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L’AUGUSTEUM

DI NARONA

a cura di
Giuseppe Zecchini

«L’ERMA» di BRETSCHNEIDER
CENTRO RICERCHE E DOCUMENTAZIONE
SULL’ANTICHITÀ CLASSICA
MONOGRAFIE

–––––––––––––––––––– 37 ––––––––––––––––––––
Consulta Universitaria per la Storia Greca e Romana Istituto Italiano per la Storia Antica

L’AUGUSTEUM
DI NARONA

a cura di
Giuseppe Zecchini

Atti della Giornata di Studi


Roma 31 maggio 2013

«L’ERMA» di BRETSCHNEIDER
Giuseppe Zecchini (a cura di)
L’Augusteum di Narona
Copyright 2015 «L’ERMA» di BRETSCHNEIDER
Via Cassiodoro, 11 - Roma

Tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione di


testi e illustrazioni senza il permesso scritto dell’Editore.

Tutte le relazioni pubblicate nel volume sono state sottoposte


a procedura di doppia peer-review.

Zecchini Giuseppe (a cura di)


L’Augusteum di Narona - Roma : «L’ERMA» di BRETSCHNEIDER,
2015 –  216 p. ; 24 cm. – (Monografie / Centro ricerche e documentazione
sull’antichità classica ; 37)

ISBN 978-88-913-0825-2 (cartaceo)


ISBN 978-88-913-0823-8 (digitale)

CDD 9.93.937

Volume stampato con il contributo della CUSGR


e della linea di finanziamento D.3.1.2015 dell’Università Cattolica di Milano
SOMMARIO

Presentazione (G. Zecchini). . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . VII

Emilio Marin
L’Augusteum di Narona a un ventennio dalla scoperta. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 1
Marc Mayer i Olivé
La epigrafía y el Augusteum de Narona. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 19
Eugenio La Rocca
Esperimenti del culto di Ottaviano/Augusto prima dell’apoteosi. . . . . . . . . . . . . 43
Simonetta Segenni
Gli Augustea all’inizio del principato. Considerazioni sul culto
imperiale in Italia. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 73
Tommaso Gnoli
Narona e Ravenna. Espressioni del culto imperiale tra Tiberio e Claudio . . . . . 83
Frédéric Hurlet
L’idéologie dynastique sous les Julio-Claudiens :
origines, évolution, modes d’expression et modalités de sa diffusion . . . . . . . . . 117
Werner Eck
Römische Amtsträger und die Entwicklung des Herrscherkultes
in den Provinzen des Imperium Romanum in der frühen Kaiserzeit . . . . . . . . . . 145
Paolo Liverani
Narona: la fine dell’Augusteo e i mutamenti della ritualità civica. . . . . . . . . . . . 159
Pierfrancesco Porena
Ipotesi sulla fine dell’Augusteum di Narona . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 179
PRESENTAZIONE

Si presentano in questo volume gli Atti della giornata di studi promos-


sa dall’allora Presidente della CUSGR Cinzia Bearzot in collaborazione
col Direttore dell’ Istituto Italiano per la Storia Antica Andrea Giardina e
tenutasi a Roma presso l’Istituto stesso il 31 maggio 2013.
Il tema prescelto, l’Augusteum di Narona e il suo contesto archeolo-
gico, culturale e politico, intende valorizzare una recente, straordinaria
scoperta archeologica, che Emilio Marin intuì e attuò tra il 1993 e il
1996 e che fu oggetto di una mostra vaticana nel 2004. Vent’anni dopo
la scoperta e dieci anni dopo la mostra una rinnovata riflessione sul si-
gnificato dell’Augusteum di Narona è certamente opportuna; una felice
coincidenza ne fa anche un originale contributo che la CUSGR e l’IISA
offrono alle celebrazioni del bimillenario della nascita di Augusto, che si
sono nel frattempo svolte lungo tutto il 2014.
La Commissione incaricata di organizzare i lavori (Alfredo Buonopa-
ne, Maria Federica Petraccia, Giuseppe Zecchini) ha potuto contare sulla
pronta e generosa collaborazione dello stesso autore della scoperta, Emi-
lio Marin, e di illustri colleghi stranieri (Werner Eck di Colonia, Frédéric
Hurlet di Parigi, Marc Mayer di Barcellona) e italiani (Tommaso Gnoli
di Bologna – Ravenna, Eugenio La Rocca di Roma – La Sapienza, Paolo
Liverani di Firenze, Pierfrancesco Porena di Chieti, Simonetta Segenni
di Milano – Statale), che qui di nuovo ringraziamo.
Il dr. Edoardo Bianchi mi ha aiutato nella raccolta del materiale e
nella sua redazione per la stampa.

Giuseppe Zecchini
IPOTESI SULLA FINE DELL’AUGUSTEUM DI NARONA

Qualunque tentativo di formulare ipotesi circa la fine dell’Augusteum


di Narona in Dalmazia (ora Vid, presso Metković in Croazia) deve ne-
cessariamente partire dai preziosi rilievi dei resti dell’edificio e del suo
eccezionale contenuto scultoreo, effettuati negli anni 1995-1996 dal
prof. E. Marin e dalla sua équipe, autori di un ritrovamento per molti
versi unico. In mancanza di altre fonti, i rilievi dello scavo conservano
un’insostituibile ‘istantanea’ del così detto Augusteum, l’immagine del
suo ultimo momento di frequentazione prima dell’interramento; insieme
ai rilievi e alle fotografie del suo ampio corredo plastico, elegantemente
musealizzato, planimetrie e alzati costituiscono i soli elementi su cui ra-
gionare (fig. 1)1.
Sul lato occidentale del Foro della colonia, con ogni probabilità trium-
virale o augustea, di Narona è stato rinvenuto un edificio a pianta rettango-
lare, in forma di tempio tetrastilo con pronao e cella singola, con ingresso
sul lato lungo verso la piazza del Foro, e con un vano interno di circa m. 9
per m. 8. All’interno il vano era dotato, lungo le tre pareti di destra di sini-

1
Su Narona e sulla sua topografia cfr. E. Marin, The Urbanism of Salona and Narona inside roman
Dalmatia, in D. Davison, V. Gaffney, E. Marin (eds.), Dalmatia. Research in the Roman province 1970-
2001. Papers in honour of J.J. Wilkes, Oxford 2006 (BAR int. ser., 1576), pp. 73-80; E. Marin, Narona,
Zagreb 1999 (raccolta di studi). Sull’Augusteum cfr. E. Marin, Découverte d’un «Augusteum» à Narona,
in «CRAI» 1996, pp. 1029-1040; Id., L’introduction du culte impérial dans la Dalmatie: Narona, Aeno-
na, Issa, in P. Cabanes (éd.), L’Illyrie méridionale et l’Epire dans l’Antiquité, III . Actes du IIIe Colloque
international de Chantilly (16-19 octobre 1996), Paris 1999, pp. 265-269; Id., The Temple of the Imperial
Cult (Augusteum) at Narona and its statues: iterim report, in «JRA» 14 (2001), pp. 80-112; ampiamente
E. Marin, M. Vickers (eds.), The Rise and Fall of an Imperial Shrine . Roman Sculpture from the «Au-
gusteum» at Narona, Split 2004 (versione spagnola: «Divo Augusto». La descoberta d’un temple romà a
Croàcia. El descubrimiento de un templo romano en Croacia, a cura di E. Marin, I. Rodà, Split 2004); E.
Marin, P. Liverani (a cura di), L’«Augusteum» di Narona. Roma al di là dell’Adriatico (Catalogo della
mostra, Musei Vaticani 22 febbraio-18 maggio 2005), Split 2004. Sull’evoluzione della città in età tar-
doantica, e sulla presenza tardiva di una comunità cristiana, cfr. E. Marin, Sv . Vid de Narona: un exemple
désormais établi pour la discontinuité, in «Orbis Romanus Christianusque ab Diocletiani aetate usque
ad Heraclium» . Travaux sur l’Antiquité tardive rassemblés autour des recherches de N . Duval, Paris
1995, pp. 265-275; Id., Narona vom 6. bis zum 9. Jahrhundert, in «Domum tuam dilexi» . Miscellanea in
onore di A . Nestori, Città del Vaticano 1998, pp. 543-560; Id., La naissance de la ville chrétienne – deux
exemples: Salona et Narona, in B. Beaujard (éd.), La naissance de la ville chrétienne . Mélanges en hom-
mage à N. Gauthier, Tours 2002, pp. 135-145; A. Škegro, The Diocese of Narona (Ecclesia Naronitana),
in «Arh.Vest.» 61 (2010), pp. 229-244. Sul problema della denominazione e della tipologia dell’edificio
di Narona (Augusteum) vd. i contributi di S. Segenni e M. Mayer in questo volume.
180 pierFrancesco porena

Fig. 1. Pianta di scavo dell’augusteo di Narona.

stra e di fondo, di un lungo podio a bancone tangente le pareti perimetrali,


alto circa un metro al di sopra del piano del pavimento a mosaico della
sala. Il podio fu realizzato in due fasi, in un primo momento la sezione
addossata alla parete di fondo, successivamente le due ali laterali. I tre seg-
menti del lungo podio sono stati rinvenuti privi di fodera e di rivestimenti.
Parimenti non restavano lungo il podio a bancone e nel vano tracce di
lastre marmoree di rivestimento, né di lastre iscritte. Sul pavimento della
sala erano sdraiati, e in qualche caso sovrapposti, i resti di diciassette sta-
tue, undici maschili, e sei femminili. Tutte le statue erano prive della testa,
e, per lo più, degli arti superiori. Né le teste, né gli arti sono stati rinvenuti
nello scavo del vano. Sul pavimento restavano tracce di ammorsamenti
per il sostegno di statue poggiate direttamente a terra, oltre a tre basi per
il sostegno di altrettante statue pedestri stanti. Queste tre basi singole –
rispettivamente un dado privo di basamento e di cimasa, e due podii mo-
ipotesi sulla Fine dell’augusteum di narona 181

danati dall’andamento verticale – conservano anche le uniche tre epigrafi


rinvenute nell’Augusteum: la dedica del legato di Dalmazia P. Cornelio
Dolabella posta sotto una statua con ogni probabilità metallica del divino
Augusto, risalente agli anni 14-20; due dediche alla Venus Augusta, rea-
lizzate probabilmente verso la fine del II o agli inizi del III secolo d.C. in
memoria di due cittadine di Narona dai rispettivi eredi, incise su basi che
sostenevano simulacri in argento della dèa2.
Il rinvenimento nella zona del Foro di Narona, ma fuori dell’Augu-
steum, tra il XIX secolo e il 1996 di resti di due statue maschili e una
femminile, di una testa di Livia, di una testa di Vespasiano, e di due teste,
una maschile e una femminile, non identificate, ha spinto opportunamen-
te gli studiosi a ipotizzare l’esistenza di venti/ventuno statue all’interno
dell’Augusteum3 . Si tratta dunque di un ritrovamento di dimensioni ecce-

2
Le tre iscrizioni su base singola sono: AE 1999, 1223 (podio a dado spezzato in due parti): Divo
Augusto / sacrum, / P(ublius) Dolabella, co(n)s(ul), / Caesaris August(i) /5 leg(atus) pro pr(aetore). Su
Cornelio Dolabella, console nel 10 e legato di Dalmazia dal 14/16 al 20 cfr. PIR2 C 1348.
AE
1998, 1025 (base completa ancora in situ davanti al bancone della parete di fondo): Veneri
Aug(ustae) / sacr(um), / in memoriam / Septimiae Lupu/5lae, ex testamen/to Septimiae Ur/sinae matris,
de/tracta XX ex li/bris LXXXXV s(emis), /10 P(ublius) Umbrius Saturni/nus heres posuit. Cfr. E. Marin,
La publication des inscriptions romaines de Salone et de Narone - La nécropole dite d’«Hortus Metro-
dori» à Salone et les cultes païens à Narone: la nouvelle inscription de l’«Augusteum», in G. Paci (a
cura di), Epigrafia romana in area adriatica. IXe Rencontre franco-italienne sur l’épigraphie du monde
romain (Macerata, 10-11 novembre 1995), Macerata 1998, pp. 57-60.
AE
1999, 1222 (base completa, riversa sul pavimento e parzialmente coperta da un torso): Ven-
eri Aug(ustae) s(acrum), / in memor(iam) Vib(iae) / Proculae, ex tes/tamento Fl(aviae) Tert/5ullinae
matr(is), de / lib(ris) C, Fl(avi) Se/verus et Pud/entilla pos(uerunt). Sulle due dediche a Venus Augusta,
e sulla statua del divo Augusto, cfr. E. Marin, «Consecratio in formam Veneris» dans l’«Augusteum»
de Narona, in N. Blanc, A. Buisson (éd.), «Imago Antiquitatis» . Religions et iconographie du monde
romain. Mélanges offerts à R. Turcan, Paris 1999, pp. 317-327; M. Mayer, El «Augusteum» de Narona
(Vid, Metkovic, Croacia) en época de los Severos, in L.C. Ruscu (ed.), Orbis antiquus . Studia in honorem
I . Pisonis, Cluj-Napoca 2004, pp. 283-289.
Su
queste tre basi iscritte cfr. in sintesi E. Marin, Iscrizioni dell’Augusteo di Narona recentemente
scoperto, in Preatti dell’XI Congresso di Epigrafia Greca e Latina, Roma 1997, pp. 411-415; A. Kurilić,
Recent epigraphic finds from the Roman province of Dalmatia, in Davison, Gaffney, Marin (eds.), Dal-
matia . Research in the Roman province 1970-2001, cit., p. 142, nr. 104; 109; 110. Le tre basi sostenevano
statue metalliche, erano in posizione avanzata nella sala rispetto al podio a bancone su cui poggiavano le
numerose statue litiche, avevano la medesima formula epigrafica (sacrum alla divinità): con cautela sem-
bra probabile che le basi alle Venus Augusta non sostenessero delle immagini delle committenti defunte
in formam deorum, ma delle immagini della dèa, antenata di Augusto asceso fra gli dèi, alla cui statua
(testimoniata dalla base del legato Dolabella al centro del pavimento) le due Venus Augusta facevano
ala. Furono realizzate per obbligo testamentario dagli eredi, senza esenzioni fiscali, in memoria delle
cittadine, verosimilmente come condizione per adire all’eredità. Per l’ambito funerario e privato, non
forense, delle statue di cittadini/e in veste di divinità cfr. H. Wrede, «Consecratio in formam deorum» .
Vergöttliche Privatpersonen in der römischen Kaiserzeit, Mainz 1981, pp. 158-175; per l’elevazione di
simulacra di dèi come vincolo testamentario cfr. F. Jacques, Le privilège de liberté . Politique impériale
et autonomie municipale dans les cités de l’Occident romain (161-244), Roma 1984, pp.695-699; sul
culto di Venere nella provincia di Dalmazia cfr. M. Zaninović, The cult of Aphrodite and Venus on the
Croatian coast, in «HistriaAnt» 13 (2005), pp. 157-166.
3
Marin, The Temple of the Imperial Cult, cit., p. 110: «To judge by C.B. Rose’s catalogue of Julio-
Claudian dynastic groups, the Augusteum at Narona preserves the largest known group of statues. There
182 pierFrancesco porena

zionali. Ma come quasi sempre accade nei casi di rinvenimento di grup-


pi statuari, soprattutto giulio-claudii, nelle città dell’Impero romano, lo
stato della documentazione appare drammaticamente diseguale: le statue
sono prive di teste-ritratto e di iscrizioni; le epigrafi non corrispondono
alle statue e ai ritratti, ovvero, come nel caso in esame, molte statue man-
cano del tutto di teste-ritratto e di iscrizione4. L’analisi paziente condotta
e coordinata dai proff. E. Marin e P. Liverani ha consentito di attribuire
un’identità e una cronologia alle statue acefale dell’Augusteum e alle
teste rinvenute separatamente nel corso del tempo nell’area forense di
Narona. Senza procedere all’elenco delle attribuzioni, condivisibile – e
condotto, in assenza di ritratti e di iscrizioni, sulla base dell’esame strut-
turale e stilistico dei torsi litici – il ricco materiale plastico superstite
invita a individuare nell’Augusteum la presenza, a partire da una statua di
Augusto vivente e loricato, risalente al 10 a.C. (fig. 1, nr. 13)5, di una più

