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Chi sono? Cos’è l’universo? Che posto occupo in esso?

Questi sono gli interrogativi a


cui Alan Watts cerca di rispondere, prendendo le mosse dal taoismo e da altre
tradizioni filosofico-religiose dell’Asia (come il buddhismo e il vedānta) e mettendo in
dialogo Oriente e Occidente. Negli otto testi che compongono questo volume – e in cui
vengono affrontati, di volta in volta, argomenti differenti, quali l’io e la coscienza, il
cosmo, Dio, il pensiero, il linguaggio, ecc. – si delinea la profonda differenza che esiste
tra il modo di sentire occidentale, incentrato sul dominio sulla natura e sulla
separazione tra uomo e ambiente, e quello orientale, maturato all’interno di culture che
non intendono esercitare un controllo assoluto sul mondo e per le quali la separazione
dell’individuo da ciò che lo circonda è solo un’illusione.
Nel modo brillante, coinvolgente e spesso ironico che gli è proprio, Watts ci esorta a
ripensare la nostra vita e, soprattutto, il nostro rapporto con l’universo, invitandoci a
non sentirci stranieri in esso, ma parte integrante e armonica del Tutto.
Alan Watts (1915-1973) è stato un celebre autore, filosofo e docente americano.
Grande studioso di filosofie e religioni orientali, nel corso di un tour in Europa
conobbe Carl Gustav Jung. Dopo quell’incontro intensificò i suoi studi di psicologia e
psicoanalisi, e al ritorno negli Stati Uniti si avvicinò all’esperienza psichedelica,
introdotto dal dottor Oscar Janiger. La sua apertura a tutte le filosofie e alle diverse
visioni del mondo lo porterà alla fine degli anni ’60 a diventare uno dei principali punti
di riferimento per la controcultura americana. Tra le sue opere pubblicate in italiano
ricordiamo Lo Zen (Bompiani, 2001), Natura Uomo Donna (Feltrinelli, 2004), Il Dio
Visibile (Bompiani, 2008), La Via dello Zen (Feltrinelli, 2013), Il Taoismo. La Via è
la meta e Buddhismo. Religione senza religione (Lindau, 2015) e La cultura della
controcultura (Lindau 2016).
I Pellicani
In copertina: Katsushika Hokusai, Il Maestro Henjō, stampa nishiki-e, 1809-1813, Tsuwano Katsushika Hokusai
Museum of Art

Traduzione dall’inglese di Federico Zaniboni

Titolo originale: The Tao of Philosophy

Copyright © 2016 by Mark Watts (www.alanwatts.org)

© 2017 Lindau s.r.l.


corso Re Umberto 37 - 10128 Torino
www.lindau.it | lindau@lindau.it
www.facebook.com/Edizioni.Lindau - www.twitter.com/edizionilindau

Prima edizione: novembre 2017


ISBN 978-88-6708-908-6
Alan Watts

IL TAO DELLA FILOSOFIA


IL TAO DELLA FILOSOFIA

Dedicato ad Al Chung-liang Huang


Introduzione

Benvenuti al Tao della filosofia, che contiene molte idee notevoli sul ruolo della
ricerca filosofica e sul «vero scopo» della vita. Sono pensieri che scaturiscono dagli
studi di filosofia orientale, condotti per una vita intera da un ispirato ed eloquente
occidentale, Alan Watts. Scrittore e oratore prolifico, Watts è conosciuto per i suoi
numerosi libri sul cristianesimo, lo Zen, l’induismo e il taoismo, tra cui il classico La
via dello Zen. Originario dell’Inghilterra, è stato cappellano alla Northwestern
University di Chicago durante la seconda guerra mondiale. Poi, in seguito alla
pubblicazione di Behold the Spirit nel 1947, ha lasciato la Chiesa nel 1950, e poco
dopo si è trasferito in California per insegnare all’Academy for Asian Studies di San
Francisco, con il dottor Fredrick Spiegelberg.
Tre anni dopo, Watts ha inaugurato la serie di trasmissioni radio Way Beyond the
West alla stazione KPFA di Berkeley. I suoi interventi hanno avuto fin da subito un tale
successo nella zona di San Francisco che si sono protratti per i successivi trent’anni.
Sono stati trasmessi, in momenti diversi, anche da altre stazioni della Pacifica
Foundation, a Los Angeles, New York e Boston la domenica mattina, tanto da diventare
popolari col nome di «cura per il dopo-sbornia» a cavallo tra gli anni ’60 e ’70. In quel
periodo il «Los Angeles Times» recensiva i libri di Watts e lo definiva «forse il
principale interprete occidentale del pensiero orientale». Ha tenuto regolarmente
conferenze nelle università, in occasione di vari seminari e nelle chiese più
progressiste in tutti gli Stati Uniti. All’epoca i programmi radio della domenica
venivano registrati direttamente sul posto e non negli studi della KPFA; lo stile delle
conferenze nel corso del tempo ha ceduto il passo a un modo di esprimersi più
dinamico, che gli ha valso la reputazione di moderno filosofo-intrattenitore. Alan Watts
è scomparso nel 1973, proprio mentre stava lavorando a un volume gemello de La via
dello Zen, dedicato al taoismo.
Recentemente, quando ho iniziato a selezionare le registrazioni dal vivo per
riproporre al pubblico radiofonico gli interventi di mio padre, molti dei suoi discorsi
sul taoismo parevano eccellenti esempi della sua filosofia più matura. Era evidente
come si sentisse a proprio agio con la visione di un mondo che «funziona da sé», senza
essere il prodotto di una realtà ultima personificata in Dio. Il saggio principio di
seguire il corso della natura per risolvere i problemi di equilibrio ecologico era
altrettanto congeniale alla sua sensibilità, lui che preferiva parlare dell’«organismo-
ambiente» come di qualcosa «più vicino a un “noi” che a un “io”».
Il Tao della filosofia presenta una serie di conferenze selezionate e opportunamente
adattate per presentare al pubblico odierno il nuovo programma radiofonico Love of
Wisdom. I capitoli che lo compongono dimostrano quanto la filosofia del Tao sia
attuale ora come all’epoca del suo fiorire, in Cina, migliaia di anni fa. In modo forse
ancor più significativo, questa selezione offre alla società moderna una comprensione
più chiara di cosa occorra fare per reintegrare in modo proficuo l’uomo nella natura.
In apertura c’è una prefazione scritta nel luglio 1953, intitolata Sulla sintesi
filosofica. Il contrasto tra lo stile di questo primo articolo e quello dei capitoli seguenti
consente di apprezzare la trasformazione subìta da Watts dopo aver abbandonato il
mondo accademico, all’interno del quale le domande erano sorte per la prima volta, per
lanciarsi nell’esperienza personale diretta, grazie a cui esse hanno trovato risposta.
Perché, come ha scritto una sua cara amica, la poetessa Elsa Gidlow, la sua adesione
allo spirito del Tao
lo ha trasformato, lasciando che permeasse tutto il suo essere e facendo sì che quel giovane inglese riservato,
talvolta rigido, che spesso era tra le nuvole, diventasse negli anni della maturità una persona estroversa,
spontaneamente divertente e gioiosamente saggia. Watts credeva che una diffusione sempre più larga della
profonda saggezza del taoismo potesse, allo stesso modo, trasformare anche la cultura occidentale.

Mark Watts
San Anselmo, California, 1995
Prefazione

Sulla sintesi filosofica

Per molti aspetti, la formale filosofia accademica dell’Occidente è giunta a un punto


morto, essendosi confinata da sola in un metodo di indagine che la costringe in un
vicolo cieco. Questo è vero, in particolar modo, per l’epistemologia, la quale,
riguardando l’intero processo della conoscenza di sé, si pone come il problema
centrale di tutta la filosofia. Dal punto di vista occidentale, l’epistemologia non è altro
che il tentativo di «pensare il pensiero» – cioè di elaborare parole su parole su parole
–, dal momento che il pensiero filosofico è, per noi, non una trasformazione, ma una
verbalizzazione dell’esperienza.
Lo spirito filosofico è perennemente affascinato dal problema della vera natura
della mente e della sua origine – non solo per riuscire a sapere cosa sia il sapere, ma
anche per utilizzare queste conoscenze in vista di un sempre maggiore controllo del
soggetto conoscente; in fondo, non si dice spesso che il problema dell’uomo moderno è
quello di riuscire a controllare sé stesso come riesce a controllare efficacemente
l’ambiente che lo circonda?
Ma in questo tentativo della ragione di trascendere sé stessa si nasconde una
contraddizione fondamentale. Conoscere il soggetto conoscente, controllare il
controllore, pensare il pensiero, tutto questo implica un’impossibile circolarità, simile
allo sforzo di chi cercasse di mordere i propri denti. È per questa ragione che la logica
moderna tende a bollare simili problemi come «metafisici e privi di senso», relegando
così la filosofia all’indagine di questioni logiche ed etiche relativamente insignificanti.
In Occidente siamo giunti a questa situazione perché per noi «conoscere» significa
«controllare»; vale a dire, capire in che modo gli eventi possano essere inseriti
all’interno di un ordine coerente di parole e simboli per poter prevedere e governare il
loro accadere. Ma questa mania di controllo, alla fine, produce soltanto aridità e
confusione, dal momento che non siamo separati dall’ambiente che cerchiamo di
controllare. Finora l’uomo occidentale è stato in grado di assecondare questa mania in
virtù della sua acuta percezione di isolamento individuale, della separazione dell’«io»
da tutto il resto. Così, tanto nella filosofia quanto nella tecnologia e nell’intero
ordinamento della nostra società, ci imbattiamo di continuo nell’antico problema: «Quis
custodiet custodes?», ovvero chi controlla i controllori, chi sorveglia i sorveglianti, chi
organizza gli organizzatori e chi governa i governanti? L’esito più logico di tutto questo
è lo Stato totalitario descritto da Orwell in 1984, ossia l’incubo del costante spionaggio
reciproco.
Al contrario, grandi filosofie orientali come quelle del vedānta, del buddhismo o
del taoismo sono nate all’interno di culture molto meno ansiose di controllare il mondo,
nelle quali la stessa nozione di dominio dell’universo da parte dell’uomo (l’io
cosciente) è palesemente assurda. Per queste filosofie un principio fondamentale è
quello per cui l’apparente separazione dell’io dal mondo – condizione necessaria per il
suo controllo – è solo un’illusione. La coscienza individuale non crea sé stessa, e non
essendo causa sui (in-creata, anutpanna), non può mai essere l’origine esclusiva della
vita.
Quindi, per la filosofia orientale, conoscenza non significa controllo. È piuttosto la
«sensazione», l’acuta percezione, che l’«io» non è una coscienza individualizzata e
solitaria, ma la matrice da cui questa scaturisce. È una conoscenza che non è fatta di
proposizioni verbali, ma di un cambiamento psicologico, simile a quello che subentra
nella cura di una psicosi. Colui nel quale avviene questo cambiamento non cerca di
controllare sé stesso o il mondo che lo circonda con uno sforzo della propria volontà.
Apprende, piuttosto, l’arte di «lasciare accadere le cose», la quale non è mera
passività, bensì, al contrario, una tecnica creativa che è familiare a molti artisti,
musicisti e inventori della nostra cultura, in cui le intuizioni e l’ispirazione sono frutto
di un certo rilassamento «dinamico».
È ovvio che una filosofia e una forma di sapere che promuovano la liberazione dal
circolo vizioso del «controllo del controllore» possiedono un valore immenso per una
cultura come la nostra, disperatamente confusa dai suoi schemi, sempre più complessi,
di auto-organizzazione. Eppure, per questo tipo di saggezza è incredibilmente difficile
entrare nel raggio d’azione della filosofia occidentale, a meno che quest’ultima non
ammetta che la filosofia è qualcosa di più della logica e della verbalizzazione, dovendo
comprendere anche la trasformazione degli stessi processi mentali, e non
semplicemente delle parole e dei simboli cui fa ricorso la mente.
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Il mito di me stesso

