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PREMESSA

Nel panorama storiografico sulle società coloniali e post-coloniali


americane, gli studi sui liberi di colore stanno acquistando una rilevanza
sempre maggiore. Si tratta di uomini e donne di ascendenza africana (in
tutto o in parte), legalmente liberi in quanto affrancati dalla schiavitù o
liberi dalla nascita. Se il numero variava secondo le zone, in ogni società
schiavista del mondo atlantico era comunque presente una loro comu-
nità più o meno ampia. Attraverso l’analisi di casi particolari e tentativi
di comparazione che vanno dalla Virginia, alla Louisiana, ai Caraibi in-
glesi e francesi, al Brasile e all’America spagnola tra il XVII e il XIX se-
colo, il fascicolo vuole sottolineare l’importanza di questa categoria per
ripensare al rapporto tra schiavitù e cittadinanza nel mondo atlantico.
Se la razza divenne nel corso del XVIII e XIX secolo la categoria pri-
maria nella definizione delle barriere di inclusione ed esclusione, la sua
non ovvietà offrì alle persone la possibilità di mettere in scena la propria
identità attraverso l’apparenza, il comportamento, le azioni. L’instabile
status dei liberi di colore li rende quindi un soggetto privilegiato per
studiare il processo di negoziazione e formazione dell’identità razziale
così come la definizione dei criteri di cittadinanza in contesti coloniali
e post-coloniali1.
Nelle società coloniali americane il termine «libero» significava, di
fatto, avere l’indipendenza personale da un proprietario di schiavi, da
un’autorità indigena o da un signore, e avere l’autonomia per spostarsi
e vivere del proprio salario. In questo senso, i liberi di colore non erano
inclusi nella categoria degli indigeni, né in quella degli schiavi. Tuttavia,
il «colore» rinviava a una macchia che li escludeva anche dalla categoria
dei bianchi. In effetti, oltre a essere estremamente divisi al loro interno e
nient’affatto omogenei, non godevano degli stessi diritti e privilegi delle
élites bianche. Per le loro origini africane e il loro passato di schiavi non
soltanto erano considerati inferiori, ma spesso anche pericolosi e «stra-
nieri»2. Poiché sfuggivano a ogni tentativo di classificazione somatica o
cromatica, erano particolarmente insidiosi agli occhi di funzionari co-

QUADERNI STORICI 148 / a. L, n. 1, aprile 2015


4 Federica Morelli, Clément Thibaud

loniali ed élites bianche, soprattutto in quei contesti dove i discendenti


di unioni tra africani ed europei si mescolavano anche agli indigeni.
L’esistenza dei liberi di colore minava infatti il vincolo, presente
in tutte le società del mondo atlantico, tra la discendenza africana e
lo status di schiavo, creando di fatto un gruppo intermedio in quello
che era generalmente considerato un ordine dicotomico di proprietari
bianchi e schiavi neri. Non è un caso, quindi, che nel corso del Set-
tecento, quando numerosi liberi di colore arrivarono ad assumere un
ruolo economico e sociale importante, nella maggior parte delle società
coloniali americane si cominciarono a negare loro diritti giuridici fon-
damentali, che di fatto rendevano la condizione di libertà uno status
meno significativo rispetto ai bianchi. Ecco quindi che l’assimilazione
con questi ultimi divenne una richiesta pressante verso la fine dell’epoca
coloniale, in quanto permetteva loro di non essere esclusi da alcuni di-
ritti fondamentali, come l’accesso alle cariche, la possibilità di ricorrere
ai tribunali, di sposarsi, ecc.
Sino a tempi abbastanza recenti, gli studi sui liberi di colore hanno
analizzato temi e aspetti essenzialmente sociali della loro vita, come i
meccanismi di manomissione, i tassi di riproduzione, le attività svolte, il
patrimonio, mostrando come le differenze tra le varie società coloniali
dipendessero più dalle condizioni sociali ed economiche locali che dal-
le rispettive legislazioni metropolitane3. Tali risultati erano in evidente
contraddizione con una delle tesi che più ha influenzato la storiografia
sulla schiavitù e le sue conseguenze in termini di relazioni razziali, il
famoso libro di Frank Tannenbaum Slave and Citizen4. Concentrando
la sua analisi sui sistemi normativi metropolitani, Tannenbaum affer-
mava infatti che l’esclusione degli afro-americani dai diritti e dalla citta-
dinanza nel Novecento era un effetto del duro sistema schiavista che si
era radicato nei territori inglesi dell’America settentrionale; in America
latina, al contrario, il ruolo saliente dello Stato e della chiesa cattolica
aveva contribuito a rendere gli schiavi persone dotate di diritti e quindi,
in seguito all’abolizione della schiavitù, il loro accesso alla cittadinanza
era stato più facile.
Questa tesi, il cui principale obiettivo era la dimostrazione della va-
lidità della nozione di «democrazia razziale» nel caso latinoamericano,
è stata messa in discussione non solo da studi che, rendendo evidenti
le pratiche e i modelli di discriminazione ancora persistenti in Ameri-
ca latina, hanno provato come questa nozione fosse semplicemente un
mito teso a perpetuare l’egemonia delle élites latinoamericane5, ma an-
che da lavori più recenti che hanno interpretato in modo radicalmente
nuovo la relazione tra diritto e schiavitù. Invece di porre l’attenzione
sui sistemi normativi metropolitani, questi studi considerano piuttosto
Premessa 5

