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MISSIONE OGGI
Cristiani e buddhisti
Quale dialogo?
Il buddhismo è un fenomeno religioso molto complesso e diversificato al suo interno, al punto che,
di Maria De Giorgi molto più correttamente, bisognerebbe parlare di “buddhismi”. La vastità del campo d’indagine ci
impone inevitabilmente dei limiti, per questo focalizzeremo la nostra attenzione sugli elementi es-
senziali. Il buddhismo si presenta, infatti, con un ricco e vasto corpus di scritti, composto da sūtra, insegnamenti e precetti, commentari,
aforismi, epistolari che sono giunti a noi in pāli, sanscrito, cinese, tibetano, giapponese e che coprono l’arco di un millennio. Si presenta
anche differenziato in “Veicoli” e in numerose “Scuole”, con notevoli differenze dottrinali. Non è dunque facile avere una visione sintetica.
Per questo, dopo una breve presentazione storica delle origini, concentreremo la nostra riflessione su quello che potremmo definire “il
cuore” del buddhismo, ossia quel nucleo “intangibile” dell’insegnamento del Buddha che ci interpella in modo particolare come cristiani e
come missionari. Prenderemo in considerazione due questioni fondamentali nel dialogo cristiano-buddhista: quella “teologica”, una religione
“senza Dio”; e quella “cosmologica”, il rifiuto dell’idea di creazione, rimandando ad altra occasione l’altrettanto rilevante questione “an-
tropologica”, l’uomo-essere karmico. Si tratta di uno studio che mira ad un dialogo esigente con il buddhismo, nelle sue molte asimmetrie
con il cristianesimo, per non cadere in preconcetti o precomprensioni da una parte o in ingenui irenismi dall’altra.

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Buddha
l’asceta silenzioso
dei Sakya
malati e anziani, vide defunti portati alla crema-
VITA DEL BUDDHA zione e infine incontrò un monaco. Questa espe-
rienza cambiò radicalmente la sua vita. Lasciò
S econdo le tradizioni buddhiste più antiche,
Siddharta, noto come il Buddha, l’Illumina-
to, sarebbe nato nel 566 a.C. nella zona nord-
la famiglia, abbandonò la vita reale, e cominciò
a cercare, come molti altri in quel tempo, la via
orientale dell’India, al confine con l’attuale Ne- della liberazione dalle esistenze e dalle morti, il
Maria De Giorgi, pal, non lontano da Kapilavatthu, capitale della cui susseguirsi senza fine imprigiona l’indivi-
missionaria di Maria piccola repubblica dei Sakya, di cui suo padre duo. In quel tempo, infatti, era particolarmente
(saveriana), dal 1985 è Suddhodana era capo. Alla sua nascita, un asceta diffusa la credenza della trasmigrazione delle
in Giappone, anime e gli abitanti di questa zona vivevano nel
profetizzò a suo padre che Siddharta sarebbe di-
impegnata nel dialogo
interreligioso presso il ventato un grande re o un grande santo. Nell’in- timore di rinascere tra i dannati, gli animali, gli
Centro Shinmeizan. Ha tento di farne un grande re, il padre gli diede spiriti affamati, con la speranza vaga di giungere
conseguito il dottorato un’accurata educazione e lo allevò in ogni sorta ad una liberazione finale oltre la morte.
in teologia di benessere e di piaceri. A 16 anni Siddharta si Dopo un periodo trascorso nel più severo
all’Università sposò ed ebbe un figlio, Rahula. ascetismo rischiando di morire di stenti, Siddhar-
Gregoriana di Roma
A ventinove anni, rotte le barriere della pri- ta si rese conto che quella non era la via per giun-
con una tesi sul
rapporto tra gione dorata che suo padre gli aveva costruito gere alla liberazione. Abbandonate le forme estre-
buddhismo della “Terra attorno, si avventurò fuori del palazzo e scoprì me di ascesi, si concentrò sulla meditazione (ana-
pura” e cristianesimo. l’amara realtà della vita di tutti i giorni: incontrò panasati) attraverso la quale scoprì la “via me-

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L’insegnamento 1994, p. 65), ossia la verità

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che niente di ciò che esiste ha
del buddha in sé la ragione o la radice
della propria esistenza, che
Il momento cruciale della vita tutto è con-causato. Qui sta il
di Siddharta Gautama, che nucleo dell’insegnamento del
divide la sua esistenza in un Buddha dal quale sono
prima e un poi, è la famosa derivate, come corollari, la
notte del Vesak durante la dottrina delle “Quattro nobili
quale Siddharta, seduto in verità”, del karma e
profonda meditazione sotto dell’anattā (non sé). Vediamo
l’albero di pippala (ficus brevemente i singoli
religiosa), raggiunse elementi.
l’illuminazione, ossia la “retta
visione” del reale.
Ma cosa ha “visto”,
“sperimentato” il Buddha in
quella notte? Asvaghosa lo
racconta nel cap. XIV della
sua Buddhacarita: “Avendo
Nei testi egli compreso la causa della
che ci sono giunti, nascita e della morte, giunse
la narrazione della sua vita gradualmente alla verità”.
è un misto di storia, La verità che “vide” il Buddha
leggenda e mito in questa notte è la verità di
pratītya samutpāda o della

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“genesi condizionata” (W.
Rahula, L’insegnamento del
Buddha, Paramita, Roma

diana”, un sentiero di moderazione tra i due estre-


mi del piacere e della mortificazione estrema.
A trentacinque anni, mentre sedeva in medi-
tazione nei pressi di Bodh Gaya, finalmente rag-
giunse la “retta visione” delle cose, emancipan- In alto, a sinistra:
dosi dal ciclo delle nascite e rinascite. Siddharta GENERAZIONE INTERDIPENDENTE Kuśīnagari (India), tempio
buddhista edificato nella
era ormai diventato un Buddha, un Illuminato. Il termine sanscrito pratītya samutpāda (pāli, località dove, secondo la
Trascorse il resto della sua vita insegnando a tut- patittya samuppada), comunemente tradotto con tradizione, morì il Buddha.
Sopra:
ti la “via” del risveglio che aveva scoperto. At- generazione, produzione interdipendente, dive- Bodh Gaya (India), grande
torno a lui, i discepoli che si riunirono formaro- nire causato o genesi condizionata, è assai diffi- statua del Buddha.
no il sangha, l’ordine monastico. Secondo la tra- cile da rendere nelle lingue occidentali perché
A pag. 18 (da sinistra):
dizione, morì a 80 anni, nel 483, nei pressi di non trova in esse un corrispettivo adeguato. Kathmandu (Nepal),
Kushinagari. Espressa dapprima con termini quali nidāna, monastero buddhista
Nei testi che ci sono giunti, la narrazione del- paccaya (condizione), hetu (causa, condizione Shakya;
Isola di Giava
la sua vita è un misto di storia, leggenda e mito. precedente), samudaya (origine), l’idea di (Indonesia), tempio
La maggior parte degli studiosi attuali accetta “un’origine reciprocamente condizionata in vir- buddhista Borobudur,
che egli sia vissuto, abbia insegnato e fondato tù di un funzionalismo cosmico” (R. Panikkar, bassorilievo raffigurante
(al centro) il principe
l’ordine monastico, ma sono critici sui dettagli Il silenzio del Buddha, Mondadori, Milano Siddharta Gautama
delle biografie antiche. 2006, p. 108) trovò progressivamente espressio- mentre si rade i capelli.

