Sei sulla pagina 1di 259

Roberto Albanesi

Migliora la tua
intelligenza

2
Copyright 2013 by Thea s.r.l.
Via Rotta 24 – 27020 Travacò Siccomario (PV)
Tel. 349/2689058
Sito Internet: http://www.albanesi.it

Revisione editoriale: Daniele Lucarelli


Realizzazione eBook: Luca Lazzari

3
Sommario
Prefazione

Cap. 1 - Perché nasciamo stupidi


Cap. 2 - La raziologia
Cap. 3 - L’intelligenza esistenziale
Cap. 4 - La logica raziologica
Cap. 5 - La statistica raziologica
Cap. 6 - La teoria della scelta razionale
Cap. 7 - L’intelligenza acquisitiva
Cap. 8 - Gli errori raziologici
Cap. 9 - Il dialogo

App. A - Il problema dei tre bicchieri


App. B - Mastermind
App. C - Studiare per la scuola o per la vita?
App. D - Il gioco dei compleanni

Catalogo - I best-seller di www.albanesi.it

4
Prefazione
La raziologia è la scienza che ho definito studiando l’applicazione della
razionalità nella vita quotidiana, per capire il mondo che ci circonda.
Originariamente pensavo che si potesse spiegare alle persone, in modo
semplice e colloquiale, come vivere al meglio (la strategia esistenziale del
Well-being, il benessere); ben presto mi sono però dovuto ricredere perché ho
scoperto che una percentuale troppo grande di persone si perde in un bicchier
d’acqua:

•• non sa valutare la coerenza dei propri ragionamenti, usando sempre l’istinto


per le proprie scelte che a volte, alla fine, si rivelano disastrose.
•• Non sa andare in profondità nei propri pensieri, finendo vittima di luoghi
comuni (il terribile senso comune), assumendo posizioni di comodo,
semplicistiche, che non costringano a pensare troppo.
•• Non sa valutare alcuna situazione in cui siano coinvolti dei numeri: dalle
proprie finanze alla propria salute, dal proprio hobby al proprio lavoro; ogni
volta che ci sono numeri in ballo, la vita diventa un gioco d’azzardo in cui,
molto spesso, escono i numeri che si erano scartati.
•• Pur pretendendo di sapere cosa è giusto o sbagliato, non sa mai giustificare
le proprie posizioni di fronte a un interlocutore serio, finendo per stizzirsi e
per puntare i piedi su ciò che (a questo punto solo fideisticamente) “sente”
essere corretto.

Mi sono reso conto che, ideando il Well-being (Capitolo 3, L’intelligenza


affettiva), avevo svolto solo una piccola parte del lavoro, offrendo strumenti
che potessero migliorare l’intelligenza affettiva. Questo testo chiude il cerchio,
consentendo al lettore di migliorare anche le altre componenti
dell’intelligenza esistenziale, la forma più importante perché ci garantisce la
miglior vita possibile a partire dalle condizioni personali.
Sicuramente un matematico potrebbe risultare deluso dall’approccio
raziologico, ritenendolo molto discutibile. Dal suo punto di vista
probabilmente ha ragione, però occorre rilevare che la raziologia non è una
disciplina formale (pur usando strumenti logici o matematici), ma è più simile
a una teoria economica dove l’obbiettivo non è tanto dimostrare quanto
spiegare la realtà: la raziologia ha come fine prioritario quello di insegnare
alle persone a ragionare. Non a caso, la parte più interessante della raziologia

5
è quella che descrive sistematicamente gli errori raziologici. Tutto il resto è
propedeutico a questa parte.
Dobbiamo chiederci perché la filosofia e la logica matematica non sono
riuscite a far ragionare le persone. Per rispondere proviamo a leggere due
opere relativamente moderne, L’arte di ottenere ragione e il Trattato
dell’argomentazione di Perelman (1958); pur nella loro diversità, entrambe le
opere ci trasmettono la stessa sensazione: non sono in grado di “parlare a
tutti”. Il soggetto dotato di una cultura orientata al problema si perde nella
miriade di osservazioni, nella terminologia, nel formalismo che ha sempre
caratterizzato la dialettica e la logica (matematica), di fatto rendendo nullo lo
spessore pratico dell’opera. Intendiamoci, molti concetti li troverete anche
qui, ma la raziologia si differenzia da analoghe discipline classiche perché
applica un concetto top-down, tralasciando tutto ciò che risulta ininfluente
nella quotidianità. Se vogliamo un paragone, la raziologia sta alle discipline
classiche come un ottimo preparatore atletico sta a un fisiologo dello sport. Il
preparatore atletico conosce la fisiologia dello sport, ma trasferisce al suo
allievo solo ciò che serve concretamente, nella forma (allenamenti) che sarà
utile a farlo migliorare.
Riepilogando,

la raziologia è la scienza che definisce e studia l’intelligenza esistenziale,


classificando e descrivendo gli errori raziologici che non ci consentono di
comprendere la realtà che ci circonda.

La raziologia studia direttamente le due componenti dell’intelligenza


esistenziale, l’intelligenza razionale e quella acquisitiva. Per quanto riguarda
l’intelligenza affettiva, la raziologia non fa che evidenziare le conseguenze sul
piano razionale (errori “affettivi”) delle ricerche del Well-being.

6
Cap. 1 - Perché nasciamo stupidi
Questo capitolo è fondamentale per la comprensione dell’intero testo perché
fissa il punto di vista dell’intero pianeta razionalità.
Occupandomi di alimentazione e di sport, mi trovo spesso a discutere con
persone che non hanno particolarmente affinato le loro capacità razionali. Le
riconosco perché, quasi in ogni frase, c’è un punto facilmente contestabile.
Non si tratta solo di scarsa cultura (molti di loro sono laureati), ma di vera e
propria incapacità di pensare correttamente: errori logici, statistici, di coerenza
ecc. Quando queste persone passano a trattare argomenti della vita quotidiana
è un massacro: luoghi comuni, deduzioni impossibili, ragionamenti
contraddittori e tanta, tanta superficialità. Alla base di ciò c’è un errore
comune:

pensare di saper ragionare solo perché si ha un cervello, si sa leggere e


scrivere, si è istruiti.

In realtà, avere un cervello non è che il primo passo, occorre saperlo fare
funzionare.

Che futuro ha Tarzan?


Supponiamo che un bambino sia allevato veramente dalle scimmie. Che grado
di intelligenza potrebbe raggiungere? Non solo non sarebbe mai una persona
istruita, ma molto probabilmente si fermerebbe al solo istinto anche per ciò
che concerne tutto quello che è correlabile con il concetto di intelligenza.
Se è vero che molti animali domestici (per esempio i cani), per quanto
addestrati e per quanto stupefacenti in certi atteggiamenti, non arrivano mai a
livelli di intelligenza umanamente significativi, è anche facilmente
comprensibile che un novello Tarzan non riuscirebbe a diventare
cerebralmente evoluto, come la sua genetica permetterebbe se fosse educato al
meglio.
Quando nasciamo siamo tanti Tarzan, con il vantaggio che le nostre case sono
decisamente più confortevoli della foresta. In particolare abbiamo attorno altri
umani che iniziano ad allenare il nostro cervello affinché si stacchi dalla
situazione totalmente istintiva per entrare in una dimensione cognitiva,
sicuramente più utile alla vita.

7
Per motivi vari, purtroppo, questo allenamento è spesso incompleto o
imperfetto; il risultato è che nella popolazione molti si ritengono esseri
intelligenti pur avendo percorso solo un piccolo tratto della strada che porta
alla massima intelligenza possibile.
Sono dei Tarzan un po’ evoluti, ma ancora più vicini alle scimmie che al vero
Uomo.

I limiti della scuola


Chi si è convinto che l’intelligenza vada coltivata e sviluppata potrebbe essere
portato a credere che questo compito spetti alla scuola. In linea puramente
teorica ciò è vero, ma dal punto di vista pratico i programmi scolastici non
sono adatti allo scopo perché sono

•• troppo datati
•• troppo orientati verso questa o quella materia
•• legati a una concezione della razionalità ormai superata.

Razionalità è infatti un termine che può assumere molteplici significati a


seconda del settore in cui viene utilizzato. Il significato più comune è quello
desunto dalla filosofia analitica, cioè la razionalità della credenza,
caratterizzata dai due requisiti di coerenza e fondatezza. La scienza ha poi
aggiunto a questo senso comune del termine la presenza di metodi e criteri
(induttivi o deduttivi) in grado di garantire la coerenza, la fondatezza e di
accrescere la conoscenza.
Per il Well-being è importante il ruolo che la razionalità gioca nella
comprensione del mondo, per cui, con definizione ristretta, la

(1) razionalità è l’impiego della ragione per comprendere il mondo, evitando


ogni sorta di errore interpretativo.

Proprio rifacendosi agli errori interpretativi, è facile comprendere che la


fondatezza viene esplorata studiando l’informazione e i fattori che possono
portare a una distorsione di essa e che la coerenza viene analizzata utilizzando
metodi e criteri scientifici.

L’analfabetismo razionale

8
La didattica attuale pone poca attenzione alla razionalità del soggetto definita
come in (1). Da secoli si è convinti che attraverso lo studio e la cultura sia
possibile aumentare la razionalità fino a un livello di eccellenza poiché si
pensa che, in genere, il semplice vivere in mezzo agli altri sia sufficiente a una
persona istruita per coltivare la propria razionalità.
A dire il vero alcune discipline, come la logica, sembrano voler spezzare
questa illusione; altre, come la statistica, mettono ormai in guardia
dall’analfabetismo statistico che domina la società. I richiami a un netto
aumento della priorità didattica dello sviluppo della razionalità riguardano
solo persone ormai adulte, pronte a entrare nel mondo del lavoro, persone in
cui le scuole dell’obbligo e quelle superiori hanno instillato la convinzione
che razionali lo sono già!
L’errore nella cultura - Molte persone (quelle che hanno una personalità che
il Well-being definisce contemplativa) si difendono dietro la cultura, convinti
che essa sia una condizione necessaria per vivere la vita in tutta la sua
potenzialità. In realtà ho conosciuto persone ignoranti e felici e altre colte e
disperate. Leggere molti libri, conoscere molte lingue, ascoltare buona musica
aiuta sicuramente nella comprensione del mondo, ma se ci si bea di tutto ciò e
non si è concreti non si farà molta strada per comprendere come funziona
realmente il mondo. Chi ha una buona capacità cerebrale e una buona cultura
dovrebbe capire che ha percorso solo il primo dei cento gradini che portano
alla meta; solo con questa modestia potrà arrivare in cima. I filosofi che
conoscono Kant alla perfezione o i fisici nucleari che sanno tutto sulle
particelle strane, ma che non sanno gestire la propria vita, sono l’esempio di
come la cultura sia inutile senza la vera intelligenza. L’artista che disprezza chi
non riesce a penetrare i sottili segreti dell’arte e vive una vita maledetta è un
altro esempio di scarsa intelligenza.
In quanto dispensatrice di cultura, per non sminuirne il valore e per evitare
una critica a sé stessa, la scuola non ci dice chiaramente che

la cultura non deve essere il surrogato dell’intelligenza.

La formazione
La sopravvalutazione della cultura può essere sinteticamente espressa nel
ritenere che ogni materia (qualità) vada bene, che più si studia meglio è
(quantità).

9
Sulla qualità è molto importante essere oggettivi. Da amante degli scacchi
potrei sostenere (e molti mi darebbero ragione) che gli scacchi sono un ottimo
modo di accrescere la propria razionalità. In effetti ciò è vero, ma è facile
dimostrare che ne accrescono solo certi aspetti. Molti forti scacchisti sono
superstiziosi (basta ricordare la sfida mondiale fra Karpov e Korchnoji), altri
non sanno destreggiarsi bene con i numeri ecc. Si tratta pertanto di
riconoscere come una materia accresca la razionalità, senza sopravvalutarla
solo perché la conosciamo e la amiamo.
È inutile negarlo: una formazione umanistica o scientifica può avere una
diversa influenza sulla razionalità. Ovviamente ciò non significa fare una
classifica delle varie discipline perché una loro valutazione complessiva non
può tener conto della sola propensione al razionale.
Le discipline umanistiche - Le discipline umanistiche danno tutte una grande
importanza al linguaggio. Come difetto generale hanno una scarsa, o nulla,
propensione alla visione numerica della realtà per cui l’elaborazione dei dati è
la caratteristica della razionalità che più di ogni altra ne risente. Possono
dividersi sommariamente in due classi: quelle non logiche e quelle logiche.
Quelle non logiche sono sicuramente le meno razionali. Ne fanno parte tutte
quelle discipline umanistiche che non usano particolarmente la logica, ma si
servono del linguaggio come arma descrittiva fondamentale. Le lettere (e, con
estensione un po’ azzardata, l’arte in generale), le lingue e la storia sono
esempi convincenti. Possono sviluppare al più il buon senso del soggetto
anche se si deve rilevare che, se manca lo spirito critico, molto probabilmente
non si è in grado, nella quotidianità, di traslare correttamente le nozioni
apprese. Per esempio, la storia è importante, ma è necessario che si sappiano
valutare le differenze fra una situazione occorsa due secoli fa e un’altra
occorsa ieri!
Esempi di discipline umanistiche logiche sono la filosofia, il diritto e la
psicologia. La logica è pesantemente usata, tant’è che i filosofi classici
pensavano di poter arrivare a verità universali con il solo uso di essa.
Purtroppo la mancanza dell’aspetto quantitativo della realtà è decisamente
penalizzante per lo sviluppo della razionalità. Solo recentemente, grazie
all’impiego di metodi statistici, si è sviluppata la propensione all’analisi
numerica della realtà, ma tutto ciò è riservato alla ricerca e viene visto come
un mezzo per supportare concetti che comunque prescindono da una
formulazione matematica e numerica.
Le discipline scientifiche - Poiché si basano su metodi e criteri che
pretendono di essere oggettivi, le discipline scientifiche non possono fare a

10
meno né di una descrizione quantitativa della realtà né della logica, necessaria
per ampliare le conoscenze. Inoltre, quelle che sono sperimentali, consentono
di affinare il concetto di esperienza e quindi, implicitamente, allenano il buon
senso.
Di fronte a una disciplina scientifica è quindi necessario comprendere come
essa alleni la razionalità; molto spesso si scoprirà che una branca della
disciplina X è molto più razionale (nel senso che allena meglio e usa
maggiormente la razionalità) di un’altra branca della stessa disciplina. Si pensi
per esempio alla medicina e alla differente razionalità di un ottimo chirurgo
(che al limite potrebbe essere bravissimo, ma di scarsa razionalità) rispetto a
quella di un ottimo genetista che studia il genoma umano. Mediamente, il
secondo è più abituato a usare strumenti logici e statistici, quindi è più
allenato alla razionalità.
Nell’informatica è estremamente razionale il progettista di una rete (deve
necessariamente interagire con la realtà), mentre lo è molto meno chi vuole
progettare un nuovo linguaggio, compito abbastanza astratto e limitato alla
sola logica.
Diverse discipline scientifiche sono molto descrittive (per esempio la
zoologia); in esse la parte logico-deduttiva e quella matematica non sono certo
paragonabili a quelle di materie come la fisica.

La mentalità
A causa del processo educativo, il singolo può essere portato verso una
mentalità umanistica o verso una mentalità scientifica. Non è difficile
accorgersi che l’impiego della ragione è profondamente diverso a seconda che
sia gestito da una mentalità umanistica o da una mentalità scientifica. Si parla
di mentalità e non di formazione perché, se la formazione è pure molto
importante per creare la mentalità, non necessariamente porta allo stesso tipo
di mentalità: è importante quindi capire che

ci sono ingegneri con una mentalità umanistica e letterati e artisti con una
mentalità scientifica.

Praticamente:

chi ha una mentalità umanistica ritiene che si possa vivere bene anche senza
un approccio scientifico alla realtà, chi ha una mentalità scientifica no.

11
Detto in altri termini: per avere la massima intelligenza esistenziale,

la formazione può essere umanistica o scientifica, ma la mentalità deve


essere scientifica!

Chi ha una mentalità umanistica tende a “innamorarsi” del linguaggio (che


comunque è un’espressione razionale), subordinandolo alle sue tesi; chi ha
una mentalità scientifica lo usa solo come mezzo per i meccanismi logici che
portano a dedurre proposizioni.
Chi ha una mentalità umanistica usa quindi molto bene il linguaggio, ma non
impiega altrettanto bene né i processi logici che evidenziano le contraddizioni
né i processi deduttivi e cade spesso vittima di errori interpretativi; spesso
difetta del processo di autoverifica, omette cioè di verificare se la sua
proposizione sia o meno attaccabile. Usa solo una parte della sua razionalità.
Chi ha una mentalità umanistica è spesso schiavo dei sentimenti, non essendo
capace di definire il loro rapporto con la ragione, non conoscendo cioè la
gerarchia di Albanesi (ved. Capitolo 3).
Chi ha una mentalità scientifica è così abile a utilizzare la ragione che non la
teme e quindi la utilizza anche per autoverificare le sue tesi, eventualmente
modificandole se vi trova degli errori. Di solito è dotato di ottimo spirito
critico purché non sia di natura un bastian contrario (mette tutto in
discussione).
Questo paragrafo può essere molto spiacevole per chi si vede criticato, ma la
realtà dei fatti indica che il mancato possesso di una mentalità scientifica
amplifica i problemi che possiamo incontrare nella vita di tutti i giorni.

La coscienza di una materia


Dopo aver studiato l’aspetto qualitativo delle varie materie, prendiamo in
esame l’aspetto quantitativo. Da questo punto di vista la scuola è carente
nell’indicare la separazione fra ciò che serve per la vita e ciò che serve per il
lavoro; il non scholae sed vitae discimus (non studiamo per la scuola, ma
per la vita) di Seneca lasciava sottintendere che tutto ciò che impariamo a
scuola è (o dovrebbe essere) utile nella vita di tutti i giorni. Ovviamente non è
vero ed è questa facile consapevolezza che porta molti studenti a snobbare gli
studi.
In matematica, non penso proprio che sapere tutto della funzione zeta di

12
Riemann possa definirsi utile a chi non deve usarla per lavoro, mentre saper
maneggiare il sistema sessagesimale (sistema che, per esempio, usiamo
comunemente quando lavoriamo in termini di minuti e secondi) è sicuramente
utile a tutti. In medicina, conoscere la tecnica operatoria di un trapianto non
serve per la qualità della vita, avere le idee chiare sul colesterolo sì perché
potrebbe allungarci l’esistenza. È abbastanza facile capire che per ogni materia
esiste una netta demarcazione fra ciò che è utile solo come oggetto d’amore e
per il proprio lavoro e ciò che è utile a tutti, al di fuori del fatto che si ami
quella materia o che la si usi per lavoro. Basta chiedersi: “questo argomento di
questa materia serve a tutti nella vita?”.
Non valgono risposte generiche del tipo “sì, perché fa diventare più
intelligenti” oppure “sì, perché accresce lo spirito”; siffatte risposte le ho
abolite da quando a scuola volevano convincermi che “il latino apre la
mente”. In realtà, persone che non sanno nulla di latino o non apprezzano i
quadri degli impressionisti possono aver capito tutto della realtà attorno a
loro.
Con grande sorpresa si troveranno materie che hanno un reale peso pratico
nella vita quotidiana e altre che ce l’hanno solo se sono nostri oggetti d’amore
(scandalizzando qualcuno, Mozart è quindi utile come l’ultimo cantante rock
che ha venduto milioni di dischi) o se le usiamo nella nostra attività
lavorativa.
Generalizzando:

ogni materia ha una coscienza che è quell’insieme di nozioni la cui


comprensione è utile a tutti.

Compiti prioritari della scuola dovrebbero essere

•• formare le coscienze delle varie materie;


•• approfondire quelle materie che servono per il futuro lavoro di chi ha
scelto un determinato indirizzo scolastico.

Se il secondo compito è da anni recepito (magari mal realizzato, ma nessuno


lo metterebbe in dubbio), il primo sicuramente no perché i programmi
scolastici sono datati e non conoscono ancora (né sono in sintonia con) il
concetto di coscienza. Alcune domande agli addetti del mondo
dell’educazione della scuola media:

13
•• come è possibile vincere il sovrappeso se negli studenti non si forma una
coscienza alimentare?
•• Come è possibile evitare che la gente si rovini se negli studenti non si forma
una coscienza economica?
•• Come è possibile migliorare la sanità se negli studenti non si forma una
coscienza medica?

L’elenco sarebbe infinito...


Per molte materie la scuola è sufficiente a formare la coscienza culturale
(pensiamo alla coscienza storica), ma per altre sicuramente no. In alcuni casi
passano le scuole medie superiori (e si laureano pure) studenti che sanno tutto
di Ippolito Nievo, ma che non sono in grado di scrivere una mail al mio sito
senza gravi errori di ortografia e di sintassi (aspetti che appartengono alla
coscienza letteraria). Quando queste persone dovranno presentare un
curriculum, a cosa servirà loro il saper commentare le Confessioni di un
italiano?

Due esempi
Tutto il tempo che ho buttato studiando latino allo scientifico sarebbe stato
più utile se dedicato a materie più concrete perché quel poco di latino che
serve arriva comunque a noi tramite l’esperienza [per esempio, non ho
studiato greco, ma conosco la radice di moltissime parole greche
semplicemente perché mi sono state rese note da altri approcci culturali: molti
sanno che biologia deriva da bios (vita) senza aver fatto studi classici] e non
hanno senso giustificazioni arcaiche come “il latino apre la mente” perché è
banale capire che gli scacchi o il sudoku l’aprono di più! Se, per esempio, per
una persona non più giovanissima l’obbiettivo è di tenere aperta la mente, è
già buona cosa leggersi i classici della letteratura, ma sarebbe molto meglio
imparare l’ambiente Internet e saper fare ricerche in Google. Conosco persone
dalla cultura generale molto limitata che ci riescono facilmente e laureati che
non sanno che pesci pigliare.
A chi non fosse ancora convinto della minima utilità del latino suggerisco di
fare una ricerca in Internet di una qualunque massima latina, del tipo in medio
stat virtus oppure perseverare diabolicum est. Non cercate la frase corretta,
ma un errore del tipo “in medium stat virtus” oppure “perseverare diabolicus
est”. Scoprirete che molte persone che hanno una cultura classica e quindi
hanno studiato latino non sanno nemmeno distinguere fra neutro e maschile,

14
accusativo o ablativo. In un famoso sito a sfondo legale un articolo iniziava
così: “Errare humanum est, perseverare diabolicus. Così la pensavano i
Latini” e l’errore era ripetuto più avanti (non era cioè un refuso!).
Dopo questa premessa molti potrebbero credere che avessi voti mediocri in
latino, in realtà sono autorizzato a parlare perché avevo voti altissimi in tutte le
materie umanistiche. Sono pertanto convinto che lo studio di alcune materie
umanistiche (come latino e greco) sia inutile e, in alcuni casi, penalizzante
perché allontana da una mentalità scientifica.
Il primo esempio di questo paragrafo si rifà a un aneddoto. Passeggiando per
le vie di Nizza in compagnia di amici nel periodo dei saldi, tutti notammo
enormi cartelli che dicevano “Soldes jusqu’à 70%” (Saldi fino al 70%).
Un’amica ci confessò che le era venuto spontaneo pensare che jusqu’à
derivasse dal latino usque ad; io le feci notare che anche altri di noi avevano
riflettuto sulla frase, ma avevano pensato “fino a… è un bel modo di fregare il
cliente, dicendo la verità (un esempio di seminformazione, ved. Capitolo 8);
nel negozio c’è un articolo scontato al 70% e tutti gli altri con sconti molto
inferiori”. Ora, nella vita, quale delle due riflessioni è più utile, quella latinista
o quella economica?
Per dare un colpo al cerchio e uno alla botte, il secondo esempio riguarda la
matematica. Il vecchio razionalismo tendeva a identificare l’intelligenza con
l’abilità a risolvere quesiti a sfondo logico, matematico. Non a caso,
moltissimi test di intelligenza si basano su numeri, forme geometriche,
deduzioni ecc. L’esasperazione di questa situazione è rappresentata dai
moltissimi giochini matematici che si ambientano in scenari per nulla
realistici. Il soggetto li risolve grazie alle sue competenze matematiche e si
crede intelligente, salvo poi non essere in grado di fare scelte azzeccate per
esempio sulla sua salute.

La falsa cultura
Un atteggiamento molto più grave di quello della persona colta che si ritiene
intelligente è quello di chi si ritiene intelligente, sbandierando una falsa
cultura.
La falsa cultura in un adulto è simile al tentativo di un giovane studente di
passare un esame copiandone la soluzione. Tutti noi sappiamo che prima o
poi, anche se l’esame è passato, la verità verrà a galla e difficilmente il nostro
giovane avrà un futuro brillante, soprattutto se la materia dove ha barato serve

15
per il suo lavoro. L’adulto non è messo di fronte all’esame, ma per motivi vari
è spesso incline a farsi una cultura senza partire dalle basi, illudendosi di
avere capito tutto.

Il ruolo dei media


Il fenomeno della falsa cultura è decisamente in espansione perché è
amplificato dai media che trasmettono informazioni in maniera incompleta o
spesso poco fruibile. Se si considera che molti adulti, pentendosi della loro
scarsa attività scolastica, cercano scorciatoie per “capire tutto”, si comprende
come dall’incontro di domanda scadente e offerta pressante non possa che
nascere una falsa cultura.
Il quesito che si deve risolvere è il seguente: che differenza esiste fra sapere
un concetto e comprenderlo pienamente?
L’importanza della risposta è notevole perché dal sapere incompleto nascono
facilmente gli errori poiché si applicano in modo errato conoscenze parziali.
La risposta è semplice:

chi ha compreso sa risalire alle basi, alle fondamenta della materia che sta
discutendo.

Chi invece cerca scorciatoie si illude che moltissime nozioni possano essere
apprese senza aver prima chiarito le basi della materia; così persone di
scarsissima cultura letteraria pendono dalle labbra di Benigni quando spiega la
Divina Commedia, mentre altri, di scarsa cultura scientifica, pendono da
quelle di Piero Angela quando questi spiega uno strano fenomeno naturale.
Non c’è nulla di sbagliato in ciò, se non che l’utente scambia come punto
d’arrivo ciò che in realtà dovrebbe essere un punto di partenza, uno stimolo
per avvicinarlo alla materia.
Ovviamente non c’è nulla di male nel conoscere molte materie in modo
approssimativo; il disastro accade quando ci riteniamo esperti di qualcosa che
non abbiamo mai approfondito. Così il padre, che fino al giorno prima non
sapeva (o non ricordava) chi fosse Piero della Francesca, pensa di poterne
parlare con il figlio come se fosse il suo professore e chi ha letto un articolo in
rete sul metabolismo pensa di poterne dedurre un mare di conseguenze
sparando paroloni grossi come montagne.

La falsa cultura non è quella di chi ha la terza media, ma quella di chi

16
maneggia concetti universitari senza avere le basi della scuola media.

Per fare un esempio: è abbastanza assurdo che una persona si bei delle
spiegazioni di Benigni sulla Divina Commedia quando non sa nemmeno
scrivere in italiano.
La falsa cultura è tipica di quegli individui che non amano studiare. Anch’io
di moltissime cose non sono un esperto e sono praticamente ignorante, ma
inizio sempre con molta umiltà dal basso. Se dovessi imparare a giocare a
tennis, andrei a lezione da un maestro, non mi metterei a giocare
scimmiottando i grandi campioni e imparando probabilmente uno stile
completamente errato, poi difficilmente correggibile. Quindi, non si è
mediocri perché non si sa tutto,

si è mediocri se non si parte dalle basi.

Meglio conoscere bene le sole quattro operazioni che parlare di calcolo delle
probabilità senza nemmeno sapere definire che cos’è la probabilità. Per
chiedere l’ora (inizio dal basso) non c’è bisogno di essere un esperto di
orologi, ma si deve esserlo per parlare con un amico dei modelli Baume &
Mercier ecc.
Non è intelligente definire mediocre una persona che non sa molto di questo o
di quello, è mediocre chi parla dell’Odissea come se fosse un professore di
scuola e poi non sa nemmeno usare la punteggiatura.

Lo spirito critico
Lo spirito critico è la propensione a esaminare ogni concetto o situazione in
profondità.
Nella sua versione più positiva è collegato alla zetetica (dal greco zetein,
cercare) che, secondo la definizione originale di Émile Littré (1872), è il
metodo di cui ci si serve per arrivare alla ragione delle cose.
Quattro anni più tardi, il grande enciclopedista Pierre Larousse la identificò
con il metodo scientifico: “… indica una sfumatura molto originale dello
scetticismo: è lo scetticismo provvisorio, è praticamente l’idea di Cartesio che
considerava il dubbio come un mezzo e non come un fine, come un
procedimento preliminare, non come un risultato definitivo”.
Secondo la zetetica, quindi, il dubbio è un mezzo e non un fine. Questo
concetto ci permette di distinguere nella popolazione

17
•• lo zetetico - usa lo spirito critico positivamente (come mezzo provvisorio)
•• lo scettico (nell’accezione usuale di chi dubita di tutto, sospendendo il
giudizio su ogni cosa) - usa lo spirito critico come mezzo definitivo
•• il bastian contrario - usa lo spirito critico negativamente per smontare ogni
concetto che gli viene sottoposto. Il bastian contrario diventa spesso un
eraser. Gli eraser possono essere persone insoddisfatte o insofferenti; altre
volte semplicemente sono persone dotate di una falsa cultura che non hanno
capito che, prima di sfogare la propria ira contro un concetto, dovrebbero
studiare. Nei vari casi la caratteristica comune è la condanna senza appello di
qualcosa, a prescindere dai suoi pregi: esempi sono la condanna totale della
politica, della giustizia, della medicina, delle banche e chi più ne ha più ne
metta. L’eraser è abituato a vedere il bachettino nella mela e la butta tutta;
poiché da piccolo mi hanno insegnato che “non si butta niente”, io preferisco
scoprire se c’è una parte della mela che è mangiabile e gustarmela dopo aver
buttato il marcio.

Perché lo spirito critico è importante


L’azione dello spirito critico si attua su tutto ciò che ci circonda: ogni cosa ha
un perché (cosa = “tutto ciò che esiste, reale o astratto”. Per alcuni, se la cosa
è un’azione, il perché sarebbe piuttosto complicato da spiegare (la vecchia
“causa” Aristotelica), ma in questa sede la discussione sarebbe piuttosto
accademica. Di fatto si trovano persone dotate di notevole spirito critico, pur
se di cultura modesta, a riprova del fatto che avere spirito critico significa
chiedersi il perché a prescindere dal fatto che si riesca realmente a darsi una
spiegazione).
Chiedersi il perché delle cose è uno dei primi passi per sviluppare la propria
intelligenza perché senza si resta sempre in superficie, privi di conoscenza.
Certo, all’inizio il percorso può essere difficile e faticoso, quando non si ha
allenamento. Certo, a volte è faticoso risalire alle cause ed è più facile vivere a
caso. Meglio non chiedersi perché una persona ci ama oppure perché ci piace
fare una certa cosa.
Certo, possiamo ignorarlo, ma così facendo perdiamo conoscenza,
informazione e potere sul mondo. Meglio credere che la crema pubblicizzata
in televisione risolva il nostro problema piuttosto che documentarci, attivare
le sinapsi e concludere che non farà mai nulla.
Lo spirito critico ha anche una funzione protettrice perché è ciò che ci rende

18
oggettivi e ci impedisce di fare scelte partigiane o comunque talmente emotive
da non essere giustificabili.
Vediamo alcuni esempi.
Nella cultura lo spirito critico serve per capire e non semplicemente per
conoscere. In particolare ci salva dalla falsa cultura.
Nell’esperienza da altri ci serve per evitare la seminformazione (ved. Capitolo
8) od ogni forma di inganno (vedasi la pubblicità). Sicuramente tutti
concordano sul fatto che prima di firmare un contratto lo si deve leggere
attentamente. Analogamente chi ha un buon spirito critico non accetta
acriticamente l’esperienza altrui.
Nei rapporti interpersonali lo spirito critico ci serve per capire veramente gli
altri. Sapere il perché una persona si comporta in un certo modo ci aiuta a
completare la descrizione delle sue azioni. Un buon psicologo è colui che
capisce ciò che fa muovere le persone che ha attorno senza cadere in
grossolani errori. Chi non ha spirito critico verso gli altri viene facilmente
ingannato, nel lavoro e negli affetti.
Lo spirito critico è fondamentale anche per conoscere noi stessi, conoscenza
senza la quale la nostra vita non è migliorabile. Ci si potrebbe chiedere: ma
perché devo domandarmi il perché delle mie azioni, se vivo bene una certa
situazione? L’analogia classica è quella dell’esame di prevenzione. Vivere bene
un certo momento non significa stare bene. L’analisi critica delle cause che ci
spingono a fare determinate scelte ci rassicura sul fatto che siano buone scelte,
ora e in futuro, che non sottintendano “patologie nascoste”.
Pensiamo a com’è poco produttiva la situazione del permaloso (persona
tendenzialmente poco propensa a usare lo spirito critico su di sé) che reagisce
esageratamente a una critica altrui. A volte è spiacevole rendere conto agli altri
dei nostri comportamenti ed è più facile adottare una difesa per risentimento
(ved. Capitolo 9) e pretendere di non essere giudicati nelle nostre scelte.
Anche ammesso che ciò sia un nostro diritto, gli altri non dovrebbero essere
che lo stimolo per la nostra coscienza a render conto dei nostri comportamenti
almeno a noi stessi.
Riassumendo,

chi ha spirito critico capisce più facilmente il mondo e quindi migliora la sua
intelligenza.

Smascherare la falsa cultura

19
A prescindere da errori logici palesi o da dati inesatti, chi possiede una falsa
cultura non riesce ad arrivare alle basi della materia; per smascherarlo basta
chiedere le definizioni di tutte le parole che usa! Infatti, in genere, si è limitato
ad acquisire nozioni senza chiedersi mai su cosa queste si basassero.
Dante è un rappresentante del Dolce Stil Novo. Bene: e cos’è il Dolce Stil
Novo? Dove nacque? In che periodo? Che caratteristiche aveva il
movimento? Ecc.
Il Big Bang spiega le origini dell’universo. Bene: e che età avrebbe
l’universo? E cos’è successo (l’universo è esploso è risposta comune, ma
errata!)? E via discorrendo...
Bastano questi esempi per convincersi che tutti noi abbiamo una falsa cultura
in questo o quel campo: il grave è ritenersi esperti e dedurre proposizioni che
il più delle volte non sono che sciocchezze.

20
Cap. 2 - La raziologia
La raziologia è la scienza che studia come la ragione possa essere impiegata al
meglio per comprendere la realtà che ci circonda.
La raziologia non è una scienza formale come la matematica anche se usa
strumenti come la logica, la matematica e la statistica per esporre le proprie
teorie. Come l’economia vuole descrivere l’attività economica di individui,
società e Stati, così la raziologia vuole descrivere i processi che portano alla
comprensione della realtà (e gli errori che ci allontanano da tale
comprensione).
Quella che è possibile trovare in questo libro è una delle possibili teorie
raziologiche (quella coerente con la strategia esistenziale del Well-being). Di
fatto è la prima, proprio come la geometria euclidea fu la prima importante
esposizione della geometria.
Per capire la necessità della raziologia si pensi al vecchio sogno di Leibniz:

quando sorgerà una controversia fra due filosofi, non occorreranno


discussioni come non ne occorrono tra due contabili. Basterà infatti
prendere in mano la penna, un foglio di carta e dire: calcoliamo!

Più avanti vedremo perché la logica classica non è stata in grado di mostrare
quali sono i metodi corretti di ragionamento ed è stato necessario definire la
raziologia. Qui mi limito a un esempio molto semplice. Si provi a chiedere a
un insieme di persone di esprimere sinteticamente la relazione fra fumo e
cancro polmonare. Io ho fatto la prova su 45 soggetti. Ben 39 di essi hanno
risposto:

(1) il fumo provoca (causa) il cancro al polmone.

La risposta è palesemente errata (per la cronaca solo 2 sono state le risposte


razionalmente corrette). Infatti la (1) indica che da a (fumo) consegue b
(cancro polmonare), cosa che non sempre è vera. Paradossalmente la volontà
di essere logici ha portato a un grosso svarione. La scarsa abitudine a
ragionare in termini statistici e, forse in alcuni, il desiderio di muoversi
sempre in scenari certi (ved. Capitolo 2, L’illusione della certezza) hanno
mostrato come la realtà sia molto più complessa di quanto i logici pensassero
fosse.

21
È abbastanza evidente che, partendo con il piede sbagliato, cioè con la
proposizione (1), è veramente difficile poi capire la realtà. Da qui la necessità
di evidenziare percorsi molto meno formali, ma più concreti che permettano
di “capire il mondo”.

Le basi scientifiche della raziologia


Mi occupo da oltre dieci anni di raziologia; oltre ad aver definito il termine, mi
sono sempre preoccupato di scegliere gli strumenti adatti e di usarli al meglio.
Quello che mancava era una certificazione del ruolo fondamentale che essa
gioca nella nostra vita anche se molti non avrebbero avuto dubbi sulla sua
utilità.
A dire il vero, i primi successi delle teorie neurobiologiche sembravano
mostrare forti limiti del potere della raziologia o, più comunemente parlando,
della razionalità. Sembrava (ved. Capitolo 3, L’intelligenza emozionale) che
negli uomini vi fosse un mix di affetti e ragione e che nell’equilibrio di queste
due componenti stesse la giusta soluzione del vivere. Una posizione sostenuta
da molti “romantici razionali”, ma sicuramente molto confusa e difficilmente
interpretabile.
A me è sempre parso evidente che nella popolazione c’è una classe di persone
che, al di là della media, sa gestire benissimo i propri sentimenti con la
ragione senza per questo essere insensibile; guarda caso, sono anche coloro
che vivono meglio, sanno capire il mondo e, a partire dalle loro condizioni
iniziali, riducono al minimo i problemi.
L’esperimento cardine che ha confermato le mie idee lo si deve a B. De
Martino e R. J. Dolan (University College, Londra) ed è stato pubblicato su
Science (agosto 2006).
I due ricercatori hanno studiato l’effetto cornice (ved. Capitolo 8) su un
gruppo di studenti, monitorandoli con la risonanza magnetica funzionale, una
tecnica che consente di seguire l’attività cerebrale in linea, mentre pensiamo.
Poiché dobbiamo prendere una difficile decisione, si vede che l’amigdala (la
regione del sistema limbico che processa le emozioni come la paura) si attiva.
Se ci si fermasse qui, i sostenitori dell’intelligenza emozionale avrebbero
ragione: molte nostre decisioni sono influenzate dalle emozioni. In realtà, i
due ricercatori hanno scoperto altro: in molti studenti era anche attivata la
corteccia prefrontale (quella parte del cervello deputata alla razionalità) e tale
attivazione era tanto maggiore quanto più il soggetto era immune dall’effetto

22
cornice (cioè non si faceva ingannare) e si mostrava coerente.
L’esperimento ha importantissime ricadute sulla valutazione del rapporto
ragione-emozione:

A. non è vero che è più razionale chi ha maggiori capacità cerebrali in tal
senso. Tali capacità devono essere “attivate”. L’equivalente dell’atleta che, se
non allenato, pur possedendo molte doti naturali, non ottiene granché.
B. Limita il ruolo dell’emozione nella nostra vita e ha distrutto posizioni ormai
antiquate:
- B1. il vecchio razionalismo che pretendeva che tutti, naturalmente, potessero
con la ragione arrivare a ogni forma di conoscenza.
- B2. Le recenti correnti neurobiologiche secondo le quali emozione e ragione
devono cooperare.

In realtà vale la gerarchia di Albanesi (ved. Capitolo 3):

la ragione delimita i percorsi entro cui le emozioni (quelle vere e profonde)


possono esprimersi con la massima libertà e senza pericolo alcuno.

Tale situazione è presente nelle persone più equilibrate e più capaci di


comprendere ciò che accade attorno a loro. In base ad a) la raziologia è quella
scienza che sviluppa al meglio (cioè più positivamente) il rapporto fra ragione
ed emozione. In base a b) sottolinea la necessità di definire e promuovere nel
soggetto la personalità ottimale se si vuole potenziare al massimo la propria
razionalità.

L’illusione della certezza


Uno dei motivi per cui, erroneamente, le capacità razionali di un soggetto
vengono legate alla sola logica è che quest’ultima è la scienza della certezza
per eccellenza.
Molti studiosi (Fischhoff, Thinès, Costall, Butterworth ecc.) hanno
evidenziato che la mente umana tende a vedere la certezza anziché l’incertezza,
la causa e l’effetto invece della semplice correlazione. Sembra che l’uomo
abbia bisogno di certezze (non a caso l’ansia nasce dal mancato controllo
della situazione in cui si è). Quando questo bisogno resta del tutto inconscio
non viene sottoposto a nessuna critica e genera una serie di problemi.

23
•• Sottomissione all’autorità. I classici “ah, se l’ha detto la televisione” oppure
“ah, se l’ha detto il medico” sono esempi di come si preferisca credere ad
autorità che “non possono sbagliare” piuttosto che esercitare il proprio spirito
critico. Ricordiamo che Kant riteneva che minorità fosse l’incapacità di
valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro.
•• Irrazionalità. I soggetti meno razionali cadono vittima di superstizioni,
magie, divinazioni, astrologia; persino la religione, il più delle volte, non è che
una ricerca della certezza.
•• Santificazione delle paure. Anziché smontare le paure, poiché la gente vuole
certezze, diamogliele con espressioni come “assolutamente sicuro”,
“straordinariamente efficace” ecc. Non a caso l’effetto placebo vince la paura
della malattia con la certezza che il farmaco farà qualcosa, che funzionerà.
Secondo alcuni (Humphrey) la certezza mobiliterebbe risorse non ancora
reclutate del sistema immunitario.
•• Promesse impossibili. L’illusione della certezza è usata, per esempio, nella
pubblicità che tende a usare testimonial e slogan che rimuovano ogni
incertezza “funziona, provalo anche tu!”, “garantito da…” ecc.

L’illusione della certezza è tipica di chi ha avuto un’educazione rigida, ma


positiva: le certezze in fondo hanno avuto qualche risultato, perché non
continuare ad applicarle? È tipica anche del violento che la usa per imporre le
proprie idee; appartiene anche al semplicistico che si perde nella complessità
delle sfumature della realtà; è infine tipica dell’idealista (un concetto
trasversale nelle personalità, anche se prevalentemente romantico) che in
fondo di certezze vive. Basta notare come nei forum Internet, certe persone, di
solito razionalmente mediocri, si illudono di risolvere interrogativi complessi
e incerti usando frasi del tipo “sicuramente”, “è ovvio che nessuno può
contestare che” ecc.

L’illusione della certezza nasce dal non capire che la gran parte degli
scenari della vita reale sono incerti.

Una posizione più moderna consiste nel sostituire la certezza con la


coerenza, è proprio ciò che la teoria della scelta razionale insegna a fare. Non
a caso, la morale del Well-being si basa sulla coerenza (ved. Capitolo 6, Etica
e Well-being). Negli scenari incerti, la logica, la statistica, i dati sperimentali
(ottimi per le certezze logiche o degli scenari a rischio) ecc. servono per

24
smontare le tesi altrui (mostrando le incoerenze), non per “dimostrare” le
proprie “certezze”.

La legge di Franklin
Prima di continuare ad approfondire le conseguenze dell’illusione della
certezza, occorre precisare che la raziologia non incorre nella posizione
opposta, espressa pittorescamente dalla legge di Franklin: niente è certo, a
parte la morte e le tasse.
A parte che razionalmente l’espressione è scorretta (esistono gli evasori
totali!), la legge è spesso usata in varie discipline per sottolineare l’assoluta
mancanza di certezze. In realtà, se viene impiegata in scenari a probabilità
piccole, mi può aiutare a capirli meglio e a non sbagliare, ma diventa un
boomerang in scenari a probabilità piccolissime, una sorta di blocco
razionale. Si pensi a questo semplice scenario: ho una pistola a tamburo a sei
colpi con un colpo nel tamburo. Che probabilità ho di rimanere ucciso dopo il
primo colpo di una roulette russa? La risposta ovvia è: 1/6.
Chi applica la legge di Franklin inizierebbe a chiedersi quante sarebbero le
probabilità che la pistola s’inceppi, che la pallottola sia difettosa ecc. Alla fine,
mancando di questi dati, non se la sentirebbe di decidere.

I pregiudizi
Studiamo il comportamento di una persona che tende ad avere sempre e
comunque “certezze”. Cosa si nota?
A livello personale sicuramente una tendenza ad agire per dovere anziché per
piacere. La morale, per esempio, può diventare molto rigida perché la
certezza, di fatto, impedisce ogni revisione critica. La vita diventa un po’
meccanica perché le certezze diventano dogmi cui non si può disobbedire.
L’ideologia politica diventa granitica e diventa difficile il dialogo con la
controparte (del resto, se sono certo che la mia ideologia è l’unica giusta, che
dialogo a fare?). Si diventa intolleranti e si formano pregiudizi. Spesso si
appare vecchi proprio perché i giovani certi pregiudizi hanno imparato ad
abbatterli dopo averne verificato l’assurdità.
Il meccanismo con cui si formano i pregiudizi (qui il termine non è usato nella
comune accezione negativa, ma semplicemente come “ fase iniziale del
giudizio”) è strettamente correlato con la certezza: se sono certo che fumare fa

25
male, se vedo Tizio che fuma, automaticamente scatterà un giudizio negativo
sulla sua persona ancora prima di averne valutato la personalità; Tizio partirà
quindi, per esempio, con un -10 nella mia scala di valori.
Così in campo religioso un ateo riterrà, consciamente o inconsciamente,
bigotto un credente se è “certo che Dio non esiste”; idem dicasi di un credente
che per fede “è sicuro che Dio esiste”; non potrà che partire con una
valutazione negativa di una persona che è agnostica. Ovviamente le
convenzioni sociali faranno in modo che il giudizio non si manifesti
apertamente, ma è abbastanza ovvio che se una persona è contraria a una mia
certezza non posso apprezzarla pienamente. Se io sono certo che le azioni
della XYZ saliranno, ecco che valuterò negativamente un promotore
finanziario che mi consigli di lasciar perdere le azioni e di investire in titoli di
Stato.
Il pregiudizio fuorviante si forma quando la “nostra” certezza non ha nulla di
oggettivo o di provato (a differenza del caso del fumo dove io posso vantare
molte conferme a sostegno della mia posizione), diventa un handicap che noi
attribuiamo a una persona senza un motivo oggettivo. Un esempio: se io sono
“certo” che chi delinque non potrà mai redimersi, avrò un pregiudizio
fuorviante verso tutti coloro che escono dal carcere una volta scontata la pena.

Gli scenari possibili


Se si pensa al sogno di Leibniz e all’esperimento sul nesso causale fra fumo e
cancro polmonare, ben si può comprendere come, di fatto, l’illusione della
certezza non sia che il tentativo di ricondurre tutto a concetti come vero o
falso, giusto o sbagliato, sì o no ecc. Sembra cioè che gli uomini si trovino
bene in un mondo logico a due valori (0 e 1) nel quale poter stabilire
deduzioni che conducano ad altre verità.
In effetti, alcuni scenari appartengono a tale mondo, sono gli scenari certi,
dominio della logica. Se so che una casa automobilistica ha annunciato una
riduzione di prezzo del 10% su tutti i modelli in produzione, se X è un
modello in produzione, ecco che posso aspettarmi logicamente un risparmio
del 10% sull’acquisto di X.
Purtroppo tali scenari rappresentano una percentuale piuttosto piccola di
quelli che troviamo nella vita quotidiana. Non è difficile accorgersi che una
risposta razionalmente corretta al rapporto fra fumo e cancro polmonare non
possa essere logica, ma statistica: posso per esempio dire che l’X% dei tumori

26
polmonari è causato dal fumo, che l’Y% di chi fuma più di 30 sigarette al
giorno sviluppa un cancro polmonare, che il fumo aumenta la probabilità di
cancro polmonare ecc. La statistica ci ha cioè insegnato che esistono scenari
di rischio dove è possibile esprimere le probabilità associate agli eventi in
gioco.
Procedendo nella nostra analisi, scopriamo ben presto che moltissimi scenari
non sono né certi né di rischio. Supponiamo che debba sostenere l’esame di
chimica. Che probabilità ho di passarlo? A questa domanda alcuni statistici
risponderanno sempre e comunque anche se non sono in possesso di
informazioni oggettive. Anch’essi sono vittima dell’illusione della certezza o
meglio di un’evoluzione di essa, evoluzione che io chiamo dominazione del
rischio: se riesco ad attribuire una probabilità a un evento, lo domino. Così la
scuola soggettivistica ritiene che sia corretto assegnare soggettivamente a un
evento una probabilità, di fatto traducendo ogni scenario in uno scenario di
rischio. In realtà, il semplice buon senso ci fa comprendere che una tale
posizione è poco concreta. Di fronte a un evento singolo (non ripetibile), non
esiste nessun mezzo oggettivo per stimare la probabilità che, di fatto, potrebbe
essere il 10% per Tizio e il 90% per Caio. L’impiego della statistica diventa un
puro gioco intellettuale, privo di ogni spessore pratico.
Dobbiamo ammettere che quando non si è in grado di associare una
probabilità a un evento in modo oggettivo siamo di fronte a uno scenario
incerto. Per gestire tali scenari useremo la teoria della scelta razionale.
Come riassunto di questo paragrafo dovrebbe essere chiaro che l’intelligenza
razionale si basa su tre grandi pilastri: la logica, la statistica e la teoria della
scelta razionale. Come vedremo, ognuno deve essere deputato a risolvere un
tipo di scenario:

•• logica -> scenari certi


•• statistica -> scenari di rischio
•• scelta razionale -> scenari incerti.

A scanso di equivoci spendiamo ancora qualche parola per mostrare come sia
illusorio pensare di poter fare a meno di una di queste tre armi.

Perché la logica non basta


Chi ha una struttura logico-matematica nettamente predominante, di fatto, si
limita solo alla prima componente (la logica), quasi pretendendo che tutto

27
possa diventare certo e che ciò che è certo non abbia una connotazione
negativa.
Il logico (intendendo con tale termine chi affida il suo potere razionale alla
sola logica) ritiene la logica una condizione necessaria, ma anche sufficiente (è
questo il suo errore) allo sviluppo delle facoltà razionali. Ciò che sfugge
all’oggettività della logica viene declassato, visto come qualcosa di impuro e
sostanzialmente imperfetto. Per capire i limiti del logico pensiamo alle
previsioni del tempo. Al giorno d’oggi nessuno può dire con certezza come
sarà il tempo domani. La pretesa del logico di avere la certezza che domani
non pioverà è piuttosto risibile. Altrettanto risibile è il tentativo di costruire un
sistema formale che sia oggettivo e che riesca a dare certezze in ogni azione
che compiamo ( Un sistema formale è costituito da un alfabeto, una
grammatica, un insieme di assiomi e regole (dette di inferenza) che
permettono di ottenere conseguenze da premesse date). Tant’è che questi
tentativi appaiono alla popolazione come meramente accademici e astratti.

Dalla logica alla statistica


Alcuni logici comprendono che nella realtà viviamo in condizioni non
riconducibili a una visione oggettiva perché dominate dalle probabilità degli
eventi. Se lancio una moneta ho il 50% di probabilità che esca testa, non
posso dedurre logicamente cosa accadrà.
La statistica è la disciplina che ci permette di gestire le probabilità con cui noi
conviviamo ogni giorno. Purtroppo la gran parte delle persone non ha
cognizioni sufficienti di statistica per non commettere grossolani errori. Ciò è
in gran parte dovuto al fatto che nelle scuole dell’obbligo si continuano a
insegnare discipline logiche, dimenticando quelle probabilistiche; anche nelle
scuole superiori e all’università la statistica è quasi un optional con il risultato
che molti affermati professionisti sono, in questo senso, dei perfetti ignoranti.
Ricordo ancora con orrore una discussione fra neolaureati al mio primo corso
di informatica: tre ingegneri napoletani affermavano con convinzione che
conviene comprare i biglietti della lotteria al Sud perché al Sud si vince di
più!

La scelta razionale
Gli scienziati usano la logica e la statistica integrandole con i dati sperimentali

28
per fare progressi nella conoscenza delle loro discipline. Tutto ciò è molto
stimolante, ma cozza con la realtà quotidiana in cui spessissimo non siamo
neppure in grado di definire le probabilità associate agli eventi in gioco. Uno
scenario in cui non è possibile definire le probabilità degli eventi coinvolti è
detto incerto.
Come è possibile essere razionali in tali scenari? La teoria della scelta
razionale afferma che

è razionale chi ha una coerenza di comportamenti, di preferenze.

Tutto qui? Molti esperimenti hanno a sorpresa dimostrato che è difficilissimo


essere coerenti. Partiamo da due scenari di rischio.

Scenario A
1) Hai il 30% di probabilità di vincere 1.000 euro
2) Hai il 40% di probabilità di vincere 200 euro
Cosa scegli?

Scenario B
1) Hai il 50% di vincere 1.100 euro
2) Hai la certezza di vincere 500 euro
Cosa scegli?

Se si vuole massimizzare il proprio utile è ovvio che si debba moltiplicare la


probabilità (per esempio 0,30) per la vincita possibile (1.000). Più alta è
l’utilità attesa più valida l’opzione di scelta.
In base a questa strategia, perfettamente razionale, la maggior parte delle
persone sceglie 1 nello scenario A; molti di loro però, a sorpresa, scelgono 2
nello scenario B, anche se 2 ha un’utilità attesa (500 euro) inferiore a 1 (550
euro).
Coloro che hanno scelto 1 nel primo caso e 2 nel secondo si sono mostrati
irrazionali. I vari manuali di economia comportamentale su cui si trova questo
esempio si fermano qui. In realtà per spiegare l’irrazionalità del
comportamento in base alla teoria della scelta razionale (cioè per dimostrare
un’incoerenza nelle preferenze) occorre fare ancora un passo.
Infatti, se ci si ferma, l’irrazionalità è tale solo per chi abbia supposto che si
debba massimizzare l’utile. Ciò appare “logico”, ma può non essere così per
tutti. Infatti, per molti conta più la gratificazione di vincere qualcosa che non

29
la somma vinta. Ecco che nel secondo caso si sceglie 2. Applicando la
strategia della gratificazione, nel primo caso questi soggetti avrebbero però
dovuto scegliere sempre 2 (40% contro 30%). In sostanza sono incoerenti
perché nello scenario A usano un criterio di massimizzazione dell’utilità attesa,
nel secondo un criterio psicologico basato sulla gratificazione della vincita.
Per capire come sia complesso valutare la realtà, occorre altresì evidenziare
che anche il nostro ragionamento “allargato” vale solo nell’ipotesi che le
somme vinte dal soggetto siano piccole rispetto al suo patrimonio, altrimenti,
per dimostrare la supposta incoerenza delle sue decisioni, sarebbe necessario
considerare anche la variabile “importanza della somma vinta” (se la soglia
che fa scattare il cambio di strategia è 400 euro può essere comunque
razionale che si scelga 1 nello scenario A e 2 in quello B).
Nonostante tutti questi distinguo, è ovvio che moltissime persone rispondono
1 ad A e 2 a B (mostrandosi incoerenti) senza neppure aver preso in esame le
ragioni con cui decidono. Se ciò accade in uno scenario di rischio,
figuriamoci in uno scenario di incertezza in cui le probabilità sono addirittura
sconosciute!
In altri termini, l’utilità attesa non è certo l’unica possibilità di strategia
coerente (se ne possono descrivere decine, fissando opportunamente le
condizioni al contorno), ma in genere chi risponde 1 ad A e 2 a B non ha una
strategia a priori (si noti il termine consapevole nella definizione di soggetto
razionale data sopra), ma, quando viene sottolineata la sua incoerenza, tenta di
trovare una “giustificazione” a posteriori. Per esempio si potrebbe proporre
che, se si deve scegliere tra un rischio e un altro rischio si sceglie il rischio più
conveniente, ma se si deve scegliere tra il rischio e la certezza si sceglie la
certezza; ma allora di fronte a questa scelta:

1. Hai il 99% di vincere un milione di euro


2. Hai la certezza di vincere 1 euro

si dovrebbe scegliere 2, coerentemente con la strategia 2? Dubito fortemente


che qualcuno lo faccia!
Negli scenari incerti, cosa ce ne facciamo della logica e della statistica?
Servono per verificare la coerenza della soluzione proposta attraverso il senso
logico e il senso statistico. Supponiamo che si ipotizzi l’esistenza dei fantasmi.
Un sostenitore formula questo scenario: “se l’anima muore allora diventa un
fantasma”. Il primo passo è già un capitombolo perché la deduzione
(elemento tipicamente logico) non è provata. Come se io dicessi: “Dio esiste

30
quindi mi ama”.
Questo semplice esempio dimostra che la coerenza richiesta a una scelta
razionale è tutt’altro che facile da ottenere e non è semplice costruire teorie
fantasiose e poco sensate che “reggano” l’urto della razionalità.

Riassunto: cos’è la raziologia


Abbiamo visto che la raziologia è la scienza che si occupa dell’uso della
ragione nella comprensione della realtà che ci circonda. Ho coniato un
neologismo perché la raziologia è molto distante dal razionalismo classico
basato sull’assunto che la ragione umana possa essere la fonte di ogni
conoscenza. La raziologia ha tre armi, la logica, la statistica e la coerenza
(teoria della scelta razionale), una per ognuno dei tre scenari possibili della
realtà. L’obiettivo qual è? In termini molto semplici, fare la scelta meno
criticabile!
Riferendosi a tale scopo è comune chiedere: “una persona razionale tratta i
vari scenari della realtà con la logica. Giusto?”. Assolutamente no. La frase
precedente è ciò che alcune materie scolastiche (filosofia, matematica ecc.) ci
hanno fatto credere corretto, ma in ambito pratico porta le persone a una serie
di errori.

1. L’illusione della certezza. Si è convinti di poter arrivare a definire cosa è


vero, certo, giusto (morale assoluta) ecc.
2. Visto che la ragione non spiega tutto, occorre ricorrere ad altro. A
prescindere dal fatto che nemmeno le alternative (sentimento, fede ecc.)
spiegano tutto (al più si limitano a proporre una soluzione), non si può
spiegare qualsiasi cosa, quindi la raziologia non pretende di farlo. Occorre
convivere con questa sensazione di impotenza, avere la dignità dei propri
limiti. L’errore nasce come reazione al vecchio razionalismo che pretendeva
che ogni scenario fosse “logico”. Nella vita reale (quindi anche nell’etica) la
raziologia sostituisce la certezza con la coerenza. La persona intelligente
ammette la propria ignoranza, non s’inventa soluzioni irrazionali!
3. Non conoscendo le basi della statistica negli scenari di rischio le persone si
perdono.
4. Il giusto e il vero si possono definire, altrimenti che discutiamo a fare?
L’errore nasce dall’ipervalutazione della logica e dalla pretesa che lo scenario
che si sta trattando sia logico anziché incerto. Buffo il fatto che in molte

31
persone siano presenti sia l’errore 2 sia l’errore 4, come in chi ritiene che in
alcuni campi non si possa usare la ragione salvo poi, quando parla di politica
o di morale, sostenere le sue tesi con locuzioni del tipo “è giusto”, “non è
vero” ecc. In questi scenari non possiamo fare altro che essere coerenti.

La raziologia serve cioè per trovare gli errori, meno errori facciamo, più
probabilità abbiamo di trovare la strada desiderata.

32
Cap. 3 - L’intelligenza esistenziale
Una definizione unica e oggettiva di intelligenza non è certo facile. Non a caso
i test per la misurazione del Q.I. (Quoziente Intellettivo) sono stati fortemente
ridimensionati dalla semplice considerazione che è possibile definire diversi
tipi di intelligenza. Per esempio, Gardner ne ha definiti otto, a partire da quella
di tipo classico, la logico-matematica (sulla quale erano basati i primi test per
la valutazione del Q.I.). Gardner ipotizzò anche una nona forma di
intelligenza, quella esistenziale, in grado di capire i problemi dell’esistenza.
Il lavoro di Gardner è interessante perché permette di introdurre una variabile
che pesa le varie definizioni.

L’intelligenza
Ciò che non convince nella classificazione di Gardner è che con lo stesso
approccio si potrebbero definire decine di forme di intelligenza, arrivando a
confondere l’intelligenza con l’esperienza stessa o la capacità di affermarsi in
questo o quel campo. Per esempio, la definizione di intelligenza musicale
potrebbe essere affiancata anche da quella scacchistica; come si sa, grandi
matematici furono scacchisti mediocri e quindi l’intelligenza logico-
matematica non è in grado di spiegare da sola le potenzialità di un soggetto
negli scacchi.

L’ambiente di applicazione
Consideriamo per esempio Bobby Fischer (1943-2008), grande campione
degli scacchi. Molti scacchisti lo ritengono una persona geniale,
intelligentissima. Eppure molte sue scelte di vita furono disastrose,
sicuramente evitabili da parte di una persona veramente intelligente, scelte che
francamente potremmo definire stupide. Qual è stato il suo grande limite? Che
la sua intelligenza fu limitata alle sessantaquattro caselle della scacchiera. Al di
fuori era una persona veramente mediocre. Stessa cosa non può dirsi di altri
campioni degli scacchi come Capablanca, Botvinnik, fino ad arrivare a
Karpov, Kasparov, Kramnik o Anand. Questi personaggi furono, o sono,
grandi sulla scacchiera, ma, a differenza di Fischer, sono stati in grado di
vivere anche nel mondo reale, affermandosi anche in altri campi con risultati
che si potrebbero tranquillamente attribuire a una persona definita, secondo il

33
senso comune, intelligente.
La variabile che vogliamo introdurre per pesare le varie intelligenze dovrebbe
essere ora chiara.

Una forma di intelligenza è tanto più importante quanto più è vasto il suo
ambiente di applicazione, giudicato ovviamente in modo oggettivo.

Per uno scacchista che non ha che gli scacchi nella vita, Fischer potrebbe
essere la persona più geniale dell’universo, mentre per una persona che, oltre
a giocare a scacchi, vive nel mondo reale, sicuramente no.
Così un grande fisico ha un ambiente di applicazione della sua intelligenza un
po’ più vasto di quello di uno scacchista, ma comunque resta abbastanza
limitato: se, mentre studia i muoni, la moglie lo tradisce con il suo migliore
amico, il figlio si droga, il cane (per lasciare quella famiglia squinternata) si
abbandona sull’autostrada, colleghi mediocri gli passano davanti nel lavoro
ecc., risulta molto difficile ritenerlo una persona “furba” e, quindi, sempre
secondo il senso comune, “intelligente in generale” (mentre lo è sicuramente
nel suo particolare).
Poiché l’ambito più esteso è la vita di tutti i giorni, ecco che l’intelligenza
esistenziale ipotizzata da Gardner diventa sicuramente quella più importante.
Infatti secondo il Well-being:

la vera intelligenza è la comprensione della realtà che ci circonda


(intelligenza esistenziale).

Naturale ora chiedersi come misurare l’intelligenza esistenziale. Poiché per il


Well-being la comprensione del mondo e la salute sono le uniche due cose
che servono per essere felici e poiché la comprensione del mondo è
comunque una condizione facilitante per avere una buona salute, risulta
naturale, in assenza di cattive condizioni di salute non provocate da proprie
scelte, considerare la qualità della vita, in relazione alle condizioni facilitanti
eventualmente possedute.
In termini pratici,

una persona è tanto più (esistenzialmente) intelligente quanto più riesce a


essere felice, considerate le condizioni facilitanti/penalizzanti che ha (come
ricchezza, cultura ecc.).

34
La misura al negativo
Misurare l’intelligenza esistenziale in tal modo non soddisferà sicuramente chi
vorrebbe legare il tutto a un numero, ma questo obiettivo è molto
semplicistico (del resto anche i classici Q.I. non soddisfano) e gli sforzi in tal
senso sarebbero poco produttivi. Viceversa, se si legge il tutto al negativo,
questa analisi del problema è in grado di smascherare facilmente chi
intelligente non è. Questo è sicuramente l’aspetto più importante.
Chi contesta anche la lettura al negativo (per esempio il giudizio di scarsa
intelligenza esistenziale in chi, magari con condizioni facilitanti, è sommerso
da problemi) in genere ha la pretesa che il mondo si adatti a sé (come si fa a
essere felici se non si è ricchi? Come si fa a essere felici senza un partner?
Ecc.), il primo grande errore esistenziale che il Well-being sottolinea.
Se si riflette un attimo, si comprende che del resto anche i tradizionali Q.I.
servono se utilizzati al negativo. Difficilmente viene ritenuto affidabile un test
che voglia dimostrare chi è l’uomo più intelligente del mondo, ma moltissimi
test sono ritenuti affidabili per sottolineare la soglia fra normalità e deficit
mentale.
Il titolo stesso di questo libro indica la volontà di cominciare dal basso,
rimuovendo una miriade di errori che condizionano pesantemente le nostre
decisioni, le nostre scelte, la nostra vita.

Più interessante della semplice misurazione è sicuramente lo studio di cosa sia


l’intelligenza esistenziale, di quali siano le componenti di essa e come si

35
debbano interfacciare per fornire il miglior risultato. Come vedremo,
l’intelligenza esistenziale ha tre componenti, la razionale, l’affettiva e
l’acquisitiva e la loro interazione fornisce il livello d’intelligenza (esistenziale)
del soggetto.

