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Il libro

Napoli, 1637. Primogenito di una nobile famiglia, Leone Baiamonte ha ventitré anni e la spavalderia
di chi può vivere senza dover lavorare. A differenza del padre, astronomo dilettante dedito solo allo
studio, Leone non è privo di senso pratico e di iniziativa. Ma il giorno in cui scopre che la sua
famiglia è finita nelle mani di Giorgio Terrasecca, un usuraio senza scrupoli, è troppo tardi per
evitare il disastro. Per quell’uomo, infatti, la rovina dei Baiamonte rappresenta una vendetta
lungamente attesa, cui non intende rinunciare.
Macchiatosi di una grave colpa nel tentativo di proteggere i familiari, Leone non ha altra scelta che
fuggire oltreoceano. Una fuga dolorosa e solitaria, che lo costringe a lasciare la sua futura sposa
Lisa, ma che gli offre anche una speranza: in Messico, infatti, uno zio missionario ha scoperto una
miniera d’argento e ha invitato il nipote a farsene carico. Il giovane confida così di poter dare
sostegno alla propria famiglia. E in fondo al cuore, serba la speranza di riabbracciare la sua amata.
Ma il Nuovo Mondo non è il paradiso, e mentre a Napoli i Baiamonte vivono nell’indigenza e il
popolo vessato dalle tasse prepara la rivolta capeggiata da Masaniello, nuove peripezie metteranno
Leone duramente alla prova.
In un’epoca di luci e ombre, una storia di passioni profonde, un’avventura tra due continenti popolata
di personaggi indimenticabili.
L’autore

Alfredo Colitto è nato a Campobasso e vive a Bologna. All’attività di scrittore affianca quella di
traduttore per alcune tra le maggiori case editrici italiane. I suoi thriller storici, Cuore di ferro
(finalista al Premio Salgari), I discepoli del fuoco (finalista al Premio Azzeccagarbugli e
vincitore del Premio Mediterraneo del Giallo e del Noir e del Premio di Letteratura Poliziesca
Franco Fedeli) e Il libro dell’angelo (vincitore del Premio Azzeccagarbugli 2011), sono stati
tradotti in 7 lingue e pubblicati in 21 paesi. In Inghilterra, Cuore di ferro, uscito per l’editore
Little, Brown, è stato un vero bestseller, in classifica per sei settimane consecutive.
Ha pubblicato inoltre Il candidato, Aritmia letale, Duri di cuore, Café Nopal, Bodhi Tree.
Ha partecipato a numerose antologie di racconti, tra cui: Il ritorno del Duca (Garzanti), Anime
Nere Reloaded (Mondadori) e, per Piemme, History & Mystery, Seven e Cuore di tigre, un
omaggio a Emilio Salgari.

www.alfredo-colitto.com
ALFREDO COLITTO

LA PORTA

DEL PARADISO
Alla memoria di mio padre, che ha sempre incoraggiato
la mia passione per i viaggi e le avventure.
Prologo

El Durazno, Messico, Nuova Galizia, 8 marzo 1635


Facendosi ombra con la mano, nel piccolo rettangolo di terra strappata al deserto
che i monaci si ostinavano a definire orto, padre Mariano Baiamonte osservava l’uomo
che scendeva barcollando dalla collina brulla. Coperto solo da un paio di brache
sdrucite, con sandali di cuoio ai piedi e la pelle cotta dal sole, poteva facilmente essere
scambiato per un indigeno, un indio, come li chiamavano, nonostante fosse ormai
arcinoto che le Indie non c’entravano niente con quelle terre, che proprio perché nuove
erano chiamate Nuovo Mondo.
Ma non si trattava di un indio. Gli indios avevano un modo tutto loro di scivolare tra
le rocce, i cactus e la terra rossa delle colline. In lontananza sembravano immobili,
vestiti di bianco sotto i loro cappelli di paglia. Poi a un tratto riapparivano un po’ più
avanti e non si capiva come ci fossero arrivati.
Quell’uomo invece camminava muovendo le braccia, alzava polvere con i sandali, a
volte si passava una mano tra i capelli. Gesti che tradivano l’europeo. Quando fu più
vicino, padre Mariano ebbe la conferma di aver visto giusto, notando che aveva il viso
coperto da una folta barba nera. Gli indios erano tutti glabri come fanciulle, persino
quelli incrociati con gli spagnoli facevano fatica a farsi spuntare un accenno di baffi.
L’uomo arrivava da una direzione in cui non c’era niente: né città, né villaggi. Solo
montagne nude popolate da serpenti, scorpioni e coyote. Un europeo non avrebbe
saputo come sopravvivere, là in mezzo.
Più si avvicinava, più il suo passo si faceva incerto. Padre Mariano mise una mano
sulla spalla di un giovane monaco chino tra le piante di fagioli. «C’è qualcuno che ha
bisogno di aiuto» disse. «Vieni con me.»
Il monaco si alzò proprio mentre il forestiero, ormai giunto quasi al muro di cinta
dell’orto dietro la chiesa, crollava a terra. Corsero insieme a rialzarlo. Non appena
toccò la sua pelle riarsa, bollente, che aveva perso la capacità di sudare, padre
Mariano riconobbe i sintomi di un grave colpo di sole.
«Andate via!» gridò l’uomo, digrignando i denti. «Non l’ho ucciso io, andate via!»
«Delira» disse Mariano. «Aiutami a portarlo in canonica, bisogna rinfrescarlo.»
Entrarono dalla porta posteriore, lo stesero sul pavimento di pietra, poi padre
Mariano mandò il monaco a prendere un lenzuolo e a inzupparlo nell’acqua del pozzo, e
restò solo con lui.
«Come vi chiamate?» chiese.
«Non l’ho ucciso io, padre» rispose l’altro, afferrandogli una manica del saio e
cercando di tirarsi a sedere sul pavimento. «È stato l’argento» aggiunse subito dopo.
«L’argento e l’avvoltoio.»
«Non vi sforzate, state calmo. Ora arriva Vicente con un lenzuolo bagnato in cui
avvolgervi. Questo abbasserà la temperatura, starete subito meglio.»
L’uomo lo fissò a lungo con uno sguardo ardente, come se volesse dire qualcosa di
importante. Poi, stremato, si abbandonò con la schiena nuda contro le pietre del
pavimento e chiuse gli occhi. Mariano gli posò una mano sulla fronte, piano, per non
svegliarlo nel caso si fosse addormentato. Bruciava di febbre, aveva le labbra
spaccate, la pelle caldissima, l’aspetto di chi è più di là che di qua. Non credeva che
sarebbe sopravvissuto.
Se alla missione avessero almeno potuto permettersi di tenere medicine e piante
officinali, ci sarebbe stata una speranza di salvarlo. Ma avevano a stento il denaro per
non morire di fame, e qualsiasi richiesta fatta al convento agostiniano di San Luis
Potosí restava inascoltata.
Mariano dovette farsi forza per scacciare i pensieri rabbiosi che gli si affacciarono
alla mente, come tutte le volte che pensava al posto dove aveva trascorso i primi dieci
anni della sua missione. Quando era partito da Napoli per evangelizzare i selvaggi di
quel nuovo continente, non si aspettava una vita facile e non l’aveva avuta.
Ma credeva che le difficoltà maggiori sarebbero venute dagli indigeni idolatri, non
dai suoi fratelli in Cristo. Era questo che lo amareggiava di più.
Quando nell’anno del Signore 1599 i primi missionari agostiniani erano arrivati
nella cittadina di San Luis Potosí, così chiamata nell’augurio che si rivelasse ricca
d’argento come il luogo dallo stesso nome che si trovava nel lontano Perú, avevano
scoperto che i loro nemici più agguerriti non erano gli indios, bensì i francescani.
I frati francescani erano stati i primi ad arrivare e si consideravano i padroni del
territorio. Avevano fatto di tutto perché gli agostiniani non riuscissero a costruire il
loro convento, e anche dopo aver perso la battaglia non si erano rassegnati. Il viceré
naturalmente si guardava bene dal prendere partito nelle controversie interne alla
chiesa, e anche il vescovo di Guadalajara il più delle volte faceva orecchie da
mercante.
Così, malgrado le sue origini nobili potessero aiutarlo a raggiungere una carica
importante, dopo qualche anno in città padre Mariano aveva deciso che avrebbe servito
meglio la causa di Cristo se si fosse tolto dai piedi, ed era finito in quella missione
sperduta, in un villaggio che qualche spagnolo con un contorto senso dell’umorismo
aveva battezzato El Durazno, il pesco. Altro che pesche o albicocche. In mezzo a quelle
pietre, l’unico albero degno di questo nome che riusciva a sopravvivere era il duro
mezquite, e l’unico frutto commestibile era quello di un cactus, che bisognava cogliere
con le mani fasciate per non pungersi. Gli indigeni lo chiamavano tuna e gli europei
fico d’India, anche se non si era mai visto un fico con le spine.
A El Durazno, con l’aiuto di sette monaci e di qualche indigeno convertito, Mariano
aveva tirato su una chiesetta dedicata a sant’Agostino, con un piccolo convento annesso.
Battezzava adulti e bambini, confessava, diceva messa e si era fatto la fama di santo
solo perché era l’unico monaco che le prostitute del bordello locale non avevano mai
ospitato nei loro letti.
L’uomo spalancò gli occhi di scatto, ansimando come se gli mancasse l’aria. Infilò
una mano nelle brache sporche e strinse qualcosa di tozzo e duro.
«Cosa fate!» gridò Mariano, violando la consuetudine di non alzare la voce in
canonica.
«Si chiamava Felipe, era un soldato disertore, come me» disse l’uomo, tornando a
un tratto lucido. Dalle brache estrasse un corto tubo di latta, di quelli dove i soldati
conservavano gli attestati che davano loro diritto a una pensione di guerra, o documenti
che elencavano le campagne a cui avevano partecipato. «Io mi chiamo Andrés.
Prendete.»
Padre Mariano nascose le mani dietro la schiena. Non voleva toccare quel tubo, che
aveva assorbito l’odore del luogo dove era stato fino a quel momento e puzzava come
una capra morta.
«È la mappa della miniera» mormorò ancora l’uomo. «Felipe l’ho ucciso io.
L’avvoltoio ha solo finito il lavoro. Assolvetemi, padre. E usate l’argento per dire
messe e salvare le nostre anime.»
Poi crollò sul pavimento della canonica e non si mosse più.
Era morto stecchito. Padre Mariano scosse la testa, dispiaciuto per la perdita di una
vita umana, ma contento che un assassino si fosse pentito in punto di morte. La salvezza
dell’anima di quel soldato era molto più importante della sua sopravvivenza terrena.
Mormorò in fretta la formula dell’assoluzione, recitò un Requiem, poi con fare esitante
prese il tubo di latta e lo aprì, esaminandone il contenuto.
C’era un unico foglio di carta, unto e macchiato. Quando lo ebbe srotolato si trovò a
contemplare un disegno piuttosto rozzo, tracciato con un pezzo di carbone da qualcuno
più avvezzo a usare il pugnale che la penna. Ciò nonostante, il profilo delle montagne
era riconoscibile, così come la strada contorta che da El Durazno portava a San Luis.
Una linea tratteggiata indicava il punto in cui abbandonare la strada, verso un picco
dalla cima a forma di becco, che Mariano conosceva per averlo visto molte volte da
lontano, durante i suoi viaggi a dorso di mulo avanti e indietro da San Luis. I locali lo
chiamavano El Zopilote, l’avvoltoio. Forse era a quello che si riferiva il soldato nel
suo delirio.
Ai piedi del monte un circolo indicava una macchia di vegetazione, poi a mezza
costa sulla montagna, dalla parte anteriore del becco, sotto una grossa X c’era la lettera
“m”, forse per miniera.
Una miniera d’argento! La legge e l’onestà imponevano a Mariano di consegnare
quella mappa alle autorità spagnole, ma con gli occhi della mente vedeva già tutto ciò
che avrebbe potuto fare per il suo piccolo monastero, per i suoi monaci e per tutta
l’area di El Durazno. Un convento più grande e più comodo, una chiesa capace di
contenere centinaia di fedeli per le messe solenni e i matrimoni. Una dispensa di
medicinali per evitare che altri perdessero la vita come il soldato spagnolo che giaceva
ai suoi piedi... Non c’era limite alle cose che si potevano ottenere con una sufficiente
quantità d’argento.
Udì fuori dalla canonica il ciabattare del monaco che arrivava con il lenzuolo
bagnato. Bisognava decidere in fretta. Con un gesto repentino, Mariano arrotolò di
nuovo il foglio, lo infilò nel tubo e lo nascose sotto la veste. Stranamente, l’odore non
lo disturbava più. Alzò gli occhi verso il crocifisso sul muro, si fece il segno della
croce e disse: «Tu lo sai, Signore».
Poi si alzò in piedi per accogliere il monaco e aiutarlo ad avvolgere il cadavere nel
lenzuolo. Non potevano permettersi di seppellirlo in una bara, ma almeno un sudario
glielo dovevano.
Parte Prima

LA FUGA
I

Napoli, giovedì 8 gennaio 1637


Seduto alla scrivania verniciata di nero del suo studio, il notaio Giorgio Terrasecca
succhiava tra i denti il sapore della vendetta. Era un uomo corpulento di quarantasei
anni, di carnagione bruna, con i capelli radi in cima alla testa, basette lunghe e labbra
sanguigne. Il naso a becco stonava sul volto largo e gli dava un aspetto da animale
mitologico, metà mastino e metà uccello da preda.
Poche ore prima Angelo Baiamonte si era prostrato in lacrime ai suoi piedi,
implorando pietà. Terrasecca aveva provato un’emozione strana, quasi una specie di
sollievo, quando gliel’aveva negata e lo aveva mandato via.
Quel poveretto in fondo gli faceva pena. Tra tutte le persone a cui rivolgersi, era
venuto da lui pensando che il cugino lo avrebbe trattato meglio degli altri. Non
immaginava di avergli servito la vendetta su un piatto d’argento. Credeva si trattasse di
affari.
Terrasecca non aveva mai capito cosa vedesse in lui la moglie Matilde. Da giovane
era bellissima, avrebbe potuto trovare di meglio, ma si era accontentata di Angelo, che
oltretutto era molto più vecchio di lei. Scosse la testa e si voltò a guardare il cortile,
oltre la finestra protetta da robuste sbarre di ferro. Per la prima volta quella vista gli
sembrò quasi allegra.
Era nato e cresciuto in quell’appartamento al pianterreno. Da piccolo aveva giocato
nel cortile circondato da alti muri, proprio come i bambini che ora stavano facendo un
girotondo intorno al pozzo centrale, tenendosi per mano e strillando. Stava per lasciarsi
alle spalle per sempre quel posto odioso, che gli ricordava la gioventù e le umiliazioni
subite dai parenti nobili. Per questo forse le voci acute dei bambini, invece di
infastidirlo come al solito, gli procuravano una specie di nostalgia.
Avrebbe potuto andarsene prima, naturalmente. Ormai non era più il parente povero
di nessuno.
Poteva permettersi servi e lacchè, ma si accontentava di una donna del vicinato che
veniva a fare le pulizie e a cucinare per lui e suo figlio Sandro, di una carrozza a
noleggio quando doveva spostarsi e di un bravaccio di nome Fosco che aveva
l’incarico di proteggerlo e di ridurre alla ragione i clienti riottosi. Per praticità,
Terrasecca vestiva sempre di nero: cappello, farsetto, cosciali, calze e scarpe,
ravvivati solo dal colletto di trine e dai polsini bianchi ricamati.
Il motivo principale di quell’austerità era che disprezzava lo sfarzo e gli sprechi dei
nobili. Ora che la sua vendetta stava per compiersi, tuttavia, si sentiva pronto a
cambiare vita. Si sarebbe trasferito nel palazzo dei suoi nemici, e si sarebbe goduto il
lusso.
Il trionfo era vicino, ma non bisognava commettere errori. Da Angelo non si
aspettava sorprese. Era un debole che aveva avuto la fortuna di nascere in una famiglia
privilegiata, e nella vita non aveva fatto altro che estraniarsi dal mondo con i suoi studi
di astronomia. Suo figlio Leone invece era diverso. Come tutti i nobili non aveva
nessun talento particolare, non sapeva cosa fosse il lavoro e viveva di feste e cavalcate.
Ma non era uno smidollato.
Terrasecca si passò entrambe le mani tra i capelli radi spruzzati di grigio,
ripensando a un fatto successo molti anni prima, quando Sandro e Leone erano piccoli.
Stavano giocando nel giardino che circondava il piccolo palazzo dei Baiamonte, dalle
parti dell’Ospedale degli Incurabili, e Sandro era uscito dal cancello per recuperare
una palla di pezza che gli era sfuggita. Un gruppo di ragazzini scalzi di quelli che
rubavano il cibo al mercato e non rispettavano nulla, neppure gli sbirri della Vicarìa o
g l i alguacil, i poliziotti della milizia spagnola, lo avevano preso a sassate,
costringendolo a rifugiarsi in un angolo tra due edifici e si divertivano a non lasciarlo
uscire dal suo riparo, ridendo e gridandogli insulti.
Leone sarebbe dovuto andare subito a chiamare un adulto. Quella era la cosa da fare.
Invece aveva raccolto un sasso e aveva centrato in fronte il capo dei monelli, che era
caduto a terra. Dopodiché, con un altro sasso in mano, era andato a prendere Sandro.
Era così deciso, così calmo, gli aveva raccontato in seguito suo figlio, che i ragazzini
erano rimasti a guardarlo passare in silenzio, come stregati da un incantesimo.
Solo quando erano già quasi tornati al sicuro era cominciata una sassaiola feroce.
«Corri!» aveva detto Leone. E dopo aver scagliato la sua unica pietra, gettando a terra
un altro avversario, era rimasto a fare da bersaglio finché Sandro non era rientrato nel
giardino del palazzo. Ne aveva ricavato molti lividi e un incisivo spezzato, ma la cosa
assurda era che i genitori avevano visto un grande altruismo in quel gesto suicida.
Sandro invece era stato severamente punito per aver infranto il divieto di uscire dal
giardino cintato.
Era così che bisognava crescere i figli, se si voleva davvero il loro bene.
Non era stato facile estirpare la gratitudine di Sandro. Terrasecca gli aveva spiegato
che Leone aveva solo voluto umiliarlo, mostrandosi più coraggioso di lui. Erano le
cose che facevano i nobili, per convincere se stessi e gli altri di essere in qualche modo
superiori. Suo figlio alla fine si era convinto, mostrandosi sdegnato al pari di lui verso i
Baiamonte, e giurando di non volerli vedere mai più.
Tuttavia Sandro nel profondo era un debole, come sua madre. Terrasecca non
credeva sul serio che sarebbe stato capace di cambiare idea, di perdonare i torti subiti.
Ma preferiva assicurarsi che non incontrasse Leone. Era sempre meglio prevenire i
problemi che doverli risolvere.
Prese la campanella d’argento che teneva sulla scrivania e l’agitò un paio di volte,
producendo un suono penetrante. Udì un rumore di passi in corridoio e un attimo dopo
Fosco aprì la porta di quercia dello studio. Alto e robusto, di carnagione bruna, con
lunghi mustacchi e un berretto floscio di panno verde che gli ricadeva su una spalla,
incuteva rispetto solo a guardarlo, anche senza considerare il pugnale alla cintura.
Terrasecca l’aveva scelto per quello. Lo aveva salvato dalla galera, conquistandosi la
sua lealtà, e ne aveva fatto il suo uomo di fiducia.
«Di’ a mio figlio di venire da me» gli ordinò. «Subito.»
Il bravaccio fece un leggero inchino e scomparve in corridoio. Poco dopo Sandro
entrò nello studio. Il notaio gli disse di chiudere la porta, si alzò dalla scrivania e gli
andò incontro al centro della stanza. Gli mise entrambe le mani sulle spalle,
chiedendosi da dove cominciare.
«Stiamo finalmente per lasciare questa casa» disse alla fine.
«E dove andremo?»
«Nel palazzo dei Baiamonte.»
«Ma noi... ma loro... sono i nostri nemici. Come possiamo...»
Terrasecca si godeva la sorpresa sul suo viso. Sandro non si poteva definire bello,
aveva il corpo tozzo e le gambe grosse, proprio come lui, ma almeno aveva ereditato i
lineamenti fini della madre.
«Non ci andiamo da ospiti» disse. «Glielo prendiamo e li buttiamo fuori. Sarà la
nostra vendetta.»
In poche parole gli spiegò tutto. Si voltò a guardare il grande ritratto di Filippo IV di
Spagna sul muro sopra la scrivania. Filippo era il re anche di Napoli, ma se ne stava in
Spagna e in sua vece la città era governata da una serie di viceré, uno peggiore
dell’altro.
«Ormai siamo ricchi, Sandro» disse. «Potrei farmi fare anch’io un ritratto da
Velázquez, se volessi. Uno autentico, voglio dire, non una copia come quello. Ma
spendere migliaia di ducati per un quadro è un’assurdità da nobili. Una bella casa
adatta alla nostra condizione invece vale la pena, soprattutto se è gratis.»
«E i Baiamonte dove andranno?»
«Che t’importa? Si troveranno in mezzo a una strada, è lì che devono stare. Per
mangiare dovranno lavorare, se ne saranno capaci. È un problema loro, non nostro.»
Sandro tardò a rispondere, ma alla fine disse: «Se lo meritano, dopo quello che ci
hanno fatto».
Terrasecca non aveva mai spiegato né a Sandro né alla sua povera moglie il vero
motivo per cui avevano smesso da un giorno all’altro, circa quindici anni prima, di
frequentare i parenti nobili. Aveva deciso così e basta. Suo figlio era cresciuto
nell’idea che si trattasse di una cosa troppo brutta per poterne parlare, il che in fondo
era vero.
«Peccato che tua madre non possa godere con noi di questo momento» disse. «Sono
certo che le avrebbe fatto piacere.»
Sandro annuì. «Leone lo sa?»
Era la domanda che il notaio aspettava. «Non ancora, ma lo saprà presto.»
«Chissà che farà.»
«Qualsiasi cosa faccia, riguarda me soltanto. Voglio che tu resti completamente fuori
da questa storia.»
«Perché? Non sono più un bambino. Non ho paura di lui.»
«La paura non c’entra» ribatté Terrasecca. «È una questione tra me e i suoi genitori.
Non posso impedire che il loro figlio si metta di mezzo, ma posso impedire che lo
faccia il mio. Se Leone ti scrive, non rispondere. Se lo incontri per strada, non
scambiare con lui neppure un saluto. Se dovesse venire qui, resta nella tua stanza. Sono
stato chiaro?»
Sandro gli rivolse uno sguardo ferito. «Non vi fidate di me» disse. «Temete che mi
lasci intenerire, non è così? Be’, vi sbagliate. Io e Leone siamo stati amici, ma potrei
ucciderlo in duello senza battere ciglio.»
«Non parlare di duelli in casa mia!» gridò il notaio. «Un’altra idiozia inventata da
gente che non sa cosa fare della propria vita e si permette di buttarla via per stupide
questioni d’onore.»
«Volevo dire» ribatté Sandro, controllando a fatica l’ira nella voce «che se in sala
d’armi non ho rivali non è solo perché sono veloce nelle parate e negli affondi. È
perché non ho pietà per l’avversario, anche quando si tratta di un mio amico fraterno.
Voglio vincere e vinco. Sempre.»
Sandro era senza dubbio un bravo spadaccino. Terrasecca ne era orgoglioso, anche
se non glielo aveva mai detto. Ma anche Leone lo era, stando a ciò che aveva sentito.
Era uno degli allievi prediletti del grande Titta Marcelli, uno dei migliori maestri
d’armi dell’epoca. Sfidarlo poteva essere pericoloso. Inoltre la questione dei
Baiamonte non andava risolta con le armi. Non voleva fornire loro nessun appiglio per
potersi rivolgere alla giustizia.
«Le istruzioni che ti ho dato sono ordini» disse, in tono conclusivo. «Non provare a
disobbedirmi.»
Sandro gli voltò le spalle e uscì sbattendo la porta. Terrasecca sorrise a quella
mancanza di rispetto. Suo figlio stava cominciando a diventare un uomo.
II

Nei giorni successivi, Leone Baiamonte si disse che avrebbe dovuto prevedere il
disastro. I segni c’erano da tempo, era stato lui a non volerli notare. Ma quel
pomeriggio, in piedi nel salone affollato del suo palazzo con un bicchiere di vino rosso
in mano, cercava solo di trascorrere la festa di compleanno di sua sorella Concetta
senza tradire la noia.
Leone aveva ventitré anni. Era di statura media, snello e forte, con i capelli biondi
lunghi fino alle spalle e gli occhi azzurri come tutti i maschi della sua famiglia.
Preferiva l’abbigliamento pratico, ma per l’occasione aveva indossato i suoi vestiti più
eleganti: scarpe di cuoio con le fibbie d’argento, calze di seta bianche, calzoni al
ginocchio di panno inglese, pettorina ricamata e un farsetto azzurro che si intonava al
colore dei suoi occhi.
Bevve un sorso di vino e si chiese ancora una volta cosa stesse facendo suo padre.
Se avesse tardato oltre, gli invitati non avrebbero mancato di notare lo sgarbo.
La più elementare cortesia richiedeva che fossero i padroni di casa ad accogliere gli
ospiti man mano che arrivavano. Ma poiché suo padre non c’era, era toccato a lui
affiancare la madre in quel compito. Angelo Baiamonte era arrivato a metà della festa,
aveva salutato in fretta, con una faccia come se avesse altro a cui pensare e si era
rifugiato nello studio, dicendo che sarebbe tornato a momenti. Era passata più di
mezz’ora e non si era visto.
Concetta, sorridente e circondata dalle amiche, non dava segni visibili di
nervosismo, così come sua madre Matilde. Leone però aveva notato gli sguardi che
entrambe gettavano verso il corridoio che conduceva allo studio.
Si voltò verso la finestra alle sue spalle a guardare le cime degli aranci spogli in
giardino. Tra le tante stravaganze della sua famiglia c’era anche il luogo in cui
abitavano. Di solito i palazzi dei nobili napoletani avevano al centro un cortile
lastricato, sulle ali si aprivano le cucine, le stalle, i lavatoi, le rimesse per le carrozze e
gli alloggi della servitù. Ai piani superiori c’erano i “quarti”, ovvero gli appartamenti
dei padroni.
Quello dei Baiamonte non era così. Era più simile a una villa di campagna che a un
palazzo cittadino: un edificio squadrato a tre piani, senza cortile interno, con le stalle e
le cucine sul retro e un piccolo aranceto sul davanti. Quegli aranci erano il simbolo
della famiglia, diceva suo padre. Un pezzo di Sicilia nel cuore di Napoli. I Baiamonte
infatti erano originari di Palermo e si erano trasferiti a Napoli quando il nonno aveva
ereditato quella casa da un parente.
Ora però il palazzo aveva bisogno di parecchi lavori, e suo padre aspettava con
ansia il matrimonio di Leone per poterli iniziare. Leone avrebbe preferito investire la
cospicua dote di Lisa in qualcosa di remunerativo, qualcosa da poter lasciare ai loro
figli, invece di sperperarla tutta in malta, mattoni e operai. Poteva mettere su un piccolo
allevamento di cavalli da guerra, per esempio. E se le cose fossero andate bene tra
qualche anno ci sarebbe stato anche il denaro per sistemare il palazzo. Ma il
capofamiglia era suo padre, la decisione finale spettava a lui, e Leone sapeva quale
sarebbe stata.
Scosse la testa. Angelo Baiamonte era convinto che per un nobile svolgere un lavoro
qualsiasi volesse dire abbassarsi al livello di un borghese. Si dilettava di astronomia e
intratteneva una fitta corrispondenza con astronomi di tutta Europa. Non possedeva
nessuna capacità pratica, eppure si rifiutava testardamente di delegare a Leone
qualsiasi responsabilità nell’amministrazione dei beni e delle rendite di famiglia.
Guardando verso il cancello in ferro battuto che dava sulla strada, Leone vide
entrare un giovane che riconobbe subito, malgrado non lo vedesse da molti anni. Il viso
delicato, il corpo tozzo dalle gambe robuste. Era Sandro Terrasecca, il suo amico
d’infanzia.
Senza pensarci due volte, posò il bicchiere sulla mensola della finestra e si diresse
in cucina. Voleva uscire in giardino dalla porta di servizio, per non attirare l’attenzione
degli invitati.
Era contento di rivedere Sandro, ma anche un po’ diffidente. Da bambini, nel
periodo in cui i loro genitori si vedevano spesso, Sandro e Leone erano diventati
inseparabili. Poi all’improvviso il notaio aveva interrotto le visite, e non si erano mai
più rivisti, neppure in qualche occasione sociale, poiché frequentavano ambienti molto
diversi. Tempo prima Leone aveva saputo che Sandro si allenava in una sala d’armi e
aveva provato un paio di volte a cercarlo. Il giovane si era fatto negare e lui non aveva
insistito, ma ci era rimasto male.
E ora Sandro compariva nel giardino di casa sua e si guardava intorno con un’aria
da padrone. Aveva la spada al fianco, il cappello in testa e le mani dietro la schiena.
«Sandro» disse Leone, avvicinandosi. «Da quanto tempo!»
L’altro ignorò la sua mano tesa. Lo squadrò da capo a piedi, con un sorriso ironico.
«Vedo che c’è una festa in corso. È una festa d’addio, immagino.»
Leone si fermò di botto. «Addio? Che intendi dire? È il compleanno di Concetta.»
«Tuo padre non ti ha detto ancora niente, eh?»
«Cosa doveva dirmi?» Leone era più sorpreso che preoccupato da quelle strane
parole. «Ascolta, non...»
«Se fai un altro passo la considererò un’aggressione» disse Sandro, portando la
destra sull’elsa della spada. «E dovrò difendermi.»
Lo stava minacciando. In casa sua. Leone sentì il sangue salirgli alla testa e fu tentato
di farlo, quel passo, malgrado alla cintura avesse solo uno spadino ornamentale
dall’elsa dorata, poco adatto a un combattimento. Ma non poteva rovinare la festa di
Concetta con una lite in giardino.
«Non ci vediamo da quindici anni» disse, facendo uno sforzo visibile per mantenere
la calma. «E all’improvviso vieni a casa mia a provocarmi. Perché?»
«Chiedi spiegazioni a tuo padre» rispose Sandro. «Ci vediamo presto.»
Girò sui tacchi, uscì dal cancello e si avviò lungo la discesa che portava verso la
chiesa di San Domenico Maggiore.
Scuro in viso, Leone tornò subito in casa, passando di nuovo dalle cucine. Doveva
parlare subito con il padre. Il nervosismo di Angelo Baiamonte quando era tornato e il
fatto che non fosse ancora comparso tra gli invitati, ora prendevano tutto un altro
aspetto.
«Cosa è successo?»
Era appena rientrato in salone, e Lisa lo aspettava accanto alle doppie porte che
immettevano in cucina.
Era vestita di seta celeste, i capelli neri e lisci raccolti in cima alla testa in
un’acconciatura che lasciava nudo il collo bianchissimo. Leone non riusciva a resistere
al suo fascino elusivo. Provava un impulso continuo di compiacerla, era disposto a fare
qualsiasi cosa pur di vederla sorridere e non gli importava che fosse un anno più
vecchia di lui e avesse rischiato di restare zitella, a causa delle smanie del padre di
trovarle un pretendente nobile. In quel momento però, tra la preoccupazione e la rabbia
che ancora non sbolliva, rispose in tono brusco.
«Non lo so. E non ho voglia di parlarne.»
Lisa lasciò ricadere le braccia lungo i fianchi e lo fissò in silenzio.
«Scusami» disse Leone, facendo un gesto come per cancellare le parole che aveva
appena pronunciato. «Devo andare da mio padre.»
«Vai pure» ribatté lei, fredda. «Nessuno ti trattiene.»
Leone aprì la bocca, la richiuse e sospirò. «Prometto che ti spiegherò cosa è
successo» disse alla fine. «Quando l’avrò capito.»
Lei accennò un sorriso, per mostrare che l’offesa era perdonata, ma non disse nulla.
Leone le strinse rapido le dita, godendo del contatto fresco della sua pelle, e si
allontanò in fretta. «Non ci metterò molto.»
Invece per attraversare il salone ci volle un tempo infinito. Doveva fermarsi
continuamente, sorridere, scambiare due chiacchiere e poi liberarsi senza mai dare
l’impressione di avere da fare qualcosa di più importante che parlare con l’ospite di
turno. Una lenta danza che i musici raggruppati in un angolo scandivano al ritmo di
ciaccone e passacaglie.
Gli uomini, in farsetti di vari colori, calze bianche, grigie o rosate e scarpe con le
fibbie d’argento, parlavano soprattutto di politica e della guerra tra francesi e spagnoli,
che stava avendo serie ripercussioni fiscali sui napoletani: gli spagnoli avevano
bisogno di soldi per combattere nei Paesi Bassi, e aumentavano le tasse nei loro
domini, tra i quali c’era anche il Regno di Napoli.
Le donne invece facevano commenti lusinghieri sui rinfreschi e sulla casa, e
qualcuna anche su di lui, facendolo arrossire. Erano per la maggior parte vestite alla
francese, con gonne morbide, spalle nude e ampie scollature. Solo alcune seguivano
l’uso spagnolo, con gonne gonfiate dal guardinfante e gorgiere inamidate. Molte si
sventolavano con ventagli colorati, soprattutto quelle vicine al grande camino al centro
della parete di fronte. Quasi tutte portavano ai piedi le pianelle con la tomaia di stoffa
ricamata e la suola alta di sughero che si producevano nel quartiere Pendino. Sembrava
fossero l’ultima moda.
Anche sua madre girava per il salone, scambiando qualche parola con tutti e
controllando che il servizio dei rinfreschi procedesse senza intoppi. Matilde
Baiamonte, con i capelli castani raccolti sulla nuca in un’acconciatura elaborata, il
fisico slanciato e gli occhi nocciola, dimostrava meno dei suoi quarantadue anni.
Incrociando il suo sguardo, Leone indicò il corridoio con un cenno del capo, per dire
che stava andando dal padre, e lei annuì.
Una fantesca in corpetto verde scuro e cuffia bianca gli offrì un vassoio con petali di
rosa canditi, confezionati dalle monache della chiesa di Donnaromita. Leone ne prese
uno e prima di inghiottirlo lo tenne in bocca finché si sciolse tutto lo zucchero. Stava
per proseguire ma fu intercettato da sua sorella.
Fasciata in un abito di pesante broccato rosso, con polsini e scollo bianchi
pieghettati, il viso arrossato e i capelli castani pettinati in boccoli che le erano costati
un’intera mattina di lavoro con l’asta di ferro riscaldata, Concetta sembrava più adulta
dei diciassette anni che compiva quel giorno. Non era bella in modo convenzionale, ma
le sue labbra piene, i grandi occhi marroni e il naso leggermente aquilino emanavano
una sensualità difficile da nascondere.
«Cosa aspetti ad andare da papà?» sibilò. Sorrideva a beneficio degli invitati, ma la
voce tremava di rabbia. «Lo sai che non esce più, se non lo vai a prendere.»
«Sto andando da lui proprio adesso» rispose Leone, serio.
Concetta scrollò le spalle facendo ondeggiare i boccoli, come per dire che ormai
non c’era rimedio alla brutta figura. «Si sarà messo a leggere quel libro che ha ricevuto
dall’Olanda e si è dimenticato di tutto il resto» disse. «Non glielo perdonerò mai.»
Si voltò di scatto e si allontanò verso un gruppo di giovani della sua età al centro
della sala. Leone sperava proprio che il problema fosse quello: una distrazione di suo
padre, una brutta figura con gli invitati, e Concetta che teneva il broncio per settimane.
Ma il nodo che gli stringeva lo stomaco gli faceva temere qualcosa di molto peggio.
Finalmente riuscì a imboccare il corridoio dal pavimento in formelle di cotto e
arrivò davanti alla porta dello studio. L’aprì quel tanto che bastava, scivolò dentro e la
richiuse senza rumore.
Da bambino lo studio del padre per lui era un luogo magico, pieno di oggetti
affascinanti. Sestanti, astrolabi, un cannocchiale di Galileo, un globo celeste con le
costellazioni in forma di animali fantastici, grandi volumi rilegati in pelle aperti sui
tavolini. Mimetizzata nel muro accanto al camino c’era persino la porta di uno stanzino
segreto, che si apriva toccando una leva nascosta nella parete.
Come sempre, il suo sguardo andò subito all’Orbis Terrarum Typus De Integro
Multis In Locis Emendatus, la grande mappa del mondo disegnata da Petrus Plancius,
appesa al muro sopra la scrivania da prima che lui nascesse. Sulla mappa di Plancius
Angelo Baiamonte gli aveva mostrato i mari e i continenti, con le relative costellazioni,
cercando di farlo appassionare alla geografia e soprattutto all’astronomia. Leone
sapeva di averlo deluso.
Suo padre era seduto alla scrivania sotto la mappa, ma davanti a sé non aveva un
libro, come immaginava Concetta. Si era tolto l’anello d’oro con il sigillo che
riproduceva lo stemma di famiglia, l’aveva posato sul tavolo di noce lucidato e lo
fissava con la testa tra le mani, i lunghi capelli bianchi spettinati.
Angelo Baiamonte alzò gli occhi, azzurri come i suoi, e Leone restò senza parole
vedendo che erano pieni di lacrime.
«Cosa c’è?» chiese avvicinandosi rapido. «Perché piangete?»
Suo padre si alzò in piedi, fece il giro del tavolo e lo abbracciò, dandogli piccoli
colpi sulla schiena, come per consolarlo di qualcosa.
«Parlate, non tenetemi sulle spine» lo incalzò Leone, vedendo che il genitore non si
decideva ad aprire bocca. «Ho appena incontrato Sandro Terrasecca, in giardino. Mi ha
detto che avete delle cose da spiegarmi.»
«Sono già qui?» chiese suo padre, allarmato. «Impossibile. Abbiamo ancora un po’
di tempo.» Fece un respiro rumoroso, di gola. «C’è anche il notaio?»
«Sandro era solo, ed è già andato via. Posso sapere a quali spiegazioni alludeva?»
Angelo Baiamonte, alto e un po’ ingobbito dagli anni passati a studiare le mappe dei
cieli, si staccò da lui e lo fissò a lungo. Poi prese l’anello dalla scrivania e glielo
mostrò. Sulla parte piatta era cesellata una chimera verde in campo argento, sormontata
da tre stelle e un sole d’oro.
Leone fissò quel mostro mitologico con la testa di leone, una testa di capra sulla
schiena e la coda di serpente. Nessuno in famiglia sapeva più per quale motivo i
Baiamonte avessero scelto una chimera come simbolo della loro casata. Ma la parte di
cui erano orgogliosi erano le stelle e il sole d’oro.
Il padre infatti cominciò: «Le stelle e il sole stanno a significare...».
«Che la nostra famiglia cinque secoli fa ha partecipato alle crociate» lo interruppe
Leone con impazienza. «Lo sento ripetere da quando sono nato. Ditemi cosa è successo,
per favore, non tergiversate.»
Suo padre a volte si isolava in lunghi silenzi, altre volte si esprimeva con frasi
apparentemente scollegate tra loro. Leone aveva sempre trovato difficile comunicare
con lui.
«Cinque secoli» disse alla fine Angelo. «E prima d’ora una cosa del genere non era
mai accaduta. Mai.»
«Quale cosa? Parlate, una buona volta.»
«Non so come dirtelo in modo da non farti soffrire» continuò suo padre, cambiando
di nuovo tono. Negli occhi aveva un’espressione triste che non gli aveva mai visto.
«Perciò te lo dico nel modo più semplice: siamo rovinati.»
«Rovinati?» Leone restò in piedi con la bocca aperta, gli occhi spalancati e le mani
lungo i fianchi, mentre la sua mente lottava per venire a patti con ciò che aveva appena
udito. «Non parlate sul serio» disse poi, con un sorriso nervoso. «Non potete parlare
sul serio.»
Suo padre si strinse nelle spalle, senza distogliere gli occhi dai suoi. Ora che
l’aveva detto sembrava più calmo. «Per mantenere una famiglia di quattro persone al
livello che ci impone la nostra condizione» disse a bassa voce «i soldi non bastano
mai. Le nostre rendite da qualche tempo non fruttano più nemmeno la metà di quello che
spendiamo. Mi sono indebitato, e ora mio cugino vuole indietro tutto.»
«Cugino? Intendete il padre di Sandro?»
«Il notaio Terrasecca, sì. Intendo proprio lui. Ci getterà in mezzo a una strada.»
Leone tentò di ricordare che faccia avesse il notaio, ma non ci riuscì. Nella mente
aveva solo l’immagine vaga di un uomo robusto dal naso a becco, vestito sempre di
nero. All’epoca aveva solo otto anni, e gli adulti vivevano in un mondo troppo poco
interessante perché potesse prestare loro molta attenzione.
«So che da quando è morta la moglie, Terrasecca si è messo a prestare soldi a
interesse e si è arricchito.» Fece una breve pausa, prima di porre la domanda che gli
bruciava in gola: «Quanto gli dobbiamo?».
Suo padre gli rispose di nuovo in modo indiretto, con una lunga spiegazione.
All’inizio aveva chiesto cifre modeste, disse, ed era riuscito a restituirle nei tempi
previsti. Il cugino era sempre stato molto gentile, ma gli aveva detto fin dalla prima
volta che se i tempi per la restituzione non fossero stati rispettati, avrebbe dovuto
applicare un interesse maggiore. Quando poi Angelo aveva chiesto una cifra più
importante, aveva voluto delle garanzie. Si fidava, gli aveva spiegato, ma gli affari
sono affari.
«E voi come avete garantito?»
«Con la casa. Me l’ha suggerito lui. Doveva essere solo una formalità. Se avessi
restituito tutto nei tempi concordati, avrebbe strappato le carte che avevo firmato.»
Nell’ultimo anno, tuttavia, la situazione si era fatta sempre più difficile. Gli interessi
erano alti e il debito aumentava invece di diminuire, ma Terrasecca era un parente e
Angelo era convinto che avrebbe pazientato. Dopo il matrimonio di Leone, sperava di
poter ripagare tutto, anche se ci avrebbe messo più tempo del previsto. Quella mattina
era andato a chiedere un altro prestito e il notaio l’aveva messo di fronte alla realtà:
«Angelo, le vostre garanzie non coprono più niente» gli aveva detto. «Ormai mi dovete
più di trentamila ducati e il vostro palazzo non vale neppure la metà. Sono costretto a
prendermelo e ci rimetto, credetemi. Il massimo che posso fare, perché siamo parenti, è
concedervi una dilazione sul debito restante, evitandovi di finire in prigione.»
«L’ho pregato, mi sono persino messo in ginocchio davanti a lui» concluse Angelo.
«È stato inutile.»
«Trentamila ducati!» sbottò Leone, incapace di contenersi oltre. «Come avete potuto
essere così ingenuo?» Non si era mai rivolto a suo padre in un tono simile, ma invece di
scusarsi lo fissò con uno sguardo duro. «Perché non vi siete consultato con me? Avrei
potuto evitarvi di commettere un tale errore.»
«Mi sono fidato perché Terrasecca è mio cugino, per quanto lontano» rispose
Angelo, chinando la testa. «Fino a oggi non l’avevo mai visto com’è veramente: un
uomo spietato.»
Leone si sentiva scoppiare la testa al pensiero che la sua famiglia non possedeva più
nulla, neppure la casa in cui lui era nato e cresciuto. In pochi istanti gli era crollato il
mondo addosso. Di una cosa però era certo. Non avrebbe accettato supinamente la
rovina. Avrebbe combattuto. Non solo per sé, ma anche per sua sorella, per i suoi
genitori. In condizioni difficili, era convinto di poter lavorare per sopravvivere. Ma
cosa avrebbero fatto suo padre e sua madre? E Concetta, come avrebbe potuto trovare
un buon partito da sposare?
Mise un braccio intorno alle spalle del padre e lo accompagnò verso la mappa di
Plancius, aiutandolo a sedersi al tavolo. Il problema della sua partecipazione alla festa,
che solo poco prima sembrava così importante, era stato spazzato via dalla tempesta
che si era abbattuta loro addosso.
«Non ci arrenderemo» disse. «Ve lo prometto.»
Suo padre riprese in mano l’anello d’oro e se lo infilò al dito con un gesto
meccanico. «I documenti che ho firmato lo autorizzano a prenderci tutto» disse. «Ha il
coltello dalla parte del manico. Cosa credi di poter fare?»
«Non lo so» ammise Leone. «Ma so che vostro cugino è un usuraio e l’usura è
illegale. Qualcosa si potrà pur fare. Comunque mi consulterò con voi prima di muovere
qualsiasi passo, rispettando il vostro ruolo di capofamiglia.»
Non gli aveva chiesto il permesso di occuparsi della faccenda. Glielo aveva
imposto, e la promessa di consultarsi con lui salvava a malapena la forma. «Vi chiedo
di non dire nulla a nessuno, per il momento» aggiunse. «Neppure alla mamma o a
Concetta.»
Angelo Baiamonte non reagì al fatto che la sua autorità fosse stata usurpata. Forse
gliene era persino grato. «Come vuoi» disse. «Ma non farti illusioni: lo sapranno
presto.»
Leone non replicò. Sistemò il farsetto e si passò le mani tra i capelli, poi uscì dalla
stanza. Ora che finalmente aveva libertà di agire come preferiva, si trovava davanti una
situazione disperata. E se avesse fallito? Se non fosse stato capace di salvare il palazzo
e la sua famiglia? Era una responsabilità troppo grande. Ma non c’era nessun altro a cui
chiedere di prendere il suo posto.
Alla fine del corridoio respirò a fondo, costrinse le labbra a sorridere e rientrò nel
salone.
III

Chiusa nella sua stanza al secondo piano del palazzotto di famiglia, Lisa strofinava con
rabbia un candelabro d’argento con una pezza di lino imbevuta di aceto e sale. Era così
irritata che non sentiva neppure il freddo di gennaio. Le braci nel braciere di ottone si
erano consumate quasi del tutto, ma non aveva ancora chiamato un servitore per farle
sostituire.
Non avrebbe mai creduto, a ventiquattro anni compiuti, un’età in cui tante donne
erano già mogli e madri da un pezzo, di dover sopportare una matrigna di pochi anni più
anziana di lei che la trattava come una bambina ribelle, somministrandole punizioni
“educative” quando si rifiutava di obbedirle.
E il peggio era che suo padre stava dalla parte della nuova moglie, piuttosto che
dalla sua. Lisa non riusciva a perdonargli di essersi risposato con una donna tanto
giovane. Si era sempre rifiutata di chiamarla mamma. Era costretta a darle del voi, ma
non pronunciava mai il suo nome. In pubblico, si riferiva sempre a lei come “la mia
matrigna”.
In quei giorni era inquieta e rispondeva per le rime più spesso del solito. La
matrigna non lo sopportava e così Lisa si era ritrovata a pulire candelabri, come una
serva in casa propria. L’unica cosa che le dava la forza di andare avanti era il pensiero
del matrimonio imminente, che splendeva come un’alba luminosa nel suo futuro.
Il motivo per cui non era ancora sposata era una fissazione di suo padre: i de
Gennaro erano ricchi ma non erano nobili, come la più nota famiglia dallo stesso
cognome, e Antonio de Gennaro non se ne dava pace. Non gli bastava essere padrone di
una “faenzera”, una fabbrica di ceramiche molto ben avviata. Aveva elaborato un
albero genealogico che faceva risalire il suo ramo della famiglia a un figlio naturale del
cavaliere Pietro de Gennaro, antico feudatario di re Manfredi.
Sognava per la figlia un matrimonio con un nobile che però non era arrivato, e così
erano passati gli anni. Ma quell’attesa così lunga era stata premiata nel migliore dei
modi. Lisa sorrise, pensando a Leone. Posò il candelabro, ormai lucido e brillante, e
prese da sopra lo scrittoio il suo gemello. Mentre immergeva la pezzuola nella
bacinella con l’aceto e il sale, le sembrò di avvertire un rumore, come di grandine
contro il vetro della finestra. Si fermò un attimo, in ascolto, ma non udì nulla e riprese il
lavoro.
A suo padre Leone piaceva poco, perché apparteneva a una famiglia non
particolarmente in vista, per quanto antica e nobile. Qualche anno prima sarebbe stato
rifiutato senza appello. Ma era arrivato al momento giusto, quando ormai il rischio per
Lisa di restare zitella era molto concreto e la sua corte era stata incoraggiata,
soprattutto dalla matrigna, che non vedeva l’ora di togliersela di torno. Leone si era
presentato a chiedere la sua mano una mattina di primavera profumata di fiori, e il
fidanzamento aveva avuto la benedizione di tutti.
Lei lo aveva amato dalla prima volta che lo aveva visto, con una intensità che
andava oltre la semplice attrazione fisica. Molte donne, nubili e sposate, si
soffermavano sui suoi occhi azzurri, sui capelli biondi, sulle mani forti. Nemmeno il
dente davanti spezzato a metà riusciva a imbruttirlo. Ma per Lisa erano le qualità meno
evidenti a renderlo affascinante. Per esempio, non pensava mai solo a se stesso ma si
preoccupava del benessere di chi gli stava intorno. Quando aveva torto non aveva
difficoltà ad ammetterlo, persino con lei che era una donna. E in lui si percepiva una
forza nascosta che la intrigava.
Accanto a lui, Lisa aveva l’impressione che non potesse accaderle nulla di male.
Il sorriso che le era spuntato mentre pensava a Leone, tuttavia, non aveva scacciato
l’inquietudine. Continuava a pensare alla festa del giorno prima.
Quando Leone era uscito dallo studio del padre, aveva annunciato che il barone non
si sentiva bene. Era dovuto andare a riposare, e pregava tutti di perdonare la sua
assenza. Qualcuno si era offeso ed era andato via, qualcun altro aveva scrollato le
spalle, i più avevano continuato a mangiare, bere e chiacchierare. Leone si era dedicato
a intrattenere gli ospiti, sorridendo e scambiando commenti con tutti, tranne che con lei.
Aveva promesso che le avrebbe spiegato tutto ma non l’aveva fatto.
Si erano avvicinati di nuovo solo al momento dei saluti, e le era sembrato rigido e
freddo, dietro i sorrisi di cortesia. Era ovvio che nascondeva qualcosa.
Il rumore alla finestra si ripeté. Stavolta si alzò e andò a dare un’occhiata,
mettendosi di lato in modo da non essere vista dal basso. La finestra dava su un vicolo
da cui una ragazza di buona famiglia doveva tenersi lontana.
Alla luce radente del tramonto vide un giovane in mantello nero e cappello piumato
chino sul selciato, alla ricerca di altri sassolini da gettare contro il vetro. Malgrado
fosse di spalle lo riconobbe immediatamente. Il suo cuore diede un balzo di gioia, che
si spense subito non appena Leone si voltò. Il suo viso aveva un’espressione tetra.
Aprì la finestra cercando di non fare rumore. «Cosa c’è?» chiese, a voce appena
abbastanza alta da essere udita.
«Puoi scendere? Subito?»
Lei scosse la testa, allibita. «Certo che no!» rispose, aggiungendo a voce più bassa:
«Non sono neppure vestita».
«È importante» insistette Leone.
Lisa si sentì mancare il respiro. Il palazzotto dei de Gennaro sorgeva sulla strada
detta del Commendator Avila, parallela a via Toledo, dove oltre a quella degli Avila
c’erano altre dimore importanti. Ma sul retro si aprivano i vicoli dei Quartieri
Spagnoli, sorti un secolo prima per alloggiare le truppe del viceré e subito diventati
luogo di prostituzione e malaffare. Se fosse stata sorpresa da qualche conoscente in
veste da casa e ciabatte mentre parlava con un uomo, fosse anche il suo promesso
sposo, la sua reputazione ne avrebbe sofferto per sempre. E Leone lo sapeva.
Quindi doveva trattarsi davvero di una cosa della massima importanza.
Chiuse la finestra e scese le scale di corsa, senza far rumore con le pianelle di feltro.
Si diresse verso la porta posteriore, in fondo a un breve corridoio che fiancheggiava la
cucina e lo stanzone dove dormiva la servitù. Aprì la porta e si fermò sulla soglia.
Leone era più bello che mai. Indossava lo stesso farsetto azzurro che aveva alla
festa, un paio di calzoni al ginocchio dello stesso colore e stivali bassi scamosciati, da
cui uscivano le calze bianche dall’orlo a sbuffo. Aveva la spada al fianco, un mantello
nero e un cappello dalla piuma bianca. Lisa, con i capelli neri sciolti sulle spalle,
stretta nella vestaglia di lana grigia che aveva infilato in fretta sopra la veste da camera
di seta rosa, si sentì morire di vergogna. Perché non le aveva dato almeno il tempo di
vestirsi?
Ma l’espressione negli occhi di Leone le fece dimenticare il proprio abbigliamento
inadeguato.
«È successo qualcosa di grave?» gli chiese.
Leone tardò a rispondere e lei sentì il cuore affondare nel petto. «Dimmi tutto»
disse, respirando a fatica. «Qualsiasi cosa sia, posso sopportarlo.»
Lui la fissò negli occhi, poi disse: «La mia famiglia è rovinata».
«Rovinata? Cosa stai dicendo?»
Leone si guardò intorno. Nel vicolo c’era un viavai di gente. Da un portone poco più
avanti uscirono due soldati spagnoli che si incamminarono verso di loro.
«C’è un posto dove possiamo parlare con calma, senza che i tuoi lo sappiano?»
Senza esitare, Lisa fece un passo indietro. «Vieni.»
Farlo entrare in casa di nascosto era ancora peggio che parlare in strada, ma ormai il
rispetto delle regole sociali era sceso all’ultimo posto nella scala delle sue
preoccupazioni. Richiuse piano la porta e lo condusse in una stanzetta lì accanto, che
usavano come magazzino per vecchi mobili e oggetti in disuso. Con l’acciarino accese
due candele in una bugia di stagno, appoggiò la schiena contro una larga credenza di
frassino e lo fissò negli occhi. «Ora dimmi, cosa è successo?»
La stanza era gelida. Il fiato si condensava in piccole nuvole davanti alla bocca.
Leone si tolse il mantello e glielo drappeggiò sulle spalle, poi le spiegò tutto in modo
conciso.
Alla festa, Leone aveva cambiato atteggiamento dopo aver parlato con quel giovane
in giardino, e Lisa dopo averci pensato a lungo aveva deciso che probabilmente si
trattava di una questione d’onore. Era per quello che gli uomini litigavano sempre. La
realtà invece superava ogni fantasia.
A un tratto gli prese le mani e le tenne tra le sue, un gesto che non aveva quasi mai
occasione di fare quando si vedevano sotto la sorveglianza della matrigna o della
fantesca. Ma appena Leone cominciò a parlare di annullare il matrimonio si irrigidì.
«Hai deciso tutto da solo» lo interruppe. «A me non pensi?»
Leone sospirò, come se si fosse aspettato l’obiezione. «È proprio perché penso a te
che sono venuto a parlarti» spiegò, con un tono paterno che le fece venire voglia di
schiaffeggiarlo. «Non volevo che lo venissi a sapere all’ultimo momento, come tutti gli
altri. Volevo prepararti.»
«Mi ami ancora?» chiese lei, con più ansia nella voce di quanto avrebbe creduto.
Solo pochi minuti prima le sarebbe sembrata una domanda inutile, ma adesso non era
più sicura di nulla.
«Certo che ti amo» rispose Leone, annuendo con forza.
«Allora ci sposeremo come abbiamo deciso. Il sacerdote non chiede agli sposi di
restare insieme nella gioia e nel dolore, nella ricchezza e nella povertà?»
«Sì, ma...»
«E che differenza fa se cominciamo a seguire questo precetto fin da ora? Adesso è il
momento di restare uniti nella povertà.»
«Non insistere. Annulleremo tutto.»
«Perché?»
Ora avrebbe detto che lo faceva per il suo bene. Lisa ci era abituata fin da bambina.
Ogni volta che le toglievano qualcosa di veramente importante, le dicevano che era per
il suo bene.
«Non sono degno di sposarti» disse invece lui. «Sono stato uno stupido a non
accorgermi di quello che stava succedendo, e ora non c’è più rimedio. Credo che non
sarei un buon marito, né un buon padre per i nostri figli.»
Lisa avrebbe voluto dire tante cose: che non era vero, che lo amava anche per la sua
capacità di riconoscere i propri errori, che i loro figli sarebbero stati fortunati ad avere
un padre come lui. Ma erano tutte parole inadeguate a esprimere ciò che provava.
Perciò non disse nulla. D’impulso, gli prese il viso tra le mani e lo attirò a sé,
baciandolo con tutta la passione della sua inesperienza, per fargli sentire quanto lo
amava. Leone cercò di tirarsi indietro, di resistere, ma lei non mollò la presa, spinse la
lingua tra le sue labbra come aveva sentito raccontare dalle amiche sposate, e a un
tratto sentì che lui cedeva. Il suo corpo si fece più caldo e vibrante e la bocca si
schiuse. Cominciò anche lui ad accarezzarla, le mise le mani sotto il corpetto, e Lisa si
sentì gonfiare il cuore da qualcosa che non aveva mai provato. Si aprì senza vergogna
alle sue dita, senza mai staccare la bocca dalla sua, e poco dopo quella specie di lotta
divenne un movimento ritmico dei corpi, un ansimare che sembrava avere una voce
sola. Si ritrovarono avvinti, in piedi contro la credenza di legno, le orecchie tese a
cogliere ogni rumore di passi in corridoio, e tutti gli altri sensi ingaggiati in qualcosa di
più grande di loro. Leone mormorò che non l’avrebbe messa incinta, che sapeva come
fare. Lisa lo udì appena. Gli si diede senza riserve, la veste sollevata, la sottoveste
strappata nella fretta, il seno fuori dalla scollatura, gli occhi chiusi. Senza chiedere
nulla, senza negare nulla.
Quando Leone si accasciò contro di lei, gli occhi azzurri accesi e i capelli biondi
scarmigliati, Lisa gli sussurrò all’orecchio: «Ora devi sposarmi per forza. Non sono
più vergine».
IV

Leone aveva già visto famiglie distrutte dai debiti. Napoli era una città in cui solo i più
poveri e i più ricchi vivevano in accordo al loro stato sociale. Tutti gli altri
spendevano troppo, pur di ostentare un benessere maggiore di quello che potevano
permettersi. E ogni tanto qualcuno crollava.
Da quel momento diventava invisibile. Parenti, amici, banchieri, non desideravano
prestare denaro che non avrebbero mai più rivisto. Per evitare richieste sgradite, non
erano mai in casa quando la persona in questione chiedeva di loro, si voltavano
dall’altra parte nel caso di un incontro per strada, e così via.
Per questo aveva chiesto al padre di non dire nulla a nessuno. Mantenere il segreto
con gli estranei era imperativo, se volevano avere una speranza di evitare il disastro. In
quanto a sua madre e a sua sorella, tenerle all’oscuro serviva solo a proteggerle. Se
avesse trovato una soluzione, Leone avrebbe dato loro la cattiva notizia insieme a una
buona. Se non l’avesse trovata, avrebbe almeno regalato loro qualche altro giorno di
vita spensierata.
Solo con Lisa aveva voluto essere sincero. Sapeva di non poterla più sposare,
comunque fossero andate le cose, e voleva metterla sull’avviso, per evitare che venisse
a sapere tutto da altri a cose fatte. Ma il risultato era stato molto diverso da quello che
aveva immaginato, e ormai il matrimonio era obbligatorio.
Eppure non gli riusciva di sentirsi pentito. Fare l’amore con lei era stato bellissimo,
e sposarla era ciò che desiderava di più al mondo.
Le aveva spiegato che avrebbero dovuto vivere con molto meno denaro di quello a
cui lei era abituata. Visto lo stato delle finanze di famiglia, anche se fosse riuscito a far
recedere Terrasecca dall’intento di rovinarli, i Baiamonte avrebbero dovuto abbassare
notevolmente il loro livello sociale.
Lei gli aveva assicurato più volte che del denaro non le era mai importato nulla e
che non si sarebbe mai pentita della propria decisione. Leone le credeva, ma far
accettare la situazione al padre e alla matrigna di Lisa non sarebbe stato facile.
Comunque, prima di parlarne con loro, doveva sistemare la faccenda con Terrasecca.
Un problema alla volta.
L’idea che da lui dipendeva il futuro dei suoi cari gli toglieva il sonno. Sapeva di
non potersi concedere il lusso di un errore. Perciò, invece di correre ad affrontare
l’usuraio, come la sua indignazione lo spingeva a fare, prima di tutto si era consultato
con il padre di un suo amico, un alto magistrato che aveva fama di grande onestà,
chiedendogli consiglio e vincolandolo al segreto. Poi aveva deciso di esaminare tutti i
documenti di famiglia.
Con suo padre non aveva quasi più parlato. Il giorno dopo la festa Angelo aveva
avuto un attacco di febbre. Avevano chiamato il medico, che gli aveva praticato un
salasso e prescritto qualche giorno di riposo per ridurre l’affaticamento. Così adesso
passava la maggior parte del tempo a letto nella sua stanza al primo piano, e Leone
aveva campo libero nello studio.
Quando fece scattare la molla che apriva lo stanzino segreto, facendo ruotare su se
stessa una sezione del muro, scosse la testa con un sorriso amaro: in passato quel
nascondiglio probabilmente aveva ospitato forzieri pieni d’oro e d’argento. Ora
conteneva solo carte.
Controllò tutte le ricevute, le tasse e i conti pagati e da pagare, i documenti di
proprietà, le lettere, scoprendo con sorpresa che il padre, pur nel suo apparente
distacco dal mondo, era stato preciso nel registrare ogni cosa.
Trovò anche una lunga lettera di suo zio Mariano, arrivata dalle Americhe. Sul
frontespizio c’era scritto, con una calligrafia angolosa: «Al mio caro fratello Angelo e a
mio nipote Leone». Doveva averla portata qualche missionario di ritorno da quelle
terre. Gli sembrò strano che suo padre non gliene avesse parlato, visto che era
indirizzata anche a lui.
Leggendola, scoprì che suo zio aveva localizzato un giacimento d’argento, ma si
trovava nell’impossibilità di sfruttarlo. Non poteva chiedere la concessione a proprio
nome, essendo un sacerdote, e non voleva affidarsi a un prestanome che avrebbe potuto
tradirlo e prendersi tutto. Così aveva avuto l’idea di domandare al fratello Angelo se
Leone sarebbe stato disposto a recarsi nel Nuovo Mondo per rilevare la miniera.
Sottolineava che la maggior parte degli introiti sarebbe rimasta a loro, in quanto lui
voleva garantirsi solo il necessario per ampliare la sua chiesa con il piccolo convento
annesso e fare del bene ai suoi parrocchiani.
Lo zio era partito missionario quando lui era piccolo. Leone ricordava un uomo più
basso e più robusto di suo padre, con una barba a punta, i capelli castani, l’abito nero e
la cintura di cuoio dei monaci agostiniani. Era molto diverso da Angelo, ma aveva gli
stessi occhi azzurri. Per anni non aveva mai dato notizie di sé, e ora arrivava quella
richiesta.
Leone salì nella stanza da letto dei genitori, al secondo piano. Suo padre era seduto
con la schiena contro la testiera del grande letto a baldacchino. Aveva i capelli bianchi
sciolti sulle spalle, le ginocchia sollevate sotto le coperte e l’edizione originale tedesca
del Mysterium Cosmographicum di Keplero in grembo. Le tende di vellutino verde
intorno al letto erano aperte per far entrare tutta la luce possibile, ma il braciere di
ottone sul pavimento era spento.
«Qui dentro si gela» disse Leone. «Vi prenderete un altro malanno.»
Il padre lo fissò e scrollò le spalle. «Cosa vuoi?»
«Ho trovato una lettera dello zio Mariano, indirizzata anche a me. »
Angelo piegò le labbra verso il basso. «È arrivata sei mesi fa. È curioso che tu sia
venuto a parlarmene. Ci pensavo proprio ieri.»
«Come mai non mi avete detto nulla, quando l’avete ricevuta?»
«Non c’era bisogno di turbarti. Allora credevo che tutto andasse bene, nonostante i
debiti. Gli ho risposto che tu stavi per sposarti e avevi altri progetti per la tua vita.»
Sospirò, scuotendo la testa. «Ieri invece pensavo che quell’argento potrebbe essere la
nostra salvezza. Ma è inutile parlarne. Con la tua paura di annegare non puoi certo
attraversare l’oceano.»
L’aveva detto senza scherno o ironia, come un semplice dato di fatto, ma Leone si
sentì ferito da quel commento. La paura dell’acqua gli amareggiava la vita, da quando
un giorno, all’età di nove anni, era quasi morto. Pioveva e stavano andando in carrozza
verso la chiesa di Santa Maria degli Angeli alle Croci, fuori le mura. La pioggia era
aumentata all’improvviso, e su via Forìa erano stati sorpresi da quella che il popolino
chiamava la “Lava dei Vergini”, una piena improvvisa che scendeva dalle pendici di
Capodimonte, Miradois, Materdei e spazzava via tutto ciò che incontrava. Tra le grida
di «’A lava! ’A lava!» e gente che fuggiva cercando di mettere in salvo mercanzie e
animali, uno dei cavalli si era imbizzarrito, lo sportello della carrozza si era aperto e
Leone era stato sbalzato fuori. In un attimo era stato trascinato via dal torrente in cui si
era trasformata la strada.
Ricordava perfettamente la violenza della piena, l’acqua gorgogliante che gli
riempiva naso e bocca, il suo corpo trascinato sui ciottoli, la sensazione di soffocare, le
grida di sua madre che gli arrivavano come da una distanza infinita.
Era stato salvato dal cocchiere, che era saltato in quell’inferno liquido lasciando le
redini in mano a suo padre, ed era corso a prenderlo, riuscendo ad afferrarlo appena
prima che la piena lo mandasse a sbattere contro il muro di una casa. Leone se l’era
cavata con il corpo interamente coperto di graffi, lividi e tagli profondi, ma senza ossa
rotte. Da quell’episodio però gli era rimasta una paura irrazionale dell’acqua. Bastava
il pensiero di fare un bagno sulla placida spiaggia di Chiaia a provocargli i sudori
freddi.
«La mia paura di annegare non c’entra» rispose con stizza. «Non devo attraversare
l’oceano a nuoto.»
«Vuoi dire che stai pensando di andare?»
L’ingenua speranza negli occhi del padre gli fece rabbia. «Niente affatto. Ma perché
si tratta di un’idea insensata, non perché ho paura. Avete fatto bene a lasciar perdere
questa proposta quando è arrivata, ed è inutile che ci pensiate adesso.»
Angelo chiuse il libro e lo posò sul copriletto di raso verde scuro. «La nostra
famiglia ha cinque secoli di storia» disse, con uno sguardo come se ne vedesse scorrere
il glorioso passato davanti agli occhi. «E adesso per colpa mia siamo caduti in un
baratro dal quale non usciremo, anche se a te piace credere il contrario. Se davvero
credi che attraversare l’oceano non sia un problema, pensaci. Con l’argento della
miniera potremmo pagare a Terrasecca la somma che gli dobbiamo e liberarci di lui.
Potremmo riprenderci il nostro palazzo e tornare a vivere come prima.»
«A vostro cugino non dobbiamo nulla» ribatté Leone, secco. «A parte il denaro che
vi ha prestato. Glielo restituiremo con gli interessi di legge, non con quelli da usuraio
che vi ha costretto ad accettare. Non gli daremo altro.»
«Non riuscirai a piegarlo. È sensibile solo ai soldi.»
Leone sentì montargli dentro un’ira sorda. «L’usura è condannata dalla chiesa e dalla
legge» ribatté, alzando la voce. «È lui a essere in torto, non noi, volete capirlo? Ma per
avere una speranza di farcela dobbiamo essere concreti. Non ho intenzione di fuggire
nelle Americhe inseguendo un sogno.»
«Da come ne parla mio fratello, il giacimento sembra tutt’altro che un sogno» insisté
suo padre.
«Davvero? A parte il fatto che io non so nulla di miniere e che tra andare, scavare e
tornare con l’argento ci vorrebbero anni, avete dimenticato la parte in cui vostro
fratello scrive di quanto denaro serve per il viaggio, per prendere la concessione e per
avviare i lavori? Dove potrei trovarlo, secondo voi?»
Dalla sua faccia vide che non ci aveva pensato. Scuotendo la testa uscì e scese di
nuovo nello studio. Gli restavano ancora interi fasci di documenti da esaminare.
V

Giorgio Terrasecca tornava a casa a piedi dal tribunale della Vicarìa, con addosso un
nervosismo che si sforzava di ignorare. Erano trascorsi diversi giorni da quando aveva
mandato via Angelo Baiamonte e non era ancora successo nulla.
Era già il momento di passare all’azione per il recupero del credito, ma aspettava
ancora perché in fondo desiderava un confronto con Leone. Voleva dargli l’opportunità
di piombare a casa sua, minacciarlo o provare a stregarlo come aveva fatto con quei
ragazzini. Gli avrebbe riso in faccia, e solo allora avrebbe incaricato gli ufficiali
giudiziari di preparare il pignoramento.
Il sole era rimasto nascosto dietro le nuvole fin dall’alba. Dalla parte del Vesuvio
tuonava ma non cadeva una sola goccia di pioggia. Il grigio opaco della pietra lavica
detta piperno, che costituiva il basamento di molti palazzi, aumentava l’effetto di
oscurità delle strade, malgrado non fosse ancora il tramonto.
Cominciò a scendere a passo svelto verso l’unica parte pianeggiante di Napoli,
quella verso il mare. Le strade, già strette di per sé, sembravano ancora più strette,
intasate com’erano di cavalli e carrozze, perché nessun napoletano che potesse
permetterselo andava a piedi. Non solo i nobili, ma anche molti borghesi, soprattutto le
donne, uscivano addirittura con due carrozze, una per loro e l’altra per la servitù. In
quel traffico di piedi, zoccoli e ruote, i tagliaborse si spostavano agilmente, la lama di
un rasoio nascosta nel palmo della mano, in cerca di qualcuno a cui recidere il
cordoncino che legava la borsa del denaro alla cintura.
Terrasecca si incuneò tra la gente, superando giovani eleganti a cavallo, funzionari
del governo vestiti di marrone, soldati spagnoli con una larga fascia di cuoio a tracolla
alla quale era appesa la spada, medici dalla toga rossa, venditori ambulanti di
maccheroni, fritture e merci varie, senza degnarli neppure di un’occhiata e senza quasi
avvertire il rumore. Era teso, preoccupato senza sapere perché.
Sulla stretta via che tagliava la città da parte a parte, e che per questo era detta
Spaccanapoli, stava passando il viceré in carica, Manuel de Acevedo y Zúñiga, conte
di Monterrey, nella sua carrozza ottagonale laccata d’oro e trainata da sei cavalli bai,
perché era un giorno feriale. Nei festivi i cavalli erano bianchi, nelle occasioni di lutto
neri. Terrasecca si fermò, si tolse il cappello e attese compunto il passaggio della
carrozza vicereale e delle altre quattro che la seguivano, pensando allo stupido spreco
di mantenere diciotto cavalli solo per poterne cambiare il colore a seconda dei giorni.
Poi raggiunse la piazza in pendenza dietro la basilica di San Domenico Maggiore,
scansò le mani tese di una fila di mendicanti e continuò a scendere verso il mare. Il
mantello riparava il corpo dalla brezza gelida ma il freddo gli mordeva i polpacci sotto
le calze nere di seta.
Nella zona dei Banchi Nuovi svoltò a sinistra e poco dopo arrivò a casa. Malgrado
l’ingresso ad arco in piperno e l’imponente portone di quercia con borchie di bronzo,
l’edificio non comunicava nessuna idea di ricchezza. Apparteneva a una famiglia
decaduta che non aveva abbastanza soldi per mantenerlo e ancora prima della sua
nascita lo aveva diviso in appartamenti da affittare.
Il portone era aperto. Entrò nell’atrio semibuio dal soffitto a volta, superò le due
scalinate che salivano ai piani superiori, una a destra e una a sinistra, e si diresse verso
il cortile in fondo dove i soliti ragazzini erano intenti ad affrontarsi con spade di legno.
Fosco lo aspettava seduto su un capitello di marmo. Vedendolo si alzò in piedi, salutò
con rispetto e gli aprì il portoncino di casa, avvisandolo che Leone Baiamonte lo
attendeva da quasi un’ora nello studio.
Terrasecca emise un sospiro di sollievo. «Finalmente» mormorò.
«Gli ho fatto lasciare la spada» disse Fosco, indicando il vaso in ceramica di
Capodimonte con dentro una spada e la tracolla di cuoio che serviva per portarla
addosso. «Non ha altre armi, l’ho frugato.»
«Anche se le avesse non le userebbe, sta’ tranquillo. È nobile ma non è stupido.»
Fosco reagì alla battuta con un sorriso tetro. «Io resto in corridoio» disse, toccando
l’elsa del pugnale infilato nella cintura. «Per qualsiasi cosa chiamate e arrivo.»
Terrasecca annuì, aprì la porta di quercia ed entrò nel suo studio, illuminato da un
lampadario a dodici candele, di cui solo sette accese, e dalle fiamme rossastre del
fuoco che scoppiettava nel camino. Leone Baiamonte era in piedi al centro della stanza
e studiava il ritratto di Filippo IV di Spagna sul muro sopra la scrivania.
«E così alla fine sei venuto» disse il notaio, trattandolo con familiarità. Anche se
ormai era un uomo, non aveva intenzione di dargli del voi. «Ti aspettavo.»
«Ne sono felice. Sono venuto a proporvi un accordo.»
Con un gesto deliberato, Terrasecca inforcò gli occhiali cerchiati di corno che gli
pendevano da una catenella sul petto e lo squadrò da capo a piedi. Il nervosismo di
Leone era così evidente che gli venne da ridere. Si era preoccupato per nulla.
Scosse la testa. «Voi Baiamonte» disse, in tono quasi divertito. «Sempre a dettare
condizioni, sempre convinti di valere più degli altri solo perché avete un titolo.»
«Non è così, vi prego di credermi. Possiamo sederci?»
«Meglio di no. Ho il presentimento che questo colloquio sarà molto breve. Di cosa
volevi parlarmi?»
Leone lo guardò negli occhi. «Delle condizioni per il prestito a interesse approvate
dal Sant’Uffizio e ratificate da papa Innocenzo X.»
«Capisco. Vai avanti.»
«Il pactum legis commissoriae firmato da mio padre, in cui si impegna a cedere la
casa al creditore in caso di mancato pagamento, rientra nell’usura. Quindi non possiede
validità giuridica.»
Terrasecca si rilassò. Alla fine Leone aveva fatto quello che facevano in tanti: era
venuto a minacciare una denuncia. «Se davvero conosci la legge,» replicò, senza
nascondere il sarcasmo nella voce «devi sapere che un’affermazione non ha valore se
non può essere provata. Stai pensando di trascinarmi in tribunale?»
Adesso era del tutto tranquillo. I prestatori di denaro, che la gente definiva
benefattori quando chiedeva i prestiti e strozzini o usurai quando doveva restituirli,
avevano vita facile contro quelle minacce. Corrompendo le persone giuste, erano in
grado di portare avanti le cause per anni, finché l’accusatore, già rovinato prima
dell’inizio del procedimento legale, non poteva più pagare gli avvocati e ritirava
l’accusa. I clienti più fortunati si vedevano offrire uno sconto sul debito o un contentino
qualsiasi e il problema rientrava. Nei casi peggiori, era il debitore a finire in prigione,
dopo essere stato esposto alla pubblica umiliazione sulla colonna davanti al tribunale
della Vicarìa. Per questo motivo, oltre che per paura di ritorsioni fisiche, la via della
denuncia degli usurai non era molto praticata.
«So cosa pensate» rispose Leone. «Ma vi informo che anch’io ho le mie ruote da
ungere. Il presidente della Camera della Sommaria è il padre di un mio caro amico. E
mi ha assicurato che il processo si concluderà alla svelta, nel caso che io sporgessi
denuncia.»
Il notaio strinse le labbra. Era una mossa che non si aspettava. «Hai parlato di un
accordo» disse. «Quale sarebbe?»
«È molto semplice: noi non ci rivolgeremo al giudice, e ci impegniamo a restituirvi
tutto il denaro che avete prestato a mio padre con gli interessi di legge. In cambio voi ci
lasciate la casa e azzerate gli interessi di usura sul debito.»
La risata di Terrasecca echeggiò tra le pareti dello studio. «La tua sfacciataggine non
ha limiti» disse poi, tornando serio. «Io voglio i miei soldi, e li voglio tutti. E trovo che
il vostro palazzo sia perfetto per me e Sandro. Avete un mese di tempo per trovarvi
un’altra sistemazione, non un giorno di più.»
«Vi pentirete di non avermi ascoltato» ribatté Leone, fissandolo di nuovo negli
occhi.
Non si mosse, non fece alcun gesto, eppure il notaio fece involontariamente un passo
indietro. Si riprese subito, ma Leone gli aveva già voltato le spalle ed era uscito dalla
stanza. Fuori di sé dalla rabbia, Terrasecca gridò con quanto fiato aveva in gola:
«Fosco! Fermalo!».
Non riusciva a credere di essersi lasciato intimidire da quel giovane con le mani
sudate, nervoso come un topo in trappola. Leone poteva davvero rivelarsi un pericolo
per il suo piano. Ma se lo avesse tolto di mezzo non avrebbe più creato problemi. Aprì
la porta e lo vide fermo nel corridoio. Tra lui e la porta di casa c’era Fosco con il
coltello sguainato, in attesa di ordini.
«Ammazzalo!» ruggì il notaio. «Mi ha aggredito, sono vivo per miracolo!»
Era la soluzione perfetta. Davanti agli sbirri avrebbe sostenuto che Leone l’aveva
assalito e per difenderlo l’uomo al suo servizio aveva dovuto ucciderlo. Così la sua
vendetta sarebbe stata ancora più completa.
Leone reagì con una prontezza impressionante. Si tuffò verso il vaso in cui aveva
lasciato la spada e riuscì a estrarla prima che Fosco potesse bloccarlo. Si studiarono un
attimo, gli occhi negli occhi, poi arrivò un’altra mossa inaspettata. Invece di attaccare il
bravaccio Leone si voltò verso di lui vibrando un fendente. Il notaio saltò indietro sulle
gambe tozze appena in tempo, e la lama squarciò la palandrana senza arrivare alla
carne.
«State indietro e lasciatemi uscire» ringhiò Leone.
Pazzo di rabbia, Terrasecca si voltò e corse a prendere la pistola carica che teneva
nel cassetto della scrivania. Si era lasciato sorprendere ben due volte, ma quel nobile
debosciato non sarebbe andato a raccontarlo a nessuno.
In quel momento udì un rumore dal corridoio che immetteva nelle altre stanze della
casa. Il raschiare di una lama estratta dal fodero. Con un presentimento terribile corse
sulla porta, gridando: «Sandro, fermati! Torna nella tua stanza immediatamente!».
Suo figlio sembrò non averlo udito. «Non ti è bastato quello che ci avete fatto?»
disse a Leone, preparandosi ad attaccarlo. «Vuoi anche uccidere mio padre?»
«Non è come pensi» rispose il giovane. «Lasciami andare.»
Si era voltato in modo da poter controllare anche Fosco. Il bravaccio aveva il
pugnale in mano ma aveva fatto un passo indietro, per evitare che Leone, sentendosi
pressato in quello spazio ristretto, reagisse con un attacco disperato dagli esiti
imprevedibili.
«Sandro, torna in camera tua, è un ordine!» gridò Terrasecca.
Suo figlio per tutta risposta provò un affondo di assaggio, che Leone parò senza
difficoltà. Sandro liberò la spada con un mezzo giro e con un fendente laterale lo strinse
contro il muro. Terrasecca trattenne il fiato. Aveva visto combattere il figlio in sala
d’armi ed era certo della sua bravura, ma non avrebbe commesso l’errore di
sottovalutare Leone ancora una volta.
Prese la mira con la pistola. Se solo Sandro si fosse tolto di mezzo, sarebbe finito
tutto in un attimo.
Leone si sottrasse all’attacco e colpì di rimessa, costringendo Sandro ad arretrare.
Senza voltarsi vibrò la spada di lato, un rapido fendente per impedire a Fosco di
avvicinarsi alle spalle con il suo coltello. Era incredibile come riuscisse a tenere a
bada due aggressori allo stesso tempo, pensò il notaio. Se solo si fosse scoperto
abbastanza da lasciarlo sparare.
«Sandro, togliti di mezzo!» urlò, vedendo che suo figlio tornava ad attaccare,
coprendogli il bersaglio.
Sandro aveva lanciato un attacco irruente, e non lo ascoltava. In quello spazio
ridotto il cozzare delle lame era assordante. Leone parava colpo su colpo. Si era chiuso
in un angolo in modo che Fosco non potesse prenderlo alle spalle, ma aveva poca
libertà di movimento e sembrava sul punto di soccombere ai continui affondi.
Terrasecca si preparò ad abbracciare suo figlio, perdonandogli di non aver obbedito ai
suoi ordini. Ma continuava a sperare in un’occasione di premere il grilletto. Era la cosa
più sicura.
«Muori.»
Rapido e impeccabile, Sandro fece una finta bassa seguita da un fendente al collo.
Invece di pararlo, cosa che lo avrebbe lasciato scoperto in basso e avrebbe consentito a
Terrasecca di sparargli, Leone si abbassò di scatto, accovacciandosi sui talloni. Allo
stesso tempo tese il braccio e colpì di punta, con forza.
Il tempo si fermò di colpo.
Sandro piegò le ginocchia, scivolando via dalla lama e accasciandosi con una
lentezza infinita, gli occhi già aperti sull’aldilà.
Il notaio urlò: «Hai ucciso mio figlio!».
Leone, con gli occhi spalancati e la bocca aperta, si precipitò verso l’uscita. Fosco
cercò di fermarlo e un attimo dopo cadde a terra ferito, con un grido di dolore. Leone lo
scavalcò, gettò via l’arma e si precipitò fuori. I ragazzini con le spade di legno lo
fissarono spaventati, nascosti dietro il basamento in pietra del pozzo.
Sulla porta di casa, Terrasecca prese la mira e fece fuoco. Ci fu un’esplosione
assordante e la pallottola andò a piantarsi nel muro, facendo cadere pezzi d’intonaco.
Leone non si voltò neppure e attraversò di corsa l’atrio buio, mentre dall’interno del
palazzo si levavano le prime grida. Il notaio gli corse dietro con i suoi passi pesanti,
chiamando gente, gridando di fermarlo. Gli gettò addosso la pistola scarica e lo mancò
anche con quella. Capì che non sarebbe riuscito a raggiungerlo. Allora gridò, con una
voce che non sembrava la sua: «Dieci ducati a chi lo prende!».
Ma Leone era già uscito dal portone del palazzo e continuava a correre. Solo allora
Terrasecca si fermò, ansante, e tornò in casa. Fosco, con una macchia di sangue che gli
inzuppava il giubbetto all’altezza del fianco sinistro, era chino sul corpo di suo figlio.
Gli piombò addosso, lo scostò senza nessun riguardo per la sua ferita e si accasciò a
terra, prendendo in grembo la testa di Sandro. Nella morte aveva la stessa espressione
di sua madre.
Il notaio gridò e pianse a lungo, come un lupo a cui avessero ucciso i cuccioli.
Quando finì le lacrime si alzò, cinse la spada e attraversò senza vederla la piccola folla
che si era radunata nel cortile ormai buio, ad ascoltare le spiegazioni di Fosco.
La morte di Sandro sarebbe costata dolore e lacrime infinite ai Baiamonte.
Leone trascorse la notte camminando come un sonnambulo. Rivedeva continuamente
il corpo di Sandro che scivolava via dalla spada. E ricordava i loro giochi in giardino
tra gli aranci, quando erano piccoli. Il suo sguardo sofferente, che lo faceva sembrare
così bello. Un ricordo in particolare gli si aprì nella mente. Un pomeriggio sul tardi,
quando il sole era già basso e rosso sul mare, Sandro gli aveva confidato di voler
diventare un forte spadaccino, da grande.
«Voglio poter difendere mia madre da qualsiasi pericolo» gli aveva detto.
Poi sua madre era morta di malattia, e lui non aveva potuto far nulla per impedirlo.
Quella sera invece voleva solo difendere suo padre. Per questo era intervenuto con
tanta foga, senza lasciare che Leone potesse spiegargli cosa era successo.
Era stato il suo migliore amico.
E adesso era morto.
Leone sapeva di avere ragione. Si era visto minacciato da tre lati e aveva agito
d’istinto, senza fermarsi a pensare. Altrimenti sarebbe stato ucciso. «Il pensiero rallenta
l’azione» diceva Titta Marcelli, il suo maestro d’armi. Ma in quel caso la massima non
si applicava. Se solo avesse riflettuto, invece di agire d’istinto, si sarebbe scagliato
contro il notaio. Lui sì che meritava la morte.
Si sentiva come inebetito. Provava un grande dolore nel petto e faticava a pensare
con chiarezza. Riusciva solo a camminare, senza dirigersi da nessuna parte, come se
prima di prendere qualsiasi decisione dovesse esaurire le forze.
Al calar della sera, migliaia di napoletani che non avevano una casa né un posto al
coperto per dormire, cercavano riparo dove potevano: sotto i portici, sulle scale di
chiese e palazzi, ai margini delle strade. Era una folla di uomini, donne e bambini, tutti
scalzi e definiti per questo “scalzoni”, “lazzari”, “mascalzoni” o in altri modi atti a
indicare la loro condizione miserabile.
Mentre avanzava in mezzo a loro, li urtava e ne era urtato, Leone si fermava a
guardarli: era come se li vedesse per la prima volta.
In un vicolo accanto all’osteria del Cerriglio, un luogo di teatro, di vino, di gioco e
di donne noto in tutta Napoli tanto che il nome era diventato sinonimo di chiasso e
confusione, due lazzari gli si avvicinarono come con l’intenzione di chiedergli
qualcosa. Sopra le giacchette aperte nonostante il freddo e le brache sdrucite lunghe fin
sotto il ginocchio, entrambi portavano un berretto di panno. Il più giovane dei due, un
ragazzo di forse quattordici o quindici anni, gli sorrise. L’altro sollevò un randello che
teneva nascosto dietro la schiena e glielo calò sulla nuca.
Leone accolse il dolore quasi con gratitudine. Piegò le gambe e si accasciò contro il
muro di una casa. Non perse i sensi, ma non si oppose mentre i due gli prendevano la
borsa, lo spogliavano e il più anziano indossava i suoi abiti, lasciando a terra i propri.
Restò seduto in strada nudo come un verme, e nessuno dei rari passanti si fermò ad
aiutarlo. Non era insolito che qualcuno si facesse buttare fuori dal Cerriglio dopo aver
perso tutto al gioco ed essersi venduto anche i vestiti.
Dopo un tempo imprecisato il dolore alla testa diminuì e tornò l’urgenza di
camminare. Il senso del pudore lo spinse a raccogliere gli indumenti del rapinatore: una
casacca grigia che puzzava di vino e sudore, un berretto rosso, un paio di brache.
Niente scarpe.
Li indossò e riprese a vagare senza meta. Voleva fermarsi ma non poteva. Voleva
consegnarsi alle guardie, ma ogni volta che vedeva una pattuglia di sbirri si teneva in
disparte, quasi che il corpo decidesse per conto proprio.
A un tratto si trovò in piazza del Mercato. I salumi, le carni, gli ortaggi, le terraglie e
le altre merci che di giorno occupavano le bancarelle dipinte a colori vivaci, erano stati
sostituiti dai corpi di centinaia di uomini, donne e ragazzi di tutte le età, che dormivano
sopra, sotto e accanto ai banchi di vendita, alcuni riparati da qualcosa che poteva
sembrare una coperta o un mantello, i più solo dai vestiti laceri che indossavano. Al
centro c’era il palco con la forca, che non veniva mai smontato. In quel momento non
c’erano cadaveri appesi, ma alla luce delle poche lanterne che la illuminavano, tutta la
piazza sembrava un campo di battaglia pieno di morti.
Leone comprese di essere arrivato. In quel luogo, finalmente, poteva fermarsi.
Camminò con attenzione tra quei derelitti, si stese in uno spazio libero e chiuse gli
occhi.
Ebbe la sensazione di cadere in un baratro, ma lentamente, ondeggiando come una
piuma attraverso un liquido che non era acqua, ma qualcosa di più denso e più scuro.
Petrolio. Stava precipitando all’inferno.
Il sonno arrivò come un’onda nera.
Si svegliò con grida e rumori di gente in movimento. Quando aprì gli occhi, i banchi
del mercato erano pieni di merci e la distesa di corpi della notte era sparita. Alcuni
maiali, guidati da un ragazzino con in mano una canna, grufolavano nel fango alla
ricerca di rifiuti del giorno prima. Un mucchietto di stracci qua e là segnalava qualcuno
che desiderava dormire un po’ di più. Coloro che erano morti durante la notte, per
cause naturali o per risse improvvise, erano stati ammucchiati in fondo alla piazza, in
attesa dei becchini.
Fu assalito di nuovo dal ricordo: rivide la lama rossa di sangue, Sandro che
scivolava lentamente a terra. Scosse la testa, più volte. Era stato uno stupido. Quando
lo sgherro del notaio aveva sguainato il coltello, avrebbe dovuto gridare, chiamare
gente, invece di mettere mano alla spada. Bastavano i ragazzini in cortile, e magari una
delle loro madri. Se avessero visto Terrasecca con la pistola in mano, il bravaccio con
il pugnale e lui disarmato, con la spada ancora infilata nel vaso, sarebbe stato difficile
per il notaio sostenere che aveva cercato di ucciderlo.
“E Sandro sarebbe ancora vivo” pensò.
Provava ancora il dolore sordo che la sera prima lo aveva spinto a percorrere le
strade in lungo e in largo, e sapeva che avrebbe continuato a provarlo per molto tempo.
Ma non poteva starsene lì a piangere. Doveva tornare a casa, rassicurare i suoi.
Riesaminò a mente fredda la decisione che aveva preso nel dormiveglia, prima
dell’alba. Gli sembrò ancora l’unica possibile. Doveva consegnarsi alla giustizia. Era
l’unico modo per evitare ritorsioni sulla sua famiglia.
«Ehi, tu, muoviti. Qui si lavora!»
La voce apparteneva a un bambino sui dodici anni. Il figlio di un fruttivendolo che si
sforzava di comportarsi da adulto. Leone si alzò in piedi e si avviò lentamente fuori
dalla piazza, sotto lo sguardo vigile del ragazzo.
Cominciò a salire verso casa, facendo il giro largo e passando da Porta Nolana, da
Forcella e dal Duomo. Voleva evitare i luoghi dove c’era la possibilità di incontrare
qualche conoscente, anche se non credeva che nessuno l’avrebbe riconosciuto, vestito
in quel modo.
Procedeva lentamente, perché non era abituato a camminare scalzo e gli dolevano le
piante dei piedi. Davanti alla chiesa di Santa Maria Egiziaca a Forcella fu testimone di
uno scippo a opera di due bambini, forse fratello e sorella. La femmina si gettò a terra
davanti a una contadina che portava un canestro di formaggi, facendola inciampare e
cadere. Il maschio arrivò di corsa, agguantò una forma di pecorino e corse via, mentre
la donna gridava e la bambina fuggiva dalla parte opposta. Due sbirri seduti a giocare a
dadi sotto un albero scheletrico, i moschetti appoggiati al tronco, non fecero neppure il
gesto di alzarsi. Nessuno si aspettava che lo facessero. Per inseguire e arrestare tutti
quelli che rubavano per mangiare non sarebbe bastato l’esercito del re di Spagna.
Giunto a casa, Leone non si azzardò a entrare dal cancello. Gli sbirri dovevano
essere già passati, ma forse avevano lasciato qualcuno dentro ad aspettarlo. Fece il giro
del giardino, si arrampicò sul muro di cinta nel punto in cui era più basso e scese
dall’altra parte. Si avvicinò alla porta posteriore, la spinse ed entrò senza far rumore.
L’ampia cucina era deserta, il fuoco nel camino quasi spento. Leone salì in punta di
piedi al primo piano. Dal salone non venivano voci, ma avvertì la presenza di
qualcuno. Un piede spostato sul pavimento, un colpo di tosse, un sospiro. Restò in
ascolto, poi rassicurato si affacciò sulla soglia e vide riunita la famiglia al completo:
padre, madre e sorella erano seduti intorno al camino acceso. Una delle serve se ne
stava in disparte con le mani in grembo, l’altra non c’era. Tutti tacevano. Avevano
l’aria di essere stati investiti da una carrozza.
Appena lo vide sua madre corse ad abbracciarlo, sporco e puzzolente com’era,
scoppiando in un pianto dirotto. Come a un segnale, si misero a piangere anche sua
sorella e la fantesca. Concetta aveva perso l’aria battagliera di sempre. Aveva i capelli
spettinati sotto una cuffia da casa, gli occhi castani pieni di dolore. Suo padre invece lo
fissò con gli occhi azzurri trasognati, senza muoversi e senza dire una sola parola.
Solo allora, tra le braccia della madre, Leone si accorse di quanto fosse stanco. Non
ce la faceva più. Voleva stendersi sul suo letto morbido e dormire. Voleva chiedere
scusa, sfogarsi dopo tutto ciò che aveva passato. Ma non poteva mostrarsi così debole
davanti a loro. Doveva ricordare che era venuto solo per salutarli un’ultima volta e per
spiegare loro la vera versione dei fatti. Non aveva dubbi che Terrasecca ne avesse
raccontata una del tutto diversa. Con uno sforzo si staccò da Matilde e decise di restare
in piedi, senza neppure sedersi. Altrimenti forse non avrebbe avuto la forza di
andarsene.
«Sapete già cosa è successo» disse.
Tutti annuirono.
«Sono stati qui ieri sera» disse sua madre. «Ti cercano. Temono che lasci la città.»
Rivolta alla fantesca aggiunse: «Va’ nel pollaio a dar da mangiare alle galline».
La donna le lanciò un’occhiata risentita, perché quell’ordine rimarcava la sua
condizione di estranea, anche se viveva con loro da più di sette anni. Sospirò e un
attimo dopo uscì, richiudendosi la porta alle spalle.
«C’era anche Terrasecca con le guardie?» chiese Leone.
«Sì» rispose suo padre, come da una grande distanza. «Con due ufficiali giudiziari,
la spada al fianco e una faccia come se volesse ammazzarci tutti.»
«Cos’ha detto, esattamente?»
Angelo scrollò le spalle senza rispondere, e fu Concetta a parlare. «Che sei arrivato
a casa sua, l’hai minacciato e hai cercato di ucciderlo» disse. «Ha dovuto chiamare
aiuto. A quel punto tu hai ammazzato a sangue freddo suo figlio che era accorso a
difenderlo, hai ferito il suo servo e sei fuggito.»
Sua madre ebbe un altro accesso di pianto e si coprì il viso con le mani. «Non
dovevi uccidere Sandro» disse tra i singhiozzi. «Non dovevi!»
Leone cominciò a parlare quasi senza volerlo. In poche parole raccontò come si
erano svolti i fatti, fino alla stoccata fatale. Quando ebbe finito li guardò. «Questa è la
verità. Mi credete, vero?»
«Devi fuggire subito» disse Matilde, in tono urgente. «In un posto lontano, dove
potrai rifarti una vita. Noi sopporteremo meglio la nostra disgrazia, sapendoti in
salvo.»
«Hai ucciso per legittima difesa» intervenne Concetta. «Se ti consegni e affronti il
processo puoi essere assolto.»
«È quello che intendo fare» rispose Leone, serio. «Non lascerò che Terrasecca se la
prenda con voi a causa mia.»
«Mio cugino corromperà i giudici e avrà la tua testa.»
Era stato suo padre a parlare. Si voltarono tutti e tre verso la sedia accanto al
camino.
«Serve molto denaro per garantirsi un processo equo, in questa città» proseguì
Angelo. «E noi non abbiamo più nulla.» Li guardò negli occhi, uno alla volta, poi tornò
a fissare lui. «Se ti lasci arrestare, Terrasecca non si fermerà. Ci odia, per un motivo
che ignoro. Quando sono andato a chiedergli il primo prestito, gli ho domandato come
mai aveva smesso di frequentare casa nostra da un giorno all’altro, senza più
rispondere ai biglietti di invito. Immaginavo di averlo offeso in qualche modo e volevo
scusarmi. Lui ha riso e ha detto che si era inalberato per una sciocchezza di cui ormai
non valeva più la pena parlare. Mentiva, ma l’ho capito troppo tardi.» Scrollò le spalle.
«Qualsiasi cosa fosse, ora ha perso suo figlio per mano tua. Se ti consegni alla giustizia
ti farà condannare e poi schiaccerà comunque anche noi.»
Leone ricordò le parole di Sandro prima di morire: “Non ti è bastato quello che ci
avete fatto?”. Vide passare un lampo negli occhi della madre e si convinse che lei
sapeva.
«Devi andare lontano» disse Matilde, abbassando lo sguardo. «Dove lui non possa
trovarti.»
«Ma se non affronti il processo dovrai fuggire tutta la vita» intervenne Concetta,
lottando con le lacrime. «È questo che vuoi?»
Leone scosse la testa. «Non si tratta di quello che voglio io, ma di ciò che è meglio
per noi. Stanotte a un certo punto ho pensato anche di uccidere il notaio. Ma non
servirebbe» si affrettò ad aggiungere, notando i loro sguardi sconvolti. «La giustizia
vedrebbe solo che ho ammazzato due persone per non pagare i debiti e ci
condannerebbe tutti. Casi simili sono già successi. Io sarei decapitato in piazza e voi
finireste in carcere. Sarebbe un rimedio peggiore del male.»
Non ci teneva a farsi arrestare e ad affrontare il processo, con il rischio concreto di
essere condannato a morte. Chi poteva desiderare una cosa del genere? Ma non vedeva
un’alternativa. Era stato lui a precipitare la famiglia in una situazione ancora peggiore
di quella in cui già si trovava, e l’unico modo per rimediare era quello di assumersi le
sue responsabilità.
«Ora è il momento di partire per il Nuovo Mondo» disse a un tratto suo padre, in
tono deciso.
«Per il Nuovo Mondo?» chiese Concetta.
Leone la fissò. «Lo zio Mariano ha scoperto un giacimento d’argento. Papà pensa
che potrebbe essere la nostra salvezza.»
«E noi cosa faremo senza di te? Ieri quell’uomo ha detto che ci impedirà di
guadagnarci da vivere. Se troveremo un lavoro farà in modo che lo perdiamo.» I suoi
occhi si riempirono di lacrime e le tremò la voce. «Ha detto che vuole vederci tendere
la mano davanti alle chiese» disse singhiozzando. «Per sputarci sopra.»
Leone andò ad abbracciarla e la lasciò piangere contro il suo petto. Concetta si era
sempre appoggiata a lui, nonostante la loro rivalità. Credeva che suo padre non sarebbe
stato in grado di guidare la famiglia, nella situazione in cui si trovavano, e aveva
ragione. Ma ormai lui non poteva più aiutarli. «Posso fare solo due cose» le disse a
bassa voce. «Consegnarmi alla giustizia e affrontare il processo, oppure fuggire
lontano. Se mi nascondo in città per starvi vicino, prima o poi mi prenderanno e sarà
peggio per tutti.»
«Allora va’ via» ribatté sua sorella, asciugandosi le lacrime. «Va’ in Messico. Noi
ce la caveremo.»
Leone si rivolse a suo padre. «Davvero volete che parta?»
«Se non fuggi adesso sarai giustiziato, ne sono sicuro. Il Messico è abbastanza
lontano perché Terrasecca non possa mai trovarti. E non sarai solo, perché potrai
appoggiarti a mio fratello.»
«Ma voi pensate anche alla miniera. È così?»
Angelo Baiamonte lo fissò a lungo prima di rispondere. «Questa della miniera è
un’impresa folle, hai ragione» disse alla fine. «Tuttavia se c’è qualcuno che può
riuscire dove chiunque altro fallirebbe, sei tu. Hai una forza, una capacità di superare
ogni ostacolo che non ho mai visto in nessun altro.»
Leone non ricordava di averlo mai sentito parlare in quel modo. «Padre, purtroppo
la verità è un’altra» ribatté, in tono dimesso. «Lo dimostra la situazione in cui vi trovate
ora per colpa mia.»
«Al contrario.» Angelo si alzò in piedi e gli si mise davanti, gli occhi accesi da uno
dei suoi entusiasmi, improvvisi come le sue tristezze. «Hai reagito a un sopruso. E lo
hai fatto nel modo giusto. Hai studiato bene la tua mossa e poi sei andato nella tana del
lupo, non a chiedere pietà, come avevo fatto io, ma a trattare le tue condizioni. Gli hai
fatto paura, per questo ti ha aggredito.»
«Resta il fatto che ho ucciso suo figlio e ora lui intende vendicarsi su tutti noi.»
«È vero, ma cosa potevi fare? Sei stato attaccato, hai tenuto testa da solo a tre
uomini armati e hai avuto la meglio.» Angelo sorrise. «Mi addolora che Sandro abbia
pagato con la vita la malvagità di suo padre, ma sono orgoglioso di te.»
Restò a fissarlo, in attesa della sua decisione.
«Posso accettare di fuggire e lasciarvi soli» disse Leone dopo una breve pausa,
rivolgendo lo sguardo anche a Concetta e a sua madre «soltanto se penso che da laggiù
potrò esservi utile. Partirò, sfrutterò la miniera e vi manderò l’argento necessario per
andare avanti.»
«Come farai per il denaro?» chiese sua madre. «In casa abbiamo solo...»
«Non accetterò neppure un carlino» tagliò corto Leone. «Tutto il denaro che avete
serve a voi. Troverò da solo quello di cui ho bisogno.»
Suo padre annuì più volte, come se anche lui avesse preso una decisione. Poi si alzò,
sfilandosi l’anello d’oro con il sigillo. «Ho sbagliato a tenerti fuori dagli affari della
famiglia» disse in tono grave. «Volevo proteggervi tutti, invece sono stato l’artefice
della vostra rovina.»
«Padre, non...»
«Tieni» lo interruppe Angelo, porgendogli l’anello. «Ora è tuo.»
Leone non si mosse. «Lo prenderò alla vostra morte» rispose, serio. «Come voi
avete fatto con vostro padre. Non prima.»
«Prendilo adesso. Da questo momento sei tu il capofamiglia. Ci affidiamo a te.»
Nella sala scese il silenzio. Leone pensò al compito irrealizzabile che lo attendeva.
Una chimera, proprio come quella incisa sull’anello. Forse fu anche per questo che alla
fine lo prese e se lo infilò al dito.
«Un giorno tornerò» disse, cercando di infondere nelle parole una sicurezza che non
provava. «Saremo di nuovo ricchi e ci riprenderemo il nostro palazzo. Ve lo prometto.»
Era ricercato dalla giustizia, vestito di stracci e non aveva neppure di che pagarsi
una notte in una bettola. Inoltre, nella lettera lo zio gli chiedeva di portare con sé la
somma di cinquecento scudi d’oro per acquistare il terreno, prendere la concessione
della miniera e avviare i lavori. Ma non era quello il momento di pensarci. Come non
era il momento di pensare che in un viaggio così lungo e pericoloso era facile morire
ancora prima di arrivare. Erano sul punto di separarsi per molti anni, forse per sempre:
ciò di cui avevano bisogno era una speranza.
VI