Credo che, a essere onesti con noi stessi, ammetteremo che il quesito più
affascinante di tutti è: «Chi sono io?». Che cosa intendete e che cosa provate quando
pronunciate la parola «io»? Non credo esista un problema più affascinante di questo,
per la sua natura così sfuggente ed elusiva. Quello che siete nel vostro essere più
profondo sfugge al vostro esame più o meno nello stesso modo in cui non potete
guardarvi direttamente negli occhi senza utilizzare uno specchio, ed è questo il motivo
per cui avvertiamo sempre un elemento di profondo mistero nel domandarci chi siamo.
Questo problema mi ha affascinato per parecchi anni, nel corso dei quali ho chiesto a
diverse persone: «Cosa intendi quando usi la parola “io”?». Ebbene, attorno a questo
quesito esiste una visione comune, specialmente tra le persone che vivono nelle società
occidentali, che consiste in quella che io chiamo la concezione di noi stessi come un
ego incapsulato nella pelle.
La maggior parte di noi percepisce l’io – il mio ego, il mio sé, l’origine della mia
coscienza – come un centro di consapevolezza e una fonte di azione che risiede in un
involucro di pelle. È veramente buffo il modo in cui usiamo la parola «io». Nel
linguaggio comune non siamo abituati a dire: «Io sono un corpo». Diciamo piuttosto:
«Io ho un corpo». Non diciamo: «Batto il mio cuore» nello stesso modo in cui diciamo
«cammino», «penso», «parlo». Sentiamo che il nostro cuore fa battere sé stesso e che
questo ha poco a che fare con il nostro io. In altre parole, non utilizziamo le espressioni
«io» e «me stesso» per riferirci al complesso del nostro organismo fisico. Le
utilizziamo per indicare qualcosa che è dentro di esso, e la maggior parte delle persone
occidentali individua il proprio io all’interno della propria testa. Voi siete da qualche
parte in mezzo ai vostri occhi e alle vostre orecchie, e il resto del vostro essere oscilla
attorno a quel punto di riferimento. Ma non è così in altre culture. Quando una persona
cinese o giapponese vuole localizzare il centro di sé stessa, indicherà quello che in
giapponese si chiama kokoro e in cinese shin, ossia il cuore-mente. Alcune persone
localizzano sé stesse nel plesso solare, ma generalmente la maggioranza di noi
individua il proprio sé da qualche parte dietro gli occhi e in mezzo alle orecchie. È
come se sotto la calotta del nostro cranio vi fosse una sorta di centro di controllo simile
a quello del quartier generale dell’aeronautica militare a Denver, dove degli uomini
sono seduti dentro grandi sale con schermi radar e ogni tipo di monitor, e osservano i
movimenti degli aerei in tutto il mondo. Così, allo stesso modo, tendiamo a concepire
noi stessi come una piccola persona che risiede all’interno della nostra testa, la quale
grazie a degli auricolari sente i messaggi che le arrivano dalle orecchie, ha di fronte a
sé un monitor che le mostra le immagini provenienti dagli occhi e tramite diversi
elettrodi appiccicati su tutto il corpo percepisce i segnali che le arrivano dalle mani,
dalle braccia, dai piedi, e così via. Davanti a sé ha inoltre un pannello di controllo con
bottoni, quadranti e altre cose, e servendosi di esso riesce più o meno a controllare il
proprio corpo. Questa persona non si identifica con il corpo, perché «io» sono
responsabile di quelli che vengono chiamati i movimenti volontari, mentre i movimenti
involontari «avvengono» in me. Io, quindi, sono mosso e in parte posso muovere il mio
corpo. Questa, dal mio punto di vista, è la concezione più comune e diffusa che le
persone hanno del proprio sé.
Considerate il modo in cui i bambini, influenzati dal nostro contesto culturale,
formulano le loro domande. «Mamma, chi sarei stato se mio padre fosse stato un
altro?». Dalla nostra cultura il bambino riceve l’idea che il padre e la madre gli
abbiano dato un corpo, all’interno del quale sia stato inserito in un dato momento; che si
tratti del concepimento o del parto non è molto chiaro, ma nel nostro modo di pensare
c’è l’idea secondo cui abbiamo un’anima e possediamo un’essenza spirituale di un
certo tipo, imprigionata all’interno di un corpo. Osserviamo un mondo che ci è
estraneo, e ci riconosciamo nelle parole del poeta A. E. Housman: «Straniero e
spaventato, in un mondo che non ho fatto io». Per questo parliamo di affrontare le cose,
di guardare in faccia la realtà. Parliamo di venire al mondo, e cresciamo con la
sensazione di essere un’isola di coscienza racchiusa in un involucro di pelle. Fuori di
noi osserviamo un mondo che ci è profondamente estraneo, nel senso che quello che è
fuori di «me» non è me, e questo determina una sensazione di fondamentale ostilità e
alienazione tra noi stessi e il cosiddetto mondo esterno. Di conseguenza, parliamo di
conquista della natura, conquista dello spazio, e ci sentiamo come in guerra contro il
mondo fuori di noi. Avrò modo di dire molte più cose su questo punto nel secondo
capitolo, ma vorrei prima esaminare lo strano sentimento di essere un sé isolato.
È completamente assurdo dire che siamo venuti al mondo. Non lo siamo: siamo
venuti fuori da esso! Cosa pensate di essere? Supponete che il mondo sia un albero.
Siete le foglie sui rami o siete un gruppo di uccelli posati su un vecchio albero morto?
Certamente, tutto quello che sappiamo sugli organismi viventi – dal punto di vista
scientifico – ci dimostra che siamo figli di questo mondo, che ognuno di noi è quello
che si potrebbe definire un sintomo dello stato dell’universo nel suo complesso.
Ciononostante, questo modo di vedere non appartiene al nostro senso comune.
L’uomo occidentale è stato, per parecchi secoli, sotto l’influenza di due grandi miti.
Quando uso la parola «mito» non intendo necessariamente qualcosa di falso. La parola
mito designa una grande idea attraverso la quale l’uomo cerca di dare un senso al
mondo. Può essere tanto un’idea quanto un’immagine. Ebbene, la prima delle due
immagini che hanno così profondamente influenzato l’uomo occidentale è quella del
mondo come manufatto, qualcosa di simile a un vaso creato da un vasaio. In effetti, il
libro della Genesi ci trasmette l’idea dell’uomo come una statuetta di argilla ricavata
dalla terra, a cui il Signore dona la vita infondendovi il suo soffio vitale. Il pensiero
occidentale nel suo complesso è stato profondamente influenzato dall’idea che tutte le
cose – tutti gli avvenimenti, le persone, le montagne, le stelle, i fiori, le cavallette, i
vermi – siano manufatti, siano stati creati. È quindi naturale per il bambino occidentale
chiedere alla madre: «Come sono stato fatto?».
Al contrario, questa sarebbe una domanda alquanto innaturale per un bambino
cinese, perché i cinesi non concepiscono la natura come qualcosa di fabbricato. La
intendono come qualcosa che cresce, un processo molto differente. Quando costruite
qualcosa ne mettete assieme le parti: assemblate i pezzi oppure scolpite un’immagine
nel legno o sulla pietra, lavorando dall’esterno verso l’interno. Se invece osservate
qualcosa che cresce vi trovate davanti a un fenomeno completamente diverso. Non ci
sono parti da assemblare. C’è un’espansione dall’interno verso l’esterno, dalla quale
emerge gradualmente una complessità sempre maggiore, come un bocciolo che fiorisce
o un seme che si trasforma in pianta.
Eppure, nel cuore del pensiero occidentale risiede l’idea che il mondo sia un
manufatto assemblato da un architetto divino, da un falegname divino o artista divino,
che quindi sa perfettamente com’è fatto. Quando ero bambino, facevo a mia madre
molte domande a cui lei non era in grado di rispondere. Disperata, soleva dire: «Mio
caro, esistono cose che non ci è dato conoscere». Al che io contestavo: «Be’, ma non le
sapremo mai?». E lei rispondeva: «Sì, quando moriremo e andremo in Paradiso ci
apparirà tutto chiaro». E così pensavo che in Paradiso, nei pomeriggi piovosi, ci
saremmo seduti tutti attorno al trono celeste e avremmo chiesto al Signore: «Allora, per
quale ragione lo hai fatto così, e come ci sei riuscito?». Ed Egli ce lo avrebbe spiegato
e tutto sarebbe risultato chiaro. Tutte le domande avrebbero trovato risposta perché,
come abbiamo imparato dalla teologia popolare, il Signore è il creatore che conosce
ogni cosa. Se chiedete al Signore quanto è alto esattamente il monte Whitney fino
all’ultimo millimetro, Egli lo saprà perfettamente e ve lo dirà. Potreste chiedere
qualsiasi cosa a Dio, perché Egli è l’Enciclopedia britannica a livello cosmico.
Eppure, questa particolare immagine, questo particolare mito è diventato troppo pesante
per l’uomo occidentale. Dà un senso di oppressione pensare di essere conosciuti fin nel
proprio intimo, ed essere costantemente osservati da un giudice infinitamente giusto.
Una mia amica, una cattolica illuminata, nella stanza da bagno ha un wc come quelli
di una volta, e sul tubo che collega la vaschetta alla tazza c’è l’immagine incorniciata di
un occhio. Sotto l’immagine, a caratteri gotici, compare la scritta: «Tu, Dio, mi vedi».
Quest’occhio è ovunque – osserva, osserva, osserva –, vi scruta e vi giudica, dandovi
l’impressione di non essere mai completamente soli. Il vecchio Signore vi osserva e
prende nota sul suo libro nero. Questo pensiero, ormai, è divenuto insopportabile per
l’Occidente. Dovevamo sbarazzarci di questa visione, e per farlo abbiamo ideato un
altro mito, quello dell’universo esclusivamente meccanico. Fu inventato alla fine del
XVIII secolo e divenne sempre più popolare nel corso di quello seguente, e dal XX
secolo fa parte del senso comune. Oggi ben poche persone credono in Dio nel vecchio
senso del termine. Dicono di farlo, ma, anche se sperano che esista davvero, non hanno
fede nella sua esistenza. Vorrebbero intensamente che ce ne fosse uno, e sentono di
doverci credere, ma l’idea di un universo governato da quel prodigioso vecchio
gentiluomo non è più plausibile. Non che sia stata confutata: solo, in qualche modo, non
trova più posto nell’infinità delle galassie e nelle immense distanze di anni luce che le
separano.
Invece è diventato di moda – e non è altro che una moda – credere che l’universo
sia stupido e ottuso, che l’intelligenza, i valori, l’amore, e i sentimenti più fini risiedano
solamente all’interno dell’involucro dell’epidermide umana, e che al di fuori di
quest’ultimo ci sia semplicemente una qualche stupida e caotica interazione tra forze
cieche. Per esempio, grazie al dottor Freud, si è diffusa l’idea che la vita biologica si
fondi su qualcosa chiamato «libido», parola sovraccarica. Questo desiderio cieco,
spietato e irrazionale, è concepito come la base dell’inconscio umano, e pensatori del
XIX secolo come Hegel, Darwin e T. H. Huxley condividevano l’idea che alla radice
dell’essere vi fosse un’energia, e che questa fosse cieca. Energia che è solo energia,
inesorabilmente e totalmente stupida, mentre la nostra intelligenza sarebbe solo uno
spiacevole incidente. Per qualche strano scherzo dell’evoluzione siamo divenuti questi
essere emotivi e razionali – chi più chi meno –, ma si tratta di uno spaventoso errore,
perché siamo qui in un universo che non ha niente in comune con noi. Non condivide i
nostri sentimenti, non ha alcun interesse nei nostri confronti; noi non siamo altro che un
accidente cosmico. Di conseguenza, l’unica speranza per l’umanità è quella di
sottomettere questo universo irrazionale, di conquistarlo, dominarlo. Ovviamente è
un’idiozia. Se pensate che l’universo sia la creazione di un vecchio signore benevolo,
vi accorgerete presto che in realtà non è poi così benevolo, nel suo assumere un
atteggiamento da «fa più male a me che a te». Questa è l’idea che avete a disposizione
da un lato, e se vi mette a disagio potete scambiarla con l’idea opposta, secondo cui la
realtà ultima non possiede intelligenza alcuna. Sarete riusciti a sbarazzarvi del vecchio
spauracchio su nel cielo, ma vi ritroverete con l’immagine di un mondo completamente
stupido.
Ovviamente, queste idee hanno poco senso, perché non è possibile che un
organismo intelligente come l’essere umano nasca da un universo privo di intelligenza.
Non esiste un organismo intelligente che abiti in un ambiente privo di intelligenza. Qui
in giardino c’è un albero, e ogni estate produce mele; lo chiameremo melo perché
l’albero «produce mele» – è questo quello che fa. C’è un sistema solare all’interno di
una galassia, e una delle sue peculiarità, per lo meno sul pianeta Terra, è che «produce
esseri viventi» esattamente allo stesso modo in cui il melo «produce mele». Ipotizziamo
che due milioni di anni fa qualcuno sia venuto da un’altra galassia a bordo di un disco
volante e, guardando la Terra, abbia alzato le spalle dicendo: «È solo un mucchio di
rocce», e poi se ne sia andato. Supponiamo che più tardi, due milioni di anni dopo, sia
tornato, abbia osservato e detto stavolta: «Scusate, pensavamo che fosse solo un
mucchio di rocce, ma si è popolato, è vivo; ha fatto qualcosa di intelligente». Noi
nasciamo da questo mondo allo stesso modo in cui le mele nascono dal melo, e se
l’evoluzione significa qualcosa, significa esattamente questo. Ma, stranamente, ne
distorciamo l’idea. Diciamo: «Bene, all’inizio non c’era nient’altro che gas e rocce.
Poi l’intelligenza è comparsa sotto forma di fungo o di sostanza viscosa». Ma così
ragioniamo separando l’intelligenza dalle rocce. Bisogna fare attenzione alle rocce,
perché alla fine potrebbero diventare vive e nuovi esseri potrebbero strisciare su di
esse. È soltanto questione di tempo: è come la ghianda che si trasforma in quercia
perché possiede questa potenzialità dentro di sé. Fate attenzione, le rocce non sono
morte.
Insomma, tutto dipende dall’atteggiamento con cui volete affrontare il mondo. Se
volete screditarlo potete dire: «Oh be’, fondamentalmente è soltanto geologia, assoluta
stupidità; poi è venuto fuori una specie di scherzo della natura, ed è quella che
chiamiamo coscienza». Questo è l’atteggiamento che potete assumere quando volete
dimostrare alla gente che siete tipi duri, realistici, che guardano in faccia la realtà e non
si perdono in pie illusioni. Ma si tratta solo di una posa, e vi converrebbe esserne
consapevoli: è solo una moda del mondo intellettuale. Al contrario, se vi sentite ben
disposti nei confronti dell’universo e volete apprezzarlo anziché screditarlo, potreste
dire a proposito delle rocce: «Sono realmente coscienti, ma si tratta di una forma
differente di coscienza». Del resto, quando do un colpetto a una superficie di cristallo o
di vetro, si produce un rumore. Ebbene, questa risonanza è una forma di coscienza
estremamente primitiva. Ovviamente, la coscienza è un fenomeno molto più complesso,
ma quando colpite una campana e questa suona, o toccate un cristallo e questo risuona,
al loro interno avviene una reazione molto semplice: «tintinnano», così come noi
«tintinniamo» con ogni tipo di colore e di luce, con l’intelligenza, le idee e i pensieri, a
un livello molto più complesso. Loro, come noi, sono coscienti, ma in modi differenti.
Per me questa è un’idea perfettamente accettabile. Io affermo che i minerali sono una
rudimentale forma di coscienza, laddove altre persone affermano che la coscienza è una
forma complessa di minerali. Vogliono far apparire tutto scialbo, mentre quello che
voglio comunicare io è: «Evviva! La vita è uno spettacolo grandioso!».
Quando studiamo l’essere umano, o qualsiasi altra forma di organismo vivente, e
cerchiamo di descriverli in maniera accurata e scientifica, notiamo che il nostro modo
comune di esperire noi stessi come io isolati all’interno di un involucro di pelle è
un’allucinazione. È un atteggiamento assurdo, perché quando descrivete il
comportamento di un essere umano – o quello di un topo, di un ratto, di un pollo, o di
qualsiasi altro organismo – vi rendete conto che per descriverlo in modo accurato
dovete anche descrivere il comportamento del suo ambiente. Supponiamo che io stia
camminando e che voi vogliate descrivere la mia azione di camminare. Non potreste
descrivere il mio camminare senza descrivere anche il pavimento, perché se non
consideraste quest’ultimo e lo spazio in cui mi muovo finireste solo per descrivere
qualcuno che agita le gambe nel vuoto. Quindi, per descrivere il mio camminare dovete
tenere conto anche dello spazio in cui mi trovo. E non potete vedermi a meno che non
vediate anche il contesto, tutto ciò che è presente attorno a me. Se i confini della mia
figura coincidessero con quelli del vostro campo visivo non mi vedreste affatto.
Vedreste tutto il resto, ma non vedreste me, perché per potermi vedere dovete essere in
grado di percepire non solo ciò che è presente entro i confini della mia figura, ma anche
quello che cade al di fuori di essa.
Questo è incredibilmente importante. Davvero, il mistero ultimo, fondamentale,
l’unica cosa che avete bisogno di conoscere per cogliere i più profondi segreti della
metafisica è questa: per ogni fuori c’è sempre un dentro e per ogni dentro c’è sempre un
fuori, e pur essendo differenti sono uniti, vanno sempre assieme. Esiste, in altre parole,
un accordo segreto tra tutti i dentro e tutti i fuori, un accordo che consiste nell’apparire
il più diversi possibile eppure, sotto sotto, essere identici. Non troverete gli uni senza
gli altri. Pincopanco e Pancopinco erano d’accordo nel darsi battaglia. Il segreto è
dunque questo: ciò che è esoterico, profondo e nascosto lo chiamiamo «implicito»; ciò
che è ovvio e accessibile lo chiamiamo «esplicito». Ebbene, io nel mio contesto e voi
nel vostro siamo differenti sul piano esplicito, ma implicitamente siamo uniti. Questo
risulta immediatamente chiaro allo scienziato che cerchi di descrivere accuratamente
ciò che fate; lo scopo della scienza è descrivere il vostro comportamento, e questo non
può essere separato dal mondo che vi circonda. Lo scienziato si rende conto, allora, che
voi siete qualcosa che l’universo stesso sta realizzando, come le onde del mare sono le
onde dell’intero oceano. Ognuno di noi è un’onda del cosmo, la totalità di ciò che esiste
si muove in noi, e attraverso di noi è come se salutasse e dicesse: «Ehilà! Sono qui!»;
solo che ogni volta lo fa in modo differente, perché la varietà è il sale della vita.
La cosa strana, però, è che non siamo stati educati a sentire in questo modo. Invece
di percepire noi stessi come qualcosa che l’intero regno dell’essere sta realizzando, ci
sentiamo come stranieri arrivati qui per caso. Quando nasciamo non sappiamo da dove
veniamo perché non ce lo ricordiamo, e pensiamo che quando moriremo sarà più o
meno la stessa cosa. Alcune persone si consolano con l’idea che finiranno in Paradiso,
che si reincarneranno o qualcosa del genere, ma in realtà non ci credono veramente. Per
molti è una possibilità improbabile, e l’immagine che li perseguita davvero è quella di
andare a dormire e non risvegliarsi mai più. Verranno rinchiusi nella cassaforte delle
tenebre per sempre. Ovviamente tutto questo dipende da una concezione erronea del
nostro sé. E la ragione per cui ci siamo formati un’immagine sbagliata di noi stessi, per
quanto posso capire, risiede nel fatto che ci siamo specializzati in un tipo particolare di
coscienza. In generale esistono due forme di coscienza. Una la chiamerò «localizzata»,
l’altra «estesa». La coscienza localizzata è quella che chiamiamo attenzione cosciente,
e veniamo educati sin da piccoli a considerarla la forma più preziosa di percezione.
Quando l’insegnante dice in classe: «Prestate attenzione!», tutti fissano lo sguardo su di
lui. Questa è coscienza localizzata: fissare la mente su una cosa alla volta. Vi
concentrate, e anche se magari non siete in grado di prestare attenzione per troppo
tempo, state nondimeno puntando il vostro riflettore: prima su una cosa, poi su un’altra,
poi su un’altra ancora… click, click, click, click, click. Tuttavia, in noi opera anche la
coscienza estesa. Per esempio, potete guidare la vostra auto per parecchi chilometri con
un amico seduto al vostro fianco e la vostra coscienza localizzata sarà interamente
impegnata nella conversazione; ma la vostra coscienza estesa si occuperà della guida
del veicolo, noterà i semafori, le altre auto e i pedoni sulla strada, e voi arriverete a
destinazione sani e salvi senza neanche averci dovuto pensare.
Sfortunatamente, la nostra cultura ci ha insegnato a specializzarci nella coscienza
localizzata e a identificarci esclusivamente in questa. «Io sono la mia coscienza
localizzata, la mia attenzione cosciente; questo è il mio ego; questo sono io». Anche se
la ignoriamo quasi completamente, la coscienza estesa è costantemente al lavoro, e ogni
terminazione nervosa che possediamo è uno strumento a sua disposizione. Potete andare
a un pranzo e sedervi a fianco della signora tal dei tali; quando tornate a casa vostra
moglie vi chiede: «C’era la signora tal dei tali?».
«Sì, ero seduto di fianco a lei».
«E com’era vestita?».
«Be’, ecco, non ne ho la più pallida idea».
Lo avete visto, ma non lo avete notato. Ora, dal momento che siamo stati educati a
identificare noi stessi con la nostra coscienza localizzata, e dal momento che la
coscienza estesa è sottovalutata, abbiamo la sensazione di essere esclusivamente quel
raggio di luce localizzata, quell’io che osserva e si occupa di questo, di quello, e di
quell’altro. E così non siamo consapevoli della vastissima portata del nostro essere.
Coloro che, utilizzando metodi diversi, divengono completamente consapevoli della
propria coscienza estesa vivono quella che si definisce «esperienza mistica», o ciò che
i buddisti chiamano bodhi, il risveglio. Gli induisti lo chiamano mokṣa, o liberazione,
perché coincide con la scoperta che il sé più autentico e profondo, quello che voi siete
realmente, fondamentalmente e per sempre, è la totalità dell’essere – tutto quello che è,
che agisce: voi siete questo. Solo quel sé universale che siete è in grado di concentrarsi
su così tanti qui-e-ora. Come ha affermato William James1, la parola «io» è solo un
designatore di posizione, come «questo» o «qui». Così come il sole o una stella hanno
molti raggi, così l’intero cosmo esprime sé stesso in me, in te, in voi, in loro, in tutte le
sue variazioni. Esso gioca: gioca al gioco Mario Rossi e al gioco Anna Bianchi. Gioca
al gioco maggiolino, al gioco farfalla, al gioco uccello, al gioco piccione, al gioco
pesce, al gioco stella. Sono giochi che si differenziano tra loro come il backgammon, il
bridge, il poker o la pinnacola; oppure come il valzer, la mazurca, il minuetto e il tango.
Il danzare del cosmo si esplica in una varietà infinita, e ogni singola danza – ossia,
ognuno di noi – è la totalità dell’essere a eseguirla. Purtroppo, ce ne dimentichiamo e
non sappiamo più chi siamo. Veniamo educati in un modo che ci rende inconsapevoli di
questa connessione, del fatto che ognuno di noi è l’operare del tutto, che gioca il gioco
che siamo per un certo tempo. Ci è stato insegnato a temere la morte come se si trattasse
della fine dello spettacolo, perché dopo non vi sarà più nulla. Di conseguenza, siamo
condizionati a temere tutto ciò che potrebbe portare alla morte: il dolore, la malattia, la
sofferenza. Se non siete consapevoli di essere essenzialmente l’operare del tutto, è
molto probabile che nelle vostre vite non vi sia gioia, ma solo un miscuglio di ansia e
senso di colpa.
Quando mettiamo al mondo dei bambini, giochiamo a giochi terribili con loro.
Anziché dire: «Come va? Benvenuti nella razza umana! Cari miei, qui giochiamo a
giochi veramente complicati e queste sono le regole per giocarli. Vorrei che le
imparaste; quando le avrete imparate e sarete un po’ più grandi, magari riuscirete a
concepirne di migliori. Ma per ora vorrei che seguiste le nostre». Invece di essere
sufficientemente diretti coi nostri bambini, diciamo loro: «Questo è per voi un periodo
di prova, e dovreste tenerlo presente. Forse, quando sarete cresciuti un po’, sarete
individui accettabili, ma fino a quel momento fatevi vedere e non fatevi sentire. Per ora
siete incapaci, e dovrete essere educati e scolarizzati per diventare esseri umani».
Questi atteggiamenti che ci vengono inculcati sin dalla nascita sopravvivono sino alla
morte, perché il modo in cui si comincia tende a essere quello in cui si finisce. Quindi
le persone si muovono per il mondo con la sensazione fondamentale di non
appartenervi, perché i genitori hanno detto loro come prima cosa: «Guarda, tu sei qui
per tacita tolleranza. Sei qui in prova. Non sei ancora un essere umano». E questo
sentimento se lo portano dietro fino alla vecchiaia, immaginando che l’universo sia
presieduto da una terribile figura genitoriale, il Dio Padre, che pur avendo a cuore il
nostro bene e pur essendo amorevole, è perfettamente descritto dal detto: «Colui che
rinuncia al bastone vizia il fanciullo. Colui che ama, il Signore lo castiga». Dove
colpirà la prossima volta? Sentiamo di non appartenere al mondo e abbiamo questa
spaventosa sensazione che chiamo «l’io cristiano» – ma è anche un po’ ebreo –, ovvero
il senso di non appartenere a questo mondo e di essere orfani senza casa. I cristiani
affermano che noi siamo figli di Dio per adozione; non figli reali, ma solo per merito
dell’adozione, della grazia e della sofferenza. E da qui deriva la sensazione così tipica
dell’uomo occidentale – e, in effetti, di tutte le persone civilizzate – di essere uno
straniero nel mondo, un bagliore effimero di coscienza tra due tenebre eterne.
Perciò, siamo sempre mossi da un’aggressività costante nei confronti di tutto quello
che ci circonda, non solo dei nostri simili, ma anche della terra, dell’acqua ecc., e il
simbolo della nostra attitudine è il bulldozer. Di fronte alla casa galleggiante in cui
vivo, al di là del fiume, si vedono alcune belle colline. Su di esse stanno per essere
costruite alcune abitazioni, secondo uno stile rurale adatto a quel tipo di ambiente. Un
buon architetto sa come adattare una casa alla collina, non deve distruggerla per
costruirci sopra. Se volete vivere su una collina, ovviamente, volete vivere su una
collina: non volete distruggerla per viverci. Purtroppo, però, questo è proprio quello
che fanno, specialmente in California. Raschiano sempre via la sommità finché non
diventano perfettamente piatte. Vi costruiscono sopra le case e poi scavano i versanti
trasformandoli in terrazzamenti. Così facendo sconvolgono l’ecosistema della collina, e
non c’è da stupirsi se poi le case crollano. Ma il costruttore dice: «E allora?». Tanto
ormai ha ricevuto i pagamenti, e non avverte il mondo esterno come parte del suo
corpo. In realtà, però, è proprio così: il mondo esterno è il nostro corpo esteso, e un
architetto intelligente andrebbe dalla collina e le direbbe: «Buon pomeriggio. Mi
piacerebbe molto costruire una casa qui, e vorrei sapere quale tipo di casa vorresti
fosse costruita sopra di te». Al contrario, gli architetti hanno la loro idea preconcetta di
cosa debba essere una casa, e piegano la collina a questa idea. Così la rovinano, la
fanno praticamente sparire. È un’attitudine completamente folle, perché non riconosce
che il mondo esterno è ciò che costituisce il nostro stesso corpo: quando se ne
renderanno conto guariranno dalla loro follia.