L’intelligenza razionale
Già da molto tempo si sa che l’intelligenza che Gardner chiama logico-
matematica praticamente non è sufficiente a guidarci nelle decisioni
quotidiane, anche se sicuramente può darci un grosso aiuto.
Abbiamo già citato il caso dello scacchista geniale (nel suo ambito) che non sa
muoversi nella vita quotidiana; ancor più eclatanti i casi di grandi scienziati
che sono persone normalissime di fronte ai problemi di tutti i giorni o
addirittura hanno una vita disastrosa.
In gran parte, la sopravvalutazione dell’intelligenza logico-matematica deriva
da un’esagerata importanza data alla cultura, in particolare alle arti e alle
scienze. Si pensi alle definizioni usuali della parola genio. Come moltissimi
termini, può avere diversi significati. Un significato ristretto è quello che
limita moltissimo il campo d’azione (=soggetto che tocca le vette più eccelse
di arte o scienza: Einstein, un genio della fisica); uno un po’ meno ristretto
allarga il campo d’azione (=soggetto che tocca le vette più eccelse in un
determinato campo, non solo in arte o scienza: Maradona, genio del
pallone). Si arriva poi a un significato esteso (=soggetto capace di risolvere al
meglio le situazioni della vita: Sei un genio!). Ovviamente tutto ciò crea
confusione e sarebbe opportuno specificare sempre cosa si intende dire. Dal
punto di vista psicologico, è da rilevare la tendenza a espandere il significato
relativo della parola genio attribuendo alla persona un valore assoluto. Così
un genio (o comunque chi ha successo) della musica o della matematica è dai
più inconsciamente percepito come persona in assoluto più valida di un
comune mortale. Per il Well-being non è così. Il significato esteso della parola
genio deve riferirsi al campo più esteso possibile, cioè alla vita in generale,
mentre per i significati ristretti è opportuno precisare l’ambito. Per esempio,
un artista maledetto o uno scienziato con la vita che è caduta in pezzi (ma ha
vinto il Nobel!) verrebbero trattati con locuzioni simili a questa:

“E. A. Poe” è un genio della letteratura.


“E. A. Poe” non fu un genio, anzi fu persona non dotata di grande intelligenza

36
esistenziale.

Trattando dell’intelligenza affettiva, sarà chiaro il ruolo dell’equilibrio


psicologico di una persona nell’intelligenza esistenziale e si comprenderà
come, per esempio, un genio della matematica possa avere una bassa
intelligenza esistenziale. Come già rilevato, pur rimanendo nell’ambito
puramente razionale, la logica non è sufficiente a definire l’intelligenza
razionale di un soggetto.
Dal Capitolo 2 sappiamo che le componenti dell’intelligenza razionale sono

•• la logica
•• la statistica
•• la teoria della scelta razionale.

Su quest’ultima, sicuramente la meno conosciuta, ci possono essere molte


perplessità soprattutto da parte di chi si culla nell’illusione della certezza
(ved. Capitolo 2) oppure di chi vorrebbe rifarsi solo ad alternative più
tradizionali come il metodo scientifico o l’intuito.
Come può la teoria della scelta razionale usare proficuamente logica e
statistica, se queste non sono in grado di decidere negli scenari incerti?
La risposta è semplice: affinando il senso logico e il senso statistico del
soggetto. Nei capitoli 4 e 5 studieremo queste importanti armi che ognuno di
noi deve avere a disposizione.

Soffocamento razionale
Con questa locuzione intendiamo descrivere l’atteggiamento di tutti coloro che
escludono la teoria della scelta razionale dalla razionalità, pretendendo di
risolvere tutto con la logica, la statistica, i dati sperimentali ecc. Non si
rendono conto che in uno scenario incerto si deve decidere senza poter avere
dati che possano guidare al meglio la propria decisione.
In genere sono soggetti che quando escono da ciò che è scientifico si perdono
in un bicchier d’acqua e ciò spiega come grandi menti siano incapaci di
comprendere la realtà quotidiana.
Un esempio: la fede - Per capire l’importanza di una razionalità completa
useremo un argomento molto spinoso, quello della fede.
Un esempio di come il logico sia schiavo dei suoi limiti è La prova
matematica dell’esistenza di Dio, un’opera in cui Gödel cerca di dimostrare

37
ciò che al buon senso appare indimostrabile.
Gödel dimostrerebbe l’esistenza di Dio partendo da 5 assiomi e 3 definizioni.
Peccato che la cecità indotta dall’estrema fiducia nella sua amata logica non gli
abbia mostrato proprio i limiti (cioè l’assurdità per l’uomo comune) dei suoi
assiomi. Trattando solo i primi due:

1. Se due proprietà sono positive, allora lo è anche la loro unione. Peccato


che la realtà non ci dica questo. Amare Maria è positivo; amare Carla è
positivo. Amare (essere amorevoli anche sessualmente verso) Maria e Carla
può non esserlo!
2. Una proprietà è positiva oppure lo è il suo contrario, ma non lo possono
essere entrambe e non possono essere entrambe non positive. Qui si esce
completamente dalla realtà: se “essere matematici” è positivo, suona assurdo
stabilire che “non essere matematici” è negativo.

Mentalità atee arrivano a conclusioni opposte a quelle di Gödel perché usano


il loro potere razionale in uno scenario incerto non per verificare la coerenza
di una posizione, ma per dimostrare o meno la posizione!
Nessun grande pensatore ha sostenuto razionalmente la capacità di dimostrare
che Dio non esiste, tant’è che il termine “ateo” è spesso usato dai credenti per
indicare una degradazione della scala dei valori morali e religiosi che porta a
emarginare il concetto di divino e dai non credenti è spesso affiancato ad
“agnostico” per definire una posizione laica (“Sono ateo o, meglio,
agnostico”).
L’ateismo è un grave errore razionale perché spesso non è che una forma
psicologica di rigetto alla fede dei credenti. L’ateo si accorge dell’inconsistenza
delle dimostrazioni dell’esistenza di Dio e, per rigetto, pretende che si accetti
che non esista, con un ragionamento scorretto: se uno stupido dice che A è
vero, allora A è falso. L’ateo dovrebbe riflettere sull’analogia del processo.
Basta pensare a un accusato in un processo. Il suo difensore sostiene, in modo
del tutto inaffidabile, che è innocente (Dio esiste). Il pubblico ministero non
può basare il suo lavoro sul fatto che l’avvocato difensore è un incapace e
sostenere che, poiché non ha dimostrato che il suo cliente è innocente, è
giusto condannare l’accusato (Dio non esiste). Deve invece portare le prove
che è colpevole.
Se la logica è incapace di decidere circa l’esistenza di Dio, appare ottimistico
servirsi di prove sperimentali per dedurre probabilità sulla sua esistenza, di
affrontare cioè il problema dal punto di vista statistico. L’esistenza di Dio è

38
cioè uno scenario incerto. Applicando la razionalità a tale scenario, non si può
che concludere che ciò che si deve ricercare non è una dimostrazione, ma una
coerenza. Poiché dobbiamo ancora esaminare la fede del credente e la fede
atea, è possibile avere una fede razionale? Per rispondere alla domanda,
facciamo prima un esempio concreto che dimostra come una fede possa
essere razionale.
Lo zoologo - A uno zoologo (quindi a uno scienziato) viene affidato il
compito di censire i caprioli esistenti in un grande parco nazionale; decide di
servirsi di una squadra di volontari che rintracciano gli animali, li
narcotizzano e applicano loro un bracciale che li identifichi (per evitare
duplicazioni). Dopo una settimana sono 85 i caprioli censiti, nella seconda ne
vengono censiti altri 20, nella terza solo 12, ma nella quarta 13; nella quinta
solo 2. Lo zoologo si pone il problema: continuiamo per un’altra settimana o
sospendiamo il conteggio a 132 esemplari? Nonostante sia uno scenario
concreto, in quell’istante, la decisione deve essere presa per fede. Non è
possibile dire: “in teoria sarebbe possibile coinvolgendo milioni di volontari
sapere il numero esatto di caprioli”; in quell’istante, lo zoologo, che è una
persona razionale, deve decidere: mi fermo o continuo? La fede che esprimerà
sarà razionale se coerente con i suoi convincimenti, con i suoi comportamenti,
con sé stesso.
La fede razionale - Per la teoria della scelta razionale, in uno scenario incerto

una fede coerente è razionale.

Con l’esempio dello zoologo è semplice capire che una fede razionale parte
dalla proposizione

(1) “è possibile che Dio esista”.

Si noti come è rivoluzionaria questa posizione rispetto a quella del


razionalismo classico secondo cui fede e ragione appartengono a dimensioni
diverse.
Sono esempi di fedi irrazionali:

A. quella del credente irrazionale che afferma “sono sicuro che Dio esiste”
perché di fatto trasforma uno scenario incerto (incertezza sulla quale il
credente concorda perché ammette che una dimostrazione razionale
dell’esistenza è impossibile) in uno certo. Sostanzialmente è un teista.

39
B. Quella dell’ateo che è tale per fede. Questo punto potrebbe sorprendere
perché chi ragiona (solo) logicamente vede equivalenti le due posizioni
credere per fede che Dio esiste o che non esiste. In realtà non lo sono perché
il credente per fede che sostiene la (1) indica una probabilità compresa fra 0 e
1, mentre l’ateo per fede, di fatto, pone tale probabilità a zero; se infatti la
ponesse maggiore di zero (“è possibile che Dio non esista”), di fatto sarebbe
anche lui un credente per fede (probabilità complementare a quella secondo
cui Dio non esisterebbe)! Quindi l’ateo per fede è irrazionale proprio come il
teista in a). Fra l’altro, la definizione stretta di ateo [che non è quindi del tutto
speculare con quella di credente (razionale), nella cui fede il dubbio è
legittimo, ma lo è con quella di teista] non è “chi crede che Dio possa non
esistere”, ma chi nega l’esistenza di Dio (cioè probabilità nulla).

L’intuito
L’intuito è quel tipo di conoscenza immediata che non si avvale del
ragionamento o della conoscenza acquisita, mentre la ragione è l’insieme delle
facoltà tramite le quali l’uomo è in grado di pensare, stabilire rapporti e
connessioni tra le idee, esprimere giudizi, discernere il vero dal falso, il giusto
dall’ingiusto. Dai tempi di Aristotele, genericamente, la ragione si contrappone
alla conoscenza intuitiva.
Il confine fra intuito e ragione risulta però abbastanza fumoso per chi non
decide di esaminarlo profondamente dal punto di vista filosofico; nella vita
pratica ci si imbatte spesso in termini come “ragionevole” attribuiti anche a
qualcosa che in realtà è essenzialmente intuitivo.
D’altro canto molte persone considerano erroneamente intuitive posizioni
razionali in cui mancano molti dati per una elaborazione logica o statistica; in
molti scenari incerti la decisione non è intuitiva, ma è semplicemente coerente
con un’elaborazione veloce di tutti i dati che abbiamo. Supponiamo che
prenda un treno in tarda serata. Salgo e mi si offre la possibilità di sedermi in
due scompartimenti. Nel primo dormono alcuni giovani trasandati e un
barbone, nel secondo ci sono una suora, un signore di mezza età che legge un
libro e una giovane ragazza che ascolta musica con le cuffie. I dati sono
sicuramente incompleti, ma molto probabilmente sufficienti a stabilire che nel
secondo scompartimento avrei probabilisticamente meno problemi che nel
primo; infatti, entro nel secondo senza pensarci su troppo. Molti direbbero che
sono entrato nel secondo, intuitivamente. In realtà, ho elaborato velocemente i
dati che avevo e, senza sentire la necessità di approfondire (il signore che

40
legge potrebbe essere un killer, mentre i tre giovani trasandati potrebbero
essere ultrapacifisti), ho scelto razionalmente e non intuitivamente. Si tratta
quindi di un’elaborazione veloce (magari approssimativa), ma non intuitiva.
Come interviene quindi l’intuito nell’intelligenza razionale? Lo si comprende
dalla constatazione che ogni applicazione dell’intelligenza razionale richiede
un tempo di elaborazione.

La razionalità consente l’uso dell’intuito quando il tempo di elaborazione


sarebbe troppo lungo (penalizzante) ai fini della decisione.

Si noti la differenza con l’esempio del treno. In quel caso potevo prendermi
più tempo per decidere, rimanendo in piedi davanti agli scompartimenti e
osservando le persone (al limite potevo decidere di non entrare in nessuno dei
due). In altri casi una decisione troppo lunga potrebbe essere invece
penalizzante perché la non decisione sarebbe peggiore (nel senso che darebbe
risultati peggiori). Pensiamo a un giocatore di basket in possesso della palla
con la squadra sotto di un punto a cinque secondi dalla fine. Può decidere di
tentare il tiro a canestro oppure, in quei pochi secondi, di passare la palla a un
compagno, magari meglio smarcato o miglior tiratore. La decisione non potrà
che essere intuitiva.
Gli esempi fatti dovrebbero convincerci che l’intuito ha campi d’applicazione
molto ristretti e che, il più delle volte, viene confuso solo con un’elaborazione
veloce delle informazioni. Va da sé che, nei campi in cui serve, esistono
sicuramente individui più dotati di altri.
Un esempio di applicazione errata dell’intuito è l’amore a prima vista. A
prescindere da altre considerazioni, nella stragrande maggioranza dei casi non
esiste nessun motivo per non andarci con i piedi di piombo e procedere con
un’acquisizione ulteriore di dati che ci permetta di decidere meglio prima di
coinvolgerci. Così possiamo concludere che chi crede nell’amore a prima
vista sicuramente non è razionale.

L’intelligenza affettiva
Non è necessario ricorrere alle recenti scoperte della neurobiologia per sapere
che i nostri sentimenti, le nostre emozioni, la nostra vita affettiva sono in
grado di influenzare pesantemente le nostre scelte. Addirittura molte correnti
di pensiero (si pensi al romanticismo) hanno ipotizzato la necessità di

41
escludere la ragione da alcuni aspetti della nostra vita. Molte persone vivono il
dualismo ragione-sentimento senza orientamenti precisi, finendo spesso per
procedere a caso, incontrando un mare di problemi che, in quanto
incompresi, appaiono insolubili o comunque inevitabili.
Il merito delle ricerche neurobiologiche recenti sta nell’aver mostrato che
ragione ed emozione entrano comunque nelle nostre attività quotidiane e che è
necessario studiarne le interazioni per capire quale di queste sia la migliore
possibile. Prima di vedere la soluzione, esaminiamo una strada interessante,
ma errata.

L’intelligenza emozionale
Proviamo a ritornare indietro di qualche secolo, per esempio nel 1600. La
maggior parte della popolazione aveva una vita estremamente instabile:
guerre, carestie e malattie segnavano l’esistenza in modo spesso drammatico.
La giustizia, la libertà individuale e la democrazia erano pure e semplici
chimere. Pensare che la felicità dell’individuo potesse dipendere da come
questi riusciva a gestire le proprie emozioni non poteva che apparire ridicolo
quando una persona in giovane età non sapeva se avrebbe vissuto ancora per
un anno in condizioni accettabili. La vita era pesantemente condizionata da
fattori esterni alla persona, tant’è che la fuga dal mondo (monaci, eremiti ecc.)
era una prassi abbastanza consolidata, una strategia esistenziale.
In questo quadro, le religioni fornivano (e lo fanno ancora in Paesi dove le
condizioni di vita sono paragonabili a quelle occidentali di qualche secolo fa)
una chiara risposta esistenziale: la felicità sta sopra di noi. Il rapporto con il
divino permetteva di superare qualunque terribile prova terrena.
Si noti come le principali religioni fossero incapaci di promettere la felicità in
Terra (beati gli ultimi che saranno i primi), differendo il premio in un altro
mondo.
Con il migliorare delle condizioni di vita e con l’affermazione dei diritti
umani, la religione non è più bastata all’uomo perché era fisiologicamente
possibile essere felici anche nella vita terrena; la religione insegnava a
sopportare i problemi del mondo, ma non insegnava a evitarli e nel mondo
occidentale questa consapevolezza ha mandato in crisi la religione (i veri
credenti, cioè quelli coerenti con gli insegnamenti delle Chiese, sono oggi una
minoranza della popolazione), ma ha mandato in crisi anche l’individuo,
rimasto senza faro.
L’opera di Freud ha portato l’attenzione e la speranza dell’uomo del XX

42
secolo all’interno di sé; decenni di psicanalisi e di altre correnti della
psicologia non sono state però in grado di fare granché: l’uomo di oggi è
sempre più devastato.
Recentemente, nella psicologia si sono affermate interessanti correnti di
pensiero che, partendo da basi neurobiologiche, vogliono porre le premesse
per una migliore qualità della vita.
Tali correnti si basano sulla suddivisione del cervello in due parti: quella più
interna (cervello limbico) che controlla le emozioni e l’equilibrio fisiologico e
quella più esterna (cervello corticale, neurocorteccia) che controlla le facoltà
razionali. L’equilibrio fra queste due parti è quella che Daniel Goleman ha
definito intelligenza emozionale. Sull’entusiasmo di queste scoperte, alcune
correnti di pensiero propongono che l’intelligenza emozionale possa essere
correlata con il successo nella vita del soggetto, successo inteso
esistenzialmente.
In realtà non fanno altro che ripetere l’errore di Freud (errore di
allargamento del campione): studiare casi limite e supporre valide per tutti le
scoperte fatte nel risolvere i casi studiati.
Comprendiamolo con una semplicissima analogia. Un cardiologo stila delle
regole di comportamento per un suo paziente affetto da un grave scompenso
cardiaco:

•• nessuna attività sportiva


•• astensioni da attività lavorative troppo impegnative fisicamente e/o
mentalmente (stress)
•• abolizione del fumo
•• alimentazione equilibrata e controllata ecc.

Notiamo come alcuni consigli possano essere validi anche per un soggetto
sano (per esempio l’abolizione del fumo), mentre i primi sicuramente no:
renderebbero un soggetto sano poco più di un vegetale. Sono sicuramente
compatibili con una vita sana, ma a che prezzo?
Allo stesso modo, le correnti emozionali sembrano ottenere significativi
successi nello studio di casi limite, cioè patologici. Se il soggetto valuta
negativamente una situazione oggettivamente positiva perché la sua ragione
soffoca le sue emozioni che la giudicherebbero positiva (un esempio classico
è l’inibizione sessuale) oppure se le sue emozioni vanno in corto circuito e
prendono il sopravvento (esempio classico l’attacco di panico) ecco che lo
stato emozionale è negativo perché manca l’armonia fra le due componenti

43
cerebrali. Sono questi i casi (soffocamento razionale e corto circuito
emozionale) in cui le teorie emozionali raggiungono i risultati migliori, ma si
tratta spesso di casi patologici, non di persone che vivono i “problemi della
quotidianità”.
Le correnti emozionali non si occupano minimamente di costruire la
situazione ottimale entro cui l’equilibrio emozione/ragione possa essere
positivo al massimo. Così facendo, trascurano una gran parte della realtà e
finiscono per essere utili in un numero limitato di casi.
Per capire come sia riduttiva (o meglio, accademica, tipica di chi non vede che
una realtà “teorica”) la posizione delle correnti emozionali basta pensare ad
alcuni casi:

•• Maria, figlia di un piccolo spacciatore e di una prostituta.


•• Giovanni, con una moglie che lo ha sposato solo per una sicurezza
economica e che ora lo tradisce in continuazione e dalla quale non può
divorziare perché perderebbe gran parte di quello che ha.
•• Mario, che ha perso il lavoro e non ne trova uno nuovo.
•• Luigi, che ha una figlia anoressica e un’altra che non lo può sopportare.

Casi limite? Non poi così limite come si potrebbe credere. Pensiamo all’ultimo
caso e ai dissapori fra genitori e figli: pensare che a un genitore basti trovare
l’armonia interna per non “sentire” i problemi con i figli (problemi che magari
dipendono da questi ultimi e non dall’educazione loro impartita) è pura teoria
che di fatto toglie ogni umanità all’uomo. Diventa perciò un insulto a chi
soffre veramente pensare che basta “meditare” o fare esercizi di respirazione
per trovare l’armonia dentro di sé. Forse può servire a far calare una
saracinesca fra noi e i problemi (una sorta di anestesia), ma non certo a darci
una vita felice.
È per questo che le teorie emozionali non funzionano percentualmente più di
tanto nella popolazione, gran parte della quale le vede come un gioco per
intellettuali.
Se il soggetto ha un buon potere logico e dati esterni ottimi e l’ambiente è
favorevole alla sua vita, l’equilibrio emozione-ragione lo porta a stati
emozionali positivi; ma ciò non deve illudere perché percentualmente si
verifica in rari casi, per esempio quelli dei “guru”, personaggi che hanno una
vita positiva con la sola ricerca del “dentro di sé” semplicemente perché
hanno la fortuna di avere casualmente i tre sopraccitati fattori dalla loro parte.
Per la maggioranza della popolazione non è così. E allora cosa ottengono le

44
teorie emozionali? Disinteressandosi del “fuori di sé”, al massimo fanno
giungere il soggetto in uno stato neutro, di serenità (cosa importante per un
malato psichico, ma non certo sufficiente per chi vuole vivere al massimo;
come era importante per il cardiologo prolungare la vita del cardiopatico).
Del resto, le recenti correnti neurobiologiche che spingono l’intelligenza
emozionale non sono altro che la traduzione scientifica di molte discipline
orientali che hanno come scopo la serenità piuttosto che la felicità. Pensiamo
allo yoga, alla meditazione, allo zen ecc., queste discipline insegnano a
fronteggiare i problemi, a gestire le frustrazioni derivanti da situazioni
negative che spesso si sono create perché il soggetto ha uno scarso potere
logico e ha pessimi dati esterni.
La conseguenza è che se il soggetto vive continuamente nei problemi,

sopravvive, ma non vive!

In altri termini, chi vive perennemente in situazioni critiche, stressanti ecc. al


più controlla le emozioni negative, ma certo non ne ha di positive!
È per questi motivi che il successo di correnti psicologiche emozionali,
discipline orientali ecc. è massimo nei soggetti con seri problemi psicologici
(la serenità è un grosso successo) o in soggetti che hanno una vita già
abbastanza fortunata e si accontentano di vivere con i problemi di tutti,
fronteggiandoli alla meglio invece di eliminarli.

Non tutto è ragione


Le correnti emozionali hanno avuto il gran pregio di riunire sotto un’unica
bandiera tutti coloro che sostengono che “non tutto è ragione”. Questi soggetti
sono sicuramente maggioritari nella popolazione anche se pochissimi di loro,
messi alle strette, sanno definire quali regole applicare per fare coesistere i
due mondi.
In realtà sono persone che vivono a caso, spinte una volta dal vento della
ragione e una volta da quello del sentimento, con una direzione di vita
approssimativa. Alcune parlano di equilibrio (ma non sanno dire, né mai si
sono chieste, come fare a ottenerlo), altre, più onestamente, dicono che si
lasciano guidare ora da uno ora dall’altro (perdendo così il reale controllo
della propria vita). Se si fa parte di coloro che sostengono una tesi analoga al
titolo di questo paragrafo, questo libro risulterà molto utile perché permetterà
di scoprire il modo per far dialogare correttamente ragione e sentimento.

45
La rivoluzione del Well-being
Molte ricerche “dimostrano” che “le sensazioni orientano le nostre scelte”; in
effetti, se si analizzano i dati si scopre che è così, ma semplicemente perché il
campione studiato è “mediocre”. Con un’analogia, sarebbe come se una
ricerca stabilisse che è impossibile correre i 100 m in meno di 10 secondi
dopo aver preso in esame 1.000 giovani di una regione.
Si tratta di un limite comune in psicologia: limitarsi a ritenere corretto ed
esistenzialmente migliore ciò che appartiene alla maggioranza della
popolazione (“è umano essere gelosi” ecc.). L’alternativa sarebbe andare alla
ricerca di chi vive meglio, mostrandolo come esempio a chi vive
“normalmente” (nell’analogia dei 100 m equivale all’andare alla ricerca di un
vero campione) e studiandolo per capire come fa.
Non è corretto limitarsi a congelare l’evoluzione umana, prendendo come
punto d’arrivo quello della maggioranza della popolazione, senza nessuna
propensione allo studio di cosa sia migliorabile. In genere gli psicologi non
sono interessati a studiare i casi più positivi, ma si soffermano sull’analisi dei
comportamenti comuni. In alcuni campi (come l’economia) ciò è
importantissimo perché può spiegare perché, per esempio, i mercati non sono
affatto razionali. Sul piano individuale gli psicologi non sono però in grado di
trovare strategie che indirizzino al meglio.
Anzi, questa tendenza al congelamento diventa pericolosa quando, per
esempio, si cerca di spiegare un comportamento dell’uomo attuale alla luce
delle scelte dell’uomo primitivo, come se nulla fosse cambiato. Personalmente
ritengo che ogni richiamo alla primitività dell’uomo sia risibile perché di fatto
cancella millenni di progresso non solo civile e sociale, ma anche individuale.
Se studiassimo l’armonia emozione-ragione di un uomo primitivo dovremmo
concludere che è del tutto normale che un uomo assalga sessualmente una
donna per strada (e quindi assolvere uno stupratore perché, poverino, non ha
un buon equilibrio emozione-ragione) o che due uomini si scannino negli
affari come nell’età della pietra i loro avi si scannavano per dividersi un
cinghiale con cui sfamare la famiglia. Come questi esempi ci fanno sorridere,
ci dovrebbe pure far sorridere ogni tentativo di congelare l’evoluzione umana
sul piano dell’intelligenza esistenziale.
Se è giusto studiare i comportamenti della gran parte della popolazione, è
sicuramente auspicabile studiare anche quelli di chi vive al meglio la propria
vita, dove per vivere al meglio non si intende solo non avere conflitti interiori,

46
ma anche, e soprattutto, non avere problemi, interni o esterni che siano.

Il campione da studiare

Quando, oltre una ventina di anni fa, iniziai a occuparmi di qualità della vita,
mi resi conto che

nella popolazione esisteva un gruppo di persone nettamente positivo che


viveva in condizioni decisamente facilitanti (rispetto al raggiungimento della
felicità).

Il non essere fra questi mi stimolava molto a studiare in maniera oggettiva


(non filtrata cioè dalle mie preferenze personali!) le caratteristiche comuni:
nacque così il Well-being (1998); l’impresa sarebbe stata improba e poco
oggettiva se non ci fosse stato il boom di Internet. Infatti mi accorsi subito che
i test presenti nel sito potevano essere sviluppati per ricavare un’enorme mole
di dati. All’inizio i test erano monotematici, orientati a un argomento (del tipo:
sei geloso?) e permisero di ricavare le percentuali di coloro che erano affetti
da un problema; l’interazione con gli utenti permetteva di perfezionarli sempre
più, arrivando da un iniziale 10-15% di scontenti (sono risultato x, ma non è
vero che sono x) a un valore inferiore al 2-3%. I test monotematici permisero
di

•• valutare l’impatto dei vari problemi nella popolazione (sapere, per esempio,
che il 35% di persone non ha una forza di volontà particolarmente sviluppata);
•• verificare che chi era decisamente soddisfatto della propria vita era immune
da tutta una serie di problemi.

In altri termini, utilizzando questa mole di dati fu facile scoprire che

chi viveva una vita felice e soddisfacente aveva tratti comuni,

mentre chi non ci riusciva era vittima di personalità critiche, cioè personalità
che causavano problemi e disagio esistenziale.
Io stesso cambiai la mia personalità per adeguarla ai tratti comuni che avevo
scoperto, ottenendo un enorme miglioramento esistenziale. Se oggi le tesi che
propongo sembrano personali è perché ho imparato veramente bene a vivere
secondo i tratti comuni dell’insieme di persone che nella società vive e non

47
sopravvive!
Grazie ai test e alla mole di dati raccolti arrivai alla definizione della ventina di
personalità astratte che generano ognuna una serie di problemi che abbassano
la qualità della vita (personalità critiche).
La personalità di un singolo soggetto (cioè una personalità reale) è
rappresentata da un vettore (cioè un insieme ordinato di numeri disposti su
una riga o su una colonna) che lo descrive in funzione delle personalità
elementari.

P=v(p1, p2, …, pn).

Lo studio di una personalità reale passa attraverso l’analisi dell’interazione


delle personalità elementari, cioè si studia come si fondono le personalità
elementari in un determinato individuo. Si comprende subito che esistono
milioni di combinazioni, poiché ogni personalità elementare può pesare in
modo differente, proprio come in una sostanza gli atomi degli elementi
possono legarsi in milioni di modi diversi. Lo studio sarebbe complicatissimo.
Per esempio, come devono interagire le personalità per avere una persona
diffidente?
La scoperta del Well-being consiste nel fatto che,

se si limita l’indagine alle sole interazioni che portano al disagio esistenziale,


si scopre che quest’ultimo è causato dal superamento di soglie di pericolo.

Ragionando in una logica a due soli valori (0 e 1), un valore unitario di una
personalità critica nel vettore della personalità reale indica che in un
determinato soggetto la personalità critica supera la soglia di pericolo.
L’assenza di personalità critiche nel vettore personalità reale dà origine alla
personalità equilibrata, che garantisce un’ottima qualità della vita. Nella mia
opera La felicità è possibile analizzo in dettaglio queste personalità e i
problemi che generano. In questa sede mi basta ricordare che non è tanto
importante un generico equilibrio fra cuore e ragione (come sostenuto dalle
correnti emozionali) quanto il possedere una personalità equilibrata:

l’intelligenza affettiva si valuta dall’equilibrio della personalità del soggetto.

Come detto, per il Well-being tale equilibrio (personalità equilibrata) si ottiene


con l’assenza di personalità critiche. Ciò spiega, per esempio, come

48
personaggi geniali nella loro materia, ma con personalità critiche possano
essere giudicate esistenzialmente poco intelligenti.
Rimandando a La felicità è possibile ogni altro discorso sulla personalità
equilibrata (e quindi sulle modalità di incrementare la propria intelligenza
affettiva; in realtà il testo potrebbe essere un esteso capitolo di questo libro),
in questa sede analizzeremo solamente come la parte affettiva della persona
deve interagire con la parte cognitiva (razionale).

La spiritualità

La spiritualità è una particolare sensibilità con una profonda adesione ai valori


dello spirito. Rileggendo la definizione si comprende come possa essere
interpretata in mille modi diversi. Per esempio, una delle accuse più frequenti
a chi utilizza la ragione per vivere meglio è di sopprimere gran parte della
spiritualità che è in ogni individuo. In realtà è un’accusa che non ha
fondamenti concreti, se non la generica contrapposizione fra ragione e spirito.
Questa contrapposizione, se pure possibile, non è detto che si attui nelle scelte
di vita del soggetto. Nel Well-being sicuramente non accade. Prima di scoprire
il perché, vediamo una serie di spiritualità fittizie, connesse a personalità che
il Well-being definisce come parzialmente non equilibrate.
La spiritualità dei patosensibili - È spesso chiamata sensibilità; di profondo
non ha nulla, si basa semplicemente sull’incapacità di affrontare e gestire il
dolore e il male che ci sono attorno a noi. Il patosensibile giudica insensibile
(e quindi privo di spiritualità) il soggetto forte che di fronte al dolore non si
scompone, ma cerca la miglior soluzione (ecco che compare la ragione) per
gestire la situazione.
La spiritualità dei contemplativi - È spesso associata alla cultura; anche in
questo caso è estremamente superficiale. Il soggetto scambia la propria cultura
e la propensione a essa (come per esempio nei filosofi che ritengono la
filosofia la Scienza per eccellenza) come spiritualità. Nobiltà di spirito è una
locuzione che viene associata a chi si dedica a temi e a domande importanti
(spesso senza risposta) in un gioco intellettuale che appaga il giocatore e lo fa
sentire “superiore” (il termine nobiltà è perfetto per descrivere questa
“superiorità”).
La spiritualità dei romantici - È spesso chiamata passione, emozione,
sentimento. Da un punto di vista pratico il romantico è convinto che la sua
anarchia emozionale (passione) sia il massimo della spiritualità. Anche in
questo caso si scopre spesso che la spiritualità (come molte passioni) è

49
superficiale e temporanea oppure (come alcuni sentimenti) distruttiva per sé e
per gli altri (si vedano i grandi drammi del romanticismo).
La spiritualità degli inibiti - È spesso vissuta come sofferenza. Non è però
qualcosa di proprio, è semplicemente il dolore che l’inibito prova perché non
sa liberarsi (ribellarsi) dalle sue dolorose inibizioni.
La spiritualità dei mistici - È un’evoluzione di quella dei contemplativi: alla
cultura si sostituisce la trascendenza; il rapporto con il trascendente viene
vissuto come un’alta forma di spiritualità, mentre in realtà non è che un
bisogno (quindi con valenza negativa) o una scelta (in questo caso a priori
con valenza neutra) del soggetto.
La spiritualità di svogliati, dissoluti, sopravviventi - È tutto ciò che non è
ragione (di solito non sanno nemmeno definirne i tratti principali) la cui
esistenza giustifica ogni loro comportamento illogico.
In ogni caso ricordiamoci che

la vera spiritualità non distrugge la nostra vita.

La gerarchia di Albanesi

Le teorie emozionali vorrebbero cercare l’equilibrio fra ragione ed emozioni.


Di fatto, il termine equilibrio indica una parità gerarchica che è solo fonte di
problemi esistenziali. Non a caso l’equilibrio fra due antagonisti potenziali di
eguale forza si raggiunge con il compromesso, una strategia che
necessariamente costringe a cedere qualcosa. Dal punto di vista esistenziale
ciò può essere comunque positivo se la persona sta vivendo malissimo, ma se
ambisce a vivere al meglio è equivalente a una castrazione di ogni possibilità
di arrivare al top.
La razionalità non si oppone affatto alle emozioni, ma all’atteggiamento di chi
cerca in esse il facile alibi per giustificare ogni suo comportamento e
l’incapacità di trovare una condotta coerente di vita (in tal senso la spiritualità
viene spessa ridotta a sentimentalismo). Anzi, come vedremo nel prossimo
paragrafo, una vera e grande spiritualità è razionale.
Da ragazzo avevo i problemi di tutti, ma non sono mai stato fra quelle persone
che dicono: “ma è normale averne, chi non ne ha?”; questo mi ha consentito
di migliorare. Fra l’altro, ero romantico e contemplativo ed ero convinto di
avere una grande spiritualità. Poi, grazie a quella razionalità che molti
avversano, ho eliminato i problemi.
Con mia grande sorpresa, le emozioni che provavo prima del cambiamento

50
non erano sparite, anzi si erano rafforzate, tant’è che potevo chiaramente
scorgere come fossero superficiali o di facciata quelle precedenti. La stessa
differenza che corre fra i sentimenti raccontati da un capolavoro del cinema e
quelli di una soap opera strappalacrime.
Cos’era accaduto? Lo spiego con una metafora.
Il campo minato - Il mondo può essere visto come un campo minato nel
quale dobbiamo muoverci; molti si muovono a caso e boom, saltano in aria.
Altri cercano di evitare le mine, ma, non sapendo riconoscerle, boom, saltano
in aria un po’ più tardi dei primi. Infine, i più furbi, studiano cosa sono le
mine, come riconoscerle e renderle inoffensive. Grazie a questa comprensione
(Well-being o altre strategie veramente efficienti) riescono a delimitare le zone
senza mine e in queste zone non solo si muovono (cioè sopravvivono), ma
corrono felici (vivono pienamente).
Chi ha capito la metafora fino in fondo potrà concludere facilmente che

la ragione delimita i percorsi entro cui le emozioni (quelle vere e profonde)


possono esprimersi con la massima libertà e senza pericolo alcuno.

Non si deve quindi cercare l’equilibrio, ma costruire un grande recinto entro


cui i sentimenti possano correre liberi senza farci del male.

La spiritualità è conoscenza

Spiritualità è un termine che può essere usato in molti contesti e deve essere
definito con precisione per evitare confusioni. Di solito, quando ne parlo,
accetto la definizione della controparte che è piuttosto classica, quasi sempre
filosofeggiante, mi è più facile mostrarne i limiti, come ho fatto nel paragrafo
La spiritualità, dove sono trattate le false spiritualità.
Il concetto di spiritualità non è comunemente chiaro perché in realtà è fine a
sé stesso; sono pochissime le persone (quasi sempre filosofi) che lo usano
inserito in una visione del mondo. La filosofia classica è troppo distante dal
mondo e fuori dal Well-being. Uno dei grandi abbagli (fallimenti) della
filosofia è stato proprio quello di girare attorno al concetto di spirito, un po’
come i fisici prima di Einstein giravano attorno al concetto di etere.

Lo spirito, per il Well-being, non è che un livello di conoscenza profonda che


ci fa entrare in risonanza con la cosa conosciuta.

51
Quando si avverte questa risonanza, si avverte il proprio spirito. Si avverte
solo per le cose che si amano e si conoscono profondamente (quindi il solo
amore non basta).
Dalla definizione è chiaro che nel Well-being non esiste nessuna particolare
relazione fra spiritualità e fede; lo spirito non è un concetto religioso, è un
livello di conoscenza cui pochi arrivano perché pochi hanno una grande
capacità di amare. La “gente senza spirito” è quindi molto comune.

L’intelligenza acquisitiva
Studiando le strategie esistenziali di chi vive al meglio non è difficile scoprire
che esiste un’altra componente dell’intelligenza esistenziale, l’intelligenza
acquisitiva.
Per capirne l’importanza pensiamo a chi può fare un affare possedendo molti
dati non noti alla concorrenza. Sicuramente ne è avvantaggiato e potrà
compiere scelte vincenti. La stessa cosa succede nella vita.

Chi ha dati migliori di altri fa scelte migliori.

Le nostre scelte non si giocano quindi solo nella nostra mente o nel nostro
cuore.
Il rapporto con i dati del mondo esterno è una caratteristica personale, unica,
quell’intelligenza acquisitiva senza la quale essere razionali ed equilibrati può
non essere sufficiente a vivere bene. È sicuramente corretto parlare di
“intelligenza” perché il rapporto che intendiamo descrivere non riguarda solo
l’esperienza che il soggetto acquisisce, ma anche la sua elaborazione.
L’aggettivo acquisitiva sta proprio a indicare l’acquisizione dei dati dal mondo
esterno e, in pratica, l’intelligenza acquisitiva è il risultato dell’elaborazione
dell’esperienza.
Prima di procedere nella descrizione di come questa elaborazione possa essere
ottimizzata, è necessario ricordare che esistono molti individui che negano alla
base, inconsciamente, il valore dell’esperienza. Pensiamo alle persone che non
sopportano di sbagliare, che si autopuniscono per i loro errori o peggio che
tendono a punire con eccessiva severità chi sbaglia, non hanno capito che
nessuno può pretendere di capire la vita senza l’esperienza: la ragione, da sola,
non basta. Per convincersi, si consideri una persona molto intelligente che
non sa giocare a scacchi e una persona mediocre che gioca da una vita. Il

52
nostro genio si compra un libricino, impara le regolette del gioco (non ci
vuole più di un’ora) e poi, dall’alto della sua intelligenza, decide di sfidare il
nostro giocatore da caffè. Ebbene, nonostante quello che può pensare la
maggioranza delle persone, il nostro genio farà una figuraccia perché gli
scacchi, come la vita, sono soprattutto una questione di esperienza. È chiaro
poi che, a parità di esperienza, conta la capacità di capirla, di elaborarla.

Nel Capitolo 7 vedremo:

•• cos’è l’esperienza
•• come elaborarla
•• come acquisire informazioni corrette.

53
Cap. 4 - La logica raziologica
Logica deriva dal greco logos, parola, e può essere definita genericamente
come studio del pensiero, del linguaggio. Inizialmente rientrava nel campo
d’azione della filosofia, ma successivamente è stata oggetto di studio anche da
parte della matematica e dell’informatica.
La storia della logica scorre parallelamente alla sua diversificazione in varie
branche, le più importanti delle quali sono:

•• logica classica; studia il pensare a prescindere dai contenuti delle singole


proposizioni (come estensione nelle logiche polivalenti sono presenti più
valori di verità rispetto ai tradizionali vero/falso);
•• logica dialettica; studia il pensare in relazione ai contenuti;
•• logica matematica (formale); è la logica applicata alla matematica.

Per la logica classica è, per esempio, del tutto corretto dedurre dalle prime due
proposizioni la terza:

1. Tutti i cavalli sono uccelli


2. Fulmine è un cavallo
3. Quindi Fulmine è un uccello.

La logica classica studia cioè i nessi inferenziali, i collegamenti fra i vari


oggetti del pensiero.
Chi ha compreso che cos’è la raziologia dovrebbe arrivare alla conclusione
che la logica raziologica è più vicina alla logica dialettica che a quella classica
o a quella matematica per il semplice fatto che per la raziologia non è possibile
prescindere dai contenuti (ved. Il linguaggio). In realtà la logica raziologica si
differenzia dalla logica dialettica per alcuni punti fondamentali:

•• l’introduzione del concetto di coerenza che in molti scenari sostituisce il


vero (certo);
•• la mancanza di autonomia, essendo solo uno strumento che deve fondersi
con altri (statistica raziologica e teoria della scelta razionale) per arrivare a uno
scopo concreto.

I due punti sopraccitati rivelano l’influsso delle scienze matematiche sulla

54
logica raziologica per quel tanto che basta per il formarsi di una coscienza
logica pratica anziché puramente teorica e astratta (per capire quest’ultimo
concetto basta comprendere quanto poco “pratiche” siano le concezioni
dialettiche di Fichte o di Hegel).

Il linguaggio
La pretesa di partire da un linguaggio simbolico non appartiene alla raziologia.
In verità, una logica che lo fa finisce prima o poi per perdere di vista
l’approccio con la realtà per il semplice fatto che i linguaggi naturali hanno
una complessità tale che nessun linguaggio simbolico e la logica a esso
correlata sono riusciti finora a descrivere. Partire da un linguaggio simbolico
significa sostanzialmente fare teoria e non pratica.
Certo è che anche nel linguaggio naturale è possibile definire concetti che
appartengono alla logica classica.
Definiremo per esempio “proposizione” ogni complesso linguistico
meritevole di indagine raziologica (non aristotelicamente meritevole di
indagine di verità/falsità).
Una proposizione ha due dimensioni, una semantica (semantica come
disciplina che studia il significato delle frasi e dei testi) e una grammaticale
(grammatica come insieme di regole fonetiche, ortografiche, morfologiche,
lessicali e sintattiche della lingua).
Per esempio, la proposizione

l’anatra petrolifera dipingerà bontà dorate

non ha nessun senso comune (forse può essere la parola d’ordine di un agente
segreto), ma grammaticalmente in italiano è corretta. Viceversa:

a me mi piacere le mele

è grammaticalmente orribile in italiano, ma è compresa da tutti.


Per la raziologia

una proposizione deve essere esprimibile, deve cioè possedere una chiara
dimensione semantica.

55
Per la raziologia, la parte grammaticale, che è così fondamentale per ogni
logica formale, svolge un ruolo minimo essendo studiata soprattutto per
evidenziare le incomprensioni grammaticali, cioè il decadimento della
dimensione semantica a partire da una carente dimensione grammaticale.

L’incomprensione grammaticale
Quali sono gli errori grammaticali che possono ridurre la dimensione
semantica di una frase? Questa affascinante domanda è sempre più importante
con la globalizzazione dell’informazione; modi nuovi di scrivere (okkio, xché
ecc.), interazioni linguistiche (basti pensare a quanti termini inglesi vengono
usati nella lingua italiana), una diversa gestione dell’ortografia (oggi è
drasticamente calata la corrispondenza basata sulla scrittura manuale) ecc.
offrono spunti di riflessione notevoli. Si pensi, per esempio, alle difficoltà di
comprensione che possono generare, in un italiano che conosce l’inglese
scolastico, le abbreviazioni, le espressioni gergali o peggio, veri e propri errori
grammaticali, “recuperati” facilmente da un madrelingua.
Per un madrelingua le cose non sono così drammatiche perché le capacità di
recupero semantico sono veramente enormi. Sono ormai classici gli studi che
evidenziano come tali capacità siano incredibili. Se prendiamo una frase e
manteniamo la parte iniziale e quella finale delle parole, mischiando a caso le
altre lettere, probabilmente siamo in grado di capirla comunque! Per esempio
la frase

Sicrumaente doamni anedrmo al cienma per veedre un bel domucnetario sui


piginuni

è recuperata in pochi secondi dalla maggioranza della popolazione in quella


corretta:

Sicuramente domani andremo al cinema per vedere un bel documentario sui


pinguini.

La difficoltà maggiore sta sicuramente nel recupero dell’ultima parola; il


motivo è molto semplice: le parole che conosciamo vengono recuperate tanto
più rapidamente quanto più siamo abituati a usarle (cinema è più usato di
pinguini).

56
Paradossi incomprensibili

Nella logica classica si sono spesi oceani di inchiostro per discutere su


paradossi come quello del mentitore o su antinomie come quella di Russel (i
termini paradosso e antinomia vengono usati spesso impropriamente; in linea
di principio, il paradosso è una conclusione logica non contraddittoria che si
oppone al senso comune, l’antinomia è una contraddizione).
Paradosso 1 (paradosso del mentitore) - Questo enunciato è falso. Se
l’enunciato fosse vero allora sarebbe falso e se fosse falso sarebbe vero!
Paradosso 2 (paradosso degli insiemi o antinomia di Russel - Esistono
insiemi (cataloghi delle sezioni di una biblioteca, in una versione più concreta
del paradosso) che contengono sé stessi (R) e insiemi (cataloghi) che non
contengono sé stessi (NR). Consideriamo l’insieme di tutti gli insiemi NR
(catalogo di tutti i cataloghi NR): sia M. Se M è un insieme NR, esso
appartiene a M per la stessa definizione di M e allora è un insieme R per la
definizione di insieme R. Se viceversa M è un insieme R allora, per la
definizione di M, esso non appartiene a M, ossia non appartiene a sé stesso,
ossia è un insieme NR. In entrambi i casi si cade in contraddizione.
Raziologicamente parlando, i due paradossi si basano su proposizioni non
esprimibili, cioè del tutto inutili a priori perché di fatto non hanno un
significato, ma sono solo il trionfo della parte grammaticale sulla dimensione
semantica. In alcuni casi, come nel paradosso del mentitore, la proposizione
non è esprimibile proprio come “tutti i cavalli leggibili sono neri” e quindi
viene rigettata senza analisi; in altri, come per l’antinomia di Russel, è
possibile apportare correzioni. Infatti, per mantenere l’esprimibilità, nel
paradosso degli insiemi non è possibile ricondurre classi diverse di oggetti
allo stesso tipo perché ciò genera confusione con un azzeramento della
comprensione. Per mantenerla è necessario chiarire che esistono solo insiemi
(che non contengono sé stessi) e selfinsiemi (che contengono sé stessi). Si
può considerare “l’insieme di tutti gli insiemi”. Allora esso non contiene sé
stesso (è un insieme), ma dovrebbe contenersi per definizione. Si ha una
contraddizione e la proposizione “esiste l’insieme di tutti gli insiemi” non è
esprimibile. Si consideri invece “il selfinsieme di tutti gli insiemi”: esso
contiene tutti gli insiemi e inoltre contiene sé stesso (è un selfinsieme): tutto è
corretto.

La definizione

57
Abbiamo già visto che, poiché la dimensione semantica è prevalente, la logica
raziologica considera solo proposizioni esprimibili; analogamente, non può
prescindere dalla considerazione che ogni termine abbia una definizione
semanticamente non ambigua. La terminologia è la disciplina che si occupa
delle definizioni.
Una definizione è un’operazione logica con la quale si evidenziano le
proprietà di un oggetto, concreto o astratto; in genere porta a stabilire
un’equivalenza fra un termine e il significato dello stesso. Poiché il significato
è spiegato impiegando altri termini, condizione necessaria affinché uno stesso
termine abbia lo stesso significato per due persone è che la spiegazione (cioè
la forma della definizione) sia la stessa e i termini utilizzati abbiano lo stesso
significato.
Ben si comprende come le probabilità che due definizioni provenienti da
soggetti diversi siano del tutto equivalenti è piuttosto bassa, soprattutto perché
nessuno di noi è in grado di riferirsi a dizionari comuni, ma ha un bagaglio di
definizioni approssimative, frutto delle proprie esperienze consce e inconsce,
il cosiddetto dizionario personale. Solo raramente si precisa a priori, in modo
esplicito, il significato da associare a un termine che usiamo. Il campo
d’azione della raziologia non è quello di completare la terminologia quanto
quello di studiare gli errori che nascono dalle interazioni dei vari dizionari
personali (ved. Capitolo 9, Errore di definizione).

Concetti logici elementari


Come abbiamo detto, scopo della logica raziologica non è quello di sostituire
il linguaggio naturale con un linguaggio simbolico in cui sia più “corretto”
pensare. I limiti di un tale approccio sono evidenziati dal fatto che
quotidianamente non sarebbe possibile parlarsi con un linguaggio simbolico.
D’altro canto, i primi passi della logica classica (espressa in forma aristotelica
o più modernamente) sembrano molto affascinanti. Per esempio, se
formalizzo una frase comune del tipo Lucia non va al cinema tutte le
domeniche, posso esprimere facilmente nel mio linguaggio simbolico che non
è sempre vero che, scelta una domenica qualsiasi, Lucia sia al cinema. Peccato
che, probabilmente, la maggioranza delle persone riesca ad arrivare alla stessa
conclusione molto velocemente, mentre non sarebbe in grado di capire il
formalismo con cui la logica descrive la situazione. Il limite del formalismo
sta proprio nel fatto che l’innalzamento del livello culturale della media della

58
popolazione ha superato di gran lunga i progressi delle logiche formali,
rendendole utili solo teoricamente.
Quello che cioè si scopre è che gran parte di ciò che la logica classica ci dice è
posseduto ormai dalla maggior parte della popolazione che cade in errori
molto specifici, ripetuti e facilmente identificabili. Paradossalmente, la logica
raziologica è più interessata alla ricerca degli errori che del corretto modo di
pensare. Di seguito esporremo alcuni concetti classici che sono quelli che
servono per capire perché sbagliamo nel ragionare.

La via semantica
Date certe premesse, è auspicabile ottenere altre proposizioni che siano
conseguenze logiche delle premesse. Se P è l’insieme delle premesse, P-> α
indica che α è conseguenza logica delle premesse. La via -> può dipendere

•• dalla logica usata


•• dalla dimensione usata, per esempio semantica o sintattica.

Quella che abbiamo chiamato via semantica si rifà a concetti intuitivi come
interpretazione, significato, verità ecc., mentre la via sintattica lavora sui
simboli, è puramente linguistica. Quindi:

1. Poiché lavora solo su proposizioni esprimibili, la logica raziologica usa la


via semantica.
2. Un’importante e fondamentale differenza con altre logiche è che, usando la
via semantica, la logica raziologica non fornisce dimostrazioni (che si hanno
partendo dagli assiomi per via sintattica), ma conseguenze logiche. Questa
caratteristica ben si sposa con il normale dialogare delle persone che mai
fissano gli assiomi prima di una discussione, ma preferiscono scontrarsi sulle
conseguenze logiche, cioè su processi che hanno come punti iniziali ipotesi
che, eventualmente, potrebbero anche essere false.

Da notare che, usualmente, nel linguaggio parlato c’è equivalenza fra


conseguenza logica e deduzione anche se in logica moderna la deduzione
riguarda solamente il livello sintattico del linguaggio.
Infine vedremo che la raziologia applica concetti statistici per derivare
implicazioni miste logico-statistiche.

59
Le proposizioni
Secondo la logica classica, un’affermazione del tipo “Milano è lontana da
Roma” non è una proposizione perché a essa non è assegnabile un valore di
verità (come lo è invece alla proposizione “12 è un numero pari”).
Secondo la raziologia, ogni affermazione che è suscettibile di indagine sulla
verità/falsità è invece una proposizione. Nel caso sopraccitato, sarà necessario
definire cosa si intenda per lontano; se gli interlocutori convengono che due
città sono lontane una dall’altra quando distano più di 300 km, l’affermazione
“Milano è lontana da Roma” sarà per loro una proposizione vera.
Nel linguaggio comune, possono entrare anche considerazioni statistiche; per
esempio, “probabilmente domani pioverà” è un’affermazione che secondo un
istituto di meteorologia ha il 70% di probabilità di essere vera.
Se i nostri ragionamenti fossero espressi solo da proposizioni classiche, due
interlocutori potrebbero facilmente convergere verso le stesse conclusioni.
Purtroppo molte affermazioni che usiamo sono discutibili, cioè non sono
proposizioni in senso classico:

“Tizio fu un grande poeta”


“Non sono d’accordo, perché…”.

Paradossalmente, il dialogo esiste proprio perché noi non usiamo proposizioni


classiche ed è necessario dimostrare il contenuto di verità (raziologicamente,
cioè esprimendolo anche in termini probabilistici) di quanto diciamo.

La logica proposizionale

Il paragrafo precedente potrebbe sembrare molto deludente nei confronti del


nostro potere logico perché è immediato renderci conto che quotidianamente,
per convalidare le nostre affermazioni, dobbiamo fare ricorso a mezzi ben più
potenti della semplice logica: statistica, informazione, esperienza, studio ecc.
La logica non è che un’arma che si può usare contro certi bersagli. Questi
bersagli sono classicamente le proposizioni di cui abbiamo già stabilito il
contenuto di verità.
La logica proposizionale studia le proposizioni elementari e le implicazioni
logiche che restituiscono il valore di verità di una proposizione in base al
valore di verità delle proposizioni di partenza.
Esistono tre connettivi logici di base che vengono usualmente utilizzati anche

60
nel linguaggio comune.
La congiunzione (AND) - Viene indicata con il simbolo ∧. Per esempio, A
∧ B significa che la congiunzione di due proposizioni A e B è vera solo
quando A e (AND) B assumono valore vero, falsa negli altri casi.
La disgiunzione (OR) - Viene indicata con il simbolo ∨. Per esempio, A ∨
B significa che la disgiunzione di due proposizioni A e B è vera quando A o
(OR) B sono veri, falsa se entrambi sono falsi.
L’AND è cioè vero se entrambe le proposizioni sono vere; l’OR è vero se
almeno una è vera.
La negazione (NOT) - Viene indicata con il simbolo ¬. La negazione di una
proposizione A è vera se A è falsa e viceversa.

Classicamente si usano tavole di verità per definire gli operatori.


La logica introduce molte altre relazioni fra le proposizioni, alcune del tutto
formali, altre del tutto ovvie (come il concetto di terzo escluso: la
disgiunzione di A e della sua negazione è sempre vera); nel linguaggio
comune non vengono però usati simbolismi che richiederebbero una
traduzione mentale non sempre immediata. Si è soliti invece usare locuzioni
del tipo se… allora; se e solo se ecc. Il vero problema è che molte persone si
perdono nell’impiego di queste locuzioni, sembra che il loro cervello non
possieda una sufficiente capacità di relazionare eventi.
Prendiamo due eventi, A e B. A prescindere dalla loro natura, che relazione
può esistere fra A e B? Nel mondo reale, partendo dal caso A, si possono
verificare questi e solo questi casi (e le loro negazioni, ovviamente):

1. A è condizione necessaria di B; cioè se A è falso, B non può essere vero.


2. A è condizione sufficiente di B; cioè se A è vero, B è vero.
3. A è condizione facilitante (penalizzante) di B; se A è vero, B ha più (meno)

61
probabilità di esserlo che se A fosse falso.
4. A non ha nessuna relazione con B; la conoscenza della verità o della falsità
di A non permette di dedurre nulla su B.

Se poi A è condizione necessaria e sufficiente di B (cioè sono vere


contemporaneamente la 1 e la 2), A e B rappresentano un’equivalenza logica.
Se si chiede a un logico matematico di esprimere formalmente le prime due
condizioni, se ne ricava un gran mal di testa. Addirittura la condizione 3 non
appartiene alla logica matematica, mentre, a mio avviso, ha un’importanza ben
più pratica del teorema di incompletezza di Gödel (che per un logico
matematico è importantissimo!).
Nel linguaggio comune la condizione sufficiente si esprime con se… allora,
quella necessaria con solo se… allora, quella necessaria e sufficiente con se e
solo se… allora.
Si provi ad attribuire alle seguenti coppie proposizioni la giusta relazione (le
risposte a fondo pagina):

1. A=“x è numero pari”; B=“x è divisibile per 2”


2. A=“la batteria del portatile non è scarica”; B=“il portatile funziona”
3. A=“Piero è padre”; B=“Piero è un maschio”
4. A=“Piero è laureato”; B=“Piero è colto”.

Chi non sa destreggiarsi fra condizioni necessarie e sufficienti difficilmente


acquisisce un alto grado di razionalità. Vedremo nel Capitolo 8 (Gli errori
raziologici) che gli errori di incomprensione della condizione sono veramente
comuni e gravi.

I quantificatori
Abbiamo visto che le implicazioni (La logica proposizionale) sono una parte
importantissima della logica raziologica perché l’esperienza dimostra che è
sulle implicazioni che si generano i maggiori errori logici del dialogo.
La logica classica continua il suo cammino spiegandoci l’uso dei
quantificatori. Anche nel linguaggio comune siamo soliti usarli, ma in modo
nettamente meno complesso di quanto può fare un logico.
Un quantificatore è una locuzione che definisce un insieme di oggetti che
hanno una determinata proprietà. Alcuni esempi:

62
Esiste almeno un x tale che
Esistono esattamente 20 x tali che
Per ogni x tale che.

I quantificatori vengono espressi in logica con simboli che ripetono il


linguaggio naturale. Per esempio per il quantificatore esistenziale:

Esiste almeno uno ... ∃


Esistono almeno n individui ... ∃n
Esiste al massimo uno ... ∃!
Esistono al massimo n individui ... ∃n!
Esiste esattamente uno ... ∃!!
Esistono esattamente n individui ... ∃n!!

Per quello universale:

∀ = per ogni.

Usando i quantificatori applicati alle variabili, la logica esprime proposizioni.


Per esempio, ciò che nel linguaggio comune è “qualcuno corre” diventa
∃xP(x) se P(x) indica la proprietà di correre.
Come si vede, incomincia a essere piuttosto complesso esprimere un concetto
che un persino bambino di pochi anni comprende benissimo.
Per esempio, una proposizione universale affermativa (Tutti i cani sono
mammiferi) diventerebbe ∀x[A(x) →B(x)].
Cioè preso un x qualsiasi (per ogni x), se x è un cane (proprietà A), allora X è
un mammifero (proprietà B).
Invece una proposizione particolare affermativa (Qualche cane è mordace)
diventerebbe ∃x[A(x) ∧B(x)].
Esiste cioè almeno un x tale che x è un cane (proprietà A) e x è mordace
(proprietà B). Si noti come la proposizione particolare affermativa si esprima
tramite l’AND delle due proprietà.
Infine una proposizione universale negativa (Nessun cane è un uccello)
diventerebbe ¬∃x[A(x) ∧B(x)].
Non esiste cioè un x tale che se x è un cane sia contemporaneamente un
uccello.
Questi esempi sono stati fatti con il solo scopo di mostrare come sia

63
assolutamente improponibile tradurre un discorso deduttivo piuttosto
complesso in un formalismo accessibile ai più (si è tralasciato volutamente il
caso della proposizione particolare negativa che avrebbe fatto venire il mal di
testa a molti lettori). Quale strada segue quindi la logica raziologica?

Oltre la logica classica


Nella vita di tutti i giorni riscontriamo gravi problemi nell’applicare una logica
di tipo classico, non basta saper maneggiare conseguenze logiche e
proposizioni perché:

•• sono pochi gli scenari logici, la maggioranza sono scenari di rischio o


incerti;
•• gli assiomi non sono affatto definiti (ved. Capitolo 9, L’approccio top-
down);
•• le definizioni dei termini spesso non vengono date a priori (ved. Capitolo 9,
L’errore di definizione);
•• le proposizioni vengono valutate soprattutto in base all’intelligenza
acquisitiva e a quella affettiva, non solo su basi puramente logiche. Per
esempio, “il 74% degli italiani ha i capelli rossi” di per sé potrebbe essere
vera, ma l’intelligenza acquisitiva ci dice che è falsa. Una frase del tipo “molti
amano il prossimo” logicamente potrebbe essere ineccepibile, ma alla luce di
dati sperimentali potrebbe risultare in controtendenza con la realtà.

Il risultato di questi punti è che quando dialoghiamo non possiamo farlo in


modo totalmente ed esclusivamente logico, ma dobbiamo:

1. Identificare il tipo di scenario, scegliendo l’approccio razionale più corretto


(logico, statistico o della scelta razionale). (Non esistono scenari misti. Se per
esempio in uno scenario alcune variabili non sono descrivibili né logicamente
né statisticamente, lo scenario è incerto e la statistica e la logica possono
servire solo come strumenti di una scelta razionale.)
2. Verificare la comunanza (con l’eventuale interlocutore) e la coerenza (con
noi stessi) di assiomi e definizioni, scartando le proposizioni prive di una
dimensione semantica.
3. Valutare le proposizioni su basi razionale, affettiva e acquisitiva, scartando
quelle affette da errori.

64
Il terzo punto può uscire dall’ambito logico perché nella quotidianità
necessariamente ci si scontra con il problema di verificare una proposizione in
base al suo riscontro con la realtà. Se, in un momento di pessimismo, affermo
che “tutti gli italiani sono poveri e quindi anche tu, essendo italiano, non puoi
che essere povero”, logicamente sono ineccepibile, ma la prima proposizione
è chiaramente falsa. Deduco bene, ma commetto un grave errore ogni volta
che mi trovo di fronte a chi povero non è! Non a caso, spesso, chi parla senza
conoscere in dettaglio l’argomento finisce in conclusioni che logicamente
reggono, ma praticamente sono assurde.
Se si legge attentamente il terzo punto, si nota che è al negativo, non
proponendosi di trovare le proposizioni vere, quanto di scartare quelle false.
Questo sarà l’obbiettivo del nostro prossimo paragrafo.

Il senso logico
La logica raziologica ha come scopo il rilevamento di errori nel ragionamento
che portano a conclusioni errate.
Il senso logico è la capacità del soggetto di rilevare contraddizioni nella realtà
che ha intorno ed è la dimensione pratica della logica raziologica, il fine di
essa. Nel Capitolo 8 vedremo che l’assenza di senso logico è alla base
dell’errore di autoverifica.
Si tratta quindi di usare la logica non al positivo, nell’assurdo tentativo di
arrivare alla certezza del vero, ma al negativo, per trovare facilmente ciò che
non è vero perché contraddittorio. Un compito forse per molti limitato, ma
fattibile e concreto.
Nella vita quotidiana dominata dagli scenari incerti la logica genericamente
intesa va cioè sostituita con il senso logico: questa affermazione è la sintesi dei
punti 2 e 3 del paragrafo precedente.
Il senso logico si basa su un metodo (Ma se…) che non è altro che una sintesi
fra la maieutica di Socrate (la tecnica con la quale, attraverso il dialogo, le
verità sedimentate nella coscienza vengono portate alla luce) e il ragionamento
per assurdo dei matematici.
Il metodo funziona così:

1. Si ascolta attentamente il proprio interlocutore, fissando l’attenzione su una


sua proposizione (in modo similare a quanto proposto dalla maieutica
socratica).

65
2. Si dà per scontato che la sua proposizione sia corretta.
3. Ci si sforza di trovare una conseguenza palesemente inaccettabile. Del tipo
“ma se quello che dici è vero allora…”.
4. Se ci si riesce la proposizione di cui al punto 2 deve essere rigettata.

Il nome del metodo indica:

A. la contestazione (ved. Capitolo 9, L’errore assiomatico) a una proposizione


che diventa oggetto d’indagine;
B. la deduzione inaccettabile che consegue (se) dall’accettazione della
proposizione. Una forma più completa di esprimerlo è Ma se… allora…

Classicamente il ragionamento per assurdo è un’argomentazione logica in cui


si assume temporaneamente un’ipotesi, si giunge a una conclusione assurda e
si conclude quindi che l’assunzione originale deve essere errata. Una piccola,
ma fondamentale differenza con il Ma se… è che il ragionamento per assurdo
si basa sul principio del tertium non datur, cioè del principio del terzo
escluso: un enunciato o è vero o è falso, non esiste una terza possibilità. Tale
principio non è accettato per esempio dai matematici intuizionisti. Nel caso del
Ma se… si parla di inaccettabilità, un concetto meno forte. Se l’interlocutore
segue il Ma se… deve accettare la conseguenza; se non lo fa, deve ritirare la
sua proposizione iniziale.
Vediamo un esempio tratto da un titolo di un quotidiano, titolo razionalmente
errato.

Fare l’amore almeno tre volte alla settimana allunga la vita.

Ma se fosse vero, l’insieme delle prostitute sarebbe estremamente longevo e


quello dei santi che hanno vissuto in castità avrebbe vita media molto bassa.
Fare l’amore almeno tre volte alla settimana potrebbe essere una concausa
(magari di rilevanza minima) oppure solo un indicatore di longevità (come
indicano molte statistiche), ma la proposizione è scorretta.

Non abusiamo del Ma se…


Come ogni strumento logico anche il Ma se… può essere usato male e
originare errori.

