancora
più misterioso si verificò intorno a quel periodo (e altre due volte diversi anni dopo).
Non so bene quanto avesse a che fare con gli UFO o gli extraterrestri, ma era un evento
contrassegnato da un’assoluta stranezza, che si sarebbe rivelata una costante dei miei
anni successivi. Lo chiamo, in mancanza di un termine migliore, l’episodio della «bella
signora».
Avvenne appena pochi giorni dopo che l’ UFO ebbe sorvolato a bassa quota la base di
mio padre. Mi trovavo fuori a giocare vicino a casa e, afferrando una manciata di sassi,
presi a scagliarne alcuni contro la mia automobilina a pedali. Mentre innocentemente
tiravo sassi, udii un rumore e mi voltai, scoprendo una strana signora in piedi alle mie
spalle. La definisco strana solo per via dei suoi occhi inconsueti: straordinariamente
grandi e a mandorla, con la più strabiliante sfumatura di azzurro nell’iride. Inizialmente
rimasi sconcertato, ma quando lei mi salutò cordialmente io subito mi calmai.
«Ciao, come stai?» mi domandò.
Io non risposi.
«Stai tranquillo... non devi avere paura di me, non ti faccio del male». Tese la mano.
«Sai, tu sei un bambino davvero speciale e io ho una cosa da mostrarti», disse,
reggendo qualcosa nel palmo della mano.
Guardai l’oggetto che teneva in mano. Sembrava una biglia azzurra brillante; mentre
la fissavo, prese a darmi un’insolita sensazione di torpore.
All’improvviso comparve mia madre che, dopo avere scambiato un saluto con quella
strana donna che si allontanò bruscamente, prese me e la mia automobilina a pedali e mi
ricondusse a casa.
«Per favore, rimani dentro a giocare», mi disse la mamma con un pizzico di
irritazione (o era paura?) nella voce. È evidente – almeno con il senno di poi – che la
donna in qualche modo l’aveva spaventata. Ripensandoci, rammento qualcosa di molto
insolito: non ricordo che la donna in questione muovesse le labbra mentre parlava,
eppure le sue parole mi ronzano ancora chiaramente nella testa. Avrei compreso il
significato di quell’episodio diversi anni dopo.
Ma non fu l’ultima volta che vedemmo la «bella signora», come in seguito la chiamai.
Diversi anni dopo, quando papà era di stanza alla base dell’aeronautica Warren presso
Cheyenne, in Wyoming, mamma e papà portarono me e mia sorella a fare gli acquisti
natalizi. Ora, il Natale era sempre un’occasione importante nella nostra famiglia, e
mamma e papà facevano del loro meglio per rendercela speciale. Desiderosi
com’eravamo di ornare la casa con delle decorazioni, un pomeriggio uscimmo tutti per
acquistare carta da pacchi e orpelli per addobbare l’albero.
Avevamo appena concluso il nostro giro di acquisti e stavo per entrare in auto,
quando mi si avvicinò una donna che mi poggiò la mano sulla testa. Ricordo che fissò
mia madre, che era già seduta sul davanti col finestrino abbassato.
Spostando lo sguardo verso di me, la donna disse: «Avete un figlio così carino».
«Grazie», rispose mia madre, mentre la donna manteneva su di me il suo sguardo
fisso e ipnotico.
Mentre la guardavo negli enormi occhi azzurri, avvenne qualcosa di strano. Mi
pareva di conoscerla. Era come se l’avessi già incontrata da qualche parte ma non
ricordavo quando. Allora mi venne in mente: era la stessa signora con cui avevo parlato
anni prima davanti alla nostra casa di Northwood. Ma pareva impossibile: poteva
davvero avere seguito la mia famiglia dal North Dakota fino al Wyoming?
Ciò che avvenne in seguito sarebbe anche potuto sembrare un episodio piacevole se
non fosse stato tanto bizzarro.
«Se non lo volete più, lo prendo io», disse la donna ai miei genitori e la mancanza di
una risposta immediata da parte loro mi fece quasi pensare che stessero valutando
l’offerta. Per fortuna la mamma, dopo essersi ripresa dallo stupore iniziale per via di
quella strana osservazione, sorrise alla donna.
«No, grazie, credo proprio che ce lo terremo ancora per un po’», disse cortesemente.
La donna si limitò a sorridere e si allontanò.
«Che strano», osservò papà, chiaramente poco incline alle esagerazioni, mentre
ripartivamo. Alla fine dimenticammo l’episodio e tornammo a casa per completare le
decorazioni, senza presagire neanche per un attimo che quella donna strana sarebbe
ricomparsa.
Io l’avrei rivista ancora una volta, diversi anni dopo, stavolta a Denver, nel
Colorado. Sarebbe stato il più bizzarro dei miei incontri con lei, e non lo dimenticherò
mai.
Avevo dieci anni ed era una bellissima mattinata estiva. Poiché era una giornata
calda, andai a piedi fino al parco per incontrarmi con gli amici in attesa che aprisse la
piscina. Dopo essermi seduto sull’altalena, mi lasciai dondolare sopra la ghiaia, e fu
allora che con la coda dell’occhio vidi qualcuno arrivare verso di me lungo il vialetto.
Dapprima pensai che fosse un mio amico, ma quando si avvicinò mi resi conto di avere
torto, anche se la figura mi pareva in qualche modo familiare. Mi raggiunse e si
accomodò su un’altalena accanto a me.
«Ciao, come stai?» domandò. Il suo tono era amichevole e cordiale.
Incapace di rammentarmi dove l’avessi conosciuta, timidamente stetti al gioco. «Io
sto bene. E tu?».
Rispose che stava bene e si mise a parlare del più e del meno. Mi fece ogni sorta di
domande riguardo alla mia vita, per esempio se ero contento, che cosa mi piacesse di
più mangiare, quali attività preferissi. Le dissi che mi piaceva nuotare e mi ricordo
perfino di essermi vantato di aver costruito un capanno per le riunioni con gli amici.
All’improvviso la conversazione prese una svolta inaspettata. «Sai, sei un bambino
speciale», mi disse in tono serio. «Fai parte di noi... e noi facciamo parte di te».
Ora, fino a questo punto ero rimasto perlopiù a guardare giù verso terra mentre
parlavamo, ma quando disse così alzai lo sguardo verso il suo volto e notai quegli
enormi occhi azzurri. Era la stessa signora che avevo incontrato due volte in precedenza
e quel pensiero mi investì come un treno merci. Cosa ancora più straordinaria, però,
quando la guardai mi resi conto all’improvviso che non muoveva le labbra mentre
parlava! L’intera conversazione era avvenuta telepaticamente e io rispondevo alle
domande che mi si presentavano nella testa! Anche se la cosa non mi aveva
impressionato quando avevo cinque anni, adesso a dieci anni mi fece andare fuori di
testa e, spaventato e confuso, tornai di corsa fino a casa.
Non capii mai chi fosse quella dorma né perché sembrasse comparire nei momenti e
nei luoghi più inaspettati, ma in retrospettiva mi domando se non mi stesse in qualche
modo «preparando» per quel futuro assai inconsueto a cui un giorno sarei andato
incontro. Domanda ancora più pertinente: era un’extraterrestre? A parte quegli enormi
occhi azzurri luminosi, sembrava del tutto umana, ma ho sentito parlare di casi in cui i
rapiti dagli alieni avevano ricevuto da bambini analoghe visite da parte di persone
inconsuete che sembravano «prepararli» per la loro futura esperienza di rapimento a
distanza di anni o talvolta perfino di decenni. Considerando tutto ciò che è avvenuto da
allora a oggi, non sarei affatto sorpreso se fosse così riguardo a quella bella signora, i
cui enormi occhi azzurri continuano a ossessionarmi ancora oggi.
3. Incontro ravvicinato del primo tipo:
Red Rocks, dicembre 2000

Tutto cominciò per via di una donna!


Be’, in un certo senso. Cerco di spiegare.
Come ho scritto in precedenza, io e mia moglie Lisa ci conoscemmo su Internet
nell’estate del 2000 e subito avviammo un’amicizia, scambiandoci messaggi di posta
elettronica quasi ogni giorno. Alla fine mi decisi a spingere un passo più avanti la
nostra amicizia e a conoscerla di persona, ma poiché lei allora viveva nel Nebraska e
io nel Colorado un simile incontro appariva assai improbabile. Tuttavia ero deciso a
incontrarla e, una volta preso coraggio, le chiesi di venire a trovarmi. Ora, è un grande
passo per chi ti conosce soltanto tramite messaggi su Internet, per cui Lisa inizialmente
non era entusiasta dell’idea. Inoltre era stata nel Colorado solo una volta in precedenza,
e durante quella visita aveva piovuto quasi per tutto il tempo, il che le aveva lasciato
un’impressione non proprio favorevole di questo stato (che curiosamente vanta una
media di trecento giornate di sole l’anno; ma basta con la propaganda turistica). Non
sorprende dunque che Lisa non fosse ansiosa di ripetere l’esperienza; o perlomeno
questa era la sua scusa.
Come potevo allora convincere Lisa a venire a trovarmi nel Colorado? Mi vennero in
mente numerose possibilità prima di decidermi a favore della brillante idea di
videoregistrare lo spettacolare paesaggio locale e spedirle il filmato. Nel momento in
cui Lisa avesse constatato la bellezza delle montagne e come questo stato di solito fosse
davvero inondato di sole, avrebbe potuto soltanto dirmi di sì. Pensavo che fosse un
programma splendido e pochi giorni dopo il Natale del 2000 partii con la videocamera
in mano.
Secondo me il luogo migliore per incominciare le riprese era l’anfiteatro roccioso di
Red Rocks presso Morrison, nota bellezza naturale annidata alla base delle maestose
Montagne Rocciose subito a ovest di Denver. Pensavo che questa entusiasmante vista
panoramica della città potesse essere l’inizio perfetto per il mio video domestico.
Prendendo una delle strade secondarie per il Red Rocks Park, ben presto mi trovai
alla periferia della città e mi avviai verso le colline pedemontane. Non appena
raggiunsi la strada che mi avrebbe portato a Red Rocks, notai numerose auto ferme sul
ciglio della strada e gente che guardava in su verso le linee elettriche che
fiancheggiavano la strada. Ovviamente la presenza di gente, ferma accanto alle auto,
che indica il cielo è sempre irresistibile per cui alzai lo sguardo per vedere quale fosse
il motivo di tutta quella agitazione. Così facendo, rimasi sbigottito nello scorgere un
oggetto luccicante che si librava sopra le linee elettriche, a non più di una quindicina di
metri da terra. Il mio primo pensiero fu che fosse qualche sorta di mongolfiera, ma più
lo osservavo e meno ne ero certo. Abbassando il finestrino del mio camper, rallentai
cercando di vedere meglio quella cosa.
Studiando con cura quell’oggetto, ben presto accertai che era una sorta di veicolo
metallico di forma strana, segmentato in sfere multiple, col corpo principale
arrotondato in cima e sei sfere più piccole che ruotavano lentamente in senso antiorario
sul fondo. Era assai riflettente, simile ad alluminio lucidato, ed era lievemente inclinato
nella direzione verso cui si muoveva, ma forse la cosa più strana di quel veicolo era la
zona di colore nero inchiostro tra le sfere inferiori rotanti. Era il nero più nero che
avessi mai visto in vita mia; sembrava che, in qualche modo, riuscisse a risucchiare
tutta la luce circostante. Pensai che se qualcuno ci avesse gettato dentro un sasso, questo
sarebbe continuato a cadere all’infinito al suo interno.
Mi stavo innervosendo mentre avanzavo lentamente col camper, ma questo non era
niente rispetto a quando mi accorsi che quel maledetto oggetto sembrava seguirmi! Mi
spaventai tanto che premetti l’acceleratore per allontanarmi in fretta, prima di
rammentare all’improvviso di avere con me la videocamera. Resistendo alla tentazione
di fuggire, presi l’apparecchio e fermai il camper sul ciglio della strada.
Quasi subito avvertii una sensazione stranissima sulla pelle. Sembrava che l’aria
fosse pervasa da elettricità statica, che mi faceva rizzare i peli sulle, braccia. Era come
se l’atmosfera fosse impregnata di una potente carica elettromagnetica. Imperterrito,
malgrado quella strana sensazione, puntai la videocamera verso l’oggetto e per qualche
secondo rimasi lì sulla strada a filmarlo.
Curiosamente, sembrò che in quel mentre il veicolo reagisse spostandosi fino ad
assumere una posizione perfettamente verticale. Poi, con un «pum», all’improvviso
volò dritto verso l’alto, creando un piccolo bang sonico che mi fece sventolare la
camicia contro la pelle. Cosa ancora più straordinaria, l’oggetto si fermò con altrettanta
rapidità così come era schizzato all’insù, inducendomi a dubitare dei miei sensi. Non
sono un esperto di aviazione, ma sapevo bene che nessun veicolo provvisto di
equipaggio sarebbe stato capace di effettuare una simile evoluzione e che non esiste al
mondo una persona in grado di sopravvivere alle forze gravitazionali create da una tale
manovra. Rimasi sgomento.
Dopo qualche istante il veicolo si allontanò a spirale e scomparve nel cielo azzurro,
lasciandomi lì in piedi al margine della strada con la sensazione di avere appena visto
qualcosa di più surreale che reale. Ancora molto scosso, tornai al camper e mi spostai
di un centinaio di metri fino al punto in cui altre persone si erano fermate nei pressi di
un piccolo parco in cui portare à spasso i cani. Mentre parlavamo fra noi, alzammo lo
sguardo e notammo un paio di caccia F-16 sfrecciare nella direzione verso cui era stato
visto per l’ultima volta l’UFO. Ci furono risate quando uno dei testimoni disse: «Tanti
auguri, per acchiappare quella cosa!». Avere appena avvistato quel bizzarro veicolo
rappresentava per me una particolare ironia, poiché appena qualche giorno prima avevo
preso in giro il mio amico Mark perché credeva a quelle sciocchezze sugli UFO, e ora
avevo un’esperienza tutta mia da raccontare! L’unica certezza era che ero lieto di avere
portato la videocamera.
Quando tornai a casa quel pomeriggio, collegai subito la videocamera al
videoregistratore per vedere se fossi riuscito a filmare quello strano oggetto. In realtà,
appariva un po’ sfocato, e sfrecciava incerto qua e là mentre cercavo di puntarci contro
la videocamera, comunque ero riuscito a riprenderlo! Non era un’immagine nitida e
chiara come speravo, ma era decisamente qualcosa di insolito: «qualcosa» che non si
poteva spiegare o accantonare facilmente. Né ignorare.
Perfino allora, pochi istanti dopo l’avvistamento, la mia mente non sembrava
permettermi di credere a ciò che era appena successo; ma, dopo aver visto e rivisto il
filmato, alla fine mi convinsi di avere osservato qualcosa di veramente straordinario.
Telefonai a Lisa nel Nebraska per farle sapere che non ero mai arrivato a Red Rocks e
spiegargliene il motivo.
Forse avrei dovuto immaginare che sarebbe rimasta piuttosto scettica, come lo sarei
stato io se mi avesse telefonato lei all’improvviso raccontandomi una storia simile.
Inoltre, poiché ci conoscevamo da appena pochi mesi, e Lisa non era del tutto convinta
nei miei riguardi, il tono di apprensione nella sua voce era comprensibile; sono sicuro
che non fosse entusiasta di allacciare un rapporto con un pazzoide! La sua incredulità
mi fece pentire di tutte quelle volte in cui avevo respinto o ridicolizzato resoconti di
avvistamenti di UFO da parte di qualcun altro, e pensai: «Adesso so come devono
essersi sentiti gli altri quando io li prendevo in giro».
In qualche modo dovevo dimostrarlo a Lisa. Rapidamente caricai il file video nel
computer e le inviai una copia perché la visionasse a casa sua. Il piano funzionò e
provai sollievo quando Lisa finalmente si convinse che stavo dicendo la verità. Ma,
anche se ero riuscito a convincere Lisa, come avrei potuto convincere me stesso?
Mesi dopo, avendo avuto occasione di riflettere su quanto avevo visto, mi risolsi a
disegnare uno schizzo a matita di quell’oggetto (si veda la riproduzione sotto).
Naturalmente, cercare di valutare le dimensioni e la distanza di un oggetto in alto nel
cielo non è mai facile, ma questi erano l’aspetto generale e le dimensioni di quel
veicolo, per quanto mi ricordi.
Disegno del primo UFO avvistato mentre mi dirigevo verso l’anfiteatro di Red Rocks a
Denver; nel Colorado.

Probabilmente non saprò mai che cosa fosse quell’oggetto, né da allora ho più visto
alcunché di simile. Tutto ciò che so è che quel misterioso oggetto argenteo fu foriero di
una catena di eventi che avrebbero modificato drasticamente la mia vita negli anni
successivi, in positivo e in negativo.
Ancora oggi m’innervosisco un po’ ogni volta che passo in auto nella zona in cui vidi
l’oggetto, nel rendermi conto con sgomento che quello è il punto in cui è incominciato
tutto.
4. La mia personalità magnetica

L’effetto più immediato e profondo della mia esperienza presso Red Rocks quella
mattina di dicembre fu che mi costrinse a riesaminare attentamente le mie convinzioni
sugli UFO e l’eventualità che vi possano essere intelligenze extraterrestri intente a tenere
sotto osservazione il nostro pianeta. Passare di colpo da scettico convinto a credente,
riluttante ma rassegnato, non era una transizione facile, ma può succedere.
L’esperienza mi indusse anche a riflettere sul fenomeno degli UFO in generale,
spingendomi a domandarmi che cosa contribuisse a rendere tante persone restie anche
solo a considerare l’ipotesi dell’esistenza degli UFO, specialmente alla luce della mole
impressionante dei documenti e delle prove schiaccianti a favore di questo fenomeno.
Che dipenda tutto l’enormità delle implicazioni che comporta? È forse il risultato della
paura, pura e semplice? Noi esseri umani amiamo immaginare che il nostro mondo sia
più o meno così come ci appare; sennonché gli E T e simili mettono in discussione tale
concetto. È difficile avere certezze in materia, ma in seguito alle mie esperienze ho
avuto modo di constatare l’esistenza di qualcosa di insolito. Il più delle volte sono le
persone meno istruite o arretrate a rifiutarsi di esaminare la possibilità di visite
extraterrestri, mentre le più colte non solo dimostrano maggiore disponibilità ma
desiderano addirittura saperne di più. Visto che ho impiegato tanto tempo ad accettare
le stranezze che mi capitavano, questo vuol dire che ero arretrato?
Credo di no. Sospetto che il mio scetticismo fosse dovuto al puro terrore.
Inizialmente non mi fidavo dei miei sensi. Ognuno ha le proprie idee su che cosa è reale
e su che cosa non lo è; al pari di molte persone, io mi opponevo a tutto ciò che
sconvolgesse i miei equilibri. Questa situazione viene chiamata dissonanza cognitiva,
ed è la forma più pura di tortura mentale.
Ma non bastava che avessi modificato il mio punto di vista in proposito. A
peggiorare la situazione, cominciarono ad accadere «cose» insolite, come se quanto
avevo visto avesse attirato l’attenzione di certi individui nell’ambito di quelle che
presumo fossero le alte sfere del potere. Lo so che sembra paranoico, ma nei mesi
successivi cominciai a notare strani clic ogni volta che parlavo al telefono. Presumendo
che vi fosse un guasto alla connessione, infastidii al punto la compagnia telefonica che
alla fine mandò un tecnico per dare un’occhiata. Rimasi non poco sorpreso quando
quest’ultimo scoprì sulla mia linea telefonica esterna un apparecchio per le
intercettazioni. Il tecnico mi assicurò che era un apparecchio illegale ma, poiché non
sapeva bene che cosa fare, mi disse che sarebbe ritornato il giorno dopo col suo
superiore per valutare la situazione. Tenendo fede alla parola data, la mattina seguente
il tecnico si presentò col suo superiore, ma scoprì che durante la notte l’apparecchio
era stato rimosso. Mentre mi sentivo tanto confuso quanto sorpreso, mi invitarono di
richiamarli se i clic fossero ricomparsi e poi se ne andarono, il che mi indusse a
domandarmi chi volesse mettere sotto controllo il mio telefono e, cosa ancora più
importante, perché.
La mia mente vorticava esaminando varie possibilità. Forse i precedenti inquilini
dell’appartamento erano coinvolti in qualche genere di attività illegale, per cui le
autorità avevano intercettato la linea telefonica per tenerli sotto controllo,
dimenticandosi poi di rimuovere l’apparecchio dopo il loro trasloco. In tal caso, però,
perché l’avevano rimosso così all’improvviso, e come avevano potuto farlo senza che
io me ne accorgessi? Pur provando una strana sensazione riguardo a tutta la questione,
preferii lasciarmela alle spalle e andare avanti per la mia strada.
Ma questo fu soltanto l’inizio di una sequenza di avvenimenti insoliti nel corso dei
mesi successivi. Quello stesso pomeriggio mia sorella Ann ed io decidemmo di andare
fuori a mangiare un hamburger e, mentre ero in coda in attesa di ordinare, vidi arrivare
verso di me un ometto macilento (un po’ pallido e magrissimo) con un bel completo da
uomo d’affari. Inizialmente pensai che fosse anziano, per via della corporatura esile e
del modo con cui strascicava i piedi, per cui rimasi sorpreso quando mi resi conto che
in realtà aveva meno di trent’anni. Fermandosi a mezzo metro di distanza, si chinò
verso di me e mi disse sottovoce: «Non è ancora finita».
Rimasi troppo sorpreso per domandargli che cosa volesse dire, e un attimo dopo si
voltò e uscì dalla porta, lasciandomi perplesso e non poco confuso. Dopo avere
rimuginato per un momento le sue parole, lasciai la coda e uscii intenzionato a
rincorrere quell’uomo, ma quando arrivai fuori ormai era scomparso. Già
l’intercettazione telefonica era stata preoccupante e ora, dopo l’incontro con quello
strano ometto, mi sentivo più sconcertato che mai.
Non riuscii però a concedermi il lusso di soffermarmi oltre sulla vicenda, perché da
quel momento in poi le cose presero a farsi ancora più misteriose. Prima di tutto, notai
che le apparecchiature elettriche funzionavano male in mia presenza. Per esempio,
acquistai un computer nuovo poche settimane dopo la mia esperienza a Red Rocks,
sennonché, dopo averlo collegato, prese a sprigionare fumo e scintille, e divenne
inutilizzabile. Con la garanzia in mano, ritornai al negozio e lo cambiai con un altro che
pure, dopo appena un breve periodo di funzionamento normale, andò fuori uso in
maniera analoga. Poi un terzo e perfino un quarto computer non funzionarono per varie
ragioni; nell’arco di un anno dovetti cambiare una decina di computer, ciascuno dei
quali dopo essere stato tolto dalla confezione per qualche motivo si guastava nel giro di
poche settimane, e a volte di pochi giorni. La situazione peggiorò tanto che a un certo
punto il corriere UPS mi domandò se per caso non gestissi un negozio di articoli
informatici dal mio appartamento. Sarei scoppiato a ridere se non avessi avuto a che
fare con un inconveniente così frustrante.
Un’altra cosa bizzarra che ebbi modo di notare fu che la mia presenza sembrava
avere un effetto nocivo anche sull’illuminazione pubblica. Non appena passavo sotto un
lampione, questo si spegneva, specialmente se avevo mal di testa. Dopo un po’ divenne
un gioco individuare quale lampione avrei fatto spegnere. Non succedeva di continuo,
naturalmente, ma abbastanza spesso da innervosirmi.
La cosa più strana di tutte però era il modo in cui reagivano alla mia presenza le
lampade a sfioramento. Un giorno ricordo di essermi recato in un negozio di ferramenta
per acquistare i materiali che mi servivano per collegare un aggeggio chiamato gabbia
di Faraday (una sorta di schermo elettrostatico progettato per impedire l’accumulo di
elettricità statica attorno alle apparecchiature elettriche) in un ulteriore futile tentativo
di schermare il mio ultimo computer dalle forze che potevano metterlo fuori uso. Mi
trovavo nel reparto illuminazione alla ricerca di nastro isolante quando all’improvviso
decine di lampade a sfioramento lì in mostra cominciarono ad accendersi e spegnersi
da sole come in un concerto rock. Nel momento in cui mi allontanai da quel reparto,
però, quello spettacolo di luci terminò, lasciandomi non poco sconcertato. Il problema
maggiore era che sembravo avere questo effetto sulla lampada a sfioramento a casa
mia, che prendeva ad accendersi e spegnersi di continuo non appena mi avvicinavo.
Alla fine staccai la spina a quel dannato aggeggio perché quell’intermittenza mi
infastidiva parecchio.
Col passare del tempo mi resi conto che non mi doveva mai e poi mai essere
permesso di toccare la chiave a tessera magnetica di un albergo. Durante una visita di
Lisa nel Colorado (sì, riuscii a indurla a fare un altro tentativo, anche senza lo
spettacolare filmato dell’anfiteatro naturale di Red Rocks), ogni volta che cercavamo di
entrare nella nostra stanza d’albergo dopo che avevo portato con me la tessera
magnetica, questa non funzionava. Quando era Lisa a portarla con sé, però, la tessera
funzionava sempre bene. Ancora oggi faccio questo effetto sugli oggetti provvisti di
banda magnetica.
Per quanto fosse difficile per me accettare, e tanto più capire, quello che stava
succedendo, la cosa più ardua da affrontare per me era la mia capacità di attirare gli
uccelli. Non sono mai stato un cacciatore e non riesco a immaginare di far del male
nemmeno alla più piccola creatura, e mai in vita mia avevo investito un animale con
l’automobile, ma per qualche motivo, dopo il mio incontro col misterioso UFO argenteo,
gli uccelli sembravano davvero cercare di colpire il mio camper.
Notai per la prima volta questo effetto appena qualche mese dopo il mio incontro
ravvicinato, quando un pomeriggio il mio amico Mark ed io stavamo entrando nel
parcheggio di un centro commerciale. Un uccello che volava sopra di noi
all’improvviso cambiò rotta e con un tonfo rivoltante si schiantò sul parabrezza del mio
camper, morendo a pochi centimetri dal mio viso. La cosa più curiosa, però, era che
subito prima dell’impatto l’uccello sembrava volare all’indietro, come se stesse
lottando contro una forza misteriosa che lo spingeva verso il mio camper; purtroppo non
riuscì a rallentare in tempo. Mark ed io ci fissammo con stupore. Come può un uccello
essere tutto a un tratto così sbadato? Quali probabilità ci sono che questo avvenga? Il
pensiero ci sconcertò entrambi, ma ben presto riuscimmo a togliercelo dalla testa.
Col passare dei giorni, però, investii un altro uccello... e poi un altro... e un altro
ancora! Sembravano attirati da me come limatura di ferro da una calamita, e ben presto
il mio segnapunti di uccelli morti divenne impressionante. E non li uccidevo soltanto
col camper; un giorno ero seduto al computer accanto alla finestra e vidi con orrore un
uccello schiantarsi sul vetro accanto a me, morendo sul colpo! Ma forse l’episodio più
traumatico di tutti avvenne quando viaggiavo nel Nebraska con Lisa e i suoi figli (nati
da un precedente matrimonio): in una scena che ricordava il film Gli uccelli di Alfred
Hitchcock, un intero stormo di uccelli prese a bersagliare il camper. Decine di quelle
povere creature si schiantarono sul veicolo prima di cadere stecchite sull’asfalto, e un
uccellino rimase addirittura incastrato nel tergicristalli! Mentre tutti gli altri ridevano
nervosamente di fronte a quello spettacolo, io scoppiai a piangere, fuori di me
dall’angoscia. Lisa ancora oggi mi prende in giro per questo e, sebbene la mia
propensione all’avicidio si sia ridotta nel corso degli anni, ogni tanto mi capita ancora,
e ogni volta mi sconvolge.
Non ho idea del perché avessi questo effetto sugli uccelli né del perché
avvicinandomi facessi accendere e spegnere le lampade a sfioramento o del motivo per
cui facessi spegnere i lampioni con la mia sola presenza. Tuttavia mi domando spesso
se c’entrasse qualcosa il mio incontro con l’UFO argenteo nel dicembre. Ricordo bene,
nello scorgere quell’oggetto, di aver percepito una carica elettrica nell’aria intorno a
me, che in qualche modo potrebbe aver modificato il mio campo elettrico,
impartendomi una carica elettrostatica permanente in grado di influire sulle
apparecchiature elettroniche. Se è così, quello stesso campo potrebbe avere influito
anche sugli uccelli, forse causando una sorta di corto circuito ai loro minuscoli sistemi
di navigazione, inducendoli a schiantarsi contro il mio camper e la mia casa.
Probabilmente non lo saprò mai, ma ripenso spesso all’incontro presso Red Rocks in
quella mattina di dicembre e mi domando se non sia stato solo il primo passo per
predispormi a ciò che sarebbe avvenuto: una riconfigurazione della mia fisiologia di
base per rendermi in qualche modo più disponibile a ciò che mi avrebbero fatto in
seguito. È soltanto un pensiero, naturalmente, ma continua a ossessionarmi ancora oggi.
5. Il mio secondo avvistamento di UFO

Ormai lo stress per tutta questa situazione era quasi insopportabile. Linee telefoniche
intercettate, anomalie elettroniche e ora stragi di uccelli: desideravo solo che le cose
tornassero alla normalità. Avevo bisogno di distrarmi per distogliere la mia mente da
quelle stranezze e pertanto, quando ebbi l’occasione di compiere un viaggio in
Pennsylvania per curare qualche affare personale, ero emozionato. Poiché aborrisco
volare, pensai che sarebbe stato divertente effettuare quell’escursione via terra,
specialmente perché avrei viaggiato con Lisa e col mio amico Mark, il che avrebbe
reso tutta la faccenda più una gita di piacere che un viaggio di lavoro. Pensavo che la
trasferta mi avrebbe distolto dai miei problemi, però, ben presto mi resi conto che mi
sbagliavo.
Da principio il viaggio fu divertente. Lisa e Mark sono due tra le persone più
spiritose che io conosca, così trascorrevamo piacevolmente le lunghe ore sulla strada
scambiandoci racconti e aneddoti. L’unica cosa che pareva guastare il viaggio era il
fatto che in diverse occasioni entrambi affermarono di avere visto un UFO sfrecciare
fuori dalle nubi e seguirci. Ora, Lisa e Mark sono notoriamente maliziosi, per cui non
potevo essere del tutto certo che non si stessero divertendo alle mie spalle
(specialmente dopo quanto era successo il dicembre precedente), per cui non ci feci
molto caso.
Arrivammo in Pennsylvania senza incidenti e, sbrigati i miei affari, ripartimmo per il
Colorado. Ma se il viaggio verso est era stato perlopiù normale (con l’eccezione dei
maldestri tentativi di sfottermi da parte di Lisa e Mark) il viaggio di ritorno si sarebbe
rivelato tutt’altro che tale, specialmente quando il nostro «visitatore» ricomparve subito
a ovest del confine Pennsylvania-Ohio.
Fu Lisa la prima a individuare l’oggetto, e la sua insistenza perché dessimo anche noi
un’occhiata indusse me e Mark a prestare attenzione. Così facendo, notai un oggetto
luccicante librarsi presso una nuvola sulla nostra sinistra. Dapprima pensai che potesse
essere un aereo, poiché è nota la tendenza degli aerei ad assumere un aspetto
decisamente simile a un disco volante quando la luce solare vi si riflette a quote
elevate, ma poi notai un aeroplano più chiaramente identificabile volare vicino a
quell’oggetto e mi domandai perché l’aereo producesse una scia mentre l’oggetto che
stavamo osservando no. Inoltre non sembrava muoversi uniformemente in cielo come
faceva l’aereo, ma entrava e usciva dalle nubi circostanti come stesse giocando a fare
cucù.
Per qualche ora riuscimmo a seguire quell’oggetto grazie a un binocolo. Sebbene
rimanesse spesso occultato alla vista per via delle nubi, nelle occasioni in cui si
avventurava allo scoperto potevamo constatare che sembrava un classico disco, ma
molto grande. Cercai di filmarlo con la videocamera, ma a quanto pareva ogni volta che
accostavamo per inquadrare meglio l’oggetto quest’ultimo schizzava dietro una nube.
Riuscimmo però a filmare qualcosa: un grande UFO metallico che assomigliava a un
disco volante.
Con mio grande sollievo, questo gioco del gatto col topo – che era andato avanti
attraverso due stati e mezzo – finalmente si concluse quando ci fermammo per riposarci
nell’Illinois. Che cosa fosse e, fatto ancora più importante, perché ci avesse seguito per
una distanza così lunga, probabilmente non lo sapremo mai, ma il mio secondo
avvistamento di UFO in sette mesi sembrava implicare che nella mia vita stesse
emergendo una costante. Gli episodi sembravano in qualche modo correlati, come se
ciascuno di essi preparasse la scena per il successivo, ma a quale scopo e perché
capitavano proprio a me? Non sapendo trovare una risposta, tutto ciò che potevo fare
era aspettare e vedere che cosa sarebbe successo in seguito.
Dopo il nostro ritorno dalla Pennsylvania, le cose parvero procedere senza ulteriori
incidenti per diverse settimane; in questo periodo ebbi modo di esaminare più in
dettaglio i due strani veicoli che avevo avvistato. Fino a quel punto era stato facile per
me convincermi che tutto potesse essere spiegato con un’illusione ottica o con manovre
di aeromobili militari segreti. In entrambi i casi mi era chiaro che quei veicoli non
potevano essere di natura extraterrestre, o perlomeno cercavo di convincermene. A
scuola avevo imparato che, secondo la teoria della relatività di Einstein, nessun oggetto
può superare la velocità della luce. Ciò significa che anche un veicolo molto veloce –
per esempio capace di raggiungere una velocità pari a un decimo di quella della luce,
ossia ben 30mila chilometri al secondo – comunque impiegherebbe oltre quarant’anni
per compiere il viaggio dalla stella più vicina a noi, Alfa Centauri, distante appena
quattro anni luce. Pertanto, se questi strani veicoli che avevo visto erano davvero di
natura extraterrestre, come potevano essere arrivati fin qui? I conti non tornavano;
perlomeno finché io e Mark non assistemmo a una conferenza sul telescopio spaziale
Hubble al planetario Gates del Museo di scienze naturali di Denver. Nel corso di
quella conferenza apprendemmo che secondo alcuni scienziati in teoria è possibile
raggiungere una velocità superiore a quella della luce, e ci furono esposte le varie
ipotesi al riguardo. Probabilmente la più affascinante era quella legata al cosiddetto
cunicolo (worm-hole), che a quanto capisco è una scorciatoia nello spaziotempo che
consente teoricamente a un oggetto di comparire in un’altra parte dell’universo senza
dover attraversare uno spazio enorme per arrivarci. Un altro metodo sarebbe deformare
lo spaziotempo in modo tale da avvicinare due punti tra loro.
Fu una conferenza davvero illuminante e all’improvviso la convinzione che i viaggi
tra un sistema solare e l’altro fossero impossibili mi parve meno scontata. Chiaramente,
se esisteva una civiltà più avanzata della nostra dal punto di vista tecnologico di secoli
o perfino di millenni, l’eventualità di UFO che si librassero sopra Red Rocks e
inseguissero automobili nel nord-est industriale degli USA non era poi tanto
inverosimile.
Comunque erano solo teorie non dimostrate, e questo mi consentiva di continuare a
escogitare vari modi per confutare le mie esperienze. Le cose sarebbero cambiate con
grande rapidità, poiché ciò che mi sarebbe successo nel settembre del 2001 si sarebbe
rivelato di capitale importanza nello spazzare via la mia visione personale della realtà
e nel ridefinire il mio modo di vedere il mondo e me stesso.
Stavo per incontrare faccia a faccia proprio quegli esseri la cui esistenza, nel
migliore dei casi, era solo ipotetica. Stavo per essere rapito dagli alieni.
6. Da testimone a rapito

Fino a quel punto avevo visto due UFO in due occasioni distinte e nell’arco di sette
mesi avevo sperimentato alcune anomalie legate alla mia persona (intercettazioni sul
mio telefono di casa e oscuri avvertimenti da parte di sconosciuti; inoltre avevo
mostrato una certa propensione a mandare in tilt computer, lampade a sfioramento e
uccelli). Tuttavia, per quanto questi avvenimenti fossero insoliti, non erano nulla in
confronto a ciò che mi attendeva, poiché a mia insaputa sarei presto passato da
semplice osservatore di fenomeni UFO a quello che nella comunità ufologica americana
viene chiamato abductee, cioè una persona prelevata contro la sua volontà da
extraterrestri per motivi noti solamente ai sequestratori, assoggettato a esperimenti (o
esami) e riportato a casa con ricordi scarsi o nulli dell’avvenimento.
Ovviamente non faccio questa affermazione con leggerezza e mi rendo pienamente
conto che, così facendo, varco qualche il limite, sia pure arbitrario, fra ciò che è
accettabile in una tranquilla conversazione a cena e ciò che non lo è. Siamo così
abituati ad ascoltare storie sugli UFO da parte di persone di tutte le classi sociali che la
cosa non ci sorprende più. Molti, in effetti, sono perfino disposti a sostenere l’idea che
tali avvistamenti rientrino nell’ambito del possibile e ad accettare alla lettera il
resoconto dei testimoni oculari. Ma quando qualcuno afferma di essere stato rapito
dagli alieni... be’, è tutta un’altra storia. Sa di paranoia e spesso viene indicata come la
prova di un disturbo emotivo o psichico, per cui naturalmente riporto con una certa
esitazione questa storia, che però va raccontata nella sua interezza, se non altro perché
il lettore possa acquisire una comprensione più completa di ciò che mi è capitato.
Riconosco che gran parte di quanto riferirò sarà controverso e difficile da accettare, ma
sono disposto a sfidare il ridicolo pur di narrare la mia storia per intero.
Diversamente dalla maggior parte dei rapiti, ricordavo quasi completamente
l’accaduto. Riesco perfino a rammentare alcune parti iniziali del rapimento, anche se mi
pareva più simile a un incubo che alla realtà (sebbene fossi del tutto sveglio quando è
successo, per cui va scartata la possibilità che sia stato l’esito di una paralisi nel sonno,
come alcuni vorrebbero farmi credere). La mia esperienza è anche diversa da altre
storie di rapiti dagli alieni nel senso che i miei sequestratori non sono comparsi
furtivamente in casa mia per trasportarmi nella loro astronave madre, ma hanno avuto
prima la buona educazione di bussare!
Fatto coerente con la maggior parte delle esperienze di rapimento è che tutto
cominciò con un avvistamento: per me il terzo in sette mesi. La data era il 20 settembre
2001 e rammento che era cominciata come una normalissima giornata. Lavoravo come
vicedirettore in un negozio a Denver, un’occupazione che mi teneva molto impegnato
per gran parte del tempo (il che, nei giorni successivi agli orripilanti attentati
terroristici a New York e Washington, era una gran bella cosa). Mi consentiva inoltre
di pensare ad argomenti diversi dagli UFO; il mondo intero sembrava impazzito, ma
perlomeno non era dovuto a qualcosa di esterno al nostro sistema solare, cosa che in
qualche modo mi rendeva più facile distogliere la mente dalla stranezza che aveva
invaso il mio mondo. Non avevo idea di come, nel giro di appena poche ore, si
sarebbero dipanati gli eventi che avrebbero relegato l’11 settembre sullo sfondo,
riportando in primo piano la questione dell’esistenza di forme di vita intelligente
nell’universo.
Il negozio di solito chiudeva alle 19.00, e in quanto vicedirettore era mio dovere far
sì che gli ultimi clienti venissero accompagnati alla porta prima della chiusura. Poiché
quasi sempre vi erano degli acquirenti che se la prendevano comoda, l’orario di
chiusura era piuttosto aleatorio, e io attendevo con impazienza che gli ultimi clienti
completassero gli acquisti e si dirigessero verso l’uscita. Finalmente il negozio era
vuoto e stavo per dare un giro di chiave quando diversi di quegli stessi clienti che
erano appena usciti tornarono dentro di corsa, invitandomi a uscire e urlando agitati che
c’era «qualcosa per aria sopra il palazzo». Ora, alla luce delle mie esperienze recenti –
nonché per naturale curiosità umana – li seguii all’esterno per vedere a che cosa fosse
dovuta tutta quella agitazione. A quel punto avvertii un brivido lungo la spina dorsale.
Lì, ad appena qualche decina di metri di altezza, si librava un’enorme sfera baluginante,
di colore rossastro e del diametro di una decina di metri, che mi ricordava un enorme
pallone da calcio sfolgorante. Il mio primo pensiero fu che fosse qualche sorta di
mongolfiera con una luce lampeggiante rossa all’interno, ma l’oggetto rapidamente
smentì la mia ipotesi schizzando in alto all’improvviso fino a scomparire; rimasero lì a
fissare il cielo con sguardo inespressivo solo alcuni clienti assai confusi e un
vicedirettore, tanto spaventato da udire il battito del proprio cuore. A quanto pareva i
miei «visitatori» erano tornati, pensai; e la cosa mi ispirò una sequela di mute
imprecazioni assai colorite.
Riacquistando alla fine la compostezza, tornai indietro per chiudere la porta
d’ingresso e finalmente mi avviai verso casa, con la testa ancora che mi girava per lo
spettacolo aereo di luci di cui ero appena stato testimone. Presumevo che, al pari del
mio avvistamento di Red Rocks sette mesi prima, potesse bastare per la serata, ma
quello si rivelò solo lo spettacolo di apertura.
Dirigendomi in auto verso casa, notai qualcosa a est, in lontananza. Sembrava un
puntino luminoso intermittente, eppure sfolgorava allo stesso modo dell’UFO che avevo
appena visto sopra il mio negozio. Pur pregando che fosse soltanto un aereo, nel mio
cuore sapevo che con ogni probabilità era l’UFO, un’ipotesi confermatasi quasi subito
quando l’oggetto all’improvviso si diresse verso di me, costringendomi a domandare
all’universo: «Perché sempre io?».
Proseguendo verso sud – probabilmente un po’ più velocemente del consentito –
osservai che l’oggetto sembrava farsi più grande, per cui stava avvicinandosi. Quando
svoltai nella mia via e parcheggiai il camper, l’oggetto si librava direttamente sopra il
mio condominio come se mi aspettasse; e corsi nel mio appartamento.
Molti lettori immagineranno che a questo punto – in conformità alla maggior parte
delle storie di rapimenti alieni – io abbia perduto i sensi risvegliandomi tempo dopo,
incapace di spiegare diverse ore di vuoto e con un forte bisogno di bere qualcosa. Però
non è questo quello che successe quando riuscii a raggiungere la porta d’ingresso,
scosso ma non ancora rapito. In effetti, la possibilità del rapimento non mi era neanche
venuta in mente. Invece tutto ciò a cui riuscivo a pensare era che quell’oggetto era così
grande e luminoso che l’intera città di Denver avrebbe dovuto essere lì a osservarlo!
Invece, chissà dove erano finiti tutti quanti?
All’improvviso mi ricordai di avere in programma una cena con Mark e mia sorella
Ann e che loro si trovavano nel mio appartamento ad attendermi. Se fossi riuscito a
mostrare loro quell’oggetto, avrei capito che non stavo diventando pazzo. Corsi subito
su per le scale e, una volta dentro l’appartamento, gridai a tutti e due di uscire per
osservare quello che avevo visto. Trattenendoci solo quel tanto che bastava per
afferrare la videocamera, ci precipitammo fuori dirigendoci verso il parcheggio,
ansimando per l’ansia, ma ormai l’oggetto si era spostato di un bel po’ ed era a
malapena distinguibile sullo sfondo del cielo che andava oscurandosi.
«Accidenti!» gridai con rabbia, domandandomi in che modo un oggetto potesse
spostarsi con tanta rapidità. Volevo davvero che mia sorella e Mark vedessero bene
l’UFO, ma era davvero troppo lontano. Alla fine sparì del tutto, e noi tornammo dentro
per vedere se fossi riuscito a riprendere qualcosa con la videocamera, ma con nostra
grande delusione constatammo subito che non era così. L’oggetto si era spostato troppo
lontano e in basso all’orizzonte per consentire una ripresa decente, perfino con lo zoom
al massimo, e questo mi fece sentire ancora più frustrato. Dopo qualche ora di
discussione sull’accaduto, Ann si addormentò sul divano, Mark tornò a casa, e io andai
a letto col mal di testa.
All’epoca, però, non mi rendevo conto che questo avvenimento era foriero di ciò che
sarebbe successo in seguito. Quello che sarebbe accaduto alcune ore più tardi si
sarebbe rivelato troppo difficile da gestire per il mio conscio. Ci sarebbe voluta una
seduta di regressione ipnotica parecchi mesi dopo per scoprire che cos’era successo, e
dopo la scoperta della verità riguardo a quella sera niente sarebbe mai più stato come
prima.
7. Arriva il «popolo degli opossum»

La mente umana è strabiliante. Quando avviene qualcosa che non sappiamo gestire, il
nostro cervello è in grado di disinnestare la propria capacità di ricordare. Poi, in un
momento successivo, quando siamo maggiormente in grado di elaborare le
informazioni, i ricordi possono essere ricondotti alla coscienza. Così successe a me,
poiché, sebbene fossi completamente sveglio in quel momento e mi rammentassi tutto,
semplicemente non potevo affrontarlo dal punto di vista psicologico in quel momento, e
mi bloccai. Era troppo sconvolgente, troppo surreale, e costrinse il mio cervello a
immaginare che si trattasse solo di un sogno. Ancora oggi mi rammarico che non sia
stato così.
Il momento era intorno alle 2.30 di mattina del 21 settembre 2001, solo poche ore
dopo che l’UFO mi aveva seguito fino a casa dal lavoro. Dormivo in camera mia quando
udii bussare insistentemente alla porta d’ingresso. Inizialmente pensai che fosse un
ubriaco o qualcuno che si era perso, o forse un vicino in preda a un’emergenza.
Chiunque fosse, doveva avere bussato a lungo perché quando arrivai in soggiorno Ann
era già andata ad aprire.
Quando uscii dalla camera vidi mia sorella in piedi senza parole davanti alla porta
aperta, con gli occhi vitrei come per una sorta di trance. Guardando fuori della porta,
vidi tre persone in piedi sul pianerottolo e, immaginando che potessero essere ladri
venuti a depredare la casa, urlai ad Ann di non farli entrare. Un attimo dopo, però, loro
la spinsero di lato e varcarono la soglia, facendomi fermare di colpo.
Disegno dei tre extraterrestri presentatisi davanti alla mia porta durante il primo
rapimento.
Disegno dell’extraterrestre femmina presentatasi davanti alla mia porta durante il primo
rapimento.

Davanti a noi c’erano due maschi e quella che sembrava una femmina, con una sorta
di elaborati costumi di Halloween. Tutti e tre non erano più alti di un metro e quaranta
centimetri e, mentre i maschi indossavano una specie di tuta azzurra, l’abbigliamento
della femmina assomigliava piuttosto a una lunga veste, pure di colore azzurro.
Quest’ultima portava un’elaborata collana fatta di un materiale che assomigliava molto
a madreperla, con un’iridescenza multicolore. Il medaglione della collana era simile a
un disegno modernista di un angelo con le ali ripiegate all’interno.
Gli sconosciuti erano magrissimi, al punto che non potei fare a meno di domandarmi
come quella testa massiccia potesse essere sostenuta da un collo tanto sottile. Sulla
testa sembravano avere ciocche sottili e molto rade di capelli di colore bianco puro che
mi ricordavano ciò che si può vedere in chi è stato sottoposto a chemioterapia. Ma a
impressionarmi maggiormente furono gli occhi e i volti. Gli occhi a mandorla erano
enormi, con l’iride di una sfumatura di azzurro che non avevo mai visto in precedenza
negli esseri umani. Il mento era lungo e appuntito e il viso presentava un naso molto
piccolo e una fessura nel punto in cui doveva esserci la bocca; il volto nel complesso
era di forma triangolare. Per qualche motivo, in quell’istante, associai quei volti
allungati a quelli degli opossum, per cui cominciai subito a considerare gli ET il
«popolo degli opossum».
Il mio primo pensiero fu che mi trovavo di fronte a individui che indossavano
maschere di opossum e stavo per essere rapinato! Tuttavia, più li osservavo
attentamente, più notavo quanto minuziosamente fossero mascherati. Sbattevano perfino
le palpebre e le maschere sembravano così perfette che riuscivo a distinguere le vene
sul collo e alle tempie! Fu allora che di colpo mi resi conto che non era possibile che
fossero maschere o costumi, e questo pensiero mi investì con una scossa di paura
paralizzante in tutto il corpo.
«Oh, Dio mio!» gemetti.
All’istante mi balenò nella mente un pensiero tranquillizzante: «Va tutto bene», mi
diceva una voce silenziosa.
«Da dove diavolo è arrivata?» mi domandai.
«Va tutto bene», ripeté la voce.
Mentre io ero lì in soggezione davanti a quelle creature, la femmina mi afferrò il
polso con la lunga mano dalle dita affusolate per poi guidarmi verso il balcone. Con
una figura maschile da una parte e una dall’altra accanto a me, a quanto pareva mi
stavano conducendo all’esterno. Inizialmente mi lasciai guidare come intontito, ma
all’improvviso mi scossi e intervenne il mio istinto di sopravvivenza. Senza riflettere
afferrai uno dei maschi accanto a me e cercai di trascinarlo verso la ringhiera del
balcone, pensando confusamente di scaraventarlo di sotto. Come sospettavo, era
leggerissimo, cosa che mi rendeva facile sollevarlo da terra, e notai l’aria sorpresa sul
suo volto quando mi diressi verso la ringhiera. Malgrado fosse assai magro e di aspetto
fragile, era però molto robusto: per un attimo rimanemmo a lottare, finché
all’improvviso non avvertii un tocco alla nuca che mi fece perdere i sensi. Dopo di che
mi ricordo soltanto di essermi svegliato la mattina con una sensazione di debolezza e
stanchezza.
«Che sogno pazzesco!» mi dissi tirandomi su dal letto. «Tutti questi UFO devono
avermi dato alla testa», dedussi mentre mi vestivo in fretta e mi dirigevo in cucina per
fare colazione. All’epoca non mi rendevo conto che quanto avevo provato fosse reale, e
nemmeno che potesse essere reale. Era troppo per la mia mente accettare qualcosa di
diverso.
Il problema era che non riuscivo a togliermi di dosso la sensazione che davvero fosse
stato qualcosa di più di un sogno. Era come se richiamassi alla memoria dei frammenti
di qualcosa che era effettivamente successo, il che mi colmava di un profondo senso di
terrore.
Gli scettici – perlomeno coloro che non ritengono che mi sia inventato tutto
l’episodio – di solito respingono un’esperienza come la mia, ritenendola il sintomo di
un disturbo chiamato ipnagogia o «paralisi nel sonno». In sintesi, l’ipnagogia è un sogno
lucido in cui la vittima ritiene di essere sveglia mentre in realtà si trova ancora in uno
stato di sonno profondo. Poiché di solito la persona è spaventata e incapace di
muoversi, si ipotizza che la mente crei un vissuto per spiegare la paralisi, spesso
attingendo ai nostri miti culturali (in questo caso, gli alieni) allo scopo di costituire un
fondamento logico per la sensazione di impotenza. Se il soggetto in seguito si sottopone
a regressione ipnotica nel tentativo di dare corpo alle proprie esperienze, questi
dettagli vengono spiegati come fantasie volte a rafforzare l’illusione iniziale, e le
immagini indotte da una tale esperienza sarebbero alimentate dai nostri pregiudizi
culturali in fatto di rapimenti da parte di alieni.
Magari fosse così semplice. In effetti mi piacerebbe molto che fosse così, poiché
allora avrei potuto accantonare tranquillamente tutta l’esperienza e procedere per la
mia strada, ma io so di essere stato completamente sveglio quando mi alzai per andare
ad aprire la porta. Inoltre non provavo i sintomi tipici della paralisi nel sonno, come la
sensazione di essere incapace di muovermi o di trovarmi in qualche sorta di stanza buia
e misteriosa. Invece rammento distintamente di essermi spostato a piedi nel mio
appartamento così come avevo fatto migliaia di volte in precedenza. Anche se in
seguito riuscii a convincermi che era stato un sogno, questo non era altro che un riflesso
di difesa, probabilmente innescato dalla mia indisponibilità a credere a ciò che
realmente mi stava succedendo. In effetti, mentre molte vittime della paralisi nel sonno
immaginano che quanto hanno sognato sia reale, io credevo che quanto avevo provato
fosse soltanto un sogno, nel tentativo di preservare la mia salute mentale. L’illusione
che si trattasse di un incubo avrebbe anche potuto funzionare, se non fosse stato per il
fatto che non avevo soltanto ricordi di qualcosa che mi era successo durante la notte,
c’erano anche delle prove materiali.
Fu mia sorella Ann a notare per prima i segni che avevo sulla schiena. Stava distesa
sul divano del soggiorno e rimase senza fiato quando le passai accanto. Io mi girai di
colpo per capire come mai. «Che c’è?» le domandai.
«Che diavolo ti è successo alla schiena?» mi disse, indicando la parte inferiore del
dorso.
Portai la mano dietro di me e percepii al tatto dei segni netti a forma di cucchiaio,
che curiosamente non mi facevano male. Un attimo dopo notammo che avevo abrasioni
anche sui polsi, e riscontrammo segni simili sulle caviglie. Erano quel genere di
abrasioni che ci si procura lottando contro qualche legame.
Incerto su come spiegare quei segni, li mostrai agli amici, che subito mi invitarono a
scattare delle fotografie. Mi fu anche suggerito di mettermi in contatto col MUFON
(Mutual UFO Network), che inviò un investigatore esperto di nome Ethan. In base a
indagini precedenti, Ethan sapeva che le ferite potevano reagire alla luce nera. Dopo
aver preso a prestito un proiettore di luce nera, restammo tutti sbalorditi nel constatare
che le ferite emettevano un vivido bagliore, del tutto diverso da ciò che farebbero le
ferite normali.
Chiaramente non si trattava di ferite naturali, ma di prove del fatto che fossi stato
assoggettato a qualcosa di molto insolito. Ancora più straordinaria fu la rapidità con cui
guarirono. Di solito segni simili impiegano una settimana o più per cominciare a
svanire, ma quelli sparirono nel giro di sole quarantott’ore! Inoltre, anche dopo la loro
scomparsa, la fluorescenza era ancora visibile alla luce nera. In effetti rimase tale per
sei settimane, malgrado i tentativi di rimuoverla con degli abrasivi, il che ci fa supporre
che la fluorescenza, qualunque cosa la provocasse, si trovasse sotto degli strati
superficiali della pelle.
Curiosamente, non fui l’unico ad aver fatto un brutto sogno quella notte. Anche Ann
aveva sognato che tre persone sconosciute si erano presentate alla porta, solo che nella
sua versione degli eventi non erano extraterrestri ma individui in completo gessato! In
seguito appresi che questo fenomeno per cui un evento specifico è ricordato in maniera
diversa dai testimoni è comune nei casi di rapimento da parte di alieni; tali ricordi
divergenti sono detti «di copertura» e hanno tutta l’aria di un espediente con cui gli ET
introducono elementi di confusione quando non riescono a cancellare del tutto i ricordi.
Prove di un rapimento da parte di alieni nella notte precedente.
I segni sul mio corpo brillavano alla luce nera.

