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Diciamo no a tutti razzismi

La ragione per cui siamo qui stasera, tutti insieme, a parlare di minori, di bambini
che arrivano in Italia non accompagnati, ma anche di bambini che entrano in Italia
nelle esperienze di affido e adozione internazionale, è che da qualche tempo la
nostra civilissima nazione ha smarrito, nelle sue aree di governo, il sentimento di
costruzione di una società più ampia.

Sentimento capace di accogliere e far crescere persone, esperienze e linguaggi, nati

da una virtuosa e ricchissima interazione.

Perché l’ interazione non è l’integrazione, l’importare in sé, il rendere

uguali, ma è qualcosa di più grande. Qualcosa che dall’io si allarga al noi, per
diventare, finalmente e davvero, uno spazio. Per ciascuno e ciascuna.

Se io e Riccardo siamo qui stasera è perché siamo convinti da sempre del nostro
desiderio di poter essere anche, per una parte della nostra esperienza ed esistenza,
apolidi.

Apolidi ovvero non identificati solo dalle radici e dalle esperienze, ma aperti e
permeabili a molte e sempre vive contaminazioni, che ci rendono migliori del nostro
passato, e sottratti alle nostre abitudini.

Siamo fra quelli che considerano l’Europa la propria casa, ma che vorrebbero, se
fosse possibile, che questa non avesse confine, andando invece ad allargare il
perimetro di esistenza fino a lambire le coste oltreoceano, perché ci sono parti di
noi che si son nutrite, nel tempo, alle parole, ai suoni, ai movimenti di tante altre
nazioni; ben più lontane da noi del confine europeo. E crediamo che questo ci abbia
resi ricchi. Ricchi e fortunati.

Ma siamo qui stasera anche perché, da quasi 11 anni, abbiamo avuto il dono
dell’incontro, in un paese davvero molto lontano, con nostro figlio.

Si parla molto di adozioni, di affido e di tutela dei minori. E se ne parla come se


fossero esperienze affini. Ebbene, noi crediamo, non lo siano.

Sono esperienze diverse, che richiedono a chi le vive (sia esso un genitore adottivo,
un genitore affidatario o un tutore) prospettive d’impegno del tutto differenti. Tutte
importantissime, ma differenti.

Se dico questo è perché è necessario sgombrare il campo dall’idea che le tre


esperienze vadano tutte sotto il cappello “buonista” dell’azione caritatevole. Mentre
sono tutte, con le loro differenze, esperienze di costruzione di una relazione
affettiva, di cura di sé e dell’altro, e di costruzione dell’autonomia, basate su un atto
di amore, e su un desiderio di vicinanza e di convivenza, felici.
Un atto rispettoso e felice.

Vado per grandi linee, e quindi semplifico, ma a volte semplificare toglie ambiguità
alle cose, premettendo che la sola realtà che conosco per vissuto, che conosciamo io
e Riccardo come coppia e come mamma e papà, è quella dell’adozione
internazionale.

Per parlare di questa ho però bisogno di narrarla nella coesistenza sociale con le
altre due esperienze di cui parliamo stasera. Provo quindi a tracciare le prime due, a
noi più lontane:
Per prima, la tutela del minore, con il suo affidamento a un tutore. Questa non si
basa su una convivenza nella stessa casa, ma piuttosto sulla disponibilità di una
persona qualificata a farlo, a seguirne e facilitarne la crescita, fino alla maggiore età,
sostenendone le necessità psico-fisiche, formative, sanitarie, di lavoro, e di rapporto
con la famiglia biologica se presente, e con la struttura che lo o la ospita (casa
famiglia o altro). Il rapporto è quindi un rapporto di fiducia e stima reciproche da
costruire e conservare nel tempo, accanto ai vissuti della distanza dei minori da un
nucleo familiare specifico e individuale.


A seguire l’affido del minore a una coppia o ad una persona. E’ un affido che
presuppone la convivenza dei bambini e ragazzi con i genitori affidatari, fino al
18esimo anno, e in cui permane il monitoraggio da parte delle strutture sociali
deputate alla cura del minore.

Nel caso dell’affido la relazione dei bambini e ragazzi con le famiglie d’origine è
spesso costante nel tempo, e i piccoli e piccole sono esposti, insieme ai genitori
affidatari, alla mediazione affettiva e operativa con le famiglie d’origine e con gli
enti.

E’, credo, l’esperienza più complessa che si possa vivere. Richiede una grandissima
capacità di dialogo e mediazione al di fuori dalla relazione con i minori in affido.

Vengo ora infine all’esperienza che noi viviamo direttamente, che è quella
dell’adozione.

Nell’adozione, sia essa nazionale o internazionale, il rapporto con la famiglia


biologica, se esistente e in vita, è comunque interrotto in modo radicale.
Quella che nasce è una nuova famiglia, a tutti gli effetti responsabili di se stessa e
chiamata a far crescere le esperienze affettive dei genitori e dei bambini e bambine,
e ragazzi e ragazze, con tutte le dinamiche note a qualunque famiglia biologica, con
in più, a seconda delle caratteristiche soggettive della singola, specifica famiglia
adottiva, tutte le emozioni, consapevoli e non, che derivano dal sapere di essere nati
dal cuore, e non da una placenta. Con una storia che precede quella che ci vede
insieme, con linguaggi e rapporti da far nascere ogni giorno senza mancar di rispetto
a quelli che sono stati prima vissuti ed ora abbandonati.