66
Errore di esclusione - Il Ma se… serve per smontare delle proposizioni, non
per dedurne altre. Chi dal Ma se… deduce proposizioni, implicitamente dà
già per scontato che siano vere solo perché quella confutata è falsa. Si tratta di
un vero e proprio errore logico (errore di esclusione) perché, a priori, non si
può escludere che ci possano essere, oltre a quella falsa, appena rigettata, altre
possibilità.
Errore di ipotesi - Un altro errore comune consiste nell’utilizzare come
proposizione di partenza (ipotesi) non la proposizione P oggetto d’indagine,
ma una proposizione X supposta vera; si deduce il contrario della
proposizione P e si conclude che P è falsa.
Ovvio che questo modo di strutturare il Ma se… non ha niente a che vedere
con la sua formulazione corretta e spesso denota un’incapacità di maneggiare
logicamente il linguaggio. Vediamo alcuni esempi in cui lo scorretto uso del
Ma se… per errore di ipotesi sottintende comunque una volontà eristica, cioè
l’impiego della parola e della logica con il solo fine di confutare.
1. Prendere troppo sole fa male -> Ma se la natura è buona, come può il sole
far male?
Il fatto che la natura sia buona è un’affermazione che andrebbe prima
dimostrata, cosa che, data la generalità della proposizione, è impresa
veramente ardua.
2. L’acquisto di quella casa è conveniente -> Ma se c’è la possibilità che ne
trovi una a prezzo più basso, come può essere conveniente?
A prescindere dalla scorretta applicazione del Ma se…, c’è confusione sul
concetto di conveniente che non è sinonimo di “a minor prezzo”.
3. Il pollo è un ottimo alimento -> Ma se nel pollo può esserci la diossina,
come può essere un ottimo alimento?
La proposizione “il pollo è un ottimo alimento” è una di quelle affermazioni
che la raziologia classifica come affermazioni statistiche; non è possibile
confutare un’affermazione statistica con un caso particolare proprio per la
natura stessa dell’affermazione.
Errore nel conseguente - I detrattori del Ma se… non comprendono che è
necessario che ci sia accordo sul conseguente. Per esempio: se tutti gli uomini
hanno 4 gambe, allora Paolo non è un uomo. Tutti siamo d’accordo sul fatto
che Paolo è un uomo, quindi la proposizione P (tutti gli uomini hanno 4
gambe) è scorretta.
Supponiamo che Tizio e Caio stiano discutendo e Tizio dica: “se la televisione
fosse formativa, allora chi la guarda sarebbe intelligente”. Caio contesta
(giustamente) il Ma se… perché ritiene che il conseguente sia arbitrario perché

67
molte persone che guardano la televisione per lui non sarebbero comunque
intelligenti, a prescindere dal fatto che la televisione sia formativa. L’errore di
Tizio sta nel dare per scontato che il conseguente sia accettato da tutti! Il
problema non è il Ma se…, quanto un errore nell’uso di un conseguente
arbitrario. Prima di usare il Ma se…, Tizio deve accertarsi che Caio accetti la
sua visione del conseguente.

Il check-up della coerenza


Il Ma se… è fondamentale per eseguire quello che in raziologia viene detto
check-up della coerenza.

Dato un ragionamento, ogni proposizione deve essere sottoposta a check-up


con l’uso del Ma se…

Purtroppo non si è abituati a farlo, tanto che si può incorrere nell’errore di


autoverifica (ved. Capitolo 8) oppure non si è in grado di confutare posizioni
avverse palesemente errate.
Come vedremo nel Capitolo 6, il check-up della coerenza ha un’importanza
fondamentale nella teoria della scelta razionale per la gestione degli scenari
incerti.

Dalla logica alla statistica


Gli strumenti della raziologia cooperano alla comprensione della realtà e
quindi non ha senso che lavorino a compartimenti stagni. Così la logica
raziologica utilizza concetti classici di statistica per muoversi nel mondo reale.
In questo testo vedremo due applicazioni di questa fusione, le affermazioni
statistiche e le condizioni facilitanti, due concetti fondamentali che
sottolineano la profonda differenza fra logica classica e logica raziologica
perché estendono il campo d’azione.

Le affermazioni statistiche
Avere un buon rapporto con la statistica consente infatti di dedurre
correttamente le cosiddette affermazioni statistiche; se diciamo che gli uomini
corrono più velocemente delle donne o che essi sono più violenti del gentil

68
sesso, abbiamo dedotto dalla realtà due affermazioni statistiche. Scegliendo a
caso sull’elenco telefonico un uomo e una donna per una corsa conviene
puntare sull’uomo, sperando di non avere scelto un ottantenne che dovrà
battersi con la campionessa del mondo.
Ovviamente è necessario che l’affermazione statistica si basi realmente sulla
conoscenza di dati statistici che indicano una forte correlazione. Se rispetto
alla qualità X, misurata secondo un opportuno metodo, le donne la
posseggono nel 46% dei casi e gli uomini nel 51% dei casi (cioè il 49% degli
uomini non ce l’ha) non avrebbe senso concludere che “gli uomini sono più
X delle donne” perché (ved. Capitolo 5, La statistica raziologica) la
correlazione trovata non è molto forte; viceversa se per gli uomini la qualità X
è presente nel 90% dei casi e nelle donne solo nel 23%, è sensato usare
l’affermazione statistica.
Le affermazioni statistiche consentono di ridurre al minimo i problemi della
vita, migliorando la qualità dell’esistenza in tutte quelle situazioni in cui
comunque bisogna prendere una decisione; sono una specie di sunto statistico
di esperienze che, memorizzate, possono aiutarci a vivere meglio. Si
supponga, per esempio, di prendere un treno in tarda serata (ved. Capitolo 3,
L’intuito); nel primo scompartimento ci sono un barbone, un ragazzone pieno
di tatuaggi e un signore di mezza età che sembra la fotocopia di Al Capone;
nel secondo una suora, una ragazza e una signora. In base alle affermazioni
statistiche memorizzate nel nostro cervello, la maggioranza della popolazione
che vuole avere una serata tranquilla sceglie il secondo scompartimento.
Le affermazioni imprecise - Sono un esempio di abuso del potere sintetico
delle affermazioni statistiche. Si consideri la proposizione “le donne guidano
meglio degli uomini”; è ambigua se non si stabilisce cosa significa guidare
meglio. Per esempio, può essere confutata facendo presente che il semplice
numero degli incidenti è importante solo per le compagnie di assicurazione.
Per decidere chi guida meglio non è il numero di incidenti che conta, ma il
numero di incidenti per numero di chilometri equivalenti percorsi. Infatti gli
uomini fanno più chilometri e in condizioni più sfavorevoli (camionisti).
La reazione - Spesso, purtroppo, quando si fa un’affermazione statistica, la
controparte penalizzata non capisce il senso dell’affermazione che la
penalizza e sovente reagisce citando il caso particolare (ci può essere una
donna più veloce di migliaia di uomini o una donna che ha ucciso i suoi
cinque mariti). Una donna veloce non deve risentirsi dell’affermazione sulla
lentezza delle donne, come un uomo mite non deve risentirsi
dell’affermazione sulla violenza degli uomini.

69
Un esempio di risentimento immotivato è quello secondo cui i vulcania ni
sono più portati alla criminalità degli italiani. Ovviamente ognuno per
vulcaniano può mettere un qualunque popolo che le statistiche condannano:
se su 100 italiani X commettono un crimine e su 100 vulcaniani residenti in
Italia 3X commettono un crimine, l’affermazione statistica “i vulcaniani
residenti in Italia sono più criminali degli italiani” è corretta. È invece
razzismo affermare che “tutti i vulcaniani sono criminali”. Si mediti sulla
sottile, ma fondamentale differenza.
In genere, le incomprensioni che nascono dalle affermazioni statistiche
colpiscono l’amor proprio di chi le riceve. Si attua pertanto una difesa per
risentimento (ved. Capitolo 9) che passa attraverso due meccanismi tipici.
Prima di esaminarli proviamo a riflettere sulle seguenti affermazioni,
indicando quali sono quelle corrette:

1. Correre la maratona in 3 ore è difficile


2. Viaggiare in moto è più pericoloso che viaggiare in auto
3. Essere omosessuali non è normale
4. L’uomo è fisicamente più forte della donna
5. Trovare lavoro è facile.

Ecco ora i meccanismi di difesa.

Errore di generalizzazione - Si citano uno o più casi particolari, comunque


un numero sempre molto esiguo che non può inficiare la statistica generale (i
più incalliti generalizzatori dopo aver citato 3 o 4 casi chiedono: “devo
continuare?”, senza accorgersi o senza menzionare le centinaia di casi a loro
contrari).
Diversione - Si scappa dall’affermazione portando il discorso su un punto che
ci è favorevole.
Ridefinizione - Si attribuiscono ai termini significati diversi per poter
confutare l’affermazione statistica. Spesso alla ridefinizione segue la
diversione.
La reazione all’affermazione statistica è un meccanismo contrario a quello
della logica di comodo (nella quale si nega qualcosa a cui sostanzialmente si è
estranei e che non ci interessa; ved. Capitolo 9): essendo troppo coinvolti i
nostri occhi non vedono che la “nostra” realtà.
Torniamo alle cinque frasi. Sono tutte corrette perché statisticamente reggono.
Ecco alcune reazioni errate:

70
1. Il campione olimpico dice: “non è vero! Per me è una passeggiata!”
(generalizzazione).
1. L’amatore che ha appena corso in 2h59’ dice: “non è vero! Basta essere ben
allenati” (diversione sul tema dell’allenamento).
2. “Non è vero! Sono anni che vado in moto, ieri il mio amico è morto in
auto!” (generalizzazione).
2. “Non è vero! Basta esaminare i colpi di frusta, in auto ce ne sono molti di
più che in moto!” (ridefinizione un po’ assurda del concetto di pericolo).
3. “Non è vero! Tizio (personaggio famoso) è omosessuale ed è una persona
normalissima!” (ridefinizione del termine normale, la cui accezione più
comune è proprio statistica, nel senso di consueto, maggioritario).
4. “Non è vero! In molte malattie la donna reagisce meglio” (ridefinizione
dell’espressione fisicamente forte che si riferisce ovviamente alla prestazione
fisica di potenza).
4. “Non è vero! Carlo potrei stenderlo con un dito!” (generalizzazione
dell’amante delle arti marziali).
5. “Non è vero! Basta considerare il numero dei disoccupati!” (diversione sul
tema della disoccupazione: il numero dei disoccupati è certamente inferiore a
quello degli occupati, quindi che c’entra? Trovare lavoro resta facile).
5. “Non è vero! Sono mesi che cerco lavoro!” (generalizzazione).

Anziché contestare le affermazioni statistiche è opportuno capire perché


sbagliamo. Per esempio, chi ha ritenuto scorretta la frase “trovare lavoro è
facile” spesso la confonde con quella probabilmente altrettanto vera (nel
senso che gran parte delle persone può non essere soddisfatta del proprio
lavoro) “trovare un lavoro soddisfacente è difficile”.

La condizione facilitante
Gran parte delle condizioni della realtà non sono né necessarie né sufficienti,
ma sono facilitanti o penalizzanti. Se non comprendiamo questo concetto,
rimarremo fermi alla teoria della logica classica.
Per esempio, “essere allenati al meglio” non è condizione né necessaria né
sufficiente per correre la maratona in 3 ore (è condizione necessaria per
ottenere la propria miglior prestazione): l’atleta dotato che ha per esempio un
record di 2h30’, anche se non è ben allenato, riesce nell’impresa di scendere

71
sotto le tre ore, mentre l’atleta scarsamente dotato, anche se si allena al meglio,
potrebbe non farcela mai!
Noi però intuiamo che “essere allenati al meglio” è molto importante per tutti
quegli atleti che in precedenti occasioni sono andati vicini all’obiettivo;
intuiamo che, se ci alleniamo al meglio, aumentano le probabilità di farcela:
essere allenati al meglio è quindi una condizione facilitante.
Un esempio classico di condizione facilitante è la ricchezza. Se viene chiesto a
un campione di persone che relazione esiste fra la ricchezza e la felicità
dichiarata (“sono una persona molto felice”) probabilmente avremo le cinque
risposte sottoelencate (ovviamente si potrebbe anche pensare che la ricchezza
sia una condizione penalizzante per la felicità, ma penso che questa posizione
sia sostenuta da pochi!).
La ricchezza è condizione necessaria per la felicità - Chi contesta questa
affermazione citerà i numerosi esempi di tutti coloro che non sono ricchi e si
dichiarano comunque felici.
La ricchezza è condizione sufficiente per la felicità - Chi contesta questa
affermazione citerà i numerosi esempi dei ricchi con una vita talmente infelice
da condurli al suicidio.
La ricchezza è condizione necessaria e sufficiente per la felicità - Peggio
ancora, perché gli esempi citati nei primi due casi sono entrambi validi.
La ricchezza non sta in nessuna relazione con la felicità - Questa
affermazione potrebbe essere facilmente smentita da una ricerca che
dimostrasse come nei Paesi più poveri la percentuale della popolazione che si
dichiara felice è molto bassa.
La ricchezza è una condizione facilitante per la felicità - La stessa ricerca
potrebbe dirci che la probabilità di essere felice di chi ha un reddito superiore
a X (ricco) è superiore a quella di chi l’ha inferiore a Y (povero).
L’ultima affermazione è quella più ragionevole e che meglio descrive ciò che
accade nella realtà.

72
Cap. 5 - La statistica raziologica
Questo capitolo vuole formare una coscienza statistica; a differenza del
precedente è molto più vicino alla trattazione classica della materia (la
statistica) di quanto la logica raziologica sia vicina alla logica classica.
Possiamo dire che la statistica raziologica è un sottoinsieme della statistica
classica, comprendente tutti quei concetti che hanno un immediato riscontro
con la realtà.
Sicuramente per uno statistico la distribuzione ipergeometrica o le catene di
Markov sono concetti importanti, ma sarebbe poco credibile ritenere che chi
non le conosce sia un soggetto poco razionale. Molto più credibile è ritenere
“irrazionale” chi pensa che (visto che ci sono solo due eventi possibili, “o
vinco o non vinco!”) la probabilità che ha di vincere al Superenalotto sia del
50%.
Compito della statistica raziologica è quindi quello di descrivere la “statistica
per tutti”, non quella per i professionisti.

La coscienza matematica
In realtà, prima di questo capitolo, questo testo dovrebbe comprendere anche
un capitolo sulla coscienza matematica, cioè su quelle conoscenze
matematiche che sono necessarie per rispondere a una delle domande chiave
della raziologia: che cosa serve conoscere per essere razionali?
In realtà, almeno per la matematica, la scuola fornisce tutto quello che serve
fin dalle scuole medie inferiori, anche se, a dire il vero, molte persone che mi
scrivono, e alcune sono persino laureate, hanno una coscienza matematica
talmente scarsa che ci si deve chiedere per quale strano colpo di fortuna
abbiano superato lo scoglio delle medie inferiori.
Per mettervi alla prova ecco tre semplici quesiti, risolvibili facilmente da uno
sveglio ragazzo di 14 anni con una qualunque calcolatrice:

A. Un semifreddo ha i seguenti ingredienti: 200 g di yogurt bianco, 20 g di


zucchero e 100 g di albicocche snocciolate. Lo yogurt ha 80 calorie per 100 g,
lo zucchero 400 calorie per 100 g e le albicocche 30 calorie per 100 g. Quante
calorie apportano 100 g di semifreddo?
B. Un maratoneta conclude la sua gara di 42,195 km in 2h36’. Qual è il tempo
di percorrenza medio di un km?

73
C. Il 12% degli abitanti di una regione ha un cane; il 24% di chi ha un cane in
quella regione ne ha uno di grossa taglia. Qual è la percentuale degli abitanti
della regione che ha un cane di grossa taglia?

Se non ci si riesce è opportuno tornare a consultare i vecchi libri di scuola


perché chi ha una scadente coscienza matematica cade spesso vittima
dell’errore di quantificazione (ved. Capitolo 8).

La coscienza statistica
Per quanto riguarda la statistica, si deve rilevare che la scuola italiana è
veramente insufficiente; il risultato è che gran parte della popolazione non ha
una coscienza statistica.
Sarà pertanto necessario fornire delle basi divulgative che consentano di
capire i concetti statistici che la raziologia ritiene essenziali.
La spiegazione divulgativa che seguirà sarà suddivisa in cinque parti
fondamentali:

•• Le basi - Variabili, grafici, indici di posizione ecc.


•• Calcolo delle probabilità - Veramente fondamentale in raziologia.
•• Statistica descrittiva - Molto importante per capire la descrizione statistica di
molte situazioni reali e quotidiane.
•• Statistica inferenziale - Verrà trattata divulgativamente, ma in modo classico,
riservando poi alcune riflessioni finali per capire come possa essere utile
anche in raziologia.
•• Correlazione - Poiché il concetto di correlazione è utilizzato non solo in
molte scienze umane, ma anche nel linguaggio comune, la raziologia lo indaga
per definire uno degli errori razionali più comuni, l’errore di correlazione
(ved. Capitolo 8).

Le variabili
Definiamo variabili entità che noi possiamo misurare, controllare o
manipolare. Le variabili differiscono, fra l’altro, per il modo in cui possono
essere misurate, potendosi suddividere in:

•• nominali. La classificazione è solo qualitativa, tipici esempi sono il sesso, la

74
razza, il colore, la nazionalità ecc.
•• Ordinali. Consentono un ordinamento, ma non sono ancora espresse
tramite un numero. Un esempio sono i ceti economici in cui posso
suddividere la popolazione, per esempio: ricchi, abbienti, normoreddito,
poveri, indigenti.
•• Numerabili. Ci consentono non solo di ordinare gli elementi, ma anche di
associarvi un numero. Un esempio è la temperatura. Le variabili numerabili
possono avere uno zero di riferimento che consente di esprimere i rapporti di
variabili (per esempio X è il doppio di Y); un esempio è dato dalla
temperatura espressa in gradi Kelvin.

I grafici statistici
Si suppone che il lettore sappia leggere grafici come questi:

Il grafico mostra la produzione (espressa in termini percentuali) di rifiuti


urbani suddivisa per le sette province della Regione Veneto.

75
Il grafico mostra i maggiori Paesi beneficiari dei finanziamenti forniti
dall’organizzazione Medici Senza Frontiere Italia nell’anno 2007.

Il grafico mostra l’andamento demografico relativo al comune di Gorgo al


Monticano (Treviso) a partire dall’anno 1999 fino ad arrivare all’anno 2007.

Gli indici di posizione

76
Dopo aver raccolto dati su un fenomeno, è opportuno sintetizzarli con valori
caratteristici, una specie di riassunto che consente di avere un immediato
colpo d’occhio. La statistica utilizza molti indici di posizione; di seguito viene
fornita la definizione di quelli raziologicamente più importanti.

Media aritmetica

Si supponga di studiare una variabile statistica X, per esempio i voti degli


studenti in un esame. Con il simbolo Xi indichiamo l’i-esimo valore osservato,
cioè il voto dello studente I.
La media aritmetica è definita come segue:

μ=(X1 + X2 + … + XN)/N=∑Xi/N.

La media è un concetto molto noto anche nel linguaggio comune, tanto che è
celeberrima la poesia di Trilussa (La statistica) sui buffi effetti di un suo
pedissequo utilizzo:

Me spiego: da li conti che se fanno


secondo le statistiche d’adesso
risurta che te tocca un pollo all’anno:
e, se nun entra ne le spese tue,
t’entra ne la statistica lo stesso
perché c’è un antro che ne magna due.

In effetti la media non funziona molto bene per descrivere fenomeni dove le
variabili non sono distribuite con continuità nell’intervallo dei valori.
Due proprietà della media:

1. La somma algebrica delle differenze fra un insieme di numeri e la loro


media aritmetica è zero.
2. La somma dei quadrati delle differenze fra un insieme di numeri e un
numero x è minima solo se x è la media aritmetica dei numeri dell’insieme.

Media mobile

La media mobile è un concetto molto usato in economia. Se le osservazioni di

77
un fenomeno sono Xi, X2, …, XN, la media mobile di ordine K sarà la
sequenza

(X1+X2+…+Xk)/K
(X2+X3+…+ XK+1)K

(XN-K+1+XN-K+2+XN)/K.

Si supponga che l’inflazione dei sei anni di un certo periodo sia stata: 6; 4; 3;
2; 1,5; 4. La media mobile di ordine 3 è rappresentata dai valori 4,33; 3; 2,16;
2,5. Come si può notare la nuova serie temporale è più smorzata rispetto ai
valori iniziali, è stata purificata dalle irregolarità.

(6+4+3)/3=4,33
(4+3+2)/3=3
(3+2+1,5)/3=2,16
(2+1,5+4)/3=2,5.

Media ponderata

La media ponderata (pesata) è definita come:

μp =ΣwiXi/Σwi

dove wi sono i pesi che vengono attribuiti ai singoli valori Xi.


Si supponga, per esempio, che due aspiranti a un posto ottengano i seguenti
punteggi in 4 prove, tre preliminari e una finale.

A - 10, 7, 8, 6.
B - 9, 6, 8, 8.

Media ponderata di A: (2*10)+(2*7)+(2x8)+(3*6)/(2+2+2+3)


Media ponderata di B: (2*9)+(2*6)+(2*8)+(3*8)/(2+2+2+3).

Il selettore ritiene che l’importanza (il peso) degli esami preliminari sia 2 e
quella di quello finale 3. Chi sceglierà, A o B? La media ponderata di A è 7,55,
quella di B è 7,77. Verrà scelto B perché il suo miglior voto nell’esame finale

78
“pesa” di più.

Mediana

La mediana (μe) è il valore centrale dell’insieme ordinato dei valori


dell’insieme X.
Si consideri per esempio l’altezza di una classe di liceali; se fra essi c’è un
giovane giocatore di basket alto 2,02 m, la media sarebbe poco significativa.
Considerando la mediana, di fatto si esclude dalla descrizione del fenomeno il
dato anomalo.
Se i dati sono in numero dispari è immediato trovare il valore centrale; se
sono pari, di valori centrali ce ne sono due. In questo caso si può considerare
la media dei valori o, se tale media non può essere un valore assunto dal
fenomeno, si considera come mediana uno dei due valori centrali.

Moda

Se il fenomeno è qualitativo non abbiamo numeri a disposizione per trovare


indici di posizione. Si supponga, per esempio, di descrivere sinteticamente
l’osservazione del colore delle auto di una certa marca.
La moda (o norma, μo) è la modalità del fenomeno più frequentemente
osservata.
Un fenomeno può non avere moda, averne una o più d’una. Se fra le clienti
del giorno X di un parrucchiere per signora 3 sono castane, 3 bionde, 2 nere,
1 rossa, avremo due mode, “castana” e “bionda”.

Gli indici di variabilità


Ritornando all’esempio di Trilussa, si può facilmente dimostrare che chi lo
sostiene come facile esempio di quanto la statistica sia distante dalla realtà non
conosce la statistica!
Infatti, un fenomeno non viene solo sintetizzato dai suoi indici di posizione,
ma anche dagli indici di variabilità.
Se abbiamo due soggetti, uno che mangia due polli e uno che non ne mangia,
è vero che la media è di un pollo a testa, ma è anche vero che la deviazione
standard dei nostri dati è 1, indicando che la maggioranza dei casi rilevati ha
mangiato un pollo in più o uno in meno rispetto alla media.

79
Diventa perciò importante capire come i valori osservati si disperdano attorno
al valore medio.

Campo di variazione

Il più semplice indice di dispersione è il campo di variazione dei valori, cioè


la differenza fra il maggiore e il minore. Il semplice buon senso ci fa capire
che quanto più ampio è il campo di variazione, tanto meno significativa può
essere la media aritmetica nella descrizione del fenomeno; si pensi al caso di
un insieme di persone fra le quali ce n’è una ricchissima e le altre con reddito
normale: il campo di variazione è molto grande e la media è fuorviante perché
tiene “troppo conto” del peso dell’unico nababbo.

Deviazione standard e varianza

L’indice di variabilità più importante è sicuramente la deviazione standard


della variabile X (σx), espressa nell’unità di misura originale e definita come:

dove μ è la media dei valori. Si parla di varianza quando ci si riferisce al


quadrato della deviazione standard.
Se la deviazione standard è piccola (rispetto al valore medio dei campioni),
allora i valori sono concentrati attorno alla media, altrimenti sono molto
dispersi attorno a essa. Questo concetto è la traduzione qualitativa del teorema
di Chebyshev che dice che “per qualsiasi costante k>1, la percentuale dei dati
che giace nell’intervallo di k deviazioni standard a destra e a sinistra della loro
media è almeno 1-1/k2”.

80
Per k=2, il valore 1-1/k2 è uguale a 3/4 cioè al 75%: il 75% dei valori giace in
un intervallo di due deviazioni standard a destra e a sinistra della media.
Come vedremo, la deviazione standard sarà un indice importantissimo nella
trattazione della distribuzione normale (ved. Distribuzione di probabilità).

Stimatori

In statistica spesso non ci si riferisce all’intera popolazione, ma a un campione


di essa. Se si estraggono N campioni da una popolazione con media μ si
troverà che ognuno ha una propria media μ 1, μ 2, … μ N. La media delle
medie campionarie è molto vicina alla media della popolazione. Si dice
pertanto che la media campionaria è uno stimatore corretto.
La statistica insegna che per la deviazione standard le cose cambiano: se si
calcolano le varianze dei campioni, la loro media risulta inferiore alla varianza
dell’intera popolazione. Per correggere la situazione si usa come stimatore una
deviazione standard ottenuta dividendo per N-1 anziché per N:

La probabilità
Il termine probabilità è sicuramente noto a tutti, ma pochi sanno darne una
definizione chiara e immediata. Un primo motivo di questa difficoltà risiede
nel fatto che ci sono diversi modi di intendere la probabilità.
Un modo sicuramente discutibile (e non approvato in questo testo) è quello
che identifica la probabilità con il grado di credenza di un singolo evento.
Frasi come “c’è il 30% di probabilità che la squadra X batta la squadra Y”
esprimono una credenza basata non tanto su dati statistici quanto

81
sull’esperienza di chi la esprime. Questa interpretazione soggettivistica ha
alcuni problemi.
Il primo, non grave e teoricamente superabile, è il rispetto delle leggi del
calcolo delle probabilità, per esempio che la somma delle probabilità di un
insieme di alternative esaustivo ed esclusivo debba essere uguale a 1. In realtà,
quando le alternative sono molte, le probabilità per credenza sono date a caso.
Se nel caso della squadra si comprende che se il 30% è la probabilità di X di
vincere, la somma delle probabilità del pareggio e della sconfitta deve essere il
70%, quando si considera per esempio la probabilità di non retrocedere delle
ultime 5 squadre in base ai risultati delle ultime 4 partite di campionato di cui
si vanno a “stimare” le probabilità dei risultati, si scopre sempre che alla fine
la somma delle probabilità di salvezza delle squadre coinvolte non è conforme
alle leggi generali del calcolo delle probabilità (soprattutto se per esempio si
salvano due squadre): un utile esercizio che si può fare leggendo un
qualunque giornale sportivo alla fine del campionato di calcio.
Il secondo problema è più grave e risiede nel fatto che uno scenario incerto
viene trasformato arbitrariamente in uno di rischio. Che la probabilità sia del
30% o del 20% o del 40% è tutto da dimostrare.
Il terzo problema è quello che definitivamente dovrebbe affossare la
definizione soggettivistica: partendo dal secondo punto, non è possibile
trattare l’argomento (probabilità di vittoria della squadra X nell’incontro con
Y) con tecniche statistiche perché si tratta di un evento singolo, che non ha
caratteristiche di regolarità e ripetibilità. Certo, possiamo dire statisticamente
che negli ultimi 20 campionati X ha battuto Y solo nel 30% dei casi, ma tutti
capiscono che da questo dato non si può desumere nulla sul prossimo
incontro poiché le condizioni (per esempio la formazione delle squadre) sono
cambiate.
Se la definizione soggettivistica di probabilità è troppo ampia, quella basata
sulla propensità è troppo ristretta. Le propensità sono proprietà degli oggetti
studiati, per esempio la simmetria cubica di un dado. La struttura di
riferimento dà la probabilità di un evento, per cui, per esempio, diciamo che
c’è 1/6 di probabilità che esca il 3.
Purtroppo le propensità non sono poi così comuni ed è necessario essere un
po’ più elastici e riferirsi ai fenomeni cercando di individuare comunque
caratteristiche di prevedibilità interagendo con essi, cioè facendo esperimenti.
Ecco allora che la probabilità si identifica con le frequenze di un grande
numero di osservazioni.

82
Le definizioni matematiche
Per completezza, occorre citare le principali definizioni di probabilità che sono
note dalla matematica. La prima, quella classica, risale a Laplace e definisce la
probabilità di un evento come il rapporto tra il numero dei casi favorevoli
all’evento e il numero dei casi possibili, purché questi ultimi siano tutti
equiprobabili.
La seconda, quella frequentista, risale a von Mises e definisce la probabilità di
un evento come il limite cui tende la frequenza relativa dell’evento al
crescere del numero degli esperimenti.
Nota è poi la definizione assiomatica di Kolmogorov che, peraltro, non
consente di calcolare la probabilità.
Se la definizione di Mieses è sostanzialmente equivalente a quella che
definiamo “empirica”, quella di Kolmogorov non rispetta i principi di
concretezza della raziologia e non può esserci utile. Per chi volesse trovare un
fondamento logico (non empirico) al concetto di probabilità non resta che
quella classica di Laplace, ma è evidente la circolarità della definizione: che
senso ha definire la probabilità parlando di eventi equiprobabili?

Definizione empirica
Consideriamo

•• un evento
•• un elevato numero di osservazioni (o di prove)
•• una classe di riferimento.

Si definisce probabilità dell’evento il valore costante (se questo valore non


esiste la probabilità non è definibile) cui tende la frequenza relativa al crescere
del numero delle osservazioni (prove) nella classe di riferimento osservata.
La classe di riferimento è fondamentale perché, senza di essa, esprimere la
probabilità non ha senso. Nel linguaggio comune si dice che un soggetto ha 1
probabilità su 10.000 di morire quest’anno in un incidente stradale. Tale
affermazione non è corretta perché non si indica la classe di riferimento. Se è
vero che di solito si dà per scontata, si possono commettere grossolani errori.
Per esempio, il dato può sottintendere “soggetto italiano”, cioè in Italia. A un
esame più attento si potrebbe scoprire che la probabilità cambia da regione a

83
regione, per cui nella regione X la probabilità sarebbe di 1 su 7.000. Poi si
potrebbe considerare solo la classe di riferimento di chi ha la patente e
scoprire che nella regione X un soggetto patentato ha 1 probabilità su 5.000;
riduciamo la classe e consideriamo i patentati sotto ai 30 anni di età e
scopriamo che Claudio, abitante nella regione X, patentato, 28 anni, ha 1
probabilità su 3.000 di morire quest’anno in un incidente stradale. Lo stesso
Claudio con la classe di riferimento iniziale (italiani) aveva 1 probabilità su
10.000! Come si vede, la scelta della corretta classe di riferimento consente
una migliore comprensione del problema.

Definizione formale
La probabilità che accada un evento è data dal rapporto fra il numero dei casi
favorevoli e il numero dei casi possibili.
Se h sono i casi favorevoli e k quelli possibili, la probabilità che si manifesti
l’evento X è indicata con:

p(X)=h/k.

Si deve notare che quando esistono propensità (per esempio, la caratteristica


di un mazzo di carte di avere 4 assi su 52 carte) la definizione empirica è
superflua, anzi, piuttosto complessa perché sarebbe necessario un gran
numero di prove per scoprire che, estraendo una carta da un mazzo, ho una
probabilità su 13 di estrarre un asso. Con la definizione formale ci si arriva
subito.
Come specificato nella prefazione di questo libro, la definizione formale di
probabilità che abbiamo proposto è una netta semplificazione della
definizione classica; a essa però assoceremo una condizione di applicabilità
che è tipica della raziologia:

se si possiede un’informazione per cui gli eventi possibili non sono


equivalenti rispetto al loro presentarsi, la definizione formale di probabilità
perde ogni significato.

Tornando al nostro mazzo, se è truccato non esiste nessuna possibilità di dare


una probabilità all’uscita di un sei: non ho che la strada empirica per scoprire
la probabilità associata all’uscita di un asso.
La condizione di applicabilità potrebbe sembrare una scappatoia pratica dalle

84
difficoltà della definizione classica di Laplace, ma non è così perché non c’è
più nessuna circolarità. Si parla di informazione su eventi non equivalenti,
informazione che necessariamente non coinvolge la probabilità dell’evento
stesso. L’approccio è raziologico perché la definizione formale diventa
un’arma che si deve usare con cura, verificando, innanzitutto, di muoversi in
uno scenario di rischio e non in uno scenario incerto. Nel paragrafo
sull’errore di equiprobabilità (Capitolo 8) osserveremo un esempio di come la
non consapevolezza della condizione di applicabilità possa portare a
grossolani errori, mentre nell’Appendice D vedremo un caso molto più fine.

Probabilità totale
Se due eventi si escludono a vicenda (per esempio l’uscita del 2 e quella del 6
nel lancio di un dado), si dice che i due eventi sono mutuamente esclusivi.
In un mazzo di carte sono mutuamente esclusivi l’uscita di un picche e di un
fiori, mentre non lo sono l’uscita di una figura e di un cuori.
Principio della probabilità totale - Se A e B sono mutuamente esclusivi, la
probabilità di ottenere A o B è uguale alla somma della probabilità di A più la
probabilità di B.

P(A o B)=P(A)+P(B).

Cosa accade se gli eventi non sono mutuamente esclusivi? La formula della
probabilità totale diventa:

P(A o B)=P(A)+P(B)-P(A e B)

dove P(A e B) indica la probabilità che si verifichino contemporaneamente i


due eventi. Nel caso dell’estrazione di una figura e di un cuori, avremo
P(A)=12/52, P(B)=13/52, mentre P(A e B) sarà 3/52, cioè le 3 figure di cuori
(che non devono essere contate due volte!). Quindi P(uscita di una figura o di
un cuori)=22/52.

Probabilità composta
La probabilità composta è la probabilità che due eventi A e B accadano uno
dopo l’altro.

85
Se l’evento B è indipendente dall’evento A (nel senso che l’esito
dell’esperimento che ha originato B è indipendente dall’esito dell’esperimento
che ha originato A), la probabilità composta è data da:

P(A e B)=P(A)*P(B)

cioè dal prodotto delle due probabilità.


Tutti dovrebbero sapere che i lanci di una moneta sono indipendenti; all’i-
esimo lancio la probabilità di uscita di croce resta 1/2, indipendentemente da
ciò che è avvenuto nei lanci precedenti. Quindi, la probabilità che in 3 lanci
successivi si ottengano 3 testa sarà 1/8 (1/2*1/2*1/2).
Più complesso il caso di due eventi dipendenti. Si supponga di studiare la
probabilità di estrarre due numeri che finiscono per 8 dalla tombola in due
estrazioni consecutive (senza ovviamente reimmettere il primo numero
estratto). La probabilità di estrarre un numero finale 8 al primo colpo è di
9/90, ovvio. Al secondo colpo, se al primo abbiamo estratto un finale 8,
avremo 8/89 probabilità di estrarre un altro finale 8. Quindi, la probabilità
composta di avere un finale 8 alla prima estrazione e un finale 8 alla seconda
è data dal prodotto della probabilità del primo evento per la probabilità del
secondo, posto che il primo si sia verificato:

P(A e B)=P(A)*P(B|A).

L’espressione P(B|A) indica la probabilità condizionata dell’evento B, posto


che A si sia verificato (nel nostro caso 8/89). Quindi, la probabilità di estrarre
due finali 8 consecutivi è 9/90*8/89.

Ragionare in termini di frequenze naturali


Al complicarsi dello scenario studiato, le leggi del calcolo della probabilità
possono diventare molto complesse e forse questo è uno dei motivi per cui
gran parte della popolazione è statisticamente ignorante. La raziologia approva
il suggerimento di alcuni statistici (fra cui Gigerenzer) di rappresentare i
processi attraverso frequenze naturali piuttosto che attraverso probabilità
numeriche.
Per spiegare questo importante concetto useremo un esempio tratto dal testo
di Gigerenzer Quando i numeri ingannano.
Scenario - Studio della convenienza dello screening mammografico a donne

86
comprese fra i 40 e i 50 anni. Statisticamente si sa che:

•• la probabilità che una donna abbia il cancro al seno è dello 0,8%;


•• se una donna ha il cancro al seno, la probabilità di mammogramma positivo
è del 90%;
•• se non ha il cancro, la probabilità che il suo mammogramma risulti
comunque positivo è del 7%.

Ci chiediamo: dato un mammogramma positivo, che probabilità c’è che la


donna abbia effettivamente il cancro?
Potrei dirvi che, conoscendo il teorema di Bayes, con una semplice
calcolatrice, trovereste subito la risposta. Peccato che l’enunciazione del
teorema di Bayes sia complessa e assomigli a qualcosa del genere:
considerando un insieme di alternative A1, A2, ... An, la probabilità condizionata
si trova mediante la seguente espressione:

Nel nostro caso E esprime la probabilità che il mammogramma sia positivo,


A1 indica che la donna ha il cancro e A2 che non ce l’ha.
Applicando il teorema di Bayes si ottiene:

P(A1|E)=P(A1)*P(E|A1)/(P(E|A1)*P(A1)+P(E|A2)*P(A2))

Cioè:

Probabilità (che una donna abbia il cancro dato un mammogramma


positivo)=0,90*0,008/(0,90*0,008+0,07*0,992). Alla fine si trova P=0,0939,
cioè il 9,4%, una percentuale sorprendentemente bassa nonostante l’esito di
un esame tutto sommato abbastanza sensibile.
Gran parte dei miei lettori avrà avuto la tentazione di saltare questa parte.
Ebbene, lo stesso problema affrontato ragionando con le frequenze naturali è
molto più semplice e si risolve senza conoscere il teorema di Bayes! Vediamo

87
come si fa.
Si parte da quello che in raziologia si chiama il campione dei casi possibili. In
genere conviene sceglierlo abbastanza grande da evitare di troncare i numeri
in gioco (0,4 donne non è molto bello; per mostrare che si ottiene lo stesso
risultato teorico, ho preferito lasciare i numeri decimali, mentre nel suo testo
Gigerenzer approssima all’unità). Nel nostro caso scegliamo 1.000 donne.
Cosa accade?

Quindi su 7,2+69,44 donne positive solo 7,2 lo sono; la probabilità è


P=0,0939.

Raziologia=descrizione naturale dei problemi


La descrizione naturale dei problemi è il modo più semplice per risolverli.
Condizioni necessarie sono che

1. Il problema deve essere facilmente rappresentabile.


2. Si devono possedere le basi statistico-matematiche per rappresentarlo.

Il primo punto è molto importante. Spiega perché impelagarsi in difficili quiz


logico-matematici non serva granché ad aumentare la propria intelligenza
razionale. Infatti non aumenta la capacità di risolvere le situazioni in modo
naturale, ma i problemi vengono risolti solo in base alle proprie competenze
teoriche (statistiche, logiche, matematiche ecc.). Si veda l’appendice A per
comprendere come un difficile (nel senso che è risolto da pochi) gioco che
descrive una situazione facilmente rappresentabile possa essere risolto in
modo naturale.

88
Nell’esempio precedente il secondo punto richiedeva che fosse chiaro cosa
significhi un’espressione del tipo “il 90% di”, quindi una conoscenza
veramente elementare.
In questo testo vengono offerte le basi statistiche necessarie per una
descrizione naturale dei problemi. Quello che ancora manca per completare il
bagaglio di tutto ciò che serve sono elementari conoscenze di calcolo
combinatorio. Poiché la scuola media inferiore non le tratta, preferisco
dedicarvi il prossimo paragrafo invece di rimandare a testi didattici.

L’analisi combinatoria
Come abbiamo visto, nel calcolo delle probabilità è indispensabile prendere in
considerazione tutti i casi possibili; per farlo è spesso necessario capire come
si possano combinare diverse condizioni.
Si supponga, per esempio, di calcolare la probabilità che una sigla a tre lettere
contenga una vocale. Se le lettere sono 26 quante sigle posso formare con 3
lettere?
O più in generale, se ho 3 insiemi che contengono x, y e z elementi, quante
sigle posso formare associando a un elemento del primo insieme uno del
secondo e uno del terzo?
Si tratta di un caso di moltiplicazione combinatoria: il numero di sigle è dato
dal prodotto di x, y e z.
Con le 26 lettere dell’alfabeto posso quindi comporre 17.576 sigle (26*26*26).
La raziologia insegna a descrivere naturalmente i problemi e un buon metodo
è l’approccio induttivo. Se il problema comporta grandi numeri, lo riduco a
una visione ristretta. Nel nostro caso, supponiamo che le lettere siano solo
due, A e B. Possiamo formare le sigle:

AA AB BA BB

Cioè 4. passiamo ora a 3, A, B e C. Con carta e penna vedo che posso ottenere
le seguenti 27 sigle:

AAA AAB AAC ABA ABB ABC ACA ACB ACC


BAA BAB BAC BBA BBB BBC BCA BCB BCC
CAA CAB CAC CBA CBB CBC CCA CCB CCC

89
La regola della moltiplicazione combinatoria precedentemente enunciata
diventa chiara:

(1) N=x*y*z.

Si parla invece di disposizione di classe k quando, dato un insieme I di n


elementi, si considerano i raggruppamenti di k elementi scelti fra gli n
elementi di I, tali che i raggruppamenti differiscano per la natura degli
elementi o per il loro ordine.
Quanti raggruppamenti di 2 lettere si riescono a comporre con le 5 vocali?
Eccoli:

AA AE AI AO AU EA EE EI EO EU IA IE II IO IU OA OE OI OO OU UA UE
UI UO UU

Sono 25. Infatti le disposizioni di n oggetti a k a k sono:

(2)(Dn, k)=nk.

Un concetto molto utile in analisi combinatoria è quello di fattoriale di un


numero intero n; il fattoriale (n!) è il prodotto dei primi n numeri interi. Per
convenzione si usa porre 0!=1.
Il fattoriale è molto utile per esprimere sinteticamente il numero delle
permutazioni o delle combinazioni di oggetti.
Le permutazioni di n elementi presi k alla volta sono rappresentate dai gruppi
di k elementi che si possono formare con gli n elementi e che differiscono o
per almeno un elemento o per l’ordine degli elementi.
Torniamo al nostro esempio delle vocali e comprendiamo la differenza fra
disposizione e permutazione. Le permutazioni possibili delle cinque vocali
prese due alla volta sono:

AE AI AO AU EA EI EO EU IA IE IO IU OA OE OI OU UA UE UI UO

Sono 20. Come si nota, la differenza con le disposizioni sono l’assenza delle
sigle AA, EE, II, OO e UU perché le permutazioni sono una scelta
nell’insieme: una volta che ho scelto la lettera A non posso più sceglierla
come seconda opzione.
Un esempio più concreto è il numero N di permutazioni di 4 squadre di un

90
campionato di calcio a due a due. Rappresenta il numero di partite necessarie
per un doppio girone all’italiana. Sempre con carta e penna è facile vedere che
gli incontri possibili sono:

AB AC AD BA BC BD CA CB CD DA DB DC

In totale 12.
Il numero di permutazioni che di n elementi presi k a k è indicato con P (n,k):

(3) P(n,r)=n!/(n-k)!.

Un caso particolare si ha quando si vogliono conoscere le permutazioni di n


oggetti presi n a n. poiché 0!=1, tale numero di permutazioni è n!. Se ho 10
cifre, quante sono le permutazioni di queste dieci cifre? Il loro numero è 10!
cioè 3.268.800, molto inferiore ai numeri interi rappresentati dalle 10 cifre (da
0 a 9.999.999.999, dieci miliardi); il motivo è che devono essere esclusi tutti i
numeri che contengono una cifra doppia. Esiste cioè solo una probabilità su
306 circa che, dato un numero di dieci cifre, non abbia nemmeno una cifra
doppia.
Infine, se l’ordine degli oggetti non è considerato come fattore diversificante,
si parla di combinazioni. Il numero di combinazioni si indica con C(n,k) e si
trova:

(4) C(n,k)=P(n,k)/k!=n!/(n-k)!*k!.

Praticamente le permutazioni vanno divise per il numero di ripetizioni che è


dato da k!. Nell’esempio precedente delle squadre, potremmo scrivere le
dodici permutazioni in due gruppi (k=2, k!=2):

AB AC AD BC BD CD e BA CA DA CB DB DC

Quante sono le combinazioni di 6 numeri su 90 (problema del


Superenalotto)? Con la formula (4) otteniamo 622.614.630. Se puntiamo su 1
2 3 4 5 6 oppure sui numeri 54 83 12 67 15 81, rivelatici in sogno dalla nonna,
abbiamo sempre la stessa probabilità di fare 6: circa una su 622 milioni,
decisamente inferiore a quella di essere schiacciati da un’auto mentre
attraversiamo la strada per portare il sacchetto dell’immondizia nel bidone
della spazzatura.

91
La distribuzione di probabilità
Una variabile statistica assume modalità diverse, ognuna con una determinata
probabilità di manifestarsi. Se costruiamo il grafico di queste probabilità
otteniamo la distribuzione di probabilità associata alla variabile.
Una distribuzione può essere discreta o continua a seconda che le modalità
osservate siano discrete o continue.
Vediamo per esempio la distribuzione di modalità associata al lancio di due
dadi. Come abbiamo visto nel paragrafo precedente (L’analisi combinatoria),
abbiamo 36 possibili configurazioni (moltiplicazione delle configurazioni
possibili di un dado per quella dell’altro). Come utile esercizio proviamo a
descriverle raziologicamente in modo naturale con carta e penna.

11 21 31 41 51 61
12 22 32 42 52 62
13 23 33 43 53 63
14 24 34 44 54 64
15 25 35 45 55 65
16 26 36 46 56 66

Il punteggio 2 è dato solo dalla configurazione (1 e 1) che si presenta solo una


volta su 36. Il punteggio 3 è dato dalle configurazione (1 e 2) e (2 e 1), 2 volte
su 36; il punteggio 4 è dato dalle configurazioni (1 e 3), (2 e 2) e (3 e 1) e così
via. Si noti che le configurazioni corrispondenti a un punteggio stanno tutte su
una diagonale della nostra matrice. La distribuzione di probabilità sarà la
seguente (dobbiamo dividere il numero di configurazioni corrispondenti a un
punteggio per 36, i casi possibili):

92
Il punteggio più probabile è il 7 con circa il 16,67% di probabilità.
Al variare del fenomeno studiato può variare la sua distribuzione. La buona
notizia è che molti fenomeni statistici hanno la stessa distribuzione e quindi il
nostro compito di descriverli è facilitato. Infatti in statistica si studiano diverse
distribuzioni. In questo testo descriveremo le due più importanti, rimandando
a testi classici per lo studio delle altre (ipergeometrica, di Poisson, lognormale,
multinomiale ecc.).

La distribuzione di Bernoulli (binomiale)


La distribuzione di Bernoulli è una distribuzione discreta che viene impiegata
per calcolare la probabilità di avere k successi (per esempio testa) in N prove
in un determinato esperimento (lancio di una moneta) quando siano
soddisfatte le seguenti condizioni:

1. Ci sono solo due esiti possibili con probabilità p e q=1-p


2. Le N prove sono indipendenti
3. La probabilità di successo resta costante in tutte le prove.

Se p è la probabilità di successo, la probabilità che l’evento p si manifesti

93
esattamente k volte su N prove è:

(5) P(k)=C(N, k)*pk*q(N-k)= N!*pk*q(N-k)/k!*(N-k)!

Il lancio di una moneta rispetta le tre condizioni sopraelencate, per cui, se


vogliamo conoscere la probabilità di avere 3 testa su 5 lanci, applicando la (5)
otteniamo: 5!*0,53*0,52/3!*2!=0,3125, cioè il 31,25%.

La distribuzione di Gauss (normale)


Se analizziamo la distribuzione di un campione di persone che seguono un
certo programma televisivo per decadi di età, magari otteniamo un grafico di
questo tipo:

Le cose si complicano quando ho molti valori possibili, addirittura infiniti.


Supponiamo, per esempio, di effettuare tante misurazioni di una stessa
grandezza con uno strumento; avremo risultati differenti dovuti all’inevitabile
imprecisione del nostro strumento e del nostro operato, i cosiddetti errori
accidentali. Se rappresentiamo le misure ottenute su un grafico, se il numero
di misurazioni è molto grande, al limite infinito, la curva che otterremo è
proprio la curva di Gauss.

94
Si tratta di una curva dalla classica forma a campana che ha un massimo
attorno alla media dei valori misurati e può essere più o meno stretta a
seconda della dispersione dei valori attorno alla media; la dispersione si
misura con la deviazione standard. Anche nel caso della curva di Gauss, l’area
sottesa dalla curva vale 1 perché la somma delle probabilità di tutti i valori dà
1, cioè la certezza. Nell’immagine 5.6, la curva sovrapposta alla gaussiana a
campana misura l’area sottesa, cioè la probabilità che la variabile abbia un
valore inferiore all’ascissa considerata; come si vede, la probabilità cumulativa
tende a 1 per valori crescenti di x.
La distribuzione di Gauss è spesso detta normale. L’aggettivo è significativo
perché indica che moltissimi fenomeni possono essere descritti da una curva
gaussiana o Gauss-like (cioè simile). Infatti descrive molto bene i fenomeni in
cui le modalità prossime alla media hanno frequenza elevata, frequenza che
diminuisce allontanandosi dalla media.
L’equazione della distribuzione normale è:

95
dove μ è la media, σ la deviazione standard, π (pi greco) vale 3,14159 ed e è la
base dei logaritmi naturali e vale 2,71828.

Un esempio

Supponiamo di considerare l’altezza degli italiani maschi. Analizziamo un


campione di 1.000 soggetti. Probabilmente otterremmo una curva a campana,
centrata attorno a una media, del tipo 174 cm di media con una “deviazione
standard” di circa 20 cm, cioè il 95% dei soggetti analizzati sarebbe compreso
fra 154 cm e 194 cm.
Comprendere il semplicissimo esempio che abbiamo appena descritto
consente di migliorare nella comprensione di fenomeni che la maggioranza
della popolazione non sa interpretare.
Consideriamo per esempio una persona che ritira le sue analisi del sangue.
Vede un parametro leggermente fuori intervallo e pensa di essere gravemente
ammalata. Senza sottovalutare la situazione, la conclusione del nostro
“paziente” è comunque affrettata e razionalmente scorretta. Infatti due sono gli
errori commessi:

•• credere che l’intervallo di normalità sia assoluto: al di fuori di esso c’è


patologia;
•• non conoscere la distribuzione del parametro.

96
Il primo punto è quello che genera maggiori preoccupazioni; in realtà i
parametri clinici si distribuiscono secondo curve a campana centrate attorno a
una media; gli intervalli di riferimento cercano di indicare con buona
probabilità se si è di fronte a un individuo normalmente sano. Un po’ come se
io dicessi che gli italiani maschi sono alti da 165 a 185 cm: un soggetto alto
163 cm è comunque normale, mentre un soggetto adulto alto 140 cm è
sicuramente affetto da nanismo.
Per capire fino in fondo l’esame occorrerebbe quindi avere non solo il range
di riferimento, ma anche la distribuzione completa dei valori nella
popolazione, cioè capire la “gaussiana” dei valori e conoscere la sua
deviazione standard.
Per esempio, per la glicemia la deviazione standard potrebbe essere 10 mg/dl
con una media di 95 mg/dl, per cui, nonostante i valori “consigliati” da un
laboratorio siano 80-110, anche un valore di 75 (sportivo) o 115 potrebbe
essere attribuito a un soggetto sano. Consideriamo poi che ci sarebbe sempre
e comunque un 5% di soggetti sani con valori al di fuori del range 75-115.
Per altri parametri la deviazione standard potrebbe essere ancora maggiore.
Quindi non è tanto importante capire se un parametro è vicino alla media
della popolazione, bensì se siamo talmente lontani da avere pochissime
probabilità di essere sani!

Proprietà della distribuzione normale

Se si devono confrontare fra loro due distribuzioni con unità di misura


diverse, è molto comodo riferirsi a variabili standardizzate, a curve senza
dimensione, indipendenti dall’unità di misura utilizzata. Per esempio, è
semplice comprendere che le varie curve normali possono essere traslate in
maniera tale da fare corrispondere la media con l’origine del grafico.
Ovviamente la correzione deve tener conto anche della deviazione standard
che dà la forma della gaussiana.
In statistica si è soliti usare la variabile standardizzata z definita da:

z=(X-μ)/σ.

L’equazione della distribuzione normale standardizzata (cioè espressa in unità


standard) diventa:

97
La distribuzione normale standardizzata è una distribuzione normale con
media nulla e deviazione standard unitaria.
L’uso di variabili standard può sembrare una complicazione inutile; si pensi
però al problema di calcolare la probabilità cumulata, cioè l’area sottesa fra
due valori x1 e x2 di una gaussiana. Certo, lo si può fare usando il calcolo
integrale, ma diventa molto più semplice farlo consultando tabelle riferite alla
curva standard, tabelle dove, per esempio, si legge che per z=1 l’area
compresa fra 0 e 1 è 0,3413.
Di seguito studiamo le proprietà della curva di Gauss, riferendoci alla
versione standardizzata:

98
Il 68,27% dell’area sottesa dalla curva normalizzata è compreso entro una
deviazione standard della media, il 95,45% è compreso entro due deviazioni
standard e il 99,73% entro tre. Praticamente, maggiore è la deviazione
standard, più la gaussiana è “aperta” e più c’è la possibilità che la media (il
punto più alto) non sia rappresentativa di tanti casi.

Statistica inferenziale
La statistica descrittiva ha come obiettivo quello di organizzare, riassumere e
presentare i dati in modo ordinato; i suoi strumenti permettono quindi di
sintetizzare i dati. Utilizza tutti gli strumenti che abbiamo visto nei paragrafi
precedenti ed è sicuramente un modo efficiente per gestire molti fenomeni.
In molti casi però è necessario arrivare a conclusioni che si estendono oltre i
dati che abbiamo raccolto e analizzato. Sapere che, su un campione di 100
telespettatori, 65 utenti gradiscono il programma e che il voto medio assegnato
dal campione al programma è 6,5 è sicuramente interessante, ma sarebbe
ancor più interessante arrivare a conclusioni più globali, che interessano tutta
la popolazione e non solo un minuscolo campione.
In altri termini, quando si studia una variabile dal punto di vista statistico, non
è possibile farlo prendendo in considerazione tutta la popolazione (per
esempio tutti gli italiani). Si identifica allora

un campione che dovrebbe essere rappresentativo della popolazione e su


questo campione si esegue l’indagine.

Terminata l’indagine si estendono (questo è l’obbiettivo della statistica


inferenziale) i risultati trovati nel campione a tutta la popolazione (inferenza),
studiando con opportuni strumenti l’accuratezza di questa estensione.

Il campione
Il campione, come detto, deve essere rappresentativo della popolazione. Se
nello studio del gradimento di un’automobile scegliessi un campione di sole
donne (o di soli uomini), sicuramente partirei con il piede sbagliato.
Un metodo molto usato per scegliere un campione rappresentativo è quello di
scegliere in modo che ogni rappresentante della popolazione abbia la
medesima probabilità di far parte del campione (campionamento casuale). In

99
realtà non è così semplice eseguire un campionamento casuale se non si
possiede un elenco di tutti i rappresentanti la popolazione. Tali elenchi sono
facilmente ottenibili se la popolazione è numericamente ristretta; si pensi
invece alla popolazione degli italiani e si comprenderà che scegliere un
campione veramente casuale non è facile (per esempio, gli elenchi telefonici
non sono affatto completamente casuali per il semplice fatto che non tutti gli
italiani vi sono inclusi). In presenza dell’elenco, assegnato a ogni voce
dell’elenco un numero, basta generare una sequenza di numeri a caso e
associare la scelta dei rappresentanti ai numeri usciti.

Errore nel campionamento casuale

In moltissime ricerche è molto facile accorgersi che il campione proprio


casuale non è. Immaginiamo per esempio una ricerca che voglia studiare la
relazione fra il praticare un certo sport e una patologia (per esempio l’infarto
miocardico). Se i ricercatori scelgono 500 sportivi e li confrontano con 500
sedentari, è praticamente impossibile che il campionamento sia casuale in
quanto, spesso, per arrivare a certi numeri si prende chi si offre! Può così
capitare che i prescelti siano provenienti tutti da una stessa regione piuttosto
che da uno stesso gruppo sportivo o, peggio, da una certa classe sociale (per
esempio pensionati o studenti, categorie che hanno maggiore tempo libero).
Questo errore di fondo spiega per esempio perché (senza che ci sia
necessariamente dolo) una ricerca arriva a un risultato opposto a quello di
un’altra!

La stima

Dallo studio del campione si deducono parametri statistici (stime) che sono
approssimazioni dei risultati che si otterrebbero sull’intera popolazione, con il
vantaggio della praticità e della fattibilità dello studio. Poiché parliamo di
approssimazioni, ogni stima sarà affetta da un corrispondente errore.

Significatività
La significatività statistica di un risultato è la probabilità che la relazione
osservata fra le variabili in un campione sia avvenuta per puro caso (fortuna
del sorteggio) e che, nella popolazione in cui il campione è stato definito, tale
relazione in realtà non esista. Praticamente, si potrebbe dire che la

100
significatività statistica di un risultato ci dice qualcosa circa il grado in cui il
risultato è “vero” (nel senso di essere “rappresentativo della popolazione”).
L’essere significativo indica spesso una condizione in cui la probabilità che il
tutto sia casuale è bassa.
Tecnicamente il valore p di significatività rappresenta un indice decrescente di
affidabilità di un risultato. Maggiore è il valore di p, meno è affidabile la
relazione osservata nel campione.
Per esempio, un valore di p=0,05 indica che c’è un 5% di probabilità che la
relazione trovata per le variabili del nostro campione sia un puro caso (un
colpo di fortuna, un abbaglio ecc.). In altri termini, se in realtà fra le due
variabili non ci fosse nessuna relazione, ripetendo l’esperimento per 20 volte,
in una vedremmo una relazione “fittizia”.
Non c’è ovviamente modo di evitare una certa arbitrarietà nella decisione
finale. Siamo cioè noi a decidere un livello ragionevole oltre il quale
rigettiamo i risultati come non significativi. Tra i livelli di significatività più
usati ci sono quelli del 5% o dell’1%. Una ricerca che per esempio mostri
risultati con p=0,01 possiamo ritenerla “molto significativa”, anche se questa
locuzione non è altro che un’arbitraria convenzione basata sull’esperienza dei
ricercatori.

Ipotesi statistiche

Operativamente, per trovare la significatività di un risultato, viene formulata


un’ipotesi statistica che possa essere accettata o rifiutata. L’ipotesi che viene
formulata è la cosiddetta ipotesi nulla; ogni ipotesi diversa da quella nulla è
detta ipotesi alternativa.
Se i risultati sperimentali differiscono molto da quelli attesi per l’ipotesi
formulata, si deve rigettare l’ipotesi; per esempio, se si lancia un dado e
l’ipotesi nulla sull’uscita dell’uno è 1/6, se l’esperimento dà come uscita 12
uno su 20 lanci, si deve rifiutare l’ipotesi (il dado è truccato) oppure chiedersi
se non si è compiuto qualche errore nei lanci.
I test di significatività servono appunto a misurare la “differenza” fra
un’ipotesi statistica e i risultati reali (nel caso ottimale tale differenza è nulla).
Ovviamente è sempre possibile compiere un errore; se si rifiuta un’ipotesi che
nella realtà è vera, allora si dice che si è commesso un errore di primo grado,
mentre accettando un’ipotesi falsa si commette un errore di secondo grado.
Quindi un test è buono se minimizza gli errori e, come vedremo, solo
aumentando l’ampiezza del campione è possibile ridurre entrambi gli errori

101
possibili.
Ecco come si svolge classicamente un test di significatività con i dati di un
campione rappresentativo di una certa popolazione.

1. Si specifica l’ipotesi nulla (che di solito si indica con H0); è una congettura
fatta solamente per essere smentita o confermata dal campione.
2. Si specifica un livello di significatività desiderato.
3. Si definisce una statistica per il test, per esempio una distribuzione normale
se il parametro campionato ha una tale distribuzione.
4. Si specifica una zona di rifiuto per l’ipotesi nulla: p (p è il livello di
significatività, 1-p è detto livello di confidenza) è la probabilità massima con
cui si accetta di incorrere in un errore di primo grado; supponiamo per
esempio di rigettare l’ipotesi nulla se p non supera il 5% (p=0,05), avendo
così una probabilità inferiore al 5% di sbagliare.
5. In base al tipo di popolazione, al numero dei campioni, alla distribuzione
scelta, alla conoscenza della deviazione standard della popolazione (che
altrimenti va stimata), ai gradi di libertà, al numero di code (se siamo
interessati a rifiutare l’ipotesi nulla solo se la differenza è in un senso o
nell’altro allora il test è a una coda, unilaterale, altrimenti a due) ecc. è
possibile utilizzare opportuni test statistici che forniscono un valore V che
viene confrontato con una soglia S che è funzione di p. Il confronto permette
di rifiutare o meno l’ipotesi nulla.

Un esempio

Un esempio chiarirà i passi, anche se si deve premettere che ciò che


raziologicamente è importante capire è il concetto di significatività di un
risultato, più che imparare a calcolare il livello di significatività.
Una pubblicità afferma che con una crema dimagrante si perdono 3 kg in un
mese.
Decidiamo di provarla su 49 soggetti per capire se ha effettivamente l’effetto
sperato o se i dimagrimenti rilevati sono solo frutto del caso (o della volontà
dei partecipanti all’esperimento di dimagrire).

•• L’ipotesi nulla è che la media della popolazione dimagrisca di 3 kg (H0=3).

Dal nostro campione rileviamo questi dati:

102
•• dimagrimento medio μ=2,5 kg
•• deviazione standard del campione=1,4 kg.

Il nostro obbiettivo è di

verificare se la deviazione della media dei campioni da μ è compatibile con


l’ipotesi nulla;

cioè se il fatto che abbiamo rilevato 0,5 kg in meno rispetto all’ipotesi di


partenza è dovuto “solo” al campione scelto.
Usiamo la distribuzione statistica associata al parametro per identificare un
range di valori che hanno bassa probabilità di verificarsi se l’ipotesi nulla
fosse vera. Questo intervallo di valori rappresenta la regione di rifiuto
dell’ipotesi nulla.
Nel nostro caso

1. Useremo una distribuzione normale (distribuzioni relative a campioni


abbastanza numerosi, N≥30 approssimano molto bene distribuzioni normali).
2. Il test sarà a due code (la crema potrebbe anche fare ingrassare!).
3. La statistica ci permetterà poi di stimare la media della popolazione e la
deviazione standard a partire da quelle del campione.

In altri termini, se vogliamo calcolare gli effetti di una crema dimagrante su


tutta la popolazione, è impossibile provarla su tutti: useremo un campione. La
media e la deviazione standard del campione come stanno in riferimento a
quelle che avremmo trovato se avessimo usato tutta la popolazione? Se il
numero del campione è superiore a 30, si trova che le medie coincidono,
mentre la deviazione standard deve essere divisa per la radice quadrata del
numero dei campioni.
Nel nostro caso, la deviazione standard stimata della popolazione è
1,4/RADQ(49)=0,2. Cioè se invece di 49 soggetti avessimo usato tutta la
popolazione ovviamente la deviazione standard dei risultati sarebbe diminuita.
Abbiamo come stime della media e deviazione standard sulla popolazione, 2,5
e 0,2. Se si normalizza, si scopre che a -3 (dimagrimento) corrisponde il
valore -> -3+2,5/0,2 = -2,5.
Non è difficile accorgersi che il problema è analogo a moltissimi altri che
possono essere descritti nello stesso modo semplicemente “reinterpretando” le
unità di misura (per esempio 2,5 può essere la media dei consumi di

103
un’automobile). In statistica si è soliti pertanto trasformare (ved. Deviazione
standard e varianza) le curve in forme standard con media nulla e deviazione
standard unitaria.
La distribuzione così ottenuta si studia più facilmente perché esprime
visivamente le zone in cui il campione è “più diverso” da quello atteso:

Se la curva è standardizzata, si sa per esempio che per p=0,01 il valore


sull’asse delle x è 2,58, per p=0,05 è 1,96, per p=0,5 (il 50%) è 0,6745 ecc. È
così possibile usare tabelle standard per accettare o rifiutare l’ipotesi.
Nel nostro caso, accogliendo l’ipotesi nulla, il valore standardizzato
corrispondente a 3 kg dove si situa? Si trasforma il valore 3 nella variabile
standardizzata e si scopre (accettatelo fideisticamente!) che diventa -2,5 (il
segno meno è dovuto al fatto che la media dei campioni è minore di quella
attesa). Tale valore è esterno al valore corrispondente a p=0,05 cioè esterno
all’intervallo -1,96, +1,96.
Siamo fuori dalla zona d’accettazione (siamo cioè nella zona di rifiuto che
nell’immagine è evidenziata in grigio). Rifiuto l’ipotesi, il metodo non
funziona come promesso.
Si noti che se avessi scelto p=0,01 la zona di accettazione sarebbe stata -2,58,
+2,58 e ciò mi avrebbe indotto ad accettare l’ipotesi. A prima vista può
sembrare assurdo, ma si deve pensare che quanto più p diminuisce quanto
meno sono disposto ad accettare un errore di primo grado, cioè di rigettare
l’ipotesi nulla quando è vera:

104
se cerco di minimizzare la probabilità di commettere errori, diventa più
difficile rigettare l’ipotesi nulla.

La correlazione
La correlazione è la misura della relazione fra due o più variabili. Un esempio
immediato è quello offerto dalla relazione fra altezza e peso di una persona;
senza fare rilevazioni, analizzare campioni di soggetti ecc., ognuno di noi è in
grado di dire che esiste una correlazione fra il peso e l’altezza di una persona.
Ovviamente, la relazione funzionale che lega le due variabili è cosa ben più
difficile da scoprire.
Non a caso, una correlazione si dice perfetta se tutti i valori delle variabili
soddisfano esattamente a un’equazione (per esempio, fra il lato di un quadrato
e la sua area esiste una correlazione perfetta), mentre si dice parziale quando
questa condizione non è soddisfatta. La correlazione fra altezza e peso è
appunto una correlazione parziale. In genere le variabili coinvolte nelle
correlazioni parziali sono influenzate da altre variabili, esterne alla
correlazione (per esempio nella relazione altezza-peso si dovrebbe tener conto
per lo meno della magrezza dei soggetti, del sesso, della corporatura ecc.).

