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Il libro

C’
è un mito che ritroviamo quasi
universalmente nel pensiero arcaico, dalla
Mesopotamia all’Iran, dall’India alla
Scandinavia fino al mondo semitico. È quello
dell’Antidio, l’eterno avversario del bene, forza delle
tenebre e dell’abisso, opposto alla luce. Un mito che
agisce ancora oggi nel profondo dell’immaginario
collettivo, come dimostra la sua ampia presenza nella
letteratura, nel cinema, nei fumetti, nel web: basta
navigare fra i siti Internet per scoprire che l’idea di
un Antagonista, già nato o prossimo a venire, è
tuttora molto diffusa.
In questo libro Marco Vannini, figura di spicco
negli studi sulla tradizione mistica occidentale,
traccia un quadro dell’evoluzione storica del mito,
mettendo in rilievo come l’idea dell’Antidio,
chiamato in questo caso Anticristo, percorra come un
filo rosso anche lo sviluppo del cristianesimo.
Se all’inizio, nel visionario libro dell’Apocalisse, la
figura coincide con la Bestia che sorge dal mare,
connotata da quel numero 666 che ancora vive nelle
suggestioni inquietanti dei riti satanici, nel corso dei
secoli «l’uomo dell’iniquità», come lo chiama san
Paolo, prende vesti diverse, da Nerone a Maometto,
da Marx a Hitler a Pol Pot.
E spesso viene evocato da quanti, insoddisfatti del
tempo in cui vivono, chiedono un rinnovamento
radicale della Chiesa e della società. Si va così dai
Padri della Chiesa nei primi secoli dell’era cristiana al
millenarismo medievale. Durante la Riforma, il
luteranesimo e le varie confessioni che ne derivano lo
identificano con lo stesso papa romano.
Più di recente lo evocano nei loro libri scrittori
come Dostoevskij, Solov’ëv o Nieztsche, che intitola
una suo testo appunto L’Anticristo. E in quanto
principio del male, l’Anticristo è il protagonista della
congiura ebraico-massonica oggetto dei famosi
Protocolli dei Savi di Sion, opera della polizia zarista
che circolerà nella colta Europa dell’inizio del
Novecento, fonte d’ispirazione per un tragico
antisemitismo e per concezioni opposte ma
ugualmente disumanizzanti come il nazifascismo e il
marxismo.
A sorpresa, però, il lettore scopre in queste pagine
che la figura dell’Anticristo compare anche
nell’Islam, dove corrisponde a quel «Grande Satana»
tanto spesso evocato ieri dai talebani di Khomeini e
dai fondamentalisti di Osama e oggi dagli islamisti
del califfato, che lo identificano con la cultura
occidentale nel suo complesso e, in particolare, con
Israele e gli Stati Uniti.
Eppure, rilevaVannini, la lettura che ne è stata
data durante i secoli è un travisamento dell’idea
originaria: «L’Anticristo non ha niente a che vedere
con le fantasie apocalittiche»; nel Vangelo, infatti, di
Anticristo – anzi, di Anticristi – parlano solo le
Lettere di Giovanni, che li identificano con coloro
che, all’interno della comunità cristiana, non
accettano la divinità del Cristo. «Gli Anticristi sono
due: uno vero, della fede, e uno falso, della
superstizione … Conosce l’Anticristo chi conosce
Cristo, e sa così ri-conoscere anche quegli Anticristi
che, come dice Agostino, non si sono rivelati.» Pur
presentandosi come cristiani, costoro negano la realtà
spirituale dell’uomo e di Dio. «Questi sono gli
Anticristi oggi tra noi.»
L’autore

Marco Vannini, filosofo, tra i più eminenti studiosi di


mistica e della tradizione spirituale cristiana, ha
curato l’edizione italiana di tutte le opere, tedesche e
latine, di Meister Eckhart e di molti altri grandi
mistici, da Margherita Porete a Fénelon, da Sebastian
Franck ad Angelus Silesius. È autore, tra gli altri, di
Prego Dio che mi liberi da Dio (2010), Oltre il
cristianesimo. Da Eckhart a Le Saux (2013), Lessico
mistico (2013), Inchiesta su Maria (con Corrado Augias,
2013), Storia della mistica occidentale (2015) e, per
Mondadori, Indagine sulla vita eterna (con Massimo
Polidoro, 2014).
Marco Vannini

L’ANTICRISTO
Storia e mito
L’Anticristo
Introduzione

Multi intus sunt, non exierunt,


sed tamen antichristi sunt.

AUGUSTINUS HIPPONENSIS, In Epistolam Ioannis

La figura dell’Anticristo accompagna da due millenni


la storia dell’Occidente, e non solo del mondo
cristiano, giacché è presente anche in quello
musulmano. Persino ai nostri giorni, in un tempo in
cui le credenze religiose tradizionali sono in larga
misura tramontate, essa agisce tuttora nel profondo
dell’immaginario collettivo, come è dimostrato dalla
sua ricorrenza nella letteratura, nel cinema, nei
fumetti, nel web.
Evidentemente, questo antichissimo simbolo, le
cui origini affondano nella mitologia mesopotamica
prima ancora che in quella biblica, trova sempre
nuovo alimento in elementi costitutivi della psiche,
personificando il male, che così viene esorcizzato,
oggettivato in una potenza esterna, con un duplice,
ambivalente risultato: quello, veritativo e quasi
catartico, di riconoscerne la realtà, e quello,
mistificatorio, di porlo al di fuori, mentre sta invece
in noi stessi.
Al di là del significato psicologico, di cui qui non
ci occuperemo, come ogni grande figura mitica
l’Anticristo ha agito potentemente nella storia,
dall’antichità fino al nostro tempo, perché è stato
associato a un altro mito arcaico, quello escatologico
della battaglia finale tra il bene e il male.
In realtà, l’Anticristo – anzi, gli Anticristi, al
plurale – compaiono solo nelle Lettere di Giovanni, e
sono propriamente coloro che, all’interno della
comunità cristiana, non confessano l’incarnazione del
Verbo, la divinità del Cristo.
Ridotto al singolare, l’Anticristo è stato invece
identificato con l’«uomo dell’iniquità» della Seconda
lettera ai Tessalonicesi, posta sotto il nome
dell’apostolo Paolo, e soprattutto con la Bestia
dell’Apocalisse, grazie anche al fatto che tale testo è
stato attribuito a Giovanni, e dunque all’autore delle
Lettere che portano il suo nome. E così l’Anticristo è
diventato il simbolo del male in assoluto, figura
terribile dell’antagonista del Cristo, protagonista
della battaglia finale contro di Lui.
In questo modo un concetto che appartiene
esclusivamente all’ambito della fede cristiana è stato
contaminato con un altro che proviene invece da
quella mitologia apocalittica giudaica che con la fede
cristiana non ha niente in comune e che, anzi, le è
profondamente avverso.
Possiamo dire perciò che gli Anticristi sono due:
uno vero, della fede, e uno falso, della superstizione.
Seguire la vicenda del mutevole presentarsi della
figura dell’Anticristo significa comunque scoprire le
radici «religiose» di alcuni dei più importanti eventi
culturali, sociali e politici della storia, da quella antica
e medievale fino a quella dei nostri giorni. Ma,
soprattutto, comprendere cosa deve intendersi
davvero con Anticristo/Anticristi, ristabilendo una
verità che è storica e spirituale insieme, significa
rendersi conto di cosa sia la fede cristiana: conosce
l’Anticristo chi conosce Cristo, e sa così ri-conoscere
anche quegli Anticristi che, come dice Agostino, non
si sono rivelati, non sono usciti, ma sono ancora tra
noi.
I
Le origini del mito

Prima della Bibbia


Il mito dell’Anticristo nasce ben prima del
cristianesimo, e anche dello stesso ebraismo. 1
L’Anticristo è infatti anzitutto un Antidio, presente
nelle cosmogonie dell’Oriente antico come dragone
primordiale, eterno avversario di Dio, forza delle
tenebre, dell’abisso, opposto alla luce, che ritroviamo
quasi universalmente nel pensiero mitico-religioso.
Parallelismi stretti fuori dal mondo semitico si
riscontrano anche con la letteratura iranica (Bahman
Yast) e nella Völuspá, il «racconto della veggente»,
ovvero il canto sulla creazione del mondo e sulla sua
fine, presente nella Edda antica, capolavoro della
letteratura scandinava.
Ritroviamo questa figura come Satana nel libro di
Giobbe, 2 ma è già adombrata in quell’«abisso» delle
acque ricoperto dalle tenebre di cui si parla all’inizio
del libro della Genesi, 3 da cui «salirà la Bestia», «gran
dragone, antico serpente, diavolo e Satana», che
combatte con Michele e i suoi angeli nell’Apocalisse. 4
Nella Bestia che sale dalle acque molti
commentatori hanno visto l’Impero romano, che
giunse in Palestina attraverso il Mediterraneo, ma è
probabile che l’autore abbia invece in mente proprio
quelle forze ostili a Dio che provengono
dall’«abisso», secondo l’antichissima mitologia
mesopotamica. Nel capitolo 11 dell’Apocalisse (v. 7)
la Bestia è detta infatti «salire dall’abisso», ovvero da
quel caos primordiale cui si riferisce anche la Genesi
parlando della creazione: il mito biblico riprende
infatti cosmologie precedenti, attinte dalla tradizione
babilonese, nella quale la creazione è opera di una
divinità benevola, che prosciuga la terra dalle acque
(probabile riferimento alla bonifica delle terre fra
Tigri ed Eufrate) e dà ordine a ciò che prima era
informe. Essa viene però contrastata da una potenza
malvagia, demoniaca, descritta spesso in forma
animale – serpente, dragone, ecc. – con la quale deve
ingaggiare un duro combattimento, che in alcuni casi
termina solo con la fine dei tempi.

Daniele
Fondamentale per il mito dell’Anticristo, che non
compare come tale in esso, ma per il cui sviluppo
storico ha fornito elementi importantissimi, è il libro
biblico di Daniele.
Daniele era già il nome di un sapiente leggendario
in Ezechiele 28,3, collegato ad altre figure mitiche,
come Noè e Giobbe (Ez 14,14). Il nome, che significa
«il mio giudice è Dio», oppure anche «giudice di
Dio», viene probabilmente da un leggenda ugaritica
risalente a quindici secoli prima di Cristo, nella quale
Dnil è un giudice che difende le vedove e gli orfani.
Tracce evidenti di questa origine sono
nell’appendice, al capitolo 13, ove Daniele svolge il
ruolo di giusto giudice nel caso della «casta
Susanna», insidiata dai due vecchi. Il libro, scritto in
parte in ebraico e in parte in aramaico, consta di
diverse sezioni fra loro autonome, connesse solo dal
loro eroe letterario, che gli autori presentano come un
personaggio storico: un giovane ebreo portato
prigioniero in Babilonia dopo che il re
Nabucodonosor ebbe preso Gerusalemme (verso il
600 a.C.).
La prima parte (capitoli 1-6), scritta in terza
persona, narra infatti le storie di Daniele alla corte,
prima babilonese e poi persiana. Entrato nelle grazie
del sovrano, egli svela il significato dei suoi famosi
sogni. Il primo è quello di una grande statua di
uomo, d’oro, argento, bronzo, ferro e coi piedi di
creta, che viene fatta a pezzi da una pietra: il sogno è
interpretato come sequenza di quattro regni
(babilonese, medo-persiano, greco di Alessandro
Magno, poi dei suoi successori, i cosiddetti diadochi),
tutti distrutti dalla potenza di Dio. Il secondo è quello
di un grande albero che viene tagliato e mutato in
animale: Daniele spiega che quell’albero è il re stesso,
che sarà trasformato in una fiera per sette anni. Al
suo successore Baldassarre, definito ultimo re di
Babilonia, il profeta spiega le parole misteriose
comparse sul muro durante un convito: il suo regno
sta per terminare. Infine (capitolo 6), Daniele esce
vivo dalla fossa dei leoni in cui era stato gettato dal re
persiano Dario.
Il valore storico di questa parte è nullo: la storia
della trasformazione in bestia di Nabucodonosor per
sette anni (capitolo 4), che riprende una precedente
leggenda, è, ovviamente, del tutto fantastica;
Baldassarre non è mai stato re di Babilonia; Dario, qui
definito conquistatore di Babilonia, non è mai esistito:
Dario è solo il nome di alcuni sovrani persiani
successivi. Si ritiene perciò unanimemente che queste
storie siano state composte molti secoli dopo la
cattività babilonese degli ebrei.
Quella che ci interessa di più è però la seconda
parte del libro (capitoli 7-12), scritta in prima
persona, che contiene le celebri «visioni profetiche».
Tali visioni sono fasulle, nel senso che si tratta
sempre di profezie post eventum, ma proprio questo
fatto ci permette una datazione del libro abbastanza
precisa. Anzitutto, in un sogno Daniele vede quattro
bestie salire dal mare, un vecchio sul trono e uno
«simile a un figlio d’uomo», che viene sulle nubi e
prende il regno; l’angelo gli spiega che le quattro
bestie sono, ancora una volta, quattro regni, che
saranno distrutti, mentre il trono sarà dato ai «santi
dell’Altissimo».
Quindi, in una successiva visione Daniele vede un
montone e un capro che combattono; il capro vince, il
suo grande corno si spezza e ne scaturiscono quattro
corni, e da uno di essi un piccolo corno; poi nascerà
un re, che agirà con grande impudenza e malvagità.
Il montone rappresenta la Persia e il capro la Grecia
(che in effetti sconfisse la Persia, prima nelle due
guerre persiane, poi con la conquista di Alessandro
Magno), i quattro piccoli corni sono i regni ellenistici
di Macedonia, Tracia, Siria, Egitto, sorti alla morte di
Alessandro; il re impudente è Antioco IV Epifane di
Siria. La lunga «profezia» storica che l’angelo
comunica a Daniele nel capitolo 11 permette infatti di
identificare facilmente persone ed eventi fino
appunto ad Antioco IV, il sovrano ellenistico che
tentò di sradicare il culto gerosolimitano con una
dura persecuzione antiebraica, a partire dal 168 a.C.
Il re decretò infatti che in ogni città della Giudea si
facessero sacrifici agli dei olimpii; fece costruire un
altare pagano nel Tempio di Gerusalemme,
compiendo sacrifici a Zeus: l’atto che Daniele chiama
«abominio della desolazione» (11,31; 12,11), e che
scatenò la guerra dei maccabei contro gli occupanti
ellenistici.
Il re malvagio riprende direttamente da Ez 28,2-20,
ove Dio rimprovera il principe di Tiro, che si è
inorgoglito e ha detto: «Io sono un dio e nelle dimore
di un dio abito», e gli preannuncia che sarà sconfitto
e ucciso, giacché «tu sei un uomo, e non un dio»,
passo, questo, fondamentale per la costruzione del
mito dell’Anticristo.
Siccome la profezia dice anche che il re malvagio,
cioè Antioco, sarebbe morto in Palestina, mentre ciò è
inesatto, si può dedurre che il testo fu scritto durante
la persecuzione stessa, ma prima della morte del re,
che avvenne nel 164. Tale persecuzione è comunque,
come abbiamo visto, l’elemento centrale anche di
tutte le altre profezie contenute in questa parte del
libro.
Il libro di Daniele è dunque la fonte primaria per il
mito della figura che si chiamerà «Anticristo». L’idea
è quella del re malvagio che deve giungere alla fine
dei tempi e del parossismo del male che precede la
salvezza procurata da Dio. È l’avversario del messia
della tradizione ebraica, che prenderà forma
cristiana, conservando però come elemento comune
l’opposizione al regno messianico. 5

La Seconda lettera ai Tessalonicesi


Il primo libro del Nuovo Testamento in cui è
evidente l’eredità di quello di Daniele, e dunque
rilevante per l’elaborazione cristiana del mito di
quello che sarà l’Anticristo, è la Seconda lettera ai
Tessalonicesi. Attribuita dalla tradizione a san Paolo
e quindi databile verso la metà del I secolo d.C.,
secondo alcuni studiosi contemporanei è stata scritta
invece verso la fine del secolo, probabilmente in Asia
Minore, da un autore a noi sconosciuto che, ponendo
il suo scritto sotto il nome dell’Apostolo, voleva
confutare proprio la tesi paolina dell’imminenza
della venuta del giorno ultimo.
Certo è comunque che si tratta di
un’interpretazione cristiana di Daniele in relazione ai
tempi apocalittici: i segni della fine dei tempi, con
l’attività del supremo avversario, la venuta
dell’abominio della desolazione e la messa in guardia
contro i falsi profeti, e poi la venuta del Figlio
dell’uomo nella sua gloria. 6 La Lettera si inserisce
perciò nella problematica che agitava le comunità
cristiane delle origini, nelle quali era forte
l’aspettativa della parousía, il ritorno glorioso del
Cristo, con il giudizio finale e l’instaurazione del
regno messianico.
Nel capitolo 2 si legge:

Vi preghiamo, fratelli, riguardo alla venuta del Signore


Nostro Gesù Cristo e alla nostra riunificazione con lui,
di non farvi velocemente allontanare dalla vostra
comprensione, né turbare, né da ispirazione, né da
parola né da lettera fatta passare per nostra, come se il
giorno del Signore fosse già presente. Che nessuno vi
inganni in alcun modo, giacché prima deve giungere
l’apostasia e rivelarsi l’uomo dell’iniquità, il figlio della
perdizione, colui che si contrappone e si innalza sopra
tutto ciò che è chiamato Dio o oggetto di culto, fino a
sedere nel tempio di Dio, indicando se stesso come Dio.
Non ricordate che vi dicevo queste cose mentre
ancora ero tra voi? E ora sapete ciò che trattiene [tò
katéchon], fino a che non si manifesti a tempo
opportuno. Già è in atto il mistero dell’iniquità, solo
finché sia tolto di mezzo chi lo trattiene [hò katéchon]. E
allora sarà rivelato l’iniquo, che il Signore distrugge col
soffio della sua bocca e lo annienterà col mostrarsi della
sua venuta. La venuta dell’iniquo è nell’operazione di
Satana, con ogni potenza e segni e prodigi menzogneri
e con ogni inganno di ingiustizia per tutti quelli che
vanno in rovina, giacché non hanno accolto l’amore
della verità per essere salvi. E perciò Dio manda loro
una operazione di inganno, perché credano alla
menzogna, e così siano giudicati tutti quelli che non
hanno creduto alla verità, ma hanno acconsentito
all’ingiustizia. 7

Nella storia della Chiesa questo katéchon, «il potere


che frena», 8 è stato interpretato nel modo più vario:
da Dio stesso all’arcangelo Michele, all’apostolo
Paolo, fino allo Stato – prima l’Impero romano, poi il
Sacro romano impero germanico, fino a giungere allo
Stato dei giorni nostri – e anche altro.
È evidente che tale interpretazione è in stretto
rapporto con l’interpretazione che viene data
dell’«uomo dell’iniquità»: così, per esempio, si può
pensare che il katéchon sia lo Stato se si ritiene che
l’«iniquità» (anomìa) del testo significhi il disordine, il
caos politico-sociale in cui precipiterebbe l’umanità
nei tempi ultimi. Certo è che, mentre il katéchon può
essere interpretato vuoi come un ente (per esempio lo
Stato), vuoi come una persona, dal momento che nel
testo figura una volta al neutro (tò katéchon) e un’altra
volta al maschile (hò katéchon), l’uomo dell’iniquità è
sicuramente un uomo (ànthropos), che però si fa
simile a Dio, si fa chiamare Dio e, operando prodigi,
sia pure menzogneri, sedurrà e porterà alla rovina
tutti quelli che non hanno amore di verità e di
giustizia.
L’uomo dell’iniquità fin dalla primitiva tradizione
ecclesiastica è stato assimilato all’Anticristo, che deve
precedere la venuta gloriosa e risolutiva del Cristo;
così quel testo ha giocato un ruolo molto importante
nella storia del mito dell’Anticristo, che veniva a
godere anche dell’autorevolezza dell’Apostolo.
Questa assimilazione è del tutto impropria: l’uomo
dell’iniquità si inserisce bene nel genere letterario
apocalittico, ma non ha niente a che fare con
l’Anticristo – o gli Anticristi – delle Lettere di
Giovanni, che sono semplicemente negatori del
Cristo, senza alcun potere prodigioso satanico e
senza che rimandino affatto alla fine dei tempi.
L’autore della Seconda lettera ai Tessalonicesi ha
infatti come testo di riferimento, per il passo che
abbiamo citato, il capitolo 11 del libro di Daniele,
dove si parla di Antioco IV Epifane, il malvagio, che
porterà l’abominio della desolazione nel luogo santo,
proferendo insolenze contro il Dio vero, esaltando se
stesso al di sopra di ogni divinità, e sta attualizzando
quella «profezia» in riferimento a sovrani dei suoi
giorni.
Nel nostro tempo il problema del katéchon è
tornato a essere discusso, 9 anche tra chi non crede
minimamente a Cristo e all’Anticristo, soprattutto a
seguito della diffusione della filosofia e teologia
politica di Carl Schmitt, il giurista cattolico tedesco
che nel 1947 scriveva: «Io credo nel katéchon: per me è
l’unica possibilità di comprendere la storia da
cristiano e trovarla dotata di senso». 10
Nell’ambito della nostra indagine sull’Anticristo
vero e proprio non dobbiamo però occuparci né di
identificare l’uomo dell’iniquità, né il katéchon, ente o
persona che sia. Riteniamo comunque più probabile
l’ipotesi che l’autore della Seconda lettera ai
Tessalonicesi non sappia egli stesso cosa siano «uomo
dell’iniquità» e «katéchon» e abbia con ciò voluto solo
guadagnare tempo, sperando che fossero poi i
destinatari della lettera a riempire il concetto di
contenuti specifici, adeguati alle situazioni che di
volta in volta potevano presentarsi, soprattutto in
ordine alle persecuzioni. 11 Ancora più
probabilmente, anzi, che abbia rivestito con
linguaggio e simbologia apocalittica, valida per ogni
tempo, fatti e persone precisi, presenti al momento in
cui scriveva, concernenti l’Impero romano e il suo
detentore. Questo spiegherebbe anche perché si usi in
un caso il neutro (l’impero) e in un altro il maschile
(l’imperatore).
Ci fermiamo qui. Il problema di identificare il
katéchon, ente o persona che sia, non rientra infatti
nell’ambito della nostra indagine, e neppure vi
rientra l’uomo dell’iniquità, dal momento che
l’equiparazione di quest’ultimo all’Anticristo o,
meglio, agli Anticristi giovannei è un’operazione
assolutamente arbitraria.
Le Apocalissi
Dal termine greco apokàlypsis, che significa
«rivelazione» (in inglese si chiama infatti Revelation),
usato proprio all’inizio (1,1), prende il nome un testo
che ha avuto una straordinaria fortuna, e che è
fondamentale per il nostro tema: l’Apocalisse detta
«di Giovanni». Torneremo fra un attimo sul
problema della sua attribuzione: dobbiamo prima
rilevare come da questa Apocalisse si definisca un
intero genere letterario – quello apocalittico, appunto
– che comprende una quantità di scritti precedenti
l’Apocalisse stessa e ai quali questa fa indubbiamente
riferimento.
Tale genere è presente anche nel canone biblico col
libro di Daniele, ma per lo più si situa fuori del
canone – e quindi è una parte dell’amplissima
letteratura apocrifa dell’Antico Testamento – con una
serie di scritti che ci è giunta per lo più in traduzioni
etiopiche, siriache, latine, greche, ecc. Si tratta di testi
prodotti dall’ambiente giudaico fra il III secolo a.C. e
il I-II secolo d.C., ma la letteratura apocalittica ha
avuto una grande fioritura nel mondo cristiano degli
inizi, in particolare fra gli gnostici, e poi su su, fino al
Medioevo e oltre.
Tra i primi documenti apocalittici a noi noti ci
sono frammenti in aramaico del Primo libro di Enoch,
scoperti tra i famosi rotoli del Mar Morto, ma è molto
probabile che esistessero Apocalissi più antiche, dal
momento che il genere letterario affonda le sue radici
in un retroterra mesopotamico, babilonese prima e
persiano poi, con i suoi miti cosmogonici e,
soprattutto, con quello della lotta tra un Dio buono e
un Dio (o demone) malvagio, che lo contrasta fin
dall’inizio.
In generale si può dire che le Apocalissi narrano
mitiche rivelazioni, per lo più trasmesse da angeli,
concernenti l’aldilà e il tempo escatologico, ovvero
ultimo: la fine del mondo col relativo giudizio dei
morti e la loro felicità o dannazione eterna. Questo
materiale fantastico viene avvalorato attraverso
l’espediente pseudoepigrafico, ovvero la finzione di
attribuire il testo a personaggi mitici, come Enoch – il
settimo patriarca dalla creazione secondo Gn 5,18-24,
la cui figura è ricalcata su quella del «settimo re»,
l’eroe mesopotamico Enmeduranki –, o Abramo (vedi
appunto i due Libri di Enoch e l’Apocalisse di Abramo).
Sette è uno dei numeri chiave nella letteratura
apocalittica: sette i cieli attraversati dal visionario nei
Libri di Enoch e nell’Apocalisse di Abramo; sette i
messaggi, sette i sigilli, sette le trombe, sette le coppe,
sette le visioni nell’Apocalisse detta «di Giovanni»,
ecc.
Oltre che escatologica, la rivelazione mitica
contenuta nelle Apocalissi può però anche essere di
tipo storico, ovvero riferirsi a vicende concrete dei
tempi in cui il testo è stato redatto. In questo caso si
tratta di scritti composti in epoche di angoscia: così è,
come abbiamo già visto, per il biblico libro di
Daniele, risalente alla persecuzione di Antioco IV, nel
168 a.C., come pure per l’Apocalisse ma non solo:
anche il Quarto libro di Esdra e il Secondo libro di Baruc
sono stati composti al tempo della distruzione di
Gerusalemme a opera dei romani, nel 70 d.C. In ogni
caso le Apocalissi manifestano sempre
insoddisfazione per il tempo presente e rimandano a
un tempo futuro, a un avvenire storico oppure a un
altro mondo ultraterreno, quella condizione di pace,
di armonia, di letizia, che si può riassumere col nome
di «salvezza».
La salvezza è solitamente intesa come
restaurazione del regno di Israele, della sua
sovranità, ovvero liberazione dagli occupanti idolatri,
sovrani ellenistici o romani, ma non solo: viene posta
come definitivo passaggio a un mondo nuovo, a un
ordine per così dire cosmico, nel quale il bene trionfa
sul male. E qui veniamo al punto davvero essenziale
della letteratura apocalittica: la divisione tra buoni e
cattivi. Giustamente perciò Nietzsche poteva scrivere
che l’ispirazione dell’Apocalisse – di quella detta «di
Giovanni», ma il discorso vale anche per tutte le altre
– è l’odio, la sete di vendetta, ovvero il risentimento
dei deboli verso i vincitori, i dominatori, descritti
appunto come malvagi e destinati perciò a una futura
sconfitta, meglio se pena eterna. 12

L’Apocalisse pseudogiovannea
Le idee dell’apocalittica giudaica ebbero un ruolo
importante nella formazione delle credenze cristiane
nel ritorno vittorioso del Cristo giudice e nella
resurrezione dei/dai morti e dunque anche nella
redazione dell’Apocalisse, che non è affatto di
Giovanni, ovvero del medesimo autore del quarto
Vangelo e delle Lettere a lui attribuite.
A parte gli argomenti filologici – la lingua
dell’Apocalisse è ben diversa da quella del quarto
Vangelo e delle Lettere di Giovanni – la differenza
abissale, anzi la vera e propria opposizione, è nel
contenuto. Da una parte, infatti, v’è una concezione
di Cristo come Lògos e di Dio come Amore/Spirito
con cui si toglie via ogni antropomorfismo,
concezione filosofica, platonica e neoplatonica, del
tutto estranea al giudaismo, con il quale il quarto
Vangelo è infatti in dura polemica. Dall’altra, siamo
invece nel pieno delle fantasie teologiche
antropomorfiche semitiche, in un susseguirsi di
immagini tronfie e barocche, quanto di più lontano vi
sia dalla chiarezza della ragione, del Lògos, appunto.
L’autore dell’Apocalisse, all’inizio del libro,
chiama se stesso Giovanni e alcuni hanno supposto
che si tratti di un Giovanni diverso da Giovanni
apostolo, ma molto più probabilmente si tratta anche
in questo caso di pseudoepigrafismo: l’autore voleva
porre il libro sotto l’autorità del «discepolo che Gesù
amava» 13 per avvalorare le fantasie che andava
scrivendo.
Che si trattasse di fantasie, per cui anche molti dei
teologi precedenti respingevano l’Apocalisse
«confutandolo capitolo per capitolo, dichiarandolo
inintelligibile e sconnesso e con un titolo
menzognero», lo afferma Dionigi Alessandrino (m.
263) la cui opinione è ampiamente riportata nella
Storia ecclesiastica di Eusebio di Cesarea (m. 340),
l’opera più importante che noi abbiamo per quanto
concerne i primi tre secoli di storia della cristianità.
Secondo Dionigi, l’Apocalisse «non viene da
nessun apostolo né santo, e neppure da un membro
della Chiesa» (sic!), ma da Cerinto, uno gnostico che
originò un’eresia che da lui prese nome, per la quale

il regno di Cristo sarà terrestre e consisterà in quelle


cose carnali che egli [Cerinto] carnale e dedito ai piaceri
sensuali desiderava, cioè nelle soddisfazioni del ventre
e negli appetiti più bassi ancora, nel cibo, nelle
bevande, nelle nozze e in quello con cui credeva di
produrre migliore impressione, nelle feste, nei sacrifici
e nelle immolazioni di vittime.

Dionigi correttamente riconosce che l’autore


dell’Apocalisse, che afferma di chiamarsi Giovanni,
non può essere Giovanni apostolo, che non dice mai
il suo nome, non parla mai di sé, né in prima né in
terza persona, né nel Vangelo né nella Lettera (la
prima) e neppure nella seconda e nella terza che gli si
attribuiscono. Dal carattere dei due scritti, dai
pensieri, dalla forma, dalle parole, si deduce secondo
ragione che si tratta di due autori diversi. Tra il
quarto Vangelo e l’Epistola (si tratta sempre della
prima, la più importante) c’è mutua consonanza:
stesso inizio, stessa terminologia, stesse idee
fondamentali, per cui

l’attento lettore troverà nei due scritti spesso queste


parole: la vita, la luce che fuga le tenebre, la verità, la
grazia, il gaudio, la carne e il sangue del Signore, il
giudizio, il perdono dei peccati, l’amore di Dio per noi,
il precetto della carità vicendevole, l’obbligo
dell’osservanza di tutti i comandamenti, la confusione
del mondo, del diavolo, dell’Anticristo, la promessa
dello Spirito Santo, la filiazione divina, la fede a noi
richiesta, il Padre e il Figlio. Chi fa uno studio completo
delle caratteristiche del Vangelo e dell’Epistola vi trova
un solo e medesimo colorito. L’Apocalisse, al contrario,
è di un genere tutto diverso da questi scritti. Non vi è
tra loro contatto né parentela. Non ha con essi, per così
dire, neanche una sillaba comune.

Ciò senza contare, come già si è accennato, le


differenze linguistiche:

il Vangelo e l’Epistola non solo sono scritti senza errori


per quanto riguarda la lingua greca, ma anche con
somma eleganza nell’espressione, nello sviluppo dei
pensieri, nella sintassi; si è ben lungi dal trovarvi un
barbarismo, un solecismo, un ribobolo provinciale.
L’apostolo possedeva, a quanto si manifesta, sia il lògos
come conoscenza, sia come parola.
Invece il dialetto e la lingua dell’autore
dell’Apocalisse non sono greco puro; egli usa modi
barbarici e talvolta cade in solecismi, che non è
necessario elencare. 14
Il parere di Dionigi non restò certo isolato. Lo
stesso Eusebio di Cesarea lo condivise, come pure
altri illustri Padri della Chiesa greca: Gregorio di
Nazianzo, Cirillo di Gerusalemme, Giovanni
Crisostomo e molti altri. Significativo il fatto che il
concilio di Laodicea, tenuto nel 360, non comprese
l’Apocalisse fra i libri canonici, anche se Laodicea è
precisamente una delle sette Chiese cui lo scritto è
destinato. 15 L’inserimento del libro nel canone è
molto più tardo: bisogna attendere il V secolo per
l’Occidente latino e il VI per l’Oriente greco,
culturalmente più raffinato.

La Bestia
Il passo dell’Apocalisse su cui si è voluto fondare il
rapporto con l’Anticristo giovanneo è il capitolo 13,
quello della Bestia:

E vidi una Bestia salire dal mare, che aveva dieci corna
e sette teste e sulle sue corna dieci diademi e sulle sue
teste nomi blasfemi. E la Bestia che io vidi era simile
alla pantera e i suoi piedi come quelli di un orso e la
sua bocca come bocca di leone. E il drago le dette la sua
potenza e il suo trono e un grande potere. E vidi una
delle sue teste come tagliata a morte, ma la sua ferita
mortale fu guarita. Rimase sbigottita tutta la terra a
causa della Bestia e adorarono il drago perché aveva
dato il potere alla Bestia, e adorarono la Bestia,
dicendo: «Chi è simile alla Bestia e chi può combattere
con essa?». E le fu data una bocca che pronunciava
enormità e bestemmie e le fu dato il potere di agire per
quarantadue mesi. E aprì la bocca in bestemmie contro
Dio, per bestemmiare il suo nome, la sua dimora e gli
abitanti del cielo. E le fu concesso di far guerra ai santi
e vincerli e le fu dato il potere sopra ogni tribù, popolo,
lingua e nazione. L’adorarono tutti gli abitanti della
terra il cui nome non è scritto nel libro della vita
dell’agnello sgozzato fin dalla creazione del mondo.
Chi ha orecchi intenda. Chi è destinato alla prigionia
andrà in prigionia, chi a essere ucciso di spada è
necessario che sia ucciso di spada. Qui sta la pazienza e
la fede dei santi. 16

Come abbiamo detto, la Bestia rimanda certamente


a una mitologia mesopotamica della creazione del
mondo nonché della sua fine, ma è indubbio che
nell’Apocalisse rappresenti anche il potere politico –
le dieci corna e le sette teste significano infatti dieci e
sette re – e non pochi indizi riportano all’Impero
romano. L’autore del testo ha sempre presente il libro
di Daniele, cui rimandano con precisione
numerosissimi riferimenti (i corni della bestia, i
quarantadue mesi che sono i tre anni e mezzo di Dn
7,25, ecc.) e attualizza contro la potenza politica
presente ai suoi tempi in Palestina – l’Impero
romano, appunto – ciò che il libro di Daniele riferiva
al tempo in cui fu redatto, ossia i sovrani ellenistici di
Siria.
I «nomi blasfemi» sono senza dubbio gli attributi
divini che i sovrani si assegnavano, compiendo
un’atroce bestemmia contro la regalità dell’unico
vero sovrano, cioè Dio. Il drago è simbolo di
Satana, 17 di cui la Bestia, simbolo del potere
anticristiano, è emanazione e strumento. Una serie di
parallelismi antitetici mette in relazione Cristo e la
Bestia.
Ed è proprio su questi parallelismi che la
letteratura cristiana posteriore identificherà Bestia e
Anticristo. Infatti, come Cristo riceve il regno e la
potenza da Dio, 18 così la Bestia li riceve dal drago-
Satana, e come Cristo è l’agnello sgozzato fin dalla
creazione del mondo, così la testa della Bestia viene
tagliata (lo stesso verbo greco, sfazo, è usato in
entrambi i casi) a morte, ma come Cristo muore e
risorge, così anche la Bestia sembra vivere lo stesso
mistero di morte e resurrezione.
Questa morte (presunta) e rinascita allude forse a
una crisi politica, militare, economica, da cui il
sistema appunto politico, militare, economico
(l’Impero romano?) inopinatamente si rialza. Molti
interpreti hanno però riferito la cosa a un singolo
personaggio, e allora la ferita quasi mortale e la
guarigione che ne segue devono richiamarsi a un
evento concreto di questo genere. Si inserisce in tal
ambito la leggenda del Nero redivivus, largamente
diffusa alla fine del I secolo, secondo la quale Nerone
non sarebbe morto, ma, rifugiatosi presso i parti,
sarebbe tornato e si sarebbe manifestato come
l’Anticristo.
La leggenda, diffusa soprattutto in ambito
giudaico e cristiano, nasce peraltro già nel mondo
pagano, nel quale più volte si ripeté il fenomeno della
comparsa di falsi Neroni, dopo la morte di quello
vero, come attestano pure gli storici romani
contemporanei Svetonio e Tacito. Più avanti si diffuse
anche la leggenda che Nerone, dopo morto, sarebbe
resuscitato, oppure riapparso come incarnazione del
diavolo. 19
Dopo Nerone, come vedremo, la sorte di essere
identificati con la Bestia dell’Apocalisse, ovvero con
l’Anticristo, è toccata a mille altri personaggi.
II
I veri Anticristi

Le Lettere di Giovanni
Antìchristos, anticristo, è un termine, probabilmente
coniato sul modello del parallelo antìtheos, antidio,
presente nel filosofo ebreo alessandrino Filone (I
secolo d.C.), che compare per la prima volta, sia al
singolare sia al plurale, nelle Lettere di Giovanni.
La Prima lettera recita infatti:

Figlioli, è l’ultima ora e avete udito che giunge


l’Anticristo, e adesso sono sorti molti Anticristi,
cosicché sappiamo che è l’ultima ora. Sono usciti da
noi, ma non erano dei nostri; se infatti fossero stati dei
nostri sarebbero rimasti con noi; ma affinché fosse
chiaro che tutti essi non sono dei nostri. Voi però avete
il crisma dal Santo e tutti avete la conoscenza. Non vi
ho scritto che non conoscete la verità, ma che la
conoscete e che ogni menzogna non è dalla verità. Chi è
il mentitore, se non chi nega che Gesù è il Cristo?
Questo è l’Anticristo: colui che nega il Padre e il
Figlio. 1

E più avanti:
Carissimi, non credete a ogni spirito, ma esaminate gli
spiriti se sono da Dio, giacché molti profeti di
menzogna sono venuti nel mondo. Da questo conoscete
lo spirito di Dio: ogni spirito che confessa Gesù Cristo
venuto nella carne è da Dio, e ogni spirito che non
confessa Gesù non è da Dio, ma anzi è quello
dell’Anticristo, che avete udito che viene, e ora è già nel
mondo. 2

La Seconda lettera recita:

Perché molti seduttori sono venuti nel mondo, che non


confessano Gesù Cristo venuto nella carne; costui è il
seduttore e l’Anticristo. 3

La Prima lettera, di gran lunga la più importante,


si inserisce nel contesto dell’attesa escatologica,
ovvero del tempo ultimo e definitivo (l’«ultima ora»),
facendo riferimento all’idea, largamente diffusa nelle
comunità cristiane, secondo la quale la fine dei tempi
e il ritorno glorioso del Cristo (parousìa) erano
imminenti. Giovanni si pone contro queste attese,
ribadendo il concetto espresso anche nel suo
Vangelo, quando Gesù dice alla samaritana che «l’ora
viene, ed è questa» 4 in cui i veri adoratori
adoreranno il Padre in spirito e verità.
Contro ogni rimando alienante al futuro, che è
sempre segno di un legame col «mondo»,
l’evangelista sottolinea che questo, propriamente
questo, il presente, è l’ora definitiva, il tempo della
pienezza, il tempo della verità – o della menzogna. Si
contesta perciò radicalmente l’apocalittica di matrice
giudaica, che rimanda a un compimento che ancora
deve giungere, e perciò rifiuta di riconoscere in Gesù
il Cristo.
La Lettera allude dunque a quei cristiani che,
provenendo dal giudaismo, testimoniano di non
averlo mai abbandonato e perciò di non essere mai
stati veramente cristiani. Secondo le prime due
Lettere (la terza è poco più di un breve biglietto di
circostanza) comunque, coloro che negano che Gesù
sia il Cristo, il Figlio del Padre, ovvero negano la
divinità di Cristo, sono menzogneri, opposti ai veri
fedeli, che conoscono la verità e sono dalla verità.
Ha, dunque, lo spirito dell’Anticristo – che,
sottolineiamolo, «è già nel mondo» – chiunque nega
l’incarnazione di Dio in Cristo, ovvero chi nega che il
Lògos sia Dio, e si sia fatto carne 5e, di conseguenza,
riduce Gesù a un semplice profeta. È essenziale tener
fermo questo punto, perché la vera figura
dell’Anticristo è solo in rapporto a queste due Lettere
e al quarto Vangelo, da cui dipendono.
Per capire chi sia l’Anticristo o, meglio, chi siano
gli Anticristi, dobbiamo dunque capire chi sia per
Giovanni il Cristo, ovvero quale sia la dottrina in
relazione a cui nasce la figura dell’Anticristo. Ci
limitiamo qui a una breve sintesi. 6

Nella Prima lettera, la più ampia e di gran lunga la


più significativa, Giovanni presenta Dio senza alcuna
connotazione antropomorfica, come Luce, Vita. Il
fedele è tale se vive nella Luce, e la luce si precisa
subito dopo come Amore: le tenebre scompaiono e la
luce compare, si è nella luce quando si ama il proprio
fratello (2,8-11). Quando si ama il proprio fratello, si
passa dalla morte alla vita, e chi non ama resta nella
morte (3,14). I comandamenti di Dio si riducono a
uno solo: amarci l’un l’altro. E chi osserva questo
comandamento rimane in Dio e lo possiede in se
stesso: ne siamo certi per la certezza che viene dallo
Spirito di Dio in noi (3,24).
Non v’è conoscenza di Dio come oggetto-Altro:
«Nessuno ha mai visto Dio» (4,12). Ma Dio vive in
noi, noi siamo in lui e lui in noi, nel suo spirito. Se ci
amiamo l’un l’altro, allora il suo amore in noi è
perfetto. Infatti «Dio è amore, e chi sta nell’amore sta
in Dio, e Dio sta in lui» (4,16). Il pensiero giovanneo è
chiaro: Dio è spirito, 7 ma spirito significa
essenzialmente amore, per cui chi ama è nello spirito
di Dio, spirito nello spirito.
La componente specificamente cristiana di questo
pensiero, che di per se stesso è universale, privo di
ogni connotazione religiosa determinata, sta nel fatto
che per Giovanni il comandamento dell’amore è per
eccellenza il comandamento che abbiamo ricevuto da
Cristo (4,21), cioè da colui che è venuto per
«distruggere le opere del diavolo, che è peccatore fin
dall’inizio» (3,8). Il fedele deve vivere come Gesù
Cristo (2,6) e così «quale è Cristo, tali siamo anche noi
in questo mondo» (4,17), in quanto viviamo
nell’amore, che è Dio. La fede in Cristo, credere che
Gesù è il Figlio di Dio, che ha dato la sua vita per noi,
mostra che abbiamo riconosciuto cosa è l’amore
(3,16), abbiamo riconosciuto il Lògos che è dal
principio e che si è fatto carne e abbiamo perciò vinto
il maligno (2,14).
Nel pensiero giovanneo è infatti fortissima la
contrapposizione tra Cristo e il maligno (poneròs),
ovvero il demonio (diàbolos). Si è figli o di Dio o del
demonio, e i figli di Dio si distinguono dai figli del
demonio perché praticano la giustizia, e dunque sono
giusti, come è giusto Cristo (3,7), venuto proprio per
distruggere le opere del demonio, che sono le opere
dell’ingiustizia. Il peccato, infatti, altro non è che
l’ingiustizia (3,4).
Essenziale è il fatto che il demonio si configura
come «mondo»: «Non amate il mondo, né le cose che
sono nel mondo. Se uno ama il mondo, non è in lui
l’amore del Padre. Infatti tutto quello che è nel
mondo, la concupiscenza della carne, la
concupiscenza degli occhi e la superbia della vita,
non proviene dal Padre, ma dal mondo» scrive perciò
l’apostolo, che prosegue: «Il mondo passa, e anche la
sua concupiscenza, ma chi fa la volontà di Dio
permane in eterno» (2,15-17).
Questa contrapposizione tra amore del mondo,
inteso nel senso di legame di concupiscenza alle cose
finite, e amore di Dio, implica la necessità di una
radicale conversione, proprio nel senso di un
rovesciamento di tutto lo sguardo, ovvero
dell’intenzione, per staccarci dal mondo e muovere a
Dio. E, siccome «nessuno ha mai visto Dio», noi non
possiamo cogliere Dio, e quello che possiamo fare è
solamente rifiutare il nostro consenso, il nostro
amore, a ciò che Dio non è, ovvero distaccarci da ogni
amore di concupiscenza: la sola scelta che si pone
all’uomo è quella di legare o no il suo amore alle cose
di quaggiù. 8 Non a caso la Prima lettera si conclude:
«Figlioli, guardatevi dagli idoli» (5,21): è chiaro che
gli idoli sono anzitutto i vecchi dei, con le statue che
li rappresentano, ma sono anche tutto ciò che non è
Dio e che prende il suo posto nell’adorazione
dell’uomo: il denaro, il potere, ecc. La traduzione
latina (a simulacris) dell’originale greco (apò tòn
eidòlon) ha perciò uno straordinario suono platonico:
simulacri sono infatti le statue degli idoli, ma anche
le immagini (eidòla) delle statuette proiettate dal
fuoco sul fondo della caverna ove gli uomini sono
prigionieri, nel celebre mito della Repubblica di
Platone. 9

Il platonismo di Giovanni
Le Lettere attribuite a Giovanni, come il suo Vangelo,
esprimono dunque l’unione spirituale tra uomo e
Dio, agli antipodi non solo del giudaismo, ma anche
della religione comunemente intesa. Già i Padri della
Chiesa definirono il quarto Vangelo un vangelo
«tutto spirituale», che solo spiritualmente può essere
spiegato. 10 Giovanni espone infatti l’insegnamento
stesso della mistica di ogni tempo e luogo:
distogliersi con tutta l’anima da ciò che è transitorio,
rivolgere lo sguardo all’eterno e così farsi simili a
Dio. L’eco dell’insegnamento platonico risuona
chiara in queste Lettere giovannee. «Tutto il mondo
sta in potere del maligno» (5,19) equivale a esprimere
in linguaggio cristiano la «distanza infinita che
separa il necessario dal bene», ovvero il mondo di
quaggiù, sottomesso alla necessità, da Dio: il bene,
infatti, è sempre «al di là dell’essere». 11
Quando si rivolgono l’intelligenza e l’amore verso
l’eterno, distaccandoci da noi stessi e dalle cose di
quaggiù, tutto diventa infinitamente bello,
manifestazione della luce eterna che tutto pervade.
Scompare allora ogni credenza, che dipende dal
legame con le cose, con ciò che è accidentale e
passeggero. Infatti, nella credenza Dio è un ente che
si pone a nostro servizio, con un rapporto di do ut des,
un rapporto servile e menzognero – «Prego Dio che
mi liberi da Dio» dice perciò Meister Eckhart 12 –,
mentre nel distacco la credenza lascia il posto al
sapere, ma non a un sapere di altro, bensì a un sapere
che è un essere: essere non più un piccolo ego,
complesso di mutevoli pensieri e volizioni, ma la luce
eterna.
«Io sono la luce eterna, che incessantemente
risplende» recita perciò il cristiano poeta in cui
mirabilmente si compendia tutta la mistica
occidentale. 13
La metafora della luce, di origine platonica,
esprime quella profonda esperienza di realtà, di
vita, 14 che è costitutiva del mistico: distacco
dall’egoità e dal mondo, senso originario dell’Uno e
dell’infinito, amore dell’eterno presente, serena
indifferenza dello spirito – per cui il linguaggio non
può fare a meno di rimandare, non mitologicamente,
al divino. Perciò Gesù dice di se stesso: «Io, luce, sono
venuto nel mondo, perché chi crede in me non resti
nelle tenebre». 15
Si noti che il Vangelo di Giovanni è l’unico ad
affermare la divinità di Cristo, nel prologo e poi alla
fine, quando l’incredulo Tommaso, dopo aver messo
le dita nelle piaghe del risorto, si rivolge a lui
chiamandolo appunto «Mio Signore e mio Dio». 16 La
cosa è assolutamente fondamentale: senza il Vangelo
di Giovanni non c’è la divinità di Cristo e il
cristianesimo viene così ridotto a una variante debole
dell’ebraismo.

Giovanni contro la Genesi


Le prime parole del prologo di Giovanni: «In
principio era il Verbo» si contrappongono
esplicitamente all’inizio della Bibbia ebraica, alla
Genesi, che recita invece: «In principio Dio creò il
cielo e la terra». Quello che è stato tradotto con
Verbo, dal latino Verbum, è il greco Lògos, che
rimanda a tutta la tradizione filosofica antica, a
cominciare da Eraclito, nel quale compare per la
prima volta come ragione, divina e umana insieme. 17
In Giovanni il Lògos, che è «in principio», è il
Cristo, che è Dio, e perciò non c’è la creazione, nel
senso biblico, perché il mondo è dall’eterno nel Lògos:
«tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui
niente è stato fatto». 18
Una dottrina della creazione fa divenire da Dio
qualcosa che in lui non è, non era eternamente e
necessariamente, e così «ci getta nel nudo nulla e fa
di lui il nostro sovrano arbitrario» scrive Fichte nella
sua Introduzione alla vita beata, 19 in quanto sancisce in
modo definitivo il dualismo Dio-mondo, nel quale è
pura retorica parlare di «lieto annuncio», di «buona
novella». Infatti, per quanto si possa pensare a un Dio
buono, che crea per amore (un pensiero di cui ci si
dovrebbe vergognare, di fronte alla sofferenza delle
creature stesse), l’Essere, il Bene, restano comunque
Altro e perciò altra e lontana quella perfetta
beatitudine che l’uomo non può avere «se prima
l’unità non ha inghiottito l’alterità». 20
Già Agostino, nelle Confessioni, di fronte all’aporia
di un Dio che a un certo momento crea il mondo –
«un arbitrio che corrompe tutto il pensiero della
divinità e poi attraversa tutto il pensiero religioso, in
modo tale che la ragione viene stravolta per sempre e
il pensiero trasformato in un sognante fantasticare»
come scrive ancora Fichte –, aveva posto la creazione
in certo modo fuori del tempo, interpretando il mito
biblico come continuo conferimento di essere al
mondo da parte di Dio.
Più radicalmente Meister Eckhart, «interrogato sul
perché Dio non abbia creato prima il mondo, rispose
che Dio non poté creare il mondo prima, perché una
cosa non può agire prima di essere; perciò, appena
Dio fu, subito creò il mondo. Perciò si può concedere
che il mondo sia esistito dall’eterno. Similmente, nel
medesimo istante in cui Dio fu e generò il Figlio, a lui
coeterno e in tutto uguale, creò anche il mondo». 21
Nello stesso senso il «dolce e cristiano poeta»,
l’«incommensurabilmente profondo» 22 Angelus
Silesius recita:

Poiché l’eterno Iddio creò il mondo fuori del tempo,


è chiaro come il sole che il mondo è eterno.