All’epoca, come per molte persone, la mia reazione iniziale all’intera esperienza fu
di rifiuto totale. Potevo accettare tranquillamente l’avvistamento di UFO nel cielo, ma
non il fatto che degli alieni dal volto di opossum bussassero alla mia porta in piena
notte e mi trascinassero via per dei bizzarri esperimenti: era più di quanto il mio
povero cervello confuso riuscisse a gestire. Quasi tutto ciò che credevo, che sapevo, o
pensavo di sapere, riguardo al mondo ne risultava scosso, costringendomi a riesaminare
il mio intero sistema di conoscenze. Mi rifiutavo ostinatamente di affrontare questa
nuova realtà, e tuttavia ero pronto a dimenticare l’intera faccenda.
Loro, però, avevano altri progetti.
8. La conferma:
l’avvistamento di Daniels Park

Chiaramente, la mia esperienza era stata straordinaria e, come ho già detto,


inizialmente mi rifiutavo di accettarla. Tuttavia, loro, quasi volessero confermare che la
mia esperienza era stata reale, sono ricomparsi; non per rapirmi ma, ritengo,
semplicemente per convincermi che l’accaduto non era il prodotto della mia fantasia. E
non attesero nemmeno a lungo per dimostrarmelo, poiché proprio il giorno successivo
resero nota la loro presenza, non soltanto a me ma letteralmente a decine di altre
persone.
La sera del 22 settembre 2001 ero diretto verso una località chiamata Daniels Park,
subito a sud di Denver, dove ero stato invitato a un raduno per osservare il cielo. In
seguito alle mie esperienze, avevo incominciato a nutrire un crescente interesse per
l’astronomia e così, quando alcuni miei amici che dimostravano interessi analoghi mi
chiesero se fossi interessato a studiare il cielo con telescopi e binocoli, mi dissi
d’accordo. Avevo bisogno di stare in mezzo alla gente, e di godermi la spettacolare
bellezza del cielo notturno; oltretutto mi pareva un’occasione perfetta per distogliermi
da tutto ciò che mi era successo ultimamente.
Daniels Park è abbastanza distante dalle luci della città, tanto da consentire una
visione nitida del cielo, ma è un po’ fuori mano ed è raggiungibile soltanto tramite una
strada stretta e tortuosa che si inerpica al di sopra della prateria circostante. Nel parco
di notte, al buio e in solitudine, è possibile percepire la presenza di eventuali luci
insolite nel cielo. Percorrendo la strada serpeggiante verso il parco, notai una luce
lampeggiante rossa intorno a me. Inizialmente pensai di avere le frecce accese, ma dopo
essermi assicurato che non era così mi misi a perlustrare il cielo alla ricerca della fonte
di quella luce scarlatta intermittente. Un attimo dopo notai che sembrava provenire
dall’alto e così inchiodai, abbassai il finestrino e misi fuori la testa per guardare
meglio. Al che mi sentii pervadere da un brivido, poiché lì, ad appena una cinquantina
di metri sopra di me, vi era quello stesso veicolo luccicante a forma di «pallone da
calcio» che avevo visto due sere prima sopra il mio negozio e il mio appartamento; si
librava in silenzio nel cielo e la sua luce rossa lampeggiante inondava il paesaggio
intorno a me.
È una sensazione curiosa osservare lo stesso identico UFO ad appena un paio di sere
di distanza, poiché davvero ti dà la sensazione di perseguitarti. Era quasi come se
questa inspiegabile sfera di luce fosse entrata a far parte della mia vita e desiderasse
interagire ulteriormente con me. Sentendomi all’improvviso terrorizzato, premetti
sull’acceleratore e raggiunsi a tutta velocità la cima della collina, sicuro che, se mi
fossi trovato in mezzo ad altre persone, quell’oggetto non sarebbe riuscito a nuocermi.
Raggiunsi il parco a tempo di record, inseguito dalla sfera per tutta la strada, e mi
bloccai slittando sollevando una nuvola di polvere. A quel punto l’oggetto svoltò
bruscamente a sinistra in direzione ovest, modificando la rotta all’improvviso come se
fosse rimbalzato contro un muro, prima di fermarsi e riprendere a librarsi sopra il
parcheggio.
Dall’espressione sconvolta sui volti dei miei amici intuivo che anche loro vedevano
il veicolo che mi aveva inseguito. A quel punto, quasi tutti si precipitarono a rifugiarsi
sotto i tavoli da picnic. Con l’unica eccezione del mio amico Mark, che decise di far
oscillare sopra la testa il suo portachiavi laser nel tentativo di ricevere una qualche
risposta dal veicolo. Stranamente lo stratagemma sembrò funzionare, e la sfera si spostò
rapidamente più in alto quando giunse sopra Mark, per poi riabbassarsi dopo averlo
sorvolato. Davvero poteva essere preoccupato per la luce che Mark faceva oscillare
sopra la testa? Sembrava improbabile, ma come spiegare altrimenti quel brusco
cambiamento di rotta?
Fino a quel momento avevo avuto la sensazione di essere l’unico a vivere
quell’esperienza, per cui mi chiedevo se i miei amici non mettessero in discussione la
mia sanità mentale. Ora non ci sarebbe stato più alcun dubbio sul fatto che era tutto
reale! Non solo l’UFO sembrava perseguitarmi, ma cambiava di proposito direzione
mentre sorvolava lentamente i miei amici.
Alla fine si allontanò e sparì nel cielo notturno, non solo lasciandomi con un ulteriore
incontro su cui meditare, ma offrendomi anche il dono prezioso di testimoni oculari che
mi conoscevano di persona. Era quasi come se «loro» sapessero che dubitavo delle mie
facoltà mentali e mi avessero dato un segno per confermare che tutto quanto mi era
successo era effettivamente reale. Vorrei poter dire che quel piccolo «dono» mi sia
stato di conforto, ma all’epoca l’unica emozione che provavo – specialmente
considerando quanto era accaduto appena il giorno prima – era quella di puro terrore.
Naturalmente, come di solito avviene nella maggior parte degli avvistamenti con
molteplici testimoni, ognuno sembrava ricordare i fatti in maniera diversa, come
notammo io e Mark nel filmare le varie testimonianze. Alcuni affermarono che l’oggetto
si trovava a un paio di chilometri di distanza ed era più grande di un 747, mentre altri
riferirono che il veicolo aveva un aspetto simile al plasma. Ciò su cui tutti
concordavano, però, era che pareva un oggetto solido, tridimensionale, e alcuni erano
perfino in grado di confermare di avere visto l’UFO inseguirmi lungo la strada sterrata.
Tuttavia, fatto ancor più importante dei resoconti dei testimoni oculari, io avevo
bisogno di sapere che cosa pensasse Lisa di tutta questa storia. Le avevo spedito il
video sfocato della sfera argentea che avevo filmato a dicembre; vi era poi l’episodio
dell’UFO che giocava a nascondino, che avevamo visto tutti sopra l’Ohio tre settimane
prima, ma come potevo confessarle che ero perseguitato da un misterioso pallone da
calcio rosso luccicante, oltre al fatto che stato rapito da alieni dalla faccia di opossum?
Ad ogni modo, però, lei doveva sapere in che razza di ginepraio si stava cacciando.
Tutto ciò che potevo fare era sperare che il nostro rapporto fosse abbastanza solido da
indurla a credere che non fossi impazzito. Per fortuna, avevo dei testimoni
dell’avvenimento e il mio amico Mark era in grado di corroborare il mio racconto, così
le telefonai.
Con mio grande sollievo, Lisa si dimostrò splendida riguardo a tutta la faccenda.
Preoccupata almeno quanto me, non espresse giudizi, perché in effetti capiva quanto
fossi sconvolto, ma si limitò a rassicurarmi dicendomi che tutto sarebbe andato per il
meglio. Grato per la sua larghezza di vedute e il suo incoraggiamento, appoggiai per un
attimo il telefono al petto e dissi fra me: «Lisa, sei davvero un tesoro!». Con lei al mio
fianco, sapevo che tutto sarebbe andato bene. L’unico problema era che ancora mi
mancavano prove convincenti, qualcosa di concreto da mostrare al mondo.
Tutto questo sarebbe cambiato otto giorni dopo, quando il grande pallone da calcio
rosso sarebbe ricomparso in piena città, una sera del fine settimana davanti a una
moltitudine di testimoni.
E io avrei registrato il tutto su video.
9. Episodio all’Old Stone House Park

I giorni successivi all’episodio di Daniels Park furono tranquilli, e io fui lieto di


quella tregua dopo le giornate convulse che avevo vissuto. Mi permettevo perfino di
immaginare che forse la cosa sarebbe finita lì e che tutto sarebbe tornato alla normalità.
Ma dentro di me, in qualche modo, sapevo bene che non era finita; e, qualche giorno
dopo, loro tornarono, quasi a confermare i miei sospetti.
Era il 30 settembre 2001, una settimana dopo l’incontro di Daniels Park. Quel giorno
lasciai il negozio prima del solito perché, come di solito succedeva la domenica
pomeriggio, al negozio la situazione era piuttosto tranquilla. Tornando a casa verso le
otto di sera, avevo appena svoltato in Morrison Road a Lakewood (un grande sobborgo
occidentale di Denver) quando all’improvviso un fascio di luce bianco-azzurrina
illuminò la strada alla sinistra del mio camper. La mia prima impressione fu che si
trattasse del riflettore di un elicottero della polizia, così abbassai il finestrino nel
tentativo di individuarlo. Sotto i miei occhi, però, il fascio di luce fece qualcosa di
particolarmente insolito: prese a restringersi e a spostarsi verso di me, finché ben
presto tutto l’interno del mio camper fu illuminato da quel bagliore sgradevole. Notai
inoltre che l’aria all’interno del camper sembrava carica di elettricità statica, al punto
che mi si rizzavano i peli sulle braccia. Comunque ero ancora convinto che fosse solo
un elicottero della polizia, anche se mi pareva assai strano che il velivolo da cui
proveniva il fascio di luce fosse totalmente silenzioso. Cosa ancora più strana, nello
specchietto retrovisore vedevo numerose auto, fra cui quella che appena qualche
secondo prima mi tallonava; la vettura accostò bruscamente e si bloccò. Diversi
conducenti sembrarono uscire dalle auto o sporgersi dal finestrino per guardare il
veicolo che puntava la luce su di me; l’espressione dipinta su quei volti era di stupore e
di paura.
All’improvviso, come una torcia elettrica spenta di colpo, il fascio di luce
scomparve, consentendomi così, alzando lo sguardo, di osservare il veicolo che
causava tutto quello scompiglio nel flusso del traffico di un’importante città americana.
Allora capii che le cose non sarebbero tornate alla normalità ancora per un bel po’,
dato che lì, a librarsi ad appena qualche decina di metri sopra di me, vi era quello
stesso oggetto che avevo visto due volte negli ultimi dieci giorni. Il pallone da calcio
rosso che si ostinava a seguirmi era tornato!
«Mi ricordo di te», mormorai a bassa voce.
Questa volta però non ero tanto spaventato quanto incollerito. Ero risentito per il fatto
che sembrava venirmi appresso dappertutto come una specie di ex fidanzata impazzita,
intromettendosi nella mia vita privata ogni volta che voleva. Ero talmente adirato in
quel momento che, se quell’oggetto fosse stato a terra, avrei valutato l’ipotesi di
travolgerlo col camper.
Perlomeno la sua stretta prossimità e il fatto che una volta tanto se ne stesse fermo (e
che io ero più lucido delle prime due volte in cui l’avevo visto) mi offrirono
l’occasione di esaminarlo più in dettaglio, per cui trascorsi qualche secondo a
osservarlo attentamente. Da dove mi trovavo, quell’oggetto sembrava avere un diametro
di 6-9 metri e davvero mi ricordava un gigantesco pallone da calcio rosso
lampeggiante, per via delle piastre esagonali che lo ricoprivano. Notai che la luce
proveniente dall’oggetto brillava più intensa attorno ai margini di ciascuna piastra,
lasciando intendere che le piastre fossero massicce e gli spazi fra loro più traslucidi.
Particolare particolarmente interessante, la sfera sembrava avere sul fondo una sorta di
striscia verdastra, che pareva la sorgente della luce bianco-azzurrina. Per quanto
adirato, riuscivo ad apprezzarne la bellezza e l’apparente complessità tecnologica, e
rimasi a guardarlo in soggezione mentre si librava pigramente sopra di me, a quanto
pareva del tutto indifferente al fatto che letteralmente centinaia di persone lì sotto
stessero a guardarlo. Chiaramente sembrava non importargli nulla di avere un pubblico;
oppure faceva tutto parte del piano?
All’improvviso l’oggetto, con indifferenza, prese ad andare alla deriva verso sud e,
per qualche motivo, mi sentii costretto a seguirlo. Non so bene se fosse solo perché ero
in collera o perché volevo vedere altro, ma subito premetti l’acceleratore e mi misi a
tallonarlo, una volta tanto, emozionato per essere passato da preda a cacciatore. Mentre
lo seguivo, lo vidi compiere una svolta decisa a sudest in direzione di un’area verde
chiamata Old Stone House Park; poi, entrai nel parcheggio del parco. Arrestando
rapidamente il camper, raccolsi la videocamera dal sedile accanto a me (avevo preso
l’abitudine di portarmela dietro ovunque, per ovvi motivi) e cominciai a filmare
quell’oggetto che si librava lentamente al di sopra di un enorme pioppo.
Mentre filmavo quel veicolo che mandava vividi lampi di luce, sentii in lontananza
frammenti di conversazione e all’improvviso mi resi conto che il parco era pieno di
gente. Quando alcuni notarono che stavo videoregistrando l’UFO, mi si avvicinarono
come se in qualche modo fossi stato responsabile per quell’affare sospeso per aria.
Contemporaneamente, all’improvviso, sentii ululare in lontananza le sirene della
polizia, il che mi fece supporre che qualcuno avesse avvertito le autorità (o forse l’UFO
aveva tanto sbalordito gli automobilisti da provocare un incidente). Considerando
quanto fosse straordinario quell’oggetto, non sarei rimasto affatto sorpreso di veder
comparire aerei da caccia della vicina base dell’aeronautica di Buckley per unirsi a
tutta la baraonda. A quel punto mi venne in mente che, qualunque cosa fosse
quell’oggetto, certamente non si vergognava di farsi vedere da centinaia di persone.
Mentre filmavo il veicolo mi domandai se dopo tutto non si trattasse di un qualche
tipo di marchingegno dei militari o comunque di una macchina costruita dall’uomo, ma
d’altronde quell’affare accelerava all’improvviso e poi si fermava di colpo, in maniera
del tutto diversa da tutto ciò che la nostra tecnologia fosse in grado di fabbricare. Alla
fine schizzò in una nuvola, e a quel punto tutto il cielo si illuminò come per il lampo di
un fulmine tra una nube e l’altra. Non penso però che fosse effettivamente un fulmine,
poiché non ci fu nessun tuono; invece era piuttosto come se il veicolo emettesse in tutte
le direzioni dei lampi di energia provvisti di carica elettrica, che rimbalzassero sui
frammenti di cumulonembi sparsi nel cielo. Dopo tre o quattro scariche, sparì
definitivamente, lasciando un parco pieno di gente che guardava verso il cielo,
sconvolta.
Disegno dell’UFO che illuminava il mio camper mentre tornavo a casa nei pressi
dell’Old Stone House Park.

Era stato un bello spettacolo, dovevo ammetterlo. Qualunque cosa fosse, non potevo
fare a meno di ammettere che mi ero divertito tantissimo!
Però, cosa ancor più importante, adesso avevo registrato qualcosa che non poteva
essere respinto facilmente, oltre ad avere un parco pieno di testimoni oculari in grado
di confermare la mia storia, molti dei quali erano disposti a farsi intervistare davanti
alla videocamera. Meglio di tutto, le immagini registrate questa volta non erano quella
sorta di lampi di luce vaghi e sfocati in lontananza che avevo filmato in precedenza.
Queste erano nitide e precise e, per ciò che mi riguarda, incontrovertibili. Inoltre, in
seguito venni a sapere di non essere stato l’unico all’Old Stone House Park con una
videocamera quella sera. Vi era una famiglia che festeggiava un compleanno e anche
loro registrarono per diversi secondi quell’oggetto, il che costituisce una sorta di prova
inestimabile: un UFO registrato su pellicola da due o più fonti indipendenti e il tutto
confermato da decine di testimoni oculari. Davvero non si può chiedere di meglio!
Ma la storia non finì lì. La cosa ancora più bizzarra fu che quando i rappresentanti
d e l MUFON incominciarono a indagare sull’accaduto qualche giorno dopo non
riscontrarono l’invio di alcun veicolo di emergenza, come tutti noi avevamo udito e
registrato nel video. Era come se le informazioni fossero state del tutto cancellate,
anche se nessuno sapeva da chi e perché. Chiaramente sembrava che qualcuno cercasse
di fingere che l’episodio non fosse mai avvenuto, ma perché?
Era chiaro che in tutta quella storia c’era ben più di qualche omino verde a bordo di
dischi volanti immaginari. Considerando il silenzio da parte delle autorità riguardo
all’attività dei tanti veicoli di emergenza quella sera, era ovvio che tutta la vicenda
provocasse disagio in qualche stanza dei bottoni.
10. Divulgazione

Dopo gli episodi di Daniels Park e dell’Old Stone House Park, la voce si diffuse
rapidamente. Non solo attirò verso il mio caso alcuni tra i più eminenti ufologi del
paese, ma cominciò perfino ad affascinare alcuni studiosi e scienziati di larghe vedute
di tutti gli USA. Chiaramente stava succedendo qualcosa che necessitava di un attento
esame, e sembrava che spuntasse gente dal nulla proprio a questo scopo. In tutta la mia
vita non avrei mai immaginato di rimanere coinvolto in qualcosa di neanche
lontanamente simile.
Inoltre, era evidente che la mia vita a quel punto era cambiata per sempre. Non avevo
alcuna possibilità di tornare al mio vecchio modo di pensare, né potevo negare le mie
esperienze o cercare di spiegarle come avevo già tentato disperatamente di fare. Per
fortuna, alcuni scienziati di fama e celebri ufologi mi assicurarono che le mie
esperienze non soltanto erano normali ma non erano nemmeno del tutto inaudite. Era
bello sapere che, dopo tutto, non stavo perdendo il senno.
Ma comunque non mi sentivo confortato. Ero spaventato e quasi non riuscivo a
dormire per paura che mi accadesse qualcos’altro. Ogni volta che uscivo di casa
guardavo verso l’alto perché temevo che quei maledetti oggetti mi piombassero
addosso! «Quando finirà?» divenne il mantra che mi ripetevo mentre me ne andavo in
giro giorno dopo giorno, preoccupato di ciò che loro potessero avere in serbo la volta
seguente.
L’interrogativo che bisognava porsi quindi era cosa fare di tutta quella roba. Dopo
l’episodio dell’Old Stone House Park, la voce si sparse rapidamente e ben presto mi fu
chiesto di parlare delle mie esperienze a vari gruppi di ufologi e in talk show alla
radio. Perfino la rete Fox News voleva predisporre un servizio sull’avvistamento,
promettendo di utilizzare il mio filmato per dimostrare che quella sera era stato
avvistato qualcosa nel cielo sopra Lakewood. Inizialmente esitavo a incontrare quelli
della Fox, perché presumevo che, una volta messe le mani sulla storia, avrebbero
ridicolizzato tutta la faccenda e mi avrebbero fatto passare per pazzoide, ma quelli del
MU FO Nritenevano che fosse un buon metodo per individuare ulteriori testimoni, così
accettai di incontrarli.
Sorprendentemente l’intervista andò benissimo. Gli intervistatori, anziché distorcere
le mie parole o cercare di sminuirmi, sembravano assai curiosi. Forse avevano preso
sul serio la vicenda per via del numero di testimoni coinvolti o per il fatto che vi fosse
una prova video a confermare le mie affermazioni, ma qualunque fosse la ragione
sembravano ben disposti e imparziali riguardo all’intera faccenda. Uscii dall’intervista
con la sensazione che forse avrei finalmente registrato qualche progresso in tutto questo
e che una volta trasmesso il servizio mi sarebbe arrivata qualche risposta. Capivo ben
poco i mezzi di informazione moderni o il ruolo che, talvolta, può svolgere la fatalità.
Per qualche motivo il servizio non sarebbe stato mandato in onda prima del maggio
2002, ben otto mesi dopo l’avvenimento. Questa indubbiamente fu una decisione presa
ad alto livello alla Fox News, ma mi sembrò che, se l’idea era stata quella di invitare
altri testimoni a farsi avanti un ritardo di otto mesi, sarebbe stato controproducente.
Forse alcuni alti dirigenti ci stavano ripensando, riguardo alla messa in onda del
servizio; oppure il tempo trascorso aveva ormai fatto accantonare l’intera faccenda, o
forse era solo che gli avvenimenti internazionali avevano concorso a escludere dalla
prima pagina gli UFO. Qualunque fosse la ragione, l’attesa era straziante e mi rendeva
ancora più emozionato a mano a mano che si avvicinava la magica data del 19 maggio
per la messa in onda. Ero particolarmente curioso di vedere che cosa avrebbero
pensato tutti i miei vecchi amici e compagni di scuola nel vedermi in tv a parlare di
quella roba.
Finalmente arrivò il gran giorno, e mia sorella Ann e il mio amico Mark erano
presenti per partecipare all’evento. In tutta la città i miei amici erano sintonizzati per
guardare il programma, e tutti noi pregustavamo con ansia il servizio breve ma
importante che sarebbe stato trasmesso. Poi avvenne una cosa assai curiosa: pochi
istanti prima che andasse in onda il servizio, ci fu un’interruzione di corrente elettrica!
Dapprima pensammo che fosse saltato un fusibile o scattato un interruttore, ma
quando guardammo fuori ci rendemmo conto che tutta la zona era oscurata. Ventimila
abitazioni erano rimaste senza corrente, quasi tutte a Lakewood e nella zona in cui
probabilmente vivevano i testimoni dell’avvenimento. Per essere sincero, non sono mai
stato un fanatico delle teorie del complotto, ma adesso cominciavo a pormi delle
domande, specialmente quando la corrente ritornò esattamente un’ora dopo, proprio al
termine del notiziario.
Ma stavo diventando paranoico? In fin dei conti, se qualcuno non voleva che la storia
andasse in onda, perché non manovrare nell’ombra all’interno della Fox e far
archiviare il servizio? Se era per questo, perché togliere la corrente ad appena una
minima percentuale della popolazione visto che la storia andava in onda anche nel resto
della città? Perché allora non far saltare la corrente durante i pochi minuti del servizio,
anziché toglierla per un’ora intera? Niente di tutto ciò aveva senso e probabilmente
sarei stato disposto a dimenticarmene, se pochi minuti dopo l’interruzione di corrente
non fosse squillato il telefono.
La voce all’altro capo sembrava quella di un anziano: era profonda ma nitida. Mi
domandò se anche a me mancasse la corrente. Quando gli risposi di sì, mi disse che non
era «un caso» e che dovevo «stare attento». Provai a domandargli che cosa intendesse,
ma riattaccò. Misi giù il ricevitore e rimasi lì con lo sguardo fisso. Se qualcuno aveva
il potere di togliere la corrente a un’intera città, che dire della mia incolumità
personale. E avevo buoni motivi per preoccuparmi, poiché di lì a poco riapparvero
quegli strani clic che avevo udito in precedenza al telefono, inducendomi a presumere
che, per via di quanto era successo, il mio telefono fosse di nuovo intercettato. Ma
perché? Non avevo mai fatto nulla di illecito in vita mia. Ero soltanto un tizio
qualunque che stava vivendo circostanze insolite e straordinarie.
Non mi restava che accettare il fatto che le mie esperienze fossero reali. Perché
altrimenti ci sarebbe stato tanto interesse verso di me e perché certe informazioni
sarebbero state tenute nascoste al pubblico? E chi mai faceva scherzi con la corrente
elettrica? Ci vollero mesi ai ricercatori per ottenere informazioni dalla società elettrica
riguardo all’interruzione di corrente. Tutti rimasero sbalorditi nell’apprendere che il
fulcro del guasto era l’Old Stone House Park; si lasciava intendere che chiunque ne
fosse stato il responsabile aveva scelto bene la zona. Chiaramente loro non volevano
che si facessero avanti altri testimoni, per cui togliere la corrente nella zona circostante
al parco sarebbe stato il modo migliore per raggiungere lo scopo.
Indagini successive resero la vicenda ancora più sconcertante. La società elettrica ci
disse che l’interruzione di corrente era stata causata da qualcuno che cercava di
bruciare un palo telefonico di legno, ma proseguendo le indagini i ricercatori
scoprirono che la sede del guasto era in realtà un grande traliccio metallico! Errore di
comunicazione o tentativo di insabbiamento? Difficile dirlo, ma certamente tutte le
tessere iniziavano a combaciare, lasciando supporre che qualcuno dotato di notevole
influenza stesse manovrando dietro le quinte, ma chi poteva essere, e perché? Era il
governo? L’esercito? C’era forse una qualche organizzazione segreta, o magari un
gruppo privato molto potente, dietro a tutto questo? Solo col tempo si sarebbe saputo.
In ogni caso, come una sorta di nota a piè di pagina per gli avvenimenti dell’epoca,
malgrado l’interruzione di corrente che impedì quasi a tutti nella zona di seguire il
servizio sull’avvistamento all’Old Stone House Park, quella sera ci fu almeno una
persona che riuscì a vederlo. Anni dopo ricevemmo una lettera che non esito a definire
sbalorditiva. La busta non riportava il mittente ed era semplicemente indirizzata a
«Romanek». All’interno vi erano un breve appunto e tre fotografie. L’appunto
manoscritto diceva soltanto che la persona anni prima aveva visto il servizio
sull’episodio dell’Old Stone House Park e a quanto pareva rammentava il mio nome.
Nel frattempo, ci eravamo sforzati di proteggere la nostra riservatezza e avevamo
chiesto un numero di telefono non inserito nell’elenco, ma non avevano dato ancora
seguito alla richiesta per cui il nostro indirizzo era ancora disponibile. Come ogni altra
cosa che stava avvenendo nella mia vita, anche questa sembrava qualcosa di più di una
coincidenza, ma in senso positivo. L’appunto era firmato semplicemente «Merry», un
modo assai insolito di scrivere il comunissimo nome Mary, pensai all’epoca. La donna
passava a spiegare che suo nonno, il quale all’epoca dell’avvistamento viveva presso
l’Old Stone House Park, quella sera aveva scattato delle foto all’UFO mentre irradiava
qualcosa verso la strada. Secondo la lettera, le foto stavano per essere gettate via, ma
lei aveva avuto un ripensamento e aveva pensato invece di spedirle a me.
Le immagini si rivelarono stupefacenti quanto la lettera di Merry. Mostravano lo
stesso globo rosso pulsante che io e decine di altri avevamo visto sopra il parco anni
prima, ma in queste foto la luce sembrava come gocciolare dal fondo dell’UFO,
lasciando supporre una natura quasi simile al plasma. La cosa curiosa è che io non
avevo notato nulla del genere quando avevo visto il veicolo, e nemmeno la luce
sembrava «gocciolare» come mostravano le foto, il che le rendeva ancora più
inspiegabili. Certamente, qualunque cosa fuoriuscisse dal veicolo sembrava diversa
dalla luce in senso normale, qualcosa quasi di organico, come gocce di luce liquida!
Probabilmente non saprò mai chi sia «Merry» né perché avesse spedito a me le foto, ma
la ringrazio molto!
11. Viaggio nell’inconscio: la mia prima
regressione e il ricordo del rapimento

Gli eventi bizzarri che sperimentai nel settembre del 2001 mi ossessionarono per
tutto l’inverno e fino alla successiva primavera. Avevo ancora frammenti di ricordi dei
tre personaggi simili a opossum che si erano presentati alla mia porta e sapevo che in
questa storia c’era qualcosa di più di un brutto sogno, specialmente alla luce delle
scorticature riscontrate sul mio corpo la mattina dopo. Dovevo sapere che cosa fosse
realmente successo quella notte, se non altro per la mia tranquillità. Mi pareva non solo
importante ma perfino urgente.
Degli amici mi avevano parlato della regressione ipnotica, un procedimento tramite il
quale, a quanto pare, si può accedere a ricordi nascosti, sepolti nelle profondità
dell’inconscio. Inizialmente ero scettico riguardo all’idea di farmi addormentare e, al
pari di molte persone che non sono mai state ipnotizzate, avevo ogni sorta di preconcetti
erronei riguardo a che cosa fosse l’ipnosi e a come funzionasse. Non ero nemmeno
convinto che funzionasse davvero: da bambino ricordavo che mia madre aveva provato
l’ipnosi per smettere di fumare, ma poi aveva continuato, e questo mi rendeva ancora
meno impressionato da tale procedura. Nel profondo, sapevo che dovevo fare qualcosa.
Dovevo assicurarmi che i miei ricordi del precedente rapimento fossero reali. Mi
serviva qualche genere di verifica, e la regressione ipnotica sembrava l’unico modo per
conseguirla. Perciò accettai con riluttanza di partecipare a una seduta e, una volta che
m’impegnai ad andare fino in fondo, mi misero in contatto con una qualificata terapeuta
locale chiamata Deborah Lindemann.
Deborah era una delle persone più professionali che avessi mai conosciuto.
Diplomatasi nella Scuola L & P di Garden Grove, in California, si era specializzata in
diverse branche dell’ipnoterapia clinica, fra cui modifica del comportamento, terapia
delle vite passate, analisi transazionale, timeline therapy e altre tecniche. Inoltre, è
membro del Consiglio americano di ipnoterapia e della Federazione internazionale
dell’ipnosi, nonché autrice di numerosi articoli sui benefici dell’ipnosi. Chiaramente,
se qualcuno poteva aiutarmi ad approfondire tutta la vicenda, questa era lei. Fissammo
un appuntamento per la fine di giugno del 2002. Non avevo idea di che cosa mi
aspettasse.
Finalmente giunse il gran giorno e, dopo esserci scambiati qualche spiritosaggine e
avere parlato di come funzioni l’ipnosi, ci mettemmo all’opera. Dopo qualche minuto
trascorso ad ascoltare Deborah chiedermi di respirare e rilassarmi... respirare e
rilassarmi... mi sentii scivolare lentamente in uno stato alterato di coscienza.
Al pari di molte persone, avevo paura di ciò che sarebbe successo una volta
addormentato, ma quando mi resi conto di poter concordare la profondità dello stato
alterato a cui accedere, la mia paura diminuì. Nessuno ha realmente il potere di
«dominare» la mente di un altro, e potevo scegliere se accogliere o rifiutare i
suggerimenti della terapeuta. Una volta accettato questo presupposto, era allora
possibile accedere ai miei ricordi nascosti; e ce n’erano tanti!
Durante quella seduta affiorarono ricordi dettagliati. Tutto ciò che mi era successo
nell’ultimo anno e mezzo finalmente venne messo a fuoco, specialmente il rapimento nel
primo mattino del 20 settembre 2001. Tutti quegli avvenimenti oscuri erano adesso
ricordi vividi, e all’improvviso mi scoprii capace di ricordare tutto, perfino gli strani
odori nell’aria. Più di tutto, però, cominciai a ricordare ciò che era successo dopo che
il popolo degli opossum mi aveva fatto perdere i sensi sul balcone del mio
appartamento. Quanto era avvenuto in seguito poteva solamente essere considerato una
delle esperienze più straordinarie della mia vita.
Durante la mia regressione raccontai che, poco dopo essere stato reso incosciente sul
balcone, una volta ripresa conoscenza mi trovai in piedi, completamente nudo, in una
stanza rischiarata da una luce violenta, attaccato a quella che potrei descrivere alla
meglio come una parete di qualche genere. Quando cercavo di muovermi, sembrava che
la forza di gravità mi bloccasse, immobilizzandomi completamente. Mi ricordava
quella giostra del luna park che gira su se stessa, spingendo la persona contro la parete
grazie alla forza centrifuga. La differenza era che non si trattava di una giostra, inoltre
la forza era molto più intensa; tanto più intensa, in effetti, che ero in grado di muovere
leggermente solo la testa, i piedi e le mani. Quindi ricordai la presenza di centinaia di
dischi rotondi, color rame, delle dimensioni di monetine, incastonati nella parete a
intervalli di una trentina di centimetri. Ora mi domando se non fossero loro ad
addossarmi alla parete. Abbassando lo sguardo, notai le fasce color rame attorno alle
mie caviglie e ai polsi; da ogni fascia si dipartiva un sottile filo metallico che la
collegava a un punto sulla parete.
La zona in cui mi trovavo sembrava una sorta di avvallamento, poiché ad appena un
metro di distanza dalle mie dita dei piedi vi era un bordo leggermente sollevato, a
quanto pareva progettato per contenere o incanalare liquidi. Ogni cosa attorno a me
sembrava essere costruita per qualcosa di molto più piccolo di un essere umano e tutti
gli spigoli erano arrotondati. Per quanto potessi vedere, nella stanza non vi erano angoli
retti né spigoli aguzzi. Un’illuminazione bianco-azzurrina inondava tutto l’ambiente,
come fosse stata emessa dalle pareti e dal soffitto.
Al centro della stanza campeggiava una piattaforma simile a un tavolo operatorio con
i margini arrotondati, saldata direttamente nel pavimento. In effetti ogni singolo
elemento sembrava essere stato ricavato da un solo stampo di materiale. Sopra il tavolo
operatorio vi era un lungo tubo a forma di goccia che spuntava dal soffitto e conteneva
varie luci e strumenti. Mi sembrava di essere stato imprigionato nell’ambulatorio di un
medico squilibrato.
Subito oltre il tavolo, sull’altro lato della stanza, vi era una porta attraverso cui
entrarono tre piccole figure. All’avvicinarsi di quegli esseri, notai che erano gli stessi
del popolo degli opossum, compreso quello che avevo cercato di scaraventare giù dal
balcone, che con tanta sfrontatezza erano entrati nel mio appartamento. Dire che ero
spaventato sarebbe un eufemismo; se fossi stato in grado di urlare, l’avrei fatto con tutte
le mie forze. Più mi spaventavo, però, più le espressioni sui loro volti bizzarri si
facevano strane, come se la mia paura li mettesse a disagio.
All’improvviso un pensiero tranquillizzante mi pervase la mente: «Va tutto bene; devi
calmarti».
Erano le stesse parole rassicuranti che ricordavo di avere udito quando avevo
incontrato per la prima volta quei tre nel mio appartamento. Chiaramente dovevano
essere telepatiche, poiché non riuscivo a scorgere alcun movimento sulle loro labbra
quando le parole mi riecheggiavano in testa.
Mentre quegli strani pensieri incoraggianti mi pervadevano la mente, la femmina mi
fissava, come per farmi capire che era lei a trasmettermeli. Avvicinandosi, mi pose
sulla spalla la mano lunga e sottile e all’istante percepii un calore inspiegabile
diffondersi in tutto il mio corpo. Di nuovo, un pensiero mi balenò nella testa come per
rassicurarmi che tutto sarebbe andato bene a patto che mi fossi calmato, il che bastò a
impedirmi di diventare totalmente isterico. Senza togliermi la mano di dosso, la
femmina portò l’altra mano alle mie spalle per toccare qualcosa. All’istante, la parete
mi liberò e mi ritrovai in piedi sul pavimento, non più trattenuto. Se ci avessi provato,
credo mi sarebbe stato facile spezzare i fili collegati alle fasce che avevo ai polsi e alle
caviglie, ma per qualche motivo non mi venne in mente di provarci.
Anziché spezzare i fili, cercai di togliermi le fasce, ma ogni volta che le torcevo o le
tiravo sentivo che erano attraversate da piccole correnti elettriche. Quando la femmina
notò quello che stavo facendo, mi guardò dritto negli occhi. «Per proteggerti», disse,
ovviamente cercando di spiegarmi a che cosa servissero quei congegni.
Qualche secondo dopo, la femmina mi fece girare delicatamente fino a mettermi con
la faccia al muro. Come se glielo avessero suggerito, uno dei maschi si fece avanti.
Portava a tracolla uno strumento di qualche tipo. Sembrava una scatola trasparente con
un piccolo scomparto a un’estremità e un tubo lungo e sottile all’altra, che finiva con
quella che mi rammentava una minuscola versione di un cucchiaio dosatore da gelato.
Mentre il maschio si avvicinava, lo sentii strofinarmi la parte inferiore del dorso con
qualcosa, gesto che fu seguito subito dopo da un dolore intenso. Guardai che cosa stesse
facendo e, a quanto mi parve, mi stava raschiando del tessuto dalla parte inferiore della
schiena. La seconda volta che lo fece sentii un lieve tocco dietro la testa, che credo mi
abbia fatto perdere i sensi perché non mi ricordo che cosa avvenne dopo. Tutto ciò che
so è che mi svegliai seduto sulla piattaforma al centro della stanza dove la femmina mi
stava applicando un liquido sulle piaghe sui polsi.
Seduto sulla piattaforma, ancora molto spaventato e con la mente in subbuglio, ebbi
perlomeno la presenza di spirito di cercare di dialogare con la mia rapitrice, che non
aveva affatto un’aria minacciosa. Naturalmente tutto questo avveniva telepaticamente;
non solo ero in grado di leggere i suoi pensieri, ma anche di inviare i miei. Col senno di
poi, sospetto che la comunicazione telepatica sia l’unico mezzo per superare le barriere
linguistiche tra i miei rapitori e i loro ospiti, per cui immagino che quel metodo di
comunicazione non solo fosse efficiente ma probabilmente essenziale per capirci. Per
fortuna imparai rapidamente servirmene e ben presto fui in grado di distinguere i loro
pensieri dai miei, col risultato che fra noi si stabilì un dialogo elementare ma pur
sempre efficace.
A quanto pareva questo interscambio ebbe su di me un effetto calmante, e ricordo di
avere posto loro quel genere di domande che normalmente si porrebbero a un essere
extraterrestre avendo la possibilità di interrogarlo: da dove venivano, come erano
arrivati fin qui, che cosa ci facevano qui. Però le risposte non mi giungevano sotto
forma di parole ma tramite simboli o disegni. Per esempio, quando domandai da dove
provenissero, vidi con la mente un disegno. Quando chiesi come fossero arrivati sulla
Terra, di nuovo, in risposta alle mie domande, ricevetti nella mia mente simboli e
diagrammi. Ogni volta che esprimevo un interesse o ponevo una domanda, arrivava una
risposta telepatica istantanea, creando una conversazione vivace, seppure piuttosto
caotica.
Infine avvertii una sensazione di maggiore insistenza nei pensieri della femmina,
come se stesse cercando di dirmi qualcosa di cruciale. «Sta per accadere qualcosa di
importante», mi disse.
Presumevo intendesse sulla Terra, ma non ne ero certo. Sembrava volermi dire di
più ma nel momento in cui si rese conto che cominciavo ad afferrare le sue idee fece un
passo indietro. Poi mi guardò dritto negli occhi e a quel punto percepii una valanga di
informazioni penetrarmi nel cervello, quasi fossi un computer che caricava una banca
dati. Erano più informazioni di quante potessi elaborare, e lo stress a cui ero sottoposto
mi fece crollare in ginocchio.
La femmina si interruppe e attese che riacquistassi l’autocontrollo. Dopo di che
sembrava pronta a riprovare, però questa volta le immagini erano maggiormente
distinguibili, come se lei avesse ridotto il volume in modo che il mio cervello capisse
meglio il senso di ciò che vedevo. Subito le immagini cominciarono a inondarmi la
mente; visioni di venti così impetuosi da cancellare strade e autostrade, e onde di marea
che sommergevano intere città; c’erano incendi dappertutto: l’intero pianeta sembrava
in preda alle convulsioni, sopraffatto da un disastro dopo l’altro.
Domandai ad alta voce: «È questo che sta per succedere? È questo che volete che io
veda? Quando accadrà?».
Nessuna risposta. Soltanto in seguito avrei compreso che la femmina voleva darmi ad
intendere che quegli eventi sarebbero potuti accadere se le cose non fossero cambiate
sulla Terra, e non che fossero destinati a succedere inevitabilmente. Qualunque cosa lei
cercasse di comunicarmi, causava in me confusione e grave turbamento, a dir poco.
In preda al panico, domandai di nuovo: «Quando avverranno queste cose? Quando?».
Ricevetti un’ultima immagine: un allineamento di puntini disposti in forma di punto
interrogativo rovesciato. Non avevo idea di che cosa fossero o di che cosa
significassero, ma percepivo che erano un indizio per la risposta alla mia domanda.
Prima che potessi chiederlo esplicitamente all’ET femmina, però, lei fece un passo
indietro e mi toccò leggermente sulla nuca, dopo di che mi risvegliai nel mio letto,
sperando che quanto mi era successo fosse stato solo un brutto sogno.
Quando la regressione si concluse e mi ridestai completamente, mi fu chiesto di
disegnare i simboli che avevo visto. Prima di tutto, in base ai miei ricordi, disegnai il
punto interrogativo rovesciato che mi aveva mostrato l’ET femmina. Era un’operazione
piuttosto semplice, e impiegai appena un istante a riprodurlo.
Disegno dell’allineamento dei pianeti da me realizzato e tratto dalla mia prima
regressione. Purtroppo non era completo.

Soltanto in seguito avrei capito il significato del disegno, ma all’epoca intuivo solo
che aveva un’enorme importanza. Non appena ebbi terminato quel disegno ricominciai
a tracciare schizzi, producendo un disegno ben diverso dal primo, ma che mi sentivo
ugualmente costretto a produrre. Disegnando rapidamente, ecco che cosa venne fuori.
Il secondo disegno da me realizzato durante la prima regressione.

Vedevo lo stupore sul volto degli osservatori mentre in meno di due minuti riempivo
una pagina intera di equazioni complesse e simboli, e tutti, compresa Deborah,
parevano sbalorditi quando terminai di scrivere. Era evidente che nessuno si aspettava
alcunché di simile, e perfino io ero incerto su come spiegare quello che avevo appena
fatto. Confuso e spaventato, fui sopraffatto dall’emozione al punto che scoppiai a
piangere cercando di capire come potessi avere in testa tutte quelle cose! Avevo già
avuto un sacco di difficoltà a scuola: non era possibile che mi fossi inventato tutto!
Dovevo continuare a ripetermi che quanto tracciavo su quel blocco da disegno era
frutto della mia comunicazione con l’ET femmina. Ma la parte più difficile era credere
che fosse effettivamente accaduto. Era tutto così surreale.
«Che cosa mai sta succedendo qui?» seguitavo a mormorare, imbarazzato e
spaventato.
Abbassando lo sguardo sul blocco da disegno per esaminare più attentamente ciò che
avevo riprodotto, mi parve che il primo disegno, più semplice, fosse un po’ strano. Era
una serie di puntini con una forma che assomigliava a un punto interrogativo rovesciato,
con un semicerchio a intersecarlo. All’epoca non sapevo bene che cosa fosse, ma in
seguito appresi che era un allineamento dei pianeti del nostro sistema solare. Rammento
che durante la mia esperienza di rapimento l’ET femmina sembrava volermi informare
che stava per succedere qualcosa di importante. Quando le domandai quando sarebbe
avvenuto, mi mostrò questo. Tali disastri forse sarebbero accaduti quando i pianeti
fossero stati allineati secondo questa configurazione?
Ma la forma dell’allineamento planetario da me disegnata mi parve istintivamente in
qualche modo errata. Nel chiedermi se la dislessia potesse avermi indotto a disegnarla
al contrario, provai in seguito a ridisegnare a memoria l’allineamento planetario, ma
così facendo rivoluzionai completamente il disegno. All’epoca mi pareva fosse una
rappresentazione più accurata; tuttavia, la data dell’allineamento si rivelò già trascorsa,
il che implicava che il primo disegno era, a parte qualche elemento mancante, più
giusto. Ci sarebbe voluta un’altra regressione ipnotica un anno dopo per correggere lo
schema e fornire una data più precisa (si veda il capitolo 30).
L’altro disegno, invece, all’epoca mi sembrava corretto, anche se il suo significato
rappresentava per me un mistero totale. Aveva tutta l’aria di un mucchio di scarabocchi
con vari simboli, lettere e numeri sparsi alla rinfusa. Avendo competenze matematiche
da scuola elementare, ero pronto a considerarli un’accozzaglia di sciocchezze, ma altri
riconobbero la possibilità che si trattasse di vere e proprie equazioni. Curiosi di sapere
se potessero essere qualcosa di importante, ci mettemmo in contatto con diversi
scienziati che si erano interessati al mio caso e inviammo loro delle copie per
un’analisi. Il responso fu per me quanto mai strabiliante.
Venne fuori che quegli scarabocchi erano equazioni di qualche tipo, mentre gli oggetti
a forma di imbuto sembrava rappresentare cunicoli nello spaziotempo. Inoltre, erano
raffigurati la costellazione di Orione e lo schema del nostro sistema solare con
l’aggiunta di un ulteriore pianeta (come nell’altro schizzo). Assai singolare era la
circostanza che la parte superiore dello schizzo mostrasse un’equazione relativa a un
fantomatico «elemento 115» che, in seguito scoprii con sgomento, fu identificato
ufficialmente solo nel febbraio del 2004, ben due anni dopo che avevo prodotto il mio
disegno! Non l’avevo trascritta con precisione (la prima parte dovrebbe leggersi 5f14
anziché 5614) ma era abbastanza simile, tanto da lasciar intuire tutta l’equazione.
L’elemento 115, chiamato ufficiosamente «ununpentio», è un elemento sintetico che si
crea quando si bombarda americio-243 con ioni di calcio. Ha la qualità straordinaria di
possedere un campo elettrico maggiore degli altri elementi. In forma stabile, sarebbe
una potente fonte di energia ma, avendo un periodo di dimezzamento misurato in
millisecondi, non è sufficientemente stabile da poter essere utilizzato, per cui non
riuscivo a immaginare a che cosa servisse.
In seguito scoprii che i due cerchi alla sinistra dell’equazione sono atomi di elio che,
com’è stato ipotizzato, bombardandolo potrebbero stabilizzare l’elemento,
amplificandone notevolmente il campo gravitazionale al punto probabilmente da
influenzare la forma dello spazio circostante. Teoricamente, la gravità distorce o
deforma lo spazio accostando due punti distanti fra loro mediante una potente onda,
consentendo così di percorrere grandi distanze in brevi periodi di tempo. Questa
dunque sarebbe la chiave per rendere fattibili i viaggi spaziali: avvicinando fra loro
due punti dello spazio, un veicolo potrebbe entrare a un’estremità del «cunicolo» e
uscire dall’altra estremità quasi istantaneamente, a distanza di centinaia o perfino
migliaia di anni luce, rendendo così possibili i viaggi interstellari.
Qualcuno in seguito ipotizzò che in qualche modo dovevo essermi imbattuto in questa
equazione su Internet o in un libro di fisica e averla copiata (malgrado l’avessi scritta
davanti a diversi testimoni); in alternativa, avrei potuto benissimo memorizzarla per poi
riprodurla inconsciamente. Due elementi però si oppongono a queste spiegazioni.
Primo, come ho spiegato, l’elemento fu individuato nel 2004 (anche se la sua struttura
era stata già intuita), per cui da dove avrei potuto ricavare l’equazione due anni prima
della sua formulazione? Secondo, se in qualche modo mi fossi imbattuto nell’equazione,
perché non l’avevo trascritta in maniera corretta? Chiaramente si trattava di
un’informazione che all’epoca non potevo possedere.
Alla destra dell’equazione dell’elemento 115 vi era un’altra equazione che, a quanto
mi fu detto, rappresenta la cosiddetta legge di Ampère, che è una delle quattro
equazioni di Maxwell in riferimento alla teoria elettromagnetica. Il simbolo col cerchio
e la freccia sembra implicare una propulsione, lasciando intendere che in qualche modo
questa equazione abbia a che fare con qualche genere di propulsione elettromagnetica.
Tale equazione è piuttosto nota ai fisici, per cui suppongo che avrei potuto vederla in
precedenza da qualche parte e averla ricordata, ma uno dei fisici che esaminarono il
caso mi spiegò inoltre che l’equazione in questa forma, per quanto scritta correttamente,
non è reperibile in nessun libro di testo. Il termine 1/c2 infatti, viene ricavato in seguito
e non viene normalmente usato quando inizialmente si scrive questa equazione.
Ma la cosa forse ancora più interessante – perlomeno rispetto alle sue implicazioni –
è l’equazione al di sotto della legge di Ampère sul lato destro del mio disegno. Si tratta
della famosa equazione di Drake con raggiunta di «x 100». Per chi non ha familiarità
con l’argomento, è una semplice formula matematica messa a punto nel 1961
dall’astronomo di Harvard Frank Drake per determinare le probabilità di esistenza di
forme di vita progredite nella nostra galassia. Tenendo conto di fattori come la velocità
di formazione di stelle simili al nostro Sole (presumendo che il Sole sia il tipo migliore
di stella in relazione alle forme di vita progredite), la formula calcola quanti di tali Soli
possono avere pianeti e quale frazione di questi possono essere simili alla Terra (ossia
con acqua allo stato liquido e un’atmosfera) e, cosa ancora più importante, quale
minuscolo numero di simili pianeti possono sviluppare qualche forma di vita, almeno a
un livello primitivo. Tale numero – comunque dell’ordine di svariati milioni – viene
poi diviso per il numero di tali pianeti in cui potrebbero svilupparsi forme di vita
superiori e poi diviso nuovamente per il numero di quelli in cui effettivamente
emergono forme di vita intelligenti, calcolando la percentuale di specie in grado di
comunicare in un modo che noi potremmo captare, e la durata dell’esistenza delle
civiltà stesse in grado di comunicare.
Alla fine, anche utilizzando stime piuttosto prudenti (e operando solo con una
galassia di duecento miliardi di stelle: gli astronomi oggi ipotizzano che nella Via
Lattea possano esserci ben 400 miliardi di stelle), Drake alla fine dedusse che il
numero di simili civiltà residenti nella nostra galassia possa essere di ben 10mila! Il
fatto che io abbia aggiunto «x 100» lascia intendere che la deduzione di Drake sia
troppo prudente per un fattore 100, implicando che vi possa essere ben un milione di
civiltà avanzate solo nella nostra galassia!
Il lato inferiore sinistro della pagina mostra la costellazione di Orione con un cerchio
attorno alla stella Alnitak nella cintura (il pianeta di origine del popolo degli opossum,
probabilmente). A questa segue quello che sembra un cunicolo, indicante un viaggio
nello spazio verso il Sole e i pianeti, con un cerchio attorno alla Terra quale terzo
pianeta dal Sole. Questo simbolo è seguito da un altro cunicolo, forse indicante un
viaggio di allontanamento dalla Terra. Le linee rette e curve in basso a destra
probabilmente significano che lo spazio possa essere incurvato per consentire i viaggi
su lunghe distanze in un breve periodo di tempo.
Ciò che pure è interessante riguardo al disegno è che io indico dieci pianeti in orbita
attorno al nostro Sole, anziché i tradizionali nove (da allora ridotti a otto dopo il
declassamento di Plutone a «pianeta nano» nel 2006), lasciando intendere che vi sia un
altro pianeta ancora da scoprire. Nel 2005, ben tre anni dopo la mia regressione,
un’équipe di astronomi all’osservatorio di Monte Palomar identificarono quello che
(all’epoca) sembrava un decimo pianeta, che prontamente denominarono Xena,
confermando così l’accuratezza del mio schizzo. Il pianeta fu successivamente
ribattezzato Eris e ridotto a pianeta nano (assieme a Plutone), ma per me è comunque
interessante che i miei disegni come minimo avessero previsto la scoperta di un decimo
corpo celeste anni prima che gli scienziati sapessero della sua esistenza.
A parte i disegni, la cosa che ricordo più vividamente della mia regressione è
l’odore degli E T e delle loro apparecchiature durante l’esame. Dicono che il ricordo
olfattivo sia uno dei più intensi nella mente umana e, almeno nel mio caso, sembra
proprio che sia così. Assomigliava all’odore dei medicinali, dolciastro e nauseante
com’era, ed era così intenso da provocarmi conati di vomito. Non so bene se facesse
parte dell’atmosfera o se fosse l’odore degli E T stessi o dalle loro apparecchiature di
laboratorio; era onnipresente nel corso delle mie esperienze.
Proprio di recente ho scoperto come replicare quell’odore. Ogni primavera passavo
vicino ad olivi di Boemia in fiore. Camminando accanto a quegli alberi non riuscivo
proprio a immaginarmi dove avessi sentito in precedenza quell’aroma dolciastro e
nauseante, e poi ebbi come un lampo: era lo stesso odore che avevo sentito durante il
rapimento! L’aroma dei fiori di olivo di Boemia non corrispondeva perfettamente, ma
ci si avvicinava molto. In seguito, dopo qualche esperimento, finalmente ho scoperto
quale ingrediente mancante fosse necessario per ricreare perfettamente quello strano
odore: bastano un fiore di olivo di Boemia e un pochino di alcol per massaggi; è
esattamente la fragranza che rammento in maniera così vivida!
La seduta era finalmente terminata e io ero sbalordito. Non riuscivo proprio a farmi
una ragione per tutto quello che era successo, tanto meno a comprenderne il significato.
Perlomeno ebbi l’impressione che quanto avevo visto non era soltanto un parto della
mia fantasia. La seduta aveva contribuito ad avvalorare le mie sensazioni, dandomi il
coraggio di andare avanti; sapendo che il futuro probabilmente mi riservava altre sfide,
forse ancor più impegnative, che però a quel punto ritenevo di poter affrontare. Mi
sentii gratificato sul piano personale.
In ogni caso dovevo lasciarmi alle spalle le mie esperienze e andare avanti, cosa che
sarebbe stata un po’ più facile ora che stavo per trascorrere la mia vita assieme a Lisa,
la donna che amavo. Il 27 luglio 2002, con le bellissime Montagne Rocciose sullo
sfondo, Lisa ed io ci sposammo, il che mi costrinse a mettere in secondo piano tutto ciò
che mi era accaduto, anche se ero fin troppo felice di farlo. Presto mi sarei trasferito
nel Nebraska per stare più vicino a Lisa e ai suoi figli, ed ero certo di dimenticare
quegli eventi sinistri, una volta abbandonato il Colorado. La mia idea di liberarmi di
queste esperienze bizzarre fu però di breve durata, dato che non ci volle molto perché
le stranezze di nuovo mi raggiungessero, perfino nel Nebraska.
12. Globi rossi nel Nebraska

Lisa aveva avuto un figlio maschio e due femmine dal precedente matrimonio; dal
momento che condivideva con l’ex marito l’affido dei ragazzi, era importante per loro
che fossi io a trasferirmi nel loro stato di residenza. Dopo tutto quello che era successo,
mi parve che il trasloco fosse in ogni caso una buona idea, e non soltanto per via dei
bambini.
Avevo altre ragioni, ben più sinistre, per lasciare Denver. Nel giugno del 2002 Lisa
ricevette una strana e-mail, in cui si lasciava intendere che il fatto di trasferirci fosse
davvero nel nostro interesse. Non riuscii a rintracciarne il mittente. Diceva
semplicemente così:
A proposito di Stan Romanek. Mi rendo conto che potrebbe essere un po’ difficile per lei accettarlo, ma è
tutto vero. Come ormai lei sa, questo caso di UFO è molto importante, ma ciò che lei non sa è in che
misura lo sia! Sembra che la gente di lassù stia effettuando una comunicazione e il signor Romanek
costituisce il canale. Io, se non altro, vorrei che la cosa andasse in porto. In effetti, il motivo di questo
contatto è farle sapere che Stan è in pericolo! Ho cercato di mettermi in contatto col signor Romanek, ma
Stan è ostinato, e di sicuro ritiene che questi avvertimenti siano una burla. Purtroppo il tempo stringe. C’è
voluta molta fatica, ma ce l’ho fatta a mantenere segreta la vostra residenza. Quindi lei rappresenta un
rifugio sicuro per Stan. Se mai sarà possibile, potrei avere bisogno del suo aiuto per convincere Stan ad
andare via prima del previsto. Ho preso contatto con altri del MUFON che operano assieme a Stan. Spero
che lei non prenda alla leggera tutta la faccenda; la posta in gioco è alta!