La rappresentazione
Limitandoci a correlazioni fra due variabili, i dati misurati delle variabili X e Y
possono essere rappresentati in un sistema di coordinate cartesiane tramite un
diagramma di dispersione.

105
Nel nostro esempio altezza-peso (campione di 20 maschi) non è che si
osserva una grande correlazione, se non che, genericamente, all’aumentare
dell’altezza “tende” ad aumentare anche il peso.

Se consideriamo un campione di 20 maratoneti le cose cambiano in meglio

106
poiché tutti i soggetti sono normalizzati rispetto alla variabile che prima
“sporcava” la correlazione (il sovrappeso).
I punti sono distribuiti secondo una relazione quadratica (cioè il peso va circa
come l’altezza in metri al quadrato P=20xA2).
La correlazione è positiva (o diretta) perché al crescere di X anche Y cresce;
una correlazione è invece detta negativa (o inversa; il termine indiretta è
scorretto perché, come vedremo, si deve riservare per un tipo particolare di
correlazione) se al crescere di X la variabile Y decresce.
La correlazione è poi lineare se l’equazione che la descrive (perfettamente o in
maniera sufficientemente approssimata) è una retta, mentre si dice non lineare
se è una curva (come nel caso altezza-peso dei maratoneti dove c’è una
relazione quadratica).

L’indice di correlazione
In statistica, con opportuni strumenti, si usa definire il grado di correlazione
fra due variabili attraverso un indice di correlazione che può andare da -1 a 1.
Un valore di -1 indica una correlazione perfetta negativa, mentre un valore di
1 indica una correlazione perfetta positiva.

Correlazioni spurie e indirette


Una correlazione si dice spuria se lega due fenomeni che non hanno alcun
nesso causale, che non hanno nulla in comune (si veda per un esempio il
Capitolo 8, Errore di correlazione). Una correlazione è indiretta quando due
variabili X e Y sono correlate perché in realtà correlate entrambe a una
variabile Z.
Ecco un esempio di correlazione indiretta che risale a F. Mosteller e J. Tukey
(1977). Durante la seconda guerra mondiale si notò che i bombardamenti
alleati in Europa risultavano tanto più precisi quanto maggiore era il numero
di caccia nemici decollati per intercettarli e quanto più intensa era la reazione
della contraerea. Tutto ciò sembrava molto assurdo perché in teoria doveva
avvenire il contrario.
Tutto si spiega perché esiste correlazione (più contraerea, più precisione!), ma
non nesso causale (la maggior precisione non è dovuta alla contraerea!).
Infatti, quando il cielo era nuvoloso, i bombardieri avevano scarsa visibilità e
per la stessa ragione la contraerea era minore. Le nuvole (la variabile Z!)

107
penalizzavano maggiormente i bombardieri rispetto alla contraerea, da qui la
comunque maggior precisione con maggiore contraerea.
Un altro esempio di correlazione indiretta è quello classico che lega la
variabile X=numero di vittime in un incendio alla variabile Y=numero
pompieri impiegati per spegnerlo. Si riscontra facilmente una correlazione
positiva (più pompieri, più vittime); sarebbe pertanto “logico”, ma
completamente assurdo pensare che impiegando meno pompieri si avrebbero
meno vittime. Ovviamente X e Y dipendono dalla terza variabile
Z=dimensione dell’incendio.
La riflessione sulle correlazioni spurie e indirette consente di evitare errori di
correlazione (ved. Capitolo 8) nati dal ritenere una correlazione “garanzia” di
un nesso causale.

Correlazione e causalità
L’ultimo paragrafo rischia di essere frainteso se non si ha ben chiara la
relazione che esiste fra la correlazione di due variabili e il nesso causale fra le
stesse. Ci si riferisca al paragrafo sull’errore di correlazione (ved. Capitolo 8)
per comprendere come correlazione, significatività e causalità possano essere
legate. Qui ci limitiamo a osservare che il passaggio da una correlazione a un
nesso causale non può essere effettuato con metodi statistici, ma necessita di
una comprensione dei fenomeni in gioco. In particolare, una correlazione può
essere solo “interpretata” in termini di causalità basandosi su opportune teorie
e su dati sperimentali, non può da sola essere una prova conclusiva di
causalità.

Dalla statistica alla raziologia


Il sottocapitolo sulla statistica inferenziale potrebbe far credere che le
complicazioni che abbiamo trovato nell’analizzare i campioni siano tipiche
solo di un ambito professionale.
In realtà è possibile desumere alcuni concetti utili nella normale vita
quotidiana.

1. Quanto più è numeroso il campione, tanto più piccola è la deviazione dal


comportamento della popolazione.
2. Dato un campione, ogni decisione sulla popolazione ha un margine

108
d’errore.
3. Non si può escludere che sia possibile trovare un esperimento che porti a
rifiutare un’ipotesi e un altro che porti ad accettarla (incoerenza
sperimentale).

Mentre il secondo punto è già stato ampiamente sviscerato, spendiamo


qualche parola sugli altri due punti.

Dimensione del campione


Se ci sono pochi dati, se cioè il campione è composto da poche unità
statistiche, ci sono anche poche possibili combinazioni del valore delle
variabili e quindi la probabilità di ottenere per caso una combinazione di
valori che indica una forte relazione è piuttosto alta.
Se, per esempio, abbiamo due uomini e due donne che devono giudicare
(buono-cattivo) un prodotto, la probabilità che casualmente entrambi gli
uomini lo giudichino “buono” ed entrambe le donne “cattivo”, o viceversa, è
di 1/8. Se invece consideriamo 500 soggetti, la probabilità che casualmente
tutte gli uomini scelgano “buono” e tutte le donne “cattivo”, o viceversa, è
praticamente nulla.
Test - Un noto esempio (Nisbett et al., 1987) è ambientato in due ospedali
pediatrici: nel primo nascono 120 bambini, nel secondo solo 12. In media il
rapporto maschi/femmine dei nati per giorno nei due ospedali è di 1/1. In un
determinato giorno dell’anno, in uno dei due ospedali nasce un numero
doppio di femmine rispetto ai maschi. In quale ospedale è più probabile che
sia accaduto?
Chi ha ben compreso quanto detto sulla dimensione del campione non avrà
difficoltà a concludere che è molto più probabile che accada nell’ospedale più
piccolo.
Tecnicamente parlando, la probabilità di una deviazione casuale X dalla media
della popolazione decresce all’aumentare della dimensione del campione.

Incoerenza sperimentale
Si deve comprendere che il nostro campione non è uno fra tutti gli N
possibili; ripetendo l’esperimento della crema dimagrante (ved. Un esempio
nel paragrafo Significatività) avremmo trovato altri valori della media e della

109
deviazione standard. Poteva accadere, per esempio, che la media dei
dimagrimenti fosse 2,7 kg con una deviazione standard di 1,5; con questi dati
l’ipotesi nulla non sarebbe stata rifiutata.
In altri termini, più analisi si effettuano su un campione e più è probabile che
si scenda sotto il livello di significatività desiderato per puro caso.

Il senso statistico
Ognuno di noi effettua esperimenti più o meno consci, memorizzando i dati
ed elaborandoli statisticamente. Basterebbe aver presente i tre concetti cardine
della statistica raziologica per evitare grossolani errori:

•• evitare di ritenere significative esperienze che hanno una numerosità bassa.


Si pensi a un commesso viaggiatore che, dopo aver mangiato bene in due
ristoranti della città X, conclude che “a X si mangia bene”.
•• Evitare di cadere nell’illusione della certezza, prendendo per certi risultati
che sono soltanto molto probabili; per esempio, buttarsi in un’impresa
commerciale investendo tutto “solo” perché altri hanno sfondato.
•• Evitare di accettare i risultati ottenuti solo per un campione che “appare”
positivo; per esempio, pensare che un certo integratore funzioni solo perché
nelle ultime dieci volte che l’abbiamo usato non ci siamo scostati molto dalla
prestazione desiderata.

Negli esempi fatti c’è evidentemente una grossa componente affettiva


nell’errore commesso, ma è chiaro che una persona statisticamente preparata
non li avrebbe commessi a cuor leggero.
Più difficile è prendere decisioni basate su considerazioni statistiche quando
non si possiedono dati validi, ma solo approssimazioni di essi. Ci viene in
aiuto il senso statistico.
Avere senso statistico è infatti una condizione decisamente facilitante perché
permette di usufruire in modo rapido ed efficiente dell’esperienza altrui.
L’esperienza da altri diretta (ved. Capitolo 7) ce la costruiamo osservando o
interagendo direttamente con le persone che ci forniscono tutta una serie di
informazioni che, se elaborate correttamente, possono farci capire meglio il
mondo.
Sembra che molte persone abbiano notevoli difficoltà a farsi un’esperienza da
altri diretta (quella indiretta è basata sullo studio). A molte di loro manca il

110
senso statistico.
Il senso statistico è la capacità di sintetizzare (più o meno consciamente) le
nostre osservazioni esterne che si riferiscono a uno scenario. In modo più
preciso,

il senso statistico ci permette di stimare con il giusto ordine di grandezza dati


statistici non posseduti.

Riflettiamo: noi quotidianamente acquisiamo una grande mole di dati. Se


sappiamo acquisirli bene e il campione è significativo possiamo stimare dei
dati statisticamente utili per capire il mondo. I più intellettuali potrebbero
sostenere che rispettiamo i rigorosi criteri della statistica soltanto per sommi
capi, ma il concetto di “senso” indica proprio che a noi non interessa un
numero esatto quanto un ordine di grandezza e quando ragioniamo per ordini
di grandezza si possono fare approssimazioni (il che non vuol dire essere
approssimativi!).
Mi hanno stupito alcuni commenti alle mie note di Facebook. In uno mi si
contestava l’affermazione statistica che le donne sono più insufficienti degli
uomini, in un altro mi si chiedeva, in risposta a una mia considerazione (se
non la insegnassero a scuola, oggi pochissimi leggerebbero la Divina
Commedia, la prova più evidente che il suo messaggio di moderno non ha
nulla): “come fai a sapere che nessuno (si noti come “pochissimi” sia stato
trasformato in “nessuno” per rendere la propria posizione inattaccabile) la
leggerebbe?”. Queste persone mancano di senso statistico.

1. Considero tutte le coppie che conosco. Sono 100, 200, 1.000? In queste
quante (X) sono quelle in cui la donna si fa mantenere dal marito? Quante (Y)
quelle in cui succede il contrario? Il senso statistico mi dice che X è
decisamente maggiore (cioè ha un ordine di grandezza decisamente superiore)
di Y. Indagare poi le cause del fenomeno (la società discrimina le donne,
molte preferiscono dedicarsi ai figli e alla casa ecc.) è un passo successivo che
non inficia la conclusione (la spiega).
2. Considero tutte le persone che mi hanno raccontato delle loro letture (“sto
leggendo Dostoevskij”, “ho letto l’ultimo libro di Benni” ecc.). Sono 100, 200,
1.000? Quanti mi hanno detto “ieri sera mi sono letto il V canto dell’Inferno”
o qualcosa del genere?

Nei due casi sopraccitati, gli argomenti sono talmente generali che il campione

111
è significativamente numeroso, non commetto errori di distorsione
dell’esperienza perché la valutazione dei dati è facilissima e la mia personalità
non influisce più di tanto, l’ordine di grandezza a favore di una tesi è
schiacciante.

Come nasce e come si utilizza il senso statistico


Confrontiamo due medici di fronte a un paziente che ha un gran dolore
all’alluce di un piede.
Il dott. A indica al paziente tutta una serie di possibilità, dalla microfrattura (il
paziente ha tentato di correre per la prima volta in vita sua per perdere quei 10
kg di troppo che ha) a una rara forma di osteoporosi, da un tumore osseo a un
problema circolatorio (il paziente è fumatore) ecc. Conclude dicendo:
“facciamo tutta una serie di esami così scopriamo la causa”.
Il dott. B visita il paziente e conclude: “è un attacco di gotta; facciamo gli
esami, ma vedrà che ha l’acido urico molto alto”.
Ovviamente B ha un’esperienza medica molto maggiore di A ed è il medico
che tutti noi vorremmo avere (rispetto ad A). B sa che per un buon medico gli
esami confermano la diagnosi, non la fanno.
Applichiamo quanto detto al senso statistico. Il senso statistico prescinde dai
“conti che facciamo dopo”, è un intuito (diagnosi) che sintetizza la nostra
esperienza da altri e che noi poi confermiamo grossolanamente con una serie
di considerazioni numeriche (esami medici). Per esempio, il senso statistico ci
dice che gli obesi hanno una vita media inferiore. Una “conferma” nasce
dall’esame di tutti coloro che conosciamo che hanno superato gli 80 anni. Non
è una rigorosa prova statistica, ma serve a confermare largamente l’assunto.
Vediamo un esempio piuttosto curioso. Probabilmente per la maggior parte
degli italiani fare il poliziotto è più pericoloso che fare il muratore o decine di
altri lavori. Penso che ciò derivi dalla grande enfasi che è data alla morte di
poliziotti in servizio. Dal 2000 a oggi sono morti in servizio 88 membri della
Polizia di Stato, cioè circa 8 all’anno. Se concludo immediatamente che fare il
poliziotto non è così pericoloso come si crede, molti obietteranno che non
posso affermare ciò perché conosco solo il numero di morti l’anno, mentre
dovrei conoscere anche il numero di poliziotti, quello dei muratori ecc. In
realtà, tutti questi numeri sono stimati dal mio senso statistico poiché la mia
esperienza mi dice che in Italia di lavoratori ne muoiono almeno un migliaio
l’anno; se c’è un poliziotto ogni 200-300 lavoratori (dato che posso stimare da
una realtà che conosco molto bene), ecco che come ordine di grandezza il

112
lavoro di poliziotto rientra nella media, dal punto di vista della pericolosità.

Un esempio critico
Vi viene chiesto se il paracadutismo è più pericoloso che viaggiare in auto.

A. No, si può morire in entrambi i casi. Senso statistico nullo come quello di
chi ritiene che andare in vacanza a Rimini sia pericoloso come andare nello
Yemen. Non si è abituati a elaborare statisticamente un problema e si sceglie la
strategia di considerare il caso peggiore, a prescindere dalla sua frequenza.

B. Sì, anche ieri è morto un paracadutista (o risposte simili). Senso statistico


nullo. Probabilmente la risposta è generata dal carattere del soggetto (debole,
fobico ecc.) o da una logica di comodo (ved. Capitolo 9). Manca un
qualunque tentativo di dare una risposta numerica al problema.

C. Non si possono paragonare attività così dissimili. Senso statistico


soppresso. Può essere un esempio di logica di comodo oppure di semplice
incapacità di usare strumenti statistici. Nel primo caso di solito si tratta di chi è
coinvolto in prima persona, pratica sport pericolosi e ha elaborato una sua
difesa dalle critiche in modo da sopprimere il senso statistico. Per esempio:
I dati statistici hanno la loro validità “statistica”, ma senza un’analisi non
permettono di trarre conclusioni sul grado di pericolosità di un’attività
(soprattutto senza conoscerla).
Esempio: l’attività X ha un tasso di mortalità di Y% rispetto ai numeri di
praticanti. Se, caso limite, la totalità di questi incidenti mortali è dovuta, per
esempio, al mancato aggancio di un moschettone (dimenticanza, mancato
controllo, in ogni caso grosso errore umano), la mia conclusione è che
l’attività X non è pericolosa e non avrei nessun problema a praticarla.
Se nell’analisi dell’ Y% di incidenti porta a fattori aleatori (il controllo è
stato fatto secondo le norme, ma il meccanismo si é inceppato comunque),
allora comincio a parlare di attività pericolosa e a farmi delle domande se
praticarla o meno.
L’errore è chiaro: trovare un sottoinsieme dove l’affermazione X non vale per
dimostrare che non ha senso fare un’affermazione statistica (X è pericoloso).
Lo stesso errore che commette chi, in risposta all’affermazione statistica: “gli
uomini corrono più velocemente delle donne” risponde “non è vero, la
campionessa olimpica batte la maggior parte degli uomini”. Si confonde

113
l’individuale (particolare) con ill generale (universale). In realtà
un’affermazione statistica prende in esame la globalità della popolazione cui fa
riferimento. In ogni caso, si noti la logica di comodo: lo scrivente dà per
scontato di essere immune dal “grosso errore umano”.
Per completezza, si deve sottolineare che l’esame di un sottoinsieme ha senso
per trovare eccezioni all’affermazione statistica, ma non per bocciarla (in
quanto affermazione statistica è “immune” dalle eccezioni, vedasi esempio
della velocità uomo/donna).

D. Sì/no perché dalla mia analisi discende che... Senso statistico scarso. Ci si
avvale dei numeri per capirci qualcosa, ma manca l’intuito, la diagnosi
iniziale. I numeri vengono prima dell’intuito. Il rischio è che l’analisi (che
necessariamente è approssimata) sia scorretta. Vediamo due esempi di analisi
scorrette.
Il paracadutismo è pericoloso perché basta considerare il rapporto fra il
numero di morti e i lanci. In realtà si ottiene solo un numero che ognuno può
interpretare come vuole. Esempio: un morto ogni 20.000 lanci. Io faccio 10
lanci all’anno. Ci vogliono 1.000 anni perché (mediamente) muoia. Visto che
le statistiche mi dicono che per morire in macchina (faccio 35.000 km
all’anno) me ne bastano (mediamente) 100 (di guida), concludo che il
paracadutismo non è pericoloso.
Il paracadutismo non è molto più pericoloso dell’auto perché se considero
morti/popolazione ottengo (per esempio) per il paracadutismo 10 morti su
10.000, per l’auto 5.000 morti su 50.000.000, cioè il paracadutismo sarebbe
solo 10 volte più pericoloso dell’auto. Per smontare questa interpretazione
basta considerare che non tiene minimamente conto della frequenza di lancio,
prescinde dalla quantità di pratica dello stesso. In presenza di clima molto
negativo (che impedisce i lanci) il paracadutismo sarebbe l’attività più sicura
del mondo!

E. Il paracadutismo è molto più pericoloso che viaggiare in auto. Segue (non


precede) grossolana spiegazione statistica (indizio statistico) che avvalora la
tesi senza possibilità di smontare l’ordine di grandezza trovato. Buon senso
statistico.
A cosa serve trovare un modello che “ci dia ragione”? Come nel caso del
medico, a confermare la nostra diagnosi. Il modello non ha nessun valore
teorico, ma ci “autorizza” a usare il nostro senso statistico (se ovviamente lo
conferma alla grande). Tutto qui, ma se una persona si mette a discutere per

114
mostrare che il paracadutismo non è uno sport rischioso, beh, il senso
statistico latita così come manca l’esperienza medica al medico A citato nel
paragrafo precedente.

F. L’intuito dice una cosa e l’analisi statistica approssimata dice l’esatto


contrario! Se è una situazione ricorrente, ciò denota scarso senso statistico
perché di fatto l’intuito fa pena e sarebbe opportuno usare l’approccio d).

L’indizio statistico
Nel caso in esame devo confrontare due attività molto diverse. La teoria della
misura mi insegna due cose:

A. devo usare la stessa unità di misura per valutare la pericolosità (non posso
cioè comparare per esempio i viaggi in automobile con i lanci perché un
“viaggio” non è un “lancio”);
B. non posso prescindere dal concetto di tempo cui si fa riferimento quando
si vogliono misurare grandezze come la velocità o la potenza, caratteristiche
dell’entità considerata.

Il tempo in effetti è un’unità di misura comune. Per esempio, considero


“essere paracadutista” come condizione in cui sono in volo con il paracadute
(dall’istante in cui salto a quello in cui tocco terra compresi) ed “essere
automobilista” quando sono in un’auto (conducente o passeggero) in moto. È
più pericoloso essere paracadutista o essere automobilista? Si noti che in
questa formulazione probabilmente faccio un favore ai paracadutisti perché
allungo il tempo in cui ragionevolmente a loro non succede nulla (prima
dell’impatto con il suolo).
Dai media so che ci sono circa 4-5.000 morti l’anno (tolgo i pedoni, i ciclisti, i
motociclisti); in auto ci vanno circa 40 milioni di italiani (sto stretto), diciamo
mezz’ora al giorno di media. In totale, ho un ordine di grandezza di circa 2
milioni di ore in macchina per avere un morto. La televisione mi dice che fra i
paracadutisti in sei mesi ci sono stati sette morti, quindi un ordine di
grandezza di almeno 10 all’anno. Quanto sono i lanci in Italia e quanto dura
un lancio? Qui ho due possibilità: o mi documento o stimo i dati. Nel secondo
caso, essendo conscio che approssimo maggiormente, l’ordine di grandezza a
favore di una tesi deve essere ancora maggiore. Supponiamo che ritenga che
ci siano 10.000 persone che fanno lanci, in media 20 all’anno e che un lancio

115
duri 5’. Quindi ogni 2.000 ore circa di lancio ci sarebbe un morto. “Essere
paracadutisti” risulta 1.000 volte più pericoloso che “essere automobilisti”.
Ovviamente gli amanti di questo sport inizieranno a sollevare distinguo, ma
queste obiezioni sono la spiegazione di ciò che il senso statistico mi ha già
detto, non lo confutano.

L’ordine di grandezza
Parlando del senso statistico abbiamo più volte citato la locuzione “ordine di
grandezza”.
L’ordine di grandezza è un concetto fondamentale per chi vuole affinare il
proprio senso statistico, proprio perché in statistica, anche con i mezzi più
sofisticati, si ottengono risultati “non certi”. Cominciamo con il ricordare che
approssimare non vuol dire essere approssimativi. Essere approssimativi
genera un risultato inservibile, mentre approssimare significa eseguire una
serie di approssimazioni che comunque lasciano il risultato all’interno
dell’ordine di grandezza che vogliamo.
Chi è puramente logico, per esempio un matematico, storce il naso di fronte al
concetto di approssimazione. Lo stesso matematico deve però fare i conti con
la realtà e accettare approssimazioni quando decide di occuparsi di calcolo
numerico (quello che vale per un computer); se poi si passa al fisico, sono
risapute le approssimazioni che trascurano gli attriti, le resistenze del mezzo, la
dimensione del punto materiale ecc.
Parlando in generale, come facciamo a capire se le nostre approssimazioni ci
lasciano nell’ordine di grandezza desiderato? Semplice:

le approssimazioni devono permetterci di fare una scelta sensata e positiva.

Per esempio, discriminare fra la proposizione che afferma che in un anno il


fumo provoca 10.000 morti e quella per la quale ne provoca 100.000 può
essere interessante per un ricercatore che deve pubblicare una ricerca, ma non
certo per il comune mortale che, se ha un briciolo di razionalità, conclude che
fumare fa sempre male. Vediamo alcuni esempi di ordini di grandezza con
scala diversa.

1
Il reddito pro capite di un abitante della nazione X è di Y. Ovvio che se Y può
variare di 100 euro, ciò mi permette comunque di concludere che la nazione

116
appartiene al Terzo Mondo o ai Paesi più sviluppati; se diventa un decimo (per
esempio da 20.000 a 2.000), il mio giudizio cambierebbe; quindi, in questo
esempio, l’ordine di grandezza dell’approssimazione deve essere frazionario
sull’unità, che so, diciamo del 20-30%.

10
L’esempio del fumo riportato in apertura. 80.000 o 8.000 morti l’anno mi
dovrebbero disincentivare dal fumo.

100
L’esempio classico è quello dell’ADI (L’ADI è la quantità definita di una
sostanza (di solito un additivo alimentare), espressa sulla base del peso
corporeo, che “può essere ingerita ogni giorno per tutta la vita senza alcun
effetto sulla salute umana”). Chi ha una visione solo qualitativa della vita si
spaventa per ogni notizia che racconta del ritrovamento di una sostanza
tossica in un cibo, senza sapere che tali livelli, se il cibo non è considerato
ufficialmente contaminato, sono almeno 100 volte inferiori a quelli che
produrrebbero danni.

La ricerca scientifica
La ricerca scientifica è una buona palestra per chi vuole mettere alla prova la
propria razionalità. Come vedremo, sono molti i dubbi che si possono
muovere alle ricerche che ci vengono proposte attraverso i media. La persona
poco razionale accetta tutto o, per rigetto, tende a diffidare di tutto. Queste
due condizioni sono comuni alla maggioranza della popolazione e sono fonte
di truffe e di inganni commerciali.

La ricerca scientifica è affidabile?


La ricerca scientifica è spesso decisamente sovrastimata; frasi del tipo:

•• test clinici hanno dimostrato che...


•• scientificamente provato...
•• risultati nel 77% dei casi...

non fanno altro che ingenerare nella popolazione le uguaglianze:

117
ricerca=scienza=verità.

Anche solo fermandosi alla prima parte dell’espressione, si può


tranquillamente affermare che si è in errore. Infatti:

è abbastanza facile trovare una ricerca che dimostra che X è vero e una che
dimostra che X è falso. Le ricerche non sono ancora scienza...

Quanto appena affermato è percepito dal pubblico, a cui le ricerche sono


rivolte, come una “grande confusione”.

La pubblicazione della ricerca

Nel 2005, uno studio pubblicato su Jama (Journal of the American Medical
Association), la rivista dell’Associazione dei medici americani, afferma che
almeno un terzo delle ricerche, su terapie farmacologiche e no, vengono
successivamente smentite o ridimensionate. La situazione è ancora più grave
di quanto affermato nello studio.
Sembrerebbe che i due terzi diventino scienza, cosa che assolutamente non è.
La situazione è pressappoco questa, partendo da 100 ricerche:

1. Il 50% è talmente insulso che nessun altro ricercatore spende tempo e


denaro per cercare di replicare i risultati che comunque sono sempre espressi
in termini di probabilità.
2. Del 50% rimanente, un 80% (cioè il 40% del totale) è contraddittorio, nel
senso che smentisce ciò che prima si affermava o viceversa. Siamo in una
situazione in cui la ricerca non è ancora scienza.
3. Resta quindi un 10% di ricerche serie.

In parole povere, per motivi di varia natura, spesso non propriamente nobili,
una gran parte delle ricerche è discutibile.

La differenza fra ricerca e scienza

La prima cosa da capire è che:

la ricerca è un punto di partenza, non un punto d’arrivo.

118
Se si considera la ricerca un punto d’arrivo si parte già con il piede sbagliato.
Ogni équipe di ricercatori che pubblica o divulga i propri studi lo fa (o
dovrebbe farlo!) non per asserire una certezza, ma per fare in modo che altri,
eventualmente allargandone i confini, confermino i risultati trovati.

Solo le ricerche che stabiliscono nessi di causa-effetto diventano scienza.

Un caso classico di decine di ricerche “miracolose” che si sono sgonfiate si


trova nella lotta al cancro. Dagli anni ’80 a oggi, quasi settimanalmente, i mass
media portano all’attenzione del pubblico una ricerca che promette grandi
passi avanti. I passi avanti ci sono stati (molto lo si deve alla prevenzione e
alla chirurgia, più che al miglioramento terapeutico), ma, a onor del vero,
molto limitati. Tantissime ricerche, singolarmente significative, si sono
dimostrate strade poco fruttuose.
Per valutare una ricerca occorre distinguere fra:

•• ricerche leggere
•• ricerche pesanti.

Una ricerca è leggera quando, in base a considerazioni di qualsivoglia natura


(non ultime l’errore nel campionamento casuale e l’incoerenza sperimentale),
è lecito dubitare che arrivi a stabilire correlazioni che possono esserci utili,
mentre è pesante quando definisce correlazioni che ci permettono di scoprire
o di avvicinarci molto alle cause corrette.
Per capire i limiti della ricerca, dobbiamo ricordare la differenza fra
correlazione e causa.
La confusione fra correlazione e nesso causale è spesso amplificata dai
ricercatori stessi che dimenticano la natura statistica di ciò che hanno trovato e
si proclamano “sicuri” di aver trovato la causa!

Una correlazione indica cosa è meritevole di ulteriore indagine per spingersi


sempre più vicino a trovare la vera causa; si deve ricordare che non
definisce nessuna implicazione di causa ed effetto.

Classico il discorso sui vegetariani: se uno studio rileva che i vegetariani


vivono più a lungo di coloro che mangiano carne, non si può concludere
nulla perché non si può sapere se ciò sia dovuto prioritariamente

119
all’alimentazione o se sia il risultato di altre scelte derivanti dallo stile di vita.
Non è difficile scoprire che molte correlazioni trovate dalla ricerca sono
correlazioni indirette. Cioè che:

(1) in genere correlazioni (fra A e B) trovate dalla ricerca sono prive di


nesso causale quando A e B dipendono entrambi da un terzo fattore C.

Ecco un ultimo esempio. Una ricerca prende in esame un campione di


giocatori di pallacanestro di un’università americana e una tribù di pigmei. Si
studia la percentuale di chi ha un Q.I. (quoziente d’intelligenza) sopra il valore
soglia di X in relazione all’altezza. Esiste una correlazione fra altezza e Q.I.
positivo (cioè sopra X). Quindi, sostituendo il concetto di correlazione con il
concetto di causa, potrei assurdamente concludere che l’altezza favorisce
l’intelligenza!
È evidente l’assurdità della cosa, ma molti non saprebbero spiegare
chiaramente dove sta il trucco. Il trucco è che [come visto nella proposizione
(1) soprariportata] sia l’altezza sia il maggiore quoziente d’intelligenza
dipendono dall’appartenenza al primo campione; infatti la correlazione fra
appartenenza all’università e Q.I. positivo appare a tutti più logica e causale.

L’ambiguità
Alla luce di quanto detto, è necessario non cadere nell’errore di correlazione
(ved. Capitolo 8). Ma non basta.
Dalla (1) discende che

(2) se una ricerca vuole indagare se B è una delle cause di un evento A, è


necessario che prenda in considerazione tutte le altre cause di A per evitare
che scambi una correlazione per causa, cioè che B dipenda da una Ci (C1,
C2, ...Cn sono le altre n cause di A). Ma ciò è praticamente impossibile
perché si dà per scontata la certezza che si conoscano già tutte le cause di A
tranne quella che ricerchiamo!

Una correlazione evidenziata da una ricerca su A è pertanto più ambigua


quanto meno si conoscono le cause del fenomeno che si sta studiando!
Dal punto di vista pratico - Vediamo di tradurre la (2) dal punto di vista
pratico.

120
Per essere completamente definita, una ricerca dovrebbe studiare un numero
infinito di parametri, cosa impossibile da realizzarsi ed è ragionevole limitarsi
a studiare i più importanti e sensatamente significativi. Il grave è che gran
parte delle ricerche si limita a definire pochissimi parametri, mettendosi nelle
migliori condizioni di trascurare altre possibili cause e quindi di ricadere nella
(1).
Supponiamo che una ricerca determini che una patologia si verifica con una
probabilità nettamente più alta in maschi sani superiori ai 50 anni d’età
rispetto alla fascia d’età 30-40 anni. L’invecchiamento sembrerebbe pertanto la
causa più importante della malattia.
Se abbiamo 50 anni potremmo preoccuparci perché “aderiamo” al campione
della ricerca che è stata condotta con la massima serietà. A questo punto però
un nostro amico medico ci dice che la ricerca è del 1800 (ammesso che sia
possibile) e ride delle nostre paure. Perché? Perché la malattia in questione è
l’enfisema polmonare e noi non siamo fumatori. Il nostro amico ci farà
presente che una ricerca più recente ha dimostrato che in maschi sani non
fumatori e non esposti a fumo passivo, la probabilità di ammalarsi di
enfisema nella fascia d’età 50-60 è praticamente la stessa che nella fascia 30-
40. È quindi il fumo la causa principale.

Le ricerche leggere lo sono proprio perché eccessivamente ambigue: sembra


che abbiano tenuto in considerazione tutti i parametri più importanti mentre
in realtà ne tralasciano di fondamentali.

Per esempio, una ricerca è tanto più ambigua quanto più il campione è
generico (illusione del campione). In quest’ottica, contrariamente alla
credenza comune,

hanno poco senso anche le ricerche condotte su migliaia di soggetti senza


nessuna ulteriore specificazione.

La valutazione dell’ambiguità è quindi un’operazione che deve essere


condotta nell’analisi di ogni ricerca. Ci si deve chiedere:

(3) è possibile ottenere un risultato diverso specificando i parametri della


ricerca in modo diverso?

Per parametri si intendono il campione, le modalità, i tempi ecc., cioè

121
qualunque fattore che possa influenzare la correlazione trovata. Se la risposta
è sì, il peso della ricerca crolla drammaticamente. È per questo motivo che
bisogna prendere con le molle i risultati di ricerche che vengono diffuse solo
per sommi capi.
Per esempio, la sola espressione “soggetto sano” è, per molti scopi,
decisamente vaga (vedasi esempio dell’enfisema), per altri potrebbe non
esserlo. Altro esempio: le conclusioni di una ricerca condotta in parte su
pazienti ospedalizzati (come quelle che analizzano il peso alla morte e arrivano
all’assurda conclusione che chi è più magro vive di meno solo perché i molti
pazienti dopo lunga agonia hanno perso molti kg di peso) non possono essere
certo valide per pazienti sani. Non è nemmeno adattabile alla realtà una ricerca
che lavora su tempi troppo brevi oppure una che opera con quantità troppo
elevate o troppo modeste di una sostanza ecc.
È importante esercitarsi a scoprire l’ambiguità di gran parte delle ricerche
applicando la (3). Come aiuto ecco un ultimo esempio. Molte ricerche hanno
sostenuto (nel senso che hanno visto un nesso causale) la correlazione fra i
grassi saturi di origine animale degli insaccati e alcune forme di tumore
all’apparato digerente. Come è possibile definire in modo diverso la ricerca?
Per esempio, i ricercatori hanno preso in considerazione il fatto che la gran
parte dei salumi contiene come conservanti nitriti e nitrati? No, perché lo
screening era fatto su campioni generici della popolazione. Ecco quindi
trovata l’ambiguità della ricerca. Recentemente si è scoperta infatti la
correlazione fra tumore e consumo di nitriti/nitrati. Pertanto il nesso causale è
più logico leggerlo come tumore-conservante che come tumore-insaccato!

Epidemiologia: i limiti
La statistica è entrata pesantemente nella medicina grazie all’epidemiologia:
originariamente si studiava statisticamente una popolazione per capire le
correlazioni fra malattia e determinati fattori, risalendo poi alle cause. In
genere si trattava di malattie infettive (non a caso uno dei pionieri
dell’epidemiologia è John Snow che nel 1854 indagò statisticamente
l’epidemia di colera a Soho). Purtroppo però oggi l’epidemiologia soffre da
un lato di delirio di onnipotenza e dall’altro è diventata il terreno ideale per
medici che non hanno nessuna intenzione di fare i medici: si ricevono i fondi
per lanciare campagne di rilevazione statistica su qualunque cosa, si buttano i
dati nella macchina (ricordiamolo, “incerta”) della statistica e poi si fa una
bella pubblicazione. Non c’è nessun rischio di fallimento perché tanto qualche

122
dato esce, al più il problema è interpretarlo, anche se, lo si deve riconoscere,
la fantasia dei ricercatori è smisurata nel farlo. Alcuni ricercatori poi
sostengono che l’interpretazione dei dati sarebbe compito degli statistici, ma,
se ciò fosse vero, il contributo del medico sarebbe privo di ogni “intelligenza”;
è assurdo che un medico pensi di poter fare ricerca senza conoscere la
statistica.
Il punto è che l’ambiguità di moltissime ricerche epidemiologiche è altissima.
Tutti capiscono che se voglio indagare la relazione fra ricchezza e mortalità
posso ottenere dei dati che il solo buon senso riuscirebbe a determinare. Si sa
che la ricchezza non ha nessuna relazione diretta con le cause della morte, ma
può averne molte indirette: per esempio chi è ricco si cura mediamente
meglio; chi è povero (non ricco) può effettuare mediamente meno
prevenzione ecc. Tutte cose che sono note. Che senso avrebbe spendere
milioni di euro per scoprire per esempio che chi ha un reddito fra i 50.000 e i
100.000 euro annui vive in media un anno in più di chi lo ha compreso fra
25.000 e 50.000? Se si considera poi che la ricchezza influenza le cause di
morte sia positivamente (alza la vita media) sia negativamente (la abbassa, per
esempio favorendo un maggiore stress) è evidente che i dati ottenuti sono del
tutto inutili a fini pratici, anzi possono essere fuorvianti se applicati al singolo
individuo:

una correlazione non causale in una popolazione può generare decisioni


negative quando applicata al singolo.

Nel nostro esempio pensiamo a chi, leggendo i risultati della ricerca, si


ammazza di lavoro per anni per arrivare a 50.000 euro annui e vivere di più,
schiattando poi poco più che cinquantenne al suo tavolo di lavoro.
Probabilmente tutti riconoscono che la ricerca di correlazione fra ricchezza e
mortalità non ha molto senso, dal punto di vista pratico. Se si consultano le
prestigiose riviste di medicina si scopre che ce ne sono moltissime simili. Si
prende un parametro e si cerca di correlarlo a questo o a quello senza capire
se lo studio è ambiguo perché, di fatto, non si considerano tante altre cause
che il semplice buon senso suggerisce. Un esempio è offerto da quegli studi
che cercano di correlare l’IMC (l’indice di massa corporea, ottenuto
dividendo il peso in kg per l’altezza in m al quadrato) alla mortalità; le più
serie al massimo fanno distinzione fra insiemi di fumatori e insiemi di non
fumatori, ma l’impegno a limitare l’ambiguità finisce qui. Si sa che esistono
molti fattori (oltre al fumo) che limitano il peso di un soggetto e quindi solo

123
una persona acritica potrebbe pensare che la correlazione IMC-mortalità possa
avere qualche interesse causale (fra l’altro, i risultati dipendono dalla
necessaria spaziatura categoriale, cioè dagli intervalli di IMC considerati).
Una o due code? - Quando una ricerca epidemiologica diventa ambigua?
Spesso lo diventa quando è a due code. Statisticamente ciò vuol dire che il
parametro studiato X può essere correlato nei due sensi con Y, cioè potrebbe
avere un ruolo positivo o negativo (proprio come magrezza e mortalità: la
magrezza potrebbe essere sintomo di ottima salute, ma anche di malattia). Le
ricerche epidemiologiche che possono funzionare sono quelle a una coda
sola, per esempio la correlazione fra fumo e mortalità (è molto dura sostenere
che il fumo possa allungare la vita!).

L’errore di partigianeria
L’ambiguità non è però l’unica fonte di mancanza di nesso causale. Spesso un
fenomeno può avere diverse interpretazioni: se fra le possibili interpretazioni
scelgo quella errata, la ricerca sarà sicuramente leggera.
Fra il 1550 e il 1650, in svariate località dell’Europa, si ebbe il culmine dei
processi di stregoneria (furono diverse centinaia) tant’è che è difficile credere
che il solo fanatismo religioso fosse alla base di tali assurdi eventi. Il processo
in sé non è che la manifestazione più drammatica dell’errore di interpretazione
(ved. Capitolo 8, Errore di partigianeria): non sapendo che pesci pigliare di
fronte a una persona “indemoniata”, si dava una spiegazione mistica perché si
era stupidamente certi che fosse quella reale. In particolari condizioni
climatiche, la segale può essere attaccata dalla Claviceps purpurea i cui
sclerozi contengono alcaloidi a effetto allucinogeno. Alcuni di questi alcaloidi
hanno soprattutto effetti psicotici, altri producono una patologia più
devastante, basata sull’effetto vasocostrittore. L’ovvio risultato del consumo
di segale contaminata è un’apparenza da indemoniato o, più modernamente,
da allucinato. Poiché la contaminazione è tipica dei climi freddi e umidi, ecco
spiegati i numerosi casi di streghe nel nord della Francia, della Svizzera e della
Germania. Fu solo cento anni dopo i processi (e le relative condanne!) che
medici inglesi scoprirono la relazione fra streghe e segale contaminata,
partendo dalla constatazione che l’Irlanda (dove l’alimentazione era a base di
orzo piuttosto che di segale) era immune dal fenomeno della stregoneria.
Quindi per capire l’importanza di una ricerca,

si deve verificare che non ci siano altre interpretazioni ai dati forniti.

124
In un certo senso la valutazione di una ricerca è, come in un giallo, scoprire
l’assassino senza fermarsi alle prime apparenze.
Purtroppo i ricercatori sono spesso eccessivamente inclini a prendere per
buona l’interpretazione che “sentono” maggiormente loro, risultando simili a
quei poliziotti poco zelanti ridicolizzati dal Poirot di turno, uno scienziato
molto più distaccato e oggettivo.

L’effetto placebo
Tutti dovrebbero conoscere l’effetto placebo per cui una sostanza
assolutamente inerte viene recepita dal malato come un farmaco in grado di
guarirlo e ciò ingenera una situazione psicologicamente favorevole al
miglioramento del paziente. In termini più prosaici, se il malato crede che
l’acqua fresca sia un medicinale potentissimo, l’acqua fresca qualcosa farà.
Questo almeno in tutte le patologie che non hanno un andamento acutissimo e
molto grave.
Chi vuole stabilire un nesso causale assoluto (senza il quale non c’è nessuna
scientificità) deve controllare l’effetto placebo. Uno dei metodi utilizzati è la
sperimentazione in doppio cieco.
Supponiamo di voler provare l’efficacia di un integratore X.

1. Illustro le proprietà di X a 20 atleti; se gli atleti sanno che X è un integratore


che dovrebbe farli volare, saranno molto più motivati a sopportare la fatica e
la prestazione potrebbe migliorare solo perché sono convinti che con X
“devono andare forte”.
2. Allora somministro X a 10 di loro, mentre agli altri 10 somministro un
placebo, cioè una sostanza “simile” a quella da testare (al limite come placebo
posso usare acqua zuccherata e colorata purché l’atleta non riesca a
distinguere al gusto fra integratore X e placebo). I 20 atleti non sanno se
assumono placebo o integratore X. Valuto poi se esistono differenze di
comportamento fra il gruppo che ha assunto l’integratore e quello che ha
assunto il placebo.
3. Ma questo non basta ancora perché potrebbe darsi che nella mia
valutazione io non sia obbiettivo, conoscendo gli atleti che hanno preso
l’integratore (queste considerazioni sono importanti soprattutto quando non
mi confronto con un dato numerico, ma piuttosto con concetti sfumati, come
“recupera meglio”, “si sente meno stanco” ecc.). Se anch’io non so distinguere

125
(per esempio perché mi vengono forniti da un mio collega) i campioni di
integratore X e quelli di placebo, la mia analisi è per forza imparziale.

Ecco che doppio cieco significa che sia l’atleta sia il medico sono ciechi, non
conoscono se il campione che viene studiato è l’integratore o il placebo del
tutto ininfluente. In tal modo si dovrebbe avere un giudizio oggettivo. Il
condizionale sarà chiarito nel Capitolo 8, Il trucco del placebo.

I trucchi
I due precedenti problemi (ambiguità e partigianeria) rientrano, se vogliamo,
nella logica delle cose. Purtroppo non è infrequente che la ricerca sia
sponsorizzata da motivazioni commerciali e/o di carriera. Accade che

•• si stiracchiano i risultati per arrivare alle conclusioni volute. Un mio


professore mi diceva che ingrandendo sui grafici i punti sperimentali si
dimostra qualunque cosa. Esempio classico è il trucco delle percentuali
relative (ved. Capitolo 8).
•• Si generalizza arbitrariamente il campo della ricerca dando ai risultati una
valenza diversa da quella che hanno. Per esempio, si utilizza un dato positivo
(“i grassi trans possono essere utilizzati dall’organismo a fini energetici”) per
dedurre arbitrariamente altre conseguenze errate (“i grassi trans non fanno
male”).
•• Si confondono tesi con ipotesi. Spesso si dà per vero ciò che è solo
plausibile e lo si usa, mischiandolo al “vero” derivato da esperienze, per
dedurre rapporti causali.

Di solito queste situazioni sono quasi sempre dovute a un utilizzo


commerciale di ricerche scientifiche. Per scoprire questi trucchi è necessario
porsi in posizione logicamente critica e farsi qualche domanda:

•• qual è il riscontro pratico della ricerca?


•• Le deduzioni sono arbitrarie?
•• Nelle deduzioni c’è qualcosa di verosimile, ma di non provato? In
particolare, non è che la ricerca venda per certo ciò che è solo probabile o
addirittura solo possibile?

126
I danni delle ricerche leggere
Il danno maggiore che provoca la propagazione di un’informazione legata a
ricerche leggere è la costituzione dei cosiddetti elenchi di ricerche a supporto
di una tesi. Così facendo si pensa di darle credibilità definitiva, dimenticando
che tutte le ricerche leggere dell’elenco sono solo un punto di partenza.
È abbastanza facile poi comporre elenchi di ricerche favorevoli, magari
“dimenticando” quelle contrarie. Per capire la limitazione degli elenchi di
ricerche basta sapere che una ricerca leggera fa il giro del mondo: in breve
tempo, in decine di altri centri di ricerca, si tenta di ripetere l’esperienza. Se il
tutto funziona, in un anno escono centinaia di lavori concordi e la ricerca
diventa scienza. Se non funziona tutto torna nel dimenticatoio (salvo l’uscita
di qualche altra ricerca leggera che tenta di tenere in vita il tutto); purtroppo
però la ricerca leggera continua a circolare e a mietere vittime fra coloro che
non conoscono certi meccanismi. Vediamo un semplice esempio.
Studio la sostanza A e mi pongo come ipotesi che “la sostanza A assunta per
dieci giorni sia in grado di modificare il lancio di una moneta effettuata dal
soggetto che la assume”. Eseguo l’esperimento con cura: a 50 pazienti
somministro A e ad altri 50 somministro un placebo. Dopo dieci giorni
effettuo la prova. Nel gruppo A ottengo 31 testa, mentre nel gruppo placebo
ottengo 20 testa. Concludo che A influenza il lancio favorendo testa.
“Conclusione assurda”, viene da dire, perché basta replicare la ricerca e si
vedrebbe che non è affatto vero, anzi magari, concordemente con le leggi
della statistica, A favorirebbe croce. Certo, con un esempio così logicamente
assurdo il trucco appare chiaro. Ma supponiamo che invece del lancio della
moneta la tesi sia che “A favorisce il dimagramento”. Se il secondo
esperimento condotto in un altro laboratorio non dà nessun esito (A cioè non
funziona), ma nel mio elenco continua a comparire solo il primo, ecco che
circolerà, con immenso danno, una bufala.

Test clinici hanno dimostrato che...


Con il riferimento a test clinici si spingono molti prodotti per il benessere,
convinti che l’utente recepisca il messaggio come una verità inconfutabile. E
purtroppo spesso è così. Il purtroppo rivela già che siamo di fronte a un
messaggio fuorviante. Occorre subito far presente che un test clinico è una
ricerca condotta su un numero limitato di soggetti e dovrebbe essere

127
considerato un punto di partenza e non un punto di arrivo. La confusione
nasce dal fatto che il ricevitore del messaggio non conosce né la differenza fra
ricerca e scienza né i limiti della ricerca stessa.
Vediamo gli errori più comuni che inficiano il messaggio.
Errori sul campione - Si sceglie un campione apparentemente buono, ma che
in realtà non lo è affatto. Un esempio lampante è l’uso dei fitosteroli per la
prevenzione della colesterolemia. Se devo spingere un prodotto naturale a
base di fitosteroli (steroli vegetali) scelgo un campione di persone che non
solo hanno la colesterolemia alta, ma che assumono alimenti molto ricchi di
colesterolo. Il prodotto funziona e il colesterolo si abbassa di una frazione
percentuale; da qui il consiglio: dieta senza cibi ricchi di colesterolo +
prodotto e tutto è sotto controllo. Come hanno però dimostrato Drewitt e
Ayesh (1999), i fitosteroli non funzionano in persone che seguono una dieta
corretta. Il prodotto da utilissimo diventa inutile perché se assunto con dieta
corretta è inefficace nel ridurre il colesterolo endogeno.
Errore di funzione - Si gioca sul cambiamento di funzione del prodotto. Un
esempio è la glucosamina, una sostanza capace di bloccare l’artrosi, ma non di
curarla efficacemente. Un conto è bloccare e un conto curare!
Errore quantitativo - L’esempio più eclatante è quello degli antirughe;
nessun prodotto risolve il problema e si gioca sul fatto che, manipolando e
reinterpretando i dati, un risultato modesto diventa un risultato definitivo.
Errore di generalizzazione - Tipico di chi generalizza a tutto l’insieme un
problema o una risoluzione che interessa solo una parte (spesso esigua)
dell’insieme della popolazione. Ci sono persone a cui X fa male, X fa male a
tutti; Y ha risolto il problema a un gruppo di persone, Y risolve il problema a
tutti. Esempi tipici sono la dieta dissociata o le intolleranze alimentari, molto
meno frequenti di quanto i sostenitori vogliano farci credere.
Per il trucco del placebo e per quello delle percentuali relative si vedano i
paragrafi corrispondenti nel Capitolo 8.
Ricordatevi: di fronte a una ricerca ci si deve sempre porre nell’ottica di
scoprire il trucco, proprio come di fronte a un gioco di un prestigiatore.
Questa posizione non è frutto di scetticismo, ma è indice di spirito critico.

La scienza
La scienza è quell’insieme di conoscenze ordinate e coerenti, organizzate
logicamente a partire da principi fissati univocamente e ottenute con

128
metodologie rigorose, secondo criteri propri delle diverse epoche storiche
(dizionario Treccani).
Questa definizione accontenterebbe i più, ma di fatto non è in grado di portare
a un criterio per definire ciò che è scientifico. Le cose si complicano perché lo
stesso dizionario ci fornisce poi una definizione allargata di scienza: ciascuna
delle varie branche in cui può dividersi l’attività speculativa dell’uomo.
Questa seconda definizione di fatto tende a includere tutto (dalle scienze
matematiche a quelle politiche fino ad arrivare alle scienze occulte!) e non è di
nessuna utilità pratica.
La raziologia non può limitarsi né alla prima né tantomeno alla seconda
definizione.

Perché “scientifico”?
La parola scientifico ha un impatto psicologico notevole, venendo spesso
automaticamente associata al concetto di vero. Su interpretazioni particolari
del concetto di scienza si basa un errore classico (fallacia ad auctoritatem):
l’ha detto il medico (una ricerca, una trasmissione scientifica ecc.) quindi è
vero.
Ciò che è scientifico è automaticamente vero. Il punto è che, la maggior parte
delle volte, la scientificità non solo non è dimostrata, ma non è neppure
definita!
Il fascino dello scientifico si basa sicuramente l’illusione della certezza.
Sarebbe bello se su un argomento qualunque si potesse arrivare a conclusioni
certe, giuste, inconfutabili. Come sarebbe bello che un medico potesse guarire
tutte le malattie (in questo caso l’illusione della certezza porta al delirio di
onnipotenza, se il medico è così folle da proporre un rimedio a tutto!). La
certezza dà sicurezza e rimuove l’ansia esistenziale, ma spesso è solo
un’illusione che può diventare una pericolosa droga che ci fa vivere in un
mondo fantastico, per nulla reale.

Opinioni
Parlando della ricerca scientifica abbiamo già spiegato perché la ricerca non è
scienza. Ora bisogna fare un passo ulteriore e chiederci che cosa è scientifico.
Se pensiamo che duemila anni fa la filosofia era considerata la scienza per
eccellenza mentre oggi i filosofi hanno rinunciato al tentativo di spiegare tutto,

129
possiamo capire che una definizione concreta di scienza è utile per evitare
fallimenti simili a quelli della filosofia classica.
Purtroppo i filosofi sono stati sostituiti da altre classi di “pensatori” (il termine
non è casuale perché la realtà che essi creano è spesso frutto solo del loro
pensiero), sociologi ed economisti in primis. Mi ha sempre stupito come
economisti vincitori del premio Nobel sapessero prevedere poco di ciò che
accade nell’economia reale (secondo il detto “come scarsa affidabilità,
l’economia è seconda solo all’astrologia”). I sociologi vorrebbero spiegarci la
società, alcuni vorrebbero prevederne l’evoluzione, altri vorrebbero
trasformarla. Studi interessanti, ma che non hanno lo stesso livello di
coerenza di altre discipline scientifiche come la fisica, la chimica o la
matematica. Non sono ovviamente il solo a pensarla così. Sentite cosa scrive
Morin (Edgar Morin è un filosofo e un sociologo francese di origine ebrea.
Nato a Parigi nel 1921, ha al suo attivo numerose opere tra le quali ricordiamo
“La conoscenza della conoscenza”, “Introduzione al pensiero complesso” e
“La testa ben fatta”): “la pretesa di monopolizzare la scientificità (cioè di
essere oggettivi) che anima alcuni sociologi non è soltanto terroristica, ma è
anche antiscientifica e oscurantista”. Non a caso, Morin non è solo un
sociologo, ma si è interessato a molte altre discipline, arrivando anche a
sostenere un approccio interdisciplinare ai temi trattati.
Banalizzando, il filosofo e il sociologo (e l’economista quando fa previsioni)
non esprimono certezze, ma solo opinioni. Quando pretendono di definire
qualcosa di scientifico (confondendo la scientificità del risultato con un
approccio semplicemente scientifico a un problema), perdono ogni credibilità.

Test di scientificità
Come fare per non essere vittime del fascino dello scientifico?
Ecco un banale test (Albanesi, 2009) che racchiude in sé una più moderna
definizione di scienza:

un concetto è tanto meno scientifico quanto più è criticabile in sé.

Prendiamo una frase da un libro di sociologia (un nome famoso a caso,


Alberoni) e una frase da uno di chimica. Nel primo caso molto spesso anche
l’uomo della strada può facilmente criticare, nel secondo è difficilissimo
trovare qualcuno che, per esempio, critica l’affermazione che il nucleo
dell’atomo di ferro contiene 56 protoni.

130
Nonostante la filosofia, la psicologia, la sociologia, le scienze politiche ecc. si
vogliano arrogare il diritto di entrare nel club delle scienze, il test precedente
le riconduce al rango di opinioni suffragate da un metodo scientifico di
indagine.
Quando vi comportate come un filosofo o come un sociologo, ricordatevi:
state solo esprimendo un’opinione.
Se vogliamo, il Well-being può essere definito una filosofia (io preferisco
definirlo strategia esistenziale), ma mai sosterrò la sua oggettività, la sua
validità assoluta. Ho sempre detto che è una strada per arrivare alla felicità e
posso dirlo perché è stato costruito usando una metodologia scientifica e per
me ha funzionato. Come funzionerà per altri.

La visione statistica della scienza


Ovviamente i sostenitori di quelle scienze che la raziologia declassa
sosterranno che, a rigor di logica, nemmeno le scienze non criticabili lo sono
veramente. Sicuramente si troverà qualcuno disposto a sostenere con
convinzione che la Terra è piatta o che il fumo non fa male. Hanno ragione.
Ogni concetto è in realtà scientifico solo statisticamente parlando perché
supera la soglia di significatività scientifica che noi arbitrariamente fissiamo
per esempio nel 99% delle persone che prendono posizione (esula dagli scopi
di questo testo definire esattamente quali posizioni scartare, per esempio
definendo un grado minimo di autorevolezza). Ovviamente le scienze
declassate non arrivano nemmeno lontanamente a tale soglia per la stragrande
maggioranza dei concetti che vogliono gestire: anche fissando la soglia al 98 o
al 95%, moltissime proposizioni di una teoria sociologica, economica, politica
non risulterebbero scientifiche.
Anche nelle scienze che superano il test esistono comunque molte
proposizioni non scientifiche; sono per esempio quelle della ricerca (che non
è ancora scienza proprio perché non supera il test) o quelle su argomenti
controversi. Si pensi per esempio in medicina alla questione dell’AIDS (dove
l’ultima parola non è ancora stata scritta) o alle intolleranze alimentari, campo
dove di scientifico c’è veramente poco. Si pensi alle teorie sulla nascita
dell’universo o sull’esistenza di particelle non ancora identificate. Si tratta di
casi in cui il desiderio di conoscenza dell’uomo precede la scienza arrogandosi
il diritto di essere tale. Il vecchio errore della filosofia.

131
Cap. 6 - La teoria della scelta razionale
Nel Capitolo 2 abbiamo introdotto il concetto di scelta razionale. In
raziologia esso è un adattamento di analoghi concetti usati in sociologia o in
economia, semplificandosi nell’affermazione che

in uno scenario incerto una scelta è razionale se, e solo se, è coerente.

Quindi, in uno scenario incerto, gli strumenti classici (logica, statistica,


informazione ecc.) non servono che a mostrare la coerenza della posizione,
della scelta. Purtroppo l’illusione della certezza (ved. Capitolo 2) porta le
persone a ritenere (come i vecchi filosofi) che si possa arrivare sempre e
comunque alla verità. Nel Capitolo 3 abbiamo per esempio visto
(Soffocamento razionale) che chi possiede una razionalità classica può avere
una scarsa propensione a utilizzare la scelta razionale, arrivando a credere di
poterne fare a meno.
Alla fine di questo capitolo analizzeremo una delle più importanti
conseguenze della teoria della scelta razionale, scoprendo come ben poche
persone possano dirsi razionali sino in fondo.
Ora vogliamo soffermarci sull’unico strumento della scelta razionale, il check-
up della coerenza (ved. Capitolo 4); come strumento logico lo abbiamo già
analizzato e dovrebbe essere da tutti auspicato il suo impiego:

dato un ragionamento, ogni proposizione deve essere sottoposta a check-up


con l’uso del Ma se…

Questa semplice regola ci consentirebbe di evitare l’errore di autoverifica


(ved. Capitolo 8) e di essere molto più efficaci nelle nostre discussioni. Scopo
della teoria della scelta razionale è anche capire perché le persone

•• non sono coerenti;


•• non tendono alla coerenza;
•• addirittura la rifiutano.

Il motivo generale di questa situazione (irrazionalità del secondo ordine) è la


scarsa intelligenza esistenziale, soprattutto per quel che riguarda la parte
razionale e la parte affettiva. Per capirlo utilizziamo il concetto di dissonanza

132
cognitiva (Festinger, 1957).

La dissonanza cognitiva
Secondo lo psicologo statunitense Festinger un soggetto che vive due idee o
comportamenti coerenti si trova in una situazione emotiva soddisfacente
(consonanza), mentre se sono in conflitto (incoerenza) si troverà a disagio
(dissonanza). In teoria, la dissonanza potrebbe essere risolta modificando
l’ambiente o modificando sé stessi, sia a livello di comportamento sia a livello
di valutazione cognitiva.
In realtà, spesso la dissonanza viene:

•• ignorata (un esempio è l’errore di dialogo della negazione della risposta;


ved. Capitolo 9)
•• minimizzata
•• risolta parzialmente.

Gli alibi
I primi due punti sono tipici di chi ha una bassa intelligenza affettiva; chi non
è equilibrato tende a vivere la dissonanza all’ombra della sua personalità, a
conviverci sopendola e, di fatto, a sopravvivere a essa.
Prendiamo il dissoluto (inteso come personalità del Well-being, vedi La
felicità è possibile): di fronte al problema del fumo, se è un fumatore, risolve
la dissonanza cognitiva minimizzandola: “sì, ma io non aspiro”, “mio nonno
fumava ed è morto a 85 anni” ecc. Le autogiustificazioni sono razionalmente
risibili, ma gli bastano. Un pauroso tenderà a giustificare la sua paura di
volare citando subito l’esempio del disastro aereo dell’altro ieri. Uno
svogliato avrà come arma di minimizzazione tutte le distorsioni in senso
opposto della realtà: “lavorare troppo fa male, lo ha detto anche una
ricerca…”, “tu mi dici di fare sport? Hai visto quello che è morto durante la
maratona di Pincopallo?”. Sono i cosiddetti alibi.

La dissonanza cognitiva viene risolta con uno o più alibi.

Come sa chi ha letto altre mie opere, uno degli alibi che più mi diverte
smontare è quello della costituzione robusta: “sono in sovrappeso, ma non è

133
colpa mia, chi ha la costituzione robusta non può essere magro!”. Bene, e
allora perché nei campi di concentramento erano tutti magrissimi?
La morale di questo paragrafo è che:

chi non è equilibrato, molto difficilmente sarà una persona coerente.

Essere equilibrati è cioè una condizione facilitante la coerenza.

La risoluzione parziale
Il terzo punto di gestione della dissonanza non è legato all’intelligenza
affettiva, ma piuttosto a quella razionale. Il soggetto offre una soluzione
all’incoerenza del momento senza accorgersi che la soluzione introduce altre
incoerenze globali (cioè a livello della sua visione della vita). Classica la
confusione dell’eclettico (ved. Capitolo 9) con cui molte persone risolvono
proprie dissonanze cognitive rifacendosi a idee di altri, senza accorgersi che le
varie soluzioni parziali sono incoerenti.
Un altro caso è quello in cui la soluzione addirittura rafforza le situazioni che
avevano innescato l’incoerenza, secondo quella che comunemente si chiama
fede incrollabile. Festinger cita un esempio riguardante una setta religiosa, la
cui fondatrice aveva annunciato che i guardiani dello spazio profondo le
avevano predetto l’imminente fine del mondo. Molti fedeli abbandonarono il
lavoro, cedettero tutti i loro averi e si recarono nel posto dove sarebbero stati
raccolti da un disco volante che li avrebbe salvati. Il giorno prefissato per la
fine, quando fu ormai chiaro che non ci sarebbe stato nessun cataclisma, la
santona annunciò che i guardiani le avevano detto che il mondo era salvo
come premio alla fede dei credenti della setta. Tutti impazzirono dalla gioia.
Anziché ricredersi sulle loro credenze religiose, risolsero la dissonanza
aumentando la fede, credendo a un nuovo annuncio.
L’esempio citato da Festinger potrà far sorridere i lettori, ma che dire del
prossimo, sicuramente più credibile e attuale?
Sul giornale: “Pullman di fedeli di Padre Pio nella scarpata, cinque morti”.
Agnostico: “Ecco, dov’era Padre Pio quel giorno?”.
Fedele: “Beh, ha salvato gli altri 45!”.
Agnostico: “Ma un santo che si rifiuta di fare del bene (ai cinque morti), in
pratica non fa del male?”.
Fedele: “Tu non puoi pretendere di capire il disegno di Dio e dei santi”.
Agnostico: “Baranga zimbo. Burulù timbò”.

134
Fedele: “Che hai detto?”.
Agnostico: “Baranga zimbo. Burulù timbò”.
Fedele: “È inutile parlare con te!”.
Agnostico: “E allora tu preghi e parli con qualcuno di cui non capisci il
disegno, la logica, il linguaggio?”.
In sostanza, raziologicamente parlando (principio della coerenza globale),

non basta risolvere un’incoerenza parzialmente, occorre verificare che la


soluzione non introduca altre incoerenze.

Con questo principio molte persone si accorgerebbero di come la propria vita


è stata suddivisa in compartimenti stagni; in realtà non è che un’incredibile
incoerenza che non salta in aria solo perché reggono le suddivisioni fra i
compartimenti. Così c’è il credente che, fuori dalla chiesa, non fa altro che
osservare le belle donne che passano con pesanti apprezzamenti sul loro
aspetto oppure l’uomo d’affari che, visto che gli affari sono affari, non
rinuncia a rovinare i suoi concorrenti con mezzi legali, ma dubbi, salvo poi in
famiglia essere un marito e un padre premuroso.
Da un punto di vista pratico, si deve notare che la risoluzione parziale è
sempre a posteriori per cui chi la attua sistematicamente in realtà non è in
grado di essere razionale; più che scegliere razionalmente, diventa bravo a
cercare di risolvere situazioni che la sua irrazionalità ha creato; più che
prevenire, cura.

La morale
L’etica è la disciplina che cerca di studiare e definire in modo oggettivo e
razionale regole che consentano di distinguere i comportamenti umani in
buoni (o giusti) e cattivi (o sbagliati).
L’ultima parte della definizione è spesso riassunta nella contrapposizione di
ciò che è bene e ciò che è male. Non a caso viene spesso affiancata al
concetto di moralità, l’etica come comportamento morale.
Questa consuetudine non è del tutto corretta; infatti l’aggettivo razionale che
compare nella prima parte della definizione serve proprio a distinguere fra
morale (insieme dei valori e regole di vita di un soggetto o di un gruppo) ed
etica propriamente detta, termine con cui si vogliono, razionalmente, fissare i
comportamenti leciti in maniera oggettiva (nel termine morale l’oggettività

135
non è presa in considerazione, in quanto si riferisce a un solo individuo o a
un gruppo ben definito).
Il fallimento della filosofia in senso classico (la scienza di tutte le scienze, con
la presunzione di dare risposte su tutti i più grandi enigmi dell’esistenza) non
può non riguardare anche l’etica e la sua oggettività. Sono infatti palesemente
evidenti due fattori:

•• l’etica non può prescindere dall’unificazione delle morali dei vari individui,
morali le cui incompatibilità sono un ostacolo insormontabile all’unificazione
e quindi alla definizione delle regole etiche.
•• La società ha bisogno di valori etici per un corretto funzionamento e per la
definizione di regole pratiche (la legge ne è un esempio).

Come conciliare il fatto che è concretamente impossibile arrivare a un’etica


totalmente oggettiva (cioè riconosciuta da tutti) con la necessità dell’etica, se
non altro per la qualità della vita del soggetto e per il corretto funzionamento
della società?