La coeternità Dio-mondo è però solo l’aspetto più


esteriore di qualcosa di molto più interiore,
essenziale, che è appunto la comunità di essenza. La
coeternità del mondo, e dunque dell’uomo, in Dio,
nel Lògos in cui tutto è stato fatto dall’eterno, significa
infatti che il mondo è da sempre in Dio, non fuori di
lui, e dunque, come giustamente recitava l’assioma
scolastico, Quidquid in deo est, est deus: tutto ciò che è
in Dio, è Dio. Perciò l’uomo è, da sempre, nell’unico
essere, eterno, uno con Dio.
Il concetto di creazione come frutto della libera
volontà di Dio e della sua potenza decisionale è
incarnazione pura della violenza. Introduce una
concezione del divino tutta nell’ambito della forza,
ove Dio è il signore del nulla, mentre l’uomo ne è lo
schiavo. 23 Perciò la Bibbia ebraica è il libro più
violento che esista, non tanto per le pagine che
contiene, col Dio degli eserciti che comanda il
massacro dei «nemici», ecc., quanto per il primato
della forza che stabilisce fin dall’inizio, proprio con la
creazione.
Tale primato prosegue in tutto il libro: anche la
formula di Es 3,14, con cui Dio dice a Mosè di essere
«colui che è», non è altro che l’affermazione della
libera, signora volontà dell’Onnipotente. 24 Con il mito
della creazione l’uomo pone infatti un Dio-altro,
libertà assoluta, potenza assoluta, il che equivale
precisamente a dire che ritiene Dio, il supremo
valore, proprio la forza, la potenza, della quale ci si
deve servire. Questo Dio è perciò «puro male,
massimo male, assoluto male», Dio irreale di una
religione irreale. 25 Con la creazione si stabilisce infatti
quell’alterità di Dio, l’alterità dell’essere, da cui
deriva l’alienazione dell’uomo, che non può essere
l’essere, ma cui resta solo un presunto, illusorio,
sapere dell’essere, irrimediabilmente altro.
La Genesi biblica è perciò il fondamento
dell’alienazione di tutto il nostro mondo, e proprio a
essa si oppone il Cristo giovanneo, Lògos che era in
principio, e nel quale l’uomo è dall’eterno.
La dimensione dell’eterno è quella dello spirito,
dimensione propria dell’uomo libero, distaccato da se
stesso, mentre l’uomo legato al proprio ego è nella
dimensione dolorosa della temporalità.
La pienezza dei tempi, la pienezza di gioia, è nel
distacco da tutte le cose temporali, e dunque è qui e
ora, o mai più, nel senso che è del tutto illusorio porla
nel futuro:

Quando è compiuto il tempo? Quando non v’è più il


tempo. Per colui che, nel tempo, ha posto il suo cuore
nell’eterno, in cui tutte le cose temporali sono morte,
per esso v’è la pienezza dei tempi. 26

Il tempo non riesce a penetrare nella parte più


intima dell’anima, nel suo «fondo», ed è lì che il Lògos
nasce nell’anima, al di sopra del tempo, dove non c’è
né qui né ora, né spazio né tempo. 27
Il quarto Vangelo e le Lettere di Giovanni fondano
infatti la dottrina per cui si diventa ciò che si ama, e
nell’amore il Cristo, il Lògos, che è amore e spirito, si
genera nel «fondo dell’anima». 28

La nascita di Dio nell’uomo


Questa nascita, ovvero l’emergere dello spirito,
l’universale divino, ha come sua condizione la morte
del particolare, dell’attaccamento egoico, ossia di
quella che le culture antiche chiamavano «anima».
Si tratta di un’esperienza viva in tutte le tradizioni
spirituali, nelle quali v’è la concezione della presenza,
nell’uomo, di un elemento appropriativo, che è
insieme anche mutevole, accidentale, superficiale,
accanto a un elemento universale, distaccato e,
insieme, costante, profondo, essenziale.
Questi due elementi o facoltà o componenti
dell’umano si indicano comunemente nelle nostre
lingue con i nomi rispettivamente di «anima» e
«spirito». La prima è quella che deve morire, che si
deve odiare: essa è infatti satanica, proprio nel suo
senso etimologico di oppositrice, tentatrice, in quanto
dipendente dal desiderio, mutevole insieme al
continuo mutare di esso, sempre protesa all’utile
particolare e perciò ostile al bene universale. Per
questo motivo tutte le tradizioni spirituali vedono il
cuore dell’uomo come il campo di battaglia in cui si
combattono le due forze opposte: quella dell’ego,
dello psichismo, che è il demonio, e quella dello
spirito, che viene da Dio ed è Dio stesso. 29
Qui odit animam suam, «Chi odia la sua anima [o
«vita»; il greco psyché permette entrambe le
traduzioni, che sono, peraltro, accomunate nel senso:
si tratta sempre dell’affermatività egoica] la salverà»,
recita perciò il testo giovanneo, mentre la perderà chi
vuole salvarla. 30 Occorre che il chicco di grano
muoia, per poter produrre frutto; 31 si deve insomma
andare incontro a una morte – quella che i mistici
medievali chiamano appunto «morte dell’anima» 32 –
perché vi sia una nuova nascita, quella dello spirito.
Il concetto è chiarissimo nel capitolo 3 del quarto
Vangelo, nel colloquio di Gesù con Nicodemo, ove
compare l’essenza dell’insegnamento evangelico: la
rinuncia a se stessi. Chi vuole essere mio discepolo,
dice infatti Gesù ai suoi seguaci, «rinunci a se
stesso», 33 ovvero alla propria egoità. Questa la
«conversione» richiesta, senza la quale la sequela di
Cristo è vuota parola, la religione mera credenza
superstiziosa. Chi, come Nicodemo, non sperimenta
questa rinuncia, questa «morte» e questa rinascita,
non sa niente dell’Uno, della vita dello spirito, della
vita eterna: il suo orizzonte di pensiero e di vita resta
quello del molteplice, del corpo, del tempo, ovvero,
nel linguaggio giovanneo, l’orizzonte delle tenebre,
non della luce, ma soprattutto non della verità, bensì
della menzogna.
L’egoità è infatti fonte continua, inesauribile di
menzogna, ovvero di creazione di immagini,
contenuti, pensieri – dai più elementari a quelli più
elaborati, fino alle grandi sintesi filosofiche –
funzionali alla volontà e al suo multiforme
presentarsi, e solo dalla completa trasformazione
operata dalla grazia l’uomo diventa capace di verità.
Questa consapevolezza nel mondo cristiano trae
origine proprio dall’esperienza spirituale giovannea.
«La Legge fu data tramite Mosè, ma la grazia e la
verità avvennero tramite Cristo» recita il suo
Vangelo, 34 che nel capitolo 8 riferisce la disputa fra
Gesù e i giudei, che vantano la loro discendenza da
Abramo, e dunque da Dio. A essi Gesù replica che
non hanno Dio come padre, anzi, hanno per padre il
diavolo e vogliono soddisfare i suoi desideri, e perciò
sono bugiardi, dato che nel diavolo non c’è verità e
«quando proferisce menzogne, parla di ciò che gli è
proprio, giacché è bugiardo e padre della
menzogna». 35
Commentando questo passo davvero cruciale,
Eckhart sottolinea che chi proferisce menzogne parla
da se stesso, giacché la menzogna, come ogni peccato,
proviene da se stessi, dalla volontà propria, e niente è
più proprio all’uomo della sua stessa volontà. La
volontà che mentisce, la volontà che pecca, è l’amore
di se stessi (amor sui), l’amore del bene proprio (amor
privati boni): questa è la radice di ogni male. E, in
parallelo, commentando l’altro cruciale passo
giovanneo che abbiamo già citato, Qui odit animam
suam, scrive che occorre perciò odiare la propria
anima, nel senso di odiare ciò che è proprio, dato che
il divino è sempre comune, non personale o di alcuna
cosa creata; occorre muoversi verso l’alto,
l’universale, disprezzando quel che è proprio, «in
conformità del passo: chi mi vuole seguire, rinunci a
se stesso» (Mt 16,24).
Questa radicale conversione, questa «morte»
dell’egoità, comporta anche il distacco da tutti i
presunti saperi, riconosciuti ormai nella loro origine
fittizia, proprio nel senso latino del termine, ovvero
costruita da noi, per i nostri interessi. Perciò Eckhart
spiega il versetto delle beatitudini, «Beati i poveri in
spirito», rimarcando come questa povertà che rende
beati è non avere, non volere, ma anche e soprattutto
non sapere: il sapere scompare perché v’è un sapere
quando v’è un soggetto che sta di fronte a un oggetto
«saputo», ovvero si pensa la verità, l’essere come
altro; ma quando si è l’essere stesso, allora il sapere
non c’è più perché si identifica con l’essere. E questo
è il linguaggio del Vangelo di Giovanni: «Io sono la
verità» dice appunto Gesù. 36

Essere l’essere
V’è in ciò un completo rovesciamento rispetto al
pensare comune, ma anche rispetto alla comune
religiosità. Non si tratta infatti di cercare all’esterno,
alla ricerca di un Dio-Altro, che se ne sta lassù nei
cieli a fare e disfare le cose del mondo, da venerarsi
nel tempio o sui monti. 37 Dio è spirito, 38 non un ente:
è un ente solo per chi pecca, 39 con l’affermazione di
sé.
Si tratta invece di guardare all’interno, nel
profondo di noi stessi, togliendo via tutto, e in primo
luogo quel desiderio di sapere su Dio che è desiderio
egoico di rassicurazione. Solo allora compare quella
grande luce, che tu stesso sei – ma non sei più il
piccolo ego, bensì quella stessa luce: la luce eterna
che incessantemente risplende. 40
In essa non c’è più un sapere, ma quel «nulla
sapere» che è perfetta chiarezza, scioglimento di ogni
nodo concettuale; non c’è più un volere, ma quel
«niente volere» che è amor fati, amore di tutto quel
che è e avviene; non c’è più un avere, ma un «niente
avere» che è avere tutto, nella letizia estatica del
distacco; non v’è più neppure un essere, nel senso di
essere determinato, ma quel «niente essere» che è
essere l’essere, «un unico Uno». 41
Si deve essere l’essere intitola perciò un distico
Angelus Silesius: «Praticare l’amore è grande fatica:
occorre essere, come Dio, l’amore stesso». 42 Qui è
espresso il più puro pensiero giovanneo: Dio è
amore, che non si conosce come oggetto-altro, ma
solo essendo l’amore stesso, ovvero «essendo Dio».
L’espressione, propria di tanti mistici, può sembrare
assurda, anzi blasfema, finché si è legati a un ego e si
pensa perciò a Dio come a un altro ego, magari
grosso e forte, mentre il nostro è piccolo e debole, ma
diventa del tutto semplice e priva di ogni carattere
orgoglioso là dove l’egoità è morta, scomparsa, e si è
dimenticato se stessi nell’amore.
Già Platone si domandava come possa essere un
qualcosa che non è mai nel medesimo stato 43 e infatti
non è possibile parlare di un «io» come essere
dell’uomo, se per uomo si intende una psiche sempre
fluttuante, oscillante tra mille e mille contenuti
diversi. Per quanto possa essere necessario parlare di
«io» e di «mio» nella vita quotidiana, quando si va a
vedere più da vicino, questo io si mostra solo come
un nome che riassume una serie infinita di pensieri,
di volizioni, di comportamenti. La «realtà» di questo
essere è data solo dalla sua volontà appropriativa, e
scompare quando essa scompare.
È proprio quando scompare questo falso, presunto
«io», che compare quell’io profondo, essenziale,
universale, che fa dire a Gesù: «Prima che Abramo
fosse, io sono», 44 e «Chi ha visto me, ha visto il
Padre»; «Io e il Padre siamo uno». 45 Ciò che vale per
lui vale anche per i suoi «amici» – non discepoli, non
seguaci, ma amici: così, con la parola più bella che si
possa rivolgere a un essere umano, Gesù chiama i
suoi nel momento del congedo, 46 una cosa sola con
lui. 47
Nella Prima lettera (4,17) leggiamo infatti che
«quale è Cristo, tali siamo anche noi in questo
mondo»: con questa affermazione viene tolta via ogni
religione come superstizione, come alienazione in un
mondo altro e futuro, e stabilita invece l’identità
umano-divina nell’amore-spirito.
Ma quelli che sono legati all’«io» e al «mio» non
capiscono, e quello che non capiscono, condannano: 48
così gli ebrei, quando sentono Gesù dire di essere
prima di Abramo, «dettero di piglio alle pietre per
lapidarlo». Similmente, l’affermazione che «tutto ciò
che il Padre ha dato al Figlio suo unigenito nella
natura umana, lo ha dato tanto a me quanto a lui e
non ho niente di meno, né unione né santità, ma tutto
ho avuto, quanto lui» 49 fu giudicata eretica da pastori
come Giovanni XXII, loro degni successori.
Tali sono infatti gli Anticristi, del passato e del
presente.
III
L’Anticristo nei Padri della Chiesa

Ireneo
Dopo le Lettere di Giovanni, il termine «anticristo»
ricompare per la prima volta in Policarpo, vescovo di
Smirne e martire (m. 155), che, secondo la tradizione,
era discepolo diretto dello stesso Giovanni. Egli usa
infatti il termine in un senso che è ancora quello
giovanneo: «Anticristo è chi non confessa che Gesù
Cristo è venuto nella carne», ovvero l’eretico, che
«rigira le parole del Signore secondo i propri
desideri», come scrive nella sua Lettera ai Filippesi
(VII, 1).
Secondo la tradizione, discepolo di Policarpo a
Smirne fu quello che a buon diritto è stato chiamato
«inventore dell’Anticristo», cioè Ireneo, vescovo di
Lione e martire (m. 202), cui si deve anche il concetto
di Antico Testamento, contrapposto, ma anche
strettamente unito, al Nuovo: idea tanto originale
quanto centrale nella storia del cristianesimo, in cui è
diventata ovvia, senza esserlo affatto.
Nella sua ampia opera Contro le eresie, Ireneo torna
più volte sul tema dell’Anticristo, prima attribuendo
il titolo a un mago dei suoi tempi, che seduceva le
folle con pretesi poteri taumaturgici, ma poi
identificandolo per la prima volta con l’«uomo
dell’iniquità» destinato a innalzarsi sopra tutti, della
Seconda lettera ai Tessalonicesi: un fatto, questo,
della più grande rilevanza.
Ireneo sviluppa un’ampia dottrina dell’Anticristo
come figura escatologica, sostenuta da un ventaglio
di citazioni bibliche, soprattutto da Daniele e
dall’Apocalisse. Ritiene così di dimostrare che
proverrà da una tribù di Israele, quella di Dan, che
nei libri biblici viene spesso presentata
negativamente per la sua propensione all’idolatria, e
che non è annoverata fra quelle salvate in Ap 7,4-8.
Con ciò apre all’interpretazione antigiudaica del mito
che avrà molta fortuna, fino a oggi. In realtà Ireneo
intende, al contrario, sottolineare il primato del
«popolo eletto», dal quale esce tutto ciò che ha valore
escatologico, dal messia al suo antagonista finale,
come se il senso intero della storia e del «piano
divino della salvezza» dovesse giocarsi tra gli ebrei.
Identificando l’Anticristo con la Bestia
dell’Apocalisse, Ireneo tenta di decifrare il famoso
numero 666 di Ap 13,18 con l’aiuto della gematria,
ovvero l’attribuzione di un valore numerico a ogni
lettera (si ricordi che sia i greci sia gli ebrei
utilizzavano le lettere dell’alfabeto come cifre, per cui
a ogni lettera corrisponde una cifra), con cui si può
calcolare il numero del nome sommando i numeri
corrispondenti alle lettere che lo compongono,
nonché fare tutta una serie di altre combinazioni
arbitrarie, sulle quali si fonda anche la cabbala.
«Pure se una quantità di nomi può corrispondere
alla cifra del suo nome» Ireneo propende per Teitan,
Titano, ovvero «un nome che si addice a un re e più
ancora a un tiranno.» Anche questa scelta avrà
grandissimo rilievo nei secoli: si potrebbe quasi dire
che non vi sia stato sovrano che non sia stato definito
Anticristo dai suoi avversari.
Dalla mitologia iranica, mesopotamica e biblica, e
dall’apocalittica giudaica, Ireneo riprende i racconti
della caduta degli angeli, del loro commercio carnale
con le figlie degli uomini, nonché la divisione della
storia del mondo in sei millenni, corrispondenti ai sei
giorni della creazione secondo la Genesi, più il
settimo millennio corrispondente al riposo del
settimo giorno: anche questo un tema di grande
importanza per quello che si chiamerà, appunto,
millenarismo.

Ippolito
Sulla stessa linea di Ireneo, di cui secondo alcune
fonti sarebbe stato discepolo, si muove anche l’autore
del primo testo esplicitamente dedicato al nostro
tema: Su Cristo e l’Anticristo, ove compare per la
prima volta quel parallelismo antitetico fra Cristo e
l’Anticristo, destinato a grande fortuna nei secoli.
È l’opera di un Ippolito su cui non sappiamo
molto: forse presbitero e martire romano (m. 235),
forse vescovo orientale. Comunque sia, questi
riprende da Ireneo l’idea dell’origine ebraica
dell’Anticristo, sviluppandola nel senso di una
continua contrapposizione tra la Chiesa, considerata
vera erede delle profezie messianiche, e Israele, che
non le avrebbe comprese e che perciò ha crocifisso il
Salvatore e poi perseguitato i suoi seguaci. Gli ebrei
acclameranno perciò l’Anticristo, il potente che si
innalzerà sopra tutti, perseguitando i cristiani (non si
dimentichi che siamo in effetti nell’epoca delle
persecuzioni!).
Come Ireneo, Ippolito non mette in dubbio la
durata del mondo in corrispondenza con la settimana
divina della creazione, e pensa la rimunerazione
celeste come sostanziale prosecuzione della vita
fisica, con tutte le sue gioie carnali, sulla linea
dell’apocalittica giudaica, nella quale non c’è spazio
per una concezione spirituale della vita eterna, data
l’assenza del concetto stesso di anima spirituale.
Ancora come Ireneo, Ippolito accetta come veraci
alla lettera le pagine bibliche, cercando di avvalorarle
con interpretazioni fantasiose di numeri, cose,
persone, che, al pari di quelle di Ireneo, sollevarono
le ironiche critiche degli umanisti.

Origene
Completamente diversa è l’impostazione di Origene,
il grande Padre della Chiesa alessandrino (m. 254),
cui si deve anzitutto la concezione assolutamente
spirituale di Dio, Lògos che si genera nel distacco, nel
fondo dell’anima. Nell’interpretazione
dell’Anticristo, egli prende le distanze da tutti quegli
autori che si servivano di un’esegesi letterale, e che
perciò lo pensavano come un uomo in carne e ossa.
Ben sapendo che l’esegesi letterale della Scrittura
conduce a risultati di inaccettabile superstizione, il
maestro alessandrino toglie all’Anticristo ogni
caratteristica di personaggio reale, come pure ogni
dimensione escatologica, facendogli assumere il
significato simbolico, metastorico, della menzogna,
anzi, della contraffazione della verità. Origene scrive
infatti che, parlando dell’Anticristo – o meglio, molto
significativamente, degli Anticristi – Giovanni vuole
dire che «ogni Verbo estraneo alla verità che si
spaccia per Verbo di Dio è l’Anticristo, giacché la
Verità è Cristo e la simulazione della verità è
l’Anticristo».
Conseguenza importantissima di questa
concezione è che «ogni discorso che si presenta come
verità, sia presso i greci che presso i barbari, è in
qualche modo l’Anticristo, che vuole ingannare sotto
pretesto di verità, allontanando da colui che ha detto:
“Io sono la verità”» (Gv 14,6).
Cristo e l’Anticristo non sono perciò per Origene
due momenti culminanti della storia umana, ma gli
estremi antitetici della verità e della menzogna.
Perciò la Seconda lettera ai Tessalonicesi dice che
l’uomo dell’iniquità, che indica se stesso come Dio,
viene «per opera di Satana», ed è dunque servo e
figlio del demonio, che non a caso Cristo chiama
«padre della menzogna, che quando parla, parla del
suo» (Gv 8,44).
Anticristi sono dunque tutti gli uomini che
mentono, ovvero che parlano «a partire dal proprio
essere di falsità», ossia dalla propria natura non
rinnovata dalla grazia: Omnis homo mendax, recita non
a caso il Salmo 115. Origene, riallacciandosi
strettamente all’insegnamento giovanneo, conclude
perciò che diventa ed è un Anticristo ogni uomo che
non è passato per la morte dell’anima e per la
rinascita nello spirito.
Un’interpretazione non fisica ma spirituale
Origene la dà anche a proposito del millenarismo
apocalittico, spesso legato al tema dell’Anticristo,
prendendo posizione contro le concezioni di origine
asiana, come quelle di Ireneo e Ippolito, di cui
sottolinea la grossolanità e il materialismo.

Altre voci tardo-antiche


L’opera di Origene ha nutrito per secoli la mistica
cristiana, ma non c’è dubbio che non abbia avuto la
prevalenza, sia per la sua finezza spirituale sia perché
alcune teorie del maestro alessandrino, come quella
dell’apocatastasi – ossia della riassunzione finale di
tutto il cosmo nella pienezza divina, al di là di ogni
dannazione personale – furono censurate dalla
Chiesa.
Preponderante fu invece la fantasia, che sul tema
dell’Anticristo e dei tempi ultimi poté scatenarsi
liberamente, nutrendo per secoli l’immaginario
collettivo dei cristiani. Si deve tenere presente che i
secoli della persecuzione, e del contemporaneo
sfacelo dell’Impero romano, rendevano credibile
l’idea dell’imminente fine del mondo e della
conseguente venuta dell’Anticristo, identificato
eventualmente nel persecutore di turno.
Non seguiremo qui le varie configurazioni che tale
personaggio ha ricevuto, limitandoci a rilevare come
il dispiegarsi dell’immaginazione abbia portato da
una parte a descrizioni sempre più terribili dei tempi
dell’Anticristo, segnati dallo scatenarsi della
malvagità umana fino a limiti inauditi e da segni
portentosi in terra e in cielo, e dall’altra
all’utilizzazione di mitologie anche non bibliche.
È il caso dell’africano Lattanzio (m. 320), che nelle
sue Divine istituzioni dipinge a fosche tinte il tempo
della fine e utilizza anche la lettura persiana coeva, in
particolare uno scritto ampiamente diffuso,
contenente una serie di rivelazioni e di oracoli,
attribuito al re persiano Vištāspa e detto perciò
Apocalisse di Istaspe – a conferma del fatto che il mito
dell’Anticristo escatologico trova le sue radici al di
fuori dell’universo biblico, in quella cultura
mediorientale da cui deriva peraltro la letteratura
biblica stessa.
Qualche cenno dobbiamo fare anche dei cosiddetti
Oracoli sibillini. Si tratta di un gruppo di quattordici
libri, composti da autori giudeocristiani in un arco
che va dalla fine del I secolo d.C. al VII, ma che
giunge fino al X, XI secolo, ossia all’epoca degli
imperatori Ottoni del Sacro romano impero
germanico, quando ricevette la sua forma definitiva
l’oracolo attribuito alla Sibilla Tiburtina, uno dei testi
profetici più diffusi nell’Occidente medievale.
Riprendendo, proprio per contrapporsi a essi, lo
stile dei celebri Libri sibillini della Roma antica, gli
Oracoli hanno invece una matrice ebraica, fortemente
antiromana, e un contenuto millenaristico e
messianico, con marcata accentuazione delle tesi
apocalittiche. Nelle sue parti finali, l’oracolo della
Sibilla Tiburtina parla comunque della venuta
dell’Anticristo, sorto dalla tribù di Dan, figlio della
perdizione (cfr. 2 Ts 2,3), maestro d’errore e di
malvagità, grande mago e ingannatore. Si rivelerà
appieno quando l’Impero romano cesserà – esso
riveste infatti il ruolo di katéchon, «ciò che trattiene»,
di 2 Ts 2 – e siederà nel Tempio di Gerusalemme.
Durante il suo regno verranno Enoch ed Elia ad
annunciare l’avvento del Signore; l’Anticristo li
ucciderà, ma il Signore stesso li risusciterà dopo tre
giorni (cfr. Ap 11,11).
Infine ci sarà una persecuzione di ampiezza mai
vista, che il Signore abbrevierà per gli eletti, finché
l’Anticristo non sarà ucciso dall’arcangelo Michele a
Gerusalemme, sul Monte degli Ulivi, luogo simbolico
della Passione di Cristo, e perciò anche del suo
Oppositore-Imitatore, «scimmia di Dio», come
talvolta lo chiamano i testi antichi.
Gli Oracoli sibillini ebbero grande rilevanza nel
Medioevo; le figure delle sibille – dieci, secondo la
tradizione romana – acquisirono valore profetico:
teste David cum Sybilla, recita infatti il Dies irae del
francescano Tommaso da Celano (m. verso il 1260), e
proprio nell’ambiente francescano, degli spirituali
gioachimiti, le «profezie» delle sibille avranno grande
rilievo. Anche Michelangelo le dipinge nella volta
della Cappella Sistina, accanto ai profeti biblici.

Agostino
Colui che ha formato, quasi da solo, il cristianesimo
dell’Occidente, scrive in un tempo in cui l’Impero
romano è diventato cristiano: l’Editto di Tessalonica è
del 380; dieci anni dopo lo stesso imperatore
Teodosio emana un editto contro il paganesimo; nel
399 i templi degli dei in Africa vengono chiusi manu
militari. La Chiesa fino ad allora perseguitata diventa
a sua volta persecutrice: nel 385 c’è la prima
condanna a morte ed esecuzione di un eretico,
Priscilliano. Agostino vive però anche in un tempo in
cui è chiara la fine dell’Impero romano: nel 410 i goti
di Alarico saccheggiano Roma – un evento che per i
contemporanei suonava come la fine del mondo – e si
spegne (430) a I ppona, città di cui era vescovo,
mentre altri barbari, i vandali, la stanno per
espugnare.
Come uomo formato sui classici latini e sui
neoplatonici greci, Agostino ha un approccio alla
Bibbia sempre fatto alla luce della ragione e anche
quando, ormai diventato vescovo cristiano, deve
cercare di salvare la verità del testo diventato pure
per lui sacro, ispirato, non smetterà, per quanto
possibile, di guardarlo in quella luce. Non meraviglia
perciò che, leggendo l’Apocalisse, si sforzi di
razionalizzare le figure dello sfrenato immaginario
del libro, e lo stesso faccia per le «rivelazioni» e
«profezie» di Daniele, concludendo prudentemente
che molte sono le interpretazioni possibili.
Anche spiegando 2 Ts 2 confessa di non sapere chi
o che cosa sia i l katéchon e, pur convinto che l’«empio
che allora sarà rivelato» sia l’Anticristo, non si
sbilancia affatto nell’identificarlo. Restando, anzi,
aderente al testo delle Lettere di Giovanni, che
parlano al plurale di «Anticristi» come di coloro che
negano il Cristo, Agostino avanza l’ipotesi che esso
non sia un uomo solo, un capo, una figura
eccezionale, bensì tutta la moltitudine degli iniqui.
Allo stesso modo, dovendo spiegare Ap 20,4,
«quanti non avevano adorato la Bestia e la sua
statua», scrive che per la Bestia non si deve intendere
una figura personale, ma tutto il popolo degli infedeli
e che la statua (simulacrum) non è un oggetto fisico,
bensì la simulazione, ovvero la menzogna di quanti si
professano cristiani ma vivono in realtà da i nfedeli.
A proposito poi delle speculazioni sul numero
mille di Ap 20,1-6, Agostino rigetta con forza ogni
interpretazione dei millenaristi, i quali «finiscono per
affermare che i risorti potranno gioire di gioie
terrene, abbandonandosi a banchetti, mangiare e bere
fino a superare ogni limite, come è proprio di uomini
carnali».
Il millenarismo è legato, infatti, a una visione
edonistica dell’esistenza, nella quale il «divino» serve
solo a garantire la prosecuzione del piacere carnale.
Agostino perciò interpreta i mille anni come se essi
indicassero «precisamente tutti gli anni di questo
mondo», giacché un numero perfetto come mille
significa la pienezza del tempo, ovvero il «qui e ora»
dell’eterno presente, ove è soppressa la dimensione
alienante del tempo.
Solo Dio sa quando verranno l’ora e il giorno
ultimi (cfr. Mt 24,36), per cui è vano fare i conti di
anni, di secoli o altro, e star dietro alle fantasie
dell’Apocalisse. Il regno di Dio è già qui e ora,
«dentro di voi», come dice Gesù, e nella Chiesa, che è
costituita da entrambi i generi di uomini, i buoni e i
cattivi, mescolati come il grano e la zizzania nel
campo: gli Anticristi sono sempre tra noi.
IV
L’Anticristo nell’immaginario

Maometto
La figura dell’Anticristo ha operato potentemente
nell’immaginario di tutti i tempi, sempre legata alle
preoccupazioni apocalittiche che, di volta in volta,
hanno agitato il mondo cristiano. Come nell’antichità
la si vedeva incarnata spesso negli imperatori romani
persecutori, così non meraviglia constatare che, con
la nascita e l’espansione dell’Islam, si sia potuto
vederla in Maometto. Questa interpretazione
compare nell’area spagnola, dove c’era anche una
forte e ben radicata comunità ebraica, con le sue
perenni attese messianiche, quando quasi tutta la
penisola iberica cadde sotto la dominazione islamica.
La troviamo per la prima volta nella Breve e chiara
sintesi che un intellettuale laico, Alvaro, scrisse
nell’854 a Cordova, in un periodo in cui i cristiani
della città subirono una persecuzione che portò a una
cinquantina di esecuzioni capitali.
Ha rigettato la resurrezione del Signore e la festa
nel giorno a essa dedicato (la domenica), riservando
invece alle gioie sensuali il giorno della Passione (il
venerdì), destinato alla mestizia e al digiuno; ha
insegnato come comandamento divino la guerra di
conquista (la cosiddetta «guerra santa»), mentre
Cristo ha predicato la pace e la sopportazione; ha
permesso la poligamia e il divorzio, mentre Cristo
invita alla fedeltà matrimoniale, anzi, a quella castità
e verginità che Maometto condanna; promette ai suoi
seguaci un paradiso di lussuria, invece che di
condizione angelica e spirituale: queste, e di questo
genere, sono le accuse rivolte al Profeta, che perciò
può assumere a pieno titolo la veste di colui che è il
contrario di Cristo, ovvero l’Anticristo (una figura,
peraltro, presente anche nella tradizione musulmana,
come vedremo più avanti). Tale interpretazione non
restò affatto isolata, ma si ripresentò ogni qual volta
la minaccia musulmana si faceva più incombente sul
mondo cristiano.

La «Vita dell’Anticristo»
Verso la fine del X secolo incontriamo un libretto che
ha avuto enorme importanza per il nostro tema: la
Vita dell’Anticristo di Adsone. Si tratta di un breve
testo, per lungo tempo attribuito ad Agostino,
oppure a Rabano Mauro, discepolo di Alcuino di
York, ma in effetti opera di un monaco francese,
abate dell’abbazia benedettina di Montieren-Der dal
968 al 992. Adsone compose il libretto, intitolato
originariamente Della nascita e del tempo dell’Anticristo,
su richiesta della regina Gerberga, moglie di Luigi IV
di Francia; i moltissimi manoscritti che ne sono stati
reperiti testimoniano la sua grandissima diffusione.
«Lo chiamano Anticristo perché sarà in ogni cosa
contrario al Cristo e compirà azioni contrarie a lui»:
così esordisce il libretto di Adsone, che in effetti
descrive l’Anticristo proprio come il contrario di
Cristo, già a partire dal concepimento. Come Cristo è
nato per opera dello Spirito Santo, così l’Anticristo
nascerà per opera del diavolo, il quale penetra fin
dall’inizio nell’utero della madre e la possiede tutta
quanta in modo che concepisca da un uomo per suo
influsso e il figlio che nasca sia davvero figlio della
perdizione (2 Ts 2,3). Come Cristo è venuto con
umiltà, egli verrà con superbia; come Cristo ha
giustificato i peccatori e gli umili, egli innalzerà i
peccatori e gli empi; come Cristo ha insegnato le
virtù, egli insegnerà i vizi.
Peraltro, nascerà dal popolo ebraico, dalla tribù di
Dan, secondo la parola biblica (Gn 49,17; Ger 8,16;
4,15), a Babilonia, città indicata dall’Apocalisse
(18,10) come radice di tutti i mali, e sarà allevato e
educato a Betsaida e Corazin, cittadine palestinesi
maledette nel Vangelo (Mt 11,21). Suoi maestri
saranno maghi, stregoni, indovini, che gli
insegneranno ogni arte nefasta; suoi compagni
saranno gli spiriti maligni. A Gerusalemme
restaurerà il Tempio di Salomone, si circonciderà egli
stesso e pretenderà di essere il figlio di Dio. Sedurrà
principi e re e, attraverso essi, tutti i popoli,
compiendo anche numerosi segni, stupefacenti e
inauditi, come far scendere fuoco dal cielo, sollevare
e calmare i flutti del mare, invertire il corso dei fiumi,
far nascere e fiorire alberi in un istante, fino a
resuscitare i morti: tutti miracoli ottenuti con
incantamenti diabolici, ma tali da sembrare veri ai
peccatori.
Perseguiterà i fedeli, sia col terrore sia con i doni e
i miracoli, sterminando chi persiste nella vera fede, e
questa persecuzione durerà tre anni e mezzo. Al
regno dei franchi Adsone attribuisce la successione
legittima dell’Impero romano, e dunque quella
funzione di katéchon, di potere che ritarda la venuta
dell’Anticristo (cfr. 2 Ts 2,3), per cui solo quando il re
franco si recherà a Gerusalemme e deporrà lo scettro
e la corona sul Monte degli Ulivi, solo allora, con la
fine dell’Impero dei romani e dei cristiani,
l’Anticristo si manifesterà e, presentandosi agli ebrei
come il messia, sarà da loro accolto come un Dio.
Prima della sua venuta, i due profeti Enoch e Elia
prepareranno i fedeli in vista della tempesta che deve
arrivare e convertiranno un piccolo numero dei figli
di Israele. Dopo tre anni e mezzo l’Anticristo li
ucciderà (Ap 11,7), insieme agli altri fedeli, mentre chi
crederà in lui sarà segnato in fronte col suo segno (Ap
20,4). Infine, dopo ancora tre anni e mezzo di
persecuzione dei giusti, la collera del Signore si
abbatterà su di lui, uccidendolo col soffio della sua
bocca (2 Ts 2,8), oppure lo ucciderà l’arcangelo
Michele. Come dicono i dottori (cioè Girolamo, nel
suo Commento a Daniele) sarà ucciso sul Monte degli
Ulivi, dove ha posto la sua tenda e il suo trono,
proprio dove il Signore salì al cielo. Il giorno del
giudizio non seguirà immediatamente, ma, come
insegna sempre il libro di Daniele, Dio concederà
quaranta giorni di tempo agli eletti perché facciano
penitenza, essendo stati sedotti dall’Anticristo. In
quale momento poi il Signore verrà, nessuno può
saperlo, per cui Egli giudicherà il mondo nell’ora che
ha fissato fin dal principio del tempo.
Questo, in sintesi, il contenuto della Vita
dell’Anticristo di Adsone, un testo, lo ripetiamo,
destinato a esercitare una grandissima influenza per
secoli. Aggiungiamo che, secondo l’abate
benedettino, l’Anticristo è stato preceduto da
servitori della sua malvagità, come Antioco, Nerone
o Domiziano, e anche al presente vi sono molti
Anticristi, dal momento che è un Anticristo, ministro
di Satana, chiunque, «laico, chierico e perfino
monaco, che viva contro giustizia, manchi alla regola
del suo Ordine e bestemmi contro ciò che è buono» (cfr.
Rm 14,16). Qui l’interpretazione morale
dell’Anticristo, che Adsone riprende da Isidoro di
Siviglia e da Beda il Venerabile, si salda con la
polemica contro il clero corrotto: un elemento che
troviamo molto spesso nel Medioevo.

I ludi sull’Anticristo
Al Medioevo dobbiamo la nascita di una forma
espressiva, che prosegue fino agli inizi dell’età
moderna, molto significativa per il nostro tema:
quella dei cosiddetti «ludi de Antichristo».
Si tratta di una tradizione popolare, non meno
importante di quella dotta, anzi, possiamo dire che lo
fosse di più per la sua diffusione, che la metteva in
grado di muovere l’immaginario collettivo delle
masse, con conseguenze sociali e anche politiche di
grande rilievo. In effetti l’Anticristo nel Medioevo è
una figura che compare più a livello popolare che a
livello teologico; spesso presente nella predicazione,
ma anche nella letteratura e nel teatro, ove numerosi
«misteri» lo mettono in scena.
Punto di partenza di questa diffusione popolare è
la Chiesa, con la sua liturgia, in particolare quella
dell’avvento, durante il quale si legge anche 2 Ts 2,
nonché alcuni passi del libro di Daniele. Il tempo
dell’attesa del Signore, del messia, ben si presta a
mettere in evidenza anche il ruolo del suo
antagonista, sviluppato nelle rappresentazioni del
contrasto verbale (altercatio) tra la Chiesa e la
Sinagoga. Probabilmente proprio da esse derivano
quelle altre rappresentazioni drammatiche che
davano all’Anticristo il ruolo di protagonista e che
vengono convenzionalmente dette appunto «ludi de
Antichristo».
Uno dei più famosi è quello di Baviera, che risale
agli inizi del regno di Federico Barbarossa (verso il
1160), ed è probabilmente opera di un dotto monaco
del celebre monastero benedettino di Tegernsee, nelle
Alpi bavaresi.
Nel prologo si presentano le figure di Gentilitas,
Synagoga e Ecclesia, mentre nel tempio l’imperatore
depone le insegne del potere, lasciando così via libera
all’Anticristo, preceduto dalle figure di Eresia e
Ipocrisia. All’inizio l’Anticristo rifiuta il potere,
facendo ipocritamente professione di umiltà, ma
presto rivela la sua vera natura, spogliandosi degli
indumenti religiosi e mostrando l’armatura che
nascondeva sotto. A capo dei suoi armati sconfigge il
re di Grecia, ovvero di Bisanzio, e corrompe quello di
Francia, mentre il re di Germania rifiuta di farsi
corrompere, anche se i miracoli dell’Anticristo, la
guarigione di uno zoppo e di un lebbroso, poi la
resurrezione di un morto – che il testo dichiara falsa,
ma che sulla scena sembra comunque vera – lo
mettono in profondo dubbio.
L’Anticristo converte a sé anche Synagoga e
diventa padrone del mondo, ma appaiono allora
Enoch ed Elia per denunciare l’impostore e
convertire al cristianesimo gli ebrei. In effetti
Synagoga toglie dagli occhi quella benda con cui è
spesso raffigurata nelle chiese medievali, che la rende
cieca di fronte al vero senso della Scrittura, e
riconosce che si tratta del falso messia. Questi, allora,
uccide i due Testimoni, ma il suo trionfo è di breve
durata: si produce un grande frastuono e deve
fuggire, mentre i cristiani ingannati si pentono ed
Ecclesia canta le lodi di Dio.
Il ludus termina così, senza mostrare la morte
dell’Anticristo, che, dunque, deve essere ancora vivo
da qualche parte. È probabile che l’autore avesse in
mente anche il fine politico di glorificare l’imperatore
tedesco, squalificando invece i suoi avversari, e
comunque si tratta di una pièce riservata a un
pubblico colto, a differenza di molte altre del tempo,
piene di mirabolanti scene, diaboliche e angeliche.
A distanza di due secoli dal ludus di Baviera, il
cosiddetto ciclo di Chester – una serie di «misteri»
scritti in volgare alla metà del XIV secolo, costituenti
venticinque rappresentazioni sacre, dalla caduta di
Lucifero al giudizio universale – presenta la figura
dell’Anticristo essenzialmente come quella di un
impostore, di un ipocrita. Egli compare sulla scena
senza alcun riferimento alla sua nascita e alla sua
origine, proclamando maestosamente la sua
legittimità messianica, avvalorata mediante
compimento di miracoli che imitano quelli di Cristo,
fino addirittura alla morte e resurrezione. L’anonimo
autore inglese della pièce mette in scena l’Anticristo
sempre in rapporto con altre pièces del ciclo in cui
compare il Cristo (sono sedici su venticinque), spesso
utilizzando le medesime parole e i medesimi versi.
Con la finta morte dell’Anticristo, che viene
deposto nella tomba da quattro re, e la successiva
finta resurrezione, cui i re credono, si giunge al
centro della rappresentazione: l’Anticristo invoca lo
Spirito Santo per una sorta di anti-Pentecoste,
distribuisce le terre ai re e fonda la sua signoria
terrena. Ecco però che giungono Enoch ed Elia e
comincia la disputa, in cui i due Testimoni lo
attaccano su questioni dottrinali, sulla sua ambizione,
sui suoi finti miracoli: i morti che pretende di aver
resuscitato non sono che cadaveri animati da demoni,
dato che rifiutano di mangiare il pane benedetto dal
segno della croce.
L’Anticristo si difende dapprima con l’arma sua
propria dell’ipocrisia, come fosse un sant’uomo
ingiustamente aggredito, ma a poco a poco si
trasforma, monta in collera e minaccia di far
impiccare i Testimoni. Alla fine, dopo l’ultimo
massacro di cristiani, l’arcangelo Michele lo uccide e i
diavoli lo trascinano all’inferno, mentre Enoch ed
Elia ascendono in cielo.
La diffusione popolare dei ludi prosegue ben oltre
il Medioevo. Procedendo nel tempo, nel secolo d’oro
della letteratura spagnola incontriamo
l’interessantissima opera di Juan Ruiz de Alarcón, El
Anticristo, scritta e rappresentata nel 1623. Non si
tratta di un ludus popolare, ma di vero e proprio
teatro di genere sacro, con caratteri drammatici
accentuati fino al limite dell’orrore.
Così, per esempio, l’Anticristo entra in scena in
compagnia di sua madre, che, atterrita dal futuro che
presagisce, rivela a questo «figlio di maledizione» la
sua terribile origine: un ebreo di Babilonia, Mamzer
(che in ebraico significa «bastardo»), della tribù di
Dan, ha commesso incesto con la sorella, Sabà. Da
questa unione è nata la madre dell’Anticristo, che è
stata poi violentata dal padre (che è anche suo zio),
per cui l’Anticristo è l’abominevole frutto di un
incesto di nonno, padre e zio, dal momento che suo
padre è anche suo nonno e prozio. E non è finita qui,
anzi: per mantenere segreta questa orribile origine,
l’Anticristo uccide la madre, dopo averla prima
violentata e così, incestuoso e matricida, inizia la sua
malefica opera.
La perversione sessuale è uno dei tratti che
l’immaginario popolare attribuiva all’Anticristo, e
che gli scrittori hanno spesso ripreso. I suoi eccessi
sono messi in evidenza: egli ha un gran numero di
donne, ma anche di uomini. In una processione in
onore di san Giovanni Battista, patrono della città,
tenuta a Firenze nel 1577, è rappresentato come
omosessuale: «Sopra un cavallo tutto pallido e magro
l’effeminato Anticristo tutto pallido e smunto per la
sua libidine e sfrenataggine, e per la Morte che sopra
di lui sedeva». 1
Anche nell’opera di Alarcón l’Anticristo è
bisessuale: infatuatosi della giovane Sophia, con i
suoi lascivi desideri vuole godere della sua bellezza,
ma si trattiene, con finta pietà e mansuetudine, fino a
che non avrà stabilito il suo dominio, intendendo
sciogliere solo dopo le redini dei suoi desideri
carnali; intanto però gode del demone che ha preso le
sembianze di Sophia. Anche il ludus di Lucerna del
1549 gli attribuisce un forte appetito bisessuale e la
poligamia figura tra i principi che egli fa adottare: nel
Christus triumphans del teologo inglese John Foxe,
pubblicato a Londra nel 1551, c’è in proposito una
sorta di altercatio tra Ecclesia e Pornapolis – ovvero,
alla lettera, la «città delle puttane».
Questa insistenza sulla sessualità non meraviglia:
l’opposizione carne-spirito è fondamentale fin dal
cristianesimo delle origini – in Paolo, in Giovanni –
ed è perciò ovvio che l’Anticristo e i suoi seguaci
odino lo spirito e siano schiavi della carne, declinata
in tutte le sue forme più perverse. Lo vedremo con
maggiore chiarezza più avanti, nel capitolo sul
messia Anticristo.

Il numero della Bestia


Uno dei passi dell’Apocalisse che più ha fornito
materia all’immaginario sull’Anticristo è quello del
capitolo 13, relativo alla Bestia che sale dalla terra:

Essa fece sì che tutti, umili e potenti, ricchi e poveri,


liberi e servi, ricevessero un marchio sulla loro destra o
sulla loro fronte e nessuno possa vendere o comprare
se non porta il marchio o il nome della Bestia o il
numero del suo nome. Qui sta la sapienza. Chi ha
l’intelligenza, calcoli il numero della Bestia, perché è un
numero d’uomo. E il suo numero è
seicentosessantasei. 2

Che la Bestia sia l’Anticristo delle Lettere di


Giovanni non è affatto vero, ma questa
interpretazione è prevalsa per secoli e così il 666 è
diventato il numero dell’Anticristo, anche perché è
«numero d’uomo». Il numero ha comunque un
valore simbolico, 3 dal momento che il sette è
tradizionalmente segno della pienezza e del
compimento, mentre il sei (7 - 1) è quello della
incompiutezza, dunque del male, della negatività. La
triplice ripetizione del sei potrebbe avere dunque il
significato di un riferimento antitetico alla Trinità e,
insieme, indicherebbe il massimo grado del negativo
per colui cui si riferisce.
A chi o cosa pensasse l’autore del libro non è dato
sapere con certezza, ma in ogni tempo si è
interpretato il numero a seconda delle esigenze
polemiche specifiche. Le riassumiamo qui,
brevemente. 4
Si inizia con l’interpretazione – tutto sommato,
probabilmente la più sensata – che vede nel 666
l’imperatore Nerone, persecutore dei cristiani. Nel
666 si riconoscerebbe infatti il nome dell’imperatore
romano, preceduto dal titolo imperiale, in lettere
ebraiche: QSR (ovvero Cesare) NRWN .
Già nel II secolo, però, gli autori cristiani
confessavano di non essere in grado di stabilire con
certezza a chi corrispondesse il numero. Sulla stessa
strada si trovò infatti che, scrivendo il nome latino di
Diocleziano, altro persecutore dei cristiani, più il
titolo di Augustus e mettendo insieme le sole lettere
corrispondenti ai numeri romani (DICLVVV ), si
arrivava allo stesso totale.
Ancora nel Seicento, lo storico e filosofo olandese
Ugo Grozio (1583-1645) pensava a un imperatore
romano, persecutore di cristiani, e decifrava il
numero 666 come equivalente a EULPIUS , ovvero
Ulpius, cioè Traiano. 5
Altri, per esempio Ireneo, pensarono che il numero
indicasse piuttosto un popolo e ci videro i romani, i
latini, dal momento che, in greco, il termine lateinos
dà lo stesso valore, come pure romanus, in
trascrizione ebraica approssimativa. Interpretazione,
questa, ripresa poi dai protestanti, che la applicarono
però non al popolo romano, ma specificamente al
papa, in quanto di Roma.
Tra lettere ebraiche, greche, latine, e con l’aiuto di
qualche artificio nella declinazione dei nomi, nel
mondo antico si è potuto così sostenere che il 666
significasse Teitan (Titano), in quanto i Titani sono,
nella mitologia greca, i giganti che sfidano l’autorità
di Zeus e quindi possono simboleggiare la ribellione
alla giustizia, alla verità, ecc., 6 ma anche Nikètes
(vincitore), Amnos adikòs (agnello iniquo), Antìtheos
(antidio), Apòstates (apostata), Pàlai Bàskanos (antico
seduttore), ecc.
Nel Medioevo, anche Genserico, re dei vandali,
che saccheggiò Roma nel 455, poteva dare, col nome
in lettere greche, il risultato di 666. Poi anche
Maometto (Mahometus, o con altre grafie) poté essere
assimilato alla Bestia dell’Apocalisse tramite il solito
numero.
Nell’età moderna, con le guerre di religione, e in
particolare nel Seicento, epoca «biblica» per
eccellenza, si scatenarono anche i dotti, con le loro
ingegnose interpretazioni. Il cattolico Petrus Bungus,
in un’opera pubblicata a Bergamo nel 1585, credette
di poter dimostrare che la Bestia-Anticristo altri non
era che Lutero, dato che il suo nome, nell’alfabeto
numerale latino, corrispondeva al solito 666. Dal
canto loro, i protestanti presero le cifre romane
presenti nella frase Vicarivs filii Dei impresse nella
tiara papale e constatarono con gioia che la somma
VICIVILIIDI dava proprio 666.
Il dottissimo gesuita e cardinale Roberto
Bellarmino (1542-1621), che tutti conoscono per la
parte avuta nei processi a Giordano Bruno e poi a
Galileo, nel capitolo 10 del libro terzo della sua opera
De romano pontifice, dedica molte pagine alla
confutazione di quelle che gli sembrano
interpretazioni erronee del 666, a cominciare dalle
numerosissime che lo legano a una data storica,
invece che a un uomo. Quel che più gli interessa,
ovviamente, è dimostrare che il numero non può
riferirsi al papa e, in proposito, sottolinea che «latino»
in greco si dice latinos e non lateinos.
D’altra parte, sono molte le parole greche le cui
lettere possono dare il totale di 666, e Bellarmino ne
compone una lista che, oltre ai risultati già indicati,
va da arnoùmai (io nego) a lampètes (illustre), kakòs
odegòs (cattiva guida), blaberòs (nocivo) e potrebbe
dare anche saxòneios (sassone), come Lutero. Àtemos
(contrario) aveva avuto il consenso di molti esegeti
cattolici, ma già nel Medioevo si era notato che il
numero 666 non può avere un significato polemico,
dal momento che è quello che la Bestia si è scelta da
sola e da cui trae gloria, tanto da volerlo imprimere
sui suoi seguaci.
Bellarmino accoglie l’osservazione e ritiene che la
Bestia si sia scelto il 666 in quanto il 6 è un numero
imperfetto (7 - 1) e 666 è la somma del peccato del
diavolo (6), di quello di Adamo (60) e del peccato
finale (600). Ricorda però, d’altra parte, che per Beda
il Venerabile il 6 è un numero di armonia perfetta, e
sei sono infatti i giorni della creazione. 7 Siamo qui,
come nel caso della cabbala, nel regno
dell’immaginario o, peggio, dell’arbitrio e della
disonestà intellettuale.
Un ultimo esempio ne è il trattato An Interpretation
of the Number 666 dell’inglese Francis Potter,
pubblicato a Oxford nel 1642, che sostiene
un’ingegnosa tesi, già rappresentata – come allora
abbastanza consueto – nel frontespizio: la
Gerusalemme celeste da un lato, con le sue dodici
porte e, al di sopra, Cristo con i dodici apostoli,
seguito da un quadrato di 144 lancieri (144.000 è il
numero dei vergini che seguono l’Agnello, in Ap
14,3-5). Di fronte c’è il papa, al di sopra di Roma,
seguito da 25 cardinali e da un’armata di 666 soldati.
La dimostrazione si basa sulla radice quadrata
approssimata di 666, ovvero 25, che è il numero delle
porte di Roma e delle prime parrocchie della città,
che danno il «titolo» ai primi cardinali. Il 666
indicherebbe così, insieme, il papa, la curia romana e
la stessa Roma cattolica. 8
Ancora ai primi dell’Ottocento, l’utilizzazione
della gematria permetteva di attribuire il numero
apocalittico all’empereur Napoléon, visto il carattere
anticristiano del despota francese. Prima di
Napoleone, anche lo zar Pietro il Grande, per motivi
simili, poté essere interpretato in Russia come 666, e
così in seguito la possibilità di questa attribuzione
non è mai mancata per i potenti malvagi di turno,
fino ai giorni nostri.
La suggestione della numerologia cabalistica non
si esaurisce infatti nel mondo contemporaneo,
tutt’altro! Il predominio delle scienze, con la
conseguente svalutazione della cultura storico-
filosofica, ha dato via libera alla superstizione, che
spesso prende posto nel vuoto lasciato della religione
tradizionale: oggi più che mai imperversano maghi,
astrologi, ecc. Esoterismo, simbolismo, occultismo
hanno, del resto, un veicolo costante e potente nella
massoneria.
Non meraviglia perciò constatare che
l’interpretazione del 666 elaborata dall’umanista
tedesco Cornelius Agrippa di Nettesheim (1486-1535)
sia stata ripresa da Rudolf Steiner (1861-1925), il
fondatore dell’antroposofia. Secondo Agrippa, la
numerologia ebraica permette di leggere il 666 come
Sorath, che nella cabbala è uno spirito malvagio, una
forza che incrementa le facoltà inferiori dell’uomo, le
sue qualità più abiette; dunque l’Apocalisse non
indicherebbe un singolo uomo, ma un demone, uno
spirito, di cui possono essere espressione determinati
uomini.

Il numero della Bestia oggi


Partendo dalla constatazione che il numero 666 si
trova sempre nei codici a barre ormai obbligatori per
tutti i prodotti, 9 una suggestiva lettura
contemporanea è quella che lo associa a Internet,
vista come un nuovo Anticristo, uno strumento
diabolico che rischia di ridurre in schiavitù l’intera
umanità. La rete rende possibile infatti la
realizzazione di quello che George Orwell prevedeva
nel suo romanzo 1984 (pubblicato nel 1949): un
mondo totalmente sorvegliato dalla tecnologia, dove
poche potenze tutto controllano e tutto dirigono.
Dalle carte di credito alle tessere sanitarie
elettroniche, fino alla smart card, la «carta
intelligente» che contiene dei chip con i dati personali
dell’utente, come il numero di conto corrente o le
informazioni sulla salute, la corsa a una presunta
razionalizzazione che porta a un sempre maggior
controllo sulle persone sembra ormai inarrestabile.
Un chip, del resto, è già usato per identificare gli
animali domestici, come i cani, o per riconoscere gli
animali al pascolo, ma negli Stati Uniti è già stato
inserito anche nelle persone: i genitori hanno dato il
consenso a impiantarlo già su 17.000 neonati, per il
timore che i loro figli potessero essere scambiati
all’ospedale, e un progetto di legge ne prevede
l’impianto coercitivo su tutti i neonati. 10
Il biochip, grande come un chicco di riso da
inserire sotto la pelle, con un transponder capace di
trasmettere dati su sollecitazione esterna, non è solo
un progetto, ma una realtà. Presto sarà necessario per
compiere tutta una serie di operazioni a partire dal
comprare e vendere, proprio come dice l’Apocalisse.
E non si tratta solo di comprare e vendere – attività
peraltro prevalenti in un mondo dominato
ossessivamente dall’economia, dal primato del
denaro, dell’avere che surroga l’essere – ma di essere
identificati nelle proprie caratteristiche strettamente
personali e, in quanto identificati, anche diretti dai
poteri forti come le lobby, le logge, i club ristretti che
controllano l’economia e la politica mondiale.
La diffusione dei social network sembra davvero
preparare quel post-privacy-world auspicato da Marc
Zuckerberg, in cui tutti, anche i bambini, possono
accedere alla rete, comunicare quel che pensano,
fanno, vogliono, per cui tutto si «condivide» e così
non resta spazio alcuno per l’interiorità, per il
«segreto» del proprio cuore, della propria anima. La
suggestione dello slogan «comunicare è vivere»
nasconde in effetti una realtà terribile, che è quella
della sostituzione delle relazioni all’essenza.
È infatti la versione contemporanea, per così dire
soft, dell’idea marxista secondo la quale non esiste
un’essenza umana, perché l’uomo è il prodotto dei
suoi rapporti sociali. 11 Una versione più ampia,
migliorata e aggiornata, dato che per Marx i rapporti
sociali erano sostanzialmente quelli economici, di
produzione, mentre ora, in un mondo in cui le
differenze ottocentesche di classe non esistono più, il
discorso si allarga a tutte le relazioni interumane e
perciò può essere ancora più evidente che «è la vita
che determina la coscienza, e non la coscienza la
vita». 12
È questo disconoscere e negare l’essenza vera di
ogni essere umano, che non risiede affatto nelle
superficiali facoltà e nei loro prodotti accidentali, ma
nel fondo dell’anima, là dove niente può entrare, 13 ad
avere conseguenze assolutamente drammatiche,
sradicando le radici profonde dell’essere umano.
Cancellando riflessione, interiorità, profondità, il
risultato è quella terribile infelicità dei nostri giorni,
soprattutto degli adolescenti, che fa giustamente
parlare di una sorta di genocidio silenzioso 14 operato
a loro danno. Qui, davvero, l’aggettivo «apocalittico»
non appare eccessivo – e che si tratti di qualcosa di
assolutamente, profondamente anticristico è
comunque indubbio.
V
Il papa e Lutero

L’Anticristo è il papa
Nel Medioevo il termine «anticristo» era spesso usato
polemicamente nei confronti degli avversari politico-
religiosi, come tra papi e antipapi oppure tra papi e
imperatori: così, per esempio, Gregorio IX nella sua
Lettera apostolica del 1239 Ascendit de mari Bestia
accusa l’imperatore Federico II di Svevia di essere un
precursore dell’Anticristo. Reciprocamente, pochi
anni dopo, papa Innocenzo IV veniva accusato dagli
imperiali di essere l’Anticristo in persona, sempre
sulla base dell’Apocalisse, in quanto il nome
Innocencius papa darebbe il numero della Bestia, 666,
se interpretato secondo il conteggio delle lettere
proposto dalla Glossa ordinaria (ossia dal commento
che accompagnava a margine tutta la Scrittura). 1
L’appellativo di Anticristo era pure spesso rivolto
al papa e alla Chiesa gerarchica dai vari gruppi
«spirituali» o apertamente eretici – «fraticelli», catari,
lollardi, ecc. Per alcuni autori francescani, critici del
lusso ecclesiastico, i papi Bonifacio VIII e Benedetto
XI sarebbero stati le due Bestie, quella che sale dal
mare e quella che sale dalla terra, del capitolo 13
dell’Apocalisse e il papa avignonese Giovanni XXII –
uno di quelli bollati da Dante come «lupi rapaci» 2 – il
precursore dell’Anticristo. Il riformatore inglese John
Wycliff (m. 1384), autore di un’opera De Christo et
eius adversario Antichristo, riteneva Anticristi non solo
il papa, ma anche i vescovi e i monaci non aderenti
all’insegnamento evangelico, e lo stesso, come
vedremo, pensava il riformatore boemo Jan Hus.
È comunque con la Riforma protestante che la
tematica dell’Anticristo e la controversia sulla sua
identità divengono davvero scottanti.
Tra la fine del Quattrocento e gli inizi del
Cinquecento v’era in Europa un clima di grandi
attese, ove annunzi di eventi spaventosi, catastrofi,
inquietanti presagi creavano un’atmosfera
generalizzata di paura angosciosa che attanagliava la
cristianità, incapace di trovare una risposta diversa
dall’opera di Satana, al cui intervento si attribuiva
l’avanzata dei turchi, la diffusione delle eresie, le
pestilenze, le carestie, la stregoneria, le guerre che
dilaniavano l’Europa, ecc.
È in questo clima che si ha l’evento cruciale della
Riforma protestante, anzi, delle varie Riforme
protestanti. L’identificazione del papa con
l’Anticristo è una delle caratteristiche, e non certo la
minore, delle varie Chiese riformate, ma si deve
notare che, se nel passato i dissidenti religiosi se la
prendevano con un singolo papa, i riformati
affermano che è il papato stesso, come istituzione, a
costituire l’Anticristo.
Inoltre, a parte la consueta polemica contro la
corruzione della curia romana e dei pontefici stessi
(Lutero ebbe a che fare con figure non certo
esemplari sotto questo profilo, da Leone X – che il
cardinale Pietro Bembo riteneva ateo – a Clemente
VII, che Lutero stesso gentilmente chiamava «figlio di
puttana», 3 ricordandone la nascita illegittima), c’è da
notare un punto essenziale: per i protestanti il papa è
l’Anticristo e la Chiesa di Roma la prostituta di
Babilonia non solo e non tanto per il modo di vivere,
quanto e soprattutto per la dottrina che insegnano,
considerata radicalmente anticristiana.
Fu così che l’identificazione del papa con
l’Anticristo divenne, con gli Articoli di Smalcalda del
1537, un dogma dei luterani. Più tardi, anche gli
ugonotti francesi fecero lo stesso: nel sinodo di Gap
del 1603 introdussero nella professione di fede
l’identificazione del «figlio della perdizione» 4 col
papa e della «prostituta vestita di colori scarlatti» 5
con il papato. 6 Superfluo notare quanto queste
affermazioni abbiano contribuito all’odio teologico
che ha insanguinato l’Europa per più di un secolo: la
repressione e addirittura la soppressione fisica
dell’altro diventò lecita, anzi, santa, dal momento che
l’altro era l’Anticristo.
Quando il Manzoni mette in bocca a don
Abbondio la lamentela, rivolta ai compaesani, per
l’imminente arrivo dei lanzichenecchi: «Non sapete
che sono luterani la più parte, che ammazzare un
sacerdote l’hanno per opera meritoria? Volete
lasciarmi qui a ricevere il martirio?» 7 esprime
qualcosa che era un fatto reale, mille volte
verificatosi. Basti pensare al religioso piacere con cui
Oliver Cromwell massacrò i contadini irlandesi
«papisti», ovvero cattolici. D’altra parte, lo scrittore è
altrettanto onesto e verosimile quando, nel medesimo
capitolo del suo capolavoro, mette in bocca proprio ai
contadini lombardi le voci relative alla calata
dell’esercito imperiale: «Vengono, son trenta, son
quaranta, son cinquantamila; son diavoli, sono ariani,
sono Anticristi»: l’opinione che l’altro sia diabolico,
eretico, anzi proprio il nemico per eccellenza del
cristianesimo, rimbalza, per così dire, come è naturale
dall’una all’altra delle parti in conflitto.
Fu comunque nel 1521, già colpito dalla scomunica
papale e in procinto di recarsi a Worms per
difendersi di fronte alla Dieta imperiale, che Lutero
giunse a considerare la Chiesa romana come
espressione storica dell’Anticristo e pubblicò in
proposito due importanti operette.