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Le quattro
nobili verità
Le Quattro nobili verità sono: Dukkha (tutto è sofferenza, impermanenza);
Samudaya (il sorgere o l’origine di dukkha); Nirodha (la cessazione di
dukkha); Marga (il sentiero che conduce alla cessazione di dukkha). Il
Buddha, ormai convinto, si rivolse allora ai cinque asceti che erano stati
suoi compagni e, nel Parco dei Daini a Benares, per loro diede avvio alla
ruota del Dharma predicando le Quattro nobili verità e insegnando la
pratica dell’Ottuplice sentiero. Così facendo, il Buddha cercò di rendere ac-
cessibile e comprensibile a tutti la “difficile” dottrina di pratitya samut-
pada. Le Quattro nobili verità, infatti, non sono altro che la “verità fon-
damentale” del buddhismo, ossia la dottrina della generazione interdi-
pendente, riformulata e predicata alla gente comune. Sappiamo che i cin-
que asceti ascoltarono il sermone del Buddha, lo misero in pratica, ne ve-
rificarono la veridicità, raggiunsero l’ “occhio del Dharma” (cioè il livello
di conoscenza che permette di percepire il principio della generazione di-
pendente) e, quindi, l’illuminazione.

Dukkha
Dukkha viene normalmente tradotto con “sofferenza”, ma il termine è
riduttivo. Scrive W. Rahula in proposito: “La parola pali dukkha (in san-
scrito duhkkha) nel senso ordinario significa ‘sofferenza’, ’tormento’, ‘do-
lore’ o ‘miseria’, come opposto alla parola sukha, che significa ‘felicità’,

ne compiuta solo nel composto pratītya te di plenilunio del mese di Vesakh e che sta al
samutpāda che, apparve per la prima volta nel cuore del suo messaggio. Rettamente intesa,
Suttanipata (v. 653). pratītya samutpāda indica: a) la natura e la
Con tale espressione il buddhismo afferma struttura del reale; b) il modo di esistere di tutto
che: a) tutti i fenomeni che vengono all’esisten- ciò che viene all’esistenza, scompare e ritorna
za sono causati; b) tutti gli esseri sono legati ad essere; c) il dharma in quanto divenire del
tra loro da una relazione di interdipendenza per reale, che non lascia spazio ad eccedenze me-
cui “quando questo esiste, quello esiste; quan- tafisiche. “Chi vede pratītya samutpāda vede
do viene meno questo, quello viene meno”; c) il dharma e chi vede il dharma vede pratītya
ogni relazione di causa-effetto si attua solo at- samutpāda” (Grande sūtra dell’impronta del-
traverso la mediazione di una “condizione” l’elefante).
(pratyaya), per cui pratītya samutpāda non in- Dopo aver raggiunto il supremo risveglio,
Bodh Gaya (India), dica solo una semplice relazione sequenziale e per sette giorni il Buddha rimase in profonda
tempio Mahabodhi, unidirezionale di causa-effetto, ma una relazio- contemplazione gustando la pace e la libertà del
nel luogo
dell'Illuminazione ne di causalità reciproca e simultanea. È que- cuore. Quindi, sopraffatto dalla compassione per
del Buddha. sta la “verità” che Siddhārta intuì in quella not- tutti gli esseri immersi nell’eterno mare della na-

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‘piacere’ o ‘tranquillità’. Ma il termine duk- uniti insieme sono lo stesso dukkha, imper- non c’è una sostanza immutabile e assoluta
kha come prima nobile verità, che rappresen- manenza e cambiamento. come un sé, un’anima o atman dentro o fuori
ta il punto di vista del Buddha sulla vita e sul di noi. È, in altre parole, la cessazione della
mondo, ha un significato filosofico più pro- continuità e del divenire.
fondo e un senso enormemente più ampio. Es- Samudaya
so include anche idee più profonde come quel-
le di ‘imperfezione’, ’vacuità’, ‘insostanziali-
La seconda nobile verità riguarda l’origine di Marga
dukkha, ossia tanha, la sete, il desiderio che
tà’. Quindi è difficile trovare un vocabolo che Marga è il “sentiero di mezzo” che dà la vi-
produce la rinascita e il ri-divenire e che si ali-
comprenda tutti i concetti racchiusi nel ter- sione e la conoscenza, che conduce alla cal-
menta: a) della sete del piacere dei sensi; b)
mine dukkha in quanto prima nobile verità ma, alla visione profonda, al risveglio, al nir-
della sete di esistenza e di divenire; c) della se-
e pertanto è meglio non tradurlo, piuttosto vana; è l’Ottuplice sentiero composto da: a)
te della non-esistenza.
che fornire un’idea sbagliata traducendolo retta comprensione; b) retto pensiero; d) retta
È questa sete, questo desiderio che, manife-
con ‘sofferenza’ o ‘dolore’” (L’insegnamento parola; e) retta azione; f) retta condotta di vi-
standosi in vari modi, dà origine a tutte le
del Buddha, p. 18). Secondo la filosofia bud- ta; g) retto sforzo; h) retta consapevolezza; i)
forme di sofferenza e alla continuità degli es-
dhista, l’io non è che una combinazione di retta concentrazione. L’Ottuplice sentiero con-
seri. Non è tuttavia una causa prima perché
forze o energie mentali e fisiche che cambia- densa in sé tutto l’insegnamento che il Bud-
tutto è relativo e interdipendente. Anche tan-
no continuamente e che possono essere divise dha, per oltre quarant’anni anni, propose a
ha, infatti, obbedisce alla legge della genera-
in cinque aggregati: a) ruphakanda o aggre- tutti secondo le capacità di comprensione di
zione interdipendente e a, sua volta, dipende
gato della materia; b) vedanakkhanda o ag- ognuno. La successione degli otto livelli non
dall’apparizione di qualcos’altro, dalla sensa-
gregato delle sensazioni (fisiche e mentali); c) è cronologica perché tra essi vi è simultanei-
zione, dal contatto ecc.
sannakkhandha o aggregato delle percezioni; tà, l’uno aiuta lo sviluppo dell’altro e tutti in-
d) samkharakkhanda o aggregato delle for- sieme realizzano la disciplina buddhista di si-
mazioni mentali; vinnanakkhanda o aggre- la (moralità), samadhi (disciplina mentale),
gato della coscienza. Ciò che, dunque, chia-
Nirodha prajña (saggezza). Sila presuppone: retta pa-
miamo “essere” o “io” non è che un nome con- La terza nobile verità è l’estinzione della sete, rola, retta azione, retta condotta di vita. Sa-
venzionale dato alla combinazione di questi la cessazione del dukkha, il nirvana. Il nirva- madhi presuppone: retto sforzo, retta consa-
aggregati. Essi sono tutti impermanenti e in na, indicibile perché al di là di ogni possibile pevolezza, retta concentrazione. Prajña pre-
continuo cambiamento. La nobile verità di espressione, non è né causa né effetto. È la ve- suppone: retto pensiero, retta comprensione.
dukkha, dunque, insegna che non c’è una so- rità ultima al di là della logica e del ragiona- Il sentiero è dunque un modo di vivere che
stanza immutabile, non c’è nulla dietro le co- mento; è vedere le cose come sono realmente, può essere seguito, praticato e sviluppato da
se che possa definirsi come un sé permanente senza illusione o ignoranza, sapendo che non chiunque. È una disciplina del corpo e della
(atman), un’individualità, niente che possa c’è nulla di assoluto nel mondo, che tutto è re- mente, un autosviluppo che porta all’autoli-
realmente chiamarsi “io”. I cinque aggregati lativo, condizionato e impermanente e che berazione.

scita-morte, sentì sorgere in sé il desiderio di tro i fenomeni non esiste nulla che possa essere
predicare a tutti ciò che aveva visto e compreso. considerato un “io”, un ‘ātman, un “sé” o una
Ben presto, però, si rese conto che la gente co- qualche sostanza immutabile. Essa è la naturale
mune non avrebbe potuto né vedere né capire conseguenza di pratītya samutpāda, per la qua-
una verità così “profonda e difficile” e pensò di le ogni cosa è condizionata, relativa e interdi-
rimanere in silenzio. Fu allora che Brahma, pendente.
avendo intuito l’intenzione del Beato, gli si av- Nonostante alcuni autori sostengano che il
vicinò per indurlo a sostenere il primitivo pro- Buddha non avrebbe insegnato questa dottrina,
posito di proclamare a tutti gli esseri il sentiero frutto piuttosto di elaborazioni posteriori e di in-
che porta alla pace e alla liberazione dalla sof- terpolazioni di testi a lui attribuiti, non si può
ferenza e dalle passioni. negare che “la concezione dell’anātman è un
punto centrale del buddhismo come religione vi-
va” e che “la tradizione viva del Buddhismo è
LA DOTTRINA DEL NON-SÉ
quella di una concezione anātmica” (R. Panik-
Per dottrina del non sé, s’intende propria- kar, Il silenzio del Buddha, p. 76), ovvero della
mente la dottrina dell’anātman secondo cui die- dottrina del non- sé.