gli schiavi attori sociali che utilizzano i ricorsi alla giustizia come par-
te di un repertorio più ampio di iniziative e strategie per affrancarsi
dalla schiavitù. Le interazioni degli schiavi con le istituzioni giuridiche
hanno assunto un ruolo sempre più importante nella letteratura sulla
relazione tra diritto e schiavitù6. Storici e giuristi si sono così occupati
dei modi in cui gli schiavi e i liberi di colore contribuirono, attraverso
le pratiche, alla creazione di significati, costumi e diritti giuridici. A
differenza delle precedenti analisi, focalizzate sui codici, gli statuti, le
dottrine, tali studi considerano la legge non come un insieme fisso di
principi e precetti, ma come uno spazio politico e sociale conflittuale,
dove i diversi interessi, inclusi quelli degli schiavi e dei liberi di colore,
collidevano costantemente.
L’enfasi sulle strategie giuridiche ha influenzato anche le analisi
sulle categorie razziali. Le nuove ricerche hanno dimostrato la natura
contingente delle classificazioni razziali, considerate il prodotto di co-
struzioni giuridiche e sociali, mettendo in evidenza il ruolo delle leggi
nella creazione dei significati sulla razza, e la collaborazione ma anche
il conflitto tra i vari attori (vicini, soldati, avvocati, ecclesiastici, giudici)
nella produzione della conoscenza sulla razza. Questi lavori, come gli
studi giuridici sulla schiavitù, si basano su fonti specifiche (i proces-
si sulla determinazione dell’identità razziale degli individui, i registri
parrocchiali, i testamenti), attraverso le quali è possibile analizzare le
pratiche informali di identificazione razziale7. L’attenzione si è quindi
spostata dai discorsi «imperiali» sulla razza verso il modo con cui gli
individui negoziano le loro identità razziali e giuridiche, anche nella
sfera pubblica. Il saggio di Jessica Pierre-Louis sulla Martinica, conte-
nuto in questo fascicolo, mostra ad esempio come una delle strategie
utilizzate dai liberi di colore per superare le barriere legate al colore
della pelle fosse lo «sbiancamento» del lignaggio grazie soprattutto al
ruolo delle donne di colore, che, contrariamente agli uomini, avevano la
possibilità di sposarsi con europei. Lo spoglio dei registri parrocchiali
dell’isola dalla seconda metà del Seicento sino al secolo successivo ha
permesso di vedere che una parte minoritaria ma significativa delle fa-
miglie dell’isola, con uno o più ascendenti di origine africana, erano
considerati bianchi.
L’accento sulle attività e strategie legali degli schiavi e dei liberi
di colore ha infine fatto riemergere un rinnovato interesse verso l’ap-
proccio comparativo e transnazionale nello studio della razza e della
schiavitù nelle Americhe. La prospettiva della nuova storia atlantica,
che tende a studiare in termini di connessioni le società che sorsero
sulle sponde dell’oceano, ha fatto emergere, in questi ultimi venti anni,
le somiglianze e i processi che accomunavano i diversi sistemi imperiali.
6 Federica Morelli, Clément Thibaud