Il «Passional»
La prima è un libretto, apparso anonimo, intitolato
Passional Christi und Antichristi, che ebbe subito dopo
una edizione in latino: Antithesis figurata vitae Christi
et Antichristi. Si tratta di un libriccino illustrato,
contenente una serie di ventisei xilografie, non
firmate da lui ma concordemente attribuite a Lucas
Cranach il Vecchio, nelle quali si mettono a fronte, a
due a due, immagini di Cristo e del papa, l’allora
regnante Leone X, non indicato per nome, ma
chiaramente riconoscibile dal viso paffuto. A dire il
vero, alcuni studiosi contestano la piena paternità
luterana del libretto, ma è comunque certo che, se
non personalmente l’autore, il riformatore ne è
sicuramente l’ispiratore diretto. 8 Si può anche
rilevare che non si tratta di un’opera originale in
senso assoluto, dal momento che già la letteratura
hussita, ben nota in Germania, offriva esempi di
antitesi basate su immagini accompagnate da un
breve testo illustrativo, in alcuni casi assolutamente
simili a quelle del libretto luterano.
Le immagini del Passional sono tutte dello stesso
tenore: da una parte Cristo sull’asinello e gli apostoli
a piedi nudi, dall’altra il papa e i cardinali sulle mule
e in abiti sontuosi; da una parte il Cristo che fugge
per non essere fatto re, dall’altra il papa che proclama
di essere superiore anche all’imperatore; da una parte
il Cristo con la corona di spine, flagellato dai soldati,
dall’altra il papa con la corona imperiale, il mantello
di porpora, lo scettro; da una parte il Cristo che lava i
piedi agli apostoli, dall’altra il papa che si fa baciare i
piedi dai principi; da una parte il Cristo che proclama
un regno non di questo mondo, dall’altra il papa che
stabilisce regole e leggi relative alle cose di questo
mondo, ecc. Significativamente, come le immagini
del Cristo sono accompagnate da passi evangelici,
così quelle del papa lo sono dalle Decretali pontificie,
ossia da quei testi del diritto canonico che Lutero
odiava, considerandolo opposto al Vangelo.
Per la sua semplicità, che lo rendeva perfettamente
fruibile dal popolo, il libretto ebbe grandissima
fortuna: la versione tedesca conobbe infatti ben dieci
edizioni in un solo lustro.

La disputa con Catarino


Nel medesimo anno 1521 Lutero scrisse anche un
breve trattato: Replica ad Ambrogio Catarino
sull’Anticristo, da lui stesso presentato come il seguito
della sua importante opera La cattività babilonese della
Chiesa (1520). La tesi di fondo del libro è che il papato
non sia una istituzione cristiana, bensì la versione
apparentemente cristianizzata – o, meglio, rivestita di
parvenze cristiane – di una forma di governo
precristiana, ovvero l’Impero romano. Non a caso, a
detta sempre di Lutero, il papato ha fatto proprio il
diritto romano – ecclesia vivit iure romano, come recita
il noto assioma – e ha sempre anteposto i codici di
diritto canonico alla Sacra Scrittura.
È questa una tesi non nuova, ma che avrà una
grandissima fortuna in ambito protestante, dove
servì alla polemica anticattolica: nel 1610 l’ugonotto
francese Nicolas Vignier pubblicò un amplissimo
(700 pagine) trattato, Théâtre de l’Antéchrist, per
dimostrare che il papato era effettivamente
l’Anticristo, prendendo il posto dell’Impero romano e
il ruolo stesso di Anticristo svolto in precedenza da
esso.
Il filosofo Thomas Hobbes descrisse il papato
come il fantasma dell’Impero romano, che siede,
incoronato, sulla sua tomba, e il poeta John Milton,
dal canto suo, negò addirittura al cattolicesimo lo
statuto di religione: si trattava, a suo dire, non di una
religione, ma solo di un principato romano, che
cercava di conservare il suo antico impero universale
con un nome nuovo e all’ombra di una religione. 9
Lutero è convinto che l’Anticristo non sia affatto
una sola persona ben definita: chi lo sostiene ignora
che i profeti biblici sono soliti indicare la totalità di
un regno attraverso una sola persona, e anche Paolo,
quando chiama l’Anticristo «uomo dell’iniquità e
figlio della perdizione», non intende una sola
persona, ma tutto l’insieme degli empi. Anche per
Calvino i versetti della Seconda lettera ai
Tessalonicesi rimandano a una comunità, ed essa non
può essere l’Impero romano, dato che non si può
certo dire di esso che «abbia commesso apostasia»,
per cui si deve trattare per forza del papato, cui
invece si può imputare di essere un nemico interno
alla Chiesa.
Da notare comunque che i due riformatori
accettano entrambi la tradizionale identificazione
dell’«uomo dell’iniquità» di 2 Ts 2,3 con l’Anticristo
delle Lettere di Giovanni.
Lo scritto di Lutero nasce come risposta a quello di
Ambrogio Catarino, pubblicato nel 1520: Apologia per
la verità della fede e dottrina cattolica e apostolica. Contro
le opinioni empie e perniciosissime di Martin Lutero.
L’autore, il cui vero nome era Lancellotto de’ Politi,
senese, era entrato nell’Ordine domenicano e
risiedeva nel convento di San Marco, a Firenze, reso
illustre dalla recente presenza del Savonarola,
conclusasi tragicamente. Ambrogio aveva inteso
difendere il confratello piemontese Silvestro
Mazzolini, detto Prierias, che aveva condannato le
tesi luterane fin dal 1518, accendendo così una
disputa col riformatore. Sia il Prierias che Ambrogio
erano rimasti nell’ambito della tradizione
controversistica scolastica, contrapponendo alle
affermazioni di Lutero le auctoritates tradizionali,
mentre l’identificazione dell’Anticristo col papato
spostava la disputa su un piano radicalmente
diverso, di ben maggiore rilievo.
L’agostiniano Lutero riprende infatti dalla Città di
Dio di Agostino l’idea che le due civitates, quella di
Dio e quella del demonio, procedano parallele nella
storia, ma la rovescia completamente: per lui, infatti,
la Chiesa non è la città di Dio o di Cristo, bensì quella
del demonio, ovvero dell’Anticristo. Per l’esattezza,
la Chiesa è diventata tale da quando ha acquisito il
potere mondano: uno spartiacque che Lutero pone
con papa Gregorio Magno (540-604), che è per lui
l’ultimo pastore legittimo. Agli inizi del VII secolo,
infatti, l’imperatore bizantino Foca, che aveva preso il
potere dopo l’omicidio del rivale Maurizio, concesse
ai papi il titolo di universalis episcopus. D’allora in poi,
sempre più ricca e potente, la Chiesa romana è
diventata il regno dell’Anticristo, perseguitando i
veri cristiani, ovvero in particolare quelli che hanno
sempre sostenuto la povertà evangelica.
La storia del cristianesimo risulta perciò scandita
in tre tempi: solo il primo, dall’inizio a Gregorio
Magno, è il tempo della Chiesa; il secondo, come
abbiamo detto, è il tempo dell’Anticristo, cui deve
seguire il terzo e finale tempo, ovvero il regno
escatologico del Cristo. È molto significativo che, a
questo proposito, Lutero consideri addirittura
provvidenziale la funzione dei turchi, sostenendo che
opporsi ai turchi equivale a contrastare Dio stesso,
che, attraverso di loro, ci castiga delle nostre colpe. I
turchi, secondo il riformatore, sono solo la carne
dell’Anticristo, di cui il papa è lo spirito. L’amico e
collaboratore Filippo Melantone, dal canto suo,
sviluppò la tesi che gli Anticristi sono due: uno
interno alla Chiesa (il papa), e l’altro esterno (il
turco). 10
La replica di Lutero ad Ambrogio Catarino è
costituita essenzialmente «con l’esegesi della visione
del capitolo 8 di Daniele sull’Anticristo», come recita
esplicitamente il titolo. Più precisamente, il
riformatore esamina i versetti 23-25, da lui stesso
tradotti, interpretandoli liberamente in un senso che è
sempre e comunque a sostegno della sua tesi. Come
avviene in questi casi, la conclamata fedeltà alla
Scrittura come «parola di Dio», da opporsi alle parole
dell’uomo, serve a interpretare la Scrittura stessa nel
modo voluto, facendola diventare la parola propria.
Si può infatti applicare anche in questo caso la
battuta ironica che il filosofo cattolico Jacques
Maritain fece a proposito del teologo protestante Karl
Barth: parla sempre della parola di Dio, ma è lecito
pensare che si tratti piuttosto della parola di Barth.
La polemica di Lutero contro Catarino e,
attraverso di lui, contro il papato si alimenta
principalmente con i guasti da esso prodotti ai suoi
tempi, col lusso dell’alto clero, la corruzione, le
guerre che i papi hanno sostenuto o addirittura
scatenato per meri motivi di potere. Le
argomentazioni teologiche, che pure sono presenti,
passano in secondo piano di fronte all’indignazione
suscitata da questi rilievi, e ciò è tanto più vero in
quanto Lutero si rivolge esplicitamente al suo
popolo, ai tedeschi, esprimendo la sua vergogna, la
sua pena, per come il papa si è preso gioco degli
imperatori, dei principi, di tutta la nazione
germanica, divertendosi a portarli di qua e di là come
bestie prive di ragione, buone da usare solo per
rapinare, ingannare, frodare.
Come è stato più volte rilevato, è già forte in
Lutero quell’elemento nazionalistico che, insieme al
suo feroce antigiudaismo, 11 sarà destinato a durare a
lungo nella cultura tedesca, fino all’epoca
contemporanea.

La Scrittura contro la ragione


Ancora più significativo e duraturo nella storia è però
un altro elemento del libro: l’ostilità nei confronti
della ragione, della filosofia, vista in
contrapposizione alla «fede». La polemica contro le
astruse sottigliezze della tarda scolastica è in realtà
ben comprensibile – basti pensare che tale polemica è
un punto essenziale anche del pensiero di Erasmo da
Rotterdam –, ma Lutero la estende nei confronti di
Tommaso d’Aquino, verso il quale nutre un odio
feroce, e poi, attraverso Tommaso, nei confronti di
Aristotele, preso come campione della filosofia stessa,
della ragione. Nel libro di cui stiamo trattando, al
«maestro di color che sanno» è riservato addirittura
un ruolo satanico: è lui, infatti, l’«angelo dell’Abisso»
di cui parla Ap 9,11, che regna nelle università e,
attraverso esse, distrugge la Chiesa, «resuscitando il
libero arbitrio, insegnando le virtù morali e la
filosofia naturale» ovvero la scienza della natura. 12
Non possiamo entrare qui in dettaglio nella
polemica di Lutero contro la dottrina cattolica del
libero arbitrio e delle virtù morali: quel che conta è il
rilievo davvero straordinario che in queste pagine il
riformatore dedica alle università, giudicate come
bordelli nei quali, sotto il nome di dottrina cristiana,
si insegna il suo esatto contrario. Partendo da Ap 9,1:
«Il quinto angelo suonò la tromba e io vidi una stella
cadere dal cielo sulla terra, e le fu data la chiave del
pozzo dell’Abisso», Lutero spiega che l’angelo è il
papa, che la stella che cade dal cielo alla terra è
Tommaso d’Aquino, che ricevette la chiave del pozzo
dell’Abisso, lo aprì e ne tirò fuori la filosofia, che era
ormai morta e condannata dagli apostoli. 13
Proseguendo nella sua interpretazione del testo
biblico, il riformatore spiega poi in dettaglio che le
«locuste» che escono sulla terra dal fumo di quel
pozzo sono i filosofi delle università, le cui
caratteristiche corrispondono in pieno alla
descrizione fattane dall’Apocalisse, fino ad arrivare,
appunto, al brano che abbiamo citato, con cui si
chiude il paragrafo dedicato al quinto angelo: «E
avevano sopra di loro un re, l’angelo dell’Abisso, che
in ebraico ha nome Abbadon e in greco Apollion».
Lutero conclude che il sommo rettore di tutte le
università non è Cristo, non è lo Spirito Santo, non è
un angelo del Signore, ma è un angelo dell’Abisso,
cioè un morto, uno dei morti e dei dannati – dunque
quella luce naturale (nel senso di opposta a
soprannaturale) che è davvero Apollion, cioè
«distruttore», dato che in greco la parola può
significare proprio questo – ed è appunto Aristotele.
La polemica contro le università del suo tempo è
comprensibile, dal momento che esse non avevano
più il vigore che avevano avuto al loro sorgere
medievale, e in particolare la filosofia e la teologia si
nutrivano spesso di sottigliezze stucchevoli, ma il
fatto è che per il riformatore è la ragione stessa,
dunque la filosofia in quanto tale, a essere, come egli
la chiamava, «la puttana del diavolo».
È questo uno dei casi storicamente più rilevanti
del predominio della superstizione sulla ragione:
siamo infatti alle radici di quel biblicismo per cui le
storie fantastiche della Bibbia vengono prese per
valide, contro ogni logica, contro ogni scienza. In
altre parole, siamo qui all’origine del
fondamentalismo destinato a perpetuarsi ed
espandersi dal popolo ebreo a tutti quelli in cui la
Bibbia funge da autorità, nutrendo attese e
soprattutto pretese di tipo messianico, fonti
inesauribili di prepotenza e di violenza.
Dalla Bibbia si può dedurre infatti l’inferiorità dei
neri e il loro destino di schiavi, 14 lo sterminio dei
nemici, 15 il diritto del «popolo di Dio» a dominare
sopra tutti gli altri, 16 ecc. Così gli Stati Uniti – paese
nato come Terra promessa, cui la mancanza di
educazione classica e di cultura storico-filosofica
permette di pensarsi come «Nuovo Israele» – hanno
sempre trovato nella Bibbia il sostegno alla loro
politica di aggressione, dallo sterminio dei nativi
americani alle contemporanee guerre intraprese per
la rapina del petrolio in Medio Oriente, 17 tanto da
suscitare la reazione opposta: sono essi l’Anticristo.
Lo vedremo più avanti.
VI
La ricerca del millennio

Le origini
In rapporto stretto con l’Anticristo, sempre tramite
l’Apocalisse, è il tema del millenarismo. Il termine
millenium nasce infatti nel XVII secolo, 1 il secolo
«biblico» per eccellenza, proprio in riferimento a
quelle interpretazioni dell’Apocalisse su cui si è
sbizzarrita la fantasia dei teologi, dall’antichità fino ai
giorni nostri. 2 Il numero mille e la durata di mille
anni esercitavano suggestione anche prima
dell’Apocalisse: basti solo pensare al virgiliano mille
per annos 3 delle anime tormentate in una sorta di
purgatorio, ma sta di fatto che è il capitolo 20 del
libro biblico, con la sua insistenza sui mille anni, a
farne un topos di cruciale importanza per la storia del
nostro mondo.
Il millenarismo cristiano risale all’attesa giudaica
di un regno terreno instaurato dal messia. Già i
vaticini messianici della Bibbia ebraica prospettano
un radicale rinnovamento del popolo d’Israele in un
contesto di pace inteso come pienezza di vita, ma è
dal II secolo a.C. in poi, epoca in cui i giudei sono
asserviti alle successive dominazioni straniere dei
macedoni e dei romani, che si sviluppa il filone
apocalittico, da cui la credenza millenaristica
dipende. 4
In ambito cristiano, per millenarismo o chiliasmo
(dal greco chìlia ète, mille anni) si intende comunque
la credenza in un regno di Cristo e dei giusti, della
durata appunto di mille anni, dopo la seconda venuta
di Cristo e prima del giudizio universale. Questo
regno, atteso per lo più in una Gerusalemme
finalmente ricostruita, sarebbe caratterizzato da ogni
sorta di fecondità e abbondanza.
Il chiliasmo cristiano si pone in continuità con la
tradizione giudaica di un regno messianico terreno e
temporaneo, distinto dal trionfo finale della signoria
eterna di Dio. 5 Solo che nel cristianesimo la pienezza
dei tempi è già data, le promesse messianiche sono
già tutte realizzate in Gesù Cristo, e perciò il
millenarismo trovò fin dall’inizio forti resistenze in
ambito cristiano, ove non appariva fondato
sufficientemente né nella tradizione evangelica né,
tanto meno, in quella paolina. Anzi, nell’Apostolo si
riscontrano tutte le premesse per una mentalità
opposta al millenarismo: il distacco dalla carnalità
ebraica e la giustificazione interiore in virtù della
grazia, per cui la resurrezione che soprattutto
interessa è il passaggio dalla carne allo spirito e
l’attesa messianica è già sostanzialmente conclusa nel
battesimo. 6
Il millenarismo cristiano si fonda perciò
essenzialmente sull’Apocalisse e, in particolare, su
quel capitolo 20,1-7, in cui si parla di una prima
sconfitta di Satana e della sua relegazione nell’abisso,
seguita da un regno trionfale di Cristo signore,
accanto alle anime dei santi e dei martiri risorti.
Questo è propriamente il millennio, cui però segue la
liberazione di Satana dal suo luogo di condanna, il
suo scatenarsi di nuovo per la perdizione
dell’umanità, con l’aiuto di quello che sarà poi
identificato con l’Anticristo delle Lettere di Giovanni,
fino a una nuova, definitiva sconfitta del diavolo e
del suo ministro e quindi alla fine del mondo, con la
resurrezione di tutti i defunti e il giudizio universale.
Secondo il testo dell’Apocalisse, dunque, il
millenarismo riguarda un tempo per così dire
intermedio, tra una prima resurrezione dei soli santi
e una seconda resurrezione, universale.
Nei secoli, questo passo ha dato luogo a
interpretazioni molto diverse, soprattutto a proposito
della data di inizio del millenium: a partire da quando
bisogna calcolare per considerare quel regno degli
eletti, il periodo di mille anni in cui i santi vivono tra
somme delizie, con Satana prigioniero nell’abisso?
Non possiamo seguire neanche per sommi capi
queste interpretazioni, 7 rileviamo però che molto
spesso il millennio si faceva iniziare proprio con la
comparsa e la fine dell’Anticristo.
Il chiliasmo si inserisce comunque sempre nel
«materialismo» giudeocristiano, ovvero in quelle
tendenze ostili allo spiritualismo paolino, che
esprimono una teologia della salus carnis, della
salvezza della carne, del corpo umano. Papia di
Ierapoli – uno scrittore della prima metà del II secolo
– ritiene «che dopo la resurrezione dei morti ci
saranno ancora mille anni e il regno di Cristo sarà
materiale e si attuerà su questa terra». 8 Giustino,
Ireneo e Tertulliano ritengono che le verità
fondamentali del cristianesimo siano l’incarnazione
del Verbo e la resurrezione della carne. Di qui le gioie
del millennio: la straordinaria fecondità della terra
futura invita a una sorta di ascesi del godimento, 9 in
una piena riconciliazione con la fisicità.
L’utopia di una purezza assoluta, come in
Montano e nei suoi seguaci, non contrasta con questa
visione esclusivamente terrena, edonistica. Le due
tendenze si unificano: nel regno millenario i santi
godono di una sorta di impeccanza totale, per cui i
commerci carnali non intaccano minimamente la loro
perfetta purezza, il loro essere per così dire «al di là
del bene e del male», come esplicitamente
teorizzeranno (e talvolta cercheranno di praticare!)
gli eretici del Libero Spirito e i seguaci di alcuni
chiliasmi medievali.
Come abbiamo detto, l’autorità di Agostino dette
un colpo mortale alle fantasie apocalittiche in
generale e al millenarismo in particolare. Esso però
riprese vigore, sotto mutato aspetto, con Gioacchino
da Fiore, da cui rampollano tutte le varie forme di
chiliasmo moderno, anche quando è passato dal mito
del regno dei santi all’utopia del progressismo laico,
di una «città di Dio» in cui Dio non c’è più, ma che è
comunque una società perfetta, un bene realizzato,
che implica perciò un corrispettivo male incarnato –
un Anticristo, dunque, seppure mutatis mutandis.

Gioacchino da Fiore
Il cuore del pensiero di Gioacchino da Fiore (1135 ca.-
1202) 10 è nell’idea di una futura, imminente età dello
Spirito, che doveva succedere a quella del Padre, cioè
a quella della Legge mosaica, e a quella del Figlio,
inaugurata dalla grazia di Cristo. L’età dello Spirito
sarebbe quella della pienezza e perfezione della
grazia, di cui simbolo e protagonista insieme è il
monachesimo, e che difatti viene vista iniziare con la
predicazione di san Benedetto.
Monaco fu del resto Gioacchino stesso, prima
cistercense, poi fondatore di una comunità eremitico-
comunitaria sulla Sila, sorta per la prevista
imminenza della fine ma destinata invece a
espandersi e a durare fino al XVI secolo. Conversione
degli ebrei, eliminazione di tutte le guerre e di tutte le
divisioni religiose, gli scismi e le eresie – Gioacchino
ha particolarmente presenti i catari, ma anche i
musulmani, soprattutto dopo la riconquista di
Gerusalemme a opera del Saladino, nel 1187 –
sarebbero i segni più evidenti dell’età dello Spirito,
che il monaco calabrese deduce recuperando in
prospettiva appunto «spirituale» il millennio
apocalittico.
Per tutta la vita Gioacchino fu interprete
dell’Apocalisse, sulla quale ritornò più volte,
sforzandosi di riassumere in un quadro complessivo
unitario le diverse «visioni» del libro. Non possiamo
seguirlo in questa sua fatica: basti qui sottolineare il
fatto che con lui, per la prima volta dopo quasi otto
secoli, si prendono le distanze da Agostino e dalla
sua filosofia-teologia della storia, che aveva
esorcizzato il millenarismo, e lo si ripropone con una
potenza destinata a suggestionare per altrettanto
tempo l’immaginario collettivo europeo.
Le teorie di Gioacchino trovarono ampio seguito e
diffusione negli ambienti francescani, e in particolare
nella corrente detta, non a caso, degli «spirituali», i
quali pensarono che Francesco – nato, si noti bene,
nel 1182, e dunque proprio mentre Gioacchino
operava – fosse l’uomo mandato da Dio per l’avvio
dell’attesa Chiesa spirituale.
Sulla figura e i tempi dell’Anticristo il monaco
calabrese è incerto. Significativo è il fatto che secondo
lui, di probabile origine giudaica, non proverrà dalla
stirpe ebraica di Dan, come invece si era in
prevalenza pensato in tutto il Medioevo. Egli riteneva
comunque imminente il tempo ultimo, pensava
perciò l’Anticristo come già nato, e probabilmente in
Roma, dove avrebbe assunto il ruolo di pseudopapa:
una tesi, questa, destinata a fornire armi alla
propaganda protestante, per la quale il papa era
l’Anticristo.
Per il combattimento finale è importante che la
Chiesa si prepari rinnovandosi nella sua purezza
evangelica, depurandosi di tutte le scorie di
mondanità che le si sono attaccate e ne oscurano il
volto luminoso di sponsa Christi. La penitenza è
perciò una delle condizioni primarie per prepararsi
alla fine: si pensi ai drammatici pellegrinaggi dei
flagellanti, rappresentati anche nel capolavoro del
regista svedese Ingmar Bergman Il settimo sigillo
(titolo che rimanda direttamente all’Apocalisse).

La sua eredità spirituale


Le idee gioachimite hanno continuato a fermentare
per secoli, ben oltre il Medioevo. 11
All’abate calabrese si riferisce espressamente
l’illuminista tedesco Gotthold Ephraim Lessing
(1729-1781) nel suo saggio sull’Educazione del genere
umano, ove si sviluppa il concetto di una rivelazione
progressiva, che si svolge dentro le coscienze e che
dovrebbe culminare in una terza epoca. «Forse certi
fanatici dei secoli XIII e XIV» scrive «si sbagliavano
soltanto nell’annunciare l’avvento della terza epoca
come troppo prossimo. Forse la loro teoria delle tre
età del mondo non era una vana fantasia … Anch’essi
intendevano lo stesso progetto dello stesso Dio, o, per
usare il mio linguaggio, lo stesso piano per la comune
educazione del genere umano. Solo che lo
affrettavano troppo, credendo di poter trasformare
d’un tratto i loro contemporanei che erano appena
usciti dall’infanzia, senza preparazione e senza
illuminazione, in uomini degni della terza epoca.» 12
Questa idea del progresso morale dell’umanità, da
Lessing e dall’Illuminismo settecentesco passa
all’Ottocento. La ritroviamo nel fondatore del
positivismo, Auguste Comte, che a sua volta la recepì
da Saint-Simon e dai suoi seguaci, che l’avevano fatta
propria: la cosiddetta legge comtiana dei tre stadi
dell’umanità ne è chiarissima testimonianza.
Ma la ritroviamo anche nei filosofi dell’idealismo
tedesco, soprattutto in Schelling, al quale si deve una
precisa, esplicita ripresa delle idee dell’abate
calabrese, le cui opere egli conobbe tardivamente, ma
riconobbe come antesignane del suo pensiero.
Anche per Schelling, infatti, ci sarà un
cristianesimo del futuro, religione spirituale per tutto
il genere umano. Come Pietro è l’apostolo del Padre,
come Paolo è quello del Figlio, così Giovanni lo è
dello Spirito Santo, che conduce a «tutta la verità». 13
Pietro rappresenta l’età dogmatica e autoritaria del
cattolicesimo, Paolo quella del protestantesimo con la
sua autonomia della coscienza, Giovanni la perfetta
libertà dello spirito. Idea schellinghiana è che lo
stesso Nuovo Testamento preveda uno sviluppo
interno al cristianesimo, che non deve rimanere allo
stadio della Chiesa primitiva, ma evolversi
gradualmente verso una pienezza spirituale che è, al
suo inizio, solo accennata.
Le lezioni berlinesi (1841) di Schelling furono
salutate da molti come l’inizio di un rinnovamento
religioso, per alcuni addirittura quasi come atto di
nascita di una religione nuova. Vi fu chi, come il
filosofo danese Kierkegaard, rimase presto deluso,
ma in molti ascoltatori, soprattutto slavi, questa sorta
di escatologismo fece grande presa: basti ricordare il
celebre anarchico russo Michail Bakunin, teorico di
una società senza Stato, e quindi finalmente felice. Le
teorie del filosofo tedesco fermentarono anche nel
poeta polacco Zygmunt Krasiński (1812-1859), al
quale la fede messianica in una rigenerazione
universale fa proclamare un Terzo Regno dello
Spirito Santo, come pure nel prolifico scrittore russo
Dmitrij Merežkovskij (1865-1941), autore di una
trilogia intitolata Cristo e Anticristo, nonché del Regno
dell’Anticristo, che fa leva sul mai sopito spirito
messianico del popolo russo, depositario di un
«cristianesimo del terzo Testamento». 14
Tenendo conto di ciò, non meraviglierà più di
tanto scoprire che Arthur Moeller van den Bruck,
traduttore in tedesco dell’intera opera di Dostoevskij,
è l’autore del Terzo Reich (1923), titolo preso
dall’opera di Merežkovskij (di cui era anche cognato).
Come è noto, «Terzo Reich», terzo millenario
regno, fu una formula destinata ad avere successo in
Germania, ma, al di là della formula in sé, è
importante rilevare come nelle stesse idee di Hitler
fosse presente ancora una volta l’eco, sia pur lontana,
dell’utopia escatologica gioachimita. Lo vedremo
meglio nelle pagine che seguono.
«I fanatici dell’Apocalisse»
La figura giovannea dell’Anticristo è stata, come si è
visto, strettamente connessa, sia pure a torto, con
l’Apocalisse e col millenarismo che essa ha nutrito. Il
frutto di quel testo colmo di odio non poteva perciò
essere altro che avvelenato: «Come di consueto, la
strada del millennio passa per il massacro e il
terrore» scrive perciò giustamente Norman Cohn nel
suo I fanatici dell’Apocalisse, un libro dal cui titolo
originale inglese (The Pursuit of the Millennium)
abbiamo ripreso quello del presente capitolo. 15
Con lucidità Cohn descrive il paradigma della
fantasia centrale dell’apocalittica così: si pensa il
mondo dominato da una potenza malvagia e
tirannica di sconfinata potenza, qualcosa di più che
umano, diabolico. Essa imporrà alle sue vittime
sofferenze sempre più atroci, finché all’improvviso
verrà il momento in cui i santi di Dio sapranno
insorgere e rovesciarla: allora i santi stessi, il popolo
eletto, benedetto, che fino a quel momento è stato
sotto il tallone del potente, acquisterà a sua volta il
dominio su tutta la terra e si vendicherà ampiamente
dei suoi oppressori. Questo sarà il culmine e la fine
della storia: il regno dei santi di Dio non solo
supererà in potenza e gloria tutti i regni precedenti,
ma anche non avrà successori. Fu grazie a questa
visione fantastica che l’apocalittica ebraica esercitò un
fascino profondo non solo sul popolo ebreo, ma
anche sui cristiani, che la ripresero in vario modo e,
come ancora Cohn suggerisce, il suo fascino non è
affatto finito ai nostri tempi. 16
Non è un caso se i fanatici dell’Apocalisse fanno
sempre riferimento al Dio dell’Antico Testamento e ai
suoi re e profeti, dunque all’instaurazione di un
regno messianico sulla terra, niente affatto o assai
poco invece al Vangelo e al suo regno di Dio
interiore, non di questo mondo. Per lo stesso motivo
neppure è un caso se il millennio di giustizia cercato
finisce sempre nel dominio tirannico di un sedicente
messia e dei suoi fedeli, nella lussuria animalesca e
nella violenza sanguinaria contro gli oppositori.
Quale meraviglia? I godimenti di un regno terreno
non possono in ultima analisi che essere quelli della
carne: mangiare, bere, compiere coiti, e un regno
terreno non può sostenersi che soffocando i suoi
nemici con una repressione che attinge a Dio, alla
Sacra Scrittura (sic!) i suoi fondamenti, che
giustificano e anzi benedicono la repressione dei
«malvagi», fino all’omicidio e allo sterminio.
Seguire la lunga vicenda del fanatismo apocalittico
nei secoli, dal Medioevo all’età moderna, esula dai
limiti del nostro lavoro. Ci limitiamo perciò a
ricordarne solo alcuni momenti particolarmente gravi
e significativi. Il primo è la rivolta degli hussiti, che
insanguinò per decenni non solo la Boemia, ma anche
la vicina Germania.

Gli hussiti
Jan Hus era l’intellettuale di Praga, rettore della sua
celebre università, sostenitore di una riforma tanto
religiosa quanto civile che si guadagnò il consenso
della popolazione ma l’ostilità dell’alto clero e dei
nobili. Accusato di eresia e chiamato a discolparsi nel
1415 al concilio di Costanza, munito di salvacondotto
imperiale, venne invece arso sul rogo.
L’esecuzione di Hus scatenò in Boemia quella
rivolta che si chiama appunto hussita e che assunse i
caratteri di una vera e propria guerra. Tra il 1415 e il
1420 le speranze millenaristiche si diffusero sempre
più, sull’onda di annunci apocalittici portati anche da
elementi provenienti da altre regioni d’Europa. Il
messaggio era sempre lo stesso: la Chiesa di Roma è
la puttana di Babilonia e il papa l’Anticristo, il giorno
finale è imminente. La cittadina di Usti, ribattezzata
Tabor dal monte evangelico della Trasfigurazione e
dell’Ascensione, alta sul fiume Lužnice ribattezzato
Giordano, divenne il centro dell’ala più radicale del
movimento hussita, detta appunto taborita, quella in
cui presero il sopravvento le teorie millenaristiche
estreme.
Dovere degli eletti è uccidere, nel nome del
Signore, i reprobi, che sono tutti membri delle armate
di Satana e dell’Anticristo. Purificare la terra dai
peccatori è la condizione necessaria e sufficiente
perché il Signore scenda dai cieli in tutta la sua
maestà, dopo di che verrà il «banchetto messianico»,
in cui Cristo regnerà nel regno millenario insieme
agli eletti, i quali godranno di quello stato di
innocenza di cui godevano Adamo ed Eva prima
della caduta. Nel regno millenario, infatti, non ci sarà
bisogno né di preti né di sacramenti, scompariranno
malattia e morte, le donne partoriranno senza dolore,
tutti vivranno in pace e amore, senza alcun bisogno
di leggi.
Così intendevano il millennio i taboriti, con le
caratteristiche anarchiche e comunistiche tipiche dei
miti dell’età dell’oro. O, per meglio dire, il mito
dell’età dell’oro, nella quale non v’è proprietà
privata, non tasse, tributi, affitti, si saldava con quello
gioachimita della terza età, quella dello Spirito, nella
quale tutti vivono insieme come fratelli, senza
sopraffazione alcuna. Non meraviglia perciò che i
fanatici di un millennio inteso come una società di
uguali sentissero come un dovere la soppressione dei
ricchi, dei privilegiati, dei nobili: operazione, questa,
relativamente facile, mentre assai più difficile risultò
allora, come sempre in seguito, l’instaurazione di una
società di uguali.
C’è da notare anche che, come più volte si è
verificato in questi casi, l’idea della comunione dei
beni si estese anche a quella delle donne, secondo un
modello egalitario già presente nel mondo antico –
basti ricordare la Repubblica di Platone – e passato
persino in quello cristiano medievale, nel quale
circolava una Quinta epistola di papa Clemente
Romano, che, appoggiandosi ai sapienti greci,
sosteneva la stessa cosa. Si tratta in realtà di un
apocrifo, composto verso la metà del IX secolo dal
monaco francese noto agli studiosi come Pseudo-
Isidoro, ma i medievali lo accettarono come autentico
e nel 1150 il monaco Graziano lo inserì nel celebre
Decretum, ovvero nella raccolta destinata a fondare
per secoli il diritto canonico.
Questo ci può apparire strano, ma in realtà non lo
è poi così tanto, se si pensa che anche nel mondo
cristiano ha sempre circolato il mito dell’Eden,
ovvero di una purezza primigenia, di un paradiso in
cui Adamo ed Eva giravano nudi e non ne provavano
vergogna, 17 segno evidente di una fondamentale
innocenza della sessualità.
A partire da questo dato, fin dai primi secoli, ma
in particolare nel Medioevo, gli eretici cosiddetti del
«Libero Spirito», fondandosi sui testi paolini che
affermano essere l’uomo spirituale al di sopra della
legge, tanto da poter «tutto giudicare e da nessuno
esser giudicato», 18 sostenevano una sorta di
impeccanza dell’uomo appunto «spirituale», che è
per così dire «al di là del bene e del male». «Ubi
spiritus domini, ibi libertas» recita l’Apostolo, per cui
chi è «uomo spirituale» può fare in piena libertà
quello che desidera, al contrario dell’«uomo
psichico», che è, invece, sottomesso alla legge.
L’uomo spirituale «scruta tutto, anche le profondità
di Dio», 19 e ha dunque una perfetta conoscenza di ciò
che è divino, del bene e del male, ben al di sopra
delle disposizioni ecclesiastiche.
Date queste premesse scritturistiche, non
meraviglia che la libertà spirituale potesse finire nella
licenza, anche e soprattutto sessuale. Anzi, la
violazione della legge, il cosiddetto antinomismo,
poteva sembrare non solo legittima, ma addirittura
doverosa, per mostrare l’avvenuta conquista della
libertà dello spirito, ovvero della condizione di eletti.
È un fenomeno che troveremo ancora più avanti, ma
è comunque facile capire che, con queste premesse,
gli esperimenti di società perfette, fatte appunto di
eletti, liberi spiriti, abbiano sempre dato luogo ad
autentici bordelli.
Nella storia dei taboriti troviamo infatti il gruppo
dei cosiddetti adamiti boemi, che praticavano la
completa nudità, cui si accompagnava la comunanza
assoluta dei beni e perciò una promiscuità sessuale
obbligatoria, nella quale il matrimonio monogamico
era considerato un peccato, dal momento che veniva
visto come orribile appropriazione di un bene, in
questo caso una donna.
Kein Ketzer sonder Letter, recita un detto tedesco:
nessuno è eretico senza la Scrittura, e infatti gli
adamiti trovavano appoggio nella Scrittura, nella
quale si può reperire tutto e il contrario di tutto. In
questo caso a fornire l’alibi è Mt 21,31, ove Gesù
afferma, di contro agli ipocriti sostenitori della Legge,
che «le prostitute vi precederanno nel regno dei
cieli»: il versetto veniva interpretato nel senso
antinomico della necessità, per molti gradita, di
fornicare per entrare nel regno dei cieli.
Thomas Müntzer
La Riforma protestante che squassò la Germania nel
primo quarto del Cinquecento fece anche da
catalizzatore per il millenarismo, soprattutto per
l’importanza che restituì all’Antico Testamento, e,
più in generale, alla «parola di Dio». Disdegnando
non solo la filosofia e la ragione, ma anche
l’interpretazione allegorica della Scrittura, con la
quale le menti più elevate avevano tentato di
salvarne la verità (pensiamo, per esempio, al
disprezzo che Lutero nutriva per Origene) e
puntando sul senso letterale, con l’aggravante di quel
«libero esame» che apre la porta a ogni sciocchezza, il
protestantesimo lasciò, e lascia tuttora, via libera a
tutte le fantasie escatologiche millenaristiche.
Personalmente, Lutero era persuaso che il regno di
Cristo non fosse di questo mondo e seguiva la teoria
agostiniana delle «due città», di Dio e del demonio,
che camminano sempre intrecciate tra loro su questa
terra, fino al giorno del giudizio di cui nessuno
conosce davvero il momento, tanto che nel pieno
della rivolta contadina indirizzò ai principi tedeschi
quel Contro le bande brigantesche e assassine dei
contadini (1525) la cui violenza colpisce ancora oggi.
Sulla base dell’evangelico dare a Cesare quel che è di
Cesare 20 e del principio paolino per cui ogni autorità
viene da Dio, 21 si condannava radicalmente ogni
forma di ribellione ai principi, i quali venivano
invitati a schiacciare senza pietà la rivolta. I contadini
ribelli sono infatti per Lutero il demonio in persona,
esercitano opere infernali e in particolare
«arcidiavolo è quello che li comanda da Mühlhausen,
che non va preparando che rapine, assassinii e
spargimento di sangue».
Questo «arcidiavolo» Lutero lo conosceva
perfettamente, dal momento che era stato un suo
seguace e che come tale si era messo sulla strada del
millennio. Non era, del resto, forse convinto in cuor
suo anche Lutero che fossero vicini gli ultimi giorni,
come da tanti segni si poteva e doveva capire?
L’arcidiavolo si chiamava Thomas Müntzer.
Quasi contemporaneo di Lutero, Müntzer, prima
prete cattolico, seguì il riformatore e ruppe i ponti
con la Chiesa cattolica, ma ben presto anche quelli
con lui, inclinando verso la tradizione del Libero
Spirito, secondo la quale il fedele, percorrendo la via
del distacco dall’egoità e accettando con lieto animo
tutte quelle sofferenze purificatorie con le quali si ha
la mistica «morte dell’anima», rinasce spiritualmente.
Allora in lui si forma il Cristo interiore, spirituale, ed
è solo così che si giunge a salvezza – una salvezza
ormai definitiva, giacché il Cristo permane per
sempre nell’anima del fedele così trasformato,
indipendentemente dalle azioni che questi può
compiere.
Uno dei capolavori della mistica medievale
germanica, il Libretto della vita perfetta, che anche
Lutero giovane amò e fece stampare col titolo,
polemico contro Roma, di Teologia tedesca, insegna
infatti che questo mondo è già un paradiso, o almeno
il suo «sobborgo», dove niente è vietato, purché si sia
rinunciato alla volontà propria. 22 Fu la volontà
propria a costituire il peccato di Adamo, come pure
quello di Lucifero, ed è ancora essa a tormentare i
peccatori; ma per chi ha rinunciato a se stesso, ovvero
appunto al volere proprio, si apre il regno beato della
libertà. L’uomo completamente distaccato vive
ormai, infatti, nella volontà divina, che costituisce la
sua stessa medesima volontà ed è tutt’uno con Dio.
Facendo sue espressioni presenti nella tradizione
cristiana, che ha sempre parlato di theiosis, ossia di
divinizzazione dell’uomo, ovviamente a opera della
grazia di Dio, anche Müntzer parlava di «diventare
Dio», 23 ma riprendeva le idee dei taboriti: gli ultimi
giorni erano prossimi; dopo un periodo di regno
dell’Anticristo gli eletti avrebbero annientato tutti i
malvagi, in modo da preparare il ritorno glorioso del
Cristo e il fatidico millennio.
Dal disprezzo verso la Chiesa ufficiale e dal Libero
Spirito Müntzer ereditava anche la certezza che Dio
si rivolge direttamente al cuore dei santi, ohne mittel,
senza bisogno di mediazione alcuna, nonché la
terribile certezza dell’abisso incolmabile che separa
gli uomini spirituali da quelli psichici o carnali. Da
ciò a concepire per questi ultimi un odio mortale,
vederli come i nemici di Dio e, per il loro legame ai
beni terreni, anche della giustizia, il passo fu breve.
Da quel capolavoro del risentimento che è
l’Apocalisse e da tutta la violenza che la Bibbia
presenta come volontà di Dio – Giaele che assassina a
tradimento Sisara, 24 Elia che massacra i sacerdoti di
Baal, 25 Jehu che stermina tutti i figli e i discendenti di
Achab, 26 ecc. – Müntzer prese ispirazione per il suo
progetto di guerra santa: l’annientamento dei
malvagi a opera dei giusti.
La rivolta dei contadini gli fornì l’occasione per
entrare in azione e nel 1525, a capo della Lega degli
Eletti che aveva costituito, prese il potere nella città
di Mühlhausen, in Turingia, dove le masse degli
indigenti lo seguirono senza difficoltà. Il suo
programma rivoluzionario prevedeva infatti una
sorta di comunismo evangelico, e comunque si
nutriva dell’odio contro i ricchi, i signori, i principi,
che vivono nel lusso mentre il popolo muore di fame.
Al suo vecchio maestro e amico Lutero, Müntzer
proprio questo rimproverava: di giustificare
l’ingiustizia col pretesto dell’obbedienza alla legge
divina. Abbiamo già visto che il riformatore lo
chiamò arcidiavolo; dal canto suo Müntzer ricambiò
identificandolo con la Bestia e con la puttana di
Babilonia dell’Apocalisse.
Se è indubbio che il mito dello stato di natura in
cui tutti gli uomini sono uguali e hanno in comune i
beni della terra fosse presente anche in Müntzer –
questo è il motivo per cui è stato guardato con
grande simpatia dal comunismo marxista, sia
nell’Ottocento che nel Novecento, e in certo modo
«arruolato» fra i suoi precursori – resta fondamentale
il fatto che egli volle essere essenzialmente un profeta
religioso, e più precisamente un profeta escatologico.
Dal capitolo 6 dell’Apocalisse, dal libro di Daniele,
dalla profezia del regno messianico in Ez 34, da
quella sul ritorno di Cristo in Mt 24, attingeva la
certezza nella vittoria finale sul nemico, che,
impersonato dai principi coalizzati per reprimere la
rivolta, non era altro che il regno del demonio, ormai
approssimantesi alla fine. 27
Purtroppo per lui e per i suoi Eletti, la vittoria non
ci fu: l’esercito dei principi tedeschi ebbe facilmente
ragione dell’armata contadina di Müntzer, che venne
massacrata dalla cavalleria a Frankenhausen,
cittadina non lontana da Mühlhausen, il 15 maggio
1525. Catturato vivo, il profeta venne sottoposto a
tortura perché confessasse tutto ciò che concerneva la
sua Lega degli Eletti, dopo di che fu decapitato.

La città di Dio anabattista


Nato ai primi del Cinquecento nella Svizzera
percorsa dai fermenti riformatori, il movimento
anabattista non fu affatto qualcosa di organizzato né
di unitario. Il termine stesso, Wiedertäufer, ovvero
«ribattezzatori», indicava soltanto il fatto che
reiterassero quel sacramento del battesimo che la
teologia cristiana considera non ripetibile. In effetti
essi pensavano che il battesimo dovesse essere
ricevuto solo da adulti ben consapevoli della scelta di
fede che andavano a fare e che doveva portare
necessariamente a una vita sobria, umile, aliena dalla
violenza.
Accanto a queste tendenze predominanti, un certo
anabattismo imboccò però la strada del millenarismo,
sulla scorta della restaurazione dell’Antico
Testamento accanto al Nuovo. Fu, non a caso, un
discepolo di Müntzer, di nome Hans Hut, 28 che,
affermando di essere un profeta, annunciò il
prossimo ritorno del Cristo giudice che avrebbe posto
nella mano dei santi ribattezzati la spada della
giustizia, con la quale eliminare i preti per i loro falsi
insegnamenti e i principi per la loro iniquità. Sarebbe
così nato il millennio, con la comunanza dei beni e
anche, a quanto sembra, delle donne.
Questo particolare non deve stupire più di tanto,
se si ricorda quanto già detto a proposito delle idee
del Libero Spirito riprese anche dai taboriti. Secondo
alcune fonti, lo stesso Müntzer non sarebbe stato
troppo lontano da questa forma di antinomismo, se è
vero che nel 1520, a Zwickau, andò da una vergine e
le disse che gli era stato ordinato da una voce divina
di usarle violenza; se ciò non fosse avvenuto, non
avrebbe potuto insegnare veracemente la parola di
Dio. Lo racconta Lutero nei suoi Discorsi a tavola 29 e
questa fonte potrebbe essere sospetta, ma il fatto è
confermato anche dall’anabattista Ludwig Hätzer, a
sua volta, peraltro, giustiziato nel 1529 a Costanza
con l’accusa di bigamia.
Anche Hut finì presto i suoi giorni, imprigionato
ad Augusta e ucciso mentre tentava di fuggire, ma le
sue idee si diffusero comunque rapidamente per tutta
la Germania e l’attesa del millennio si fece frenetica.
Il suo inizio fu profetizzato per il 1533, in cui si
compiva il quindicesimo centenario della morte di
Cristo, secondo il computo tradizionale dei suoi anni,
e la città di Münster, in Vestfalia, dove gli anabattisti
avevano acquistato un consistente seguito, fu
designata come la nuova Gerusalemme.
Nel corso del 1534 gli anabattisti diventarono
padroni di Münster. Un’ondata d’isterismo percorse
la città: molte donne, spesso le monache che avevano
lasciato i conventi e si erano fatte ribattezzare,
cominciarono ad avere visioni apocalittiche,
gettandosi per terra, contorcendosi e urlando, con la
bava alla bocca. L’imitazione dei profeti della Bibbia
era del resto una caratteristica comune: alcuni
anabattisti olandesi avevano preso a correre in giro
nudi, sull’esempio del profeta Isaia; 30 un altro,
sempre per imitare Isaia, si passò sulle labbra un
carbone ardente 31 ma, invece di dire come il profeta:
«Ahi, me misero, che sono un uomo dalle labbra
impure!…», si ustionò in modo tale da non poter
parlare per più settimane. 32
Nel maggio dello stesso anno il capo anabattista,
l’olandese Giovanni di Leida, corse nudo in delirio
per la città e poi cadde in una sorta di mistico silenzio
per tre giorni, dopo i quali annunciò il volere divino:
la costituzione della città, opera umana, doveva
essere sostituita con una ispirata da Dio. Tale nuova
costituzione dette alla città un’impronta
assolutamente teocratica e autoritaria, dal momento
che la pena di morte era prevista per ogni tipo di
reato: dall’omicidio all’«avarizia»,
dall’insubordinazione della moglie nei confronti del
marito a quella di chiunque verso i rappresentanti di
Dio, un crimine, questo, che ebbe subito numerose
vittime.
Dall’Antico Testamento Giovanni di Leida riprese
poi la poligamia: i patriarchi di Israele avevano
obbedito al comando divino «crescete e
moltiplicatevi», per cui la poligamia doveva tornare
in vigore nella Nuova Gerusalemme. Le condizioni
erano propizie, dal momento che molti profughi
avevano lasciato in città le donne della famiglia e
quindi il numero delle femmine superava di molto
quello dei maschi. Chi si arrischiò a criticare la nuova
disposizione venne messo a morte, uomo o donna
che fosse, e a decine subirono questa sorte. Giovanni
dette il buon esempio, e, pur avendo lasciato a Leida
una moglie, sposò Divara, una bella e giovane
vedova, e poi, in breve, ebbe un harem di quindici
mogli.
Pur non dando troppo credito alle numerose
esagerazioni dei resoconti ostili in nostro possesso,
appare certo che le norme del comportamento
sessuale nel regno dei santi arrivarono alla completa
promiscuità.
Se la libertà sessuale estrema, fino appunto alla
promiscuità, si può in qualche modo ricondurre a
certi esiti del Libero Spirito, al messianismo
millenaristico risale invece l’ultimo, sconcertante,
elemento della vicenda della Nuova Gerusalemme,
ossia il fatto che Giovanni di Leida ne divenisse il re
messia.
Sulla base sempre di presunte rivelazioni divine, ai
primi di settembre del 1534 proclamò infatti di essere
il messia, il re di giustizia profetizzato nella Bibbia.
Come un re cominciò a comportarsi, vivendo
sontuosamente con la moglie regina, le mogli
secondarie, tutte giovanissime, anch’esse in mezzo al
lusso, e una corte sfarzosa di duecento persone che
viveva nei palazzi del centro città, una guardia del
corpo, corona, insegne reali e tutto quanto
contraddistingue la sovranità.
Nella piazza del mercato venne eretto un trono
con drappi dorati, e, ai lati, due paggi, uno con la
spada sguainata e un altro con in mano una copia
dell’Antico Testamento, a testimoniare che il re era il
successore di David. Si noti questo primato
dell’Antico Testamento rispetto al Nuovo, elemento
caratterizzante di tutti i millenarismi, con il loro
ineliminabile fine – e la altrettanto ineliminabile fine
– carnale.
La vecchia fantasia delle tre ere venne rivisitata: la
prima, quella del peccato, si faceva terminare col
diluvio universale; la seconda, quella della
persecuzione, si faceva durare fino al presente,
quando stava iniziando la terza, quella del trionfo dei
santi e della vendetta. In questo quadro, la presenza
di Cristo diventava marginale: il suo tentativo di
riportare alla verità i peccatori era fallito e perciò ora
stava per tornare, instaurando il suo regno a
Münster, sotto la sovranità del novello David.
Ma ormai si era alla fine: il 24 giugno 1535
l’esercito dei principi e dei vescovi entrò in città,
uccidendo tutti i maschi superstiti. Il re fu fatto
prigioniero, per alcuni mesi portato in giro incatenato
come un orso e mostrato alla folla, poi ricondotto a
Münster, torturato a morte col ferro rovente ed
esposto, ormai cadavere, in una gabbia appesa a un
campanile. La regina Divara rifiutò di abiurare la sua
fede e fu decapitata. Anche tutti gli altri capi
anabattisti furono uccisi.

