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PIAZZA SAN MARCO

Piazza San Marco è l'unica piazza di Venezia, in quanto tutti gli altri spazi urbani a forma di piazza sono propriamente
definiti campi. Essa ha forma trapezoidale ed è lunga 170 metri. Cuore della città lagunare e luogo simbolo dello Stato
veneziano, la zona monumentale di Piazza San Marco si compone di tre settori:
 la Piazza propriamente detta, cioè la zona compresa racchiusa fra le Procuratie Vecchie e Nuove e quelle
Nuovissime, con uno sviluppo architettonico di rara suggestione sul complesso monumentale della omonima basilica e
l'appena prospiciente, svettante, campanile di San Marco.
 la Piazzetta o Piazzetta San Marco, propaggine meridionale antistante il Palazzo Ducale e la Libreria, accesso
monumentale all'area marciana per chi proviene dal mare attraverso le due famose colonne fronteggianti il Bacino San
Marco, sul quale si affaccia il molo di Palazzo Ducale, l'unica riva di Venezia che porti il nome di molo.
 la Piazzetta dei Leoncini, propaggine occidentale a lato della basilica e prospiciente il Palazzo Patriarcale, così
chiamata per le due statue di leoni accovacciati delimitanti l'area centrale sopraelevata.

Storia ed Evoluzione
La forma attuale della piazza è esito di successive modifiche ed espansioni che hanno interessato l'area. In origine la zona
era destinata ad orto ed attraversata dal rio Batario, congiungente gli attuali rii della Zecca e del Cavalletto. Il palazzo
ducale, vero castello munito di torri e difese era completamente cinto da un canale e fronteggiato nella zona dell'attuale
piazzetta da un bacino per il carico e lo scarico delle merci. Con l'arrivo nell'828 a Venezia del corpo di San Marco e
l'edificazione della prima Basilica di San Marco l'area iniziò ad assumere la sua caratteristica di cuore monumentale della
città. Nel 976 l'intera zona, con la basilica e il palazzo, fu distrutta da un furioso incendio, ma già nel 978 una seconda
basilica era stata edificata e il palazzo ricostruito. L'attuale basilica risale agli anni 1050-1094, con la terza fondazione
dell'edificio. In tale epoca la piazza risultava ancora limitata dal rio Batario (al di là del quale sorgeva una chiesa dedicata
a San Geminiano) e dal bacino di Palazzo: testimonianza del quale permane tutt'oggi con la presenza sul lato della basilica
rivolto verso la piazzetta di un'antica porta d'acqua murata, cioè dell'accesso rivolto sull'acqua tipico degli edifici
veneziani. Nel 1156, sotto Vitale II Michiel, il rio Batario venne interrato, presto seguito dall'interramento del bacino
antistante il Palazzo Ducale, dove venne realizzata la Piazzetta. Nel 1172, sotto il dogado di Sebastiano Ziani, la piazza
venne ulteriormente ampliata per far posto a nuovi edifici monumentali: la chiesa di San Geminiano fu spostata al limitare
della nuova piazza San Marco e furono inoltre poste due enormi colonne granitiche (provenienti da Costantinopoli)
fronteggianti il molo, quale monumentale accesso all'area marciana. Sopra una colonna fu posto il leone alato simbolo di
San Marco e sull'altra fu collocata la statua raffigurante San Teodoro, primo patrono di Venezia. Nacque in questo modo
un'area suddivisa in due piazze, l'una dinnanzi la Basilica, l'altra a completamento del Palazzo e via trionfale d'accesso
dall'acqua. Nel 1204 la conquista di Costantinopoli con la Quarta Crociata fornì ai veneziani un fiume di marmi ed opere
d'arte con cui decorare la basilica e la piazza. In questa occasione giunsero i Cavalli di San Marco, posti a coronamento
della basilica, e il gruppo dei Tetrarchi, attualmente sull'angolo del Tesoro, presso la Porta della Carta di Palazzo Ducale.
Nel 1264 la piazza venne infine pavimentata con mattoni disposti a spina di pesce. Tra il 1301 e il 1442, con una continua
e massiccia serie di lavori, Palazzo Ducale perse progressivamente il suo aspetto militare sino ad assumere l'attuale
conformazione. Tra il 1495 e il 1517 furono invece erette le Procuratie Vecchie e la Torre dell'Orologio, mentre
contemporaneamente si procedeva allo sgombero di tutti gli orti e i magazzini ancora presenti nell'area della piazza. Il
Sansovino fu il grande rinnovatore della piazza trasformandola da spazio ancora gotico in un magnifico esempio di
classicità romana, imprimendo così uno sviluppo culturale all'area marciana e all'intera città. Tra il 1536 e il 1540
quest'architetto realizzò l'edificio della Libreria e la Loggetta ai piedi del campanile. Tra il 1582 e il 1640 fu la volta delle
Procuratie Nuove. Nel 1722 vennero sistemate le due statue della Piazzetta dei Leoncini. Del 1723 è invece l'attuale
pavimentazione in trachite euganea a fasce laterali in marmo bianco, progetto di Andrea Tirali. È infine nel 1807 che la
dominazione napoleonica procedette alla demolizione della chiesa di San Geminiano e all'edificazione dell'Ala
Napoleonica (detta anche Palazzo Reale o Procuratie Nuovissime), dando al complesso dell'area marciana l'aspetto
definitivo. Alle prime ore del mattino di lunedì 14 luglio 1902 il campanile di San Marco, già aggredito da una vistosa
crepa, rovinò improvvisamente demolendo la Loggetta ed un angolo della Libreria e rischiando di travolgere la stessa
Basilica (le macerie furono fortunosamente bloccate dalla Pietra del Bando posta all'angolo tra la chiesa e il palazzo).

Uso dell'area
Cuore dello Stato veneziano, la piazza ha sempre seguito la vita e i costumi della città. Il Palazzo Ducale era sede del
governo e delle supreme magistrature della Repubblica, nonché prigione. Tra le due colonne di Marco e Todaro
avvenivano invece le esecuzioni capitali, mentre dalla Pietra del Bando erano annunciate le leggi e i decreti, poi affissi
sulla Porta della Carta. La Basilica era invece il centro delle cerimonie religiose di Stato grazie alla presenza delle
preziose reliquie e della sua funzione di cappella ducale, in un sistema nel quale in Doge era capo della chiesa veneziana
e riservava il diritto alla nomina dei vescovi. Il potere e la ricchezza della chiesa di San Marco erano tali che essa aveva
un proprio vescovo, distinto da quello della città e dal patriarca, e appositi magistrati (Procuratori di San Marco) ne
amministravano con carica vitalizia il patrimonio. La Loggetta era posto di guardia degli arsenalotti durante le sedute del
Maggior Consiglio, mentre l'attuale Palazzo Patriarcale era sede del salone per i pranzi e le feste del Senato. L'ampia
piazza era sede di processioni e tornei, di fiere e mercati, nel cortile del palazzo si tenevano caccie ai tori. Nel Settecento
comparvero il carnevale e i caffè, poi dopo la caduta della Repubblica giunsero la sede patriarcale e il Palazzo Reale,
prima di Napoleone, poi degli Asburgo e infine dei Re d'Italia.

Basilica di San Marco


La chiesa principale della città, sede del Patriarca. La prima Chiesa dedicata a San Marco fu costruita accanto al Palazzo
Ducale nell'828 per ospitare le reliquie di San Marco trafugate, secondo la tradizione, ad Alessandria d'Egitto da due
mercanti veneziani: Buono da Malamocco e Rustico da Torcello. Questa Chiesa sostituì la precedente cappella palatina
dedicata al santo bizantino Teodoro (il cui nome era pronunciato dai veneziani Tòdaro), edificata in corrispondenza
dell'attuale piazzetta dei leoni, a nord della basilica di San Marco. Risale al IX secolo anche il primo Campanile di San
Marco. La primitiva chiesa di San Marco venne poco dopo sostituita da una nuova, sita nel luogo attuale e costruita
nell'832; questa però andò in fiamme durante una rivolta nel 976 e fu quindi nuovamente edificata nel 978. La basilica
attuale risale ad un'altra ricostruzione (iniziata dal doge Domenico Contarini nel 1063 e continuata da Domenico Selvo e
Vitale Falier) che ricalcò abbastanza fedelmente le dimensioni e l'impianto dell'edificio precedente. La nuova
consacrazione avvenne nel 1094; la leggenda colloca nello stesso anno il ritrovamento miracoloso in un pilastro della
basilica del corpo di San Marco, che era stato nascosto durante i lavori in un luogo poi dimenticato. Nel 1231 un incendio
devasta la Basilica di S. Marco che viene subito restaurata. La splendida decorazione a mosaici dorati dell’interno della
basilica è già quasi completa alla fine del XII secolo. Entro la prima metà del Duecento fu costruito un vestibolo (il
nartece, spesso chiamato atrio) che circondava tutto il braccio occidentale, creando le condizioni per la realizzazione di
una facciata (prima di allora l'esterno era con mattoni a vista, come nella basilica di Murano). I secoli successivi hanno
visto la basilica arricchirsi continuamente di colonne, fregi, marmi, sculture, ori portati a Venezia sulle navi dei mercanti.
Spesso si trattava di materiale di spoglio, ricavato cioè da antichi edifici demoliti. In particolare, il bottino del sacco di
Costantinopoli nel corso della Quarta Crociata (1204) arricchì il tesoro della basilica e fornì arredi di grande prestigio.
Nel Duecento, nell’ambito dei lavori che stavano trasformando l’aspetto della piazza, le cupole furono sopraelevate con
tecniche di costruzione bizantine. Solo nel XV secolo, con la decorazione della parte alta delle facciate, si definisce
l'attuale aspetto esteriore della basilica; nonostante ciò, essa costituisce un insieme unitario e coerente tra le varie
esperienze artistiche a cui è stata soggetta nel corso dei secoli.

Le figure chiave: in quanto chiesa di Stato, la basilica era retta dal doge e non dipendeva dal patriarca, che aveva la sua
cattedra presso la chiesa di San Pietro. Il doge stesso nominava un clero ducale guidato dal primicerio. Solo dal 1807 San
Marco divenne ufficialmente cattedrale. L’amministrazione della basilica era affidata ad un importante magistratura della
Repubblica di Venezia, i Procuratori di San Marco, la cui sede erano le Procuratie. Tutti i lavori di costruzione e di
restauro erano diretti dal proto: hanno occupato questa carica grandi architetti come Jacopo Sansovino e Baldassarre
Longhena. Procuratori di San Marco e proto esistono tuttora e svolgono per il Patriarcato gli stessi compiti di un tempo.
Dall'esterno, diviso in tre differenti registri — piano inferiore, terrazza, cupole — prevale la larghezza, poiché in una città
come Venezia, che appoggia su un terreno sabbioso, si tendeva a realizzare gli edifici in larghezza, dal peso più
equilibrato. È infatti lunga 76,5 metri e larga 62,60 (al transetto), mentre la cupola centrale è alta 43 metri (28,15
all'interno). La facciata marmorea risale al XIII secolo. Vi furono inseriti mosaici, bassorilievi ed una grande quantità di
materiale di spoglio eterogeneo. Ciò diede la caratteristica policromia, che si combina con i complessi effetti di
chiaroscuro dovuti alle multiformi aperture ed al gioco dei volumi. Le due porte di ingresso alle estremità vennero
realizzate con timpani ad arco inflesso, di chiara ispirazione araba, forse volute anche per ricordare Alessandria d'Egitto,
dove era avvenuto il martirio di San Marco. Le porte bronzee risalgono a epoche diverse: a sud la Porta di San Clemente
è bizantina e risale all'XI secolo; quella centrale, di produzione incerta, è del XII secolo; le porte secondarie sono più
tarde e sono decorate secondo un gusto antichizzante. Tra i mosaici della facciata, l’unico rimasto degli originali
duecenteschi è quello sopra il primo portale a sinistra, il portale di Sant'Alipio, che rappresenta l’ingresso del corpo di
San Marco nella basilica com’era allora. Gli altri, danneggiati, furono rifatti tra il XVII e il XIX secolo mantenendo i
soggetti originali, che fatta eccezione per il mosaico sopra portale centrale, hanno tutti come soggetto principale il corpo
del santo, dal suo ritrovamento presso Alessandria d'Egitto. La lunetta del portale centrale è decorata secondo l'usanza
tipicamente occidentale in epoca romanica, con un Giudizio universale, incorniciato da tre archi scolpiti di diverse
dimensioni, che riportano una serie di Profeti, di Virtù sacre e civili, di Allegorie dei mesi, dei Mestieri e di altre scene
simboliche con animali e putti. Questi rilievi mescolano suggestioni orientali e del romanico padano, ma vennero
realizzati da maestranze locali. Dagli archi inflessi dell’ordine superiore, decorati in stile gotico fiorito, le statue delle
Virtù cardinali e teologali, quattro santi guerrieri e San Marco vegliano sulla città. Nell’arco del finestrone centrale, sotto
San Marco, il Leone alato mostra il libro con le parole "Pax tibi Marce Evangelista meus".
La quadriga: tra le opere d'arte provenienti da Costantinopoli, la più celebre è rappresentata dai famosi cavalli di bronzo
dorato e argentato, di incerta origine, che furono razziati dai Veneziani, durante la IV crociata dall'Ippodromo di
Costantinopoli, la capitale dell'Impero romano d'Oriente e posti sopra il portale centrale della basilica. Delle molte
quadrighe che ornavano gli archi trionfali dell’antichità, questa è l’unico esemplare al mondo rimasto. Dopo il lungo
restauro iniziato nel 1977, i cavalli di San Marco sono oggi conservati nel Museo di San Marco all'interno della basilica,
sostituiti sulla balconata da copie.
I pilastri acritani: giunti a Venezia anch'essi durante l'epoca delle crociate, posti di fronte al fianco sinistro della basilica
proprio innanzi alla Porta della Carta, antico accesso degli archivi di stato della Serenissima, si trovano due pilastri
provenienti dalla basilica di San Polieucto, trafugati per nave da San Giovanni d'Acri, da cui deriva il nome. La loro
dislocazione nel panorama della Piazzetta, che e a ben notare priva di senso, deriva dall'effettiva sovrabbondanza di
manufatti di pregio accumulati dai veneziani durante le crociate, che riconoscendone il valore ma non avendo più spazi
vuoti all'interno o sulla facciata della basilica, decisero di piantarli lì dove oggi si possono ammirare. Finemente lavorati,
presentano motivi sassanidi come palmette alate, pavoni, uva, eseguiti con chiarezza distributiva e precisione magistrale;
rappresentano una delle prime evidenze dell'introduzione di decorazioni orientaleggianti nel panorama artistico
occidentale.
I tetrarchi: Opera databile verso la fine del III secolo, trasferita a Venezia dopo il saccheggio di Costantinopoli del 1204.
Raffigura, in un blocco di porfido rosso dell'altezza di circa 130 cm, le figure dei "tetrarchi", ovvero i due cesari e i due
augusti (un cesare ed un augusto per ognuna delle parti in cui l'impero romano venne suddiviso dall'imperatore
Diocleziano con la sua riforma). Tra gli storici dell'arte è ancora in corso il dibattito in merito a quale delle due tetrarchie
si riferisca la scultura. Una leggenda popolare vuole invece che questa scultura sia quella di quattro ladroni sorpresi dal
Santo della basilica intenti a rubare il suo tesoro custodito all'interno e che furono da esso pietrificati e successivamente
murati di fianco alla Porta della Carta dai veneziani, proprio all'angolo del Tesoro.
Il nartece: Il nartece con la sua luce smorzata prepara il visitatore all’atmosfera soffusa dell’interno dorato, come l’Antico
Testamento rappresentato dai mosaici del soffitto prepara al Vangelo raffigurato in basilica. I soggetti principali sono la
Genesi ed episodi delle vite di Noè, Abramo, Giuseppe, Mosè. Attualmente l’atrio si compone di due ambienti, in quanto
Battistero e Cappella Zen furono ottenuti chiudendone il lato sud.
L'interno: La pianta della basilica è a croce greca con cinque cupole distribuite al centro e lungo gli assi della croce e
raccordate da arconi (presenti per esempio nella chiesa dei Santi Apostoli dell'epoca di Giustiniano). Le navate, tre per
braccio, sono divise da colonnati che confluiscono verso i massicci pilastri che sostengono le cupole; essi non sono
realizzati come blocco unico di muratura ma articolati a loro volta come il modulo principale: quattro supporti ai vertici
di un quadrato, settori di raccordo voltati e parte centrale con cupoletta. Le pareti esterne e interne sono invece sottili, per
alleggerire il peso dell'edificio sul delicato suolo veneziano, e sembrano quasi diaframmi tesi tra pilastro e pilastro; non
hanno una funzione di sostegno, solo di tamponamento. Pareti e pilastri sono completamente rivestiti, nel registro
inferiore, con lastre di marmi policromi.

Campanile di San Marco


Uno dei simboli della città di Venezia. I veneziani lo chiamano affettuosamente El paròn de casa (Il padrone di casa).
Alto 98,6 metri è uno dei campanili più alti d'Italia. Si erge, isolato, in un angolo di piazza San Marco di fronte alla
basilica. Di forma semplice, si compone di una canna di mattoni, scanalata, avente un lato di 12 metri e alta circa 50 metri,
sopra la quale si trova la cella campanaria, ad archi. La cella campanaria è a sua volta sormontata da un dado, sulle cui
facce sono raffigurati alternativamente due leoni andanti e le figure femminili di Venezia (la Giustizia). Il tutto è
completato dalla cuspide, di forma piramidale, sulla cui sommità, montata su una piattaforma rotante per funzionare come
segnavento, è posta la statua dorata dell'arcangelo Gabriele. La base della costruzione è impreziosita, dal lato rivolto verso
la basilica, dalla Loggetta del Sansovino. La costruzione, che ebbe in origine funzione di torre di avvistamento, iniziò nel
IX secolo durante il dogado di Pietro Tribuno su fondazioni di origine romana. La costruzione venne rimaneggiata nel
XII secolo, durante il dogado di Domenico Morosini, su imitazione del campanile di Aquileia, e ancora nel secolo XIV.
La torre, già seriamente danneggiata da un fulmine nel 1489, che ne distrusse la cuspide in legno, venne gravemente
colpito da un terremoto nel marzo 1511, rendendo necessario l'avvio di opere di consolidamento. Questi lavori vennero
eseguiti sotto la direzione del bergamasco Bartolomeo Bon, Proto dei Procuratori di San Marco, dando al campanile
l'aspetto definitivo. In particolare vennero riedificata la cella campanaria, realizzata in marmo, al disopra della quale, per
dare maggiore slancio, venne realizzato un attico, sulle cui facce quale vennero poste sculture raffiguranti il leone di San
Marco e Venezia, il tutto sovrastato da una slanciata cuspide in bronzo, per rendere la torre visibile dal mare. I lavori
vennero completati il 6 luglio 1513 con il collocamento della statua in legno dorato dell'Arcangelo Gabriele. Nei secoli
successivi vennero fatti numerosi interventi, spesso per riparare ai danni causati dai fulmini. Nel 1609 Galileo Galilei
utilizzò il campanile per fare una dimostrazione del suo cannocchiale. Nel 1653 fu Baldassare Longhena a seguire i
restauri. Altri ne vennero eseguiti dopo che il 13 aprile 1745 un fulmine provocò uno squarcio della muratura, causando
fra l'altro alcuni morti in seguito alla caduta di detriti. Finalmente nel 1776 il campanile venne dotato di un parafulmine.
Nel 1820 invece venne sostituita la statua dell'angelo con una nuova, realizzata da Luigi Zandomeneghi, posta in opera
nel 1822. Nel luglio del 1902 sulla parete nord della costruzione venne segnalata la presenza di una pericolosa fenditura
che nei giorni seguenti aumentò di dimensioni fino a che, la mattina di lunedì 14 luglio il campanile crollò. Non ci furono
vittime e, vista la posizione della costruzione, i danni furono relativamente limitati. Venne distrutta completamente la
loggetta alla base del campanile. La "piera del bando", un tozzo tronco di colonna in porfido, su cui al tempo della
repubblica venivano bandite le leggi, protesse dalla macerie l'angolo della basilica di San Marco, salvandola dal crollo. I
lavori di ricostruzione durarono fino al marzo 1912 e il nuovo campanile venne inaugurato il 25 aprile in occasione della
festa di San Marco. La torre è dotata di cinque campane, i cui nomi sono legati alle occasioni in cui venivano anticamente
utilizzate:
 la Marangona è la campana maggiore e l'unica ad essersi salvata dal crollo del campanile; i suoi rintocchi
annunciavano l'inizio e la fine dell'orario di lavoro dei marangoni, cioè dei carpentieri dell'Arsenale, e le sedute del
Maggior Consiglio;
 la Nona, segnava e segna tutt'ora il mezzogiorno;
 la Trottiera dava invece il secondo segnale ai nobili che dovevano partecipare alle riunioni del Maggior
Consiglio, che al suo suono mettevano dunque al trotto le cavalcature (prima che l'uso dei cavalli fosse proibito in città);
 la Mezza terza o dei Pregadi, annunciava invece le riunioni del Senato, i cui membri erano detti Pregadi;
 la Renghiera o Maleficio è infine la minore delle campane e i suoi rintocchi annunciavano le esecuzioni capitali.