Leone comprò una cintura con una tasca segreta in cui nascose l’anello e qualche
moneta d’argento che sua madre lo aveva costretto ad accettare prima di lasciarlo
andare. Si rifugiò in una locanda del porto e pur sapendo di commettere una grave
imprudenza cercò conforto nel vino. Era al limite della resistenza, non soltanto fisica,
ma anche mentale. Solo il giorno prima era un nobile che viveva in un palazzo. Adesso
si trovava in mezzo alla feccia della città. Indossava ancora i vestiti sporchi dell’uomo
che lo aveva derubato e puzzava come non avrebbe mai creduto possibile. Un bagno
caldo, una buona cena e un letto in quel momento erano la sua idea del Paradiso.
Si sentiva perduto. Altro che la capacità di superare ogni ostacolo, come aveva detto
suo padre. Mentre, un bicchiere dopo l’altro, vuotava una intera caraffa di vino rosso,
cercava di immaginare come sarebbe stato trovarsi su una nave, circondato dall’acqua.
Ad Angelo aveva detto, sprezzante, che la sua paura di annegare non sarebbe stata un
problema, perché non doveva attraversare l’oceano a nuoto. Ma una cosa era dirlo,
un’altra scoprire se era vero. Il vino diede l’ultimo colpo alla sua stanchezza e crollò
addormentato con la testa sul tavolo.
Fu svegliato da un ruvido scossone e si trovò di fronte una guardia.
“È finita” pensò, e ne fu quasi contento.
L’uomo gli stava chiedendo se avesse visto un giovane vestito così e così, che si
stava nascondendo o stava cercando di lasciare la città. Due guardie ai tavoli vicini
stavano interrogando altri clienti della taverna. Leone, ubriaco ed esausto, non seppe
imbastire una risposta, e restò a fissare il poliziotto con uno sguardo vuoto.
L’uomo, irritato, gli diede uno schiaffo sulla testa. «Torna a dormire, idiota.»
Poco dopo i tre se ne andarono. Avevano l’aria di star svolgendo solo un noioso
dovere, senza credere sul serio che un giovane nobile potesse nascondersi in un’osteria
malfamata del porto, tra ladri, marinai e prostitute. Molto più probabile che si fosse
rifugiato in casa di un amico o nella cantina di un parente, disse uno di loro agli altri
due. Sarebbero stati i loro colleghi che lo stavano cercando in quei posti a catturarlo.
Leone aveva avuto proprio quell’idea, all’inizio, e ringraziò il cielo di averla
scartata. Affittò un pagliericcio nello stanzone adibito a dormitorio sopra la locanda e
dormì fino a sera. Poi scese, mangiò una zuppa e tornò a dormire. La mattina dopo si
tagliò i capelli e tenne addosso i vestiti del ladro, che rappresentavano un buon
travestimento. Si limitò soltanto a lavarli e a comprarsi un paio di scarpe usate. Si
spostò in un’altra locanda, per non dare nell’occhio. Lasciò passare un paio di giorni,
poi cominciò discretamente a fare domande sulle navi in partenza per Cadice. Il vero
problema non era tanto che fosse un ricercato, ma che non aveva i soldi per pagarsi il
viaggio da passeggero e non poteva imbarcarsi come marinaio, visto che non sapeva
nulla di navigazione.
Con il passare dei giorni, sentiva crescergli dentro l’ansia di sapere cosa era
successo ai suoi, ma avvicinarsi a casa o chiedere notizie a qualche conoscente era
troppo rischioso. Se voleva aiutarli, non poteva cedere al desiderio di rivederli.
Tuttavia non riuscì a resistere all’idea di vedere Lisa per l’ultima volta. Con i suoi
abiti da popolano e la barba lunga si sentiva abbastanza sicuro di non essere
riconosciuto. Nascosto sotto l’arco di un portone, nel vicolo che dava sui Quartieri
Spagnoli, aspettò di vederla passare davanti alla finestra, ma vide solo il profilo di una
fantesca nuova, seduta in modo da bloccargli la visuale della stanza. Poi, quando ormai
aveva perso le speranze, dietro il vetro apparve la sagoma di Lisa, in piedi.
Gesticolava animatamente e Leone suppose che fosse irritata con la donna.
Mescolando ciò che vedeva con ciò che ricordava, cercò di imprimersi nella mente
un’immagine di lei che lo avrebbe accompagnato negli anni a venire. La figura snella, i
capelli raccolti sulla nuca, il collo lungo e bianco, gli occhi scuri. Il sorriso che le
appariva negli occhi, mentre le labbra si distendevano appena. A un tratto Lisa si voltò
di scatto, come sentendosi osservata.
Leone chinò la testa, girò sui tacchi e tornò verso il porto. Sentì la finestra che si
apriva ma continuò a camminare. Non voleva causarle altro dolore. Si sentiva in colpa
per aver ceduto al desiderio carnale, la sera in cui era andato a trovarla. Avrebbe
dovuto imporsi, spingerla via a costo di ferirla. Ora Lisa non era più vergine e lui era
un assassino ricercato dalla giustizia. Le augurava sinceramente di rifarsi una vita e
dimenticarlo per sempre.
Dopo un’altra settimana trovò finalmente un posto come mozzo di stalla, a bordo di
una galeazza che trasportava cavalli arabi da rivendere in Spagna. Di marineria non
sapeva nulla, ma di cavalli se ne intendeva, e nei pochi giorni di viaggio fino a Cadice
e poi lungo il fiume Guadalquivir fino al porto di Siviglia, si impadronì del lavoro. Il
problema dell’acqua alla fine si rivelò inesistente: come addetto ai cavalli doveva stare
quasi sempre sottocoperta, e anche se soffriva spesso il mal di mare e vomitava nella
paglia, il mare non fu costretto neppure a vederlo fino all’arrivo. Per uno come lui era
il lavoro perfetto.
Così pensò di cercare un imbarco dello stesso tipo sulla Flota de Indias, il
convoglio di navi mercantili scortate da galeoni armati diretto nelle Americhe. La flotta
partiva ogni anno in aprile o poco oltre, come spiegava lo zio Mariano nella sua lettera.
C’era abbastanza tempo.
Per fortuna aveva imparato lo spagnolo fin da piccolo, come molti nobili napoletani,
per essere in grado di parlare con i dominatori di Napoli nella loro stessa lingua. Ora
quella conoscenza gli era utilissima.
Scoprì quasi subito, girando per le locande di Siviglia, che gli equipaggi della flotta
erano già completi, anche perché tendevano a essere sempre gli stessi ogni anno. La
traversata era scomoda e dura, ma la paga era buona e i lunghi mesi tra l’andata e il
ritorno permettevano ai marinai di riposarsi in modo adeguato, lavorando in porto tra
un viaggio e l’altro. Molti di loro avevano due famiglie, una di qua e una di là dal mare.
Per imbarcarsi bisognava attendere che si liberasse un posto sulle navi mercantili o
su quelle militari di scorta al convoglio. Leone era ottimista. I galeoni imbarcavano dai
due ai trecento uomini di equipaggio ciascuno. La possibilità che tra quelle migliaia di
persone qualcuno si ammalasse, morisse, o semplicemente si ritirasse a causa della
vecchiaia, non era poi così bassa. Era solo questione di fare il giro dei reclutatori il più
spesso possibile.
Le cose si complicarono quando cominciò a lavorare nella stessa locanda dove
aveva preso alloggio appena arrivato. Infatti, se da un lato in quel modo non spendeva
nulla per mangiare e dormire e anzi gli restava pure qualcosa in tasca, dall’altro il
tempo per cercare un imbarco era ridotto alle poche volte che gli toccava uscire per
qualche commissione, o alla sera dopo cena.
Leone trovava molto difficile adattarsi a quel repentino cambiamento delle proprie
condizioni di vita. Non aveva mai lavorato, non si era mai dovuto preoccupare di
guadagnare i soldi per pagare ciò che acquistava. Non era mai stato trattato dall’alto in
basso da persone che fino a poco tempo prima non avrebbe neppure notato,
camminando per la strada.
Ma lavorare dall’alba al tramonto e poi la sera fare il giro delle taverne, per cercare
di legare con i marinai della Flota de Indias e di venire a sapere prima degli altri le
notizie utili, almeno gli impediva di pensare alla sua famiglia, all’amico d’infanzia che
aveva ucciso, al cugino usuraio che li aveva rovinati. E a Lisa. Quindi non si
lamentava.
La cosa alla quale più di tutto non riusciva ad abituarsi era la stanchezza. Era forte e
atletico, capace di reggere bene la fatica. Ma la stanchezza del lavoro non aveva nulla a
che fare con il sudore e i muscoli indolenziti di un pomeriggio trascorso in sala d’armi,
che sparivano dopo un’energica frizione con un telo caldo nello spogliatoio e
lasciavano una sensazione di appetito e di vigore. No, la stanchezza del lavoro era
diversa, fatta di mal di piedi, mal di schiena, dolore al collo. Un affaticamento continuo
che la sera gli faceva agognare il pagliericcio umido dietro la cucina della taverna.
Inoltre, i pensieri che riusciva a tenere a bada durante il giorno lo assalivano di notte,
costringendolo a girarsi e rigirarsi su quel giaciglio duro senza poter godere di un vero
riposo.
Ogni giorno, ogni notte, passava dalla tristezza alla speranza, dallo scoramento alla
determinazione.
Non si era mai sentito così privo di forze, disilluso, povero. Solo il fatto di sapere
che rappresentava l’unica speranza di riscatto per i suoi lo spingeva a non abbandonare
la ricerca di un posto sulle navi.
Una sera, in una taverna non lontana dai depositi di munizioni della città, localizzati
vicino al porto in modo da poter spegnere rapidamente qualsiasi principio di incendio,
l’oste gli mise davanti un boccale di vino di Jerez chiedendogli cinque maravedì. Leone
ormai non aveva più difficoltà a convertire a mente le monete spagnole in tarì, tornesi e
carlini napoletani. Cinque maravedì era una cifra assurda per un bicchiere di vino. Ma
non per un’informazione.
«Devo dedurre che hai qualcosa per me?» chiese.
«Già. E a questo prezzo ti faccio un favore, solo perché so che non riusciresti a
darmi di più.»
Pagò senza discutere, posando una a una le monete di rame sul bancone. L’oste le
fece sparire nella tasca anteriore del grembiule, poi gli indicò un tizio basso dai capelli
brizzolati, con un farsetto rosso, seduto da solo davanti a una bottiglia di vetro scuro.
«Il signor Puig è il nostromo della nave ammiraglia della flotta» disse a bassa voce.
«Otto marinai del suo equipaggio sono morti in questi giorni, a causa di una febbre
intestinale contratta sulle coste d’Africa.»
Leone, con il cuore sollevato da una speranza improvvisa, prese il boccale di
terracotta e si avvicinò al tavolo. Ma gli sbarrò il passo un uomo robusto sulla trentina,
con la testa quadrata coperta di ricci corti, neri e fitti che scendevano fino alle guance e
al mento, rendendo quasi impossibile capire dove finivano i capelli e dove cominciava
la barba.
«Il nostromo non vuole più vedere nessuno» disse.
«Lascia che me lo dica lui» ribatté Leone. «Tu chi sei?»
Invece di rispondere, l’altro gli diede una spinta in mezzo al petto con una forza
impressionante, mandandolo a sbattere contro il bancone. «E tu piantala di vendere a
tutti la stessa informazione» gridò all’oste. Poi si voltò verso i due amici con cui stava
parlando prima dell’arrivo del giovane.
Deluso da quanto aveva appena sentito, il primo impulso di Leone fu di farsi
restituire dall’oste il suo denaro. Ma prima decise di fare un altro tentativo. Si toccò
una costola indolenzita, sputò sul mucchietto di segatura che correva sul pavimento
lungo il banco proprio a quello scopo, e tornò verso il tavolo del nostromo. Il marinaio
riccio gli si fece di nuovo incontro, stavolta con un’espressione cattiva negli occhi.
L’uomo seduto al tavolo sollevò lo sguardo dalla bottiglia di aguardiente e disse, in
tono stanco: «Non fargli troppo male, Juan».
Il marinaio annuì e gli vibrò un pugno al plesso solare, destinato ad atterrarlo senza
rompergli nulla. Ma Leone stava in guardia. Si scansò di lato, afferrò il polso enorme
dell’avversario e tirò con tutta la forza. Sbilanciato, Juan barcollò in avanti. Leone gli
fece lo sgambetto e lo mandò a sbattere contro il bancone. Nel locale scese un silenzio
carico di stupore.
Juan si alzò in piedi con lentezza deliberata, scuotendosi la segatura dai vestiti.
Negli occhi aveva uno sguardo omicida.
«Basta così, Juan» disse il nostromo, accompagnando le parole con un gesto deciso
della mano. «In quanto a te, ragazzo, se vuoi un imbarco vieni domani negli uffici della
compagnia, insieme agli altri venti o trenta che mi hanno importunato finora. Stasera
non voglio parlare di posti da riempire.»
«E di cosa volete parlare?»
Il nostromo si voltò a fissarlo, con uno sguardo appannato negli occhi scuri. «Di
niente. Nunc est bibendum.»
«Capisco» rispose Leone, rassegnato. «Adesso è il momento di bere, come dice
Orazio. Scusate se vi ho importunato.»
«Conosci il latino?» La domanda lo raggiunse alle spalle, quando aveva già fatto un
passo verso il bancone, deciso a farsi restituire i soldi dall’oste.
Era stato imprudente. In Spagna non era ricercato, ma era sempre meglio non attirare
l’attenzione. «Poco» rispose, cercando di rimediare. «Ma questa frase la conoscono
tutti.»
La risata secca del signor Puig risuonò come un colpo di tosse. «Tutti? Se in questa
taverna mi trovi tre persone capaci di leggere e scrivere ti pago da bere. Il latino,
figuriamoci.» Lo guardò meglio, scostando un ciuffo di capelli dagli occhi con uno
scatto della testa. «Tu non sei un marinaio» sentenziò. «Niente calli sulle mani, voce
educata, conosci Orazio. Se vuoi farti prete hai sbagliato posto, la chiesa è due isolati
più avanti.»
I due marinai al banco ridacchiarono, l’uomo riccio si limitò a piantargli addosso
uno sguardo duro.
«Voglio un posto sulla vostra nave» ribatté Leone, deciso. «Ma avete ragione, non
sono un marinaio.»
«Allora perché vuoi imbarcarti?»
«Ho uno zio in Messico. Voglio raggiungerlo.»
Il nostromo gli fece segno di sedersi sulla panca di fronte alla sua. Prese la bottiglia
e versò una dose generosa di liquido trasparente in un bicchiere piccolo, di un vetro
opaco e verdastro.
«Bevi» ordinò.
Senza esitare, Leone posò il suo boccale, afferrò il bicchiere colmo di aguardiente e
lo tracannò d’un fiato. «Grazie» disse poi, sorridendo come se avesse bevuto
dell’acqua di fonte. «Era da tempo che non mi scaldavo lo stomaco con della roba
buona.»
Sapeva di aver appena superato una prova. Se fosse arrossito, se avesse tossito o
peggio ancora sputato quel liquore infernale, forse il nostromo l’avrebbe mandato via
senza appello. Ma benché non fosse un marinaio, di quelle sfide sciocche ne aveva
vinte a decine con i suoi amici.
L’altro annuì senza ricambiare il sorriso, fissandolo a lungo con uno sguardo come
se avesse voglia di smontargli la testa per vedere cosa conteneva. Poi riempì di nuovo
il bicchiere e bevve a sua volta. Leone sapeva che non stava a lui parlare per primo, e
attese cercando di non mostrarsi nervoso.
«Tra gli uomini che sono morti» disse alla fine il nostromo «c’era anche lo scrivano
incaricato di annotare il carico e lo scarico delle merci. Se lo vuoi, il posto è tuo.»
Due settimane dopo, quando alla Casa de Contratación di Siviglia pervenne
l’elenco degli equipaggi dei galeoni che sarebbero salpati per le terre della Nuova
Spagna in aprile, l’ammiraglia imbarcava uno scrivano di nome León Bajamontes.
Negli uffici della compagnia navale Leone aveva fornito il suo nome esatto, se avesse
pensato di scegliere un nome falso si sarebbe sforzato di trovare qualcosa di meglio.
Tuttavia l’errore di trascrizione che lo aveva reso spagnolo poteva risultargli utile, e
non lo corresse.
Si tenne il nuovo nome, e a chi notava il suo accento straniero cominciò a raccontare
che era nato e cresciuto in Italia, ma era figlio di un soldato spagnolo di stanza nel
Regno di Napoli.
VII

A Napoli marzo aveva portato temperature più miti, la fioritura dei peschi e un
alternarsi di pioggia e sole. Dal finestrino della carrozza a quattro cavalli che
procedeva al trotto sulla via di Chiaia, Lisa guardava la città come un prigioniero
guarda il mondo fuori dalla sua cella: con un misto di desiderio, nostalgia, rimpianto
per la libertà perduta che le faceva apparire bellissima ogni cosa, anche gli spettacoli
di degradazione e povertà che diventavano sempre più numerosi in quel periodo. La
causa, le avevano detto, erano le nuove tasse imposte dagli spagnoli per sostenere la
guerra con la Francia.
Di politica Lisa sapeva solo quello che sentiva dire alle feste o agli amici di suo
padre quando si riunivano a bere caffè e a fiutare tabacco dopo cena. Ma sapeva
perfettamente che i nobili napoletani scaricavano sul popolo quasi tutto il peso dei
tributi da pagare a Filippo IV di Spagna. E i risultati erano sotto gli occhi di tutti, resi
ancora più evidenti dall’affollamento della città.
La folla di Napoli era immensa. Sembrava impossibile che una cinta muraria
tracciata all’epoca del viceré don Pedro de Toledo per una città di centomila persone
dovesse ora contenerne più del triplo. Quanto ci avrebbero messo gli spagnoli a capire
che bisognava ritirare i divieti edilizi e lasciare che la città si espandesse fuori dalle
mura? Anche perché i divieti non valevano per tutti. Religiosi e nobili potevano
costruire ville e chiese dove volevano e nessuno trovava da ridire, eccetto il popolo,
che però non contava nulla.
La carrozza superò un’intera famiglia di accattoni: padre, madre e tre bambini, tutti
con la mano tesa a lato della strada. L’uomo recitava quello che sembrava un elenco di
disgrazie, ma Lisa non riuscì a udirlo perché la matrigna, seduta di fronte a lei, chiuse
di scatto la tenda del finestrino.
«Potresti rivolgere la tua attenzione anche a me, ogni tanto» la rimbrottò. «Da
quando quel poco di buono è fuggito hai sempre la testa tra le nuvole. Devi
dimenticarlo.»
La nuova fantesca, seduta accanto a Lisa, annuì con aria grave, per mostrare che
condivideva l’opinione della padrona. Si chiamava Rosanna, era brutta come il peccato
e prendeva molto sul serio la sua missione di sorvegliante. Lisa la trovava talmente
antipatica che non riusciva quasi a parlarle.
«Non chiamatelo “poco di buono”» ribatté, secca. «Sono certa che c’è una
spiegazione per ciò che ha fatto.»
«Una spiegazione? Ha ucciso un uomo e ne ha ferito un altro.»
«In passato gli avete sempre dimostrato simpatia» rispose Lisa, ammorbidendo il
tono. Non aveva voglia di litigare. «Eravate felice del nostro fidanzamento.»
In realtà la matrigna aveva incoraggiato la corte di Leone solo perché temeva che, se
Lisa fosse rimasta zitella, l’avrebbe avuta tra i piedi per tutta la vita. Ma era inutile
rinfacciarglielo. Lisa la osservò mentre si aggiustava con le mani la gorgiera pieghettata
che le cingeva il collo. Con la gonna enorme sostenuta dal guardinfante, occupava per
intero il sedile di fronte. Da tutta quella stoffa emergevano solo il viso e le mani, che si
sforzava di tenere ferme in grembo, senza riuscire a dominare del tutto il tremore
inquieto che le agitava. La sua matrigna era una donna nervosa.
«Mi sembrava un bravo giovane» disse a un tratto, quasi controvoglia. «Ma non
dobbiamo più pensare a lui. Se lo prendono, gli taglieranno la testa. Se invece è
riuscito a lasciare la città, non tornerà mai più. Senza contare che la sua famiglia è in
rovina. So quanto si soffre, alla tua età» aggiunse, come se con i suoi ventotto anni fosse
molto più vecchia e saggia di lei. «Ma devi cominciare a guardarti intorno. A questo
serve la festa di domani sera, lo sai. Se ti presenti con quella faccia triste, chi vuoi che
ti chieda in moglie?»
Lisa annuì, senza rispondere. Da quando Leone era fuggito, quello era il primo
giorno che le permettevano di uscire, ma la passeggiata in carrozza e la mattina di sole
erano rovinate da due cose. La prima era il fatto di dover accompagnare la matrigna a
fare la spesa per una cena di gala alla quale avrebbe dato qualsiasi cosa per non
partecipare. La seconda era che si sentiva male. Le girava la testa e appena sveglia
aveva vomitato in bagno. Non ne aveva parlato a nessuno, l’avrebbero solo sgridata
accusandola di trovare scuse per evitare la cena, o peggio, avrebbero chiamato il
medico di famiglia perché le praticasse un salasso. Il dottore era un buon uomo, anziano
e sempre gentile, ma aveva la tendenza a curare qualsiasi problema con il salasso o
l’applicazione di sanguisughe, che era poi la stessa cosa. E Lisa si sentiva già
abbastanza debole senza che le togliessero anche del sangue.
«Siamo arrivati» disse la fantesca, con la sua voce ruvida. «Al passo!» gridò al
cocchiere, sporgendo dal finestrino la testa coperta dalla cuffia bianca. Poi si rivolse
alla matrigna di Lisa, indicando fuori con un gesto ampio, come se volesse farle dono
della spiaggia di Chiaia. «Ecco le mogli dei pescatori. Guardate e scegliete, signora.»
Rosanna aveva la pelle bruna e i tratti vagamente arabi di molte napoletane, ma lo
sguardo dell’osservatore era attratto in modo irresistibile non dal naso aquilino e dagli
occhi neri ravvicinati, che potevano anche avere un loro fascino, malgrado l’accenno di
baffi sul labbro superiore, bensì dalle orecchie enormi, che la cuffia stretta non riusciva
a nascondere.
«Quanti dobbiamo prenderne?» chiese Lisa.
«Aspettiamo almeno trenta invitati» rispose la matrigna. «Contando quelli che si
presenteranno con amici e parenti, meglio fare la spesa per cinquanta persone.»
C’era una pietra del pesce, ossia un mercato della pesca, anche in piazza del
Mercato, molto più vicino a casa. Ma suo padre aveva insistito perché andassero a
Chiaia, dove i nobili usavano passare in carrozza nelle mattinate di sole come quella, e
magari fermarsi per un rinfresco alla rinomata taverna di Florio. L’aveva fatto per
rimarcare con un gesto pubblico la distanza che li separava dalla famiglia Baiamonte,
se ancora ce ne fosse bisogno. Dopo oltre due mesi dalla fuga di Leone, Lisa non
sapeva dove fossero finiti i Baiamonte. Le era proibito persino nominarli. Era sicura
che Leone fosse innocente, ma la matrigna aveva ragione: se aveva scelto la fuga non
sarebbe tornato. Doveva dimenticarlo e rifarsi una vita.
Eppure avrebbe voluto sapere dov’era, cosa gli era successo. Aveva pensato di
scrivere a Concetta per chiederle notizie, ma la fantesca non l’avrebbe mai aiutata,
neppure con la promessa di un regalo. Ci teneva troppo a non perdere il posto.
Le mogli dei pescatori li attendevano in fila sul lungo viale, dalla parte che dava sul
mare, mostrando ceste di vimini larghe e piatte, con dentro i pesci migliori pescati
quella notte. Non era raro vedere una mano sporgersi da un finestrino e indicare
mormore, spigole, polpi, orate, lasciando poi scendere un servo a trattare l’acquisto.
Ma la famiglia de Gennaro aveva istruzioni diverse. Poiché la loro carrozza senza
stemmi nobiliari sarebbe risultata sconosciuta ai più, era importante farsi vedere.
«Rosanna, pensaci tu a scegliere il pesce» disse infatti la matrigna, come se avesse
avuto un’ispirazione improvvisa. «Lisa e io scendiamo a prendere una boccata d’aria.»
Scendere dalla carrozza fu abbastanza facile per la fantesca e anche per Lisa, che
indossava una lunga gonna color prugna senza stecche. La matrigna invece si fece
aiutare da Rosanna e dal cocchiere, mentre Lisa stringeva il guardinfante in modo da far
passare le stecche attraverso la porta della carrozza senza rovinare la stoffa ricamata.
Una volta a terra, la matrigna rivolse verso il sole il viso circondato dalla gorgiera,
per sottolineare, a beneficio delle altre carrozze, il suo grande piacere nel godere
dell’aria e della luce. Poi il cocchiere aprì una borsa di tela e Rosanna indicò il primo
pesce da mettervi dentro. Intanto altre pescivendole, con indosso le tradizionali gonne
turchine ricamate, si avvicinarono con le ceste in testa per proporre la loro mercanzia.
All’improvviso Lisa vide tutto nero e si sentì mancare. Allungò un braccio di lato in
cerca di appoggio, ma non trovò nulla e sarebbe caduta lunga distesa sulla strada, se
due mani forti non l’avessero sostenuta afferrandola sotto le ascelle.
Si voltò per sottrarsi a quel gesto troppo intimo, benché necessario. Si aspettava un
uomo, a causa della stretta sicura e delle mani ruvide, ma si trovò a fissare gli occhi
verdi di una donna dalla pelle abbronzata e dal volto solcato di rughe, con nastri
colorati nei capelli malgrado l’età avanzata.
«È passato, grazie» disse debolmente, cercando di sorridere. Poi sentì salire un
conato inarrestabile, si piegò in due e vomitò sulla polvere della strada quel poco che
aveva mangiato a colazione.
«Mio Dio, Lisa, cos’hai?» gridò la matrigna, accorrendo a liberarla dalla stretta
della pescivendola e prendendola tra le braccia. «Ti senti male? È la puzza di pesce?
Vieni, saliamo in carrozza e andiamo avanti, poi passeremo a prendere Rosanna.»
Stava già spingendola verso il predellino della carrozza, facendo cenno con l’altra
mano al cocchiere perché venisse ad aiutare, quando una voce chioccia alle loro spalle
disse: «Il nostro pesce non puzza. Il motivo è un altro».
Si voltarono entrambe. La donna dagli occhi verdi sorrise mettendo in mostra una
bocca sdentata. «Auguri e figli maschi» berciò. «Siete incinta, signurì.»
Quella frase fu seguita da un momento di silenzio assoluto, e poi da grida e
battimani. Tre o quattro ragazzine lanciarono fischi con due dita in bocca, come
facevano i maschi.
Tra l’eccitazione e i sorrisi, l’attenzione di tutti era rivolta a Lisa, e nessuno, tranne
lei, si accorse della matrigna che sbiancava e si afflosciava a terra come un fiore
reciso.
«Aiutate lei» disse, indicandola senza riuscire a muoversi. Poi aggiunse, a voce
bassissima: «Io sono perduta».
VIII

All’alba di un giorno di maggio le navi salparono in una fila ordinata, seguendo il


Guadalquivir fino alla cittadina di Sanlúcar, sull’estuario. Per primi partirono i navíos
de aviso, imbarcazioni leggere e veloci capaci di attraversare l’oceano in tre settimane,
annunciando la partenza della flotta in modo che si potesse preparare tutto ciò che
serviva per la grande fiera che si sarebbe tenuta a Veracruz al loro arrivo. La flotta,
composta da pesanti galeoni, avrebbe compiuto il viaggio in due mesi, forse anche tre,
se fossero incappati in qualche brutta tempesta o nei pirati.
Solo quando si trovarono in pieno oceano Leone, salito in coperta da uno dei
sottoponti per combattere un attacco di mal di mare, poté ammirare il colpo d’occhio di
quelle navi enormi tutte insieme, con le vele quadre spiegate sull’albero maestro e sul
trinchetto, la vela latina sull’albero di mezzana e i vari velacci e controvelacci dai
nomi pittoreschi. Davanti a tutte filava la capitana, con lo stendardo issato sull’albero
maestro. Seguivano i galeoni mercantili, mostri da settecento, mille e anche
millecinquecento tonnellate. L’ammiraglia chiudeva la formazione, con lo stendardo
issato sull’albero di mezzana. Altre due navi da guerra, un po’ più piccole della
capitana e dell’ammiraglia, bordeggiavano sopravvento rispetto ai mercantili, in modo
da poterli raggiungere rapidamente in caso di attacco.
Leone si era già assuefatto al movimento gentile del ponte sotto i piedi, agli
schiocchi improvvisi delle vele, ai lenti cigolii, all’odore di acqua di mare e catrame in
coperta e ad altri odori meno piacevoli nei sottoponti, e ormai a bordo si muoveva
quasi con la stessa sicurezza dei marinai. Invece non riusciva ad abituarsi alle
dimensioni enormi della nave. Gli era già capitato di vedere grandi galeoni all’ancora
nel porto di Napoli, ma trovarcisi sopra era tutta un’altra cosa.
Gli alberi erano costituiti da varie sezioni, ciascuna attraversata da un pennone,
perché era impossibile trovare in natura tronchi così alti. In quanto alla velatura, le vele
di un solo galeone avrebbero potuto coprire un intero rione di Napoli. Ma ciò che più
lo impressionava erano le corde che dallo scafo o da altre strutture salivano ad
agganciarsi agli alberi. Formavano una vera foresta, in alcuni punti così fitta che era
difficile vedere al di là. Sorrise, ricordando che la parola “corda” per qualche strana
ragione era aborrita dai marinai. A bordo, tutte le corde erano “cime”, e guai a
sbagliarsi. Inoltre, a seconda dello spessore e della funzione, ogni cima aveva il suo
nome specifico: sagole, gomene, sartie, paterazzi, e così via. Durante i giorni prima
della partenza si era sforzato di impararli, poi aveva capito che non importava. Da uno
scrivano non si pretendeva che conoscesse il mare. Questo era per lui un grande
vantaggio. Durante le tempeste o i momenti di mare grosso se ne sarebbe stato
tranquillo sottocoperta, senza rischiare di cadere in acqua. Ma proprio la cosa a cui
dava più valore, a causa della sua paura di annegare, era quella che non andava giù a
parecchi marinai, che prendevano una paga inferiore di oltre un terzo alla sua. Ciò
nonostante, forse lo avrebbero lasciato in pace, se non fossero stati continuamente
sobillati da Juan Moreno, il marinaio con la barba e i capelli ricci che non gli aveva
perdonato di averlo atterrato, la sera in cui si erano conosciuti. Juan dormiva in una
branda sospesa poco lontana dalla sua, in quella che i marinai chiamavano la “stiva dei
cavalli” ma che era a tutti gli effetti una stalla, dal pavimento coperto di paglia e
dall’odore acre. E non passava sera senza che lo provocasse in qualche modo.
«Non sai nulla di mare, non devi rischiare la vita in una tempesta, e ti trovi su questa
nave solo per aver capito una frase in latino» gli aveva detto la prima volta che l’aveva
visto a bordo. «Stammi lontano o te ne farò pentire.»
Juan era un attaccabrighe nato, gli disse uno dei marinai meno ostili nei suoi
confronti, e in ogni viaggio trovava qualcuno con cui sfogarsi. Il modo migliore per
evitare guai era quello di lasciarlo parlare senza mai reagire. Leone si sforzava di
seguire il consiglio, ma Juan non sembrava disposto a smettere.
Un secondo problema era che sull’ammiraglia viaggiava una persona da cui non
voleva assolutamente farsi vedere: don Porfirio Nuñez Pacheco y de La Fuente,
l’alcalde di Charcas, una cittadina non lontana dal villaggio di El Durazno, in cui era
diretto Leone. Era andato a sposarsi in Spagna l’autunno dell’anno prima, e ora tornava
in Messico con la giovane moglie Socorro.
Lo zio Mariano ne era al corrente e nella lettera gli raccomandava, nel caso avesse
accettato la sua proposta, di imbarcarsi sulla stessa nave dell’alcalde. In tal modo
avrebbe potuto creare con lui un rapporto di amicizia che gli sarebbe stato utile in
seguito, quando avrebbe aperto la miniera.
Ma lo zio immaginava che Leone si sarebbe imbarcato come passeggero, un barone
italiano ben fornito di denaro e ben vestito. Così come stavano le cose, era molto
meglio se don Porfirio e la moglie non lo avessero mai visto neppure di sfuggita. Una
volta in Messico, non dovevano collegare il suo viso a quello di un poveraccio che
dormiva con i loro cavalli nella stiva. Per fortuna, vista la quantità di uomini che
affollavano la nave, quella parte era facile. Bastava che Leone si limitasse a svolgere il
suo lavoro, tenendosi fuori dai guai, e sarebbe passato del tutto inosservato.
Per i primi dieci giorni navigarono sottocosta fino all’isola di La Gomera, nelle
Canarie, dove la flotta si fermava abitualmente per rifornirsi d’acqua, prima di
affrontare la traversata oceanica. Bisognava imbarcare il maggior numero di barili
possibile, perché avrebbero toccato terra di nuovo solo all’isola Dominica,
all’ingresso del Mar dei Caraibi.
A La Gomera, le stive di tutte le navi si riempirono di decine di barili di legno,
trattati con lo zolfo come le botti da vino, per evitare le muffe, e poi chiusi con la pece.
In piedi sul molo in giubba marrone e camicia di tela senza colletto, con i capelli biondi
tirati indietro sotto il cappello e legati da un fiocco nero, Leone teneva il conto di ogni
barile vuoto che usciva e di ogni barile pieno che tornava. Davanti a sé aveva sistemato
una cassa di legno con sopra la penna d’oca, il calamaio di ferro e il grosso quaderno
dove annotava ogni cosa.
Era quello il suo compito principale: elencare sulla colonna di sinistra di ogni
pagina tutto ciò che la nave trasportava, lasciando vuota la colonna di destra per
registrare eventuali variazioni.
I cavalli dei soldati e quelli dei passeggeri, le casse foderate di zinco che
contenevano i vari cibi per l’alimentazione di bordo divisi per categorie, le botti piene
d’acqua, le palle di cannone e i barili di polvere da sparo. Tutto era inventariato e di
tutto bisognava dar conto alla fine del viaggio.
Inoltre, anche se i documenti presentati alla Casa de Contratación di Siviglia
attestavano che l’ammiraglia, come le altre navi militari destinate alla protezione del
convoglio, non conteneva mercanzie, i cavalli imbarcati erano il doppio dei diciannove
dichiarati, e le stive più basse erano piene di stoffe olandesi, moschetti e sciabole di
Toledo, caricati a bordo senza pagare il dazio dovuto alla corona.
In un quaderno a parte, Leone doveva tenere traccia anche della quantità e della
collocazione di quelle merci inesistenti. Si trattava di un traffico privato gestito dal
nostromo, il quale a sua volta versava una percentuale dei guadagni al comandante e
agli ufficiali.
Aveva parecchio da fare, ed era un bene, perché su quella nave affollata da oltre
duecento uomini di equipaggio, più gli ufficiali e i passeggeri, non era riuscito a legare
con nessuno. I marinai non lo consideravano uno di loro, mentre gli ufficiali, che per
livello sociale e culturale gli erano più simili, lo disprezzavano perché era un semplice
scrivano. Nemmeno il signor Puig, il nostromo catalano che la sera in cui gli aveva
offerto il posto era rimasto con lui a bere e a parlare di poesia, gli aveva più rivolto la
parola se non per motivi di lavoro. Leone si rivolgeva a lui chiamandolo “signore” e
cercava di non farsi mai cogliere in fallo.
Due marinai si avvicinarono spingendo un barile, che facevano rotolare verso la
passerella da carico. Leone intinse la penna nel calamaio e prese nota.
«Chissà perché ci diamo tutta questa pena» commentò uno dei due. «Tanto tra una
settimana l’acqua puzza lo stesso.»
«Con il vino lo zolfo funziona» replicò il compagno. «Non ho mai capito perché con
l’acqua no.»
«Il vino è alcolico e marcisce più lentamente» disse Leone. «Dev’essere questo il
motivo.»
«Se c’è una cosa che mi dà fastidio sono quelli che sanno sempre tutto» disse il
primo marinaio. L’altro rise e si voltò verso Leone, tirandosi con un dito la pelle sotto
l’occhio, in un gesto di scherno. Poi ripresero a spingere il barile, sbuffando e
piantando i piedi nudi sul legno della passerella in leggera salita.
Leone scrollò le spalle. In fondo, si disse, non era obbligatorio avere degli amici.
Annotò il passaggio del barile successivo e di altri sette, spinti ciascuno da due
marinai, senza più fare commenti di nessun tipo. Quando vide chi spingeva l’ottavo
barile abbassò gli occhi sul quaderno, muovendo la penna come intento a risolvere un
calcolo, mentre invece stava solo tracciando ghirigori a margine del foglio.
Si trattava di Juan Moreno. Leone era stufo delle sue provocazioni, ma continuava a
non reagire. La disciplina sulla nave era inflessibile, e non voleva finire in cella o
peggio rischiare di essere sbarcato.
A un tratto Juan proruppe in un’imprecazione. Alzando la testa Leone incrociò lo
sguardo spaventato del ragazzo che spingeva il barile con lui, un mozzo di sedici anni
di nome Manuel. Snello, dai lunghi capelli neri e dagli occhi verdi, fin dal primo
momento gli era sembrato troppo delicato per fare il marinaio. Forse in un momento di
distrazione, forse perché era scivolato, aveva tolto per un istante le mani dalle doghe e
il barile aveva schiacciato un piede a Juan.
Il marinaio gli assestò uno scapaccione. «Togliti di mezzo, idiota» disse, con rabbia.
«Corro meno rischi a spingerlo da solo, questo barile.»
«Ma Juan...»
Il secondo schiaffo lo mandò lungo disteso per terra. «Non capisci? Ora te lo spiego
meglio.»
Lasciò il barile e cercò di agguantare il ragazzo per i capelli, ma lui fu più svelto e
si rifugiò dietro Leone. «Juan, ti prego. Non l’ho fatto apposta.»
«Lascialo stare» intervenne Leone. «Ha sbagliato e l’hai punito, ora basta.»
«Tu chi saresti, per darmi ordini?»
«Non è un ordine, è un consiglio.»
«E se non seguo il tuo consiglio cosa mi fai?»
I marinai dietro di lui si erano fermati, per vedere cosa sarebbe successo. Leone era
pronto a scagliarsi su Juan, anche se sapeva che avrebbe avuto la peggio. Ma bastava
che il marinaio gli desse una spinta per farlo finire in mare. Al solo pensiero, cominciò
a sudare. Juan se ne accorse e si avvicinò, con un sorriso di scherno sulle labbra.
In quel momento il cabo, il caporale che sovrintendeva allo scarico dei barili dai
muli notò che c’era un intoppo e si avviò verso di loro.
«Problemi in arrivo» disse il marinaio alle spalle di Juan.
«Cosa succede?» chiese il caporale.
Fu Juan a rispondere. «L’italiano rallenta il carico dei barili.»
«È la verità?» chiese l’uomo agli altri marinai.
Con sorpresa di Leone, tutti i presenti annuirono. Con un volteggio da ballerino, il
mozzo riprese il suo posto dietro il barile. Aveva un’aria come se fosse stato trattenuto
contro la sua volontà. Leone comprese che qualsiasi protesta avrebbe solo peggiorato
la situazione. Aveva tutti contro.
Il sottufficiale lo fissò con uno sguardo severo. «Bajamontes, quattro maravedì di
multa per aver rallentato le operazioni di carico. Adesso muovetevi» aggiunse voltando
loro le spalle e tornando verso il carro. «La pausa è finita.»
«Non credere di cavartela con una multa» disse Juan, a bassa voce. «Arriverà anche
il tuo turno.»
Leone sapeva che la risposta migliore sarebbe stata il silenzio, come le altre volte.
Ma non ci riuscì.
«Non ho paura di te, Juan» disse.
Il marinaio alzò la testa e lo fissò negli occhi. «Davvero? Ho visto come ti
tremavano le mani.» Sputò a terra, puntò i piedi e si mise a spingere da solo il pesante
barile sulla passerella, lasciando indietro Manuel.
Il mozzo corse al suo fianco e cominciò a spingere. «È meglio se ti fai gli affari
tuoi» disse voltandosi verso Leone.
Leone scosse la testa, prendendo nota del barile successivo. Continuava a non avere
amici sulla nave, ma in compenso adesso aveva un nemico.
IX

Seduta su una panchina di pietra nel chiostro delle clarisse del monastero di Santa
Chiara, Lisa era del tutto estranea all’atmosfera di pace che la circondava. Il chiostro
era deserto e silenzioso. Persino i passeri appollaiati tra i rami degli aranci o i merli
nascosti nelle siepi di bosso non emettevano alcun suono, storditi dal sole di giugno.
Tutto intorno, oltre il portico colonnato, gli spessi muri della chiesa con il convento
annesso riducevano il rumore continuo di Napoli a un mormorio appena udibile e
addirittura piacevole, come lo scrosciare di una fonte.
Ma nella mente di Lisa non c’era silenzio. I pensieri urtavano gli uni contro gli altri,
si sfioravano, si inseguivano, litigavano e poi si separavano, proprio come la folla per
le strade della città. La zia monaca con la quale aveva appena parlato, nel salottino
diviso da una grata di ferro dove le clarisse intrattenevano i loro scarsi contatti con il
mondo esterno, le aveva detto che per trovare la pace doveva accettare con gioia ciò
che la sua famiglia aveva deciso per lei.
Lisa non si era aspettata nulla di diverso. Cos’altro avrebbe potuto consigliarle sua
zia? Fuggire di casa? Ripudiare la famiglia ed esserne a sua volta ripudiata? Per
condannare a quale vita il figlio che portava in grembo? Coltivava i suoi pensieri di
ribellione, privi di ogni senso pratico, solo per non soccombere alla disperazione.
Sapeva bene di non avere scelta. Era già la seconda volta che veniva a trovare la zia in
convento, ma stavolta non era stato per chiederle consigli. Durante il primo colloquio le
aveva chiesto un favore, in cambio della promessa di seguire senza protestare la
volontà dei suoi genitori. E la zia aveva acconsentito.
Finalmente dalla porta grande, che immetteva nel chiostro direttamente dalla chiesa,
Lisa vide uscire Concetta, la sorella di Leone. Era lei la persona che aspettava. Si alzò
in piedi e le andò incontro, sorpresa dal suo abbigliamento da popolana: un vestito
senza maniche di un grigio spento, dal quale fuoriuscivano le ampie maniche della blusa
bianca, cuffia in testa e zoccoli ai piedi. L’unica nota di colore era la mantellina di un
bel verde bottiglia con un ricamo giallo sui bordi. Quando le fu vicina non riuscì a
reprimere un moto di sorpresa. Concetta era l’ombra di se stessa. Occhiaie, guance
scavate, una piega amara delle labbra, avevano cambiato quello che fino a pochi mesi
prima era il bel viso di una ragazza in età da marito.
«Mio Dio, Concetta, che ti è successo?» le chiese, abbracciandola e baciandola su
entrambe le guance.
«Non far finta di non saperlo» ribatté l’altra, secca. «Ne parla tutta Napoli.»
«È per Leone?» chiese Lisa. «Per la sua fuga?»
Concetta la fissò, incredula. «Sul serio non sai niente?»
«So che Leone è sfuggito all’arresto e credono che non si trovi più a Napoli. Questo
me l’hanno detto, ma tutto il resto me lo nascondono. Non posso più uscire, né vedere
nessuno.»
«Come mai? Io ti immaginavo tra feste e ricevimenti. Ora dovrai trovare un marito in
fretta, no?»
Quel riferimento alla sua condizione di promessa sposa abbandonata era una
provocazione, quasi un insulto, ma Lisa non aveva tempo per le schermaglie. Tanto
valeva dire la verità. «Temono che mi tolga la vita» rispose, scrollando le spalle. «Una
figlia suicida sarebbe un’onta peggiore di un matrimonio mancato.»
Era presto per confidare a Concetta il suo segreto, doveva ancora capire se poteva
fidarsi di lei. Si limitò a spiegarle che una nuova fantesca l’accompagnava dappertutto,
dormiva persino in camera con lei.
«Per questo ti ho chiesto di incontrarci qui» concluse. «Un convento di monache di
clausura è l’unico posto in cui si fidano a lasciarmi sola, anche se per poco.» Accennò
con il mento alla porta da cui era arrivata Concetta. «Rosanna mi aspetta in chiesa»
disse. «Deve averti vista passare, ma poiché non ti conosce non aveva motivo di
sospettare che venissi da me.»
«E hai voluto fare tutto questo solo per vedermi? Sai qualcosa di Leone, per caso?»
Quelle parole fecero crollare tutte le speranze di Lisa. «Speravo fossi tu a sapere
qualcosa di lui.»
Concetta scosse la testa, due volte, senza dire nulla. Le tremava il mento, e si vedeva
che stava facendo uno sforzo per trattenere le lacrime.
«Mio fratello» disse a un tratto «l’ho visto per l’ultima volta la sera in cui è fuggito.
Da allora non abbiamo più avuto sue notizie.» Lisa chinò la testa senza dire nulla e
Concetta aggiunse, con foga inaspettata: «Non abbiamo più il nostro palazzo, capisci?
Se l’è preso il notaio Terrasecca, l’uomo che ci ha rovinati».
Proseguì come un torrente in piena, raccontandole tutto. La casa perduta, la famiglia
finita a vivere in un tugurio in via Soprammuro. Il notaio non si era limitato a mandarli
in rovina, ma si era rivelato un essere ancora più spregevole di quanto sembrava.
Aveva offerto a Concetta e alla madre di entrare al suo servizio, per umiliarle. «Dà la
colpa a noi per la morte del figlio e cerca di farcela pagare in tutti i modi.»
Loro naturalmente avevano rifiutato, ma andare avanti si stava rivelando ogni giorno
più difficile.
«Vorrei che Leone avesse ucciso lui, quella sera» concluse Concetta, in tono duro.
«Se proprio doveva rovinarsi la vita, almeno così non avrebbe rovinato del tutto la
nostra.»
Mentre parlava, Lisa aveva osservato l’alternarsi delle emozioni sul suo viso.
Rabbia e odio quando parlava di Terrasecca, dolore e confusione quando si riferiva al
baratro in cui era precipitata la sua famiglia. Astio verso chiunque altro.
«Mi dispiace» disse soltanto. «Anch’io vorrei che tutto questo non fosse successo,
credimi.»
Concetta la fissò come se volesse schiaffeggiarla. Poi si coprì il viso con le mani e
cominciò a singhiozzare.
Lisa cercò di calmarla, la fece sedere sulla panchina e le sedette accanto, ma ottenne
l’unico risultato di scoppiare in lacrime anche lei. Piansero insieme, senza parlare,
senza sforzarsi di smettere. Sotto il portico ad archi, dall’altra parte della siepe,
passarono due clarisse. Fianco a fianco, con il saio marrone, le teste chine sotto il velo
nero, le pianelle di feltro che non producevano alcun rumore sul pavimento in
mattonelle di terracotta. Se si erano accorte delle due donne in lacrime sulla panchina
non lo diedero a vedere. Non si voltarono verso di loro, non pronunciarono una sola
parola, forse per rispetto della regola del silenzio, forse perché non avevano nulla da
dirsi. Poi scomparvero dietro una pesante porta di quercia, uguale a quella da cui erano
uscite.
«Vivere in clausura non deve essere brutto» disse piano Concetta. «Pochi doveri,
tanta preghiera, silenzio e adorazione.»
«Bisogna esserci portate» rispose Lisa. «Altrimenti è un inferno in terra.»
Tra loro scese un altro silenzio. Lisa si accorse con sorpresa che non era un silenzio
amichevole. Il pianto non le aveva unite, non aveva contribuito ad abbassare le
barriere. Al contrario, sembrava aver eretto tra loro un muro più solido.
Sua zia le aveva detto che in convento si imparava subito a distinguere se il silenzio
di una consorella era bello o brutto, di pace o di separazione. Una donna che rifiutava il
mondo poteva trovare la pace in un monastero di clausura, ma se il rifiuto non era
spontaneo, e se la donna non rinunciava a coltivare la propria rabbia, la regola del
silenzio diventava un’arma tagliente che poteva ferire e anche uccidere. Ma che finiva
sempre per rivoltarsi contro chi la usava.
Per questo aveva sconsigliato ai suoi genitori di dare in adozione il bambino e
costringerla a entrare in convento. E le aveva spiegato che era suo dovere accettare
l’unica alternativa possibile. Per quanto orribile potesse sembrarle, aveva detto, era la
cosa migliore per il figlio che portava in grembo. Se lei avesse offerto al Signore la
propria sofferenza, accettandola come il giusto castigo per il peccato che aveva
commesso, avrebbe potuto trovare la pace anche senza dover rinunciare al mondo.
Lisa era consapevole di aver commesso un grave peccato, facendo l’amore con
Leone prima del matrimonio. Eppure quel ricordo era il più bello che avesse. Per
questo non aveva voluto rovinarlo rivelandolo ai suoi. Davanti ai ripetuti interrogatori
su chi fosse l’uomo che aveva “approfittato di lei”, si era chiusa in un silenzio ostinato,
e alla fine loro avevano smesso di chiedere. Immaginavano la verità, naturalmente, ma
da lei non avrebbero mai ricevuto conferme o smentite. Quel ricordo era il suo segreto.
Era l’unica cosa a cui aggrapparsi, nel vortice di disperazione che era diventata la sua
vita. Soprattutto ora che stava per sposare un vecchio.
Perché era questo il rimedio deciso dalla matrigna con l’assenso di suo padre. La
pancia ancora non si notava, ma presto i pettegoli avrebbero avuto un’altra cosa di cui
sparlare. Lisa sarebbe stata costretta a entrare in convento, il bambino le sarebbe stato
tolto e la sua famiglia avrebbe cercato di lavare l’onta dimenticandosi del tutto di lei.
L’alternativa era sposare Antonio Mazzella, un anziano gabelliere al quale
l’avevano presentata un mese prima. Mazzella era al corrente della situazione e aveva
accettato di diventare suo marito in cambio di una cospicua dote.
Lisa aveva promesso alla zia che sarebbe andata all’altare con il sorriso sulle
labbra. In cambio le aveva chiesto il favore di farle incontrare un’ultima volta la
sorella di Leone, lì nel convento, senza che i suoi ne sapessero nulla. Non gliene aveva
rivelato il motivo, ma forse la zia l’aveva intuito: se mai un giorno Leone fosse tornato,
o avesse scritto alla sua famiglia, persino se fosse stato catturato e condannato a morte,
Lisa voleva fargli sapere che aveva un figlio, che quel pomeriggio d’amore non era
solo un ricordo sterile, ma qualcosa di vivo, un seme che aveva dato frutto. Voleva
fargli sapere che solo per il bene del bambino aveva accettato di sposare un altro.
Ma Concetta non era più la ragazza allegra e amichevole che ricordava. Era chiusa
nella sua rabbia, alla ricerca di qualcuno a cui far pagare ciò che le era capitato. Lisa
ebbe paura che, se le avesse confidato di essere incinta, avrebbe potuto usare quel
segreto contro di lei. Forse avrebbe provato a estorcerle denaro in cambio del silenzio,
o magari avrebbe trovato qualche altro modo. Decise di dar retta all’istinto e non dire
nulla. Forse era meglio per tutti, pensò in un momento di lucidità, che Leone non
sapesse mai del bambino.
«Scusami» disse. «Vederci è servito solo a riaprire le ferite. Per favore, aspetta un
po’ prima di uscire, dammi il tempo di allontanarmi con Rosanna.» Fece un passo in
direzione della porta, poi si voltò e aggiunse: «Ti auguro ogni bene. Di cuore».
Concetta non rispose, non fece neppure un gesto di saluto. Aveva uno sguardo
inespressivo, come se contemplasse qualcosa che solo lei poteva vedere.
X

Due settimane dopo la partenza dalle Canarie, sulla nave accadde un incidente che tolse
a Leone anche le scarse simpatie di cui godeva nell’equipaggio, attirandogli il
disprezzo di tutti.
La traversata oceanica si stava rivelando la parte più facile del viaggio. Mare
calmo, qualche burrasca, ma niente tempeste. I militari combattevano la noia
organizzando esercitazioni e prove di difesa da un attacco pirata. I marinai avevano
molto più tempo libero che nei giorni frenetici prima e dopo la partenza da Siviglia. A
Leone la vita di bordo cominciava persino a piacere. La cosa in un certo senso lo
stupiva, perché si trattava di una vita dura. Il cibo era sempre lo stesso: gallette, fagioli,
ceci, carne salata e stoccafisso, ogni tanto integrate da un po’ di pesce fresco pescato
dai marinai nei momenti liberi. Le gallette, conservate in cassoni foderati di zinco per
preservarle dall’umidità e dai topi, cominciavano già a riempirsi di vermi biancastri,
che bisognava togliere con le mani al momento di mangiarle. I formaggi, il latte fornito
dalle capre, le arance, le mele e la maggior parte delle uova, erano destinati agli
ufficiali, ai passeggeri di riguardo e al loro seguito di ancelle e lacchè. L’acqua fetida
dei barili, tuttavia, era la stessa per tutti. Per non parlare della puzza che regnava con il
cattivo tempo. Quando c’era il sole si potevano tenere aperti i boccaporti e i portelli
dei cannoni, che insieme all’aria che filtrava dai paglioli in coperta, assicuravano una
ventilazione sufficiente. Ma nei giorni di pioggia o di burrasca, con i boccaporti chiusi
e la maggior parte dei marinai nei sottoponti, il fetore diventava quasi insopportabile.
Eppure, a Leone quelle scomodità sembravano un prezzo equo per il senso di libertà
che provava in mezzo all’oceano. Il rumore del vento nelle vele, la nuda forza degli
elementi che in città non aveva mai avvertito, lo riempivano di una gioia elementare,
inspiegabile. La gioia di essere vivo. Quando guardava il mare dai parapetti delle
murate gli sembrava persino di non aver più paura dell’acqua.
Al tramonto le attività diminuivano. C’era tempo per il riposo, le chiacchiere, un po’
di musica. I dadi e le carte erano proibiti, ma ciò nonostante si giocava dappertutto. A
volte si organizzavano corse di maiali e combattimenti di galli usando gli animali di
bordo, e gli ufficiali lasciavano correre.
Poi, quando suonava la campana del primo turno di guardia notturno, sul ponte di
coperta illuminato appena da qualche lanterna l’equipaggio era chiamato alla preghiera,
presieduta dal cappellano di bordo. Si recitavano il Padrenostro, il Credo e
l’Avemaria, si riceveva la buonanotte e si andava a dormire. Gli ufficiali si ritiravano
nel cassero di poppa, i soldati e i cannonieri nella santabarbara. I marinai prendevano
le loro brande di tela arrotolate e andavano ad appenderle sottocoperta.
Tutto molto semplice e sempre uguale. Qualsiasi evento che interrompesse la
monotonia era salutato con piacere. Un giorno era un branco di pesci volanti atterrato
sul ponte, che forniva l’occasione di una piccola festa. Un altro giorno era il funerale e
la sepoltura in mare di un marinaio morto di scorbuto, dopo aver perso tutti i denti ed
essersi riempito di macchie scure.
Una domenica dopo la messa, l’evento fu l’incidente di don Porfirio Nuñez Pacheco
y de La Fuente.
Leone era appena salito su una delle scialuppe assicurate sul ponte di coperta, come
faceva spesso nei momenti liberi, prima di scendere di nuovo nei sottoponti. Aveva
scoperto che sulla scialuppa non era tra i piedi di nessuno e ne approfittava. Si
stendeva sul telo catramato che copriva la barca e guardava il cielo attraverso il
sartiame, cullato dal rollio della nave.
Don Porfirio stava attraversando il ponte in compagnia di un lacchè. Era vestito
come al solito in pompa magna, con cappello piumato a tesa larga, farsetto a strisce
rosse e gialle, calzoni al ginocchio infilati dentro stivaloni alti con il risvolto. Gli
mancava solo la spada al fianco e avrebbe potuto posare per un ritratto. Voleva vedere
un grosso branco di delfini segnalato da una vedetta e si avvicinò alla murata, ma
mentre incedeva a testa alta e schiena dritta, nello sforzo di rendere meno evidente la
grossa pancia che tendeva il farsetto, mise un piede su un pezzo di sapone dimenticato
dai mozzi che avevano lavato il ponte. Forse a causa di un improvviso rollio della
nave, invece di cadere gambe all’aria sulle assi del ponte finì oltre il parapetto della
murata e cadde in acqua.
Il lacchè si mise a gridare, Leone si drizzò a sedere sulla scialuppa e il servo con
voce concitata gli disse che don Porfirio era caduto in mare.
«Tuffati a salvarlo, presto!»
Leone vide prima il cappello dello spagnolo sul ponte, vicino agli ombrinali per il
deflusso dell’acqua. Poi spostò lentamente lo sguardo oltre la murata e vide don
Porfirio che si agitava e sollevava piccoli spruzzi, così in basso che tra il rumore del
vento e gli schiocchi delle vele le sue grida si udivano appena.
«Un uomo in mare!» gridò con quanto fiato aveva in gola, drizzandosi in piedi sulla
scialuppa. «Un uomo in mare!»
«Buttati in acqua!» insistette il lacchè. «Presto!»
Leone finse di non averlo udito. Sudava e gli tremavano le mani. In quel momento il
naufrago fu avvistato anche da un marinaio arrampicato su un pennone, sopra di lui.
«Tuffati e tienilo a galla!» gli gridò. Poi vedendo che Leone non si muoveva cominciò a
scendere con l’agilità di una scimmia.
Leone fissava l’essere umano che si agitava in mezzo a tutta quell’acqua e ogni tanto
finiva sotto, trascinato a fondo dal peso degli stivali e dei vestiti bagnati. Don Porfirio
rischiava la vita e lui era l’uomo più vicino. Desiderava con tutto se stesso gettarsi a
salvarlo ma era come se i suoi piedi fossero inchiodati alle assi del ponte. Riusciva
solo a sudare e a tremare.
Intanto il marinaio che scendeva tra le sartie raggiunse un punto favorevole e si tuffò
in mare dall’alto, senza neppure aspettare di arrivare sul ponte. Altri accorsero con una
cima e la gettarono fuori bordo. Il marinaio l’agguantò e la legò intorno al corpo di don
Porfirio, gridando di tirarlo su. Poi qualcuno ne gettò un’altra per lui.
Lo spagnolo salì a bordo, ansimando, sputando e grondando acqua dai vestiti
rovinati. Faceva fatica a tenersi in piedi e si sedette sull’affusto di un cannone. Il lacchè
lo aiutò a togliersi gli stivali, li vuotò dall’acqua che li riempiva e glieli rimise ai
piedi. Intanto era arrivato il secondo di bordo.
«Sono scivolato su un maledetto pezzo di sapone» gli disse don Porfirio. Poi indicò
Leone. «Questo imbecille mi guardava affogare e non si è buttato.»
L’ufficiale si voltò di scatto verso di lui. «Cosa?»
«Non so nuotare, signore» si giustificò Leone, senza osare guardarlo in faccia.
«Allora dovevi tuffarti e sacrificare la tua vita nel tentativo di salvarlo. Non
sappiamo che farcene dei vigliacchi, sulle navi di sua maestà.»
I marinai presenti risero di lui. Uno propose di gettarlo in mare per controllare se
era vero che non sapesse nuotare. Don Porfirio raccolse il cappello dal ponte, provò a
rimetterselo sui capelli neri bagnati e schiacciati, poi rinunciò. Si alzò in piedi con il
cappello in mano e disse, rivolto al secondo: «Per celebrare lo scampato pericolo
chiedo il permesso di offrire una bevuta a questi uomini e agli amici che vorranno
invitare».
«Permesso accordato» rispose l’ufficiale, tra i fischi e gli urrà. «Il cuoco di bordo
aprirà un barilotto di rum. Tu invece» aggiunse rivolto a Leone «vai sottocoperta e
restaci. Non devi salire sul ponte di coperta per una settimana. Se dovessi
contravvenire all’ordine, chiunque ti veda è autorizzato a gettarti in mare per un bel
bagno rinfrescante.»
Mentre il gruppo compatto si dirigeva verso il castello di prua, dove si trovavano le
cucine, Leone si inchinò all’ufficiale e scese nel boccaporto più vicino.
Quella sera, al momento di andare a dormire, Juan Moreno gli passò accanto e gli
diede uno spintone, gettandolo quasi tra le zampe di un cavallo.
«Era meglio se restavi a terra, italiano» disse, mentre Leone rotolava nella paglia
per evitare di essere calpestato dall’animale. «L’aria di mare ti fa male.»
Leone era teso, umiliato per ciò che era successo quel giorno, pronto a rischiare la
vita per dimostrare di non essere un vile. Dovette ricorrere a tutto il suo controllo di sé
per non reagire neppure quella volta, ma ormai sapeva che lo scontro tra lui e Juan era
inevitabile. Era solo questione di tempo, e neppure molto.
La lite scoppiò una notte di vento, dopo tre giorni di burrasca in cui gli uomini che
non erano strettamente necessari alle manovre erano restati il più possibile
sottocoperta. Leone aveva vomitato diverse volte, nella paglia umida che copriva il
pavimento della stiva dei cavalli. Quando la burrasca si fu calmata salì a prendere una
boccata d’aria.
Uscì dal boccaporto di mezzana, attento a non fare rumore e a non farsi vedere dagli
uomini di guardia. Salire in coperta di notte non era proibito, ma era sempre meglio non
attirare l’attenzione. Dopo tre giorni gomito a gomito con decine di persone e animali,
desiderava starsene un po’ da solo. C’erano state liti, alcune risse e gli era persino
toccato respingere gli approcci amorosi di un marinaio. Sperava che il brutto tempo non
durasse ancora a lungo e il primo sguardo all’esterno sembrò confermare le sue
speranze.
Aveva smesso di piovere e il vento aveva spazzato via le nuvole. In lontananza si
distingueva la luce del gran fanale della Capitana, che guidava la flotta, qua e là
brillavano le lanterne di poppa dei mercantili. Gli alberetti di velaccio erano ancora
calati, le scialuppe assicurate e i boccaporti ben chiusi, ma tra qualche ora, all’alba, la
nave avrebbe ripreso il suo assetto normale. Le luci di posizione permettevano di
scorgere qualche marinaio arrampicato sulle sartie o seduto su un pennone, a un’altezza
vertiginosa dal ponte, mentre sul cassero di poppa due ufficiali erano affacciati al
parapetto di legno e discutevano a bassa voce. Tutto intorno il mare di un nero
uniforme, solcato qua e là da un lampo bianco di spuma, dava l’impressione di trovarsi
in un mondo diverso, affascinante e terribile. Leone ormai credeva di capire perché i
marinai fossero così affezionati alla vita di mare, malgrado le sue durezze. In nessuna
città si poteva assaporare un’atmosfera simile.
Seduto sul ponte, con la schiena poggiata contro l’affusto di un cannone, respirò a
fondo l’aria salmastra, cullato dai cigolii del sartiame e alzò gli occhi al cielo. Il
contorno dell’Ursa Maior era perfettamente visibile, con le sette stelle che per gli
antichi greci raffiguravano il corpo di un’orsa, mentre i romani vi vedevano un carro o
un aratro tirato da sette buoi, da cui il nome Septem Triones. Tracciando con gli occhi
una linea retta a partire dalle due stelle più occidentali del carro, Leone individuò
senza difficoltà la stella polare, la più luminosa della coda dell’Ursa Minor. Una volta
aveva detto a suo padre che la coda dell’Orsa Minore, nelle raffigurazioni che ne aveva
visto, sembrava quella di un cane e non di un orso. Angelo aveva sorriso come se
avesse ricevuto un regalo inatteso. «È così!» aveva risposto, felice come un bambino.
«Infatti i greci la chiamavano Cinosura, che significa proprio “coda di cane”.»
Leone aveva sempre trovato incomprensibili gli sbalzi di umore di suo padre, la sua
totale mancanza di senso pratico, il modo di parlare saltando da un argomento all’altro
senza una connessione logica. Ma in quel momento, malgrado fosse lontano mille miglia
da lui, o forse proprio per quello, per la prima volta gli sembrava di capirlo.
I suoi entusiasmi per tutto ciò che riguardava le stelle, la passione per la matematica,
erano il tentativo di trovare un’armonia in un mondo di cui gli sfuggiva il senso. Il suo
modo di parlare era dovuto al fatto che i suoi pensieri andavano troppo veloci, e
quando arrivavano le parole la sua mente era già da un’altra parte. Era proprio quella
rapidità di pensiero a permettergli di comprendere le astruse teorie di Galileo e di
Keplero. Non era colpa sua se davanti ai problemi pratici ragionava come un abitante
della luna. Leone si rese conto che gli voleva bene per quello che era. Ma ormai era
tardi per dirglielo. E forse non ne avrebbe più avuto l’occasione.
Il cielo stellato gli riportò alla mente tutto ciò che aveva perduto. Lisa, la vita che
desiderava vivere accanto a lei, i figli che non avrebbero avuto. Il palazzo in cui
sognava di farli crescere, concedendo loro una libertà maggiore di quella che era stata
concessa a lui. Se anche fosse riuscito nell’impresa di arricchirsi, tornare a Napoli e
riappropriarsi della casa dei suoi avi, sarebbe stato un vecchio indurito, senza più
sogni. Lisa sarebbe stata la moglie di qualcun altro. I genitori forse li avrebbe trovati
morti, e il suo ritorno non avrebbe avuto alcun senso...
No. Non doveva lasciarsi andare a quei pensieri. Per vincere, diceva il suo maestro
d’armi, non bisognava neppure pensare alla possibilità della sconfitta. Leone prese la
decisione silenziosa di rifarsi una vita, una volta in Messico. Non sarebbe vissuto di
ricordi. Avrebbe conosciuto un’altra donna, avrebbe formato un’altra famiglia. E
avrebbe strappato alle montagne di quella terra straniera tutto l’argento necessario per
mantenere la sua promessa. Poi sarebbe tornato, avrebbe riscattato i suoi dall’indigenza
e fatto pagare a Terrasecca le sue colpe. Non voleva vendetta, ma giustizia. E l’avrebbe
avuta.
Quando uno dei due ufficiali sul cassero gridò un ordine ai marinai di servizio,
decise di tornare a dormire. Si calò nel boccaporto e scese di nuovo lungo la scala a
pioli. La stiva che ospitava i cavalli era nel secondo sottoponte, poco al di sopra della
sentina.
Gli dispiaceva per quei poveri animali, che al contrario degli uomini non potevano
salire sul ponte a prendere aria. Mentre era stato facile imbarcare i polli, i maiali e
persino alcune capre da latte destinati a fornire cibo fresco durante la traversata, far
salire a bordo trentotto cavalli e una decina di muli era stata un’impresa. Poiché, a
differenza degli animali più piccoli, non li si poteva sollevare con l’argano e farli
scendere nei sottoponti attraverso i boccaporti, oppure tenerli in apposite gabbie in
coperta, li avevano condotti a bordo attraverso un grande portello aperto poco sopra la
linea di galleggiamento, una scena che a Leone aveva ricordato un’acquaforte vista da
ragazzo, in cui gli animali salivano a coppie nell’arca di Noè.
Ma al contrario degli animali nel quadro, i cavalli non erano affatto felici di
imbarcarsi. Soffiavano dalle froge, puntavano le zampe, scartavano, non ne volevano
sapere di poggiare gli zoccoli sulla passerella, e quando scomparivano nel ventre nero
della nave i loro nitriti sempre più deboli avevano un che di sinistro. Dopo l’imbarco il
portello era stato inchiodato e sigillato con pece e bitume, come se non dovesse essere
aperto mai più.
La cosa strana in una nave così grande, pensò Leone arrivando nel primo sottoponte,
era che non si aveva mai una percezione precisa dello spazio. Fuori, il mare e il cielo
erano immensi e non fornivano punti di riferimento. Dentro, le salette, i corridoi, gli
angoli, le scale e la poca luce, sortivano lo stesso effetto con un sistema opposto.
In quel momento udì un nitrito e un picchiare secco di zoccoli sul legno. Seguirono
un’imprecazione e alcuni rumori confusi. Guardò giù ma non vide nulla. Di notte, le
lanterne appese al basso soffitto erano spente, e la stiva dei cavalli era buia come una
caverna. Ma non si poteva certo definire silenziosa, come del resto tutta la nave. Prima
di tutto c’era il vento che si infilava in ogni fessura, producendo una vibrazione costante
nello scafo e nella parte bassa dell’alberatura, come se il galeone fosse una viola da
gamba suonata da un musicista pazzo e instancabile. Poi c’erano i cigolii delle funi, gli
scricchiolii del legno, gli schiocchi delle vele. E infine il russare sonoro degli uomini
addormentati sulle loro brande sospese, che ogni mattina venivano slegate, arrotolate e
riposte in coperta. Se a questo si aggiungevano i muli che ogni tanto cominciavano a
ragliare disperati, o un cavallo che, preso dal nervosismo, scalciava contro le pareti,
come in quel momento, il rumore poteva diventare insopportabile.
Appena Leone scese l’ultimo piolo, l’odore acre del letame gli provocò di nuovo un
conato di vomito. Cercò a tastoni le assi che delimitavano l’alloggiamento del primo
cavallo e vomitò sulla paglia tra le zampe dell’animale, il quale scalciò e soffiò aria
dalle froge. Si trattava della cavalla araba di doña Socorro, una bestia nervosa e molto
irritabile. Del resto, Leone non immaginava come ci si potesse aspettare che quei
poveri animali restassero tranquilli, costretti com’erano a stare sempre in piedi, sorretti
da ampie strisce di tela che passavano sotto il ventre ed erano assicurate al soffitto
della stiva. Era una misura necessaria, per evitare che il rollio e il beccheggio della
nave li facessero cadere, spingendoli l’uno contro l’altro, ma provocava loro grandi
sofferenze.
Con un piede coprì di paglia il vomito, poi accarezzò la cavalla per calmarla.
«Buona, buona» le sussurrò, ma lei scostò la testa di scatto e batté uno zoccolo a terra.
Leone le diede qualche buffetto sul collo, senza fare movimenti bruschi, cercando di
capire cosa la rendeva tanto nervosa. Voltandosi a metà, si rese conto che nel sottoscala
adiacente al cubicolo del cavallo c’era qualcuno. Una sagoma rannicchiata nel buio.
Si avvicinò senza far rumore e alla luce della luna che entrava dai portelli della
fiancata riconobbe Manuel, il giovane mozzo dai capelli lunghi. Era seduto sul
pavimento con le ginocchia contro il petto e piangeva in silenzio. Leone vide che era
nudo dalla vita in giù. Le brache strappate erano nella paglia accanto a lui. Comprese
immediatamente cosa era successo.
«Chi è stato?» disse, con una collera appena trattenuta. Il giovane scosse la testa,
continuando a piangere. Leone gli posò una mano sulla guancia. «Chi?»
La risposta arrivò a voce bassissima, quasi in un soffio. «Juan.»
Il marinaio dormiva a quattro passi di distanza. Senza più pensare alle conseguenze,
Leone scattò verso la branda sospesa, l’afferrò e la girò con un colpo secco. Juan cadde
sul pavimento di legno con un tonfo sordo.
«Sei un animale» disse Leone, pieno di rabbia. «Un bastardo della peggior specie.»
Juan doveva essere già sveglio, perché senza un attimo di esitazione e senza una
parola gli si gettò addosso, scattando verso l’alto direttamente dal pavimento.
Leone non si aspettava un attacco così rapido e fu scagliato di schiena contro la
scala a pioli, ma reagì con un calcio nei testicoli e una gomitata in faccia. Poi afferrò
con entrambe le mani la barba riccia sulle guance del marinaio e tirò con tutta la forza
la testa verso il basso, mentre alzava un ginocchio. L’impatto produsse un rumore sordo
e Juan cadde a terra.
Si udirono alcune esclamazioni di protesta e il grattare di un acciarino sulla pietra
focaia. Si accesero due o tre lanterne appese ai bagli del soffitto e in un attimo furono
tutti svegli. Al vedere Leone in piedi e Juan riverso nella paglia, tra i marinai corse un
mormorio incredulo.
Juan si mise in piedi a fatica, infilò una mano nella camicia ed estrasse una navaja,
il lungo coltello a serramanico compagno inseparabile dei marinai spagnoli. «Sei
morto» disse.
«Juan!» gridò una voce. «Se lo uccidi ti impiccano!»
Ma lui era già scattato in avanti, in un affondo che solo la consuetudine con la sala
d’armi consentì a Leone di schivare. Spostandosi di lato gli fece lo sgambetto e Juan
andò a cadere di faccia contro la scala. Il coltello gli sfuggì di mano.
Gli uomini intorno si tennero a distanza, ma non cercarono di fermarli. Anzi, un
marinaio mise in mano a Leone un coltello già aperto.
«Ora è un duello leale» disse qualcuno. «Accetto scommesse.»
Juan si stava rimettendo in piedi, cercando a tastoni la navaja nella paglia. La trovò
e si mise in guardia con un sorriso feroce.
Leone non aveva mai combattuto con un coltello, ma era convinto di potersela
cavare. Era più agile di Juan e poteva sfruttare la sua esperienza con la spada. Tuttavia
morire per mano di Juan, oppure ucciderlo e finire impiccato a un pennone, significava
gettare via oltre alla sua vita anche tutte le speranze della sua famiglia.
Con un gesto deliberato piantò il coltello in una tavola della murata. Tra gli uomini
echeggiarono commenti delusi, seguiti da qualche fischio sommesso.
«Vigliacco una volta, vigliacco sempre» sentenziò un marinaio dai capelli bianchi
con un fazzoletto azzurro annodato in testa, sputando nella paglia. «L’ho detto quando
non si è tuffato a salvare don Porfirio Nuñez, sì o no?»
Molte teste annuirono. Leone si guardò intorno e vide solo facce ostili.
«Non te la cavi così» ringhiò Juan. «È troppo tardi. Prendi quel coltello e combatti
da uomo.»
«No. Niente armi. Ma non ho detto che mi tiro indietro.»
Juan lasciò cadere la navaja nella paglia e gli saltò addosso. Leone lo colpì alla
gola e al mento, e tra la meraviglia generale Juan barcollò, rischiando di finire ancora a
terra. Ma si riprese e riuscì ad abbrancarlo, trascinandolo giù con il proprio peso, poi
gli montò sopra. Senza potersi muovere, Leone non aveva nessuna possibilità contro la
sua forza enorme. Capì che era finita. Il marinaio gli diede due pugni tremendi sulle
tempie e si preparava a spaccargli il naso con un terzo, quando echeggiò un fischio
acuto.
«Fermi! Cosa succede qui?»
Juan rotolò via da lui in un lampo. Tutti si voltarono verso l’alto. In cima alla botola
che comunicava con il sottoponte superiore stava il nostromo, scalzo e in camicia da
notte, con il fischietto in mano.
«È colpa mia, signore» disse Leone, con la faccia che iniziava a gonfiarsi. «Sono
caduto dalla scala, Juan mi stava aiutando ad alzarmi.»
Juan allargò le mani, forse preparandosi a confermare la sua versione, ma il signor
Puig vide il ragazzo mezzo nudo e scosse la testa, disgustato. «Siete delle bestie. Tu, tu
e tu» aggiunse, indicando tre marinai robusti. «Mettete ai ferri questi due. Il comandante
deciderà la punizione. In quanto a voi che non li avete fermati, domani salterete il pasto
di mezzogiorno.»
Si fece indietro per far salire i due prigionieri con la scorta. Prima di seguirli verso
la cella disse ancora, rivolto verso la botola: «Se da questa stiva esce ancora una sola
parola, i pasti saltati diventano due».
Rinchiusi in due celle poco più grandi delle gabbie dei maiali, Leone e Juan
dovettero aspettare il pomeriggio del giorno seguente prima di essere condotti in
coperta, alla presenza dell’equipaggio, degli ufficiali e dei passeggeri, assiepati sul
cassero di poppa. In prima fila, con le mani poggiate al parapetto e riparati dal sole
sotto un grande ombrello colorato che un servitore creolo teneva alto sopra le loro
teste, stavano don Porfirio Pacheco e sua moglie Socorro, vestiti come per una festa. La
signora rivolse a Leone uno sguardo compassionevole. Era stata informata, così gli
avevano detto mentre era in cella, che la rissa era scoppiata perché lui aveva difeso un
ragazzo da un abuso, e aveva provato a intercedere per fare annullare la punizione. Ma
il comandante era stato irremovibile.
Quando tutto fu pronto, il comandante fece un cenno all’ufficiale in seconda, il quale
a sua volta annuì in direzione del tamburino. Il rullo del tamburo fece scendere il
silenzio sulla nave, poi nell’aria ferma il nostromo lesse la punizione.
«Juan Moreno e León Bajamontes, riceverete cinque frustate ciascuno, dopodiché
riprenderete le rispettive mansioni. Qualsiasi altro episodio che vi coinvolga, o che
coinvolga anche uno solo dei due, sarà punito con un giro di chiglia per entrambi.»
Un mormorio intimorito dell’equipaggio accolse la notizia. Mentre le frustate erano
previste, e si dibatteva solo se sarebbero state tre, cinque o più, il giro di chiglia, anche
solo come minaccia, era un castigo spropositato per la mancanza commessa. Il
condannato veniva gettato in mare legato a una cima che dal parapetto su un lato della
nave raggiungeva l’altro lato passando sotto la chiglia. Poi lo si tirava a bordo dal lato
opposto. Se la corda veniva tirata troppo lentamente il poveretto annegava. Se invece
era tirata con troppa rapidità lo sfregamento contro le conchiglie e le concrezioni che
ricoprivano la chiglia gli produceva tagli orribili su tutto il corpo.
Leone era convinto che quella minaccia fosse in realtà una misura preventiva per
evitare vendette. Il signor Puig voleva che la rivalità tra lui e Juan si chiudesse lì. A
Leone stava più che bene. Tuttavia mentre venivano legati l’uno di fianco all’altro con
il ventre sopra due cannoni e la schiena esposta, i loro sguardi si incrociarono e Juan
mormorò, in modo quasi impercettibile: «Sei un morto che cammina».
Leone si limitò a fissarlo senza replicare. Era determinato a non gridare come un
bambino sotto le frustate, ma non era mai stato frustato nella sua vita e non sapeva se ce
l’avrebbe fatta. Se avesse gridato, quel po’ di rispetto che si era conquistato tra i
membri dell’equipaggio per aver difeso Manuel sarebbe svanito come neve al sole.
Quando la frusta sibilò nell’aria e si abbatté sulle loro schiene nude, Juan urlò tre
volte su cinque. Leone strinse i denti e non emise un fiato.
XI

Doña Socorro Nuñez voleva incontrare il controverso scrivano che prima si era
dimostrato un vigliacco rifiutandosi di gettarsi in acqua per salvare suo marito, e poi
aveva sfidato un uomo grosso il doppio di lui per difendere un ragazzo. Don Porfirio
non sentiva ragioni. «E cosa vorresti dirgli?» aveva detto. «Che ha fatto bene a
lasciarmi quasi affogare? La discussione è chiusa.»
Socorro lo tormentò per giorni. Se le chiedeva di portargli qualcosa obbediva con
una sollecitudine esagerata che finiva per innervosirlo. Gli rispondeva a monosillabi e
durante le lunghe ore che trascorrevano insieme in cabina sembrava non trovare nessun
argomento di conversazione. Di notte non mancava ai suoi doveri di moglie ma non
partecipava in alcun modo. Porfirio restò irremovibile, ma lei non cedette. Si limitò
solo a cambiare tattica. Non si chiese neppure se ne valesse davvero la pena. Per lei
ottenere ciò che voleva, ogni volta che voleva qualcosa, era una questione di principio.
Era la figlia illegittima di una serva e di un hidalgo della piccola nobiltà di Baeza, in
Andalusia. Sua madre, appena era rimasta incinta, aveva perso il lavoro ed era stata
allontanata dalla casa padronale. Pochi anni dopo era morta, stroncata da una delle
tante malattie di cui morivano i poveri, ma prima di rendere l’anima a Dio le aveva
rivelato chi era suo padre.
La vita di Socorro da quel giorno diventò insopportabile. Le privazioni e l’indigenza
erano rese ancora più dure dalla consapevolezza che non avrebbe dovuto subirle, in
quanto figlia di un nobile. Si sforzava di sollevarsi dalla propria condizione di povera
orfana, spiava i nobili quando li vedeva in giro per le strade di Baeza e cercava di
copiare i loro atteggiamenti. Appena fu abbastanza grande, si presentò a casa del padre,
senza rivelare la propria identità, riuscendo a farsi assumere come sguattera. La
bellezza e i modi educati l’aiutarono a diventare l’ancella particolare della moglie di
suo padre, ma con quella promozione l’amarezza crebbe invece di diminuire. Vivere da
serva nella casa in cui avrebbe dovuto essere padrona le provocava crisi di rabbia che
spesso sfogava in pianti notturni, con la faccia premuta contro il pagliericcio, nella
stanza comune dei servitori.
La padrona la prese a benvolere, e Socorro, contro la propria volontà, cominciò ad
affezionarsi a lei. Capì che la signora non aveva nessuna colpa per il destino toccato a
sua madre. Non ne sapeva nulla, l’hidalgo naturalmente si era ben guardato dal rivelarle
di aver messo incinta una serva.
In fondo anche lei era una vittima, pensava Socorro. Comandava servi, ancelle e
cuochi, ma doveva obbedire senza fiatare a tutti i capricci del marito e dei due figli
maschi. Era quella la situazione delle donne, ricche o povere che fossero.
Quando era arrivata in quella casa Socorro aveva dodici anni, era ancora una
ragazzina. Coltivava l’idea di rendersi bene accetta e poi, al momento opportuno, farsi
riconoscere dal padre. Immaginava che l’hidalgo, schiacciato dal senso di colpa per il
destino a cui aveva condannato sua madre, avrebbe cercato di rimediare adottandola, o
almeno sollevandola dalla sua condizione di serva.
Che sciocchezza. Due anni dopo, sapeva perfettamente che il giorno in cui suo padre
avesse saputo chi era, l’avrebbe mandata via senza pietà. Altro che senso di colpa. Per
i nobili contava solo la forza. Il più forte schiacciava il più debole, e lo faceva
automaticamente, senza neppure pensarci. Socorro soffriva, ma ormai si era abituata a
quella vita relativamente comoda, ed era disposta a tutto pur di non tornare per strada.
Così andò avanti, stringendo i denti e cercando di vincere la rabbia che le mordeva il
cuore.
Il rapporto con la padrona l’aiutava. Davanti agli altri la donna manteneva sempre le
distanze, ma quando erano sole, mentre si faceva pettinare da lei o le chiedeva di
prepararla per la notte, la trattava con affetto, quasi come se Socorro fosse la figlia
femmina che desiderava e che non aveva avuto. E lei la ricambiava.
Con il passare del tempo, quando le sue forme femminili si fecero più evidenti,
Socorro cominciò ad accorgersi degli sguardi dei fratellastri, soprattutto del maggiore,
che non perdeva occasione di fare commenti a mezza voce sui suoi occhi scuri o sui
suoi capelli biondi come il grano maturo. Era terrorizzata dall’idea che uno dei due la
costringesse a sottostare alle sue voglie, facendole fare la stessa fine di sua madre. Per
questo si teneva sempre attaccata alla padrona, che nel frattempo aveva contratto una
malattia intestinale e aveva bisogno di assistenza continua.
Un brutto giorno però la signora morì e Socorro si trovò sola. La sua dedizione, la
sua capacità di lavorare e di organizzare la casa, il fatto di aver cominciato, sotto la
direzione della padrona, a imparare a leggere e scrivere in modo rudimentale, le
facevano sperare in un posto di governante. Ma presto ebbe un’altra prova che per i
nobili le qualità personali non contavano nulla: pochi giorni dopo il funerale, da ancella
personale si trovò retrocessa al ruolo di sguattera, lo stesso di quando aveva
cominciato, quattro anni prima.
E il peggio doveva ancora arrivare. Senza la protezione della padrona, si sentiva
come un topo in una casa piena di gatti. Poteva nascondersi, ma era solo questione di
tempo prima di essere divorata.
Successe ancora prima di quanto credesse. Non era trascorso neppure un mese da
quando la signora era sottoterra, che il figlio maggiore dell’hidalgo l’attese al varco in
un salottino e le piombò addosso, tappandole la bocca con una mano e cercando di
possederla in piedi, dietro una porta. Socorro gli morse la mano e gridò con quanto
fiato aveva in gola. Accorse gente e il giovane la lasciò andare. Era salva, ma la sua
non era una vittoria. L’uomo di fiducia dell’hidalgo le comunicò che il giorno dopo
all’alba avrebbe dovuto lasciare la casa.
Trascorse una notte insonne, piangendo in silenzio per non svegliare gli altri servi e
fissando il buio. Si era ribellata alla violenza, ma avrebbe fatto comunque la stessa fine
di sua madre. Povera, in mezzo a una strada, divorata da una rabbia impotente che
l’avrebbe portata a una morte prematura.
Quel pensiero scatenò dentro di lei una ribellione che si espresse in un grido
strozzato: «No!» disse ad alta voce.
La cuoca che dormiva sul pagliericcio accanto a lei la colpì con una manata sulla
spalla, come per schiacciare una mosca. «Zitta e dormi, puttana» borbottò.
Socorro reagì d’istinto. Si voltò di scatto e afferrò la gola della donna nel buio, con
entrambe le mani. «Se mi tocchi solo un’altra volta ti uccido» le sussurrò all’orecchio.
«Hai capito?»
La donna probabilmente avvertì nel suo tono la disperazione di chi non ha più nulla
da perdere. Annuì nel buio e si girò di lato, spaventata, nonostante fosse più grossa e
forte di lei. Socorro in quel momento ebbe una rivelazione.
Nessuno le avrebbe mai dato ciò che le spettava, a meno che lei non se lo prendesse
con la forza. Come facevano i nobili. Se davvero voleva sollevarsi dalla sua
condizione di serva, doveva correre dei rischi ed eliminare di persona gli ostacoli che
si frapponevano tra lei e il suo destino.
Ma ormai cosa poteva fare? Si trovava in una situazione disperata, senza via
d’uscita. Mancavano poche ore all’alba. Se fosse andata via, non sarebbe mai più
potuta tornare. Doveva evitarlo a qualsiasi costo.
Trascorse il resto della notte a pensare come affrontare l’hidalgo. Lei era una
sguattera e lui era il padrone, ma lei non aveva più paura e questo le dava una
sensazione di forza che non aveva mai provato prima.
Il piano che concepì la rese orgogliosa di sé. L’indomani mattina sul presto, chiese
di parlare con il padrone prima di andare via. L’hidalgo, immaginando che volesse
chiedergli dei soldi, acconsentì di buon grado. La ricevette nel suo studio, le offrì una
piccola borsa di denaro e le spiegò in tono quasi paterno che gli dispiaceva molto
doverla mandare via, perché in quegli anni si era affezionato a lei, ma non poteva fare
altrimenti.
«Puoi restare un’altra notte, se vuoi,» aggiunse «ma non di più. Domani mattina
quando scendo per la colazione non voglio più trovarti qui.»
Socorro, pallida dopo la notte insonne e con i capelli pettinati a metà in modo da far
risaltare il più possibile la sua bellezza indifesa, annuì tra le lacrime e vibrò il colpo
che aveva preparato: disse che aveva gridato non solo per difendere la propria virtù,
ma anche perché era terrorizzata dall’idea di commettere un incesto con il proprio
fratello.
Incalzata a continuare, rivelò di essere la figlia della serva scacciata sedici anni
prima da quella stessa casa. Fornì all’hidalgo prove inoppugnabili di quanto diceva,
raccontando dettagli privati che aveva appreso da sua madre. Disse che dopo essere
rimasta orfana era venuta lì a servire, determinata a non rivelargli mai il proprio
segreto. «Mi bastava stare vicino a mio padre, non chiedevo altro» spiegò. «Ma se
avessi ceduto a vostro figlio ci saremmo dannati l’anima entrambi. E non potevo
permetterlo.»
L’hidalgo tuttavia non si commosse, come lei aveva sperato. Il suo piano era fallito.
Socorro scoppiò in un pianto disperato e uscì dalla stanza.
Ma la mattina dopo, prima di lasciare la casa, fu chiamata di sopra. Il padrone aveva
passato una notte insonne, tormentato dai sensi di colpa, e aveva deciso di rimediare ai
suoi errori. Le propose di riconoscerla come figlia, a patto che Socorro accettasse di
sposare don Porfirio Nuñez, il terzogenito di una famiglia di conquistadores, da poco
tornato in patria per cercare moglie, e dopo il matrimonio partisse con lui per il
Messico. Così lei avrebbe avuto la vita che le spettava, ma lontano da casa e non si
sarebbero create situazioni sconvenienti. Socorro accettò all’istante, abbracciandolo tra
lacrime di gioia e chiamandolo padre.
Tenne per tutto il tempo gli occhi bassi, perché l’hidalgo non le leggesse nello
sguardo la sensazione di trionfo che provava. Ce l’aveva fatta! Aveva osato, aveva
preso in mano il proprio destino e aveva vinto. Anche se era una donna, non sarebbe
mai più stata una vittima.
Il periodo del fidanzamento fu il più bello della sua vita. Si concesse tutto ciò che
non aveva mai potuto avere, fece tutto ciò che non aveva mai potuto fare. Intrecciò
persino una relazione clandestina con il fratello maggiore del futuro marito, molto più
bello e prestante di lui. L’eventualità di mettersi nei guai non la preoccupava. Cresciuta
tra sguattere e serve, conosceva i modi per evitare di restare incinta e per fingersi
vergine la prima notte di nozze.
Naturalmente voleva dei figli, ma li voleva legittimi. L’idea di essere madre la
esaltava. Avrebbe allevato i suoi bambini senza mai far mancare loro nulla, a qualsiasi
costo. In quanto a se stessa, ormai aveva imparato che tutto ciò che desiderava doveva
prenderselo.
Adesso desiderava Leone. Non aveva ancora idea di come avrebbe fatto, ma
l’avrebbe avuto.
Prese l’abitudine di uscire sul cassero tutte le volte che poteva, nella speranza di
scorgere lo scrivano che aveva catturato la sua fantasia, e le capitò più volte di vederlo
all’ora dei pasti, quando si metteva in fila con gli altri per ricevere la sua razione di
cibo dalla cucina situata nel castello di prua. Il giorno in cui era stato punito aveva il
viso gonfio e gli occhi mezzi chiusi, ma Socorro aveva apprezzato il suo corpo ben
modellato, quando lo avevano legato a torso nudo sul cannone per frustarlo. Quando lo
rivide guarito dai lividi, rasato, pettinato e con uno sguardo sicuro negli occhi azzurri,
provò una stretta allo stomaco.
Chiese di lui al nostromo, in tono casuale. Scoprì che era italiano ma figlio di un
soldato spagnolo e conosceva i poeti latini, le opere di Quevedo e di Cervantes. Questo
lo rese ancora più importante ai suoi occhi. Socorro infatti leggeva e scriveva a fatica.
La voglia di conoscerlo divenne irresistibile. Quella notte sognò che Leone la
baciava e le faceva cose che la riempirono di passione. Si svegliò accaldata,
ansimante, e capì che aveva bisogno di sfogarsi. Cominciò a strusciarsi contro il marito
addormentato al suo fianco. Porfirio le ultime volte doveva aver avuto l’impressione di
fare l’amore con una statua di legno, perciò non si fece pregare. Socorro era così
eccitata che prese l’iniziativa e se lo tirò sopra, gli spinse la lingua in bocca, e solo
dopo ricordò che non doveva superare i limiti di ciò che una sposa dovrebbe
conoscere.
Probabilmente Porfirio pensò che era la sua potenza a eccitarla e cominciò a
spingere con ritmo e decisione. Peccato che l’organo preposto alle funzioni maritali non
valesse tutto quello sforzo. Socorro ottenne solo di trovarsi schiacciata dal suo grosso
ventre, in un garbuglio di camicie da notte, senza provare altro che una specie di vago
solletico nelle parti basse. Quando l’impresa ebbe termine era più insoddisfatta di
prima.
Il giorno dopo decise che aveva aspettato anche troppo. La scialuppa sulla quale
Leone si stendeva a guardare il cielo non era lontana dalla parte laterale del giardinetto
di poppa, una specie di balconata con parapetti ricavata all’esterno del cassero, sulla
quale si aprivano le finestre degli alloggi riservati agli alti ufficiali e ai passeggeri di
riguardo. Naturalmente non c’era una comunicazione diretta tra il balconcino e il ponte
di coperta, dove era legata la scialuppa. Ma un giovane atletico non avrebbe avuto
nessuna difficoltà a scavalcare la murata aggrappandosi alle sartie e a scivolare nel
giardinetto, per aiutare una dama in difficoltà.
Socorro attese che Leone prendesse posto sulla scialuppa, come faceva sempre dopo
pranzo, poi rientrò in cabina e chiese al marito di lasciarla sola. «Ho un gran mal di
testa» disse. «Vorrei dormire un po’, se non ti spiace.»
Porfirio ne approfittò per andare a giocare a scacchi con il secondo di bordo, con il
quale era in corso una sfida dall’inizio del viaggio. Socorro si fece aiutare da
un’ancella a spogliarsi, poi la congedò. Appena la donna fu uscita si rimise le scarpe,
indossò sul corpo nudo una sopravveste gialla abbottonata davanti, prese il liuto e uscì
a suonarlo sul balconcino. I marinai sul ponte non potevano vederla, e se si fosse
affacciato qualcuno dal ponte del cassero avrebbe scorto solo un lembo della veste e il
manico del liuto. Il rischio era che qualcuno vedesse Leone, nel momento in cui
avrebbe scavalcato la murata per venire da lei. Non ci aveva pensato. Si lambiccò il
cervello in cerca di una soluzione, poi scrollò le spalle. Alla peggio, se fosse stata
scoperta, lo avrebbe accusato di aver tentato di violentarla. Le dispiaceva, ma non si
poteva fare una frittata senza rompere le uova.
Imbracciò il liuto e cominciò a provare alcuni accordi.
Leone udì il suono del liuto ma non si affacciò alla murata. Sapeva di chi si trattava.
Doña Socorro suonava spesso dopo pranzo. Steso sul telo catramato che copriva la
scialuppa, continuò a guardare il cielo attraverso il sartiame. Pensava a Manuel, il
giovane mozzo per cui aveva rischiato la vita. Dopo la violenza era diventato l’amante
di Juan. Ogni tanto di notte si appartavano nel sottoscala della stiva e i loro gemiti
sommessi si mescolavano a quelli di altri marinai dediti alle stesse pratiche. Manuel
sembrava consenziente e Leone aveva deciso di non immischiarsi.
Dal giorno in cui erano stati frustati, Leone e Juan non si erano mai più rivolti la
parola. Juan si limitava a sputare a terra al suo passaggio e Leone non reagiva. Nessuno
dei due ci teneva a rischiare di morire sotto la chiglia della nave.
Un accordo disarmonico del liuto e un piccolo grido lo strapparono ai suoi pensieri,
e un attimo dopo si ritrovò a guardare fuori dalla murata. Forse doña Socorro si era
sentita male, o le era successo qualcosa di spiacevole.
Si trovò a guardare negli occhi una bionda sui vent’anni, dalla pelle bianchissima e
dagli occhi scuri, con i capelli sciolti come se si fosse appena alzata dal letto.
Sembrava che si aspettasse di vederlo, e gli fece segno di raggiungerla con urgenza.
Leone non si stupì che si esprimesse a gesti. Data la distanza tra il giardinetto e il ponte
di coperta dove si trovava lui, avrebbe dovuto gridare per farsi sentire al disopra del
vento, e una signora non poteva certo mettersi a strillare come una pescivendola. Ormai
non poteva più tirarsi indietro. Inoltre lo spingeva anche il desiderio di mettersi alla
prova, di vincere quella paura maledetta dell’acqua che lo faceva apparire un
vigliacco. Senza esitare oltre, con un salto deciso scavalcò la murata e andò verso di
lei, aggrappandosi alle sartie e poggiando i piedi sul tavolato esterno che serviva di
sostegno ai marinai durante alcune manovre. Non tremò e non sentì il sudore imperlargli
la fronte. Certo, non guardava in basso e in quel momento nessuno gli stava chiedendo
di tuffarsi. Inoltre sapeva di essere abbastanza agile da non rischiare di cadere in
acqua. Comunque era già qualcosa.
Quando fu così vicino alla donna che con un salto avrebbe potuto raggiungerla sul
giardinetto di poppa, vide qual era il problema. Il liuto doveva esserle sfuggito di
mano. Ma invece di finire in mare era andato a incastrarsi con la parte curva del manico
tra le dorature in rilievo che correvano circa due palmi sotto i giardinetti.
«È una fortuna che vi siate affacciato proprio nel momento in cui guardavo su» disse
la donna. «Non volevo mettermi a gridare aiuto per una sciocchezza simile.»
«Se mi permettete di raggiungervi ve lo prendo io, doña Socorro» disse Leone. «Voi
rientrate pure.»
«Venite.»
Leone saltò sul balconcino, ma la donna non indietreggiò e per poco non le atterrò
sui piedi. Si voltò e si sporse dal parapetto, consapevole che non si trovava a una
distanza conveniente dalla moglie del passeggero più importante della nave. Afferrò il
liuto con facilità. Rialzandosi, scoprì che doña Socorro era scomparsa.
«Entrate, vi ho preparato qualcosa da bere» disse lei dall’interno della cabina. «Vi
sono riconoscente per aver salvato il mio liuto.»
Leone cominciò a preoccuparsi. Finché restava fuori con il liuto in mano non
correva pericolo: il motivo per cui si trovava lì saltava agli occhi. Ma se qualcuno
l’avesse visto entrare in cabina poteva finire nei guai. Tuttavia non poteva neppure
lasciare lo strumento sul balconcino e andarsene ignorando l’invito.
«Grazie, ma devo tornare subito sul ponte» disse. «Venite a prendere il vostro liuto,
per favore.»
Doña Socorro apparve a un passo dalla portafinestra. Gli occhi neri brillavano di
irritazione. «Ho spremuto un’arancia per voi» disse. «Me ne restano solo cinque fino
alla fine del viaggio. Non fatemi l’affronto di rifiutare.»
Era troppo tardi per una ritirata. Leone gettò un rapido sguardo intorno e attraversò
la portafinestra.
Ciò che lo impressionò non furono i mobili di mogano e ciliegio dai toni rossastri, i
candelabri d’argento o le stampe incorniciate sulle pareti di legno. Il vero lusso lì
dentro era lo spazio.
Dopo un mese e mezzo trascorso tra sottoponti stretti e affollati, dove la vicinanza
continua di altri uomini gli dava a volte l’impressione di trovarsi in un formicaio,
quella cabina era come un’oasi nel deserto. Fece scivolare lo sguardo sul tavolo con
sopra due bicchieri, sul letto chiuso da tende di seta in un angolo, sulle sedie, ma
soprattutto sui grandi pezzi di pavimento libero.
«Sedetevi» disse doña Socorro. Il tono era quello di un ordine, e Leone si sedette,
posando il liuto sul tavolo. Lei prese uno dei due bicchieri e gli porse l’altro, tornando
a sorridergli.
«Bevete» disse.
Per l’equipaggio le derrate fresche erano finite da un pezzo, e anche quell’arancia
doveva essere un po’ rinsecchita, perché doña Socorro aveva mescolato il succo con
l’acqua. Leone si portò il bicchiere alle labbra. In sottofondo avvertì l’odore ammuffito
dell’acqua di bordo, ma temperato dalla dolcezza del succo d’arancia e forse anche
dall’aggiunta di un po’ di miele. Vuotò il bicchiere in un lungo sorso avido.
«Non ricordavo neppure più che sapore avesse il succo d’arancia» disse, posandolo
sul tavolo. «Vi ringrazio moltissimo di averne sprecata una per me.»
Alzò lo sguardo e il sorriso gli morì sulle labbra. Doña Socorro si era sbottonata la
veste e sotto era nuda. Leone indugiò suo malgrado sui seni piccoli e rotondi, dai
capezzoli ritti, sul ventre piatto e sulle cosce bianche. L’ultima volta che aveva fatto
l’amore era stato con Lisa, in gennaio. Proprio per serbare intatto quel ricordo aveva
resistito al richiamo dei bordelli, a Napoli come a Siviglia. E dopo la partenza il
problema non si era più posto. Ma ora, davanti a quella donna giovane, bella e nuda, la
voglia accumulata in quei mesi era come un fiume in piena, impossibile da trattenere.
Nello sforzo di non fissare il triangolo di peli biondi tra le gambe di Socorro,
concentrò lo sguardo su un neo che sembrava una piccola stella scura, poco sotto
l’ombelico. Non ne aveva mai visto uno con quella forma.
Il trucco non funzionò. Il desiderio si fece insopportabile e alzò gli occhi verso
quelli neri della donna.
«Vieni» disse lei, tendendogli la mano. «Mio marito starà via almeno un paio d’ore,
abbiamo tutto il tempo.»
Leone seppe che se avesse preso quella mano bianca e morbida sarebbe andato fino
in fondo. Chi glielo impediva? Nessuno, eppure sapeva che non era la cosa giusta. Lo
sentiva nello stomaco.
Con il sangue che gli martellava le tempie, lo sguardo fisso e la bocca secca, si alzò
in piedi e fece un passo indietro.
«Non posso, scusatemi» disse con voce roca. Girò sui talloni e stava per uscire
dalla portafinestra, quando Socorro disse, in tono piatto: «Se non torni subito indietro
mi metto a chiamare aiuto».
«Non lo farete.»
Lei stirò le labbra in un sorriso cattivo. «Mettimi alla prova.»
In quegli occhi neri Leone vide qualcosa che non si aspettava. L’idea di accusarlo la
eccitava, quanto e forse più di quella di fare l’amore con lui. Glielo leggeva in faccia.
«Perché volete farmi questo?»
Lei scrollò le spalle. «Devo averti» rispose semplicemente.
Continuando a fissarlo, fece un passo indietro. Leone la seguì.
«Ti piacerà, vedrai» disse Socorro, guidandolo verso il letto.
XII