1 Psicologo e filosofo statunitense, presidente della Society for Psychical Research dal 1894 al 1895. [N.d.T.]
2

L’uomo nella natura

Prima ho parlato della disparità tra il modo in cui la maggior parte degli esseri
umani percepisce la propria esistenza e il modo in cui l’essere dell’uomo e della natura
vengono descritti dalle scienze. Ho fatto notare come discipline quali l’ecologia e la
biologia, per esempio, descrivano e studino il rapporto tra gli organismi e il loro
ambiente. Tuttavia, la loro descrizione del comportamento umano, degli animali o degli
insetti, è in patente contraddizione col punto di vista di molti di noi sul nostro modo di
pensare, sulle nostre azioni e la nostra esistenza tutta. Siamo stati educati a percepire
noi stessi come centri di consapevolezza e di azione isolati, collocati in un mondo che
non è nostro, che ci è estraneo, alieno, qualcosa di radicalmente altro che dobbiamo
affrontare. Questo mentre gli studiosi di ecologia descrivono il comportamento umano
in termini di azione: quello che facciamo è ciò che l’intero universo sta compiendo nel
punto dello spazio che chiamiamo «qui e ora», e noi stessi siamo qualcosa che
l’universo sta realizzando, proprio come una singola onda è opera dell’intero oceano.
Ora, questa non è quella che si potrebbe chiamare una concezione fatalistica o
deterministica. Si è fatalisti se si crede di essere una specie di burattino in balìa
dell’esistenza, se si crede di essere estranei alla vita e dominati da essa. Al contrario,
secondo il punto di vista che sto cercando di esporre, il nostro sé autentico non è un
burattino in balìa dell’esistenza. Il nostro sé più autentico e profondo è l’intero
universo, che anima il nostro organismo vivente e tutti i suoi comportamenti, dà loro
espressione come un cantante canta una canzone. Siamo accecati dall’idea per cui noi
esistiamo solo all’interno del nostro involucro di pelle; ieri sera vi stavo mostrando
come questa, in realtà, non sia altro che un’allucinazione. È una cosa folle, come chi
crede di essere Napoleone, o come un uovo in camicia che va in giro alla ricerca di un
toast su cui sedersi. È così, è un’allucinazione. Parlavo del bisogno di esperire noi
stessi in modo da renderci conto che il nostro vero corpo non è soltanto ciò che è
avvolto dalla pelle, ma comprende anche la totalità dell’ambiente esterno. Se non ci
percepiamo così finiamo per maltrattare il nostro ambiente, finiamo per considerarlo un
nemico. Cerchiamo di piegarlo e di sottometterlo, e questo non può che causare disastri.
Sfruttiamo il mondo in cui viviamo e non lo trattiamo con amore, gentilezza e rispetto.
Disboschiamo milioni di acri di foreste per farci giornali di ogni genere. Tanti begli
alberi trasformati in informazione sul nulla, e non ci preoccupiamo di sostituirli come si
deve. Maltrattiamo il mondo per vendicarci di quella sensazione che ci fa sentire meri
burattini in balìa del mondo stesso.
Dunque, ieri sera il mio argomento principale era quello per cui noi abbiamo
bisogno di un nuovo tipo di consapevolezza, nella quale ogni individuo possa divenire
consapevole che il suo sé autentico non coincide unicamente con il suo io cosciente. Per
fare un esempio, pensiamo ai fanali di un’auto. Illuminano la strada che sta loro di
fronte, ma non i cavi che li collegano alla batteria. Quindi, in un certo senso, il fanale
ignora da dove provenga la sua luce, così come noi ignoriamo quale sia la fonte della
nostra coscienza. Non sappiamo come facciamo a sapere. Un giovane una volta mi ha
detto: «Anche se mi sembra di sapere quello che so, ciò che vorrei conoscere è l’“io”
che conosce me stesso e mi fa sapere quello che so». Quindi siamo ignoranti; è così, noi
ignoriamo; esula dalla nostra attenzione come facciamo a essere coscienti, come
crescono i nostri capelli, si formano le nostre ossa o batte il nostro cuore, nonché come
si secernono tutti i fluidi di cui abbiamo bisogno dalle nostre ghiandole. Facciamo tutto
questo, ma non sappiamo come. Al di sotto del sé più superficiale, che rivolge
l’attenzione a questo o a quello, ne esiste un altro, che è più un «noi» che un «io». Più
diventiamo consapevoli di questo sé sconosciuto – ammesso che lo diventiamo – più ci
rendiamo conto di come sia inseparabilmente connesso con ogni cosa che esiste. Noi
siamo una funzione dell’intera galassia, delimitata dalla Via Lattea, la quale a sua volta
è una funzione di altre galassie. Noi siamo quella cosa immensa e lontanissima che
possiamo vedere solo con i telescopi più potenti; guardiamo e guardiamo, e un giorno
ci risveglieremo e diremo: «Quello sono io!», e capendo questo capiremo che non
moriremo mai. Noi siamo quella cosa eterna che va e viene, che si manifesta ora sotto
forma di Mario Rossi, ora di Anna Bianchi; e va avanti così, all’infinito e in eterno.
Ora, la ragione per cui ho scelto di parlare di questo come introduzione è per
attirare la vostra attenzione sul problema del rapporto tra l’uomo e la natura. Fra
l’altro, cosa si intende con il termine «natura»? In cosa consiste lo studio della natura o
la storia naturale? Cosa vi aspettate di trovare al Museo di storia naturale? Per molte
persone, natura significa uccelli, api, fiori. Significa tutto ciò che non è artificiale. Per
esempio, si pensa che un edificio non sia qualcosa di naturale, essendo costruito
dall’uomo. Lo stato naturale dell’essere umano è la nudità, ma noi indossiamo i vestiti,
che sono artificiali. Costruiamo le nostre case, ma c’è differenza tra una casa umana e
un nido di vespe o di uccelli? No davvero, ma nella nostra mente c’è l’idea che la
natura sia in qualche modo fuori di noi. Certo, crediamo di avere un po’ di natura anche
dentro di noi e infatti parliamo di natura umana, anche se quasi sempre è messa in
cattiva luce. La natura umana, secondo Freud, è animata dalla libido e non bisogna
fidarsene. Una volta veniva repressa con la frusta, ma poi Freud ha detto: «Non fate
così! Dovete trattarla come un bravo addestratore di cavalli addestra un purosangue,
dandogli una zolletta di zucchero di tanto in tanto; dovete tenerla sotto controllo in
questo modo. Siate gentili e rispettatela, anche se può essere davvero riprovevole».
Nella storia della filosofia ci sono tre teorie della natura dominanti. La prima è
quella occidentale, che concepisce la natura come una macchina o un manufatto.
Abbiamo ereditato questa idea dagli ebrei, i quali credevano che la natura fosse opera
di Dio, più o meno come un vasaio fabbrica un vaso con l’argilla o un falegname un
tavolo col legno. Non è irrilevante che Gesù sia figlio di un falegname, dato che la
nostra tradizione è sempre stata quella di guardare al mondo come qualcosa di
costruito, di cui qualcuno conosce il modo in cui è stato assemblato. Qualcuno sa come
è stato creato: è il costruttore, l’architetto, il Signore Iddio. Tuttavia, nel XVIII secolo il
pensiero occidentale iniziò a cambiare. Le persone erano sempre più scettiche
sull’effettiva presenza di un creatore – sull’effettiva presenza di un Dio –, ma
continuarono a concepire la creazione come un manufatto, come una macchina. Al
tempo di Newton, il mondo era spiegato in termini meccanicistici, e ancora oggi
risentiamo di questa influenza. Del resto, negli articoli di fisiologia umana gli autori
tendono ancora a inserire disegni che rappresentano il corpo umano come una specie di
fabbrica. Mostrano come l’attività peristaltica faciliti il transito del cibo nell’intestino
e come esso venga trasformato da questo e da quest’altro organo, proprio come una
fabbrica in cui vengono fatti entrare i manzi ed esce carne in scatola. L’essere umano è
illustrato in questo modo, ed è visto così anche da una certa medicina degenerata che si
pratica negli ospedali, dove veniamo trattati come macchine da riparare. Anche se siete
perfettamente in salute e potete camminare, vi devono comunque piazzare subito su una
sedia a rotelle. Poi vi sottopongono a una procedura in cui il cardiologo si mette a
osservare soltanto il vostro cuore, perché non sa nulla del resto. L’otorinolaringoiatra –
il dottore che cura le orecchie, il naso e la gola – osserva questa parte di voi e ignora
tutto il resto. Poi magari tocca allo psichiatra, e dio solo sa cosa succede a quel
punto… e via di seguito. Tutti vi osservano dal loro punto di vista specialistico, come
un gruppo di meccanici che controlla la vostra auto. Eppure, come ho detto ieri sera, è
esattamente questo che vogliamo, poiché molti di noi si considerano gli autisti del
proprio corpo, lo possiedono come possiedono un’automobile; quando c’è qualcosa che
non va la portano dal meccanico perché la ripari. In fondo, però, non ci identifichiamo
mai realmente con il nostro corpo, così come non ci identifichiamo con la nostra
macchina. Dunque, nel mondo occidentale si è sviluppata la teoria della natura come
manufatto, qualcosa che è stato fabbricato.
La seconda teoria della natura è propria dell’India orientale. In essa la natura non è
vista come un manufatto, ma come un dramma. Alla base di tutto il pensiero indù c’è
l’idea che il mondo sia māyā, termine sanscrito che significa molte cose: magia,
illusione, arte e gioco. Dunque il mondo è un palcoscenico, e nell’idea induista della
natura la realtà ultima dell’universo è il sé, chiamato brahman o ātman. Questo è ciò
che esiste: il sé – universale, eterno, illimitato, indescrivibile –, e tutto ciò che avviene
avviene lì. È come se qualcuno vi dicesse: «Stasera da bere lo offro io», o come
quando ascoltiamo la radio e «lasciamo la parola alle casse». Quello che ascoltiamo
alla radio, che si tratti di flauti, tamburi, voci umane o rumori del traffico, è un insieme
di vibrazioni del diaframma dell’altoparlante. Non è che tutte le mattine il presentatore
vi dice: «Buongiorno, signore e signori. I suoni che state per sentire sono vibrazioni del
diaframma del vostro altoparlante e non sono vere voci umane o strumenti musicali,
sono solo vibrazioni». Non ve lo dirà mai; esattamente allo stesso modo, l’universo non
vi rivelerà mai la verità, cioè che tutte le vibrazioni percepite dai nostri sensi sono
vibrazioni del sé; non solo il nostro sé, ma il sé, che tutti abbiamo in comune poiché si
nasconde in ognuno di noi. Così, il brahman, il principio ultimo, gioca a nascondino in
eterno, o almeno per periodi di tempo indicibilmente lunghi. Gli indù, infatti, misurano
il tempo con quella che chiamano kalpa: 4.320.000 anni. Forse non è una cifra da
prendere letteralmente, ma per un arco di tempo indicibilmente lungo il brahman, il sé,
finge di essersi smarrito e si identifica con noi. Viene coinvolto in tutte le nostre
avventure e in tutti i nostri guai, le nostre agonie, le nostre tragedie. Poi, dopo che il
periodo di 4.320.000 anni è scaduto, ecco che si verifica la catastrofe. L’universo viene
distrutto dal fuoco, dopodiché il brahman si risveglia (sotto forma di Brahmā, il mitico
creatore dell’universo) e dice: «Wow, che roba pazzesca! Che razza di avventura è
stata!». Poi si asciuga il sudore dalla fronte e dice: «Be’, è ora di riposare un po’».
Così, per altri 4.320.000 anni il Sé divino riposa, sapendo chi è realmente. Poi però
dice: «Uffa, mi sto annoiando: diamoci una mossa e torniamo in azione».
Ma lo fa in modo molto strano, perché, secondo la scansione temporale indù, il
primo periodo di coinvolgimento, o smarrimento, del brahman è bellissimo; è la fase
più lunga, quella in cui le cose vanno per il meglio e la vita è semplicemente
meravigliosa. Poi subentra la fase successiva, in cui tutto comincia a vacillare e si
diffonde un certo disordine, ma non dura per molto. Il periodo che segue è quello in cui
bene e male sono equamente bilanciati, ed è ancora più breve. Poi è la volta della fase
finale, che è la più breve di tutte, quella in cui il male trionfa, l’intero universo esplode
e tutto ricomincia da capo. In questo momento staremmo vivendo proprio questa fase.
Viene chiamata Kali Yuga, l’Età delle tenebre, ebbe inizio venerdì 23 febbraio 3123
a.C. e deve durare ancora 5.000 anni. Ma, nel fare il suo corso, il tempo scorre sempre
più velocemente, quindi non preoccupatevi.
La terza teoria della natura è quella cinese, ed è molto interessante. La parola
cinese per natura è tzu-jan, espressione che significa «da sé, di per sé», o «ciò che
accade da sé». Si potrebbe tradurre con «spontaneità», ma in realtà ha un significato
vicino ad «automatico», essendo qualcosa che si muove da solo. Noi associamo questa
parola alle macchine, ma tzu-jan, ciò-che-è-di-per-sé, nella mentalità cinese non è
associata alle macchine, bensì alla biologia. I nostri capelli crescono da soli, non
dobbiamo pensare a farli crescere noi. Il nostro cuore batte da solo, non dobbiamo
preoccuparci di farlo battere. Questo è ciò che i cinesi intendono per natura. C’è una
poesia che recita: «Seduti in silenzio, senza far nulla, ecco giunge la primavera e l’erba
cresce da sola». Il principio fondamentale della natura è chiamato Tao, che in dialetto
mandarino si pronuncia «dao», «tao» in quello di Shanghai e «tou» in quello di Canton;
a voi la scelta. Il Tao indica il corso della natura, e Laozi, filosofo vissuto poco dopo il
400 a.C., vi ha dedicato un libro in cui afferma: «Il Tao che può essere detto non è il
Tao eterno». In altre parole, è impossibile descriverlo. Laozi sostiene che il principio
del Tao è la spontaneità, e che: «Il Grande Tao scorre dappertutto, a destra e a sinistra.
Ama e nutre tutte le cose, ma non signoreggia su di esse. Compie cose di grande valore,
ma non reclama alcun diritto». Ovviamente, c’è grande differenza tra la nozione cinese
di Tao come principio costitutivo della natura, e l’idea cristiana di Dio come signore e
padrone della natura stessa. Il Tao non agisce come un capo. Nella filosofia cinese la
natura non ha nessun capo. Non c’è nessun principio che costringe le cose a comportarsi
come si comportano, ed è quindi una teoria della natura interamente democratica. Al
contrario, molti occidentali, che siano o meno cristiani, diffidano della natura. Anzi, di
tutte le cose, la natura è quella di cui diffidare maggiormente. Deve essere gestita.
Bisogna sorvegliarla, altrimenti farà sempre danni, così come bisogna sorvegliare i
goblin perché non ci attacchino a tradimento. Dunque abbiamo sempre la sensazione di
non poterci assolutamente fidare della natura, poiché in noi è instillata l’idea del
peccato originale. Non possiamo fidarci della natura perché genera insetti ed erbacce,
ma soprattutto non possiamo fidarci della natura umana.
Ora, i cinesi direbbero: «Se non puoi fidarti di te stesso non puoi fidarti di nulla,
perché se non puoi avere fiducia in te stesso, puoi forse fidarti della tua sfiducia in te
stesso? Ha senso?». Se non possiamo fidarci di noi stessi vuol dire che siamo
completamente in preda alla confusione. È come se ci mancasse una gamba, la base, il
punto di partenza per fare alcunché. Su questo aspetto, la filosofia taoista e il
confucianesimo concordano. Nella filosofia di Confucio la virtù fondamentale
dell’essere umano è chiamata jen. Si tratta di una qualità cinese che il filosofo ha posto
al di sopra di tutte le altre virtù, più in alto della stessa rettitudine o della benevolenza,
e significa approssimativamente la capacità di avere un cuore umano. Ora, Confucio
una volta ha detto: «I santerellini sono i ladri di virtù». In cinese virtù si dice te, non
nel senso di qualità morale, ma nell’accezione di proprietà magica, come quando ci si
riferisce alle virtù medicamentose di una certa pianta. Un uomo di autentica virtù è
quindi un uomo dal cuore umano, e questo significa che ognuno dovrebbe, sopra ogni
cosa, avere fede nella natura umana, riconoscendo pienamente che essa è buona quanto
cattiva, amorevole quanto egoista.
Gli esseri umani sono complessi, e noi non ci conosciamo per niente. Prendiamo ad
esempio il nostro sistema nervoso. I neurologi non hanno neanche cominciato a capire
come funziona, eppure tutte le nostre decisioni consapevoli si basano su questa cosa che
non conosciamo. C’è incredibilmente più saggezza nella nostra natura che nei nostri
pensieri coscienti, poiché alla base di essi c’è il sistema nervoso. Se dite: «Be’, ma il
mio sistema nervoso è inaffidabile. È solo un ammasso di strane e bizzarre casualità
biologiche che in qualche modo si sono collegate tra loro», ebbene, questa stessa
opinione è frutto del vostro sistema nervoso. State quindi dicendo di essere un
imbroglio totale, e che non potete in nessun modo avere fiducia in voi stessi. Ora, la
lezione da trarre, invece, è che ognuno dovrebbe avere fede nella natura umana più che
in ogni altra cosa, nel pieno riconoscimento del fatto che essa è sia buona che cattiva,
amorevole ed egoista. Un uomo davvero virtuoso, perciò, possiede il senso di ciò che
in cinese si chiama li, ovvero la giustizia, che non può essere scritta. In cinese, infatti,
esiste anche un’altra parola per giustizia, o legge. In forma di pittogramma, questo
termine rappresenta un calderone per la preparazione dei sacrifici e un coltello. In
tempi antichi e remoti della storia cinese, infatti, ci fu un imperatore che incise col
coltello su un lato del calderone le leggi dello Stato, affinché i sudditi, quando
portavano le loro offerte sacrificali, potessero leggerle e comprenderle. Tuttavia, i
consiglieri dell’imperatore ritenevano che fosse un grave errore, perché se le persone
avessero visto le leggi scritte avrebbero sviluppato uno spirito litigioso. In effetti, noi
escogitiamo sempre nuovi modi di aggirarle, lo facciamo di continuo. Nel momento in
cui il Congresso approva una legge, in particolare una legge sulle tasse, tutti gli
avvocati si riuniscono e cercano di scovarne i punti deboli. Dicono: «La legge non
chiarisce questo, non dice quest’altro». È per questo che, un tempo, alcuni confuciani
vollero mettere ordine nel linguaggio per fare in modo che le parole avessero un
significato univoco. I taoisti, però, ridevano di loro, dicendo: «Se definite le parole,
con quali parole definirete le parole che definiscono le parole?». Sostenevano quindi
che l’imperatore non avrebbe dovuto scrivere le leggi perché il senso della giustizia
non è qualcosa che si possa esprimere a parole. È ciò che i nostri uomini di legge
chiamano «equità», e se chiedete a qualsiasi avvocato un’opinione sui vari giudici della
città vi dirà: «Be’, il giudice Smith è abbastanza fissato sull’interpretazione letterale
della legge, mentre il giudice Jones ha più senso di equità. Sa quando la lettera di una
legge non si applica a un caso particolare. Possiede un senso innato della correttezza,
ed è questo l’uomo migliore a cui fare affidamento come giudice». Ecco, questo è ciò
che i cinesi intendono per un giudice dotato del senso della vera giustizia. Non si può
mettere per iscritto e nemmeno spiegare. Ogni caso è singolare, ma ciò che quest’uomo
ha nel proprio cuore è fondamentalmente una fede nel bene e nel male insiti nella natura
umana.
La natura, inclusa quella umana, è un organismo; e un organismo è un sistema di
anarchia regolata. Non c’è nessun capo che comanda, ma è in grado di gestirsi da solo e
di provvedere alle proprie esigenze. È ciò che la filosofia cinese taoista chiama wu
wei, che non significa «non fare nulla»; piuttosto, significa non interferire con il corso
degli eventi e non agire contro natura. Esiste anche una seconda parola cinese, che si
pronuncia «li», ed è giunto il momento di introdurla. La prima accezione di li significa
giustizia, ma la seconda ha un significato originario legato alle screziature della giada,
alle venature del legno e alle fibre muscolari. Viene generalmente tradotta come la
ragione o il principio di tutte le cose, sebbene la traduzione migliore di li sia quella di
«forma organica». Quando guardiamo le nuvole vediamo che non sono simmetriche, non
formano gruppi di quattro e non si dispongono sotto forma di cubi, eppure sappiamo
subito che non sono un’accozzaglia informe. Forse un vecchio posacenere pieno di
cicche di sigarette può essere un’accozzaglia informe, ma le nuvole non sono così.
Quando osserviamo le forme della schiuma sull’acqua vediamo che si ripetono senza
errori e non sono certo un’accozzaglia informe. Sono sinuose, ma, in un certo modo,
ordinate, anche se a noi risulta difficile descrivere che tipo di ordine sia. E adesso date
un’occhiata a voi stessi. Siete tutti sinuosi, irregolari. Crediamo di essere abbastanza
ordinari perché molti di noi si assomigliano l’un l’altro. Nel vedere un altro essere
umano pensiamo: «Be’, mi sembra abbastanza a posto». Ci consideriamo più o meno
normali e «a posto», senza accorgerci di quanto irregolari siamo. Siamo come le
nuvole, le rocce e le stelle. Pensate alla disposizione delle stelle. Vi viene in mente di
criticarla? Vorreste forse che fossero tutte simmetriche? Vorreste che formassero una
specie di ricamo sulla tela del cielo? Nel XVIII secolo, quando si creavano giardini
rigorosi, con le siepi arrotondate e i tulipani tutti schierati come soldati, c’era chi
arrivava a criticare le stelle per le loro posizioni irregolari, ma oggi non la pensiamo
più così. Ci piace il modo in cui le stelle sono sparpagliate per il cielo e non ci viene in
mente che questo possa essere un difetto estetico. E le catene montuose? Critichiamo
forse le valli per essere basse ed elogiamo i picchi per la loro altezza? No di certo.
Diciamo solo: «È bello così com’è». Gli artisti tributano il loro omaggio a quest’ordine
del tutto speciale dipingendo paesaggi. In ogni parco nazionale ci sono luoghi chiamati
«punti panoramici», dove la gente esclama: «Oh! Sembra un quadro!». Nessuno
conosceva quel posto quattrocento anni fa. Occorreva che gli artisti dipingessero i loro
paesaggi perché la gente si rendesse conto di quanto erano belli. Oggi, gli artisti
dipingono quadri di pareti umide e macchiate, di pavimenti su cui qualcuno ha
rovesciato un barattolo di vernice. Un giorno, le persone entreranno in una stanza col
pavimento cosparso di vernice e diranno: «Caspita, sembra proprio un Jackson Pollock.
Non sembra un quadro?». C’è sempre voluto un artista per darci la visione di certe
cose; ma allo stesso tempo, ovviamente, è difficile interpretarle. Se andate a una mostra
di arte contemporanea, poniamo di pittura non-oggettiva, e udite qualcuno dire: «Questa
non è quella che io chiamo pittura», è perché va contro i suoi pregiudizi. Io invece dico:
«No, mi scusi, aspetti un attimo. Guardi ancora. Quel quadro è una fotografia a colori,
indovini di cosa?». E allora l’altro comincia a guardarlo attonito, con occhi
completamente nuovi. Di cosa potrebbe essere la fotografia? Poco dopo comincia a
capire che potrebbe essere un’immagine scattata attraverso un microscopio, forse di
globuli o germi che fluttuano in un liquido. Potrebbe essere qualsiasi cosa, ma eccola lì,
e di colpo la sua bellezza colpisce gli osservatori. Dio solo sa se è ciò che intendeva
rappresentare l’artista, ma il metodo di questa specie di astrazione realistica consiste
nel provocare uno shock alle persone per far sì che vedano le cose in maniera diversa.
Ci fu un soldato americano che durante la guerra fece visita a Picasso, a Parigi, e gli
disse: «Non riesco a capire i suoi quadri». Picasso allora rispose: «Hai una ragazza?».
L’altro disse: «Sì». «Hai una sua foto?». «Sì». «Fammela vedere». Così il soldato
estrasse il portafoglio, che conteneva una foto a colori della ragazza. Picasso la guardò
e disse: «È così piccola?».
Ecco allora che l’idea del li, dell’ordine naturale, assomiglia alle forme della
schiuma del mare, delle screziature della giada, dei contorni delle nuvole, dei profili
degli alberi e delle montagne. Seguono un certo ordine, ma noi non riusciamo a
coglierlo. Sappiamo che c’è ma non ne conosciamo la ragione. L’ordine della natura è,
in questo senso, indefinibile. Quando chiesero a sant’Agostino: «Cos’è il tempo?», lui
rispose: «So cosa sia ma, quando me lo chiedono, non so spiegarlo». Allo stesso modo,
i cinesi direbbero: «Noi sappiamo qual è l’ordine della natura ma, quando ce lo
chiedono, non sappiamo spiegarlo». Il poeta dice: «Raccolgo crisantemi lungo lo
steccato a oriente, guardo in silenzio le colline a sud, e gli uccelli volano verso casa
nella morbida aria montana del crepuscolo». In tutte queste cose si nasconde un
significato profondo, ma quando cerchiamo di esprimerlo di colpo non troviamo più le
parole. Questo è il li. La natura come principio che si auto-ordina, ma che ignora come
riesca a farlo. Un’altra poesia recita: «Se vuoi sapere da dove vengono i fiori, persino
il Dio della primavera non lo sa». Tutto ciò rivela un atteggiamento davvero notevole
nei confronti della natura. Se proviamo a tradurlo in termini politici, si tratta di
anarchia altamente filosofica, e ci sarebbe molto da dire riguardo all’anarchia come
prospettiva politica. In altre parole, governare è sempre un problema perché lo Stato si
oppone al popolo. Noi viviamo secondo una Costituzione stando alla quale dovremmo
governarci da soli, ma poi un giorno qualcuno ha detto: «Ora che è in vigore, abbasso
la democrazia!». Lo Stato crea sé stesso come un’azienda in competizione con tutte le
altre, e alla fine vince perché è la più grande di tutte. Invece di muoversi in lunghi
cortei ed essere annunciato da bandiere sventolanti, l’imperatore dovrebbe essere
discreto come, ad esempio, il capo della nettezza urbana. Un uomo che va in giro in
abiti ordinari e si dedica pienamente al proprio lavoro. Non ha nessuna scorta di
polizia a sirene spiegate e bandierine sventolanti. Fa solo il suo lavoro. L’idea di Laozi
è che l’imperatore o il presidente dovrebbero seguire proprio questo tipo di condotta.
Dovrebbero limitarsi ad aiutare le persone e poi ritirarsi, senza rivendicare particolari
meriti per il proprio lavoro, e abbandonare le scene. Non dovrebbero ambire ad avere
sempre più potere, ma solo contribuire al funzionamento del tutto. «Governa un grande
Stato – disse Laozi, – come cucineresti un pesciolino». Ora, se volete cucinare un
pesciolino in padella, non dovete continuare a farlo saltare o a stuzzicarlo con la
spatola, altrimenti si sfalderà tutto. Dovete rigirarlo dolcemente e delicatamente.
Questa è una concezione della natura come qualcosa in cui avere fede; quella
esteriore – gli uccelli, le api, i fiori, le montagne, le nuvole – ma anche quella interiore
– ovvero la natura umana. Certo, la natura non è sempre completamente affidabile. A
volte subirete i suoi colpi, ma questo è il rischio da correre, il rischio stesso di vivere.
Qual è l’alternativa? Potreste dire: «Io non ho nessuna fiducia nella natura. Deve solo
essere tenuta sotto controllo». Ma questo porta allo Stato totalitario, dove ognuno è il
poliziotto del proprio fratello e tutti osservano tutti per riferire ogni cosa alle autorità.
Uno Stato in cui non si può avere fiducia nelle proprie motivazioni è uno Stato i cui
cittadini dovrebbero essere costantemente affidati a uno psicanalista, per fare in modo
che non abbiano pensieri pericolosi o singolari. Dovrebbero riferire uno a uno questi
pensieri singolari al loro analista, il quale terrebbe una sorta di registro da presentare
poi al governo. Tutti, in una simile cultura, sarebbero impegnati a registrare ogni cosa,
e diventerebbe molto più importante registrare quello che succede piuttosto che fare
esperienza diretta di un evento mentre accade. Tutto questo alla fine ci consuma, perché
ormai è diventato più importante avere tutti i propri dati in ordine che comportarsi nel
modo giusto.
Per esempio, nelle università ha molta più importanza che i dati sulle iscrizioni
siano tutti corretti rispetto a una biblioteca ben fornita. Una volta che le vostre lauree
sono al sicuro, protette da ogni possibile furto e furtarello, essendo i beni più preziosi
in possesso dell’università, la biblioteca può anche andare in rovina. Ogni persona di
buon senso immagina che la funzione primaria dell’università sia quella di insegnare
agli studenti e fare ricerca. Quindi la facoltà dovrebbe essere la cosa più importante, e
invece ciò che conta di più è l’amministrazione. Sono le persone che gestiscono tutti i
dati a dettare le regole del gioco. Perciò, le facoltà sono sempre ostacolate
dall’amministrazione, costrette a indire riunioni irrilevanti e a fare di tutto tranne che
dedicarsi al sapere. Sapete da cosa deriva la parola «scuola»? Dal latino schola, il cui
significato originario è quello di «ozio, tempo libero». Le persone colte e istruite erano
coloro che possedevano una rendita privata e potevano quindi dedicarsi allo studio.
Non dovevano guadagnarsi da vivere, e quindi potevano studiare i classici e la poesia.
Oggi, invece, non c’è niente di più indaffarato di uno studente. Vi fanno lavorare,
lavorare, lavorare, perché dovete rispettare un programma prestabilito. Ci sono corsi
accelerati, e si va all’università per prendere la laurea che ci permetterà di guadagnarci
da vivere. Il che, nel complesso, è in contraddizione con il vero studio. Quest’ultimo
verte su tutto ciò che non è fondamentale e necessario per sopravvivere, compresi gli
aspetti più inutili e affascinanti della vita. La ragione è che, se nella nostra vita non c’è
spazio per gli svaghi, allora non vale la pena di viverla. «Tutto lavoro e niente svago
rendono Jack un ragazzo noioso»1, ma se l’unica ragione per cui Jack si svaga è solo
per poi lavorare meglio in seguito, allora non si sta realmente svagando. Lo fa solo
perché sa che gli fa bene, e questo non vuol dire svagarsi. Per essere studiosi autentici
dobbiamo adottare l’atteggiamento di chi non cerca di ottenere nulla al di fuori dello
studio stesso.
Se raccogliete un ciottolo sulla spiaggia e lo osservate da vicino vi apparirà
bellissimo, ma non c’è alcun bisogno di farci un sermone sopra. Lasciate perdere tutte
le prediche sul Dio-in-ogni-cosa: godetevi la bellezza e basta! Non dovete mettervi a
posto la coscienza con la scusa di coltivare il vostro senso estetico. Limitatevi ad
ammirare la bellezza del ciottolo; se lo fate vi sentirete meglio. Non dovete fare
nient’altro; e questa è una grande idea, diventa un’esperienza unica se riuscite a
comprendere ciò che i cinesi definiscono «assenza di scopo». Ritengono, infatti, che la
natura sia decisamente priva di scopo. Eppure, quando diciamo che qualcosa è privo di
scopo, noi intendiamo svalutarlo, bollarlo come un fallimento senza speranza; al
contrario, quando i taoisti cinesi sentono questa parola pensano che designi qualcosa di
grande. È come le onde che lambiscono la costa, vanno e vengono di continuo, senza
nessun significato. Un grande maestro zen disse, poco prima di morire: «Dalla vasca da
bagno alla vasca da bagno, ho pronunciato solo cose senza senso». La vasca è quella in
cui il bambino viene lavato dopo la nascita e quella in cui il cadavere è lavato prima
della sepoltura: in tutto questo periodo ha detto soltanto cose senza senso. Gli uccelli
sugli alberi cinguettano tutto il tempo: che cosa significa? Certo, qualcuno dirà: «Ma sì,
sono richiami di accoppiamento, hanno uno scopo ben preciso. Cercano i partner
attraendoli con il loro canto». Lo stesso argomento viene utilizzato anche per spiegare il
perché dei loro colori, e la ragione per cui le farfalle hanno quelle specie di occhi
disegnati sulle ali a scopo auto-protettivo. Chiaramente, questa è una visione
ingegneristica dell’universo; perché la adottiamo? Spieghiamo il fenomeno dicendo:
«Be’, perché le farfalle devono sopravvivere». Ma allora perché sopravvivere? A che
scopo? Be’… per sopravvivere.
In fondo, gli esseri umani sono fatti da un intrico di tubi, e in un certo senso tutte le
creature viventi lo sono. Tubi nei quali entra qualcosa da un lato ed esce qualcosa
dall’altro. La nostra abilità ci ha poi consentito di sviluppare una serie di gangli
nervosi a un’estremità del tubo: quella destinata al cibo, che chiamiamo testa. Ha occhi
e orecchie, ma anche altri piccoli organi e antenne che ci aiutano a individuare le cose
da infilare a un’estremità del tubo affinché escano dall’altra. Ebbene, mentre facciamo
tutto questo, la materia che lo attraversa consuma il tubo e quindi, per far sì che lo
spettacolo continui, vengono creati, in modi sempre più complicati, altri tubi, che
continueranno a fare la stessa cosa: dentro da un lato e fuori dall’altro. E diciamo:
«Be’, tutto questo è una faccenda terribilmente seria. È incredibilmente importante.
Dobbiamo continuare così».
Al contrario, quando i taoisti cinesi affermano che la natura è senza scopo, le
rivolgono un complimento. È un’idea molto simile a quella della parola giapponese
yugen. È paragonata al guardare le oche selvatiche volare ed essere nascosti tra le
nuvole; all’osservare una nave svanire oltre le isole più lontane; al vagare in lungo e in
largo in una grande foresta senza pensare al ritorno. Lo avete mai fatto? Siete mai andati
a fare una camminata senza nessuna meta particolare? Portate con voi un bastone e di
tanto in tanto date un colpo a un vecchio ceppo sul sentiero, continuate a camminare
senza meta e vi girate i pollici. È in quel momento che si diventa un essere umano
perfettamente razionale, perché si comprende l’assenza di scopo. Quando ballate mirate
a raggiungere un punto particolare della pista? È questa l’idea della danza? No, lo
scopo della danza è danzare. Dunque a voi la scelta. Vi fiderete o no? Se vi lascerete
andare potreste rimanere delusi, ma questo è il vostro sé, quello della vostra natura più
autentica e della natura che vi circonda. Certo, farete degli errori, ma se non vi fidate
per niente finirete per strangolare voi stessi. Vi sommergerete di regole, regolamenti e
leggi, prescrizioni, polizia e sorveglianti – e di sorveglianti dei sorveglianti. Dunque,
per vivere bisogna avere fiducia. Dobbiamo avere fiducia in noi stessi rispetto a ciò
che ci è completamente sconosciuto e a una natura che non è governata da nessun capo.
La figura del capo, infatti, fa parte di un sistema di sfiducia e diffidenza, ed è per questo
che il Tao di Laozi ama e nutre tutte le cose, ma non signoreggia su di esse.

