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Noce di Benevento

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«Unguento unguento
portami al noce di Benevento
sopra l'acqua e sopra il vento
e sopra ogni altro maltempo.»

(Formula magica che molte donne accusate di stregoneria riferirono durante i processi.)
Il Noce di Benevento era un antico e frondoso albero di noce consacrato al dio
germanico Odino, intorno al quale si riuniva una comunità di Longobardi
stanziati nei pressi di Benevento a partire dal VI secolo, nei territori
originariamente abitati dai Sanniti.[1] La celebrazione di riti pagani e religiosi,
che prevedevano si appendesse al noce una pelle di capro, ha dato vita a varie
leggende che si sono perpetuate nei secoli, riguardante cerimonie e rituali magici
officiati da streghe in occasione di sabba.

Indice Illustrazione dal Compendium


maleficarum di Francesco Maria
Storia Guaccio (1608)
Il culto di Iside
I rituali longobardi
Il noce
I sabba e i malefìci
Proprietà
Note
Voci correlate
Altri progetti

Storia

Il culto di Iside
Sin dall'epoca romana si era diffuso per un breve periodo a Benevento il culto di Iside, dea egizia della magia; l'imperatore
Domiziano aveva anche fatto erigere un tempio in suo onore. All'interno di questo culto, Iside faceva parte di una sorta di
Trimurti, cioè assumeva un triplice aspetto: veniva infatti identificata anche con Ecate, dea degli inferi, e Diana, dea della caccia.
Il culto di Iside sta probabilmente alla base di elementi di paganesimo che perdurarono nei secoli successivi: le caratteristiche di
alcune streghe sono ricollegabili a quelle di Ecate, ed inoltre lo stesso nome con cui viene indicata la strega a Benevento, janara,
sembra possa derivare da quello di Diana.
I rituali longobardi
Il protomedico beneventano Pietro Piperno nel suo saggio Della superstitiosa noce di Benevento (1639, traduzione dall'originale
in latino De Nuce Maga Beneventana) fa risalire le radici della leggenda delle streghe al VII secolo. All'epoca Benevento era
capitale di un ducato longobardo e gli invasori, pur formalmente convertitisi al cattolicesimo, non rinunciarono alla loro religione
tradizionale pagana. Sotto il duca Romualdo essi adoravano una vipera d'oro (forse alata, o con due teste), che probabilmente ha
qualche relazione con il culto di Iside di cui sopra, dato che la dea era capace di dominare i serpenti. Cominciarono a svolgere un
rito singolare nei pressi del fiume Sabato che i Longobardi erano soliti celebrare in onore di Wotan, padre degli dèi: veniva
appesa, ad un albero sacro, la pelle di un caprone. I guerrieri si guadagnavano il favore del dio correndo freneticamente a cavallo
attorno all'albero colpendo la pelle con le lance, con l'intento di strapparne brandelli che poi mangiavano. In questo rituale si può
riconoscere la pratica dello Sparagmos,[2] il corpo sacrificato e fatto a pezzi, che diviene pasto rituale dei fedeli per
ricongiungersi alla divinità adorata e alla madre terra.

I beneventani cristiani avrebbero collegato questi riti esagitati alle già esistenti
credenze riguardanti le streghe: le donne e i guerrieri erano ai loro occhi le
lamie, il caprone l'incarnazione del diavolo, le urla riti orgiastici. Un sacerdote di
nome Barbato accusò esplicitamente i dominatori longobardi di idolatria.
Secondo la leggenda, nel 663 il duca Romualdo, essendo Benevento assediata
dalle truppe dell'imperatore bizantino Costante II, promise a Barbato di
rinunciare al paganesimo se la città - e il ducato - fossero stati risparmiati.
Costante si ritirò (secondo la leggenda, per grazia divina) e Romualdo fece
Barbato vescovo di Benevento. Barbato stesso abbatté l'albero sacro e ne strappò
le radici, facendo costruire nel posto una chiesa, chiamata Santa Maria in Voto.
Romualdo continuò ad adorare in privato la vipera d'oro, finché la moglie
Teodorada la consegnò a Barbato che la fuse ottenendo un calice per l'eucaristia.

Tale leggenda non collima esattamente con i dati storici: nel 663 era duca di
Benevento Grimoaldo, mentre Romualdo I sarebbe subentrato al predecessore,
San Barbato abbatte il noce
divenuto nel frattempo re dei Longobardi, soltanto nel 671;[3] inoltre, la moglie
(incisione beneventana del XVIII
di Romualdo I si chiamava Teuderada (Theuderada)[4] e non Teodorada, che era secolo)
invece la moglie di Ansprando e madre di Liutprando[5]. In ogni caso, Paolo
Diacono non fa alcun cenno alla leggenda, né a una presunta fede pagana di
Romualdo, molto più probabilmente di credo ariano come il padre Grimoaldo. Le riunioni sotto il noce, uno dei tratti salienti
della leggenda delle streghe, provengono quindi molto probabilmente da queste usanze longobarde; tuttavia si ritrovano anche
nelle pratiche di culto di Artemide (la dea greca in parte assimilabile ad Iside) svolte nella città di Caria.

Nei secoli successivi la leggenda delle streghe prese corpo. A partire dal 1273 tornarono a circolare testimonianze di riunioni
stregonesche a Benevento. In base alle dichiarazioni di tale Matteuccia da Todi, processata per stregoneria nel 1428, esse si
svolgevano sotto un albero di noce, e si credette che fosse l'albero che doveva essere stato abbattuto da San Barbato, forse risorto
per opera del demonio. Più tardi, nel XVI secolo, sotto un albero furono rinvenute ossa spolpate di fresco: andava creandosi
un'aura di mistero attorno alla faccenda, che diveniva gradualmente più complessa.

