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Nerina Garofalo ha promosso un interessante cinelogo dal titolo “Un femminile

struggente” con l’intrigante sottotitolo di realizzare una decostruzione partecipata del “Manuale per
giovani e meno giovani censori” che questo tempo va scrivendo.
La riflessione articolata in tre comunicazioni è stata introdotta da Giuseppe Varchetta, psicologo
dell'organizzazione, con interessi nel campo della arti figurative espresse con la fotografia.
Varchetta ha sviluppato il suo intervento in due parti: “Schegge per un pensiero complesso” e
“Identità/Somiglianza”, attingendo alla psicologia e alla filosofia del linguaggio e della scienza.
Il relatore ha presentato il concetto della complessità come risultante del riconoscimento del
pensiero filosofico del Novecento, del limite del positivismo e del razionalismo nello spiegare i
sistemi complessi, attraverso l’analisi dei singoli elementi costitutivi con una legge fisica o
equazioni matematiche. Per sviluppare il suo ragionamento egli ha appunto proceduto lanciando
delle “schegge”.
1. Per fronteggiare il limite della nostra capacità cognitiva siamo portati alla semplificazione
seppure questa risulti insufficiente perché la mente umana “non è in grado di contenere
quello che incontra” (Cora Diamond); pertanto occorre diffidare di chi afferma di capire
tutto quindi possiamo emotivamente giustificare la semplificazione, ma dobbiamo esserne
consapevoli (Primo Levi nel libro “I sommersi ed i salvati”). Possiamo parlare di uomini e
donne, ma non possiamo semplificare perché sono generi ontologicamente complessi.
2. Siamo centrati su noi stessi come se non dipendessimo da altri, ma usando la frase “venire al
mondo” riconosciamo che nasciamo prima e dipendiamo da chi ha deciso per noi. Prematuri
è la condizione di tutta la nostra vita, esposti all’influenza del mondo esterno, in dipendenza
assoluta. Noi viviamo con la percezione di una mancanza … la mancanza può essere il
grembo da cui nasce quello che prima non era mai stato visto e nasciamo e moriamo con la
stessa nostalgia d’amore: è in questo la nostra complessità.
3. La mente umana non può essere disgiunta dal suo contesto biologico e dal contesto fisico-
corporeo nel quale è immersa; esiste solo come relazione. Coloro che chiamiamo geni sono
menti assorbenti, femminili perché accolgono, sono aperte…
4. La globalizzazione ci ha dato la percezione che non abbiamo confini; la digitalizzazione ha
fatto dello smartphone a cui ricorriamo una nostra prosecuzione alimentando la cultura
dell’Io ed il nostro narcisismo. Abbiamo eliminato il “fuori”, ma dove lo abbiamo collocato?
Se l’Io esiste solo come relazione con l’altro, dobbiamo dedurre che non vi sia un confine.
5. L’arte contemporanea ci mostra una realtà più complessa di quella che ci ha preceduto.
Alfonso Iacono, filosofo del linguaggio, ha scritto: “… varcare i confini della composizione
figurativa non significa abbandonare i limiti del quadro, ma vuol dire al contrario ampliare

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il contenuto del quadro dando a quest’ultimo un contenuto meno ovvio, più raro di quelli
espressi dal naturalismo”.
6. Una poesia è intraducibile eppure ricorriamo ad una traduzione accettando l’ambiguità di
un’altra cosa rispetto al testo originario, creiamo uno spazio terzo fra la produzione
dell’opera e la nostra fruizione perché siamo sofisticati e non vogliamo rinunciare
all’illusione di percepire la sensazione.
7. L’illusione è salutare per il bambino che inventa situazioni di gioco; gli saranno utili da
adulto. Noi proviamo a valorizzare questo suo mondo, ma in realtà possiamo solo
approssimarci alla sua esperienza perché dobbiamo riconoscere che non c’è una fantasia
contrapposta alla realtà, ma lo spostamento del punto di vista. Ne sono prova il dormiveglia
rispetto al sonno e alla veglia; il concetto del purgatorio è un processo laico fra due staticità
(l’inferno ed il paradiso). Sono tutti spazi intermedi creati da noi.
8. Quando siamo in presenza di problemi difficili e complessi che ci mettono a disagio
proviamo a darne la responsabilità a personaggi presenti fra noi, creiamo il capro espiatorio.
La diversità non si può negare: gli ebrei rispetto agli ariani, diversi lo erano indubbiamente
per cultura ed abitudini, ma ciò non giustifica la shoa. Si dice partorire un’idea con la mente
come si dice partorire un figlio con il fisico, ma sono azioni ben distinte. Siamo
culturalmente determinati quindi tutto ciò che fa la diversità la teniamo nascosto e il capro
espiatorio è un espediente fantastico per tenere uniti gli italiani.
9. Usiamo l’ossimoro come via ausiliaria per una comprensione dilatata, spostata in là … sono
sfumature della realtà. Possedere una fragilità attrezzata: è raro trovarla in coloro che hanno
le massime responsabilità pubbliche, tutti loro vogliono apparire in grado di affrontare
qualunque problema … forse la possiede Papa Francesco che non ha paura di dichiarare
d’aver bisogno d’aiuto, come può dimostrarla l’insegnante che dice agli alunni d’essere
competente nella materia che insegnerà, ma senza la loro collaborazione, la competenza non
gli basterà per riuscire ad insegnare. Insostenibile leggerezza e capacità negativa: gli
aggettivi sembrano negare i sostantivi, ma noi li usiamo perché ci consentono di esprimere
una dimensione intermedia.

