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IMMIGRAZIONE: UN’OPPORTUNITA’ PER IL NOSTRO PAESE

Non è strano e inquietante che nel momento in cui i numeri che qualificano il
fenomeno dell’immigrazione sono diventati del tutto insignificanti i media
quotidianamente ci bombardino di titoli in prima pagina del tipo: “Il problema
dell’immigrazione divide l’Europa”, “È ancora emergenza sbarchi” oppure
“Ennesima tragedia nel Mediterraneo” e ancora “la nave Diciotti che non viene
fatta entrare nei porti italiani e la nave Sea Watch …”?

Questi sono solo alcuni dei titoli che troviamo tutti i giorni sulle più importanti
testate giornalistiche o nei notiziari in TV, che infiammano i dibattiti politici e
scuotono le coscienze di tutti.

Un problema l’immigrazione che, quando si presentava con un numero di arrivi da


impressionare l’opinione pubblica, veniva considerato degno di attenzione e di
preoccupazione, ma senza eccessi allarmistici, anzi spesso si riscontrava, a livello
dei notiziari, un clima di serena e fraterna accoglienza sorretta sovente da
eclatanti esempi di solidarietà della gente ed in particolare delle popolazioni dei
luoghi di primo approdo. Cosa ha determinato che, nel volgere di pochi mesi, e
proprio mentre l’afflusso di migranti calava in maniera drastica, fino a ridursi quasi
a zero, il tema assurgesse alle massime cronache con un allarme nazionale che ha
scatenato risse mediatiche e scontri politici mai visti prima?

Come sempre l’origine degli eventi che generano pensieri e opinioni di massa è
nella propaganda di sistema, come quella infausta dei regimi totalitari. Si creano
falsi problemi, obiettivi svianti, si generano finti bersagli cui mirare l’attenzione
generale con l’intento, fin troppo ovvio, di distrarre l’attenzione dai veri problemi
che affliggono un popolo, siano essi economici, organizzativi, amministrativi ed
altro. I Governi, quando non sanno o non riescono a dare risposte ai veri problemi,
solitamente adottano la propaganda fallace creando un nemico che non esiste e
tutti noi corriamo verso una falsa meta e distogliamo attenzione ed energie da
quello che, invece, meriterebbe di essere ben attenzionato. Il risultato mi pare
emerga in maniera evidente e se ne ha piena contezza già solo ascoltando la
gente.
Sempre più spesso nei bar, nei supermercati, alle Poste, circolano pensieri
insofferenti di chi vorrebbe che tornassero da dove sono venuti, di chi non
sopporta che ci siano italiani senza casa e senza lavoro, mentre a loro si cerca di
garantire vitto, alloggio e … telefonino. È proprio vero, la storia raramente insegna
e la memoria del passato è sempre più labile. Quanti nostri bisnonni, nonni e
persino genitori, sono emigrati all’estero, verso mete designate dove sembrava
alla portata di chiunque “fare fortuna”? Prima in America, poi in Europa, in Paesi
ricchi come la Germania, la Svizzera, il Belgio e in seguito dal Sud al Nord della
stessa nostra penisola, in cerca di un futuro migliore. Nel cuore di chi partiva
c’erano gli stessi sentimenti di chi oggi è costretto a lasciare la propria terra:
tristezza, sofferenza, ma anche speranza e il sogno di potercela fare, di riuscire a
costruire un avvenire sereno.

Eppure l’incontro tra culture differenti dovrebbe portare a un arricchimento per


entrambe. Non ci si dovrebbe chiudere in se stessi per paura o egoismo, e chi
viene nel nostro Paese dovrebbe avere l’opportunità di esprimere le proprie
capacità. Infatti, gli immigrati possono rappresentare una risorsa economica e
culturale. Essi sono una notevole forza lavoro e sostengono l’economia in un’Italia
che si intestardisce a non fare figli, versando tasse e contributi che compensano i
costi sostenuti dalla pubblica amministrazione (giustizia, sanità, scuola, etc ).
Inoltre le loro tradizioni, i loro costumi, la loro cultura e il loro modo di sorridere
alla vita nonostante tutto, potrebbero rappresentare per noi un importante
insegnamento.