Il noce
Secondo le testimonianze delle presunte streghe, il noce doveva essere un albero alto, sempreverde e dalle qualità nocive. Sono
svariate le ipotesi sull'ubicazione della Ripa delle Janare, il luogo sulla riva del Sabato dove si sarebbe trovato il noce. La
leggenda non esclude che potessero essere più di uno. Pietro Piperno, pur proponendosi di smentire la diceria, inserì nel suo
saggio[6] una piantina che indicava una possibile collocazione del rinato noce di San Barbato, nonché della vipera d'oro
longobarda, nelle terre del nobile Francesco di Gennaro, dove era stata apposta un'iscrizione per ricordare l'opera del santo. Altre
versioni vogliono il noce posto in una gola detta Stretto di Barba, sulla strada per Avellino, dove si trova un boschetto
fiancheggiato da una chiesa abbandonata, o in un'altra località di nome Piano delle Cappelle. Ancora, si parla della scomparsa
Torre Pagana, sulla quale fu costruita una cappella dedicata a San Nicola dove il santo avrebbe fatto numerosi miracoli.

I sabba e i malefìci
La leggenda vuole che le streghe, indistinguibili dalle altre donne di giorno, di notte si ungessero le ascelle (o il petto) con un
unguento e spiccassero il volo pronunciando una frase magica (riportata all'inizio della pagina), a cavallo di una scopa di saggina
o, secondo altre versioni, in groppa ad un «castrato negro» voltandogli le spalle. Contemporaneamente le streghe diventavano
incorporee, spiriti simili al vento: infatti le notti preferite per il volo erano quelle di tempesta.[7] Si credeva inoltre che ci fosse un
ponte in particolare dal quale le streghe beneventane erano solite lanciarsi in volo, il quale perciò prese il nome di ponte delle
janare, distrutto durante la seconda guerra mondiale.

Ai sabba sotto il noce prendevano però parte streghe di varia provenienza. Questi consistevano di banchetti, danze, orge con
spiriti e demoni in forma di gatti o caproni, e venivano anche detti giochi di Diana.

Dopo le riunioni, le streghe seminavano l'orrore. Si credeva che fossero capaci di causare aborti, di generare deformità nei neonati
facendo loro patire atroci sofferenze, che sfiorassero come una folata di vento i dormienti, e fossero la causa del senso di
oppressione sul petto che a volte si avverte stando sdraiati. Si temevano anche alcuni dispetti più "innocenti", per esempio che
facessero ritrovare di mattina i cavalli nelle stalle con la criniera intrecciata, o sudati per essere stati cavalcati tutta la notte. In
alcuni piccoli paesini campani, tra gli anziani circolano ancora voci secondo cui le streghe di Benevento, di notte, rapiscano i
neonati dalle culle per passarseli tra loro, gettandoli sul fuoco, e terminato il gioco li riportino lì dove li avevano presi.

Le janare, grazie alla loro consistenza incorporea, entravano in casa passando sotto la porta (in corrispondenza con un'altra
possibile etimologia del termine da ianua, porta). Per questo si era soliti lasciare una scopa o del sale sull'uscio: la strega avrebbe
dovuto contare tutti i fili della scopa o i grani di sale prima di entrare, ma nel frattempo sarebbe giunto il giorno e sarebbe stata
costretta ad andarsene.[8] I due oggetti hanno un valore simbolico: la scopa è un simbolo fallico contrapposto alla sterilità portata
dalla strega, il sale si riconnette con una falsa etimologia alla Salus.

Proprietà
Alberi sacri a Giove, i noci hanno sempre goduto di particolari attribuzioni: dall'aspetto ambivalente, sia diurno che notturno,
erano considerati portatori di un potere curativo, che poteva tuttavia diventare nocivo se non trattato adeguatamente.[7] Ai suoi
frutti erano attribuite qualità arcane, capaci di ridestare impulsi sessuali, per il loro guscio affine alle gonadi maschili;[7] e d'altra
parte la loro forma interna ricorda quella del cervello umano, e dunque usati, secondo la dottrina delle segnature, per guarire i
mali di testa.[9] Ancora oggi ad esempio il noce è uno dei fiori di Bach, denominato walnut.

Note
1. ^ Massimilano Kornmuller, Magica Incantamenta, pp. 44-45, Mediterranee, 2013.
2. ^ sparagmos | Definition of sparagmos in English by Oxford Dictionaries, su Oxford Dictionaries | English. URL
consultato il 14 ottobre 2017.
3. ^ Sergio Rovagnati, I Longobardi, Milano, Xenia, 2003, ISBN 88-7273-484-3., p. 115.
4. ^ Paolo Diacono, Historia Langobardorum, V, 25
5. ^ Paolo Diacono, Historia Langobardorum, VI, 22
6. ^ Pietro Piperno (pseud l'Oscuro.), Della Superstitiosa noce di Benevento, tratatto historico del sign. Pietro
Piperno,... con il trattato in lingua latina scritto... dall'istesso autore intorno la sudetta superstitiosa noce... In
questa 2a impressione da molti errori emendata, G. Gaffaro, 1640. URL consultato il 20 giugno 2015.
7. Agnese Palumbo, Maurizio Ponticello, Misteri, segreti e storie insolite di Napoli, § 24, Benevento, le Janare
attorno al Noce, Newton Compton Editori, 2015.
8. ^ Manuela Fiorini, Ti do una noce! Storia, leggende e ricette del frutto più magico, Damster, 2013.
9. ^ Stefano Stefani, Carlo Conti, Marco Vittori, Manuale di medicina spagyrica, pag. 227, Tecniche Nuove, 2008.

Voci correlate
Albero del mondo
Folclore d'Italia
Irminsul
Janara

Altri progetti
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