Una volta entrati nel Mar dei Caraibi, dalla flotta si distaccarono i galeoni diretti in
altri domini spagnoli d’oltremare: Cuba, Puerto Rico, Hispaniola e Honduras. Ma la
maggior parte delle navi una mattina di agosto arrivò in vista del porto di Veracruz, in
Messico.
Marinai, soldati e passeggeri erano esausti, anche perché il viaggio era durato quasi
un mese più del previsto, a causa di una tempesta che aveva danneggiato alcune navi,
obbligando la flotta a una sosta forzata di oltre venti giorni nell’isola della Martinica.
Ma l’eccitazione a bordo era palpabile. In tutto il mondo, dicevano i marinai, non c’era
uno spettacolo comparabile con la fiera di Veracruz, che iniziava tutti gli anni all’arrivo
della flotta e durava oltre un mese. Dopo tutto quel tempo in mare, Leone era felice e
quasi commosso all’idea di toccare di nuovo la terraferma. Ma aveva altro per la testa
che i divertimenti della fiera.
Doveva sottrarsi al ricatto di Socorro.
Al loro primo incontro ne erano seguiti altri, ma proprio il giorno precedente
avevano rischiato di farsi scoprire, perché lei non lo lasciava andare e a un certo punto
avevano sentito i passi del marito che tornava dalla partita a scacchi. Leone era fuggito
dalla portafinestra appena in tempo.
Non le aveva mai parlato della miniera né del proprio passato, limitandosi a dire
che la sua famiglia era andata in rovina e lui aveva deciso di partire per il Nuovo
Mondo in cerca di fortuna.
Pochi giorni prima Socorro gli aveva proposto di entrare al suo servizio, dicendo
che non sarebbe stato difficile convincere il marito ad assumere un bravo scrivano. Da
quello che aveva sentito, in Messico c’era penuria di gente capace di leggere e
scrivere.
Leone aveva rifiutato con gentilezza, dicendo di essere diretto a El Durazno, un
villaggio che a quanto ne sapeva non era troppo lontano da Charcas, dove andava lei.
«Come mai? C’è qualcuno che conosci?»
«Uno zio prete che si è offerto di aiutarmi per i primi tempi, finché non troverò
qualcosa da fare.»
«Allora una volta sbarcati faremo il resto del viaggio insieme. Porifirio dice che è
pericoloso, per via di pirati e banditi. Con noi sarai al sicuro e troveremo anche il
tempo per divertirci.»
Leone aveva rifiutato ancora e lei lo aveva fissato in quel suo modo che sembrava
dire: “Farai quello che voglio io, che ti piaccia o no”.
A letto, Socorro era più inventiva delle prostitute che frequentava a Napoli con i
suoi amici, e a differenza di loro non fingeva la passione. Ma Leone sapeva di essere
per lei un giocattolo del quale non avrebbe esitato a liberarsi, quando le fosse venuto a
noia. E se fossero stati scoperti dal marito, non dubitava che Socorro avrebbe pianto e
l’avrebbe accusato di violenza, proprio come aveva minacciato di fare la prima volta.
Inoltre fare l’amore con lei, benché appagante da un punto di vista fisico, non faceva
altro che risvegliare la sofferenza per il fatto che non avrebbe mai più rivisto la donna
che amava. Il pensiero di Lisa, perduta per sempre anche se in Messico la fortuna gli
avesse arriso nel modo più completo, continuava a intristirlo.
Doveva troncare la relazione con Socorro, e lo avrebbe fatto non appena arrivati in
porto. Non era più povero in canna come quando era fuggito da Napoli. Una volta
sbarcato e presa la paga, avrebbe cercato un posto sulla prima nave diretta a San Luis
de Tampico, alla foce del fiume Pánuco, da dove poi avrebbe proseguito via terra per
San Luis Potosí e infine per El Durazno.
Intanto sarebbe passato del tempo e con un po’ di fortuna Socorro si sarebbe trovata
un altro amante. Poi, se e quando avesse avuto bisogno di don Porfirio, per la
concessione della miniera o per altre faccende burocratiche, avrebbe fatto in modo di
avere a che fare solo con lui. Bisognava pazientare solo fino a sera.
Superando la massiccia fortezza di San Juan de Ulúa, che difendeva la città dagli
attacchi dei pirati, la Capitana e l’Ammiraglia spararono una salva di cannoni, il forte
rispose a tono e l’aria si riempì di un rumore assordante. Più si avvicinavano, più si
precisava la folla inverosimile che attendeva il loro arrivo. Leone aveva creduto solo a
metà ai racconti dei marinai. Gli avevano parlato di una enorme quantità di gente, ma
lui veniva da Napoli, era cresciuto in mezzo alla folla. Tuttavia, man mano che si
avvicinavano ai moli, riconosceva che i marinai non avevano esagerato. Anzi, erano
stati persino al di sotto della realtà.
La città fondata più di un secolo prima da Hernán Cortés con il nome di Villa Rica
de la Vera Cruz era molto meno vasta di quanto la sua fama facesse supporre. Oltre le
costruzioni e i magazzini del porto si distingueva una piazza con una cattedrale,
circondata da gruppi di case squadrate a uno o due piani, dipinte di bianco e qualche
volta di azzurro, con i tetti a terrazza. Le strade polverose erano dritte, perpendicolari
tra loro e formavano una griglia senza quasi nessuna curva.
Ma l’impressione di ordine finiva lì. In quel momento tutto lo spazio disponibile,
intorno alle case e alle baracche di legno, nelle strade e nelle piazze, era riempito da
una folla inverosimile che arrivava fino ai moli, dove pur non potendo più avanzare
continuava a spingere. Leone vide cadere in acqua, in pochi minuti, almeno un centinaio
di persone.
Le manovre di attracco richiesero tutti gli uomini disponibili e furono molto
laboriose, anche per via del chiasso indiavolato che saliva da terra e rendeva più
difficile coordinare gli ordini. Per prima cosa a bordo di tutte le navi salirono i
funzionari incaricati di controllare il carico e incassare le tasse portuali. Poi fu dato
l’ordine ai navíos de aviso di tornare in Spagna con la corrispondenza urgente e la
notizia del felice arrivo della flotta. Infine ebbero inizio le operazioni di scarico.
La compravendita e le contrattazioni cominciarono già sui moli, e molte merci non
arrivarono neppure fino ai magazzini. I cavalli, le sciabole, i panni di Fiandra, pistole,
archibugi, calici in vetro di Venezia, specchi ornati e tutte le altre mercanzie di
contrabbando trasportate dall’ammiraglia furono vendute alla luce del sole sotto gli
occhi dei funzionari governativi, i quali evidentemente avevano un loro tornaconto.
Leone registrò ogni cosa restando sulla nave, perché il molo era impraticabile.
Quando finalmente la folla si diradò, sbarcarono i passeggeri. Don Porfirio e la
moglie con il loro seguito di servi e ancelle furono scortati dai soldati a casa
dell’alcalde mayor di Veracruz, dove sarebbero stati graditi ospiti fino alla loro
partenza per San Luis de Tampico in una nave di piccolo cabotaggio. Attraversando il
ponte al braccio del marito Socorro non lo degnò neppure di un’occhiata, come se non
si conoscessero, e Leone gliene fu grato. Se non altro, sapeva fingere in modo
convincente. Ma il sorriso soddisfatto che per un attimo le aleggiò sul volto mentre gli
passava accanto non gli piacque. Si lambiccò il cervello pensando a cosa poteva aver
ordito alle sue spalle, senza trovare una risposta.
Al crepuscolo, mentre la città cominciava a illuminarsi di fuochi e lanterne e dalle
strade salivano suoni di musica e danze, arrivò il momento di riscuotere la paga. I
marinai non stavano nella pelle dalla voglia di sbarcare e per quel motivo erano
attentissimi a mantenere la disciplina. Nessuno voleva rischiare di restare consegnato a
bordo per punizione.
Fecero un tuffo nell’acqua del porto, per togliersi di dosso polvere e sudore,
indossarono camicie e brache pulite e si misero in fila davanti al signor Puig per
ricevere la paga. Quando venivano chiamati facevano un passo avanti e ripetevano
nome, cognome e qualifica. Il nostromo controllava sul registro, detraeva le multe che
molti di loro avevano accumulato per mancanze di vario genere, i debiti, i piccoli
anticipi già riscossi durante il viaggio, poi dava l’ordine di pagare a uno scrivano
seduto a un banchetto con sopra pile di monete d’argento e di rame.
Leone non aveva multe né debiti da saldare, e ritirò centosessantaquattro real
d’argento, in venti pezzi da otto e quattro da uno, una somma che suscitò gli sguardi
invidiosi di molti, soprattutto di quei marinai che durante il viaggio si erano giocati
quasi tutta la paga, tra cui Juan e il marinaio dai capelli bianchi e dal fazzoletto azzurro
in testa, che era un suo grande amico.
A terra, Leone avrebbe dovuto fare molta attenzione. Sapeva perfettamente che Juan
non aveva rinunciato a vendicarsi.
Appese alla cintura la borsa con il denaro, poi la rigirò e la infilò dentro i calzoni.
Lasciarla appesa fuori significava invitare i ladri. Stava per farsi da parte e lasciare il
posto all’uomo alle sue spalle, quando il nostromo gli disse: «Devo parlarti. Non
andare via».
«Signorsì, aspetterò.»
Curioso e un po’ preoccupato, Leone andò a sedersi su una gomena arrotolata, in un
angolo fuori vista tra due cannoni, e attese che la fila si esaurisse. Quando tutti i marinai
furono scesi a terra e lo scrivano cominciò a riporre le monete secondo la pezzatura in
sacchetti di colore diverso, si alzò in piedi e andò verso il nostromo.
«Eccomi. Cosa volevate dirmi?»
Il signor Puig sorrise, benevolo. «Ho una buona notizia per te» disse. «Non devi più
cercarti un imbarco per Tampico. Il tuo passaggio è già pagato.»
Leone capì immediatamente cos’era successo. Rivide il sorriso di Socorro al
momento dello sbarco e dovette fare uno sforzo per fingere meraviglia. «Già pagato? E
da chi?»
Il nostromo gli mise una mano sulla spalla. «Sei un giovane fortunato. Sembra che
don Porfirio, invece di odiarti perché non ti sei gettato in mare a salvarlo, ti abbia
preso in simpatia. Quando ha saputo che anche tu sei diretto a San Luis Potosí ha deciso
di offrirti un passaggio sulla sua stessa nave. E mi ha incaricato di dirti che farai anche
il viaggio via terra con loro. Tutto a spese sue.»
Leone non aveva nessuna intenzione di salire su quella nave, ma non poteva dirlo al
signor Puig. Cercò di sorridere, con un risultato penoso.
«C’è qualcosa che non va?»
Leone allargò le braccia. «Sono solo sorpreso da questa gentilezza» disse. «Non me
l’aspettavo.»
«Come ho detto, sei fortunato. Ora vai a divertirti, te lo sei meritato.»
Leone scosse la testa. «Non intendo usufruire della libera uscita» disse. «Chiedo il
permesso di restare a bordo con gli uomini di guardia.»
Il nostromo gli rivolse uno sguardo inquisitore. «Sul serio? Non ho mai conosciuto
un marinaio che arrivando in porto dopo mesi di navigazione non volesse scendere a
terra. Temi qualcosa? Forse posso aiutarti.»
Leone scrollò le spalle. «Preferisco sbarcare domani. Grazie dell’offerta,
comunque.»
«Come vuoi. Permesso accordato.»
Leone si diresse a prua, verso la cucina della nave. I marinai costretti a restare a
bordo per i turni di guardia avrebbero riso di lui, ma non gli importava. Preferiva non
correre il rischio di fare brutti incontri a terra, ora che era così vicino alla meta. Inoltre
aveva bisogno di solitudine e concentrazione. Non sarebbe stato facile escogitare uno
stratagemma che gli permettesse di rifiutare l’offerta di don Porfirio senza offenderlo.
Dopo una lauta cena a base di maiale fritto, pane fresco e verdure, innaffiata da vino
abbondante, andò a prendere la sua branda dal cassone dell’impavesata e si diresse nei
sottoponti. La stiva dei cavalli senza gli animali sembrava un luogo estraneo, freddo.
Restava l’odore, la paglia da togliere e il pavimento da lavare, ma Leone si sorprese di
quanto la presenza dei cavalli avesse contribuito a dare vita e calore a quello stanzone
buio. Srotolò la branda, la legò agli appositi ganci e vi salì. Finché restava sulla nave si
sentiva protetto, al sicuro.
Ma non riuscì a addormentarsi. Una volta sbarcato avrebbe dovuto affrontare il
compito per il quale era venuto, e temeva di non esserne all’altezza. Non sapeva nulla
di miniere e di attività estrattive, non conosceva le leggi locali, e i real d’argento che
gli pesavano nella borsa erano una goccia nel mare per un progetto così ambizioso.
Dove avrebbe trovato il resto?
Pensò se non gli convenisse davvero accettare l’offerta di don Porfirio. Non avrebbe
speso nulla per il viaggio, e se si fosse impiegato presso di lui in qualità di scrivano,
nel tempo libero avrebbe potuto lavorare al suo progetto. Magari Socorro l’avrebbe
aiutato.
No. Quella relazione doveva finire. Non poteva continuare a rimpiangere Lisa per
tutta la vita, doveva farsene una ragione e andare avanti. Ma non subito e non con
Socorro, di questo era certo. Non doveva più permetterle di interferire nella sua vita. Si
rimise a pensare a un sistema per rifiutare che gli permettesse di non offendere
l’alcalde, ma quando i primi marinai di ritorno accesero una lanterna per non
inciampare nel buio, non l’aveva ancora trovato.
Poco alla volta, tornarono tutti. Erano ubriachi, ma riuscivano a contenersi.
L’ammiraglia era pur sempre una nave da guerra, e la disciplina di bordo era
inflessibile anche in porto. Un uomo troppo sbronzo per riuscire a camminare fu portato
a spalle dai compagni, i quali srotolarono la sua branda, la legarono e lo misero a
dormire. Tornarono anche Juan e i suoi amici. Leone li osservò fingendo di dormire.
C’era anche Manuel, il giovane mozzo. Lui e Juan si tenevano per mano. Era strano
vedere sul viso brutale di Juan un’espressione quasi di tenerezza.
Quando furono rientrati tutti, qualcuno spense le lanterne e presto gli unici rumori
furono i soliti cigolii di corde e il russare dei marinai. Leone si accorse di essersi
addormentato solo quando si risvegliò di colpo, gli occhi aperti nel buio. Allungò
subito una mano a tastare la borsa di monete e avvertì un fiotto di sollievo trovandola al
suo posto dentro i calzoni. Aveva la sensazione che stesse accadendo qualcosa di
strano, ma non sapeva cosa. Poi lo capì.
Non russava più nessuno.
In tutto il tempo trascorso sulla nave non ricordava che fosse mai successo. Tese le
orecchie, e al disopra dello sciacquio delle onde sulle fiancate e degli schiocchi del
legno, udì alcuni deboli rumori. Piedi nudi sul pavimento della stiva. Diversi piedi, di
sicuro più di due. Non gli piaceva. Si preparò a scendere dalla branda per cercare di
capire cosa stava succedendo, ma a un tratto mani forti gli afferrarono le mani e i piedi,
uno straccio sporco gli riempì la bocca e corde ruvide gli graffiarono la pelle. In pochi
istanti si ritrovò imbavagliato e appeso per i polsi a uno dei bagli del soffitto.
Nel buio temperato solo dal riflesso delle luci del porto che entrava dai portelli,
vide la testa quadrata, la barba e i capelli ricci di Juan Moreno, che lo fissava con un
ghigno feroce.
«È arrivata la resa dei conti» sussurrò il marinaio. Infilò una mano nei calzoni di
Leone ed estrasse la borsa, tagliando con un colpo secco della sua navaja il cordone
che la teneva legata alla cintura. «Hai lavorato tanto, hai risparmiato, e ora noi ti
prendiamo tutto» disse. «Anche la vita. Volevo che mi vedessi in faccia, prima di
lasciare questo mondo.»
«Juan, mi hai promesso di non ucciderlo» disse qualcuno alle sue spalle. Leone
riconobbe la voce di Manuel.
«Deve morire» disse Juan, con una specie di fatalismo, sollevando il coltello.
«Ti prego, hai promesso. Abbiamo il suo denaro, lascialo vivere.»
«Juan, dobbiamo andare» sussurrò il marinaio dai capelli bianchi, avvicinandosi.
«Abbiamo già perso troppo tempo. È pericoloso.»
Aveva tra le mani una decina di piccole borse piene di soldi, e le gettò in una sacca
che Manuel teneva aperta. Leone comprese perché nessuno russava. Gli altri erano tutti
morti oppure svenuti dopo una botta in testa.
Il mozzo si mise la sacca a tracolla, prese la mano libera di Juan e cercò di
trascinarlo via. Sembrò che Juan si lasciasse convincere. Poi con uno scatto si voltò
verso Leone e gli piantò il coltello nella pancia.
XIII

Un pomeriggio di fine novembre, mentre tornava al piccolo appartamento che ora


chiamavano casa, nella via Soprammuro, Concetta vide Lisa che scendeva lungo la
strada. Attese che si avvicinasse e quando fu certa che il suo gesto sarebbe stato notato,
voltò la testa senza salutarla. Poi continuò a camminare.
Per un’ironia della sorte anche Lisa era finita a vivere in quella strada, a ridosso
delle mura aragonesi da cui prendeva il nome. Abitava nella parte alta, vicino a Porta
Nolana, mentre Concetta stava un po’ più in basso, a pochi passi dalla chiesa
dell’Immacolata e San Gioacchino.
La prima volta che si erano incrociate, Lisa era al braccio del gabelliere
cinquantenne che aveva sposato, un uomo robusto, con la testa rasata, i baffi grigi a
manubrio e la spada al fianco che la sua professione gli dava il diritto di portare.
Concetta le aveva sorriso preparandosi a salutarla, ma lei aveva guardato fisso davanti
a sé, come se non la conoscesse. Concetta non gliel’aveva perdonato e si faceva un
punto d’onore di voltare la testa ogni volta che la vedeva. Era convinta che Lisa ce
l’avesse con loro per il matrimonio che le era toccato in sorte dopo la fuga di Leone.
Suo padre non aveva coronato il sogno di farle sposare un nobile e lei alla fine si era
dovuta accontentare del primo venuto. Ormai sfiorava i venticinque anni: se avesse
aspettato ancora sarebbe rimasta zitella.
Concetta tuttavia non capiva cosa avesse da lamentarsi. Anche se non aveva potuto
sposare l’uomo che amava e aveva dovuto adattarsi a vivere in un appartamento invece
che in un palazzo, si trattava comunque di un appartamento bello e grande. Aveva un
servo che poteva mandare per commissioni o utilizzare per spaccare la legna, una balia
che si prendeva cura del figlio piccolo e una fantesca che lavava, cucinava e andava a
prendere l’acqua alla fonte. Concetta e sua madre invece erano precipitate a un livello
in cui dovevano occuparsi di tutto da sole senza nessun aiuto. In quanto a suo padre, non
faceva nulla. Si era barricato dietro i suoi libri e leggeva tutto il giorno, seduto su una
sedia impagliata accanto al camino.
Al tramonto Concetta arrivava sempre a casa distrutta e con il mal di piedi. Ma
quella sera doveva ignorare la stanchezza e fare di tutto per apparire fresca e bella.
In casa faceva freddo quasi come fuori. Dovevano economizzare anche la legna, e
nel camino ne mettevano solo il minimo necessario per mantenere il fuoco acceso.
Andò nella sua stanza e aprì la lunga cassa di legno dentro la quale teneva i pochi
vestiti che era riuscita a salvare dal pignoramento. Li esaminò con cura, per assicurarsi
che non fossero stati attaccati dalle tarme o dagli scarafaggi. Li trovò in perfetto stato e
non se ne sorprese. Li trattava meglio di quanto trattasse se stessa. Cominciò a tirarli
fuori uno a uno. Quello porpora, quello verde scuro... Ciascun abito le ricordava
qualcosa, ma non era per pensare al passato che aveva aperto la cassa. Aveva un invito
importante, doveva essere splendente.
Scelse una veste di seta a motivi gialli e celesti, con un corpetto dalla scollatura
profonda, calze di lana fine, polsini di trine e scarpe dal tacco alto. Ma prima di
cambiarsi andò nella stanza che serviva da cucina, soggiorno e sala da pranzo. L’idea
che tra una ventina di giorni avrebbero festeggiato il loro primo Natale in quel buco
fetido la riempiva di tristezza. Sua madre stava tagliando a pezzi un cavolfiore già cotto
sul piano in mattoni che correva lungo il muro, dal lato opposto a quello in cui si
trovava il piccolo camino. Suo padre, seduto sulla sua seggiola accanto al fuoco,
leggeva un trattato di astronomia. Non faceva nulla tutto il giorno, a parte leggere e
diventare ogni giorno più apatico.
Concetta prese la grossa anfora di stagno in cui tenevano l’acqua e ne versò una
buona parte in un mastello di legno. Mentre aggiungeva del sale grosso, sua madre
disse, senza voltarsi: «Lasciami un po’ d’acqua per lavare i piatti, per favore».
«Sono io che vado a prenderla alla fontana tutti i giorni come una serva, no?» scattò
Concetta. «Ho il diritto di usarla come mi pare.»
Solo poco tempo prima quel tono sarebbe stato impensabile. Suo padre finse di non
aver udito, o forse non aveva udito davvero, estraniato com’era dal mondo che lo
circondava. Sua madre non rispose. Prese i pezzi di cavolfiore e li mise in una teglia
rotonda di terracotta appena unta d’olio.
«Scusatemi, mamma» disse Concetta. «È che non ce la faccio più. Sapete che oggi è
aumentato ancora il prezzo del pane? Costa un tornese in più al rotolo.»
Il rotolo era la misura di peso prevalente a Napoli per le cibarie.
«È colpa di Breda» disse suo padre, da dietro il libro.
«Breda?»
«Una città delle Fiandre sotto il dominio della Spagna» precisò Angelo.
«Quest’anno gli olandesi l’hanno assediata e gli spagnoli avevano bisogno di denaro
per mandare truppe di rinforzo. Così hanno aumentato ancora tasse e gabelle.»
Concetta annuì. Nella sua vita di prima, sapeva appena cosa fossero le gabelle. Ora
lo aveva imparato sulla sua pelle. Erano le imposte che bisognava pagare per far
entrare qualsiasi prodotto dentro le mura di Napoli. Più crescevano le gabelle, più chi
doveva pagarle, cioè panettieri, vinai, macellai, verdurai, calzolai, cioè chiunque
rivendeva o produceva una merce, era costretto ad aumentare i prezzi. E si finiva a farsi
la guerra tra poveri.
«Spero che l’assedio finisca presto» disse. «Magari allora i prezzi scenderanno.»
Si sedette su una sedia impagliata e immerse i piedi nel mastello con acqua e sale. Il
morso del freddo la spinse a ritirarli, ma resistette. Quella sera avrebbe dovuto ballare,
e non poteva farlo con i piedi gonfi. Aveva imparato che tenendoli nell’acqua gelida
abbastanza a lungo, i piedi si sgonfiavano e la stanchezza diminuiva.
«L’assedio è finito l’11 ottobre, quasi due mesi fa» commentò suo padre. «Gli
spagnoli hanno perso e Breda ora fa parte delle Province Unite olandesi. Ma la guerra
continua, c’è la Francia che preme. Credo che gabelle e prezzi saliranno ancora.»
«Più di così non è possibile» disse sua madre. «Ci sarà una rivolta.»
Angelo chiuse il libro. «Ora vi sembra tutto ingiusto» disse. «Ma ricordiamoci che
noi siamo nobili. Quando torneremo nel nostro palazzo toccherà anche a noi dare il
nostro contributo agli spagnoli. E una parte di quei soldi occorre che li paghi anche il
popolo.»
Concetta e sua madre si scambiarono uno sguardo. Angelo parlava tutti i giorni del
loro ritorno alla vita di prima, era l’unico argomento che gli interessava più dei suoi
libri.
«Quando arriverà quel giorno ci penseremo» disse Matilde. «Ora ci converrebbe
che i prezzi scendessero. Così Concetta potrebbe lavorare un po’ meno.»
Concetta mosse i piedi nell’acqua e non disse nulla. Stava imparando cosa voleva
dire non vedere mai nessuna possibilità di miglioramento all’orizzonte. Più che la
stanchezza fisica era quella mancanza di prospettive a darle la sensazione di non avere
più la forza di andare avanti.
Sua madre si voltò a guardarla. Al contrario di Angelo, che era invecchiato di dieci
anni in pochi mesi, Matilde Baiamonte non sembrava aver risentito troppo dei rovesci
di fortuna. Lo sguardo fiero e il fisico slanciato facevano dimenticare la pelle un po’
floscia sotto il mento, le rughe ai lati degli occhi e della bocca e le ciocche grigie tra i
capelli, ora che non aveva più il denaro per tingerli.
«Dobbiamo resistere» disse, seria. «Presto arriverà l’argento che Leone ha
promesso di mandarci.»
«Leone, sempre Leone» ribatté Concetta, scrollando le spalle. «Pensate sempre e
solo a lui.»
Sua madre si avvicinò al camino, dove in una pentola annerita bolliva una minestra
d’orzo. Con una paletta di ferro raccolse un po’ di brace in un piccolo braciere di
terracotta, che portò sul piano in mattoni. Versò sui pezzi di cavolo un po’ di pecorino
grattugiato misto a briciole di pane, coprì la teglia e la mise sul braciere a scaldarsi.
«Penso a lui perché è lontano» disse poi. «Non perché mi importi più di lui che di
te. Mi chiedo se è in salvo, se sta bene. Mi basterebbe ricevere una lettera, nient’altro.»
Prima di partire Leone aveva promesso che, quando ne avesse avuto la possibilità,
avrebbe mandato sue notizie presso la chiesa di Sant’Agostino Maggiore, nella zona di
Forcella. Era la chiesa da cui tanti anni prima era partito lo zio Mariano. Sua madre in
quei mesi era andata almeno dieci volte a chiedere se fosse arrivata una lettera per lei,
ma la risposta era stata sempre negativa.
«Anch’io desidero che sia in salvo» disse Concetta. «Ma non credo che vedremo
mai quell’argento. Dobbiamo contare solo sulle nostre forze.»
Sua madre sospirò. «So quanto ti dobbiamo. Solo grazie al tuo lavoro non siamo
costretti a chiedere l’elemosina. Ma per quanto tu possa consumarti la vista con ago e
filo in casa di quella sarta, non guadagnerai mai abbastanza per risollevarci dalla
miseria.»
«Con l’argento di Leone, invece, compreremo palazzi e carrozze» disse Concetta,
sarcastica.
«Ricompreremo il nostro palazzo» disse suo padre, alzando gli occhi dal libro.
«Mio cugino sa quanto ci tenevamo, per questo ha voluto privarcene. Ci odia da prima
che Leone uccidesse suo figlio, anche se non ho mai capito cosa gli abbiamo fatto.»
Concetta notò qualcosa negli occhi di sua madre. Fu solo un attimo, ma le sembrò
un’espressione di dolore colpevole. Matilde si voltò e scoperchiò la teglia.
Nessuno parlò più. Concetta mosse i piedi nel mastello per sciogliere il sale che si
era depositato sul fondo. Mentre nell’aria si diffondeva odore di cavoli, si chiese se
quella sarebbe stata la sera giusta. Era ora che la fortuna girasse un po’.
Superati lo sfratto e i primi tempi durissimi, una ricca famiglia borghese l’aveva
assunta come maestra di musica per i bambini, la domenica pomeriggio. Lei che non
aveva mai amato le ore trascorse al clavicembalo, adesso era grata di avere un mezzo
per guadagnarsi il pane.
Ma un pomeriggio alla settimana, unito a quel poco denaro che avevano ancora, non
bastava a mantenere la famiglia. Soprattutto ora che i prezzi sembravano crescere di
giorno in giorno. Per questo Concetta aveva trovato un altro impiego, come cucitrice
presso una sarta da cui si servivano nobildonne e gente importante. I bei vestiti le erano
sempre piaciuti e ora che non poteva più acquistarli il fatto di aiutare a produrli le dava
comunque l’impressione di non essere troppo lontana da quello che considerava ancora
il “suo” mondo.
Anche per quel motivo continuava a usare i pochi vestiti di pregio che le erano
rimasti. Li indossava la domenica mattina per andare a messa, il pomeriggio alla sua
lezione di musica, a volte anche solo per andare al mercato. Non lo faceva solo per
l’orgoglio di mostrare alla gente che i Baiamonte, anche se decaduti, mantenevano il
decoro, ma anche perché non aveva rinunciato all’idea di trovare un marito facoltoso.
La chiesa soprattutto era un ottimo luogo d’incontro. Quasi tutte le ragazze da marito di
Napoli andavano a messa vestite in modo da attirare le attenzioni maschili, nonostante
la finzione di modestia rappresentata dal velo sulla testa, e lei non faceva eccezione.
Per questo usciva sempre ben vestita e non degnava di un’occhiata i giovani del
quartiere, un atteggiamento che le era valso il soprannome di “Baronella”, come dire
una baronessa da ridere. Quando aveva sentito quel nome per la prima volta aveva
pianto, poi lo aveva accettato e ora lo portava quasi con orgoglio.
La sera tornava a casa distrutta dal lavoro e dal tempo passato a percorrere a piedi
le infinite salite e discese di Napoli. Ormai non ricordava neppure più cosa si provasse
a guardare la strada dal finestrino di una carrozza. Faceva una vita che il giorno del suo
ultimo compleanno non avrebbe mai creduto possibile, e potevano permettersela solo
grazie al fatto che Terrasecca non sapeva nulla dei suoi due impieghi. Altrimenti
avrebbe voluto mettere le mani anche su quel poco denaro.
Erano andati a vivere in un buco che costava undici ducati l’anno, la metà del salario
di un manovale. Mangiavano pane, formaggio, frutta e verdura e solo di rado si
permettevano di acquistare un po’ di carne di maiale o di manzo. Tuttavia il vino in
tavola non mancava mai. Era una cosa sulla quale Concetta non transigeva. Una caraffa
di asprino d’Aversa costava solo nove grana, e dopo il secondo bicchiere la vita
prendeva un aspetto meno triste. I suoi genitori la guardavano con preoccupazione
quando a volte dopo cena si concedeva il terzo bicchiere, ma non dicevano nulla. Era
lei che manteneva la famiglia e aveva diritto a qualche piccolo piacere.
Tuttavia era vero che il suo lavoro di cucitrice non sarebbe mai bastato a permettere
loro una vita migliore. L’invito di quella sera forse poteva cambiare le cose.
La famiglia presso cui Concetta insegnava musica dava una festa e aveva invitato
anche lei, per tenere compagnia ai figli. Concetta sapeva come comportarsi. Sarebbe
stata con i bambini, avrebbe sorriso ma senza mai fissare qualcuno in particolare e
avrebbe atteso di essere notata. Poi tutto sarebbe venuto da sé. Se un uomo l’avesse
invitata a ballare, i suoi datori di lavoro non le avrebbero negato il permesso. Da un
ballo o due con la persona giusta potevano nascere grandi cose.
E comunque, era la prima festa a cui partecipava, dalla sera disgraziata del suo
compleanno. Era decisa a godersela.
Tolse i piedi dall’acqua, li asciugò e tornò nella sua stanzetta per vestirsi. Dedicò
particolare attenzione ai capelli, scegliendo una pettinatura semplice e pratica, senza
boccoli e senza troppe forcine, adatta alla sua nuova condizione sociale. Come ultimo
tocco, dopo la cipria e il belletto, applicò un piccolo neo di seta tra l’occhio e la
tempia, nel punto che stava a significare un carattere passionale. Non aveva dimenticato
il linguaggio dei finti nei, che andava molto di moda in società.
Quando uscì dalla stanza, avvolta in un mantello pesante, con un paio di zoccoli ai
piedi e le scarpe in una borsa di tela appesa al braccio, per non sporcarle lungo la
strada, i suoi stavano per sedersi davanti al piatto di cavoli. Suo padre la fissò a bocca
aperta, come se fosse un’apparizione.
«Dove stai andando?» chiese.
«A una festa, papà.»
«Chi ti accompagna?»
Concetta sospirò. «Nessuno. È già molto che mi abbiano invitata, non volevo
chiedere che mi venissero a prendere. Anche perché non voglio che vedano dove
abitiamo.»
Angelo guardò la moglie, la quale non disse nulla, poi tornò a rivolgersi a lei.
«Vorresti uscire da sola di sera? Niente da fare. Torna in camera tua a cambiarti, poi
vieni a cena.»
Concetta sentì salire il sangue al viso.
«Voi avete perso il diritto di darmi ordini il giorno in cui avete mandato in rovina la
nostra famiglia» ribatté, con la voce roca dalla rabbia. «Non aspettatemi alzato, farò
tardi.»
Gli passò accanto senza guardarlo e uscì nella strada fangosa. Se avessero avuto una
porta decente si sarebbe presa il gusto di sbatterla, ma era talmente malandata che
rischiava di spaccarsi. E poi sarebbe toccato a lei pagarne una nuova. Per fortuna non
pioveva, perché non aveva neppure il denaro per una carrozza a noleggio.
XIV

Lisa de Gennaro aveva chiamato Antonio il suo bambino, come suo padre e come
l’uomo che era stata costretta a sposare. L’aveva fatto per proteggerlo. Pensava che i
due uomini si sarebbero inteneriti di fronte a un essere indifeso che portava il loro
nome, e pur maltrattando lei avrebbero amato, o almeno non odiato, suo figlio. Ma non
era andata così.
Suo padre non aveva neppure avuto bisogno dell’influenza negativa della matrigna,
per comprendere che una figlia disonorata e un nipote illegittimo non favorivano in
nessun modo le sue ambizioni sociali. Così aveva cercato e trovato un uomo
rispettabile ma non troppo schizzinoso, disposto a prendersi la figlia incinta in cambio
di una cospicua dote e di una cifra mensile.
Sposandosi, Lisa aveva perso il proprio cognome, assumendo quello del marito.
Adesso era Lisa Mazzella e per la famiglia de Gennaro era come se non esistesse più.
In quanto ad Antonio Mazzella, il gabelliere, si comportava con lei come se fosse
stato costretto ad acquistare una merce avariata. Dopo sposati l’aveva portata a vivere
in casa sua, a pochi passi da Porta Nolana. Lisa non aveva fatto fatica a adattarsi agli
spazi ristretti di un appartamento. In fin dei conti anche se prima viveva in un palazzo,
la sua vita si concentrava nelle poche stanze libere dalla presenza della matrigna. Il
fatto che il piccolo Antonio, detto Tonino per distinguerlo dal padre, fosse nato solo sei
mesi dopo il matrimonio non aveva creato scandalo nel quartiere. La gente immaginava
che avessero “combinato il guaio” prima di sposarsi e che avessero dovuto affrettare le
nozze. Niente di grave, succedeva continuamente. Lisa andava d’accordo anche con la
balia e con la coppia di servitori al servizio del marito e la vita in casa sarebbe potuta
essere armoniosa, se non felice. Ma era lui a non volerlo.
Nessuno l’aveva costretto a sposarla, era una decisione che aveva preso
liberamente, promettendo di avere cura di lei e del bambino e di non rivelare mai a
nessuno la verità, meno che mai al piccolo. Ma dopo qualche mese il rancore per
essersi dovuto prendere quella che chiamava “la puttana di un altro” aveva preso il
sopravvento sulle promesse. Aveva cercato più volte di farle confessare chi era il
padre, ma Lisa non l’aveva rivelato neppure ai suoi e certamente non l’avrebbe detto a
lui.
Le cose erano peggiorate dopo la nascita di Tonino. C’erano stati problemi nel parto
e la levatrice aveva consigliato di chiamare un medico. Il medico le aveva praticato un
parto cesareo, asportandole l’utero, dopodiché aveva spiegato a suo marito che Lisa
non avrebbe più potuto avere figli.
Quella era stata la goccia che aveva fatto traboccare il vaso. Non solo il gabelliere
Antonio Mazzella doveva accollarsi il figlio e la puttana di un altro, ma non avrebbe
neppure potuto avere dalla moglie un figlio proprio. Era stato allora che aveva
cominciato a picchiarla.
Lisa aveva sopportato in silenzio. Le ingiurie e le botte erano il prezzo da pagare per
non essere stata costretta a entrare in convento e ad abbandonare suo figlio. Ma un
giorno lui aveva esagerato e aveva temuto di morire. Aveva provato a immaginare cosa
sarebbe successo a Tonino se fosse rimasto orfano e si era convinta a chiedere aiuto. Si
era presentata alla porta della sua vecchia casa con la faccia gonfia e piena di lividi e
aveva raccontato tutto a suo padre. Lui almeno in quell’occasione l’aveva difesa,
trovando subito il modo migliore per costringere il marito a rispettare i patti. Gli aveva
scritto una lettera, dicendo che se fosse successo ancora avrebbe sospeso per sempre la
cifra mensile che gli passava. Da allora non c’erano più state botte ma solo continue
umiliazioni.
Per mantenere lei e il bambino Antonio spendeva il meno possibile e in casa la
trattava come una serva. L’unica cosa che le aveva concesso era stata una donna che
l’aiutasse con il piccolo, ma l’aveva fatto solo perché voleva tenere Tonino il più
possibile lontano da lei. E ovviamente non lo voleva tra i piedi quando dovevano
uscire insieme.
Quel pomeriggio però Lisa si era imposta e lui aveva dovuto cedere. Era il 17
gennaio, la festa di Sant’Antonio abate, il santo di cui i due maschi della famiglia
portavano il nome. Lisa aveva detto che li avrebbe accompagnati entrambi davanti al
grande falò che si accendeva fuori dalla chiesa dedicata al santo, nel quartiere
omonimo, oppure sarebbe rimasta in casa. Nel giorno del suo primo onomastico, suo
figlio non sarebbe stato derubato della festa che gli spettava.
Si preparò con cura per uscire. A suo marito piaceva far bella figura in pubblico con
una moglie giovane e bella al proprio fianco, e lei faceva del suo meglio per non
deluderlo. Era parte dei suoi doveri di moglie, ma lo faceva anche per se stessa, per
ricordare, almeno in poche occasioni, la donna che era stata.
Uscirono a piedi in un piccolo corteo: lei al fianco del marito, la balia subito dietro
con il bambino in braccio e per ultimo il servo armato di bastone. Con la spada al
fianco e avvolto nel ferraiolo, da cui uscivano solo le gambe robuste infilate negli
stivali, Antonio sembrava più imponente di quanto fosse in realtà. Quel giorno era stata
vietata la circolazione delle carrozze in molte strade, per non intralciare il passo alla
processione ma anche perché i cavalli non si imbizzarrissero davanti ai numerosi fuochi
in onore del santo che ardevano in ogni strada, piazza o larghetto. Persino i nobili
andavano a piedi, con l’eccezione di alcune signore che preferivano una lettiga
scoperta, trasportata a mano da quattro, sei o otto servi, spesso armati di pugnale e
bastone.
Il percorso da casa alla chiesa, attraverso la Duchesca e l’Avvocata fino al rione di
Sant’Antonio Abate, era quasi tutto in linea retta. Nonostante il freddo di gennaio i
mantelli erano inutili, poiché non c’erano che pochi passi di distanza tra un falò e
l’altro. Uomini, donne e bambini gettavano tra le fiamme vestiti vecchi, rifiuti, oggetti
rotti, ripetendo in coro come una litania l’offerta al santo di tutto il vecchio in cambio
del nuovo: «Sant’Antuon, Sant’Antuon, tècchete o’viecchio e dacce o’nuov!».
Molti, saltando sulle fiamme o ruotando intorno ai fuochi, intonavano le rime di
carnevale, perché quella di Sant’Antonio era una doppia festa, che ricordava il santo
ma segnava anche l’inizio del carnevale. Per le strade giravano già alcune persone
mascherate e compagnie di guitti che intrattenevano il pubblico con piccoli spettacoli.
L’aria era pervasa da quel misto di allegria e disperazione che per Lisa era l’anima
stessa di Napoli. I travestimenti più usati, soprattutto dai popolani, erano vestiti da
donna per gli uomini e vestiti da uomo per le donne. Ma c’erano anche turchi con il
turbante impennacchiato, cristiani in lotta contro i pirati, Pulcinella con la moglie Zeza
e altri personaggi.
Lei avrebbe voluto fermarsi a contemplare ogni cosa, ma poiché suo marito tirava
dritto lo seguiva senza fargli sospettare i propri desideri. Se lo avesse assecondato,
pensava, forse almeno quel giorno Antonio avrebbe evitato di insultarla e maltrattarla.
Voltava appena la testa ogni tanto, per assicurarsi che la balia con il bambino fosse alle
sue spalle. Naturalmente avrebbe preferito portarlo in braccio lei stessa, ma sapeva che
non le sarebbe stato permesso, perciò non lo aveva neppure chiesto.
All’incrocio con il Vico dell’Avvocata furono costretti a fermarsi per lasciar
passare una tarantolata. La ragazza, che doveva avere quindici o sedici anni, era scalza
e ballava tenendo tra i denti una spada piena di nastri rossi e blu. Era seguita da un
gruppetto di musici, che con zampogne, chitarre e violini suonavano una musica
indiavolata. Davanti a lei donne e ragazzi agitavano coltelli lucidati, vetri, nastri di tutti
i colori, ogni cosa che potesse distrarre i suoi sensi. E non la lasciavano fermarsi a
riposare neppure un momento, perché solo muovendosi senza sosta al ritmo della
musica fino a cadere priva di conoscenza, avrebbe potuto espellere il male che la
divorava. Anche lei era diretta alla chiesa di Sant’Antonio Abate e lasciarono che li
precedesse, mentre alcuni aiutanti passavano tra la folla a chiedere offerte per i musici.
Stavano per ripartire quando dal Vico dell’Avvocata spuntò anche la famiglia
Baiamonte al completo, padre, madre e figlia. Formavano uno strano quadro, i genitori
in abiti troppo dimessi e la figlia vestita in modo troppo elegante per la sua nuova
condizione sociale. Lisa aveva sempre finto di non conoscerli da quando erano vicini di
casa. Temeva che Concetta o sua madre, se avessero visto Tonino, avrebbero compreso
all’istante chi era il padre. E non voleva che suo marito avesse il minimo sospetto.
Quel momento di gioia comune tuttavia aveva annullato ogni distanza. La strada era
piena di persone che ridevano e si abbracciavano. Lisa si preparò a rivolgere qualche
parola di saluto ai Baiamonte.
«Muoviti, idiota» la apostrofò suo marito. «Se no ci passano davanti pure questi.»
Concetta, che non l’aveva ancora vista, si voltò di scatto, sorpresa da quella voce
sgarbata e si trovarono a guardarsi negli occhi. Per Lisa invece quel tono non era una
novità. Suo marito lo usava tutti i giorni, all’inizio soprattutto in privato ma ormai
spesso anche in pubblico. Strinse le labbra fissando Concetta, scrollò le spalle e
proseguì.
Il largo davanti alla chiesa era stipato di gente. Sul lato più esterno un sacerdote
impartiva rapide benedizioni a cavalli, capre e maiali, portati dai loro proprietari nella
convinzione vecchia di secoli che una volta benedetti nel giorno di Sant’Antonio
avrebbero trascorso tutto l’anno senza malattie. Al centro della piazzetta invece era
acceso il grande falò rituale, ma dal punto in cui si trovavano Lisa riusciva a vederne
solo le fiamme. Avvicinarsi sembrava impossibile, ma fecero come tutti gli altri,
insinuandosi a poco a poco nella calca compatta, chiedendo permesso e senza spingere.
Tutti sapevano che bastava un attimo, una parola sbagliata per risvegliare la violenza
sempre presente nell’animo dei napoletani. Persino i nobili, malgrado i lacchè e gli
armati di scorta, si spostavano tra la folla come in mezzo a un branco di tigri
addormentate.
Quando finalmente arrivarono in prima fila, videro davanti al fuoco tre monaci con
altrettanti canestri, che distribuivano a tutti piccoli pezzi di pane benedetto intinti
nell’unguento miracoloso capace di guarire il fuoco di Sant’Antonio e molti altri mali.
Ciascuno si avvicinava, prendeva il suo pezzo di pane, ringraziava e si allontanava
mormorando una preghiera.
L’ordine degli antoniani era stato bandito dalla città due secoli prima, durante la
dominazione aragonese, e da allora la chiesa era passata di mano già un paio di volte.
Tuttavia quali che fossero i monaci che la reggevano dovevano conformarsi alle usanze.
Imparavano dai loro predecessori la ricetta segreta per preparare l’unguento e in alcune
occasioni speciali lo distribuivano a tutti senza chiedere nulla in cambio. In ogni modo
ci guadagnavano, perché il popolo donava alla chiesa un gran numero di maialini, il cui
grasso serviva a preparare l’unguento, mentre la carne serviva a sfamare i monaci.
Un sacerdote stava pronunciando una specie di sermone, ma era difficile udirlo tra il
ruggito delle fiamme, le canzoni e gli schiamazzi. Lisa prese dalla balia Tonino, certa
che il marito non avrebbe osato impedirglielo, e cercò di avvicinarsi per farlo
benedire.
«Voi prendete con fede questo pane benedetto,» stava dicendo il sacerdote «intinto
nell’unguento di sant’Antonio. E fate bene. Ma ricordate, perché il santo patrono ci
ascolti dobbiamo essere puri!» A un tratto, dal falò alle sue spalle si levò uno scoppio
e manciate di scintille si sparsero tutto intorno, costringendo la folla a fare qualche
passo indietro, ma non toccarono il prete. I presenti ammutolirono come davanti a un
prodigio, e forse lo era davvero. «Queste scintille, questa cenere, queste fiamme,»
gridò il sacerdote, voltandosi verso il falò «oggi servono a festeggiare il santo che
guarisce da una malattia che brucia la pelle come un fuoco. Ma ci ricordano anche
l’inferno al quale siamo destinati!» Si voltò verso il falò, e quasi a conferma delle sue
parole, si produsse un nuovo scoppio con un’altra pioggia di scintille. Allora, ispirato,
il monaco levò le braccia al cielo e tornò a guardare la folla. «Il cielo ci ascolta» disse,
con voce vibrante. «Approfittatene. Gridate i vostri peccati, confessateli a Dio, qui,
davanti a tutti. Pentitevi!»
Lentamente, tutta la piazza cadde in ginocchio. Un uomo confessò di aver rubato sul
peso ai clienti, una donna strappandosi i capelli gridò di aver ucciso il figlio appena
nato, perché non poteva mantenerlo. Ciascuno chiedeva perdono per le sue colpe,
sperando che il fuoco che ardeva nella piazza le portasse via, le bruciasse, trasformasse
ogni tragedia personale nell’inizio di una nuova vita.
Lisa era in ginocchio con la testa china e la schiena curva, in modo da riparare il più
possibile Tonino dalle scintille che scendevano danzando nell’aria. Udì suo marito,
inginocchiato accanto a lei, gridare che aveva acconsentito a un turpe patto, sposando
un’adultera per denaro.
Si voltò a fissarlo. La testa rasata, i baffi grigi, gli occhi chiusi e un’espressione di
profondo cordoglio in viso. Lisa ne provò disgusto.
«Ipocrita» disse a mezza voce.
«Pentiti anche tu!» esclamò il marito. «Ripudia il frutto del peccato.» La guardò con
aria ispirata, come se avesse trovato di colpo la soluzione a tutti i suoi problemi. «Ecco
cosa faremo» disse in fretta. «Lo daremo in adozione alle monache, con la promessa
che una volta cresciuto sarà consacrato a Dio.»
Lisa si alzò in piedi. Si alzò anche lui e l’afferrò per un braccio. «Dove vai, puttana?
È qui che devi stare.»
Lisa restò immobile a fronteggiarlo. Era alta quasi quanto lui.
«Ho accettato di sposarti solo per poter tenere mio figlio» disse, guardandolo dritto
negli occhi e parlando con calma. «Picchiami, insultami e lo sopporterò senza fiatare
come ho fatto finora. Ma prova a togliermi il mio bambino e ti taglio la gola mentre
dormi. Hai capito?»
Suo marito la fissò con rabbia, alzò una mano per schiaffeggiarla ma poi l’abbassò.
«Sei una cagna» disse. Si voltò e cominciò ad allontanarsi tra la folla inginocchiata.
Loro due erano le uniche persone in piedi in tutta la piazza, oltre ai preti.
«Di cosa devi pentirti, figlia mia?» le chiese il sacerdote, che aveva udito la loro
discussione. «Qualsiasi cosa sia, questo è il momento.»
Il pubblico trattenne il fiato, ansioso di sapere quale peccato avesse commesso. Lisa
si avvicinò al sacerdote porgendogli il bambino e disse, chinando la testa: «I miei
peccati sono troppi per elencarli tutti, padre. Mi pento di ciascuno di essi davanti a voi,
davanti al santo che veneriamo oggi e davanti a Cristo. Ma non mi pento dell’amore.
Dell’amore non ci si può pentire. Vi prego, benedite mio figlio».
XV

Concetta aveva sperato di non dover abitare a lungo nell’appartamento di via


Soprammuro e così era avvenuto. Ma il cambiamento era stato in peggio. All’inizio
dell’anno nuovo il padrone di casa aveva aumentato l’affitto di oltre un terzo, e loro non
potevano permettersi di pagarlo. A nulla erano valse le suppliche. Il padrone era un
fornaio a sua volta vessato dai continui aumenti delle gabelle sui prodotti alimentari,
dalla farina, al sale, all’aglio. E aveva bisogno di chiedere un affitto più alto per tirare
avanti. Così se ne erano dovuti andare.
Erano finiti in un oscuro vicolo detto Vico Rotto, accanto alla piazza del Mercato,
nel tipo di abitazione più economica esistente a Napoli: un “basso”. Secoli prima i
bassi erano stati depositi per le merci che arrivavano dal mare, ma ormai da tempo
servivano da residenza per gli strati più umili dei lavoratori, quelli che solo quattro
mura e un salario minimo separavano dai mendicanti e dai ladri che dormivano per le
strade e sotto le tettoie dei cortili.
Il basso preso in affitto dai Baiamonte era uno stanzone senza finestre, dal soffitto a
volta, diviso in due da una tenda. Nella parte anteriore c’erano il tavolo, le sedie, una
madia per conservare gli alimenti e il camino. Dietro la tenda si trovava la camera da
letto, che conteneva la cassapanca dei vestiti, un unico letto in cui Concetta dormiva
insieme ai genitori e un tavolino con sopra una lampada a olio. La latrina, in comune
con altre abitazioni dello stesso tipo, era fuori.
L’ultima domenica di febbraio Concetta tornò dalla messa sotto un cielo grigio
piombo, con un vento furioso che soffiava dal mare, rovinando quel po’ di forma che
era riuscita a dare ai suoi capelli.
Rientrò in casa appena prima che scoppiasse il temporale, ma dentro l’attendeva una
sorpresa: un biglietto della sarta presso cui lavorava, portato da un ragazzo mentre lei
era in chiesa.
La donna diceva di avere urgente bisogno di vederla, senza spiegare il motivo.
Concetta ebbe un brutto presentimento. Una sensazione fisica, come una stretta al cuore.
Naturalmente non era obbligata ad andare, ma non poteva rifiutare un’occasione di
guadagno extra.
Sapeva che a volte, per una consegna urgente, la sartoria lavorava anche nei giorni
festivi. La signora pagava di più per i lavori domenicali, che erano quindi molto ambiti.
Decise di andare, malgrado non avesse nessuna voglia di uscire con il freddo e la
pioggia. Quei pochi carlini in più potevano essere l’inizio di un piccolo risparmio.
Così avrebbero potuto far fronte agli imprevisti senza lasciarsi cogliere di sorpresa,
come era capitato il mese prima, quando avevano dovuto cambiare casa in fretta e furia.
Al contrario del padre, Concetta non riusciva a vedere la loro povertà come
qualcosa di transitorio, destinato a finire presto. Angelo Baiamonte si considerava un
nobile che stava attraversando un rovescio di fortuna, e la sua lealtà andava sempre e
comunque a quelli della sua classe. A volte Concetta lo invidiava per la sua assenza di
dubbi. Lei non riusciva più a considerare giusto un sistema che obbligava i poveri a
calpestarsi a vicenda, come era successo alla sua famiglia con il padrone di casa,
mentre i ricchi diventavano ancora più ricchi. In passato i popolani che gridavano e
inscenavano tumulti per un piccolissimo aumento del prezzo del pane o della farina le
facevano pena, ma le sembravano incivili ed esagerati. Ora non più.
Qualche giorno prima un suo vicino di casa, un giovane pescivendolo che abitava
all’angolo tra il vicolo e la piazza, proprio sopra l’ufficio per la riscossione della
gabella sul bestiame, aveva preso le difese di un pastore dei casali vessato dai
gabellieri. Concetta l’aveva applaudito. Il giovane le aveva sorriso e poco dopo era
venuto a dare a lei e ai suoi il benvenuto nel vicolo, come se ne fosse in qualche modo
il re. Aveva la carnagione bruna e gli occhi neri ma i capelli quasi biondi, tagliati corti
sulla fronte e sopra le orecchie, come usavano i capi dei lazzari. In testa portava il
berretto rosso tipico dei pescatori e sul petto, sotto la camicia di tela aperta, si vedeva
lo scapolare della Madonna del Carmine. Non era alto né prestante, ma nel suo modo di
fare c’era qualcosa che ispirava rispetto e anche un po’ di timore, nonostante i vestiti
laceri e i piedi scalzi.
Si era presentato in modo formale come Tommaso Aniello d’Amalfi, poi aveva
sorriso dicendo loro di chiamarlo Masaniello, come facevano tutti.
Concetta lo trovava gradevole e aveva l’impressione di piacergli, ma non gli aveva
dato confidenza. Poteva anche darsi che fosse destinata a restare povera per tutta la
vita, ma non era ancora rassegnata a diventare la moglie di un pescivendolo e a
guadagnarsi da vivere filando la lana o il cotone, come tante donne del vicolo. E di
sicuro non voleva vivere ancora a lungo in un basso.
Il lato positivo del fatto di dover lavorare tutto il giorno era che così trascorreva
pochissimo tempo in casa. Anche sua madre usciva non appena poteva da quell’antro
buio, e andava a guardare il mare seduta su un muretto in fondo alla vicina piazza del
Carmine, dove pregava la Madonna Bruna per il ritorno di Leone.
Per non far attendere la padrona e per non arrivare zuppa d’acqua come una pecoraia
del Vesuvio, Concetta decise di prendere una lettiga a noleggio dai “seggettari” vestiti
di rosso che attendevano in piazza del Mercato, a pochi passi dal vicolo. Nessuna delle
sue colleghe cucitrici l’avrebbe fatto, in una situazione simile, ma nessuna di loro era
nata nobile. Concetta era convinta nel profondo dell’animo che i soldi spesi per
mantenere il decoro fossero soldi spesi bene.
Coltivava ancora la speranza di conoscere un giovane benestante disposto a
sposarla, ma ormai stava per finire un altro inverno e non aveva ancora conosciuto un
uomo con intenzioni serie.
I mariti delle clienti della sartoria erano molto gentili con lei, mentre le mogli erano
impegnate nelle prove dei vestiti. Sapeva che diverse cucitrici non disdegnavano di
concedersi rapidamente ai clienti, in un paio di salette “segrete” di cui tutti
conoscevano l’esistenza. Sembrava che l’idea di farlo mentre le mogli erano nella
stanza accanto intrattenute dalla padrona, la quale sapeva perfettamente cosa stava
succedendo nelle salette e prendeva anche una percentuale sui regali ricevuti dalle
ragazze, eccitasse gli uomini oltre misura. Ma Concetta non era interessata a quel tipo
di relazioni. Voleva un marito, non un amante.
Durante il tragitto il presentimento che fosse meglio non andare si fece sentire di
nuovo, ma era tardi per tornare indietro. I due seggettari che trasportavano la lettiga
coperta sguazzavano con i piedi scalzi sui ciottoli bagnati delle strade che da Vico
Rotto conducevano verso Port’Alba, la nuova porta ricavata nelle mura cittadine per
volere del duca d’Alba, don Antonio Álvarez de Toledo.
Passarono da piazza San Domenico Maggiore, che a quell’ora della domenica era
piena di carrozze. I nobili uscivano dalla chiesa riparandosi dalla pioggia sotto grandi
ombrelli di pelle di capretto tenuti dai loro lacchè. Concetta riconobbe diverse persone
che conosceva nella sua vita di prima e chiuse la tendina della lettiga. C’era un limite
alla quantità di sguardi irrisori o compassionevoli che era in grado di sopportare.
Finalmente vide il grande carrubo che cresceva nei pressi di Port’Alba e poco dopo
scese dalla lettiga nell’atrio coperto del palazzo di quattro piani, di cui la sartoria
occupava tutto il pianterreno. Pagò il passaggio, congedò i due seggettari e bussò alla
porta.
La padrona, una donna alta e magra sui quaranta, dai capelli troppo neri che
tradivano l’uso frequente della tintura, venne ad accoglierla di persona. La salutò con
calore, annuendo con la faccia lunga che ricordava il muso di un cavallo e
complimentandosi per la sua eleganza. Concetta disse che appena ricevuto il messaggio
era accorsa con l’abito della domenica, senza perdere tempo a cambiarsi.
«Hai fatto benissimo, cara» rispose la padrona, aiutandola a togliersi la cappa.
«Farai una migliore impressione alla persona che ti attende.»
Invece di condurla nella stanza della cucitura la pilotò attraverso un salottino dove
un uomo in toga nera da giudice la squadrò da capo a piedi e le sorrise con un’aria di
approvazione che non le piacque affatto. Quando imboccarono il corridoio che
conduceva alle salette riservate Concetta si fermò di colpo. «Spero non si tratti di nulla
di sconveniente» disse, facendosi seria. «Voi sapete che io...»
La signora le mise un braccio intorno alle spalle, come per rassicurarla e mostrarle
il suo affetto. «Non devi preoccuparti, cara» sorrise. «Il signore che ti attende cercava
proprio te. Ha insistito per parlarti oggi e mi ha ampiamente rassicurato sulla sua
serietà.» Questo voleva dire, pensò Concetta, che le aveva versato una bella somma.
«Tuttavia, come sai,» proseguì la padrona «in casa mia le ragazze sono libere. Se la
proposta di quell’uomo non è di tuo gradimento, non devi fare altro che rifiutare e
uscire dalla stanza. Io mi sono impegnata solo a favorire il vostro colloquio,
nient’altro.»
«Ma di chi si tratta?» chiese Concetta. «È qualcuno che conosco?»
«Io non l’avevo mai visto prima d’ora. Adesso vai.»
Aprì la porta e con gentilezza la spinse dentro, richiudendola alle sue spalle senza
rumore.
Quando Concetta vide chi l’aspettava, in piedi sulle gambe tozze, accanto al tavolino
al centro della stanza, per poco non gettò un grido. Il suo brutto presentimento aveva
trovato piena conferma.
«Buongiorno, Concetta» disse il notaio Terrasecca, con un sorriso ironico.
Era vestito di nero da capo a piedi, come sempre. Gli occhi nocciola dietro gli
occhiali cerchiati di corno, il viso largo, la bocca piena, il naso a becco, emanavano la
stessa soddisfazione maligna di quando era rimasto a guardare mentre i Baiamonte si
allontanavano con poche masserizie stipate su un carro, il giorno in cui li aveva cacciati
dal loro palazzo.
«Il nostro colloquio, come lo ha definito la padrona, finisce qui» disse Concetta.
«Qualsiasi cosa vogliate dirmi non mi interessa. Addio.»
«Credevi davvero di potermi nascondere a lungo il fatto che hai trovato un lavoro?»
Concetta si fermò con la mano sulla maniglia e si voltò a guardarlo. «Che altro avete
intenzione di farci? Non siete ancora pago di vendetta?»
Terrasecca strinse le grosse labbra in una smorfia, come se lei avesse toccato un
nervo scoperto. «Non sarà mai abbastanza» disse poi. «Con i documenti giudiziari che
ho in mano, potrei esigere dalla tua padrona che i due terzi del tuo stipendio siano
versati a me.»
Concetta sospirò. «Avete detto “potrei”. Significa che non lo farete?»
Il notaio annuì. «Questa è la mia intenzione, se farai ciò che dico. Vi ho fatti cercare,
so dove vivete. Un giorno dalla mia carrozza ho visto tua madre che andava a prendere
acqua alla fonte pubblica. Mi ha fatto pena e le ho rinnovato l’offerta di entrare al mio
servizio.»
Sua madre non glielo aveva detto. «Avrà rifiutato, immagino.»
Il notaio si incupì. «Mi ha sputato addosso. State prendendo le peggiori abitudini di
quei poveri che prima disprezzavate tanto.»
«Non abbiamo mai disprezzato nessuno» ribatté Concetta. «Ma voi ci avete rovinati.
Non penserete che ve ne siamo grati.»
«La colpa è di tuo padre. È stato lui a indebitarsi per cifre che non poteva sperare di
restituire. E di tuo fratello, l’assassino che è sfuggito alla giustizia.»
«Mio padre è un ingenuo e voi ne avete approfittato» disse Concetta, scrollando le
spalle. «E mio fratello è innocente. So come sono andate davvero le cose. Comunque
non è per parlare di questo che siamo qui, immagino.»
«Infatti. Ho voluto vederti perché ho una proposta da farti.»
Il fatto che avesse voluto incontrarla in quella stanza faceva supporre a Concetta di
cosa si trattasse, ma una parte di lei si rifiutava di crederci. Rivolse gli occhi per un
istante verso il piccolo letto a baldacchino addossato alla parete opposta e si vide
riflessa nel grande specchio sulla parete. La faccia terrorizzata che la fissò dal vetro
non sembrava la sua.
Sul tavolo al centro della stanza c’erano frutta e vino. Le ragazze abituate a quegli
incontri le avevano detto che non mancavano mai.
«Quale proposta?» chiese con voce strozzata. «Non vorrete...?»
Il notaio piegò le labbra in un’espressione sprezzante. «Non potrei mai giacere con
la sorella dell’assassino di mio figlio.»
Concetta si permise di sperare. «Allora di cosa si tratta?»
«C’è un uomo qui fuori» disse Terrasecca. «Forse l’avrai visto passando. È un
giudice che mi ha fatto un grosso favore. Sii gentile con lui, e con altri che si
presenteranno a mio nome, e non solo ti lascerò il lavoro, ma ti farò avere ogni volta
due tarì d’argento.»
Concetta lo fissava senza parole, affascinata e terrorizzata come da un serpente
velenoso. Voleva correre via ma le gambe si rifiutavano di muoversi. Il notaio
sembrava godersi la sua reazione.
«Se rifiuti,» proseguì «dovrete andarvene anche dall’appartamento miserabile che
occupate. I tuoi genitori ne morirebbero.»
Era vero. Sua madre e soprattutto suo padre non avrebbero sopportato di perdere la
terza casa in poco più di un anno. E forse neppure lei ce l’avrebbe fatta a ricominciare
di nuovo da zero. Il notaio lasciò due tarì sul tavolino. Le passò accanto, aprì la porta e
uscì. Concetta comprese che se voleva fuggire doveva farlo ora, prima che fosse troppo
tardi.
Invece non si mosse. Poco dopo la porta si aprì di nuovo ed entrò il giudice, con lo
stesso sorriso lascivo di prima. Cercò subito di baciarla e lei voltò la testa. Quando
cominciò a spogliarla Concetta sentì tremarle il mento, ma intuiva che se avesse pianto
lo avrebbe eccitato di più, perciò sopportò le sue mani e il suo odore senza fiatare.
Mentre lo seguiva verso il letto come una sonnambula, pensò addirittura che in fondo
era facile. Bastava fingere che tutto stesse accadendo in un sogno.
Tornando a casa, Terrasecca pensava con fastidio che Concetta in qualche modo gli
somigliava. Aveva obbedito alla sua richiesta ma non aveva pianto, non lo aveva
supplicato. L’aveva disprezzata, umiliata obbligandola a prostituirsi, eppure in un certo
senso lei gli aveva tenuto testa. «Mio padre è un ingenuo e mio fratello è innocente»
aveva detto, guardandolo negli occhi.
Insomma, l’aveva piegata nel corpo ma non ne aveva scalfito lo spirito. Non era
quello che voleva.
Il senso di insoddisfazione lo disturbò durante il percorso in carrozza fino al palazzo
da cui un giorno era stato scacciato e che adesso era suo. Proprio quella notte gli aranci
si erano coperti di fiori bianchi, nonostante la temperatura non fosse ancora ideale. Ma
quel colpo d’occhio magnifico non gli diede alcun piacere. Scese dalla carrozza, entrò
in casa e salì subito al primo piano. Salutò con un cenno del capo e un sorriso distante
tre uomini e una donna che lo attendevano nel salone. Aveva lasciato detto a Fosco che
sarebbe stato via gran parte del pomeriggio, ma alcuni clienti erano così disperati da
essere disposti ad attendere anche un giorno intero.
Nello studio aprì lo stanzino segreto, di cui aveva sempre saputo l’esistenza grazie a
Matilde, e immerse le mani nel forziere pieno di monete d’oro e d’argento che teneva
sempre a disposizione. Prese una quantità di ducati, scudi e doppi scudi o dobloni,
come venivano anche chiamati, sufficiente a coprire quelle che stimava sarebbero state
le richieste dei clienti in attesa. Li infilò in una borsa di pelle e andò a sedersi alla sua
vecchia scrivania nera, dal piano graffiato e rovinato. Aveva venduto il lussuoso tavolo
di noce e tutti gli strumenti astronomici di Angelo e aveva arredato la stanza secondo i
suoi gusti. Pochi mobili, severi dipinti a olio alle pareti e tappeti persiani sul
pavimento di cotto lucidato a cera.
Si sedette e cercò di immergersi nel lavoro. Ma quel vago fastidio dell’anima non lo
lasciava. Aveva rovinato uomini e donne, aveva ucciso, eppure il fatto di aver
obbligato quella ragazza a prostituirsi gli aveva lasciato una sensazione come di sporco
che non se ne voleva andare.
Fece chiamare i clienti e li trattò in modo quasi paterno. Parlò a lungo degli interessi
che applicava e dei rischi che correvano se non avessero restituito il denaro in tempo.
Si permise persino di sconsigliare alla donna di firmare le carte per il prestito.
«Non dovreste indebitarvi così» le disse. «Il rischio che non possiate pagare è alto,
e se non rispettate i termini del contratto vi troverete in una situazione molto peggiore di
quella attuale.»
Lei tuttavia era fiduciosa. Aveva bisogno dei soldi perché il figlio maschio ottenesse
un incarico importante nell’amministrazione pubblica. Ormai era al punto d’arrivo, si
trattava solo di passare davanti a un altro candidato. Bisognava comprare bei vestiti,
fare regali importanti alle persone giuste, noleggiare carrozze e cavalli. Tutto questo
costava, ma si trattava di un investimento che avrebbe reso dieci volte tanto.
Terrasecca sospirò e spinse verso di lei penna e calamaio. Le augurava
sinceramente di riuscire nel suo intento. Era felice quando i suoi clienti riuscivano a
ottenere ciò che volevano e a pagare il dovuto. Succedeva di rado ma succedeva. Il
motivo per cui la gran parte delle persone che si rivolgevano a lui finivano strangolate
dai debiti non erano gli interessi alti, come credevano loro.
Si trattava di prestiti ad alto rischio, che nessun banchiere avrebbe concesso. Lui
offriva un’opportunità a chi era stato rifiutato da tutti. Era chiaro però che se il rischio
era alto, anche gli interessi dovevano esserlo. Lo spiegava bene a tutti, illustrava loro
lealmente ciò a cui sarebbero andati incontro se non fossero riusciti a pagare. Ma non
metteva bocca sul motivo per cui gli chiedevano i soldi. Quello era un problema
soltanto loro, e rappresentava la ragione principale per cui spesso finivano rovinati.
La gente viveva di sogni. Si indebitava per seguire progetti che fin dall’inizio
avevano troppe probabilità di fallire. Quando poi si trovavano nella situazione
disastrosa in cui si erano cacciati da soli, davano la colpa a lui e ai suoi interessi alti.
Congedò la donna, che era l’ultima della giornata, e restò a fissarla mentre usciva.
Una bella vedova di mezza età, ancora in lutto stretto, che aveva riposto tutte le sue
speranze nel figlio. Se non avesse pagato, le avrebbe concesso di saldare il debito con
altri favori. Al contrario di quello che sembravano pensare tutti, a lui non piaceva
rovinare la gente.
Si alzò e andò ad aprire la finestra. Il profumo degli aranci in fiore gli richiamò alla
mente un giorno preciso della sua vita, un giorno al quale in passato aveva pensato
troppo e ora cercava di non pensare mai. E all’improvviso capì perché il pomeriggio
con Concetta lo aveva lasciato insoddisfatto.
Lei era la persona sbagliata.
Il ricordo tornò con prepotenza, vivido come se fosse accaduto quel giorno stesso, e
non sedici anni prima.
Aveva trascorso la domenica con i Baiamonte. Sandro e Leone giocavano sotto gli
aranci fioriti. Concetta, che all’epoca doveva avere un anno e mezzo, era con la balia al
piano di sopra. Le due fantesche stavano lavando i piatti del pranzo e Angelo era andato
come al solito a riposare. Il momento che Terrasecca, all’epoca notaio di fresca
nomina, attendeva da mesi era giunto.
C’era un solo motivo per cui ogni due settimane accettava l’invito a pranzo dei
parenti ricchi e nobili. Si trattava di “una cosa in famiglia, senza cerimonie” dove i
Terrasecca erano oggetto di attenzioni e cortesie che avevano il solo scopo di non far
notare che erano i parenti poveri, ma che alla fine ottenevano il risultato opposto.
Giorgio Terrasecca subiva sorridendo quella umiliazione ricorrente perché era
perdutamente innamorato di Matilde, la moglie di suo cugino Angelo.
Durava da oltre due anni. Matilde non voleva che si vedessero fuori, in casa di
qualche persona compiacente, anche perché non usciva mai da sola. Aveva sempre
dietro i figli o almeno una serva, il cocchiere della carrozza... Troppe persone
sarebbero state al corrente e prima o poi sarebbe scoppiato lo scandalo.
«Quello che c’è tra noi dobbiamo saperlo solo noi due» diceva. E Giorgio si era
adattato a vederla ogni due settimane, in un pranzo che riuniva le due famiglie e poi
durante un pomeriggio interminabile, in cui spesso c’era appena l’occasione di rubare
un bacio dietro una porta e nient’altro. La guardava di sottecchi, provava a parlarle con
finta noncuranza, a volte azzardava un sorriso e quando lei lo ricambiava il cuore gli si
scioglieva nel petto. Solo di rado capitava un giorno fortunato in cui sua moglie non
stava bene, lui veniva da solo con Sandro ed era più facile, quando Angelo si scusava e
andava a fare il suo sonnellino pomeridiano, trovare un momento per loro.
Concentravano in quei pochi minuti tutto il sentimento e il desiderio accumulati in
settimane di attesa. Facevano l’amore in piedi, a volte nella stalla dietro la casa, altre
chiusi in una stanza da bagno, senza una parola ma con una passione bruciante.
Ogni tanto, quando la fortuna si faceva attendere troppo, Giorgio le dava una mano
somministrando di nascosto un purgante alla moglie, la sera prima. Lei, minuta e
delicata, di salute cagionevole, passava la notte in bagno e la mattina dopo era uno
straccio. Giorgio le raccomandava di restare a letto a riposare e si sacrificava portando
da solo il figlio «da quei presuntuosi dei Baiamonte». Perché presuntuosi lo erano
davvero. Persino Matilde, per quanto l’amasse, un paio di volte lo aveva offeso con dei
commenti malaccorti sulla sua condizione finanziaria.
Quella domenica aveva dovuto creare l’occasione, perché non stava con lei ormai
da due mesi e mezzo e non ne poteva più. Inoltre voleva sapere come procedeva la
gravidanza. L’ultima volta lei gli aveva confessato, con un po’ di preoccupazione, di
essere incinta. Giorgio si era adombrato, perché la considerava sua. «Mi avevi detto
che da tempo tuo marito non ti tocca più» era stato il suo commento irritato. E allora lei
gli aveva dato la grande notizia. «È così» aveva risposto. «Il bambino è tuo.»
Giorgio ne era felice. Un figlio era il modo più bello di coronare il loro amore.
Bastava che Matilde convincesse per una volta il marito a fare l’amore con lei. Solo
una volta, per legittimare la gravidanza. Nei pomeriggi domenicali del futuro avrebbero
visto crescere il loro bambino. Magari sarebbe stato un maschio.
E così, dopo il pranzo rituale, era successo che lui e Matilde fossero finalmente soli
in un angolo del salone, ma lei non volle seguirlo in bagno.
«Ho una cosa importante da dirti» spiegò, andando a sedersi su una poltroncina
imbottita foderata di raso rosso. «Vieni, prendi una sedia.»
Terrasecca la prese, si sedette di fronte a lei e mentre fingevano entrambi di
osservare dalla finestra i giochi dei figli in giardino, chiese sottovoce: «Si tratta del
bambino? Non stai bene?».
La risposta lo lasciò di sale. Matilde disse che era andata da una donna di cui aveva
sentito parlare e si era fatta dare delle erbe. Le aveva prese. Era stata malissimo due
giorni e credeva di morire, poi si era ristabilita. E il bambino non c’era più.
«Ci ho pensato a lungo» concluse. «Ho pianto tanto, di notte, di nascosto da mio
marito. Ma dovevo farlo e l’ho fatto.»
«Hai ucciso nostro figlio» disse Terrasecca, con una voce intrisa di dolore.
«Perché? Niente ti impediva di tenerlo.»
In quel momento non gli importava che qualcuno li udisse, che la loro relazione
venisse scoperta, che fossero condannati entrambi per l’adulterio commesso. Non gli
importava più di niente. La donna che amava aveva ucciso il loro bambino.
Matilde crollò di colpo. Lì, nel bovindo della finestra, con le grida gioiose dei loro
figli che arrivavano fino a loro attraverso i vetri chiusi, pianse, gli chiese perdono.
Disse che da tempo si sentiva in colpa per la loro relazione. Ne aveva parlato con il
suo confessore ma da quando il prete le aveva imposto di terminarla non era più tornata
a confessarsi. Viveva in stato di costante peccato mortale solo per amor suo. Per amor
suo aveva sacrificato il bambino.
«Avevo paura di perderti, capisci?» disse tra le lacrime.
Ma Terrasecca ormai la vedeva per quello che era. Un’opportunista e un’assassina.
«Tu non mi hai mai amato» l’accusò. «Non ami nemmeno tuo marito e non amavi il
figlio che portavi in grembo. Non ami nessuno, solo te stessa. Non temevi di perdere
me. Temevi che se fosse nato maschio avresti perso tutto quello che hai.» Fece un gesto
con la mano aperta, che comprendeva il salone dov’erano seduti, gli aranci in fiore, i
bei vestiti che indossava, la carrozza con le dorature in oro zecchino e anche ciò che
non si vedeva. Il rispetto e l’invidia di quelli che avevano meno. Anche dei parenti
poveri come lui. «È così, vero? L’hai fatto per questo.»
Ormai gli era tutto chiaro. Per qualche strana ragione tutti i Baiamonte maschi
nascevano con gli occhi azzurri. Ma un figlio suo e di Matilde avrebbe avuto gli occhi
nocciola, come il padre e la madre. Forse anche un corpo tozzo con le gambe grosse,
come lui, come Sandro. E l’adulterio sarebbe stato scoperto.
«Non mi vedrai mai più» disse, alzandosi in piedi.
Uscì in giardino, prese per mano Sandro e uscirono dal cancello a piedi, perché i
Terrasecca non potevano permettersi una carrozza. A casa, raccontò a sua moglie e a
suo figlio di essere andato via dopo un alterco con Matilde. «Ci invitano solo per
umiliarci» disse. «Ci disprezzano perché non siamo ricchi né nobili. Non metteremo più
piede in quel palazzo, se non da padroni.»
Decise che non sarebbe più stato povero. A qualsiasi costo. Senza guardare in faccia
a nessuno. E Matilde un giorno l’avrebbe pagata cara.
Cominciò a prestare denaro a interesse, facendosi la fama di essere spietato ma
corretto se i patti venivano rispettati, e il suo giro d’affari aumentò in poco tempo.
Poiché si trattava di un’attività illegale, non era costretto a pagare le tasse sempre più
esose che gli spagnoli imponevano ai napoletani per finanziare le loro guerre.
Presto divenne ricco e dimenticò i suoi propositi di vendetta. Quando morì sua
moglie i Baiamonte vennero al funerale. Rivide Matilde e gli fece rabbia. Era
bellissima, non sembrava invecchiata neppure di un giorno. Era evidente che non
sentiva il peso della colpa commessa. Terrasecca baciò Angelo, Concetta e Leone su
entrambe le guance, accettando con freddezza le loro condoglianze. A lei non strinse
neppure la mano.
Poi, molto tempo dopo, Angelo Baiamonte si era rivolto a lui per un prestito. Ora
che i due figli erano cresciuti, spiegò, per mantenere il loro posto nella società
napoletana e potersi sposare bene avevano bisogno di mezzi. Soprattutto Concetta, che
in quanto femmina doveva portare una buona dote. Le spese della famiglia erano in
continuo aumento, ma non appena Leone e Concetta si fossero sposati tutto sarebbe
tornato normale. Era una questione di due o tre anni, non di più.
Terrasecca vide la sua opportunità, ma si fece un punto d’onore di trattare Angelo
con la stessa correttezza che riservava agli altri. Niente trappole nascoste, tutto alla
luce del sole. Gli illustrò le condizioni, calcolò gli interessi. Angelo Baiamonte si
dilettava di astronomia, la matematica per lui non aveva segreti. Avrebbe potuto capire
da solo che le sue rendite non sarebbero bastate a coprire i debiti, soprattutto se
sommate alle spese in aumento. Quando Terrasecca gli suggerì di impegnare la casa
avrebbe potuto rifiutare. Cercare di restituire quello che doveva fino a quel momento e
non chiedere di più.
Invece non lo fece, e quando venne il momento Terrasecca si preparò a incassare. La
sua vendetta stava per compiersi quando non la cercava nemmeno più.
Poi, il giorno sciagurato in cui Leone si presentò a casa sua, pensò di toglierlo di
mezzo. Fu un’ispirazione improvvisa. Fingere che lo avesse aggredito e farlo uccidere
da Fosco. Non era solo per la rabbia di essersi lasciato intimidire da lui, anche se solo
per un attimo. E neppure per evitare la denuncia in tribunale. Era perché così Matilde
avrebbe sofferto. Avrebbe capito cosa si prova quando ti uccidono un figlio.
Ma Sandro aveva udito le grida, si era messo di mezzo e si era fatto ammazzare.
Quello che aveva sofferto più di tutti, ancora una volta, era stato lui. Matilde gli aveva
portato via un figlio, Leone gli aveva portato via l’altro. Era di loro due che doveva
vendicarsi. Concetta era solo uno strumento. Gli era persino simpatica, quasi non
sembrava una Baiamonte.
Terrasecca chiuse la finestra e suonò il campanello d’argento che teneva sulla
scrivania. Alla serva che si affacciò disse di cercare Fosco e farlo venire subito nello
studio. Non appena il bravaccio arrivò, gli chiese se era assolutamente certo di quello
che gli aveva detto riguardo a Leone. Gli aveva ordinato di cercarlo dappertutto, senza
risparmiare sforzi né spese. E Fosco alla fine lo aveva trovato. O meglio, aveva
scoperto dove era andato.
«Posso ripetervi solo quello che vi ho già detto» rispose Fosco, prudente. «Quando,
dopo mesi di ricerche, abbiamo fatto l’ipotesi che fosse andato a raggiungere lo zio
missionario nelle Americhe, sono andato a chiedere al convento di Sant’Agostino
Maggiore, a Forcella. Se avesse voluto mandare notizie alla sua famiglia, avrebbe
affidato una lettera a qualche agostiniano di ritorno da quelle terre. E i monaci mi hanno
confermato che una lettera era arrivata.»
«L’aveva scritta lui? Sei certo di questo?»
«Non posso esserne certo perché non l’ho vista» ribatté Fosco. «Ma era indirizzata
ai Baiamonte ed è venuta a ritirarla sua madre. Tra l’altro, il prete con cui ho parlato mi
ha detto che donna Matilde i primi tempi passava almeno una volta al mese a chiedere
se c’era una lettera per lei. Non credo che aspettasse con tanta ansia notizie del cognato
missionario, no?»
Terrasecca annuì, pensieroso. Quando il bravaccio gli aveva dato quella notizia,
aveva capito che Leone gli era sfuggito. Non poteva certo intraprendere un viaggio
denso di pericoli, che rischiava di durare anni, per ritrovarlo. Per questo aveva deciso
di vendicarsi su Concetta. Ma ora aveva cambiato idea.
«Partirai per la Nuova Spagna» disse. «Lo troverai e lo ucciderai.»
«Vostra grazia, sapete che mi è appena nata una bambina. È la terza, tre figlie
femmine. Mia moglie ha bisogno di me.»
«Non chiamarmi “vostra grazia”, non sono un barone debosciato. La tua famiglia
verrà a stare qui, nel mio palazzo. Tua moglie darà una mano in cucina, io provvederò
alle bambine. Le farò studiare, le vestirò e le tratterò come se fossero mie nipoti. Ma
bada» proseguì, mettendosi di fronte a lui e fissandolo negli occhi. «Hai quattro anni da
oggi. È un tempo ragionevole. Se non tornerai entro quella data, tua moglie e le tue
figlie avranno un brutto incidente, nel quale perderanno la vita. Mi conosci, sai che
parlo sul serio.»
«Ma potrei morire e non tornare mai più» protestò Fosco. «Sono terre selvagge,
piene di pericoli. E il viaggio per mare...»
Il notaio tagliò l’aria con una mano, ponendo fine alle lamentele. «Allora non
morire. Ce l’ha fatta Leone, puoi farcela anche tu. Ormai ho deciso.» Fece una pausa e
aggiunse: «Naturalmente dovrai portarmi una prova certa della sua morte».
«Una prova? Quale?»
Terrasecca stirò le labbra in un brutto sorriso. Gli sarebbe piaciuto ricevere la testa
di Leone, da far vedere a Matilde, ma si rendeva conto che non era possibile. Fosco
avrebbe dovuto andarsene in giro per il Messico con una testa mozzata, trovare
qualcuno a cui farla imbalsamare di nascosto e imbarcarla sulla nave di ritorno. Se
fosse stato scoperto sarebbe stato giustiziato e lui non avrebbe mai saputo della fine del
suo nemico.
Restò a pensare a lungo. Da fuori arrivava il cinguettio degli uccelli tra gli aranci,
ma dentro lo studio non c’era il minimo rumore. Fosco sembrava morto in piedi, non
osava neppure respirare. Quel bravaccio alto e grosso, con baffi, barba e una faccia che
metteva paura solo a guardarlo, sembrava all’improvviso un ragazzino spaventato.
«Ci sono» disse alla fine il notaio. «Leone ha un anello con lo stemma di famiglia.
Lo so perché Angelo si è vantato con me di averglielo dato quando è fuggito, così non
avrei potuto rubarglielo.» Sospirò. «I nobili tengono a queste cose più che alla loro
stessa vita. Portami quell’anello e crederò che Leone è morto. Ora vai subito al porto e
comincia a informarti sulla partenza. Ti darò tutto il denaro che ti serve, ma ricorda: da
domani ti restano quattro anni meno un giorno. Non hai tempo da perdere.»
Il bravaccio salutò con un inchino e uscì. Terrasecca tornò alla finestra. Sapeva di
aver fatto finalmente la cosa giusta. Avrebbe atteso il ritorno di Fosco, regalando di
tanto in tanto a qualche suo amico un pomeriggio con Concetta. Un giorno avrebbe
mostrato l’anello a Matilde, rivelandole in un colpo solo che Leone era morto e
Concetta era diventata una puttana al suo servizio. Così finalmente la sua vendetta
sarebbe stata completa.
Bisognava aspettare ancora qualche anno, ma ne valeva la pena.
Parte Seconda

LA MINIERA
XVI

El Durazno, Messico, Nuova Galizia, febbraio 1638


Gli avevano detto che d’inverno in quei luoghi aridi non pioveva mai, eppure
quando Leone arrivò a cavallo nel villaggio di El Durazno, alla fine di febbraio,
l’acqua scendeva fittissima. La chiesa dipinta di bianco e l’abbeveratoio al centro della
piazza fangosa tremolavano come riflessi in un lago.
Leone contemplava ogni cosa da sotto la visiera gocciolante dell’ampio cappello di
feltro marrone. Intorno alla piazza si stringeva un villaggio di case in mattoni di adobe,
la mistura di argilla, sabbia e paglia secca che in Messico si usava dappertutto per le
costruzioni. Oltre i gruppi di case, si stendevano a perdita d’occhio colline rossastre
punteggiate di cactus e bassi cespugli.
In pratica non c’erano strade, solo corsie fangose tra le case. La piazza con
l’abbeveratoio in quel momento era un pantano rossastro in cui le zampe del cavallo
affondavano ben oltre lo zoccolo.
Leone si fermò davanti all’abbeveratoio e lasciò bere l’animale, senza badare alla
pioggia. Finalmente era arrivato a destinazione. C’era stato più di un momento in cui
aveva temuto di non farcela.
Lo avevano salvato due marinai, rinvenuti prima degli altri dopo la botta in testa di
Juan e dei suoi amici. Uno era rimasto con lui a cercare di fermare il sangue
premendogli sulla ferita un pezzo della sua stessa camicia, l’altro era corso a chiamare
il medico di bordo e a dare l’allarme.
Per fortuna la coltellata non aveva leso organi vitali. Dopo che lo squarcio nello
stomaco era stato chiuso e ricucito, Leone era stato tre giorni tra la vita e la morte, con
la febbre alta e il delirio. Poi aveva cominciato a guarire, ma il suo destino era rimasto
incerto per molti giorni. La maggior parte delle ferite trattate dai medici, soprattutto in
quei climi caldi, all’improvviso suppuravano, si sviluppava un’infezione e il paziente
moriva. I dottori davano una quantità di spiegazioni sul perché questo succedeva, ma la
verità era che non lo sapevano.
Durante le settimane trascorse sulla nave ancorata in porto, nel letto di una cabina
passeggeri, concessa dal comandante per intercessione del signor Puig, Leone aveva
avuto il tempo di riflettere, mentre attendeva di scoprire se sarebbe morto oppure no.
Aveva compreso quanto fosse facile perdere la vita e quanto fosse stupido sprecarne
anche un solo giorno in esitazioni, sensi di colpa e rimpianti.
Quando era guarito non aveva perso tempo. Appena era stato in grado di reggersi a
cavallo si era messo in cammino e finalmente, dopo quasi due settimane di viaggio, era
arrivato a destinazione. Ora, davanti al compito immenso che l’aspettava, si sentiva
calmo, tranquillo come non ricordava di essere mai stato. Non aveva denaro, non
sapeva nulla di miniere e non aveva mai diretto i lavori di altre persone. Ma era
disposto a provarci. Se gli fosse andata male, non sarebbe stato peggio che se fosse
morto a Veracruz, o a Napoli per mano dello sgherro di Terrasecca.
Dalle case uscirono dei bambini scalzi che gli vennero incontro sotto la pioggia,
sguazzando nel fango. Si fermarono a qualche passo da lui e restarono immobili a
fissarlo, senza parlare, senza fare un gesto. Leone ormai era abituato alla ritrosia di
creoli e indios. Scese da cavallo con cautela, perché nonostante fossero passati sei
mesi la ferita gli faceva ancora male, soprattutto quando pioveva. La coltellata non
aveva toccato il cuore e non aveva leso organi vitali, ma gli aveva squarciato stomaco e
intestino.
Guardò in alto, sperando di scorgere un indizio di bel tempo in arrivo, ma restò
deluso. Oltre il tozzo campanile ad archi sovrapposti, su un lato della facciata, il cielo
era di un color piombo uniforme fino all’orizzonte, senza neppure uno spiraglio di
azzurro. Chiese ai bambini di andare a chiamare il parroco, ma loro scossero le teste
brune.
«È molto arrabbiato» disse il più alto. «Ha detto che i bambini non possono
entrare.»
«Come mai è arrabbiato?» chiese Leone.
«Padre Tomás si sposa» fu la risposta.
Uno dei ragazzini si offrì di portare il suo cavallo nella stalla del convento annesso
alla chiesa. Leone gli mise in mano le briglie ed entrò.
La costruzione era molto semplice ma non brutta, con la pianta a croce latina a una
sola navata sulla quale si aprivano due cappelle, una per lato. Dalle file di finestre in
alto entrava una luce biancastra. Non c’erano banchi per i fedeli. Evidentemente a El
Durazno tutti ascoltavano la messa in piedi. Nel transetto, a poca distanza dall’altare,
era riunito un gruppo di monaci e laici. Al centro del gruppo un monaco robusto, con gli
occhi azzurri e una barbetta grigia che terminava a punta sotto il mento, tuonava contro
un uomo alto e magro, con ispidi capelli neri e il naso adunco. Avvicinandosi Leone
vide anche due o tre donne che seguivano con occhi appassionati la discussione.
L’uomo dai capelli ispidi indossava solo brache di lana, una camicia e sandali di
cuoio. Reggeva su entrambe le braccia un saio nero che sembrava essersi appena tolto e
lo porgeva al prete, che si rifiutava di prenderlo.
«Questa storia sta diventando ridicola» disse l’uomo. «Ormai ho preso la mia
decisione, e non tornerò indietro.»
«Dimmi almeno come ti guadagnerai il pane» chiese il prete. «Come pensi di
mantenere la tua sposa e i figli che il Signore vi manderà?»
«Lavorerò nei campi a giornata.»
«Tu, un sacerdote, un letterato, il mio braccio destro nell’amministrazione del
convento, vuoi diventare un bracciante?» Il prete si guardò intorno, come a cercare
l’approvazione del pubblico. «E perché non un barretero?»
«Un che?» chiese Leone a un giovane monaco accanto a lui. L’uomo gli spiegò
sottovoce che i barreteros erano i minatori che con una barra di ferro scalzavano il
minerale grezzo dalla roccia nel sottosuolo. Poi aggiunse, facendo un cenno con il
mento. «Gli occhi di quella donna hanno stregato Tomás.»
Leone seguì il suo sguardo e vide una india sui diciotto anni, bassa e flessuosa, con
lineamenti fini, capelli nerissimi legati in una spessa treccia e occhi così intensi da far
male al cuore. I loro sguardi si incrociarono e Leone comprese immediatamente le
ragioni del prete che voleva spretarsi. Alla fine dovette comprenderle per forza anche
padre Mariano, che accettò finalmente la restituzione dell’abito da Tomás,
ricordandogli tuttavia che doveva andare dal vescovo a Guadalajara per chiedere la
dispensa.
Tomás annuì e disse che non rimpiangeva nulla degli anni passati a servire Dio con
l’abito talare ma ora desiderava servirlo lavorando e formando una famiglia. Poi si
voltò, prese per mano la sua promessa sposa e insieme si avviarono verso l’uscita.
Leone scoprì con sorpresa e con uno strano sollievo che la donna non era l’india di cui
aveva incrociato lo sguardo, ma una creola vistosamente incinta che le stava accanto.
La ragazza dagli occhi profondi uscendo dalla chiesa insieme agli altri fedeli gli passò
vicino senza guardarlo. Emanava un profumo come di erba umida. Leone seppe che
avrebbe dovuto rivederla, a qualsiasi costo.
Intanto i monaci si erano ritirati attraverso una porta laterale che probabilmente
immetteva nel convento. Davanti all’altare restava solo il sacerdote, con l’abito di
Tomás tra le mani e un’aria tra irritata e confusa. Leone si avvicinò.
«Zio Mariano» disse in italiano. «Sono vostro nipote Leone.»
Il prete spalancò gli occhi e la bocca, e l’espressione confusa prese il sopravvento
sull’irritazione. Poi scoprì i denti bianchi in un gran sorriso. «Leone! Ma certo!» tuonò,
gettandosi su una spalla l’abito smesso dal confratello e abbracciandolo. «Sei uguale a
tuo padre. Cioè, a com’era tuo padre alla tua età. Finalmente sei arrivato. Non sai come
sono stato felice quando ho ricevuto la tua lettera da Veracruz. Come mai ci hai messo
tanto? Cominciavo a temere che non venissi più.»
«È una storia lunga. Se possiamo sederci da qualche parte vi racconto tutto. »
«Certo, certo. Sei arrivato in un brutto momento» disse lo zio. «Un prete che rinuncia
ai suoi voti è una sconfitta di Dio.»
Leone non fece commenti e lo seguì attraverso la porta laterale. Durante la
convalescenza aveva scritto due lettere. Una a casa, per far sapere che stava bene,
naturalmente senza dire di essere stato ferito, e una allo zio, dove gli spiegava che
aveva deciso di accettare la sua proposta. Ma anche a lui aveva preferito comunicare
solo lo stretto necessario. I due missionari a cui aveva affidato le lettere avrebbero
potuto leggerle, anche se le aveva chiuse con la ceralacca imprimendovi sopra il sigillo
dell’anello. O sarebbero potute finire in altre mani. Era sempre meglio essere prudenti.
Lo zio lo condusse nella piccola canonica dietro la chiesa, lo fece spogliare e gli
diede il saio di Tomás da indossare mentre i suoi vestiti venivano mandati in cucina ad
asciugarsi davanti al fuoco.
«Che ti è successo?» chiese, vedendo la lunga cicatrice verticale lungo lo stomaco
di Leone.
Leone ne seguì il contorno con un dito. «Una brutta coltellata a Veracruz» disse. «È
il motivo per cui sono arrivato solo adesso. Ci sono voluti mesi prima di poter
cavalcare di nuovo.»
Indossò il saio, sentendosi strano vestito da prete. Si sedette sulla sedia davanti allo
scrittoio e gli raccontò una succinta versione dell’incidente.
«Ma perché questo Juan e i suoi amici hanno stordito gli altri per rubargli le paghe e
hanno accoltellato solo te?» chiese Mariano alla fine.
«È una storia lunga e poco interessante, zio. Il succo è che Juan mi odiava e mi
voleva morto. E probabilmente è convinto di avermi ucciso.»
«Probabilmente?» chiese Mariano. «Vuoi dire che non li hanno presi?»
Leone scosse la testa. «Si sono calati in mare dai portelli della fiancata e sono
riusciti a salire sul molo eludendo le guardie. Da allora si sono dati alla macchia, nei
dintorni della città. Ho sentito che rapinano, uccidono e violentano e nessuno è ancora
riuscito a catturarli.»
Mariano sospirò. «La volontà di Dio è imperscrutabile» disse. «Se ti ha permesso di
sopravvivere a una prova come questa, significa che ha dei piani per te. Ci mette alla
prova per farci scoprire quanto siamo forti. Ma parliamo d’altro» disse battendo le
mani, come per disperdere la tristezza del racconto. «Non mi hai ancora detto come
stanno mio fratello e mia cognata. Tua sorella Concetta ormai starà per sposarsi.»
Leone scrollò le spalle. «Dio ci ha mandato molte prove, negli ultimi tempi. È per
questo che mi trovo qui.»
«Racconta» disse Mariano, con uno sguardo attento negli occhi azzurri. Forse
fissava così i peccatori che venivano a confessarsi.
Leone raccontò e lo zio si fece sempre più cupo, fino a chiudersi in un lungo silenzio
quando gli disse che non solo non aveva portato i cinquecento scudi necessari a far
partire i lavori della miniera, ma aveva solo il denaro necessario per pagarsi qualche
notte in una locanda, ammesso che a El Durazno ce ne fosse una.
Suo zio non disse nulla per molto tempo. Alla fine si alzò, aprì il cassetto dello
scrittoio e ne tolse un grosso tomo rilegato che posò sul tavolo. Leone lo aprì con
curiosità. Sul frontespizio della prima pagina c’era scritto “Georgii Agricolae, De Re
Metallica”. Più in basso, sotto un caduceo con due serpenti attorcigliati venivano luogo
e data di pubblicazione: Basilea, 1566. Lo sfogliò e vide che era pieno di illustrazioni
di macchine in legno, utensili, tabelle, descrizione di processi di lavorazione
dell’argento.
«Lo ha scritto un tedesco» spiegò Mariano. «Georg Bauer, latinizzato in Georgius
Agricola. Contiene tutto ciò che bisogna sapere per estrarre i metalli dalla terra. Su
queste montagne ricche di argento pochissimi ne possiedono una copia, e lo
custodiscono con lo stesso zelo che riservano alla Bibbia. L’ho pagato carissimo e ci
ho messo due anni per procurarmelo, pensando che ne avresti avuto bisogno, poiché
immagino che tu, come me, non sappia nulla di miniere. E ora scopro che non servirà a
niente.» Fissò il crocifisso sopra il letto, come a chiedergli spiegazioni. «Prendi quel
foglio che c’è in mezzo.»
Leone fece scorrere le pagine e trovò un foglio piegato a metà, punteggiato di
macchie unte. Lo aprì sul tavolo e lo studiò con attenzione. «La mappa del giacimento?»
chiese.
Lo zio annuì. «Quando ho ricevuto la lettera di tuo padre, dove diceva che non
saresti venuto, ho pregato e ho aspettato, dicendomi che se ero entrato in possesso di
quella mappa c’era un motivo, e qualcosa sarebbe successo.» Si grattò il mento sotto la
barba a punta. «Quando è arrivata la tua lettera da Veracruz mi sono detto che avevo
fatto bene, che il Signore aveva premiato la mia fede.»
«E ora che sapete come stanno le cose, che suggerite di fare?»
Lo zio allargò le braccia. «Comincerò a cercare uno spagnolo facoltoso che voglia
prendere la concessione, sperando che non mi derubi.»
Leone scattò in piedi. «Ma la miniera è l’unica speranza di riscatto per la nostra
famiglia!» esclamò. «Io sono venuto per questo.»
«E cosa vorresti fare? Scavare l’argento con le mani?»
Leone cominciò a misurare la stanza a grandi passi, dal letto alla finestra. Fuori
dalla canonica c’era un patio sterrato, delimitato a destra dalla parte posteriore della
chiesa, a sinistra dalle stalle e sugli altri due lati dal convento dei monaci e dalla
canonica stessa. Vide il suo cavallo legato sotto una tettoia, davanti a una mangiatoia
con del fieno. Non aveva immaginato che lo zio fosse così povero.
«Sono venuto fin qui perché me lo avete chiesto voi» rispose. «Avete l’obbligo di
lasciarmi almeno provare, prima di affidare la miniera a qualcun altro.»
«Senza soldi non si può fare nulla, credimi.» Suo zio sospirò e scosse la testa. «Puoi
restare qualche giorno, se vuoi. Dormirai in canonica, mangerai alla mensa. Dovrai
aiutare nei lavori della missione, perché la regola è che chi non lavora non mangia. Poi,
quando ti sarai riposato, prenderai liberamente la tua decisione.»
«La decisione di andarmene, volete dire?»
Mariano sospirò. «Che altro? Il villaggio l’hai visto. A parte le case c’è un posto
che funziona da locanda, taverna ed emporio. Al piano di sopra c’è il bordello. Questo
è tutto. A meno che tu voglia entrare in convento come novizio, qui per te non c’è
niente.»
«Come l’avete costruita, questa missione?» chiese Leone.
«Cosa c’entra?»
«Voglio dire, avevate il denaro per assumere gli operai, acquistare il terreno e tutto
il resto?»
«Capisco dove vuoi arrivare, ma una miniera è una cosa diversa. Non basta la
benedizione del vescovo per aprirla, e non si può chiedere ai minatori di lavorare
gratis, spinti dalla fede.»
«Comprendo perfettamente le difficoltà che abbiamo di fronte» disse Leone.
«Tuttavia c’è ancora una strada che possiamo tentare.»
«Cos’hai in mente?»
Leone spinse in fuori le labbra, pensieroso. L’idea che aveva avuto poteva portare
più problemi di quanti ne risolvesse ma non vedeva alternative.
«Troverò i soldi» disse. «Fidatevi di me.»
Il giorno dopo, Leone volle andare a vedere il luogo del giacimento. Lo zio gli
spiegò che non c’era nulla da vedere, in realtà. «Io ci sono stato una volta sola» disse.
«In alcuni punti l’argento affiora dalla terra, se sai dove cercare. Ma a parte questo ci
sono solo sassi, cactus e serpenti.»
Leone insistette. Si fece spiegare bene la strada e prese con sé la mappa del soldato
morto, che lo zio aveva arricchito di particolari. Prese anche della carne secca da
mangiare, due otri d’acqua, uno per sé e uno per il cavallo, poi si mise in cammino in
direzione di San Luis Potosí.
Ci vollero parecchie ore. Il posto non era molto lontano dal villaggio, in linea
d’aria, ma da un certo punto in avanti la strada finiva e la marcia tra le montagne
deserte si faceva lentissima. Per fortuna il tempo era ideale. Non pioveva più dalla sera
prima, ma il cielo era rimasto coperto, e ogni tanto spirava un po’ di brezza. Leone
immaginava che sotto il sole, salire verso il picco del Zopilote tra le pietre e i cespugli
spinosi, sarebbe stato un inferno. Se fosse riuscito ad acquistare la concessione, la
prima cosa da fare era costruire una strada tra El Durazno e il giacimento. Altro denaro
da spendere prima ancora di poter aprire la miniera. Altro denaro che non possedeva.
Si riposò all’ombra della macchia di vegetazione segnata sulla mappa, bevve e fece
bere il cavallo, poi salì a mezza costa sulla montagna, dalla parte sotto il becco
dell’avvoltoio. Dopo qualche giro a vuoto individuò il mezquite di cui gli aveva
parlato lo zio. Era l’unico albero in tutta la zona, non poteva sbagliarsi. Poco più avanti
c’era una piccola spianata naturale ai piedi di una collina. Era arrivato.
E così era quello il luogo per cui aveva fatto tanta strada e rischiato la vita. Un
pezzo di deserto in cui, come gli aveva preannunciato Mariano, non c’era assolutamente
nulla da vedere, se non sassi, terra rossa, cactus di varie forme e dimensioni e distese
di bassi cespugli detti gobernadora. Il silenzio era così profondo che ogni fruscio, ogni
frinire di insetto risuonava come uno schiocco di frusta.
Trasportare su quelle montagne brulle e prive di strade tutto il legname da
costruzione che serviva sembrava un’impresa impossibile. Leone cercò di immaginarsi
quel luogo inospitale trasformato nel campo di una miniera, con le case dei minatori, le
macchine per raffinare l’argento che aveva visto nel libro dello zio, e un brulicare di
persone, animali, rumore. Era per quello che era venuto. La parola “miniera” nella sua
mente non aveva alcun significato. Non ne aveva mai vista una, se non nel libro
sfogliato la sera prima. E aveva pensato che per riuscire a trovare i soldi aveva
bisogno di un obiettivo visibile, di un luogo preciso, non di un’idea vaga.
Si mise a cercare con lo sguardo il minerale grezzo, la vena che affiorava dalla
terra. Dapprima non la trovò, e cominciò a pensare di aver sbagliato strada. Scese da
cavallo e provò a rivoltare qualche sasso, ma erano gli stessi sassi privi di qualsiasi
metallo che c’erano anche a El Durazno.
Camminava con lo sguardo a terra, tenendo il cavallo per le briglie. A un tratto
l’animale nitrì di terrore e si impennò sulle zampe posteriori, rischiando di sfuggirgli.
Leone ebbe bisogno di tutta la sua forza per trattenerlo e calmarlo, senza capire cosa
l’avesse spaventato. Poi udì un rumore come foglie secche agitate dal vento, e voltando
lo sguardo vide accanto a un masso un serpente a sonagli che agitava la coda in segno
di avvertimento, acciambellato e pronto a scattare.
Tra le rocce Leone intravide anche qualcos’altro. Tornò sui propri passi, legò il
cavallo al mezquite e avanzò di nuovo verso il punto in cui si trovava il serpente.
Aveva con sé la spada e avrebbe potuto ucciderlo facilmente, ma non vedeva perché.
L’animale si era spaventato vedendo avvicinarsi il cavallo, ma invece di attaccare
aveva reso nota la sua presenza agitando i sonagli, dando loro la possibilità di
allontanarsi. Leone usò la stessa tattica. Si avvicinò tirando calci alle pietre, gridando e
facendo più rumore possibile, finché il serpente, con un ultimo scroscio irritato dei
sonagli, strisciò via in direzione di un cespuglio poco lontano. Leone si chinò sulle
rocce e capì subito di aver trovato la vena d’argento.
Il metallo era molto diverso dall’unico argento che conosceva, quello lavorato in
monili e gioielli. Ciò che affiorava dal terreno era una striscia di metallo nerastro,
frastagliato e irregolare, che pochi passi più avanti si immergeva sotto terra. Qua e là
tra i sassi erano incrostati cristalli di quarzo e strani cristalli cubici che sembravano
anch’essi di metallo. Doveva essere la galena, il minerale di piombo di cui gli aveva
parlato lo zio Mariano.
Leone sentì le labbra aprirsi in un sorriso. Non aveva bisogno di altro. Aveva
trovato la sua fonte di ispirazione, la cosa da rivedere con gli occhi della mente nei
momenti difficili che di certo non sarebbero mancati, durante la sua ricerca del denaro
necessario per trasformare la visione della miniera in una realtà.
Quando, poco dopo, montò a cavallo per incamminarsi sulla via del ritorno, gli
sembrò di udire di nuovo il sonaglio del serpente. Chissà, forse il fatto che la vena
argentifera gli fosse stata indicata da un abitatore di quei luoghi, per quanto velenoso e
pericoloso, era un buon presagio. Scelse di vederla così.
XVII

Leone trascorse quasi un mese dormendo in canonica e mangiando in convento.