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NELL’AFFRONTARE IL BUDDHISMO DA UN PUNTO DI VISTA
TEOLOGICO, IL PRIMO PROBLEMA CHE SI PONE È QUELLO

DEL “SILENZIO” SU DIO. IL BUDDHISMO È, INFATTI, UN

SISTEMA A-TEISTA CHE PRESCINDE DALLA QUESTIONE

DELL’ESISTENZA DI DIO. DA QUI LA RICORRENTE DOMAN-

DA SE SIA UNA RELIGIONE O UNA FILOSOFIA. PER UN AU-

TENTICO DIALOGO CON IL CRISTIANESIMO PER IL QUALE

DIO È IMPRESCINDIBILE, IL TEMA È DI


IL RIFERIMENTO A

FONDAMENTALE IMPORTANZA.

Una religione
senza Dio? La questione
teologica
IL “SILENZIO” DEL BUDDHA male e la sua causa, ne indica la guarigione e ne
prescrive i rimedi. Ce ne dà conferma il noto
G li scritti buddhisti sono concordi nel traman-
darci la reticenza del Buddha a parlare di
Dio e delle questioni metafisiche. Lungo i seco-
episodio riportato nel sūtra Culamalunkya, in
cui Malunkyaputta pone al Buddha le famose
domande: “Il mondo è eterno o temporale? Il
li, questo “silenzio” è stato, però, oggetto di di-
mondo è finito o infinito? Il principio vitale è il
verse interpretazioni: vi è chi ha sottolineato la
corpo? L’anima esiste dopo la morte?”. Il Bud-
dimensione terapeutica o pragmatica di tale si-
dha, rispondendo a Malunkyaputta, paragona la
lenzio, chi la dimensione contemplativa. R. Pa-
bramosia metafisica del discepolo alla stupidità
nikkar, da parte sua, ritiene che il Buddha “non
di un uomo colpito da una freccia avvelenata
soltanto tace, ma che la sua risposta è il silenzio”
che agli amici e parenti che volevano aiutarlo
e, ancora, che “il Buddha non dà alcuna risposta
obiettò che non voleva farsi estrarre la freccia
perché elimina la domanda” (Il silenzio del Bud-
fino a quando non avesse saputo chi l’aveva col-
dha, p. 251).
pito (in R. Gnoli, La rivelazione del Buddha,
vol. 1, Mondadori, Milano 2001, pp. 225ss.).
Isola di Miyajima SILENZIO TERAPEUTICO
Con questa risposta il Buddha intende dimo-
(Giappone),
tempio Daishoin, Nei sūtra primitivi, il Buddha è spesso rap- strare che la situazione religiosa appartiene ad
Buddha silenzioso. presentato come un medico che, diagnosticato il una dimensione completamente differente da

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no, chiese ai monaci: ‘Che cosa pensate, mona-


ci? Sono più numerose le poche foglie di sim- PER APPROFONDIRE
sapa nella mia mano o quelle nella foresta dei
simsapa?’. ‘Le foglie nella mano del Benedetto
sono poche in numero, signore. Quelle nella fo-
resta sono più numerose’. ‘Allo stesso modo,
monaci, quelle cose che ho conosciuto diretta-
mente ma non ho insegnato sono molte di più
[di quelle che ho insegnato]. E perché non le ho
insegnate? Perché non sono connesse con la
meta, non si riferiscono ai principi della vita
santa, e non conducono al disincanto, al distac-
co, alla cessazione, alla conoscenza, al risve-
glio, all’Illuminazione. Ecco perché non le ho MARIA A. DE GIORGI
insegnate’ [...] ” (56.31). Secondo Takeuchi, SALVATI PER GRAZIA
questa interpretazione del “silenzio” del Bud- ATTRAVERSO LA FEDE
dha può essere intesa come: a) espressione della Emi, Bologna 1999
fede dei discepoli nella sua onniscienza. Tale pp. 485; € 21,00
fede li portò a concludere che, mentre il Buddha
presso:
conosceva la soluzione di tutti i problemi me- libreria@saveriani.bs.it
quella metafisica. Questa risposta “terapeutica”,
tafisici, tenne loro nascosta tale soluzione per-
tuttavia, non esaurisce il problema e – come ri-
ché non necessaria alla “nobile ricerca”; b) at-
conosce il filosofo buddhista Y. Takeuchi – nel
teggiamento pragmatico del Buddha nei con-
“silenzio metafisico del Buddha rimane pur In alto, a sinistra:
fronti del problema religioso e, per questo, in- Dengfeng (Cina), tempio
sempre qualcosa di misterioso (Il cuore del bud-
differente ad ogni tipo di problema metafisico; di Shaolin, uno dei re
dhismo, EMI, Bologna 1989, p. 36). celesti che rappresenta
c) rifiuto della trascendenza: “Da un punto di
la protezione del mondo
vista puramente filosofico, l’intenzionale silen- e la liberazione
SILENZIO PRAGMATICO zio del Buddha nei confronti di Dio, dell’anima dalla sofferenza.
individuale e del principio supremo corrisponde Sopra:
La più antica interpretazione del silenzio del
Hangzhou (Cina),
Buddha si trova probabilmente nella sezione ad una risposta negativa e ad un rifiuto di tale Amitabha Buddha
Maha-vagga del Samyutta-Nikaya del canone trascendenza. Il netto contrasto tra il suo inse- con i suoi assistenti
Pāli: “Una volta il Benedetto soggiornava pres- gnamento dell’anātman e la dottrina dell’ātman Bodhisattva
Avalokitesvara,
so Kosambi nella foresta di simsapa. Quindi, propria delle Upanishad ne è una conferma” (Il e Mahasthamaprapta
raccogliendo alcune foglie di simsapa nella ma- cuore del buddhismo, p. 39). Bodhisattva.

