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È davvero più facile immaginare la fine

del mondo che la fine del capitalismo?


E perché ci siamo ormai assuefatti
all’idea che, per dirla con Margaret
Thatcher, «non c’è alternativa» al sistema
in cui viviamo? Da queste domande,
prende spunto uno dei più incisivi
e influenti saggi critici degli ultimi
quindici anni: il m anifesto politico ed
estetico del filosofo inglese Mark Fisher,
per la prima volta tradotto in italiano.

In copertina:
Jon Rafman
YASIAOF (Woodsman), 2015
Courtesy Jon Rafman
01
REALISMO
CAPITALISTA
traduzione e prefazione di
Valerio Mattioli

© NERO, 2017
ISBN 978-88-8056-005-0

NERO
Lungotevere degli Artigiani 8b
00153 Roma

MARK FISHER
www.neroeditions.com
www.not.neroeditions.com

Titolo originale:
Capitalist Realism: Is There No Alternative?
© Mark Fisher, 2009
INDICE

Prefazione 7

1. È più facile immaginare


la fine del mondo che la fine
del capitalismo 25
2. Che succederebbe
se organizzassi una protesta
e venissero tutti? 43
3. Il capitalismo e il reale 50
4. Impotenza riflessiva,
immobilizzazione
e comunismo liberale 58
5. 6 ottobre 1979:
«non fare entrare niente
nella tua vita» 74
6. Tutto ciò che è solido si dissolve
nelle public relations:
stalinismo di mercato e
antiproduzione burocratica 86
7. «...Se potessi osservare
il sovrapporsi di una realtà
con l’altra»: il realismo
capitalista come forma onirica
e disturbo della memoria 110
8. «Non esiste un
collegamento preciso» 123
9. Super-tata marxista 136
Prefazione

LA FUNZIONE FISHER
di Valerio Mattioli

È difficile rendere il senso di smarrimento che la


mattina del 14 gennaio 2017 seguì alla notizia del
suicidio di Mark Fisher, avvenuto il giorno prima
all’età di quarantotto anni. Non si trattava soltan-
to del sincero ma un po’ rituale cordoglio per la
perdita di un intellettuale prematuramente scom-
parso, né dello sgomento nei confronti di un gesto
troppo grande e troppo definitivo per poter essere
elaborato persino da chi Fisher lo conosceva bene;
piuttosto la sensazione fu quella di un improvviso
vuoto assieme politico, culturale e soprattutto esi-
stenziale, che di colpo parve accomunare tanti di
coloro che si erano imbattuti nei suoi scritti, nelle
sue analisi, finanche nelle sue provocazioni. Fuor
di retorica, Mark Fisher è stato davvero una pre-
senza importante per (credo di poter dire) chiun-
que ne abbia incrociato il percorso, anche solo in
via periferica e occasionale: negli ultimi anni era
diventato qualcosa di simile a una specie di gui-
da morale, o se non altro di riferimento fraterno
a cui guardare con un misto di affetto, complici-
tà e implicito timore reverenziale. Anche perché,
nonostante fosse un intellettuale indipendente
perennemente ai margini della cultura ufficiale,

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REALISMO CAPITALISTA LA FUNZIONE FISHER

Fisher aveva parlato a tanti: lo smarrimento non si Rete, la CCRU si trasformò con Land in un inclas-
abbatté soltanto sui circuiti della filosofia politica sificabile esperimento in cui far convivere Gilles
e di quel pianeta ambiguo che nel mondo anglofono Deleuze e musica techno, Lovecraft e teorie del
va sotto il nome di cultural theory, ma investì an- caos, William Gibson e biologia molecolare, esote-
che una quantità attonita di musicisti, di artisti, di rismo «nero» e numerologia sotto MDMA, scrittura
scrittori, di lettori di cose di cinema e di appassio- automatica e performance art inacidita. In Italia, la
nati di quell’altra faccenda enigmatica che siamo cosa più simile all’immaginario platealmente tos-
soliti chiamare «cultura pop». sico-apocalittico del giro di Warwick fu con tutta
Mark Fisher era nato nel 1968 ed era dappri- probabilità Torazine, la rivista romana che negli
ma emerso come giovane protagonista di una stessi anni azzardò un tortuoso connubio tra cultu-
stagione al tempo stesso mitologica e reietta, che ra rave, pensiero radicale e allucinazioni postuma-
nell’Inghilterra della seconda metà degli anni ne; ma se Torazine restò sempre orgogliosamente
Novanta provò a far slittare il tecno-utopismo della al di fuori del dibattito accademico vero e proprio
nascente cultura cyber in territori più problemati- (nonostante i ripetuti e non sempre riusciti tenta-
ci quando non direttamente ignoti. Tutto nacque tivi di assorbimento «dall’alto»), in seno alla CCRU
all’università di Warwick, dove nel 1995 la filosofa prese forma una generazione di pensatori e attivi-
cyberfemminista Sadie Plant aveva fondato una sti culturali la cui influenza si è fatta negli anni in-
sorta di gruppo di ricerca non ufficiale chiamato credibilmente pervasiva.
Cybernetic Culture Research Unit, o per farla bre- Oltre a Mark Fisher, la CCRU contava tra i suoi
ve CCRU. Di lì a poco, a subentrare alla Plant alla affiliato o semplici fiancheggiatori figure come: il
guida della CCRU sarebbe stato Nick Land, perso- filosofo Ray Brassier, a torto o a ragione considerato
nalità visionaria e controversa il cui pensiero ebbe uno dei quattro «fondatori» del realismo speculati-
un effetto profondissimo sugli affiliati a quella che, vo assieme ai colleghi Graham Harman, Quentin
più passava il tempo, più sembrava prendere le for- Meillassoux e Iain Hamilton Grant (quest’ultimo
me di una cospirazione tanto indigesta ai piani alti proveniente anche lui da Warwick); l’artista e teori-
dell’accademia quanto influente sui futuri sviluppi co Kodwo Eshun, a cui si deve un classico della cri-
del cosiddetto «dibattito filosofico-speculativo». tica afrofuturista come More Brilliant than the Sun,
In effetti, da semplice gruppo di ricerca interes- uscito originariamente nel 1998; il romanziere Hari
sato alle implicazioni filosofiche e politiche della Kunzru, pubblicato in Italia da Einaudi; la teorica

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REALISMO CAPITALISTA LA FUNZIONE FISHER

dei media Luciana Parisi; il musicista, dj e produt- quella apparentemente più distopica e nichilista
tore Steve Goodman, meglio noto come Kode9 e (due aggettivi che alla CCRU venivano rivolti con
fondatore dell’etichetta discografica Hyperdub; una certa frequenza).
e il filosofo e editore Robin Mackay, che attraverso Epitome massima di questo inappellabile e
il marchio Urbanomic ha contribuito in maniera a suo modo tirannico future shock era per Fisher
fondamentale a preservare e diffondere le origina- la musica che negli anni Novanta trasformò l’un-
rie intuizioni del giro Warwick. Alla CCRU faranno derground dance inglese in un concentrato senza
a vario titolo riferimento anche personaggi come precedenti di desiderio macchinico/postumano;
Reza Negarestani, Matthew Fuller, Anna Green- in particolare nel suono jungle e drum & bass – coi
span, il collettivo 0rphan Drift. Quando nel 2003 suoi ritmi spezzati, i suoi BPM tachicardici e i suoi
la CCRU cessa ufficialmente le attività, per l’acca- campioni presi da film di fantascienza come Preda-
demia si è trattato di null’altro che un fastidioso tor – Fisher individuava le tracce di un futuro capa-
scherzo durato troppo a lungo, ma intanto erano ce di operare già nel presente fino al punto di mo-
stati piantati i semi di un discorso che si svilupperà dificarlo: per usare il vocabolario della CCRU, era
compiutamente soltanto un decennio dopo. la più classica delle iperstizioni, un concetto che
Per tutto il corso della sua esistenza, la CCRU Fisher non abbandonerà mai anche e soprattutto
adottò un atteggiamento apertamente provocato- quando di questo futuro verranno meno le tracce.
rio nei confronti della «vecchia» sinistra marxista, a L’interesse per la nuova musica elettronica
cui veniva rimproverato l’attaccamento nostalgico e dance, specie nelle sue varianti più hardcore,
ai feticci di un passato impetuosamente spazzato era comune a tutto il giro di Warwick, e in effetti
via dalla rivoluzione digitale. Di questa polemica è difficile immaginare la CCRU senza ricorrere al
Fisher fu una delle voci inizialmente più icono- tipico immaginario post-cyberpunk che per tutti
claste, anche se col tempo i suoi toni tenderanno i Novanta si sviluppò negli ambienti della cultu-
ad ammorbidirsi; ma dall’esperienza per molti ra rave e dell’underground techno. Ma per Fisher
versi totalizzante della CCRU, Fisher ricavò in- l’attenzione serrata nei confronti della cultura pop
nanzitutto quel senso di eccitamento per il futuro, si condiva anche di un ulteriore, duplice significa-
per l’inaspettato, per il potenziale dirompente di to: da una parte, sapeva bene che linguaggi come
quanto ancora non è, che fu in effetti una delle qua- la musica e il cinema «di consumo» sono spie di
lità di tutta la cultura cyber anni Novanta, persino un più generico clima cultural-valoriale, e che in

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REALISMO CAPITALISTA LA FUNZIONE FISHER

particolare la musica funzionava (per dirla con guerra al terrore e New Labour imperante, i sinto-
Jacques Attali) come agente predittivo di cambia- mi di una lenta e inesorabile scomparsa del futuro,
menti più ampi; dall’altra, per Fisher la cultura pop parallela al ritorno «fantasmatico» di un passato
assumeva anche un’importantissima funzione for- che proprio nel futuro aveva sperato e investito.
mativa: di origini modeste, amava spesso ricordare La cosa diventa particolarmente avvertibile in
che da adolescente si era formato leggendo più il quello che per Fisher rimane il campo d’indagine
New Musical Express che i saggi di filosofia, e tanti privilegiato, ovvero la solita e sempre bistrattata
dei suoi interventi proseguiranno su quella stra- cultura pop. Piuttosto prevedibilmente, è in due
da – inaugurata nel Regno Unito da figure come musicisti di area elettronica che Fisher individua
Paul Morley, Ian Penman e Jon Savage – capace la manifestazione poeticamente più compiuta
di mescolare analisi della cultura di consumo e di questo slittamento di prospettiva: il progetto
riflessione teorico-politica, conoscenza dei lin- The Caretaker, firmato dall’ex prankster parasi-
guaggi dell’underground e critica che in altri tempi tuazionista Leyland Kirby; e soprattutto Burial, il
avremmo chiamato «militante». misterioso produttore dubstep lanciato nel 2006
Nel 2003, parallelamente alla fine dell’espe- proprio da un altro ex affiliato della CCRU come
rienza CCRU, Fisher inaugura un blog chiama- Steve Goodman/Kode9 (che evidentemente non
to K-Punk, che diventerà in fretta nodo centrale per caso, nello stesso anno pubblicava un album
per un intero network di critici e teorici, molti in collaborazione col sodale Spaceape intitolato
dei quali orbitanti proprio attorno all’ambiente Memories of the Future).
musicale: tra questi, vale la pena citare quanto- La musica di Burial, o più che altro quello che
meno Matthew Ingram/Woebot (che poi di Fisher questa musica evoca, avrà su Fisher un impatto al-
diventerà uno stretto collaboratore), il già affer- trettanto profondo che i vecchi classici jungle ne-
mato Simon Reynolds (che dalle teorizzazioni di gli anni della CCRU. Anche perché del primigenio
Fisher prenderà ampiamente spunto per i suoi la- suono jungle Burial è un erede diretto; il dubstep
vori degli anni Duemila) e, in ambito extramusica- di Burial arriva in effetti come ultimo atto di quello
le, il giovane Owen Hatherley, poi diventato noto che Simon Reynolds ha chiamato hardcore conti-
principalmente per i suoi scritti di urbanistica e nuum: una specie di lento percorso evolutivo che
architettura. È su K-Punk che Fisher comincia ad caratterizza i sotterranei techno e dance inglesi (o
avvertire, man mano che i Duemila si dipanano tra più segnatamente londinesi) dall’inizio degli anni

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REALISMO CAPITALISTA LA FUNZIONE FISHER

Novanta in poi, e che per quasi un quindicennio più importante libro: Realismo capitalista.
aveva incessantemente spostato in avanti il confine Più che un manifesto teorico, Realismo capita-
del possibile, riterritorializzando senza sosta conti- lista è un pamphlet (indirizzato a quella stessa sini-
nenti altri. In Burial questo continuum si tinge di stra che ai tempi della CCRU era stata bersaglio di
sfumature crepuscolari, evanescenti; in breve, pare non pochi strali), un ripensamento (su quali forme
interrompersi per ritornare sui suoi passi sotto for- un’ipotetica nuova sinistra possa assumere se dav-
ma di rievocazione onirica/inconscia. Per Fisher, vero vuole tornare a «inventare il futuro», per dirla
che nei Novanta era rimasto abbagliato dalla pro- coi suoi allievi Nick Srnicek e Alex Williams) e in-
meteica tensione al futuro della cultura rave, jungle fine uno straordinario, puntuale saggio di trasver-
e drum & bass, la progressiva ritirata di questi suo- salità, di capacità comunicativa, di partecipazione
ni verso lande solcate dalla malinconica nostalgia emotiva e di lettura degli immaginari dominanti.
verso un «futuro che non c’è più» è molto più che il La tesi è semplice: il There Is No Alternative al ca-
segno di quella Retromania che Reynolds attribu- pitalismo pronosticato dalla Thatcher è stato infine
irà perlopiù a internet e alla perenne inclinazione introiettato non solo dalle forze politiche che pure
del pop per il revival. È semmai il sintomo di una a suo tempo occupavano il campo avverso a quel-
impasse che ancora Fisher riassume prendendo a lo del consevatorismo neoliberale, ma dallo stesso
prestito da Derrida un termine come hauntology, a inconscio collettivo; il risultato è che «è più facile
sua volta indicante (nell’interpretazione di Fisher) immaginare la fine del mondo che la fine del capi-
quella «nostalgia per un futuro perduto» che carat- talismo», con ricadute drammatiche sia nel cam-
terizza i Duemila anche ben al di fuori del ristretto po sociale che in quello psichico. Da qui discende
recinto pop. Detta altrimenti: per Fisher l’imma- un’analisi succinta ma penetrante di come questo
ginario anni Duemila è letteralmente abitato da «realismo capitalista» si rifletta in ambiti apparen-
fantasmi, sia di stili passati (la Retromania), sia di temente tra loro diversissimi come la sempiterna
ipotesi politiche e ideologiche relegate al dominio cultura pop (soprattutto il cinema, che nel corso
del non-più-possibile (le alternative al capitali- degli anni è diventato sempre più uno dei perni
smo messe a tacere dalla retorica neoliberale del dell’analisi di Fisher), la malattia mentale (che Fisher
There Is No Alternative), ed è semmai dalle secon- conosceva bene sin dall’adolescenza), la burocrazia,
de che discendono i primi. Da qui prendono for- il sistema scolastico, la catastrofe ambientale.
ma le riflessioni che lo porteranno al suo primo e Realismo capitalista esce nel 2009 per Zero

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REALISMO CAPITALISTA LA FUNZIONE FISHER

Books, una piccola casa editrice nata nel 2007 e appartenenti a quella generazione per la quale, come
fondata tra gli altri dallo scrittore Tariq Goddard. proprio Fisher ricorda nel libro, «il capitalismo sem-
Per molti versi, Zero è un esito e un proseguimento plicemente occupa tutto l’orizzonte del pensabile».
di quel network che nella prima metà degli anni Parte dell’impatto di Realismo capitalista pos-
Duemila si era formato attorno allo stesso K-Punk; siamo ricavarlo dai commiati apparsi un po’ ovun-
Fisher ne diventa editor, contribuendo a trasfor- que nei giorni immediatamente successivi alla
mare Zero in uno dei principali e più riconoscibili morte del suo autore: sulla Los Angeles Review of
marchi della new wave del pensiero radicale ingle- Books Dan Hassler-Forest ricorda di essersi imbat-
se. Negli anni, per Zero usciranno titoli importanti tuto nel libro «nel momento in cui più ne avevo
firmati Graham Harman, Laurie Penny, Eugene bisogno. Finalmente, eccomi dinanzi a un testo
Thacker, Owen Hatherley, David Stubbs, che spa- capace di dimostrare che nel XXI secolo la teo-
ziano dalla filosofia alla musica, dalla black metal ria culturale poteva ancora giocare una funzione
theory alla politica, dal femminismo alle arti; ma è vitale, e lo faceva in una maniera incisiva, acces-
proprio Realismo capitalista il libro che di Zero di- sibile, stimolante, un’assoluta gioia da leggere».
venta il titolo-manifesto (nonché il suo bestseller, Sul Guardian, Simon Reynolds ne parla come di
se può interessare), al punto che l’intera casa edi- una «pietra miliare» e arriva a definire Fisher un
trice finirà col tempo per essere sempre più iden- «John Berger post-rave». Su Jacobin Alex Niven
tificata con Mark Fisher, nonché con l’eredità che riesuma una lettera scritta di getto dopo la lettu-
Fisher si portava dietro sin dai tempi della CCRU. ra del libro, che però mai ebbe il coraggio di spe-
Le reazioni a Realismo capitalista sono buone dire all’autore: «Ho letto Realismo capitalista la
praticamente sin da subito: il libro esce a ridosso scorsa settimana e mi sono sentito come se fossi
della crisi del 2008, che nonostante le speranze di tornato a respirare dopo aver passato troppo tem-
molti non aveva scalzato in alcun modo l’idea che po sott’acqua. Vorrei ringraziarti dal profondo del
«non c’è alternativa», e la lettura di Fisher sembra mio cuore per aver espresso in maniera tanto elo-
a quel punto fornire assieme un’analisi critica e quente praticamente tutto quanto c’era da dire,
una consolazione. Ma è solo col tempo che Reali- e per avermi ridato speranza proprio quando ero
smo capitalista diventa a tutti gli effetti un classi- ormai prossimo alla disperazione».
co, nonché uno dei saggi più citati (se non altro a Sono reazioni che parlano non solo dell’impor-
partire dal titolo) da scrittori, artisti e intellettuali tanza che Realismo capitalista ha rivestito nelle

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REALISMO CAPITALISTA LA FUNZIONE FISHER

vite di tante persone, ma del legame emotivo che si o almeno così piaceva pensare a noi che eravamo
venne spontaneamente a creare tra lettori e autore, andati a intervistarlo a margine di un incontro
tra una generazione condannata a emergere in piena alla John Cabot University di Roma; Fisher annuì,
«fine della storia» e uno scrittore a quel punto già ci concesse il dono dell’entusiasmo, ma alla fine
ultraquarantenne che aveva passato la giovinezza a ammise: «Però vuoi mettere con quando uscirono
teorizzare apocalittiche visioni techno-lovecraftia- le prime tracce jungle? Le ascoltavi e pensavi: da
ne e che adesso riannodava i fili di un futuro mai dove arriva questa roba?»
arrivato per ribadire che, ehi, un’alternativa c’è. E però proprio la sua insistenza – sempre così
In Italia, nonostante gli sforzi di un piccola sentita e per certi versi pervasa da un certo disar-
schiera di sostenitori (tra questi cito almeno Mike mante... candore – ad abbandonare nostalgismi di
Watson, Francesca Coin, Beatrice Ferrara, Matteo sorta, a recuperare il brivido del future shock, a tor-
Pasquinelli, lo stesso Bifo, che negli ultimi anni nare a ipotizzare alternative aliene e irriducibili al
fu per Fisher un riferimento importante), il lavoro realismo capitalista imperante, ha davvero eserci-
di Mark Fisher è rimasto per molto tempo sostan- tato un impatto incalcolabile sul mondo delle arti
zialmente sconosciuto ai più, relegato semmai a e del pensiero «radicale» (o comunque lo vogliate
una piccola cerchia di appassionati di musica e chiamare) degli ultimi anni. Robin Mackay di Ur-
di lettori di riviste come The Wire. Con NERO lo banomic, il suo vecchio compagno dei tempi di
incontrammo un’unica volta nella primavera del Warwick, ha parlato di una «funzione Fisher» che
2014, poche settimane prima dell’uscita del libro forse ancora dobbiamo comprendere nella sua
che di Realismo capitalista era una sorta di ma- complessità, ma che siamo comunque chiamati
linconico compendio, Ghosts of My Life. Di nuovo, ad attivare e a implementare secondo le tipiche
in quell’occasione a tornare furono le preoccupa- traiettorie «iperstizionali» care a Fisher sin dal
zioni di Fisher per una cultura che faticava a rim- periodo CCRU. Gli ultimi progetti a cui Fisher si
padronirsi del concetto di futuro, che a sei anni stava dedicando (gli scritti su quello che chiama-
dalla crisi del 2008 sembrava ancora impantanata va Acid Communism, la riflessione sul tema del-
in quel There Is No Alternative capace di prodursi lo «straniante» e del «bizzarro» al centro del suo
in null’altro che revival, pastiche e poco eccitanti ultimo libro, The Weird and the Eerie, uscito po-
upgrades. Certo, qualcosa sembrava si stesse muo- stumo per Repeater, l’editore che dell’originario
vendo, qui e là pareva di captare dei vaghi segnali, Zero Books è l’erede ufficiale) promettevano come

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REALISMO CAPITALISTA

al solito sviluppi interessanti, per non dire cru-


ciali. Quando a NERO nacque l’idea della collana
che state leggendo, Realismo capitalista fu il primo
libro a cui pensammo. Eravamo anzi nel pieno di
una riunione redazionale quando, attorno all’ora
di pranzo di sabato 14 gennaio, ci arrivò la notizia
del suicidio di Fisher. Anche nel nostro caso, è dif-
ficile rendere a parole il senso di incredulità e... be’,
di autentico dolore che ci colse in quell’occasione,
senza scadere nella retorica del commiato di cir-
costanza. Io so di essere tornato quel pomeriggio
a casa, di aver messo sul piatto Untrue di Burial, e
di aver silenziosamente salutato Fisher con quel-
la che di Burial è la mia traccia preferita, «Raver».
È un rituale che ho replicato per giorni, mentre
come tutti assistevo sorpreso (e anche commosso)
all’immane quantità di saluti, omaggi, ricordi, che
nelle settimane successive alla morte di Fisher si
sono moltiplicati. Pubblicare per la prima volta in
italiano quello che è il suo testo chiave è insomma
nel nostro piccolo un primo tentativo di attivare
quella «funzione Fisher» che, come ancora Mackay
ricorda, «non si riduce soltanto a quei contributi
intellettuali che possiamo valorizzare, espande-
re e portare avanti in futuro. Vuol dire anche cosa
possiamo imparare adesso su cosa significa tenere
a noi stessi e agli altri».

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REALISMO CAPITALISTA
MARK FISHER

A mia moglie Zöe,


ai miei genitori Bob e Linda,
e ai lettori del mio sito
1.