All’inizio aiutava pochissimo nei lavori. Usciva a cavallo al mattino presto e spesso
tornava la sera tardi, quando suo zio dormiva già sullo stretto letto sotto il crocifisso. Si
stendeva su alcune stuoie di fibre intrecciate messe l’una sull’altra sul pavimento in
mattoni a formare una specie di duro materasso, e crollava addormentato fino al mattino
dopo.
Dopo qualche giorno tra i monaci si diffuse un certo malumore, e cominciarono a
girare voci di nepotismo che avrebbero potuto minare l’autorità di padre Mariano. Fu
Leone a capirlo per primo: da una mezza frase, dal modo non proprio gentile in cui il
monaco cuciniere gli metteva davanti la sua ciotola di fagioli le rare volte che rientrava
in tempo per la cena e da altri indizi abbastanza evidenti.
Capì che doveva correre ai ripari. Senza giustificarsi e senza rivelare a nessuno
dove trascorreva le sue giornate, cominciò ad alzarsi prima dell’alba per accudire gli
animali del convento. La sera dopo cena si fermava a pulire la cucina e il refettorio,
inoltre teneva in ordine la sagrestia e la canonica meglio di una perpetua. Alla fine, dal
mutato atteggiamento dei monaci nei suoi confronti, si rese conto che la sua presenza in
convento era, se non giustificata, almeno accettata senza rancore. Il fatto che non si
alzasse con loro all’alba per cantare le laudi e non partecipasse alle varie funzioni
religiose, sembrava non disturbare più nessuno.
Leone si preoccupava solo di non mancare mai alla messa solenne della domenica,
alla quale partecipava tutto il villaggio. Ma il motivo principale per cui lo faceva non
era la devozione.
La prima domenica entrò in chiesa con un batticuore che non voleva ammettere
neppure con se stesso. Ma quando la vide tra i suoi familiari, vestita di bianco in piedi
al centro della navata, non ci fu modo di negare ciò che provava. Era innamorato. Negli
occhi scuri di quella ragazza di cui non sapeva neppure il nome, si erano persi il suo
cuore e il suo giudizio.
Non era un amore come quello che provava per Lisa, basato non solo sull’attrazione
fisica, ma anche sulla stima, sulla dolcezza, sulle somiglianze e sulle differenze dei loro
caratteri. Aveva visto quella ragazza da lontano, per pochi minuti. Come avrebbe potuto
stimarla per la sua intelligenza, apprezzarne il carattere? No, il suo era un desiderio
irrazionale, qualcosa che non si giustificava in nessun modo. Ma sapeva che se non
l’avesse avuta, la sua pelle ramata, i suoi capelli neri e lucenti, e soprattutto la
profondità misteriosa dei suoi occhi lo avrebbero tormentato per il resto della vita.
Da un certo punto di vista ne era felice. Era ciò che si era prefisso: non lasciarsi
condizionare dal passato. Lisa si trovava dall’altra parte del mondo e ormai doveva
aver sposato un altro. Forse aveva già il primo figlio. Mentre quella ragazza era lì, a El
Durazno, a poca distanza da lui.
Doveva scoprire chi era, dove abitava, conoscere i suoi genitori. Tutto ciò rischiava
di distrarlo dal suo compito, ma quando lei si voltò dalla sua parte e i loro occhi si
incrociarono di nuovo, comprese che ormai era troppo tardi. Se non l’avesse conosciuta
non avrebbe più avuto la serenità necessaria per fare nulla.
Per questo andò a cercare padre Tomás, nella casa rettangolare dove ora viveva con
la sua compagna. La donna lo accolse con malgarbo, non lo invitò a entrare e andò a
chiamare Tomás nel campo di mais dietro la casa. Tomás lo salutò con un po’ di
imbarazzo e cominciò subito a dire che era ben consapevole di vivere nel peccato e
voleva regolarizzare al più presto la sua situazione, ma non gli pareva opportuno
celebrare il matrimonio con la sposa incinta all’ottavo mese. Dopo la nascita del
bambino avrebbe chiesto a padre Mariano di officiare una cerimonia discreta e poi tutto
sarebbe stato a posto.
«Me ne rallegro, ma non è questo il motivo per cui sono qui» spiegò Leone. «Sono
venuto a chiederti un favore.»
Tomás doveva aver pensato che fosse stato mandato da padre Mariano. Scoprendo
che non era così divenne sospettoso. Lo squadrò accarezzandosi le guance scarne, poi
si passò una mano tra gli ispidi capelli neri. «Quale favore?»
Leone respirò a fondo. Sapeva che dopo averlo detto non ci sarebbe più stato modo
di tornare indietro. «Quella ragazza che era vicino a tua moglie, quando hai restituito
l’abito. Sui diciotto anni, occhi scuri, con una lunga veste bianca... hai presente?»
Dal viso impassibile di Tomás non capì se la conosceva o no. L’uomo disse solo:
«Cosa vorresti da lei?».
Leone smise di essere vago. «Conoscerla» disse. «Voglio conoscerla al più presto.»
Finalmente Tomás sorrise. Gridò alla moglie qualcosa in un dialetto che Leone non
comprese, e lei uscì di casa per fissarlo. Il suo sguardo non era più così ostile.
«Credeva che fossi venuto a cercare di separarci» disse Tomás. «Ora sa che sei
anche tu un uomo innamorato.» Batté le mani e aggiunse: «Sei fortunato, il tuo desiderio
si compirà oggi stesso. Ma devi portare un regalo al capofamiglia. Aspetta, ho io la
cosa giusta». Andò in casa e tornò con un grande cappello di feltro quasi nuovo. Leone
insisté per pagarlo, dicendo che in nessun modo avrebbe portato un regalo che non era
suo, e Tomás alla fine accettò una moneta.
Si lavò al pozzo per togliersi il sudore dei campi, indossò una camicia bianca,
calzoni e stivali e indicò una casa sul fianco della collina, un po’ fuori dal villaggio.
«La tua bella abita lì» disse. «È una pame e si chiama Estrella.»
Leone sapeva già distinguere vari gruppi indigeni dal loro modo di vestire. Per
esempio gli zacatechi, da cui prendeva il nome la città di Zacatecas, si riconoscevano
da una specie di mezze calze e dalla fascia che portavano in fronte. I pame andavano
scalzi, vestiti di bianco, gli uomini spesso con una mantellina che arrivava alla cintura,
le donne con lunghe vesti che tessevano in casa. Pensò che sarebbe stato conveniente
sapere qualcosa di più su di loro.
«La parola “pame” significa qualcosa?» chiese.
«No.»
«Ah, credevo...»
Tomás fece un gesto come per disperdere una nebbia immaginaria. «Scusami, non
sono stato chiaro. “Pame” vuol dire “no” nella lingua dei chichimeca.»
Spiegò che i primi spagnoli arrivati in quelle terre li avevano chiamati così perché
ogni volta che chiedevano loro qualcosa si sentivano rispondere “pame”.
«Se tanto mi dà tanto,» disse, allegro «dovrai esercitare molto la virtù della
pazienza, con la tua futura moglie.» Si fermò in mezzo alla strada polverosa, tra i solchi
paralleli delle ruote di un carro. «A proposito, hai intenzioni serie, immagino»
aggiunse. «Altrimenti io...»
Leone non aveva nessuna idea di cosa voleva fare. Sapeva solo che voleva
conoscere Estrella. Eppure le parole gli uscirono di bocca con tranquilla decisione,
come se ci avesse pensato sopra per giorni.
«Se mi vorrà la sposerò» disse.
Furono notati molto prima di arrivare alla casa sul fianco della collina, e trovarono
ad aspettarli la famiglia al completo. Padre, madre, fratelli, sorelle. Mancava solo
Estrella. Tomás spiegò in lingua chichimeca cosa volevano, Leone consegnò il regalo e
furono invitati a entrare. In un angolo dello stanzone scuro che costituiva la maggior
parte della casa, Estrella era seduta per terra accanto a un telaio a mano sul quale stava
tessendo una coperta colorata. Alzò gli occhi a guardarlo ma li riabbassò
immediatamente. A Leone sembrò di notare un’espressione triste in quel rapido
sguardo.
La conversazione fu praticamente un monologo, nel quale gli indios non intervennero
quasi mai. Lo ascoltavano parlare, a volte chiedevano con lo sguardo la traduzione di
qualche termine a Tomás, il quale gliela forniva subito nel loro dialetto, dopodiché
tornavano a fissarlo in silenzio con facce impassibili.
Estrella, seduta per terra accanto al suo telaio, era l’unica a tenere sempre gli occhi
bassi. Quando il padre gli domandò se intendeva portarla a vivere in chiesa, Leone
dapprima credette che parlasse sul serio. Poi dagli impercettibili sorrisi dei figli pensò
che stesse scherzando. Infine arrivò al vero significato della domanda: voleva sapere
come avrebbe mantenuto la futura moglie.
Solo allora si rese conto di aver fatto il passo più lungo della gamba. Era andato da
Tomás quella mattina per avere informazioni, pensando che magari, con un po’ di
fortuna, avrebbe potuto scoprire come si chiamava la ragazza che voleva conoscere e
dove abitava. Poi avrebbe pensato al resto. Invece in meno di un’ora si era ritrovato in
casa sua con una proposta di matrimonio in piena regola, e non aveva modo di
mantenere non solo la sposa, ma neppure se stesso. Tuttavia sarebbe morto prima di
ammetterlo davanti a loro.
«Sto lavorando a un progetto che mi frutterà molto denaro» disse. «Per ora tuttavia
non posso parlarne.»
L’uomo annuì, si voltò verso un anziano che doveva essere il nonno di Estrella e gli
chiese con gli occhi un parere. Il nonno fissò Leone con un disprezzo palese e strinse le
labbra. L’indio allora si rivolse a Tomás e gli fece il discorso più lungo da quando
erano arrivati. Sembrava irritato.
«Poiché ti sei preso il disturbo di venire fin qui e hai portato un regalo ti hanno
ascoltato» tradusse Tomás. «Ma questa famiglia non vuole mescolarsi alla nostra razza.
Inoltre sanno che vivi nella missione anche se non sei un prete, che non hai un lavoro e
non sei ricco. Chiedono se pensi che basti essere un bianco perché una ragazza pame ti
segua senza fiatare.» Tomás fece una pausa, guardandolo negli occhi. «Insomma,
rifiutano la tua proposta senza mezzi termini» concluse.
Quelle parole furono una doccia fredda per Leone. Credeva che l’unico ostacolo al
matrimonio potesse essere il fatto di non piacere a Estrella. Senza dirselo, aveva
immaginato proprio quello che aveva detto il padre della ragazza. E cioè che degli
indigeni dalla pelle scura, che andavano in giro scalzi e vivevano poveramente con
qualche capra e un campo di mais grande come un fazzoletto, sarebbero stati onorati di
accettare per la loro figlia la corte di un uomo della stessa razza dei potenti
conquistadores che li avevano sottomessi.
Annuì per mostrare di aver capito, tese una mano che nessuno strinse, l’abbassò e
uscì di casa con Tomás dopo un saluto frettoloso. Provava una fitta insistente al cuore,
un dolore non solo dell’anima ma anche del corpo.
«Non offenderti perché non ti hanno stretto la mano» disse Tomás, cominciando a
scendere lungo il fianco della collina. «È un’abitudine che fatica a radicarsi tra gli
indios.»
«Non mi sono offeso per quello, ma per tutto il resto» sbottò Leone. «Hai visto come
mi hanno trattato? Nemmeno avessi chiesto la mano di una principessa.»
«Be’, nel suo ambiente se Estrella non è una principessa poco ci manca.»
«In che senso?»
Tomás scrollò le spalle magre. «Questi indios si lasciano battezzare, vanno a messa
la domenica e si professano cristiani, ma ci vorranno secoli prima che lo diventino
davvero. Sappiamo bene che di nascosto continuano a seguire le loro pratiche come
prima.» Si passò una mano tra i capelli, un gesto che ripeteva spesso, e aggiunse: «Il
nonno di Estrella, l’uomo anziano che ti ha guardato male, è ritenuto un grande stregone.
Dicono che sia in grado di vedere il futuro e di curare malattie davanti alle quali
persino i medici del viceré si darebbero per vinti. La sua famiglia è molto in alto nella
gerarchia sociale dei pame».
«Capisco.» Leone fece qualche passo tra le pietre rossastre, diede un calcio alla
foglia carnosa di un’agave, poi aggiunse: «Credi davvero che non ci sia nulla da fare?
Forse con un regalo più consistente...».
Tomás scosse la testa. «Lascia perdere. Se mai ho udito un no definitivo nella mia
vita, era quello.»
«Estrella non ha il diritto di dire nulla? Sento di non esserle indifferente.»
«Non conosco abbastanza i loro costumi. Forse potrà esprimere la sua opinione, ma
credo che l’ascolteranno come hanno ascoltato la tua.»
Leone non voleva darsi per vinto. Non poteva semplicemente schioccare le dita e
dimenticare quegli occhi insondabili. «Sono convinto che se non fossi così povero
sarebbe diverso.»
«A proposito» disse Tomás. «Ce l’hai davvero un progetto per fare soldi, o l’hai
detto tanto per dire?»
«Ce l’ho.»
«Di che si tratta, se non sono indiscreto?»
«Lo sei» rispose Leone, secco. Poi, per temperare la sgarberia, aggiunse: «Il giorno
in cui hai restituito l’abito ho sentito da mio zio che sei un bravo amministratore. Se
tutto andrà come spero, nel mio progetto potrebbe esserci un posto per te, se lo vorrai».
Una settimana dopo, nella cittadina di Charcas, Leone percorreva a cavallo la strada
che conduceva alla villa di don Porfirio Nuñez. Era pervaso da una leggera
preoccupazione. Si era aspettato qualcosa di più grande di quella casa coloniale a due
piani, dipinta di un caldo color mattone, con due loggiati sovrapposti sulla facciata e
due basse costruzioni ai lati, che dovevano essere le scuderie e gli alloggi della servitù.
Non era certo la residenza di un povero, ma non corrispondeva alle arie da
padreterno che don Porfirio si dava sulla nave. Leone entrò dal cancello aperto nel
grande giardino al centro della costruzione a ferro di cavallo. Il giardino era ben curato,
con frassini e siepi di bosso che dovevano costare una gran fatica ai giardinieri, in quel
clima arido.
Ma la casa era in mattoni di adobe imbiancati a calce, e non in pietra come le case
degli spagnoli più ricchi. Non c’era un acquartieramento per i soldati, il che significava
che don Porfirio non aveva mercenari ai suoi ordini. I servitori erano ben vestiti ma non
indossavano una livrea. Erano tutti segnali di una disponibilità economica limitata, che
non facevano ben sperare per ciò che era venuto a proporre.
D’altra parte, un uomo a cui piaceva dare l’impressione di essere più ricco di ciò
che era poteva essere disposto a rischiare, pur di migliorare la propria situazione.
Leone smontò e mise la cavezza nelle mani dello schiavo negro che era venuto ad
accoglierlo. Trovava strano il fatto che gli spagnoli non potessero schiavizzare gli
indigeni messicani, mentre i negri importati dall’Africa e a volte anche da Cuba o da
Hispaniola non godevano dello stesso diritto. Suo zio gli aveva spiegato che era stata la
chiesa a impedire ai colonizzatori di rendere schiavi gli indios. Ma quando i proprietari
terrieri avevano reagito importando schiavi neri, la chiesa aveva deciso di ignorare il
problema, per motivi politici. «Sono proprio le cose di questo tipo che mi danno il
voltastomaco» aveva detto.
Il giovane schiavo condusse il cavallo nella scuderia alla sua sinistra e Leone
proseguì verso l’ingresso della casa, dove un altro servitore venne ad accoglierlo e lo
fece accomodare in una sala arredata con gusto, dicendo che l’alcalde sarebbe arrivato
a momenti. Leone preferì aspettarlo in piedi, per rispetto. Posò il cappello su una delle
sedie con lo schienale intagliato e i cuscini di cuoio imbottito che circondavano un
lungo tavolo scuro, intrecciò le mani dietro la schiena e si mise a contemplare il patio
interno con il pozzo al centro sul quale si aprivano tutte le stanze della casa. Da una di
esse vide uscire don Porfirio, a capo scoperto. I capelli scuri arricciati con il ferro
formavano una voluminosa criniera intorno alla testa. In farsetto color perla,
soprammaniche a sbuffo, brache bianche, calze, colletto e polsini grigi, gli sembrò
ancora più grasso di come lo ricordava. Quando entrò si voltò verso la porta per
salutarlo.
«Mio caro giovane, che piacere rivedervi. Vi avevamo dato per morto.»
Il viso largo decorato dai baffi impomatati e da una barbetta ben curata sul mento era
tutto un sorriso, ma Leone seppe dal lampo nei suoi occhi neri di averlo impressionato.
Si era aspettato di vedere il povero scrivano che conosceva e si ritrovava davanti un
uomo abbigliato come un suo pari.
«I miei omaggi, don Porfirio» disse, ricambiando il sorriso. «Dio ha voluto
risparmiarmi e alla fine sono giunto alla meta.»
«Avete fatto fortuna, a quanto vedo. Ma sedetevi, raccontatemi tutto.»
Leone aveva speso il poco denaro che gli era rimasto e aveva anche convinto lo zio
a prestargli dei soldi per comprarsi dei vestiti nuovi e una spada dall’elsa lavorata,
spiegando che aveva bisogno della credibilità necessaria per poter parlare di soldi.
Indossava un giubbetto di seta gialla imbottito di lana, stretti calzoni color grigio ferro e
stivaloni di cuoio con il risvolto. All’anulare della mano sinistra sfoggiava l’anello
d’oro con il sigillo di famiglia.
L’accoglienza dell’alcalde dimostrava che aveva visto giusto.
Don Porfirio lo fece accomodare in poltrona davanti a un basso tavolino
rettangolare, con sopra due candelabri e una scatola da sigari d’argento. Chiese a un
servo di portare da bere, si sedette sulla poltrona di fronte e lo subissò di domande.
Leone gli raccontò in breve cosa gli era successo, rifiutò l’offerta di un sigaro, bevve
alla salute di don Porfirio un sorso del vino di Querétaro portato dal servitore, poi
finalmente l’alcalde chiese: «Allora, qual è il motivo che vi conduce da me? Nella
lettera che mi avete fatto recapitare parlate di una proposta».
Leone annuì. Posò il bicchiere e disse: «Ho scoperto una vena d’argento nelle terre
intorno al picco del Zopilote, e ho appena chiesto la concessione per sfruttarla».
Ormai era passato un secolo dalla conquista, e molte miniere della regione si erano
esaurite. Anche le vene maggiori, come la Veta Grande o quella di San Bernabé nei
pressi di Zacatecas rendevano meno. L’annuncio di una nuova scoperta non avrebbe
lasciato indifferente nessuno. Ma nello sguardo di don Porfirio apparve un lampo
rapace che non gli piacque.
«L’area del Zopilote rientra nella giurisdizione di San Luis Potosí, non in quella di
Charcas» disse l’alcalde, senza più nessuna traccia della cordialità iniziale. «Perché
siete venuto da me?»
«Avrei potuto rivolgermi altrove, infatti» rispose Leone, in tono leggero. «Ma sono
in debito con voi per non essermi tuffato a salvarvi quando siete caduto in mare. Per
questo siete il primo a cui ho pensato di proporre la mia idea. Inoltre ci conosciamo,
sapete che potete fidarvi di me e io so che posso fidarmi di voi.»
Don Porfirio emise un suono che poteva sembrare un invito a continuare, ma Leone
tacque, in attesa di un segnale di interesse più concreto. Voleva dare l’impressione di
essere lì per offrire un’opportunità, non per chiedere denaro.
«Spiegatemi qual è l’idea» disse finalmente l’alcalde.
Nelle settimane precedenti, oltre a esplorare il sito della miniera e a misurare la
superficie per cui chiedere la concessione, secondo le ordinanze promulgate nel 1584,
Leone aveva visitato miniere e mercanti in vari villaggi e cittadine tra le montagne.
Erano queste le attività misteriose che lo tenevano lontano dal convento. Inoltre di sera
si era consumato gli occhi leggendo a lume di candela il De Re Metallica fornitogli
dallo zio. Come risultato, ora si sentiva in grado di parlare della materia con
cognizione di causa.
Spiegò la sua idea a don Porfirio in modo sintetico, dicendogli come pensava di
organizzarsi per trovare i minatori, stabilire il campo, costruire gli argani, le scale e le
macchine necessarie per l’estrazione, e acquistare il mercurio necessario per separare
l’argento dalle scorie.
«Ma ho bisogno di denaro contante per tutte le spese iniziali» concluse.
«Quanto denaro avete già a disposizione?» chiese don Porfirio.
«Non abbastanza» rispose Leone, restando sul vago. Se gli avesse detto che non
possedeva nulla a parte i vestiti che indossava e che persino quelli li aveva comprati
con denaro non suo, don Porfirio lo avrebbe mandato via. «Ho bisogno di un prestito.
Naturalmente vi restituirò tutto con gli interessi.»
Dopo ciò che era successo alla sua famiglia, indebitarsi di nuovo era l’ultima cosa
che avrebbe voluto fare, ma non c’era alternativa.
«Di quanto avete bisogno?»
Era la domanda che Leone aspettava. Quella che avrebbe segnato il successo o il
fallimento del colloquio. «Seimila pesos» disse. E restò a fissarlo.
I messicani chiamavano peso la moneta d’argento da otto real. Leone aveva fatto tutti
i calcoli basandosi sui prezzi correnti, aveva convertito le cifre in scudi e ducati per
farsi un’idea più precisa, poi le aveva riconvertite di nuovo in pesos. Seimila era il
minimo. Bisognava pagare i minatori, acquistare i muli per il trasporto del minerale
grezzo, il legno per costruire le macchine e il cibo. Tutto questo finché la miniera non
avesse cominciato a produrre. La cifra di cinquecento scudi d’oro calcolata da suo zio,
equivalente a circa mille pesos, in realtà era largamente insufficiente.
L’alcalde non parlò per molto tempo, lo sguardo appannato come se fosse immerso
in calcoli complessi.
«Sapete che Socorro mi ha dato un figlio?» chiese a un tratto.
«Non lo sapevo. Mi congratulo con voi» disse Leone, con sincerità. Quella notizia lo
rallegrava anche per altri motivi.
«Grazie. Ve l’ho detto perché il fatto di avere finalmente un erede mi obbliga a
prendere ogni decisione pensando anche al futuro, non solo al presente.»
«Lo capisco. Quello che posso dirvi è che secondo me è un buon affare. Ne sono
talmente convinto da aver già impegnato tutto il denaro che avevo.»
Don Porfirio stava per versargli un altro po’ di vino dalla caraffa in vetro rosso con
ornamenti d’argento ma rimase a metà del gesto.
«Allora cosa pensate di offrire in garanzia della restituzione del prestito?» chiese.
«La miniera.»
Don Porfirio versò il vino e ne versò un po’ anche per sé. «Spiegatevi meglio.»
«Vi firmerò un impegno scritto. Nel caso che non riesca a pagare entro otto anni, la
miniera diventa di vostra proprietà. Mi sembra una garanzia sufficiente.»
«Ma non sapete ancora se la vostra miniera vale tutti quei soldi. Forse si esaurirà in
pochi mesi.»
Leone sospirò. «È possibile. In ogni impresa c’è un rischio. Tuttavia ho fatto
esaminare da alcuni esperti la parte della vena che affiora in superficie, e sono
abbastanza tranquillo. Naturalmente, prima di concedermi il prestito potete farla
esaminare da esperti di vostra fiducia. Da parte mia, sono certo che riuscirò a
restituirvi tutto con gli interessi entro il tempo fissato. Cosa ne dite?»
Don Porfirio bevve un sorso e si alzò in piedi, per indicare che il colloquio era
terminato. «Lasciatemi un po’ di tempo per pensarci» disse. «Vi manderò a chiamare io
per darvi una risposta.»
Leone aveva sperato in un accordo rapido, ma in ogni modo non aveva ricevuto un
rifiuto. Era già qualcosa. Si inchinò, salutò e lasciò che il servitore lo accompagnasse
alla porta.
Dentro la scuderia non c’era neppure un barilotto o una cassa rovesciata per sedersi,
così Socorro si rassegnò ad aspettare in piedi. Non voleva sporcarsi il vestito o
rischiare di rovinare l’acconciatura dei capelli. La recente maternità l’aveva un po’
appesantita e non era ancora riuscita a rimettersi del tutto. Proprio per questo ci teneva
a offrire a Leone la migliore immagine possibile di sé. Voleva che la trovasse bella e
desiderabile come sulla nave. Ci sarebbe stato tempo dopo per stendersi nella paglia.
Per ingannare il tempo, si mise a osservare il triste spettacolo di sempre nella strada
polverosa, dalla finestra senza vetri che dava aria e luce alla scuderia. Indios con le
scarpe o senza, vestiti in modi diversi a seconda della tribù a cui appartenevano.
Soldati spagnoli con gli stivali e la spada al fianco, donne con scialli colorati seguite
da bambini seminudi con le pance gonfie. Carri, cavalli, capre e maiali. Scosse la testa.
Questo era il posto in cui Porfirio le aveva promesso che sarebbe stata trattata “come
una regina”.
Socorro aveva accettato la sua proposta di matrimonio perché non poteva fare altro,
essendo già d’accordo con l’hidalgo suo padre. Ma ne era stata contenta. Porfirio
sembrava il marito ideale. Discendente dei primi conquistadores che un secolo prima
avevano sottomesso l’imperatore Moctezuma, era governatore di una città dal nome
altisonante: Real de Minas de la Natividad de Santa Maria de las Charcas, nella cui
ampia giurisdizione rientravano anche molti piccoli comuni. Era sempre vestito in
modo impeccabile, con un decoroso seguito di servitori e diversi schiavi negri e
mulatti. Orgoglioso, autoritario, ma allo stesso tempo manovrabile se preso nel modo
giusto. Dopo il matrimonio si era rivelato scarso a letto, ma a quello c’era rimedio.
Inoltre, ora che Socorro gli aveva dato un figlio maschio sembrava aver perso interesse
per le attività amatorie, della qual cosa lei ringraziava il cielo.
Insomma, sarebbe andato tutto bene se lui non le avesse mentito spudoratamente
sulla propria ricchezza, molto inferiore a quanto i suoi modi facessero supporre, e sul
luogo in cui l’aveva condotta a vivere. Real de Minas de la Natividad de Santa Maria
de las Charcas, detta da tutti solo Charcas per brevità, era cresciuta parecchio dopo la
scoperta delle vicine miniere di argento, le avevano detto. Non osava immaginare come
fosse prima. Attualmente era popolosa come un quartiere di Madrid, anche se molto più
estesa. Le fattorie possedevano una quantità di acri che in Spagna aveva destato la sua
meraviglia, ma era quasi tutto deserto, con pochissima erba e alberi. Per sfamare una
piccola mandria di mucche o di cavalli erano necessari territori immensi.
Inoltre era un luogo ancora selvaggio, come dimostrava il fatto che il primo convento
costruito dai francescani era stato ridotto in cenere quasi immediatamente dagli indios
chichimeca. Certo, era successo più di cinquant’anni prima. Il convento era stato
ricostruito e i chichimeca ormai erano stati convertiti al cristianesimo. Ma la civiltà,
quella vera, fatta di bei vestiti, cibi raffinati, feste, ricevimenti e comodità, era molto
lontana.
Città del Messico era praticamente irraggiungibile e Guadalajara, la capitale del
territorio della Nuova Galizia di cui Charcas faceva parte, distava una settimana di
viaggio lungo strade infestate da banditi e ladri di cavalli. Le due città più vicine degne
di questo nome erano San Luis Potosí dal lato dell’Atlantico e Zacatecas verso
l’interno. Porfirio l’aveva portata a San Luis una sola volta prima della nascita del
bambino e mai a Zacatecas.
Dire che Socorro si annoiava non rendeva l’idea. Si sentiva letteralmente morire in
quello sputo di posto, dove non succedeva mai niente. Il momento peggiore era quello
della siesta nelle ore più calde del giorno, quando non si udiva neppure il più piccolo
rumore, come se anche le mosche e gli uccelli rispettassero la regola di san Benedetto,
che imponeva ai monaci il riposo nel silenzio assoluto, dopo aver pranzato all’ora
sesta. In quella calma mortale, l’assalivano pensieri e desideri resi ancora più intensi
dall’impossibilità di essere soddisfatti.
Aveva tentato di sedurre un giovane servitore, ma quell’idiota aveva cominciato a
blaterare di Satana e del peccato e l’aveva implorata di risparmiarlo, nemmeno avesse
voluto ucciderlo.
Naturalmente aveva dovuto mandarlo via. Continuare a tenerlo in casa era rischioso,
e inoltre non era disposta a sopportare che un creolo dalla pelle scura la guardasse
dall’alto in basso giudicandola una peccatrice. Tuttavia non se la sentiva di fargli
subire lo stesso destino di sua madre, il destino che per poco non era toccato anche a
lei.
Gli aveva trovato un impiego presso un’altra famiglia, che il giovane era stato felice
di accettare. Socorro si era sentita buona e giusta, e da allora non ci aveva più
riprovato con nessuno.
Ma quando aveva sentito chi era l’uomo che quella mattina aveva preso un
appuntamento con suo marito, si era sentita rinascere. Credeva fosse morto, dopo la
coltellata che gli avevano dato a Veracruz. Invece era vivo ed era tornato da lei.
Finalmente, spiando tra le assi sconnesse della porta, lo vide uscire di casa. Vestito
a nuovo era bello come un principe. Magro e forte, la spada al fianco, i capelli biondi
legati da un fiocco e coperti da un cappello a tesa larga. Un paio di baffi sottili che
sulla nave non aveva ma che gli davano un’aria più virile. La noia stava per finire.
Lo osservò mentre si guardava intorno perplesso, aspettando che qualcuno gli
riconsegnasse il cavallo. Poiché non veniva nessuno, si avviò a passi decisi verso la
scuderia.
Socorro si nascose dietro la porta e appena entrò gli saltò al collo. «Sono così felice
che tu sia qui» sussurrò. Poi lo baciò con passione sulla bocca.
Leone non rispose al bacio e si sottrasse all’abbraccio, allontanandola con
decisione. Socorro ne fu così scossa che per un attimo non seppe come reagire. Poi tutta
la sua passione divenne rabbia bruciante e lo schiaffeggiò con il palmo aperto,
facendogli cadere il cappello nella paglia. «Come ti permetti di spingermi via? Chi
credi di essere?»
«Non siamo più sulla nave, Socorro» rispose lui, calmo.
Nel suo atteggiamento c’era qualcosa di diverso. Una sicurezza di sé che lo rendeva
ancora più desiderabile.
«Vuoi dire che sei stato con me solo per paura? Piaceva anche a te, non negarlo.»
Leone la guardò negli occhi. «Non lo nego» disse. «Ma il passato è passato. Tu sei
sposata e ora sei anche madre.»
Socorro lo aveva atteso con tanta passione. Con amore, persino. Come poteva
trattarla così? Sentì le lacrime salirle agli occhi, ma le ricacciò indietro. «Non
azzardarti a darmi lezioni» sibilò. «Sono la moglie dell’alcalde. Posso rovinarti se non
fai quello che ti dico.»
«Se ti metti a urlare che ho cercato di violentarti, tuo marito si chiederà perché ti
trovavi nella scuderia e come mai non c’era nessuno. Non dubito che interrogando gli
stallieri scoprirà che sei stata tu a mandarli via.»
Socorro oscillava tra il pianto e l’impulso di afferrare un forcone e piantarglielo in
corpo. Fu sul punto di supplicarlo, ma non poteva umiliarsi così. Doveva esserci un
modo di sottometterlo. «Qualsiasi cosa tu sia venuto a chiedere a mio marito» disse
«non te l’avrà concessa. Lo conosco bene.»
«Ho preso la concessione di una miniera e gli ho chiesto un prestito per avviarla»
rispose Leone. Si chinò a raccogliere il cappello e se lo aggiustò sulla testa. «È un buon
affare, ma ha voluto un po’ di tempo per pensarci.»
Socorro piegò le labbra in una smorfia sarcastica. «Se Porfirio dovesse saltare dalla
finestra per salvarsi da un incendio, chiederebbe un po’ di tempo per pensarci sopra.»
Fece una pausa e aggiunse: «Ma io posso aiutarlo a decidere in fretta».
Leone si diresse verso il suo cavallo e sciolse la cavezza. «No, Socorro» disse,
conducendolo verso la porta della scuderia. «Quello che c’è stato tra noi è finito sulla
nave.»
Socorro comprese di avere perso. Si era offerta ed era stata rifiutata. Umiliata.
Ormai per Leone provava solo odio. «Rimpiangerai queste parole» gli disse, gelida.
«Dovrai strisciare ai miei piedi. È una promessa.»
«Non lo farò. Anche questa è una promessa.»
Le voltò le spalle e uscì in giardino. Lei non poteva seguirlo, rischiando di farsi
vedere dai servitori o, peggio, dal marito. Ma non riuscì a tacere. «Non sfrutterai mai
quella miniera!» gli gridò dietro, restando nell’ombra della scuderia. «Il prestito che
hai chiesto a mio marito puoi scordartelo.»
XVIII

Don Porfirio mandò degli esperti di sua fiducia a ispezionare il sito della miniera, ma
poi non si fece più sentire. Nelle settimane successive Leone si dedicò a cercare altre
possibilità. Con una lettera di raccomandazione dello zio andò a trovare i ricchi
proprietari terrieri della regione, persone che possedevano mandrie e greggi e che
avrebbero avuto tutto da guadagnare nel fornire la carne per un nuovo progetto
minerario. Ma nessun hacendado sembrava disposto a finanziare la sua avventura. Non
capì se per paura che la miniera si rivelasse un fuoco di paglia, come era successo per
alcune delle ultime scoperte, o per evitare di fare uno sgarbo a don Porfirio. L’alcalde,
sobillato dalla moglie, poteva aver chiesto loro di isolare Leone. Anche se non era
ricco, discendeva dai primi conquistadores, una cosa che in quelle terre assicurava
prestigio e influenza. Inoltre con la sua carica governativa rappresentava un potere con
cui era meglio non mettersi in urto.
Leone non capiva come fosse possibile che don Porfirio si lasciasse manovrare così
dalla moglie. Non era andato a chiedergli l’elemosina, gli aveva proposto un affare che
conveniva anche a lui. Eppure, nonostante la promessa di mandarlo a chiamare per
comunicargli la risposta, non l’aveva fatto. L’unico lato positivo di tutto quel girare da
un possibile finanziatore all’altro, era che gli restava poco tempo per pensare a
Estrella. La vedeva a messa la domenica, si scambiavano sguardi brucianti, e quello era
tutto.
Ormai sapeva che anche lei provava qualcosa per lui. Ma a causa del divieto della
sua famiglia quell’amore a distanza non aveva futuro. Per non soffrire inutilmente,
Leone per tutta la settimana cercava di togliersi Estrella dalla testa. Poi la domenica
non riusciva a resistere e tornava a messa.
Rifiutarono di ascoltarlo anche i mercanti di stoffe e vettovaglie che visitavano con
le loro carovane tutte le zone minerarie da Guanajuato a Saltillo. Alla fine uno di loro,
un arabo convertito giunto nei domini spagnoli d’oltremare in barba alle leggi che ne
vietavano l’immigrazione, glielo disse chiaro.
«Gira la voce che finanziare voi significa arrecare un grave dispiacere a una persona
importante» spiegò, con un sorriso indifferente. «E noi non possiamo permettercelo. Se
volete fare fortuna, dovete imparare a non scontrarvi con chi è più potente di voi.»
Erano nella taverna di El Durazno, in un pomeriggio di vento che spingeva per le
strade polvere e ramoscelli spinosi, davanti a una brocca di pulque, una bevanda
alcolica e gelatinosa ricavata dal succo dell’agave.
«E se il danno è già fatto?» chiese Leone. Non era pentito di aver rifiutato il ricatto
di Socorro, ma ormai era passato un mese dal suo incontro con lei e aveva esaurito le
porte a cui bussare.
«In quel caso cambiate aria» rispose il mercante. «E cambiate lavoro.»
«Ma si tratta di una miniera d’argento! Non posso spostarla da un’altra parte. E non
troverò un lavoro migliore di questo.»
L’arabo prese il bicchiere e bevve un sorso del liquido che conteneva. «L’argento è
fonte di illusioni, non di ricchezza» disse. «Per una vena ricca come quelle di
Sombrerete o di San Bernabé ne esistono centinaia di altre che producono solo debiti.
Quando si comincia a scavare non si può prevedere nulla. Spesso la vena si perde o si
esaurisce e il proprietario finisce rovinato. Ne avrete sentite di storie del genere, no?»
Leone ne aveva sentite molte. Ma si rifiutava di credere che la sua miniera avrebbe
fatto quella fine. Era l’ancora di salvezza inviata dalla divina provvidenza alla sua
famiglia, aveva attraversato l’oceano apposta per afferrarla e non intendeva darsi per
vinto.
L’arabo sembrò leggergli nel pensiero. «Tutti pensano che la propria miniera sarà
diversa» disse. «Fate pure. In quanto a me, non comprerei mai una merce che non posso
vedere. Magari non diventerò ricco, ma non finirò neppure sul lastrico.»
«Vi ringrazio del consiglio» disse Leone, alzandosi in piedi.
«Ma non lo seguirete, vero?»
«No.»
Il mercante sollevò il bicchiere. «Allora buona fortuna. Quando ripasserò da queste
parti, spero di trovare tanti minatori ansiosi di spendere la paga per vestirsi a nuovo
con le mie stoffe.»
Trascorse un altro mese. Un giorno un prete agostiniano diretto al nord portò alla
missione una lettera di Matilde Baiamonte. Recava una data dell’anno prima e doveva
essersi incrociata a mezza strada con quella che Leone aveva mandato da Veracruz.
Dopo averla letta Leone trascorse un’ora con la testa tra le mani, immaginando la
vita che facevano suo padre, sua madre e sua sorella in un appartamento di due stanze in
via Soprammuro. Scrisse una risposta dicendo che aveva già la concessione per la
miniera e stava risolvendo gli ultimi problemi burocratici. Parlò del Messico, degli
enormi spazi aperti così diversi dai paesaggi italiani, della chiesa dello zio. Evitò ogni
riferimento alle difficoltà a cui stava andando incontro. La chiuse con due gocce di
ceralacca su cui impresse il sigillo dell’anello e pregò suo zio di farla portare a
Guadalajara dalla prima persona disponibile. Da lì un servizio di staffetta l’avrebbe
fatta arrivare a Città del Messico e poi a Veracruz. Infine, se non fosse andata perduta
nel frattempo, sarebbe partita con la Flota de Indias e forse un giorno qualcuno
l’avrebbe consegnata alla chiesa di Sant’Agostino Maggiore a Napoli, dove sua madre
sarebbe potuta andare a ritirarla. Purtroppo, in Messico solo la corrispondenza
diplomatica e religiosa di alto livello poteva contare su qualcosa di simile a un servizio
postale. Gli altri dovevano accontentarsi.
All’inizio di ottobre, un anno e mezzo dopo la sua fuga da Napoli, Leone era a un
punto morto e suo zio premeva per non perdere altro tempo. Voleva cercare un altro
gestore per la miniera.
«Metterò come condizione che ti assuma in qualità di sovrintendente o qualcosa del
genere» disse. «Così avrai un buon lavoro e potrai comunque mandare qualcosa ai
tuoi.»
Leone era sul punto di cedere, quando don Porfirio lo mandò a chiamare.
Disse che aveva deciso di concedergli il prestito di seimila pesos, ma a condizioni
diverse: interesse del dodici per cento e restituzione in due rate da 3.360 pesos
ciascuna, la prima diciotto mesi dopo la firma dell’accordo e la seconda diciotto mesi
dopo la prima. Ovvero, per restituire l’intera somma Leone aveva tre anni di tempo
invece degli otto che aveva chiesto.
In caso di mancato pagamento anche di una sola rata doveva impegnarsi a cedergli la
concessione della miniera.
«O così o non se ne fa niente» concluse don Porfirio, lisciandosi i mustacchi
impomatati.
Uscendo dalla sua villa Leone si sentì osservato. Era certo che Socorro lo stesse
fissando da una delle finestre, pronta a un sorriso di scherno se si fosse voltato. Ma non
si voltò.
Sapeva che era lei la mente dietro il piano del marito. Gli avevano creato il vuoto
intorno, avevano aspettato che non avesse più nessuno a cui rivolgersi, poi l’avevano
mandato a chiamare sicuri che avrebbe accettato oppure rinunciato del tutto, mettendo
in vendita la concessione. In quel caso Leone era certo che avrebbero fatto in modo di
essere loro ad acquistarla.
Le condizioni di restituzione del prestito erano la porta attraverso la quale, in un
modo o nell’altro, Socorro e Porfirio miravano a impadronirsi della miniera.
Leone vedeva chiaramente l’abisso nel quale stava per cadere, ma non aveva scelta.
Se non avesse accettato avrebbe tradito il motivo stesso della sua presenza in Messico.
Non era fuggito solo per sottrarsi alla vendetta di Terrasecca, ma soprattutto per
riscattare la propria famiglia dalla condizione di indigenza in cui era precipitata. Aveva
fatto una promessa, era suo dovere mantenerla.
Informò lo zio delle condizioni, dicendosi sicuro di poterle rispettare. Mariano
diede il suo consenso e Leone firmò l’accordo, deciso a vincere la sfida. Ma per un
mese sognò quasi ogni notte il momento terribile in cui suo padre gli aveva rivelato che
non possedevano più nulla. Lo aveva tanto biasimato per la sua incuria. Adesso
cominciava a capire come era facile, pressati dalle circostanze, finire nelle mani di
persone senza scrupoli.
Quando i primi scavi confermarono le aspettative tirò un sospiro di sollievo. La
vena era del tipo che Georgius Agricola nel De Re Metallica classificava come vena
profunda, cioè di quelle che partendo dalla superficie si immergevano nelle profondità
della terra e andavano seguite con pozzi e gallerie.
Dalle pianure ricche di alberi della Huasteca, Leone fece arrivare sul posto un
carico di legname da costruzione trasportato a dorso di mulo, perché in assenza della
strada non era possibile far salire dei carri tra quelle montagne. L’operazione gli costò
il triplo del normale, ma non c’era alternativa. La miniera doveva partire subito. Operai
e minatori cominciarono a lavorare divisi in tre gruppi: il primo costruiva le macchine
necessarie, sotto gli ordini di un maestro d’ascia basco di nome Iñaki, e scavava quello
che sarebbe stato uno degli ingressi principali alla parte sotterranea della miniera. Il
secondo gruppo intanto si dedicava a costruire gli alloggi e il terzo cominciava ad
allargare la spianata e a costruire la strada sterrata che avrebbe collegato il campo
della miniera al villaggio di El Durazno. I primi giorni furono difficili, anche perché
dopo il lavoro bisognava mangiare e dormire all’aperto. Ma in poche settimane intorno
alla spianata sulla quale si apriva il pozzo principale sorse un campo di baracche di
adobe dal tetto piatto, non intonacate. Il centro della spianata fu occupato da un forno
per la cottura dell’amalgama d’argento, un mulino per la triturazione delle scorie, una
rimessa per i carri e altre strutture da lavoro. Il mantenimento dell’ordine e la sicurezza
furono affidati a una dozzina di mercenari, al comando di un ex soldato con una mano
sola che si faceva chiamare capitano senza esserlo. Tomás si trasferì al campo con la
moglie e la bambina nata poco dopo il suo matrimonio, per occuparsi
dell’amministrazione.
Leone si fece costruire una casetta sul fianco della collina che dominava il campo. Il
lavoro era massacrante, ma seguiva di persona tutto ciò che poteva, senza disdegnare di
sporcarsi le mani. In tal modo si conquistò presto il rispetto dei minatori.
Naturalmente aveva anche dei nemici. Iñaki, il maestro d’ascia basco, un uomo
stretto e allampanato ma con mani e piedi enormi, approfittava di ogni opportunità per
creare problemi e mettere in discussione la sua autorità. Leone lo avrebbe mandato via
volentieri, se solo avesse trovato un altro con la sua stessa capacità di creare in poco
tempo puntellature perfette per le gallerie, ruote a pioli per le macchine, porte, finestre
e qualsiasi altra cosa si potesse fare con il legno.
Gli spagnoli importanti della zona, dal canto loro, lo trattavano con cortesia formale
ma tendevano a evitarlo. Disapprovavano il fatto che, invece di corteggiare una delle
loro figlie, Leone non facesse mistero di voler sposare un’india scalza, per di più
contro il parere della famiglia di lei.
Tutti a El Durazno ormai sapevano dell’amore contrastato tra Leone ed Estrella.
Anche dopo che le sue condizioni economiche e il suo stato sociale erano cambiati,
l’opposizione della famiglia era rimasta. Non si erano neppure potuti mai parlare.
L’unica cosa che potevano fare era scambiarsi lunghi sguardi durante la messa, nei
pochi momenti in cui i genitori di lei erano distratti. Il nonno non c’era quasi mai.
Partecipava alle funzioni religiose solo lo stretto necessario per non essere considerato
un cattivo cristiano. El Durazno era troppo piccola per attirare l’attenzione del
Sant’Uffizio e gli indios, considerati ancora “nuovi” nella fede religiosa, godevano del
privilegio di non essere giudicati dall’Inquisizione, che altrimenti avrebbe dovuto
bruciarli a decine nelle piazze. Tuttavia era sempre meglio stare attenti, e il nonno di
Estrella doveva saperlo. Del resto era un bene che si facesse vedere di rado, perché
quando era in chiesa non perdeva d’occhio la nipote neppure un momento.
La situazione precipitò quando un indio chichimeca arrivato da poco nella zona
chiese in moglie Estrella. Il padre diede il suo assenso, la ragazza accolse la decisione
con la consueta obbedienza silenziosa, ma quella notte stessa tentò di impiccarsi al
ramo più alto di un mezquite dietro la casa. Solo la prontezza del nonno stregone,
svegliatosi di soprassalto in seguito a un brutto sogno, impedì la tragedia.
Non appena venne a saperlo, Leone comprese che il tempo per cercare una soluzione
pacifica era passato.
Con la complicità di Clara, la moglie di Tomás, durante una messa riuscì a farle
arrivare un biglietto dove aveva tracciato un rozzo disegno, poiché Estrella non sapeva
leggere. Una casa rettangolare a metà di un pendio, la luna piena e due persone su un
cavallo, un uomo con un cappello a tesa larga e una donna con una lunga treccia nera.
Lei aprì il foglietto nel palmo della mano, lo fissò a lungo con un’espressione
indecifrabile ma quando alzò gli occhi Leone vi lesse una promessa.
Era d’accordo. Si sarebbe lasciata rapire e avrebbero messo la famiglia di fronte al
fatto compiuto. Leone fu attento a non sorridere, a non annuire, a non fare alcun gesto o
movimento che potesse insospettire i familiari di Estrella. Ma il cuore gli martellava
nel petto dalla gioia.
Alla notte di luna piena mancava meno di una settimana. I giorni gli sembrarono
anni, ma alla fine il momento arrivò. Leone salì a cavallo e si diresse verso El Durazno.
Aveva scelto quella notte non solo perché ci sarebbe stata più luce per orientarsi, ma
perché i cani dei villaggi e delle case disseminate tra le colline spesso si mettevano ad
abbaiare tutti insieme, quando la luna era piena. I cani di Estrella avrebbero latrato e
ringhiato sentendolo avvicinarsi, ma con un po’ di fortuna nessuno si sarebbe allarmato.
Di notte le palme di yucca, con i ciuffi di foglie coriacee in cima ai rami tozzi,
sembravano fantasmi con le braccia protese verso il cielo. A metà della salita Leone
legò il cavallo al tronco di una di esse e proseguì a piedi. Calzava scarpe di cuoio
morbido che non producevano quasi nessun rumore sui sassi.
Credeva di avercela fatta, ma davanti casa trovò ad aspettarlo tutti i maschi della
famiglia, compreso un bambino di nove o dieci anni, armati di quei lunghi coltelli da
lavoro che i messicani chiamavano machete, pericolosi quanto una spada.
Il padre, che l’altra volta aveva parlato solo nel suo dialetto, avvalendosi della
traduzione di Tomás, dimostrò di conoscere bene lo spagnolo, insultandolo e dicendo
che stavolta non lo avrebbero ucciso perché era venuto disarmato e non volevano
problemi con la giustizia, ma che se ci avesse provato ancora non se la sarebbe cavata.
Leone affrontò la discesa a testa bassa mentre loro restavano a fissarlo, sagome nere
contro la luce lunare.
Accanto al cavallo trovò ad attenderlo Estrella, con il suo huipil bianco, gli occhi
scuri e la treccia nera. «Portami via» sussurrò. «Prima che se ne accorgano.»
Leone non aveva mai udito la sua voce prima di quel momento. Con il sangue che gli
martellava nelle tempie la fece montare dietro di lui e piantò i talloni nei fianchi
dell’animale. Quando furono in fondo alla collina udirono le grida dei suoi familiari
che partivano all’inseguimento sui muli.
Anche se avevano un po’ di vantaggio e i muli non potevano competere con la
velocità del cavallo, gli indios sapevano dove erano diretti e li avrebbero comunque
raggiunti. Ma se Leone fosse arrivato alla miniera potevano considerarsi in salvo,
almeno fino al mattino. Non voleva pensare a ciò che sarebbe successo dopo. Sentiva
contro la schiena la pelle calda e i seni di Estrella attraverso il tessuto della camicia, il
suo odore di erba umida mentre lei lo abbracciava senza dire una parola, e questo gli
bastava.
Cavalcarono senza respiro sotto milioni di stelle, tra i cactus, le palme di yucca e le
pietre. Era maggio, l’epoca della fioritura della biznaga, un cactus che una volta l’anno
per pochi giorni riempiva le colline di grandi fiori di un colore bellissimo tra il rosa e
il viola. Nel buio il loro profumo dolce e speziato li avvolgeva come una nuvola.
Arrivarono al campo al galoppo. Leone smontò davanti alla sua baracca, svegliò il
capo dei mercenari e gli ordinò di tenere fuori dal campo fino al sorgere del sole il
gruppo di indigeni che sarebbe arrivato tra poco.
«Ma non dovete maltrattare né ferire nessuno, capitano, di questo vi ritengo
personalmente responsabile» disse. «Limitatevi a non farli passare e a sparare qualche
colpo di archibugio in aria.»
Il monco annuì e andò a riunire i suoi uomini. Leone salì fino a casa sua, aiutò
Estrella a smontare, la prese in braccio e la portò dentro, spalancando la porta con un
piede.
Si baciarono appena oltre la soglia, alla luce della luna, e fu un bacio che sembrò
non avere fine. Avevano penato tanto per unirsi che nessuno dei due voleva staccarsi
dall’altro. Lentamente, sempre con le bocche incollate, si mossero verso il letto,
rovesciando una sedia e una bottiglia di vino.
Sul materasso imbottito di foglie di mais Leone la spogliò con movimenti che
volevano essere dolci ma furono bruschi come zampate. Lei all’inizio restò immobile,
intimidita. Poi gli si strinse contro chiedendo cosa doveva fare.
«Solo amarmi» disse Leone, accarezzandole una guancia.
E lei lo amò, con una passione, un calore, che la sua natura schiva non avrebbe mai
fatto intuire, mentre dalla spianata arrivavano le grida degli indios e dei mercenari e
qualche colpo di archibugio e di pistola. Quella notte tremarono i muri e il letto
malfermo finì per crollare sotto di loro, e solo la luce dorata del sole che filtrava dalla
porta rimasta aperta convinse Leone a staccarsi da lei.
Si alzò, indossò un paio di brache da lavoro, una camicia e un paio di stivali, poi
andò alla porta e chiese al monco se gli indios erano ancora lì. Avuta una risposta
affermativa, gli disse di far passare i due più anziani, dopo averli disarmati.
Il padre e il nonno di Estrella arrivarono pochi minuti dopo, lividi sotto le
mantelline colorate che coprivano i loro semplici vestiti bianchi.
Leone li salutò con rispetto e parlò per primo. Disse che ormai Estrella era sua
moglie e dovevano accettarlo. Si sarebbe preso cura di lei per tutta la vita, nella buona
e nella cattiva sorte, e naturalmente l’avrebbe sposata al più presto in chiesa, davanti a
Dio.
«Hai preso mia figlia contro la mia volontà» rispose il padre a denti stretti. «Non
darò mai il mio consenso al matrimonio.»
Sputò per terra e si avviò verso la spianata senza degnare di un’occhiata Estrella che
era comparsa alle spalle di Leone. Il nonno invece le rivolse alcune frasi nella loro
lingua, poi allargò le braccia e lei corse ad abbracciarlo, piangendo. Quando anche il
vecchio si fu allontanato Leone le chiese cosa le avesse detto.
«Ha detto che morirò qui» rispose lei, fissandolo con i suoi occhi profondi.
«Stupidaggini.»
Estrella scosse la testa. «Tempo fa un sogno gli ha rivelato che se ti avessi seguito
sarei morta presto» disse. «Per questo ha fatto di tutto per tenerci lontani. Ma ora che
non c’è più rimedio mi augura buona fortuna.»
Leone guardò l’orizzonte. La luce dell’alba illuminava le colline punteggiate di
grandi fiori viola.
«Davvero ci credi?» disse poi. «Non dovresti, sono soltanto...»
Estrella gli chiuse la bocca con un dito. «Ora siamo insieme, non pensiamo ad
altro.»
Lo prese per mano e stavolta fu lei a condurlo in casa.
Leone la baciò di nuovo, giurando in silenzio che avrebbe combattuto con la morte in
persona, se avesse cercato di portargliela via.
Ci volle più di un anno perché il ciclo di estrazione, raffinazione del minerale grezzo
e fusione dei lingotti acquistasse un ritmo stabile. Ma alla fine Leone riuscì, pur con
molta fatica, a pagare la prima rata del suo debito entro i tempi previsti.
In un solo giorno, oltre a riprendersi la metà del denaro prestato, don Porfirio
guadagnò un interesse pari a più di cinque anni dello stipendio da scrivano che Leone
prendeva sulla nave. Eppure incassò il denaro con un sorriso falso e l’aria
insoddisfatta. Era sempre più evidente che il suo obiettivo era la miniera.
Di nuovo Socorro restò invisibile. Leone non dubitava che, se non fosse stato in
grado di pagare, lei si sarebbe fatta vedere per godersi la vendetta. Non la
sottovalutava, aveva visto ciò che era capace di fare per ottenere i suoi scopi. Ma
finché la vena d’argento continuava a rendere secondo le previsioni, non aveva punti
deboli.
Dopo il pagamento gli restò anche una piccola quantità di denaro. Versò una parte
degli utili allo zio Mariano, come d’accordo e reinvestì il resto nella miniera. Non
aveva ancora quasi nulla da mandare alla sua famiglia, ma confidava che nel prossimo
futuro i guadagni sarebbero stati maggiori.
Se con la prima rata del debito, la più difficile da pagare, era andato tutto bene, con
la seconda si sentiva del tutto tranquillo. Ma purtroppo le cose non andarono come si
aspettava.
Prima ci fu l’incendio doloso del mulino per la triturazione delle scorie. Una notte
qualcuno versò dell’olio sugli ingranaggi in legno che facevano girare la macina e
appiccò il fuoco. Le fiamme furono fermate in tempo e i danni limitati, ma prima che
Iñaki ricostruisse la ruota e si tornasse al normale ritmo di produzione passò più di un
mese. Leone comprese che tra i suoi uomini doveva esserci qualcuno pagato da don
Porfirio per fermare i lavori. Era troppo facile sospettare di Iñaki, a causa del suo
carattere polemico e del suo rancore perché sentiva che la vita non gli aveva dato ciò
che gli spettava. Gli uomini che potevano essersi lasciati comprare erano moltissimi e
l’idea di avere uno o più giuda al campo non era affatto rassicurante. Fu costretto ad
assumere alcuni mercenari in più e ad aumentare la sorveglianza notturna.
Se il primo problema era stato il fuoco, il secondo, dagli effetti ben più gravi, fu
l’acqua. Ma nel frattempo Leone diventò padre e la sua vita si riempì di una gioia che
non aveva mai provato.
La fuga d’amore di Estrella aveva suscitato meno scandalo di quanto si sarebbe
aspettato. Molti spagnoli vivevano in concubinato con donne indigene e la cosa,
sebbene disapprovata dalla chiesa, era accettata da tutti con una certa equanimità.
Leone in realtà avrebbe voluto sposare “la sua india”, come la chiamavano tutti, ma fu
lei a preferire di no, quando seppe che suo padre era andato in tutte le chiese del
circondario a presentare le sue rimostranze, dicendo che se un parroco avesse celebrato
quel matrimonio avrebbe scritto al vescovo di Guadalajara e se necessario a quello di
Città del Messico per chiederne l’annullamento. Era una sciocchezza, ovviamente, ma
Estrella comprese la sua rabbia e non volle sfidarlo più di quanto avesse già fatto.
«Lasciamo le cose come stanno» disse. «Non desidero sposarmi contro la sua
volontà.»
Così continuarono a vivere come marito e moglie senza esserlo. Padre Mariano li
lasciava venire a messa e confessarsi, ma negava loro la comunione. Quando
incrociavano la famiglia di lei il padre guardava Leone con odio, il nonno invece
salutava Estrella con un cenno del capo, senza nascondere la tristezza. Era evidente che
non metteva in dubbio la propria profezia. Leone lo fissava, scrollava le spalle e
guardava da un’altra parte.
XIX

Socorro era rimasta sorpresa e scontenta quando Leone aveva pagato la prima rata del
debito, ed era decisa a impedire che riuscisse a saldare anche la seconda. Per questo
aveva mandato un servitore a El Durazno, con abbastanza denaro per restare una
settimana alla taverna del paese. Doveva offrire da bere ai minatori, entrare in
confidenza con loro, magari con l’aiuto di qualche prostituta, e trovarne uno disposto a
sabotare i lavori alla miniera.
Il servitore si era illuminato alla prospettiva di quella vacanza pagata, dove gli
veniva addirittura raccomandato di bere e andare a donne. Era partito con un sorriso da
un orecchio all’altro, e Socorro in un primo tempo aveva temuto che si dedicasse solo
ai bagordi, senza combinare nulla.
«Se torni senza un risultato,» gli aveva detto per motivarlo «i soldi che avrai speso
te li tratterrò dalla paga. Se invece trovi la persona giusta avrai una gratifica.»
L’uomo era andato oltre le sue aspettative. Non aveva corrotto un semplice minatore,
ma addirittura il maestro d’ascia della miniera, un basco di nome Iñaki, un tipo
permaloso e insoddisfatto del trattamento che riceveva. Dietro pagamento di una somma
neppure molto elevata, il basco si era offerto di incendiare le macchine che lui stesso
aveva costruito.
Ma l’incendio non aveva avuto il risultato sperato, perché poco tempo dopo la
miniera lavorava di nuovo a pieno ritmo. Socorro era sul punto di mandare a chiamare
Iñaki, per concertare con lui un nuovo sabotaggio, ma il basco la precedette. Fece
recapitare a Porfirio un messaggio dove chiedeva di incontrarlo per delle
comunicazioni importanti.
Credeva che fosse stato suo marito a orchestrare tutto, e a Socorro andava bene così.
L’importante era ottenere lo scopo.
Iñaki arrivò a Charcas un sabato pomeriggio, l’unico momento in cui poteva
abbandonare la miniera senza dare nell’occhio.
Porfirio e Socorro lo ricevettero nel patio al centro della casa. Solo il servitore di
fiducia che lo aveva contattato sapeva perché il basco era lì. Per tutti gli altri era un
falegname che i padroni avevano convocato per affidargli la costruzione di un gazebo.
Gli chiesero notizie della miniera con l’aria di dargli istruzioni per un lavoro, mentre
passeggiavano lungo le aiuole e i sentieri lastricati che convergevano sul pozzo al
centro del patio.
«Ho rallentato un po’ la ricostruzione delle macchine» disse il basco. «Ma non più
di tanto, altrimenti avrei destato sospetti.»
«Che altro puoi fare?» disse Porfirio. «Leone non deve produrre abbastanza argento
da essere in grado di saldare il debito.»
«Altri sabotaggi sono esclusi» replicò Iñaki. «Leone ha assunto nuovi mercenari per
sorvegliare la miniera di notte, e anche i minatori stanno all’erta. Il rischio è troppo
alto. Se mi scoprono, potrebbero ammazzarmi sul posto. Non sarebbe la prima volta
che succede.»
«Allora perché sei venuto?» ribatté Porfirio, seccato. «Ci tenevi a darci le brutte
notizie di persona?»
Il maestro d’ascia si fermò di botto. «Ero venuto a proporvi un’idea» disse, serrando
a pugno le lunghe mani e fissandolo negli occhi. «Ma se non vi interessa posso anche
andarmene.»
«Mio marito non intendeva offenderti» intervenne Socorro, con il suo sorriso
migliore. «È solo nervoso perché ha dei documenti molto importanti da rileggere e
firmare entro domani.» Rivolse a Porfirio un’occhiata d’intesa. «Purtroppo ora deve
lasciarci, ma puoi illustrare a me la tua proposta. Se ci sembrerà buona avrai
un’ulteriore gratifica, indipendentemente dal risultato.»
Porfirio esitò, indeciso se ubbidire alla moglie o reagire e affermare la propria
autorità.
«Naturalmente,» aggiunse Socorro, rivolta a Iñaki «prima di accettare qualsiasi cosa
dovrò parlarne con mio marito. È lui che prende le decisioni.»
Contento che la sua autorità fosse salva, Porfirio salutò con un cenno del capo e si
allontanò verso la porta che dal patio immetteva direttamente nel suo studio. Socorro
invitò il basco a sedersi accanto a lei su una panchina accanto al pozzo, e lui mostrò di
apprezzare la gentilezza. Le dame di solito non invitavano artigiani e operai a
intrattenersi con loro in giardino.
Serio e concentrato, spiegò che altri sabotaggi dall’interno erano troppo rischiosi,
come aveva detto, ma c’era un sistema molto efficace per rallentare la produzione
d’argento. Però doveva essere don Porfirio a metterlo in pratica, perché si trattava di
parlare con i proprietari delle terre intorno alla miniera.
«Dimmi di cosa si tratta» disse Socorro.
Ascoltò con attenzione mentre il basco illustrava il piano nei dettagli. Sembrava
troppo bello per essere vero.
«Com’è possibile che tu abbia intuito questo problema con tanto anticipo e Leone
no?» chiese alla fine. Ormai aveva imparato a rispettare l’intelligenza e le risorse di
Leone, e non intendeva sottovalutarlo di nuovo.
Iñaki le regalò uno dei suoi rari sorrisi. «Leone Baiamonte non ha esperienza di
miniere» spiegò. «Io ho trascorso gli ultimi vent’anni della mia vita passando da una
miniera all’altra, su questi altipiani deserti. Ne ho viste chiudere più d’una per via
dell’acqua.»
Socorro era compiaciuta. Quel falegname si stava dimostrando un alleato prezioso.
«Appena la miniera sarà nostra,» disse «avremo bisogno di persone con la tua
intelligenza. Se lo vorrai, sarai tu il direttore dei lavori.»
Iñaki non rimase insensibile né all’adulazione, né all’idea della promozione, che
prevedeva una paga almeno quadrupla di quella che percepiva ora. Promise che, se don
Porfirio avesse fatto la sua parte, lui l’avrebbe appoggiato dall’interno, creando
difficoltà piccole e grandi al proseguimento dei lavori.
Socorro lo congedò con una mancia generosa, poi si recò a riferire al marito nello
studio. Porfirio era perfettamente in grado di fare il lavoro sporco. Lo aveva già fatto,
quando Leone cercava finanziatori, convincendo tutti gli hacendados dei dintorni a non
entrare nell’affare. Ma stavolta Socorro intendeva insistere per occuparsene lei. Ci
teneva a costruire di persona la trappola in cui Leone avrebbe trovato la propria rovina.
«La miniera sarà nostra» esordì appena ebbe aperto la porta, fissando il marito
seduto al lungo tavolo di caoba ingombro di carte. «Dove non è riuscito il fuoco,
riuscirà l’acqua.»
Intanto, per merito della miniera, che attirava commercianti, avventurieri, famiglie
creole e indigene, El Durazno si ingrandiva rapidamente. L’espansione riguardava
anche attività che padre Mariano non approvava affatto, come per esempio il palenque,
una piccola arena circolare dedicata al combattimento dei galli, o il bordello annesso al
Zopilote, la taverna del paese, che aveva cambiato nome in onore della miniera. Ora
ospitava ben quattro nuove ragazze arrivate da Zacatecas e il proprietario aveva
aggiunto una nuova ala alla costruzione per far fronte all’aumento di clienti.
Ma si vedevano anche cambiamenti positivi. La piazza principale non ricordava in
nulla il pantano fangoso di quando Leone l’aveva vista per la prima volta. Padre
Mariano l’aveva fatta pavimentare a sue spese con malta e ciottoli di fiume levigati,
come le piazze delle città. Una volta al mese vi si teneva un mercato che richiamava
gente anche dai villaggi vicini. Il mercante arabo era tornato e aveva insistito per
regalargli una camicia di cotone fine, come buon augurio per la miniera. Poi gli aveva
detto che se avesse mandato da lui i suoi minatori a fare spese avrebbe riservato loro
un trattamento speciale.
Anche El Zopilote non era più il luogo selvaggio e silenzioso che Leone aveva
visitato il giorno dopo il suo arrivo. La strada che collegava il villaggio alla miniera
adesso era larga e comoda, e c’era un viavai continuo di gente e carri. E al campo
cominciavano a nascere i primi figli dei minatori. Il 4 maggio dell’anno del Signore
1640 anche Estrella partorì una bambina dai capelli chiari e dalla pelle color miele che
chiamarono Maria del Mar, da subito abbreviato in Marimar. La grande festa per il suo
battesimo fu turbata solo dal fatto che per ragioni opposte rifiutarono di partecipare sia
la famiglia di Estrella, sia gli hacendados spagnoli con i quali Leone era in rapporti
d’affari. Gli spagnoli, che tenevano in modo quasi maniacale al loro sangue puro, la
cosiddetta limpieza de sangre, non gli avevano perdonato di aver preferito un’indigena
alle loro figlie.
Leone non amava l’abitudine vigente in quelle terre di distinguere in caste ogni
possibile variazione della mescolanza di razze, ma aveva dovuto accettarla per forza.
Anche se non ricordava mai con precisione cosa indicavano i nomi più pittoreschi,
come zambo, lobo, saltatrás, cambujo, conosceva i più diffusi. Sapeva per esempio
che il legame di un bianco con una india, come quello tra lui ed Estrella, produceva un
mestizo, mentre quando un bianco sposava una mestiza, come nel caso di Tomás e
Clara, i loro figli si definivano castizo. Davanti alla legge la limpieza de sangre dava e
toglieva diritti. Ma lui non avrebbe potuto amare di più Estrella e la piccola Marimar
nemmeno se fossero state di sangue reale.
L’arrivo della bambina causò una piccola rivoluzione nei ritmi di sonno e veglia
della coppia. Forse anche per questo Leone affrontò con eccessivo ottimismo le spese
di gestione per la miniera.
Quando si era documentato sulle fasi della produzione e raffinazione dell’argento,
non si era reso conto della enorme quantità di energie e materiali che ciò implicava.
Credeva che la parte più difficile del lavoro fosse quella di strappare il minerale dalle
viscere della terra. Invece era solo la parte più faticosa, ma non la più lunga e
certamente non la più complessa.
Per separare l’argento dalle impurità nel modo più rapido ed efficace, ormai da
decenni il metodo di triturare le scorie e fonderle con il piombo era stato sostituito da
quello più rapido ed efficiente dell’amalgamazione con mercurio e sale. Ma “più
rapido” era un’espressione ingannevole.
Bisognava triturare grossolanamente le scorie, vagliarle, pestarle di nuovo e
macinarle aggiungendovi dell’acqua e riducendole in poltiglia. La poltiglia andava poi
stesa su larghe tavole e asciugata. Vi si aggiungeva sale nella proporzione di due parti
ogni venticinque di poltiglia, si aspettavano due o tre giorni, impastandola spesso per
far penetrare bene il sale nella massa del minerale macinato. Infine si irrorava il
miscuglio con mercurio, spremendolo direttamente dalle borse di pelle in cui era
contenuto, e di nuovo si impastava per molti giorni l’amalgama. Poi lo si lavava sotto
acqua corrente che portava via le parti terrose. Quindi l’amalgama depurato veniva
versato in grosse calze di lana che andavano strette con forza, in modo da espellere
attraverso la lana il mercurio in eccesso.
Con l’amalgama spremuto si riempivano dei contenitori piramidali a base quadrata,
che a loro volta venivano posti in un forno dentro un gran crogiuolo ricoperto di
carboni ardenti. Per effetto del grande calore, ottenuto tenendo vivo il fuoco con un
mantice, il mercurio riscaldato abbandonava l’argento colando nella parte inferiore del
crogiuolo. Infine si prendeva l’argento ormai pressoché privo di mercurio, e
riscaldandolo il più possibile lo si riduceva allo stato puro.
Tutto questo richiedeva uomini ed energie in grande quantità. Solo il mulino per la
triturazione infatti era azionato dai muli. Tutto il resto era fatto da esseri umani, a mano
o con l’aiuto di macchine dagli ingranaggi in legno che si rompevano continuamente e
venivano riparate da altri uomini agli ordini di Iñaki. E tutti quegli uomini andavano
pagati ogni settimana.
Leone presiedeva di persona alla consegna delle paghe, poi divideva il denaro
avanzato in due parti disuguali: una da consegnare a suo zio secondo gli accordi, e
un’altra più cospicua, da destinare alla restituzione del debito. Con suo grande
dispiacere ancora non era in grado di mettere da parte del denaro per la sua famiglia a
Napoli.
Poi c’era la questione dei materiali. Mercurio, sale, legno e acqua.
Il sale per fortuna non era un problema: arrivava dalle grandi saline di Tampico, a
una distanza ragionevole dalle zone minerarie, ed era facile da reperire in grandi
quantità e a basso costo.
Il commercio di mercurio, al contrario, era sotto il rigido controllo governativo. A
partire dal 1603 infatti, il metallo era distribuito esclusivamente da funzionari del
tesoro o da loro incaricati. Fortunatamente non bisognava pagarlo subito, ma il sistema
per evitare imbrogli era semplice ed efficace. Si riceveva una quantità di mercurio
sufficiente a produrre tanto argento quanto ne veniva presentato al funzionario per la
tassazione. Se per evadere in parte le tasse il proprietario di una miniera non
presentava tutto l’argento che aveva prodotto, riceveva una minore quantità di mercurio,
con la quale avrebbe potuto produrre meno argento per l’anno successivo. Alla fine, le
tasse risparmiate non compensavano il danno derivante da una minor produzione,
perciò tutti pagavano, se potevano. Se no, come succedeva spesso, fallivano.
Infine venivano il legno, gli alimenti e l’acqua. In quelle zone aride il legno per la
costruzione e la riparazione delle macchine e per alimentare i forni della miniera
arrivava in lunghi carri dalle terre fertili della Huasteca, e naturalmente aveva un
prezzo, non sempre basso. Così come i rifornimenti di grano, verdure e anche di fieno
per i muli, che venivano prevalentemente dalle pianure del bajío. Nell’acquisto di
legname e cibo se ne andava una gran quantità di denaro, e se la vena d’argento si
esauriva all’improvviso il proprietario della miniera poteva finire in rovina entro
poche settimane.
Ma almeno si trattava di cose che era possibile acquistare, sebbene quasi mai a
credito. L’acqua invece era un’altra faccenda. Ne serviva moltissima per formare la
poltiglia iniziale e soprattutto per il lavaggio dell’amalgama nelle vasche. Solo l’acqua
corrente, infatti, portava via la terra in modo efficace. Inoltre il numero dei minatori,
anche in presenza di una vena molto ricca, poteva aumentare solo se il campo
disponeva di acqua sufficiente per bere, lavarsi e cucinare.
A gennaio dell’anno seguente Leone si rese conto che aveva speso troppo, e non
sarebbe stato in grado di saldare il debito entro la data prevista, che cadeva il 31
ottobre di quello stesso anno. A meno di aumentare quasi del doppio la produzione
dell’argento.
Fu allora che l’acqua diventò un problema.
Quella fornita dai pozzi della miniera non era sufficiente per poter aumentare né il
numero dei minatori, né la produzione di argento. Per poterlo fare ci voleva un fiume, o
meglio un torrente, poiché in quella zona non esistevano fiumi degni di questo nome.
Credendo di aver trovato la soluzione, Leone propose a don Fernando Pérez, un
hacendado proprietario delle terre dall’altra parte della collina, di acquistare una parte
dei suoi terreni e deviare un fiumiciattolo che usava per abbeverare il bestiame, in
modo da farlo passare accanto alla miniera. Questo non avrebbe pregiudicato in nessun
modo l’allevamento di vacche di don Fernando, avrebbe fornito abbastanza acqua per
la purificazione dell’argento, e avrebbe anche permesso di costruire un mulino ad acqua
per la triturazione del minerale grezzo, molto più efficiente della macina azionata da
muli che avevano al momento.
Sembrava la soluzione perfetta, ma quando Leone la propose a don Fernando,
ottenne un secco rifiuto. Arrivò a offrirgli oltre il doppio del valore del terreno ma non
riuscì a smuoverlo, né a farsi spiegare il motivo di quella ostinazione. Immaginava che
c’entrasse don Porfirio, ma quando lo insinuò don Fernando si offese, congedandolo in
modo brusco.
L’unica spiegazione era che il traditore tra gli uomini della miniera avesse informato
don Porfirio del suo problema con l’acqua, e l’alcalde avesse giocato d’anticipo per
chiudergli l’unica possibile via d’uscita.
Leone si trovò così nella situazione di avere sotto i piedi una quantità d’argento
capace di ripagare cento volte il suo debito, ma senza i mezzi per estrarlo in tempo per
la scadenza.
Fece e rifece i conti e scoprì che potevano succedere solo due cose, senza vie di
mezzo. Se avesse risolto il problema dell’acqua (il che significava convincere in
qualche modo don Fernando a tornare sulla sua decisione), alla scadenza del debito
avrebbe avuto in mano più del doppio della cifra dovuta. Se non lo avesse risolto,
invece, sarebbe arrivato al massimo a due terzi della cifra e avrebbe perso la miniera.
A quel punto decise di mandare a Napoli il primo carico d’argento. Si trattava di un
migliaio di pesos, custoditi dentro un forziere di legno di quercia rinforzato da bande di
ferro, in un nascondiglio che aveva scavato con il piccone sotto il pavimento della sua
baracca.
Aveva scoperto presto che in Messico, per qualche ragione a lui sconosciuta, non
esistevano banche o banchieri, come in Europa. I ricchi tenevano con sé una parte del
proprio denaro, e investivano il resto nell’acquisto di terre, bestiame e case. Ogni tanto
poi un figlio o un nipote tornava in patria per accompagnare un forziere pieno di
dobloni da mettere al sicuro nelle banche spagnole. Leone non aveva parenti da
mandare a Napoli con l’argento, ma poteva avvalersi di un missionario di ritorno in
patria. Ne aveva appena trovato uno e doveva approfittare dell’occasione, altrimenti
chissà quando si sarebbe ripresentata.
Così, se il destino avesse voluto privarlo della miniera, almeno i suoi avrebbero
ricevuto il necessario per vivere qualche anno senza ristrettezze. Tanto non sarebbero
stati quei mille pesos a fare la differenza per il suo debito.
Aveva saputo che padre Lorenzo, un sacerdote di San Luis Potosí amico di suo zio
Mariano, desiderava tornare in Spagna ma il suo convento non aveva i fondi per
pagargli il passaggio sulla nave. Leone si fece carico delle spese in cambio della
promessa da parte del monaco di allungare il viaggio fino a Napoli per consegnare il
forziere alla sua famiglia.
La flotta sarebbe partita da Veracruz in estate, ma padre Lorenzo partì da San Luis in
primavera, perché intendeva congedarsi da alcuni compagni missionari a Guadalajara,
Querétaro e Città del Messico. Leone nel frattempo si sarebbe organizzato per portare il
forziere direttamente a Veracruz, consegnandolo al signor Puig e occupandosi di
persona di tutte le formalità dell’imbarco. Padre Lorenzo doveva solo salire
sull’ammiraglia e godersi il viaggio fino a Siviglia.
Una volta sbarcato, avrebbe dovuto occuparsi di caricare il forziere su un’altra
nave, proseguire subito per Napoli e restare nel convento di Sant’Agostino Maggiore
finché i genitori di Leone sarebbero passati a ritirare l’argento. Per maggior sicurezza,
Leone scrisse un’altra lettera ai suoi. L’avrebbe fatta partire con i navíos de aviso che
precedevano la flotta, in modo da prepararli con anticipo all’arrivo dell’argento.
Sapeva bene che in un viaggio così lungo qualcosa poteva sempre andare per il
verso sbagliato, ma oltre a ciò che aveva già fatto per evitarlo poteva solo affidarsi alla
provvidenza. E così fece, pregando un giorno e una notte nella chiesa di El Durazno
prima della partenza di padre Lorenzo. Se il carico fosse arrivato felicemente a
destinazione, ci sarebbe stato tutto il tempo di attendere un’altra opportunità per spedire
il prossimo forziere.
Sempre che fosse riuscito a tenersi la miniera.
Aveva provato a parlare di nuovo con don Fernando, aumentando l’offerta fino al
triplo del valore del terreno sul quale passava il torrente, ma si era scontrato con lo
stesso rifiuto deciso. Non riusciva a immaginare cosa potessero avergli offerto Porfirio
e Socorro per tirarlo dalla loro parte.
Continuava a stillarsi il cervello in cerca di una soluzione. Quel pensiero spesso lo
teneva sveglio la notte e passava ore a esaminare la situazione da tutti i lati, ma ormai
dentro di sé sapeva di aver perso. Non c’erano altri torrenti nei paraggi e senza la
collaborazione di don Fernando non c’era nulla da fare.
Una notte si alzò, facendo attenzione a non svegliare Estrella, e andò a sedersi su una
trave segata che fungeva da panca, fuori dalla piccola casa di adobe che dominava la
spianata. Come al solito, si mise a pensare a un modo per uscire dal vicolo cieco in cui
si era cacciato.
Il campo era immerso nel silenzio. Nelle baracche dei minatori alla sua sinistra,
oltre il mulino, il forno e le stalle dei muli, non brillava neppure una luce. Persino i
cani, che a ogni minimo rumore scatenavano un concerto di latrati, erano tranquilli. Uno
di loro attraversò la spianata, il naso a terra per individuare qualche scarto di cibo
dimenticato. Arrivò fino all’ingresso principale della miniera, un buco nero aperto
come una grande bocca nel fianco della collina. Si fermò, indeciso se proseguire la sua
ricerca all’interno, poi tornò indietro.
Leone si lisciò i baffi che si era lasciato crescere da quando era arrivato in Messico,
assaporando la pace della notte. Di giorno, con il rumore della miniera, le grida di
barreteros e tenateros, cioè i minatori che scavavano l’argento e quelli che lo
trasportavano in superficie dentro grandi sacchi di pelle chiamati tenate, e soprattutto
con i continui problemi da risolvere, era impossibile pensare con calma.
Ma anche sotto quel cielo stellato reso ancora più splendente dalla mancanza di
luna, i pensieri giusti non arrivavano. Forse, pensò, dipendeva dal fatto che la soluzione
non c’era.
Alzò lo sguardo alle stelle. Appena arrivato gli sembrava strano vedere in cielo le
stesse costellazioni che vedeva a Napoli. Da bambino suo padre gli aveva spiegato che
dall’altra parte del mondo si vedevano stelle diverse, con nomi che lo avevano fatto
sognare: il Camaleonte, il Dorado o Pesce Spada, la Fenice, la Gru, l’Idra Maschio,
l’Indiano, la Mosca, il Pavone, il Pesce Volante, il Triangolo Australe, il Tucano,
l’Uccello del Paradiso.
Angelo Baiamonte gliele aveva anche mostrate, sulla mappa del mondo di Petrus
Plancius che teneva appesa nello studio.
Solo in un secondo momento Leone aveva capito che il Messico, per quanto al di là
dell’oceano, faceva parte dello stesso emisfero in cui si trovava il Regno di Napoli. Le
costellazioni australi probabilmente erano visibili negli altri domini spagnoli e
portoghesi: l’Argentina, il Perù, il Brasile. L’immensità del mondo gli metteva paura,
quando ci pensava. Continuava a sembrargli incredibile poter guardare, da quella
miniera in capo al mondo, l’Orsa Minore con la stella polare, proprio come l’aveva
osservata con Lisa e i suoi genitori una sera dalla terrazza sul tetto del palazzo che suo
padre usava come osservatorio.
Il pensiero di Lisa lo distrasse di nuovo dal suo problema. Non dubitava che si fosse
sposata presto, dopo la sua fuga. Malgrado lo scandalo, Lisa era talmente bella e piena
di fascino che doveva aver avuto solo l’imbarazzo della scelta tra i vari pretendenti.
Chissà, forse aveva addirittura sposato un nobile, secondo il volere del padre, e ora
aveva un paio di figli piccoli. Un maschio e una femmina, come desiderava. Provò una
nostalgia così intensa che lo sorprese.
«Non riesci a dormire?» Estrella si era materializzata accanto a lui senza che la
sentisse arrivare.
«No. Pensavo al mio problema, come sempre» rispose, mascherando il senso di
colpa con un tono brusco. «Ma è inutile: perderemo la miniera.»
Lei si sedette sulla trave accanto a lui. La sua pelle era calda attraverso il tessuto, la
sua grossa treccia era come un animale morbido tra loro due. Leone si voltò a baciarla
e cominciò ad accarezzarla.
«No» mormorò lei. «Sono venuta per aiutarti, non per distrarti.»
«Aiutarmi?» Leone scosse la testa. «Non vedo come. Il fiume dall’altra parte della
collina che potrebbe risolvere tutti i nostri problemi è diventato di colpo
irraggiungibile. A meno che tu non conosca il modo di convincere don Fernando a
cedermelo, non puoi aiutarmi in nessun modo.»
«Mio nonno dice che quando niente sembra funzionare bisogna partire dalla
soluzione, invece che dal problema.»
Leone si voltò, irritato come tutte le volte che lei menzionava i propri familiari. Se
Estrella avesse fatto quel commento di giorno, le avrebbe dato una risposta tagliente.
Ma nella tranquillità della notte, sotto il cielo stellato, il senso di quella frase ebbe il
tempo di farsi strada dentro di lui.
Partire dalla soluzione.
Si era convinto di poter risolvere il problema dell’acqua solo deviando il fiume, ma
poiché quella via era impraticabile, continuava a sbattere la testa sempre contro lo
stesso muro.
Se l’unica acqua a sua disposizione era quella dei pozzi, la soluzione era aumentare
la portata dei pozzi. Costruire e mantenere in funzione delle pompe idrauliche non era
affatto semplice, ma nel profondo di se stesso, in quella zona misteriosa dell’anima
dove i pensieri perdevano la logica e diventavano intuizioni, seppe che quella era
l’idea giusta.
«Tuo nonno è più saggio di quanto credessi» disse con una venatura di fastidio nella
voce. «Credo di essere appena partito dalla soluzione.»
Lei sorrise, e nei suoi occhi scuri apparve un lampo sensuale. «Allora adesso posso
distrarti» mormorò, avvicinando le labbra alle sue. «Ma facciamo piano, non svegliamo
la bambina.»
XX