Firmato: Informatore preoccupato

Non mi sorprende che Lisa fosse rimasta notevolmente spaventata da questo


messaggio, ma per quanto mi riguarda mi ha fatto soltanto incollerire. Chi aveva
concesso a queste persone (chiunque fossero) il diritto di minacciare me e la mia
famiglia in questo modo? Il mittente affermava di far parte di un’organizzazione, ma che
razza di gruppo poteva essere? Di nuovo, tutte le mie vecchie paure e la paranoia si
riattizzarono, ma ero deciso a non lasciare che altri prendessero le decisioni al posto
mio. Due mesi dopo lasciai il Colorado, ma non perché mi fosse stato detto di
andarmene, perché era necessario per Lisa e i suoi figli. Chiunque fosse il mittente, alla
fine l’ebbe vinta, ma solo perché il destino aveva stabilito che abbandonassi lo stato
che avevo imparato ad amare tanto.
Mi ci volle un po’ di tempo per abituarmi al passaggio dal caldo secco e dagli
inverni miti del Colorado all’umidità e al freddo pungente del Nebraska. Però, ero più
che disposto a sopportarli, nello spirito di cominciare col piede giusto la nostra nuova
vita assieme, lontani dallo sguardo torvo di quanti a Denver apparentemente erano male
intenzionati verso di me. Inoltre, apprezzavo il ritmo un po’ più tranquillo offerto dalla
vita nel cuore dell’America, e la gente era cordiale. Forse nella nostra cittadina di
3.000 anime non c’era molto da fare rispetto a Denver ma, considerando tutto ciò che
mi era accaduto l’anno prima, questo costituiva un gradito cambiamento di ritmo.
Le condizioni atmosferiche, comunque, rimanevano un cruccio per me. Al pari della
maggior parte degli stati del Midwest, il Nebraska era soggetto a forti temporali e ogni
tanto a qualche tornado, il che mi rendeva nervoso. Naturalmente i tornado non erano
ignoti sulle pianure orientali del Colorado, ma nel Nebraska erano di solito molto più
intensi e distruttivi. Naturalmente le brutte tempeste non erano nulla di nuovo per Lisa e
i bambini perché erano cresciuti in quella situazione. Io invece mi sentivo a pezzi ogni
volta che all’orizzonte comparivano nubi temporalesche. Ad accrescere la mia
insicurezza, rimaneva il fatto che abitavamo in una casa priva del seminterrato.
Forse fu proprio questo insieme di ansia e di ricordi del passato a convincermi,
durante un temporale particolarmente violento quell’estate, che i miei amici E T mi
avessero seguito nella nuova casa. Quando mi risvegliai dal sonno profondo per via dei
lampi abbaglianti fuori della finestra, il mio pensiero corse subito ai lampi silenziosi
emessi dal veicolo avvistato sopra Daniels Park e Old Stone House Park l’anno
precedente. Agitato e incapace di pensare con lucidità, svegliai Lisa per dirle che i
miei visitatori erano tornati e che dovevamo nasconderci.
Ovviamente meno preoccupata di me per la possibilità che gli E T volassero a bassa
quota sopra casa nostra, Lisa con voce assonnata mi consigliò di videoregistrare tutto,
se ero tanto preoccupato, e subito riprese a dormire. Dal suo tono capii che voleva
essere lasciata in pace, eppure aveva avuto una bella idea. Immaginai che se fosse
successo qualcosa sarei stato perlomeno in grado di documentare il tutto. Afferrando la
videocamera, andai alla finestra per controllare la situazione.
Rimasi sorpreso nello scoprire che il cielo non era poi così nuvoloso. Le poche nubi
presentavano dei varchi attraverso i quali riuscivo a scorgere le stelle, eppure i lampi
di luce intensa sembravano arrivare da ogni parte, e ancora non si udivano tuoni.
Mentre cercavo di dare un senso a ciò che vedevo, udii Lisa – che, a quanto pareva, non
era riuscita a riprendere sonno dopo il mio annuncio – assicurarmi che non c’era niente
di anomalo, erano solo lampi estivi. Io però non ne ero convinto e rimanevo sicuro che
ci fosse sotto qualcosa di più. Continuai a filmare per un po’ quello spettacolo di luci,
sempre più certo di non trovarmi di fronte a un’anomalia meteorologica. I miei timori,
però, ben presto si rivelarono infondati, poiché la tempesta alla fine si dissolse in
maniera un po’ deludente, non lasciandomi altra scelta che mettere via la videocamera e
tornarmene a letto riluttante, leggermente imbarazzato per essermi lasciato prendere dal
panico davanti a quello che, dopo tutto, si era rivelato solo un temporale estivo.
La mattina dopo, quando Lisa mi rimproverò per averla svegliata, la convinsi a
guardare con me la videocassetta per cercare di capire come mai mi ero preoccupato
tanto. Guardando il video, entrambi notammo l’intensità della tempesta, con forti lampi
di luce che illuminavano il cielo a intervalli di qualche secondo e, al culmine, quasi di
continuo, con lampi che arrivavano una o due volte al secondo. Se questa era una
tempesta, era davvero furiosa, malgrado le assicurazioni di Lisa sul fatto che un simile
spettacolo non fosse affatto insolito in quella regione.
Continuando a visionare il filmato, Lisa ed io notammo qualcosa fuori dell’ordinario.
Sebbene gran parte del video inquadrasse il cielo notturno, vi erano alcuni istanti in cui
abbassavo la videocamera mentre guardavo verso le nubi. In uno di quei momenti,
quando avevo puntato la videocamera verso la strada, notammo un piccolo oggetto
rosso luccicante che roteava davanti al nostro camper parcheggiato.
Affascinati, cercammo di immaginare che cosa potesse essere quel piccolo globo
rosso. Inizialmente pensai che fosse un effetto dovuto alla videocamera oppure la luce
rossa della videocamera stessa riflessa sulla finestra della camera da letto, ma dovetti
abbandonare quell’idea quando mi resi conto che sulla mia videocamera non c’era
nessuna luce rossa, per cui, qualunque cosa fosse, quell’oggetto davanti al mio camper
decisamente non era un riflesso. Ancora curiosi riguardo alla causa di quell’effetto,
provammo poi a imitare ciò che si vedeva sul video utilizzando torce elettriche, ma non
ne risultava nulla di simile. Per quanto ci sforzassimo, non riuscivamo a ricreare quello
strano globo.
Ma non finiva qui. A un certo punto del video avveniva un fatto curioso: l’oggetto
avanzava lungo il prato. C’era anche un momento in cui starnutivo, al che il globo
sembrava reagire allontanandosi, come sorpreso da quel rumore. Questo sembrerebbe
implicare però che fosse guidato da una qualche intelligenza, cosa che pareva un po’
difficile da immaginare.
Poi provammo a ripercorrere il tragitto seguito dal globo per vedere di individuare
qualche indizio del fatto che fosse un oggetto tridimensionale e di misurarne le
dimensioni. In base alle nostre supposizioni, stabilimmo che doveva avere avuto un
diametro di almeno 15-30 centimetri, una stima basata più che altro su un punto
leggermente annerito del marciapiede davanti al camper, che noi ritenemmo creato
proprio dal globo. Qualunque cosa fosse, non avevamo visto o videoregistrato
quell’oggetto per l’ultima volta, poiché il nostro «amichetto» sarebbe ritornato appena
qualche settimana dopo.
L’inizio di settembre nel Nebraska è afoso, e il momento più caldo della giornata è il
tardo pomeriggio. Diversamente dal Colorado, di sera non rinfresca, per cui è
essenziale l’uso di efficienti condizionatori d’aria. Perfino i due gatti di Lisa erano
infastiditi dalla calura; trascorrevano gran parte della giornata nascosti in qualche
angolino fresco della casa. Se per caso la serata era fresca, si può scommettere che
saremmo usciti tutti per approfittarne, compresi i gatti.
La sera del 7 settembre 2002 era proprio una di quelle occasioni e i gatti erano con
Lisa sulla veranda davanti alla casa, per godersi la serata piacevolmente fresca.
All’improvviso sentii Lisa chiamarmi: «Stan, vieni qui, presto. Questa non te la devi
perdere!».
Corsi in veranda a guardare. Lisa mi indicò i gatti, entrambi intenti a dare la caccia a
qualcosa sulla strada.
«Guardali», mi disse Lisa. «Si comportano in modo strano!».
I gatti sembravano dare la caccia a qualcosa nel punto in cui giorni prima si era visto
il globo roteare davanti al mio camper. Lisa mi suggerì di andare a prendere la
videocamera per registrare i loro movimenti. Incuriositi dai gatti, rimanemmo per un
po’ a guardarli mentre rincorrevano la loro preda invisibile. A un certo punto, uno di
loro balzò in aria quasi cercasse di afferrare un oggetto invisibile, ma sembrava che,
qualunque cosa inseguissero, quest’ultima evitasse facilmente la cattura.
Poiché calava il buio, Lisa andò a mettere a letto i bambini, mentre io rimasi sulla
veranda, continuando a filmare l’insolito gioco dei nostri felini. Di colpo, senza
preavviso, corsero verso il giardino sul retro come inseguendo qualcosa,
costringendomi a seguirli per vedere che cosa stessero combinando. Poiché nel
giardino sul retro la luce era più fioca, rapidamente commutai la videocamera
sull’impostazione per la registrazione notturna, sforzandomi di star dietro ai gatti, e
continuando a filmarli mentre inseguivano la preda invisibile. Sotto i miei occhi,
l’attenzione dei gatti all’improvviso si spostò verso il garage.
Allora cominciai a notare uno strano suono acuto provenire dalla zona attorno al
garage. Ruotando rapidamente la videocamera verso destra, con la coda dell’occhio
notai il bagliore fioco di una sorta di luce rossastra, che poi sfrecciò davanti al mio
mirino. Temporaneamente disorientato, alla fine lo individuai sull’erba accanto
all’angolo del garage e ruotai la videocamera verso la luce mentre mi avvicinavo con
cautela.
Notai che il suono acuto si intensificava mentre mi avvicinavo alla luce, ma non era
questa la cosa più singolare: in quel momento, vedevo che la luce pareva girare come
una trottola! Volendo guardare più da vicino, mi misi a camminare nella sua direzione
ma l’alimentazione video all’improvviso prese a lampeggiare di luce bianca. Subito
dopo intravidi sfrecciare nel cielo notturno una rapida stria di luce rossa, che innescò il
sensore di movimento posto nel garage del vicino, per cui il riflettore inondò di luce il
giardino. Sbalordito, urlai a Lisa di uscire subito, caso mai quell’oggetto fosse tornato,
ma per quella sera sembrava essersene andato via.
Mentre le spiegavo che avevo appena filmato quello che sembrava lo stesso globo
rosso che avevo già videoregistrato la settimana prima, perlustrammo attentamente il
vialetto presso il garage in cerca degli eventuali residui abbandonati sul posto dal
globo, così come aveva fatto nel precedente avvistamento. Stavolta, però, non
trovammo niente: evidentemente, l’oggetto non aveva lasciato impronte sull’erba. Che
cosa fosse quell’oggetto rimaneva per me un mistero.
Un amico in seguito ipotizzò che potesse trattarsi di un fenomeno chiamato fulmine
globulare, cosa che a me pareva un’assurdità. Verificando in seguito, scoprii però che
era un fenomeno reale, il che mi indusse a svolgere qualche ricerca per vedere se
potesse essere la spiegazione di ciò che avevo visto. Per chi non ha dimestichezza con
questa definizione, il fulmine globulare è sostanzialmente una sfera di elettricità statica
che ha la capacità di brillare intensamente per alcuni minuti per volta. Sebbene di solito
si spostino nell’aria senza direzione apparente, talvolta queste scariche sono attratte da
certi oggetti, normalmente gli aerei, e sembra che li inseguano alla stessa velocità
imitandone le manovre, dando così l’impressione di essere guidate intelligentemente. In
effetti, gli equipaggi dei bombardieri alleati che sorvolavano la Germania nella
Seconda guerra mondiale incontravano spesso questi oggetti luminosi – che
soprannominarono foo fighters – e pensavano fossero armi segrete naziste, mentre gli
equipaggi aerei tedeschi, a loro volta, le ritenevano armi segrete degli alleati! L’unico
neo di questa spiegazione è che i fulmini globulari raramente si vedono a livello del
suolo, e nemmeno, per quanto ne so, giocano con i gatti!
Qualunque cosa fosse, quell’oggetto mi innervosì. Solo a distanza di anni avrei
compreso il ruolo che quei piccoli globi colorati avrebbero svolto nella mia vita: era
come se annunciassero in maniera telegrafica che stava per accadere qualcosa di
grosso.
Come un altro rapimento, per esempio.
13. Equazioni nel sonno

Quando in giugno, durante la mia regressione, avevo trascritto l’equazione e


l’allineamento planetario, naturalmente presumevo che si trattasse di un evento unico,
difficilmente ripetibile. Come molte delle mie ipotesi, anche questa si sarebbe rivelata
sbagliata.
Lisa ed io ci svegliammo presto la mattina del 3 settembre 2002, per poi scoprire che
stava avvenendo qualcosa di piuttosto insolito. Lisa notò che il display della sveglia
digitale sulla testiera del letto riportava qualcosa di bizzarro: la scritta LILO anziché i
,

soliti numeri. Quando Lisa me la indicò, entrambi la osservammo con un senso di


meraviglia.
«Che diavolo significa LILO ci domandammo quasi all’unisono.

Dopo un attimo ci rendemmo conto che la sveglia era semplicemente rovesciata e in


realtà diceva «07.17». Ci mettemmo a ridere, ma questo non spiegava perché la sveglia
fosse rovesciata né chi l’avesse capovolta.
Essendo troppo impegnati in quel momento per preoccuparcene, ci preparammo ad
alzarci dal letto e a vestirci. Ma a quel punto notai qualcosa di ancora più insolito. Sul
mio petto c’era un foglio di carta con delle scritte bizzarre e, accanto a me, annidate tra
le pieghe della coperta, c’erano una penna e una matita. Rizzandomi sulla schiena, vidi
che c’erano anche dei fogli di carta in bianco sparsi sul pavimento dalla mia parte del
letto, tutti disposti in un percorso che conduceva alla porta della camera da letto.
Sembrava che qualcuno avesse rovistato nei cassetti alla ricerca di carta e penna,
abbandonando a terra ciò che non gli serviva.
Mentre mi domandavo brevemente che razza di ladro potesse entrare in una casa alla
ricerca di cancelleria, guardai meglio il foglio che avevo sul petto e rimasi senza fiato.
Era pieno di complesse equazioni matematiche, dello stesso tipo di quelle che avevo
trascritto durante la mia regressione ipnotica del giugno precedente.
All’improvviso, nel sonno mi misi a trascrivere equazioni e sul letto accanto a me trovai
questo foglio, con la mia scrittura.

Esaminando attentamente il foglio, cercai di capire come fosse possibile. Per quanto
mi sforzassi, non riuscivo a ricordare di avere scritto alcunché, eppure le equazioni
erano state vergate con la mia grafia e, come a fornire un’ulteriore prova del fatto che
fossi stato io a trascriverle, Lisa si avvide che avevo le mani completamente macchiate,
a dimostrazione che la penna perdeva inchiostro mentre scrivevo.
Evidentemente le avevo scritte nel sonno. Non avevo ricordi (inconsci o no) di
essere stato di nuovo rapito, per cui potevo soltanto presumere che le equazioni fossero
una memoria residua del primo rapimento. In altri termini, erano un’integrazione a ciò
che avevo scarabocchiato in precedenza; tuttavia, sembravano più complesse rispetto
alle precedenti. Ne inviai subito copie ai nostri amici di Denver, che le trasmisero agli
stessi fisici a cui avevamo sottoposto le equazioni precedenti. Questi, esaminandole,
confermarono che erano ancora più avanzate delle precedenti.
Da quello che mi riferirono gli scienziati, le equazioni avevano a che fare con i buchi
neri e con un parametro definito «costante di struttura fine» usato nell’elettrodinamica
quantistica. Da quanto capisco, la costante di struttura fine è in connessione con
l’eventualità che la velocità della luce sia rimasta sempre uguale in tutta la storia
conosciuta dell’universo. A quanto pare, gli scienziati, analizzando la luce proveniente
da lontani quasar, hanno tratto conclusioni dubbie, cosa che ne fa una questione
importante poiché «se la costante in qualche periodo del passato avesse avuto
variazioni di entità pari allo 0,3 per cento in più o in meno, la vita e forse perfino la
nascita delle stelle sarebbero state impossibili».
Purtroppo, non avevo la minima idea di che diavolo stessero dicendo, e sapevo per
certo che in nessun modo sarei stato capace di escogitare da solo qualcosa di simile.
Valutai tutte le possibilità per giungere a una spiegazione. Forse il mio inconscio aveva
memorizzato qualcosa che avevo visto alla televisione e poi l’avevo trascritto nel
sonno, ma non mi sembrava possibile! E quando avevo visto qualcosa del genere alla
televisione? Per cui rimaneva l’interrogativo: da dove venivano quelle equazioni?
Inoltre, avevano qualcosa a che vedere con il globo rosso rotante che avevo
videoregistrato davanti al mio camper qualche giorno prima? Non c’era modo di
saperlo, quindi restavo con un ulteriore mistero da aggiungere agli altri, che andavano
accumulandosi rapidamente. Qualunque cosa mi stesse capitando, decisamente mi
aveva seguito nella minuscola cittadina di Holdrege e non mi avrebbe mollato
facilmente.
Un paio di mesi dopo avrei scoperto fino a che punto le cose stessero davvero così.
14. Il secondo rapimento

Alla disperata ricerca di lavoro e incapaci di trovare un impiego nella minuscola


Holdrege, Lisa ed io decidemmo di trasferirci una trentina di chilometri a nord nella
città di Kearney, un po’ più grande. La decisione si rivelò giusta poiché entrambi
trovammo lavoro, apportando finalmente un certo livello di stabilità finanziaria in
famiglia. Non ci volle molto per ambientarci e riportare la vita alla normalità; o
perlomeno a un livello di normalità accettabile per noi. Perfino i gatti di Lisa
sembravano apprezzare il nuovo paesaggio.
In un cantuccio della mente speravo in segreto che il trasferimento a Kearney
segnasse la fine di quella spaventosa faccenda degli UFO, che sembrava seguirmi
dappertutto; all’inizio sembrò proprio così. Le settimane passarono senza incidenti,
permettendomi almeno di rilassarmi un po’, ma la pace non sarebbe durata a lungo. Ben
presto avrei imparato che ovunque andassi loro mi avrebbero sempre scovato. Stavo
per essere rapito di nuovo e questo evento mi avrebbe finalmente costretto a prendere
atto del fatto che non sarei mai riuscito a sfuggire al fenomeno.
Stavolta mi trovarono la mattina del 17 novembre 2002.
Questo rapimento però sarebbe stato dissimile dal primo, vissuto a Denver l’anno
prima. In quella circostanza non sarebbero stati esseri simili a opossum a bussare alla
mia porta; né mi sarei svegliato a letto immaginando che fosse stato tutto un brutto
sogno. Questo rapimento sarebbe stato diverso anche riguardo alla violenta reazione
fisica che avrebbe provocato in me, e per il fatto che stavolta ne avrei conservato delle
tracce per darne conto!
Tutto ebbe inizio in maniera piuttosto innocente. Mi ero appena procurato un lavoro
in un negozio di ferramenta dove avrei avuto la possibilità di riparare marchingegni e di
esercitare la mia manualità. Ansioso di partire con il piede giusto e volendo essere ben
riposato, ero andato a letto poco dopo le 22.00, deciso a farmi una bella dormita prima
di andare al lavoro la mattina dopo. Malgrado le mie buone intenzioni, però, non
sarebbe stato così, poiché mi ero appena assopito quando mi ridestai all’improvviso da
un sonno profondo, accusando brividi e una sensazione di paralisi. Sforzandomi di
riacquistare la piena padronanza di me, finalmente riuscii ad aprire gli occhi e subito
scoprii il motivo del mio disagio: ero disteso in mutande in posizione fetale sul prato
dietro la mia villetta bifamiliare!
Dire che ero disorientato sarebbe un eufemismo. Ero terrorizzato e, poiché era una
notte del tardo autunno con cinque gradi sotto zero, battevo i denti. Appena sveglio, mi
sforzai di mettermi carponi e, a quel punto, provai un dolore lancinante al fianco. Dopo
avere annaspato invano, alla fine trovai qualcosa da afferrare per appoggiarmi e
rimettermi in piedi a fatica. Tenendomi il petto nel futile tentativo di impedire che il
dolore peggiorasse, cercai freneticamente un modo per rientrare in casa, ma tutte le
porte e le finestre erano saldamente chiuse dall’interno. Allora mi domandai come
diavolo fossi arrivato là fuori. Non sono mai stato un sonnambulo, ma anche in tal caso
come avrei potuto chiudermi dietro le spalle le serrature di sicurezza dopo essere
uscito? Non aveva senso.
Terrorizzato, infreddolito e seminudo, provai tutte le porte e le finestre della casa,
senza fortuna. Alla fine, in preda al panico, mi misi a picchiare forte sulla finestra della
nostra camera da letto sperando di svegliare Lisa, la quale, dopo quella che mi parve
un’eternità, finalmente venne alla finestra.
«Che diavolo ci fai lì fuori?» mi domandò incredula.
«Non mi r-r-r-ricordo», risposi tremante di freddo.
Lisa corse subito alla porta a vetri scorrevole del soggiorno per farmi entrare. Non
appena accese la luce e aprì la porta, l’espressione sul suo volto passò da una lieve
irritazione a un’estrema preoccupazione. Avevo il viso coperto di sangue secco
fuoruscitomi dal naso; Lisa, nel rendersi conto che provavo un dolore estremo, mi cinse
col braccio per aiutarmi a varcare la soglia; le tremava la voce mentre mi chiedeva
scusa.
All’improvviso mi disse: «Credo che sia successo di nuovo».
«Che cosa?» le domandai, ancora cercando di capacitarmi di come fossi finito sotto
l’albero di mele cotogne alle tre del mattino.
Lisa mi girò attorno e notò i segni di cucchiaio sulla mia schiena. Erano identici a
quelli che presentavo dopo il primo rapimento, così cominciai a rendermi conto di
essere stato nuovamente «prelevato». Continuando a esaminarmi, Lisa notò un bitorzolo
sotto la pelle sul lato esterno della coscia. All’improvviso provai nausea e portai la
mano alla bocca. A quel punto notammo che stringevo forte qualcosa nella mano destra.
Lasciai cadere quell’oggetto sul tavolo e rimasi a guardarlo mentre svolazzava
dolcemente verso il piano del tavolo. Posandosi emise un tintinnio come se fosse un
oggetto metallico.
Esaminando per un attimo quell’affare bizzarro, fui di nuovo sopraffatto dal senso di
nausea e corsi in bagno. Mentre vuotavo il contenuto del mio stomaco, notai che quello
che veniva fuori aveva la consistenza e l’odore di qualcosa di simile a un detergente
per vetri e mi rendeva temporaneamente insensibile l’interno della bocca. Ormai il lato
del petto mi doleva tanto che non riuscivo nemmeno a stare in piedi senza l’aiuto di
Lisa, e lei rapidamente mi ripulì e mi riportò a letto dove, esausto, mi addormentai
quasi all’istante.
L’alba avrebbe portato ulteriori sorprese. Quando Lisa ed io esaminammo quella
strana materia metallica che avevo portato con me, uscimmo per vedere di trovare
qualche indizio che spiegasse meglio l’accaduto. Rimanemmo entrambi sbalorditi nel
trovare sul prato accanto al garage un’impronta circolare: i fili d’erba erano orientati
con cura in senso antiorario, eccetto che nel centro del cerchio, dove erano dritti.
Eravamo entrambi piuttosto sconvolti e avevamo bisogno di conforto, per cui Lisa
telefonò subito ad alcuni nostri amici per raccontare le nostre peripezie. Senza esitare,
un paio di loro arrivarono in auto da Denver fino nel Nebraska per stare con noi e
accertarsi che stessimo bene. Tutto ciò che posso fare è ringraziare Dio per i buoni
amici!
Al loro arrivo, i nostri amici ci aiutarono a raccogliere campioni per i ricercatori e a
documentare i fatti. Più tardi nella giornata uno di loro mi convinse a consultare un
medico per via del dolore che avevo al fianco.
Più tardi, cercando di spiegare al medico quanto mi era successo, senza menzionare
nulla di troppo inverosimile, gli dissi che mi ero svegliato all’aperto in piena notte
senza alcun ricordo di come fossi arrivato fin lì, e che mi doleva il petto. Un po’
sorpreso per le mie confidenze, il medico mi visitò e quasi subito notò i segni di
cucchiaio sulla schiena.
«Le fa male qui?» mi domandò dando dei colpetti con delicatezza.
«Niente affatto», risposi. Come nel caso dei segni che presentavo dopo il primo
rapimento, non sentivo niente.
Allora mi domandò se ero sicuro che i segni davvero risalissero al giorno prima
perché sembravano in via di rapida guarigione. Sia io sia Lisa gli assicurammo di sì. Al
termine della visita iniziale, mi mandò a fare una radiografia del torace, e rimanemmo
tutti sorpresi nel constatare che il dolore al petto era causato da una costola rotta. Il
medico, rendendo la cosa particolarmente bizzarra, ci disse che sembrava come se la
costola fosse stata in qualche modo tagliata e fissata intenzionalmente in modo da
risanarsi nella maniera più efficace. Ipotizzò che fossi stato appena operato alla
costola, ma per via della mancanza di incisioni chirurgiche si trovava in difficoltà a
spiegare come potesse essere successo.
Il medico era chiaramente sconcertato. La sua valutazione fu che probabilmente ero in
preda al sonnambulismo e in qualche modo avevo chiuso accidentalmente la porta da
cui ero uscito. Poi mi ero scagliato contro l’albero di mele cotogne, procurandomi i
segni a cucchiaio sulla schiena e la frattura della costola, anche se di primo acchito
sembrava che avessi subito un vero e proprio intervento chirurgico. In altri termini, non
aveva alcuna spiegazione per l’accaduto, e noi nemmeno.
Comunicandoci che ci sarebbero volute diverse settimane per la guarigione, mi
prescrisse pillole antidolorifiche, che però si rivelarono in gran parte superflue; il
dolore non perdurò a lungo e in meno di due settimane la mia costola era guarita come
se non mi fosse successo nulla.
Quanto allo strano cerchio nel nostro cortile, i ricercatori furono lesti a esaminare
minuziosamente ogni centimetro quadrato della nostra proprietà. Utilizzarono contatori
Geiger, lettori di campi elettromagnetici (apparecchi usati per captare energie
elettromagnetiche nell’aria) e una bussola magnetica per vedere se si potessero
riscontrare variazioni elettromagnetiche nel cerchio d’erba. Mentre il contatore Geiger
non mostrava nulla fuori dell’ordinario, il lettore di campi elettromagnetici e la bussola
impazzivano ogni volta che si avvicinavano al cerchio. Qualcosa simile avveniva
quando la bussola veniva portata dentro il cerchio; l’ago ruotava freneticamente finché
chi la reggeva non usciva dal cerchio.
Allo scopo di operare nella maniera più accurata possibile, furono spediti a vari
laboratori di tutto il paese per essere esaminati alcuni campioni di terreno e di erba,
unitamente a quella sostanza metallica che avevo in mano. Diverse settimane dopo
giunsero i risultati e si constatò che la sostanza era in realtà una miscela. Per la maggior
parte consisteva di beta-triossido di bismuto, per quanto vi fosse anche una piccola
quantità di bismuto allo stato puro. Erano presenti inoltre silicati di alluminio e tracce
di altri materiali che probabilmente erano contaminazioni (cellule di pelle umana, peli
– probabilmente del gatto –, terra, un frammento di plastica bianca e del materiale
proveniente da qualche pianta). Io non ho idea di che cosa sia il beta-triossido di
bismuto né a che cosa serva. Neanche del bismuto allo stato puro ho mai sentito parlare,
ma mi dicono che sia una sostanza ampiamente usata nella costruzione di conduttori
elettromagnetici, come quelli utilizzati dalle grandi società elettriche. L’unico
interrogativo che mi ponevo era come mi fossi procurato quella roba. In fin dei conti,
non è qualcosa che uno passi a prendere in drogheria tornando a casa dal lavoro!
Ma la cosa forse ancora più interessante era quanto avessero da dire gli scienziati
riguardo ai campioni di terreno prelevati all’interno del cerchio. Stabilirono che a
creare il cerchio d’erba nel cortile era stato un qualche genere di energia a microonde
in rotazione antioraria, e ancora più impressionante era il fatto che avessero trovato
all’interno del cerchio minuscoli frammenti di meteorite. Ora, non è una cosa facile da
trovare nel giardino di casa, poiché simili minuscole particelle in genere esistono solo
nella ionosfera terrestre, essendo i residui di stelle cadenti che si decompongono
continuamente nella nostra atmosfera. L’unico modo in cui questo materiale potesse
essersi depositato nel cerchio d’erba era che qualcosa avesse viaggiato attraverso la
ionosfera, incorporando queste sostanze durante la discesa, e fosse atterrato sul nostro
prato. Ovviamente le implicazioni di un fenomeno simile sono sbalorditive da prendere
in considerazione, ma non c’era altro modo in cui potessero essere andate le cose.
Per inciso, qualche settimana dopo notammo che l’erba dentro il cerchio era
diventata marrone e così fummo in grado di distinguere una strana forma o contorno al
centro del cerchio, dove l’erba sembrava meno colpita. Guardandola, inizialmente non
riuscimmo a distinguere la forma, ma poi a Lisa venne in mente che l’impronta sull’erba
era il contorno perfetto di qualcuno disteso su un fianco in posizione fetale.
Qualcuno come Stan Romanek, forse.
15. Un nuovo incubo

Dal momento che mi sentivo paranoico, spaventato e semplicemente stanco di tutto


questo, avrei fatto qualunque cosa pur di sbarazzarmi dell’intera faccenda. Ogni volta
che ingannavo me stesso convincendomi che fosse qualche sorta di parto della mia
fantasia, succedeva qualcosa di nuovo. Forse stavo perdendo il senno, pensavo
speranzoso, poiché questo almeno avrebbe spiegato alcune cose!
«Che cos’è che mi rende tanto diverso?» mi domandavo. Ci sono tanti esseri umani
su questo pianeta fra cui scegliere, e molti di loro sarebbero stati lietissimi di avere
l’occasione di essere ossessionati dagli alieni. Allora perché proprio io?
La mente mi turbinava, mentre stavo cercando una risposta – una risposta qualunque –
che però non sarebbe arrivata. Perlomeno potevo essere contento perché nessuno della
mia famiglia sembrava colpito direttamente da tutte quelle stranezze che pareva
toccassero solo a me sopportare; ma anche questo sarebbe cambiato presto.
Pochi giorni dopo il Capodanno del 2003 ebbi un incubo terribile riguardo al mio
figliastro Jake. Ora, con tutta quella follia in costante aumento, non era insolito per me
fare sogni inquietanti, il che mi accresceva ulteriormente lo stress. Tuttavia i ricercatori
che studiavano il mio caso mi dissero che simili sogni possono in realtà essere una
fortuna mascherata perché probabilmente servono da valvola di sfogo per lo stress.
In altri termini, costituivano semplicemente il modo in cui il mio cervello affrontava i
traumi frequenti, almeno così mi dissero. Però quest’ultimo era un po’ diverso e parve
proprio peggiorare le cose. In effetti doveva dimostrarmi che forse loro non erano
interessati soltanto a me e potevano avere mire sull’intera mia famiglia!
In ogni caso, in questo particolare incubo sognai di essere andato in cucina a
prendermi un bicchiere d’acqua. Mentre ero diretto lì vidi quelli che sembravano
quattro bambini dall’aspetto strano che tenevano per le braccia il mio figliastro Jake e
cercavano di trascinarlo attraverso un foro vividamente illuminato nella parete del
nostro soggiorno. Lo sentivo urlare: «Lasciatemi stare!», ma ogni volta che cercavo di
avvicinarmi per aiutarlo le mie gambe si rifiutavano di muoversi. Col progredire del
sogno provai ogni trucco che conoscessi per svegliarmi, ma invano. Quando finalmente
riuscii a svegliarmi, ero inzuppato di sudore e, mentre mi rigiravo, Lisa mi guardava
costernata. A quanto pareva la mia agitazione l’aveva svegliata.
«Stai bene?» mi domandò, con voce preoccupata.
Scrollai il capo e mi misi a raccontarle l’incubo.
Percependo l’ansia nella mia voce, mi domandò: «Perché non vai a controllare come
sta?».
Rendendomi conto che l’unico modo per riprendere a dormire era accertarmi che
Jake stesse bene, spinsi via le coperte e mi alzai dal letto. Entrando in punta di piedi
nella camera del mio figliastro, vidi che era sano e salvo, steso sotto le coperte.
Avvicinandomi, però, dalla luce che filtrava dal corridoio vidi che aveva gli occhi
leggermente aperti. Pensando che fosse sveglio, lo chiamai per nome, ma non ebbi
risposta, per cui ipotizzai che di quando in quando dormisse con gli occhi aperti. Ora,
sebbene dormire in questo modo sia insolito, non è neppure rarissimo. In effetti facevo
anch’io così da giovane, al punto che i miei genitori scherzavano dicendo che facevo
venire i brividi. Ipotizzando che Jake avesse questa stessa tendenza, tornai a letto,
convinto che il mio incubo riguardo al rapimento di Jake non fosse altro che un ulteriore
episodio in una serie di brutti sogni.
La mattina dopo, però, ebbi motivo di cambiare opinione. Io e Lisa stavamo
sorseggiando il caffè sulla terrazza posteriore quando alzai lo sguardo e notai qualcosa
di strano sulla finestra di una camera da letto. Pareva qualche sorta di simbolo con una
breve equazione scarabocchiata direttamente sul vetro. Subito lo feci notare a Lisa, e ci
guardammo con una sensazione di vuoto alla bocca dello stomaco e di smarrimento.
«Oh, no!» esclamai mentre correvamo verso la camera di Jake.
Ci precipitammo in camera sua, trovandolo però profondamente addormentato; era
tutto in ordine. Tuttavia notammo che aveva le mani macchiate dell’inchiostro di un
pennarello indelebile, proprio come me sei mesi prima, quando avevo trascritto le mie
equazioni in piena notte. E sulla finestra, forse con la scrittura di Jake, vi erano un paio
di equazioni che rammentavano quelle da me trascritte in precedenza.
Copia di una strana scritta suda nostra finestra, dopo che avevo sognato che il mio
figliastro veniva rapito.

Non eravamo certi che Jake fosse responsabile di quello strano disegno, ma
esaminando più attentamente la sua stanza alla ricerca di qualcosa di fuori
dell’ordinario notammo sulla parete subito sopra la testiera del letto una copia precisa
di quello strano simbolo. Era un cerchio dentro un altro cerchio con una freccia
tracciata dal cerchio interno che puntava verso l’esterno. Entrambi vi riconoscemmo
subito un disegno da me tracciato durante la mia prima regressione ipnotica. Ma che ci
faceva sulla parete sopra il letto del mio figliastro? Jake aveva forse rammentato una
parte di ciò che avevo disegnato io – consciamente o inconsciamente – e per qualche
motivo l’aveva copiata sulla finestra e sopra la testiera del letto? Sembrava
improbabile, ma era l’unica spiegazione che avesse senso. A quel punto sentii Lisa
restare senza fiato.
«Stan! Guarda qui!».
Mi voltai per vedere perché Lisa fosse tanto agitata e notai altre scritte sulla parete
alla sinistra dell’armadio. Quando vidi che erano numeri e simboli e tutti tracciati con
la scrittura del mio figliastro, fui colto dal panico. A quanto pareva, non ero l’unico che
i nostri amici extraterrestri avessero contattato. Adesso stavano immettendo equazioni
nella mente di un bambino di otto anni.
Il pensiero che si comportassero in quel modo con un bimbo innocente mi rendeva
furioso. Un conto era entrare nella mia testa (ero un adulto e avrei potuto sopportarlo),
farlo con il mio figliastro, però, significava spingersi troppo in là. In qualche modo tutto
questo doveva finire!
La mia collera era però in parte temperata dalla curiosità, mentre indagavamo
ulteriormente e scoprivamo che vi erano penne e pennarelli di tutti i tipi sparsi per
casa, il che lasciava supporre che Jake ne fosse andato in cerca durante la notte.
Considerando che era terrorizzato dal buio, era davvero un’impresa; di solito ci voleva
un miracolo per farlo andare da qualche parte in casa senza che si portasse dietro
qualcuno che prima gli accendesse la luce!

Trovammo queste scritte sulla parete della camera del mio figliastro, tracciate con la
sua grafia, la mattina dopo il mio sogno in cui il bambino veniva rapito.

Quando il mio figliastro si svegliò, negò di avere trascritto quelle equazioni,


malgrado il fatto che evidentemente, fossero state vergate con la sua grafia. Ammise di
avere avuto un incubo in cui erano entrati in casa dei ladri e gli avevano rubato la sua
bibita preferita, ma a parte questo continuava a negare ogni responsabilità per le
equazioni. Diceva soltanto: «Non sono stato io! Non le ho scritte io!».
Solo anni dopo Jake avrebbe parlato con franchezza di quell’episodio. Saremmo
venuti a sapere che in realtà aveva paura di passare dei guai con noi per avere scritto
sulla parete e così negava di averlo fatto, anche se non ne era veramente sicuro. Alla
fine Jake accettò il fatto di avere visto in sogno non dei ladri intenti a rubargli la bibita
ma degli alieni che erano venuti a trovarlo. Poteva essersi inventato tutto creando una
storia di alieni dopo il fatto? Sarebbe stato un fatto straordinario, considerando che ci
eravamo accertati di tenere i bambini quanto più possibile all’oscuro riguardo a ciò che
mi stava succedendo. Davvero aveva sognato degli alieni? E se sì, quali probabilità
c’erano che tutti e due sognassimo gli alieni nella stessa notte?
E che dire delle equazioni? Secondo i ricercatori, l’equazione più breve (quella
scritta sulla finestra e sopra la testiera del letto) si riferiva alla forza esercitata tra due
oggetti, mentre il cerchio e la freccia rappresentano una propulsione rotante che
probabilmente indica un viaggio nello spazio, forse tramite un cunicolo. In effetti
sembrava una formula indicante che, sostituendo la massa con un campo elettrico, gli
alieni potrebbero creare qualche sorta di iperpropulsione.
L’equazione più complessa – quella scritta sulla parete con la scrittura di Jake –
mostra una semplice equazione che si ritrova in qualsiasi libro di algebra delle scuole
superiori, ma va molto al di là di ciò che sapeva Jake, dato che all’epoca era solo in
terza elementare. Mi fu comunicato che un aspetto interessante della cosa è che Jake
aveva trascritto l’equazione utilizzando il genere di notazione che si userebbe scrivendo
un programma per computer. Per esempio, utilizzava il segno * per indicare la
moltiplicazione e a^2 e b^2 anziché a2 e b2. L’equazione in basso sembra essere un
tentativo di scrivere in qualche forma la funzione di Bessel che, per quanto ne so,
riguarda l’impiego di onde elettromagnetiche. Mi fu detto inoltre che non era scritta
correttamente, ma i simboli erano giusti.
Naturalmente né io né Jake, all’epoca, avevamo idea di che cosa volesse dire. Però,
che ci piacesse o no, in un modo o nell’altro, eravamo tutti coinvolti nella faccenda.
Nessuno in famiglia si sentiva più al sicuro, e a peggiorare la situazione io mi sentivo
in colpa per quanto era accaduto. Era evidente che il mio incubo personale ormai
coinvolgeva anche i bambini, e per quanto cercassi disperatamente un modo per
arrestare il tutto, non c’era nulla che potessi fare.
16. Dischi volanti dappertutto!

Nei mesi successivi, Lisa ed io provammo la sensazione di essere perseguitati (in


mancanza di un termine migliore per definire la nostra situazione). Per quanto sia
difficile crederci, ormai gli UFO sembravano andare e venire regolarmente. In effetti,
quando non si facevano vivi per un po’ cominciavamo a domandarci se fosse successo
qualcosa!
Non voglio dare l’impressione che comparissero ogni giorno, né che sembrassero
presentarsi a comando. E non tutti li vedevano; talvolta ero io l’unico testimone.
Tuttavia, nelle settimane seguenti, effettivamente parvero comparire con allarmante
regolarità, inducendomi a domandarmi se fossi soltanto una curiosità a cui i miei
colleghi extraterrestri si divertivano a far visita di quando in quando quasi fossi una
sorta di attrazione turistica oppure, in modo più sinistro, un esperimento che dovessero
tenere d’occhio.
A parte la relativa frequenza della loro comparsa, però, ciò che trovavo ancora più
interessante era come ciascun veicolo avesse un aspetto diverso dagli altri. Fino a quel
punto avevo visto personalmente tre diverse configurazioni di UFO: il piccolo oggetto
argenteo presso Red Rocks, il pallone da calcio rosso lampeggiante sopra Daniels Park
e Old Stone House Park, e il disco enorme che avevamo avvistato sopra l’Ohio. Però,
mi domandavo, perché avevano bisogno di tanti tipi differenti di veicolo? Alla fine mi
venne in mente la risposta: proprio come noi umani voliamo su aerei di tipo e
dimensioni diversi, dai minuscoli ultraleggeri ai jumbo jet, perché non ipotizzare che
gli alieni non facciano uso di un’ampia gamma di navicelle? Forse alcuni sono veicoli
di esplorazione senza pilota, altri sono mezzi di trasporto con equipaggio, e altri ancora
servono ad altri scopi. Era sensato ritenere che gli alieni destinassero veicoli diversi a
scopi diversi, proprio come facciamo noi. Inoltre, non possiamo presumere che tutti gli
UFO che vedo provengano dalla stessa civiltà. Se l’equazione di Drake (si veda il
Capitolo 7) è giusta e nella nostra galassia vi sono potenzialmente migliaia di civiltà
extraterrestri, non c’è motivo per cui non possano esservi letteralmente decine di razze
a osservarci in ogni momento, ciascuna con la propria flotta di veicoli progettati per
svolgere varie funzioni.
In ogni caso, il successivo UFO da noi avvistato fu uno dei più impressionanti,
semplicemente per via delle enormi dimensioni. Era il 12 febbraio 2003, ed eravamo in
viaggio per portare i figli di Lisa nel Nebraska sudorientale a trascorrere qualche
giorno con il loro papà. Verso le otto di sera notai in alto quello che pareva un grande
veicolo triangolare con un’unica luce su ciascun vertice. In realtà, presumo che fosse un
enorme veicolo triangolare e non semplicemente tre luci in formazione perché non
vedevo stelle fra i tre punti di luce equidistanti. In ogni caso era colossale e certamente
più grande di ogni macchina volante che avessi mai visto. Lo indicai subito a Lisa e ai
ragazzi.
Era così grande che nessuno ebbe difficoltà a individuarlo in cielo, e teneva una rotta
costante che pareva corrispondere alla velocità del nostro camper. Naturalmente
potrebbe essere stata semplicemente un’illusione ottica da parte mia. Forse viaggiava
molto più velocemente di noi, ma trovandosi tanto in alto forse aveva solo l’apparenza
di mantenere la nostra andatura. In ogni caso concordammo tutti nel dire che, qualunque
cosa fosse, era grande, tanto grande in effetti che quando gli passò sotto un piccolo
aereo monomotore lo fece sembrare una portaerei in confronto. Di nuovo, è solo una
supposizione poiché, senza sapere di preciso a quale quota si trovasse, è impossibile
sapere davvero quanto fosse grande, ma appariva davvero colossale mentre procedeva
silenziosamente nel cielo notturno. Lo osservammo con sgomento per diversi istanti
finché accelerò e scomparve nel nulla. Dire che io e Lisa fossimo impressionati da
quell’oggetto sarebbe un eufemismo; perfino i ragazzi erano strabiliati.
Già questo sarebbe stato abbastanza spettacolare, ma ciò che avvenne qualche ora
dopo fu ancora più sorprendente. Tornando verso Kearney dopo avere lasciato i ragazzi
col padre, scorgemmo di nuovo quel velivolo, solo che questa volta l’oggetto appariva
molto più vicino. Per curiosità accelerai per vedere che cosa avrebbe fatto l’oggetto e
notai che sembrava mantenere la nostra velocità, anche se, di nuovo, non potevo essere
sicuro che non si trattasse solo un’illusione. Ma ciò che fece in seguito fu ancora più
straordinario.
Fino a quel momento avevamo supposto di osservare un unico oggetto enorme, ma
poi quest’ultimo fece qualcosa che sembrò mettere in dubbio quell’ipotesi: i singoli
punti di luce presero a muoversi in maniera indipendente. La luce in basso a destra del
triangolo si spostò dall’altra parte rispetto alla luce in basso a sinistra. In quel mentre,
la luce in basso a sinistra si spostò per assumere la posizione al centro dello
schieramento, mentre la luce che l’aveva aggirata assunse la posizione in basso a
sinistra. L’allineamento delle luci ora appariva simile alla cintura di Orione, lasciando
intendere che vi fossero tre veicoli piuttosto grandi in stretta prossimità l’uno rispetto
all’altro. Questa impressione fu ulteriormente rafforzata quando le luci all’improvviso
cambiarono di nuovo posizione prima di scomparire nel cielo notturno punteggiato di
stelle, lasciandoci entrambi sbalorditi e un po’ spaventati, specialmente quando ci
domandammo se quello spettacolo di luci non potesse essere stato fatto a nostro
beneficio e, in tal caso, che cosa stessero cercando di dirci.
Ma questo fu solo l’inizio di una serie di avvistamenti. Una settimana più tardi Lisa
ed io eravamo sulla terrazza posteriore della nostra casa e discutevamo sull’eventualità
che la costellazione di Orione, da me disegnata durante la mia prima regressione, non
potesse avere qualche collegamento con i miei sequestratori, quando tutti e due
contemporaneamente vedemmo tre oggetti volare silenziosamente in cielo. Inizialmente
ci parvero di forma discoidale, ma quando si avvicinarono vidi che in realtà erano dei
triangoli neri! Poiché gli oggetti non emettevano luce, l’unico motivo per cui riuscivamo
a vederli era il riflesso delle luci urbane su di essi, e li guardammo con sgomento
mentre ci passavano silenziosamente sopra la testa, schermando le stelle nel loro volo
maestoso sopra la città provenendo da ovest. Alla fine cambiarono direzione verso
nordest e scomparvero alla vista.
Avrei voluto scattare fotografie dei veicoli, naturalmente, ma non è sempre possibile.
Durante il primo incontro non avevamo con noi nel camper né la videocamera né la
macchina fotografica (in ogni caso non avrebbero registrato granché nel buio) e nel
secondo incontro semplicemente non avrei fatto in tempo a recuperare la macchina
fotografica. In seguito mi presi un appunto mentale: cercare sempre di tenere a portata
di mano la macchina fotografica, specialmente quando Lisa ed io ci troviamo all’aperto.
Ma forse l’UFO più impressionante di tutti fu quello comparso a tarda sera il 16 marzo
2003. Lisa voleva mostrarmi che c’era un arcobaleno attorno alla luna, un effetto
comune quando vi è abbondante umidità nell’aria e le condizioni sono favorevoli. Era
anche l’occasione perfetta per provare la mia nuova fotocamera digitale, e cominciai a
sperimentare l’apparecchio puntandolo verso il bellissimo arcobaleno che rifrangeva le
goccioline d’acqua dell’atmosfera. Stavamo dicendo come fosse bello e scattavamo
alcune foto quando notai a sinistra della luna qualcosa che inizialmente pensai fosse
soltanto una nuvola. Nel momento in cui lo osservai più attentamente attraverso lo
schermo della macchina fotografica, però, notai che era qualcosa di enorme con la
forma di un gigantesco piatto! Con stupore, scattai subito una serie di foto.
Con quell’oggetto giusto davanti alla luna, ci potemmo fare un’idea delle sue reali
dimensioni, e tutto ciò che posso dire è che in confronto a un normale aereo di linea era
colossale. Sebbene giudicare le distanze – specialmente di notte – sia sempre difficile,
se dovessi provarci, direi che l’UFO era almeno a 15-20mila metri da terra. Pochi
secondi dopo scomparve, lasciandoci entrambi ancora una volta stupefatti. Purtroppo le
immagini che ero riuscito a scattare mostravano poco più che un paio di luci indistinte
in cielo accanto alla luna, troppo piccole e distanti per dimostrare alcunché.
Ovviamente, scattare foto di UFO di notte anche nel migliore dei casi è problematico,
motivo per cui quasi tutte le migliori testimonianze su video e pellicola eseguite nel
corso degli anni sono sempre immagini diurne. L’unica ragione per cui il mio video
notturno del pallone da calcio rosso fosse riuscito bene era dovuta alla quota molto
bassa e alla luminosità del veicolo; senza questi due elementi dubito che avrebbe
mostrato granché di interessante.
Forse una delle immagini di UFO più nitide da noi acquisite, però, fu scattata un paio
di anni dopo quando Lisa ed io tornavamo dal Nebraska con i suoi figli. Percorrendo
l’autostrada I-76 nel Colorado nordorientale nel marzo del 2006, Lisa insistette nel dire
che eravamo inseguiti da un UFO. Accostando per guardare meglio, alla fine scorsi
quell’oggetto grazie al potente binocolo che tenevamo con noi, e rapidamente potei
confermare che non era un aereo. Una volta convinto che difficilmente potesse essere
qualcosa di questo mondo, presi la videocamera e cercai di riprenderlo ma, come l’UFO
che avevamo individuato sopra gli stati del nordest diversi anni prima, anche questo
schizzò dietro una nuvola nel momento in cui gli puntai contro la videocamera. Era
strano che dal velivolo, distante com’era, potessero capire che stavo cercando di
registrare un filmato. Dapprima pensai che potesse essere solo una coincidenza, ma alla
fine divenne un fatto troppo costante per non essere intenzionale. Senza dubbio qualche
entità sembrava sapere che cercavo di filmare, il che implica due cose: primo, che gli
alieni sono capaci di stabilire a grande distanza quello che stiamo facendo (forse grazie
all’uso di qualche mezzo ottico di straordinaria potenza) e, secondo, che sfruttano le
nubi per nascondersi. Se questo significhi che è più probabile imbattersi in un UFO in
una giornata con cielo parzialmente nuvoloso anziché in una completamente serena non
lo sa nessuno, ma sembra proprio che loro sfruttino qualunque nascondiglio disponibile.
In ogni caso, per circa trecento chilometri cercammo di filmare l’UFO, ma ogni volta
che si faceva vedere e gli puntavo contro la videocamera l’UFO schizzava dietro il più
vicino cumulonembo e aspettava che riponessi la videocamera. Lisa dovette essere più
furtiva (o forse loro erano tanto impegnati a osservare me che si dimenticarono di lei) e
scattò diverse buone fotografie con la fotocamera digitale. A quanto pare Lisa fu non
solo più scaltra di me, ma anche più scaltra degli UFO!
Ora, a qualche anno di distanza, ci siamo abituati all’esperienza di vedere degli UFO.
In effetti siamo arrivati al punto in cui i nostri amici vengono da noi solo per vedere
qualcosa, e quando lo vedono si meravigliano del nostro compiacimento.
«Sì, sì... l’abbiamo già visto», diciamo loro di solito. È buffo come ci si possa
abituare a tutto in qualche modo, perfino a veicoli estremamente sofisticati, provenienti
da pianeti distanti centinaia o forse migliaia di anni luce, che volano indifferenti sopra
di noi.
17. Guardoni, globi
e un tipetto di nome Cucù

Fino a questo punto le nostre esperienze erano consistite nel vedere astronavi o nel
capacitarci di essere stati rapiti, oltre alla vista dell’occasionale globo rosso buttato lì
per spezzare la monotonia. Sebbene avessi avuto la mia esperienza con il popolo degli
opossum quasi due anni prima, ancora non ero sicuro che non si fosse trattato di una
specie di sogno, e così non potevo affermare con certezza di avere mai visto una forma
di vita aliena in persona, o perlomeno non l’avrei ammesso. Questa situazione però
sarebbe cambiata presto.
Tutto incominciò nella prima settimana di aprile del 2003. Andai in cucina a
prepararmi uno spuntino notturno e, mentre mi voltavo per lavarmi le mani, notai
qualche movimento fuori dalla finestra della cucina. Mi parve una testa che si
abbassava per evitare di essere scoperta, ma non potevo esserne tanto sicuro perché era
successo molto velocemente. Il mio primo pensiero, avendo in casa due figliastre
gemelle adolescenti, fu di avere a che fare con un guardone, e mi precipitai fuori dalla
porta d’ingresso sperando di beccare chiunque avesse avuto l’audacia di spiarci dalla
finestra. Arrivai fuori molto in fretta – certamente nel giro di pochi secondi – e così
rimasi sorpreso nel non trovare nessuno intento a battere in ritirata attraverso il
giardino. Meravigliato, perlustrai il giardino, ma non trovai tracce di nessuno che fosse
entrato di nascosto né segni di intrusione sulla mia proprietà. Immaginando di averlo
fatto scappare comunque, mentalmente mi ripromisi di dare una lezione a quel tipo se
mai si fosse ripresentato.
Il mio visitatore, a quanto pare imperterrito, ci riprovò una settimana dopo. Questa
volta lo notai – ipotizzavo che fosse un maschio anche se non lo vidi mai bene – fuori
dalla finestra del soggiorno mentre mi dirigevo in cucina, e si abbassò nel momento in
cui lo scorsi. Si trovava a un metro e mezzo dalla porta e, sicuro di acchiapparlo
stavolta, uscii in un baleno ma, come in precedenza, non c’era nessuno. Come poteva
qualcuno, mi domandavo, muoversi a tale velocità? Chiaramente avevo a che fare con
un tipo assai abile – oltre che straordinariamente rapido – e questo mi rendeva ancora
più prudente.
Un amico mi suggerì di installare un impianto di videosorveglianza per tenere
d’occhio la zona, ma non potevo assolutamente permettermi un’apparecchiatura tanto
elaborata. Però mi venne in mente che potevo usare la mia videocamera, che possiede
una funzione di videosorveglianza – compreso un rilevatore del movimento –
incorporata, per vedere se potevo «beccare» quel tizio. Sarei stato in grado di
controllare solo una zona molto piccola, naturalmente, ma immaginavo che, se avessi
collocato la videocamera davanti alla finestra da cui l’avevo sorpreso due volte a
sbirciare, avrei potuto avere fortuna. Nel migliore dei casi era solo un impianto di
videosorveglianza di fortuna, ma immaginavo che lasciare accesi la videocamera e il
computer per tutta la notte fosse un piccolo prezzo da pagare per sorprendere quella
carogna che spiava la mia famiglia.
Tuttavia, prima di provarci davvero, ero curioso di vedere quanto fosse sensibile il
rilevatore, così collocai la videocamera nell’angolo del soggiorno e la puntai verso la
cucina e il corridoio, dove sicuramente sarebbe stata avviata da uno dei gatti o da
qualcuno che avesse fatto una visita notturna al frigorifero. Allineando la videocamera
come meglio potevo, avviai la funzione di videosorveglianza e me ne andai a letto. Non
mi aspettavo di registrare niente – anche presumendo che il sensore funzionasse
adeguatamente – e così rimasi sorpreso quando la mattina dopo Lisa entrò in camera
gridando che la videocamera aveva registrato qualcosa e che avrei fatto meglio ad
andare a vedere. Domandandomi se fossi stato fortunato a filmare i gatti intenti a
giocare nel corridoio, rimasi sorpreso quando la registrazione rivelò qualcosa di
totalmente imprevisto: in questo caso, un globo rosso che attraversava rapidamente il
soggiorno e il corridoio dirigendosi verso le camere da letto. A spostarsi da destra a
sinistra era una sfera rossastra di luce grande più o meno come il mio pugno, che
muovendosi si lasciava dietro qualche genere di scia. A un certo punto sembrò scendere
a ispezionare un televisore che avevamo su un tavolino, dove parve notare il proprio
riflesso sullo schermo e brevemente cambiò colore dall’arancione rossastro al bianco,
come stesse regolando qualcosa o forse perfino ammirando il proprio riflesso! Il globo
poi continuò a percorrere il corridoio verso la nostra camera da letto finché poi
scomparve. Lisa ed io eravamo sbalorditi.
Pareva esattamente uguale all’oggetto che avevamo visto roteare davanti al camper
durante quel temporale, ed era anche lo stesso globo che avevo visto nel giardino sul
retro quando seguivo i gatti verso il garage! Ma che ci faceva questo oggetto in casa
nostra e come diavolo ci aveva ritrovati? A quanto pareva, qualunque cosa fosse,
evidentemente ci aveva seguiti da Holdrege a Kearney, nel Nebraska.
Spedimmo subito per posta elettronica copie del filmato a tutti quelli che
conoscevamo, compresi i ricercatori che indagavano sul mio caso, per vedere se
qualcuno potesse darci una spiegazione, ma nessuno sapeva offrirne una. Gli scettici in
seguito avanzarono l’ipotesi che fosse un puntatore laser rosso indirizzato verso la
stanza, ma non furono in grado di dimostrare come la luce puntiforme del laser potesse
essere vista nel vano aperto della porta della cucina dove non vi era niente che la
riflettesse, né come potesse cambiare colore o lasciare una scia durante il movimento!
Ancora oggi non è una cosa che possa facilmente essere spiegata o negata.
Dopo questo episodio le cose si acquietarono notevolmente, consentendo a tutti noi di
rilassarci un po’. Perfino il nostro intruso sembrava osservare una pausa, facendomi
sospettare di averlo fatto fuggire per la paura in maniera definitiva dopo il nostro
ultimo incontro ravvicinato. Purtroppo questo falso senso di sicurezza fu di breve
durata, poiché appena qualche mese dopo il nostro «guardone» ritornò.
Era il 17 luglio 2003. Avevo appena terminato un lavoro al computer e mi stavo
dirigendo verso la camera da letto quando mi parve di udire un rumore. Guardando
nella direzione del rumore, intravidi di nuovo un movimento subito fuori dalla finestra
del soggiorno e mi fermai di colpo.
«È tornato», pensai. «È di nuovo quel dannato guardone!».
Cercando questa volta di non farlo scappare, furtivamente andai all’armadio dove
tengo la videocamera e, nella maniera più rapida e silenziosa possibile, la montai sul
treppiede. Impostando la videocamera sulla ripresa notturna, la puntai quindi verso la
finestra e finsi di dirigermi lungo il corridoio verso la camera da letto. Volevo fare
credere a quella carogna che stessi andando a dormire, sperando che abboccasse e si
facesse vedere.
Accovacciandomi nel bagno, attesi diversi minuti per far sì che la videocamera
avesse parecchio tempo per filmare la persona che spiava dalla finestra. Alla fine,
sopraffatto dalla curiosità su chi potesse esserci lì fuori, e anche volendo assicurarmi
che la videocamera funzionasse correttamente, tornai indietro a controllare dopo avere
atteso quello che consideravo un intervallo di tempo ragionevole. Avvicinandomi alla
videocamera, per qualche motivo diedi un’occhiata alla finestra e così facendo rimasi
sorpreso vedendo una piccola figura correre via dalla casa verso il retro del giardino.
Arrivava luce sufficiente dalla luna piena per farmi vedere chiaramente quella persona,
e allora mi resi conto che non aveva un aspetto umano. Era bipede come un essere
umano, ma piccolo come un bambino, e correva con un movimento galoppante o a
lunghi balzi. La cosa davvero notevole era però che la testa sembrava di una grandezza
sproporzionata in rapporto al resto del corpo. Sotto i miei occhi, si fermò brevemente
per guardare verso di me, e allora passai dalla collera alla paura: sembrava non avere
occhi, oppure gli occhi erano di un nero compatto. Era una cosa tanto strana che
istintivamente feci un balzo all’indietro dalla finestra ed emisi uno strillo. In ogni caso,
dopo una breve occhiata verso di me, quell’essere continuò a correre, sfondando uno
dei cespugli che contornavano la casa, mentre scompariva nel buio.
Una volta riacquistato l’autocontrollo, presi la videocamera per vedere se fosse
riuscita a registrare su pellicola quel tipetto. Riavvolgendo rapidamente il nastro, lo
guardai, niente affatto preparato a quello che stavo per vedere.
Inizialmente tutto sembrava normale: c’era solo la finestra che dava verso il buio
all’esterno. Poi da fuori arrivarono due lampi di luce molto intensi, come due flash
separati da una decina di secondi, e il secondo lampo era molto più intenso del primo.
Pochi secondi dopo, vidi con stupore una testolina spuntare sopra il davanzale della
finestra. Dapprima veniva su lentamente, con cautela, come temendo di essere sorpresa
a spiare. Alla fine si sollevò abbastanza sopra il davanzale rivelando pienamente il
volto!
Rimasi sbalordito per quello che vidi. Inizialmente pensai di vedere qualcuno con
addosso una maschera, ma quando il volto cominciò a sbattere gli occhi e a muovere la
bocca mi resi conto che non era una maschera. Sembrava proprio uno di quei
tradizionali «grigi» delle leggende sugli UFO: una grande testa senza capelli con
lineamenti minuscoli e occhi sporgenti, neri quasi come l’inchiostro. Non erano grandi
come quelli che si vedono nei film, e nemmeno la testa era di dimensioni grottesche, ma
si trattava in ogni caso di uno spettacolo curioso. Ciò che mi impressionò maggiormente
fu come gli occhi della creatura sembrassero riflettere la luce infrarossa della
videocamera, anche attraverso la zanzariera della finestra.
Lo vidi sbattere gli occhi una volta, poi ridiscendere lentamente sotto il davanzale.
Pochi secondi dopo ricomparve, poi di nuovo si abbassò, questa volta scomparendo
definitivamente. Subito dopo vi fu un terzo lampo di luce – più fioco rispetto ai
precedenti – e poi tutto tornò tranquillo.