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SILENZIO CONTEMPLATIVO cammino religioso è la presa di coscienza della


precarietà di tutti gli esseri: “Tutto è dukkha”,
Una terza interpretazione è quella contempla- sofferenza, imperfezione, vacuità, insostanziali-
Il sorriso del tiva (dhyāna, samādhi), sebbene non manchi di
Buddha e il tà. Da questo dato esperienziale e incontrover-
punti deboli. A tal proposito vi è una leggenda, tibile, il Buddha è giunto a intuire la “suprema
suo silenzio nota come Sermone del fiore, tramandata soprat- verità” del divenire causato di tutte le cose
sono la stessa tutto dalla tradizione Zen che narra: “Un giorno (pratītya samutpāda) e della non sostanzialità di
e identica mentre il Buddha era seduto con i suoi discepoli tutti gli esseri (anicca), verità “profonda e diffi-
cosa. Entrambi si chinò a cogliere un fiore di loto. Lo guardò e cile” da capire per rendere accessibile la quale
sono una le sue labbra si aprirono al sorriso. Nessuno dei elaborò la dottrina delle Quattro nobili verità.
comunicazione discepoli fu in grado di cogliere il significato di A questo proposito, è significativo che Il
immediata che ciò. Solo Kasyapa sorrise con lui. Il Buddha lo grande discorso delle cause, contenuto nel
colma la notò e disse: ‘Sii, d’ora innanzi un messaggero
distanza che del cuore del buddhismo’” (questo sermone è
separa

MANUEL AGULLA
narrato in un sūtra spurio la cui autenticità è mol-
un’esistenza to discussa, noto come Ta-fa-t’ien-wangfo-i-
dall’altra ching, la cui edizione più antica risale all’XI se-
colo). Il sorriso del Buddha e il suo silenzio sono
la stessa e identica cosa. Entrambi sono una co-
municazione immediata che colma la distanza
che separa un’esistenza dall’altra.
PER APPROFONDIRE
SILENZIO COME “PLACARSI DELLA DOMANDA”
A sostenere questa interpretazione è soprat-
tutto R. Panikkar per il quale l’apofatismo bud-
dhista è ontico e ontologico: “Il Buddha non solo
tace, ma assume il silenzio come risposta. Ancor
più, il Buddha non dà alcuna risposta perché eli- Il Buddha non solo tace,
mina la domanda. Dissolve, cioè, la radice stessa ma assume il silenzio
del problema non cercando di negare direttamen- come risposta. Ancor
te e violentemente Dio né di armonizzare le di- più, il Buddha non dà
verse risposte, ma mostrando la superfluità della alcuna risposta perché
domanda su Dio e sul mondo ultraterreno, la va- elimina la domanda
cuità di ogni possibile risposta e la nichilità di tut-
GIANGIORGIO ta la questione, senza per questo compromettere
PASQUALOTTO l’esito di una possibile salvezza e liberazione” (Il
BUDDHISMO silenzio del Buddha, pp. 253-254). Un simile ap-
Fattore “R” proccio e una tale visione del mondo pongono Dīgha Nikāya, inizi con un dialogo tra Ānanda
certamente delle grosse sfide alla visione cristia- e il Buddha a proposito della difficoltà di retta-
Emi, Bologna 2012
pp. 158; € 12,00 na del reale che riconosce un inizio, un fine e un mente comprendere la legge del divenire causa-
senso di tutto ciò che esiste nell’amore creativo, to o “generazione interdipendente” (in R. Gnoli,
presso:
libreria@saveriani.bs.it oblativo e kenotico di un Dio che è Padre, Figlio, La rivelazione del Buddha, vol. 1, p. 47).
Spirito, relazione sussistente d’amore da cui tutto Il fatto che il Buddha stesso affermi che nei
confronti di pratītya samutpāda ci sia “mancan-
ha origine e a cui tutto ritorna. Offre, però, anche l
importanti stimoli di riflessione e di indagine per za di comprensione e di penetrazione” perché
essa è più “profonda e difficile” di quanto ap-
irra
una più profonda intelligenza dei dati che la ri-
paia a prima vista, significa che questa “verità”,
velazione cristiana ci dona.
nella sua evidenza rimane pur sempre inaffer-
rabile, indicibile e misteriosa (cfr. S. Agostino,
IL SILENZIO: PAROLA ULTIMA O PENULTIMA? Confessioni XII,14,17: “Meravigliosa profon-
Analizzando l’insegnamento del Buddha, dità della tua Parola! Eppure, ecco, la superficie
Raimon Panikkar. abbiamo visto che il punto di partenza del suo ci si stende davanti e ci accarezza come fanciul-

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di Dio e la ricerca del suo vero volto a partire dall’esperienza del
Il silenzio “metafisico” dolore è, in fondo, anche un grande tema biblico, in particolare del
libro di Giobbe. Ed è un tema di estrema attualità, soprattutto di
del buddhismo fronte ai fondamentalismi religiosi perseguiti in nome di Dio.
Del Buddha possiamo dire che, prescindendo dal mistero di Dio, con
ci interpella tenacia unica nella storia del pensiero religioso, ha sondato la “va-
cuità” (Rm 8,20) dell’essere e sul suo abisso si è fermato immobile
senza nulla chiedere. Non riceve risposte perché non pone domande.
La sua grandezza sta nel non aver forzato le soglie del Mistero oltre
i limiti della ragione umana. Ma il Mistero resta. Un Mistero che
A nalizzando l’insegnamento del Buddha, abbiamo visto che il
“cuore” è l’intuizione di pratitya samutpada, ossia che tutto
ciò che esiste è interdipendente e che nulla di ciò che esiste ha in sé
auto-rivelandosi chiede all’uomo non solo una comprensione di ra-
gione ma anche di fede. Questa precisazione è importante per non
la ragione del proprio esistere. L’aver visto le “cose così come sono”, confondere i livelli e per porre le corrette premesse del dialogo cri-
nella loro vacuità, ha dischiuso al Buddha anche l’infinito orizzonte stiano/buddhista. Se, infatti, da un punto di vista antropologico, il
del nirvana, di quella “regione irraggiungibile” della non-rinascita, buddhismo è certamente una grande scuola di sapienza in cui vie-
che tutto il buddhismo considera ineffabile, indicibile, inesprimi- ne insegnata “la radicale insufficienza di questo mondo mutevole”
bile. E poiché “il silenzio appartiene al mistero” (Gregorio Nazian- (Nostra aetate 2), da un punto di vista teologico, il suo “silenzio”
zeno, Oratio 8,22: PG 35,813) di fronte all’ineffabile il Buddha non metafisico lascia senza risposte la domanda insopprimibile sul sen-
solo tace, ma elimina alla radice qualunque domanda, in partico- so e il fine della vita umana e di questo mondo mutevole.
lare quella su Dio o sul suo Essere (cfr. R. Panikkar, Il silenzio di Dio, Se è vero – come attesta Nostra aetate – che “gli uomini attendono
pp. 251. 256). Di fatto, però, Buddha, eliminando alla radice la do- dalle varie religioni la risposta ai reconditi enigmi della condizione
manda su Dio come non opportuna al fine terapeutico che si pro- umana, che ieri come oggi turbano profondamente il cuore dell’uo-
pone, non elimina la questione in sé. Oserei dire che la sua è una mo: la natura dell’uomo, il senso e il fine della nostra vita, il bene
epochè metodologica. Tacendo su Dio, ma additando come meta la e il peccato, l’origine e lo scopo del dolore, la via per raggiungere la
“regione irraggiungibile” del nirvana, apre pur sempre all’oltre. Il vera felicità, la morte, il giudizio e la sanzione dopo la sorte, infine
suo silenzio non è parola ultima ma penultima e, come tale, va in- l’ultimo e ineffabile mistero che circonda la nostra esistenza, donde
tesa a partire dal contesto del suo tempo e dalla finalità che si pro- noi traiamo la nostra origine e verso cui tendiamo” (n. 1), il cristia-
pone. In questo senso, mi sembra importante la precisazione di R. nesimo – proprio per la differenza teologica che lo distingue dal
Panikkar: “La domanda non era questa [...]. Siddharta si è sempre buddhismo – è portatore di una “Parola” creatrice capace di fecon-
rifiutato drasticamente di lasciarsi ‘raggirare’ nella dialettica del dare il silenzio del nulla (Gn 1,1ss), di “tenere insieme” tutte le cose”
proprio tempo su Dio” (Il silenzio del Buddha, p. 256). (Col 1,17), di svelarne l’origine, il senso e il fine (Gv 1,3).
Qual era la dialettica del tempo di Buddha su Dio? Quale idea di
Dio il Buddha rifiuta o rimuove? Qualunque possa essere la rispo-
sta, il suo “silenzio” rimane un alto monito all’homo religiosus di
ogni tempo a non confondere la “domanda” e soprattutto a non
imprigionare l’Assoluto in qualsivoglia categoria mentale, né a ri-
durlo alle dimensioni della propria mente. E qui possiamo ricono-
scere al buddhismo un importante ruolo propedeutico e demitiz-
zante, contro la ricorrente tentazione umana di creare un dio a pro-
pria immagine e somiglianza. La demitizzazione di false immagini