Secondo tale ottica, nelle Americhe le società schiaviste, che fossero


iberiche, francesi o inglesi, non si svilupparono in un totale isolamento
l’una dall’altra; al contrario, le norme e le consuetudini sulla schiavitù e
sulle relazioni razziali, influenzate dagli scambi commerciali e culturali,
dalle migrazioni e dalla tratta atlantica degli schiavi, si costituirono al-
l’interno di un rapporto di reciproca interazione8. Se guardiamo poi alle
strategie degli schiavi, ci rendiamo conto che, ovunque essi si trovasse-
ro, la loro preoccupazione principale fu la creazione o lo sfruttamento
di spazi di manovra all’interno del sistema normativo per aumentare la
loro autonomia e migliorare la loro vita.
L’articolo che apre questo fascicolo, Manumission and Freedom in
the Americas: Cuba, Virginia and Louisiana, 1500s-1700s, rappresenta
un esempio significativo del nuovo modo di guardare alla relazione tra
schiavitù e libertà. Se da un lato evidenzia le similitudini nelle strategie
di alcuni schiavi per ottenere la libertà, mettendo in relazione tra loro tre
contesti diversi, dall’altro sottolinea il ruolo dei regimi giuridici locali
nel determinare i tassi di manomissione e quindi la creazione di comu-
nità di liberi di colore più o meno ampie. Tuttavia, i livelli di manomis-
sione non devono essere necessariamente considerati come il risultato
di attitudini più umane dei coloni nei confronti degli schiavi o dell’as-
senza di pregiudizi razziali, ma la conseguenza di un’ampia varietà di
fattori di tipo demografico, economico e religioso. I contesti giuridici
a cui si fa riferimento, poi, non sono le dottrine o le legislazioni metro-
politane, ma codici e norme legate ai singoli contesti. In questo modo
i due autori del saggio, Ariela Gross e Alejandro de la Fuente, eviden-
ziano chiaramente come, anche nei casi riguardanti le manomissioni,
lo sviluppo di pratiche giuridiche locali, determinate dalle condizioni
economiche e sociali oltre che da fattori culturali, fosse fondamentale
per comprendere i tassi di manomissione e quindi le dimensioni delle
comunità di liberi di colore.
Se la nuova relazione tra diritto, razza e schiavitù è essenziale per
comprendere l’origine di questo fascicolo monografico, la sua novità
risiede piuttosto nel collegare il tema dei liberi di colore con la citta-
dinanza. Non solo infatti l’esistenza di questa categoria mina la tradi-
zionale bipartizione delle società schiaviste americane tra bianchi liberi
e schiavi neri, ma le richieste dei liberi di colore si trasformano, alla
fine dell’epoca coloniale, in una vera e propria sfida all’ordine politico
e sociale. Allo stesso modo, la relazione con la cittadinanza permette
di non considerare i liberi di colore esclusivamente dal punto di vista
della razza. Gli articoli qui proposti non considerano mai la dimensione
razziale come un dato di fatto, ma si interessano al contrario al modo in
cui le appartenenze razziali si costruiscono nelle configurazioni locali
Premessa 7

