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Il Novecento è un periodo molto turbolento: fra episodi tragici come quelli delle due guerre

mondiali, le nuove scoperte della fisica e della tecnologia, gli uomini si trovano sconvolti ma anche
carichi d'idee nuove. In questo contesto, Eugenio Montale è stato un poeta che ha saputo
descrivere in pieno le inquietudini del momento.

Premessa
1. Presentare Montale non è impresa facile, sia perché non si tratta di un poeta di facile
comprensione, sia perché ci sono diversi momenti nella sua produzione, diversi pur nella
persistenza di una tematica di fondo.
2. Leggo le poesie e cerco di spiegarle letteralmente e di interpretarle. L’impresa, dicevo, non è
sempre facile. A volte ci aiuta lo stesso Montale, il quale, appositamente interpellato, ha fornito
dei chiarimenti sul senso di alcuni versi e di alcune immagini. Altre volte la comprensione letterale
e l’interpretazione allegorica a me sembrano totalmente affidate al lettore.

Una linea che parte da Pascoli…


3. Montale è un poeta che si colloca pienamente nella tradizione poetica del nostro Novecento,
nel senso che non è difficile riconoscere nella sua poesia ascendenze che rimandano ai due
maestri della poesia italiana del Novecento, ovvero Pascoli e D’Annunzio.

4. Dico Pascoli, ma meglio dovrei dire quella linea che congiunge Pascoli ai poeti crepuscolari e
che si caratterizza per la predilezione delle cosiddette “piccole cose”, per l’introduzione in poesia
di cose, oggetti tradizionalmente esclusi, in quanto appartenenti alla realtà “bassa”, alla
quotidianità, e quindi indegni della “altezza” della poesia. Pascoli, in una lettera del 1899 al pittore
Antony de Witt, indicava in questo modo l’intenzione di estendere il diritto di cittadinanza in
poesia a tutti gli elementi della realtà: “Le anime e le cose, sieno esse grandi o piccole, buone o
cattive, belle o brutte, hanno tutte un quid poetico in esse celato, celato più o meno: il poeta ve lo
coglie e ne fa la poesia: come l’ape che, sia il fiore amaro o dolce, grande o piccolo,
sia trifoglio o rosa, vistoso o umile, ne estrae sempre quel miele.”

5. E’ un pensiero perfettamente coerente con la cosiddetta “poetica del fanciullino”: il poeta è


un fanciullo, e dunque è attratto ed emozionato non solo da ciò che è grande e vistoso, ma anche
da ciò che è piccolo ed apparentemente insignificante.

6. Chi conosce la poesia di Pascoli sa bene come gli elementi che costituiscono il paesaggio della
campagna, ma anche le piccole cose, gli oggetti della vita quotidiana siano sempre nominati con
precisione: gli alberi non sono mai genericamente alberi, ma meli, peri, ciliegi, faggi, ecc.; gli uccelli
non saranno uccelli, ma puffini, tordi, cinciallegre, ecc.. Del resto si pensi che Pascoli ha dedicato
un poemetto alla piadina, un altro al bucato…

7. Certo, nella poesia di Pascoli c’è dell’altro, Pascoli è un visionario, sente come pochi altri la
contiguità fra il mondo dei vivi e il mondo dei morti, dietro le piccole cose si nascondono
sensazioni e sentimenti inquietanti. Ma questa sua predilezione per il tono basso della poesia ha
fatto scuola, i poeti crepuscolari, in polemica antidannunziana, lo riprendono e lo esasperano.
… passa per Gozzano
8. Se Pascoli aveva parlato del trifoglio per rivendicare la dignità poetica delle piccole cose,
Gozzano, il più significativo dei crepuscolari, va ancora più in là. Sentite questi versi tratti da La
signorina Felicita:

Sei quasi brutta, priva di lusinga Talora - già la mensa era imbandita -
nelle tue vesti quasi campagnole, mi trattenevi a cena. Era una cena
ma la tua faccia buona e casalinga, d'altri tempi, col gatto e la falena
ma i bei capelli di color di sole, e la stoviglia semplice e fiorita
attorti in minutissime trecciuole, e il commento dei cibi e Maddalena
ti fanno un tipo di beltà fiamminga... decrepita, e la siesta e la partita...