are 15 large statues, another of wich only the base survives, and perhaps 3 small and fragmentary statues,
making a total of between 17 and 19; but if we assume that there also belong the Oxford-Opuzen Livia
and a part of a marble torso (inventory number 17 in the old collection) found on the site earlier and
now in the archaeological collection at Narona, not to mention fragments found in our excavations that
may belong to additional sculptures, the total would be more than 20». Come accennato, i resti di dicias-
sette statue del I sec. d.C., acefale, sono stati rinvenuti all’interno del vano dell’Augusteum durante gli
scavi 1995-1996; per quanto concerne la statuaria imperiale ad esse si aggiungono la base con dedica al
divino Augusto, priva di statua, e due o tre delle quattro teste rinvenute fuori dell’edificio: è ipotizzabile
l’esistenza di venti/ventuno statue ‘imperiali’. Al ‘ciclo imperiale’ si aggiunsero poi le basi delle due Ve-
nus Augusta, prive di statua, mentre restano tracce di almeno tre incassi pavimentali per statue poggianti
a terra, scomparse (cfr. bibliografia cit. a nota 1). Lo studio dei materiali e le proposte di identificazione
delle sculture in Marin, The Temple of the Imperial Cult, cit., p. 111; Marin, Vickers (eds.), The Rise
and Fall of an Imperial Shrine, cit., pp. 70-166; cui si sono aggiunti E. Marin, A. Claridge, M. Kolega,
I. Rodà, Le due sculture inedite (NN. 3-4) dell’«Augusteum» di Narona: Ottavia e Antonia Minor ?, in
«RPAA» 79 (2006-2007), pp. 177-203; Idd., Le cinque sculture inedite (NN. 5, 9-12): Giulia (?), Lucio e
Gaio Cesare, Germanico, Druso e le ultime frammentarie dell’«Augusteum» di Narona, in «RPAA» 80
(2007-2008), pp. 341-392. Sulla musealizzazione di una statua di Livia da Opuzen probabilmente perti-
nente all’Augusteum cfr. E. Marin, Livie à Narona, in «CRAI» 2003, pp. 957-974; poi B. Jezernik, The
Empress with two heads, in «Traditiones» 41/2 (2012), pp. 165-179. Cfr. anche M. Sanader, Römische
Kaiser oder örtliche Notabeln ? Neue archäologische Entdeckungen in Narona / Kroatien, in «Ant.Welt»
29 (1998), pp. 115-118.
4
Cfr. gli studi sugli edifici e sui cicli statuari giulio-claudii a nota 23. Degna di nota nell’Augusteum
di Narona l’assenza persino di frammenti di epigrafi su qualunque supporto materiale e realizzati con
qualsivoglia tecnica in qualche modo connesse al lungo podio a bancone, che si sviluppa su tre lati del
vano per quasi quindici metri lineari e altrettanti metri quadrati. Sul problema vd. oltre.
5
Cfr. Marin, The Temple of the Imperial Cult, cit., pp. 92, 96-97. Suggestiva la relazione tra il
rinvenimento della dedica ad Augusto nel 12-8 a.C. (IJug. I, 107), poco a sud dell’Augusteum, e le ipotesi
circa la datazione dell’edificio nel 10 a.C. Il prof. Marin ha identificato infatti la statua di loricato fig.
1, nr. 13 con la prima e originaria statua di Augusto collocata nell’Augusteum, anteriormente alla statua
del divus Augustus nota dall’epigrafe del podio di Dolabella (vd. sopra a nota 2). L’Augusto loricato
potrebbe essere stato affiancato dalla statua di togato fig. 1, nr. 7, identificato con M. Vipsanio Agrippa,
dalla statua femminile nr. 6, identificata con Livia, dalla statua nr. 3, identificata con Ottavia, forse dalla
statua nr. 5, identificata con Giulia figlia di Augusto: questo primo gruppo statuario sarebbe databile al
momento dell’inaugurazione dell’Augusteum, nel 10 a.C.; cfr. Marin, Vickers (eds.), The Rise and Fall
of an Imperial Shrine, cit., pp. 67, 116, 150, 162 e la bibliografia cit. sopra, a nota 3.
ipotesi sulla Fine dell’augusteum di narona 183

che nutrita galleria di statue dei giulio-claudii stanti, del periodo augu-
steo, tiberiano, claudiano, posizionate sui banconi perimetrali del vano,
la cui sequenza sarebbe conclusa da un Vespasiano togato (fig. 1, nr. 8),
del periodo 70-75, a formare una corona intorno a una statua di Augusto
divinizzato, realizzata su un basamento autonomo al centro del pavimen-
to della sala dal legato Dolabella negli anni 14/20. L’Augusteum di Na-
rona avrebbe quindi ospitato statue di imperatori e di membri della fami-
glia imperiale, confezionate nell’arco di ottanta/novanta anni, all’incirca
tra il 12/10 a.C. e il 70/75 d.C., fino a formare un ampio ciclo statuario
giulio-claudio, verosimilmente ridefinito nel tempo, secondo l’evoluzio-
ne degli equilibri dinastici. La galleria giulio-claudia potrebbe essersi
conclusa con la statua di Nerone togato, poi trasformato in Vespasiano
dopo la damnatio dell’ultimo giulio-claudio – evoluzione che spieghe-
rebbe la presenza del solo primo imperatore Flavio in un ciclo statuario
anteriore6. All’ampia serie statuaria collocata lungo il podio perimetrale
si sarebbero aggiunte, non prima del pieno II secolo, le due preziose
statue di Venus Augusta, e probabilmente, in un momento imprecisabile,
tre statue non identificabili, fissate direttamente al pavimento della sala.
Secondo gli studiosi che si sono occupati della pubblicazione dello
scavo e dell’analisi dei materiali, la struttura sarebbe stata frequentata
dopo l’età giulio-claudia e fino alla fine del IV secolo d.C., per quasi tre
secoli e mezzo, senza subire interventi decisivi7. La notevole longevità
del monumento invita a interrogarsi sulla sua fine. Gli autori dello studio
del sito hanno ipotizzato che, alla fine del IV secolo, in concomitanza e
per effetto della legislazione teodosiana contro i culti pagani, le statue
dell’Augusteum sarebbero state decapitate violentemente dai Naronitani,
divenuti cristiani. Le teste sarebbero state distrutte e l’edificio volonta-
riamente danneggiato e ridotto nelle condizioni in cui l’ha rinvenuto il

6
La testa del Vespasiano, rinvenuta nel 1978 fuori dell’Augusteum, non è un ritratto di Nerone
rilavorato, e sembra adattata al torso di togato rinvenuto nella sala nel 1996; cfr. Marin, Vickers (eds.),
The Rise and Fall of an Imperial Shrine, cit., pp. 94-102; in particolare pp. 96-97 per l’incasso della
testa non simmetrico con l’alloggiamento nel torso della statua. Diversamente M. Prusac, The missing
portraits, cit. oltre, a nota 10, pp. 522-527.
7
Il fenomeno della lunga durata degli Augustea contenenti cicli statuari giulio-claudii non stupisce;
cfr. E. Rosso, D’une dynastie à l’autre: recherches sur une série d’«Augustea/Sebasteia»
«Augustea/Sebasteia»
Augustea/Sebasteia» » du monde ro-
main. Analyse diachronique des programmes iconographiques (14 ap. J.-C.-268 ap. J.-C.), Mémoire de
l’École française de Rome, Section antiquité, Rome, mai 2006, I, p. 53: «[...] alors que les monuments
julio-claudiens sont demeurés le plus souvent des ensembles clos sur eux-mêmes [...] les augustea fondés
à partir des Flaviens semblent avoir plus facilement accueilli les répresentants des dynasties ultérieures.
[...] plus la fondation est tardive, plus le groupe statuaire est vaste». Le conclusioni di E. Rosso si basano
sull’analisi degli Augustea/Caesarea di Bubon, Cestrus, Eretria, Miseno (sacello degli Augustali), Naro-
na, Olimpia (Metroon), Ostia (Caserma dei vigili), Roma (Caesareum degli Arvali; sede degli Aenatores
Romani sul Palatino), Sabratha, Tivoli. Ringrazio molto l’Autrice per avermi autorizzato a consultare il
suo fondamentale Mémoire.
184 pierFrancesco porena

prof. Marin nel 1995/96. La situazione fissata nei rilievi di scavo (fig. 1)
sarebbe l’istantanea degli effetti della demolizione improvvisa e violenta
dell’edificio pagano. In particolare l’assenza di tutte le teste delle statue
ha spinto pressoché tutti gli studiosi che hanno esaminato l’Augusteum e
il suo prezioso contenuto a interpretare questa sottrazione di teste-ritratto
come l’effetto di un’azione distruttiva volontaria, mirata a colpire le sta-
tue imperiali8. A questo proposito Paolo Liverani ha formulato ipotesi
più articolate sulla fine dell’Augusteum di Narona. Andando oltre l’idea
dell’aggressione cristiana, di marca iconoclasta, Liverani ha proposto
di interpretare l’assenza di teste-ritratto come il possibile effetto di una
decapitazione volontaria per ragioni politico-sociali: una rivolta urbana
a Narona, analoga a quella celebre del 387 ad Antiochia, sopraggiunta
forse nella critica congiuntura del passaggio dei Visigoti in Dalmazia nel
395, avrebbe trovato nelle statue imperiali dell’Augusteum un obiettivo
contro cui manifestare il malcontento per la difficile situazione maturata
durante il principato e dopo la morte di Teodosio I9. Di recente Mari-
na Prusac ha affiancato all’ipotesi di un attacco iconoclasta dei cristiani
contro le statue, innescato dalla legislazione antipagana di Teodosio, la
possibilità che le teste-ritratto dei principi dell’Augusteum di Narona siano
state spiccate e rimosse dai cittadini della colonia tardoromana al fine
di preservarle altrove: una mutilazione conservativa, probabilmente de-
stinata al riutilizzo dei ritratti, durante una stagione di distruzione delle
immagini imperiali10. Nell’insieme, dunque, la coincidenza tra la fine
della frequentazione dell’Augusteum di Narona e la promulgazione della

8
Cfr. Marin, Découverte d’un «Augusteum» à Narona, cit., p. 1031; Id., The Temple of the Imperial
Cult, cit., pp. 91 e 100; moderatamente Marin, Liverani (a cura di), L’«Augusteum» di Narona, cit., p. 14;
Marin, Vickers (eds.), The Rise and Fall of an Imperial Shrine, cit., pp. 18 e 282. Diversamente L. Ga-
sperini, L’Augusteo di «Forum Clodii», in Id., G. Paci (a cura di), Nuove ricerche sul culto imperiale in
Italia. Atti dell’incontro di studio, Ancona, 31 gennaio 2004, Tivoli 2008, p. 112, n. 36: «Qui [a Narona]
non si rilevano atti di vandalismo antipagano, legati [...] a sentimenti di vendetta e di risentimento, anche
perché non risulta che alla fine del secolo IV d.C. fosse costituita a Narona, come invece altrove, una co-
munità cristiana attorno al suo episcopus». Non comprendo l’ipotesi di M. Prusac, The missing portraits,
cit. oltre, a nota 10, p. 529, di una ‘decapitazione progressiva’ delle statue imperiali nel corso dei secoli.
9
Cfr. P. Liverani, La fine dell’«Augusteum» di Narona, in Marin, Liverani (a cura di), L’«Augusteum»
di Narona, cit., pp. 101-106; Id., Narona: la distruzione dell’Augusteo, in M. Buora (a cura di), Le regioni
di Aquileia e Spalato in epoca romana . Atti del convegno internazionale, Castello di Udine 4 aprile
2006, Treviso 2007, pp. 35-50. L’Autore si mostra scettico rispetto a una distruzione delle statue causata
dalla furia cristiana a Narona, come anche, per esempio, nell’Augusteum di Eretria, recentemente stu-
diato da S.G. Schmid (Worshipping the Emperor(s): a new temple of the imperial cult at Eretria and the
ancient destruction of its statues, in «JRA» 14 [2001], pp. 113-142), e destrutturato verosimilmente alla
stessa epoca dell’edificio naronitano.
10
Cfr. M. Prusac, The missing portraits from the «Augusteum» at Narona, in «Zbornik Kačić» 41-43
(2009-2011), pp. 509-534, in particolare pp. 515, 518-520. Per la posizione dell’Autrice circa la pratica
del reimpiego delle sculture in età tardoantica cfr. il suo From face to face . Recarving of Roman Portraits
and the Late Antique Portrait Arts, Leiden-Boston 2011.
ipotesi sulla Fine dell’augusteum di narona 185

legislazione teodosiana contro i culti pagani, nella congiuntura di crisi


dell’area ai primi del V secolo, fornirebbe la chiave di interpretazione
della cospicua serie di statue senza testa rinvenute nello scavo.
Se non c’è dubbio che l’Augusteum e il suo ricco corredo sculto-
reo siano stati oggetto, non prima della fine del IV secolo, di una siste-
matica azione destrutturante, non sembra necessario leggere nella fine
dell’edificio sul Foro di Narona un intervento violento e coscientemente
distruttivo, mirato in particolare a colpire le statue imperiali.
Appare poco verosimile l’idea di una decapitazione delle statue
dell’Augusteum come manifestazione del malcontento dei romani di Na-
rona verso Teodosio I o verso uno degli imperatori suoi successori. Non
che non vi fossero in Illirico settentrionale motivi di disagio per la situa-
zione politica, ma le rivolte contro le immagini degli imperatori tardoro-
mani sono molto rare. Esse poi, da sempre, e ancora ad Antiochia nel 387,
prendevano di mira le immagini degli imperatori regnanti, non dei prin-
cipi del passato. La protesta politica ha senso se colpisce direttamente e
in modo incontrovertibile i responsabili del tempo presente. In ogni caso,
difficilmente decapitare il divino Augusto o Livia sarebbe stato percepito
da imperatori del calibro di Teodosio I come una minaccia esplicita verso
di loro; e gli abitanti della Narona della fine del IV secolo non avranno
assimilato Teodosio I a una galleria di pochi imperatori del remoto pas-
sato (Augusto, Claudio, Vespasiano, forse Tiberio) e di molti loro fami-
liari: si trattava di personaggi storici vissuti tra quattrocento e trecento
anni prima; fra loro, i numerosi membri della famiglia giulio-claudia do-
vevano essere, al crepuscolo del IV secolo, delle figure opache, con ogni
probabilità estromesse da tempo dal calendario delle celebrazioni civi-
che. Inoltre – ed è un elemento non secondario – l’attacco della comunità
cittadina alle immagini dell’imperatore regnante tra IV e V secolo era un
evento di una gravità eccezionale, che esponeva a rappresaglie micidiali.
Antiochia, una delle città più grandi, più ricche e strategicamente impor-
tanti del tardo Impero, rischiò di essere duramente colpita da Teodosio,
e solo l’intervento incrociato di potenti patroni laici ed ecclesiastici la
salvò11. È bene riflettere su questo aspetto: Teodosio I era pronto a punire

11
All’apice della sedizione, gli Antiocheni sfigurarono i ritratti dipinti dell’imperatore Teodosio I e
rovesciarono dai podii le sue statue e quelle della moglie Flaccilla. Il vescovo della città, Flaviano, corse
a Costantinopoli per implorare il perdono dell’Augusto; nella capitale il vescovo giunse con il presbitero
Giovanni Crisostomo, che pronunciò ben ventuno omelie per avere clemenza verso la metropoli di Siria;
anche il retore pagano Libanio si spese nella stessa direzione. Su questo grave episodio cfr. L. Cracco
Ruggini, Poteri in gara per la salvezza di città ribelli: il caso di Antiochia (387 d. C.), in «Hestíasis» .
Studi di tarda antichità offerti a S. Calderone, I, Messina 1986, pp. 265-290; D.G. Hunter, Preaching and
propaganda in fourth century Antioch: John Chrysostom’s Homilies on the statues, in Id. (ed.), Preach-
ing in the Patristic age. Studies in honor of W.J. Burghardt, New York 1989, pp. 119-138; L. Brottier,
186 pierFrancesco porena

pesantemente nel 387 l’enorme e strategica città di Antiochia, e colpì con


esecuzioni sommarie la popolazione dell’importantissima sede della pre-
fettura d’Illirico, Tessalonica, nel 390, come rappresaglia per l’assassinio
del magister militum per Illyricum Butherich, salvo poi subire il castigo
del vescovo di Milano12. Nel caso di un’aggressione alle immagini del
principe – o, eventualmente, a statue imperiali del passato che l’Augusto
poteva considerare un affronto a se stesso – la ben più piccola e assai
meno importante città dalmata di Narona, nelle retrovie e ai margini di
una diocesi ad altissima concentrazione militare, e priva dell’alto patro-
nato di un vescovo influente, probabilmente sarebbe stata spazzata via
dalla rappresaglia imperiale13.
Non è scontato che l’assenza delle teste-ritratto delle statue dell’Au-
gusteum di Narona coincida con lo sfregio volontario delle statue impe-
riali. L’attacco alle immagini plastiche si manifestava con il rovescia-
mento delle statue, ma anche con l’imbrattamento o con la percussione
dei loro volti14. L’eventuale aggressione dei Naronitani all’Augusteum,

L’image d’Antioche dans les homélies sur les statues de Jean Chrysostome, in «REG» 106 (1993), pp.
619-635; D.R. French, Rhetoric and the Rebellion of A.D. 387 in Antioch, in «Historia» 47 (1998), pp.
468-484; A.J. Quiroga Puertas, Deflecting attention and shaping reality with rhetoric: the case of the riot
of the statues of A.D. 387 in Antioch, in «Nova Tellus» 26 (2008), pp. 137-153.
12
Cfr. U. Roberto, Esercito e città in età teodosiana: considerazioni sull’eccidio di Tessalonica,
in «Med.Ant.» 11 (2008), pp. 269-287. Sull’atteggiamento del vescovo Ambrogio cfr. N.B. McLynn,
Ambrose of Milan . Church and court in a Christian capital, Berkeley-Los Angeles-London 1994, pp.
315-330.
13
Un ulteriore elemento milita contro l’ipotesi di una manifestazione di opposizione politica a Naro-
na: nel caso in cui la decapitazione delle statue dell’Augusteum di Narona fosse avvenuta durante il
principato di Teodosio I come atto di protesta contro quel sovrano, i Naronitani avrebbero attaccato non
un Augusto lontano, ma un principe-comandante militare che si mosse due volte tra l’Illirico e l’Italia
settentrionale lungo l’asse Costantinopoli-Milano, transitando a breve distanza dalla Dalmazia, anche
con grandi corpi di spedizione, in un clima di costante pressione militare da parte dei barbari esterni, dei
‘Goti illiriciani’, e di due pericolosi usurpatori occidentali sulla diocesi in cui era Narona; una situazione
che avrebbe agevolato e giustificato la rappresaglia imperiale. Sugli equilibri amministrativi e militari
dell’Illirico in questa fase cfr. A. Lippold, Westillyricum und Nordostitalien in der Zeit zwischen 364
und 455 unter besonderer Berücksichtigung Theodosius I, in R. Bratož (hrsg.), Westillyricum und Nor-
dostitalien in der spätrömischen Zeit, Ljubljana 1996, pp. 17-28; A. Marcone, L’Illirico e la frontiera
nordorientale dell’Italia nel IV secolo d .C ., in G. Urso (a cura di), Dall’Adriatico al Danubio . L’Illirico
nell’età greca e romana. Atti del Convegno di Cividale del Friuli, 25-27 settembre 2003, Pisa 2004, pp.
343-360; V. Baini, Il confine Danubiano fra politica amministrativa e strategia militare in età Teodo-
siana, in «Historia» 57 (2008), pp. 453-487. La Notitia Dignitatum Occidentis segnala ancora una note-
vole presenza militare nell’Illirico settentrionale tra le Pannonie e la Valeria nei primi venticinque anni
del V secolo: 22 unità comitatensi (VII, 40-62) e 112 unità limitanee (XXXII-XXXIV), escluso l’allora
consistente comparto dei foederati.
14
Sulla distruzione delle statue cfr. P. Stewart, The Destruction of Statues in Late Antiquity, in R.
Miles (ed.), Constructing Identities in Late Antiquity, London-New York 1999, pp. 159-189; Id., Statues
in Roman Society . Representation and Response, Oxford-New York 2003, cap. VIII; sullo sfregio dei
volti cfr. E.R. Varner, Punishment after Death: Mutilation of Images and Corpse Abuse in Imperial
Rome, in «Mortality» 6 (2001), pp. 45-63. Per l’avversione cristiana verso le statue in contesti diversi cfr.
A.V. van Stekelenburg, The statues of Rome . Their fate under the Christians, in «Akroterion» 32 (1987),
pp. 99-108; L.A. Riccardi, The mutilation of the bronze portrait of a Severan empress from Sparta:
ipotesi sulla Fine dell’augusteum di narona 187

se esplosa per manifestare la protesta politica, una protesta locale in for-


ma di attacco istintivo, tale da porre fine alla vita dell’edificio forense,
avrebbe lasciato insieme sul pavimento del vano le statue abbattute e le
teste-ritratto. Se, come pare probabile, l’Augusteum era un locus publi-
cus, ed era ancora in funzione nel momento in cui divenne bersaglio di
un impeto ‘iconoclasta’ – il suo essere scelto come bersaglio impliche-
rebbe un ruolo attivo dell’edificio forense nella città – alla distruzione
sarebbe seguito un restauro, ma questa dinamica avrebbe comportato un
riposizionamento delle statue e delle loro teste, ovvero uno svuotamen-
to del vano con rifunzionalizzazione dell’edificio sul Foro15. Se, in altri
termini, le teste mai rinvenute nello scavo e staccate all’unisono dalle
statue dell’Augusteum fossero l’indizio di una rivolta delle statue a Na-
rona, che concluse traumaticamente l’esistenza secolare dell’edificio, si
sarebbe dovuta trovare traccia dei ritratti imperiali, decapitati o sfigurati,
sul pavimento del vano, indizio che invece a Narona manca, oppure non
trovare traccia del suo ampio corredo statuario. Nell’Augusteum il dato
incontrovertibile è costituito dal fatto che le teste-ritratto non si trovano
nell’edificio. Evidentemente sono state rimosse in un momento in cui
lasciare il pavimento ingombro dei grandi torsi delle statue non costitu-
iva un problema. Parallelamente – ed è un punto importante – mancano
nei pur estesi e sostanziosi resti archeologici delle murature dell’edificio
dell’Augusteum tracce di distruzione violenta. Non ci sono indizi o resti