Curiosità
 Ai tempi della Repubblica di Venezia, alcuni reati, in particolare se commessi dal clero, erano puniti col suplissio
dea cheba ovvero con l'esposizione del condannato in una gabbia appesa al campanile.
 La base del campanile era, nel passato, circondata da osterie e botteghe in legno che vennero demolite in seguito ad
una delibera del consiglio comunale del 1872. Da queste deriva il modo di dire veneziano andemo a bever un'ombra
(andiamo a bere un bicchiere di vino), contrazione di andemo a bever un goto de vin all'ombra del campanil (andiamo
a bere un bicchiere di vino all'ombra del campanile).
 I leoni scolpiti sul campanile erano stati scalpellati durante la dominazione austriaca e vennero rifatti in occasione
della ricostruzione del campanile.
 Esistono numerose versioni della foto che raffigura il crollo del campanile, ma sono tutte dei falsi.
 Durante il carnevale, e precisamente il Giovedì grasso una delle attrazioni consisteva nel svolo dell'angelo o del turco.
Era l'esibizione di un equilibrista che scendeva dal campanile ad una barca ancorata nel bacino di San Marco
camminando lungo una fune. In seguito, probabilmente a causa di cadute, venne sostituito da una colomba di legno.
Ancora oggi si può assistere allo spettacolo del volo della colombina, durante la domenica precedente il giovedì
grasso. Il tragitto però va dal campanile alla Loggia del Palazzo Ducale, inscenando l’antico rito di omaggiare di uno
scettro il doge che proclama l’inizio del Carnevale in un tripudio di coriandoli e palloncini.

Colonne di San Marco e San Todaro


Sono due alti affusti marmo e granito posti all'ingresso dell'area marciana verso il molo e il bacino San Marco. Sono
sormontate dalle statue dei patroni della città: San Marco Evangelista e San Todaro (nome veneziano del bizantino San
Teodoro di Amasea). Le due colonne, assieme alle moli di Palazzo Ducale e della Libreria Marciana costituiscono
l'accesso monumentale alla piazza per chi proviene dal mare. Furono erette attorno al 1172, sotto il dogado di Sebastiano
Ziani, quando la piazza venne ampliata e monumentalizzata. Le enormi colonne, trasportate dall'Oriente in seguito,
dovevano essere originariamente tre, ma il terzo affusto venne perduto assieme alla nave che lo trasportava durante lo
sbarco. La colonna che svetta dal lato di Palazzo Ducale regge il leone alato simbolo di San Marco, dall'862 santo patrono
e simbolo della città e dello Stato veneziano. Si tratta di una scultura bronzea molto antica, probabilmente in origine una
chimera, cui vennero successivamente aggiunte le ali. Dal lato della Biblioteca è, invece, San Teodoro, santo bizantino e
guerriero, primo protettore della città, raffigurato in marmo nell'atto di uccidere un drago. Sotto le colonne in epoca
medievale e rinascimentale erano poste delle botteghe in legno, tuttavia già dalla metà del XVIII secolo lo spazio tra le
due steli venne destinato a luogo delle esecuzioni capitali, tanto che tuttora tra la popolazione locale persiste l'uso
superstizioso di non attraversare lo spiazzo tra le colonne. Da questo uso deriva anche un modo di dire veneziano: "te
fasso vedar mi che ora che xe" derivato dal fatto che i condannati a morte, le spalle al bacino di San Marco, vedevano
come ultima cosa la torre dell'orologio.

Biblioteca Nazionale Marciana


Una delle più grandi biblioteche italiane e la più importante di Venezia. Contiene una delle più pregiate raccolte di
manoscritti greci, latini ed orientali del mondo. Nota anche come Biblioteca Marciana, Biblioteca di San Marco, Libreria
Marciana, Libreria Sansoviniana, Libreria Vecchia o Libreria di San Marco, si trova sulla parte inferiore di Piazza San
Marco, tra il Campanile di San Marco e la Zecca. La prima proposta per istituire una "pubblica libreria" a Venezia fu
avanzata nel 1362 da Francesco Petrarca, che non riuscì tuttavia a realizzare il progetto. Alla sua morte, lasciò la sua
biblioteca personale ai Da Carrara, signori di Padova. Il primo nucleo della biblioteca è costituito dalla donazione che il
cardinale Giovanni Bessarione fece il 31 maggio 1468 alla Repubblica di Venezia "ad communem hominum utilitatem"
(per il bene comune degli uomini): 746 codici, di cui 482 in greco e 246 in latino, cui si aggiunsero successivamente altri
250 manoscritti dopo la morte del donatore. La biblioteca incrementò il suo inventario grazie a numerose donazioni e
lasciti, nonché grazie all'incorporazione di altre biblioteche della città e della Repubblica. Molte delle opere donate
provenivano da Bisanzio, occupata dall'Impero Ottomano nel 1453. Anche grazie a questa raccolta, Venezia fu il più
importante centro dello studio dei classici greci. Attirò i più grandi studiosi umanisti, molti dei quali riuniti attorno
all'editore Aldo Manuzio nell’Accademia Aldina. Nel 1603 entrò in vigore una legge che impose a ogni stampatore veneto
di depositare una copia di ogni libro stampato presso la Marciana, che divenne così la biblioteca istituzionale della
Serenissima Repubblica. Dopo la caduta di Venezia, le raccolte di enti religiosi soppressi da Napoleone confluirono nella
Biblioteca Marciana. Oggi occupa, oltre al Palazzo della Libreria, anche la Fabbrica della Zecca del Sansovino.

La libreria
Nel 1537 fu avviata la costruzione del Palazzo della Libreria, in Piazza San Marco, progettato da Jacopo Sansovino. Nel
1545 crollò il soffitto della sala di lettura e il Sansovino si ritrovò in carcere. Grazie alle raccomandazioni di amici influenti
venne però presto rilasciato e poté riprendere l'opera, ma dovette ripagare il danno con danaro proprio. La biblioteca si
trasferì nella Libreria vecchia nel 1553. L'edificio, tuttavia, fu ultimato solo nel 1588 da Vincenzo Scamozzi, che aveva
assunto la direzione dell'opera dopo la morte del Sansovino avvenuta nel 1570. La costruzione è a un solo piano, oltre al
terreno. Le arcate del piano terreno sono di ordine dorico sopra, una trabeazione dorica alterna triglifi e metope; sopra
ancora si apre l'ordine ionico del loggiato, sovrastato a sua volta da un ricco fregio in cui si susseguono putti e festoni di
fiori e frutta. Nei sottarchi, una ricca decorazione scultorea. Sul coronamento, una balaustra sormontata da statue di
divinità classiche, opera di Alessandro Vittoria e di altri noti artisti. Il patrimonio librario della Biblioteca Nazionale
Marciana si compone di 622.804 volumi a stampa, 2.887 incunaboli, 13.113 manoscritti, 24.069 cinquecentine. Un
particolare tesoro della libreria è una raccolta completa delle Aldine. La biblioteca dispone anche di una notevole
collezione di mappe ed atlanti, sia storici che attuali, oltre alla pianta della città di Venezia di Jacopo de Barbari (1500).

Museo Correr
La raccolta ha sede nell'Ala Napoleonica (o Fabbrica Nuova), edificio costruito nella prima metà del XIX secolo
abbattendo una chiesa e parte del prolungamento delle Procuratie, voluto da Napoleone per essere adibito a sede di
cerimonie. Il museo ha origine con le donazioni del nobile veneziano Teodoro Correr, morto nel 1830. Col passare del
tempo le collezioni si accrebbero e nel 1898 fu necessario il trasferimento dell'esposizione dalla sede originaria di Palazzo
Correr al Fondaco dei Turchi. Nel 1922 avvenne il definitivo trasferimento nell'attuale sede

Palazzo Ducale
Uno dei simboli della città di Venezia e capolavoro del gotico veneziano, sorge nell'area monumentale di piazza San
Marco, tra la Piazzetta e il Molo. Antica sede del Doge e delle magistrature veneziane, ne ha seguito la storia, dagli albori
sino alla caduta. Nel 2008 è stato visitato da 1.358.186 persone. L'edificazione del palazzo iniziò presumibilmente nel IX
secolo, a seguito del trasferimento della sede ducale da Malamocco all'odierna Venezia, definitivamente sancito nell'812
durante il dogado di Angelo Partecipazio. Dell'originale impianto, eretto forse su modello del Palatium di Diocleziano di
Spalato, oggi nulla sopravvive: nell'828, con l'arrivo delle spoglie dell'Evangelista, vi si affiancava la primitiva basilica
marciana; nel 976 vi trovavano la morte Pietro IV Candiano e il figlio e co-reggente durante una rivolta cui seguì un
furioso incendio che distrusse l'intero palazzo e gran parte della città. Seguì la ricostruzione avviata da Pietro I Orseolo
(976-979), un nucleo fortificato costituito da un corpo centrale e da torri angolari, circondato dall'acqua, le cui tracce
ancora si intuiscono nell'assetto del piano loggiato. Il complesso subì una prima grande ristrutturazione, che trasformò la
fortezza originaria in un elegante palazzo privo di fortificazioni, nel XII secolo durante dogado Sebastiano Ziani. Un
nuovo ampliamento fu realizzato tra la fine del ‘200 e i primi del Trecento, per servire alle nuove esigenze dello stato
repubblicano. A partire dal 1340, sotto il dogado di Bartolomeo Gradenigo, il palazzo cominciò una radicale
trasformazione verso la forma attuale. Nel 1404 venne terminata la facciata sul molo, nel 1423, vennero avviati i lavori
sul lato verso la piazzetta e la basilica, nel 1439 iniziarono anche i lavori per la Porta della Carta, su progetto degli
architetti Giovanni e Bartolomeo Bon , e l'intero complesso di opere, svoltesi durante il lungo dogado di Francesco
Foscari, venne terminato nel 1443. Dopo il grande incendio del 1483 venne riedificata la parte interna, e costruita la Scala
dei Giganti. L’11 maggio 1574 un incendio distrusse alcune sale di rappresentanza al piano nobile. Decisa
immediatamente la ricostruzione, la direzione tecnica ed esecutiva venne affidata al “proto” Antonio da Ponte, affiancato
da Andrea Palladio (dal 1570 Proto della Serenissima). Tra il 1575 e il 1580 Tiziano e Veronese vennero a loro volta
chiamati a decorare gli interni del palazzo e la loro opera finì per inserirsi nella ricostruzione delle sale dell'ala meridionale
seguita all'incendio del 20 dicembre 1577. All'inizio del XVII secolo furono aggiunte le cosiddette Prigioni Nuove, al di
là del rio, ad opera dell'architetto Antonio Contin. Questo nuovo corpo di fabbrica, sede dei Signori della Notte, magistrati
incaricati di prevenire e reprimere reati penali, viene collegato al Palazzo tramite il Ponte dei Sospiri, percorso dai
condannati tradotti dal Palazzo, sede dei tribunali, alle prigioni. Dopo la caduta della Repubblica di Venezia, il 12 maggio
1797, il Palazzo non venne più utilizzato come sede del principe e delle magistrature, ma fu adibito a sede di uffici
amministrativi degli imperi napoleonico e asburgico. Le prigioni, denominate Piombi, conservarono la loro funzione e
furono oggetto degli scritti di Silvio Pellico.

Esterni: il Palazzo Ducale si sviluppa su tre ali attorno ai lati di un ampio cortile centrale porticato, il cui quarto lato è
costituito dal corpo laterale della basilica marciana, antica cappella palatina. Le due facciate principali del palazzo, in
stile gotico - veneziano rivolte verso la piazzetta ed il molo si sviluppano su due livelli colonnati sovrastati da un poderoso
corpo a marmi intarsiati aperto da grandi finestroni ogivali, con monumentale balcone centrale, e coronamento di guglie.
Gli ariosi loggiati a colonnine ed archi ogivali traforati, delimitati da balaustre, sono sorretti dal portico al piano terreno,
che deve l'attuale aspetto ribassato alle successive opere di rialzo della pavimentazione per combattere il secolare
innalzamento del livello marino, che hanno conferito un aspetto più massiccio alle colonne sormontate da capitelli
finemente scolpiti. Nella parte più antica, rivolta verso il molo, si trovano capitelli trecenteschi, mentre le sculture angolari
raffigurano, nell'angolo verso il ponte della Paglia, Raffaele e Tobiolo e l’Ebbrezza di Noè, mentre verso la piazzetta si
trovano l’Arcangelo Michele e Adamo ed Eva. Il balcone centrale è di Pier Paolo Dalle Masegne, la statua di San Giorgio
è opera di Giovanni Battista Pellegrini, e le altre statue rappresentano San Teodoro, le Virtù Cardinali, San Marco
Evangelista, San Pietro e San Paolo. Verso la piazzetta, alla tredicesima colonna del loggiato spicca la Giustizia in trono,
mentre sull'angolo verso la Porta della Carta sono il Giudizio di Salomone e l’Arcangelo Gabriele, attribuiti a Bartolomeo
Bon.
Porta della Carta: Ingresso monumentale del palazzo, deve il suo nome all'usanza di affiggervi le nuove leggi e decreti
oppure alla presenza sul luogo degli scrivani pubblici o dal fatto che vi fossero nei pressi gli archivi di documenti statali.
Fu costruita in stile gotico fiorito da Giovanni e Bartolomeo Bon: sull’architrave si legge difatti l'incisione OPVS
BARTHOLOMEI (opera di Bartolomeo). Ricchissimo l'apparato scultoreo e decorativo, in origine dipinto e dorato. Nei
due pinnacoli laterali sono due figure di Virtù Cardinali per lato e, a coronamento, il busto dell’Evangelista sovrastato
dalla figura della Giustizia con spada e bilancia. Centrale nell'apparato è la raffigurazione del doge Francesco Foscari in
ginocchio davanti al leone marciano.
Cortile: accesso principale al cortile è la Porta della Carta, che, attraverso l'Androne Foscari, lungo ambiente di
passaggio addossato alla basilica, conduce all'arco trionfale dedicato allo stesso doge Francesco Foscari. Il passaggio
indirizza direttamente alla monumentale Scala dei Giganti, addossata alla facciata orientale. Il cortile è completamente
cinto da portici, sormontati da logge, riproponenti lo schema esterno dell'edificio. Mentre le due facciate interne
meridionale ed orientale, in mattoni, conservano il caratteristico aspetto gotico veneziano delle facciate esterne, la facciata
orientale del cortile, sulla quale conduce lo scalone monumentale, è caratterizzata da una decorazione marmorea in stile
rinascimentale, conseguente alla radicale ricostruzione dell'area a seguito del furioso incendio del 1483. Nel cortile, nel
quale si tenevano le cerimonie dell'incoronazione ducale, tornei e un'annuale caccia ai tori, troneggiano due grandi vere
da pozzo per l'approvvigionamento idrico del complesso (Pozzo dell'Alberghetti). La pavimentazione in trachite ed
elementi marmorei ricalca quella esterna della piazza.
Scala dei Giganti e la Scala d'Oro: Eretta tra il 1483 e il 1491 su progetto di Antonio Rizzo, la Scala dei Giganti deve
il nome alle due statue marmoree del Sansovino raffiguranti Marte e Nettuno qui poste nel 1567. Lo scalone monumentale
collega il cortile alla loggia interna del primo piano ed era il luogo deputato alla cerimonia dell'incoronazione ducale. Le
due statue colossali dovevano rappresentare la potenza e il dominio di Venezia sulla terraferma e sul Mare. Naturale
prosecuzione della Scala dei Giganti è la Scala d'Oro, così chiamata per le ricche decorazioni in stucco bianco e foglia
d'oro zecchino della volta. Nonostante l'ingannevole presenza dello stemma del doge Andrea Gritti in chiave d'arco, la
scala d'oro fu costruita durante il dogado del doge Lorenzo Priuli su progetto del Sansovino tra il 1555 e il 1559. La "Scala
d'Oro" conduce su due rampe dal piano delle logge ai due piani superiori, su ciascuno dei quali si apre in un vestibolo con
ampie vetrate.
Piano delle Logge: In cima alla Scala dei Giganti si trova il vasto sistema di loggiati che, circondando il palazzo
dall'interno e dall'esterno e conservando parte dell'impianto della fortezza originaria, sorreggono l'imponente mole
sovrastante, conferendo a Palazzo Ducale la tipica sensazione di rovesciamento, con la parte chiusa massiccia al disopra
e quella aerea e leggera al disotto. In questo piano trovavano spazio una serie di ambienti minori destinati
all'amministrazione e ai servizi del palazzo, oltre alla Cancelleria Ducale Inferiore, parte dell'archivio.
Sempre su tale piano trovavano collocazione due importanti ambienti:
 la Sala dello Scrigno, nella quale trovavano collocazione il Libro d'Oro, in cui erano iscritti tutti i nomi dei patrizi
veneziani,
 la Sala della Milizia da Mar, organo preposto al reclutamento degli equipaggi per le galee da guerra.
 l’appartamento Ducale
 la Sala del Maggior Consiglio, sala principale del Palazzo, situata sull'angolo tra il molo e la piazzetta, riceve luce
attraverso sette grandi finestre ogivali. È totalmente sgombra da colonne di sostegno interne, e tuttavia la tenuta
strutturale del soffitto risulta possibile grazie a un intelligente sistema di travature e di poderose capriate. Le sue
enormi dimensioni, 53 metri di lunghezza per 25 di larghezza e 12 di altezza, che ne fanno una delle più vaste
d’Europa, erano dovute alla sua funzione di riunione per il Maggior Consiglio, assemblea sovrana dello Stato
veneziano, formata da tutti i patrizi veneziani, arrivando a comprendere tra i 1200 e i 2000 membri.
 La Sala dello Scrutinio, la Sala delle Quattro Porte
 le Sale dell'Anticollegio e del Collegio
 la Sala del Senato
 la Sala del Consiglio dei Dieci, la Sala della Bussola
 la Stanza dei Tre Capi del Consiglio dei Dieci e la Stanza dei Tre Inquisitori di Stato;
 la Camera del Tormento;
 l' Armeria.

Pozzi e Piombi
Le prigioni sotterranee del Palazzo, collocate al disotto del livello dell'acqua e perciò estremamente umide e malsane,
destinate ai prigionieri di condizioni inferiori, rinchiusi in celle oscure ed anguste, prendevano l'inequivoco nome di Pozzi.
Una leggenda narra che un tempo ai condannati a morte fosse concessa, come ultima possibilità di scampo, di tentare il
giro della colonna. Infatti tuttora una delle colonne del Palazzo Ducale è leggermente rientrante. Il tentativo consisteva
nel girare intorno alla colonna, dalla parte esterna, senza scivolare ma quasi nessuno riusciva a completare l'operazione.
Al disotto del tetto del palazzo e delle sue coperture erano invece i Piombi, che devono il loro nome alla copertura del
tetto: qui trovavano posto i prigionieri più particolari (Giacomo Casanova il più noto, e autore di una spettacolare
evasione), nobili, ricchi, religiosi, che venivano relegati quindi in un ambiente che, per quanto duro, risultava meno
malsano rispetto agli infernali Pozzi. Questi prigionieri potevano addirittura, a loro spese, provvedere a dotare le loro celle
di piccoli sollievi, mobilia e di buon cibo. Tutte queste prigioni erano direttamente collegate ai tribunali presenti nel
Palazzo.