Non si dovrebbe dunque considerare fonte di pericolo chi ha colore della pelle,
lingua, religione, usi diversi dai nostri, in quanto la diversità è sinonimo di
ricchezza. La società occidentale dovrebbe essere indirizzata verso una vera e
propria integrazione che riguarda tutti e richiede mediazione culturale e
condivisione.

E’ sulla base di tali, forse, fin troppo scontate considerazioni che ci si pone la
domanda:

L’ immigrazione favorisce o no l’economia dei paesi di arrivo e quella in


generale dell’intero sistema globalizzato?
A differenza da quanto sostenuto dal credo comune, l'economia trae vantaggio
dalla migrazione. Permettere alle persone di spostarsi dai Paesi più poveri a quelli
più ricchi, aumenta la loro produttività e quella dell'economia globale.

Anche se i maggiori benefici dello spostamento vanno ai migranti e ai loro figli,


anche i Paesi che li accolgono ne guadagnano. Visto che i migranti sono diversi dai
cittadini del posto, le loro differenze tendono a integrare e colmare le esigenze
locali. Alcuni migranti sono più disposti a fare lavori che i locali non vogliono fare,
come raccogliere la frutta o prendersi cura degli anziani. Altri migranti hanno
abilità che gli autoctoni non hanno, come la formazione medica o la capacità di
parlare mandarino.

Inoltre, il loro sguardo diverso stimola nuove idee. Più di tre quarti dei
brevetti ideati nelle migliori università americane coinvolgono un inventore
migrante. Circa la metà delle startup della Silicon Valley, tra cui Google, LinkedIn,
Tesla e Stripe, sono state co-fondate da immigrati. Secondo una ricerca del 2016,
un aumento dell'1% della quota di immigrati fa aumentare il reddito pro capite del
2%.

Anche i Paesi di origine dei migranti ne hanno beneficio: i migranti spediscono


denaro a casa (circa 466 miliardi di dollari nel 2017), che vanno direttamente nelle
tasche dei cittadini, che li usano per una migliore istruzione, per la propria salute o
per avviare le imprese.

Se parliamo più specificamente del nostro paese questa verità è ancora più
evidente. Nel Rapporto 2018 sull’economia dell’immigrazione Prospettive di
integrazione in un’Italia che invecchia, presentato dalla Fondazione Leone Moressa
a Roma, Palazzo Chigi, si descrive un paese che invecchia, che vede trasferirsi
all’estero i giovani più capaci, in cui le nascite sono al livello minimo dal 1861 e
che debbono ricercare politiche nuove per integrare in modo strutturato gli
immigrati nel proprio sistema socio-economico. Il dossier, realizzato dalla
Fondazione con il contribuito della CGIA di Mestre e con il patrocinio dell’OIM
(Organizzazione Internazionale per le Migrazioni), del ministero degli Affari Esteri
e della Cooperazione Internazionale, espone dati dai quali emerge una verità
difficilmente controvertibile: solo riconoscendo una dignità e un valore agli
immigrati che arrivano nel nostro paese, instradandoli verso l’accesso regolare al
mercato del lavoro, l’Italia potrà sopravvivere al lungo “inverno demografico” che
ha di fronte, come lo ha definito la relatrice del rapporto, Chiara Tronchin.

I numeri, d’altronde, parlano chiaro. Secondo le previsioni riportate nello studio,


nel 2050 la popolazione anziana in Italia crescerà del 47%. Al contrario, giovani e
adulti di età compresa tra 15 e 64 anni diminuiranno del 18%. Guardare agli
immigrati non come a “invasori” ma come a una risorsa su cui investire è una
strada obbligata. Oggi in Italia gli stranieri regolari sono 5 milioni, l’8,5% della
popolazione nazionale. Di questi, 2,4 milioni lavorano. Svolgono per lo più
mansioni poco qualificate e poco retribuite, il che significa che non scippano alcuna
opportunità agli italiani.