Pensavo fosse un guardone: come mi sbagliavo!

Al termine del nastro, rimasi lì a interrogarmi su ciò che avevo visto. Era davvero un
alieno – un essere proveniente da un altro sistema solare – che sbirciava dalla finestra?
Pareva impossibile, ma ero in possesso di una quindicina di secondi di registrazione
che pareva indicare proprio questo. Totalmente sconvolto, corsi in camera da letto a
svegliare Lisa e, una volta spiegatole affannosamente ciò che era successo, guardammo
insieme il video diverse volte. Ciò che entrambi trovavamo sbalorditivo – a parte
l’aspetto di quella creatura, naturalmente – era come quell’essere fosse riuscito a
raggiungere il davanzale. Il ripiano era a oltre due metri dal suolo, e ciò voleva dire o
che quell’essere era molto più alto di quanto avessi immaginato quando l’avevo visto
attraversare di corsa il cortile, oppure che doveva trovarsi su qualcosa come una scala
a pioli o un’impalcatura. Controllando subito dopo, però, non trovammo sotto la
finestra niente che potesse essere servito da scala di fortuna, e nemmeno trovammo
tracce o altre testimonianze della presenza di quell’essere. L’unica spiegazione che mi
venne in mente fu che forse quell’essere era in qualche modo in grado di levitare.
Mentalmente mi domandai se quella capacità potesse essere in qualche modo legata ai
vividi lampi di luce che avevo visto prima e dopo la comparsa della creatura; indizio
di un raggio di levitazione, forse? Non c’era modo di saperlo, naturalmente, ma
pensavo fosse almeno un’ipotesi ragionevole.
Io e Lisa ci guardammo, domandandoci che fare. L’unica cosa a cui riuscimmo a
pensare era di dargli un nome. Poiché sembrava giocare a farci cucù, decidemmo di
soprannominarlo appunto «Cucù». Ci trovammo d’accordo e il nome rimase quello.
Nei giorni successivi all’episodio ebbi un bel po’ di tempo per pensare a che cosa
significasse tutto questo. Il problema principale era accettare l’idea che una forma di
vita aliena percorresse migliaia di miliardi di chilometri di spazio solo per librarsi
nudo fuori dalla nostra finestra come una sorta di palloncino interstellare, ma come
potevo negare la prova che mi stava davanti? Sembrava assai concreta e non meno
reale degli altri oggetti che avevo visto nel corso di vari mesi, eppure tutta questa idea
di un alieno levitante mi pareva assurda.
D’altro canto, era forse più strana del popolo degli opossum che avevo incontrato in
precedenza o, se è per questo, di alcune delle cose che mi erano successe negli ultimi
due anni? Potevo limitarmi a selezionare le esperienze che avrei accettato come reali e
quelle che avrei scartato sicuramente in quanto sciocchezze? In tal caso, quale criterio
avrei usato per prendere tale decisione? Sembrava incoerente credere che alcune delle
cose capitatemi fossero vere senza credere che lo fossero tutte.
In ogni caso il filmato fece sensazione e, anche se qualche anno dopo avrei ripreso
qualcosa di molto simile a Cucù, nulla ha mai avuto sulla gente l’impatto di questa
breve registrazione. Saltando in avanti di qualche anno, il filmato si era dimostrato
tanto convincente che lo feci proiettare davanti ai mezzi di informazione di Denver
nell’estate del 2008 per cercare adesioni a favore di un referendum per la creazione di
una «commissione extraterrestri» in quella città. Rapidamente fece notizia fra i mezzi di
comunicazione e da un giorno all’altro Cucù divenne fonte di grande interesse,
occasione di battute di cattivo gusto da parte di conduttori di trasmissioni notturne e
oggetto di grande dibattito e scetticismo. Ben presto in seguito diversi gruppi cercarono
di produrre dei loro filmati nel tentativo di dimostrare con quanta facilità si possa
falsificare una cosa del genere, di solito con risultati incerti.
Non nego, naturalmente, che qualcuno possa creare un burattino e, con un po’ di
ingegnosità, fargli perfino sbattere gli occhi e corrugare il volto come faceva Cucù. In
effetti si può acquistare su Internet un facsimile piuttosto ragionevole di una testa di
alieno che sembra in grado di eseguire molte delle funzioni messe in atto da Cucù.
Chiaramente, col livello di tecnologia oggi disponibile, sta diventando sempre più
facile falsificare qualsiasi cosa, il che mi induce a domandarmi se sarà mai possibile
dimostrare l’esistenza di alcunché solo attraverso un filmato.
Tuttavia il fatto che sia possibile contraffare una banconota da venti dollari non
significa che non esista una banconota da venti dollari autentica. Le piccole maschere di
alieno e le teste ad animazione elettronica reperibili fanno riferimento a qualcosa, così
come una banconota contraffatta fa riferimento a una autentica. Sebbene i grigi siano
una parte innegabile della nostra cultura, ciò non significa che ne siano un prodotto.
Tutti i miti hanno qualche fondamento nella realtà, almeno così mi è stato detto.
Alla fine, tutto ciò che posso fare è negare che Cucù sia un falso. Non posso
dimostrarlo, purtroppo, ma tengo fede a questa affermazione. Ritengo possibile che
qualcuno stesse giocandomi una burla, ma come ci riuscì senza usare una scala a pioli o
qualche sostegno analogo, e come poteva farlo senza lasciare qualche traccia di sé? E
come posso spiegare la creaturina che vidi con i miei occhi attraversare di corsa il
cortile o i misteriosi lampi di luce che precedettero e seguirono la comparsa di Cucù
alla finestra? Talvolta la spiegazione più semplice non è quella giusta, qualunque cosa
sostengano gli scettici.
18. Un rapimento filmato?

Per via di tutta questa attività recente, i ricercatori ed io decidemmo che fosse ora di
installare attorno alla casa telecamere di videosorveglianza, e finalmente ce lo
potemmo permettere grazie ad alcune generose donazioni private. Alla fine di settembre
del 2003 alcuni nostri amici arrivarono fin qui in auto da Denver per installare
l’apparecchiatura, facendoci apprezzare ancor più il valore dei buoni amici. Posso dire
senza esitazione che sono stati gli sforzi e gli incoraggiamenti continui di coloro che ci
sono stati accanto in tutti questi armi a permetterci di superare tutte le insensatezze che
siamo stati costretti a sopportare. Posso solo immaginare quanto sarebbe stato più
difficile se fossimo stati da soli.
Una volta arrivati, non ci misero molto per installare quelli che sembravano
chilometri di cavi video, collegarli tutti al nuovo impianto di videosorveglianza e
collaudare il tutto. Era rassicurante avere qualcosa in grado di tenere d’occhio questo
luogo ventiquattr’ore ore al giorno. E con un po’ di fortuna avrebbe potuto perfino
fornire una testimonianza video per corroborare le mie affermazioni quando fossero
avvenute altre cose insolite. Finalmente tutto era collegato ed avviammo l’impianto di
videosorveglianza lasciandolo in funzione mentre ospitavamo i nostri amici e ci
godevamo una serata piacevole in compagnia.
Sembra esserci da qualche parte una legge universale secondo la quale nel momento
in cui si accende una telecamera di videosorveglianza ogni attività strana cessa
immediatamente. Noi però sembriamo costituire l’eccezione, poiché più tardi quella
sera riuscimmo a registrare su video qualcosa di interessante: un oggetto luccicante,
simile a una sfera, che sfrecciava dal giardino sul retro per poi cambiare direzione
bruscamente e sfiorare in verticale un albero nel giardino di fronte alla casa. Poco dopo
ridiscese dall’albero e ritornò nel giardino sul retro dove pochi secondi più tardi il
gatto di Lisa, Lacey, gli corse dietro, ansioso di giocare di nuovo a «insegui il globo».
Alla fine però scomparve alla vista, lasciandoci con un altro grumo brillante di luce
anomala su cui riflettere. Ma presto la telecamera di videosorveglianza avrebbe fatto
qualcosa di più che avvistare globi e gatti che correvano. Avrebbe dimostrato che forse
stava succedendo molto più di quanto io stesso immaginassi possibile. Avrebbe
registrato il mio terzo rapimento e, cosa ancora più straordinaria, avrebbe così
contribuito ad acquisire prove.
Avvenne il 7 ottobre 2003. Per qualche motivo, diversamente da altre esperienze di
rapimento di cui si legge, di solito vengo lasciato all’esterno anziché essere riportato
nel mio letto. Non so bene perché sia così: forse per dimostrarmi che davvero è
successo qualcosa, rendendomi più difficile rifiutare l’esperienza e considerarla un
incubo o un’illusione. In altri termini, potrebbe essere un modo con cui gli ET attirano la
mia attenzione, altrimenti potrei facilmente accantonare l’intera faccenda ritenendola un
prodotto della mia fantasia. D’altro canto, forse semplicemente non si curano di dove
mi lasciano una volta che hanno finito!
In ogni caso, questa volta mi svegliai sulla terrazza posteriore della casa, confuso,
infreddolito e nudo come un verme. Pur ritenendo che una persona possa abituarsi a
quasi tutto dopo un po’ – e questa era la mia terza esperienza di rapimento – ancora non
mi divertivo a venire lasciato al freddo in questo modo, e specialmente nudo!
Rassegnandomi al fatto che a quanto pareva loro facessero le cose in tal modo, cercai
di rientrare nella casa sbarrata (forse dovrei valutare se lasciare una chiave all’esterno
da qualche parte) con scarso successo. Dopo quella che mi parve una mezz’ora in cui
bussavo a tutte le porte e le finestre, però, finalmente riuscii a svegliare una delle mie
figliastre e lei e sua madre mi fecero entrare.
Povera Lisa. Sposata da poco più di un anno con un uomo che continuava a cacciarsi
all’esterno in piena notte, nudo, infreddolito e spaventato, sembrava essersi abituata e
così sapeva esattamente che cosa fare una volta fattomi entrare: mi esaminò
attentamente alla ricerca dei soliti segni di cucchiaio e punture. Perlomeno questa volta
non trovò nulla di inconsueto. In effetti, a parte un po’ di sangue dal naso, mi sentivo
molto meglio rispetto al rapimento precedente, che mi aveva provocato nausea e una
costola rotta.
Sollevato e finalmente vestito e riscaldato, all’improvviso mi rammentai che le
telecamere di videosorveglianza erano in funzione e, ansiosi di vedere se avessero
registrato qualcosa, riavvolgemmo il nastro e ci mettemmo a guardare, con grandi
aspettative su ciò che aveva da mostrarci.
Inizialmente tutto sembrò normale per un bel po’ di tempo. Il filmato mostrava
cespugli e alberi che ondeggiavano dolcemente nel vento serale, sottolineato di quando
in quando dall’abbaiare del cane di un vicino, ma nulla al di fuori della norma. Poi
all’improvviso, come se qualcuno avesse girato un interruttore, tutto si fece
sinistramente silenzioso. Mentre guardavamo e ascoltavamo attentamente, ci parve di
udire qualcuno urlare in lontananza. Era la voce di un bambino, lontana, implorante.
Ascoltando attentamente, ci parve la voce del mio figliastro.
«Mamma... maaaaaammmaaa!» gridava la giovane voce, smorzandosi a poco a poco
come venisse portata via.
Stavamo ancora valutando a chi potesse appartenere la voce quando udimmo un
sordo ronzio seguito da un segnale acustico intermittente. Mentre aguzzavamo la vista
per vedere se la telecamera avesse registrato qualcosa o meno, all’improvviso divampò
una luce vivida e accecante sul terreno accanto alla casa, proprio dove era installata la
telecamera di videosorveglianza.
Quando la telecamera automaticamente si regolò per via dell’improvviso
cambiamento di intensità luminosa, dal terreno sembrò fuoriuscire vapore e, mentre il
fascio di luce si avvicinava alla telecamera, l’immagine si fece intermittente come se
qualcosa di elettromagnetico stesse influenzando la trasmissione.
Mentre continuavamo a guardare, rimanemmo ancora più sconcertati dalla comparsa
di quelle che sembravano bolle, che volavano giù da quella cosa che causava lo strano
rumore. Per noi era evidente che la sorgente tanto del rumore quanto delle bolle
dovesse librarsi direttamente sopra la casa. Poi vi fu un improvviso lampo di luce e
l’immagine divenne buia.
«Quella maledetta cosa ha fatto fuori la videosorveglianza!» sbottai, rivolto a Lisa.
Correndo fuori dove era montata la telecamera, rimanemmo sbalorditi nello scoprire
non solo che la telecamera in qualche modo era stata spenta ma anche che lo scolorito
rivestimento esterno in vinile attorno alla telecamera era più lucido e pulito rispetto al
resto del rivestimento della casa. Era come se una gigantesca spugna per pulizie fosse
calata strofinando il rivestimento e pulendolo perfettamente, e avesse lasciato un pezzo
ovale di rivestimento ora immacolato, in contrasto con il materiale circostante, più
sporco. La forma quasi perfettamente ovale, però, era appiattita in cima, lasciando
supporre che la grondaia avesse bloccato l’energia usata per creare questo effetto.
Inoltre il profilo seguiva il contorno della grondaia soprastante, lasciando supporre che
la sorgente di tale energia dovesse essere arrivata da sopra la casa.
Indagando più attentamente vedemmo che il settore di rivestimento pulito si ampliava
verso il terreno e sembrava perfino interessare il prato. Notammo inoltre che il
rivestimento più vicino alla telecamera di videosorveglianza era deformato e
leggermente carbonizzato, indicando un effetto dovuto al calore.
Non ci volle molto a quanti erano in connessione col mio caso per capire che questo
metteva in discussione ogni idea convenzionale su ciò che gli UFO siano o non siano in
grado di fare. E, a peggiorare le cose, il mistero nei giorni successivi non avrebbe fatto
che intensificarsi.
19. Operai misteriosi

Ho menzionato in precedenza che fin dall’inizio di queste esperienze sembrava


essere coinvolto un elemento umano. Di solito tale coinvolgimento avveniva sotto
forma di strani messaggi di posta elettronica o telefonate da interlocutori non
identificati, commenti misteriosi o avvertimenti da parte di sconosciuti in pubblico o, a
volte, indirettamente come l’intercettazione dei nostri telefoni: tutte cose in grado di
rendere una persona un po’ paranoica, specialmente quando si tratta di rispondere al
telefono o di aprire a sconosciuti che bussano alla porta. Tuttavia nulla avrebbe potuto
prepararci alla strana esperienza che avemmo subito dopo il misterioso episodio con la
telecamera di videosorveglianza.
Tutto cominciò in maniera piuttosto innocente quando venni svegliato bruscamente, il
giorno dopo l’episodio del fascio di luce e del rivestimento in vinile, dal rumore
sconvolgente di martelli e di persone che parlavano fuori dalla mia finestra. Incuriosito
riguardo al motivo di tutto questo trambusto proveniente dal mio giardino sul retro, mi
vestii in fretta e andai a vedere la ragione di quel fracasso. Rimasi sorpreso nel trovare
due uomini sconosciuti intenti a lavorare al rivestimento esterno della casa, rimuovendo
in maniera rapida ed efficiente il rivestimento vecchio e depositandolo per terra
accanto all’edificio.
Quando domandai che cosa stessero facendo, uno di loro mi disse che il mio padrone
di casa li aveva ingaggiati per sostituire il vecchio rivestimento. Ora, quando un
padrone di casa è disposto ad apportare migliorie all’edificio, c’è da festeggiare.
Tuttavia, pur essendo lieto della sua disponibilità a spendere soldi per migliorare
l’aspetto cadente di quel posto, pensai che avrebbe almeno dovuto dirci quello che
stava succedendo. In ogni caso, cercai di rendermi utile rimuovendo la telecamera di
videosorveglianza dalla zona in cui stavano lavorando, in modo che potessero accedere
più facilmente al rivestimento (oltre a essere preoccupato che potessero in qualche
modo danneggiare la telecamera). A quel punto notai per la prima volta lo strano modo
di agire di quegli uomini.
Le mie esperienze in passato mi avevano insegnato che gli operai edili di solito sono
piuttosto cordiali, ma questi due se ne stavano in silenzio mentre svolgevano il loro
incarico, quasi con aria sinistra. Un’altra cosa che trovavo curiosa era che nessuno dei
due guardasse direttamente verso di me, per quanto mi sforzassi di stabilire un contatto
visivo. Cosa ancora più strana, sembravano preoccupati di non lasciare in giro
impronte digitali: per esempio, quando rimossi la telecamera e chiesi a uno di loro di
tenermela mentre scendevo dalla scala, lui fece attenzione a usare la manica della
camicia o uno straccio per afferrarla. Poi, quando me la riconsegnò, la strofinò prima
con lo straccio, come per togliere eventuali impronte.
Sentivo che in tutta questa faccenda vi era qualcosa di molto strano e rientrai per
telefonare al padrone di casa. Venni a sapere che era in vacanza, così non potei avere
conferma se avesse effettivamente autorizzato il lavoro oppure no. Tornando
all’esterno, notai che gli uomini sembravano lavorare solo nella zona della casa in cui
erano stati posizionati la telecamera e il tratto ovale ripulito, senza toccare il resto
dell’edificio. Mentre li osservavo, all’improvviso mi venne in mente che avrei fatto
meglio a procurarmi un pezzo di quel rivestimento per farlo analizzare, prendendone
uno dalla zona ripulita, investita dal fascio di luce, e uno dalla zona intatta, ma quando
chiesi loro se potessi prendere uno dei pezzi di rivestimento sparsi sul prato mi
risposero subito entrambi con un sonante «no!». Evidentemente capendo dalla mia
espressione che ero rimasto sconcertato dalla loro risposta, ammorbidirono un po’ il
tono e con pazienza mi spiegarono che dovevano conservare il rivestimento per far
vedere al padrone di casa che avevano svolto il lavoro.
Ora, io non sono un operaio edile, ma mi pareva che questa storia fosse un po’
equivoca. Perché dovevano mostrare al padrone di casa il rivestimento vecchio per
dimostrare di avere svolto il lavoro? Non poteva semplicemente passare di qui lui a
vedere che era stato sostituito, oppure telefonarmi e domandarmi se fosse stato fatto il
lavoro? Sospettoso, ritornai con calma in casa a prendere la videocamera e mi misi di
nascosto a filmarli mentre lavoravano. Nascondendo alla vista la videocamera, li filmai
per diversi minuti mentre in silenzio e con efficienza sostituivano il rivestimento.
Alla fine cercai di avviare con gli uomini una conversazione disinvolta e domandai
loro da dove venissero. Mi risposero di essere della ditta «Bob Rivestimenti» di Grand
Island, nel Nebraska (una cittadina situata una sessantina di chilometri a est di
Kearney), il che corrispondeva al nome e all’indirizzo sulla fiancata del loro camion.
Dopo avere ancora chiacchierato del più e del meno, con noncuranza mi allontanai per
lasciarli lavorare, ma non prima di avere afferrato un pezzo di rivestimento che avevo
scorto per terra, nascondendolo in casa.
Avevo i miei sospetti che questi tizi non fossero ciò che sembravano, per cui mi
trascrissi il numero di telefono riportato sul camion, e con la telecamera di
videosorveglianza e un campione del rivestimento al sicuro in casa non mi rimaneva
che aspettare che finissero. Prevedevo che il lavoro richiedesse l’intera giornata,
presumendo che sostituissero l’intero rivestimento come avevano detto, e così rimasi
sorpreso quando il martellare si interruppe e udii accendersi qualcosa che sembrava un
aspirapolvere. Uscendo per vedere che cosa stessero facendo, vidi che non solo
raccoglievano meticolosamente ogni pezzo di rivestimento vecchio ma passavano sul
prato un nuovissimo ed enorme aspirapolvere professionale che avevano appena
acquistato (mi accorsi che l’avevano appena comprato perché la confezione appena
aperta si trovava ancora davanti al camion!). Alla mia domanda sul perché dovessero
passare l’aspirapolvere sul prato, mi risposero che non volevano rimanesse qualche
pezzo appuntito su cui qualcuno potesse mettere il piede. Mi parve un eccesso di zelo
da parte loro, ma non ci pensai più. Presumendo che una volta terminato si rimettessero
presto all’opera, rimasi sorpreso quando, dopo avere rimesso nella confezione
l’aspirapolvere e averlo caricato sul cassone del camion, se ne uscirono dal vialetto e
se ne andarono, avendo sostituito solo la piccola zona di rivestimento in cui vi erano
stati la telecamera e l’ovale bruciacchiato. Era solo metà mattina, per cui non potevano
avere finito per quel giorno, pensai, e vi erano altre zone di rivestimento in condizioni
ben peggiori rispetto al pezzo che avevano appena sostituito, per cui nulla di tutto
questo aveva senso. Il mistero si infittì ulteriormente quando non tornarono più per
terminare il lavoro, lasciandomi ancora più perplesso.
All’improvviso mi colpì la coincidenza che avessero sostituito solo l’unico posto in
cui si trovava la telecamera, distruggendo così completamente ogni eventuale traccia
presente. Tuttavia non volevo trarre conclusioni affrettate né apparire paranoico, così
decisi di aspettare il ritorno del padrone di casa dalle vacanze e domandare a lui.
I miei sospetti si rivelarono presto esatti, però, poiché quando la settimana dopo
finalmente riuscii a trovare il padrone di casa e gli chiesi del rivestimento, mi parve
ancora più sorpreso di me. Anche se aveva pensato di sostituire quel materiale logoro,
non si era mai messo a cercare una ditta che eseguisse il lavoro, e così non aveva mai
autorizzato nessuna sostituzione. In effetti non aveva nemmeno mai sentito parlare della
«Bob Rivestimenti» e di certo nessuno si era messo in contatto con lui per avere il
permesso di iniziare quel lavoro.
Sconcertato da tutto questo episodio, mi domandavo chi avesse autorizzato il lavoro.
Elemento ancora più interessante, i ricercatori in seguito vennero a scoprire che non
esisteva alcuna ditta di nome «Bob Rivestimenti» in nessuna parte del Nebraska, e il
numero di telefono che avevo copiato dalla fiancata del camion non era più attivo. Di
chiunque si trattasse, queste persone non solo mancavano di creatività (non era venuto
loro in mente nulla di meglio di «Bob Rivestimenti»?), ma chiaramente erano venute
solo per rimuovere il segno della bruciacchiatura, togliendo così ogni traccia del mio
incontro ravvicinato.
Ma forse la cosa che più di tutto mi lasciò confuso è che non riuscivo a capire come
potessero essere stati tanto dilettanteschi in tutta la faccenda. Sostituire solo la parte
della casa in cui c’era il segno di bruciacchiatura, usare un nome aziendale e un numero
di telefono falsi che potevano essere controllati facilmente, inventarsi una storia
ridicola per giustificare perché dovessero conservare il rivestimento: tutto sembrava
opera di goffi principianti. Perché non scegliere il nome di una vera ditta di rivestimenti
anziché inventarsi un nome zoppicante, oppure perché non telefonare al padrone di casa
e, magari come manovra pubblicitaria, offrirsi di sostituire il rivestimento a prezzo di
costo, offerta a cui sono sicuro avrebbe aderito subito? Certo, se il mio padrone di casa
mi avesse telefonato per dirmi che mi avrebbero sostituito il rivestimento e se avessero
svolto il lavoro sull’intera casa, non solo sarei rimasto estasiato anziché confuso, ma
probabilmente non avrei nemmeno notato se alcune strategiche lastre di rivestimento
fossero andate perdute.
Nel corso degli anni mi è stato chiesto spesso se, a mio parere, sia stata opera del
governo o delle forze armate, ma pensandoci bene queste organizzazioni davvero
sarebbero state tanto inette? E se fossero stati dipendenti di qualche organizzazione
segreta che cercava di sopprimere tracce di UFO, di nuovo, come potrebbe un simile
gruppo rimanere a lungo segreto se questa era la migliore pianificazione di operazione
segreta di cui fosse capace? Chiaramente, o avevamo a che fare con la versione del
XXI secolo dei poliziotti imbranati delle comiche finali oppure qualcuno si sforzava di
convincermi che noi venivamo spiati da buffoni.
Naturalmente io sapevo già che vi era qualcuno a spiarci. Gli interrogativi
rimanevano gli stessi: chi erano, che cosa volevano e, forse la cosa più importante di
tutte, costituivano un pericolo per me o per la mia famiglia?
20. Discesa nelle tenebre

L’episodio del rivestimento mi indusse a domandarmi quanto fosse grossa questa


faccenda. I misteriosi operai che avevano sostituito il rivestimento non erano un parto
della mia fantasia, ma persone in carne e ossa, e avevano fatto ciò che avevano fatto su
incarico di qualche autorità. Era per me incomprensibile che le mie esperienze
attirassero l’attenzione delle autorità come sembrava accadere, ma tutti gli indizi
parevano puntare in quella direzione. Chi fossero queste persone, naturalmente,
rimaneva un mistero, ma ciò che realmente volevo sapere era quanto lontano
intendessero spingersi per mantenere segrete le mie esperienze.
Naturalmente, sostituire un rivestimento a casa nostra difficilmente può essere
interpretato come atto minaccioso, per cui qualcosa in me traeva conforto dal fatto che
loro sembrassero limitarsi a osservarmi e di quando in quando a intromettersi in
maniera poco appariscente. A questo punto non ero veramente spaventato. Preoccupato,
forse, ma fintanto che limitavano le loro attività alle intercettazioni e alle migliorie
edilizie ritenevo che la mia famiglia ed io fossimo relativamente al sicuro, almeno per
il momento.
L’interrogativo sollevato da tutto questo è come gestissi la faccenda dal punto di
vista emotivo, e la risposta è: non molto bene. Tante cose erano successe negli anni
precedenti – si erano verificati tanti episodi strani e bizzarri da rendere ardua una
spiegazione razionale – che davvero cominciavo a temere per la mia sanità mentale. E
una tale preoccupazione non era nemmeno irrealistica: in fin dei conti, come potrei
descrivere queste cose senza dare l’impressione di avere perduto il senno? E poi, fatto
ancor più pertinente, come potevo convincere gli altri della mia sanità mentale se io
stesso avevo sempre più difficoltà a crederci?
Non sorprende, quindi, che nei mesi successivi incombesse su di me una sensazione
opprimente di impotenza, e che cominciassi a discendere in una profonda depressione.
Nulla mi pareva divertente. Il lavoro non significava niente. Tutto era avvolto in una
sfumatura indistinta di grigio e la paura del futuro era una preoccupazione costante.
Forse la cosa peggiore di tutto era la sensazione di imprigionamento e l’idea che lo
stato d’animo di quel momento sarebbe stato d’ora in avanti il modo costante di vedere
le cose, il che apportava al mio mondo un senso di disperazione. Chiunque sia stato mai
gravemente depresso sa bene come ci si senta. E come saltare dentro un buco nero
tirandosi dietro il buco.
Appresi in seguito che questo genere di sensazione è comune tra i rapiti dagli alieni,
specialmente tra coloro che sono vittime di rapimenti multipli. Non è dissimile dalla
sorta di trauma talvolta provato dai reduci che tornano a casa dalla guerra.
Ufficialmente si chiama sindrome postraumatica da stress ed è un disturbo che rimane
addosso per anni dopo le esperienze iniziali, e spesso ci vuole una consulenza
psichiatrica per superarlo. E io ero uno di loro e mostravo tutte le caratteristiche di una
vittima di rapimenti multipli, ed ero del tutto incerto sul da farsi, ammesso che
effettivamente si potesse fare qualcosa.
Sapevo di avere bisogno di assistenza professionale, ma le consulenze psicologiche
possono essere costose e i miei fondi erano scarsi. Per questo, inizialmente mettemmo
in secondo piano questa idea sperando che le cose migliorassero da sole.
Tuttavia la mia depressione non fece che peggiorare finché Lisa ed io decidemmo che
avevo bisogno di aiuto, a qualunque costo. Per fortuna riuscimmo a trovare una
psicoterapeuta dai prezzi ragionevoli e fissammo un appuntamento. Pensavo che se
avessimo potuto parlare di queste cose con una terza persona obiettiva sarebbe stato
utile. Mi sbagliavo di nuovo.
Gli psicoterapeuti sono abituati a trattare ogni sorta di eventi traumatici, dall’incesto
allo stupro fino alla tendenza al suicidio e all’abuso di droghe e di alcol, ma una cosa
che non sono particolarmente in grado di affrontare è il rapimento da parte degli alieni.
Sebbene la donna da cui andammo cercasse di dimostrare sostegno e comprensione,
quando Lisa ed io cercammo di spiegarle le cose ci apparve subito evidente
dall’espressione sul suo volto che lei condivideva le mie preoccupazioni riguardo alla
mia salute mentale. Non era tanto quello che diceva; era il suo modo di reagire a essere
tanto rivelatore.
Suppongo che avrei dovuto immaginarmelo. Voglio dire, come posso aspettarmi che
reagisca la gente quando racconto di essere stato ripetutamente rapito dagli alieni, di
avere filmato un grigio che cercava di intrufolarsi in casa mia e di essere stato
perseguitato da strane persone e misteriosi operai? Certamente non sembrava un fatto a
cui avrei creduto se me l’avesse raccontato qualcun altro, e allora come potevo
aspettarmi che qualcun altro ci credesse?
A questo punto mi resi conto che non c’era realmente aiuto per qualcuno nella mia
situazione. Non è che tu possa andare da qualche forza di polizia a lamentarti che
qualcosa proveniente da un altro mondo continua a prelevarti in piena notte contro la
tua volontà. Per quanto avessi bisogno di sostegno, non c’era nessun posto in cui andare
a cercare aiuto. Dovevo semplicemente affrontare la faccenda da solo.
Per fortuna c’era Lisa ad aiutarmi, oltre a un mucchio di buoni amici disposti a
mollare tutto e a schierarsi al mio fianco se ne avessi avuto bisogno. Era una
circostanza fortunata perché nei mesi successivi avrei avuto bisogno di tutto il sostegno
possibile, poiché il pazzo mondo in cui vivevo avrebbe continuato a farsi ancora più
strano. Ma ero deciso ad andare fino in fondo, sperando fino all’ultimo che in qualche
modo un giorno sarei riuscito a dare un senso alla mia vicenda. Che altro potevo fare?
Ma un effetto di tutto questo era stato di rendermi maggiormente consapevole di ciò
che avveniva entro i confini del mio inconscio. Percepivo che gran parte di ciò che mi
succedeva era nascosto nei più remoti recessi del mio cervello, il che mi rendeva
particolarmente attento a dare ascolto ai miei presentimenti e a prestare attenzione a ciò
che mi dicevano i sogni. Sembrava racchiudessero in parte la chiave per capire ciò che
i miei rapitori volessero da me, e io cercavo di obbedire a ciò che ritenevo mi
dicessero, con la speranza che così facendo tutto alla fine avrebbe avuto un senso. Il
risultato era che a quanto pareva mi fornirono un’altra tessera di un rompicapo molto
più grande, una tessera che ancora oggi disorienta gli investigatori. Si chiama disegno
del cubo spaziotemporale.
21. Il cubo spaziotemporale

La sera del 20 ottobre 2003 feci uno dei sogni più insoliti della mia vita. Dico di
ritenere che fosse un sogno, poiché era difficile averne certezza. Questo sogno
assomigliava a un’esperienza di rapimento, ma poiché non mi svegliai all’esterno né
manifestai indizi esteriori dell’essere stato fisicamente sequestrato preferisco ipotizzare
che tutto sia avvenuto nella mia mente. Tuttavia, in retrospettiva, mi domando se ciò che
è avvenuto non facesse ancora parte di qualche precedente esperienza di rapimento, una
sorta di memoria ritardata che alla fine sia riuscita a emergere in superficie.
In ogni caso, in questo sogno ero seduto su una piattaforma che pareva ricavata nel
pavimento. Nella stanza in cui mi trovavo non sembravano esserci pareti, ma solo una
foschia bianco-azzurrina in tutte le direzioni e quello che sembrava uno schermo
traslucido davanti a me. Percepivo qualcuno che mi osservava; non vedevo chi fosse né
dove si nascondesse, ma la sensazione di essere guardato era opprimente.
Incapace di localizzare i miei osservatori, mi girai e fissai lo schermo davanti a me,
aspettando che succedesse qualcosa. Dopo un attimo comparve un’immagine. Era un
panorama della Terra con la Luna in lontananza, probabilmente come appaiono da un
punto di osservazione nello spazio profondo. Mentre ammiravo la bellezza del nostro
pianeta visto dallo spazio, l’immagine lentamente svanì, sostituita da un’altra della
costellazione di Orione. Conoscevo bene quella costellazione – è sempre stata una
delle mie preferite – ma appariva rovesciata da come noi la vediamo normalmente.
Subito a destra e leggermente in alto rispetto alla cintura di Orione compariva un
puntino rosso, che presumevo rappresentasse una stella. Non avevo idea di quale
importanza rivestisse quel puntino rosso, che svanì rapidamente come era comparso.
Poi al suo posto comparve un’altra immagine. Era un disegno o schema di un cubo
dentro un altro cubo. Sul cubo interno vi era una linea verticale di puntini e sul cubo
esterno vi era la costellazione di Orione, di nuovo girata all’incontrario. Era tracciata
una linea che collegava i puntini verticali con la costellazione, mentre un’altra linea era
tracciata verso l’esterno dalla stella superiore destra della cintura di Orione a una più
piccola serie di puntini. Presumevo che fosse lo schema di un sistema solare, ma non
credo fosse il nostro.
Mentre studiavo l’immagine, sentii una mano toccarmi leggermente dietro la testa e
all’improvviso mi svegliai nel mio letto. Un po’ stordito ma con l’immagine ancora
vivida in mente, presi subito una matita e un blocchetto di carta. Con calma e abilità
disegnai gli schemi che rammentavo dal sogno, cosa che si rivelò sorprendentemente
facile, malgrado fossero piuttosto complessi. Era come se stessi semplicemente
copiando qualcosa da una lavagna. Non appena terminai, però, la memoria
dell’immagine si dissolse, lasciandomi vagare nella mente solo un ricordo indistinto. In
effetti, quando più tardi quel giorno cercai di disegnare l’immagine una seconda volta,
non ne fui capace. Per fortuna notavo con piacere di avere creato sulla carta una riuscita
rappresentazione dell’immagine, anche se all’epoca non avevo idea di che cosa volesse
dire.
Benché il disegno condividesse alcuni elementi con le equazioni precedenti che
avevo disegnato nel sonno e durante le regressioni, questo qui non conteneva equazioni
algebriche né scritte di alcun genere. Erano semplicemente linee, punti e cerchi che
istintivamente capivo essere importanti, ma all’epoca non avevo idea di quale potesse
esserne il significato.
Domandandomi che cosa potessero voler dire, ne spedii delle copie ai ricercatori,
che come in precedenza le inoltrarono per farle analizzare. La risposta fu decisamente
strabiliante. Secondo gli scienziati, ciò che avevo disegnato era una cosa chiamata
ipercubo (il modo in cui appare in tre dimensioni un cubo quadridimensionale, ma qui
in due perché è su carta) con un disegno rovesciato della costellazione di Orione in
basso a sinistra e il nostro sistema solare all’interno. All’esterno di Orione avevo
tracciato una linea verso una serie di puntini che consideravo la stella o il sistema di
provenienza della razza aliena che risiedeva nella stella cerchiata subito vicino o poco
dopo Orione. Trovavo interessante che mostrasse il loro sistema con otto pianeti, dove
il quinto pianeta a quanto pareva era un pianeta doppio (due pianeti che ruotano uno
attorno all’altro o forse un pianeta con una luna molto grande?). Sembrava dirmi «noi
veniamo da là ed è così che siamo arrivati fin qui».
Ciò che pure è curioso è che se si confronta questo disegno con le carte astronomiche
di quella sezione di cielo – e si rovescia Orione – si vede che la stella da me cerchiata
si chiama Alnitak. Ora, Alnitak (chiamata anche Zeta Orionis) è una stella tripla
distante circa 800 anni luce dalla Terra ed è una delle tre stelle che, assieme a Delta
Orionis (Mintaka) e a Epsilon Orionis (Alnilam), formano la cintura di Orione. Se
questa sia la stella che rappresenta la provenienza dei nostri visitatori o se il sistema
solare alieno sia quello di Alnitak rimangono solo ipotesi, ma entrambe sono in ogni
caso delle possibilità interessanti da considerare.
Naturalmente non ho idea di come riuscii a disegnare quella cosa. Certamente non
avevo mai visto nulla di simile prima di allora, e nemmeno capisco del tutto ciò che
dicono quando me lo spiegano. Io semplicemente disegnai ciò che mi avevano messo in
testa, quanto più fedelmente possibile, sperando per il meglio.
Disegno di un cubo dentro un altro cubo da me ricreato dopo un sogno molto vivido.

Allora qual era il messaggio che mi veniva trasmesso e perché era importante?
Difficile dirlo, ma ritengo faccia parte di una rivelazione molto più ampia che stanno
effettuando riguardo a loro stessi, un po’ per volta, per mio tramite. In un certo senso mi
sento onorato che stiano usando me in questo modo, anche se ciò mi provoca
frustrazione e a volte collera. Eppure so che devo fare ciò che vogliono farmi fare, non
tanto per costrizione quanto per un bisogno travolgente di far uscire dalla mia mente
tutto questo per affrontarlo e così facendo forse avvantaggiare la razza umana. Non so
se questo disegno – o alcuna delle equazioni da me prodotte nel corso degli anni – si
dimostrerà mai prezioso o perfino utile, ma ritengo che se loro intendono farmi
riprodurre queste cose per farle studiare da tutto il mondo deve esserci un fondamento
logico. Se io capirò quale possa essere tale fondamento logico, lo dirà soltanto il
tempo. Per adesso, però, tutto ciò che posso fare è restare fedele a quello che secondo
me i visitatori mi dicono di disegnare e lasciare che le tessere cadano dove
preferiscono. In ogni caso, davvero non posso fare di più.
22. Quando i rapimenti si fanno stupidi

Fino a questo punto sembra che essere rapito dagli alieni sia una faccenda molto
seria e spaventosa e perlopiù è così. Essere prelevato dal letto caldo in piena notte,
venire assoggettato a Dio sa quali procedure che i miei visitatori stanno eseguendo su
di me, e poi essere riportato indietro ferito e insanguinato, spesso nudo e infreddolito,
non è un’esperienza che susciti grande umorismo. Tuttavia ci fu un episodio che
nonostante tutto ebbe qualche nota divertente, anche se lo si può vedere come tale solo
in retrospettiva. All’epoca invece era soltanto un’altra terrificante esperienza di
rapimento, ma stavolta con uno sviluppo imprevisto lievemente comico.
Un giorno, verso la fine dell’inverno del 2004, mi rivoltolavo
nell’autocommiserazione, furioso perché mi stavano succedendo tutte queste cose senza
la mia approvazione. Mi sembrava particolarmente ingiusto essere stato selezionato fra
i miliardi di persone del pianeta per un simile trattamento, in particolare considerando
che vi sono migliaia di uomini e donne che adorerebbero essere il fulcro di tanta
attenzione extraterrestre. Sentendomi raggirato e depresso, con Lisa decisi di andare a
dormire presto sperando che l’indomani fosse più promettente.
Poiché era una notte particolarmente fredda, indossavo a letto una delle mie magliette
preferite. Mi era stata regalata dal mio amico Mark alla festa di addio al celibato due
anni prima. Diceva: «Sono stato rapito dagli alieni e tutto ciò che ho ottenuto è questa
schifosa maglietta». Forse era il modo di Mark di vendicarsi di me dopo tutte le
canzonature che, per anni e anni, gli avevo indirizzato per via della sua grandissima
passione per gli UFO, ma considerando tutto ciò che era successo fino ad allora pareva
particolarmente appropriata. Per quanto azzeccata, però, mi sentivo di indossarla
soltanto in casa (forse perché mi pungeva un po’ troppo sul vivo?) e me la misi quando
andai a letto quella sera.
Ero stanco e mi addormentai rapidamente, ma verso l’1.45 fui svegliato dal rumore di
Lisa che tossiva. Per qualche motivo mi rigirai e le domandai se avessero prelevato
anche lei. Quando smise di tossire, la sentii ridacchiare a quell’idea.
Dopo essermi risvegliato meglio, però, dissi a Lisa di avere fatto un sogno in cui tre
piccoli alieni grigi le ficcavano in gola qualcosa e forse per questo lei tossiva tanto.
Non sorprende che Lisa non lo trovasse particolarmente divertente e strabuzzasse gli
occhi. Ritenendo opportuna una ritirata strategica – e sempre obbediente al richiamo
della natura – mi alzai per andare in bagno.
Appena accesa la luce del bagno, però, notai qualcosa di insolito. A quanto pareva,
anziché indossare la mia maglietta spiritosa avevo addosso una camicia da notte di
flanella rossa e nera, da donna, di diverse taglie più piccola.
«Ma che diavolo?» sbottai per lo stupore.
Precipitandomi di nuovo in camera da letto, domandai freneticamente a Lisa: «È tua
questa? Dimmi che è tua!».
Lisa mi guardò e sorrise. «No, decisamente non è mia», rispose, a malapena in grado
di trattenere le risate.
Mentre io me ne stavo lì e cercavo di dare un senso alla cosa, Lisa scoppiò di nuovo
a ridere. Non posso dire di avergliene fatto una colpa, poiché io apparivo ridicolo con
quella camicia da notte di tre taglie più piccola, col minuscolo Topolino cucito sulla
tasca e un orlo che a malapena mi arrivava in cima alla coscia. Sul momento, però, non
ci vedevo proprio niente da ridere.
Incrociai le mani dietro la schiena nel tentativo di trovare un modo per sfilarmi la
camicia da notte dalla testa e così facendo notai al centro della schiena un punto umido
grande all’incirca quanto una pallina da baseball. Al tatto appariva appiccicoso e
fresco, non dissimile da vaselina, ed entrambi ci domandammo che cosa potesse essere.
Adesso ero ancora più deciso a togliermi quella roba, e Lisa finalmente riuscì a
farmela passare sopra la testa; così facendo notò tre strani segni di puntura sulla mia
anca destra, disposti con una configurazione perfettamente triangolare. Tutti e due
rimanemmo a fissare con stupore quei segni.
Sebbene i fori fossero piuttosto profondi e la pelle presentasse dei lividi, per qualche
motivo non avvertivo alcun dolore. Ancora più sbalorditivo era che i tre fori fossero
disposti perfettamente attorno allo strano bitorzolo che mi ero procurato durante un
precedente rapimento, nel novembre del 2002 (la volta in cui mi ero svegliato fuori
sotto l’albero di mele cotogne). Ci sarebbe voluto del tempo per sapere esattamente che
cosa fosse quel bitorzolo sulla mia anca destra, o per conoscere il suo rapporto con i
tre segni di punture, ma per adesso non ci rimaneva che stupirci.
Era evidente che ero stato prelevato di nuovo, pensai con una nota di disgusto. La
cosa cominciava a essere ripetitiva, ma come al solito non sembrava esserci nulla che
potessi fare in proposito. A quel punto mi venne in mente che la mia maglietta col
divertente slogan sugli alieni era scomparsa, sostituita da quella camicia da notte. Forse
io e una donna eravamo stati rapiti contemporaneamente e i nostri abiti erano stati
accidentalmente scambiati durante il trasferimento? All’improvviso l’idea che da
qualche parte una povera donna si stesse svegliando con addosso una maglietta troppo
grande con la scritta «Sono stato rapito dagli alieni e tutto ciò che ho ottenuto è questa
schifosa maglietta» ci fece ridere istericamente, spezzando così la tensione. L’idea che
qualche alieno progredito in grado di percorrere le vaste distanze fra le stelle potesse
commettere un errore tanto sciocco ci raddoppiò il divertimento, e impiegammo un po’
di tempo per riuscire a calmarci e a concentrare di nuovo l’attenzione su quanto era
successo. Per quanto tutto questo fosse divertente, Lisa ed io sapevamo che dovevamo
fare sul serio.
La mattina dopo telefonai ai ricercatori per aggiornarli su quanto era avvenuto e mi fu
subito consigliato di ripiegare accuratamente la camicia da notte e spedirgliela, assieme
a fotografie della mia anca. Quando ricevettero la camicia da notte, gli scienziati si
misero a risolvere il mistero del punto umido e appiccicoso sulla schiena. Ciò che
scoprirono li entusiasmò e sconcertò allo stesso tempo. A quanto pareva avevano
trovato un insieme di quello che poteva essere plasma sanguigno e una cosa chiamata
polivinilpirrolidone, due sostanze che si usano nella procedura di fecondazione in vitro.
Che cosa c’entrasse questo con me, non ne ho idea, ma sembrava avere a che fare con la
riproduzione umana. Io e altri, mi domandavo, venivamo forse sfruttati per qualche
sorta di esperimento genetico? Cosa ancora più inquietante, io e la donna di cui mi ero
trovato a indossare la camicia da notte eravamo forse collegati in qualche modo, forse
nell’ambito di qualche malefico programma alieno di fecondazione? Trovavo assai
spaventosa una simile prospettiva e me la tolsi dalla mente, o perlomeno ci provai.
Vi è un breve poscritto a questo episodio. Quattro giorni dopo il mio rapimento, uno
degli scienziati mi suggerì di filmare i segni di puntura sull’anca per documentare la
rapidità con cui le ferite guarivano. Più tardi quel pomeriggio tirai fuori la videocamera
e il treppiede e mi misi a registrare, ma proprio mentre sollevavo la gamba dei miei
pantaloncini per esporre le ferite intravidi qualcosa di colore arancio-rossastro
sfrecciare per la stanza. Inizialmente non badai particolarmente a quell’oggetto; solo
quando all’improvviso cambiò rotta e lentamente si librò fra la videocamera e me lo
guardai bene e indietreggiai sconvolto.
Non potevo crederci! Era tornato il globo, e questa volta in pieno giorno! Mentre
guardavo quella cosa svolazzare qua e là, gridai per chiamare Lisa, ma prima che lei
potesse entrare nella stanza l’oggetto attraversò la parete sopra la finestra del soggiorno
e scomparve, lasciando un cerchio perfetto, grande quanto un pugno, fuso nella pittura,
nel punto esatto in cui era penetrato nel muro. Lisa, curiosa, salì sullo schienale del
divano per guardare meglio e toccò quel punto con la mano, notando che al tatto era
caldo. Curioso anch’io, misi la mano su quel punto, e mi parve addirittura bollente. In
ogni caso, a quanto pareva il nostro piccolo amico era passato a salutarci. Non sarebbe
stata l’ultima volta, però, e quando l’avremmo incontrato ancora si sarebbe rivelato una
minaccia ben più grave.
23. Riesaminare il ponte di Rosen

Dopo tutte le cose strane che ci erano successe da quando ci eravamo trasferiti nel
Nebraska, ero ansioso di tornare nel Colorado e interporre una certa distanza fra me e
tutta quella follia che era diventata la mia vita da quando eravamo arrivati lì.
Naturalmente due anni prima avevo pensato la stessa cosa riguardo al trasferimento nel
Nebraska, ma questa volta ritenevo davvero che le cose potessero tornare alla
normalità se avessimo puntato di nuovo verso il mio stato di origine. Se non altro,
perlomeno molti nostri amici sarebbero stati più vicino.
Il problema era trovare un modo perché i tre figli di Lisa si trasferissero con noi. Lei
e il suo ex marito avevano l’affido condiviso del figlio maschio e delle due figlie
gemelle, il che rendeva potenzialmente incerto il trasferimento in un altro stato, dal
punto di vista giuridico. Comunque incominciammo a riflettere su come procedere,
mentre mettevamo da parte i soldi necessari per il trasloco.
Mentre elaboravamo i nostri piani per fuggire nuovamente nel Colorado, a Kearney
continuavano a succedere cose strane. Stavolta il problema non era costituito tanto dagli
UFO o dagli alieni quanto dall’intervento umano, in questo caso sotto forma di un
fuoristrada nero anonimo che sembrava seguirci ovunque andassimo e rimaneva fermo
per ore a un paio di isolati di distanza, osservando la nostra casa. Era impossibile
segnalare il veicolo alle autorità perché non presentava né targhe né contrassegni, e
quando cercavo di avvicinarmi al veicolo per parlare con gli occupanti si allontanava a
gran velocità. Sembrava vi fosse ben poco che potessimo fare riguardo alla situazione a
parte tenerli d’occhio con la stessa attenzione con cui loro controllavano noi.
Per fortuna gli occupanti del veicolo non facevano niente di più che osservarci (e
forse scattare fotografie di quando in quando, sospettavamo). Ma un giorno, appena un
paio di mesi prima che tornassimo nel Colorado, fecero qualcosa di insolito. Era una
bellissima giornata di primavera – un gradito sollievo dopo avere sopportato un
inverno lungo e freddo – così decisi di approfittarne per andare a fare una passeggiata
vicino a casa. Mi ero allontanato di appena qualche isolato quando un fuoristrada nero
– come sempre senza targa né contrassegni – accostò nei pressi e si fermò. Un po’
nervoso riguardo a ciò che volessero da me, rimasi sorpreso quando il finestrino sul
lato del conducente si abbassò lentamente e una donna minuta e snella sulla trentina si
sporse in fuori, come per chiedermi informazioni. Mentre mi domandavo se fosse un
fuoristrada diverso da quello che ci stava osservando, emisi un sospiro di sollievo e mi
avvicinai per vedere che cosa volesse. Non appena arrivai vicino, però, la donna mi
disse semplicemente: «Se vogliono fare le cose per bene, devono riesaminare il ponte
di Rosen».
Non essendo sicuro di avere udito bene, le chiesi di ripetere. «Se vogliono fare le
cose per bene, devono riesaminare il ponte di Rosen», mi disse di nuovo prima di
innestare la marcia e allontanarsi, lasciandomi totalmente sconcertato. Nel modo più
assoluto non riuscivo a immaginarmi di che cosa parlasse la donna né come si potesse
venir fuori con qualcosa di più strampalato. Tornai a casa stordito e confuso, cercando
di dare un senso a quello che mi aveva appena detto la donna.
Non avendo idea di che cosa fosse il «ponte di Rosen», appena arrivato a casa
telefonai ad alcuni ricercatori per chiedere informazioni. Mi dissero che il ponte di
Einstein-Rosen è una sorta di tunnel che collega due universi, rendendo teoricamente
possibile il viaggio su distanze immense nello spazio. Nel 1950 i fisici Albert Einstein
e Nathan Rosen elaborarono la teoria secondo cui, se un oggetto possedesse una gravità
di intensità sufficiente potrebbe letteralmente squarciare lo spazio, creando una
lacerazione che metterebbe in collegamento universi paralleli. Poiché l’unico oggetto
conosciuto nell’universo che possieda quel genere di forza è un buco nero, ciò significa
che chi entrasse in un buco nero troverebbe un’apertura o cunicolo che lo condurrebbe
in un altro universo. Questo cunicolo allora viene chiamato «ponte di Rosen».
Ma che cosa intendeva la donna col riesaminare questa teoria? Voleva dire che era
sbagliata o che semplicemente non la vedevamo nel modo giusto? Oppure intendeva che
avremmo potuto sfruttare una simile anomalia se avessimo fatto le cose per bene? Era
impossibile dirlo (e capire perché dovesse dirlo proprio a me), ma sembrava in
armonia col resto della follia che era diventata la mia vita.
Non era l’ultima volta in cui avremmo incontrato la nostra signora col fuoristrada
nero. Circa una settimana dopo il commento sul ponte di Rosen notai lo stesso
fuoristrada fermarsi vicino alla nostra cassetta della posta e vidi quella stessa donna
metterci dentro qualcosa. Domandandoci se fosse una bomba o qualcosa del genere,
avevamo tutti un po’ di paura di avvicinarci per timore che esplodesse. Alla fine la mia
figliastra disse: «Siete un branco di smidollati!» e andò a recuperare l’oggetto
misterioso. Mentre la osservavo aprire con cautela la cassetta della posta, mi rammentò
qualcuno della squadra di artificieri nell’atto di disinnescare delicatamente un
esplosivo. Tutti tirammo un sospiro di sollievo quando lei tornò con una semplice busta
e la consegnò a Lisa.
«Forse ci hanno lasciato dei soldi», scherzò Lisa.
Mentre tutti ridevamo, mia moglie aprì la busta e, come previsto, dentro c’era un
biglietto con due banconote da venti dollari. Sul biglietto c’era scritto: «Buona fortuna
per il trasferimento nel Colorado e ricordate: noi vi teniamo d’occhio».
Ovviamente i nostri progetti non erano più un segreto, anche se nessuno di noi capiva
come loro avessero immaginato che stavamo traslocando. Nessuno a parte il padre dei
bambini sapeva del nostro trasloco imminente, e lui abitava a oltre 150 chilometri di
distanza. E poi, perché avrebbe dovuto raccontare del trasloco a un gruppo di
sconosciuti? Niente di tutto questo aveva senso, ma d’altronde era nella norma. Non
aveva senso nemmeno il fatto che ci avessero dato solo quaranta dollari; non bastavano
certo per coprire le spese di trasloco, e allora perché prendersene la briga?
Chiaramente i nostri amici erano tanto tirchi quanto misteriosi.
In ogni caso noi eravamo ansiosi di partire e, dopo avere sistemato le cose fra Lisa e
il suo ex marito riguardo al nostro trasferimento, preparammo i bagagli. Anche se
vivevo a Denver prima del trasferimento nel Nebraska, Lisa ed io concordammo di
provare con Colorado Springs, la seconda maggiore città del Colorado. «The Springs»,
le Terme, come la chiamano gli abitanti del Colorado, era un luogo che visitavamo
sempre volentieri, e un tempo ci avevo abitato. Ma perlopiù decidemmo di trasferirci lì
per via della sua bellezza e di tutte le cose divertenti che ci sono da fare. Decisamente
non vedevamo l’ora di traslocare!
Non sapevamo certo che le Terme si sarebbero rivelate il nostro periodo più difficile
finora, e ci sarebbe costato quasi tutti i nostri averi!
24. Benvenuti alle «Terme»