‘damnatio memoriae’ or Christian iconoclasm ?, in «Ath.Mitt.» 113 (1998), pp. 260-264; F. Trombley,
The Destruction of Pagan Statuary and Christianization (Fourth-Sixth Century C .E .), in Y.Z. Eliav et
alii (eds.), The Sculptural Environment of the Roman Near East. Reflections on Culture, Ideology, and
Power, Leuven 2008, pp. 143-164; C. Auffarth, Göttbilder im römischen Griechenland: vom Tempel zum
Museum ?, in O. Hekster, S. Schmidt-Hofner, C. Witschel (eds.), Ritual Dynamics and Religious Change
in the Roman Empire. Proceedings of the Eighth Workshop of the International Network Impact of Em-
pire (Heidelberg, July 5-7, 2007), Leiden-Boston 2008, pp. 307-325; T. Myrup Kristensen, Embodied
Images: Christian Response and Destruction in Late Antique Egypt, in «JLA» 2 (2009), pp. 224-250;
B. Caseau, Religious Intolerance and Pagan Statuary, in L. Lavan, M. Mulryan (eds.), The Archaeology
of Late Antique ‘Paganism’, Leiden 2011, pp. 479-502; T.M. Kristensen, Miraculous Bodies: Christian
Viewers and the Transformation of Pagan Sculpture in Late Antiquity, in B. Poulsen, S. Birk (eds.),
Patrons and Viewers in Late Antiquity Patrons and viewers in late Antiquity, Aarhus 2012, pp. 31-66.
15
Sui loca publica e sugli ornamenta negli spazi pubblici cfr. Y. Thomas, La construction de l’unité
civique. Choses publiques, choses communes, choses n’appartenant à personne et représentation, in
«MEFRM» 114 (2002), pp. 7-39; J. Dubouloz, Territoire et patrimoine urbains des cités romaines
d’Occident (Ier s . av . J .-C .-IIIe s . ap . J .-C .) . Essai de configuration juridique, in «MEFRA» 115 (2003),
pp. 921-957; sulla significativa evoluzione dei loca publica a Roma cfr. R. Meneghini, Le trasformazioni
dello spazio pubblico a Roma tra Tarda Antichità e Medioevo, ivi, pp. 1049-1062; sulla preservazio-
ne degli spazi pubblici in Italia ancora nei primi trent’anni del VI sec. cfr. J. Dubouloz, Acception et
défense des «loca publica» dans les «Variae» de Cassiodore . Un point de vue juridique sur les cités
d'Italie au VIe siècle, in M. Ghilardi, Ch.J. Goddard, P. Porena (éd.), Les cités de l’Italie tardo-antique
(IV e-VIe siècle) . Institutions, économie, société, culture et religion, Roma 2006, pp. 53-74; ampiamente
V. Fauvinet-Ranson, «Decor civitatis, decor Italiae» . Monuments, travaux publics et spectacles au VIe
siècle d’après les «Variae» de Cassiodore, Bari 2006.
188 pierFrancesco porena

di crolli del tetto o di incendio, che testimonierebbero una fine traumati-


ca della struttura: l’edificio non fu incendiato, né fu smembrato in modo
incontrollato e convulso, né fu abbandonato ai crolli dopo che ne era
stato distrutto all’improvviso il contenuto; non conobbe, cioè, un lungo
periodo di incuria, dopo aver esaurito, d’un tratto, la sua funzione. Questi
dati contrastano con l’idea che lo scavo restituisca un vano forense nello
stato in cui fu lasciato al termine di una devastazione istintiva, in conse-
guenza di un impeto ‘iconoclasta’.
Riguardo all’ipotesi di M. Prusac, che immagina una rimozione delle
sole teste imperiali a cura degli abitanti di Narona al fine di preservar-
le altrove e di sottrarle alla furia distruttiva dei cristiani, per poi even-
tualmente reimpiegarle, essa appare debole per più aspetti. Innanzi tutto
mancano prove dell’esistenza a Narona di un’attiva comunità cristiana
nel tardo IV secolo, e, anzi, fino all’intero V secolo16: non è chiaro quali
cristiani potessero applicare in modo così radicale la legislazione teodosia-
na contro i simulacra da minacciare l’incolumità della statuaria imperia-
le dell’Augusteum. In secondo luogo resta assai problematico il destino
delle teste-ritratto imperiali ‘salvate’ dai Naronitani, dato che il reimpie-
go di quelle teste sarebbe dovuto avvenire al più tardi nella prima metà
del V secolo, verosimilmente – se ornamenta publica – per realizzare
statue di principi – ma in un contesto cristianizzato che ormai le abbor-
rirebbe – o di personalità degne di celebrazione nella città, in una fase
che conobbe una contrazione forte e irreversibile in Occidente della sta-
tuaria imperiale e civica, anche privata17. Nel tardo Impero sembra aver
operato la tendenza a spostare e a preservare statue intere, eventualmente
trasferendole da loca publica in ambienti privati, non a lasciare negli
spazi forensi gallerie di statue decapitate18. L’operazione di ‘salvataggio’
delle sole teste-ritratto di Narona mediante la loro rimozione avrebbe
lasciato in posizione dentro l’Augusteum affacciato sul Foro della città
una selva di statue senza testa: un oltraggio all’ornatus civico, che non

16
Vd. sopra a nota 1.
17
Cfr. per esempio R. Coates-Stephens, The Reuse of Ancient Statuary in Late Antique Rome and
the End of the Statue-Habit, in F.A. Bauer, C. Witschel (hrsg.), Statuen in der Spätantike, Wiesbaden
2007, pp. 171-187.
18
Questa operazione portò persino alla desacralizzazione delle statue di divinità (simulacra) e alla
loro trasformazione in semplici, ma integre, opere d’arte; cfr. C. Lepelley, Le musée des statues di-
vines. La volonté de sauvegarder le patrimoine artistique païen à l’époque théodosienne, in «CArch»
42 (1994), pp. 5-15; T.M. Kristensen, The Display of Statues in the late antique Cities of the Eastern
Mediterranean: reflections on memory, meaning, and aesthetics, in D. Sami, G. Speed (eds.), Debating
Urbanism Within and Beyond the Walls, A.D. 300-700, Leicester 2010, pp. 265-287; D. Boin, A late an-
tique Statuary Collection at Ostia’s Sanctuary of Magna Mater: a case-study in late Roman Religion and
Tradition, in «PBSR» 81 (2013), pp. 247-277. Sul fenomeno vd. anche la bibliografia cit. sopra a nota 14;
sulla ‘privatizzazione’ tra V e VI secolo dell’ornatus dei loca publica vd. sopra a nota 15.
ipotesi sulla Fine dell’augusteum di narona 189

poteva essere isolato alla vista senza serrare definitivamente l’edificio


decretandone la morte. Questa operazione avrebbe prodotto una divari-
cazione incomprensibile tra le finalità e gli effetti concreti dell’intervento
di tutela. Infine nella ritrattistica romana la testa umana, dei vivi o dei
defunti, è positivamente associata almeno a una porzione del corpo per
testimoniare visibilmente la sua vitalità: la ritrattistica minima, dai busti
alle monete ai camei, imposta la testa umana nel busto19. Questa prassi
mirava verosimilmente a opporre le teste-ritratto della ricchissima ico-
nografia ellenistico-romana all’esibizione delle teste umane spiccate dai
corpi dei nemici interni ed esterni e dei ribelli, che costella la storia delle
città del mondo antico20. Collezionare molte teste di imperatori senza
corpo non significava conservarle nella loro funzione, neanche nel V se-
colo21. L’ipotesi-Prusac potrebbe essere avvalorata solo dal rinvenimento
a Narona di busti tardi, in cui le teste marmoree sarebbero state restituite
alla loro funzione, o di un deposito in uno spazio praticabile pubblico
o privato22. Al contrario, il ritrovamento a Narona nell’area forense di
quattro teste-ritratto frammentarie, di cui almeno due imperiali, indebo-
lisce l’idea avanzata dalla Prusac di un trasferimento volontario altrove
della cospicua serie delle sole teste dei principi dell’Augusteum. Questi
frammenti invitano a concludere che le teste delle statue di Narona furo-
no distrutte, non conservate.
Per procedere alla formulazione di un’ipotesi coerente sulla fine

19
Sulla centralità della testa-ritratto nella statuaria romana, e sui percorsi del suo (ri)adattamento al
corpo cfr. P. Stewart, Statues in Roman society, cit., cap. II; E.R. Varner, Execution in Effigy: Severed
Heads and Decapitated Statues in Imperial Rome, in A. Hopkins, M. Wyke (eds.), Roman Bodies . An-
tiquity to the Eighteenth Century, London 2005, pp. 67-81; Id., Memory Sanctions, Identity Politics and
Altered Imperial Portraits, in S. Benoist, A. Daguet-Gagey (éd.), Un discours en images de la condem-
nation de mémoire, Metz 2008, pp. 129-152; K. Galinsky, Recarved Imperial Portraits: Nuances and
Wider Context, in «MAAR» 53 (2008), pp. 1-25.
20
Cfr. J.-L. Voisin, Les Romains, chasseurs de têtes, in Du châtiment dans la cité . Supplices corpo-
rels et peine de mort dans le monde antique. Actes de la table ronde (Rome, 9-11 novembre 1982), Roma
1984, pp. 241-293.
21
Cfr. P. Stewart, Continuity and Tradition in Late Antique Perceptions of Portrait Statuary, in F.A.
Bauer, C. Witschel (hrsg.), Statuen in der Spätantike, Wiesbaden 2007, pp. 27-43. Sui ritrovamenti di
statue occultate appositamente, per esempio a Roma, cfr. A. Ambrogi, Sugli occultamenti antichi di
statue . Le testimonianze archeologiche a Roma, in «MDAI(R)» 117 (2011), pp. 511-566: si tratta di
statue intere. All’opposto sul rinvenimento a Roma di una testa di imperatore recisa e gettata in una
fogna cfr. La Rocca E., Zanker P., Il ritratto colossale di Costantino dal Foro di Traiano, in «Res Bene
Gestae» . Ricerche di storia urbana su Roma antica in onore di E .M . Steinby, Roma 2007, pp. 145-168.
22
Si pensi alla serie di busti di imperatori del III secolo nascosti nel Capitolium di Brescia, conser-
vati e occultati perché in bronzo dorato; cfr. A. Salcuni, E. Formigli (a cura di), Grandi bronzi romani
dell’Italia settentrionale: Brescia, Cividade Camuno e Verona, Bonn 2011, pp. 5-54. Una testimonianza
significativa della facilità con cui nelle città maggiori, dove più fitta era la presenza di serie statuarie
imperiali pubbliche e private, si procedeva a modificare le gallerie di ritratti imperiali, soprattutto in
metallo, è costituita dal rescritto di Marco Aurelio e Lucio Vero al logistes della gerousìa di Efeso Ulpius
Eurykles nel 162/63 (IK Ephesos Ia, 25).
190 pierFrancesco porena

dell’Augusteum di Narona, è necessario soffermarsi su alcuni aspetti


concreti che possono spiegare l’assenza delle teste imperiali nell’edi-
ficio. Lo studio della statuaria altoimperiale romana, in particolare di
quella, cospicua, di età augustea e giulio-claudia, si è arricchito molto
negli ultimi anni23. Il confronto con lo stato di conservazione delle statue
dei cicli dinastici, rinvenute in contesti urbani diversi, appare istruttivo.
Se si sfogliano gli apparati iconografici di queste pubblicazioni, risulta
evidente che la maggior parte delle statue rinvenute in serie sono del tut-
to prive della testa-ritratto, oppure presentano le teste, e spesso gli arti,
separati in antico dal corpo della statua. In altri termini, e sintetizzando

23
Sui gruppi statuari giulio-claudii cfr. C.B. Rose, Dynastic Commemoration and Imperial Portrai-
ture in the Julio-Claudian Period, Cambridge 1997; per la serie delle dediche epigrafiche dei gruppi
giulio-claudii nell’Impero che celebrano i ‘coreggenti’ di Augusto cfr. F. Hurlet, Les collègues du prince
sous Auguste et Tibère. De la légalité républicaine à la légitimité dynastique, Roma 1997, pp. 573-612;
sugli edifici che le ospitavano ivi pp. 469-472. Basilare la rilettura sistematica e quasi completa della
statuaria ‘dinastica’ giulio-claudia di D. Boschung, «Gens Augusta» . Untersuchungen zu Aufstellung,
Wirkung und Bedeutung der Statuengruppen des julish-claudischen Kaiserhaues, Mainz 2002 (che non
contempla ancora l’Augusteum di Narona). Per un esame globale dell’evoluzione dei gruppi statuari post
giulio-claudii cfr. K. Deppmeyer, Kaisergruppen von Vespasian bis Konstantin . Eine Untersuchung zu
Aufstellungskontexten und Intentionen der statuarischen Präsentation kaiserlicher\ Familien, 2 voll.,
Hamburg 2008. In particolare per alcuni cicli statuarii raccolti in singoli Augustea cfr. l’attenta analisi di
E. Rosso, D’une dynastie à l’autre, cit. (per gli edifici esamintai vd. sopra a nota 7). Per l’affermazione
del modello del ciclo statuario in Gallia cfr. E. Rosso, Présence de la «domus» impériale julio-claudi-
enne à Saintes: statuaire et épigraphie, in «Aquitania» 17 (2000), pp. 121-149; sul ciclo di venti statue
di Ruscino cfr. Ead., La série de dédicaces julio-claudiennes de Ruscino, Château-Roussillon (Perpig-
nan, Pyrénées-Orientales), in «RAN» 33 (2000), pp. 202-222. Per la situazione in Italia cfr. P. Gros,
L’évolution des centres monumentaux des cités italiennes en fonction de l’implantation du culte impéri-
al, in M. Cébeillac-Gervasoni (dir.), Les élites municipales de l’Italie péninsulaire de la mort de César
à la mort de Domitien entre continuité et rupture: classes sociales dirigeantes et pouvoir central, Roma
2000, pp. 307-326, e – dopo I. Cogitore, Séries de dédicaces italiennes à la dynastie julio-claudienne,
in «MEFRA» 104 (1992), pp. 817-870 – S. Lefebvre, Les hommages publics rendus aux membres de la
famille impériale de la mort de César à la mort de Domitien, ivi, pp. 267-305. Per le dodici statue giulio-
claudie della basilica sul Foro di Veleia cfr. C. Saletti, I cicli statuari Giulio-Claudi della Cisalpina . Pre-
senze, ipotesi, suggestioni, in «Athenaeum» 81 (1993), pp. 365-390; sul c.d. ‘Vano delle statue’ presso il
Foro di Roselle cfr. P. Liverani, Il Foro di Rusellae in epoca romana, in Atlante Tematico di Topografia
Antica 21, Roma 2011, pp. 15-31; sul ciclo imperiale da Caere cfr. P. Liverani, Il gruppo di ritratti im-
periali da Caere: una messa a punto, in B. Adembri (a cura di), AEI MNESTOS . Miscellanea in onore
di M . Cristofani, II, Firenze 2006, pp. 772-787; per il ciclo dell’Odeion di Cosa cfr. J. Collins-Clinton,
The Neronian Odeum at Cosa and Its Sculptural Program: A New Julio-Claudian Dynastic Group, in
«MAAR» 45 (2000), pp. 99-130 (in particolare p. 122). Per gli edifici destinati a contenere cicli statuari
imperiali, soprattutto del I secolo, cfr. C. Witschel, Zur kultischen Verehrung von Kaiserbildnissen auf
dem Forum und zum Problem der «aedis Augusti», in K. Stemmer (hrsg.), Standorte, Kontext und Funk-
tion antiker Skulptur, Berlin 1995, pp. 361-381; M. Mayer, ¿ Qué es un «Augusteum» ?, in «HistriaAnt.»
4 (1998), pp. 63-70; L. Gasperini, Considerazioni sull’arredo epigrafico e scultoreo degli Augustei di età
primo-imperiale in Italia, in Ciudades privilegiadas en el Occidente romano, Sevilla 1999, pp. 177-185;
poi Id., L’Augusteo di «Forum Clodii», cit.; A. Calabrò, Gli edifici degli Augustali in Italia. Revisione
critica dei materiali e della documentazione epigrafica, in «SCO» 51 (2005), pp. 135-193; E. Rosso,
«Secundum dignitatem municipi». Les édifices collégiaux et leur programme figuratif, entre public et
privé ?, in Ead., A. Dardenay (éd.), Dialogues entre sphère publique et sphère privée dans l’espace de la
cité romaine. Vecteurs, acteurs, significations, Bordeaux 2013, pp. 67-121 (sugli edifici vd. anche oltre a
nota 37). Sul ciclo giulio-claudio di Leptis Magna vd. oltre a nota 33.
ipotesi sulla Fine dell’augusteum di narona 191

al massimo, dall’esame dei numerosi cicli statuari imperiali della prima


metà del I secolo emerge l’alta percentuale di statue maschili e femminili
che si presentano in forme analoghe a quelle della statuaria rinvenuta
nell’Augusteum di Narona. Altrove l’epigrafia superstite e il rinvenimen-
to nell’area sia dei torsi sia delle teste-ritratto – e significativamente mai
di tutte le teste-ritratto – hanno favorito il processo di identificazione dei
personaggi celebrati. A questo proposito l’elemento-chiave che non deve
essere trascurato nei ragionamenti sui gruppi statuari augustei e giulio-
claudii consiste nella lunga durata della numerosa dinastia, che occupò
prepotentemente il panorama monumentale delle città greco-romane per
un notevole arco di tempo: quasi un secolo, dalla fondazione del princi-
pato augusteo alla caduta di Nerone, con un riordino intenso dei cicli sta-
tuari durante il principato di Tiberio, Caligola, Claudio e Nerone. Com’è
noto, in questo periodo almeno quarantacinque individui, fra maschi e
femmine, appartenenti alla famiglia furono rappresentati in forme plasti-
che: di questi almeno sette ebbero l’apoteosi, cinque furono ‘eroizzati’,
ma non meno di venti, soprattutto principesse, subirono delle damnatio-
nes memoriae, testimoniate dalla rilavorazione dei ritratti studiata, per
esempio, da Eric Varner24. Alcuni dei passaggi da un principe giulio-
claudio all’altro furono traumatici dal punto di vista delle gallerie di im-
magini: si pensi alla fortuna e alla disgrazia della numerosa famiglia di
Germanico, dapprima esaltata nell’ultima fase augustea, poi rovinata da
Tiberio dopo il 20, per essere brevemente valorizzata nei gruppi statuari
giulio-claudii dal superstite Caligola, e poi in parte eliminata di nuovo