1 «All work and no play makes jack a dull boy», proverbio inglese, noto anche per essere citato nel film Shining
(1980). [N.d.T.]
3

Simboli e significati

Per gettare le fondamenta di questa indagine dobbiamo prendere in esame alcune


idee elementari per il nostro senso comune, poiché non sono soltanto le emozioni a
essere così potenti nella nostra esistenza. La psicanalisi, ovviamente, ha indagato le
basi emotive delle opinioni e delle credenze umane, ma dovremmo esaminare anche le
basi intellettuali dei nostri principi psicologici, delle nostre teorie o terapie. Le idee,
infatti, sono molto potenti. Chiunque parli una lingua qualsiasi possiede, sotto la
superficie del linguaggio o dei simboli che utilizza, alcuni assunti di base solitamente
indiscussi, e proprio questi sistemi di credenze indiscusse sono estremamente influenti
nelle nostre vite.
Cominciamo con un’idea molto pervasiva radicata nel nostro senso comune, quella
per cui il mondo fisico è costituito da due aspetti fondamentali: la forma e la sostanza o
materia. Questa nozione ci è stata imposta da Aristotele e anche dalla Bibbia. È scritto
che Dio creò l’uomo con la polvere e la terra, a sua immagine e somiglianza, e che poi
infuse il soffio vitale nelle sue narici, trasformando la figurina d’argilla in un essere
umano. Quindi, in questo mito si nasconde l’idea per cui ogni cosa materiale è
composta da qualche tipo di sostanza di base, così come i vasi sono fatti di creta. Per
secoli, gli scienziati e i filosofi hanno desiderato sapere che cosa fosse questa materia
che ci costituisce tutti. Un falegname costruisce un tavolo con il legno; eppure io vi
chiedo: l’albero è fatto di legno? Ovviamente no. L’albero è il legno. Una montagna è
fatta di rocce? No, la montagna è roccia. In questo senso, nel linguaggio abitano
innumerevoli fantasmi. Supponiamo che io dica: «Il lampo lampeggia». Senza dubbio, il
lampeggiare coincide con il lampo. Non esiste qualcosa chiamato «lampo» e
qualcos’altro chiamato «lampeggiare». Il lampo è il lampeggiare. Un altro esempio: sta
piovendo. Ma cos’è che piove? La pioggia. Si possono creare nomi a partire da verbi
in qualsiasi momento, basta mettervi davanti un articolo. Noi popoliamo il mondo di
fantasmi che nascono dalla struttura del nostro linguaggio, e quindi dalla struttura del
nostro pensiero, poiché pensiamo attraverso il linguaggio, i segni, i numeri. È
affascinante scovare i postulati nascosti che soggiacciono al linguaggio e alla
matematica; uno di questi, che abbiamo praticamente tutti, è proprio l’idea che gli
organismi siano fatti di qualcosa, ed emerge di continuo nei nostri discorsi quotidiani,
come forma e schema strutturante. È come se esistesse una qualche sostanza inerte,
primordiale e – naturalmente – stupida, che deve essere messa in forma da un’energia e
da un’intelligenza estranea a essa, come quelle che plasmano la creta.
Quando i nostri fisici cominciarono a scoprire di cosa si trattava, la studiarono
sempre più a fondo, la esaminarono con strumenti sempre più precisi e accurati. Prima
si misero a tagliare tutto coi coltelli, sminuzzando la materia in pezzettini sempre più
piccoli. Alla fine, la particella che volevano sezionare aveva esattamente la stessa
grandezza dello strumento che utilizzavano, e così scoprirono l’esistenza dell’atomo. In
greco atomos significa «indivisibile» (a = non, témnein = tagliare). Quindi, l’atomo
fondamentale è ciò che non si può ulteriormente suddividere in parti, costituendo il
limite finale della materia. Ciononostante, gli scienziati non erano soddisfatti, e allora
presero un atomo – vale a dire, una particella di qualcosa che aveva lo stesso spessore
del filo della lama di un coltello – e si misero a osservarlo al microscopio. Videro così
che sembrava composto di parti ancora più piccole, e trovarono il modo di
classificarle. Riuscirono quindi a escogitare mezzi straordinari per indagare le
proprietà della materia, finché raggiunsero il punto in cui era impossibile decidere se
quelle che stavano osservando erano particelle od onde; così, le soprannominarono
«onda-particelle» e credettero di aver scoperto gli elementi definitivi, chiamati
elettroni. Purtroppo, però, anche questi non bastavano, e furono scoperti i protoni, i
mesoni e molte altre cose sensazionali. Chiaramente, ciò di cui non si resero conto era
che se si sviluppano strumenti microscopici sempre più potenti, l’universo si fa sempre
più piccolo, sfuggendo così all’indagine umana. Allo stesso modo, quando i telescopi
diventano sempre più potenti, le galassie finiscono per allontanarsi, sottraendosi alla
portata dei telescopi, poiché ciò che avviene in tutte queste investigazioni è che,
attraverso di noi, i nostri occhi e i nostri sensi, l’universo osserva sé stesso. Se cercate
di girarvi per guardarvi la testa che succede? Si sottrae alla vista! Non riuscirete mai a
vederla. Non potete toccarvi la punta di un dito con il dito stesso. Śaṅkara ha spiegato
benissimo questo principio nel suo commento al Kena-upaniṣad, dicendo: «Colui che
conosce – fondamento di ogni conoscenza – non è mai egli stesso oggetto di
conoscenza, così come il fuoco non brucia sé stesso». Quindi ci sarà sempre questo
mistero profondo, e noi non avremo mai il controllo assoluto di ciò che accade. Come
afferma Johannes Jacobus van der Leeuw1: «Il mistero della vita non è un problema da
risolvere, ma una realtà di cui fare esperienza».
Il motivo per cui sono diventato un filosofo è che fin da piccolo ho sempre sentito
che l’esistenza, in quanto tale, fosse una cosa strana. Noi siamo qui su questa terra, non
è bizzarro? Certo che lo è, ma cosa si intende per bizzarro? Be’, è ciò che è diverso
dalla norma, ciò che spicca sul resto. La normalità è uniforme e piatta, ma ciò che è
eccezionale e bizzarro non si può notare senza uno sfondo che sia, per l’appunto,
regolare e uniforme. Ognuno di noi è bizzarro: strano, unico, particolare, differente.
Come possiamo conoscere ciò che abbiamo definito «bizzarro», se non in contrasto con
uno sfondo uniforme e indifferenziato, come lo è lo spazio? A questo punto, allora, si
comincia a sentire dentro di sé il pungolo della filosofia, che ci fa grattare la testa e
pensare al perché le cose stanno così. Dopo un po’, magari, ci si renderà conto che
«perché?» è una domanda senza senso, ed è preferibile chiedersi: «Come stanno le
cose?». Ebbene, questo ci porterà verso la scienza e altre ricerche.
Quindi, la domanda che vogliamo fare è «Che cos’è?», cioè vogliamo sapere che
cosa accade, che cosa sia questa esistenza. Se ci poniamo questa domanda abbastanza a
lungo, ci colpirà subito il fatto che, se anche riuscissimo a trovare una risposta, non
sapremmo in che termini esprimerla. Quando indaghiamo le proprietà della natura e
troviamo alcune risposte, sono tutte articolate secondo particolari strutture, forme,
modelli. Questi possono essere studiati e il loro comportamento può essere previsto,
ma alla fine si torna sempre alla domanda: «Di cosa sono fatte queste forme?», oppure:
«Che cosa esiste veramente?». Non riusciamo a pensare a nessun modo di rispondere a
queste domande, perché per farlo dovremmo avere una classe comprensiva di tutte le
classi.
Quando ci chiediamo «che cos’è?» è come se dicessimo: «È così o cosà?». È un
animale, un vegetale o un minerale? Sei un repubblicano o un democratico? Sei maschio
o femmina? Sei cristiano, ebreo, indù o cos’altro? Per poter rispondere alla domanda
«Che cos’è?» dobbiamo sempre operare una classificazione. Così, alla fine i fisici
hanno abbandonato la ricerca della sostanza e ci hanno fornito una descrizione
dell’universo interamente formale: quello che conta è il modello, non la sostanza. Ma
poi viene da chiedersi: «Qual è lo scopo?», «Di cosa è fatto il modello? Di certo deve
esserci una risposta». Tuttavia, accade che quando si esagera con l’osservazione al
microscopio tutta la materia diventa forma e si rivela sempre più articolata. Da qui il
tappeto appare fatto di un certo materiale, ma se lo osserviamo al microscopio vedremo
la struttura cristallina del nylon, o di qualsiasi altro materiale è fatto. Così, le persone
vogliono sapere: «Di cosa sono fatti i cristalli?». Ebbene, ingranditeli sempre di più e
troverete le molecole; ingranditeli ancora e troverete le particelle-onda. Ma allora la
domanda sorge spontanea: «Le particelle-onda devono essere fatte di qualcosa!». Certo
che no, anzi osserviamo che la sostanza, la materia, svanisce e rimane soltanto la forma.
In sanscrito non esiste una parola precisa per «materia». Nāma-rūpa significa
«forma designata», o «la forma che conta». Mettiamola in questi termini: tutto è
questione di forma, il che è molto affascinante.
Ci chiediamo: «Ma questo cosa significa? Fa davvero la differenza?». In altre
parole: è in grado di rendere conto di qualcosa? Se risaliamo alle origini indoeuropee
della nostra lingua, scopriamo che la parola «materia» deriva da una radice sanscrita,
matra, che significa «misurare, progettare le fondamenta di un edificio». Se poi
proseguiamo nell’analisi troviamo la parola māyā, generalmente tradotta con
«illusione», benché significhi piuttosto «magia» o «potenza creativa». «Illusione»,
invece, deriva dal latino ludere, ovvero giocare. Sempre dalla radice matra deriva la
parola «metro» e il verbo «misurare», metrèin in greco o mater in latino, che significa
«madre». La madre del Buddha si chiamava Maya, e Maria (di nuovo la radice ma) è la
madre di Gesù: ma, ma, ma. Questo termine ha a che fare con la forma o lo schema, e
ricordiamo che i cinesi chiamano il principio fondamentale della natura li, le
screziature della giada, le fibre dei muscoli, le venature del legno.
La materia che osserviamo è come uno schema sfuocato, ci appare indistinta e
arruffata come fosse fatta di cotone o kapok. Diciamo, per esempio, che il kapok è
l’imbottitura di un cuscino e certamente, in quanto tale, ci appare come una sostanza; ma
se esaminate il kapok da vicino troverete un’intera struttura. Non sarà mai nient’altro.
Ora, tutto ciò ci sembra assurdo perché si fa beffe del nostro buon senso. I filosofi
danno un colpo al tavolo che sta di fronte a loro e dicono: «Il tavolo esiste perché…
bang! Quindi deve esserci una materia, qualcosa di sostanziale che lo forma». Tuttavia,
l’unica ragione per cui non possiamo far passare una mano attraverso il tavolo è che il
tavolo si muove troppo velocemente. È come provare a mettere il dito in un ventilatore
elettrico, solo che si muove ancora più veloce di un ventilatore. Tutto ciò che è solido
si muove così velocemente che non c’è modo di penetrarlo con un dito, ecco tutto. Voi
mi direte: «Ma cos’è che si muove così velocemente?». Be’, la domanda si basa su
un’illusione grammaticale, per la quale tutti i verbi dovrebbero avere un soggetto e un
verbo, un’azione o un evento devono essere messi in atto da un nome, vale a dire da una
cosa, da un non-evento. Ora, qual è la differenza tra una cosa e un evento? Vi giuro che
non ve lo so dire. Per esempio, prendiamo la frase: «Questo è un pugno», che è un
nome. Ora, cosa accade se apro la mano? Il pugno è inspiegabilmente sparito, e quindi
avrei dovuto chiamare il pugno un «pugnare» e la mano un «manare». Ovviamente,
potrebbe anche essere un «indicare». Quindi è possibile ideare una lingua, come quella
degli indiani Nootka, dove non ci sono nomi, ma esistono soltanto verbi. La lingua
cinese è molto simile, e la sovrapposizione dell’idea del nome e del verbo in essa
sembra essere un’invenzione occidentale. Al contrario, tutte le lingue di origine
indoeuropea possiedono nomi e verbi, agenti e azioni. Ma ecco che ci si presenta subito
un inconveniente: quando dividiamo il mondo in operazioni e operatori, in azioni e
agenti, finiamo per porci domande sciocche, del tipo: «Chi sa?», «Chi fa?», «Cosa
fa?». In realtà, il «cosa» che si ritiene compia l’azione coincide con l’azione stessa, ed
è molto facile vedere come tutto l’operare dell’universo debba essere concepito come
un «processo». Non c’è nessuno che lo compia. Se la si pensa così si ritorna
all’analogia militare e alla catena di comando, al capo che ordina «esegui!» e agli
operai che obbediscono. Chiaramente, oggi possiamo capire quanto sia un’idea rozza e
inadeguata.
Così, di colpo abbiamo tolto di mezzo uno «spettro», chiamato «sostanza». Ora
siamo più a nostro agio in un mondo di forme, o di nāma-rūpa, forme designate.
Possiamo ovviamente sbarazzarci dei nomi. Possiamo anche andare oltre, e tentare
l’esperimento di non chiamare le forme con un nome, ma osservarle semplicemente; se
vogliamo fare a meno dei nomi non possiamo chiamarle «forme», essendo questo,
appunto, nient’altro che un nome. Ad ogni modo, ciò che sussiste è il fermento di tutte le
cose, che i buddhisti chiamano tathatā, e che si può tradurre con «cosa in sé» o
«quiddità». A dire il vero, il tathatā richiama il pa-pa-pa dei neonati, la loro
lallazione. I padri si sentono lusingati perché credono che il bambino stia dicendo
«papà», ma non è così.
Dunque le upaniṣad affermano: «Tat tvam asi», «questo sei tu». Tat non significa
nulla, perché rappresenta ogni cosa, è come un suono musicale, e la buona musica non
rimanda mai ad altro se non a sé stessa. Non chiederemmo mai a Bach o a Ravi
Shankar: «Che cosa volevi dire con questa musica? Cosa dovrebbe esprimere?». La
cattiva musica esprime sempre qualcos’altro oltre a sé stessa, come l’Ouverture 1812 o
La cathédrale engloutie. Ma la buona musica non si riferisce mai a nient’altro. Se
chiedessimo a Bach che cosa significa lui risponderebbe: «Ascoltate! Questo è il
significato».

1 (1893-1934) teosofo olandese. [N.d.T.]