Quando ci trasferimmo a Colorado Springs non avevamo idea che si sarebbe rivelato
un errore madornale. Pensavamo che forse, in una grande città, le cose insolite – come i
rapimenti da parte degli alieni – sarebbero state meno probabili, specialmente con tutte
quelle basi militari che ci circondavano. Avrei dovuto saperlo, specialmente
considerando che il mio primo rapimento aveva avuto luogo in un sobborgo di Denver,
il terzo più popoloso in una città di circa 400mila abitanti; ovviamente, se «loro»
volevano trovarmi, anche vivere a Manhattan non gliel’avrebbe impedito. Avrebbero
sempre trovato un modo per riuscirci.
Tuttavia non sarebbero stati gli E T a rivelarsi il problema maggiore nel nostro
trasferimento alle Terme. Per qualche motivo la nostra presenza in città sembrava
provocare una reazione molto più aggressiva e ostile da parte degli esseri umani, che
alla fine si rivelò tanto grave da costringerci a lasciare quella città che io avevo sperato
fosse il nostro rifugio.
Tutto cominciò quando da poco avevamo trovato una meravigliosa casa con quattro
camere da letto nella zona meridionale della città, nel giugno del 2004, e ci eravamo
sistemati nella nostra nuova abitazione. Inizialmente tutto sembrava bello, ma il nostro
senso di sicurezza non sarebbe durato a lungo.
La prima indicazione del fatto che ci aspettasse qualcosa di più di quanto avessimo
previsto giunse appena poche settimane dopo avere disfatto i bagagli. Di ritorno dal
supermercato, entrammo nel vialetto d’ingresso e rimanemmo sorpresi nel vedere una
delle antiche ruote di carro che usavamo come decorazione del giardino appoggiata
contro la porta d’ingresso come venisse usata per barricare qualcuno all’interno.
Mentre ce ne stavamo lì seduti a domandarci che cosa stesse succedendo, notammo i
ragazzi spuntare furtivamente da dietro l’angolo della casa e, dopo averci visti, correre
verso di noi a tutta velocità.
Con uno sguardo di terrore negli occhi, ci raccontarono che era entrato in casa
qualcuno. A quanto pareva, loro si trovavano al piano di sotto quando avevano udito
aprirsi la porta d’ingresso e sbirciato su per la tromba delle scale per vedere chi fosse,
avevano intravisto un uomo sconosciuto che verosimilmente era entrato dalla porta
come se avesse abitato lì. I ragazzi allora erano corsi in camera a nascondersi sotto il
letto. Ben presto avevano udito lo sconosciuto scendere nel seminterrato e da sotto il
letto gli avevano visto i piedi e le gambe mentre lui vagava qua e là alla ricerca di
qualcosa. Quando l’uomo era andato in un’altra stanza, loro avevano tirato su la
zanzariera della finestra della camera e si erano arrampicati fuori, e a quel punto
avevano deciso di fare rotolare la ruota di carro contro la porta d’ingresso nel tentativo
di intrappolare l’uomo all’interno. Stavano per andare a casa del vicino per chiamare la
polizia quando eravamo arrivati noi.
Furioso, spinsi via la ruota di carro e mi precipitai in casa, troppo in collera per
rendermi conto di quanto fosse un’azione sventata. Non sapevo se l’uomo fosse armato,
il che rendeva estremamente rischiosa la mia bravata. Per fortuna – probabilmente per
entrambi – era già sgattaiolato fuori da un’uscita sul retro.
Presumendo che l’uomo fosse stato un comune ladro, setacciammo attentamente ogni
centimetro quadrato della casa. Ci aspettavamo che fossero spariti il televisore o il
computer, ma tutto era a posto. In effetti era tutto intatto, cosa che mi parve strana. I
ladri di solito rovistano qua e là alla ricerca di oggetti preziosi e si lasciano dietro un
caos, ma sembrava che l’uomo non avesse spostato nulla né frugato da nessuna parte.
L’unica cosa che trovammo fuori posto fu un cassetto del mio schedario aperto, da cui
era stata prelevata un’unica cartellina. Curiosamente era quella che conteneva copie di
documenti relativi alle mie esperienze. Per fortuna i miei originali erano ben nascosti,
altrimenti tutte le mie prove sarebbero andate perdute.
Ovviamente non era un normale furto con scasso. Questa persona era entrata in casa
mia alla ricerca di qualcosa di specifico e, una volta trovatolo, se n’era andata. Ma chi
poteva fare una cosa simile e, domanda ancora più importante, perché? L’unica cosa
che mi venisse in mente era che, se erano stati tanto sfacciati da farlo in pieno giorno,
dovevano averne davvero bisogno.
Tuttavia non riuscivo a immaginare quali informazioni potesse contenere quella
cartellina, da essere tanto importante. L’unica possibile spiegazione era che qualcuno
chiaramente non voleva che io tenessi una documentazione delle mie esperienze perché,
in qualche modo, doveva sentirsene minacciato. Qualunque fosse il motivo, era
qualcosa di importante.
La nostra unica opzione era chiamare la polizia. Non rivelammo con esattezza che
genere di documenti contenesse la cartellina, ma inventammo una storia secondo cui
conteneva preziose informazioni bancarie. La polizia utilizzò la polverina per
individuare impronte digitali, ma restò a mani vuote. Non trovò nemmeno le nostre
impronte, lasciando supporre che il ladro avesse ripulito attentamente tutte le superfici
quando aveva terminato. Perciò, senza nessun elemento in mano, l’indagine si concluse
e noi cercammo di riportare la nostra vita alla normalità.
Ma già il primo assaggio di vita nel Colorado era stato amaro. Lisa ed io avevamo
sperato di inaugurare alle Terme una vita nuova e meravigliosa e già ci sentivamo
violati e insicuri. Comunque avremmo cercato di far buon viso a cattivo gioco per via
dei ragazzi, sperando che si trattasse di un episodio isolato. Non potevamo sapere
all’epoca che, lungi dall’essere la fine della questione, questo era soltanto l’inizio.
25. Rapimento a Fairplay

Dopo lo sfinimento di fare i bagagli, traslocare e disfare i bagagli – oltre allo stress
dell’intrusione in casa – Lisa ed io avevamo un grande bisogno di staccare.
Evidentemente percependo la pressione a cui eravamo sottoposti, il nostro amico Clay,
un produttore cinematografico locale che nel corso dell’ultimo anno aveva lavorato a un
documentario sulle mie esperienze, ci invitò a trascorrere qualche giorno nella sua baita
di montagna nei pressi di Fairplay, nel Colorado. Bisognosi di qualche genere di
distrazione, cogliemmo al balzo questa occasione. Mandammo i ragazzi a trascorrere
l’estate col padre nel Nebraska e intraprendemmo l’escursione fino alla baita di Clay,
arrivando poco dopo il crepuscolo.
Inizialmente tutto fu come avevamo sperato. Quel luogo pacifico e tranquillo era un
cambiamento gradito rispetto a tutte le cose bizzarre a cui eravamo appena andati
incontro, e il fatto che la baita avesse una vasca con idromassaggio la rendeva ancora
più attraente. Quando finimmo di disfare i bagagli e di sistemarci, ogni pensiero che
potessimo avere riguardo alla strana effrazione di qualche giorno prima si dissipò.
Più tardi quella sera, dopo cena, uscimmo tutti sull’enorme terrazza per guardare le
stelle. Sono stato in alcuni luoghi bellissimi, ma per quanto mi riguarda la regione
montuosa del Colorado è il luogo migliore in assoluto per godersi il cielo notturno.
Lontano dall’inquinamento luminoso della città, nell’aria rarefatta delle montagne le
stelle assumono una luminosità mozzafiato, e noi trascorremmo la mezz’ora successiva
cercando di identificare le varie costellazioni in cielo. Avevo appena indicato il
Sagittario quando tutti udimmo un rumore sotto di noi, seguito da un lampo di luce in
lontananza. Dopo un attimo di discussione su che cosa potesse essere, ritornammo
subito alla nostra osservazione delle stelle e ce ne dimenticammo. Ben presto però
udimmo un altro rumore, stavolta molto più vicino, che indusse Clay a correre dentro a
prendere una grande torcia elettrica. Aspettandoci di vedere un animale selvatico in
giro per il sottobosco, rimanemmo sorpresi quando Clay non riuscì a individuare nulla,
malgrado il fatto che udissimo distintamente rumori di movimento sotto di noi. Col
passare dei minuti notammo inoltre che anche i lampi di luce si facevano più vicini. Se
erano fulmini, però, arrivavano dal nulla, poiché non c’era una nuvola in cielo, e
nemmeno vi era il ben noto rombo del tuono ad accompagnare quei lampi di luce.
All’improvviso, subito sotto la terrazza all’ingresso della stanza con la vasca con
idromassaggio, trasalimmo tutti quando si accese il riflettore col sensore di movimento,
inondando di vivida luce la zona attorno alla baita. Doveva esserci qualcosa di molto
vicino per fare scattare il sensore, per cui qualunque cosa fosse doveva essere
illuminata, però, nonostante sentissimo ancora il rumore di ramoscelli spezzati e suoni
simili provenienti apparentemente dal sottobosco che circondava la baita, non
riuscivamo a vedere chi o che cosa provocasse tutto quel chiasso.
Decidemmo subito di percorrere il perimetro della baita per indagare, ma sebbene
udissimo il rumore di ramoscelli spezzati e di passi molto vicino a noi, le nostre torce
elettriche non rivelavano niente. Infine decidemmo di tornare alla baita, ma a quel punto
ci furono altri lampi di luce – questa volta provenienti direttamente dal bosco – seguiti
da un grande lampo, che parve porre fine ai rumori di movimenti che udivamo.
Stringendoci assieme nel buio e frustrati dalla nostra incapacità di discernere la
causa di quel rumore, decidemmo di abbandonare le ricerche e di tornare dentro.
Mentre ci dirigevamo verso la baita, però, notammo all’improvviso che il sensore di
movimento adesso puntava verso l’alto, lasciando supporre che qualcuno – o qualcosa
– l’avesse manomesso, e questo ci offrì un altro mistero su cui riflettere. Il fatto che si
potesse rendere conto di dove fossero stati tutti durante la perlustrazione non faceva che
accrescere il mistero, ma ormai eravamo troppo stanchi per approfondire la questione e
decidemmo di andare a coricarci. Avremmo potuto chiarire le cose al mattino,
pensammo dirigendoci verso le nostre camere.
Con tutti gli strani eventi di quella sera, però, Clay decise di allestire la
videocamera, caso mai fosse successo qualcosa. Fu anche tanto premuroso da non
chiudere a chiave la porta d’ingresso, nel caso in cui i miei contatti alieni mi avessero
portato a fare un’altra gita abbandonandomi poi all’esterno. Clay doveva avere
percepito che le probabilità di qualche avvenimento fossero piuttosto elevate,
specialmente considerando ciò che era avvenuto nell’arco dei precedenti quattro anni,
nonché il luogo isolato in cui ci trovavamo. Se all’epoca fossi stato un migliore
osservatore, probabilmente me ne sarei reso conto anch’io, poiché tutti i segnali
dell’imminenza di qualcosa erano evidenti. In seguito mi domandai se non avessi
percepito anch’io che le cose stavano precipitando, ma avessi semplicemente deciso di
ignorarle.
In ogni caso, inizialmente parve che le trepidazioni mie e di Clay fossero infondate,
quando mi svegliai la mattina dopo a letto accanto a Lisa. Presumendo che fosse stata
una notte non movimentata e scacciando un lieve mal di testa, andai in bagno a lavarmi,
e a quel punto notai che la mia valutazione iniziale riguardo alla notte non movimentata
era sbagliata. Le conseguenze di un rapimento sono quasi sempre contrassegnate da due
cose: sangue dal naso e sangue nell’urina. Presentavo entrambi i sintomi, il che lasciava
supporre che mi avessero prelevato di nuovo. Subito svegliai Lisa per dirglielo e per
farmi esaminare attentamente alla ricerca di altri segni di punture o tracce di cucchiaio
sul corpo, ma questa volta non ne trovò. Ci volle un bel po’ per arrestare l’emorragia
nasale, ma a parte questo sembravo relativamente illeso dopo il mio ultimo
appuntamento notturno.
Quando mi fui ripulito, Clay controllò la videocamera per vedere se avesse filmato
qualche attività, ma purtroppo il nastro era finito troppo presto e non vi era registrato
nulla. Tuttavia notammo che la porta d’ingresso, lasciata con la serratura aperta quando
eravamo andati a dormire, adesso era chiusa a chiave. Cosa ancora più curiosa, quando
uscimmo per indagare, trovammo sul prato subito fuori della baita una zona dove l’erba
e le piante erano state appiattite a forma di cerchio. Erano presenti tutti i segni di un
mio rapimento, ma, come era successo con alcuni sequestri precedenti, io non avevo
alcun ricordo conscio di quanto era avvenuto. Ci sarebbe voluta un’altra seduta di
regressione ipnotica anni dopo per svelare la verità dietro ciò che avvenne quella notte,
ma per il momento io mi accontentavo di rimanere ignaro dell’intera faccenda.
A dire la verità, non volevo sapere.
26. Entra in scena Audrey

Un altro effetto collaterale di un’esperienza di rapimento è che nei giorni e nelle


settimane dopo ciascun sequestro io invariabilmente mi prendo la bronchite o la
polmonite. Non so perché; forse le procedure che eseguono su di me in qualche modo
indeboliscono temporaneamente il mio sistema immunitario. Tutto ciò che so è che
avviene con perfetta regolarità e così fu dopo il rapimento del luglio 2004.
In ogni caso fu mentre mi ristabilivo a casa che nella mia vita fece la sua comparsa
una nuova figura, che potrebbe essere umana oppure no ma che certamente sarebbe
diventata nota. Cerco di spiegare.
Un giorno, controllando la segreteria telefonica rimasi sorpreso nel ricevere il
seguente messaggio:
Salve, Stan e Lisa. La mia intenzione non è di spaventarvi o allarmarvi, ma di avvertirvi. È
bellissimo che siate tornati nel Colorado, ma Colorado Springs non è stata una bella idea. È come
se vi foste trasferiti a casa loro. Adesso per loro è facile arrivare a voi. So quanto tu sia ostinato,
Figlio delle Stelle, ma per favore ascolta questo avvertimento e sappi che anche Lisa e i ragazzi
sono a rischio. Adesso ascolta, Figlio delle Stelle, tu sai di essere diverso. Segui il tuo istinto e
rimani in allerta. È una cosa troppo importante. Presto ti sarà svelato tutto. E poi, Figlio delle
Stelle, non avere paura di ciò che sei.

Quella strana voce femminile aveva un accento chiaramente britannico, eppure non
sembrava umana! Voglio dire che aveva un suono meccanico, come se parole e frasi
fossero state costruite a partire da brandelli di messaggi registrati per cui ne derivava
un flusso intermittente e irregolare. In seguito emerse che la voce era stata creata
mediante l’uso di un programma per computer chiamato Audrey, ed è una tra varie voci
sintetizzate possibili che si possono produrre semplicemente scrivendo con la tastiera
una frase e premendo «play». Evidentemente chiunque avesse inviato il messaggio si
sforzava di nascondere la propria identità. Ciò che non sapevamo all’epoca però era
che «Audrey» sarebbe diventata una figura sempre più importante nella mia vita,
nonché nella vita di diversi miei amici e perfino di alcuni ricercatori, per anni a venire!
Quanto al contenuto del messaggio, era innegabilmente spaventoso. Audrey si
esprimeva come se fossimo stati in grave pericolo, non soltanto io ma anche Lisa e i
ragazzi. E chi erano quei «loro» a cui si riferiva? Il governo? Le forze armate? Qualche
organizzazione segreta con sede a Colorado Springs? In ogni caso, che potevamo fare?
Ci eravamo appena trasferiti alle Terme e non avevamo risorse per preparare i bagagli
e andarcene, e anche se le avessimo avute ci sembrava sciocco farlo su istruzione di
una persona sconosciuta che parlava con una voce sintetizzata su una segreteria
telefonica.
Il messaggio era sconcertante anche per ciò che diceva di me. Mi chiamava «Figlio
delle Stelle» (qualunque cosa volesse dire) e mi diceva che ero diverso e che non
dovevo «avere paura» di ciò che ero. Ma in che modo ero diverso? Che significava
tutto questo? L’interrogativo continua a ossessionarmi ancora oggi.
Dopo avere ascoltato il messaggio, Lisa ed io ne spedimmo subito copie a tutti quelli
del nostro gruppo. Ben presto venimmo a sapere che alcune settimane prima anche il
nostro amico Clay aveva ricevuto un messaggio riguardante noi, dalla stessa voce
femminile meccanica dal suono strano e dall’accento britannico. Quel messaggio era
molto più dettagliato e Audrey gli imponeva di non parlarne con nessuno perché
avevamo già abbastanza cose di cui preoccuparci.
Quando venimmo a saperlo, ne rimanemmo un po’ infastiditi. Fin da principio
avevamo concordato che se fosse successo qualcosa o se fossero emerse novità Lisa ed
io ne saremmo stati informati immediatamente, ma questa informazione ci era stata
invece tenuta nascosta. In ogni caso, alla fine avemmo occasione di ascoltare il
messaggio ricevuto da Clay sulla sua segreteria telefonica il 25 luglio 2004, e restammo
sconvolti.
Salve, Clay. Chiedo scusa per la mia insolenza. Non ci è voluto molto per scoprire il tuo numero di
telefono. Il nostro impianto di videosorveglianza ha perlopiù lo scopo di un monitoraggio passivo,
ma torna utile. Non posso dirti chi sono per motivi di sicurezza, ma posso dirti che le tue impressioni
riguardo a Stan Romanek e alle sue esperienze sono giuste. Ebbene sì, vi è una connessione tra la
famiglia di Stan e le forze armate, ma nessuno sa di preciso che cosa i visitatori facciano a Stan.
Ciò che è importante è perché abbiano scelto lui. Come avrai probabilmente notato, Stan è
leggermente diverso. Il suo modo di pensare... il suo modo di percepire il mondo sembra un po’ più
avanzato del consueto. La sua comunicazione non verbale e le sue capacità di pensiero astratto
sono fuori del comune. Perciò, sì, lui è leggermente diverso. L’aspetto interessante è che Stan non
sa affatto chi sia realmente.
Noi riteniamo che i visitatori comunicheranno un messaggio e sarà interessante vedere quale parte
avrà Stan in questo sviluppo. Alcuni di noi nelle alte sfere sono stufi delle menzogne. Non vediamo
l’ora che tutto si sveli, sapendo che sarà illuminante per tutti, ma alcuni in enti specifici sono in
disaccordo, e per svariate ragioni, perlopiù legate all’arroganza e al potere, e si stanno facendo
aggressivi perché hanno paura dell’inevitabile. Oltre alle esperienze ET, ciò che ha provato Stan
ultimamente non è nulla in confronto a quello che cercheranno di fargli se resta a Colorado
Springs. Trasferirsi nel Colorado è stata una bella idea, ma stabilirsi a Colorado Springs è come
andare ad abitare tra i leoni. Un consiglio: mandali via da Colorado Springs. Dovrebbero
trasferirsi in un luogo meno accessibile alle forze armate per proteggersi, ed è opportuno restare
sotto gli occhi di tutti. Se dovesse succedere qualcosa di «strano», apparirebbe sospetto... e loro
non vogliono attirare l’attenzione su di sé. Anche con la sua difficoltà di apprendimento (o è
soltanto un modo diverso di pensare?) Stan è in gamba, forse più in gamba di tanti altri. Perciò non
lasciarti ingannare dal suo modo di fare un po’ sciocco. Stan fa sempre le cose più giuste, ma ha
bisogno di appoggio. Concentrati sul tuo obiettivo, ma stai all’erta senza mettere eccessivamente in
agitazione Stan e Lisa. Già così hanno abbastanza problemi da affrontare. Mettersi in contatto con
te ci ha richiesto un grosso sforzo, per cui stai attento a quello che dici e a chi lo dici. Le persone
coinvolte direttamente in questo caso vanno bene. Ma alcuni amici di Stan e Lisa non sono ciò che
sembrano.

Il messaggio alla segreteria telefonica di Clay non solo rafforzò i nostri timori ma mi
lasciò intendere per la prima volta che ero stato in qualche modo prescelto e che tutte le
cose bizzarre accadutemi negli ultimi quattro anni non fossero semplicemente una serie
di eventi casuali. A quanto pareva, loro erano attratti verso di me per qualche motivo,
forse fisiologico, forse psicologico, non so. Questo implicava inoltre che l’intera
faccenda fosse molto più grossa di quanto avessi mai immaginato e sembrava
coinvolgere le forze armate e le autorità. L’avevo sempre sospettato, naturalmente, ma
sentirlo apparentemente confermato in quel modo mi fece venire i brividi.
Non avevo idea di che fare con queste nuove informazioni né sapevo che pensare di
Audrey; tutto ciò che so è che le cose si facevano ancora più strane e in maniera molto
più rapida di quanto avessi ritenuto possibile.
Ancora oggi non ho idea di chi o che cosa sia responsabile di quegli strani messaggi
telefonici, ma nel corso degli anni ci siamo abituati. Chiaramente vengono generati da
qualcuno (o qualcosa?) che ha la capacità di scovarci dovunque ci troviamo, oltre a
individuare facilmente altre persone coinvolte più da vicino nel nostro caso, per
avvisarci di guai imminenti. Considerando quante cose sappia realmente chi sta dietro a
Audrey e con quanta facilità sembri in grado di ottenere perfino i numeri non presenti
nell’elenco telefonico, è difficile sapere se Audrey sia un’alleata o un’avversaria. Solo
col tempo lo si potrà scoprire.
27. Inaspettatamente fotografato

Sebbene la maggior parte delle testimonianze fotografiche da me acquisite nel corso


degli anni siano state eseguite intenzionalmente, di quando in quando riusciamo a
registrare anche immagini per caso. In effetti alcune delle immagini più stupefacenti da
me acquisite sono state effettuate per pura combinazione. Questa tendenza mi ha reso
successivamente assai attento nel controllare con cura ogni fotografia scattata
fortuitamente prima di cancellarla, poiché non so mai quali stranezze siano in agguato
sullo sfondo.
Probabilmente due delle immagini più interessanti da me registrate in questo modo
furono scattate a Colorado Springs nel 2004. Nella prima foto, scattata durante un
temporale dall’aspetto particolarmente minaccioso transitato sopra le Terme, verso la
metà di agosto del 2004, scoprimmo qualcosa di assai strano. La foto fu scattata dalla
mia figliastra Nicci, che con la sua nuova fotocamera digitale aveva realizzato diverse
foto sbalorditive dei cumulonembi di passaggio, che assumevano un colore dorato
particolarmente bello. Una delle foto si rivelò tanto stupefacente che decisi di usarla
come sfondo del desktop per il mio computer. Dopo aver scaricato la foto dalla
macchina fotografica, quando ingrandii l’immagine con lo zoom, notai qualcosa di
strano. Lì, quasi perfettamente al centro, sopra una delle nuvole, vi era quello che
sembrava un UFO metallico incombente sulla colossale nube temporalesca.
Ingrandendo ulteriormente l’immagine lo vedevo ancora più chiaramente. Era
decisamente un oggetto solido di qualche genere, tanto riflettente e luccicante che
distinguevo la luce dorata del Sole riflessa sulla superficie. Ammetto che non sarà la
foto più nitida di un UFO mai scattata, ma sospetto che sia una delle più belle mai
realizzate!
In seguito, pensando al minuscolo disco di quella foto, mi venne in mente quanto
possano essere onnipresenti gli UFO. Se potevamo individuarne uno mentre scattavamo
casualmente delle foto di cumulonembi, questo mi costringe a domandarmi se nei nostri
cieli non possano essere più comuni di quanto possiamo immaginare. Trovo
interessante che se ne stiano lì a svolazzare, forse invisibili ai radar, e a guardarci con
indifferenza mentre attendiamo ai nostri affari; ma, dato che noi raramente esaminiamo
il cielo con minuziosità o costanza, non li notiamo e basta. Alcuni potranno considerare
sinistra una tale prospettiva, ma poiché non sembrano essere ostili la loro onnipresenza
può essere considerata protettiva, perfino benevola. Certo, se volessero conquistarci,
con l’elevato livello di tecnologia a loro disposizione, potrebbero farlo facilmente in
ogni momento. Siccome finora non l’hanno mai fatto, possiamo supporre che forse si
limitano a tenerci d’occhio allo stesso modo in cui i genitori scrupolosi tengono
d’occhio i figli che giocano in giardino.
La foto ebbe anche un altro effetto imprevisto: la comparsa inaspettata di un UFO nella
foto a quanto pareva aveva sconvolto Nicci perché all’improvviso si precipitò nella
sua stanza. Quando Lisa le domandò che problema ci fosse, Nicci rispose che non
voleva più la macchina fotografica e rivoleva indietro i soldi. Quella «schifezza di UFO»
era roba di Stan, disse a Lisa, e lei non voleva averci nulla a che fare.
Posso capire come dovesse sentirsi. È difficile per bambini e ragazzi di ogni età
essere costretti ad affrontare qualcosa di tanto misterioso. Malgrado i nostri migliori
sforzi di tenere i ragazzi fuori da questo ciclo di stranezze, erano successe tante cose
che era impossibile nasconderlo, specialmente quando anche i ragazzi ne erano stati
testimoni. Capivo i timori di Nicci. Magari avessi potuto tenere lontano da loro tutta
questa schifezza di UFO, ma non era possibile. Erano coinvolti, volenti o nolenti, e noi
non potevamo farci nulla.
L’altra mia figliastra, April, d’altronde, vedeva le cose in maniera diversa. Anche se
erano gemelle, le due ragazze avevano personalità quasi opposte. Perciò April pensava
che la foto fosse «fantastica» e voleva anche lei procurarsi una foto di UFO, per cui
trascorse l’ora successiva a scattare decine di foto di nubi, sperando di trovare anche
lei un disco lucente in volo. Stancatasi alla fine della caccia agli UFO, dopo avere
scattato un’altra mezza dozzina di foto lasciò la fotocamera sulla scrivania accanto al
monitor del computer e, troppo stanca per scaricarle ed esaminarle in quel momento,
andò a dormire. La mattina dopo però, quando entrammo nella stanza, notammo che la
fotocamera non era più sulla scrivania accanto al computer ma si trovava per terra.
April la afferrò subito e, dopo avere ispezionato la macchina fotografica per assicurarsi
che non fosse danneggiata, si mise con noncuranza a scaricare le foto per vedere se
fosse riuscita a cogliere qualcosa di «extraterrestre» nelle foto scattate la sera prima.
Non sapeva di avere effettivamente registrato qualcosa, ma non era un UFO, e nemmeno
qualcosa a cui fossimo preparati.
Le prime foto non mostravano alcunché di insolito: solo nubi temporalesche in lento
spostamento nel cielo. Tuttavia alla fine trovammo un paio di foto che inizialmente non
riuscivamo a identificare. Non erano del cielo o delle nuvole, ma sembravano solo una
serie di strane forme scure su uno sfondo perlopiù bianco. Inizialmente nessuno di noi
riconobbe ciò che stavamo guardando, ma indietreggiando lo mettemmo
improvvisamente a fuoco. Chiaramente era una sorta di volto che, a quanto pareva,
scrutava nell’obiettivo e si era scattato qualche foto. Ma di chi era quel volto?
Certamente non sembrava umano. Riuscimmo a distinguere una piccola fessura che
rappresentava la bocca, due minuscole narici con appena un accenno di naso e due
occhi neri molto grandi. La seconda foto era un primo piano soltanto degli occhi.
Qualunque essere avesse scattato la foto doveva essere intento a ispezionare la
fotocamera quando questa si era azionata accidentalmente, scattando un primo piano del
volto. In seguito ad alcune indagini emerse che le due foto erano state scattate qualche
tempo dopo che April aveva messo giù la macchina fotografica la sera prima, lasciando
supporre a prima vista che avessimo ospitato un visitatore in piena notte ed
evidentemente non era umano! Poiché il volto ricordava un po’ a Lisa la scimmietta dei
libri per bambini Curioso come George, gli affibbiò questo nomignolo. Tutti
concordammo sul fatto che fosse adatto.
Stranamente non fu l’unica volta in cui gli ET si sarebbero fotografati da soli. Un
paio d’anni dopo la nostra fotocamera digitale sparì. Sperando che fosse stata solo
messa in un posto sbagliato e non invece rubata, perlustrammo la casa alla sua ricerca,
ma invano. Era semplicemente scomparsa del tutto, come se non fosse mai esistita.
Qualche giorno dopo, però, mia moglie Lisa la ritrovò appesa a uno dei ventilatori
sul soffitto. Subito notammo che conteneva un paio di foto supplementari e,
rammentando i volti che avevamo scoperto nella fotocamera di April un paio di anni
prima, demmo un’occhiata. Come previsto, proprio come in precedenza, c’erano altre
due inquadrature ravvicinate dei nostri amici.
Questa volta però sembravano un po’ diversi rispetto alle foto precedenti: mentre gli
occhi – dai condotti lacrimali enormi – apparivano simili, nello scatto precedente
«George» aveva chiaramente le narici e perfino un accenno di naso, mentre il grigio
della foto più recente non mostra affatto tracce di narici (anche se è possibile che siano
state sbiadite dal flash della fotocamera). Se è così, sembra che vi siano tanti tipi
differenti di grigi quante sono le specie di piccioni.
Ritrovammo la mia macchina fotografica scomparsa da giorni e notammo che vi erano
delle foto supplementari.

Pensando in retrospettiva alle foto, mi viene in mente che se qualche ET è riuscito a


scattare accidentalmente una propria foto questo dimostra due cose: primo, che
sembrano in grado di gironzolare per casa di notte senza essere notati (e questo
pensiero è spaventoso) e, secondo, che sembrano possedere una curiosità quasi
infantile per gli oggetti. Quest’ultimo punto è particolarmente interessante, poiché si
immaginerebbe che una razza super avanzata di ET non dovesse dimostrare molto
interesse per le nostre tecnologie primitive, ma le foto lasciano intendere che sia vero
proprio il contrario. A quanto pare non sono soltanto curiosi riguardo a oggetti come le
macchine fotografiche, ma sono perfino un po’ maldestri con le nostre tecnologie
primitive, e premono pulsanti e giocherellano con gli interruttori senza capire come
funzionino. Sembra una contraddizione, lo ammetto, ma d’altronde gli ET sono esemplari
quanto a contraddizioni.
Oppure intendevano lasciare tracce di sé perché noi le scoprissimo (un pensiero
ancora più curioso)? Di sicuro dovevano sapere a che cosa serve una macchina
fotografica e come funziona e avere notato il flash quando è scattato (due volte,
nientemeno). L’idea secondo cui si sarebbero fotografati accidentalmente e poi siano
scappati come un branco di scimpanzé sbigottiti è per me incomprensibile.
Questo mi induce a domandarmi se non stessero lasciando intenzionalmente una
piccola testimonianza di sé per farcela scoprire, forse a ulteriore conferma della loro
presenza. Certamente una cosa simile non sarebbe incoerente con quanto avevano fatto
nel passato, quando avevano lasciato ogni sorta di tracce delle loro azioni. Potrei
sbagliarmi in proposito, e forse loro sono davvero maldestri come sembrano, ma per
qualche motivo ne dubito.
28. L’impianto

Probabilmente uno degli elementi più controversi – e potenzialmente preziosi – di


molti scenari di rapimenti da parte di alieni è la convinzione che queste entità di quando
in quando lascino nel corpo delle loro vittime degli impianti, come una sorta di
dispositivo di localizzazione o forse un’apparecchiatura di monitoraggio fisiologico di
qualche genere. Personalmente non mi è mai parso che gli ET avessero difficoltà a
individuarmi in qualsiasi momento, per cui non vedo l’utilità di un dispositivo di
localizzazione, e quanto all’ipotesi dell’apparecchiatura di monitoraggio suppongo che
abbia un senso logico ma, di nuovo, monitoraggio di che cosa? In ogni caso, al pari di
molte esperienze di rapimento in cui le vittime riferiscono di avere subito l’impianto di
minuscole apparecchiature nel proprio corpo, il mio caso non è stato diverso. Come ho
scritto in precedenza, avevo notato vicino all’anca un bitorzolo grande quanto un
pisello, dopo il rapimento del novembre del 2002, ma poiché non mi faceva male non ci
pensavo molto. Tuttavia mi ero sempre domandato che cosa potesse essere,
specialmente dopo il rapimento del febbraio del 2004, quando fui riportato indietro con
addosso una camicia da notte da donna, e adesso il bitorzolo era circondato da tre
piccoli segni di puntura disposti a formare un triangolo.
Cominciai a stuzzicare la protuberanza finché parve lacerare la pelle. Inizialmente mi
sembrava di avere una scheggia conficcata sotto la pelle – forse per essere andato a
strusciare contro qualcosa mentre lavoravo in giardino – ma per quanto mi sforzassi,
usando pinzette e spille di sicurezza, non riuscivo proprio a estrarre quel maledetto
affare. Se fosse stato un pezzo di metallo o di legno proveniente da qualcosa che avevo
in casa e che mi si fosse conficcato dentro due anni prima, ormai sarebbe dovuto venire
fuori da solo oppure si sarebbe dovuto infettare gravemente da tempo, il che mi rendeva
ancora più curioso riguardo a che cosa potesse essere. Volevo estrarre quella roba, non
solo per eliminare il crescente fastidio, ma anche perché il pensiero che potesse
essermi stata impiantata mi rendeva ansioso di estrarla dal mio organismo.
Come era consueto nelle mie esperienze di rapimento, di frequente mi prendevo la
polmonite poco dopo il sequestro, così quando nell’estate del 2004 mi ammalai e andai
dal medico per farmi dare degli antibiotici, pensai di prendere due piccioni con una
fava e chiedere allo stesso tempo al medico se potesse togliermi quell’oggetto dalla
coscia. Per qualche motivo il medico pareva esitante a rimuovere l’oggetto, anche se la
punta cominciava già a sporgere dalla pelle. Forse, non sapendo che cosa fosse né
quanto in profondità fosse penetrato, temeva di provocare un danno maggiore
rimuovendolo, ma io fui tanto insistente che alla fine cedette e accettò di eseguire
almeno una radiografia per vedere che cosa fosse.
Quando arrivò la radiografia, indicava che qualunque cosa fosse quell’oggetto non
era metallo. Il metallo tende ad apparire molto solido e luminoso in una radiografia; il
mio impianto invece creava sulla lastra radiografica un’immagine molto lieve,
lasciando intendere che probabilmente era fatto di qualche altro materiale meno
comune. Lo faccio notare perché è stato ripetutamente documentato che, nei molti casi
in cui i rapiti dagli alieni riferiscono di avere scoperto un impianto nel proprio corpo,
l’oggetto quasi sempre si rivela un minuscolo frammento di ferro o acciaio o qualche
altro pezzo comune di metallo terrestre, probabilmente conficcatosi in un incidente e
non notato se non dopo un episodio di rapimento. Poiché il mio impianto non era
metallico, dunque, la cosa lo rendeva potenzialmente più interessante.
Quando domandai al medico che cosa intendesse fare in proposito, mi consigliò di
lasciarlo stare poiché prima o poi sarebbe uscito da solo. A me non piacque quella
risposta e mi agitai. «Ma è già quasi uscito!» dissi. «Mi aiuti a tirare fuori il resto!».
Poiché l’unica cosa che il medico fosse disposto a fare era darmi un unguento
antibiotico da spalmarci sopra, mi adirai ancora di più e tirai fuori un coltellino
agganciato al mio portachiavi, ripulii la lama con l’alcol e mi misi a estrarre l’oggetto
da solo. Il medico cercò di impedirmi quello che doveva sembrargli un atto di
automutilazione, quando all’improvviso l’oggetto spuntò fuori. In quel momento sentii
una scossa elettrica percorrermi la gamba e sobbalzai come se qualcuno mi avesse fatto
scattare la gamba con un elastico. Entrambi esaminammo con curiosità quel minuscolo
oggetto a forma di goccia.
Rimanemmo sbalorditi nel vedere che l’oggetto pareva coperto di lanugine, ma non
appena ebbe preso un po’ d’aria la «lanugine» cominciò a dissolversi! Il medico subito
prese l’oggetto e lo mise sotto una grossa lente di ingrandimento, al che vedemmo le
singole fibre disintegrarsi sotto i nostri occhi.
Ci guardammo con stupore mentre quelle minuscole fibre simili a capelli si
dissolvevano. A quel punto il medico recuperò una provetta e vi inserì l’oggetto appena
estratto. Confuso, mi disse che non aveva idea di che cosa fosse e poi mi consigliò di
stare attento a un’eventuale infezione della ferita. Quindi mi consegnò la provetta, mi
ripulì e fasciò la ferita e mi mandò a casa.
Avevo la sensazione che fosse importante e non volevo perdere quell’oggetto, così
quando arrivai a casa mi misi subito in contatto con la principale ricercatrice coinvolta
nel mio caso. Mi disse che era probabilmente un impianto e mi chiese di prestare molta
attenzione. Inoltre mi chiese di scattare delle foto e poi nascondere l’oggetto in un luogo
sicuro finché non avessimo deciso che cosa farne.
Lisa rammentava che dopo i precedenti sequestri i miei segni di cucchiaio e le mie
ferite risultavano fluorescenti sotto la luce nera, per cui si domandò che cosa sarebbe
successo se avessimo posto l’impianto sotto la luce nera. Quando spegnemmo le luci e
accendemmo la luce nera rimanemmo sbalorditi perché l’impianto si illuminò come una
minuscola lampadina, del colore arancione più intenso che avessi mai visto. La cosa
ancora più stupefacente era che pareva assorbire la luce e continuava a brillare di un
lieve bagliore arancione perfino dopo che avevamo spento la luce nera!
Fotografammo l’oggetto da varie angolazioni, dopo di che Lisa nascose l’impianto
mentre io mi mettevo a spedire per posta elettronica le foto ai ricercatori. Per qualche
motivo trascurai di domandarle dove avesse messo la provetta, anche se sospetto che
alla fine non avrebbe avuto comunque importanza.
Qualche giorno dopo fui svegliato in piena notte da uno stridio acutissimo che
proveniva dallo stereo portatile vicino al letto. Inizialmente pensai di avere
accidentalmente lasciato accesa la radio e che questa stesse ora captando qualche sorta
di elettricità statica, ma quando controllai constatai che era spenta. Qualche secondo
dopo lo stridio cessò e io, troppo stanco per rifletterci su, mi riaddormentai.

Il fondo della provetta era esploso (a sinistra). Trovammo l’impianto ridotto in pezzetti
minuscoli (a destra).

La mattina dopo menzionai distrattamente a Lisa di avere sentito un fastidioso stridio


acuto provenire dallo stereo portatile, il che le provocò un’espressione affranta in
volto. Venne fuori che Lisa aveva nascosto la provetta contenente l’impianto dentro lo
scomparto batteria vuoto dello stereo portatile! Correndo subito di sopra a controllare,
Lisa aprì lo scomparto batteria dello stereo e ne caddero fuori pezzetti di vetro. Il fondo
della provetta era esploso, e l’impianto stesso era adesso rotto in frammenti
piccolissimi. Rapidamente raccogliemmo ciò che rimaneva tanto della provetta quanto
dell’impianto e mettemmo tutti i frammenti in un barattolo di vetro pulito. Quindi
telefonammo alla ricercatrice e ci mettemmo d’accordo perché quanto rimaneva venisse
prelevato e sottoposto a un esame scientifico.
L’impianto giunse indenne a destinazione all’Università della California a Berkeley,
ma non appena gli scienziati aprirono la confezione notarono subito che il barattolo in
cui erano racchiusi la provetta e i frammenti di impianto ora conteneva circa un
cucchiaio di qualche liquido. In qualche modo, senza alcuna influenza esterna,
l’impianto doveva avere prodotto questo liquido trasparente dentro il barattolo. La cosa
sbalorditiva era che gli scienziati stabilirono presto che quel liquido era un tipo di
amminoacido molto simile a una soluzione che una delle principali università del paese
stava mettendo a punto per rivestire articolazioni artificiali, pacemaker e organi
provenienti da donazioni per evitare il rigetto da parte dell’organismo.
Ma la cosa più straordinaria era ciò che scoprirono gli scienziati quando
cominciarono a studiare in dettaglio i resti. La prima cosa che notarono fu che
l’impianto aveva una struttura interna tanto piccola che ci volle un microscopio
elettronico per vederla, e a quel punto si resero conto che l’impianto non proveniva da
qui.
L’impianto stesso era costituito da qualche genere di cristallo di quarzo, mi dissero,
simile al tipo usato nelle radio a galena. Naturalmente questo gli avrebbe conferito la
capacità di agire tanto da antenna quanto da ricevitore, facendone un perfetto
dispositivo di localizzazione. Scoprirono inoltre che nei frammenti di impianto erano
conficcate fibre microscopiche e nel materiale erano inseriti perfino quelli che
parevano ingranaggi microscopici e un piccolissimo circuito integrato.
Chiaramente non era un apparecchio comune sulla Terra, ma era testimonianza di una
tecnologia sofisticata, più avanti di molti anni – se non di secoli – rispetto alla nostra.
Se è così, però, ciò renderebbe quel minuscolo apparecchio una delle scoperte più
importanti della storia. Ai resoconti dei rapimenti da parte di alieni sono sempre
mancate prove concrete che convalidassero la storia, ma adesso avevamo la
dimostrazione che ci trovavamo di fronte qualcosa che nemmeno la scienza poteva
respingere facilmente.
Allora dove sono adesso i resti dell’impianto? Direi che siano andati perduti, ma
sarebbe una coincidenza troppo grossa. Il fatto è che sono semplicemente scomparsi dal
laboratorio di ricerca in cui erano conservati, inducendomi a credere che anche qualcun
altro – gli stessi E T o qualche agente umano – capisse l’importanza dell’impianto e
abbia portato via le prove. In retrospettiva, sarei dovuto stare più attento prima di
spedire via in blocco i campioni. Sarebbe stato sensato tenere alcuni pezzi separati dal
resto, ma all’epoca non capivo quanto fosse importante quel materiale né comprendevo
le conseguenze di ciò che volesse dire tutto questo. Però, se i miei amici extraterrestri
dovessero mai decidere di mettermene un altro, si può star certi che sarà sorvegliato
come l’oro di Fort Knox!
29. La regressione del 19 novembre 2004

La vicenda dell’impianto e il rapimento di quel febbraio mi fecero veramente


riflettere su tutto ciò che mi stava succedendo. Soprattutto avevo bisogno di capire in
primo luogo perché avessero messo quella roba dentro di me e, cosa ancora più
importante, quale ne fosse lo scopo. Per trovare le risposte, però, mi sarei dovuto
sottoporre a un’altra regressione ipnotica, così con riluttanza telefonai a Deborah
Lindemann per fissare un appuntamento.
Anche se mi ero sottoposto a una regressione due anni prima, in vista di questa ero
altrettanto nervoso quanto lo ero stato allora, non per via della procedura, naturalmente,
ma per ciò che avremmo potuto scoprire. Quanto lontano si erano spinti gli alieni con
me, e avevano interagito con i miei familiari? Quali tipi di ricordi accuratamente
repressi potevano essere latenti nella mia mente in attesa che Deborah li liberasse?
Come in precedenza, Deborah operò la sua magia e ben presto mi trovai in profonda
trance, consentendo al mio inconscio di vedere ciò che il mio conscio non poteva o non
voleva permettersi di vedere, e mi ritrovai ancora una volta a librarmi senza peso sopra
un tavolo in una stanza illuminata di luce giallo-azzurrina. Come in precedenza,
guardandomi attorno vedevo che l’intera stanza sembrava ricavata da un unico stampo
di materiale, il che conferiva all’ambiente una sensazione di uniformità e continuità. Mi
sembrava di trovarmi in qualche sorta di stato semilucido e quando mi sentii più vigile
la sensazione di assenza di peso mi abbandonò e mi ritrovai in piedi sul pavimento, ora
di fronte a tre piccole creature umanoidi. Sembravano gli stereotipi dei grigi – testa
grande, corpo e arti piccoli e snelli, grandi occhi neri – solo che non erano grigi. Erano
piuttosto di un color crema pallido con una sfumatura leggermente azzurrina dove vi
erano pieghe o articolazioni sulla pelle, e chiazze di un azzurro più scuro attorno agli
occhi enormi. Pure a differenza dei tradizionali grigi, che di solito sembrano nudi,
questi esseri erano abbigliati con una specie di calzamaglia a collo alto senza cuciture.
Proprio come la stanza in cui mi trovavo, anche il loro abbigliamento sembrava
realizzato con un unico pezzo di materiale.
Questa cosa era nuova per me e ne ero spaventato. I primi ET che mi avevano rapito –
il popolo degli opossum, li avevo chiamati – avevano un aspetto maggiormente umano e
perlomeno erano stati abbastanza educati da bussare alla mia porta prima di rapirmi!
Ma questi esseri erano differenti: negli occhi smorti e nei volti privi di espressione
evidenziavano scarsa o nulla emozione, cosa che li rendeva particolarmente inquietanti.
Quando mi si avvicinarono, fui preso dal panico. Notando un’apertura all’estremità
opposta della stanza, pensai che se mi fossi scagliato contro di loro e ne avessi mandato
un paio a gambe all’aria forse l’avrei raggiunta. Avevo appena fatto per compiere un
passo nella loro direzione che uno di loro subito premette un pulsante quadrato inserito
nella parete, spedendomi di nuovo a librarmi inerme in aria. Per qualche motivo
l’assenza di peso non influiva sugli ET lasciandomi supporre che avessero la capacità
,

di agire sulla gravità a livello molto localizzato. Rendendomi conto che non vi era
modo di fuggire, alzai le spalle e perlomeno cercai di rilassarmi.
Percependo la variazione del mio atteggiamento, lo stesso E T premette di nuovo il
quadrato e di colpo caddi a terra. Schiantandomi al suolo, con le costole colpii il lato
del tavolo, cosa che mi tolse il respiro e mi mandò a gambe all’aria. Il dolore della
caduta era tanto intenso che ritengo di avere perso i sensi per un attimo, e quando mi
risvegliai li vidi correre frettolosamente verso di me. Provavo tanta sofferenza che
potevo solo restarmene lì a guardarli mentre si radunavano intorno a me.
Mentre osservavo le tre creature avvicinarsi, attirò il mio sguardo qualcosa che si
trovava a terra accanto a me. Era una sostanza che pareva formata da piccoli blocchi di
metallo fuso raffreddato. Immaginando che se fossi riuscito a prelevare un campione di
questo materiale sarebbe servito da prova della mia esperienza, ne afferrai un pezzetto
e lo strinsi forte in pugno, sperando che non l’avessero notato. A quanto pareva no, e
questo era il materiale che avrei tenuto in mano al risveglio dopo il rapimento,
dimostrando che stavo rivivendo l’episodio del sequestro del 17 novembre 2002.
Osservai uno di quegli esseri tenere sopra di me una strana scatola lucente e subito
avvertii un ronzio negli orecchi. Era tanto forte che mi premetti le mani sugli orecchi,
ma così il volume non diminuì granché. Peggio ancora, più mi opponevo più forte
sembrava farsi il ronzio.
Dopo di che ricordo di essermi svegliato sul tavolo, incapace di muovermi. Non
c’erano mezzi di contenimento come nel mio primo sequestro; mi sembrava piuttosto di
essere paralizzato dal collo in giù, come se la piccola scatola lucente avesse avuto la
capacità di disinserire tutte le mie funzioni motorie lasciando invece attive le funzioni
autonome. Sforzandomi di ricordare come fossi finito sul tavolo, mi vennero memorie
labili di quegli esseri che intervenivano sulla zona del petto che mi ero ferito,
alleviandomi notevolmente con i loro sforzi il dolore lancinante.
Terminata l’improvvisata riparazione della costola, sembrarono ritornare alla loro
attività in corso, qualunque essa fosse, e passarono a inserirmi nell’anca uno strumento
lungo e appuntito simile a un ago. Sforzandomi di vedere che cosa stessero facendo,
notai che l’ago aveva alla sua estremità un piccolo oggetto a forma di goccia.
Inizialmente non riuscivo a capire se lo stessero togliendo o inserendo, ma quando mi
sentii pervadere dal dolore dedussi che lo stavano inserendo.
Questo sembrava essere il mio ultimo ricordo nitido prima di svegliarmi accanto
all’albero di mele cotogne nel Nebraska due anni prima. Poiché non ero in grado di
scoprire niente di più, Deborah decise di guidarmi verso la mia successiva esperienza
di rapimento, quella del 12 febbraio 2004. Si tratta di quella in cui mi svegliai con
addosso la camicia da notte femminile e senza la più pallida idea di come fossi giunto a
procurarmela.
Abilmente Deborah mi spostò in avanti nel tempo finché mi ritrovai a Kearney, nel
Nebraska, a rivivere quell’esperienza. La prima cosa che mi udii affermare fu:
«Maledizione! Perché non mi lasciano in pace?».
Ancora una volta mi trovavo in una strana stanza fortemente illuminata, però questa
appariva vasta e illimitata. Non sapevo se fosse l’illuminazione a provocare questo
effetto o se la stanza effettivamente fosse tanto grande, ma in ogni caso sembrava
diversa dalle due stanze che avevo ricordato nelle esperienze precedenti. Notai che vi
erano nella stanza due tavoli, separati da almeno 6 metri. Io mi trovavo su uno dei due e
sull’altro vi era una donna. Era più piccola di me e appariva in ottima forma, con lunghi
capelli castani ricci e occhi color marrone o nocciola molto chiaro. Ricordo che aveva
una pelle più scura della mia, cosa che le conferiva un aspetto decisamente
mediterraneo.
Non ci volle molto perché le creature entrassero nella stanza per avviare i loro
esperimenti. Non ricordo di preciso tutto quello che mi fecero, ma decisamente
c’entrava l’apparato riproduttivo umano. Inoltre mi pareva di avere un ricordo residuo
di essere stato sottoposto a qualcosa di simile in passato, probabilmente in uno dei
sequestri precedenti, e questo mi dava l’impressione che, qualsiasi cosa stessero
facendo, per loro fosse diventata una consuetudine. Concentrandosi sullo strano
bitorzolo sulla mia anca destra dove nel rapimento precedente era stato inserito un
impianto, una delle creature si avvicinò con quello che pareva uno strumento provvisto
di una forchetta a tre rebbi piegata, con un tubo telescopico simile a un serpente e una
luce all’estremità. Mentre mi domandavo che cosa avrebbero fatto con quello strumento
dall’aspetto sinistro, loro collocarono i «rebbi» della forchetta attorno all’impianto e
me li spinsero nell’anca, causandomi un sussulto di dolore in tutto il corpo. Pochi
secondi dopo tirarono via lo strumento, lasciandomi tre minuscoli segni di punture e un
piccolo livido. Terminata l’operazione, passarono alla successiva con un’efficienza
fredda e calcolatrice, lavoravano rapidamente, come ansiosi di rispettare una sorta di
programma.
Mentre subivo i vari esperimenti dell’alieno, di quando in quando guardavo verso la
donna stesa sul tavolo accanto al mio e, sotto il mio sguardo di assoluto stupore, la
donna sembrò partorire! Frattanto le creature si affannavano per coprire con una sorta
di materiale tessile ciò che era stato partorito, prima di portarlo via. In quel momento la
donna guardò dritto verso di me. Capii subito che sul suo volto non vi era paura ma
disperazione. Era straziante vedere la profonda tristezza dei suoi occhi.
Il ricordo successivo era che gli esperimenti erano finiti e io e la donna venivamo
condotti in un’altra stanza, che mi pareva una sorta di sala di risveglio sorvegliato. I
miei abiti erano stati deposti con cura su una piattaforma accanto a un paio di pantofole
rosa coperte di lanugine e a una camicia da notte da donna rossa di flanella. Per qualche
motivo non ci venne in mente di rimetterci gli abiti, ma restammo lì seduti, forse troppo
sconvolti per fare qualcosa, a parte restarcene lì a fissare il vuoto inebetiti.
Mentre aspettavamo, all’improvviso udii un movimento da un lato e voltai lo sguardo
vedendo avvicinarsi a noi quelli che sembravano una mezza dozzina di bambini di varie
età. Sembravano perlopiù umani, anche se alcuni apparivano tali più di altri, mentre
alcuni assomigliavano fortemente al popolo degli opossum che avevo incontrato in
precedenza. Al loro avvicinarsi, l’espressione sul volto della donna cambiò diventando
di pura gioia, e i bambini andarono da lei e la cinsero con le braccia. Poi si misero ad
abbracciare anche me, con mia grande sorpresa e gioia, e in qualche modo capii
istintivamente che eravamo tutti legati fra noi. Mentre osservavo lo spettacolo che si
svolgeva attorno a me, vedevo che alcuni bambini assomigliavano alla donna seduta
accanto a me; mentre una bambina piccola e delicata, che mi abbracciava la gamba
rivolgendomi un ampio sorriso, sembrava una versione bambina di me stesso!
All’improvviso mi venne un pensiero che mi investì come una tonnellata di mattoni.
«Questi sono figli nostri», pensai, in qualche modo sicuro di questo fatto. Non so dire
se questa idea fosse una proiezione che ricevevo dai bambini o facesse soltanto parte
dell’entusiasmo, ma il cuore mi si colmò di euforia. Mentre abbracciavo i bambini e li
tenevo stretti a me, con la coda dell’occhio vidi gli ET in piedi a breve distanza, intenti
a studiarci, e all’improvviso il mio stato d’animo passò da una gioia pura e innocente a
una subitanea preoccupazione per i bambini.
«Quei maledetti esseri non si terranno questi bambini... io li salverò!» dichiarai. Dal
loro linguaggio corporeo percepii che gli esseri intenti a osservarci erano stati presi
alla sprovvista dal mio improvviso cambio di atteggiamento, e nella postura del loro
corpo osservai un evidente panico. Subito cercarono di radunare i bambini, ma non
intendevo lasciare che questi mostri portassero via i «miei» piccoli! Ero pronto a
combattere!
I bambini si aggrappavano a noi, piangendo, non volendo mollarci, e mentre
concentravo la mia attenzione sull’essere più vicino, con l’intento di spedirlo a gambe
all’aria, in testa mi risuonò una forte voce, o dovrei dire piuttosto un forte pensiero.
«Con voi non sopravvivranno!» disse la voce.
Cercai di ignorare l’avvertimento giuntomi nella testa, ma ben presto mi resi conto
che era sensato. Questi bambini erano evidentemente diversi e, intollerante com’è la
razza umana, potevo solo immaginare che cosa sarebbe successo ai piccoli se avessi
trovato un modo per portarli a casa! In definitiva abbandonai l’idea di «salvare» i
bambini.
«Staranno bene. Noi ci prenderemo cura di loro. Ma dobbiamo sbrigarci!» mi disse
in testa un’altra voce.
Io e la donna piangevamo mentre i bambini venivano portati fuori dalla stanza. Poi,
invece di riportarci indietro come io presumevo facessero, uno degli E T mi mise la
mano sul braccio e mi condusse verso la parete. Premette un pulsante che rese
trasparente il muro, e ciò che vidi quando guardai da lì mi colmò di sgomento.
Davanti a noi vi era un pianeta che pareva Giove in tutta la sua bellezza radiosa e
gloriosa. Non credo che dalle fotografie e perfino dalle ricostruzioni di un planetario si
possa apprezzare quanto sia stupefacente; visto da vicino, è straordinario nella sua
magnificenza e molto più massiccio di quanto io immaginassi. Ma ancora più
sbalorditivo del pianeta era l’aspetto di un enorme cilindro nero in orbita attorno a
Giove. E per enorme non intendo grande quanto una portaerei; questo oggetto aveva
sicuramente una lunghezza di centinaia di chilometri e pareva una slanciata isola di
ossidiana nello spazio.
Ammirando la scena davanti a me, mi resi conto che stavamo accelerando e ci
allontanavamo rapidissimamente dal cilindro nero, come ci trovassimo in un veicolo
più piccolo che stesse lasciando l’astronave madre. Ben presto questa fu poco più di un
puntino, lasciando supporre che noi stessimo sfrecciando nello spazio a una velocità
inimmaginabile che, se non superiore alla velocità della luce, le si approssimava. A
quel punto i miei ricordi erano nel migliore dei casi solo frammentari, e il ricordo
successivo era di essermi svegliato nel mio letto accanto a Lisa, con addosso una
camicia da notte da donna di taglia troppo piccola.
Sembrava stupefacente immaginare che una razza aliena evidentemente progredita
come quella che aveva rapito me e la donna potesse in qualche modo riuscire a
riportarci indietro con gli abiti scambiati. Si trattava di uno scherzo da extraterrestri
(ma sembra improbabile: questi esseri non mi hanno colpito per il fatto di possedere
una personalità, tanto meno un senso dell’umorismo) oppure può essere che al pari di
molti umani intelligenti abbiano talvolta dei problemi con i «piccoli dettagli» come
rimettere alle persone gli stessi abiti con cui sono arrivate? Oppure io e la donna
avevamo stretto un accordo per scambiarci intenzionalmente i vestiti nel tentativo di
dimostrare che il sequestro notturno era avvenuto davvero e non era semplicemente un
ulteriore esempio di paralisi nel sonno? Non lo so, ma la cosa lasciava supporre che
questi esseri non possedessero un controllo completo sui loro soggetti. Proprio come
ero riuscito a tornare indietro dal mio sequestro precedente stringendo in mano un
pezzetto di bismuto semplice, sembrava fosse possibile ingannarli. Forse nella loro
presunzione di superiorità sono sbadati, oppure per qualche motivo potrebbero
permettermi di ritornare con qualche testimonianza? È una possibilità curiosa che va
presa in considerazione.
30. Nuove equazioni e la data del cambiamento

Indipendentemente da ciò che si possa pensare dell’abilità dei miei visitatori dopo un
rapimento, non posso negare che siano sotto molti aspetti straordinariamente superiori a
noi dal punto di vista intellettivo. Lo dimostrarono una volta di più fornendomi un’altra
equazione. Proprio come nella regressione precedente, la trascrissi rapidamente davanti
a Deborah e agli altri testimoni, sempre tenendo gli occhi chiusi.
Un’altra equazione.