e nelle situazioni politiche. La razza non è dunque un elemento che


definisce a priori i liberi di colore, ma uno dei fattori che emerge dalle
interazioni tra i vari gruppi sociali.
La maggioranza dei contributi si concentra su un periodo che va
dalla seconda metà del Settecento fino alla prima metà del secolo suc-
cessivo, quando le società americane vennero scosse da una serie di
rivolte e rivoluzioni che modificarono profondamente lo scenario poli-
tico dello spazio atlantico. Non ci riferiamo tanto all’indipendenza delle
colonie americane dalle metropoli europee, ma a tensioni e processi che
iniziarono all’interno degli imperi prima della loro dissoluzione e che in
parte ne furono la causa. Nozioni come i diritti naturali, la cittadinan-
za, la sovranità popolare cominciarono a circolare prima dell’avvento
dello stato nazionale ed alcuni gruppi iniziarono ad appropriarsene e
a rivendicarne il riconoscimento da parte delle autorità coloniali9. Gli
articoli di John Garrigus e Clément Thibaud sono significativi da que-
sto punto di vista, in quanto mostrano chiaramente l’importanza delle
rivendicazioni politiche dei liberi di colore negli anni Ottanta-Novanta
del Settecento, ossia primo dello scoppio delle rivoluzioni. Se nel caso
della parte francese di Santo Domingo, analizzato in modo comparativo
con la Giamaica, la loro esclusione dalle cariche pubbliche e dall’élite
politica dell’isola li aveva portati a ribellarsi in occasione dello scoppio
della rivoluzione in Francia, nel caso della Tierra Firme (Colombia e
Venezuela), descritto da Thibaud, le cospirazioni e le sommosse degli
anni Novanta spinsero le élites creole a concedere ai liberi di colore la
cittadinanza politica al momento dello scoppio delle rivoluzioni nelle
colonie spagnole.
Il legame tra il tema dei liberi di colore e la cittadinanza si deve
anche alla riformulazione del concetto di cittadinanza, soprattutto in
epoca moderna. Da una definizione normativa, che rimandava a una
relazione diretta tra un individuo e lo stato, si è progressivamente pas-
sati a una definizione più ampia e flessibile di cittadinanza: le forme di
appartenenza erano costruite nel tessuto sociale attraverso pratiche di
integrazione e identificazione che rendevano certe persone riconoscibili
da altre come membri di una comunità. L’inclusione e l’esclusione dalla
comunità politica non erano quindi stabilite dall’alto, ma si costruiva-
no e negoziavano attraverso le pratiche sociali10. In questa concezione
della cittadinanza, la dimensione volontaristica e il consenso degli altri
assumono un’importanza fondamentale: una persona poteva diventare
membro di una comunità politica se dimostrava l’intenzione di farne
parte (attraverso la residenza, l’acquisto di una casa, il pagamento delle
tasse, la partecipazione alle milizie locali, l’occupazione di una carica
pubblica, la partecipazione a una confraternita) e se nessun altro ma-
8 Federica Morelli, Clément Thibaud

nifestava la propria opposizione. Jessica Pierre-Louis, nel suo saggio


sulle strategie di sbiancamento di alcune famiglie di ascendenza afri-
cana della Martinica, mostra chiaramente che la «bianchezza» era più
una costruzione sociale e culturale che fisica, che rimandava appunto
all’intenzione di far parte di una comunità e a concetti come l’onore,
la reputazione, l’integrità.
L’analisi della dimensione sociale della cittadinanza richiede il pas-
saggio da fonti quali i regolamenti e i codici delle varie colonie a fon-
ti di tipo giudiziario e, in particolar modo, quelle notarili. Attraverso
l’analisi di un registro di denunce e dichiarazioni che vanno dal 1778
al 1786 e riguardano un distretto meridionale dell’isola di Santo Do-
mingo, Petit- Goâve, l’articolo di Dominique Rogers, Sguardi divergenti
sull’assimilazione dei liberi di colore, dimostra che, malgrado le leggi
discriminatorie della seconda metà del XVIII secolo che in teoria li
escludevano da molti diritti e privilegi, avvicinandoli alla condizione di
schiavi, i liberi di colore dei quartieri analizzati godevano ancora del di-
ritto di ricorrere in giustizia, anche contro i bianchi, e potevano vedere
i loro diritti riconosciuti dalle autorità giudiziarie. Si ritenevano inoltre
superiori rispetto agli schiavi e molti di loro erano convinti, come i
giudici locali e gli stessi bianchi, di godere di una pari dignità con que-
sti ultimi. I conflitti sulle terre analizzati da Federica Morelli nel caso
della regione mineraria del Pacifico (tra il sud della Colombia e il nord
dell’Ecuador) dimostrano allo stesso modo che i liberi di colore non
solo potevano ricorrere in giustizia ma che, in alcuni casi, riuscirono
a impossessarsi e sottrarre le terre ai membri delle élites bianche della
sierra. Il riconoscimento giuridico dei diritti sulla terra permise loro di
essere riconosciuti come vecinos (residenti e membri della comunità) e
accedere quindi alla cittadinanza.
La dimensione sociale della cittadinanza non implicava solo possi-
bilità di integrazione al gruppo dei bianchi per i liberi di colore. Il pre-
giudizio del colore, unito al carattere flessibile e corporativo della citta-
dinanza, significava allo stesso modo essere esclusi da diritti e privilegi
anche in caso di assenza di specifiche norme discriminatorie. Tuttavia,
l’intervento della società nella definizione dei criteri di cittadinanza non
si arresta con l’introduzione della modernità politica durante e dopo
l’epoca rivoluzionaria. Nonostante la definizione di alcuni requisiti ge-
nerali nei documenti costituzionali, il margine di manovra lasciato alle
comunità locali nello stabilire i criteri di inclusione e esclusione degli
individui fu ancora estremamente rilevante. Ciò fu il risultato non solo
dell’assenza di meccanismi di controllo da parte degli stati sulle società,
ma anche del perdurare di concezioni più tradizionali che mettevano
l’accento sugli aspetti organici, corporativi e gerarchici della società.
Premessa 9