Il millenarismo comunista
Nella conclusione del suo libro sulla «ricerca del
millennio» Cohn si domanda se questo fanatismo,
che costituì una minaccia permanente per la società
medievale, si sia esaurito nell’età contemporanea o
se, al contrario, le premesse millenaristiche che
l’hanno originato non siano anche alla radice dei
giganteschi movimenti fanatici che hanno scosso il
mondo nel nostro tempo: il comunismo e il nazismo.
La sua risposta è che sì, siamo anche in questi casi in
presenza di quella tensione escatologica che si
alimenta dal mito antichissimo di una salvezza
collettiva terrena, di una Gerusalemme da costruirsi
in questo mondo.
Come abbiamo già visto, mentre l’intelligenza di
Agostino aveva compreso che il bene e il male, la
città di Dio e quella del demonio sono sempre
intrecciate su questa terra, così come nel cuore di
ogni uomo, ove è il vero regno di Dio, la mentalità
apocalittica consiste prima di tutto nel dualismo,
ovvero nell’opposizione radicale tra bene e male e
quindi, prima ancora, nel pensiero stesso del male –
quel pensiero sciocco, pensiero senza pensiero,
cogitatio vana, sine intellectu, 33 che è proprio degli
iniqui, che hanno in mente non Dio, ma solo se stessi
e le cose terrene. 34 Sopprimendo il male, così
fantastica l’utopista, sia in astratto – per esempio la
proprietà privata –, sia in concreto – i proprietari –
avremo la città di Dio, o la città dell’uomo, in questa
terra.
Il comunismo assunse il suo volto sanguinario con
Lenin, un russo imbevuto della tradizione messianica
tipica del cristianesimo dei popoli slavi, che pensò il
capitalismo dei suoi tempi come epoca di angoscia e
tirannia inaudite, quasi una potenza satanica, un
governo dell’Anticristo, da distruggere per instaurare
il millennio. 35
Nella dirigenza bolscevica era del resto molto forte
la componente ebraica, con le sue tradizionali
aspettative messianiche che, ancorché laicizzate,
favorivano una visione salvifico-redentrice della
storia, alla luce della quale si giustificava pienamente
la violenza rivoluzionaria. Come nota giustamente
Cohn, 36 è la stessa mentalità dei taboriti, di Thomas
Müntzer, di Giovanni di Leida. Più vicino a noi, la
ritroviamo ugualmente nei fanatici della rivoluzione
culturale cinese, e poi in Pol Pot e nei massacratori
del popolo cambogiano (Cohn non li conosceva,
perché il suo libro è del 1957), a testimonianza
evidente che il problema non è essenzialmente
politico né sociale, ma prima di tutto è una malattia
dell’anima.

Il millenarismo nazista
Il legame con la mistica «rivoluzionaria», antiromana
e antiecclesiastica, del Medioevo anche da parte del
nazismo fu sottolineato ampiamente da Alfred
Rosenberg, l’autore del Mito del XX secolo (1930),
destinato ad amplissima risonanza nella Germania
nazista.
Non v’è alcun dubbio che Hitler attingesse il suo
carisma, capace di sedurre gran parte del popolo
forse più colto e civile d’Europa, a una sorta di
mistica ispirazione apocalittica, che conferiva alle sue
parole un fascino quasi irresistibile. Agli occhi dei
tedeschi, umiliati e ridotti in miseria dalla pace di
Versailles, il caporale austriaco apparve perciò come
un messia, destinato davvero a instaurare quel Terzo
Regno che, come egli stesso aveva annunciato,
doveva durare un millennio.
Prima che questo ideale potesse realizzarsi,
bisognava però affrontare la battaglia finale contro il
nemico apocalittico, ovvero il giudaismo
internazionale che, dal canto suo, stava compiendo
uno sforzo gigantesco e segreto per dominare il
mondo:

Se il nostro popolo e il nostro Stato cadono vittime di


quei tiranni dei popoli che sono gli ebrei assetati di
sangue e avidi di denaro, tutta la terra sarà presa nei
tentacoli di quelle idre; ma se la Germania sfugge al
loro avvinghiamento, il maggiore pericolo corso da
tutti i popoli non minaccerà più il mondo intero …
L’ebreo proseguirà il suo fatale cammino finché non gli
si opponga un’altra forza che, in una lotta titanica,
respinga verso Lucifero chi dà l’assalto al cielo.

È il linguaggio apocalittico usato da Hitler nel


Mein Kampf, 37 manifesto del suo programma politico,
scritto nel 1925. È bene ricordare che buona parte
dell’ispirazione del libro gli venne dalla corposa
opera di Henry Ford, l’industriale americano delle
automobili, intitolata L’ebreo internazionale, del 1920,
nella quale il tema dell’ebraismo mondiale che,
attraverso la finanza, controlla non solo l’economia,
ma l’intera vita sociale e politica degli Stati, è
dettagliatamente sviluppato. Quello che distingue
Hitler da Ford, del quale peraltro il tedesco divenne
amico, è appunto il tono religioso, apocalittico:
«difendendomi contro l’ebreo, combatto per
difendere l’opera del Signore, agendo secondo lo
spirito dell’Onnipotente, nostro creatore» scrive
infatti nel Mein Kampf.
Che gli ebrei costituiscano «non una confessione
religiosa, ma una repubblica a parte», ove quel che
conta è il legame etnico, fondato da una rigida
endogamia, e di cui l’osservanza di pratiche religiose
è solo un mezzo cementante, era convinzione non
solo del rivoluzionario russo Michail Bakunin, ma di
buona parte dell’opinione pubblica europea.
Questa opinione venne potentemente alimentata
dai celebri Protocolli dei Savi anziani di Sion, comparsi
alla fine dell’Ottocento, libretto cui il
nazionalsocialismo dette straordinaria rilevanza e che
spiega, almeno in parte, il carattere religioso-
apocalittico della sua ispirazione.
Già nel 1923 Rosenberg aveva predetto che il
nazismo sarebbe stato un movimento non solo
nazionale, ma internazionale, come il suo nemico,
l’«ebreo internazionale», appunto, che controllava già
le cosiddette democrazie – quelle che più tardi
Mussolini definì «demo-plutocrazie giudeo-
massoniche» – come Francia e Stati Uniti, infieriva
sanguinario nell’Unione Sovietica, governata dal
bolscevismo ebraico, e mirava a estendere il suo
dominio al mondo intero. Facendo leva su temi che
risalivano indietro nei secoli e commentando i
Protocolli dei Savi anziani di Sion, Rosenberg
identificava negli ebrei gli agenti di Satana, che cerca
di instaurare la sua tirannia su tutta la terra, con un
potere che aumenta progressivamente, fino alla
battaglia finale contro le forze del bene, che lo
annienteranno e rigenereranno il mondo.
Come vedremo meglio più avanti, i Protocolli
descrivono un piano per l’instaurazione del dominio
giudaico su tutte le nazioni, stilato da un gruppo di
notabili ebrei a Basilea nel 1897. Si tratta con ogni
probabilità di un falso – prodotto a Parigi a opera
della polizia segreta zarista, la Ochrana – che
cominciò a circolare quando lo scrittore religioso
russo Sergej Nilus lo inserì nella sua vasta opera sulla
imminente venuta dell’Anticristo: Il grande nel piccolo.
L’Anticristo come una prossima eventualità politica. Note
di un credente ortodosso (1905).
I Protocolli trovarono un terreno assai fertile,
soprattutto dopo che la rivoluzione bolscevica
rendeva in certo modo plausibile l’ipotesi che si
trattasse dell’assalto contro la Santa Russia e che gli
ebrei, guide della rivoluzione, fossero i soldati
dell’Anticristo, il cui regno stava per essere
instaurato. Fuggendo dalla Russia comunista dopo il
1917, gli esuli diffusero i Protocolli nell’Europa
occidentale, ove il libro trovò ugualmente amplissima
circolazione. Del resto, sempre ebrei erano i capi delle
rivoluzioni comuniste tentate alla fine della Grande
guerra in Germania e in Ungheria, come pure molte
delle principali figure del socialismo italiano e
francese.
Non meraviglia dunque che i Protocolli potessero
diventare per alcuni la base di una sorta di devozione
religiosa, dando il convincimento che la lotta politica
contro il bolscevismo e la congiura giudaica per
impadronirsi del mondo fosse una missione sacra.
Hitler si sentì, e fu sentito da molti, come un messia,
e la sua battaglia come una lotta mortale contro
l’Anticristo: l’ebreo internazionale.
Cohn conclude il suo studio notando perciò che,
malgrado le loro differenze, nazismo e comunismo
hanno entrambi la loro fonte in una tradizione
apocalittica molto antica. In ambedue i casi, infatti, i
capi che dirigevano i movimenti erano persuasi di
essere una élite che ha una missione storico-salvifica:
condurre la storia al suo compimento e instaurare il
millennio, rovesciando il dominio dell’Anticristo – o
di un suo simile.
Ciò è evidente nella ossessione apocalittica che si
manifesta in entrambi i movimenti, che hanno in
comune una visione del mondo rigidamente
dualistica: il bene contro il male, i buoni contro i
malvagi. Chi non è con loro, deve essere
necessariamente un nemico o un suo complice:
complice del giudaismo per gli uni, del capitalismo
per gli altri. Costui scade a un rango inferiore
all’umano, verso il quale è lecita, anzi, è sacrosanta la
violenza: santa è l’uccisione di chi incarna il male, che
deve scomparire, perché si possa instaurare il
millennio.
Fantasmi moderni, dunque, che rappresentano
una ripresa, su scala ingigantita e in forma
secolarizzata, dei sogni, vecchi quanto il mondo,
intorno al messia, all’Anticristo, alla lotta apocalittica
e alla instaurazione del regno di Dio sulla terra. 38
VII
L’Anticristo nella mistica

I «Paradossi» di Sebastian Franck


Nel medesimo periodo in cui la superstizione biblica
insanguinava l’Europa e le varie confessioni religiose
si accapigliavano su chi fosse l’Anticristo, l’incontro
dei due spiriti di verità, la mistica medievale tedesca
e l’umanesimo, produsse i suoi frutti migliori, e ciò si
mostra anche sul nostro tema. Ci limitiamo qui a
constatarlo nella «più grande figura religiosa del
cristianesimo moderno»: 1 Sebastian Franck.
Nato alla fine del Quattrocento al confine tra
Svevia e Baviera, prima prete cattolico, poi
predicatore evangelico, Franck abbandonò presto
anche il protestantesimo, dimostratosi non meno
ottuso del cattolicesimo contemporaneo, e fu perciò
costretto a spostarsi di continuo, di città in città, con
la famiglia, per sfuggire alle persecuzioni messe in
atto contro di lui dai pastori luterani. Molte furono le
tappe di questo pellegrinaggio, fatto in nome
dell’intelligenza e della libertà di coscienza, fino a
Basilea, ove morì, nel 1543.
Nonostante questa vita, breve e travagliata – per
guadagnarsi da vivere fece i mestieri più diversi –
Franck produsse una quantità di importantissimi
testi teologici, storici, geografici, letterari (sua, per
esempio, è la raccolta di Sprichwörter, proverbi
tedeschi, ancora oggi punto di riferimento essenziale
per l’argomento), tradusse in volgare l’Elogio della
follia di Erasmo, ma soprattutto scrisse i Paradossi, il
suo capolavoro, cui faremo qui riferimento
principalmente.
I Paradossi sono 280 asserzioni che, come l’autore
stesso spiega nella prefazione, sono «certamente vere,
ma che il mondo e ciò che vive secondo il mondo non
ritengono affatto tali».
«Il Vangelo, Parola di Dio, è un puro ed eterno
discorso paradossale» scrive infatti proprio all’inizio
del libro, e subito dopo: «Dalla lettera della Scrittura
nascono le eresie e le sette, giacché senza la luce, la
vita e l’interpretazione dello spirito, la Scrittura è un
lettera morta e una lanterna che non fa luce». 2
Franck si salva infatti dalla superstizione biblica
grazie alla sua intelligenza, fatta di cultura classica e
di onestà. Come Meister Eckhart, non ha mai avuto la
sciocca idea che i moderni siano migliori degli antichi
o che i pagani non avessero quel lume divino che è in
ogni uomo, quasi che Dio fosse un bambino
capriccioso che sceglie un popolo piuttosto che un
altro. Al contrario, come i maestri pagani conobbero
la verità prima della rivelazione cristiana, 3 così Dio è
Dio anche dei pagani, 4 e il primo dei Paradossi,
intitolato Nessuno sa cosa Dio sia, si apre con una
citazione dal De natura deorum di Cicerone.
I filosofi antichi – Socrate, Pitagora, Platone,
Ermete Trismegisto, Cicerone, Catone, ecc. – sono
infatti addotti da Franck come autorità al pari di san
Paolo o di Agostino, nella persuasione, già espressa
dai mistici medievali tedeschi, che l’«imparziale»
(come Franck lo chiama spesso significativamente)
Dio si riveli a tutti gli uomini che amano la verità e la
giustizia: pagani, cristiani o che altro siano.

La radice mistica
Un chiaro filo conduttore, che annoda insieme i
mistici medievali tedeschi, da Eckhart a Taulero alla
Teologia tedesca, lega anche tutti i Paradossi: la luce
divina risiede nel fondo dell’anima e la si scopre
rimuovendo tutto l’accidentale, cioè col distacco.
Rinuncia a se stessi: questo chiede Cristo a chi
vuole seguirlo; odiare la propria anima, ovvero
riconoscere la radice egoistica del proprio essere e
cercare di estirparla. In concreto, rinuncia al volere
proprio e, insieme a esso, a tutti i contenuti che la
volontà si porta dietro, ivi compresi quelli teologici e
religiosi, affidando la propria volontà a quella di Dio.
Nel distacco, nel vuoto che l’anima fa di se stessa, la
luce divina non può fare a meno di scendere: Dio
«nasce» nel fondo dell’anima, senza mediazione,
rinnovando tutto l’essere, tutto l’uomo, che diviene
allora «uomo nuovo», «uomo interiore», «uomo
spirituale». 5
Chi si unisce al Signore è con lui unus spiritus, 6 un
solo spirito con Dio: questo è l’uomo rinnovato, nel
quale la fede non è più una credenza, ma la
conoscenza dello spirito nello spirito. L’uomo
spirituale tutto scruta, «penetra anche le profondità
di Dio», tutto giudica e da nessuno è giudicato,
giacché possiede lo spirito del Cristo: 7 questo è il
convincimento di Franck, che riprende, con una
radicalità senza pari, quel concetto paolino della
libertà dello spirito di cui abbiamo già visto anche i
possibili esiti aberranti: il Signore è spirito, e dove è
lo spirito del Signore, lì è libertà. 8

Libertà e grazia
Dall’umanesimo e dalla sua cultura storica, Franck
ricava fortissima la consapevolezza del
condizionamento storico, culturale, sociale, ecc., dei
nostri contenuti e delle nostre scelte, a un punto tale
da ritenere storicamente condizionati persino i dieci
comandamenti, per cui tutto, assolutamente tutto
quello che l’uomo pensa, vuole, fa o non fa, non è
libero. 9 Che la pretesa libertà sia una illusione che
l’uomo fa a se stesso, incapace di sopportare il
pensiero di essere una cosa sottomessa alla necessità
come le pietre o le piante, è consapevolezza di tutti
gli uomini davvero liberi, ovvero coloro in cui è finito
il dominio di ciò che fa veramente schiavi: il legame
all’ego, la volontà propria.
Dallo stoicismo antico, con la sua dottrina
dell’amor fati, a Simone Weil, passando per Spinoza,
questa consapevolezza accompagna tutta la mistica,
che a Franck giunse attraverso la Teologia tedesca. In
quanto non libero, tutto è senza valore, senza merito;
anzi, tutto è peccato, 10 se comunque proveniente
dalla volontà propria, anche se apparentemente
buono.
La libertà comincia infatti solo con la grazia, ossia
quando l’uomo non è più uomo «vecchio»,
«naturale», non ha più volontà propria, ma è l’uomo
rinnovato e trasformato dallo spirito che abita in lui e
che in lui agisce: allora è uomo divinizzato, «divino»,
come anche Franck non si perita di dire, sulla scorta
dei grandi mistici medievali del suo paese.
Ribadendo il loro insegnamento fondamentale, non si
stanca di ripetere che all’uomo compete un’opera e
una scelta soltanto: il distacco o, come ama dire, il
«sabato», ossia la sospensione dell’attività e della
volontà, il «fare festa» (feiern), lasciando a Dio tutto lo
spazio dell’anima nostra, in modo che la vita diventi
davvero un’eterna festa, un «eterno sabato». 11

Il Cristo implicito
Ciò appare chiaro solo quando l’uomo non è più il
piccolo ego, determinato nel «dove» e nel «quando»,
ossia nel tempo e nello spazio, ma l’eterno, universale
Lògos. Il Cristo, dunque, non è tanto una persona
storica vissuta in Palestina molti secoli fa – che, in
questo senso, non ha alcun valore, giacché a niente
serve Dio fuori dall’anima – quanto il Lògos, lo
Spirito, forza divina che prende l’uomo, lo trasforma
e vive in esso: anzi, vive esso, giacché all’uomo
compete soltanto Gott leiden, «patir Dio», come
Franck ripete sulla scorta di Eckhart e di Taulero, 12
ovvero lasciarlo essere e agire nell’anima propria.
In questo senso si parla di un «Cristo implicito»,
ovvero di un Cristo che è stato conosciuto prima e
fuori dal cristianesimo, da parte di coloro che hanno
incarnato in se stessi il Lògos, pur senza avere affatto
alcuna nozione di lui: è il vero Cristo, che è lo spirito,
noto e presente a tutti i giusti, di ogni tempo e di ogni
religione – pagani, musulmani, ebrei, ecc. 13 Rispetto
alla vita religiosa interiore, Chiese, sacramenti,
cerimonie sono qualcosa di superfluo, anzi, dannoso,
perché quando la fede si fissa in regole esteriori non è
più fede cristiana, ma fariseismo. Perciò Franck è
contrario a ogni organizzazione ecclesiastica visibile:
Dio conosce e riunisce i suoi senza bisogno di Chiese,
ed è assurdo credere che la vera Chiesa possa
estendersi alla moltitudine: quando un popolo intero
si converte al cristianesimo, non fa altro che mutare
di superstizione. Anche le istituzioni delle prime
comunità cristiane non ci legano affatto: erano adatte
all’infanzia del cristianesimo, ma ora non hanno più
alcun senso per noi.
La costituzione delle Chiese deriva dal fatto che la
moltitudine non è capace di religione pura, e perciò si
crea leggi esteriori, cerimonie, ecc. Del resto, la
Chiesa cristiana, subito dopo gli apostoli, si è corrotta
e trasformata nella Chiesa dell’Anticristo. Il vero
Cristo, il Cristo interiore, lo spirito non ha bisogno
del «cristianesimo», ovvero non ha bisogno di libri,
teologi, cerimonie, culti: il Nuovo Testamento stesso
è pensato da Franck non come un libro, una Scrittura,
una legge, un patto, bensì come lo Spirito Santo, che
parla all’uomo interiore, ossia all’uomo
completamente distaccato. 14 Libri, cerimonie, culti,
teologie, ecc. sono un ostacolo alla vera fede, che è
l’esperienza interiore dello spirito: un sapere e non
un credere.
Proprio contro la pretesa scienza teologica sono
rivolti alcuni dei più duri paradossi: la fede non è
oggetto di scienza alcuna, in quanto è un’esperienza,
non una scienza, 15 e il sapere del cristiano non è una
conoscenza esteriore, ma si configura anzi come quel
«nulla sapere» di cui parla il sermone eckhartiano
Beati pauperes spiritu. 16
Il cristianesimo vero non ha niente a che fare con
l’esteriorità, non sopporta né libri né concili né
regole; 17 le liturgie e le cerimonie sono definite da
Franck giochi di bambini e fantasie, ma non innocue,
bensì tanto dannose quanto false. Infatti, la religione
è, sotto questo aspetto, fariseismo, ipocrisia: heuchler,
ipocrita, è uno dei termini che Franck usa più spesso
per indicare colui che assume come assoluti dei
contenuti, delle «credenze», ben sapendo, in fondo,
che sono sua creazione, o comunque frutto di una
scelta interessata. Sui cuique sapientia et ratio idolum, 18
ciascuno ha per idolo la sua propria ragione e il suo
proprio «sapere». Idolo, non Dio, giacché, se si è
onesti, si sa bene che è qualcosa di creato dall’uomo.
L’ipocrita è guidato dall’amor sui, ama se stesso, e
perciò è il peggior nemico di Cristo, il vero
Anticristo: non meraviglia perciò che, da sempre, i
veri amici di Dio siano stati vittime dei sacerdoti, dei
farisei, dei teologi ipocriti. Così fu per i profeti
dell’Antico Testamento, così fu per Cristo stesso e per
gli apostoli, e così è stato ed è anche per quegli
«eretici» che, in realtà, sono spesso i veri testimoni di
Cristo.

Franck e gli anabattisti


Queste idee avvicinano Franck agli anabattisti, e
proprio a uno di loro, Johannes Campanus, egli
indirizzò nel 1531 quella Lettera che rappresenta un
autentico manifesto della fede spiritualista. 19
Secondo Franck, infatti, dopo la morte degli apostoli
non è più esistita una vera Chiesa e da allora tutto si
è pervertito.
Ora la Chiesa esiste solo secondo lo spirito, che è
poi la sua forma di esistenza autentica, per cui è
inutile pensare a un ripristino della sua forma
esteriore. Fino al momento in cui Cristo tornerà a
radunare la sua Chiesa, i veri fedeli, ossia coloro che
vivono la Parola, vivranno sparsi per il mondo, senza
istituzioni né riconoscimenti esteriori, poiché «Dio
non distingue tra gli uomini, ma è Dio tanto dei greci
quanto dei turchi e dei barbari, dei signori e dei servi,
a condizione che conservino la luce che è stata
impressa in loro o che dona ai loro cuori un lume
eterno». 20
Come scrive a Campanus

non ho alcun dubbio sul fatto che tutti i celebri teologi,


i cui scritti sono presenti oggi, siano quei lupi che san
Paolo spiritualmente previde avrebbero aggredito il
gregge del Signore, dopo la sua partenza [cfr. At 20,29],
e quelli che Giovanni chiama Anticristi, i quali già
durante la vita degli apostoli si erano allontanati da
loro, ma non erano mai stati veramente dei loro [cfr. 1
Gv 2,18-19].
Ciò testimoniano i loro libri, soprattutto quelli di
Clemente, Ireneo, Tertulliano, Cipriano, Crisostomo,
Ilario, Cirillo, Origene e di altri, che sono tutti giochi di
ragazzi e assolutamente difformi dallo spirito degli
apostoli – cioè tutti ripieni di comandamenti, leggi,
dottrine e invenzioni umane di ogni genere. Ireneo
pensa a sette ordinamenti; Clemente, discepolo di san
Giacomo (se lo dobbiamo credere), scrive qualcosa sul
purgatorio e aggiunge anche altre sciocchezze. 21

Franck allude qui alla famosa, apocrifa, Quinta


epistola di papa Clemente I, indirizzata proprio a san
Giacomo, di cui abbiamo già detto, con le teorie
anarco-comunistiche, ivi compresa la proprietà in
comune delle donne. Stampata a Basilea nel 1524,
Franck stesso ne aveva fatto un vivace compendio
nella sua Chronica. Zeytbuch und Geschychtbibel,
pubblicata a Strasburgo nel 1531, una storia
universale, da Adamo a papa Clemente VII, che ebbe
grande successo. In essa, infatti, Franck non si limita
a combattere gli abusi del papato, ma contesta anche
il concetto luterano di «Stato cristiano»: lo Stato, con
la sua nobiltà e le sue leggi, gli appare mera tirannia,
frutto di sopraffazione e di violenza. Non a caso,
scrive nell’introduzione alla seconda parte, re e nobili
amano come simbolo, nei loro stemmi, l’aquila,
ovvero l’animale più sanguinario e aggressivo che ci
sia.
Non solo: Franck rivendica esplicitamente per tutti
il diritto al libero pensiero in materia di fede e
politica e, quel che è ancora più importante, pone
accanto all’autorità della Bibbia quella della storia (di
qui anche il titolo provocatorio: Geschychtbibel, ossia
Bibbia storica). La storia è infatti da Franck
considerata educatrice dell’umanità, ben più della
Scrittura.
È molto significativo come all’umanista non
sfugga il probabile carattere apocrifo della suddetta
Quinta epistola, con le sue «sciocchezze», ma, nello
stesso tempo, al cristiano non dispiaccia affatto il
principio che «ciò che è più comune è nobile, 22 ciò
che è privato ignobile» vada applicato anche alla
sfera economica, per cui la proprietà privata è un
male, il superfluo un possesso ingiusto, 23 vendere
tutto è un comandamento comune, non un precetto
per pochi. 24
Dio ha creato tutte le cose comuni e noi dovremmo
servircene come ospiti che passano nel mondo, figli
di un padre solo. È stata la cupidigia degli uomini
che, non sapendo possedere le cose in comune con
carità, ha creato il tuo e il mio, la proprietà e il diritto.
Il diritto e la cosiddetta giustizia sono le fonti di ogni
male; i pretesi diritti sono vani e puramente
accidentali: giustamente i lollardi cantavano il
ritornello:

When Adam delved and Eve span,


who was then the gentleman?

ovvero: chi era il nobile ai tempi in cui Adamo


zappava ed Eva filava?
La vera giustizia è per Franck possibile solo
all’uomo rinato nella grazia, ovvero quando è morto
l’egoismo naturale, e neppure si deve parlare di una
morale cristiana, giacché il cristianesimo non detta
morali, la fede non detta regole e non ne sopporta.
Quando si stabiliscono regole e norme morali, la
morale diventa legge e allora va nella pura esteriorità
e nel fariseismo. Infatti, la morale è sempre quella
della moltitudine, del «grosso animale» platonico e
del «mondo» evangelico: per essa si identificano
lecito e giusto, per cui diventa esser giusti rispettare
la legge per timore della pena ed è giusto cercare di
vendere una merce al prezzo più alto possibile!
Franck condivide perciò con molti anabattisti
l’idea che lo Stato, garante dei diritti, sia una
creazione del più forte, frutto della sopraffazione, ma
si distingue dalle frange estremistiche di chi voleva
distruggerlo, dando luogo così a una condizione
della società peggiore di quella precedente.
Nonostante la sua origine, lo Stato è comunque
preferibile all’anarchia ed è un rimedio, seppur
parziale, alla malvagità degli uomini.
Del resto Franck è radicalmente critico delle attese
messianiche: il regno di Dio è pura interiorità ed è
assurdo, anzi, blasfemo, auspicarne o attenderne una
realizzazione storica, così come è sciocco e
anticristiano sperare in una definitiva vittoria del
bene, che non avverrà mai. La guerra tra Cristo e il
mondo non avrà mai fine ed è vano pensare di
estendere la vera fede a tutti gli uomini e di far
discendere il paradiso sulla terra: il mondo
respingerà sempre la verità, come ha respinto Cristo,
anche se non riuscirà mai, tanto meno con le
persecuzioni, a estirpare la vera fede. La
realizzazione del regno di Dio su questa terra è
un’illusione diabolica: il regno di Dio è dentro di noi,
come chiaramente rispose Cristo ai farisei. 25
Ancora nella lettera a Campanus, Franck sostiene
che la Chiesa di Cristo sia stata devastata e demolita
dall’Anticristo subito dopo l’epoca apostolica e
resterà dispersa tra i pagani fino alla fine del mondo,
quando solo la venuta di Cristo distruggerà
l’Anticristo e la sua Chiesa, riunendo dai quattro
angoli della terra l’empio e disperso Israele.
È chiaro che per Franck l’Anticristo non è una
persona sola, né è il solo papa, ma Anticristi sono
anche Lutero e tutti i «teologi» come lui, per cui per
Chiesa dell’Anticristo si devono intendere tutte le
Chiese storicamente costituite, contro l’unica e
invisibile vera Chiesa di Cristo. Nella poesia Delle
quattro Chiese discordi, delle quali ciascuna odia e
condanna l’altra, scrive infatti: «Non voglio e non
posso essere papista; non voglio e non posso essere
luterano; non voglio e non posso essere zwingliano;
non voglio e non posso essere anabattista», anche se
ammette che gli anabattisti sono più vicini a Dio di
tutti gli altri gruppi.

I teologi anticristi
Lupi, teologi di sciocchezze, scimmiottatori degli
apostoli e Anticristi sono i teologi sia cattolici sia
protestanti, che condannano come eresie gli scritti e
gli insegnamenti di chi comprese la verità, dando
invece credito all’«insensato Ambrogio», ad
Agostino, Gerolamo, Gregorio, dei quali nessuno ha
conosciuto il Signore o è stato inviato da Dio a
insegnare, ma sono stati invece tutti apostoli
dell’Anticristo, e lo sono ancora.
Lo dimostrano i loro stessi libri, che non si
accordano tra loro e differiscono e divergono
ampiamente dagli apostoli, non insegnano niente che
abbia a che fare con la fede cristiana, giacché non
hanno mai saputo o insegnato nulla di cosa siano
Dio, il Vangelo, la vera giustizia. Essi mischiano il
Nuovo Testamento con l’Antico, come fanno anche i
loro attuali successori e, quando non hanno nulla per
sostenere le loro tesi, subito corrono all’Antico
Testamento e ne deducono un sacco di cose che con
Cristo non hanno nulla a che vedere.
Contro l’opinione, diffusa anche tra gli anabattisti,
che l’Anticristo sia entrato nella Chiesa al tempo di
Costantino, ovvero quando il potere mondano e i
regnanti pagani sono diventati cristiani, Franck
sostiene invece che la Chiesa di Cristo sia stata
desolata dall’Anticristo subito dopo gli apostoli,
come è testimoniato dai «lupi», cioè dai Padri della
Chiesa, che insegnano solo fantasie, «giochi di
bambini». 26
Franck giudica infatti «invenzioni umane,
sciocchezze, giochi di ragazzi, assolutamente
difformi dallo spirito degli apostoli» 27 gli scritti di
tutti i celebri teologi, che sono in realtà «quelli che
Giovanni chiama Anticristi, i quali già durante la vita
degli apostoli si erano allontanati da loro, ma non
erano mai stati veramente dei loro». 28 Tra questi
teologi, chiamati per nome, spicca proprio Ireneo di
Lione, il principale «inventore dell’Anticristo», di cui
Franck ironicamente ricorda la teoria dei sette cieli,
abitati dalle sette potenze angeliche, in rapporto con i
sette bracci del candelabro, con i sette doni dello
Spirito Santo, ecc. 29
I teologi e gli ecclesiastici del suo tempo, prosegue
Franck nella lettera a Campanus, sono come i giudei
contro cui polemizza Cristo: parlano e insegnano a
partire da ciò che è loro proprio, come veri servi
dell’Anticristo. Infatti sono figli del demonio, padre
della menzogna, che, quando parla, parla a partire da
ciò che è proprio, cioè dalla menzogna. 30
Non a caso Lutero, Melantone, Bucer, Bugenhagen
e i teologi protestanti condannarono Franck, insieme
a quelli definiti sprezzantemente Schwärmer,
«sognatori», che significava in realtà mistici. Di
Franck, in particolare, si biasimava il disprezzo per
l’ufficio dei predicatori, il rifiuto dei culti ecclesiastici,
la messa in discussione della Bibbia come unica fonte
della rivelazione. In effetti Franck batte in breccia
soprattutto due punti essenziali della dottrina
riformata: la teoria della giustificazione per i soli
meriti di Cristo, che impedisce l’esperienza personale
dello spirito, fino a permettere la dissolutezza
morale, e il principio sola Scriptura, che porta a una
nuova tirannia, quella del papierne Papst, il papa di
carta, senza dubbio peggiore di quello di carne.
Gli sciocchi teologi, che vogliono interpretare la
Scrittura secondo la lettera, come Lutero, non vedono
che torto fanno a Dio in questo modo, dandogli la
figura, il comportamento e la mutevolezza propri
dell’uomo. Essi non hanno scritto una riga conforme
all’insegnamento del Cristo, ma solo un unico ed
eterno errore, una perpetua cecità, apprendendo tutto
dalla Scrittura e niente da Dio. I teologi pensano che
la Scrittura sia la parola di Dio, come se la parola di
Dio potesse essere scritta! Si fa prima a rendere buon
cristiano un turco che non un teologo, che è impedito
dalla cortina di Mosè, 31 ovvero dalla lettera della
Scrittura, che uccide, come insegna san Paolo 32 –
scrive nella lettera a Campanus. 33 Scrittura, lettera e
Antico Testamento sono una cosa sola, si legge nella
prefazione ai Paradossi, per cui dire che la lettera
uccide è come dire che la Scrittura uccide. 34
Franck traccia ben netta la demarcazione fra
Antico Testamento e Nuovo, fra ebraismo e
cristianesimo, fra mondo e Dio. Come scrive
giustamente Martinetti, «egli ha un intuito profondo
della realtà: anche nella storia religiosa sa gettare uno
sguardo penetrante, sicuro, sereno, obiettivo. Egli
solo ha saputo sottrarsi, restando cristiano, alla
schiavitù del biblicismo, che egli rimprovera anche
agli anabattisti, e resistere al sogno di restaurare il
cristianesimo apostolico». 35
Franck, infatti, non concede nulla alle utopie dei
presunti «sensi della storia»: «Niente di nuovo sotto
il sole», e «Ciò che è accaduto una volta, accade
ancora ogni giorno» scrive nei paradossi 107 e 108.

La caduta di Adamo, l’albero della conoscenza, la


penitenza, ma anche la morte, la vita, le sofferenze, la
resurrezione di Cristo, tutto si compie ancora ogni
giorno … Tutto procede in noi interiormente e, se si
desse il caso che Cristo tornasse esteriormente, noi lo
crocifiggeremmo di nuovo, colmando in lui la misura
dei nostri padri [Mt 23,32]. L’Anticristo vive ancora e,
in conclusione, non è accaduto niente che ancora a suo
modo non avvenga e non avverrà fino alla fine: ancora
vivono Antioco, Sennacherib, Erode … tutta la Bibbia
deve essere ripetuta e passare nell’essere…

ovvero dall’esteriorità all’interiorità, dalla storia


all’essenza, come dirà più tardi un suo famoso
lettore, Jakob Boehme.

«La lettera della Scrittura è la spada


dell’Anticristo, che uccide il Cristo»
Possiamo concludere che l’Anticristo ha sì un grande
rilievo nell’opera di Franck, ma viene da lui,
umanista, discepolo di Erasmo, correttamente
riportato alla sua matrice originaria, che è nelle
Lettere di Giovanni, e quindi privo di ogni legame
con le figure dell’Apocalisse, che non c’entrano nulla.
Per Franck l’Anticristo vive in ciascuno di noi, in
quell’«uomo esteriore», carnale e psichico, che è
opposto all’«uomo interiore», rinnovato dallo spirito,
ed è presente, come le stesse Lettere di Giovanni
indicano, all’interno della Chiesa, tra coloro che
vogliono riportare il Vangelo all’esteriorità, il Nuovo
Testamento all’Antico. Essi sono legati al «mondo» e
perciò sognano regni di Dio sulla terra.
Su questo punto Franck è inflessibile: non c’è
conciliazione possibile fra Cristo e il mondo: «Per il
mondo Dio è il demonio, Cristo è l’Anticristo; Dio è
opposto al mondo» recitano i paradossi 15 e 17, come
si è già detto. Perché «L’uomo è tutt’uno con il
mondo, la carne, il demonio», 36 «Ogni uomo è il
mondo» e «Quel che è umano è diabolico» 37 se resta
l’uomo carnale, legato al proprio ego.
Per Franck, infatti, come per Taulero, in ogni
uomo ci sono due uomini, giacché:

Noi siamo fatti di carne e di spirito, straordinaria


mescolanza di morte e di vita, di mortale e di
immortale, di due nature affatto opposte. Perciò ogni
uomo è diviso in se stesso ed è due uomini, uno
esteriore e uno interiore … Prende il nome dalla parte
per cui vive e cui si dedica: uomo interiore e spirituale,
oppure esteriore e carnale … Questi due uomini sono
un uomo solo e non sussistono da soli: né il corpo senza
l’anima, né lo spirito senza la carne possono essere
chiamati veramente uomo … L’uomo interiore non è
carne e sangue visibile, ma un puro spirito, nato da Dio
e una nuova creatura, di natura interamente divina,
spirito da spirito [Gv 3,6]. Quel che è nato dallo spirito
è spirito. Quest’uomo non può peccare [1 Gv 3,9], né
morire [Gv 11,25-26], né essere o agire contro Dio –
altrimenti Dio dovrebbe essere contro se stesso, e lo
spirito contro lo spirito … L’uomo nuovo, che da Dio è
nato, è uno spirito dallo Spirito e un Dio da Dio, come
Cristo. 38
Quest’ultima affermazione, che riprende alla
lettera alcune delle proposizioni di Meister Eckhart
condannate dalla bolla papale In agro dominico del
1324, taglia corto con ogni rimando all’esteriorità,
come pure al futuro: in noi stessi, qui e ora,
nell’eterno presente è il divino, tolta via ogni alterità
e dipendenza.
Come l’uomo nuovo è il Cristo, che «non può
udire, fare, sapere, avere, amare, esercitare, credere,
ecc., altro che da Dio e dalla sua Parola», così l’uomo
vecchio è l’Anticristo. Anticristo è chi riporta l’uomo
alla carne, che è più «biblica» dello spirito, per cui
Franck non avrebbe dubbi sul fatto che anche oggi la
Chiesa, anzi, le Chiese, siano abitate più che mai
dagli Anticristi, dal momento che prevalgono in esse
– nella teologia, nella liturgia, nella prassi «pastorale»
– questi concetti e questo linguaggio, il dialogo e la
conciliazione col mondo, la ricerca dell’accordo col
mondo per la costruzione di una società giusta, una
morale accomodata alle passioni della carne.
Beninteso, come si è già detto, per Franck è sempre
stato così: le Chiese sono state sempre più
dell’Anticristo che di Cristo, ma attualmente la cosa è
più che mai manifesta: difatti, la Chiesa riceve lodi
dal mondo, che si compiace di questa concordia, che
è di fatto un’acquiescenza della prima ai disvalori del
mondo.
Franck non avrebbe avuto, per esempio, esitazioni
nel considerare Anticristo il cosiddetto «papa
buono», Giovanni XXIII, che pensò di convocare un
concilio (ricordiamo il paradosso 232: «Lo Spirito
santo non sopporta concili e decreti umani») per
«aggiornare» l’insegnamento della Chiesa, come se il
Vangelo avesse bisogno di adeguarsi ai tempi,
«mettendo così la Chiesa in ginocchio di fronte al
mondo», come scrisse nel suo Le paysan de la Garonne
il vecchio Maritain, con tutta l’amarezza di chi era
stato condotto alla fede dalla lettura di Plotino e di
san Giovanni della Croce e ora vedeva la Chiesa
accattare lumi di autocomprensione da Marx e da
Freud. Anticristi tutti i suoi lodatori ed emuli, vittime
del progressismo – idea stupida e atea per eccellenza,
tipicamente anticrist-iana, come notava anche Simone
Weil – che rimanda al futuro la pienezza dei tempi,
quasi che essa non fosse già data con Cristo, e non
fosse già qui, nell’eterno presente.
«L’Anticristo ha zelo per Dio e apparenza di
Cristo» recita il paradosso 177a: infatti gli ecclesiastici
spacciano per cristianesimo la sua parodia e, mentre
riportano all’Antico Testamento, sicut canes qui ad
vomitum redeunt, sostengono essere quello il vero
cristianesimo. Riportare alla Scrittura significa infatti
riportare alla lettera, che uccide:

Con la lettera i farisei e gli esperti della Scrittura hanno


fin dall’inizio e fino a oggi smentito e condannato a
morte i profeti, Cristo, gli apostoli e tutte le membra del
Cristo. Perciò la lettera è e rimane la spada
dell’Anticristo, il trono su cui siede e con cui sconfigge
e colpisce a morte i santi. Infatti egli ha dalla parte sua
la lettera … i farisei e i dottori della legge vi stanno
dentro ed essa non è affatto la parola di Dio, bensì del
loro medesimo intelletto … Cristo testimonia che gli
esperti della Scrittura non la comprendono [Mt 22,29]
anche se l’avevano intesa come suona alla lettera e la
conoscevano a memoria fin nei minimi dettagli.
Questa vittoria e trono della lettera rimarrà dalla
parte dell’Anticristo fino alla fine, cosicché essi, con la
lettera della Scrittura, colpiscono a morte i santi e
dunque uccidono il Cristo con il Cristo della lettera e
usano il fodero contro la spada, la lucerna contro la
luce

scrive nella prefazione ai Paradossi. E ancora:

Cristo ha per sé il senso della Scrittura, l’Anticristo ha


la lettera, come essa suona; con essa egli stesso, quale
Cristo e con lo zelo e in nome di Cristo, taglia la testa a
lui e ai suoi. Perciò la Scrittura e la sua lettera restano in
eterno trono, vittoria e spada del demonio. 39

«Cristo, Dio, il Vangelo, la parola di Dio – questo è


per il mondo l’Anticristo, il demonio, l’eresia. Al
contrario: l’Anticristo, Satana e la sua parola – questo
è per il mondo Cristo, Dio e il Vangelo» recita il
paradosso 177.
L’Anticristo, dunque, è da Franck pensato
correttamente secondo il suo senso giovanneo
originario, come interno alla Chiesa, o comunque a
quella che si proclama tale, e, ancora del tutto
correttamente, è visto come il sostenitore di valori
mondani, ossia anticristiani, che spaccia per cristiani,
e perciò fruisce delle lodi e del consenso del mondo.
La sua arma è la Scrittura, ovvero la lettera opposta
allo spirito, e il ritorno all’Antico Testamento, col suo
primato della carne contro lo spirito, di un dominio
mondano invece di un regno di Dio interiore.
La Bestia di Ap 13, cui è concessa la vittoria e la
potenza per combattere contro i santi e sconfiggerli
esteriormente, secondo Franck usa proprio la spada
della Scrittura, della lettera, e sotto questo aspetto è
simile all’Anticristo, ma per il resto esso,
correttamente scisso dal legame con le fantasie
apocalittiche, non è responsabile di nessun dramma
escatologico, anche perché i drammi escatologici non
esistono, ovvero sono sempre esistiti: da sempre vi
sono le tragedie immani di cui la storia è piena, e da
sempre su questa terra si combatte la lotta tra amor
sui e amor dei, tra carne e spirito, tra Anticristo e
Cristo. La si combatté fin dall’epoca apostolica e la si
combatterà fino a quella fine dei tempi che a tutti è
ignota.
Né c’è da illudersi: «La vittoria della lettera
esteriore deve essere e restare dalla parte
dell’Anticristo, e Cristo con la verità e il senso
spirituale deve restare indietro rispetto al mondo ed
essere condannato a morte». 40 «Cristo deve
soccombere di fronte al mondo» recita infatti il
paradosso 176.
Il trionfalistico, osceno connubio tra Chiesa e
mondo che reciprocamente si lodano è dunque, per
Franck, il vero stigma dell’Anticristo, e non
dobbiamo perciò meravigliarci se egli rimase solo,
isolato, estraneo alla lotta dei partiti, imparziale come
il suo Dio, «non volle né seguito né sette: vide la
necessità della solitudine e accolse tranquillamente il
suo destino, nella sua invidiabile grandezza di
apostolo della tolleranza religiosa e della libertà di
spirito». 41
VIII
Il messia Anticristo

Il messianismo
Dal punto di vista psicologico, il messianismo è
frutto del dualismo, del pensiero del male e del
legame alle cose, del desiderio di essere, di avere – sia
che si tratti del godimento di beni terreni, sia che si
tratti della «salvezza», che cerca in vario modo
all’esterno, invece che nella metànoia, nella
conversione interiore.
Dal punto di vista storico, è un fenomeno che
nasce da una frustrazione, che compare nella
coscienza collettiva come riparazione di una perdita,
come promessa utopica destinata a compensare
l’infelicità del presente. 1 È dunque un fenomeno
essenzialmente reattivo, frutto dell’alienazione, del
non-essere, dell’incomprensione. Perciò, accanto alla
proiezione utopica di un futuro, porta sempre con sé
odio, anzi, risentimento verso i nemici, che sono i
vincitori, gli oppressori, ecc. Come tale si presenta fin
dall’inizio, nelle visioni escatologiche dei profeti di
Israele, che sorgono su un substrato di una serie di
catastrofi nazionali: Isaia profetizza sullo sfondo
della distruzione del regno da parte degli assiri,
Geremia ed Ezechiele dopo il crollo del regno di
Giuda e l’esilio babilonese.
Più tardi, l’escatologia talmudica risponderà alla
distruzione del secondo Tempio per opera dei
romani e alla dispersione degli ebrei. Anche la
cabbala è apparsa come la risposta religiosa
dell’ebraismo a quella catastrofe che fu per gli ebrei
la loro espulsione dalla Spagna alla fine del
Quattrocento. 2
I cristiani hanno riconosciuto in Gesù il messia –
Christòs è il termine greco che, traducendo l’ebraico
«messia», significa «unto», dal crisma che consacrava
la regalità nel mondo giudaico, per cui «cristiani»
significa di fatto «messianizzanti» – trasferendo però
il significato della parola da quello di liberatore
politico a quello di salvatore, che ha sostituito la
grazia alla Legge. 3 Gli ebrei, invece, hanno
continuato ad attendere un messia, sia come
restauratore del perduto regno sia come instauratore
di un’epoca di felicità e di pace. Nella storia vi sono
stati così numerosissimi episodi di personaggi che si
sono proclamati messia, suscitando consensi più o
meno vasti e duraturi.
Nella lunga e non conclusa vicenda del
messianismo, un ruolo particolarmente significativo è
svolto da quello che si definisce «antinomico» (dal
greco antì nòmos), in quanto proclama la santità
dell’andare contro la Legge, dichiarando che questo è
il vero compimento della Legge stessa e
l’adempimento delle profezie messianiche. Il caso più
importante è quello di Sabbatai Zevi e del suo
successore Jakob Frank.

Sabbatai Zevi
Sabbatai nacque nel 1626 a Smirne, ove esisteva una
fiorente comunità ebraica, da agiata famiglia
mercantile. Ebbe una buona educazione rabbinica,
conosceva la tradizione talmudica ed era
profondamente versato nelle dottrine cabalistiche. In
quella stessa città della Turchia, nel 1648 cominciò a
compiere atti strani, che infrangevano la Legge;
l’autorità giudaica lo scomunicò, per cui dovette
abbandonare la città, iniziando un lungo peregrinare
tra Gerusalemme, Rodi, Il Cairo. Qui prese in moglie
Sara, un’ebrea polacca che aveva esercitato il
meretricio a Livorno, un atto in cui si volle vedere la
ripetizione del matrimonio del profeta Osea con una
prostituta, per comando del Signore.
Nel 1665, a Gaza, Sabbatai incontrò un giovane
rabbino, Nathan, che lo riconobbe come messia e lo
convinse a muoversi prima verso Gerusalemme, per
entrare in possesso del regno messianico, poi a
Costantinopoli, dove il sultano gli avrebbe ceduto la
corona e si sarebbe messo al suo servizio. Nel viaggio
verso la capitale Sabbatai fu acclamato come messia e
re, suscitando grandissimi entusiasmi e aspettative in
tutte le comunità ebraiche – dallo Yemen alla Persia,
all’Inghilterra, all’Olanda, alla Polonia, alla Russia – e
anche molti dotti e celebri rabbini diventarono
sabbatei.
Le autorità ottomane temettero le conseguenze
politiche del movimento, che si andava espandendo
in tutto l’impero, perciò a Costantinopoli arrestarono
Sabbatai e lo condannarono a morte. La condanna fu
però commutata nell’esilio, in cambio della
conversione. Sabbatai in effetti apostatò
dall’ebraismo, si fece musulmano, adottò il nome
turco di Aziz Mehmet, eseguendo tutti gli atti e i riti
esterni dell’islamismo. Gli fu accordata una pensione
e visse così tranquillamente per ancora un decennio
tra Adrianopoli e Costantinopoli, finché, accusato di
condotta sessualmente immorale, fu arrestato ed
esiliato a Dulcigno, in Albania, ove morì nel 1676.
L’apostasia di Sabbatai sulle prime gettò nello
sgomento i suoi seguaci, ma Nathan di Gaza non si
perse d’animo: proclamò che l’apostasia del messia
rientrava nel piano segreto della redenzione. Egli
trovò infatti nella dottrina cabalistica di Isacco Luria
(1534-1572) la spiegazione: l’opera del messia è
gettarsi nel male per riscattarvi quelle scintille divine
che sono rimaste imprigionate negli oscuri «gusci»
dell’impurità all’inizio dei tempi, nel momento in cui
la Luce, la potenza e presenza di Dio, non fu più
contenuta nei «vasi» formati dal Signore, che si
ruppero e la fecero spargere verso il basso. 4
È evidente che per un ebreo osservante l’apostasia
è il peccato più grave, di fronte al quale tutte le altre
forme di inosservanza della Legge sono marginali.
Se, dunque, l’apostasia diventa un gesto messianico,
a maggior ragione lo diventa qualsiasi atto contrario
alla Legge: del resto, sia l’apostasia sia tutti gli atti
immorali sono compiuti in nome di un compimento
messianico della Legge stessa e l’era messianica
diventa così quella della liberazione da ogni Legge.
L’apostasia non è perciò vera apostasia, così come gli
atti immorali non sono veramente tali. Secondo la
teologia sabbatiana, con l’apostasia il messia non era
venuto meno alla sua missione, non aveva tradito i
fedeli. Al contrario! L’apostasia era il sotterfugio per
mezzo del quale era sceso negli abissi dell’impurità
per estirparvi le ultime scintille divine ancora
prigioniere. 5
Si apre in questo modo l’antinomismo, ovvero
l’idea che il precetto della Legge si adempia
violandolo, 6 e che la salvezza si ottenga attraverso il
peccato. Nella storia religiosa ebraica tale tesi si
configura spesso con la necessità di recuperare la
condizione di purezza di Adamo prima del peccato,
ossia far scomparire quel senso di vergogna la cui
origine è attribuita dalla Genesi proprio al peccato
originale: di qui la teorizzazione e la messa in pratica
di oscenità e nefandezze di natura sessuale, onde
cancellare il senso di vergogna, la cui scomparsa
sarebbe il segno della raggiunta età messianica. 7
E qui occorre distinguere bene tra un liberarsi
dalla Legge per il distacco operato dall’intelligenza,
che ne vede tutti i limiti, e dall’amore, che è al di
sopra di ogni legge, e un’abolizione della Legge che
vuole esserne il compimento. Questa, infatti,
rappresenta paradossalmente proprio l’estrema
dipendenza dalla Legge, ossia la pretesa di possedere
il valore, la verità – la santità o purezza originaria,
ecc. – e in questo senso non è frutto di
amore/distacco, ma del contrario. Violare la Legge
per adempierla non è, dunque, uscire dal regno della
Legge per entrare in quello della grazia, bensì
radicarsi ancor più profondamente nella Legge
stessa, la cui negazione è in questo caso
assolutamente falsa: non un superamento spirituale,
ma una sua rafforzata riaffermazione. 8
«È loro uso sostenere» scrive nel 1714 un rabbino,
parlando della corrente più radicale dei settari

che con l’arrivo di Sabbatai Zevi il peccato di Adamo


sia stato già riparato e il bene sia già stato separato dal
male e dalle scorie. Da quel momento, secondo loro,
una nuova Torah è diventata la legge e in base a questa
tutte le cose che prima erano proibite sono ora
permesse, perfino gli atti sessuali prima proibiti. Dal
momento che tutto è puro, non c’è più peccato né male
in tutte queste cose. 9

Presente fin dalla gnosi, l’antinomismo si


configura infatti come sfrenata licenza sessuale,
erotismo pervertito, che non è affatto la comune
lussuria, ma vuole essere una profanazione sacrale
della bellezza e dell’innocenza. Non c’è dubbio che
su questa linea Sabbatai e i suoi seguaci abbiano
superato di gran lunga anche la gnosi libertina dei
carpocraziani. 10 La preghiera mattutina dei
sabbatiani, composta dal «messia» stesso, suonava
infatti: «Benedetto tu, o Signore, che permetti ciò che
è vietato», invece che «Benedetto tu che liberi coloro
che sono schiavi», con un gioco di parole: mattir
issurim, ciò che è vietato, invece di mattir assurim,
coloro che sono schiavi.
Scambio delle donne, la cerimonia dello
«spegnimento delle luci», pedofilia, incesto – non
dice forse lo Zohar (tikkun 69) che in cielo non c’è più
la legge che vieta l’incesto? – furono non solo
praticati dai sabbatiani, ma anche teorizzati come atti
sacrali da Jakob Querido, nipote di Sabbatai e
riconosciuto dai suoi come nuovo messia, anzi, come
una sorta di Dio incarnato, simile a Cristo per i
cristiani – bestemmia, questa, suprema per il
giudaismo ortodosso, nonché per l’islamismo.
Seguendo gli insegnamenti di Sabbatai, i suoi
seguaci si convertirono in massa all’Islam,
assumendo nomi turchi e compiendo gli atti esteriori
del culto di Allah, ma continuando in realtà a
mantenere la fede ebraica, peraltro con costumi e riti
mutati, senza più l’osservanza della Legge mosaica,
dal momento che il messia è già venuto, ed è un
messia peccatore, che ci salva attraverso l’apostasia e
il peccato.
Il gruppo dei finti convertiti fu enorme; venne
chiamato dai turchi dunmeh, ossia apostati, e ne
esistono ancora circa quindicimila, tra Smirne,
Salonicco, Istanbul, ove hanno avuto grande
importanza agli inizi del XX secolo, nell’evoluzione
politica della Turchia.