Producono un valore aggiunto pari a 131 miliardi (l’8,7% del valore aggiunto
nazionale), dichiarano 27,2 miliardi di euro, versano 3,3 miliardi di euro di IRPEF e
contributi pari a 11,9 miliardi di euro, partecipano al Pil con una fetta pari a quasi
il 9%. Di questi stranieri, 691mila (il 9,2%) hanno deciso di mettersi in affari
avviando principalmente delle piccole imprese. Quest’ultimo è un dato importante,
come sottolineato da Cesare Fumagalli, segretario generale di Confartigianato,
“che deve spingerci a considerare il fenomeno migratorio come un evento positivo
e non come una minaccia”.

Il Presidente dell’INPS Boeri il 4 luglio 2018 ha presentato, presso la Sala della


Regina di Montecitorio, la Relazione annuale alle Camere dell’Istituto. Queste, tra
le altre sono le parole del Presidente sul problema immigrazione. “Le previsioni
sulla spesa indicano che anche innalzando l'età del ritiro, ipotizzando aumenti del
tasso di attività delle donne che oggi tendono ad avere tassi di partecipazione al
mercato del lavoro più bassi, incrementi plausibili e non scontati della produttività,
per mantenere il rapporto tra chi percepisce una pensione e chi lavora su livelli
sostenibili è cruciale il numero di immigrati che lavoreranno nel nostro Paese …
eventuali politiche di recupero della bassa natalità italiana o dei tassi di
occupazione femminili e maschili potranno correggere gli squilibri demografici nel
lungo periodo ma non potranno da sole arginare la riduzione delle classi di
popolazione in età lavorativa prevista per il prossimo ventennio”.

«Gli italiani sottostimano la quota di popolazione sopra i 65 anni e sovrastimano


quella di immigrati e di persone con meno di 14 anni(...). La deviazione fra
percezione e realtà è molto più accentuata che altrove. Non sono solo pregiudizi.
Si tratta di vera e propria disinformazione», ha sottolineato ancora Boeri. «Il
nostro Paese ha bisogno di aumentare l'immigrazione regolare». Sono «tanti i
lavori che gli italiani non vogliono più svolgere». Nel lavoro manuale non
qualificato ci sono il 36% dei lavoratori stranieri in Italia e l'8% degli italiani.

E la domanda di lavoro immigrato in Italia «è forte» perché, ha proseguito, sono


«tanti i lavori per i quali non si trovano lavoratori alle condizioni che le famiglie
possono permettersi nell'assistenza alle persone non-autosufficienti. Tanti i lavori
che gli italiani non vogliono più svolgere». A cominciare dai lavori domestici. «La
domanda di colf e badanti delle famiglie italiane è in costante aumento alla luce
anche dell'incremento tendenziale del numero di persone non-autosufficienti.
Tuttavia, in mancanza di decreti flussi con quote per colf e badanti, l'ultimo nel
2011, il numero di lavoratori domestici extra-comunitari iscritti alla gestione Inps
tende inesorabilmente a ridursi, non compensato (o compensato in minima parte)
dall'aumento dei lavoratori comunitari o italiani che non hanno problemi coi visti.
Ma non appena c'è un provvedimento di regolarizzazione del lavoro nero (come
nel 2008-9 o nel 2012), il numero di colf e badanti extracomunitarie si impenna, a
dimostrazione del fatto che questi lavori continuano a essere richiesti, ma vengono
svolti senza versare i contributi sociali».

«Il declino demografico è un problema molto più vicino nel tempo di quanto si
ritenga», ha detto ancora Boeri. Inoltre, ha aggiunto, «dimezzando i flussi
migratori in cinque anni perderemmo una popolazione equivalente a quella odierna
di Torino». E «azzerando l'immigrazione, secondo le stime di Eurostat,
perderemmo 700.000 persone con meno di 34 anni nell'arco di una legislatura».