Finalmente Porfirio si era deciso a partire per il breve viaggio a San Luis Potosí che
rimandava da settimane, e Socorro aveva mandato a chiamare don Fernando Pérez.
Desiderava ringraziarlo di aver rifiutato l’offerta di Leone per il suo terreno. Era certa
che sarebbe venuto, malgrado piovesse a dirotto. Era un gentiluomo, lui.
Chiusa nella sua stanza da letto, mandò il figlio Marcos a giocare in cucina sotto la
sorveglianza della sua ancella di fiducia, una spagnola che l’aveva seguita da Baeza, e
cominciò a prepararsi. Don Fernando era un bell’uomo, anche se un po’ avanti negli
anni, e voleva che desse il giusto valore alla ricompensa che avrebbe ricevuto.
Chiamò una serva indigena e le ordinò di andare in cucina e riempire di carboni
ardenti il piccolo braciere di ottone che serviva a scaldare il ferro per arricciare i
capelli. Tornando in camera la donna inciampò e fece cadere un pezzetto di brace sul
tappeto di lana. Si sollevò un odore come di pollo bruciato.
La serva posò il braciere sul pavimento, si inginocchiò e tolse il carbone dal tappeto
con le dita. Fu così rapida che alla fine restò una macchiolina quasi invisibile, ma
Socorro non poteva lasciar correre. Quegli idioti andavano puniti, altrimenti erano
capaci di incendiarle la casa.
«Vieni qui» disse, con voce calma. La serva si avvicinò, riluttante, sapendo cosa
aspettarsi. Socorro la schiaffeggiò con tutta la forza, lasciandole l’impronta della mano
sulla guancia bruna. «Devi stare più attenta, capito?» le disse, con lo stesso tono che
usava per farsi ubbidire dai suoi cani.
Lei annuì, con gli occhi umidi di lacrime. «Sì, signora. Volete che vi aiuti con il
ferro?»
«Ci mancherebbe, mi lasceresti calva. Vai pure.»
La guardò uscire, bassa, goffa e rotondetta. Non poteva credere che Leone le avesse
preferito una donna della stessa razza delle sue serve. Ma avrebbe pagato anche
quell’insulto.
La miniera stava per diventare sua. Leone si sarebbe ritrovato povero come quando
l’aveva conosciuto sulla nave e si sarebbe pentito amaramente di quello che le aveva
fatto.
Quando aveva saputo della compagna che si era scelto, Socorro l’aveva preso come
un affronto personale. In una terra dove le donne bionde e di pelle chiara erano
apprezzate più dell’oro, il fatto di essere stata scartata per una indigena scura e
analfabeta le faceva venire voglia di spaccare tutto dalla rabbia. Si sfogava
schiaffeggiando i servi e soprattutto le serve a ogni minima mancanza, ma sapeva che
non avrebbe trovato pace fino a quando la sua vendetta fosse stata compiuta.
Ormai mancava poco. Il giorno in cui Porfirio avrebbe preso possesso della miniera,
si sarebbe presa il gusto di sputare in faccia a Leone. Naturalmente suo marito non
doveva vederla, altrimenti si sarebbe chiesto il motivo di tanto odio, ma era certa che
avrebbe trovato il modo.
Nei lunghi momenti di noia di quell’estate fredda e piovosa, si distraeva spesso
pensando a ciò che gli avrebbe detto, prima di sputargli addosso e voltargli le spalle
per sempre. Una sola frase, tagliente come un rasoio, destinata a lasciare il segno. Non
l’aveva ancora trovata, ma c’era tempo.
Fantasticava anche di far violentare e torturare la sua concubina davanti a lui, dai
mercenari che proteggevano la miniera e che sarebbero passati al suo servizio. Sapeva
che non avrebbe potuto farlo davvero, ma quei pensieri la eccitavano e a volte la
spingevano a darsi piacere da sola, cosa che poi raccontava con finta vergogna al suo
confessore nella chiesa di San Francesco. Il confessore le imponeva dure penitenze, per
il doppio peccato di desiderare la morte di un essere umano e di provare piacere
sessuale a causa di tale desiderio.
Socorro le eseguiva con scrupolo, perché ci teneva a non dannarsi l’anima. Ma suo
marito a letto era un disastro e consolarsi con schiavi o servitori era troppo pericoloso.
Porfirio era facile da manipolare in tutto, tranne nelle questioni d’onore. Se per caso
fosse rimasta incinta e gli avesse scodellato un negretto o un meticcio dalla pelle color
rame, era certa che l’avrebbe uccisa.
Perciò non le restava altro sfogo in quella solitudine che ripetere all’infinito il
peccato solitario.
Tuttavia, la sua vita non era dominata dalla sete di vendetta e dalla lussuria.
Esistevano entrambe e Socorro non le negava, ma per sentirsi felice le bastava guardare
suo figlio Marcos, che ormai aveva tre anni e mezzo, cresceva sano e forte e non
somigliava in nulla al padre. Lei lo vestiva, gli insegnava le buone maniere, lo portava
in visita in case più lussuose della loro cercando di inculcargli il gusto per il lusso e le
cose belle. Da grande sarebbe stato lui a occuparsi della miniera. Era soprattutto per lui
che si dava tanto da fare. Porfirio, con i suoi piccoli possedimenti e le prebende del suo
lavoro di alcalde non avrebbe mai potuto garantirgli l’abbondanza nella quale meritava
di vivere.
Anche Porfirio avrebbe tratto beneficio dalla miniera. Con i soldi dell’argento
avrebbe potuto ambire alla carica di alcalde o di corregidor in qualche città
importante, magari addirittura a Guadalajara, che lei pur non avendola mai vista
immaginava come una piccola Madrid, forse solo perché aveva il nome di una città
spagnola. Socorro si sentiva una donna altruista e generosa, mentre si faceva i boccoli
da sola e contemplava il risultato nello specchio.
Scelse uno dei suoi vestiti preferiti: corpetto dall’ampia scollatura di seta verde
chiaro con sottili strisce dorate, gonna svasata della medesima stoffa, maniche aderenti
e scarpe con il tacco alto che le davano un aspetto più slanciato.
Nel frattempo tornò la serva per avvisarla che c’era una visita. Si trattava di don
Fernando Pérez.
Socorro già da tempo aveva stabilito che, in assenza di suo marito, si sarebbe fatta
carico lei di ricevere eventuali ospiti. Porfirio ne era al corrente, così se la servitù gli
avesse menzionato la visita di Fernando, sarebbe venuto fuori che lei aveva fatto
soltanto il suo dovere di padrona di casa.
Diede ordine di accompagnare l’ospite nella sala grande al pianterreno, aggiungendo
di accendere le candele e chiudere le persiane delle finestre che davano sul patio.
«Ma è ancora giorno» protestò quella stupida. «Don Porfirio dice che...»
Socorro si alzò in piedi e la donna indietreggiò rapidamente. «Sarà fatto subito.»
«Non dimenticate di portargli del vino di Jerez e un vassoio di quei biscotti di
pastafrolla che ho fatto fare stamattina. Don Fernando è un ospite di riguardo, dobbiamo
fare del nostro meglio per lui, visto che il padrone non c’è.»
«Come desiderate, signora.»
Socorro pensò con soddisfazione che lo schiaffo di prima era servito. Congedò la
cameriera e finì con calma di abbigliarsi, scendendo al pianterreno almeno un quarto
d’ora dopo. Aveva lasciato capire a don Fernando quale sarebbe stata la sua
ricompensa e aveva tutte le intenzioni di dargliela, ma non voleva che lui lo desse per
scontato. L’avrebbe fatto soffrire un po’ prima di cedere.
«Buenas tardes, don Fernando» lo salutò entrando in sala. Lui si alzò, venne a
baciarle la mano e l’accompagnò al tavolino dove accanto a una bottiglia di vino con
due bicchieri campeggiava un enorme vassoio di biscotti. Aspettò che lei si sedesse e
solo dopo si accomodò sulla poltrona di fronte.
«I vostri servitori mi hanno viziato» disse «ma ho preferito non toccare nulla prima
del vostro arrivo. Sono un po’ all’antica, dovete scusarmi.»
Socorro era compiaciuta. Un vero gentiluomo spagnolo, come se ne trovavano pochi
da quelle parti. Da giovane doveva essere stato un gran bell’uomo e lo era ancora,
malgrado i baffi e i capelli bianchi e la pelle un po’ cascante sotto il mento. Alto e
magro, vestiva alla militare, con calzoni a sbuffo e stivaloni, e aveva l’aria di saper
usare la spada che portava al fianco. Bevvero insieme un bicchiere di Jerez. Socorro lo
ringraziò di quanto aveva fatto e andarono avanti per qualche minuto tra chiacchiere e
sorrisi.
«Ora dovete dirmi cosa io e mio marito possiamo fare per voi» disse lei a un certo
punto. «Sapete che Porfirio non si tira indietro davanti a nulla, pur di ricambiare un
favore.»
Don Fernando sembrò deluso. «Lo immagino» rispose. «Ma credevo... Mi avevate
lasciato capire...»
«Cosa vi avrei lasciato capire?» chiese Socorro con severità, assaporando il gioco.
Lui si alzò in piedi. «Nulla, perdonatemi» disse, serio. «È stato un piacere farvi
questo piccolo favore, non voglio assolutamente nulla in cambio.»
Aveva rinunciato a un affare da parecchie centinaia di pesos, ma era pronto ad
andarsene piuttosto che dire una parola di troppo a una signora. Socorro era affascinata
dai suoi modi. Pensò che se avesse sposato un uomo così forse non avrebbe mai avuto
bisogno di tradirlo.
«Grazie al vostro rifiuto di lasciargli deviare il fiume,» disse, posando il bicchiere e
alzandosi anche lei «quell’italiano perderà la miniera. Ma non dovete credere che si
tratti solo di una questione di soldi.»
«Non l’ho mai creduto.»
«E fate bene. Sono stata vittima di un grave affronto da parte sua.»
«Una vostra parola e lo uccido come un cane» disse don Fernando, senza esitare.
Il suo tono tranquillo la riempì di ammirazione: si vedeva che non era vanagloria.
Forse non era neppure la prima volta che uccideva per difendere l’onore di una dama.
Socorro si trastullò per un attimo con l’idea, ma alla fine la respinse.
«No. Deve vivere e rimpiangere per tutta la vita ciò che mi ha fatto» disse.
Don Fernando sorrise, cogliendo finalmente l’invito nei suoi occhi e avvicinandosi
fino a farle sentire l’odore maschio della sua pelle. «Siete spietata» mormorò.
«Solo con i nemici» rispose Socorro, baciandolo sulle labbra. Poi non riuscì più a
recitare quella pantomima. Lo spinse sul divano e cominciò a muovere le mani.
«Qui?» chiese lui, sorpreso. «La servitù...»
«Hanno imparato a eseguire i miei ordini senza errori» sussurrò lei. «Ma se
qualcuno dovesse sorprenderci, starò a guardare mentre lo uccidi.»
XXI

A metà giugno padre Mariano fu convocato d’urgenza a Guadalajara. Padre Dirceu, un


francescano portoghese di recente elevato alla dignità di arcidiacono, lo mandava a
chiamare in nome del vescovo in carica, don Francisco de Manso Zuñiga y Sola.
A San Luis Potosí, Dirceu era stato tra i principali oppositori degli agostiniani e di
Mariano in particolare. Il fatto che non appena salito a una carica importante avesse
mandato a chiamare il suo vecchio nemico, il quale al contrario di lui era diventato un
oscuro parroco di montagna, all’ultimo gradino della scala di importanza ecclesiastica,
preoccupava non poco Mariano.
Per tutto il viaggio a dorso di mulo si interrogò senza trovare una risposta. Per
evitare i temporali, che durante la stagione delle piogge si scatenavano soprattutto di
pomeriggio, avrebbe dovuto viaggiare solo di mattina. Invece proseguì a tappe forzate
lungo le piste trasformate in fiumi di fango rosso, incurante dell’acqua che gli
inzuppava il saio e gli scorreva sulla pelle, gocciolando dalla barba a punta come dal
becco di una fontana. Con quel tempaccio c’era in giro pochissima gente, e il rischio di
imbattersi in ladri e rapinatori era elevato. I monaci di solito potevano viaggiare
abbastanza sicuri, perché avevano con sé ben poco che valesse la pena rubare. Inoltre,
uccidere o ferire un religioso era un’azione che anche i bandidos più incalliti esitavano
a compiere. Ma la sua mula poteva far gola a qualche ladro di cavalli, perciò Mariano
cercava di tenersi al centro della pista fangosa, pronto a spronare la mula al galoppo in
caso di pericolo.
Tirò un sospiro di sollievo quando finalmente quella palude finì e all’altezza della
città di Aguascalientes incrociò il Camino Real de Tierra Adentro, la strada
pavimentata che univa Zacatecas con Città del Messico. Il viaggio si fece subito più
comodo e sicuro. Il Camino Real infatti era sorvegliato da pattuglie di soldati, che
proteggevano i viandanti ma soprattutto i carri pieni d’argento che facevano la spola tra
la zona mineraria e la grande città.
Interruppe il viaggio per un giorno intero solo a San Juan de Los Lagos, dove visitò
la cattedrale dalla facciata in pietra rosa e pregò ai piedi della statua miracolosa della
Vergine portata un secolo prima da frate Michele da Bologna, un francescano
orgoglioso ma giusto, inquisito dai suoi stessi confratelli per aver concesso diritto
d’asilo a un indio che si era rifugiato nel suo convento e per aver rifiutato la
confessione a due spagnoli colpevoli di gravi crimini.
Mariano pregò con fede che il motivo della sua convocazione non avesse nulla a che
fare con la miniera né con le migliorie che aveva apportato alla sua parrocchia con
l’argento di Leone. «Se proprio deve esserci un problema,» chiese alla Vergine «fa’
che riguardi la nostra antica rivalità. Se Dirceu vuole una vendetta, ora che è salito in
alto, si sfoghi su di me, non sui miei parrocchiani.»
Quando arrivò a Guadalajara, trascorse in un convento agostiniano solo il tempo
necessario per fare un bagno con acqua tiepida e sapone e lavare e asciugare il saio,
che si era riempito di chiazze di fango e sporcizia. Poi andò subito al palazzo
vescovile, si fece annunciare, fu lasciato ad attendere un’ora buona in un’anticamera
deserta al primo piano e finalmente fu ricevuto.
Non era più abituato a quei lussi. I pavimenti lucidi lo mettevano a disagio e le
colonne ritorte che ornavano la stanza gli sembrarono più adatte alla navata di una
cattedrale che allo studio di un arcidiacono. Padre Dirceu era seduto a una scrivania di
legno di caoba dai toni caldi, illuminata dal sole che entrava da un’alta finestra. Non si
alzò in piedi al suo ingresso né lo invitò a sedersi su una delle varie poltroncine
coperte di raso verde, rimarcando così la distanza gerarchica che ora li separava.
Mariano capì subito, ancora prima che l’altro aprisse bocca, che non poteva aspettarsi
nulla di buono da quel colloquio.
Il francescano era invecchiato e i capelli cortissimi intorno alla tonsura erano
diventati di un grigio ferro che faceva il paio con i suoi occhi freddi. Il corpo magro, il
viso scavato, la lunga barba grigia che scendeva fino alla cintura, gli davano l’aria di
un’asceta dedito alla contemplazione. Dirceu era un esempio vivente del detto
“l’apparenza inganna”.
«Padre Mariano» disse, allargando le braccia in un gesto di benvenuto ma senza
sorridere. «Vi aspettavo con ansia. Il viaggio è stato faticoso?»
Se avesse risposto di no, Mariano sarebbe sembrato presuntuoso. Ma dire di sì era
come accusare l’assistente del vescovo di averlo sottoposto a una fatica improba.
Erano quelle sottigliezze, quel continuo dover pesare ogni parola, che lo avevano
allontanato dalla carriera ecclesiastica.
«Non è un viaggio facile, padre Dirceu, lo sapete» rispose. «Ma la fatica è stata
temperata da una sosta di preghiera presso la chiesa di San Juan de Los Lagos.»
L’arcidiacono sorrise a labbra strette. «Sperate di intenerirmi dicendomi che vi siete
fermato a pregare in una chiesa francescana? Ci vorrà ben altro, Mariano.»
Il momento delle stoccate era arrivato prima del previsto, ma era meglio così. Loro
due erano sempre stati nemici, era inutile perdere tempo con false cordialità.
«Non capisco in cosa io abbia potuto dispiacervi, arcidiacono» disse Mariano con
sincerità, mentre da fuori, malgrado il sole splendente, rimbombava il primo tuono
della giornata. «Mi sono interrogato sull’argomento durante tutto il viaggio, senza
trovare una risposta.»
Dirceu si alzò in piedi, poggiando le mani aperte sul tavolo, poi venne verso di lui.
Il saio marrone e i sandali francescani stonavano in quella sala lussuosa.
«Allora non vi siete posto le domande giuste» disse a bassa voce, accarezzandosi la
barba. «Perché la risposta è evidente. Provate di nuovo, per favore. Non avete davvero
fatto nulla, nell’ultimo periodo, che potesse dispiacere al vescovo e quindi, per
interposta persona, anche al suo umile aiutante qui presente?»
«Nulla, padre» rispose Mariano, in tono dimesso. «Illuminatemi voi, per favore. Se
ho sbagliato rimedierò.»
«Devo concludere quindi che per voi chiedere a un vostro confratello di servirsi del
contrabbando per trasportare un forziere d’argento in Italia è un’azione lecita, che non
dovrebbe attirare il biasimo di nessuno.»
Mariano sentì il rossore salirgli alle gote, e sperò che non si notasse sotto la barba.
«No, padre» mormorò. «Non è un’azione lecita. Ma...»
«Ma!» esclamò Dirceu, in tono sprezzante, alzando le mani al cielo in un gesto da
predicatore. «C’è sempre un “ma” per giustificare ogni cosa. Se un’azione è illecita non
ci sono “ma”!» La sua voce stentorea risuonava tra le colonne. «E lasciate che vi dica»
proseguì in tono più basso «che il ricorso al contrabbando è solo la violazione più
evidente alle leggi della corona. Non vi è venuto in mente che un missionario potrebbe
facilmente essere ucciso, in questo paese selvaggio, per scortare un carico d’argento?
Giocate così, voi agostiniani, con la vita dei vostri confratelli?»
Mariano chinò la testa, in silenzio. Padre Lorenzo avrebbe visto l’argento solo dopo
lo sbarco in Spagna, e tutti i rischi del “paese selvaggio” se li sarebbe accollati Leone
con la scorta armata che doveva accompagnare il forziere a Veracruz. Inoltre la
decisione di spedirlo di contrabbando era di Leone, visto che l’argento era suo.
Mariano non c’entrava nulla. Ma si trovava in una brutta posizione, e ribattere avrebbe
solo peggiorato le cose.
«Se non fosse stato per i santi scrupoli di padre Lorenzo, che è venuto a confidarsi
con me, non avrei saputo nulla di tutto questo» rispose l’arcidiacono. «D’ora in avanti
vi ordino di non tenermi mai all’oscuro di qualsiasi azione che non riguardi
direttamente la vostra parrocchia. Sono stato chiaro?»
«Chiarissimo.»
Padre Dirceu gli girò intorno, come un bracco che avesse sentito l’odore del sangue.
«Prima di ripartire alla volta di Veracruz, padre Lorenzo ha scritto e firmato, su mia
richiesta, una memoria di un paio di pagine dove racconta in modo dettagliato quello
che gli avete chiesto di fare.» Fece una pausa, beandosi dell’umiliazione del suo
nemico. Quando proseguì, sembrava assaporare le parole una per una, come dolci di
zucchero. «Se quei fogli dovessero arrivare nelle mani del vescovo, il castigo più lieve
che potete aspettarvi è di essere allontanato dalla vostra missione attuale» disse.
«Inoltre mi incaricherò personalmente di far sloggiare tutti i vostri monaci e farò in
modo che la chiesa di El Durazno sia affidata ai francescani, notoriamente immuni alla
corruzione.»
Ricatto. Ecco di cosa si trattava. Dirceu l’aveva fatto venire fin lì per ricattarlo.
Mariano tuttavia non riusciva a immaginare cosa potesse volere da lui l’arcidiacono, in
cambio del favore di non consegnare al vescovo la memoria di padre Lorenzo. Ma
l’avrebbe saputo presto.
«Vi prego di dirmi cosa posso fare per rimediare al mio errore» mormorò, a occhi
bassi.
Padre Dirceu annuì, approvando la scelta delle parole. «Venite» disse poi.
Lo condusse dietro la scrivania e aprì la grande finestra che dava su una strada
affollata. A ovest stavano raccogliendosi nuvole scure e ogni tanto si sentiva il
brontolio di un tuono, ma il centro della città era ancora immerso nel sole. Mariano
vide una scena che per molti versi gli ricordò Napoli. Carrozze a uno, a due e a quattro
cavalli, con dorature e stemmi nobiliari sulle fiancate. Soldati e cittadini a piedi e a
cavallo sulla strada selciata. Dame con cappelli piumati e ventagli in carrozzine
scoperte, guidate da lacchè di pelle scura. C’erano anche qualche frate cappuccino e
alcuni indios che vendevano frutta e piccole zucche ai lati della strada.
«Guadalajara è più grande e più spietata di San Luis» disse padre Dirceu. «Noi
francescani non amiamo agi e ricchezze, ma qui, per compiere il lavoro del Signore, è
necessaria una quantità spaventosa di denaro. Ogni oggetto, ogni servizio in nome della
fede, non viene mai offerto gratuitamente da chi potrebbe permetterselo. Tutto ha un
costo, ed è sempre elevato.»
«Capisco, padre» disse Mariano. «Ditemi in che misura potrei contribuire ad
alleviarvi di questo peso.»
Ormai il gioco era chiaro. Padre Dirceu doveva aver saputo della percentuale
sull’argento della miniera che Leone gli versava e voleva mettere le mani su una parte
di quel denaro. Mariano sapeva di non poterlo evitare. Sperava solo che la richiesta
non fosse troppo esosa.
«Siete un uomo intelligente, Mariano» disse padre Dirceu. «Avete compreso dove
voglio arrivare e andate dritto al punto. Farò lo stesso con voi: voglio la metà dei
lingotti che vostro nipote vi versa tutti i mesi. L’altra metà la lascio a voi, così potrete
continuare a migliorare la vita dei vostri parrocchiani.»
Mariano si era aspettato qualcosa di molto peggio, e nonostante si trattasse
comunque di un’estorsione reagì con gratitudine. «Vi ringrazio. Il nostro è un villaggio
povero. Abbiamo un grande bisogno di quell’argento.»
«So che avete fatto lastricare la piazza del paese» disse l’arcidiacono. «E mi hanno
detto che da quando siete arrivato a El Durazno, la mortalità nelle comunità indigene
circostanti si è dimezzata. Come ci siete riuscito?»
«Faccio venire due volte al mese un medico e un farmacista che non solo curano gli
ammalati, ma insegnano loro a curarsi da soli.»
Era stata un’idea di padre Tomás, quando era ancora prete. Gli indigeni della zona
morivano come mosche nelle miniere e nei campi, a causa di malattie che in molti casi
sarebbe stato facile curare. Una volta Mariano aveva espresso il desiderio di creare
una farmacia nel convento, se solo avesse avuto il denaro necessario. Tomás aveva
commentato: «Ancora meglio sarebbe insegnare loro a prepararsi da soli le medicine.
Potrebbe essere il modo migliore per spingerli ad abbandonare le stregonerie».
Quando era arrivato il denaro della miniera, Mariano aveva messo in pratica l’idea.
Far scoprire agli indios i principi scientifici alla base dell’uso delle erbe permetteva
loro di curarsi da malattie contro le quali gli stregoni non potevano nulla. Questo li
rafforzava nella fede cristiana, oltre a curarli nel corpo.
«È stata una buona idea,» concesse l’arcidiacono «benché al limite di ciò che è
permesso insegnare agli indigeni. Qui non sarebbe stato possibile. Sarò franco con voi:
per svolgere il lavoro di Dio in questa città, la metà della vostra percentuale
sull’argento della miniera non basta.»
Mariano capì di aver sperato troppo presto. «Volete di più?» chiese.
«Sì, ma non lo toglierò a voi. Quello che dovete fare è occuparvi personalmente
della spedizione del carico d’argento di vostro nipote. Poi, invece di caricarlo sui
galeoni di re Filippo a Veracruz, lo porterete a me. Questo è tutto.»
«Ma, padre» balbettò Mariano, allibito. «Quell’argento non è mio. Non posso
disporne. Sarebbe... Sarebbe un furto.»
L’arcidiacono tagliò l’aria con una mano, scostandosi dalla finestra. «Mi prendete
per uno stupido?» tuonò, con la sua voce abituata a parlare dal pulpito. «Dopo oltre
dieci anni a un tratto arriva vostro nipote da Napoli. Come per magia scopre subito una
miniera, in un luogo dove tanti prima di lui avevano cercato senza risultato. Dopodiché
decide di privarsi di una parte dei guadagni per versarla a voi.» Lo guardò fisso con gli
occhi grigi infossati nel volto magro. «È ovvio che la miniera l’avete scoperta voi e
avete mandato a chiamare lui per sfruttarla. Perciò quell’argento è più vostro che suo.
Vostro nipote vuole utilizzarlo per arricchire la propria famiglia. Io lo userò per la
gloria di Cristo.» Attese da Mariano un cenno di conferma che non venne. «Sull’altro
piatto della bilancia» proseguì allora, in tono secco «c’è il fatto che se non farete come
dico vi farò rimandare a Napoli, la vostra chiesa passerà a noi e il vostro progetto di
trasformare gli indigeni in medici e farmacisti crollerà come un castello di carte.»
Mariano non riusciva a parlare, soffocato dalla rabbia e dalla vergogna.
Rabbia per quella richiesta inaudita. Quell’uomo, quel prete, gli stava chiedendo di
derubare Leone, impedendogli di aiutare i propri genitori a risollevarsi dall’indigenza
in cui erano precipitati.
Vergogna perché sapeva di dover cedere. La posta in gioco era troppo alta. Angelo,
Concetta e Matilde per quanto ne sapeva potevano anche essere morti. In tre anni Leone
aveva ricevuto da loro soltanto una lettera, che parlava dell’estrema povertà in cui
erano costretti a vivere. In quelle condizioni era fin troppo facile andarsene per una
febbre intestinale o di petto, o per un’altra delle mille malattie che piagavano le classi
basse. Se d’altra parte erano sopravvissuti, significava che a risollevarsi ci avevano
già pensato da soli.
Mariano non poteva anteporre il benessere di tre persone, per quanto uno di loro
fosse suo fratello maggiore, a quello di centinaia di indigeni che un po’ alla volta si
stavano radicando nella fede cristiana. Non dubitava che padre Dirceu avrebbe messo
in atto la sua minaccia se non gli avesse ubbidito. Lo conosceva bene.
«Farò come dite» mormorò a denti stretti. Poi si voltò e uscì da quella stanza come
se fosse la bocca dell’inferno. Ma il vero inferno, lo sapeva, era la vita di menzogne
che lo aspettava a El Durazno.
Al campo della miniera, Iñaki, il maestro d’ascia, liquidò con una semplice
osservazione l’idea di aumentare per mezzo di pompe idrauliche la quantità d’acqua
prelevata dai pozzi: «Abbiamo sei pozzi» disse. «Io e i miei aiutanti possiamo costruire
una pompa in un mese. Per sei pompe ci vogliono sei mesi, non un giorno di meno.»
Ormai giugno era già iniziato. La scadenza per pagare l’ultima rata del debito era la
fine di ottobre. I mesi a disposizione non arrivavano neppure a cinque.
Leone capì che non sarebbe mai riuscito a produrre in tempo l’argento necessario.
La miniera rendeva bene, ma il guadagno netto che restava dopo aver pagato i minatori,
i fornitori, i mercenari addetti alla difesa del campo e le tasse alla corona spagnola non
era affatto quello che si poteva immaginare dall’esterno. Senza parlare delle spese per i
rifornimenti di cibo, per rimpiazzare i muli che morivano o si azzoppavano, eccetera.
Nel secolo passato era più facile evadere le tasse, gli avevano detto. Anche per quel
motivo tanti proprietari di miniere erano riusciti ad arricchirsi. Ora invece era
frequente il caso di miniere sequestrate e vendute all’asta perché i concessionari non
riuscivano a far fronte ai debiti, soprattutto a quelli contratti per il mercurio.
Leone si sentiva in un vicolo cieco, sotto pressione da tutte le parti, con troppe cose
a cui pensare. Trascurava Estrella e Marimar, si irritava per un nonnulla e una volta in
paese si ubriacò e restò coinvolto in una rissa con morti e feriti. Riuscì a evitare
l’arresto solo grazie alla testimonianza di una prostituta detta la Vedova, non perché lo
fosse davvero ma perché vestiva sempre di nero e non mancava mai alla messa della
domenica. La Vedova disse che nel momento in cui la rissa era degenerata e si era
passati alle coltellate, Leone era a letto con lei.
La notizia raggiunse anche il campo della miniera. Quando tornò a casa Estrella lo
attendeva sulla porta con il suo sguardo insondabile. Non gli chiese nulla, non volle
sapere se la prostituta aveva mentito per salvarlo o se davvero era andato a letto con
lei. «Giurami sulla testa di nostra figlia» disse soltanto «che non metterai più piede in
quella taverna, per nessun motivo.»
Leone avrebbe potuto fare quello che facevano tutti, quando le mogli li affrontavano
con accuse di quel tipo. Darle uno schiaffo e ordinarle di portargli la cena. Un uomo
aveva il diritto di andare con una prostituta, di tanto in tanto. Era solo uno sfogo dei
sensi, non c’era tradimento, Leone ne era convinto. Ma sapeva di averla ferita e non
aveva alcuna intenzione di piegarla con la forza. La sua idea del matrimonio non era
mai stata quella. Era lui a essere in torto e fu lui a piegarsi, e non gli sembrò di essere
meno uomo per questo.
Alcuni giorni dopo, Estrella si svegliò piangendo. Non ricordava il sogno che aveva
provocato le lacrime, ma forse non era stato un sogno. Forse durante la notte si era
sciolto il dolore che da sveglia si sforzava di ignorare. Si voltò di scatto. Non voleva
che Leone la vedesse piangere e gliene chiedesse il motivo. Ma lui non c’era già più. Il
letto era vuoto.
In quel momento Marimar, che dormiva in una piccola culla di legno accanto a lei,
aprì gli occhi e reclamò la sua attenzione con alcuni gridolini. Estrella si asciugò le
lacrime e sorrise.
«Buongiorno, tesoro mio» disse prendendola in braccio e scoprendosi il seno. «Hai
fame, eh?»
Ormai aveva già cominciato a svezzarla con la pappa di atole, una specie di polenta
dolce di mais che Marimar gradiva molto, anche se ogni tanto gliela sputava addosso.
Tuttavia la bambina non era ancora disposta a rinunciare alla poppata del mattino e a
quella serale prima di addormentarsi. Estrella non aveva fretta di completare lo
svezzamento, lasciava che fosse la natura a decidere. Marimar ormai aveva più di un
anno. Aveva già cominciato a dormire tutta la notte, e presto avrebbe richiesto
un’attenzione meno costante.
Questo in un certo senso le dispiaceva, perché dedicare alla figlia quasi tutto il
tempo della giornata serviva a tenere a bada il vuoto che era diventata la sua vita.
Aveva l’impressione che Leone non la vedesse quasi più. Usciva di casa all’alba,
tornava per cena e le parlava a monosillabi, preoccupato solo dei problemi della
miniera. Facevano l’amore poco e in modo distratto, e per Estrella era stato un vero
dolore scoprire che lui aveva bisogno di andare con le prostitute, perché evidentemente
a casa non trovava più ciò che desiderava.
Naturalmente, il suo dolore era quello di tutte le mogli, lo sapeva bene. Anche tra gli
indios l’amore durava solo il tempo del corteggiamento. Una volta sposati, il compito
della donna era quello di fare figli, tessere stuoie e huipil, occuparsi della casa e
tacere. Poi, ogni tanto, qualsiasi moglie diceva o faceva qualcosa di sbagliato, e
arrivavano le botte.
Era così che andava la vita, era così che sarebbe sempre andata, e lamentarsi era
inutile. Anzi, Estrella si riteneva fortunata perché Leone la rispettava. Non l’aveva mai
picchiata né lo avrebbe fatto in futuro, di questo era certa. Le aveva persino promesso
che non sarebbe più tornato al bordello, e lei sapeva che non si trattava di una
promessa vuota. Ormai lo conosceva. Lo stimava, lo ammirava e gli voleva bene come
non ne aveva mai voluto a nessuno.
Ma non sopportava quella solitudine.
Nella sua famiglia, le donne si consolavano insieme della propria condizione.
Parlavano, scherzavano, andavano in gruppo al torrente a lavare i panni, erano
circondate dai bambini. Lei invece non poteva frequentare le mogli dei minatori. Ci
aveva provato, all’inizio, ma non aveva funzionato. Da un lato era la moglie del
padrone e le dovevano rispetto, dall’altro era una indigena e viveva nel peccato, perciò
la disprezzavano. Il risultato era un atteggiamento di falsa cordialità che le dava la
nausea.
Così se ne stava sola in casa tutto il giorno. Lavava, faceva da mangiare e si
occupava di sua figlia. Non voleva pensare a cosa sarebbe diventata la sua vita quando
Marimar, crescendo, avrebbe cominciato a trascorrere le giornate fuori casa con gli
altri bambini.
Estrella non era mai stata una persona allegra, nemmeno da piccola. Con il suo
carattere schivo e taciturno aveva abbracciato con trasporto il catechismo e per un
periodo aveva coltivato la fantasia di farsi monaca. Quando però ne aveva parlato in
famiglia, suo padre le aveva risposto con una sola frase: «Non pensarci più». Lei ci era
rimasta malissimo. Credeva sul serio, come le avevano detto i preti, che avere una
figlia monaca fosse la gioia più grande per un padre.
Estrella era nata e cresciuta in una famiglia cattolica. In passato, come aveva sentito
ripetere fino alla nausea, gli indigeni erano pagani, adoravano il sole, la pioggia,
persino il mais. I dominatori aztechi praticavano addirittura sacrifici umani.
Strappavano il cuore a giovani vittime per offrirlo in dono a delle divinità sanguinarie
nei loro templi a piramide.
Poi i dominatori spagnoli avevano portato una fede nuova, e gli indigeni l’avevano
accettata senza chiedersi se fosse buona o cattiva, perché non avevano avuto scelta. Suo
nonno praticava ancora la vecchia religione, in segreto, ma nessuno lo tradiva: lui
guariva i malati e spesso le sue predizioni sui raccolti si avveravano. Estrella gli
voleva molto bene, tuttavia quando il nonno aveva provato, molti anni prima, a
insegnarle la sua arte, era scappata via spaventata. Si era tormentata per settimane,
divisa tra il bisogno di proteggere il nonno e il peccato di non parlare in confessione di
ciò che aveva saputo da lui.
Alla fine aveva deciso di tacere, ma per espiare il peccato si era inflitta di nascosto
delle ferite sulle gambe, in alto, dove nessuno se non lei poteva vederle.
Poi era arrivato Leone. Stregata dai suoi occhi azzurri Estrella aveva fatto cose di
cui non si sarebbe mai creduta capace. Era fuggita con lui, aveva sfidato suo padre e i
suoi fratelli, e viveva da moglie senza essere sposata, in uno stato di peccato continuo.
Per fortuna padre Mariano la lasciava confessarsi, ma si rifiutava di darle la
comunione. Leone non sembrava soffrirne. Per lei invece la messa domenicale, che per
anni era stata un sollievo dalle ansie quotidiane, adesso era diventata un inferno.
Estrella non sapeva se le faceva più male il fatto di non potersi mettere in fila per
ricevere l’ostia consacrata, o il fatto che suo padre e i suoi fratelli rifiutassero in modo
ostentato di guardare dalla sua parte durante tutta la messa.
E mentre sopportava tutto questo, Leone si era allontanato. La trattava sempre con
gentilezza, e lei gliene era grata. Ma sembrava non aver mai bisogno di nulla, e questo
la faceva sentire inutile.
Marimar aveva finito di poppare. Si staccò dal seno e la fissò con uno sguardo così
pulito, così bello, così luminoso, che gli occhi di Estrella tornarono a inumidirsi. Era
un’ingrata. Come poteva lamentarsi della sua vita, dopo aver ricevuto quel dono
bellissimo?
Si alzò in piedi, tenendo la figlia con un braccio contro il fianco sinistro, andò alla
finestra e l’aprì con la mano libera. Il sole che invase la stanza disperse le ultime
ombre della sua inquietudine notturna. Estrella guardò Marimar e sorrise. Era una
donna felice, non doveva più dimenticarlo.
XXII

Un lunedì mattina, alcuni minatori riferirono a Leone che durante il fine settimana alla
taverna del Zopilote era arrivato un italiano alto e bruno, dall’aspetto poco
raccomandabile, che faceva domande su di lui e sulla miniera. Leone pensò che in un
caso simile il giuramento fatto a Estrella non si applicava e decise di andare a
controllare di persona chi era quell’uomo e cosa voleva. Ma poi se ne dimenticò, a
causa di un incidente che per poco non gli costò la vita.
Era sceso al terzo livello della miniera per esaminare il piano di scavo di una nuova
galleria. Aveva mandato a chiamare anche Iñaki, per esaminare la possibilità di
costruire un montacarichi azionato da pulegge. Faceva loro da guida un caposquadra
anziano, un uomo dai capelli bianchi che non aveva più l’energia necessaria per
scavare ma conosceva la roccia e le gallerie meglio di chiunque altro. Mentre
discutevano animatamente, perché il basco sosteneva che per lui lavorare a quella
profondità era impossibile, udirono prima un gorgogliare d’acqua, poi le grida dei tre
minatori impegnati nello scavo. «Si inonda! Correte!» Subito dopo ci fu una specie di
tuono, amplificato dalle pareti di roccia. Leone non aveva ancora capito cosa fosse
accaduto, quando il caposquadra lasciò cadere la mappa dello scavo e corse con la
lanterna in mano verso una scala a pioli che portava in una piccola galleria
abbandonata un po’ più in alto.
«Presto! Di qua!» gridò a lui e a Iñaki. «Arriva la piena!»
Il basco si aggrappò alla scala e cominciò a salire. Leone era sul punto di seguirlo
quando un’ondata enorme invase la galleria, soffocando le urla dei tre minatori. Leone
vide una mano emergere dall’acqua e riuscì ad afferrarla, tenendosi con l’altra alla
scala. Se avesse tenuto duro forse sarebbe riuscito a salvarlo. O forse no, non lo seppe
mai. L’inondazione era stata così rapida da fargli dimenticare per pochi istanti la sua
paura dell’acqua. Ma quando si trovò immerso fino al ventre e poi fino al petto in
quella marea nera che saliva sempre più in alto, lo invase il terrore. Si arrampicò sui
pioli con la velocità di un gatto e solo quando fu in salvo si rese conto che per salire
aveva lasciato la mano del minatore, abbandonandolo al suo destino.
L’acqua riempì tutta la galleria, sommergendo fino all’ultimo gradino la scala che li
aveva tratti in salvo.
«Che diavolo è successo?» chiese Iñaki, con la voce tremante.
«Abbiamo sfondato una falda acquifera» rispose il caposquadra.
«Quanto tempo dovremo stare qui, prima che l’acqua si ritiri?»
La risposta suonò come una campana a morto. «L’acqua non defluirà. Questa è una
galleria cieca. Ora fa parte della falda.»
Seduto contro la parete di roccia, con le ginocchia al petto e la testa china, Leone
udiva ogni parola, ma non gli importava. Per colpa della sua paura aveva lasciato
morire un essere umano. Quando il caposquadra spiegò che nessuno sarebbe venuto a
salvarli, perché probabilmente li credevano morti, alzò le spalle. Era davvero un
vigliacco, come dicevano i marinai sulla nave. Meritava di morire.
La mano enorme di Iñaki si abbatté sulla sua guancia all’improvviso. «È colpa
vostra!» gridò il basco. «Se non mi aveste chiamato per costruire quel montacarichi,
adesso non sarei intrappolato qui sotto. Morirò per colpa vostra. Bastardo!»
Leone lo spinse via senza reagire allo schiaffo e agli insulti. «Non c’è nessuna
speranza?» chiese al caposquadra, alzandosi in piedi.
«Certo che c’è. Stavo per dirlo al maestro d’ascia prima che vi colpisse.»
Spiegò che in ogni galleria c’era sempre un piccolo deposito di materiali per le
emergenze. Li condusse una decina di passi più in là e lo trovarono: legni, corde, un
piccone, una lampada piena d’olio e un acciarino. Bastava che uno di loro si legasse in
vita una corda e dei pesi e scendesse nella galleria inondata, camminando sul fondo
fino ad arrivare alla scala che li avrebbe portati al livello superiore.
«La scala dista al massimo dodici o quindici passi» disse. «Salgo, assicuro la corda
a una trave solida, poi venite anche voi. È pericoloso soltanto per il primo, gli altri
basta che si tengano alla corda.»
Iñaki lo guardò con aria critica. «Tu sei vecchio. Se non ce la fai cosa succede?»
«Preferisci andare tu al mio posto? Accomodati» rispose il caposquadra.
«Io sono un maestro d’ascia. Non dovrei neppure essere qui, se non fosse per...»
«Andrò io» intervenne Leone.
«Voi? Ma...»
«È giusto» disse Iñaki. «È lui il responsabile, che rischi anche lui, almeno una
volta.»
Leone lasciò perdere anche quella provocazione. Era impegnato a tenere sotto
controllo la paura. Non voleva che gli altri due lo vedessero sudare e tremare. Ma era
deciso ad andare: il suo terrore dell’acqua non avrebbe mai più causato la morte di un
essere umano. Lo avrebbe vinto o sarebbe morto nel tentativo.
«Ho detto che vado io» ripeté, legandosi in vita un capo della corda.
«Un momento, ci vogliono anche i pesi, altrimenti l’acqua vi spingerà in alto e
rischiate di battere la testa contro il soffitto della galleria.»
L’anziano caposquadra raccolse cinque grossi sassi, li legò con un pezzo di fune,
confezionando una specie di cintura, poi gli disse di indossarla a tracolla. Leone obbedì
e si sentì sprofondare.
«In acqua peserà molto meno, state tranquillo» disse il caposquadra. «Ma vi
permetterà di camminare sul fondo. È la cosa più sicura. Non perdete mai il contatto
con la parete, mi raccomando.»
«Cosa succede se lo perdo?»
L’uomo si fece ancora più serio. «Là sotto è buio pesto» spiegò. «Non si vede
niente. A ogni passo si alzano fango e sabbia che ti si strusciano addosso come cose
vive. Se perdi il contatto con la parete perdi l’orientamento. Non sai più se stai
andando avanti o indietro e mentre cerchi di scoprirlo finisce l’aria che avevi respirato
prima di scendere e anneghi. È una brutta morte.»
Leone sentì il sudore imperlargli la fronte. Per nascondere il tremito delle mani
afferrò la scala, strinse i denti per non gridare e cominciò a scendere. Quando l’acqua
gli arrivò al petto pensò di tornare indietro. Non poteva rischiare di lasciare la moglie
vedova e la figlia orfana solo per una questione d’orgoglio. Risalì un piolo della scala.
«Cosa c’è?» chiese il caposquadra.
«Niente. Ora vado.»
Ricominciò a scendere. Aveva lasciato morire un uomo che avrebbe potuto salvare.
Ora doveva correre quel rischio per recuperare il rispetto di se stesso. Altrimenti,
anche se si fosse salvato, non sarebbe più riuscito a essere un buon marito e un buon
padre. Quel ricordo glielo avrebbe impedito. Quando l’acqua gli arrivò al collo,
respirò a fondo diverse volte, poi riempì i polmoni e si immerse, scendendo gli ultimi
pioli della scala. Non appena i piedi toccarono il fondo, cercò a tastoni la parete di
roccia e cominciò a camminare, con gli occhi chiusi e i denti serrati.
Il cuore gli batteva come impazzito, ma dopo qualche passo si accorse che l’acqua
non era l’animale rabbioso dei suoi ricordi d’infanzia, la bestia che mordeva e
trascinava e graffiava la pelle contro le pietre. Non ce l’aveva con lui, non intendeva
ucciderlo. Era un elemento inanimato, come l’aria e la terra.
Si mise a contare i passi, ma fu un errore. Arrivò a quindici, poi a diciassette e la
galleria non dava segno di terminare. Il caposquadra si era sbagliato. Cominciò ad
avvertire il bisogno impellente di respirare. Di riflesso portò le mani in avanti, nella
speranza di toccare la scala di legno che rappresentava la salvezza. Ma davanti a lui
c’era solo acqua.
Un fiotto di paura gli strinse lo stomaco in una morsa fredda. Forse i passi erano
trenta, o cinquanta. Capì che non ce l’avrebbe mai fatta, che sarebbe annegato in quella
galleria buia. L’impulso di voltarsi e tornare indietro si fece irresistibile. Ma si
costrinse ad andare avanti.
Un passo dopo l’altro, senza mai perdere il contatto con la parete. A un trattò toccò
la scala. Ce l’aveva fatta!
Si aggrappò ai pioli e cominciò a salire. Per la fretta poggiò male un piede, perse
l’equilibrio e cadde sul fondo. Provò a rialzarsi ma il peso della cintura di sassi lo
teneva giù. Tutta la paura tenuta a bada fino a quel momento esplose in una serie di
movimenti frenetici, che esaurirono le sue ultime riserve d’aria. Comprese che stava
per morire come uno stupido.
Con il cervello appannato, nel quale germi di idee si gonfiavano ed esplodevano
come bolle, riuscì a pensare che doveva togliersi la cintura. Senza più tentare di
mettersi in piedi riuscì a sfilarsela e l’acqua lo spinse subito verso l’alto. Ma ormai
l’aria era finita. Mentre ancora saliva un piolo dopo l’altro, si sentì afferrare e
sollevare da mani robuste. Un attimo dopo si accorse di essere all’asciutto. Quando
sentì gridare: «Ha una corda in vita! Ce ne sono degli altri!». capì che era riuscito a
salvare i suoi compagni. Svenne con un sorriso sulle labbra, senza neppure provare ad
aprire gli occhi.
Il giorno dopo offrì a cinque minatori la paga di un mese se avessero recuperato i
corpi dei compagni dalla galleria allagata. Fece una generosa donazione alle famiglie
dei morti, assumendosi anche le spese dei funerali. E licenziò Iñaki.
Il basco protestò e cercò l’appoggio degli altri. Dal maestro d’ascia dipendeva la
sicurezza delle gallerie, dei montacarichi e di tutte le varie macchine della miniera. E
tutti sapevano che Iñaki era il migliore nel raggio di molte miglia. Se gli operai non si
fidavano del maestro d’ascia, potevano anche ammutinarsi, rifiutandosi di lavorare.
Quel tipo di problemi nelle altre miniere si risolvevano a colpi di frusta e bastonate, ma
Leone sperava di non dover arrivare a quel punto. Tuttavia non era disposto a tornare
indietro sulla sua decisione. Iñaki era una costante spina nel fianco. Inoltre lo aveva
colpito e insultato. Lasciarlo restare sarebbe stato un pericoloso segno di debolezza.
Con sua sorpresa non ci fu alcun problema. Scoprì di essere diventato
all’improvviso un eroe, il padrone che rischia la vita per salvare i suoi operai. Iñaki
non trovò appoggio neppure tra i suoi stessi aiutanti carpentieri. Se ne andò quella sera
stessa in sella a un cavallo dinoccolato come lui, portandosi dietro i suoi arnesi e tanto
livore.
Dopo i funerali dei minatori morti nella galleria inondata, la vita alla miniera riprese
con il suo solito ritmo. L’unico obiettivo di Leone ormai era guadagnare ciò che poteva
entro la fine di ottobre. Avrebbe mandato in Italia tutto il denaro possibile, poi avrebbe
ceduto la miniera a don Porfirio. Non c’era altro da fare.
Ma una mattina nuvolosa, mentre Estrella era impegnata a dar da mangiare a
Marimar la sua tazza di atole, Tomás venne a dirgli che nella disgrazia appena accaduta
c’era anche un lato positivo.
«Tutta quell’acqua in più forse si può sfruttare in qualche modo, non credi?»
«In che modo?»
Tomás si mise a camminare avanti e indietro per la stanza. Spiegò che aveva sentito
parlare di un certo Lope, un architetto di Villa de Ramos che aveva disegnato macchine
innovative per altre miniere della zona. Forse avrebbe potuto inventare una macchina
per tirare su l’acqua dalla galleria inondata e usarla per raffinare l’argento.
«So che non la vedi così» concluse «ma a volte le disgrazie sono doni di Dio
mascherati.»
Leone scrollò le spalle. Ormai era rassegnato alla sconfitta imminente. Tuttavia
promise che sarebbe andato a parlare con questo Lope. «Ma ci andrò quando porterò a
tassare il prossimo carico d’argento» disse. «Non voglio abbandonare la miniera
adesso.»
«Devi andarci subito» insistette Tomás. «Oggi stesso. Altrimenti sarà inutile. Non ci
resta molto tempo.»
«Villa de Ramos dista quattro ore a cavallo» disse Estrella, alzando un cucchiaio
pieno di atole e mettendolo in bocca alla figlia. «Se parti adesso puoi essere di ritorno
in serata con una buona notizia.»
Di solito non interveniva mai nelle discussioni di lavoro. Ma Leone aveva imparato
a fidarsi delle sue intuizioni. Così, più per non lasciare nulla di intentato che per
effettiva convinzione, sellò il cavallo, prese la spada e una pistola carica e partì senza
perdere altro tempo.
Il cielo era coperto di nuvole basse e nell’aria grigia cadevano le prime gocce di
pioggia. Leone si aggiustò il cappello in modo che l’acqua non gli gocciolasse sugli
occhi e spronò il cavallo verso il bivio della pista che da una parte portava a El
Durazno e dall’altra a Villa de Ramos.
Arrivò a casa dell’architetto all’ora di pranzo, mentre la famiglia stava per sedersi a
tavola. Lope, uno spagnolo magrissimo dalle guance bianche e rosse, i capelli neri a
boccoli e gli occhi accesi come carboni, non lo invitò a unirsi a loro e non gli offrì
neppure un bicchiere d’acqua, come avrebbe voluto la più elementare cortesia. Non
appena ebbe saputo chi era e cosa voleva, lo condusse nella sua stanza da lavoro, dove
cominciò subito a chiedere informazioni tecniche, camminando senza sosta avanti e
indietro per la stanza. Volle sapere la profondità della falda acquifera, l’inclinazione
del fianco della collina, la composizione del terreno e una serie di altri dettagli che
Leone conosceva solo in modo approssimativo. Sembrava competente, ma era come
posseduto dal suo lavoro.
Quando la moglie, rimediando alla sua mancanza di buone maniere, venne a invitarli
entrambi a tavola, Lope gli disse di andare pure a pranzo senza di lui. Leone guardò la
moglie, perplesso, e lei scosse la testa. «Quando ha un’idea in testa non riesce a
mangiare né a dormire prima di averla messa su carta» disse.
Lo lasciarono al tavolo da disegno, intento a consultare un grosso tomo rilegato
pieno di disegni complessi. Mentre mangiavano la minestra lo sentirono gridare
«Eureka», “ho trovato”, come Archimede quando aveva risolto il problema della
corona d’oro postogli da Gerone. E non era un caso che Lope avesse scelto proprio
quella parola. Piombò sul tavolo da pranzo con un grande foglio tra le mani, cui fece
posto spingendo via senza riguardo le scodelle di moglie, figli e ospite, e mostrò a
Leone il disegno di una specie di cavatappi inclinato, con annotazioni e numeri scritti in
piccolo tutto intorno.
«È la vite di Archimede» disse con orgoglio, come se questo spiegasse tutto. «La
soluzione del vostro problema» aggiunse, quando vide che Leone non capiva.
Un po’ irritato per la sua lentezza di comprendonio, spiegò che quella vite senza fine
serviva per sollevare acqua o altri materiali in un ciclo continuo. Analizzando i dati che
Leone gli aveva fornito sulla profondità della falda e l’inclinazione del terreno, disse
che realizzarla non solo era possibile, ma non era neppure particolarmente costoso o
complicato.
«Quanto costoso e quanto complicato, esattamente?» chiese Leone.
«Duecento pesos per me, più il costo dei materiali e degli operai. Com’è il vento,
sulla collina?»
Leone era frastornato. Suo padre si sarebbe trovato a suo agio con quell’uomo,
avrebbero comunicato per enigmi e si sarebbero intesi perfettamente. Ma lui faceva
fatica a seguire ogni singola frase.
«Cosa c’entra il vento?» chiese. «Spiegatevi meglio, per favore. Cosa volete
sapere?»
L’architetto emise un sospiro esasperato. «Ma le solite cose, no? Quanto è forte, da
che direzione soffia di solito, in quali ore del giorno, eccetera.»
Leone glielo disse, e con un sorriso beato Lope concluse: «Benissimo. Vengo con
voi alla miniera e cominciamo domani». Senza sedersi, afferrò una scodella di zuppa di
fagioli e cominciò a vuotarla con avide cucchiaiate. «Ma dovete lasciare subito un
anticipo di cinquanta pesos a mia moglie.»
Leone decise che poteva correre il rischio. Anche se l’idea non avesse funzionato,
non sarebbero stati duecento pesos in più o in meno a fare la differenza, alla fine
dell’anno. Ma la borsa che portava alla cintura conteneva, a parte alcune monete di
piccolo taglio, solo dieci pesos. La vuotò sul tavolo, per mostrare che non stava
cercando di tirare sul prezzo, e vide brillare gli occhi della donna. La famiglia di Lope
non doveva nuotare nell’oro.
L’anticipo ridotto fu accettato senza discutere. Concordarono un altro pagamento a
metà dei lavori e il resto alla consegna, e partirono meno di mezz’ora dopo. Avrebbero
dovuto percorrere l’ultimo pezzo di strada dopo il tramonto, ma Leone pensò che la
possibilità di essere al campo quella sera stessa valeva il rischio, soprattutto ora che
nella borsa non aveva che qualche moneta di poco valore.
I problemi tuttavia non aspettarono il buio. In pieno pomeriggio, sotto un cielo
plumbeo che ogni tanto mandava uno scroscio di pioggia, dietro una curva trovarono la
strada sbarrata da una serie di massi non troppo grossi ma sistemati in modo che
provare a saltarli con i cavalli fosse troppo pericoloso.
«Torniamo indietro!» gridò Leone, voltando il cavallo.
«Troppo tardi» rispose Lope, sguainando la spada.
Alle loro spalle erano sbucati tre brutti ceffi, tutti armati di spada e uno anche di
pistola. Due di loro erano le persone che Leone meno si sarebbe aspettato di rivedere
nella sua vita, soprattutto insieme. Uno era il marinaio dai capelli bianchi, che portava
in testa lo stesso fazzoletto azzurro annodato dietro la nuca. Era lui ad avere la pistola.
Guardando l’altro, Leone si pentì amaramente di non aver cercato subito di scoprire chi
era l’italiano arrivato a El Durazno. Riconobbe subito il bravaccio al servizio del
notaio Terrasecca. Fosco, gli sembrava di ricordare. Era un po’ invecchiato e al posto
dell’orecchio destro aveva una brutta cicatrice, ma era lui.
«Allora è vero che sei sopravvissuto alla coltellata di Juan» disse il marinaio. «Lui
non voleva crederci.»
«Cosa volete?» chiese Leone. «Non è il denaro che vi interessa, immagino.»
Non si illudeva sulla possibilità di ricevere aiuto. Nonostante fosse ancora giorno,
sotto la pioggia non viaggiava quasi più nessuno. Il carro che avevano superato
mezz’ora prima sarebbe arrivato in tempo per raccogliere i loro cadaveri.
«Ci interessa anche quello, sta’ tranquillo» rise il terzo uomo, un mestizo con i
lineamenti da bianco e i capelli neri e lucidi da indio. «Ma hai ragione, non è la cosa
principale.»
«E così sei diventato il ricco proprietario di una miniera» disse il marinaio. «Certe
persone hanno tutte le fortune.»
«Proprietario sì, ricco non ancora.»
«Be’, non avrai il tempo di diventarlo. Siamo venuti a regolare il conto.»
Puntò la pistola e fece fuoco. Con la coda dell’occhio Leone vide l’architetto
afflosciarsi sulla schiena del cavallo e scivolare nel fango della strada. La pallottola
aveva colpito lui. Smontò con un salto e mentre i cavalli fuggivano al galoppo,
spaventati dallo sparo, sguainò la spada e affrontò Fosco e il mestizo. Per la seconda
volta nella vita si trovava ad affrontare tre uomini armati. Ma stavolta non c’era un
muro contro il quale ripararsi per impedire che lo attaccassero alle spalle.
Riuscì a respingere il primo attacco di Fosco e del mestizo. Il marinaio, invece di
approfittare di quei momenti per ricaricare, infilò la pistola nella cintura e si fece
avanti con la spada in pugno.
«Lasciatelo a me» disse. «Juan mi ha dato ordini precisi.»
Leone comprese che Lope non era stato colpito per errore. Il marinaio aveva voluto
eliminarlo per primo, in modo da uccidere lui con calma. Se lo avessero attaccato tutti
e tre insieme non avrebbe avuto speranze, ma così la partita tornava ad aprirsi.
«Attento, ti ho detto che è pericoloso!» gridò Fosco.
«È un vigliacco» ribatté l’altro, gettandosi in avanti.
Leone parò due fendenti indietreggiando sui ciottoli lucidi di pioggia. Gli anni di
allenamenti quotidiani nella sala d’armi di Titta Marcelli gli avevano insegnato a
valutare gli avversari a colpo d’occhio. Il meticcio era il più irruente, voleva
concludere presto e perciò attaccava con forza in modo disordinato. Fosco era il più
esperto e il marinaio era veloce nei colpi ma doveva essere più abituato al coltello che
alla spada.
Aprì la guardia e il marinaio affondò. Leone agganciò la sua lama, la deviò
facendosi allo stesso tempo di lato e colpì di punta a sua volta.
Un largo squarcio si aprì nella camicia del marinaio, che si inondò subito di sangue.
L’uomo gridò e indietreggiò, guardandosi il fianco con aria sorpresa. Non aveva visto
arrivare il colpo. Approfittando del vantaggio, Leone attaccò di nuovo, con tutta la
forza. Il marinaio finalmente comprese di averlo sottovalutato. Gli gettò la spada in
faccia per distrarlo e si riparò dietro gli altri due, che nel frattempo erano accorsi in
suo aiuto.
«Prendetelo ai lati mentre io ricarico!» gridò, accasciandosi a terra.
Con una mano estrasse la pistola dalla cintura, con l’altra la borsa con la polvere da
sparo e le pallottole. Se fosse riuscito a ricaricare, da quella distanza non avrebbe
potuto mancarlo, anche se era ferito. Leone non perse tempo. Aspettò che Fosco e il
mestizo si spostassero a destra e a sinistra, per attaccarlo da due direzioni diverse. Poi
li sorprese battendo un piede a terra e passando in mezzo a loro con quello che il suo
maestro chiamava il “passo trito e veloce”, una serie di passi corti e rapidi seguiti da
un affondo.
Nessuno se lo aspettava, meno che mai il marinaio, che credeva di essere al sicuro.
Un attimo dopo si trovò un palmo d’acciaio infilato nel collo. Lasciò cadere la pistola e
la borsa e si portò le mani alla gola, mentre il sangue gli spruzzava tra le dita e la
polvere da sparo si mescolava con il fango della strada. Leone intanto aveva già ritirato
la lama e si era voltato, parando l’attacco alle spalle del mestizo. Approfittò dei suoi
movimenti scomposti per tenerlo tra lui e Fosco, in modo che non potessero attaccarlo
insieme. Poi alla prima opportunità lo colpì sotto il plesso solare, uccidendolo quasi
sul colpo. La lama che affondava nel petto del mestizo gli ricordò con un brivido il
momento terribile in cui aveva tolto la vita al povero Sandro. Ma non si lasciò distrarre
e si preparò ad affrontare l’ultimo avversario. In quel frangente uno scrupolo di
coscienza poteva rappresentare la differenza tra la vita e la morte.
«Ora siamo solo noi, Fosco» disse, mettendosi in guardia.
L’altro lo fissò negli occhi per un lungo momento, poi gettò a terra la spada. «Vi
prego» disse.
Aveva capito di non poterlo sfidare e voleva giocare la carta della pietà. Leone non
se la sentiva di ucciderlo a sangue freddo, ma risparmiargli la vita significava
ritrovarselo davanti, o peggio alle spalle, in un’altra occasione. Se il suo padrone lo
aveva mandato fin lì per ucciderlo, senza dubbio ci avrebbe riprovato.
«Sai che non posso lasciarti andare» disse.
Fosco annuì. «Sta a voi decidere. Ma se mi risparmiate vi prometto sul mio onore
che non mi vedrete mai più.»
Il marinaio agonizzava con le mani strette intorno alla gola. Emetteva rumori
gorgoglianti, e fissava la scena con uno sguardo pieno più di stupore che di odio.
Sembrava non riuscire a capire come mai lo scrivano vigliacco che aveva rifiutato di
battersi a coltellate con Juan Moreno sulla nave, avesse sconfitto tre avversari da solo.
«Inginocchiati» disse Leone a Fosco. «E intreccia le mani dietro la testa.»
Il bravaccio ubbidì senza fiatare, con un lampo di paura negli occhi. Leone allontanò
con un calcio la spada che aveva lasciato cadere.
«Mentre aspettiamo il carro che abbiamo lasciato indietro una mezz’ora fa,
raccontami come mai ti trovavi in compagnia di questi banditi da strada. Ti sei unito a
loro?»
«Niente affatto! Volevano uccidermi.»
Raccontò che era caduto nelle loro mani mentre attraversava la regione della
Huasteca. Non lo avevano ucciso subito solo perché dal suo spagnolo zoppicante si
erano accorti che era italiano. Il loro capo, uno spagnolo grosso come un orso, con la
faccia e la testa coperte da fitti ricci neri, gli aveva detto che odiava gli italiani e quindi
gli avrebbe riservato un trattamento speciale.
Lo avevano legato a un palo con l’intenzione di scuoiarlo vivo. Un ragazzo dai
capelli lunghi e dal viso quasi da donna gli si era avvicinato per incidergli la pelle
delle gambe. «È l’amante del capo» spiegò Fosco. «È feroce come una tigre, uccide per
il gusto di uccidere.»
Leone ripensò al giovane mozzo che aveva trovato piangente sulla nave, dopo che
Juan l’aveva violentato. La notte della coltellata aveva cercato di salvargli la vita.
Adesso era diventato anche lui un assassino.
Intanto Fosco raccontava che il capo gli aveva detto ridendo: «Se vuoi sapere
perché ti sei meritato la specialità di Manuel, quando sarai all’inferno cerca l’anima di
León Bajamontes e chiedilo a lui».
Fosco aveva gridato che Leone Baiamonte era proprio l’uomo che era venuto a
cercare in Messico.
«Allora mi hanno interrogato, hanno voluto sapere chi sono, da dove vengo, perché
vi cercavo. Vi credevano morto ma io ho detto che avete scritto a Napoli tre anni fa.»
Fece una faccia colpevole e proseguì: «La lettera non l’ho letta, vostra madre l’aveva
già ritirata alla chiesa di Sant’Agostino. Ma è stato così che abbiamo saputo dove
eravate andato».
In breve, raccontò che Juan Moreno aveva deciso di lasciarlo libero di compiere la
sua missione, ma gli aveva affiancato due dei suoi, con l’ordine di verificare se la
storia corrispondeva a realtà e nel caso uccidere una buona volta Leone. «Pensaci tu»
aveva detto al marinaio dai capelli bianchi. «Assicurati che sappia chi ti manda e
soprattutto che soffra prima di morire.»
«Poi, per non privare gli uomini del loro divertimento mi ha tagliato un orecchio con
un fendente di spada» concluse Fosco. «Solo un dito più a sinistra e mi avrebbe aperto
la testa come un melone. Comunque, questo è il motivo per cui mi trovavo con quei
due» disse accennando al mestizo e al marinaio, che ormai era morto a faccia in giù
sulle pietre.
Il cielo fu scosso da un tuono e ricominciò a piovere. Leone si aggiustò il cappello
in modo che l’acqua non gli andasse negli occhi.
«Ora parlami di quello che è successo a Napoli e alla mia famiglia dopo la mia
fuga» disse. «Poi deciderò cosa fare di te.»
Fosco non si fece pregare. Leone sapeva già delle varie guerre in cui era impegnata
la Spagna, nelle Fiandre e altrove. Se ne parlava anche in Messico, naturalmente, ma
come una cosa lontana, che non influiva sulla vita del paese. Nel Regno di Napoli,
invece, le guerre degli spagnoli significavano tasse sempre più esose e condizioni di
vita sempre più disagiate per le classi meno abbienti. Venne a sapere che i suoi
familiari avevano perso l’appartamento miserabile di via Soprammuro e adesso
vivevano addirittura in un basso, in un vicolo stretto e sporco vicino al mercato dove
prima non sarebbero passati neppure in carrozza. Fosco gli disse che Concetta lavorava
presso una sarta a Port’Alba, che il suo padrone l’aveva scoperto ma aveva deciso di
lasciarle lo stipendio senza pretendere che lo versasse a lui. Leone si sentì sollevato.
Perché ricevessero il forziere, tra la partenza della flotta in novembre, il viaggio e tutto
il resto, sarebbero passati altri sei o sette mesi. Era contento di sapere che almeno
avevano da mangiare.
«Come mai Terrasecca è stato così generoso con mia sorella?» chiese. «Non mi
sembra il tipo da rinunciare alla vendetta.»
«Non lo è, infatti» rispose Fosco. «Ha solo capito, almeno così mi ha detto, che
Concetta era la persona sbagliata, e che per trovare pace deve vendicarsi su di voi. Per
questo mi ha mandato a cercarvi.»
«Per uccidermi.»
«Sì.»
«Se torni senza aver eseguito il compito cosa farà?»
Fosco scrollò le spalle. «Qualcosa di brutto, ma nulla che io non possa sopportare.
Mentre se non torno entro l’anno prossimo mia moglie e le mie figlie perderanno la vita
in un incidente. Me l’ha promesso e so che lo farà. Lo conosco bene.»
«Non puoi tornare dicendo che mi hai ammazzato? Sarebbe perfetto per tutti e due.
Tu riscuoterai la tua ricompensa e lui credendomi morto lascerà in pace la mia
famiglia.»
Fosco sembrò sul punto di accettare, ma Leone capì dai suoi occhi che gli
nascondeva qualcosa. Si avvicinò e alzò la spada sopra la sua testa. «Cos’è che non mi
hai detto? Parla o ti uccido.»
«Vuole una prova certa della vostra morte» disse Fosco.
«Una prova? Che dici? In che modo potresti provare che mi hai ucciso?»
Fosco accennò con il mento alla sua mano sinistra. «Portandogli quell’anello. Ha
detto che i nobili tengono a queste cose più che alla loro stessa vita, e che potrei
prendervelo solo dopo avervi ucciso.»
Leone udì in lontananza le voci delle tre persone che viaggiavano sul carro. Tra
poco li avrebbero raggiunti. Rifletté rapidamente. L’anello non era antico come i
Baiamonte ma quasi. Era stato realizzato due secoli prima da un gioielliere fiorentino, e
da allora passava di mano in mano tra i primogeniti della famiglia. Suo padre sarebbe
morto prima di cederlo, ma lui era diverso. Certo, gli dispiaceva separarsene, ma alla
fine era solo un oggetto, per quanto bello, prezioso e pieno di storia. Se in cambio
poteva ottenere che i suoi genitori e Concetta godessero di un po’ di tranquillità, il
sacrificio valeva la pena.
Senza indugiare oltre, se lo sfilò dal dito e lo tese a Fosco. «Voglio fidarmi di te»
disse. «Da questo istante io sono morto.»
Il bravaccio restò immobile con le mani dietro la testa, come temendo un trucco.
«Dite sul serio?» chiese, vedendo che Leone non ritirava l’anello.
«Sì.»
Solo allora osò prenderlo con due dita, delicatamente. Lo osservò per un attimo alla
luce contro il cielo grigio, poi lo infilò con cura in una tasca interna del giubbetto.
«Don Leone, siete un uomo come non ne ho mai incontrati» disse, alzandosi in piedi.
«Sappiate che oltre alla gratitudine per avermi risparmiato la vita avete anche la mia
stima, per quello che vale. Vi giuro che a Napoli farò ciò che è in mio potere per
aiutare la vostra famiglia.»
Leone trovò strano vedere una traccia di commozione su quel volto brutale. «Accetto
il tuo giuramento» disse. «Ora vai. Tra un attimo arriverà gente.»
Il bravaccio si inchinò con rispetto, poi gli voltò le spalle e si diresse in fretta verso
un avvallamento boscoso. Doveva essere lì che avevano lasciato i loro cavalli.
XXIII

Quando la mattina dopo Estrella vide arrivare al fianco di Leone quell’uomo magro dai
boccoli neri e lucidi, le guance rosse e gli occhi arsi come da una febbre, provò per lui
una tenerezza strana, come per un figlio tornato dalla guerra. L’idea della guerra le
venne perché intorno alla testa aveva una fascia sporca di sangue. Leone disse che
erano stati attaccati lungo la strada e Lope, così si chiamava l’uomo, era stato colpito di
striscio da un proiettile. Lo avevano creduto morto ma mentre stavano per caricarlo su
un carro che li aveva soccorsi si era risvegliato e aveva insistito per proseguire il
viaggio. Avevano portato i cadaveri dei banditi a El Durazno, poi si erano fermati lì
per la notte.
Estrella li accolse in casa, baciò Leone, lavò la ferita di Lope e la bendò di nuovo
con una fascia pulita. Leone decise che l’architetto avrebbe diviso la baracca con il
capo dei soldati. Lope ci andò e si fermò solo il tempo necessario per gettare sul
materasso la sua bisaccia di cuoio, farsi portare un tavolo e riempirlo di fogli di carta e
strumenti da disegno. Poi scese nella spianata e andò a parlare con il maestro d’ascia
che aveva sostituito Iñaki. La carpenteria era una baracca lunga e stretta che si trovava
tra il mulino e il forno per la raffinazione dell’argento. Lope entrò da una parte e uscì
dalla parte opposta in compagnia del falegname. Estrella li seguì con lo sguardo dalla
finestra e quando capì che litigavano si irritò. Desiderava che il maestro d’ascia
ubbidisse senza fiatare alle richieste dell’architetto.
Lope pranzò in casa con loro, ma era come se non ci fosse. Rispondeva a
monosillabi e aveva lo sguardo perso in qualcosa che solo lui poteva vedere. Poi uscì
con i suoi fogli e fino a sera restò con il maestro d’ascia e i suoi aiutanti a sorvegliare
il taglio e la rifinitura di ogni singolo pezzo di legno.
Tuttavia, per quanta fretta avesse di vedere finita la sua creazione, la macchina era
grande e complessa e il carpentiere disse che ci voleva un mese per completarla.
Aveva la forma di un enorme succhiello inclinato che affondava nella galleria inondata
e girando portava su l’acqua, facendola cadere in grandi mastelli di legno. Almeno,
questo si capiva dal disegno e dalle spiegazioni dell’architetto. Durante i primi giorni
Estrella lo vedeva spesso in piedi sul fianco della collina, con i capelli neri sciolti e un
fazzoletto bianco nella mano tesa.
«Studia il vento» le spiegò Leone. «Ma non mi ha ancora detto perché.»
Il perché fu chiaro quando piombò in casa con un fascio di fogli e spiegò che la vite
di Archimede poteva essere mossa da un mulino a vento. Ci sarebbe voluto un altro
mese e altri duecento pesos, ma il vantaggio era che la macchina avrebbe funzionato
giorno e notte. Nel frattempo la ruota che la faceva girare sarebbe stata azionata dai
muli. Leone rispose che prima voleva essere certo che quella enorme vite fosse
davvero in grado di portare in superficie l’acqua dalla galleria inondata, ma poiché il
tempo stringeva alla fine gli diede il permesso. Estrella fu felice di sapere che Lope si
sarebbe fermato due mesi invece di uno.
Sentiva come un’urgenza di occuparsi di lui. Gli portava da bere e da mangiare,
restava a guardarlo per interi minuti dalla finestra, gli chiedeva se aveva del bucato da
fare e lo lavava insieme a quello di Leone. Con Lope si sentiva necessaria e questo le
faceva piacere. Leone in quel periodo aveva la mente occupata solo dal suo debito e da
qualcosa che non voleva rivelare, ma che lo consumava come una nostalgia. Ogni tanto
si svegliava di notte e andava a guardare le stelle, seduto sulla trave fuori dalla
baracca. Dopo la prima volta, Estrella aveva intuito che preferiva restare solo e non era
più andata a disturbarlo.
Non si accorse del momento preciso in cui l’affetto quasi materno per Lope divenne
amore. Ma quando successe fu devastante. Con Leone era stato diverso. Lui le era
piaciuto dalla prima volta che l’aveva visto. Era bello, forte, sicuro. Non si fermava
davanti a nulla e quando la stringeva tra le braccia la faceva sentire protetta. Ma con lui
non aveva mai provato quella sensazione di sciogliersi, quel batticuore, che provava
quando Lope incrociava il suo sguardo. E dopo i primi tempi in cui l’architetto non
sembrava neppure vederla, perso tra calcoli e progetti, Estrella notò una luce nuova nei
suoi occhi neri quando la guardava.
Si sentiva tremendamente in colpa. Un giorno pensò che se non ci fosse stata
Marimar avrebbe lasciato Leone, e stette così male che non riuscì a dormire finché non
arrivò il momento di scendere in paese per la messa e poté confessarsi. Padre Mariano
le diede l’assoluzione ma le impose una dura penitenza. Mille Pater noster, da recitarsi
nel tempo che le restava libero dalle faccende di casa, invece di uscire con Marimar in
braccio per ronzare intorno all’uomo che le aveva sconvolto il cuore.
Ma il sacerdote non le aveva proibito di recitarli seduta accanto alla finestra, così lo
scopo della penitenza fu vanificato dal fatto che Estrella diceva le preghiere guardando
Lope che gesticolava sul fianco della collina, i boccoli sciolti e la camicia bianca
gonfiata dal vento, e si sentiva invadere da un sentimento che non era l’amore per il
padre celeste.
In quel periodo Leone si preparava a partire per scortare a Veracruz il carico
d’argento destinato alla sua famiglia. Estrella non voleva che se ne andasse. Era decisa
a resistere all’amore adultero che la consumava, ma temeva che in assenza di Leone non
ne avrebbe avuto la forza.
Fu felice quando un giorno lui le disse che non partiva più.
«Mio zio Mariano si è offerto di accompagnare il carico al mio posto» disse una
sera, tornando da El Durazno. «Ha detto che pagherà di tasca sua una scorta armata,
così non dovrò sottrarre uomini alla miniera.»
«È un’ottima cosa» disse Estrella, relegando nel fondo dell’anima la punta di
delusione che aveva provato a quelle parole. «Qui c’è molto bisogno di te.»
«Già» rispose lui, prendendo in braccio Marimar e solleticandola sotto il mento per
farla ridere. «Voglio essere qui quando le macchine di Lope cominceranno a
funzionare.»
Estrella da quel giorno non uscì più di casa, se non per dare da mangiare alle
galline, lavare pentole e stoviglie, fare il bucato e stenderlo ad asciugare, e altre
piccole incombenze quotidiane. Ma un pomeriggio fu l’architetto a cercarla. Aveva i
piedi ulcerati da un fungo della pelle e i minatori gli avevano detto che lei conosceva
un modo per curarli.
Estrella mandò Marimar a giocare sul letto e prese un paio di ramoscelli secchi che
teneva appesi a una trave del soffitto.
«Ma è la gobernadora» commentò Lope, sorpreso, indicando fuori dalla finestra.
Era un arbusto dalle radici profonde, che cresceva in grande quantità sugli altipiani
aridi intorno alla miniera.
«Già» rispose Estrella, laconica. «Niente di speciale, proprio come me. Ma
funziona.»
Mise a bollire le foglie e quando l’acqua divenne di un colore marrone scuro tolse la
pentola dal fuoco, versò il contenuto in una bacinella di stagno e disse a Lope di
metterci dentro i piedi. Lui guardò l’acqua scura con diffidenza, ma disse che ormai era
pronto a provare qualsiasi cosa pur di liberarsi delle sue ulcere. Si tolse gli stivali e
immerse i piedi nell’acqua. La sua faccia mostrò un sollievo quasi immediato.
«Non ho più il prurito» disse, dopo un paio di minuti. «È un rimedio così semplice.
Non posso crederci.»
Estrella annuì. «Quando le erbe sono triturate, pestate e trasformate in compresse dai
vostri medici le chiamate medicine, quando le usiamo noi le chiamate stregonerie. Ma
alla fine si tratta delle stesse cose.» Era una frase di suo nonno, la parte che lei
approvava delle sue pratiche, escludendo le preghiere e le invocazioni a divinità che
non erano Cristo, la Vergine e i santi.
«Estrella» disse Lope, ancora con i piedi a mollo, prendendole la mano tra le sue e
alzando il viso. «Prima hai detto che non sei nulla di speciale. Invece lo sei, almeno per
me. È da molto che volevo dirtelo.»
In un istante Estrella assaporò il calore della sua pelle, la morbidezza di quelle dita
senza calli, fissò l’architetto negli occhi e seppe che la sua anima era dannata. Non
esisteva un numero di Pater noster capace di cancellare quel momento.
Tirò via la mano, con il cuore che sembrava sul punto di saltarle via dal petto e
disse, nel tono più secco che riuscì a trovare: «Dovete ripetere i pediluvi per una
settimana, signor Lope. Ma per favore non venite più in casa mia quando non c’è mio
marito».
Con il viso incandescente, l’architetto mormorò delle scuse, si asciugò i piedi, infilò
gli stivali e si precipitò fuori.
Da quel momento Estrella si ammalò. All’inizio non si notava. Dormiva poco e
mangiava meno, ma sbrigava tutte le faccende come al solito e trovava anche il tempo
per le preghiere, che ora recitava seduta su una sedia con la faccia contro il muro. Ma il
ricordo delle mani di Lope e del suo sguardo intenso le bruciava dentro come lava fusa,
e a un tratto quel calore incandescente traboccò in superficie, sotto forma di una febbre
altissima.
Si mise a letto il giorno stesso in cui fu inaugurata la vite di Archimede. La macchina
di Lope funzionava perfettamente e permetteva di disporre di una quantità d’acqua
tripla rispetto a prima. Per questo Leone aveva deciso di dare una festa, con capretto
arrosto, tortillas e pannocchie di mais bollite cosparse di burro. Quando vide che lei
aveva la febbre voleva restarle vicino, ma Estrella gli disse che non poteva mancare
alla festa.
«Porta anche Marimar» insistette. «Non è niente, domani starò bene.»
Ma non si rimise, il giorno dopo né quello dopo ancora. La febbre era tanto alta che
le sembrava di andare a fuoco. Sentiva di non avere più il pieno controllo dei pensieri
e delle parole e nei momenti di lucidità pregava il Signore di non farle dire nel delirio
cose che l’avrebbero disonorata. Venne un medico da Charcas e sentenziò che si
trattava di febbre tifoide. Lasciò a Leone delle medicine da somministrarle a ore fisse,
ma non ebbero nessun effetto. Estrella non ne fu sorpresa, perché non c’era medicina
che potesse spegnere l’amore colpevole che la consumava.
Un giorno si svegliò e accanto al letto c’era suo nonno, che la stava affumicando con
un piccolo braciere di pietra lavica pieno di carboni accesi e resina di copal, e
mormorava preghiere blasfeme agli dei del passato. Estrella comprese quanto Leone
l’amasse e quanto fosse disperato, al punto da permettere quei rituali in casa propria
pur di guarirla.
Ma proprio per questo non poteva salvarsi. Leone non meritava di sapere che la
madre di sua figlia, la donna che aveva rapito a cavallo sotto le stelle, non era la
persona che credeva. Lo cercò con gli occhi, lo vide in un angolo vicino alla porta e lo
chiamò con un debole cenno della mano. Si precipitò accanto a lei, mentre suo nonno
faceva un passo indietro. Estrella notò solo allora che entrambi gli uomini avevano gli
occhi pieni di lacrime. Sapevano che se ne stava andando, e lo sapeva anche lei.
Prese la mano di Leone, la strinse forte e lo guardò negli occhi. «Sei l’uomo
migliore che ho conosciuto» disse in un soffio. «Abbi cura di nostra figlia.»
Chiuse gli occhi e finalmente ritrovò la pace.
XXIV

Finché il furto dell’argento rimase nel mondo delle idee, un evento futuro che un giorno
sarebbe accaduto, padre Mariano ne resse il peso pregando e portando un cilicio di
corda che gli raschiava la schiena e i fianchi sotto il saio. Vedeva la sua parrocchia
ingrandirsi con il crescere del villaggio, il suo progetto di insegnare i fondamenti della
medicina e della farmacia agli indigeni che cominciava a dare frutto, e si diceva che
proseguire quel lavoro era più importante del peccato che avrebbe dovuto commettere.
Ma quando una mattina si presentò alla miniera, fece caricare il forziere su un carro
scortato da cinque uomini e partì per Guadalajara, dopo aver detto a Leone che invece
sarebbe andato a Veracruz, la sua coscienza cominciò a scalciare come un mulo ribelle.
Dovette trascorrere a Guadalajara quasi un mese, il tempo necessario per
giustificare la sua menzogna, e vide come padre Dirceu spendeva l’argento di suo
nipote: per corrompere nobili ed ecclesiastici, pagare informatori, acquistare potere.
Poiché non usava il denaro per procurarsi lussi o piaceri, il francescano viveva
nell’illusione di essere al servizio di Dio. Perciò non indietreggiava davanti a nulla. Se
padre Lorenzo, il missionario agostiniano che in quel momento doveva essere già a
Veracruz in attesa della flotta, avesse saputo i peccati di cui si era reso responsabile
con i suoi scrupoli di coscienza, avrebbe desiderato mille volte aver taciuto.
Invece aveva detto all’arcidiacono tutto ciò che sapeva, persino che Leone aveva
intenzione di mandare ogni anno un forziere d’argento a Napoli. Così Mariano ricevette
l’ordine perentorio di consegnare anche gli altri a padre Dirceu.
«Avete visto com’è semplice» ebbe il coraggio di dirgli il francescano. «Non vi
chiedo altro che di prendervi una breve vacanza annuale dalle fatiche della vostra
parrocchia.»
Il giorno in cui tornò a El Durazno, Mariano era prostrato nel corpo e nell’anima.
Desiderava solo digiunare e fare penitenza, ma la prima notizia con cui lo accolsero
i monaci fu quella della morte di Estrella. Gli raccontarono della sua malattia
improvvisa, di come nessuna cura fosse stata efficace. Della decisione di suo nipote
Leone di mandare a chiamare in segreto il nonno stregone, un segreto che aveva fatto
subito il giro non solo di El Durazno ma anche dei villaggi vicini, screditando il buon
nome della parrocchia.
«Comunque non ha funzionato» disse il suo vicario, senza nascondere il sollievo.
Spesso infatti le cure primitive degli indigeni ottenevano risultati inspiegabili, che
facevano tornare indietro di anni il lavoro civilizzatore della chiesa. Tante persone, non
solo gli indios o i mestizo, ma anche i cosiddetti gachupines, gli spagnoli di razza pura,
si rivolgevano di nascosto a stregoni che prendevano sostanze intossicanti e
sacrificavano galli o capretti, invece che al medico o al confessore. In quel caso,
proseguì il vicario, un esito positivo della cura sarebbe stato un disastro, perché il
giorno del funerale avevano scoperto che la popolarità di Leone ed Estrella e del loro
amore contrastato era enorme.
«C’era tutto il villaggio» disse. «Soprattutto le donne. Così tante che la chiesa non
poteva contenerle.»
Decine di persone avevano aspettato la fine della messa in piazza, gli raccontò,
accompagnando poi la salma al cimitero, in una processione così lunga che quando i
primi erano arrivati gli ultimi erano ancora sulla piazza della chiesa. Avevano assistito
alla sepoltura stipati nel camposanto. I ragazzi seduti sul muro di cinta, nemmeno si
trattasse di un combattimento di galli, gli altri dove potevano, anche sopra le tombe o
appoggiati alle croci. Tanti piangevano, ma la famiglia non aveva versato una lacrima,
a parte il nonno di Estrella. Il padre non l’aveva perdonata neppure da morta, la madre
e i fratelli manifestavano un dolore composto, a labbra strette e occhi asciutti. La
piccola Marimar fissava la bara con lo stesso sguardo profondo della madre e non
aveva ancora capito cosa fosse accaduto. E Leone, concluse il vicario, era troppo pieno
di rabbia contro Dio per potersi sfogare nel pianto. Da quel giorno era trascorso quasi
un mese e nessuno lo aveva più visto in chiesa.
Mariano andò in canonica e crollò sul letto a faccia in giù. Si era permesso di negare
la comunione a Estrella, condannandola all’inferno, e intanto era diventato una persona
peggiore di quanto lei sarebbe mai stata.
Appena seppe del suo ritorno, Leone scese dal campo della miniera per parlargli.
Mariano lo incontrò in piazza. Stava controllando l’imbiancatura annuale della chiesa,
iniziata in sua assenza. Per il momento era finita solo la facciata, che splendeva
abbagliante sotto il sole di ottobre, in contrasto con le pareti laterali, ancora opache e
sporche della polvere rossastra portata dal vento. Mariano abbracciò il nipote per non
doverlo guardare negli occhi. Leone lo strinse forte e pianse a lungo.
«Finalmente» disse poi, asciugandosi gli occhi.
Ritto in piedi sull’acciottolato a metà strada tra la chiesa e l’abbeveratoio, gli
raccontò che finora non era riuscito a piangere la morte di Estrella.
«Perché?»
Lui scrollò le spalle. «Non voglio parlarne. Sono venuto da voi per sapere se ci
sono stati problemi nella spedizione dell’argento e per chiedervi un favore.»
Mariano si sentì morire. In piedi sul selciato, a poca distanza dall’abbeveratoio al
centro della piazza, dimenticò in un istante gli indios dalle teste nere che stavano
spostando le scale e i secchi di calce sul lato sinistro della chiesa.
Sforzandosi di non balbettare, dovette inventare storie sull’arrivo della flotta a
Veracruz, su come il signor Puig fosse stato felice di sapere che Leone aveva fatto
fortuna, sul prezzo che aveva chiesto per trasportare la merce: si trattava di dettagli che
Leone stesso gli aveva fornito prima di partire e non si confuse. Riuscì a superare la
prova concentrandosi, invece che sulla propria vergogna, sull’odio per padre Dirceu,
che gli bruciava nel petto come un fuoco freddo. Combattere un peccato con un altro
peccato era uno sforzo insostenibile, e quando arrivò all’ultima menzogna, raccontando
che padre Lorenzo non appena sbarcato a Siviglia avrebbe proseguito per Napoli con il
forziere secondo gli accordi, era stremato come dopo una corsa.
Sentiva che non avrebbe retto un minuto di più, così domandò come andava il lavoro
alla miniera. Immaginava che la malattia e la morte di Estrella avessero prostrato
Leone, ma che l’aumento di produzione dovuto alle macchine costruite dall’architetto di
Villa de Ramos avesse consentito al nipote di accumulare la somma necessaria a
saldare il suo debito.
Voleva cambiare argomento e desiderava udire una bella notizia, ma fu deluso.
«Lope se n’è andato il giorno stesso del funerale, con quattrocento pesos nella
bisaccia» rispose il nipote. «E tra poco la miniera cambierà padrone.»
«Non è possibile!» esclamò Mariano. «Credevo che tutto andasse a gonfie vele.»
Leone gli spiegò che con la maggiore quantità d’acqua a disposizione la miniera
aveva la possibilità di impiegare un maggior numero di minatori e produrre di più. Ma
le tasse, la quantità di mercurio necessaria e le spese di mantenimento aumentavano di
pari passo con la produzione. Il campo di baracche intorno alla spianata ormai era
diventato un piccolo villaggio. Alcuni minatori erano venuti già dall’inizio con le
famiglie, altri si erano accasati a El Durazno o in altri villaggi del circondario. Ma gli
orticelli che riuscivano a strappare al deserto per piantare mais e fagioli non coprivano
il fabbisogno neppure di un decimo degli abitanti. E il terreno acquistato da Leone
qualche tempo prima, che in Italia sarebbe stato sufficiente a nutrire una città, da quelle
parti bastava appena per dar da mangiare a poche vacche e a un gregge di capre. La
maggior parte dei rifornimenti bisognava comprarli dalle carovane di mercanti che
andavano e venivano dalle pianure del bajío o dalla Huasteca, e naturalmente il prezzo
era molto più alto.
Infine, per proteggere la maggiore quantità d’argento che andava accumulandosi in
due grandi casseforti in ferro protette da tre serrature ciascuna, era stato necessario
assoldare altri cinque mercenari armati.
«Ormai mancano sedici giorni» concluse Leone. «Non ho nessuna possibilità di
riuscire a saldare il debito entro il 31 ottobre.»
Mariano accolse quella notizia con un senso di inconfessabile sollievo. Senza la
miniera, non ci sarebbero stati altri carichi d’argento da dirottare a Guadalajara. Padre
Dirceu non avrebbe messo in atto le sue minacce, perché non era colpa di nessuno se la
gallina dalle uova d’oro era andata perduta. Mariano non avrebbe avuto i soldi per
finanziare il suo progetto con gli indigeni, ma almeno gli sarebbero rimasti la
parrocchia e i parrocchiani. E non avrebbe dovuto pagare ancora il prezzo terribile del
furto e della menzogna per svolgere il lavoro di Dio.
«Abbiamo fatto tutto il possibile» commentò, quasi con gratitudine. «Significa che il
Signore, nei suoi piani imperscrutabili, non approva ciò che quella miniera significa
per noi. A questo punto non ci resta che accettare la Sua volontà.»
«Oltre alla mia famiglia a Napoli ho anche una figlia di tre anni a cui pensare»
replicò Leone. «Non posso rinunciare adesso.»
«Ma se hai appena detto che non puoi farcela in nessun modo...»
«Non posso farcela entro la fine di ottobre. Se però riuscissi ad avere una proroga di
quattro mesi, diciamo sei per stare sul sicuro, ce la farei. È di questo che volevo
parlarvi.»
«Come potrei aiutarti?» chiese Mariano, ormai così stanco che gli si chiudevano gli
occhi. Voleva solo dormire e dimenticarsi di tutto, almeno per il breve periodo del
sonno. «Ho già poca influenza nella mia parrocchia. Se andassi a Charcas a parlare con
i tuoi creditori, mi riderebbero in faccia.»
«Non si tratta di questo. In cambio della proroga sono disposto a offrire a don
Porfirio un aumento dell’interesse dal cinque al dieci per cento, ma poiché lui e la
moglie vogliono impossessarsi della miniera non accetteranno.»
Si lisciò un baffo biondo con due dita e Mariano si trovò a fissare il suo dente
davanti spezzato a metà. «Quindi non c’è nulla da fare» insistette.
«No. A meno che la proroga non la chieda a mio nome una persona importante come
il vescovo di Guadalajara. Se sarà lui a sostenere la mia richiesta non oseranno
scontentarlo. Voi dovete scrivermi una lettera di presentazione per il vescovo.»
«Vuoi andare a Guadalajara?» Mariano fu all’improvviso di nuovo all’erta, con il
cuore che batteva forte per lo spavento. «Monsignor Sánchez non interverrà in un affare
tra privati. Il solo pensare di coinvolgerlo è blasfemo.»
Ma Leone non era intenzionato a cedere. «Non sono d’accordo con voi. In fondo io
verso alla chiesa una percentuale dei guadagni della miniera. Potete stare certo che don
Porfirio e la moglie non lo faranno. Al vescovo conviene difendermi.»
Di tutte le idee che poteva tirare fuori per salvare la miniera, quella era la peggiore.
Mariano non poteva collaborare in nessun modo.
«Non scriverò nessuna lettera» disse, ritrovando per un momento il suo tono
autoritario. «Toglitelo dalla testa.»
«Ho bisogno che la scriviate» ribatté Leone, deciso. «Vi supplico di tornare sulla
vostra decisione.»
Lo sguardo che gli rivolse non era in armonia con quel “vi supplico”. Nei suoi occhi
Mariano non vide una preghiera, ma la sicurezza di un uomo che poteva permettersi di
chiedere con gentilezza ciò che desiderava, perché era certo che sarebbe stato esaudito.
Sotto la forza di quello sguardo cedette senza combattere. «E va bene, se è questo
che vuoi» rispose.
Era stupito di aver pronunciato quelle parole. Com’era possibile, se si trattava
dell’ultima cosa che voleva fare? Così avrebbe fatto scoprire la sua menzogna. Ma una
nuova marcia indietro sarebbe stata ridicola.
Si mise nelle mani di Dio. Sarebbe successo quello che Lui voleva.
Lasciarono insieme la piazza assolata, entrarono nella frescura della chiesa e poi in
canonica. Mariano si sedette al suo scrittoio e scrisse la lettera.
XXV

Socorro faticava dalla mattina alla sera per controllare che servi e schiavi facessero
tutto nel modo giusto, o almeno senza troppi errori. E con un altro bambino nella
pancia, per di più. Ciò nonostante, la casa era immersa in un totale disordine. Preparare
il trasloco era molto più complicato di quanto avesse creduto. Aveva vissuto quegli
anni a Charcas nella convinzione di non possedere quasi nulla, eppure i bauli si
accumulavano ma le stanze sembravano non vuotarsi mai.
Sudata, con ciocche di capelli biondi che sfuggivano da sotto la cuffia da casa, scese
al piano di sotto tenendosi alla ringhiera di legno. Mancavano solo tre mesi al parto e
ormai si stancava facilmente. Non vedeva l’ora di sapere se il prossimo figlio sarebbe
stato maschio o femmina. Porfirio voleva un altro maschio, lei preferiva dare una
sorellina a Marcos, ma naturalmente sarebbe stata felice in entrambi i casi. Aveva
scoperto che essere madre, pur con tutta la fatica e le angosce che comportava, era una
cosa bellissima.
Vide due schiavi che stavano trascinando in cucina un baule pieno di vestiti e li
fermò appena in tempo.
«Volete che tutta la mia roba finisca unta e affumicata?» gridò da sopra la scala.
«Mettetelo in sala!»
Per fortuna avevano deciso di portare a San Luis Potosí solo lo stretto
indispensabile, altrimenti ci sarebbe voluta una carovana. Nella casa di Charcas
sarebbero rimasti un amministratore e una famiglia di schiavi negri che aveva chiesto di
non essere spostata. Si sarebbero occupati delle terre e degli animali in attesa del loro
ritorno. Ma se poi, dopo qualche anno, alla nuova nomina di Porfirio ad alcalde mayor
di San Luis Potosí fosse seguita un’altra promozione, magari a Guadalajara o
addirittura a Città del Messico, potevano anche decidere di vendere la tenuta con tutto
ciò che conteneva, mobili, schiavi e animali, e abbandonare per sempre quel deserto
inospitale.
La nomina era stata una sorpresa. Da più di un mese la sede di San Luis era vacante
e si aspettava un sostituto, dopo che l’alcalde in carica era stato rimosso in seguito a
un’accusa di frode. Ma lei non avrebbe mai immaginato che dal governo centrale di
Città del Messico avrebbero scelto Porfirio. Credeva che non conoscessero neppure il
suo nome. Quando era arrivata la lettera di incarico, meno di una settimana prima, con
preghiera di prendere servizio al più presto, si erano abbracciati dalla gioia e quella
notte Porfirio si era anche prodotto in una delle sue rare imprese amatorie. Socorro lo
aveva lasciato fare, malgrado il proprio stato, perché in fondo era una brava moglie.
La carica era ambita, in quanto San Luis era sede di una Real Caja e controllava la
concessione di permessi e la riscossione di tasse e tributi. C’era la possibilità di
diventare ricchi, anche se bisognava fare attenzione, per non finire come il
predecessore di Porfirio. Ma a quello avrebbe pensato lei. Finalmente il marito si era
reso conto che seguire i suoi consigli portava buoni frutti, e per convincerlo a fare ciò
che voleva Socorro non aveva più bisogno di troppa fatica.
Come per la miniera di Leone. All’inizio non voleva concedere il prestito, perché
per procurarsi la cifra necessaria avrebbe dovuto prosciugare tutte le sue riserve di
denaro contante. Gli sembrava troppo rischioso. Socorro gli aveva dimostrato, calcoli
alla mano, che una restituzione completa in tre anni era quasi impossibile. E se anche
Leone ce l’avesse fatta, avrebbero realizzato un buon guadagno con gli interessi, invece
di tenere il denaro nascosto in uno scomparto segreto ricavato nel muro dietro il letto.
Porfirio si era lasciato convincere, e negli ultimi due anni l’aveva ringraziata spesso di
aver insistito. Leone aveva pagato puntualmente la prima rata e il piccolo forziere nel
nascondiglio segreto aveva cominciato a riempirsi di nuovo.
Le dispiaceva che Iñaki, il suo informatore alla miniera, fosse stato licenziato.
Adesso scoprire le mosse di Leone le costava una fatica tripla. Quando aveva saputo
della macchina che aveva fatto costruire per portare su l’acqua dal sottosuolo si era
preoccupata. Ma ormai mancavano quattro giorni alla scadenza del debito e se Leone
non si era ancora fatto sentire era perché non aveva i soldi.
Tutto andava per il meglio. Oltre alla nomina inaspettata di Porfirio, tra pochi giorni
avrebbero festeggiato anche l’acquisizione di una miniera d’argento che, da quanto
avevano visto in quegli anni, non sembrava destinata a esaurirsi presto.
Socorro fece un rapido giro delle stanze al pianterreno, sgridando un po’ tutti anche
quando avevano fatto le cose per bene, perché era convinta che la servitù andasse
tenuta sempre sul chi vive, senza mai lasciarla impigrirsi. Poi andò a sedersi nella sala
grande, sul divano in cuoio marocchino dove aveva fatto per la prima volta l’amore con
Fernando.
Sentiva di essersi meritata la piccola consolazione rappresentata da Fernando per
tutto il lavoro che aveva fatto, con lui e con gli altri proprietari terrieri della regione,
perché Leone ricevesse da parte loro tutta l’opposizione possibile. Ma Porfirio non
avrebbe mai dovuto saperlo. L’anno prima aveva addirittura aiutato un amico a
uccidere la moglie infedele e il suo amante in modo che sembrasse un incidente.
Durante una passeggiata a cavallo a cui aveva partecipato anche Porfirio, i due amanti e
la schiava negra della donna, che aveva favorito la relazione, erano caduti in un canyon
e avevano perso la vita. Tutti sapevano cosa era successo davvero, ma le autorità non si
erano curate di indagare troppo. In realtà l’uomo avrebbe potuto ucciderli alla luce del
sole, se li avesse colti in flagrante, e nessuno avrebbe detto nulla. Ma l’amante della
moglie era un temibile spadaccino e non aveva voluto rischiare.
Socorro non dubitava che Porfirio le avrebbe fatto fare una fine simile, se avesse
scoperto i suoi tradimenti. Per fortuna Fernando era la discrezione in persona e con lui
non correva alcun rischio. Ma a San Luis avrebbe dovuto scegliere con molta attenzione
il sostituto. A Fernando aveva detto che gli avrebbe scritto per trovare il modo di
continuare a vedersi, ma non pensava di farlo. Non era proprio che le fosse venuto a
noia, tuttavia immaginava che sarebbe successo presto. Era ancora bello e forte e le
piacevano i suoi modi da signore, ma avrebbe potuto essere suo padre. A San Luis
avrebbe di sicuro trovato di meglio.
Prese un ventaglio dal tavolino, lo aprì con uno scatto del polso e cominciò a farsi
vento. Era la fine di ottobre e il fuoco nel camino era spento, eppure sudava come un
facchino. Sperava sinceramente che il secondo figlio fosse anche l’ultimo. Ormai aveva
assicurato la continuità della famiglia, voleva pensare un po’ anche a se stessa.
Udì un suono di voci concitate nell’ingresso e tese le orecchie. Sembrava che i servi
stessero cercando di mandare via un visitatore. Porfirio aveva portato il piccolo
Marcos a fare un giro a cavallo nella tenuta, e lei aveva dato ordine di non lasciar
passare nessuno finché non fosse tornato.
Invece quando alzò gli occhi sulla porta della sala vide Leone.
Era bello ed elegante, con un cappello piumato che si tolse facendole un inchino
ironico, dopo aver scostato con una manata l’ultimo servitore che cercava di impedirgli
il passaggio.
«Buenas tardes, doña Socorro» disse, entrando e sedendosi sulla poltrona di fronte a
lei senza essere invitato. «So che siete in partenza e ho una lettera da consegnare a
vostro marito.»
Socorro si sentì arrossire violentemente. Si era messa comoda per sorvegliare i
lavori e non voleva essere vista da nessuno in veste da casa e ciabatte, con il viso
grasso e quella pancia che la deformava. Meno che mai da lui. Si strappò la cuffia con
un gesto rabbioso e scosse la testa, liberando i capelli biondi. Almeno così non avrebbe
avuto l’aria di una serva.
«Mio marito non è in casa, e io avevo dato ordine di non lasciar passare nessuno»
ribatté con rabbia. «Lasciate a me la vostra lettera e andatevene.»
Gli avrebbe sputato in faccia il suo odio in toni molto meno formali, ma la porta era
aperta e la servitù era in ascolto.
Leone sorrise, mettendo in mostra il dente spezzato. «Non è una mia lettera, io sono
soltanto il messaggero. Viene dal vescovo di Guadalajara in persona, monsignor Juan
Sánchez, duca di Estrada. E devo consegnarla nelle mani di vostro marito, perciò
aspetterò che torni, se non vi dispiace.»
A Socorro dispiaceva eccome ed era sul punto di farlo buttare fuori con la forza. Ma
si costrinse a riflettere. Se davvero quella lettera veniva dal potente duca di Estrada
non era il caso di agire in modo avventato.
«Cosa potrebbe volere il vescovo da mio marito?» chiese, con malcelata curiosità.
Invece di rispondere, Leone stirò le gambe con un movimento che lo fece
assomigliare a un grosso gatto. Poi tirò fuori da una tasca interna del farsetto una busta
con sopra un grosso sigillo di ceralacca e gliela mostrò senza dargliela. «Chiede un
piccolo favore in cambio di uno grande.»
Socorro cominciava a irritarsi sul serio. Non aveva intenzione di continuare a
chiedere solo per ricevere risposte irridenti. Si sporse in avanti e cercò di strappargli
la busta di mano, ma Leone fu più veloce.
«Nelle vostre condizioni non dovreste fare movimenti bruschi» la redarguì in tono
severo. «So che don Porfirio è stato appena nominato alcalde mayor di San Luis
Potosí, giusto?»
Socorro fece uno sforzo per nascondere la sorpresa. Per il momento lo sapevano
solo i loro amici più stretti. Come poteva essersi sparsa la voce così in fretta? «Non
sono cose che vi riguardano» replicò.
«Invece mi riguardano da vicino. Non penserete che sia stato scelto per i suoi grandi
meriti, immagino. Fino a qualche giorno fa il vescovo non lo aveva mai sentito
nominare, e così pure l’alto funzionario che su richiesta di monsignor Estrada ha
firmato la nomina.»
Socorro provò una brutta sensazione, come un vuoto allo stomaco. Il mistero di
quella fortuna improvvisa cominciava a svelarsi. Sulla porta apparve un servitore che
reggeva in mano un vassoio d’argento con vino di Jerez e biscotti. Visto che l’ospite
inatteso non era stato mandato via subito, la servitù doveva aver pensato che era il caso
di presentarsi con un rinfresco. O forse volevano solo origliare. Socorro fece buon viso
a cattivo gioco e annuì. Il servitore si avvicinò, posò il vassoio sul tavolino, riempì a
metà i due bicchieri di cristallo dalla bottiglia di vetro scuro, si inchinò con deferenza e
uscì lasciando la porta aperta.
«Intendete dire che il vescovo ha caldeggiato la nomina di mio marito e ora chiede
qualcosa in cambio?» chiese Socorro a bassa voce, senza toccare il bicchiere. «Anche
volendo, Porfirio non ha nulla che possa interessare al potente duca di Estrada.»
«Al vescovo interessa la difficile situazione del suo servo qui presente» ribatté
Leone. «Devo dire che anch’io ne sono stato sorpreso, ma non è mia abitudine sputare
in faccia alla fortuna.»
Finalmente abbandonò quel gioco irritante, smettendo di pronunciare frasi che non
spiegavano nulla e chiarì il motivo della sua visita. Ammise di non essere in condizioni
di saldare il debito entro la scadenza e di aver bisogno di una proroga. Lei fece per dire
qualcosa ma Leone chiese con un gesto di lasciarlo finire. Spiegò che aveva deciso di
chiedere aiuto al vescovo ed era andato a Guadalajara con una lettera di presentazione
di suo zio, il parroco di El Durazno. Sapeva che lo zio non era sempre stato un oscuro
parroco di montagna ed era stimato dalle alte gerarchie ecclesiastiche, ma non
immaginava quanto.
Leone era stato accolto dall’arcidiacono del vescovo, un francescano dall’aria
ascetica di nome padre Dirceu, il quale gli aveva detto di conoscere bene suo zio
Mariano e di condividere l’idea che la miniera dovesse restare a lui. Aveva perorato la
sua causa presso il vescovo, il quale aveva subito avviato le pratiche per la nomina di
don Porfirio ad alcalde di San Luis, e solo dopo essersi accertato che la cosa era
andata in porto aveva scritto la lettera che in quel momento Leone aveva in mano, dove
chiedeva a don Porfirio di voler assecondare un suo piccolo desiderio: concedere una
proroga a Leone Baiamonte per la somma che ancora gli doveva.
«In realtà a me sarebbero bastati quattro mesi, al massimo sei» concluse Leone.
Addentò un biscotto e aggiunse, a bocca piena: «L’arcidiacono Dirceu però ha detto che
era meglio stare sul sicuro e chiedere quattro anni. Ha espresso la certezza che questa
piccola richiesta da parte di monsignor Estrada non sarebbe stata disattesa».
Bevve un sorso di vino ignorando il fatto che lei non aveva toccato il proprio
bicchiere, e diede un altro morso al biscotto. Socorro sapeva benissimo che non era uno
zotico incivile e che quella violazione delle buone maniere era un atto di deliberato
disprezzo nei suoi confronti. Si sentiva ribollire di rabbia. In quel momento udì aprirsi
la porta d’ingresso e la voce squillante del piccolo Marcos la chiamò: «Mamma,
mamma, dove sei?».
Porfirio era tornato, tra un attimo sarebbe entrato in sala e lei sarebbe dovuta uscire.
Ma non poteva lasciare il campo così. Non poteva rassegnarsi alla sconfitta. «Ora
dobbiamo partire e per un periodo avremo troppo da fare per pensare a te e alla tua
miniera» disse a voce bassissima. «Ma non credere di aver vinto. Non finisce qui.»
«Quando avrò pagato il mio debito» rispose Leone, nello stesso tono «non ti
consiglio di continuare questa stupida guerra contro di me. Potrei dimenticare che sei
una donna e trattarti come si tratta un nemico.»
Non aveva la minima paura di lei, la minima incertezza. Aveva vinto e lo sapeva.
Socorro si alzò in piedi, ma prima di uscire cercò di colpirlo dove sapeva di fargli
male: «So che la tua puttana indigena è morta» sibilò.
Capì all’istante di essersi spinta troppo oltre. Leone la fissò con uno sguardo negli
occhi azzurri che la fece sentire piccola, indifesa e spaventata. Il suo incisivo spezzato
sembrava la zanna irregolare di una belva.
In quel momento entrò Porfirio, stupito di vedere chi era l’ospite seduto in sala con
sua moglie. Socorro fu felice di avere una scusa per fuggire dalla stanza. Ma scaricò la
sua rabbia sul marito. «Non sei stato scelto per i tuoi meriti, a quanto pare» gli disse,
passandogli accanto. Poi andò ad abbracciare suo figlio Marcos, ma invece di
sorridergli e ascoltare le sue avventure durante il giro a cavallo, scoppiò in lacrime
stringendolo al petto.
XXVI