Procuratie
Imponenti edifici che prendono il nome dal fatto che vi alloggiavano i Procuratori di San Marco. Sono distinte in tre ali
che delimitano quasi interamente la parte della piazza antistante alla Basilica di San Marco: le Procuratie Vecchie a
nord, l'Ala Napoleonica a ovest e le Procuratie Nuove a sud. Le Procuratie Vecchie si estendono per 152 metri dalla
Torre dell'Orologio verso l'Ala Napoleonica, con un portico di 50 arcate cui corrispondono le 100 finestre dei due piani
superiori. Sebbene chiuse a tutto sesto, la leggerezza delle aperture ricorda lo stile veneto-bizantino delle prime procuratie,
edificate nel XII secolo sotto il doge Sebastiano Ziani (visibili nel celebre dipinto di Gentile Bellini "La processione in
Piazza San Marco") e destinate ad appartamenti per i procuratori de "citra", altissimi magistrati. Queste, danneggiate in
parte dal fuoco all'inizio del XVI secolo, furono demolite e ricostruite: i lavori furono affidati nel 1517 a Guglielmo dei
Grigi e Bartolomeo Bon e furono terminati nel 1538, pare con il contributo di Jacopo Sansovino. A coronamento della
fabbrica fu posto un fregio aperto da cento piccoli oculi ovali sui quali poggia una bianca merlatura dall'esclusivo
significato pittorico. Attualmente ospitano negozi al piano terra ed uffici ai piani superiori. La costruzione delle
Procuratie Nuove, opera di Vincenzo Scamozzi, iniziò nel 1582 sull'area di alcuni edifici che (come si vede nel dipinto
del Bellini) arrivavano all'altezza del Campanile di San Marco. Il nuovo edificio fu invece allineato al prospetto
settentrionale della Libreria Sansoviniana di cui continua i moduli architettonici. La costruzione, interrotta nel 1616 per
la morte dello Scamozzi, fu terminata nel 1640 da Baldassarre Longhena. Durante il Regno Italico furono adibite a Palazzo
Reale. Funzione che mantennero anche sotto i Savoia dal 1866 al 1946. Oggi ospitano ai piani superiori parte del Museo
Correr, il Museo del Risorgimento, il Museo Archeologico, la direzione dei Musei Civici e parte della Biblioteca
Nazionale Marciana. Vi si colloca inoltre il settecentesco Caffè Florian.
L'Ala Napoleonica: le Procuratie si chiusero a ferro di cavallo dopo che Napoleone Bonaparte ebbe fatto radere al suolo
la Chiesa di San Geminiano (ed i prolungamenti delle Procuratie ad essa allineati) per costruire quella che è chiamata
"Ala Napoleonica" (o anche "Procuratie Nuovissime" o "Fabbrica Nuova"). La chiesa di San Geminiano, una delle più
antiche di Venezia, attestata già nel VI secolo, era stata rinnovata dal Sansovino nel 1557; l'artista, orgoglioso di
quest'opera, scelse perfino una cappella adiacente per esservi sepolto insieme ai figli. Tutto fu demolito tra il 1807 ed il
1810, pare per volontà di Eugène de Beauharnais, che voleva completare il Palazzo Reale con una sala da ballo sul "salotto
più bello del mondo". Il progetto fu affidato a Giuseppe Maria Soli, che non si discostò molto dal disegno delle Procuratie
Nuove, se non per l'attico con 14 statue di imperatori romani. Al centro, nel Sotoportego San Geminian, si apre il
monumentale scalone d'ingresso, con un affresco a soffitto (La gloria di Nettuno) di Sebastiano Santi. All'interno si può
ancora ammirare il Salone Napoleonico di Lorenzo Santi (1822). L'edificio, terminato verso la piazza nel 1814 ma
completato solo durante l'Impero austriaco, dal 1922 ospita il Museo Correr.

Torre dell'orologio
Edificio rinascimentale, consta di una torre centrale, costruita tra il 1496 e il 1499 dall'architetto Mauro Codussi, e di due
ali laterali, aggiunte successivamente. L'arco sottostante collega la piazza con le Mercerie. Il quadrante dell'orologio è in
oro e smalto blu; segna ora, giorno, fasi lunari e zodiaco. Un primo restauro fu eseguito nel 1757. Il restauro moderno,
iniziato nel 1997, è stato terminato nel maggio del 2006 e inaugurato alla mezzanotte del 27 maggio. L'Orologio è dotato
anche di un meccanismo a carillon, attivato tradizionalmente solo nel giorno dell'Epifania. A ogni scoccare di ora, il
pannello laterale delle ore si apre per lasciare passare un carosello di statue in legno rappresentanti i personaggi della
Natività e i Re Magi. Le statue, trascinate da un meccanismo a binario lungo la piattaforma semicircolare posta sopra al
quadrante, rientrano poi nella Torre attraverso il pannello laterale dei minuti situato dal lato opposto dell'Orologio. Famosi
sono i cosiddetti Mori di Venezia, soprannominati così per il loro colore bruno dai Veneziani, posti alla sommità su una
terrazza, sono due statue di bronzo raffiguranti due pastori che battono con una mazza le ore su una grande campana. Essi
sono molto simili ma diversi in un particolare, uno ha la barba l'altro no; è così che viene distinto il moro vecchio da
quello giovane. Infatti la campana non suona all'ora esatta ma suona ben 2 volte una cinque minuti prima dell'ora esatta,
ed è il moro vecchio che rappresenta il tempo che è passato, mentre il moro giovane cinque minuti dopo l'ora esatta per
rappresentare il tempo che verrà.
BASILICA DI SAN MARCO
La Basilica di San Marco è la meravigliosa costruzione che è il simbolo della magnificenza e della grandezza della
Repubblica di Venezia durante i mille anni di vita della Serenissima. Subì nel tempo molte modifiche dalla primaria
costruzione in mattoni, ma già impostata con gli archi che si affacciano nella Piazza San Marco. Nel 828 Giustiniano
Partecipazio gettò le fondamenta della Basilica di S. Marco, dopo che fu trasportato da Alessandria a Venezia il corpo
dell'Evangelista, riunendovi l'oratorio della precedente chiesa dedicata a San Teodoro. Purtroppo la nuova fabbrica prese
fuoco nel 976, e fu subito dopo riedificata dal doge Pietro Orseolo I. Nel 1043 Domenico Contarini portò avanti i lavori,
che furono portati a termine nel 1071 da Domenico Selvo, e finalmente Vitale Falier ne fece la solenne consacrazione nel
1094.

Nel 1145 un altro incendio si sviluppò all'interno della Basilica, incendio che distrusse parte della decorazione alta
dell'edificio. La Chiesa, quindi, fu restaurata, venne rivestita di marmi e questa operazione si concluse probabilmente solo
dopo il 1159, quando iniziò anche un programma di ampliamento della decorazione musiva. Vennero eliminati gli
affreschi e la Chiesa fu totalmente rivestita di mosaici. L'atrio venne rivestito di mosaici solo intorno al XIII secolo. Se
ne ignorano gli architetti, ma lo stile che vi predomina è il greco bizantino con qualche mescolanza di arabo e di tedesco.
Questa chiesa rimase sempre la cappella ducale fino al 1807, anno in cui divenne cattedrale per editto di Napoleone.

Nata come cappella privata del Doge, la Basilica di San Marco, con l’arrivo delle spoglie mortali del Santo nel 828 e la
sua consacrazione nel 1094, diventò il fulcro della rinascita di queste popolazioni che, vantando la sepoltura
dell’Evangelista, assunsero un ruolo di primo piano nella tradizione cattolica e diventarono quindi artefici delle vicende
storiche dell’epoca, per esempio partecipando alle varie Crociate, concentrando le proprie energie nei commerci con
l’oriente, con i quali poterono finanziare in Patria la costruzione di più edifici. Sino alla caduta della Repubblica
Serenissima è stata la chiesa palatina dell'attiguo palazzo Ducale, retta a prelatura territoriale sotto la guida di un
primicerio nominato direttamente dal doge. Ha assunto il titolo di cattedrale a partire dal 1807, quando fu qui trasferito
dall'antica cattedrale di San Pietro di Castello.

Il commercio è la grande forza della città. Tutti gli sforzi bellici e diplomatici hanno un fine economico ben preciso. Le
guerre e le conquiste portarono a Venezia anche la cultura artistica. Non a caso la Basilica di San Marco subì le influenze
dei monumenti di Costantinopoli, a cominciare dalla Chiesa di Santa Sofia e dalla Chiesa dei Dodici Apostoli, riuscendo
a fondere la tradizione classica ellenistica con il pensiero romano della nuova cultura paleocristiana, mantenendo
riferimenti ravennati soprattutto nella costruzione dei primi mosaici pavimentali. Solo poche città al mondo, Roma
esclusa, possono permettersi di avere il privilegio di possedere un così cospicuo numero di Mosaici Medievali. Pavia,
Reggio Emilia, Lyone, Reims o Colonia conservano solo piccoli frammenti dei loro pavimenti medievali. Con il
progressivo aumento dei commerci con l’Oriente, la capacità negoziale dei veneziani ed il conseguente arricchimento dei
commercianti locali, anche la Basilica di San Marco si allargò, si abbellì con i marmi provenienti dalle sponde dell’Egeo
ed i numerosi trofei di guerra delle varie campagne orientali, tra i quali fanno bella mostra le due Colonne d’Acri alzate
dietro la parete sud della Basilica, verso la Piazzetta San Marco.

Anche i primi Mosaici di San Marco sono frutto di mosaicisti orientali che sono stati portati a Venezia proprio come
manodopera specializzata dall’Egeo. Solo La Basilica di San Marco ha un mosaico che celebra la Basilica stessa, eseguito
nel XIII secolo, si trova sopra l’arco nord della facciata principale, il mosaico del Portale di Sant'Alipio.
Sul portale centrale si può ammirare il mosaico che rappresenta il Giudizio Universale e nelle volte delle porte laterali i
mosaici raffigurano Il Trasporto del Corpo di San Marco, Il Corpo di San Marco sottratto agli infedeli, La deposizione
delle sue spoglie nella Chiesa. Sulla terrazza che copre tutta la lunghezza della Basilica, dalla quale si può ammirare nella
sua interezza la Piazza San Marco, la Loggetta del Sansovino, si ha una visione del tutto particolare della Torre
dell'Orologio, è esposta la famosa quadriga di cavalli in bronzo. Naturalmente quella esposta alle intemperie è una copia,
l'originale dei quattro cavalli si trova ben riparata nel percorso del Museo della Basilica al quale si accede da una ripida
scala di fianco all'accesso in chiesa. Nel 978 venne ordinata, agli allora famosi orafi greci, la Pala d’Oro, perché venisse
esposta durante le celebrazioni più importanti che si ufficiavano nella Basilica di San Marco. Venne nei secoli ampliata
e restaurata più volte, fino ad essere così come la si vede oggi: una magnifica opera bizantineggiante tutta d’oro con
numerosissime gemme e smalti incastonati attorno ad immagini di Cristo Gesù durante il suo periodo apostolico. La Pala
d’Oro deve comunque considerarsi solo uno dei numerosi reperti che Il Tesoro di San Marco conserva nelle sue sale. Vasi
di sardonica, anfore d’agata, calici e reliquiari con gemme incastonate, coppe e calici in cristallo di rocca, sono alcuni
degli oggetti visibili nelle sale del museo.

Descrizione esterno

Dall'esterno, diviso in tre differenti registri — piano inferiore, terrazza, cupole — prevale la larghezza, poiché in una città
come Venezia, che appoggia su un terreno sabbioso, si tendeva a realizzare gli edifici in larghezza, dal peso più
equilibrato. È infatti lunga 76,5 metri e larga 62,60 (al transetto), mentre la cupola centrale è alta 43 metri (28,15
all'interno). La facciata presenta due ordini, uno al pian terreno che è scandito da cinque grandi portali strombati che
conducono all'atrio interno. Quella centrale è decorata in senso monumentale. Il secondo ordine forma una terrazza
percorribile e presenta quattro arcate cieche più una centrale in cui si apre una loggia che ospita la quadriga.

La facciata marmorea risale al XIII secolo. Vi furono inseriti mosaici, bassorilievi e una grande quantità di materiale di
spoglio eterogeneo. Ciò diede la caratteristica policromia, che si combina con i complessi effetti di chiaroscuro dovuti
alle multiformi aperture e al gioco dei volumi. Le due porte di ingresso alle estremità vennero realizzate con timpani ad
arco inflesso, di ispirazione araba, forse volute anche per ricordare Alessandria d'Egitto, dove era avvenuto il martirio di
San Marco. Le porte bronzee risalgono a epoche diverse: a sud la Porta di San Clemente è bizantina e risale all'XI secolo;
quella centrale, di produzione incerta, è del XII secolo; le porte secondarie sono più tarde e sono decorate secondo un
gusto antichizzante. Nella facciata laterale rivolta a sud anticamente si apriva la Porta da Mar, l'ingresso posto vicino al
Palazzo Ducale e al molo, dal quale si entrava a Venezia. Tra i mosaici della facciata, l'unico rimasto degli originali
duecenteschi è quello sopra il primo portale a sinistra, il portale di Sant'Alipio, che rappresenta l'ingresso del corpo di San
Marco nella basilica com'era allora. Gli altri, danneggiati, furono rifatti tra il XVII e il XIX secolo mantenendo i soggetti
originali, che fatta eccezione per il mosaico sopra il portale centrale, hanno tutti come soggetto principale il corpo del
santo, dal suo ritrovamento presso Alessandria d'Egitto da parte di due mercanti veneziani avvenuta nell'829, all'arrivo
delle sacre spoglie in città e alla successiva deposizione.

La lunetta del portale centrale è decorata secondo l'usanza tipicamente occidentale in epoca romanica, con un Giudizio
universale, incorniciato da tre archi scolpiti di diverse dimensioni, che riportano una serie di Profeti, di Virtù sacre e
civili, di Allegorie dei mesi, dei Mestieri e di altre scene simboliche con animali e putti (1215-1245 circa). Questi rilievi
mescolano suggestioni orientali e del romanico lombardo (quali le opere di Wiligelmo), ma vennero realizzati da
maestranze locali. Dagli archi inflessi dell'ordine superiore, decorati in stile gotico fiorito, le statue delle Virtù cardinali
e teologali, quattro santi guerrieri e San Marco vegliano sulla città. Nell'arco del finestrone centrale, sotto San Marco, il
Leone alato mostra il libro con le parole "Pax tibi Marce Evangelista meus". Tra le opere d'arte provenienti da
Costantinopoli, la più celebre è rappresentata dai famosi cavalli di bronzo dorato e argentato, di incerta origine, che furono
razziati dai Veneziani, durante la IV crociata dall'Ippodromo di Costantinopoli, la capitale dell'Impero romano d'Oriente
e posti sopra il portale centrale della basilica. Delle molte quadrighe che ornavano gli archi trionfali dell'antichità, questa
è l'unico esemplare al mondo rimasto. Dopo il lungo restauro cominciato nel 1977, i cavalli di San Marco sono oggi
conservati nel Museo di San Marco all'interno della basilica, sostituiti sulla balconata da copie.

I pilastri acritani e i tetrarchi: Giunti a Venezia anch'essi durante l'epoca delle crociate, posti di fronte al fianco destro
della basilica proprio innanzi alla Porta della Carta, antico accesso degli archivi di stato della Serenissima, si trovano due
pilastri provenienti dalla basilica di San Polieucto, trafugati per nave da San Giovanni d'Acri, da cui deriva il nome. La
loro dislocazione nel panorama della Piazzetta, che è a ben notare priva di senso, deriva dall'effettiva sovrabbondanza di
manufatti di pregio accumulati dai veneziani durante le crociate, che riconoscendone il valore ma non avendo più spazi
vuoti all'interno o sulla facciata della basilica decisero di piantarli lì dove oggi si possono ammirare. Finemente lavorati,
essi presentano motivi sasanidi come palmette alate, pavoni, uva, eseguiti con chiarezza distributiva e precisione
magistrale; rappresentano una delle prime evidenze dell'introduzione di decorazioni orientaleggianti nel panorama
artistico occidentale. Presso l'angolo verso la piazza è la pietra del bando, tronco di colonna in porfido proveniente dalla
Siria, da cui il commandador della Repubblica leggeva le leggi e i bandi alla cittadinanza. La pietra fu spezzata dalle
macerie del campanile nel 1902. L’opera dei tetrarchi è databile verso la fine del III secolo, trasferita a Venezia dopo il
saccheggio di Costantinopoli del 1204. Raffigura, in un blocco di porfido rosso dell'altezza di circa 130 cm, le figure dei
"tetrarchi", ovvero i due cesari e i due augusti (un cesare e un augusto per ognuna delle parti in cui l'impero romano venne
suddiviso dall'imperatore Diocleziano con la sua riforma). Tra gli storici dell'arte è ancora in corso il dibattito in merito a
quale delle due tetrarchie si riferisca la scultura. Una leggenda popolare vuole invece che questa scultura sia quella di
quattro ladroni sorpresi dal Santo della basilica intenti a rubare il suo tesoro custodito all'interno e che furono da esso
pietrificati e successivamente murati di fianco alla Porta della Carta dai veneziani, proprio all'angolo del Tesoro.

Il nartece: Il nartece con la sua luce smorzata prepara il visitatore all'atmosfera soffusa dell'interno dorato, come l'Antico
Testamento rappresentato dai mosaici delle cupole che preparano al Vangelo raffigurato in basilica. I soggetti principali
sono la Genesi ed episodi delle vite di Noè, Abramo, Giuseppe, Mosè. Attualmente l'atrio si compone di due ambienti, in
quanto Battistero e Cappella Zen furono ottenuti chiudendone il lato sud. I mosaici dell'atrio comprendono tra l'altro sei
cupolini: Genesi, Abramo, tre cupolini di Giuseppe e cupolino di Mosè. I mosaici dei cupolini "segnano" il tempo
dell'attesa della venuta di Gesù, seguendo il filo che individua le fasi della storia della salvezza, dopo le cadute degli
uomini, prima del suo compimento in Cristo, la cui vita e i cui misteri sono celebrati nei mosaici interni della basilica. [5]
Nel cupolino di Abramo il protagonista è raffigurato quattro volte a colloquio con Dio, rappresentato da una mano che
esce da uno spicchio di cielo. Nel cupolino di Mosè egli, salvato dal Nilo, diventa salvatore del suo popolo lungo il deserto
e attraverso il mar Rosso verso la terra promessa.
Nella cupola della Genesi o Creazione stanno ventisei scene che incominciano con la creazione del cielo e della terra.
Non comune è la scena della benedizione del settimo giorno” con Dio in trono circondato dai sei angeli dei primi sei
giorni. Seguono la creazione di Eva dalla costola di Adamo, la tentazione del serpente, la cacciata dal Paradiso Terrestre,
e gli altri episodi caratteristici del Libro. I mosaici delle prime tre cappelle furono realizzati tra il 1220 e il 1240. Dopo
una lunga interruzione di lavori, dovuta all'impiego delle squadre di mosaicisti veneziani nella chiesa di San Salvador, il
cantiere fu riaperto con la decorazione delle ultime cupole intorno al 1260-1270. Accanto al portale che immette alla
chiesa si aprono alcune nicchie nelle quali sono accolti mosaici che rappresentano la Theotokos, gli Apostoli e, nel registro
inferiore, gli Evangelisti. Questi mosaici fanno parte della prima campagna decorativa della chiesa, quella che include
anche il mosaico con i quattro protettori della città nell'abside (San Pietro, San Nicola, San Marco e Sant'Ermagora) e i
lacerti di Deposizione ritrovati sul tetrapilo di sud-est del presbiterio, tutti risalenti all'ultimo quarto dell'XI secolo, cioè
al periodo del doge Domenico Selvo. Le figure della Theotokos e degli Apostoli sembrano appartenere a un atelier
bizantino, mentre quelle degli Evangelisti (forse di poco successive) presentano caratteri che li avvicinano allo stile di
maestranze venete. Il linguaggio è assimilabile a quello bizantino di provincia, che ha il suo esito più alto nei mosaici
della chiesa della Neà Monì di Chio.