È PIÙ FACILE IMMAGINARE


LA FINE DEL MONDO
CHE LA FINE DEL CAPITALISMO

In una delle scene chiave de I figli degli uomini,


il film di Alfonso Cuarón del 2006, il protagoni-
sta Theo (interpretato da Clive Owen) fa visita a
un amico alla centrale elettrica di Battersea, or-
mai un incrocio tra un ufficio governativo e una
collezione d’arte privata. Tesori come il David
di Michelangelo, Guernica di Picasso o il maiale
gonfiabile dei Pink Floyd, sono conservati in un
edificio che è a sua volta uno stabile storico ri-
strutturato. Sarà il nostro unico sguardo sulla vita
delle élite, rintanate lì dentro per proteggersi dagli
effetti di una catastrofe che ha provocato la steri-
lità di massa: da generazioni, non nascono figli.
Theo domanda all’amico che senso ha mettersi a
collezionare tante opere d’arte, visto che nessuno
potrà più vederle: il pretesto non possono essere le
nuove generazioni, per il semplice motivo che non
ce ne saranno. La risposta è nichilista ed edonista
assieme: «Molto semplice: non ci penso».
A rendere interessante una distopia come I figli
degli uomini è il fatto che riflette in maniera pun-
tuale la temperie del tardo capitalismo. Quello
che ci troviamo di fronte non è il classico scenario
totalitario di titoli distopici come V per Vendetta,
il film di James McTeigue del 2005: d’accordo, nel

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È PIÙ FACILE IMMAGINARE LA FINE DEL MONDO
REALISMO CAPITALISTA CHE LA FINE DEL CAPITALISMO

romanzo di P.D. James da cui è tratta la pellicola di un’estrapolazione o un’esacerbazione del nostro,
Cuarón la democrazia è sospesa e il paese è retto più che una realtà alternativa vera e propria. In
da un autoproclamato Governatore; ma la sceneg- quel mondo come nel nostro, ultra-autoritarismo
giatura del film, tutto questo lo lascia saggiamente e Capitale non sono in alcun modo incompatibili: i
sullo sfondo. Per quel che ne sappiamo, le misure campi d’internamento e le caffetterie in franchise
autoritarie che intuiamo dalla trama possono es- coesistono in tutta tranquillità. Ne I figli degli uo-
sere state attuate all’interno di una cornice ancora mini lo spazio pubblico è abbandonato, popolato
democratica, almeno nominalmente. La cosid- da null’altro che immondizia e animali in libertà
detta guerra al terrore ci ha già preparato a simili (una scena particolarmente suggestiva è ambien-
sviluppi; la normalizzazione della crisi ha prodot- tata in una scuola ormai a pezzi dentro la quale tro-
to una situazione nella quale la fine delle misure viamo una renna che corre). I neoliberali, ovvero i
d’emergenza è diventata un’eventualità semplice- realisti capitalisti per eccellenza, hanno più volte
mente impensabile: quand’è che la guerra potrà celebrato la distruzione dello spazio pubblico: ma
davvero dirsi conclusa? contrariamente alle loro aspirazioni ufficiali, ne
Guardando I figli degli uomini ho inevitabil- I figli degli uomini non assistiamo a nessun arre-
mente pensato alla frase di volta in volta attribuita tramento dello Stato, quanto semmai un ritorno
a Fredric Jameson o Slavoj Žižek, quella secondo dello Stato alle sue originarie funzioni di stampo
la quale è più facile immaginare la fine del mondo militare e poliziesco. (A proposito: se ho parlato di
che la fine del capitalismo. È uno slogan che rac- aspirazioni «ufficiali» è perché l’ideologia neolibe-
chiude alla perfezione quello che intendo per «re- rale, nonostante ami da sempre scagliarsi contro lo
alismo capitalista»: la sensazione diffusa che non Stato, è proprio sullo Stato che ha surrettiziamente
solo il capitalismo sia l’unico sistema politico ed contato. Il fenomeno è stato particolarmente evi-
economico oggi percorribile, ma che sia impossi- dente durante la crisi del 2008, quando – come da
bile anche solo immaginarne un’alternativa coe- indicazione degli ideologi neoliberali – gli Stati si
rente. Un tempo, i film e i romanzi distopici erano sono precipitati in soccorso del sistema bancario.)
esercizi di immaginazione in cui i disastri agivano Ne I figli degli uomini la catastrofe non è die-
come pretesto narrativo per l’emersione di modi tro l’angolo, né è già avvenuta: piuttosto, viene
di vivere nuovi e differenti. Con I figli degli uomini attraversata. Non c’è un momento preciso in cui
questo non avviene: il mondo che prefigura sembra il disastro si compie, né il mondo finisce con un

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È PIÙ FACILE IMMAGINARE LA FINE DEL MONDO
REALISMO CAPITALISTA CHE LA FINE DEL CAPITALISMO

bang: semmai si esaurisce, sfuma, va lentamente scivola nella tetra convinzione che niente di nuovo
a pezzi. Da dove viene questa catastrofe, chi lo accadrà mai sul serio. Dalla next big thing, l’atten-
sa: le sue cause affondano in un passato lontano, zione si sposta sull’ultima grossa novità: a quanto
e sono così assolutamente scollegate dal presente tempo fa risale, e quanto grossa era davvero?
da non sembrare altro che il capriccio di qualche Su I figli degli uomini si allunga l’ombra di T.S.
entità maligna, un miracolo negativo, una maledi- Eliot, se non altro perché il tema della sterilità deve
zione che nessuna penitenza potrà mai emendare. molto a La terra desolata; anche l’epigrafe finale
Una simile rovina potrà essere placata soltanto da «shantih shantih shantih» ha più a che vedere con
un intervento ancor meno prevedibile dell’origine il frammentarismo di Eliot che con la pace evocata
stessa della maledizione. Agire è inutile; ad avere delle Upanişad sanscrite. Ma forse tra le pieghe del
senso, è solo un speranza insensata. Proliferano film è possibile intravedere un altro Eliot ancora:
superstizione e religione, primi rifugi dei disperati. quello di Tradizione e talento individuale. Fu in
Ma che dire della catastrofe in sé? È chiaro che quel saggio che Eliot, anticipando Harold Bloom,
il tema della sterilità va letto metaforicamente, descrisse la relazione reciproca tra canone e nuo-
come allusione a un altro tipo di ansia. Quello che vo: il nuovo definisce se stesso come risposta a
sostengo è che quest’ansia vada letta in termini quanto è già stabilito; allo stesso tempo, quanto è
culturali, e che il film ponga la seguente questio- già stabilito deve riconfigurarsi in risposta al nuo-
ne: senza il nuovo, quanto può durare una cultura? vo. Secondo Eliot, l’esaurimento del futuro ci lascia
Cosa succede se i giovani non sono più in grado di anche senza passato: quando la tradizione smette
suscitare stupore? di essere contestata e modificata, smette di ave-
I figli degli uomini riflette il sospetto che la fine re senso. Una cultura che si limita a preservare se
del mondo sia già avvenuta, l’idea che molto proba- stessa non è una cultura. Nel film, il destino del-
bilmente il futuro non porterà altro che reiterazione la Guernica di Picasso – un tempo grido di dolore
e ripermutazione di quanto esiste già. Possibile che contro le atrocità fasciste, adesso un quadro come
davvero non ci aspettino cambiamenti di sorta, che un altro da appendere al muro – è esemplare: esat-
non rimarremo più spiazzati da quello che verrà? tamente come lo spazio che lo ospita a Battersea,
Ansie del genere tendono a produrre un’oscillazio- il dipinto può aspirare a uno status iconico solo
ne bipolare: la speranza vagamente messianica che se spogliato di qualsiasi contesto o funzione. Nes-
prima o poi qualcosa di nuovo dovrà pur succedere sun oggetto culturale conserva la propria potenza

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È PIÙ FACILE IMMAGINARE LA FINE DEL MONDO
REALISMO CAPITALISTA CHE LA FINE DEL CAPITALISMO

se non ci sono più nuovi sguardi a osservarlo. stabilito un’unica, spregiudicata libertà: quella
Perché la cultura si trasformi in una serie di del commercio. In una parola, allo sfruttamen-
pezzi da museo non c’è bisogno di attendere un fu- to camuffato da ragioni politiche e religiose ha
turo alla I figli degli uomini. Il potere del realismo sostituito lo sfruttamento più scoperto, spudora-
capitalista deriva in parte dal modo in cui il capita- to, diretto e brutale.
lismo sussume e consuma tutta la storia pregressa:
è un effetto di quella «equivalenza» che riesce ad Il capitalismo è quel che resta quando ogni idea-
assegnare un valore monetario a qualsiasi oggetto le è collassato allo stato di elaborazione simbolica
culturale, si tratti di icone religiose, pornografia, o rituale: il risultato è un consumatore-spettatore
o Il Capitale di Marx. Provate a passeggiare per che arranca tra ruderi e rovine.
il British Museum: vedrete oggetti privati di ogni Eppure proprio la trasformazione dell’ideale
vitalità riassemblati come sul ponte di qualche in estetica, del coinvolgimento attivo in spettato-
astronave alla Predator, e potrete così godervi una rialità, andrebbe considerata una delle virtù del
potente rappresentazione di questo processo. Nel- realismo capitalista. Rivendicando, per dirla con
la conversione di pratiche e rituali in puri oggetti Badiou, di averci «liberato dalle “fatali astrazioni”
estetici, gli ideali delle culture precedenti diventa- ispirate dalle “ideologie del passato”», il realismo
no strumento di un’ironia oggettiva e si ritrovano capitalista si presenta come uno scudo in grado di
trasformati in artefatti. In questo senso, il realismo proteggerci dai pericoli di qualsiasi ideale o cre-
capitalista non è semplicemente un particolare tipo denza. L’atteggiamento di ironica distanza così
di realismo; è più il realismo in sé e per sé. Come gli tipico del capitalismo postmoderno, dovrebbe im-
stessi Marx ed Engels osservarono nel Manifesto del munizzarci dalle seduzioni di ogni fanatismo. Ab-
Partito Comunista: bassare le nostre aspettative è il piccolo prezzo da
pagare per essere messi al sicuro da terrore e tota-
[Il Capitale] ha spento le più celesti estasi del fer- litarismi, o almeno così ci dicono. «Viviamo in una
vore religioso, dell’entusiasmo cavalleresco, del contraddizione», ha osservato Badiou:
sentimentalismo filisteo, nelle fredde acque del
calcolo egoistico. Ha trasformato la dignità per- Ci viene presentato come ideale uno stato delle
sonale in valore di scambio, e al posto delle tante cose brutale e profondamente ingiusto, dove ogni
e inalienabili libertà conquistate a caro prezzo ha esistenza viene valutata in soli termini monetari.

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REALISMO CAPITALISTA CHE LA FINE DEL CAPITALISMO

Per giustificare il loro conservatorismo, i parti- Legge trascendente: al contrario, smantella tutti i
giani dell’ordine costituito non possono davvero codici trascendenti per poi ristabilirli secondo cri-
dire che questo stato sia meraviglioso o perfetto. teri propri. I limiti del capitalismo non sono fissati
E quindi hanno deciso di dire che tutto il resto è per decreto, ma definiti (e ridefiniti) pragmatica-
orribile. Certo, dicono, non vivremo in un paradi- mente, improvvisando. In questo, il capitalismo è
so, ma siamo fortunati a non vivere in un infer- molto simile alla Cosa del film di John Carpenter:
no. La nostra democrazia non sarà perfetta, ma è un’entità mostruosa, plastica e infinita capace di
meglio di una dittatura truculenta. Il capitalismo metabolizzare e assorbire qualsiasi oggetto con
è ingiusto, d’accordo. Ma non è criminale come cui entra in contatto. Il Capitale, dicono Deleuze
lo stalinismo. Lasciamo che milioni di africani e Guattari, è un «impasto informe di tutto quanto
muoiano di AIDS, ma non rilasciamo dichiarazio- è già stato», uno strano ibrido di ultramoderno e
ni nazionaliste e razziste come Milošević. Ucci- arcaico. Negli anni trascorsi da quando Deleuze
diamo iracheni coi nostri aerei, ma non tagliamo e Guattari scrissero i due volumi di Capitalismo e
mica gole con i machete come in Ruanda. schizofrenia è sembrato che gli impulsi deterrito-
rializzanti del capitalismo fossero stati confinati
Il «realismo» è qui analogo alla prospettiva al ri- alla finanza, con le forze della riterritorializzazione
basso di un depresso che crede che qualsiasi sta- rimaste a presidiare il campo della cultura.
to positivo, qualsiasi speranza, non sia altro che Ovviamente questa inquietudine, questa sen-
un’illusione pericolosa. sazione che non ci sia più nulla di nuovo, non è a
In quella che è senza dubbio la più notevo- sua volta niente di nuovo. A quanto pare, siamo
le analisi dai tempi di Marx, Deleuze e Guattari nel pieno di quella «fine della storia» di cui par-
descrivono il capitalismo come una sorta di even- lò Francis Fukuyama dopo la caduta del muro di
tualità oscura che ha perseguitato tutti i prece- Berlino: la sua tesi, secondo la quale la storia ha
denti sistemi sociali. Il Capitale, dicono, è «la Cosa raggiunto il suo climax con l’avvento del capitali-
innominabile», l’abominio che le società primitive smo liberale, è già stata ampiamente derisa; eppure
e feudali tentavano di tenere a distanza. Quando ha finito per essere accettata, persino introiettata,
poi finalmente arriva, il capitalismo si accompagna a un livello culturale inconscio. Andrebbe però ri-
a un’imponente desacralizzazione della cultura. cordato che, persino quando Fukuyama avanzò
È un sistema che non è più governato da alcuna l’idea che la storia fosse approdata alla sua ultima

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È PIÙ FACILE IMMAGINARE LA FINE DEL MONDO
REALISMO CAPITALISTA CHE LA FINE DEL CAPITALISMO

spiaggia, di trionfalistico c’era poco. Fukuyama capitalista potrebbe benissimo essere ascritto alla
avvertiva che la sua immaginaria ville radieuse era voce postmodernismo per come teorizzata da
infestata dai fantasmi: solo che pensava si trattas- Jameson. Ma, nonostante l’immane sforzo chiari-
se dello spettro di Nietzsche, anziché di Marx. ficatore di Jameson, «postmodernismo» resta un
In uno dei suoi passaggi più profetici Nietzsche termine controverso, oltre che dai significati mol-
parla di «un’era satura di storia». «Un’epoca incor- teplici e incerti, il che è senza dubbio appropria-
re nella pericolosa disposizione intima dell’autoi- to, ma anche poco utile. Meglio ancora: alcuni dei
ronia, e da essa in quella ancora più rischiosa del processi analizzati e descritti da Jameson si sono
cinismo», si legge nelle Considerazioni inattuali; talmente aggravati e cronicizzati da aver subito
un «carnevale cosmopolitico», ovvero una spetta- una trasformazione qualitativa.
torialità distaccata, avrà sostituito la partecipazio- In sostanza, ci sono tre ragioni per le quali a
ne e il coinvolgimento. È la condizione dell’Ultimo «postmodernismo» preferisco un termine come re-
Uomo nietzschiano: colui che ha visto tutto, ma alismo capitalista. Innanzitutto negli anni Ottanta,
che proprio l’eccesso di (auto)consapevolezza con- quando Jameson avanzò le sue tesi, al capitalismo
danna all’indebolimento e alla decadenza. c’erano ancora delle alternative, almeno a parole.
In una certa misura le posizioni di Fukuyama Quello che invece stiamo affrontando adesso è un
sono speculari a quelle di Fredric Jameson. È noto più profondo e pervasivo senso di esaurimento,
che Jameson definì il postmodernismo come la di sterilità culturale e politica. Negli Ottanta, per
«logica culturale del tardo capitalismo»: il falli- quanto ormai prossimo al collasso, esisteva anco-
mento del futuro era per lui una parte integrante ra un socialismo che si definiva «reale». In Gran
di quella cultura postmoderna che, come corret- Bretagna le linee di faglia dell’antagonismo di clas-
tamente anticipò, sarebbe infine stata dominata se si manifestarono in maniera palese grazie a un
dal pastiche e dal revival. Jameson ha dimostra- evento come lo sciopero dei minatori tra il 1984 e il
to in maniera convincente il rapporto tra cultura 1985: la loro sconfitta fu anzi un momento cruciale
postmoderna e tendenze specifiche del capitali- per lo sviluppo del realismo capitalista, significa-
smo postfordista e di consumo; da questo punto tivo tanto dal punto di vista simbolico quanto nei
di vista sembrerebbe che non ci sia alcun bisogno suoi effetti pratici. La chiusura delle miniere ven-
di un concetto come «realismo capitalista», e in ne in effetti sostenuta proprio sulla base che tener-
qualche modo è vero: quello che chiamo realismo le aperte non fosse «economicamente realistico»,

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REALISMO CAPITALISTA CHE LA FINE DEL CAPITALISMO

mentre i minatori vennero relegati al ruolo di ulti- che il modernismo stesso diventa un oggetto che
mi attori di un romanzo d’appendice in salsa pro- può periodicamente tornare, ma solo come estetica
letaria e destinato al fallimento. Gli anni Ottanta congelata, mai come un ideale di vita.
furono il periodo in cui per il realismo capitali- Infine, dalla caduta del muro di Berlino è pas-
sta si lottò fino a riuscire a imporlo; anni in cui la sata un’intera generazione. Negli anni Sessanta
dottrina thatcheriana del There Is No Alternative e Settanta il capitalismo ha dovuto affrontare il
– «non c’è alternativa»: il perfetto slogan realista problema di come contenere e assorbire le energie
capitalista – si trasformò in una spietata profezia che provenivano dal suo esterno. Adesso ha il pro-
che si autoavvera. blema opposto: avendo incorporato con fin troppo
In secondo luogo, il postmodernismo è in successo quanto gli era esterno, come potrebbe
qualche modo figlio del modernismo. Il lavoro di mai continuare a funzionare senza un «fuori» da
Jameson sul postmodernismo iniziava con una colonizzare e di cui appropriarsi? In Europa e negli
messa in discussione dell’idea, cara ad Adorno Stati Uniti, per la maggior parte delle persone sotto
e soci, che il modernismo possedesse un poten- i vent’anni l’assenza di alternative al capitalismo
ziale rivoluzionario in virtù soltanto delle sue non è nemmeno più un problema: il capitalismo
innovazioni formali. Quello che invece Jameson semplicemente occupa tutto l’orizzonte del pensa-
aveva notato era l’assorbimento di temi moder- bile. Jameson osservava con orrore il modo in cui il
nisti all’interno della cultura popolare: pensiamo capitalismo si è sedimentato nel nostro inconscio:
all’improvviso uso che delle tecniche surrealiste che il capitalismo abbia colonizzato i sogni delle
fece la pubblicità. Nello stesso momento in cui le persone è oggi un dato di fatto talmente accettato
forme peculiari del modernismo venivano assorbi- da non meritare più alcuna discussione.
te e commercializzate, il credo modernista – la sua Sarebbe comunque pericoloso (oltre che fuor-
supposta fiducia nell’elitismo e il suo modello cul- viante) immaginare il recente passato come uno
turale monologico dall’alto verso il basso – venne stato prelapsario gravido di potenzialità politiche,
messo in discussione e rigettato in nome della «dif- ed è bene ricordare il ruolo che la mercificazione
ferenza», della «diversità» e della «molteplicità». Il ha giocato nella produzione culturale nel corso
realismo capitalista non intrattiene più un confron- del XX secolo. Allo stesso modo, la vecchia lot-
to di questo tipo col modernismo: al contrario, dà ta tra détournement e recupero, tra sovversione e
per scontata la sconfitta del modernismo al punto incorporazione, sembra aver esaurito il suo corso.

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REALISMO CAPITALISTA CHE LA FINE DEL CAPITALISMO

Quella con cui ora abbiamo a che fare non è l’in- complesso, Cobain si ritrovò «in un mondo in cui
corporazione di materiali che prima sembravano le innovazioni stilistiche non sono più possibili.
godere di un potenziale sovversivo, quanto la loro Quello che resta è l’imitazione di stili morti, parlare
precorporazione: la programmazione e la model- attraverso le maschere e con le voci degli stili di un
lazione preventiva, da parte della cultura capitali- museo immaginario». Qui persino il successo equi-
sta, dei desideri, delle aspirazioni, delle speranze. vale al fallimento, perché avere successo significa
Prendiamo per esempio quelle aree culturali «al- soltanto che sei la carne di cui si nutre il sistema.
ternative» o «indipendenti» che replicano senza Ma l’immensa rabbia esistenziale dei Nirvana e di
sosta i vecchi gesti di ribellione e contestazione Cobain appartiene a sua volta a una fase ancora
come se fosse la prima volta: «alternativo» e «indi- più vecchia: dopo di loro sarà la volta di un pasti-
pendente» non denotano qualcosa di estraneo alla che-rock che tenterà di replicare le forme del passa-
cultura ufficiale; sono semmai semplici stili inter- to senza nemmeno alcun tipo di turbamento.
ni al mainstream – o meglio sono, a questo punto, La morte di Cobain ribadì la sconfitta e l’incor-
gli stili dominanti del mainstream. porazione delle ambizioni utopico-prometeiche
Nessuno ha incarnato (e sofferto) questo stal- del rock. Quando il leader dei Nirvana morì, il
lo più di Kurt Cobain: con la sua straziante inedia, rock stava già subendo l’ascesa dell’hip hop, il cui
con la sua rabbia senza scopo, il leader dei Nirvana successo globale annunciava proprio quella pre-
sembrò l’esausta voce dell’avvilimento che atta- corporazione del capitale a cui accennavo sopra.
nagliava la generazione venuta dopo la fine della In buona parte dell’hip hop ogni ingenua speran-
storia, la stessa generazione cui ogni singola mossa za che la cultura giovanile potesse cambiare qual-
era stata anticipata, tracciata, comprata e svenduta cosa venne sostituita dalla testarda adesione a
prima ancora di compiersi. Cobain sapeva di esse- una versione brutalmente riduttiva della «realtà».
re soltanto un altro ingranaggio dello spettacolo, Come sottolineò Simon Reynolds in un articolo
che su MTV niente funziona meglio che la prote- per il mensile The Wire:
sta contro MTV; sapeva che ogni suo gesto era un
cliché già scritto, e che persino questa consapevo- Nell’hip hop la parola «reale» ha due significati.
lezza era essa stessa un cliché. Il vicolo cieco che In primo luogo significa una musica autentica e
paralizzò Cobain è lo stesso descritto da Jameson: senza compromessi, che rifiuta di vendersi all’in-
esattamente come la cultura postmoderna nel suo dustria musicale e di ammorbidire e contaminare

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È PIÙ FACILE IMMAGINARE LA FINE DEL MONDO
REALISMO CAPITALISTA CHE LA FINE DEL CAPITALISMO

il proprio messaggio. Ma «reale» significa anche dalla comune pretesa di aver spogliato il mondo di
che la musica riflette una «realtà» segnata dall’in- qualsiasi illusione sentimentale e di averlo invece
stabilità dell’economia tardo capitalista, dal raz- mostrato «per quello che è»: una guerra hobbesia-
zismo istituzionalizzato, dal controllo e dagli na di tutti contro tutti, un sistema di sfruttamento
abusi della polizia sui giovani. «Reale» significa perpetuo e criminalità generalizzata. Nell’hip hop,
la morte del sociale: grandi aziende che rispon- scrive Reynolds, «to get real significa confrontarsi
dono all’aumento dei profitti non alzando i salari con quello stato di natura in cui cane mangia cane,
o aumentando i diritti, ma riducendo il persona- dove o sei un vincente o sei un perdente, e dove i
le (ovvero tagliando la forza lavoro permanente, più sono condannati a perdere».
allo scopo di creare quel bacino occupazionale da La stessa visione neo noir del mondo la ritro-
cui poter pescare impiegati part time e lavoratori viamo nei fumetti di Frank Miller e nei romanzi di
freelance senza diritti e tutele). James Ellroy. Nei loro lavori c’è come una sorta di
machismo smitizzante: entrambi si pongono come
Alla fine, proprio l’esibizione che l’hip hop ha for- osservatori inflessibili che si rifiutano di imbellet-
nito di una realtà «senza compromessi» ha fatto sì tare il mondo e di piegarlo all’apparentemente sem-
che venisse infine cooptato dall’altra realtà: quella plice etica binaria dei supereroi e della tradizionale
dell’instabilità economica tardo capitalista, dove narrativa poliziesca. Il «realismo» è qui in qualche
lo sfoggio di autenticità si è dimostrato un valore modo amplificato, anziché indebolito, dalla loro fis-
particolarmente redditizio. Un fenomeno come il sazione per tutto quanto è torbido e venale, sebbe-
gangsta rap non si limita a riflettere le condizioni ne in entrambi gli autori l’iperbolica insistenza su
sociali preesistenti (come molti dei suoi sostenitori barbarie, tradimenti ed efferatezza finisca in fretta
pretendono), né di quelle condizioni è nientemeno per sembrare una pantomima. Nel 1992 Mike Davis
che la causa (come invece replicano i suoi critici): scrisse di Ellroy che «nella sua totale oscurità non
piuttosto, il circuito attraverso il quale hip hop e è rimasta luce nemmeno per proiettare le ombre,
società tardo capitalista si alimentano a vicenda è e il male diventa una banalità forense. Il risultato
uno dei modi in cui il realismo capitalista si trasfor- assomiglia molto all’effettiva trama morale dell’era
ma in una specie di mito antimitico. Le affinità tra Reagan e Bush: una tale ipersaturazione della cor-
hip hop e gangster movie come Scarface, Il padrino, ruzione da non suscitare nemmeno più scandalo
Le iene, Quei bravi ragazzi e Pulp Fiction derivano o interesse». Ma nonostante tutto, proprio questa

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REALISMO CAPITALISTA 2.

desensibilizzazione ha una sua funzione all’in- CHE SUCCEDEREBBE SE


terno del realismo capitalista: come ancora Davis ORGANIZZASSI UNA PROTESTA
ipotizza, «il ruolo di un genere come l’L.A. noir» E VENISSERO TUTTI?
potrebbe essere stato quello di «favorire l’afferma-
zione dell’homo reaganus». Nei casi del gangsta rap e di Ellroy il realismo capi-
talista assume la forma di una specie di superiden-
tificazione col Capitale più spietato e predatorio;
ma non necessariamente il suo esito è quello. In
effetti, il realismo capitalista riesce persino a con-
templare una certa dose di anticapitalismo. Dopo
tutto, come Žižek ha provocatoriamente fatto
notare, l’anticapitalismo è ampiamente diffuso tra
le pieghe del capitalismo stesso: quante volte nei
film di Hollywood il cattivo di turno altri non è che
qualche cattivissima corporation?
È un anticapitalismo gestuale che, anziché
indebolire il realismo capitalista, finisce per rin-
forzarlo. Prendiamo un caso come Wall-E, il film
Disney/Pixar del 2008. È ambientato su una Ter-
ra talmente depredata che per gli esseri umani è
diventato impossibile abitarla. Responsabile del-
la devastazione, ci viene spiegato, è il capitalismo
consumista delle grandi corporation (o meglio di
una sola megacorporation, la Buy n Large); quan-
do alla fine vediamo gli esseri umani nel loro esilio
extraterrestre, sono dei personaggi infantili e obesi
che interagiscono attraverso interfacce su schermo,
vengono scarrozzati da grosse sedie motorizzate e
sorseggiano non meglio precisate brodaglie. Quella

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CHE SUCCEDEREBBE SE ORGANIZZASSI
REALISMO CAPITALISTA UNA PROTESTA E VENISSERO TUTTI?

a cui assistiamo è una visione del controllo e della l’ideologia prevalente è il cinismo; le persone
comunicazione simile a quella descritta da Jean non credono più in nessuna verità ideologica; la
Baudrillard: l’assoggettamento non ha più le for- gente non prende seriamente nessuna proposta
me della subordinazione a uno spettacolo esterno, ideologicamente connotata. Il livello fondamen-
ma ci invita piuttosto a interagire e partecipare. tale dell’ideologia, in ogni caso, non è quello di
Sembra che oggetto della satira siano proprio gli un’illusione che maschera il reale stato delle
spettatori in sala, al punto che qualche osservatore cose, quanto quello di una fantasia (inconscia)
ha reagito disgustato accusando la Disney/Pixar di che struttura la nostra stessa realtà sociale. E a
prendersela col suo stesso pubblico. Ma questo tipo questo livello, siamo ovviamente tutto tranne
di ironia non mette in crisi il realismo capitalista: che una società post-ideologica. Il cinico distac-
al contrario, lo alimenta. co è soltanto un modo di renderci ciechi di fronte
Un film come Wall-E esemplifica quella che al potere strutturale della fantasia ideologica: an-
Robert Pfaller ha chiamato «interpassività»: il film che se non prendiamo le cose sul serio, anche se
inscena il nostro anticapitalismo per noi stessi, manteniamo una distanza ironica da quello che
dandoci al contempo la possibilità di continuare facciamo, continuiamo comunque a farlo.
a consumare impunemente. Il ruolo dell’ideologia
capitalista non è quello di ribadire le proprie priori- L’ideologia capitalista in generale, continua Žižek,
tà allo stesso modo della propaganda, ma di celare il consiste precisamente nella sopravvalutazione del
fatto che le operazioni del Capitale non dipendono «credo» inteso come atteggiamento interiore sog-
da alcuna convinzione soggettivamente imposta. gettivo, a spese di quanto professiamo ed esibiamo
Senza propaganda, fascismo e stalinismo sono im- coi nostri comportamenti esteriori. Fintantoché,
possibili da concepire: ma il capitalismo funziona nel profondo dei nostri cuori, continuiamo a cre-
altrettanto bene, se non addirittura meglio, anche dere che il capitalismo è malvagio, siamo liberi di
quando nessuno si prende il disturbo di perorarne continuare a partecipare agli stessi scambi propri
la causa. Resta prezioso il consiglio di Žižek: del capitalismo. Stando a Žižek, tutto il capitalismo
fa affidamento su questa forma di sconfessione e
Se il concetto di ideologia è quello classico in disconoscimento: crediamo che i soldi siano sol-
cui l’illusione sta nella conoscenza, allora la so- tanto dei simboli insensati e senza alcun valore
cietà di oggi dà l’idea di essere post-ideologica: intrinseco, ma agiamo come se avessero un valore