L’aver visto le “cose così come sono”,


nella loro vacuità, ha dischiuso al Buddha anche
l’infinito orizzonte del nirvana, di quella “regione
irraggiungibile” della non-rinascita, che tutto
RETIREEDIARY.WORDPRESS.COM

il buddhismo considera ineffabile,


indicibile, inesprimibile
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dossier

li: invece, meravigliosa profondità, o mio Dio, ca attribuiti allo stesso Buddha: “Esiste, o mo-
meravigliosa profondità”). Questa consapevo- naci, un non-nato, un non-divenuto, un non-
lezza del Buddha ci aiuta a capire anche la sua creato, un non-formato. Se, o monaci, non esi-
reticenza e il suo silenzio davanti alle questioni stesse questo non-nato, non divenuto, non-
metafisiche, che la tradizione ci ha tramandato creato, non-formato non si potrebbe conoscere
come avyakrta-vastu (questioni non disputate alcuna via di salvezza [sottrarsi] da ciò che è
dal Buddha) in sanscrito, e muki in sino-giap- nato, divenuto, creato, formato. Ma, o monaci,
ponese. I testi buddhisti elencano quattordici poiché esiste un non-nato, un non-divenuto, un
avyakrta-vastu o muki, riducibili a quattro pro- non-creato, un non-formato si può conoscere
blemi fondamentali: l’eternità del mondo, la sua una via di salvezza da ciò che è nato, divenuto,
finitezza, l’esistenza dopo la morte, l’identità creato, formato (in R. Gnoli, La Rivelazione
tra anima e corpo. del Buddha, vol. 1, p. 698.). Commentando
AWANGTEH.BLOGSPOT.IT

I testi buddhisti
elencano quattordici
avyakrta-vastu o muki,
riducibili a quattro
problemi fondamentali:
l’eternità del mondo, la
sua finitezza, l’esistenza
dopo la morte, l’identità
tra anima e corpo

DIRE O NON DIRE DIO? questo famoso detto, lo studioso buddhista


giapponese, H. Nakamura, scrive: “Il Buddha
Sebbene il problema dell’esistenza di Dio credeva in qualcosa che durava dietro i feno-
non sia esplicitamente menzionato, vi è però meni mutevoli del mondo dell’esperienza” (cit.
soggiacente e attraversa tutto il buddhismo. Per in H. Dumoulin, Buddhismo, Queriniana, Bre-
coglierlo nella sua autentica portata, è impor- scia 1981, p. 77). Queste posizioni contrastanti
tante partire dal contesto culturale e religioso sono indicative dell’insopprimibilità della que-
in cui il Buddha ha vissuto e l’idea della divi- stione. Tacendo, il Buddha elimina forse la do-
nità che permeava tale ambiente e chiedersi: il manda, ma non la questione in sé. La questio-
Buddha ha taciuto-rimosso idee inadeguate di ne, per altro, è di cruciale importanza non solo
Dio o ha negato la Realtà Ultima, personale e per una retta comprensione del buddhismo, ma
trascendente che la tradizione monoteista chia- anche per il dialogo con il cristianesimo per il
ma “Dio”? quale il riferimento a Dio è costitutivo. Da un
La domanda non è di facile risposta. Se al- punto di vista cristiano, infatti, non possiamo
cuni testi buddhisti ci autorizzano a dire che il fare a meno di domandarci se il “silenzio” del
Buddha ha ammesso l’esistenza dei deva, gli Buddha sia aperto a una sorta di trascendenza,
autori buddhisti sono unanimi nel dire che il come sembrerebbero insinuare gli Udāna, o se,
Buddha ha categoricamente rifiutato l’idea di invece, sia la “parola” ultima e definitiva che
Longmen (Cina), un Dio personale e creatore.Ciò detto, però, consacra il nihilismo, l’evanescenza di tutte le
statua di Vairocana non va taciuto che la tradizione buddhista co- cose e la loro “pura contingenza” come affer-
Buddha in uno
dei numerosi nosce anche un’altra interpretazione trasmes- mano alcuni studiosi buddhisti (cfr. R. Panik-
santuari rupestri. saci dagli Udāna, antichi versi in forma metri- kar, Il silenzio Buddha, p. 77).

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dossier
LASTAMPA.IT
La differenza “teologica” tra la visione del
buddhismo e quella del cristianesimo si
riflette anche sul piano cosmologico e sulla
visione del mondo. Prescindendo da Dio e
da ogni riferimento metafisico, lo sguardo
del Buddha sul mondo non può che cogliere
“la contingenza in se stessa avulsa da ogni
fondamento” (R. Panikkar, Il silenzio del
Buddha, p. 109); il mondo non può che
apparirgli come impermanente.
Da qui anche l’appropriato nome di samsara
(mare del mutamento).

La mancanza
dell’idea
di creazione La questione
cosmologica
UNO DEI PUNTI PIÙ DELICATI DEL DIALOGO buddhista-cristiano. Per il cristianesimo, infatti,
il riferimento a Dio “creatore del cielo e della
I l filosofo M. Abe (1915-2006), della Scuola
di Kyoto, noto per il suo impegno nel dialogo
buddhista-cristiano, soprattutto per aver appro-
terra” è imprescindibile. Per addentrarci in que-
sto non facile terreno, prendiamo in considera-
zione le interpretazioni che, lungo i secoli, le va-
fondito il tema della śūnyatā (vuoto), in rapporto rie Scuole buddhiste hanno dato di pratītya
a quello della kenosi, afferma, d’accordo con samutpāda. Incroceremo quindi queste interpre-
tutta la tradizione buddhista, che “il buddhismo tazioni con la nozione di creazione nel pensiero
che insegna la legge della generazione interdi- biblico e cristiano, per giungere ad alcune rifles-
pendente e considera l’interdipendenza tra gli sioni conclusive.
esseri come la verità, non accetta la dottrina del-
la creazione” (“Substance, Process, and Empti-
LA “VERITÀ” DEL BUDDHA INTERPRETATA
ness”, in Japanese Religions 11/1980/23).
Quest’affermazione ci pone certamente di Presentando l’insegnamento primitivo del
fronte ad uno dei punti più delicati del confronto Buddha, abbiamo visto che pratītya samutpāda

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è la “suprema eterna verità” intuita dal Buddha e Hua-yen, nate in Cina rispettivamente nel VI e
la notte dell’illuminazione; è il Dharma stesso, nel VII-VIII secolo d.C., rappresentano i due ten-
la Realtà così com’è, la forma/non forma dina- tativi più significativi di superare speculativa-
micamente sorgiva di tutti i fenomeni che ne mente la contraddizione, ereditata dall’India. La
rende possibile la manifestazione e l’esistenza, prima scuola considera la natura ultima delle co-
il venir meno e il riapparire di nuovo. Per que- se come vijñāna o coscienza: è la onnisciente
sto, solo a partire da pratītya samutpāda è pos- mente del Buddha che comprende tutta la realtà
sibile comprendere la cosmologia buddhista e la fenomenica, per cui ogni cosa nel mondo è parte
sua visione del reale. Nel corso dei secoli, questa della coscienza del Buddha e ogni cosa possiede
“verità” fu diversamente interpretata al punto la “natura Buddha”. La seconda scuola sostiene
che – come afferma Y. Takeuchi – “la storia che tutti i fenomeni particolari sussistono nel-
dell’India, della Cina e del Giappone” può esse- l’unità dell’Unica mente assoluta e che questa