E rivedo la tua bocca vermiglia Per la partita, verso ventun'ore


così larga nel ridere e nel bere, giungeva tutto l'inclito collegio
e il volto quadro, senza sopracciglia, politico locale: il molto Regio
tutto sparso d'efelidi leggiere Notaio, il signor Sindaco, il Dottore;
e gli occhi fermi, l'iridi sincere ma - poiché trasognato giocatore -
azzurre d'un azzurro di stoviglia... quei signori m'avevano in dispregio...

Tu m'hai amato. Nei begli occhi fermi M'era più dolce starmene in cucina
rideva una blandizie femminina. tra le stoviglie a vividi colori:
Tu civettavi con sottili schermi, tu tacevi, tacevo, Signorina:
tu volevi piacermi, Signorina: godevo quel silenzio e quegli odori
e più d'ogni conquista cittadina tanto tanto per me consolatori,
mi lusingò quel tuo voler piacermi! di basilico d'aglio di cedrina...

Ogni giorno salivo alla tua volta Maddalena con sordo brontolio
pel soleggiato ripido sentiero.
Il farmacista non pensò davvero disponeva gli arredi ben detersi,
un'amicizia così bene accolta, rigovernava lentamente ed io,
quando ti presentò la prima volta già smarrito nei sogni più diversi,
l'ignoto villeggiante forestiero. accordavo le sillabe dei versi
sul ritmo eguale dell'acciottolio.

9. Al di là del trifoglio pascoliano, per rimanere al mondo vegetale, ci sono le piante da cucina, il
basilico, l’aglio, la cedrina. E ci sono anche, con tutt’altro valore rispetto a Pascoli, le piccole cose
della quotidianità: il gatto, la falena, le stoviglie…

10. Montale amava Gozzano, diceva di lui che era stato “il primo che abbia dato scintille facendo
cozzare l’aulico col prosaico ”, in quanto “fondò la sua poesia sull’urto, o choc, di una materia
psicologicamente povera, frusta, apparentemente adatta ai soli toni minori, con una sostanza
verbale ricca, gioiosa, estremamente compiaciuta di sé ”. Fare cozzare l’aulico col prosaico, è una
modalità, vedremo, propria anche di Montale: Gozzano lo fa continuamente, ad esempio, nella
strofa in cui descrive la bellezza “quasi campagnola” di Felicita, accosta – nel luogo della rima,
dove il rilievo è maggiore – una parola della quotidianità come “casalinga” ad una parola,
“fiamminga”, che evoca un riferimento coltissimo alla pittura; ma anche sotto, le “iridi sincere”
degli occhi sono accostate all’azzurro delle stoviglie. Ma sentite anche questa strofa:
Tu non fai versi. Tagli le camicie
per tuo padre. Hai fatta la seconda
classe, t’han detto che la Terra è tonda,
ma tu non credi.... E non mediti Nietzsche....
Mi piaci. Mi faresti più felice
d’un’intellettuale gemebonda....

11. La scintilla scocca grazie all’accostamento, in rima, fra una parola del lessico quotidiano come
“camicie” e il nome di un filosofo di altissimo livello (Nietzsche).

… e arriva a Montale: I limoni


12. Ebbene, se c’è una poesia di Montale che senz’altro rivela, proprio nell’incipit, l’appartenenza
dello stesso a questa linea che va da Pascoli ai crepuscolari, è I limoni, nella prima raccolta, Ossi di
seppia (1925-28):

Ascoltami, i poeti laureati Vedi, in questi silenzi in cui le cose


si muovono soltanto fra le piante s'abbandonano e sembrano vicine
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti. a tradire il loro ultimo segreto,
Io, per me, amo le strade che riescono agli talora ci si aspetta
erbosi di scoprire uno sbaglio di Natura,
fossi dove in pozzanghere il punto morto del mondo, l'anello che non
mezzo seccate agguantano i ragazzi tiene,
qualche sparuta anguilla: il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
le viuzze che seguono i ciglioni, nel mezzo di una verità.
discendono tra i ciuffi delle canne Lo sguardo fruga d'intorno,
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni. la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
Meglio se le gazzarre degli uccelli quando il giorno più languisce.
si spengono inghiottite dall'azzurro: Sono i silenzi in cui si vede
più chiaro si ascolta il susurro in ogni ombra umana che si allontana
dei rami amici nell'aria che quasi non qualche disturbata Divinità.
si muove,
e i sensi di quest'odore Ma l'illusione manca e ci riporta il tempo
che non sa staccarsi da terra nelle città rumorose dove l'azzurro si mostra
e piove in petto una dolcezza inquieta. soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
Qui delle divertite passioni La pioggia stanca la terra, di poi; s'affolta
per miracolo tace la guerra, il tedio dell'inverno sulle case,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte la luce si fa avara – amara l'anima.
di ricchezza Quando un giorno da un malchiuso portone
ed è l'odore dei limoni. tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d'oro della solarità.