Al pari delle altre trasmesse in precedenza, anche questa non aveva senso per me,
anche se in seguito avrei scoperto che riguarda i cunicoli e il modo di entrarvi senza
essere schiacciati dalle immense pressioni gravitazionali implicate in queste situazioni.
Lo schizzo si rivelò il più inconsueto per i ricercatori, che non avevano mai incontrato
prima tale equazione, anche se ne riconobbero alcuni elementi come il fatto che «F»
indichi la forza, «r» la distanza, «c» la velocità della luce ecc. Al fisico Jack Kasher
dell’Università del Nebraska a Omaha venne in mente che le tre figure simili a coni
possano essere dei cunicoli, mentre il punto e le tre linee sopra quella di sinistra
potrebbero indicare che lo spazio può incurvarsi in maniera sempre più intensa
formando un cunicolo. Il cono centrale potrebbe mostrare un viaggiatore nello spazio
che si sposti dentro e fuori dal cunicolo. Il fisico non sapeva che cosa significasse quel
buffo simbolo in basso, con i segni + e -.
Un’altra equazione.

Per quanto questo fosse interessante, ancora più curioso e rivelatore era il secondo
schizzo da me tracciato sotto ipnosi o subito dopo. Era anch’esso uno schema dei
pianeti come quello che avevo disegnato durante la precedente regressione, ma questo
pareva più accurato dell’altro.
Evidentemente è la posizione della Luna (definita per scherzo «formaggio» nel mio
disegno) e di sei pianeti visti dalla Terra («3» in basso nel disegno, intendendo terzo
pianeta dal Sole) guardando verso ovest. I numeri identificano i pianeti, dove «4»
significa Marte, quarto pianeta, «8» denota Nettuno, ottavo pianeta e così via. Sono
inclusi Plutone come pianeta (numero «9») e il pianeta più recente, Eris («10» sul
disegno), anche se entrambi nel frattempo sono stati degradati dalla scienza a pianeti
nani, lasciando intendere che gli E T non sembrino condividere il sistema di
classificazione arbitrario usato dai terrestri.
Ma quando si allineerebbero i pianeti secondo il mio disegno? L’anno prossimo? Fra
un secolo? Fra 10mila anni nel futuro? La risposta probabilmente sarebbe rimasta un
mistero se uno dei ricercatori non avesse ricevuto, nel maggio del 2006, un misterioso
messaggio di posta elettronica da qualcuno che si identificava solo come «scopritore di
stelle». Utilizzando un programma informatico chiamato TheSky (edizione per studenti
della Software Bisque), scrisse:
Sono un astronomo, e un amico mi ha detto di Stan Romanek e di questo sito Internet. L’allineamento dei
pianeti mi affascina, per cui ho deciso di compiere qualche ricerca sulla data misteriosa. Dopo poche
settimane ho pensato che fosse tutto inventato. Non ho trovato quasi nulla per corroborare la data di Stan.
Solo per caso ho premuto la scheda Zenit del mio programma astronomico mentre lavoravo a questa data, e
all’improvviso tutto è divenuto chiaro. Sono letteralmente caduto dalla sedia! La data in sé è ancora più
impressionante! Per sincerarmene l’ho verificata con tre diversi tipi di software astronomico, e presumendo
che una persona guardi verso ovest da dove Stan ha visto i suoi UFO il risultato è sempre lo stesso. La
parte impressionante della data misteriosa di Stan è il decimo pianeta (Xena). Poiché non si sa molto
riguardo all’orbita di Xena, ho dovuto eseguire dei calcoli con quanto era disponibile, e l’allineamento di
Xena sembra collimare con la data misteriosa di Stan. Devo dire che lo trovo piuttosto sbalorditivo: come
faceva a saperlo?! Vi sono astronomi migliori di me, spero che possano far luce su questa faccenda caso
mai io sia fuori strada. Il gran giorno è il 21 settembre 2012. Spaventoso!

In un messaggio successivo, rispondendo all’interrogativo su quanto fosse raro un


simile allineamento, aggiunse quanto segue:
Non è che l’allineamento sia raro. È che l’allineamento indica una data reale e che include una collocazione
1
apparentemente precisa del nuovo decimo pianeta Xena . Inoltre, da quanto capisco, l’equazione con la
data di Stan è venuta fuori qualche tempo prima che si sapesse di un decimo pianeta. Eppure Stan in
qualche modo sembra sapere dove collocarlo nella sua equazione, per mostrare una data del 2012. Tenete
presente che sto ancora cercando di verificare questa cosa di Xena. Comunque penso che quanto ha fatto
Stan sia piuttosto difficile da fare.

Inoltre allegò un grafico indicante le misurazioni precise.


Se l’allineamento è giusto, il mio disegno ci dice che l’evento significativo previsto,
qualunque sia, si verificherà il 21 settembre 2012!
Il ricercatore è stato in grado anche di replicare i dati dello «scopritore di stelle»
utilizzando lo stesso programma, cosa che io trovo piuttosto emozionante. Ora, che cosa
sarà questo evento significativo non lo sa nessuno. Nella mia regressione precedente
avevo ricevuto immagini di disastri naturali quando mi era stato mostrato
l’allineamento dei pianeti, lasciando intendere che fosse all’orizzonte qualche genere di
calamità. Tuttavia, ricordavo anche che mi era stato detto come tali immagini fossero
soltanto uno fra i diversi futuri possibili a cui sarebbe andato incontro il pianeta se le
cose non fossero cambiate, per cui che sia una data per il giorno del giudizio è una pura
congettura. Forse indica il momento in cui gli ET usciranno allo scoperto in grande scala
e a livello mondiale, modificando così drammaticamente il paesaggio geopolitico
secondo modalità che noi possiamo solo immaginare. O forse non succederà nulla di
tutto questo: semplicemente non lo so. Tutto ciò che posso dire è che disegnai tutto
questo sotto ipnosi. Lascio ad altri – compresi i lettori – stabilire il significato dello
schizzo e la data che sembra rappresentare.
31. Altre persecuzioni umane

Come supplemento alla mia regressione del luglio 2004, aggiungo che poi fummo
seguiti per tutto il tragitto fino a casa, circa 200 chilometri da Fort Collins a Colorado
Springs, da una coppia di persone su un furgone nero che sembravano filmarci con una
videocamera portatile. Ora, io non sono mai stato incline alle teorie del complotto, ma
dopo avere vissuto quotidianamente tutte queste situazioni – avere i telefoni intercettati
e trovare nella cassetta della posta lettere strane e misteriose e cose simili –
cominciavo a cambiare idea riguardo a molte cose. Mi incolleriva immaginare che in
tutto questo fossero immischiati in qualche modo anche degli esseri umani. Non bastava
che gli extraterrestri esistessero veramente e ci facessero visita; adesso venivamo
perseguitati anche dai nostri consimili!
Particolarmente spaventoso era che subivamo regolarmente irruzioni in casa, a
dimostrazione del fatto che chiunque ne fosse responsabile aveva la capacità di entrare
forzatamente in casa nostra ed era tanto sfacciato da farlo con regolarità! Non venne
mai rubato nulla di prezioso, come sarebbe successo se avessi avuto a che fare con
semplici ladri, ma sparivano delle prove, ed era evidente che in diverse occasioni vi
era stato un accesso al mio computer. Trovammo perfino in casa apparecchiature di
ascolto e «cimici» e altre prove del fatto che fossimo strettamente sorvegliati. Una delle
cose più sciocche fu quando qualcuno mise un timbro – «Non puoi nasconderti» – su un
modulo per ordinativi di prodotti caseari che avevamo lasciato nella cassetta del
lattaio. E se in precedenza mi ero rifiutato di credere alle storie riguardo agli elicotteri
neri, adesso certamente ci credevo. Quasi ogni due giorni un nuovo elicottero volava a
bassa quota sopra la nostra casa, tanto vicino che quando salutavamo con la mano
vedevamo l’equipaggio rispondere al saluto. Alcuni elicotteri erano neri, altri erano di
colore verde militare, e tutti erano fastidiosi. Perfino i nostri vicini cominciarono a
lamentarsene.
Pareva che il trasferimento a Colorado Springs avesse intensificato la persecuzione,
proprio come aveva ipotizzato la voce di Audrey menzionata in precedenza. Mi stavo
pentendo di non avere prestato attenzione al messaggio, lasciato mesi prima nella
segreteria telefonica, che ci consigliava di andarcene da Colorado Springs. Sembrava
che la mia ostinazione si rivelasse controproducente e tutti noi ne stessimo pagando il
prezzo.
Per fortuna, almeno fino a questo momento, nessuno aveva mai tentato qualche
aggressione fisica. Le minacce erano vaghe e più implicite che reali, e a parte la
sorveglianza continua e le frequenti violazioni di domicilio nessuno dei persecutori
umani pareva pericoloso. Le cose, però, sarebbero cambiate qualche giorno prima del
Natale del 2004.
Poiché era una giornata invernale insolitamente calda per la stagione, decisi di
indulgere alla mia passione di tutta la vita per la bicicletta e andare al lavoro così
anziché in auto. Procedendo sul marciapiede come facevo sempre per evitare il traffico,
ero a metà strada quando notai un fuoristrada nero senza targa arrivarmi accanto a gran
velocità. Mentre guardavo per vedere che cosa volessero, qualcuno tirò giù il finestrino
anteriore dalla parte del passeggero e si mise a urlare verso di me da dentro il veicolo.
Incerto su che cosa volessero, decisi che la cosa migliore da fare fosse semplicemente
ignorarli e proseguii verso il mio luogo di lavoro.
Avevo appena svoltato l’angolo per raggiungere l’ingresso posteriore dell’edificio
quando udii uno stridio di pneumatici, da cui dedussi che i miei inseguitori avevano
deciso di rincorrermi dentro il parcheggio sul retro. Nonostante pedalassi quanto più
vigorosamente possibile nel tentativo di seminarli, il fuoristrada mi raggiunse
tagliandomi la strada, e a quel punto il veicolo si fermò stridendo e dalla portiera del
passeggero uscì un uomo azzimato di quasi trent’anni.
«Devi imparare a tenere la bocca chiusa!» mi disse l’uomo, lasciandomi sbalordito.
Che cosa potevo aver detto per meritarmi la sua ira? Non avevo gridato oscenità contro
di loro quando mi avevano urlato in precedenza, per cui non capivo perché fosse in
collera. Poi, da qualche parte all’interno del fuoristrada, con tono appena percettibile,
qualcuno menzionò gli alieni e gli UFO, e all’improvviso mi resi conto di che cosa si
trattasse esattamente. Evidentemente quelle persone cercavano di intimidirmi affinché
tacessi riguardo alle mie esperienze con gli UFO! Essendo cresciuto da adolescente in un
quartiere turbolento di Denver, però, non ero incline a lasciarmi intimorire da nessuno.
«Di sicuro non intendo smettere di parlarne!» risposi con rabbia.
Dal punto di vista logico avrei dovuto sapere che era meglio non provocare quel
gruppetto, ma probabilmente ero troppo incollerito per essere razionale. L’uomo mi si
avvicinò e ci mettemmo ad azzuffarci; a quel punto afferrai la grossa catena col
lucchetto della bicicletta e presi a farla roteare, costringendo l’uomo a indietreggiare.
All’improvviso un secondo uomo uscì dalla parte posteriore del veicolo e mi si
avvicinò. Quando mi si avventò contro, però, io lo colpii dritto sul lato della testa col
lucchetto e lo mandai a gambe all’aria. So che dovetti averlo ferito seriamente perché
rimase a terra, apparentemente privo di sensi e sanguinante. All’improvviso percepii un
formicolio in basso sulla schiena e sentii odore di plastica bruciata. Caddi a terra,
incapace di muovere le gambe. In seguito avrei esaminato il mio giubbotto e avrei
individuato un punto fuso sulla parte inferiore della schiena, a indicare che mi avevano
toccato con uno strumento che mi aveva immobilizzato. Poteva essere un taser, ma a
quanto so i taser sono piuttosto dolorosi e questo strumento, qualunque cosa fosse, non
lo era. Ancora oggi non so di preciso che cosa potesse essere.
Mentre ero lì steso vidi gli altri uomini del fuoristrada tirare su l’amico privo di
sensi e, dopo averlo ficcato dentro l’auto, filarsela. Quando riuscii a rimettermi in
piedi, ormai se n’erano andati. Sanguinante e ammaccato, riuscii a entrare barcollando
nel mio luogo di lavoro e tutti vennero a vedere che cosa fosse successo. Proprio
mentre qualcuno andava a chiamare la polizia, un agente entrò dalla porta. A quanto
pareva alcuni passanti avevano riferito della zuffa e la polizia era stata in grado di
intervenire rapidamente. Purtroppo non era arrivata lì in tempo per vedere partire il
fuoristrada, ma in seguito venni a sapere che un testimone era stato tanto coraggioso da
seguire il veicolo che si allontanava di corsa, ma l’aveva perso di vista quando erano
entrati in autostrada. La polizia non ha mai individuato il veicolo, né ha scoperto in
qualche pronto soccorso locale la documentazione di qualcuno che fosse stato medicato
per una ferita da lucchetto di bicicletta alla testa. Chiunque fosse, si era allontanato
senza lasciare tracce, come solitamente avviene. Io rimediai fratture al naso e al polso,
oltre a qualche punto di sutura e una nuova consapevolezza di come qualcuno
desiderasse intensamente farmi stare zitto.
Purtroppo la faccenda non sarebbe finita qui. Il 19 febbraio 2005 tornavo a casa in
camper da Denver con i ragazzi, quando ci fermammo in un ristorante drive-in a Castle
Rock, una cittadina circa a metà strada fra Denver e le Terme. Mentre stavo pagando il
pranzo, vidi un’auto bianca superarci lentamente sulla strada adiacente. All’improvviso
il nostro camper smise di funzionare. Pensando che si fosse semplicemente spento il
motore, provai ripetutamente a riavviare il veicolo, ma sembrava che l’impianto
elettrico fosse completamente fuori uso. Rinunciando alla fine a cercare di riavviarlo,
lo spingemmo fuori dal ristorante verso il parcheggio e telefonammo in giro per trovare
un meccanico.
Ore dopo, finalmente trovammo un meccanico perché desse un’occhiata e questi
constatò che l’impianto elettrico era completamente fuso. Perplesso su che cosa potesse
provocare un fatto simile, ci domandò se il camper fosse stato colpito da un fulmine.
Dicendogli di no e rendendomi conto che il camper non sarebbe stato riparato in fretta,
telefonai a un’amica perché venisse a prenderci.
Non appena arrivati a casa, però, le cose si fecero ancora più bizzarre. Pochi minuti
dopo il nostro ritorno a casa, il mio figliastro uscì dalla sua camera gridando che la tv
era saltata e che c’era uno sconosciuto nel giardino sul retro. Corsi sulla terrazza
posteriore appena in tempo per vedere qualcuno che chiudeva il cancello. Infuriato, lo
inseguii, ma quando arrivai sul lato anteriore della casa quel tizio, chiunque fosse,
aveva raggiunto l’auto e si stava allontanando. Tornando in casa, scoprimmo il cavo
della tv tranciato, oltre alle tracce che avevano lasciato rovistando qua e là alla ricerca
di qualcosa. Il nostro arrivo improvviso doveva averli colti di sorpresa, costringendoli
a compiere una ritirata frettolosa.
Cominciai a domandarmi se i due avvenimenti potessero essere in qualche modo
correlati. In seguito mi fu fatto notare che quanto era avvenuto al nostro camper era
precisamente ciò che avverrebbe all’impianto elettrico di un’auto se venisse colpito da
un impulso elettromagnetico mirato con precisione. È forse possibile che l’automobile
bianca che ci aveva superati proprio quando l’impianto elettrico del camper si fuse
avesse puntato contro di noi un tale strumento al suo passaggio?
Ma per quale motivo? Semplice persecuzione? Esibizione di ciò che loro sono
capaci di fare? Oppure era un tentativo di tenerci lontani da casa abbastanza a lungo per
consentire loro di trovare ciò che cercavano? E qual era lo scopo di recidere il cavo
della tv? Niente di tutto questo aveva senso, ma d’altronde non ce l’aveva mai. Stava a
dimostrare, però, che qualcuno era angustiato da ciò che raccontavo riguardo alle mie
esperienze e voleva che la smettessi.
Avrei saputo quanto fosse angustiato alcuni mesi dopo, quando nel marzo del 2005
ricevemmo una busta col nostro nome e indirizzo ma senza recapito del mittente.
Presumendo che fosse un qualche tipo di pubblicità, l’aprimmo e rimanemmo sorpresi
nel trovarvi un biglietto con un’immagine dell’aquila americana sulla facciata anteriore.
Dentro il biglietto vi erano un foglio di carta ripiegato e una scritta che diceva
semplicemente:

Tutti sono più coraggiosi di quanto sappiano.


BUONA FORTUNA .

Per quanto strano e misterioso fosse il biglietto, rimanemmo ancora più sconvolti dal
contenuto della lettera all’interno. Sembrava la fotocopia di un documento governativo
segretissimo. Ricoperta di vari timbri e insegne ufficiali, la pagina presentava in alto le
parole, dattiloscritte nitidamente, «Progetto Romanek»! Voltando la pagina, trovammo
questo appunto scarabocchiato in fretta che ci consigliava di «... non mostrare in
pubblico niente di tutto questo e non cercare di mettersi in contatto con le persone
coinvolte ai fini dell’incolumità di tutti» e diceva che ora forse avremmo dato retta agli
avvertimenti e ce ne saremmo andati da Colorado Springs.
Il corpo della lettera, datata 21 febbraio di quell’anno, diceva quanto segue:
Vi informiamo che a nostro avviso Romanek riceverà presto una visita. Faremo del nostro meglio per non
lasciarcela sfuggire questa volta. La loro vicinanza/prossimità ci è comoda, a dir poco. Inoltre, l’HPM ha
funzionato, camper fuori uso.

HPM, mi fu detto in seguito, voleva dire microonde ad alta potenza, uno strumento
utilizzato da anni dalle forze armate per mettere fuori uso aerei e missili in volo. Questo
sembrava spiegare che cosa potesse avere fuso l’impianto elettrico del nostro camper
al ristorante di Castle Rock in febbraio.
Tuttavia nella lettera c’era qualcosa che non andava. Io presumevo che fosse un
documento militare, ma come potevo dirlo? Non ne avevo mai visto uno in precedenza,
e con quanta facilità si poteva produrre qualcosa di simile al computer? Non avendo
mai prestato servizio militare, al pari di molti civili, immagino naturalmente che le
forze armate possiedano tutte queste capacità insolite e queste tattiche segrete, ma come
potevo realmente esserne certo? Di sicuro qualcuno voleva farmi credere che ero
sorvegliato dai più alti livelli delle forze armate, ma anche questo, al pari di tante altre
cose, poteva forse essere falso? All’epoca credevo a tutto senza discussione e
cominciai a ritenere che la nostra vita fosse in pericolo fintanto che fossimo rimasti a
Colorado Springs: ma era questo che qualcuno voleva farmi credere? Ero soltanto una
pedina nel giochino contorto di altre persone, oppure stava accadendo qualcosa di
maggiormente sinistro?
Alcuni giorni dopo trovammo nel divano un’apparecchiatura di ascolto; con rabbia la
feci a pezzi. Nascondendo i frammenti in quello che pensavo fosse il posto perfetto – un
angolino dietro il mio computer –, ritenevo fossero al sicuro fino a quando avessi
potuto esaminare meglio l’apparecchiatura. Una settimana dopo, però, dopo avere
reciso i cavi della telecamera di videosorveglianza, qualcuno fece irruzione in casa
mentre noi dormivamo, trovò il posto in cui avevo nascosto la «cimice» e la portò via.
Ancora oggi non è chiaro chi potesse averne l’intenzione, ma il fatto che fosse disposto
a correre un simile rischio e, a quanto pare, avesse la capacità di individuare
l’apparecchiatura con così poca difficoltà mi diceva che avevamo a che fare con
qualcuno – o qualcosa – che non solo aveva i mezzi tecnici per localizzare
l’apparecchiatura ma era anche tanto disperato da fare irruzione in piena notte in una
casa occupata per portarsela via.
Riesaminando quell’episodio, però, le cose non collimavano. L’apparecchiatura di
ascolto non sembrava poi tanto sofisticata. In effetti sembrava una cosa che si potesse
mettere assieme con qualche attrezzatura per radioamatori, e allora perché erano tanto
ansiosi di recuperarla? Inoltre, se davvero dietro a tutto questo c’erano le forze armate,
di sicuro avranno avuto apparecchiature di ascolto molto più piccole e sofisticate di
questa, e un modo assai meno rischioso e goffo di recuperarle, se fossero state scoperte.
Tutto sembrava così dilettantesco, come se qualcuno volesse farci supporre che dietro a
tutto questo ci fossero le forze armate, cosa peraltro facile perché molti civili sono per
natura sospettosi riguardo ai militari.
Ma io non volevo giungere a conclusioni affrettate o lanciare accuse generiche. In fin
dei conti non avevo prove concrete del fatto che all’origine della persecuzione ci
fossero il governo o le forze armate. Poiché Colorado Springs è la sede del N O RA De
del Comando spaziale dell’Aeronautica nonché di due basi aeree, dell’Accademia
dell’Aeronautica e del massiccio complesso dell’Esercito a Fort Carson, sarebbe stato
facile presumere che ci fossero loro dietro tutti questi guai. Dopo aver parlato con
diversi ex militari nei vari convegni a cui partecipavo – fra cui un ex ammiraglio della
Marina, diversi piloti e alcuni ex funzionari dei servizi segreti – tutti mi parvero
sconcertati quanto me, rendendomi difficile sapere che cosa pensare.
Non è che i militari non abbiano i loro segreti, naturalmente. Una volta avemmo una
conversazione assai imbarazzante con l’ammiraglio, il quale ci confidò che anche lui
era stato rapito dagli alieni ed era stato in contatto quella che lui definiva
un’extraterrestre femmina. Ci disse di avere percorso tutte le strade a lui disponibili nei
canali militari e governativi per ricevere qualche risposta riguardo a quanto fosse noto
sugli extraterrestri e sul fenomeno dei rapimenti, ma invano. Perfino questo ufficiale di
alto rango era andato incontro a ostruzionismo e si era sentito consigliare di lasciar
perdere l’argomento. Con le lacrime agli occhi domandò se Lisa ed io potessimo dirgli
qualcosa che lo aiutasse a conseguire una migliore comprensione di ciò che vi era
dietro la sua esperienza.
Però, se non le forze armate, chi c’era dietro tutto questo? Poteva essere tutto opera
di qualche pazzoide che non aveva niente di meglio da fare, o perfino di qualche gruppo
segreto di industriali ben finanziati, intenti a nascondere al pubblico la verità in modo
da poter mantenere il controllo della situazione? Una persona mi lasciò perfino
intendere che un gruppo di alieni malvagi si fosse infiltrato al più alto livello del
governo degli Stati Uniti e ne muovesse le fila. C’erano tante teorie... ma poche
risposte.
Chiunque fosse, certamente disponeva di risorse e manodopera. Inoltre, nel
dimostrare la capacità di entrare in casa nostra senza essere visto dalle nostre
telecamere di videosorveglianza, collocare e recuperare «cimici», mettere sotto
controllo i telefoni, intercettare la posta ed entrare di nascosto e impunemente nel mio
computer, doveva possedere un’impressionante abilità tecnica. Cosa ancora più
sconcertante, aveva i mezzi per influenzare in misura stupefacente l’elettronica di casa
nostra. Vi erano occasioni, per esempio, in cui tutti gli altoparlanti audio della casa
emettevano all’improvviso uno stridio acuto, anche quando gli altoparlanti o le
apparecchiature a cui erano collegati erano disinseriti. Di solito, quando succedeva
scattavano i salvavita della casa e poco dopo saltava la corrente. Anche se avvenne
soltanto un paio di volte, era comunque assai preoccupante e quando succedeva noi
uscivamo subito di casa.
La cosa più frustrante era cercare di capire perché ci facessero tutto questo. Se le
persone che ci perseguitavano non volevano che raccontassi la mia storia, perché non
me lo dicevano in faccia? Se avessero avuto un buon motivo, avrei potuto dare loro
ascolto; la loro persecuzione incessante, invece, non faceva che rendermi maggiormente
deciso a proseguire lungo il cammino che avevo intrapreso.
Era triste che a questo punto mi fidassi più degli E T di quanto mi fidassi di alcuni
miei consimili.
32. Semplici globi o qualcosa di più?

Un’altra caratteristica costante delle mie esperienze era di essere costretto ad


affrontare quei piccoli globi rossi che sembravano spuntar fuori periodicamente di tanto
in tanto. Erano comparsi per la prima volta quando abitavamo nel Nebraska, ma dopo il
nostro trasferimento a Colorado Springs non ne avevo più scorto nessuno. Tutto questo
sarebbe cambiato, però, poco dopo il Capodanno del 2005.
Verso le 23.40 del 24 gennaio 2005 fui svegliato da uno squillo molto forte e acuto
negli orecchi. Domandandomi che cosa potesse fare tutto quel chiasso, aprii gli occhi e
scorsi quello che sembrava un cerchio rosso di luce proiettato sul soffitto. Dopo averlo
esaminato con maggiore attenzione per un attimo, però, vidi chiaramente che non era
una luce proiettata sul soffitto ma un globo rosso grande quanto una pallina da baseball
che roteava poco più di un metro sopra la mia testa! Il cuore mi si mise a martellare.
Totalmente sbigottito, urlai, cosa che parve provocare una reazione da parte del
globo. Frettolosamente, come reagendo alla mia sorpresa, il globo schizzò fuori dalla
camera da letto e scomparve. Ancora piuttosto sconvolto e curioso di sapere che cosa
fosse, subito mi alzai, presi la videocamera e mi misi a cercare quell’oggetto
misterioso. Mezzo addormentato, stavo filmando l’orologio sulla parete della cucina
per registrare l’ora quando all’improvviso passò sfrecciando, subito sopra l’orologio,
una scia di luce.
Con la videocamera in mano mi girai per seguirla, ma troppo tardi. Il globo era già
scomparso fuori della porta e verso il giardino sul retro.
Poi mi ricordai che fuori avevamo le telecamere di videosorveglianza. Se il globo
effettivamente era uscito da quella parte, forse le telecamere l’avevano registrato. Una
volta tanto venne fuori che le mie speranze non erano state vane!
Esaminando il filmato della videosorveglianza, la telecamera che avevamo nascosto
in una casetta per uccelli nel giardino sul retro aveva effettivamente registrato il globo
rosso mentre scendeva in picchiata dal cielo e si dirigeva verso la telecamera. Quando
l’oggetto giunse vicino alla telecamera ci fu un rumore secco, dopo di che il globo
semplicemente sparì dalla vista. Non se n’era andato definitivamente, però, poiché
proseguendo ad esaminare il filmato notai che vi era una luce proveniente dalla finestra
della camera del mio figliastro all’ultimo piano, dopo di che l’oggetto ricomparve
all’esterno della casa!
«Come è possibile?» pensai. «Si è materializzato attraverso la parete!».
Quindi osservai il globo infilarsi dentro e fuori casa, spostandosi da destra a sinistra
come fosse stato un ago da cucito che attraversasse un tessuto leggero. Nel giro di pochi
secondi svanì, e nel giardino sul retro tornò la tranquillità.
Ovviamente facemmo poi esaminare il filmato a un esperto di video del posto, il
quale stabilì che non vi erano tracce di trucchi. Per citare con precisione questo
signore, dichiarò quanto segue:
Il filmato della piccola sfera di luce che vola sulla casa non mostra impalcature, fili o altro genere di
«montature» indicanti che sia un falso. In pratica tale filmato sarebbe molto difficile da realizzare in
postproduzione mediante l’uso dei più sofisticati software e hardware disponibili. La luce in effetti si riflette
sul tetto della casa e si riversa, come è giusto, su vari oggetti del giardino e della veranda posteriore. Di
2
nuovo, sarebbe molto difficile e costoso da realizzare in postproduzione.

Ma se erano reali, mi domandavo, che cos’erano questi oggetti? Dopo averli visti in
azione, presi in considerazione il livello di tecnologia necessario per fare loro
compiere le azioni di cui ero stato testimone e dubitai seriamente che fossero stati
messi a punto qui sulla Terra! L’unica spiegazione sensata era che fossero una sorta di
sistema di videosorveglianza, ma in grado di penetrare nella materia solida come se
non fosse stata più consistente di un banco di nubi. Una precedente esperienza con uno
di questi globi che era sembrato penetrare nel muro del nostro soggiorno aveva indicato
che risultava caldo al tatto, lasciando intendere che fossero in qualche modo elettrici.
Potevano forse essere sfere di plasma di qualche genere, ma in grado di trasmettere
dati?
Un’altra caratteristica che rivelarono, però, era di costituire dei segni precursori.
Lisa ed io avevamo cominciato a notare una costante secondo cui quando comparivano
questi oggetti entro un paio di mesi avveniva qualcosa di insolito.
Non rimanemmo delusi.
33. Nonno Grigio

Certe volte scherzavo con Lisa dicendo che le cose non potevano diventare più strane
di così ma, come previsto, non appena affermavo qualcosa del genere venivo subito
smentito! Alla fine imparai la lezione e smisi di dirlo, ma all’epoca sembrava una
speranza perfettamente valida.
Nel marzo del 2005 però avrei proprio scoperto quanto più bizzarra potesse
diventare la situazione.
Mi ero addormentato sulla poltrona con schienale reclinabile accanto alla scrivania
del computer, dopo avere trascorso ore a ricaricare tutti i driver dato che qualcuno era
entrato nel mio computer. Poco dopo l’1.00 di notte mi svegliò un rumore e quando
aprii gli occhi intravidi quella che sembrava una piccola persona nuda correre
dall’ingresso anteriore verso il corridoio che conduceva alla grande camera da letto al
piano inferiore.
Ora, il mio figliastro aveva degli amici che stavano trascorrendo la notte da noi, così
pensai che forse si stavano divertendo sfidandosi a correre per casa nudi.
Domandandomi che cosa stessero combinando quelle piccole pesti, presi la
videocamera per vedere di sorprenderli. Se non altro potevo procurarmi qualcosa con
cui ricattare il mio figliastro quando fosse cresciuto.
Sorridendo mentre salivo le scale verso la sua camera da letto, aprii la porta
aspettandomi di sorprendere qualcuno in una situazione imbarazzante. Rimasi sorpreso
nel trovare tutti a letto.
«Che razza di giochi state facendo quassù, ragazzi?» domandai a uno di loro.
Negarono di aver fatto alcunché di insolito e mi dissero che in realtà erano stati
svegliati anche loro da una sorta di strano rumore. Chiusi la porta e mi misi a girare per
casa, alla ricerca di risposte. Istintivamente tenni accesa la videocamera mentre
camminavo, attendendomi da un momento all’altro qualcosa di strano.
Non trovando nulla di inconsueto, stavo per spegnere la videocamera quando notai un
movimento sull’altro lato delle porte scorrevoli di vetro. Sbirciando fuori nel buio,
rimasi sbalordito nel vedere quello che pareva un piccolo essere simile a un bambino,
alto poco più di un metro, in piedi sulla veranda intento a fissarmi. Come gli esseri che
avevo descritto nella mia seconda seduta di regressione, era molto pallido con la pelle
di una sfumatura azzurrina e grigiastra e aveva un collo molto sottile e le braccia che
sembravano troppo lunghe per una creatura così piccola.
Inizialmente pensai che qualcuno mi stesse giocando uno scherzo di cattivo gusto, ma
poi vidi che quell’essere muoveva la bocca e sbatteva gli occhi. Gli vedevo perfino le
vene sulla testa mentre rispondeva al mio sguardo attraverso il vetro, e a un certo punto
lo vidi addirittura sorridere, come trovasse divertente la mia reazione. Suppongo che
saltellare su e giù come una bambina spaventata gridando «Oh mio Dio... oh mio Dio...»
ogni cinque secondi sarebbe parso buffo a chiunque, come sarebbe parso a me se non
fossi stato tanto terrorizzato!
Mentre cercavo di tenere ferma la videocamera, la creatura con lentezza (come
facendo uno sforzo per non farmi trasalire ulteriormente) si spostò verso sinistra e poi
scomparve alla vista. Rapidamente corsi in cucina e guardai fuori dalla finestra per
vedere dove fosse finita ma, non vedendola, tornai di corsa in sala da pranzo per
guardare di nuovo fuori dalla porta scorrevole di vetro.
Non ricordo che cosa avvenne poi perché mi svegliai sul pavimento della cucina.
Solo quando in seguito riesaminai la registrazione vidi effettivamente che cosa fosse
successo in seguito: a quanto pareva stavo puntando la videocamera fuori dalla finestra
della cucina quando all’improvviso ci furono dei potenti lampi di luce e tutto si fece
nero. A quel punto il nastro finiva e io mi ritrovai sul pavimento della cucina diverse
ore dopo.
Rendendomi conto di avere registrato su pellicola qualcosa di straordinario, subito
spedii copie del video ai ricercatori che lavoravano al mio caso. Vennero a dirmi che
quel segmento videoregistrato era probabilmente una delle prove più importanti nella
storia dell’ufologia e questo pensiero mi riempiva di sgomento.
Ma era vero? Io so che cosa avevo visto e ringrazio Dio perché avevo la
videocamera in funzione. Ma anche così sembrava troppo bello per essere vero. Molti
dissero poi che sembrava una marionetta di qualche genere, e io non posso dissentire
del tutto. Tuttavia, se era un falso, chi lo aveva predisposto e come? So di non essere
stato io e di non aver visto alcuna traccia della presenza di altri in casa, per cui chi
poteva essere capace di realizzare un inganno così sofisticato e, cosa ancora più
importante, perché l’aveva fatto?
In simili circostanze è facile essere scettici. L’aspetto straordinario è che, dopo tutto
quello che avevo passato, non riuscivo nemmeno più a credere a quello che avevo
visto. Ciò nonostante decidemmo di soprannominare quel piccolo personaggio «Nonno
Grigio», il che era il nostro metodo per distinguere un personaggio dall’altro nonché
per alleviare in parte lo stress di ciò che stava avvenendo. Curiosamente, affibbiare
nomignoli a queste creature sembrava renderle potenzialmente meno minacciose.
Ma la vicenda non finiva qui. Mi venne in mente che se vi era qualcuno intento a
perpetrare un inganno, o perfino se la creatura era autentica, poteva essere stata
registrata dalle telecamere di videosorveglianza, che erano rimaste in funzione tutta la
notte, offrendoci un’ottima occasione per cogliere sul fatto qualcosa o qualcuno. Lisa ed
io corremmo subito in garage dove tenevamo i videoregistratori per la sorveglianza, ma
scoprimmo che l’impianto di videosorveglianza non funzionava. Controllando meglio,
però, rimanemmo sorpresi nello scoprire che l’impianto non era stato semplicemente
disinserito, ma che i videoregistratori a cui era collegato erano stati distrutti!
Come fossero stati distrutti era un enigma ancora maggiore. Sopra il videoregistratore
superiore vi era un segno di bruciatura grande all’incirca quanto un dollaro d’argento e,
seguendone le tracce, scoprii che non solo proseguiva verso il secondo
videoregistratore sottostante ma si era spinto fino all’armadietto ancora più sotto e poi
verso l’esterno descrivendo una sorta di figura ellittica.
Aprendo i videoregistratori constatammo che i dispositivi elettronici all’interno
parevano incendiati, ma solo in una zona molto localizzata all’incirca delle dimensioni
di un pugno. A quanto pareva, ciò che aveva bruciato l’apparecchio era tanto caldo che
i resistori ceramici della piastra a circuito stampato, che dovevano essere in grado di
sopportare temperature di migliaia di gradi, si erano fusi.
Che cosa potesse avere causato una cosa simile era un mistero fitto, naturalmente,
anche se non potei fare a meno di notare che l’ampiezza della bruciatura aveva
all’incirca le stesse dimensioni del globo che avevo visto in casa un paio di mesi
prima. Rammentavo quanto calore avesse generato uno di questi globi durante un
avvistamento precedente, e mi domandavo se non avessero a che fare con la distruzione
dei videoregistratori. Forse erano qualcosa di più che semplici apparecchiature di
sorveglianza come avevo immaginato: forse nel momento opportuno erano anche in
grado di distruggere apparecchiature elettroniche sensibili.
Ma se gli ET avevano inviato un globo a distruggere i videoregistratori, perché non ne
avevano mandato uno a distruggere anche i dispositivi elettronici all’interno della mia
videocamera, privandomi così di ogni testimonianza fotografica di Nonno Grigio?
Certamente sembravano terribilmente selettivi riguardo a come e quando intervenire.
Se però a distruggere le apparecchiature erano stati degli esseri umani, come avevano
fatto? Le tracce di bruciatura non parevano coerenti con ciò che ci si aspetterebbe da un
laser, né è possibile far sì che un raggio laser descriva curve e cambi di direzione come
aveva fatto quella fonte di calore nei miei macchinari. Ma, cosa ancora più pertinente,
perché utilizzare un metodo tanto elaborato per distruggere i videoregistratori? Sarebbe
bastato reciderne i cavi o semplicemente spaccarli con un buon martello tradizionale; e
in tal caso, perché lasciarmi con la videocamera intatta? Come ogni altra cosa, questo
episodio pareva denso di misteri e incoerenze.
Ma la storia non finisce qui. Ad accrescere la confusione, anni dopo, la persona che
stava montando il documentario sulla mia storia, il mio amico Clay Roberts (il
medesimo che aveva condiviso con me la sua baita nel capitolo 25), ricevette uno
strano messaggio telefonico da quella «Audrey» menzionata in precedenza, la
misteriosa voce femminile sintetizzata che è entrata sempre più a far parte della nostra
vita. Fu appena poche settimane dopo una mia conferenza al Metro State College nel
centro di Denver sull’argomento delle mie esperienze che Clay ricevette sulla
segreteria telefonica il messaggio seguente:
Salve, Clay. Quando Stan ha parlato per la prima volta di Nonno Grigio, presumevamo che
parlasse di una fotografia. Ci siamo resi conto dopo l’ultima conferenza che in realtà Stan parlava
di ciò che aveva registrato su video a Colorado Springs. Sappiamo che la presunta forma di vita
registrata su pellicola da Stan in realtà non era autentica. Siamo anche venuti a sapere che
l’episodio di incoscienza di Stan durante rincontro è stato causato da un aerosol chimico spruzzato
in casa per fare credere a Stan che fosse tutto autentico. Riteniamo che l’autore di tutto questo lo
utilizzerà per screditare Stan. L’istinto di Stan è valido, ma lui è ancora incerto riguardo a questo
episodio. Dovete stare attenti! Stan deve cercare di prevenirli. E poi, Clay, per favore fai sapere a
tutti che ci è piaciuta l’ultima conferenza di Stan.

Poi, come quasi tutte le altre telefonate di «Audrey», finiva bruscamente. A quanto
pare, chiunque vi fosse dietro quella voce sintetizzata aveva assistito alla conferenza.
Naturalmente questo non faceva che infittire il mistero. Perché questa persona
riteneva che il filmato di Nonno Grigio fosse falso? E in quale modo questo avrebbe
potuto screditarmi? Certamente non era né più né meno sbalorditivo del precedente
filmato di Cucù da me registrato nel Nebraska, per cui non aveva senso che questo
filmato nuocesse alla mia causa e il precedente no. Inoltre, perché non vi era nessun
dettaglio su chi cercasse di screditarmi e in che modo? Audrey aveva menzionato il
fatto che fossi stato colpito da qualche sorta di aerosol spruzzatomi in casa, allo scopo
di farmi credere che il grigio fosse autentico, ma come avrei registrato su pellicola
l’alieno se fosse stato tutto un’allucinazione? Per quanto ne so, le videocamere non
hanno allucinazioni.
Questo mi costringe a domandarmi se la stessa Audrey – oppure ovviamente la
persona che sta dietro quella voce – non stia creando disinformazione. Certo, il fatto
che sembri sempre al corrente delle minacce che periodicamente saltano fuori è di per
sé sospetto. Sa forse prevedere le minacce oppure le provoca? Chiaramente il nemico
più pericoloso è quello che tu immagini sia tuo alleato. Era questo il caso di Audrey?
In ogni caso, ancora oggi sono incerto riguardo alle immagini video di Nonno Grigio.
Il fatto che la creatura fosse tanto animata lascia intendere che, nel caso si trattasse di
una marionetta di qualche genere, fosse estremamente sofisticata, e che la persona o le
persone responsabili fossero straordinariamente abili negli inganni, specialmente senza
farsi scoprire. E questo ancora non spiega come fossero state in grado di distruggere
l’apparecchiatura di videosorveglianza. Solo il tempo dirà se la creatura da me
registrata su pellicola fosse autentica o no, ma ripensando alle cose accaduteci in quella
primavera del 2005 me ne sento ancora ossessionato.
34. Stranezza suprema

Qualcuno mi ha detto che molte persone rapite dagli alieni spesso vanno poi incontro
a una cosa chiamata «stranezza suprema», un’espressione usata per descrivere vari
avvenimenti insoliti e inspiegabili che sembrano aver luogo con una certa regolarità
alle persone che affermano di avere avuto contatti con gli extraterrestri. Spesso questi
avvenimenti possono avere una connotazione paranormale, inducendo alcuni a ritenere
di dover affrontare oltre agli extraterrestri anche cose come i fantasmi e i poltergeist,
che suscitano ulteriore paura. Nessuno sa di preciso che cosa provochi queste cose né
perché avvengano a certe persone e non ad altre, ma decisamente accadevano a me.
Abbiamo già parlato della comparsa degli strani globi rossi da noi avvistati un certo
numero di volte nel corso degli anni. I globi (orbs) sono un aspetto comune di molte
infestazioni paranormali, ma i nostri erano nettamente diversi sotto molti aspetti. In
primo luogo, le varietà paranormali – che molti ricercatori sospettano essere perlopiù
riflessi di particelle di polvere o insetti in volo – di solito non sono visibili a occhio
nudo e compaiono soltanto sulle foto dopo l’avvenimento. Inoltre, solitamente sono
molto deboli e quasi sempre di colore bianco. Invece i nostri globi – chiamiamoli di
«varietà ET» – sono visibili a occhio nudo e sono di solito di colore rosso o arancione.
In secondo luogo, i globi paranormali perlopiù non sembrano interagire con altri
oggetti, né cambiano colore. Il tipo ET invece sembra capace non solo di interagire con
le persone (e i gatti) e con altri oggetti, ma perfino di danneggiare oggetti materiali,
come dimostrato dalla distruzione dei videoregistratori per la sorveglianza.
Chiaramente i globi incontrati da me e da Lisa sono di natura molto diversa rispetto a
quelli spettrali ben noti agli investigatori del paranormale. In effetti, in certo qual modo
sembrano più tecnologici che soprannaturali, come fossero una sorta di macchinari
avanzati anziché manifestazioni spettrali di energia.
I globi però costituivano solo una piccola parte di ciò che percepivamo: luci
lampeggianti, rumore di passi e un inspiegabile bussare alla porta erano esperienze
comuni. Rubinetti dell’acqua che si aprivano da soli, nonché la scomparsa inesplicabile
di oggetti (il cosiddetto teletrasporto) pure si verificavano di quando in quando, mentre
l’attività di poltergeist avveniva con una certa frequenza. Per esempio, una volta una
candela che Lisa teneva sul cassettone della camera da letto schizzò via da sola dal
cassettone finendo per terra a tre metri di distanza. Un’altra volta filmammo un biglietto
di compleanno per il figlio di Lisa mentre scivolava da solo lungo il tavolo, a
dimostrazione che vi era in azione qualcosa di sinistro.
Ma forse l’elemento più snervante di questa stranezza suprema era la comparsa di
ombre. Queste non sono manifestazioni di fantasmi come talvolta si segnalano durante
le infestazioni tradizionali, ma semplicemente macchie di buio che sembrano librarsi
per vari secondi prima di dissolversi inspiegabilmente nel nulla. Anche se spesso
l’unico modo in cui riuscivamo a vederle era con le nostre videocamere impostate sulla
visione notturna (l’infrarosso sembra cogliere ciò che i nostri occhi non riescono,
fornendoci alcuni filmati piuttosto sorprendenti), talvolta erano visibili anche a occhio
nudo.
Ogni giorno le cose si facevano un po’ più strane. Un orologio da tavolo collocato
sul nostro mobile attrezzato con tv e impianti audio schizzò in aria all’improvviso.
Certe volte sembrava che qualcuno ballasse il tip tap sul nostro tetto, ma quando
andavamo fuori a controllare smetteva all’improvviso. C’erano davvero troppe cose da
sopportare! I nostri amici facevano del nostro meglio per aiutarci, ma nulla sembrava
funzionare. Proprio non riuscivamo a far cessare queste nuove attività.
Così alla fine ci venne in mente che, poiché le nostre esperienze erano tanto simili a
ciò che si prova durante un’infestazione, forse potevamo chiamare dei cacciatori di
fantasmi anziché degli ufologi, per vedere se avessero migliore fortuna. Un nostro
amico, Rick Nelson, conosceva persone specializzate nelle indagini sui fantasmi e ci
suggerì di farle venire da noi. Se non altro, i miei familiari ed io saremmo stati
confortati dal fatto che qualche esperto di questo fenomeno cercasse di aiutarci.
Per loro tramite apprendemmo che talvolta possono attirare fantasmi (o energie
spirituali in genere) non solo dei luoghi ma anche delle persone. Sembra che certe
persone abbiano in sé una sorta di energia differente o straordinaria che sembra
«piacere» a certi «esseri». Non ero sicuro di crederci completamente, ma dopo tutto
quello che avevamo passato qualsiasi cosa mi pareva possibile.
Quindi adesso ero una sorta di «calamita per fantasmi»? In tal caso, come poteva
essere successo? Le mie esperienze di rapimento da parte degli alieni potevano forse
avermi trasformato in modo tale da provocare queste cose? Rammentavo che dopo il
mio primo avvistamento di UFO nel dicembre del 2000 sembravo avere effetto sulle
apparecchiature elettriche e perfino attrarre uccelli: e allora le mie esperienze
successive potevano forse avermi reso maggiormente incline ad attrarre anche i
fantasmi? Non era possibile affermarlo con sicurezza, ma una cosa era certa: ciò che
stava accadendo era reale, qualunque ne fosse la causa.
In ogni caso gli specialisti di fantasmi trascorsero un po’ di tempo cercando di
raccogliere testimonianze video e audio dei fantasmi (o di qualunque cosa stesse
«infestando» casa mia), con un certo successo. Anche se non riuscirono a filmare
un’apparizione corporea completa, i video e le foto da loro realizzati erano
impressionanti. Tuttavia, per quanto tutto fosse sinistro, ciò che realmente mi fece
correre un brivido lungo la spina dorsale fu una cosa chiamata fenomeno delle voci
elettroniche (EVP ). Sostanzialmente si tratta di registrazioni di voci spettrali o rumori non
udibili all’orecchio umano ma registrabili su nastro. Vi sono due metodi per captare
queste voci: predisporre un registratore in una stanza vuota e lasciarlo in funzione per
tutta la notte e poi riascoltarlo a tutto volume per vedere se si sente qualcosa, oppure
tenere in funzione un registratore mentre si pongono domande specifiche in un presunto
luogo infestato e poi riascoltare la registrazione e sentire le risposte. Nel nostro caso,
una sera eravamo tutti seduti attorno al tavolo e ponevamo domande agli spiriti (questo
viene chiamato E V P attivo, anziché passivo). Continuammo a porre domande per un
certo tempo, attendendo qualche secondo fra l’una e l’altra per dare all’entità
l’occasione di rispondere, prima di domandare qualcos’altro. Poi, quando in seguito
riascoltammo la registrazione, di quando in quando udivamo dei deboli «salve» e altri
rumori strani, una cosa raccapricciante. Però un E V P decisamente si distingueva dal
resto. Sembrava un ringhio dal tono grave e rimbombante, come se una creatura
malvagia fosse stata sul punto di scattare fuori dal registratore. Ascoltandolo per la
prima volta, Lisa ed io ci guardammo.
Uno dei ricercatori si domandò se l’EVP non avesse questo suono perché veniva
riprodotto troppo lentamente, così lo caricammo sul computer e lo ascoltammo a
velocità maggiori. Inizialmente il ringhio si faceva solo di tono più acuto, ma rimaneva
indecifrabile. Quando lo accelerammo fino a sette volte la velocità di registrazione
iniziale, però, divenne chiaro come il giorno. L’EVP era breve. Diceva semplicemente:
«Figlio delle Stelle, è ora».
Non solo il messaggio in sé era stupefacente, ma era anche una voce che
conoscevamo già. Era Audrey, la voce femminile sintetizzata dall’accento britannico
che nel corso degli anni aveva lasciato vari messaggi di avvertimento sulla nostra
segreteria telefonica! Eravamo sempre stati un po’ sospettosi riguardo a quelle
misteriose telefonate ripetutesi negli anni, immaginando che in qualche modo venissero
prodotte da esseri umani, ma non c’era modo di spiegarsi questa cosa. Come poteva la
voce sintetizzata essere captata come E V P e riconosciuta solo con un’accelerazione
della registrazione? E come era stata trasmessa? Nessuno di noi aveva udito alcuna
voce in quel momento, per cui doveva essere stata trasmessa in qualche modo al di là
della nostra comprensione. Eravamo ammutoliti e anche in preda alla confusione, ma le
cose stavano così... e ancora una volta avremmo dovuto trovare un modo per
affrontarle.
In seguito, mentre riflettevo sul significato di tutte le attività spettrali che sembravano
aver luogo quasi quotidianamente e sul modo in cui fossero in relazione con le
esperienze di UFO da me avute nel corso degli anni, cominciai a domandarmi se non
fossero in qualche modo legate fra loro. In altri termini, stavo forse affrontando
qualcosa di più tecnologico che soprannaturale? Lo scrittore di fantascienza Arthur C.
Clarke ha scritto che «ogni tecnologia sufficientemente progredita è indistinguibile
dalla magia». Io sono incline a essere d’accordo con Arthur.
La parte più difficile era cercare di immaginare come fossero collegate fra loro,
ammesso che fossero davvero collegate; e come funzionasse il tutto era un interrogativo
ancora maggiore. Forse gli E T possiedono la tecnologia per influire in qualche modo
sulle capacità del nostro cervello di percepire cose di cui altrimenti non saremmo
consapevoli, o forse tanto i fantasmi quanto gli E T manipolano l’energia nello stesso
modo, per cui le infestazioni di fantasmi e le attività extraterrestri appaiono simili. In
entrambi i casi questo provocava certamente alcuni episodi strani, i quali non facevano
che incrementare l’atmosfera generale di inquietudine da cui era stato invaso il mio
mondo.
E le cose si sarebbero fatte ancora più strane.
35. Faccine sorridenti e un paio di sorprese

Colorado Springs era bellissima, ma sapevamo che era ora di andarsene. Non ci
illudevamo più che se fossimo andati da qualche altra parte la follia allora sarebbe
terminata; era solo che loro – chiunque fossero – ci stavano dicendo che era ora di
trasferirci. Concordavamo con la voce della registrazione: in effetti, per il Figlio delle
Stelle, era ora.
Lisa, i ragazzi ed io eravamo abituati ai traslochi, ma stavolta eravamo decisi a far sì
che le cose andassero diversamente. Stavolta niente – né alieni né fantasmi o esseri
umani minacciosi – ci avrebbe cacciato di nuovo di casa. Eravamo stufi di scappare ed
eravamo pronti a opporre resistenza, se necessario.
Nell’estate del 2005 ci trasferimmo in una graziosa cittadina nella zona pedemontana
settentrionale del Colorado, subito a nord di Denver, in una bellissima casa a tre livelli
con una cucina enorme, grandi camere da letto e una robusta terrazza in legno di pino,
accessibile sia dalla cucina sia dalla camera da letto principale. Al di là della siepe
che garantiva intimità, vi era un ampio prato infestato di erbe selvatiche appartenente
alla chiesa locale, che conferiva alla casa una certa sensazione di ambiente rurale anche
se si trovava nel pieno centro della città. Lisa, io e i ragazzi ci sentivamo assai contenti
e a nostro agio e sognavamo di acquistare la casa quando la nostra situazione
economica fosse migliorata e le cose si fossero sistemate.
Quando traslocammo, la casa necessitava di riparazioni e il giardino era trascurato,
ma Lisa ed io lavorammo sodo per mettere in ordine le cose. Ero fiero di rendere la
situazione maggiormente confortevole per noi, e il nostro lavoro duro ci ripagò anche in
altri modi: la società immobiliare rimase tanto contenta di quanto avevamo fatto che
stipulò con noi un accordo perché eseguissimo altri lavori di sistemazione in cambio di
uno sconto sull’affitto! Eravamo davvero emozionati e per la prima volta da lungo
tempo la vita ci sembrava bella!
Purtroppo ogni aspettativa di riconquistare un certo grado di normalità fu di breve
durata; appena un paio di settimane dopo il nostro trasferimento nella casa nuova
ripresero ad accadere delle cose. Tutto incominciò con strani battiti e tonfi sul tetto e
sulle pareti della casa. Poi una sera, appena un paio di mesi dopo il trasloco, stavamo
tutti preparandoci per andare a dormire quando all’improvviso udimmo un forte
strascicare di piedi e tonfi sulla terrazza sul retro. Non sorprende che quando uscimmo
sulla terrazza a indagare non trovammo nulla fuori posto né alcuna spiegazione di ciò
che avesse causato quel fracasso. Tuttavia, quando uscimmo sulla terrazza appena dieci
minuti dopo, trovammo tutte le sdraio sparse sul prato. Pensando che fossero stati i
ragazzi a giocarci uno scherzo, rapidamente rimettemmo a posto le sdraio.
Appena fattosi buio la sera dopo, tutto ricominciò. Lo strascicare di piedi e i tonfi si
intensificarono fino a divenire incontrollati, ma ogni volta che andavamo a vedere da
dove potesse provenire il rumore, questo cessava, inoltre, di nuovo le nostre sdraio
erano finite nel giardino sul retro (e questa volta non c’erano in giro i ragazzi di cui
sospettare). Sentendoci sempre più frustrati, di nuovo le raccogliemmo e le rimettemmo
al loro posto, ma non appena tornammo dentro i forti battiti ripresero. Furiosi, questa
volta, corremmo fuori nella speranza di sorprendere chi stesse facendo tutto questo, ma
stavolta vedemmo che le sdraio non c’erano più. Prima le avevamo trovate sparpagliate
in giardino, ma adesso erano sparite del tutto! Perlustrando il giardino e i dintorni della
casa per un po’ di tempo, Lisa finalmente le trovò: tutte allineate in fila ordinata sul
tetto!
Chiunque stesse facendo queste cose sembrava divertirsi un mondo alle nostre spalle.
Stanchi, confusi e senza avere modo di recuperare le sdraio, le lasciammo sul tetto fino
alla mattina dopo.
Per quanto fastidiose e irritanti si rivelassero le manovre losche con le sdraio, non
erano nulla in confronto a ciò che sarebbe successo in seguito. Una sera, mentre
eravamo seduti in terrazza a parlare di tutti questi strani avvenimenti, all’improvviso
udimmo qualche movimento provenire dal margine della terrazza. Pensando che potesse
essere un procione o qualche altra creatura, andai ripetutamente a indagare, ma ogni
volta che lo facevo non trovavo niente. Frustrato, ma percependo che stesse succedendo
qualcosa (dalle precedenti esperienze ho imparato a fidarmi del mio istinto, così
quando ho la sensazione che stia succedendo qualcosa tendo a darle credito; non è
precisa al 100 per cento, ma si è rivelata utile in più di un’occasione) mi misi a scattare
fotografie della terrazza e del giardino sul retro, caso mai vi fosse stato qualcosa là
fuori.
Poi caricammo le immagini sul computer per vedere se avessimo registrato qualcosa.
Inizialmente non vedemmo nulla di insolito, soltanto la terrazza e i cespugli circostanti
nel buio, ma quando ingrandii e schiarii alcune immagini notammo una serie di globi di
colore verde-azzurrino librarsi sul giardino. Erano diversi dai globi di colore rosso
vivido che avevo registrato in precedenza, parevano invece più simili ai consueti tipi
paranormali. A mio parere si tratta perlopiù del riflesso del flash della fotocamera su
particelle di polvere, condensa o insetti, ma questi erano un po’ insoliti; non solo per il
colore (i globi sono in genere bianchi) ma anche per il fatto che una volta ingranditi
sembrassero mostrare al loro interno delle faccine sorridenti, e non soltanto uno ma tutti
i globi!
Ora, esiste un fenomeno chiamato pareidolia in cui l’occhio tende a individuare
forme e figure ben note in zone di luce e ombra altrimenti casuali, scoprendo così dei
volti umani in ogni sorta di cose. Pertanto inizialmente mi domandai se stessi vedendo
qui qualcosa del genere. Tuttavia la faccina sembrava tanto nitida ed evidente che
rimasi perplesso. Naturalmente, perché gli ET dovessero incollare faccine sorridenti nei
globi non è chiaro, ma d’altronde non si sa mai perché – e tanto meno come – loro
facciano le cose che fanno. Forse si stavano solo divertendo a nostre spese o volevano
vedere come avremmo reagito a una cosa innocua come una faccina sorridente.
Tuttavia i globi non erano le foto più interessanti da me scattate quella sera. Mentre
esaminavo attentamente un paio di immagini in cui si vedevano dei globi librarsi in
lontananza, all’improvviso scorsi qualcosa di ancora più straordinario. In una foto
compariva il volto di un grigio che faceva capolino oltre il margine inferiore della
terrazza e guardava dritto verso di me!
Ammutolito, esaminai il resto delle foto e trovai una seconda immagine di un E T che
mi guardava! In questo caso però non c’era il solo volto, ma anche la parte superiore
del tronco!
Dovetti controllare più volte per assicurarmi che quanto vedevo fosse effettivamente
lì, ma rischiarando l’immagine e ingrandendo ciascuna foto risultava inequivocabile: lì,
a qualche decina di centimetri, vi era il volto di un extraterrestre; a quanto pareva stava
in piedi giusto oltre il margine della terrazza e ci guardava!
Non sapevo dire se fosse lo stesso grigio in entrambe le foto (gli occhi e la testa
appaiono leggermente diversi nelle foto), ma il fatto che lui o loro fossero arrivati tanto
vicino a noi era di sicuro terrificante! Era particolarmente snervante immaginare quanto
queste creature potessero avvicinarsi senza che noi le notassimo mai. Certo, se
potevano starsene a poche decine di centimetri da noi senza che li vedessimo, allora gli
E T potevano infilarsi in casa nostra senza problemi, un pensiero che trovavo
particolarmente fastidioso. Come si può immaginare, quella sera io e mia moglie
avemmo grosse difficoltà ad addormentarci!
Udimmo dei rumori all’esterno e non riuscimmo a trovare nulla fuori posto, ma la
nostra macchina fotografica registrò qualcosa che ci spiava.