4

I limiti del linguaggio

La natura è come un’opera musicale, significa esattamente ciò che esprime. Le


giraffe «giraffano», gli alberi «alberano», le stelle «stellano», le nuvole «nuvolano», la
pioggia «piove» e le persone «personano». Se non lo capite pensateci un po’. Notiamo
che tutte queste «cose in sé» appaiono e scompaiono; continuano a cambiare, vanno e
vengono. Ma se rimanete attaccati alla vostra forma particolare il vostro pensiero sarà:
«Per qualche strana ragione devo continuare a vivere il più a lungo possibile», e quindi
penserete di avere dentro di voi un istinto di sopravvivenza. Ora, l’unica cosa su cui
tutti oggi possiamo essere d’accordo, riguardo al dibattito sui problemi etici e morali, è
che dobbiamo sopravvivere. Di conseguenza, alcune tipologie di comportamento hanno
valore in termini di sopravvivenza e altre no. Tuttavia, quando diciamo a noi stessi:
«Devo continuare a vivere», finiamo per avvinghiarci da soli a un doppio legame,
poiché sottostiamo a un processo che è essenzialmente spontaneo e al contempo
insistiamo nel voler farlo proseguire. La forma più comune di doppio legame che viene
imposta a tutti i bambini è la necessità di comportarsi in maniera corretta
volontariamente. Così, quando diciamo a noi stessi: «Devo continuare a vivere», è
perché non stiamo vivendo nella comprensione dell’eterno qui-e-ora. Al contrario,
pensiamo sempre che le soddisfazioni della vita arriveranno in futuro. C’è una canzone
che fa: «Il tempo della felicità sta arrivando, anche se è ancora lontano, è quello voluto
da Dio, a cui tende tutta la creazione». No, non prendiamoci in giro! Come ci hanno
insegnato gli indù, nel corso del tempo ogni cosa peggiora e finisce per distruggersi,
poi arriva il Kali Yuga e infine Śiva; il che significa: solo gli stupidi ripongono
speranze nel futuro.
Tradizionalmente, nel mondo occidentale esistono tre classi sociali: l’aristocrazia,
la borghesia e il proletariato. Gli aristocratici vivono nel passato perché discendono da
famiglie nobili, mentre il proletariato vive nel presente perché non ha nient’altro. I
poveri borghesi, invece, vivono nel futuro, e quindi sono eterni illusi sempre esposti a
essere imbrogliati. Quando scoprono che del futuro non rimane molto perché stanno per
morire, lo traspongono in una dimensione spirituale. Si immaginano che questo mondo
materiale non sia il vero mondo, che solo quello spirituale lo sia, e che da qualche
parte li aspetti la vita eterna. Come recita il versetto: «Ho un carico da portare, un Dio
da glorificare, un’anima immortale da mantenere pura per il Regno dei Cieli». Ma
allora qualcuno potrebbe chiedere: «E là cosa farai?». Ebbene, non ne hanno la più
pallida idea. Se chiedete ai teologi cosa pensano che succeda in Paradiso non sanno
cosa dirvi. «Suoneremo l’arpa!». L’idea che le persone comuni hanno del Paradiso è di
una noia assoluta, come starsene in chiesa per sempre. I bambini lo capiscono
immediatamente, perché quando ascoltano un inno come «Stanco della terra e oppresso
dal mio corpo, guardo verso il Cielo e fremo per salirvi», dicono: «Caspita, il Paradiso
è come stare in chiesa per sempre!». Pensano quindi che l’inferno sia preferibile,
perché almeno è un luogo più movimentato. Questo è evidente anche nell’arte
medievale, e se andate al Metropolitan Museum di New York potete vedere il Giudizio
universale di Van Eyck, col Paradiso in alto e l’Inferno in basso. In Paradiso tutti hanno
l’aria del gatto che ha appena inghiottito il canarino, seduti ordinatamente in fila e assai
compiaciuti. Dio padre presiede a tutto. Laggiù, invece, poveri noi, c’è un teschio alato
che sembra un pipistrello e un ammasso di corpi nudi e aggrovigliati, divorati dai
serpenti. È una scena fantastica; e Van Eyck si sarà divertito un mondo a dipingerla,
perché all’epoca quello era l’unico modo di riuscire a dipingere corpi nudi e scene
sensuali, il che è una delle ragioni per cui l’Inferno è diventato, naturalmente, molto più
interessante del Paradiso.
Quindi, tutte queste speranze nel futuro sono una truffa, una truffa bell’e buona.
Crediamo forse di fare progressi spirituali, ma in realtà rimandiamo sempre
l’occasione. «Forse, se mi metto a praticare yoga per dieci o vent’anni, alla fine
raggiungerò il mokṣa o il nirvāṇa». Chiaramente, questo non è altro che un rinvio,
perché se non siamo pienamente vivi adesso, come possiamo pensare di esserlo in
futuro? Supponiamo che vi chiedessi cosa avete fatto ieri. Forse rispondereste: «Cosa
ho fatto ieri? In effetti non mi ricordo più». Oppure qualcun altro dirà: «Fammi
pensare, fammi controllare sulla mia agenda. Mi sono alzato alle 7.30 e mi sono lavato
i denti. Poi ho letto il giornale con una tazza di caffè, ho dato un’occhiata all’orologio e
mi sono vestito, poi sono salito in macchina e sono andato in centro. In ufficio ho fatto
questo e quest’altro, e così via». Continuerete a parlare e poi all’improvviso vi
renderete conto che quello che avete descritto non ha assolutamente niente a che fare
con ciò che è successo ieri. Avete fatto una lista disordinata, scheletrica e scarna di
astrazioni, mentre, se foste realmente consapevoli di ciò che è successo, non riuscireste
mai a descriverlo. Non ci riuscireste perché la natura è multidimensionale, mentre il
linguaggio è lineare e povero. Perciò, se identificate il mondo in quanto tale con il
modo in cui viene descritto, è come se provaste a mangiare banconote da un dollaro
credendo di fare un pasto nutriente. Un sacco di gente cerca di nutrirsi di numeri. C’è
chi gioca in Borsa e non fa nient’altro che mangiare numeri. Sono persone sempre
infelici, perché non ottengono mai nulla. Di conseguenza, sperano sempre che il meglio
debba ancora venire e credono che se mangiano abbastanza dollari alla fine accadrà
qualcosa di soddisfacente per loro. Dunque, nutrendoci continuamente di astrazioni,
vogliamo sempre di più e non ci accontentiamo mai.
Confucio, molto saggiamente, ha detto: «Un uomo che comprende il Tao al mattino
può morire contento la sera». È così perché, una volta acquisita la consapevolezza, non
riporremo la nostra speranza nel tempo, dato che il tempo non risolve nulla. Perciò,
quando entriamo nella pratica della meditazione e dello yoga, facciamo qualcosa di
radicalmente differente da tutte le altre attività umane. Chiaramente, negli Stati Uniti lo
yoga viene spacciato, come ogni altra cosa, come qualcosa che ci fa bene. Non è così.
Non ha niente a che fare con ciò che ci fa bene. È l’unica attività che si fa solo per
farla, senza alcun altro scopo. Ovviamente non ci porterà da nessuna parte, perché non
possiamo andare nel luogo dove siamo già adesso. Lo yoga è essere totalmente qui-e-
ora. Ecco perché la parola inglese yoke significa «legame, unione»: vuol dire
raccogliersi in sé stessi ed essere totalmente qui-e-ora. È il significato della
concentrazione, essere nel proprio centro. Il termine cristiano «peccato» in greco è
amàrtema, che significa «non capire il punto». E il punto è questo: la vita eterna
significa essere qui e ora ed esserne pienamente consapevoli.
In sanscrito, nello Yogasūtra, lo yoga è definito: yoga chitta vṛitti nirodha. È una
definizione difficile da tradurre, ma a grandi linee significa: lo yoga è la cessazione
(nirodha) del movimento come una ruota (vṛitti) della mente (citta). Rappresenta
quindi il tentativo della mente di afferrare sé stessa, ciò che chiamiamo pensare o
preoccuparsi; quindi si può affermare genericamente che lo yoga sia la cessazione del
pensiero. Non è la cessazione della consapevolezza, ma della simbolizzazione o dello
sforzo di catturare e afferrare la realtà attraverso pensieri, simboli, descrizioni e
definizioni. Cerchiamo di smettere di afferrare le cose, ma certo non è semplice, poiché
lo facciamo abitualmente e di continuo. Tuttavia, finché non c’è silenzio nella mente è
quasi impossibile comprendere la vita eterna, vale a dire l’eterno ora. È la fase
dell’assenza di ogni concezione o, per dirla in sanscrito, la fase nirvikalpa, «non-
concettuale». Dunque, comprendere la realtà non verbale o non intelligibile, detta «cosa
in sé» o tathatā, è davvero molto semplice. Anzi, è fin troppo semplice, ed è per
questo che è difficile. Ma quando diveniamo pienamente consapevoli e smettiamo di
pensare, noteremo alcune assenze straordinarie, come quella per cui non esiste più il
passato. Detto tra parentesi, è forse possibile sentire qualcosa del passato? È possibile
sentire qualcosa del futuro? Semplicemente, per il mero senso dell’udito, essi non
esistono, e infatti, per certi versi, il senso dell’udito è il modo migliore per cominciare.
È possibile udire qualcos’altro rispetto al suono? È possibile udire chi ascolta?
Certamente no, perché il suono non è presente. Ecco che allora è come se tornassimo
bambini e dimenticassimo tutto ciò che ci è stato detto, mettendoci a contemplare
semplicemente ciò che è. Sembra strano, ma in questo modo riusciamo a entrare in
quello stato eterno in cui non esistono problemi. Poi, però, dopo un po’ torniamo al
nostro stato normale, raccogliamo le idee e pensiamo: «No, così non va. Come posso
agire concretamente in un simile stato?».
Mi ricordo che nel Discorso della Montagna Gesù ha molto da dire su questo
argomento: «Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano.
Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di
loro»1. Poi dice: «Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà
gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? Non affannatevi dunque
dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte
queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete
bisogno»2. Nessun prete fa mai una predica su questo passo; ne ho ascoltate tante, ma
mai nessuna su questo argomento. Invece la gente dice: «Certo, va tutto bene, ma sai,
Gesù era il figlio del capo e sapeva di essere davvero il signore dell’universo e non
aveva nulla di cui preoccuparsi. Noi, però, dobbiamo essere pratici». Ebbene, cosa
credete che fosse il Vangelo? Era la buona novella, ma non è mai stata realmente
compresa! Anche voi siete i figli del capo dell’universo: è questo il suo messaggio.
Se Gesù fosse vissuto in India non avrebbero dovuto metterlo a morte, poiché tutti
in India sanno che ognuno di noi è Dio sotto una maschera. Quindi, se avesse detto: «Io
e il Padre siamo una cosa sola», in India gli avrebbero replicato: «Evviva! L’hai
scoperto!». Molti indiani lo sanno perfettamente. E qui da noi? No, no, no: «Chi credi
di essere? Pensi di essere tu il capo? Resta al tuo posto! Sei solo un’umile creatura».
La concezione indiana, invece, si riflette nel sistema familiare, così come in ogni altra
cosa. Hanno il loro metodo, che si basa sull’azione ritardata; solo quando si arriva a
una certa età, dopo aver studiato abbastanza a lungo con un guru, si può finalmente
comprendere. Ma fino a quel momento è vietato. Solo dopo aver fatto passare il tempo
necessario si accede alla comprensione. Al contrario, nella nostra cultura, ti fanno
aspettare fino alla morte.
Ebbene, tutto questo non ha senso. L’unico luogo e momento giusto per cominciare è
qui e ora, perché noi siamo qui. Ma allora perché continuiamo a rimandare? Molti
dicono di non essere pronti. Ma questo cosa significa? Cosa bisogna fare per essere
pronti? Voi potreste rispondere: «Non sono abbastanza bravo perché sono nevrotico,
perché forse sono troppo vecchio o maturo per una simile conoscenza. Ho ancora paura
del dolore, e ovviamente dovrei superarla. Sono ancora dipendente dalle cose
materiali. Sono abituato a mangiare molto, bere molto, fare sesso e tutto il resto, e
penso che per prima cosa dovrei mettere sotto controllo tutto questo». Così dicendo, in
realtà, il vostro si rivela un caso di orgoglio spirituale. Volete potervi congratulare con
voi stessi per avercela fatta a seguire una rigida disciplina, ricompensata con
l’illuminazione. Ma è come provare a spegnere il fuoco con il fuoco. Potreste dire a voi
stessi: «Non sarebbe bellissimo essere un mistico?». Mettiamola così: sarebbe
disumano non avere paura, non avere legami, non avere inibizioni, essere liberi come
l’aria e aggirarsi per le strade, regalare i propri vestiti ai mendicanti e abbandonare
ogni cosa. Non sarebbe disumano avere un simile coraggio? Se guardate sinceramente
dentro voi stessi, scoprirete di essere un vero terremoto di emotività. Il desiderio di
diventare un grande mistico non è altro che un sintomo di questo terremoto; è un
meccanismo di autodifesa.
Potreste pensare: «Dai, farò un po’ di yoga e diventerò fortissimo». Be’, questo
significa solo che diventerete sempre più insensibili, cercando di fuggire dal vostro
terremoto interiore. Ma non c’è modo di sfuggire, perché siamo inscindibilmente legati
a esso. Non c’è nulla che possiamo fare per trasformare la nostra natura più intima in
una roccaforte inattaccabile e vuota, solo perché abbiamo un motivo egoistico per farlo.
È abbastanza deprimente, no? Ma allora potreste dirmi: «Ci stai dicendo che le uniche
persone davvero illuminate e liberate sono quelle prescelte arbitrariamente dalla grazia
divina?». Ebbene, partiamo da questa ipotesi. Supponiamo che non ci sia niente che
possiamo fare per cambiare noi stessi. La psicoterapia e la religione sarebbero
assolutamente inutili; niente da fare. È come provare a tirarsi su da soli afferrandosi per
le stringhe delle scarpe.
E a questo punto qualcuno potrebbe affermare: «È un’idea davvero deprimente.
Vuol dire che lei, Alan Watts, è venuto solo per dirci che non c’è assolutamente nulla
che possiamo fare? Cioè, noi siamo qui, riuniti in un ambiente presumibilmente
culturale, spirituale, psicoterapeutico, dove dovremmo imparare a sentirci meglio, e lei
ci viene a dire che non c’è niente da fare. Allora ci renda i nostri soldi! Andremo da
qualcun altro più incoraggiante!». Ma aspettate un attimo: cosa significa che non potete
farci niente? Diciamolo forte e chiaro: la ragione per cui non potete farci niente è che
voi non esistete, ovvero non esistete come un io, un’anima, una volontà separata.
Semplicemente non è così. E quando lo capirete sarete liberi. Come si dice nello Zen:
«Non si può possiamo assumerne il controllo e possiamo sbarazzarcene. Nella nostra
incapacità di comprensione, lo comprendiamo. Nel silenzio, ci parla. Quando parliamo,
tace». In ogni modo, non fraintendetemi, non c’è nessun fatalismo quando parlo di «voi»
e del vostro modo di concepire voi stessi. Se affermo che il vostro io o la vostra
immagine di voi stessi non esiste voglio dire che si tratta di un’astrazione. È come il
numero 3: avete mai visto un 3? Un puro e semplice 3? No, nessuno l’ha mai visto. È un
concetto o, come si dice in sanscrito, vikalpa. Dunque, ciò che esiste è l’accadere del
mondo, la cosa in sé, ma voi non ne siete in balìa perché non esiste nessun «voi» che
possa esserne in balìa, come fosse una palla da biliardo colpita dalla stecca. Esiste
solo la stecca, che si muove di qua e di là. Il Buddha viene chiamato tathāgata, colui
che va e viene, che si muove di qua e di là. Così si dissolve l’illusione di un io
perseguitato, totalmente in balìa del fato, insieme a quella dell’io padrone del proprio
destino. C’è soltanto un accadere. Ma allora vedete cos’è successo? Facendo morire il
nostro sé, diventando completamente incapaci e scoprendo di non esistere, rinasciamo e
diventiamo ogni cosa. Per citare le parole di Sir Edwin Arnold: «Rinunciando al sé,
l’io diventa l’universo»3.

1 Matteo 6,28-29. [N.d.T.]


2 Ivi, 6,30-32. [N.d.T.]
3 (1832-1904) poeta e giornalista inglese, noto soprattutto per aver scritto The Light of Asia. [N.d.T.]
5

Immagini di Dio

Immagino che molti di voi conoscano la vecchia storiella di quell’astronauta, di


ritorno da un lungo viaggio nello spazio, al quale chiedono se sia stato in Paradiso e se
abbia visto Dio. Lui dice di sì, al che gli domandano: «E Dio com’è?», e lui risponde:
«È femmina e nera». Ora, anche se questa è una storia molto nota e ripetuta, contiene
una verità molto profonda. Una volta conobbi un monaco che era stato agnostico e
persino ateo, poi aveva cominciato a leggere gli scritti di Annie Besant, la teosofa
britannica che proclamava la forza vitale, l’élan vital. Più leggeva questo tipo di
filosofia e più capiva che questi autori parlavano di Dio in maniera autentica. Io ho
letto un bel po’ di speculazioni filosofiche sull’esistenza di Dio, e tutte prendono le
mosse dal seguente ragionamento: se siamo persone intelligenti e ragionevoli non
possiamo essere il prodotto di un universo unicamente meccanico e privo di senso. I
fichi non crescono per terra, l’uva non ha le spine, e quindi noi, come espressione
dell’universo e come specchio attraverso il quale l’universo osserva sé stesso, non
possiamo essere un mero accidente. Se questo mondo «produce esseri viventi» come un
albero produce frutti, allora l’universo in quanto tale, l’energia che lo sostiene – il
«fondamento dell’essere», come lo ha definito Paul Tillich1 – deve essere intelligente.
Ciononostante, bisogna stare molto attenti nel giungere a questa conclusione, perché si
corre il rischio di passare a un’altra conclusione non autorizzata, quella per cui
l’intelligenza suprema, la meravigliosa potenza creatrice di tutto l’esistente,
coinciderebbe con il Dio biblico. Bisogna stare attenti, perché Dio, contrariamente ai
suoi comandamenti, è modellato sull’immagine stereotipata del tiranno paternalistico,
autoritario e misericordioso tipica dell’antico Medio Oriente.
Ora, è molto facile cadere in questa trappola, essendo stata istituzionalizzata dalla
Chiesa cattolica romana, nelle sinagoghe e dalla Chiesa protestante. La verità è tutta lì,
pronta per essere accettata, e, sotto la pressione del consenso sociale, per noi è del tutto
naturale porre come assunto che quando qualcuno pronuncia la parola «Dio» si riferisca
alla figura del padre celeste. Perfino Gesù utilizzava questa analogia del «Padre» per
designare la sua esperienza di Dio, dal momento che non ce n’erano altre disponibili
nella sua cultura; oggi, però, ci ribelliamo contro questa immagine di un padre
autoritario. Tuttavia, per rigettare l’immagine paternalistica di Dio come un idolo non è
necessario essere atei, benché io sia stato sostenitore di un certo «ateismo in nome di
Dio» come forma di esperienza, contatto o rapporto con Dio, che è il fondamento del
nostro essere e non deve essere incorporato o espresso per mezzo di un’immagine
specifica. Tuttavia, generalmente i teologi non amano questa idea, perché, come ho
scoperto discutendone con loro, sono un po’ più testardi sulla natura di Dio. Vogliono
affermare che Dio ne possiede una specifica. Il monoteismo etico insiste nel sostenere
che chi governa questo universo ha opinioni e regole estremamente definite, alle quali
la nostra mente e i nostri atti devono conformarsi, e se non stiamo attenti finiremo per
tradire lo spirito fondamentale dell’universo e saremo puniti per questo. Nella visione
più antiquata bruceremo per sempre tra le fiamme dell’Inferno, oppure, nella versione
più moderna, non saremo mai persone autentiche. È un modo diverso di parlarne, ma
rimane comunque la sensazione che a reggere il mondo ci sia un’autorità, e che questa
autorità non siamo noi, ma qualcun altro. Perciò, questo approccio giudaico-cristiano e
musulmano, fa sì che molti si sentano del tutto estraniati dalle radici e dal fondamento
dell’essere.
Ci sono parecchie persone che non crescono mai e vivono sempre nel timore,
immaginando una specie di nonno autoritario. Ora, io stesso sono nonno: ho ben cinque
nipoti e quindi non ho più timore dei nonni. So di essere stupido tanto quanto lo erano i
miei avi, e perciò non intendo inchinarmi di fronte a un’immagine di Dio con una grande
barba bianca. Ovviamente, le persone intelligenti non credono in questa concezione di
Dio. Pensiamo piuttosto che sia uno spirito, indefinibile e infinito, e nondimeno le
immagini di Dio esercitano un effetto molto più potente sulle nostre emozioni rispetto
alle idee. Quando le persone leggono la Bibbia e cantano inni («Tu oh Dio, origine dei
giorni, che siedi su un trono di gloria, immortale, invisibile, tu solo saggio e
inaccessibile, nascosto ai nostri occhi») immaginano sempre quel signore lassù con una
lunga barba. È chiaro che questa immagine è profondamente radicata nella nostra
emotività, e quindi per controbilanciare il nostro pregiudizio dovremmo pensare, per
prima cosa, all’immagine contraria, cioè a una divinità che è «femmina e nera». Invece
di Dio padre, la Dea madre. Immaginatela non come un essere luminoso, che arde di
luce, ma come un’oscurità imperscrutabile; è così che viene ritratta nella mitologia indù
Kālī, la grande Madre, raffigurata nei modi più terribili. La lingua di fuori grondante
sangue, le zanne, una scimitarra in una mano e una testa mozzata nell’altra, calpesta il
corpo del marito Śiva. Inoltre, Śiva stesso incarna l’aspetto distruttivo della divinità,
quello in cui tutte le cose si dissolvono per poter poi rinascere. Quindi abbiamo questa
madre terribile e assetata di sangue come immagine della realtà suprema e trascendente,
rappresentata anche dal polpo, dal ragno, da tutte le creature striscianti e ripugnanti di
cui abbiamo tutti paura.
Supponiamo, per amore di discussione, che mentre siete seduti qui di fronte a me vi
sentiate tutti abbastanza bene. Non siete all’ospedale e non soffrite di particolari
disturbi mentali. In realtà, probabilmente, avete già cenato e vi sentite piuttosto bene.
Tuttavia, sapete che vi sentite così perché in un angolino remoto della vostra mente
avete la sensazione di qualcosa di assolutamente spaventoso che proprio non deve
accadere. Quindi, è rispetto a ciò che non sta accadendo e che non deve
necessariamente accadere, che vi sentite abbastanza bene. Ora, quella cosa
assolutamente spaventosa è rappresentata da Kālī, e questo ci fa subito dubitare che la
presenza di questa dea sia una presenza benevola. Ma come potremmo mai sapere che
qualcosa è buono se non lo mettiamo a confronto con qualcosa che buono non lo è
affatto?
Nel fare questa osservazione, non intendo prendere una posizione definitiva. Ne
parlo solo come una variante, un modo diverso di guardare al problema e deviare
l’attenzione dai suoi percorsi abituali, proprio come dire di Dio che «è femmina e
nera». In quanto femminilità primordiale, rappresenta ciò che in filosofia è chiamato
«principio negativo». Certo, oggi le donne della nostra cultura non amano essere
associate al negativo, dato che ormai possiede una connotazione spregiativa. Anzi,
facciamo di tutto per esaltare gli aspetti positivi. Ma questo è un atteggiamento
prettamente maschile e sciovinistico. Come potreste mai sapere di essere diversi se non
per contrasto con qualcos’altro? Non è possibile immaginare il convesso senza il
concavo, così come non si può apprezzare ciò che è duro senza conoscere ciò che è
morbido. Dunque, è chiaro che la cosiddetta negatività del principio femminile è
qualcosa di vivificante e di importantissimo, ma noi viviamo in una cultura che sembra
dimenticarlo. Se guardiamo un dipinto o un disegno di un uccello non notiamo la carta
su cui è stato fatto. Quando sfogliamo un libro pensiamo che la cosa importante siano le
parole, e non la pagina su cui sono state stampate. Eppure, se riconsideriamo il tutto,
come potrebbe mai esistere la stampa se non vi fossero le pagine? Quella che
chiamiamo sostanza è qualcosa che soggiace: sub-stantia = ciò che sta sotto. Essere
sostanziale, quindi, significa essere soggiacente, essere il supporto e il fondamento del
mondo. Quindi, il grande ruolo del femminino è quello di essere la sostanza. Ecco
perché viene rappresentato dallo spazio, che non può che essere oscuro; se lo spazio
non fosse vuoto e oscuro non ci sarebbe alcuna possibilità di vedere le stelle. Queste
brillano sullo sfondo dello spazio, e alcuni astronomi particolarmente capaci
cominciano ad accorgersi che sono una funzione dello spazio.
Ora, questa idea di spazio può risultare di difficile comprensione, perché sulla base
del nostro senso comune pensiamo che lo spazio sia semplicemente un nulla inerte,
senza renderci conto che, invece, è fondamentale a ogni cosa. È come la nostra
coscienza, e nessuno è in grado nemmeno di immaginare cosa sia. Si tratta infatti della
cosa più elusiva che esiste, poiché costituisce il fondamento di tutto ciò che sappiamo e
perciò sfugge alla nostra attenzione. Prestiamo attenzione alle cose che ricadono nel
dominio cosciente, come gli oggetti presenti nel campo visivo e i suoni che giungono
alle nostre orecchie. Ma qualsiasi cosa sia ad abbracciare tutto questo, sfugge alla
nostra attenzione e non possiamo nemmeno pensarla. È come se provassimo a guardarci
la testa: che cosa vedremmo? Nemmeno una macchia scura; non vedremmo nulla.
Perché essa è ciò che ci permette di vedere, così come lo spazio è ciò che permette alle
stelle di risplendere. Quindi in tutto questo c’è qualcosa di molto strano, su cui non
riusciamo a far presa, qualcosa che si sottrae ed è straordinariamente elusivo. Eppure,
l’oscurità sembra essere assolutamente necessaria perché vi sia qualcosa.
Kālī rappresenta anche il principio della morte. Impugna una scimitarra in una mano
e una testa mozzata nell’altra. La morte è qualcosa di tremendamente importante a cui
pensare, ma noi allontaniamo questo pensiero, nella nostra cultura finisce nascosto sotto
il tappeto. In ospedale cercano di tenervi in vita il più a lungo possibile anche quando
siete senza speranza, e non vi diranno mai che state per morire. Quando i parenti
devono essere informati che il vostro caso è incurabile, gli viene detto di non riferirlo
al paziente. Allora tutti vi stanno intorno con sorrisi forzati e facce vuote, dicendo:
«Stai tranquillo, tra un mese circa ti sentirai meglio e ce ne andremo tutti a fare una
vacanza da qualche parte, ci siederemo in riva al mare e ascolteremo il canto degli
uccelli». Ovviamente, il moribondo sa benissimo che si tratta di una presa in giro.
Abbiamo popolato la morte di ogni sorta di demoni. Abbiamo inventato aldilà
spaventosi, e la versione cristiana del Paradiso è altrettanto abominevole di quella
dell’Inferno. Dopotutto, nessuno vuole starsene in chiesa per sempre. I bambini
inorridiscono senza mezzi termini, quando ascoltano inni che recitano: «Prostrati
dinnanzi al suo trono e guarda te stesso». Non riescono a immaginarsi cosa significhino
queste parole. Ora, in modo sottilmente teologico, io potrei rigirare questa frase e
presentarla come molto profonda. Essere al contempo prostrati e guardare sé stessi è
una coincidenza di opposti, il che è molto profondo. Ma a un bambino fa venire in
mente solo il torcicollo, e sono queste le immagini con cui siamo cresciuti. L’idea
comune di ciò che potrebbe accadere dopo la morte è che ci troveremo faccia a faccia
con il nostro giudice, colui che sa tutto di noi – il grande Papà –, sa se siamo stati
bambini cattivi fin dall’inizio e guarderà dentro di noi, nel cuore della nostra esistenza
inautentica. Che razza di ansia fa venire una cosa simile? O forse credete nella
reincarnazione e pensate che la vostra prossima vita sarà piena di ricompense o di
punizioni per ciò che avete fatto in questa. Anche se avete lasciato questa vita
commettendo un omicidio, le cose peggiori devono ancora venire, e quindi guardate
alla morte come a una catastrofe. Poi ci sono altri che affermano: «Quando sei morto
sei morto, e non succederà un bel niente. Quindi di cosa ti preoccupi?». Ebbene, questa
idea non ci piace perché ci spaventa. Come sarebbe morire, addormentarsi e non
risvegliarsi mai più? Be’, ci sono un bel po’ di cose che non assomigliano a niente di
simile. Non è come essere sepolti vivi, per esempio; o ritrovarsi nelle tenebre per
sempre. È come se non fossimo mai esistiti, e non solo noi, ma anche ogni altra cosa.
Non è mai esistito nulla, non c’è nessuno che possa rimpiangere niente e quindi non c’è
nessun problema. Ebbene, pensateci un attimo. È una sensazione parecchio strana quella
che proviamo quando proviamo a immaginare come sarebbe se tutto ciò che esiste
sparisse nel nulla. Chiaramente, non possiamo nemmeno parlare di sparizione, dato che
questo implicherebbe un’apparizione, e quindi non c’è mai stata nessuna apparizione,
nessun inizio. C’è solo il nulla, e se ci pensiamo, è così che stavano le cose prima che
nascessimo. Se andiamo indietro il più possibile con la memoria arriviamo allo stesso
punto di quando ci spingiamo al massimo nell’anticipazione del futuro. Ci chiediamo
com’è essere morti, e questo ci suscita l’idea bizzarra per cui il vuoto sarebbe la
necessaria controparte di ciò che chiamiamo essere.
Tutti noi pensiamo di essere vivi. Diamo per scontato di essere davvero qui e che ci
sia davvero qualcosa chiamata «esistenza». Gli esistenzialisti urlano: «Eccoci!». Ma
come potremmo fare esperienza di questa realtà se in precedenza non fossimo morti?
Cosa ci fornisce anche solo la parvenza del concetto che esistiamo veramente, se non il
contrasto con il fatto che un tempo non esistevamo e in futuro non esisteremo più? La
vita è un circolo, è fatta di poli positivi e negativi, come l’elettricità. È questo, dunque,
il significato simbolico della frase: «È femmina e nera». È il principio del grembo
materno, della ricettività, dell’introversione, del vuoto, dell’oscurità, e di ciò che viene
a formare la presenza divina, priva di immagini. Oltre l’immagine del padre, della
madre, della luce inaccessibile e delle tenebre profonde e terribili, c’è qualcos’altro
che non possiamo assolutamente concepire. San Dionigi parlava di «tenebre luminose».
Nāgārjuna lo chiamava śūnyatā, ovvero il vuoto. Śaṅkara, invece, lo definiva
brahman, ossia ciò di cui non si può dire assolutamente nulla e neti neti, che è oltre
ogni possibile concezione. Non è ateismo, nel senso letterale del termine. Al contrario,
è un’attitudine profondamente religiosa, poiché nella pratica corrisponde a un
atteggiamento verso la vita di totale fiducia e abbandono. Le immagini di Dio che ci
creiamo non sono altro che una dimostrazione della nostra mancanza di fede. Sono
qualcosa su cui basarsi, a cui aggrapparsi. Ma quanto è solido il fondamento che regge
tutti noi, la Roccia del tempo, o qualsiasi altra cosa su cui poggiamo? Invece, se non ci
aggrappiamo a nulla, il nostro atteggiamento è quello della fede. Se abbandonate tutti
gli idoli scoprirete che ciò che è ignoto, ovvero il fondamento dell’universo, è
precisamente ognuno di voi. Ma non il voi che pensate di essere. Non è l’opinione che
avete di voi stessi, non la vostra idea o la vostra immagine, e non il significato, ormai
fossilizzato che attribuiamo alla parola «io». Certo, non riusciamo ad afferrarlo, ma
perché dovremmo? Anche se ci riuscissimo, che cosa ce ne faremmo? Non ci
arriveremo mai perché è il mistero più profondo e cruciale che ci sia. Quindi
l’attitudine alla fede è quella di smetterla di inseguire il mistero per volerlo afferrare;
solo così potranno accadere cose straordinarie. Tutte queste concezioni della
spiritualità e del divino, così come l’osservanza di precetti e leggi prestabilite che
saremmo obbligati a seguire, non sono l’unico modo di essere persone religiose e di
entrare in relazione col mistero ineffabile che è alla base del nostro essere e di quello
dell’universo intero.