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CHE SUCCEDEREBBE SE ORGANIZZASSI
REALISMO CAPITALISTA UNA PROTESTA E VENISSERO TUTTI?

sacro. Ed è un comportamento che dipende pro- Era una protesta che chiunque avrebbe sottoscrit-
prio dalla sconfessione di cui sopra: nei nostri to: chi è che vuole la povertà? E non si trattava
gesti, riusciamo a feticizzare il denaro solo perché, mica di una degenerazione delle proteste da cui
nelle nostre teste, dal denaro abbiamo già adottato pure sembrava discendere: al contrario, è in eventi
una distanza ironica. come il Live 8 che la logica sottesa alle proteste è
Questo anticapitalismo «di sistema» preoc- stata rivelata nella sua forma più pura.
cuperebbe poco, se solo si potesse distinguere da L’impulso contestatario degli anni Sessanta
un anticapitalismo autentico. E però, anche prima ipotizzava l’esistenza di un Padre maligno, mes-
che gli attacchi alle Torri Gemelle dell’11 settembre saggero di un principio di realtà che (a quanto
ne compromettessero l’ascesa, il cosiddetto movi- pareva) negava in maniera crudele e arbitraria il
mento anticapitalista è sembrato concedere troppo «diritto» al godimento assoluto; un Padre che ha
proprio al realismo capitalista: vista la sua incapa- accesso illimitato alle risorse, ma che egoistica-
cità di ipotizzare un modello politico-economi- mente e immotivatamente le trattiene per sé. Da
co alternativo al capitalismo, il sospetto fu che il questa immagine paterna però dipende non il
suo obiettivo fosse non rimpiazzare il capitalismo capitalismo, ma proprio la protesta. Allo stesso
stesso, quanto mitigarne gli eccessi peggiori; e tempo, uno dei grandi traguardi delle élite globali
visto che le forme in cui il movimento anticapi- contemporanee è stato proprio l’aver saputo evita-
talista si è espresso prediligevano più la protesta re qualsiasi identificazione con la figura del Padre
che l’organizzazione politica vera e propria, la sen- avido e ingordo, e questo nonostante la «realtà» da
sazione era che questo movimento si riducesse a loro imposta alle giovani generazioni è considere-
una serie di richieste isteriche senza che nessuno volmente più dura di quella contro cui i giovani si
si aspettasse che venissero accolte sul serio. Per il scagliavano negli anni Sessanta. Non è insomma
realismo capitalista, la contestazione è diventata un caso che sia stata proprio l’élite globale – nelle
una specie di burlesco rumore di fondo, senza dire vesti di intrattenitori come Richard Curtis e Bono
che le proteste degli anticapitalisti sembravano Vox – a organizzare il Live 8.
condividere fin troppo con eventi ultra corporate Rivendicare un’azione politica vera signifi-
come il Live 8 del 2005 e la sua roboante pretesa ca prima di tutto accettare di essere finiti nel-
che i politici eliminassero la povertà per decreto. lo spietato tritacarne del Capitale al livello del
Il Live 8 è stato una strana forma di protesta. desiderio. Declassando il male e l’ignoranza a dei

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CHE SUCCEDEREBBE SE ORGANIZZASSI
REALISMO CAPITALISTA UNA PROTESTA E VENISSERO TUTTI?

fantasmatici Altri disconosciamo la nostra compli- Non si tratta insomma di ipotizzare un’alternativa
cità col sistema planetario dell’oppressione. Quello al capitalismo: al contrario, il carattere punk o hip
che dobbiamo tenere a mente, è sia che il capita- hop di Product Red sta nell’accettazione «realisti-
lismo è una struttura impersonale e iperastratta, ca» che il capitalismo è l’unica via a disposizione. Il
sia che questa struttura non esisterebbe senza la solo obiettivo di Bono era assicurarsi che una par-
nostra cooperazione. te dei profitti di determinate transazioni andasse
La descrizione più accurata del Capitale ha un alle giuste cause: la fantasia era che il consumismo
che di romanzo gotico: il Capitale è un parassita occidentale, anziché essere parte integrante delle
astratto, un vampiro insaziabile, uno zombie infet- disuguaglianze che sistematicamente segnano il
to. Ma la carne viva che trasforma in lavoro morto è pianeta, potesse addirittura risolverle. Tutto quello
la nostra. Gli zombie che contagia siamo noi. In un che serve è comprare i prodotti giusti.
certo senso, è vero che le élite politiche sono nostre
serve: ma il miserevole servizio che ci prestano è
quello di mondare le nostre libido, di esibire i desi-
deri che abbiamo ripudiato in maniera compiacen-
te e come se questi non ci riguardassero.
Il ricatto ideologico emerso sin dal primissimo
Live Aid del 1985 si fonda sull’idea che «prendersi
cura degli individui» possa direttamente mettere
fine alla fame nel mondo, senza alcuna necessità
di soluzioni politiche o ristrutturazioni sistemiche.
Quello che conta è agire e basta, o almeno così ci
spiegano: la politica va sospesa in nome dell’im-
mediatezza etica. Col suo marchio Product Red un
tipo come Bono ha persino deciso di farla finita con
qualsiasi intermediazione filantropica: «La filan-
tropia è come la musica hippy: gente che si tiene per
mano», dichiarò il cantante degli U2; «Product Red
è più come il punk rock o l’hip hop: un affare serio».

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3. IL CAPITALISMO E IL REALE

IL CAPITALISMO E IL REALE a ingenuo utopismo. L’unica maniera per mettere


in discussione il realismo capitalista è mostrare in
L’espressione «realismo capitalista» non l’ho inven- qualche modo quanto sia inconsistente e indifendi-
tata io: è stata già utilizzata negli anni Sessanta da bile: insomma, ribadire che di «realista» il capitali-
un gruppo di artisti pop tedeschi, e poi da Michael smo non ha nulla.
Schudson nel suo libro del 1984 Advertising, The Inutile dire che quello che viene considerato
Uneasy Persuasion. In entrambi i casi si trattava di «realistico», quello cioè che sembra plausibile dal
riferimenti parodistici al realismo socialista: ma punto di vista sociale, è innanzitutto determinato
quello che c’è di nuovo nel mio utilizzo del termine da una serie di decisioni politiche. Qualsiasi po-
è il significato più ampio – persino esorbitante – che sizione ideologica non può affermare di aver rag-
personalmente gli attribuisco. Per come lo concepi- giunto il suo traguardo finché non viene per così
sco, il realismo capitalista non può restare confinato dire naturalizzata, e non può dirsi naturalizzata
alle arti o ai meccanismi semipropagandistici della fino a quando viene recepita in termini di princi-
pubblicità. È più un’atmosfera che pervade e condi- pio anziché come fatto compiuto. Di conseguenza
ziona non solo la produzione culturale ma anche il il neoliberismo ha cercato di eliminare la stessa
modo in cui vengono regolati il lavoro e l’educazio- categoria di principio, di valore nel senso etico del-
ne, e che agisce come una specie di barriera invisibi- la parola: nel corso di più di trent’anni il realismo
le che limita tanto il pensiero quanto l’azione. capitalista ha imposto con successo una specie di
Ora: dal momento che il realismo capitalista «ontologia imprenditoriale» per la quale è sempli-
sembra dipanarsi senza fratture o strappi, e visto cemente ovvio che tutto, dalla salute all’educazio-
che le attuali forme di resistenza appaiono tan- ne, andrebbe gestito come un’azienda.
to impotenti e disperate, in che modo possiamo Come ricordato da tanti teorici radicali – sia-
davvero contrastarlo? Una critica morale al capita- no essi Brecht, Foucault o Badiou – ogni politica
lismo che enfatizzi le modalità in cui questo pro- di emancipazione deve puntare a distruggere l’ap-
duce sofferenza altro non farebbe che rinforzare il parenza dell’«ordine naturale», deve rivelare che
capitalismo stesso: la povertà, la fame, le guerre, quello che ci viene presentato come necessario e
possono essere presentati come aspetti inevitabili inevitabile altro non è che una contingenza, deve
della realtà, mentre il desiderio di eliminare tanta insomma dimostrare che quanto abbiamo finora
sofferenza potrebbe facilmente essere derubricato reputato impossibile è, al contrario, a portata di

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REALISMO CAPITALISTA IL CAPITALISMO E IL REALE

mano. Vale la pena ricordare che anche quello che Il principio di realtà è esso stesso ideologicamen-
oggi va sotto la voce «realistico» fino a non molto te mediato; si potrebbe persino arrivare a soste-
tempo fa era ritenuto «impossibile»: l’ondata di nere che sia la forma più alta di ideologia, quella
privatizzazioni a cui abbiamo assistito dagli anni cioè che si presenta come fatto empirico, come
Ottanta in poi sarebbe stata semplicemente impen- necessità biologica o economica, e che tendiamo
sabile appena un decennio prima; allo stesso modo, a percepire come non ideologica. Ed è proprio
l’attuale panorama politico-economico (sindacati qui che dobbiamo prestare la massima attenzio-
allo sbando, imprese pubbliche denazionalizzate) ne a come l’ideologia funziona.
difficilmente sarebbe stato concepibile nel 1975.
Al contrario, quello che un tempo veniva conside- Per Lacan il reale è quello che ogni «realtà» deve
rato possibile per definizione è oggi condannato reprimere; meglio ancora: la realtà si costituisce
come irrealistico: come ha amaramente osservato proprio attraverso tale repressione. Il reale è una X
Badiou, «“modernizzazione” è il nome che viene non rappresentabile, il vuoto traumatico che può
dato a una definizione rigida e servile del possi- essere soltanto intravisto tra le spaccature e le con-
bile. Queste “riforme” puntano invariabilmente traddizioni della realtà apparente. Viene quindi da
a trasformare in impossibile quanto a suo tempo pensare che una prima strategia contro il realismo
era fattibile (per i più) e a rendere redditizio quello capitalista potrebbe partire dall’evocazione di quei
che non lo era (per le oligarchie dominanti)». «reali» che sottendono la realtà per come il capita-
A questo punto è arrivato però il momento lismo ce la presenta.
di introdurre un’elementare distinzione teoretica Uno di questi è la catastrofe ambientale. Certo,
tipica della psicoanalisi lacaniana che Žižek ha a prima vista le questioni ecologiche non danno
contribuito a rimettere in circolo negli ultimi anni: esattamente l’idea di essere un «vuoto non rappre-
la differenza tra la realtà e il reale. Come ha spie- sentabile» per la cultura capitalista: più che inibiti,
gato Alenka Zupančič, l’ipotesi psicanalitica di un argomenti come i cambiamenti climatici e la mi-
principio di realtà ci invita a sospettare di qualsiasi naccia dell’esaurimento delle risorse vengono essi
realtà che si presenti come naturale: stessi sfruttati dalla pubblicità e dal marketing.
È però un modo di trattare la catastrofe ambien-
Il principio di realtà non è una specie di moda- tale che illustra alla perfezione il tipo di fantasia
lità naturale derivata da come le cose stanno... su cui poggia il realismo capitalista: l’assunto che

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REALISMO CAPITALISTA IL CAPITALISMO E IL REALE

le risorse siano infinite, che la Terra altro non sia sottolineare altre due aporie del realismo capita-
che un guscio da raschiare, e che qualsivoglia pro- lista che ancora non sono state politicizzate come
blema verrà risolto dal mercato. Una versione di pure dovrebbero. La prima riguarda la salute men-
questa fantasia è proprio Wall-E: il film suggeri- tale. Si tratta in effetti di un esempio paradigmati-
sce l’idea che sia possibile una crescita infinita del co: il realismo capitalista insiste a trattare la salute
Capitale, che il Capitale sia in grado di proliferare mentale come se fosse un fatto naturale alla stregua
senza manodopera (sull’astronave Axiom tutte le del clima (il quale a sua volta non è tanto un fatto
mansioni vengono svolte da robot), che l’esauri- naturale quanto un effetto politico-economico); già
mento delle risorse sia null’altro che un intoppo negli anni Sessanta e Settanta, teorici e politici ra-
temporaneo e che alla fine, dopo il giusto periodo dicali come Laing, Foucault, Deleuze, Guattari e al-
di recupero, il Capitale potrà di nuovo terraforma- tri, si concentrarono su condizioni mentali estreme
re e ricolonizzare il pianeta. come la schizofrenia, suggerendo che, per esempio,
Nella cultura del tardo capitalismo però, la ca- la pazzia fosse una categoria più politica che natu-
tastrofe ambientale figura solo come una specie di rale. Quello di cui però abbiamo bisogno ora è una
simulacro, anche perché le sue reali implicazioni politicizzazione di disordini assai più comuni; anzi,
restano troppo traumatiche per essere assimilate è proprio il fatto che questi disordini siano diventa-
dal sistema. Il senso profondo delle critiche mos- ti comuni che vale da solo la nostra attenzione.
se dagli ecologisti sta nel suggerire che non solo il Oggi in Gran Bretagna la depressione è la con-
capitalismo non è l’unico sistema percorribile, ma dizione più trattata dal sistema sanitario naziona-
che proprio il capitalismo minaccia di distruggere le. Nel suo libro Il capitalista egoista, Oliver James
l’intero ambiente umano. La relazione tra capi- ha ipotizzato in maniera molto convincente una
talismo e disastro ecologico non è né casuale né correlazione tra il sempre maggior numero di casi
accidentale: la necessità di espandere costante- di sofferenza mentale e le varianti del capitalismo
mente il mercato e il feticcio della crescita stanno neoliberale in paesi come la Gran Bretagna, gli Sta-
lì a significare che il capitalismo è, per sua natura, ti Uniti e l’Australia. In linea con le affermazioni
contrario a qualsiasi nozione di sostenibilità. di James, ritengo che il crescente problema del-
Tuttavia le questioni ecologiche sono già una lo stress (e dell’angoscia) nelle società capitaliste
terra di contesa, un luogo cioè dove per la poli- vada reinquadrato; anziché scaricare sugli indivi-
ticizzazione si combatte. Di seguito vorrei invece dui la risoluzione dei loro problemi psicologici –

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REALISMO CAPITALISTA IL CAPITALISMO E IL REALE

vale a dire, anziché accettare la generalizzata pri- è in sé un segnale che il capitalismo non funzioni:
vatizzazione dello stress che ha preso piede negli semmai è la spia di come il modo in cui il capita-
ultimi trent’anni – quello che dovremmo chiederci lismo funziona davvero è molto differente dall’im-
è: com’è potuto diventare tollerabile che così tante magine che ne fornisce il realismo capitalista.
persone, e in particolare così tante persone giova- Il motivo per cui ho deciso di concentrarmi su
ni, siano malate? La «piaga della malattia mentale» problemi mentali e burocrazia deriva in parte dal
che affligge le società capitaliste lascia intendere fatto che entrambi i fenomeni occupano un posto
che, anziché essere l’unico sistema che funziona, di primo piano in un’area della cultura dominata
il capitalismo sia innatamente disfunzionale; il con sempre maggiore insistenza dagli imperativi
prezzo che paghiamo per dare l’impressione che il del realismo capitalista: l’istruzione. Per anni ho
capitalismo fili liscio è davvero molto alto. insegnato in un istituto di formazione post-scola-
L’altro fenomeno che vorrei evidenziare è la bu- stica, e quanto segue deriva in buona parte da que-
rocrazia. Nella loro polemica contro il socialismo, sta mia esperienza. In Gran Bretagna, la cosiddetta
gli ideologi neoliberali hanno volentieri puntato il further education è stata per molto tempo il luogo
dito contro quel verticismo burocratico che nelle a cui studenti che spesso provenivano da un retro-
economie pianificate si è tradotto in inefficienza terra proletario potevano rivolgersi in alternativa
generalizzata e sclerosi istituzionale; col trionfo del alle istituzioni scolastiche più convenzionali. Da
neoliberismo la burocrazia è stata quindi relegata a quando, nei primi anni Novanta, i further educa-
retaggio obsoleto, quasi fosse la reliquia di un passa- tion college sono stati sottratti al controllo delle
to stalinista verso cui nessuno poteva certo provare amministrazioni locali, si sono ritrovati sogget-
nostalgia. Questa interpretazione però non coinci- ti sia alle pressioni del «mercato», sia a una serie
de con l’esperienza della maggior parte delle perso- di obiettivi (o target) imposti a livello governati-
ne che vivono e lavorano sotto il tardo capitalismo, vo: in questo modo, sono diventati l’avanguardia
per le quali la burocrazia resta una parte importante dei cambiamenti che avrebbero coinvolto il resto
della vita di tutti i giorni. La realtà è che, piuttosto del sistema educativo e i servizi pubblici nel loro
che scomparire, la burocrazia ha cambiato aspetto, complesso, una specie di laboratorio in cui testa-
ed è proprio questo suo aspetto inedito e decentra- re le «riforme» neoliberali. Da questo punto di vi-
lizzato che le ha permesso di proliferare. Che la bu- sta, non c’è luogo migliore per tentare un’analisi di
rocrazia persista anche nel tardo capitalismo non quali siano gli effetti del realismo capitalista.

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IMPOTENZA RIFLESSIVA, IMMOBILIZZAZIONE
4. E COMUNISMO LIBERALE

IMPOTENZA RIFLESSIVA, qualche forma di dislessia. Non è esagerato affer-


IMMOBILIZZAZIONE mare che, nella Grand Bretagna tardo capitalista, il
E COMUNISMO LIBERALE solo essere adolescenti rischia di equivalere a una
forma di malattia. Una tale patologizzazione pre-
A differenza dei loro predecessori degli anni Ses- giudica qualsiasi possibilità di politicizzazione: pri-
santa e Settanta, oggi gli studenti britannici sem- vatizzare questi disturbi, trattarli come se fossero
brano essere politicamente disimpegnati. Se in provocati da null’altro che qualche squilibrio chimi-
Francia gli studenti non hanno mai smesso di pro- co o neurologico dell’individuo, o come se fossero il
testare contro le politiche neoliberali, i loro omolo- semplice risultato del retroterra familiare, significa
ghi britannici – che pure subiscono una situazione escludere a priori qualsiasi causa sociale sistemica.
incomparabilmente peggiore – paiono come rasse- Molti dei giovani studenti in cui mi sono im-
gnati al loro destino. Ora: io credo che non si tratti battuto sembravano calati in uno stato che defini-
né di apatia, né di cinismo; piuttosto, è quella che rei di «edonia depressa». Di solito la depressione
chiamo impotenza riflessiva. Gli studenti cioè san- è caratterizzata da uno stato di anedonia, ma la con-
no che la situazione è brutta, ma sanno ancor di dizione alla quale mi riferisco descrive non tanto
più che non possono farci niente. Solo che questa l’incapacità di provare piacere, quanto l’incapacità
consapevolezza, questa riflessività, non è l’osser- di non inseguire altro che il piacere. La sensazione
vazione passiva di uno stato delle cose già in atto: è che «manchi qualcosa», ma questa non si traduce
è una profezia che si autoavvera. nella considerazione che tale misterioso e introva-
L’impotenza riflessiva corrisponde a un’impli- bile appagamento possa essere raggiunto solo al
cita visione del mondo comune a molti giovani bri- di là del principio di piacere: si tratta in buona mi-
tannici, e si lega a patologie estremamente diffuse. sura di una conseguenza dell’ambigua situazione
Tantissimi adolescenti con cui ho lavorato soffri- in cui versano gli studenti, stretti tra il vecchio ruo-
vano di problemi di salute mentale o di difficoltà lo di soggetti di un’istituzione disciplinare e il nuo-
di apprendimento, e la depressione è endemica: è vo status di consumatori di servizi.
d’altronde la condizione che il servizio sanitario na- In un saggio fondamentale come Poscritto
zionale si trova ad affrontare più spesso, senza dire sulle società di controllo Gilles Deleuze distingue
che coinvolge persone sempre più giovani. È anche tra le società disciplinari descritte da Foucault –
impressionante il numero di studenti che soffre di organizzate attorno ad ambienti chiusi come la

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IMPOTENZA RIFLESSIVA, IMMOBILIZZAZIONE
REALISMO CAPITALISTA E COMUNISMO LIBERALE

fabbrica, la scuola e la prigione – e le nuove so- control addict che dal controllo dipende, ma che
cietà del controllo, nelle quali tutte le istituzioni anche, inevitabilmente, dal controllo viene posse-
vengono integrate in un regime diffuso. Deleuze duto e sottomesso.
ha ragione quando individua in Kafka il profeta di Provate a entrare in una classe qualsiasi del
quel potere diffuso e cibernetico che caratterizza college in cui ho insegnato, e subito ne apprezze-
le società del controllo. Nel Processo, Kafka signi- rete la cornice post-disciplinare. Foucault ha scru-
ficativamente distingue due possibili tipi di asso- polosamente elencato i modi in cui la disciplina
luzione per l’imputato: innanzitutto, l’assoluzione viene applicata attraverso l’imposizione di rigide
vera e definitiva non è più possibile, se mai lo è sta- posture corporee; ma nel mio college avreste visto
ta (esistono «solo leggende [che] parlano di assolu- gli studenti stravaccati sui banchi e costantemente
zioni vere»); le due opzioni restanti sono quindi o impegnati a chiacchierare o a sgranocchiare snack
l’«assoluzione apparente» (nella quale l’imputato nel bel mezzo della lezione (a dire il vero, a volte ve-
viene tecnicamente assolto almeno fino a quando, nivano consumati interi pasti). La classica segmen-
in un futuro imprecisato, potrebbe di nuovo esse- tazione disciplinare di un tempo sta andando in
re chiamato a rispondere alle accuse a suo carico), frantumi. Il regime carcerario della disciplina viene
oppure il «rinvio» (nel quale l’imputato si impegna eroso dalle tecnologie del controllo e dal loro siste-
in una serie di dispute legali in modo da rimanda- ma basato su consumo infinito e crescita continua.
re all’infinito il temuto verdetto). Deleuze osserva Il sistema attraverso cui il college è finanzia-
che la società del controllo immaginata non solo to fa sì che – anche qualora qualcuno intendesse
da Kafka, ma anche da Foucault e Burroughs, ope- farlo – non ci si possa letteralmente permettere di
ra facendo leva su una posticipazione indefinita: respingere uno studente. Le risorse allocate per
l’istruzione è un processo continuo, l’intera vita i college si basano sia su quanto questi riescano
lavorativa è segnata da una successione di aggior- a raggiungere obiettivi specifici (e quindi fanno
namenti, il lavoro te lo porti a casa, lavori da casa testo i risultati degli esami), sia sul tasso di fre-
e sei a casa a lavoro. Una conseguenza di questa quenza e di mantenimento degli studenti: questa
forma «indefinita» di potere è che il controllo combinazione di imperativi di mercato e quelli
esterno viene garantito dalla sorveglianza inter- che burocraticamente vengono chiamati target è
na: il controllo, cioè, funziona solo quando sei un tipico tratto dello «stalinismo di mercato» che
complice. Da qui viene la figura burroughsiana del attualmente regola i servizi pubblici. Per usare un

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IMPOTENZA RIFLESSIVA, IMMOBILIZZAZIONE
REALISMO CAPITALISTA E COMUNISMO LIBERALE

eufemismo, l’assenza di un vero e proprio sistema per un momento, al flusso costante di una zucche-
disciplinare non è stata compensata da un aumen- rosa gratificazione on demand. Ci sono studenti
to della motivazione degli studenti, anche perché che vorrebbero Nietzsche allo stesso modo in cui
questi sanno benissimo che possono pure non vorrebbero un hamburger: quello che non colgono
frequentare le lezioni per settimane intere, pos- – ed è un fraintendimento alimentato dalle logiche
sono pure non svolgere alcun compito o lavoro, e del sistema consumistico – è che l’indigeribilità, la
non ci sarà comunque nessuna seria sanzione ad difficoltà, è Nietzsche.
attenderli. A questa libertà gli studenti in genere Un esempio: una volta ho chiesto a uno studen-
reagiscono non dedicandosi a progetti propri, ma te perché mai indossava gli auricolari in classe. Ha
cedendo a un’inerzia edonistica (o anedonica): e risposto che non era un problema, perché tanto non
cioè a uno stato di soffice narcosi, al confortevole stava ascoltando musica. In un’altra lezione invece,
oblio della Playstation, alle maratone notturne da- dalle sue cuffie arrivava musica a volume bassissi-
vanti alla televisione, alla marijuana. mo, senza però che lui le indossasse. Quando gli ho
Provate a chiedere agli studenti di leggere più chiesto di spegnerla ha replicato che lui nemmeno
di un paio di frasi e loro vi risponderanno che non la sentiva. Perché indossare delle cuffie senza musi-
ce la fanno: e ricordatevi che stiamo parlando di ca, perché suonare musica senza cuffie? La risposta
studenti con un’istruzione superiore. La recrimina- è che la sola presenza degli auricolari sulle orec-
zione più comune, è che è noioso. Solo che l’ogget- chie, o la consapevolezza che – pur senza sentirla
to della lamentela non è tanto il contenuto scritto – c’era comunque della musica che stava suonando,
dei materiali, quanto il banale atto di leggere. Non lo rassicurava del fatto che la matrice era sempre lì,
si tratta soltanto del tradizionale torpore adole- a portata di mano. E poi, in un esempio classico di
scenziale, ma dell’inconciliabilità tra una giovane interpassività, la musica stava comunque suonan-
enerazione post-alfabetizzata e «troppo connessa do: anche se lui non riusciva a sentirla, c’era pur
per riuscire a concentrarsi», e le logiche limitanti e sempre il lettore che poteva godersela al posto suo.
concentrazionarie di un sistema disciplinare in de- Anche l’utilizzo degli auricolari è un particolare in-
cadenza. Essere «annoiati» significa semplicemen- dicativo: la musica pop non viene vissuta per il suo
te venire esiliati dallo stimolo e dall’eccitamento potenziale impatto sullo spazio pubblico, ma rele-
comunicativo degli SMS, di YouTube, del fast food; gata a «ediPodico» piacere consumistico e privato
significa essere costretti a rinunciare, anche solo che ci trincera dalla socialità.