Interno: L'iconostasi. L'interno della Basilica ha forma di croce greca ed è divisa in tre navate con cinque cupole rivestite
esternamente in piombo. Appena entrati ci si trova sotto l'Arco dell'Apocalisse, cui segue la Cupola della Pentecoste cui
segue centralmente la Cupola dell'Ascensione, prima di arrivare al Presbiterio con l'altare maggiore sopraelevato. Anche
la terrazza che si affaccia su Piazza San Marco merita una visita. Nel percorso di accesso sono in mostra arazzi e stoffe
preziose, nonché gli originali della Quadriga di Cavalli di San Marco, la cui copia sovrasta la porta principale di accesso
alla Basilica. Il camminamento permette di ammirare tre dei lati della Basilica, la Piazza San Marco, la Piazzetta San
Marco e la Piazzetta dei Leoncini. Sul prospetto sud è ammirabile la uno splendido mosaico raffigurante la Madonna col
Bambino, popolarmente riconosciuta come la Madonna del Fornareto sotto la quale viene mantenuto acceso un lune a
ricordo del fornareto giustiziato innocente per un omicidio che non aveva commesso. Le cinque cupole distribuite al
centro e lungo gli assi della croce e raccordate da arconi. Le navate, tre per braccio, sono divise da colonnati che
confluiscono verso i massicci pilastri che sostengono le cupole; non sono realizzati come blocco unico di muratura ma
articolati a loro volta come il modulo principale: quattro supporti ai vertici di un quadrato, settori di raccordo voltati e
parte centrale con cupoletta.

Le pareti esterne e interne sono invece sottili, per alleggerire il peso dell'edificio sul delicato suolo veneziano, e sembrano
quasi diaframmi tesi tra pilastro e pilastro, a reggere la balaustra dei matronei; non hanno una funzione di sostegno, solo
di tamponamento. Pareti e pilastri sono completamente rivestiti, nel registro inferiore, con lastre di marmi policromi. Il
pavimento ha un rivestimento marmoreo disegnato con moduli geometrici e figure di animali mediante le tecniche
dell'opus sectile e dell'opus tessellatum; sebbene continuamente restaurato, conserva alcune parti originali del XII secolo.
Il pavimento riflette motivi dell'iconografia classica, comuni nell'area alto-adriatica (ruote, quadrati, esagoni, ottagoni,
cornici decorate a rombi, immagini di animali simbolici del cristianesimo medievale) con altri che risentono di influssi
bizantini (le otto grandi lastre in marmo proconnesio del piedicroce e le altre dodici di marmo greco sotto la cupola
dell'Ascensione). Elementi di origine occidentale sono la cripta, che interrompe la ripetitività di una delle cinque unità
spaziali, e la collocazione dell'altare, non al centro della struttura (come nei martyrion bizantini), ma nel presbiterio. Per
questo i bracci non sono identici, ma sull'asse est-ovest hanno la navata centrale più ampia, creando così un asse
longitudinale principale che convoglia lo sguardo verso l'altare maggiore, che custodisce le spoglie di San Marco. Dietro
l'altare maggiore, rivolta verso l'abside, è esposta la Pala d'oro, che fa parte del Tesoro di San Marco.

Il gruppo di colonne istoriate che reggono il ciborio sopra l'altare maggiore, riproducono modelli paleocristiani, con
citazioni anche ricalcate, sebbene magari ricontestualizzate o anche fraintese. Questo revival appositamente ricreato è da
inquadrare nel desiderio di Venezia di riallacciarsi con l'epoca di Costantino assumendosi l'eredità dell'Imperii christiani
dopo aver conquistato Costantinopoli. Il presbiterio è separato dal resto della basilica da un'iconostasi, ispirata alle chiese
bizantine. È formata da otto colonne in marmo rosso broccatello e coronata da un alto Crocifisso e da statue di Pier Paolo
e Jacobello dalle Masegne, capolavoro della scultura gotica (fine XIV secolo). Dal presbiterio si accede alla sagrestia e a
una chiesetta del XV secolo dedicata a San Teodoro, realizzata da Giorgio Spavento, che ospita una Adorazione del
Bambino di Giambattista Tiepolo. Degni di nota anche i pilastri a ridosso del portale, sui quali Sebastiano da Milano
scolpì motivi vegetali.

Transetto destro. All'inizio del transetto destro, collegato al Palazzo Ducale, si trova l'ambone delle reliquie, da dove il
neo eletto doge si mostrava ai veneziani. Nella navata sinistra si trovano la cappella di San Clemente e l'altare del
Sacramento. Qui è il pilastro in cui fu ritrovato nel 1094 il corpo di San Marco, come raccontato negli interessanti mosaici
della navata destra (da dove si entra negli ambienti del Tesoro di San Marco). Nei mosaici del ritrovamento del corpo del
santo (XIII secolo), in due scene, viene mostrato l'interno della basilica e sono raffigurate la preghiera d'invocazione e
quella di ringraziamento del doge, del patriarca con il suo clero, dei nobili e del popolo.
Transetto sinistro: All'inizio del transetto sinistro c'è invece l'ambone doppio per la lettura delle Scritture; seguono, nella
navata destra, la cappella di San Pietro e la cappella della Madonna Nicopeia, un'icona bizantina giunta a Venezia dopo
la Quarta Crociata e oggetto di devozione. Sul lato nord ci sono gli ingressi alla cappella di Sant'Isidoro di Chio e alla
cappella Mascoli.

I mosaici. La decorazione musiva della basilica copre un arco di tempo molto ampio ed è probabilmente dettata da un
programma iconografico coerentemente unitario. I mosaici più antichi sono quelli dell'abside (Cristo pantocratore, rifatto
però nel XVI secolo, e figure di santi e apostoli) e dell'ingresso (Apostoli ed Evangelisti, di cui si è detto sopra), realizzati
alla fine dell'XI secolo da artisti greci e veneziani, e che mostrano affinità ai mosaici, per esempio, della Cattedrale Ursiana
di Ravenna (1112) o a quelli degli Apostoli nell'abside della Cattedrale di San Giusto a Trieste. Gli Apostoli con la
Theotokos e gli Evangelisti probabilmente decoravano l'ingresso centrale alla basilica ancora prima della costruzione del
nartece. I restanti mosaici dell'edificio vennero aggiunti nella seconda grande campagna decorativa a partire dalla seconda
metà del XII secolo, da artisti bizantini e veneziani. I meravigliosi mosaici policromi del XII secolo che ricoprono il
pavimento della Basilica presentano due tecniche diverse: l'opus tessellatum, che utilizza tessere di dimensioni diverse
ma tagliate con regolarità, e l'opus sectile, assemblaggio di minuscoli frammenti irregolari di pietre differenti, utilizzati
soprattutto per i motivi geometrici e a carattere zoomorfo. Interessanti anche i mosaici dell'antibattistero e del battistero,
eseguiti nel XIV secolo.

L'atrio presenta Storie dell'Antico testamento, le tre cupole sull'asse longitudinale apoteosi divine e cristologiche, gli
arconi relativi presentano episodi dei Vangeli, le cupole laterali storie di santi. La Cupola della Pentecoste (la prima a
ovest) venne realizzata entro la fine del XII secolo, forse riproducendo le miniature bizantine di un manoscritto della corte
bizantina. La cupola centrale è detta dell'Ascensione, mentre quella sopra l'altare maggiore dell'Emanuele, e furono
decorate dopo quella della Pentecoste. Successivamente ci si dedicò all'istoriazione della Cupoletta della Genesi dell'atrio
(1220-1240 circa), seguendo fedelmente le illustrazioni della Bibbia Cotton (un altro revival paleocristiano). Sulle volte
e i cupolini successivi si sviluppano le storie degli antichi patriarchi: Noè, Abramo, Giuseppe, Mosè. Questo cupolino
della Genesi è geometricamente scandito in tre fasce circolari concentriche attorno a una decorazione a scaglie dorate al
centro. Il racconto è suddiviso in ventisei scene sopra le quali corre il testo biblico in latino che comincia con le parole:
"In principio Dio creò il cielo e la terra. Lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque". Seguono in successione le giornate della
creazione, in ognuna delle quali è presente la figura di Dio creatore, identificata - secondo l'iconografia orientale - nel
Cristo giovane dall'aureola crociata e dalla croce astile, Parola vivente del Padre, e con lui, fin dall'origine, creatore
dell'universo, come si legge all'inizio del Vangelo di Giovanni.

Il transetto nord, realizzato in seguito, ha la cupola dedicata a San Giovanni Evangelista e Storie della Vergine negli
arconi. Quello sud presenta la cupola di San Leonardo (con altri santi) e, sopra la navata destra, Fatti della vita di San
Marco. In queste opere e in quelle coeve della tribuna gli artisti veneziani introdussero sempre maggiori elementi
occidentali, derivati dall'arte romanica e gotica. Più tardi sono i mosaici delle cupolette di Giuseppe e di Mosè, nel lato
nord dell'atrio, probabilmente della seconda metà del XIII secolo, dove si cercano effetti grandiosi con una riduzione delle
scenografie architettoniche in funzione della narrazione. Altri notevoli mosaici decorano il Battistero, la Cappella Mascoli
e la Cappella di Sant'Isidoro. Le ultime decorazioni musive sono quelle della Cappella Zen (angolo sud dell'atrio), dove
avrebbe operato di nuovo un maestro greco di notevole perizia.

Molti mosaici deteriorati furono in seguito rifatti mantenendo i soggetti originali. Alcuni dei cartoni furono realizzati da
Michele Giambono, Paolo Uccello, Andrea del Castagno, Paolo Veronese, da Jacopo Tintoretto e dal figlio Domenico.
Tiziano e il Padovanino prepararono invece i cartoni per i mosaici della sagrestia. I mosaici del XII secolo sono di matrice
greca e sono opera di artisti che, per comodità di riferimento, possono essere chiamati maestro dell'Emanuele, maestro
dell'Ascensione, maestro della Pentecoste, affiancati da molti aiuti. Al primo si attribuiscono la cupola dell'Emanuele,
l'emiciclo absidale, le cappelle laterali con le storie marciane, petriane e clementine e nei transetti i miracoli di Cristo. Al
secondo le storie della Passione e l'Ascensione, le cupole laterali e il martirio degli Apostoli sulla volta e sul lunettone
meridionali del piedicroce della basilica, al terzo infine la cupola della Pentecoste e probabilmente le due volte
occidentali, ridecorate nel Rinascimento con l'Apocalisse di Giovanni e il Paradiso. Dopo il Duecento avviene una
traduzione del linguaggio artistico musivo, passando "dal greco al latino", per opera di artisti come Paolo Veneziano. Tale
traduzione si approfondisce nel ciclo della cappella di S. Isidoro e trova compimento sia per opera di Paolo Uccello, sia
nella cappella dei Mascoli, verso la metà del Quattrocento, ove si registra la presenza di Andrea del Castagno.

I mosaici dell'interno, per lo più del XII secolo, si ispirano ai princìpi dell'arte bizantina. Il nucleo centrale, narrante la
storia della salvezza cristiana, spazia dalle profezie messianiche alla seconda venuta (parusia) di Cristo giudice alla fine
del mondo e ha i suoi punti focali nelle tre grandi cupole della navata principale: cupola del Presbiterio, dell'Ascensione
e della Pentecoste. La sua lettura va fatta dal Presbiterio verso la facciata, da est a ovest, seguendo il corso del sole, al
quale è simbolicamente associato Cristo che è il sole perpetuo per gli uomini. Nella cupola del Presbiterio troviamo i
profeti che, attorno a Maria annunciano i testi delle loro profezie. Vicino a Maria, in atteggiamento orante e in posizione
centrale, Isaia, indicando il giovane imberbe al centro della cupola, pronuncia le parole: "Ecco, la Vergine concepirà e
partorirà un figlio che sarà chiamato Emanuele, Dio con noi" (7,14); e Davide, capostipite della discendenza regale di
Israele, indossante le sontuose vesti dell'imperatore di Bisanzio, proclama la regalità del bambino che da lei nascerà "Il
frutto delle tue viscere porrò sul mio trono" (salmo 132, 11). Lo stesso tema iconografico ritorna sulle pareti della navata
centrale: dieci quadri in mosaico, magnifiche opere del XIII secolo (i pinakes), presentano, sulla parete destra, la Vergine,
su quella sinistra, il Cristo Emanuele, circondati rispettivamente da quattro profeti. Il compimento delle profezie ha inizio
nelle scene raffiguranti l’annuncio dell'angelo a Maria e segue con l'adorazione dei Magi, la presentazione al tempio, il
battesimo di Gesù nel fiume Giordano sulla volta sopra l'iconostasi (mosaici rifatti su cartoni di Jacopo Tintoretto). Nei
due transetti, sulle pareti e le volte, sono tradotti in numerose immagini gli atti di Gesù a conforto dei malati, dei sofferenti,
dei peccatori. Sulle volte sud e ovest sotto la cupola centrale sono riuniti i fatti conclusivi della vita di Gesù: l'entrata in
Gerusalemme, l'Ultima Cena, la lavanda dei piedi, il bacio di Giuda e la condanna di Pilato.

Il grande pannello dell'Orazione nell'orto è del XIII secolo. Al centro della basilica stanno le scene della Crocifissione e
della Discesa agli inferi (anastasi, in greco) con la grande immagine di Cristo vittorioso sulla morte, nonché la
raffigurazione della Resurrezione. Nella cupola dell'Ascensione nel cerchio stellato al centro c'è Cristo, seduto su un
arcobaleno, portato verso l'alto da quattro angeli in volo. Al di sotto, fra splendidi alberi rappresentanti il mondo terreno,
stanno i dodici Apostoli con la Vergine e due angeli. Tra le finestrelle, sedici figure femminili, danzanti, sono la
personificazione di virtù e beatitudini: fra le tante presenti, si ricordano la fede, la giustizia, la pazienza, la misericordia e
la carità incoronata in vesti regali con l'iscrizione in latino “madre di tutte le virtù”.

La terza cupola è quella della Pentecoste dove lo Spirito Santo, al centro con l'etimasia, nel simbolo della colomba scende
sotto forma di lingue di fuoco sugli apostoli. Alla base, tra le finestrelle, sono rappresentati gruppi di popoli che
ascoltarono, ciascuno nella propria lingua, il messaggio cristiano. Al sommo della cupola, al centro di un nimbo costituito
da cerchi concentrici, i simboli del trono, del libro e della colomba alludono al Padre assiso sul trono dei cieli, al Verbo
la cui parola è condensata nel libro del Vangelo, allo Spirito Santo che inaugura la nuova fase della storia umana evocata
con l'immagine della colomba che, recando il ramoscello d'ulivo, aveva annunciato la fine del diluvio e un futuro di vita
e di pace. Sulla controfacciata interna è presente il motivo iconografico bizantino della Deesis (Intercessione) nel quale
San Marco sostituisce il tradizionale san Giovanni Battista. Nella navata destra del presbiterio un mosaico
bizantineggiante del XII secolo rappresenta il trafugamento del corpo di San Marco da Alessandria d'Egitto a Venezia.
Sono rappresentati i veneziani Tribuno e Rustico, assistiti dai loro complici alessandrini, che pongono il corpo del santo
in una cassa; il trasporto di questa al grido kanzir ("carne porcina” in arabo); il ribrezzo dei doganieri musulmani per la
merce immonda, il naviglio che lascia Alessandria; la burrasca in mare presso l'estuario; l'accoglienza festosa a Venezia.
Il Cristo Pantocratore nel presbiterio sta al centro di un trono gemmato, con la mano destra alzata in segno di benedizione
e la sinistra che tiene il Libro aperto, ornato di pietre preziose che simboleggiano lo straordinario valore spirituale ed
escatologico del suo annuncio. Attorno quattro evangelisti scrivono l'inizio del proprio Vangelo. Al di sotto si trova la
Vergine Maria, orante, e ai suoi lati due donatori: il doge Ordelaffo Falier e l'imperatrice bizantina Irene d'Atene. Tutte
le scene musive, immerse nell'oro che, secondo la tradizione orientale è simbolo della luce divina, sono completate da
iscrizioni in lingua latina: brani biblici, puntualmente trascritti o ripresi in forma riassuntiva dalla Vulgata di san Girolamo,
oppure bellissime preghiere e invocazioni in forma poetica medievale. Le varie scene musive hanno esplicazioni in versi
leonini. Tali iscrizioni sono presenti anche nell'atrio. Sopra la figura dell'etimasia, la preparazione del trono per il Giudizio
Universale, tra due cherubini e due arcangeli. Ai lati della composizione centrale stanno, in successione gerarchica dal
basso verso l'alto, dodici profeti, dodici apostoli, dodici arcangeli. Al di sopra, tra diaconi che spargono incenso, sono
raffigurate le feste della chiesa bizantina. Sul pavimento della basilica sono raffigurati a mosaico vari animali, tratti dai
bestiari medievali, tra cui il pavone simbolo cristiano di immortalità.
PALAZZO DUCALE – LA SEDE E LA STORIA
Capolavoro dell’arte gotica, il Palazzo Ducale di Venezia si struttura in una grandiosa stratificazione di elementi
costruttivi e ornamentali: dalle antiche fondazioni all’assetto tre-quattrocentesco dell’insieme, ai cospicui inserti
rinascimentali, ai fastosi segni manieristici. Esso è formato da tre grandi corpi di fabbrica che hanno inglobato e unificato
precedenti costruzioni: l’ala verso il Bacino di San Marco (che contiene la Sala del Maggior Consiglio) e che è la più
antica, ricostruita a partire dal 1340; l’ala verso la Piazza (già Palazzo di Giustizia) con la Sala dello Scrutinio, la cui
realizzazione nelle forme attuali inizia a partire dal 1424; sul lato opposto, l’ala rinascimentale, con la residenza del doge
e molti uffici del governo, ricostruita tra il 1483 e il 1565. L’ingresso per il pubblico di Palazzo Ducale è la Porta del
Frumento (così chiamato perché vi si trovava accanto l’”Ufficio delle Biade”), che si apre sotto il porticato della facciata
trecentesca prospiciente il Bacino San Marco.