1 (1886-1965) è stato un teologo protestante tedesco, la cui Teologia sistematica è il testo più importante. [N.d.T.]
6

Il senso del nonsenso

Si dice solitamente che la causa di gran parte dell’infelicità umana è la sensazione


che la vita sia priva di senso. Presumo che sia ciò di cui si parla più frequentemente
negli ambienti legati alla psicoterapia, dato che la sensazione di una mancanza di senso
è spesso assimilata alla nevrosi. Un gran numero di attività che siamo incoraggiati a
intraprendere, tra cui le filosofie che siamo spinti a conoscere e le religioni che siamo
esortati ad abbracciare, si reggono sul fatto che danno significato all’esistenza. È molto
interessante provare a capire che cosa questo significhi, cosa si intenda quando si dice
che la vita deve avere un senso.
Mi ricordo benissimo che da bambino, in chiesa, ascoltavo i sermoni nei quali il
predicatore si riferiva di continuo al disegno di Dio «per voi e per me». Purtroppo,
però, non riuscivo mai a capire quale fosse, anche perché il reverendo si dimostrava
sempre molto evasivo quando gli chiedevo: «Qual è il disegno di Dio per il mondo?».
All’epoca cantavamo un inno che recitava: «Dio sta lavorando al Suo disegno anno
dopo anno», e se qualcuno chiedeva lumi in proposito, l’unico indizio rintracciabile si
trovava nel ritornello dell’inno: «Sempre più vicino è il tempo, il tempo che si compirà
senza fallo, in cui la terra si riempirà della gloria di Dio, come le acque ricoprono il
mare». Ma allora, naturalmente, sorgeva la domanda: «Cos’è la gloria di Dio?».
È quindi abbastanza evidente che quando ci chiediamo se la vita abbia o meno un
significato non utilizziamo la parola «significato» nell’accezione di attributo di un
segno. Non stiamo affermando di credere che l’universo naturale sia paragonabile a un
insieme di parole che rimandano a qualcos’altro, né di adottare un punto di vista che
ridurrebbe il significato della nostra vita in questo mondo a una mera questione di
segni. Ovviamente, il termine è impiegato in un senso diverso, come quello della
famosa frase alla fine del Faust di Goethe: tutto ciò che è mortale, tutto ciò che è
destinato a perire, non è che un simbolo. Quindi sorge la domanda: un simbolo di cosa?
Quale desideriamo sia il significato profondo di questo mondo, quale ci soddisferebbe?
Si dice molto spesso che noi non seguiamo fino in fondo le nostre idee e i nostri
desideri. La maggior parte delle cose che desideriamo ardentemente sono cose che
abbiamo a malapena intravisto. Spesso i nostri ideali sono solo suggestioni o meri
accenni, e non sappiamo esattamente cosa intendiamo quando pensiamo a essi. Eppure,
in noi permane la vaga sensazione che la vita debba avere un significato e che l’essere
un simbolo sia, come minimo, qualcosa di meno arido di un semplice segno.
Forse potrebbe anche voler significare che la vita è dotata di senso. Ciascun
individuo sente che la propria vita vale qualcosa, quando è parte integrante di
un’iniziativa di gruppo ed è coinvolto in un progetto. Questo sembra dare un senso di
grande soddisfazione alle persone, ma la questione va approfondita. Per quale ragione
un progetto comune e l’associazione con altre persone suggerisce l’idea di un senso?
Forse per via di un’altra accezione, quella per cui la vita è percepita come significativa
quando riusciamo a soddisfare i nostri bisogni biologici, come l’appetito, il desiderio
di amore e l’esigenza di esprimere sé stessi in una qualche attività? Ma dobbiamo
scendere ancora più a fondo. A che cosa mirano esattamente i nostri bisogni biologici?
Sono sempre proiettati verso il futuro? La biologia e i suoi processi non sono, forse,
nient’altro che un tendere continuo e incessante verso qualcos’altro?
In ogni caso, esiste una quarta accezione del significato della vita, più teologica. In
tutte le religioni monoteiste è identificato con Dio. Detto altrimenti, il mondo intero
rimanda a una persona, a un cuore, a un’intelligenza, e il rapporto tra l’uomo e Dio è il
suo significato. A sua volta, Dio è identificato con la sua gloria e così via, ma di nuovo
c’è qualcos’altro che dobbiamo indagare. Che cosa desideriamo esattamente da un
rapporto d’amore con una persona, a maggior ragione da una persona come il Signore
nostro Dio? Qual è il contenuto di questo rapporto? A che cosa aspiriamo esattamente?
Se torniamo al punto iniziale, riprendendo le parole di Goethe, per cui ogni cosa
transitoria non è che un simbolo e noi vogliamo sempre credere che le cose abbiano un
significato, ho l’impressione che sì, facciamo uso della parola «significato» con grande
frequenza e naturalezza, ma che allo stesso tempo non si tratti affatto del termine giusto.
Per esempio, quando diciamo di una composizione musicale che ci pare abbia un
significato, non vogliamo dire che esprime concretamente qualche particolare
emozione, e di certo non che imita i suoni della natura. Beninteso, non parlo di opere
musicali deliberatamente studiate per esprimere tristezza o gioia, o meramente destinate
a imitare qualcos’altro. Molto spesso, quando ascoltiamo i bellissimi arabeschi dei
compositori barocchi, come Bach o Vivaldi, li percepiamo come significativi non
perché rimandino a qualcos’altro, ma perché ci soddisfano così come sono. Molto
spesso usiamo il termine «significato» in momenti in cui la nostra impetuosa ricerca di
soddisfazione si calma e possiamo concederci un po’ di respiro per contemplare le
cose quotidiane.
In questi momenti, quando si placa il nostro tumulto interiore, intuiamo significati in
cose che non ci aspetteremmo di trovare significative. Del resto, è questa l’arte dei
fotografi moderni, che hanno rivelato il loro genio nel rivolgere la fotocamera sulla
vernice scrostata di una vecchia porta, o sulla sabbia e le pietre che ricoprono una
strada sporca, mostrandoci come guardare a certe cose e trovarle significative.
Tuttavia, non possiamo dire che «significhino qualcosa», bensì, piuttosto, che
«significano sé stesse». Forse allora, così inteso, il significato caratterizza uno stato
mentale in cui riusciamo a mettere da parte la nostra continua ricerca di un senso nel
mondo. Questo linguaggio, ovviamente, rimane abbastanza vago e impreciso, perché
ritengo che «significato» sia la parola sbagliata, anche se ci viene naturale impiegarla.
È stato Clive Bell, il grande studioso di estetica, a dire che la caratteristica
dell’arte, e in particolar modo del valore estetico della pittura, è la creazione di forme
significative. Anche in questo caso, si tratta di un’espressione molto vaga e imprecisa.
Eppure, caratterizza certamente non solo i momenti di serenità interiore, ma anche le
profonde esperienze spirituali che nell’induismo sarebbero chiamate mokṣa
(«liberazione») e satori nello Zen. In quei momenti il significato del mondo sembra
coincidere con il mondo stesso e con ciò che accade immediatamente. Non pensiamo ad
altro, perché lo schema delle cose sembra giustificare sé stesso in ogni momento del
suo dispiegarsi. Ho fatto notare come questo sia particolarmente tipico della musica,
della danza, del legame con i propri compagni, e della realizzazione di un certo
modello di vita che ho menzionato come seconda accezione del significato del mondo.
La caratteristica di questo sentimento è, di nuovo, quella di bastare a sé stesso. Nel
cantare una canzone insieme ad altre persone, abbiamo la sensazione che, anche se
questa azione non rimanda a nient’altro, essa è comunque significativa. Lo stesso
avviene nella soddisfazione dei bisogni biologici. Si vive per mangiare o si mangia per
vivere? Non sono per niente sicuro che sia così. In molti casi sono certo di vivere per
nutrirmi, perché, sebbene non mi piaccia mangiare da solo, stare seduti a tavola e
godersi del buon cibo in compagnia è assolutamente piacevole. Di solito, quando
mangiamo in compagnia non pensiamo al bisogno di nutrimento per il nostro corpo e al
dover «buttar giù qualcosa nella botola», come diceva Henry Miller, o a ingoiare una
dozzina di vitamine perché il nostro organismo ne ha bisogno.
Ricordo di aver letto un articolo su «Consumer Reports» riguardo al pane. Sembra
che ci sia una certa correlazione tra il pane bianco acquistato al supermercato, che
molti ritengono assolutamente immangiabile, e una carenza nutritiva; e che sia molto
meglio il pane di tipo contadino, come quello di segale o simili. Gli esperti, invece,
replicano che il nostro pane bianco è ricco di sostanze nutritive e non ci sia niente di
cui preoccuparsi. Ebbene, a mio modo di vedere, il punto non è se il pane sia o meno
carente di vitamine essenziali. Il pane non è una medicina, è cibo, e ha senso lamentarsi
se è cucinato male, se non sa di niente. Al contrario, molto spesso tendiamo a
considerare il cibo solo nei termini dell’apporto nutritivo che ci potrà fornire, invece di
godere il piacere di consumarlo.
In ogni caso, se la soddisfazione dei bisogni biologici significa qualcosa, di certo
non mira unicamente alla mera sopravvivenza. Potremmo dire che lo scopo
dell’individuo è semplicemente quello di contribuire alla prosperità della specie, e lo
scopo di quest’ultima è «riprodurre sé stessa per riprodurre sé stessa per riprodurre sé
stessa», incessantemente. Senza dubbio la specie umana continua a riprodursi perché è
molto piacevole. Se così non fosse, non avrebbe senso continuare, da un punto di vista
prettamente edonistico. Si arriva così alla domanda: «Qual è il piacere?» o, in altre
parole: «Dove sta la gioia di farlo?». Eccoci nuovamente di fronte qualcosa che non
può essere spiegato in modo esauriente nel linguaggio ordinario, in cui il significato di
qualcosa sta nel riferirsi a qualcos’altro. Questo è particolarmente vero se prendiamo
in considerazione la questione dal punto di vista teologico. In ogni religione monoteista
quello che dà significato alla vita è Dio; ma che cosa fa Dio? Qual è il suo significato?
Perché ha creato l’universo? Qual è il contenuto dell’amore di Dio per le sue creature?
Ebbene, per queste domande c’è la schietta risposta degli indù, secondo i quali la
divinità crea il mondo per līlā, che è il termine sanscrito per «gioco». Analogamente,
questa idea si ritrova nei testi sacri ebraici e nell’Antico Testamento cristiano, nel libro
dei Proverbi, dove c’è un meraviglioso discorso della sapienza divina1, Sophia.
Leggendo la descrizione del suo ruolo nella creazione, scopriamo che il mondo è
concepito come una manifestazione della sapienza divina. È all’opera nella creazione
di uomini, animali e di tutte le creature della terra, come fosse un bellissimo gioco in
presenza di Dio. E quando, sempre nelle Scritture, è detto che il Signore creò il mondo
per il proprio piacere questo significa, in un certo senso, che lo creò per gioco. A
quanto pare, lo stesso fanno gli angeli in Paradiso, secondo la rappresentazione
simbolica tradizionale: circondano l’Onnipotente cantando «Alleluia! Alleluia!
Alleluia!» per l’eternità. Forse, originariamente, «alleluia» significava qualcosa, ma
ormai questa parola non significa più nulla, se non forse «evviva!», un’esclamazione di
pura gioia senza altri significati, e fu Dante, nel Paradiso, a definire il canto degli
angeli la risata dell’universo.
Il tema del senso del nonsenso relativo all’azione divina si ritrova molto
chiaramente anche nel libro di Giobbe. Penso sempre che il libro di Giobbe sia il più
profondo di tutta la Bibbia, Antico e Nuovo Testamento compresi. Tratta del problema
dell’uomo giusto prostrato dalle sofferenze, al quale gli amici cercano di dare risposte
razionali dicendo: «Be’, se hai sofferto, dopotutto, è perché devi aver commesso un
peccato segreto e meriti il castigo divino». Poi, dopo che si sono espressi, ecco che
appare Dio e chiede: «Chi è costui che oscura il consiglio con parole insipienti?»2. E
comincia a porre a Giobbe e ai suoi amici una serie di domande senza risposta,
evidenziando l’apparente irrazionalità e nonsenso della sua creazione. Per esempio,
chiede: «Chi ha scavato canali agli acquazzoni e una strada alla nube tonante, per far
piovere sopra una terra senza uomini, su un deserto dove non c’è nessuno, per dissetare
regioni desolate e squallide e far germogliare erbe nella steppa?»3. Molti commentatori
del libro di Giobbe osservano come il testo «ponga il problema della sofferenza e del
male, ma non lo risolva veramente». Eppure, alla fine, lo stesso Giobbe sembra essere
soddisfatto. In qualche modo si arrende all’apparente irragionevolezza del Signore e, a
mio parere, questo non avviene perché si sente abbattuto e indebitamente impressionato
dall’autorità monarchica e paternalistica della divinità, non osando replicare. Piuttosto,
si rende conto che in un certo senso quelle stesse domande sono la risposta. Tra tutti i
commentatori del libro di Giobbe, ritengo che chi è arrivato più vicino a questo punto
sia G. K. Chesterton4. È suo quel brillante commento secondo cui un conto è guardare
con meraviglia una gorgone o un grifone, creature che non esistono, e un altro è
osservare un ippopotamo, animale esistente ma che sembra una creatura immaginaria. In
altre parole, quando guardiamo questo strano mondo e le sue forme bizzarre, come gli
ippopotami, non dobbiamo dare tutto per scontato. Le pietre, gli alberi, l’acqua, le
nuvole e le stelle sono tanto bizzarri quanto gli ippopotami o qualsiasi altra bestia
immaginaria, come la gorgone o il grifone. Sono semplicemente improbabili, ed è in
questo senso che rappresentano l’«alleluia», o il canto senza senso dell’universo intero.
Ma perché amiamo il nonsenso? Perché amiamo Lewis Carrol e il suo «Era rombo
e i fangagili chiotti / Girellavano e succhierellavano i pratiali / Tutti erano infoli e
cenciopi, / E lo spirdito primaticcio murpissi…»5? Perché tutte le vecchie canzoni
inglesi sono piene di «Fall-de-riddle-eye-do» e «Hey-nonny-nonny» e di tutti quei
ritornelli farfuglianti? Perché quando ci appassioniamo al jazz facciamo «boody-boody-
boop-de-boo» e ci lasciamo andare al ritmo dello swing? È una forma di
partecipazione all’essenziale e grandioso nonsenso che si cela nel cuore del mondo,
privo di qualsiasi direzione. Sembra che solo nei momenti di illuminazione e di
intuizione più acuta riusciamo a coglierlo, scoprendo che il significato autentico della
vita sta proprio nella mancanza di significato, che il suo scopo è senza scopo e il suo
senso è non-senso. E tuttavia insistiamo a usare la parola «significativo». È
significativo il nonsenso? Forse è qualcos’altro rispetto al mero caos, al
chiacchiericcio insensato, perché possiede un proprio ritmo, una complessità
affascinante e una sorta di qualità artistica. È solo attraverso questa insignificanza che
possiamo raggiungere il significato più profondo.