Jakob Frank
Il messia Anticristo Sabbatai Zevi è però un dilettante
rispetto al suo successore, Jakob Frank, figura,
questa, veramente satanica, di spaventosa trivialità,
assolutamente corrotto e degenerato, un malato dal
punto di vista della patologia sessuale oltre che un
analfabeta che si gloriava della sua ignoranza. 11
Nato nel 1726 in Galizia, figlio di un fedele
sabbatiano, Jakob Frank, il cui vero cognome era
Leibowicz, viaggiò nei Balcani, poi fu a Smirne e a
Salonicco, incontrandovi numerosi discepoli di
Sabbatai, seguaci del figlio di Jacob Querido,
Baruchya Russo, che aveva portato all’estremo
l’antinomismo sabbatiano, raccomandando l’incesto
come servizio a Dio.
Un sabato, nella sinagoga principale di Salonicco,
Frank si proclamò reincarnazione di Sabbatai e
messia. Allora non fu creduto, ma, verso il 1755, in
Polonia ebbe grande successo, fondando una setta
che abbandonò il giudaismo per una Legge più alta,
basata sullo Zohar, 12 per cui i suoi membri si
chiamarono anche zoharisti. Sostenendo che gli eletti
sono superiori alla Legge e impeccanti, i seguaci di
Frank giunsero a considerare addirittura blasfemo il
Talmud e tutta la tradizione rabbinica, per cui furono
scomunicati.
Il messia abbandonò la Polonia e riparò
nell’Impero ottomano, facendosi musulmano,
sull’esempio di Sabbatai. Poco dopo rientrò in
Polonia, creando una comunità a regime comunistico,
nella quale viveva in un lusso regale, con un harem
di dodici concubine, che chiamava le sue «apostole».
Infatti il messia cominciò a circondarsi di segni che
erano parodie di elementi cristiani, fino a ritenere
opportuna una conversione, peraltro falsa, al
cattolicesimo, in modo da costituire una setta cripto-
giudaica come quella dei dunmeh in Turchia. Ebbe
contatti a questo scopo con il canonico di Leopoli e,
dopo una serie di discussioni, nell’estate del 1759
circa 1500 frankisti si fecero battezzare nella
cattedrale della città e circa altrettanti in altre località.
Frank stesso fu battezzato a Varsavia, il 18 novembre,
avendo come padrino il re di Polonia, dal quale
ricevette anche un titolo nobiliare. Lo stesso avvenne
con tutti i seguaci, e da allora non fu più chiaro
quanta nobiltà polacca fosse veramente cattolica.
Anzi, si può dire che da quel giorno la nobiltà
polacca fu irrimediabilmente giudaizzata, 13 con
conseguenze esiziali per la storia di quel disgraziato
paese, che si trovò da allora in poi sempre di fronte al
problema del cripto-giudaismo.
Frank pensava infatti alla conversione in modo
assolutamente strumentale: il battesimo, spiegava ai
suoi fedeli, sarebbe stato l’inizio della fine per la
Chiesa, che essi avrebbero distrutto dall’interno,
come i soldati che prendono d’assalto una città dalle
fogne, e – particolare da non dimenticare – sarebbero
diventati tutti ricchi, con l’occasione delle prossime
guerre.
Frank si stabilì poi a Częstochowa, ove si venera la
celebre Madonna Nera, vivendo nel lusso
principesco: sul culto della Madonna ricalcò quello
per la figlia Eva, presentandola come nuovo messia.
Poco dopo fu perciò interrogato dall’Inquisizione e
messo agli arresti, dove visse per tredici anni,
peraltro con grande libertà: aveva un cuoco
personale, riceveva la moglie, la figlia, i seguaci, ecc.
Liberato dai russi nel 1773, si trasferì a Vienna,
dove si guadagnò le simpatie dell’imperatrice Maria
Teresa, cattolica devota ma non molto perspicace, e
poi anche del figlio Giuseppe II. Ma la fama della sua
vita circolava: nel 1779 il pio rabbino di Praga
testimoniò contro i frankisti dichiarando che
praticavano riti osceni, giacendo con la moglie del
vicino in presenza di dieci ebrei, fornicando con
persone di sesso maschile e anche con animali: l’idea
cabalistica della necessità di passare attraverso il
male per restaurare la positività primigenia del Tutto
veniva evidentemente messa pienamente in pratica.
Frank si stabilì allora in Germania, a Offenbach,
circondato da una corte di seguaci e vivendo nel
lusso più sfrenato fino alla morte, che lo colse nel
1791. La setta però non morì affatto con lui: fu
proseguita dalla figlia Eva, che ne imitava i costumi e
fu persino arrestata per bancarotta. Ancora nel 1813
lo zar Alessandro I – altro soggetto dalle idee
piuttosto confuse in materia religiosa – si recò da lei
in visita devota. Per diversi rivoli sotterranei, che non
ci interessa qui seguire, 14 il frankismo è
sopravvissuto anche alla morte di Eva, nel 1816,
giungendo fino ai nostri giorni e passando dalla
Polonia nel resto dell’Europa e poi negli Stati Uniti.

Il messianismo anticristico oggi


Ciò che è sopravvissuto del messianismo anticristico
è l’antinomismo, l’idea della pienezza che si
raggiunge nella violazione della Legge, ovvero di
ogni norma morale. Ciò si può verificare sia a livello
politico, sia a livello strettamente personale.
Nel primo caso la violenza, il sangue sono
giustificati e santificati per l’avvento del messia e del
regno messianico. Così il primo rabbino capo di
Gerusalemme, Abraham Kook (1865-1935), attingeva
alla dottrina cabalistica l’idea che per accedere alla
pienezza della santità e far venire l’era messianica è
necessario passare attraverso il profano nella sua
lotta contro la religione e la spiritualità, e anche
attraverso la profanazione.
La sacralizzazione dello Stato ebraico, reso
equivalente al regno di David e dunque posto sotto il
sigillo della santità, percepito come una ierofania, per
mezzo della quale l’ebraismo si realizza pienamente,
giustifica così gli stermini di massa dei palestinesi
compiuti dai primi pionieri sionisti, che erano laici,
irreligiosi, ma che non vanno perciò considerati atei
blasfemi, bensì strumenti nelle mani della
Provvidenza divina, servitori della Casa di Dio, che
momentaneamente ignorano la loro missione. A loro
insaputa, essi sono stati gli agenti zelanti di un piano
divino il cui obiettivo è, favorendo la riunione degli
ebrei nella loro terra, realizzare la redenzione di
Israele e dell’umanità. 15
Il secondo caso, che è quello che riguarda non solo
le vicende palestinesi, ma l’intera nostra società, si
manifesta non nella violenza politica, ma in quella
della sfera privata, soprattutto per quanto riguarda la
morale della vita fisica, ovvero la sfera sessuale.
Nell’antinomismo sabbatiano e frankiano si può
riconoscere infatti una delle principali fonti
dell’immoralismo contemporaneo, che non solo
pratica, ma anche teorizza la liceità di ogni
comportamento sessuale. Così nella Cracovia – una
delle città in Europa con la maggior presenza di ebrei
– dell’inizio del Novecento il movimento artistico
cosiddetto della Giovane Polonia proclamava la
necessità di liberarsi da ogni tabù, da ogni
condizionamento sociale, praticando l’adulterio come
missione liberatoria.
Non a torto perciò nell’harem di Frank si è potuto
vedere l’antecedente diretto delle «nuove esigenze di
libertà sessuale e di emancipazione delle donne». 16
La Giovane Polonia predicava l’antinomismo
pansessuale per giungere alla «nudità dell’anima».
Tale nudità non era però il fondo dell’anima della
mistica medievale cristiana, libertà da ogni desiderio,
bensì il suo esatto contrario: il desiderio sessuale
nella sua forma più cruda e animale, senza neppure
una parvenza di amore, indifferente a ogni regola e,
anzi, perfetto proprio solo se antinomico, violatore di
ogni norma morale. La mistica medievale parlava di
nudità dell’anima, ovvero perfetto distacco, come
condizione perché in essa nasca il Lògos, il Cristo,
mentre qui si tratta proprio dell’opposto: rimuovere
l’universale della ragione per lasciare via libera
all’irrazionale, all’animalesco.
Non ci vuole molto a capirlo. L’opposizione
evangelica tra la carne e lo spirito è la chiave per
comprendere il senso vero del messianismo
sabbatiano e frankista: il primato della carne sopra e
contro lo spirito. Non a caso anche ai nostri giorni,
quando la fede messianica è largamente sparita, esso
resta ben presente nella pornografia della letteratura
e nel cinema, ove sono frequenti i riferimenti
messianici anticristici – ultime eco, rimaste anche
presso gli ebrei atei, 17 del messaggio cabalistico e
sabbatiano: l’abolizione della Torah è il suo
compimento. 18
Questi esiti attuali rivelano appieno l’essenza del
messianismo in se stesso. Anche quando sembra ben
lontano dall’immoralismo, esso è pur sempre un
pensare legato al tempo, che dipende dal tempo, e al
tempo rimanda. È perciò non solo intimamente
alienato e alienante, ma anche dipendente dalla
carne, dato che tempo, carne, molteplice stanno
sempre insieme – come, di contro, sempre insieme
stanno eterno, spirito, Uno. 19
«Preparerà il Dio degli eserciti un banchetto di
grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi
succulenti…»: già il profeta Isaia 20 pensa e descrive
carnalmente il tempo messianico.
Così, mentre l’uomo spirituale sta fuori della
dimensione del tempo, in quanto per lui il presente è
l’eterno, e, dimentico di se stesso, per lui tutto è Uno,
chi invece è legato al tempo, chi pensa secondo il
tempo – e dunque con messianismi, millenarismi,
apocalissi e quant’altro – non pensa, non vede l’Uno
ma solo la molteplicità, e soprattutto pensa secondo
la carne; e la carne ha le sue leggi, alle quali è
impossibile sfuggire: essa porta inesorabilmente
verso il basso. Perciò l’esito ateo, immorale, carnale,
anticristico, del messianismo non è affatto la sua
negazione, quanto il completo disvelamento della sua
intima natura.
IX
L’Anticristo in Russia

Slavofili e occidentalisti
La tradizione russa, fra tutte le europee, è
probabilmente quella che ha coltivato con maggiore
intensità e più lunga durata la figura, e la categoria
stessa, dell’Anticristo. 1 L’esame dovrebbe cominciare
nel lontano Seicento, quando, di fronte alle riforme
liturgiche del patriarca Nikon (1605-1681) e, subito
dopo, a quelle sociali, politiche e religiose dello zar
Pietro il Grande (1672-1725), i «vecchi credenti» si
convinsero di stare vivendo i tempi ultimi e di avere
di fronte l’Anticristo – prima appunto Nikon, poi
Pietro – e dettero vita allo scisma, il raskol. Questo
convincimento è passato in vario modo dai raskolniki
alle varie sette, ma è stato anche sempre presente
nella cultura ortodossa.
È comunque nella Russia tra fine Ottocento e i
primi del Novecento che il tema dell’Anticristo ha
una singolare risonanza ed è oggetto di alcuni testi
molto significativi. Il motivo risiede nel fatto che in
quel periodo il grande paese sta attraversando una
profonda trasformazione, ma anche un’altrettanto
profonda crisi. Le esigenze di modernizzazione e
conseguente rinnovamento, anche sociale, balzate in
primo piano con la sconfitta subita dalle potenze
occidentali in Crimea nel 1856, e poi con quella,
incredibile, patita a opera del Giappone nel 1905,
avevano riacceso la controversia tra i sostenitori del
modello occidentale (occidentalisti) e i difensori della
tradizione (slavofili), che originava già dalle riforme
di Pietro il Grande, ai primi del Settecento, e che,
peraltro, non è mai finita: pensiamo, al recente
passato, ad Aleksandr Solženicyn.
È importante sottolineare il risvolto religioso di
tutto ciò, perché dall’Occidente – Germania e Francia
in primis – arrivavano in Russia non solo la scienza,
ma anche la filosofia e soprattutto la filologia biblica,
la scienza storica, sotto i cui colpi la veneranda
tradizione ortodossa rischiava di crollare. D’altra
parte, lo stesso socialismo, populista prima e
marxista poi, anche se materialista e ateo, contribuiva
ad alimentare quelle attese e speranze di palingenesi
di tipo messianico di cui la Russia si era sempre
nutrita: ricordiamo anche l’influenza che sulla classe
colta – la intelligencija, come dicono i russi – aveva
avuto Schelling, con la teoria delle tre età del mondo
e con le sue lezioni berlinesi del 1841.
Il tema del «tempo ultimo», di un compimento
della storia, era perciò al centro delle discussioni, sia
che lo si vedesse nell’instaurazione di un’armonia
universale, sia che si pensasse, invece, all’apocalittica
catastrofe finale.
Così, per esempio, quando Dostoevskij,
commemorando Puškin in un celebre discorso tenuto
all’università di Mosca nel giugno 1880, esaltò la
«missione» universale umanitaria del popolo russo,
che avrebbe condotto tutti i popoli ad abbracciarsi
come fratelli, vi fu chi gli ricordò che la fratellanza
dei popoli, la pace universale e l’universale armonia
non hanno niente a che fare con l’insegnamento
evangelico, dato che la Scrittura parla invece degli
ultimi tempi come di tempi di un convulso e
precipitoso peggioramento dei rapporti tra gli
uomini, di una lotta di tutti contro tutti che cancellerà
l’idea stessa di futuro. L’invocazione della pace come
supremo valore non è, perciò, altro che un surrogato
dell’adorazione della Bestia apocalittica come
salvatrice. 2
Anche la folta presenza ebraica nel paese
riproponeva costantemente il problema del rapporto
tra l’Antica e la Nuova Alleanza, con le conseguenti
attese messianiche, ma alimentava altresì un diffuso
antisemitismo, soprattutto in quegli intellettuali,
come Dostoevskij, che vedevano negli ebrei il cavallo
di Troia con cui i mali dell’Occidente – capitalismo,
edonismo, materialismo, incredulità, ateismo –
entravano nella Santa Russia.

La leggenda del Grande Inquisitore -


Anticristo
Il nostro discorso, necessariamente riassuntivo, deve
cominciare proprio da Dostoevskij. Essenziale infatti
è uno dei brani più famosi dell’intera opera
dostoevskiana: la «leggenda del Grande Inquisitore»,
contenuta nel suo ultimo grande romanzo, I fratelli
Karamazov, in cui Ivan, l’intellettuale nel quale la
filosofia ottocentesca ha ucciso la religione
tradizionale, che non può credere in Dio per la
presenza nel mondo del male, del dolore innocente,
racconta al fratello Aleksej, il buono, il credente, il
santo, questa storia.
Siamo a Siviglia, nel XV secolo. Cristo torna a
visitare la terra il giorno dopo che il cardinale Grande
Inquisitore aveva fatto bruciare, in un grandioso
autodafé, un centinaio di eretici. Passando tra la folla,
Cristo è riconosciuto come tale e osannato, invocato,
pregato; resuscita una bimba di sette anni, di cui si
stava celebrando il funerale. A questo punto però il
vecchio Inquisitore, vestito nel rozzo saio monastico
che ha portato per decenni, ordina alle guardie di
imprigionarlo nel cupo carcere del Sant’Uffizio. Là,
nella notte, va a trovarlo e ha con lui un colloquio,
che è in effetti un lungo monologo.
L’Inquisitore ha riconosciuto il Cristo, sa che è lui,
ma lo accusa di essere venuto a disturbare, per cui
dice che l’indomani lo farà bruciare come il peggiore
degli eretici.
L’accusa è quella di avere dato agli uomini la
libertà, mentre gli uomini sono deboli, sciocchi,
incapaci di servirsene, e desiderano solo la pace, il
pane, la sicurezza; salvo poche eccezioni,
antepongono il pane terreno a quello celeste.
Respingendo le tentazioni diaboliche, Cristo ha
respinto il miracolo, il mistero, l’autorità, che è invece
proprio quello di cui gli uomini hanno bisogno: gli
uomini cercano non tanto Dio, quanto il miracolo, e
se ripudiano i miracoli ripudiano subito anche Dio.
Quando la folla chiedeva a Cristo di scendere dalla
croce per credere in lui, egli non scese, perché non
voleva asservire l’uomo col miracolo e desiderava
una fede libera, non fondata sui prodigi.
Il Grande Inquisitore rappresenta invece Roma, la
Chiesa cattolica, che si è alleata con Cesare, ovvero
col potere politico, cercando di fondare un impero
universale e dare così la pace universale. In questo
modo ritiene di aver corretto l’opera di Cristo,
fondandola su miracolo, mistero, autorità, in modo
che gli uomini siano contenti di essere condotti come
un gregge, con pastori che indicano loro cosa è lecito
e cosa è illecito. In effetti, l’Inquisitore confessa di
non amare Cristo e non gli nasconde il grande
segreto: non è con lui, ma con l’altro, cioè col
demonio, ormai da otto secoli, ovvero da quando la
Chiesa romana è diventata una potenza terrena.
L’Inquisitore è dunque l’Anticristo, che, come
Cristo, ha vissuto nel deserto, si è nutrito di radici, ha
benedetto la libertà con cui Cristo ha allietato gli
uomini; solo che poi si è ricreduto, non ha voluto
seguire una causa folle. Come Cristo, ha preso su di
sé il peccato degli uomini, per la loro felicità,
promettendo loro una resurrezione e una vita eterna
che non esistono, custodendo con fierezza, anche se
con dolore, questo segreto.
In fondo, ha lavorato per gli umili, per farli felici,
dando loro quello di cui avevano bisogno, e in questo
modo correggendo l’opera stessa di Cristo. Ora però
deve bruciarlo sul rogo, perché è venuto a disturbare
quest’opera. Il papato, la Chiesa romana, o
comunque i peggiori tra i cattolici, gli inquisitori, i
gesuiti (sic!) sono il vero Anticristo, come è evidente
anche dai numerosi riferimenti all’Apocalisse
presenti nel racconto e come si precisa nel colloquio
tra i due fratelli che accompagna e intermezza il
racconto stesso.
Aleksej ha ben capito qual è il segreto della storia:
l’Inquisitore non crede in Dio, soprattutto non crede
nella resurrezione, e Ivan glielo conferma. Dio e la
vita eterna sono un’illusione: questo l’Inquisitore ha
capito dopo aver sacrificato la sua vita nel deserto,
senza perdere però l’amore per l’umanità. Dopo una
vita di dedizione e di macerazione l’Inquisitore si è
convinto che solo grazie ai consigli del demonio si
può instaurare un ordine che tenga insieme queste
creature deboli e ribelli che sono gli uomini.
L’Anticristo ha perciò una sua tragica grandezza,
come è dimostrato anche dalla chiusa del racconto:
dopo aver parlato, l’Inquisitore aspetta una risposta
dal prigioniero, ma questi tace. Ha ascoltato, non ha
obiettato niente e ora il vecchio vorrebbe che dicesse
pur qualcosa. Ma Cristo gli si avvicina in silenzio e in
silenzio lo bacia sulle esangui guance novantenni:
questa è tutta la sua risposta. Allora il Grande
Inquisitore ha un sussulto, va verso la porta, la
spalanca e dice al prigioniero di andarsene, senza più
tornare. Così Cristo si allontana.
Questo breve, suggestivo testo è stato giustamente
considerato forse il più significativo del grande
scrittore russo e, come tale, ha subito diverse
interpretazioni. Non possiamo qui soffermarci su di
esse, ma vogliamo almeno sottolineare come tutte
convergano sul fatto che il problema cruciale è quello
del male, che Dostoevskij sentì profondamente, tanto
da immedesimarsi almeno in parte nella figura di
Ivan Karamazov – male che rende incomprensibile e
quasi impossibile l’esistenza di Dio.
In questo quadro, il Grande Inquisitore - Anticristo
ha una sua grandezza tragica: si assume il peso di
liberare per quanto possibile gli uomini dal male,
dalla sofferenza, e perciò combatte il Cristo che, con
l’appello alla libertà, rischia di vanificare la sua lotta.
Libertà significa infatti riconoscere la verità, e la
verità non tollera le finzioni che edulcorano la dura
realtà. D’altra parte, Cristo non rinuncia al valore
supremo della libertà e dell’amore, anche nei
confronti dello stesso Grande Inquisitore - Anticristo,
perché capisce che il suo dramma è la mancanza di
speranza, mancanza di fede in Dio e nella
resurrezione.
Come vide lucidamente Vasilij Rozanov, infatti,
Dostoevskij non crede affatto che il male possa essere
vinto, eppure resta vero, profeticamente, che, per
quanto il male in definitiva prevalga sempre e
dovunque e che il bene, qui e ora, non possa
manifestarsi altro che come una quasi miracolosa
sottrazione al male, alla fine, secondo quanto si legge
nell’Apocalisse, «non ci sarà più nulla di maledetto»
e a «coloro che vengono dalla gran tribolazione …
Dio asciugherà ogni lacrima dagli occhi». 3
La resurrezione di Cristo, e da essa anche la nostra
resurrezione finale, è per Dostoevskij il cuore della
fede cristiana e la cifra che rende infinitamente bella
la vita, degna di essere amata, anche nel dolore più
profondo. In questo senso le toccanti pagine finali dei
Fratelli Karamazov, col discorso che Aleksej fa ai
ragazzi sulla pietra del piccolo, infelice Iljuša
defunto, danno il senso esatto del pensiero religioso
di Dostoevskij.
Da rilevare, infine, che lo scrittore russo, slavofilo
convinto, attribuisce alla Chiesa ortodossa russa il
ruolo di custode del messaggio evangelico, e vede in
parallelo nella Chiesa cattolica una sua pervertitrice,
in quanto collusa col potere politico e quindi col
principe di questo mondo. L’antica teoria del papa-
Anticristo rivive così anche nel racconto del Grande
Inquisitore, se pure non del papa direttamente si
tratta, ma di un cardinale. Una chiara conferma si
trova anche nel romanzo L’idiota, nel quale il
protagonista, il principe Myskin, afferma che il
cattolicesimo romano è peggio dell’ateismo, in
quanto predica un Cristo travisato, un Cristo
antitetico, ovvero l’Anticristo. 4
L’opera di Dostoevskij ebbe enorme influenza, e le
tracce del Grande Inquisitore - Anticristo saranno a
lungo visibili. 5

Il «Racconto dell’Anticristo»
L’Anticristo è l’argomento anche di un breve
racconto di un filosofo che fu caro a Dostoevskij (che
probabilmente si ispirò proprio a lui per la figura di
Aleksej Karamazov), e che del grande scrittore russo,
amico e maestro, tenne la commemorazione funebre:
Vladimir Solov’ëv.
La storia si svolge nel XX secolo, immaginato come
l’epoca delle ultime grandi guerre. Dopo che un
impero sino-giapponese ha conquistato anche
l’Europa e l’ha dominata per mezzo secolo, i popoli
europei si uniscono e sconfiggono l’invasore,
ponendo fine, nello stesso tempo, al vecchio
nazionalismo che li aveva divisi per secoli. A livello
spirituale, da un lato appare il completo fallimento
del materialismo teoretico, che non può soddisfare
alcun essere pensante, ma dall’altro è completamente
superata anche la fede fanciullesca, ingenua e non
ragionata, per cui i pochi credenti rimasti sono tutti,
secondo la prescrizione dell’Apostolo, «fanciulli nel
cuore, ma non nella mente». 6
Appare allora un uomo ragguardevole, chiamato
da molti «superuomo», giovane, ma già noto come
grande pensatore, scrittore e riformatore sociale.
Uomo di moralità irreprensibile e di genio
straordinario, sicuro di possedere una grande forza
spirituale, era sempre stato un convinto spiritualista,
che credeva nel bene, in Dio, nel messia. Credeva in
ciò, ma non amava che se stesso, e difatti si sarebbe
inchinato di fronte alla suprema potenza del male,
non appena questa fosse riuscita a corromperlo, e
non con l’attrattiva delle basse passioni e neppure del
potere, ma solo facendo leva su questo smisurato
amore di sé.
Questo «uomo del futuro» stima Cristo, ma lo
considera solo un suo precursore, pensando a se
stesso come salvatore ultimo e definitivo, ritenendo
di essere il benefattore dell’umanità, che deve dare agli
uomini ciò che è loro necessario, proprio come Cristo
ne era stato il riformatore, che aveva manifestato il
bene morale. Cristo ha diviso gli uomini secondo il
bene e il male, mentre l’uomo del futuro pensa di
unirli coi benefici, necessari tanto ai buoni come ai
cattivi, e dunque di essere come Dio, che fa sorgere il
sole sui giusti e sugli ingiusti.
Mentre attende che giunga il momento per
compiere quest’opera universale, gli si insinua il
terribile dubbio che «quell’altro… il Galileo», sia non
un precursore, ma il vero primo e ultimo. Allora, se
costui tornasse sulla terra come ha promesso, egli
dovrebbe gettarsi ai suoi piedi come un cristiano
scimunito e borbottare come un comune contadino
russo: «Signore Gesù, abbi pietà di me peccatore!».
No, questo gli pare impossibile: al posto dell’antico
rispetto, una invidia ardente e poi un odio furioso si
impadroniscono della sua anima: «Sono io, io e non
lui! Lui non può tornare, perché è morto, non è più
tra i vivi, non è risorto, non può essere risorto! È
marcito nel sepolcro, come tutti quanti!».
Questa conclusione lo pone nella disperazione,
pensa di chiedere aiuto a Cristo e nell’oscurità gli
appare un volto dolce e triste, ma rifiuta la
compassione e ripete ancora che no, non è risorto!
gettandosi poi in un precipizio. Una forza arcana lo
trattiene dal precipitare e si ritrova in ginocchio
davanti a una figura soprannaturale, con due occhi
penetranti, mentre una voce che non si sa se
provenga dall’esterno o dall’interno gli si rivolge,
chiamandolo «figlio amato». È il demonio che gli
parla, rimproverandolo di aver onorato l’Altro, il
cattivo e suo padre, mentre solo lui è vero Dio e suo
padre:

«Compi l’opera nel tuo nome, non nel mio!» gli dice.
«L’Altro, che tu consideravi falsamente come Dio, ha
preteso dal figlio obbedienza fino alla morte e poi non
l’ha soccorso, mentre io non esigo nulla da te, e ti
aiuterò lo stesso, per puro amore. Ricevi il mio spirito,
che ti genera nella forza.»

Dopo questa rivelazione, il superuomo è pervaso


da una forza infinita. Scrive di getto La via aperta verso
la pace e la prosperità universale, un’opera che suscita
generale consenso, che mette tutti d’accordo per la
conciliazione armonica di tutte le apparenti
opposizioni. Diffusa in milioni di copie, appare come
rivelazione della verità integrale, che fa del suo
autore l’uomo più popolare del mondo. In essa non
compare il nome di Cristo e qualche cristiano
sospetta, ma la maggioranza nota che è un libro
permeato dall’amore attivo e dalla benevolenza
universale, e quindi cosa si può volere di più?
Nel momento in cui a Berlino si tiene l’assemblea
costituente internazionale degli Stati Uniti d’Europa,
i capi della politica, massoni, sentono il bisogno di
imporre un’autorità generale esecutiva e si accordano
per rimettere tutto il potere nelle mani di un membro
segreto della setta, un uomo che gode di prestigio
universale, scienziato e ricco capitalista, in rapporto
amichevole con i potenti della finanza e dell’esercito:
«l’uomo del futuro», appunto. Veramente c’era
qualche nube di incertezza sulla sua origine, dal
momento che era figlio di una donna di facili costumi
e troppi uomini di diverse condizioni potevano
ritenerlo loro figlio, ma queste circostanze non
contavano molto in un secolo così progredito e perciò
il superuomo fu concordemente nominato presidente
a vita degli Stati Uniti d’Europa, poi, di fronte al
programma enunciato con sublime eloquenza,
acclamato addirittura imperatore romano.
Con facilità l’imperatore poi sottomette e unifica
tutta la terra e, avendo concentrato in sé le finanze
del mondo intero, assicura a tutti i popoli non solo la
pace, ma anche la prosperità. Risolve la questione
sociale con l’uguaglianza della sazietà generale.
Filantropo, non solo amico degli uomini, ma anche
degli animali, l’imperatore era personalmente
vegetariano; proibisce la vivisezione e sottopone a
severa sorveglianza i mattatoi, incoraggiando in ogni
modo le società protettrici degli animali.
Poi, siccome agli uomini non basta il pane, ma
vogliono anche i divertimenti, secondo l’antico detto
panem et circenses, l’imperatore-superuomo accoglie
fra i suoi una figura straordinaria di operatore di
miracoli, Apollonio, metà europeo e metà asiatico.
Vescovo cattolico in Oriente, ove ha imparato le arti
magiche, Apollonio unisce in sé le conoscenze
scientifiche occidentali e il misticismo tradizionale
orientale: i neobuddisti dicono che sia figlio del dio
del sole. In grado, con le sue capacità mezzo
scientifiche e mezzo magiche, perfino di guidare a
propria volontà l’atmosfera, facendo discendere il fuoco
dal cielo, 7 Apollonio si pone a servizio
dell’imperatore, chiamandolo figlio di Dio e
dichiarando di aver trovato nei libri segreti
dell’Oriente le predizioni che lo designavano come
ultimo salvatore e giudice dell’universo.
La presenza di questo mago mette in sospetto i
cristiani, che, se prima avevano guardato con
simpatia il nuovo sovrano e le sue pacifiche riforme,
cominciano ora a leggere con attenzione i testi
evangelici e apostolici sul principe di questo mondo e
sull’Anticristo. La situazione della cristianità era
allora la seguente: molto ridotti di numero, i fedeli
avevano però guadagnato in qualità ciò che avevano
perduto in quantità. Pure le divisioni storiche –
cattolici, ortodossi, protestanti – si erano molto
attenuate, anche per la comune resistenza che i
cristiani dovevano fare contro le sette sataniche
presenti al loro interno.
Il papa era stato da tempo scacciato da Roma e
aveva trovato temporaneo asilo a San Pietroburgo. Si
chiamava allora Pietro II, al secolo Simone Barionini, 8
proveniente dall’Ordine carmelitano e nato da
povera famiglia napoletana. Non aveva nessuna
simpatia per l’imperatore, e tantomeno per
Apollonio, che riteneva non un cattolico, ma un
impostore. Capo effettivo della Chiesa ortodossa era
lo starec Giovanni, vescovo itinerante, che alcuni
credevano fosse il vero starec Giovanni, cioè
l’apostolo Giovanni Evangelista, mai morto e ora
manifestantesi nei tempi ultimi.
Esponente più insigne della confessione evangelica
era un eruditissimo teologo tedesco, il vecchio
professor Ernst Pauli. Sono questi tre, Pietro,
Giovanni e Paolo, i rappresentanti delle confessioni
cristiane 9 che, insieme a molti altri membri del clero
e laici, l’imperatore convoca a un concilio in
Gerusalemme, ove la sede imperiale era stata
trasferita da Roma, per risolvere una volta per tutte la
questione religiosa. Si giunge così al cuore del
racconto e del dramma dell’Anticristo.
All’apertura del concilio, rigorosamente laica, il 14
settembre (festa dell’Esaltazione della santa Croce),
l’imperatore chiede ai cristiani cosa desiderano da
lui, ma i tre non rispondono. Allora promette a Pietro
II di reintegrarlo nella sua sede romana, con tutte le
prerogative papali esistenti dal tempo di Costantino,
purché riconoscano in lui l’unico protettore, e invita
chi è d’accordo ad avvicinarglisi. Quasi tutti i cattolici
lo fanno, ma non il papa e pochi altri, che
mormorano: «Non praevalebunt, non praevalebunt
portae inferi». 10
Sorpreso, l’imperatore si rivolge allora agli
ortodossi, dichiarando di voler difendere la santa
tradizione, la cosa più sacra per un’anima religiosa,
per cui ha fondato il museo universale
dell’archeologia cristiana nella gloriosa città
imperiale 11 di Costantinopoli, soprattutto per
conservare le istituzioni della santa Chiesa ortodossa.
Anche in questo caso invita i prelati che
acconsentono a unirsi a lui, e anche in questo caso
moltissimi lo fanno, ma non lo starec Giovanni, che va
invece, con pochi altri, a sedersi accanto a Pietro II.
Infine l’imperatore si rivolge ai protestanti,
dichiarando di apprezzare più di tutto la libera
ricerca sulla Scrittura e ricordando di avere redatto
una voluminosa opera di critica biblica, grazie alla
quale ha di recente ricevuto dall’università di
Tubinga la laurea ad honorem in teologia.
Proprio per questo ha deciso di fondare un istituto
universale di libera ricerca sulla Sacra Scrittura e su
tutte le scienze ausiliarie, in tutte le sue parti e da
tutti i punti di vista, con un bilancio annuale di un
milione e mezzo di marchi. Anche in questo caso,
invita chi lo riconosce come sovrano a venire accanto
a lui, e anche in questo caso lo fa la maggioranza dei
dotti teologi, ma non il professor Pauli, che va a
sedersi accanto a Pietro e a Giovanni, con alcuni
seguaci.
A questo punto, con aria mesta, l’imperatore
chiede cosa può fare per loro, abbandonati dalla
maggioranza dei fratelli, condannati dal sentimento
popolare: «Ditemi, che cosa avete di più caro nel
cristianesimo?». Ecco la risposta, formulata a nome di
tutti e tre dallo starec Giovanni:

Grande sovrano! Quello che noi abbiamo di più caro


nel cristianesimo è Cristo stesso. Lui stesso e tutto ciò
che viene da lui, giacché noi sappiamo che in lui
dimora corporalmente tutta la pienezza della Divinità.
Da te, o sovrano, noi siamo pronti a ricevere ogni bene,
ma soltanto se nella tua mano generosa noi possiamo
riconoscere la santa mano di Cristo. E alla tua domanda
che puoi tu fare per noi, eccoti la nostra precisa
risposta: confessa, qui e ora davanti a noi, Gesù Cristo
Figlio di Dio, che si è incarnato, che è risuscitato e che
verrà di nuovo; confessalo, e noi ti accoglieremo con
amore, come il vero precursore del suo secondo
avvento. 12

A queste parole l’imperatore prova una rabbia


intensa, deve fare sforzi sovrumani per non gettarsi
sullo starec e farlo a pezzi, ma la voce ultraterrena a
lui già nota gli dice di tacere. Frattanto il mago
Apollonio opera un sortilegio: una nuvola nera copre
il cielo, un tremendo colpo di tuono risuona nel
Tempio e una folgore circonda lo starec, uccidendolo.
Prima di morire, però, questi avverte i fedeli che
l’imperatore è l’Anticristo. Anche l’ultimo papa,
prima di cadere morto sotto la magia di Apollonio,
esclama il suo «Contradicitur!» e lancia l’anatema
contro l’imperatore, chiamandolo «figlio di Satana» e
disconoscendolo come sovrano.
Mentre questi se ne va, il professor Pauli prende la
parola e dichiara che il concilio, avendo riconosciuto
nell’imperatore l’Anticristo e avendolo
legittimamente scomunicato, delibera, di fronte ai
corpi di questi due santi martiri, di rompere ogni
rapporto con lui e di ritirarsi nel deserto ad attendere
l’immancabile venuta del Cristo. Così i veri cristiani
si avviano verso il deserto fuori Gerusalemme; i due
cadaveri che avevano cercato di portare con sé, come
arca dell’alleanza dell’ultimo Testamento, vengono
presi dalle guardie ed esposti al pubblico presso il
Santo Sepolcro per ordine dell’imperatore, in modo
che tutti possano rendersi conto della loro effettiva
morte.
La sera del quarto giorno però il professor Pauli e i
suoi rientrano in Gerusalemme e recuperano i corpi,
ancora intatti, che resuscitano. Lo starec Giovanni
dichiara che è giunta l’ora che si adempia l’ultima
preghiera rivolta da Cristo al Padre – che i suoi siano
uno, come lui stesso è uno col Padre, e che si compia
l’unità dei cristiani – e, insieme al professor Pauli,
riconosce che il papa è davvero Pietro. I tre si
stringono fraternamente la mano, mentre,
nell’oscurità della notte, compare il grande segno:
una donna vestita di sole, con la luna sotto i piedi e
sul capo una corona di dodici stelle. 13 L’apparizione
si muove lentamente in direzione del Sud e i cristiani
la seguono, incamminandosi verso il Sinai, il monte
di Dio.
Intanto Apollonio viene nominato nuovo papa, tra
prodigi straordinari che causano l’esultanza
popolare; offre indulgenze plenarie senza condizioni
per tutti i peccati passati, presenti e futuri; con le sue
arti magiche permette la comunicazione degli uomini
viventi con gli spiriti dei defunti; fa sviluppare forme
inaudite di demonolatria e di orge mistiche.
Sembra che tutto proceda bene per l’Anticristo,
quando avviene qualcosa di imprevisto: gli ebrei, che
fino ad allora lo avevano riconosciuto come messia,
credendo alle sue promesse di voler stabilire il
dominio di Israele su tutto il mondo, scoprono per
caso che non è circonciso e dunque non è dei loro.
Allora l’ardente dedizione si muta in odio senza
limiti verso l’impostore e a Gerusalemme, ove
l’imperatore risiede, scoppia improvvisa una rivolta:
anche i nemici di Israele, con sorpresa, comprendono
che nel suo fondo l’anima ebraica non vive di calcoli
e delle bramosie di denaro e potere, ma della forza di
un sincero sentimento, nella speranza e nel corruccio
della sua eterna fede messianica.
L’imperatore, anche grazie alla magia di
Apollonio, avrebbe le forze per schiacciare la rivolta,
ma nella battaglia che si sta per combattere sulle rive
del Mar Morto un terremoto e un mare di fuoco e di
zolfo 14 inghiottono lui e il suo esercito, insieme ad
Apollonio, che le arti magiche non bastano a salvare.
Gli ebrei corrono a Gerusalemme, spaventati e
tremanti, invocando la salvezza dal Dio di Israele, ma
quando la città santa appare ai loro occhi un grande
baleno squarcia il cielo e il Cristo viene loro incontro,
con le piaghe dei chiodi sulle mani distese. Intanto
dal Sinai giungono i cristiani, guidati da Pietro, Paolo
e Giovanni, mentre da ogni parte arrivano tutti i
cristiani e gli ebrei messi a morte dall’Anticristo.
Resuscitati, vivranno con Cristo per mille anni. 15

Il suo significato
Pensatore di grande rilievo, non ancora ben
conosciuto da noi in tutto il suo valore, Solov’ëv visse
la sua breve vita (1853-1900) di studioso da asceta,
come una missione religiosa. Egli concepiva lo
sviluppo della natura e dell’umanità come un
dramma gigantesco, cominciato col peccato originale,
che separa la creazione dal Creatore. Poiché però Dio
è amore, non lascia la creazione al suo destino e il
secondo atto del grande dramma cosmico è il lungo
itinerario che riporta la creazione sulla soglia del
regno di Dio. Nel terzo e ultimo atto, infine, la
creazione decaduta rientra nel seno del Padre celeste
e l’opera provvidenziale della Sapienza divina si
compie con la ricostituzione del regno di Dio, in cui
Dio è tutto in tutto. La comparsa di Cristo sulla terra
costituisce il punto centrale dello sviluppo cosmico,
giacché Cristo, vero Dio e vero uomo, riunisce in sé la
creatura decaduta e il Creatore, per estendere questa
unione a tutta l’umanità e compiere così l’opera della
Sapienza divina. 16
Questa concezione si riscontra in tutta l’opera di
Solov’ëv, ma in particolare, per quanto concerne
l’Anticristo, è molto significativo quello che egli
stesso scrive in una lettera al suo traduttore francese:

Io guardo alla fine. Respice finem. Su questo tema ci


sono solo tre cose attestate dalla parola di Dio: 1) Il
Vangelo sarà predicato su tutta la terra, cioè la verità
sarà offerta al genere umano o a tutte le nazioni. 2) Il
Figlio dell’uomo troverà poca fede sulla terra, cioè i
veri credenti non formeranno alla fine che una
minoranza numericamente insignificante e la
maggioranza seguirà l’Anticristo … Ci si dovrà
aspettare che il novantanove per cento dei preti e dei
monaci si dichiarino per l’Anticristo. 3) Nondimeno,
dopo una lotta breve e accanita, il partito del male sarà
vinto e la minoranza dei veri credenti trionferà
completamente. 17

Con straordinaria lungimiranza, Solov’ëv prevede


l’avvento di una o più guerre mondiali, dopo le quali
l’umanità sente l’esigenza di stabilire organizzazioni
internazionali che portino alla pace universale. Il
futuro vedrà tramontare le concezioni positivistiche e
materialistiche ingenue, come pure l’altrettanto
ingenua fede cristiana, che rimarrà solo se ragionata e
spiritualmente progredita. Il leitmotiv dell’umanità
sarà l’umanitarismo, il filantropismo, l’idea di dover
diffondere universalmente la prosperità, in
condizioni di uguaglianza, almeno relativa. Peraltro,
il potere sarà nelle mani di un gruppo ristretto di
padroni della finanza, massoni, operanti a livello
internazionale. Della religione si accetterà quanto
appare animato da uno spirito di benevolenza: viene
infatti accolto solo ciò che appare piacevole. Il Cristo
ha portato la spada, mentre l’Anticristo vuole portare
la pace. Tutti i peccati ricevono indulgenza, passati,
presenti e futuri, senza neppure bisogno di essere
confessati, ma gratuitamente, come una pioggia di
fiori che scende benevola dall’alto.
Molto significativamente, Solov’ëv vede in
anticipo anche certe tendenze sincretistiche
pienamente dispiegatesi nel nostro tempo: il fascino
ambiguo dell’Oriente, della sua magia e teurgia; la
combinazione tra mentalità, metodi e conoscenze
scientifiche e vago misticismo indiano (si ricordi,
peraltro, che di origine russa era Madame Blavatsky,
la fondatrice della teosofia, contemporanea di
Solov’ëv, e che di quegli anni di fine Ottocento è pure
la grande moda dello spiritismo); come anche la
smania per l’occultismo, la comunicazione con
l’aldilà, con i morti e con gli spiriti.
L’Anticristo è descritto secondo la tradizione
consolidata che abbiamo visto: coltissimo,
intelligentissimo, filosofo, esperto biblista, con
relativa laurea a Tubinga, cittadella della teologia,
oratore eccellente e altrettanto eccellente scrittore,
ecc. Peraltro è, sempre secondo la tradizione, figlio di
una donna di facili costumi, ma questo non ha
grande importanza nella società futura in cui vive:
segno evidente della degradazione della morale
coniugale. Ciò che lo fa Anticristo non è l’ostilità a
Cristo, in cui all’inizio crede come al messia, ma
l’amore di se stesso. Solov’ëv lo ripete spesso, e anche
alla fine del racconto, in un breve dialogo conclusivo:
l’Anticristo appare buono, ma nel fondo non lo è,
perché, appunto, ama se stesso. E qui lo scrittore
russo mostra di aver meditato e ben compreso la
lezione dei mistici medievali tedeschi. La radice di
ogni male, il peccato originale, è proprio soltanto
questo: l’amor sui, il primato della volontà propria. È
per questo amore di sé che l’Anticristo respinge
Cristo, cui non vuol essere inferiore, dato che vuole
infatti essere il superuomo – ed è qui evidente la
polemica di Solov’ëv contro il superuomo di
Nietzsche, cui è dedicato lo scritto Finzione letteraria o
verità?, pubblicato in appendice insieme al Racconto. 18
Per l’amore di sé l’Anticristo non vuole inchinarsi
al Cristo, e perciò nega che sia il Cristo, il Figlio di
Dio, e questa negazione si configura come negazione
della resurrezione. Questo è un punto che occorre
sottolineare: Solov’ëv pensa evidentemente come
l’apostolo Paolo che «se Cristo non è risorto, vana è la
nostra fede», 19 nel senso che la resurrezione di Cristo
è la prova definitiva della sua divinità, dell’essere lui
la verità.
Si potrebbe notare che questa affermazione mostra
un concetto di fede non come esperienza spirituale
interiore, la cui verità è testimoniata dalla coscienza,
ma come credenza estrinseca, la cui verità dipende
dal miracolo, e ciò è in netto contrasto con
l’insegnamento evangelico, dal momento che nel
Vangelo la ricerca del miracolo è sempre condannata
come mancanza di fede, adorazione della forza,
dunque non di Dio, ma del demonio.
Simone Weil scrive, al contrario, che «se
l’Evangelo omettesse ogni menzione della
resurrezione del Cristo, la fede mi sarebbe più facile.
La croce da sola mi basta». 20Una fede fondata sulla
resurrezione è una fede interessata: in questa speranza
di permanere, di essere, risorgendo dai morti, v’è
infatti la volontà propria, il legame all’ego, quell’amor
sui, dal quale il Vangelo chiede il distacco. Proprio
sapendo quanto radicato è nell’uomo l’amore di sé,
quella volontà propria che, come scrive l’Anonimo
Francofortese, è ciò che brucia nell’inferno, 21 l’uomo
veramente distaccato, così come, paradossalmente,
accetterebbe lietamente la dannazione eterna, così
accetta serenamente anche che la morte sia il nulla,
spegnimento davvero definitivo di quella egoità
appropriativa che incessantemente rinasce anche dal
più profondo distacco.
Questa eventualità non solo non sposta di un
millimetro la verità del Vangelo, che permane intatta,
ma, anzi, la fa apparire in tutta la sua luce, spoglia di
ogni funzione consolatoria, di ogni aspetto
utilitaristico, ancorché «ultraterreno».

Tolstoj Anticristo?
L’insistenza sulla realtà effettiva della resurrezione di
Cristo e sul suo significato cruciale per la storia
dell’umanità si spiegano comunque in Solov’ëv per la
polemica che lo oppone al suo grande
contemporaneo Lev Tolstoj, il quale, proprio negli
anni in cui egli stava scrivendo l’opera di cui
parliamo, aveva pubblicato il romanzo Resurrezione
(1899), intendendo per essa non un evento storico
esteriore, ma un fatto tutto interiore, che si compie
nel profondo del nostro cuore e che ci apre a una vita
nuova, conforme alla volontà di Dio e ai precetti
evangelici. Per Tolstoj la resurrezione è da intendersi
come il risvegliarsi dell’uomo all’eterno nel presente,
dunque un superamento della morte che avviene
prima di morire e grazie al quale il problema della
«vita eterna» diventa assolutamente marginale.
L’autore di Resurrezione è sostenitore di un
cristianesimo che consiste essenzialmente nella non
resistenza al male, nella non violenza verso tutte le
creature (l’Anticristo di Solov’ëv è infatti asceta,
spiritualista, filantropo, e anche animalista e
vegetariano!), in quanto Cristo con i suoi
insegnamenti non farebbe altro che richiamare
l’uomo alla verità che interiormente egli già possiede
e la non resistenza al male sarebbe appunto
l’imperativo etico essenziale, l’unico cui è necessario
obbedire per instaurare una vita buona, «santa». A
parere di Solov’ëv, questo è un errore madornale, che
dipende in ultima analisi dal non aver compreso il
fatto che «il male non è solo un difetto di natura, una
imperfezione, ma una forza effettiva che domina il
mondo, sicché per una lotta vittoriosa contro di esso
occorre avere un punto di appoggio in un altro
ordine di esistenza». 22
La realtà effettiva della resurrezione di Cristo e
l’altrettanto reale resurrezione nostra alla fine dei
tempi sono perciò per Solov’ëv essenziali: senza di
esse il regno di Dio è una vuota parola e di fatto tutto
si riduce all’assoluto dominio della morte. Siccome
nella Scrittura è chiaro che l’Anticristo non è chi
apertamente si pone contro il Cristo, ma l’impostore
che ne sfrutta il nome per idee e azioni contrarie al
suo spirito, così anche Tolstoj appare come un
precursore dell’Anticristo ed è evidentemente anche
a lui che Solov’ëv pensa nel suo Racconto.
Infine, degna di nota è l’assenza in Solov’ëv di
ogni accento antigiudaico, in netta controtendenza
rispetto agli orientamenti predominanti nella cultura
cristiana russa del tempo, e anche rispetto al suo
amico Dostoevskij. Secondo una ben documentata
notizia, le ultime parole del filosofo prima di spirare
furono una preghiera per il popolo ebreo.