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IMPOTENZA RIFLESSIVA, IMMOBILIZZAZIONE
REALISMO CAPITALISTA E COMUNISMO LIBERALE

L’essere imbrigliati nella matrice dell’intratte- suoi stessi utilizzatori, e questo lo capì bene già
nimento porta come conseguenza un’interpassivi- William Gibson: in Neuromante, quando Case e gli
tà nervosa e agitata, un’incapacità di concentrarsi altri cowboy del cyberspazio si sconnettono dalla
e focalizzare alcunché. Il modo in cui gli studenti matrice provano un senso di stordimento misto
non riescono a mettere in relazione il loro attuale ad allucinazioni tattili, e la stessa dipendenza da
deficit d’attenzione coi fallimenti che verranno, la speed di Case è chiaramente il surrogato di una
loro inettitudine nel tradurre il tempo in una nar- forma ben più astratta di anfetamina. Se insomma
rativa coerente, è sintomo di qualcosa di più che la la sindrome da deficit di attenzione e iperattività
mera demotivazione. A tornare sinistramente alla è una patologia, si tratta allora di una patologia
memoria è l’analisi di Jameson in Postmoderno e peculiare del tardo capitalismo: una conseguen-
società dei consumi. Per Jameson, le teorie di Lacan za dell’essere connessi a quei circuiti di control-
sulla schizofrenia offrono un «suggestivo modello lo e intrattenimento che caratterizzano la nostra
estetico» per la comprensione di come le soggetti- cultura consumistica e ipermediata. Allo stesso
vità vengono frammentate dinanzi all’emergente modo, in molti casi quella che chiamiamo disles-
complesso industriale dell’intrattenimento: «una sia altro non è che post-lessia: gli adolescenti pro-
volta spezzatasi la catena significante, lo schizo- cessano dati densamente affollati di immagini
frenico lacaniano è ridotto a un’esperienza di puri senza alcun bisogno di saper leggere davvero; il ri-
significanti materiali; in altre parole, a una serie di conoscimento degli slogan è tutto quello che ser-
presenti puri e scollegati nel tempo». Così scrive- ve per navigare il piano dell’informazione online e
va Jameson alla fine degli anni Ottanta, vale a dire mobile. «La scrittura non è mai stata retaggio del
quando è nata la maggior parte dei miei studen- capitalismo. Il capitalismo è profondamente anal-
ti: quella che oggi frequenta le aule scolastiche, è fabeta», sostengono Deleuze e Guattari nell’An-
insomma una generazione emersa all’interno di tiedipo; «il linguaggio elettrico non passa né per
una cultura astorica e segnata da interferenze an- la voce né per la scrittura: l’elaborazione dei dati
timnemoniche, per la quale il tempo è da sempre può fare a meno di entrambe». Da qui, ecco for-
ripartito in microporzioni digitali. se il motivo per cui tanti imprenditori di successo
Se la cifra della disciplina è il lavoratore-pri- sono dislessici, anche se resta da capire se que-
gioniero, quella del controllo è il debitore-tossico. sta efficienza post-lessicale sia la causa o l’effetto
Il cyber-Capitale agisce creando dipendenza nei della loro affermazione.

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IMPOTENZA RIFLESSIVA, IMMOBILIZZAZIONE
REALISMO CAPITALISTA E COMUNISMO LIBERALE

Chiamati a mediare tra la soggettività post-al- adolescenti che, in non pochi casi, ancora non
fabetizzata del consumatore tardo capitalista e le sanno come socializzare.
richieste del regime disciplinare (esami da supera- Un particolare che vorrei sottolineare è che
re e così via), gli insegnanti sono stati a loro volta nessuno degli studenti a cui ho insegnato aveva
sottoposti a una pressione incredibile; e questo è alcun obbligo di frequentare il college: se avesse-
solo uno dei modi attraverso cui l’istruzione, lungi ro voluto, avrebbero benissimo potuto andarsene.
dall’essere quella torre d’avorio al riparo dal mon- Ma l’assenza di opportunità di lavoro interessanti,
do reale, si trasforma in motore per la riproduzio- assieme al cinico incoraggiamento da parte delle
ne della realtà sociale, scontrandosi direttamente istituzioni, fa sì che il college appaia come l’alter-
con le contraddizioni della società capitalista. Gli nativa più facile e sicura. Ancora Deleuze ci in-
insegnanti si ritrovano intrappolati tra il ruolo di forma che la società del controllo si basa più sul
facilitatori-intrattenitori e quello di disciplinatori debito che sulla reclusione: ma, alla sua maniera,
autoritari: vorrebbero aiutare gli studenti a passare l’attuale sistema educativo riesce sia a indebitare,
gli esami, ma gli viene anche chiesto di incarnare sia a recludere gli studenti. La logica è: paga per
l’autorità, di imporre dei doveri. Dal punto di vista il tuo stesso sfruttamento. Indébitati, e otterrai lo
degli studenti, l’identificazione degli insegnanti stesso McLavoro che avresti ottenuto lasciando la
come figure autoritarie esaspera il problema del- scuola a sedici anni.
la «noia», se non altro perché qualsiasi prodotto Jameson ha osservato che «il collasso della
dell’autorità è noioso a priori. Ironicamente, dagli temporalità libera improvvisamente il presente da
insegnanti si esige più che mai una funzione di tutte le attività e le intenzionalità che potrebbero
disciplinatori nello stesso esatto momento in cui focalizzarlo e renderlo uno spazio per la prassi».
le strutture disciplinari sono andate in crisi; men- Ma provare nostalgia per il contesto in cui fun-
tre le famiglie cedono alle pressioni di un capita- zionavano i vecchi tipi di prassi è francamente
lismo che obbliga entrambi i genitori a lavorare, inutile, ed è questo il motivo per cui le proteste
agli insegnanti viene chiesto di comportarsi come degli studenti francesi non rappresentano un’al-
surrogati dell’istituzione familiare: sono loro che ternativa all’impotenza riflessiva dei loro omolo-
devono instillare negli studenti i protocolli com- ghi britannici. Che un vessillo del neoliberismo
portamentali base, sono loro che devono prov- come l’Economist si faccia beffe dell’opposizione
vedere alla guida e al sostegno emotivo di quegli anticapitalista in Francia sorprende poco; e però

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IMPOTENZA RIFLESSIVA, IMMOBILIZZAZIONE
REALISMO CAPITALISTA E COMUNISMO LIBERALE

lo scherno con cui si riferisce all’«immobilismo» dell’impegno ecologista e della responsabilità. Al


francese un punto lo coglie. Si leggeva sul settima- di là delle loro preoccupazioni sociali, i comuni-
nale inglese in un articolo del 30 marzo 2006: sti liberali pensano che il lavoro vada (post)mo-
dernizzato, o meglio ancora reso «smart»: spiega
Di certo gli studenti protagonisti delle proteste Žižek che «essere smart significa essere dinamici e
pensavano di replicare gli eventi che nel mag- nomadi contro qualsiasi burocrazia centralizzata.
gio 1968 portarono i loro genitori a prendersela Significa credere nel dialogo e nella cooperazio-
con Charles de Gaulle. Del Sessantotto hanno ne contro qualsivoglia autorità centrale. Credere
ripreso gli slogan («Sotto il pavé, la spiaggia!») nella flessibilità contro la routine. Nella cultura e
e i simboli (l’università della Sorbona). In que- nella conoscenza contro la produzione industriale.
sto senso, è una protesta che sembra il naturale Nell’interazione spontanea e nell’autopoiesi con-
proseguimento delle rivolte nelle banlieue che tro le rigide gerarchie».
nel 2005 portarono il governo a imporre lo stato Presi assieme, gli immobilisti (con la loro am-
d’emergenza. Ai tempi furono i disoccupati, i sot- missione implicita che il capitalismo non potrà
toproletari, le etnie subalterne che si ribellarono mai essere rovesciato, e che nei suoi confronti
contro un sistema che li escludeva: eppure la ca- non si può tentare altro che opporre resistenza) e
ratteristica sorprendente delle ultime proteste è i comunisti liberali (per i quali gli eccessi immo-
che stavolta le forze della ribellione sono dalla rali del capitalismo vanno temperati dalla filantro-
parte della conservazione. A differenza dei gio- pia e dalla beneficenza) danno il senso di come le
vani rivoltosi delle banlieue, gli studenti e i sin- potenzialità politiche dell’oggi siano circoscritte
dacati del pubblico impiego puntano a impedire proprio dal realismo capitalista. Se gli immobilisti
il cambiamento, a lasciare la Francia così com’è. ricorrono a forme di protesta dal sapore sessantot-
tesco in nome della resistenza al cambiamento, i
È sorprendente come le pratiche di tanti di questi comunisti liberali sposano energicamente la causa
«immobilisti» invertano a loro modo quelle di un della «novità». Žižek ha senz’altro ragione quan-
altro gruppo di persone che aspirano a dipingersi do fa notare che il comunismo liberale, anziché
come eredi del Sessantotto: i cosiddetti «comuni- essere una specie di correttivo progressista dell’i-
sti liberali» alla George Soros o alla Bill Gates, che deologia capitalista ufficiale, è esso stesso l’ideo-
all’avida ricerca del profitto uniscono la retorica logia dominante del capitalismo contemporaneo:

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IMPOTENZA RIFLESSIVA, IMMOBILIZZAZIONE
REALISMO CAPITALISTA E COMUNISMO LIBERALE

«flessibilità», «nomadismo» e «spontaneità» sono neoliberismo non annuncia nulla di nuovo: sem-
gli imperativi gestionali che caratterizzano tutta la mai segna un ritorno al privilegio e al dominio
società del controllo postfordista. Ma il problema di classe. Scrive Badiou che «in Francia la parola
è che qualsiasi opposizione alla flessibilità e alla restaurazione indica il periodo in cui, nel 1815,
decentralizzazione rischia di essere come minimo tornò il Re dopo la Rivoluzione e Napoleone. Noi
controproducente: battersi in nome dell’inflessi- ci troviamo in un periodo simile. Il capitalismo li-
bilità e della centralizzazione non è esattamente il berale viene oggi visto, assieme al suo sistema po-
massimo dell’entusiasmo... litico di riferimento (ovvero il parlamentarismo),
Ad ogni modo, resistere al «nuovo» non è una come l’unica soluzione naturale e accettabile».
causa che la sinistra possa o debba abbracciare. Il Harvey suggerisce che la neoliberalizzazione vada
Capitale è stato molto attento e scrupoloso quando concepita come un «progetto politico per ristabilire
si è trattato di ragionare su come mandare in fran- le condizioni dell’accumulazione di capitale e re-
tumi la vecchia classe operaia; mentre dall’altra staurare il potere delle élite economiche». Ancora
parte altrettanta riflessione non c’è stata né su quali Harvey dimostra come, in un’epoca comunemente
tattiche adottare sotto il postfordismo, né su quale descritta come post-politica, la lotta di classe non
nuovo linguaggio sviluppare per far fronte alle con- si sia interrotta; piuttosto, è stata combattuta da un
dizioni che lo stesso postfordismo impone. Mette- lato soltanto: quello dei ricchi. Nota Harvey:
re in discussione l’appropriazione capitalista della
categoria del «nuovo» è importante; ma al tempo Negli Stati Uniti, dopo l’implementazione del-
stesso rivendicare il «nuovo» non può significare le politiche neoliberali nei tardi anni Settanta,
adattarsi alle condizioni in cui già ci troviamo: in la percentuale del reddito nazionale percepita
quello siamo già riusciti benissimo, e sappiamo dall’1% più ricco della popolazione è cresciuta
bene che «riuscire ad adattarsi con successo» è la fino a raggiungere il 15% entro la fine del secolo.
principale strategia dell’ideologia manageriale. Lo 0,1% della popolazione che percepisce i red-
Un’importante rettifica del rapporto che in- diti più alti ha visto crescere la propria quota di
tercorrerebbe tra Capitale e novità arriva dalla ri- reddito nazionale dal 2% del 1978 a oltre il 6%
petuta associazione tra i termini «neoliberismo» e del 1999, mentre il rapporto tra il salario medio
«restaurazione» proposta da Badiou come da David dei lavoratori e quello dei dirigenti d’azienda è
Harvey. Per entrambi, dal punto di vista politico il passato dal 30 a 1 del 1970, a quasi 500 a 1 entro

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IMPOTENZA RIFLESSIVA, IMMOBILIZZAZIONE
REALISMO CAPITALISTA E COMUNISMO LIBERALE

il 2000. Non è una situazione confinata agli Stati contrastare le gioie del marketing? Molti giovani
Uniti: in Gran Bretagna l’1% più ricco ha raddop- pretendono stranamente di essere «motivati»,
piato la propria fetta del reddito nazionale, pas- chiedono di ritornare all’apprendistato e alla for-
sando dal 6,5% del 1982 al 13%. mazione permanente; sta a loro scoprire a cosa
questo servirà davvero, così come i loro padri
Harvey mostra anche come i neoliberali siano ri- hanno dolorosamente scoperto qual era il fine
usciti a essere persino più leninisti dei leninisti: della disciplina.
in particolare il loro ricorso ai think thank come
forma di avanguardia intellettuale è servito a in- Quella che va individuata è una via d’uscita dalla
staurare quel clima ideologico in cui il realismo logica binaria motivazione/demotivazione: dob-
capitalista avrebbe infine prosperato. biamo fare in modo che la disidentificazione dai
Il modello immobilista, quello che si riduce piani del controllo si traduca in qualcosa di di-
a chiedere di conservare il vecchio regime fordi- verso da una forma di apatia afflitta. Una strate-
sta/disciplinare, non potrà mai funzionare nei pa- gia potrebbe essere quella di far slittare il terreno
esi in cui il neoliberismo è già riuscito a imporsi. della politica, insomma di spostarsi dalle priorità
In Gran Bretagna il fordismo è definitivamente col- salariali tradizionalmente care ai sindacati, per
lassato, e con lui tutti quei luoghi attorno ai quali concentrarsi su quelle forme di scontento speci-
si concentrava la politica vecchio stampo. Alla fine fiche del postfordismo. Ma prima di insistere su
del suo saggio sul controllo, Deleuze si domanda analisi del genere, bisogna approfondire cosa il
quali nuove forme potrebbe assumere una politica postfordismo davvero sia.
anticontrollo:

Una delle questioni più importanti riguarda l’i-


nefficacia dei sindacati: impegnati da sempre a
combattere contro la disciplina e gli spazi di re-
clusione, riusciranno ad adattarsi o daranno vita
a nuove forme di resistenza contro la società del
controllo? Siamo già in grado di delineare i va-
ghi contorni delle forme che verranno, capaci di

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6 OTTOBRE 1979:
5. «NON FARE ENTRARE NIENTE NELLA TUA VITA»

6 OTTOBRE 1979: assieme alle vecchie faide, alle rivalità rancorose,


«NON FARE ENTRARE NIENTE alle vendette appassionate. Sul mondo di Heat si
NELLA TUA VITA» può imparare molto già da un nome come «Neil
McCauley»: suona anonimo, sembra preso da un
Racconta il boss del crimine Neil McCauley in passaporto falso, è un nome che non ha storia (an-
Heat, il film di Michael Mann del 1995: «Un tizio che se, ironicamente, pare richiamare quello dello
un giorno m’ha detto: non avere affetti. Non fare storico inglese Lord McCaulay). Vuoi mettere con
entrare nella tua vita niente che tu non possa pian- «Corleone»? Mica è un caso se il Padrino prendeva
tare in trenta secondi netti se fiuti la polizia dietro il nome del suo paese d’origine.
l’angolo». Uno dei modi più semplici per cogliere la Tra i personaggi interpretati da Robert De
differenza tra fordismo e postfordismo è mettere a Niro, McCauley è forse quello che più si avvicina
confronto il film di Mann e i gangster movie gira- alla personalità dell’attore: uno schermo, un mes-
ti da Francis Ford Coppola e Martin Scorsese tra il saggio cifrato, senza profondità, freddamente pro-
1971 e il 1990. In Heat i colpi non vengono messi a fessionale, l’essenza più pura dell’esercizio, della
segno da «famiglie» legate al Vecchio Continente, ricerca, del Metodo («faccio quello che faccio me-
ma da bande senza radici che si muovono in una glio»). McCauley non è un boss della mafia, non è
Los Angeles tutta superfici cromate, cucine di de- il capo borioso che governa una gerarchia barocca
sign, autostrade in serie e diners notturni. È come retta da codici tanto solenni e misteriosi quanto
se il colore locale, l’aroma delle cucine, gli idioletti quelli della Chiesa cattolica, scritti nel sangue di
culturali, insomma tutto quanto stava alla base di migliaia di faide. I componenti della sua banda
film come Il padrino o Quei bravi ragazzi fosse sta- sono professionisti, sono imprenditori-speculatori
to rivestito, coperto da una mano di vernice. La Los dai modi concreti, sono tecnici del crimine i cui
Angeles di Heat è un mondo senza storia né punti principi stanno all’esatto opposto della lealtà alla
di riferimento, uno sprawl griffato dove i segni del famiglia cara a Cosa Nostra. A queste condizioni,
territorio sono stati rimpiazzati da una teoria infi- qualsiasi legame familiare sarebbe d’altronde in-
nita di catene commerciali tutte identiche tra loro. sostenibile; come ricorda McCauley al detective
I fantasmi della Vecchia Europa che infestavano Vincent Hanna (interpretato da Al Pacino): «Se
le strade di Coppola e Scorsese sono stati esorciz- sei sempre appresso a me e dove vado io vai anche
zati, sepolti sotto qualche caffetteria in franchise tu, come puoi pretendere di riuscire a tenerti una

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moglie?»; essendo l’ombra di McCauley, Hannah è l’organizzazione del lavoro viene decentralizzata,
costretto a rifletterne lo stato di indeterminatezza, e che le vecchie gerarchie piramidali vengono so-
di perpetua mobilità. stituite da nuove reti trasversali, a essere premiata
Come un qualsiasi gruppo di azionisti, la ban- è la «flessibilità».
da di McCauley è tenuta assieme dalla prospet- In un’involontaria eco della battuta che McCauley
tiva del guadagno futuro: qualsiasi altro legame rivolge ad Hanna («Come pretendi di riuscire a te-
sarebbe un extra facoltativo e quasi certamente nerti una moglie?»), Sennett sottolinea l’intollera-
pericoloso. Il loro è un accordo temporaneo, prag- bile stress che sulle dinamiche familiari provoca
matico e trasversale: sanno che ciascuno di loro è una tale condizione di instabilità permanente. I
parte intercambiabile di una macchina, che nulla valori da cui la vita in famiglia dipende – ricono-
è dovuto e che niente è destinato a durare. A loro scenza, fiducia, impegno – sono precisamente gli
confronto, i vecchi goodfellas sembrano quasi dei stessi che il nuovo capitalismo ritiene obsoleti.
pantofolai sentimentalisti, tenacemente aggrap- Eppure, visti gli attacchi che vengono portati alla
pati a comunità morenti, a territori condannati sfera pubblica e lo smantellamento di quelle reti di
all’estinzione. sicurezza a suo tempo garantite dal vecchio «Sta-
L’ethos abbracciato da McCauley è lo stesso to assistenziale», proprio la famiglia viene sempre
che Richard Sennett analizza in L’uomo flessibile: più identificata come un rifugio dalle pressioni di
le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita per- un mondo costantemente segnato dall’instabilità.
sonale, il fondamentale studio sui cambiamenti La situazione in cui versa la famiglia nel capi-
affettivi causati dalla riorganizzazione postfor- talismo postfordista è contraddittoria nello stesso
dista del lavoro. È una condizione ben riassun- modo in cui aveva previsto il marxismo tradizio-
ta dallo slogan «niente è a lungo termine»: se in nale: il capitalismo ha bisogno della famiglia (in
passato i lavoratori potevano acquisire un singolo quanto strumento essenziale per la riproduzione
bagaglio di capacità e da lì aspettarsi di progredire e la cura della forza lavoro; perché allevia le ferite
verso l’alto sui binari di una rigida gerarchia orga- psichiche inferte da condizioni socioeconomiche
nizzativa, adesso ai lavoratori viene richiesto di fuori controllo), eppure contemporaneamente
apprendere periodicamente capacità nuove, a se- ne mina le fondamenta (impedendo ai genitori
conda di come si muovono da un’organizzazione di trascorrere tempo con i propri figli; alimentando
all’altra, da un ruolo all’altro. E dal momento che la tensione di coppia nel momento in cui i partner

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diventano l’unica fonte di consolazione affettiva diverse: costretti in ambienti rumorosi e sorve-
reciproca). gliati a vista da dirigenti e supervisori, i lavoratori
Stando all’economista marxista Christian potevano comunicare tra loro soltanto durante le
Marazzi, il passaggio dal fordismo al postfordismo pause, al bagno, alla fine della giornata lavorativa o
porta una data precisa: 6 ottobre 1979. Quel giorno nei momenti di sabotaggio, per il semplice motivo
la Federal Reserve portò i tassi d’interesse al 20%, che la comunicazione interrompeva la produzione.
spianando la strada alla cosiddetta supply-side Ma sotto il postfordismo la catena di montaggio si
economics che avrebbe modellato la realtà econo- trasforma in «flusso di informazioni». È insomma
mica in cui tuttora siamo immersi. L’innalzamento proprio comunicando che la gente lavora. Per dirla
dei tassi d’interesse non si limitò a contenere l’in- con Norbert Wiener, comunicazione e controllo si
flazione, ma rese possibile una riorganizzazione legano a vicenda.
dei modelli di produzione e distribuzione: la «rigi- Lavoro e vita diventano così inseparabili. Per-
dità» della linea di produzione fordista cedette il sino quando sogni ti ritrovi il Capitale alle costole.
posto alla «flessibilità», una parola che a qualsiasi Il tempo smette di essere lineare e diventa caotico,
lavoratore di oggi farà correre un brivido di imme- puntiforme. Il sistema nervoso viene ristrutturato
desimazione lungo la schiena. Questa flessibilità è allo stesso modo della produzione e della distri-
stata a sua volta definita da una deregolamentazio- buzione. Per funzionare, in quanto elemento del-
ne del Capitale e del lavoro, che ha portato a una la produzione just in time, devi saper reagire agli
crescente esternalizzazione e precarizzazione del- eventi imprevisti e imparare a vivere in condizioni
la manodopera e a un sempre maggior numero di di instabilità assoluta (o «precarietà», come da or-
lavoratori impiegati su base temporanea. ribile neologismo). Periodi in cui lavori si alterna-
Come Sennett, Marazzi riconosce che se da una no a periodi in cui sei disoccupato. Costretto a una
parte la condizione postfordista richiede una mag- fila infinita di impieghi a breve termine, non riesci
giore cibernetizzazione dell’ambiente di lavoro, a pianificare un futuro.
dall’altra è proprio da tale cibernetizzazione che Sia Marazzi che Sennett fanno notare come lo
questa nuova condizione emerge. Nella fabbrica sgretolamento del modello fondato sul lavoro sta-
fordista, tute blu e colletti bianchi venivano bru- bile sia stato in parte motivato dalle aspirazioni dei
talmente separati da strutture fisiche che, all’inter- lavoratori stessi: erano in effetti proprio i lavorato-
no dello stesso edificio, rispondevano a mansioni ri che, giustamente, non ne volevano più sapere di

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lavorare per quarant’anni dentro la stessa fabbri- liberi da una prigionia verso la quale non provano
ca. A sua volta, il Capitale ha sollecitato e metabo- nostalgia alcuna, ma anche abbandonati, persi nel
lizzato il desiderio di emancipazione dalla routine deserto, confusi sul da farsi.
fordista, spiazzando in questo modo una sinistra Il conflitto scatenato nella psiche degli indivi-
che da allora per molti versi non si è più ripresa. In dui non può che produrre vittime; Marazzi analiz-
un paese come la Gran Bretagna, il sistema fordista za il legame tra postfordismo e aumento dei casi di
era fin troppo rassicurante per i tradizionali rappre- sindrome bipolare: da questo punto di vista, se la
sentanti della classe operaia, ovvero i sindacati: lo schizofrenia è – come ricordano Deleuze e Guattari
stabile antagonismo che ne derivava conferiva – la condizione che segna il limite esterno del ca-
loro un ruolo assicurato. Questo però ha fatto sì pitalismo, allora il disturbo bipolare è la malattia
che, per gli apologeti del Capitale postfordista, sia mentale che del capitalismo segna l’«interno». Di
stato facile presentarsi come nemici dello status più: coi suoi incessanti cicli di espansione e crisi, è
quo, come capitani coraggiosi in lotta contro l’i- il capitalismo stesso a essere profondamente e irri-
nerzia di un’organizzazione del lavoro «inutilmen- ducibilmente bipolare, periodicamente oscillante
te» plagiata da un antagonismo ideologico che, tra stati di eccitazione incontrollata (l’esuberanza
sì, faceva il gioco di politici e leader sindacali, ma irrazionale delle «bolle») e crolli depressivi (l’e-
poco serviva alle speranze di quella stessa classe spressione «depressione economica» non è eviden-
che i sindacati sostenevano di rappresentare. Oggi temente casuale). Il capitalismo nutre e riproduce
l’orizzonte dell’antagonismo non sta più all’ester- gli umori della popolazione a un livello che nessun
no, vale a dire nel confronto tra blocchi sociali; è altro sistema sociale ha mai sfiorato: senza delirio
semmai tutto interno alla psicologia del lavora- e senza fiducia in se stesso, non saprebbe proprio
tore, che da una parte resta coinvolto nel vecchio come funzionare.
conflitto tra classi, mentre dall’altra è interessato a Col postfordismo sembra aver toccato un nuo-
massimizzare i profitti dei propri investimenti in vo apice quella «piaga invisibile» dei disordini
vista del fondo pensione. E se non c’è più un ne- psichici e affettivi che, silenziosamente e subdola-
mico esterno identificabile, la conseguenza è che – mente, ha preso a diffondersi sin dal 1750 circa (e
come nota ancora Marazzi – sotto il postfordismo cioè dagli inizi del capitalismo industriale). È qui
i lavoratori assomigliano agli ebrei che nel Vec- che il lavoro di Oliver James diventa importante.
chio Testamento lasciano la «casa di schiavitù»: Ne Il capitalista egoista James fa notare come negli