L’errore assiomatico
Molti pretendono di arrivare a una definizione dell’etica con la semplice
logica, evidenziando la sostanziale equivalenza dei termini oggettivo e
razionale. Questo atteggiamento è alla base dell’errore assiomatico (ved.
Capitolo 9).
Ogni teoria deve riconoscere punti fermi, delle verità non dimostrate che sono
assunte come vere e dalle quali, razionalmente e senza commettere errori
logici, si desumono tutte le altre proposizioni.
Purtroppo in campo etico questi “punti fermi” non sono affatto generalizzabili
(come esempio limite pensiamo al cannibale) anche se all’interno di gruppi
omogenei possono essercene molti in comune, rendendo possibile lo scambio
e la discussione su temi etici.
Gli assiomi etici di un singolo o di un gruppo permettono di definire un
sistema (spesso collegato a una strategia esistenziale) all’interno del quale la
razionalità correttamente applicata permette di arrivare a un grado di
oggettività totale.
Ricapitolando:

1. Ogni teoria etica ha la necessità di partire da assiomi.

136
2. Chi pretende di costruire un sistema etico universale commette un errore
assiomatico.
3. L’oggettività etica si può avere solo all’interno di un determinato sistema.

La confusione intersistemica
È abbastanza comune, fra le persone, discutere di questioni etiche senza aver
prima verificato di avere una comunanza di assiomi. Così capita di voler
smontare la tesi dell’interlocutore usando i propri assiomi: siamo molto
soddisfatti della nostra grande capacità razionale, quando in realtà stiamo
commettendo un grave errore logico. È evidente che se giochiamo secondo le
nostre regole (quelle del nostro sistema) una proposizione dell’altro può
essere “errata”, ma è ottimistico sperare di averne dimostrato una scorrettezza
universale, abbiamo solo dimostrato la scorrettezza nel nostro sistema.
Cerchiamo di spiegare la confusione intersistemica con due esempi.
Esempio dei credenti - Un musulmano e un cristiano si trovano a discutere di
questioni morali. Il cristiano (musulmano) cerca di convincere l’altro che la
sua etica è quella giusta dicendo continuamente: “Gesù (Maometto) ha detto
che…”. È evidente l’errore assiomatico. Il musulmano (cristiano) potrà
contestare le tesi dell’altro semplicemente dicendo “ma io non credo che Gesù
(Maometto) sia fonte di verità assoluta”. L’esempio religioso mostra
chiaramente cosa si intende per assiomi (ciò che dice X è etico) e come sia
scorretto pretendere che i nostri assiomi valgano anche per l’altro.
Esempio del killer - Quanto finora detto sembra essere veramente
disincentivante, una specie di impossibilità a parlarsi. In realtà non è così. Io
posso dimostrare all’altro che sbaglia non usando i miei assiomi, ma usando i
suoi e facendolo arrivare a conclusioni per lui assurde (tecnica del Ma se…,
ved. Capitolo 4). Se è persona razionale, rivedrà i suoi assiomi e magari si
avvicinerà ai miei. Supponiamo di voler convincere un killer che la sua
morale è sbagliata (se mi pagano io uccido, è il mio lavoro). Il modo scorretto
(errore assiomatico) è quello di cominciare dicendogli “ma uccidere è male…”
perché sto cercando di convincerlo usando le “mie” regole. Il modo giusto è
questo: “OK, se ti pagano tu uccidi. Tu ricevi una busta con un nome e un
acconto, vai e uccidi, poi ricevi il saldo sul tuo conto nelle Isole Cayman.
Giusto? Vorrei fare un contratto con te, ecco la busta e l’acconto, secondo le
tue tariffe”. Lui apre la busta e scopre che c’è scritto il suo nome.
Probabilmente tenterà un “eh, ma così non vale”. Con molta pazienza si deve
iniziare a fargli notare che ha dovuto cambiare la regola (aggiungendo per

137
esempio un “tranne me stesso”) e trovare una nuova falla nel suo sistema che
ha appena ridefinito ecc.

Etica e Well-being
Dovrebbe essere ormai chiaro che cercare assiomi comuni e globali è del tutto
utopistico. Il motivo risiede nel fatto che la realtà è in gran parte costituita da
scenari incerti; ogni situazione, ogni ambiente ha mille variabili, condizioni al
contorno, eccezioni, casi particolari ecc. In genere chi crede in un’etica
oggettiva non fa altro che semplificare la realtà molto rozzamente, dando
molte cose per scontate e ignorando dissonanze cognitive palesi.
Poiché la realtà è in gran parte incerta, e poiché la definizione dell’etica non
può che essere razionale, il Well-being non fa altro che applicare all’etica la
teoria della scelta razionale:

un’etica è razionale se è coerente.

Per il Well-being cioè etica e coerenza (di tutta la nostra vita) coincidono.
Posizione deludente? Raziologicamente parlando, quanto maggiore è la
propria delusione quanto meno si è razionali!

Etica e società
L’esempio del killer mostrato nel paragrafo che tratta della confusione
intersistemica illustra come sia possibile arrivare a un buon insieme di regole
comuni in grado di gestire la vita di una società. È abbastanza evidente che
quando la società è formata da gruppi incompatibili (per me è un diritto ciò
che per te è un delitto) il rischio di tensioni è molto forte anche perché in
genere le due parti commettono continuamente errori assiomatici per
dimostrare che “hanno ragione”.
La teoria della scelta razionale ci dice cioè che

una condizione facilitante per una società è quella di essere formata da


gruppi compatibili.

138
Cap. 7 - L’intelligenza acquisitiva
Nel Capitolo 3 abbiamo evidenziato che la terza componente dell’intelligenza
esistenziale è l’intelligenza acquisitiva. Da un punto di vista del linguaggio
comune, essa comprende i vari tipi di esperienza e le strategie utili a gestirli al
meglio, in primis lo studio.

L’esperienza
Classicamente, l’esperienza è la conoscenza di concetti o eventi ottenuta
tramite l’interazione o l’osservazione. Di per sé l’esperienza non ha lo stesso
peso in tutti gli individui proprio perché l’interazione e l’osservazione sono
processi molto complessi.
Innanzitutto occorre distinguere l’esperienza da sé da quella da altri.

L’esperienza da sé
L’esperienza da sé è quella che più comunemente viene considerata. È quella
che il soggetto acquisisce di persona, sulla propria pelle, vivendo. Non a caso
un adulto sbaglia mediamente di meno di un adolescente proprio perché “ha
più esperienza”; vivere una situazione già vissuta dovrebbe avere come
conseguenza quella di viverla meglio della volta precedente, ovviamente se
l’elaborazione dell’esperienza non è stata fallimentare.
L’importanza dell’esperienza da sé è tale da essere riassunta nel classico motto
errare humanum est, perseverare autem diabolicum.
Il recidivo è colui che fa sempre gli stessi errori e, di fatto, resta
esistenzialmente sempre al punto di partenza. L’esperienza ci serve per fare le
scelte giuste, mutando regole sbagliate in regole corrette: se non lo facciamo
(si può continuare a perseverare nello stesso errore per l’incapacità di
assimilare il processo che serve per evitarlo o per la pigrizia nel cambiare la
propria vita o per altri mille motivi) tutta la nostra fatica è sprecata, siamo
esistenzialmente stupidi. Come dobbiamo essere indulgenti con noi stessi al
primo errore così dobbiamo essere spietati quando lo ripetiamo: solo con
questo atteggiamento riusciremo a migliorare la qualità della nostra vita.

L’esperienza da altri

139
L’esperienza da altri è quella che il soggetto acquisisce per qualcosa che è
accaduto o accade al di fuori di sé.
Contrariamente alla credenza comune, l’esperienza da sé non dà una grande
quantità di informazione.
In altri termini, se ci riferissimo alla sola esperienza personale conosceremmo
molto poco del mondo; questa è la situazione tipica del praticone, convinto
che basti la sola esperienza da sé. Il praticone è colui che vive di sola
intelligenza acquisitiva; poco razionale, al più dedito a una falsa cultura (ved.
Capitolo 1) e disinteressato all’intelligenza affettiva (anche se in genere non è
particolarmente critica), ripone tutta la sua capacità di capire il mondo
sull’esperienza: “se non provi, non sai” è il suo motto. In genere si tratta di
soggetti che hanno una comprensione molto limitata delle cose perché di fatto
eliminano l’immenso bagaglio di dati che viene dall’esperienza da altri. Nei
casi peggiori il praticone non è nemmeno in grado di accorgersi che certe
esperienze sono devastanti in quanto irreversibili.
Come può una persona dire cose sensate sui figli se non ne ha? Come può
una persona dire cose sensate sull’adozione se non ha mai adottato un
bambino? Come può una persona parlar male di un lavoro se non lo ha mai
fatto? Come può una persona dire cose sensate sulla droga se non si è mai
drogata? Di esempi come questi ce ne sono a migliaia e sono certo che a
questo punto tutti hanno capito: è banale comprendere che non bisogna aver
messo le dita nella presa della corrente per capire che è meglio astenersi dal
farlo.
Ecco quindi la necessità del naturale passaggio all’esperienza da altri: come
vedo gli scempi che la droga fa nella mente e nel corpo delle persone e quindi
non mi drogo, ecco che vedo come una certa situazione può peggiorare la
qualità della vita della gente e quindi la evito.
Possiamo parlare di esperienza da altri diretta o indiretta. La prima l’abbiamo
osservando o interagendo direttamente con le persone, in modo naturale,
senza doverci preoccupare di studiare, cioè di acquisire dati con un’azione
mirata all’acquisizione; la seconda è invece basata sullo studio, cioè
quell’insieme di tecniche e di strategie che utilizziamo per acquisire
conoscenza.
Attualmente la distinzione fra le due forme di esperienza da altri è meno netta
che per esempio un secolo fa, quando l’esperienza diretta era basata
soprattutto sul contatto fisico con le persone; oggi lo sviluppo dei media porta
nelle case moltissima informazione su ciò che accade agli altri nel mondo.

140
Anche inconsciamente siamo condizionati dalle notizie che sentiamo nei
telegiornali o da quelle che leggiamo sul giornale; se nella nostra città
accadono molti fatti violenti, ecco che saremo portati a credere che la nostra
città sia pericolosa anche se nessuno di questi fatti è accaduto direttamente
sotto ai nostri occhi. Ovviamente, un’informazione scorretta può alterare la
nostra esperienza da altri diretta.
Per l’esperienza indiretta (studio) il problema della corretta informazione è
sempre esistito e si trasforma nel problema della validazione delle fonti.

La distorsione dell’esperienza
Ovviamente l’esperienza non può prescindere dalla valutazione di quello che
accade a noi e agli altri.
La distorsione dell’esperienza (cioè un errore nella valutazione di quanto
accade) è un fenomeno molto complesso;

per il Well-being tale distorsione è minore quanto più la persona è


equilibrata.

La personalità equilibrata è un osservatore imparziale della realtà, non


introduce nessun abbaglio. Con un’analogia pensiamo al semplice problema
fisico di valutare la velocità di un treno. Se noi siamo su un altro treno, ma
non lo sappiamo e riteniamo di trovarci sulla terra ferma, la velocità che
misureremo sarà del tutto inesatta; paradossalmente potremmo ritenere che il
treno sia fermo se si muove alla stessa velocità e nella stessa direzione del
nostro.
L’importante è “essere fermi” e, per il Well-being, tale condizione si ottiene
solo se si è equilibrati, cioè se non si hanno componenti critici nella propria
personalità, componenti che distorcono la nostra “misurazione” del mondo.
Ne deriva che

l’intelligenza acquisitiva dipende da quella affettiva.

Una bassa intelligenza affettiva (una personalità poco equilibrata) distorce


l’intelligenza acquisitiva. Ovviamente la distorsione può essere parziale e
riguardare solo alcune esperienze; in particolare riguarderà quei campi di
applicazione dove le componenti critiche della personalità si faranno più
sentire. Un debole, per esempio, difficilmente valuterà in modo imparziale e

141
distaccato quelle esperienze lavorative che coinvolgono conflitti fra persone;
analogamente un insoddisfatto non saprà valutare in modo equilibrato i
risultati che ottiene ecc.
L’aspetto più grave della distorsione è che riguarda sia l’esperienza da sé che
quella da altri. Infatti la prima predomina sulla seconda. Se il soggetto ha una
cattiva esperienza da sé in un determinato ambito, non riuscirà a usufruire
positivamente dei dati provenienti dall’esperienza da altri nello stesso ambito.
Pensiamo per esempio a chi ha un rapporto non equilibrato con il partner, con
i genitori o con i figli: anche osservando altre coppie, altri genitori, altri figli,
la sua esperienza da altri gli arriverà filtrata dalla sua esperienza da sé e, se
questa è distorta, non riuscirà a “vedere la realtà”. Una persona che teme di
essere lasciata porrà un’eccessiva attenzione ai tradimenti, alla noia nel
rapporto ecc. sovrastimando tutti questi fattori; una persona che pensa di
essere discriminata per una sua caratteristica sovrastimerà le discriminazioni in
base a quella caratteristica che vedrà negli altri intorno a sé.
Anche nel caso dell’esperienza da altri indiretta, si può avere una distorsione
informativa dovuta all’esperienza da sé; per esempio, un estremista sarà
portato a non accettare fonti che altri ritengono autorevolissime e molto
affidabili.

Lo studio
Ricapitolando, la figura 7.1 descrive le varie componenti dell’intelligenza
acquisitiva.

142
Abbiamo visto che, sicuramente,

l’intelligenza affettiva è una condizione facilitante per l’esperienza da sé e


per quella da altri diretta.

Questo significa che un’esperienza può essere del tutto inutile oppure dannosa
se, per esempio, in un soggetto pauroso si trasforma in un trauma. Pensiamo a
una persona che viene morsa da un cane; se l’evento è traumatico e il soggetto
è pauroso ecco che fuggirà da ogni cane, anche da quello più microscopico.
Tale atteggiamento è ritenuto “normale”, ma è del tutto equivalente a quello
della persona che, subita una rapina, rifugge da ogni uomo e si ritira su un
monte a fare l’eremita!
Anche per l’esperienza da altri indiretta avere una buona intelligenza affettiva
aiuta, ma in modo molto più limitato rispetto a quanto visto per le altre
esperienze. Il motivo è che interviene un secondo fattore veramente
fondamentale: lo studio.
Lo studio finalizzato all’esperienza non è né quello scolastico (che è finalizzato
alla formazione di una cultura o di una figura professionale) né quello
hobbistico (che è finalizzato alla conoscenza di un oggetto che può essere una
propria passione o semplicemente un hobby); per la raziologia

lo studio finalizzato all’esperienza è quello che serve per costruirsi una


coscienza nella materia.

143
La locuzione coscienza di una materia è stata ampiamente spiegata nel
Capitolo 1, a riprova di quanto sia fondamentale. Sinteticamente, farsi una
coscienza di una materia significa conoscerne le basi che poi sono applicabili
da tutti nella normale vita quotidiana. Esistono materie dove la coscienza
riguarda un grande numero di informazioni (per esempio, la matematica, le
lettere, il diritto ecc.) e altre per le quali le informazioni di base sono
veramente minime, riguardando solo l’aspetto professionale o quello
hobbistico.
Da quanto appena detto (importanza delle basi) discende che

chi si fa una falsa cultura non sa studiare.

La falsa cultura (ved. Capitolo 1) è spesso solo una scorciatoia per evitare di
studiare sul serio.
Personalmente sono convinto che didatticamente anche la scuola debba dare
una maggiore importanza alle basi, ma purtroppo molti insegnanti non sanno
minimamente distinguere le basi da ciò che “quotidianamente non serve”
(nell’Appendice C si trovano alcuni esempi).
In rigoroso ordine di priorità, gli obiettivi di uno studio scolastico dovreb
bero essere quelli di

1. Creare una coscienza della materia.


2. Preparare al lavoro.
3. Costruire una cultura.

Definito lo studio, come si studia? Con tre armi:

•• la propensione a studiare
•• il metodo
•• le fonti.

Chiedere o studiare?

Nella popolazione esiste un’ampia fascia che ha scelto come metodo quello di
chiedere anziché studiare. Premesso che già nella definizione di tale “metodo”
è palese che non si tratta di studio e che è evidente una bassissima
propensione allo studio stesso, tale strategia non è che una scorciatoia che si

144
rivela una strada a fondo chiuso.
Pensiamo a chi si è rovinato perché, per evitare di farsi una coscienza
economica (“io non ci capisco nulla”), si è rivolto a promotori finanziari
incapaci o senza scrupoli oppure a chi, non avendo una normale coscienza
medica, ha sottovalutato sintomi di patologie che poi si sono rivelate
gravissime (ha “chiesto” quando era troppo tardi!). Esempi meno tragici sono
offerti da tutti coloro che non leggono mai i manuali e utilizzano solo al 30%
ciò che hanno fra le mani, accontentandosi di farlo funzionare, provando e
riprovando.

Chi chiede e non studia non potrà che sopravvivere.

Purtroppo la scuola avvalora la strategia per il semplice fatto che, non facendo
capire ai ragazzi ciò che serve veramente, di fatto mette sullo stesso piano ogni
nozione e azzera l’importanza dello studio che diventa solo una noiosa
imposizione.
Forse un esempio sarà illuminante.
T. è un amico che è appena andato in pensione, è appassionato di computer e
vorrebbe darmi una mano. Le sue competenze informatiche non sono pari alle
mie, ma so per esperienza che conta molto di più il tempo a disposizione su
un problema che non le competenze teoriche generali. E T. di tempo ne ha da
vendere. Gli spiego che potrebbe essermi utile se acquisisce un’esperienza
professionale nel realizzare pagine Web. Visto che le pagine del sito sono
molto semplici, non è un’impresa impossibile, richiede solo una perfetta
padronanza degli strumenti utilizzati. Gli passo il poderoso manuale dello
strumento software che dovrebbe usare e il materiale per un test.
Penso che si rifarà vivo fra un paio di settimane; invece la sera dopo mi
chiama e mi sottopone una serie di quesiti. In effetti ha prodotto qualcosa, ma
si è incagliato su tanti semplici problemi. Gli risolvo i dubbi, facendogli
presente che nel manuale erano tutti ben trattati. La sera dopo mi richiama:
altri dubbi. Alla fine svela la sua strategia: “se mi spieghi tu come si fa, faccio
prima”.
Mi tocca fargli presente che così non funziona, che il semplicistico è

quello che non studia e si fa dire le cose.

La sua strategia è disastrosa. Perché?


T. crede veramente che la stesura di una pagina Web, per quanto facile, si

145
possa ricondurre a dieci, cento facili quesiti (in quest’ottica è semplicistico),
mentre in realtà i “problemini” che si incontrano sono sempre diversi,
migliaia, per non dire milioni. Non ha nessun senso pensare che le risposte (e
trovare qualcuno che te le dia) siano la parte più importante del lavoro.
L’importante è acquisire la coscienza del problema per

•• diventare autosufficienti;
•• risolvere velocemente problemi nuovi;
•• ottenere il massimo da ciò che si maneggia.

Queste regole valgono per ogni campo della vita. Per ogni materia ci vuole la
coscienza di essa e la coscienza non passa attraverso la soluzione sbrigativa
dei problemi principali, ma passa attraverso lo studio personale.
Il ruolo dell’esperto non è quello di “dare risposte”, ma quello di

•• fornire il materiale per lo studio;


•• spiegare ciò che non è chiaro;
•• risolvere casi particolari non trattati nell’ambito generale.

Cosa capita quando non abbiamo l’esperto di turno che ci dà la risposta? La


nostra dieta fallisce, quello che abbiamo ottimisticamente firmato si trasforma
in un boomerang, la scelta che abbiamo fatto si rivela disastrosa perché non
abbiamo capito la differenza con un’analoga scelta fatta da un nostro amico.
Insomma, siamo bocciati nella vita.
Poiché Kant riteneva che minorità fosse l’incapacità di valersi del proprio
intelletto senza la guida di un altro, la strategia di chiedere senza studiare può
essere definita la strategia del minorato.

Le fonti e l’informazione

Nel 2001, Stiglitz, Spence e Akerlof ricevettero il Nobel per l’economia per i
loro studi sui mercati con asimmetria d’informazione (in cui cioè certi attori
economici hanno un vantaggio di informazioni rispetto alla loro controparte).
Akerlof ha dimostrato che, se i venditori possiedono maggiori informazioni
sulla qualità del prodotto rispetto agli acquirenti, vengono scambiati solo i
prodotti di scarsa qualità (antiselezione). Stiglitz studiò il problema
dell’antiselezione di chi possiede una minore quantità di informazioni, mentre
Spence studiò lo stesso problema dal punto di vista degli attori più informati.

146
Ciò che ha dimostrato (non solo ipotizzato) Akerlof è d’importanza
fondamentale: tradotto in termini più terra terra significa che, se ho maggiore
informazione, sono in grado di vendere anche prodotti molto scadenti.
L’importanza di un’informazione corretta diventa perciò non solo auspicabile,
ma una necessità con priorità altissima.
Nel Capitolo 8 tratteremo due tipici problemi, disinformazione e
seminformazione. Tali problemi possono essere gestiti abbastanza bene se:

•• si sa valutare l’affidabilità della fonte;


•• si sanno evitare errori raziologici o di dialogo (ved. Capitoli 8 e 9).

Come studiare
Per studiare con profitto occorre una serie di armi che sono presenti
contemporaneamente solo in un piccolo insieme della popolazione.

La propensione

Si parla di propensione anziché di predisposizione perché, stranamente, nella


popolazione si osserva che la priorità dello studio muta nel corso della vita di
un soggetto. Nella personalità che il Well-being definisce statica si ha
addirittura un brusco passaggio da una condizione di notevole importanza a
un’altra in cui lo studio viene praticamente ignorato: il soggetto si laurea, si
specializza, ma poi, a un certo punto della sua vita, tira i remi in barca e
diventa, a poco a poco, obsoleto e superato. Analogamente, nella personalità
del vecchio c’è un blocco dovuto semplicemente all’età psicologica del
soggetto che ha abbandonato non solo lo studio, ma anche altri
comportamenti giovanili. Infine, nel contemplativo esiste una spiccata
attitudine allo studio, ma sovente tale predisposizione è particolare, dedicata
ad alcune materie con il disinteresse totale per altre, magari più pratiche e utili
per farsi un’esperienza di vita. Viceversa, è possibile trovare molti soggetti di
cultura medio-bassa che, capita l’importanza dello studio o per un semplice e
innato senso di curiosità, decidono di studiare questo o quello.
Poiché la propensione allo studio è una scelta di vita, occorre coltivarla e farla
crescere. Se una persona vuole studiare veramente bene una lingua come
l’inglese è abbastanza inutile che ci provi da sé, saltuariamente e
distrattamente; dovrebbe aver coscienza che sei mesi passati in Gran Bretagna
valgono quanto anni di tentativi fra le pareti della propria casa.

147
La concentrazione

La concentrazione è sicuramente una delle armi più difficili da acquisire. In


molti è variabile, a seconda della materia studiata; in chi possiede una
notevole forza di volontà anevrotica è sicuramente più stabile perché è in
grado di attivarla anche se la “materia non piace”, tanto che nella personalità
svogliata la mancanza di concentrazione diventa un grave handicap nel
percorso scolastico. Poiché fin da ragazzo ero interessato alla qualità della mia
vita, solevo mettere in ogni materia la più alta concentrazione, gli occhi
bucavano il foglio, tanto che a volte mi bastava una lettura per preparare la
lezione, in modo da avere più tempo per divertirmi.
In età adulta, chi tende a leggere di tutto spesso ha una concentrazione molto
bassa e gli resta veramente poco. Nel mio specifico caso personale mi occupo
di tante cose e posso dire di essere esperto in molti campi, ma le cose che non
mi interessano (e ovviamente sono la maggior parte) le trascuro (per questo
per esempio non sono molto attento a programmi come Quark che sono a 360
gradi).

Le fonti

Supponiamo di avere più fonti affidabili; quale scegliere? Di solito è qui che
casca l’asino perché la scelta della fonte è spesso scollegata dagli obiettivi.
Innanzitutto la fonte dovrebbe essere scelta in base al livello di profondità
desiderato: inutile scegliere una fonte estesa (per esempio un testo
universitario) se si desidera solo una trattazione divulgativa. Il problema nasce
però dal fatto che potremmo non avere i requisiti propedeutici per gestire il
livello desiderato. L’esempio classico è quello di chi legge tanti articoli in rete,
capendo solo una parte di ciò che ha letto o addirittura fraintendendo perché
non possiede le basi.
Se una persona conosce poche parole d’inglese probabilmente non sarà in
grado di capire molte parti di un discorso. Se si legge qua e là, ma non si ha
una preparazione di base non è facile capire tutto! Per questo scrivo libri: chi
legge molti articoli spesso non ha la preparazione di chi legge dall’inizio alla
fine un testo completo sull’argomento.
Per la fonte vale la scelta top-down. Si scelgono prima fonti che danno una
visione molto generale del problema e si può scendere nel dettaglio solo
quando si hanno le basi per farlo. Supponiamo che uno sportivo sia molto

148
interessato al problema delle fibre muscolari. Sarebbe un grave errore
scegliere un testo tecnico: non avendo nozioni di biochimica, di fisiologia ecc.
probabilmente non capirà granché; se volesse diventare un esperto del
problema dovrebbe per forza studiare le basi delle materie coinvolte nello
scenario, altrimenti non si farebbe che una falsa cultura.
La forza è niente senza il controllo! Una materia si studia dalle fondamenta e
non dal tetto, proprio come si costruisce una casa. Tentare di leggere articoli
evoluti senza avere le basi ingenera automaticamente una grande confusione.
Le basi sono nozioni che in genere si apprendono alle scuole medie (inferiori
e/o superiori); da ragazzi si snobbano, salvo poi ritrovarsi confusi da grandi
quando servirebbero per capire ciò che si ama. Se non le avete, fatevele,
prima di scendere nei dettagli e finire in una palude di incomprensioni.

Il metodo

La propensione si deve sposare con il metodo scelto.

Il metodo migliore è quello che consente l’apprendimento più rapido.

Quindi, non è solo importante il mezzo utilizzato, ma anche le modalità con


cui lo si può utilizzare e con cui vi si può interagire.
Esistono molti metodi di studio; come abbiamo visto, un metodo sicuramente
disastroso è quello del semplicistico che si limita a chiedere quello che non sa.
Il metodo può essere personale, ma spesso quanto più è complesso, tanto più
è sbagliato. Per esempio, che senso ha fare un riassunto di ciò che si è letto?
Evidentemente la fonte usata era troppo ampia. Può darsi che non ne esistano
altre, ma vale la pena cercarne una “adatta a noi”. Altri sottolineano (un buon
metodo per aiutare la memoria), altri ripetono a voce alta ciò che hanno
studiato ecc. Ripeto, l’importante non è quale metodo scegliere, ma verificare
che, per voi, non ne esista uno più rapido.

Il fine

Purtroppo pochi prestano attenzione al fine del loro studio, un errore che
costa moltissimo tempo o che può far perdere diverse opportunità.
Ovviamente il fine del ricercatore è diverso da quello del semplice
appassionato della materia, per cui studieranno con un diverso grado di
approfondimento. Entrambi devono però capire quando lo studio deve essere

149
arrestato e ciò dipende dal fine. Sono tempestato da mail che mi sottopongono
piani di allenamento, calcoli alimentari, ricette con il calcolo dei
macronutrienti. A volte mi sembra che questo atteggiamento nasconda
un’eccessiva preoccupazione per fattori di scarsissimo peso.
Uno studente di medicina va a lezione di dermatologia e segue un’interessante
lezione sulle dermatiti. Poi gli tocca una notte di guardia al pronto soccorso.
Arriva un’ambulanza che trasporta un uomo che ha avuto un gravissimo
incidente, è in fin di vita e rischia di morire se non si interviene prontamente.
Lo studente nota che ha una dermatite su un braccio e va a cercare l’apposita
pomata per curarla. L’uomo muore dissanguato.
Che voglio dire? Che è fondamentale procedere dalle cose più importanti
(TOP) verso quelle di minor peso (DOWN).
Per esempio, se 100 è il cammino ottimale da compiere per avere un’ottima
alimentazione,

•• chi è magro è al 30% dell’opera,


•• chi poi fa anche una buona attività sportiva arriva al 50%,
•• chi poi ha anche un ottimo stile di vita arriva all’80%,
•• chi poi usa cibi di qualità non scadente (cioè privi di grassi idrogenati,
nitriti, additivi sospetti ecc.) arriva al 90%,
•• chi poi ha anche la ripartizione minima dei macronutrienti consigliata dalla
dieta italiana arriva al 95%.

L’altro 5% ha senso solo se non complica la vita oltre misura, perché


altrimenti diventa un boomerang. Posso suggerire per esempio a un amante
del running l’allenamento ottimale per correre la maratona, ma se continua a
infortunarsi mentre segue il piano di allenamento ottimale, ovvio che è più
saggio concludere che è meglio orientarsi a distanze più brevi!
Nella vita pratica è importante chiedersi quale sia l’ordine di grandezza a cui si
vuole arrivare. Per esempio per un ricercatore l’ordine di grandezza può
essere l’1%, mentre per un comune mortale può essere il 10%. Con un
esempio, per un ricercatore può essere molto interessante stabilire se le morti
annue causate dal fumo sono 80.000 o 90.000, per un comune mortale basta
sapere che l’ordine di grandezza è delle decine di migliaia per concludere che
“è meglio astenersi dal fumo”.

L’affidabilità

150
Il senso comune ritiene tanto più affidabile un soggetto quanto migliori sono i
risultati che ottiene. Questo è un grossolano errore basato sull’ignoranza
statistica della popolazione e ciò spiega, per esempio, l’importanza dell’effetto
risultato (ved. Capitolo 8).
In realtà

è affidabile chi esprime correttamente la probabilità di non sbagliare.

Consideriamo due meteorologi, A e B. Il primo indica che nel week-end


all’80% ci sarà il sole; il secondo che ci sarà il sole. Entrambi, praticamente,
dicono la stessa cosa; in base alle loro informazioni, se devo decidere se
andare al mare, probabilmente ci andrò. Il metereologo A sembra però più
affidabile perché mi dà un contenuto d’informazione maggiore (la
probabilità), anche se B è più rassicurante e potrei addirittura preferirlo,
soprattutto se sono solito vivere nell’illusione della certezza. Ogni settimana la
previsione si ripete. Se si verificano le previsioni di un anno e si scopre che A
ci ha azzeccato all’80%, A è affidabilissimo, B sicuramente meno (lui ragiona
con il 100%).
Chi ha capito la definizione giudicherà più affidabile chi azzecca al 65%
dicendo che mediamente ha il 65% di azzeccarci piuttosto che chi,
ottimisticamente, si mostra sempre sicuro al 100% e azzeccherà al 70%.
Traducendo il tutto in termini di informazione, si potrebbe dire che

una fonte è tanto più affidabile quanto più è coerente,

priva di contraddizioni e di errori: promette ciò che dice, anche se magari si


esprime con maggiore incertezza.
Occorre quindi distinguere l’affidabilità da altre grandezze:

•• la mole, cioè la quantità delle informazioni


•• l’autorevolezza, cioè il presunto grado di esperienza
•• la pertinenza, cioè la relazione fra l’argomento e la sua trattazione.

Nessuna di queste tre grandezze è automaticamente sinonimo di affidabilità.


La mole delle informazioni fa riferimento alla quantità di esse, ma è scorretto
dare per scontata la trasformazione della quantità in qualità. Un esempio
classico è giudicare la bontà di un libro su un argomento solo dal numero di

151
pagine che ha!
L’autorevolezza è spesso equivalente al titolo (scolastico o di altra origine) di
chi tratta l’argomento. Non a caso, in una parte della popolazione esiste
ancora oggi un timore riverenziale verso persone (il laureato o addirittura lo
specializzato) o mezzi mediatici che fa esclamare frasi del tipo “me lo ha detto
il medico”, “l’ho letto sul giornale”, “l’ha detto la televisione”. Si potrebbero
citare centinaia di esempi in cui l’autorevolezza della fonte non è affatto
garanzia di affidabilità della stessa.
La pertinenza indica spesso la “buona volontà” di trattare un argomento, ma
essere volonterosi non significa essere affidabili.

Come verificare l’affidabilità?


Non è possibile assegnare voti o indici numerici all’affidabilità, ma, operando
al negativo, sarà possibile evidenziare chi affidabile non è.
Per farlo ci serviremo del Ma se… (ved. Capitolo 4). Vediamo un’applicazione
della strategia allo strumento del futuro per eccellenza, Internet.
Preoccuparsi dell’affidabilità è la prima cosa che deve fare chi naviga fra i siti
o vuole costruirne uno proprio o vuole semplicemente aprire un blog.
Prima della nascita di Internet le cose erano molto più facili, nessuno per
esempio metteva in dubbio l’affidabilità di un’enciclopedia come la Treccani.
In altri termini,

•• ciò che si trova in rete è spesso più esaustivo di quanto si possa trovare in
un testo scolastico o in un’enciclopedia.
•• Ciò che si trova in rete non può avere il grado di attendibilità di un testo
scolastico o di un’enciclopedia cartacea.

Questi due punti sono in netta contrapposizione. Il primo punto sicuramente è


il plus della Rete: in Internet si trova tutto, velocemente, comodamente. Ciò
ha portato a una progressiva crisi del cartaceo informativo (molti giornali
stanno orientandosi alla rete) e formativo (vedasi la crisi del settore
enciclopedico).
D’altro canto, il secondo punto è fonte di gravi problemi di “formazione”
della popolazione. I testi tradizionali non potevano vendere che verità
consolidate perché comunque avevano organismi di controllo (editore,
comitati redazionali ecc.) che impedivano il proliferare di informazione
spuria. In Internet ognuno può pubblicare quello che gli passa per la testa

152
spacciandolo per verità assoluta. Il rischio di fare enormi danni esiste.
Non a caso, anche Wikipedia, la presunta enciclopedia libera, comincia a dare
preoccupanti segni di faziosità e di inattendibilità dell’informazione contenuta.
A volte i contenuti sono persino buffi come questo esempio alla voce fagiano:
“i fagiani sono più esposti di tutti gli altri loro simili ai pericoli derivanti dalle
vicende atmosferiche, dalla rapacità e dall’amore che l’uomo dimostra per le
loro carni squisite e la ragione va cercata proprio nelle limitate risorse della
loro intelligenza”. Sembrerebbe che i fagiani siano gli esseri più stupidi della
Terra!
Si può quindi elaborare una strategia che utilizzando i vantaggi del primo
punto eviti i danni del secondo?
Supponiamo di volerci documentare su una voce, Giulio Cesare, Obama o
cervo volante, non importa, il metodo deve valere per tutti i campi.

1. Si cerca in Google il termine voluto; ricordiamoci di metterlo fra apici per


indicare la ricerca della stringa, quindi “Giulio Cesare”, e di specificare la
lingua di ricerca nelle preferenze (Italiano).
L’informazione deve partire da un motore di ricerca serio. Qui il termine serio
indica solo il fatto che la ricerca avviene in modo “stupido”, in base ad
algoritmi matematici, non in base a considerazioni commerciali (lasciamo
quindi perdere le info commerciali che appaiono per esempio in Google ai lati
o sopra i risultati della ricerca) o ideologiche.
Attualmente chi non è nelle prime x posizioni di Google non può arrogarsi il
diritto di definirsi un esperto in materia perché Google valuta molto bene la
pertinenza dell’informazione su un argomento. Si noti che pertinenza non
vuol dire attendibilità, ma solo che in quel sito “si parla tanto” di
quell’argomento, cioè che è un sito top.
Il valore x dipende dalla vostra pazienza. Teoricamente si potrebbe definire x
in base alla diffusione della voce, per esempio x aumenta di 10 pagine per
ogni 100.000 pagine della voce che si trovano nella rete in lingua italiana. Per
esempio, se ci sono 374.000 pagine sulla glicemia, si possono considerare i
primi 40 contributi. Praticamente ci si può sempre limitare ai primi venti.
Il primo punto indica chiaramente di non considerare come definitive
informazioni che arrivano da newsletter o da catene di mail: se l’informazione
non è contenuta in un sito top lasciamola perdere.
2. Fra i siti top di Google si considerano quelli che sono abbastanza esaustivi,
relativamente alla ricerca che devo fare. Un conto è desiderare la biografia di
un personaggio e un conto è sapere in che anno egli ha scritto un certo libro.

153
3. A questo punto viene il difficile: l’informazione che ho trovato è
attendibile? Per rispondere alla domanda è necessario valutare l’attendibilità
del sito che la espone e quindi capire se ci sono eventuali interessi di parte a
modificare l’informazione (non solo il contenuto, ma anche il grado di
priorità dei concetti a essa legati) per secondi fini. Se cerco la biografia di un
campione sportivo e finisco nel sito de La Gazzetta dello Sport, non vedo
nessun motivo perché la biografia debba presentare distorsioni (gli errori ci
possono essere in rete come in un testo cartaceo tradizionale, anche di ottima
qualità); se cerco la biografia di un uomo politico e finisco nel sito di un
partito suo avversario o di una fonte giornalistica, non è detto che le
informazioni riportate siano corrette. Per esempio, se si consultano in
Wikipedia le voci di leader politici si può notare come l’informazione non sia
affatto pesata in quanto, spesso, una parte esageratamente preponderante della
biografia è dedicata alle vicende negative della loro vita, evidente contributo
di chi è a loro avverso (tant’è che ora le modifiche sono riservate solo agli
utenti registrati, cosa peraltro facilissima a farsi). La voce non è “attendibile”.

Quindi, prima di considerare la voce in sé, si consideri il sito da cui


proviene!

La valutazione del sito

Molti navigatori si lasciano attrarre da mole, autorevolezza e pertinenza.


Pagine con paroloni altisonanti danno autorevolezza, tante notizie rassicurano
sull’esperienza di chi scrive, una buona grafica, schemi riassuntivi, una buona
impaginazione aumentano l’impressione di pertinenza. Bene: tutto ciò non
conta!
Per giudicare l’affidabilità di un sito basta semplicemente usare il Ma se… Si
può cioè dedicare un po’ di tempo a navigare nel sito e a scoprire incoerenze
con l’uso del Ma se… Quante più se ne scoprono tanto meno il sito è
affidabile.
Supponiamo di imbatterci in una frase del tipo: “ricerche durate 5 anni in cui
tra 2 gruppi d’individui, uno controllato nell’alimentazione e nell’attività fisica
e l’altro lasciato al proprio comportamento naturale, non si sarebbero
riscontrate significative differenze. Da qui l’idea che il corpo umano se
lasciato libero di autogestirsi saprebbe come e quanto mangiare in relazione ai
propri bisogni”.
Non occorre aver vinto il Nobel per capire che la ricerca è risibile. Poiché la

154
conseguenza non è vera (se fosse vera non esisterebbe il sovrappeso dilagante
nella popolazione che si autogestisce) vuol dire che la premessa è errata e i
ricercatori hanno commesso grossolani errori.
Un altro esempio. Si supponga di imbattersi in un sito in cui si sconsiglia l’uso
del microonde perché aumenta le probabilità di ammalarsi di cancro. Ma se
fosse vero, perché i Paesi in cui il microonde è molto più usato non hanno
una percentuale maggiore di casi di cancro? Ma se fosse vero, perché i casi di
cancro non sono esponenzialmente aumentati con l’aumento esponenziale
delle vendite del forno a microonde? Le statistiche di vendita e la stabilità dei
dati sul cancro confermano che il microonde non c’entra.

155
Cap. 8 - Gli errori raziologici
Partendo dalle tre componenti dell’intelligenza esistenziale (razionale, affettiva
e acquisitiva) è possibile classificare gli errori più comuni che commettiamo
nella vita di tutti i giorni (errori raziologici). Gli errori verranno pertanto
divisi in

•• Errori logici
•• Errori statistici
•• Errori affettivi
•• Errori acquisitivi.

Nel capitolo successivo esamineremo gli errori di dialogo, una forma più
complessa di errore perché in grado di coinvolgere un intero dialogo fra due
persone.

Errori logici
In questo paragrafo ci limiteremo a citare quelli che capitano più spesso; la
loro classificazione è il frutto di dieci anni di interazione con le migliaia di
persone che hanno scritto al mio sito.

Fallacie
Già i filosofi greci conoscevano le fallacie, cioè ragionamenti apparentemente
validi, ma in realtà scorretti (nel testo le fallacie sono spesso indicate con la
loro locuzione latina).
Molte di quelle classiche appaiono oggi a tutti molto evidenti e le vecchie
classificazioni sono interessanti solo dal punto di vista teorico. Stranamente,
con l’evolversi della cultura, alcune fallacie sono rimaste ben radicate nella
popolazione (molti errori raziologici sono riconducibili a esse), mentre altre
sono state concretamente sostituite da versioni più moderne e altre sono
scomparse, nel senso che non occorre essere dotti filosofi per contestarle con
la propria razionalità.
Paradossalmente, l’importanza delle fallacie è stata sminuita proprio
dall’incapacità di separare quelle veramente utili praticamente da quelle che
sono semplici giochi linguistici (fallacie teoriche). Anche questo è un compito

156
della raziologia.

Fallacie linguistiche

Sono legate a un uso scorretto del linguaggio e verranno trattate nel Capitolo 9
sul dialogo; sono commesse spesso alla volontà eristica di sopraffare il
contendente e non interessano quindi che marginalmente il ragionamento sulle
proprie posizioni (può succedere, ma nessuno inganna sé stesso, barando sul
linguaggio!).

Fallacie induttive

In realtà, modernamente parlando si tratta di errori statistici (fallacia dello


scommettitore) o acquisitivi (errore di generalizzazione). Per altre, come la
fallacia dell’evidenza soppressa non è difficile far risalire il problema ad altri
errori raziologici. Se per esempio dico: “Mario è un buon padre di famiglia,
molto scrupoloso nel suo lavoro, sempre pronto a scherzare a divertirsi,
quindi Mario è una persona positiva” (tacendo il fatto che Mario è un boss
mafioso), commetto un errore di vaghezza (ved. Capitolo 9) perché non ho
definito cosa si intende per “positivo”.
La fallacia di falsa causa è infine raziologicamente precisata nei suoi vari
componenti (errore di partigianeria, errore di correlazione ecc.) e dimostra
quanta poca attenzione la logica classica dà all’interazione con il mondo
esterno.

Fallacie formali

Si hanno quando viene applicata una regola di inferenza non valida oppure
quando viene applicata scorettamente una regola di inferenza valida. Si veda il
paragrafo Incomprensione delle condizioni della proposizione, nel quale si
descrivono le fallacie formali praticamente utili.
Altre come la falsa dicotomia (fra diverse alternative si suppone che ve ne sia
certamente una vera) o l’argomento a catena (la conclusione si basa su
passaggi successivi del tutto ingiustificati anche se teoricamente proponibili)
sono facilmente rigettate e non passano inosservate.
Se per esempio a un elettore americano viene detto: “se non voti per il partito
repubblicano allora devi votare per il partito democratico” (falsa dicotomia),
questi può facilmente ribattere che potrebbe anche non andare a votare, votare

157
scheda bianca, annullare la scheda ecc.
Analogamente, nessuno che voglia fare un discorso razionale sul problema
accetterebbe la deduzione finale basata su concetti possibili, ma non
dimostrati di questa argomentazione a catena: “se si legalizza l’aborto,
scadranno i valori della società, si diffonderà la pornografia, molti minori
subiranno violenze. Ecco perché l’aborto deve rimanere illegale”.

Fallacie di presupposizione

Si hanno quando le premesse contengono già quello che la conclusione vuole


sostenere. In realtà appartengono alle fallacie teoriche. A dire il vero alcune
vengono usate come timido tentativo di sostenere la propria tesi, ma è
evidente che nessuno le accetta “senza discutere”; altre rientrano in errori
raziologici più definiti, come la traslazione dello scenario (ved. Capitolo 9).
Se per esempio dico (ignoratio elenchi, le premesse sostengono una
conclusione che è diversa da quella che si può dedurre): “(A) Il tasso di
inflazione è negativo per l’economia; (B) oggi il tasso di inflazione (su base
annua) è al 2%, mentre il mese scorso l’inflazione era al 3%; (C) quindi
l’economia è in ripresa”, chiunque può obiettare che l’unica cosa che posso
dedurre è che l’inflazione è in calo, ma la ripresa dell’economia non dipende
certo unicamente dal tasso d’inflazione!
L’unica fallacia pratica di questa categoria è la falsa pista: assumo
illecitamente come causa qualcosa che non lo è. Un esempio classico è questo:
sono sovrappeso, devo limitare i grassi! In realtà, se sono sovrappeso devo
limitare le calorie perché, se anche limito i grassi e mi abbuffo di carboidrati,
non dimagrisco di certo!
L’origine della falsa pista (quando non vi è dolo) risiede sempre in una
sostanziale ignoranza del problema, quindi per un interlocutore preparato non
è difficile notare l’errore.

Fallacie di pertinenza

Molte sono fallacie pratiche, ancora ben radicate nel modo di pensare della
gente. Si hanno quando le premesse non hanno un nesso logico con la
conclusione che intendono sostenere, sono “irrilevanti”.
Nel testo non trattiamo le fallacie teoriche (come per esempio la fallacia ad
nauseam, cioè il cercare di dimostrare qualcosa ripetendolo all’infinito o il
circulus in demostrando, cioè l’utilizzo come premessa della conclusione che

158
si intende dimostrare) che appesantirebbero inutilmente la trattazione.

Ad hominem
Consiste nell’attaccare e screditare la persona che sostiene una tesi, invece che
fornire argomenti razionali contrari alla tesi stessa; questa fallacia può dar
origine alla traslazione dello scenario quando per esempio in tribunale un
avvocato cerca di screditare le dichiarazioni di un teste portando l’attenzione
su elementi negativi di quest’ultimo che non riguardano però minimamente la
sua dichiarazione. Si possono attaccare l’età, il sesso, la razza, lo status sociale
ed economico, il carattere, la famiglia, l’aspetto, l’abbigliamento, la condotta
di vita, il lavoro, la religione ecc. Per esempio: “si sa, a 70 anni non si vede
bene e il teste può essersi sbagliato”; “Tizio odia la violenza, normale che
testimoni contro il mio assistito solo perché questi ha precedenti penali”.
Si noti come il progresso civile abbia reso meno forte la fallacia ad hominem:
attaccare una persona per il suo sesso, la sua razza o la sua religione oggi è
immediatamente (si spera!) considerato un esempio di discriminazione.
D’altro canto la stessa fallacia continua a vivere sotto forme come quella ad
crumenam (“è vero perché lo dice un ricco o un potente”) oppure ad lazarum
(“è vero perché lo dice una persona povera o un debole); la versione ad
lazarum (ad crumenam) la viviamo quando di fronte a due squadre di calcio
“sconosciute” tifiamo per la più debole (o per la più forte).
Una forma più complessa di fallacia ad hominem è l’accusa d’interesse: si
boccia una tesi sostenendo che chi la propone vuole ottenere o evitare
qualcosa. Per esempio, “Tizio vuole che sia approvata la legge che vieta l’uso
della sostanza X nei salumi, Tizio è l’unico che fa salumi senza X, quindi
ragiona così per interesse, la legge non va approvata”. Ovviamente il fatto che
il Tizio abbia un interesse nella materia del contendere non rende per
principio falso ciò che dice.
Esiste anche una ad hominem indiretta: si rifiuta una tesi attaccando non il
proponente, ma la reputazione delle compagnie da lui frequentate. Per
esempio, “Tizio è contro la liberalizzazione delle droghe, ma Tizio è anche
amico di spacciatori, quindi le droghe vanno liberalizzate perché Tizio non è
persona rispettabile”. Ovviamente le compagnie frequentate da Tizio sono
“irrilevanti”: Tizio potrebbe avere amicizie discutibili e sostenere tesi giuste.

Tu quoque
Consiste nel rigettare una tesi osservando che anche il proponente è in errore.
Esempio classico è quello di chi rigetta la proposizione “tutti dovrebbero

159
pagare le tasse”, poiché anche il noto politico che la sostiene ha evaso le tasse
in una particolare occasione; oppure “il medico mi ha detto che fumare fa
male, ma perché dovrei credergli, visto che anche lui fuma?”.
Si differenzia dalla fallacia ad numerum perché considera non la maggioranza
della popolazione, ma il proponente.

Ad auctoritatem
Consiste nell’accettare o rigettare una tesi solo per il prestigio o il rispetto che
attribuiamo a chi la propone. Un sottocaso consiste praticamente nel far
coincidere autorità con affidabilità (ved. Capitolo 7, L’affidabilità): “l’ha detto
il medico”, “l’ha detto la televisione”, “l’ho letto sul giornale”; in altri casi, si
sfrutta solamente la notorietà del proponente come nel caso dei testimonial
della pubblicità.
Questo esempio è tratto da Wikipedia (giugno 2011, proprio alla voce
“fallacie”) e dimostra come sia difficile sfuggire alla fallacia ad auctoritatem:
L’onorevole XY (nome di un medico) ha detto che la legge sullo sciopero
non deve essere sostenuta. In questo caso cadremmo in errore se
affermassimo che la legge sullo sciopero debba essere bocciata. XY è
autorevole quando si tratta di medicina, non lo è nel caso appena discusso.
In realtà anche se l’argomento fosse medico, il fatto che un medico sostenga
che X è vero, non è detto che lo sia, prova ne è che molto spesso i medici si
contraddicono a vicenda!

Ad populum
Consiste nell’accettare o rigettare una tesi perché tale è l’orientamento delle
persone della comunità in cui viviamo: modernamente, è il ragionamento per
senso comune (ved. Capitolo 9).

Ad numerum
Consiste nell’accettare o rigettare una tesi perché tale è l’orientamento della
maggioranza; molto simile alla fallacia ad populum, se ne discosta perché non
prende in considerazione le persone a noi vicine, ma anche insiemi molto più
estesi (“Dio esiste perché il l’80% degli italiani crede in una qualche forma di
energia vitale”) e spesso è corroborata da un numero che statisticamente
rafforza la posizione.

Ad ignorantiam
Consiste nel giustificare la propria tesi con la mancanza di prove del suo

160
contrario.
“Dio esiste perché nessuno è riuscito a dimostrarne l’inesistenza”.
Un esempio di questa fallacia è rappresentato dall’avvocato che per riabilitare
il buon nome del suo cliente afferma: “il mio cliente è innocente, visto che
l’accusa non è riuscita a dimostrare il contrario, per questo è stato assolto”. La
posizione è corretta se si tralascia “il mio cliente è innocente”; infatti, se
l’accusa non dimostra la sua colpevolezza, l’imputato viene assolto, ma non è
detto che sia innocente!

Ad misericordiam
Consiste nel far accettare una tesi facendo appello alla pietà o alla
compassione.
Si tratta di una forma particolare di errore di patosensibilità (ved. Capitolo 8,
Errori affettivi).
Per esempio: “non mi faccia la multa; è vero, ho superato il limite di velocità,
ma devo arrivare in tempo in ospedale per la nascita di mio figlio”.

Ad antiquitatem
Consiste nel ritenere una tesi corretta perché “si è sempre fatto così!”.
Per esempio, nel secolo scorso, “le donne non hanno diritto al voto perché
non si è mai vista una cosa simile!”. Da notare che spesso questa fallacia
viene utilizzata per supportare anche situazioni ritenute vere o comunque
positive: “ogni società civile ha promosso l’arte e la cultura”. A prescindere
dal fatto che sia auspicabile farlo, la proposizione non rende automaticamente
positivo che si debba continuare a farlo.

Ad novitatem
Consiste nell’accettare una tesi perché più nuova della precedente o della sua
contraria. Pensiamo alla pubblicità di tutti quei prodotti che si riciclano con la
dicitura “nuovo” (oppure “forte”): Nuovo Pinco lava più bianco, Pillo Forte è
più efficace ecc.

Incomprensione degli operatori booleani


Poiché gli operatori logici principali sono due, ci limiteremo a descrivere:

1. Incomprensione del concetto di AND - Non si comprende la necessità


della simultaneità di due condizioni. Esempio: “ma come? Avevo letto che per

161
essere magri si doveva fare sport; io lo faccio e non riesco a perdere peso!”.
Ovviamente il nostro amico ha dimenticato che per essere magri occorre fare
sport AND seguire una corretta alimentazione.
Generalizzando, si commette questo tipo di errore quando fra più condizioni
che generano una situazione ci si limita a considerarne un sottoinsieme,
trascurando il ruolo di quelle dimenticate. Non a caso, molti soggetti
ritengono di vivere una vita sana perché tanto non fumano e non bevono, ma
dimenticano alcuni punti fondamentali di un buon stile di vita (per esempio
non accumulare stress negativo).
2. Incomprensione del concetto di OR - Non si comprende la sufficienza
del verificarsi di una sola di più condizioni. Un esempio banale è offerto dal
soggetto pauroso che, in seguito al consiglio di installare un sistema di allarme
OR di mettere inferriate alle finestre, decide di implementare entrambi i
sistemi di sicurezza!
In genere il tipo di errore 2 è meno grave dell’1, generando solo un
sovraccarico piuttosto che un fallimento.

Incomprensione delle condizioni della proposizione


Uno dei requisiti che dovrebbe possedere una persona dotata di un’ottima
intelligenza è di non confondere fra di loro i vari tipi di condizione
(necessaria, sufficiente, facilitante).
Fra le fallacie che riguardano le condizioni delle proposizioni ne esistono
alcune solo teoriche, che hanno scarso peso pratico. Per esempio:

•• Affermazione del conseguente - 1. Se X allora Y 2. Y è vero 3. Quindi X è


vero.
•• Negazione dell’antecedente - 1. Se X allora Y 2. X è falso 3. Quindi Y è
falso.
•• Inversione - 1. Se X allora Y 2. Quindi se Y allora X.

Difficile pensare che qualcuno possa accettare che: 1. Se sono padre allora
sono un uomo 2. Sono un uomo 3. Quindi sono padre.
Oppure: 1. Se sono a Roma sono in Lazio. 2. Non sono a Roma 3. Quindi non
sono in Lazio.
Oppure: 1. Se sono a Roma sono in Lazio 2. Quindi se sono in Lazio sono a
Roma.

162
Poiché abbiamo 3 tipi di condizione (necessaria, sufficiente,
facilitante/penalizzante) ci sono sei possibili errori “pratici”.
S-N - Si trasforma una condizione sufficiente in necessaria (a livello di
linguaggio basta-> deve). Se sono alto 170 cm per essere magro devo pesare
al massimo 63 kg. In realtà la condizione è sufficiente perché la magrezza non
può prescindere dalla muscolatura: un bodybuilder può essere magro anche se
pesa 75 kg (tecnicamente si dovrebbe analizzare la percentuale di massa
grassa). Un esempio un po’ creativo: una madre confonde la condizione
sufficiente per essere promossi (prendere 6) con quella necessaria e dà come
unico obbiettivo al figlio il raggiungimento della sufficienza (“devi prendere
6”; ovviamente per essere promossi si può prendere anche 7, 8, 9 o 10 ed è
auspicabile, per vari motivi, non fermarsi al 6: “devi prendere almeno 6”; “per
essere promossi basta prendere 6, ma non sarebbe male se tu prendessi di
più”).
F-N - Si trasforma una condizione facilitante in necessaria (a livello di
linguaggio si hanno più probabilità con -> si deve): per essere felici si deve
essere ricchi. La frase indicherebbe che chi ricco non è (senza essere povero)
non può essere felice. Oppure: per essere intelligenti si deve essere colti.
N-S - Si trasforma una condizione necessaria in una sufficiente (a livello di
linguaggio deve -> basta). Si tratta della forma più semplicistica dell’errore
trattato: per essere sani basta sentirsi bene!
Il lettore attento noterà che trattasi dell’affermazione del conseguente, vista a
inizio paragrafo.
F-S - Si trasforma una condizione facilitante in sufficiente (a livello di
linguaggio si hanno più probabilità con -> basta): per essere felici basta
essere ricchi. La frase indicherebbe che tutti i ricchi sono felici. Oppure: per
essere intelligenti basta essere colti, cosa che casi di estremo nozionismo in
persone poco intelligenti negano ampiamente.
N-F - Si trasforma una condizione necessaria in una facilitante (a livello di
linguaggio si deve -> si hanno più probabilità con). Ogni allenatore sa che
nell’atletica leggera diventa campione ai massimi livelli solo chi è
geneticamente molto più dotato della media della popolazione (condizione
necessaria). Ho scoperto che invece molte persone, non accettando i loro
limiti, pensano che con l’allenamento si possa arrivare a qualunque risultato.
Un banale errore razionale che consiste nel trasformare una condizione
necessaria (essere geneticamente molto più dotati della media -e loro non lo
sono-) in una semplicemente facilitante che può essere “compensata” con un
durissimo allenamento. Praticamente abbassano il livello d’importanza della

163
condizione necessaria, rendendola solo facilitante.
S-F - Si trasforma una condizione sufficiente in una facilitante (a livello di
linguaggio basta -> si hanno più probabilità con). Si tratta dell’errore meno
comune perché in genere tutti avvertiamo che una condizione sufficiente non
lascia scappatoie, è facilitante al 100%. In genere più che un errore è una
forma di estrema pignoleria con cui l’interlocutore evidenzia casi molto
particolari che “inquinano” la sufficienza della nostra proposizione. Per
esempio “non è vero che a uno studente intelligente basta studiare per essere
promosso; un black out mentale può sempre capitare” ecc. Da un punto di
vista formale, un errore di questo tipo di solito è commesso per ignoranza; per
esempio, chi risponde alla domanda “il prossimo mese ha solo 29 giorni, che
mese è?” con “probabilmente febbraio”, non sa che febbraio è l’unico mese
che ha meno di 30 giorni, quindi il “probabilmente” è di troppo.

L’errore di espansione

Uno degli errori logici più frequenti nei discorsi comuni è la trasformazione
di condizioni semplicemente facilitanti (cioè cose importanti, ma non
decisive) in condizioni necessarie o sufficienti (gli errori F-N e F-S, che
chiameremo, unificandoli, errori di espansione). Quando si parla, se si è
“rapiti” da un’idea, se ne amplifica indirettamente l’importanza, magari anche
perché non se ne percepiscono i limiti. Poi si cerca di correggere il tiro con
casi e sottocasi particolari, ma la confusione generata dal primitivo errore
resta. L’errore di espansione è evidenziato dalla globalità cui assurge un
concetto di per sé parziale o limitato. Di solito si usano termini assoluti come
“mai”, “sempre”, “sicuramente”, “tutti” ecc. che rendono una frase totale
anziché parziale. Facciamo un esempio, più chiaro di mille parole.

Essere ricchi non guasta mai!

Chi non la approverebbe, se inserita nel contesto di un discorso generico? In


realtà è una frase inesatta (quella corretta può essere: “essere ricchi di solito
non guasta”). Infatti una persona dallo spiccato senso logico può mettere in
difficoltà l’interlocutore, facendolo ingarbugliare con le sue stesse parole.

1. Se essere ricchi non guasta mai allora essere ricchi aiuta sempre.
2. Poiché una cosa che aiuta sempre è positiva, diventare ricchi lo è
sicuramente.

164
3. Poiché diventare ricchi è sicuramente positivo, facciamo una bella rapina in
banca.

Mentre sui primi due punti l’interlocutore concorda, soddisfatto che la sua
posizione sia condivisa, sul terzo ecco che sobbalza sulla sedia e inizia a
difendersi: “Ma che c’entra?”, “Io non intendevo…” ecc. Non era più
semplice non commettere l’errore di espansione e partire subito con il piede
giusto? Bastava mettere un “di solito“ al posto di un “mai” e la posizione, da
sbagliata, era difendibile o addirittura condivisibile.

Errore di autoverifica
Evidenzia l’incapacità di trovare banali confutazioni alle proprie proposizioni,
l’incapacità di eseguire correttamente il check-up della coerenza (ved.
Capitolo 4).
Ogni volta che noi ci esprimiamo dobbiamo essere sicuri che la nostra
proposizione sia inattaccabile, altrimenti è come mettersi in mare con una
nave che imbarca acqua. Si consideri per esempio una frase ragionevole, del
tipo: “i figli devono stare con la propria madre”.
È banale trovare eccezioni a questa affermazione (che potrebbe essere detta
perché emotivamente coinvolti in un caso particolare): la madre che picchia i
figli, quella drogata che non riesce a provvedere a loro ecc. Una frase del
genere non vuol dire nulla e una posizione più razionale è: “i figli devono
stare con la madre, eccezion fatta per questi casi…”.
A titolo di curiosità, chi ha una mentalità giuridica è sicuramente facilitato
nell’applicare il check-up della coerenza perché abituato a “trovare cavilli”; in
fondo una contraddizione non è che un cavillo, un’eccezione al nostro
discorso generale. Quando esistono eccezioni, il discorso che si pensava
generale diventa generico, da approssimato o sintetico diventa
approssimativo. E quindi inutile.
L’esempio fatto mostra come l’applicare il check-up della coerenza indichi
non solo razionalità, ma anche approfondimento e reale conoscenza del
problema, senza la caratteristica superficialità del tuttologo che parla di tutto
senza conoscere realmente nulla.
Per esercitarsi, si provi ad ascoltare un talk show televisivo (programma che
in genere non promuove certo la razionalità) per capire come gran parte delle
frasi dette siano facilmente contestabili. Uno dei limiti della televisione attuale
è che per fare audience (numeri) deve utilizzare tecniche che di fatto

165
allontanano i soggetti più qualitativamente preparati (razionali): quando su
dieci frasi dette, nove sono errori di autoverifica, la persona intelligente
cambia canale. Invece lo spettatore di intelligenza medio-bassa si appassiona
ai litigi e ai diverbi che scaturiscono da posizioni sempre più confuse e
caotiche perché di fatto irrazionali.
Riassumendo, da cosa deriva l’errore di autoverifica?

•• dall’incapacità di eseguire il check-up della coerenza


•• dall’ignoranza della materia
•• dalla sicumera.

I primi due punti sono stati ampiamente discussi. Sull’ultimo si deve rilevare
che nessuno ammetterà mai di essere vittima della sicumera, cioè
dell’ostentata sicurezza di sé. Applicata all’intelligenza esistenziale, la sicumera
si traduce nell’illusione del sapere: visto che so tutto, e tutto mi è chiaro, che
bisogno ho di verificare ciò che dico? In realtà si dovrebbe seguire il consiglio
del filosofo austriaco Karl Popper che ci spiega come, per motivi prettamente
logici, dobbiamo ricercare proprio quelle informazioni che potrebbero mettere
in crisi quanto noi affermiamo.

Errori statistici
In questo sottocapitolo vedremo i principali errori statistici. Come detto nella
Prefazione, la raziologia non si limita a evidenziare gli errori commessi mentre
usiamo la nostra intelligenza, ma vuole anche trattarli a seconda della loro
frequenza nella popolazione. Se la statistica ci insegna che gli errori statistici
sono praticamente infiniti, maneggiarne la decina più frequente e significativa
porta a una notevole comprensione della realtà.

Errore di gestione della sequenza temporale


Riguarda l’incapacità di analizzare il risultato finale di una situazione avendo a
disposizione i dati degli stati intermedi; in alcuni casi l’utente non sa fare che
una semplice addizione dei numeri coinvolti (errore di additività), in altri
addirittura non tenta nemmeno un’elaborazione, spesso perché, per ignoranza
statistica, non sa cosa sia la probabilità composta (ved. Capitolo 5).
L’esempio più clamoroso è quello che viene sfruttato in economia per

166
convincere il cliente che le perdite sono state recuperate. Il promotore sa che
gran parte delle persone non sono capaci di “comporre” i numeri, sanno solo
sommarli. Pertanto userà frasi del tipo “le perdite del 50% dell’anno scorso
sono state compensate dai guadagni del 50% di quest’anno”.
Raziologicamente, si supponga di verificare l’affermazione con una
ricostruzione naturale del problema. Se due anni fa avevo 100, dopo un anno
avevo 50 (ho perso il 50%), ora ho recuperato il 50% (di 50), quindi alla fine
ho 75 con una perdita in due anni del 25%, non sono affatto in pari. Lo
sfruttamento più fine dell’errore consiste nel far ripartire i conti ogni volta da
una nuova gestione: il cliente si ricorda solo che aveva perso x, y …z e che
ora ha guadagnato k. Somma tutto e, commettendo un errore di additività,
sembra in pari quando in realtà k non compensa affatto x, y, … z.
Un altro esempio di errore di additività è quello citato da J. Allen Paulos nel
suo Innumeracy (Gli smemorati): poiché c’era un 50% di probabilità che
piovesse il sabato e un 50% di probabilità che piovesse la domenica, un
meteorologo di una rete televisiva americana concluse che nel week-end la
probabilità di pioggia era del 100%!
L’errore di gestione della sequenza temporale può essere ancor più grave
quando il soggetto non tenta nemmeno di elaborare la situazione finale.
Vediamo un esempio che riprendo dal mio testo Gocce di vita.
Molti cacciatori hanno iniziato a dedicarsi a una selvaggina, le minilepri, in
forte espansione sul territorio. Come dice il nome, si tratta di piccoli roditori
simili alle lepri, ma molto più piccoli, vanno dal mezzo chilo al chilo. La
minilepre schizza via fra i cespugli e in genere il tiro non è facile, anche se
l’animale non è velocissimo, tant’è che alcuni cani molto veloci lo prendono.
I veri cacciatori non le considerano neppure, ma altri le usano per soddisfare
il loro ego venatorio.
Un mio conoscente iniziò qualche anno fa a cacciare le minilepri; un giorno il
discorso cadde su tale tipo di caccia e gli feci presente che a me sembrava
troppo pericoloso per il proprio cane.
“Lo so, ma io caccio con un cane solo e sto molto attento. Ci sarà una
probabilità su 10.000…” mi rispondeva.
Poco tempo dopo ha ammazzato il suo cane, una cocker buonissima e
affettuosa; lui e la sua compagna hanno sentenziato in modo molto irrazionale
che “è stato il destino!”. Dove hanno sbagliato?
Hanno commesso un errore di gestione della sequenza temporale, non
riuscendo a calcolare o a intuire la probabilità composta dell’evento (ved.
Capitolo 5, Probabilità composta).