I bambini che arrivano con cicogne internazionali hanno già avuto un “prima di noi”,
che ci accompagna e ci deve rendere forti e ricchi, e non spaventati.

Quello che sto per dire adesso ha a che fare con la politica nella misura in cui il
politico è personale e viceversa. Lo tengo nel privato di questa sala. E nella vostra
delicatezza nell’ascoltare.

Il nostro prima di noi è venuto da lontano. Anzi, siamo andati noi da lui, a vedere

se davvero, davvero, voleva e sentiva di poter venire lui qui con noi.

Come ogni mamma potrei parlare di ogni minuto e secondo dell’attesa,


dell’incontro, del viaggio, dell’approdo, e della vita insieme qui. Ma dirò una cosa
soltanto, che ha senso qui stasera.

In una sera del 2008, era la fine di ottobre o l’inizio di novembre, ci trovavamo con
Riccardo e quel bambino misterioso che ds soli 10 guorni ci chiamava papà e mamà
(con una vocina piccola e la forza di un temporale a ciel sereno) in un lettone in una
stanza d’albergo a Bogotà. Seguivamo in televisione l’America che eleggeva Obama
per la prima volta.

Noi eravamo, in quel momento, in uno dei Paesi più razzisti al mondo. Lì in
Colombia chi è bianco è razzista con ispanici ed afro americani, l’ispanico è razzista
con gli afro americani, l’afroamericano è razzista con tutti gli altri, per difesa ad
oltranza. E nessuno vedeva in Obama l’evento di quell’inizio millennio.

Ebbene, noi invece eravamo lì a far festa, come se fossimo stati i genitori neri di un
bambino più bianco di noi, felici che il mondo prendesse quella piega.
Obama, un afro americano, Presidente degli Stati Uniti d’America.

Pensavamo, poveri noi, di dover far tanto, in tutto quel nuovo essere famiglia, ma di
avere dalla nostra almeno la certezza di portare nostro figlio in un mondo migliore,
di promettere di farlo crescere e vivere in un Paese e in mondo che ne avrebbe
sempre tutelato i diritti e le opportunità. Senza alcuna discriminazione per il colore
della pelle.

Or dunque, quanto ci ha smentito la storia… quanto ci smentisce…

Nostro figlio è stato per noi il dono più grande, Dio ci ha permesso di incontrare un
bambino straordinario che ci ha resi mamma e papà sempre di più, un giorno dopo
l’altro.

Abbiamo sfidato stuoli di parenti e amici per difendere il suo diritto a impiegare 10
anni per abituarsi al ciclo delle stagioni, alla lana sulla pelle, al cenare quando ancora
non tramonta. Per difendere il suo amore ossessivo per il riso basmati e la sua
preferenza per il mango con sale e pepe.
Il suo bisogno di sapere che a casa c’è qualcuno sempre, e che questa casa (in cui è
nato per la seconda volta con una casa da tenere chiusa dentro di sé sulle spalle,
come il bambino invisibile) non la venderemo mai.

Abbiamo riso fino alle lacrime vendendo insieme in televisione Tanguy (un film su un
ragazzo che la sua casa natale non la lascia mia), e la serie americana This is Us. Una
serie tutta centrata su un bambino afro americano che si trova a vivere con due
gemelli bianchi americani, che ci ha permesso, nell’ultimo anno, di dirci tante e
tante cose senza bisogno di dire niente.

Abbiamo combattuto insieme con le domande sempre invadenti e dolorose che tutti
fanno ai genitori e, nei casi peggiori, ai bambini adottati: “ma ha una storia difficile?
Ma ha la mamma e il papà? Ma al suo paese pensa mai?”.

Abbiamo dovuto difendere la proprietà segreta delle nostre storie dall’inutile


curiosità e dalla scarsa conoscenza delle cose del cuore.

Ma soprattutto, dobbiamo oggi difendere il diritto a continuare a pensare di non


aver promesso a un bambino di 9 anni di venire in un posto dove il razzismo era un
ricordo, e la violenza e le intolleranze un crimine.

Per tutto questo stasera siamo qui.

Perché non ci sia mai un ministro, un governo e una maggioranza titolati a


discriminare una adozione, un affido, un dovere di tutela.
Perché non ci sia una falsa informazione, né spazio per orrendi fantasmi del passato.
Per creare ancora, ogni giorno, insieme a voi, una democrazia più forte, più vera e
duratura.

I bambini e le bambine adottati acquisiscono la nazionalità italiana all’atto di


adozione.

Noi crediamo e vogliamo che lo stesso diritto sia dato ai bambini che nascono qui, e
ai bambini ed adulti che vivono qui. E qui lavorano, studiano, con-vivono.

Non chiedendo loro di “formattarsi” e aderire alla nostra storia. Vogliamo che le loro
e le nostre storie si parlino, e si migliorino nel tempo, con rispetto, reciprocità e
gioia.

Grazie a tutti quelli che son qui stasera per le stesse ragioni.

Siamo qui per ascoltarci ed impegnarci.

Non solo #italianoChiStudia,


soprattuto #italianoChiConvive,
e #italianoChiCo-esiste.