Gli scettici naturalmente possono sempre respingere simili foto considerandole nulla
più che materiale scenico o marionette, e non è possibile dimostrare il contrario.
Diversamente dai filmati di Cucù e Nonno Grigio, non sono in movimento, il che rende
facile presumere che siano dei falsi. Naturalmente gli scettici respingono anche i filmati
di Cucù e Nonno Grigio, per cui a quanto pare non importa realmente quale genere di
testimonianze video o filmati io presenti. Tutto ciò che posso dire è che né io né nessun
altro collocammo queste figure accanto alla nostra terrazza, né furono inserite nelle
immagini mediante Photoshop. Sono quelle che sono e lascio che i lettori ne giudichino
da sé l’autenticità.
Un’altra immagine di qualcuno che ci spiava.
36. Altre equazioni

Sono sempre stato convinto che alcune delle prove più preziose che mi siano state
offerte da quando è cominciato tutto questo fossero le equazioni da me trascritte, sia
durante il sonno sia sotto ipnosi. Pur non essendo evidentemente tanto spettacolari
quanto alcuni filmati video da me registrati, presentano il vantaggio di poter essere
messe alla prova empiricamente dagli esperti. In altri termini, mentre l’autenticità di
foto, video, EVP e altre testimonianze simili può sempre essere messa in discussione, le
equazioni non possono essere falsificate tanto facilmente, soprattutto se racchiudono
dati matematici validi.
L’aspetto più impressionante in proposito, almeno dal mio punto di vista, è ciò che
hanno da dire alcuni scienziati che le hanno studiate. A quanto mi dicono, le equazioni
sembrano indicare dei metodi per manipolare lo spazio allo scopo di realizzare viaggi
interstellari, però mancano dei modelli per riunirle tutte in un insieme coerente. In altri
termini, sono abbastanza complesse da essere autentiche ma non abbastanza complete
da essere utilizzabili. Sarebbe come mostrare ai fratelli Wright dei disegni su come
costruire un moderno motore a reazione senza un esempio di come debba apparire il
motore finale o di come funzioni. È come se gli ET – se effettivamente sono loro a
trasmettermi le equazioni – volessero fornirci alcune parti del puzzle senza darci il
puzzle intero. O forse ci hanno fornito tutte le tessere ma semplicemente non sappiamo
ancora come metterle assieme.
In ogni caso ho pensato di riunire in un unico capitolo tutte le equazioni più recenti
che ho ricevuto. Ho già mostrato alcune di quelle che trascrissi inizialmente, e qui ci
sono le altre da me registrate (o più esattamente ricevute) nell’arco di un paio d’anni,
assieme alle spiegazioni di ciò che a quanto mi viene detto sembrano significare.
La prima è un’equazione che trascrissi nel sonno quasi subito dopo il trasferimento
da Colorado Springs alla nostra nuova casa, nell’estate del 2005. Non ho serbato
nessun ricordo di averle trascritte, ma quando mi sveglio la mattina me le trovo lì sul
letto, scarabocchiate su un blocchetto di carta. Come queste informazioni arrivino nella
mia testa, proprio non lo capisco.
Altre equazioni nel sonno: sembrano farsi sempre più complesse.

A quanto mi dicono, l’equazione sembra riguardare l’uso dell’elettromagnetismo


anziché della massa per produrre una sorta di sistema di energia rotante in grado di
spostare un veicolo attraverso un cunicolo (un tema prediletto in quasi tutti i miei
disegni). Uno dei fisici che hanno esaminato le mie trascrizioni, il dottor jack Kasher,
ha scritto una spiegazione piuttosto lunga di ciò che significa tutto questo, ma è troppo
tecnica per inserirla qui. In ogni caso sembra che gli E T stiano cercando di dirci come
usare i buchi neri per viaggiare nello spazio, ma non siamo in grado di comprendere
interamente le loro idee, al nostro attuale livello di conoscenza (o di metterle in pratica,
se ci riuscissimo).
Mia moglie mi vide disegnare tutto questo nel sonno, al buio e con gli occhi chiusi.
Ancora più sorprendente è il fatto che io abbia scritto tutto a rovescio.

Un’equazione ancora più interessante era quella tracciata il 26 febbraio 2006. A


quanto pare, svegliai di colpo mia moglie che mi udì parlare nel sonno. Rigirandosi nel
letto, però, le parve che stessi piuttosto tenendo una conversazione con qualcuno nella
stanza mentre trascrivevo l’equazione, come se un’entità invisibile me la stesse
dettando e io, di quando in quando, ponessi domande mentre scrivevo. E naturalmente
la camera era quasi completamente al buio in quel momento, per cui non avevo luce per
scrivere. Al pari delle equazioni da me trascritte sotto ipnosi, a quanto pareva ero in
grado di scriverle così come mi venivano comunicate al buio e con gli occhi chiusi.
Come riesca a farlo rimane un mistero per me. Di certo normalmente non sono in grado
di farlo.
L’equazione capovolta, ora leggibile.

La cosa ancora più interessante riguardo a questa particolare equazione è che la


scrissi a rovescio, per cui bisogna leggerla allo specchio perché abbia senso.
Questa equazione a quanto pare si riferisce a come le onde distorcano il tempo e lo
spazio, rendendo possibile la deformazione dello spazio in modo tale da potersi
spostare rapidamente al suo interno. Di nuovo, senza un modello per mettere assieme il
significato dell’equazione, è difficile capirla fino in fondo, ma i fisici che sono stati
disposti a esaminare le mie equazioni sono rimasti impressionati dalla loro
complessità.
Di nuovo, secondo il dottor Kasher:
(...) ciò che è davvero straordinario al riguardo è la precisione con cui sono state scritte. Sono un insieme di
equazioni tensoriali della teoria della relatività generale di Einstein, che è una teoria della gravità. Gli apici e
i pedici greci sono scritti con precisione e nell’ordine adatto a rendere le equazioni di tipo tensoriale o
scalare. Per esempio, la lettera greca π usata come pedice seguita da un apice contrae un tensore in una
grandezza scalare, che corrisponde al resto dei termini dell’equazione. Inoltre il doppio pedice π e n indica
un’equazione tensoriale. Si noti che in ciascun caso la lettera π precede la n, come è giusto. I cerchi con le
frecce probabilmente indicano il viaggio nello spazio attraverso un cunicolo, come in precedenza.

Mi piacerebbe tanto capire che cosa significhi tutto questo, però sembra rafforzare
l’idea secondo cui quanto scrivo va molto al di là di qualsiasi cosa io sia in grado di
fare da solo, e le informazioni da me ricevute superano la mia capacità di
comprensione. Non so come mi sia possibile fare queste cose – specialmente scrivere
equazioni precise a rovescio e con gli occhi chiusi – ma spero che in definitiva si
rivelino utili al progresso dell’umanità. Solo col tempo si capirà, presumo.
Il 28 settembre 2006 mi giunse un’altra equazione notturna su cui riflettere. Come per
l’equazione precedente e al pari dell’episodio del febbraio 2006, Lisa si svegliò
perché a quanto pare parlavo con qualcuno nel sonno. Ora, questo in sé non è tanto
insolito – molte persone di quando in quando parlano nel sonno – ma questa cosa era un
po’ diversa. Invece di limitarmi a mormorare parole, infatti, io scrivevo un’altra
equazione, dicendo continuamente cose come «Non capisco... come?» e «Più piano...
non c’è abbastanza spazio...».
Il lato positivo è che mentre io ero intento a fare queste cose Lisa si alzò e svegliò il
nostro amico Don – che si era fermato per la notte da noi e dormiva nella camera
accanto alla nostra – perché fosse testimone della mia strana piccola avventura.
Entrambi rimasero a guardare affascinati mentre scarabocchiavo con grande rapidità,
sempre con gli occhi chiusi.
Dopo avermi osservato per qualche minuto, mi sentirono dire «... Va bene» e mi
videro scarabocchiare un’altra riga, mettere giù carta e matita e tornare a distendermi,
sempre restando addormentato. Decisero di non svegliarmi e attesero fino al mattino
per mostrarmi ciò che avevo fatto.
La mattina dopo vedevo chiaramente che questa nuova equazione appariva complessa
quanto le altre. A me sembra tutto astruso, ma mi dicono che è in realtà davvero
notevole e riguarda una cosa chiamata raggio di Schwarzschild, od orizzonte degli
eventi di un buco nero, e anche un’altra chiamata legge di Gauss, che si riferisce alla
distribuzione delle cariche in un campo elettrico, entrambe troppo difficili per me. Ciò
che rendeva questo disegno un po’ diverso dagli altri, però, erano gli strani simboli in
fondo alla pagina che non sembravano scritti in inglese né parevano essere di natura
algebrica. In effetti sembravano appartenere a un’altra lingua, che né io né Lisa né Don
avevamo mai visto prima.
In seguito avrei appreso che gli strani simboli erano in realtà una lingua antica. Alla
fine una ricercatrice capì che la lingua era l’aramaico, la lingua parlata da Gesù quasi
duemila anni fa e oggi poco diffusa (inducendo gli studiosi a considerarla una lingua «in
via di estinzione»). Ancora più strabiliante era il fatto che fosse la parola aramaica per
dire «propulsione». La nostra amica Heidi dedusse inoltre che non solo significa
propulsione ma che i due simboli all’inizio della parola sono uno zero e un punto,
lasciando intendere che il testo stia parlando di una cosa chiamata propulsione di punto
zero.
In fisica l’energia di punto zero o energia allo zero assoluto è il livello energetico più
basso possibile che un sistema possa avere ed è considerata la sorgente teorica
dell’energia libera, ossia di un sistema di energia pura e inesauribile che, se potesse
essere realizzato, garantirebbe per sempre tutto il fabbisogno energetico dell’umanità.
Non avevo mai sentito parlare in precedenza di questa idea e ancora non capisco
esattamente come funzioni, tanto meno come io sia riuscito a scriverla in aramaico, ma
sapevo che doveva significare qualcosa. Potrebbe in qualche modo essere legata
all’equazione. È forse qualche sorta di formula su come produrre la propulsione di
punto zero? Non lo so, ma non posso credere che tutto questo sia soltanto un’enorme
coincidenza.
Non solo mia moglie ma anche il nostro amico Don mi vide trascrivere queste cose nel
sonno. In seguito gli scienziati scoprirono che la riga infondo alla pagina è scritta in
un’antica lingua dimenticata.

Che cosa c’entrino con me tutte queste equazioni, e a maggior ragione come io abbia
fatto a tirarle fuori, è un mistero. Gli scettici hanno ipotizzato che siano cose sconnesse
3
e insensate – anche se numerosi fisici sarebbero in disaccordo – oppure che io abbia
copiato tutta questa roba da qualche testo di fisica. Naturalmente nessuno sa indicare da
quali libri di testo avrei potuto ricavarla, né questo spiega le equazioni da me tracciate
durante le regressioni davanti a vari testimoni. O stavo acquisendo tali informazioni da
qualche fonte esterna sconosciuta oppure è tutto un inganno elaborato che coinvolge
letteralmente decine di persone – compresi mia moglie e i suoi figli – oltre a un certo
numero di scienziati accreditati, che sono disposti a dichiarare ufficialmente valide
queste cose sconnesse.
Naturalmente tale materiale non è stato spiegato integralmente: se alcune parti delle
equazioni sono riconoscibili, altre parti non lo sono, il che lascia supporre che non
siano scarabocchi privi di senso ma semplicemente una discussione su idee di fisica
quantistica perlopiù al di là delle nostre conoscenze. Ancora più sbalorditivo è che,
sebbene alcune di tali equazioni non siano nuove e siano state pubblicate da altri, molte
di esse sono davvero nuove e ancora oggi continuano a sconcertare i fisici!
Il dottor Jack Kasher, fisico dell’Università del Nebraska a Omaha, di cui ho citato le
analisi in tutto il libro, ha scritto quanto segue:
Stan non ha idea di ciò che scrive: i simboli gli sembrano scarabocchi. Ma diverse equazioni da lui trascritte
sono di fisica a livello universitario e oltre e vanno dalla teoria elettromagnetica avanzata alla relatività
ristretta fino a complicate equazioni tensoriali della relatività generale e della gravità quantistica. Una pagina
di tali equazioni è stata perfino scritta a rovescio, come se gli esseri che gliele stavano mettendo in testa
volessero dimostrarci che le equazioni provenivano da Stan e non fossero copiate altrove (...). In nessun
modo Stan potrebbe avere conoscenza di ciò che ha scritto. Le sue capacità matematiche sono state
valutate al livello della prima media, e poiché in diverse di tali occasioni [in cui ha trascritto le equazioni]
erano presenti dei testimoni sono stato costretto a dedurre che altri esseri abbiano messo in testa a Stan tali
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equazioni, per qualche motivo.
Inoltre, secondo le parole del dottor Claude Swanson, fisico che ha studiato al MIT e a
Princeton, il quale ha esaminato a sua volta in dettaglio queste equazioni:
A mio parere queste equazioni vanno ben al di là della capacità di Stan di inventarsele. Contengono indizi
utili riguardo a nuovi principi della fisica. Alcune corrispondono a teorie della fisica avanzate da altri, mentre
altre si spingono ancora più avanti. La mia sensazione è che siano come una pista di briciole di pane,
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escogitata per condurci a una comprensione più profonda della fisica.

Perché vengano fornite a me queste equazioni non è chiaro, ma è come se gli ET


stessero cercando di farci sapere che questa è la direzione verso cui puntare.
Naturalmente io non posso dimostrare di avere acquisito tali informazioni dagli
extraterrestri, né posso garantire di avere necessariamente trascritto tutto alla
perfezione. Tutto ciò che posso fare è lasciar decidere ai lettori se questi miei
scarabocchi notturni costituiscano una prova del fatto che io interagisca con un intelletto
alieno molto più progredito di me.
37. Il rapimento «buono»

Fino a questo punto le mie esperienze di rapimento erano state inquietanti e alcuni
episodi tenebrosi avevano fatto ritenere che gli E T fossero, se non malvagi, perlomeno
indifferenti alle mie sofferenze. Era come se stessero usando me nel modo in cui uno
scienziato userebbe un ratto da laboratorio, tirandomi fuori dalla gabbia quando pareva
loro opportuno ed eseguendo su di me ogni sorta di esperimenti bizzarri e spesso
dolorosi. Un giorno però la mia percezione riguardo ai miei sequestratori cambiò, e
avvenne in conseguenza di un banale incidente domestico.
Era il 4 maggio 2006. Per onorare l’accordo con la società immobiliare,
acconsentimmo a ridipingere l’esterno della casa. Avevamo finito di verniciare gran
parte dell’edificio e stavo completando le grondaie più in alto quando la scala
all’improvviso si mise a oscillare. Mentre cercavo di scendere sul piolo inferiore per
riguadagnare l’equilibrio, mi scivolò il piede e caddi per circa 3 metri e mezzo fino a
terra, e all’atterraggio il ginocchio destro emise uno schiocco orripilante.
Le ossa rotte non sono una novità per me. Essendo stato molto attivo per tutta la vita,
le lesioni facevano parte del paesaggio. Questa volta però era differente. Mi pareva che
qualcuno avesse cercato di lacerarmi in due la gamba, avesse rinunciato e poi si fosse
messo a colpirla con una mazza. Entrai in casa zoppicando e mi feci portare da Lisa al
pronto soccorso, dove mi fu detto che avevo una lesione al legamento crociato anteriore
e al muscolo posteriore della coscia. Programmarono un intervento chirurgico
ricostruttivo per il mercoledì successivo (un’intera settimana più tardi), mi diedero un
tutore per la gamba e qualche analgesico e mi dissero di non appoggiare la gamba per
quanto possibile fino all’intervento.
Fra l’operazione e le settimane di riabilitazione che sarebbero seguite, la mia
mobilità sarebbe rimasta limitata per l’intera estate, e per questo ero depresso.
Avevamo ancora molto lavoro da sbrigare in casa e adesso tutto ciò che potevo fare era
andare in giro zoppicando come un pirata con una gamba di legno. D’altronde, che altro
potevo fare? Presi gli analgesici e il tutore e andai a casa a prepararmi mentalmente a
un’estate lunga e dolorosa.
Poiché ero un po’ ansioso riguardo all’operazione chirurgica e in generale ero
depresso, Lisa e il nostro amico Rick escogitarono un’idea divertente. Rick propose
che quella domenica andassimo tutti a pescare.
«Davvero rilassante», risposi. «Posso divertirmi e riposare la gamba allo stesso
tempo!».
Venne fuori che la gita, pur distogliendomi la mente dal ginocchio, fu un grosso
errore dal punto di vista fisico. Alla fine della giornata il ginocchio mi si era gonfiato
fino a tre volte le dimensioni normali, provocandomi un tormento ancora peggiore.
Quando arrivammo a casa, tutto ciò che riuscivo a fare era stare disteso e gemere per il
dolore. Il lunedì sera, appena un paio di giorni prima dell’intervento, ero ancora pieno
di dolori. Esausto per via della gamba gonfia e pulsante, quella sera riuscii ad
addormentarmi verso le 11.00.
Il mio ricordo successivo è che mi trovavo in piedi in mezzo al soggiorno, al buio,
domandandomi come fossi arrivato lì. Stavo ancora riflettendo sulla questione quando
comparve Lisa, di ritorno dal garage dove aveva riattivato gli interruttori centrali
poiché era mancata la corrente. Mi guardò incuriosita.
«Dove sei stato?» mi domandò.
«Ti stavo cercando», risposi scrollando le spalle, non sapendo realmente che altro
dire.
Per qualche motivo ci sentivamo entrambi stranamente lenti e storditi e, anche se io
perdevo sangue dal naso e avevo sangue sulla biancheria, mi ripulii con l’aiuto di Lisa
e tornammo a dormire senza prestare molta attenzione a quanto era appena successo.
Solo al mattino ci accorgemmo di qualcosa di insolito. Lisa rientrò in casa di corsa,
agitata per ciò che aveva notato nel prato sul retro. Ancora barcollante e mezzo
addormentato, la seguii all’esterno e rimasi a guardare mentre lei indicava la zona
erbosa accanto allo scivolo.
Rimasi sbalordito da ciò che vidi. Accanto allo scivolo, l’erba era stata schiacciata –
o meglio fatta ruotare – descrivendo un cerchio perfetto in senso antiorario, di due metri
e mezzo di diametro. Al margine del cerchio vi era un giocattolo di plastica, collocato
per metà dentro e per metà fuori del cerchio. La metà che si trovava dentro il cerchio
d’erba era fusa nel terreno, mentre l’altra metà era intatta. Alle 17.00 di quel
pomeriggio constatammo inoltre che tutta l’erba all’interno del cerchio era
completamente morta.
Mia moglie trovò questo cerchio tracciato nell’erba la mattina dopo il mio rapimento
notturno in cui mi fu curato il ginocchio ferito (a sinistra). Quella sera il cerchio d’erba
aveva questo aspetto! (a destra)

Curiosamente, nessuno di noi due aveva notato fino a quel momento che io non
portavo il tutore al ginocchio. Per quanto mi sforzassi, non ricordavo di essermelo
tolto. In effetti rammentavo precisamente di averlo avuto addosso quando ero andato a
dormire la sera prima, il che infittiva ulteriormente il mistero. Ciò che avvenne poi fu
uno shock ancora maggiore, ma stavolta in senso positivo.
Lisa mi domandò come stesse la mia gamba. Curioso per il fatto che non mi facesse
male, con cautela appoggiai tutto il mio peso sul ginocchio ferito. Sollevando la gamba,
presi a piegarla avanti e indietro e notai che non avvertivo dolore e che il gonfiore era
completamente passato.
«Non posso crederci», dissi. «Che è successo?».

Mi svegliai dopo un rapimento e scoprii che mi avevano curato il ginocchio ferito!

Lisa mi esaminò più attentamente la gamba. Non solo il gonfiore era assente, ma
adesso vi erano anche cinque fori a intervalli regolari che procedevano verticalmente
lungo il lato destro del ginocchio. Sembravano minuscole ferite da puntura disposte
secondo una perfetta linea retta.
Rapidamente misi assieme tutti gli elementi. La figura circolare sul prato, il giro
notturno per la casa al buio, l’impianto elettrico saltato e il sangue dal naso: erano tutti
segni rivelatori di un rapimento. Era possibile che fossi stato sequestrato di nuovo ma
questa volta, anziché eseguire su di me qualche bizzarra procedura medica, avessero
invece svolto un servizio utile riparandomi il ginocchio danneggiato? Era un pensiero
carino, presumendo che fosse vero.
Emozionati per la prospettiva che i nostri amici alieni potessero essere anche
servizievoli anziché solo fastidiosi, ci mettemmo a guardare in giro per casa alla
ricerca del tutore per il ginocchio. Lo ritrovammo più tardi quella sera all’esterno, fuso
e incollato ad alcuni mattoni di riserva collocati per terra accanto alla casa.
In seguito trovammo altri frammenti del tutore sparsi nel campo vuoto al di là dello
steccato di divisione, e ne trovammo perfino dei pezzi sopra l’altalena!
Perché avessero incenerito il mio tutore era sconcertante. Cercavano forse di dirmi
qualcosa – di attirare la mia attenzione e quasi urlare che mi avevano fatto un favore
caso mai mi fosse sfuggito – oppure vi era qualche altra ragione, ancora più oscura? In
ogni caso non mi importava. Mi avevano riparato il ginocchio – all’istante, per quanto
potessi constatare – e per la prima volta in tanti anni ero effettivamente contento che mi
avessero prelevato!
Residui di un rapimento?

Decidendo di non avere più bisogno di un intervento chirurgico, telefonai al medico


per disdire l’operazione programmata per il giorno successivo. Dire che la dottoressa
fosse in disaccordo con la mia decisione sarebbe un grosso eufemismo: mi disse che
senza l’intervento sarei potuto rimanere storpio per il resto della vita e insistette perché
procedessi. Anche se le spiegai come meglio potevo – senza entrare nei dettagli – che
non era più necessario, la dottoressa mi chiese di presentarmi dal suo collega del
pronto soccorso per farmi dare un’altra occhiata.
Per curiosità riguardo a come il medico avrebbe reagito alla mia guarigione
miracolosa, Lisa portò con sé alla visita un registratore giusto per documentare su
nastro la reazione del medico. Si rivelò una decisione saggia, poiché non solo era
importante avere una testimonianza di ciò che era successo, ma fu anche piuttosto
divertente.
Quando spiegai di essermi svegliato il martedì mattina senza il tutore, scoprendo di
poter camminare senza dolore, il medico mi esaminò attentamente il ginocchio per
qualche tempo, flettendolo a destra e a sinistra e raddrizzandolo e piegandolo con forza
sempre maggiore. Era comprensibilmente ammutolito e riusciva solo a commentare
come di certo il ginocchio sembrasse «andar meglio». Era anche incuriosito dalle
cinque ferite di puntura sul lato e cercò di trovare una spiegazione anche per queste, ma
dopo una mezza ipotesi secondo cui potevano essere punture di insetto ben presto
rinunciò. Dopo averci suggerito scherzosamente di chiamare i cacciatori di fantasmi,
disse che tutto sembrava a posto e ci mandò a casa. Dubito che quel giorno vi fosse un
medico più meravigliato in tutto lo stato del Colorado.
Tornammo a casa e riflettemmo sul significato di tutto questo. Gli E T sembravano in
grado di guarire, oltre che di far del male, anche se era difficile definire il «male».
Forse dal loro punto di vista stanno cercando di aiutare la razza umana – forse perfino
di salvarla – per cui come potevo affermare con qualche grado di certezza che mi
stessero facendo del male quando mi rapivano? Certo, mi provocavano il sangue dal
naso e ogni tanto qualche ferita da puntura, ma nessuna di queste cose era davvero
pericolosa, e tutte guarivano con rapidità spettacolare.
Non sto dicendo di conoscere tutte le risposte. In effetti, adesso ne so meno di prima.
Ma se una specie progredita di alieni davvero avesse voluto farci del male, è piuttosto
ovvio che ormai avrebbe potuto farlo facilmente. E se gli E T sono malvagi, perché mi
hanno curato il ginocchio? Mi sembra che, così come qui sulla Terra ci sono persone
buone e cattive, probabilmente sia lo stesso là fuori; quelle che chiameremmo razze
buone rivaleggerebbero – forse perfino proteggendoci – con quelle che chiameremmo
razze cattive. E chissà, forse il problema non risiede affatto negli alieni, ma in noi. Io
non sono un filosofo, ma posso dire che ero assai lieto perché non solo mi avevano
curato il ginocchio ma mi avevano anche costretto a compiere un’attenta introspezione.
Mi dispiaceva per il tizio che avevamo ingaggiato per fertilizzarci il giardino.
Quando se n’era andato la prima volta ci aveva lasciato un bel prato verde e rigoglioso.
Quando ritornò c’era una zona morta di due metri e mezzo di diametro giusto al centro.
Lo guardai restare lì con aria interrogativa a fissare il cerchio di erba morta e gli scattai
una foto per cogliere la sua espressione quando gli assicurai che quella zona morta
probabilmente non era colpa sua.
38. I grigi allo spettacolo di fuochi d’artificio

Col passare del tempo notammo un cambiamento nel tono di questi avvenimenti
continui. Gli strani episodi della mia vita a poco a poco sembrarono assumere un
carattere maggiormente pubblico. Adesso, a quanto pareva, se aveva luogo qualche
stranezza, chiunque o qualunque cosa ne fosse la causa si assicurava che vi fossero in
giro molti testimoni. Non era tanto che stesse cambiando la natura delle esperienze;
piuttosto sembrava non accadere nulla se non vi era un pubblico. Era difficile per me
dire esattamente che cosa avesse provocato il cambiamento, ma era chiaro come loro
volessero far sapere a tutti che questa era una cosa seria.
Un buon esempio si verificò il fine settimana del 4 luglio 2006. I ragazzi erano nel
Nebraska a trovare il padre, lasciando me e Lisa a condividere con i nostri amici la
festa nazionale americana. Ci invitarono a vedere lo spettacolo di fuochi d’artificio a
Lafayette, una cittadina subito a nord di Denver, e accettammo volentieri.
Con la borsa frigo piena di birre, trovammo un bel posto da cui osservare i fuochi
d’artificio e attendemmo che tramontasse il sole e cominciasse lo spettacolo. Durante
l’attesa parlammo di tutte le cose strane che ci erano successe negli ultimi cinque anni.
Uno dei nostri amici stava raccontando alla sua nuova ragazza come fosse cominciato
tutto e diceva che dovunque andassero Stan e Lisa avvenivano cose insolite. Mentre si
passava dal crepuscolo alla notte, tutti noi del gruppo ci mettemmo a scandagliare il
cielo alla ricerca di qualcosa di insolito. Scattammo foto senza nessun soggetto
particolare, giusto per vedere se la macchina fotografica registrasse qualcosa di non
visibile a occhio nudo. Anche Lisa si diede da fare, coinvolta nell’emozione di scattare
foto del cielo e dell’orizzonte attorno a noi. A un certo punto udì un rumore in
lontananza e scattò un paio di istantanee da quella parte.
Finalmente incominciò lo spettacolo e tutti ci accomodammo per osservarlo. Era un
evento spettacolare con un gran finale che difficilmente mi sarei aspettato in una
cittadina così piccola. Quella che per me e Lisa era cominciata come una giornata di
festa tranquilla e noiosa in una casa vuota finiva con un festeggiamento assai godibile in
compagnia dei nostri amici.
Dopo i fuochi d’artificio controllammo subito tutte le fotocamere digitali per vedere
se qualche foto contenesse alcunché di insolito, ma non trovammo nulla fuori
dell’ordinario. Provando curiosamente sollievo e delusione al tempo stesso, mettemmo
via le macchine fotografiche, riponemmo le sdraio e le borse frigo, salutammo e
tornammo a casa.
Il giorno dopo decisi di caricare le immagini della fotocamera sul computer per
esaminarle meglio prima di cancellarle. Avevo imparato che talvolta se si regola il
contrasto nelle foto particolarmente scure – come queste – emergono dettagli che in
origine non erano visibili. Ero interessato specialmente alla foto che Lisa aveva
scattato dopo avere udito un rumore in lontananza, immaginando di aver potuto cogliere
l’immagine di una volpe o di qualche altro animale selvatico. Trovando rapidamente
quale potesse essere con maggiore probabilità, presi a regolare il contrasto per vedere
se si riuscisse a distinguere qualcosa nel buio.
Inizialmente vedevo soltanto un campo di granoturco, illuminato dal flash, con un
grosso globo luminoso al centro della foto. Ipotizzai che fosse solo un granello di
polvere su cui si rifletteva il flash e lo ignorai.
Ma continuando a regolare il contrasto riuscii a distinguere quelle che sembravano
persone minuscole in piedi subito oltre la portata del flash della fotocamera. Regolando
l’immagine e ingrandendola ancor più, all’improvviso mi divenne evidente che non si
trattava affatto di persone minuscole bensì di un gruppo di grigi ammassati tutti assieme
nel campo di mais! Uno di loro aveva il braccetto in su, con un dito teso, e indicava i
fuochi d’artificio.
Chi avrebbe mai immaginato che agli E T piacessero gli spettacoli di fuochi
d’artificio? Rimasi anche stupito di vedere quanti ce ne fossero. Ne contai almeno
quattro e forse ce n’erano degli altri!
Però, mi domandavo, che cosa ci facevano lì? Stavano in agguato per me? In qualche
modo mi pareva ridicola l’idea che squadre di E T mi seguissero come gli appassionati
di osservazione degli uccelli potevano seguire qualche raro esemplare nella foresta, ma
come potevo spiegare altrimenti il perché della loro presenza lì? E poi, cosa ancora più
pertinente, stanno sempre lì a osservare tutto quello che faccio?
Davvero la mia vita era diventata un episodio infinito di Ai confini della realtà! Era
un po’ sconcertante a dir poco, ma perlomeno loro non apparivano minacciosi.
Sapevo che dovevano esserci dei messaggi in tutta la follia che mi circondava, ma
quali erano? Perché gli esseri che gestivano si davano tanta pena se non stava
succedendo nulla di davvero importante? E rimaneva poi l’interrogativo più grande:
perché io? Non posso parlare per gli altri, ma anche se le mie esperienze sono state
spaventose non credo di essere stato prescelto a caso solo per venire traumatizzato. In
realtà durante il mio primo rapimento il popolo degli opossum fu in effetti assai cortese.
Alla fine tutto ciò che potessi fare era domandarmi perché avessero scelto me e
accettare la situazione, che mi piacesse o no, ma per tutto il tempo ebbi la sensazione
che in tutto questo vi fosse un messaggio. Avevo bisogno di risposte, e Lisa ed io
decidemmo che fosse giunto il momento di un’altra regressione.
39. Medium per il Nonno

Era trascorso un bel po’ di tempo dalla mia ultima regressione ipnotica ed ero ancora
piuttosto ansioso riguardo all’eventualità di un’ulteriore regressione. Davvero volevo
sapere più di quanto rammentassi consciamente e, cosa più importante, sarei stato
capace di affrontare le informazioni che un’altra seduta avrebbe potuto riportare in
superficie? Il timore riguardo a ciò che poteva nascondersi nel mio inconscio era in
guerra col desiderio di sapere, ma dopo attenta considerazione decisi infine che dovevo
sapere e così mi decisi a sottopormi a un’altra regressione.
Questa volta però decidemmo di sperimentare un metodo diverso. Sebbene Deborah
Lindemann – la donna che mi aveva guidato nelle precedenti regressioni – fosse
un’ottima ipnotizzatrice, volemmo provare qualcuno che avesse invece esperienza
nell’operare specificamente con i rapiti dagli alieni. Volevamo capire se un esperto
potesse avere qualche intuizione riguardo alle mie esperienze, basandosi su anni di
regressioni condotte con altri rapiti, cosa che Deborah non aveva, e attraverso il nostro
crescente elenco di contatti nel settore ufologico e paranormale trovammo il candidato
perfetto.
Il dottor Leo Sprinkle è un ipnotizzatore rinomato e affermato, noto in tutto il mondo
per essere uno dei massimi esperti in questo campo. Psicologo con dottorato conseguito
all’Università del Missouri, il dottor Sprinkle era stato uno dei primi accademici
accreditati a studiare seriamente il fenomeno dei rapimenti da parte degli alieni, a
partire dagli anni Sessanta. Durante questo periodo il dottor Sprinkle non solo si era
convinto che i rapimenti fossero reali, ma aveva perfino ipotizzato un collegamento con
le mutilazioni del bestiame. Nel 1980 aveva perfino fondato una sua organizzazione, il
Congresso delle Montagne Rocciose per le indagini sugli UFO, per studiare
specificamente il fenomeno più in dettaglio. Se qualcuno poteva aiutarmi a scoprire
quali cose fossero nascoste nei recessi profondi della memoria, era quest’uomo.
Concordammo la data del 30 settembre 2006 per la prima seduta. Lisa ed io
arrivammo portando come testimoni alcuni dei ricercatori con cui avevamo collaborato
nel corso degli anni. Volevamo averli con noi nel caso in cui avessi trascritto altre
equazioni, in modo che vi fosse una stanza piena di testimoni oculari per l’evento. Si
sarebbe rivelata una decisione saggia.
Quando ebbe inizio la seduta, subito divenne evidente a tutti quanto fosse bravo il
dottor Sprinkle. Tanto per cominciare, non gli ci volle molto per portarmi in uno stato
di ipnosi totale e mi ci condusse con la facilità, la padronanza e la finezza di un
maestro.
Ricordo il dottor Sprinkle guidarmi nel normale esercizio di rilassamento prima di
passare all’interrogatorio vero e proprio, cosa che eseguì in maniera metodica e
minuziosa. Alcune domande da lui poste erano quelle che aveva formulato
comunemente a ciascuno delle migliaia di soggetti che aveva ipnotizzato nel corso degli
anni, alla ricerca di incoerenze o contraddizioni nei resoconti. Altre invece erano
domande che erano state proposte dai ricercatori nel tentativo di portare a conclusione
alcune delle regressioni precedenti. Vi erano ancora degli interrogativi in sospeso a cui
volevamo dare risposta, specialmente riguardo al significato racchiuso in alcune
equazioni da me trascritte in precedenza.
Percependo in qualche modo che i miei disegni precedenti non fossero completi e
vedendo davanti a me una nuova equazione, informai il dottor Sprinkle che dovevo
aggiungere un’equazione supplementare, e a quel punto lui mi consegnò carta e penna e
mi misi a scarabocchiare come al solito. Al termine gli riconsegnai il blocchetto e mi
rilassai.
Come tutte le equazioni precedenti, anche questa era per me un mistero. In seguito mi
fu detto che riguardava di nuovo i cunicoli e che poteva essere stata creata per favorire
l’interpretazione delle equazioni precedenti, anche se alcune parti dell’equazione
parvero prive di senso ai fisici che in seguito la studiarono. L’aspetto interessante è che
racchiudeva nell’angolo in basso a destra lo stesso ipercubo da me disegnato un paio
d’anni prima, oltre a un simbolo che avevo, tracciato di frequente e che riguardava
l’attraversamento dei cunicoli. Suppongo significhi che l’equazione riguardi di nuovo il
viaggio a velocità superiore a quella della luce, ma che cosa esattamente possa voler
dire si può solo congetturare.
Disegnai queste cose durante la mia prima regressione col rinomato sociologo dottor
Leo Sprinkle. Diversi ricercatori furono testimoni della seduta.

A questo punto però la regressione si differenziò dalle sedute precedenti. In primo


luogo sembrava procedere in maniera molto più rapida in confronto alle altre,
apparentemente impiegando solo alcuni istanti anziché l’ora abbondante altrimenti
richiesta. E in secondo luogo, diversamente dalle sedute precedenti in cui in seguito ero
stato in grado di rammentare gran parte di ciò che avevo detto, oltre ad avere trascritto
l’equazione, stavolta fui incapace di rammentare quanto era successo. Era come se mi
fossi appena svegliato da un sonno profondo anziché da una semplice trance molto
rilassata, e quando mi svegliai mi sentivo stordito e disorientato, come fossi stato al di
fuori del mio corpo.
«Mi sono addormentato?» domandai non appena fui in grado di tirarmi su a sedere.
«No, certo che no!» rispose uno dei ricercatori con tono confuso.
Mi guardai attorno. Tutti mi fissavano come se qualcosa li avesse spaventati.
Preoccupandomi, domandai che cosa fosse successo.
Dopo un attimo Lisa mi informò che questa regressione era stata diversa dalle altre.
Secondo lei – e secondo i ricercatori – a circa metà della regressione l’atmosfera nella
stanza era cambiata. Era come se l’aria stessa si fosse fatta assai pesante, e poco dopo i
miei modi avevano cominciato a cambiare. I miei movimenti da fluidi si erano fatti
piuttosto convulsi e le mie affermazioni erano suonate maggiormente intellettuali.
Inoltre, secondo tutti i presenti, il mio comportamento era cambiato radicalmente, così
come il tono e l’acutezza della mia voce. Era come se qualcosa stesse usando le mie
corde vocali per parlare attraverso di me, ma non ero io.
Mentre ciascuno proseguiva col proprio resoconto di quanto era accaduto, uno dei
ricercatori azzardò che probabilmente venivo usato come una specie di ricetrasmittente.
Qualunque cosa stesse parlando attraverso di me, dissero che era intelligente, molto più
intelligente di chiunque in quel gruppo. Il mio primo pensiero fu che tutti si stessero
burlando di me, ma quando mi mostrarono la registrazione della seduta non mi rimase
altro che accettare il fatto che qualcosa si fosse impadronito di me! Potevo vedere dai
gesti che facevo e dal modo in cui parlavo che non ero realmente io: stavo usando
parole che non avevo mai sentito prima, espresse con una voce molto diversa dalla mia,
e sembravo sapere molte cose che nessuno di noi sapeva.
Guardando il video notai che, qualunque cosa fosse, questo essere non pareva
provenire dalla Terra. Non solo era molto intelligente, ma sembrava anche avere una
lieve difficoltà a usare la nostra lingua. Quando si bloccava io dicevo «parola...» finché
l’essere trovava il termine appropriato da dire. Per quanto questo fosse strano, ancora
più bizzarro era il fatto che l’essere fosse affascinato da cose che noi consideriamo
banali come gli orologi da polso e un paio di occhiali da sole (che aveva studiato
intensamente per vari minuti, provandoseli addosso ripetutamente). A un certo punto si
era fermato per esaminarmi la mano, osservandola attentamente da tutte le angolazioni
senza che io aprissi mai gli occhi, lasciando intendere che fosse capace di percepire gli
oggetti in maniera non visiva.
Il dottor Sprinkle aveva già visto cose del genere e mi informò che qualcosa mi stava
utilizzando come canale – come portavoce, se si vuole – per comunicare. Io non avevo
mai dato molto credito ai medium chiamati channeler e avevo sempre presunto che
questi sedicenti medium fingessero di parlare per qualche entità (di solito uno spirito
disincarnato di qualche genere) oppure che fossero fissati al punto di credere di essere
utilizzati come portavoce dall’altro mondo. Ora, però, avrei dovuto riesaminare anche
questo pregiudizio, specialmente adesso che, a quanto pareva, io stesso ero diventato un
medium.
Quanto a ciò che ci disse l’entità, ci informò che, pur avendo gli esseri umani grandi
potenzialità, l’umanità stava seguendo un percorso sbagliato. Gli esseri umani
«dovevano accettare la realtà» prima di poter essere accettati nel «vicinato» –
presumibilmente intendendo il vicinato galattico o cosmico – e noi avevamo bisogno di
illuminazione. A quanto pareva, ero uno dei messaggeri prescelti – uno di un gruppo di
appena sette, ci disse – incaricati di diffondere la parola. L’essere che parlava tramite
me disse che lui era qui per aiutarci e che tutti i presenti erano stati prescelti
specificamente per essere coinvolti nel mio caso.
Parlando con una voce discontinua ed esitante, aveva proseguito dicendoci che «gli
esseri umani si trovano a un bivio. Vengono giudicati e vengono guidati (...) alcuni sono
cattivi, alcuni sono buoni». Vi sono coloro che non vedono quale beneficio possa
apportare il successo della razza umana, e vi sono coloro che lo vedono e sosterranno
questo punto di vista. Da quanto potevo comprendere, pareva che l’umanità fosse
coinvolta in una sorta di braccio di ferro tra varie razze aliene che stavano litigando
sull’eventualità che noi meritassimo questa attenzione. Sembrava inoltre che nella
contesa fossero coinvolte razze differenti; alcune erano buone o benefiche mentre altre
no. A quanto pareva anche gli esseri umani erano coinvolti in questa lotta, alcuni
inconsapevolmente e altri consapevolmente; alcuni operavano a favore del bene e altri,
per motivi di egoismo e di paura, a favore del male.
Alla domanda se avesse un nome, quell’entità aveva risposto che non era importante
(una risposta che proferiva di frequente, quando le venivano poste domande troppo
personali o che non riteneva pertinenti). Tuttavia aveva ammesso di essere stata
fotografata in precedenza; in effetti era proprio il grigio che avevamo immortalato nel
nostro giardino sul retro della casa di Colorado Springs un paio di anni prima! Dal
momento che l’avevamo battezzato «Nonno Grigio», ci disse che, se proprio dovevamo
chiamarlo in qualche modo, «Nonno» era accettabile.
Probabilmente le risposte più sorprendenti uscite da questa seduta, però, erano quelle
che trattavano il concetto di Dio. Sebbene molti intellettuali considerino la fede in Dio
una sciocchezza superstiziosa o, nel migliore dei casi, una distrazione poco utile al
nostro progresso come specie, alla domanda se la sua razza altamente sviluppata e
progredita credesse in un Dio la risposta del Nonno fu un deciso sì. Tuttavia,
diversamente da quanto ascoltiamo noi dalle nostre religioni – che sembrano delineare
piuttosto bene Dio – il Nonno ci disse che Dio va al di là della comprensione umana. In
effetti loro stanno ancora cercando di capire il concetto di divinità, il che mi pone
interrogativi riguardo agli esseri umani che indossano una tonaca e affermano di essere
delle autorità in tale materia.
Il Nonno e il suo popolo sembravano sapere esattamente che cosa stesse succedendo.
Riguardo all’umanità e all’universo, ci disse che noi umani siamo più di ciò che
sappiamo. Vi è un’unità di tutte le cose, poiché tutte le cose sono collegate a un’unicità
universale. Il problema è che molti capi hanno guidato l’umanità in modo sbagliato per
scopi di avidità e guadagno personale. L’uomo si trova a un bivio e noi dobbiamo
crescere e smettere di essere indolenti e ostili gli uni verso gli altri, verso il nostro
pianeta e verso l’universo stesso. Sembra che le reali potenzialità dell’umanità siano
state frenate perché qualcosa ha bloccato la nostra evoluzione fisica, mentale e
spirituale. Dobbiamo impegnarci a fondo per uscire da questo pasticcio, altrimenti
distruggeremo la Terra e noi stessi.
Secondo gli ET è imminente una svolta nella coscienza collettiva umana, ma noi
dovremo scegliere in quale direzione andare. Le percezioni e le capacità dell’umanità
sono state appositamente velate nelle tenebre. Ci viene detto inoltre che quando vi sarà
tale svolta il velo sarà sollevato. Il primo passo è accettare senza timore che gli esseri
umani non sono soli nell’universo, malgrado ciò che i manipolatori vogliono farci
credere. L’umanità ha là fuori degli amici in attesa che noi impariamo ad accettarli.
Purtroppo hanno delle leggi e non possono impegnarsi direttamente, se non per guidarci.
Noi dobbiamo sforzarci di raggiungere questo obiettivo come rito di passaggio per la
razza umana.
Ma la cosa più importante di tutte è che questo messaggio di illuminazione è rivolto a
tutti, compresi i corrotti. Loro sanno che cosa sta avvenendo, e perfino a loro verrà data
l’occasione di fare la cosa più giusta.
È piuttosto semplice. Se vogliamo il loro aiuto, dobbiamo cominciare accettando il
fatto che in questo universo ci sia molto di più che la sola umanità. Vogliono che
sappiamo di avere realmente dei vicini cosmici amichevoli. Semplicistico, lo ammetto,
ma profondo nelle sue implicazioni se ci si prende la briga di valutarlo.
Che cosa penso di tutto questo? In retrospettiva, non lo so. So che non ho fabbricato
io il Nonno con la mia fantasia o come modo per ingannare i miei amici, per cui non mi
rimane che accettare la sua autenticità e il fatto che io, per qualche motivo, sia un
canale fra il suo mondo e il mio. Che cosa questo in definitiva si rivelerà significare e
dove mi condurrà rimane da vedere, ma per adesso tutto ciò che posso fare è
collaborare con questa entità come meglio posso e aspettare di vedere che cosa
succederà.
Fino a oggi ci sono state altre quattro regressioni col dottor Sprinkle in cui il Nonno
ha parlato al gruppo tramite me. Molte persone hanno partecipato a questa serie di
regressioni – scienziati, fisici, ricercatori e amici – e tutti hanno avuto la possibilità di
domandare al Nonno un po’ di tutto, dall’origine della Luna fino all’esistenza del
bigfoot. Le risposte erano variegate quanto le domande e spesso nei colloqui vi era un
pizzico di umorismo. Vi era anche un certo grado di evasività da parte del Nonno, che
si rifiutava di rispondere a domande da lui considerate poco importanti oppure
rispondeva nei termini più vaghi. Chiaramente, chiunque sia il Nonno, sa essere oscuro.
Non so se sia il mistero intenzionale o solo dovuto al fatto che il suo modo di pensare è
diverso dal nostro; è difficile dirlo.
Una cosa che però so per certo è che dopo questa rivelazione è stato chiaro che tutti
noi abbiamo qualcosa verso cui mirare. Anche se ero ancora un po’ snervato dalle
strane esperienze che sembrano essere una costante della mia vita, adesso disponevo di
una base solida da cui cominciare a capirle. Perlomeno adesso sembrava esserci
qualche scopo in fondo a tutta la follia, il che era un passo importante affinché prima o
poi potessi venire a patti con quanto mi stava succedendo.
Questo è forse il regalo migliore che potessero farmi.
40. Altre stranezze supreme

Le sedute col dottor Sprinkle, seppure utili, non risolvevano tutti i miei problemi.
Rimanevo continuamente impaurito per ciò che sarebbe ancora successo, o temevo che
qualcosa mi prelevasse di notte dal mio letto caldo. Era difficile vivere con una tale
incertezza incombente di continuo su di me, e di conseguenza rimanevo depresso e
ansioso come prima. In effetti le cose continuavano ad andare tanto male che nel
febbraio 2007 finalmente decisi di ricorrere a uno specialista. Quando trovai uno
psicoterapeuta del luogo e gli spiegai i miei sintomi (senza entrare in dettaglio riguardo
al perché fossi giunto a sentirmi tanto paranoico), mi prescrisse un farmaco
antidepressivo. Dopo essere andati a ritirare la medicina, tornammo a casa e lasciammo
il flacone sul ripiano della cucina in modo che al mattino mi ricordassi di prendere una
capsula. Avrei dovuto sapere però che loro avevano altri progetti, come avrei presto
appreso.
«Stan! Svegliati! È successo qualcosa!» mi disse Lisa la mattina dopo, cercando di
destarmi da un sonno profondo. Dall’insistenza della sua voce era chiaro che,
qualunque cosa fosse, era importante. Mezzo addormentato, uscii strascicando i piedi
verso la cucina per vedere che cosa l’avesse sconvolta tanto. Indicando il ripiano della
cucina, Lisa mi mostrò che il flacone di pillole aveva assunto un aspetto diverso.
Mettendo a fuoco la vista, constatai che aveva ragione: il flacone di plastica marrone in
cui vi erano le pillole aveva un’angolazione strana. Avvicinandomi capii perché. Il
fondo del flacone si era fuso col ripiano!
Pensando che qualcuno mi stesse giocando una burla sadica, raccolsi il flacone e
scoprii che si era fuso con la superficie del ripiano, che pure era rimasta bruciacchiata.
Quando fui in grado di staccarlo e tolsi il tappo, vidi che le capsule all’interno erano
pure bruciacchiate, e per la maggior parte si erano fuse assieme in fondo al flacone di
plastica liquefatto.
Era chiaro che qualcuno non voleva che prendessi questo farmaco, ma perché? Lisa
ipotizzò che fosse perché la medicina altera la chimica cerebrale e forse loro volevano
far sì che avessi la mente lucida. Inoltre cominciai a domandarmi se qualcuno volesse
causarmi qualche sorta di esaurimento nervoso, giusto per vedere che cosa sarebbe
successo. In ogni caso, dopo avere valutato la possibilità che la bruciatura avesse
causato un’alterazione chimica delle pillole rimaste intatte, accettai il suggerimento e
decisi di non prendere la medicina. Dopo avere scattato fotografie del flacone da tutte
le angolazioni, lo nascosi in un luogo sicuro, spedii le foto ai vari ricercatori e decisi di
combattere la depressione senza farmaci. Naturalmente non avevo molte scelte a
disposizione; loro sembravano ben capaci di farmi fare, o in questo caso non farmi fare,
quello che preferivano, e a me non rimaneva che andare avanti come meglio potevo.
Presto avrei appreso la loro intenzione di intervenire in misura ancora maggiore nella
mia vita, specialmente quando si trattava di prendere certi farmaci. Alcune settimane
dopo persi un’otturazione a causa di un lavoro dentistico raffazzonato, e il dente mi si
stava infettando, provocandomi un dolore insopportabile. Purtroppo dovevo attendere
qualche settimana per farmi rifare l’otturazione, per cui il dentista mi prescrisse dei
forti analgesici per aiutarmi a sopportare nel frattempo il mal di denti. Dopo essere
andato a ritirare il farmaco ed essere arrivato a casa, appena collocato il flacone di
pillole nell’armadietto dei medicinali, nel giro di pochi minuti sentii un odore come di
cavi elettrici bruciati. Preoccupato di avere qualche cavo malridotto, seguii le tracce
dell’odore fino in bagno e aprii l’armadietto dei medicinali, trovando il flacone di
pillole, al pari del precedente antidepressivo, analogamente sbilenco e liquefatto. Non
solo: qualunque cosa avesse fatto fondere il flacone aveva fuso allo stesso modo lo
scaffale su cui si trovava e aveva bruciacchiato uno spazzolino da denti sottostante!
Esaminando il flacone di medicinali ormai cotto, era evidente che la tecnologia usata
per fonderlo doveva essere stata estremamente concentrata, perché a parte l’estremità
dello spazzolino non si era bruciato nient’altro nell’armadietto. A giudicare dalla
superficie interessata, la zona riscaldata sembrava grossomodo di forma ovale e alta
non più di 10-15 centimetri, ossia all’incirca delle dimensioni di uno dei globi rossi
che avevamo incontrato periodicamente nel corso degli armi. A quanto pareva Lisa
aveva ragione: o non volevano che io prendessi qualcosa in grado di influire sulla mia
chimica cerebrale oppure consideravano in qualche modo poco sicuro quel medicinale.
In entrambi i casi immaginavo che da allora in poi mi sarei dovuto accontentare di
analgesici da banco, con cui a quanto pareva non vi erano problemi.
L’altra cosa che mi colpisce nel ripensare a questi avvenimenti è quanto sia ovvio
che ci trovassimo di fronte a un livello di tecnologia elevatissimo. Evidentemente, se
tale tecnologia era in grado di distruggere solo il flacone di medicinale colpendo
lievemente le cose circostanti, posso ben immaginare il grado di sofisticazione che
doveva possedere.
Malgrado la loro tendenza a distruggere oggetti come flaconi di medicinali e
apparecchiature di videosorveglianza, i miei amici extraterrestri di quando in quando
non erano privi di una loro particolare varietà di umorismo. In una delle regressioni
ipnotiche col dottor Leo Sprinkle in cui parlava il Nonno, successe una cosa buffa.
Durante la seduta il Nonno stava esaminando attentamente il mio orologio mentre
rispondeva a varie domande del dottor Sprinkle e dei miei amici. A loro sembrò che
l’entità fosse apparentemente affascinata da quell’oggetto, cosa che in seguito mi parve
divertente. Non avevo idea però di quanto potesse essere interessato un E T al mio
orologio di scarso valore!
Il giorno dopo, mentre pranzavo con amici, notai che il mio orologio non c’era più.
Anche se mi ricordavo di averlo indossato al mattino, era sparito e basta. Dopo che una
ricerca minuziosa non riuscì a farlo riemergere, ipotizzai che la mente mi giocasse
qualche scherzo e che avessi semplicemente smarrito l’orologio. Qualche giorno dopo
però, mentre Lisa ed io guardavamo la televisione, qualcuno bussò alla porta. Andando
ad aprire, non trovai nessuno e, presumendo che fosse uno scherzo, feci per richiudere
la porta. Mentre stavo per accostarla, però, notai il mio orologio smarrito che pendeva
dalla maniglia, a dimostrazione del fatto che chiunque l’avesse prelevato lo stesse
restituendo con discrezione, lasciandolo dove sarebbe stato facilmente ritrovato.
Era appena nevicato e nella spruzzata poco profonda di neve sulla veranda vi era una
pista di minuscole orme rotonde, non umane, dalla porta alla strada. Sulla neve caduta
di fresco era facile vedere che le impronte tracciavano un percorso in un’unica
direzione e finivano bruscamente in mezzo alla strada, come se qualcuno fosse svanito
nel nulla. A quanto pareva il Nonno stava restituendo l’orologio che aveva preso in
prestito, facendoci sapere che lui era, se non altro, un onesto borsaiolo.
41. «Libertà» in visita

