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Veglia e San Martino del Carso di Giuseppe Ungaretti

L'Ermetismo è stata una corrente che ha influito profondamente sulla


letteratura italiana. La poesia eremitica è caratterizzata da autobiografie che
riflettono una situazione dal punto di vista dell'autore e da come questo lo colpisce,
riflette i suoi sentimenti, le sue emozioni e i suoi pensieri basati su un aspetto sociale
in cui l'autore può essere coinvolto, per questo motivo l'autore evita tutto il linguaggio
poetico che è tipico. Anche la poesia ermetica esprime, attraverso l’analogia,
l’utilizzo di metafore e immagini, l’ essenzialità del poeta.
Uno dei suoi esponenti principali è stato Giuseppe Ungaretti. Lui è stato un
poeta e traduttore italiano nato ad Alessandria d'Egitto nel 1888 e è stato anche uno
dei fondatori dell’ermetismo e membro della scuola ermetica italiana. Fu volontario
nella prima guerra mondiale in San Martino del Carso. Lui è morto a Milano nel 1970.
Analisi
“Veglia” di Giuseppe Ugaratti è stata composta nel 1915. Il tema principale
è la guerra che Ungaretti stesso ha vissuto. Nella sua poesia ci racconta della sua
vicinanza alla morte quando si trova accanto al cadavere di un altro soldato. La
prima parte ci dà un'immagine, cioè la notte (la notte dei funerali), dove il poeta è
vicino ad un giovane soldato "massacrato" (parola forte che serve a dare maggior
risalto all'immagine che il poeta vuole che noi abbiamo presente) che mostra i denti
o mostra un sorriso illuminato dalla luna, ma la luna in realtà illumina la morte che è
caduta sul giovane soldato. Quando il poeta parla della congestione delle mani del
guerriero, vuol dire che sono gonfie e rigide come le mani di una persona che sta
affrontando un freddo infernale; così si sente il poeta, rigido di fronte alla situazione
che sta vivendo; freddo come le mani del soldato.
Ora, quasi alla fine della poesia, il poeta passa dal negativo al positivo per
esprimere che non aveva mai voluto così “tanto" afferrarsi alla vita come in quel
momento.
Allora, in questa poesia Ungaretti non utilizza la punteggiatura, ha versi liberi,
usa aggettivi per dare un maggior carico espressivo; ogni parola ha forza e sono
così espressivi che costituiscono un verso (massacrato, digrignata, penetrata), l'uso
continuo del participio passato che, linguisticamente, esprime gli eventi che hanno
segnato il poeta (il suo animus), cioè, lo usa per rafforzare la sua intenzione sulla
situazione che vive e la sua vicinanza alla morte e al tempo stesso al desiderio di
vivere (quando si trova accanto al corpo del suo compagno di guerra e quando parla
di attaccarsi alla vita).
Allo stesso modo, le parole dell'autore non sono scelte a casaccio poiché ogni
parola ha un suono forte dove la doppia "t" si riflette in parole come nottata, buttato,
lettere, e attacato.
“San Martino del Carso”
è un breve componimento di Giuseppe Ungaretti scritto nel 1916
probabilmente mentre l’autore si trovava al fronte in una delle numerose trincee nella
Prima Guerra Mondiale.
In questa poesia il poeta descrive il paesaggio devastato di San Martino del
Carso dopo la morte dell'esercito. San Martino del Carso fu un obiettivo di
bombardamenti durante la prima guerra mondiale. Nella poesia che porta questo
nome Ungaretti riflette questo fatto perché quando era volontario nella prima guerra
mondiale combatteva nella zona di San Martino del Carso (la zona più pericolosa
del fronte italiano).
Anche lui parla dei suoi simili (“di tanti che mi corrispondevano”), parla dei
giovani soldati con cui ha condiviso durante la guerra e per i quali ha sentito una
sorta di affetto. Ma questi giovani soldati furono "massacrati"( “Veglia”, 1915); quei
giovani che Ungaretti apprezzava erano morti e, sebbene non ci fossero tombe nel
capogiardino per salutarli, sarebbero sempre stati ricordati dal cuore del poeta dove
"nessuna croce manca". Per finire, nell'ultimo verso "il paese piú stranziato" lui si
riferisce a San Martino del Carso che ora fa parte del suo cuore per tutto ciò che ha
vissuto, sofferto e imparato.