167
La sua percentuale sulla singola minilepre è sostanzialmente esatta, ma se si
cacciano le minilepri e se ne sparano 100 all’anno, in 10 anni se ne sparano
1.000, qual è la probabilità composta che il cane sia vivo dopo 10 anni?
Intuitivamente, considerando gli eventi indipendenti (erroneamente, ma con
buona approssimazione, vista la probabilità singola molto bassa), si avrebbe
una probabilità di 1 su 10 di uccidere il cane. Trovando l’esatta probabilità
composta si ha p=0,095. 1 probabilità su 10 non è destino!

Errore di equiprobabilità
Si attribuiscono arbitrariamente agli eventi possibili (circa) le stesse
probabilità.
Si tratta di un errore molto più diffuso di quanto si pensi. Partiamo da un caso
eclatante.
Un laureato una volta mi sottopose una dimostrazione dell’esistenza di Dio
che cominciava pressappoco così:
“Dio o esiste o non esiste, quindi partiamo già con il 50% di probabilità che
Dio esista…”.
Gli feci presente questo semplicissimo controesempio che utilizzava il suo
stesso errore: “domani tu o muori o non muori, quindi hai il 50% di
probabilità di morire!”.
L’errore di equiprobabilità non è mai così clamoroso, ma può diventare
concretamente più pericoloso quando dalla semplice analisi degli eventi
possibili si conclude arbitrariamente che hanno tutti circa la stessa probabilità.
In genere ciò è dovuto a una buona dose di ignoranza statistica modulata da
considerazioni di natura psicologica. Si pensi a tutte quelle volte che per
pigrizia il soggetto sceglie arbitrariamente una di due possibilità (domani non
piove) senza un’analisi approfondita, attribuendo a una di esse “almeno il
50% di possibilità”; oppure a quei casi in cui, di fronte a tante possibilità, il
soggetto abbandona perché tanto è poco probabile che la sua scelta sia quella
giusta, senza accorgersi che con un’analisi più attenta, magari una delle
possibilità aveva probabilità decisamente maggiori delle altre.
In altri casi l’errore di equiiprobabilità è dovuto a un approccio troppo logico
alla statistica e consiste nell’applicazione della definizione formale di
probabilità (ved. Capitolo 5, La definizione formale) senza verificare che
esista la condizione di applicabilità. Si supponga per esempio di valutare la
probabilità di una squadra X di passare il turno in un girone a quattro. Se
passa solo la prima, una mente molto logica potrebbe convincersi che la

168
squadra X ha il 25% di probabilità di passare il turno. Dal punto di vista
raziologico (e del puro buon senso) ciò è evidentemente assurdo perché, se
applichiamo la condizione di applicabilità della definizione formale, è
immediato concluduere che la probabilità del passaggio del turno dipende, fra
l’altro, dalla forza della squadra e che quindi i casi possibili (passaggi delle
varie squadre) non sono equivalenti.

Errore di correlazione
L’errore di correlazione consiste nello

scambiare una correlazione per una relazione di causa-effetto.

Nel Capitolo 5 abbiamo trattato ampiamente del concetto di correlazione.


Abbiamo definito come spuria una correlazione che lega due fenomeni che
non hanno alcun nesso causale, che non hanno nulla in comune. Una
correlazione è indiretta quando due variabili X e Y sono correlate perché in
realtà correlate entrambe a una variabile Z.
Le correlazioni spurie sono facilmente distinguibili con un po’ di buon senso.
Vediamone una molto curiosa, la correlazione fra numero di pirati e
riscaldamento terrestre.

169
Dal grafico si desume un’ironica correlazione tra numero di pirati e
riscaldamento terrestre. In parole povere, il riscaldamento terrestre aumenta al
diminuire del numero dei pirati, quindi per salvare la terra dobbiamo far
tornare in auge la pirateria!
Ecco un esempio di correlazione indiretta. Una “ricerca” ha mostrato che chi si
lava i denti almeno tre volte al giorno ha una vita media più lunga. È evidente
a tutti che il semplice lavarsi i denti non allunga la vita. In altri termini, se un
soggetto che beve, fuma, è in sovrappeso ecc. si forza a lavarsi i denti tre
volte al giorno non può sperare di vivere più a lungo solo con quel rito
staccato da un buon stile di vita.
Quello che succede è che lavarsi i tre denti tre volte al giorno e vivere di più
sono correlati indirettamente, ma non esiste un nesso causale diretto.
Consideriamo infatti le tre variabili:

•• X= longevità
•• Y= lavaggio dei denti 3 volte al giorno
•• Z= buon stile di vita.

X è correlato a Z e c’è un nesso di causalità (chi ha un buon stile di vita


mediamente vive più a lungo); anche Y è correlato a Z (chi ha un buon stile di
vita probabilmente si lava i denti spesso). Come risultato X e Y sono correlati
indirettamente.
Se la correlazione spuria è facilmente riconoscibile (anche se in alcuni casi è
necessario rifletterci, ved. Capitolo 5), quella indiretta è fonte di notevole
confusione a livello decisionale. Si pensi all’esempio appena fatto e a tutte le
ottimistiche scelte di vita che si possono effettuare in base a un errore di
correlazione: di variabili Y ce ne sono migliaia (tutte quelle correlate a un
buon stile di vita) e potremmo credere che una di queste sia in grado di
assicurarci la longevità. Per esempio, per vivere a lungo basta dormire otto
ore al giorno oppure non essere molto stressati. Si noti come in questo caso
l’errore di correlazione trasformi condizioni più o meno facilitanti in
condizioni sufficienti, equivalendo a un errore di condizione.
Vediamo un esempio di correlazione indiretta che origina un comportamento
un po’ buffo.

•• X= vendite di cioccolato
•• Y= vendite di gelati.

170
Nel mio negozio di alimentari noto che X e Y sono legati da una correlazione
inversa: quando si vende molto cioccolato si vendono pochi gelati. Con un
errore di correlazione stabilisco che per vendere più gelati (sui quali magari
ho un ricarico maggiore) non devo vendere cioccolato, in modo che la gente
si orienti verso i gelati! Ovviamente l’assurdità della scelta nasce dal fatto che
non mi sono accorto che X e Y sono legati da una correlazione indiretta con la
variabile Z (la stagione): d’estate il cioccolato si vende di meno, mentre i gelati
di più!

Vari tipi d’errore

La correlazione non è che il primo passo verso la ricerca di un nesso


causa/effetto. Vediamo i passi:

1. Ricerca di una correlazione


2. Studio della sua significatività
3. Verifica che non sia spuria e che non sia indiretta
4. Definizione della vera relazione causale fra le variabili (studio effettuato al
di fuori della statistica).

I primi due punti sono stati trattati nel Capitolo 5. Il terzo e il quarto sono
oggetto dell’errore di correlazione.
A seconda di come vengono gestiti i quattro punti si possono avere vari
errori.
Significatività - Per esempio, chi non ha presente il concetto di significatività
può incorrere in questo errore: verificando i dati di un anno (12 mesi), vedo
una correlazione fra un aumento della borsa e il giorno 18 del mese; sembra
che il giorno 18, la borsa mediamente salga. Una persona razionale sa che i
dati non sono certo significativi, ma io “ci credo”, investo tutto e mi rovino.
Deduzione - L’errore (punto 3) è tipico di soggetti nei quali l’illusione della
certezza (ved. Capitolo 2) spinge a fraintendere il concetto di correlazione
perché sono abituati a muoversi fra i due valori 0 (falso) e 1 (vero). Quando
si scopre la correlazione si è naturalmente portati a identificarla con una
deduzione, commettendo un classico errore di correlazione. Occorre cioè
comprendere che

la correlazione fra due variabili è condizione necessaria, ma non sufficiente


al nesso causale.

171
Probabilità - Le correlazioni “utili” sono quelle che poi, una volta
approfondite, mi permettono di scoprire il nesso causale. Vedo che fra una
malattia e la condizione Z c’è una correlazione. Approfondisco (passi 2, 3 e 4)
e scopro che c’è nesso causale. Aver visto la correlazione è stato utile. Chi ha
una mentalità sufficientemente logica, ma non statistica, commette spesso
l’errore di non vedere il corretto nesso causale. Chi ragiona solo a due valori
spesso non accetta un nesso causale in cui una variabile è una probabilità
poiché non sa legare che eventi certi (fumo, cancro al polmone). Per esempio,
dopo aver studiato la correlazione fra fumo e cancro al polmone, si
incaponisce nel cercare di legare la variabile fumo alla variabile cancro al
polmone, cioè di esprimere un nesso causale fra a (fumo) e b (cancro al
polmone) arrivando alla frase razionalmente scorretta “il fumo provoca il
cancro al polmone”. Non comprende che l’espressione scientificamente
corretta è “il fumo aumenta il rischio di cancro polmonare”, espressione che si
traduce in un rapporto causale del tipo: causa (fumo) -> effetto (aumento
della probabilità di cancro al polmone).
Decisione - Curiosa infine la confusione fra il concetto di decisione e quello
di deduzione, confusione secondo la quale, visto che non posso usare
correlazioni per dedurre, non posso usarle nemmeno per decidere! In molte
circostanze invece posso decidere in base a una correlazione anche se non
posso dedurre che esiste un nesso causale fra A e B. In quelle situazioni in cui
non decidere è peggio, decido egualmente, assumendomi dei rischi (quelli
legati al mio eventuale errore di correlazione).

Errore di ignoranza statistica


Di solito il soggetto non è in grado di analizzare l’aspetto probabilistico dei
dati perché:

•• non ha nessuna competenza statistica;


•• non ha la mentalità pronta ad accoglierla (ved. Capitolo 4, Le affermazioni
statistiche);
•• di fatto nega la statistica, spesso per ragioni di comodo (si veda più avanti Il
ragionamento del fumatore);
•• la sostituisce con strategie alternative.

L’errore di ignoranza statistica entra inoltre come componente fondamentale

172
di molte paure. Un esempio classico è la paura di volare in aereo. Le
probabilità di avere un incidente sono minime, ma quante persone non
prendono l’aereo perché sono convinte che toccherà proprio a loro? La paura
ha trasformato in certezza una probabilità molto bassa.
L’errore di ignoranza statistica è tipico di chi non sa coesistere con le leggi
della statistica, anche quelle più elementari, suggerite dal solo buon senso.
Il test dei vasi - Supponiamo di essere di fronte a tre vasi: in ogni vaso c’è
una pallina nera. Nel primo ci sono due palline bianche, nel secondo cinque e
nel terzo mille. Dobbiamo estrarre una pallina da uno dei tre vasi: se esce
quella nera siamo condannati a morte. Solo un folle potrebbe scegliere di
estrarre la pallina dal primo o dal secondo vaso: sono convinto (spero) che la
stragrande maggioranza dei lettori sceglierebbe il terzo vaso. Ciò non significa
che non possa uscire la pallina nera, ma, scegliendo il terzo vaso,
minimizzeremo le probabilità di morte.
Per una corretta comprensione della realtà è spesso necessario affidarsi a una
decisione probabilistica: chi scegliesse il primo vaso in base al fatto che è
verde, il proprio colore preferito, agirebbe da incosciente e quindi il suo
comportamento sarebbe patologico. Non importa se poi estrarrà la pallina
bianca salvandosi la vita, sarebbe comunque un folle.
Sono certo che di fronte a questo esempio tutti saranno portati a credere che
sia molto raro: chi sceglierebbe il primo vaso? In realtà invece è molto
comune. Un esempio, la vicenda di alcuni italiani rapiti nel 2006 nello Yemen.
Dopo la liberazione uno di loro dichiarò: “Probabilmente tornerò nello
Yemen. I criminali ci sono in tutto il mondo e noi li abbiamo trovati”. Il tizio
deve essere uno di quelli che, rapiti, di fronte alla possibilità di giocarsi la vita
scegliendo fra le tre urne, ne scelgono una a caso, “tanto in tutte e tre c’è la
pallina nera”. Incredibile che la gente non cerchi di ragionare meglio.
Morale: chi non ha una visione probabilistica della vita (ovviamente la
probabilità di essere rapiti andando in vacanza a Rimini o in Costa Azzurra è
molto minore rispetto a quella che avremmo andando nello Yemen), prende
molto frequentemente decisioni irrazionali.
Il test della moneta - Purtroppo la maggior parte della gente sembra
comportarsi come il nostro amico che sceglie in base al colore, ignorando le
leggi fondamentali del calcolo delle probabilità, leggi che non richiedono
profonde conoscenze matematiche, ma che sono spesso deducibili con il
buonsenso.
Un errore classico è quello della fallacia dello scommettitore (non accorgersi
che non c’è nessuna correlazione con gli eventi precedenti perché gli eventi

173
sono indipendenti). Un test significativo è il seguente: si lancia per tre volte
una moneta e per tre volte viene testa; lanciandola una quarta volta è più
probabile che venga testa oppure croce? Chi risponde croce incorre nel più
classico errore di ignoranza statistica. Ovviamente le probabilità restano le
stesse: 50% testa e 50% croce poiché il quarto lancio è completamente
indipendente dai primi tre. Se così non fosse, già quando effettuo il primo
lancio, per dire che le probabilità sono le stesse dovrei chiedere alla moneta di
raccontarmi la storia della sua vita, se non è mai stata lanciata prima e con che
risultati.
La cosa sconvolgente è che l’errore di ignoranza statistica è tipico anche di chi
ha a che fare quotidianamente con i numeri. Un ingegnere di Napoli mi diceva
seriamente che lui i biglietti della lotteria li comprava solo in Lombardia e in
Campania perché, esaminando i risultati delle precedenti lotterie, aveva
scoperto che i premi vinti in queste due regioni erano superiori a quelli di
ogni altra coppia di regioni, per cui un biglietto venduto a Milano o a Napoli
aveva maggiori probabilità di vincere rispetto a uno venduto a Torino. Il
poveretto non aveva capito che Lombardia e Campania vincevano più premi
non perché i singoli biglietti avevano più probabilità di vincere, ma perché in
Lombardia e in Campania se ne vendevano di più.
L’incapacità di regredire ai valori medi - Quando due variabili sono legate
da una relazione imperfetta, i valori estremi dell’una tendono a essere legati a
valori meno estremi dell’altra. L’incapacità di accettare o l’ignoranza di questa
legge statistica provocano in noi aspettative che andranno regolarmente
disattese.
Un esempio è quello dei figli di genitori molto alti: è razionale aspettarsi che i
figli siano alti, ma un po’ meno dei genitori (altrimenti dopo poche
generazioni avremmo solo dei giganti), con una regressione a valori medi. In
economia, irrazionalmente, molti investitori ritengono che un’azione che è
andata molto bene continui a farlo, quando invece l’esperienza insegna che è
più facile il contrario.
Il giocatore - L’errore di ignoranza statistica diventa drammatico quando
l’individuo si rovina perdendo una fortuna al gioco. Quando un gioco (come
il lotto o la roulette) già in partenza non è equo (cioè il banco, lo Stato, ha più
probabilità di vincere rispetto al giocatore) è stupido giocare. Ciò non vuol
dire che non si possa vincere, ma giocando sistematicamente ci comportiamo
come il folle che sceglie il primo vaso. Chi crede veramente che un numero in
ritardo abbia maggiori probabilità di uscire rispetto a un qualunque altro
numero è spacciato: è destinato a perdere gran parte delle proprie puntate. Il

174
giocatore che gioca a un gioco non equo può farlo a fondo perduto: punta una
somma modesta sperando di vincere una fortuna che cambi la sua vita. La
somma è buttata via: una carità fatta allo Stato nella speranza che quest’ultimo
sia riconoscente. Chi invece gioca sistematicamente nella speranza di trovare
un sistema che gli consenta di arricchirsi con piccole vincite periodiche è
sostanzialmente un pollo!

Lotto, roulette, Superenalotto ecc.

Nel Capitolo 5 abbiamo visto che quando un evento è indipendente da quelli


che l’hanno preceduto non conta la storia, quello che è successo prima. E
allora perché ci sono molti giocatori che sperano di sbancare il lotto o il
Superenalotto giocando sui numeri ritardatari sperando che questi abbiano più
probabilità di uscita degli altri? Risposta: perché non conoscono la statistica!
Quando il numero esce i media titolano: “il Lotto è stato sbancato”, ma lo
Stato, fingendo un tracollo, se la ride, considerando quanto ha incassato tutte
le volte che il ritardatario non è uscito. In altri termini:

è sciocco studiare il passato per ricavarne una regola per il presente quando
si sa che il presente è indipendente dal passato!

Questa regola vale per tutti coloro che si definiscono sistemisti di


Superenalotto, lotto, roulette ecc.
In una nuova estrazione ogni numero ha le stesse probabilità di uscita, sia
esso un ritardatario o uno appena uscito. Ricordiamo che un gioco non è equo
quando la vincita non è commisurata alla probabilità di vittoria, ma è inferiore
a quanto ci si aspetti applicando il calcolo delle probabilità. Se gioco un
numero al lotto su una ruota, la probabilità di vincita è uno su diciotto (cioè
5/90), ma la vincita è pagata solo 11 volte non 18. Se gioco il rosso alla
roulette, la probabilità di vincere è 18/37 (bisogna considerare lo zero), cioè
0,486, ma se esce il rosso la vincita è pagata il doppio della posta come se la
probabilità di vittoria fosse 0,5, una piccola differenza che assicura la
sopravvivenza del casino. La differenza alla roulette è più piccola rispetto al
lotto: entrambi sono giochi non equi, ma la roulette è più equa rispetto al
lotto.
Il gioco al raddoppio - È il banale metodo di puntare su un numero
ritardatario raddoppiando la posta se non esce (il gioco al rosso e nero della
roulette). Il tutto avrebbe un minimo di logicità se i fondi fossero infiniti:

175
quello che accade (e accade tanto più facilmente quanto più il gioco non è
equo) è che i fondi finiscono prima che il numero esca.
Il gioco sui ritardi - È la versione più sofisticata del precedente: si studiano i
ritardi e si elaborano sistemi basati sui numeri ritardatari. Ormai dovrebbe
essere chiaro che anche questo è votato al fallimento. Se si sente dire che
l’amico del tale vince regolarmente al lotto, ci si deve chiedere perché lavora
ancora: se il sistema funziona, non sarebbe più semplice vincere mille euro a
estrazione innalzando la posta piuttosto che lavorare tutti i giorni? Un esempio
di effetto risultato (ved. Capitolo 8): le vincite vengono sempre sbandierate ai
quattro venti, le perdite… beh, è meglio non dirle a nessuno.
Il gioco sulle combinazioni “più probabili” - Si studiano le estrazioni
precedenti e si crede di aver trovato delle regole: per esempio, non escono
mai numeri con “queste” caratteristiche; in realtà non si fa altro che scoprire
che l’uscita di certe combinazioni è poco probabile, ma l’errore consiste nel
ritenerla impossibile o comunque inferiore a quella reale.
Il gioco in società - Si gioca in società per giocare sistemi più complessi,
ritenendo psicologicamente di accrescere in modo significativo le probabilità
di vittoria. Se si gioca in dieci con parti uguali, le probabilità saranno
aumentate di dieci volte (si tenga però conto che magari da una su cento
milioni si passa a una su dieci milioni!), ma in caso di vincita, questa viene
divisa per dieci: praticamente non cambia nulla.
Moltissimi italiani giocano al Superenalotto; il grave è che pochissimi hanno
presente qual è la probabilità che una combinazione ha di vincere e sperano
tutti nella fortuna piuttosto che nella statistica. Giocare al Superenalotto senza
avere un’idea della probabilità di vincere è un classico errore di ignoranza
statistica. Come abbiamo visto (ved Capitolo 5, L’analisi combinatoria) tale
probabilità per una combinazione è di una contro 622 milioni circa.
Poiché si è ormai compreso che non ci sono numeri migliori di altri (perché
ritardatari o fortunati rispetto a qualche loro “collega”) la combinazione scelta
ha la stessa probabilità di uscita della seguente: 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - 6.
Giocheremmo la combinazione 1 2 3 4 5 6? Se rispondiamo “non uscirà mai”,
abbiamo anche decretato la morte di quella da noi scelta.

Il ragionamento del fumatore

Un esempio classico di negazione della statistica è il ragionamento del


fumatore, usato dai fumatori per negare i danni del fumo: “guarda Tizio, fuma
ed è campato fino a 80 anni!”. Ovvio che in quel momento dimenticano tutte

176
le migliaia di persone morte per cancro o per enfisema correlati al fumo!
Se chiamiamo il ragionamento per scelta errata su campione corretto
(scegliere un singolo esemplare non significativo del gruppo) il
“ragionamento del fumatore”, mi preme far notare come spesso tutti usiamo
tale ragionamento per evitare un coinvolgimento. Altri esempi:
•• fare sport? Guarda Tizio: è sedentario e sta benissimo.
•• Perdere i chili in più? Guarda Caio: è in sovrappeso e sta benissimo.
•• Fare un esame a scopo preventivo? Guarda Sempronia: ha fatto l’esame,
non risultava nulla e dopo pochi mesi le hanno scoperto un cancro al seno.

Usare il cervello per migliorare non significa avere certezze (ved. Capitolo 2,
L’illusione della certezza), ma “solo” aumentare le probabilità di
miglioramento. Curare ogni dettaglio che aumenti le nostre probabilità di
avere una vita migliore è un atto di amore verso sé stessi. Personalmente
trovo che sia anche piacevole curare i dettagli e lasciar ben poco al caso, al
destino o alla Provvidenza...

L’euristica dell’intuito
Anziché negare la statistica, alcuni preferiscono sostituirla con decisioni
istintive. In molte di queste decisioni si nota che il soggetto non tenta un
calcolo statistico (anche semplicissimo), ma si orienta verso i grandi numeri
che gli sembrano descrivere meglio il fenomeno, tentando di porre rimedio
alla sua ignoranza statistica.
Se, per esempio, deve estrarre una pallina nera e può scegliere fra un’urna
dove c’è una pallina nera su 10 e un’altra dove ci sono 8 palline nere su 100,
poiché 8 >1 ecco che incredibilmente sceglie la seconda urna, non sapendo
che così ha una probabilità minore di successo.
Un altro esempio è offerto dalla scelta del tipo di vettura. Su un depliant il
soggetto legge che scegliendo A ha 12 probabilità su 100 di avere problemi nei
primi tre anni. Sul depliant di un’altra marca legge che scegliendo il modello
B ha 2 probabilità su 10 di ricorrere all’assistenza nei due anni di garanzia.
Poiché 12 >2 conclude che A è peggio di B!

Il trucco delle percentuali relative


Si utilizza una descrizione statistica della realtà, corretta, ma fuorviante.

177
Riportando i risultati delle proprietà di determinati cibi in ricerche scientifiche
che riguardano la nostra salute, spesso si usa il trucco di utilizzare le
percentuali relative anziché quelle assolute. Lo stesso trucco è anche usato
per spingere l’uso di integratori, farmaci, sostanze varie: il farmaco X ha
ridotto del 50% il rischio di metastasi al polmone; analizzando il dato assoluto,
si scopre che il rischio è sceso dal 3 all’1,5% (quindi era comunque piccolo),
non granché se il farmaco in questione (stiamo parlando di un
chemioterapico) ha grossi effetti collaterali. Però parlare di una riduzione del
50% (relativa) è molto più d’impatto rispetto a dire che la riduzione è stata
dell’1,5% (assoluta).
Vediamo un altro esempio. Una ricerca studia un programma dimagrante su
un campione di 12 soggetti con sovrappeso medio di 8 kg; il programma non
funziona granché, ma non si può buttar via tutto il lavoro svolto. Allora la
trovata geniale: ricorriamo alle percentuali relative!
Il dimagrimento in sei mesi è stato di soli 0,8 kg. Detto così nessuno
investirebbe nell’idea. Ma proviamo a metterla in questo modo: il programma
in sei mesi ha ridotto il sovrappeso del 10%. Chi ha letto le righe precedenti
può ritenere che il dato è comunque deludente. Se però riflettiamo un attimo,
capiamo che chi ha ricevuto solo l’informazione del 10% rischia di “capirla
male” (mentre il dimagrimento di soli 800 g lo capiscono tutti!); c’è chi
penserà che si dimagrisce del 10% (peso 90 kg, in sei mesi arrivo a 81) e
aderirà entusiasticamente al programma!
Supponiamo di leggere il risultato di una ricerca che afferma che il consumo
regolare di una certa verdura diminuisce la percentuale di cancro alla vescica
del 27%. 27% è un dato numericamente molto bello, che resta impresso nelle
nostre menti e promuove la ricerca e l’alimento. Purtroppo di ricerche come
queste ce ne sono a centinaia, tant’è che dovremmo mangiare ogni giorno
centinaia di alimenti con il rischio di andare in netto sovrappeso e di morire
prima!
Analizziamo la nostra ricerca fittizia e cerchiamo di capire il trucco. I
ricercatori hanno seguito, magari per diversi anni, due gruppi, il gruppo A che
non assumeva l’alimento X e il gruppo B che invece lo assumeva
regolarmente. Al termine della ricerca scoprono che nel gruppo B la frequenza
del cancro alla vescica è inferiore del 27%. Ammesso che non ci siano altri
trucchi statistici, la trasmissione psicologica del messaggio ne risulta
esageratamente amplificata. Infatti, andiamo un po’ più in dettaglio e
chiediamo altri numeri. Scopriamo per esempio che entrambi i campioni
erano composti da 5.000 soggetti (un numero invero significativo per una

178
ricerca, i cui numeri di solito sono decisamente minori); nel campione A si
sono verificati nel periodo della ricerca (ripeto, anni) 24 casi di tumore alla
vescica, mentre nel secondo 17. È vero che 17 è il 27% in meno di 24, ma è
anche vero che il rischio assoluto è passato dallo 0,48% allo 0,34%. I
ricercatori avrebbero potuto usare anche le percentuali assolute, dicendo che
l’alimento X diminuisce il rischio assoluto di cancro alla vescica dello 0,14%.
Si converrà che è una percentuale irrisoria. Sul trucco delle percentuali
relative si basano gli studi sulla demonizzazione del colesterolo che hanno
posto le basi per un gigantesco abbaglio salutistico.
Ma c’è di peggio. Se voglio seguire gli effetti di un alimento X sulla
popolazione e mi accingo a studiare due campioni di 200 persone per diversi
anni, è ovvio che ottimizzo le mie energie se mi muovo su più fronti (cancro
alla vescica, allo stomaco, all’intestino ecc.), tanto i dati li ho tutti. Volete che
non trovi una patologia che nel campione di controllo è diminuita almeno del
25%? Il gioco è fatto: pubblico la ricerca dicendo che l’alimento X abbassa il
rischio della patologia Y del 25%.
Con questo trucco è nato il mito degli omega 3 (sicuramente utili, ma
sopravvalutati) che ha sostituito quello delle vitamine: gli eschimesi muoiono
meno per patologie cardiache perché gli omega 3 ne proteggono il cuore.
Peccato che si sia persa l’informazione che gli eschimesi hanno una più alta
mortalità per emorragia cerebrale perché gli omega 3 rendono il loro sangue
troppo fluido…
Alcuni studi comparsi su Lancet nel 1994 dimostrano che anche i medici sono
più inclini a prescrivere un farmaco i cui risultati sono mostrati in termini di
percentuali relative piuttosto che assolute.
Con un’analogia, nessuno di noi si limiterebbe a giudicare buono un affare in
base al risparmio relativo perché potrebbe essere minore in assoluto dei fastidi
e delle spese che devo sostenere per usufruire del risparmio. Dire che è un
ottimo affare il risparmio del 10% su un capo comprato all’ingrosso a Milano
piuttosto che in negozio a Pavia è scorretto. Infatti se il costo del capo è di 50
euro, “guadagno” solo 5 euro, decisamente meno del costo della benzina e del
mio tempo per spostarmi nel “centro di risparmio”.
Purtroppo molte fonti riportano solo le percentuali relative (continuando nella
nostra analogia, è come se una persona dicesse: “compra un paio di scarpe da
me, risparmi il 10%”, ma non dicesse il prezzo assoluto!): si deve imparare a
diffidare di chi non fornisce dati assoluti.

Il trucco del placebo


179
Uno degli esempi di come si possano stiracchiare i dati di una ricerca è dato
dall’uso del concetto di placebo. Nel Capitolo 5 abbiamo visto in dettaglio due
problemi legati all’analisi statistica dei dati. Sinteticamente, sono:

•• la dimensione del campione (quanto meno numeroso è il campione scelto,


quanto più ci si può aspettare che sia grande la deviazione dal comportamento
della popolazione);
•• l’incoerenza sperimentale (un campione è fra gli N possibili; ripetendo
l’esperimento con un campione diverso si possono trovare risultati diversi!).

Entrambe le situazioni vengono usualmente usate nella pubblicazione di


ricerche leggere ed è sorprendente che la comunità scientifica internazionale
accetti la pubblicazione di lavori tutto sommato di nessuna utilità.
Si supponga di studiare l’effetto di un farmaco X su una patologia. Molti
medici sostengono che in un numero non trascurabile di patologie non si può
escludere l’effetto placebo. Questa posizione va censurata: in effetti, un
esperimento dove esiste un effetto placebo non è condotto in modo ottimale.

Una ricerca scientificamente corretta mostra un risultato nullo per il


placebo. Se tale risultato non è nullo significa che le modalità di esecuzione
o di rilevamento dei dati non sono ottimali.

Supponiamo per esempio di provare l’efficacia di una pistola Smith &


Wesson 44 Magnum nel suicidio effettuato sparandosi alla tempia. Ammesso
di trovarlo, come gruppo di controllo, usiamo un campione dotato di una
pistola finta. Dubito che esista un effetto placebo per cui premendo il grilletto
della pistola finta si spappoli la testa del soggetto.
Non è necessario ricorrere a un esempio così estremo; basta pensare a un
veleno mortale e al suo antidoto: nessuno del gruppo di controllo cui è stato
dato un placebo si salverebbe!
Morale: l’effetto placebo esiste solo per fare un grosso favore a chi deve
arrivare a una conclusione avendo fra le mani una soluzione non ottimale.
Infatti, servendosi del placebo, è possibile non partire proprio da zero.
Il mascheramento - Anziché limitarsi a valutare la differenza con il placebo,

una ricerca seria dovrebbe preoccuparsi di annullare il placebo,


mascherandolo completamente.

180
Se per esempio voglio sapere se i figli aumentano la felicità della coppia, non
posso fare questa domanda direttamente, ma faccio riempire alle coppie un
questionario con tante domande, la domanda “quanti figli avete?” la metto
“normalmente” nell’anagrafica in modo che passi inosservata, poi per
esempio alla domanda 123 chiedo di giudicare il grado di felicità della propria
vita. A questo punto il soggetto non pensa nemmeno lontanamente che io
voglia correlare numero di figli e felicità e non c’è nessun condizionamento.
Purtroppo nella ricerca medica le tecniche di mascheramento spesso non
vengono nemmeno considerate, anzi! Non c’è tempo e aumenterebbero i costi
delle ricerche.
Non si maschera certo il placebo chiedendo al paziente “sta meglio”, “ha avuto
più o meno giornate negative da quando prende il farmaco” ecc.; è invece per
esempio “mascherante” la misurazione di un parametro clinico di cui il
paziente non conosce nemmeno il significato (ammesso che questo parametro
clinico non fluttui normalmente nella popolazione!).
L’effetto placebo infatti funziona anche se si sa di prendere un farmaco
inefficace. Un’équipe dell’Università di Harvard ha informato un gruppo di
pazienti che le loro pillole non contenevano nessun principio attivo; dopo tre
settimane, il 59% di loro ha dichiarato di sentirsi meglio contro il 35% del
gruppo di controllo. Un esperimento che mette la parola fine a tutte le ricerche
che prendono come parametro di miglioramento la “dichiarazione” del
soggetto.
Dovrebbe essere chiaro che l’importanza del placebo varia al modo di
condurre l’esperimento; nella ricerca medica sono state inventate modalità
come il doppio cieco che vorrebbero far credere che si riesca ad arrivare
all’effettiva realtà delle cose (per esempio il funzionamento di una terapia).
L’esistenza di placebo anche in presenza di esperimenti condotti in doppio
cieco rivela invece che si è ancora ben lontani dal valutare correttamente i
risultati di un esperimento. Vediamo il perché.

Il trucco

Vediamo prima un caso doloso.


Sono un ricercatore che deve assolutamente pubblicare qualcosa.

1. Esamino il farmaco A che so dare una buona positività su placebo (a causa


per esempio del tipo di patologia che tratta).

181
2. Faccio un bell’esperimento su due gruppi “randomizzati” opportunamente;
gruppo A 22 positivi, gruppo B (placebo) 18 positivi; il farmaco batte il
placebo con p=0,21 (in altri termini, la statistica mi dice che c’è ben il 21% di
probabilità che il farmaco risulti migliore del placebo per puro caso). Non ci
siamo, troppo incerto.
3. Ripeto l’esperimento: gruppo A 24 positivi, gruppo B 15 positivi; il farmaco
batte il placebo con p=0,05. Pubblico la ricerca.
4. Il medico Mario Rossi legge la ricerca e si convince che “sicuramente” il
farmaco funziona.

Occorre capire che, riguardo all’efficacia, sia il placebo che il farmaco hanno
una loro curva di distribuzione, basta trovare l’esperimento in cui le due curve
danno risultati in controtendenza e il gioco è fatto: il farmaco sembra
funzionare. In ogni caso, questa scelta ha amplificato il reale funzionamento
del farmaco. Senza questa consapevolezza è del tutto ingenuo pensare che

se il farmaco fa qualcosa più del placebo, funziona!

Lasciando perdere il dolo, è ovvio che la situazione soprariportata avviene


normalmente anche solo “per colpa” del ricercatore che esegue UN solo
esperimento (di solito per ovvi motivi di costi e di tempi), non valutando
minimamente quali possano essere le distribuzioni del placebo e del farmaco
(per esempio nel caso soprariportato eseguendo 10 volte l’esperimento si può
scoprire che l’efficacia del placebo varia da un minimo di 8 a un massimo di
24).
Ovviamente il trucco del placebo è tanto più efficace quanto più il campione è
piccolo perché all’incoerenza sperimentale si somma il problema della
dimensione del campione (ammesso e non concesso che sia veramente
randomizzato: se studio la popolazione “italiani”, statisticamente, sarebbe
necessario un sorteggio su tutta la popolazione, senza accontentarmi di
volontari che “sembrano” rappresentativi della popolazione!).

La fallacia dell’accusatore
Molti si chiedono se sia giusto o meno archiviare dati della popolazione come,
per esempio, impronte digitali o DNA; a parte problemi di privacy,
sembrerebbe ovvio il vantaggio a livello della sicurezza dei cittadini perché
sarebbe un forte deterrente a commettere reati, complicando la vita ai

182
malviventi.
In realtà si scopre che tali pratiche possono aver senso solo nel caso in cui la
società sia sufficientemente preparata. Negli Stati Uniti molte sentenze sono
state annullate a sorpresa proprio perché giudici, avvocati e giuria erano stati
vittime di un errore molto comune, la fallacia dell’accusatore. È evidente che,
se anche i media cadono in questo tranello razionale, i danni possono essere
devastanti.
Provate questo semplice test. Tutti i cittadini sono schedati e la polizia può
consultare il database delle impronte digitali. Viene commessa una rapina
dove ci scappa il morto. Sul luogo della rapina la scientifica rileva una serie di
impronte, buone, ma non perfette. Con i metodi che attualmente la scienza
mette a disposizione, si stabilisce che corrispondono a quelle di Mario Rossi,
essendoci 1 probabilità su 50.000 di concordanza nella popolazione. Rossi ha
precedenti per furto, così la squadra speciale arriva nella casa di Rossi, sfonda
la porta e lo arresta mentre, comodamente seduto in poltrona, sta guardando
la puntata settimanale del Grande Fratello (solo per questo merita l’ergastolo).
Rossi non ha alibi, si va al processo dove voi fate parte della giuria. In fondo,
anche se i precedenti non dovrebbero contare e il fatto che non abbia alibi
non è certo sufficiente a giudicarlo colpevole, ha solo 1 probabilità su 50.000
di essere innocente! Quindi lo condannate. Come voi fanno gli altri membri
della giuria e Rossi finisce in carcere con 20 anni da scontare, colpa anche di
un avvocato difensore completamente a digiuno di statistica. In carcere Rossi
conosce un detenuto che ha letto questo libro e che lo convince a ricorrere in
appello (con un altro avvocato). Rossi viene prosciolto. Perché?
I giurati sono incorsi nella fallacia dell’accusatore: hanno scambiato la
probabilità di concordanza con la probabilità di non essere colpevoli in caso
di concordanza!
In appello, l’arringa che ha portato all’annullamento del precedente processo è
stata qualcosa del genere: “l’accusa vi ha ingannato facendovi credere che la
probabilità di non essere colpevole fosse solo 1 su 50.000 mentre è molto più
alta. Infatti nella nostra città di 5 milioni di abitanti, quanti sono quelli il cui
riscontro parziale delle impronte avrebbe verificato quelle trovate sul luogo
del delitto? Poiché la probabilità è 1 su 50.000 abbiamo che ben 100 persone
potevano essere accusate. La polizia le ha forse verificate tutte? Oppure si è
avventata sul primo malcapitato con precedenti? In assenza di altri fattori, ci
sono 100 sospettati, quindi la probabilità che il mio cliente sia innocente non è
1 su 50.000, ma bensì 99 su 100!”.
La locuzione “fallacia dell’accusatore” risale a due astuti avvocati (Thompson

183
e Schumann) che smontarono le accuse di uno statisticamente ignorante vice-
pubblico ministero che si rivolse così alla giuria: “supponiamo che l’imputato
abbia lo stesso gruppo sanguigno del colpevole e che il 10% della popolazione
rientri in questo gruppo. Se l’imputato fosse innocente avrebbe il 10% di
probabilità di appartenere al gruppo e quindi, se vi appartiene, la probabilità
che sia colpevole è del 90%”. L’incredibile svarione nasce proprio dal fatto
che l’accusatore confonde la probabilità della concordanza con quella della
non colpevolezza in caso di concordanza.
Come suggerisce Gigerenzer (e raziologicamente il consiglio è validissimo),
basterebbe che le persone, invece di ragionare in termini di probabilità,
ragionassero in termini di frequenze relative per non incorrere nell’errore:
ogni dieci persone una presenta il gruppo sanguigno del colpevole, quindi ci
sono (se la popolazione potenzialmente coinvolta nel delitto è di un milione di
persone) 100.000 persone che potrebbero essere colpevoli!

Errore della classe di riferimento


La scelta di una classe di riferimento non appropriata (o la mancanza di
specificazione) inficia la decisione presa in chiave statistica.
Nel Capitolo 5 (Definizione empirica) abbiamo visto che, affinché una
definizione empirica di probabilità sia corretta, occorre anche fissare una
classe di riferimento. L’esempio colà fatto mostrava che sorprendentemente
uno stesso soggetto aveva una probabilità diversa di morire in un incidente
stradale cambiando classe di riferimento.
L’errore della classe di riferimento si ha quando quest’ultima è talmente
fuorviante da rendere poco significative le conclusioni. Si considerino per
esempio questi dati sulla popolazione italiana: la vita media (2005) delle
italiane è di 83,3 e quella degli uomini è di 77,4.
Un tale dato tiene conto del comportamento salutistico medio (per esempio le
trasgressioni salutistiche negli uomini sono molto maggiori che nelle donne,
anche se la forbice si sta restringendo ciò giustifica almeno parzialmente la
differenza di vita media di quasi sei anni), non è affatto detto che per soggetti
molto lontani da esso si possano trarre conclusioni sensate. Per esempio, per
un soggetto affetto da grave tossicodipendenza i dati sono sicuramente
ottimistici; così come per un soggetto con uno stile di vita ottimo e tranquillo
sono sicuramente sottostimati.

184
Errori affettivi
Praticamente ogni personalità critica (ved. Capitolo 3, La rivoluzione del
Well-being) può dar origine a una serie di gravi errori raziologici. Di seguito
evidenziamo quelli più comuni, legandoli alla rispettiva personalità.

Errore d’irrazionalità
Tipico della personalità irrazionale e, a volte, di quella semplicistica.
Vengono prese assiomaticamente per veri, per fondati, concetti che
razionalmente non hanno fondamento. Vediamone alcuni.

L’astrologia

L’astrologia è disciplina amata soprattutto da chi non riesce a gestire


completamente le sfaccettature della realtà e cerca di semplificarla in schemi
molto elementari, riconducendo tutto a uno o a pochi parametri essenziali. Si
direbbe quindi una disciplina tipica della personalità semplicistica. In realtà è
spesso presente nella personalità irrazionale perché si tratta di una soluzione
razionalmente scorretta alla comprensione del mondo.
C’è chi pensa che il nostro stato dipenda esclusivamente dall’alimentazione,
chi ritiene che tutto dipenda dal sesso, chi dall’amore ecc. È ovviamente facile
semplificare, credendo di aver capito tutto; le cose funzionano finché non ci si
trova di fronte a difficoltà non quotidiane; a questo punto, anziché cercare di
capire le cose in profondità, ci si abbandona al proprio modello semplificato
di vita, allontanandosi dalla realtà e dalla verità. Ciò che porta l’astrologia più
nel campo degli irrazionali che dei semplicistici è che gli esempi che abbiamo
soprariportati hanno almeno qualche connessione con la realtà; nel caso
dell’astrologia il legame con la realtà è nullo.
Partiamo da dati inconfutabili; i segni astrologici sono dodici e gli italiani circa
sessanta milioni. Ci sono perciò circa cinque milioni di italiani che
appartengono al segno dei Gemelli. Mi sembra logico pensare che di questi
cinque milioni molti avranno una vita felice e altri una vita triste, alcuni
avranno oggi una giornata felice e altri una giornata triste, molti una giornata
neutra ecc. Dopo questa considerazione che senso ha leggere il proprio
oroscopo sul giornale? Nonostante le frasi dell’oroscopo siano studiate per
essere ambigue e valere nel maggior numero di casi possibile, è chiaro che

185
non si può applicare a un insieme così vasto di individui una classificazione
così elementare come quella dei dodici segni. Infatti, gli stessi esperti di
astrologia ci dicono che occorre andare oltre e considerare l’ascendente.
Difficile crederci. Forse che i quattrocentomila italiani che hanno lo stesso
segno e lo stesso ascendente dell’uomo più ricco d’Italia hanno la stessa vita,
lo stesso carattere, le stesse capacità ecc.? A questo punto occorre considerare
anche altre finezze (la posizione dei vari pianeti ecc.) e anche l’astrologo sarà
costretto ad ammettere che l’astrologia dà un’indicazione del carattere della
persona, ma poi contano anche gli avvenimenti dell’esistenza, le condizioni di
partenza, le influenze sociali ecc. Alla fine si fa un gran lavoro su stelle e
pianeti per non essere sicuri di nulla, senza aver spiegato razionalmente
perché per esempio la posizione di Giove in un tal punto debba produrre certi
effetti. Si accetta per fede irrazionale.
La cosa più assurda è che chi si occupa di astrologia di solito tratta aspetti del
quieto vivere e sembra che i maggiori dolori che possano capitare siano quelli
sentimentali: sostanzialmente sono persone che non conoscono il vero dolore:

l’astrologia è un insulto a chi soffre veramente.

Nelle previsioni astrologiche non c’è mai nulla di drammatico, anche se


purtroppo nella vita sono proprio i momenti di dolore che ognuno di noi
vorrebbe essere in grado di prevedere. Se volete imparare a sorridere
dell’astrologia provate a leggere le previsioni per un segno per un certo
periodo e chiedetevi che cosa ne penseranno quelli a cui capiterà l’esatto
contrario in chiave decisamente negativa: “Il prossimo sarà un anno pieno di
salute per il Leone”. Tutti i nati sotto il segno del Leone a cui verrà
diagnosticato un cancro non potrebbero far causa all’astrologo?

La magia

Purtroppo ci sono migliaia di persone che quotidianamente si rivolgono ai


maghi per risolvere i problemi della loro vita. Se un mago fosse veramente in
grado di predire il futuro, che bisogno avrebbe di lavorare? Potrebbe vincere
ogni settimana al Superenalotto o scommettere sull’esito dei match di pugilato
dopo aver letto il futuro dei due contendenti. Questa semplice considerazione
dovrebbe far capire che ci si può rivolgere a un mago solo per disperazione,
ma la disperazione non aiuta certo a risolvere i problemi. Quando una persona
dice di essere un mago e indovina un evento futuro, subito coloro che

186
credono nella predizione del futuro cadono in estasi, ma perché di fronte al
numero di un grande prestigiatore non parlano di magia e pensano subito che
deve esserci un trucco?
Esistono molti trucchi che i maghi usano per “predire” avvenimenti ai loro
clienti. Alcuni sono dolosi (come l’osservazione, visiva e sonora, dei clienti
nelle sale d’aspetto), altri semplicemente psicologici: ogni persona dotata di
fine acume psicologico, osservando il cliente, la sua gestualità, facendolo
parlare, può, rimanendo nel vago, farlo convergere verso la convinzione di
essere a conoscenza del suo passato e di poter prevedere il suo futuro.
Gran parte della popolarità dei maghi si basa infine sull’effetto risultato (ved.
più avanti, Errori acquisitivi).

La superstizione

A differenza che nella magia e nei riti magici (anche se per situazioni comuni
c’è spesso confusione nell’attribuzione), nella superstizione e nei riti
scaramantici lo stesso soggetto sa che la sua decisione non ha nessun
fondamento razionale, ma preferisce affidare la propria vita a un rito piuttosto
che affrontare la realtà. Si potrebbe obiettare che portare sempre un anello in
ogni occasione importante (esame, colloquio di lavoro ecc.) non può certo far
male; ci sono situazioni cioè in cui la superstizione sembra non essere
dannosa. Ma se si riflette attentamente, si scopre che l’individuo superstizioso
viene comunque limitato: il giorno che si troverà per caso ad affrontare un
imprevisto importante e non avrà l’anello, si convincerà che sicuramente tutto
andrà male.
Occorre notare la differenza con il rito magico: nel rito scaramantico il
soggetto non ha “certezza” del suo operato, mentre nel rito magico questa
certezza irrazionale esiste: se venerdì 17 non esco di casa perché sono certo
che, se lo facessi, mi succederebbe qualcosa di spiacevole, non sto ubbidendo
a un rito scaramantico, ma piuttosto a un rito magico. Nella magia il livello di
razionalità è minore, quasi azzerato, rispetto alla generica superstizione.

Errore romantico
Tipico della personalità fobica. Si decide in base ai sentimenti, privilegiandoli
alla ragione. Si può descrivere sinteticamente l’errore romantico, dicendo che
il soggetto rifiuta la gerarchia di Albanesi (ved. Capitolo 3).
Di fatto, molte persone non la rifiutano in toto, ma sono solite lasciar

187
prevalere i sentimenti in casi comunque non ben definiti, semplicemente
perché “sentono” che “qualche volta la ragione deve cedere il passo”, che “la
ragione non può spiegare tutto” (ma non per questo si dovrebbe ricorrere alla
“certezza” dei sentimenti, sarebbe più razionale sospendere il giudizio!) ecc.
L’errore romantico ha ricadute tanto più gravi quanto più si è coinvolti nella
decisione; non per niente di una persona innamorata si dice che ha perso la
testa. Senza testa spesso si fa una brutta fine.

Errore fobico
Tipico della personalità fobica. Si decide in base alla strategia di evitare
l’evento più negativo, a prescindere dalla sua probabilità di verificarsi. Ne è
un tipico esempio l’errata applicazione del cosiddetto principio di
precauzione.

Il principio di precauzione

Il principio di precauzione è una norma in materia di sicurezza dell’ambiente


che afferma che ove vi siano minacce di danno serio o irreversibile, l’assenza
di certezze scientifiche non deve essere usata come ragione per impedire che
si adottino misure di prevenzione della degradazione ambientale.
In realtà tale norma è un sottocaso del più generale principio di precauzione
che le persone troppo prudenti applicano spesso:

se una cosa può far male, evitala!

Esiste una profonda differenza fra la norma (fra l’altro ratificata dall’Unione
Europea) e il suo stravolgimento pratico che è stato portato avanti dai
movimenti ambientalisti.
Infatti la norma stabilisce che il non essere certi (scientificamente) che X fa
male non deve impedire di adottare precauzioni nel maneggiare X. L’arbitraria
estensione arriva a negare X perché potrebbe far male.
Un esempio classico (slegato dall’ambiente) può essere quello del fucile.
Il principio di precauzione adottato correttamente porta, non sapendo se un
fucile è carico o meno, a maneggiarlo sempre con cura, mai puntandolo, per
esempio, verso un’altra persona, nemmeno per gioco. L’adozione errata del
principio è invece il rifiuto di maneggiare il fucile perché potrebbe nuocere.

188
Errore di patosensibilità
Tipico dei patosensibili. Il giudizio morale altera la razionalità della scelta.
Un caso particolare di errore di patosensibilità è l’argumentum ad
misericordiam, nel quale è la pietà che forza la decisione: X è presentato in
modo da indurre pietà, quindi X è buono.
Un esempio molto discusso dai neuroscienziati è il seguente.
Primo scenario. Un vagone ferroviario sta procedendo verso cinque persone
che saranno uccise dall’impatto. Hai la possibilità di azionare una leva che
devierà il treno verso un binario morto dove ucciderà una persona. Che fai?
Azioni la leva?
Secondo scenario. Non hai la leva a disposizione perché stai osservando la
scena da un ponte insieme a un uomo molto corpulento. Intuisci che buttando
l’omone giù dal ponte devieresti il vagone e salveresti le cinque vite. Che fai?
Lo butti?
Ho letto diverse versioni di questo dilemma e francamente devo dire che è
sconfortante vedere non come ragiona male la gente comune, ma come
ragionano male scienziati o presunti tali, a riprova che la razionalità manca
spesso anche a loro. A dire il vero, ho notato che la mancanza di razionalità è
maggiore dove più alta è la componente filosofica dello scienziato. Per
esempio, J. Greene (Princeton University) ritiene del tutto normale che si
azioni la leva nel primo caso e non si butti l’omone nel secondo perché le
nostre emozioni diventano predominanti nella decisione. L’errore di Greene è
pensare che “per tutti è così” (ved. più avanti, Errore di generalizzazione). In
realtà, esperimenti successivi (fra cui alcuni condotti dallo stesso Greene)
hanno mostrato che in alcune persone (non patosensibili) si ha un’attivazione
di una parte del cervello che sovrasta la primitiva scelta emozionale e l’omone
viene fatto volare giù “perché una vita persa è meglio che perderne cinque”.
Greene e i sostenitori dell’intelligenza emozionale sostengono che il tempo
comunque più lungo per decidere di buttar giù l’omone rispetto a quello di
azionare la leva sia la prova che “comunque le emozioni intervengono”. In
realtà non considerano che la motivazione di quel tempo più lungo risiede
banalmente nel fatto che un soggetto razionale valuta sempre le conseguenze
del suo gesto, non solo come risultato esterno finale (cinque vite contro una),
ma anche a livello personale con domande del tipo: “cosa mi accadrà se
uccido direttamente una persona, anche per salvarne cinque?”.
In realtà, ciò che è rilevante è che i soggetti razionali hanno applicato la
gerarchia di Albanesi (ved. Capitolo 3) e hanno comunque deciso di buttar

189
giù l’omone o di non buttarlo per le eventuali ripercussioni legali su di loro:
se per esempio fra i cinque da salvare ci fosse una persona amata,
aumenterebbe a dismisura la percentuale dei razionali che, legge o non legge,
butterebbe giù l’omone.

Errore di semplificazione
Tipico, ma non esclusivo, della personalità semplicistica. È causato dal
cercare un modello di descrizione della realtà troppo semplificato, dove tutto è
ricondotto a pochi concetti di solito banali e facilmente comprensibili. I dati
dell’esperienza vengono spesso volutamente ignorati in favore della visione
semplificata dell’ambiente in cui ci si muove. È una generalizzazione della
classica falsa dicotomia: esistono solo il bianco o il nero; X non è bianco
quindi è nero.
È nota la fallacia naturalistica: “tutto ciò che è naturale è buono!”,
dimenticando le moltissime sostanze naturali nocive e che anche cose
naturalissime come il sole o l’acqua (fenomeno dell’iponatriemia) possono
fare malissimo.

La monocausa

Chiunque voglia raggiungere una buona qualità della vita non può
prescindere da una propria valutazione di ciò che lo circonda. Uno degli errori
di gestione dell’esistenza che sembrano essere oggi di moda è la monocausa,
cioè

la soluzione di ricondurre ogni problema a una sola causa,

quasi che la realtà si potesse descrivere tutta con una sola semplicissima
equazione. Lo si fa sul lavoro, lo si fa negli affetti, nel tempo libero: chi è
affetto da monocausite cronica tenderà sempre a ridurre tutto a un unico
maledetto problema.
Le cause della monocausa sono principalmente due:

•• il desiderio di semplificazione (tipico per esempio della personalità


semplicistica); riguarda quei soggetti che, per ignoranza o per pigrizia, non
riescono ad andare in profondità, che vorrebbero semplificare la vita oltre
misura.

190
•• La sovrastima di un fattore; riguarda soprattutto chi ha una personalità che
tende all’estremismo (romantici, paurosi, mistici ecc.).

Quando la causa può essere trasformata in un oggetto d’amore, ecco che


nasce la strategia del monoamore: per essere felici basta X perché i problemi
del mondo nascono dalla mancanza di X o comunque possono essere superati
grazie a X stesso.
A volte la monocausa può trasformarsi in vere ossessioni verso l’obbiettivo
che è visto come “causa di tutto”.

Errore di importanza
Tipico dei sopravviventi (ma presente anche in svogliati, apparenti, violenti
ecc.). Per sopravvalutare la propria realtà si altera l’importanza di fattori che ci
circondano.
Chi vuole uscire dalla propria mediocrità spesso dà importanza a pochi fattori,
i suoi (quelli cioè dove è “importante”), nell’illusione che abbiano un’elevata
importanza oggettiva.
È sorprendente come, spesso, l’errore di importanza sia legato al tentativo di
mutare la realtà a proprio favore: si dà rilievo a fattori insignificanti che però
“migliorano” la nostra posizione nell’ambiente in cui ci muoviamo. In questo
modo ci si illude di comprendere e dominare il mondo.

Meglio Marilyn Monroe vestita di stracci che una vecchia megera con un
abito firmato.

La frase riportata sopra riguardante Marilyn (potevamo usare un altro sex


symbol, ma il mito di Marilyn è ormai immortale) spiega perfettamente
l’errore: quante donne (anche gli uomini ovviamente lo fanno) prestano
attenzione a particolari insignificanti nel tentativo di gareggiare in bellezza o in
fascino con chi è naturalmente più bella o più elegante? Immaginiamoci la
scena: due donne sui quaranta che non erano state belle nemmeno a venti,
devastate dalla cellulite e con venti chili di troppo, ma vestite con un bell’abito
firmato e perfettamente truccate (i loro plus) e Marilyn che entra nella sala
della festa. Le due donne la guardano e commentano: “Come si fa a venire a
una festa come questa con un abito acquistato al supermercato? Guarda poi
quella collana di bigiotteria e non si è nemmeno dipinta le unghie delle mani!
E quelle scarpe poi... come stonano con il vestito!”. Le critiche si sprecano

191
mentre gli occhi degli uomini si spostano sempre più su Marilyn (gli uomini
non guardano le unghie delle mani!). Le due cozze se ne accorgono e una
delle due dice all’altra: “Ma che cosa avrà più di noi quella sciattona?”. L’altra
analizza la situazione e conclude convintissima: “Non è che una donna di facili
costumi e gli uomini sono così stupidi da correrle dietro”.

Errore di partigianeria
Non sapendo spiegarsi un fenomeno, lo si associa irrazionalmente, “con
certezza”, a una delle cause ipotizzate. Può appartenere a personalità
irrazionali, mistiche o violente (il termine partigianeria indica infatti la
volontà di imporre la propria posizione, anche in presenza di altre
ragionevoli).
Un esempio particolare di errore di partigianeria è l’argumentum ad
ignorantiam, cioè un ragionamento di questo tipo: nessuno ha mai provato
che X è falso, quindi X è vero; per esempio nessuno ha mai provato con
certezza che Dio esiste, quindi Dio non esiste.
Porteremo due esempi che ne descrivono la genesi e indicano come possa
essere facile incorrervi.

L’effetto tunnel

Secondo la fisica classica, una particella può superare una barriera energetica
di altezza V solo se possiede un’energia E maggiore di V; invece, secondo la
fisica quantistica, se la barriera non ha uno spessore infinitamente grande,
l’onda associata alla particella può emergere al di là della barriera con
probabilità non nulla. Anche se la probabilità è piccolissima, se le particelle
sono numerosissime, qualcuna attraverserà la barriera (effetto tunnel). Il
principio ha applicazioni pratiche; per esempio, nel microscopio a scansione a
effetto tunnel e nel diodo tunnel. Trasformando il tutto in un esempio
concreto, se lancio una palla contro un muro la palla può attraversare il muro
(senza abbatterlo). La probabilità che ciò accada è una su 1030, cioè
praticamente nulla, ma c’è.
L’effetto tunnel può servire come esempio per spiegare l’errore di
partigianeria, tanto comune quando si parla di soprannaturale: quando ci si
trova di fronte a un fenomeno senza una chiara spiegazione non si può
attribuirlo alla causa che noi auspichiamo, confondendo l’incapacità di
spiegarlo con la prova del soprannaturale.

192
Infatti, quotidianamente, esistono in tutto il mondo casi in cui un’entità ha a
che fare con una barriera di potenziale (il muro del nostro esempio, ma anche
le pareti di una tazzina di caffè ecc.). Supponiamo che, in un certo giorno, in
una certa parte del mondo, un bambino riesca, per quella piccolissima
probabilità, a far passare la palla attraverso il muro. La maggioranza delle
persone griderebbe al miracolo! Invece l’effetto tunnel spiegherebbe tutto e
dimostrerebbe che

non bisogna confondere un miracolo con la propria ignoranza a spiegare le


cause di un fenomeno.

Se un uomo del Duemila fosse vissuto mille anni prima di Cristo, sarebbe
riuscito a far credere a tutti di essere un grandissimo mago!
L’emotività e la voglia di credere in qualcosa (religione, magia, extraterrestri)
fanno cioè scartare altre ipotesi a favore di quella desiderata. La scienza ha
spiegato molti fenomeni soprannaturali (si pensi al terrore dei popoli
primitivi di fronte alle eclissi); fra mille anni probabilmente ne spiegherà altri,
dimostrando la nostra attuale ignoranza. D’altra parte ci sono persone che
sono subito pronte a credere all’interpretazione a loro più cara, a quella che è
loro più comoda, a quella che “sentono” giusta ecc. Queste persone stanno
alla verità come un linciaggio sta alla giustizia e alla legge; infatti sono animate
dalla stessa carica emotiva con cui nel vecchio West si linciava un probabile
colpevole. Di fronte a un fenomeno che non capiscono, esse sono pronte a
dare subito una spiegazione che marcia nella loro direzione. È bene ricordarsi
sempre degli enormi cerchi tracciati nei campi di grano da una banda di
burloni. Quando furono scoperti, molti ufologi asserirono con enorme
eccitazione che si trattava di una chiara manifestazione della presenza degli
alieni sul nostro pianeta. Poi, quando si seppe la verità, che figura!
Ovviamente questo errore non colpisce solo gli individui più emotivi e
irrazionali. Altri esempi sono rappresentati dallo scienziato che, volendo a tutti
i costi dimostrare una sua tesi, interpreta a suo modo i dati sperimentali o,
nella vita comune, dall’attribuzione con estrema sicurezza di un fenomeno a
una causa scelta fra le tante possibili. Si pensi poi a un cane che al mattino
saluta con estremo affetto il suo padrone che va al lavoro; proprio quella
mattina il padrone ha un incidente stradale e muore. Al funerale, la moglie,
vedendo il cane triste, dice a tutti i parenti che la povera bestiola aveva
presagito la scomparsa del marito. Chissà quanti cani fanno festa al loro
padrone che va al lavoro senza per questo “condannarlo a morte”!

193
Se sintetizziamo gli esempi fatti, alla base dell’errore di partigianeria c’è
spesso una volontà troppo forte di perorare un’idea: per noi “deve” essere
così e ci “dimentichiamo” delle altre possibilità.

I miracoli

I miracoli esistono? Per l’uomo razionale questa è una domanda priva di


senso, come lo è chiedere prove razionali dell’esistenza di Dio. Si può credere
ai miracoli per fede, ma nessuno può sostenere che un certo evento è
miracoloso solo perché non se lo sa spiegare. Non è possibile affermare che i
miracoli esistono come non è possibile negarlo. Di fronte a un fatto
inspiegabile non si deve gridare ingenuamente al miracolo, anche se fra le
possibili spiegazioni ci può essere il miracolo. Si deve continuare a indagare...
Padre Pio - Qualche anno fa i media diedero ampio risalto alla
canonizzazione di Padre Pio da Pietrelcina. L’aspetto sconcertante della
notizia fu la motivazione: la guarigione di un bambino affetto da meningite
fulminante dopo che il frate gli era apparso in sogno. Guarigione che la
medicina (scienza) ufficiale non riesce a spiegare. Stessi discorsi si fanno
ogniqualvolta la Chiesa deve canonizzare qualcuno. Per capire l’infondatezza
di simili ragionamenti dal punto di vista statistico, riporto un’analisi ripresa da
un testo di Pierluigi Odifreddi (che a sua volta cita un libro di Maurizio
Magnani, Spiegare i miracoli). L’analisi non è solo una spiegazione del
fenomeno dei miracoli, ma può essere usata anche come critica alle medicine
alternative che vantano successi sporadici contro questo o quel cancro. A
parte il fatto che ci sono persone convinte di essere guarite da un cancro solo
perché la scienza ufficiale aveva ventilato fra le varie possibilità della loro
sintomatologia anche un tumore (ma il tumore non era mai stato dimostrato:
non prendono nemmeno in considerazione che l’ipotesi fosse errata,
preferendo credere di essere miracolosamente guariti grazie magari a un
improbabile “ribilanciamento energetico interno”), è interessante notare il dato
scientifico che molti non conoscono che ci dice che su 10.000 tumori uno,
misteriosamente (d’altra parte non si conoscono ancora le cause del tumore),
guarisce.

A Lourdes in questi anni sono andati circa 300 milioni di pellegrini.


Di questi, circa 20 milioni erano malati gravi.
La Chiesa ha accertato esattamente 66 miracoli avvenuti.
L’incidenza è di circa 1 su 300.000 (0,00003%).

194
L’incidenza di remissione spontanea dal cancro è di circa 1 su 10.000
(0,0001%).

Domanda: la Madonna di Lourdes è veramente miracolosa? Dopotutto è circa


30 volte più difficile guarire visitandola che rimanendo a casa.
San Gennaro - Il miracolo di San Gennaro è a mio avviso una delle forme in
cui la religione e la superstizione si fondono. Non si tratta di fede perché se
così fosse allora non si capisce perché non credere a fenomeni analoghi di
altre religioni. La stessa Chiesa (ma non lo dice ai fedeli) è scettica sul
miracolo, ma fa di tutto per lasciarlo credere. La spiegazione fisica più
semplice è quella sulla tissotropia:

i materiali tissotropici diventano più fluidi se sottoposti a una sollecitazione


meccanica, come piccole scosse o vibrazioni, tornando allo stato precedente
se lasciati indisturbati.

Miracoli o statisticità?

Un esempio ancora più complesso, riferitomi con stupore da chi l’ha vissuto.
Un’auto con a bordo alcuni giovani procede nella notte. A un certo punto si
trova davanti un’altra vettura che procede molto lentamente. Poiché più avanti
c’è un incrocio, il guidatore dell’auto dei ragazzi deve rallentare, non senza un
pesante commento sulla lentezza del veicolo che precede. Appena prima
dell’incrocio, il guidatore decide di superare l’auto, ma, proprio mentre si
accinge a farlo, passa velocissima davanti alla macchina dei giovani (che
avrebbe dovuto fermarsi al segnale di stop) un’altra auto.
I giovani passano l’incrocio, ma subito pensano che se non ci fosse stata
l’auto lenta davanti a loro, si sarebbero schiantati allo stop. Un giovane si
volge per cercare l’auto che li ha “salvati”, ma non ne scorge i fari. I giovani
decidono di invertire la marcia e di tornare indietro per vedere che fine ha
fatto la macchina. Procedono per un paio di chilometri, verificando la
presenza di stradine laterali, nessuna traccia. Il giorno dopo sui giornali,
nessuna notizia di una macchina uscita di strada. I giovani concludono che il
loro “angelo custode” li ha salvati.
Vediamo quante forzature sono presenti in questo racconto.

1. Non è detto che se non ci fosse stata la macchina lenta ci sarebbe stato
l’incidente; anzi è molto probabile che l’auto dei giovani sarebbe passata

195
qualche secondo prima allo stop, evitando l’impatto oppure che, senza l’auto
lenta davanti, il guidatore avrebbe comunque visto l’auto che procedeva sulla
strada principale.
2. Quanto tempo è passato, prima che i giovani decidessero di fare inversione,
tornando al punto di svolta della strada per cercare l’auto lenta che aveva
svoltato in direzione opposta alla loro? 20”, un minuto, due minuti?
Supponiamo che l’auto lenta, una volta svoltata (era lenta perché sapeva dello
stop), si sia data una mossa e abbia iniziato a procedere a 70 km/h. In un
minuto avrebbe avuto più di un km di vantaggio; se i giovani la inseguivano a
100 km/h, ci volevano almeno 3 km per raggiungerla. Quindi se i giovani si
sono fermati dopo due... Da considerare il fatto che procedendo a 100 km/h
nella notte è possibile non aver visto stradine laterali il cui imbocco è nascosto
da cespugli. Se del resto procedevano lentamente per cercare le stradine
laterali, è chiaro che il ricongiungimento diventava impossibile.
3. Il giovane che si è voltato per cercare l’auto lenta non ha visto nulla.
Ammesso che lo abbia fatto 10” dopo aver svoltato, l’auto lenta era ormai a
100 m circa, quindi un piccolo banco di foschia, luci non particolarmente
funzionanti ecc. potrebbero spiegare la sua mancata visione. La mancata
visione sarebbe semplicemente il risultato di eventi statisticamente probabili.