Concetta Baiamonte entrò nel salottino riservato della sartoria e controllò che non
mancasse nulla. Quel giorno aveva due appuntamenti, uno la mattina e l’altro nel
pomeriggio, e tutti e due la rendevano molto nervosa. Tra poco sarebbe arrivato un
ufficiale svizzero che si era innamorato di lei. Si chiamava Hans Hofer e faceva parte
della compagnia di settantadue alabardieri svizzeri al comando di un capitano spagnolo
che costituiva la guardia alemanna del viceré, detta anche “guardia del corpo” per
sottolineare che soltanto il corpo del sovrano aveva bisogno di essere difeso. La sua
anima era protetta direttamente da Dio.
Hans era un uomo di bell’aspetto sui trentacinque anni, alto e robusto, con gli occhi
grigi e i capelli biondi, che prima di fare l’amore amava parlare di armi e battaglie.
Concetta ormai sapeva tutto sulla sconfitta subita dagli spagnoli il 19 maggio di quello
stesso anno a Rocroi, nelle Ardenne. «Il 1643 resterà nella storia come l’anno in cui la
Spagna ha perso la supremazia militare» le aveva detto Hans, spiegandole nei dettagli
come il nuovo schieramento lineare scelto dai francesi avesse permesso loro di battere
il temuto tercio spagnolo, un esercito misto di picchieri e moschettieri.
Concetta lo ascoltava con attenzione, ponendo domande pertinenti, e la cosa lo
deliziava. Aveva imparato che per gli uomini era importante parlare di ciò che
sapevano, e glielo lasciava fare con piacere. Più tempo parlavano, meglio era.
Hans le diceva spesso che gli sarebbe piaciuto averla solo per lui, senza che fosse
costretta a lavorare o a vedere altri uomini. Desiderava affittarle un appartamento in
una zona borghese della città e fare di lei la sua amante fissa. Qualsiasi delle sue
colleghe avrebbe considerato una proposta del genere come una grazia della Madonna.
Concetta invece trovava sempre più complicato resistere senza offenderlo.
Il problema era che lottava ancora con l’idea di ciò che era diventata. Permettere
all’ufficiale di sistemarla in un appartamento a sue spese, trasformandosi nella sua
mantenuta, significava fare un passo senza ritorno.
Finché continuava a lavorare in casa di una delle migliori sarte di Napoli, poteva
raccontare a se stessa e agli altri che svolgeva un lavoro onesto. Un lavoro, tra l’altro,
che le dava anche delle soddisfazioni. La padrona riconosceva il suo talento, e
nell’ultimo anno le aveva lasciato disegnare due vestiti importanti, uno per un banchetto
di matrimonio e l’altro per il battesimo del figlio di un ricco commerciante.
Concetta amava la sfida che ogni vestito rappresentava, e più la cliente era grassa o
magra, con un seno esagerato o inesistente, con i fianchi troppo larghi o troppo stretti,
più si impegnava a studiarne le forme con puntiglio, prendendo e riprendendo le misure
in lunghe sedute di prova, fino a trovare il taglio e i materiali che consentivano alla
cliente di fare la miglior figura possibile con il corpo che le era toccato in sorte. Aveva
una grande stima della padrona, che riusciva in imprese incredibili, come quella,
realizzata due anni prima, di far letteralmente scomparire una spalla più bassa dell’altra
per mezzo di particolari imbottiture, senza per questo costringere la cliente a rinunciare
alla scollatura.
In quanto agli incontri nelle salette riservate, Concetta non si raccontava bugie:
erano quello che erano, ma servivano a rendere meno miserabile l’esistenza. Dopo il
primo periodo di povertà assoluta, adesso in casa mangiavano carne o pesce una volta
alla settimana, e anche se abitavano ancora nello stesso tugurio vicino al mercato, non
disperava, in un futuro non troppo lontano, di poter trasferire la famiglia in una zona
migliore. Alla fine, nella vita bisognava fare tesoro di ciò che si aveva, e lei aveva il
dono di piacere agli uomini, oltre a quello di saper disegnare vestiti.
Era stato quello il ragionamento che le aveva fatto la padrona, quando l’aveva
trovata sul letto in uno stato più simile alla morte che alla vita, dopo l’incontro con il
giudice amico di Terrasecca. Aveva fatto portare un caffè forte per entrambe, e mentre
lo sorseggiavano le aveva detto che la cosa peggiore che poteva fare era piangersi
addosso. Ormai non c’era più modo di tornare indietro. Nulla le avrebbe restituito la
verginità o l’innocenza perdute. Ma ciò avrebbe leso la sua dignità solo se Concetta lo
avesse permesso.
Poteva scegliere di vivere nel rimpianto di ciò che avrebbe voluto essere oppure di
andare avanti. Poteva decidere di non avere mai più un incontro del genere, lei non
l’avrebbe certo obbligata. Oppure poteva incontrare altri uomini e trarne dei vantaggi.
«Non parlo solo di denaro» aveva detto «ma anche di appoggi e protezione. Come credi
che io, figlia di un grossista di verdure, sia riuscita ad arrivare dove sono adesso? Tu
hai un avvenire come sarta e sei una gran bella ragazza. Se vuoi sapere come la penso,
hai il dovere di usare ciò che hai per spianarti la strada.»
Concetta, dopo giorni di dolore in cui faceva fatica a distinguere ago e filo tra le
lacrime e notti insonni in cui pensava al suicidio, aveva seguito il suo consiglio. In
fondo era una via quasi obbligata. Terrasecca le aveva detto chiaramente che le
avrebbe mandato altri “amici” e lei non poteva rifiutare. A quel punto, tanto valeva
approfittare anche di nuove occasioni. Così aveva trasformato una disgrazia in una
scelta, e dopo le prime volte in cui si era comportata come una sonnambula, facendo
finta che tutto accadesse in un sogno come aveva fatto con il suo primo cliente, aveva
preso l’iniziativa. Gli uomini apprezzavano i suoi modi da signora, frutto di
un’educazione che per lei era come una seconda pelle, e la sua passione a letto, che
tuttavia era una completa finzione. “Sono io a usare loro” pensava. “Sono io la più
forte.”
Le poche volte in cui il corpo la tradiva e le capitava di provare un godimento
autentico, magari perché l’uomo in questione le piaceva o per qualsiasi altro motivo, se
ne vergognava con se stessa al punto di andare a confessarsi. Gli incontri in cui era lei
a condurre il gioco rientravano nell’idea di lavoro e non li considerava peccato, come
non considerava peccato i vestiti che disegnava e cuciva. Era solo quando le capitava
di provare piacere che arrossiva davanti allo specchio e si diceva: «Sei diventata una
puttana».
Le sembrava di aver trovato un equilibrio nella sua nuova condizione e di poter
persino essere relativamente felice. Eppure non lo era. L’esistenza stessa del notaio
Terrasecca glielo impediva. Non poteva perdonargli quello che aveva fatto alla sua
famiglia e a lei personalmente. Solo se fosse morto, dopo aver pagato il prezzo delle
sue nefandezze, Concetta avrebbe trovato un po’ di pace.
Invece non solo non era morto ma diventava sempre più ricco, confermando una
volta di più che al mondo non c’era giustizia. E purtroppo non era scomparso dalla sua
vita. Accompagnava di persona i clienti più importanti e ne approfittava per
intrattenersi anche lui con qualcuna delle cucitrici. Per fortuna non aveva mai preteso di
andare a letto con lei.
Concetta non poteva fare a meno di sottomettersi alle sue richieste, ma da lui non
accettava denaro né regali di nessun genere. Piuttosto sarebbe morta di fame. I due tarì
d’argento che il notaio le faceva lasciare sul tavolo dalla padrona, accanto alla frutta e
al vino, restavano lì finché la ragazza che veniva a riordinare la stanza li faceva sparire
lesta nella camicetta. Era un segreto tra loro due e almeno così Concetta aveva la
sensazione che con il proprio sacrificio faceva del bene a qualcuno.
Terrasecca le aveva mandato a dire che sarebbe venuto a farle visita quel
pomeriggio. Da solo. Concetta temeva ciò che quella visita poteva significare. Forse,
stanco di farla possedere da uomini a cui doveva un favore, il notaio aveva deciso di
portare più a fondo l’umiliazione. Concetta non sapeva cosa avrebbe fatto se il notaio
le avesse ordinato di giacere con lui. Quello era un confine che non intendeva superare.
A nessun costo.
A causa di quei pensieri, l’incontro a mezzogiorno con il mercenario svizzero fu
marcato da una certa cupezza, che l’uomo non mancò di notare.
«Cos’hai oggi?» chiese, dopo aver fatto l’amore. «Sembravi... distratta.»
Concetta gli sorrise e gli accarezzò una guancia. Ad Hans non importava realmente
di lei. Voleva solo la certezza che, qualsiasi cosa la turbasse, non avesse nulla a che
fare con la sua potenza sessuale. Ma stavolta non aveva voglia di rassicurarlo. Invece
di rispondere, gli fece una domanda che le stava a cuore.
«Se una persona ti avesse fatto del male» disse, alzandosi nuda dal letto e
portandogli un grappolo d’uva dal tavolino «e tu non riuscissi in nessun modo a
dimenticare o a perdonare, cosa faresti?»
«Lo ucciderei» rispose lui, senza esitare. «I problemi che non se ne vanno da soli
devono essere eliminati.» Prese un chicco d’uva, se lo mise in bocca e lo masticò
lentamente, fissandola con attenzione. «Ma starei molto attento» aggiunse. «In
quest’epoca degenerata non basta avere ragione per avere giustizia. Un mio amico è
finito impiccato per aver ucciso l’amante della moglie, malgrado avesse tutte le ragioni
e la cosa fosse ormai di dominio pubblico.»
«Davvero? Credevo che almeno in casi come questo non ci fossero dubbi.»
L’ufficiale scosse la testa e prese un altro chicco d’uva. «Lui era un semplice
sottufficiale e l’uomo che ha ucciso era un conte. Il pesce grosso mangia il pesce
piccolo. Persino da morto.»
Alle quattro di pomeriggio Terrasecca fu condotto da un’inserviente nel salottino
riservato della sartoria. Concetta non c’era ancora.
In attesa del suo arrivo si sedette al tavolino e si guardò nel grande specchio sulla
parete accanto al letto. Con le gambe grosse, la schiena larga e il ventre prominente
sembrava un orso dai capelli grigi e dal naso a becco. Nessuno l’avrebbe definito un
bell’uomo, ma fin da ragazzo aveva sempre avuto fortuna con le donne. «Da te emana
una forza, una sensazione di potenza,» gli aveva detto una volta Matilde «che mi fa
desiderare di restarti sempre vicino.» Ma poi anche quella si era rivelata una
menzogna, come le parole d’amore e le promesse. Il senso di colpa nei confronti del
marito e soprattutto del figlio, dopo l’episodio della sassaiola, era stato un pretesto. In
realtà lui non aveva nulla da offrirle se non il suo amore, e lei aveva scelto il denaro e
la sicurezza.
Per questo l’aveva privata di entrambe. E ora finalmente anche della cosa più
preziosa per una madre.
Matilde aveva sopportato la rovina economica meglio di quanto lui avesse creduto.
Ma da ciò che l’attendeva quel giorno non si sarebbe ripresa. Per quel motivo aveva
atteso tanto. Voleva vibrarle due colpi mortali allo stesso tempo. Poi finalmente si
sarebbe dimenticato dei Baiamonte. La sua vendetta era compiuta.
Ma prima voleva che lo sapesse Concetta. Voleva lasciarla lì, tremante di rabbia,
dolore, odio e umiliazione. Voleva dirle che quando sarebbe tornata a casa dopo il
lavoro, quella sera, avrebbe trovato la sua famiglia distrutta.
Dal giorno in cui aveva scoperto che Concetta era solo uno strumento e non l’oggetto
della sua vendetta, aveva perso interesse per lei. Una volta si era persino sorpreso a
guardarla con tenerezza, pensando che lei non aveva nessuna colpa della disgrazia in
cui era precipitata a causa della madre e del fratello. Aveva provato talmente tanta
rabbia contro se stesso per quel pensiero che si era schiaffeggiato. E quando Concetta
gli aveva chiesto cosa avesse, aveva schiaffeggiato anche lei, così forte da farle
sanguinare un labbro. «Sono io che faccio le domande» aveva detto. «Tu obbedisci e
basta.»
Eppure non riusciva a impedirsi di provare per lei qualcosa che non era odio,
qualcosa che andava a toccare corde del suo essere che aveva dimenticato di avere.
Doveva essere perché Concetta gli ricordava così tanto Matilde.
Per quel motivo si era fatto un dovere di continuare a umiliarla, mandandole clienti e
denaro, ma aveva evitato per quanto possibile di vederla di persona.
Si sedette al tavolino e aveva appena addentato un chicco d’uva quando Concetta
aprì la porta in cuffia bianca, veste da lavoro verde scuro e pianelle di feltro. Si era
mossa all’ultimo minuto, sapendo benissimo che lo avrebbe trovato già in attesa e si era
presentata apposta trascurata, svogliata. Non si era neppure lavata le mani, macchiate
da segni di matita. Ma non gli importava, meno che mai quel giorno.
Prima che lei potesse dire qualsiasi cosa si alzò in piedi e le andò incontro sul
pavimento di cotto.
«Stasera dirò a tua madre che sei diventata una puttana ai miei ordini» disse subito,
con una gioia feroce.
Concetta fece un passo indietro, spaventata. «No, vi prego.» Era la prima volta che
lo supplicava. «Farò... farò qualsiasi cosa, ma non ditele nulla. Non lo sopporterebbe.»
Fece una pausa, deglutì e aggiunse, a bassa voce: «Neppure io lo sopporterei».
«Invece glielo dirò. È quello che avevo in mente di fare fin dal primo giorno. Non ti
chiedi come mai ho atteso tanto?»
«Di certo non per farmi un favore.»
Si era già ripresa e tornava a sfidarlo. Il notaio non riuscì a impedirsi di provare una
sorta di ammirazione per la sua forza. Ma era certo che il prossimo colpo l’avrebbe
abbattuta.
«Ho aspettato perché volevo comunicarle due notizie allo stesso tempo. La seconda
si è fatta attendere, ma alla fine è arrivata.»
Allungò una mano e le mise l’anello d’oro davanti agli occhi.
Concetta comprese all’istante ciò che significava e aprì la bocca per gridare. Il
notaio sapeva che nella sartoria sarebbe scoppiato uno scandalo, ma non fece nulla per
fermarla. Voleva godersi la sua vendetta.
Invece il grido e le lacrime che aveva previsto non arrivarono.
Concetta serrò le labbra e lo fissò. Sembrava sul punto di accasciarsi sul pavimento
ma neppure questo accadde. Era scossa, le tremava il mento, eppure riuscì a mantenersi
in piedi. Con passo malfermo si diresse al tavolino e si sedette su una sedia. Solo
allora disse, con voce incolore: «E così mio fratello è morto. Siete riuscito a trovarlo e
l’avete fatto uccidere».
Terrasecca si era aspettato una reazione molto meno composta. Grida, lacrime,
accuse. Era di quello che si nutriva il suo odio. «Ti importa davvero così poco?»
chiese, deluso.
Concetta poggiò le mani sul tavolo, come a volergli mostrare che erano ferme. «Mi
ero già rassegnata da tempo alla sua morte» rispose, scrollando le spalle. «Sapere che è
avvenuta per mano vostra cambia poco.»
Spiegò che se fosse stato vivo, Leone non si sarebbe dimenticato di loro. Perciò tutto
quel tempo senza una lettera, senza notizie di nessun tipo, poteva voler dire solo una
cosa. Mentre parlava spostava lo sguardo qua e là per la stanza, e Terrasecca in seguito
si disse che avrebbe dovuto capire cosa stava pensando di fare. Ma era così spiazzato
da quella reazione inattesa che si lasciò cogliere impreparato. Concetta non stava
cercando di evitare il suo sguardo per nascondere il dolore. Stava cercando un’arma. E
forse mentre con finta indifferenza lo ascoltava raccontare di come aveva fatto
rintracciare e uccidere Leone da Fosco, in realtà stava ripetendo nella mente la
sequenza di gesti da compiere, per non commettere errori.
Lo capì solo quando vide la sua mano scattare come un serpente verso la caraffa di
vino rosso. L’afferrò e gli gettò il vino negli occhi con un unico gesto. Poi la sbatté con
forza contro il bordo del tavolo, spaccandola. Con il manico che terminava in una
scheggia di vetro lunga come un pugnale gli si gettò addosso per squarciargli la gola.
Si mosse con tanta rapidità che fu solo un caso se non riuscì nell’intento. Terrasecca
si portò una mano agli occhi nell’attimo stesso in cui lei affondò il vetro, e la scheggia
gli tagliò il polso. Il notaio gridò e Concetta cercò di colpire di nuovo, ma nonostante
fosse mezzo accecato dal vino lui riuscì a deviare il colpo sulla guancia. Poi la spinse
lontano e fece un salto indietro.
Intanto arrivò la padrona che aveva sentito l’urlo e forse il rumore dei vetri rotti.
Spalancò la porta ed entrò nella stanza, seguita da altre due lavoranti. Vedendo il vino e
i cocci sul pavimento chiese cosa era successo.
Concetta rispose, in tono piatto: «Ho cercato di sgozzare questo maiale, ma
purtroppo non ci sono riuscita».
«In casa mia, con le clienti in sala prove che adesso chiedono cosa è accaduto?»
rispose la sarta, senza alzare la voce. Scosse la testa. «Ti credevo meno stupida.»
Intanto le lavoranti avevano aperto un armadietto con piccoli asciugamani di lino e
ne avevano presi due per tamponare le ferite del notaio, che perdeva sangue dal polso e
dalla guancia.
Assicuratasi che i tagli non fossero troppo profondi, la donna gli disse: «Vi porgo le
mie scuse, una cosa del genere non era mai successa. Faccio chiamare subito un
medico, qui ci vogliono dei punti di sutura». Guardò Concetta, immobile accanto al
letto e aggiunse: «Testimonierò che ha cercato di uccidervi, ve lo prometto. Ma vi
chiedo come un favore personale di non far venire gli sbirri in casa mia».
«Il mio lacchè mi aspetta di sotto in carrozza» rispose il notaio. «Mi accompagnerà
lui dal mio medico di fiducia. In quanto alla vostra testimonianza, vi prendo in parola.
Questa pazza deve pagare per ciò che ha fatto.»
Da quando abitavano vicino al mercato, Matilde Baiamonte andava spesso, nei
pomeriggi di bel tempo, a trascorrere un paio d’ore nella piazza antistante la Porta del
Carmine. Ormai la sua vita da povera aveva trovato un ritmo, come in passato la vita da
ricca. La mattina faceva la spesa e cucinava. Il pomeriggio, dopo aver lavato i piatti del
pranzo, andava a prendere l’acqua alla fonte per la cena e per la mattina dopo. Poi,
prima di cominciare a preparare la cena, si prendeva un po’ di tempo per sé fuori casa,
lontano dalla triste presenza di Angelo.
Suo marito era diventato l’ombra di se stesso. Sempre più magro, con i lunghi
capelli bianchi spettinati, gli occhi azzurri assenti, passava il tempo a studiare le stelle,
non più nel cielo, che dal posto dove abitavano quasi non si vedeva, ma solo sui libri.
Da quando aveva rotto l’unico paio di occhiali che possedeva, per leggere doveva
tenere il viso quasi poggiato sulla pagina, e lo sollevava soltanto per lanciare commenti
inopportuni su qualsiasi cosa. Concetta con il suo lavoro in sartoria manteneva la
famiglia, ma non perdeva occasione di farlo notare. Era piena di un livore, di una
rabbia, che le avevano disegnato due pieghe amare ai lati della bocca, e scattava alla
minima provocazione, sputando cattiverie delle quali poi regolarmente si pentiva.
Matilde ormai non le parlava quasi più. Si limitava a rispondere quando Concetta le
chiedeva qualcosa e ad abbracciarla, accarezzandole i capelli, dopo le liti che Angelo
contemplava con distacco dalla sua poltrona sfondata, come se stesse assistendo al
teatrino dei burattini di Porta Capuana.
Matilde sopportava senza protestare gli umori cupi del marito e le continue
mancanze di rispetto della figlia perché sapeva che la loro situazione era tutta colpa
sua. Era stata lei che, lasciando da un giorno all’altro il suo amante, aveva scatenato in
lui la sete di vendetta che era culminata con la disfatta dei Baiamonte. Ma che altro
avrebbe potuto fare? Il pomeriggio in cui Leone aveva rischiato la vita affrontando quei
monelli scalzi fuori dal cancello del palazzo, lei non vigilava su di lui come avrebbe
dovuto perché stava godendo un piacere colpevole in compagnia di Giorgio. Era stata
tormentata per giorni da pensieri terribili. E se un sasso avesse colto in testa Leone,
uccidendolo? Come avrebbe potuto vivere, sapendo che la morte del figlio era avvenuta
a causa del suo adulterio? Aveva preso quell’episodio come un segno: il cielo le aveva
rammentato la sua colpa, mostrandole cosa sarebbe successo se non si fosse ravveduta.
Per questo, malgrado amasse ancora Giorgio con tutta l’anima, lo aveva congedato in
modo così brusco. Lui si era convinto che l’avesse fatto perché non era ricco né nobile,
e non aveva voluto ascoltare le sue ragioni.
Matilde sul momento aveva sofferto quanto e forse più di lui per quella scelta, ma
con il passare del tempo si era resa conto di aver fatto la cosa giusta. Aveva recuperato
un sentimento di affetto più materno che coniugale nei confronti di Angelo, si era
dedicata con tutta se stessa all’educazione dei figli, e pur non avendo assaporato mai
più i momenti di felicità intensa che provava in compagnia del suo amante, non aveva
neppure più dovuto fare i conti con i tremendi sensi di colpa che l’assalivano a tutte le
ore e con le lunghe penitenze imposte dal suo confessore. Giorgio Terrasecca era
scomparso dalla loro vita, e questo aveva reso più facile dimenticarlo. Immaginava
fosse stato lo stesso per lui, e solo quando era venuta a sapere della rovina in cui erano
precipitati aveva compreso che non era così. Giorgio aveva trascorso quegli anni ad
arricchirsi a spese dei nobili che odiava, prestando loro denaro a interessi da strozzino,
e aveva atteso con pazienza l’occasione di vendicarsi. Quando poi Leone aveva ucciso
Sandro, il suo odio verso di loro era cresciuto a dismisura.
Matilde non aveva dubbi che se Leone non fosse fuggito, Giorgio lo avrebbe fatto
condannare a morte. I Baiamonte da un giorno all’altro si erano ritrovati senza più
denaro né amici, mentre lui aveva le risorse per comprare giudici e avvocati. Leone
sarebbe stato decapitato in piazza del Mercato, perché ai nobili veniva risparmiata
l’impiccagione. La sua testa sarebbe stata infilzata su una picca e lasciata in piazza per
giorni, poi gli alguacil l’avrebbero trasferita a Porta Capuana, dove l’avrebbero
lasciata appesa alle mura, dentro una gabbia di ferro, fino a quando non fosse diventata
un orrendo teschio rinsecchito.
Matilde rabbrividì. Nella sua disgrazia, era felice che almeno Leone si fosse
salvato. Partito lui, Terrasecca con il passare degli anni sembrava essersi calmato.
Qualche volta era venuto a contemplare la sua miseria dalla carrozza, salutandola con
ironia alla fonte dove Matilde andava a prendere l’acqua nella tina di stagno, ma quello
era tutto.
Concetta, un giorno che l’aveva sorpresa seduta sul suo muretto nella piazza del
Carmine, intenta a guardare il mare, l’aveva accusata di pensare sempre e solo al
ritorno di Leone, ma si sbagliava di grosso. Matilde non desiderava affatto il ritorno
del figlio. Se Leone fosse tornato, Terrasecca l’avrebbe saputo e avrebbe avuto la sua
testa. No, era molto meglio che stesse lontano per tutta la vita, senza mai rimettere
piede a Napoli, nonostante ciò che aveva promesso.
Lei avrebbe voluto soltanto sapere che stava bene, dall’altra parte dell’oceano.
Dopo le prime due lettere non ne erano arrivate altre, ma era certa che se fosse morto lo
avrebbe sentito nel cuore. Perciò non si struggeva per il suo ritorno, come credeva
Concetta. Veniva in quel posto a guardare il mare solo perché la rinfrancava il fatto di
lasciar vagare lo sguardo al di là della foresta di vele e alberi delle galee, feluche e
brigantini che affollavano il porto. La distesa di acqua azzurra che contornava il golfo
di Napoli fino alle pendici del Vesuvio e poi si confondeva con il cielo, in qualche
modo le faceva bene all’anima. Dentro la città l’orizzonte era sempre angusto, limitato
da muri, e guardare il mare le trasmetteva un senso di libertà. La stessa che si augurava
godesse Leone, in quelle terre così lontane che non riusciva neppure a immaginare dove
fossero, ma che erano bagnate dallo stesso mare che bagnava Napoli.
Quella era una delle poche cose belle che le aveva detto suo marito. Un giorno,
qualche anno prima, quando non era ancora diventato il vecchio triste che era adesso,
erano andati insieme a piedi fino al mare. Angelo aveva immerso una mano nell’acqua,
invitandola a fare altrettanto, e aveva detto: «Sai, Matilde, tutti i mari del mondo sono
collegati tra loro. Forse Leone in questo momento è su una spiaggia del Messico, con i
piedi in acqua. E toccare il mare di Napoli è un po’ come toccare lui».
Matilde da quel giorno ne aveva fatto una specie di rituale. Il mercoledì, giorno
dedicato alla Madonna Bruna del Carmine, andava a pregare con altre centinaia di
napoletani, davanti all’icona miracolosa di quella madonna dalla pelle scura, con la
guancia accostata a quella del bambino che teneva in braccio. A volte alla preghiera
partecipava addirittura il viceré in persona, anche se lui, a quanto si sapeva, preferiva
recarsi di sabato nella chiesa dei carmelitani.
Dopo la preghiera, Matilde usciva sulla piazza e trascorreva un’oretta da sola, a
guardare il mare. Poi scendeva fino ai moli, immergeva una mano nell’acqua pensando
a Leone, e alla fine tornava a casa e cominciava a preparare la cena.
Ma quel giorno il rituale si interruppe a metà. Si era appena sistemata sul muretto da
dove di solito guardava il golfo, quando vide arrivare sua figlia Concetta con la lunga
gonna di panno che ondeggiava a ogni passo. Il fatto che venisse a cercarla lì e
l’andatura decisa le fecero intuire subito che era successo qualcosa di brutto. Pensò ad
Angelo, scese dal muretto e le corse incontro.
Concetta aveva un’espressione dura, con la mascella serrata e lo sguardo vuoto, ma
non appena Matilde le prese le mani, domandandole cosa era successo, si sciolse in
lacrime.
«Leone è morto, e io sono diventata una puttana» le disse tra le lacrime.
«Perdonatemi, mamma.»
XXVII

Matilde prese la sua decisione mentre risalivano insieme verso casa costeggiando i
mulini del Lavinaio, mano nella mano come non succedeva da anni. Era una cosa che
avrebbe dovuto fare da tempo. La sorpresa per non averci mai pensato fino a quel
momento fu l’unica cosa che riuscì a distrarla dal dolore per la morte di Leone e per il
destino forse ancora più brutto a cui aveva condannato sua figlia, rimandando un’azione
che ora le appariva inevitabile.
La solita folla che riempiva le strade, ai suoi occhi velati di lacrime appariva come
un fiume lento e confuso di facce, vestiti, cappelli, cavalli, portantine. Il suono che
saliva da tutta quella gente in movimento era un brusio confuso, come il rumore del
mare in una conchiglia, ma molto più forte. Concetta ogni tanto diceva qualcosa, ma lei
non riusciva a sentirla, e non per colpa del rumore. Nella sua mente le parole che la
figlia le aveva detto poco prima, seduta sulla pietra fredda del muretto, echeggiavano
con una forza che copriva ogni altro suono.
Terrasecca non si era affatto dimenticato di Leone, come lei aveva sperato. L’aveva
fatto inseguire e uccidere al di là dell’oceano. E nel frattempo aveva approfittato di sua
figlia nel modo più ignobile. Matilde si era sentita mancare quando aveva saputo da
dove proveniva la maggior parte del denaro con il quale potevano permettersi due pasti
caldi al giorno.
«Sarei potuta fuggire, quando me lo ha proposto la prima volta» aveva detto
Concetta a un certo punto, facendo uno sforzo evidente per fissarla negli occhi, senza
abbassare lo sguardo. «Ma non l’ho fatto. E di sicuro non è stato lui a obbligarmi ad
accettare le proposte di altri uomini. È stata una mia scelta.»
Era stato allora che Matilde aveva provato il dolore più grande. Quelle parole erano
un ferro incandescente che straziava la ferita aperta dalla notizia della morte di Leone.
Concetta non aveva aggiunto alla fine: “L’ho fatto per voi, per darvi da mangiare”, ma
non c’era bisogno di dirlo. Era evidente che il motivo della scelta di vendere il suo
corpo era quello.
Udì un suono interrogativo e comprese che la figlia le aveva fatto una domanda.
«Cosa?» disse, voltandosi a guardarla. Era bellissima, nel suo sforzo di mantenersi
calma nonostante ciò che aveva dovuto dirle. Matilde poteva solo immaginare quanto le
fosse costato pronunciare tutta d’un fiato, forse per paura che altrimenti non ce
l’avrebbe fatta, la frase cruda con la quale l’aveva accolta: «Leone è morto, e io sono
diventata una puttana». L’abbracciò di slancio e scoppiò di nuovo a piangere in mezzo
alla strada, mentre la folla scorreva intorno a loro senza fermarsi.
«Vi ho chiesto cosa dobbiamo dire a papà» disse Concetta, quando lei si fu calmata.
«La cosa migliore sarebbe tenerlo all’oscuro di tutto, ma non sarà possibile.»
Abbassò gli occhi, e Matilde comprese che l’idea di confessare al padre la stessa
cosa che aveva detto a lei le era insopportabile, forse più del dovergli dare la notizia
della morte di Leone.
«Non gli diremo nulla» rispose, decisa. «Non c’è bisogno che lo sappia.»
«Mamma, domani io sarò arrestata e lui verrà a sapere ogni cosa» sospirò Concetta.
«È meglio se glielo diciamo noi. Se lasciamo che lo faccia Terrasecca, papà ne
morirà.»
Rintanato nel suo mondo di libri e idee, Angelo viveva solo nella speranza che
Leone tornasse e mantenesse la promessa di renderli di nuovo ricchi e padroni del loro
palazzo. La notizia della sua morte non lo avrebbe colpito solo nel suo amore di padre,
ma anche nell’unico motivo che ancora aveva per tirare avanti. E scoprire ciò che
faceva sua figlia per mantenere la famiglia gli avrebbe dato il colpo di grazia.
Bisognava tenerglielo nascosto, e Matilde sapeva come.
«Tu non sarai arrestata e lui non saprà nulla» disse, voltandosi e riprendendo a
camminare.
Mancavano pochi passi all’angolo della piazza del Mercato da cui, svoltando a
destra, si entrava nel vicolo dove abitavano. Concetta l’afferrò per un braccio,
costringendola a fermarsi di nuovo.
«Negare l’evidenza servirà solo a peggiorare le cose» disse. «È quello che abbiamo
fatto per tutto questo tempo. Ci siamo sforzati di non vedere la realtà. Ma ora è troppo
tardi per continuare così. Dobbiamo trovare un modo di dire a papà come stanno le
cose, cercando di procurargli meno dolore possibile.»
Matilde scosse la testa. «Ti fidi ancora di me?» chiese.
«Cosa c’entra? La questione è un’al...»
«Dimmi se ti fidi di me» la interruppe, con un’ansia improvvisa, temendo che la
risposta fosse la più logica e probabile: “Come potrei fidarmi, dopo tutto quello che mi
avete fatto?”.
«Mi fido di voi come di me stessa» rispose invece Concetta. «Perché?»
Matilde provò di nuovo il bisogno di piangere, ma stavolta di sollievo, per il tono
sincero di quelle parole. «Andrò a casa di Terrasecca» disse. Concetta spalancò la
bocca per protestare ma lei continuò: «So quello che faccio. So come convincerlo a
smettere di perseguitarci. Mi spiace solo di averci pensato soltanto adesso».
«Cosa volete fare? Ditemelo.»
Matilde trasse un respiro profondo, guardandola negli occhi. Concetta meritava
sincerità. Meritava che lei le raccontasse della relazione con Terrasecca e di come tutto
ciò che era avvenuto fosse in ultima analisi colpa sua. Questo l’avrebbe anche aiutata a
capire quanto fosse migliore di lei. Sua figlia si era prostituita, ma l’aveva fatto per uno
scopo più grande, per provvedere ai suoi genitori. Lei invece aveva rovinato la vita di
tutta la famiglia per il proprio egoismo. Matilde provava un bisogno impellente di dirle
tutto, di confessare finalmente quella colpa che aveva segnato la sua vita. Nel buio
della sua anima brillava anche, come una piccola luce, la minuscola possibilità che
Concetta la perdonasse. E Dio solo sapeva quanto avesse bisogno di quel perdono.
Ma svelarle il passato avrebbe gettato troppa luce sul futuro. Se Concetta avesse
sospettato ciò che intendeva fare glielo avrebbe impedito con tutti i mezzi. E non
doveva succedere, perché il suo piano rappresentava la salvezza per tutti.
«Non posso dirtelo adesso, per questo ti ho chiesto se ti fidi di me» rispose alla fine.
«Aiutami senza fare domande, e domani saprai tutto. Ti prego.»
Si aspettava una replica dura, di quelle a cui Concetta l’aveva abituata negli ultimi
anni, ma la figlia la sorprese di nuovo. «Cosa devo fare?» chiese soltanto.
«Prestarmi un vestito.»
«Cosa?»
«Non posso andare in quello che fino a pochi anni fa era il nostro palazzo vestita
come una serva» spiegò Matilde. «Ma dobbiamo fare in fretta. Dopo essere stato dal
medico, lui tornerà a casa per cena. È essenziale che mi trovi già lì. Non c’è tempo da
perdere.»
Percorsero a passi rapidi il resto della strada ed entrarono nel loro basso al
pianterreno direttamente dal vicolo. Quando entrarono Angelo dormiva seduto al tavolo
da pranzo, con la testa posata sulle braccia incrociate. Davanti a lui c’erano un
mozzicone di candela ancora accesa, un piatto con degli avanzi di cibo e una brocca di
vino vuota. La palandrana sdrucita che indossava nascondeva il suo corpo, ma il cranio
ossuto e le spalle strette tradivano la sua estrema magrezza. Matilde provò un fiotto di
tenerezza nel cuore e passandogli accanto gli fece una carezza leggera sui lunghi capelli
bianchi. La disgrazia l’aveva piegato, rendendolo passivo e lamentoso, ma lei non
riusciva a fargliene una colpa. Angelo non era mai stato portato per le responsabilità,
eppure per la famiglia aveva sempre fatto tutto ciò che poteva e alla fine era stato un
buon marito e un buon padre. Anche quando li aveva mandati in rovina stava solo
sforzandosi di provvedere alle loro necessità.
Fece segno a Concetta di fare piano per non svegliarlo, prese la candela e passarono
in punta di piedi oltre la tenda che separava la sala da pranzo dalla stanza da letto in cui
dormivano tutti e tre. Tra i due letti, il baule dei vestiti e il tavolino stretto con sopra la
bacinella, il pennello e il rasoio di Angelo, restava a stento lo spazio per passare.
Matilde si spogliò in silenzio, restando in sottoveste davanti allo specchio rudimentale
che Angelo le aveva costruito ricoprendo un lato di una lastra di vetro con uno strato di
piombo fuso.
Concetta tirò fuori dal baule il suo vestito più bello, ma lei scosse la testa: sapeva
quanto tenesse a quel vestito e non voleva rovinarlo. Alla fine ne prese uno di cotonina
lilla, con guarnizioni in seta cangiante. Provò un momento di delusione e quasi di rabbia
quando si accorse che non entrava nel corpetto, ma Concetta tirò fuori da un cestino
forbici, ago e filo e in pochi minuti glielo allentò, lavorando in un silenzio tale che
udirono persino una conversazione sussurrata tra due persone che passavano nel vicolo
davanti alla porta di casa. Quando Matilde tornò a indossarlo non solo era diventato
comodo, ma nascondeva perfettamente quel po’ di pancia che le era venuta con l’età.
Alla luce della candela si guardò nel vetro piombato e le sembrò di essere ringiovanita.
Quello specchio di fortuna era indulgente in un modo in cui un vero specchio non
sarebbe mai stato. Il riflesso mostrava la sua figura svelta avvolta nell’abito lilla, la
pettinatura a chignon, il contorno del seno nella scollatura. Ma non lasciava vedere la
pelle rovinata, le unghie spezzate dai lavori di casa, i capelli grigi che ormai non
tingeva più da anni.
«Siete bellissima, mamma» sussurrò Concetta, aggiustandole l’orlo della gonna.
Lei le accarezzò una guancia. «Tu sei bellissima, figlia mia. Ora devo andare, è già
quasi il tramonto.»
La spinse oltre la tenda e prima di seguirla fece sparire lesta nel vestito il rasoio di
Angelo che si trovava sul tavolino da notte. Quando gli passarono accanto, Angelo si
svegliò. «Dove vai?» chiese, con la voce impastata.
«Niente domande, non c’è tempo» rispose Matilde. Si chinò e gli posò un bacio
leggero sulle labbra. «Ora Concetta ti prepara la cena» disse rialzandosi. «Riguardati e
non preoccuparti di nulla.»
Con quelle parole uscì, non solo per evitare le domande, ma soprattutto per
nascondere le lacrime. Si sentiva addosso lo sguardo di Concetta e di Angelo, ma non
si voltò. Se li avesse visti sulla porta, padre e figlia l’uno accanto all’altra, forse
addirittura abbracciati, avrebbe perso il coraggio di andare avanti.
«Vi chidedo perdono per tutto quello che vi ho fatto passare» mormorò, continuando
a camminare. «Vi giuro che se avessi compreso prima ciò che dovevo fare l’avrei fatto
senza esitare. Ma solo oggi mi si è sgombrata la mente. Forse dovevo perdere tutte le
speranze, per poter vedere la soluzione. Abbiate fiducia, le nostre sofferenze stanno per
finire.»
Le strade di Napoli, malsicure anche in pieno giorno, al calar del sole cominciavano
a popolarsi di facce che sarebbero state bene incatenate ai remi di una galera. Matilde
si raccomandò alla Madonna del Carmine e passò tra la gente con lo sguardo fisso in
avanti, recitando avemarie sottovoce. “Se io non li vedo,” pensava, come una bambina
“nemmeno loro mi vedono.”
Si trovò davanti al cancello di ferro all’improvviso. I rami degli aranci, arrossati
dai colori del tramonto, gettavano lunghe ombre sull’erba. Interruppe un’avemaria a
metà, tastò la pettinatura con le dita per accertarsi che nessuna forcina si fosse spostata,
drizzò la schiena e spinse il cancello, che era solo accostato.
Attraversò con passo sicuro il lastricato che conduceva alla porta d’ingresso,
lasciando a sinistra il giardino. Davanti alla porta c’era un ragazzo di quindici o sedici
anni, in giubbetto di panno marrone, cappello floscio, calzoni e scarpe di cuoio lucide.
Molto convinto del proprio ruolo, vedendola avvicinarsi incrociò le braccia sul petto e
la fissò alzando il mento.
«Il notaio a quest’ora non riceve più» disse. «Tornate domani.»
Matilde aveva previsto quella difficoltà. Abbassò gli occhi e disse, in tono
imbarazzato: «Mi ha detto lui di venire. Sarà qui tra poco. Devo attenderlo... in camera
da letto».
Il ragazzo fece un sorriso complice. «Ah, allora è diverso» disse, scostandosi e
aprendo il portone. «Passate pure, vi faccio accompagnare.»
Chiamò una serva poco più grande di lui e le diede ordine di farla salire al primo
piano, nella stanza da letto del notaio. La ragazza annuì e l’accompagnò lungo la
scalinata senza una parola. Sembrava un sistema collaudato, e Matilde pensò a tutte le
povere donne che in quegli anni dovevano essersi sottomesse alle voglie del notaio per
salvare se stesse o le proprie famiglie dalla rovina. Si chiese come aveva fatto a
innamorarsi di un mostro simile, e soprattutto come fosse possibile che in un recesso
oscuro dell’anima, in cui non aveva mai osato guardare a fondo per paura di ciò che
avrebbe potuto vedere, coltivasse ancora per lui un sentimento che se non era amore di
sicuro non era l’odio che Giorgio Terrasecca meritava.
La stanza da letto era cambiata. Mentre la ragazza chiudeva le tende e accendeva i
lumi a olio, Matilde ebbe l’impressione di trovarsi in una casa estranea. Il letto a
baldacchino era più grande ma meno pregiato, l’opera di un bravo falegname, non di un
artista. E la stessa cosa valeva per il cassettone intarsiato e per i comodini in legno di
noce dal piano di marmo. Non rimaneva neppure uno dei loro mobili. Giorgio di sicuro
li disprezzava come frivolezze da nobili, e doveva averli venduti per sostituirli con
altri di suo gusto. Tutta la stanza trasmetteva un’impressione di forza cupa, sanguigna,
dai mobili massicci fino alle tende di velluto rosso scuro.
Matilde si fece portare carta, penna e calamaio, poi congedò la cameriera e si mise
al lavoro. Si sedette davanti a un piccolo scrittoio addossato al muro e gli scrisse di
getto una breve lettera.
Doveva dirglielo. Doveva dirgli che si sacrificava in nome di sua figlia e di suo
marito, perché era di lei che Terrasecca voleva vendicarsi. Morta lei, non aveva
motivo di continuare a tormentarli.
E doveva dirgli anche l’altro segreto, quello che gli aveva sempre taciuto. Lui
doveva sapere. Non si sarebbe ucciso per il senso di colpa, non era il tipo. Ma di
sicuro sarebbe cambiato, una volta saputo ciò che aveva fatto. Non lo credeva così
malvagio da restare indifferente.
Terminò la lettera, la firmò e la lasciò in bella vista sullo scrittoio, con sopra il
calamaio perché non volasse via. Poi estrasse dalla camicetta il rasoio e lo esaminò
alla luce delle lampade con un brivido di paura. Ora che il momento era arrivato non
doveva esitare, altrimenti le sarebbe mancato il coraggio. Ma decise di fare ancora
un’ultima cosa: si avvicinò alle tende e le spalancò, lasciando entrare in quella stanza
cupa la luce rossastra del tramonto.
Poi, senza togliersi neppure le scarpe, si stese sul copriletto di seta rosso scuro
come le tende, posò la testa sul cuscino di Giorgio e aggiustò la gonna in modo da non
spiegazzarla. Aprì il rasoio senza guardarlo e appoggiò la lama sul collo, sotto
l’orecchio sinistro. Chiese perdono al Signore, respirò a fondo e senza darsi il tempo di
pensare affondò la lama con tutta la forza, tirando di lato.
Morì con gli occhi fissi sugli ultimi raggi del sole.
XXVIII

Con il trasferimento a San Luis Potosí, Socorro alla fine aveva ottenuto buona parte di
ciò che desiderava: abitava finalmente in una città degna di tale nome e aveva due
bellissimi bambini, un maschio di sette anni e una femmina di tre e mezzo, ai quali
cercava di dare tutto l’amore che a lei da piccola era mancato. Marcos stava già
imparando a leggere e a scrivere. Il suo precettore, un frate francescano che, come altri
suoi confratelli, frequentava le case dei cittadini più in vista per istruire i loro figli
senza chiedere nulla in cambio, lo considerava un bambino molto dotato. Socorro era
felice che suo figlio potesse godere di un’istruzione privata di alto livello e non le
importava affatto che il vero motivo di quella disponibilità dei francescani fosse
evitare che gli spagnoli abbienti mandassero i bambini alla scuola di grammatica degli
agostiniani, fondata venticinque anni prima da padre Diego Basalenque.
Suo marito oltre all’incarico di alcalde svolgeva anche quello di giudice incaricato
della Real Caja che aveva sede in città. Ciò gli conferiva potere politico, maggiori
entrate, e in più lo teneva quasi tutto il giorno fuori di casa.
Quindi le volte in cui Fernando si inventava un viaggio d’affari a San Luis per
vederla, riuscivano a incontrarsi senza problemi, con tranquillità e discrezione. Alla
fine era rimasta con lui, senza cercare un sostituto, come aveva intenzione di fare
quattro anni prima, quando si era trasferita da Charcas. Malgrado l’età, Fernando era un
amante premuroso e virile, capace di compensare ciò che Porfirio non era in grado di
darle. Socorro sembrava aver trovato un equilibrio tra i suoi ruoli di moglie, madre e
amante, con soddisfazione di tutti.
Ma il fallimento del suo piano per impadronirsi della miniera del Zopilote, che
aveva il doppio scopo di garantire ai suoi figli un avvenire di ricchezza e potere e
vendicarsi allo stesso tempo del rifiuto subito da parte di Leone, continuava a impedirle
di dormire sonni tranquilli.
Porfirio, con il suo carattere passivo, era incline a lasciar perdere. Ormai avevano
ciò che volevano, tra pochi mesi avrebbero incassato la seconda e ultima rata del
prestito e la storia sarebbe finita. Non considerava un’umiliazione il fatto di dovere la
sua nomina non ai propri meriti ma alla manovra di Leone presso il vescovo di
Guadalajara. Ogni volta che Socorro parlava della miniera alzava gli occhi al cielo.
«Cosa vorresti fare?» sospirava. «Strappargliela con le armi? Lui ha vinto, ma noi non
abbiamo perso. Mettiti l’anima in pace.»
Per lui era facile parlare. Non riusciva a vedere come il possesso di quella miniera
fosse essenziale per garantire ai loro figli la libertà di non dover mai chiedere favori a
nessuno. Non sapeva cosa aveva provato Socorro, nella sua condizione di figlia
illegittima, senza nessun diritto, senza denaro, senza poter mai chiedere nulla e costretta
a ringraziare di ogni piccola cosa. E soprattutto non era capitato a lui di offrirsi con
passione e amore a un uomo che avrebbe dovuto mostrarsi onorato di essere stato scelto
e invece l’aveva respinta come una prostituta da taverna.
Forse, se Leone avesse già pagato l’ultima rata, Socorro sarebbe riuscita, dopo un
po’ di tempo, a non pensarci più. Ma lui, malgrado avesse ormai da tempo il denaro
necessario per saldare il debito, si divertiva a farli aspettare fino alla scadenza dei
quattro anni. Per insegnare loro a non essere avidi, come gli aveva consigliato
l’arcidiacono del vescovo di Guadalajara. Quest’ultima ingiuria, sommata alle altre, le
faceva ribollire il sangue. E il peggio era che non poteva parlarne con nessuno.
Neppure Fernando la capiva. All’inizio l’aveva appoggiata nella sua lotta, negando a
Leone il permesso di deviare il fiume che attraversava le sue terre, e si era detto
persino disposto a ucciderlo a un suo comando. Ora invece sosteneva che Leone era una
persona onesta, un lavoratore ammirato da tutti, che aveva persino rischiato la propria
vita per salvare alcuni minatori da una galleria inondata. Non si era spinto fino a dire
che lo ammirava anche lui, ma ci era andato vicino.
Solo Iñaki, il maestro d’ascia basco cacciato da Leone, condivideva il suo odio.
Dopo aver perso il lavoro era venuto a chiederle aiuto, e lei lo aveva raccomandato a
Fernando, senza dirgli che era stato il suo informatore alla miniera. A Charcas ogni
tanto veniva a fare qualche lavoretto anche per lei e si sfogavano l’uno con l’altra,
naturalmente mantenendo la giusta distanza sociale. Ma da quando si erano trasferiti a
San Luis non lo aveva più visto.
Così era rimasta sola con la sua rabbia. Era talmente convinta di essere nel giusto
che non lo considerava un peccato da confessare. Anzi, chiedeva a san Luigi di Francia,
patrono della città, un’occasione di pareggiare i conti con Leone. San Luigi non era uno
di quei santi tutti pace, amore e porgere l’altra guancia. Nella vita era stato un re e un
guerriero. Di sicuro comprendeva i suoi bisogni. Socorro lo pregava con fede e un
giorno fu esaudita.
L’occasione giunse quando ormai non ci sperava più, a meno di tre mesi dalla nuova
scadenza del debito di Leone. Una mattina sul tardi uscì in un calesse scoperto, dopo
aver affidato i figli alle cure della governante. Doveva incontrare il marito nella piazza
centrale della città, intorno alla quale sorgevano gli edifici più importanti, che
ospitavano tra l’altro le carceri e gli uffici governativi. Porfirio le aveva promesso di
accompagnarla a scegliere delle pezze di seta recentemente arrivate da Veracruz, con le
quali lei voleva realizzare nuovi copriletti per la loro stanza e per quella dei bambini.
Sapeva che Porfirio l’accompagnava soprattutto per il timore che da sola spendesse
troppo, ma ormai aveva imparato a non far caso alla sua taccagneria. Le bastava che
non fosse contrario alla spesa, poi avrebbe pensato lei a fargli acquistare la seta giusta,
convincendolo che l’idea era venuta a lui.
Porfirio avrebbe potuto guadagnare molto di più se avesse approfittato della sua
carica di giudice della Real Caja per stringere accordi privati con i proprietari di
miniere che dovevano rivolgersi ai suoi uffici per ottenere il mercurio necessario alla
raffinazione e per pagare le tasse. Se non lo faceva non era per onestà, ma per paura di
essere scoperto e gettato in carcere, come era già accaduto a qualcuno dei suoi
predecessori. La frode fiscale era largamente praticata in Messico, e proprio per questo
le leggi del viceré erano implacabili contro chi veniva scoperto. Era stata Socorro a
consigliargli di mantenersi onesto, quando aveva ricevuto le prime caute proposte. Gli
aveva fatto un discorso sull’onore e sull’importanza di servire fedelmente la patria,
sostenendo che la cosa migliore per lui era farsi la fama di governante integerrimo e
usarla per salire ulteriori gradini della scala sociale. Porfirio non aveva mai sospettato
che il motivo del consiglio era che Socorro non lo riteneva abbastanza furbo da farla
franca, e quando la sua fama di incorruttibile aveva cominciato a espandersi e a dare i
suoi frutti l’aveva ringraziata.
Il loro era un matrimonio perfetto. Non litigavano mai, ciascuno faceva la sua parte e
i figli crescevano bene. Alla fine, pensava Socorro, l’armonia coniugale si fondava su
piccole cose, come tacere ciò che andava taciuto e dire solo quello che andava detto.
Quando il calesse arrivò nella grande piazza affollata, lo riconobbe da lontano e
ordinò al cocchiere di andargli incontro. In ossequio alla sua nuova carica, Porfirio
aveva rinunciato all’eleganza esagerata che esibiva fin da quando lei lo conosceva. Ora
indossava una sobria marsina nera che gli arrivava a metà coscia, cappello rotondo a
tesa larga, colletto e polsini bianchi sfrangiati, calzoni neri al ginocchio fermati con
nastri, calze di seta e scarpe con il tacco. L’unico tocco stravagante era la spada al
fianco, sorretta, invece che dalla tipica tracolla di cuoio, da una larga banda di stoffa
rossa ricamata. In quegli anni era ulteriormente ingrassato e sotto il sole sudava
copiosamente, tergendosi spesso la fronte con un fazzoletto bianco. Quando vide il
calesse, salutò il funzionario con il quale stava parlando, le andò incontro e salì accanto
a lei, lasciandosi sprofondare sul cuscino imbottito.
«Non indovinerai mai cosa mi è appena capitato» esordì.
«Di che si tratta?» chiese Socorro, fingendo un grande interesse, mentre il cocchiere
ripartiva al passo in direzione della strada in cui si trovavano le botteghe di tessuti. Si
aspettava il racconto particolareggiato di una discussione su una nuova tassa da
approvare o da abolire.
«Ieri è stato arrestato un bandito che sosteneva di conoscermi» disse Porfirio. «Così
oggi uscendo dal mio ufficio sono passato dalle carceri, che si trovano proprio lì
accanto, per andare a dargli un’occhiata. Indovina di chi si tratta?»
«Non dirmi che lo conosco anch’io» scherzò Socorro. «Non ho mai frequentato
banditi, né qui, né in Spagna.»
«Invece lo conosci. Si tratta di quel marinaio che era stato frustato sulla nave
insieme a Leone Baiamonte, te lo ricordi? Grosso come un barile, testa quadrata,
capelli e barba ricci e neri. Si chiama...»
«Juan Moreno» lo interruppe lei.
«Che memoria! Io invece il nome l’avevo dimenticato. Insomma, sapevo che dopo
aver derubato delle paghe i suoi compagni e aver quasi ucciso Leone si era dato alla
macchia, ma solo ora ho scoperto che da qualche settimana la banda di malfattori di cui
è il capo si è stabilita sulle montagne intorno alla nostra città.»
Socorro ascoltò il resto del racconto con un’attenzione totale, senza più fare alcun
caso alla gente in giro per strada, ai richiami dei commercianti, al rumore di zoccoli dei
cavalli e sandali di cuoio sul selciato, ai gruppetti di donne indigene dai vestiti colorati
che barattavano tra loro corde, ceste e alimenti vari. La irritavano persino le
interruzioni dovute ai saluti di notabili in carrozza, ai quali Porfirio rispondeva
toccandosi il cappello o togliendoselo quando era presente una signora, mentre lei
accennava un inchino da seduta, sorridendo e abbassando leggermente la testa e le
spalle.
Il succo della storia era che l’aria di Veracruz si era fatta troppo pesante per Juan
Moreno, dopo che era stata messa una grossa taglia sulla sua testa. Dovendo cambiare
territorio, aveva scelto di venire nella zona delle miniere, attratto dall’idea di derubare
le carovane che trasportavano l’argento. Ma affrontare i soldati della corona e le scorte
private che sorvegliavano il Camino Real tra Sombrerete, Zacatecas e Città del
Messico era troppo pericoloso, così aveva deciso di spostarsi a est, lungo le strade
secondarie che collegavano San Luis al Camino Real. Al primo assalto però gli era
andata male. Era bastata una compagnia di soli nove soldati a mettere in fuga tutta la sua
banda di trenta o quaranta uomini.
«Ha scoperto a sue spese che affrontare dei militari ben addestrati e ben armati non
è la stessa cosa che rapinare fattorie» disse Porfirio, in tono soddisfatto. «Quattro dei
suoi uomini sono morti, gli altri sono fuggiti e lui è stato catturato grazie a un colpo di
archibugio che gli ha azzoppato il cavallo.»
«Una bella sfortuna» commentò Socorro.
«Sfortuna per lui e fortuna per noi, soprattutto considerando che a Veracruz gli
davano la caccia da anni senza successo. È una cosa che non mancherò di far notare
nelle sedi competenti.»
Socorro sorrise appena. Il bandito era stato catturato dai soldati mercenari di scorta
alla carovana, non dagli uomini di Porfirio. Tuttavia lui si era già appropriato del
risultato e intendeva sfruttarlo per i suoi fini. Finalmente stava imparando.
«Cosa gli succederà ora?»
«Sarà processato e impiccato al più presto, naturalmente.»
Lei provò una fitta d’angoscia. Non le importava nulla di quell’uomo, ma un’idea
diversa cominciava a prendere forma nella sua mente, un fiore nero che la spaventava e
l’affascinava al tempo stesso. Scacciò quel pensiero molesto e cercò di concentrarsi sul
presente.
«Siamo arrivati» disse in tono leggero, indicando le pezze di stoffa esposte davanti
alle botteghe, nella strada lunga e dritta in cui avevano appena svoltato. «Ora voglio
pensare soltanto ai nostri nuovi copriletti e tornare a casa al più presto. Questo caldo
mi uccide.»
La strada non era pavimentata, perciò la percorsero senza scendere dal calesse. Non
era elegante passeggiare a piedi sporcandosi le scarpe di terra. Si fermarono circa a
metà, davanti a una bottega a due piani, con grandi rotoli di stoffe multicolori che si
intravedevano dalle finestre aperte. Scesero dal calesse e il commerciante venne ad
accoglierli sulla porta. Si trattava di un mestizo sui trent’anni basso e svelto, dalla
parlantina sciolta, che si mise al loro servizio accompagnandoli per tutto il negozio e
srotolando una pezza di seta dopo l’altra. Socorro normalmente avrebbe voluto vederle
tutte prima di scegliere, ma si sentiva strana, con quell’idea che prendeva sempre più
corpo dentro di lei e la distraeva dal motivo per cui era venuta. Alla fine non riuscì
neppure nell’intento di manipolare la scelta di Porfirio come si era proposta. Quando
uscirono dal negozio il padrone caricò sul retro del calesse un rotolo di seta verde e
gialla che rispecchiava il gusto di suo marito ma non il suo. Comunque non protestò e fu
di poche parole fino a casa. Abbracciò Marcos che era venuto ad accoglierli sulla
porta, fece portare dentro la seta da una schiava mentre Porfirio entrava in sala a
sedersi in poltrona e a scherzare un po’ con il figlio prima di pranzo.
Socorro dichiarò di avere mal di testa e salì in camera a riposare, ma scese subito
dopo dicendo che faceva troppo caldo. Andò in cucina e poi in sala, quindi cercò la
governante e prese in braccio la piccola Charo, ma la bambina avvertì la sua agitazione
e scoppiò a piangere e dovette darla di nuovo alla governante.
Quando fu pronto in tavola si sedette a mangiare e cercò di fare un minimo di
conversazione, ma si sentiva isolata da tutto, come rinchiusa dentro una bolla di vetro.
L’idea che le era venuta era così enorme e terribile che cercava di non pensarci
neppure un momento. Ma lo sforzo di tenerla lontana la sfiniva e non faceva altro che
renderla consapevole della presenza continua di quel pensiero alla periferia della
mente.
Mangiarono, fecero la siesta e suo marito tornò al lavoro in carrozza. Nel
pomeriggio venne anche il precettore di Marcos e Socorro li sistemò nella sala grande
per la lezione. Poi li lasciò soli e andò di sopra con due serve e le pezze di seta, per
prendere le misure e confezionare i tre copriletti, uno grande e due piccoli. Fu il
pomeriggio più lungo della sua vita.
Solo a notte fonda, quando entrambi erano stesi nel grande letto della loro stanza al
primo piano, prese la mano al marito e lo chiamò sottovoce.
«Dormi?»
«No, ma sono stanco. Non ho voglia di...»
«Voglio solo parlare» lo interruppe lei.
«Di cosa?»
In quel momento la piccola Charo cominciò a piangere nella stanza dove dormiva
con il fratello e la governante. Socorro si disse che ci avrebbe pensato la donna a
calmarla, ma mentre lo pensava era già in piedi. Corse in camicia da notte e ciabatte
nella stanza accanto, fece cenno alla governante che si stava alzando di restare a letto,
prese in braccio la figlia e tornò dal marito. Le tende chiuse lasciavano entrare solo
quel po’ di luce lunare sufficiente a muoversi nella stanza senza andare a sbattere
contro i mobili, ma preferì non aprirle e non accendere neppure una candela. Per quello
che voleva dire, era meglio il buio.
«Voglio parlare di Juan Moreno» disse, restando in piedi accanto al letto e cullando
Charo tra le braccia. «È inevitabile che sia condannato a morte? Non si può
commutargli la pena? Che so, lavori forzati, qualcosa del genere?»
Suo marito sospirò nella penombra. «Ti preoccupi per lui perché lo hai visto sulla
nave? Non ti sapevo così tenera.»
«Non si tratta di questo. Rispondi alla mia domanda, per favore.»
«La risposta è no. Innanzitutto la legge impedisce di condannare ai lavori forzati uno
spagnolo. È una pena applicabile solo alle persone di razza mista. E poi riguarda i reati
minori. Quell’uomo è un bandito e un assassino, sarà impiccato.»
«Capisco» rispose Socorro. «Il fatto è che se fosse stato mandato a lavorare da
qualche parte sarebbe stato più facile farlo fuggire.»
Porfirio si tirò a sedere sul letto, del tutto sveglio. «Vuoi farlo fuggire? Sei
impazzita, per caso?»
Lei gli spiegò cosa aveva in mente, felice che il buio impedisse loro di guardarsi
negli occhi.
Quando finì di parlare Porfirio restò a lungo in silenzio.
«Mio Dio» disse alla fine. «Hai davvero perso la ragione.»
XXIX

Otto anni dopo la sua fuga da Napoli, Leone poteva definirsi un uomo ricco. La miniera
lavorava a pieno regime e finalmente rendeva bene. I conti di Tomás, dopo aver
mostrato per tanto tempo un equilibrio costante tra spese e guadagni, spesso più
spostato verso le prime che i secondi, si erano orientati in modo deciso dalla parte dei
profitti.
Dopo la morte di Estrella Leone aveva buttato giù la vecchia baracca di adobe e si
era costruito una casa più grande, a un solo piano come l’altra ma con un patio al centro
e le stanze intorno. Sotto il pavimento della camera da letto aveva fatto scavare una
piccola stanza lastricata in pietra, e vi aveva sistemato le due casseforti in ferro con la
base di piombo dove immagazzinava i lingotti d’argento tra un trasporto e l’altro.
In quel momento i lingotti in cassaforte equivalevano a più del doppio della cifra
che gli serviva per saldare il suo debito, cosa che avrebbe fatto alla fine del prossimo
mese. Aveva anche preso a servizio una coppia di mulatti di nome Toño e Toña, per
tenere in ordine la casa e occuparsi di Marimar quando lui non c’era. Insomma, non gli
mancava nulla.
Il villaggio intorno alla spianata era cresciuto e ora aveva anche un nome, il suo:
nella regione infatti tutti lo conoscevano come Mina de León. La maggior parte delle
baracche erano diventate vere e proprie case, alcune delle quali persino intonacate, e in
quelle case cresceva un’orda di bambini sommariamente vestiti, che passavano il tempo
a scorrazzare tra il fango e le rocce. Era soprattutto la loro presenza chiassosa a dare a
Leone la sensazione che tutto il tempo e l’energia investiti nel progetto fossero davvero
serviti a qualcosa. Un giorno la miniera si sarebbe esaurita e il villaggio sarebbe stato
abbandonato, come succedeva spesso. Ma poteva anche darsi che nei dintorni fossero
scoperti nuovi giacimenti. In quel caso ai proprietari delle nuove miniere non sarebbe
convenuto costruirsi da soli le macchine e gli stabilimenti per la purificazione
dell’argento e avrebbero usato quelle già pronte nella spianata del villaggio, pagando
per il noleggio.
A Leone piaceva immaginare che il paesino di Mina de León sarebbe cresciuto nel
tempo, diventando una piccola città che avrebbe portato per sempre il suo nome. Non si
faceva illusioni al riguardo, ma era felice di poter finalmente tirare il fiato, dopo tanti
sacrifici. Gli dispiaceva solo che Estrella non fosse con lui a godere di quel periodo di
pace. Gli mancava il suo appoggio forte e silenzioso e provava un bisogno fisico di
avere una donna al suo fianco. Ma non desiderava cercarla, e neppure trovarla. Aveva
amato intensamente due donne nella sua vita. Dalla prima era dovuto fuggire, l’altra era
morta. Nel suo cuore non c’era abbastanza forza per ricominciare da capo.
Quando il bisogno si faceva pressante si accontentava della Vedova, la prostituta
che anni prima con la sua testimonianza lo aveva salvato dall’arresto dopo una rissa.
Fino alla morte di Estrella aveva rispettato il giuramento di non rimettere piede nella
taverna del Zopilote, ma da qualche tempo aveva ripreso a frequentarla.
La Vedova ormai era una donna matura sulla trentina, segnata nel corpo e nell’anima
dalla vita che faceva, e accoglieva con piacere l’opportunità di passare un’ora con un
uomo che aveva bisogno di tenerezza più che di passione e non la maltrattava. Lui
approfittava di quei momenti per sentire di nuovo il calore di una donna nel letto, ma
senza impegnare il cuore. Era un sistema che assicurava a entrambi ciò che volevano e
con lei a Leone non sembrava neppure di peccare. Quando usciva dalla taverna,
tuttavia, prima di prendere la via del ritorno passava sempre in chiesa a confessarsi.
Così poteva sentirsi pulito quando abbracciava sua figlia sulla porta di casa.
Marimar rappresentava l’unica vera gioia nelle sue giornate fatte di lavoro e
problemi da risolvere. Era su di lei che Leone riversava tutto l’amore che era capace di
dare. Ormai aveva cinque anni e somigliava sempre di più alla madre. Taciturna, dai
modi riservati, con occhi neri e profondi che gli ricordavano in modo quasi
insopportabile quelli di Estrella. L’unico tratto che aveva preso da lui erano i capelli.
Non erano color grano maturo come i suoi ma di un biondo cenere luminoso, che stava
benissimo con la sua pelle color miele. Tra una dozzina d’anni sarebbe diventata una
ragazza bellissima.
Si volevano un gran bene ed erano molto legati. A volte la portava con sé sulla
spianata della miniera o all’imbocco delle gallerie, ma dopo un po’ veniva assorbito
dalle cose da fare: c’era sempre da riparare una macchina, sanare un contrasto,
decidere se abbandonare una galleria improduttiva o continuare a scavare per vedere se
la vena riprendeva più avanti. La bambina si annoiava e cominciava a chiedere di
tornare a casa.
Leone stava con lei la sera, le raccontava storie e la teneva in braccio finché si
addormentava. Ma era consapevole che il tempo che riusciva a dedicarle era troppo
poco.
A Marimar non piaceva giocare con gli altri bambini, e trascorreva quasi tutto il
giorno in casa o sotto la tettoia fuori dalla porta, in compagnia di un cane dal pelo
giallo e dalla coda ritta che aveva chiamato Amigo. Leone rispettava il suo carattere
solitario, ma non voleva che crescesse come una piccola selvaggia isolata dal mondo.
Così aveva preso due decisioni importanti. La prima era stata quella di ritagliarsi
un’oretta dopo pranzo, in cui era vietato venire a cercarlo per qualsiasi motivo. La
impiegava per stare con sua figlia e insegnarle a leggere e a scrivere come se fosse un
gioco. Si divertivano entrambi, ridevano e quando era il momento di tornare al lavoro
Leone usciva di casa felice.
La seconda decisione l’aveva presa perché si era convinto che Estrella avrebbe
voluto così: aveva permesso al bisnonno di venire a trovarla quando voleva.
Il vecchio si era presentato una mattina, e gli aveva chiesto di poter vedere di tanto
in tanto la nipote. Leone aveva imparato ad apprezzare i suoi modi spicci e sinceri
durante la malattia di Estrella, ma non si sentiva tranquillo a lasciarlo con Marimar in
sua assenza. Lui gli aveva letto nel pensiero e aveva detto: «Non le insegnerò nulla che
voi bianchi possiate considerare una stregoneria. Ti do la mia parola». Leone gli aveva
stretto la mano e non aveva chiesto altre garanzie. Marimar era felice di passare del
tempo con il bisnonno e questo gli bastava. Il vecchio veniva una o due volte alla
settimana, e poiché per andare e tornare da casa sua alla miniera ci voleva più di mezza
giornata a dorso di mulo, si fermava a dormire nel patio centrale della casa su un
petate, una stuoia di fibre intrecciate che si portava dietro, come se in casa non ce ne
fossero. Leone non era riuscito a convincerlo a dormire in un letto.
Tra le altre cose lo rinfrancava il pensiero che anche la sua famiglia, a Napoli,
doveva essersi risollevata dai problemi economici. Non aveva mai ricevuto risposta
alle lettere che aveva scritto loro, ma non era preoccupato. Le difficoltà nel comunicare
tra due continenti, in assenza di un servizio postale vero e proprio, erano enormi.
L’importante era che avessero ricevuto l’argento, e di questo era sicuro, perché
faceva accompagnare i forzieri da uomini di fiducia scelti da Mariano. L’anno prima
aveva spedito un altro carico ed era pronto a mandarne un terzo, ma suo zio sembrava
poco disposto ad aiutarlo. Mariano ormai sfiorava la sessantina, l’età che aveva Angelo
quando Leone era partito, anche se a differenza del fratello non aveva ancora i capelli
bianchi. Nel carattere però cominciava a somigliargli. Era diventato apatico, poco
propenso a fare qualsiasi cosa, e persino nei confronti del suo progetto di insegnare
qualche nozione di medicina agli indigeni non manifestava la stessa passione di qualche
anno prima.
Il fatto era che Leone dipendeva da lui per trovare un accompagnatore. Alla scorta
armata fino a Veracruz avrebbe anche potuto pensarci da solo, ma ci voleva un
missionario di ritorno in Europa disposto a seguire il forziere fino a Napoli e a
consegnarlo ai suoi genitori. Doveva essere un uomo fidato, non un prete qualsiasi, e
l’unico in grado di sceglierlo era Mariano. Dopo quasi vent’anni di permanenza in
quelle terre conosceva gran parte dei monaci agostiniani della regione, nelle diocesi di
San Luis Potosí, Zacatecas, Guadalajara e Saltillo.
Perciò un sabato pomeriggio decise di andare a cercarlo al convento. Salì a cavallo,
accompagnato dai due uomini armati che aveva preso l’abitudine di portarsi dietro
dappertutto, e imboccò la pista sterrata che conduceva a El Durazno.
Voleva essere di ritorno prima di buio, quindi fu costretto a dedicare alla Vedova
meno tempo del solito. Uscì dalla taverna che il sole era ancora a metà della sua
discesa verso l’orizzonte. Attraversò la piazza, legò il cavallo a uno degli appositi
anelli di ferro infissi nel muro laterale della chiesa ed entrò nel convento, lasciando i
due mercenari ad attenderlo fuori.
Gli dissero che padre Mariano era uscito per amministrare un’estrema unzione ma
che sarebbe tornato presto, così decise di aspettarlo in canonica. Un monaco lo
accompagnò, lo fece accomodare sulla sedia davanti allo scrittoio e lo lasciò solo.
Leone attese per una mezz’ora, poi cominciò a spazientirsi. Si alzò, aprì la finestra che
dava sul patio del convento, ancora sterrato come il primo giorno che l’aveva visto,
guardò il cielo. Se lo zio avesse tardato ancora non sarebbe riuscito a tornare a Mina de
León prima di buio. Con due uomini di scorta poteva permettersi di affrontare la strada
anche di notte, ma era sempre meglio non sfidare la fortuna. Decise di lasciare un
messaggio a Mariano e di tornarsene a casa.
Sullo scrittoio c’erano penna d’oca e calamaio, ma la penna aveva bisogno di essere
temperata e mancava la carta. Nel primo cassetto dello scrittoio trovò il temperino per
fare la punta alla penna ma niente carta. Il terzo cassetto era chiuso a chiave e in quello
di mezzo c’era una pila di fogli da minute. Ne prese uno ma quando provò a richiudere
il cassetto si accorse che qualcosa faceva resistenza. Guardando meglio vide un pezzo
di carta rigonfia incastrato in fondo. Provò a spingerlo giù ma non si mosse. Allora lo
tirò fuori un po’ alla volta e fu molto sorpreso quando vide di cosa si trattava.
Era l’ultima lettera che aveva scritto ai suoi, più di quattro mesi prima, chiusa con
una goccia di ceralacca sulla quale era impresso il timbro che usava come sigillo da
quando aveva dato a Fosco l’anello d’oro. All’esterno del foglio ripiegato in tre parti,
dalla parte opposta a quella sigillata c’era scritto: «Ai miei genitori Angelo e Matilde
Baiamonte e a mia sorella Concetta». Poteva darsi che Mariano non avesse ancora
trovato la persona a cui affidarla, ma allora perché gli aveva detto di averla già
mandata?
Leone giocherellò un po’ con la lettera, chiedendosi se fosse il caso di far parola
con lo zio dei suoi pensieri, e alla fine decise di no. Se Mariano non aveva mandato la
lettera doveva avere i suoi buoni motivi. Per esempio, l’uomo a cui voleva affidarla
non era più partito, e lui aveva deciso di cercare qualcun altro senza turbare Leone con
la notizia che la spedizione era stata rimandata. Sì, doveva essere così. Confessargli di
aver frugato nei suoi cassetti per rinfacciargli una colpa inesistente non era affatto una
bella cosa.
Detto fatto, Leone decise di rimetterla a posto. Il terzo cassetto dello scrittoio però,
era chiuso a chiave. Provò a infilare la lettera dal cassetto di sopra, attraverso lo spazio
da cui l’aveva tirata fuori, ma non entrava. La cosa migliore era sfilare il secondo
cassetto, mettere la lettera nel terzo, quello chiuso a chiave da cui era uscita, e infilare
di nuovo nelle guide del legno il cassetto superiore. Leone da bambino era maestro nel
portare alla luce i segreti di armadi e scrivanie chiuse a chiave, e non ebbe difficoltà
con quel semplice scrittoio realizzato da un falegname di campagna. Tolse in fretta il
secondo cassetto, augurandosi che suo zio non rientrasse proprio in quel momento, e si
trovò a contemplare dall’alto il contenuto del terzo.
Restò di sale.
Il terzo cassetto era occupato per intero dalle lettere, chiuse e sigillate, che lui aveva
scritto alla famiglia negli ultimi anni. C’era persino quella che aveva mandato con il
primo carico, poco dopo l’incontro con Fosco, dove avvisava suo padre di aver
rinunciato all’anello per farsi credere morto da Terrasecca, in modo che il notaio
lasciasse in pace loro. Mariano non ne aveva spedita neppure una. Ma gli aveva detto
di averlo fatto.
Leone cercò di trovare una spiegazione innocente. Non la trovò. Suo zio, il fratello
di suo padre, un sacerdote della chiesa di Cristo, aveva tradito la sua fiducia. E il
motivo di quel tradimento poteva essere solo qualcosa a cui Leone non riusciva
neppure a pensare.
Con un nodo di rabbia e paura che gli stringeva lo stomaco, prese il fascio di lettere
e uscì a grandi passi dalla canonica, senza preoccuparsi di chiudere la porta.
La donna a cui Mariano impartì l’estrema unzione era molto spaventata dal suo
imminente incontro con il Creatore, e ne aveva motivo. Aveva appena confessato di
aver avvelenato il marito con l’arsenico, sette anni prima, riuscendo a far passare
l’omicidio come morte per dissenteria. All’epoca a El Durazno non c’era ancora un
medico e così era andato tutto liscio: era rimasta vedova e un anno dopo aveva potuto
sposare il suo amante, il quale però era scomparso in breve dopo averla depredata di
buona parte dell’eredità del marito.
Mariano non la giudicò per il male fatto. Le disse che un pentimento sincero poteva
fare moltissimo per evitarle di finire all’inferno, le diede l’assoluzione e quando la
donna gli chiese di restare con lei fino alla fine, acconsentì. Accompagnare un’anima
durante il trapasso era più importante della cena e di tutti i doveri che l’aspettavano in
convento.
Le prese la mano e restò in silenzio. Il suo compito non era quello di chiacchierare
per distrarla da ciò che stava per succedere. Al contrario, era lì per dare alla morte la
maggiore attenzione possibile. La donna si rilassò e Mariano pensò che si fosse
addormentata, ma a un tratto disse, senza aprire gli occhi: «Lo stufato è pronto e i
biscotti stanno per uscire dal forno. Non vedono l’ora che io me ne vada».
Dalla strada infatti arrivava l’odore invitante di uno stufato di carne e fagioli, misto
a quello zuccherato dei biscotti di farina di mais. Erano le offerte che i vicini di casa si
apprestavano a portare per la veglia funebre. Anche i due figli della donna con le loro
mogli, così come i vicini, si stavano già preparando al passo successivo. Appena
Mariano fosse uscito dalla porta comunicando l’avvenuto decesso, il silenzio sarebbe
stato rotto da qualche pianto composto accompagnato da frasi di circostanza. Poi, con
rapidità ed efficienza, tutti si sarebbero mossi per adempiere ai rispettivi compiti. La
morta sarebbe stata lavata, vestita e pettinata. Sarebbero arrivati i vicini con offerte di
carne e fagioli, biscotti e formaggi di capra per la famiglia, le persone di casa
avrebbero preparato caffè e aguardiente in abbondanza, e avrebbe avuto inizio la veglia
che sarebbe durata fino al mattino. Era un rituale consolidato, quasi una specie di festa,
dove si ricordavano le buone qualità del defunto e si faceva in modo di non lasciare
soli i familiari con il morto in casa.
Tuttavia preparare cibi e bevande quando la persona in questione era ancora viva
sembrava a Mariano una scortesia imperdonabile nei confronti di chi stava per lasciarli
per sempre.
«Lasciamoli aspettare» replicò. «È Dio che decide, non i desideri degli uomini.»
La donna aprì la bocca per parlare a sua volta, ma non disse nulla e restò in ascolto,
con gli occhi spalancati. «È successo qualcosa» disse, perplessa. «Un problema.»
Mariano tese le orecchie a sua volta e udì l’eco di una discussione sulla porta di
casa. Poi ci fu un rumore di passi sul pavimento e un attimo dopo qualcuno spalancò la
porta senza bussare. Era il figlio maggiore della donna, un uomo grasso sulla trentina,
con la fronte bassa e le sopracciglia cespugliose. «Padre, c’è vostro nipote alla porta.
Insiste per vedervi.»
«Ora ho da fare» ribatté Mariano, brusco. «Ditegli di andare ad aspettarmi in
convento.» Stava per aggiungere “Non ci vorrà molto”, ma si trattenne in tempo.
«Ha detto che si tratta di qualcosa che non può attendere e minacciava di entrare con
la forza. Per questo ho deciso di venire a disturbarvi.»
Mariano si chiese cosa potesse essere accaduto per indurre Leone a un
comportamento così sconveniente. Si voltò verso la donna nel letto, ricevendone uno
sguardo impaurito.
«Andate pure, se proprio dovete, ma fate presto» disse, in un sussurro. «Nacho, resta
tu con me finché torna il padre, per favore. Non voglio rimanere sola.»
Mariano si alzò di scatto e uscì dalla stanza mentre il figlio della donna prendeva il
suo posto sulla sedia impagliata accanto al letto. Attraversò il soggiorno della casa
rivolgendo appena un cenno del capo alle persone sedute in silenzio intorno al tavolo, e
uscì nella strada quasi buia dal portoncino d’ingresso, che era stato lasciato aperto per
le visite.
Era irritato e intenzionato a rimproverare con durezza Leone per quella
intromissione in uno degli aspetti più sacri del suo lavoro di pastore di anime. Lo vide
in attesa a due passi dal muro, in piedi nella polvere della strada e si diresse verso di
lui.
«Cosa ti prende, per venire qui in questo modo?» lo apostrofò. Poi alla luce della
lanterna appesa sopra il portone, vide ciò che il nipote aveva in mano e gli si seccò la
gola.
«Ho trovato queste lettere nel vostro scrittoio» disse lui, con una calma innaturale.
«Sono tutte quelle che ho scritto da quando sono arrivato a El Durazno. Ancora chiuse e
mai spedite.»
Mariano non pensò neppure a mentire. Aveva già mentito fin troppo, era arrivato il
momento della verità. Ma si trattava di una faccenda delicata, che oltre a loro due
coinvolgeva un alto prelato della chiesa. Non poteva discuterne in mezzo alla strada.
«Ci sono troppe orecchie indiscrete, qui intorno» disse piano. «Ti spiegherò tutto
quando torno in convento, te lo prometto.»
«Io non ho nulla da nascondere e non mi interessa chi può ascoltarci» rispose Leone,
secco. «Voglio una spiegazione e la voglio adesso.»
Mariano si guardò intorno. Tra il portone aperto, le finestre aperte delle case vicine,
i due sgherri di Leone in attesa poco lontano e le persone che passavano a piedi o a
cavallo nella strada sterrata, la sua sarebbe stata una confessione pubblica. Forse fu
questo a dargli il coraggio di difendersi. Raccontò a Leone della chiamata ricevuta
alcuni anni prima, all’epoca della spedizione del primo carico d’argento,
dall’arcidiacono del vescovo di Guadalajara, e dell’ordine di padre Dirceu di
trasferire a lui il denaro che Leone era convinto di aver mandato in Italia.
«E poiché non mandavate l’argento non potevate mandare neppure le lettere dove io
ne parlavo.» Leone scosse la testa, diviso tra l’ira e il disprezzo. «Era quello che
sospettavo, ma dovevo sentirlo dalla vostra bocca per crederci. Avete tradito non solo
me, ma anche tutta la nostra famiglia, il vostro stesso fratello.»
«La miniera l’ho trovata io» replicò Mariano. «Il motivo principale per cui è
cominciata questa storia è che volevo fare del bene a questo villaggio. Non avrei mai
voluto scegliere tra El Durazno e la mia famiglia, ma quando sono stato costretto a farlo
non ho avuto dubbi.»
Leone alzò una mano e Mariano pensò che lo avrebbe schiaffeggiato. Si preparò a
incassare il colpo senza difendersi, guardandolo negli occhi. Ma il nipote abbassò la
mano e gli sputò sui sandali, un gesto di totale disprezzo che gli fece molto più male di
uno schiaffo. «Quello che state dicendo» disse Leone con una calma forzata, come se
lottasse per mantenere il controllo «è che i miei genitori e mia sorella si trovano nella
stessa miseria in cui li ho lasciati otto anni fa. Che probabilmente mi credono morto,
perché non hanno mai ricevuto neppure una delle mie lettere. Che per anni siete stato a
guardarmi lavorare come un mulo sapendo che non serviva a niente. Che avete tradito la
mia fiducia e l’accordo che avevamo stretto. E vi è sembrato che ne valesse la pena
perché altrimenti la vostra chiesa sarebbe passata ai francescani. È solo questo che
interessa a voi preti. Le vostre maledette chiese e il potere sulla gente.»
Il traffico nella strada si era interrotto. I passanti si erano fermati. Gli abitanti delle
case vicine avevano abbandonato la finzione e invece di origliare da dietro le imposte
si erano affacciati alle finestre per non perdere nemmeno una parola.
«Non osare parlare in questo modo!» tuonò Mariano. «È Cristo ad avere il potere
sulla gente, non la chiesa.»
Leone stavolta non si trattenne. Lo schiaffo violento fece girare di scatto la testa a
Mariano. Il nipote spalancò gli occhi, come sorpreso dall’enormità del proprio gesto.
Aveva schiaffeggiato un sacerdote. Poi, con lentezza deliberata, alzò di nuovo la mano
e lo schiaffeggiò di nuovo, sull’altra guancia.
«Sotto quel saio si nasconde un ipocrita che ha tradito la sua stessa famiglia» disse,
con un tono che penetrò come una lama nell’anima di Mariano. «Non venitemi a parlare
di Cristo. Da oggi non riceverete più la percentuale sulla produzione della miniera che
vi ho pagato finora, senza derubarvi neppure di un real. E non mi vedrete più nella
vostra chiesa.»
Gli gettò in faccia le lettere, che gli scivolarono addosso e caddero nella polvere.
Poi gli voltò le spalle e si avviò verso i suoi uomini. Mariano guardò a terra. I sigilli
rossi di ceralacca brillavano alla luce della lanterna sul portone come grosse gocce di
sangue. Si chinò, raccolse le lettere e le infilò in una tasca interna dell’abito, poi rientrò
in casa. Sfidò con lo sguardo le persone che erano tornate in fretta a raccogliersi
intorno al tavolo, come se non si fossero mai mosse di lì. Nessuno disse una parola.
Entrò nella stanza da letto e riprese il suo posto accanto alla donna, mentre il figlio
usciva in silenzio. Lei aveva il respiro affannato e gli occhi spalancati, ma lo sguardo
era vuoto come se non lo vedesse. Mariano le prese la mano e sussurrò: «Coraggio,
sono qua io».
Era quello il suo mestiere. Le scelte che aveva fatto erano coerenti con la sua
missione di pastore di anime. Aveva scelto il benessere di molti contro quello di pochi.
Aveva scelto di proteggere il suo gregge. «Allora perché provo solo vergogna,
Signore?» mormorò.
In un certo senso invidiava quella donna moribonda, che tra poco avrebbe avuto la
risposta a tutte le sue domande.
XXX