Con identità/somiglianza Giuseppe Varchetta è entrato nella seconda parte della comunicazione
premettendo che la somiglianza è quasi l’opposto dell’identità.
Telmo Pievani, un filosofo della scienza, di 45 anni, insegna nella facoltà di Biologia di Padova
(caso unico di un filosofo che insegna in una facoltà scientifica) studia l’evoluzione della specie;
egli afferma che ricercare la somiglianza è condizione per la pace e di recente ha scritto:

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“Scoprire di essere parenti può aiutare a fare la pace. Scoprire di avere un origine comune può
aiutare a dare importanza a ciò che ci lega e non a ciò che ci divide. Succede tra due persone, tra
due popoli, tra culture diverse e persino tra differenti modi di vedere il mondo”.
L’identità come qualsiasi elemento, reale o presunto, ricostruito o inventato, storico o mitologico,
serve a separarci – con la maggiore nettezza possibile - dagli altri. Per sua natura l’identità ci
inchioda al passato, a un presente tutto impregnato di passato.
Possiamo cominciare a pensare, o per meglio dire a sentire, che al posto dell’identità ci siano
somiglianze, o meglio somiglianze e differenze: intrighi di somiglianze e differenze. Se la
somiglianza viene meno, l’esito è la reciproca indifferenza, fino ad arrivare alla reciproca
distruzione. Possiamo allora dire – ha proseguito Varchetta – che le somiglianze collegano e le
identità recidono.
Quali sono le esigenze rispetto a cui l’identità si configura come una risposta?
Non c’è dubbio che l’identità metta noi da una parte e gli altri dall’altra, ma questo nega che siamo
una comunità perché anche allo stadio seppure tutti tifosi di una squadra siamo divisi in ordini di
posti diversi. Dobbiamo quindi riconoscere che l’identità è una cultura povera.
Un singolo soggetto è identico a se stesso?
Noi siamo italiani … come ci collochiamo rispetto al resto del mondo? Dovremmo più
precisamente dire che siamo di questo municipio, romani, italiani, europei, cittadini del mondo
quindi cominciamo a capire che non siamo mai noi stessi, mutiamo continuamente. Gli esseri umani
si modificano sempre diventando diversi rispetto a quelli che erano prima ed avvertono questa
incessante alterazione.
L’identità è una faccenda di si e di no. La somiglianza è inevitabilmente graduale.
Un uomo è un genere diverso da una donna, ma nel mito il sesso era unico, successivamente
tagliato, diviso, come ci dice la derivazione del termine sesso; facciamo fatica a riconoscere in noi
la sessualità maschile e femminile. Il bisogno di stabilità e di riconoscimento ci spinge nella
sessualità a desiderare l’identità, malgrado ciò blocchi la comprensione del nostro corpo che nella
realtà è fluido così come lo è il concetto di somiglianza.
Somiglianza è quindi approssimazione, complessità, incertezza; termini che non negano l’identità se
questa non ci impedisce di avvicinarci all’altro per quanto diverso esso possa essere. L’identità
quindi è chiusa mentre la somiglianza ci dice come muta la realtà. Ancora: definiamo identità e
coesistenza i soggetti che esistono gli uni accanto agli altri senza interferenze; così come
somiglianza e convivenza indicano i soggetti che vivono le loro vite insieme alle vite degli altri.
L’uomo sapiens 150.000 anni fa, a fronte di condizioni particolari di un ecosistema ha prodotto la
prima globalizzazione; circa 12.000 anni fa con la rivoluzione agricola, da una cultura di continua

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migrazione è passato ad una cultura convergente, dando vita ad una seconda globalizzazione; dal
1492 con reti di scambio intercontinentali ha dato inizio alla terza globalizzazione. L’uomo europeo
è entrato nell’era moderna attraverso l’incontro con la diversità/differenza. La tendenza fu di
interpretare la differenza stabilendo delle gerarchie (ndr: condannandosi al conflitto) mentre con la
somiglianza può conquistare la fraternità.
L’uomo ha paura dell’indeterminato, del vuoto. Maurice Blanchot, scrittore e filosofo francese,
invita ad accettarlo, come si deve accettare l’attesa di un bambino:
“L’attenzione è l’attesa. Aspetta senza fretta, lasciando vuoto ciò che è vuoto ed evitando che la
nostra fretta, il nostro desiderio impaziente, e ancora più il nostro orrore del vuoto, lo colmino
anzitempo. L’attenzione è il vuoto del pensiero orientato a una tenue forza e mantenuto
nell’accordo con la vuota intimità del tempo”
Giuseppe Varchetta concludendo ha voluto citare un brano di un testo di Maria Zambrano,
saggista e filosofa spagnola, che riassume il pensiero esposto nella sua comunicazione:
”L’uomo deve non tanto costruire la sua vita, quanto proseguire la sua incompiuta nascita; deve
nascere via via lungo la propria esistenza, ma non in solitudine, bensì con la responsabilità di
vedere e di essere visto, di giudicare e di essere giudicato, di dover edificare un mondo in cui possa
essere racchiuso questo essere prematuramente nato”.