24
Cfr. per la fase giulio-claudia E.R. Varner, Mutilation and Transformation . «Damnatio memoriae»
and Roman Imperial Portraiture, Leiden 2004, pp. 21-103; risultano rilavorati nell’ordine i ritratti di
Giulia figlia di Augusto, Agrippa Postumo, Giulia Minore, Agrippina Maggiore, Nerone Cesare e Druso
Cesare figli di Germanico, Livilla; quindi Caligola, Milonia Caesonia, la loro figlia Giulia Drusilla; poi
Valeria Messalina, Giulia Livilla sorella di Caligola, Drusilla figlia di Druso Minore, Lollia Paulina,
Domizia Lepida; infine le sorellastre Claudia Ottavia e Claudia Antonia (figlie dell’imperatore Claudio),
Poppea Sabina, Agrippina Minore, Nerone. Sugli effetti plastici della damnatio delle principesse giulio-
claudie cfr. E.R. Varner, Portraits, Plots and Politics . «Damnatio Memoriae» and the Images of Imperial
Women, in «MAAR» 46 (2001), pp. 41-93; ampiamente S.E. Wood, Imperial Women. A Study in Public
Images, 40 B.C.-A.D. 68, Leiden 1999; sulla rilavorazione continua delle teste-ritratto degli uomini e
delle donne della famiglia cfr. V. Huet, «Spolia in re, spolia in se» et «damnatio memoriae»: les statues
et les empereurs julio-claudiens chez Suétone, ou de véritable jeux de «têtes», in Benoist, Daguet-Gagey
(éd.), Un discours en images, cit., pp. 173-211; sulla rilavorazione dei ritratti nel contesto di un Augus-
teum analogo a quello di Narona cfr. M. Kantiréa, Statues de culte et «damnatio memoriae»: l’exemple
du Métrôon à Olympie, in S. Benoist, A. Daguet-Gagey (éd.), Mémoire et histoire . Les procédures de
condamnation dans l'Antiquité romaine, Metz 2007, pp. 181-194. Nel periodo augusteo e giulio-claudio
ebbero l’apoteosi, dopo Giulio Cesare (44 a.C.), Augusto (14), Drusilla sorella Caligola (38), Livia/Iulia
Augusta (42), Claudio (54), Claudia sorella di Poppea (63), Poppea moglie Nerone (65); furono ‘eroiz-
zati’ Vipsanio Agrippa (12 a.C.), e, in forme altamente istituzionalizzate, Lucio Cesare (2), Gaio Cesare
(4), Germanico (19), Druso Minore (23), rappresentabili in forme plastiche, per esempio, in ‘Hüftman-
tel’. Sull’eroizzazione dei principi giulio-claudii cfr. S. Mazzarino, La Tavola di Heba e il Gran Cammeo
di Francia, in Id., L’Impero romano, Roma-Bari 19864, pp. 854-868.
192 pierFrancesco porena

dopo il 41 con la disgrazia dello stesso figlio di Germanico. Al riordino


voluto da Caligola seguirono almeno due riassetti dei cicli statuari con
Claudio e con Nerone, che segnarono la scomparsa dei ritratti di alcune
donne della casa imperiale e, infine, della diffusa ritrattistica dello stesso
ultimo imperatore giulio-claudio. Tutto lascia supporre che, limitandoci
alle serie di statue imperiali negli spazi pubblici delle città romane, le
autorità civiche intervenissero ovunque più volte nell’aggiornamento dei
gruppi statuari augustei e giulio-claudii, in particolare mediante la rila-
vorazione o la sostituzione delle teste-ritratto, lasciando per lo più in vita
la serie dinastica cristallizzatasi nel principato di Claudio o di Nerone
(escluso naturalmente quest’ultimo imperatore).
A Narona i cicli della lunga stagione augustea e giulio-claudia ave-
vano notevoli possibilità di crescere e di perdurare nel tempo, perché
Ottaviano-Augusto era stato – con ogni probabilità – il fondatore della
colonia25. Gli abitanti della città dovettero essere particolarmente devoti
al principe che aveva benedetto la nascita della loro comunità, e alla
sua numerosa famiglia26. Nell’enorme fervore artistico che per quasi un
secolo accumulò ovunque negli spazi sacri, pubblici e privati delle città
dell’Impero statue e cicli statuari di quella dinastia, è assai probabile che
la colonia dalmata fosse molto sensibile all’aggiornamento delle imma-
gini dei principi augustei e giulio-claudii. Inoltre Narona godeva di due
ulteriori fattori propulsivi in questo senso: da un lato non era sede di un
culto imperiale provinciale, dall’altro era sede di un conventus giudizia-
rio. Questa situazione faceva sì che gli arbitri della gestione delle scul-
ture dell’Augusteum fossero i soli notabili cittadini, senza l’interferenza
dei delegati di altre comunità. Parallelamente i Naronitani erano stimo-
lati a manifestare la loro devozione nella congiuntura politica e dinastica
via via in evoluzione, perché ospitavano regolarmente almeno una volta
l’anno il governatore di Dalmazia, che non avrà mancato di rilevare lo
stato della devozione dell’élite locale verso il principe che lo aveva no-
minato27. È probabile che la colonia di Narona avesse un corredo mo-

25
A Narona si celebrò la vittoria di Ottaviano a Nauloco nel 36 a.C. (CIL III, 14625 = ILS 8893 =
ILLRP 417).
26
Come ha illustrato M. Mayer, la precoce e capillare presenza a Narona durante il Principato di
Augustales, e di militari o di veterani, è stato un fattore di nutrimento per questo legame; cfr. La so-
ciedad de la Narona romana (Vid, Metkovic, Croacia): algunas observaciones, in G. Urso (a cura di),
Dall’Adriatico al Danubio. L’Illirico nell’età greca e romana. Atti del convegno internazionale, Cividale
del Friuli, 25-27 settembre 2003, Pisa 2004, pp. 229-246; Algunas consideraciones sobre el papel social
de los libertos en una ciudad de la costa adriática . «Seviri Augustales» y «M .M .» en Narona, in «Epi-
graphica» 72 (2010), pp. 247-271; inoltre cfr. I. Rodà de Llanza, Los «Seviri Augustales» de Narona, in
Mélanges E . Marin, «Zbornik Kačič» 41-43 (2011), pp. 189-209.
27
Testimoniano i buoni rapporti tra l’élite di Narona e i governatori di Dalmazia quattro, forse
cinque, iscrizioni di legati e praesides della provincia realizzate nella colonia tra I e III secolo (in ordine
ipotesi sulla Fine dell’augusteum di narona 193

numentale augusteo già intorno al 10 a.C., e che si dotasse forse allora


di un edificio apposito come l’Augusteum28: la sala ospitò dapprima il
podio sulla parete di fondo, poi furono aggiunti i due podii laterali sui lati
brevi (che infatti obliterarono il mosaico pavimentale originario), quindi
furono posizionate (tre) statue e (tre) basi di statua direttamente sul pavi-
mento della sala; alla fine l’Augusteum avrà contenuto – verosimilmente
– venticinque statue di grandi dimensioni. Il vano doveva apparire dun-
que alquanto affollato. L’ampliamento dell’apparato statuario avrà pro-
ceduto in modo non lineare, seguendo via via le selezioni imposte dalle
vicissitudini dei membri della famiglia e dalle progressive preferenze
familiari di Augusto e dei suoi successori: sembra altamente probabile
che una buona parte delle statue collocate nel tempo dentro l’Augusteum
sia stata rilavorata nei suoi tratti somatici per adeguarla all’evoluzione
della rappresentazione del gruppo al potere su un arco temporale, come
detto, di circa ottant’anni – accettando una datazione alta della costruzio-
ne dell’Augusteum, nel 10 a.C. – e comunque in ogni caso non inferiore
ai sessant’anni – se si propende per una datazione bassa, nel 14 d.C.29.
Un’indagine sommaria sui corpi delle statue rinvenute nell’Augusteum
di Narona mostra che la quasi totalità di essi non hanno una testa-ritratto
solidale col corpo della statua: la testa era incassata in un alloggiamento

cronologico): la statua del divino Augusto fatta elevare dal legato Dolabella dentro l’Augusteum nel
14/20 (cfr. Kurilić, Recent epigraphic finds, cit., nr. 104 = AE 1999, 1223); l’intervento edilizio voluto
da Vespasiano e fatto realizzare dal suo legato C. Pedius Cascus nel 74 (Kurilić, Recent epigraphic finds,
cit., nr. 111 = E. Marin, M. Mayer, G. Paci, I. Rodà, Iscrizioni romane di Narona conservate nel Museo
di Makarska/Rimski natpisi iz Narone u Muzeju u Makarskoj, in Zbornik Tomislava Marasovića, Split
2002, p. 105); il monumento per A. Ducenius Geminus, legato e patrono di Narona (ILJug. III, 1879 =
ILS 9484); la dedicazione delle nuove terme fatta da Aurelius Tiberianus, praeses nel 280 (CIL III, 1805
= ILS 5695 = CINar I, 28). Incerto il coinvolgimento del governatore nei frammenti di CIL III, 1807.
28
Così secondo E. Marin, vd. sopra a nota 5.
29
La statua superstite più antica posizionata dentro l’Augusteum, con datazione indipendente dai
criteri stilistici, sembra essere quella del divino Augusto fatta elevare dal legato Dolabella tra il 14 e il
20 (vd. sopra alle note 2 e 28), la più recente il Vespasiano togato (fig. 1, nr. 8) degli anni 70/74; tuttavia
il rinvenimento nel 1951 a Narona poco a sud dell’Augusteum di una dedica frammentaria ad Augusto,
incisa su una lastra negli anni 12/8 a.C. (ILJug. I, 107), spinge a ipotizzare, secondo la lettura proposta da
E. Marin, che l’edificio naronitano possa essere stato costruito e inaugurato negli anni intorno al 10 a.C.,
in un momento storico – tra la morte di Agrippa (12 a.C.) e quella di Gaio Cesare (4 d.C.) e in sintonia
con l’inaugurazione a Roma dei fregi dell’Ara Pacis Augustae (9 a.C.) e delle statue dell’esedra nord del
Forum Augustum (2 a.C.) – in cui si affermò definitivamente
definitivamente nelle città dell’Impero l’iconografia
l’iconografia monu-
mentale della famiglia di Augusto. Su questa periodizzazione del messaggio ‘dinastico’ augusteo cfr. P.
Zanker, Augustus und die Macht der Bilder, München 1987, cap. V; Hurlet, Les collègues du prince sous
Auguste et Tibère, cit., p. 448. Per la potente e pervasiva introduzione nel calendario di Roma, e poi delle
città romane, di una serie cospicua di occasioni festive, e di comemmorazioni funebri, legate ad Augusto
e alla sua famiglia cfr. A. Fraschetti, «Cognata numina». Culti della città e culti della famiglia del prin-
cipe in epoca augustea, in J. Andreau, H. Bruhns (éd.), Parenté et stratégies familiales dans l’Antiquité
romaine . Actes de la table ronde des 2-4 octobre 1986 (Paris, Maison des sciences de l’homme), Roma
1990, pp. 85-119; ampiamente Id., Roma e il principe, Roma-Bari 1990.
194 pierFrancesco porena

ricavato alla base del collo30. È possibile che queste statue siano state
realizzate in origine con questa tecnica. Ovvero, come pare probabile,
alcune di queste statue avranno subito la sostituzione delle teste-ritratto
nel corso del tempo. In ogni caso – ed è un aspetto molto importante –
per la loro stessa tecnica di realizzazione e di aggiornamento le teste-ri-
tratto delle statue dell’Augusteum di Narona erano l’elemento più fragile
dell’intero complesso scultoreo. È opportuno insistere su questo aspetto:
se, come giustamente ha sostenuto il prof. Marin, le statue dell’Augu-
steum di Narona furono abbattute dai loro piedistalli nel corso di una
sola e continuata azione di demolizione dell’edificio, sembra altamente
probabile che le teste-ritratto, spesso rialloggiate molto tempo prima nel-
le cavità tra gli omeri delle statue maschili e femminili, fossero destinate
a staccarsi, o ad essere estratte con facilità. Le teste reincassate e gli arti
sporgenti, come anche le caviglie, potevano frantumarsi all’impatto col
pavimento della sala31, e potevano essere facilemente rimossi per fare
spazio ai demolitori, intenti a recuperare le parti più appetibili dell’e-
dificio – la sala è stata rinvenuta libera dalle macerie del tetto e da altri
materiali edilizi – e a liberare il vano dai detriti facilmente trasportabili.
Probabilmente le teste-ritratto erano fra questi detriti.
Un ulteriore indizio spinge a pensare che i demolitori abbiano smon-
tato con calma, e non spinti dalla rabbia, l’edificio dell’Augusteum, e
cioè il fatto che essi hanno provveduto a liberare via via la zona calpe-
stabile della sala. Delle (tre) statue poggianti e assicurate direttamente al
pavimento del vano non resta la minima traccia, se non le orme dei loro
alloggiamenti sul pavimento; le tre statue metalliche, del divino Augu-
sto e delle due Venus Augusta, furono separate dalle basi e portate fuori
della sala per la fusione. La scomparsa delle diverse statue collocate sul
pavimento antistante i banconi spinge a ritenere che i demolitori abbiano
proceduto dapprima a liberare il pavimento e l’interno dell’Augusteum
dalle statue che ingombravano loro il movimento verso i podii a bancone
sui quali era posizionata la teoria delle numerose statue giulio-claudie; e
che solo successivamente abbiano tratto giù dai banconi tutte le statue,

30
Cfr. Marin, Vickers (eds.), The Rise and Fall of an Imperial Shrine, cit., pp. 72-75; 86; 102; 112;
120; 129; 157; 166.
31
Le statue ancora erette nell’Augusteum avevano la testa ad un’altezza tra i due e i tre metri dal
pavimento: una distanza sufficiente a causarne il distacco per impatto al suolo, se, come tutto lascia
supporre, le statue furono tirate giù dai banconi per sbilanciamento da trazione con funi. La separazione
traumatica delle teste dai corpi consentiva ai demolitori di recuperare i tenoni in ferro che connettevano
le due parti della statua. Un caso analogo di distacco di tutte le teste delle statue imperiali in un edificio
simile all’Augusteum di Narona, e contenente un ridotto ciclo giulio-claudio e flavio, è quello del Me-
troon di Olympia, studiato da K. Hitzl, Die kaiserzeitliche Statuenausstattung des Metroon, Berlin-New
York 1991.
ipotesi sulla Fine dell’augusteum di narona 195

portando fuori della sala le parti più leggere staccatesi all’impatto – fra
cui, come detto, verosimilmente le fragili teste incassate – e lasciando i
torsi nella posizione in cui li hanno ritrovati gli archeologi.