Il costituzionalismo liberale spagnolo e la sua definizione della cittadi-


nanza, legata all’antica nozione iberica di vecindad, è emblematico del-
la difficoltà di passare da un concezione organica a una individualista
del corpo politico11. I regimi liberali ottocenteschi non devono infatti
esser considerati come gli artefici di un ordine completamente nuovo
in opposizione al passato, ma piuttosto come uno strano amalgama di
antico e di moderno, di tradizione e innovazione, in cui gli elementi
ereditati dal passato convivevano e si articolavano con alcuni strumenti
della modernità politica.
Il contributo di Clément Thibaud illustra chiaramente la compene-
trazione tra la concezione sociale e organica della cittadinanza e quella
politica legata al costituzionalismo moderno: mentre la seconda è legata
alla dichiarazione del principio dell’eguaglianza giuridica, la prima è
legata a un linguaggio tipico di antico regime, quello dei privilegi. L’ar-
ruolamento dei liberi di colore nelle milizie, prima con il riformismo
borbonico e in seguito ancor di più con lo scoppio delle guerre, implica
contemporaneamente un’integrazione alla comunità di vecinos (alle mi-
lizie si estendeva infatti il fuero militare) e un processo di razializzazione
della società, in quanto i pardos (mulatti) e i morenos (neri) vengono in-
tegrati in corpi separati dai bianchi. L’accesso ai privilegi, ossia la possi-
bilità di non essere perseguibili dalla giustizia ordinaria e di essere esenti
dal pagamento delle imposte, relativizzava le incapacità giuridiche dei
liberi di colore – i quali non potevano accedere alle cariche pubbliche
–, permettendo loro l’accesso alla cittadinanza. Il fuero militar continuò
a sopravvivere anche dopo l’indipendenza nella maggior parte dei paesi
ispanoamericani, almeno fino alla seconda metà del XIX secolo.
La concezione sociale e corporativa della cittadinanza, legata al go-
dimento di certi privilegi, è evidente anche nei casi in cui i liberi di
colore, oltre alla proprietà della terra rivendicano anche quella degli
schiavi. Se nei linguaggi della modernità politica la libertà individuale è
un diritto, in antico regime la posizione di un individuo nella società, e
quindi anche il suo grado di libertà, era determinato dai privilegi. Se una
persona poteva garantire o negare un privilegio a un’altra significava
che quest’ultima si trovava in una condizione inferiore o di dipendenza.
La schiavitù rappresentava quindi un elemento costitutivo della libertà:
era la perfetta garanzia dell’esistenza di una società di uomini liberi,
in quanto rendeva possibile l’autonomia sociale ed economica dei pro-
prietari. Il passaggio da tale idea di libertà a quella di diritto inalienabile
del genere umano, stabilito dalle dichiarazioni di indipendenza e dalle
costituzioni ottocentesche, fu estremamente complesso e contradditto-
rio, come dimostra la sopravvivenza della schiavitù, nella maggior parte
dei paesi americani, almeno fino alla seconda metà del XIX secolo12.
10 Federica Morelli, Clément Thibaud