Chi ha compreso lo spirito con cui è stato descritto il fatto arriverà subito a
concludere che fra i milioni di avvenimenti che ci accadono nella vita è
possibile che ne accadano anche di poco, pochissimo probabili: del resto la
gente spera di fare sei al Superenalotto (una probabilità su 622 milioni) e poi
si stupisce se, fra i miliardi di fatti che le accadono attorno, ce n’è uno
“impossibile” (in realtà, altamente improbabile).
Chi è incline a credere a miracoli, fantasmi, misteri dell’occulto ecc. in genere
ha una scarsissima conoscenza della statistica (come chi crede nei miracoli) e
tende a cadere vittima dell’errore di partigianeria. Per sottolineare questo
aspetto propongo di sostituire almeno la parola “miracolo” con statisticità,
dove per statisticità si intende il verificarsi di un evento poco probabile (per
esempio trovare viva una persona sotto le macerie provocate da un terremoto
dopo dieci giorni dal sisma).

Errore di stasi
Tipico della personalità dell’indeciso. Non sapendo decidere su una
proposizione sulla quale prima o poi dovremo prendere una decisione, si

196
tende a sospendere il giudizio, continuando a oscillare fra le possibili
soluzioni.
L’errore è talmente tipico che una delle personalità critiche si basa
essenzialmente su di esso. Rimandando a La felicità è possibile per la
descrizione delle caratteristiche della personalità, è importante ricordare che
non è indeciso solo chi non decide, ma anche chi si forza (o spesso è forzato)
a decidere, ma, di fatto, continua a rimuginare sulla sua decisione, fra mille
dubbi e mille perplessità.

Errori acquisitivi
Gli errori acquisitivi sono forse i più difficili da trattare perché ogni insieme
di dati può presentare peculiarità tali da indurre a errori molto particolari.
Raziologicamente parlando, ha senso studiare quegli errori che prescindono
dalla natura dei dati e che riguardano solo l’interazione della razionalità del
soggetto con l’informazione ricevuta.

Errore di quantificazione
Dell’errore di quantificazione esiste una forma globale, tipica del soggetto in
ogni sua espressione, e una forma locale, dove l’errore è limitato a un ambito
ristretto, anche a una sola proposizione.
La forma globale si verifica quando non si utilizza l’aspetto quantitativo dei
dati, pretendendo o sperando di capire la realtà con approcci qualitativi.
La forma locale si ha quando non si è in grado di associare, o comunque non
si associa, a un’affermazione il suo grado di importanza tramite un numero
che lo definisce.
Esempio - Il mirtillo fa bene alla vista, tu sei cieco, prendi il mirtillo che ti fa
bene.
La personalità qualitativa elimina gli aspetti quantitativi della realtà o perché
non sa gestirli o perché la gestione risulta troppo complessa. Ogni volta che
deduciamo un’affermazione, si deve essere anche in grado di quantificare (o
di pesare) tale deduzione. Se dalla quantificazione risulta irrilevante ciò che
abbiamo dedotto, daremo il giusto peso alla nostra esperienza e avremo capito
la realtà.
L’errore di quantificazione è abbastanza comune quando si parla di qualità
della vita, di salute, di alimentazione ecc. Si pensi a tutti i prodotti che

197
vengono reclamizzati come efficaci contro le rughe. Ciò che dobbiamo
chiederci è: quanto questi prodotti rallentano veramente l’invecchiamento
cutaneo? Perché, nonostante tutti i prodotti antirughe che vengono venduti,
non esistono soggetti di sessant’anni che ne dimostrano trenta? Se un uomo
inizia ad assumerli a trent’anni, che età dimostrerà quando ne avrà settanta?
Poiché nessuno di essi è miracoloso (anzi, alcuni non fanno proprio nulla), si
può pensare che ne dimostrerà 62 (supponiamo che ogni cinque anni ne
facciano risparmiare uno, il massimo che l’attuale scienza concede). Il
prodotto potrà definirsi ritardante dell’invecchiamento cutaneo (ed è già un
successo che lascia presagire in futuro nuovi miglioramenti), ma nulla più.
Oltre a quelli per le rughe ci sono prodotti miracolosi per la calvizie, per
l’obesità, per la cellulite. Quanti di questi prodotti fanno veramente qualcosa e
in che misura? In alcuni casi possono funzionare molto parzialmente, in altri
non fanno assolutamente nulla. L’importante è non essere superficiali, non
fermarsi alla domanda: “Funziona o non funziona”, bensì chiedersi: “Quanto
funziona?”.

La maggioranza delle illusioni del benessere si basa su errori di


quantificazione.

In genere il qualitativo non ha una mentalità scientifica, ma si limita a verità


approssimative. La differenza con la scienza non sta nella complessità del
discorso, ma nella sua quantificazione. Dire che un prodotto fa bene o fa male
o che un certo parametro fisiologico è più o meno importante sono esempi di
discorsi divulgativi. Se aggiungiamo un numero (cioè quantifichiamo ciò che
stiamo dicendo) facciamo un discorso scientifico. Se leggo sul giornale che il
mirtillo fa bene alla vista (ogni giorno si scrivono migliaia di queste
affermazioni; recentemente mi è anche capitato di leggere sullo stesso giornale
in due articoli a poche pagine di distanza l’uno dall’altro che la sostanza x
farebbe bene e male nello stesso tempo!) non posso essere così sciocco da
concludere che ogni problema visivo, cecità inclusa, può essere curato con il
mirtillo! Anzi, probabilmente il mirtillo è ininfluente per la gran parte delle
patologie visive. La frase considerata è fuorviante, nel senso che può generare
false speranze, dare false soluzioni e far impiegare energie per qualcosa che
sostanzialmente non merita:

una verità qualitativa può generare false soluzioni o falsi problemi.

198
In genere chi la trasmette (pensiamo a un giornalista) o non sa lui stesso
quantificarla oppure, per evitare di perdere audience (cioè per evitare di
ridimensionare la notizia stessa quantificandola), non lo fa.
È fondamentale imparare ad acquisire solo affermazioni quantitative e a
sottoporre a un attento esame critico quelle qualitative, cercando di
raffrontarle anche con le tesi opposte (che sicuramente ci saranno).
È importante notare come spesso l’errore di quantificazione sia un errore
voluto nel senso che è molto facile costruire teorie e diventare esperti se ci si
limita a esaminare la situazione dal punto di vista generale, senza entrare nei
dettagli, senza quantificare nulla. Quantificare vuol dire conoscere veramente,
e spesso, per farlo, occorrono competenze che non si hanno; quantificare vuol
dire far quadrare tutti i conti senza che vi siano palesi contraddizioni. È per
questo che molti individui preferiscono credere di aver capito tutto, basandosi
su concetti e affermazioni generiche che possono far colpo sul profano, ma
che fanno solo sorridere chi conosce a fondo la materia. Il boom delle
medicine alternative ne è un esempio: ne esistono alcune che con quattro
concetti generali hanno la pretesa di curare tutto (delirio di onnipotenza).
Un ultimo esempio. Supponiamo di voler acquistare una casa e quindi di
passarne diverse in rassegna. Finalmente se ne trova una che piace. Qual è la
domanda che sorge spontanea? Quanto costa?
Ecco che, naturalmente, si vuole appiccicare un numero alle altre
considerazioni che si sono fatte. Perché non farlo sempre?
Se non si è in grado di quantificare il problema o non se ne capisce la
quantificazione (in questo caso è opportuno studiare meglio le basi della
decisione!), probabilmente si sta decidendo in maniera imprecisa.

L’estremismo

Spesso l’errore di quantificazione porta il soggetto verso l’estremismo,


esistono solo il bianco o il nero, il bene o il male.
L’estremista è sì in grado di quantificare (non è cioè semplicistico), ma si
limita a farlo in base a due soli valori (bene o male, giusto o sbagliato ecc.). In
realtà

non esistono solo il bianco o il nero, ma ci sono anche i toni di grigio.

L’individuo arriva a decisioni e deduzioni drastiche che spesso riducono la


qualità della sua vita e lo portano a situazioni paradossali in cui, per salvare la

199
propria coerenza, farà scelte sempre più radicali. In generale questo tipo di
errore deriva dall’incapacità di gestire bene i toni intermedi della vita,
ritenendo molto più semplice (e giusto) trattare tutto in una logica a due
valori. Il risultato è che si vive in bianco e nero, mentre gli altri vivono a
colori.

Errore di disinformazione
Per la raziologia, disinformazione di prima specie significa la diffusione
intenzionale (quindi dolosa) di informazioni inesatte o distorte, mentre
disinformazione di seconda specie è la mancanza di informazioni su un dato
argomento che porta il soggetto a mal interpretare la realtà.
Poiché l’errore di disinformazione di seconda specie è evidentemente
totalmente ascrivibile al soggetto (coincide con l’espressione comune di
parlare a vanvera) e non può che trovare motivazioni psicologiche, la
raziologia è interessata soprattutto all’errore di prima specie.
Come vedremo, la raziologia distingue nettamente la disinformazione dalla
seminformazione perché in quest’ultima viene indotto un errore giocando
sulla scarsa razionalità del soggetto.
In altri termini, nella disinformazione cadono tutti, nella seminformazione
cade solo chi non ha razionalità e spirito critico. Il campo della
disinformazione è meno ampio di quanto si pensi perché moltissimi casi che
classicamente si fanno risalire a essa sono in realtà attribuibili alla
seminformazione.
Vale il seguente principio:

se l’affidabilità e l’autorevolezza della fonte sono massimi, non è possibile


difendersi dalla disinformazione.

Infatti, se in una scala da 1 a 10, diamo 10 all’affidabilità (ved. Capitolo 7) e


all’autorevolezza di una fonte, come potremmo dubitare di essa? Non a caso
chi vuole fare controinformazione tende, parallelamente a diffondere notizie
alternative, a screditare l’affidabilità e l’autorevolezza della fonte.
Dal principio si deduce che, razionalmente, la migliore strategia per difendersi
dalla disinformazione è valutare attentamente l’affidabilità e l’autorevolezza
della fonte. Se dell’affidabilità abbiamo parlato nel capitolo che trattava
l’intelligenza acquisitiva (ved. Capitolo 3) è opportuno approfondire il
concetto di autorevolezza.

200
Autorevolezza e disinformazione

Ognuno di noi tende ad attribuire autorevolezza a un’entità X (persona fisica o


meno) quanto maggiori sono le sue credenziali. Non a caso esistono errori
classici come l’argumentum ad baculum (lo ha detto chi comanda, quindi è
vero) o l’argumentum ad auctoritatem o ad verecundiam (X lo dice anche
Tizio, quindi X è vero); l’ultimo errore viene sfruttato per esempio in
pubblicità (con l’uso dei testimonial), nella scienza (la ricerca X è stata
pubblicata sulla rivista Y; “me lo ha detto il medico!”), nell’informazione
(“l’ho letto sul giornale X”), in politica o in religione (“l’ha detto il papa!”).
Tutti gli errori appena descritti sottintendono che l’autorevolezza è condizione
sufficiente per l’affidabilità. Questo grossolano errore facilita enormemente la
disinformazione.
In realtà, l’autorevolezza non dovrebbe essere un parametro indipendente;
infatti per la raziologia

l’affidabilità è condizione necessaria all’autorevolezza.

In altri termini, chi non è affidabile perde ogni autorevolezza, quali che siano
le sue credenziali di partenza. Se arrivassi a concludere che una fonte è
affidabile al 100%, non avrebbe senso occuparci della sua autorevolezza. Il
problema è che, per valutare l’affidabilità di una fonte, noi dobbiamo
sottoporla al check-up della coerenza (ved. Capitolo 4) e questo processo
richiede il tempo delle verifiche e il materiale da verificare; spesso infatti ci
scontriamo con la fonte su una quantità d’informazione troppo piccola perché
sia significativa per poter dedurre qualcosa circa l’affidabilità. Su questo
giocano molti poteri istituzionali per vendere un’autorevolezza non affidabile:

quando c’è disinformazione di seconda specie è praticamente impossibile


prescindere dall’autorevolezza.

Se sono disinformato su un argomento, purtroppo dovrò sempre e comunque


affidarmi all’autorevolezza delle fonti, rimanendo potenzialmente a grosso
rischio di disinformazione di prima specie. Così capita che, in televisione,
persone autorevoli possano vendere informazioni errate o approssimative solo
perché il ricevente non ha la capacità di valutarne l’affidabilità e si basa solo
sulla loro autorevolezza.

201
Errore di seminformazione
La seminformazione non è, come si potrebbe credere, l’informazione per
seminfermi di mente, ma la diffusione di un’informazione vera, ma
fuorviante, facendo in modo che l’ascoltatore deduca una serie di
proposizioni errate.
Il trucco consiste appunto nel dire la verità, ma dirla in modo che
l’ascoltatore arrivi a conclusioni errate, ma favorevoli a chi lancia il
messaggio.
La seminformazione si avvale proprio dello sfruttamento degli errori
raziologici e di dialogo che la raziologia evidenzia.
Chi è preoccupato del ruolo della disinformazione nella società, dovrebbe
accorgersi che gran parte di essa è seminformazione, per cui, anziché cercare
di impedire alcune strategie di trasmissione dell’informazione, farebbe meglio
a occuparsi di far diventare le persone più intelligenti, aumentando il loro
spirito critico, la loro intelligenza esistenziale. Va da sé che se le centinaia di
migliaia di persone, truffate attraverso operazioni commerciali molto
discutibili che facevano credere in promesse impossibili, fossero state
razionalmente più preparate, la disinformazione che accompagnava le truffe
sarebbe stata facilmente smascherata.
Dopo aver letto questo libro, il lettore potrà facilmente scoprire errori di
seminformazione, semplicemente verificando se l’informazione può
facilmente generare uno dei tanti errori raziologici o di dialogo descritti
(errore di seminformazione di seconda specie). Per esempio, la pubblicità del
prodotto X recita: “due milioni di italiani lo usano tutti i giorni”. Anziché
descrivere le proprietà del prodotto, la pubblicità usa un ragionamento per
senso comune (ved. Capitolo 9, Gli errori di dialogo). Se è vero che due
milioni lo usano, è altrettanto vero che oltre 55 milioni non lo usano! Il fatto
riportato non è razionalmente rilevante, non c’è nessun nesso con le reali
proprietà del prodotto.
Ho portato l’esempio precedente perché so che molti lettori staranno
pensando: “beh, però se due milioni lo usano, qualcosa vorrà pur dire”. Bene,
dichiariamo la nostra fede religiosa (cristiana, induista, musulmana ecc.). Ora
scegliamo un insieme Y diverso da quello X in cui ci siamo collocati. Sarebbe
sensato essere sollecitati a cambiare insieme solo perché centinaia di milioni
di persone sono Y?
Gli errori di seminformazione di prima specie sono ancora più subdoli perché

202
di fatto non è immediatamente evidente l’errore che il ricevente ha commesso.
Il ricevente ha semplicemente dedotto male perché aiutato da una
formulazione fuorviante del messaggio.
Per esempio, il prodotto X consente di aumentare il tasso di crescita di uomini
fra i 20 e i 32 anni del 50%. Chi ha il complesso di essere piccolo di statura
non esiterà a comprarlo perché avrà recepito: “Il prodotto X mi farà
crescere!”. Peccato che l’affermazione sia vera (perché il 50% di zero è zero),
ma il nostro credulone rimarrà della stessa altezza.
Come esempio di seminformazione di prima specie, vediamo come sia
possibile vendere un kit di rilevazione del DHMO a 49 euro. Questa la
presentazione del kit.

Il nostro sito è sempre stato all’avanguardia nel denunciare situazioni che


sfuggono alla maggioranza delle persone e non sono sufficientemente
pubblicizzate dai media (anzi, spesso sono del tutto taciute!).
Vogliamo pertanto focalizzare l’attenzione dei nostri lettori attorno a una
sostanza e ai suoi effetti. Nonostante molte ricerche ed evidenze cliniche
abbiano mostrato la relazione fra monossido di diidrogeno (DHMO,
Dihydrogen Monoxide) e cancro, a oggi nessun grande organo di
informazione ha dato rilevanza alla notizia.
Dalla ricerca - Nonostante non sia ancora stato stabilito un rapporto di
causa-effetto fra DHMO e cancro, si ritiene (e ogni oncologo oggi può
confermarlo!) che il DHMO giochi un ruolo fondamentale nel mantenere in
vita le cellule tumorali. Questo avviene in particolare nei seguenti tumori:

•• Linfoma di Hodgkin
•• Tumore di Ewing
•• Condrosarcoma
•• Fibrosarcoma
•• Mieloma multiplo
•• Cancro del colon-retto
•• Leucemia
•• Carcinoma epatico
•• Melanoma.

In queste forme tumorali il Monossido di diidrogeno è stato rinvenuto in


dosi biologicamente attive. Poiché la ricerca sul cancro ha fatto passi da
gigante, è auspicabile che il ruolo del DHMO sia indagato allocando fondi

203
e risorse umane che possano capire il reale suo ruolo nei processi che
causano lo sviluppo di neoplasie maligne.
DHMO e alimentazione - Nella speranza che le future ricerche chiariscano il
ruolo del DHMO è necessario mettere in guardia i consumatori di carne,
latte e derivati. Infatti il DHMO è usualmente utilizzato dagli allevatori
negli allevamenti del bestiame da latte e da carne per migliorare la resa dei
loro allevamenti.
È sorprendente la dose di DHMO che è possibile riscontrare in carne, latte e
derivati, ANCHE IN PRODUZIONI BIOLOGICHE! La FDA statunitense ha
confermato che al momento non esistono leggi che fissino i limiti di DHMO
negli alimenti.
DHMO ed erosione della superficie terrestre - Vi sono prove documentate e
incontrovertibili che il DHMO gioca un ruolo fondamentale in quel
fenomeno disgregativo e demolitivo della superficie terreste conosciuto con il
termine di “erosione”.
DHMO e piogge acide - Varie organizzazioni ecologiste fanno un gran
parlare di inquinamento e piogge acide puntando il dito sugli effetti deleteri
dell’ossido di zolfo e dell’ossido di azoto, ma, guarda caso, nessuno dice
una parola sul ruolo fondamentale che il DHMO ha nel fenomeno delle
precipitazioni acide. Si sottovaluta il problema o vi sono altre motivazioni
dietro questo “assordante silenzio“ mediatico?
Diffusione globale del DHMO - La diffusione del DHMO è globale. Detta
sostanza è stata rinvenuta in ogni angolo della Terra, nemmeno le calotte
polari fanno eccezione.
Casi clinici - In dose eccessive il DHMO è tossico e sono state documentate
diverse morti dovute a un’assunzione eccessiva di DHMO.
DHMO e 11 settembre - Anche se il fatto è stato fatto passare inosservato
dalle autorità, è certo che i terroristi dell’11 settembre abbiano assunto alte
dosi di DHMO nelle 48 ore prima degli attacchi. È del tutto inconcepibile la
leggerezza con cui i vari servizi segreti abbiano sottovalutato questo fatto.

Se vuoi aiutarci a combattere questa battaglia, difendi la tua salute, compra


ora il kit di rilevazione del DHMO a soli 49 euro!

Impressionante no? Per chi non lo avesse capito, il DHMO è...

l’acqua (H2O).

204
Si leggano bene le frasi; nessuna è falsa. Eppure, se non si capisce il trucco, ci
porteranno a false conclusioni. Si tratta di un esempio di come moltissimi siti
Internet,

•• usando un linguaggio pseudoscientifico,


•• usando ricerche dubbie o magari mai confermate,
•• usando la seminformazione,

possano far credere assurdità di ogni tipo.

Errore di generalizzazione
Si generalizza in modo arbitrario e scorretto un caso specifico (spesso assunto
dalla propria esperienza personale).
Vi sono diverse varianti di questo errore; una molto comune è quella che
passa attraverso la personalizzazione della realtà, quasi sempre attuata per
evidenziare il proprio stato, sia nel bene sia nel male:

•• io non riesco a correre i 100 m in 10 secondi netti, nessuno ci riesce.


•• Nel matrimonio ci sono sempre problemi. Chi non ne ha?
•• Vuoi forse dirmi che c’è qualcuno che in questa situazione non ruberebbe?
•• Tutti gli uomini prima o poi tradiscono.
•• In questa regione c’è sempre vento.

L’errore di generalizzazione deriva spesso da ignoranza (posso non sapere che


ci sono diversi uomini al mondo che corrono i cento metri in meno di 10”) o
da un’eccessiva volontà di perorare le proprie idee, basandole su affermazioni
che dovrebbero essere inconfutabili (e che invece non sono che un
grossolano errore). È importante capire la fondamentale differenza con le
affermazioni statistiche, nelle quali non ci sono mai termini assoluti, come
tutti, mai, nessuno, sempre ecc. Ovviamente questi termini si possono usare
(“nessuno riesce a correre i 100 m in meno di 9 secondi”), ma nell’errore di
generalizzazione sono usati a sproposito, essendo banale trovare l’eccezione.
La ricerca dell’eccezione è infatti il metodo più semplice per smascherare
l’errore.
L’errore di generalizzazione si ha anche quando si estende arbitrariamente il
risultato di indagini che non riguardano la propria vita. Ciò accade
classicamente nella ricerca scientifica. Non a caso, uno dei problemi più

205
importanti della ricerca è di definire la significatività del campione. Se il
campione non è significativo, ogni deduzione è arbitraria. Se osservo le prime
dieci persone che passano e tre sono uomini, non posso certo dedurre (errore
della legge dei piccoli numeri) immediatamente che solo il 30% della
popolazione è maschile, dato che il campione è troppo ristretto.
Così una ricerca che abbia come campione soggetti malati non può concludere
nulla su soggetti sani perché il comportamento delle due categorie può essere
completamente diverso.
Moltissime ricerche generalizzano arbitrariamente i dati; spesso non lo fa
direttamente il ricercatore, ma la fonte che diffonde la notizia della ricerca. Il
risultato è sempre comunque lo stesso: un errore raziologico.
Si deve infine rilevare che l’inverso (dal generale al particolare) è un errore
molto più raro: (a prescindere da ignoranza o da dolo, cioè applicare
comunque la regola sapendo che non vale e sperando che la controparte non
se ne accorga) applicare una regola generale a un caso particolare in cui la
regola non vale è di solito raro perché, data una regola, sono spesso noti il
campo d’applicazione e le eccezioni.
Non si deve confondere l’errore di generalizzazione con una generalizzazione
comune (per esempio “è facile avere un buono stipendio”) o con
un’affermazione statistica. Nell’errore di generalizzazione è sempre presente
un termine assoluto (mai, sempre, nessuno, tutti, niente, tutto, impossibile,
inconfutabile ecc.) che rimuove ogni possibile eccezione, rendendo il concetto
a rischio di un’eccessiva semplificazione.

Effetto risultato
Si parla di effetto risultato quando si ha la propagazione di un’informazione
in base al risultato che porta con sé, quando si prendono decisioni in base alla
conoscenza dei soli casi positivi. In un certo senso, l’espressione effetto
risultato è la formalizzazione del passaparola.
Esempi di effetto risultato si riscontrano nelle medicine alternative: chi (a
ragione o per caso) ha avuto giovamento da una terapia non convenzionale (a
dire il vero l’effetto risultato è presente anche nella medicina convenzionale,
ma gli organismi di controllo e la comunità scientifica internazionale si
impegnano per arginare il fenomeno) diffonde la notizia, mentre chi non ha
ottenuto nulla se ne sta zitto, vergognandosi anche un poco di aver sprecato
tempo e soldi in qualcosa di inutile.
Come esempio tragico possiamo citare molte terapie anticancro che

206
pretendevano di curare la malattia. Alcune di esse assursero agli onori della
cronaca in seguito al miglioramento temporaneo di alcuni pazienti. Grazie
all’effetto risultato si propagò la notizia non del miglioramento dei pazienti,
ma della validità totale della terapia, ingenerando molte false speranze. Ora, se
la terapia avesse funzionato veramente, ci sarebbero state migliaia di persone
guarite pronte a giurare in televisione il miracolo: purtroppo ho sempre visto
solo i parenti di nuovi malati che chiedevano di provare la terapia alternativa!
È ovvio che in presenza di qualche guarigione (anche a Lourdes si può
guarire, ma nessuno può sostenere una tesi del tipo: hai il cancro, vai a
Lourdes e guarirai!; ved. Errore di partigianeria) ampiamente pubblicizzata,
migliaia di altri insuccessi sono stati passati sotto silenzio.
Rimanendo nel campo della medicina, si può parlare di effetto risultato anche
in un senso leggermente diverso, riferito a quel terapeuta che si convince della
bontà della sua terapia per il semplice fatto che il paziente non torna più
(effetto fuga).
Un altro esempio è offerto dalla cieca fiducia nei maghi. Basta che un mago
azzecchi casualmente (o usando la sua abilità psicologica) le previsioni il 10%
delle volte; a questo punto l’evento positivo (il fatto che ha azzeccato) viene
diffuso dai clienti con grande rapidità, mentre gli eventi negativi (quando non
ci azzecca) non vengono di solito menzionati (anzi, spesso vengono tenuti
nascosti per non fare la figura dei creduloni). Poiché, il più delle volte, il
mago, grazie alla sua abilità psicologica, gioca con circa il 50% delle
possibilità, ecco come può diventare un grande veggente: ciò che indovina
diventa noto, ciò che sbaglia resta nell’oblio; è l’effetto risultato.
L’effetto risultato, purtroppo, è ignoto a gran parte dei creduloni. Pensiamo a
chi crede veramente che ci sia gente in grado di dare i numeri vincenti al
lotto. Se così fosse, perché non se li giocano loro e diventano miliardari? In
realtà queste persone danno spesso una caterva di numeri ogni settimana. È
chiaro che chi vince seguendo queste indicazioni lo sbandiera ai quattro venti,
ma chi perde non lo dice. Se su dieci numeri, tre escono, degli altri sette non
usciti non se ne accorge nessuno!
Un altro tipico esempio di effetto risultato è la credenza nei sogni. Può essere
vero che molti sogni si avverano, ma il problema è che moltissimi altri non si
avverano (quante persone sognano ogni notte cose terribili che poi non si
avverano!). Quando un sogno si avvera lo sa tutto il mondo, quando non si
avvera non lo sa nessuno. Statisticamente sono in numero molto maggiore i
sogni che non si avverano di quelli che si avverano (fra questi ultimi non so
se è giusto includere anche tutti quelli che vengono interpretati in modo da

207
farli aderire forzosamente alla realtà): e allora perché credere nei sogni?

Effetto coincidenza ed effetto tempo


Stabiliscono arbitrariamente un nesso causale fra due eventi solo perché
contemporanei o successivi nel tempo. Più propriamente si parla di effetto
coincidenza quando i due eventi sono contemporanei; cum hoc ergo propter
hoc: poiché due eventi si sono verificati insieme, essi sono necessariamente
legati da un nesso causale.
Si parla invece di effetto tempo quando un evento si verifica immediatamente
dopo l’altro (post hoc ergo propter hoc) in una sequenza temporale che
arbitrariamente si ritiene portatrice di un nesso causale (prendo una pillola e
guarisco).
In realtà, i due effetti sono sovente legati fra di loro. Quando si parla di effetto
tempo, spesso si sottintende la situazione che lo produce: attendere
(volontariamente o involontariamente) un tempo più o meno lungo perché si
verifichi un evento in coincidenza di un altro, facendo scattare l’effetto
coincidenza.
Dovrebbe essere a tutti chiaro che

il semplice verificarsi di un evento Y, immediatamente dopo o


contemporaneamente a un altro evento X, non significa che Y derivi da X!

Molte terapie utilizzano l’effetto tempo, cioè la spontanea variazione dei


sintomi con il tempo. Lo scorrere del tempo può guarire totalmente la
patologia (la malattia sarebbe guarita anche senza fare nulla, pensiamo a un
raffreddore) o provocare fluttuazioni che il soggetto interpreta come notevoli
miglioramenti.
Molte patologie possono durare giorni (raffreddore), settimane (bronchite),
mesi (pubalgia) o anni (acne) salvo poi guarire spontaneamente o per una
causa che resta sconosciuta. Una terapia che si sovrappone a questa
guarigione spontanea si prenderà tutti i meriti della guarigione, dovuta invece
al tempo che è trascorso!

Effetto fluttuazione
Si tratta di una curiosa combinazione di effetto tempo, effetto coincidenza e (a

208
volte) effetto placebo.
Quando un fenomeno (per esempio una patologia) ha andamento variabile,
basta che un fattore X per coincidenza si sovrapponga a un momento
favorevole del fenomeno perché si creda che X abbia causato un
miglioramento. Ciò spiega il successo immeritato delle terapie alternative
come l’omeopatia, disciplina che non è in grado di guarire nessuna malattia
(che non sarebbe guarita da sé) nella totalità dei casi in cui viene usata. La
coincidenza può essere favorita poi dall’effetto placebo: se una persona affetta
da psoriasi crede che X l’aiuterà a stare meglio, ecco che avrà un temporaneo
miglioramento che attribuirà magicamente a X.
Da ultimo si deve rilevare che l’effetto fluttuazione può essere innescato
anche da tentativi paralleli: supponiamo che una persona soffra di allergia e
che i medici tradizionali prescrivano antistaminici. Il soggetto teme le
controindicazioni a lungo termine e decide di usare in parallelo anche una
terapia omeopatica “per vedere se funziona, tanto male non fa”. Dal mix di
cure (cui si aggiunge anche l’effetto placebo per la prova personale con
l’omeopatia) segue un lieve miglioramento, una fluttuazione nei sintomi. Il
soggetto, arbitrariamente, ascriverà tale miglioramento alla sola cura
omeopatica. e diventerà un convinto assertore dell’omeopatia, diffondendone
i “pregi”. Fintantoché si accorgerà che nulla è cambiato, ma intanto il danno di
diffusione di un’informazione errata è già stato fatto.

Ancoraggio
L’errore di ancoraggio (Tversky e Kahneman, 1974) consiste nell’eseguire
tutte le nostre valutazioni intorno a un punto di riferimento (ancora) che non
ha nessuna reale rilevanza. I due ricercatori che scoprirono l’effetto
determinato dall’errore (effetto ancora) notarono che le risposte date alle
domande della ruota della fortuna americana erano influenzate dal numero
casuale che aveva selezionato la domanda: se usciva il 47 e la domanda
chiedeva il numero delle nazioni europee, la media delle risposte
inspiegabilmente era più alta che se era uscito il 21, a riprova del fatto che il
numero uscito diventava un punto di riferimento per la risposta.
In altri termini, quando non sappiamo come stanno le cose abbiamo bisogno
di un’ancora che ci dia sicurezza e siamo pronti ad afferrare qualunque cosa.
Un esempio comunissimo di ancoraggio, il prezzo di listino. Se un venditore
ci offre la merce dopo averci illustrato tutto il listino dei prodotti che ci
possono interessare, se non siamo molto esperti, saremo ancorati ai prezzi

209
ricevuti; al che il venditore ci offre il prodotto Z scontato del 10% e,
incredibilmente, ciò ci sembrerà un affarone.
Un test classico sull’ancoraggio è il seguente:

In 5 secondi, leggete l’operazione e, istintivamente, fornite il prodotto di


questa moltiplicazione: 8x7x6x5x4x3x2x1.

La maggior parte delle risposte in genere dà un numero nettamente inferiore


poiché scatta l’ancoraggio ai piccoli numeri in gioco. Si deve notare che il
risultato cambia se la domanda è posta come risultato di 1x2x3x4x5x6x7x8:
poiché in 5 secondi si valutano solo i primi 4 o 5 numeri, se si inizia da 1
(anziché da 8), nonostante sia a tutti chiaro che la moltiplicazione gode della
proprietà commutativa, il risultato stimato è mediamente inferiore (la risposta
corretta è 40.320).

Effetto cornice
Come tutti sanno, spesso l’approvazione di un buon progetto dipende dal
modo in cui è presentato. Fin qui nulla di strano. Un’ottima presentazione
aiuta nella comprensione. Ma cosa accade quando la presentazione altera la
percezione che noi abbiamo della realtà e non siamo in grado di correggere
tale errore con la razionalità? L’effetto cornice (studiato per la prima volta da
Tversky e Kahneman) può farci decidere male.
Occorre precisare che molti autori forniscono alcuni esempi dell’effetto
cornice che in realtà non sono che esempi di errori di altro tipo, per esempio
di patosensibilità, come il seguente esperimento pubblicato sul New England
Journal.

•• Presentazione A - Su 100 pazienti curati chirurgicamente, 90


sopravvivranno all’operazione, 68 saranno vivi dopo un anno e 34 dopo 5. Su
100 pazienti curati con terapia radiologica, 100 sopravvivranno al trattamento,
77 saranno vivi dopo un anno e 22 dopo 5. Quale cura si preferisce?
•• Presentazione B - Su 100 pazienti curati chirurgicamente, 10 moriranno
durante l’operazione, 32 moriranno entro un anno e 66 entro 5. Su 100
pazienti curati con terapia radiologica, nessuno morirà a causa del trattamento,
23 saranno morti entro un anno e 78 entro 5. Quale cura si preferisce?

Con la presentazione A l’82% degli intervistati ha scelto la cura chirurgica,

210
mentre con la presentazione B solo il 56% l’ha scelta. Oltre un quarto delle
preferenze si è spostato perché gli intervistati sono stati influenzati dalla
propria patosensibilità verso i termini “morire” o “morti” presenti nel
questionario B, in particolare sui 10 morti all’inizio del trattamento. Da notare
che il risultato dell’esperimento fu lo stesso, a prescindere dal fatto che il
campione fosse costituito da medici, studenti o pazienti.
Si può considerare invece un vero effetto cornice l’esperimento condotto da
Sher e McKenzie. Di fronte al soggetto ci sono due bicchieri d’acqua, uno
pieno e uno vuoto. Gli si chiede di versare metà del contenuto del bicchiere
pieno in quello vuoto e poi di passarci il “bicchiere mezzo vuoto”.
Nell’esperimento originario la maggioranza dei soggetti porgeva, come
bicchiere mezzo vuoto, il bicchiere inizialmente pieno. Evidentemente erano
stati influenzati dal fatto che era diventato mezzo vuoto!
Più in generale l’effetto cornice si presenta ogni volta che nelle nostre
decisioni siamo distratti dalla presentazione dei dati; il peso della
presentazione offre una stima dell’errore che noi siamo portati a commettere.

Avversione agli estremi


Quante volte ci è capitato di applicare senza una ragione evidente il principio
“in medio stat virtus”? Per esempio scegliendo il modello centrale di tre che ci
sono stati offerti dal venditore (che conoscendo il meccanismo di avversione
agli estremi aveva scontato di meno il modello centrale!).
L’avversione agli estremi è tipica anche dei voti scolastici di una classe.
Quanto più il professore è sensibile all’avversione agli estremi, sceglierà di
distribuire i voti attorno al valore medio e si asterrà dal dare voti molto bassi o
molto alti.
In presenza di dati raccolti, chi è sensibile all’avversione agli estremi riterrà
ininfluenti i dati che più si scostano dai valori medi, portato a credere che si
tratti di “disturbi”.

La percezione selettiva
In raziologia la locuzione percezione selettiva racchiude diversi errori,
dall’autocompiacimento (self-serving bias) al wishful thinking, dagli alibi che
risolvono le dissonanze cognitive (Capitolo 6) al concorso di colpa
esistenziale.

211
L’errore consiste nel

modificare la visione che abbiamo della realtà per vedere ciò che ci
aspettiamo di vedere.

In teoria dovrebbe essere inquadrato come errore affettivo, ma in pratica esso


agisce sempre con una distorsione dei dati ed è quindi tipicamente acquisitivo.
Tanto che spesso un osservatore esterno e neutrale può facilmente mostrare al
soggetto l’errore semplicemente analizzando con lui i dati.
Psicologicamente ciò è spiegato dal fatto che andare contro le nostre
convinzioni spesso genera una dissonanza, una mancanza di armonia che ci
infastidisce. Per risolvere la dissonanza modifichiamo la visione che abbiamo
della realtà, adattandola per esempio amplificando le informazioni che “ci
danno ragione” e minimizzando quelle che ci sono contrarie.
Il “ciò che ci aspettiamo di vedere” della definizione può essere collegato alla
nostra vanità, alle nostre speranze, ai nostri timori, al nostro stato di cose. Le
cause scatenanti la distorsione della realtà sono i sottocasi della percezione
selettiva. Vediamone alcuni.
Autocompiacimento - La percezione selettiva è una delle cause del diverso
comportamento delle persone di fronte a una sconfitta o a un successo. Se si
perde, si tende a trovare qualcuno da incolpare (per esempio l’arbitro), mentre
se si vince il merito è “sicuramente” nostro.
Timori - Le strategie di self-handicapping non sono che distorsioni della
realtà che tendono a metterci al riparo dalle delusioni di un fallimento. Lo
sportivo che ha una gara importante lamenta tutta una serie di scuse,
esagerando l’importanza di fattori secondari quali un dolorino al polpaccio, lo
scarso allenamento, una notte nella quale non ha riposato bene ecc. ovvio che,
se poi vince nonostante tutto, è un eroe!
Coinvolgimento - La percezione selettiva spiega anche perché modifichiamo
le nostre aspettative quando abbiamo preso un impegno (Knox e Ingster,
1968). Se esaminiamo un campione di persone intenzionate a votare per un
politico, si scopre che, dopo averlo appena votato, la probabilità stimata del
suo successo aumenta. Ogni elettore prevede la realtà futura secondo le sue
aspettative, nettamente esplicitate dal voto.
Egocentrismo - Consiste nel valutare in modo diverso i propri
comportamenti rispetto a quelli altrui; la realtà è distorta perché attribuiamo
(da qui anche la locuzione errore di attribuzione) pesi diversi alle nostre
variabili rispetto a quelle altrui. Un semplice esperimento che tutti possono

212
fare: riunite in una stanza un certo numero di coppie sposate e chiedete a ogni
presente in che percentuale (da 0 a 100) contribuisca alla riuscita del
matrimonio. Mediamente, sommando le risposte di moglie e marito, si ottiene
un totale superiore a 100, a riprova del fatto che ognuno si “mette al centro
della scena”. Un esempio di percezione selettiva da egocentrismo è il rifiuto
del concorso di colpa esistenziale. Molte situazioni negative potrebbero
essere evitate se il soggetto avesse fatto scelte diverse: nella negatività
susseguente a sue scelte, egli ha un concorso di colpa che tende però a negare
in modo assoluto (incolpando un altro, il destino, la società ecc.). Mi hanno
sempre sorpreso i coniugi che si accusano l’un l’altro per l’affidamento dei
figli: ognuno dipinge la controparte come il Male assoluto, dimenticandosi che
quel Male se lo è scelto, se l’è sposato e ci ha fatto un figlio! Ovviamente il
concorso di colpa esistenziale non è un’attenuante per il colpevole, ma è
un’aggravante esistenziale per la vittima.
Stato - La percezione selettiva sul proprio stato ci porta a credere nelle tante
ricerche a noi favorevoli, minimizzando quelle contrarie. Se è corretto, se si
ha un’opinione, sostenerla e smontare quelle contrarie, è sicuramente un
grossolano errore raziologico prendere posizione solo su basi emotive.
Pensiamo a tutti coloro che, bevendo ben più di un bicchiere di vino al
giorno, esaltano le ricerche che evidenzierebbero l’effetto positivo di un
bicchiere di vino rosso.
La percezione selettiva di fatto è una visione molto partigiana di ciò che ci
accade intorno, ma è importante capire la sostanziale differenza fra essa e
l’errore di partigianeria o quello di generalizzazione. Nella percezione selettiva
è distorta la realtà per salvaguardare la posizione del soggetto, mentre negli
altri due errori non c’è distorsione della realtà, c’è solo una cattiva
interpretazione.
In politica l’errore di percezione selettiva è evidenziato dalla regola della
manifestazione. Quando una manifestazione di piazza è intelligente? Non
quando è composta da migliaia, milioni di persone, ma quando dimostra che
la maggioranza del Paese è con chi scende in piazza. Altrimenti è utopistica,
retorica, inutilmente rissosa. È inutile portare in piazza milioni di persone se
sono solo il 20, il 30% o anche il 49,9% del Paese (cosa che spesso si sa già,
ma il proprio coinvolgimento emotivo porta a confondere “tante persone” con
la “maggioranza del Paese”). Che dire di personaggi che affermano che “si
deve tener conto di una manifestazione con 100.000 persone”? Peccato che
magari non abbiano mai tenuto conto delle centinaia di migliaia di persone
portate in piazza dalla parte avversa.

213
Si deve infine notare che un’applicazione costante della percezione selettiva
porta ad avere una memoria selettiva: ricordiamo i successi e dimentichiamo i
fallimenti, proprio come “vogliamo vedere ciò che desideriamo”.

Il senno di poi
La locuzione spiega già l’errore:

la semplice conoscenza del passato ci porta a credere di avere una sua


comprensione pressoché perfetta.

Con il senno di poi si spiegano eventi negativi, anche se non si è in grado di


estrapolare regole che consentano di migliorare la nostra esperienza.
L’illusione della certezza (Capitolo 2) ci spinge a motivare il passato in modo
tale che “chiunque l’avrebbe previsto se solo avesse avuto un po’ di cervello”.
Il senno di poi rassicura perché di fatto rende illusoriamente prevedibile il
futuro. Purtroppo

gli esperti sono bravissimi a spiegare cosa è successo, salvo poi… non
azzeccare mai cosa accadrà.

Il senno di poi è cioè la versione peggiore dell’esperienza, quella che non solo
non aiuta, ma distorce il passato impedendoci di comprendere il futuro. Un
esempio di questo rischio è evidenziato dal noto studio del Cleveland
Metropolitan General Hospital condotto su 160 soggetti. Il primo gruppo
doveva individuare le probabilità delle diagnosi associate a un quadro clinico.
Un secondo gruppo aveva lo stesso compito, ma lo svolgeva conoscendo la
diagnosi corretta. Nel primo caso la diagnosi esatta era stata ritenuta la più
probabile in relazione al quadro clinico dal 30% dei soggetti mentre nel
secondo dal 50%. Questa situazione spiega perché persone che di fatto
possono utilizzare informazioni di colleghi più bravi di loro tendono a
sopravvalutarsi.
Un caso relativamente recente è quello del terremoto in Abruzzo (2009). Uno
studioso sostenne che il terremoto era prevedibile, che lui era stato in grado di
prevederlo e lo aveva anche annunciato prima che accadesse; alla base della
sua previsione fornì una spiegazione scientifica che non convinse la comunità
scientifica tanto che lo studioso venne denunciato per procurato allarme.
Nell’opinione pubblica molti lo ritennero ingiustamente messo al bando, ma la

214
comunità scientifica e le autorità non fecero che evidenziare l’errore (senno di
poi) alla base della previsione. Infatti lo studioso in realtà si era ripetutamente
sbagliato e solo l’emotività suscitata dal terremoto e il desiderio di trovare una
soluzione al problema (come accade per il cancro o altre gravi calamità)
confluirono nel senno di poi con la semplicistica convinzione che “già, si
poteva prevedere; bastava ecc.”.
Questi i fatti:

•• da metà gennaio 2009 l’Abruzzo è soggetto a piccole e medie scosse (l’Italia


è per il 45% territorio sismico).
•• Lo studioso prevede un terremoto il 29 di marzo con epicentro a Sulmona
(60 km da L’Aquila).
•• Il 25 marzo ci ripensa e a una tv locale dice che con la fine di marzo lo
sciame sismico sparirà.
•• Nel giorno della profezia a Sulmona nessun disastro, solo una serie di
piccole scosse.
•• Lo studioso telefona alle autorità di Sulmona dicendo che nel pomeriggio ci
sarà il disastro.
•• Se le autorità gli avessero dato retta, Sulmona sarebbe stata evacuata, una
parte degli sfollati sarebbero stati trasferiti a L’Aquila e forse sarebbero stati
vittime del vero terremoto (6 aprile). Per aver sconvolto senza motivo la città
sbagliata, lo studioso è stato denunciato per procurato allarme.

Del resto se alla base del suo ragionamento non ci fosse il senno di poi, ma
veramente la sua attrezzatura fosse in grado di predire con certezza i terremoti
perché non girare il mondo salvando migliaia di vite umane, pubblicando sul
proprio sito Internet date e luoghi dei terremoti, da quelli minori a quelli
catastrofici?

Euristica della disponibilità


Si tende ad assegnare maggiori probabilità ad eventi molto improbabili, ma
che richiamano maggiormente la nostra attenzione: se per esempio riusciamo a
immaginarci bene l’evento, spesso lo sovrastimiamo. Per esempio tutti
conoscono le scene di giubilo che si hanno quando in una ricevitoria si
festeggia la vittoria di un fortunato cliente al Superenalotto: tale conoscenza
porta moltissime persone a giocare, anche se la loro vincita è altamente
improbabile.

215
Per lo stesso motivo, quanto più uno scenario è dettagliato, incredibilmente
riteniamo che sia più probabile, contrariamente al calcolo delle probabilità che
ritiene meno probabile il verificarsi di un evento quanti più dettagli
aggiungiamo. Per questo motivo ogni promotore finanziario tende a riempirci
di grafici e di carta che di fatto non fanno che aggiungere dettagli su
previsioni future: anziché renderci conto che più si cerca di essere precisi,
meno probabilità ci sono di azzeccarci, cadiamo nella trappola e aderiamo alla
proposta “che non si poteva rifiutare”.

Spaziatura categoriale
Molto spesso capita di suddividere un insieme di dati in categorie; gli stessi
voti scolastici ne sono un esempio. Ebbene, molti soggetti sono influenzati
dalle categorie scelte per descrivere un fenomeno. Nell’errore di spaziatura
categoriale si sommano l’effetto ancora e l’avversione agli estremi.
L’errore è tanto più evidente quanto più le categorie non sono equispaziate
perché interviene anche l’euristica delle disponibilità: se un sottointervallo
dell’intervallo è più dettagliato degli altri, mediamente attirerà maggiormente
l’attenzione.
Si supponga, per esempio, di chiedere a un campione di esprimere il
gradimento di un servizio. Nel primo caso la scelta è espressa con un voto da
1 a 10; nel secondo (non equispaziato perché abbiamo un solo voto negativo)
con insufficiente, sufficiente, buono, ottimo, eccellente. Coerentemente con
gli studi di Slovic e Monahan si scoprirebbe che la valutazione del servizio è
maggiore nel secondo caso; molti intervistati si sono lasciati trascinare con un
effetto ancora (e dai maggiori dettagli) verso le categorie più numerose e, per
avversione agli estremi, la media dei giudizi è centrata in esse. Il risultato
globale è che se con la prima valutazione (da 1 a 10) si otteneva in media 5,
probabilmente con il secondo tipo di valutazione si raggiungerebbe la
sufficienza.

Sondaggi e questionari
A mo’ di esempio, supponiamo di voler studiare la felicità di gruppi di
persone, scoprendo indicatori comuni che possano servire a tutti per vivere
meglio.
Sicuramente non ha senso, come spesso è stato fatto, collegare il concetto di

216
felicità a indici di felicità e di benessere desunti da parametri che già a priori si
pensa possano dare la felicità. Ciò significa indirizzare i sondaggi verso la
direzione voluta. Risultano cioè poco credibili quei sondaggi basati su modelli
che esprimono la felicità in relazione a presunti parametri oggettivi (per
esempio ricchezza, soddisfazione nel lavoro, soddisfazione nella famiglia,
numero di amici ecc.). Risulta praticamente impossibile costruire un modello
che indichi esattamente ciò che rende felici. Ciò equivarrebbe fra l’altro a
sostenere che per arrivare alla felicità esiste un’unica strada, posizione
facilmente smentita dalla realtà, dal momento che si possono trovare persone
molto diverse che si dichiarano molto felici.
È più semplice e credibile partire dalle indicazioni date dal singolo stesso sul
suo grado di felicità. Per evitare gli errori che abbiamo descritto nei paragrafi
precedenti, un buon sondaggio deve essere:

•• completo (cioè esaurire tutte le risposte possibili, eventualmente


proponendo anche l’astensione);
•• equispaziato (per evitare l’effetto ancora);
•• con un numero di categorie non eccessivo (per minimizzare l’avversione
agli estremi).

Inoltre le domande non devono in qualche modo far convergere verso


determinate risposte (occorre cioè evitare l’indirizzamento psicologico).
Tralasciando casi dolosi, l’indirizzamento psicologico può avvenire anche con
la perfetta buona fede dell’intervistatore. Ben si comprende come un
sondaggio che si limiti a chiedere: “sei felice?” (oppure “sei intelligente?”, “sei
razzista?” ecc.) può provocare un numero eccessivo di risposte nella categoria
che fa apparire l’intervistato come più positivo: l’intervistato risponde come
“sarebbe meglio rispondere” (spersonalizzazione positiva). Per evitare
l’indirizzamento psicologico si possono usare tecniche di mascheramento, per
esempio sottoporre l’intervistato a molte domande apparentemente scorrelate
(una tecnica di questo genere è stata per esempio usata da Robin Simon per
verificare la relazione fra l’avere dei figli e la felicità; se pongo 100 domande,
quella sul numero di figli passa inosservata nella sezione anagrafica e
l’intervistato non “sente” la correlazione con la domanda sulla felicità nella
sezione psicologica). Le tecniche di mascheramento sono però molto pesanti
perché di solito i questionari sono molto lunghi.
Poiché la spersonalizzazione positiva diminuisce all’aumentare del numero
delle categorie considerate (in altri termini, tutti sono propensi a darsi almeno

217
la sufficienza, ma è minima la percentuale di chi si dà il massimo, pur
essendone molto lontano), con un numero sufficientemente grande di
categorie (ma non troppo grande, per evitare l’avversione agli estremi), il
sondaggio diventa affidabile per le categorie estreme.
Nel caso della felicità, le categorie potrebbero essere:

1. Molto felice
2. Felice
3. Nella norma
4. Poco felice
5. Infelice.

Per quanto detto, se si desidera studiare il fenomeno felicità, ci si deve


limitare ai risultati relativi alla sola risposta 1.
Un tale sondaggio è stato recentemente condotto da quattro ricercatori della
World Values Survey (fra cui l’italiano Roberto Foa). Fra le cose interessanti,
il sondaggio ha evidenziato un effetto modesto della ricchezza sulla felicità:
dal 1999 al 2007 la situazione economica nei Paesi europei è peggiorata, ma la
variazione della percentuale di chi si è dichiarato “molto felice” va dal -5 al
+6% a seconda dei vari Paesi, senza una relazione stretta con la crisi.
I risultati sono mostrati nella Tabella 8.1.

Tab. 8.1 - Felicità: il sondaggio della World Values Survey (l’elenco riporta
il Paese e la percentuale di persone “molto felici”).
Danimarca > 49
Irlanda > 46
Olanda > 43
Belgio > 40
Gran Bretagna > 40
Svezia > 38
Francia > 31
Finlandia > 28
Slovenia > 26
Malta > 26
Germania > 24
Spagna > 23
Austria > 20
Polonia > 19

218
Portogallo > 17
Ungheria > 17
Italia > 16
Rep. Ceca > 16
Lituania > 13
Estonia > 12
Lettonia > 12
Slovacchia > 10
Romania > 9
Bulgaria > 8

Supponiamo che ci venga chiesto: “come mai gli italiani che risultano essere
tra i più infelici si suicidano molto meno di altri che appartengono a popoli
più felici?”.
A questo punto del nostro percorso sulla strada della raziologia, questa
domanda sottintenderebbe che non si ha ben chiaro che cosa sia una curva di
distribuzione.
Infatti si pretenderebbe di studiare un parametro studiando una
manifestazione del contrario di esso. Per capire quanto ciò sia assurdo,
supponiamo di avere intervistato 100 danesi e 100 italiani. Le curve di
distribuzione delle risposte siano quelle rappresentate in figura 8.2.

219
Supponiamo che per indice minore di 3,5 ci sia rischio suicidio, mentre per
indice superiore a 8 la persona abbia risposto “molto felice”. Come si vede, in
Italia ci sarebbe una grande percentuale di mediocremente (nel senso che
stanno in mezzo) felici con 2 soggetti a rischio suicidio; in Danimarca circa la
metà della popolazione sarebbe molto felice, ma i soggetti a rischio suicidio
sarebbero 5, più che in Italia.
Chi ha capito l’esempio comprende subito che non si può studiare la felicità
di un popolo partendo dalla percentuale di suicidi.

220
Cap. 9 - Il dialogo
Nel capitolo precedente abbiamo analizzato gli errori raziologici più comuni.
Quando due personalità dialogano, questa interazione produce ulteriori errori.
Le cause di questi errori sono molteplici, potendosi per esempio citare
l’intenzione di prevalere sull’altro, l’ignoranza (o la cattiva conoscenza)
dell’argomento, condizionamenti educativi, sociali, religiosi che impediscono
di accettare l’altrui posizione ecc.
A differenza degli errori raziologici, l’errore di dialogo riguarda l’interazione
fra i componenti la discussione, non una sua proposizione, un suo concetto.
Ovviamente poi nella discussione trovano spazio gli errori raziologici più
comuni, alcuni dei quali possono essere pure esaltati; questo mix di errori
porta spesso all’incomunicabilità, allo scontro verbale, alla rissa.
Per esempio, un errore raziologico che mina gran parte dei discorsi fra le
persone è l’errore di autoverifica (ved. Capitolo 8); poiché il soggetto non è in
grado di autoverificare le proprie posizioni, praticamente ogni frase che dice è
banalmente contestabile, trovando facilmente un caso che la contraddice, caso
che il soggetto stesso riconosce valido, ma che cerca di aggirare con posizioni
del tipo “ma che c’entra? Io volevo dire…”; ma allora perché non esprimersi
subito correttamente? Nel caso si dialoghi con un soggetto che commette
frequentemente questo tipo di errore, anziché continuare a evidenziare
contraddizioni, forse è più positivo evidenziargli l’errore globale che
commette, invitandolo a essere più accurato. Imparare a utilizzare il check-up
della coerenza non è poi così difficile.
La raziologia analizza il dialogo non con fini eristici (sopraffare il
contendente), né con fini logici (arrivare alla certezza), ma semplicemente con
lo scopo di renderlo produttivo; come vedremo in alcuni casi il dialogo è
raziologicamente impossibile, intendendo con tale termine l’inutilità pratica
del dialogare.

La compatibilità dei dialoganti


Come vedremo, trattando dell’errore di definizione e di quello assiomatico, è
necessario stabilire una sostanziale compatibilità di fondo fra chi dialoga.
Una regola ovvia, ma poco rispettata è che

il dialogo è costruttivo solo se i dialoganti sono compatibili.

221
La compatibilità potrebbe essere appurata verificando che per lo meno i punti
di partenza della trattazione di un argomento siano comuni. In realtà, una
verifica è quanto mai laboriosa e nessuno la fa a priori; si preferisce tuffarsi
nel dialogo e... vedere cosa succede.
Praticamente, cosa denota l’incompatibilità, cosa dovrebbe metterci in
guardia? La risposta è semplice: la distanza delle posizioni. Analizziamo
alcuni scenari.

Primo scenario
Analizziamo la frase:

Voto per il partito X perché lo ritengo il migliore.

Penso che tutti la ritengano accettabile e che nessuno tacci chi la dice di essere
antidemocratico o peggio. La frase però potrebbe essere espressa anche
attraverso una serie di proposizioni il cui insieme è equivalente a essa:

Non voto per il partito Y1 perché non lo ritengo il migliore.

Non voto per il partito Yn perché non lo ritengo il migliore.

Anche in questo caso probabilmente nessuno avrebbe da eccepire sulla mia


democraticità.
Andiamo oltre con l’affermazione:

(1) Il partito Y non è affatto il migliore.

oppure

(2) Il partito Y è il peggior partito.

Anche in questo caso mi si potrà contestare, ma nessuno si offenderà poiché


anche la (2) fa parte del normale linguaggio politico.

Secondo scenario

222
Se sostituiamo l’ambito politico con quello religioso, vediamo che le cose
cambiano e ci sarà qualche integralista che di fronte alla frase:

(3) la religione Z non è certo la migliore

si offenderà.
Qual è la differenza fra il primo e il secondo scenario? Nel primo possono
esistere comunque molti punti condivisi, per esempio entrambi i contendenti
riconoscono la democraticità dell’altro. Nel caso religioso si parte già dal fatto
che le religioni sono mutuamente esclusive, tanto che in genere le persone
non passano da una all’altra con la stessa facilità con cui cambiano partito
politico. Le religioni sono fra di loro molto più distanti dei partiti.

Terzo scenario
Studiando il comportamento di chi dialoga si scopre che il risentimento del
secondo scenario è presente usualmente anche nelle discussioni fra individui
che toccano argomenti molto meno importanti della religione.
Supponiamo che io neghi con fermezza il concetto C:

(4) C è una sciocchezza abissale.

Significa che la proposizione C è molto distante dalle mie idee.


Alla locuzione sciocchezza abissale si potrebbero sostituire una serie infinita
di locuzioni più o meno pesanti, dai tranquilli errata, inutile ai più fermi
palesemente errata, priva di spessore logico ecc. per arrivare ad aggettivi o
locuzioni terribili come da idioti, da incompetenti ecc.

La scelta dipende dal grado di forza con cui noi ci poniamo nei confronti del
nostro interlocutore e da quanto vogliamo fargli capire la nostra distanza
dalle sue posizioni.

Se una persona asserisce che la Terra è piatta, potrei rispondere con un


“secondo me non è così” oppure con un “ma che sciocchezze stai dicendo?”.
Un debole che non vuole conflitti sceglierà la prima soluzione. L’interlocutore
inizierà la discussione, ma, se è fermamente convinto della sua tesi, sarà lui a
usare un atteggiamento aggressivo. Il debole non potrà far altro che
soprassedere.
Chi possiede una forza calma (ved. La felicità è possibile) userà un aggettivo

223
commisurato a quanto ritiene errata la proposizione C. Nel caso in cui usi una
locuzione come è un’affermazione ridicola, vuole evidenziare l’enorme
distanza fra le posizioni per cui, probabilmente, non ha nemmeno senso
iniziare una discussione perché le due persone si muovono in due mondi
diversi (ved. più avanti, L’errore di definizione e L’errore assiomatico).
L’interlocutore sarà rimasto della sua idea, ma almeno io non avrò perso
tempo.
In questi casi estremi non ha senso continuare il dialogo. Quindi:

•• il fatto che non ci sia dialogo non è negativo perché le posizioni sono così
distanti e incompatibili che è assurdo dialogare. L’utopistica convinzione che
si possa sempre dialogare non analizza a priori la “compatibilità delle parti”.
Per fare un esempio forte, sarebbe ridicolo cercare il dialogo con chi mi
rincorre con una pistola in mano per spararmi.
•• L’uso di affermazioni forti non deve essere scambiato né per violenza né
per assenza di calma né per cattiva educazione. Non è un uso violento perché
sto esercitando un mio diritto, cioè dire ciò che penso nei limiti della legge. Il
danno che ne può ricevere la persona è legato al suo risentimento ed è oggetto
del paragrafo La difesa per risentimento; è un problema suo, non mio. È mia
convinzione che il primo emendamento della costituzione americana che
garantisce la libertà di parola (oltre che di stampa, di pacifica assemblea e di
esercizio della propria religione) sia uno dei concetti fondamentali per il
progresso dell’umanità. Non è assenza di calma perché non c’è (non ci deve
essere) ira: fermezza, ma senza collera.

L’analisi dei tre scenari dovrebbe aver mostrato che prima di ogni dialogo si
deve sondare la compatibilità con il dialogante. Visto che è assurdo proseguire
il dialogo, cosa fare se questa compatibilità manca? Risalire usando un
approccio top-down.

L’approccio top-down
Top-down è un termine tipicamente informatico per indicare un approccio a
un problema dall’alto, cioè partendo dalle linee generali senza scendere subito
nei dettagli; al contrario, con una strategia bottom-up si parte dai dettagli che
si uniscono in visioni sempre più grandi che alla fine abbracciano l’intero
sistema. In genere l’approccio top-down è tipico dei sistemi complessi, mentre
il bottom-up di quelli più semplici, dove è impossibile “perdersi” nelle

224
connessioni dei dettagli.
Traslando alla raziologia, è incredibile come l’incapacità di comunicare delle
persone si basi spesso sul fatto che si pretende di applicare strategie bottom-
up a sistemi/concetti/ambienti molto complessi.
Consideriamo due interlocutori, A e B, che politicamente sono abbastanza
distanti; se sono portati a esaminare un problema particolare (per esempio un
fatto accaduto) sicuramente discuteranno per ore e, alla fine, ognuno sarà
rimasto della propria idea. Anzi, il fatto che l’altro “non ha capito” è
un’ulteriore dimostrazione che è in malafede oppure che non capisce nulla! In
sostanza, il dialogo, anziché far convergere, allontana sempre più; questo
dovrebbe far riflettere coloro che ritengono che dialogare sia sempre utile.

Un cattivo dialogo predispone a un litigio, non a un miglioramento


reciproco!

L’errore consiste nel partire in quarta a discutere lo scenario, la fattispecie


concreta. Se si hanno visioni diverse della società è impossibile che da uno
scenario si riesca a convergere perché a ogni proposizione ognuno pretenderà
(ved. più avanti, L’errore assiomatico) di applicare i suoi assiomi politici e
quindi verrà subito bloccato dall’altro che non si riconoscerà in quegli
assiomi.
Una strategia più concreta è che i due interlocutori, una volta riconosciute le
“incompatibilità”, si sforzino di risalire nella discussione verso uno scenario
più generale dove le incompatibilità non ci sono più. Curiosamente si scopre
che comunque il dialogo è stato utile perché ha fissato punti di contatto e ha
evidenziato chiaramente quali sono i punti di contrasto su cui discutere. Può
anche darsi che un interlocutore, partendo da una visione generale, si accorga
che la sua visione particolare è incoerente con quella generale e cambi idea.
Vediamo un esempio pratico. A e B stanno discutendo sul caso di un omicida
che ha sterminato una famiglia per pochi soldi. A è favorevole alla pena di
morte, B è contrario.
Approccio bottom-up. A punta sull’efferatezza del delitto, chiede a B di
immedesimarsi nella situazione (“e se fosse toccato alla tua famiglia?”),
prende in esame i precedenti dell’omicida ecc. Dal canto suo B, anziché dai
precedenti, parte dalla difficile condizione esistenziale dell’assassino, cerca
l’attenuante della casualità (“se il capofamiglia non fosse rincasato, ci sarebbe
stata solo una rapina”) ecc. I due discutono per ore senza risultato. A un
osservatore esterno risulta chiaro che c’è una banale incompatibilità di base: A

225
è favorevole alla pena di morte e B è contrario. I “dettagli” che tirano in ballo
sono ininfluenti nella discussione degli assiomi e quindi sono reciprocamente
rigettati come “non decisivi”.
Approccio top-down. A e B si accorgono di partire da posizioni troppo
distanti e decidono di risalire il caso in questione. B dice ad A: “ovviamente
se uccido una persona durante una rissa per un pugno che fa cadere la vittima
su un sasso che le fracassa la testa non merito la pena di morte”. A conviene,
ma fa notare che il caso in questione è ben diverso. Comunque i due
concordano che è necessario definire quando la pena di morte è appli ca
bile. Per B non lo è mai, per A quando “…”. Si discute su questa traccia
generale, scendendo ancor più nel particolare. A e B si stanno comportando
non come due rissosi avventori di un bar, ma come due giuristi che
affrontano un problema top-down e poi lo applicano alla fattispecie.
Può darsi che alla fine restino divergenze, ma sicuramente entrambe le
posizioni sono più meditate, intelligenti, coerenti. Esperienze di vita, ulteriori
riflessioni e altri casi particolari potranno far cambiare idea a uno dei due
oppure potranno far sì che su molti casi particolari siano d’accordo.