La fragilità delle teste-ritratto naturalmente pone il problema se le venti/ven-


tuno statue senza testa di Narona rappresentassero soltanto esponenti della
numerosa dinastia giulio-claudia, oppure se alcune statue d’età giulio-claudia
non ritraessero, come nel caso del Vespasiano togato, esponenti delle famiglia
flavia, antonina o severiana32. Questo problema è secondario ai fini dell’inda-
gine sulla ‘morte’ dell’Augusteum di Narona, tuttavia sembra delineabile la
tendenza nelle città dell’Impero a posizionare i singoli cicli dinastici in spazi
coerenti, senza procedere all’aggiornamento continuo dei ritratti delle famiglie
imperiali anteriori, cosa che avrebbe segnato la scomparsa progressiva delle
dinastie più antiche, in un processo che, peraltro, vide diminuire col tempo
la devozione civica verso i familiari dei principi33. Se, dunque, il complesso

32
Per l’esistenza di seviri Augustales, Flaviales, Titiales, Nerviales a Narona cfr. CIL III, 1768 e
1835 = ILS 7169 = ILJug. III, 1868.
33
Per esempio nel ‘Foro vecchio’ di Leptis Magna l’iscrizione in neo-punico di dedica del Tempio di
Roma e Augusto (IPT 22) segnala la realizzazione negli anni 19-22 di un insieme di nove statue a Roma,
ad Augusto e ai giulio-claudii (Roma, Augusto, Tiberio, Livia/Iulia Augusta, Germanico, Druso Minore,
Antonia Minore, Vipsania Agrippina, Agrippina Maggiore, Livilla moglie di Druso Minore): le statue
sono rimaste nell’area del tempio sul lato nord-occidentale del Foro probabilmente fino all’età bizantina,
quando il complesso fu smontato; i resti delle statue (tutte tranne Antonia Minore) sono stati rinvenuti
negli scavi degli anni ’30 del XX secolo, spesso con testa non solidale al torso; cfr. S. Aurigemma,
Sculture del foro vecchio di Leptis Magna raffiguranti la dea Roma e principi della casa dei Giulio-
Claudi (pubblicazione provvisoria), in «Afr.Ital.» 8 (1940), pp. 1-94; Boschung, «Gens Augusta», cit.,
pp. 8-24; A. Di Vita, M. Livadiotti (a cura di), I tre templi del lato nord-ovest del Foro Vecchio a Leptis
Magna, Roma 2005, pp. 165-263; E. De Miro, A. Polito, Leptis Magna . Dieci anni di scavi archeo-
logici nell’area del foro Vecchio. I livelli fenici, punici e romani (Missione dell’Università di Messina),
Roma 2005, pp. 127-129; L. Musso, La romanizzazione di Leptis Magna nel primo periodo imperiale:
Augusto e Roma nel ‘Foro Vecchio’, in D. Kreikenbom, K.-U. Mahler, P. Schollmeyer, Th.M. Weber
(hrsg.), Augustus – der Blick von außen: die Wahrnehmung des Kaisers in den Provinzen des Reiches
und in den Nachbarstaaten . Akten der internationalen Tagung an der Johannes Gutenberg-Universität
Mainz 2006, Wiesbaden 2008, pp. 161-196. Afrodisia di Caria presenta un caso analogo di conservato-
rismo, cfr. G. Thommen, The «Sebasteion» at Aphrodisias: an Imperial Cult to Honor Augustus and the
Julio-Claudian Emperors, in «Chronikà» 2 (2012), pp. 82-91. Sulla presenza nelle città maggiori di più
edifici con cicli statuari dinastici indipendenti cfr. Rosso, D’une dynastie à l’autre, cit., p. 8: «la plus
grande partie de ces monuments semble avoir été constituée par des temples dynastiques, les cités les
plus importantes ayant en réalité multiplié les Augustea et consacré à chaque dynastie d’empereurs des
espaces spécifiques, comme c’était le cas de l’Urbs». Se il Metroon di Olympia ha un ciclo più ridotto ma
analogo a quello di Narona (cfr. Kantiréa, Statues de culte et «damnatio memoriae», cit.), l’Augusteum
di Bubon è inaugurato con Nerone e si spinge fino a Gallieno (cfr. Y. Gliwitzky-Moser, Die Rekonstruk-
tion des Nordpostaments im «Sebasteion» von Bubon (Lykien) - Ein Korrekturvorschlag, in «Boreas» 32
[2009], pp. 115-119), quello di Cestrus si apre con Vespasiano, quello della caserma dei vigili di Ostia
con Adriano (vd. oltre a nota 50), come il ciclo statuario del Bouleutèrion di Efeso e un edificio di Bosa
in Sardegna (CIL X, 7939), mentre l’Augusteum dei veterani di Augusta Traiana in Tracia fu inaugurato
solo il 13 novembre 233 (AE 1933, 90).. Pur con la necessaria cautela, sembra che nessun edificio
edificio con-
tenente cicli statuari imperiali nelle città dell’Impero romano abbia raccolto nello stesso spazio statue e
immagini di esponenti di tutte e quattro le maggiori dinastie altoimperiali (giulio-claudi, flavi, antonini
e severi); generalizzando, sembra che gli edifici che ospitavano gli affollati cicli giulio-claudii si siano
196 pierFrancesco porena

giulio-claudio di Narona restò nei secoli, come altrove, una galleria familiare
compatta, resta il problema delle iscrizioni identificative dei numerosi indivi-
dui rappresentati. Dal momento che i plinti delle statue non conservano tracce
epigrafiche, le iscrizioni destinate a identificare i principi e le principesse rap-
presentati dalle statue dovevano essere affisse sul podio a bancone che corre
lungo i tre lati della sala. Gli archeologi hanno trovato le tracce dell’intonaco
neutro che rivestiva la fronte del podio, e hanno ipotizzato che di questo tipo
fosse la superficie esterna e superiore del podio. In questo caso dovremmo
immaginare che il riordino progressivo delle pesanti statue avvenisse su una
superficie abbastanza delicata, e che le epigrafi fossero dipinte o, con maggiori
probabilità, fossero incise su placche di bronzo affisse sul podio in corrispon-
denza delle singole statue, tutti supporti che, com’è noto, non si conservano34.
Tuttavia i resti di rivestimenti di podii iscritti d’età giulio-claudia, di cui uno
dei più celebri è quello ‘neroniano’ del collegio degli aenatores dal Palatino35,
spingerebbero a ipotizzare che anche a Narona si fosse adottata una soluzione
analoga, benché la prudenza sia d’obbligo, dato che non rimane traccia arche-
ologica di questi rivestimenti. Se anche la faccia anteriore dei banconi fosse
stata rivestita da intonaco, un rivestimento litico sembra ipotizzabile almeno
per il piano superiore di appoggio delle statue: esso fornirebbe una superficie
compatta e adeguata all’incremento e allo spostamento delle pesanti statue im-
periali (del peso complessivo stimabile in circa settanta tonnellate). La costru-
zione di un piano in pietra (marmo ?) potrebbe spiegare l’esigenza di trarre giù
le statue dai banconi perimetrali: i demolitori dell’Augusteum potrebbero aver
voluto accedere ai piani marmorei del lungo podio a bancone. Se poi anche
la faccia anteriore dei podii fosse stata rivestita in pietra – ipotesi da valutare
però con molta cautela, dato che non ci sono tracce di alloggiamento di lastre
litiche – su queste fodere sarebbero state incise o affisse, e attualizzate nel
tempo, le epigrafi dei principi e dei loro familiari. Una dislocazione che avreb-
be agevolato molto la distruzione del patrimonio epigrafico dell’Augusteum,
giustificando la sproporzione tra l’affollamento delle statue e la palese scarsità
di iscrizioni.

Una volta preso atto della fragilità strutturale delle teste-ritratto del-
le statue giulio-claudie dell’Augusteum, e ridimensionata l’enfasi posta

saturati precocemente, mentre gli edifici che ospitavano cicli statuari a partire dai flavi abbiano avuto
spazio per accogliere membri di dinastie ulteriori.
34
Si noti che le statue femminili sono concentrate nel lato sud-ovest del vano, alla sinistra di chi ac-
cedeva nella sala (fig. 1): è improbabile che fossero sistemate in quell’area fin dall’origine, dato il destino
precario di molte donne della famiglia giulio-claudia. Questa disposizione costituisce forse un indizio di
risistemazione progressiva delle statue.
35
Cfr. CIL VI, 40307; V. Morizio, Le dediche ad Augusto e ai Giulio-Claudii, in C. Panella (a cura
di), Meta Sudans, I. Un’area sacra «in Palatio» e la valle del Colosseo prima e dopo Nerone, Roma
1996, pp. 201-216 (= AE 1996, 248).
ipotesi sulla Fine dell’augusteum di narona 197

sulla loro assenza nello scavo, resta aperta la questione della ‘morte’
dell’edificio forense e del suo nobile contenuto. Per procedere nell’in-
dagine è opportuno ricollocare l’esame dello stato dell’Augusteum in
una utile prospettiva diacronica. L’elemento che emerge costantemente
fra i sostenitori di una decapitazione delle statue imperiali di Narona
come testimonianza dell’aggressione iconoclasta dei cristiani è costituito
dall’assimilazione diretta e immediata delle statue imperiali, destinata-
rie dell’ossequio civico, ai simulacri degli dèi, oggetto del culto civico.
Questa assimilazione del ciclo statuario imperiale al pantheon politeista,
però, è tutt’altro che implicita. Da un lato non sappiamo se l’Augusteum
del Foro fosse un templum nel senso stretto del termine, se fosse, cioè,
uno spazio inaugurato, e se il suo contenuto fosse res sacra36. Ma so-
prattutto è importante notare che le costituzioni imperiali emesse tra IV
e V secolo, in un momento universalmente ritenuto critico per la vita
di edifici come quello di Narona, distinguono decisamente tra statuae
e simulacra. Da una parte sono le statuae e i simulacra che ritraggono
rispettivamente gli imperatori viventi e gli Augusti che hanno ricevuto
l’apoteosi; dall’altra sono i simulacra degli dèi, cioè immagini di divinità
oggetto di culto37. Una serie molto nota di costituzioni degli anni 356-407

36
L’Augusteum di Narona poteva essere diventato, dopo il 14, un templum divi Augusti, con le
Venus Augustae ‘paredroi’ del divus posto al centro della sala (questo gruppo e l’eventuale altare fuori
dell’edificio saranno state res sacrae, come peraltro suggeriscono le rispettive epigrafi, ma con il divus
Augustus titolare dell’aedes e le Venus Augustae sue ospiti). In ogni caso l’Augusteum conservava le
molte ambiguità degli edifici misti. Non era un tempio a una divinità, né un aedes divorum – solo quattro
statue su venti/ventuno ritraevano divi/ae. La popolazione della città non avrà associato le cerimonie cul-
tuali per le divinità a quello spazio. Inoltre le dimensioni e la collocazione delle numerose, grandi statue
litiche nel vano invita a escludere che esse uscissero mai in processione dall’Augusteum; dentro la sala,
affollata di statue, non c’era posto per celebrare sacrifici o cerimonie partecipate. In generale, a Narona
come altrove, il carattere fortemente composito e persino variabile nel tempo dei personaggi rappresen-
tati e onorati nelle serie statuarie imperiali degli Augustea (maschi, femmine; viventi, defunti; maschi
eroizzati, divi e divae) non risponde alle esigenze molto più definite e ripetitive, stabili e rigorose del
culto riservato agli dèi. Gli eterogenei personaggi ritratti in questi edifici appaiono adatti a manifestazioni
del così detto culto imperiale, omaggi legati al mutevole calendario delle festività degli imperatori del
presente e dei loro familiari e dei buoni imperatori del passato e dei loro familiari (genetliaci, acclamazi-
oni, vittorie, salus et reditus, apoteosi, ecc.). Si noti che circa la metà delle dediche di statue ad Augusti
e Cesari negli Augustea sembra essere stata realizzata l’anno successivo all’acclamazione del principe,
quando la statua entrò nell’edificio; tuttavia, a differenza del simulacro di una divinità, la stessa statua di
un imperatore o di un suo familiare poteva mutare status e tipologia di omaggio rituale nel tempo: poteva
essere eliminata o modificata per damnatio, rappresentare prima un vivente poi un defunto, rappresentare
prima un mortale poi un divus. A questi individui, vivi, defunti, divi, si destinavano atti di venerazione
e sacrifici diversi fra loro, ma anche diversi da quelli riservati alle divinità. Inoltre alcuni personaggi
potevano ricevere un certo omaggio rituale, poi non riceverlo più, se la/e sua/e ricorrenza/e uscivano dal
calendario civico. Sulla difficoltà di interpretare gli spazi civili e cultuali nelle città romane cfr. J. Scheid,
Les espaces cultuels et leur interprétation, in «Klio» 77 (1995), pp. 424-432; Id., Comment identifier un
lieu de culte ?, in «CCG» 8 (1997), pp. 51-59; C. Witschel, Zum Problem der Identifizierung von munizi-
palen Kaiserkultstätten, in «Klio» 84 (2002), pp. 114-124.
37
Su questa distinzione cfr. Stewart, Statues in Roman Society, cit., cap. VI; K. Koonce, Agalma and
eikon, in «AJPh» 109 (1988), pp. 108-110; sulle immagini di culto cfr. H. G. Martin, Römische Tem-
198 pierFrancesco porena

mostra chiaramente che gli imperatori cristiani vietarono azioni cultuali,


in particolare sacrifici pubblici, verso i simulacra degli dèi, cioè verso
statue e immagini di culto consacrate e quindi ‘inabitate’ dallo spirito del
dio38. Non a caso nella normativa le arae sono le strutture maggiormente
colpite dal divieto. Non è un’eccezione neanche la famosa costituzione
al dux Osrhoenae, in cui i simulacra degli dèi nei templi possono essere
salvaguardati in quanto magnifiche opere d’arte, purché desacralizzati, sì

pelkultbilder, Roma 1987; C. Vermeule, The Cult Images of Imperial Rome, Roma 1987. Tratteggia un
profilo intermedio per le statue degli imperatori e dei membri delle famiglie imperiali, definite «Vereh-
rungsstatue», K. Hitzl, Kultstätten und Praxis des Kaiserkults anhand von Fallbeispielen, in H. Cancik,
K. Hitzl (hrsg.), Die Praxis der Herrscherverehrung in Rom und seinen Provinzen, Tübingen 2003, pp.
97-130 (cfr. p. 103). Sull’interazione tra immagine cultuale e ritualità cfr. S.I. Johnston, Animating Statues:
a case study in ritual, in «Arethusa» 41 (2008), pp. 445-477; J. Bremmer, The Agency of Greek and
Roman Statues: from Homer to Constantine, in «Opuscula» 6 (2013), pp. 7-21; ampiamente P. Weddle,
Touching the Gods. Physical interaction with cult statues in the Roman World, Durham theses, Durham
University 2010 (http://etheses.dur.ac.uk/555). Sulla percezione cristiana delle statue vd. sopra a nota 14.
38
CTh XVI, 10, 6 (19 feb. 356): Imp . Constantius A . et Iulianus Caes . Poena capitis subiugari prae-
cipimus eos, quos operam sacrificiis dare vel colere simulacra constiterit.
CTh
XVI, 10, 10 (24 feb. 391): Imppp . Gratianus, Valentinianus, Theodosius AAA . ad Albinum
p(raefectum) p(raetori)o . Nemo se hostiis polluat, nemo insontem victimam caedat, nemo delubra adeat,
templa perlustret et mortali opere formata simulacra suspiciat, ne divinis adque humanis sanctionibus
reus fiat.[...]
CTh
XVI, 10, 19 (15 nov. 408 [407]): Imppp . Arcadius, Honorius et Theodosius AAA . Curtio
p(raefecto) p(raetori)o . post alia: Templorum detrahantur annonae et rem annonariam iuvent expensis
devotissimorum militum profuturae. 1. Simulacra, si qua etiamnunc in templis fanisque consistunt et
quae alicubi ritum vel acceperunt vel accipiunt paganorum, suis sedibus evellantur, cum hoc repetita
sciamus saepius sanctione decretum. 2. Aedificia ipsa templorum, quae in civitatibus vel oppidis vel
extra oppida sunt, ad usum publicum vindicentur. Arae locis omnibus destruantur omniaque templa in
possessionibus nostris ad usus adcommodos transferantur; domini destruere cogantur. 3. Non liceat
omnino in honorem sacrilegi ritus funestioribus locis exercere convivia vel quicquam sollemnitatis agi-
tare. Episcopis quoque locorum haec ipsa prohibendi ecclesiasticae manus tribuimus facultatem; iudices
autem viginti librarum auri poena constringimus et pari forma officia eorum, si haec eorum fuerint
dissimulatione neglecta.
CTh
XVI, 10, 12 (8 nov. 392): Imppp . Theodosius, Arcadius et Honorius AAA. ad Rufinum p(raefectum)
p(raetori)o . Nullus omnino ex quolibet genere ordine hominum dignitatum vel in potestate positus vel
honore perfunctus, sive potens sorte nascendi seu humilis genere condicione [f]ortuna in nullo penitus
loco, in nulla urbe sensu carentibus simulacris vel insontem victimam caedat vel secretiore piaculo
larem igne, mero genium, penates odore veneratus accendat lumina, imponat tura, serta suspendat. 1.
Quod si quispiam immolare hostiam sacrificaturus audebit aut spirantia exta consulere, ad exemplum
maiestatis reus licita cunctis accusatione delatus excipiat sententiam competentem, etiamsi nihil contra
salutem principum aut de salute quaesierit. Sufficit enim ad criminis molem naturae ipsius leges velle
rescindere, illicita perscrutari, occulta recludere, interdicta temptare, finem quaerere salutis alienae,
spem alieni interitus polliceri. 2. Si quis vero mortali opere facta et aevum passura simulacra imposito
ture venerabitur ac ridiculo exemplo, metuens subito quae ipse simulaverit, vel redimita vittis arbore vel
erecta effossis ara cespitibus, vanas imagines, humiliore licet muneris praemio, tamen plena religionis
iniuria honorare temptaverit, is utpote violatae religionis reus ea domo seu possessione multabitur, in
qua eum gentilicia constiterit superstitione famulatum. Namque omnia loca, quae turis constiterit vapore
fumasse, si tamen ea in iure fuisse turificantium probabuntur, fisco nostro adsocianda censemus. 3. Sin
vero in templis fanisve publicis aut in aedibus agrisve alienis tale quispiam sacrificandi genus exercere
temptaverit, si ignorante domino usurpata constiterit, viginti quinque libras auri multae nomine cogetur
inferre, coniventem vero huic sceleri par ac sacrificantem poena retinebit. [...].
ipotesi sulla Fine dell’augusteum di narona 199

che resta vietato offrire loro sacrifici39. Esisteva dunque una distinzione,
antica e ancora vitale nella prima metà del V secolo, tra statue di dèi abi-
tate dal dio, e statue di dèi ‘vuote’, ammirate come semplici opere d’arte,
percezione che spiega il fenomeno delle gallerie tardoantiche di immagi-
ni divine e mitologiche pagane nelle città40. Mai nelle costituzioni tarde
i simulacra degli dèi appaiono confusi con le statue degli Augusti del
passato. Contemporaneamente i principi cristiani distinguono tra statuae
degli imperatori regnanti e simulacra degli Augusti divi, quali oggetti
destinati all’accoglienza e alla protezione temporanea dei rèi41. Sempre
in quegli anni gli stessi principi indicano che queste immagini imperia-
li devono essere esposte, ma celebrate con moderazione nelle città, in
occasione dei giorni ordinari e festivi, e affermano che i simulacra dei
divi devono essere magnificati moderatamente in occasione dei giochi42;
inoltre spiegano che le immagini imperiali dovrebbero essere posiziona-
te in spazi urbani adeguati43. Si potrebbe pensare che questa distinzione
tra statuae e simulacra in riferimento ai principi fosse un artifizio tar-
divo, ma è agevole notare come già l’imperatore Tiberio, un convinto
tradizionalista, insistesse su questo punto44. Il testo-chiave per contestua-
lizzare il destino dell’Augusteum di Narona è una costituzione di Arca-