1 Vedi Proverbi 8,4-36. [N.d.T.]


2 Giobbe 38,2. [N.d.T.]
3 Ivi, 25-27. [N.d.T.]
4 Chesterton (1874-1936) è stato giornalista, polemista e scrittore fertilissimo: in trent’anni ha infatti scritto quasi cento
libri tra cui alcuni saggi e biografie, composto poesie, opere teatrali, romanzi, racconti brevi, un numero difficilmente
calcolabile di articoli di giornale. [N.d.T.]
5Strofa iniziale della celebre poesia nonsense Jabberwocky, tradotta da Milli Graffi e contenuta in Alice nel Paese
delle Meraviglie e Attraverso lo specchio, Garzanti, Milano 1975. [N.d.T.]
7

La coincidenza degli opposti

È un modo piuttosto eterodosso e non accademico, quello di cominciare una


discussione con un gruppo di psicologi partendo da argomenti metafisici, ma è
essenziale farlo. Molte persone affermano di avere un approccio scientifico alla vita,
lontanissimo dalla metafisica, che sarebbe solo un mucchio di sciocchezze. Eppure,
ognuno di noi, per il solo fatto di essere un uomo è, volente o nolente, un metafisico.
Tutti, infatti, ragioniamo sulla base di un certo numero di assunti fondamentali sulla
nostra vita, i nostri desideri, i valori che la orientano. Ebbene, ritengo che gli psicologi,
in genere, tendano a dimostrarsi ciechi di fronte a questi assunti fondamentali. Forse è
vero più per gli psichiatri che per gli psicologi, ma c’è sempre questa tendenza a
sentirsi scienziati a tutti gli effetti. Si fa di tutto per conquistarsi uno status scientifico,
che è così di moda ai nostri giorni. In ogni caso, è curioso che gli psicanalisti
sostengano che le idee di molti filosofi avrebbero una qualche radice psicanalitica. E i
filosofi sono molto grati agli psicanalisti per aver rivelato loro il proprio inconscio e i
suoi contenuti emotivi; ma gli psicanalisti, a loro volta, devono aspettarsi qualche
rivelazione dai primi riguardo al loro inconscio filosofico e a tutti i postulati
indimostrati che vi si annidano.
Perciò, se posso cominciare insultando la vostra intelligenza con la lezione più
elementare che ci sia, vorrei parlare di ciò che tutti noi abbiamo imparato ancora prima
di saper contare o di imparare l’alfabeto, ma che, in un modo o nell’altro, è sempre
stato trascurato. La lezione dice semplicemente che ogni cosa di cui facciamo
esperienza attraverso i sensi, che sia un suono, la luce o il contatto con una superficie, è
una vibrazione. Ora, una vibrazione consiste di due aspetti: un «on» e un «off». Le
vibrazioni sembrano propagarsi sotto forma di onde, e ogni sistema di onde ha le sue
creste e i suoi ventri. Quindi la vita è un sistema del tipo «acceso/spento», e questi due
aspetti vanno sempre insieme. Per esempio, il suono non è sempre puro suono: è una
rapidissima alternanza di suono e silenzio, ed è così che funzionano tutte le cose.
Dobbiamo sempre ricordare che la cresta e il ventre di un’onda sono inseparabili.
Nessuno ha mai visto l’una senza l’altro, o viceversa. Proprio come nella vita non
esistono fogli con il fronte senza il retro, o monete con la testa e non la croce. Benché il
fronte e il retro, il positivo e il negativo, siano diversi, sono al contempo una cosa sola.
Fondamentalmente, dobbiamo abituarci all’idea per cui cose diverse tra loro possono
essere inseparabili, e ciò che è esplicitamente due può, allo stesso tempo, essere
implicitamente uno. Se ci dimentichiamo di questo, ecco che accadono cose strane. Ci
dimentichiamo che il bianco e il nero sono inseparabili, e che l’esistenza stessa è
costituita tanto dall’essere quanto dal non-essere. Allora cominciamo ad avere paura, e
sentiamo di dover giocare a una partita di un gioco in cui «il Nero rischia di vincere».
Una volta che cediamo alla paura di una vittoria del negativo, ci sentiamo obbligati a
giocare al gioco «il Bianco deve vincere per forza»; è da ciò che nascono tutti i
problemi.
La coscienza umana è un meccanismo molto strano – a dire il vero, non credo che
«meccanismo» sia la parola giusta, ma per il momento usiamo questa. In quanto specie
umana, ci siamo specializzati in un certo tipo di coscienza che chiamiamo attenzione
cosciente, e grazie a essa abbiamo la facoltà di esaminare i dettagli della vita molto da
vicino. Possiamo restringere lo sguardo e concentrarlo al centro del nostro campo
visivo. Possediamo una visione centrale e una visione periferica. La prima è quella che
utilizziamo per leggere o per ogni lavoro ravvicinato, simile al raggio di un riflettore; la
seconda, invece, assomiglia più a una luce diffusa. Gli esseri umani civilizzati hanno
imparato a specializzarsi nell’attenzione cosciente. Anche se la durata dell’attenzione
può essere breve, è come se spostassimo di qua e di là il nostro riflettore su tanti
oggetti differenti. Il prezzo da pagare per questo tipo di specializzazione è l’ignoranza
di tutto ciò che accade al di fuori del suo raggio d’azione. Si tratta proprio di ignoranza
perché, se ci concentriamo su una figura, tendiamo a ignorare lo sfondo e perciò
tendiamo a vedere il mondo in maniera disintegrata. Prendiamo sul serio le cose e gli
eventi separatamente, credendo che solo questi esistano davvero, quando invece hanno
la stessa consistenza dell’interpretazione soggettiva di una macchia di Rorschach1: sono
quello che ci sembra che siano.
In realtà, il mondo fisico è un sistema di differenze inseparabili. Ogni cosa esiste
insieme a ogni altra, ma noi ci ostiniamo a ignorarlo, perché quello che notiamo è solo
ciò che riteniamo degno di nota, e lo interpretiamo in termini di simboli, numeri, parole
e immagini. Ciò che possiamo notare, ciò che è degno di nota e conoscibile, è ciò che ci
appare come significativo, mentre il resto viene ignorato perché, appunto, privo di
significato. Il risultato è che, della totalità dei nostri input sensoriali, selezioniamo solo
una piccolissima frazione percettiva, che ci fa credere di essere individui separati,
isolati dal resto del mondo tramite il confine della nostra epidermide. Questo
meccanismo è coinvolto anche nel tralasciare il fatto che il bianco e il nero sono
solidali, che per ogni interno c’è anche un esterno. L’interno, ciò che si trova dentro la
nostra pelle, è inseparabile da quello che si trova all’esterno. Per esempio,
dall’ecologia apprendiamo che un essere umano non è un organismo situato in un
ambiente, ma un organismo-ambiente, ovvero un campo unificato di comportamento. Se
vogliamo descrivere attentamente il comportamento di un organismo, non possiamo
evitare di descrivere, allo stesso tempo, il comportamento dell’ambiente, e così
facendo descriviamo il comportamento di un campo unificato. Tuttavia, dobbiamo stare
molto attenti a non ricadere in quei vecchi assiomi newtoniani, per cui l’essere nel
mondo equivale a una palla da biliardo. L’organismo, infatti, non è una mera pedina
nelle mani del suo ambiente, né, viceversa, l’ambiente è una materia inerte nelle mani
dell’organismo. Il rapporto tra di loro è, per riprendere l’espressione di John Dewey2,
«transazionale», dove una transazione è come una compravendita, in cui nessuno vende
se qualcun altro non compra, e viceversa. È questo, quindi, il rapporto fondamentale tra
noi e il mondo. Studiosi come B. F. Skinner3, che non hanno aggiornato la propria
filosofia e hanno continuato a interpretare la vita secondo la meccanica newtoniana,
vedono l’organismo come qualcosa di determinato dall’ambiente nel suo complesso.
Non vedono, in un’ottica più moderna, che occorre descrivere un campo unificato di
comportamento, come tutti i mistici hanno sempre affermato. Nel mondo accademico o
scientifico moderno, «misticismo» è considerata una brutta parola; ma se un mistico è
qualcuno di estremamente, eccezionalmente consapevole dell’inseparabilità di un
individuo dalla totalità dell’universo esistente, allora è una persona sensibile – cioè
cosciente attraverso i sensi – alla visione ecologica del mondo. Quando mi trovo in un
circolo accademico non parlo di esperienze mistiche; preferisco parlare di coscienza
ecologica, benché siano due modi diversi di descrivere la stessa cosa.
Il prossimo tema della nostra introduzione metafisica riguarda il gioco. Penso che,
fin dalle origini della filosofia, ci siano quattro domande fondamentali che i filosofi si
sono sempre posti. La prima è: chi ha creato il mondo? La seconda è: riusciremo a
sopravvivere? La terza è: che fine faremo dopo la nostra morte? E la quarta è: chi
rimetterà le cose a posto? Se riflettiamo su questi quesiti, ecco che ne sorge un quinto:
la vita è una cosa seria? È di questo che voglio parlare.
L’esistenza è una cosa seria? È come chiedere al dottore, dopo che ha guardato una
nostra lastra: «È grave?». Che cosa significa questa domanda? Significa: «Sono in
pericolo di vita? Rischio di non poter sopravvivere?». Eppure, la vera domanda è:
«Devo continuare a sopravvivere?». Se la vita è una cosa seria, ovviamente devo
sopravvivere. Se non lo è, la mia sopravvivenza non ha nessuna importanza. Ora, nella
nostra cultura occidentale, quello secondo cui l’esistenza è una cosa seria è
praticamente un postulato, ed è vero, in particolare, per coloro che si definiscono
esistenzialisti. Quando dicono di una persona che la sua esistenza è autentica, intendono
che prende sul serio la propria vita e quella degli altri. Eppure, lo scrittore e saggista
G. K. Chesterton una volta ha osservato che «gli angeli volano perché si prendono alla
leggera». E, per avventurarci nella mitologia, se gli angeli si prendono alla leggera,
provate a immaginare il signore degli angeli…
Eppure, noi siamo stati educati in un contesto mitologico in cui Dio si prende
decisamente sul serio, anzi, è la persona seria per eccellenza. Quindi, in chiesa le risate
sono vietate, così come in un’aula di tribunale. Lì si fa sul serio, e tutti devono
mantenere un contegno appropriato dinnanzi all’autorità suprema. È nostro nonno, e non
ci accorgiamo del luccichio nei suoi occhi. Dunque, la morale di tutto questo è: se
diciamo «devi/devo sopravvivere» e «la vita è una cosa seria e bisogna tirare avanti»,
allora la nostra esistenza diventa un fardello e non un gioco.
Ora, la mia opinione, e il mio assioma metafisico fondamentale, è che l’esistenza –
l’universo fisico – è sostanzialmente un gioco. Non ha nessun tipo di necessità. Non va
da nessuna parte; cioè, non c’è nessuna destinazione finale a cui tende. Si comprende
meglio in analogia con la musica, poiché la musica come forma d’arte è essenzialmente
un gioco. In inglese si dice: «You play the piano»: cioè si suona per diletto, non per
necessità. Per esempio, la musica differisce dal viaggio perché quando viaggiamo
siamo diretti in un certo luogo e, nella nostra cultura un po’ ossessiva e molto
pragmatica, ci industriamo per viaggiare sempre più velocemente, tentando di eliminare
la distanza tra un posto e l’altro. Con gli aerei moderni possiamo arrivare dappertutto
quasi istantaneamente, e il risultato è che il punto di partenza e il punto di arrivo
finiscono per confondersi. Così, annulliamo la distanza e annulliamo il viaggio,
dimenticando che il bello sta proprio nel viaggio stesso, non nell’eliminarlo. Nella
musica, invece, la fine della composizione non coincide con il senso della
composizione. Se fosse così, i migliori interpreti sarebbero i più veloci e ci sarebbero
compositori che scriverebbero solo finali. Le persone andrebbero ai concerti solo per
ascoltare un unico accordo sensazionale che suggella la fine dell’opera. E la stessa
cosa vale per la danza, dato che il senso della danza sta nel danzare.
Eppure non riusciamo a capirlo, perché non è qualcosa che ci è stato inculcato con
l’educazione nella vita di tutti i giorni. Il nostro sistema scolastico funziona in modo
completamente diverso. Tutto ciò che facciamo viene valutato; portiamo i bambini alla
base di questo sistema di valutazione e li spingiamo a salire sempre più di livello.
All’inizio c’è l’asilo, ed è una gran cosa perché quando finisce si passa in prima
elementare; poi «avanti!», dalla prima si va in seconda e così via. Poi è il turno delle
medie e del liceo, dove i giri del motore aumentano sempre più. Infine, eccoci arrivati
all’università e, perbacco, una volta che prendiamo la laurea possiamo finalmente fare
il nostro ingresso nel mondo. Ecco che finiamo in un qualche racket a vendere
assicurazioni, dove ognuno ha le sue quote da raggiungere, noi compresi. Il tempo passa
e se ci impegniamo il successo non tarderà ad arrivare. Poi un giorno, a quarant’anni, ci
svegliamo e diciamo: «Oh mio dio, sono arrivato, ce l’ho fatta». Ma non ci sentiamo
molto diversi da come ci siamo sempre sentiti, e anzi proviamo una leggera delusione
perché ci accorgiamo di essere stati imbrogliati. Sì, ci hanno imbrogliati, senza mezzi
termini, perché ci hanno fatto perdere un sacco di tempo facendoci vivere nell’attesa.
Le persone non vedono l’ora di andare in pensione e mettono da parte tutti i loro
risparmi, ma poi, quando hanno sessantacinque anni, non hanno più energia per
goderseli e finiscono i loro giorni in un ospizio.
Semplicemente ci siamo fregati da soli. Guardavamo alla vita, per analogia, come a
un viaggio o a un pellegrinaggio, il cui vero scopo si trova alla fine. Volevamo
raggiungere questo obiettivo finale, che fosse il successo o qualsiasi altra cosa –
perfino il Paradiso, dopo la morte –, ma lungo la strada abbiamo perso di vista il
significato autentico. Era come un’opera musicale, avremmo dovuto cantare o ballare
mentre la musica suonava. Invece, credevamo di dover raggiungere «quella cosa» a tutti
i costi e abbiamo ignorato la musica. Ecco perché a volte l’essere umano si trasforma in
un organismo dedito all’auto-frustrazione. Alfred Korzybski4 ha definito l’uomo un
«accumulatore di tempo» (time-binder), nel senso che la sua peculiarità è quella di
essere un animale cosciente dello scorrere del tempo. Grazie a essa, è in grado di fare
cose notevoli. Per esempio, è capace di fare previsioni: studia ciò che è accaduto in
passato e valuta le probabilità che possa accadere di nuovo in futuro. Questa capacità
di previsione è utilissima per la sopravvivenza, ma al tempo stesso crea ansia.
Paghiamo le maggiori possibilità di sopravvivenza, ottenute grazie alla previsione, con
la consapevolezza che alla fine non raggiungeremo i nostri scopi. Ognuno di noi, infatti,
deve arrendersi prima o poi; può essere domani o tra cinquant’anni, ma alla fine tutto
crollerà. Per questo le persone si preoccupano e diventano ansiose, e ciò che
guadagnano da una parte lo perdono dall’altra.
Al contrario, se considerate l’esistenza qualcosa di intrinsecamente musicale,
capirete il mio postulato metafisico per cui l’esistenza non è una cosa seria. È, anzi, un
gioco estremamente vario, e noi possiamo guardare le diverse creature che ne fanno
parte come se ciascuna fosse un gioco differente. C’è il gioco degli uomini, il gioco
degli alberi, quello dell’erba ecc. In fin dei conti, tutti questi esseri danzano al loro
ritmo. Se veniste da un pianeta lontano a bordo di un disco volante e cercaste di capire
che tipo di organismi vivono sulla Terra da un’altezza di tremila metri, di notte,
vedreste sulla superficie terrestre enormi gangli con tentacoli che si estendono
dappertutto. Al mattino presto, invece, vedreste piccole chiazze di particelle luminose
che si muovono verso l’interno. Poi, nel tardo pomeriggio o verso sera, le vedreste
lanciate fuori di nuovo. Al che potreste pensare: «Ebbene, questa cosa respira, e lo fa a
un ritmo tutto speciale: dentro e fuori, dentro e fuori, dentro e fuori ogni ventiquattr’ore.
Poi un giorno si riposa e non sputa fuori più di tanto, lo fa in modo diverso, più
irregolare. Ma ecco che, il giorno dopo, ricomincia a sputare come prima». E i terrestri
direbbero: «È tutto molto interessante, ma è semplicemente come stanno le cose: la
nostra vita funziona così».
Ora, sebbene segua certi schemi ben definiti, l’esistenza rimane qualcosa di
spontaneo. La parola cinese per natura è tzu-jan, ovvero ciò che avviene di per sé. I
nostri capelli crescono da soli, il nostro cuore batte da solo, e in larghissima parte è
autonomo anche il nostro respiro. Le nostre ghiandole secernono le loro sostanze da
sole e noi non abbiamo nessun controllo volontario su di esse; per questo diciamo che
tutto ciò avviene spontaneamente. Quindi, quando andiamo a letto e ci sforziamo di
dormire interferiamo col processo spontaneo del prendere sonno. Se provate a
respirare molto forte vi sentirete risucchiati dal vostro stesso respiro. Così, il nostro
essere umani sta semplicemente nell’affidarci al nostro corpo per addormentarci,
digerire il cibo ed espellere gli scarti. Certamente, se qualcosa non va come dovrebbe,
abbiamo bisogno di un medico, ma questa è un’altra storia; in gran parte, la salute
umana, fin dalla nascita, non richiede assistenza medica. Lasciamo che il nostro corpo
si regoli da sé, e dovremmo fare così anche con la vita nel suo complesso, che è a
fondamento di tutto. Dobbiamo lasciare che accada, altrimenti ci sforzeremo
continuamente di fare ciò che in realtà accadrebbe naturalmente se non ci sforzassimo
di farlo. Se pensiamo a ciò che le persone vogliono fare nel loro tempo libero e
chiediamo che cosa fanno quando non sono vincolati da qualcosa o comandati da
qualcuno, scopriamo che amano seguire un certo ritmo. Ascoltano musica, ballano,
cantano, o magari fanno qualcos’altro che ha sempre una natura ritmica, come giocare a
carte, a bowling o finanche ubriacarsi. Quando ne hanno la possibilità, tutti vogliono
passare il proprio tempo lasciandosi andare al ritmo.

1 Test elaborato da Hermann Rorschach, che sulla base di 10 tavole con una macchia simmetrica è utilizzato per
valutare la personalità di un individuo. [N.d.T.]
2 (1859-1952) filosofo e pedagogista americano. Per lui l’organismo e il suo ambiente formano un tutto unico, al punto
che ogni comportamento dell’uomo è un processo che appartiene all’intero sistema organismo-ambiente. Ne deriva che
un punto di vista transazionale presuppone che i due elementi vadano considerati e osservati come parti di un unico
sistema. [N.d.T.]
3 (1904-1990) psicologo americano. [N.d.T.]
4 (1879-1950) ingegnere, filosofo e matematico polacco. [N.d.T.]
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Vedere attraverso la rete

Viviamo in un’epoca caratterizzata da un’enorme proliferazione delle tecniche volte