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ultimi venticinque anni abbiamo assistito a un si- In questa fantasiosa società imprenditoriale, la
gnificativo aumento del tasso di «disturbi mentali»: delusione è alimentata dalla convinzione che
chiunque può essere un Alan Sugar o un Bill Ga-
Secondo la maggior parte dei criteri, il livello tes, indipendentemente dal fatto che una simile
di sofferenza è quasi raddoppiato tra le perso- eventualità sia andata diminuendo dagli anni
ne nate nel 1946 (che avevano trentasei anni Settanta in poi: una persona nata nel 1958, ave-
nel 1982) e quelle nate nel 1970 (che ne avevano va ad esempio più probabilità di risalire la scala
trenta nel 2000). Per esempio, nel 1982 il 16% sociale (magari grazie all’istruzione) di una nata
delle donne trentaseienni ha riportato di soffri- nel 1970. Le tossine più nocive del capitalismo
re di «problemi di nervi, sentirsi giù, tristi o de- egoista, sono quelle che sistematicamente inco-
presse», mentre nel 2000 la cifra per le trenten- raggiano l’idea che la ricchezza materiale sia la
ni era del 29% (per gli uomini era l’8% nel 1982, chiave per la realizzazione personale, che i ricchi
il 13% nel 2000). sono i vincenti e che per puntare in alto non serve
altro che lavorare sodo, indifferentemente dal re-
In un altro studio inglese citato da James, viene troterra familiare, etnico o sociale di provenien-
messo a confronto il tasso di morbilità psichiatrica za. Se poi non riesci, l’unico da biasimare sei tu.
(ovvero nevrosi, fobie e depressione) in campioni
interrogati tra 1977 e 1985: «Mentre nel 1977 i casi Quanto James suggerisce a proposito di aspirazio-
ammontavano al 22% del campione, entro il 1986 la ni, aspettative e fantasie, combacia in effetti con
cifra era salita a quasi un terzo della popolazione quella «edonia depressa» che ho osservato tra i
(31%)». Rispetto ad altre nazioni comunque rette da giovani britannici.
sistemi capitalisti, i tassi più alti arrivano da quei In un contesto di crescente disagio mentale,
paesi in cui vige quello che James chiama «capi- è sintomatico che un partito come il New Labour
talismo egoista»: James ipotizza quindi che siano abbia deciso nel 2005 di operare dei tagli sui sussi-
proprio le politiche «egoistiche» (vale a dire neoli- di di invalidità, insinuando che molti di quelli che
berali) le principali responsabili dell’incremento. ne facevano richiesta non fossero malati sul serio
In particolar modo, James si sofferma sul modo in e che, insomma, facessero solo finta. Al contra-
cui il capitalismo egoista istiga all’idea che qualsia- rio di una simile premessa, che la maggior parte
si aspirazione o aspettativa possa essere realizzata: dei richiedenti (ovvero molto più di due milioni

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REALISMO CAPITALISTA «NON FARE ENTRARE NIENTE NELLA TUA VITA»

di persone) siano vittime del Capitale non è una per esempio è vero che la depressione generalmen-
conclusione irragionevole. Tra le persone che si ri- te comporta un basso livello di serotonina, allora
volgono al sussidio di invalidità, molte si ritrovano quello che va spiegato è perché in determinati in-
psicologicamente danneggiate dall’insistenza con dividui il livello di serotonina sia basso. Farlo però
cui il realismo capitalista ribadisce che industrie richiede una spiegazione sociale e politica: ripoli-
come quella mineraria non siano più economica- ticizzare la malattia mentale è un compito urgente
mente sostenibili (sebbene anche in termini bru- per qualsiasi sinistra che voglia lanciare una sfida
talmente economici quella della sostenibilità è al realismo capitalista.
una tesi che convince poco, specie se si considera Infine, intravedere un parallelismo tra l’incre-
il costo che i contribuenti andrebbero a pagare per mento dei disturbi mentali e i nuovi modelli di va-
i sussidi e altre forme di sostegno). Molti invece lutazione per le prestazioni dei lavoratori è tutto
sono semplicemente crollati sotto la terrificante tranne che eccentrico. È su questa «nuova burocra-
instabilità della condizione postfordista. zia» che ci concentreremo adesso.
L’ontologia oggi dominante nega alla malattia
mentale ogni possibile origine di natura sociale.
Ovviamente, la chimico-biologizzazione dei di-
sturbi mentali è strettamente proporzionale alla
loro depoliticizzazione: considerarli alla stregua
di problemi chimico-biologici individuali, per il
capitalismo è un vantaggio enorme. Innanzitut-
to, rinforza la spinta del Capitale in direzione di
un’individualizzazione atomizzata (sei malato per
colpa della chimica del tuo cervello); e poi crea un
mercato enormemente redditizio per le multina-
zionali farmaceutiche e i loro prodotti (ti curiamo
coi nostri psicofarmaci).
Che qualsiasi malattia mentale possa essere
rappresentata come un fatto neurologico è chiaro
a tutti. Ma questo non ci dice nulla sulle cause. Se

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TUTTO CIÒ CHE È SOLIDO
6. SI DISSOLVE NELLE PUBLIC RELATIONS

TUTTO CIÒ CHE È SOLIDO esprimere la propria «individualità e creatività».


SI DISSOLVE NELLE PUBLIC È una dimostrazione pratica di come creatività ed
RELATIONS: STALINISMO espressione personale siano diventati strumenti
DI MERCATO E ANTIPRODUZIONE di lavoro essenziali in una società del controllo
BUROCRATICA che – come ricordato dai vari Paolo Virno e Yann
Moulier-Boutang – dai lavoratori pretende un im-
Impiegati… male!, l’ingiustamente bistrattato film pegno non solo produttivo, ma anche emotivo;
che Mike Judge scrisse e diresse nel 1999, è un acu- persino il grossolano tentativo di quantificare il
to ritratto di quello che è stato il luogo di lavoro tra contributo affettivo degli impiegati è rivelatore.
anni Novanta e primi Duemila, allo stesso modo in Il particolare del «look» poi denota un altro fe-
cui Blue collar (1978) di Paul Schrader fu il ritrat- nomeno ancora: le vere aspettative che si celano
to delle relazioni lavorative degli anni Settanta. dietro agli standard ufficiali. Joanna, una delle ca-
Al posto del conflitto tra sindacalisti e dirigenti meriere che lavora nel caffè, indossa esattamente
di fabbrica, il film di Judge ci mostra un’azienda quindici pezzi di look, ma le viene fatto notare che,
sclerotizzata da un’«antiproduzione» amministra- sebbene quindici sia ufficialmente abbastanza,
tiva: gli impiegati ricevono diversi promemoria non è un numero veramente adeguato. Il suo supe-
da diversi manager, tutti riportanti la stessa in- riore chiede a Joanna se vuole sembrare quel tipo
dicazione. Naturalmente, il promemoria in que- di persona che «fa solo il minimo indispensabile».
stione riguarda una faccenda burocratica: chiede «Sai che ti dico, Stan?», replica Joanna, «se vuoi
di conformarsi a una nuova procedura che impo- che mi metta trentasette cose addosso, perché non
ne di porre delle copertine sui rapporti inviati. alzi il minimo indispensabile a trentasette pezzi?».
In ossequio al dogma be smart!, l’ufficio in cui si «Be’», risponde il suo capo, «se non ricordo male,
svolge il film è un misto di informalità, dirigenti avevi detto che volevi esprimerti».
in maniche di camicia e placido autoritarismo. Lo Abbastanza non è più abbastanza. È una sin-
stesso stile manageriale, Judge ce lo mostra anche drome che suonerà familiare a quei tanti lavoratori
nella catena di caffè in cui gli impiegati vanno a per i quali una valutazione «sufficiente» delle pro-
rilassarsi: qui allo staff è richiesto di impreziosire prie prestazioni, non è più... sufficiente. In molte
le proprie uniformi con «quindici pezzi di look» strutture educative, se ad esempio la classe valuta
(vale a dire spillette o altri gadget personali) e di come sufficiente il lavoro del proprio insegnante,

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TUTTO CIÒ CHE È SOLIDO
REALISMO CAPITALISTA SI DISSOLVE NELLE PUBLIC RELATIONS

quest’ultimo viene obbligato a intraprendere un per smantellare il vecchio apparato burocratico,


corso di formazione prima che gli venga riasse- questa affermazione è palesemente falsa. I nuo-
gnato un posto. vi sistemi dell’informazione semmai forniscono
Che le misure burocratiche si siano intensifica- ai piani alti un quadro onnicomprensivo dell’or-
te sotto un regime neoliberale che si presenta come ganizzazione stessa, così che agli individui spar-
antiburocratico e antistalinista potrebbe dappri- si per il network resta pochissimo spazio dove
ma sembrare un mistero. Eppure ad aver prolife- nascondersi». Ma non si tratta soltanto del fatto
rato è una nuova burocrazia fatta di «obiettivi» e che la tecnologia informatica garantisce ai mana-
di «target», di «mission» e di «risultati», e questo ger un maggiore accesso ai dati: sono i dati stessi
nonostante tutta la retorica neoliberale sulla fine ad aver proliferato. Molti di questi dati vengono
della gestione top-down. Il controllo centralizzato forniti dai lavoratori in prima persona; Massimo
regna supremo. Si potrebbe pensare a questa buro- De Angelis e David Harvie descrivono alcune del-
crazia come a una sorta di ritorno del rimosso, che le misure burocratiche alle quali un docente, in
ironicamente riemerge al centro di un sistema che Gran Bretagna, deve ottemperare nell’organizza-
pure ne professava l’annientamento. Ma nel neoli- zione di un modulo universitario:
berismo il risveglio della burocrazia è assai più che
un riflesso atavico o un’anomalia. Per ciascun modulo, il module leader o ML (cioè il
Come in effetti ho già accennato, non c’è con- docente) deve compilare una serie di documenti:
traddizione tra l’essere smart e l’esasperazione in particolare una module specification (all’inizio
dirigenziale e amministrativa: sono due facce del del modulo) che tra le altre cose elenchi «finalità
lavoro nella società del controllo. Richard Sennett e obiettivi», «modalità e metodi di valutazione» e
ci ricorda come l’appiattimento delle gerarchie i risultati previsti per gli studenti; e poi una mo-
piramidali abbia determinato una maggiore sor- dule review (alla fine del modulo) in cui allo stes-
veglianza sui lavoratori: «Una delle qualità che so ML viene chiesto di valutare i punti di forza e
vengono attribuite alla nuova organizzazione del di debolezza del modulo, di suggerire quali mo-
lavoro è che questa decentrerebbe il potere, por- difiche apportare per l’anno successivo, un riepi-
tando le persone ai piani bassi dell’organizzazio- logo del feedback da parte degli studenti, il loro
ne ad avere un maggior controllo sulle proprie punteggio medio e il loro tasso di dispersione.
attività. Ma se pensiamo alle tecniche impiegate

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REALISMO CAPITALISTA SI DISSOLVE NELLE PUBLIC RELATIONS

E questo è solo l’inizio. Per un corso di laurea com- anche aggiunto che questa sfilza di adempimenti
pleto i docenti devono predisporre delle «specifiche» non è in alcun modo confinata alle università o al
sul programma, nonché produrre una «relazione sistema dell’istruzione: ogni altro servizio pubbli-
annuale» in cui il rendimento degli studenti vie- co, da quello sanitario alle forze di polizia, si ritro-
ne calcolato attraverso criteri come il «tasso di va aggredito da metastasi burocratiche simili.
avanzamento», il «tasso di abbandono», la forbi- In parte, questo è il risultato dell’intima rilut-
ce e l’intervallo dei voti. Tutti i voti degli studenti tanza di determinati processi e servizi ai processi
vanno a loro volta classificati secondo una «matri- di mercificazione; l’equivalenza tra istruzione e
ce». A questa autosorveglianza si aggiunge il giu- mercato poggia per esempio su un’analogia confu-
dizio effettuato dalle autorità terze: il rendimento sa e superficiale: gli studenti sono i consumatori di
degli studenti viene monitorato da «esaminatori un servizio o il loro prodotto? Per come è stato ide-
esterni» che si suppone provvedano a criteri stan- alizzato, il mercato avrebbe dovuto portare a scam-
dard per l’intero sistema universitario. I docenti bi senza attrito in cui i desideri dei consumatori si
devono essere controllati dai loro pari, mentre i sarebbero spontaneamente venuti incontro, senza
dipartimenti sono periodicamente soggetti a con- alcun bisogno di interventi o mediazioni da parte
trolli di tre o quattro giorni da parte del QAA (Qua- degli organismi regolatori. E invece l’enfasi sulla
lity Assurance Agency for Higher Education), l’ente valutazione prestazionale dei lavoratori, così come
preposto a vigilare sulla «qualità» dell’istruzione la spinta a quantificare forme di lavoro che per
superiore. Se poi sono anche ricercatori, ogni quat- loro natura sono refrattarie a qualsiasi quantifica-
tro o cinque anni i docenti devono sottoporre a un zione, ha inevitabilmente prodotto ulteriori livel-
apposito comitato le loro «migliori quattro pub- li di burocrazia e amministrazione. Quello che ci
blicazioni» nell’ambito del Research Assessment troviamo di fronte non è un raffronto diretto tra pre-
Exercise (rimpiazzato nel 2008 dall’altrettanto stazioni o risultati, ma tra la rappresentazione (de-
controverso Research Excellence Framework). bitamente quantificata) di quelle prestazioni e di
De Angelis e Harvie specificano anche che il loro quei risultati. È ovvio che a questo punto si produce
è solo un riassunto a grandi linee di alcuni degli un cortocircuito: il lavoro viene predisposto alla
obblighi burocratici a cui i docenti vengono richia- produzione e alla manipolazione proprio di quelle
mati, ciascuno dei quali ha profonde implicazioni rappresentazioni, anziché attrezzato per gli obiet-
in termini di finanziamento e risorse. E andrebbe tivi ufficiali del lavoro vero e proprio. Non a caso,

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REALISMO CAPITALISTA SI DISSOLVE NELLE PUBLIC RELATIONS

uno studio commissionato da un’amministrazione E in effetti il canale fu davvero uno straordinario


locale britannica afferma che «viene messo più im- trionfo pubblicitario: ma se nella sua costruzio-
pegno nell’assicurarsi che i servizi locali vengano ne fosse stato messo anche solo metà dell’impe-
rappresentati correttamente che nell’effettivo mi- gno riversato nelle campagne di propaganda ci
glioramento dei servizi stessi». sarebbero state molte meno vittime e molti più
Questa inversione delle priorità è uno dei tratti progressi reali; e il progetto sarebbe stato una ge-
distintivi di un sistema che possiamo tranquilla- nuina tragedia classica, anziché quella farsa bru-
mente definire «stalinismo di mercato». Dello sta- tale che fu, in cui persone in carne e ossa finirono
linismo, il capitalismo riprende proprio questo suo uccise in nome di uno pseudoevento.
attaccamento ai simboli dei risultati raggiunti, più
che l’effettiva concretezza del risultato in sé. Come In una strana coazione a ripetere, i governi britan-
racconta Marshall Berman descrivendo il progetto nici targati New Labour – in apparenza, il massimo
del canale che, tra 1931 e 1933, Stalin volle per col- dell’antistalinismo – hanno dimostrato la stessa
legare il Mar Bianco al Mar Baltico: tendenza all’applicazione di interventi i cui effetti
nel mondo reale contano solo fintantoché posso-
Stalin era talmente impegnato a immaginare no essere spesi in termini di «comunicazione». Un
uno sfolgorante simbolo di sviluppo che pressò tipico esempio sono i fantomatici target di cui il
e spremette il progetto al punto tale da ritardare New Labour era così entusiasta: seguendo un pro-
lo sviluppo del progetto stesso. Lavoratori e in- cesso che tende a replicarsi con ferrea prevedibilità
gegneri non ebbero né il tempo, né i soldi, né la ovunque prenda piede, questi target smettono in
strumentazione adatta a costruire un canale suf- fretta di essere uno strumento per la misurazione
ficientemente profondo e sicuro per le navi da ca- delle performance, e diventano invece dei fini a sé.
rico del XX secolo; di conseguenza, il canale non Prendiamo una caratteristica irrinunciabile
giocò mai un ruolo significativo nell’economia o di ogni inizio estate in Gran Bretagna: l’ansia de-
nell’industria dell’Unione Sovietica. Tutto quello gli studenti di superare gli esami. Se gli studenti
che il canale riuscì a sostenere fu a quanto pare il di oggi sono meno attrezzati e preparati di quel-
passaggio di vaporetti che negli anni Trenta ven- li che li hanno preceduti non è tanto per un calo
nero riempiti di cronisti sia sovietici che stranie- qualitativo delle prove scolastiche: è perché l’uni-
ri, in modo da decantare la grandezza dell’opera. co obiettivo dell’insegnamento tutto è diventato

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TUTTO CIÒ CHE È SOLIDO
REALISMO CAPITALISTA SI DISSOLVE NELLE PUBLIC RELATIONS

proprio far superare gli esami; l’ossessione miope Qui diventa cruciale il modo in cui Žižek ela-
per la prova d’esame si sostituisce insomma a un bora il concetto lacaniano di «Grande Altro». Il
impegno più ampio nella materia di studio. Qual- Grande Altro è la finzione collettiva e assieme la
cosa di simile succede negli ospedali, dove ai po- struttura simbolica presupposta da ogni campo so-
chi interventi urgenti e seri vengono preferite ciale; il Grande Altro non può mai essere incontra-
tante piccole procedure di routine per il semplice to direttamente: possiamo solo confrontarci con le
motivo che queste permettono di raggiungere più sue controfigure. Non sempre queste controfigure
speditamente i target imposti (e cioè numero di coincidono con i leader in persona; prendiamo il
interventi, percentuale di successi, riduzione dei sopracitato esempio del canale del Mar Bianco:
tempi di attesa). in quel caso non era esattamente Stalin a rappre-
Sarebbe comunque un errore interpretare lo sentare il Grande Altro, quanto piuttosto i cronisti
stalinismo di mercato come una specie di devia- sovietici e stranieri che andavano persuasi della
zione dallo «spirito autentico» del capitalismo. grandiosità del progetto. Un’altra dimensione im-
Al contrario: è più giusto dire che la vera essenza portante del Grande Altro è che non conosce tutto:
dello stalinismo è stata inibita dal rapporto con un al contrario, è proprio questa ignoranza costitutiva
progetto politico quale il socialismo, mentre è solo del Grande Altro che permette alle public relations
in una cultura tardo capitalista che riesce a emer- di funzionare.
gere a pieno. Nel tardo capitalismo, d’altronde, le In un certo senso il Grande Altro potrebbe es-
immagini acquisiscono una forza autonoma: nel sere descritto come il consumatore delle pubbliche
mercato azionario il valore viene generato non tan- relazioni e della propaganda, la figura virtuale a
to da quello che una compagnia produce per dav- cui viene chiesto di credere anche quando nessun
vero, quanto dalle fiducia nelle sue performance individuo potrebbe credere davvero. Per usare uno
future, o perlomeno dalle sensazioni che circolano dei classici esempi di Žižek: c’era davvero qualcu-
a riguardo. Mettiamola così: nel capitalismo tutto no a non sapere che il socialismo reale era logoro e
ciò che è solido si dissolve nelle public relations. corrotto? Di sicuro non tra le persone del popolo,
Lo stesso tardo capitalismo è definito dalla sua on- che erano fin troppo coscienti dei suoi difetti; e di
nipresente tendenza alla produzione di «relazioni sicuro non tra gli amministratori e i funzionari di
pubbliche» non meno che dall’imposizione dei governo, perché semplicemente non potevano non
meccanismi del mercato. sapere. No: era al Grande Altro che si chiedeva di

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REALISMO CAPITALISTA SI DISSOLVE NELLE PUBLIC RELATIONS

non sapere. Era al Grande Altro che veniva impedi- Jameson a sua volta replicherebbe che questa
to di conoscere la realtà quotidiana del socialismo incredulità è un’espressione della «logica culturale
reale. Ma la distinzione tra quello che il Grande del tardo capitalismo», ovvero un effetto del pas-
Altro sa – e cioè quello che è ufficialmente accet- saggio alle modalità postfordiste di accumulazione
tato – e quello che viene comunemente sperimen- del capitale. D’altra parte, Nick Land fornisce uno
tato dagli individui in carne e ossa, è tutto tranne dei ritratti più euforici del «collasso postmoder-
che formale o vuota: è anzi proprio questa discre- no della cultura nell’economia»: secondo Land, a
panza che permette alla realtà sociale «ordinaria» erodere progressivamente il potere dello Stato cen-
di funzionare. E quando viene meno l’illusione che tralizzato è una mano invisibile ciberneticamente
il Grande Altro non sappia, a disintegrarsi è la implementata. Nei suoi testi degli anni Novanta,
struttura immateriale che tiene assieme il sistema Land è riuscito a sintetizzare cibernetica, teoria
sociale. Ecco perché resta tanto importante il di- della complessità, narrativa cyberpunk e neolibe-
scorso di Chruščëv del 1956, quello in cui il segretario rismo, partorendo la visione di un Capitale come
del PCUS «ammise» gli errori dello Stato sovietico: intelligenza artificiale planetaria: un sistema va-
chiunque nel Partito conosceva bene quanta cor- sto, flessibile e infinitamente duttile che renderà
ruzione e quali atrocità erano state compiute in il genere umano obsoleto. In Meltdown, il suo
suo nome; ma il discorso di Chruščëv rese impos- manifesto per un Capitale decentrato e non line-
sibile continuare a credere che il Grande Altro non are, Land invoca una «pulsione interconnessa alla
ne fosse a conoscenza. matrice e massicciamente distribuita, che punta
Questo per quanto riguarda il socialismo reale; a disattivare i programmi di comando e controllo
ma allora che dire del capitalismo reale? Un modo delle memorie alla base di tutte le forme di macro
per comprendere in cosa sta il «realismo» del rea- e microgoverno, globalmente configurate in quello
lismo capitalista è soffermarsi sulla pretesa di aver che chiamo Human Security System». Questo è ca-
smesso di credere nel Grande Altro. In effetti già col pitalismo come reale che tutto distrugge: un siste-
termine postmodernismo possiamo intendere l’in- ma in cui i segnali (virali, digitali) circolano su reti
sieme di crisi provocate dal declino della fede nel autosufficienti che aggirano il Simbolico e quindi
Grande Altro: la celebre definizione della condizio- non hanno bisogno di alcun Grande Altro a fare da
ne postmoderna formulata da Lyotard è dopotutto garante. È il Capitale come «Cosa innominabile»
«l’incredulità nei confronti delle metanarrazioni». descritto da Deleuze e Guattari, ma senza quelle

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REALISMO CAPITALISTA SI DISSOLVE NELLE PUBLIC RELATIONS

forze di riterritorializzazione e antiproduzione che di essere. A capirlo a sue spese, è stato per esempio
secondo loro erano costitutive del capitalismo. il gioielliere Gerald Ratner, che nel 1991 definì pub-
Uno dei problemi della posizione di Land è blicamente i suoi prodotti di bigiotteria economica
anche quello che più la rende interessante: Land «una schifezza totale»; aggirando il Simbolico, la mise
ipotizza un capitalismo «puro», inibito e frenato insomma «così com’è». Solo che l’ufficializzazione di
da soli elementi estrinseci anziché interni (stando un simile giudizio ebbe serissime conseguenze
alla logica di Land, questi elementi sono atavismi immediate: le vendite dei prodotti calarono dra-
che verranno infine consumati e metabolizzati dal sticamente, le perdite arrivarono a toccare i cin-
Capitale). Solo che il capitalismo non può essere quecento milioni di sterline e lui perse il posto. I
«purificato» in questo modo: togligli le forze anti- consumatori potevano pure sapere benissimo che
produttive, e il capitalismo svanisce con loro. Allo i gioielli Ratner erano di scarsa qualità, ma chi non
stesso modo, non esiste alcuna tendenza progres- lo sapeva era il Grande Altro. Appena quest’ultimo
siva allo «svelamento» del capitalismo, nessuna l’ha scoperto, Ratner è crollato.
graduale messa a nudo di quello che il capitalismo Il postmodernismo popolare si è confrontato
davvero è: rapace, indifferente, inumano. Al con- con la «crisi dell’efficienza simbolica» in maniera
trario: il ruolo essenziale che nel capitalismo gio- assai meno intensa di Nick Land, ricorrendo ma-
cano quelle «trasformazioni incorporee» messe in gari alle ansie tutte metafinzionali sulla «funzione
atto dalle campagne di public relations, dal mar- dell’autore», oppure a quei film e programmi tele-
keting e dalla pubblicità, suggerisce che, per fun- visivi che espongono apertamente i meccanismi
zionare efficacemente, la brama del capitalismo si dietro alle loro produzioni, e che di riflesso disqui-
affida a varie forme di copertura. siscono del loro stesso status di merce e bene di
Il capitalismo reale è segnato dalla stessa di- consumo. Ma i supposti gesti di demistificazione
scrasia che caratterizza il socialismo reale: da una del postmodernismo non sono un segno di sofisti-
parte, una cultura ufficiale in cui imprese e aziende catezza: piuttosto denotano una certa ingenuità,
vengono presentate come premurose e socialmen- la convinzione che una volta, nel passato, ci fosse
te responsabili; dall’altra, la diffusa consapevo- davvero qualcuno che nel Simbolico ci credeva.
lezza che queste stesse compagnie sono in realtà In realtà, l’efficienza simbolica è stata ottenuta
corrotte e spietate. In altre parole, la postmoderni- proprio mantenendo una distinzione chiara tra la
tà capitalista non è tanto scettica quanto afferma causalità di tipo empirico-materiale, e la causalità

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REALISMO CAPITALISTA SI DISSOLVE NELLE PUBLIC RELATIONS

incorporea del Simbolico. Žižek porta l’esempio di Baudrillard, fenomeni come i documentari-verità
un giudice: «So benissimo che le cose sono come e i sondaggi politici, che si suppone presentino la
le vedo io, so benissimo che questa persona è cor- realtà in maniera diretta e non mediata, pongono
rotta e vile: ma nondimeno la tratto con rispetto, sempre un dilemma insolubile: quanto la presen-
perché veste i panni del giudice e perché quando za della telecamera ha influito sui comportamenti
parla è la Legge stessa che parla attraverso di lui». di chi veniva filmato? Quanto la pubblicazione dei
Ma allo stesso tempo, come ricorda ancora Žižek: risultati condizionerà le future scelte di voto dei
partecipanti al sondaggio? Essendo domande sen-
La riduzione alla pura realtà [del postmoder- za risposta, la «realtà» non può che essere perenne-
nismo] manca il bersaglio. Quando un giudice mente elusiva, sfuggente: nello stesso momento in
parla in quanto giudice, in un certo senso c’è più cui sembra che venga catturata nella maniera più
verità nelle sue parole (ovvero le parole dell’isti- cruda possibile, ecco che la realtà si trasforma in
tuzione-Legge) che nella diretta realtà del giu- quella che Baudrillard chiama, con un neologismo
dice in quanto persona: se ci limitiamo alle cose troppo spesso frainteso, «iperrealtà».
«per come le vediamo», non cogliamo il punto. In un riflesso straniante delle tesi baudrillar-
È il paradosso che Lacan sottolinea nel suo Les diane, i reality show televisivi hanno finito addi-
non-dupes errent: le persone che si affidano solo rittura per fondere tecniche-verità e sondaggismo
a quanto vedono di persona, le persone che non d’opinione. In programmi del genere esistono in ef-
si lasciano raggirare dall’inganno e dalla finzione fetti due livelli di realtà: la «vita vera» e fuori copio-
del simbolico, sono le persone che sbagliano di ne dei concorrenti in tv, e le reazioni imprevedibili
più. Un cinico che crede solo a quanto vede «coi degli spettatori a casa (che a loro volta condiziona-
propri occhi», non coglie l’efficienza della finzio- no il comportamento dei concorrenti). Tuttavia la
ne simbolica e come questa struttura la nostra reality tv è continuamente perseguitata dal dubbio
esperienza della realtà. dell’illusione e della finzione: e se i concorrenti stes-
sero segretamente recitando, reprimendo alcuni
Buona parte del lavoro di Baudrillard ragiona sul- aspetti della loro personalità in modo da risultare
lo stesso tema: il modo in cui la fine del Simboli- più appetibili al pubblico? E poi i voti degli spetta-
co porta non a un confronto diretto con il reale, tori: vengono accuratamente registrati, o dietro c’è
ma a una specie di emorragia del reale stesso. Per qualche forma di accordo, di intesa nascosta?