L’illusione della certezza


Il titolo di questo paragrafo lo abbiamo già trovato nel Capitolo 2. In effetti
l’illusione della certezza innesca un errore di dialogo molto comune: avere
come argomento della discussione qualcosa su cui, di fatto, non è possibile
arrivare a una certezza condivisa da tutti (pur avendo assiomi comuni, quindi
è un errore diverso dall’errore assiomatico che vedremo più avanti) perché la
decisione comunque dipende dagli obbiettivi, dall’interpretazione dei dati, dai
pesi dei vari fattori e dalle priorità in gioco.
Un aneddoto chiarirà l’errore. Estate; in un bar all’aperto un gruppo di ragazzi
discute animatamente sull’istituzione di un corso di educazione civica nella
scuola, parallelo al corso di storia. In particolare, due contendenti si
affrontano con pareri opposti, entrambi apparentemente razionali
(l’importanza della materia da un lato, ma anche l’inutilità di un corso non
obbligatorio, la cui frequenza si basava unicamente sulla scarsa coscienza
civica della media degli studenti). Ecco che a un certo punto scatta l’illusione
della certezza: ognuno “vuole” dimostrare che l’altro sbaglia. Per farlo i toni
salgono, ci si attacca a ragionamenti contorti e impossibili, si perde lucidità.
Alla fine, da un gruppo di uomini che stavano giocando a carte si alza un

226
rimprovero. I ragazzi si zittiscono, ma uno dei due contendenti, educatamente,
ma con fermezza, fa presente che sono questioni importanti, molto di più di
una partita a carte, che loro discutono per arrivare a una soluzione giusta,
fondamentale per la loro scuola. Uno dei giocatori, con altrettanta calma e
altrettanta fermezza, risponde in dialetto: “non so cosa sia giusto o cosa sia
sbagliato, a me basta non dire stupidaggini” (il termine originale era molto più
forte).
L’ultima parola riportò i ragazzi alla realtà, facendo loro capire che si erano
incamminati su uno di quei sentieri dove non si fa altro che parlare del sesso
degli angeli.
Per inciso, un comportamento corretto in questi casi è usare lo strumento
dell’arringa finale: occorre parlare non all’altro, ma a un’ipotetica giuria, una
sola volta, come in un’arringa finale che deve rimanere scolpita nelle menti
dei giurati. Se la giuria c’è davvero (come nel caso dei ragazzi, la giuria poteva
essere la classe o tutto l’istituto) deciderà lei, altrimenti il tempo e le
esperienze future dei due dialoganti potranno essere i giudici imparziali che
emetteranno il verdetto (nel senso che uno dei due potrà riconoscere che
l’altro aveva più ragioni da vendere).
L’illusione della certezza è un errore tipico di chi vuole trovare verità in
scenari di rischio o addirittura incerti; pensiamo, per esempio, a tutti quei
consigli che diventano ordini perché chi li dà pretende che in uno scenario
incerto la sua soluzione sia quella “giusta”, quella “corretta”. Il classico
esempio della madre che dice al figlio: “non andare a giocare a pallone perché
con questo tempo prenderai l’influenza” non è che la trasformazione di uno
scenario incerto (al più esprimibile come rischio soggettivo: “secondo me hai
l’X% di probabilità di prendere l’influenza) in uno certo.
Per evitare l’errore dell’illusione della certezza è opportuno utilizzare la regola
della contestazione che sarà descritta nel paragrafo sull’errore assiomatico:
“non pretendo che la mia posizione sia l’unica accettabile, ma nella tua rilevo i
seguenti problemi...”.

La dialettica eristica
L’errore dell’illusione della certezza può anche in qualche modo essere
doloso.
Già i sofisti ritenevano che nelle discussioni fosse più importante prevalere
che ricercare la verità. Ancora nel XIX secolo Schopenhauer scrisse
addirittura un testo L’arte di ottenere ragione esposta in 38 stratagemmi nel

227
quale sostiene che è più importante vincere la battaglia verbale, soprattutto in
pubblico, piuttosto che dimostrare di aver ragione.
Ancora oggi, nel dialogo, molti utilizzano la posizione di Schopenhauer senza
comprendere che, dai tempi dei greci, il pubblico si è molto evoluto e non è
poi così facile ingannarlo. L’unico risultato di fallacie e stratagemmi è che il
dialogo degenera in rissa.

L’errore di definizione
Il dialogo è sicuramente un’arma molto potente per acquisire esperienza da
altri e per migliorare la propria visione del mondo. Non sempre però è
condotto in modo ottimale e porta quindi in strade senza uscita, inasprendo gli
animi di chi dialoga e risultando alla fine sterile, se non addirittura negativo. A
prescindere dagli errori “personali” (quelli che si commettono ragionando da
soli sulle proprie posizioni), è importante notare come la volontà di
dimostrare le proprie tesi (a prescindere dalla convinzione della bontà delle
stesse) possa portare a un uso scorretto del linguaggio. Analizzeremo i due
errori di gran lunga più importanti, la vaghezza e l’equivoco.
Altri come l’anfibologia (un’espressione contenente un’ambiguità sintattica o
semantica, interpretabile in modi diversi a seconda del modo di leggerla) sono
ormai presenti solo a livello teorico perché nessuno in presenza della frase
“posso sollevare un uomo con una mano sola” pensa che vogliamo dire che
siamo in grado di sollevare un uomo che possiede una sola mano! Né pensa
che ci siano 600 morti leggendo il titolo del giornale: “600 contro un albero.
Tutti morti”.
Stesso discorso per la fallacia di composizione (a un oggetto si attribuiscono
le qualità dei suoi componenti) o per la fallacia di divisione (a una parte di un
oggetto viene attribuita la qualità dell’oggetto): frasi come “la squadra X ha
vinto lo scudetto perché è composta da forti giocatori” oppure “X milita in
una forte squadra quindi è un forte giocatore” sono subito contestate in
quanto “dubbie”.
Questi esempi mostrano che la nostra mente riesce a recuperare molti errori (o
incertezze) sintattiche e se è pur vero che in genere si è in grado di separare
l’essenziale dal superfluo (un esempio troppo creativo, una divagazione ecc.),
è anche vero che non è possibile convergere se le persone partono da
definizioni diverse delle parole utilizzate (cioè dal cosiddetto dizionario
personale, ved. Capitolo 4).

228
La vaghezza
Se si cerca sul dizionario, quasi ogni parola ha più di un significato. Quando
si dialoga su un argomento sarebbe buona norma accordarsi preventivamente
sui termini che più interessano la discussione. Una prova?
Si provi a chiedere a diverse persone di iniziare una discussione sul tema
“Rubare è immorale”. I vari partecipanti partono in quarta, scoprendo solo a
posteriori che il termine “rubare” ha molte accezioni e che taluni non
considerano furto ciò che per altri lo è. Ma non è tutto. Si provi a chiedere alle
persone di definire la morale. Se va bene (se cioè tutti ci riescono, senza
impelagarsi in giri di parole contorti e contraddittori), sarà già positivo se su
dieci persone se ne avranno almeno due che definiscono la morale nello
stesso modo.
Quindi (eliminazione della vaghezza),

prima di iniziare un dialogo, si definiscano i termini essenziali.

Si potranno, per esempio, scoprire incompatibilità iniziali che richiedono una


discussione a monte di quella inizialmente stabilita. Per esempio il termine
“pericoloso” può essere inteso in modo molto diverso da una persona
estremamente paurosa e da un praticante uno sport estremo!

L’equivoco
Un problema peggiore della vaghezza è sicuramente l’equivoco, cioè quella
fallacia che utilizza una parola con due o più significati nella stessa
argomentazione.
L’equivoco è uno degli errori più gravi per chi aspira a essere razionale. Se nel
mio discorso io uso un termine con due significati diversi, non posso fare
altro che confusione. Ingenero confusione anche quando uso un termine del
quale non conosco il significato attribuendogliene arbitrariamente uno che
vale solo perché a me suona bene così (errore di definizione; è come se usassi
“gatto” per descrivere un “cane”, giustificandomi dicendo che in fondo tutti e
due sono carnivori!).
Praticamente, spesso il contendente si accorge facilmente dell’equivoco e lo fa
notare. In senso moderno è però comune che, una definizione venga ritoccata

229
durante il dialogo e si pretenda di mantenere valide le deduzioni fatte con la
vecchia definizione (equivoco moderno): “e che c’entra? Io intendevo (nuova
definizione)…”. Occorre comprendere che quando si cambiano le definizioni,
tutto ciò che è stato dedotto in precedenza non ha più valore. Analogamente al
gioco dell’oca, l’autoerrore di definizione è come una penalità che fa tornare
al via!
Vediamo un esempio a cui è immune solo una piccola percentuale della
popolazione.
Parlando di valori che rendono stimabile una persona, non è raro sentirsi
rispondere: il rispetto. Basta consultare un dizionario e si scopre che rispetto
vuol dire “atteggiamento di stima e deferenza verso qualcuno o qualcosa”.
Come si può rispettare un serial killer, un terrorista o più semplicemente uno
stupido? Evidentemente per molti tale termine racchiude altri concetti
(tolleranza, assenza di violenza ecc.) che però nulla c’entrano con la
definizione corretta. Stesso discorso capita a volte con la parola “onestà” (che
viene confusa con “legalità”). Sono classici casi in cui una persona pretende
che l’altro la capisca pur parlando in… una lingua diversa.
Di solito all’errore raziologico di definizione segue una difesa per risentimento
e la persona colta in fallo replica all’infinito e, anziché cercare di capire le sue
lacune, tenta di confondere ancora più le acque.
Non è difficile capire che il semplice parlare di rispetto è la prova più evidente
che non so elencare le cose veramente importanti perché io stimi una persona.
L’esaltazione del rispetto è cioè uno dei classici modi con cui non si fa lo
sforzo di chiarirsi le idee, conservando però il diritto di critica a posteriori (tu
non hai rispetto per…). Pensiamo a un genitore che debba educare un figlio.
Cosa gli dirà? “Figliolo, il valore più grande che devi avere è il rispetto”. Se il
ragazzo ha un barlume di intelligenza, chiederà: “ma rispetto per cosa? Se il
mio amico Mario, che fa lo spacciatore, mi offre uno spinello, lo devo
accettare perché lo rispetto? Devo quindi rispettare chi ruba? Chi stupra la mia
compagna di classe mentre il professore è abbioccato sulla sua cattedra? Devo
rispettarti anche se hai tradito la mamma con le tue dodici segretarie, hai
fregato il tuo socio e ti diverti a torturare il gatto del vicino? Ho capito: il
valore più importante è il rispetto perché così posso fare ciò che voglio”.
Tornando seri, statisticamente chi incorre in errori di definizione non ha una
mentalità scientifica. Magari vincerà il Nobel per la letteratura, sicuramente
avrà letto centinaia di libri, molto probabilmente è abituato a parlare (bene),
accontentandosi però solo del suono delle parole, senza arrivare alla sostanza.
Regola - Quando un termine è al centro del vostro discorso, prima di

230
continuare chiedetevi: ma so definirlo? Non è per caso qualcosa di vago che
io adatto strada facendo, mentre parlo?
Per capirci, provate questo test con i vostri amici: tutti sanno che il cerchio è
l’area racchiusa da una circonferenza, ma cos’è la circonferenza?
Ho scoperto che, nonostante il concetto di circonferenza sia di uso comune,
persone con 75 lauree (umanistiche) non sanno definirlo e partono… per la
tangente, usano il linguaggio dando per scontato che gli altri sappiano già cosa
vogliono dire. Tralasciando quelli che usano riferimenti… circolari (la
circonferenza è ciò che racchiude un cerchio e il cerchio è ciò che è racchiuso
da una circonferenza), la risposta più aulica che mi è stata data è quella di un
professore di lingue: “è la rotondità di un’arancia”.
Non ho avuto il coraggio di chiedergli di definirmi la sfera...

L’errore assiomatico
L’errore assiomatico è più critico dell’errore di definizione, riguarda infatti
incompatibilità globali fra gli interlocutori. Se, partendo dalle definizioni, si
continua a risalire fino agli assiomi che ognuno di noi mette alla base della sua
comprensione del mondo, si potrebbe scoprire che alcuni di questi assiomi
sono incompatibili. Sembrerebbe che il dialogo finisca lì e non ci sia ulteriore
spazio.
A dire il vero, dati due soggetti, è pressoché impossibile che i loro assiomi di
base siano identici, per cui si potrebbe concludere che ogni dialogo è inutile.
Si tratta di una chiara conseguenza dell’errore assiomatico che consiste

nel cercare di dimostrare che la propria posizione è corretta.

Di fatto è proprio quello che fanno tutti ed è per questo che le discussioni
sono spesso infruttuose. Cercare di dimostrare le proprie tesi (cosa plausibile
finché si analizza in proprio un argomento) dà per scontato (ecco l’errore!)
che l’interlocutore abbia gli stessi nostri assiomi di partenza.
Per evitare l’errore assiomatico è importante usare la regola della
contestazione che altro non è che un’applicazione del check-up della
coerenza (ved. Capitolo 4).
Spesso è inutile contestare una persona partendo dal proprio punto di vista,
dai propri assiomi. Per farlo in modo costruttivo, non si usino le proprie
regole, ma si dimostri che dalle regole dell’interlocutore si arriva a conclusioni

231
assurde, a problemi, a posizioni irrealistiche. Se questo non è possibile,
magari si rifletta sul fatto che le sue regole sono più efficienti delle nostre.
Supponiamo di discutere con il proprio capo di un progetto. Il capo spinge la
versione A, mentre noi quella B. Possiamo partire in quarta ed illustrare tutti i
benefici del nostro progetto, disinteressandoci del progetto altrui, ma è
sicuramente più vincente evidenziare tutte le difficoltà del progetto del capo
(ovviamente in modo educato, quasi distaccato); se quest’ultimo non saprà
rispondere in modo adeguato, si convincerà che il suo progetto non va.
Un altro esempio, tratto dagli scacchi. Ogni scacchista sa che bisogna prendere
in seria considerazione i piani dell’avversario, tant’è che a volte si vince la
partita senza fare nulla di eccezionale, semplicemente confutando i piani
altrui. Un mio vecchio amico era invece solito commettere una specie di
errore assiomatico, disinteressandosi completamente del piano altrui con frasi
lapidarie, del tipo “l’altro faccia ciò che vuole, io l’Alfiere lo metto lì”;
inevitabilmente prendeva scacco matto!

La confusione dell’eclettico

Molte persone leggono un’infinità di libri, studiano tante strategie esistenziali,


convinte (ed è vero) che ci sia qualcosa di buono in ogni testo. Peccato che
quando mettono insieme tutto ottengano un mostro incoerente che, di fatto,
non sa stare in piedi da solo. A questo punto ci sono tre strade:

A. riuscire a costruirsi una nuova strategia di vita che superi le precedenti (è


per loro migliore); questa strada è tentata da tanti, ma solo pochissimi
riescono a ottenere qualcosa di valido. Il più delle volte il tentativo resta
superficiale anche se chi lo attua è convinto di aver trovato la sua strada
(come l’avventore del bar dello sport è convinto di fare una formazione della
nazionale migliore di quella del C.T.).
B. Accettare una strategia, la migliore (o la meno peggio, se volete),
ammettendo di essere incapaci di una sintesi superiore.
C. Continuare a ondeggiare fra una teoria e un’altra, senza vedere le
contraddizioni che una sintesi delle due porta con sé, anzi senza nemmeno
tentare la sintesi (a differenza di a). Se si usa un concetto della teoria A e uno
della teoria B, ci sono molte probabilità che non siano del tutto compatibili,
generando una confusione che, inevitabilmente, uscirà in ogni discussione che
si cercherà di intavolare.

232
La mia esperienza mi porta a credere che la stragrande maggioranza delle
persone sia nella condizione c, tanto che non è difficile imbattersi in persone
che leggono moltissimo e che sono sempre in difficoltà durante una
qualunque discussione.

Non sa di più chi legge di più, ma chi legge meglio.

La logica di comodo
Con questa espressione si intende una forma di indagine non oggettiva che
investe le proprie energie razionali nel sostenere una posizione che condanna
(promuove) qualcosa che comunque sentiamo estraneo (vicino) o addirittura
dannoso (vantaggioso).
Se vogliamo, è una forma di errore di partigianeria esteso a tutto il dialogo
anziché a una sola proposizione. Non è difficile scoprire la logica di comodo
in moltissimi discorsi commerciali (in fondo servono a vendere);
analogamente è facile accorgersi della mancanza di oggettività quando
l’interlocutore parla di argomenti che a lui stanno molto a cuore, fanno parte
della sua vita; difficilmente chi ha dedicato la sua vita a un’attività sarà
oggettivo, a meno che non riesca a vedere con occhio distaccato, a “uscire” da
sé stesso.
Non a caso nei molti sport che ho praticato, mi sono accorto che l’insieme dei
praticanti poteva essere diviso in due categorie: gli equilibrati, che appunto
non perdevano oggettività, riuscendo a vedere anche i limiti del loro oggetto
d’amore e i fissati, che invece non vedevano che gli aspetti positivi,
totalmente e irrazionalmente coinvolti com’erano.
Più difficile smascherare la logica di comodo in quelle situazioni dove sembra
che il soggetto non abbia nulla da perdere. In questo caso occorre analizzare la
reale competenza nell’ambito di discussione. Se si sostiene una tesi solo
perché sbrigativamente risolve un problema che tutto sommato ci tocca
indirettamente, stiamo usando una logica di comodo. Alcuni esempi.
Cosa fare contro le stragi del sabato sera? Chiudiamo le discoteche a
mezzanotte.
Cosa fare contro la violenza negli stadi? Chiudiamo per un anno gli stadi dove
si verifica la violenza, in fondo non è indispensabile andare allo stadio (fra
l’altro, la partita si può vedere in tv), ci sono altre forme di divertimento.
Non è difficile capire che, molto probabilmente, sono una persona che non va

233
né in discoteca né allo stadio!
Come ultimo esempio porto quello che, a mio avviso, è illuminante.
Supponiamo che la questione sia: si deve vietare la caccia?
Una buona parte della popolazione (diciamo almeno un 30%) è contraria
all’esercizio della caccia in una sua qualsiasi forma. La posizione è un
esempio di logica di comodo che il soggetto elabora in modo più o meno
convincente (tanto lui a caccia non va). La logica di comodo è evidenziata da
due punti:

1. Si tende a condannare la caccia in base alle proprie esperienze con i


cacciatori.
2. Non si fa nessuna distinzione fra le forme di caccia.

Il primo punto è un evidente errore di generalizzazione che la logica di


comodo facilita. Essere contro la caccia perché si è colpiti da un caso di
bracconaggio (come l’uccisione di falchi sullo stretto di Messina, secondo
un’imbecille tradizione) o da un particolare tipo di caccia (come quella alle
balene, pratica alla quale moltissimi cacciatori sono comunque contrari) è
come essere contro l’uomo e l’umanità solo perché esistono pedofili,
stupratori, ladri, assassini, evasori fiscali ecc.
Il secondo punto è importante perché esistono forme di caccia (che chi
applica la logica di comodo magari nemmeno conosce perché non ha studiato
l’argomento) del tutto equivalenti all’uccisione degli animali domestici. Quale
significativa differenza razionale esiste fra liberare un fagiano (allevato) in un
prato e cercarlo due mesi dopo per sparargli, ucciderlo e cibarsene e inseguire
in un pollaio una gallina per tirarle il collo e poi cucinarla? La logica di
comodo tocca il massimo quando si elaborano posizioni come questa (da una
e-mail che ho ricevuto): … credo che ci sia una grossa differenza tra essere
insensibili alla sofferenza procurata indirettamente agli animali e la
sofferenza inflitta manu propria; io, come tanti altri, tantissimi, ci siamo
evoluti e ipocritamente facciamo fare il lavoro sporco ad altri, i cacciatori
no! Francamente vedo la stessa differenza che c’è fra il capomafia che ordina
un’esecuzione e il killer che la esegue. Non c’è nessuna evoluzione, solo
ipocrisia.
Quindi il secondo punto dovrebbe farci capire che

solo un vero vegetariano può essere contro la caccia.

234
Ovvio che se non si è vegetariani, si può essere contro certe forme di caccia,
ma non contro la caccia in sé.

La negazione della risposta


Si tratta di una delle forme più odiose di incomunicabilità perché, di fronte
all’evidenza di una confutazione delle proprie posizioni, si continua a negare,
proprio come chi, colto sul fatto, si dichiara innocente e nega l’evidenza.
La negazione della risposta attua un processo simile a questo: “sì, dici cose
condivisibili, ma io…”, ripetendo all’infinito la propria posizione (fallacia ad
nauseam). Di fatto ogni dialogo diventa impossibile.
In genere alla base della negazione della risposta c’è un approccio emotivo,
piuttosto che razionale, al dialogo; il soggetto non è in grado di spiegare tutto
razionalmente e, come scappatoia, nega la razionalità in funzione di un
presunto campo d’azione dei sentimenti. Non ha cioè nessuna organizzazione
gerarchica del suo piano affettivo (ved. Capitolo 3, La spiritualità).

La traslazione dello scenario


Rispetto alla negazione della risposta, si tratta di una forma più intelligente di
evitare il confronto.
Il soggetto avverte più o meno consciamente che non può contestare la
controparte e allora trasla lo scenario portandosi in uno dove ha
“sicuramente” ragione. Poi usa una logica del tipo “se ho ragione nel nuovo
scenario, ho ragione anche nel vecchio”.
La traslazione dello scenario è il “trucco” che gli avvocati usano per screditare
un testimone: se è “poco attendibile” (spacciatore, prostituta, soggetto con
ritardi mentali, bambino ecc.) non ha detto la verità perché in altri scenari non
l’ha detta o non la direbbe. Si tratta di un esempio di argumentum ad
hominem: Tizio afferma la tesi X; si scredita Tizio -> X è falsa.
Nella traslazione dello scenario non necessariamente sono coinvolte fallacie;
per esempio spesso lo scenario d’arrivo è corretto, ma semplicemente nulla
c’entra con quello iniziale; l’interlocutore cerca di spostare il campo da uno in
cui ha torto a uno in cui ha ragione.
La traslazione dello scenario comprende anche il caso della fallacia dello
spaventapasseri: lo scenario traslato è una versione distorta di quello che ci
ha proposto l’interlocutore e la distorsione serve per dimostrare che è falso,

235
sbagliato ecc. in modo da sostenere che il nostro interlocutore è in errore.
I politici usano la traslazione dello scenario quando, messi alle strette di fronte
a un successo innegabile degli avversari, non riescono ad astenersi dal citare
una sfilza, a loro dire, di insuccessi: “sì, è vero che il prodotto interno lordo è
aumentato, ma cosa dire dei diritti civili?”.

La difesa da superbia
Spesso con la superbia (tramite frasi, immagini, scritti ecc.) stabiliamo una
relazione negativa con chi ci è intorno, scateniamo una sua reazione, reazione
che chiameremo difesa da superbia.
Nessuno attua la difesa da superbia quando leggendo le note sull’autore di un
libro scopre che è una persona valida. Se però lo si incontra per caso in un
negozio e questi inizia a sciorinare la sua biografia, il primo pensiero che ci
sfiora è che è superbo.
Implicitamente scatta una gara, per cui le parole del superbo ci appaiono come
“vedi, io valgo molto, non so tu, ma io…”. La difesa da superbia è
semplicemente la non accettazione della gara e il superbo sarà emarginato o
comunque guardato con molta freddezza.
Da questa prima analisi sembrerebbe che nessuno possa esprimere il proprio
valore senza apparire superbo. Ovviamente non è così. Se lo si esprime in un
contesto impersonale (come in un curriculum) o con l’interlocutore giusto il
pericolo della difesa da superbia non esiste. Cosa si intende per interlocutore
giusto?
Consideriamo le tre frasi:

1. Oggi sono proprio in forma, ho fatto 12 km in meno di 50 minuti. Senza


fatica.
2. Ieri ero veramente sexy. Avevo una minigonna e una camicetta...
3. Sto imparando il cinese mandarino; conosco bene già nove lingue, vorrei
arrivare a dieci.

La prima frase potrei dirla a uno sportivo mio amico, senza che questo mi
giudichi superbo. E allora dov’è il problema? Sta nell’adattarsi all’altro.

Una frase non si può dire in assoluto a tutti!

236
Se la frase 1 la si dice a un sedentario, magari in sovrappeso (cioè a una
persona cui lo sport non interessa), lo si fa sentire uno zero (anche se odia lo
sport, avverte di essere stato coinvolto in un confronto a cui lui non ha
nessuna intenzione di partecipare).
La frase 2 possono dirsela fra loro due amiche carine, ma se la si dice in
presenza di una ragazza bruttina, la si farà sentire una nullità e penserà: “Ah,
questa come se la tira…”.
La frase 3 è normale in un contesto fra intellettuali, fra interpreti ecc., ma se la
si dice a uno che parla solo in dialetto ci riterrà “intellettuali”, sentendosi un
po’ ignorante. Potrà compatirci (questa è una bella versione della difesa da
superbia) oppure potrà rifiutarci in un modo meno carino. Quindi, regola:

parlando di sé, si deve capire chi si ha di fronte e cercare di non offenderlo.

La regola suesposta potrebbe sembrare in conflitto con quanto detto sulla


possibilità di usare un certo grado di forza nel dialogo (ved. La compatibilità
dei dialoganti). In realtà qui è fondamentale l’inciso “parlando di sé”, che
fissa un ambito ben diverso da quando contestiamo fermamente una
proposizione altrui. Nel prossimo paragrafo vedremo proprio come un
risentimento per un attacco alle proprie posizioni possa generare un errore di
dialogo.

La difesa per risentimento


La difesa per risentimento è una forma di errore di dialogo che viene utilizzata
per opporsi a un giudizio negativo senza validi motivi.

•• Le tue parole mi offendono...


•• Perché vuoi impedirmi di...
•• Non tollero di essere insultato...

Tutti modi con cui un soggetto (magari nemmeno permaloso per natura) evita
il dialogo. Si noti che non ha nessun pregio il fatto che il risentimento sia
motivato o meno. Se una persona mi dà dello stupido dicendo, e
motivandolo, che le mie tesi sono stupide, è troppo comodo pretendere di
avere ragione solo perché sono stato offeso. L’offesa non ha nulla a che
vedere con la materia del contendere.

237
Di fronte a una difesa per risentimento, è necessario verificare la compatibilità
con il nostro interlocutore ed eventualmente usare un approccio top-down,
come spiegato nel paragrafo La compatibilità dei dialoganti.
Altre volte, come nel caso dei permalosi, la compatibilità esisterebbe, si
potrebbe discutere, ma di fronte a una frase come

(1) S è negativo

il nostro interlocutore non trova di meglio che... risentirsi. In realtà la difesa è


una forma di attacco perché sotto sotto c’è l’intenzione di non discutere
assolutamente di S che non può essere messo in discussione.
Per esempio, la difesa per risentimento si attua quando si deduce
arbitrariamente che la condanna di un concetto implichi la negazione a
viverlo. Di fronte a proposizioni come la (1), l’interlocutore, sentendosi
toccato nel vivo, non sa fare di meglio che usare la difesa per risentimento:
“ah, tu vuoi impedirmi di vivere S (deduzione assolutamente arbitraria)? Chi
sei tu per giudicarmi? Ognuno è libero di vivere come vuole” ecc.
È evidente che se si lascia passare la difesa per risentimento ogni giudizio
diventa impossibile. In realtà si deve distinguere fra:

•• giudizi coercitivi (affermano che S è negativo e vogliono impedirlo);


•• giudizi suggeritivi (affermano che S è negativo e consigliano, appunto a
mo’ di suggerimento, di non viverlo).

Un’affermazione statistica (ved. Capitolo 4, Le affermazioni statistiche) può


generare una difesa per risentimento perché il ricevente la interpreta come
diretta a lui, personalmente, ragiona in chiave logica a due valori (vero o
falso, tutti o nessuno ecc.) anziché statistica. Se una ricerca mostra che gli
appartenenti all’insieme A sono più intelligenti (secondo un certo criterio)
degli appartenenti all’insieme B, molti appartenenti all’insieme B la contestano
senza nemmeno averne capito le motivazioni: “non è vero, io sono
intelligentissimo”. Oltre a un chiaro esempio di analfabetismo statistico, è
evidente il risentimento di una controaffermazione piuttosto ingenua.

Il ragionamento per senso comune


Se facciamo correre a tutti 100 m, probabilmente, in media, solo una persona

238
su cento scenderà sotto ai 12 secondi; eppure tale tempo non è quasi mai
nemmeno sufficiente a vincere i campionati di un istituto scolastico superiore,
cioè è un tempo sportivamente mediocre. Nessuna persona dotata di un
minimo di spirito critico si sognerebbe di dire che “è impossibile correre i 100
m in meno di 12 secondi” (errore di generalizzazione classico: io non ci riesco
quindi nessuno ci riesce) per il semplice fatto che basta un clic su Internet per
scoprire che il record mondiale è addirittura inferiore di oltre due secondi. In
altri casi, dove mancano riscontri numerici, è invece molto facile farsi
infatuare dal senso comune, dai risultati della maggioranza delle persone,
senza accorgersi che una parte piccola, ma significativa di essa, fa eccezione.
Così tutti sono stressati, nessuno è pienamente felice, in tutti i matrimoni c’è
un momento di crisi, tutti i figli prima o poi creano guai ecc.
Il ragionamento per senso comune è una forma raffinata di errore di
generalizzazione estesa a tutta la discussione; anzi, spesso la tesi che si vuole
sostenere è proprio basata sul senso comune; infatti, di fronte a un problema,
sono pochi quelli che si limitano ad addurre la propria situazione (se una cosa
capita a me, capita a tutti!) per chiudere subito il discorso. Di solito si fa un
passo ulteriore e si analizza la maggioranza della popolazione per vedere se
“mal comune mezzo gaudio”. Quando si scopre che in effetti sono tanti a
essere nella stessa situazione si impiega il ragionamento per senso comune,
cioè il

ritenere corretti comportamenti o situazioni che sono giudicati tali dalla


maggioranza della popolazione.

Il ragionamento per senso comune si basa su fallacie come l’argumentum ad


populum o l’argumentum ad numerum (ved. Capitolo 8, Le fallacie).
Non bisogna confondere il senso comune con il buonsenso: “la capacità
naturale di giudicare rettamente”. Non c’è bisogno di aggiungere razionale
perché il rettamente (che è contenuto nella parte “buon”) esprime già la
correttezza del giudizio. Una frase del Manzoni chiarisce l’enorme differenza:
Il buonsenso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune.
Il ragionamento per senso comune è impiegato da psicologi e tuttologi per
avere una vasta audience: giustificando come assolutamente ragionevole il
comportamento della massa, ecco che se ne ha il plauso.
Da un punto di vista psicologico (rientra quindi nell’ambito dell’intelligenza
affettiva), è utilizzato da personalità sopravviventi o insoddisfatte che
comunque vivono sopra la media per giustificare i piccoli problemi quotidiani

239
(“e chi non ne ha?”). È impiegato dagli svogliati come alibi a non impegnarsi
(dopo i quarant’anni è normale ingrassare) e dai dissoluti per giustificare i
propri vizi.

Libertà d’espressione e giudizio


Quando si parla di libertà d’espressione subito il pensiero corre alla stampa
ed è facile citare i molti esempi contenuti nelle varie costituzioni. Per esempio
il primo emendamento della costituzione americana, la dichiarazione
universale dei diritti dell’uomo (1948), la costituzione della repubblica
federale di Germania (1949), la convenzione europea per la salvaguardia dei
diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (ratificata dall’Italia nel 1955)
sanciscono la libertà d’opinione e d’espressione.
La costituzione italiana (art. 21) ci dice che “tutti hanno diritto di manifestare
liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di
diffusione”.
In ogni Stato la legge fissa i limiti alla libertà d’espressione, per esempio in
caso di buon costume, di apologia di reato, di diffamazione ecc. Più sfumato
il limite relativo all’ingiuria, tanto che la Cassazione ha precisato che “la
reputazione non si identifica con la considerazione che ciascuno ha di sé o
con il semplice amor proprio, ma con il senso della dignità professionale in
conformità all’opinione del gruppo sociale, secondo il particolare contesto
storico. Non costituiscono, pertanto, offesa alla reputazione le sconvenienze,
l’infrazione alla suscettibilità o alla gelosa riservatezza”.
Ma allora perché quando si apostrofa una persona con una frase del tipo “tu
stai dicendo fesserie!” (sto liberamente esprimendo il mio pensiero), pur non
infrangendo nessuna legge, spesso la controparte o altri ci vogliono bocciare,
censurando di fatto la nostra libertà d’espressione?
Ci sono sostanzialmente due posizioni.
Il permaloso - Non accetta di essere giudicato; il nostro tono aggressivo gli
permette di far scattare la difesa per risentimento: non avendo argomenti
validi, ci si attacca al tono con cui un argomento è stato esposto. Occorre
notare che, non accettando il giudizio su di sé e sulle sue idee, il permaloso
tenderà sempre e comunque a replicare anche a un tono pacato, ma che
esprime una sostanziale distanza fra le due posizioni, una sostanziale
incompatibilità. Soprattutto se è violento, tenderà ad avere sempre l’ultima
parola. La mia attività in Rete mi ha fatto conoscere moltissimi

240
permalosi/violenti. Per loro ho confezionato una risposta standard; dopo due
o tre risposte “costruttive”, una volta verificato che il livello di incompatibilità
è alto (e quindi inutile un dialogo via mail) mando una risposta standard: “Le
nostre posizioni sono troppo distanti. Non replicare, tanto non ti rispondo
più”. Naturalmente il permaloso/violento non sa smettere e, volendo avere
l’ultima parola, rimanda una mail, spesso chilometrica (che ovviamente non
leggo neppure). Al che riceve nuovamente la mia mail standard e così via. Il
record è di un soggetto che su un tema piuttosto banale è riuscito a rispondere
18 volte alla mail standard pur di avere l’ultima parola.
Cosa dire al permaloso? Se è giudicata, la persona equilibrata riflette sul
giudizio; se è sensato lo utilizza per migliorare, se non lo è, ci ride sopra e, in
presenza di danno reale (come una diffamazione), può passare anche
all’azione, usando la forza calma.
Il santo - Alcuni ritengono che giudicare sia sbagliato e si vantano di non
giudicare mai. Se è vero che molte persone non le valutiamo semplicemente
perché entrano marginalmente nella nostra vita, è altresì vero che quelle che
“ci toccano” da vicino subiscono la nostra valutazione. Il santo tende a essere
tollerante (anche se a volte confonde la tolleranza con il rispetto), ma tollerare
non vuol dire non giudicare, tant’è che comunque non può esimersi dall’usare
aggettivi negativi quando parla di persone con lui incompatibili, soprattutto
moralmente. Può permettersi di credere di non giudicare solo perché porta a
sé stesso esempi in cui tutto sommato non gli importa nulla del difetto
dell’altro. Se però ha un minimo di personalità, ecco che, quando discute di
argomenti per lui vitali, non lesina a mostrare valutazioni indirette come stima,
biasimo ecc.
Se ha una personalità forte, un alibi che usa molto spesso è di disprezzare
comportamenti o categorie, ma non direttamente i singoli, senza accorgersi
che quando disprezza un comportamento disprezza automaticamente tutti
coloro che lo manifestano e quando disprezza una categoria disprezza tutti
coloro che vi appartengono.
Per smontare la sua aureola, basterebbe farlo riflettere: se per lui l’argomento
X è prioritario, non può stimare allo stesso modo chi plaude a ciò in cui lui
crede e chi per esempio irride gli stessi valori. In realtà il santo si
autoconvince di non giudicare perché per lui l’essere buono è il fondamento
della sua autostima, non a caso è spesso patosensibile.
La frase - “Non giudicate e non sarete giudicati” (Luca 6,37), sembra il motto
del santo (non giudicare) e del permaloso (non essere giudicato). Peccato che,
se interpretata logicamente, la frase evangelica non sia una condanna del

241
giudizio. Infatti, perché mai essere giudicati deve essere considerato negativo?
In realtà solo chi non è equilibrato teme il giudizio.

Non giudicare e non sarai giudicato, ma una persona intelligente giudica e


accetta il giudizio altrui: solo i permalosi e i santi non accettano di essere
giudicati o di giudicare!

La soluzione - In realtà basta considerare ogni giudizio valido non in assoluto


bensì relativamente al nostro modo di vedere il mondo che, a meno di non
essere intolleranti, è una delle possibilità, uno dei punti di vista, non l’unico
(per esempio, sono convinto che il Well-being sia una strada che porta alla
felicità, non ho la pretesa che sia l’unica).
Se dico che Tizio è una persona che non stimerò mai ecc. non faccio altro che
sottintendere “coerentemente con i miei comportamenti non posso che
giudicare Tizio ecc.”. Ovvio che Tizio può fare lo stesso con me. La
consapevolezza che io sono il metro di giudizio rende la valutazione valida
solo per me (per esempio, per costruirmi il mondo dell’amore) e blocca sul
nascere ogni intolleranza: “tu dici un sacco di sciocchezze, ma ti tollero perché
tu puoi pensare lo stesso di me”.
Premesso che esiste la legge per sancire i limiti della libertà d’espressione, è
utopistico sperare di usare un linguaggio che non ferisca mai nessuno. Se una
persona (che non è necessariamente debole psicologicamente, anzi magari è
forte) mi vuole vendere delle sciocchezze, ho tutto il diritto di esplicitare il
mio pensiero.
Del resto, i giudizi non si danno solo con le parole: più di una frase sgarbata,
può fare la bocciatura per un posto di lavoro o un voto a scuola. Quando un
professore dà 4 a un tema di uno studente equivale a dirgli che il suo tema fa
schifo!

242
App. A - Il problema dei tre bicchieri
Il problema dei tre bicchieri è un problema squisitamente raziologico perché
può essere risolto con un metodo di descrizione naturale.
Il banco pone sul tavolo di fronte al giocatore tre bicchieri, dicendo che sotto
uno di essi c’è una moneta, mentre sotto gli altri due non c’è nulla. Quindi
invita il giocatore a indovinare sotto quale bicchiere si trova la moneta.
Prima di sollevare il bicchiere scelto, il banco scoperchia un bicchiere vuoto,
lasciando sul tavolo due bicchieri, quello originariamente scelto dal giocatore
e l’altro.
A questo punto il banco chiede al giocatore se vuole confermare la scelta o
vuole cambiare bicchiere.

Cosa conviene fare?

A. Cambiare scelta.
B. Confermare la scelta fatta all’inizio.
C. È indifferente.

Nel caso scelto, qual è la probabilità di vincere la moneta?

Il gioco ha diversi gradi di difficoltà logica. Penso che il primo sia facilmente
superato da tutti: quando faccio la prima scelta ho un terzo di probabilità di
azzeccare, non serve certo una cultura matematica sofisticata per rispondere,
basta il buon senso.
Il secondo livello di difficoltà sta nel capire che non si può dare la risposta
alla prima domanda se non si sa rispondere alla seconda! Chi ci ha provato
senza avere presente qual è la probabilità di vincere dopo aver dato la seconda
risposta non sa maneggiare molto bene l’informazione.
Il terzo grado di difficoltà è dare entrambe le risposte giuste. Chi risponde
correttamente alla prima, ma sbaglia la seconda probabilmente si fida troppo
del proprio intuito e va incontro a probabili dispiaceri in tutto ciò che è
“matematico”.
Siamo arrivati all’insieme di quelli che rispondono correttamente a entrambe
le domande. Il problema è sapere se riescono a dare una spiegazione semplice
e comprensibile a tutti del gioco o se hanno risposto solo in virtù delle loro
conoscenze sul calcolo delle probabilità. In quest’ultimo caso la gestione

243
probabilistica della realtà non è “automatica” e può facilmente sfuggire di
mano quando ci si dimentica di “applicare le regole”.

La soluzione
Quando un gioco cambia le regole, cambia anche nome (calcio -> calcetto). Il
gioco dei tre bicchieri cambia quando si aggiunge la regola che il conduttore
partecipa scoperchiando un bicchiere. Questo nuovo gioco richiede una
nuova strategia, in particolare non si può non usare l’informazione che mi è
stata data. Infatti l’intervento del conduttore lo vincola a svelare parte del
gioco, se ci si pensa bene è come se si tradisse. Infatti consideriamo i tre casi
possibili:

MBB
BMB
BBM

M indica la moneta e B il bicchiere vuoto. Ovvio che ho una probabilità su 3,


il 33,33%, infatti vinco solo nel primo caso (se per comodità inizio la
numerazione dei bicchieri con quello che ho scelto). Ora il conduttore
interviene. È costretto a scegliere di scoperchiare quello dove non c’è la
moneta, quindi mi dà grandi informazioni. Infatti nel primo caso può scegliere
indifferentemente uno dei due (il secondo o il terzo bicchiere, io ho scelto il
primo), ma nel secondo e nel terzo caso deve lasciare coperto, oltre a quello
che ho scelto, proprio quello dove c’è la moneta. Se cambio, nel primo caso
perdo, ma negli altri due casi azzecco certamente. Quindi cambio con 2/3 di
probabilità di vincere.
Semplice e razionale.

244
App. B - Mastermind
Il Mastermind è un gioco che può avere varie versioni. Quella più
logicamente motivante è la versione numerica che ha le seguenti
caratteristiche:

1. Il giocatore deve indovinare un numero di riferimento composto da n cifre


tutte diverse fra di loro. Al crescere del numero delle cifre cresce la difficoltà
del gioco, massima con 5 cifre perché maggiore è il numero di combinazioni
legali. Di solito si gioca con 3 (facile), 4 (media difficoltà) o 5 cifre (alta
difficoltà). Giocando a 4 cifre (versione classica) un numero valido da
indovinare è per esempio 7951.
2. A ogni tentativo viene fornita al giocatore una risposta che è costituita dal
numero di quadrati (cifre che sono nel numero segreto nella stessa posizione
del tentativo) e dal numero di triangoli (cifre presenti nel numero segreto, ma
in posizione diversa) indovinati. Se per esempio il giocatore ha tentato 7649,
la risposta (se il numero è 7951) è 1 Q e 1 T.
3. Il giocatore ha a disposizione più tentativi; può giocare a mente oppure può
usare carta e penna per elaborare l’informazione ricevuta dalle risposte.
4. Il Mastermind in questa formulazione è utilissimo per allenare lo spirito
critico della persona, può aiutarci a usare correttamente il Ma se... (ved.
Capitolo 4) e a essere fortemente coerenti. Il fatto che non vengano richieste
competenze in nessuna materia (non si deve cioè essere matematici, ma
conoscere solamente le dieci cifre), rimuove ogni alibi. Prova ne è che anche
molte persone abituate a lavorare con i numeri si trovano in gravi difficoltà.

Esempi
Numero segreto: 0482

Primo tentativo: 1234 - Risposta: 2 T.


Si suppone che siano 1 e 2 i due triangoli; quindi 3 e 4 non ci sono. Devo
spostare però 1 e 2 perché erano triangoli. Un secondo tentativo coerente
sarebbe 5612.
Secondo tentativo: 5621 - Risposta: 1 T.
Devo tornare sui miei passi perché, se 1 e 2 fossero stati i due triangoli della
prima risposta, avrei avuto almeno altri due triangoli nella seconda (quando

245
l’informazione “cala” vuol dire che qualche mia ipotesi precedente non è
vera). Suppongo pertanto che 1 ci sia e 2 no. 1 non è in prima né in terza
posizione. Dalla seconda risposta risulterebbe che nemmeno 5 e 6 ci
sarebbero.
Terzo tentativo: 7198 - Risposta: 1 T.
Poiché, secondo le mie precedenti ipotesi ho escluso 2-3-4-5-6 e 1 deve
esserci, la risposta mi direbbe che non ci sono nemmeno 7-8-9. Assurdo.
Quindi 1 non c’è. Il terzo tentativo mi dice che c’è una cifra fra (7, 8, 9).
Supponiamo il 7. Risalendo al secondo tentativo potrebbe esserci il 2 e non
esserci il 5 e il 6; risalendo al primo tentativo, diciamo che potrebbe esserci il
3 (e allora il 4 no). Poiché l’unica cifra che non ho ancora chiamato è lo 0, lo
0 deve esserci (ho escluso tutte le cifre tranne 2, 7, 3).
Quarto tentativo: 2703 - Risposta: 2 T.
Ancora sfortunato (la risposta “peggiore” è di 2 numeri indovinati su 4).
Allora, ricapitoliamo. Dal quarto tentativo lo 0 doveva esserci, se c’erano il 2
e il 7 avrei dovuto avere almeno 3 T, quindi o il 2 o il 7 non ci sono.
Supponiamo che non ci sia il 7. Dal terzo tentativo o c’è l’8 o c’è il 9.
Supponiamo l’8. Dal primo tentativo, se i due triangoli del quarto sono 2 e 0,
il 3 non c’è e quindi c’è il 4. Quindi, tenendo conto che il 2 è stato chiamato in
3 posizioni su 4, deve essere in fondo.
Quinto tentativo: 8042 - Risposta: 1 Q 3 T.
Il quadrato me lo aspettavo ed è il 2. Ora che ho centrato le cifre non mi basta
che ruotarle. Lo 0 non può essere in seconda (quinto tentativo) né in terza
(quarto tentativo) e quindi è in prima (il 2 va in ultima). Sono pertanto
arrivato a 0xx2; l’8 non può essere in prima (quinto tentativo) né in ultima
(terzo tentativo) e il 4 non può essere in terza (quinto tentativo) né in ultima
(primo tentativo), quindi è in seconda! Una risposta coerente è pertanto:
Sesto tentativo: 0482 - Risposta: 4 Q CENTRO!

Può sembrare tutto molto difficile, ma l’esempio è uno dei più sfortunati. La
difficoltà è accresciuta dal fatto che si deve seguire il ragionamento di un’altra
persona (colui che scrive l’esempio); in realtà per arrivare a un tentativo
coerente sono possibili spesso diverse variazioni allo stesso percorso.
Quello che si deve sottolineare è che se si procede per tentativi coerenti, in
pochi colpi, anche con le risposte più sfortunate, si arriva alla meta. Un
approccio molto irrazionale è cercare per esempio di discriminare fra i vari
tentativi coerenti (che sono tutti egualmente probabili), magari chiedendo, per
esempio, di che segno zodiacale sia l’interlocutore che ha pensato il numero!

246
Da non fare - Ragionare troppo in fretta continuando a saltare da uno
scenario possibile all’altro. Uno scenario si mantiene finché non si è
dimostrato incoerente. Se dopo la prima risposta, ottengo per esempio un solo
triangolo scegliendo 2468, suppongo che ci sia il 2, devo mantenere valida
questa supposizione finché non si dimostra essere incoerente (cioè che è
impossibile che il 2 ci sia). Se il secondo tentativo è poco promettente (per
esempio 1253: ancora un triangolo), non è saggio lasciar perdere il 2 (le cifre
del numero segreto potrebbero essere per esempio 2, 7, 9, 0) e supporre che
nel primo tentativo ci fosse il 3!
Vediamo un caso molto più fortunato.

Numero segreto: 9437

Primo tentativo: 9874 - Risposta: 1 Q 2 T.


Ci sono 3 cifre, per trovare l’altra basta ruotare quelle che mancano.
Supponiamo che non ci sia il 4, ci sarebbero 987 e proviamo l’1. Come
quadrato scegliamo il 9.
Secondo tentativo: 9187 - Risposta: 2 Q.
L’1 non c’è perché con 987 almeno avevo 2 cifre buone (dal primo tentativo).
Dal primo tentativo supponiamo che ci siano 98 e 4 e inseriamo il 2.
Terzo tentativo: 9248 - Risposta: 1 Q e 1 T.
Non c’è nemmeno il 2 e delle triplette del primo tentativo abbiamo già escluso
987 e 984. Proviamo 974 (il 9 in prima e il 7 in ultima, coerentemente con i
primi tre tentativi) e proviamo il 3. Il 4 (terzo tentativo) deve essere in
seconda posizione.
Quarto tentativo: 9437 - Risposta 4 Q CENTRO!

Come si vede dai due esempi, nei casi più sfortunati occorrono uno o due
tentativi in più rispetto a quelli migliori. Ciò che cambia drasticamente è la
complessità del ragionamento.

247
App. C - Studiare per la scuola o per la vita?
Molti docenti non sanno trasmettere la coscienza delle materie perché non
sanno separare le basi dalle nozioni che potranno servire solo nella
professione e, soprattutto, non sanno evidenziare che tali basi serviranno nella
vita di tutti i giorni. Paradossalmente, questi docenti sono tanto più bravi
quanto più avanzato è il corso che tengono. Ovviamente, nella scuola di
specialità in chirurgia vascolare praticamente tutto serve per la professione;
nel programma di matematica di terza media quasi tutto serve per la vita,
quindi il docente deve essere in grado di spiegare ogni concetto premettendo
esempi pratici che rispondono alla domanda: “a cosa mi serve questo?”. Se
devo spiegare l’area del cerchio posso farlo chiedendo quanto concime serve
per concimare un giardino di forma circolare oppure, se devo spiegare il
teorema di Pitagora, userò il problema di scegliere un opportuno carrello per
un televisore di cui conosco la dimensione in pollici (la diagonale dello
schermo) ecc. Basta un po’ di fantasia.
Purtroppo i libri di testo non partono dal formare una coscienza della materia,
ma danno quasi per scontato che la si possieda già. Ecco quindi le
dimostrazioni, le formule ecc. Notiamo come su Wikipedia i contributi
matematici, fisici o scientifici in genere siano in gran parte incomprensibili per
il semplice fatto che chi li ha redatti non si è preoccupato minimamente di chi
non è un “addetto ai lavori”.

Il jerk
Si supponga che un docente di fisica debba spiegare la derivata
dell’accelerazione rispetto al tempo (cioè la derivata terza dello spazio rispetto
al tempo). Se parte con formule e dimostrazioni è (probabilmente) la fine per
gran parte degli studenti che assistono alla lezione. Molti altri seguiranno, ma
comunque con noia e parziale disinteresse. Il professore sceglie invece una
strada diversa.
Si consideri la gara di un centometrista non molto allenato. Parte dai blocchi e
la sua velocità aumenta, la sua accelerazione è positiva. A un certo punto
raggiunge la velocità di regime, la velocità è costante e l’accelerazione è nulla;
poi verso gli 80 m, a causa di una mancanza di tenuta, cala, la sua velocità
diminuisce e la sua accelerazione è negativa. Se si osserva il grafico della
velocità si nota che è simile a un trapezio con il primo lato obliquo molto

248
pendente (diciamo fino ai 40 m), poi un tratto piano (dai 40 agli 80 m) e il
secondo meno pendente (quando cala verso gli 80 m; non arriva a chiudere la
base)

Bene, questo idealmente. In realtà si comprende che nei punti di raccordo dei
vertici alti non ci può essere una netta discontinuità con un calo brusco
dell’accelerazione a zero. Questo simulerebbe un contraccolpo o una scossa
(esempio del centometrista che si strappa improvvisamente), proprio quella
derivata dell’accelerazione (il termine tecnico è jerk). Capito con un esempio
che cos’è la derivata terza dello spazio rispetto al tempo, ci si può buttare su
formule e dimostrazioni.

Controlli… non controllati


Mi ricordo che l’esame di Controlli automatici l’ho preparato in undici ore
senza mai essere andato a lezione, tranne che alla prima. In tale lezione il
professore non aveva saputo spiegare quali nozioni potessero essere utili a me
che volevo occuparmi di personal computer, di linguaggi e sistemi operativi.
Quando venne il momento di preparare l’esame, mi accorsi che allo scritto il
professore dava sempre problemi diversi, ma tutti riconducibili alle stesse
equazioni differenziali: questo avvalorò la mia tesi che il tutto fosse gestito in
maniera molto astratta. Dedicai un’intera giornata a capire come passare
dall’enunciato dell’esercizio all’equazione che lo risolveva. Poiché avevo già

249
dato l’esame di Analisi la soluzione delle equazioni era banale, mi bastò
inserire qua e là frasi del tipo “è immediato concludere che l’equazione che
descrive il problema è: …” ecc. Ovviamente, dopo aver preso il massimo allo
scritto, ho rifiutato cortesemente la richiesta del professore che mi proponeva
di sostenere l’orale per “avere la lode” (avrei fatto praticamente scena muta).

Le reazioni di ossidoriduzione
Questo paragrafo può servire agli studenti di chimica e a chi la insegna; vuole
evidenziare come sia del tutto inutile complicare la materia con concetti tutto
sommato superflui.
In chimica si studiano le reazioni di ossidoriduzione e per “risolverle” si
usano concetti empirici, non del tutto teoricamente giustificati come i numeri
di ossidazione. Tali numeri sono “dedotti” con artificiose convenzioni con
diverse eccezioni (del tipo “il numero di ossidazione dell’ossigeno nei
composti è quasi sempre uguale a -2”).
Praticamente si studia un metodo per mettere i coefficienti non noti davanti a
questa non semplicissima reazione:

K2Cr2O7+S+H2O -> SO2+KOH+Cr2O3

Ebbene è banale accorgersi che i coefficienti si trovano esprimendo la


conservazione degli atomi con un sistema di equazioni di primo grado (in
altri termini: senza sapere nulla di chimica!).
Se X, Y, Z, M, N, Q sono i coefficienti incogniti, la conservazione del numero
di atomi ci dice che:

•• (potassio) 2X=N
•• (cromo) 2X=2Q
•• (ossigeno) 7X+Z=2M+N+3Q
•• (zolfo) Y=M
•• (idrogeno) 2Z=N.

Otteniamo un sistema di 5 equazioni in 6 incognite, a infinite soluzioni.


Se lo risolviamo, per esempio partendo dalle più semplici (la più complessa è
quella dell’ossigeno) troviamo che N=2X, Q=X, M=Y, Z=X. Sostituendo
nella terza, si trova che 3X=2Y da cui Y=3/2 X.

250
Abbiamo pertanto:

•• X=X
•• Y=3/2 X
•• Z=X
•• M=3/2 X
•• N=2X
•• Q=X.

Ora, fra le infinite soluzioni scegliamo quella che renda unitari i coefficienti,
cioè moltiplichiamo tutto per 2 (il denominatore delle soluzioni relative a Y e
M), ottenendo:

•• X=2
•• Y=3
•• Z=2
•• M=3
•• N=4
•• Q=2.

2K2Cr2O7+3S+2H2O -> 3SO2+4KOH+2Cr2O3

Semplice, senza conoscere nulla su numeri di ossidazione, regole empiriche


ecc.

251
App. D - Il gioco dei compleanni
Una formulazione classica è questa: quante persone devono esserci in una
stanza perché ci sia almeno il 50% di probabilità che due di esse condividano
lo stesso compleanno?
Questo gioco è importante per diversi motivi:

•• è al limite fra raziologica e calcolo classico delle probabilità, nel senso che
- molte persone sicuramente molto razionali probabilmente non riusciranno a
risolverlo;
- viceversa molte persone statisticamente preparate (pur con qualche svarione)
applicheranno il procedimento corretto, anche se raziologicamente non sono
al top della propria intelligenza esistenziale;
•• evidenzia l’importanza della condizione di applicabilità della definizione
formale di probabilità (Capitolo 4).

Iniziando dal secondo punto, diverse soluzioni offerte anche da persone


statisticamente preparate mi hanno veramente stupito perché iniziavano così:
“compreso il 29 febbraio, ci sono 366 compleanni possibili in un anno”;
seguiva poi la dimostrazione “corretta”.
È evidente che l’evento “nascita al 29 febbraio” non è equivalente (condizione
di applicabilità) a quello “nascita il 4 giugno” per la semplice esistenza degli
anni bisestili.
Inoltre si possono nutrire giustificati dubbi sull’equivalenza dei vari mesi sulle
nascite, cosicché il gioco diventa puramente teorico, mentre per una risposta
pratica (raziologica) si dovrebbe ricorrere alla definizione empirica di
probabilità e a dati sperimentali.
Dal punto di vista psicologico, è interessante notare come chi non affronti il
gioco razionalmente tenda a dare risposte collegate (ved. Ancoraggio,
Capitolo 8) ai 365 giorni dell’anno, per esempio dimezzando (il 50%) il
numero di giorni dell’anno. Come si vedrà la soluzione è molto lontana
dall’ancora.

La soluzione teorica
In una festa sono riuniti i nati in un anno non bisestile; supponendo che i
compleanni siano distribuiti uniformemente sull’anno, quante persone devono

252
esserci alla festa perché ci sia almeno il 50% di probabilità che due di esse
condividano lo stesso compleanno?

Da un punto di vista raziologico, partiamo calcolando la probabilità delle


persone di non condividere lo stesso compleanno. Ovviamente la probabilità
cercata è quella complementare a quella trovata.
Consideriamo la prima persona: che probabilità esiste che non condivida il
compleanno con la seconda persona? Tale probabilità è p=364/365, cioè 364
giorni sui 365 possibili. Aggiungiamo una terza persona; ci sono ora 363
giorni diversi dai compleanni delle prime due persone. La probabilità che le
prime tre persone non condividano lo stesso compleanno è (probabilità
composta): 364/365*363/365. Si continuano ad aggiungere persone finché la
probabilità scende sotto al 50%. Si trova che la risposta al nostro problema è
23 persone, un numero sorprendentemente piccolo.
Con un foglio elettronico la descrizione del problema è pressoché immediata e
può essere implementata come utile esercizio. Si scopre per esempio che con
un numero di presenti pari a 60 la probabilità che non ci siano compleanni
comuni è solo dello 0,6% circa.

253
Catalogo - I best-seller di www.albanesi.it
Un’offerta editoriale completa per il tuo benessere sia nel tradizionale
formato su carta sia, per alcuni titoli selezionati, in formato elettronico.
Collegati al sito Internet www.albanesi.it: in tutte le pagine del sito, in alto
nella barra nera delle funzioni, troverai la funzione Catalogo per avere
informazioni aggiornate sui nostri libri e poterli acquistare online.

ALIMENTAZIONE E CUCINA

Il metodo Albanesi - Dimagrisci e rinasci in 10 lezioni R. Albanesi - Pagg.


162 - Euro 13,30 •• Una nuova vincente strategia per avere un corpo forte e
magro.
Il metodo Albanesi è disponibile come e-book su Amazon.it! Confronta il
prezzo!

365 ricette per la macchina del pane M. Tacca - Pagg. 160 - Euro 13,50 ••
Centinaia di incredibili ricette per un elettrodomestico che sta diventando una
piacevole necessità.
365 ricette per la macchina del pane è disponibile come e-book su
Amazon.it! Confronta il prezzo!

Il manuale completo dell’alimentazione - La dieta italiana R. Albanesi -


Pagg. 474 - Euro 32,30 •• La quinta edizione di un testo di riferimento
fondamentale per conoscere tutti i segreti della nutrizione.
Il libro è disponibile come e-book su Amazon.it suddiviso in tre volumi:
Il manuale completo dell’alimentazione - Vol. 1: Principi della nutrizione
Euro 9,70
Il manuale completo dell’alimentazione - Vol. 2: Alimentazione e salute Euro
7,20
Il manuale completo dell’alimentazione - Vol. 3: Modelli alimentari Euro
5,70

Il manuale completo della cucina ASI R. Albanesi, M. Lorenzi - Pagg. 224 -


Euro 15,30 •• Un nuovo modo di cucinare che sposa la linea con l’amore per
il cibo. Non solo ricette, ma tutti i trucchi della cucina ASI.
Il manuale completo della cucina ASI è disponibile come e-book su

254
Amazon.it! Confronta il prezzo!

I dolci ASI F. Liberatore, M. Lorenzi - Pagg. 144 - Euro 11,30 •• Come non
rinunciare a un dolce mantenendo la linea.

Il manuale completo dei cibi R. Albanesi, D. Lucarelli - Pagg. 298 - Euro


14,30 •• Una guida di riferimento per conoscere tutti i cibi che ci possono
guidare a un’alimentazione sana ed equilibrata.
Il manuale completo dei cibi è disponibile come e-book su Amazon.it!
Confronta il prezzo!

La spesa della salute R. Albanesi - Pagg. 207 - Euro 15,30 •• Il testo che vi
aiuta a scegliere i prodotti alimentari.

Le vere tabelle nutrizionali Le Guide Thea - Pagg. 280 - Euro 14,30 •• I dati
precisi e aggiornati per gestire al meglio la propria alimentazione.

SPORT E GIOCHI

Il manuale completo della corsa R. Albanesi - Pagg. 512 - Euro 28,30 •• Una
guida di riferimento insostituibile, indispensabile per comprendere la corsa e
praticarla al meglio.
Il manuale completo della corsa è disponibile come e-book su Amazon.it!
Confronta il prezzo!

Il manuale completo della maratona R. Albanesi - Pagg. 224 - Euro 19,30 ••


Preziosissimo supporto per correre al meglio la magica distanza. Oltre
duecento pagine concrete, chiare, tecnicamente ineccepibili.
Il manuale completo della maratona è disponibile come e-book su
Amazon.it! Confronta il prezzo!

Inizia a correre! R. Albanesi - Pagg. 189 - Euro 14,30 •• Il modo più


semplice e divertente per incominciare l’avventura della corsa.
Inizia a correre! è disponibile come e-book su Amazon.it! Confronta il
prezzo!

Donne di corsa M.G. Albanesi - Pagg. 157 - Euro 16,30 •• La corsa al

255
femminile, tutto ciò che non si trova nei libri per soli uomini.
Donne di corsa è disponibile come e-book su Amazon.it! Confronta il
prezzo!

Capire gli scacchi R. Albanesi - Pagg. 371 - Euro 28,30 •• La guida più
efficiente per diventare un ottimo giocatore di scacchi.

Guida agli integratori alimentari R. Albanesi, D. Lucarelli - Pagg. 400 -


Euro 28,30 •• Per capire la differenza fra integratori utili e inutili, assumere le
dosi corrette, conoscere ed evitare i rischi dell’integrazione alimentare.
Guida agli integratori alimentari è disponibile come e-book su Amazon.it!
Confronta il prezzo!

L’allenamento mentale negli sport di resistenza R. Albanesi - Pagg. 180 -


Euro 16,30 •• Un testo pratico per gestire al meglio l’interazione corpo-mente
L’allenamento mentale negli sport di resistenza è disponibile come e-book
su Amazon.it! Confronta il prezzo!

L’infortunio nella corsa R. Albanesi - Pagg. 180 - Euro 14,30 •• Imparerete a


prevenire gli infortuni, a capirne la gravità, a intervenire nel modo migliore e
più rapido.
L’infortunio nella corsa è disponibile come e-book su Amazon.it!
Confronta il prezzo!

QUALITÀ DELLA VITA

La democrazia del benessere R. Albanesi - Pagg. 175 - Euro 13,30 •• Un


libro fondamentale per chi vuole parlare di politica in modo moderno e
costruttivo.
La democrazia del benessere è disponibile come e-book su Amazon.it!
Confronta il prezzo!

La felicità è possibile R. Albanesi - Pagg. 486 - Euro 28,30 •• Per imparare a


vivere anziché sopravvivere, realizzandosi pienamente in una moderna
concezione dell’uomo e della felicità.
La felicità è possibile è disponibile come e-book su Amazon.it! Confronta il
prezzo!

256
Migliora la tua intelligenza R. Albanesi - Pagg. 230 - Euro 19,30 •• Il primo
manuale di raziologia, la scienza che studia l’intelligenza esistenziale: per
capire il mondo in modo facile e concreto.
Migliora la tua intelligenza è disponibile come e-book su Amazon.it!
Confronta il prezzo!

Il mistero di Dio R. Albanesi - Pagg. 148 - Euro 12,30 •• Un libro che


dovrebbe essere letto prima di cadere in un relativismo morale privo di valori
o in un’acritica accettazione delle religioni tradizionali.
Il mistero di Dio è disponibile come e-book su Amazon.it! Confronta il
prezzo!

Guida al lavoro migliore M.G. Albanesi, R. Albanesi - Pagg. 142 - Euro


12,30 •• Per non sbagliare nelle scelte professionali che possono cambiare la
nostra vita.
Guida al lavoro migliore è disponibile come e-book su Amazon.it!
Confronta il prezzo!

Non bruciare i tuoi soldi R. Albanesi - Pagg. 143 - Euro 12,30 •• Il modo più
semplice per imparare a salvaguardare il proprio patrimonio.

Gocce di vita R. Albanesi - Pagg. 192 - Euro 13,30 •• Il modo più semplice
per conoscere uno stile di vita moderno.

Il mio migliore amico - Sceglierlo, conoscerlo, amarlo Le Guide Thea -


Pagg. 240 - Euro 15,30 •• Per capire come un cane possa migliorare
significativamente la qualità della propria vita.

SALUTE

Esami clinici R. Albanesi, D. Lucarelli - Pagg. 224 - Euro 15,30 •• Per sapere
tutto su esami del sangue, delle urine e altri metodi di indagine diagnostica.
Esami clinici è disponibile come e-book su Amazon.it! Confronta il prezzo!

L’età non conta R. Albanesi - Pagg. 195 - Euro 17,30 •• Fermare il tempo
non si può, rallentarlo sì! Teoria e pratica delle strategie antinvecchiamento.

257
Indice
Sommario
Prefazione
Cap. 1 - Perché nasciamo stupidi
Che futuro ha Tarzan?
I limiti della scuola
La falsa cultura
Cap. 2 - La raziologia
Le basi scientifiche della raziologia
L’illusione della certezza
Gli scenari possibili
Cap. 3 - L’intelligenza esistenziale
L’intelligenza
L’intelligenza razionale
L’intelligenza affettiva
L’intelligenza acquisitiva
Cap. 4 - La logica raziologica
Il linguaggio
Concetti logici elementari
Il senso logico
Dalla logica alla statistica
Cap. 5 - La statistica raziologica
La coscienza matematica
La coscienza statistica
La probabilità
L’analisi combinatoria
La distribuzione di probabilità
Statistica inferenziale
La correlazione
Dalla statistica alla raziologia
Il senso statistico
La ricerca scientifica
La scienza
Cap. 6 - La teoria della scelta razionale
La dissonanza cognitiva
La morale

258
Cap. 7 - L’intelligenza acquisitiva
L’esperienza
L’affidabilità
Cap. 8 - Gli errori raziologici
Errori logici
Errori statistici
Errori affettivi
Errori acquisitivi
Cap. 9 - Il dialogo
La compatibilità dei dialoganti
L’illusione della certezza
L’errore di definizione
L’errore assiomatico
La logica di comodo
La negazione della risposta
La traslazione dello scenario
La difesa da superbia
La difesa per risentimento
Il ragionamento per senso comune
Libertà d’espressione e giudizio
App. A - Il problema dei tre bicchieri
La soluzione
App. B - Mastermind
Esempi
App. C - Studiare per la scuola o per la vita?
Il jerk
Controlli… non controllati
Le reazioni di ossidoriduzione
App. D - Il gioco dei compleanni
La soluzione teorica
Catalogo - I best-seller di www.albanesi.it

259