VOANEWS.COM
PER APPROFONDIRE

re considerata “come una varietà d’interpreta- Mente unica non è indipendente o trascendente i
zioni dello spirito fondamentale della dottrina singoli fenomeni. Insegna la perfetta inter-pene-
della generazione dipendente del buddhismo trazione dell’assoluto, chiamato “principio”, e
primitivo”. Possiamo addirittura dire che “ogni dei fenomeni. Queste speculazioni, però, non ri-
paese ha sviluppato un proprio approccio in re- spondevano sufficientemente al bisogno di con-
lazione ai propri retroterra etnici, dando così ori- centrazione e di concisione proprio del cammino
MARIA DE GIORGI gine alle principali scuole e sette conosciute” (Il religioso. Per questo, in Cina sorsero anche la
LA VIA DEL TÈ cuore del buddhismo, p. 117). Scuola Zen e quella della Terra pura, per rag-
NELLA SPIRITUALITÀ
GIAPPONESE
giungere l’illuminazione non già attraverso la
Uomini e profeti IN INDIA. La contrapposizione tra l’interpreta- speculazione mentale, ma attraverso la medita-
zione di pratītya samutpāda come “vuoto” zione e la pratica religiosa. Per quanto riguarda
Morcelliana, Brescia 2007
pp. 69; € 7,00 (sūnyatā) di Nāgārjuna (circa 150-250 d.C.: una l’idea di pratītya samutpāda c’è da tener conto
delle prominenti figure del buddhismo anche di altri elementi linguistici culturali che
presso: Mahāyāna, considerato il fondatore della Scuola hanno caratterizzato l’assimilazione del pensiero
libreria@saveriani.bs.it
Madhyamaka) e quella degli Yogācāra che, con buddhista in Cina. Troviamo infatti una insolita
la sua tesi della “coscienza intersoggettiva” co- affinità tra l’idea di pratītya samutpāda, tradotta
me processo conoscitivo, creò all’interno del in cinese con engi e il termine cinese, di deriva-
buddhismo indiano “una contraddizione che non zione taoista, jinen che significa “natura”. Jinen
ha potuto essere risolta” (Y. Takeuchi, Il cuore è formato da due ideogrammi ji e nen che signi-
del buddhismo, p. 118). ficano rispettivamente: “da sé”, “spontaneamen-
Monaci buddhisti
pregano durante te” e “proprio così”, “così com’è”. Da un punto
la cerimonia inaugurale IN CINA. Il buddhismo cinese cercò una soluzio- di vista grammaticale, jinen non è un sostantivo,
della Conferenza ne sviluppando un proprio sistema del tutto ori- ma una forma avverbiale che non indica persone
internazionale su pace
mondiale e buddhismo ginale che diede a pratītya samutpāda un’inter- e cose nella loro sostanzialità, ma il loro modo
a Mumbai, India. pretazione più esistenziale. Le scuole T’ien-t’ai di essere e la loro relazionalità. È facile dunque

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capire perché quando il buddhismo entrò in Cina LA NOZIONE CRISTIANA DI “CREAZIONE”
fece suo questo termine che anche per la sua fun-
zione grammaticale ben esprimeva la visione La nozione di creazione ha una posizione
buddhista del reale basata su engi. centrale nel cristianesimo, costituendo addirit-
tura il contenuto del primo articolo del Credo.
Un dato che merita di essere rilevato perché –
IN GIAPPONE. Il Giappone ereditò dalla Cina que-
soprattutto a causa della deriva apologetica pro-
sto ricco patrimonio religioso e culturale che sep-
vocata dall’Illuminismo – l’idea cristiana di
pe assimilare e adattare dando vita a nuove sinte-
creazione è stata, per un certo periodo, equipa-
si. L’idea di jinen radicata nella visione buddhista
rata alla nozione metafisica del rapporto causale
di engi ha plasmato profondamente la mentalità
giapponese ed è uno degli elementi che rende dif- tra Dio, Essere supremo, e gli esseri contingenti.
La riduzione razionalista che derivò pose la dot- Un primo dato
ficile comprendere e accettare l’idea di creazione, di cui tener
trina della creazione al di fuori – per così dire –
del quadro tradizionale del Credo collocandola conto è che
narrando della
ARCHIVIO SAVERIANI
in quello dei preambula fidei, preliminari alla ri-
velazione e, accessibili, di diritto, alla ragione. creazione del
Per contro, la teologia del XX secolo ha avviato mondo e
un rinnovamento della dottrina che l’ha situata dell’uomo
nella prospettiva della salvezza e, in continuità /donna, la
con la migliore tradizione della Chiesa, l’ha ri- Bibbia non
letta a partire dal mistero trinitario di Dio. intende
descrivere la
SECONDO LA BIBBIA struttura o le
origini
Un primo dato di cui tener conto è che nar- dell’universo,
rando della creazione del mondo e dell’uomo né porre
/donna, la Bibbia non intende descrivere la strut-
l’accento sulla
tura o le origini dell’universo, né porre l’accento
sua genesi
come sintetizza con chiarezza Abe. Secondo que- sulla sua genesi e relativa modalità. Intende,
bensì, affermare che tutta la creazione è dotata
e relativa
st’ultimo, la “retta visione” del reale basata su en- modalità
gi (pratītya samutpāda) avvia un processo di di senso, ha una sua ragione ultima e un suo fine.
“conversione” della mente che presuppone un Per la Bibbia, il mondo e l’uomo/donna in esso,
fondamento logico. Abe individua questo fonda- non sono né natura né cosmo, né formano una
mento nella cosiddetta co-dependent originato- totalità chiusa che si genera e rigenera, ma una
logy. Con quest’espressione da lui stesso coniata, radicale novità dell’amore. A questo proposito,
Abe intende riferirsi alla struttura fondamentale mi sembrano stimolanti alcune riflessioni di E.
di pratītya samutpāda attraverso la quale sono re- Levinas, per il quale il senso profondo della
se possibili le varie forme di generazione dipen- creazione biblica va individuato “nell’introdu-
dente. Una tale visione del reale sembrerebbe zione della paradossale alterità fra tutto ciò che
porsi in diretta e irreversibile contrapposizione esiste e Dio” (cfr. Totalità e infinito, Jaca Book,
con quella biblico-cristiana che concepisce il rea- Milano 1990, p. 106). Un secondo dato di cui
le come espressione dell’opera di Dio. Per dovere temer conto riguarda la peculiare posizione
di completezza, però, è doveroso accennare qui dell’uomo/donna in rapporto alle altre creature.
ad un’altra prospettiva che ci viene dagli antichi La creazione dell’uomo/donna si caratterizza, in-
testi buddhisti. Negli Udāna, infatti, troviamo fatti, per una duplice eccedenza rispetto agli altri
l’esplicito riferimento ad una “realtà non nata, esseri: a) l’uomo/donna non è una parte del mon-
non diveniente, non composta” che sembra anda- do, un prodotto della natura, ma il suo destinata-
re oltre la relazione di generazione dipendente rio, per cui la creazione biblica è e resta esplici-
(VIII,3). Questa tensione interna al buddhismo, tamente antropocentrica; b) l’uomo/donna è
come le altre contraddizioni non risolte, lungi dal- creato a immagine e somiglianza di Dio e come Centro di spiritualità
lo svuotare di significato e di attualità il confronto suo corresponsabile nella gestione del creato (Gn e dialogo Shinmeizan
(Giappone),
con l’idea cristiana di creazione, rende tale con- 1,26-27). Per la Bibbia solo attraverso la crea- monaco durante
fronto ancora più stimolante e necessario. zione dell’uomo/donna si svela il senso ultimo e la cerimonia del té.