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Lo slogan di un programma come Il Grande il numero civico della sua abitazione sia fonte di
Fratello, «Sei tu a decidere», coglie alla perfezione sfortuna, ma che non può provvedere di persona ri-
la modalità di controllo tramite feedback che, se- dipingendo il numero in questione perché «va fatto
condo Baudrillard, ha rimpiazzato le vecchie forme come si deve, dall’istituzione preposta». Immagino
di potere centralizzate: siamo noi stessi, cliccando che tutti abbiamo una certa familiarità con la tipi-
e telefonando, a occupare i posti vuoti del potere. ca libido burocratica, quel genere di soddisfazione
Il Grande Fratello televisivo ha soppiantato quello che certi funzionari traggono dal loro disconosci-
di Orwell. Come spettatori, non siamo sottoposti mento della responsabilità («non dipende da me,
a un potere esterno: piuttosto, siamo integrati in è il regolamento»). La frustrazione dell’avere a che
un circuito che come obiettivo ha i nostri deside- fare con i burocrati molte volte deriva dal fatto che
ri e le nostre passioni, ma che ci restituisce quegli non sono loro a prendere le decisioni, e che in ef-
stessi desideri non come nostri, ma come desideri fetti tutto quello che possono fare è riferire le deci-
del Grande Altro. Naturalmente, circuiti del gene- sioni già prese altrove (dal Grande Altro). A rende-
re non sono una prerogativa del sistema televisivo: re Kafka il più grande narratore della burocrazia è
dai gruppi di discussione in stile focus group ai son- proprio il fatto che è riuscito a intuire come questa
daggi demografici, i sistemi di feedback cibernetici struttura di disconoscimento sia connaturata alla
sono ormai diventati parte integrante di qualsiasi burocrazia; nel Processo la ricerca della massima
«servizio», a cominciare dall’istruzione e dall’am- autorità in grado di risolvere la situazione legale del
ministrazione pubblica. Il che ci riporta ancora una protagonista Josef K. non avrà mai fine, perché il
volta al tema della burocrazia postfordista. Grande Altro non può essere incontrato di persona:
Tra burocrazia (intesa come discorso dell’uf- esistono solo funzionari più o meno ostili, intenti
ficialità) e Grande Altro, esiste ovviamente una a interpretare i disegni del Grande Altro. E tutto
stretta relazione. Prendiamo due esempi concreti quello che il Grande Altro è, sono proprio quelle in-
riportati da Žižek sul Grande Altro all’opera: un terpretazioni, quel differimento di responsabilità.
funzionario di basso livello che, non essendo stato Il motivo per cui Kafka è un prezioso commen-
informato di un avanzamento amministrativo sta- tatore del totalitarismo è perché rivela che c’è una
bilito dall’alto, risponde «spiacente, non sono an- dimensione del totalitarismo che non si riduce
cora a conoscenza di questa nuova misura, quindi al dispotismo, e che quindi non può essere com-
non posso aiutarla»; e una signora convinta che presa come tale. La sua visione purgatoriale di

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un labirinto burocratico senza fine rimanda a indipendenti da qualsiasi autorità esterna; ma


quell’«impero dei segni» che secondo Žižek era il proprio quell’autonomia fa sì che queste assuma-
regime sovietico: un sistema in cui la nomenkla- no un’implacabilità totale, resistendo a qualsiasi
tura stessa – compresi Stalin e Molotov – doveva rettifica o messa in discussione.
fare i conti con l’interpretazione di una complessa L’abuso della revisione quantificabile, la proli-
serie di indizi semiotico-sociali. Nessuno sapeva ferazione di questa vera e propria «cultura dell’au-
cosa gli veniva richiesto: gli individui potevano so- diting» che caratterizza il postfordismo, è il segno
lamente supporre quale potesse essere il significa- che parlare di declino del Grande Altro è quanto-
to di particolari gesti o direttive. meno un’esagerazione. Possiamo pensare all’assillo
Nel tardo capitalismo, dove la possibilità di ap- della quantificabilità come a una fusione tra rela-
pellarsi alla versione ufficiale e definitiva di un’au- zioni pubbliche e burocrazia: quasi sempre i dati
torità ultima non esiste più nemmeno in principio, burocratici assolvono a una funzione promoziona-
questa ambiguità viene intensificata al massimo. le, come nel caso dei risultati delle prove d’esame
Come esempio di questa sindrome, torniamo an- che, nel sistema educativo, vengono impiegati per
cora una volta all’istruzione post-scolastica. In aumentare (o diminuire) il prestigio dei singoli
un incontro tra sindacati, dirigenti dei college e istituti. Per gli insegnanti, a essere frustrante è la
membri del Parlamento, a essere messo sotto at- sensazione che il loro lavoro sia sempre più orien-
tacco fu l’LSC (Learning and Skills Council), ovve- tato a impressionare il Grande Altro che collezio-
ro l’ente che presiede al labirinto delle risorse per na e consuma questi «dati», e se uso le virgolette
la further education. Né gli insegnanti, né i diri- è perché, fuori dai puri parametri contabili, mol-
genti, né i parlamentari erano riusciti a stabilire te di queste presunte informazioni hanno poco
come alcune direttive si fossero generate, anche significato e quasi nessuna applicazione: per dirla
perché non ve n’era traccia nella stessa politica con Eeva Berglund, «l’informazione derivata dalle
di governo: la risposta fu che l’LSC aveva «inter- verifiche di auditing comporta conseguenze an-
pretato» le disposizioni ministeriali emesse dal che quando è talmente priva di dettagli, talmente
Dipartimento per l’Educazione. Interpretazioni astratta, da apparire fuorviante o senza senso se
del genere riescono a guadagnarsi una strana au- non per i criteri estetici dell’audit in sé».
tonomia, caratteristica della burocrazia: da una La nuova burocrazia non è più una funzione de-
parte, le procedure burocratiche fluttuano libere, limitata e specifica portata avanti da determinate

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figure professionali, ma invade ogni area del lavoro il tuo resta senza dubbio un caso di primo grado,
col risultato che – come pronosticato da Kafka – i la- ma al prezzo di un’ansia letteralmente senza fine
voratori diventano i controllori di se stessi, obbligati (a proposito: le nuove modalità di ispezione
a valutare le proprie stesse prestazioni. Prendiamo dell’OFSTED rispecchiano quelle che, nell’istru-
ad esempio il nuovo sistema adottato dall’OFSTED zione superiore, hanno portato dal vecchio Re-
(Office for Standards in Education) per le ispezioni search Assessment Exercise al nuovo Research
nei college d’istruzione post-scolastica. Col vecchio Excellence Framework; anche qui, le valutazioni
sistema, i college erano oggetto di minuziose ispe- periodiche sono state sostituite da misurazioni
zioni una volta ogni quattro anni circa: di solito, permanenti e ubique che non possono che produr-
queste prevedevano un largo numero di ispettori e re lo stesso livello di ansia generalizzata).
l’osservazione dal vivo di diverse lezioni. Nel nuovo Nemmeno per il personale le nuove forme di
sistema invece, quello «ottimizzato», ai college ba- ispezione «light» sono preferibili alle vecchie: gli
sta dimostrare l’efficacia dei loro controlli interni, ispettori passano nel college esattamente lo stesso
per subire soltanto un’ispezione «leggera». Quello tempo che passavano prima. Certo, di ispettori che
che però queste ispezioni leggere implicano è ov- passeggiano nei corridoi ce ne sono meno: ma que-
vio: controllo e monitoraggio vengono esternalizza- sto non allevia in alcun modo la tensione provocata
ti dall’OFSTED per essere sostanzialmente appalta- dai controlli, figlia più degli abbellimenti extrabu-
ti al singolo college e ai suoi docenti, diventando un rocratici messi in atto in previsione di una possi-
requisito permanente sia della struttura del college, bile ispezione che dell’ispezione vera e propria. In
sia della psicologia del docente. un certo senso, l’ispezione corrisponde alla lettura
La differenza tra la «pesantezza» del vecchio della natura virtuale della sorveglianza fornita da
sistema e la leggerezza del nuovo corrisponde Foucault in Sorvegliare e punire. Per Foucault non
esattamente alla già citata distinzione tra assolu- c’è alcun bisogno che il ruolo della sorveglianza sia
zione apparente e rinvio indefinito che troviamo effettivamente ricoperto da qualcuno: il non sapere
in Kafka: con l’assoluzione apparente, presenti se si è controllati o meno produce come effetto l’in-
istanza ai giudici di una corte d’appello finché non troiezione dell’apparato di controllo, così che finirai
ottieni una sospensione non vincolante; a quel per comportarti come se fossi sempre sotto osser-
punto sei legalmente libero fino al momento in cui vazione. Allo stesso modo, per tornare all’esem-
il tuo caso non viene riaperto. Col rinvio invece, pio delle ispezioni universitarie, a essere valutate

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REALISMO CAPITALISTA SI DISSOLVE NELLE PUBLIC RELATIONS

saranno non le tue capacità di insegnante, ma la e pochi di questi ne sono contenti. Le reazioni
tua diligenza da burocrate. sono state diverse. I dirigenti hanno spesso sug-
Ci sono anche altri effetti bizzarri: dal momen- gerito che, «non essendoci alternativa», l’obiet-
to che è l’OFSTED a tenere sotto controllo il sistema tivo diventa non tanto lavorare di più, quanto
di autovalutazione dei college, negli stessi college lavorare in maniera più «smart». Questo accatti-
si produce l’incentivo implicito a valutare se stessi vante slogan è servito a placare la resistenza del
meno di quanto effettivamente si meriti. Il risultato personale a cambiamenti che, nella loro espe-
è una strana forma di confessionalismo maoista in rienza personale, avevano portato a effetti deva-
salsa postmoderna-capitalista, nella quale ai lavo- stanti sulle condizioni lavorative. È uno slogan
ratori viene chiesto di impegnarsi in una costante che cerca di collegare da una parte la necessità
autodenigrazione simbolica. Per dire: una volta, il di un «cambiamento» (ovvero riorganizzazione
nostro dirigente stava elencando le virtù del nuovo e innovazione) finalizzato a soddisfare pressioni
sistema di ispezioni «light», quando se ne uscì che di bilancio e «competitività» crescente, dell’altra
il problema dei nostri registri di dipartimento era la riluttanza del personale nei confronti non solo
che non suonavano sufficientemente autocritici. delle peggiorate condizioni di lavoro, ma anche
«Ma non preoccupatevi!», proseguì poi: qualsiasi dell’insensatezza educativa e accademica di tali
nostra autocritica sarebbe stata puramente simbo- «cambiamenti».
lica. Nel senso: da quelle autocritiche, non sarebbe
dipesa alcuna sanzione. Come se darsi all’autofla- L’idea che «non ci sono alternative» e l’invito a la-
gellazione, come se questo esercizio puramente vorare «non di più, ma in maniera più smart» sono
formale di cinica condiscendenza burocratica, non la dimostrazione di come il realismo capitalista
fosse già abbastanza demoralizzante. detti il tono dei conflitti di lavoro sotto il postfor-
Nelle aule scolastiche dell’evo postfordista, l’im- dismo. Un docente ha sarcasticamente fatto nota-
potenza riflessiva degli studenti si riflette in quella re che abolire il regime delle ispezioni sembra oggi
degli insegnanti. Riportano De Angelis e Harvie: più improbabile di quanto lo fosse una volta l’a-
bolizione della schiavitù: un simile fatalismo può
Le pratiche e i requisiti della standardizzazione essere messo in crisi soltanto dall’eventuale affer-
e della sorveglianza impongono com’è ovvio una mazione di un nuovo soggetto politico collettivo.
grande mole di lavoro da parte degli insegnanti,

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«...SE POTESSI OSSERVARE IL SOVRAPPORSI
7. DI UNA REALTÀ CON L’ALTRA»

«...SE POTESSI OSSERVARE di quanto sostenuto in precedenza. Nessuno si az-


IL SOVRAPPORSI DI UNA REALTÀ zardò a interrogarlo su questa pura e semplice ri-
CON L’ALTRA»: IL REALISMO trattazione: era come se lui per primo a malapena
CAPITALISTA COME FORMA ONIRICA si ricordasse dell’esistenza di una versione altra.
E DISTURBO DELLA MEMORIA Immagino sia quello che la gente chiama «buon
management». O forse, è l’unico modo per restare
Un tempo «essere realistici» significava forse fare sani nel pieno della perenne instabilità capitalista.
i conti con una realtà percepita come solida e ina- In apparenza, quel dirigente era in effetti un
movibile: ma il realismo capitalista comporta che raggiante esempio di salute mentale: l’intera sua
ci sottoponiamo a una realtà infinitamente plasti- persona irradiava quel genere di affabilità camera-
ca, capace di riconfigurarsi come e quando vuole. tesca tutta pacche sulle spalle e «sempre in forma,
Dinanzi a noi c’è quello che Jameson – nel suo sag- amico!». Tanta allegria può essere conservata solo
gio The Antinomies of Postmodernity – chiama «un in un’assenza pressoché totale di riflessività critica
presente puramente fungibile in cui sia la psiche e solo se si è capaci (come lo era lui) di assecon-
che lo spazio possono essere processati e ricostru- dare in maniera cinica ogni singola disposizione
iti secondo necessità». Qui la «realtà» assomiglia proveniente dall’autorità burocratica. Il cinismo
alle infinite opzioni di un documento digitale, dove dell’obbedienza è d’altronde un ingrediente chia-
nessuna decisione è definitiva, le revisioni sono ve: per quel dirigente, la salvaguardia della sua
sempre possibili, e ogni attimo pregresso può es- immagine da vecchio liberal anni Sessanta deri-
sere richiamato in qualsiasi momento. Il dirigente vava tutta dal «non credere davvero» al processo
di medio livello a cui accennavo alla fine del prece- di valutazione in cui pure si applicava con asso-
dete capitolo è riuscito per esempio a trasformare luta diligenza. È una forma di sconfessione e di-
questa realtà «fungibile» in un’arte: dapprima, ci sconoscimento che dipende da quella distinzione
espose la sua convinta versione della situazione tra atteggiamento soggettivo interiore e compor-
del college presente e soprattutto futura (e cioè tamenti esteriori di cui abbiamo già parlato: il di-
quali sarebbero stati gli effetti delle ispezioni, qual rigente poteva pur essere interiormente ostile (se
era la posizione della dirigenza e così via); poi, let- non addirittura sprezzante) nei confronti delle
teralmente il giorno dopo, eccolo proporre in tutta procedure burocratiche da lui supervisionate; ma
tranquillità una versione che era la diretta antitesi esteriormente, era perfettamente compiacente. Il

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«...SE POTESSI OSSERVARE IL SOVRAPPORSI
REALISMO CAPITALISTA DI UNA REALTÀ CON L’ALTRA»

trucco è che è proprio il disinvestimento sogget- la psicoanalisi ci insegnano che l’esperienza del
tivo dagli adempimenti contabili che permette ai risveglio, così come quella onirica, dipende pro-
lavoratori di prestarsi a mansioni tanto inutili e prio da queste messe in scena: se il reale è inso-
demoralizzanti. stenibile, ogni realtà che andiamo a costruire sarà
La capacità di quel dirigente di migrare in una tela di contraddizioni. A differenziare Kant,
maniera tanto liscia da una realtà all’altra mi ha Nietzsche e Freud dallo stanco cliché del «la vita
ricordato in maniera fortissima La falce dei cieli è sogno», è la percezione che i nostri falsi ricordi
di Ursula K. Le Guin. È un romanzo su un uomo, siano consensuali: l’idea che il mondo in cui vivia-
George Orr, i cui sogni diventano letteralmente re- mo sia una solipsistica illusione o una proiezione
altà; ma come da tradizione, i sogni realizzati si tra- partorita dall’interno delle nostre menti, anziché
sformano in fretta in traumi e catastrofi. Quando disturbarci ci consola, perché combacia con le no-
per esempio Orr viene convinto dal suo psichiatra, stre fantasie infantili di onnipotenza. Ma il pen-
il dottor Haber, a sognare di risolvere il problema siero che la nostra cosiddetta interiorità debba la
della sovrappopolazione, una volta sveglio si ri- sua esistenza a un consenso fittizio porta con sé
trova in un mondo in cui miliardi di persone sono il peso dell’enigma, del mistero, del perturbante.
state spazzate via da un’epidemia; come notato In La falce dei cieli questo livello ulteriore di im-
da Jameson nella sua analisi del romanzo, questa perscrutabilità si manifesta quando Orr viene
epidemia è «un evento fino a quel momento ine- chiamato a trasformare in realtà i sogni degli altri:
sistente che trova velocemente posto nella nostra dapprima del dottor Haber, che cerca di controlla-
memoria cronologica del recente passato». re e manipolare le capacità di Orr, e poi dell’avvo-
Buona parte della potenza de La falce dei cieli catessa Heather Lelache. Cosa significa quindi vi-
deriva proprio da come riesce a rendere queste fal- vere attraverso i sogni realizzati di qualcun altro?
se memorie retrospettive, i cui meccanismi sono
al tempo stesso estremamente familiari (dopotut- [Haber] non riusciva a continuare a parlare. Lo
to, li sperimentiamo ogni notte quando sogniamo) sentiva: lo spostamento, l’arrivo, il cambiamen-
e inusitatamente strani: come potremmo mai to. Anche la donna lo sentì. Sembrava spaven-
credere a eventi che si susseguono – quando addi- tata. Stringendo come un talismano la collana
rittura non coesistono – in così aperta contraddi- che portava al collo, fissava sgomenta fuori dal-
zione gli uni con gli altri? E però Kant, Nietzsche e la finestra in preda allo shock e al terrore. […]

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«...SE POTESSI OSSERVARE IL SOVRAPPORSI
REALISMO CAPITALISTA DI UNA REALTÀ CON L’ALTRA»

Che effetto avrebbe avuto sulla donna? Avrebbe madre sarebbe stata direttrice di una compagnia
capito, sarebbe impazzita, cosa avrebbe fatto? e lui sarebbe cresciuto «in un clima dove, per
Avrebbe conservato entrambi i ricordi, com’era quanto riguarda l’impresa, sapevo esattamen-
successo a lui, quello vero e quello nuovo, quello te cosa stava succedendo». Era insomma uno di
vecchio e quello vero? loro, o meglio: lo era sempre stato. L’unico pro-
blema è che non era vero. Come poi sua madre
E quindi: Heather è infine impazzita? Ma certo che avrebbe ammesso, lei non si sarebbe mai definita
no: dopo alcuni istanti di sbigottimento Heather «un’imprenditrice»: aveva giusto svolto qualche
Lelache accetta il mondo «nuovo» come quello «piccolo compito amministrativo» per una «pic-
«vero», semplicemente rimuovendo il punto di cola azienda di famiglia», per poi abbandonare il
sutura. La strategia di accettare senza domande lavoro ai tempi del matrimonio, ben tre anni pri-
l’incommensurabile e l’insensato è da sempre la ma che il piccolo Gordon fosse addirittura nato.
tecnica sui cui regge la sanità mentale in quanto Se in passato abbiamo già conosciuto dei leader
tale; ma nel tardo capitalismo – quell’«impasto in- laburisti che hanno provato a inventarsi un retro-
forme di tutto quanto è già stato» in cui l’invenzio- terra operaio, Brown è il primo ad essersi inven-
ne e la rottamazione delle finzioni sociali è tanto tato un background capitalista.
rapida quanto la produzione e lo smaltimento delle
merci – è una tecnica che gioca un ruolo speciale. Newsinger mette a confronto Brown con un caso
In una tale condizione di precarietà ontologi- assai differente: il suo rivale e predecessore Tony
ca, dimenticare diventa una strategia di adatta- Blair. Se Blair – che incarnava lo strano spettaco-
mento. Prendete l’esempio dell’ex primo ministro lo del messianismo postmoderno – non ha mai
britannico Gordon Brown, che attraverso l’oppor- dovuto rinnegare alcun ideale perché ideali non
tuna reinvenzione della propria identità politica aveva, il passaggio di Brown da socialista presbi-
ha cercato di indurre a un oblio collettivo. Ricorda teriano a capo supremo del New Labour è stato
John Newsinger in un articolo apparso su Inter- un lungo, arduo e doloroso processo di rinnega-
national Socialism: mento e negazione. Per Newsinger «mentre per
Blair l’adesione al neoliberismo non ha richie-
A un convegno degli industriali britannici, Brown sto alcun sacrificio personale, perché non aveva
ha affermato di avere «l’impresa nel sangue». Sua cause di cui disfarsi, per Brown ha significato la

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«...SE POTESSI OSSERVARE IL SOVRAPPORSI
REALISMO CAPITALISTA DI UNA REALTÀ CON L’ALTRA»

deliberata scelta di un’inversione di campo. Viene proprio Bourne afferma nel romanzo di Robert
da sospettare che lo sforzo ne abbia danneggiato Ludlum da cui è tratto il primo capitolo della saga:
la personalità». Blair era l’Ultimo Uomo per na-
tura e inclinazione. Brown al contrario, l’Ultimo Cerca di capirmi: devo sapere alcune cose. Non
Uomo, il nano alla fine della storia, lo è dovuto di- tutte: tante quante ne bastano per prendere una
ventare con la forza della volontà. decisione. Una parte di me deve essere in grado
Blair era l’uomo senza aspirazioni, l’outsi- di andarsene, di scomparire. Devo poter dire a
der di cui il partito aveva bisogno per prendere me stesso che quello che era, adesso non è più,
il potere; il suo volto da joker isterico era quello e che c’è la possibilità che non sia mai stato, dal
dell’imbonitore accomodante. Il poco probabile momento che non ne ho memoria. Quello che
gesto di reinvenzione di Brown era invece quello una persona non è in grado di ricordare, non esi-
che sarebbe toccato al partito stesso; il suo finto ste... almeno per lui.
sorriso ghignante era davvero il correlativo ogget-
tivo dello stato in cui versava il Labour dopo aver Nel film, il nomadismo transnazionale di Bourne
capitolato al realismo capitalista: abbattuto, senza viene reso da un montaggio ultraveloce che funzio-
nerbo, i suoi valori rimpiazzati da simulacri che na come una specie di antimemoria, proiettando
una volta erano apparsi splendenti, ma il cui fasci- lo spettatore in quel vertiginoso «presente conti-
no attuale è quello di una tecnologia informatica nuo» che per Jameson caratterizza la temporalità
vecchia di dieci anni. postmoderna. Le complesse trame dei romanzi di
In una condizione in cui realtà e identità Ludlum vengono trasformate in una serie di eventi
vengono «aggiornate» alla stessa maniera di un cifrati e frammenti di azione talmente evanescenti
software, sorprende poco che uno dei principa- che a malapena aderiscono a una narrazione intel-
li sintomi di ansia culturale siano i disturbi della ligibile. Privo com’è di una storia personale, Bourne
memoria: pensiamo ai film della serie Bourne, a non possiede una memoria narrativa, ma conserva
Memento, a Se mi lasci ti cancello. Nei capitoli del- quella che potremmo chiamare una memoria for-
la saga cinematografica dedicata a Jason Bourne, male: e cioè il ricordo – letteralmente incarnato in
i tentativi del protagonista di riconquistare la sua una serie di tic e riflessi – di tecniche, abitudini e
identità vanno di pari passo a un continuo allon- gesti. Nella memoria danneggiata di Bourne rie-
tanamento da ogni senso definito del sé. Come cheggia quella modalità di nostalgia postmoderna