L’idea che una persona d’origine africana potesse godere della libertà
iniziò ad apparire a molti bianchi una contraddizione inaccettabile tra
la fine del Settecento e la definitiva abolizione della schiavitù. In molte
società americane questo periodo coincise infatti con la promulgazione
di una legislazione tesa a rendere più difficile la manomissione degli
schiavi. Inoltre in alcuni casi, come in Brasile e nel sud degli Stati Uniti,
i discendenti degli africani che non erano in grado di documentare il
loro status di liberi erano spesso ridotti in schiavitù13. L’estrema fluidi-
tà dei confini tra schiavitù e libertà nel corso del XIX secolo è chiara-
mente analizzata nel saggio di Hebe Mattos, The Madness of Justina
and Januário Mina. L’autrice ricostruisce alcuni percorsi di schiavi ed
ex schiavi nella regione di Paraiba, in Brasile, sottolineando come la
pazzia attribuita ai loro comportamenti dalle autorità giudiziarie fosse
il risultato del totale sradicamento cui erano sottoposti dai proprietari
a causa del cambiamento della legislazione sulla schiavitù, ossia l’aboli-
zione della tratta e la graduale emancipazione degli schiavi.
L’interpretazione più sinusoidale della cittadinanza non solo ha
messo in crisi la visione tradizionale del concetto come un cammino
universale verso un’evoluzione lineare, progressiva, univoca e unilate-
rale, ma ha reso evidenti gli ampi margini di manovra di cui anche i
liberi di colore potevano godere nelle società americane a cavallo delle
rivoluzioni atlantiche. Nonostante le discriminazioni nei loro confronti,
avevano la possibilità di accedere allo stesso status dei bianchi, ossia
di avere accesso alle cariche pubbliche, di poter svolgere determinate
professioni, di ereditare e trasmettere la proprietà, di poter ricorrere
alla giustizia. A questi, come hanno sottolineato i recenti studi sulla
rivoluzione haitiana, occorre aggiungere i diritti politici. Liberandosi
dell’idea che la rivoluzione fosse il risultato della lotta degli schiavi afri-
cani contro i proprietari bianchi, le nuove ricerche hanno infatti dimo-
strato che i primi conflitti della parte francese di Santo Domingo non
si devono tanto alla resistenza degli schiavi, ma alle crescenti discrimi-
nazioni contro i liberi di colore e la loro aspirazione ai diritti politici.
Da qui, come ci spiega John Garrigus nel suo saggio comparativo tra
questa colonia e la Giamaica, la differenza del destino delle due colo-
nie durante l’epoca rivoluzionaria. Mentre nel caso della prima si era
assistito, nei decenni prima dello scoppio della rivoluzione in Francia,
a una totale esclusione dei liberi di colore dalle cariche pubbliche, nel
caso della colonia britannica, malgrado le restrizioni discriminatorie nei
confronti dei liberi di colore, il sistema delle eccezioni aveva consentito
ad alcuni mulatti ricchi di entrare nell’arena politica, evitando che si
trasformassero, come nel caso dei francesi nativi di Santo Domingo,
Julien Raimond e Vincent Ogé, in uomini politici influenti, capaci di
Premessa 11

convincere le élites metropolitane dell’ingiustizia del sistema razziale.


Probabilmente il loro inserimento nel sistema politico avrebbe evitato
lo scoppio della guerra civile nell’isola. Lo scoppio della Rivoluzione
francese e la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino dettero
loro non solo la possibilità di opporsi con le armi alle discriminazioni dei
bianchi, ma anche di accedere all’uguaglianza politica. Se prima della
rivoluzione eguaglianza razziale significava diritto a diventare medico o
avvocato, dopo il 1789 comportava l’accesso al potere politico14.
Gli effetti della rivoluzione haitiana, come ha chiaramente dimo-
strato la storiografia recente, giunsero immediatamente in tutta l’area
atlantica, alimentando non solo le aspirazioni degli abolizionisti, ma
anche quelle dei liberi di colore15. Il caso ispanoamericano è ancora una
volta esemplare da questo punto di vista, come ci spiega l’articolo di
Clément Thibaud: le cospirazioni venezuelane e colombiane della fine
degli anni Novanta del Settecento non sono tanto movimenti precurso-
ri dell’indipendenza, ma congiure guidate da pardos alla ricerca dell’e-
guaglianza giuridica e politica con i bianchi16. Grazie alla circolazione
degli ideali del repubblicanismo, della libertà e dell’uguaglianza, non
solo i liberi di colore presero coscienza di poter aspirare agli stessi diritti
dei bianchi, ma furono tra i difensori più convinti di questi stessi prin-
cipi. Questo, insieme al timore di una guerra tra razze, contribuì al ri-
conoscimento dell’eguaglianza politica durante la crisi della monarchia
spagnola, come attestano le costituzioni del Venezuela e della Nuova
Granada nel 1811 e nel 181217.
Le guerre, con la loro enfasi sull’immagine del cittadino-soldato,
favorirono ancora di più l’integrazione dei liberi di colore alla cittadi-
nanza, rendendo inoltre possibile, come nota l’articolo di Federica Mo-
relli, la liberazione di numerosi schiavi18. Con l’emergere di una classe
politica e militare nera – che comprendeva generali, senatori e deputati
– e l’accesso al voto di un ampio segmento della popolazione di colore,
l’élite bianca iniziò a sentirsi minacciata. La paura portò progressiva-
mente a mutare i termini della questione: i liberi di colore, servendosi di
leggi e costituzioni, denunciavano le discriminazioni razziali alle quali
erano sottoposti, mentre il tema dell’unità e della concordia era usato
dai creoli per condannare le azioni dei pardos come attentato e minaccia
al mito dell’armonia razziale19. Malgrado le opportunità di ascensione
create dall’epoca rivoluzionaria e dalle guerre, i liberi di colore furono
progressivamente esclusi dalla scena politica nella maggior parte dei
paesi dello spazio atlantico. Come illustra l’articolo di Hebe Mattos l’a-
bolizione della tratta e poi della schiavitù non solo resero quest’ultima
più dura, provocando un incremento nel commercio interno e quindi
nell’instabilità delle loro vite (vedi il caso della schiava Justina), ma pro-
12 Federica Morelli, Clément Thibaud