Le origini: i primi dogi. I primi insediamenti stabili nella laguna veneta risalgono con ogni
probabilità a un momento successivo alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476). Col
tempo, questi insediamenti diventano sempre più duraturi, tanto da essere considerati vere e
proprie postazioni d’avamposto dell’Impero Bizantino. Al VII secolo risale in quest’area
l’istituzione di un dux, in veneziano doge, probabilmente avvenuta con il beneplacito
dell’Imperatore, che rende autonoma l’amministrazione locale. Questa carica, che mai nei
successivi oltre mille anni di storia sarà caratterizzata da attributi monarchici, ma sarà sempre
elettiva e pubblica, viene resa stabile alla metà dell’VIII secolo, quando viene eletto Teodato
Ipato. All’inizio del IX secolo, quella che ormai viene configurandosi come la città di Venezia
acquista una maggiore autonomia, favorita dalla lontananza della capitale e sottolineata anche
dal punto di vista religioso: la devozione a Teodoro, santo patrono orientale, viene sostituita dal
culto dell’apostolo Marco, le cui spoglie mortali, secondo una storiografia di origine più tarda,
sarebbero state conservate nella città lagunare. Nell’anno 810 il doge Angelo Partecipazio sposta
la sede del governo dall’isola di Malamocco alla zona di Rivoalto (l’attuale Rialto). A questa
fase risale la scelta di far edificare qui il palatium duci, il Palazzo Ducale. Si può ipotizzare che
il modello potesse essere il palazzo di Diocleziano di Spalato, anche se delle strutture del IX
secolo nulla è sopravvissuto.
Il Palazzo. L’antico castello (X-XI). Non sappiamo dunque come doveva essere l’antico
palazzo; probabilmente l’area che oggi occupa era costituita da un agglomerato di costruzioni
di diversa forma e destinazione, protetto e circondato da una consistente muraglia rafforzata agli
angoli da massicce torri e isolato da un canale. Resti delle fortificazioni e delle torri angolari
sopravvivono ancor oggi. Nelle numerose strutture edilizie che affollavano quest’area, alla quale
si accedeva da una grande porta fortificata, collocata più o meno all’altezza della Porta della
Carta, trovavano posto uffici pubblici, il palazzo di giustizia e le carceri, l’abitazione del Doge,
scuderie, armerie e altro ancora. Se ne può ritenere una testimonianza sommaria il tracciato
merlato che si riconosce nella prima pianta di Venezia giunta fino a noi, opera di fra’ Paolino.
Il Palazzo del Doge Ziani (1172-1178). Nel X secolo il palazzo è parzialmente distrutto da un
incendio. La ricostruzione che ne segue è voluta dal doge Sebastiano Ziani (1172-1178). Grande
riformatore, il doge ristruttura radicalmente l’intera area di Piazza San Marco. Realizza, per il
palazzo, due nuovi corpi di fabbrica: uno verso la piazzetta, per ospitare le funzioni legate alla
giustizia e uno verso il Bacino, per le funzioni di governo. L’antico castello chiuso e fortificato
viene dunque sostituito con una costruzione più aperta verso la città, per aderire alle nuove
esigenze di una struttura politica, economica, sociale in espansione. Quale poteva essere
l’aspetto di questa nuova parte del palazzo? Probabilmente quello dei maggiori edifici
dell’epoca, con le forme peculiari dell’architettura veneto bizantina, di cui un esempio tipico è
il Fontego dei Turchi. Di questa fase della costruzione sono sopravvissute solo poche tracce,
individuabili sostanzialmente in un resto di basamento d’Istria e in pavimentazioni in cotto a
spina di pesce.
Il Palazzo trecentesco. Un nuovo ampliamento si rende necessario alla fine del XIII secolo.
Nel 1297, mutamenti politici – la cosiddetta “serrata del Maggior Consiglio” -determinano un
considerevole aumento del numero delle persone aventi diritto a partecipare all’assemblea
legislativa, detta Maggior Consiglio, i cui membri passano da quattrocento a milleduecento.
Nasce da questa esigenza l’idea di procedere a un radicale rinnovamento, adottando anche un
nuovo linguaggio architettonico, il gotico. I lavori che condurranno Palazzo Ducale all’aspetto
che ci è familiare iniziano intorno al 1340 sotto il doge Bartolomeo Gradenigo (1339 – 1343) e
interessano il “palazzo del governo”, cioè l’ala verso il molo. Per questa fase dei lavori sono
documentati anche alcuni degli artefici coinvolti: nel 1361 ad esempio, si nominano un certo
Filippo Calendario tajapietra e un Pietro Basejo magister prothus. Nel 1365 il pittore padovano
Guariento viene chiamato a decorare la parete orientale della sala con un grande affresco, mentre
l’esecuzione del finestrato è opera dei Delle Masegne. Il Maggior Consiglio si riunisce nella
nuova sala per la prima volta nel 1419.
I rinnovamenti del doge Foscari e il Quattrocento. Solo nel 1424, sotto il doge Francesco
Foscari (1423 – 1457), si decide di proseguire quest’opera di rinnovamento anche nell’ala verso
la piazzetta, quella destinata al palazzo di Giustizia. Il nuovo edificio si configura come il
proseguimento del Palazzo del governo; al piano terra presenta all’esterno un porticato e al
primo piano logge aperte, anche sul lato verso il cortile; allo stesso livello della sala del Maggior
Consiglio vi è un vasto salone, detto della Libreria (poi dello Scrutinio). I finestroni e il
coronamento a pinnacoli riprendono i medesimi motivi decorativi che caratterizzano la facciata
sul molo. La facciata sulla piazzetta viene completata con la costruzione della Porta della Carta
(1438 – 1442), ad opera di Giovanni e Bartolomeo Bon. Solo in seguito si pone mano ad altre
ali del palazzo: a partire dalla Porta della Carta si avviano i lavori di costruzione dell’androne
Foscari , culminante con l’omonimo Arco, che si protraggono per alcuni anni e vengono
conclusi sotto il doge Giovanni Mocenigo (1478 – 1485).
Le altre ali del palazzo e gli incendi (1483-1574). Nel 1483 un grosso incendio divampa
intanto nel lato opposto del palazzo, che finora non abbiamo descritto, quello affacciato sul
canale, che ospita tra l’altro l’appartamento del Doge. Si rendono così necessari, ancora una
volta, importanti lavori, affidati ad Antonio Rizzo, che introduce a Palazzo il nuovo linguaggio
della Rinascenza. Viene costruito, su questo versante, un edificio nuovo, con un corpo di
fabbrica che si erge lungo il rio, dal ponte della Canonica al ponte della Paglia. L’intervento si
conclude, almeno per quanto riguarda gli appartamenti ducali, entro il 1510. Nel frattempo,
Rizzo è sostituito dal “maestro Pietro Lombardo”, sotto la cui direzione vengono realizzate la
decorazione scultorea della facciata e la scala dei Giganti. Nel 1515 Antonio Abbondi, lo
Scarpagnino, succede a Pietro Lombardo. I lavori si concludono solo nel 1559. Finalmente il
palazzo è completato, ogni organo amministrativo ha una propria sede. La posa in opera di due
grandi statue di Sansovino, Marte e Nettuno, sulla Scala dei Giganti, avvenuta nel 1567, si può
dire sancisca la fine di questa importante fase di lavori. Nel 1574 un altro incendio distrugge in
quest’ala parte delle sale al secondo piano, danneggiando in particolare la sala delle Quattro
porte, l’Anticollegio, il Collegio e il Senato, fortunatamente senza intaccare le strutture portanti.
Si procede immediatamente alla risistemazione delle parti lignee e, soprattutto, dell’apparato
decorativo.
L’incendio del 1577. Appena terminati i lavori, però, nel 1577 un altro devastante incendio
coinvolge questa volta la sala dello Scrutinio e la sala del Maggior Consiglio, distruggendo
irrimediabilmente i dipinti che le decoravano, opere di artisti tra cui Gentile da Fabriano,
Pisanello, Alvise Vivarini, Carpaccio, Bellini, Pordenone, Tiziano. Per quanto riguarda le
strutture dell’edificio, si procede velocemente a un restauro che ne conserva l’aspetto originale.
I lavori si concludono nel giro di pochi anni, tra il 1579 e il 1580, quando è doge Niccolò da
Ponte.
Le prigioni e gli altri interventi seicenteschi. Sino a quel momento il Palazzo Ducale aveva
ospitato, oltre all’appartamento del doge, la sede del Governo e i Tribunali, anche le prigioni (al
piano terra, a destra e sinistra della porta del Frumento); solo nella seconda metà del XVI secolo
Antonio da Ponte ordina la costruzione delle Prigioni Nuove, costruite da Antonio Contin
intorno al 1600 e collegate al palazzo dal ponte dei Sospiri. Il trasferimento delle prigioni libera
spazi al piano terra del Palazzo Ducale. L’area del cortile è quindi oggetto, all’inizio del XVII
secolo, di una nuova ristrutturazione. Viene realizzato, nella parte del palazzo di giustizia
affacciata sul cortile, un porticato analogo a quello della facciata di rinascimentale che gli sta di
fronte; inoltre, sul lato del cortile opposto all’ala sul molo, a fianco dell’arco Foscari, viene
eretta un’ulteriore facciata marmorea ad archi, sormontata da un orologio (1615), su progetto di
Bartolomeo Manopola.
Il palazzo dopo la fine della Repubblica di Venezia. Le funzioni del Palazzo Ducale, simbolo
e cuore della vita politica e amministrativa lungo tutto l’arco della millenaria storia della
Repubblica di Venezia, non possono che cambiare a partire dal 1797, anno in cui la Serenissima
cade. Da allora si succedono in città la dominazione francese e quella austriaca, fino
all’annessione all’Italia, nel 1866. In questo periodo il palazzo diviene sede di diversi uffici,
oltre a ospitare per quasi un secolo (dal 1811 al 1904) la Biblioteca Nazionale Marciana e altre
importanti istituzioni culturali della città. A fine Ottocento, l’edificio presenta evidenti segni di
degrado: il governo italiano decreta allora un ingente finanziamento per provvedere a un radicale
restauro. In quell’occasione si procede alla rimozione e sostituzione di molti capitelli del
porticato trecentesco, che, restaurati, costituiscono oggi il corpus del Museo dell’Opera.
Vengono inoltre trasferiti tutti gli istituti, ad eccezione dell’Ufficio statale per la tutela dei
monumenti, che ancor oggi vi risiede, come Soprintendenza per i Beni Ambientali e
Architettonici di Venezia e Laguna. Nel dicembre del 1923 lo Stato, proprietario dell’edificio,
affida al Comune di Venezia la gestione del palazzo, aperto al pubblico come museo. Dal 1996
Palazzo Ducale è a tutti gli effetti parte del sistema dei Musei Civici di Venezia.

Il percorso di visita suggerito dal museo non segue linearmente i singoli piani del palazzo, ma traccia un itinerario che
sale e scende attraversandoli più volte. Dal piano terra, dove sono ospitati i servizi al pubblico, il percorso comincia
con il Museo dell’Opera e, passando attraverso lo straordinario cortile, prosegue verso le sale superiori del Palazzo con
la visita delle preziose stanze dell’Appartamento Ducale, al primo piano, e delle Stanze Istituzionali che si sviluppano
tra il secondo piano e il piano delle Logge, per concludersi infine con la visita all’Armeria e alle Prigioni. Ci sono poi
gli Itinerari Segreti, che non fanno parte del normale percorso del Palazzo, ma sono visitabili solo a condizioni
particolari.

LE LOGGE
Entrati nel Palazzo dalla Porta del Frumento, posta sull’ala sud più antica, a sinistra è l’ala verso
la Piazzetta, rivolta a ovest, a destra l’ala rinascimentale, a est. Il cortile è chiuso, di fronte, da
un quarto lato, a nord, in cui Palazzo Ducale confina con la Basilica di San Marco, che era la
cappella del doge. La piccola facciata marmorea con l’orologio che vi si trova risale ad un
intervento di ristrutturazione del 1615. Al centro del cortile sono due vere da pozzo, massicce e
ornatissime fusioni in bronzo risalenti alla metà del XVI secolo. Le due ali più antiche del
palazzo presentano sul cortile facciate più semplici e severe, mentre l’ala rinascimentale ha una
decorazione più ricca che culmina, sul fondo, con la Scala dei Giganti, antico ingresso d’onore,
con le due colossali statue di Marte e Nettuno, scolpite da Sansovino nel 1565, simbolo della
potenza di Venezia per terra e per mare. La scala, ideata da Antonio Rizzo, è contigua all’Arco
dedicato al Doge Francesco Foscari (1423 – 1457), vero arco trionfale, a tutto sesto, a fasce
alterne in pietra d’Istria e marmo rosso di Verona, collegato alla Porta della Carta attraverso
l’androne Foscari, da cui oggi, nel percorso di visita, si esce dal palazzo. A destra della scala dei
Giganti si apre il cinquecentesco Cortile dei Senatori, dove questi si adunavano in attesa delle
riunioni di governo. Sulla stessa ala del palazzo, ma dalla parte opposta rispetto alla Scala dei
Giganti, si apre, sotto il porticato, la larga Scala dei Censori, costruita nel 1525 forse su progetto
dello Scarpagnino. Da qui inizia oggi il percorso di visita ai piani superiori del Palazzo.

Le Logge. Il piano delle logge consente un giro lungo le tre ali est, sud e ovest del palazzo, con
suggestivi punti di vista sul cortile e sulla Piazzetta San Marco. Sono le logge a conferire
all’architettura del Palazzo quella straordinaria, caratteristica leggerezza. Oggi il piano delle
logge ospita, nell’ala trecentesca, la Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici di
Venezia, e, nell’ala rinascimentale, alcuni uffici della direzione dei Musei Civici veneziani, oltre
a uno dei bookshop del Museo. Il percorso di visita prevede qui, provenendo dalla Scala dei
Censori e dirigendosi verso la Scala d’Oro per salire ai piani superiori, il passaggio lungo l’ala
rinascimentale.
Qui si trovavano gli uffici di varie magistrature. Sulla parete sono incastonate diverse “bocche
di leone”, in cui, a partire dalla fine del XVI secolo, potevano essere introdotte denunce di
crimini o malversazioni. Una volta introdotto nella fessura, il biglietto finiva nella cassetta di
legno che si apriva dall’altra parte del muro, in corrispondenza dell’ufficio a cui la denuncia era
rivolta. Va detto che solo raramente questi esposti venivano recepiti dal Governo, e in ogni caso
dopo un’attenta verifica. Notevoli poi sono due lapidi: una trecentesca (1362), in caratteri gotici,
risale al papato di Urbano V e promette indulgenze a chi faccia elemosina ai carcerati, l’altra, di
fronte alla Scala dei Giganti, è una raffinata esecuzione di Alessandro Vittoria a ricordo della
visita a Venezia di Enrico III di Francia (1574) e si trova oltre il sontuoso accesso alla Scala
d’Oro, ornato ai lati da due gruppi marmorei realizzati da Tiziano Aspetti nel XVI secolo:
rappresentano Atlante che regge la volta celeste (a destra) ed Ercole che uccide l’Idra (a sinistra).

L’Appartamento del Doge


Le stanze in cui il doge abitava furono sempre situate in quest’area del Palazzo Ducale,
compresa tra il rio della Canonica – via acquea d’ingresso -, l’attuale Scala d’Oro e l’abside
della Basilica di San Marco, che era la cappella ducale. Il nucleo fondamentale
dell’appartamento era dunque una dimora certo prestigiosa, ma non troppo estesa, soprattutto
considerando che le stanze più vicine alla Scala d’Oro espletavano una funzione intermedia tra
la vita privata del doge e le sue funzioni pubbliche. Nella zona più propriamente privata
dell’appartamento egli, deposte le insegne del potere, si ritirava solo al termine della giornata
per cenare e trascorrere la sera con qualche famigliare, tra i mobili e gli oggetti che s’era portato
dalla vecchia casa e che gli eredi avrebbero prontamente tolto alla sua morte, per far spazio alle
suppellettili del successore. Qui il doge passava le notti assistito da pochi servitori; la nuova
alba lo avrebbe restituito al suo ruolo istituzionale, trasformandolo nuovamente in simbolo.

Sala degli Scarlatti. La sala, un tempo adibita ad anticamera per i consiglieri ducali, prende
probabilmente il nome dal colore delle loro toghe. Dell’antico arredo conserva il soffitto
intagliato, progettato ed eseguito probabilmente da Biagio e Pietro da Faenza. Vi campeggia lo
stemma del doge Andrea Gritti. Tra due finestre è un camino, opera di Antonio e Tullio
Lombardo, eseguito nel 1507 e caratterizzato da una bella ornamentazione con cornucopie,
foglie d’acanto, volute, testine di putti. Di ambito lombardesco sono probabilmente anche i due
rilievi marmorei collocati sopra le porte. Alle pareti, due lunette ad affresco: la Resurrezione di
Giuseppe Salviati, a sinistra, e Madonna col Bambino, opera giovanile di Tiziano, a destra.

Le Sale Istituzionali
Inizia con l’Atrio Quadrato il lungo percorso attraverso le Sale Istituzionali del Palazzo, dove si svolgeva ai massimi
livelli la vita politica e amministrativa della repubblica, per secoli oggetto d’ammirazione: stupivano la sua immutabilità
– peraltro mai codificata, mai posta per iscritto – e la sua efficienza capace di sfidare il tempo, garantendo la pace sociale.
Si attraversano quindi le sale dei principali organi di governo della Repubblica: dal Maggior Consiglio, al Senato, al
Collegio, e delle più importanti magistrature di giustizia, dal Consiglio dei Dieci alle Quarantie. In tutte le sale il
programma decorativo è sempre profondamente coerente con la celebrazione delle virtù dello Stato e delle funzioni da
esso svolte.

Liagò. Nel percorso di visita, si accede a questa stanza e alle seguenti dopo la visita al secondo
piano, provenendo dall’Armeria. Nel dialetto veneziano “liagò” significa veranda o terrazzo
chiuso da vetrate. Questo ambiente serviva da passeggio e ritrovo per i patrizi negli intervalli
delle frequenti sedute del Maggior Consiglio. Il soffitto di travi dipinte e dorate risale alla
metà del Cinquecento, mentre le tele alle pareti, sono del Sei-Settecento. Sono esposte qui tre
importanti sculture: Adamo, Eva e il Portascudo. Sono gli originali delle opere concepite per
decorare le facciate dell’Arco Foscari nel cortile del Palazzo; capolavoro di Antonio Rizzo,
realizzate tra il 1462 ed il 1471.

Quarantia Civil Vecchia. Proseguono le stanze dedicate all’amministrazione della Giustizia.


La Quarantia, creata dal Maggior Consiglio pare già alla fine del XII secolo, era il massimo
organo di appello dello Stato veneziano. Originariamente era un unico organismo formato da
quaranta membri dotati di ampi poteri, politici e legislativi. Nel corso del XV secolo le
quarantie divennero tre: Quarantia Criminal (per le sentenze nell’ambito che oggi
chiameremmo penale), Quarantia Civil Vecchia (per le cause civili in territorio veneziano),
Quarantia Civil Nuova (per cause civili in terraferma). La sala venne restaurata nel XVII
secolo, ma reca ancora, dell’antica decorazione, un frammento di affresco visibile vicino
all’entrata a destra. Le tele che vi sono collocate attualmente risalgono al Seicento.