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«...SE POTESSI OSSERVARE IL SOVRAPPORSI
REALISMO CAPITALISTA DI UNA REALTÀ CON L’ALTRA»

descritta ancora una volta da Jameson, in cui i temporalità umana, sociale e storica non è mai
riferimenti contenutistici alla contemporaneità (o stato tanto omogeneo quanto oggi. Di conse-
persino al futuro) oscurano la dipendenza a livello guenza, quello che cominciamo a percepire – e
formale da modelli prestabiliti o persino antiquati. quello che sta emergendo come un profondo trat-
Da una parte, questa è una cultura che privilegia to costitutivo della stessa postmodernità, quan-
unicamente il presente e l’immediato: la rimozione tomeno nella sua dimensione temporale – è che
del pensiero a lungo termine si estende non solo in d’ora in poi, laddove tutto si presta al continuo
avanti nel tempo, ma anche indietro (basti pensare succedersi di mode e rappresentazioni mediati-
a quelle storie che monopolizzano l’attenzione dei che, nessun cambiamento sarà più possibile.
media per una settimana al massimo, per poi esse-
re istantaneamente dimenticate); dall’altra, è una Senz’altro si tratta di un altro esempio di quella
cultura piagata da un eccesso di nostalgia, schiava battaglia tra forze della deterritorializzazione e
della retrospezione e incapace di dare vita a qualsi- della riterritorializzazione che per Deleuze e Guat-
voglia novità autentica. tari è costitutiva del capitalismo. E non sarebbe per
È probabile che l’identificazione e l’analisi di nulla sorprendente se la profonda instabilità socia-
questa antinomia temporale sia il più grande con- le ed economica portasse come risultato a un’af-
tributo di Jameson alla nostra comprensione della fannosa ricerca di forme culturali a noi familiari a
cultura postfordista/postmoderna. Come spiega in cui tornare allo stesso modo in cui Bourne ritorna
The Antinomies of Postmodernity: sui suoi istinti più profondi. Il disturbo della me-
moria collegato a questa situazione è quello che in
Il paradosso da cui dobbiamo partire è l’equi- Memento affligge il protagonista Leonard, in teoria
valenza tra la quantità di immani cambiamenti un puro caso di amnesia anterograda: per chi soffre
a tutti i livelli della nostra vita sociale e l’altret- di questo disturbo, i ricordi precedenti all’avvento
tanto impareggiabile standardizzazione di tutto della malattia restano intatti, ma diventa impos-
quanto appaia incompatibile con tali cambia- sibile immagazzinare nuove informazioni nella
menti, si tratti di sentimenti, beni di consumo, memoria a lungo termine; tutto quanto è «nuovo»
linguaggio, architettura... Capiamo allora come diventa di conseguenza una minaccia ostile e in-
nessun’altra società è mai stata tanto standar- navigabile, cosicché il malato non può che rifu-
dizzata quanto la nostra, e che lo scorrere della giarsi nella sicurezza del «vecchio». Incapacità di

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«...SE POTESSI OSSERVARE IL SOVRAPPORSI
REALISMO CAPITALISTA DI UNA REALTÀ CON L’ALTRA»

produrre ricordi nuovi: eccola, la formulazione può un progetto che svuota il mondo di signifi-
essenziale dell’impasse postmoderna. cato, che scredita e sradica la vita per sfruttare
Se i disturbi della memoria ci forniscono un’ef- apertamente il desiderio, intersecarsi con un pro-
ficace analogia per i glitch del realismo capitalista, gramma centrato sulla fissazione e la costrizione
la distorsione onirica è il modello da cui il realismo dei significati, sulla conservazione di stili di vita
capitalista trae il suo funzionamento così liscio e determinati, sulla repressione e la regolamenta-
vellutato. Quando noi sogniamo, dimentichiamo, zione del desiderio? Come possono il sostegno a
ma dimentichiamo anche che stiamo dimentican- una governabilità modellata sull’impresa e un or-
do; dal momento che le lacune e le carenze della dinamento sociale fondato sull’interesse perso-
nostra memoria sono come ritoccate via, queste nale convivere con il sostegno a una governabilità
non ci perseguitano né ci tormentano. Il sogno in- modellata sull’autorità della Chiesa e un ordina-
somma dà forma a una coerenza basata su false mento sociale fondato sul sacrificio e la lealtà dei
memorie, che copre anomalie e contraddizioni: è figli verso i padri, ovvero quella stessa struttura
da qui che Wendy Brown prende spunto quando fatta a pezzi dal capitalismo più sfrenato?
nota come sia proprio l’attività onirica l’esem-
pio migliore per comprendere le forme di potere Questa evidente incoerenza sul piano della cosid-
contemporanee. Nel saggio American Nightmare: detta «razionalità politica» non pregiudica però
Neoconservatism, Neoliberalism, and De-democra- la simbiosi sul piano della soggettività politica.
tization, Brown smonta l’alleanza tra neoconser- Brown nota come, sebbene mossi da impostazioni
vatorismo e neoliberismo su cui ha poggiato la tra loro diversissime, neoliberali e neoconservato-
variante americana del realismo capitalista per- ri abbiano collaborato ai fini di un’indebolimento
lomeno fino al 2008, dimostrando come l’uno e della sfera pubblica e della democrazia, partoren-
l’altro si muovano da premesse che non sono solo do un cittadino assoggettato che cerca le soluzioni
divergenti, ma direttamente contraddittorie: non nei processi politici, ma nei prodotti. Come
spiega Brown:
Come possono incrociarsi una razionalità espres-
samente amorale sia nei mezzi che nei fini (il neo- Soggetto che sceglie e soggetto governato dall’al-
liberismo) e una che invece è esplicitamente mo- to, sono tutto tranne che opposti. Gli intellet-
rale e normativa (il neoconservatorismo)? Come tuali della scuola di Francoforte (e prima ancora

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REALISMO CAPITALISTA 8.

Platone) hanno teorizzato l’aperta compatibilità «NON ESISTE UN


tra scelta individuale e assoggettamento politi- COLLEGAMENTO PRECISO»
co, descrivendo soggetti democratici capaci di
accettare forme di tirannia politica e di autorita- Letteralmente fatto a pezzi da neoliberali e neocon-
rismo proprio perché rapiti da una sfera di scelta servatori, il concetto di Stato-balia continua non-
e soddisfazione del bisogno che scambiano per dimeno a rappresentare per il realismo capitalista
libertà. un’autentica ossessione. Meglio ancora: per il rea-
lismo capitalista lo spettro dello Stato assistenziale
Interpretando un po’ i ragionamenti di Brown, gioca un’imprescindibile funzione libidinale: sta lì
potremmo ipotizzare che a tenere assieme questa per essere biasimato proprio per i suoi fallimenti
bizzarra sintesi di neoconservatorismo e neolibe- nell’accentramento del potere, un po’ come quan-
rismo sia stato innanzitutto il loro spauracchio do Thomas Hardy se la prendeva con Dio perché
comune: il cosiddetto «Stato-balia» e tutti quelli non esisteva. Ha osservato James Meek sulla Lon-
che ne dipendono. E però, nonostante tutta la sua don Review of Books, in un articolo sulla privatiz-
retorica antistatalista, a ben guardare il neoliberi- zazione dell’acqua in Gran Bretagna: «Ogni volta, i
smo non è contrario allo Stato in sé (come abbia- governi sia laburisti che conservatori scoprono che
mo già ricordato a proposito degli aiuti bancari del quando affidano il potere alle compagnie private e
2008), quanto ad alcuni particolari utilizzi delle queste compagnie poi vanno all’aria, gli elettori se
sue risorse. Nel frattempo, lo Stato forte tanto caro la prendono non con le compagnie per aver fatto
ai neoconservatori è stato confinato alle funzioni un uso improprio di questi poteri, ma col governo
militari e di polizia, in diretta antitesi a uno Stato per aver affidato il potere ad altri». Meek era in vi-
sociale accusato di minare la responsabilità mora- sita nella cittadina di Tewkesbury, un anno dopo
le degli individui. la terribile alluvione che l’aveva colpita nel 2007.
A prima vista, gli allagamenti e il conseguente col-
lasso dei servizi erano da attribuire alle mancanze
delle aziende idriche privatizzate e alla speculazio-
ne edilizia, ma Meek scoprì che i residenti locali la
vedevano altrimenti:

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REALISMO CAPITALISTA «NON ESISTE UN COLLEGAMENTO PRECISO»

In generale, a Tewkesbury l’ostilità è più contro Stato-balia che – allo stesso tempo – si accompagna
il governo, il consiglio comunale e l’agenzia per al rifiuto di accettare le conseguenze della margi-
l’ambiente per non aver fermato le compagnie nalizzazione dello Stato nel capitalismo globale: il
edili, che contro le ditte costruttrici per aver ti- segno, forse, che al livello dell’inconscio politico re-
rato su le case, o contro gli acquirenti per averle sta impossibile accettare che non ci siano più con-
comprate. E quando le assicurazioni alzano i pre- trollori, e che la cosa più simile che abbiamo oggi
mi, i cittadini incolpano il governo di non aver a un potere decisionale sono null’altro che interessi
speso abbastanza per la difesa dagli allagamenti, nebulosi e incomprensibili, esercitanti a loro volta
anziché rivolgersi contro le compagnie assicura- una forma di irresponsabilità aziendale-impren-
trici o contro le persone che decidono di vivere ditoriale. Magari è un caso di disconoscimento fe-
in una zona alluvionale, ma che per questa scelta ticista: «Sappiamo benissimo che non è il governo
non vogliono pagare nessun sovrapprezzo. a tirare le fila, e però...». Questa forma di discono-
scimento interviene in parte perché l’assenza di un
La stessa sindrome si è replicata su scala infinita- vero centro nel capitalismo globale è drasticamente
mente più grande in occasione di un altro tipo di impensabile: nonostante le persone vengano ora in-
disastro: la crisi bancaria del 2008. In quel caso, terpellate in qualità di consumatori (e come Wendy
l’attenzione dei media si è tutta concentrata sugli Brown e altri hanno dimostrato, il governo stesso
eccessi dei singoli banchieri e la gestione della crisi viene presentato come una specie di bene di consu-
da parte dei governi, anziché sulle cause sistemi- mo o di servizio), queste non possono ancora fare
che della crisi stessa; ora, da cittadino britannico, a meno di immaginarsi in qualità di cittadini (o se
non voglio neanche per un momento dare l’im- non altro, di pensarsi come se lo fossero).
pressione di assolvere il New Labour dal ruolo che L’esperienza che più si avvicina a metterci in
ha avuto in un simile disastro, ma bisogna ammet- diretto contatto con l’assenza di centro del capita-
tere che tanta attenzione sul governo e sull’immo- lismo è quella del call center. In quanto consuma-
ralità degli individui altro non è che un diversivo. tori dell’evo tardo capitalista, più passa il tempo
Incolpare un governo impotente che si arrabatta più esistiamo in due realtà distinte e separate: da
per riparare al casino provocato dai suoi amici pro- una parte, quella in cui i servizi ci vengono pre-
fittatori è quantomeno un atto di malafede. È il ri- stati senza intoppi di sorta; dall’altra, una realtà
sultato di una prolungata ostilità nei confronti dello completamente diversa: il folle labirinto kafkiano

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REALISMO CAPITALISTA «NON ESISTE UN COLLEGAMENTO PRECISO»

dei call center, un mondo privo di memoria in cui simile, vittima anch’egli del sistema ma nei con-
i meccanismi di causa ed effetto si legano tra loro fronti del quale non è possibile alcuna comunan-
in maniera misteriosa e imperscrutabile, dove è già za solidale. E così come la rabbia non ha oggetto,
un miracolo se qualcosa si muove e dove ogni spe- non avrà nemmeno effetto. È nell’esperienza di un
ranza di riapprodare dall’altra parte, quella dove le sistema tanto impersonale, indifferente, astratto,
cose filano lisce e senza strappi, prende e se ne va frammentario e senza centro, che più ci avvicinia-
in fumo. Cosa esemplifica meglio di un call center mo a guardare negli occhi tutta la stupidità artifi-
il fallimento neoliberale nell’essere all’altezza delle ciale del Capitale.
sue stesse campagne (auto)promozionali? Eppure, L’angoscia da call center è un’ulteriore prova
nemmeno le nostre generalizzate disavventure con di come la riduzione di Kafka a mero narratore del
gli operatori telefonici riescono a mettere in crisi l’i- totalitarismo sia sostanzialmente errata. La buro-
dea che il capitalismo sia un sistema per sua natura crazia decentralizzata dello stalinismo di mercato
efficiente, quasi che il problema dei call center non è infinitamente più kafkiana di quella promana-
siano le conseguenze sistemiche della stessa logica ta da un’unica autorità centrale. Prendiamo per
del Capitale: e cioè che ogni attività è talmente con- esempio Il castello e la cupa farsa sull’incontro del
centrata sulla produzione del profitto da non essere protagonista K. col sistema telefonico; è difficile
nemmeno più in grado di venderti niente. non intravedervi una straniante profezia della no-
L’esperienza del call center è un distillato della stra esperienza con i call center:
fenomenologia politica tardo capitalista: la noia e
la frustrazione accentuate da campagne promo- Non esiste un collegamento preciso con il Castel-
zionali allegramente pompate; la continua ripeti- lo, né un centralino che inoltri le nostre chiama-
zione degli stessi tediosi dettagli da dare in pasto te. Quando qualcuno da qui chiama il Castello, lì
a operatori poco qualificati e male informati; l’ir- squillano tutti gli apparecchi dei reparti seconda-
ritazione montante ma condannata a restare im- ri, o per meglio dire squillerebbero se – come so
potente perché priva di un oggetto concreto, visto per certo – praticamente tutti reparti non aves-
che – come chi si rivolge a un call center impara in sero lasciato i ricevitori staccati. In ogni caso, di
fretta – nessuno sa niente e nessuno può nulla. La tanto in tanto qualche funzionario sente il biso-
rabbia può tuttalpiù limitarsi allo sfogo, all’attac- gno di distrarsi un po’, soprattutto di sera o di
co a vuoto, all’aggressione nei confronti di un tuo notte, e allora lascia il ricevitore attaccato. In quel

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REALISMO CAPITALISTA «NON ESISTE UN COLLEGAMENTO PRECISO»

caso otteniamo finalmente una risposta, che però


è soltanto uno scherzo. D’altronde è comprensi- Il genio supremo di Kafka sta nell’aver esplora-
bile: chi, nel pieno della notte, si prenderebbe la to quella specie di ateologia negativa propria del
responsabilità di interrompere con le sue piccole Capitale: il centro non c’è, ma non possiamo smet-
preoccupazioni private le importantissime man- tere di cercarlo né di ipotizzarlo. Non è che però
sioni che febbrilmente lì si svolgono? Non riesco non ci sia proprio niente: è che quello che c’è non è
nemmeno a comprendere come uno straniero in grado di esercitare le proprie responsabilità.
possa credere che, quando chiama per esempio Questo problema viene affrontato da una pro-
Sordini, sia davvero Sordini a rispondere. spettiva diversa in un saggio di Campbell Jones sul
«soggetto che deve provvedere al riciclo dei rifiu-
La risposta di K. anticipa la perplessa frustrazione ti». Nel domandare «chi è che deve provvedere al
del singolo individuo perso nel labirinto del call riciclo», Jones inverte la natura di un imperativo
center; nonostante molte delle nostre conversa- che oggi è dato talmente per scontato che metterlo
zioni con gli operatori telefonici sembrino più dei in questione pare senza senso, se non addirittura
nonsense dadaisti, non possiamo trattarle come immorale. Ognuno di noi è chiamato a riciclare.
tali, né tantomeno possiamo accantonarle come se Nessuno, indifferentemente dalle proprie convin-
non avessero significato: zioni politiche, può opporsi a un tale dovere. Che
noi ricicliamo viene quindi posto come un impe-
«Non sapevo certo che le cose stessero così», dis- rativo pre o post-ideologico: in altre parole, è una
se K. «Non potevo conoscere tutti questi partico- richiesta che si colloca nell’esatto spazio in cui
lari, ma non ho mai avuto molta fiducia in queste l’ideologia sempre svolge il proprio ruolo.
conversazioni telefoniche e sono sempre stato Il soggetto chiamato a riciclare presuppone
consapevole che le sole cose di reale importanza però che la struttura non sia chiamata a riciclare:
sono quelle che succedono al Castello stesso.» trasformando il riciclo dei rifiuti in una responsa-
«No», disse il Sindaco sottolineando con fermez- bilità «di tutti», la struttura demanda le sue respon-
za la parola, «queste risposte telefoniche da parte sabilità ai consumatori, mentre a sua volta si ritira
del Castello sono di sicuro importanti, non trova? nell’invisibilità. Ma in un momento in cui il richia-
Come può un’informazione data da un funziona- mo alla responsabilità etica degli individui diven-
rio del Castello essere senza importanza?» ta tanto spudorato – Judith Butler, nel suo Frames

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REALISMO CAPITALISTA «NON ESISTE UN COLLEGAMENTO PRECISO»

of War, parla di «responsabilizzazione» – quello senso, Perché un assassinio è un film metacomplot-


che serve è al contrario puntare sulla struttura nei tista: vale a dire un film che non tratta semplice-
suoi aspetti più totalizzanti. Anziché affermare che mente di cospirazioni e complotti, ma del tentativo
ognuno – vale a dire ogni uno – di noi è responsabi- impotente di svelarli o, peggio ancora, di come un
le per i cambiamenti climatici e che tutti dobbiamo certo tipo di indagine finisca per alimentare la stes-
fare la nostra parte, sarebbe più appropriato dire sa cospirazione che si proponeva di svelare.
che nessuno lo è, ed è proprio questo il problema. Il personaggio interpretato da Warren Beatty
La causa della catastrofe ecologica è una struttura viene incastrato e poi ucciso per il crimine su cui
impersonale che, nonostante sia capace di produr- sta investigando, col risultato che tanto la sua per-
re effetti di tutti i tipi, non è un soggetto capace di sona quanto le sue indagini vengono fatte fuori dal
esercitare responsabilità. Il soggetto che servireb- grilletto di un assassino professionista; ma sono
be – un soggetto collettivo – non esiste: ma la cri- proprio la sua tenacia e il suo individualismo se-
si ambientale, così come tutte le altre crisi globali mi-sociopatico a renderlo perfettamente incastra-
che stiamo affrontando, richiede che venga costru- bile, come notato da Jameson nel suo commento al
ito. E però l’appello all’intervento etico immediato, film (contenuto in The Geopolitical Aesthetic).
che specie nella cultura britannica si è fatto largo Il terrificante picco emotivo di Perché un assas-
quantomeno dal 1985 (quando il sentimentalismo sinio, la scena in cui il profilo dell’anonimo ucci-
consensuale del Live Aid rimpiazzò l’antagonismo sore di Betty si staglia su una porta inondata di un
dello sciopero dei minatori), rinvia continuamente bianco accecante, mi ha riportato alla memoria il
l’emergere di un tale soggetto. varco che si apre alla fine di un film molto diverso:
Questioni simili vengono affrontate in un sag- The Truman Show di Peter Weir. Nel film di Weir,
gio di Armin Beverungen su Perché un assassinio, il la porta che affaccia su uno spazio nero indistinto
film di Alan Pakula del 1974. Per Beverungen, il film sembra mandare in frantumi un universo di deter-
fornisce una sorta di diagramma su come un certo minismo totale e lascia intendere il nulla da cui de-
tipo di etica imprenditoriale finisca per andare a riva la libertà esistenzialista; ma in Perché un assas-
rotoli: il problema è che il modello della responsa- sinio, osserva Jameson, «la soglia d’uscita del finale
bilità individuale fatto proprio dalla maggior parte si affaccia su un mondo organizzato come fosse una
delle versioni etiche ha poca presa sui comporta- cospirazione e controllato fin dove l’occhio arriva».
menti del Capitale e delle corproration. In un certo L’anonima figura con fucile incorniciata dalla porta

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REALISMO CAPITALISTA «NON ESISTE UN COLLEGAMENTO PRECISO»

è il massimo che riusciamo a vedere della cospira- una cospirazione aziendalmente concepita. Come
zione: in Perché un assassinio la cospirazione non si ancora Jameson osserva, quello che Pakula cattura
mostra mai, né possiamo riconoscerla nelle fattez- tanto bene in Perché un assassinio è un particolare
ze di un singolo individuo malefico. Intuiamo che tipo di tonalità affettiva corporate:
dietro ci siano interessi grossi, ma quali siano i veri
motivi e gli obiettivi della cospirazione non ci viene Per gli agenti della cospirazione, tutta la preoc-
mai spiegato (così come forse non è stato spiegato cupazione, tutta l’apprensione di fondo è una
nemmeno alle persone coinvolte). Cosa vuole dav- faccenda di raggiante fiducia in se stessi; la pre-
vero la Parallax Corporation, la misteriosa organiz- occupazione non è personale ma aziendale: è
zazione dietro al complotto? Nessuno lo sa. Sembra una preoccupazione per la vitalità del network o
essa stessa collocarsi sulla parallasse tra politica ed dell’istituzione, una distrazione incorporea che
economia: è il fronte imprenditoriale di interessi si dedica allo spazio assente dell’organizzazione
politici, o è l’intera macchina governativa un volto collettiva (e senza le maldestre congetture che
stesso della cospirazione? Non è nemmeno chiaro risucchiano le energie delle vittime della cospi-
se la Parallax Corporation esista davvero, se faccia razione stessa). Queste persone sanno, e sono
finta di non esistere, se faccia finta di essere reale. quindi in grado di investire la loro presenza in
D’accordo, che nel capitalismo esistano delle quanto personaggi in un’attenzione intensa e al
cospirazioni è ovvio: ma il problema è che queste tempo stesso compiaciuta il cui centro di gravi-
cospirazioni sono possibili solo grazie alle struttu- tà sta altrove; è un’intensità assorta che però è
re di livello profondo che permettono loro di fun- anche una forma di indifferenza. Eppure questa
zionare. Qualcuno per esempio pensa davvero che preoccupazione del tutto particolare, per quan-
le cose migliorerebbero se rimpiazzassimo l’inte- to spersonalizzata, si porta appresso delle ansie
ra classe manageriale e bancaria con uno stuolo specifiche: e lo fa in maniera per così dire azien-
completamente nuovo di persone «migliori»? Sem- dale e inconscia, senza alcuna conseguenza per i
mai è chiaro che vizi e difetti siano frutto della singoli «cattivi».
struttura stessa, e che se la struttura resta intatta
questi difetti si riproducono. La forza del film di «Senza alcuna conseguenza per i singoli cattivi»:
Pakula sta esattamente nell’evocazione di un’im- che effetto che fa questa frase, dopo l’uccisione
personalità indistinta e senza centro propria di di Jean Charles Menezes perché scambiato per

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REALISMO CAPITALISTA «NON ESISTE UN COLLEGAMENTO PRECISO»

un terrorista, dopo la morte di Iam Tomlinson (e anche spesso), sia implicitamente che esplicita-
alle proteste contro il G20, dopo il crollo bancario. mente, quando c’è la possibilità che a essere puniti
Quello che Jameson descrive è il mortificante gu- siano gli individui che alla struttura appartengono.
scio protettivo della struttura corporate: che rasse- Per farla breve: a un certo punto, le cause di abusi
rena e ti mette al sicuro, che svuota e allontana chi e orrori diventano improvvisamente così sistemi-
sta sopra di te, che garantisce che la loro attenzio- che, così diffuse, che nessun individuo può esserne
ne sia sempre altrove e che non ti possano sentire. considerato responsabile; è per esempio quello che
Molti di quelli che con grandi speranze si danno al è successo con la strage dell’Hillsborough Stadium,
management aziendale partono dall’illusione che con la farsa sulla morte di Jean Charles De Menezes
loro, singolarmente, potranno cambiare le cose, e in tantissimi altri casi simili. Da una parte quindi
che non ripeteranno quanto i loro capi hanno già solo gli individui possono essere considerati etica-
fatto, che stavolta le cose andranno diversamen- mente responsabili per le proprie azioni; dall’altra
te. Ma basta osservarli in azione per capire che ci le cause degli abusi e degli errori sono «di sistema».
vuole poco prima che la grigia pietrificazione del Questa impasse però non è una semplice dissimu-
potere cominci ad assorbirli. È qui che la struttu- lazione: al contrario, indica precisamente cos’è che
ra diventa palpabile: riesci praticamente a vederla nel capitalismo viene meno.
mentre si impossessa delle persone; attraverso le Quale organismo è in grado di regolare e con-
loro parole, senti la struttura coi suoi deprimenti e trollare una struttura impersonale? Com’è possi-
insensibili verdetti. bile sanzionare una struttura corporate? Va bene,
È per questa ragione che è un errore precipitar- aziende e imprese possono essere legalmente trat-
si a imporre quella responsabilità etica individua- tate come persone, ma il problema è che le azien-
le dirottata dalla struttura corporate; questa è la de, per quanto delle entità lo siano senz’altro, non
«tentazione etica» che, come nota Žižek, il sistema sono individui umani. Ogni analogia tra le punizio-
capitalista ha utilizzato per proteggersi in scia alla ni inflitte a una compagnia e quelle somministrate
crisi creditizia: le colpe vengono fatte ricadere su agli individui resta quantomeno inadeguata. Non
quegli individui apparentemente patologici che bastasse, non è che aziende e compagnie siano gli
«abusano del sistema», anziché sul sistema stesso. agenti occulti che tutto manovrano; sono esse stes-
Solo che tanta elusività segue in realtà un doppio se espressioni e prodotto della massima causa che
metodo: la struttura viene effettivamente invocata un soggetto non è: il Capitale.