Mentre si preparava per la cena, Lisa de Gennaro in Mazzella era molto lontana
dall’essere felice, a meno che non si potesse definire felicità la sensazione che la vita
avesse smesso di caderle addosso con la forza di un torrente in piena. Conduceva
un’esistenza tranquilla e triste, in un vuoto di sentimenti da cui la salvava soltanto
l’amore per suo figlio Tonino, che ormai aveva quasi otto anni.
Lasciò che la fantesca l’aiutasse a stringere il corpetto, poi la mandò nell’altra
stanza a vestire Tonino, perché bisognava farsi trovare pronti all’arrivo di suo marito.
Quella mattina aveva mandato a dire che sarebbe venuto a cena con due amici.
Sembrava dovessero festeggiare un arresto importante che aveva fruttato loro una
gratifica.
Tra le tante cose che Lisa odiava del marito c’era anche il suo lavoro. Antonio
Mazzella era fiero del privilegio dei gabellieri di portare la spada al fianco e poter
effettuare arresti, e se ne serviva anche troppo spesso. Le carceri del Grande
Ammiraglio e quelle dell’arrendamento della farina erano piene di gente arrestata da lui
per piccole frodi.
La donna gli portò Tonino già pronto, con una camicia bianca di tela, un giubbetto di
velluto marrone senza maniche, calzoncini a sbuffo stretti al ginocchio da un fiocco,
calze di cotone e scarpe nere con la fibbia, una versione in piccolo di quelle che
portava Mazzella. Si vedeva che era a disagio così vestito a festa, ma si sforzava di non
mostrarlo. Lisa sentiva stringersi il cuore osservando il suo sguardo sempre velato da
un’ombra di tristezza. Tonino era un bel bambino sano e forte, aveva i capelli neri come
lei e gli occhi azzurri come il padre, ma in pratica non aveva una famiglia.
Suo marito aveva rispettato il patto e non gli aveva mai rivelato di non essere il suo
vero padre, ma lo aveva fatto solo perché così riusciva a farlo soffrire di più. Aveva
intuito il bisogno del piccolo di attaccarsi a una figura maschile, e non perdeva
occasione per mostrarsi profondamente deluso di qualsiasi cosa facesse. Una volta
Tonino gli aveva regalato una ghirlanda di fiori che aveva intrecciato con le sue mani.
Ci aveva messo ore a farla venire perfetta. Lui l’aveva guardata con un sorriso di
commiserazione, aveva scosso la testa e l’aveva gettata nel camino.
Tonino non poteva contare neppure sull’affetto dei nonni materni, perché il padre di
Lisa, manovrato dalla matrigna, non aveva mai voluto vederlo. La matrigna era
finalmente riuscita a dargli un figlio maschio che avrebbe ereditato tutto il patrimonio
dei de Gennaro e non voleva che un nipote illegittimo si intromettesse nei suoi piani.
In quanto ai nonni paterni, i genitori di Mazzella quando venivano in casa lo
trattavano come un rifiuto. Lisa era consapevole che il bambino aveva bisogno di altri
adulti da amare oltre lei, e due anni prima, spinta dalla disperazione, era stata sul punto
di fargli conoscere i suoi veri nonni. Gli avrebbe fatto giurare di mantenere il segreto e
gli avrebbe detto la verità, portandolo in visita dai Baiamonte mentre suo marito era al
lavoro. Era certa che loro lo avrebbero amato.
Ma il progetto era naufragato con la morte di Matilde.
La notizia non aveva fatto molto scalpore. Al contrario, era stata messa a tacere
quasi subito, ma Lisa lo aveva saputo da una conoscente comune. La donna le aveva
confidato a bassa voce che Matilde era andata a uccidersi in casa del notaio che li
aveva rovinati. Terrasecca a quanto sembrava aveva avuto una crisi di disperazione,
trovandola morta sopra il suo letto, cosa di cui nessuno aveva compreso il motivo, visto
che odiava i Baiamonte.
Si era addirittura accollato le spese della sepoltura, in una cripta della chiesa di
Sant’Agostino, dove era seppellito anche il padre di Angelo Baiamonte. Aveva anche
fatto in modo che la morte di Matilde fosse archiviata come un “incidente”. Altrimenti
il suo corpo rischiava di essere gettato nel fiume Sebeto dal ponte della Maddalena, o
in un altro dei vari luoghi dove finivano i suicidi e i giustiziati.
Dopo la morte della moglie, Angelo Baiamonte aveva quasi perso la ragione. Al
funerale si era messo a gridare in mezzo alla gente. Poi si era strappato di dosso il
farsetto e la camicia, gettandoli sopra la bara, e c’era voluto l’intervento di due preti
robusti per impedirgli di togliersi anche i calzoni. Ormai era un vecchio malato, e Lisa
temeva che se avesse saputo all’improvviso di avere un nipote avrebbe potuto morirne.
Inoltre, Tonino non aveva bisogno di altra tristezza. Di quella ne aveva già abbastanza
in casa. Perciò alla fine aveva lasciato perdere la sua idea e faceva l’impossibile per
bastare a suo figlio.
Sentì arrivare Antonio dalla strada, molto prima che chiamasse per farsi aprire il
portone, e capì che lui e i suoi amici avevano bevuto. Diede istruzioni precise alle due
fantesche, le mandò in cucina e andò ad accogliere gli ospiti sulla porta con Tonino.
Era decisa a fare di tutto perché il marito facesse bella figura, come si era
raccomandato. Altrimenti i giorni seguenti sarebbero stati un inferno.
Diede loro il benvenuto, prese i cappelli e li sistemò sui ganci appositi. Poi li fece
accomodare a tavola, fingendo di non accorgersi di come Antonio ignorava suo figlio, il
quale in cambio dei suoi sorrisi rimediò solo una carezza sui capelli da uno degli
ospiti.
Come portata principale aveva fatto preparare la “minestra maritata”, il piatto
preferito di Antonio. Era uno stufato di carni e verdure miste, con pollo, vitello,
salsicce, cavoli, verze, bietole, scarola e carote. Quando fu servito in tavola riscosse i
rumorosi apprezzamenti degli ospiti e finalmente un sorriso da suo marito. Lisa
cominciò a rilassarsi.
Festeggiavano l’arresto di una certa Bernardina, moglie di Tommaso d’Amalfi detto
Masaniello, un importante capo dei lazzari da tempo inviso alle autorità. La donna con
due amiche aveva cercato di introdurre in città un sacco di farina senza pagare la
gabella, nascondendolo sotto la veste e fingendosi incinta. Girolamo Letizia, il capo dei
gabellieri della farina, quando aveva saputo chi era la donna l’aveva gettata in una cella
nelle carceri dell’arrendamento, più dure di quelle del Grande Ammiraglio, dove erano
finite le amiche. E aveva dato una gratifica ai tre che avevano effettuato l’arresto.
«Questa resta dentro per parecchio tempo» aveva detto. «Così Masaniello capisce che
è meglio se non crea altri fastidi.» Per liberarla avevano fissato una multa di cento
scudi, una somma enorme che il marito non sarebbe mai stato in grado di pagare.
«Io non so che vogliono, tutti ’sti rompicoglioni che si lamentano delle gabelle»
disse Mazzella, grattandosi il cranio rasato con l’unghia dell’indice. «Ora pure il
popolo grasso comincia a mugugnare.»
A Napoli si chiamava popolo grasso la parte di società composta da funzionari,
artigiani, negozianti e lavoratori in proprio di vario genere, in contrasto con il “popolo
minuto”, che comprendeva le classi più povere. Naturalmente si lamentavano di cose
diverse: i borghesi di non riuscire più a risparmiare abbastanza per assicurare ai loro
figli un livello di vita migliore, i lavoratori più umili di non riuscire più a dare ai figli
almeno un pasto al giorno. Lisa ormai sentiva le proteste anche nell’edificio in cui
abitava. Per via del lavoro del marito non era riuscita a fare amicizia con le mogli degli
altri inquilini. Neppure Tonino era amato dagli altri bambini, ma lo lasciavano in pace,
dopo che una volta lo avevano aggredito in cortile strillandogli “affamatore” e lui ne
aveva gettati a terra due a calci e pugni. A Lisa dispiaceva che non avesse amici, ma
almeno non era una vittima.
«Voi che ne pensate, signora?» chiese il gabelliere seduto alla sua sinistra, un
grassone con il sedere che debordava dalla sedia e i capelli biondicci. «Nel ’37 c’è
stato l’assedio di Breda, due anni fa la sconfitta a Rocroi, ora i francesi premono per
togliere alla Spagna i presidi in Toscana e il ducato di Milano. Per sostenere le guerre
ci vogliono soldi. E il Regno di Napoli è governato dalla Spagna. Se chiedono soldi
bisogna darglieli. Perciò le gabelle vanno pagate e basta, senza sotterfugi.»
Non era costume chiedere un’opinione alle donne su argomenti del genere, e infatti il
gabelliere non voleva sentire quella di Lisa. Voleva solo mostrare di essere ben
informato e meno ignorante dei suoi colleghi. Durante la cena aveva colto ogni
occasione per parlare dei documenti che aveva letto e firmato, vantandosi di saper
leggere e scrivere. Lisa era preoccupata dal fatto che Tonino fissava Mazzella con uno
sguardo diverso dal solito negli occhi azzurri. Uno sguardo che non implorava un
sorriso o un po’ d’attenzione, ma sembrava carico di rancore. Per questo le venne fuori
ciò che pensava.
«Avete ragione, naturalmente» disse. «Il fatto è che la gente vede gli arrendatori
arricchirsi e mastica amaro.»
La pratica degli “arrendamenti” era la più odiata di tutte dal popolo. Il governo
appaltava a nobili o mercanti la riscossione di dazi e gabelle. In cambio, gli arrendatori
trattenevano una parte dei proventi derivanti dalle esazioni. Poiché se cresceva il
numero delle gabelle cresceva anche il guadagno degli appaltatori, avevano tutto
l’interesse a inventarne sempre di nuove. C’erano imposte da pagare sul sale, sulla
farina, sul pane, sul pesce, sulle olive, sulle sarde salate, sulle cipolle, sull’aglio, sulla
legna da ardere, sulla barca, sulla rete, sull’amo da pesca... praticamente su tutto.
«Dimenticavo che tua moglie è una signora e ne sa più di noi» commentò il
gabelliere rivolgendosi a suo marito, senza neppure guardarla in faccia.
Antonio Mazzella fece un sorriso finto sotto i baffoni ormai più bianchi che grigi.
Adesso avrebbe dovuto dimostrare di avere il comando, altrimenti i suoi amici lo
avrebbero preso in giro. «Lisa, vai in cucina a finire la cena con le serve» disse, con
uno sguardo che prometteva schiaffi. «Gli arrendatori pagano lo stipendio a me e ai
miei colleghi. In casa mia non si parla male di loro.»
Lisa chinò la testa in segno di obbedienza e si alzò, prendendo per mano Tonino.
«Lui lascialo qui» disse Mazzella, brusco. «Deve cominciare a sentire discorsi da
uomini, se no diventa un femminiello. Sta troppo attaccato alle tue sottane.»
«A proposito di sottane» disse l’altro gabelliere, un uomo bruno dai baffi sottili e i
lineamenti quasi da arabo. «Avete visto che faccia ha fatto Bernardina, quando le ho
chiesto di farmi toccare la pancia?»
«Faceva la santa, quando tutti sanno che è una puttana» rise il grassone. «Se la
scopano tutti gli amici di Masaniello e lui non dice niente.»
Lisa non voleva che Tonino sentisse quei discorsi, ma non poteva disobbedire in
pubblico al marito. Lasciò la mano del figlio e si diresse in cucina.
«Io non sono un femminiello, papà» protestò il piccolo, con veemenza. «Da grande
voglio portare la spada come te.»
I due amici di Mazzella risero e Lisa non udì la risposta del marito, sempre che si
fosse degnato di rispondere.
La situazione economica di Concetta Baiamonte era finalmente migliorata, negli
ultimi due anni, ma non tanto da consentirle di regalare denaro a qualcuno. Eppure non
solo partecipò alla raccolta di fondi per far uscire dal carcere la moglie di Masaniello,
ma per farlo andò a impegnare uno dei suoi vestiti più belli.
Era venuta nel vicolo, dove ormai non abitava più, per accudire suo padre, che non
era in grado di badare a se stesso. Concetta pagava una donna del vicinato per fargli da
mangiare, lavargli i vestiti e vuotare la latrina, che si intasava spesso, perché le fogne
c’erano ma non erano adeguate all’enorme aumento della popolazione. Si fermò
sorpresa a osservare il gran movimento che c’era nella casa all’angolo, dove abitavano
i d’Amalfi.
Due uomini appartenenti alla corporazione dei facchini, con l’uncino di ferro appeso
alla fascia blu che portavano in cintura, scesero le scale con una cassapanca di legno
sulle spalle. Un capolazzaro dal berretto bianco con i capelli rasati sopra le orecchie e
la fronte uscì trasportando un materasso imbottito di foglie di granturco. Mercanti,
artigiani e altre persone ben vestite salivano recando borse di denaro che di certo non
servivano a comprare un “cuoppo”, un cartoccio di pesce. Se fosse stata quella la loro
intenzione, avrebbero potuto acquistare il pesce alla bancarella che Masaniello teneva
in piazza del Mercato o addirittura farselo portare a casa, servizio che il pescivendolo
faceva spesso e volentieri, perché in quel modo evitava di pagare la gabella.
Concetta vide salire persino un avvocato, un giovane che poteva avere due o tre anni
più di lei, con gli occhi chiari e lunghi capelli castani legati da un nastro sotto il
cappello. La sua professione era evidente per via del vestito nero con la “goligia”, il
colletto bianco dalle punte rivolte verso l’alto.
Domandò se i d’Amalfi stavano traslocando. Un ragazzo le disse dell’arresto di
Bernardina e della multa enorme fissata dai gabellieri per farla uscire dal carcere.
Masaniello stava vendendo tutto ciò che aveva per racimolare i cento scudi, e aveva
chiesto aiuto ad amici, parenti e conoscenti. Bernardina era già in carcere da cinque
giorni, e mancavano ancora venti scudi per raggiungere la cifra richiesta.
Concetta fino a quel momento aveva fatto in modo di mantenere la conoscenza con i
d’Amalfi al livello più superficiale possibile. Un saluto frettoloso quando li incrociava
nel vicolo, a volte un commento sui prezzi che continuavano a salire seguito da
un’invocazione alla Madonna, con un sospiro e gli occhi rivolti al cielo. Niente di più.
Era intenzionata a risalire la scala sociale, e non intendeva coltivare l’amicizia di
una famiglia che viveva di piccolo contrabbando, furti e prostituzione.
Ma la totale dedizione con la quale Masaniello si privava senza un rimpianto di quel
poco che possedeva e si indebitava per gli anni a venire pur di liberare la moglie dalla
prigione, penetrò come una lama la corazza fredda che da tempo le avvolgeva il cuore,
rendendola incapace di provare qualsiasi sentimento che non fosse l’odio.
Tornò nel suo appartamento dietro il largo del Mercatello con addosso un’agitazione
strana. Quel pomeriggio accolse tiepidamente Hans Hofer, il tenente della guardia
alemanna che le pagava l’affitto e le forniva il denaro per vivere e per provvedere a
suo padre. Sapeva di doversi mostrare affettuosa e innamorata, ma non ci riuscì.
Quando Hans andò via per tornare al palazzo del viceré era quasi sera. Senza pensare a
ciò che faceva, Concetta prese il suo vestito più bello, quello di broccato rosso che
indossava alla festa per i suoi diciassette anni, in una vita che ormai possedeva i
contorni confusi di un sogno, e andò a impegnarlo al Monte di Pietà ricavandone cinque
scudi.
Arrivò al Vico Rotto quando il sole era già tramontato e il cielo era di un blu scuro
che presto sarebbe diventato nero. Salì con il cuore in gola le scale della casa di
Masaniello, ora tranquilla e silenziosa, ed entrò nella stanza vuota senza più letto,
tavolo e sedie. Masaniello e la madre Antonia erano seduti sul pavimento accanto al
camino spento. La sorella Grazia canticchiava nell’altra stanza e l’avvocato che
Concetta aveva visto quella mattina era affacciato al balcone e guardava con aria
pensosa verso la chiesa di Sant’Eligio, dalla parte opposta della piazza del Mercato.
Fu lui a rivolgerle la parola per primo, con uno sgarbato: «Che volete?».
Concetta lo ignorò, si avvicinò a Masaniello e gli mise in mano il borsellino in pelle
di capretto contenente il denaro. «Per vostra moglie» disse.
Lui aprì la borsa, contò il denaro, poi tornò ad alzare gli occhi su di lei. «Come
sapevate che mancavano cinque scudi?» chiese. «Noi l’abbiamo scoperto poco fa,
quando abbiamo contato i soldi.»
«Non lo sapevo» rispose Concetta. «È la cifra che mi hanno dato al Monte di Pietà
per il vestito che ho impegnato.»
«Marco, hai visto che la Madonna mi ha fatto la grazia?» disse Masaniello, rivolto
all’avvocato. «E tu che non ci credevi. Giusto i soldi che mancavano.» Poi tornò a
guardare lei. «Grazie, donna Concetta, ve lo dico dal profondo del cuore.» Toccò lo
scapolare che portava appeso al collo. «La Madonna del Carmine mi è testimone: un
giorno vi regalerò un vestito ancora più bello di quello che avete impegnato per salvare
Bernardina.»
Era un povero pescivendolo che non possedeva più neanche una sedia o un
pagliericcio, eppure parlò con tanta convinzione che Concetta gli credette. «Non è
necessario, state tranquillo» disse. «È stato un piacere poter fare qualcosa di utile,
almeno una volta nella vita.»
Si voltò e uscì in fretta perché non vedessero che stava piangendo. Non erano
lacrime di dolore, e neppure di gioia. Era solo qualcosa di duro che si scioglieva, come
ghiaccio che diventa acqua. L’ultima volta che aveva pianto era stato quando era morta
sua madre.
All’inizio credeva che fosse stato Terrasecca a ucciderla. Ma dopo averlo visto
aveva cambiato idea. Non solo perché lui era in grado di provare che si trovava ancora
dal medico quando Matilde si era tagliata la gola sul suo letto. Quello che l’aveva
convinta era stata la faccia dell’usuraio. Il loro nemico implacabile sembrava
invecchiato di dieci anni in un giorno, distrutto da un dolore straziante. Il dolore che si
prova nel perdere chi si ama. Concetta aveva compreso che un legame profondo univa
Matilde e il notaio, e si era sentita scuotere da un brivido. La sola idea di sua madre in
atteggiamenti amorosi con quel mostro la rivoltava.
Terrasecca non aveva dato seguito alla minaccia di denunciarla per aver tentato di
ucciderlo e da allora li aveva lasciati in pace. Erano passati due anni e non si era più
fatto vedere o sentire. Finalmente sembrava si fosse dimenticato di loro.
Concetta invece non dimenticava. Come avrebbe potuto? Sua madre era morta, suo
padre era un vecchio infermo che si teneva attaccato alla vita solo per la speranza di
rivedere un giorno Leone. E lei era diventata una mantenuta, senza più nessuna speranza
di trovare un marito e formare una famiglia.
Tutto per colpa di Terrasecca. Il suo maggiore rimpianto era quello di non essere
riuscita ad ammazzarlo quando ci aveva provato. Voleva vederlo morto, era un
pensiero che la ossessionava.
Per quel motivo, a causa di quell’odio che le serrava il cuore, non piangeva più.
Fino a quel momento. In piazza del Mercato noleggiò una portantina, chiuse le tende e
pianse per tutta la strada fino a casa.
XXXI

Socorro non stava nella pelle, mentre attraversava il mercato di Charcas, diretta verso
l’emporio principale della cittadina. Per dare meno nell’occhio aveva preferito andare
a piedi, vestita in modo poco appariscente: una semplice gonna di cotone color prugna
lunga fino a coprire le scarpe, corpetto abbinato e sbuffi di trine che uscivano dal
colletto e dalle maniche attillate. Se avesse potuto sarebbe uscita sola, ma non voleva
dare scandalo. Perciò si era portata dietro un servitore, armato di parasole per tenerla
all’ombra. Tra i banchi di merci divisi in corsie a seconda dei prodotti, giravano
diverse signore borghesi come lei, tutte accompagnate da servitori e schiavi negri di
entrambi i sessi. La maggior parte appartenevano alle caste dei mestizo e dei castizo,
con i capelli neri e la pelle di varie sfumature di bruno. C’erano anche spagnole dalla
pelle bianchissima, ma quasi nessuna aveva i capelli biondi come i suoi. Per questo
Socorro li aveva coperti con un ampio cappello. Era il massimo che poteva fare per
passare inosservata.
Ciò nonostante, e anche se mancava da Charcas da ormai quasi quattro anni, fu
subito riconosciuta da alcuni funzionari governativi, che si tolsero il cappello al suo
passaggio tra i banchi di frutta e verdura e le rivolsero saluti e qualche parola di
circostanza. Le loro mogli invece la sottoposero a un interrogatorio approfondito,
condito da sorrisi falsi come monete di stagno. Una in particolare, una matrona
quarantenne che in quel clima ardente si ostinava a portare enormi gonne con il
guardinfante, gorgiere e bustini con le stecche di osso di balena, la intercettò
all’incrocio tra il settore della frutta e quello dei tessuti e volle sapere tutto. Davanti a
un banco pieno di mamey dalla polpa arancione, guayaba gialle o verdastre dal
profumo penetrante, avocado dalla scura buccia grinzosa e dalla polpa verde, Socorro
fu costretta a riassumere la sua vita degli ultimi anni.
Non intendeva vantarsi di essere andata finalmente a vivere in una vera città, ma era
ciò che pensava, e traspariva dalle sue parole. Quando disse di essere tornata a
Charcas per controllare in quali condizioni fossero la casa e le terre, che suo marito
aveva lasciato nelle mani di un intendente, non si trattenne dall’aggiungere che forse
sarebbe restata qualche giorno in più del previsto perché sentiva che la tranquillità
della campagna le faceva bene.
A quel commento la matrona, declassata al rango di campagnola come la cittadina in
cui viveva, la salutò in fretta e si allontanò con il suo codazzo di servi. Era quello che
Socorro voleva. In realtà non le importava nulla della casa e delle terre di Charcas. Era
tornata per godersi da vicino la vittoria su Leone, che sarebbe avvenuta proprio quel
giorno.
Per non essere egoista aveva avvertito anche Iñaki, il quale a causa del suo carattere
nel frattempo era riuscito a farsi mandare via anche da Fernando. Ora faceva il
falegname ambulante, accontentandosi degli scarsi lavori che gli commissionavano i
proprietari terrieri della zona. Appena aveva saputo la notizia era partito verso il picco
del Zopilote per unirsi ai banditi.
«Io so dove Leone nasconde l’argento» aveva detto. «E ho costruito abbastanza
forzieri da sapere come aprirli. È un’informazione che farà risparmiare loro parecchio
tempo, e vale una buona ricompensa.»
Socorro naturalmente aveva pensato di approfittare del proprio ritorno per rivedere
Fernando. Era per incontrare lui che era uscita, ma le chiacchiere al mercato le avevano
preso più tempo di quanto credesse. Fernando non amava aspettare e doveva essersi già
innervosito per il suo ritardo, anche se con i suoi modi impeccabili non glielo avrebbe
mai fatto notare.
Non lo vedeva da tre mesi e avrebbe voluto invitarlo a casa, dove avrebbero potuto
prendersela comoda. Ma tutti sapevano che Porfirio e i bambini erano rimasti a San
Luis. Anche un breve appuntamento pomeridiano sarebbe stato notato e avrebbe dato
adito a pettegolezzi malevoli. Socorro era riuscita per anni a tenere nascosta la loro
relazione e non voleva rovinare tutto per un’imprudenza proprio adesso. Porfirio e la
moglie di Fernando non dovevano neppure sospettare che tra loro due ci fosse qualcosa
di più di una conoscenza superficiale. Per questo lui le aveva dato appuntamento
nell’emporio più grande della città, il cui proprietario era suo amico da più di
trent’anni e avrebbe prestato loro una stanza sul retro per un’oretta.
Era un sistema sicuro, che avevano già utilizzato altre volte in passato. A Socorro
piaceva, dava ai loro incontri un sapore equivoco che la eccitava. Quel giorno tuttavia
non si sentiva padrona dei propri sentimenti. L’idea di fare l’amore con Fernando
mentre si compiva la sua vendetta le trasmetteva una strana inquietudine. Aveva voglia
di ridere e piangere allo stesso tempo. Le dispiaceva che si fosse dovuti arrivare a
tanto, ma era in gioco l’avvenire dei suoi figli. E Leone doveva pagare per come
l’aveva raggirata, facendo intervenire il vescovo in un affare privato. “In una lotta senza
esclusione di colpi,” pensò “vince chi vibra il colpo finale.”
Finalmente arrivò all’emporio, una costruzione a due piani con un portico in legno
sul davanti e un’area per il carico e lo scarico delle merci sul retro, all’inizio della
strada larga e fangosa che si apriva all’uscita del mercato.
Ai pali del portico erano legati tre cavalli e più avanti stazionava una carrozza, che
indicava la probabile presenza di una donna all’interno. Il cavallo di Fernando, invece,
era legato davanti alla taverna dall’altro lato della strada, per non sollevare sospetti.
Socorro disse al suo servitore di chiudere il parasole e di andare a casa a prendere
la carrozza o un calesse. «Ne avrò bisogno per trasportare le compere. Fermati pure a
bere un’agua de frutas da qualche parte, se vuoi, ma quando esco voglio trovarti qui.
Bada di non tardare.»
«Non tarderò, padrona, state tranquilla. Sarò qui tra un quarto d’ora al massimo e vi
aspetterò per tutto il tempo necessario.»
Socorro sapeva che sarebbe andato a bere pulque o mezcal in qualcuno dei luridi
buchi riservati alla gente della sua classe, altro che acqua aromatizzata alla frutta. Ma
per lei andava bene, bastava solo che eseguisse gli ordini. Lo congedò con un’ultima
raccomandazione sulla puntualità, poi spinse la porta ed entrò nel negozio.
Non era usuale né ben visto che una dama andasse a fare compere senza essere
accompagnata, ma l’emporio di don Rigoberto Mendes rappresentava un’eccezione. La
varietà di merci e tessuti presenti nel negozio era tale da spazientire qualsiasi marito,
perciò capitava spesso che le mogli vi andassero sole. Don Rigoberto aveva
predisposto persino un’area al centro dell’emporio dove le signore potevano sedersi a
bere una tazza di cioccolata o un succo di frutta addolcito con zucchero di canna. Se
c’era un posto in città dove una donna poteva entrare senza prestare il fianco alle
maldicenze, era quello.
All’interno, la bottega era ampia e ben illuminata. Le merci erano disposte in
scaffali ordinati. Più che un negozio, sembrava quasi un piccolo mercato al coperto.
Socorro salutò il proprietario, un uomo basso in farsetto giallo, calze di seta e corti
capelli grigi. Poi finse di interessarsi alle merci girovagando tra gli scaffali. Un uomo
che lei non conosceva stava trattando con don Rigoberto l’acquisto di alcune bottiglie
di vetro. Altri due attendevano il proprio turno e l’unica donna, accompagnata da un
servitore e da una fantesca, stava esaminando una fila di balle di lana e si chiedeva ad
alta voce quanta ce ne sarebbe voluta per imbottire due materassi.
Nessuno badava a lei. Quando fu vicina alla porta che immetteva sul retro, Socorro
l’aprì e scivolò dall’altra parte in un batter d’occhio. Attraversò il magazzino, dove la
polvere danzava tra i raggi di sole che entravano dalle piccole finestre e bussò piano
alla porta che già conosceva. Fernando aprì immediatamente. Sorriso aperto, capelli e
baffi bianchi tagliati corti. A parte gli stivaloni di un bel marrone chiaro era vestito
interamente di nero, un colore che se da un lato lo faceva apparire un po’ troppo magro,
dall’altro creava un bel contrasto con la sua carnagione pallida. Spada e cappello erano
appesi a un grosso gancio che sporgeva dal muro.
La tirò dentro e la strinse tra le braccia forti, baciandola con passione. Socorro
amava la sua irruenza. Rispose al bacio senza riserve, mentre il cappello cadeva sul
pavimento e i ganci del vestito cedevano uno dopo l’altro sotto le mani esperte del suo
amante.
«Faccio da sola» mormorò dopo quel lungo bacio. «Non vorrei dover uscire con il
vestito strappato, sarebbe molto sconveniente.»
Fernando sorrise, sapendo cosa sarebbe seguito. Si sedette su un vecchio divano a
due posti rivestito in tessuto rosa, ancora con il respiro grosso, e la osservò mentre
finiva di spogliarsi. Socorro sapeva quanto gli piacesse guardarla in quei momenti e
fece durare a lungo lo spettacolo. I suoi sguardi le bruciavano addosso come fuoco,
soprattutto quando gli dava le spalle, chinandosi per piegare e riporre ciascun capo sul
tavolino sotto la stretta finestra. Cominciò sganciando il colletto, i polsini e le maniche.
Poi portò le braccia bianche e nude dietro la schiena e finì di sganciare il corpetto, già
allentato da Fernando. Con una serie di movimenti studiati quasi come una danza,
seguirono la gonna, la camicetta, il busto, le calze, le scarpe. Sciogliendo un fiocco alla
volta si sfilò lentamente le mutande lunghe fino ai polpacci. Da ultimo si sciolse i
capelli, che le ricaddero sulle spalle. Restò nuda davanti a lui, che invece era ancora
vestito, e gli si avvicinò con un sorriso malizioso.
«Oggi è un giorno importante» gli sussurrò mordicchiandogli un orecchio. «Sono
così felice di poter celebrare la vittoria con te.»
«Quale vittoria?» chiese Fernando, tirandosela addosso e cominciando ad
accarezzarla. «Raccontami tutto.»
Lei non si fece pregare. Con la testa poggiata sulla sua spalla lo mise al corrente del
piano, ma si accorse subito, dall’irrigidirsi del suo corpo, che stava reagendo nel modo
sbagliato. Sollevò la testa, lo guardò in faccia e vi lesse uno stupore venato di orrore.
Era la stessa reazione che aveva avuto Porfirio e questo la deluse. Aveva sempre
pensato che Fernando fosse diverso.
«È stato Porfirio ad architettare tutto questo?» chiese lui. Dalla sua voce era svanita
ogni traccia di eccitazione. «Non riesco a crederci.»
Socorro capì subito il senso nascosto di quella domanda. Fernando desiderava che
scaricasse ogni responsabilità sulle spalle del marito, in modo da poterla assolvere. Ma
lei non aveva bisogno dell’assoluzione di nessuno. Era dalla parte della ragione.
«Fai bene a non crederci» ribatté, con fierezza. «Sono stata io.»
Suo marito prima l’aveva trattata da pazza, poi si era fatto il segno della croce e
infine come sempre aveva ceduto, occupandosi di proporre l’accordo a Juan Moreno e
di favorire la sua fuga. Durante un trasferimento del prigioniero dal carcere agli uffici
governativi per un interrogatorio, le guardie della scorta erano state attaccate e il
bandito era fuggito a cavallo con i suoi complici.
Fernando non disse nulla, e continuò a fissarla con quello sguardo strano, come se la
donna che aveva davanti non fosse quella che pensava di conoscere.
«Cosa c’è?» chiese Socorro, sentendo montare la rabbia. «Anche tu ti commuovi per
il destino di quel bastardo? La prima volta che abbiamo fatto l’amore eri disposto a
ucciderlo per me.»
«Allora sapevo solo che ti aveva offeso e volevo difendere il tuo onore» rispose lui.
«Non merita di morire solo perché tu vuoi impossessarti della sua miniera.»
Socorro voltò la testa di scatto, come se lui l’avesse schiaffeggiata. «Non ho
ordinato il suo assassinio, come sembri credere» rispose, sprezzante. «Anzi, mio marito
ha detto a quel bandito di evitare il più possibile le perdite di vite umane. Deve solo
entrare al galoppo con la sua banda nella spianata della miniera, assaltare la casa di
Leone e portare via tutto l’argento che trova. A noi basta questo. Leone non potrà
saldare il suo debito e la miniera sarà nostra.»
Fernando scosse la testa. «E credi che lui resterà a guardare? Sarà una strage.»
«Una strage?» Socorro era allibita dalla stupidità degli uomini. Tanta boria quando
parlavano di guerre, battaglie e duelli, ma cuori teneri quando si trattava di passare
all’azione. «L’attacco avverrà nelle prime ore del pomeriggio, con il sole alto. Quasi
tutti i minatori saranno dentro la miniera e le loro famiglie si chiuderanno in casa
appena sentiranno il primo colpo di pistola. Se Leone e i suoi mercenari si opporranno
forse saranno uccisi, ma l’avranno voluto loro. Se invece fuggiranno, non morirà
nessuno.»
«Socorro» disse lui, alzandosi in piedi. «Dio sa quanto ti amo, ma se lascio
accadere una cosa del genere senza fare nulla per impedirla, ne porterò il rimorso per
tutta la vita. Non ti accuserò, dirò solo che sono venuto a sapere dell’attacco. Se i
banditi li troveranno schierati e pronti alla difesa forse desisteranno.»
«Non puoi farmi questo!» gridò lei, spalancando gli occhi. Non se lo aspettava. Non
da lui. «Non puoi rovinare tutto proprio adesso!» Gli si aggrappò addosso, nuda,
cercando di trattenerlo. «Da Porfirio mi aspettavo che si comportasse da pavido, ma tu
sei stato in guerra!»
«Proprio perché conosco la guerra» disse lui, grave «so che le cose non andranno
come credi tu. Moriranno donne, bambini, uomini innocenti. Devo cercare di evitarlo.
Sono certo che un giorno mi ringrazierai di averlo fatto.»
Afferrò spada e cappello e uscì a lunghi passi dalla stanza. Socorro era come
istupidita dal dolore e dalla rabbia. Si sedette sul letto, si alzò, si risedette. Aveva
perso di nuovo. Leone sembrava protetto da Satana in persona.
«No!» esclamò nella stanza vuota. «Non lascerò che vinca lui.»
Era stata tradita dall’uomo di cui si fidava di più al mondo. Non avrebbe mai più
commesso lo stesso errore in futuro, ma adesso c’era una sola cosa da fare. Inseguire
Fernando e fermarlo, a qualsiasi costo.
Si rivestì in fretta e furia, raccolse i capelli in cima alla testa con due forcine e li
coprì con il cappello. Non era il momento di perdere tempo a pettinarsi. Uscì dalla
stanza, andò alla porta che immetteva nel negozio e la superò cercando di non mostrarsi
alterata. Il proprietario, che aveva visto uscire Fernando poco prima, avrebbe
immaginato che avevano litigato, ma gli altri clienti non dovevano sospettare nulla. Le
persone presenti quando era entrata erano andate via. Don Rigoberto era intento a
chiacchierare con due donne che Socorro conosceva, alle quali stava servendo tazze di
cioccolata nel salottino centrale. Le donne la videro e si prepararono a salutarla, ma
Socorro voltò le spalle ai loro sorrisi e uscì dal negozio. Pensassero quello che
volevano, non aveva tempo da perdere. Vide con sollievo il servitore che l’attendeva in
piedi davanti al portico.
Per fortuna aveva preso il calesse scoperto a due cavalli. Con le sue quattro ruote, le
posteriori grandi e le anteriori più piccole, non era il veicolo adatto per le disagevoli
piste di montagna che conducevano alla miniera, ma almeno era veloce. Se avesse
scelto la carrozza, non avrebbero avuto speranze di raggiungere Fernando.
Socorro sapeva come trattare i servi quando voleva che ubbidissero senza fare
domande. Mentre l’uomo l’aiutava a salire sul predellino, gli disse: «C’è un real per te
se farai quello che ti dico e terrai la bocca chiusa».
«Comandate, padrona» fu la sua risposta. «Non c’è quasi nulla che non farei per un
pezzo d’argento.»
«Andiamo verso El Zopilote. Alla massima velocità. È una questione di vita o di
morte.»
Erano trascorse due settimane da quando Leone aveva scoperto la verità sull’argento
spedito a Napoli. Settimane in cui aveva fatto fatica a seguire i lavori della miniera.
Ciò che era successo tra lui e suo zio era ormai di dominio pubblico. Ne esistevano
varie versioni, più o meno ricche di particolari inventati. Tomás gli aveva riferito che
Mariano si era inflitto una penitenza pubblica: da tre giorni era inginocchiato in chiesa
davanti all’altare, a testa china, senza mangiare e senza bere. Le funzioni erano
celebrate da un altro sacerdote e non erano mai state tanto affollate come in quel
periodo. L’opinione prevalente, a El Durazno, era che Mariano non fosse colpevole,
perché aveva fatto solo ciò che gli era stato ordinato da un superiore. Quindi era
necessario che Leone si recasse da lui a chiedergli perdono, per convincerlo a porre
fine alla sua penitenza prima che morisse di fame e di sete.
Leone era tormentato da molte cose in quei giorni, ma la preoccupazione per la
salute dello zio non era tra quelle. In ogni modo era certo che avrebbe ricominciato
presto a mangiare e a bere. Ci avrebbe pensato il suo gregge a convincerlo.
Quello che stava cercando di decidere era cosa doveva fare. Entro la fine del mese
avrebbe pagato l’ultima rata del debito che aveva con don Porfirio Nuñez e la miniera
sarebbe stata sua. A quel punto, aveva senso ripartire ancora una volta da zero e riunire
altri forzieri d’argento da mandare a Napoli? E chi avrebbe accompagnato i carichi?
Dopo essere stato tradito da Mariano, ora si fidava solo di se stesso. Ma anche se si
fosse assunto il rischio di tornare a Napoli, dove sulla sua testa pendeva sempre
un’accusa di omicidio, a chi avrebbe affidato la miniera durante la sua assenza?
Più passavano i giorni, più dentro di lui prendeva corpo l’idea di riunire la maggior
quantità di denaro possibile, vendere la miniera e tornare a Napoli con Marimar una
volta per tutte. Doveva sapere cosa era successo ai suoi familiari. Forse Terrasecca era
morto e loro si erano risollevati dall’abisso di povertà in cui il notaio li aveva gettati.
O forse erano loro a essere tutti morti, schiacciati da una vita di stenti. Oppure
sopravvivevano in condizioni miserabili, dimenticati da amici e parenti. Sperava che
Concetta fosse riuscita a trovare un marito anche senza il suo argento. Tutto ciò che
aveva fatto non aveva avuto nessun senso. Aveva abbandonato la sua famiglia e la
donna che amava, aveva faticato come un mulo, e non aveva ottenuto nulla.
Alla fine decise che vendere era l’unica cosa da fare. Vendere tutto e tornare in
patria con sua figlia.
Non ne aveva ancora parlato con nessuno, ma il bisnonno di Marimar lo guardava
come se sapesse esattamente cosa gli passava per la testa. Era arrivato quella mattina
presto, poco dopo l’alba, il che significava che era partito da casa sua in piena notte.
Quando Leone gli aveva chiesto il motivo di quella visita improvvisa gli aveva risposto
che non lo sapeva. «Sentivo che dovevo venire e sono venuto» aveva risposto. «Tutto
qui.» Aveva consumato una frugale colazione, si era sistemato nel patio con il suo
petate e si era messo a giocare con la nipote, insegnandole alcune filastrocche indigene.
Leone aveva imparato da tempo che il vecchio diceva solo quello che voleva dire, mai
una parola di più.
Decise che era arrivato il momento di comunicare a Tomás la sua decisione:
bisognava cominciare a spargere la voce che la miniera era in vendita. Diede un bacio
a Marimar, le raccomandò di comportarsi bene e uscì di casa, scendendo verso la
spianata. Doveva attraversarla in diagonale per arrivare a casa di Tomás, ma era
appena arrivato all’altezza del mulino quando un uomo a cavallo entrò al galoppo nel
villaggio.
Una fretta simile gli sarebbe sembrata strana in chiunque, ma quando il cavaliere si
fermò e Leone riconobbe don Fernando Pérez, corse subito da lui. Era evidente che
l’hacendado aveva da dire qualcosa di urgente.
«Il villaggio sta per essere attaccato dai banditi!» gridò don Fernando, ancora prima
che lo raggiungesse. «Dovete organizzare subito la difesa. Non c’è un minuto da
perdere.»
«Banditi?» disse Leone. «Che io sappia qua intorno ci sono dei rapinatori che
agiscono da soli o in gruppetti di due o tre. Nessuno di loro oserebbe attaccarci.»
«È gente di fuori, una banda di trenta o quaranta uomini» insisté don Fernando,
scendendo da cavallo. «Il loro capo si chiama Juan Moreno.»
Sentendo quel nome, Leone strinse le labbra. «Mio Dio» fu il suo unico commento.
Non si chiese neppure come e da chi l’hacendado aveva saputo la notizia. Juan
aveva deciso di venire a prendersi la sua vendetta. Non c’era un istante da perdere.
«Grazie di avermi avvisato, don Fernando» disse in tono sbrigativo. «Vado subito a
dare disposizioni. Vi offrirei di fermarvi a riposare, ma se davvero stiamo per essere
attaccati forse vi conviene andarvene finché siete in tempo.»
«Vi aiuterò a organizzare la difesa, se me lo permettete. Sono stato un soldato per
molti anni.»
Leone accettò senza esitare quella offerta insperata. «Ve ne sono grato. Juan Moreno
è un uomo sanguinario. Dobbiamo innanzitutto proteggere donne e bambini.»
«Il modo migliore per proteggerli è armare subito i vostri soldati e disporli nei punti
migliori per difendere il campo. Se volete ci penso io.»
«Vi ringrazio, ma è la mia miniera» rispose Leone, voltandosi verso la baracca
lunga e stretta dove era acquartierata la sua piccola milizia. «I miei uomini ubbidiscono
a me. Metterò ai vostri ordini un gruppo di archibugieri. Schieratevi davanti al mulino,
con le armi puntate verso l’ingresso. La cosa importante è fermare la prima carica.»
Don Fernando gli rivolse uno sguardo di approvazione, vedendo che non aveva
perso la testa alla notizia dell’attacco. «Aspetto gli uomini al mulino» disse. Smontò e
si diresse verso la costruzione di legno e mattoni di adobe, conducendo il cavallo per la
cavezza.
Leone non aveva mai combattuto, ma studiare le battaglie faceva parte della
formazione di ogni giovane nobile. In un caso come quello si trattava di pochi concetti:
esaminare il terreno dello scontro, predisporre la difesa in base ai punti chiave e agli
uomini a disposizione, mantenere la calma e raccomandarsi a Dio.
Il terreno dello scontro lo conosceva come le sue tasche. I suoi uomini erano la metà
dei banditi ma erano ben addestrati e disciplinati. Quando parlò con il capitano monco
non permise che nella sua mente entrasse neppure il pensiero di una possibile disfatta.
Mostrò forza e fiducia e gli uomini, anche se erano stati sorpresi in piena siesta,
reagirono come si aspettava.
Cominciarono a uscire dai tre ingressi della casa, alcuni armati di spada, altri di
archibugio e pugnale, molti vestiti in modo sommario.
«Domani ci sarà una gratifica pari a un mese di paga» gridò Leone. «Fate in modo di
restare vivi per riceverla!»
I mercenari reagirono con un grido e si divisero in due gruppi secondo le indicazioni
che Leone aveva dato al loro capo. Bastava solo un altro po’ di tempo e sarebbero stati
pronti ad accogliere Juan.
In quel momento udirono un colpo di archibugio e un grido. Uno degli uomini armati
che stazionavano sul fianco della collina, poco più in alto della strada che immetteva
nel villaggio, aveva sparato per dare l’allarme. Juan stava arrivando. Leone non aveva
il tempo di tornare in casa per armarsi. Corse dentro la baracca, che fungeva anche da
armeria, scontrandosi all’ingresso con gli ultimi soldati che uscivano. Non aveva
neppure il tempo di cercare polvere e pallottole per le pistole, e comunque in uno
scontro del genere le armi da fuoco, che sparavano un colpo e poi avevano bisogno di
minuti preziosi per essere ricaricate, non servivano a molto. Tra le armi rimaste scelse
una spada e un pugnale e si precipitò di nuovo fuori, mentre una banda di forse trenta
uomini a cavallo irrompeva nella spianata, sparando, gridando e agitando le spade.
Era una scena degna dell’apocalisse. Ogni singolo essere vivente del campo gridava
e correva, in preda al terrore o alla furia. Soldati, banditi, minatori che si stavano
precipitando fuori dalle due gallerie principali. Anche gli uomini addetti alle macchine
nella spianata, le madri e i bambini, i cani e le capre, si muovevano freneticamente per
mettersi al riparo. Nella nuvola di polvere sollevata dagli zoccoli dei cavalli
lampeggiavano spade e fiammate di archibugio. Il villaggio sembrava un formicaio
scoperchiato. Solo i due gruppi di mercenari opponevano una resistenza disciplinata. Il
primo era costituito da una decina di uomini a piedi agli ordini del capitano monco.
Affrontavano la carica menando fendenti alle zampe dei cavalli e alle gambe dei
cavalieri, cercando allo stesso tempo di evitare i colpi dall’alto in basso vibrati dai
banditi.
Il secondo gruppo era guidato da don Fernando, con il farsetto nero tutto sporco di
polvere rossastra e la spada in mano. Al centro della spianata, con le spalle contro il
mulino, era riuscito a far inginocchiare sei archibugieri con le armi puntate, gridando
come un ossesso di aspettare il suo ordine prima di far fuoco. Abbassò la spada e i
fucili spararono tutti allo stesso tempo, con un fracasso infernale. Quattro cavalli
caddero nella polvere della spianata e i mercenari, abbandonate le armi da fuoco ormai
inutili, si gettarono sui banditi appiedati cercando di ucciderli prima che si rialzassero
da terra.
Leone cercava con lo sguardo Juan Moreno. Quando lo vide, restò gelato dalla
paura. Era alla testa di un gruppo di cinque uomini a cavallo che si dirigeva
combattendo verso la sua casa sul fianco della collina. Leone riconobbe accanto a lui la
figura allampanata di Iñaki.
Non poteva più dirigere la battaglia, come aveva sperato di fare. Non poteva più
fare altro che cercare di salvare sua figlia. Si mise a correre a perdifiato.
Ma prima che potesse attraversare di nuovo la spianata accaddero due cose, quasi
allo stesso tempo. Un calesse a due cavalli dalle ruote rosse, guidato da una donna
bionda con i capelli sciolti al vento, entrò a gran velocità nel villaggio. La battaglia si
fermò un attimo e tutti, banditi, minatori e mercenari, si voltarono a guardare
quell’apparizione. Leone ebbe appena il tempo di riconoscere con stupore Socorro e di
chiedersi cosa diavolo ci facesse lì, che quel silenzio momentaneo fu rotto da un grido
infantile: «Papà, papà! Ho paura!».
Subito dopo Toño, il servitore mulatto, tirò via sua figlia dalla finestra alla quale si
era affacciata e sprangò le imposte. Intanto dalla curva della strada emerse un’altra
decina di banditi a cavallo. L’attacco doveva essere stato pianificato in due tempi, con
il secondo gruppo che arrivava all’improvviso a seminare il panico e a finire il lavoro
del primo. Leone perse di vista Socorro, che continuò la sua corsa mentre don Fernando
agitava le braccia per indurla a dirigersi verso di lui. Il secondo gruppo di fuorilegge
era guidato da un giovane snello dai capelli neri lunghi come quelli di una donna, che
agitava una spada dall’elsa dorata.
Manuel. Nonostante gli anni trascorsi Leone lo riconobbe subito. Lo vide colpire
alla schiena una donna che stava cercando di correre in casa tenendo per mano il figlio
di tre o quattro anni, e poi trafiggere anche il bambino. Esitò un attimo di troppo, diviso
tra la preoccupazione per sua figlia e quella per le donne e i bambini indifesi che erano
stati sorpresi fuori casa dalla carica, e i cavalieri gli tagliarono la strada.
Manuel lo riconobbe a sua volta e spronò il cavallo verso di lui con un sorriso
feroce. I suoi uomini lo seguirono gridando. Contro dieci cavalieri armati Leone non
aveva speranze, ma non c’era via di fuga. A un tratto tre cavalli caddero nella polvere,
colpiti dagli archibugieri agli ordini di don Fernando, che adesso si riparavano dietro il
calesse di Socorro e potevano mirare e ricaricare con calma. Poi giunsero a dargli man
forte i mercenari agli ordini del monco.
Mentre Leone cercava di togliersi dalla linea di fuoco, si trovò davanti Manuel,
ormai appiedato ma armato fino ai denti.
Si gettò contro di lui senza pensare più a fuggire. Il giovane possedeva un’agilità
naturale che lo rendeva un avversario temibile, ma non era uno spadaccino addestrato.
Leone lo ingaggiò in una serie di finte e parate per individuare i suoi punti deboli, poi
con una semplice cavata agganciò la sua lama e la fece volare a due passi di distanza.
Mostrando un coraggio e una prontezza non comuni, invece di cercare scampo nella
fuga Manuel si gettò a terra e tentò di fargli uno sgambetto. Leone lo evitò ma perse
l’equilibrio per un attimo e Manuel ne approfittò per riprendere la spada. In un’altra
situazione Leone avrebbe seguito le regole dell’onore, lasciando che si rialzasse, ma
doveva correre da sua figlia al più presto. Lo attaccò mentre era ancora a terra,
costringendolo a difendersi in ginocchio.
Un bandito lo prese di mira con la pistola. Leone scartò di lato mentre l’uomo
cadeva colpito alle spalle da uno dei suoi mercenari e Manuel ebbe il tempo di
rimettersi in piedi. Le lame si scontrarono di nuovo. Con un affondo basso Leone riuscì
a piantargli la spada in una coscia, atterrandolo.
Allora finalmente il giovane chiese pietà, alzando le mani. Nei suoi occhi scuri dalle
ciglia lunghe e nel viso femmineo, Leone rivide il ragazzo sensibile che aveva difeso
sulla nave. Ma rivide anche la gioia cattiva con la quale aveva ucciso alle spalle una
madre e il suo bambino.
«Non meriti la pietà che chiedi» disse. E calò la spada, spaccandogli la testa come
un melone maturo.
Dal fianco della collina si levò un grido disumano. Alzò lo sguardo e vide Juan
Moreno in piedi a gambe larghe davanti a casa sua, con la testa tra le mani. Aveva
appena visto morire il suo amante. Gli archibugieri di don Fernando spararono una
salva di colpi verso di lui, ma era fuori tiro. I proiettili sollevarono nuvolette di sabbia
ad almeno venti passi da dove si trovava. I mercenari che difendevano quella parte
della collina erano tutti morti e sembrava che tra i banditi Juan fosse l’unico
sopravvissuto, ma non era così. Tre uomini, tra cui Iñaki, uscirono in quel momento
dalla porta di casa trasportando pesanti bisacce di pelle, che assicurarono ai cavalli.
Con l’aiuto del basco doveva essere stato semplice aprire le casseforti.
Gli stavano rubando tutto il suo argento, ma non era per quello che Leone tremava di
orrore.
«Marimar!» gridò, nella speranza assurda di ricevere una risposta. Poi cominciò a
correre a perdifiato verso la casa.
Frustando senza risparmio il cavallo, il servitore alla guida del calesse era riuscito a
portare Socorro fino a un punto in cui, nell’ultimo tratto della strada che si arrampicava
lungo il fianco della collina, era riuscita a vedere Fernando che spariva dietro una
curva. Gridò e si sbracciò, ma lui non la udì. Poco dopo risuonarono i primi spari. Il
servitore, spaventato, fermò il calesse. «Sta succedendo qualcosa di brutto, padrona»
disse. «Torniamo indietro.»
L’attacco doveva essere già iniziato. Ormai Fernando non era più in tempo a fermare
l’inevitabile. Ed era meglio che lei non si facesse vedere alla miniera. A parte il
pericolo, nessuno doveva mettere in relazione quei banditi con lei e Porfirio. In quel
momento però dal fianco della collina arrivò il rumore di tuono di un gruppo di
cavalieri che scendevano al galoppo verso la strada. Risuonò un colpo di archibugio o
di pistola e il servitore cadde di schianto dal calesse. Il cavallo si spaventò e cominciò
a correre verso il villaggio, mentre Socorro passava a cassetta e cercava di afferrare le
redini senza cadere. Voleva gridare ai banditi che era dalla loro parte, che era stata lei
ad avere l’idea dell’attacco. Ma loro non la conoscevano, rischiava di essere uccisa
prima di potersi spiegare. Juan Moreno era l’unico che poteva salvarla. Anche se erano
passati diversi anni da quando si erano visti sulla nave era certa che l’avrebbe
riconosciuta e l’avrebbe tenuta lontana dal pericolo. Riuscì ad afferrare le redini, ma
invece di tirarle per costringere i cavalli a fermarsi, come voleva fare in un primo
tempo, le usò soltanto per far loro sentire la sua presenza, lasciandoli liberi di
galoppare verso la curva che immetteva nel villaggio.
Si aspettava di vedere dei morti, poiché dagli spari e dalle grida era evidente che
Leone e la sua scorta armata non erano fuggiti come lei sperava. Ma si immaginava una
scena tutto sommato pulita: i mercenari stesi a terra, gli uomini di Juan Moreno padroni
del campo, e tutti gli altri rintanati nelle loro case. Invece, quando sbucò sulla strada
che portava al centro della spianata con il mulino e le varie costruzioni per la
purificazione dell’argento, si trovò di fronte uno spettacolo orribile.
C’erano morti e feriti dappertutto. Sulla strada, sulla spianata, sul fianco della
collina, nelle viuzze fangose tra le baracche. E non si trattava solo di combattenti, ma
anche di minatori disarmati, di donne, bambini, animali. Era una carneficina. La terra
rossastra era scurita dal sangue, mentre i nitriti disperati dei cavalli feriti si univano al
pandemonio generale.
Socorro comprese solo in quel momento, tra il fumo, gli spari, le grida e il rombo
degli zoccoli alle sue spalle, di cosa si era resa responsabile. Capì perché Fernando
aveva fatto l’impossibile per fermare il massacro.
Vide un bandito a cavallo inseguire e uccidere con un colpo di spada una bambina
che cercava di tirare al riparo il suo cane e gridò dall’orrore. Per il bene dei suoi figli
aveva condannato a morte i figli di tanti innocenti. Per la prima volta nella sua vita si
sentì perduta.
In quel momento notò Fernando, asserragliato con alcuni uomini accanto al mulino,
che gridava e si sbracciava per attirare la sua attenzione. Riuscì a voltare i cavalli da
quella parte, notando appena con la coda dell’occhio il bandito che, dopo aver lasciato
a terra la bambina e il cane, si dirigeva al galoppo verso di lei. Non si rese neppure
conto di essere in pericolo finché l’uomo fu così vicino che riuscì a sentire la puzza del
suo sudore. Dopo fu troppo tardi. Provò una sensazione strana allo stomaco, un misto di
dolore e calore, e abbassando lo sguardo vide la spada che si ritirava dopo averla
trafitta, rossa del suo sangue. Come in una nebbia, vide Fernando che le correva
incontro con la spada levata. Più che dolore, provava stupore. «Non può finire così»
mormorò. «Non è possibile.»
Poi sentì il calesse che si fermava con un sobbalzo, una voce che gridava frasi
indistinte, e due mani forti che l’afferravano per la vita. Il suo corpo non la sostenne più
e cadde all’indietro.
Leone arrivò sulla piccola spianata davanti alla casa nuova mentre i banditi stavano
per fuggire a cavallo con il bottino. Gli si gettarono addosso tutti e quattro con le spade
levate, senza sparare perché dovevano avere le pistole scariche. Leone saltò di lato
all’ultimo momento e riuscì a evitare la carica, trafiggendo Iñaki al passaggio. Il basco
gridò, lasciò le redini e un attimo dopo rovinò a terra.
I due al suo fianco proseguirono la corsa. Juan invece voltò il suo cavallo e tornò
indietro, caricando Leone con la spada tesa in avanti. Voleva finirlo prima di fuggire.
Era una mossa stupida, visto che avevano già preso l’argento, e i suoi uomini non lo
seguirono.
Leone lo attese a piè fermo. Juan impugnava una lama da cavalleria, più lunga e
robusta della sua spada da lato. Perciò invece di provare a colpirlo, Leone mirò alle
redini, tagliandole di netto. Il cavallo di Juan si impennò, disarcionandolo, poi corse
dietro a quelli degli altri banditi, che si stavano ormai allontanando verso la spianata e
la strada che usciva dal villaggio, senza aspettare il loro capo.
Leone si gettò addosso a Juan, che nel frattempo si era rialzato.
«Se hai fatto del male a mia figlia...» disse con voce strozzata, menando il primo
colpo.
Juan fece un sorriso feroce, indicando la casa. «Là dentro sono tutti morti» disse.
«Ora morirai anche tu.»
Il cuore di Leone perse un colpo. La sua peggiore paura si era avverata. Fu sul punto
di gettare la spada e lasciarsi uccidere. Era stanco di lottare, provava solo dolore.
«Manuel non meritava di morire per mano di un vigliacco come te» disse ancora
Juan, con una voce carica di odio. «Io lo amavo.»
«Hai preso un ragazzo, lo hai piegato alle tue voglie con la forza e infine ne hai fatto
un assassino. Non sai neppure cosa sia l’amore, Juan.»
Il bandito scoprì i denti in una smorfia e gli si lanciò addosso con una velocità
difficile da sospettare, in un uomo della sua mole. Ma Leone si era già scontrato con lui
sulla nave e non si lasciò sorprendere. Parò il colpo del suo pesante spadone e si
rimise in guardia in tempo per evitare un fendente che lo avrebbe tagliato in due.
Trasportato dal suo slancio, Juan gli arrivò troppo vicino per vibrare un altro fendente,
allora lo colpì in faccia con l’elsa, doppiando subito dopo con un colpo di punta alla
spalla sinistra, che andò a segno.
Leone cadde a terra, intontito dal dolore. Perdeva sangue dal naso, dalla bocca e
dalla ferita alla spalla, che non sembrava troppo profonda ma gli procurava fitte intense
a ogni spostamento del braccio. Se Juan lo avesse attaccato in quel momento lo avrebbe
ucciso senza difficoltà. Invece gli permise di alzarsi e di rimettersi in guardia.
Voleva farlo soffrire prima di ammazzarlo. Voleva godersi il trionfo. Le lame
cozzarono di nuovo, e fu di nuovo Leone a cadere. L’enorme forza di Juan e la spada da
cavalleria più lunga e solida della sua compensavano la mancanza di finezza della sua
scherma. Inoltre Leone era ferito e continuava a perdere sangue. Juan gli diede un
calcio in faccia, poi gli sputò addosso.
«Lo sapevo che eri un avversario da nulla» disse. «Se ci fossimo battuti sulla nave
ora non saresti qui.»
Leone si pulì lo sputo con una mano sporca di terra e provò ad alzarsi. Il bandito
rise e lo colpì di piatto sulla schiena, rimandandolo a terra. «Striscia» disse. «Chiedi
pietà.»
Leone era senza fiato. Nella spianata infuriava la battaglia, ma non poteva
permettersi di distogliere gli occhi per controllare chi fosse in vantaggio, se i banditi o
i difensori. Sapeva che il prossimo colpo lo avrebbe ucciso. Rotolò lontano da Juan e
si rialzò a fatica. Con gli occhi sporchi di terra e sudore non riusciva neppure a vederlo
bene. Si era lasciato dominare dal dolore e dalla sete di vendetta contro quel mostro
che aveva attaccato il suo villaggio e aveva ucciso sua figlia. Così lo aveva attaccato di
forza, invece di giocare sulla sua maggiore agilità. Aveva sbagliato tutto.
«Avanti, che aspetti?» lo derise Juan. «Fatti sotto, così la finiamo.»
Leone non rispose e non si mosse. Teneva la spada bassa, con entrambe le mani. Gli
doleva la spalla ferita e le gambe stavano per cedere. Fece appello a tutte le sue forze
per giocarsi tutto in un ultimo colpo.
Spazientito, il bandito si avvicinò. «Muori, italiano!» gridò. Finse un fendente basso,
cambiò l’appoggio sulle gambe e affondò. Nel suo viso brutale apparve un’espressione
sorpresa quando colpì solo l’aria. Poi gridò come una belva ferita mentre la sua mano
destra si staccava dal polso, con il pugno ancora stretto intorno al manico della spada.
Invece di parare l’affondo, Leone lo aveva schivato e si era spostato di fianco,
calando un fendente dall’alto in basso sul braccio armato di Juan. Il bandito cadde in
ginocchio, stringendosi con la mano buona il moncherino che spruzzava sangue. Gli
rivolse uno sguardo di odio puro.
«Che fortuna sfacciata» riuscì a dire tra i denti.
«Chiamala come ti pare» rispose Leone, esausto.
Sollevò la spada e lo uccise nello stesso modo in cui aveva ucciso il suo amante:
spaccandogli la testa a metà. Poi cadde a terra anche lui e perse conoscenza.
Rinvenne qualche minuto dopo. Si tirò a sedere e guardò subito verso la spianata. La
battaglia era vinta. Gli unici tre banditi ancora a cavallo stavano fuggendo al galoppo
dal villaggio. Altri cinque o sei erano impegnati in combattimenti individuali, ma presto
sarebbero stati sopraffatti da un gruppo di mercenari che stavano accorrendo a dare
man forte ai loro compagni. Non si sentivano più grida e spari, solo cozzare di lame. Le
baracche degli attrezzi e diversi macchinari erano stati incendiati, e sollevavano nella
spianata nuvole di fumo denso.
Leone sapeva di dover entrare in casa, ma non ne aveva la forza. Non voleva vedere
il corpo straziato di Marimar.
A un tratto si sentì chiamare e guardò verso il mulino. Uno dei suoi mercenari
sventolava il cappello per attirare la sua attenzione e gridava il suo nome. Quando i
loro sguardi si incrociarono gli urlò di raggiungerlo. Leone si alzò in piedi, infilò la
spada nel fodero e si incamminò barcollando verso di lui, premendo la mano sulla
spalla ferita.
Dietro il calesse che avevano usato come barricata, vide don Fernando seduto nella
polvere in maniche di camicia, con in grembo la testa di Socorro. Lei era stesa a terra,
con la schiena poggiata sul farsetto nero che Fernando aveva steso sulle pietre. Il
corpetto del vestito era lacero e zuppo di sangue.
«Sta morendo» disse don Fernando. «Vuole parlare con voi.»
«Tutto questo è colpa mia» disse Socorro, muovendo le labbra a fatica. «Ti prego,
perdonami.»
«Colpa tua?»
«È stata lei ad accordarsi con i banditi perché attaccassero la miniera» intervenne
don Fernando. «Non sapeva quello che faceva.»
Leone comprese ogni cosa all’istante. Aveva creduto che Juan Moreno fosse venuto
a cercarlo per portare a termine la sua vendetta, e forse era davvero così. Ma Socorro
in qualche modo lo aveva scoperto e aveva pensato di approfittarne.
«Io credo invece che lo sapesse benissimo. Ha pensato che se i banditi mi avessero
portato via tutto l’argento che ho in cassaforte non sarei stato in grado di saldare il
debito che ho contratto con suo marito. Così loro due si sarebbero impadroniti della
miniera.»
«L’ho fatto per i miei figli» disse Socorro. «Porfirio è troppo stupido per arricchirsi
e volevo... che a loro non mancasse nulla.» Respirò ansimante due o tre volte. «Ma non
immaginavo...» roteò gli occhi verso la desolazione che li circondava «questo.»
Leone fu sul punto di chiederle cosa immaginava, quando aveva chiesto a quaranta
banditi sanguinari di attaccare un villaggio con donne e bambini. Ma non ne valeva la
pena.
«Hai reso la mia vita un inferno dalla prima volta che ci siamo incontrati» disse
soltanto. «Fino a ieri ti avrei perdonata. Ora non posso.»
Lei lo fissò negli occhi. I capelli biondi sparsi sulle gambe di Fernando le
incorniciavano il viso come un’aureola. Nel suo sguardo c’era un’intensità che Leone
non aveva mai visto.
«Dalla prima volta?» chiese. Nella sua voce vibrava un vero dolore. «Davvero mi
odiavi anche sulla nave?»
Era responsabile della morte di tanti innocenti, tra cui anche la figlia di Leone. Ma
la cosa che l’addolorava era il fatto che lui non fosse caduto innamorato ai suoi piedi
quando lo aveva costretto con l’inganno a fare l’amore con lei.
«Ti importa solo di te stessa» le disse, scuotendo la testa. «Muori in pace, se puoi.»
La lasciò tra le braccia di Fernando e si allontanò dal mulino. Si tolse la camicia, la
tagliò a strisce con la spada e si fece aiutare da un minatore a fasciare la spalla ferita.
La perdita di sangue si stava già arrestando, ma il dolore sembrava aumentare.
Al centro della spianata si guardò intorno. I minatori cominciavano a uscire dalle
gallerie dove erano rimasti per tutta la durata del combattimento. Le mogli e i figli, ora
che il pericolo era passato, aprivano le porte delle case e correvano incontro agli
uomini. Leone fece scorrere lo sguardo sui morti. C’era una madre con il suo bambino,
entrambi a faccia in giù nella polvere. Una bambina e il suo cane morti abbracciati.
Quattro o cinque operai addetti alla raffinazione dell’argento, che avevano provato a
difendersi a colpi di badile contro spade e pistole. E poi cadaveri di banditi e
mercenari. Le macchine distrutte bruciavano ancora, riempiendo l’aria di un fumo
denso.
La miniera era salva. Ma a quale prezzo.
Leone scosse la testa. I genitori della bambina con il cane stavano staccando con
delicatezza le sue mani dal corpo dell’animale, con le labbra strette e sguardi di pietra.
Le mogli degli operai uccisi fissavano incredule i cadaveri dei mariti. Molti si stavano
organizzando per prestare aiuto ai feriti. Nessuno ancora cercava lui, ma l’avrebbero
fatto presto. Era lui a dover decidere cosa fare dei cadaveri, come e in quale ordine
riparare i danni, in che modo provvedere alle famiglie dei morti. Ma prima di fare
qualsiasi cosa, doveva trovare il coraggio di risalire lungo il sentiero che si
arrampicava sulla scarpata ed entrare in casa.
Per il momento, quel coraggio non ce l’aveva. Voltò le spalle alla sua casa e si
sedette su un masso squadrato, tra il mulino e il forno in pietra per la cottura delle
scorie. Mentre si sedeva la punta della spada si incastrò nel terreno. Leone allungò la
mano per liberarla.
La spada. Ecco com’era cominciato tutto.
Se l’avesse lasciata a casa, la sera in cui era andato da Terrasecca, non avrebbe
ucciso nessuno e sarebbe potuto restare al fianco della sua famiglia. Avrebbe potuto
iniziare una battaglia legale per evitare o almeno limitare la rovina. Senza la spada,
Terrasecca non avrebbe potuto accusarlo di aver tentato di ucciderlo. Se fosse stato
disarmato, Sandro non l’avrebbe attaccato e non sarebbe morto.
E adesso Leone non si sarebbe trovato al centro di una spianata dall’altra parte del
mondo, circondato di cadaveri, dopo aver perso prima la moglie e poi la figlia e aver
fallito miseramente nel tentativo di aiutare i suoi. Si coprì il viso con le mani. Era stato
tutto inutile. La fuga, il tentativo di risollevare la famiglia dalla miseria, il suo lavoro
per ricostruirsi una vita. Tutto spazzato via in un solo pomeriggio, insieme con la vita di
troppe persone.
Seguendo un impulso, tolse le mani dal viso e alzò gli occhi al cielo. «Signore»
disse, a voce bassa ma chiara. «Faccio voto davanti a te di non prendere mai più in
mano una spada. Se vorrai salvarmi o farmi morire, sta a te deciderlo. Io non ucciderò
più, neppure per difendermi.»
Appena pronunciate quelle parole udì una voce infantile che chiamava il padre. Gli
sembrò quella di sua figlia, e finalmente il suo dolore si sciolse in lacrime. Pianse,
seduto a terra con la testa tra le mani, mentre intorno a lui risuonavano voci, passi e
altri pianti.
«Papà! Papà!»
Era la stessa voce, stavolta un po’ più vicina e più chiara. Timoroso di sbagliarsi,
Leone si voltò e alzò lentamente gli occhi. Vide per primo il cane giallo, poi il mulo
che scendeva lungo il sentiero tra la sua casa e la spianata, con sopra il bisnonno di
Marimar. E sulla sella, davanti all’indio, c’era la sua bambina, viva. Aveva gli occhi
sbarrati dalla paura, ma era viva.
«Papà!» gridò ancora.
Leone si alzò in piedi barcollando, stordito dalla gioia. «Grazie, Signore» disse,
gettando a terra la spada. Poi corse loro incontro.
Ai piedi della collina, dove finiva la spianata e cominciava il sentiero, allungò le
mani e Marimar gli saltò in braccio, stringendosi forte al suo petto e scoppiando in
singhiozzi.
«Quell’uomo ha ucciso Toño e Toña» disse tra le lacrime. «Il nonno mi ha portato
fuori dalla finestra e siamo scappati sulla collina.»
Una fitta tremenda alla spalla ferita costrinse Leone a rimetterla sulla sella. Fissò il
vecchio, cercando le parole adatte per esprimergli la propria immensa gratitudine, ma
lui lo precedette.
«Devi portarla via» disse. «Questo posto per lei è pericoloso.»
«Lo so» rispose Leone. «Il campo di una miniera non è l’ideale per allevare una
figlia. Ma ciò che è successo oggi non si ripeterà più, prenderò tutte le precauzioni per
evitarlo.»
«Non si tratta di questo. Se resta qui morirà presto, come sua madre. Devi portarla
con te nel luogo dove stai andando. E non devi perdere troppo tempo.»
«Come diavolo fai a sapere dove andrò?» disse Leone, alzando la voce. «Non lo so
ancora neppure io!»
«Lo sai, invece. Devi tornare a casa, la tua famiglia ha bisogno di te.»
Leone guardò la figlia, in groppa al mulo. Marimar seguiva con lo sguardo
l’andirivieni nella spianata. Sembrava indifferente a tutto, ma Leone sapeva che non era
così. Ciò che non sapeva, proprio come gli capitava con Estrella, era quali pensieri si
celavano dietro i suoi occhi scuri.
«La mia famiglia ha bisogno di denaro» disse. «Di molto denaro. Sono venuto qui
per questo. Adesso ho perso tutto, non posso partire.»
Bisognava inseguire i banditi e tentare di recuperare l’argento. Poi se voleva
vendere la miniera a un buon prezzo avrebbe dovuto prima ricostruire tutto ciò che era
andato distrutto. Infine estrarre l’argento ancora per qualche anno, e solo allora sarebbe
potuto tornare.
«Hanno bisogno di te adesso. Tuo padre non vivrà ancora a lungo. Devi partire al
più presto e portare tua figlia con te.»
Leone provava un sentimento strano, di fronte a quel vecchio. Il suo modo di parlare
diretto lo metteva a disagio, ma in qualche modo anche lo tranquillizzava. Una volta
chiamate le cose con il loro nome, non c’era più bisogno di averne paura. La morte era
la morte, la sofferenza era la sofferenza. Niente che un essere umano non potesse
affrontare.
«Ora devo inseguire i banditi» disse. «Per favore, porta Marimar a casa tua. Lì sarà
al sicuro. Verrò a riprenderla appena posso.»
Il vecchio annuì. «Hai fatto la cosa giusta, con quel voto» disse, piano. «Non
uccidere più e andrà tutto bene.»
Schioccò le labbra per far partire il mulo e si allontanò al trotto, mentre Marimar si
voltava a salutare con la mano. Leone restò a guardarlo. Era un vecchio indio scalzo in
groppa a un mulo, ma c’era qualcosa di regale nel modo in cui stava in sella. Solo
quando il mulo scomparve dietro la curva si rese conto che in nessun momento della
loro breve conversazione gli aveva rivelato di aver fatto un voto.
Parte Terza

IL RITORNO
XXXII

Una domenica d’autunno dopo la messa, Concetta se ne stava in piedi al margine del
largo del Mercatello, dalla parte di palazzo de Angelis, e osservava i nobili che
addestravano i loro cavalli. C’erano i rappresentanti maschi, giovani e meno giovani,
delle famiglie più in vista della città: Carafa, Pappacoda, Santobono e tanti altri. I
cavalieri dovevano essere un centinaio. Concetta ne conosceva diversi, almeno di vista,
ma nessuno di loro conosceva lei. Molti forse non avevano mai neppure sentito
nominare i Baiamonte, baroni minori in una città stipata di principi e duchi. Alcuni li
aveva incrociati durante qualche festa, ma erano passati quasi dieci anni. Anche se si
fossero ricordati di lei, non avrebbero messo in relazione la ragazza alla quale avevano
sorriso tanto tempo prima con la donna che ora osservava le loro acrobazie equestri.
Concetta notò alla sua destra un uomo sulla trentina, con gli occhi chiari e lunghi
capelli castani legati da un nastro sotto il cappello. Era quasi certa di averlo già visto
da qualche parte. Mantello corto, colletto bianco dalle punte rivolte verso l’alto e
lunghi polsini: un avvocato. Piuttosto bello. Tuttavia quando l’uomo provò a sorriderle
si voltò in modo ostentato dall’altra parte, per fargli capire che aveva sbagliato preda.
Non le interessavano gli avvocati. Mirava più in alto.
Il pubblico era composto da due diversi strati sociali, nettamente divisi. Da un lato
famiglie borghesi con mogli e bambini, stretti insieme in un gruppo compatto. Dall’altro
i lazzari, scalzi e vestiti di stracci, alcuni a capo scoperto, molti con il loro berretto
rosso in testa. Si godevano lo spettacolo in attesa di un’occasione di rendersi utili in
cambio di una moneta, oppure di strappare una borsa e fuggire. Concetta infilò due dita
nella scollatura, assicurandosi che il borsellino in pelle di capretto, che teneva nascosto
in seno come le popolane, ci fosse ancora. Le sembrò che uno dei lazzari vedendo il
suo gesto avesse dato di gomito a un amico, e arrossì. Qualche anno prima non si
sarebbe mai sognata di toccarsi il seno in pubblico. Stava diventando sempre più
svergognata, proprio come i ragazzi che la osservavano. Si sorprese a pensare che
anche lei, come loro, si trovava in piazza per strappare un’opportunità al destino.
Diventando la mantenuta di Hans Hofer aveva preso una strada senza ritorno, e lo
sapeva.
Aveva sperato nell’argento di Leone, dopo aver saputo che non era morto, ma da lui
non era mai arrivato nulla, neppure una lettera.
La notizia che suo fratello era vivo le era stata data da Fosco, il bravaccio al
servizio del notaio, due giorni dopo il funerale di sua madre. Aveva detto che Leone gli
aveva risparmiato la vita, in Messico, e lui in cambio gli aveva giurato di fare quel che
poteva per loro. Le aveva offerto del denaro, e aveva aggiunto che se il notaio avesse
saputo che Leone era ancora vivo, avrebbe ucciso lui e la sua famiglia. Tutto il
discorso era stato fatto con quel tono solenne che piaceva tanto agli uomini. Si
sentivano grandi e nobili quando facevano i loro giuramenti, quando confidavano
segreti che potevano costare loro la vita. Tutte stupidaggini. Se Leone lo avesse
ammazzato e si fosse tenuto l’anello, invece di mostrarsi così inutilmente generoso, sua
madre forse non si sarebbe uccisa. Questa era la verità.
Aveva mandato via Fosco con rabbia, dicendogli di non farsi più vedere, altrimenti
avrebbe rivelato al notaio che non aveva eseguito il suo compito.
Poi aveva atteso che arrivasse l’argento. Inutilmente. Leone era davvero riuscito ad
aprire la miniera ed era diventato ricco, a quanto sembrava. Ma la triste verità era che
si era dimenticato di loro.
Concetta aveva sempre saputo di poter contare solo su se stessa e ora ne aveva la
conferma. La sua unica speranza nella vita era quella di mettere da parte un po’ di
denaro finché era ancora bella e relativamente giovane. Altrimenti rischiava di finire
come molte mantenute, che una volta persa l’attrattiva sugli uomini precipitavano di
colpo nella miseria e finivano a prostituirsi fuori dalle taverne o lungo le mura della
città, in cambio di un tozzo di pane.
Era per quel motivo che si trovava lì. Ma doveva fare molta attenzione, perché si
trattava di un gioco pericoloso. Hans la manteneva a condizione di averla solo per lui, e
se fosse venuto a sapere che Concetta vedeva altri uomini l’avrebbe scacciata dal
piccolo appartamento che le aveva affittato proprio dietro il Mercatello. Con il passare
del tempo si era fatto sempre più geloso e opprimente, e alcune volte l’aveva anche
schiaffeggiata. Concetta non glielo aveva mai perdonato, ma doveva fare buon viso a
cattivo gioco. Mangiava, aveva un tetto sopra la testa e poteva mantenere suo padre
solo grazie a lui. Per evitare di finire male entro pochi anni, tuttavia, questo non
bastava. Doveva diventare la favorita di qualcuno che non si limitasse a pagarle
l’affitto e a farle qualche regalo.
L’ideale era sedurre uno dei grandi nobili: il principe di Stigliano, per esempio, o
Diomede Carafa, il duca di Maddaloni. Uomini per i quali regalare una casa alla loro
amante rappresentava il capriccio di un momento. Non dubitava di poter riuscire
nell’intento, e contava sul fascino che per uomini come quelli poteva avere l’idea di
avere per amante una nobile decaduta. Non si faceva nessuno scrupolo all’idea di usare
il suo nome di famiglia per irretirli. La sua era una guerra, e in guerra era lecito usare
tutte le armi.
Diomede Carafa passò in quel momento davanti a lei, in sella al suo cavallo
impennacchiato, facendo eseguire all’animale una specie di inchino, prima a destra e
poi a sinistra, sotto la direzione del maestro di equitazione. Era un uomo né bello né
brutto, che sapeva stare in sella e partecipare alle feste, come tutti i nobili, e aveva
modi alteri che lo rendevano particolarmente inviso al popolino. Ma era ricchissimo.
La scuderia in cui teneva i suoi cavalli, nel quartiere Stella, era grande tre volte il
palazzo dei Baiamonte, giardino compreso. E si diceva che la sua carrozza fosse
costata la cifra incredibile di quindicimila scudi.
Concetta alzò gli occhi verso di lui da sotto la tesa del cappello, con uno sguardo in
cui non si poteva leggere alcun sottinteso. Uomini come quello non si agganciavano con
modi smaccati. Bisognava fargli intravedere una conquista difficile, per risvegliare il
loro interesse. Il duca però le concesse la stessa attenzione che avrebbe dedicato a un
cane randagio: un’occhiata sprezzante e passò oltre. Concetta si sentì avvampare.
In quel momento i due cavalieri che lo seguivano cominciarono a litigare. Uno
rimproverò l’altro perché non cavalcava a tempo e il primo, sentendosi offeso, reagì
con uno spintone e con parole volgari. In un attimo le mani corsero alle spade e
l’esibizione si trasformò in una rissa, con gli amici dell’uno e dell’altro che cercavano
di trattenere i due contendenti, ricavandone a loro volta insulti e spinte. Cozzarono le
prime lame, tra le urla e i nitriti dei cavalli, mentre dalla terra battuta che costituiva il
pavimento della piazza cominciava a sollevarsi un fitto polverone.
Concetta avvertì dita leggere nella scollatura. Lanciò un grido e cercò di agguantare
per la camicia il ragazzino che stava già fuggendo, ma era tardi. Il borsellino non c’era
più.
Qualcuno tra gli uomini presenti provò a inseguire il ladro, altri le si avvicinarono
per confortarla, mentre altri ancora venivano trascinati via dalle mogli. Una signora
bassa e tozza come un sacco di farina sibilò al marito di non immischiarsi. Nel
frattempo uno degli uomini che sostenevano Concetta, un tizio con gli occhi neri e i
baffi impomatati, con il fiato che puzzava di vino, spinse le mani dove non doveva.
Concetta lo schiaffeggiò con forza, facendolo barcollare. Qualcuno rise. L’uomo colpito
recuperò l’equilibrio e prima che qualcuno potesse fermarlo le restituì lo schiaffo,
dandole anche un pugno nello stomaco con l’altra mano. Concetta si piegò in due e
cadde sul fango secco della piazza. Perse il cappello, che rotolò nella polvere e
scomparve tra le gambe dei presenti. Tre giovani intervennero in sua difesa e in un
attimo anche tra il pubblico scoppiò un parapiglia di urla e spintoni, nel quale i lazzari
scattavano agilmente cercando di rubare ciò che potevano.
Concetta si rese conto che rischiava di essere calpestata. Cercò di rialzarsi,
boccheggiando senza fiato, e quando vide una mano maschile che si protendeva per
aiutarla l’afferrò d’istinto. Apparteneva al giovane avvocato dagli occhi chiari.
«Aiutatemi, per favore» lo supplicò.
«State tranquilla, venite con me.»
Le passò un braccio intorno alle spalle e facendole scudo con il proprio corpo la
pilotò tra la gente. Gli alguacil che si trovavano dal lato opposto della piazza, con i
loro giubbetti rossi a maniche aperte, non provarono neppure a sedare la rissa tra i
nobili, i quali li avrebbero probabilmente uccisi senza pensare alle conseguenze, se si
fossero immischiati. Tirarono fuori l’archibugetto dalla fascia in vita e si diressero
verso il pubblico, decisi a esercitare la loro autorità almeno su borghesi e popolani.
Concetta se ne trovò uno davanti all’improvviso. Lo vide aprire la bocca per gridare
un ordine ma l’uomo dagli occhi verdi lo colpì con un pugno sotto il mento, gettandolo a
terra.
«Correte» le disse. «Ora dobbiamo sparire in fretta.»
«Di là» disse Concetta, indicando una delle strade che si dipartivano dal Mercatello.
Fece del suo meglio per correre nonostante la lunga gonna che le ostacolava i
movimenti, e a un tratto si accorse che l’uomo si era fermato proprio davanti al portone
giusto. Lo squadrò con sospetto. «Come sapete che abito qui?»
L’altro sorrise, mostrando una fila di denti bianchi. «Permettete che mi presenti.
Avvocato Marco Vitale, per servirvi. E voi siete Concetta Baiamonte.»
«Sapete chi sono? Io non vi ho mai visto prima d’ora.»
«Invece sì. A casa di Masaniello d’Amalfi.»
All’improvviso Concetta rivide l’avvocato che guardava fuori dal balcone, quando
era andata a consegnare a Masaniello i cinque scudi per liberare la moglie.
«Ecco chi siete!» esclamò. «Il maleducato che non mi ha rivolto neppure un saluto
quando sono entrata.»
Vitale rise di cuore, come se gli avesse fatto un complimento. «Quel giorno avevo
altri pensieri. Vi chiedo perdono, anche se con oltre un anno di ritardo.»
«Siete perdonato. Senza di voi oggi non so come sarebbe finita.»
«Allora perché non mi invitate a salire? Ho appena rischiato la vita per salvarvi.»
«Signor Vitale» rispose Concetta, staccandosi di un passo. «Vi ringrazio di avermi
aiutata, ma la cosa finisce qui. Non sono la donna giusta per voi.»
«Ho una proposta da farvi... Un altro tipo di proposta» chiarì subito il giovane,
notando il suo sguardo. «Per questo in piazza cercavo di attirare la vostra attenzione,
ma mi avete ignorato. Non mi dedichereste cinque minuti, così vi spiego tutto?»
La cosa peggiore era che quel tipo le era simpatico. Ed era anche bello, in un modo
quasi femmineo. Viso ovale, naso dritto e sottile, sopracciglia ben disegnate. E quegli
strani occhi di un colore indefinito tra il verde e l’azzurro. Si disse che se era amico di
Masaniello non c’era nulla di male nell’ascoltare ciò che voleva dirle. Ma non poteva
farlo in mezzo alla strada. Non voleva rischiare che qualche conoscente di Hans la
vedesse parlare a lungo con un uomo e andasse a riferirglielo. Alla fine, la soluzione
più compromettente era anche la meno rischiosa.
«Aspettate qualche minuto, poi salite al secondo piano» disse. «Lascerò la porta
socchiusa. Badate di non farvi vedere da nessuno.»
Gli voltò le spalle, salì le due rampe di scale ed entrò in casa. Si guardò nello
specchio incorniciato che sormontava una consolle dai piedi ricurvi, e solo allora si
rese conto di quanto fosse impresentabile, con la gonna chiazzata di fango, i capelli
spettinati e impolverati, le mani sporche. In cucina si lavò le mani in un bacile e passò
uno straccio umido sui capelli, per togliere almeno una parte della polvere. Stava
pensando di cambiarsi in fretta quando la porta si aprì e il giovane s’infilò
nell’appartamento.
«Non mi ha visto nessuno» disse, allegro, togliendosi il mantello e buttandolo sullo
schienale di una sedia. «Questo incontro deve restare segreto, mi raccomando.»
«State tranquillo» rispose Concetta, facendolo entrare nel soggiorno. «La segretezza
conviene a me più che a voi.»
Stava ancora chiedendosi se fosse meglio tenerlo in piedi come un ospite
indesiderato o farlo accomodare e mostrarsi cortese, quando lui senza essere invitato si
sedette sul piccolo divano foderato di velluto rosso. Si aspettava quasi che poggiasse i
piedi sul tavolino di mogano intarsiato come faceva Hans, una cosa che le dava un
fastidio tremendo. Marco Vitale invece se ne stava composto, con la schiena dritta e le
mani sulle ginocchia. Aveva il farsetto nero impolverato e le calze sporche di fango, ma
si comportava come se avesse un aspetto impeccabile. Concetta decise di fare
altrettanto.
«Bene, visto che vi siete accomodato» disse, sedendosi sulla poltrona dal lato
opposto del tavolino «spiegatemi cosa volete e come mi avete trovata. Nel vicolo non
ho detto a nessuno dove abito.»
L’altro fece un gesto vago con la mano aperta. «Credete davvero di poter nascondere
qualcosa ai lazzari di Masaniello? So chi siete e cosa fate, dove abitate e ciò che il
notaio Terrasecca ha fatto alla vostra famiglia.»
«Allora ditemi una buona volta cosa volete da me.»
Il giovane chiuse un attimo gli occhi e quando li riaprì li puntò dritti in quelli di
Concetta. «Scontri in piazza come quello a cui siamo appena sfuggiti si ripetono sempre
più spesso» disse. «Non mi riferisco alle liti tra i nobili, quelle ci sono sempre state.
Parlo del modo in cui il popolo sembra pronto a esplodere a ogni minima occasione.
Qualche anno fa non era così, non trovate?»
«Qualche anno fa le gabelle e gli aumenti dei prezzi erano ancora sopportabili»
rispose Concetta. «Da quando c’è il nuovo viceré siamo arrivati al limite, lo sanno
anche i sassi.»
Nel febbraio di quello stesso anno il viceré in carica aveva chiesto di essere
sollevato dall’incarico, e poco dopo era stato nominato al suo posto il duca d’Arcos,
Rodrigo Ponce de León, che si era fatto notare per aver subito imposto una serie di
nuove gabelle, provocando il malcontento generale.
«Esatto. La corda sta per spezzarsi. Il viceré de Cabrera l’aveva capito, per questo,
quando gli è stato ordinato di reperire un milione di ducati nel Regno di Napoli, ha
lasciato il posto e se n’è tornato in Spagna.»
«Non sapevo fosse questo il motivo della sua rinuncia» disse Concetta.
«Non è una cosa di dominio pubblico. Al suo posto Filippo IV ha mandato il duca
d’Arcos, il quale ha poca esperienza e ha chiesto consiglio sulla politica da adottare. E
chi gli ha consigliato di aumentare le gabelle sui generi alimentari? Gli arrendatori. Dei
napoletani che affamano il loro stesso popolo.»
«Non ci avevo mai pensato in questi termini» disse Concetta, in tono riflessivo.
«Napoletani che affamano altri napoletani e gli spagnoli che ci guadagnano sopra.»
«Questa è la nostra maledizione» disse Vitale. «Non siamo uniti, ciascuno bada solo
a se stesso e altri se ne approfittano. Sapete che si parla di rimettere la gabella sulla
frutta? Per i poveri sarà la fame. Bisogna fare qualcosa, prima che succeda un
disastro.»
I poveri e i lazzari si nutrivano quasi esclusivamente di frutta, l’alimento più a buon
mercato. La gabella sulla frutta aveva già provocato tumulti in passato, finché il viceré
di allora, il duca di Osuna, un giorno si era recato alla casetta in cui avvenivano le
riscossioni, al mercato, e con un colpo di spada aveva tranciato di netto le corde della
bilancia. «Così si abolisce la gabella della frutta» aveva detto. Dopo quel gesto
plateale, nessun viceré successivo aveva osato imporla di nuovo.
«Temete che scoppi una rivolta?»
«Io lo temo, altri lo sperano.»
«Chi potrebbe augurarsi una rivolta?»
Vitale la scrutò come se volesse leggerle nell’animo, poi decise di fidarsi.
«Masaniello, per esempio. E anche don Giulio Genoino.»
«Genoino? Credevo fosse morto, o imprigionato chissà dove.»
Giulio Genoino era stato molto noto, in un’epoca in cui Concetta era appena nata. In
qualità di eletto del popolo aveva collaborato con il duca di Osuna per ottenere leggi
più giuste che non penalizzassero troppo il popolo e la borghesia. Osteggiato dalla
nobiltà, era dovuto fuggire e poi era stato arrestato in Spagna. Da allora non se n’era
saputo più nulla. Concetta ricordava che suo padre ne aveva una grande stima e lo
nominava spesso, al contrario di tutti gli altri nobili, che avevano cercato di cancellarne
persino il ricordo.
«È stato graziato ed è tornato a Napoli già da alcuni anni. Ha preso gli ordini minori,
non per vocazione ma per essere lasciato in pace dai nobili, che si sentono tranquilli
solo sapendolo in carcere.» Vitale fece una pausa e si accarezzò il mento sbarbato,
come riflettendo. «Proprio perché ne ha passate tante, don Giulio ormai è convinto che
non si possa ottenere nulla con mezzi pacifici.»
«E Masaniello? Lui dovrebbe sapere che se ci sarà una rivolta saranno soprattutto i
lazzari a morire.»
«Lo sa, infatti. Ma se provate a dirglielo ride e dice che non si può fare una frittata
senza rompere le uova. E che i lazzari, pur di avere le uova per fare una frittata, sono
disposti a tutto.»
Concetta annuì. Conosceva poco Masaniello, ma quello era proprio il tipo di
risposta che si sarebbe aspettata da lui.
«Capisco la vostra preoccupazione» disse. «Tuttavia se il viceré vuole aumentare le
tasse, non si può impedirlo.»
«Invece forse una strada c’è.»
«Quale?»
«Alcuni rappresentanti del popolo sono convinti che se potessero parlare con il
viceré senza intermediari, spiegandogli come stanno le cose, lui capirebbe.»
«Per esporre al viceré le ragioni del popolo c’è l’eletto del popolo» disse Concetta.
«È una carica creata apposta. Il duca d’Arcos non riceverà mai dei popolani.»
«L’eletto del popolo è uno solo contro sei eletti dei nobili. Il suo voto in consiglio
vale poco. Inoltre Andrea Naclerio, l’eletto attuale, ha pure lui i suoi guadagni dalle
gabelle e non ha nessuna convenienza a chiedere di ridurle. No, l’unica è parlare
direttamente con il viceré. Ed è qui che entrate in gioco voi.»
«Io?» Concetta era il ritratto dello stupore. «Come potrei aiutarvi io in un’impresa
del genere?»
«Come avete detto voi stessa, i popolani non sarebbero mai ricevuti a palazzo.
Bisogna pianificare un incontro all’esterno, di sorpresa, in un’occasione in cui il
sovrano non sia circondato da un seguito armato numeroso. Altrimenti il colloquio
potrebbe trasformarsi in tragedia.»
«E io cosa c’entro?»
«Voi siete l’amante di Hans Hofer, e per favore non chiedetemi come lo so. La
guardia del corpo del viceré è informata di tutti i suoi movimenti. Se mi farete sapere,
ogni volta che ne verrete a conoscenza, gli impegni del sovrano per i giorni successivi,
la prima volta che uscirà senza troppe guardie al seguito, le persone che conosco si
avvicineranno alla carrozza e proveranno a parlargli.»
«Masaniello e Genoino non cercheranno di mettervi i bastoni tra le ruote?»
«No. Credono che sia un tentativo inutile, ma sono d’accordo a lasciarmi provare.»
Concetta non sapeva se parlare con il viceré scavalcando gli intermediari potesse
realmente portare all’abolizione delle gabelle più gravose. Ma era un’idea così audace,
così lontana dal normale modo di pensare, che l’affascinava. Tuttavia la parte che
toccava a lei era rischiosa. Hans non era stupido, e se avesse cominciato a fargli troppe
domande si sarebbe insospettito.
«Perché dovrei aiutarvi?» chiese. «Voi non rischiate nulla, io rischio tutto.»
Marco Vitale la sorprese una volta di più. Invece di rispondere, si tirò su le maniche
della marsina, mostrandole i polsi. Erano segnati dalle cicatrici lasciate dai ceppi.
«Anch’io corro i miei rischi, come vedete.»
«Siete stato in carcere?»
«Sì. È lì che ho conosciuto Masaniello. Ma non vi chiedo di collaborare gratis.
Abbiamo qualcosa da offrirvi in cambio.»
«Cosa?»
«Il notaio Terrasecca non si è fatto odiare solo da voi, negli ultimi dieci anni»
rispose Vitale. «Ci sarebbe la possibilità di riunire molte persone che sono finite sul
lastrico a causa sua e intentargli una causa per usura. Sono certo che in un caso simile
sarebbe lui a uscirne con le ossa rotte.»
Concetta non aveva mai neppure immaginato che le persone rovinate da un usuraio
potessero unirsi per fargli causa tutte insieme. Il modo diverso in cui Vitale
considerava ogni cosa era attraente. Ma destinato a fallire.
«Il notaio è inattaccabile» disse, con un sorriso triste. «Le cause durano anni,
costano troppo e chi è già rovinato non può pagare gli avvocati.»
«Lo so bene. Ma in questo caso gli avvocati, tra cui anch’io, lavorerebbero gratis. E
le altre spese sarebbero pagate da persone abbienti che appoggiano la nostra causa.»
Concetta ci pensò seriamente. Senza dover pagare gli avvocati e le spese
processuali, l’idea di denunciare Terrasecca per usura non sembrava così campata in
aria. Ma non era ciò che voleva. Il notaio si era preso la sua casa, aveva trasformato lei
in una prostituta e spinto sua madre a suicidarsi. Desiderava la sua morte. Niente di
meno.
«Non potreste farlo uccidere, invece di fargli causa?» chiese.
«Non siamo assassini. Non è pagando dei sicari che trasformeremo Napoli.»
Concetta si strinse nelle spalle. «Credo che quella causa, se mai la intenterete, sarà
un buco nell’acqua. Ma farò ugualmente ciò che mi avete chiesto. La vostra idea è
talmente folle che potrebbe riuscire.»
Negli occhi di Marco Vitale apparve uno sguardo di sincera ammirazione. «Sapete,
quando ho deciso di venire a parlarvi ero un po’ dubbioso. Ma quando vi ho vista in
piazza ho capito subito che eravate la persona giusta a cui chiedere di collaborare.»
«Davvero? E da cosa l’avete capito?»
«Dalla tranquillità con cui guardavate quei nobili, valutandoli. Si vede subito che
siete capace di osare.»
Concetta si sentì arrossire. Per nascondere l’imbarazzo si alzò in piedi.
«Bene, signor Vitale. Oserò e cercherò di scoprire i programmi del viceré. Come
posso mettermi in contatto con voi?»
Vitale si alzò a sua volta. «Ogni giorno fino al tramonto, in un punto preciso del
largo del Mercatello, diciamo accanto a palazzo de Angelis, ci sarà un lazzaro con una
fascia rossa al braccio. Se avete notizie, fingete di fargli l’elemosina e dategli un
biglietto. Io lo riceverò.»
«E se avessi bisogno di parlare con voi?» chiese Concetta.
«Scrivete nel biglietto il luogo, il giorno e l’ora. Verrò dovunque mi convocherete.»
Aprì la porta d’ingresso senza aspettare di essere accompagnato e diede uno sguardo
fuori, assicurandosi che non ci fosse nessuno per le scale. Le fece un inchino e un
sorriso, la ringraziò ancora dell’aiuto che gli aveva offerto e uscì.
Concetta restò un attimo in piedi al centro del soggiorno, poi andò alla credenza a
vetri in cui teneva vini e liquori per Hans e si versò un mezzo bicchiere di moscato
dolce. Dopo tutte le emozioni di quella mattina aveva bisogno di calmarsi. Voleva
capire cosa le era venuto in mente, perché si era offerta di rischiare per una causa
assurda tutto ciò che aveva faticosamente costruito in quegli anni. Invece riusciva a
pensare solo agli occhi glauchi e al sorriso spontaneo, irridente, di Marco Vitale. E a
come era arrossita quando lui le aveva fatto un complimento. Ma quel pensiero non le
dava nessun piacere. Al contrario, le faceva rabbia. La causa per cui si batteva era
giusta e lui sembrava illuminarsi quando ne parlava. Ma di sicuro cercava anche un
vantaggio personale. Non poteva essere diversamente. Ormai Concetta aveva perso la
fiducia nel genere umano.
«È come tutti gli altri» disse, parlando a se stessa come avrebbe parlato a una cara
amica. «Ti cerca e ti fa i complimenti perché gli servi. Quando gli avrai dato ciò che
vuole, per lui non esisterai più.»
XXXIII