39
CTh XVI, 10, 8 (30 nov. 382) : Imppp . Gratianus, Valentinianus, Theodosius AAA . Palladio duci
Osdroenae. Aedem olim frequentiae dedicatam coetui et iam populo quoque communem, in qua simu-
lacra feruntur posita artis pretio quam divinitate metienda iugiter patere publici consilii auctoritate
decernimus neque huic rei obreptivum officere sinimus oraculum. Ut conventu urbis et frequenti coetu
videatur, experientia tua omni votorum celebritate servata auctoritate nostri ita patere templum permit-
tat oraculi, ne illic prohibitorum usus sacrificiorum huius occasione aditus permissus esse credatur.
40
Vd. sopra, a nota 18.
41
CTh IX, 44, 1 (6 lug. 386 - tit. De his, qui ad statuas confugiunt): Imppp . Valentinianus, Theodo-
sius et Arcadius AAA . Cynegio p(raefecto) p(raetori)o . Eos, qui ad statuas vel evitandi metus vel crean-
dae invidiae causa confugerint, ante diem decimum neque auferri ab aliquo neque discedere sponte per-
petimur; ita tamen, ut, si certas habuerint causas, quibus confugere ad imperatoria simulacra debuerint,
iure ac legibus vindicentur; sin vero proditi fuerint artibus suis invidiam inimicis creare voluisse, ultrix
in eos sententia proferatur.
42
CTh XV, 4, 1 (5 mag. 425 - tit. De imaginibus imperialibus): Imp . Theodosius A . et Valentinianus
Caes . Aetio p(raefecto) p(raetori)o. Si quando nostrae statuae vel imagines eriguntur seu diebus, ut
adsolet, festis sive communibus, adsit iudex sine adorationis ambitioso fastigio, ut ornamentum diei vel
loco et nostrae recordationi sui probet accessisse praesentiam. 1. Ludis quoque simulacra proposita tan-
tum in animis concurrentum mentisque secretis nostrum numen et laudes vigere demonstrent; excedens
cultura hominum dignitatem superno numini reservetur.
43
CTh XV, 7, 12 (29 giu. 394): Imppp . Theodosius, Arcadius, Honorius AAA. Rufino p(raefecto)
p(raetori)o . Si qua in publicis porticibus vel in his civitatum locis, in quibus nostrae solent imagines
consecrari, pictura pantomimum veste humili et rugosis sinibus agitatorem aut vilem offerat histrionem,
ilico revellatur, neque umquam posthac liceat in loco honesto inhonestas adnotare personas; in aditu
vero circi vel in theatri proscaeniis ut collocentur, non vetamus. 1. His illud adicimus, ut mimae et quae
ludibrio corporis sui quaestum faciunt publice habitu earum virginum, quae deo dicatae sunt, non utan-
tur, et ut nulla femina nec puer thymelici consortio inbuantur, si christianae religionis esse cognoscitur.
44
Svet., Tib. 26, 3: Templa, flamines, sacerdotes decerni sibi prohibuit, etiam statuas atque imagines
nisi permittente se poni; permisitque ea sola condicione, ne inter simulacra deorum sed inter ornamenta
aedium ponerentur.
200 pierFrancesco porena

dio del 27 giugno 406: l’imperatore indica con chiarezza che le statue
degli Augusti regnanti, ma anche quelle degli Augusti del passato, devo-
no essere conservate con cura e posizionate in edifici acconci, spostate
solo per il restauro dell’edificio, poi ricollocate senza essere disperse45.
Questo provvedimento, confrontato con la normativa esaminata, mostra
che la legislazione e la società tardoromane, ancora nei primi anni del
V secolo, distinguevano tra simulacra degli dèi, oggetto di un culto or-
mai del tutto proibito, e statue degli imperatori del presente e simulacra
dei buoni principi del passato. Si tratta evidentemente di due categorie
di immagini completamente differenti, in nessun modo assimilabili. In
particolare il testo dell’imperatore Arcadio sottolinea come i simulacra
dei principi del passato dovessero essere preservati in edifici pubblici da
restaurare e da mantenere in funzione. La costituzione di Arcadio invita
a riflettere con estrema cautela sull’ipotesi di una possibile dismissione
e, peggio, di una distruzione dell’Augusteum di Narona alla fine del IV
o nei primi anni del V secolo. La disposizione arcadiana probabilmente
nasceva dalla volontà di tutelare edifici antichi e corredi scultorei che in
qualche modo in quel periodo erano oggetto di una trasformazione che
ne snaturava o ne cancellava la funzione: un processo diffuso, indizio del
distacco dei cittadini da certe espressioni del così detto culto imperiale,
verosimilmente di distacco dalle memorie dinastiche più remote. In ogni
caso la normativa esaminata invita a escludere decisamente che i Naro-
nitani, chiamati a ossequiare le immagini dei principi nel Foro della città
tardoantica, confondessero i simulacri degli dèi, destinatari del culto ci-
vico (o privato), con le statue dei giulio-claudii, che, cioè, attaccassero le
statue imperiali dell’Augusteum e le decapitassero perché le ritenevano
immagini pagane di culto.
La disaffezione degli abitanti delle città degli inizi del V secolo da forme
dell’ossequio collettivo in particolare verso il culto imperiale del passato
apre la via alla formulazione di un’ipotesi equilibrata sulla fine dell’Au-
gusteum, in sintonia con il quadro emerso dagli scavi del prof. Marin. La
risposta al quesito sulla fine del complesso edilizio e scultoreo deve essere
cercata nell’evoluzione di quello che i moderni chiamano culto imperiale,
e nel suo rapporto con gli Augustea. In estrema sintesi è possibile tratteg-
giare tre linee di sviluppo di lunga durata di questa evoluzione, tra loro

45
CTh XV, 1, 44 (27 giu. 406): Imppp . Arcadius, Honorius, Theodosius AAA . Aemiliano p(raefecto)
u(rbi) . Si quando usus exegerit vel porticus vel quaslibet aedes aetatis senio seu fortuitis concussas
casibus reparari, liceat, etiam inconsulta clementia nostra, cum reverentia sui imaginem deponere vel
nostram vel retro principum reportatamque post refecta aedificia loco proprio denuo collocare. Per il
restauro di una statua dell’imperatore Tiberio presso il Tempio di Apollo a Cirene dopo il 365 cfr. Hitzl,
Kultätten und Praxis des Kaiserkults, cit., pp. 104-111.
ipotesi sulla Fine dell’augusteum di narona 201

collegate: la trasformazione della società di Narona, quella del calendario


civico, quella della prassi cultuale. La società di Narona appare immersa
nei culti urbani, che funzionano come un vettore di promozione sociale
soprattutto per gli Augustales, provenienti per lo più dal ceto dei liberti, o
comunque da gruppi sociali attivi nel commercio, caratteristico della colo-
nia sul medio Adriatico. Tuttavia questi strati sociali entrarono in una cri-
si irreversibile nel corso del III secolo, come mostra ovunque l’epigrafia,
anche a Narona46. Dobbiamo immaginare che il primo secolo di vita della
colonia, epoca in cui fiorì ‘l’augustalità’, sia stato segnato da un’esplosio-
ne di culti urbani e dalla formazione di un calendario di festività civiche le-
gate a divinità augustee e alle ricorrenze invadenti e stratificate dei membri
della dinastia giulio-claudia47. Questo fenomeno potente avrà iniettato nel
calendario ricorrenze festive della famiglia giulio-claudia, per i vivi, per
gli ‘eroi’ e per i divi, affiancandole o sovrapponendole a cerimonie presso
gli altari degli dèi civici, e, forse presso un’ara davanti all’Augusteum del
Foro48. Se anche i riti riservati alle divinità non si mescolavano con quelli
per la famiglia imperiale nel nostro Augusteum, tuttavia le cerimonie ri-
servate alle figure imperiali riunite in questo genere di edifici forensi sem-
brano caratterizzarsi per forme di ossequio che, come mostrano le testimo-
nianze provenienti da contesti diversi, prevedevano forse una processione,
offerte di incenso e di vino, certamente un sacrifico cruento, degli epula49.

46
Sulla società di Narona vd. sopra, a nota 26, e il contributo di M. Mayer in questo volume. Sugli
Augustales cfr. R. Duthoy, Les Augustales, in ANRW II/16, 2, Berlin-New York 1978, pp. 1254-1309;
messa a punto in A. Abramenko, Die munizipale Mittelschicht im kaiserzeitlichen Italien . Zu einem
neuen Verständnis von Sevirat und Augustalität, Fankfurt am Main 1993, in particolare pp. 83-125; sulla
loro scomparsa cfr. Id., Die Wirtschaftskrise des 3. Jh. n.Chr. und das Ende der Augustalität, in «ZPE»
99 (1993), pp. 207-213.
47
Per una panoramica del calendario delle festività degli imperatori cfr. P. Herz, Kaiserfeste der
Prinzipatszeit, in ANRW II/16, 2, Berlin-New York 1978, pp. 1135-1200. Per l’irruzione delle numerose
ricorrenze festive e luttuose legate ad Augusto e alla sua famiglia nei calendari civici vd. sopra a nota 29.
48
Ipotizza l’esistenza di un altare nella piazza forense davanti alle porte dell’Augusteum E. Marin,
The Temple of the Imperial Cult, cit., p. 96: «we have not found an altar in situ, but we probably have
its foundations and a fragment of an altar, as well as a fragment of a marble rostrum wich may belong
to the foundations».
49
Sulle tipologie di sacrificio e di offerte rituali agli imperatori e ai loro familiari in area grecofona
cfr. S.R.F. Price, Between Man and God: sacrifice in the Roman Imperial Cult, in «JRS» 70 (1980), pp.
28-43; sul sacrifi
sacrificio
cio nell’ambito del culto (civico e) provinciale in Occidente, con ampia contestualiz-
zazione, cfr. D. Fishwick, The Imperial Cult in the Latin West. Studies in the ruler cult of the western
provinces of the Roman Empire, II/1, Leiden-New York 1991, pp. 501-590 (l’iconografia nelle tavole an-
nesse mostra la ricca strumentazione cerimoniale politeista utilizzata negli omaggi agli imperatori). Sulla
prassi del sacrificio nel mondo romano, con attenzione al caso degli Augusti, cfr. J. Scheid, Quand faire
c’est croire. Les rites sacrificiels des Romains, Paris 2005; inoltre F. Prescendi, Décrire et comprendre le
sacrifice. Les réflexions des Romains sur leur propre religion à partir de la littérature antiquaire, Stutt-
gart 2007. Sull’ambiguità del così detto culto imperiale, e sulle differenze tra province grecofone e lati-
nofone dell’Impero, cfr. la densa sintesi di J. Scheid, Sacrifier pour l’empereur, sacrifier à l’empereur. Le
culte des empereurs sous le Haut-Empire romain, in Annuaire du Collège de France, 107e année, 2006-
2007, pp. 663-676; numerosi spunti in Cancik, Hitzl (hrsg.), Die Praxis der Herrscherverehrung cit., e
202 pierFrancesco porena

Il mosaico pavimentale all’ingresso dell’Augusteum della Caserma dei vi-


gili di Ostia, realizzato ai primi del III secolo, ritrae una scena di sacrificio
di tori, che, com’è noto, sono vittime destinate a omaggiare i principi50.
Tra le rare fonti epigrafiche collegabili a cerimonie presso gli Augustea
ricordano sacrifici cruenti anche alcuni frammenti degli Atti degli Arvali,
anteriori e coevi al mosaico di Ostia: i verbali del collegio menzionano un
sacrificio di tori al Genio degli imperatori regnanti, e di montoni collettiva-
mente ai divi, celebrati su un’ara posta davanti al Caesareum del santuario
della dèa Dia; secondo J. Scheid, i sacerdoti consumavano poi le carni
sacrificate nell’adiacente tetrastylum51. Nello stesso orizzonte cronologico
del mosaico ostiense e degli acta Arvalium più tardi – in età severiana – si
collocano, non al centro, ma alla periferia dell’Impero, a Dura Europos,
le testimonianze dei sacrifici animali per il genius dell’imperatore viven-
te, Severo Alessandro, per sua madre e per i buoni imperatori del passato
nel calendario religioso della XX cohors Palmyrenorum52. Questa prassi

in P. Veyne, Inviter les dieux, sacrifier, banqueter. Quelques nuances de la religiosité gréco-romaine, in
«AnnalesHSS» 55 (2000), pp. 3-42. Sul problema vd. anche oltre a nota 63.
50
Analisi dettagliata del mosaico in J. Carcopino, La mosaïque de la caserne des vigiles à Ostie,
in «MEFR» 27 (1907), pp. 227-241; sul complesso della caserma ostiense cfr. F. Zevi, Ostia . Caserma
dei vigili. Scavo sotto il mosaïco del vano antistante il Cesareo, in «NSA» 1970, suppl. I, pp. 7-41 (per
l’immagine cfr. Tav. C, nr. 76). Sintesi sull’edificio con bibliografia e immagini a cura di Fr.-D. Deltenre,
L’«Augusteum» de la caserne des vigiles d’Ostie . Analyse d’un temple du culte impérial, in «FEC - Folia
Electronica Classica (Louvain-la-Neuve)» 10 (juillet-décembre 2005): folia_electronica@fltr.ucl.ac.be.
Il toro e i bovini sono le vittime offerte nelle cerimonie del culto imperiale, anche in contesti non diretta-
mente collegati ad Augustea; cfr. Fishwick, The Imperial Cult, cit., pp. 501-518.
51
CIL VI, 2099 = J. Scheid, Recherches archéologiques à la Magliana. Commentarii fratrum arva-
lium qui supersunt. Les copies épigraphiques des protocoles annuels de la confrérie arvale (21 av.-304
ap . J .-C .), Roma 1998 (ora CFA), nr. 94, II, linn. 5-6 (a. 183): item ante Caesareum divis n(umero) XVI
verbec(es) / immolavit n(umero) XVI; CIL VI, 2104 = CFA nr. 100, A, lin. 6 (a. 218): item ante Caesar{a}
eum divis n(umero) XX verbec(es) n(umero) XX; CIL VI, 2107 = CFA nr. 105b, linn. 14-15 (a. 224):
ante Caesar(eum) Genio / d(omini) n(ostri) Severi Alexandri Aug(usti) t(aurum) a(uratum) item divis
n(umero) XX verbec(es) XX; ILS 9522 = CFA nr. 114, col. I, lin. 16 (a. 240): item ante Caes(areum)
Gen(io) d(omini) n(ostri) Imp(eratoris) M(arci) Antoni Gordiani P(ii) F(elicis) A(ugusti) t(aurum)
a(uratum); sul banchetto delle carni immolate cfr. CIL VI, 2060 = CFA nr. 49, linn. 14-19 (a. 81): a[d
ara]m immolavit deae Diae / porcas piac(u)lares II, deinde vaccam deae Diae, inde cum in aedem Cae-
sarei (!) / consedissent et ex sacrificio gustarunt inde ad summotum in aede sacrificio / facto immolavit
deae Diae agnam opimam, quo sacrificio peracto, in Caesa/reo epulati sunt ad magistrum, inde magister
C(aius) Iunius Mefitanus, corona/tus riciniatus de querceribus, si[g]num quadrigari(i)s et desultoribus
misit. Su questi atti nel contesto dei rituali degli Arvali cfr. J. Scheid, Romulus et ses frères . Le collège
des frères arvales, modèle du culte public dans la Rome des empereurs, Roma 1990, pp. 109-112; 129-
132; Scheid, Quand faire, c’est croire, cit., pp. 21-43; 60-75; 290-304.
52
Cfr. per esempio P . Dura 54 = ChLA VI, 309 = R. Cavenaile, Corpus Papyrorum Latinarum (CPL),
Wiesbaden 1958, 324 = R.O. Fink, Roman Military Records on Papyrus, Cleveland-Oxford 1971, 117,
col. I, linn. 17-18: Prid(ie) Ṇ[onas F]ebraria[s o]b i[mperium Divi Antonini Magni supplicat]ịo, Ḍivo
Antonino M[agno] b(ovem) ṃ(arem); linn. 21-22: P̣ṛịḍ(ie) Nọn[is Ma]ṛ[tis ob] im[perium Divi Marci
Antonini et Divi Luci Veri D]ịvo Marco b(ovem) [m(arem), Divo Lucio] b(ovem) m(arem); col. II, linn.
2-4: Pridie Ṇonas Apriles ob natalẹ[m] Ḍị[v]i A[n]toniṇi Ṃạgni D[i]ṿo Aṇ[t]ọṇ[in]ọ b(ovem) m(arem);
V Idus Apriles ob imperium Di[v]ị P̣ii Severi D[i]vo P̣[i]ọ [S]ẹver[o] ḅ(ovem) ṃ(arem); III Iḍụs Ạpṛ[il]es
̣
ob natalem Divi Pịị Sevẹ[r]ị Ḍ[ivo Pio] Ṣ[evero] b(ovem) [m(arem)]; linn. 16-17: [VI Kal(endas)] Ịuḷias
ipotesi sulla Fine dell’augusteum di narona 203