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9. SUPER-TATA MARXISTA

SUPER-TATA MARXISTA semplice e della vita facile porta i genitori ad


acconsentire a qualsiasi richiesta i loro figli avan-
Niente illustra meglio quello che Žižek ha definito zino, finché queste non diventano sempre più ti-
il fallimento della funzione del Padre (ovvero la ranniche. Allo stesso modo dei tanti insegnanti e
crisi del super-ego paterno nel tardo capitalismo) lavoratori di quello che una volta veniva chiamato
quanto una stagione qualsiasi di Supernanny.* Il servizio pubblico, la super-tata è chiamata ad ap-
programma è a suo modo un concentrato di at- pianare i problemi di socializzazione che la fami-
tacchi implacabili (anche se ovviamente implici- glia non riesce più a risolvere. Ecco: una super-tata
ti) all’edonismo permissivo della postmodernità. marxista trasferirebbe l’attenzione dalla famiglia
Per certi versi è addirittura spinoziano, nel senso alle cause strutturali che reiterano questi effetti.
che come Spinoza dà per assodato che i bambini Il problema è che il tardo capitalismo insiste
versino in uno stato di abiezione, incapaci come sull’esatta equazione tra desideri e interessi che
sono di riconoscere i propri interessi e di appren- il ruolo del genitore tendeva a suo tempo a riget-
dere cause ed effetti (solitamente deleteri) delle tare; in una cultura in cui il concetto «paterno» di
loro azioni. Ma i problemi con cui si confronta la dovere è stato sussunto nell’imperativo «materno»
super-tata protagonista del programma non deri- alla gioia, un genitore che impedisce ai propri figli
vano tanto dai comportamenti o dal carattere dei il diritto assoluto al godimento è un genitore che
bambini, anche perché da loro non ci si aspetta sembra venire meno ai propri doveri. In parte è un
altro che siano degli stupidi edonisti; sono sem- effetto della sempre più pressante esigenza che en-
mai i genitori il problema. È il loro adeguarsi alla trambi i genitori lavorino: in una condizione in cui
traiettoria del principio di piacere, il loro atteggia- i genitori riescono a trascorrere molto poco tempo
mento di resistenza minima, a causare il grosso con i propri figli, la tendenza è il più delle volte
dell’infelicità in famiglia. quella di rifiutare il ruolo «oppressivo» del genitore
Lo schema è il solito: la ricerca della via più che dice al figlio cosa fare.
Sul piano della produzione culturale, il di-
* Trasmissione televisiva britannica simile al nostro SOS Tata, sconoscimento genitoriale di un tale ruolo viene
di cui qui si tenta di restituire l’assonanza. Nell’originale ingle- replicato dal rifiuto dei cosiddetti gatekeepers
se il gioco di parole è con l’espressione nanny state, il nostro dei media di dare in pasto al pubblico null’altro
«Stato-balia». [N.d.T.] che questo (apparentemente) già non voglia. La

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REALISMO CAPITALISTA SUPER-TATA MARXISTA

domanda concreta a questo punto è: se un ritor- è una drammatizzazione della fine della funzione
no al super-ego paterno (che sia il padre severo del Padre: un’azione è sbagliata non perché l’ha
che domina in casa, o l’arroganza paternalista detto papà; papà dice che è sbagliata solo perché
della vecchia televisione di Stato) non è possibi- compiere tale azione si rivelerà dannoso per te.
le né desiderabile, come possiamo superare quel Dal punto di vista di Žižek, la mossa di Spinoza
conformismo culturale monotono e moribondo riduce le fondamenta della Legge a una scissio-
partorito dal rifiuto di tutto quanto suoni come ne sadica (il gesto crudele della castrazione) e al
una sfida, uno stimolo, finanche un’educazione? contempo relega l’infondatezza del gesto a un atto
A una domanda tanto enorme non può certo ri- di pura volontà, in cui il soggetto si assume la re-
spondere un libro breve come questo; ma proverò sponsabilità di tutto.
comunque ad avanzare un po’ di suggerimenti e In realtà, Spinoza offre risorse immense per
possibili punti di partenza. In breve, credo che l’analisi del regime affettivo tardo capitalista,
sia proprio a Spinoza che dobbiamo guardare se quell’apparato di controllo videodromico descritto
vogliamo provare a immaginare a cosa potrebbe da David Cronenberg, Burroughs e Philip K. Dick in
assomigliare un «paternalismo senza padre». cui la volontà d’azione si dissolve in una fantasma-
Nel suo Fare i conti con il negativo, Žižek ha gorica nebbia di intossicanti fisici e psichici. Come
notoriamente attribuito a un certo pensiero spi- Burroughs, Spinoza dimostra che la condizione di
noziano la stessa ideologia del tardo capitali- assuefazione e dipendenza non è un’anomalia, ma
smo. L’idea è che a combaciare con l’amorale in- la condizione ordinaria dell’essere umano, che vie-
gegneria affettiva del capitalismo sia il rifiuto di ne regolarmente asservito a comportamenti reat-
Spinoza di una deontologia, a favore invece di tivi e ripetitivi da immagini congelate (di se stesso
un’etica sviluppata attorno al concetto di salu- e del mondo). La libertà, dice Spinoza, può essere
te. Il famoso esempio a cui si riferisce è la lettu- conquistata solo nel momento in cui apprendiamo
ra spinoziana del mito della Caduta e della fon- le cause reali delle nostre azioni, solo cioè quando
dazione della Legge. Secondo Spinoza, Dio non siamo in grado di accantonare le «passioni tristi»
proibisce ad Adamo di mangiare la mela perché che ci intossicano e ci ipnotizzano.
l’atto è sbagliato; lo fa perché la mela potrebbe Non c’è dubbio che il tardo capitalismo articoli
avvelenarlo e, per dirla con Žižek, «avere conse- molte delle sue imposizioni ricorrendo al fascino di
guenze nocive sulla sua salute». Per Žižek questa un particolare tipo di «salute»: il divieto di fumo nei

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REALISMO CAPITALISTA SUPER-TATA MARXISTA

luoghi pubblici, la spietata caricatura di come man- il documentarista Adam Curtis identifica i contor-
giano le classi popolari in programmi come You Are ni di questo regime di gestione affettiva:
What You Eat, sembrano indicarci che siamo già in
presenza di un paternalismo senza Padre; non è che La tv adesso non ti dice più cosa devi pensare,
fumare sia «sbagliato»: è che ci impedisce di portare ma cosa devi sentire. Da una soap opera come
avanti una vita lunga e piacevole. EastEnders ai reality show, ti ritrovi a seguire il
Ci sono però dei limiti a questa continua en- percorso emotivo delle persone; e attraverso il
fasi salutista: temi come la salute mentale e lo montaggio, ti viene gentilmente suggerito qua-
sviluppo intellettuale vengono per esempio a ma- li sono la forme accettate di sentimento: «baci e
lapena sfiorati. Quello che ci troviamo davanti è abbracci», la chiamo io. È un’idea che riprendo
semmai un modello riduttivo ed edonista di salu- da Mark Ravenhill, che ha scritto un ottimo ar-
te, tutto centrato sullo «stare bene» per «appari- ticolo in cui spiega che se analizzi la televisione
re bene». Spiegare alla gente come perdere peso di adesso, scopri che è praticamente un sistema
o come decorare la casa è accettabile; reclamare di orientamento: la tv cioè ti dice chi è che prova
qualsiasi tipo di accrescimento culturale è op- Sentimenti Cattivi e chi prova Sentimenti Buoni,
pressivo ed elitario. Queste accuse di elitismo e di e quelli che provano i Sentimenti Cattivi vengono
oppressione non derivano dall’idea che un parti- alla fine redenti da un momento «baci e abbrac-
to terzo non può arrogarsi la pretesa di conoscere ci». Davvero, non è tanto un sistema di orienta-
gli interessi delle persone meglio delle persone mento morale, quanto emotivo.
stesse: dopotutto, i fumatori vengono accusati o
di non avere coscienza dei propri interessi, o di Alla moralità si è sostituito il sentimento. Nell’«im-
non comportarsi in maniera coerente al rispetto pero del sé» tutti si «sentono allo stesso modo»,
di loro stessi. No: il problema è che solo certi tipi senza mai sfuggire a una condizione di solipsismo.
di interessi vengono considerati rilevanti, perché Continua Curtis:
sono gli interessi che riflettono i valori ritenuti
condivisi. Perdere peso, decorare la casa, miglio- Quello di cui la gente soffre è l’essere rinchiusi in
rare il proprio aspetto fisico: è tutto parte del regi- se stessi: in un mondo plasmato sull’individua-
me «consentimentale». lismo, ogni individuo è intrappolato nei propri
In una bella intervista rilasciata a Register.com, sentimenti, nelle proprie fantasie, nel proprio

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«sé». Il nostro lavoro di operatori del servizio l’impatto che sui vecchi media hanno avuto inter-
pubblico radiotelevisivo dovrebbe essere quello net e i suoi gruppi di pressione è disastroso: non
di portare le persone oltre i limiti delle loro stesse solo perché la sua proattività reattiva permette
individualità, e finché non lo facciamo il declino al sistema dei media di chiamarsi ulteriormente
continuerà. La BBC dovrebbe capirlo. Forse ho fuori dalla funzione educativa, ma anche perché
una visione un po’ idealista, ma se la BBC riuscis- alimenta le correnti populiste sia di destra che di
se in questo, se la BBC si sforzasse di trascinare sinistra, nonché il diritto di «obbligare» i produt-
le persone al di là del loro sé, sarebbe in grado di tori a rifugiarsi in una programmazione mediocre
rinnovarsi in un modo tale da sconfiggere qual- e anestetizzante.
siasi competizione. La competizione è ossessio- La critica di Curtis è sensata, ma non coglie
nata dall’idea di soddisfare le persone nel loro una dimensione importante di quanto sta suc-
piccolo io limitato. E in un certo senso, persino cedendo online. Contrariamente a quanto pen-
un tipo come Murdoch – nonostante tutto il suo sa Curtis, un fenomeno come i blog è stato ad
potere – ne resta intrappolato: è il suo lavoro, esempio capace di generare un discorso nuovo e
alimentare il «sé». Per la BBC, si tratta del passo articolato in una rete che non ha corrispettivi nel
successivo. Non significa che dobbiamo tornare campo sociale esterno al cyberspazio. Nel mo-
agli anni Cinquanta, o che dobbiamo dire alla mento in cui i vecchi media vengono sempre più
gente come vestirsi: quello che dobbiamo dire è assorbiti dalla logica delle public relations e in cui
«possiamo emanciparvi da voi stessi». La gente al saggio critico si preferisce la relazione sui con-
apprezzerebbe. sumi, alcune aree del cyberspazio hanno offerto
una resistenza a quella compressione critica che
Curtis se la prende con internet perché, nella sua altrove è diventata tristemente dominante. Ma è
visione, favorisce le comunità di solipsisti, reti anche vero che la simulazione interpassiva della
interpassive formate da individui simili che, an- partecipazione tipica dei media postmoderni e il
ziché mettere in discussione i rispettivi assunti narcisismo online di Facebook, e prima ancora di
e pregiudizi, non fanno che confermarli. Sono MySpace, hanno perlopiù generato contenuti ri-
comunità che, piuttosto che confrontare i diver- petitivi, parassitari e conformisti. Ironicamente,
si punti di vista in uno spazio pubblico e di con- il rigetto da parte del sistema mediatico di qual-
tesa, si trincerano in circuiti chiusi. Per Curtis, siasi sospetto di paternalismo non ha prodotto

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alcuna cultura «dal basso» di eccitante varietà; ha di quanto non lo fosse la cultura del dopoguerra,
solo partorito una cultura che più passa il tempo così apparentemente pesante e centralizzata. È
più si ritrova infantilizzata. Di contro, a trattare stata l’idea di servizio pubblico che fu della BBC
il pubblico in maniera adulta è proprio la cul- e di Channel 4 a stupirmi ed eccitarmi con cose
tura paternalista, se non altro perché parte dal come La talpa, le opere teatrali di Harold Pinter e
presupposto che gli spettatori siano in grado di gli speciali su Tarkovskij. E fu sempre questa BBC
fare i conti con prodotti culturali complessi e in- a finanziare l’avanguardia popolare di realtà come
tellettualmente impegnativi. il BBC Radiophonic Workshop, che portò la musica
Il motivo per cui focus group e sistemi di fe- sperimentale nella vita di tutti i giorni. Innovazio-
edback capitalisti non riescono nei loro obiettivi, ni del genere, oggi che il pubblico è stato rimpiaz-
persino quando da lì prendono vita prodotti di zato dalla figura del consumatore, sono diventate
immensa popolarità, è che le persone non sanno letteralmente impensabili.
cosa vogliono: e non perché in loro il desiderio c’è L’effetto dell’instabilità strutturale permanen-
già, solo che gli viene occultato (anche se spesso te, della fine della visione «di lungo corso», non
di questo si tratta); piuttosto, è che le forme più può che essere stagnazione e conservazione, altro
potenti di desiderio sono proprio quelle che bra- che innovazione. E questo non è un paradosso.
mano lo strano, l’inaspettato, il bizzarro. E questo Lo suggeriva già Adam Curtis nelle osservazioni
può arrivare solo da artisti e professionisti dei me- riportate sopra: i sentimenti predominanti nel
dia preparati a dare alle persone qualcosa di diver- tardo capitalismo sono paura e cinismo. Emozio-
so da quanto già le soddisfa; insomma, da quelli ni del genere non ispirano né ragionamenti co-
che sono pronti ad assumersi un certo rischio. La raggiosi né stimoli all’impresa: coltivano semmai
super-tata marxista non sarebbe soltanto quella il conformismo, il culto delle variazioni minime,
che stabilisce i limiti, che agisce nei nostri interes- l’eterna riproposizione di prodotti-copia di quel-
si quando noi non siamo in grado di riconoscerli, li che già hanno avuto successo. Nel frattempo,
ma anche quella che questo rischio se lo assume, film come Solaris e Stalker – entrambi girati dal
che scommette sullo strano e sulla nostra brama già citato Tarkovskij e saccheggiati da Hollywood
per ciò che non conosciamo. sin dai tempi di Alien e Blade Runner – venne-
L’altra ironia è che la «società del rischio» ca- ro originariamente prodotti sotto le condizioni
pitalista è assai meno incline ad assumersi rischi apparentemente disperate dello Stato sovietico

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brezneviano: in poche parole, l’URSS ha funziona- I sintomi del fallimento di una tale visione del
to da imprenditore culturale per Hollywood. mondo sono ovunque: in una sfera sociale disin-
Visto che a questo punto è chiaro che una tegrata al punto che è diventato un fatto ordinario
certa dose di stabilità è necessaria per qualsiasi leggere di adolescenti che si sparano a vicenda, in
vivacità culturale, la domanda da porre è: come una realtà in cui gli ospedali incubano superbatte-
possiamo provvedere a questa stabilità, e attraver- ri. Quello che serve è legare l’effetto alla sua cau-
so quali agenti? sa strutturale. Contro l’allergia postmoderna alle
Per la sinistra, sono finiti i tempi in cui l’ambizio- grandi narrazioni dobbiamo riaffermare che, anzi-
ne massima si limitava all’edificazione di uno Stato ché trattarsi di problemi contingenti e isolati, sono
che a tutto provvede. Ma tenersi «a debita distanza tutti effetti di un’unica causa sistemica: il Capitale.
dallo Stato» non significa né abbandonare lo Stato, Dobbiamo insomma cominciare, come se fosse la
né ritirarsi in quello spazio privato degli affetti e prima volta, a sviluppare strategie contro un Ca-
delle differenze che, come Žižek giustamente nota, pitale che si presenta ontologicamente (oltre che
è complementare al dominio dello Stato neolibera- geograficamente) ubiquo.
le. Significa riconoscere che l’obiettivo di una sini- Nonostante le iniziali apparenze e speranze, il
stra genuinamente nuova non è la conquista dello realismo capitalista non è stato messo in discussio-
Stato, ma la subordinazione dello Stato alla volontà ne nemmeno dalla crisi del 2008. Le speculazioni
generale. Questo naturalmente significa risuscitare che volevano il capitalismo sull’orlo del collasso si
il concetto stesso di volontà generale, ravvivando sono rivelate infondate; fu anzi subito chiaro che,
– e modernizzando – l’idea di uno spazio pubblico anziché essere un segnale dell’imminente fine del
che non sia riducibile a una somma di individui e ai capitalismo, il salvataggio delle banche serviva a
loro relativi interessi. L’«individualismo metodolo- ribadire nella maniera più manifesta possibile l’as-
gico» del realismo capitalista e della sua visione del sunto fondamentale del realismo capitalista: non
mondo si fonda tanto sulla filosofia di Max Stirner c’è alternativa. Permettere che il sistema bancario
quanto su quella di Adam Smith o Friedrich von si disintegrasse venne considerato impensabile, e
Hayek: il «pubblico» viene cioè interpretato come quella che seguì fu un’imponente emorragia di de-
uno «spettro», un’astrazione fantasma priva di con- naro pubblico in mani private.
tenuto, mentre a essere reali sono solo gli individui Allo stesso tempo, però, ad andare in frantumi
(e le loro famiglie, per citare Margaret Thatcher). nel 2008 è stata l’intelaiatura che aveva funzionato

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da copertura ideologica per l’accumulazione capi- dalle vecchie tradizioni. Uno dei difetti della sini-
talista sin dagli anni Settanta: dopo il salvataggio stra è il suo eterno attaccamento ai dibattiti stori-
delle banche, il neoliberismo si è ritrovato – in ogni ci, la sua tendenza a tornare in continuazione su
senso possibile – screditato. Questo non vuol dire roba tipo Kronštadt o la NEP piuttosto che pen-
che il neoliberismo sia da un giorno all’altro scom- sare alla pianificazione e all’organizzazione di un
parso: al contrario, i suoi presupposti continuano futuro in cui credere davvero. Il fallimento delle
a dominare la politica economica; ma non lo fan- precedenti forme di organizzazione politica anti-
no più come ingrediente di un progetto ideologico capitalista non deve essere causa di disperazione;
mosso dalla fiducia per le proprie prospettive futu- serve semmai lasciarsi alle spalle quella sorta di
re, quanto come una specie di ripiego inerziale, di attaccamento romantico alla politica del fallimen-
morto che cammina. to, al comodo ruolo della minoranza sconfitta. La
Quello che oggi appare chiaro è che se il neoli- crisi è un’opportunità: ma va trattata come una
berismo non poteva che essere realista capitalista, straordinaria sfida speculativa, come lo stimolo
il realismo capitalista non ha invece alcun bisogno per un rinnovamento che non sia un ritorno. Come
di essere neoliberale. Anzi: ai fini della propria ha energicamente insistito Badiou, un anticapita-
salvaguardia il capitalismo potrebbe benissimo lismo efficace deve essere un rivale del Capitale,
riconvertirsi al vecchio modello socialdemocrati- non una reazione a esso. Tornare alla territorialità
co, oppure a un autoritarismo in stile I figli degli precapitalista è impossibile. Al globalismo del Ca-
uomini. Senza un’alternativa coerente e credibile pitale, l’anticapitalismo deve opporsi ricorrendo al
al capitalismo, il realismo capitalista continuerà a suo più puro, autentico universalismo.
dominare l’inconscio politico-economico. Che una sinistra sinceramente rinvigorita oc-
Anche se è chiaro che la crisi non porterà da cupi con fermezza il nuovo terreno politico che
sola a nessuna fine del capitalismo, ha avuto co- ho qui tratteggiato in via molto generica è fonda-
munque l’effetto di sciogliere in parte una certa mentale. Non esiste niente che sia innatamente
paralisi mentale. Siamo adesso in un panorama politico: la politicizzazione richiede un agente
politico disseminato di quelli che Alex Williams politico che trasformi il dato-per-scontato in una
ha chiamato «detriti ideologici»; è un nuovo anno messa-in-palio. Se il neoliberismo ha trionfato as-
zero, e c’è spazio perché emerga un nuovo antica- sorbendo i desideri della classe operaia post-ses-
pitalismo non più costretto dai vecchi linguaggi e santottesca, allora una nuova sinistra potrebbe

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cominciare dal lavoro su quei desideri che il ne- che colpiscono innanzitutto manager e dirigenti,
oliberismo ha generato, ma che è incapace di a cominciare da quegli ingranaggi di autosorve-
soddisfare. Ad esempio, la sinistra dovrebbe riven- glianza che non hanno alcun impatto sull’offer-
dicare la sua capacità di riuscire in quello in cui ta educativa, ma senza i quali il managerialismo
il neoliberismo ha fallito per primo: una massic- non potrebbe esistere. Al posto delle manifesta-
cia riduzione della burocrazia. Serve una nuova zioni simboliche e spettacolari su cause pur no-
battaglia sul lavoro e su chi lo controlla: l’affer- bilissime come quella palestinese, è tempo che i
mazione dell’autonomia del lavoratore (contro il sindacati degli insegnanti mettano in scena pro-
controllo di manager e dirigenti) assieme al rifiuto teste ben più immanenti e che colgano l’opportu-
di un certo tipo di occupazioni (come le eccessive nità data dalla crisi di liberare i servizi pubblici
pratiche di valutazione che sono diventate tan- dall’ontologia aziendale: se nemmeno le aziende
to centrali nel lavoro postfordista). Questa è una riescono a essere gestite come aziende, perché
battaglia che può essere vinta, ma solo se a pren- mai dovrebbero farlo i pubblici servizi?
dere forma sarà un nuovo soggetto politico. Resta Dobbiamo prendere i problemi di salute men-
aperta la questione se le vecchie strutture (come i tale oggi così diffusi e convertirli da una condizio-
sindacati) saranno in grado di coltivare una simile ne di medicalizzazione a un antagonismo reale; i
soggettività, o se piuttosto non avremo bisogno di disordini affettivi sono forme di scontento acqui-
organizzazioni politiche radicalmente nuove. sito, e questa disaffezione può e deve essere indi-
E ancora: contro il managerialismo abbiamo rizzata altrove, verso fuori, verso la sua vera causa:
bisogno di nuove forme di lotta e di protesta. Inse- il Capitale. La proliferazione di certi tipi di ma-
gnanti e docenti dovrebbero ad esempio ripensa- lattia mentale invita inoltre a un nuovo e diverso
re tattiche come gli scioperi o il blocco degli scru- tipo di austerità, un tema che emerge anche dalla
tini quando il loro unico risultato è danneggiare crescente urgenza con la quale dobbiamo confron-
gli studenti: nel college in cui insegnavo, quando tarci col disastro ambientale: niente contraddice
si trovavano davanti a uno sciopero i dirigenti l’imperativo costitutivo del capitalismo alla cresci-
erano contenti, perché risparmiavano sulle retri- ta continua più dell’idea di distribuire in maniera
buzioni mentre i disagi per il college restavano controllata i beni e le risorse. Anche perché sta
trascurabili. Piuttosto, quello di cui abbiamo bi- diventando scomodamente chiaro che né il mer-
sogno è una ritirata strategica da quelle mansioni cato, né l’autoregolamentazione dei consumatori

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REALISMO CAPITALISTA

riusciranno a evitare la catastrofe ambientale.


A questa nuova ascesi ci spingono motivi li-
bidinali oltre che pratici: Oliver James, Žižek e
Supernanny ci hanno dimostrato come la licenza
senza limiti porti all’infelicità e alla disaffezione;
e allora è probabile che siano le limitazioni che
vengono poste al desiderio a stimolare (anziché at-
tenuare) il desiderio stesso. E poi, un qualche tipo
di razionamento sarà in ogni caso inevitabile: il
nodo diventa allora se queste limitazioni verranno
gestite collettivamente o se verranno imposte con
mezzi autoritari quando sarà già troppo tardi. Che
forme dovrà assumere questa gestione collettiva
è un’altra questione aperta, ma può essere risolta
solo attraverso la pratica e la sperimentazione.
La lunga e tenebrosa notte della fine della sto-
ria va presa come un’opportunità enorme. La stes-
sa opprimente pervasività del realismo capitalista
significa che persino il più piccolo barlume di una
possibile alternativa politica ed economica può
produrre effetti sproporzionatamente grandi. L’e-
vento più minuscolo può ritagliare un buco nella
grigia cortina della reazione che ha segnato l’oriz-
zonte delle possibilità sotto il realismo capitalista.
Da una situazione in cui nulla può accadere, tutto
di colpo torna possibile.

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IL TRADUTTORE
Valerio Mattioli ha scritto tanto in giro. Il suo libro
Superonda – Storia segreta della musica italiana
è uscito per Baldini & Castoldi nel 2016.
Stampato nel novembre 2017
per conto di NERO
da Zakład Poligraficzny Moś & Łuczak, Poznań
Mark Fisher (1968-2017) è stato
scrittore, critico musicale, filosofo
e attivista. Ha scritto tra gli altri
per il Guardian, il N e w Statesm an
e per il mensile The Wire, oltre
ad aver tenuto per anni K-Punk,
uno dei più seguiti blog di cultural
theory in lingua inglese.

Valerio Mattioli ha scritto tanto in giro.


Il suo Superonda. Storia segreta della musica
italiana è uscito per Baldini & Castoldi nel 2016.
Non facciamola lunga: questo libro di
Fisher, di facilissim a lettura, è sem plice-
mente la m iglior diagnosi della situazione
in cui ci troviamo. Attraverso esempi presi
dalla vita quotidiana e dalla cultura pop, ma
senza per questo sacrificare l’intransigenza
teoretica, ci restituisce un ritratto spietato
della nostra miseria ideologica.

SLAVOJ ZIZEK
Vibrante, accessibile, stimolante, un’assoluta
gioia da leggere. [...] Nessun altro autore
contemporaneo è riuscito a catturare in
maniera tanto vivida la confusa assenza di
alternative politiche e sociali nell’era del ca-
pitalism o globale.

LOSANGELES REVIEWDFBDDKS
Mark Fisher è il John Berger della genera-
zione post-rave.

SIMON REYNOLDS