Merežkovskij e Rozanov
La tematica dell’Anticristo e della connessa
Apocalisse ebbe in Russia ulteriori sviluppi. Ci
limitiamo ad accennare all’opera intitolata
L’Anticristo, 23 apparsa nel 1905, pochi anni dopo il
racconto di Solov’ëv. Si tratta del voluminoso
romanzo di Dmitrij Merežkovskij (1865-1941),
fecondo autore di poesie, romanzi storici, biografie di
personaggi illustri, drammi, nonché di un ampio,
importante studio su La religione di Tolstoj e di
Dostoevskij, dal significativo sottotitolo: Cristo e
l’Anticristo nella letteratura russa (1902).
L’Apocalisse del nostro tempo 24 è invece il titolo
dell’ultima opera di Vasilij Rozanov (1856-1919), che
abbiamo già incontrato come acuto interprete della
leggenda del Grande Inquisitore. Scritta tra il 1918 e il
1919, dopo la rivoluzione bolscevica, quando l’autore
era nella miseria più nera, esprime il rimpianto per la
fine di un mondo, ribadendo la supremazia del
cristianesimo, che, solo, parla dell’immortalità
dell’anima, della vita eterna, del primato dello spirito
e della carità, la quale non permette neppure
l’antisemitismo.
Nilus e i «Protocolli dei Savi anziani di Sion»
La rivoluzione comunista poté a buon diritto
apparire a molti, e non solo in Russia, davvero come
un’apocalisse e, come ogni apocalisse, essa doveva
avere la sua Bestia e il suo Anticristo, o i suoi
Anticristi precursori. Nella società e nella cultura
russa del tempo non poteva sussistere dubbio in
proposito: chi, se non gli eterni nemici di Cristo e
della Chiesa, gli ebrei?
In ambito slavo l’antisemitismo è stato sempre
tradizionalmente assai forte, in parallelo con la
presenza di comunità ebraiche molto cospicue, chiuse
in loro stesse, separate da quei gentili che il Talmud
esorta a considerare «non uomini, ma bestiame».
Nella sua Storia di Napoleone e della Grande Armata nel
1812, per esempio, Philippe de Ségur racconta
inorridito il massacro che gli ebrei di Vilna
compirono, per depredarli, degli esausti soldati
francesi in ritirata, senza comprendere come ciò sia
stato possibile, dal momento che essi erano i portatori
di quegli ideali di uguaglianza in nome dei quali
emancipavano gli ebrei, ovunque arrivavano.
E, insieme agli ebrei, la parte dell’Anticristo bene
si addiceva a un altro nemico mortale della Chiesa,
contro la quale aveva già ordito la precedente grande
rivoluzione, quella francese: la massoneria. 25 Non era
forse massone anche quel Kerenskij (peraltro di
origine ebraica: alias Zederblum) che abolì la
monarchia russa e preparò la strada al bolscevismo,
come massoni ed ebrei erano molti dei suoi
compagni socialisti? Così, almeno, riteneva buona
parte dell’opinione pubblica russa.
In questo contesto non meraviglia la diffusione che
con la rivoluzione bolscevica ebbe l’opera di Sergej
Nilus che abbiamo già incontrato: Il grande nel piccolo.
L’Anticristo come una prossima eventualità politica. Note
di un credente ortodosso, apparsa nel 1905. L’autore
(1862-1929) era un piccolo proprietario terriero russo,
di una famiglia originaria della Svizzera. Laureato in
legge, svolse per alcuni anni la funzione di
magistrato in provincia.
Dopo un periodo trascorso in Francia con
un’amante, aveva incontrato il santo prete Giovanni
di Kronstadt e si era riavvicinato alla religione
ortodossa. Sposò Elena Ozerova, ex dama di
compagnia dell’ultima zarina, vivendo diversi anni
con lei in una casetta adiacente al monastero di
Optina e pubblicando opere di carattere spirituale,
tra cui uno dei capolavori del misticismo russo: le
Conversazioni sull’acquisizione dello Spirito Santo che il
santo monaco Serafino di Sarov (1754-1833) ebbe col
suo discepolo Nikolaj Motovilov – uno juròdivyi,
ovvero un «folle di Dio», come l’«idiota» di
Dostoevskij. Durante il regime comunista subì
diverse incarcerazioni, nel 1924, nel 1925, nel 1927 e il
possesso dei suoi libri fu proibito per legge e punito
con la reclusione fino a dieci anni. La moglie fu
deportata nella penisola di Kola sul Mare Artico,
dove morì di fame e di freddo. A tutt’oggi la
memoria di Nilus è coltivata con amore dagli
ambienti religiosi tradizionalisti russi.
L’Anticristo «prossima eventualità politica» è lo
spirito negatore della tradizione religiosa cristiana
ortodossa, che la Russia incarna da secoli, dunque il
complesso delle idee moderne, che insieme
collaborano per distruggere quella tradizione:
progressismo, liberalismo, socialismo. Suoi portatori
sono i nemici secolari del cristianesimo, gli ebrei, e
quelli più recenti, la massoneria, che opera in accordo
con l’ebraismo internazionale.
Come abbiamo già accennato, il libro di Nilus
sull’Anticristo prossimo venturo riportava, come
ultimo capitolo nella sua seconda edizione del 1905, i
famosi Protocolli dei Savi anziani di Sion, dichiarati
provenire furtivamente da uno dei capi più potenti
della massoneria. Citando anche Solov’ëv, con
riferimento al suo Racconto dell’Anticristo, Nilus rileva
come l’umanità sia oggi accecata dal desiderio di
universale sazietà, avendo dimenticato i più alti
ideali della vita. Di fronte all’Anticristo che viene,
solo la Russia, in cui la fede vive ancora e ha il sacro
imperatore che la difende, può erigere l’ultima
barricata. Occorre comunque che si convochi un
concilio ecumenico, in modo che le varie Chiese
cristiane si uniscano (forse ancora un’idea presa da
Solov’ëv) per affrontare la venuta dell’Anticristo.
Secondo la critica contemporanea, i Protocolli,
resoconto di una riunione al vertice di anziani ebrei
tenuta a Basilea alla fine dell’Ottocento, sono un
falso, costruito dalla polizia segreta zarista a Parigi in
quel medesimo periodo. Proprio in Francia avrebbero
trovato la prima ispirazione, nei Dialoghi all’inferno di
Machiavelli e di Montesquieu di Maurice Joly (1829),
ripresa nel romanzo Biarritz del tedesco Hermann
Goedsche (1868), ove si narra di riunioni dei capi
rabbini al cimitero ebraico di Praga per organizzare
la conquista del mondo: anche il romanzo omonimo
di Umberto Eco 26 riprende questa tematica e lo stesso
suo protagonista, Simonini, porta il nome del
presunto autore di una lettera del 1806 all’abate
Barruel, con cui si rivela l’accordo ebraico-massonico
per l’attacco alla cristianità. 27
Che si trattasse di un falso, la parte meno ingenua
dell’opinione pubblica lo aveva già compreso, ma
molti erano comunque inclini a condividere il parere
espresso da Henry Ford, 28 secondo il quale il libro
corrispondeva alla situazione mondiale, descrivendo
perfettamente quanto stava avvenendo.
Comunque sia, i Protocolli, in sintesi, contengono il
piano di una guerra segreta per distruggere tutto ciò
che è tradizione e ogni valore etico e religioso.
Liberalismo, individualismo, egalitarismo, libero
pensiero, ateismo, socialismo, comunismo sono sì
riconosciuti come ideologie assolutamente stupide,
ma da inculcare alle masse dei gentili – pensati come
bestie incapaci di ragionare – per distruggerli
spiritualmente. A tale medesimo fine deve concorrere
la diffusione di un concetto di scienza subordinato
alla superstizione scientista del «progresso», con il
quale si fa piazza pulita di ogni tradizione.
Nel quadro di questa azione demolitrice – di
déracinement, sradicamento, avrebbe detto Simone
Weil – anche l’istituzione familiare, prima generatrice
dei valori etici, deve essere distrutta. Le masse, già
stupide di loro, devono essere ulteriormente
rincretinite con lo sport e con distrazioni di ogni tipo,
manifestazioni artistiche, ecc., fomentando così in
esse il lato irrazionale, passionale, in modo da
togliere loro ogni sia pur minima facoltà di
discriminazione. Sempre per il medesimo fine,
occorre diffondere letteratura immorale, attaccare la
morale tradizionale e la religione, ma non
frontalmente, bensì subdolamente, ovvero gettando il
discredito sulla Chiesa e sul clero.
Si deve far prevalere l’assoluto primato
dell’economia: il calcolo matematico e i bisogni
materiali devono prendere il posto dei valori
spirituali. Essenziale per il raggiungimento di questi
fini è il controllo dell’opinione pubblica, da
realizzarsi attraverso il dominio delle università e dei
centri di insegnamento ufficiale, ma soprattutto
attraverso il controllo dell’editoria e della grande
stampa: l’autore, o gli autori, dei Protocolli
scrive/scrivono in un tempo in cui non esistevano
radio, televisione, social network, ecc., ma è ovvio
pensare che anche a questi media si sarebbero
altrimenti riferiti.
Dopo quest’azione di sradicamento, quando il
mondo sarà ridotto a una poltiglia di esseri senza
nazionalità, senza tradizione, senza forza interiore, i
capi dell’ebraismo internazionale, detentori quasi
monopolistici della potenza finanziaria,
fomenteranno sconvolgimenti e crisi interne generali,
tali da condurre i popoli a uno stato di prostrazione,
di sfiducia per ogni ideale e ogni regime, così da
diventare oggetto passivo nelle mani dei dominatori
invisibili, che non sono, si badi bene, i governi
nazionali, ormai privi di effettivo potere e quasi
burattini nelle mani del capitalismo internazionale,
ma gli effettivi signori del mondo, in modo che sia
realizzata l’antica promessa del regno del popolo
eletto. Firmato: i rappresentanti di Sion del grado 33.
Il libro di Nilus è stato, come il suo stesso autore,
ben presto dimenticato ed è oggi, almeno in
Occidente, praticamente introvabile, ma il suo
capitolo 12, i Protocolli, appunto, ha avuto un ben
diverso successo, diffondendo anche molto al di fuori
della Russia l’idea che l’Anticristo è l’ebreo
internazionale, e la massoneria il suo strumento.
Quanto i Protocolli siano serviti a Hitler e
all’ideologia nazista, abbiamo già detto; quanto
servano oggi, in ben diverso contesto culturale, lo
vedremo tra breve.
X
Il Signore del mondo

L’Anticristo moderno
Negli stessi anni in cui Il grande nel piccolo di Nilus e i
suoi Protocolli dei Savi anziani di Sion diffondevano
l’idea dell’Anticristo incarnato nella congiura
ebraico-massonica per il dominio del pianeta,
comparivano due romanzi sull’Anticristo. Il primo,
della scrittrice svedese Selma Lagerlöf (1858-1940), si
intitolava I miracoli dell’Anticristo; 1 ambientato in
Sicilia, identificava l’Anticristo con le dottrine
rivoluzionarie che predicavano l’egalitarismo,
impegnandosi a costruire la giustizia sulla terra,
proclamando, all’opposto del Cristo, 2 che «il mio
regno è di questo mondo». Del secondo, intitolato Il
Signore del mondo, 3 era autore Robert Benson (1871-
1914), un ecclesiastico inglese che passò dalla Chiesa
anglicana a quella cattolica, ove fu sacerdote.
Attraverso il padre, arcivescovo di Canterbury,
uno dei fondatori della Cambridge Ghost Society,
Benson venne in contatto con gli ambienti dello
spiritismo, di gran moda in quel periodo, e comprese
l’errore di ridurre lo spirituale allo psichico, come fa
la psicologia, o di dare allo psichismo caratteristiche
spirituali, come fanno i vari spiritualismi o, appunto,
lo spiritismo (in inglese «spiritismo» si dice
spiritualism). 4 Si tenga anche presente che in quel
periodo, a cavallo tra Ottocento e Novecento, in
Inghilterra nascevano e prendevano piede
associazioni come la Golden Dawn o l’Argenteum
Astrum di Aleister Crowley (coetaneo di Benson e
come lui studente al Trinity College di Cambridge),
pretese depositarie di una sapienza magico-esoterica
in grado di penetrare i misteri dell’uomo e del cosmo,
e delle quali madre comune e collante essenziale era
sempre la massoneria.
Con il libro di Nilus, Il Signore del mondo ha in
comune proprio l’idea che siano i massoni, non gli
ebrei, 5 a guidare l’attacco finale a Cristo e alla sua
Chiesa, e non perché vi sia una congiura in tal senso,
ma solo perché la massoneria ha come proprie idee
intimamente anticristiane, che peraltro si presentano
in certo modo come realizzazioni di aspirazioni
cristiane o sedicenti tali, quali la fratellanza, la pace,
l’armonia universale, ecc.
L’obiettivo polemico del romanzo di Benson – ben
lontano dall’atmosfera tipicamente ortodossa,
slavofila, messianica, in cui si muovono gli Anticristi
degli scrittori russi – sono alcune idee, tipiche del
mondo moderno nell’Europa occidentale. Il Signore
del mondo è rivolto infatti soprattutto contro il
positivismo francese e inglese di fine Ottocento, con
la sua religione dell’Umanità e il suo concetto che la
scienza, anzi, la Scienza, sostituirà la fede o, meglio,
la credenza religiosa, vista come infantile, relitto di
un passato remoto. Il positivismo, dunque, come
religione atea, che ha ripreso dal cristianesimo alcuni
elementi, ma che ne è in effetti la contraffazione più
netta, proprio un anti-cristianesimo. 6
Il Signore del mondo è un romanzo in certo modo di
fantascienza, giacché si svolge in un mondo futuro,
appena immaginabile quando fu scritto, in cui
l’umanità civile gode di straordinari vantaggi tecnici:
automobili capaci di raggiungere i 150 (sic!)
chilometri l’ora; servizi aerei regolari
intercontinentali, per cui si va, per esempio, da
Londra a Roma in dodici ore, volando all’altezza di
qualche centinaio di metri (però al passaggio delle
Alpi si ha freddo, perché le stufe per il riscaldamento
non bastano!); abitazioni a 15 metri sotto il livello del
Tamigi, servite peraltro da un comodo sistema di
ascensori; insonorizzazione quasi totale delle grandi
città, straordinariamente pulite ed efficienti nei
servizi, ecc.
A queste condizioni materiali di esistenza si
accompagnano «conquiste» civili come l’abolizione
della guerra, l’uso di cibi artificiali, la legalizzazione
dell’eutanasia (in sostituzione del sacramento che un
tempo si chiamava «estrema unzione», e ora, più
pudicamente, per rimuovere l’insopportabile
pensiero della morte, «unzione degli infermi»), il
matrimonio a scadenza, l’adozione dell’esperanto
come lingua universale, prescrizioni d’igiene
dettagliate, che stabiliscono quali materiali e colori si
debbano usare nelle abitazioni, aria condizionata che
fornisce sempre la temperatura ottimale, luce
artificiale per cui non si distingue più il giorno dalla
notte, traffico sotterraneo senza rumori esterni, ecc.
In corso di formazione, poi, è il Parlamento europeo.
Il Signore del mondo, ovvero l’Anticristo, non è il
protagonista del libro. La sua presenza incombe sì,
grandiosa e temibile, fin dall’inizio, ma in persona
compare in effetti pochissimo. Si chiama Giuliano –
come l’imperatore apostata, con chiaro riferimento
all’«apostasia» dell’uomo dell’iniquità di 2 Ts 2,3 –
Felsemburgh, ed è un uomo eccezionale, fornito di
ogni dote – in ciò molto simile all’Anticristo del
racconto di Solov’ëv – capace di incantare chiunque
ascolti le sue parole, e, a quanto sembra, proteso solo
a realizzare le aspirazioni universali di pace e
uguaglianza.
Protagonisti principali sono invece un prete
cattolico inglese, di trentatré anni (come Gesù), e di
nome Percy (ovvero Percival, Parsifal, l’eroe dal
cuore puro che merita perciò di vedere il Santo
Graal), uomo la cui fede profonda non rifugge dal
confronto con la mentalità atea contemporanea, e poi
una coppia di coniugi: lui, Oliviero, un politico,
comunista e massone, ai vertici del potere a Londra;
lei, Mabel, una donna dolce e sensibile, compagna
fedele, ma che alla fine comprende in quale orrore sta
portando la politica del marito e di Felsemburgh, da
cui pure lei è inizialmente rimasta incantata.
La situazione in cui i fatti si svolgono è descritta in
un colloquio tra due ecclesiastici e un anziano
politico conservatore, che fa da prologo al romanzo.
Siamo a Londra agli inizi del XXI secolo, quando
ormai il materialismo e il socialismo estremi hanno
trionfato, insegnando che la sola felicità è data dalla
soddisfazione dei sensi. Nel 1927 aveva avuto inizio
il regime comunista, nel 1939 era scomparsa la Chiesa
ufficiale (quella francese già agli inizi del secolo), nel
1945 era stata soppressa la Camera dei Lord, poi
abolita la monarchia e chiuse le università, ormai
roccheforti di un sapere inutile. Riformate le prigioni
e soppressa la pena di morte, era stata imposta
ufficialmente l’educazione laica e un sistema fiscale
ispirato al marxismo.
Una descrizione più dettagliata riguarda la
situazione religiosa. In Occidente le religioni rimaste
sono, di fatto, due: il cattolicesimo e l’umanitarismo.
Quest’ultimo, di ispirazione massonica, è, infatti, una
religione o lo sta diventando, formando un proprio
rituale e un proprio credo, il cui articolo
fondamentale è che l’uomo è Dio. Promuovendo le
«religioni del cuore» e impedendo la diffusione del
cristianesimo, l’umanitarismo si avvia a diventare in
breve la religione ufficiale. Pochi e dispersi infatti i
cattolici, cui rimane, per una sorta di concordato con
lo Stato, la sovranità su Roma, governata dal papa.
Peraltro, anche all’interno della Chiesa cattolica
sono numerose le apostasie, soprattutto di quegli
intellettuali che hanno accolto i risultati della critica
tedesca alla Bibbia, che ha perso così ogni autorità. Le
previsioni, da questo punto di vista, sono
catastrofiche: occorre prepararsi alla fine.

La trama del romanzo


Considerato questo quadro di partenza, vediamo
sommariamente i fatti. Incombe il pericolo di una
guerra terribile dell’Oriente contro l’Europa, guerra
che potrebbe significare la fine del mondo, vista la
potenza devastante dei nuovi esplosivi, ma si spera
che questo Felsemburgh (che assomiglia
straordinariamente nel volto, fin quasi all’identità, a
padre Percy), un americano che parla più di cinque
lingue, venerabile maestro massone e comunista,
homo novus, semisconosciuto, ma di capacità
straordinarie, riesca a fermare le armi. In effetti
avviene così e Felsemburgh, tra l’approvazione
universale, diviene presidente d’Europa. Intanto
padre Percy è stato chiamato a Roma per informare
sulla situazione inglese, ove le defezioni dei cattolici
aumentano ogni giorno. La città è immune dal
tecnicismo di Londra: vive ancora come nel
Medioevo, con i paesani vestiti all’antica, le carrette
da vino bianche e rosse, i torsoli dei cavoli sparsi sul
marciapiede, i panni bagnati stesi alle finestre e
dondolanti dalle corde. Per la città circolano muli e
cavalli.
Tutto ciò sembra strano a Percy, il quale pure
trova sollievo in questo panorama, che gli ricorda che
l’uomo è uomo e non Dio, come invece sta
sostenendo la nuova religione. 7 E l’uomo, pur
essendo noncurante ed egoista, è attento a qualcosa
di più profondo che non la velocità degli aerei, la
pulizia e la precisione. Al papa, Giovanni, che ha
assunto il nome di Benedetto XXIV, Percy spiega che
Felsemburgh ha compiuto opere portentose, tanto
che giornali seri e autorevoli lo chiamano ormai
«Figlio dell’uomo», per la sua educazione
cosmopolita, «salvatore del mondo» per aver
allontanato la guerra, e perfino «Dio incarnato», in
quanto simbolo più perfetto dell’umanità divina. La
persecuzione dei cattolici è imminente, afferma
Percy, e il papa lo conferma, citando in proposito le
parole di Paolo in 2 Ts 2,3-4 sull’«uomo del peccato,
figlio della perdizione, che si innalza sopra tutto ciò
che è Dio». Il giorno dopo Percy viene nominato
cardinale dal papa, che approva anche la costituzione
di un nuovo Ordine religioso, votato al sacrificio,
propostagli da Percy stesso.
Intanto a Londra si sta istituendo il culto per la
nuova religione, sotto le direttive di un prete
apostata, diventato massone, e al rituale massonico è
infatti ispirato. Il nuovo culto deve essere
obbligatorio per tutti i maggiori di sette anni, sotto
pene crescenti, fino alla reclusione perpetua, per chi
non si fosse sottomesso. L’atto di culto richiede
comunque solo la presenza nel Tempio per le nuove
festività: Maternità, Vita, Solidarietà, Paternità,
ciascuna all’inizio di un trimestre. Esso appare a
molti, tra cui Mabel, solo come il trionfo
dell’umanità, dato che quei quattro elementi rivelano,
più di ogni altra cosa, lo spirito del mondo. Infatti
questo culto è un omaggio offerto alla vita nei suoi
quattro aspetti. La Maternità corrisponde al Natale
della favola cristiana, festa della famiglia, dell’amore,
della fedeltà. Poi viene la Vita stessa, coi suoi
turbamenti giovanili in primavera, la Solidarietà è il
cuore dell’estate ed esprime abbondanza, prosperità,
ricchezza… corrispondente al Corpus Domini
cattolico; per ultima la Paternità, che indica
procreazione, difesa, potenza, allorché l’inverno si
avvicina. 8
Molti cattolici però non si sottomettono e comincia
così la persecuzione e il martirio, tanto che alcuni
congiurano per far saltare in aria l’abbazia di
Westminster il giorno dell’inaugurazione del nuovo
culto. A questa notizia, Felsemburgh invia una flotta
aerea a bombardare Roma, distruggendola
completamente, mentre si scatena un’orrenda caccia
ai cattolici sottoposti a linciaggio. Proprio di una di
queste scene è testimone Mabel, che comprende così
come l’uomo nuovo, adoratore dell’umanità, non sia
affatto migliore del vecchio: vendetta, crudeltà,
omicidi, che lei credeva propri della mentalità
vecchia, sepolta dalla nuova religione, sono vivi più
di prima. Profondamente scossa, priva ormai di
speranza e di ogni gioia, decide così per l’eutanasia;
si reca in una delle apposite Case di rifugio e muore:
solo allora incontra la realtà vera, tale che non aveva
mai concepito né intuito.
Nascosto in Palestina, a Nazareth, c’è l’ultimo
papa, Percy, che ha preso il nome di Silvestro III.
Comunica in segreto, soprattutto grazie all’Ordine
religioso fondato per sua ispirazione, con i dodici
cardinali che formano la gerarchia cattolica del
mondo, anch’essa in clandestinità, data la
persecuzione che imperversa contro l’antica
religione. Felsemburgh, che è stato acclamato come
Dio e Signore dell’umanità, decide di sterminare
papa e cardinali, che ha saputo stanno per riunirsi e
deliberare la loro irriducibile ostilità alle leggi sul
nuovo culto e al nuovo Signore del mondo: lo ha
informato uno dei dodici, che ha perso la fede e ha
tradito.
Così, il giorno di Pentecoste, nella pianura di
Megiddo – ovvero la Armageddon dell’Apocalisse –
mentre il papa celebra la messa dello Spirito Santo,
arrivano gli aerei per bombardare, guidati da
Felsemburgh in persona, e si svolge l’ultima,
definitiva battaglia, che pone fine a questo mondo e
alla sua gloria.

Il suo significato
Questa, in estrema sintesi, la trama del libro. Il suo
significato più vero è però da ricercare nelle
riflessioni, talvolta in forma dialogica, che vengono
offerte dai personaggi, e nelle quali Benson dà prova
di grande lucidità e profondità, illustrando sia le
ragioni della religione dell’umanità sia quelle del
cristianesimo.
Così, per esempio, Oliviero descrive a Mabel, che
ha assistito casualmente alla morte di un uomo e
all’assoluzione impartitagli da un prete (che è poi
Percy stesso), le credenze cattoliche:

Il prete crede che quell’uomo, al quale ha mostrato il


crocifisso e sul quale ha pronunciato alcune frasi, sia
ancora vivo, benché il suo cervello sia disfatto. Non sa
dire, però, quale sia precisamente la sua dimora: o in
un forno a bruciare nel fuoco o (se, per fortuna, quel
pezzo di legno [il crocifisso] ha prodotto il suo effetto)
in un posto al di là delle stelle, davanti a tre persone
che sono poi una persona sola, benché siano sempre
tre. È poi convinto che là dimori altra gente; in
particolare crede che vi abitino una signora vestita di
celeste e molti altri esseri vestiti di bianco e con le ali
sotto le ascelle; poi un numero ancora maggiore di essi
con la testa piegata da una parte. Tutti costoro hanno
l’arpa: cantano e suonano senza interruzione,
passeggiando tra le nubi. E trovano molto divertente
passare così il loro tempo. Quel prete crede che tutti
costoro, graziose creature, stiano a guardare
continuamente verso quelli che vivono nel suddetto
forno e pregano le tre persone di liberare questi ultimi
dalle fiamme. Questo è il credo del prete: una cosa
inverosimile! Dirò ancora meglio. Una cosa
estremamente poetica, ma non vera! 9

Oliviero non ritiene affatto scorretto presentare


così il cristianesimo, senza preoccuparsi di
comprenderlo più a fondo. Aveva invero tentato, una
o due volte, di rendersi conto del motivo per cui
uomini intelligenti potessero credere a simili
sciocchezze, e gli era venuta in aiuto la psicologia, che,
col fenomeno della suggestione, aveva chiarito anche
questo dubbio. E, alla moglie che gli pone il
medesimo problema, risponde infatti che gli uomini
sono disposti a credere a tutto, purché vengano
educati da bambini a una certa fede: se fin dalla culla
qualcuno ti avesse insegnato che la luna è una fetta di
formaggio fresco e poi, giorno dopo giorno, te lo
avessero sempre ripetuto, non ti stupirebbe di
crederci anche da adulta. 10
Ancora più significativo il colloquio che Mabel –
sotto certi aspetti co-protagonista del romanzo –
prima di praticare l’eutanasia, «i cui ministri sono i
veri preti», 11 chiede e ottiene da Francis, il sacerdote
apostata che è diventato gran cerimoniere del nuovo
culto, di sapere in cosa consistesse davvero la vecchia
religione. La donna gli domanda anzitutto perché i
cattolici credano in Dio, e Francis risponde che essi
affermano potersi dimostrare Dio con la ragione, dato
che dall’ordine del mondo si deduce l’esistenza di un
ordinatore, di una mente, e che da ciò si traggono
altre conseguenze relative a Dio, che è amore, causa
della felicità, ecc. Il dolore, poi, che costituisce un
problema, lo spiegano come conseguenza del
peccato, dovuto alla possibilità che ha l’uomo, creato
libero, di scegliere anche di non amare e servire Dio.
Mabel chiede però cosa pensino i cattolici e Francis
risponde che non è solo questo – ciò è soltanto quello
che essi chiamano senso religioso – perché poi i
cattolici credono in una cosa assurda, priva di logica,
che è l’incarnazione di Dio in Cristo, fattosi uomo e
morto per noi: «Quello che loro chiamano
incarnazione è il punto centrale. Tutte le credenze
provengono da questo punto. È naturale che,
ammessa l’incarnazione, il resto venga da solo. Tutto!
Fino agli scapolari e all’acqua benedetta!». 12
Si tratta di cose contrarie alla ragione, rileva
Mabel, ma Francis è costretto ad ammettere che ciò è
vero in un certo senso, ma in un altro no e, di fronte
all’insistenza della donna, spiega:

Ecco. Per quanto io posso ricordare, essi ritengono che


vi siano altre facoltà oltre alla ragione. A loro avviso, il
cuore, talvolta, scopre ciò che la ragione non vede, ha
delle intuizioni sue proprie. Mi capisce? Per esempio:
dicono che ci sono cose che provengono dal cuore,
come la capacità di sacrificio, l’abnegazione, l’onore,
l’arte. Dicono che la ragione interviene dopo, fissando
le regole della condotta e della tecnica: ma la ragione
non può spiegare queste cose, perché le sono
superiori. 13

Abnegazione, capacità di sacrificio, morire per gli


altri. Questo la ragione non riesce a spiegarlo, perché
la ragione, in quanto ragionamento, è sempre e solo
servile e, soprattutto, serva dell’amore di sé: perciò
intimamente, strutturalmente incapace di
comprendere quel qualcosa che, prosegue Francis, i
cattolici chiamano fede, ovvero una specie di
convinzione più profonda di tutte le altre, che rende
assolutamente sicuri che Dio esiste, si è fatto uomo e
tutto il resto. «Come vede, tutto si riduce a una forma
di suggestione.» 14
Mabel ringrazia l’ex prete per averle spiegato, in
estrema sintesi, l’essenza del cristianesimo, ma,
nell’accomiatarsi da lui, gli chiede come mai, se tutto
ciò non è che autosuggestione, sia stato cristiano per
trent’anni. Francis non sa che rispondere e la donna
lo incalza:
«Come spiegherebbero questo suo allontanamento
i suoi ex compagni di fede?»
«Direbbero che o io ho abbandonato la fede o la
fede se ne è andata da me.»
«E lei… come?…»
Francis pensa per un attimo. «Direi che mi sono
imposto un’autosuggestione più forte, ma in un altro
senso.» 15
Questo, della fede come autosuggestione e, più
ancora, di un conflitto tra quelle che, in ultima
analisi, possono tutte essere ridotte ad
autosuggestioni, è l’argomento anche del colloquio
che, all’inizio del libro, si era svolto fra padre Percy e
Francis stesso, allorché quest’ultimo gli palesa la sua
decisione di abbandonare il sacerdozio, avendo
perduto la fede. Francis riduce infatti la fede, in
quanto credenza, ad autosuggestione e non
comprende il fatto fondamentale, che invece Percy
tiene ben presente: se amore e fede possono essere,
da un certo punto di vista, fenomeni autosuggestivi,
dall’altro si rivelano come fatti reali, veri, che
generano la certezza della loro verità reale e fanno
sperimentare cose molto più obiettive ed effettive
delle stesse realtà sensibili. 16
Tante volte Percy aveva raccomandato all’amico la
via della preghiera e dell’umiltà, la strada dentro
ogni uomo nella quale si trova la verità e dove la fede
trova la propria conferma, ma Francis aveva scelto
invece la via dell’orgoglio, che porta verso
l’esteriorità, e perciò ora era una povera creatura,
travolta nel turbine vertiginoso della nuova umanità,
ovvero sedotto dal fascino quasi irresistibile del
mondo contemporaneo. 17
Anche Percy, peraltro, aveva provato quella
tentazione, specie quando si era trovato davanti al
Signore del mondo, che aveva ammaliato anche lui.
Allora ogni sua facoltà aveva subito l’attacco:
l’intelletto era diventato ottuso, la memoria
dell’eternità affievolita e una nausea spirituale aveva
preso posto nell’anima sua. Ma la segreta fortezza
della volontà aveva saputo resistere nell’impari lotta,
rifiutandosi di riconoscere in Felsemburgh il
salvatore e il sovrano. 18
Percy è infatti esperto nel combattimento
spirituale; conosce l’importanza della preghiera, da
quella povera, le mute giaculatorie, a quella più
profonda e interiore. Ha imparato a rinunciare a tutto
ciò che ha e che è, a immergersi in quella calma che è
frutto del totale rinnegamento di sé, 19 e a respingere
così le seduzioni del mondo e del suo Signore.
Come si è già accennato, il Signore del mondo
assomiglia singolarmente nel volto a Percy, tanto da
essere da lui quasi indistinguibile – l’Anticristo è, in
tutta la tradizione, imitatore e contraffazione di
Cristo. La sua dottrina viene infatti presentata come
una sorta di compimento di quella cristiana.

Non capisce che tutte le promesse di Gesù Cristo si


sono avverate, anche se in modo diverso dal previsto?
Mi diceva poco fa, di desiderare il perdono dei peccati.
Eccolo! Ecco il perdono: noi tutti siamo perdonati,
perché il peccato non esiste. Esiste solo l’azione
criminosa. Mi diceva, poi, di volere la Comunione, per
poter essere partecipe del corpo di Dio. Eccola! Noi
tutti siamo partecipi di Dio, per il solo fatto di essere
uomini. Non capisce che il cristianesimo è solo un
modo per dire queste semplici cose? Posso ammettere
che un tempo fosse l’unico modo di dirle! Ma adesso è
superato e c’è un modo migliore per spiegare tutto.
Questa è la verità! Si convinca! 20

dice infatti Mabel alla vecchia madre di Oliviero,


che in cuor suo non ha abbandonato la religione in
cui è stata educata e vorrebbe un prete per prepararsi
alla morte e all’incontro con Dio, creatore e giudice.
«Pensi quanto il cristianesimo è decaduto, come ha
diviso i popoli» riprende Mabel. E prosegue:

Quanta crudeltà: inquisizioni, guerre religiose, divorzi,


rottura tra padri e figli… e poi, disobbedienza allo
Stato, tradimenti! Oh! Lei non può credere che il
cristianesimo sia una cosa vera! Che Dio sarebbe mai
questo? Poi… l’inferno!… Ma come può aver creduto
all’inferno? Si tolga dalla mente, mamma, una favola
così terribile! Si convinca che quel Dio non c’è più e non
è mai esistito; fu solo un odioso incubo. Finalmente noi
abbiamo conosciuto la verità! 21

Proseguendo il suo estremo tentativo di


convincere la vecchia morente (che però non si
convincerà), Mabel presenta poi l’affascinante figura
di Felsemburgh, tanto somigliante a quel prete che
entrambe hanno incontrato. Ha sanato tutte le piaghe
di così vecchia data e, alla fine, grazie a lui, il mondo
intero gode della pace, per cui un luminoso avvenire
si apre all’umanità. 22
Questo è in effetti il punto determinante: il nuovo
salvatore apporta la pace, mentre il vecchio era
venuto, come egli stesso aveva detto, a portare non la
pace ma la spada. La nuova religione,
l’umanitarismo, ha per fine di eliminare il dolore,
mentre l’antica fede chiedeva di abbracciarlo, in
quanto per essa ansie e miserie sono parte necessaria
alla perfetta unità del tutto e di esse si può rendere
ragione, anche se non sono esaurientemente
spiegabili a parole. Il cristianesimo guardava in faccia
la morte, senza temerla, anzi, ponendola al cuore
stesso della sua fede e pensandola come la porta che
apre all’eternità; nella nuova religione, invece, la
morte è da ritenersi nient’altro che una increspatura
che si produce qua e là sul placido mare. 23

Attualità del «Signore del mondo»


Anche da queste poche note riassuntive si
comprende che il romanzo di Benson, per quanto
sicuramente datato in alcune sue pagine, è nel
complesso di sorprendente attualità. Il nostro tempo
– che è poi proprio quello in cui si immagina
svolgersi la storia del Signore del mondo – vede
dispiegarsi compiutamente molte di quelle che agli
inizi del Novecento, quando il libro fu scritto,
potevano sembrare fantasie assurde, a chi non aveva
compreso la logica interna delle idee della modernità.
Questo vale anzitutto per i dati di tipo fattuale,
esteriore, sia di genere tecnico scientifico, sia sociale e
politico: pensiamo, per esempio, al fatto che si
prevedono gli Stati uniti d’Europa, e anche la Società
delle Nazioni, di cui Felsemburgh è nominato
presidente. Vale però, soprattutto, per quello che
concerne l’individuazione delle matrici culturali che
hanno portato alla crisi del cristianesimo e alla sua
sostituzione con una religione dell’umanità, capace di
attrarre anche tanti cristiani, preti e teologi compresi.
Benson capì in anticipo, con straordinaria lucidità
– frutto evidente di una comprensione profonda
tanto del cristianesimo quanto della società del suo
tempo – come la religione dell’umanità che si stava
delineando fosse, insieme, scimmiottatura del
messaggio evangelico e sua opposizione. Essa
propone infatti la filantropia al posto della carità; 24
l’Umanità al posto del Corpo Mistico; 25 la pace
esteriore al posto di quella interiore, che «sorpassa
tutto ciò che possiamo pensare», e che non riguarda
solo i rapporti tra gli uomini, ma principalmente i
rapporti tra gli uomini e Dio. 26
Benson vide anche come la mentalità laica sia
animata intimamente da un profondo odio ideologico
contro la fede cristiana, odio assolutamente
comprensibile, dal momento che, in fondo, sa
benissimo di esserne l’opposto. E questo odio, che si
esplica in primo luogo come un attacco al corpo,
all’intelletto e al cuore, violentando le sorgenti stesse
della vita spirituale e morale, può portare senza
difficoltà alla persecuzione, giustificata come alto
tradimento contro l’umanità. 27
Sotto questo profilo, Benson capì che il nemico
veramente mortale del cristianesimo è la moderna
psicologia. Dice all’inizio del libro il vecchio politico
cattolico:

Contro di noi ha influito enormemente anche l’ampio


sviluppo della psicologia nell’ultimo secolo. Prima,
dovevamo fare i conti con il puro e semplice
materialismo: esso aveva molti aspetti grossolani che lo
rendevano, in un certo senso, impopolare. Ma poi sorse
la psicologia: vinse e pretese, come proprio campo
esclusivo, il regno dello spirito. La psicologia pretende
di spiegare secondo schemi naturalistici lo stesso
anelito al soprannaturale. È una pretesa infame! 28

Benson pensa evidentemente alla psicologia di


marca positivistica in auge in quel periodo
soprattutto in Inghilterra, ma coglie comunque con
precisione un fatto importantissimo: la psicologia,
che pure può avere una sua validità in certi settori, si
è accaparrata una pretesa arcontica, ovvero quella di
signoreggiare nell’intero campo spirituale, mentre
invece di spirito non sa nulla, perché non ne ha
esperienza. Essa pensa che la credenza religiosa, che
è suo legittimo campo di indagine, sia la stessa cosa
della fede, che è, invece, tutt’altro, giacché è
esperienza dello spirito.
Per questo quei cristiani che pensano che la fede
sia solo una credenza sono tanto propensi ad
accettare l’accordo con la psicologia: anch’essi non
hanno mai compreso la radicale opposizione che c’è
tra psiche e spirito, come è invece esplicitamente
espressa dall’apostolo Paolo, dal momento che non
hanno neppure mai compreso, vissuto,
l’insegnamento centrale del Vangelo: rinunciare a se
stessi, odiare la propria anima. 29 A essi, come alla
psicologia, è ignota quella fine dello psichismo,
quella morte dell’anima, che è condizione della
nuova nascita, della rinascita spirituale. 30
Psicologia e materialismo, secondo la concezione
dominante, sembravano adatti a spiegare ogni cosa,
ma alla maggior parte della gente mancava
un’effettiva esperienza religiosa che rendesse in
grado di giudicare l’inadeguatezza di simili
dottrine. 31
L’esperienza religiosa effettiva è appunto quella
della rinuncia al mondo, ma soprattutto a se stessi –
un fare il vuoto in noi stessi, nell’anima nostra,
riconoscendo la radice egoistica che è sempre in essa
– perché è solo in questo vuoto, in questo nulla, in
questa «morte», appunto, che può giungere la grazia,
e solo essa trasforma l’anima in spirito. Questo però
richiede due cose: un cuore puro e umile e
un’estrema lucidità razionale. Infatti, solo chi ha un
cuore puro e umile e nervi resistenti come l’acciaio ha
la capacità di riconoscere che il giudizio di valore e la
grazia sono superiori a ogni sentimento, e dunque a ogni
indagine psicologica. 32
Questo ci sembra davvero il cuore del libro, nel
quale l’autore mostra una intelligenza e una finezza
possibili solo a chi ha esperienza spirituale, e può
perciò essere anche buon psicologo, dato che lo spirito
comprende anche la psiche, mentre non è vero il
contrario. La frase che abbiamo evidenziato è
esplicitata con luminosa chiarezza da Simone Weil:
La condizione umana rende l’esercizio della riflessione,
nel senso rigoroso del termine, quasi impossibile.
Perché, dal momento che l’intelligenza [esprit] è una
tensione verso qualche valore, come farà a distaccarsi
dal valore verso cui tende per considerarlo, giudicarlo e
classificarlo in rapporto agli altri? Questo distacco esige
uno sforzo e ogni sforzo dell’intelligenza è una tensione
verso un valore. Così, per operare questo distacco,
l’intelligenza deve considerare lo stesso distacco come
valore supremo. Ma per riuscire a vedere nel distacco
un valore superiore a tutti gli altri, bisogna essere già
distaccati da tutti gli altri. C’è in ciò un circolo vizioso,
che fa apparire l’esercizio della riflessione come un
miracolo; la parola grazia esprime questo carattere
miracoloso. 33

Ovvero, si può giudicare rettamente sui valori solo


nel distacco, ma questo è possibile soltanto in quel
modo miracoloso che si esprime con la parola grazia:
quella cosa che appare quando si è fatto il vuoto in
noi stessi, esercitando la regina delle virtù, l’umiltà.
L’uomo spirituale giudica tutto, e da nessuno è
giudicato, scrive perciò l’apostolo Paolo, 34 perché lo
spirito può conoscere e valutare la psiche, ma non il
contrario.
Solo nel distacco, e dunque nella grazia, v’è libertà
di giudizio – ubi spiritus domini, ibi libertas 35 – e
dunque onestà: la pretesa neutralità «scientifica»
della psicologia è una menzogna, sostenuta vuoi per
malafede, vuoi per stupidità o, più probabilmente,
per entrambi i motivi insieme. In realtà anche nelle
psicologie – oggi dobbiamo usare il plurale, visto che
ne esistono quante se ne vuole, ad arbitrio 36 – è
sempre presente un giudizio di valore, sulla base di
una gerarchia di valori, che sono stabiliti appunto ad
libitum, dalla propria volontà.
«Chi pensa profondamente, sa di avere sempre
torto» scriveva perciò Nietzsche, 37 cui non sfuggiva il
carattere autoaffermativo delle filosofie, delle
sintesi. 38 Giova ricordare infatti che, solo vent’anni
prima di Benson, il filosofo tedesco aveva scritto
pagine di fuoco contro gli psicologi, paragonati a
venditori ambulanti. 39
La vera psicologia deve essere morfologia e teoria
evolutiva di quella volontà di potenza 40 che non
abbandona mai l’uomo, ma di questa volontà di
autoaffermazione anche la psicologia è espressione e
vittima, perché non la conosce, non avendola
riconosciuta al proprio interno. Per conoscerla
bisogna infatti conoscerla dall’interno e dall’esterno, e
«il problema non è proprio semplice: bisogna averlo
vissuto e attraversato dalla parte della forza e della
debolezza». 41 E, dunque, conosce la psiche, conosce il
regno della forza, della pesanteur, 42 solo chi conosce
anche lo spirito, la grazia.
Ciò avvicina in modo davvero singolare il Signore
del mondo a Nietzsche, nonostante le molte differenze
che separano l’anticristo (?) filosofo tedesco dal prete
cattolico inglese. E, del resto, anche Nietzsche non
interpretava Gesù come colui che non resiste al male,
che si è sottratto alla volontà di potenza?
Di fronte al vecchio papa, a padre Percy torna
perciò in mente la riflessione agostiniana della Città
di Dio sulle due città: una che si pensa autonoma,
autosufficiente, materialista e di conseguenza
edonista; l’altra, invece, che rimanda a una
redenzione, a un mondo trascendente ed eterno, da
cui tutto viene e a cui tutto ritorna. La prima, quella
che fa capo a Felsemburgh, l’Anticristo, la
contraffazione di Dio, è fondata sull’amore di sé,
sull’orgoglio; l’altra fa capo a Giovanni, il vicario, e si
fonda sull’abnegazione, sull’umiltà. 43
Giovanni, appunto: il nome del papa richiama
chiaramente l’autore del quarto Vangelo e delle
Lettere, l’unico evangelista per il quale Cristo è Dio, e
Dio è spirito, che non si adora né nei templi né sui
monti, ma solo in spirito e verità. 44
È solo sullo sfondo di Giovanni, ricordiamolo
ancora una volta, che si colloca l’Anticristo. Egli
proviene dall’interno stesso della Chiesa, e si
manifesta quando l’amore del mondo prende il posto
di quello di Dio e si pensa così alla vita nel mondo, 45
e non a quella nascosta con Cristo in Dio. 46 È
Anticristo chi non riconosce nell’uomo Gesù il Figlio
di Dio, ovvero chi riporta a Mosè, dimenticando che
da Mosè è venuta la Legge, ma la grazia e la verità
sono state date dal Cristo. 47
Benson correttamente riconosce il carattere
anticristiano di quel profetismo ebraico che rimanda
a un regno di Dio mondano, non dentro di noi: nel
Signore del mondo il nuovo culto dell’umanità viene
infatti inaugurato con una peroratio in cui si citano i
brani profetici che annunciavano la città della pace,
della quale tutti vedevano ora, davanti agli occhi, le
mura:

Sorgi e brilla, perché è giunta la tua luce e la gloria del


Signore si è levata sopra di te … Perché, ecco, io creo
cieli nuovi e terra nuova. E cielo e terra che furono un
tempo non saranno ricordati e non torneranno più alla
mente. Non s’udrà più violenza nel tuo regno, né
desolazione né rovina nei tuoi confini. O tu, da tanto
tempo afflitta, colpita dalla tempesta e priva di
conforto, io ti offrirò pietre dai colori più vivi e
fondamenta di zaffiro. Di agate farò le tue finestre, di
rubini le tue porte e di preziose gemme le tue mura.
Sorgi, fatti tutta luminosa, perché è giunta la tua luce. 48

Qui non si tratta solo di utilizzazione di vecchi


testi o vecchie figure per la nuova religione (come per
esempio la corona di dodici stelle che adorna nel
nuovo tempio il capo della statua della Maternità:
una donna nuda, grande e matronale). 49 Qui si tratta
invece di ben altro: la nuova religione dell’umanità si
riconosce nel profetismo ebraico, perché è del suo
stesso sangue, adoratore del mondo, anticristico. Non
a caso la lunga citazione da Isaia che abbiamo
riportato è l’unica dell’Antico Testamento presente
nel libro, che, altrettanto significativamente, si
conclude con il canto del Pange lingua, intonato
dall’ultimo papa e dai fedeli cristiani mentre infuria
la battaglia finale:

et antiquum documentum
novo cedat ritui. 50

È proprio quest’ultimo, cruciale aspetto a essere


straordinariamente significativo: in un momento in
cui la cristianità ha, di fatto, perduto la fede nella
divinità di Cristo e ha perciò annullato la novità del
Vangelo, piegandosi a adorare il mondo e il suo
Signore, Benson le ricorda che questo, propriamente
questo, è l’Anticristo.
XI
L’Anticristo nell’Islam

Il Dajjāl: le origini
Una figura molto simile all’Anticristo è presente, da
sempre, nella dottrina islamica, dalla quale, nei nostri
giorni, è passata anche nel mondo occidentale.
La religione musulmana presuppone che nessuno,
neppure gli angeli o i profeti, conosca l’ora del
giudizio finale che, pure, è uno dei temi fondamentali
della predicazione di Maometto. La tradizione
prevede comunque che, nell’imminenza di quell’ora,
comparirà un «ingannatore», il Dajjāl. 1 Non ne parla
il Corano, ma trova ampio spazio negli ḥ ad ῑ th, cioè
nei racconti dei detti e fatti del Profeta, che hanno un
valore molto prossimo a quelli dello stesso Libro
Sacro.
È possibile, peraltro, che questa figura provenga
all’islamismo dal retroterra ebraico-cristiano, insieme
all’elemento apocalittico-messianico. Nella tradizione
musulmana compare infatti, insieme a Gesù, anche la
figura del Mahdī, che possiamo considerare appunto
come «messia», entrambi con un ruolo escatologico.
Come è noto, nell’islamismo Gesù non è affatto figlio
di Dio né tanto meno Dio – questa è anzi una terribile
bestemmia per i musulmani – bensì un profeta, che
non fu crocifisso e non morì, ma fu assunto in cielo e
tornerà sulla terra alla fine dei tempi, proprio per
combattere il Dajjāl.
Tenendo conto che per l’islamismo vale lo stesso
che per il cristianesimo, ovvero che non v’è una
dottrina universalmente accettata in tutte le sue parti
e notevoli divergenze esistono tra le diverse
componenti del mondo musulmano, si può però
accettare una descrizione degli eventi ultimi di
questo tipo: 2
– compare il Mahdī a instaurare un regno di
giustizia sulla terra;
– compare il Dajjāl;
– compare Gesù sul minareto omonimo della
grande moschea di Damasco. Gesù ucciderà il Dajjāl
(secondo i sunniti), oppure aiuterà il Mahdī a farlo
(secondo gli sciiti);
– Gesù, insieme al Mahdī, guiderà la preghiera e
spezzerà i crocifissi, ovvero denuncerà la
miscredenza dei suoi presunti seguaci, i cristiani, che
ne hanno tradito il messaggio, trasformandolo, in
modo blasfemo, in un «figlio carnale» di Dio;
– finalmente si compie la fine del mondo.
È stato notato che la figura del Dajjāl si avvicina in
qualche modo alla Bestia dell’Apocalisse, e pure a
Gog e Magog, le popolazioni selvagge che
invaderanno la terra allorché l’ora sarà incombente,
come è narrato nel Corano. 3 Un collegamento
esplicito tra Gog e Magog e il Dajjāl è presente nei
commentari coranici, nei quali, a ulteriore riprova
della contaminazione con elementi ebraici, cristiani,
ma anche ellenici, Gog e Magog vengono dapprima
tenuti lontani da una muraglia di ferro costruita da
un misterioso personaggio, Bicorne, nel quale è da
ravvisare Alessandro Magno, poi la muraglia sarà
abbattuta e spianata a terra, dopo che Gesù avrà
ucciso il Dajjāl. 4
La parola «Dajjāl» è di significato oscuro, ma è
indubbio che i suoi tratti siano quelli dell’Anticristo.
Pretenderà di essere profeta e poi addirittura Dio.
Compirà azioni straordinarie, facendo scendere la
pioggia su coloro che credono in lui, cosicché
avranno ricchi raccolti, i loro alberi saranno carichi di
frutti e il loro bestiame ingrasserà. Al contrario,
provocherà siccità per coloro che non credono in lui,
da cui deriveranno carestia e tempi di durezza per
costoro. Tesori nascosti salteranno fuori dalla terra al
suo comando. Coloro che gli obbediranno entreranno
nel suo paradiso, mentre quelli che gli
disobbediranno finiranno nel suo inferno.
Emergerà tra la Siria e l’Iraq, e la sua comparsa
sarà nota quando si troverà a Isfahan (nell’attuale
Iran) in un luogo chiamato Giudea. Gli ebrei di
Isfahan saranno i suoi principali seguaci. Non
riuscirà a entrare alla Mecca né a Medina, perché gli
angeli staranno a guardia delle due città sante. Da
Medina procederà verso la Siria, ove si troverà il
Mahdī. Infine Gesù discenderà dal cielo, lo inseguirà
e lo ucciderà. 5
In pieno XIV secolo, un grande pensatore
maghrebino, Ibn Khaldān, che inclina al
razionalismo, scrive:

È tradizione generale presso i musulmani di tutti i


tempi che alla fine del mondo dovrà necessariamente
comparire un uomo della famiglia del Profeta per
rafforzare la religione e far trionfare la giustizia. I
musulmani lo seguiranno ed egli otterrà il dominio
sull’Islam. Si chiamerà il Mahdῑ. Dopo di lui verrà il
Dajjāl, contemporaneamente ai segni dell’Ora. In
seguito Gesù scenderà sulla terra e ucciderà il Dajjāl,
oppure Gesù discenderà con il Mahdῑ per aiutarlo a
uccidere il Dajjāl. 6

Riportando altre opinioni, sempre con spirito


critico, il medesimo pensatore riferisce che ai tempi
ultimi il Dajjāl prenderà il potere e gestirà l’autorità
regale, per cui ritornerà l’empietà che era stata ai
tempi antecedenti il Profeta e l’Islam. 7
Sulla figura del Mahdī la teologia islamica è
sostanzialmente concorde. Si tratta di un capo
predestinato, che deve lanciare una grande
trasformazione sociale per restaurare la purezza dei
primi tempi, il che comporterà una direzione non
corrotta dell’umanità, un ordine sociale giusto e un
mondo libero dall’oppressione, in cui sarà
universalmente accettata la Legge islamica. 8
Nella storia dell’Islam sono stati numerosissimi i
presunti Mahdī, che hanno tentato di realizzare Stati
messianici – basti ricordare il sudanese Muhammad
Ahmad (m. 1885), che mise in grave difficoltà il
colonialismo inglese –, ma un particolare rilievo
assume la sua figura nell’Islam sciita, fortemente
pervaso da un’escatologia apocalittica, fondata sul
combattimento tra le forze del bene e quelle del male.
Nello sciismo (il nome significa originariamente
«partito, (shi’a) di Ali», cugino e genero di Maometto)
il Mahdī non è altri se non l’ultimo, il dodicesimo,
imam – che nello sciismo non è solo un capo, come la
parola araba direbbe, bensì il successore del Profeta e,
come lui, ispirato da Dio, inerrante, impeccante –,
sparito dalla scena del mondo ma non morto, che
deve tornare un giorno sulla terra per assicurare il
trionfo della giustizia e preparare la resurrezione
finale.

Il Dajjāl oggi
Comunque sia, anche nell’Islam la tematica del
millenarismo apocalittico è ben presente, e ha ripreso
vigore in concomitanza con lo scontro con
l’Occidente e il secolarismo dei nostri tempi. È perciò
ovvio che, in età contemporanea, anche le varie
forme che assume il Dajjāl corrispondano a ciò che
appare contrario alla religione: dal laicismo di
Mustafa Kemal Atatürk, che abolì il califfato e
instaurò in Turchia una repubblica ispirata a modelli
sociopolitici occidentali, al comunismo ateo, ma
soprattutto alla cultura materialista, al lassismo
morale, al pansessualismo, all’idolatria del consumo
e del denaro, propria del nostro mondo e, in
particolare, degli Stati Uniti: questi sarebbero i segni
più chiari dell’imminente venuta del Dajjāl.
Non meraviglia perciò che l’imam Khomeini
(1902-1989), cui si deve il rovesciamento del regime
dello scià di Persia, legato agli Usa, e il tentativo di
instaurare una repubblica islamica in quel paese,
iniziasse a chiamare «Grande Satana» proprio gli
Stati Uniti. Essi sono percepiti infatti come un paese
corrotto e immorale, proteso verso una politica di
neocolonialismo e di sfruttamento nei confronti dei
paesi musulmani, tanto da poter essere identificati
con la misteriosa popolazione degli ’ ā d, più volte
citata dal Corano, che, nonostante tutta la sua
ricchezza e la sua potenza militare, sarà sterminata e
distrutta da Dio per la sua empietà. 9
La questione è diventata sempre più scottante
negli ultimi decenni, di fronte alla conquista ebraica
della Palestina e alla cacciata degli arabi che vi
vivevano da secoli. In più, v’è il vulnus di
Gerusalemme, che è città santa anche per i
musulmani (essi la chiamano infatti «al-Quds»,
ovvero «la santa») e da cui vengono
progressivamente espulsi, mentre gruppi integralisti
ebrei intendono ricostruire il Tempio, il che comporta
anche la distruzione della moschea di Omar e di
quella di al-Aqsā, luoghi santi per l’Islam.
Non meraviglia perciò che il gruppo islamista
palestinese Hamas consideri Israele un nemico
assoluto, esplicitamente connesso al Dajjāl. Uno
shaykh dell’organizzazione, sostenendo che il crollo e
la distruzione di Israele sono chiaramente annunciati
dallo stesso Corano (7, al-A’r ā f, 167), conclude che la
fine degli ebrei verrà quando si schiereranno a
sostegno del Dajjāl, che sarà ucciso da Gesù, figlio di
Maria, e dai musulmani. Questa battaglia avrà luogo
alla fine dei tempi. 10
Hamas guarda dunque alla lotta contro Israele
come a una lotta apocalittica, nella quale il Dajjāl non
è soltanto Israele, ma anche, e forse soprattutto, gli
Stati Uniti, suoi stretti alleati, Grande Satana che
devasta e saccheggia tutta la terra, quella musulmana
in particolare.
È molto importante rilevare come questa tematica
dell’Anticristo in veste islamica e dell’apocalisse che
vi è connessa sia strettamente legata a una parallela
tematica millenaristica, che viene proprio da quel
mondo ebraico che per i musulmani rappresenta il
Nemico, per cui si potrebbe parlare di due apocalissi
contrapposte, cosa che non meraviglia affatto, vista la
comune origine del mito stesso dell’apocalisse.
Abbiamo già accennato poc’anzi alla volontà di
ricostruire il Tempio di Salomone, distrutto dai
romani nel 70 d.C., da parte di alcuni gruppi
integralisti ebrei. Il motivo è evidente: sulla
cosiddetta «spianata del Tempio», all’interno della
moschea di Omar, c’è la roccia ove, secondo la
tradizione, Abramo sarebbe stato sul punto di
sacrificare Isacco, o Ismaele, l’altro figlio di Abramo,
secondo gli arabi musulmani, che da lui derivano. La
spianata del Tempio, anzi, l’intera collina – per gli
arabi al-Haram al-Sharif, il «nobile santuario» – non è
dunque altro che il biblico monte Moria, luogo sacro
sia per gli ebrei che per i musulmani: infatti vicino
alla moschea di Omar, con la sua splendida cupola
dorata, che gli occidentali chiamano «Cupola della
Roccia», v’è anche la più piccola moschea di al-Aqsā,
costruita sul luogo ove Maometto compì, per volere
divino, il mi’raj, il suo viaggio celeste.
Il progetto integralista ebraico di ricostruire il
Tempio di Salomone, per poter di nuovo immolare
l’agnello di Pasqua sulla roccia del monte Moria, rito
che il sommo sacerdote celebrava una volta l’anno,
prevede perciò necessariamente la distruzione delle
due moschee. In effetti, ci sono già stati tentativi di
far saltare in aria la Cupola della Roccia, da parte dei
cosiddetti «Fedeli del Tempio», setta religiosa ebraica
che ha, appunto, lo scopo di ricostruire il Tempio.
L’8 ottobre 1990 un gruppo di loro tentò di
accedere alla spianata, che dipende dall’autorità
musulmana, per affermare la sovranità ebraica sulla
collina, per cui ne seguirono scontri fra ebrei e
musulmani; la polizia israeliana sparò, causando
decine di morti tra questi ultimi. Dieci giorni dopo il
massacro, il 17 ottobre, il capo dei Fedeli del Tempio,
Gershom Solomon, dichiarò al «Daily Telegraph» che
il suo piano prevedeva la distruzione delle due
moschee, da ricostruirsi eventualmente alla Mecca o
altrove, dal momento che esse rappresentano
documenti dell’imperialismo arabo, e la successiva
ricostruzione del Tempio di Salomone.
Questo proposito è, peraltro, accompagnato dal
progetto di cacciare dalla Palestina, ora conquistata
da Israele, tutti i non ebrei, dal momento che quella
terra è stata data a Israele da Dio, secondo la Bibbia, e
non può esser loro tolta da un altro popolo. I Fedeli
del Tempio sono, a detta delle autorità, un piccolo
gruppo, ma il loro progetto trova comunque larghi
consensi nel paese, 11 anche perché si salda con le
rinate aspettative messianiche, ampiamente diffuse
nell’ebraismo contemporaneo.
In realtà il messianismo non è mai scomparso,
dato che è una componente essenziale della fede
biblica, ma dall’Illuminismo a oggi, e poi con
l’emancipazione degli ebrei e il loro pieno
inserimento nella società moderna, era stato
notevolmente annacquato. La sua impetuosa ripresa
ai nostri giorni è avvenuta soprattutto negli Stati
Uniti, grazie alla setta Chabad o Lubavitch.