13. La polemica contro i “poeti laureati” (quelli cinti da una corona di alloro, quelli con la voce
forte e chiara, come Carducci o D’Annunzio) si concretizza nel riferimento a piante rare e illustri
(altro che il trifoglio di Pascoli o il basilico, l’aglio e la cedrina di Gozzano): a tali piante Montale
oppone gli “erbosi fossi”, i “ciuffi delle canne” e gli “alberi dei limoni”.

I limoni: la tematica
14. Ma è una poesia, questa, che già enuncia pienamente la tematica cara a Montale. Montale
avverte un senso di estraneità rispetto al mondo circostante, si sente in “disarmonia” o
“inadatto” (sono parole che usa lui stesso; e aggiunge anche: mi sentivo come rinchiuso in una
“campana di vetro”). Il mondo fenomenico, nel quale viviamo, gli pare falso, inautentico, eppure è
il mondo che ci contiene, come una prigione dalla quale non si può evadere. Non a caso sono
spesso nominati oggetti che indicano la chiusura, l’impedimento, il muro in particolare: “l’erto
muro” in In limine, lo “scalcinato muro” in Non chiederci la parola, la “muraglia che ha in cima
cocci aguzzi di bottiglia” in Meriggiare pallido e assorto, “la rete che ci stringe” ancora in In limine;
e si potrebbe continuare.

15. Ma ci sono occasioni, momenti miracolosi, in cui sembra aprirsi uno squarcio, sembra
rompersi la rete che ci imprigiona, ed è possibile, per un momento, attingere ad una verità
profonda, entrare in una dimensione di autenticità e sentirsi finalmente in armonia. Vedere il
giallo dei limoni e sentirne l’odore è uno di questi momenti (questo il senso delle strofe 2 e 3).

16. Ma è un momento precario, destinato a venir meno. Tale è il senso del passaggio dalla
campagna alla città e dalla stagione estiva a quella invernale: nell’inverno cittadino si ricompone
l’inganno usuale della realtà fenomenica, un inganno rotto occasionalmente dalla vista, “tra gli
alberi di una corte” del giallo dei limoni.

I limoni: il linguaggio e il “correlativo oggettivo”


17. Qualche osservazione sul linguaggio. Anche Montale, come Gozzano, ama far cozzare l’aulico
col prosaico: agli elementi della quotidianità (si pensi ad esempio ad una espressione propria del
parlato quale “Io, per me, amo le strade…) sono associate parole o espressioni colte o
rare: sparuta (l’anguilla) susurro (con una esse sola), piove (usato transitivamente), divertite (è un
latinismo), cimase (parola già in Pascoli e Gozzano), s’affolta (per s’addensa). Anche la sintassi, pur
abbastanza lineare, non è priva di ricercatezza: oltre al piove usato transitivamente, sottolineo il
ricorrere dell’anastrofe (agguantano i ragazzi, si ascolta il susurro, … tace la guerra, ci riporta il
tempo, s’affolta il tedio, ecc.)

18. Ma Montale è anche molto attento alla musicalità, al livello fonico della poesia: i richiami in
rima sono frequenti, non solo a fine di verso, ma anche interni (laureati, usati; dolcezza, ricchezza;
indaga, dilaga; umana, allontana); notevole la rima in chiasmo al v. 42 (avara, amara, con
richiamo fonico anche con anima). Ma i legami fonici sono anche dati da assonanze e consonanze
(piante, acanti; muove, odore; portone, corte).