Sala del Guariento. La sala, anticamente deposito d’armi e munizioni, era collegata da una
scala all’Armeria e al Consiglio dei Dieci. Oggi ospita ciò che resta dell’affresco con
L’incoronazione della Vergine e le gerarchie celesti realizzato dal pittore padovano Guariento
tra il 1365 e il 1368 per la parete orientale della Sala del Maggior Consiglio. L’affresco, celebre
e apprezzato esempio del linguaggio gotico-cortese, dai preziosi cromatismi su toni bruniti e
dorati, viene quasi completamente distrutto da un violento incendio, scoppiato nel 1577 in Sala
dello Scrutinio e in sala del Maggior Consiglio, in seguito al quale si procede al restauro delle
sale e a un nuovo programma decorativo, che prevede, per la vasta parete del trono ove era
l’affresco del Guariento, una grande tela con il Paradiso. Per eseguirla, la Repubblica bandisce
nel 1582 un concorso cui partecipano i più importanti pittori attivi a Venezia in quel periodo tra
cui Tintoretto, Veronese, Palma il Giovane, Francesco Bassano. La tela esposta in questa sala è
uno dei bozzetti preparatori eseguiti da Tintoretto, nell’ambito di questa vicenda. Il concorso è
inizialmente assegnato ex aequo a Veronese e Bassano, ma il lavoro, alla morte del primo nel
1588 non è ancora iniziato. Sarà quindi affidato a Tintoretto che lo realizzerà in modo
sensibilmente diverso, col preponderante aiuto del figlio Domenico, entro il 1592.
Sala del Maggior Consiglio. È la sala più grande e maestosa di Palazzo Ducale e, con i suoi 53
metri di lunghezza e 25 di larghezza, è una delle più vaste d’Europa. Qui si tenevano le
assemblee della più importante magistratura dello stato veneziano: il Maggior Consiglio.
Organismo molto antico, era formato da tutti i patrizi veneziani, a prescindere dal prestigio, dai
meriti o dalle ricchezze. Per questo, nonostante col trascorrere dei secoli il Senato tendesse a
limitarne sempre più i poteri, esso fu sempre sentito come il baluardo dell’antica uguaglianza
repubblicana, sia pure ristretta al solo ambito nobiliare. Il Maggior Consiglio aveva diritto di
controllo su tutte le altre magistrature e cariche dello Stato che, quando esorbitavano troppo dai
loro poteri, venivano prontamente ridimensionate. I 1200-2000 nobili che lo costituivano non
cessarono mai, infatti, di sentirsi gli autentici depositari del diritto statale, da cui tutte la altre
magistrature derivavano. In questa sala si effettuavano anche le prime fasi dell’elezione del doge
che proseguivano in quella dello Scrutinio. Le procedure erano estremamente lunghe e
complesse per evitare possibili brogli elettorali. Ogni domenica, al suono della campana di San
Marco, i membri si riunivano sotto la presidenza del Doge che sedeva al centro della pedana,
mentre i consiglieri occupavano seggi disposti secondo la lunghezza della sala in file doppie,
dandosi la schiena. Ristrutturata nel corso del XIV secolo, era decorata dall’affresco del
Guariento di cui abbiamo visto i resti e da opere dei più famosi artisti dell’epoca. Nel dicembre
del 1577, un incendio divampato nella vicina sala dello Scrutinio le distrusse, danneggiando
gravemente anche la struttura della sala. Venne quindi avviata una decorazione che vide
impegnati artisti come Veronese, Jacopo e Domenico Tintoretto, Palma il Giovane, secondo un
programma che prevedeva alle pareti episodi della storia veneziana con particolare riferimento
ai rapporti col papato e l’impero, sul soffitto le gesta di cittadini valorosi e le Virtù, mentre lo
spazio centrale era riservato alla glorificazione della Repubblica. I dodici dipinti laterali, sei per
lato, ricordano particolari atti di valore o episodi bellici accaduti lungo l’arco della storia della
città. Immediatamente sotto il soffitto corre un fregio con i ritratti dei primi settantasei dogi della
storia veneziana (gli altri si trovano nella sala dello Scrutinio). Si tratta di effigi immaginarie,
visto che quelle precedenti il 1577 furono distrutte nell’incendio, commissionate a Jacopo
Tintoretto ma eseguite in gran parte dal figlio Domenico. Sul cartiglio che ogni doge tiene in
mano sono riportate le opere più importanti del suo dogado. Il doge Marin Faliero, che tentò un
colpo di stato nel 1355, è rappresentato da un drappo nero: condannato in vita alla decapitazione
e alla damnatio memoriae, ossia alla cancellazione totale del suo nome e della sua immagine,
come traditore dell’istituzione repubblicana. Lungo un’intera parete, dietro al trono, si staglia la
più grande tela del mondo, il Paradiso, realizzata da Jacopo Tintoretto e dalla sua bottega tra il
1588 ed il 1592 al posto dell’affresco del Guariento.
Sala dello Scrutinio. L’immensa sala si trova nell’ala di palazzo Ducale edificata fra il terzo ed
il quinto decennio del XV secolo, durante il dogado di Francesco Foscari (1423–1457). Il grande
ambiente era stato dapprima destinato a ospitare i preziosi manoscritti lasciati dal Petrarca e dal
Bessarione alla Repubblica (1468): e infatti anticamente questa sala era denominata della
Libreria. Poi, nel 1532, venne deciso di tenervi pure gli scrutinii, ossia le operazioni di conteggio
elettorale e/o deliberativo che assiduamente scandivano i ritmi della politica veneziana, basata
– come è noto – su un sistema assembleare che aveva il suo epicentro nel vicino salone del
Maggior Consiglio; sicché per un certo periodo qui convissero due diverse funzioni, quella
culturale e quella politica. In seguito alla realizzazione della Libreria sansoviniana, questa sala
rimase destinata unicamente alle operazioni elettorali, a cominciare dalla più importante, quella
del Doge. L’attuale decorazione fu realizzata -dopo un disastroso incendio che colpì quest’ala
del palazzo nel 1577- tra il 1578 ed il 1615; il soffitto, assai ricco, venne disegnato dal pittore-
cartografo Cristoforo Sorte. Nei diversi comparti sono riprodotti episodi di storia militare che
esaltano le gesta dei veneziani, con particolare riferimento alla conquista dell’impero marittimo:
fa eccezione solo l’ultimo ovale, che ricorda la presa di Padova, nel 1405. Le pareti raccontano
le battaglie vinte dall’809 al 1656: particolarmente suggestivo, su quella orientale, il dipinto con
La battaglia di Lepanto di Andrea Vicentino, del 1571, contornato da altre scene di battaglia: la
Vittoria dei Veneziani sui Turchi ai Dardanelli di Pietro Liberi, dipinto fra il 1660 e il 1665 e la
Vittoria dei Veneziani sui Turchi in Albania di Pietro Bellotti, del 1663; anche la parete ovest
riporta episodi bellici, tra cui La conquista di Tiro di Antonio Aliense, del 1590 ca. e la Vittoria
navale di Veneziani a Giaffa contro gli Egiziani di Sante Peranda, dipinto tra il 1598 e il 1605.
Potrebbe stupire tutta questa celebrazione della virtù guerriera in una sala che, per la sua delicata
funzione, avrebbe piuttosto richiesto una decorazione volta all’esaltazione della saggezza
politica, ma non si deve dimenticare che l’ambiente fu “pensato” all’incirca nel lasso di tempo
che intercorre tra la battaglia di Lepanto (1571) e l’Interdetto (1606): da un lato quindi, in un
contesto di orgoglio per la vittoria ottenuta, dall’altro in un momento in cui , con particolare
impegno, settori dell’aristocrazia veneziana cercavano di imprimere nuovo dinamismo alla
politica della repubblica, sfidando la Spagna di Filippo II e la Santa Sede. Nel fregio sotto il
soffitto continua la serie dei dogi iniziata nell’attigua sala del maggior Consiglio, mentre la
parete sud è decorata da un Giudizio Universale, di Jacopo Palma il Giovane, dipinto fra il 1594
ed il 1595, idealmente collegato al Paradiso del Maggior Consiglio. La sala è chiusa a nord da
un maestoso arco trionfale. Opera di Andrea Tirali, venne eretto in onore del doge Francesco
Morosini Peloponnesiaco, morto nel 1694 durante la guerra in Morea.
Sala della Quarantia Criminal e Sala dei Cuoi. Ecco un’altra stanza dedicata
all’amministrazione della Giustizia. Questa era la sala di una delle tre Quarantie, cioè le massime
magistrature d’appello dello Stato veneziano. Creata nel corso del XV secolo, la Quarantia
Criminal si occupava delle sentenze nell’ambito che oggi chiameremmo penale. Era un
organismo di grande importanza: poiché i suoi membri facevano parte anche del Senato,
potevano essere investiti anche di poteri legislativi. La sala è decorata da stalli lignei del XVII
secolo; la stanza successiva ne costituiva l’archivio: si presume perciò che le sue pareti fossero
rivestite di scaffalature ed armadi, dei quali vuol rendere un’idea quello addossato al muro di
fondo: mobile non originario, come del resto i “cuoridoro” cioè i cuoi ricamati in oro sulle altre
pareti.
Sala del Magistrato alle Leggi. Questa era la sala che ospitava la magistratura dei Conservatori
ed esecutori delle leggi e ordini degli uffici di San Marco e di Rialto, creata nel 1553 ed affidata
a tre patrizi che avevano il compito di far osservare la normativa che regolava l’avvocatura. In
una città-Stato come Venezia, città mercantile per eccellenza, il settore giudiziario rivestiva
enorme importanza (si pensi in primo luogo allo sterminato numero di cause, liti e processi
innescati dalla presenza di un vasto mercato come quello di Rialto) anche perché basato non sul
diritto imperiale o comune o romano, ma su di una prassi del tutto peculiare alla civiltà lagunare.

SECONDO PIANO
Atrio quadrato. Questa stanza aveva soprattutto una funzione di anticamera ai luoghi in cui si
riunivano i più importanti organi di governo. Il decoro risale al XVI secolo, durante il dogado
di Girolamo Priùli, raffigurato sul soffitto, in un dipinto di Tintoretto, ornato delle prerogative
del potere e dei simboli di Giustizia e Pace. Agli angoli quattro scene bibliche, che alludono
forse alle virtù del doge, e le stagioni, probabilmente opera della bottega di Tintoretto. Il
programma celebrativo era completato da quattro dipinti di Mitologie che si trovano ora nella
sala dell’Anticollegio. Al loro posto vi sono L’angelo annunciante ai pastori di Girolamo
Bassano e opere di soggetto biblico dubitativamente attribuite a Paolo Veronese.
Sala delle Quattro Porte. La sala aveva la duplice funzione di anticamera d’attesa e di
passaggio e prende il nome da quattro splendide porte incorniciate da preziosi marmi orientali,
sormontati ciascuno da un gruppo scultoreo che si riferisce all’ambiente al quale dà
accesso. L’aspetto attuale risale ad un’imponente ristrutturazione operata dopo il disastroso
incendio del 1574 da Antonio da Ponte su progetto di Andrea Palladio. Il soffitto a botte, la cui
decorazione a stucchi si deve a Giovanni Cambi detto il Bombarda, ospita affreschi a soggetto
mitologico e raffigurazioni di città e regioni sotto il dominio veneto, realizzati da Jacopo
Tintoretto a partire dal 1578. Questa decorazione vuole mostrare, strettamente connesse tra loro,
la fondazione di Venezia, la sua indipendenza sin dalle origini e la missione storica
dell’aristocrazia veneziana, secondo il programma celebrativo già segnato dalla decorazione
della Scala d’Oro. Le opere alle pareti, tra cui Il doge Antonio Grimani in adorazione davanti
alla Fede e san Marco in gloria di Tiziano, furono realizzate solo alla fine del Cinquecento. A
cavalletto, una celebre tela di Giambattista Tiepolo con Venezia che riceve da Nettuno i doni
del mare.
Sala dell’Anticollegio. Questa sala era l’anticamera d’onore per le ambascerie e le delegazioni
che attendevano di essere ricevute dal Collegio, cui era delegata la politica estera dello Stato.
Anche questo ambiente, come il precedente, fu restaurato dopo l’incendio del 1574 e il suo
apparato decorativo è perciò simile a quello della Sala delle Quattro Porte, con stucchi ed
affreschi sul soffitto. Quello centrale, con Venezia in atto di conferire ricompense ed onori, si
deve a Paolo Caliari detto Veronese. Un prezioso fregio orna le sommità delle pareti, e sontuosi
sono il camino tra le finestre e la bella porta che immette nella sala del Collegio, adorna di
colonne e con un frontone sormontato da un gruppo marmoreo di Alessandro Vittoria. Accanto
alle porte sono collocate le quattro tele dipinte da Jacopo Tintoretto per l’Atrio Quadrato, portate
qui nel 1716 a sostituzione dell’originaria decorazione con pannelli di cuoio. In tutte, le scene
mitologiche hanno significati allegorici del saggio governo della Repubblica. Sono in questa
stanza altre opere celebri tra cui il Ratto di Europa di Paolo Veronese.
Sala del Collegio. Il Collegio, o Pien Collegio riuniva i Savi e la Signoria, organi distinti ed
autonomi. I primi si dividevano in Savi del Consiglio, che si occupavano soprattutto di politica
estera, Savi di Terraferma, competenti sulle questioni inerenti i territori fuori della laguna e Savi
agli Ordini, che sovrintendevano alle materie marittime. La Signoria era composta dai tre capi
della Quarantia e dal Minor Consiglio, formato dal doge e dai sei consiglieri, uno per ogni
sestiere. Questa interrelazione tra diverse cariche era uno dei segreti della costituzione
veneziana, che fu in grado di garantire per secoli da un lato gli equilibri istituzionali, dall’altro
la pace sociale e fu oggetto di ammirazione delle principali potenze europee. I compiti del
Collegio erano soprattutto quelli di predisporre e coordinare i lavori del Senato, leggendo i
dispacci degli ambasciatori e dei rettori, ricevendo le delegazioni straniere e promuovendo
l’attività legislativa e politica. La decorazione della sala fu completata dopo l’incendio del 1574
su progetto di Andrea Palladio. Francesco Bello e Andrea da Faenza lavorarono alla
realizzazione del rivestimento ligneo delle pareti, del tribunale sul fondo e del soffitto intagliato.
Le splendide tele del soffitto furono invece commissionate al Veronese che le eseguì tra il 1575
e il 1578. Il soffitto del Collegio è uno dei capolavori dell’artista che celebra qui il Buon
Governo della Repubblica, la Fede su cui esso riposa e le Virtù che lo guidano e lo rafforzano. Il
primo scomparto rettangolare ci presenta la visione del campanile di San Marco che emerge
dietro alle figure di Marte e Nettuno, signori della guerra e del mare. Al centro è Il trionfo della
Fede e nello scomparto rettangolare, verso la tribuna, Venezia con la Giustizia e la Pace. Tutto
attorno, in otto pannelli a forma di T e di L, stanno le Virtù di Governo. La grande tela posta
sopra il Tribunale, ancora di Paolo Veronese, esalta la prestigiosa vittoria ottenuta a Lepanto il
7 ottobre 1571 dalla flotta cristiana su quella turca, con il prevalente contributo di navi e uomini
veneziani. Il resto delle opere di questa sala è dovuto a Tintoretto e aiuti. Vi sono raffigurati
dogi assistiti dal Salvatore, dalla Vergine e dai Santi.

Sala del Senato. Questa sala detta anche dei Pregadi, perché il doge “pregava” i membri di
partecipare alle riunioni, ospitava le adunanze del Senato, una delle più antiche istituzioni
veneziane, la cui creazione risale al XIII secolo. Era l’organo deputato a sovrintendere alle
materie economico-finanziarie, come la produzione, il commercio e la politica estera e divenne
una sorta di comitato ristretto del Maggior Consiglio a cui avevano accesso solo gli esponenti
delle famiglie più abbienti. I lavori di rifacimento della sala dopo l’incendio del 1574 avvennero
negli anni ottanta del Cinquecento. Terminato il soffitto, si diede inizio alla decorazione
pittorica, che risulta terminata completamente nel 1595. Tintoretto e la sua bottega sono gli
autori di alcune opere in cui si nota la preminente figura del Cristo; è forse un’allusione alle
funzioni di “conclave” riservate al Senato nella elezione del Doge, tutelata dal Figlio di Dio; di
Jacopo Palma il Giovane sono invece quattro dipinti votivi, legati a vicende storiche della
Repubblica. Viene qui ricordata l’eroica difesa di Venezia, simboleggiata mentre lancia il Leone
contro il Toro che indica il resto d’Europa. Agli inizi del XVI secolo, avendo ulteriormente
allargato i suoi domini sulla terraferma, Venezia si era trovata a dover fronteggiare una lega tra
alcune delle principali potenze europee quali Papato, Impero, Francia e Spagna, preoccupate
dall’espansione veneziana. E’ la lega di Cambrai, nei confronti della quale Venezia otterrà un
significativo successo diplomatico nonostante la sconfitta militare di Agnadello. Al centro del
dipinto sta il vecchio doge, Leonardo Loredan, eroe della resistenza veneziana e sullo sfondo
anziché Agnadello, è rappresentata Padova, riconquistata eroicamente dai veneziani
rovesciando le sorti sfortunate della guerra. Sulla stessa parete si trovano due grandi orologi.

Sala del Consiglio dei Dieci. Il Consiglio dei Dieci fu istituito in seguito alla congiura ordita
nel 1310 da Bajamonte Tiepolo e altri nobili per rovesciare le istituzioni statali. Essendo stato
costituito per giudicare gli aderenti al complotto avrebbe dovuto essere un organo provvisorio
ma, come spesso accade nella storia delle istituzioni veneziane, finì col diventare un organo
permanente. Le sue competenze si estesero ad ogni settore della vita pubblica: ortodossia
religiosa, politica estera, spionaggio, difesa dello Stato. Da qui il sorgere del mito di un tribunale
potente, occhiuto e spietato al servizio dell’oligarchia dominante, le sui sentenze venivano
emesse in tempi rapidissimi e con rito segreto. L’assemblea era composta da 10 membri scelti
dal Senato ed eletti dal Maggior Consiglio, a cui si aggiungevano il Doge e i suoi sei consiglieri.
Di qui i diciassette riquadri a semicerchio, che ancora si notano nella sala. La decorazione del
soffitto è dovuta a Gian Battista Ponchino in collaborazione con il giovane Paolo Veronese e
Gian Battista Zelotti. Intagliato e dorato, è diviso in venticinque scomparti con all’interno
divinità ed allegorie che illustrano il potere del Consiglio il cui compito, ad immagine del
tribunale celeste, era di punire i crimini e liberare l’innocente. L’interpretazione dei singoli
quadri è particolarmente complessa a causa dell’ambiguità delle figure mitologiche e della
tendenza degli ideatori dei programmi a sovrapporre significati legati all’ideologia veneziana a
quelli tradizionali. Celebri i dipinti di Veronese, dal Vecchio orientale a Giunone che sparge i
suoi doni su Venezia, mentre l’ovale al centro con Giove che scende dal cielo a fulminare i vizi
è una copia dell’originale dello stesso autore, portato al Louvre da Napoleone Bonaparte.

Sala della Bussola. Inizia da questa sala la serie degli spazi dedicati alle funzioni della Giustizia.
Ed è appunto la statua della Giustizia che sormonta la grande bussola lignea che dà il nome alla
stanza, maschera l’angolo e conduce nelle stanze dei Tre Capi del Consiglio dei X e degli
Inquisitori (visitabili solo nel corso della visita agli Itinerari Segreti). L’ambiente in cui ci
troviamo era perciò utilizzato come anticamera per coloro che erano stati convocati dal potente
magistrato. E’ dunque un’anticamera, peraltro lussuosamente arredata: il controsenso è solo
apparente, perché la magnificenza della decorazione era mirata ad enfatizzare la solennità del
rituale giuridico-politico dello Stato marciano, che qui trovava uno dei suoi cardini più efficaci
e più celebrati. La sistemazione della stanza risale alla metà del XVI secolo; anche questo
soffitto fu affidato al Veronese, che ne completò la decorazione nel 1554 con opere volte
all’esaltazione del “buon governo” della Serenissima. Purtroppo anche in questa sala la tela
centrale con San Marco che scende ad incoronare le tre Virtù teologali, è una copia il cui
originale si trova oggi al Louvre. Il grande camino posto tra le finestre fu ideato da Jacopo
Sansovino nel 1553-54 Tutte le stanze in cui si svolgevano funzioni connesse alla giustizia erano
collegate tra loro in senso verticale, a partire dal piano terra, con le prigioni chiamate Pozzi, per
proseguire poi al piano delle logge con l’Avogaria, al primo piano con le Quarantie e la sala del
Magistrato alle Leggi, al secondo piano con le diverse sale con funzioni di tribunale- che stiamo
ora visitando- fino alle prigioni del sottotetto, i Piombi. I collegamenti erano garantiti anche da
scalette, corridoi, vestiboli. Da questa sala si può accedere all’Armeria e poi alle Prigioni nuove,
al di là del Ponte dei Sospiri oppure scendere subito lungo la scala dei Censori per proseguire,
al primo piano, il percorso delle Sale Istituzionali.

Le sale dell’Armerìa costituiscono oggi un prezioso museo di armi e munizioni di diversa


provenienza, il cui nucleo è documentato fin dal XIV secolo e, al tempo della Repubblica, era
affidato alle cure del Consiglio dei X e caratterizzato da strumenti bellici prontamente fruibili
da parte degli armigeri di guardia al Palazzo e, nelle congiunture più delicate, dagli arsenalotti,
cioè le maestranze, estremamente qualificate e organizzate del grande complesso dell’Arsenale.
Alla morte del doge, ad esempio, le porte del Palazzo venivano sbarrate e la loro custodia
affidata appunto agli arsenalotti; di norma, poi, un gruppo di questi presidiava la Loggetta del
campanile durante le sedute del Maggior Consiglio. La collezione d’armi, arricchita da preziosi
cimeli, venne parzialmente dispersa dopo la fine della Repubblica. Oggi consta di oltre duemila
pezzi.