Il Dajjāl negli Stati Uniti


Chabad è un acronimo di tre parole ebraiche,
Chochma, Binah e Da’at, ovvero saggezza,
comprensione e conoscenza, mentre Lubavitch è il
nome di un villaggio, nell’attuale Bielorussia, ove la
setta ebbe origine, nel Settecento. 12 Si tratta infatti di
uno dei tanti gruppi del chassidismo, sviluppatosi
appunto nei villaggi ebraici dell’Europa orientale e
oggi ben noto anche in Occidente, soprattutto grazie
all’opera di autori come Martin Buber e Gershom
Scholem. 13
Partendo dalla dottrina cabalistica di Isaac Luria
(1534-1572) e di altri maestri, secondo la quale le
scintille divine disperse nella creazione e involte nella
materia devono essere aiutate a risalire verso l’alto
dal popolo eletto, grazie alla minuziosa osservanza
della Legge, i Lubavitcher si presentano anzitutto
come un movimento che spinge gli ebrei
all’ortodossia e perciò a un rigoroso rispetto dei
precetti biblici. Dal chassidismo la setta riprende
anche l’obbedienza al capo spirituale, lo tzaddik,
considerato un intermediario tra Dio e il suo popolo,
tanto da essere spesso identificato con il messia e
venerato come tale.
Questo è anche il caso del settimo e perciò ultimo
(sette è considerato numero magico) rabbino
Lubavitcher, Menachem Mendel Schneerson (1902-
1994), nato in Russia ma trapiantato negli Stati Uniti,
ove è stato quasi divinizzato. Un esempio sarà
sufficiente: il rabbino abitava a Brooklyn, al numero
770 di Eastern Parkway e poiché il valore numerico
di «casa del messia» è 770, i suoi seguaci vedevano in
quella casa appunto la casa del messia. Dopo la sua
morte, coloro che lo consideravano il messia non si
sono dati per vinti: alcuni dicevano che non era
morto, altri che sarebbe resuscitato, mentre altri,
ancora più circospetti, citavano i testi tradizionali:
«Se è tra i morti, è Daniele» (Sanhedrin 98b); il messia
può dunque trovarsi tra i morti. 14
Schneerson ha esercitato un’enorme influenza
negli Stati Uniti, al punto che il giorno del suo
compleanno è stato dichiarato Education Day, festa
nazionale e civile. Particolare quasi incredibile, la
festa è mobile, dal momento che tale è il genetliaco
del rabbino, dato che i Lubavitcher rifiutano il
calendario giuliano-gregoriano, in quanto cristiano, e
si attengono a quello lunare giudeo-babilonese!
L’osservanza della tradizione porta la setta a una
rigorosa separazione tra il popolo eletto e i gentili,
con esiti che si possono definire pudicamente di
«barriera ontologica tra ebrei e non ebrei», ma che
possono anche apparire razzisti, se si legge del
«carattere intrinsecamente divino dell’anima
ebraica», 15 mentre le anime dei non ebrei vengono
dalla parte femminile della sfera satanica, e perciò
sono malvagie, senza conoscenza del divino. L’intera
realtà non ebraica sarebbe così di secondo ordine,
solo vanità, dal momento che l’intera creazione esiste
solo per il bene degli ebrei e i non ebrei sono destinati
al loro servizio, siccome sta scritto: «E gli stranieri
cureranno le vostre greggi; i loro figli saranno vostri
agricoltori e vignaioli». 16
Sulla base della distinzione biblica «popolo eletto –
gentili», ribadita nei secoli dalla tradizione
talmudica, queste tendenze fondamentaliste – che,
peraltro, sono respinte dalla maggioranza degli ebrei
– prevedono l’instaurazione del regno di Dio e della
sua nazione santa con rigorosa esclusione e
subordinazione dei non eletti. Anzi, mentre al popolo
eletto è stata data la Legge di Mosè, per i non eletti
devono valere solo le cosiddette «sette leggi
noachiche», che sarebbero i precetti dati da Dio a
Adamo e a Noè, prima della rivelazione sul Sinai, e
pertanto valide per tutti gli esseri umani. Che Dio
abbia assegnato a Noè queste sette leggi non risulta
in effetti da alcun passo biblico, ma è il Talmud 17 a
enunciarle: obbedire all’autorità; astenersi dalla
bestemmia; dall’idolatria; dall’adulterio; dal versare
sangue; dalle rapine; dal mangiare carne tagliata da
un animale vivo.
Queste presunte leggi noachiche sono state
dichiarate «principi e valori etici alla base della
società fin dall’alba della civiltà» e, come tali,
riconosciuti costitutivi della «nostra società civile e su
cui la nostra grande nazione è fondata» da parte del
Congresso degli Stati Uniti. 18
Questo ci riporta al nostro tema: l’Islam percepisce
Israele e Stati Uniti come un tutt’uno, coalizzato
contro il mondo musulmano. Nella fattispecie, Israele
come guida, che si serve della potenza economico-
militare degli Usa come strumento, dal momento che
sono gli ebrei a governare quel grande paese. Senza
contare la presenza di ebrei, spesso proprio
Lubavitcher, ai vertici del potere negli Stati Uniti: è
l’American Israeli Public Affairs Committee (AIPAC )
la lobby che determina le scelte politiche,
economiche, militari della Casa Bianca e del
Congresso. 19
Non meraviglia perciò che nel mondo musulmano
attuale viva l’idea di un complotto ebraico teso a
danneggiare o addirittura distruggere l’Islam e che si
tengano ancora in gran conto i Protocolli dei Savi
anziani di Sion, 20 che conoscono infatti una rinnovata
fortuna nei paesi arabi, ove sono continuamente
ristampati e diffusi. Agli occhi del mondo islamico,
l’opinione pubblica occidentale è in larga misura
manovrata dalle grandi agenzie di stampa e dai
media, che decidono quale notizie dare e quali no, e
con quale peso. Così si fa credere che siano giusti,
attuati per «esportare la democrazia», gli interventi
militari in Iraq, Afghanistan, Libia, ecc. Allo stesso
modo, si liquida in breve la notizia dei 16.000 operai
musulmani morti per l’esplosione di una fabbrica
chimica americana a Bhopal, in India, nel 1984,
mentre, per contro, si enfatizzano le notizie su uno
stupro o sulla lapidazione di un’adultera nel mondo
islamico. E gli esempi potrebbero essere moltiplicati.
Lo stesso si può dire del potere economico: le
grandi banche d’affari ebraiche americane – prosegue
la letteratura apocalittica musulmana – sono in grado
di determinare, da sole, gli indirizzi economici e
quindi la vita o la morte stesse di intere regioni e
parti del mondo. Queste scelte sono, ovviamente,
ogni volta a favore di Israele e contro i paesi islamici,
tanto da rendere credibile, sempre a un occhio
islamico, che vi sia un piano generale, orchestrato tra
New York (la città al mondo con il maggior numero
di ebrei) e Tel Aviv per la conquista non solo della
Palestina, che è già avvenuta, ma del mondo intero.
Non ha forse detto Lloyd Blankfein, amministratore
delegato della Goldman Sachs, una delle maggiori
banche d’investimento mondiali, che non è giusto
mettere un limite ai compensi dei suoi manager,
perché i banchieri adempiono un compito
fondamentale nella società: «Fanno il lavoro di Dio»?
21

Questa frase non deve essere presa come una


battuta, come la tracotanza di chi si sa al di sopra di
ogni potenza politica, perché è assolutamente seria.
In una concezione in cui non v’è immortalità
dell’anima, non v’è vita eterna, ma un regno di Dio
intramondano, che si esplica nella forma del dominio
sui popoli della terra, il denaro non è solo strumento
di potere, ma diventa strumento dell’azione divina,
ove il banchiere è il gran sacerdote. Non a caso, al
contrario dell’evangelica opposizione tra Dio e il
denaro 22 sulla moneta americana compare, accanto a
simboli massonici, la scritta: In God we trust.
Agli occhi di buona parte del mondo musulmano,
la strapotenza anzitutto militare degli Usa, con la
conseguente, esplicitamente dichiarata, volontà
egemonica sull’intero pianeta, appare insomma come
qualcosa di veramente satanico.

Gli strumenti moderni del Dajjāl: i media


Agli apocalittici islamici il dominio del Dajjāl appare
particolarmente evidente nel settore dei media, ove
pochi potenti possono non solo esercitare
un’egemonia quasi assoluta in ambito economico, ma
anche controllare l’opinione pubblica fin nella
coscienza dei singoli. Cinema, televisione, stampa –
oggi soprattutto la rete con i suoi social network –
esercitano un’azione continua di sradicamento,
diffondendo senza posa modelli di vita immorali.
Culto del corpo, del piacere, del denaro: questo,
infatti, il messaggio che incessantemente proviene
dall’Occidente, corrompendo la umma, la grande
comunità dei credenti islamici. L’appiattimento delle
coscienze, che dimenticano storia, cultura, tradizione,
spiritualità, può ancora una volta apparire così opera
di quella cospirazione giudaico-massonica descritta
dai Protocolli dei Savi anziani di Sion, che non a caso
vengono continuamente ristampati e diffusi nel
mondo musulmano.
Questa diagnosi è almeno in parte condivisa anche
da osservatori occidentali, peraltro del tutto immuni
dall’idea dell’Anticristo-Dajjāl, che notano come
molti da noi ritengano minacciata la propria identità
da una moschea aperta in un garage di periferia, o si
allarmino per le «invasioni» di immigrati musulmani
dal Nordafrica o dal Vicino Oriente, mentre
guardano con noncuranza o addirittura con simpatia
programmi televisivi che svolgono una funzione
dirompente nei confronti della morale e
dell’intelligenza, 23 trasmettendo messaggi di pura
esteriorità, centrati appunto sul binomio sesso-
denaro.
Proprio in merito alla funzione anticristica
dell’industria cinematografica di Hollywood, assume
perciò uno straordinario significato il racconto che
chiude il pamphlet di Joseph Roth L’Anticristo (1934),
in cui si parla di un Anticristo che non deve venire,
ma che è già qui tra noi, anzi dentro di noi, 24 solo che
gli uomini non lo riconoscono, perché sono colpiti
dall’accecamento tipico della fine dei tempi. Nel
racconto, un impostore, che si era insediato al posto
del papa, firma un concordato con la Metro-Goldwin-
Mayer, dopo che un ambasciatore gli ha rivolto
questa supplica:

Veniamo da Hollywood, che alcuni pronunciano Hölle-


Wut [furia infernale, in tedesco], ma tu non crederci,
Santo Padre! Non vogliamo più conquistare il mondo.
Lo abbiamo già conquistato. Siamo il paese delle
ombre. Ci manda la Metro-Goldwin-Mayer. La Metro-
Goldwin-Mayer e altre del suo genere si impegnano a
diffondere l’ombra del Salvatore su tutti gli schermi del
mondo. Truccheremo con arte i tuoi cardinali e i tuoi
preti veri, così che possano diventare vere ombre. Per
questo, Santo Padre, vogliamo la tua benedizione e
anche la tua santa ombra. E la Metro-Goldwin-Mayer,
più potente delle potenze con i cui ambasciatori tu hai
appena parlato, desidererebbe che anche noi potessimo
allo stesso modo fare un concordato. Ai fini di
propaganda. 25
Stati Uniti e Israele: il Grande Satana
Nell’ipotesi islamica attuale v’è dunque un Dajjāl
giudeo-statunitense, contro il quale si prepara
l’ultima battaglia, nell’Ora finale. La cosa più
rilevante è il fatto che quest’idea apocalittica e
messianica del tempo ultimo, della definitiva
instaurazione del regno di Dio, pur assumendo forme
notevolmente diverse nelle tre religioni cosiddette
monoteiste, ebraica, cristiana, musulmana, si sostiene
in esse reciprocamente. Ciò non meraviglia, del resto,
visto che proviene da un’unica origine.
Infatti il messianismo ebraico, e di conseguenza
l’occupazione della Terrasanta da parte degli ebrei, è
sostenuto potentemente anche dal fondamentalismo
protestante americano, che pensa di accelerare così il
tempo ultimo e la venuta finale di Cristo. È questa
una tendenza remota: già nel 1621 un membro del
parlamento inglese, Henry Finch, rivolgeva un
appello al governo di Sua Maestà perché favorisse
l’insediamento degli ebrei in Palestina, «onde
compiere le profezie bibliche».
Nell’Ottocento un pastore anglicano, John Darby
(1800-1882), percorse gli Stati Uniti insegnando che,
come si legge in 1 Ts 4,17, i veri credenti sarebbero
stati rapiti dalla terra al cielo prima della tribolazione
finale, che culminerà nella battaglia di Armageddon,
e che gli ebrei, quali strumento primario del piano
divino, saranno restaurati nella loro potenza.
Dividendo la storia del mondo in diversi periodi
(dispensations), Darby prevedeva un periodo di mille
anni in cui gli ebrei domineranno la Palestina, dopo il
ritorno di Cristo e prima del definitivo compimento
della storia. Dopo di lui, un altro pastore protestante,
Cyrus Scofield (1843-1921), diffuse questa teoria, il
dispensazionalismo, soprattutto grazie a un’edizione
della Bibbia da lui annotata (1909) che divenne quella
di gran lunga più in uso negli Stati Uniti.
È la suggestione del millenarismo che riemerge
ancora una volta, come una pianta che sempre
rifiorisce dalla sua radice mai estinta, l’apocalittica
giudaica, passata in quella cristiana e poi anche in
quella islamica, attraverso le Scritture. Nel mondo
protestante americano la diffusa, predominante
ignoranza della storia, della filologia, della filosofia si
accompagna infatti a un rozzo biblicismo. Così il
cosiddetto «sionismo cristiano» vede il dominio sulla
Palestina da parte degli ebrei come compimento delle
profezie messianiche sul ritorno del Salvatore; la
conquista di Gerusalemme da parte di Israele nella
guerra lampo del 1967 viene salutata come
inveramento della Scrittura, ecc.
Del resto, «l’intero destino dell’America è
contenuto nel primo puritano che sbarcò in
America». 26 Infatti è di schietta marca protestante
l’ottimismo di chi ha una incrollabile fiducia nella
coincidenza tra i propri interessi, la volontà divina e
quindi il successo finale.
Fin dall’inizio della loro storia, gli Stati Uniti si
sono sentiti infatti il popolo di Dio, il nuovo Israele,
strettamente legato al vecchio. La vicenda di Joseph
Smith (1805-1844) e della fondazione della Chiesa
mormone, di ispirazione massonica, con la sua
leggenda della tribù di Israele presente in America
prima della scoperta di Colombo, è, nella sua
banalità, molto significativa in questo senso. Con la
pretesa di essere una «nazione sotto Dio» e
sostenendo la propria politica imperialistica con il
millenarismo dedotto dalla Bibbia, gli Stati Uniti
considerano il male i loro avversari, ovvero chi si
oppone ai loro interessi, definendo «asse del male»
gli Stati o le forze islamiche che difendono i
palestinesi dall’aggressione israeliana o
l’indipendenza dei paesi arabi dalla rapina delle
multinazionali americane.
Non deve stupire perciò il fatto che queste
categorie apocalittiche, escatologiche – che pure
traggono la loro origine più o meno remota dalle
stesse fonti – si siano rivolte contro di loro e che
alcune parti del mondo musulmano vedano, a loro
volta, negli Usa il Grande Satana. Nemmeno deve
sorprendere il fatto che questa stessa valutazione
prenda sempre più piede anche all’interno del
mondo occidentale. Benché in esso la tradizione
cristiana sia ormai evanescente, alcune figure
dell’immaginario collettivo, come appunto il
demonio, l’Anticristo, l’apocalisse, sono tuttora
presenti, per cui è facile, anche da parte di persone
appartenenti al mondo culturale cristiano,
interpretare semplicisticamente, ma
suggestivamente, le vicende del presente ricorrendo
a esse.
Gli apocalittici islamici leggono così l’intera storia
degli Stati Uniti come una storia satanica, fin
dall’inizio storia di violenza e sopraffazione, dallo
sterminio dei nativi americani agli interventi
imperialistici degli ultimi anni, compiuti in spregio
alle regole, alle leggi, ai trattati internazionali, con il
cinismo con cui il segretario di Stato Usa dichiarò che
la morte di 200.000 bambini, per l’embargo sui
medicinali imposto all’Iraq, era un prezzo equo per
piegare Saddam Hussein, ovvero la medesima
persona che gli Stati Uniti stessi avevano in
precedenza armato fino ai denti e poi spinto a una
lunghissima guerra contro l’Iran, che fece centinaia di
migliaia di vittime.
Lo stesso Iraq è stato poi distrutto, rovesciando in
pochi giorni su di esso più bombe di quante ne siano
state sganciate sulla Germania in tutta la Seconda
guerra mondiale, e spingendolo alla guerra civile,
con la morte di 1.250.000 persone, col pretesto,
menzognero, che detenesse quelle «armi di
distruzione di massa» di cui gli Stati Uniti hanno gli
arsenali pieni.
Questo comportamento ha proprio il requisito
essenziale dell’Anticristo: quello di presentarsi
compiuto in nome e per conto di Dio e dei sacri valori
di giustizia, libertà, pace, dichiarando il nemico
«male assoluto», «asse del male», ecc. Ma, come
scriveva Schmitt, «conosciamo ormai la legge segreta
di questo vocabolario e sappiamo che oggi la guerra
più terribile può essere condotta solo in nome della
pace, l’oppressione più terribile solo nel nome della
libertà e la disumanità più abietta solo nel nome
dell’umanità». 27
Ricordiamo che la tradizione cristiana prevedeva
spesso che l’Anticristo fosse un ebreo, che trovasse
negli ebrei i primi sostenitori e ponesse in
Gerusalemme la sua capitale, prendendo possesso
del Tempio. Non meraviglia perciò che nella
strapotenza militare ed economica di Israele e degli
Usa, che sconvolge tutta la terra e la riduce a un
deserto, anche per le generazioni che verranno,
qualcuno, non solo nel mondo islamico, possa vedere
la figura del supremo «ingannatore»: il Dajjāl,
l’Anticristo.
XII
Nietzsche: l’Anticristo o il Cristo?

Buona novella e cattiva novella


All’inizio della contemporaneità sta un libro
singolare, che assume paradossalmente per se stesso
e per il suo autore il titolo di Anticristo: caso unico,
dal momento che Anticristo è sempre un appellativo
negativo, offensivo, attribuito al proprio nemico. Il
sottotitolo dell’opera, Maledizione del cristianesimo,
sembrerebbe rendere incontrovertibile il fatto che si
tratta di uno scritto assolutamente ostile al
cristianesimo stesso, ma proprio qui sta il
paradosso. 1
L’Anticristo non è affatto un libro anti-Cristo,
ovvero contro la figura di Gesù, bensì contro la
Chiesa, che ha creato un «cristianesimo» come
dottrina teologica e morale, che non deriva affatto
dall’esempio di Gesù, ma, anzi, ne è il completo
rovesciamento. Più in particolare, il libro è diretto
contro Paolo, inventore primario di quella dottrina e
quella morale che ha riportato l’insegnamento di
Gesù al giudaismo, creando così non un evangelo,
una «buona novella», bensì un dys-anghelion, una
«cattiva novella».
Nietzsche interpreta infatti Gesù come un maestro
che ha praticato, e insegnato, la libertà dal
ressentiment, ovvero dal risentimento, quel basso
sentimento di invidia dei deboli nei confronti dei forti
da cui deriva la morale, ovvero il giudizio, con cui il
debole si «vendica» del forte. È questa, ovvero la
scoperta della Genealogia della morale, come Nietzsche
intitola uno dei suoi capolavori, la consapevolezza
fondamentale per ristabilire la verità contro la
menzogna, e in particolare per uscire da quella sorta
di incantamento che la «Circe dei filosofi», la morale
cristiana, ha esercitato per secoli, sovvertendo tutti i
valori.
Nell’Anticristo Nietzsche sostiene che Gesù, questo
gran simbolista, prese per realtà, per «verità»,
soltanto le realtà interiori, dando a ciò che sta nel
tempo e nello spazio, a tutto ciò che è storico, solo il
valore di un segno. Questo vale anche per Dio, regno
di Dio, regno dei cieli, figliolanza divina, ecc.
Nulla è meno cristiano delle grossolanità
ecclesiastiche di un Dio persona, di un regno di Dio
che deve venire, di un regno dei cieli al di là, di un
figlio di Dio seconda persona della Trinità, ecc. Il
«regno dei cieli» è una condizione del cuore, non
qualcosa che sta «al di sopra della terra» o «dopo la
morte». L’«ora della morte» non è un’idea cristiana:
l’«ora», il tempo, la vita fisica non esistono per il
Maestro e la sua «buona novella». Il «regno di Dio»
non è una cosa che si aspetta, non ha né passato né
avvenire; è un’esperienza del cuore; non viene tra
«mille anni», ma è, plotinianamente, dappertutto e in
nessun luogo. 2
Nietzsche prende così le distanze da ogni forma di
millenarismo e comprende invece che l’idea
evangelica è quella del regno di Dio «dentro di noi».
Del resto, negli stessi anni il filosofo dichiarava di
essere ostile a tutte le dottrine che prevedono una
fine, una quiete, un «sabato di tutti i sabati», dottrine
che giudicava tipiche di popoli sofferenti, spesso in
procinto di estinguersi. 3
Altrettanto ostile Nietzsche è perciò all’idea di un
regno dei cieli da fondare sulla terra: «indegna frase
giudaica» giudica quella del poeta ebreo tedesco
Heinrich Heine che, nel poemetto Germania, una fiaba
invernale, aveva appunto scritto: «Già qui sulla terra
vogliamo fondare il regno dei cieli». Subito dopo
nota come il Vangelo di Giovanni, sorto
dall’atmosfera greca, sul terreno del dionisiaco, sia in
contrapposizione all’elemento ebraico, 4 e in effetti,
anche nell’Anticristo il quarto Vangelo, nel quale è
forte la contrapposizione tra Gesù e i giudei, non
viene mai citato: la polemica è rivolta sempre contro i
sinottici.
La buona novella è precisamente la soppressione di ogni
distanza tra Dio e l’uomo: sottolineiamo questo punto,
che inserisce a pieno diritto Nietzsche nel cuore della
tradizione mistica più profonda, quale per esempio
Meister Eckhart. 5 La felicità eterna non è promessa
né vincolata da condizioni: è l’unica realtà – il resto
non è che un complesso di segni per parlare di essa.
Le conseguenze di tale stato si proiettano in una
pratica nuova, che è la vita propriamente evangelica.
Non si tratta di una «fede», non è la fede che
contraddistingue il cristiano, ma un modo di agire
differente: non reagisce contro chi si comporta
perfidamente verso di lui, né con la parola né col
cuore, non fa differenza fra stranieri e indigeni, tra
giudei e non giudei (il «prossimo», per il giudeo, era
il compagno di fede); non si adira contro nessuno,
non disprezza nessuno. Non si presenta ai tribunali,
non permette di separarsi dalla moglie in nessun
caso, neppure in quello di provata infedeltà.
La vita di Gesù non fu altro che questa pratica, e
anche la morte non fu altra cosa. Non aveva più
bisogno di formule, di riti per la relazione con Dio.
Rifiutò tutti gli insegnamenti giudaici della penitenza
e del perdono, perché sapeva che soltanto con la
pratica della vita ci si sente «divino», «felice», sempre
«figlio di Dio»: solo la pratica evangelica porta a Dio;
essa è, appunto, «Dio». Quello che fu detronizzato dal
Vangelo è il giudaismo delle idee di «peccato»,
«perdono dei peccati», «fede», «salvezza mediante la
fede»: tutta la dottrina ecclesiastica giudaica fu negata
nella buona novella.
L’istinto profondo del come si debba vivere, per
sentirsi «nel cielo», per sentirsi «eterno», mentre con
qualsiasi altra condotta non ci si sente «nel cielo»:
questa soltanto è la realtà psicologica della
«redenzione». Una vita nuova, non una nuova fede. 6
Come si comprende anche da queste righe
riassuntive, Nietzsche non ha nessuna ostilità verso
Gesù, che interpreta in questi anni alla luce di Tolstoj,
di cui aveva letto con entusiasmo La mia religione, ma
anche sulla base degli studi più recenti di filologia
biblica, vetero e neotestamentaria, che ormai in
quello scorcio del XIX secolo, in Germania, avevano
fatto importanti progressi e significative acquisizioni.
Questo «lieto messaggero» – prosegue – morì
come aveva vissuto, come aveva insegnato; non per
«salvare gli uomini», ma per mostrare come si deve
vivere. La pratica è ciò che egli lasciò agli uomini: il
suo contegno davanti ai giudici, agli sbirri, agli
accusatori, davanti a ogni sorta di calunnie e di
oltraggi, il suo contegno sulla croce. Non reagisce,
non difende il suo diritto, non muove un passo per
allontanare da sé l’estremo pericolo, ma lo provoca.
Prega, soffre e ama con quelli e in quelli che lo
maltrattano. Le parole rivolte al ladrone sulla croce
contengono l’intero Vangelo:

Veramente quest’uomo era un uomo divino, un «figlio


di Dio» dice il ladrone [in realtà sono parole del
centurione]. «Se tu lo senti – risponde Gesù – tu sei in
paradiso, anche tu sei un figlio di Dio.» Non difendersi,
non adirarsi, non cercare responsabili… Ma non
resistere nemmeno al malvagio, – amarlo… 7

C’è stato un solo cristiano


Non è difficile leggere in questa descrizione un senso
di rispetto, finanche di ammirazione. La definizione
di «idiota», che Nietzsche contrappone a quella di
«eroe» data in quegli anni a Gesù da Ernest Renan
nella sua celebre Vita di Gesù (1863), non è affatto
offensiva, dal momento che si riferisce esplicitamente
al principe Myskin, protagonista del romanzo di
Dostoevskij intitolato, appunto, L’idiota.
L’«idiota» non è infatti uno stupido, ma uno
juròdivyi, ovvero un «folle di Dio», secondo la
tradizione russa, che l’autore del romanzo
esplicitamente accosta al Cristo. Dostoevskij dichiara
di voler rappresentare nel principe Myskin un «uomo
assolutamente buono», ovvero assolutamente
distaccato, capace di perdonare anche il tradimento
della fidanzata, e che, dunque, risplende di una
bellezza davvero soprannaturale. Idea «la più
difficile al mondo» da realizzare e che rimanda
direttamente al «miracolo dell’incarnazione» nel
senso del Vangelo di Giovanni, scrive lo scrittore
russo. L’idiota è un uomo inabitato da Dio e, in
questo senso, veramente uomo: non a caso la
protagonista femminile saluta Myskin con le parole:
«Addio, principe; per la prima volta ho veduto un
uomo». 8Un uomo in cui v’è un’estrema facoltà di
soffrire, un’estrema sensibilità, e che trova, dunque,
la beatitudine nel non resistere a nulla, a nessuno, né
al male né al malvagio: l’amore come unica, ultima
possibilità di vita – interpreta psicologicamente
Nietzsche. 9
Date queste premesse, il filosofo tedesco sostiene
che la parola «cristianesimo» sia già un equivoco,
perché in fin dei conti non è esistito che un solo
cristiano, e questi morì sulla croce. Sulla croce è
morto anche il vangelo, giacché quello che si è
chiamato poi «Vangelo» era precisamente l’opposto
di quel che lui aveva vissuto. Era un cattivo
messaggio, un dys-anghelion.
È infatti assolutamente falso, falso fino alla
stupidaggine, vedere in una «fede», per esempio
nella fede nella salvezza a opera di Cristo, il segno
caratteristico del cristiano. Essere cristiano è soltanto
una pratica, una vita come la visse colui che morì in
croce, e questo, rileva Nietzsche, è possibile anche ai
nostri giorni, anzi, per certe persone è assolutamente
necessario, per cui un cristianesimo vero è e sarà
possibile in ogni tempo, ma ciò non ha niente a che
fare con una «fede». La «fede» fu, in ogni tempo, per
esempio per Lutero, solo un manto, un pretesto, un
velo che copriva il gioco degli istinti, una sapiente
cecità sul dominio di certi istinti. 10
Fede come menzogna, più o meno consapevole,
dunque: anche in questo l’«anticristo» Nietzsche si
rivela sorprendentemente vicino al mistico Eckhart,
implacabile smascheratore dei moventi più o meno
occulti che stanno dietro anche alla credenza
religiosa.
Il fatto è, prosegue il filosofo tedesco, che i
discepoli, la primitiva comunità che seguiva Gesù,
non compresero affatto l’essenziale, ovvero il suo
esempio di vita e neppure quello che aveva dato con
la morte: la libertà, la superiorità su ogni idea di
ressentiment. I discepoli erano ben lontani dal
perdonare questa morte, il che sarebbe stato
evangelico nel senso più alto; o addirittura
dall’offrirsi a morire in modo simile con mite e serena
placidità nel cuore… vinse invece il sentimento meno
evangelico: la vendetta. 11
È qui che la lucida analisi di Nietzsche tocca più
da vicino il tema cruciale del nostro discorso. Infatti
la speranza popolare di un messia vendicatore tornò
a occupare ancora una volta il primo posto: il «regno
di Dio» viene per giudicare i propri nemici, ovvero
per celebrare la vendetta. La venerazione esasperata
di quelle anime esacerbate non sopportò più il diritto
di ognuno a essere figlio di Dio, come Gesù aveva
invece insegnato, e perciò elevarono il Maestro in
modo improprio, separandolo da essi; come in altri
tempi, in odio ai loro nemici, i giudei avevano
distaccato da sé il loro Dio per innalzarlo al massimo
grado. Il Dio unico e il figlio unico di Dio: tutti e due
prodotti del ressentiment. 12
La ragione perturbata della piccola comunità si
pose una domanda assurda: «Come poteva Dio
permettere ciò?» ovvero la morte del figlio. E trovò
una risposta di un’assurdità veramente terribile: Dio
dette suo figlio per il perdono dei peccati. Così finì
d’un tratto il vangelo! Il sacrificio espiatorio, nella sua
forma più ripugnante, più barbara, il sacrificio
dell’innocente per le colpe dei peccatori! Un’idea di
un paganesimo spaventevole, in assoluta
opposizione a tutto quello che Gesù aveva vissuto e
insegnato. Non aveva forse soppresso persino l’idea
di «colpa»? Non aveva negato l’abisso tra Dio e
l’uomo, non aveva vissuto questa unità tra Dio e
l’uomo come la sua buona novella?… E ciò non come
un privilegio!
Così la «buona novella» fu seguita subito dalla
peggiore di tutte, quella di Paolo, nel quale si incarna il
genio nell’odio, nella visione dell’odio, nella logica
implacabile dell’odio dello schiavo (Nietzsche lo
chiama spesso Ciandala, come l’infima delle caste
nell’India) per tutto ciò che è grande e nobile: Roma,
la Grecia, la civiltà classica. Paolo, il vero fondatore
della Chiesa, ha inventato la dottrina della morte di
Cristo come sacrificio espiatorio del peccato di
Adamo, la dottrina del ritorno del Cristo e del
giudizio, la dottrina della resurrezione che annulla
ogni idea di beatitudine qui e ora presente a
vantaggio di uno stato dopo la morte. 13 Paolo
falsificò la realtà, la verità storica, cancellò
semplicemente lo ieri e l’avantieri del cristianesimo e
inventò per sé una storia del cristianesimo primitivo; poi
falsificò la storia di Israele, per farla apparire come la
prefazione dei suoi atti: tutti i profeti hanno parlato
del suo salvatore. La Chiesa più tardi falsò perfino la
storia dell’umanità, per farla divenire il preludio del
cristianesimo… 14
Come si è compreso, Nietzsche non è affatto anti-
Cristo, ma anti-Paolo, in quanto è lui, «con
l’impudenza da rabbino che lo caratterizza sempre»,
ad aver creato la teologia «cristiana» e la Chiesa, che
ha sovvertito tutti i valori, annullato quel pathos della
distanza che caratterizza la nobiltà, distrutto la
cultura classica e portato verso la barbarie attuale,
con la tirannia dello Stato democratico, il «peggiore
di tutti i mostri», in preda alla canaglia socialista.
Quando, in conclusione al libro, Nietzsche
condanna il cristianesimo, lanciando contro la Chiesa
cristiana la più terribile delle accuse, ovvero quella di
essere la più grande corruzione immaginabile – aver
fatto di ogni valore un non-valore, di ogni verità una
menzogna, di ogni integrità una bassezza d’animo –,
è appunto contro la Chiesa e il cristianesimo che
scaglia la sua maledizione, non contro Gesù, che con
tutto ciò non aveva nulla a che fare, anzi, ne era del
tutto l’opposto.
In un appunto dello stesso periodo in cui stava
scrivendo L’Anticristo, la lucidissima comprensione
storica e spirituale è velata da un tono quasi di
rimpianto, testimonianza di quell’affetto per la figura
di Gesù che Nietzsche aveva nutrito fin dall’infanzia:

Gesù, che fece della sua vita l’adempimento di tutte le


aspettazioni popolari, che non fece altro se non dire: «il
regno dei cieli è qui», che trasformò in spirito la
rozzezza delle aspettazioni.
Ma con la morte fu tutto dimenticato (il che significa:
confutato), non si ebbe la scelta fra il ritradurre il tipo
nell’idea popolare del «messia», del futuro «giudice»,
del profeta in lotta …
Come conseguenza di questo colpo, che questa
banda incerta ed esaltata non era all’altezza di
sopportare, subentrò subito la completa degenerazione:
tutto era stato invano …
Un assurdo involgarimento di tutti i valori e le
formule religiose.
Gli istinti anarchici contro la classe dominante
passano sfrontatamente in primo piano.
L’odio per i ricchi, i potenti, i dotti – col «regno dei
cieli», con la «pace in terra» era finita: una realtà
psicologica divenne una fede, un’aspettazione di una
realtà che verrà un giorno, un «ritorno», una vita
nell’IMMAGINAZIONE è l’eterna forma della
«redenzione» – oh, quanto diversamente Gesù aveva
inteso tutto questo! 15

Contro la menzogna
C’è però un altro importantissimo punto da
sottolineare, un punto su cui Nietzsche è davvero
magistrale: lo smascheramento della menzogna, in
particolare di quella «religiosa». Paolo, infatti, non fa
altro che portare a estrema raffinatezza una tecnica
secolare, quella della menzogna, testimoniata da tutta
la Bibbia: questa dissimulazione di sé sotto il «sacro»,
questa falsa coniazione di parole e di gesti mutata in
arte, l’arte di mentire santamente, che non è il
fenomeno di un dono individuale, di una natura
eccezionale, ma il prodotto del giudaismo, tirocinio e
tecnica di molti secoli.
Sotto questo profilo il cristiano, questa ultima ratio
della menzogna, è ancora una volta, anzi, tre volte, il
giudeo… Da quando si scavò l’abisso tra giudei e
cristiani circoncisi, non restò più scelta a questi
ultimi, si sentirono obbligati a servirsi, contro gli
stessi giudei, degli identici procedimenti di
autoconservazione consigliati dall’istinto giudaico:
mentre i giudei non li avevano usati fino ad allora
che contro i non-giudei. Il cristiano, in ultima analisi,
non è che un giudeo di confessione «più libera». 16
La menzogna religiosa, di cui i giudei prima e i
cristiani poi – e in seguito ancora i musulmani – sono
i maestri, non è altro che una forma particolarmente
raffinata e importante della menzogna in quanto tale,
che è strumento essenziale della volontà
autoaffermativa, del naturale egoismo, che ha
bisogno di convinzioni.
Nietzsche analizza più volte con straordinaria
lucidità e chiarezza – altro che Freud, bugiardo e
plagiatore di Nietzsche stesso! 17 – lo stretto rapporto
che la convinzione ha con la menzogna e, sempre
nell’Anticristo, sottolinea come menzogna sia il non
voler vedere certe cose che si vedono, il non voler
vedere una cosa così come si vede. Ora, questo non
voler vedere ciò che si vede, questo non voler vedere
così come si vede è quasi la condizione primordiale di
tutti quelli che appartengono in qualunque senso a
questo o a quel partito; l’uomo di partito è
necessariamente impostore. 18
La riflessione di Nietzsche vale anche,
evidentemente, per i partiti politici, che allora
andavano configurandosi in senso contemporaneo (e
come non ricordare in proposito la parallela
riflessione di Simone Weil, mezzo secolo più tardi,
sulla falsità intrinseca ai partiti politici?), 19 ma
l’obiettivo principale del filosofo tedesco sono qui i
partiti costituiti dalle religioni, dalle sinagoghe, dalle
chiese, dalle confraternite e sette di ogni tipo. Partiti,
ovvero parti, che non colgono, anzi, negano la bontà
del tutto, come è proprio invece degli uomini
veritieri, non menzogneri, spirituali, il cui istinto dice
che il mondo è perfetto: l’imperfezione, tutto ciò che sta
al di sotto di loro, la distanza, il pathos della distanza
fanno parte di questa perfezione. 20
La menzogna più frequente è quella che ciascuno
dice a se stesso; mentire agli altri è un fatto
relativamente eccezionale, scrive il filosofo tedesco,
implacabile smascheratore contemporaneo delle
finzioni che l’uomo incessantemente si inventa per
sostenere la propria affermatività, l’amore di se
stesso. Questa è la menzogna costante, e la più
terribile, perché, come nota Platone, in questo caso
l’ingannatore è in se stessi. «L’intelletto è maestro di
finzione e svolge perciò un normale servizio da
schiavo», giacché «ogni opinione è anche un
nascondiglio, ogni parola anche una maschera», 21
ovvero le proprie «verità» non sono altro che pensieri
a servizio del proprio interesse, del proprio volere,
comunque determinato.
Sotto questo profilo la menzogna è tipica per
eccellenza dei risentiti, degli invidiosi, che sono poi i
costruttori delle morali, e questo porta Nietzsche a
vedere il cristiano come ultima conseguenza del
giudaismo. I giudei sono infatti il popolo più notevole
della storia universale poiché, posti al bivio tra essere
e non essere, hanno preferito, con impressionante
chiaroveggenza, essere a ogni costo, e questo costo fu
la radicale falsificazione di ogni natura, di ogni
naturalezza, di ogni realtà, sia dell’intero mondo
interiore che del mondo esteriore. Hanno distorto,
l’uno dopo l’altro, in modo irrimediabile, la religione,
il culto, la morale, la storia, la psicologia, riducendo
spietatamente tutto al contrario dei suoi valori naturali.
Il cristianesimo ha fatto lo stesso, in proporzioni
molto maggiori, ma solo come imitazione: in
confronto al «popolo dei santi» la Chiesa manca
completamente di ogni pretesa di originalità. Per
questo motivo gli ebrei sono il popolo più infausto
della storia universale: con la loro duratura influenza
hanno reso talmente falsa l’umanità che ancora oggi
un cristiano può essere antigiudaico senza percepire
di essere, appunto, ultima conseguenza del giudaismo. 22
In quanto fondatori di una religione della vendetta
e della giustizia (la giustizia, vindicatio, non è che una
forma di vendetta), gli ebrei sono il popolo più
cattivo della terra, scriveva il filosofo nel 1876, 23 e
amava definire se stesso «iperboreo», ricorrendo
spesso anche nell’Anticristo all’espressione «noi
iperborei», perché il poeta greco Pindaro dice di essi
che non conoscono la vendetta, la nemesi, il
ressentiment.
È bene a questo punto, anche per evitare malintesi,
sottolineare la profonda distanza, anzi, la recisa
opposizione, che Nietzsche ebbe nei confronti
dell’antisemitismo, verso cui si espresse sempre in
modo sprezzante: gli antisemiti sono per lui dei
risentiti, invidiosi della superiorità intellettuale ed
economica degli ebrei; il suo è infatti un discorso
sulla cultura, sulla civiltà, che rifiuta recisamente
ogni riferimento di carattere razziale. 24

Una storia inventata


La falsificazione di cui sono responsabili gli ebrei
prima e i cristiani poi è, dunque, duplice: interiore ed
esteriore. Quella interiore è, come abbiamo
accennato, la creazione di una morale del
ressentiment, del giudizio, con la quale si rovesciano
tutti i valori – oggetto dell’opera Genealogia della
morale 25 richiamata subito di seguito 26 –, ma occorre
rilevare l’importanza anche della falsificazione
esteriore, ovvero quella storica, una falsificazione che
è, del resto, in stretto rapporto con quella psicologica
e morale.
Nietzsche, il quale era anzitutto un filologo che
onorava la sua disciplina come maestra di verità,
lesse infatti la monumentale opera di Julius
Wellhausen sulla storia ebraica, 27 che ha in effetti
segnato una svolta incancellabile nell’ambito degli
studi veterotestamentari. Lo studioso tedesco
documenta in maniera incontrovertibile che la Bibbia
ebraica è il risultato di una colossale mistificazione,
soprattutto per quanto riguarda i racconti degli inizi,
che sono falsificazioni molto più tarde.
Wellhausen ribadisce più volte che «non vi furono
inventori di storie più sfacciati dei rabbini», i quali,
dopo l’esilio babilonese e il dominio persiano, con i
quali erano stati recisi i legami con l’antica
tradizione, non ebbero ostacoli a ridefinire a proprio
piacimento la storia ebraica, a beneficio del potere
sacerdotale formatosi dopo l’esilio. Così la
legislazione mosaica e le «sacre» consuetudini degli
inizi furono costruite dopo il ritorno degli ebrei in
Palestina, grazie all’opera di scrittori che, a partire
dai nuovi ordinamenti teocratici, disposero nel modo
più disinvolto delle istituzioni dell’antico Israele, con
le quali ai loro tempi non v’era più alcun rapporto,
dal momento che erano passati più di mille anni.
Wellhausen negava così la verità storica della
Bibbia, dimostrando che tutte le vicende da Abramo
e Isacco fino alla conquista della terra da parte delle
tribù degli israeliti erano un’invenzione successiva.
Come ha confermato l’archeologia contemporanea,
sono dunque inventate le storie dei patriarchi,
inventata la legislazione mosaica, inventato l’esodo,
inventata la conquista della Terra promessa, ma
inventati anche, o quasi, i regni di David e Salomone
– al massimo capi tribali che controllavano piccole
aree, David a Hebron e Salomone a Gerusalemme.
I racconti biblici furono scritti dai sacerdoti di
Gerusalemme verso la fine del VI secolo a.C.,
quando, fra i reduci da Babilonia, si forma una sorta
di ortodossia ebraica che insiste molto sulla purezza
etnica e su tutte le regole che poi diventeranno
caratteristiche dell’ebraismo. Sono questi reduci,
privi di libertà politica, a creare una storia grandiosa,
che li compensa della loro reale miseria: sulla storia,
come per esempio sull’inesistente monoteismo delle
origini, sull’altrettanto inesistente patto con Dio, 28
ecc., si appoggia infatti la pretesa superiorità religiosa
e morale, quella di essere il «popolo eletto», la
«nazione santa», destinata a regnare sopra tutte le
altre nazioni.
Il medesimo ressentiment ispira anche i profeti, che,
sempre in epoche di oppressione e sudditanza
politica, alimentano il mito della superiorità di
Israele, destinato a un futuro in cui potrà succhiare le
mammelle delle genti, nutrirsi della ricchezza delle
nazioni, e a cui tutti i re serviranno. 29
Assurdi poi i miti raccontati dai profeti stessi, dalle
ridicole descrizioni del carro e del trono di Dio in
Ezechiele alle false profezie post eventum di Daniele e
ai suoi bislacchi calcoli numerici, di cui si compiace la
cabbala, che non a caso significa in tedesco
«imbroglio», per cui già l’ebreo Spinoza diceva di
non capire se i cabalisti con le loro frottole fossero più
stupidi o più imbroglioni, dando a intendere agli
sciocchi di possedere una sapienza arcana.
La credenza è perciò indecente: 30 che una persona
di cultura anche non eccelsa, ma onesta, possa
credere alle storielle bibliche è impossibile. «Credat
judaeus Apella, non ego» ripete perciò Nietzsche con
Orazio. 31

Nietzsche mistico
Questa critica spietata della disonestà, della
menzogna di cui gli uomini si pascono di norma,
quasi per un bisogno essenziale alla vita stessa,
accomuna paradossalmente il filosofo tedesco ai
grandi mistici. La natura umana è infatti corrotta,
pervasa dall’amore di sé, che tutto subordina ai suoi
fini e che perciò crea continuamente la menzogna.
L’uomo lo può riconoscere solo quando esce dalla
menzogna, ma questo presuppone una morte
dell’egoità naturale, della pretesa di essere un ego, un
soggetto, e poi una rinascita non come sostanza o
soggetto, ma come spirito.
Abbiamo già visto 32 che la scoperta della
inessenzialità, non sostanzialità, impermanenza,
dell’ego è infatti l’elemento di base che accomuna
ogni mistica, d’Oriente come d’Occidente. Quello
dell’«io» è solo un pensiero fra i tanti, che cerca di
tenere insieme una serie di stati d’animo molteplici,
infinitamente diversi l’uno dall’altro, per cui anche
Nietzsche riconosce sostanza e soggetto come
finzioni, concetti creati, «finti» appunto, per poterci
«aggrappare» alle cose, 33 ma l’intelligenza libera si
distacca da tutto, toglie via questi contenuti,
guardando senza paura alla radicale impermanenza
dell’io e conquista quella libertà dello spirito che si
configura come «libertà di non formarci alcuna
opinione su una cosa o su un’altra, risparmiando così
l’inquietudine alla nostra anima». 34
L’etica non si fonda sulla conoscenza pura delle
cose, che non esiste: «bisogna essere come la natura,
né buoni né cattivi». 35 Siamo qui in presenza
dell’evangelico «non giudicare», essere come il sole,
«che splende sui giusti e sugli ingiusti», 36 e questo
non deve meravigliare più di tanto: per molti,
essenziali aspetti, l’esperienza nietzschiana si
configura come un’esperienza mistica, risultato di
un’indagine spietata su se stessi, sulla morale, su Dio.
Morte dell’anima, fine della morale, morte di Dio
sono in realtà i punti di riferimento più essenziali
della mistica, e non a caso l’aforisma 292 della Gaia
scienza ripropone la celebre frase di Eckhart «Prego
Dio che mi liberi da Dio» 37 quale unico possibile
fondamento di una vera moralità, libera da ogni
legame, libera da ogni pretesa di valore, davvero
«senza perché», come la rosa dei celebri versi di
Silesius. 38 Finita la servitù più terribile, che è la
servitù alla volontà propria, e dunque finito
l’inganno più terribile, quello ove l’ingannatore è in
se stessi, l’uomo libero
non vuole niente, non si preoccupa di niente, il suo
cuore è fermo, solo il suo occhio vive – è una morte a
occhi aperti. Molte cose vede allora l’uomo che non
aveva mai viste e, fin dove giunge il suo sguardo, tutto
è avvolto in una rete di luce e per così dire sepolto in
essa. 39

«Niente volere», essere sempre di uguale animo,


«morto», ma proprio così con uno sguardo che
giunge lontano, penetra nel profondo, là dove lo
sguardo normalmente non giunge, vedendo il tutto
nella luce, immerso in essa, perduto se stesso nella
luce: questo testo è inequivoco e situa a buon diritto
Nietzsche nel cuore della tradizione mistica
universale.
Nietzsche, dunque, non Anticristo, ma critico
feroce del cristianesimo e della Chiesa proprio in
quanto essa non ha niente a che fare con
l’insegnamento evangelico, ma ha creato invece
dottrine fatte di incredibili menzogne. 40
Alla scienza storica e filologica già dei suoi tempi
la pretesa della Chiesa di fondare la propria fede su
basi reali, su fatti storicamente avvenuti appariva
infatti per quello che è, cioè una menzogna,
consapevole o no. Il filosofo tedesco però sa bene che
il fondamento vero non è la pretesa storicità, ma uno
ancora più forte, che può sfidare anche la smentita
storica perché radicato nella psiche: il ressentiment,
l’odio livido e impotente dei deboli contro i forti, che
ha creato prima la morale e poi la teologia cristiana.
È infatti in Genealogia della morale 41 che si trova la
chiave per L’Anticristo, là dove si indaga sul
significato reale dei concetti di «buono» e «cattivo»,
nella loro lunga e terribile lotta di millenni su questa
terra, il cui simbolo più chiaro è la lotta di Roma
contro la Giudea, e della Giudea contro Roma. I
romani sono per Nietzsche i forti e i nobili, come mai
non sono esistiti sulla terra di più forti e più nobili, e
neppure sono mai stati sognati; gli ebrei invece il
popolo sacerdotale del ressentiment per eccellenza,
dotato di una genialità senza pari per la morale
volgare.
Non a caso i romani consideravano gli ebrei
qualcosa come la contronatura stessa, un suo
monstrum antipodico; a Roma il giudeo era
«dimostrato colpevole di odio contro l’intero genere
umano», 42 un’accusa che, paradossalmente, anche
l’ebreo Paolo avvalora, quando scrive che gli ebrei
«sono nemici di tutti gli uomini». 43 Dal canto loro, gli
ebrei odiavano Roma e i valori aristocratici con tutto
il risentimento di chi ha sempre desiderato dominare
e si trova invece dominato.
Fra le testimonianze di questo bieco sentire un
posto particolare spetta all’Apocalisse attribuita a
Giovanni: «la più caotica di tutte le invettive scritte
che la vendetta abbia sulla coscienza». Fu operando
una falsificazione letteraria che questo «libro
dell’odio» venne posto sotto il nome del discepolo
dell’amore, quello stesso cui si attribuì il Vangelo
dell’amoroso entusiasmo. 44
L’Apocalisse è, dunque, riconosciuta dal filosofo
tedesco per quello che è: un libro dell’odio e della
vendetta, che nulla ha a che fare con Gesù e il suo
messaggio, e, in particolare, niente da spartire col
Vangelo di Giovanni, cui è stata spudoratamente
associata.
Fondando la morale del ressentiment e la teologia
della redenzione, l’astuzia rabbinica di Paolo ha
avuto ragione di Roma e il «cristianesimo»,
trionfando sul mondo classico, ovvero su tutta la
dignità, l’onestà dell’essere e del sapere. Peraltro,
come abbiamo visto, quello costruito da Paolo non
era affatto cristianesimo, ma, anzi, il completo
rovesciamento dell’insegnamento del Maestro, tanto
che potremmo dire che Paolo è un vero anti-Cristo –
Deus qualem Paulus creavit, Dei negatio 45 –, mentre
Nietzsche non lo è affatto. La battaglia contro il
cristianesimo è da lui fatta in nome della verità:
nell’aforisma 344 della Gaia scienza scrive infatti che
noi, atei e antimetafisici contemporanei, continuiamo
a prendere il nostro fuoco da quell’incendio che fu
appiccato da una fede millenaria, la fede cristiana,
che fu anche la fede di Platone, per cui la verità è Dio,
Dio è la verità.
È proprio in nome di questa «bimillenaria
disciplina alla verità che ci si preclude la menzogna
della fede in Dio» scrive in Genealogia della morale. 46 Il
dogma e la morale cristiana sono andati in rovina
proprio per quella esigenza di verità che il
cristianesimo ha introdotto come legge, e di cui ora
deve patire le conseguenze: patere legem quam ipse
tulisti.
È evidente perciò che per Nietzsche la vera
essenza del cristianesimo è la fede nella verità, non la
morale e la credenza, ed è per questo che Cristo
stesso dichiara ai discepoli che è bene che se ne vada,
perché, se non se ne va, non può giungere a loro
quello spirito di verità che condurrà alla verità tutta
intera: 47 occorre infatti un estremo distacco, e questo è
l’estrema fedeltà. 48
Conclusioni

L’Anticristo non è l’Avversario nella battaglia finale


del Bene contro il Male, non ha niente a che vedere
con le fantasie apocalittiche dei tempi ultimi –
repertorio alienante, frutto dell’incomprensione, del
risentimento che ha avvelenato per secoli e che
continua ad avvelenare anche oggi quanti, per
ingenuità o per malizia, gli prestano fede.
Questa concezione dell’Anticristo è tanto falsa
storicamente, filologicamente, quanto perversa
moralmente. Essa dipende anzitutto dal non-pensiero
del male, proprio di chi si raffigura il male incarnato
in un nemico, concezione strettamente legata
all’utopia messianico-apocalittica, ovvero all’idea che
possa esserci il bene realizzato in una condizione
ultima e definitiva.
Anticristo è invece chi nega il Lògos, lo spirito, e
perciò nega che Cristo sia luce e verità, 1 nega la sua
divinità. Con la divinità di Cristo la coscienza
esprime infatti la propria esperienza del carattere
radicalmente altro dello spirito rispetto alla psiche,
ovvero della grazia rispetto alla natura: questo è ciò
che davvero significa il «divino», attribuito a un
uomo. Ma quod dicitur de Christo, dicitur de omni
homine: si nega la divinità di Cristo perché non si
conosce se stessi in quanto spirito, in quanto «luce e
verità». Perciò gli Anticristi sono degni di
compassione, se non fosse per la presunzione che li
accompagna: quella di fare da maestro, da pastore,
dunque da ingannatore, seduttore, plànos, come dice
appunto la Seconda lettera di Giovanni.
Le parole di Agostino con cui abbiamo aperto
questo libro sono oggi più che mai vere. Gli Anticristi
hanno infatti preso il sopravvento all’interno del
cristianesimo, negandolo alla radice, da quando si è
dato il bando al Lògos, allo spirito, sostituendovi la
Scrittura.
C’è infatti una falsità di fondo nel dichiarare
«parola di Dio» ciò che è prodotto di uomini, una
falsità che acceca fin dall’inizio e non permette più di
pensare rettamente. Eckhart chiama perciò «atto di
peccato mortale» il non partire, onestamente, dalla
nostra realtà e formulare invece un «sapere» su Dio,
sulla creatura, sul mondo, muovendo da altro. 2
Ciò che poteva essere pensabile fino
all’Illuminismo – anche se le menti più oneste, come
Spinoza, avevano già visto la verità della cosa – è
diventato una menzogna insopportabile ai giorni
nostri, davvero actus mortalis peccati, quando
sappiamo che le Scritture dal punto di vista storico
sono una falsità, una costruzione mitologica,
finalizzata alla costituzione di uno Stato, di un
popolo, separato da tutti gli altri non solo per
religione, ma anche per razza. 3 L’invenzione della
religione ebraica, con la «distinzione mosaica», 4 non
è altro, infatti, che una teologia politica, ove Dio, in
guisa di sovrano e di partner dell’alleanza con il
popolo d’Israele, si sostituisce al faraone e ai grandi
re assiri e babilonesi. 5
Da qualche decennio, invece, le Chiese danno la
prevalenza all’Antico Testamento (ora più
rispettosamente chiamato «Primo»), come se Gesù
non sia stato che un predicatore al pari di tanti altri
prima di lui, che non insegnava niente che non fosse
già contenuto nelle idee rabbiniche del tempo. Perciò
non furono, si sostiene, i sacerdoti ebrei a farlo
morire, in quanto si era proclamato una cosa sola col
Padre – dunque Dio stesso –, bensì i romani, che nei
giudei vedevano un popolo che odia tutti gli altri
come nemici ed è perciò inviso agli dei. 6
Come «non biblici», provenienti dall’universo
culturale e filosofico classico, vengono così rigettati
tutti gli elementi del cristianesimo inconciliabili col
giudaismo, e dunque in primo luogo il Vangelo di
Giovanni, nel quale infatti Dio è spirito, che non si
adora nei templi né sui monti, 7 e un uomo, Gesù, che
è Dio.
E così, togliendo la divinità di Cristo, quale
appunto il solo Vangelo di Giovanni afferma, se ne
va il cristianesimo in quanto tale. Insieme se ne va la
concezione di Dio come spirito, e si torna a quella di
un ente grosso e forte, che fa e non fa, che ha i suoi
«disegni», capriccioso e infantile come i teologi
bambini che lo pensano, con le loro costruzioni,
«favole per bambini invernali e addormentati». 8 Se
ne va anche la distinzione tra natura e grazia, dal
momento che si ignora la grazia e si pensa la natura
come buona, senza alcun bisogno di grazia, di
conversione: davvero la perfetta seduzione
dell’Anticristo. 9
Questa svolta è storicamente spiegabile. È
avvenuta dopo l’Illuminismo, quando le Chiese non
hanno retto all’assalto della razionalità, che
distruggeva i fondamenti biblici della dottrina, e
hanno cercato di sopravvivere rifugiandosi nella
credenza irrazionale. Già alla fine del Seicento, del
resto, si era compiuta quella «sconfitta della
mistica» 10 con la quale lo spirito viene appiattito
nello psicologico 11 e la religio resta così solo come
superstitio.
Nel momento in cui il maggior editore cattolico
italiano presenta la Bibbia come «Via, verità, vita»,
attribuendo a un libro ciò che Cristo afferma di se
stesso, 12 è chiaro che gli Anticristi sono tra noi, dato
che ciò che nel cosiddetto Antico Testamento si
presenta come narrazione storica è invenzione
mitologica, e quanto si presenta come «profezia» è
soprattutto giudizio, condanna, pensiero del male,
alienante rimando al futuro. 13
Sicut canes qui ad vomitum redeunt, alcuni teologi,
vescovi, papi vogliono così riportarci a quella che
Porfirio chiamava àlogos pìstis, credenza irrazionale,
non gradita a Dio. 14 Sono questi, che, pur
presentandosi come cristiani, negano la realtà
dell’uomo e di Dio come spirito – questi,
propriamente questi, sono gli Anticristi oggi tra noi.
Note

I. Le origini del mito


1. Cfr. il fondamentale studio di Wilhelm Bousset, Der
Antichrist in der Überlieferung des Judentums, des neuen
Testaments und der alten Kirche, Göttingen, Vandenhoeck &
Ruperecht, 1895 (trad. ingl. New York, Ans Press, 1982). Per
una informazione generale sul tema, dalle origini ai giorni
nostri, si veda Bernard McGinn, Antichrist, Two Thousand
Years of the Human Fascination with Evil, New York, Columbia
University Press, 1983 (trad. it. L’Anticristo, Milano,
Corbaccio, 1997).
2. Cfr. Gb 1,6-7. Ne troviamo traccia anche in Lc 10,18, ove
Satana viene visto precipitare giù dal cielo come folgore.
3. Gn 1,2: «La terra era una massa senza forma e vuota; le
tenebre ricoprivano l’abisso e sulle acque aleggiava lo spirito
di Dio».
4. Cfr. Ap 12; 13,1.
5. Cfr. Jean-Robert Armogathe, L’Anticristo nell’età moderna.
Esegesi e politica, Firenze, Le Monnier, 2004, pp. 6-7.
6. Cfr. idem, p. 8.
7. 2 Ts 2,1-12.
8. Questo il titolo del penetrante «saggio di teologia politica»
che Massimo Cacciari ha dedicato al katéchon: Il potere che
frena, Milano, Adelphi, 2013.
9. Cfr. Il Katéchon (2 Ts 2,6-7) e l’Anticristo. Teologia e politica di
fronte al mistero dell’anomia, collana «Politica e Religione»
2008/2009, Brescia, Morcelliana, 2009.
10. Cfr. Michele Nicoletti, Tra filosofia della storia e relazioni
internazio nali. Il concetto di Katéchon in Carl Schmitt, in Il
Katéchon (2 Ts 2,6-7) e l’Anticristo, cit., p. 237.
11. Cfr. Paul Metzger, Il Katéchon. Una fondazio ne esegetica, in Il
Katéchon (2 Ts 2,6-7) e l’Anticristo, cit., p. 26.
12. Cfr. Friedrich Nietzsche, Genealogia della morale, a cura di
Marco Vannini, Milano, Theorema, 1993, I, 16. Si veda anche
più avanti il cap. XII di questo libro.
13. Gv 13,23.
14. Cfr. Eusebio di Cesarea, Storia ecclesia stica, VII, 25.
15. Cfr. Ap 3,14 ss.
16. Ap 13,1-10.
17. Cfr. Ap 12,9; 20,2.
18. Cfr. Ap 5,12.
19. Cfr. Lattanzio, De mortibus persecutorum, 2; Agostino, La città
di Dio, XX, 19.