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nale dell’essere creato per il quale la relazio-


Il buddhismo lui, b) sia l’intrinseca precarietà dell’essere
creato: ciò che esiste, esiste in quanto ha una ne a Dio e l’interazione reciproca sono ele-
ci provoca relazione vitale con Dio (Sl 104, 29-30); c) pur
nella sua precarietà, l’essere creato ha una
menti costitutivi del suo stesso DNA. In par-
ticolare, l’essere umano è compreso sulla ba-
a ripensare sua bellezza/bontà (tob, kalon, bonum) in- se della triplice relazione che lo costituisce
fin dall’origine: relazione a Dio, relazione uo-
la dimensione trinseca che gli deriva dall’essere “creatura”
Dio, e ha, soprattutto, una sua finalità (Gn mo-donna, relazione al mondo. Come scrive
relazionale 1,10; Sap 1,14; 11,24-26).
La Bibbia coglie l’ordine e l’armonia del co-
in Caritas in veritate Benedetto XVI: “La ri-
velazione cristiana sull’unità del genere
dell’essere creato smo come espressione dell’opera creatrice di
un Dio che conosce la voce di ogni sua crea-
umano presuppone un’interpretazione me-
tafisica dell’humanum in cui la relazionali-
tura: “Lo Spirito del Signore riempie la terra tà è elemento essenziale” (n. 55).
e, tenendo insieme ogni cosa (synesteken) ne Dobbiamo essere grati al buddhismo di provo-

C on l’intuizione di pratatya samutpada, il


Buddha vede tutto il cosmo nel suo dive-
nire e nella sua mutua connessione e com-
conosce la voce (Sap 1,7). Vi è un elemento
di unità che salda gli esseri tra loro in un or-
carci a ripensare la dimensione relazionale co-
sì essenziale dell’essere creato. È su questa base
dine superiore che non è caos e non è caso: è che il dialogo con il buddhismo può, infatti, ri-
prende che la relazione d’interdipendenza è il il “piano” di Dio. L’intuizione biblica di que- velarsi particolarmente fecondo sia a partire
“modo” di essere delle cose. Vede, cioè, la rela- sto “piano”, che tiene insieme tutte le cose dai punti convergenti sia da quelli divergenti.
tività radicale e costitutiva di tutto, la conca- nella loro singolarità e mutua relazionalità, Nella visione biblico-cristiana la relazione che
tenazione universale di tutte le cose. Nulla, si farà via via più chiara con la presa di co- lega tra loro gli esseri – orientandoli come in-
infatti, ha in sé la ragione del proprio esistere; scienza del ruolo del Cristo/Logos nella crea- dividui e come tutto organico a Dio, non è una
nulla ha una natura propria. Tutte le cose si zione. Il Logos, il Figlio, per mezzo del quale legge inesorabile che si autoperpetua, una
sostengono solo in quanto si ritrovano nel e in vista del quale tutto è stato fatto, è il ruota che gira su se stessa senza fine, ma un
flusso del divenire, nel samsara. Nulla può “perno” che “tiene insieme tutte le cose”, che rapporto “filiale” che ha il suo radicamento
sfuggire a questa condizionalità radicale e co- dà loro senso; che le riscatta dalla precarietà nella relazione intratrinitaria sussistente di
stitutiva: anche all’uomo non è riservata una perché le pone in rapporto con Dio. Dio, ossia nel mistero della Trinità.
“dignità” particolare e lo stesso Buddha viene Dagli elementi emersi, appare evidente che Una visione che deriva non dall’intuizione
incluso nella concatenazione universale. la Bibbia ha una visione dinamica e relazio- mistica, ma dalla rivelazione divina e che
È legittimo perciò chiederci: pratatya samut- presuppone un’adesione di fede. Non a caso,
pada non attira, alla fine, in un circolo vizio- S. Tommaso scrive che la conoscenza (di fe-
so: tutto dipende da tutto, ogni essere dipende de) delle persone divine è necessaria per ave-
dagli altri, e questi da quelli così come questi Dobbiamo essere grati al
buddhismo di provocarci re un’adeguata comprensione della creazio-
da quello. Ma il tutto da chi dipende? (cfr. R. ne (Summa Theologica, I,32,I ad 3). A pre-
Panikkar, Il silenzio di Buddha, p. 113). Il Bud- a ripensare la dimensione
scindere da questa conoscenza non è possi-
dha, a questo interrogativo non risponde. relazionale così essenziale bile cogliere rettamente l’essere delle cose, la
Giunto sulla soglia del Mistero tace: ha com- dell’essere creato. È su loro relazionalità e mutua interazione; il
preso l’intima natura delle cose, ha colto la questa base che il dialogo senso e il destino ultimo del mondo e dell’uo-
precarietà del tutto, ha intuito l’ineffabilità con il buddhismo può, mo. Questa diversa “conoscenza” è certa-
del “non-nato, non-divenuto, non-creato, non- infatti, rivelarsi mente l’elemento discriminante tra la visio-
formato”, ma non ha “visto” – per così dire – particolarmente fecondo ne buddhista, basata sull’intuizione, e quella
il “perno” della ruota attorno a cui tutto gira sia a partire dai punti cristiana del mondo e dell’uomo, basata sul-
in modo non causale, ma armonico e coeren-
convergenti sia da quelli la rivelazione. Cionondimeno, la nozione
te; il “nodo” da cui tutto si squaderna, per
usare la bella espressione di Dante (Paradiso
divergenti buddhista di pratityta samutpada è una po-
tente provocazione a rivisitare e approfon-
XXXIII), e, coerentemente con le sue premesse
dire aspetti della teologia della creazione an-
tace. Resta tuttavia il punto fermo della rela-
Pierre Teilhard De Chardin. cora non sufficientemente esplorati, quali:
zionalità di tutte le cose e della loro reciproca
la solidarietà cosmica di tutti gli esseri, il lo-
CONTEMPLARLAIC.BLOGSPOT.IT

interdipendenza-solidarietà come acquisizio-


ro comune destino, la ricapitolazione di tut-
ne inequivocabile. Ed è su questo punto che il
te le cose in Cristo; le implicazioni di una cri-
confronto e il dialogo possono rivelarsi parti-
stologia cosmica che riscopra, come già au-
colarmente fecondi.
spicava Teilhard de Chardin, il ruolo cardine
Fin dalle sue prime pagine la Bibbia presenta
di Cristo “qui replet omnia, in quo omnia
la creazione di tutte le cose come opera di
constant”; nel quale e per il quale tutto è
Dio. In questo modo afferma sia: a) la dipen-
stato fatto, nel quale tutto trova coesione e
denza ontologica di tutto ciò che esiste da
compimento.