«Se tagliamo il numero di immigrati regolari e abbiamo questo calo delle nascite,
noi abbiamo dei seri problemi nel finanziamento del nostro sistema di protezione
sociale e pensionistico. Questa è una verità incontrovertibile», ha ribadito ancora
Boeri, intervenendo alla Conferenza nazionale dei servizi della Cisl. «I dati dicono
questo e con questi dati bisogna avere a che fare. Allora - ha proseguito - io credo
che sarebbe interesse di tutti, a partire dalla classe politica, da chi oggi ha in
mano le leve del governo, dare informazioni giuste ai cittadini, perché quando poi
si dovranno fare le scelte che la demografia ci impone i cittadini devono poter
capire perché si fanno queste scelte».
Eppure molti credono che gli immigrati siano un fardello sul welfare e “la paura nei
confronti degli stranieri continua a crescere nel nostro paese”, ha sottolineato in
apertura dei lavori Luigi Manconi, coordinatore dell’UNAR, l’Ufficio per la
promozione della parità di trattamento e la rimozione delle discriminazioni fondate
sulla razza o sull’origine etnica. “I dati contenuti nel rapporto della Fondazione
Moressa dimostrano invece che c’è una forte divaricazione tra la realtà
dell’immigrazione in Italia e la percezione che si ha di questo fenomeno. Siamo di
fronte a un fallimento del pensiero razionale, ed è soprattutto in una fase come
questa che economia e demografia devono costituire un paradigma di analisi
centrale per fornire strumenti di intervento che conducano nella direzione della
conquista di una forma di convivenza all’interno della nostra società”.

Molte delle persone spaventate dagli immigrati non sono per forza xenofobe, ma
semplicemente sono mosse da convinzioni errate. Secondo Legrain, a questi individui
può sembrare che gli immigrati tolgano posti di lavoro, ma in verità non c'è un numero
fisso di posti di lavoro e, anzi, i migranti creano posti di lavoro quando spendono i
loro stipendi.

Impaurita, incattivita e delusa. È la fotografia della società italiana restituita dal Censis
nel 52° Rapporto sulla situazione sociale del Paese. Un’analisi ricca di spunti di
riflessione, dalla percezione del fenomeno dell’immigrazione fino alla cosiddetta “dieta
mediatica” degli italiani, che immortalano una società posta di fronte a cambiamenti
radicali, che sembrano metterne in discussione la stessa scala valoriale.
Mario Morcellini, docente di comunicazione, commissario AgCom e consigliere alla
comunicazione dell’Università La Sapienza, in un intervista su Democratica del 7
Dicembre u.s. sostiene che “la percezione è diventata centrale, e lo vediamo da due
grandi prove sociali. Quando i cambiamenti sono così rapidi significa che è intervenuto
qualcosa che ha gonfiato e fatto da doping all’analisi della realtà. La prima prova di
questo è il modo in cui, ad esempio, gli immigrati sono stati usati dai media (e poi dalla
politica). Nessuno ha mai discusso con chiarezza del gap tra il numero reale e il numero
percepito di presenze di immigrati, e quando operi questa scelta nel tempo poi è difficile
tornare indietro, perché nel frattempo l’80% delle persone si è convinta di uno squilibrio.
… Se i mezzi di informazione avessero fatto un’analisi più approfondita di quello che
stavano costruendo, forse oggi racconteremmo una società diversa. Il secondo elemento
è la rapidità con la quale sono cambiate le opinioni politiche di fondo, che poi sono
valoriali. Dopo il 4 marzo ho parlato di “nuove coalizioni comunicative”, perché dietro a
tutto quello che è successo in Italia c’è stato uno schieramento del sistema informativo,
che ha drammatizzato la realtà invece che accompagnarla. …”

Il risultato è una società spaventata e incattivita, come dice il Censis.

E’ ora che ogni testa consapevole e razionale faccia la sua parte, che tutti noi ci si
adoperi per smascherare la menzogna generata dalla propaganda di sistema. I problemi
del nostro paese sono ben altri perché stiamo vivendo un’epoca di transizione che,
permanendo le attuali strategie di chi in questo momento governa, ci porterà alla
decrescita (non felice), all’isolamento dal resto dell’Europa, al nazionalismo ottuso dei
patrii confini da difendere da invasori che non sono i barbari che posero fine all’impero
romano, ma sono fratelli in cerca d’aiuto e che vogliono e possono aiutare il nostro
paese.