II. I veri Anticristi


1.1 Gv 2,18-22.
2. 1 Gv 4,1-3.
3. 2 Gv 7.
4. Gv 4,23.
5. Cfr. Gv 1,1-14.
6. Su questo cruciale punto, rimando ai miei precedenti lavori,
da La religione della ragione, Milano, Bruno Mondadori, 2007,
a Prego Dio che mi liberi da Dio, Milano, Bompiani, 2010, a
Oltre il cristianesimo. Da Eckhart a Le Saux, Milano, Bompiani,
2013.
7. Cfr. Gv 4,24.
8. Così Simone Weil, in L’amore di Dio, Torino, Borla, 1968, p.
112.
9. Cfr. Platone, Repubblica, 514a-517b.
10. In particolare, rimandiamo al capolavoro di Meister Eckhart,
il Commento al Vangelo di Giovanni, ed. it. a cura di Marco
Vannini, Roma, Città Nuova, 2009.
11. Cfr. Platone, Repubblica, 493c; 509b.
12. Cfr. Sermone 52, Beati pauperes spiritu, in Meister Eckhart,
Sermoni tedeschi, a cura di Marco Vannini, Milano, Adelphi,
1985, p. 136. La celebre frase, che colpì pure Nietzsche (cfr. La
gaia scienza, 292), è anche il titolo del mio libro già citato.
Sulla distinzione, anzi, opposizione tra credenza e fede, cfr. il
mio Dia lettica della fede, Firenze, Le Lettere, 2011.
13. È Angelus Silesius, nel suo capolavoro, Il pellegrino cherubico,
I, 161: si veda l’edizione italiana, bilingue, a cura di
Giovanna Fozzer e Marco Vannini, Cinisello Balsamo, San
Paolo, 1992.
14. «In lui era la vita, e la vita era la luce degli uomini» scrive
Gv 1,4. Per il senso di questi versetti si veda il profondissimo
Commento al Vangelo di Giovanni di Eckhart, cit., nn. 61-69.
Che la luce sia la realtà lo dice anche la fisica contemporanea,
per cui tutto l’universo è fatto di luce.
15. Gv 12,46.
16. Cfr. Gv 1,1 e 20,28: sono significativamente, l’inizio e la fine
(quella vera: il capitolo 21 è un’aggiunta posteriore) del
quarto Vangelo. Gli altri Vangeli restano fermi a valutazioni
di Gesù quale maestro, profeta, messia, signore, figlio
dell’uomo, figlio di Dio, ecc.
17. Sul significato mistico di Eraclito, cfr. la mia Storia della
mistica occidentale, Milano, Mondadori, 2010, pp. 45-50.
18. Gv 1,3.
19. Cfr. i miei Mistica e filosofia, Firenze, Le Lettere, 2007, cap. Il
lieto annuncio, nonché Tesi per una riforma religiosa, Firenze, Le
Lettere, 2006, cap. XVIII: Il compimento della mistica cristiana
nell’idealismo. L’Introduzione alla vita bea ta di Fichte.
20. Cfr. Angelus Silesius, Il pellegrino cherubico, cit., IV, 10.
21. È la prima delle proposizioni di Eckhart condannate come
eretiche dalla bolla papale In agro dominico del 1329. Si
possono leggere nella mia Introduzio ne a Eckhart. Profilo e
testi, Firenze, Le Lettere, 2014, pp. 21 ss.
22. Così lo definì Schopenhauer: cfr. l’introduzione al Pellegrino
cherubico, cit., p. 68. Cfr. Il pellegrino cherubico, cit., V, 146.
23. Illuminanti in proposito le riflessioni di Emanuele Severino
in L’essenza del nichilismo, Milano, Rizzoli, 1995.
24. Cfr. Werner Beierwaltes, Platonismo e idea lismo, Bologna, Il
Mulino, 1972, pp. 16-18.
25. Così Ferdinando Tartaglia, Tesi per la fine del problema di Dio,
Milano, Adelphi, 2002, pp. 64-65. Cfr. anche Marco Vannini,
Prego Dio che mi liberi da Dio, cit., pp. 182-183.
26. Cfr. il sermone Impletum est tempus Elizabeth, in Meister
Eckhart, I Sermoni, a cura di Marco Vannini, Milano, Edizioni
Paoline, 2002, p. 162. Tempo ed eternità coincidono non solo
nel cristianesimo, ma in tutte le grandi tradizioni spirituali:
cfr. Ananda K. Coomaraswamy, Tempo ed eternità, Milano,
Luni ed., 1996. Anche per la fisica contemporanea la
percezione comune del tempo è, sostanzialmente, illusoria:
cfr. Carlo Rovelli, La rea ltà non è come ci appare, Milano,
Cortina, 2014.
27. Cfr. il sermone Vir meus, servus tuus, in Meister Eckhart, I
Sermoni, cit., p. 309.
28. Cfr. Hugo Rahner, La nascita di Dio. La dottrina dei Padri della
Chiesa sulla nascita di Cristo dal cuore della Chie sa e dei credenti,
in Simboli della Chiesa. L’ecclesiologia dei Padri, Cinisello
Balsamo, San Paolo, 1971, pp. 15-143.
29. Cfr. in proposito Marco Vannini, Tesi per una riforma religio
sa, cit., nn. X, XI, XII.
30. Cfr. Gv 12,25.
31. Cfr. Gv 12,24.
32. Su questo cruciale tema rimando al mio La morte dell’anima.
Dalla mistica alla psicologia, Firenze, Le Lettere, 2004.
33. Cfr. Lc 9,23; Mt 16,24; Gv 12,25.
34. Cfr. Gv 1,17.
35. Gv 8,44.
36. Cfr. Gv 14,6.
37. Cfr. Gv 4,21.
38. Cfr. Gv 4,24.
39. Cfr. Meister Eckhart, Commento alla Genesi, a cura di Marco
Vannini, Genova, Marietti, 1989, n. 211.
40. Cfr. Plotino, Enneadi, V, 5, 8. Si vedano anche le note 32 e 33
di questo capitolo.
41. Questo il linguaggio costante di Meister Eckhart, per cui si
veda per esempio il sermone 52, Beati pauperes spiritu, cit., ma
in particolare il suo Commento al Vangelo di Gio vanni, cit., nn.
513, 515, 548, 549, 556, 564, 677, 692, ecc.
42. Cfr. Angelus Silesius, Il pellegrino cherubico, cit., I, 71.
43. Cfr. Platone, Cratilo, 439e.
44. Cfr. Gv 8,58. Lo stesso «io sono», con identico senso, è
ripetuto, in Occidente e in Oriente, da Meister Eckhart a
Henri Le Saux: cfr. il mio Oltre il cristia nesimo, cit.
45. Cfr. Gv 14,9; 10,30.
46. Cfr. Gv 15,15.
47. Cfr. Gv 14,20.
48. Così Meister Eckhart, nel suo scritto di difesa contro i
giudici ecclesiastici. Cfr. l’Introduzione a Meister Eckhart, in
Meister Eckhart, I Sermoni, cit., pp. 17 ss.
49. È la proposizione XI di quelle eckhartiane censurate dalla
bolla In agro dominico: vedi nota n. 21. Il caorsino Giovanni
XXII è uno di quei papi che Dante stigmatizza con parole di
fuoco (cfr. Paradiso, XXVII, 58-59).

IV. L’Anticristo nell’immaginario


1. Jean-Robert Armogathe, L’Anticristo nell’età moderna, cit., p.
103.
2. Ap 13,16-18.
3. Così nota padre Fausto Sbaffoni, dal cui Testi sull’Anticristo, 2
voll., Nardini, Firenze, 1992, abbiamo qui copiosamente
ripreso.
4. Sul legame tra il 666 e i personaggi storici, si veda Tomaso
Malvenda, De Antichristo, Roma 1604, II, 189.
5. Jean-Robert Armogathe, L’Anticristo nell’età moderna, cit., p.
35.
6. Questa simbologia è ripresa anche da Franco Cardini nel suo
Astrea e i Titani. Le lobbies americane alla conquista del mondo,
Roma-Bari, Laterza, 2003, ove i Titani sono le multinazionali
americane, che compiono in tutto il mondo iniquità contro
Astrea, dea della giustizia.
7. Cfr. Jean-Robert Armogathe, L’Anticristo nell’età moderna, cit.,
p. 35
8. Idem, p. 33.
9. Cfr. Frank Sunn, 666. La Bestia naviga su Internet, Milano,
Armenia, 2001. Del 1981 è When Your Money Fails, di Mary S.
Relfe, sullo stesso argomento (cfr. Bernard McGinn,
Antichrist, Two Thousand Years of the Human Fascinatio n with
Evil, cit., p. 261).
10. Cfr. Frank Sunn, 666. La Bestia naviga su Internet, cit., p. 159.
L’edizione originale tedesca è del 1999: verosimilmente i dati
sono oggi molto superiori.
11. Cfr. Karl Marx, Tesi su Feu erbach, VI.
12. Cfr. Karl Marx - Friedrich Engels, L’ideologia tedesca, Roma,
Editori Riuniti, 1972, p. 13.
13. Cfr. Marco Vannini, Introduzione a Eckhart, cit., cap. IV: Il
fondo dell’anima.
14. Cfr. Gloria Germani, A scuola di felicità e decrescita: Alice
Project, Firenze, Terra Nuova, 2014, p. 37, citando l’articolo di
Marco Lodoli, Il silenzio dei miei studenti che non sanno più
ragio nare, su «la Repubblica», 4 ottobre 2002.

V. Il papa e Lutero
1. Cfr. Jean-Robert Armogathe, L’Anticristo nell’età moderna, cit.,
p. 25.
2. Cfr. Dante, Paradiso, XXVII, 55.
3. Cfr. Lutero, Discorsi a tavola, a cura di Leandro Perini, Torino,
Einaudi, 1969, p. 135.
4. Cfr. 2 Ts 2,3.
5. Cfr. Ap 17,4.
6. Cfr. Jean-Robert Armogathe, L’Anticristo nell’età moderna, cit.,
p. 27.
7. Cfr. I promessi sposi, cap. XXIX.
8. Cfr. Lutero, Opere scelte 3, L’Anticristo. Replica ad Ambrogio
Catarino (1521), Antitesi illustrata della vita di Cristo e
dell’Anticristo (1521), a cura di Laura Ronchi De Michelis,
Torino, Claudiana, 1989, p. 150.
9. Cfr. Jean-Robert Armogathe, L’Anticristo nell’età moderna, cit.,
p. 32.
10. Cfr. Lutero, Opere scelte 3, cit., p. 11.
11. Cfr. Lutero, Degli ebrei e delle loro menzogne, Torino, Einaudi,
2008.
12. Cfr. Lutero, Opere scelte 3, cit., p. 92.
13. Cfr. Col 2,8.
14. Cfr. Gn 9,25-27.
15. Cfr. per esempio 1 Sam 15,3 ss.
16. Cfr. per esempio Is 60,10-12; 61,6.
17. Bernard McGinn (Antichrist, cit., pp. 258-260) informa sul
fatto che ancora alla fine del secolo scorso alcuni teologi
fondamentalisti protestanti identificavano l’Anticristo con
papa Giovanni Paolo II e continuavano a usare l’Apocalisse
come chiave di lettura per gli eventi contemporanei: cfr. per
esempio The Late Great Planet Earth, di Hal Lindsay (1970);
Cou ntdown to Antichrist, di David Webber e N. Hutchings
(1984); Armageddon. Oil and the Middle East Crisis, di John F.
Walwoord (1974 e 1990).

VI. La ricerca del millennio


1. Lo conia Joseph Mede, fellow del Trinity College di
Cambridge, nella sua Clavis apocalyptica ex innatis et insitis
visio num characteribus eruta et demonstrata (1627), per indicare
il giorno del giudizio.
2. Jean-Robert Armogathe (L’Anticristo nell’età moderna, cit., p.
83) rileva come tali interpretazioni riempiano ben tre volumi
della Encyclopaedia of Apocalypticism (New York, 1998).
3. Cfr. Virgilio, Enei de, VI, 748.
4. Cfr. Il millenarismo. Testi dei secoli I-II, a cura di Carlo
Nardi, Fiesole, Nardini Editore, 1995, p. 11.
5. Cfr. idem, p. 25.
6. Cfr. idem, p. 28.
7. Cfr. in proposito Jean-Robert Armogathe, L’Anticristo nell’età
moderna, cit., pp. 83-93.
8. Cfr. Eusebio di Cesarea, Storia ecclesia stica, III, 39, 11-13.
9. La felicissima espressione è di don Carlo Nardi (cfr. Il
millenarismo, cit., p. 33).
10. Cfr. Gian Luca Potestà e Marco Rizzi, L’Anticristo, Milano,
Mondadori, 2012, II, pp. 483 ss.
11. Cfr. Henri de Lubac, La posterità spirituale di Gioacchino da
Fiore. Dagli spirituali a Schelling, Milano, Jaca Book, 1983. Si
veda anche Karl Löwith, Significato e fine della storia. I
presupposti teologici della filosofia della storia, Milano, Ed. di
Comunità, 1972.
12. Cfr. Karl Löwith, Significato e fine della storia, cit., p. 237.
13. Cfr. Gv 16,13.
14. Cfr. Karl Löwith, Significato e fine della storia, cit., p. 240. Si
veda anche, più avanti, il capitolo IX.
15. Norman Cohn, I fanatici dell’Apocalisse, trad. it., Milano,
Comunità, 1965 (seconda edizione 1976). A questa fanno
riferimento tutte le citazioni che seguono.
16. Cfr. idem, p. 24.
17. Cfr. Gn 2,25.
18. 1 Cor 2,15.
19. 1 Cor 2,10.
20. Cfr. Lc 20,25.
21. Cfr. Rm 13,1.
22. Cfr. Anonimo Francofortese, Libretto della vita perfetta.
Teologia tedesca, testo tedesco a fronte, a cura di Marco
Vannini, Milano, Bompiani, 2009, pp. 213-214.
23. Cfr. per esempio Pseudo-Meister Eckhart, Diventare Dio.
L’insegnamento di sorella Katrei, a cura di Marco Vannini,
Milano, Adelphi, 2009.
24. Cfr. Gdc 4,17-21.
25. Cfr. 1 Re 18,21 ss.
26. Cfr. 2 Re 10.
27. Cfr. Norman Cohn, I fanatici dell’Apocalisse, cit., p. 329.
28. Cfr. idem, pp. 337 ss.
29. Cfr. Lutero, Discorsi a tavola, cit., p. 21.
30. Cfr. Is 20,1-2.
31. Cfr. Is 6,5.
32. Cfr. Roland H. Bainton, La riforma protestante, Torino,
Einaudi, 1958, p. 103.
33. Così Eckhart, nel suo Commento alla Sapienza, n. 10. Cfr. il
capitolo Hegel: il pensiero dell’altro e il male del mio Mistica e
filosofia, cit., pp. 129-147.
34. Così Spinoza nella Lettera a Guillaume de Blyenbergh, nel mio
Mistica e filosofia, cit., p. 135.
35. Per il rilievo che il pensiero apocalittico ha avuto in ambito
rivoluzionario, anche in un «socialismo religioso», si veda
per esempio Anatolij Lunačarskij, Religione e socialismo, del
1908-1911 (trad. it. parziale, Rimini, Guaraldi, 1973). Il tema è
discusso da Cesare G. De Michelis, I nomi dell’avversario. Il
papa-anticristo nella cultura russa, Torino, Meynier, 1989, cap.
III.
36. Cfr. Norman Cohn, I fanatici dell’Apocalisse, cit., p. 377.
37. La citazione è in idem, p. 380.
38. Cfr. idem, p. 384.

VII. L’Anticristo nella mistica


1. Così lo definisce Piero Martinetti (uno dei pochi docenti
universitari, ricordiamolo, che, proprio in nome della verità e
della libertà spirituale, non giurò fedeltà al fascismo e perse
la cattedra) nel suo Gesù Cristo e il cristianesimo, Brescia,
Morcelliana, 2014, p. 553. Sulla vita e la figura di Franck
rimandiamo anzitutto alla nostra introduzione ai suoi
Paradossi, Brescia, Morcelliana, 2009.
2. Cfr. Sebastian Franck, Paradossi, cit., p. 23.
3. Così Eckhart nel sermone 36a, Stetit Iesus (Meister Eckhart, I
Sermoni, cit., p. 301).
4. Cfr. Sebastian Franck, Paradossi, cit., n. 82.
5. Cfr. Rm 6,6; Ef 4,20-24; 1 Cor 2,13.
6. Cfr. 1 Cor 6,17.
7. Cfr. 1 Cor 2,10-16.
8. Cfr. 2 Cor 3,17.
9. Cfr. Sebastian Franck, Paradossi, cit., n. 270.
10. Cfr. idem, n. 260.
11. Cfr. idem, n. 210.
12. Cfr. idem, p. 99 e nota 109.
13. Cfr. idem, nn. 136, 137. Su questo cruciale tema, cfr. il
paragrafo Un Cristo «implicito» del capitolo Sebastian Franck: i
paradossi del cristianesimo del mio Prego Dio che mi liberi da Dio,
cit., pp. 114-119.
14. Cfr. Sebastian Franck, Paradossi, cit., n. 232.
15. Cfr. idem, nn. 240, 241.
16. Si veda il cap. II, p. 29.
17. Cfr. Sebastian Franck, Paradossi, cit., n. 233.
18. Questo il titolo del paradosso n. 149b.
19. Cfr. Sebastian Franck, Religione come libertà. Lettera a Johannes
Campanus, ed. bilingue a cura di Marco Vannini, Brescia,
Morcelliana, 2012.
20. Cfr. idem, p. 37.
21. Cfr. idem, p. 31.
22. Cfr. Sebastian Franck, Paradossi, cit., n. 153: Commune
mundum, meum et tuum immundum. Il principio risale a
Meister Eckhart: cfr. per esempio il suo I sermoni, cit., p. 512.
23. Cfr. Sebastian Franck, Paradossi, cit., n. 154, ove il
«superfluo» è chiamato, evangelicamente, mammona.
24. Cfr. idem, n. 186.
25. Cfr. Lc 17,21.
26. Cfr. Sebastian Franck, Paradossi, cit., n. 86. È la medesima
opinione espressa ai nostri giorni da don Tartaglia: cfr. cap.
II e nota 25.
27. Cfr. Sebastian Franck, Religio ne come libertà. Lettera a
Johannes Campanus, cit., pp. 31 ss.
28. Cfr. 1 Gv 2,18-19.
29. Cfr. Ireneo, Dimostrazione della predicazio ne apostolica, 9.
30. Cfr. Gv 8,44. Si veda il cap. II.
31. Cfr. Es 26,36.
32. Cfr. 2 Cor 3,6.
33. Cfr. Sebastian Franck, Religio ne come libertà, cit., p. 65.
34. Cfr. Sebastian Franck, Paradossi, cit., p. 25.
35. Cfr. Piero Martinetti, Gesù Cristo e il cristia nesimo, cit., p. 553.
36. Cfr. Sebastian Franck, Paradossi, cit., n. 66.
37. Cfr. idem, nn. 70 e 71.
38. Cfr. idem, n. 79: Duo homines in unoquoque homine, pp. 120 ss.
39. Cfr. idem, pp. 28-29.
40. Cfr. ibidem.
41. Così Alexander Koyré, concludendo il capitolo su Franck
del suo Mystiques, spiritue ls, alchimistes du XVIe siècle
allemand, Paris, Gallimard, 1971, p. 74.

VIII. Il messia Anticristo


1. Così David Banon, Il messianismo, Firenze, Giuntina, 2000, p.
11.
2. Cfr. ibidem. L’autore riporta qui l’opinione di Gershom
Scholem, Le messianisme juif. Essais sur la spiritua lité du
judaïsme, Paris, Calmann-Lévy, 1974, p. 88.
3. Cfr. Gv 1,17.
4. Cfr. Marco Vannini, La mistica delle grandi religio ni, Firenze,
Le Lettere, 2010, pp. 178-181.
5. Cfr. David Banon, Il messia nismo, cit., p. 80.
6. Cfr. Gershom Scholem, La trasgressione come adempimento della
miswah, in Mistica, utopia, modernità. Saggi sull’ebraismo,
Genova, Marietti, 1998, pp. 49-146.
7. Cfr. Gershom Scholem, Le grandi correnti della mistica ebraica,
Milano, Il Saggiatore, 1965, p. 422.
8. Cfr. Marco Vannini, La mistica delle grandi religio ni, cit., p. 183.
9. Cfr. Gershom Scholem, Le grandi correnti della mistica ebrai ca,
cit., p. 422.
10. Sul legame tra sabbatianesimo e gnosi Scholem insiste nelle
pagine conclusive del capitolo dedicato a Sabbatai del suo Le
grandi correnti della mistica ebrai ca, cit., pp. 429-431.
11. Così lo definisce Scholem, che, peraltro, trova opportuno
giudicare anche Sabbatai un «malato psichico», attribuendo
alla malattia il suo comportamento immorale, nonché
l’apostasia. Cfr. Le grandi correnti della mistica ebrai ca, cit., p
.395.
12. Sefer ha-zohar, ovvero Libro dello splendore, è il testo
cabalistico per così dire classico, nato in Spagna nel XIII
secolo, redatto probabilmente da Moses de León (1250-1305).
13. Cfr. Laura Quercioli Mincer, La contesa sulle origini ebraiche di
Mickiewicz, in «La rassegna mensile di Israel», 1, 1999.
14. Sulla presenza del frankismo nella Rivoluzione francese, si
veda la figura di Moses Dobrushka, alias Junius Frey, nipote
di Frank stesso, narrata da Gershom Scholem in Le tre vite di
Moses Dobrushka, Milano, Adelphi, 2014. Il libro informa tra
l’altro (p. 213) che per l’intellettuale ebreo comunista György
Lukács la dottrina segreta del comunismo era il nichilismo.
15. Cfr. David Banon, Il messianismo, cit., pp. 107 ss. Si noti che il
figlio di Abraham Kook, Zvi Yehuda Kook (1891-1981), è
stato la guida spirituale del movimento di ispirazione
messianica Gush Emunim (Blocco della Fede), nato nel 1974,
sostenitore di posizioni antiarabe oltranziste.
16. Così Laura Quercioli Mincer, La contesa sulle origini ebraiche
di Mickiewicz, cit., p. 32.
17. Pensiamo per esempio al romanzo Rosemary’s Baby di Ira
Levin, e all’omonimo film (1968) del pedofilo Roman
Polanski, proveniente proprio da Cracovia; oppure al
pornografico L’Anticristo di Lars (il von è falso) Trier (2009).
18. Cfr. Menachot 99a e b, citato da David Banon, Il messia
nismo, cit., pp. 84 ss.
19. Cfr. Meister Eckhart, Commento al Vangelo di Gio vanni, cit., n.
376.
20. Cfr. Is 25,6.

IX. L’Anticristo in Russia


1. Così inizia il saggio di Cesare G. De Michelis, I nomi
dell’avversario, cit., in cui si segue il concetto dai tempi di Ivan
il Terribile a quelli di Stalin.
2. Cfr. in proposito Sergio Givone, Dostoevskij e la filosofia,
Roma-Bari, Laterza, 1983, alla p. 15, ove si riassume
l’intervento di Konstantin Leont’ev all’indomani del discorso
di Dostoevskij. Anche altri intellettuali sottolinearono che il
contenuto della speranza cristiana è catastrofale ed estraneo
a qualsiasi forma di irenismo.
3. Rozanov (1856-1919) dedicò alla leggenda del Grande
Inquisitore un penetrante commento, uscito in russo nel
1890, tradotto in tedesco nel 1924 col titolo Dostojewski und
seine Legende vom Grossinquisitor. Zur Analyse der
Dostojewskischen Weltanschauung. Cfr. Sergio Givone,
Dostoevskij e la filosofia, cit., pp. 24 ss.
4. Cfr. Fëdor Dostoevskij, L’idio ta, IV, 7.
5. Per esempio in Sergej Bulgakov (Due città, 1911) e Anatolij
Lunačiarskij (Religione e socia lismo, 1908-1911).
6. 1 Cor 14,20.
7. Cfr. Ap 13,13.
8. Si noti che Simone bar Iona (figlio di Iona) è il nome di colui
che Gesù chiama Pietro (cfr. Mt 16,16).
9. L’identificazione simbolica del cattolicesimo con Pietro,
dell’ortodossia con Giovanni e del protestantesimo con Paolo
risale almeno a Schelling – testimonianza ulteriore del rilievo
del filosofo tedesco nella cultura russa.
10. Cfr. Mt 16,18.
11. Tsargrad, come i russi chiamavano appunto Costantinopoli,
vista come madre spirituale di Mosca – la «terza Roma».
12. Vladimir Solov’ëv, I tre dialoghi e il racconto sull’Anticristo,
trad. it. di Giovanni Faccioli, Torino, Marietti, 1975, p. 207.
13. Cfr. Ap 12.
14. Cfr. Ap 19,20.
15. Cfr. Ap 20.
16. Così Wladimir Szylkarski, Das philosophische Werk von
Wladimir Solowjew, München 1950, riassunto da Giuseppe
Riconda nella sua introduzione a Vladimir Solov’ëv, I tre dia
loghi, cit., p. 7.
17. Cfr. idem, pp. 28 ss.
18. Cfr. Vladimir Solov’ëv, I tre dia loghi, cit., pp. 249-252.
19. 1 Cor 15,14.
20. Cfr. Simone Weil, Lettera a un religioso, a cura di Giancarlo
Gaeta, Milano, Adelphi, 2008, p. 37. E, in La prima radice,
Milano, ed. Comunità, 1980, p. 231: «Beati sono detti coloro i
quali non hanno bisogno della resurrezione per credere, e ai
quali sono sufficienti la perfezione e la croce». Cfr. in
proposito Sabina Moser, Il «credo» di Simone Wei l, Firenze, Le
Lettere, 2013, pp. 90 ss.
21. Cfr. Anonimo Francofortese, Libretto della vita perfetta.
Teologia tedesca, cit., p. 213.
22. Cfr. la prefazione di Vladimir Solov’ëv al suo I tre dia loghi,
cit., p. 45.
23. Cfr. la trad. it. di Anna Ruska, Torino, Slavia, 1932.
24. Cfr. Vasilij Rozanov, L’Apocalisse del nostro tempo, Milano,
Adelphi, 1979.
25. Che la massoneria sia stata organizzatrice dell’Illuminismo e
della Rivoluzione francese per distruggere il cristianesimo è
tesi che risale alla monumentale opera (quattro volumi) del
gesuita Augustin Barruel (1741-1820) sulla Storia del
giacobinismo. Oggetto di critica, talvolta di ironia, il suo
apparato documentale non è mai stato comunque smentito.
26. Cfr. Umberto Eco, Il cimitero di Praga, Milano, Bompiani,
2010.
27. Tale lettera fu pubblicata da «La Civiltà Cattolica» nel
quaderno del 21 ottobre 1882. Fu ripubblicata in appendice ai
Protocolli dei Savi anziani di Sion, versione italiana a cura di
Giovanni Preziosi, con introduzione di Julius Evola, Roma,
La vita italiana, 1938.
28. Nel giornale «World» del 17 febbraio 1921.

X. Il Signore del mondo


1. Selma Lagerlöf, Antikrists mirakler, 1897, trad. ingl. The
Miracles of Antichrist, London, 1899.
2. Cfr. Gv 18,36.
3. Robert Benson, Lord of the World (1907). Il titolo italiano Il
padrone del mondo non ci sembra felice, dal momento che
l’autore vuole proprio contrapporre spirito di Dio e spirito
del mondo, Signore vero e Signore (più che padrone) falso.
Ci riferiremo comunque qui sempre all’edizione Il padrone del
mondo, Milano, Jaca Book, 1987.
4. Cfr. in proposito Massimo Polidoro e Marco Vannini,
Indagine sulla vita eterna, Milano, Mondadori, 2013, parte III.
5. Solo marginalmente si dice che «si prevede l’entrata di molti
ebrei nella massoneria, finora se ne erano tenuti abbastanza
lontani, ma l’abolizione del concetto di Dio attira tutti quegli
ebrei che hanno ripudiato la fede vera verso il concetto di un
messia che deve essere un uomo. Purtroppo, l’idea
dominante è quella dell’“Umanità”» (Robert Benson, Il
padrone del mondo, cit., p. 40). Si tenga presente che Benson
era inglese e che in Inghilterra la massoneria era (ed è)
saldamente legata all’aristocrazia, all’istituzione monarchica
e alla Chiesa anglicana, di cui è capo il re.
6. Caratteristiche del positivismo rilevate anche da Henri de
Lubac, Il dramma dell’umanesimo ateo, Brescia, Morcelliana,
1978 nella parte II, Auguste Comte e il cristianesimo, nonché da
Étienne Gilson, La città di Dio e i suoi problemi, Milano, Vita e
Pensiero, 1958, cap. Auguste Comte e la città degli scienzia ti.
7. Cfr. Robert Benson, Il padrone del mondo, cit., p. 130.
8. Cfr. idem, p. 179.
9. Idem, pp. 35 s.
10. Cfr. idem, pp. 34-36.
11. Cfr. idem, p. 34.
12. Cfr. idem, p. 282.
13. Ibidem.
14. Cfr. idem, p. 283.
15. Cfr. idem, p. 284.
16. Cfr. idem, p. 44.
17. Cfr. idem, p. 42.
18. Cfr. idem, p. 126.
19. Cfr. idem, pp. 46 ss.
20. I dem, p. 115.
21. Ibidem.
22. Cfr. idem, p. 116.
23. Cfr. idem, p. 247.
24. Cfr. idem, p. 140.
25. Cfr. idem, p. 275.
26. Cfr. idem, pp. 162, 166. Abbiamo messo tra virgolette quella
che è in effetti una citazione paolina: cfr. Fil 4,7.
27. Cfr. idem, pp. 141, 276.
28. Idem, p. 11. La concezione materialistica che sta alla base
della psicologia – e poi della psicoanalisi, che proprio in
quegli anni stava nascendo – fa scambiare per «profondo»
ciò che è semplicemente più basso. La psicologia non
conosce la differenza tra intellectus e ratio, ovvero tra libertà
dello spirito e determinismo psichico, il che significa che non
conosce la differenza tra spirito e anima. Cfr. in proposito il
mio La morte dell’anima. Dalla mistica alla psicologia, cit., pp.
287-311.
29. Cfr. Gv 12,25.
30. Cfr. Gv 3,7 ss.
31. Cfr. Robert Benson, Il padrone del mondo, cit., p. 42.
32. Ibidem.
33. Simone Weil, Alcune riflessioni intorno alla nozio ne di valore,
in Simone Weil, L’attesa della verità, a cura di Sabina Moser,
Milano, Garzanti, 2014.
34. Cfr. 1 Cor 2,15.
35. Cfr. 2 Cor 3,17.
36. Cfr. ancora il mio La morte dell’anima. Dalla mistica alla
psicologia, cit., pp. 313 ss.
37. Friedrich Nietzsche, Umano, troppo umano, I, 518. Su questo
punto, davvero cruciale, rimando ancora al capitolo
Nietzsche; Ecce homo, del mio Mistica e filosofia, cit., pp. 149-
162.
38. Ricordiamo soltanto il celebre passo di Al di là del bene e del
male: «C’è qualcosa di arbitrario nel fatto che egli [il filosofo]
si sia fermato qui, abbia guardato indietro, si sia guardato
attorno, non abbia anche qui scavato più a fondo e abbia
messo da parte la vanga: c’è qualcosa di sospetto in tutto ciò.
Ogni filosofia nasconde anche una filosofia; ogni opinione è
anche un nascondiglio, ogni parola anche una maschera»
(Cosa è aristocratico).
39. Cfr. Friedrich Nietzsche, Scorribande di un inattua le, in
Crepuscolo degli idoli.
40. Cfr. Friedrich Nietzsche, Sui pregiudizi dei filosofi, in Al di là
del bene e del male.
41. Cfr. Friedrich Nietzsche, Ecce homo, a cura di Roberto
Calasso, Milano, Adelphi, 1989, p. 27.
42. Ci riferiamo al concetto weiliano di pesanteur, gravità,
opposto a quello di grazia. Cfr. in proposito Sabina Moser, Il
«credo» di Simone Wei l, cit.
43. Cfr. Robert Benson, Il padrone del mondo, cit., p. 150.
44. Cfr. Gv 1,1; 20,28; 4,23.
45. Cfr. 1 Gv 2,15-17.
46. Cfr. Robert Benson, Il padrone del mondo, cit., p. 166.
L’espressione è paolina: cfr. Col 3,3.
47. Cfr. Gv 1,17.
48. Robert Benson, Il padrone del mondo, cit., p. 185. Il brano è
una composizione di passi di Isaia: 54,11 s.; 60,1-15; 66,21.
49. Cfr. idem, p. 194. Il riferimento è ad Ap 12,1.
50. «Che il Vecchio Testamento lasci il posto alla nuova
religione.» Notiamo, di passaggio, come spesso nel libro si
rilevi il carattere sacrale del latino, antica lingua della Chiesa,
ormai misteriosa per i contemporanei, che l’hanno sostituita
con l’esperanto.

XI. L’Anticristo nell’Islam


1.Cfr. Massimo Campanini, Il Dajjāl. Escatologia e politica
nell’Islam, in Il Katéchon (2 Ts 2,6-7) e l’Anticristo, cit., pp. 81-
94. Da questo saggio abbiamo qui ripreso elementi essenziali.
2. Cfr. Massimo Campanini, Il Dajjāl, cit., p. 85.
3. Cfr. Corano, sura 27, al-Naml, 82; sura 18, al-Kahf, 92-98.
4. Cfr. Massimo Campanini, Il Dajjāl, cit., p. 83.
5. Cfr. idem, pp. 85-86.
6. idem, p. 87.
7. Ibidem.
8. Cfr. idem, p. 88.
9. Cfr. David Cook, Millenarismo islamico e Occidente: l’America
secondo ’ ā d, in Stefano Salzani (a cura di), Teologie politiche
islamiche, Genova, Marietti 1820, 2006, pp. 149-186.
10. Cfr. The Termination of the Zio nist Entity: a Quranic Fact, dello
shaykh Abā al Walād al-Ansāri, citato da Massimo
Campanini in Il Dajjāl, cit., p. 92.
11. Un sondaggio del 1983 mostrava che quasi il 20 per cento
degli israeliani si dichiarava d’accordo con la ricostruzione
del Tempio, e a Gerusalemme una scuola rabbinica, la Ateret
Cohanim, raccoglie fondi per la ricostruzione e sta già
fabbricando il vasellame e le vesti dei sacerdoti.
12. Secondo David Banon, Il messianismo, cit., p. 137, Chabad (o
Habad) fu infatti fondato dal rabbino Schneur Zalman (1745-
1813).
13. Cfr. Gershom Scholem, Le grandi correnti della mistica ebraica,
cit.; Martin Buber, I racconti dei chassidim, Milano, Garzanti,
1979. Per la discussione del tema, cfr. Marco Vannini, La
mistica delle grandi religio ni, cit., pp. 184-194.
14. Così David Banon in Il messia nismo, cit., p. 123.
15. idem, p. 118.
16. Is 61,5. Cfr. Israel Shanak e Norton Mezvinsky, Jewish
Fundamentalism in Israel, London, Pluto Press, 1999.
17. Cfr. Sanhedrin, 56a e 56b. Cfr. Israel Shanak e Norton
Mezvinsky, Jewish Fundamentalism in Israel, cit.
18. Joint House Resolution 104, Public Law 102-14 del 1991: si
tratta dello stesso atto con cui la data di nascita del rabbino
Schneerson fu dichiarata Education Day.
19. Cfr. in proposito Franco Cardini, Astrea e i Titani, cit. Il
Jewish Institute for National Security Affairs (JINSA ) e il
Center for Security Policy (CSP ) sono i centri privati di
interessi ove si mescolano religione e affari e dove la lobby
ebraica si accorda con l’apparato militare-industriale
americano.
20. Cfr. Massimo Campanini, Il Dajjāl, cit., pp. 91-92.
21. Cfr. Roberto De Vogli, Goldman Sachs, la macchina delle crisi
che fa il lavoro di Dio, in «Il Fatto quotidiano», 14 marzo 2014.
Il medesimo articolo illumina sul «lavoro di Dio» compiuto
dalla banca, soprattutto nel provocare la crisi dell’economia
mondiale, dal 2008 in poi.
22. Cfr. Mt 6,24: «Nessuno può servire a due padroni, perché o
disprezzerà l’uno e amerà l’altro o sarà affezionato a uno e
trascurerà l’altro. Non potete servire a Dio e al denaro».
23. Cfr. Franco Cardini, Astrea e i Titani, cit., p. 159.
24. Cfr. Joseph Roth, Der Antichrist, in Werke, Köln, 1975-1976,
III, pp. 373-474.
25. Cfr. Michele Nicoletti nell’introduzione a Il Katéchon (2 Ts
2,6-7) e l’Anticristo, cit., p. 13.
26. Cfr. Franco Cardini, Astrea e i Titani, cit., p. 121. La frase è di
Alexis de Tocqueville, La démocratie en Amérique (1840).
27. Cfr. Carl Schmitt, Le categorie del politico, citato da Franco
Cardini in Astrea e i Titani, cit., p. V.

XII. Nietzsche: l’Anticristo o il Cristo?


1. Cfr. Nietzsche. Ecce homo, in Marco Vannini, Mistica e filosofia,
cit.; id., Friedrich Nietzsche. Un rapporto di amore-odio con Gesù
e un sorprendente tentativo di identificazione, in: La figura di
Cristo nella filosofia contemporanea, a cura di Silvano Zucal,
Cinisello Balsamo, San Paolo, 1993, pp. 267-297.
2. Cfr. Friedrich Nietzsche, L’Anticristo, 34, a cura di Giorgio
Penzo, Milano, Mursia, 1982, p. 63. Le citazioni che seguono
sono tratte da questo volume ma, talvolta, con qualche
ritocco da parte di chi scrive.
3. Cfr. Friedrich Nietzsche, Frammenti postumi 1884-1885, citato
in: Nietzsche e gli ebrei, antologia a cura di Vivetta Vivarelli,
con due saggi di Jacob Golomb e Andrea Orsucci, Firenze,
Giuntina, 2011, p. 164.
4. Cfr. idem, p. 115.
5. Cfr. Marco Vannini, Nietzsche ed Eckhart: ipotesi di confronto, in
Nietzsche e il cristianesimo, a cura di Giorgio Penzo e Michele
Nicoletti, Brescia, Morcelliana, 1992, pp. 221-232.
6. Cfr. Friedrich Nietzsche, L’Anticristo, 33, cit., p. 62.
7. Cfr. idem, 35, p. 64.
8. Cfr. Fëdor Dostoevskij, Romanzi e taccui ni, Firenze, Sansoni,
1961, II, p. 224.
9. Cfr. Friedrich Nietzsche, L’Anticristo, 30, cit., p. 59.
10. Cfr. idem, 39, pp. 67-68.
11. Cfr. idem, 40, p. 69.
12. Ibidem.
13. Cfr. idem, 41, p. 70.
14. Cfr. idem, 42, p. 71.
15. Friedrich Nietzsche, Frammenti postumi 1887-1888, Milano,
Adelphi, 1971, p. 385.
16. Cfr. Friedrich Nietzsche, L’Anticristo, 44, cit., pp. 73-75.
17. Che Freud sia stato plagiatore di Nietzsche – autore che,
mentendo spudoratamente, dichiarava di non avere letto! – è
cosa ormai accertata. L’essenziale della dottrina
psicoanalitica è tutto contenuto nell’opera di Nietzsche, e ivi
è anche il suo superamento. Cfr. per esempio Frank J.
Sulloway, Freud, biologo della psiche. Al di là della leggenda
psicoanalitica, Milano, Feltrinelli, 1982. La menzogna fu infatti
per Freud un habitus, una veste indossata con estrema
naturalezza: cfr. in proposito il mio La morte dell’anima. Dalla
mistica alla psicologia, cit., parte IV: L’impossibile psicologia.
18. Cfr. Friedrich Nietzsche, L’Anticristo, 55, cit., p. 89.
19. Cfr. Simone Weil, Manifesto per la soppressione dei partiti
politici, Roma, Castelvecchi, 2008.
20. Cfr. Friedrich Nietzsche, L’Anticristo, 57, cit., p. 93.
21. Cfr. Friedrich Nietzsche, Cosa è aristocratico, in Al di là del
bene e del male.
22. Cfr. Friedrich Nietzsche, L’Anticristo, 24, cit., pp. 51-52.
23. Cfr. Friedrich Nietzsche, Frammenti postumi 1875-1878, citato
in Nietzsche e gli ebrei, cit., p. 145.
24. Cfr. il volume Nietzsche e gli ebrei, cit., in particolare il saggio
di Jacob Golomb, Nietzsche: amico degli ebrei e nemico
dell’antisemitismo, pp. 21-62.
25. Cfr. Friedrich Nietzsche, Genealogia della morale, cit. A
completamento di queste righe, cfr. l’introduzione al testo .
26. Cfr. Friedrich Nietzsche, L’Anticristo, 24, cit., p. 52.
27. Julius Wellhausen, Prolegomena zur Geschichte Israe ls, 2 ed.,
Berlin 1883.
28. Cfr. in proposito Shlomo Sand, L’invenzione del popolo ebraico,
Milano, Rizzoli, 2010; Mario Liverani, Oltre la Bibbia. Storia
antica di Israele, Roma-Bari, Laterza, 2006; Israel Finkelstein e
Neil A. Silberman, Le tracce di Mosè. La Bibbia tra storia e mito,
Roma, Carocci, 2002.
29. Cfr. per esempio Is 60,10-12; 61,6.
30. Cfr. Friedrich Nietzsche, L’Anticristo, 50, cit., p. 81.
31. Cfr. Friedrich Nietzsche, Aurora, 175, e Orazio, Satire, I, 5,
100.
32. Si veda il cap. II e la nota 43.
33. Cfr. Friedrich Nietzsche, Frammenti postumi 1887-1888, cit.,
p. 115.
34. Cfr. Friedrich Nietzsche, Aurora, 82, cit.
35. Cfr. Friedrich Nietzsche, Frammenti postumi 1876-1878, cit.,
p. 329.
36. Cfr. Mt 5,45.
37. Cfr. sermone Beati pauperes spiritu, in Meister Eckhart,
Sermoni tedeschi, cit., nonché il mio Prego Dio che mi liberi da
Dio, cit.
38. Cfr. Angelus Silesius, Il pellegrino cherubico, cit.
39. Friedrich Nietzsche, Umano, troppo umano, II, 308. Sul
Nietzsche mistico, cfr. Marco Vannini, Storia della mistica
occidentale, cit., pp. 326-330.
40. Cfr. Friedrich Nietzsche, Umano, troppo umano, I, 113.
41. Cfr. Friedrich Nietzsche, Genealogia della morale, I, 16.
42. Tacito, Annali, XV, 44.
43. 1 Ts 2,15.
44. Cfr. Friedrich Nietzsche, Genealogia della morale, I, 16, cit., p.
62.
45. Cfr. Friedrich Nietzsche, L’Anticristo, 47, cit., p. 79.
46. Cfr. Friedrich Nietzsche, Genealogia della morale, III, 27, cit.,
pp. 157 ss.
47. Cfr. Gv 16,7-13.
48. Su questo cruciale tema, cfr. i miei Dialettica della fede, cit. e
Oltre il cristia nesimo, cit.

Conclusioni
1. Cfr. Gv 1,4-5; 12,46.
2. «Noi non dobbiamo sapere su niente il perché o il per come
al di fuori di noi … perché quando ci muoviamo verso
qualcosa senza partire da noi stessi, è tutto un atto di peccato
mortale» (Rechtfertigungsschrift, II, art. 31, in «Archives
d’histoire doctrinale et littéraire du Moyen Age», 1926, p.
236, a cura di Gabriel Théry).
3. Cfr. ancora Mario Liverani, Oltre la Bibbia, cit., p. 391.
4. Cfr. Jan Assmann, La distinzione mosaica, Milano, Adelphi,
2011. Per una discussione sul lavoro di Assmann, si veda il
fascicolo di «Humanitas», 5, 2013, a lui dedicato, a cura di
Roberto Celada Ballanti; in particolare il suo saggio La
modernità e la revoca della «distinzione mosaica», pp. 740-782
(poi in: id., Religione, storia, libertà. Studi di filosofia della
religione, Napoli, Liguori, 2014, pp. 171-214).
5. Cfr. Jan Assmann, Non avrai altro Dio. Il monoteismo e il
linguaggio della vio lenza, Bologna, Il Mulino, 2007, p. 83.
6. Cfr. Tacito, Storie, V, 5, 1; V, 3, 1. Sulla generale ostilità
romana verso gli ebrei, si veda Volker Herholt,
Antisemitismus in der Antike, Gutenberg, Computus Verlag,
2009.
7. Cfr. Gv 4,21-24.
8. Così Ferdinando Tartaglia, Tesi per la fine del problema di Dio,
cit., p. 62. Si veda qui cap. II. È la stessa opinione espressa da
Sebastian Franck: si veda cap. VII.
9. A ragione Barth poteva dire perciò che Anticristo è chi nega
la distinzione tra natura e grazia (cfr. Cesare G. De Michelis,
I nomi dell’avversario . Il «papa anticristo« nella cultura russa,
cit.).
10. «Déroute de la mystique» è l’espressione usata dagli storici
francesi per indicare le condanne papali di Fénelon e dei
cosiddetti «quietisti» nel 1699. Cfr. in proposito la mia Storia
della mistica occidentale, cit., pp. 273-286.
11. Rimando in proposito, ancora una volta, al mio La morte
dell’anima. Dalla mistica alla psicologia, cit.
12. Cfr. Gv 14,6.
13. Si leggano in proposito le riflessioni che Le Saux faceva nel
suo Diario spirituale di un monaco cristiano-samnyasin hindu
1948-1973 (Milano, Mondadori, 2001), riportate e discusse nel
mio Oltre il cristianesimo. Da Eckhart a Le Sau x, cit., pp. 268-
270.
14. Cfr. Porfirio, Lettera a Marcella, 23.
Nota bibliografica

La bibliografia sul tema è sterminata e, quel che è


peggio, composta in massima parte da opere di
carattere edificante, polemico, apologetico,
comunque popolaresco e di dubbio valore scientifico.
Ci limitiamo perciò a indicare i principali testi di
riferimento di carattere generale, rimandando, per i
particolari, a quelli presenti nelle note ai singoli
capitoli.

Armogathe, Jean-Robert, L’Anticristo nell’età moderna.


Esegesi e politica, Firenze, Le Monnier, 2004.
Banon, David, Le messianisme, Paris, Puf, 1998, trad. it.
Il messianismo, Firenze, Giuntina, 2000.
Bousset, Wilhelm, Der Antichrist in der Ā berlieferung
des Judentums, des neuen Testaments und der alten
Kirche, Vandenhoeck & Ruperecht, Göttingen,
1895, trad. ingl. Ans Press, New York, 1982.
Cohn, Norman, The Pursuit of the Millennium,
London, 1957, trad. it. I fanatici dell’Apocalisse,
Milano, ed. Comunità, 1976.
Il Katéchon (2 Ts 2,6-7) e l’Anticristo. Teologia e politica
di fronte al mistero dell’anomìa, Brescia, Morcelliana,
2009 (collana «Politica e Religione» 2008-2009).
Malvenda, Tomaso, De Antichristo, Roma 1604 (poi
Lione 1647).
McGinn, Bernard, Antichrist. Two Thousand Years of
the Human Fascination with Evil, New York,
Columbia University Press, 1983, trad. it.
L’Anticristo. 2000 anni di fascinazione del male,
Milano, Corbaccio, 1997.
Nardi, Carlo (a cura di), Il Millenarismo. Testi dei secoli
I-II, Fiesole, Nardini, 1995.
Potestà, Gian Luca, L’ultimo messia. Profezia e sovranità
nel Medioevo, Bologna, Il Mulino, 2014.
Potestà, Gian Luca e Rizzi, Marco (a cura di),
L’Anticristo, vol. I, Il nemico dei tempi finali; vol. II, Il
figlio della perdizione, Milano, Fondazione Lorenzo
Valla/Arnoldo Mondadori, 2005-2012.
Sbaffoni, Fausto (a cura di), Testi sull’Anticristo, Secoli
I-II, Secolo III, 2 voll., Firenze, Nardini, 1992.
Ringraziamento

Questo libro deve moltissimo alla competenza e alla gentilezza


di padre Fausto Sbaffoni o.p., direttore della biblioteca A.
Levasti e della «Rivista di Ascetica e Mistica» (San Marco,
Firenze).
La responsabilità di quanto scritto resta, ovviamente, solo
mia.
Questo ebook contiene materiale protetto da copyright e non
può essere copiato, riprodotto, trasferito, distribuito,
noleggiato, licenziato o trasmesso in pubblico, o utilizzato in
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specificamente autorizzato dall’editore, ai termini e alle
condizioni alle quali è stato acquistato o da quanto
esplicitamente previsto dalla legge applicabile. Qualsiasi
distribuzione o fruizione non autorizzata di questo testo così
come l’alterazione delle informazioni elettroniche sul regime
dei diritti costituisce una violazione dei diritti dell’editore e
dell’autore e sarà sanzionata civilmente e penalmente
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L’Anticristo
di Marco Vannini
© 2015 Mondadori Libri S.p.A., Milano
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1504 CAPPELLA DI SAN BRIZIO, DUOMO, ORVIETO. | ©
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