19. A me non sembra casuale anche l’uso nelle prime strofe di parole dal suono duro, aspro,
quasi a significare, sul piano fonico, l’asprezza del vivere: tali sono le ricorrenti parole con la
doppia zeta (pozzanghere, mezzo, ragazzi, viuzze, gazzarre, azzurro) affiancate ad altre dal suono
altrettanto duro (seccate, agguantano, ciuffi).

20. Ma notiamo già un’altra caratteristica della poesia di Montale: è una poesia “di cose” – ha
detto un critico – non “di parole”, e voleva dire che quella di Montale non è una poesia della
parola pura, della parola unica e significativa che emerge dal silenzio, come per Ungaretti, che
appunto isola la parola nel verso perché esprima appieno l’intensità del suo significato. Montale
nomina cose, oggetti concreti (li nomina con precisione, in questo è pascoliano), rifugge, per
quanto possibile, dalle astrazioni. Gli oggetti diventano così gli emblemi, o meglio, per usare
un’espressione tratta da Eliot, il “correlativo oggettivo” del suo stato d’animo, del suo sentire.
Qui, ad esempio, gli erbosi fossi, le pozzanghere, l’anguilla, i ciuffi della canne, gli alberi dei limoni;
e poi più avanti l’anello che non tiene, il filo da disbrogliare, ecc.).

Il “correlativo oggettivo”: Spesso il male di vivere ho incontrato


21. E’ una caratteristica che vediamo bene in un’altra poesia, fra le più famose, Spesso il male di
viere ho incontrato:

Spesso il male di vivere ho incontrato


era il rivo strozzato che gorgoglia
era l'incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio


che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

22. Il male di vivere è rappresentato, nella prima quartina, con tre “cose” concrete, tre elementi
della natura: il rivo strozzato che gorgoglia (una strettoia, dove l’acqua del ruscello fatica a
passare, e il suo gorgogliare sembra un lamento), l'incartocciarsi della foglia riarsa (una foglia
rinsecchita dal sole, che si accartoccia, e in questo accartocciarsi c’è la sofferenza determinata
dalla perdita dei fluidi vitali: del resto il motivo dell’aridità, della secchezza, è ricorrente nella
poesia montaliana, particolarmente negli Ossi, vero e proprio correlativo oggettivo di una
condizione esistenziale desolata, prosciugata e svuotata: la terra polverosa e seccata dal sole è il
luogo della privazione e della negatività. Lo stesso titolo della raccolta rimanda a questo motivo,
visto che gli ossi di seppia non sono che un relitto, quanto mai inaridito, della vita organica),
infine il cavallo stramazzato al suolo evoca con potenza il male di vivere.

23. Nella seconda quartina sono indicati i correlativi oggettivi dell’unico “bene” possibile, ovvero
di quella che Montale chiama “la divina Indifferenza”. L’indifferenza – con la i maiuscola e detta
“divina” perché propria degli dei, come già sosteneva la filosofia epicurea – ovvero la capacità di
non lasciarsi coinvolgere dalla sofferenza del mondo, di vivere, diceva Epicuro, in condizione di
atarassia, è oggettivata da tre elementi: la statua nella sonnolenza del meriggio (qui compare la
figura umana, ma pietrificata, come lo è la statua, e quindi capace di indifferenza), la nuvola, il
falco alto levato (sono elementi che rimandano al cielo, e quindi ad una distanza rispetto ai mali
della terra, del resto non si può non rilevare l’opposizione fra ciò che sta in alto, e che ha a che
fare con la “divina Indifferenza”, e ciò che sta in basso – gli elementi della prima quartina – e che
ha a che fare con il male di vivere).
24. Ma si noti anche l’opposizione fra i suoni duri e aspri della prima quartina (strozzato,
gorgoglia, incartocciarsi, riarsa, stramazzato) e quelli senz’altro chiari e distesi della seconda
quartina, in particolare nell’ultimo verso (…la nuvola, e il falco alto levato).