cerimoniale incentrata sul sacrificio di animali, scrupolosamente seguita


in pieno III secolo, era tradizionale. Per tornare a un orizzonte augusteo,
fra i molti esempi epigrafici noti è sufficiente scorrere alcuni calendari
dell’epoca53, o i testi dei così detti Decreta Pisana per Lucio Cesare (per
quanto riguarda i principi defunti)54, o la Lex dell’Ara di Narbona55, o l’e-
pigrafe da Forum Clodii, che secondo L. Gasperini era inerente il vicino
Augusteum56, per quanto riguarda i principi viventi, per avere indizi sulle

quod dominus nosṭ[e]ṛ [M]arcus Aurẹ[l]ius Severus Al[e]x̣ạ[nder Cae]ṣạṛ ạpp̣ ẹ[llat]ụs
̣ sịṭ et toga virili
amic ̣[tus] Geṇio Aḷexanḍṛi Au[g]usti taur[u]m. Su questo calendario (Feriale Duranum) cfr. R.O. Fink,
A.S. Hoey, W.F. Snyder, The Feriale Duranum, in «YCS» 7 (1940), pp. 1-222.
53
Fra i calendari augustei, cfr., per esempio, i Fasti Prenestini (a. 6-10) il 17 gennaio (Inscr . It.
XIII/2, p. 115): Pontifices, a[ugures, XVuiri s(acris) f(aciundis), VII]uir(i) epulonum uictumas in/m[ol]
ant N[uminiAugusti ad aram, q]uam dedicavit Ti(berius) Caesar; o il Feriale Cumano (a. 4-14) il 23
settembre (Inscr . It. XIII/2,p. 279): [VIII k(alendas) Octobr(es) n]atalis Caesaris, immolatio Caesari
hostia, supp<l>icatio [Vestae].
54
Per le celebrazioni a Pisa in onore di Lucio Cesare defunto nel 2 cfr. CIL XI, 1420 = ILS 139 = S.
Segenni, I «Decreta pisana» . Autonomia cittadina e ideologia imperiale nella «colonia Opsequens Iulia
Pisana», Bari 2011, p. 17, linn. 16-26: utique apud eam aram, quod annis a(nte) d(iem) X[III K(alendas)
Sept(embres), p]ublice Manibus eius per magis/tratus eosve, qui ibi iure dicendo pr[aee]runt, togis pullis
amictos, / quibus eorum ius fasque erit, eo die [eiu]s vestis habendae inferiae mit/tantur, bosque et ovis
atri infulis caerulis infulati diis (sic) Manibus ei(us) / mactentur, eaeque hostiae eo loco adoleantur, su-
perque eas / singulae urnae lactis, mellis, olei fundantur, ac tum demum facta(m) / c[oloris p]otestatem,
si qui privatim velint, Manibus eius inferias mitter[e, / nive quis] amplius uno cereo unave face coronave
mittat, dum ii, qui im/[molaver]int, cincti Cabino ritu, struem lignorum succendant adque / [peri]nde
habeant.
55
Per la lex dell’Ara di Narbona (a. 11) cfr. CIL XII, 4333 (p. 845) = ILS 112 (p. 169) = CAG XI,
1, p. 205, linn. 12-36: pleps Narbonen/sium aram Narbone in foro posuit, ad / quam quot annis VIIII
K(alendas) Octobr(es), qua die / eum saeculi felicitas orbi terrarum / rectorem edidit, tres equites Ro-
mani / a plebe et tres libertini hostias singu/las inmolent, et colonis et incolis ad / supplicandum numini
eius thus et vinum / de suo ea die praestent, et VIII K(alendas) Octobr(es) / thus vinum colonis et incolis
prae/stent, K(alendis) quoque Ianuar(iis) thus et vinum / colonis et incolis praestent, VII quoq(ue) / Idus
Ianuar(ias), qua die primum imperium / orbis terrarum auspicatus est, thure / vino supplicent et hostias
singul(as) in/molent, et colonis incolisque thus vi/num ea die praestent, et pridie K(alendas) Iunias,
quod ea die T(ito) Statilio / Tauro M(anio) Aemilio Lepido co(n)s(ulibus) iudicia / plebis decurionibus
coniunxit, hostias / singul(as) inmolent et thus et vinum ad / supplicandum numini eius colonis et / incolis
praestent, exque iis tribus equitibus Roman[is tribusve] / libertinis unu[s].
56
Per l’iscrizione di Forum Clodii cfr. CIL XI, 3303 (a. 18), pertinente all’Augusteum (cfr. Gasperini,
L’Augusteo di «Forum Clodii», cit.), linn. 4-12: Aediculam et statuas, has hostiam dedicationi. Victimae
natali Aug(usti), VIII K(alendas) Octobr(es), duae, quae p(er)p(etuo) / inmolari adsuetae sunt ad aram,
quae numini Augusto dedic(ata) est, VIIII et VIII K(alendas) Octobr(es) / inmolentur; item natali Ti(beri)
Caesaris perpetue acturi decuriones / et populus cenarent, quam impensam Q(uinto) Cascellio Labeone
/ in perpetuo(m) pollicenti, ut gratiae agerentur munificentiae eius, eoque / natali ut quotannis vitulus
inmolaretur. Et ut natalibus Augusti et Ti(beri) Caesarum priusquam ad vescendum / decuriones irent thure
et vino Genii eorum ad epulandum ara / numinis Augusti invitarentur. Su questa epigrafe cfr. Scheid,
Quand faire, c’est croire, cit., pp. 238-245. Si tratta di una fonte di enorme interesse per l’attestazione nel
18 della realizzazione di statue dei principi (il divo Augusto e Tiberio e Livia viventi), della costruzione
di un altare al Numen Augustum, sul quale si offrivano sacrifici pubblici al Numen di Augusto defunto
e al Genius di Tiberio in occasione dei rispettivi compleanni, con in più giochi ‘augustali’ in memoria dei
trionfi augustei (il 13 agosto), mentre feste erano celebrate per il compleano di Livia/Iulia Augusta presso
il tempio della Bona Dea, il tutto accompagnato da banchetti per i decurioni, per la plebe e distribuzione
di dolci. Con cautela una simile tipologia di festività augustee potrebbe essere stata celebrata anche in
connessione con l’Augusteum di Narona. Per il sacrifico di un toro al divino Augusto davanti al Cae-
204 pierFrancesco porena

cerimonie che si svolgevano numerose nell’anno intorno agli altari urbani,


in occasione delle ricorrenze del principe e della sua famiglia: cerimonie
il cui punto culminante erano le offerte di vino e di profumi presso un’ara,
i sacrifici di vittime, e la condivisione di pasti comunitari più o meno so-
cialmente selettivi.
Questo rigoglio di riti civici, fiorito in età augustea e giulio-claudia in-
torno alle ricorrenze fauste ed infauste della famiglia, progressivamente
dovette contrarsi. Come ha mostrato Santo Mazzarino, la messe enfatica
di feste legate alle ricorrenze augustee tende a ridursi (precocemente)
col mutare del clima spirituale in età giulio-claudia, quindi con l’avvi-
cendarsi delle famiglie imperiali57. Nel corso del III secolo, poi, una crisi
politico-militare di dimensioni inusitate portò alla perdita di contatto tra
le ricorrenze imperiali, sempre più effimere, disordinate e prive di un
solido contorno dinastico, e le forme dell’ossequio civico; nessuno dei
molti imperatori del cinquantennio 235-284 ebbe in sorte di incidere sui
calendari civici in virtù di un principato prolungato, positivo e stabile
sul piano della successione familiare58. Quando alla fine del III secolo
Diocleziano e i Tetrarchi riportarono l’ordine, nulla era più come prima.
Se si esamina la consistente documentazione epigrafica relativa a Dio-
cleziano e ai suoi coreggenti nel ventennio 284-305 si nota che quasi non
esistono dediche alla domus divina; molti sono i gruppi statuari tetrarchi-
ci, ma destinati ai soli Tetrarchi, non alle loro famiglie59. Per un sodalizio

sareum di Gytheion (Laconia) nel 15 cfr. la celebre iscrizione SEG XI, 923, linn. 27-31; analogamente
negli anni intorno al 37 un sacrifico di tori per gli Augusti in occasione degli agoni istituiti da Epami-
nonda di Akraephiae (Beozia), IG VII, 2712, linn. 66-68; su queste iscrizioni cfr. A. Hupfloher, Die Welt
der Kaiserfeste in der Provinz Achaia, in «Altertum» 53 (2008), pp. 144-153; E. Stavrianopoulou, Die
Bewirtung des Volkes: öffentliche Speisungen in der römischen Kaiserzeit, in Hekster, Schmidt-Hofner,
Witschel (eds.), Ritual Dynamics and Religious Change, cit., pp. 159-183.
57
Cfr. Mazzarino, L’Impero romano, cit., pp. 154-157. Lo studioso ha valorizzato opportunamente il
processo di ‘demitizzazione’ delle festività della famiglia augustea attraverso il confronto con il Feriale
Duranum del periodo 224-235 (sopra, a nota 52), nel quale la serie, in origine cospicua, di ricorrenze di
Augusto e dei giulio-claudii sono ridotte a forse cinque date (col. I, 11; col. II, 9; 12-13; 23; col. III, 7),
immerse in una sequenza densa di feste per gli Antonini e per i Severi.
58
I Cesari del III secolo furono travolti dall’eliminazione dei loro padri-Augusti; la famiglia impe-
riale di Valeriano e Gallieno – che pure fu celebrata nelle città d’Italia e Africa come nessun’altra tra i
Severi e i Tetrarchi (cfr. M. Peachin, Roman imperial Titulature and Chronology, A.D. 235-284, Amster-
dam 1990, pp. 297-363) – fu destabilizzata dall’assassinio dei Cesari e dallo smembramento dell’unità
imperiale; quella di Caro non ebbe il tempo di consolidarsi (cfr. ora K. Altmayer, Die Herrschaft des Ca-
rus, Carinus und Numerianus als Vorläufer der Tetrarchie, Stuttgart 2014, pp. 185-317). Sulle difficoltà
politico-dinastiche degli anni 235-284 cfr. K.-P. Johne, Das Kaisertum und die Herrscherwechsel, e F.
Herklotz, Der Kaiserkult, in K.-P. Johne, U. Hartmann, Th. Gerhardt (hrsg.), Die Zeit der Soldatenkaiser .
Krise und Transformation des Römischen Reiches im 3. Jahrhundert n. Chr. (235-284), Berlin 2008,
rispettivamente I, pp. 583-632, e II, pp. 937-948; ancora importante R. Turcan, Le culte impérial au IIIe
siècle, in ANRW, II/16, 2, Berlin-New York 1978, pp. 996-1084.
59
Il campione epigrafico preso in esame consta di circa duecentocinquanta iscrizioni provenienti
dall’area latinofona dell’Impero, esclusi i miliari e l’instrumentum; sulle caratteristiche della consistente
epigrafia tetrarchica cfr. W. Eck, «Devotus numini maiestatique eorum» . Repräsentation und Propa-
ipotesi sulla Fine dell’augusteum di narona 205

di quattro imperatori illiriciani, ufficiali militari sperimentati e ascesi dal


basso, ciascuno con la propria famiglia – un sodalizio che faceva della
selezione del comandante migliore il criterio di scelta di un imperatore
coreggente e di un successore – i legami gentilizi non potevano essere
valorizzati. Non a caso l’ambiguità insita nei matrimoni incrociati tra i
Tetrarchi, e il riemergere prepotente del principio dinastico, riaffermatosi
già nel 306 con le acclamazioni di Massenzio e di Costantino, demoli-
rono l’architettura tetrarchica, innescando peraltro tra il 308 e il 313 una
serie incontrollata di damnationes di imperatori e di loro congiunti, che
arrivarono a travolgere i monumenti e le ricorrenze persino dei gloriosi
Diocleziano e Massimiano. La Tetrarchia aveva inibito il ritorno all’esal-
tazione della domus divina nell’ambito del culto imperiale, rovesciando
una tendenza che era stata vitale nell’età dei Severi, ancora sessant’anni
prima60. E dunque la crisi del III secolo portò a maturazione una nuo-
va fase dell’ossequio ai principi, una fase, quella tardoromana, in cui le
gallerie di omaggi alla domus divina, e le serie statuarie come quelle di
Narona, diventavano obsolete, e in cui il calendario delle ricorrenze im-
periali finiva necessariamente col ridursi agli anniversari, peraltro molto
consistenti, dei principi regnanti, sfoltendo il pregresso, specialmente il
più remoto: tendenze testimoniate dal Feriale Duranum intorno al 230,
alla vigilia della crisi, e consolidate nel calendario romano del Crono-

gierung der Tetrarchie unter Diocletian, in H. von Hesberg, W. Thiel (hrsg.), Medien in der Antike .
Kommunikative Qualität und normative Wirkung, Köln 2003, pp. 51-62. Si conoscono, e solo in Procon-
solare limitatamente alla diarchia di Diocleziano e Massimiano (285-inizi 293), una dedica pro salute
di Massimiano Erculio totiusque domus divina eius da Thugga (ILAfr. 513), una dedica pro salute di
Diocleziano e Massimiano Augusti totiusque domus divina eorum da Mactar (CIL VIII, 23401), forse
una dedica frammentaria, analoga alla prima, da Sidi Achmed el Hacheni, tra Sbeitla e Sbiba (CIL VIII,
28816), nessuna delle tre pertinente a edifici collegabili con il culto imperiale. Le tre dediche sacre da un
santuario a sud di Aquincum (AE 2003, 1421-1423), inaugurate l'11 giugno 286, 287, 288, ripetono una
prassi formulare locale anteriore. Di recente il silenzio è stato rotto dal rinvenimento della dedica di età
tetrarchica di un templum alla Gens Valeria aeterna a Thibaris in Proconsolare tra il 296 e il 300; cfr. M.
Khanoussi, A. Mastino, Il culto imperiale a Thibaris ed a Thugga tra Diocleziano e Costantino, in M.G.
Angeli Bertinelli, A. Donati (a cura di), Serta antiqua et mediaevalia, 6. Usi e abusi epigrafici (Atti del
colloquio internazionale di epigrafia latina, Genova 20-22 settembre 2001), Roma 2003, pp. 411-436 (=
AE 2003, 2010). Il culto complessivo della Gens Valeria resta circoscritto a questa unica testimonianza,
che per certi versi anticipa quello, più celebre, e anch’esso organizzato intorno a un templum, della Gens
Flavia nel Rescritto costantiniano di Hispellum (vd. oltre a nota 62).
60
La disintegrazione del sistema tetrarchico soffocò le celebrazioni legate ai singoli gruppi familiari
imperiali di ascendenza tetrarchica, cancellati negli anni 308-313. Parallelamente non andrebbe trascu-
rata l’importanza della ‘prospettiva charismatica’, che S. Mazzarino riconosce opportunamente al Tardo-
antico maturo di Costantino (cfr. L’impero romano, cit., pp. 649 ss.), ma che si espresse in forme nuove
nella protezione divina, Iovia ed Herculia, sui quattro sovrani della Tetrarchia: essa relegò i legami di
sangue e le parentele per via femminile in una posizione marginale, allontanando Augusti e Cesari dalla
tradizionale matrice gentilizia del Principato. Sull’ideologia tertrarchica il punto in sintesi in G.A. Cec-
coni, Da Diocleziano a Costantino: le nuove forme del potere, in A. Barbero (dir.), Storia d’Europa e del
Mediterraneo, sez. III. L’ecumene romana, vol. VII. L’impero tardoantico (a cura di G. Traina), Roma
2010, in particolare pp. 63-72.
206 pierFrancesco porena

grafo Filocaliano del 35461. Costantino introdusse un ulteriore, drastico


e irreversibile elemento di distacco dalla realtà del Principato. Inaugu-
rando un atteggiamento, poi ereditato da tutti i suoi successori, egli se-
parò nettamente l’ossequio, sempre necessario, alla figura dell’Augusto
regnante e alle personalità dei divi dalle pratiche del culto destinato agli
dèi. Lo affermò anche nel rescritto di Hispellum, che illustrava a livello
provinciale le regole di un innovativo ossequio alla domus divina costan-
tiniana62. Costantino volle che agli imperatori fossero riservati omaggi
sobri, senza sacrifici di vittime, senza contaminazione con le immagini
degli dèi e con oggetti cerimoniali politeisti; autorizzò giochi e banchetti,
ma distinti dagli epula tradizionali a base di carni sacrificate agli idoli. Se
si considera che il sacrificio della vittima era il cuore del cerimoniale in
onore del composito universo dei membri delle famiglie imperiali, rap-
presentato e custodito negli Augustea, la cesura appare netta63. La prassi
costantiniana avvicinava le feste civiche per gli imperatori del passato e