Sala I. La prima sala è detta del Gattamelata per l’armatura finemente cesellata e attribuita al
condottiero Erasmo da Narni, detto appunto Gattamelata, che vi è esposta assieme ad una
notevole serie di altri esemplari cinquecenteschi da combattimento pesante e leggero, a cavalo
o a piedi e da torneo. Curiosa quella da bambino (o da nano?) rinvenuta sul campo di battaglia
di Marignano nel 1515. La sala ospita inoltre vari modelli di spade di varie epoche e modelli di
balestre con i caratteristici turcassi in cuoio dipinto o stampato per il ricovero delle frecce, oltre
a lanterne di navi turche strappate al nemico con la caratteristica mezzaluna in cima.

Sala II. Anche in questa sala campeggia un cimelio turco: è uno stendardo triangolare
conquistato durante la celeberrima battaglia di Lepanto del 1571. Decorato da una bordatura su
cui sono stati ricamati dei versetti del Corano, presenta al centro un’iscrizione che rende
omaggio ad Allah ed al suo profeta Maometto. Notevole è inoltre l’armatura di Enrico IV di
Francia, da questi donata alla Repubblica nel 1604. La sala ospita inoltre una quattrocentesca
armatura per testa di cavallo, alcuni grandi spadoni e due alabarde da fuoco, riccamente
decorate.

Sala III. Il busto di Francesco Morosini, collocato in una nicchia sul fondo, dà il nome a questa
sala. Ammiraglio, nominato comandante supremo della flotta veneziana durante la guerra contro
i turchi dal 1684 al 1688, riconquistò il Peloponneso, cosa che gli valse il soprannome onorifico
di Peloponnesiaco. Divenne poi doge nel 1688. In virtù delle sue numerose vittorie gli venne
conferito ancora vivente l’onore di un monumento, caso unico nella storia veneziana. In questa
sala sono ordinate e raccolte numerose spade, alabarde, faretre e balestre, spesso recanti incisa
o dipinta la sigla CX. La stessa sigla compare anche sugli stipiti delle porte ad ulteriore
testimonianza della potestà del Consiglio dei Dieci. Notevole è anche la colubrina, piccolo
cannone della metà del XVI secolo, finemente decorata e un archibugio a venti canne – dieci
più lunghe e dieci più corte – del XVII secolo, che potrebbe essere considerato l’antenato della
mitragliatrice.

Sala IV. La stanza presenta una sorprendente collezione di armi miste: balestre da fuoco del
XVI secolo, mazze d’arma da fuoco, accette e spade da fuoco, archibugi del XVII secolo; vi è
poi una cassetta del diavolo, insidiosa trappola mortale che nasconde i al suo interno quattro
canne di pistola che fanno fuoco alla sua apertura e una freccia avvelenata. Non mancano, in
questa sala, gli strumenti di tortura, una cintura di castità e una serie di armi proibite per le loro
piccole dimensioni che le rendevano facilmente occultabili, originariamente appartenenti alla
famiglia dei Carrara di Padova, vinta dai veneziani nel 1405.

PIANO DELLE LOGGE


Sala dei Censori. Torniamo a percorrere le sale dedicate agli organi di giustizia. La magistratura dei Censori nacque nel
1517, su iniziativa di Marco Foscari di Giovanni, cugino del doge Andrea Gritti (1523-1538) e nipote del grande
Francesco Foscari. La sua denominazione e le incombenze sono riconducibili alla temperie politico-culturale umanistica:
i Censori non erano infatti un organo giudicante, ma consulente soprattutto sul piano morale, come si evince dal numero
dei suoi membri, che erano due, ossia teoricamente incapaci di esprimere una maggioranza. Loro compito era quello di
reprimere il broglio, la corruzione elettorale, difendendo così l’integrità delle istituzioni pubbliche. Alle pareti una serie
di dipinti di Domenico Tintoretto ritraggono alcuni magistrati e, al di sotto, gli stemmi di coloro che ricoprirono tale
carica.
Sala dell’Avogaria de Comun. L’Avogaria de Comun era un’antichissima magistratura, come indica lo stesso nome:
risale infatti all’epoca comunale (XII° secolo). Compito dei tre avogadori era di tutelare il principio di legalità, ossia la
correttezza nell’applicazione delle leggi. Gli avogadori non raggiunsero mai il prestigio ed il potere dei Dieci, tuttavia
rimasero pur sempre una delle magistrature più autorevoli sino alla caduta della Repubblica. Vegliavano inoltre sulla
purezza del corpo aristocratico, ossia sulla legittimità dei matrimoni e delle nascite dei patrizi iscritti al Libro d’oro, la
cui compilazione era appunto affidata all’Avogaria. In questa sala alcuni avogadori sono ritratti in atto di devozione di
fronte alla Vergine, al Cristo risorto o ai santi.
Sala dello Scrigno. La classe nobiliare veneziana trasse origine dalla “Serrata” del Maggior Consiglio del 1297 ma solo
più tardi, agli inizi del ’500, venne decisa una serie di restrizioni a tutela dell’aristocrazia: vietati i matrimoni tra patrizi
ed appartenenti a diverse classi sociali, incrementati i controlli volti ad accertare i titoli di nobiltà ecc. La competenza di
questa materia fu delegata all’Avogaria di Comun, cui venne pure affidata la compilazione del Libro d’oro delle nascite,
nel quale erano registrate le fedi di battesimo dei patrizi; pertanto, se qualcuno non fosse stato regolarmente notificato,
rischiava di trovarsi escluso dalla nobiltà, e quindi dall’ingresso in Maggior Consiglio e dall’ attività politica; divenne poi
obbligatorio per ogni patrizio produrre all’Avogaria pure il certificato di matrimonio, qualunque fosse la condizione
sociale della moglie. Esisteva inoltre un Libro d’argento in cui erano descritte le famiglie dell’ordine cittadino originario,
ossia quelle che, accanto ai requisiti di “civiltà” e “onorevolezza” potevano vantare un’antica origine veneziana: esse
fornivano allo Stato i quadri della burocrazia, a cominciare dalla Cancelleria ducale. Il Libro d’oro e quello d’argento
erano custoditi in uno scrigno collocato in questa sala, dentro un armadio che conteneva anche tutti i documenti inerenti
alla legittimità dei titoli. Quello che si vede oggi occupa i tre lati di una nicchia, è settecentesco, laccato di bianco con
decorazioni in oro.
Sala della Milizia da Mar. Formato da una ventina di patrizi tratti dal Senato e dal Maggior Consiglio, questo organo,
istituito a metà del XVI secolo, aveva il compito di reclutare gli equipaggi per le galere da guerra, compito non facile,
dato il gran numero di persone necessarie all’ampia flotta veneziana. Al contrario di quanto si potrebbe credere, venivano
assoldati in primo luogo vogatori liberi tratti dal mondo produttivo veneziano, ossia dalle corporazioni di arti e mestieri
che erano ritenute le più dirette interessate alla salvaguardia della patria. Affine a questa magistratura era quella
denominata dei Provveditori all’armar, le cui competenze concernevano però soprattutto l’allestimento ed il disarmo delle
navi, cioè gli scafi e le provviste di bordo. Gli arredi a dossali sono cinquecenteschi mentre le torciere a muro risalgono
al XVIII secolo. La sala successiva, sede della Cancelleria ducale inferiore, oggi ospita il bookshop del palazzo. Nel
percorso di visita, uscendo da qui ci si ritrova nella loggia, di fronte alla Scala dei Giganti. Qui, tra le due colossali statue
di Marte e Nettuno, scolpite da Sansovino nel 1565, simbolo della potenza di Venezia per terra e per mare, il doge veniva
solennemente incoronato in presenza di una folla numerosa. La scala, ideata da Antonio Rizzo, è visivamente unita alla
Porta della Carta attraverso l’androne Foscari, che si conclude in un arco a tutto sesto a fasce alterne in pietra d’Istria e
marmo rosso di Verona. A destra della scala dei Giganti si apre la Scala dei Senatori, da cui si raggiunge l’omonimo
cortile e, attraverso l’androne Foscari, l’uscita dal Palazzo dalla monumentale, gotica Porta della Carta.
MUSEO CORRER
La raccolta ha sede dal 1922 in Piazza San Marco, negli spazi dell’Ala Napoleonica e di parte delle Procuratie Nuove.La
progettazione e l’inizio della realizzazione dell’Ala Napoleonica, che chiude Piazza San Marco di fronte alla basilica,
risalgono agli anni in cui Venezia fa parte di quel Regno d’Italia (1806-1814) di cui Napoleone è il sovrano, viceré il
figliastro Eugenio di Beauharnais. Viene edificata nell’area che precedentemente comprendeva la chiesa di San
Geminiano (assai antica ma riedificata a metà Cinquecento da Jacopo Sansovino) e, ai suoi lati, le prosecuzioni delle
Procuratie Vecchie e Nuove, cioè delle due lunghissime fabbriche che si affacciano sulla Piazza e che avevano ospitato
uffici e residenze di alcune delle maggiori cariche della Repubblica di Venezia. Il nuovo edificio dovrebbe costituire la
sede di rappresentanza dei nuovi sovrani, ma l’impresa – più complicata del previsto- avrà termine solo a metà Ottocento;
ospita quindi, sotto la dominazione austriaca, anche la Corte Asburgica nelle frequenti visite a Venezia e le rappresentanze
politiche, militari e diplomatiche del Lombardo-Veneto di cui Venezia, assieme a Milano, è all’epoca la capitale.

L’Ala Napoleonica, con la doppia facciata monumentale, il suggestivo portico dov’è oggi
l’entrata del Museo, l’arioso Scalone, la ricca Sala da Ballo, viene progettata dagli architetti
Antolini, Soli e Santi. Quest’ultimo nel terzo decennio dell’Ottocento sistema e ordina tutto il
complesso del Palazzo Reale che si espandeva anche lungo le Procuratie Nuove, fino alla
Libreria Marciana, a parte dell’edificio della Zecca, al Giardinetto Reale. Il pittore veneziano
Giuseppe Borsato imposta il decoro degli ambienti secondo una personale e attenta rilettura
dello stile Impero, sotto l’influenza degli architetti e arredatori francesi Percier e Fontaine e
dello stile Biedermeier, che all’epoca si va imponendo nelle principali corti europee. L’affresco
a soffitto sullo Scalone d’ingresso che raffigura la Gloria di Nettuno è di Sebastiano Santi (1837-
1838). L’edificio conserva quindi ancora molti dei tratti distintivi dell’età di Bonaparte e di
quella, subito successiva, degli Asburgo: architettura e decorazioni affreschi e arredo di gusto
neoclassico danno una testimonianza importante della cultura e dei linguaggi di un’epoca.
Soprattutto, però, essa attesta, quasi in contrapposizione con l’antico Palazzo dei Dogi, la
volontà di rifondare una nuova stagione della storia di Venezia, emblematicamente
rappresentata da questa moderna reggia di re e imperatori.

Salendo lungo il sontuoso scalone si accede innanzitutto all’Ala napoleonica del Museo Correr,
si entra nell’elegante antisala, che ospita l’area di accoglienza del museo e che un recente
restauro ha riportato a tutto lo splendore degli ornati neoclassici. Da qui si passa alla galleria o
loggia napoleonica che corre lungo il lato breve di Piazza San Marco. Con l’imponente Salone
da Ballo e le successive Sala del Trono e Sala da Pranzo, essa costituiva il nucleo principale dei
locali di rappresentanza della Reggia, progettata durante il periodo della dominazione francese
(1806-1814) e compiuta durante la dominazione austriaca fra il 1835 ed il 1840. Per il decoro e
l’arredo questa prima parte del Museo è una testimonianza assai significativa dell’arte
neoclassica, attenta alle raffinatezze del gusto francese ma fedele alle tradizioni dell’arte
italiana, rinnovate e ravvivate dalle scoperte archeologiche della seconda metà del Settecento,
in particolare dagli scavi di Pompei, contesto ideale per l’esposizione della ricca collezione
canoviana.

2.Salone da ballo
Questo ambiente sontuoso e ricco, quasi fiabesco, unico per ampiezza e raffinatezza del decoro
in stile Impero, venne progettato da Lorenzo Santi a partire dal 1822 e decorato da Giuseppe
Borsato tra il 1837 e il 1838. I lati brevi della sala sono conclusi da logge concepite per
accogliere l’orchestra che poggiano su colonne corinzie e trasformano, assieme a due piccole
absidi, la parte alta del salone in uno spazio ovale. Al centro del soffitto l’affresco con La Pace
circondata da Virtù e Geni dell’Olimpo di Odorico Politi allude alla restaurazione asburgica
dopo le vicende napoleoniche. A parete, a sinistra, è l’affresco staccato e montato su pannello
con La Vittoria che guida la Pace e corona l’Europa, opera di Giovanni carlo Bevilacqua,
eseguita per una delle stanze della reggia nel 1814. In fondo alla sala, due sculture in pietra di
Vicenza di Antonio Canova raffigurano Orfeo ed Euridice. Realizzate prima del 1777,
provengono dal giardino di Villa Falier presso Asolo e denotano una sensibilità del giovanissimo
artista legata ancora al gusto tardo barocco, ma rinnovata da una concezione rivoluzionaria delle
masse scultoree nella loro resa anatomica e nel loro rapporto con lo spazio circostante.

STANZE DELL’IMPERATRICE ELISABETTA (Sissi)


Inaugurato a luglio 2012 il nuovo percorso lungo le sale “imperiali” del Palazzo Reale: un’attenta e complessa operazione
di recupero, conclusa con l’acquisizione e il restauro di ben nove sale prima occupate da uffici pubblici e realizzata grazie
al Comité Français pour la Sauvegarde de Venise e alla fondamentale collaborazione dei diversi organi del Ministero per
i Beni e le attività Culturali, nonché della Fondazione Musei Civici di Venezia. La decorazione di questi spazi risale al
periodo asburgico, nel periodo 1836-38 in previsione dell’arrivo dell’imperatore Ferdinando I incoronato re del
Lombardo-Veneto nel’38 a Milano, e nel biennio 1854-56, per la visita di stato dei sovrani Francesco Giuseppe ed
Elisabetta, “Sissi”, tra il novembre del ’56 e il gennaio del ’57. L’imperatrice, poi, abiterà qui di nuovo per ben sette mesi,
tra l’ottobre del ’61 e il maggio del ’62.

1. Sala dei pranzi settimanali


Contigua al grande salone d’onore, aveva la funzione di stanza per i pranzi non ufficiali e
anticamera della successiva Sala del trono Lombardo-Veneto. La decorazione, progettata e
realizzata da Giuseppe Borsato nel 1836, testimonia il perdurare del gusto neoclassico ben oltre
l’età napoleonica.Alle pareti, pregevoli affreschi policromi a candelabro sono riquadrati da
marmorini dai delicati toni grigio-viola e verde-oro e intervallati da figure alate a rilievo di
stucco dorato. Il soffitto a volta, decorato a “grottesche”, poggia su un fregio perimetrale su cui
si susseguono figure di divinità marine. Oltre ai mobili neoclassici originali, si segnala il fastoso
centro-tavola francese in bronzo dorato (non originario della reggia).
2. Sala del trono Lombardo-Veneto
Anche in questa sala il decoro è opera di Giuseppe Borsato, che lo realizza nel 1838 in previsione
dell’arrivo dell’imperatore Ferdinando I, nella veste di re del Lombardo-Veneto. Questa sala si
trasforma in sala d’attesa quando la più ampia sala successiva sarà utilizzata per le udienze
private, prima dell’imperatore o del vice-re, poi dell’imperatrice Elisabetta.
Alla base della volta del soffitto, a chiaroscuro con elementi architettonici trompe l’oeil, sono
affrescati riquadri con armi classiche e due stemmi del regno lombardo-veneto, col biscione
visconteo di Milano e il leone marciano di Venezia, sovrastati dalla Corona Ferrea sostenuta da
coppie di figure allegoriche.La tappezzeria in rosso e oro (Rubelli – Venezia) riproduce
fedelmente quella- probabilmente francese- qui posta in opera nel 1854 e conservata sotto
l’attuale. Gli eleganti mobili Impero sono originali. Il grande lampadario in vetro con fiori
policromi è muranese del secolo XVIII.
3. Sala delle udienze
Si tratta di una sala d’angolo, ultima tra gli ambienti ‘pubblici’, adiacente all’appartamento
privato di Sissi, in cui l’imperatrice riceveva le persone accreditate. Risalgono probabilmente
alla fine del secolo XVIII, il soffitto è decorato con campiture in stucco a delicati colori e il
fascione perimetrale a vegetali e grifi classici in stucco dorato su fondo verde, quando queste
sale erano sede dei Procuratori di San Marco. Per il soggiorno di Sissi e Francesco Giuseppe,
tra il 1854 e il ’56 vengono rinnovati il pavimento in legno e la tappezzeria in rosso e crema,
conservata sotto alla riproduzione fedele ora visibile. Le dieci grandi poltrone veneziane
settecentesche intagliate e dorate che arredano la sala conservano i broccati in velluto originali.
La specchiera intagliata e dorata sopra il camino è una pregevole ripresa ottocentesca nel gusto
barocco veneziano e il lampadario in vetro è muranese (sec. XIX).
4. Stanza da bagno dell’Imperatrice
Questo piccolo ambiente era destinato a sala da bagno, con, in origine, una vasca in marmo.
La decorazione è sobria, con marmorini color crema e, sopra le porte, esili motivi di ripresa
classico-rinascimentale. Il lampadario, della fine del secolo XVIII con pendenti in cristallo
molato, proviene probabilmente dall’Europa centrale.