Eugenio Montale, come molti poeti novecenteschi, è dotato di un gusto particolare per
i componimenti programmatici. I limoni, posto quasi in apertura degli Ossi di seppia, è
certamente la sua dichiarazione di poetica più celebre. Specialmente nei versi iniziali Montale
prende le distanze dalla tradizione aulica e colta, rappresentata, attraverso una specie
di raffinata metonimia, dalle piante spesso cantate dai “poeti laureati” (vv. 1-3). I “bossi”, “ligustri”
e “acanti” sarebbero così il simbolo dei vati ufficiali dell’Italia unita: Carducci e D’Annunzio, indicati
dal poeta con i nomi rari e sonori dei vegetali che compaiono nelle loro poesie. Montale sfoggia
ironicamente la sua antiletterarietà, in controtendenza con le principali mode del
tempo: l’antiletterarietà non è solo apertamente dichiarata, ma anche perseguita attraverso il
registro stilistico. Vediamo infatti l’uso insistito di una sintassi colloquiale, da discorso a tu per tu,
lontanissima dalla poesia “alta” che Montale prende a bersaglio.
Il crepuscolarismo, ad esempio, aveva già reagito al modello di D’Annunzio, attraverso un radicale
abbassamento della poesia in direzione della prosa e del quotidiano. I lavori di Camillo Sbarbaro e
Giovanni Boine ispirano Montale per la rappresentazione del paesaggio ligure scabro e riarso,
simbolo dell’aridità dell’esistenza umana. E ne I limoni ritroviamo lo stesso D’Annunzio, sebbene in
forma dialettica e stravolta. Possiamo infatti paragonare I limoni con un testo dannunziano
altrettanto significativo: La pioggia nel pineto.

L’attacco del verso 1, “Ascoltami”, ricorda l’anafora insistita su cui è costruita La pioggia nel
pineto . Anche i bei versi che descrivono l’effetto provocato dall’odore dei limoni
contengono un’ispirazione dannunziana (vv. 15-17). In questo passaggio l’immagine è ricercata ed
efficace, e la sintassi è preziosa: “piove” è infatti usato transitivamente, nel senso di “cola”, con
l’“odore” come soggetto e la “dolcezza” come oggetto. Oltre alla pioggia – che però, nell’ultima
strofa, “stanca la terra” (v. 40) in modo del tutto opposto a quella “del pineto” (in cui la pioggia
scende in modo quasi sacrale su bosco e protagonisti) – notiamo che è lo speciale valore conferito
alla percezione dei sensi a ricordare D’Annunzio. Diversamente però dal poeta del “vivere
inimitabile”, la sensazione dei limoni non ha in Montale nulla di trionfalistico e vittorioso.

Per costruire questa complessa immagine sensoriale e insieme interiore Montale usa un
procedimento sinestetico, ovvero di unione e di fusione di sfere sensoriali diverse (come, in questo
caso, vista e udito). Secondo Pietro Cataldi, attraverso questa strategia stilistica il modello
dannunziano viene non solo imitato ma addirittura “sfidato” 1. Il rapporto tra Montale e
D’Annunzio è quindi molto più articolato di quanto possa apparire in superficie. Per spiegarne la
complessità, i critici usano un’immagine inventata da Montale stesso, e riferita a Guido Gozzano,
che per l’autore degli Ossi di seppia è stato:
il primo poeta del Novecento che riuscisse (com’era necessario e come probabilmente lo fu anche
dopo di lui) ad attraversare D’Annunzio per approdare a un territorio suo 2.
Montale, possiamo allora dire, ha attraversato D’Annunzio, confrontandosi con la sua grandezza
tecnico-stilistica (sia in prosa sia in versi) e rovesciandone l’ideologia trionfale e super-omistica, in
direzione di una più disincantata e sofferta condizione umana. L’autore degli Ossi contrappone ai
toni accesi e magniloquenti di D’Annunzio un’etica più difficile, una prospettiva esistenziale in cui
l’uomo, in lotta con la natura e il cosmo, è alla disperata ricerca della salvezza (la felicità, ma anche
il “senso” delle cose). Pietro Cataldi ha messo in luce in modo assai preciso questa differenza
ideologica, tracciando una via per capire più in profondità il rapporto tra due giganti della poesia
novecentesca:
Come D’Annunzio aspira a riconoscersi nel tutto e ad affermare nella dimensione del panismo la
propria identità, così Montale è costretto a riconoscersi nei frantumi scissi dal contesto, particolari
espulsi dall’universale, e costretto a misurarsi con la crisi di identità apportata dal destino di
deiezione e di estraneità. In D’Annunzio tutto si ritrova; in Montale tutto si perde, “con la cenere
degli astri” 3.