61
Cfr. Inscr . It. XIII/2, pp. 237-262; su questo calendario della Roma del pieno IV secolo e
sull’importanza delle feste imperiali nel corso dell’anno cfr. M.R. Salzman, On Roman Time . The codex-
calendar of 354 and the rhythms of urban life in Late Antiquity, Berkeley 1990, cap. IV.
62
Cfr. CIL XI, 5265 = ILS 705 = ILCV 5 = G.L. Gregori, Epigrafia anfiteatrale dell’Occidente
romano, II. Regiones Italiae VI-XI, Roma 1989, nr. 20, linn. 38-49: Nam civi/tati Hispello aeternum
vocabulum nomenq(ue) / venerandum de nostra nuncupatione conces/simus, scilicet ut in posterum pra-
edicta urbs / Flavia Constans vocetur, in cuius gremio / aedem quoque Flaviae, hoc est nostrae gen/tis,
ut desideratis, magnifico opere perfici / volumus, ea observatione perscripta, ne ae/dis nostro nomini
dedicata cuiusquam con/tagios(a)e superstitionis fraudibus polluatur; / consequenter etiam editionum
in prae/dicta civitate exhibend[a]rum vobis / licentiam dedimus. Su questo rescritto, assai discusso, cfr.
ora il punto in G.A. Cecconi, Il rescritto di Spello: prospetive recenti, in G. Bonamente, N. Lenski, R.
Lizzi Testa (eds.), Costantino prima e dopo Costantino / Constantine before and after Constantine, Bari
2012, pp. 273-290. La legislazione di IV e V secolo sulla statuaria (vd. sopra, a note 38-45) è un riflesso
evidente della separazione definitiva tra immagine imperiale e prassi del culto politeistico.
63
Il nesso stretto e negativo tra templum, simulacrum, e sacrificium è operante, per esempio, in
Agostino intorno al 400 (Cons . Evang. I, 16 / 24: [...] eversio templorum et damnatio sacrificiorum et
confractio simulacrorum [...]), come nella prospettiva dell’imperatore Marciano nel 451 (CI, I, 11, 7pr.:
Nemo venerantis adorantisque animo delubra, quae olim iam clausa sunt, reseret: absit a saeculo nostro
infandis exsecrandisque simulacris honorem pristinum reddi, redimiri sertis templorum impios postes,
profanis aris accendi ignes, adoleri in isdem thura, victimas caedi, pateris vina libari et religionis loco
existimari sacrilegium). Sull’evoluzione della prassi sacrificale in età tardoantica cfr., sul versante nor-
mativo, P.P. Onida, Il divieto dei sacrifici di animali nella legislazione di Costantino. Una interpretazio-
ne sistematica, in F. Sini, P.P. Onida (a cura di), Poteri religiosi e istituzioni . Il culto di San Costantino
imperatore tra Oriente e Occidente, Sassari 2003, pp. 73-169; N. Belayche, «Realia versus leges» ? Les
sacrifices de la religion d’État au IVe siècle, in S. Georgoudi, R. Koch Piettre, F. Schmidt (éd.), La cuisine
et l’autel. Les sacrifices en questions dans les sociétés de la Méditerranée ancienne, Turnhout 2005, pp.
343-370 (ma cfr. le interpretazioni degli autori cit. oltre a nota 65); sul piano della trasformazione del
sacrificio da cerimonia civica a pratica interiore e comunitaria cfr. G.G. Stroumsa, La fin du sacrifice.
Les mutations religieuses de l’Antiquité tardive, Paris 2005, cap. III; per la riflessione cristiana intorno
alla prassi sacrificale pagana cfr. D. Ullucci, The Christian Rejection of Animal Sacrifice, Oxford-New
York 2012. Per un’interpretazione globale dell’evoluzione della religio in età imperiale romana cfr. C.
Ando, Religion and «ius publicum», in Id., J. Rüpke (eds.), Religion and Law in Classical and Christian
Rome, Stuttgart 2006, pp. 126-145; J. Rüpke, Reichsreligion ? Überlegungen zur Religionsgeschichte
des antiken Mittelmeerraums in der römischen Zeit, in «HZ» 292 (2011), pp. 297-322.
ipotesi sulla Fine dell’augusteum di narona 207

del presente alle normali, laiche riunioni intorno al governatore tardoan-


tico, durante una sua visita periodica, quando esponeva sul suo tribunal
per l’ossequio collettivo l’imago del sovrano tra ceri, dissociandole dalla
sfera religiosa tradizionale64.
Il processo costantiniano di isolamento dal politeismo civico delle
pratiche cultuali in onore della gens Flavia – come detto, irreversibile
– portò nelle città tardoromane allo scollamento tra il calendario festivo
cittadino, scandito dal culto degli dèi, e il calendario degli omaggi im-
periali, desacralizzato65. La nuova dinamica cultuale introdotta da Co-
stantino produsse la crisi del culto degli Augusti divi, rese impossibile
impiegare per le ricorrenze del calendario imperiale nelle città il grande
apparato di cerimonie pagane pubbliche, fatto di processioni, sacrifici,
banchetti, che furono vietati; tutte manifestazioni che nutrivano l’auto-
rappresentazione delle società urbane66. In un periodo che conobbe in

64
La percezione della presenza dell’imperatore veicolata da immagini e da statue era tradizionale
e fu potenziata in età tardoantica; cfr. P. Stewart, The image of the Roman Emperor, in R. Maniura, R.
Shepherd (eds.), Presence. The Inherence of the Prototype within Images and other Objects, Aldershot
2006, pp. 243-258. Sulla desacralizzazione pagana della presenza imperiale, per restare all’orizzonte
cronologico costantiniano, si veda il decreto di cooptazione della curia di Amiternum del 7 dicembre 325
in onore di C. Sallius Sofronius Pompeianus, e il decreto di cooptazione di un villaggio del territorio di
Amiternum, il vicus di Foruli, del 18 dicembre 335 in onore di suo figlio C. Sallius Sofronius iunior (gli
anni di apertura dei Decennalia e dei Vicennalia di Costantino): essi mostrano la famiglia costantiniana
al centro del calendario civico, ma le cerimonie sono prive di riferimenti al politeismo (Suppl . It., 9,
Roma 1992, pp. 85-92, nr. 34 e 35). La dedica di una statua al Sole Invitto da Salsovia (in Scizia - IScM
V, 290b = ILS 8940 = IIFDR 271) degli anni 317-324 comportava per ordine dei Licinii l’offerta da parte
dei militari delle vessillazioni del castrum di incenso, candele e libazioni, ma non di sacrifici cruenti.
65
Cfr. soprattutto C.J. Goddard, Les formes festives de l’allégeance au Prince en Italie centrale,
sous le règne de Constantin: un suicide religieux ?, in «MEFRA» 114 (2002), pp. 1025-1088; per
l’evoluzione delle strutture di culto in Italia cfr. Id., The Evolution of Pagan Sanctuaries in Late Antique
Italy (fourth-sixth centuries A .D .): a New Administrative and Legal Framework, in Ghilardi, Goddard,
Porena (éd.), Les cités de l’Italie tardo-antique, cit., pp. 281-308; per il calendario del culto imperiale a
Roma in pieno IV secolo cfr. in particolare Salzman, On Roman Time, cit., p. 181; in una provincia pros-
sima alla capitale nel 387 cfr. D.E. Trout, «Lex» and «iussio»: the «Feriale Campanum» and Christianity
in the Theodosian Age, in R.W. Mathisen (ed.), Law, Society, and Authority in Late Antiquity, Oxford
2001, pp. 162-178.
66
Per quanto concerne la cesura costantiniana A. Giardina ha parlato giustamente di «una lenta e
protratta asfissia» del paganesimo a partire dal principato di Costantino; cfr. L’«epoca» di Costantino,
in G. Bonamente, N. Lenski, R. Lizzi Testa (a cura di), Costantino prima e dopo Costantino . cit., pp.
XXIX-XLVIII, in particolare p. XXXIX. Per la legislazione costantiniana sul politeismo cfr. L. De Gio-
vanni, Costantino e il mondo pagano . Studi di politica e legislazione, Napoli 1982 (20032); sintesi in Id.,
Istituzioni scienza giuridica codici nel mondo tardo antico: alle radici di una nuova storia, Roma 2007,
pp. 175-211; per il peso della legislazione dei principi cristiani nell’erosione dei culti pagani da Costan-
tino cfr. A. Fraschetti, Principi cristiani, templi e sacrifici nel Codice Teodosiano e in altre testimonianze
parallele, in A. Saggioro (a cura di), Diritto romano e identità cristiana. Definizioni storico-religiose e
confronti interdisciplinari, Roma 2005, pp. 123-140; R. Lizzi Testa, Legislazione imperiale e reazione
pagana: i limiti del conflitto, in P. Brown, R. Lizzi Testa (eds.), Pagans and Christians in the Roman Em-
pire . The Breaking of a Dialogue (IVth-VIth Century A .D .), Münster 2011, pp. 467-491; una prospettiva
diversa in S. Benoist, Du «pontifex maximus» à l’èlu de Dieu: l’Empereur et les «sacra» (Ier s . av . n .e .-Ve
s . de n .e .), in Hekster, Schmidt-Hofner, Witschel (eds.), Ritual Dynamics and Religious Change, cit., pp.
33-51, e in G. Zecchini, Religione pubblica e libertà religiosa nell’Impero romano, in G. A. Cecconi,
208 pierFrancesco porena

Occidente lo spostamento del baricentro economico e politico della so-


cietà fuori dalle città, verso le grandi tenute rurali dei potenti latifondisti,
ma anche la progressiva concentrazione del controllo della religiosità ur-
bana nelle mani dei vescovi cristiani, si consumò la rottura del linguag-
gio religioso civico, che celebrava divinità poliadi e imperatori in forme
e in contesti omogenei. In altri termini, il divieto di associare nello stesso
spazio, nello stesso tempo e in prassi cerimoniali identiche o analoghe le
figure imperiali e le divinità poliadi, insieme all’emarginazione dei culti
politeisti, favorì la crisi del così detto culto imperiale come festività citta-
dina. La separazione costantiniana tra ossequio ai principi e rituali civici
pagani era artificiale, e alla lunga perdente per gli imperatori: in nessun
modo i sovrani cristiani potevano e volevano sostituirsi alla religiosità
politeista cittadina. La ‘svolta’ costantiniana aprì un percorso di allonta-
namento dalla tradizione della pòlis che non contemplava un riequilibrio.
Tutto lascia supporre che la riduzione delle feste in memoria di Augu-
sto e dei giulio-claudii a pochissimi giorni, privi di un ampio apparato
cerimoniale, l’opacizzazione della domus divina – di qualunque domus
divina – come realtà apportatrice della publica laetitia, la scomparsa del
culto imperiale come fattore di promozione sociale e di coesione civica,
abbiano reso obsoleti l’Augusteum di Narona e il suo glorioso contenuto
mano a mano che la società locale avanzava dentro il IV secolo. E que-
sto deve essere stato ancora più vero, se si ipotizza che l’Augusteum di
Narona restasse nei secoli la sede di una galleria di statue che ritraevano
soltanto Augusto, i giulio-claudii e, forse, i Flavii. Si noti che a Narona
il legame tra l’edificio, i suoi augusti ospiti, il culto politeista civico e la
visibilità sociale è garantito da un ‘fossile’ significativo: nell’Augusteum
restarono nella loro posizione originaria, collocate saldamente e bene
in vista sopra al pavimento della sala, nella fascia prospettica centrale e
fino allo smembramento dell’edificio, due basi con statue argentee alla
Venus Augusta, fatte realizzare da due cittadine di Narona probabilmente
tra il tardo II e gli inizi del III secolo67. Questi due monumenti fiancheg-
giavano da dietro la venerabile statua (bronzea ?) del divino Augusto,

C. Gabrielli (a cura di), Politiche religiose nel mondo antico e tardoantico . Poteri e indirizzi, forme
del controllo, idee e prassi di tolleranza, Bari 2011, pp. 187-198. Sulle manifestazioni del così detto
culto imperiale tra IV e VI secolo cfr. F. Trombley, The Imperial Cult in Late Roman Religion (ca . A .D .
244-395): Observations on the Epigraphy, in J. Hahn (hrsg.), Spätantiker Staat und religiöser Konflikt.
Imperiale und Lokale Verwaltung und die Gewalt gegen Heiligtümer, Berlin 2011, pp. 19-54; P. Barceló,
Beobachtungen zur Verehrung des christlichen Kaisers in der Spätantike, in Cancik, Hitzl (hrsg.), Die
Praxis der Herrscherverehrung, cit., pp. 319-339. Sulle forme dell’apoteosi imperiale dopo Costantino
cfr. ora G. Bonamente, Teodosio il Grande e la fine dell’apoteosi imperiale, in M.V. Escribano Paño,
R. Lizzi Testa (a cura di), Politica, religione e legislazione nell’impero romano (IV e V secolo D .C .) /
Política, religión y legislación en el Imperio Romano (ss . IV y V D .C .), Bari 2014, pp. 17-36.
67
Sulle due basi iscritte vd. sopra a nota 2.
ipotesi sulla Fine dell’augusteum di narona 209

fatta elevare circa centocinquanta o duecento anni prima da P. Cornelio


Dolabella, il glorioso primo legato di Dalmazia. Questa triade di statue
preziose su podii – Augusto divinizzato fiancheggiato dalla coppia di
dèe – era visibile dalla porta d’ingresso aperta dell’Augusteum. Nell’ul-
tima fase di vita dell’edificio forense, in età tardoantica, la composizione
rimase un ‘relitto’ custodito se non con cura, almeno con rispetto, scelta
che testimonia la connessione a Narona tra ossequio ai principi e legame
col culto dinastico cesariano-augusteo di Venus, ma anche attaccamento
dei notabili locali alla memoria delle proprie concittadine, con ogni pro-
babilità aristocratiche68.
Concludiamo. L’Augusteum di Narona non fu incendiato, né abbando-
nato per un tempo abbastanza lungo da provocare il crollo del tetto dentro
il vano. Tutto lascia supporre che gli abitanti della città, probabilmente
nel corso del V secolo, decisero di smontare con cura l’edificio e di reim-
piegare altrove i suoi materiali esterni e interni. Probabilmente comincia-
rono dal tetto, copertura di cui non resta traccia nello scavo dell’edificio;
forse riutilizzarono anche i comodi blocchi parallelepipedi di calcare dei
muri perimetrali; certamente recuperarono le colonne dell’ingresso, l’ar-
chitrave, la porta, le modanature e alcuni rivestimenti esterni: del pronao
di accesso alla sala non resta nulla in alzato. All’interno probabilmente
iniziarono a prelevare tutte le parti metalliche mobili, comprese le statue
in metallo sui tre podii, e le oreficerie delle statue litiche, quindi divel-
sero dal pavimento le statue che verosimilmente vi erano alloggiate con
grappe metalliche e si liberarono la via verso i tre banconi perimetrali, da
cui trassero giù le numerose statue. Cadendo, esse persero le teste e gli
arti; questi frammenti rotolati nel vano, poco pesanti, furono portati fuori

68
Non è agevole stabilire se i dedicanti della statua di Venere testimoniata da AE 1998, 1025 (la
defunta Septimia Lupula, sua madre Septimia Ursina e l’erede P. Umbrius Saturninus) appartengano
all’élite municipale di Narona; certamente vi apparteneva la dedicante-defunta dell’altra statua di Vene-
re, testimoniata da AE 1999, 1222, Vibia Procula. Parimenti è interessante che il consistente patrimonio
epigrafico di Narona non sembri collegare l’onomastica di questi due gruppi di individui con gli Augu-
stali cittadini, pure molto rappresentati. Se anche a Narona nel Principato l’augustalità fu selezionata fra i
liberti e fra i ceti emergenti estranei all’élite civica, le epigrafi sulle basi delle due Veneri nell’Augusteum
potrebbero fornire un indizio a favore dell’appartenenza dell’Augusteum al patrimonio edilizio pubblico
della colonia, cui avrebbero avuto eccezionalmente accesso esponenti di famiglie notabili tra II e III
secolo. In questa direzione spinge la committenza della base della statua del divino Augusto – la più
importante della sala – al legato di Dalmazia, che avrà omaggiato la colonia, piuttosto che il solo collegio
degli Augustali. Forse si potrebbe spiegare così il fatto che le tre statue siano state lasciate in vista nell’e-
dificio forense fino alla fine della sua esistenza, quando l’Augustalità era scomparsa da secoli. G. Paci
ha ipotizzato che l’iscrizione frammentaria d’età augustea incisa in grandi lettere alveolate (rimosse),
conservata al Museo Zara e in copia nell’Eresova Kula a Vid (CINar I, 8, p. 135 = CIL III, 1801 = 8421),
che ricorda degli Augustali, possa essere l’architrave iscritto della porta di ingresso dell’Augusteum, che
dunque potrebbe essere un aedes Augustalium. Purtroppo lo stato lacunoso dell’epigrafe e la presenza di
numerose abbreviazioni non permettono di stabilire con certezza la denominazione dell’edificio celebra-
to, né di identificare i frammenti con l’epigrafe dedicatoria del così detto Augusteum.
210 pierFrancesco porena

dell’edificio per liberare il pavimento e consentire agli operai di prose-


guire nello spoglio dei materiali interni. Forse questa operazione permise
di arrivare alle lastre di calcare o, con maggiore probabilità, di marmo
che rivestivano i piani di appoggio dei banconi, utilissime da reimpie-
gare in nuovi edifici per fabbricare ripiani, pavimenti, mense, fodere di
pareti e di deposizioni, ecc. Le pesanti statue, ridotte ai torsi emersi nello
scavo (fig. 1), restarono dove sono, sdraiate sul pavimento accanto ai tre
podii. Sembra probabile che gli operai tardoantichi, dopo aver prelevato
metalli, coperture fittili, colonne, blocchetti da costruzione, e fodere liti-
che di qualità, lasciassero nell’ambiente quei materiali che erano meno
adatti a un reimpiego immediato: basi e torsi compatti di statue, oggetti
pesanti, che richiedevano tempo ed energia per essere trasferiti o trasfor-
mati in loco o altrove in materiale da costruzione o in calce.
Il bellissimo Augusteum di Narona non fu ucciso all’improvviso, di-
strutto dalla furia demolitrice di cristiani, offesi dalla presenza di statue
di imperatori scomparsi trecentocinquantanni prima, confuse con idoli
demoniaci; quelle immagini di imperatori del lontano passato non furono
aggredite e decapitate dagli abitanti di Narona in un impeto d’ira suscita-
to da un provvedimento iniquo di un Augusto della dinastia teodosiana,
né le loro teste furono spiccate per essere preservate altrove. L’Augu-
steum, con la sua nobile e antica galleria di ritratti imperiali, che risaliva
al periodo della gloriosa fondazione della colonia morì di morte naturale.
Morì tra la metà del IV e la seconda metà del V secolo, quando le forme
tradizionali dell’ossequio cittadino verso il principe e verso i buoni im-
peratori del passato, di tradizione pagana, si esaurirono completamente.
L’Augusteum di Narona, probabilmente, fu disarticolato meticolosamen-
te alla fine del processo di estraneamento della sensibilità civica dal pre-
sente e dal passato imperiale romano: forse alla metà del V secolo, quan-
do si estinse in Occidente la dinastia teodosiana e la Dalmazia divenne
una zona controllata dai militari al confine tra le due partes dell’Impero.
I demolitori intervennero nel corso del V secolo con freddezza su un edi-
ficio e su oggetti che non provocavano più sussulti emotivi. Non avevano
bisogno di uccidere quello spazio e i suoi antichi ospiti, perché erano già
morti. Semplicemente li smembrarono. Metaforicamente possiamo dire
che i rilievi dello scavo dell’Augusteum di Narona non fotografano la
scena dell’assassinio di un corpo vivo, ma l’ultima scena di spoliazione
di un corpo morto da tempo.

pierFrancesco porena