Leone attraversò l’oceano da passeggero sulla stessa nave dove aveva servito da
scrivano. Dopo quasi dieci anni, era finalmente sul punto di tornare a casa. Ma senza il
denaro necessario per riportare i Baiamonte ai fasti dei secoli passati. Non era riuscito
a catturare i banditi che erano fuggiti con l’argento e il processo contro don Porfirio gli
aveva fruttato poco. Porfirio era stato riconosciuto colpevole di aver istigato l’attacco
dei banditi insieme alla moglie. Furono decisive le circostanze sospette della fuga del
fuorilegge Juan Moreno dalle carceri di San Luis, la presenza di Socorro sul luogo
dell’attacco e la testimonianza di don Fernando Pérez, ricco proprietario terriero
rispettato da tutti.
Porfirio fu destituito dal suo ufficio e condannato a otto anni di carcere. I suoi figli
furono affidati a una prozia che viveva a Guanajuato. Porfirio avrebbe dovuto anche
risarcire tutti i danni subiti dalla miniera, ma si venne a sapere che a parte un terreno di
scarso valore e la casa di Charcas non possedeva molto. Leone incassò quello che
poteva e naturalmente l’ultima rata del suo debito fu annullata.
Destinò l’intera cifra alle famiglie dei minatori. La maggior parte a chi aveva
perduto una persona cara, ma non dimenticò nessuno. Era un regalo d’addio. Già
durante il processo, infatti, mise in vendita la miniera. La comprò don Fernando, a un
prezzo più alto di quello che Leone avrebbe spuntato da altri, considerando la necessità
di ricostruire tutti gli impianti e l’incertezza su quanto sarebbe durata la vena. Il
ricavato bastava a pagare il passaggio in cabina per l’Europa e a sopravvivere a
Napoli per un anno o due, ma di certo non gli avrebbe consentito di aiutare in modo
significativo i suoi genitori e Concetta.
Leone, Marimar e Amigo, il cane dal pelo giallo a cui lei era tanto affezionata, si
imbarcarono insieme sull’ammiraglia. Leone ottenne dal signor Puig che il cane
viaggiasse in cabina con loro e non in una delle stive con gli animali di bordo.
La traversata fu lunga e tranquilla, con una sola tempesta al largo della Martinica e
mare calmo fino a Cadice. Molti marinai erano gli stessi di dieci anni prima, e alcuni si
ricordavano di lui. Leone li salutò con cordialità ma senza cameratismo, perché non era
mai stato uno di loro, anche quando lo avrebbe desiderato. Quelli che erano stati
rapinati insieme a lui furono contenti di sapere che Juan era morto.
Trascorse quasi tutto il viaggio in cabina o sul cassero di poppa, godendosi la
compagnia della figlia. Giocava con lei e le parlava solo in italiano, raccontandole
storie e insegnandole un po’ di grammatica, sorprendendosi della rapidità con cui
imparava quella che sarebbe stata la sua nuova lingua.
Pochi giorni dopo essere sbarcati a Cadice presero una nave più piccola per
attraversare il Mediterraneo. Un mercoledì di dicembre, a metà pomeriggio,
attraccarono nel porto di Napoli. Leone cercò di capire cosa provava ma non ci riuscì.
Tra poche ore avrebbe saputo finalmente cosa era accaduto ai suoi cari. Nel ribollire
confuso di emozioni che gli agitava il petto, cercò le parole per esprimere quello che
provava, guardando dal mare Napoli che si arrampicava sulla collina, con in cima la
mole a stella di Castel Sant’Elmo.
«Questa è la mia città, Marimar» fu l’unica cosa che poté dire, con un groppo in
gola. «E da oggi è anche la tua.»
Le procedure di sbarco furono semplici. Diede un nome falso e mezzo ducato
all’ufficiale della dogana e attese che i suoi due bauli fossero caricati sul tiro a quattro
cavalli che aveva noleggiato nel frattempo. L’unico piccolo problema fu Amigo, perché
il cocchiere non voleva far salire in carrozza un cane che non somigliava affatto ai
carlini o ai volpini di Pomerania che tante dame si portavano dietro dappertutto, ma
sembrava piuttosto un randagio da strada. Anche in quel caso, due tornesi in più sul
prezzo concordato tacitarono le sue proteste.
Leone voleva andare subito al Sacro Monte dei Poveri: la prima cosa da fare era
mettere al sicuro il denaro che gli restava. Ma decise prima di fare un giro della città,
per riprendere contatto con un mondo che aveva lasciato dieci anni prima.
Mentre la carrozza arrancava in salita, Marimar guardava la città con gli occhi
spalancati dallo stupore. Una volta Leone l’aveva portata con sé alla fiera annuale di El
Durazno e lei ne aveva parlato per giorni, eccitata dalla quantità di persone e di merci.
Ma il ribollire di Napoli era come centomila volte quella fiera. Senza parlare dei
palazzi, delle chiese, delle carrozze dalle dorature splendenti nel sole del pomeriggio.
La distanza che separava il porto dalla sede del Sacro Monte non era molta, ma
procedevano con estrema lentezza a causa del traffico di carrozze e lettighe che
ingombravano le strade del centro.
Marimar rimase particolarmente impressionata dai seggettari che reggevano le
portantine, con i loro costumi costituiti da un corpetto rosso da cui uscivano le maniche
bianche della camicia, brache rosse al ginocchio e i piedi scalzi perché, come le spiegò
Leone, visto che camminavano tutto il giorno preferivano consumare i piedi, piuttosto
che le suole. Marimar era cresciuta indossando sempre morbide scarpe di pelle, ma gli
indios pame a cui apparteneva sua madre non usavano scarpe, perciò sembrava provare
una specie di affinità verso la quantità di gente scalza che girava per le strade di
Napoli.
I lacchè in livree lussuose che andavano per commissioni le sembravano principi. Il
Duomo la lasciò senza fiato. Leone godeva della sua meraviglia, ma aveva imparato a
rispettare il suo carattere taciturno e offriva spiegazioni solo quando lei le chiedeva,
lasciandola libera di assorbire come una spugna il primo impatto con la città.
Lui stesso del resto era un po’ disorientato. Non era più abituato a tanta folla e a
tanto chiasso, e anche se le strade erano le stesse di sempre, erano cambiate molte cose.
Alcuni palazzi erano stati abbattuti e al loro posto ne sorgevano di nuovi. Notò con
sorpresa che la chiesa di San Giorgio Maggiore era stata invertita. La nuova facciata si
trovava dalla parte opposta rispetto a come la ricordava. Anche il modo di vestire delle
persone non era più lo stesso di dieci anni prima. I popolani indossavano sempre le
solite vesti di tela e quasi mai le scarpe, le donne avevano la testa coperta da ampi
fazzoletti, gli uomini da cappelli flosci o berretti. Ma tra i borghesi e i nobili Leone
notò che i farsetti avevano cambiato forma, diventando più lunghi e attillati, spesso
chiusi da lacci con galloni. Molti sfoggiavano colletti con falde che arrivavano quasi
fino all’ombelico. Mantelli e cappelli, sia da uomo che da donna, erano più
appariscenti e sgargianti, e restò stupito da alcune scarpe maschili, dai tacchi alti come
quelle delle donne e ornate di grandi fiocchi a farfalla, di trine o di rose di seta.
Praticamente tutti i nobili avevano le mani coperte da morbidi guanti di pelle.
Passando davanti alla basilica della Santissima Annunziata, Marimar gli indicò una
porticina nel muro e chiese cosa fosse. Leone mentì, dicendo di non saperlo, perché non
voleva turbarla con problemi più grandi di lei. Era la Ruota degli Esposti, dove le
madri abbandonavano i figli illegittimi o quelli che non riuscivano a mantenere. Già
prima della sua partenza, i neonati affidati alla pietà dei religiosi erano così tanti che
sembrava che metà dei ragazzi napoletani si chiamassero Esposito o Degli Esposti, i
tipici cognomi dei trovatelli. E adesso la situazione poteva essere solo peggiorata.
Finalmente, poco prima di sbucare nella piazza della Vicarìa, arrivarono a quello
che tutti chiamavano ancora palazzo Ricca, benché da tempo la famiglia Ricca lo
avesse venduto al Sacro Monte dei Poveri, che vi aveva installato la propria sede.
Leone aveva scelto quella banca perché non aveva mai avuto nessun collegamento con i
Baiamonte, e gli avrebbe consentito di mantenere l’anonimato che cercava. Non aveva
dimenticato che sulla sua testa pendeva ancora un’accusa di omicidio.
Ma c’era anche un altro motivo: il Sacro Monte era sorto con la finalità specifica di
dedicare una parte dei proventi a liberare ogni anno un certo numero di carcerati per
debiti. Dopo quello che aveva passato la sua famiglia a causa di Terrasecca, gli
sembrava un fine particolarmente meritevole.
In cambio dei suoi dobloni ricevette delle “fedi di credito”, documenti bollati e
firmati che valevano come denaro contante, per un ammontare di duecentoventi ducati.
All’incirca un anno di vita in condizioni non troppo modeste. Questo avevano prodotto
dieci anni di fatica e sacrifici. Il pensiero che alla fine non era stato in grado di
mantenere la sua promessa gli bruciava come fiele nello stomaco.
Dopo la visita in banca si fece portare in una locanda di buon livello accanto alla
chiesa di Sant’Eligio, dalla parte opposta del mercato rispetto al Vico Rotto, dove
Fosco gli aveva detto che era andata a stare la sua famiglia. Prese una stanza per la
notte e mise a letto Marimar, ormai così stanca che gli si addormentò in braccio prima
ancora che finisse di spogliarla. Lasciò il cane a montare la guardia, chiuse a chiave la
stanza e uscì.
Era arrivato il momento di rivedere i suoi.
Il sole era un disco rosso sul mare quando attraversò la grande piazza in terra
battuta, nobilitata da una larga striscia di acciottolato che i napoletani chiamavano
“l’inseliciata”. Appena entrò nel vicolo, il sole e il mare lasciarono il posto a una
quantità di panni stesi tra le case. Negli anni prima della sua fuga Leone aveva
attraversato molte strade simili. Ma non si era mai soffermato a guardare nulla. In
genere si trovava con i suoi amici, diretto verso una taverna o un teatro, e l’idea di
arrivarci attraversando i vicoli popolari, con la spada al fianco e la pistola nascosta nel
giubbetto, per loro era una sfida e una prova di coraggio. Il pensiero che la sua famiglia
fosse finita a vivere in uno di quei “bassi” senza finestre, in un vicolo corto e stretto
dove si affondava nel fango e nella sporcizia fino alla caviglia, era insopportabile.
In giro c’era molta meno gente di quanta si fosse aspettato di vedere, e solo quando
le campane della basilica del Carmine suonarono i vespri ne capì il perché. Era
mercoledì, il giorno dedicato alla Madonna Bruna. Tanti lavoratori delle classi umili
che avevano sgobbato tutto il giorno e non avevano potuto presenziare alle messe del
mattino e del pomeriggio, si riversavano nella chiesa e nella piazza antistante per i
vespri, e solo dopo la funzione tornavano a casa.
Quattro giovani confabulavano davanti a una porta, quasi all’angolo con la piazza.
Lo squadrarono con sospetto e Leone fece altrettanto. Si avvicinò e chiese a quello che
sembrava un pescatore, in camicia e brache bianche, fazzoletto rosso al collo e il
caratteristico cappello rosso di Cava dei Tirreni, se sapeva indicargli la casa dei
Baiamonte.
«Chi lo vuole sapere?» chiese di rimando il pescatore. Era un giovane sui
venticinque anni di carnagione bruna, con gli occhi neri e i capelli di un color castano
chiaro che gli scendevano fino al collo. Sembrava il capo del gruppo.
«Sono il figlio di Angelo» rispose Leone.
I volti dei quattro si rischiararono. «Il fratello di Concetta?» chiese il capo.
«Sì. Mi sono imbarcato molti anni fa e ora sono tornato.»
«Io sono Masaniello d’Amalfi. Concetta è qui. Aspettiamo proprio lei.»
Leone squadrò con diffidenza quelle facce poco raccomandabili. «La state
aspettando? Per fare che?»
Masaniello rise. «Adesso ti preoccupi per lei?» disse in tono beffardo. «Se volevi
proteggerla non dovevi lasciarla sola tutti questi anni. Comunque sta’ tranquillo»
accennò con il mento ai due più giovani del gruppo, un ragazzo dai riccioli neri e uno
grassottello dalle orecchie a sventola. «Questi due l’aspettano per riaccompagnarla a
casa. Le strade non sono sicure dopo il tramonto.»
«A casa? Ma non hai detto che abita qui?»
Masaniello scosse la testa, impaziente. «Entra» disse, indicando una porta socchiusa
poco più avanti. «È meglio se vi spiegate tra voi.»
Leone annuì. Attraversò il vicolo e spinse la porta, un semplice tavolato senza
maniglia né serratura. Alla poca luce che filtrava dall’esterno distinse una stanza senza
finestre, dal soffitto basso a volta e dal pavimento in terra battuta: uno scantinato, più
che una casa. Era divisa in due da una tenda, dietro la quale ardeva una lanterna. Nella
parte visibile c’era un tavolo sgangherato con intorno tre sedie impagliate, uno scaffale
di legno grezzo con sopra pentole di stagno e piatti di legno e un focolare annerito con
accanto un piano di lavoro in mattoni per preparare il cibo.
Facendosi forza, attraversò la stanza e scostò la tenda. Sua sorella aveva in mano
una candela infilata in una bugia di stagno e si stava preparando a lasciare solo il
vecchio dai capelli bianchi steso sul letto, con il capo voltato verso il muro. Il corpo
era talmente magro che sotto le coperte sembrava non ci fosse nulla.
Restarono a guardarsi a lungo, senza parlare. Leone la ricordava vestita di seta, con
bottoni di pietre dure e ricami con fili d’oro e d’argento. Ora vestiva in modo dignitoso,
superiore alla miseria di cui parlava quella cantina buia trasformata in casa, ma senza
lusso: corpetto bianco con ricami rossi, gonna color crema con gli stessi ricami del
corpetto, scarpe di pelle con la tomaia di stoffa rossa. Il suo portamento fiero, la bocca
piena e gli occhi grandi erano gli stessi di quando lui era partito, ma le labbra avevano
preso una piega amara e lo sguardo era duro.
«Sei tornato» disse Concetta, a bassa voce. «Alla fine sei tornato.»
Non sembrava felice di vederlo. Rassegnata, piuttosto, come se sulle sue spalle
fosse caduto un peso in più. Leone aveva immaginato una reazione ben diversa. Fece
per avvicinarsi ma lei si mise un dito sulle labbra. «Ci ho messo un sacco di tempo a
farlo addormentare» sussurrò. «Andiamo a parlare fuori.»
Leone indietreggiò fin quasi alla porta. Quell’atteggiamento distante lo feriva.
Quando Concetta lo raggiunse l’afferrò per la vita e l’abbracciò, senza darle il tempo di
posare la candela. Avvertì una resistenza, un fastidio, e si staccò per guardarla negli
occhi.
«Perdonami per averti lasciata sola tutti questi anni» le disse.
Concetta scosse la testa, cercò di trattenere le lacrime ma non ci riuscì. Appoggiò il
capo contro il suo petto e pianse. La fiamma della candela ondeggiava al ritmo dei suoi
singhiozzi, popolando la stanza di ombre in movimento. Leone lasciò che si sfogasse
senza dire nulla, senza prendere iniziative, aspirando il suo odore fresco e pulito.
Tenere sua sorella tra le braccia lo riportava all’infanzia, a un tempo in cui tutto
sembrava bello e luminoso. Ora invece aveva la sensazione di essere un estraneo nella
sua stessa famiglia.
A un tratto lei si sciolse dall’abbraccio e si asciugò le lacrime con il dorso della
mano. «Vieni» disse e lo precedette all’esterno.
Non era ancora buio, ma Leone faceva fatica a vedere dove metteva i piedi. Nel
vicolo nessuno appendeva lanterne davanti alla porta. Passarono davanti ai quattro
lazzari, ancora intenti a parlottare nello stesso punto in cui Leone li aveva lasciati, e si
scambiarono cenni di saluto. Concetta lo guidò fino al margine della piazza, nel punto in
cui partiva l’inseliciata. I banchi del mercato stavano chiudendo e molti dei proprietari
si preparavano a passare la notte stesi accanto alla loro mercanzia. I mendicanti e i
vagabondi sarebbero arrivati più tardi. Leone ripensò alla notte in cui aveva dormito lì
anche lui e quel ricordo improvviso, più di tutto il resto, gli fece capire quanto tempo
era passato. Per dieci anni la sua famiglia aveva aspettato di ricevere l’argento
promesso, e non era mai arrivato nulla. Per la rabbia picchiò un pugno contro il palmo
dell’altra mano.
«So che l’argento che vi ho mandato non è mai arrivato» disse. «Mi dispiace
moltissimo. Lo zio Mariano mi ha derubato. Tu come stai? Come stanno mamma e
papà?»
Concetta lo fissò con uno sguardo in cui sembravano lottare l’affetto e il rancore.
«Papà è molto malato» rispose con voce piatta. «La mamma si è uccisa. Io sono morta
dentro.»
Quando se lo era trovato davanti, Concetta era rimasta paralizzata dalla sorpresa e
da emozioni contrastanti. Gli anni erano passati anche per suo fratello, ma invece di
invecchiarlo lo avevano reso più bello. Emanava un vigore, una sicurezza, che quando
era partito non possedeva. Piangendo sul suo petto si era sentita protetta, sollevata da
un peso. Poi lui aveva parlato dell’argento, le aveva chiesto come stava e l’incantesimo
si era spezzato.
«La mamma...» Leone scosse la testa con forza, come per negare ciò che aveva
appena sentito. Poi la guardò negli occhi. «Com’è successo?»
«Non solo non è mai arrivato l’argento, ma neppure una lettera, una notizia» sibilò
Concetta. «Ti credevamo morto, anche se speravamo ancora. Poi Terrasecca mi ha
mostrato l’anello, ha detto che ti aveva fatto uccidere. E la mamma non l’ha sopportato.
È andata a casa sua e si è tagliata la gola con un rasoio.»
«Mio Dio» sussurrò Leone, coprendosi il viso con le mani. «L’avevo fatto per
salvarvi da lui.»
«Lo so. Quel Fosco è venuto a spiegarmi che si trattava di un trucco, ma lei era già
morta.»
«Vi avevo scritto una lettera per avvisarvi» disse Leone. «Solo molto tempo dopo
ho scoperto che non era mai stata spedita.»
Le raccontò in breve che fine avevano fatto i forzieri con l’argento e le sue lettere.
Le parlò del tradimento dello zio Mariano. Dell’attacco dei banditi che gli avevano
rubato tutto e della decisione di tornare a casa.
«Questa storia della miniera era una follia fin dall’inizio» disse Concetta. Parlava a
bassa voce, per non essere udita dai passanti, ma avrebbe voluto gridare. «Ora sei
tornato, ma è tardi, capisci? Non è solo una questione di soldi. La nostra famiglia non
esiste più, non c’è più nulla che tu possa salvare. Non saresti mai dovuto partire.»
A quell’ultima accusa Leone drizzò la testa e la guardò con rabbia. «Cos’altro
potevo fare?» gridò, incurante degli sguardi dei passanti. «Dopo aver ucciso Sandro
non c’era alternativa.»
«Dopo aver ucciso Sandro avresti dovuto uccidere Terrasecca!» esclamò Concetta,
alzando anche lei la voce. Poi l’abbassò di nuovo, guardandosi intorno. «Quella sera
stessa, oppure la sera dopo. Tendergli un agguato e ammazzarlo come un cane. Questo
dovevi fare. Poi saresti potuto fuggire. Così invece ci hai lasciati in balìa di un
mostro!»
«Non avrei potuto» rispose Leone. «Ucciderlo a sangue freddo, dopo che avevo
ammazzato suo figlio... Non sono un assassino.»
Lei annuì, sarcastica. «Non sei un assassino. Perciò hai preferito condannare noi a
una morte lenta.»
«Ti prego, Concetta, non parlare così. Oggi ho depositato duecentoventi ducati al
Sacro Monte. Posso darne la metà a te e a tuo marito anche subito, se vuoi, e...»
«Io non ce l’ho un marito!» esclamò Concetta. Abbassò gli occhi ma si costrinse a
rialzarli e a guardare in faccia il fratello. Non aveva nulla di cui doversi vergognare.
«Per vivere faccio la puttana. Di lusso, ma sempre puttana. E sai chi è stato ad avviarmi
al mestiere, obbligandomi ad andare a letto con persone a cui doveva dei favori? Il
notaio Terrasecca.» In un sussurro concitato gli raccontò del suo lavoro alla sartoria, di
come il notaio l’aveva scoperto e di quello che le aveva fatto. Del proprio tentativo di
sgozzarlo con un pezzo di vetro, quando le aveva detto che Leone era morto. Della
decisione di Matilde di andare a uccidersi a casa sua. «Non so cosa ci fosse tra loro»
disse. «Qualcosa c’era, ma preferisco non saperlo mai.»
Suo fratello annuì, come se avesse lo stesso sospetto e la stessa opinione. Lei lo
fissò con uno sguardo a metà tra la furia e la supplica. «Ora che sai cosa mi ha fatto
quel maiale, dimmi che lo ucciderai.»
Leone restò immobile. In viso gli si leggevano dolore, affetto, rabbia. «Hai ragione,
avrei dovuto ucciderlo quando ne avevo la possibilità» disse poi. «Ora è tardi.»
«Significa che non intendi vendicare il mio onore e la morte di nostra madre?»
«Terrasecca pagherà per tutto quello che ha fatto, te lo giuro» rispose Leone.
Parlava a denti stretti, come se faticasse a controllare la rabbia. «Ma non intendo
ucciderlo. Vedi, c’è una cosa che non ti ho ancora detto, anzi ce ne sono due. La prima è
che ho fatto voto di non prendere più in mano una spada. La seconda è che ho una
figlia.»
«Sei sposato?» chiese Concetta, sorpresa. Nella sua mente, Leone era associato con
Lisa. Per qualche motivo, aveva sempre pensato che non avendo potuto sposare lei
sarebbe rimasto scapolo.
«Sono vedovo» rispose Leone. «Non è il termine esatto, visto che vivevamo nel
peccato e non ci siamo mai sposati davanti a Dio, ma ho amato Estrella come una
moglie e mi manca come una moglie. Perciò mi considero vedovo. È morta cinque anni
fa.»
«Mi dispiace» disse Concetta, intenerita suo malgrado dal tono addolorato del
fratello. «Tua figlia quanti anni ha?»
«Sei e mezzo. A maggio di quest’anno ne compirà sette.»
«E dov’è adesso?»
«Dorme nella locanda dove ho preso una stanza per la notte. Domani la conoscerai.
Capisci ora perché non posso uccidere il notaio?»
«No.»
Leone strinse le labbra. «Anche se tradisco il mio voto e lo uccido,» disse «nel
migliore dei casi dovremo fuggire di nuovo. E io non voglio più fuggire. Oppure mi
prenderanno, sarò condannato a morte e Marimar resterà sola, orfana di padre e madre,
in un paese che per lei è straniero. In entrambi i casi, non riavremo il nostro palazzo e il
nome dei Baiamonte non sarà riabilitato.»
«E cosa vorresti fargli, se non lo uccidi? Citarlo in tribunale? Ne avevamo già
parlato dieci anni fa, mi sembra.»
«Qualcosa farò, te lo prometto» disse Leone. «Lui pagherà, in qualche modo.»
«Io voglio vederlo morto. O almeno in prigione per il tempo che gli resta da
vivere.»
«Sono arrivato oggi, lasciami il tempo di esaminare la situazione, va bene? Ne
riparliamo tra una settimana o due.»
Concetta stava per rispondere, quando uno dei lazzari che parlavano con Masaniello
corse verso di loro. «Donna Concetta, vostro padre è sveglio e grida. Dice che ha
sentito la voce di suo figlio.»
«Corriamo» disse Concetta. «Ma lascia entrare prima me.»
Entrarono nel basso e fu lei a scostare la tenda e a entrare da sola, dopo aver acceso
la candela. Voleva calmare il padre, prepararlo alla vista di Leone, ma lui la investì
immediatamente.
«Leone è tornato, vero? Vi ho sentiti sussurrare e poi uscire. Credevo di sognare, ma
ora sono certo che lui è qui.» Con gli occhi azzurri spalancati, la barba incolta e i
lunghi capelli bianchi spettinati sembrava un folle, e l’apparenza purtroppo non era
molto lontana dalla realtà. La mente di Angelo aveva dovuto sopportare troppi pesi,
cominciava a cedere.
«Prima calmatevi, poi vi rispondo» disse Concetta, severa. «Sapete che agitarvi non
vi fa bene.»
Lui si sforzò di obbedire. Respirò a fondo diverse volte e il suo sguardo tornò
normale. «Allora?» chiese poi.
Lei si avvicinò al letto e gli prese la mano. «Non avete sognato.» Fece un gesto
verso la tenda, invitando il fratello a farsi avanti. «Leone è qui.»
Leone scostò la tenda ed entrò. Senza dare il tempo al padre di dire nulla, si
avvicinò al letto e lo abbracciò. Concetta restò a guardarli, in piedi accanto al tavolino
con sopra la candela infilata nella bugia. Piansero entrambi, guancia ispida contro
guancia ispida, le lacrime dell’uno che si mescolavano con quelle dell’altro. Poi suo
padre lo allontanò per guardarlo meglio. Gli accarezzò il viso e gli passò una mano tra i
capelli.
«Non preoccuparti se non hai portato il denaro» disse. «L’importante è che tu sia
qui.»
«Come sapete che non l’ho portato?»
Angelo sorrise appena. «Ho visto come sei vestito. Non sei un uomo ricco. Ma sei
vivo.» Scosse la testa, come se non potesse credere ai suoi occhi. «Sapevamo che il
notaio non era riuscito a ucciderti, ma non credevo che ti avrei più rivisto. Ora posso
morire contento.»
«Non parlate di morte, vi prego, che porta disgrazia» intervenne Concetta.
Suo padre le sorrise, e per la prima volta in tanto tempo lei sentì un vero calore nel
suo sguardo. «Dopo che sei partito, Concetta è stata il nostro sostegno» disse Angelo a
Leone. «È solo grazie a lei che io e tua madre abbiamo avuto un tetto sopra la testa. Ora
che sei tornato potrà riposarsi e pensare un po’ a se stessa.» Sorrise di nuovo. «Ormai
ha ventisette anni, l’età da marito l’ha passata da un pezzo. Ma sono certo che bella
com’è troverà un bravo giovane, quando sarà libera dal peso che io rappresento nella
sua vita.»
«Papà, non siete affatto un peso, io...» Concetta scosse la testa, lottando contro le
lacrime. Suo padre non le aveva mai parlato così, negli ultimi tempi. Era felice che
avesse notato tutto ciò che aveva fatto per loro, ma anche un po’ spaventata. Quella
lucidità, quella sincerità, non erano normali in Angelo.
«Figli miei, ascoltatemi.» La voce di suo padre era chiara, addirittura autorevole, in
contrasto con la figura sottile adagiata sul letto. «Voi due vi siete sempre voluti bene,
nonostante non siate mai d’accordo su nulla. Vi chiedo di continuare a volervene. Se
resterete uniti, la famiglia Baiamonte resisterà a qualsiasi rovescio di fortuna.» Fece
una pausa e Concetta notò che era diventato più pallido del solito e sembrava respirare
a fatica. «La colpa di tutto ciò che ci è capitato è solo mia. Vi ho trascinati nella rovina
e dopo non sono riuscito a fare nulla per risollevarci. Voi almeno ci avete provato,
ciascuno a modo suo.»
Angelo si portò le mani al petto, in una smorfia di dolore. Gocce di sudore
brillavano alla luce della lanterna a olio.
«Padre!» esclamarono Leone e Concetta allo stesso tempo, chinandosi su di lui.
Concetta posò una mano sulle sue, che teneva incrociate sul petto come per
combattere una fitta nel cuore.
«Ci vuole un medico, presto!» gridò Leone. «Concetta, pensaci tu, per favore, io non
saprei dove andare. Fa’ venire il migliore che conosci e non badare a spese.»
«Non serve un medico» rantolò Angelo. Con uno sforzo in cui infuse tutte le sue
ultime energie, tolse le mani dal petto e afferrò quelle dei figli. «Perdonatemi» riuscì a
dire tra i denti. «Vi prego.»
Un attimo dopo i suoi occhi azzurri persero la luce che li illuminava dall’interno.
Angelo Baiamonte era morto. Finalmente non aveva più bisogno di nascondersi
dietro un libro, per non vedere le brutture del mondo.
XXXIV

Quando si accorse di essere seguito, Fosco stava camminando di buon passo verso
Porta Capuana, infastidito dal compito che doveva assolvere: evitare una volta di più al
notaio di pagare una gabella. Doveva aspettare un contadino che sarebbe arrivato da un
casale fuori città con un carico di farina su un carro coperto e pagare sottobanco i
dazieri perché non guardassero sotto il telo di copertura. Per una sciocchezza del
genere sarebbe bastato il più inesperto dei suoi uomini, ma il notaio voleva che fosse
sempre lui a trattare con i gabellieri.
Per Terrasecca non pagare le gabelle era una questione di principio. Con tutti i soldi
che aveva, avrebbe potuto pagarle tutte senza problemi anche se fossero costate dieci
volte tanto, ma non voleva che neppure un carlino del suo denaro finisse nelle mani dei
nobili parassiti che lucravano sulle imposte.
All’altezza della chiesa di Santa Caterina a Formello Fosco si infilò in un vicolo,
per avere la prova che la persona che aveva notato alle sue spalle, a una distanza di
circa trenta passi, stesse seguendo proprio lui. Continuando a camminare, abbassò la
mano a sciogliere il laccio che impediva alla spada di uscire accidentalmente dal
fodero. Non aveva paura ma non sottovalutava nessuna minaccia. Napoli in quel
periodo era diventata ancora più pericolosa del solito.
Alcuni mesi prima, il giorno dopo Natale, una folla di lazzari aveva circondato la
carrozza del viceré all’uscita dalla chiesa del Carmine, per chiedergli di non tornare a
imporre la gabella sulla frutta. Sembrava una manovra in qualche modo organizzata. Il
duca d’Arcos si era spaventato e aveva promesso, ma una volta tornato a palazzo aveva
cambiato idea, consigliato anche dai nobili napoletani che sulle gabelle ci
guadagnavano. Così all’inizio di gennaio era uscito il bando con le imposte da pagare
per i vari tipi di frutta. Il popolino si era sentito tradito e da allora ribolliva di rabbia.
Il notaio temeva che si stesse preparando una rivolta. Fosco aveva creduto che
esagerasse, ma poi erano apparsi cartelli inneggianti alla ribellione, e la settimana
precedente, il 6 giugno, alcuni popolani avevano bruciato i banchi del dazio a piazza
del Mercato. Quello era un segnale chiaro, lo sapeva riconoscere anche un ignorante
come lui. Eppure la giustizia aveva lasciato correre, forse pensando a una bravata.
Dal giorno dopo il notaio aveva cominciato a fare incetta di cibo, preparandosi al
peggio. Nel caso fossero scoppiati dei tumulti, Fosco e i suoi uomini avevano l’ordine
di asserragliarsi nel palazzo, dove con adeguate scorte di cibo e munizioni potevano
resistere anche un mese. Ma di sicuro un’eventuale rivolta non sarebbe durata più di
due o tre giorni.
Fosco entrò in una bottega che vendeva piatti, scodelle e cucchiai di legno. Si mise
un dito sulle labbra per indurre il proprietario a non chiedergli nulla, attese un tempo
ragionevole e poi uscì in fretta, procedendo in senso contrario a quello da cui era
venuto. Non vide nessuno ma non era convinto.
Decise di fare un altro tentativo. Arrivò fino in piazza e si diresse verso la casa
della gabella, a ridosso di una delle due torri che fiancheggiavano la porta. Le torri si
chiamavano Onore e Virtù, due cose difficili da trovare in quella zona di transito, da
cui entravano buona parte delle merci e degli alimenti provenienti dalla campagna
circostante. Tra prostitute a caccia di clienti, bravacci al servizio di nobili o mercanti,
gabellieri pronti a schiacciare i poveri e a lasciarsi corrompere dai ricchi, la piazza era
teatro di imbrogli, affari, risse e grida, di cui erano sempre pronti ad approfittare i
lazzari, che avevano lì uno dei loro punti di ritrovo. Se ne vedevano ovunque, stesi al
sole a oziare, in piedi davanti allo spettacolo di un gruppo di guitti, oppure nei pressi
della porta, dove si offrivano come guide o aiutanti ai forestieri che entravano in città
dalla strada di Capua. D’estate per fortuna il sole cocente seccava il fango, gli scoli e
gli escrementi del bestiame e la piazza non era il labirinto di rigagnoli e pozzanghere
maleodoranti in cui si trasformava nelle altre stagioni.
Fosco si infilò tra il pubblico che assisteva alla rappresentazione dei guitti. Un
uomo, una donna e due ragazzi con la faccia dipinta, che dicevano di venire da Roma e
raccontavano di aver visto il papa in piazza San Pietro. La storia era narrata dall’uomo,
mentre la donna sottolineava ogni frase con il suono del tamburello e i ragazzini si
esibivano in facili acrobazie.
A un tratto Fosco si abbassò di scatto, come se gli fosse caduto qualcosa. Protetto
dai corpi delle persone intorno, scrutò lo spazio aperto della piazza e finalmente
individuò l’uomo che lo seguiva. Senza cappello, giubbetto giallo di tela leggera,
camicia bianca, calzoni gialli al ginocchio e calze bianche di cotone. Le scarpe di cuoio
infangate indicavano che si spostava a piedi e quindi apparteneva al popolino.
Era di spalle e fissava l’orrendo spettacolo in mostra lungo la parte interna delle
mura: quattro cadaveri di giustiziati, nudi e lividi in vari stadi di putrefazione, e varie
teste tronche e rinsecchite esposte in gabbie di ferro. Peccato che quel monito non
servisse affatto a far diminuire i reati. La miseria era una spinta troppo forte.
Fosco si alzò in piedi prima che l’uomo si voltasse, passò dietro le carrozze e i
cavalli in attesa al centro della piazza e gli arrivò alle spalle. Se non ci fosse stata tutta
quella presenza di sbirri e gabellieri, lo avrebbe abbrancato da dietro spingendogli il
pugnale contro le costole e lo avrebbe costretto a dirgli chi era e cosa voleva. E se le
risposte non lo avessero soddisfatto, lo avrebbe ammazzato sul posto. Lo aveva già
fatto in passato e non aveva mai dovuto pentirsene. Nel dubbio, meglio lasciarsi dietro
un innocente morto che un nemico vivo. Il notaio era un uomo odiato da molti, e Fosco
era il capo della sua milizia privata. Non poteva permettersi il lusso della
compassione, se voleva arrivare alla vecchiaia.
L’uomo si accorse che Fosco non era più tra il pubblico dei guitti e cominciò a
esplorare la piazza con gli occhi, cercando di individuarlo tra la gente che affollava le
botteghe e le mescite di vino tutto intorno alla piazza. Quando si voltò nella sua
direzione Fosco lo vide in faccia e per poco non gli venne un colpo. Era Leone
Baiamonte.
Leone stava ancora cercando di capire dove fosse finito il bravaccio, quando lo vide
uscire da dietro una carrozza e venirgli incontro. Alto e bruno, in camiciotto di tela,
cappello a tesa larga, stivaloni e spada al fianco, incuteva soggezione. Per quel motivo
forse alcuni passanti fecero una faccia perplessa, vedendo che lo salutava toccandosi il
cappello. Non accadeva spesso che un mercenario mostrasse rispetto per un uomo del
popolo.
«Don Leone» disse Fosco quando lo raggiunse, con la faccia seria. «Non me la sento
di dirvi bentornato. Sapete che se per caso vi vede il notaio la mia vita non varrà un
soldo?»
«Lo immagino. Per questo ti seguo da quando sei uscito dal palazzo, in attesa di
poterti avvicinare in un posto isolato» rispose Leone. «Ma sembra che tu li eviti di
proposito.»
«È così, infatti. Preferisco camminare in mezzo alla gente, ci sono meno pericoli.»
Si guardò intorno con diffidenza. «Seguitemi, conosco un posto qui vicino dove staremo
tranquilli.»
Comprò un cartoccio di pesce fritto da una venditrice che a giudicare dalla
scollatura offriva anche altri tipi di merce, e condusse Leone in una mescita di vino.
Ordinò una caraffa di vino bianco di Circello e si sedette a un tavolo accanto a una
finestra, da dove poteva controllare il traffico che passava da Porta Capuana.
«Favorite, don Leone» disse aprendo il cartoccio di pesce, mentre l’oste posava sul
tavolo la caraffa di vino e due bicchieri. «Quando siete tornato?»
«Due mesi fa. Ho avuto varie cose da sistemare, ma adesso è arrivato il momento di
occuparmi di Terrasecca.»
Fosco prese tempo riempiendo i bicchieri e bevendo un sorso dal suo. «Alla salute»
disse.
«Alla salute» rispose Leone, imitandolo. Il vino fresco e l’ombra della taverna erano
quello che ci voleva in quella calura. Aspettando che l’altro dicesse qualcosa assaggiò
la frittura. Era tutta minutaglia: moscardini, trigliette, alici. Saporiti, caldissimi e non
troppo unti perché il cartoccio assorbiva l’olio in eccesso.
«Io vi stimo e vi devo la vita» disse Fosco dopo un lungo silenzio. «Ma se proverete
a fare qualcosa contro il notaio dovrò uccidervi o farvi uccidere.»
«Proverò a fare qualcosa contro il notaio» ribatté Leone, secco. «Puoi starne certo.
E tu mi aiuterai. Sei in debito con me, hai fatto un giuramento.» Lo vide muoversi a
disagio sulla sedia e aggiunse: «Se anche mi uccidessi, Terrasecca verrebbe a sapere
che in Messico lo hai preso in giro e la tua vita non varrebbe un soldo, lo hai detto
anche tu».
«Mi mettete in una brutta situazione.»
«Terrasecca ha rovinato la mia famiglia, spinto mia madre al suicidio e trasformato
mia sorella in una prostituta. In quanto a mio padre, è morto di stenti il giorno stesso del
mio arrivo a Napoli. Tu cosa faresti, al mio posto?»
Fosco prese un moscardino e lo stritolò tra i denti giallastri, senza chiudere la bocca
mentre masticava. «Non è che non c’avete ragione» rispose poi. «È che io sono in
obbligo anche con il notaio. Voi mi avete risparmiato la vita. Lui molto tempo fa mi ha
salvato dalla prigione e forse da una condanna a morte.» Diede un’occhiata fuori dalla
finestra. «Ditemi cosa volete da me, poi decido.»
«È presto detto: innanzitutto voglio delle informazioni. Potrei procurarmele anche in
altri modi, ma chiedere a te è la cosa più semplice. Quanti uomini armati ha ai suoi
ordini il notaio? Come se ne serve? È introdotto a corte? Fa ancora l’usuraio o si è
costruito un paravento legale per giustificare la sua ricchezza?»
«Queste cose posso dirvele senza problemi. È diventato ricchissimo. Presta soldi a
molti personaggi influenti a corte, con tassi di interesse addirittura più bassi di quelli
legali. Gli serve per tenerli in pugno. Se si presentasse al palazzo del viceré sarebbe
ricevuto con tutti gli onori, ma non ci va perché disprezza i nobili, come sapete. Fa
ancora l’usuraio, ma la sua maggiore fonte di denaro è una partecipazione nel Banco di
San Giacomo e Vittoria. Sia detto a suo onore, non ha mai voluto aggiudicarsi un
arrendamento. I soldi li prende ai ricchi, non ai poveri.»
«Quanti sono i suoi armati? Ne ho visti un bel po’ sorvegliando la casa dalla
strada.»
«Ventotto, compreso me. Eravamo trenta ma due sono stati assassinati nei quartieri
spagnoli e non li ho ancora rimpiazzati.» Si riempì di nuovo il bicchiere e bevve
avidamente.
«Per liberarmi dall’accusa di aver ucciso il figlio del notaio ci vorrà un processo»
disse Leone, fissandolo negli occhi. «Mi servirà la tua testimonianza per raccontare
come sono andate realmente le cose.»
«Scordatevelo» ribatté il bravaccio, senza mezzi termini. «Come vi ho detto, contate
sul mio aiuto per qualsiasi cosa, ma non contro il notaio.» Gettò un altro sguardo fuori
dalla finestra e qualcosa attirò la sua attenzione. «Il contadino che aspettavo sta
arrivando» disse. «Devo salutarvi, don Leone.»
«Se avrò bisogno di altro come posso fartelo sapere?»
«Venite in questa taverna e lasciate un messaggio all’oste. Ci incontreremo qui
all’ora di pranzo, due giorni dopo.» Vuotò il bicchiere e si alzò in piedi. «So che non
rinuncerete, ma ve lo dico lo stesso. Per affrontare il notaio dovete avere forti appoggi
a corte e un piccolo esercito ai vostri ordini. Altrimenti vi schiaccerà come uno
scarafaggio.»
XXXV

Concetta era preoccupata per quella convocazione improvvisa. Non era nello stile di
Marco Vitale mandarla a chiamare in modo così perentorio e allo stesso tempo vago,
scrivendole di lasciare qualsiasi cosa stesse facendo e recarsi subito a casa di
Masaniello, per una faccenda che la riguardava.
Per fortuna il biglietto le era stato consegnato dopo pranzo, quando mancavano
ancora cinque o sei ore alla visita di Hans. Concetta prese una carrozza a noleggio, si
fece lasciare in piazza del Mercato dalla parte del mare e fece l’ultimo pezzo di strada
a piedi. Come sempre quando si recava nel vicolo indossava abiti di poco prezzo e
zoccoli di legno. Non voleva rischiare di sporcare i vestiti buoni e le scarpe di pelle o
di stoffa ricamata con la polvere, il fango e le sporcizie che invadevano tutte le stradine
e le piazze non lastricate di Napoli.
Appena arrivò all’angolo in cui si apriva il Vico Rotto, una voce squillante gridò:
«Zia Concetta!» e Marimar corse ad abbracciarla.
Concetta si era affezionata a quella bambina dalla pelle scura e dai capelli nerissimi
dalla prima volta che l’aveva vista, il giorno del funerale di Angelo. E l’attrazione era
reciproca. Malgrado il suo carattere schivo, Marimar le faceva un sacco di feste ogni
volta che la vedeva. Le saltò in braccio e la baciò su entrambe le guance. Aveva le
mani sporche, era scalza e sorridente. Il suo cane dal pelo giallo le saltellava intorno
latrando.
«Mi hai portato un regalo?» chiese subito.
«Oggi no, piccola mia. Sono venuta di fretta. Ma la prossima volta te ne porto due,
va bene?»
«Sì. Se cerchi papà non c’è. Ha detto che torna al tramonto.»
«Si fida a lasciarti sola tutto questo tempo?»
«Certo. Ormai sono grande, ho sette anni.»
Concetta la posò a terra, le accarezzò i capelli e la lasciò tornare a giocare con gli
altri bambini. Sembrava felice con addosso solo una vestina sporca e i piedi nudi, come
se fosse figlia di un lazzaro e non di un barone, per quanto povero e decaduto.
Quando dopo la morte del padre Leone aveva deciso di restare a vivere nel basso,
Concetta glielo aveva sconsigliato, soprattutto per il bene della figlia. Anche se non era
tornato ricco dal Nuovo Mondo, con i suoi duecento ducati avrebbe potuto permettersi
di meglio. Lui aveva insistito, dicendo che i vicoli intorno al mercato, dove neppure gli
sbirri osavano entrare, erano l’ideale per restare nascosto fino a quando fosse stato
pronto ad agire contro Terrasecca. In quanto alla figlia, il basso non era troppo diverso
dalla baracca della miniera in cui Marimar aveva trascorso i primi anni della sua vita,
le aveva detto. E con i bambini del vicolo si sarebbe trovata benissimo.
Aveva avuto ragione. Marimar all’inizio non usciva mai di casa, ma si era stancata
presto di giocare solo con il suo cane nella penombra umida del basso e aveva
cominciato ad affacciarsi all’esterno, facendo amicizia con i bambini del vicinato. I
primi giorni Leone non la perdeva d’occhio, poi aveva compreso che non poteva
restare sempre seduto davanti casa per sorvegliarla e neppure poteva sempre portarsela
dietro quando aveva qualcosa da fare. Così aveva cominciato a lasciarle maggiore
libertà, fidandosi della rete di sorveglianza esercitata dai vicini di casa: piccoli
contrabbandieri, prostitute, filatrici, pescatori che lavoravano nei dintorni della vicina
pietra del pesce, tenevano sotto controllo tutto ciò che accadeva nel vicolo,
proteggendo le loro attività lecite e illecite, le loro case e i loro figli.
«Concetta, vi stiamo aspettando» disse dall’alto una voce maschile. Concetta alzò la
testa e in casa di Masaniello vide Marco Vitale affacciato alla finestra. Al posto del
suo abituale sorriso aveva una faccia seria che riaccese la sua preoccupazione.
Salì subito al primo piano. Nella stanza principale del piccolo appartamento c’erano
Masaniello, in piedi contro il muro, Marco Vitale accanto alla finestra e seduto al
tavolo un vecchio catarroso in tonaca nera chiusa da bottoni di madreperla e cappello
da prete, con un pizzetto bianco e gli occhi gialli come quelli di un gatto. Concetta
comprese subito che si trattava di Giulio Genoino, la mente della rivolta che si stava
preparando. Vitale li presentò e Concetta gli fece una breve riverenza, portando
indietro un piede e piegando appena il ginocchio.
«Ho ricevuto il biglietto e sono venuta subito» disse poi. «Di cosa si tratta?»
«Di vostro fratello» rispose Vitale, scuro in volto. «Masaniello crede che possa
essere una spia.»
«Una spia?» Concetta si aspettava di tutto, meno un’accusa del genere. Li guardò uno
per uno. «Una spia di chi?»
Fu Genoino a prendere la parola. «La rivolta popolare che stiamo preparando ha una
possibilità di riuscire solo se manterremo il segreto fino all’ultimo momento. Se il
viceré venisse a saperlo anche solo con un giorno di anticipo, farebbe arrestare noi tre
e un’altra decina di persone, toglierebbe un paio di gabelle per far contento il popolo e
per chissà quanti anni ancora non ci sarebbe più alcuna possibilità di cambiare le cose
nel Regno di Napoli.» Tossì, una tosse grassa che gli scosse il petto e le spalle, poi
riprese: «Comprenderete perciò che dobbiamo essere sospettosi e spietati».
«Donna Concè, vostro fratello è stato visto più volte intorno alla casa di un
gabelliere che è mio nemico personale» intervenne Masaniello, insofferente come
sempre delle lunghe spiegazioni. «Mi hanno detto che si nascondeva dietro i muri, come
se non volesse farsi vedere, e spiava la porta.»
«Sembrava aspettare che il gabelliere uscisse per parlargli» disse Genoino. «Così ci
hanno riferito.»
«Sapete perché non ho ordinato di portarlo qua a forza, appena l’ho saputo?»
«Perché?» chiese Concetta, con il cuore in gola.
«Perché Marco ha una passione per voi, ha detto che siete sempre stata leale e non
potevamo farvi questo senza avvisarvi.»
Concetta si voltò verso Vitale e si sorprese di vederlo arrossire. «Grazie» disse.
«Grazie a tutti e tre per non averlo fatto. Sono certa che mio fratello è innocente. Avete
visto anche voi come si dà da fare per la gente del quartiere.»
Un giorno, poco tempo dopo il suo arrivo nel vicolo, Leone aveva aiutato una
vedova a leggere una ingiunzione di pagamento per un vecchio debito del marito e si
era offerto di scriverle una risposta, consigliandole di presentare un ricorso. Le aveva
spiegato che quasi certamente sarebbe stato rifiutato, ma le avrebbe permesso di
allungare i tempi e di mettere in salvo i suoi beni dal pignoramento.
Quella sera stessa la donna era tornata e aveva insistito per regalargli cinque uova.
Era accompagnata da un’amica che aveva bisogno di un favore analogo e portava in
cambio una pagnotta di pane bianco. «Non può pagare un avvocato così l’ho portata da
voi» aveva detto. In pochi giorni si era sparsa la voce e Leone era diventato lo scrivano
del quartiere. Redigeva lettere e documenti, dispensava consigli e ognuno gli dava in
cambio ciò che poteva: pane, pesce, un piatto di minestra già cucinata e anche qualche
moneta.
«Lo sappiamo bene» disse Genoino. «Ma voi appartenete alla nobiltà. Siete poveri
ma vorreste tornare ricchi, come tutti i nobili decaduti. È facile immaginare i benefici
che potreste ottenere, denunciandoci agli uomini del viceré.»
Sentendolo parlare, osservando i suoi occhi gialli e guardinghi, Concetta comprese
chi era stato a insinuare quei sospetti nella mente di Masaniello.
«Io conosco Marco Vitale dall’anno scorso» disse. «Immaginate come sarebbe stato
felice il viceré di evitare di essere circondato dai lazzari all’uscita dalla chiesa? Se
avessi rivelato al mio amante ciò che mi aveva chiesto di fare Marco, avrei ricevuto
una ricca ricompensa e ora voi sareste al carcere dell’Almirante» disse rivolta a
Genoino. «E voialtri due a remare sulle galere.»
«Concetta, non è della vostra lealtà che stiamo parlando» disse Masaniello. «Vostro
fratello vi ha lasciata sola per dieci anni. Ora è tornato e dice che non è contrario alla
rivolta ma neppure ci vuole dare una mano, con la scusa che ha fatto voto di non
combattere più. E intanto si fa vedere in atteggiamento sospetto davanti alla casa di un
mio nemico, una persona che non scamperà al giusto castigo, quando sarà il momento.
Che devo pensare?»
«Come si chiama questo gabelliere?» chiese Concetta. Aveva già capito chi poteva
essere, ma voleva la conferma.
«Antonio Mazzella. Sta in via Soprammuro.»
Concetta respirò di sollievo. «La moglie di Mazzella era la fidanzata di Leone, dieci
anni fa» disse. «Poi quando lui è scappato ha sposato il gabelliere. Di sicuro Leone
voleva rivederla senza essere visto. Per questo aveva l’atteggiamento che vi è stato
riferito.»
«Peggio ancora» interloquì Genoino. «Magari per salvare la sua innamorata di tanto
tempo fa l’avverte di cosa si sta preparando. Masaniello, ti consiglio di non rischiare.»
Anche se aveva preso gli ordini religiosi soltanto per essere lasciato in pace dalla
giustizia, dopo tanti processi e anni di carcere, Genoino cercava di parlare in modo
conforme alla sua dignità. Perciò “non rischiare” nella sua bocca, significava “fallo
uccidere”.
Masaniello si accarezzò i baffetti biondi, riflettendo. Concetta comprese che gli altri
due, anche se molto più scaltri e più colti di lui, avrebbero rispettato la sua decisione.
«Mio fratello non è un traditore. Garantisco io per lui» disse, decisa. «Se lo fate
uccidere dovete far uccidere anche me, perché diventerò vostra nemica e andrò subito a
denunciarvi.»
«E va bene» disse Masaniello. «Parlerò con Leone e gli dirò che se qualcuno lo
rivede intorno a casa di Mazzella è un uomo morto. Ma per ora non gli farò niente.
Questa rivoluzione deve cominciare uccidendo i nemici, non gli amici.»
«Vi ringrazio» disse Concetta. «Vado a cercare mio fratello e gli dico di presentarsi
qui appena possibile.» Fissò Vitale negli occhi, e aggiunse: «Grazie, Marco. Ti sei
comportato da vero amico».
Era la prima volta che gli dava del tu. Fino a quel momento aveva sempre mantenuto
le distanze. Stavolta fu lei ad arrossire, e per non darlo a vedere fece un mezzo inchino
e uscì.
XXXVI

Il 7 luglio, il giorno in cui scoppiò la rivolta, era domenica e faceva un caldo tremendo.
In piazza del Mercato fervevano i preparativi per la festa della Madonna del Carmine,
che si sarebbe celebrata il 16 luglio. Come tutti gli anni, i lazzari avrebbero eretto sul
palco delle forche un castello di legno, poi, divisi in due eserciti nemici, armati di
canne al posto di lance e picche, avrebbero inscenato l’attacco al castello da parte dei
saraceni, e la sua difesa da parte dei cristiani. Per il momento il castello non c’era
ancora e la forca faceva bella mostra di sé al centro della piazza, ma gli “alarbi”, così
erano detti i circa tre o quattrocento ragazzi che dovevano partecipare alla
rappresentazione in qualità di saraceni e cristiani, erano già impegnati da qualche
giorno nelle prove. Perciò la loro presenza nei dintorni della piazza in così gran numero
non insospettiva nessuno. E neppure il fatto che quell’anno il capitano degli alarbi fosse
Masaniello era sembrato strano. Chi meglio di lui poteva comandare quell’orda di
ragazzi scalzi che già gli obbedivano nella vita quotidiana?
Hans Hofer era di servizio al palazzo del viceré, ma anche se fosse stato libero,
nulla avrebbe trattenuto Concetta. Era disposta anche a mandarlo al diavolo, pur di
essere in piazza del Mercato quella mattina. Leone aveva provato a dissuaderla in tutti i
modi, ma alla fine per proteggerla fu costretto ad accompagnarla. Lasciò Marimar
chiusa in casa, con l’ordine di non aprire a nessuno fino al suo ritorno, e andò in piazza
al fianco della sorella.
Arrivarono quando i tumulti erano già cominciati. Maso Carrese, un agricoltore di
Pozzuoli cognato di Masaniello, si era rifiutato davanti a tutti di pagare la gabella sulla
frutta, secondo le istruzioni ricevute. Il rifiuto aveva generato un alterco che in breve
tempo aveva coinvolto gabellieri, sbirri della Vicarìa, alguacil, fruttivendoli e
contadini.
Il mercato era molto diverso dal solito. La frutta era ancora sui carri e dentro le
sporte, i bancarellari cominciavano a togliere le merci dai banchi e perfino i maiali,
che da sempre giravano liberi grufolando tra scarti e rifiuti, sembravano aver sentito il
pericolo e si erano ritirati verso il lato orientale della piazza. Il popolo gridava contro
le gabelle e gli arrendatori, ma spesso si sentiva: «Viva il re di Spagna!». Un capitano
di giustizia urlava di fare silenzio e si attendeva l’arrivo di Andrea Naclerio, l’eletto
del popolo, che era stato mandato a chiamare ma non si trovava in casa. Masaniello se
ne stava seduto tranquillo sul palco delle forche, con le gambe penzoloni.
Naclerio arrivò poco dopo. Elegante e vestito di scuro, con la gorgiera bianca
inamidata e la pistola infilata nella cintura. Si fece un silenzio tale che in tutta la piazza
si udiva solo il ronzare delle mosche e di centinaia di vespe intorno alle sporte di
frutta. Tutti sudavano e tacevano.
Concetta voleva andare al centro della mischia per sentire tutto, e Leone dovette
trattenerla per un braccio.
«Fra poco non voleranno solo gli insulti, lo sai meglio di me» le disse. «Per favore
resta qui.»
Forse fu il fatto di averglielo chiesto per favore che la indusse a obbedire, o forse si
rese conto anche lei del pericolo. Da lontano videro Carrese che sfidava Naclerio,
mentre il capitano di giustizia schierava una ventina dei suoi con le spade sguainate a
proteggere l’eletto. Naclerio strattonò Carrese per la camicia, gridandogli «La gabella
s’adda pagà» e il contadino rispose, rosso di rabbia: «E pagala tu!». Ci fu un parapiglia
di schiaffi e spintoni. Le guardie avevano il loro da fare a tenere calmi gli animi, ma a
un tratto Carrese, infuriato, tagliò con un trincetto le corde che tenevano dritte le sporte
piene di frutta sul pianale del suo carro. «Per la frutta mia non voglio niente!» gridò.
«Piuttosto che pagare la gabella la regalo!»
Fichi fioroni, verdi fuori e rossi dentro, ciliegie, pesche gialle e rosse, finirono sul
selciato in mezzo alla calca. Alcuni ragazzi si precipitarono su quel ben di Dio e
cominciarono a mangiare, lordandosi la faccia e le camicie. Qualcuno raccolse dei fichi
e li gettò addosso a Naclerio e agli sbirri. Non si era mai vista una ribellione così
aperta all’autorità costituita. Un lazzaro prese a pugni l’eletto del popolo e quello,
compreso finalmente il pericolo, si diede alla fuga dalla parte del mare, seguito da
sbirri e gabellieri. Ma era troppo tardi. Dalla frutta si passò ai ciottoli divelti
dall’inseliciata. Il popolo era una massa compatta di furia. Un sasso centrò in fronte
Naclerio, facendolo cadere a terra. Furono due capipopolo a salvarlo. Con l’aiuto di un
paio di sbirri e di un frate cappuccino lo caricarono su una barca e lo mandarono via tra
gli insulti dei lazzari. Sui ponti delle navi alla fonda i marinai cominciarono a
rumoreggiare, inneggiando al popolo nonostante i richiami dei loro ufficiali.
Solo allora Masaniello si alzò in piedi e dal palco delle esecuzioni si preparò ad
arringare la folla.
«Ora succede il peggio» disse Leone.
«Il peggio per chi se lo merita» ribatté Concetta, senza distogliere lo sguardo dalla
piazza.
Le ore che seguirono furono talmente convulse e dense di eventi che in seguito Leone
non riuscì mai a separare ciò che era successo prima da ciò che era successo dopo. Il
principe Tiberio Carafa e il nipote Diomede vennero a parlare con Masaniello,
trattandolo con deferenza e offrendogli l’abolizione della gabella sulla frutta. Il
pescivendolo, istruito da Genoino, rispose che voleva l’abolizione di tutte le gabelle e
in più il privilegio di Colaquinto. Si trattava di un antico diritto concesso da Carlo V
alla città di Napoli, in cui si sanciva che il popolo aveva diritto a un numero di seggi di
rappresentanza uguale a quello dei nobili. Don Tiberio disse che avrebbe riferito al
viceré la richiesta, e Masaniello rispose: «Non pigliatevi fastidio, ci vado io a parlare
con Sua Eccellenza».
Mentre Giovanni, il fratello di Masaniello, incendiava la casa della gabella sul
“molo grande”, dal mercato partì un corteo immenso verso il palazzo reale. Alarbi
armati di canne e torce impeciate, contadini con forconi e roncole, donne con mestoli di
rame e coltelli da cucina. Ormai la rivolta era inarrestabile. Tutte le case del dazio
furono date alle fiamme, gli sbirri e i dazieri che non fecero in tempo a scappare furono
assaliti e massacrati. Il viceré lanciò da un balcone dei biglietti in cui prometteva che
avrebbe abolito “las gavellas”, ma era troppo tardi. I rivoltosi sbaragliarono i soldati
spagnoli e la guardia alemanna, entrarono a palazzo, misero a soqquadro i saloni. Il
duca d’Arcos fuggì da una scala e si rifugiò nel vicino convento di San Luigi.
I rivoltosi aprirono le carceri di San Giacomo, quelle dell’Almirante, del Nunzio,
del Visitatore, dell’Arte della Seta e altre, liberando i detenuti. Nel frattempo si
bruciavano le case degli arrendatori e dei nobili invisi al popolo. Si sfondavano i
portoni, si gettavano nel cortile mobili e suppellettili, poi si appiccava il fuoco.
Il primo a essere colpito fu Girolamo Letizia, il responsabile di tanti soprusi e
dell’ammenda di cento scudi chiesta per far uscire dal carcere la moglie di Masaniello.
La sua casa fu incendiata, Letizia fu ucciso, la moglie e le figlie violentate e poi fatte a
pezzi. Concetta aveva voluto seguire a tutti i costi il corteo fino al palazzo reale, e
Leone l’aveva accompagnata. Ma quando le strade cominciarono a essere invase dal
fumo acre degli incendi, Leone la convinse a tornare verso il mercato.
Il sole era ancora alto e il caldo era insopportabile. Il vento salmastro che arrivava
dal mare non bastava a rinfrescare l’aria né a disperdere il fumo. La gente si fermava a
bere alle fontane ma anche alle taverne, dove il vino era gratis per tutti. Fu davanti a
una taverna nel quartiere della Conceria che vennero a sapere della fine di Letizia, da
un gruppo di uomini e donne ubriachi, che raccontavano a chiunque si fermasse ad
ascoltarli le gesta di cui erano stati partecipi. Una delle donne gridò: «E adesso stanno
andando anche da Antonio Mazzella, quello che ha arrestato Bernardina!».
Leone si voltò a fissare Concetta e le lesse in faccia la sua stessa ansia. «Lisa non
merita di finire come la moglie di Letizia» disse a bassa voce.
«Vengo con te.»
«No. Devo correre e tu mi rallenteresti. Ti prego, va’ a casa da Marimar e aspettami
lì. Sai come sono i bambini. È sola da questa mattina, non vorrei che le venisse in
mente di uscire a vedere cosa succede.»
Gettò un’occhiata alla strada. L’idea di lasciarla arrivare da sola fino al basso lo
preoccupava.
«Sta’ tranquillo, da queste parti molti mi conoscono» disse Concetta. «Non mi
succederà nulla. Vai.»
Leone le strinse le mani, esitò ancora un attimo, poi si voltò e cominciò a correre in
direzione di Porta Nolana. Aveva negli occhi le immagini evocate dal racconto appena
udito e pregava solo di arrivare in tempo.
Lisa aiutava il marito a gettare in alcune grandi borse di tela un po’ di vestiti e le
cose più preziose che possedevano. Lavoravano in silenzio, di comune accordo, forse
per la prima volta dal giorno in cui si erano sposati. Quando era tornato a casa di corsa
meno di un’ora prima, gridando che la città era in fiamme e bisognava fuggire al più
presto, Mazzella aveva avuto addirittura un gesto affettuoso per Tonino. Il bambino
aveva chiesto da chi bisognava scappare, e il gabelliere invece di ignorarlo o
rispondergli con stizza come al solito gli aveva accarezzato la testa e aveva detto: «Dal
demonio che si è impadronito di Napoli. Non c’è un minuto da perdere».
Sotto casa era pronto un baroccio tirato da un solo cavallo, con il quale speravano di
riuscire a varcare le mura e rifugiarsi in qualche casale del circondario finché i soldati
del viceré non avessero ripreso il controllo della città. Abbandonarono mobili, tappeti,
vestiti e gli oggetti che avrebbero appesantito troppo le borse, poi si precipitarono per
le scale. Anche Tonino trascinava giù una borsa, un gradino alla volta. Gli altri
inquilini del palazzo erano chiusi in casa, ma loro non avevano nulla da temere. La furia
del popolo era rivolta solo contro i nobili e i gabellieri.
In strada passava una processione di frati cappuccini salmodianti, con la croce e i
turiboli. Scendevano verso il mercato con la speranza di calmare gli animi, ma bastava
guardare il fumo biancastro dell’incenso che saliva a unirsi con quello nero degli
incendi, per capire che era tardi per affidarsi alla preghiera.
Mazzella sudava copiosamente in quel caldo infernale. Ogni tanto si asciugava la
fronte e la testa rasata con la manica della camicia. Sfiorava la sessantina, con il sedere
e la pancia sempre più larghi e i grossi baffi ormai bianchi come la neve. L’aria
spavalda, l’andatura impettita e la spada al fianco di solito lo facevano apparire più
giovane. Quel giorno invece, spaventato, sudato e senza cappello, dimostrava tutti i suoi
anni. Lisa non lo aveva mai amato ma neppure odiato. Capiva che adattarsi a quel
matrimonio di convenienza e a crescere un figlio non suo era stato difficile per lui. Per
questo era sempre di cattivo umore, in casa e fuori, sempre intento a dimostrare di
essere un uomo d’onore, perché nel suo intimo si sentiva disonorato. Suo marito in un
certo senso le faceva pena.
Lo aiutò a caricare le borse, si voltò per aiutare Tonino ma lo vide che stava già
arrampicandosi sul carro dall’altro lato. Ormai aveva quasi dieci anni, e ci teneva a
fare tutto da solo. Salì anche lei mentre Mazzella andava ad aprire il portone e montava
a cassetta. Tutte le finestre erano sbarrate, ma sapeva che tanti occhi li stavano spiando
e si voltò a salutare. Con i vicini si era trovata bene, avevano capito presto che lei era
diversa dal marito e le avevano reso la vita meno pesante in quegli anni.
Mazzella incitò il cavallo con un grido rauco e le ruote cerchiate del carro
stridettero sull’acciottolato del cortile. In quel momento udirono le grida e un attimo
dopo una ventina di persone urlanti, uomini donne e persino bambini irruppero dal
portone aperto.
«Stava scappando, il gabelliere!» gridò una donna.
«Siamo arrivati giusto in tempo!» le fece eco un’altra.
«Masaniello vuole la sua testa!»
Il cavallo, spaventato, tentò di impennarsi, ma le stanghe del carro glielo
impedirono. Un ragazzo lo afferrò per la cavezza, mentre due uomini prendevano
Mazzella per le gambe, gettandolo sul lastricato senza tanti complimenti. Lo presero a
calci, lo pungolarono con i bastoni. Le donne gli sputarono in faccia. Lisa prese Tonino
per le spalle e lo voltò con il viso contro il suo ventre, perché non vedesse quello
scempio. Sapeva che le conveniva tacere, o almeno non intervenire in nessun modo in
favore del marito. L’unica speranza di salvezza era dissociarsi del tutto da lui. Eppure
gridò: «Vi prego, risparmiategli la vita».
I popolani risero. «Dopo tocca pure a te, stai tranquilla e non provare a scendere dal
carro.»
Lisa comprese che era finita. Voleva implorare, pregare che risparmiassero almeno
Tonino, ma sarebbe stato inutile. Leggeva nei loro occhi la brama di morte, il
divertimento feroce di uccidere. Molti di loro forse non conoscevano neppure
Mazzella, la loro era una vendetta contro un sistema che troppo a lungo li aveva
schiacciati e contro tutti quelli che ai loro occhi lo rappresentavano. Chinò la testa e
chiuse gli occhi quando un colpo di roncola troncò la mano destra del marito. Non vide
cosa successe poi, ma a un tratto Mazzella smise di gridare e i suoi aggressori smisero
di incitarsi a vicenda. Antonio Mazzella era morto. Ora sarebbe toccato a loro. Lisa
voleva aprire gli occhi, guardare con coraggio la propria fine, ma non ci riusciva.
Piangeva in silenzio, e sentiva le lacrime calde di Tonino che le bagnavano la gonna.
«Ora tocca agli altri due!» disse qualcuno.
Ci fu un trambusto e a un tratto una voce gridò: «Fermi! La donna e il bambino sono
innocenti, lasciateli!».
Lisa riconobbe la voce all’istante, malgrado fossero passati tanti anni, e seppe che
stava sognando. Era in pericolo, stava per morire e sognava che l’uomo che aveva
sempre amato venisse a salvarla. Che stupida. Non aprì gli occhi, non avrebbe
sopportato la delusione. Meglio morire così.
I popolani non avevano nessuna intenzione di lasciarsi sottrarre il divertimento.
Gridarono contro l’uomo e Lisa pensò che avrebbero ucciso anche lui. Ma a un tratto
una donna gridò dalla finestra: «Lasciatela stare, è ’na brava donna, quel porco di
Mazzella la menava pure a lei!». Subito si aprirono altre finestre, e altre voci
intervennero in sua difesa. Lisa cominciò a sperare. Capì che non doveva continuare a
starsene cieca e muta, quello era il momento di parlare, di perorare la propria causa.
Aprì gli occhi, pronta a rinnegare il marito, l’ufficio della gabella e anche il re di
Spagna, se glielo avessero chiesto. Ma non riuscì a dire nemmeno una parola.
Davanti al carro c’era davvero Leone, i capelli biondi sciolti sulle spalle, gli occhi
azzurri come quelli di suo figlio, e le sorrideva mettendo in mostra il dente spezzato.
Lisa vide il palazzo che le girava intorno, il quadrato di cielo sopra il cortile mentre
cadeva e sentì le piccole mani di Tonino che cercavano di trattenerla.
Poi si abbandonò alla stretta di due braccia forti. Riconobbe il suo odore e perse
conoscenza.
Leone adagiò Lisa sul pianale, poi saltò sul carro e gettò sul pavimento del cortile
tutte le masserizie che vi si trovavano sopra. Quel gesto fece capire ai popolani che era
uno di loro.
«Mazzella abitava al secondo piano» disse, a voce alta e decisa. «Andate a casa sua
e prendete quello che volete, oppure gettate tutto in cortile e dategli fuoco. Ma
risparmiate il palazzo, che qui ci abita gente del popolo come voi.»
Loro sembravano aspettare solo qualcuno che gli dicesse cosa fare. Ripresero a
gridare e si lanciarono di corsa su per le scale.
«Andiamo, presto» disse Leone al bambino, a bassa voce. «Dobbiamo scappare
prima che ci ripensino.»
Prese in braccio Lisa, ancora svenuta, uscì in fretta dal cortile, e cominciò a
scendere a passi rapidi verso la basilica della Santissima Annunziata. In quel momento
era la strada che sembrava più libera, per tornare in piazza del Mercato.
Il bambino lo seguì senza discutere. Aveva lo sguardo fisso, gli occhi azzurri
spalancati e si muoveva come un sonnambulo. In quel momento Lisa emise un debole
sospiro.
Leone si voltò a guardarla. Lei aveva gli occhi aperti e lo stava fissando, con la testa
contro il suo petto. Restarono così, gli occhi negli occhi, per un lungo momento. Leone
la esplorò con lo sguardo, saziandosi del suo viso. Lisa aveva trentaquattro anni, uno
più di lui, ma era come se il tempo non fosse passato. A parte qualche filo grigio nei
capelli neri, era bella come il giorno in cui avevano fatto l’amore. Dovette farsi forza
per ricordarsi che era una donna sposata e che aveva appena perso il marito in un modo
orribile.
«Dimmi che sei davvero tu» mormorò lei.
«Sono io, Lisa. Mi dispiace essere arrivato tardi per provare a salvare tuo marito.»
Lei scosse la testa. «Non avresti potuto salvarlo. Ha fatto molto per farsi odiare da
tutti, in questi anni.»
In quel momento il bambino, che camminava due passi davanti a loro, si voltò
sentendoli parlare, e quando vide che la madre era sveglia scoppiò in un pianto dirotto.
«Mettimi giù, per favore» disse Lisa, con voce flebile.
Appena posò i piedi a terra cercò di prendere in braccio il figlio, ma era ancora
debole e per poco non caddero entrambi. Fu Leone a sollevarlo e a tenerlo tra le
braccia, mentre lei lo abbracciava e piangeva con lui.
Il disco giallo del sole era già scomparso dietro i tetti, dalla parte del mare, ma
c’era ancora molta luce. Le giornate estive sembravano non finire mai. L’odore degli
incendi, gli spari, le grida, erano dappertutto. Ormai erano passate parecchie ore dagli
scontri della mattina al mercato e la città era in mano al popolo. Non si vedeva uno
sbirro o un soldato da nessuna parte. A centinaia avevano gettato la divisa ed erano
passati dalla parte dei rivoltosi.
Questo non voleva dire che non ci fosse pericolo. Al contrario.
«Dobbiamo andare» disse Leone, mettendo giù il bambino. «Restare in strada è
troppo pericoloso.»
«Dobbiamo tornare a prendere papà!» gridò il piccolo, con voce acuta. «Bisogna
fargli il funerale, se no non andrà in Paradiso.»
Lisa si sedette sui talloni, portando il viso alla sua altezza, e gli parlò come si parla
a un adulto. «Non possiamo, Tonino. Se ci rivedono, quelle persone ci faranno del
male. Ora dobbiamo nasconderci, ma non preoccuparti. Dio riconosce le anime senza
bisogno di preti e di messe.»
Ripresero il cammino, in silenzio nel chiasso che li circondava. Le botteghe erano
tutte chiuse, mentre le taverne erano aperte e gli osti davano da bere gratis a chiunque lo
chiedesse, per festeggiare l’abolizione delle gabelle. Del resto, se si fossero rifiutati di
farlo, sarebbero stati uccisi e le loro taverne depredate.
Lisa aveva un’espressione che Leone non riusciva a interpretare. Era come se si
fosse messa una maschera per impedire alle emozioni di traboccare. Leone immaginava
che pensasse al marito appena morto. Fu assalito dal ricordo di Estrella, dei suoi occhi
insondabili, e si sentì in colpa. Ora si rendeva conto che in tutti quegli anni non aveva
mai dimenticato davvero Lisa. Ci aveva provato, ma non ci era riuscito. Non era stato
possibile.
E adesso erano di nuovo insieme, ma forse era passato troppo tempo. Forse l’aveva
ritrovata solo per perderla di nuovo.
XXXVII

Il giorno dopo, lunedì, le strade erano ingombre di macerie e gli incendi continuavano,
ma la rivolta aveva assunto un certo ordine. Durante la notte il viceré aveva lasciato il
convento di San Luigi e si era rifugiato nel castello fortificato di Sant’Elmo, che
dominava la città. Poi aveva raggiunto cavalieri e ministri a Castelnuovo, per decidere
il da farsi. Masaniello intanto, acclamato Capitano Generale a furor di popolo, ordinò
che non si esigesse più alcuna gabella e che il pane si facesse bianco e di buon peso,
una cosa che ormai il popolo aveva dimenticato da tempo. I fornai, vessati dalle
gabelle, per guadagnare usavano farina di scarto mescolata a polvere di marmo e altre
porcherie. Vedere di nuovo del pane bianco a un prezzo contenuto fece aumentare a
dismisura nei rivoltosi la volontà di andare avanti fino al completo successo.
Arrivarono altre migliaia di persone dai casali fuori le mura, per dare man forte a
Masaniello. L’esercito dei popolani, pur male armato e per nulla addestrato, era
enormemente più numeroso di quello del viceré. Era stato stilato un elenco delle case
da bruciare e Masaniello aveva istruito di persona delle squadre di ragazzini, muniti di
pece e zolfo, detti “incendiari”.
Furono bruciati i palazzi del duca di Maddaloni, del duca di Caivano, degli
arrendatori Antonio de Angelis e Felice Basile e di moltissimi altri. Gli incendiari
abbattevano i portoni, invadevano le sale e buttavano dalle finestre mobili e
suppellettili, facendone un grande mucchio a cui poi davano fuoco. Nella lista non
compariva il palazzo dei Baiamonte. Questa era una fortuna, perché significava che
sarebbe sopravvissuto alla rivolta, ma Concetta la vedeva in modo diverso.
«Avevo chiesto a Marco Vitale di mandare una squadra contro Terrasecca,
risparmiando il palazzo ma uccidendo lui e non l’ha fatto! Vorrei sapere perché lo
proteggono. È un usuraio, per Dio!»
«Concetta, non bestemmiare davanti ai bambini» intervenne Lisa, cercando di
calmarla.
«Tu non parlare, che tuo marito era il peggiore di tutti.»
«Non è vero!» gridò Tonino. «Mio padre faceva solo il suo dovere!»
Sembrava pronto a saltare addosso a Concetta. Lisa gli mise una mano sulla testa per
trattenerlo. Concetta tacque e andò ad affacciarsi alla porta. Nel basso scese il silenzio.
Lisa sperava solo che Leone tornasse presto. Li aveva lasciati soli ed era uscito per
procurarsi da mangiare.
Abbracciò il figlio e lo mise a sedere accanto a Marimar, che sfogliava un libro di
astronomia del nonno alla luce di una candela, perché anche se fuori splendeva il sole lì
dentro regnava una penombra costante. Fin dalla sera prima i due bambini si erano
trovati bene insieme, e questo le allargava il cuore. Non sapevano di essere fratello e
sorella e non era ancora il momento di dirglielo. Durante la notte, lei e Leone si erano
raccontati tutte le peripezie di quegli anni. Avevano pianto, soprattutto lei, e si erano
abbracciati, stesi su una coperta accanto al camino spento, mentre Concetta e i bambini
dormivano sul letto dietro la tenda. Non era successo altro e Concetta non sapeva se e
quando sarebbe successo.
Per molti versi era come se il tempo non fosse trascorso. Si erano sentiti vicini
nell’anima come quando erano fidanzati. Ma quei dieci anni avevano lasciato cicatrici
in entrambi, ed era presto per capire se si sarebbero cancellate. Era presto per parlare
del futuro. Non sapevano neppure se sarebbero sopravvissuti alla furia che aveva
sconvolto Napoli.
Nel vicolo passò una piccola folla che urlava: «Morte agli affamatori del popolo!
Morte a chi si è arricchito alle nostre spalle!».
Concetta si voltò di scatto verso di lei. Sembrava aver preso una decisione
improvvisa. «Io vado con loro» la informò. Poi aprì la porta e uscì in strada così come
si trovava, senza cuffia e senza cappello. «Un usuraio ci ha costretti a vivere in questo
basso e ha fatto morire mio padre e mia madre!» gridò. «Chi mi accompagna a fare
giustizia?»
Era bellissima, con i capelli castani scarmigliati, il viso acceso e il vestito verde
chiaro che disegnava i contorni del suo corpo. Il gruppo si fermò come davanti a
un’apparizione.
«Io sono con questa povera donna!» gridò un giovane contadino, agitando un
archibugio che doveva aver strappato a qualche soldato. «Chi viene con noi?»
Una trentina di uomini armati di picche, forconi e alcune spade, partirono a passo
deciso dietro Concetta e il giovane con lo schioppo, urlando «Giustizia! Morte agli
usurai!» e «Viva il re di Spagna!».
Lisa li seguì con lo sguardo mentre attraversavano il Lavinaio e scomparivano dietro
l’angolo di via Soprammuro, poi chiuse la porta. Leone avrebbe trovato una brutta
sorpresa, al suo ritorno.
Leone tornò a casa con una brocca di vino, frutta in abbondanza, pane caldo e
croccante e ricotta dei casali. In tutto aveva speso meno di quanto il giorno prima gli
sarebbe costato solo il pane. Cominciava a capire perché sempre più persone, anche
appartenenti agli strati meno poveri della popolazione, aderissero alla rivolta. Tuttavia
continuava a essere scettico sul risultato finale. La frase che i rivoltosi non mancavano
mai di urlare, «Viva il re di Spagna», intendeva far capire al viceré e tramite lui a
Filippo IV che l’obiettivo non erano loro, bensì il malgoverno dei ministri a cui
avevano affidato la gestione del Regno di Napoli.
Ma era stato proprio il governo di Madrid a esigere i contributi straordinari che
avevano portato allo scoppiare della rivolta. Per questo il viceré de Cabrera, che non
se la sentiva di spremere un popolo già alla fame, aveva chiesto di essere sostituito e al
suo posto Filippo IV aveva mandato il duca d’Arcos.
La Spagna doveva fronteggiare rivolte interne, come quella in Catalogna, e la
continua pressione dei francesi che incalzavano da tutte le parti, dalle Fiandre a Milano
ai presidi in Toscana. In un quadro dove era in gioco la sopravvivenza stessa del regno
di Spagna, il benessere dei napoletani non importava a nessuno. Leone era convinto che
presto la situazione sarebbe tornata alla normalità e Napoli si sarebbe riempita di
forche.
Ma si augurava con tutto il cuore di sbagliarsi. L’allegria per le strade aveva
contagiato anche lui. Sarebbe stato il primo a gioire se la sua città fosse diventata un
luogo in cui tutti potessero vivere in modo dignitoso. Ci sarebbero sempre stati i ricchi
e i poveri, naturalmente, ma almeno non si sarebbero più viste persone condannate ad
anni di carcere per non aver pagato la gabella su un po’ di farina, donne ridotte in
schiavitù per evitare il carcere e altre ingiustizie che gridavano vendetta al cielo.
Con questi pensieri in testa bussò alla porta del basso ed entrò sorridendo con le
sporte di cibo tra le braccia. Lisa lo gelò subito raccontandogli della bravata di
Concetta.
«Da quanto tempo sono andati via?» chiese, posando le sporte sul tavolo.
«Sarà una mezz’ora.»
«Bada ai bambini, ti prego. Qui c’è da mangiare per tutti. Devo fermarla prima che
si faccia uccidere.»
Uscì senza un’altra parola e seguì la strada che aveva preso sua sorella.
Passare da via Soprammuro non era la via più breve per arrivare al palazzo
Baiamonte, ma Concetta doveva aver pensato che seguendo le mura avrebbero avuto
meno possibilità di incontrare qualche capo della rivolta che desse loro nuovi ordini. I
rivoltosi erano concentrati in massima parte al centro della città e nella zona che dava
verso il mare.
Corse senza mai fermarsi, ma arrivò troppo tardi. Quando raggiunse il palazzo dove
era nato e cresciuto, il cancello di ferro che immetteva nel giardino era aperto e lo
spettacolo che gli si presentò davanti era agghiacciante. Una trentina tra lazzari e
popolani erano stretti in un gruppo compatto nel piccolo spiazzo erboso che separava il
palazzo dalla macchia di aranci. Gli armigeri agli ordini di Fosco li tenevano sotto tiro
da due lati con pistole e archibugi. Non c’erano morti sul terreno, il che significava che
erano caduti in una trappola.
Probabilmente le guardie si aspettavano l’attacco, li avevano lasciati entrare e
subito li avevano circondati. Leone vide Concetta in prima fila e gli si strinse il cuore.
Le armi da fuoco erano molto imprecise, ma erano tante. La possibilità che lei morisse
alla prima scarica erano enormi. Per fortuna i soldati erano fermi, come in attesa di un
ordine che non era ancora arrivato.
Dal portone del palazzo emerse Terrasecca in persona, vestito di nero da capo a
piedi. Era invecchiato e ingrassato, ma aveva sempre un aspetto formidabile. I capelli
bianchi, radi sopra la testa, e la pappagorgia che debordava sopra il colletto inamidato
non rendevano meno feroce il suo viso dalla bocca larga e dal naso a uncino.
Impugnava una pistola in ciascuna mano e dalla cintura gli pendeva una spada dall’elsa
dorata. Restando alle spalle degli armigeri gridò: «Concetta, tu non c’entri niente con
questa marmaglia. Vieni qui e ti prometto che li lascerò andare!».
«Non ti credo!» urlò Concetta. «Non credo a una sola parola di quello che dici.
Ammazzaci tutti o lasciaci andare tutti insieme!»
Nascosto dietro il cancello, Leone ribolliva di rabbia. A meno di quaranta passi da
lui stava il responsabile della morte di suo padre e sua madre, vivo, libero e in procinto
di far uccidere anche sua sorella. Neppure lui credeva alla sua promessa. Terrasecca
non aveva motivo di voler salvare Concetta, dopo ciò che aveva avuto il coraggio di
farle.
Se avesse avuto una spada avrebbe rotto senza indugio il suo voto e gli si sarebbe
lanciato addosso. Tuttavia l’indignazione era tanta che a un tratto si trovò a camminare
disarmato verso di lui.
«È me che vuoi, bastardo!» disse. «Lascia stare mia sorella e affrontami da uomo.»
Terrasecca si voltò, spalancò la bocca come se avesse visto un fantasma, ma la
sorpresa durò solo un attimo. Si voltò rapido verso Fosco, che era accanto a lui, e gli
scaricò la pistola nel petto. «Muori, traditore!» gridò, mentre il bravaccio si accasciava
sul terreno. «Non sparate!» aggiunse con un sorriso feroce, rivolto alle guardie.
«Quell’uomo è mio.»
Puntò l’altra pistola e fece fuoco. Leone non si scansò, non rallentò il passo né lo
affrettò, non fece nulla se non continuare ad avanzare. Il colpo lo mancò. Nel giardino
degli aranci scese un silenzio profondo. Leone non se ne accorse. L’uomo che aveva
distrutto la sua famiglia doveva pagare, e il momento era adesso. Non ce ne sarebbe
stato un altro. Se c’era giustizia al mondo, il notaio non lo avrebbe colpito. Se non c’era
giustizia, sarebbe morto nel tentativo di salvare sua sorella.
Sulle labbra di Terrasecca apparve un sorriso. «Con me i tuoi trucchi non
funzionano» disse, in tono sprezzante.
Posò la canna della pistola sull’altro braccio tenuto orizzontale, lo lasciò avvicinare
ancora e sparò il secondo colpo. Leone avvertì uno strappo alla spalla sinistra, seguito
da un dolore bruciante. Barcollò e fece un passo di lato per non cadere. Riprese
l’equilibrio e continuò ad avanzare. Terrasecca mise mano alla spada. Fece in tempo a
estrarla dal fodero ma Leone entrò nella sua guardia e lo colpì con un pugno al mento in
cui mise tutta la furia accumulata in quegli anni. Terrasecca si staccò letteralmente dal
suolo e volò a terra. Dai popolani esplose un grido come il boato di un tuono.
Entusiasmati dal suo coraggio si gettarono in massa contro le pistole e gli archibugi dei
mercenari, sfidando la morte.
Leone quasi non se ne accorse. Vedeva solo il suo nemico, invecchiato, grasso, ma
ancora temibile, che sputava sangue dalla bocca gonfia. Schiacciò con il tacco dello
stivale la mano che stringeva la spada e sentì il rumore secco delle dita fratturate.
Terrasecca strinse i denti e cercò di voltarsi sulla pancia per rimettersi in piedi. Leone
si chinò, afferrò la mano rotta e torse l’anulare fin quasi a strapparglielo, facendolo
urlare a piena gola. Poi gli sfilò l’anello con lo stemma di famiglia, se lo mise al dito e
lo usò per dargli un altro pugno, spaccandogli il naso a uncino.
«Ho giurato davanti a Dio di non uccidere più» disse a denti stretti. «Ma per togliere
dal mondo un mostro vale la pena di rompere un voto.»
«Io non ho fatto nessun voto» disse Concetta alle sue spalle.
Aveva raccolto la pistola di uno dei caduti e la puntava al petto del notaio. I suoi
occhi castani non tradivano alcuna emozione.
«Concetta, no!» farfugliò Terrasecca, muovendo a fatica la bocca gonfia.
All’improvviso sembrava terrorizzato. «Non devi... non sai...»
Concetta scoprì i denti come se volesse morderlo. «Per farti pagare tutto il male che
hai fatto, dovrei ucciderti dieci volte. Ma mi accontento di una.» Gli appoggiò la canna
sul petto e premette il grilletto. Lo sparo fu assordante. Poi lasciò cadere la pistola e
restò immobile, con le braccia lungo i fianchi. «I nostri genitori sono vendicati» disse.
Voltandosi, Leone vide che le guardie erano state sopraffatte. Gli ultimi tre
sopravvissuti gettarono le spade e chiesero pietà, ma furono finiti a bastonate. Poi i
rivoltosi entrarono nel palazzo, urlando: «Bruciamo, bruciamo tutto! A morte gli
usurai!».
A quelle parole Concetta si riscosse. «Fermi!» gridò, correndo verso il portone.
«Questo palazzo non è nella lista di Masaniello!»
Ma nessuno l’ascoltava. Furono aperte le finestre e cominciarono a volare fuori i
primi mobili. Leone stava per correrle dietro quando si sentì chiamare.
«Leone» rantolò Terrasecca.
Era steso sull’erba in una pozza di sangue ma non era ancora morto. Con le dita della
mano buona gli fece segno di avvicinarsi. Leone si chinò su di lui, pronto a raccogliere
le sue ultime parole.
Il notaio aveva negli occhi un’urgenza, una preoccupazione, che per un attimo lo
fecero sembrare un normale essere umano. Prese fiato, e quando l’orecchio di Leone fu
accanto alla sua bocca sussurrò: «Nello stanzino segreto... Concetta non dovrà mai
sapere... mai».
La testa ebbe uno scatto e Terrasecca morì a bocca aperta, gli occhi fissi sulle foglie
degli aranci. Concetta uscì dal portone camminando come una sonnambula, mentre dalle
finestre uscivano le prime lingue di fiamma. Lo abbracciò e pianse a lungo con la testa
sul suo petto. Leone le passò intorno alla vita il braccio buono, ignorando il dolore alla
spalla ferita, e restarono a guardare il fuoco che divorava il palazzo Baiamonte.
Avevano avuto la loro vendetta, ma ora avevano davvero perso tutto.
Masaniello non aveva dimenticato la promessa fatta a Concetta. Cinque giorni dopo
l’inizio della rivolta le regalò un vestito bellissimo, di seta bianca con ricami d’oro e
bottoni di ametista. Concetta non voleva accettarlo, sia perché valeva venti volte quello
che lei aveva impegnato per contribuire alla liberazione di Bernardina dal carcere, sia
perché immaginava che provenisse dal saccheggio di qualche palazzo e non voleva
rischiare, una volta tornata la pace, di incontrare la proprietaria.
«Prendetelo, donna Concè» disse Masaniello, comprendendo i suoi scrupoli
inespressi. «Se non lo volete usare vendetelo, io non mi offendo. E se vi sembra che
vale troppo usate una parte dei soldi per far dire qualche messa in mio nome, quando
non ci sarò più.»
Concetta accettò il regalo e lo ringraziò, ma comprese solo in seguito l’allusione alla
messa per i defunti.
Il regno di Masaniello infatti durò soltanto dieci giorni e finì bruscamente il 16
luglio, durante la festa della Madonna del Carmine. In quel breve periodo il
pescivendolo del Vico Rotto fu acclamato come un re, scampò a un attentato, ebbe ai
suoi piedi nobili, ammiragli, un cardinale e persino il viceré, per essere poi tradito e
ucciso dagli stessi che lo avevano portato al potere. Si seppe dopo che Giulio Genoino,
preoccupato dagli eccessi di Masaniello, aveva complottato con gli spagnoli per farlo
assassinare.
Poco prima di lui fu ammazzato anche Marco Vitale. Il suo corpo decapitato fu
trascinato per la città, facendolo passare per spregio anche sotto casa sua, e poi gettato
nella cloaca del Santo Spirito. Concetta ne pianse amaramente la morte, e non volle
credere alle voci secondo cui Vitale era un sodomita e amante di Masaniello. Solo
allora si accorse che provava per il giovane avvocato un sentimento più profondo di
quanto volesse ammettere.
Leone era certo che l’insurrezione sarebbe finita male. I poteri in gioco erano troppo
forti. Gennaro Annese, il capopolo che aveva assunto il comando dopo la morte di
Masaniello, mirava alla cacciata definitiva degli spagnoli e stava cercando di
accordarsi con i francesi. Leone aveva sentito dire che voleva creare una repubblica e
invitare Enrico di Lorena, duca di Guisa, a prenderne il comando. Ma una repubblica
guidata da un duca poteva solo avere vita breve, così come i capi della rivolta.
Chiunque avesse vinto, Francia o Spagna, si sarebbe assicurato che un’insurrezione del
genere non si ripetesse mai più.
I capi probabilmente lo sapevano, eppure continuavano a lottare. Leone li rispettava
per questo e faceva del suo meglio per dare una mano, pur senza partecipare ai
combattimenti. Intanto continuava a pensare alle ultime parole di Terrasecca, ma
trascorse parecchio tempo prima che potesse andare a cercare di capire cosa aveva
voluto dire. Le strade di Napoli erano più pericolose che mai, e chi veniva sorpreso a
frugare tra le macerie di un palazzo incendiato rischiava di essere giustiziato sul posto.
Perciò dovette dominare l’impazienza e dedicarsi a cose più urgenti, come ad
esempio la propria riabilitazione davanti alla giustizia.
Il giorno dopo la morte di Masaniello, Giulio Genoino era stato nominato Presidente
Decano della Sommaria e Presidente del Collegio dei Dottori, ritrovandosi di colpo
all’apice dell’ordinamento giudiziario del regno. Leone non sapeva quanto sarebbe
durato l’incarico, nell’altalena di equilibri che caratterizzava quel periodo. Perciò
decise di approfittarne al più presto. Strappò Concetta all’apatia in cui era sprofondata
dopo la morte di Vitale e la convinse ad accompagnarlo da Genoino.
«Tutti chiedono ricompense, in questi giorni» le disse. «Tu conosci quel prete, hai
aiutato la rivolta con le tue informazioni. È arrivato il momento di farci restituire ciò
che è nostro.»
Si recarono negli uffici del nuovo presidente e Leone gli espose il suo caso. Genoino
gli concesse il pieno perdono giudiziario per l’uccisione di Sandro Terrasecca,
riconoscendogli la legittima difesa senza neppure la necessità di un processo. Decretò
inoltre che il palazzo Baiamonte, acquisito da Terrasecca per mezzo dell’usura,
tornasse ai legittimi proprietari.
A Concetta sembrava un’ironia della sorte rientrare in possesso di una rovina
carbonizzata, ma non era così. Anche bruciato, il palazzo aveva comunque un suo
valore, se non altro come terreno edificabile. Inoltre, ma questo Leone non glielo disse,
frugare tra le sue macerie adesso che ne erano di nuovo i proprietari diventava un atto
legittimo.
Intanto continuavano a vivere nel basso. Quello stanzone buio diviso in due da una
tenda era troppo stretto per tre adulti, due bambini e un cane, ma facevano in modo di
starci tutti, cercando di pestarsi i piedi il meno possibile. Durante il giorno uscivano a
turno per fare la spesa e prendere l’acqua alla fontana o per commissioni varie. E la
notte Lisa, Concetta e Marimar dividevano il letto, mentre Leone e Tonino si
stendevano in cucina su un materasso di lana proveniente da una casa saccheggiata,
acquistato per pochi carlini. Tonino amava addormentarsi mentre lui gli raccontava del
Messico, dell’oceano e della vita sui galeoni. E Leone era felice di avere un po’ di
tempo, la sera prima di dormire, per conoscere meglio quel figlio ritrovato.
Non gli avevano detto ancora nulla ma l’avrebbero fatto presto. Era stata Lisa a
insistere per aspettare finché non avessero capito cosa riservava loro il futuro. Leone
non le dava torto. Vivevano alla giornata, senza sapere se la mattina Napoli si sarebbe
svegliata sotto il dominio degli spagnoli o delle truppe popolari. Il 21 agosto il popolo
assaltò l’altura di Pizzofalcone, poi Castel dell’Ovo, e Castel Nuovo. Il 26 gli spagnoli
recuperarono Pizzofalcone. Il 31 fu dichiarata una tregua: il nord della città restava agli
spagnoli, e il sud alle truppe popolari.
Da quel momento la vita recuperò una parvenza di normalità. Per fortuna Leone
aveva abbastanza denaro perché potessero tirare avanti dignitosamente tutti e cinque. Il
Sacro Monte dei Poveri infatti non era stato depredato durante i primi giorni della
rivolta, come era successo ad altre banche. La plebe lo aveva assaltato, ma era stata
respinta dagli impiegati asserragliati all’interno, guidati dal cassiere. Appena possibile
Leone passò a incassare le sue fedi di credito e consegnò dieci ducati alla sorella e
altrettanti a Lisa, prendendone venti per sé. Gli altri li mise in una cassettina di legno
che murò in camera da letto, in modo che sfuggisse a eventuali ladri.
Era tutto ciò che possedevano. Concetta non aveva denaro da parte e ciò che si
trovava nell’appartamento dietro il Mercatello era di Hans Hofer. Lei avrebbe
volentieri venduto mobili e arredi, visto che non sapeva se il suo ex amante era vivo o
morto, ma Leone si oppose. Perciò Concetta tornò all’appartamento a prendere i suoi
vestiti e alcune stoviglie, poi lasciò le chiavi al padrone di casa, senza dirgli dove
andava.
In quanto a Lisa, suo padre era stato ucciso il primo giorno della rivolta. Il palazzo
dei de Gennaro, la fabbrica di ceramiche e tutto il patrimonio erano passati nelle mani
della matrigna, che già da tempo aveva fatto in modo di escludere Lisa e Tonino da
qualsiasi lascito.
Fu solo a settembre che Leone, in una mattina di sole non turbata da colpi di cannone
o di archibugio, decise che era arrivato il momento di andare a vedere cosa si
nascondeva nello stanzino segreto del palazzo Baiamonte. Prevedeva di sporcarsi
parecchio, perciò si vestì in modo semplice: camiciotto di tela aperto sul petto e
calzoni ampi infilati negli stivali, senza cappello.
Nella borsa di tela che portava a tracolla, oltre a un paio di calzoni e a una camicia
di ricambio mise anche, infilato dentro un tubo di latta, il decreto firmato da Genoino
che sanciva la proprietà del palazzo. Le pattuglie popolari che mantenevano l’ordine in
città non sapevano leggere, ma la firma di Giulio Genoino era nota a tutti e sarebbe
bastata a evitargli problemi.
Tuttavia fece ugualmente in modo di non farsi notare mentre apriva il cancello e si
infilava nel giardino degli aranci, ora ridotto a una lugubre distesa di spuntoni
carbonizzati, che sporgevano dalla terra ingombra di macerie. I cadaveri erano stati
rimossi. Tutto il resto era rimasto uguale al giorno dell’incendio.
Entrò da una finestra al pianterreno, che non aveva più vetri né imposte. Vide subito
che il posto era già stato esplorato. Il saccheggio era proibito e punito con pene severe,
e proprio per questo veniva eseguito con grande organizzazione. Bisognava fare tutto in
una sola visita, al massimo due. Bande di lazzari si introducevano di notte nei palazzi
bruciati o abbandonati ed esploravano una stanza dopo l’altra, ammucchiando da una
parte macerie, pezzi di mobili e oggetti vari, in cerca solo di cose di valore. Subito
dopo quei mucchi venivano esplorati da donne e bambini che portavano via qualsiasi
cosa si potesse ancora utilizzare o rivendere: posate, pezzi di tendaggi, pentole,
vasellame di uso quotidiano.
Il palazzo Baiamonte era già passato attraverso tutte e due le fasi. La cosa positiva
era che per accedere alle stanze c’erano già dei percorsi liberi dalle macerie. Leone
ebbe qualche difficoltà solo per salire al primo piano, poiché un pezzo di soffitto
crollato aveva ostruito la scala, e i saccheggiatori avevano liberato un passaggio
sufficiente per un ragazzo, ma non per un uomo adulto.
Quando finalmente riuscì ad arrivare allo studio, restò immobile, cercando di
sovrapporre a quella stanza distrutta l’immagine del luogo magico della sua infanzia,
con la grande scrivania in mogano, i tavolini, le poltrone, la mappa di Plancius appesa
al muro, le librerie traboccanti di volumi rilegati, i sestanti, gli astrolabi.
Quello che non era stato distrutto dal fuoco era stato portato via. Il pavimento era
coperto da uno strato di cenere e polvere che conservava le impronte confuse di
parecchi piedi scalzi. Dalle pareti non pendeva neppure un quadro o un arazzo
strappato, e non c’era traccia di mobili, a parte alcuni pezzi di libreria semicarbonizzati
e una sedia rotta. Dai muri anneriti e dal soffitto si erano staccati larghi pezzi
d’intonaco, lasciando scoperti i mattoni sottostanti. Lo sguardo di Leone corse subito
alla parete accanto al camino. Le pietre a vista non avevano subito danni e sul lato
sinistro il sole che entrava dalla finestra illuminava un mucchio ordinato di macerie,
proprio davanti alla porta nascosta. Tirò un sospiro di sollievo: il nascondiglio non era
stato scoperto.
Spostò mattoni, pezzi di intonaco e rimasugli bruciacchiati di mobili in modo da
liberare la parte di muro che gli serviva. Poi tolse una pietra in alto a sinistra, infilò la
mano e azionò la leva di apertura. La sezione di muro che faceva da porta ruotò su se
stessa. Leone accese la lanterna appesa all’interno ed entrò.
Lo stanzino che ai tempi di suo padre aveva contenuto solo carte e documenti, ora
conteneva un tesoro.
Sul pavimento c’erano due piccoli forzieri aperti, uno pieno di scudi e doppi scudi
d’oro, l’altro di ducati d’argento. Sulle mensole c’erano alcune piccole borse di pelle
con dentro gioielli e pietre preziose.
Forse il notaio, presentendo la rivolta, aveva ritirato il denaro che teneva in banca, o
forse quella era solo la parte del suo patrimonio che preferiva tenere a disposizione in
casa. Leone non seppe valutare la somma a occhio, ma di una cosa era certo: era
abbastanza da rendere ricca non una ma due o tre famiglie come la sua.
Provò un’emozione così intensa che sentì mancargli le gambe e dovette appoggiarsi
al muro. Poi scoppiò a ridere di gioia. Avrebbe potuto ricostruire il palazzo, più bello
di prima. I Baiamonte sarebbero stati di nuovo ricchi come i loro antenati: alla fine la
promessa fatta a suo padre poteva essere mantenuta.
Scosse la testa pensando all’ironia della cosa. La ricompensa delle sue peripezie lo
attendeva esattamente nello stesso luogo dove tutto era iniziato, tanto tempo prima.
Ma gli anni trascorsi non erano stati inutili. Aveva attraversato l’oceano, vissuto
dall’altra parte del mondo, superato paure e indecisioni. Aveva conosciuto e amato
Estrella, che gli aveva dato una bellissima bambina, ma soprattutto aveva imparato ad
assaporare ogni singolo giorno della vita. Adesso era capace di provvedere a se stesso
e agli altri, di prendersi senza paura la responsabilità delle sue scelte. Si sentiva in
grado di guidare Lisa e i suoi figli nelle traversie della vita.
E ora, con quel tesoro, ne aveva anche i mezzi.
Guardandosi intorno nello stanzino, vide su una delle mensole un grosso quaderno
rilegato in pelle, accanto a una borsa di gioielli. Lo prese pensando che fosse un
registro dei prestiti, si voltò verso la luce della lampada e lo aprì.
Non era un registro, ma un diario.
Ogni pagina recava in cima una data e riportava qualche riflessione del notaio. Non
avrebbe mai creduto che fosse il tipo da tenere un diario, e non era interessato a
conoscere i fatti privati della sua vita. Chiuse il quaderno e lo rimise sulla mensola, ma
un foglio era scivolato fuori. Lo raccolse e lo avrebbe rimesso a posto senza guardarlo,
se non avesse riconosciuto la calligrafia di sua madre.
Era una lettera. La lesse con il fiato sospeso.
Ti ho amato davvero e per uno scherzo crudele del cuore, anche se ti disprezzo
per quello che ci hai fatto, non sono mai riuscita a odiarti. Fino a oggi.
Oggi ho saputo della morte di Leone, che hai fatto inseguire e uccidere dall’altra
parte del mondo, e di come, non pago di avere tolto a Concetta l’agiatezza che le
spettava di diritto, tu l’abbia colpita anche nell’anima, costringendola a vendere il
suo corpo.
Hai trasformato tua figlia in una prostituta.
Sì, hai letto bene. Concetta è tua figlia. Non te lo dissi allora perché non volevo
che la mia colpa venisse alla luce, e temevo che avresti fatto uno sproposito se lo
avessi saputo.
Solo io so quello che ho passato. La paura che nascesse un maschio senza gli
occhi azzurri dei Baiamonte, esponendo al mondo la mia colpa. Invece è nata
Concetta.
Poi però sono rimasta incinta di nuovo. Stavolta la paura è stata troppa e ho
commesso un peccato ancora più terribile dell’adulterio: ho ucciso il bambino prima
che la pancia fosse troppo evidente. È un peccato con il quale ho dovuto convivere
per tutti questi anni, senza neppure il conforto del mio confessore, al quale non ho
mai osato parlarne. Ne ho parlato solo a te, quel giorno. E dalla tua reazione ho
capito che avevo fatto bene a non dirti di Concetta.
Quando te la sei trovata davanti, non hai notato le somiglianze? La tua malvagità
ti ha accecato al punto di non notare che ha la tua stessa bocca piena, i tuoi stessi
occhi grandi e scuri, il tuo stesso carattere?
La responsabilità di ciò che è successo è anche mia. Sono colpevole quanto te.
Era me che volevi far soffrire con la tua vendetta, e ci sei riuscito. Oggi soffro
tanto che finalmente ho il coraggio di fare quello che avrei dovuto fare prima.
Da questo momento lascia in pace Angelo e Concetta. Non hai più motivo di
infierire su di loro. Hanno pagato fin troppo per colpe che non hanno commesso.
È la mia ultima volontà. Se non la rispetterai, che tu sia maledetto in eterno.
Matilde
«Mio Dio» mormorò Leone quando ebbe finito.
In un attimo gli fu tutto chiaro. Il motivo per cui Terrasecca dopo il suicidio di sua
madre aveva smesso di tormentare Concetta, scomparendo del tutto dalla sua vita. Il
motivo per cui tardava a dare ai suoi sgherri l’ordine di sparare, il giorno dell’assalto
al palazzo. Il motivo del suo improvviso terrore, davanti a Concetta che gli puntava
contro la pistola. E le sue ultime parole: «Concetta non dovrà mai sapere...».
«Anche tu eri un essere umano, dopotutto» disse a mezza voce. «Volevi evitare che
tua figlia si macchiasse di un delitto tremendo. Ma era troppo tardi.»
Aprì lo sportellino in vetro della lanterna, avvicinò il bordo della lettera alla
fiamma e la tenne tra le dita per un angolo finché non fu bruciata quasi del tutto. Poi
lasciò andare il pezzetto di carta che ondeggiò e atterrò sul pavimento dello stanzino
trasformato in un frammento di cenere biancastra.
Uscì dallo stanzino, richiuse la porta segreta e tornò ad ammucchiare davanti al muro
le macerie che aveva spostato per entrare. Trascinando i piedi sul pavimento confuse le
impronte nella polvere, poi uscì dalla finestra. Sarebbe tornato a tempo debito a
prendere il denaro, per il momento era più al sicuro lì dentro.
Epilogo

Roma, 25 dicembre 1649


Il sole era appena tramontato nella grande piazza squadrata davanti alla basilica di
San Pietro, nella Città Eterna. Migliaia di pellegrini giunti da mezzo mondo attendevano
che papa Innocenzo X Pamphilj desse inizio al quattordicesimo Giubileo della storia
cristiana, l’anno santo durante il quale veniva concesso il perdono di tutti i peccati.
Ottenere l’indulgenza plenaria era molto semplice: bastava passare dalla Porta
Santa, una porta speciale murata nella facciata della basilica, che veniva aperta il
giorno di Natale, accoglieva i pellegrini per un anno intero e poi veniva murata di
nuovo. Sarebbe stata riaperta solo dopo altri venticinque anni, al prossimo Giubileo.
A patto di non peccare più, passare da quella porta garantiva un posto in Paradiso.
Era un’occasione unica, e i fedeli arrivavano dagli angoli più remoti della terra per
poterne approfittare.
Leone si sarebbe potuto permettere senza sforzo il viaggio con tutta la famiglia anche
se fosse dovuto partire dal Messico o dal Perù. Ma aveva la fortuna di abitare a Roma,
nemmeno troppo lontano da piazza San Pietro.
Nonostante fosse già iniziato l’inverno, il clima mite della città aveva permesso a
tutti di attendere senza sentire troppo freddo finché c’era stato il sole, ma ora molti
pellegrini cominciavano a saltellare e a strofinarsi energicamente braccia e gambe.
Qualcuno, ai margini della piazza, aveva acceso piccoli fuochi sul selciato. I ricchi e i
nobili se ne stavano dentro le carrozze, dopo aver ordinato ai servitori di tenere loro il
posto nella fila che andava già formandosi.
Loro cinque invece erano venuti a piedi, per santificare ulteriormente quel giorno.
Dopo un pranzo leggero erano partiti dalla palazzina che Leone aveva acquistato nei
pressi del Viminale, avevano attraversato ponte Sant’Angelo e imboccato la via detta
Alessandrina, che conduceva in linea retta fino in piazza San Pietro.
Leone passò un braccio intorno alla vita di Lisa e si voltò a guardarla. A trentasei
anni era ancora bellissima e adesso era sua moglie. L’aveva sposata non appena era
stato possibile.
«Questo è il più bel Natale della mia vita» sussurrò lei.
Leone la baciò sulle labbra. Concetta, davanti a loro, teneva per mano Tonino e
Marimar e rispondeva alle loro continue domande. I bambini non finivano di guardarsi
intorno. Era la prima volta che venivano in piazza San Pietro e per loro era tutto nuovo
e meraviglioso. Passando vicino all’obelisco in granito rosso che svettava al centro
della piazza, si erano fermati ad accarezzare i leoni di bronzo alla base come se fossero
vivi.
«Quando hai deciso che saremmo venuti a vivere qui» disse Lisa, piano «avevo
paura. Tutto ciò che conoscevo si trovava a Napoli. Ora so che avevi ragione.»
Leone la strinse più forte. Lisa e Concetta all’inizio erano contrarie a lasciare
Napoli, e aveva dovuto imporsi. Non l’aveva fatto per paura di una nuova sommossa.
Ormai, dopo la fine della rivolta e una repubblica nata sotto cattivi auspici e durata
meno di sei mesi, la città era di nuovo saldamente in mano agli spagnoli. La pace era
tornata in tutta Europa e sembrava destinata a durare. I violenti contrasti che avevano
dominato la prima metà del secolo erano stati superati. La pace di Vestfalia aveva
sancito la fine di tre decenni di guerre che molti consideravano come un’unica grande
guerra combattuta in vari luoghi: la Guerra dei Trent’Anni.
Francia e Spagna avevano smesso finalmente di affrontarsi. Cattolici e protestanti
avevano libertà di culto nei rispettivi paesi. Ogni regnante poteva scegliere la propria
religione e i suoi sudditi avrebbero dovuto seguirla, secondo il principio detto cuius
regio, eius religio.
Ma restare a Napoli non sarebbe stata la scelta giusta. Troppe cose da dimenticare.
Così Leone aveva deciso per tutti: avevano preso l’oro di Terrasecca, venduto ciò che
restava del palazzo e circa un anno prima erano approdati a Roma.
Benché non avessero alcuna necessità di lavorare, nessuno di loro desiderava
tornare a una vita di ozio, feste e ostentazione di ricchezza. Così avevano deciso di fare
ciò che volevano, in barba alle convenzioni sociali della nobiltà. Leone aveva
rispolverato il suo antico progetto di allevare cavalli da guerra, e andava quasi tutti i
giorni a controllare il lavoro dei suoi dipendenti, che dirigeva di persona. Concetta
invece aveva aperto una piccola sartoria di abiti di lusso, che in poco tempo si era
conquistata un’ot