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dossier
radicale di tutta la creazione: essa è dono che la tradizioni religiose o filosofie antiche, sia perché
libera volontà di Dio offre all’uomo /donna, co- presenta spunti di particolare interesse nel dia-
stituiti liberi, e cioè capaci di accogliere il dono logo con il buddhismo.
o di rifiutarlo, di collaborare con Dio o di ergersi La nozione classica che definisce la creatio
contro di Lui. È il misterioso dramma della li- prima, ossia l’azione creatrice “in principio”, è
bertà umana cui Dio non ha temuto di sottoporre la creatio ex nihilo. Questa nozione, per i signi-
la sua opera. Gn 3 narra miticamente il tragico ficati metafisici che ha assunto lungo i secoli, è
tradimento di questa libertà, mentre Gn 4, in mo- stata spesso equivocata, soprattutto da una certa
do ancor più drammatico, narra le sue conse- critica scientista. In realtà, essa ha avuto una
guenze. Nel Nuovo Testamento, la riflessione si funzione critica e un ruolo importante nello svi-
luppo e nella formulazione del dogma. Nihil, in- La creazione è
arricchirà ulteriormente attraverso la presa di co-
fatti, è il concetto a cui la teologia è ricorsa per sempre stata
scienza della mediazione creatrice del Verbo oggetto di un
distinguere nettamente il concetto di creazione
(Col 1,15-20; Ef 1,3-14; Gv 1,1-18). possesso
da quello di produzione e per sottrarre l’azione
creatrice alla concatenazione cronologica tipica sereno nella
del rapporto di produzione. Nel rapporto di pro- Chiesa e non
duzione infatti – di cui la dinamica produttiva ha mai dato
del karma è un esempio tipico – vi è soggiacente adito a difficili
il principio filosofico che attribuisce al passato controversie,
una priorità sul futuro. A partire da tale princi- come per altri
pio, un evento o una situazione della natura ven- argomenti
gono spiegati a partire da ciò che li ha preceduti. dogmatici
Nella prospettiva della creatio ex nihilo, invece,
l’esistente è compreso non a partire dal passato,
ma da qualcosa di radicalmente nuovo, inedito,
che viene solo da Dio e dalla sua infinità libertà.
È il misterioso dramma Non a caso l’idea della creatio ex nihilo ha il suo
della libertà umana cui Dio radicamento biblico nella speranza della risur-
non ha temuto di sottoporre rezione dai morti (2Mac 7,28; Rm 4,17; 2Cor
la sua opera 4,14), che ha trovato nella risurrezione di Cristo
il suo inveramento definitivo. È solo nell’evento
pasquale di Cristo, che la fede cristiana com-
prende in pienezza anche la verità della creazio-
ne: come Dio ha richiamato alla vita nuova il
IL PENSIERO CRISTIANO suo Figlio dall’abisso della morte, così dall’abis-
Sebbene la teologia abbia impiegato secoli so del nulla chiama all’esistenza tutte le cose:
prima di elaborare una dottrina della creazione, “Aperta la mano dalla chiave dell’amore, le
gli insegnamenti veterotestamentari, arricchiti creature vennero alla luce” (S. Tommaso, In li-
dalla novità del Nuovo Testamento, appaiono bros sententiarum 2, prol.).
chiaramente nella riflessione teologica già dai In questa prospettiva, la creatio ex nihilo ri-
primi secoli. La creazione, per altro, è sempre vela in pienezza il suo significato come creatio
stata oggetto di un possesso sereno nella Chiesa ex plenitudine amoris. Una pienezza d’amore
e non ha mai dato adito a difficili controversie, che sgorga dalla libertà e dall’intimità del Padre,
come per altri argomenti dogmatici. Con lo svi- del Figlio e dello Spirito Santo; che si riversa
luppo progressivo del dogma, vennero via via con sovrabbondanza su tutto il creato e risana in
evidenziate tre dimensioni dell’azione creatrice radice il cuore dell’uomo peccatore. È alla luce
di Dio: la creatio prima, la creatio continua e la di questa ontologia che il pensiero cristiano in-
creatio escathologica. In questo contesto mi li- terpreta l’antropologia e penetra il mistero della
miterò ad alcune riflessioni a partire dalla crea- salvezza umana fino a poter dire con S. Tomma- Città del Vaticano,
tio prima sia perché essa – a torto o a ragione – so: “È un’opera più grande trasformare in giusto cappella Sistina,
Michelangelo,
è considerata l’aspetto che distingue la conce- un empio che creare il cielo e la terra” (Summa la creazione
zione cristiana del mondo da quelle delle altre Theologica, I-II, q. 113, a. 9). (particolare).

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dossier

CHRIS BRITISH
Per non vanità del mondo decaduto. La libertà di Cristo invece promana
dal suo radicarsi completo nell’amore di Dio; la sua disposizione

concludere è la volontà, grave come quella di Dio, di salvare il mondo” (Il


Signore, Morcelliana, Brescia 2005, pp. 404-406).
Il dialogo cristiano-buddhista è certamente ancora all’inizio. Le
asimmetrie sono molte ed esigono rigorosità di linguaggio e di
concetti per non cadere in preconcetti o precomprensioni da
una parte o in ingenui irenismi dall’altra. Dal punto di vista
teologico, ci sono certamente molti aspetti del pensiero buddhi-
sta che vanno meglio conosciuti ed esplorati e aspetti del pen-
siero cristiano che vanno meglio spiegati e fatti comprendere

U n dossier non è certamente sufficiente per approfondire


tematiche vaste come quelle da noi affrontate. Spero che
serva almeno per farci cogliere l’estrema complessità del bud-
agli interlocutori buddhisti.
L’impegno deve essere reciproco. Ricordo un piccolo fatto, per
me particolarmente significativo. Da anni partecipo, insieme
dhismo. Le varie tradizioni buddhiste non sono riducibili a mere al padre saveriano Franco Sottocornola, ad un gruppo di studio
tecniche di meditazione. Veicolano, infatti, una specifica visione cristiano-buddhista che si incontra periodicamente a Fukuoka
del mondo e dell’uomo di cui occorre essere consapevoli, proprio (Giappone). Due anni fa abbiamo dedicato i nostri incontri al-
in vista di un dialogo costruttivo e fecondo da ambe le parti. l’antropologia (chi è l’uomo per il buddhismo e chi è l’uomo per
Il grande teologo Romano Guardini (nella foto) scriveva già ne- il cristianesimo). A me fu chiesto di presentare il fondamento
gli anni Trenta: “Non c’è che un personaggio che potrebbe dare della dignità umana dal punto di vista cristiano. Cercai di spie-
l’idea di vicinanza a Gesù: Buddha. Quest’uomo rimane un gare il significato dell’essere persona, creata a “immagine e so-
grande mistero. Vive in una li- miglianza di Dio”. Durante la discussione, un bonzo del Jado
bertà impressionante, quasi Shinsha disse: “Dopo aver ascoltato la sua esposizione mi sem-
ARTHUR GRÖGER

sovrumana, anche se dotato di bra di capire meglio anche le conseguenze di queste premesse.
una bontà possente come una Mi rendo conto che come buddhisti non abbiamo un fondamen-
forza cosmica. Buddha è forse to dottrinale per affrontare, ad esempio, il discorso dei diritti
l’ultimo genio religioso col umani”. Ne seguì un dibattito molto interessante che mi ha ul-
quale il cristianesimo dovrà teriormente convinta che, nel dialogo, è più importante susci-
confrontarsi. Nessuno ha anco- tare domande che dare risposte. Solo così, infatti, la ricerca ver-
ra messo in luce il suo signifi- so la verità può avanzare nel rispetto reciproco.
cato cristiano. Il Cristo forse La scorciatoia che cerca di far convergere tutte le religioni in
non ha avuto un precursore un minimo comune denominatore è il vero grande ostacolo al
solamente nell’Antico Testa- dialogo perché nega la specificità di ciascuna. Paradossalmente,
mento, Giovanni, l’ultimo dei proprio le asimmetrie rendono il dialogo fecondo e creativo.
profeti, ma un altro in mezzo Ogni tradizione religiosa ha una sua “verità non-negoziabile”
alla civiltà antica, Socrate, e un terzo che ha detto l’ultima pa- ed è proprio a partire da questo nucleo “non negoziabile” che il
rola della filosofia e dell’ascetismo religioso dell’Oriente: Bud- dialogo può diventare catarsi, ricerca e ascolto, via che avvicina
dha. Egli è libero, ma la sua libertà non è quella di Cristo. Forse alla verità e apre a una più profonda condivisione fondata
non è che la conoscenza ultima e terribilmente liberatrice della “sull’unità della verità” (Benedetto XVI). n

32 Missione Oggi | marzo 2014