vocarono una progressiva proletarizzazione e sradicamento dei liberi


di colore (vedi il caso di Januário). Nonostante questi ultimi godessero
formalmente dello status di cittadini, le condizioni di lavoro cui erano
sottoposti rimandavano allo stigma del linguaggio razziale. Con l’avvi-
cinarsi dell’abolizione della schiavitù, le politiche dei vari stati america-
ni miravano infatti a preparare i liberi di colore a entrare nel mercato
del lavoro come una sotto-classe di contadini e lavoratori, o in tempo di
guerra di soldati, ai margini della vita politica e della cultura pubblica.
Nonostante gli arretramenti della seconda metà dell’Ottocento,
questo fascicolo ha dimostrato che la cancellazione della razza fu una
delle principali poste in gioco dell’epoca rivoluzionaria: gruppi a priori
esclusi da determinati diritti si mobilitarono per cancellare la macchia
imputata loro da una parte della società. Da questo punto di vista, l’a-
nalisi di attori e spazi normalmente ritenuti periferici dalla storiografia
permette una comprensione più globale e profonda della costruzione
della cittadinanza tra epoca moderna e contemporanea.

FEDERICA MORELLI, CLÉMENT THIBAUD

Note al testo
1 Il numero monografico è il risultato del workshop Les libres de couleurs dans l’espace
atlantique, tenutosi all’Università di Nantes il 13 e 14 febbraio 2014, grazie al sostegno del
progetto STARACO (Statuts, race couleurs dans le monde Atlantique de l’antiquité à nos jours:
www.staraco.org).
2 T. HERZOG, Defining Nations: Immigrants and Citizens in Early Modern Spain and Spanish
America, New Haven (Conn.) 2003, pp. 152-62.
3 Vedi ad esempio il classico studio di D. COHEN, J. GREENE (eds), Neither Slave nor Free:
The Freedman of African Descent in the Slave Societies of the New World, Baltimora 1972.
4 F. TANNENBAUM, Slave and Citizen: The Negro in the Americas, New York, 1946.
5 F. FERNANDES, A integração do negro na sociedade de classes, São Paulo 1965; E. VIOTTI
DA COSTA, The Brazilian Empire: Myths and Histories, Chicago 1985; R. GRAHAM (ed.), The
Idea of Race in Latin America, 1870-1940, Austin 1990; W.R. WRIGHT, Café con Leche: Race,
Class, and National Image in Venezuela, Austin 1990; G.R. ANDREWS, Blacks & Whites in São
Paulo, Brazil, 1888-1988, Madison 1991; P. WADE, Blackness and Race Mixture: The Dynamics
of Racial Identity in Colombia, Baltimore 1993; G.R. ANDREWS, Afro-Latin America, 1800-2000,
Oxford-New York 2004.
6 Vedi ad esempio, A. DE LA FUENTE, A. GROSS, Comparative Studies of Law, Slavery, and
Race in the Americas, in «Annual Review of Law & Social Science», 6 (2010), pp. 469-85.
7 J. GARRIGUS, Before Haiti: Race and Citizenship in French Saint-Domingue, New York 2006;
R.L. TURITS, Par-de-là des plantations: question raciale et identités collectives à Santo Domingo,
in «Genèses», 66 (2007), pp. 51-68; A.J. GROSS, What Blood Won’t Tell: A History of Race on
Trial in America, Cambridge (Mass.) 2008.
8 K. GRINBERG, Freedom Suits and Civil Law in Brazil and the United States, in «Slavery
& Abolition», 22/3 (2001), pp. 66-82; R.J. SCOTT, Degrees of Freedom: Louisiana and Cuba
Premessa 13