ad assoggettare ogni processo naturale al di fuori dell’epidermide umana; e in realtà
sempre più anche al suo interno, in vista di un maggiore controllo razionale. Ma mentre
crediamo di riuscire a controllare sempre di più la natura, appare evidente che in realtà
non la controlliamo affatto, e l’intero processo ha raggiunto un tale livello di
complessità che ci pare ci si stia ritorcendo contro. Tutti si lamentano del fatto che
ormai la realtà del mondo moderno è diventa così complicata che nessuno riesce più a
capirla, e nessuno sa più davvero cosa fare. Per esempio, se volete aprire una piccola
attività vi troverete di fronte a una tale mole di cavilli burocratici, e avrete così tanto
bisogno di aiuto per preparare tutta la documentazione, che non vi resterà più tempo per
dedicarvi pienamente al vostro lavoro. Se dirigete un ospedale dovete passare così
tanto tempo a compilare i registri e a fare lavoro d’ufficio che non vi resta più tempo
per occuparvi di medicina. Lo stesso vale per l’università, dove le graduatorie, i
registri e l’infinita burocrazia delle iscrizioni finiscono per intralciare pesantemente la
ricerca e l’insegnamento.
In questa società gli individui si sentono sempre più oppressi dalla loro stessa
prudenza. Per quanto mi riguarda, da filosofo, mi sono interessato per molti anni al
reciproco arricchimento delle culture orientali e occidentali. Ho studiato a lungo le idee
orientali, non con l’intento di dire all’Occidente: «Dovete convertirvi ai principi
orientali», bensì quello di dire: «Non potrete mai comprendere i postulati della vostra
cultura se questa è l’unica che conoscete». Ognuno, infatti, agisce sulla base di alcuni
principi fondamentali, ma ben pochi li conoscono. Forse vi capita spesso di incontrare
persone che incarnano il tipico uomo d’affari americano, colui che afferma: «Io sono un
pragmatico uomo d’affari. Credo nella produttività e nell’efficienza, e tutta questa
vostra logica astrusa non mi riguarda». Ora, io so che gli assunti fondamentali, la
metafisica di quest’uomo, possono essere ricondotti alla scuola filosofica nota col
nome di pragmatismo. Tuttavia, si tratta di un cattivo esempio di pragmatismo, perché
non riflette mai su sé stesso. È molto difficile risalire fino ai nostri postulati
fondamentali e chiedersi: «Cosa intendi per coerenza? Cosa intendi per razionalità?
Cosa intendi per vita degna di essere vissuta?». L’unico modo per scoprire che cosa
significhi tutto ciò è metterlo a confronto con la visione del mondo di un’altra cultura.
Di conseguenza, per inquadrare le cose nella giusta prospettiva, dobbiamo andare in
cerca di altre culture che siano altrettanto sofisticate quanto la nostra, ma al contempo il
più diverse possibile. In questo senso, ho sempre pensato che la cultura cinese fosse
l’ideale, così come quella indiana, e che studiando le loro idee, e comprendendo i loro
scopi di vita, saremmo potuti diventare molto più consapevoli dei nostri. Attenendosi al
vecchio principio della triangolazione, non si può stabilire la posizione di un
determinato oggetto se non lo si osserva da due punti di vista diversi e se ne calcola da
lì l’effettiva distanza. Allo stesso modo, studiando ciò che chiamiamo la «realtà del
mondo fisico» dal punto di vista di altre culture, penso che sia possibile capire molto
meglio chi siamo, invece di fare affidamento su un’unica prospettiva. Perciò, è sempre
stato questo il mio interesse e il mio punto di partenza. Poi è sorta un’ulteriore
questione, che definirei «il problema dell’ecologia umana». L’uomo, infatti, potrà mai
entrare più strettamente in rapporto col proprio ambiente in circostanze come quelle
attuali, in cui possiede tecnologie estremamente potenti e ha la capacità di trasformare
il mondo in modo molto più incisivo di quanto abbia mai potuto fare? Riusciremo a
trovare un’armonia col nostro ambiente civilizzandolo e urbanizzandolo? In altre
parole, finiremo con l’insozzare il nostro stesso nido a causa della tecnologia?
Ma tutto questo ci porta al vero quesito fondamentale: «Cosa fareste se foste Dio?».
Detto altrimenti, se vi ritrovaste a capo del mondo intero grazie alla tecnologia, invece
di lasciare l’evoluzione a quelli che nell’800 si chiamavano «i ciechi processi
naturali», che cosa fareste? Non lascereste l’evoluzione in balìa delle forze cieche
della natura. La dirigeste voi stessi, grazie al sempre maggiore controllo esercitato sul
sistema genetico, il sistema nervoso e tutti gli altri. Ma allora sorge una semplice
domanda: «Che cosa fareste?». Molti non lo sanno, e non si sono mai posti seriamente
la domanda su cosa vogliano davvero. Se chiedete a un gruppo di studenti di scrivere
un bel testo di venti pagine sulla loro «idea del Paradiso», o di cosa vorrebbero che
accadesse dopo la morte, vedrete che, se riflettono seriamente, si accorgeranno presto
che ciò che credevano di volere in realtà non è affatto quello che vogliono.
Supponiamo, per chiarire meglio il concetto, che abbiate il potere di sognare ogni notte
quello che volete. Ovviamente, potreste fare in modo che una singola notte di sogni duri
sessantacinque anni o chissà quanto. Che cosa fareste? Naturalmente, comincereste col
realizzare tutti i vostri desideri. Per prima cosa consumereste il cibo più sontuoso e
avreste i partner sessuali più desiderati, e ogni altra cosa che possiate immaginare in
questo senso. Poi quando vi stancherete, dopo varie notti così, cambierete scenario e vi
ritroverete coinvolti in chissà quali avventure, sarete la principessa della fiaba, salvata
dalle grinfie del drago da un valente cavaliere, oppure l’eroe stesso, impegnato nel
salvataggio della bella. Vi immaginereste fantasmagoriche costruzioni matematiche,
contemplereste grandi opere d’arte e creereste ogni sorta di cose meravigliose. Poi a un
certo punto potreste dire: «Bene, quello che farò stanotte sarà dimenticare che tutto
questo è un sogno, e sarà un vero shock». E quando vi risveglierete esclamerete:
«Wow, che avventura è stata!». Dopodiché escogitereste modi sempre nuovi per farvi
coinvolgere perdendo il controllo, nella consapevolezza che potreste sempre tornare
«indietro». Tuttavia, mentre siete immersi nel sogno non sapete di poter tornare
indietro, e alla fine potreste anche sognarne uno in cui vi trovate seduti in questa stessa
sala ad ascoltare me. Sareste totalmente immersi nei problemi particolari della vostra
vita, e forse è proprio questo che state facendo adesso.
Tornando a noi, c’è una difficoltà insita nella questione del controllo. È
riconducibile alla domanda: «Siete abbastanza saggi per giocare a fare Dio?». Per
poter capire che cosa significa dobbiamo tornare ai postulati metafisici sottesi al nostro
senso comune. Che siate ebrei, cristiani, agnostici o atei, siete comunque influenzati
dall’intera tradizione della cultura occidentale. I modelli dell’universo da essa prodotti
influenzano il nostro linguaggio, la struttura del nostro pensiero, mentre i fondamenti
della logica si ritrovano nell’architettura dei nostri odierni computer. Il modello
occidentale dell’universo è un modello politico, essendo derivato dall’ingegneria o
dall’architettura. Tutto il pensiero occidentale si fonda sull’idea che l’universo sia
qualcosa di costruito, e anche quando ci sbarazziamo della nozione del Dio costruttore
o del Dio personificato, continuiamo a pensare al mondo in termini meccanicistici.
Questo, in particolare, secondo i criteri della meccanica newtoniana prima e della
meccanica quantistica poi – sebbene per me sia sempre molto difficile capire in che
senso la teoria quantistica può essere definita «meccanica». Credo che sia molto più
«organica», un concetto del tutto differente. Comunque sia, la concezione newtoniana è
penetrata fino alle radici del nostro senso comune. Invece di vedere il mondo come
qualcosa di vivo, viene concepito come qualcosa di costruito, un manufatto, per
conoscere il quale è necessario comprendere le operazioni di funzionamento della
macchina, analizzando cioè le sue parti. Scomponendole sempre di più, fin nei loro
costituenti elementari, abbiamo «spezzettato» il cosmo, e non a caso ogni cosa ora si
muove sotto forma di bit di informazione. Abbiamo scoperto che si tratta di un’attività
estremamente fruttuosa, che ci fa pensare di avere il controllo su ciò che accade nel
mondo. Dopotutto, la tecnologia occidentale, nel suo complesso, è il risultato di questa
operazione di «spezzettamento». Se vogliamo mangiare un pollo non possiamo
mangiarlo tutto intero; dobbiamo tagliarlo e ridurlo in parti più piccole. Dall’uovo non
esce il pollo già pulito e pronto per essere cucinato, non funziona così.
Ora, noi non conosciamo le origini di questa attitudine mentale, che probabilmente
risale a molte migliaia di anni fa. Secondo il modo in cui abbiamo sviluppato il nostro
pensiero, che è essenzialmente calcolo, l’universo quale si dà in natura (ovvero
l’universo fisico) è come una macchia di Rorschach. Confuso e indefinito. Noi che
viviamo in grandi città non siamo abituati a qualcosa del genere, perché costruiamo
ogni cosa secondo linee rette, rettangoli e così via. Non appena vedete rigide forme
geometriche, sapete che gli esseri umani sono vicini, dato che cercano sempre di
raddrizzare le cose. Al contrario, la natura è fatta di nuvole, di acqua, dei profili dei
continenti e delle montagne, di esseri viventi, e tutto questo non segue forme rigide e
definite. Tutto ciò che è instabile crea qualche problema all’intelletto umano, perché
vogliamo sempre inquadrarlo in una forma. Ma è come se un pescatore alzasse la sua
rete, guardasse il mondo attraverso di essa e dicesse: «Oh, guarda che roba. Così posso
vedere la cima di quella montagna: è alta uno-due-tre-quattro-cinque-sei buchi, mentre
la base è uno-due-tre-quattro-cinque buchi più sotto. Ora l’ho misurata». Quindi le linee
della latitudine e longitudine terrestre, così come la nozione stessa di matrice – quella
di rappresentare le cose attraverso un grafico –, si fondano sull’idea della misurazione.
È così che calcoliamo e blocchiamo la mobilità del mondo in unità intelligibili,
calcolabili e geometriche, rappresentandolo e manipolandolo in questi termini. Questo
procedimento ha una tale efficacia che finiamo per immaginare che lo stesso mondo
fisico sia qualcosa di discreto, discontinuo, fatto di punti, e quindi, in ultima istanza, un
meccanismo. Invece, io voglio soltanto suggerire l’ipotesi che questo modo di vedere le
cose può essere solo il pregiudizio di un certo tipo di personalità.
Nella storia della filosofia, della poesia e dell’arte si può notare l’interazione tra
due tipi di personalità differenti, che io definisco i «rigidi» e gli «elastici». I primi
sono gli esponenti del «porcospinismo» intellettuale: ricercano il rigore con ogni sorta
di calcolo e statistica, il loro tono di voce è secco e conciso. Sono molto conosciuti nei
circoli accademici, dove c’è sempre qualcuno che tende a essere come loro. Accusano
gli altri di essere disgustosamente vaghi, melensi e mistici. Al contrario, i vaghi, i
melensi e i mistici li accusano di non essere altro che scheletri senza carne e senza
cuore. Dicono: «Voi fate solo rumore. Non siete veramente umani. Conoscete le parole
ma non conoscete la musica». Perciò, se fate parte dei rigidi, credete che le componenti
ultime della materia siano le particelle. Se invece rientrate nel tipo degli elastici
credete che siano le onde. Se siete rigidi siete classicisti; se siete elastici siete
romantici. Per rifarci alla filosofia medievale, se siete rigidi siete nominalisti; se siete
elastici siete realisti, e così via.
Eppure, sappiamo che questo universo naturale non è né esclusivamente rigido né
elastico. È allo stesso tempo sia l’uno che l’altro, a seconda di dove mettete l’accento.
Se vi focalizzate sull’aspetto della chiarezza allora il vostro punto di vista sarà rigido,
e vi permetterà di vedere strutture e forme distinte, nettamente definite. Se invece
guardate alle cose in maniera più sfuocata, ecco che vi apparirà tutta l’elasticità del
mondo. In realtà, noi combiniamo sempre le due visioni, poiché alla base di tutto c’è la
domanda essenziale: «Il mondo è essenzialmente fatto di materia e sostanza o è fatto di
strutture?». Ormai sappiamo che la scienza non prende più in considerazione l’idea che
la materia, come tale, sia una specie di sostanza.
Immaginate di dover descrivere questa «sostanza». In quali termini la definireste?
Dovete sempre fare ricorso a una qualche struttura, a qualcosa di calcolabile e
riconoscibile, a uno schema. Qualsiasi cosa prendiamo in considerazione, non
troveremo mai nessuna sostanza fondamentale, e anzi mi sembra che questo modo di
pensare dipenda da quel tipo di coscienza che potremmo chiamare «coscienza
analitica». La capacità di suddividere l’esperienza in pezzetti è in qualche modo
collegata alla nostra facoltà fisiologica, simile all’ispezione di un ambiente per mezzo
di un radar o di un riflettore. Il vantaggio di quest’ultimo è quello di fornire una luce
altamente concentrata su un’area ristretta. Un faro, ad esempio, getta una luce meno
intensa. Tuttavia, se questa sala fosse completamente buia e usaste un riflettore con un
raggio molto sottile per ispezionarla tutta, dovreste memorizzare tutti i punti su cui è
passato e poi, tramite un procedimento di addizione, calcolereste i contorni della
stanza. Ecco, mi sembra che questo tipo di operazione sia ciò in cui si è specializzato
l’essere umano civilizzato, in Occidente quanto in Oriente. È il metodo di focalizzare
l’attenzione che indichiamo col verbo «notare», ed è perciò estremamente selettivo.
Seleziona determinati aspetti dell’ambiente circostante che noi intuiamo come degni di
nota e che poi registriamo per mezzo di una notazione, quella delle parole, dei numeri o
un’altra ancora, come l’algebra o la musica. Notiamo quelle determinate cose, e solo
quelle, per le quali possediamo una notazione. Molto spesso accade che un bambino
indichi qualcosa e chieda ai suoi genitori: «Che cos’è?». Ma loro non capiscono bene a
cosa si riferisca, perché il bambino ha indicato qualcosa che loro non considerano una
«cosa». È una forma bizzarra su un muro sporco, dove lui ha notato una figura. Ma dato
che non conosce la parola per designarla, chiede che cosa sia. E l’adulto risponde:
«Oh, quella è solo una macchia indistinta», poiché per noi non conta come qualcosa di
definito. Ed ecco allora che ci ritroviamo a porre la domanda: «Che cos’è una
“cosa”?». Sapete, è molto affascinante porre un simile quesito ai bambini, perché ci
rendiamo conto che si tratta di uno dei presupposti mai messi in discussione nella
nostra cultura.
«Che cos’è un evento?». Ognuno sa che cosa sia, ma nessuno riesce a spiegarlo
perché una cosa del genere corrisponde a un pensiero elementare. Si tratta di un’unità
fondamentale, come un metro è un’unità di misura. Quindi noi «cosiamo» il mondo, così
come, per misurare una curva, dobbiamo ridurla a una serie di punti identici e
applicarvi le formule di calcolo. Allo stesso modo, dunque, per rappresentare
l’universo e descriverlo dobbiamo ridurlo in «cose». Ma ogni cosa è un’istantanea
scattata dal nostro riflettore. Così, riduciamo l’infinita indeterminatezza del mondo a
istantanee, o pezzetti; è come tentare di mordere i nostri stessi denti o di afferrare i
nostri stessi pensieri. Perciò descriviamo il mondo in termini di «cose», così come il
pescatore di prima potrebbe descrivere la sua visione contando il numero dei buchi
nella rete attraverso cui guarda. È questa l’impresa straordinaria, apparentemente
trionfale, di tutte le culture tecnologiche, che noi enfatizziamo al massimo grado.
Eppure, chiaramente, fa sorgere un problema: quello dell’iper-specializzazione.
Tutti sanno come sia dominante in ambito medico. Ci può essere uno specialista che
conosce perfettamente la funzione della cistifellea avendola studiata all’infinito; ma
ogni volta che osserva un essere umano lo fa unicamente dal punto di vista della
cistifellea. Quindi, se si trova a operare quest’organo lo farà con grande perizia,
essendo molto esperto in questo settore, ma non potrà prevedere gli effetti indesiderati
dell’operazione sul resto dell’organismo. La cistifellea umana non è una «cosa» che
possa essere estratta così come si può estrarre e sostituire una candela da
un’automobile. Il sistema non è lo stesso, perché sussiste una differenza fondamentale
tra un meccanismo e un organismo, in termini operativi. Un meccanismo è qualcosa di
assemblato, in cui un pezzo si aggiunge a un altro. Un organismo, al contrario, cresce
dall’interno, e non ci sono pezzi che vengono ad aggiungersi agli altri costituendo una
forma finale. Assomiglia più a una lastra fotografica mentre si sviluppa. D’improvviso,
ciò che stiamo osservando sembra organizzarsi da sé e svilupparsi da qualcosa di
relativamente informe a qualcosa di relativamente strutturato e definito. Di
conseguenza, se cerchiamo di controllare e conoscere il mondo attraverso il sistema
ispettivo della nostra attenzione cosciente, che afferra tutto un pezzo alla volta, se
questo è l’unico metodo a cui ci affidiamo, finiremo per scontrarci con un problema.
Ogni cosa, infatti, ci apparirà sempre più complicata da gestire. Per esempio, pensiamo
alle difficoltà che incontra l’industria elettronica con i cataloghi dei dispositivi prodotti
in giro per il mondo. Chi li può consultare tutti? Come si fa a sapere se ciò a cui si sta
lavorando è già stato brevettato o meno? Quale industria ha già sviluppato un prodotto
simile? Qualcuno ha avuto tempo di consultare tutti i cataloghi? Ovviamente no,
essendo così voluminosi, come quelli di ogni altro settore. C’è una tale esplosione di
informazioni, simile a quella demografica; come si potrà mai analizzarle tutte? Certo,
possiamo affidarci ai computer ma, secondo la Legge di Parkinson1, più si diventa
efficienti e più si tende a raccogliere informazioni, e questo richiede computer sempre
più potenti, capaci di elaborare una mole sempre maggiore di dati. Ci sarà un
progresso, sì, ma solo per breve tempo.
Dunque finiamo col chiederci se forse non esistono altri modi di conoscere le cose.
Torniamo alle due forme di coscienza, quella localizzata e quella estesa. Quest’ultima è
quella straordinaria capacità del sistema nervoso umano di percepire più situazioni
simultaneamente senza analizzarle, ovvero senza un qualche simbolismo numerico o
verbale che permetta di conoscerle. Noi ci affidiamo grandemente alla rappresentazione
astratta, eppure possediamo questa curiosa abilità cognitiva che ci consente di
riconoscere certe strutture, capacità che i sistemi meccanici hanno solo in modo molto
primitivo. I computer sono in grado di riconoscere le cifre e le lettere di pressoché
qualsiasi grafia, a patto che sia abbastanza in linea con quella insegnata di norma a
scuola. Tuttavia, un computer fatica tantissimo a riconoscere la lettera «A» quando è
stampata in un carattere bastone, Gothic, o qualsiasi altro. L’essere umano riconosce
subito questa determinata figura, mentre il computer ha difficoltà a farlo. Sembra che gli
manchi una particolare capacità che definirei «organizzazione estesa», perché il suo
funzionamento si basa su punti e numeri, ed è simile alla fotografia stampata su un
giornale, che se osservata alla lente d’ingrandimento appare tutta fatta di puntini. Il
problema è che, con lo sviluppo della tecnologia, abbiamo accantonato quella che è la
nostra arma più potente: l’organizzazione interna del nostro cervello. Infatti, ci
troviamo in una situazione nella quale il nostro cervello non è realmente noto nemmeno
ai più competenti neurologi. Il suo funzionamento li spiazza perché non riescono a
elaborarne un modello in termini numerici o verbali. Eppure, noi siamo questo
cervello. Siamo quella cosa che non riusciamo a rappresentarci adeguatamente. Ma
proprio come non posso mordere i miei stessi denti, l’io che cerca di rendere conto di
sé stesso e della straordinaria complessità della sua struttura è il sistema di gran lunga
più evoluto che sia possibile immaginare. In un certo senso, ricorda i «teoremi di
incompletezza», secondo i quali un sistema logico non può definire i suoi stessi
assiomi. Gli assiomi di qualsiasi sistema devono essere definiti da un altro, di livello
superiore. Noi, insomma, siamo la cosa più complessa mai apparsa nel cosmo, ed è per
questo che non riusciamo mai a capire completamente chi siamo e come siamo fatti.
Ora, supponiamo di riuscire a fare l’impossibile e diventare completamente
trasparenti a noi stessi. Cosa succederebbe se comprendessimo in ogni suo aspetto i
meccanismi del nostro cervello? Ebbene, ci ritroveremmo nella situazione di Dio, e
quindi alla domanda di cosa faremmo se fossimo nei suoi panni. Ecco, forse sapremmo
cosa fare: diremmo a noi stessi «Vai al diavolo!». Perché, in fondo, ricerchiamo le
sorprese, che, se tutto ci fosse chiaro e conosciuto, non sarebbero più possibili e ci
annoieremmo a morte. Eppure, dall’altro lato, un individuo che sfrutta al massimo le
sue potenzialità è una persona che si affida alla propria intelligenza e la mette in
condizione di esprimersi al meglio. In altre parole, pur avendo dentro di sé i concetti
predefiniti delle cose, si lascia guidare dal desiderio di scoperta. Nei processi di
invenzione creativa, cerchiamo le risposte ai problemi attraverso la riflessione, ma a
volte non le troviamo, perché il nostro sistema di pensiero, puntuale e settoriale, è
insieme troppo semplice e troppo impacciato per farlo. Il problema con cui abbiamo a
che fare è più complesso, presenta più variabili di quante possano essere tenute a mente
in una sola volta, e allora diciamo: «Ci dormirò su». Questo è molto simile alle
ricerche condotte all’Institute for Advanced Studies di Princeton, o all’Institute of
Behavioral Sciences di Stanford, dove pagano le persone per fare i pagliacci, che è
sempre un’ottima idea. Vi danno una lavagna con cui giocherellare, voi guardate dalla
finestra e il vostro cervello magicamente trova la soluzione del problema. La
riconoscete subito perché possedete la conoscenza tecnica e sapete che si tratta di una
soluzione. Poi, naturalmente, la mettete alla prova e la elaborate col vostro sistema di
pensiero, a poco a poco, per vedere cosa succede. Se funziona, tutti saranno d’accordo
con voi e diranno: «Sì, è la soluzione giusta». Ma se questo non accade vi
contesteranno, perché non l’avete sottoposta alla forma tradizionale, socialmente
accettata, di analisi delle conoscenze.
Ora, però, sorge un problema. Ci vuole un tempo terribilmente lungo per controllare
tutte le soluzioni possibili, e ce ne vuole ancora di più per giungere, attraverso un
procedimento puramente computazionale, a quella che avete trovato spontaneamente. La
maggior parte delle situazioni della vita non aspettano le nostre decisioni e i nostri
calcoli, il che rende banale un gran numero di conoscenze scientifiche. Sono tutte
attendibili e molto ben congegnate, certo, ma arrivano troppo tardi, perché la vita ci
sorprende da tutte le parti e ci chiama in causa a ogni istante.
Sia chiaro, non dico questo per svalutare tutto il prodigioso lavoro di calcolo che
ha portato alle tecnologie elettroniche più moderne e sofisticate. In realtà, gli ingegneri
informatici sono i primi ad accorgersi dei limiti delle loro conoscenze, e dovranno
farlo capire anche ai politici, che sono sempre refrattari. Credono che questo genere di
scienza contenga la risposta per ogni cosa, mentre io penso che la maggior parte di noi
sappia che non è così e, ripeto, non si tratta di una presa di posizione contro la
tecnologia. Quando camminiamo mettiamo il piede destro davanti al sinistro, e va bene,
ma poi dobbiamo fare anche l’opposto. La grande avventura tecnologica, finora, ha fatto
il primo passo col piede destro; ma adesso tocca al sinistro, ovvero a una nuova
modalità di considerazione e di rispetto di quelle forme organiche che risultano
incomprensibili al pensiero tecnologico, pur essendo sempre sottese a esso.
Chiaramente, questo non basta, perché dopo aver fatto avanzare il piede sinistro
bisogna spostare di nuovo il destro, che simboleggia la prospettiva analitica. Al rigore
deve seguire la giusta elasticità.
Ritengo che quello che rischiamo, attualmente, sia legato al fatto che siamo così
fissati, così entusiasti dei risultati della tecnologia, e faremmo meglio ad adottare anche
un punto di vista alternativo. Dovremmo escogitare un modo per rendere il cervello
ancora più efficiente, e questa è una cosa che l’istruzione tradizionale ha sempre
trascurato. Lynn White2 diceva che il mondo accademico oggi dà valore a tre tipi di
intelligenza: l’intelligenza verbale, quella mnemonica (legata alla memoria) e quella
computazionale. Secondo lui veniva totalmente dimenticata l’intelligenza cinestetica,
quella sociale e almeno sette altre forme di intelligenza. In generale, parlo della
straordinaria capacità, propria della nostra organizzazione neuronale, di riconoscere
certe strutture e risolvere istantaneamente problemi complessi senza sapere come. Il
punto è che quando facciamo qualcosa del genere non sappiamo come ci riusciamo, e in
un certo senso si tratta di un esperimento non replicabile. Detto altrimenti, non siamo in
grado di spiegare a qualcun altro come abbiamo fatto; lo facciamo e basta, come
apriamo e chiudiamo la mano senza avere nessuna nozione di fisiologia. È qualcosa che
facciamo di continuo; non sappiamo come, ma lo facciamo. Grazie a questa forma di
intelligenza, possediamo un enorme potenziale, se ci rendiamo conto di quante cose
siamo in grado di fare; avendo, però, al contempo una mentalità accademica, non ci
faremo mai guidare interamente da essa, non potendola spiegare. Per esempio, esiste un
modo molto semplice per raffreddare una fornace rovente, ma gli ingegneri sostengono
che sia teoricamente impossibile e quindi non possa essere messo in atto, così come le
api non dovrebbero volare secondo le leggi dell’aerodinamica… eppure lo fanno.
Perciò, la conclusione molto pratica a cui voglio arrivare è questa: se la tecnologia si
affida esclusivamente al pensiero lineare finirà per distruggere l’ambiente. Diventerà
troppo complicata da gestire e l’uomo sarà come il dinosauro che avrebbe dovuto avere
un cervello nella testa e un cervello nel fondoschiena, tanto era enorme. C’è quella
storia del cavernicolo che possedeva un dinosauro; quando andava a letto la sera lo
legava per la coda e, alle otto del mattino, il dinosauro urlava e lui si svegliava. Ecco,
mi sembra che ci stiamo infilando in una simile situazione sauriana con la nostra
tecnologia, e se andiamo avanti così ci porterà all’estinzione.
Continueremo dunque a deturpare il mondo insistendo nell’uso di informazioni
lineari come strumento dominante di controllo? Oppure riusciremo a mantenere il
nostro potere, a sfruttare la nostra percezione e le nostre analisi, pur affidandoci
contemporaneamente alla nostra capacità di assimilare stimoli molteplici, anche se non
sappiamo esattamente come ci riusciamo? La mia idea è che in ogni operazione umana,
anche se slegata da un assoluto a cui aggrapparsi, permane sempre quella cosa
fondamentale che non potremo mai comprendere del tutto perché siamo noi stessi, così
come i denti non possono mordersi da soli. Sappiamo che l’assioma della cultura
giudaico-cristiana è quello dell’uomo per natura peccatore, e quindi inaffidabile. Al
contrario, il principio dell’antica cultura cinese afferma che l’uomo è essenzialmente
buono e quindi ci si deve fidare di lui. Ci dicono: «Se non potete avere fiducia nella
vostra natura più profonda non potete nemmeno fidarvi dell’idea di essere inaffidabile,
e quindi siete senza scampo». Ora, una simile posizione ha notevoli conseguenze a
livello politico. Se infatti asseriamo qualcosa del tipo: «Noi esseri umani siamo
fallibili, fondamentalmente egoisti e soprattutto malvagi, perciò abbiamo bisogno di
leggi e ordine, di un sistema di controllo per tenerci a bada», proiettiamo questi sistemi
di controllo sulla Chiesa o la polizia, o su qualcuno che non è altro che una maschera di
noi stessi. Tutto questo mi fa venire in mente la convenzione dell’ora legale. Tutti
potremmo semplicemente alzarci un’ora prima, ma invece di farlo preferiamo regolare
gli orologi, poiché rappresentano una sorta di autorità; così possiamo affermare:
«L’orologio dice che è ora di alzarsi». Gli indiani d’America, invece, ridono dei «visi
pallidi» che dicono che non sanno di avere fame finché non guardano l’orologio. In
questo modo finiamo per essere dominati dai nostri strumenti; il sistema astratto prende
il sopravvento su quello fisico e organico. Il risultato è che siamo giunti a una
situazione culturale in cui confondiamo i simboli con la realtà fisica, il denaro con la
ricchezza, il menù con la cena, e a forza di cibarci di menù ci resterà solo una gran
fame.

1 Argomento dell’omonimo saggio di Cyril Northcote Parkinson pubblicato nel 1958. [N.d.T.]
2 Lynn Townsend White (1907-1987), grande medievista e storico della scienza americano. [N.d.T.]
Indice

Introduzione
Prefazione. Sulla sintesi filosofica
1. Il mito di me stesso
2. L’uomo nella natura
3. Simboli e significati
4. I limiti del linguaggio
5. Immagini di Dio
6. Il senso del nonsenso
7. La coincidenza degli opposti
8. Vedere attraverso la rete