Quando mi sentivo particolarmente stressato o nelle giornate in cui le cose


sembravano ingovernabili, potevo sempre contare sul sostegno dei miei amici. Lisa ed
io ci sentivamo particolarmente grati per tutte le persone della nostra vita che erano
sempre lì pronte ad appoggiarci, specialmente se si considera quante persone nella
nostra situazione sarebbero state considerate pazzoidi da evitare. Da questo è derivato
un ulteriore effetto positivo con la mia trasformazione da un tipo piuttosto solitario a
una persona che si sente perduta se non ha qualcun altro attorno. Non posso fare a meno
di credere che un tale cambiamento positivo faccia parte, nel suo piccolo, di un
progetto più ampio.
Di conseguenza Lisa ed io siamo sempre alla ricerca di occasioni per ospitare degli
amici a casa nostra. Il 4 luglio è una di quelle feste particolarmente indicate per simili
riunioni. E a migliorare ulteriormente le cose quell’anno i ragazzi non avrebbero
trascorso il 4 luglio col padre nel Nebraska, perciò per la prima volta da anni l’intera
famiglia era riunita per la festa nazionale americana.
Era una bellissima e calda giornata estiva e molti dei nostri amici arrivarono presto
per aiutarci a preparare tutto, anche se questo poteva essere uno stratagemma per far
cominciare presto la festa. A metà pomeriggio il vino, la birra e la vodka Cray Goose
scorrevano ormai copiosamente, e tutti sembravano divertirsi. Un paio di nostri amici
avevano perfino portato i loro fuochi d’artificio, che uniti ai nostri crearono un bello
spettacolo pirotecnico.
Verso l’1.30 del mattino si stava arrivando alla conclusione e i ragazzi erano già
andati a dormire, mentre noi restammo ancora a chiacchierare fino a notte inoltrata.
Proposi di scattare qualche foto, cosa che facemmo prima di sederci per uno spuntino
notturno con una fetta di torta. Mentre gustavamo il dessert, il mio amico Richard ed io
per caso alzammo lo sguardo e notammo qualcuno che ci osservava attraverso le porte
scorrevoli di vetro. Pensando che fosse un amico delle mie figliastre intento a giocarci
uno scherzo, misi giù la torta e mi diressi verso la porta, immaginando di coglierlo sul
fatto. Quando aprii la porta per vedere chi fosse, però, non c’era nessuno. Curioso di
appurare come fosse riuscito ad allontanarsi dalla zona tanto rapidamente, mi diressi
verso giardino per vedere dove si fosse cacciato. Con la torcia in mano e seguito dalla
mia amica Heidi, uscii sulla terrazza e a quel punto udimmo un fruscio provenire dai
cespugli alla mia destra. Aspettandomi che qualche ragazzo balzasse fuori per
spaventarci, puntai la luce verso i cespugli, ma non scorsi nessuno. Girando l’angolo
verso il cancello, però, con la torcia illuminai quello che sembrava un bambino
accovacciato dentro un cespuglio. Guardando meglio, mi resi conto subito che non era
affatto un bambino ma un altro dei piccoli grigi che sembravano essere diventati ospiti
fissi della mia vita!
Anche se avevo incontrato dei grigi in precedenza, non si è mai del tutto preparati a
questa esperienza, per quanto spesso accada. Allarmato, rimasi a guardare quella
creatura esile balzare su e scattare verso il cancello che conduce al vialetto d’ingresso
sul lato della casa. Per quanto sorpreso, ebbi comunque la presenza di spirito di urlare
a tutti coloro che erano ancora dentro di correre fuori casa per vedere se fossero
riusciti a scorgerlo mentre attraversava di corsa il cancello, ma quella creatura,
dall’aspetto tanto esile, era straordinariamente agile e raggiunse rapidamente il
cancello. Pochi secondi dopo rimasi a guardare con stupore come una vivida luce
azzurrina avvolgesse la creatura, la quale scomparve completamente senza lasciare
traccia della sua esistenza. Era come se fosse stata colpita da un fulmine che in una
frazione di secondo l’avesse ridotta a un puntino luminoso.
Heidi aveva visto il lampo di luce, ma fui l’unico in grado di osservare bene la
scena. Per qualche motivo ero preoccupato di avere spaventato a morte quel povero
essere, una preoccupazione che queste creature non sembravano mai dimostrare nei
miei confronti! In ogni caso era interessante essere stato testimone di come la creatura
fosse capace non solo di spostarsi ma anche di essere trasportata dentro e fuori dal
nostro mondo. Non era proprio il raggio trasportatore reso famoso da Star Trek, ma
qualcosa del genere, seppure molto più rapido. La creatura non si era smaterializzata
davanti a me. Sembrava piuttosto che fosse stata portata via dall’ambiente nel giro di un
istante.
Naturalmente, essere l’unico testimone di una cosa tanto straordinaria suscita sempre
sospetti, e mi domandavo se qualche mio amico pensasse che mi stessi burlando degli
altri o avessi tracannato un po’ troppo (cosa improbabile, poiché personalmente non
sono un gran bevitore). A parte l’asserzione di Heidi di avere visto il lampo di luce che
aveva prelevato il tipetto, non c’era niente a dimostrare che avessimo ricevuto una
visita da parte di ospiti ultraterreni, il che mi lasciava un po’ deluso. Riflettendo per
qualche minuto, però, mi domandai per quanto tempo la creatura fosse rimasta là fuori a
guardarci e se non fosse stata accidentalmente registrata sullo sfondo di una delle foto
di gruppo da noi scattate qualche minuto prima. Avevamo già fotografato dei grigi in
questo modo in precedenza, per cui io e Don pensammo valesse la pena dare
un’occhiata. Esaminammo ogni foto scattata, ingrandendola e analizzandola
minuziosamente al computer. Poiché queste creature di solito preferiscono nascondersi
nel buio subito oltre la portata del flash, di solito per vedere qualcosa è necessario
schiarire ciascuna immagine e poi aumentare il contrasto, e facemmo così per ogni foto,
ma senza esito. A quanto pareva, qualunque cosa fosse, era arrivata troppo tardi per
entrare nelle foto oppure era riuscita a rimanere fuori portata.
Poi fummo fortunati! Stavamo per rinunciare quando ci imbattemmo in qualcosa sullo
sfondo di una foto scattata ai nostri amici Don e Heidi. Lì, nei cespugli presso lo
steccato, vi era una figurina alta circa un metro, col corpo esile e grandi occhi neri.
L’avevamo acchiappata, almeno in fotografia!
Prontamente soprannominammo questa creatura «Libertà», perché ci aveva fatto
visita il 4 luglio.
Cosa ancora più strana, quando guardai meglio, quell’esserino mi parve circondato
da piccoli globi o bolle di qualche tipo, facendomi domandare se non fossero una sorta
di campo energetico. Chiaramente, se fosse stato circondato da un campo di forze,
questo risponderebbe a molti interrogativi riguardo a come quell’essere riuscisse a
sopravvivere nella nostra atmosfera e perché sembrasse in grado di spostarsi senza
fatica, indipendentemente dalle condizioni atmosferiche. Spiegherebbe anche perché
fosse nudo; in una bolla ad atmosfera controllata di qualche tipo non avrebbe avuto
bisogno di una tuta, e se fosse stato un essere altamente progredito probabilmente
sarebbe stato evoluto al punto di non essere più consapevole del proprio aspetto,
diversamente dagli esseri umani. In ogni caso sarebbe stato simpatico poter stare seduti
a parlare con lui. Forse un giorno gli esseri umani si guadagneranno questo privilegio.
42. L’avvistamento di UFO dalla torre di
osservazione

Nel frattempo avevo cominciato a parlare in pubblico con una certa regolarità
riguardo alle mie esperienze, di solito davanti a piccoli gruppi nell’area metropolitana
di Denver e in vari programmi radiofonici. Nell’ambito di questa maggiore visibilità,
nel luglio del 2007 fui invitato a tenere una relazione a un convegno annuale di ufologi
nella cittadina di Hooper, nel Colorado. Normalmente non sarebbe stata un’occasione
importante, se non per il fatto che la località – situata non lontano dalle Grandi Dune di
Sabbia, proprio al centro della valle di San Luis – fosse considerata un punto molto
frequentato dagli UFO e chiamato torre di osservazione UFO.
Inizialmente ero esitante riguardo al fatto di andare alla torre di osservazione. Con
tutte le nuove attività in corso, recarsi in un luogo rinomato per gli avvistamenti UFO
pareva poco saggio. D’altronde Lisa ed io avevamo bisogno di staccare e tutti i nostri
amici sarebbero stati lì, per cui pensammo che potesse essere divertente. Inoltre ci
sarebbero state centinaia di persone, il che rendeva improbabile un mio rapimento
davanti a tanti testimoni. Tuttavia ero nervoso riguardo a questa particolare gita.
I miei timori si rivelarono presto infondati, però, poiché fu un’esperienza piacevole.
Le condizioni atmosferiche non potevano essere più perfette di così e, meglio ancora,
malgrado la reputazione di zona molto frequentata dagli UFO, non c’era nemmeno un
disco volante in vista, il che, pur essendo una delusione per la maggior parte dei
partecipanti, per me costituiva piuttosto un sollievo. L’ultima cosa che volessi
affrontare era un altro incontro ravvicinato, per quanto condiviso da tante persone lì
presenti.
I primi due giorni della manifestazione trascorsero senza avvenimenti di rilievo,
inducendomi a credere di poter arrivare alla fine del convegno senza dover affrontare i
miei amici, ma il terzo giorno, sabato 28 luglio, decisero di fare la loro comparsa.
Avvenne intorno all’intervallo per il pranzo, quando arrivò la ditta incaricata di fornire
il pranzo al sacco. Erano stati distribuiti buoni pasto a tutti i partecipanti, ma avevo
lasciato i miei nel camper, per cui mi incamminai per percorrere i 400 metri fino al
veicolo e recuperarli.
Per una giustificabile paranoia, ogni volta che cammino all’aperto do sempre
un’occhiata in alto. Mentre camminavo notai un oggetto sbucare fuori da dietro una
nuvola. Mentre mi avvicinavo al camper, decisi di tirare fuori di tasca la macchina
fotografica, per ogni evenienza.
Mi fermai per guardare meglio l’oggetto e, notando che si muoveva lento e costante
come un aereo di linea, dedussi che fosse probabilmente un aereo sul cui rivestimento
di alluminio lucente si rifletteva la luce del sole. Stavo per accantonare quell’oggetto in
quanto semplice aereo passeggeri in volo nel cielo quando fece una cosa che nessun
aviogetto è in grado di fare: rapidamente accelerò fino a una velocità elevatissima e
percorse in pochi secondi il tragitto da sopra le montagne, a una cinquantina di
chilometri di distanza, fino a un punto giusto sopra il campeggio, dove si fermò
bruscamente a mezz’aria. Mentre l’oggetto si librava lì in alto, potei vedere
chiaramente che era un UFO a forma di disco. Mi tremavano le mani mentre scattavo una
fotografia, il che rese l’oggetto un po’ sfocato e indistinto.
Frustrato per il fatto di non essere ancora capace, dopo tutto quello che avevo
passato, di scattare una foto a un UFO senza farmi prendere dal panico, mi preparavo a
scattarne un’altra quando l’oggetto schizzò bruscamente dentro una vicina nube. Quasi
subito la nuvola dietro cui era volato l’oggetto evaporò nella calda aria del deserto,
senza lasciare traccia del mio visitatore. Poteva forse, mi domandavo, utilizzare in
qualche modo le nubi per mimetizzarsi? Idea curiosa, pensai.
Ansioso di mostrare a tutti ciò che ero appena riuscito a registrare con la mia
fotocamera, tornai di corsa alla sala riunioni. Lisa, come al solito, non era
particolarmente impressionata poiché vedeva queste cose da anni, ma gli altri erano
sbalorditi per la mia foto. Alcuni decisero perfino di lasciar perdere le conferenze e
uscirono fuori per scandagliare il cielo con i binocoli sperando che l’oggetto
ricomparisse, ma per un paio d’ore tutto rimase tranquillo.
Verso le 14.30 però qualcuno scorse qualcosa emergere da un vicino banco di nubi e
urlò, attirando tutti i nostri occhi verso il cielo. Quando guardai per vedere che cosa
stessero indicando tutti, vidi quello che pareva lo stesso UFO da me avvistato due ore
prima, che sfiorava la parte superiore delle nubi e in generale si comportava come
stesse dando uno spettacolo solo per noi. Mentre osservavamo pietrificati, l’UFO fu
raggiunto all’improvviso da un secondo a forma di goccia, e guardammo con stupore i
due UFO posizionarsi, con l’UFO a goccia subito sotto il veicolo a forma di disco.
Parvero fondersi per qualche secondo prima di separarsi nuovamente. Infine entrambi
g l i UFO se ne andarono in direzioni diverse e scomparvero, lasciando tutti noi
sbalorditi. Per fortuna avevo a portata di mano la macchina fotografica e potei scattare
una foto ai due UFO appena qualche secondo prima che si fondessero, ma stavolta con
mano più ferma.
Non sorprende che l’avvistamento fosse l’argomento di conversazione al convegno,
ma non sarebbe stata l’ultima occasione per vedere quei visitatori. Quella sera dopo
cena, mentre tutti erano seduti qua e là a parlare degli avvenimenti della giornata, Heidi
ed io decidemmo di fare una passeggiata. Anche se si stava facendo buio e pareva non
succedere nulla attorno a noi, talvolta ho dei presentimenti che mi spingono a scattare
delle foto, e così ci alternammo nel fotografare l’orizzonte e il cielo attorno a noi,
nell’eventualità che il mio presentimento si rivelasse fondato e registrassimo qualcosa
per caso. Senza aspettarci di trovare granché, tornammo al campeggio dove caricai le
immagini sul mio computer portatile. Mentre esaminavamo le foto non vedevamo niente
a parte cielo notturno e campi, oltre ad alcuni interessanti globi. Tuttavia, quando
arrivai a un’immagine del camper che avevo scattato casualmente, mi parve di scorgere
qualcosa sul finestrino. Ingrandendo l’immagine, nel finestrino sembravano esserci due
figure, sedute al tavolo dentro il camper. Sapendo per certo che in quel momento non vi
era nessuno dentro il veicolo, lo trovai non poco strano. Ma la cosa ancora più curiosa
era che, ingrandendo ulteriormente, le figure apparivano di forma insolita, con la testa
grande e grandi occhi a mandorla. Entrambe le figure erano di colore rosso e parevano
brillare come sedessero accanto a qualche sorta di intensa luce rossa che rendesse i
loro corpi quasi traslucidi.
Sebbene la fotografia fosse di bassissima qualità, si potevano distinguere le immagini
di quelli che sembravano due grigi intenti a guardare fuori dal finestrino. Avevano un
colore più sinistro del solito – con quella sfumatura rossa – ma bastarono per farmi
domandare quanti di questi esseri ci fossero e come riuscissero talvolta a rimanere
invisibili all’occhio umano. Stavano usando qualche genere di campo di forze oppure
erano in grado di deviare la luce attorno a sé per nascondersi in qualche modo? E
perché talvolta vengono fuori in alcune foto da me scattate ma non in altre? Se la
fotocamera ha la capacità di registrarli per qualche motivo e loro sono davvero così
numerosi come sembra, dovrei trovarli in molte foto, ma a parte quella manciata che ho
presentato in questo libro ne individuo raramente qualcuna. E poi, cosa ancora più
curiosa, se hanno la capacità di rendersi efficacemente invisibili all’occhio umano,
allora perché talvolta mi compaiono davanti?
Ma prima di proseguire vorrei dire che il duplice avvistamento di UFO e gli E T nel
camper non furono gli unici avvenimenti capitati in quel fine settimana: più tardi quella
sera fui svegliato quando qualcuno entrò nel camper e mi disse che avevano visto lampi
di luce provenire dall’interno del camper mentre dormivo, e volevano accertarsi che
stessi bene. Dall’esterno, dissero, sembrava che vi fossero dei fulmini provenienti
dall’interno del camper e, a quanto capisco, tutti i presenti lo notarono alcune volte.
Troppo stanco per preoccuparmene eccessivamente, tornai a dormire.
Giunto il mattino, e alla luce degli strani avvenimenti del giorno prima, decisi di
esaminarmi alla ricerca di eventuali segni misteriosi, caso mai fossi stato prelevato di
nuovo. Provando sollievo nel trovare tutto intatto, speravo che quanto successo la notte
precedente fosse soltanto una casualità. Forse era così, ma notai che per il resto della
giornata quasi tutte le apparecchiature elettriche con cui entravo in contatto si
guastavano (dopo avere funzionato impeccabilmente in precedenza), in particolare
l’impianto di amplificazione acustica, rammentandomi la mia passata propensione a far
accendere le lampade a sfioramento. A quanto pareva la mia personalità magnetica era
ritornata ed era di nuovo all’opera!
43. Le ombre sanno...

Mentre passava lentamente la primavera del 2008, scoprii una nuova stravaganza dei
miei amici extraterrestri. Ero abituato ad avere a che fare con globi rossi e con
l’occasionale UFO e stavo perfino imparando a sopportare l’attività di poltergeist e altri
rumori strani che mi davano l’impressione di vivere in una casa infestata da fantasmi,
ma ciò a cui non ero preparato erano le ombre.
Tutto cominciò il 15 maggio. Stavo tirando fuori i piatti dalla lavastoviglie quando
udii i nostri gatti sulle scale emettere suoni sibilanti. Dando un’occhiata dietro l’angolo
per vedere che cosa li avesse tanto sconvolti, scorsi quella che sembrava una massa
nera luccicante formarsi in cima alle scale davanti al bagno di sopra. Dapprima
immaginai che fosse un’illusione ottica di qualche genere – la luce del sole riflessa in
qualche strano modo, che forse creava insoliti effetti luminosi sulla parete – ma pareva
tridimensionale. Afferrai la macchina fotografica al volo e riuscii a scattare un paio di
immagini dell’oggetto prima che scendesse dentro il bagno e scomparisse.
Ora, i miei amici che si dilettano anche di paranormale conoscono una cosa chiamata
fantasmi ombra. Sono, a quanto capisco, un genere di fantasmi che si manifestano in una
sostanza scura anziché chiara come sembrano fare quasi tutti i fantasmi. Talvolta sono
considerati manifestazioni di un’energia più tenebrosa o malvagia, ma ritengo che sia
più che altro un’ipotesi basata sul fatto che noi per natura tendiamo a identificare il
nero col male e così presumiamo che i fantasmi scuri debbano in qualche modo essere
cattivi e i fantasmi bianchi siano buoni.
In ogni caso, i fantasmi ombra tendono a essere fiochi e di solito nelle foto creano
forme quasi impercettibili. Il mio fantasma ombra invece risultava nella foto assai netto
e scurissimo. Inoltre la fotografia non riesce a cogliere il tremolio che all’epoca vidi
con i miei occhi e che mi rammentava il calore che si alza dalla strada in una torrida
giornata estiva. In ogni caso pensai che fosse una cosa tanto sinistra da non volere
averci a che fare, per cui la relegai in qualche cantuccio della mente, sperando che si
trattasse di un’illusione ottica che potevo lasciarmi alle spalle e dimenticare. Se fosse
stato un episodio isolato, me la sarei cavata così. Purtroppo, appena una settimana
dopo, scorsi di nuovo quella cosa.
Lavorando al computer una mattina udii uno strano ronzio provenire dal soggiorno e
alzai lo sguardo appena in tempo per notare una figura tremolante formarsi subito dietro
una delle poltrone. La cosa strana in proposito era che sospeso al centro di questa
figura vi era il telecomando della tv, che si librava misteriosamente a mezz’aria!
L’effetto durò solo pochi secondi prima che l’oggetto mollasse il telecomando e
svanisse, ma fu abbastanza lungo da consentirmi di scattare una rapida foto (sto
diventando abbastanza bravo a tenere la macchina fotografica a portata di mano, per
ovvi motivi). Quella forma era scura e niente affatto luccicante, come se l’oggetto fosse
stato in grado di assorbire la luce del flash della fotocamera.
Ma forse l’incontro più interessante avvenne il 27 maggio, quando notai i gatti farsi
un po’ agitati e rincorrere qualcosa per la casa. Ricordavo che nel Nebraska i nostri
gatti sembravano avere la capacità di vedere cose che noi non vedevamo e perfino di
interagire con queste, per cui avevo imparato a prestare attenzione quando
cominciavano ad agitarsi. In questo caso sembravano interessati a qualcosa in
soggiorno, e andando a vedere notai un’altra delle mie ombre tremolanti formarsi
nell’angolo della stanza.
Mi dicono che gli animali hanno una sorta di sesto senso quando si tratta di
paranormale, ma di solito sono spaventati da una simile attività e scappano. I nostri
gatti però sembravano divertirsi a interagire con quella figura, perfino arrampicandosi
sulla poltrona a un certo punto mentre si stava formando, come nel tentativo di
afferrarla. Prendendo subito la macchina fotografica, riuscii a scattare qualche rapida
immagine prima che la figura svanisse nel nulla e i gatti ritornassero ai loro consueti
compiti di sorveglianza della casa.
Allora che cosa sono queste forme? Difficile rispondere, ma non credo affatto che
siano fantasmi. Dico questo perché ho notato che non solo sembrano risucchiare la luce
dall’aria come piccoli buchi neri, ma sembrano anche tremolare, il che mi induce a
domandarmi se non siano invece qualche genere di tecnologia all’opera. Potrebbero
forse utilizzare un campo di forze o un vortice di qualche genere come mascheramento
che permetta loro di girare per la casa senza farsi notare da noi? Questo spiegherebbe
come mai gli ET siano in grado di vagare per casa mia con una tale apparente impunità e
prelevare oggetti, spostare sdraio da giardino e tutto il resto. Certo, una simile capacità
non sarebbe poi difficile da immaginare; in fin dei conti, se sanno far volare in giro i
globi rossi e fondermi i flaconi dei medicinali, perché non creare piccoli buchi neri
dietro cui nascondersi?
In ogni caso, non penso siano pericolosi. In effetti, sembrano più benevoli dei globi
rossi talvolta distruttivi, per cui, come per tutto il resto, mi sono abituato anche alla
loro presenza. È proprio vero che dopo un po’ci si abitua a tutto; perfino alle ombre
misteriose che tendono agguati ai gatti nelle belle giornate di sole.
44. Il viaggio prosegue

Poiché l’attività extraterrestre prosegue ancora oggi, è difficile sapere come


concludere il libro. Al momento della stesura del volume continuano a succedere varie
cose, fra cui rapimenti, globi e tutto il resto. Tuttavia dobbiamo in qualche modo
portare a termine il resoconto, anche se non è ancora completo. Allora ciò che ho
pensato di fare è mettere assieme alcune mie riflessioni e osservazioni su ciò che
secondo me sta accadendo con gli ET – alcune ipotesi Romanek, se si vuole – da offrire
alla valutazione dei lettori. Sono soltanto mie opinioni e sono perlopiù congetture,
naturalmente, ma forse vi si troverà qualche spunto almeno in parte sensato.
Probabilmente la conclusione principale e più ovvia a cui sono giunto nel corso degli
ultimi otto anni è che, pur avendo trascorso i primi quattro decenni della mia vita da
scettico convinto riguardo al fenomeno degli UFO, ora credo non solo all’esistenza degli
extraterrestri ma anche al fatto che stiano osservando il nostro pianeta e lo facciano da
molti secoli e forse perfino da millenni. Il motivo per cui non ci credevo in precedenza
nella mia vita deriva dalla naturale tendenza umana a respingere e perfino ridicolizzare
tutto ciò che non si inserisce perfettamente nella nostra visione del mondo, e poiché noi
viviamo in una bolla relativamente piccola che chiamiamo vita è facile escludere cose
come gli E T (unitamente a ogni altra cosa che non troviamo particolarmente utile o
comprensibile).
Immagino di avere imparato a mie spese che davvero ci sono in cielo e in terra più
cose di quante ne abbiamo sognate con la nostra filosofia!
La seconda conclusione a cui sono giunto è che sono convinto che la maggior parte di
queste razze siano benevole o come minimo neutrali. Dal nostro punto di vista limitato
possono apparirci manipolatrici e fredde, ma d’altronde questo è probabilmente il
punto di vista che avrebbe il ratto di laboratorio verso lo scienziato che lo fa correre
nel labirinto ogni giorno. Lo scienziato può essere in realtà assai affezionato al suo
oggetto, ma provate a dirlo al ratto! Alcuni hanno ipotizzato che là fuori vi siano anche
delle razze malevole e l’alieno per cui sembro agire da medium (il Nonno) ha lasciato
intendere che questa affermazione abbia qualche validità, ma personalmente non ne ho
visto testimonianze dirette. E anche se ce ne fossero, le razze benevole più progredite
non le terrebbero forse a bada? Naturalmente è impossibile sapere come funzionino le
cose nello spazio, ma appare sensato che vi siano buoni e cattivi proprio come sulla
Terra. Si spera che i buoni siano più numerosi dei cattivi, e forse per questo non ci
hanno ancora attaccati e probabilmente non ci attaccheranno mai.
Quante razze aliene ci stiano osservando naturalmente è pure ignoto, ma devono
essercene diverse, almeno a giudicare dalla vasta schiera di tipi di veicoli e di alieni
che ho visto io. Nelle mie esperienze ho incontrato tre tipi di alieni: il popolo degli
opossum di cui ho parlato all’inizio, le grandi creature simili a mantidi o a cavallette
che ho visto un paio di volte in sedute di regressione e naturalmente gli onnipresenti
grigi che sembrano spuntare fuori dappertutto. So che altri a cui sono capitate
esperienze simili alle mie affermano che sia coinvolta una schiera di esseri ancora più
vasta, da alieni con un aspetto molto umano a esseri somiglianti a lucertole, il che mi
induce a ipotizzare che il nostro sistema solare debba essere una destinazione turistica
molto affollata! Se stiano collaborando tutti per qualche scopo comune può essere solo
un’ipotesi, ma non mi sorprenderebbe se fosse così. Quale possa essere tale obiettivo
non è chiaro, ma ritengo che abbia a che fare con la manipolazione genetica della nostra
e della loro specie, nonché col tentativo di prepararci a essere accolti in una grande
alleanza cosmica già esistente là fuori da qualche parte.
Sono anche convinto che vi siano elementi, sia extraterrestri sia umani, che si
oppongono a tale unificazione. Quanto sia vasta od organizzata questa opposizione non
è chiaro, ma perlomeno riguardo all’intervento umano può essere considerevole
(almeno sulla base delle mie esperienze, specialmente a Colorado Springs). Se si tratti
delle forze armate o di qualche agenzia segreta del governo – o perfino qualcosa di
estraneo alle competenze del governo americano – non so dirlo. Tutto ciò che so è che
queste forze hanno un potere notevole e sembrano in grado di nascondere gran parte
delle loro attività a quanti sono in posizioni di autorità (e perfino alle persone in
posizioni di potere all’interno delle forze armate e del governo stesso). Come ho detto,
ho parlato con ammiragli e generali che sembravano incapaci di arrivare al fondo della
questione, dimostrando come questa organizzazione – se in effetti abbiamo a che fare
con un’unica organizzazione e non con una serie di gruppi vagamente associati fra loro
– abbia la capacità di coprire bene le proprie tracce. Quanto in profondità si estenda
nel nostro governo o se i nostri principali dirigenti politici sappiano che cosa sta
succedendo sono questioni su cui si può solo congetturare, poiché gli E T non sono
particolarmente disponibili a rivelare chi siano tutti gli attori, anche ammesso che lo
sappiano, ma io sospetto di no.
Che cosa voglia esattamente questo gruppo, di nuovo non è chiaro. È evidente che
vogliono impedirmi di dire ad altri ciò che so, ma a quale scopo? Temono ciò che farà
il pubblico quando saprà la verità, oppure si tratta di proteggere la base del loro
potere? Qual è l’impulso che li alimenta? Si tratta di paura, avidità, ricerca del potere?
Gli esseri umani sono dei tipi strani; da un lato siamo capaci di grande compassione e
sacrificio per i nostri simili, ma dall’altro lato siamo capaci di grande crudeltà ed
egoismo. A quale di questi due aspetti dell’umanità aderiscano tali forze sconosciute
rimane da vedere, ma sospetto che dove sono in gioco paura e potere ne derivino di
solito solamente cose brutte.
Ciò che pure mi colpisce riguardo a queste forze sconosciute, però, è quanto in certi
momenti possano apparire dilettantesche eppure quanto sappiano essere furtive e
scaltre in altre occasioni. L’episodio del rivestimento della casa nel Nebraska (capitolo
19) è un buon esempio di quanto sappiano essere goffi, mentre la loro capacità di
fondere l’impianto elettrico del mio camper a Castle Rock (capitolo 31) dimostra
quanto sappiano essere anche sofisticati. Un attimo prima mi stanno entrando nel
computer e mi rovistano nell’archivio in piena notte come spie professioniste; un attimo
dopo mi lasciano biglietti sciocchi nella cassetta della posta e mi spediscono messaggi
di posta elettronica melodrammatici con cui mi avvertono di stare attento. Per metà del
tempo mi sembra di essere incalzato da James Bond e per l’altra metà dall’ispettore
Clouseau! Simili contrasti rendono difficile giudicare quanto grave possa essere la
minaccia, o perfino se qui ci troviamo di fronte più di un unico gruppo.
Poi c’è la voce di Audrey – quella voce metallica, sintetizzata, dall’accento
britannico, che continua a telefonare a me e ai miei amici – ad avvertirmi
periodicamente o, in diverse occasioni, perfino a fornirmi consigli non richiesti (una
volta perfino riguardo a una disputa coniugale!). L’entità che sta dietro alla voce è
aliena o umana, amica o nemica, benefattrice o tormentatrice? Si possono sostenere
entrambe le cose! L’alieno Nonno per cui si presume agisca da medium durante le
regressioni implica che ci siano loro dietro a Audrey (mi dicono che, a quanto pare,
trovano facile manipolare quella voce), ma anche che ci sono altri che la usano nel
tentativo di confondermi (e funziona!). Ovviamente questo rende due volte più difficile
stabilire che cosa fare di questi messaggi e a quali credere e quali invece ignorare. Mi
piacerebbe avere una sorta di metro con cui stabilire quali siano autenticamente degli
E T e quali no. Per adesso però non posso fare altro che seguire le mie sensazioni
viscerali e sperare di essere nel giusto.
Ma le capacità tecniche degli esseri umani coinvolti in tutto questo sono modeste in
confronto a quelle dimostrate dagli ET! Come riescano a rapirmi (e forse a rapire altri)
senza essere notati dimostra un grado di sofisticazione che non riesco neanche
lontanamente a comprendere, e quanto alla tecnologia necessaria per teletrasportarsi nel
nostro ambiente e rimanere nascosti dietro una specie di campo di invisibilità (le
ombre), be’, è una cosa che lascerebbe perplessi anche i nostri scienziati. Da ciò che ho
visto delle loro capacità tecniche, sono convinto che non vi sia nulla che non possano
fare. Posso solo pregare che con tale tecnologia in mano abbiano l’integrità morale di
trattenersi dal fare ciò che potrebbero fare se lo desiderassero.
Inoltre, nel considerare l’elevato livello di tecnologia che hanno a disposizione, sono
indotto a credere che quando noi vediamo degli UFO o quando io registro su pellicola i
grigi è perché loro vogliono che li vediamo! Sono convinto che abbiano i mezzi per
rimanere completamente invisibili se lo desiderano, per cui la loro comparsa perlopiù
fa parte del loro progetto di farsi conoscere da noi. In effetti penso che questo sia
l’unico modo in cui possano rendersi percepibili. Mostrarsi con maggiore evidenza
creerebbe ogni sorta di problemi; farsi vedere alla spicciolata – come lasciarmi filmare
Cucù o Nonno Grigio o registrare Libertà sullo sfondo di una foto di gruppo – è il loro
modo di invadere la nostra coscienza e impercettibilmente entrare a far parte del nostro
ambiente. La possibilità che siano straordinariamente ingenui e goffi o che manchino
dei mezzi per coprire le loro tracce mi appare assai improbabile per una razza in grado
di attraversare lo spazio interstellare.
Un simile pensiero spiega anche le equazioni che mi hanno trasmesso nel corso degli
anni. Sarebbe sciocco per una civiltà progredita fornire a una razza meno sviluppata
quella sorta di informazioni tecniche fornite dai miei disegni se loro non avessero in
mente uno scopo ben preciso, che è, ritengo, di prepararci al giorno in cui finalmente
potranno mostrarsi liberamente senza doversi nascondere dietro i cespugli o sfrecciare
dietro le nubi. Sapevano che senza un contesto in cui capire le equazioni queste
sarebbero state inutili per noi dal punto di vista scientifico e tecnico, ma sapevano
anche che ci avrebbero affascinati e costretti a prenderle sul serio. Sospetto che stiano
facendo più o meno la stessa cosa con i cerchi nel grano (e forse perfino con le
mutilazioni del bestiame, anche se non so bene quale sia il loro messaggio in questo
caso). È soltanto il loro modo per dire: «Siamo qui. Adesso prestate attenzione!».
Purtroppo non sembra per ora che molte persone recepiscano il messaggio, ma sospetto
che col passare del tempo questo si diffonderà. Chissà, forse un giorno, quando avremo
preso contatto con i nostri colleghi extraterrestri, ci metteremo tutti a ridere della grossa
su quanto fossimo ottusi noi terrestri!
Infine, mi rimane da riflettere su che cosa significhi tutto questo e sul perché abbiano
scelto me per questa piccola avventura. Dopo anni in cui mi pongo queste domande,
tutto ciò che posso dire è che ancora devo trovare una risposta a entrambi gli
interrogativi. Loro non mi hanno chiarito interamente il loro scopo, anche se di quando
in quando mi hanno fornito degli indizi, né mi hanno detto perché scelgano me quale
canale fra loro e la nostra società. Tutto ciò che mi dicono è che sono speciale, ma che
significa? Speciale in che senso? Nel modo in cui è cablato il mio cervello, oppure
c’entra il mio corredo genetico? Oppure vi è qualche altra ragione ancora più oscura
per cui io sia stato selezionato fra circa sei miliardi e mezzo di altri candidati?
Accidenti, per quanto ne so potrebbero anche avermi scelto a caso nello stesso modo in
cui si può prendere un nome da un elenco telefonico! Non lo so, ma ritengo che abbiano
le loro ragioni per fare ciò che fanno. Vorrei solo che un giorno mi comunicassero
queste ragioni!
Alla fine, non mi resta che aspettare e sperare che un giorno tutti gli interrogativi
trovino risposta e tutto questo finalmente acquisti un senso, e a quel punto forse potrò
finalmente ritornare alla vita di normalità a cui tanto anelo. E quando arriverà quel
giorno sarò un uomo davvero soddisfatto.
Conclusione

È un po’ difficile definire conclusione questo capitolo, poiché implica che la storia
sia stata narrata e tutti i dettagli ancora non definiti siano stati risolti creando un bel
quadro d’insieme, ma non è così. Per me l’avventura continua. Ogni giorno mi aspetto
che gli E T si manifestino a me in qualche modo: globi rossi, strani veicoli in cielo,
perfino visite alla nostra terrazza sul retro. Nella maggior parte dei giorni non avviene
nulla, naturalmente, ma nelle occasioni in cui effettivamente accade qualcosa questo
ribadisce ancora una volta il messaggio che loro mi hanno affidato.
Naturalmente non mi considero realmente un messaggero, tanto meno qualcosa di
simile a un profeta. Sono soltanto un tipo qualsiasi e – per motivi che vanno
completamente al di là della mia comprensione – sono stato coinvolto in qualcosa di
molto più grande di me. Sono un messaggero nello stesso modo in cui un quotidiano ci
reca le notizie del giorno: loro parlano tramite me e io mi limito a trasmettere ciò che
mi dicono, come meglio posso. In questo ruolo di solito mi sento del tutto indegno,
poiché il messaggio che inviano tramite me è di grandiosità e di gioia. Lungi dal
considerarmi speciale per questo, mi sento invece assai umile e onorato che lo affidino
a me, e prego di poter continuare a divulgarlo nel modo che loro desiderano. Mi sento
umile anche perché so che ci sono molti altri ben più attrezzati di me – dal punto vista
sia emotivo sia intellettivo – ad affrontare tali questioni, ma loro non hanno scelto
questi altri bensì si sono accontentati del buon vecchio Stan Romanek del Colorado.
Forse un giorno mi diranno perché abbiano scelto me quando devono esserci tanti altri
ottimi candidati fra cui scegliere, ma per adesso mi accontento di meravigliarmene e
basta.
Inoltre, una volta dimostratomi capace di accettare il fatto che questi esseri non siano
malevoli e smorzatosi il vago senso di paura per questi avvenimenti misteriosi, ho
cominciato a sentirmi a mio agio con le entità, o perlomeno tanto a mio agio quanto è
possibile nell’avere a che fare con un’intelligenza molto superiore alla nostra. Per
quanto tempo ancora necessiteranno dei miei servigi non so dirlo; presumo fintanto che
rappresenterò per loro un canale valido e rimarrò disposto a imparare. Sospetto che
potrei far finire tutto questo domani se solo smettessi di parlarne, distruggendo le prove
finora acquisite e rifiutandomi di collaborare ulteriormente, ma qualcosa in me mi dice
che sarebbe sbagliato. E inoltre sono curioso quanto i miei lettori di sapere dove
condurrà tutto questo, il che mi rende disposto a sopportare la confusione, i rapimenti e
la stranezza generale che è diventata una parte tanto importante della mia vita.
A essere completamente sincero, mi sento grato per le esperienze che ho vissuto nel
corso di questi anni, poiché mi hanno insegnato che senza dubbio nell’universo vi sono
tante più cose di quante noi ne conosciamo, e bilanciare lo scetticismo con una
mentalità aperta è una bella cosa. Mi sono anche reso conto che senza tali esperienze
non avrei mai conosciuto quei grandi amici che ora abbiamo Lisa ed io, i quali sono
stati e rimangono una fonte stabile ed essenziale di forza per tutti noi.
Più di tutto questo mi è servito a rendermi conto che là fuori vi è vita intelligente,
malgrado ciò che alcuni vorrebbero farci credere. Pensiamoci: il nostro Sole è soltanto
una fra miliardi di stelle della Via Lattea, e la nostra galassia è soltanto una fra
centinaia di miliardi di galassie nell’universo visibile. Vi sono perfino congetture
sull’esistenza di universi multipli coesistenti nonché di dimensioni fisiche che noi
umani non possiamo neanche cominciare a capire.
Inoltre la scienza ha già dimostrato che altrove sul nostro pianeta esiste vita
microscopica in ambienti precedentemente considerati inospitali alla vita a qualsiasi
livello. È stata trovata racchiusa in strati millenari di ghiaccio polare e all’interno di
crateri surriscaldati sul fondo marino; può resistere a condizioni estreme di radiazione
e temperatura. La vita è onnipresente – ossia è dappertutto – e questo lascia supporre
che la convinzione secondo cui gli esseri umani sarebbero l’unica forma di vita
intelligente dell’universo sia davvero piuttosto tenue. Non è mia intenzione costringere
la gerite a credere nell’esistenza di vita extraterrestre, ma è mia speranza, se non altro,
indurla ad essere un po’ più aperta a questa possibilità.
Ma forse l’aspetto più importante da capire è che non vi è nulla di cui aver paura. La
nostra paura collettiva sta ritardando il contatto libero con esseri incredibili e
progrediti di molte razze che, almeno secondo le informazioni che mi hanno fornito,
vogliono aiutarci. Purtroppo non possono farlo finché noi non cresciamo, smettiamo di
essere ostili gli uni verso gli altri e accettiamo veramente il fatto di non essere soli.
Domando ai lettori: come potrà mai l’umanità evolversi dal punto di vista mentale o
spirituale se non apriamo la nostra mente alla verità? Quanto sarà splendido avere
amici provenienti da altri sistemi solari, altre galassie e altre dimensioni? Quanto sarà
importante per la Terra evitare tutto l’inquinamento superfluo? Quanto può essere
cruciale per noi evitare i comportamenti autodistruttivi? Quanto sarà strabiliante
viaggiare in altre galassie una volta che ci saremo resi degni di ispirare fiducia nello
spazio profondo?
Mi viene da piangere al pensiero di quanto sia davvero meraviglioso l’universo e
quanto sia realmente magnifico Dio ad avere creato una cosa simile. Ebbene sì, io
credo in Dio, adesso ancor più di prima. E così anche i nostri fratelli provenienti dalle
stelle che hanno parlato dell’interrelazione fra tutte le cose. Per ciò che mi riguarda, è
un dovere nei nostri confronti e nei confronti di Dio far sì che l’umanità possa
sopravvivere e prosperare. E nostro diritto naturale compiere il passo successivo verso
le stelle, e possiamo farlo soltanto in pace e in comunione col nostro creatore.
Appendice A

Lettera del dottor Jack Kasher riguardo alle equazioni di Stan Romanek, datata 10
marzo 2008

Gentile signore /signora,


scrivo questa lettera a sostegno di Stan Romanek e delle sue straordinarie esperienze.
Possiedo un dottorato di ricerca in fisica teorica e attualmente sono docente emerito di
fisica all’Università del Nebraska, a Omaha. Il mio ruolo in questo caso è stato di
analizzare le equazioni di fisica e matematica che il signor Romanek ha trascritto in
cinque diverse occasioni: una volta subito dopo una seduta di ipnosi e le altre quattro
durante la notte, al buio, a quanto pare mentre dormiva o in qualche sorta di trance. In
ciascuna di queste quattro occasioni, quando si è svegliato il mattino dopo non era
consapevole di avere scritto alcunché. In uno di questi episodi notturni sua moglie e un
ospite in casa sono stati testimoni delle sue azioni, e sua moglie è stata testimone in
altre.
Stan non ha idea di ciò che scrive: i simboli gli sembrano scarabocchi. Ma diverse
equazioni da lui trascritte sono di fisica a livello universitario e oltre e vanno dalla
teoria elettromagnetica avanzata alla relatività ristretta fino a complicate equazioni
tensoriali della relatività generale e della gravità quantistica. Una pagina di tali
equazioni è stata perfino scritta a rovescio, come se gli esseri che gliele stavano
mettendo in testa volessero dimostrarci che le equazioni provenivano da Stan e non
fossero copiate altrove.
In nessun modo Stan potrebbe avere conoscenza di ciò che ha scritto. Le sue capacità
matematiche sono state valutate al livello della prima media, e poiché in diverse di tali
occasioni erano presenti dei testimoni sono stato costretto a dedurre che altri esseri
abbiano messo in testa a Stan tali equazioni, per qualche motivo. In quanto tali sono una
parte importante della più vasta gamma delle sue esperienze, che sono davvero
straordinarie. Ritengo che la sua storia vada narrata al grande pubblico. Vi consiglio
fortemente di pubblicare questo libro.

Cordiali saluti,

(firmato)

dottor JACK KASHER, PhD


docente emerito di fisica
Università del Nebraska a Omaha
Appendice B

Commenti del dottor Claude Swanson riguardo alle equazioni di Stan Romanek,
datati 27 ottobre 2008

A mio parere queste equazioni sono troppo complesse perché Stan possa essersele
inventate. Contengono indizi utili riguardo a nuovi principi della fisica ben al di là
della nostre attuali cognizioni. Alcune corrispondono a teorie della fisica avanzate da
altri, mentre altre si spingono ancora più avanti. La mia sensazione è che siano come
una pista di briciole di pane, escogitata per condurci a una comprensione più profonda
della fisica.
Una delle equazioni di Stan è una copia esatta, con refusi, di un’equazione pubblicata
6
dal dottor Hal Puthoff.
Gli scettici indubbiamente si avventeranno su questo fatto ritenendolo prova di una
semplice copiatura e del desiderio di ingannare. Se non vi fosse nient’altro di insolito
nel caso di Stan, potrebbe essere una spiegazione plausibile. Tuttavia non è questa la
mia interpretazione. L’equazione si riferisce alla creazione di un cunicolo mediante un
processo fisico non standard, usando l’elettromagnetismo per deformare spazio e
tempo. Tuttavia Puthoff non afferma tutto questo con grande chiarezza nel suo articolo.
Tale implicazione verrebbe notata solo da qualcuno con una profonda conoscenza della
fisica, che Stan non possiede. Inoltre questa equazione non è accettata dalla fisica
convenzionale ed è molto diversa dalle equazioni accettate della relatività generale. Se
Stan avesse voluto semplice credibilità avrebbe scelto un’equazione più comunemente
accettata.
Inoltre, se Stan fosse stato interessato a un inganno, avrebbe alterato i simboli e
modificato l’equazione in altri modi per renderla difficile da riconoscere. Il fatto che
questa equazione, la sua equazione sulla propulsione, sia identica a quella di Puthoff,
con gli stessi simboli nello stesso ordine, suggerisce un’altra interpretazione. A me
lascia supporre che un’intelligenza progredita stia cercando di comunicarci la sua
tecnologia, e questa equazione è la cosa per noi più vicina a ciò che utilizzano
effettivamente. Loro volevano che riconoscessimo tale equazione. Dopo tutto,
un’equazione ha scarso significato senza un contesto, e l’equazione di Puthoff ha
effettivamente un contesto che ci consente di interpretarne il significato.
Studiando questa equazione, e le altre equazioni di Stan, sono rimasto colpito da un
unico tema che le collega tutte. Riguardano tutte la vera natura dello spaziotempo e il
vuoto e presentano equazioni relative al modo di manipolarli. Questo è in relazione con
un campo emergente della fisica chiamato «manipolazione del vuoto». Nella fisica
convenzionale di oggi, creare un cunicolo o un ponte di Rosen richiede una quantità
enorme di materia in un piccolo volume, per creare un buco nero. Non è una soluzione
pratica. L’unico modo plausibile in cui potremo mai creare un cunicolo praticabile si ha
nell’eventualità che le nostre equazioni siano incomplete e che il vuoto possa essere
manipolato mediante l’elettromagnetismo, per esempio. Le equazioni di Puthoff sono un
modo plausibile per realizzarlo. Anche se avevo visto in precedenza le sue equazioni,
non mi ero reso conto delle loro implicazioni di così vasta portata finché non mi sono
messo a studiarle per il caso Romanek.
Il fatto che siano venute fuori tra le equazioni di Stan, tutte legate alla modifica del
vuoto spaziotemporale, mi lascia supporre che un’intelligenza progredita stia cercando
di dirci: «Le distanze fra noi non sono troppo grandi. Ecco come facciamo noi». Sono
rimasto impressionato da ciò che mi sembra una conoscenza profonda di come possa
essere modificato lo spaziotempo. Questo per me è indizio della probabilità che sia
coinvolta un’intelligenza progredita. Per comunicare con noi, deve utilizzare simboli ed
equazioni che noi capiamo, ma li mette assieme in modo da trasmettere nuove
informazioni. Questo è ciò che sembrano fare. A mio parere le equazioni non servono a
mostrarci come costruire un’astronave ma a stabilire credibilità e comunicazione.
Appendice C

Dichiarazione del dottor R. Leo Sprinkle riguardante Stan Romanek, datata 1


novembre 2008

Il dottor R. Leo Sprinkle è psicologo clinico all’Università del Wyoming, a


Laramie; nei suoi quarantadue anni di carriera ha trattato oltre mille casi di
persone che affermavano di essere state rapite dagli alieni o altrimenti di avere
avuto contatti con extraterrestri. Ha pubblicato molti resoconti di tali episodi ed è
considerato una delle principali autorità americane in materia di rapimenti/contatti
con extraterrestri. Il dottor Sprinkle è coinvolto nel caso Romanek dal febbraio del
2006 e da allora ha guidato Stan in varie sedute di regressione ipnotica, durante le
quali Stan non solo ha prodotto nuove equazioni mentre era in stato di trance ma
anche agito da medium per un’entità considerata di natura extraterrestre e
successivamente chiamata Nonno. La dichiarazione che segue riflette la valutazione
del dottor Sprinkle sullo stato mentale di Stan e la sua opinione su ciò che sta
avvenendo nella vita di Stan.

A tutti gli interessati.


A mio parere Stan Romanek non è uno psicotico né uno psicopatico: non è pazzo e
non è intento a realizzare un inganno. Tuttavia è insolito perché è disposto a
documentare e a descrivere le sue numerose esperienze con gli UFO e gli incontri con gli
extraterrestri (ET).
Al pari di milioni di persone su questo pianeta ha descritto esperienze con gli UFO; al
pari di migliaia di persone è disposto a partecipare a numerose indagini e sedute di
ipnosi per fare riemergere i suoi ricordi di incontri a bordo con gli ET
.

Quasi tutte le persone che hanno avuto esperienze con gli UFO sono sconcertate, e
molte sono incollerite e spaventate dagli incontri nonché dalle reazioni di amici e
autorità, che spesso vogliono zittire o ridicolizzare il messaggio proveniente dalle
esperienze con gli UFO.
A mio parere Stan funge da messaggero. Talvolta è sconcertato riguardo al suo ruolo
(vittima o parte attiva? Medium o coordinatore?); tuttavia lui e sua moglie Lisa e i loro
familiari e amici hanno dimostrato coraggio e impegno nel comunicare le loro
esperienze.

(firmato)
dottor R. LEO SPRINKLE
docente emerito
servizi di consulenza
Università del Wyoming
Appendice D

Commenti del signor Jerry Hofmann riguardo ai filmati di Stan Romanek, datati 20
marzo 2008

Jerry Hofmann è un produttore di video, regista, esperto di fotografia e titolare


della JLH Productions di Aurora, nel Colorado. Lavora nel settore da trentatré anni e
ha prodotto oltre settecento opere, curando il montaggio di altre migliaia. Possiede
lauree in teatro e comunicazione (con specializzazione in produzione televisiva e
cinematografica) dell’Università di Denver ed è autore del libro Jerry Hofmann on
Final Cut Pro (pubblicato dalla New Riders Publishing, 2003).

A tutti gli interessati.


Ho eseguito l’analisi video fotogramma per fotogramma di sei videoclip fornitimi da
Clay Roberts e girati da Stan Romanek con la sua videocamera non professionale o
filmati dalle telecamere per videosorveglianza collocate attorno alla casa di Stan.
Non ho riscontrato effetti video o altri effetti generati dal computer che possano
essere stati creati in un ambiente di postproduzione (come quando si opera con gli
effetti visivi per film e video). Il rumore video è coerente col rumore generato dalle
videocamere commerciali in situazioni di scarsa luminosità. Inoltre il rumore sopra i
volti degli alieni è coerente col resto del video in queste immagini. Il materiale ripreso
al rallentatore con le telecamere di sicurezza evidenzia lo stesso rumore coerente. Il
filmato della piccola sfera di luce che vola sulla casa non mostra impalcature, fili o
altro genere di «montature» indicanti che sia un falso. In effetti tale filmato sarebbe
molto difficile da realizzare in postproduzione mediante l’uso dei più sofisticati
software e hardware disponibili. La luce in effetti si riflette sul tetto della casa e si
riversa, come è giusto, su vari oggetti del giardino e della veranda posteriore. Di
nuovo, sarebbe molto difficile e costoso da realizzare in postproduzione.
Ho perfino ingrandito le immagini fino all’800 per cento per verificare che non vi
fosse sovrapposizione in nessun filmato. In tali casi vi è sempre un artefatto rivelatore o
una modifica nella qualità del video. Io non vedo alcun indizio del genere.
Ciò significa che le immagini sono state girate «in videocamera» senza effetti
speciali aggiunti dopo il fatto. Non sono state ritoccate né manipolate in alcun modo
dopo essere state girate. Ho esaminato gli originali della videocamera. Poiché sono
stati girati in videocamera, ci sarebbe voluta una quantità enorme di tempo, energie e
denaro per creare queste immagini elaborate. Non posso garantire che questi clip siano
autentici, ma da ciò che capisco della capacità tecnica di Stan Romanek e della sua
situazione finanziaria è molto improbabile che lui possa avere creato questi clip in
videocamera. Inoltre, se li avesse falsificati, i suoi vicini e varie persone che
lavoravano al suo caso avrebbero certamente visto impalcature e altro, dentro e attorno
alla casa, ma niente di tutto questo è stato riferito dalle persone coinvolte.
Non vi sono proprio in queste immagini indizi di alcun genere di apparecchiature
elaborate usate per sospendere le luci sopra la casa o far volare sfere di luce attraverso
le pareti, nemmeno quando le singole immagini vengono rischiarate al punto che si può
vedere ogni cosa presente in giardino (l’originale è molto scuro).
Va inoltre notato che le due immagini degli alieni sono riprese singole, filmate da
quella che sembra essere la stessa videocamera usata da Stan per i film domestici.
Questi film domestici sono sul nastro e le immagini arrivano subito dopo immagini
della famiglia che va allo zoo e simili. Ciò significa che è molto probabile che la stessa
videocamera abbia girato le immagini in questione e che erano riprese singole con
un’indicazione temporale senza discontinuità dopo il precedente filmato domestico, il
che è coerente col racconto di Stan su come e quando siano state girate. In queste
immagini vi è anche la presenza del codice indicante l’ora del giorno, che viene
sovrapposto agli originali della videocamera negli apparecchi DV commerciali.
In una situazione di falso di qualità professionale, l’ultimo formato che un
professionista utilizzerebbe sarebbe il miniDV, perché sarebbe il formato più difficile
da usare se si volessero comporre immagini sopra altre immagini. E poiché questo è un
originale di videocamera DV, è molto improbabile che sia stato manipolato in sala di
montaggio. Io non ritengo che sia stato manipolato.

Cordiali saluti,
JERRY HOFMANN
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Note
[←1]
Come ho scritto in precedenza, Xena è stato successivamente ribattezzato Eris dalla comunità astronomica,
ma nel 2006 era ancora chiamato con questo diffuso nomignolo.
[←2]
Attribuito al signor Jerry Hofmann, lettera datata 20 marzo 2008. Si veda l’Appendice D per il testo
completo.
[←3]
In seguito mi fu detto che l’equazione col testo aramaico in fondo era una copia quasi esatta – con refusi – di
un’equazione pubblicata dal fisico americano Hal Puthoff; poi venni a sapere che è un’equazione ben poco
ortodossa, non generalmente accettata dalla comunità dei fisici, e che potrebbe essere apprezzata solo da chi
possieda una profonda conoscenza della fisica. Si veda l’Appendice B per una spiegazione più completa da
parte del dottor Claude Swanson.
[←4]
Da una lettera firmata, datata 10 marzo 2008. Si veda l’Appendice A.
[←5]
Da una lettera firmata, datata 27 ottobre 2008. Si veda l’Appendice B.
[←6]
Harold E. Puthoff, PhD, è un fisico americano ben noto nell’ambiente della fisica gravitazionale per i suoi
articoli sul vuoto polarizzabile e su argomenti di elettrodinamica stocastica, che sono esempi di modi alternativi di
intendere la relatività generale e la meccanica quantistica. Negli anni Settanta e Ottanta, il dottor Puthoff diresse
un programma finanziato da C I A e D I A alla SRI International volto a indagare sulle capacità paranormali.
Puthoff ha inventato e utilizzato i laser sintonizzabili e apparecchiature con fasci di elettroni, è titolare di diversi
brevetti ed è coautore (con R. Pantell) di Fundamentals of Quantum Electronics (Wiley, 1969).