after Slavery, Cambridge (Mass.) 2005; L.W. BERGAD, The Comparative History of Slavery in
Brazil, Cuba, and the United States, New York 2007; E.L. WONG, Neither Fugitive nor Free:
Atlantic Slavery, Freedom Suits, and the Legal Culture of Travel, New York 2009; A.J. GROSS,
Legal Transplants: Slavery and the Civil Law in Louisiana, in «USC Law Legal Studies», Paper
No. 09-16, 2009, URL: http://ssrn.com/abstract=1403422; D.W. GREENE, Determining the
(in)determinable: race in Brazil and the United States, in «Michigan Journal of Race and Law»,
14/2, (2009), pp. 143-95.
9 J. BURBANK, F. COOPER, Empires in World History. Power and Politics of Difference,
Princeton 2010, pp. 7 e 219-50.
10 Vedi ad esempio HERZOG, Defining Nations cit.; A. GORDON, T. STACK, Citizenship
Beyond the State: Thinking with Early Modern Citizenship in the Contemporary World, in
«Citizenship Studies», 11/2 (2007), pp. 117-33; S. CERUTTI, Étrangers: Étude d’une condition
d’incertitude dans une société d’Ancien Régime, Paris 2012.
11 F.X. GUERRA, El ciudadano y su reino. Reflexiones sobre la génesis del ciudadano en
América latina, in H. SABATO (coord.), Ciudadanía política y formación de las naciones, Buenos
Aires 1999, pp. 33-61.
12 E. FONER, The Story of American Freedom, New York 1998 (trad. it., La storia della
libertà americana, Roma 2000); R. BLACKBURN, The American Crucible: Slavery, Emancipation
and Human Rights, London 2011.
13 S. CHALHOUB, Illegal Enslavement and the Precariousness of Freedom in Nineteenth-cen-
tury Brazil, in J. GARRIGUS, C. MORRIS (eds), Assumed Identities: The Meaning of Race in the
Atlantic World, Arlington 2010, pp. 88-115. Vedi anche la celebre autobiografia di S. NORTHUP,
Twelve Years A Slave; Narrative of a Citizen of New-York, Solomon Northup, Kidnapped in
Washington City in 1841, Rescued in 1853, From a Cotton Plantation Near the Red River, in
Louisiana, New York 1853.
14 C.E. FLICK, The making of Haiti: the Saint Domingue revolution from below, Knoxville
(TN) 1990; L. DUBOIS, A Colony of Citizens: Revolution and Slave Emancipation in the French
Caribbean, 1787-1804, Chapel Hill (NC) 2004; F. RÉGENT, Esclavage, métissage, liberté: la
révolution française en Guadeloupe, 1789-1802, Paris 2004; J.D. POPKIN, You Are All Free: The
Haitian Revolution and the Abolition of Slavery, Cambridge 2010.
15 D.P. GEGGUS (ed.), The Impact of the Haitian Revolution in the Atlantic World, Columbia
2001; ID., The Caribbean in the Age of Revolution, in D. ARMITAGE, S. SUBRAHMANYAM (eds),
The Age of Revolutions in Global Context, c. 1760-1840, New York 2010, pp. 83-100; A. FERRER,
La société esclavagiste cubaine et la révolution haïtienne, in «Annales HSS», 58 (2003), pp.
333-56; N. DESSENS, From Saint-Domingue to New Orleans: Migration and Influence, Gainesville
2007.
16 Vedi anche A.E. GÓMEZ, La Revolución de Caracas desde abajo, in «Nuevo Mundo Mundos
Nuevos», 8, 2008, URL: http://nuevomundo.revues.org/32982.
17A. HELG, Liberty and Equality in Caribbean Colombia, 1770-1835, Chapel Hill (NC)
2004; M. LASSO, Myths of Harmony: Race and Republicanism during the Age of Revolution,
Colombia 1795-1831, Pittsburgh 2007.
18 P. BLANCHARD, Under the Flags of Freedom: Slave Soldiers and the Wars of Independence
in Spanish South America, Pittsburgh 2008.
19 M. LASSO, Race War and Nation in Caribbean Gran Colombia, Cartagena, 1810-1832, in
«The American Historical Review», 111 (2006), pp. 336-61.