5. Stanza da studio dell’Imperatrice


Questa stanza, già utilizzata dalla viceregina del Lombardo-Veneto, fu anche per Sissi studiolo
privato riservato alla lettura e alla scrittura. La decorazione deriva dalla sovrapposizione di
interventi successivi, mentre risale probabilmente all’età napoleonica la zoccolatura a finto
marmo chiaro delle pareti, sovrastata da riquadri. I riquadri minori, agli angoli e ai lati delle
porte, sono dipinti a colori su fondo chiaro figure e motivi di ispirazione classico-rinascimentale,
che compaiono anche sul fregio perimetrale del soffitto (di cui resta solo una porzione).
Con i rinnovamenti del 1854-’56 la decorazione viene in parte rifatta dall’ornatista Giovanni
Rossi, che inserisce alle pareti gruppi figurativi allegorici, non perfettamente riusciti. Dopo il
1866 la corte sabauda italiana introduce ulteriori modifiche, come la copertura dei riquadri
maggiori di pareti e soffitto con la densa tinta verde attuale. Spicca nell’ambiente un grande
mobile secretaire in stile neo-barocco, un ‘pezzo unico’ che richiama le specialità artigianali
veneziane (intaglio, ricamo policromo, lacca, specchio dipinto ecc.). Interessante il lampadario
muranese del primo Ottocento con gocce in vetro soffiato, risposta veneziana all’ormai
dominante voga dei lampadari in cristallo di Boemia.
6. Boudoir dell’Imperatrice
Per questa piccola “stanza da toilette” destinata alla giovanissima Elisabetta viene realizzata una
decorazione nuova, a opera dell’ornatista Giovanni Rossi. Le superfici di pareti e soffitto sono
tutte in finissimo marmorino dalla intonazione grigio-azzurra, con l’inclusione di micro-cristalli
brillanti. Intorno, lievi ghirlande e motivi ‘capricciosi’ sono formati dall’intreccio di sottili
stucchi bianchi, di ornati in colore o in oro a impercettibile rilievo e, soprattutto, di piccoli e
svariati fiori policromi, tra cui spiccano mughetti e fiordalisi, in omaggio alle preferenze di Sissi.
Mughetti in metallo dorato compaiono anche intrecciati agli stucchi negli angoli del soffitto e
tra gli intagli sulla buonagrazia della tenda. Sulla cornice, in corrispondenza delle porte, aquile
in stucco sostengono gli stemmi dei regni d’Austria e di Baviera. Il medaglione al centro del
soffitto che raffigura La dea protettrice delle arti (i cui tratti del volto richiamano quelli
dell’imperatrice) e La toeletta di Venere sulla parete, sono eseguiti a olio e purtroppo mal
conservati. Il lampadario ‘a campana’, con cristalli molati di Boemia, è del primo Ottocento.
7. Camera da letto dell’imperatrice
Questa ampia sala servì dal 1856 come stanza da letto dell’Imperatrice Elisabetta. Non
essendovi caminetto, al riscaldamento provvedeva una grande stufa ‘a colonna’ in maiolica, ora
scomparsa. La volta del soffitto conserva integralmente la decorazione neoclassica di età
napoleonica, realizzata intorno al 1810. Sullo schema a scomparti geometrici dovuto
presumibilmente a Giuseppe Borsato, si inseriscono figure a fresco di Giovanni Bevilacqua,
dai colori soffusi (Venere e Peristera con Cupido, Venere alla presenza di Giove, Toeletta di
Venere, Giudizio di Paride). I rinnovamenti intrapresi dal 1854 comportano la posa della ricca
tappezzeria neo-barocca in blu e oro chiaro, e oggi l’originale è conservato sotto l’attuale, che
la riproduce fedelmente (Rubelli – Venezia). Scomparso il letto dell’imperatrice, che sappiamo
in stile barocchetto, circondato da cortine sostenute da baldacchino metallico, oggi la funzione
della stanza è ricordata dalla presenza di un mobile storico d’eccezione: il letto da riposo in puro
stile impero del figliastro di Napoleone, Eugenio Beauharnais (ne reca l’iniziale), vicerè del
breve regno d’Italia creato dal Bonaparte tra il 1806 e il 1814. Questa dormeuse è uno tra i
pochissimi mobili di età napoleonica sempre rimasti nella reggia. Gli altri pezzi della stanza
sono coevi, e nel medesimo stile. Tra le finestre vi è la pala già sull’altare della Cappella di
Palazzo, La Trinità, notevole opera di Carletto Caliari, figlio del celebre Paolo Veronese,
dipinta in origine per una chiesa di Belluno e requisita in età napoleonica. Nella sala sono
presenti anche opere di Georg Martin Raab (Vienna 1821 – 1885), datate 1874, che ritraggono
l’imperatore Francesco Giuseppe e l’imperatrice Elisabetta (prestiti a lungo termine del
Belvedere di Vienna).
8. Anticamera degli appartamenti
Questo ambiente era il passaggio privato tra le stanze dell’Imperatrice Elisabetta, “Sissi” e
quelle abitate dall’Imperatore Francesco Giuseppe. Dal balcone è straordinaria la vista sui
Giardini reali, verso il Bacino di San Marco e la prospiciente isola di San Giorgio.
Anche questa sala conserva sulla volta la notevole decorazione neoclassica di età napoleonica
realizzata da Giuseppe Borsato (1810-‘11): una regolare trama geometrica in finto cassettonato
con tondi e ottagoni. In questi ultimi, su delicato fondo verde, vi sono piccoli gruppi figurativi
mitologici ripresi dalle pitture romane di Ercolano. La tappezzeria rossa, posata nel ’54, è
conservata anche in questa stanza sotto alla copia attualmente in opera. Il lampadario
neoclassico è in bronzo dorato.
9. Sala ovale (‘Sala dei pranzi giornalieri’)
Questo armoniosissimo ambiente neoclassico di pianta ovale era una cerniera di passaggio tra
le sale ‘pubbliche’ della reggia affacciate su Piazza San Marco e gli appartamenti reali, allineati
sul fronte prospiciente i giardini e il Bacino. Inoltre, vi confluivano vari passaggi ‘segreti’, a uso
del personale di servizio. Durante i soggiorni di Francesco Giuseppe ed Elisabetta servì anche
da sala per le prime colazioni, i pranzi e le cene private della coppia imperiale.
La sala neoclassica fu concepita e decorata per la corte napoleonica da Giuseppe Borsato nel
1810-’11. Ebbe qualche ritocco e cambiamento cromatico nel 1854 – ‘56, forse a opera di
Giovanni Rossi. La decorazione è di ispirazione pompeiana con esili racemi stilizzati, targhe e
medaglioni con uccelli e divinità (Nettuno, Apollo, Giunone, Api). Le pareti, scandite da finte
semicolonne in stucco, sono decorate a riquadri geometrici con decori in oro a impercettibile
rilievo, a chiaroscuro, a fiori policromi. Sono oggi collocati due notevoli busti-ritratto marmorei
di Napoleone Bonaparte e della moglie Maria Luisa d’Austria, opere di Luigi Pizzi (1810 ca.).
3. Galleria o Loggia Napoleonica
Questa galleria o loggia napoleonica, caratterizzata dalle ampie finestre su Piazza San Marco, è
ricca di decorazioni d’ispirazione antiquaria a grottesche e a motivi pompeiani, opera del pittore
decoratore Giuseppe Borsato, con la collaborazione, per le parti figurali, di Pietro Moro. Verso
sinistra si aprono due sale in fondo alle quali si trova oggi la caffetteria del Museo. Nella prima,
detta “delle Belle Arti”, il soffitto a volta partito a motivi geometrici presenta in un tondo al
centro La Virtù trionfa sull’Invidia; agli angoli, figurazioni mitologiche e due chiaroscuri con
personaggi femminili e genietti. Il decoro sulle pareti comprende fasce con motivi di grottesca,
strumenti musicali e racemi. Nella parete verso la Piazza le decorazioni rappresentano
un’Allegoria con amorino che regge un piccolo giogo e due figure femminili; di fronte La Verità,
la Giustizia e la Prudenza fiancheggiate da trofei monocromi allusivi alle arti e da tondi con
episodi di storia romana; nella parte superiore, otto tondi monocromi con le Arti; nelle due
sopraporte, allegorie della Fortezza e della Verità. Lungo tutta la galleria, si trovano esposti a
parete importanti gessi di Antonio Canova: un Autoritratto, calco antico della scultura eseguita
dall’artista nel 1812 e conservata a Possagno; i bassorilievi – mai tradotti in marmo –con scene
dai poemi omerici, dall’Eneide di Virgilio, dal Fedone di Platone – databili tra il 1787 e il 1792
– e figurazioni allegoriche – Insegnare agli ignoranti e Dar da mangiare agli affamati – veri
capolavori di un’intensa fase di studio e ricerca dello scultore tra classicismo e sperimentazione
vicina alla cultura figurativa europea contemporanea. Opere giovanili dell’artista sono i due
Cesti di frutta, già di proprietà della famiglia Farsetti, mentre il tema della bellezza e dell’amore,
quello per cui l’opera di Canova è più nota e imitata, è qui rappresentato dai calchi in gesso delle
due Erme di Saffo e della Vestale Tuccia, donate dallo scultore a Giustina, figlia del Doge Paolo
Renier. Nel piccolo corridoio sono conservati anche i modelli realizzati dall’artista per due
monumenti funerari: quello a Tiziano, idea successivamente utilizzata dallo scultore per il
monumento a Maria Cristina d’Austria a Vienna e adottato, dopo la morte di Canova, per il suo
cenotafio nella chiesa dei Frari a Venezia e quello con parti in cera, mai realizzato, per il
Monumento a Francesco Pesaro, Procuratore di San Marco e ultimo bibliotecario della
Repubblica. Ideando queste opere, Canova crea un nuovo modello di monumento funerario in
cui, più che la celebrazione del defunto, diviene centrale il motivo della meditazione sulla morte.
In una lapide, a parete, nomi di donatori delle opere che costituiscono il patrimonio dei Civici
Musei di Venezia. In fondo alla galleria il calco del Paride, fra le due colonne, datato 12 maggio
1807, testimonia il metodo che Canova usava per realizzare le sue opere: sul modello in gesso,
eseguito a grandezza naturale, sono stati segnati i “punti” per la successiva esatta traduzione
delle misure nella scultura in marmo. A destra del Paride, in una nicchia, è infine una grande
statua di marmo raffigurante Napoleone I (1811), di Domenico Banti, in cui il sovrano è
rappresentato alla maniera degli imperatori romani, mentre saluta con un gesto “protettore”.
L’opera fu commissionata dalla Camera di Commercio di Venezia all’artista, allievo di Canova
e autore – con Antonio Bosa – delle grandi statue di imperatori romani che ornano la sommità
della facciata dell’Ala Napoleonica. Collocata in piazzetta San Marco, venne rimossa quando a
Venezia gli Austriaci succedettero ai Francesi, nel 1814. Riapparsa dopo numerose e alterne
vicende, fu acquistata all’asta nel 2002 dal Comité Français pour la Sauvegarde de Venise e
dalla fondazione CARIVE, per essere donata alla città.
4. Sala del Trono
La decorazione della sala è opera di vari artisti: a Giuseppe Borsato si deve la decorazione
d’ornato, a Giambattista Canal spettano le lunette a fondo oro con scene mitologiche (1811 ca.),
mentre gli affreschi alle pareti, staccati e montati su pannelli, sono resti della decorazione
neoclassica che ornava gran parte della Reggia. Le due sovrapporte e le due grandi decorazioni
verticali con Danzatrici e scene mitologiche, sono raffinate opere giovanili del veneziano
Francesco Hayez (1817), direttore a Brera dal 1850, destinato a immensa fortuna nella pittura
storica e nel ritratto. Accanto agli affreschi e ai mobili neoclassici, a dominare qui è ancora la
figura di Antonio Canova, con un Amorino alato, calco in gesso del marmo scolpito per il
principe russo Jusupov tra il 1793 e il 1797 e, soprattutto, con il celebre gruppo di Dedalo ed
Icaro (1778-79), capolavoro della giovinezza dell’artista, proveniente da Palazzo Pisani. Le due
figure, scolpite in marmo dal Canova poco più che ventenne, sembrano raccogliere, con
straordinaria genialità d’invenzione, suggestioni antiquarie dal mondo classico miste a un
naturalismo spinto e maturo: il padre col volto contratto sta fissando le ali, formate da penne
tenute insieme con la cera, alle braccia del ragazzo che lo asseconda con fiducia, pregustando la
gioia del volo.
5. Sala da pranzo
In questa, che era la sala da pranzo della Reggia, è conservata integralmente l’originaria
decorazione neoclassica. L’affresco a soffitto raffigurante L’Olimpo, è opera di Giovanni Carlo
Bevilacqua; nei tondi Storie di Amore e Psiche di Pietro Moro; alle pareti tra monocromi grigi
su fondo oro, piccoli tondi con i Mesi dell’anno e i Segni zodiacali; nella fascia inferiore, tondi
con Vedute delle capitali del Lombardo-Veneto. Le sovrapporte con coppie di putti allusive alle
Stagioni dell’anno e ad Apollo e Diana infanti sono di Sebastiano Santi (1824-25). Il ricco e
raffinato mobilio originale proviene in gran parte dalla Reggia di Maria Luisa d’Austria a Parma.
Il tavolo è opera francese del XIX secolo con i bronzi di Feuchères; sul piano, scene allegoriche
e mitologiche con al centro il Giudizio di Paride. A cavalletto, due opere da sempre attribuite ad
Antonio Canova pittore: il raffinato, incompiuto Ritratto di Amedeo Svajer, noto antiquario
veneziano, dipinto che risente dell’influsso della ritrattistica inglese e, Amore e Psiche tela a lui
attribuita, compositivamente analoga ai notissimi gruppi marmorei dello stesso soggetto. Tra le
finestre è un calco in gesso della Venere Italica, sempre di Canova, conservata alla Galleria
Palatina di Firenze. Nelle vetrine sono esposti alcuni bozzetti in creta (fra cui Ettore e il
modernissimo Amore e Psiche) che documentano come Canova fissava, con sorprendenti
rapidità e animazione, le prime intuizioni delle opere che lo avrebbero reso famoso in tutto il
mondo.
PALAZZO CA' PESARO

Ca' Pesaro è un palazzo ubicato nel sestiere di Santa Croce. Si affaccia sul Canal Grande tra Palazzo Coccina Giunti
Foscarini Giovannelli e Palazzo Correggio, poco distante da Ca' Corner della Regina e dalla Chiesa di San Stae.

Il grandioso palazzo, capolavoro del barocco veneziano ora sede della Galleria Internazionale d’Arte Moderna, sorge
nella seconda metà del XVII secolo, per volontà della nobile e ricchissima famiglia Pesaro, su progetto del massimo
architetto del barocco veneziano, Baldassarre Longhena,
cui si devono anche la Chiesa della Salute e Ca’
Rezzonico. I lavori iniziano nel 1659 a partire dal
versante di terra, con il cortile caratterizzato dalle
originali logge, che risulta completato entro il 1676; la
prestigiosa facciata sul Canal Grande raggiunge il
secondo piano già nel 1679, ma, alla morte di Longhena
nel 1682, il palazzo è ancora incompiuto.

I Pesaro ne affidano il completamento a Gian Antonio


Gaspari che lo porta a termine certo entro il 1710,
rispettando sostanzialmente il progetto originario. Nel
realizzare Ca’ Pesaro, capolavoro dell’architettura civile
barocca veneziana, Longhena si ispira alla classicità
sansoviniana, elaborando soluzioni e linguaggi capaci di
esprimere una nuova sontuosa armonia. Ne è esempio la
grandiosa facciata sul Canal Grande, dalla composizione
complessa, possente eppure equilibrata: sopra uno
zoccolo scandito da protomi leonine e mostruose si eleva
un severo bugnato a punte di diamante percorso da due
file di finestre, aperto al centro da due portali gemelli
sormontati da mascheroni e statue.

Ca' Pesaro è considerato uno dei più importanti palazzi veneziani per la sua mole, per la sua qualità decorativa e per la
sua imponenza: la facciata principale in stile barocco, impreziosita da bassorilievi e statue dalla forte connotazione plastica
e capaci di creare importanti chiaroscuri, lo rende unico. Il pianterreno ha una decorazione a bugnato a diamante, molto
sporgente, che circonda un doppio portale ad acqua. I piani
nobili sono caratterizzati dalla presenza di sette archi a tutto
sesto pesantemente decorati, separati da colonne sporgenti che
si raddoppiano in corrispondenza dei muri portanti. Non meno
importante è la facciata laterale leggermente curvilinea,
progettata solo in un secondo momento: presenta una
componente dinamica che contrasta con la staticità della
principale ed appare più semplice rispetto a quest'ultima.

Al primo piano appare più esplicito il motivo sansoviniano


nell’insistito ritmo chiaroscurale degli archi profondi e delle
colonne in evidenza. Al secondo piano, per mano di Antonio
Gaspari, la facciata si arricchisce di ornamentali nei pennacchi
e nella trabeazione. Non meno regale è il vastissimo androne,
ben disposto lungo l’asse di tutto l’edificio, spazioso e rigoroso
nella penombra che si contrappone alla chiara luminosità del
cortile, articolato attorno alla monumentale vera da pozzo, cinto
da una terrazza e percorso da un porticato a bugne, scandito da
lesene doriche e piani superiori a finestre architravate. Il disegno
della pavimentazione del cortile si deve al Longhena stesso; il
superbo androne, con soffitto a travature, e sorretto da pilastri e colonne bugnate, all’interno anche scanalate. Attraversa
tutto il pian terreno per affacciarsi sul Canal Grande, aprendosi sulla scalinata d’approdo con due grandiose arcate a tutto
sesto. A sinistra il monumentale scalone del Gaspari porta al piano nobile, dove molti ambienti conservano la decorazione
originaria nei soffitti lignei e nei pavimenti.
Dalla sontuosità dell'esterno si può ben immaginare l'originaria ricchezza delle sale e dei saloni di cui però non resta quasi
nulla a parte qualche affresco e qualche decorazione. Sontuoso e imponente, ma armonico e organico nella struttura, il
palazzo è arricchito costantemente, già durante i lunghi anni della costruzione da un altrettanto importante apparato
ornamentale degli interni. Di esso, il palazzo conserva ancora oggi alcuni decori a fresco e a olio dei soffitti, dovuti ad
artisti come Bambini, Pittoni, Crosato, Trevisani, Brusaferro; tra essi anche il soffitto di G.B. Tiepolo con Zefiro e Flora
trasportato da qui al Museo di Ca’ Rezzonico nel 1935. Ma ben più cospicue risultano dai documenti d’archivio esser
state le collezioni della famiglia Pesaro, che annoveravano numerosissime opere di artisti tra cui Vivarini, Carpaccio,
Bellini, Giorgione, Tiziano, Tintoretto, oltre ai più noti artisti del Seicento e del Settecento veneziano. Questo ingente
patrimonio risulta disperso definitivamente entro il 1830, anno di morte dell’ultimo dei Pesaro, che ne ha venduto all’asta
a Londra la maggior parte.

Il battuto di terrazzo alla veneziana, chiamato più spesso semplicemente terrazzo alla veneziana, è un tipo di
pavimentazione tipico dell'area veneziana e triveneta. La pavimentazione è composta da granulati di marmo e di pietre di
diametro fino a 40 mm che come legante hanno calce di ciottolo o cemento mista a graniglia fine e cocciopesto fino, con
un diametro fino a 5 mm. Quello che è oggi noto con il
nome di terrazzo alla veneziana era utilizzato fino
dall'antica Grecia. Attraverso il dominio romano ha poi
raggiunto la notorietà anche in Italia. Agli inizi il
pavimento in battuto non era altro che del cotto
macinato, che poteva provenire dalle demolizioni
precedenti o da qualsiasi scarto di lavorazione,
mescolato con un legante, allora la calce. Si crede che
non venisse nemmeno levigato, lasciando che l'uso
normale mettesse in evidenza la granulometria del
composto. L'inserimento all'interno dell'impasto di
piccole parti di marmo è probabilmente dovuto a motivi
estetici, ma ne aumenta nel contempo la capacità di
resistenza all'usura. Tra i più notevoli esempi vi sono le
lavorazioni di decoro artistico che si ritrovano
all'interno delle ville romane. Le tipologie di
realizzazione del pavimento variano da grana fine a
grana media con la profilatura delle variazioni di colore
tra campo e fascia. Nell'Ottocento si usava la grana più
grossa con la profilatura a tessere irregolari.
Successivamente, agli inizi del Novecento, si iniziò a usare la grana più fine, profilature con tessere regolari e l'inserimento
di decori in stile liberty. La calce idraulica è impiegata ancora oggi come legante, sebbene per questioni economiche,
siano spesso usati, in fase di posa, cementi Portland a ritiro controllato, che abbreviano i tempi per il risultato finale.
Successivamente, per motivi di economicità sono state introdotte sul mercato formelle di graniglia in formato 20x20 cm,
un compromesso che, secondo alcuni, ha svilito il terrazzo alla veneziana come prodotto artigianale, ma che, d'altro canto,
ne ha aumentato notevolmente la diffusione.

Dopo i Pesaro, il palazzo passa ai Gradenigo, poi ai Padri


armeni Mechitaristi, che lo utilizzano come collegio.
Acquistato infine dalla famiglia Bevilacqua, diviene proprietà
della duchessa Felicita Bevilacqua La Masa. È lei a destinare il
palazzo all’arte moderna, lasciandolo a questo scopo alla città.

Ca' Pesaro come sede museale

La collezione municipale d’arte moderna a Venezia è avviata


nel 1897 in concomitanza con la seconda edizione della
Biennale. A partire dal 18 maggio 1902 il Comune di Venezia
designa Ca’ Pesaro, prestigioso palazzo barocco da poco donato
alla città dalla duchessa Felicita Bevilacqua La Masa, quale
sede permanente della Galleria Internazionale d’Arte Moderna.
Contemporaneamente nell’ammezzato vengono ospitate, negli
anni tra il 1908 e il 1924, le storiche Mostre Bevilacqua La
Masa che, in vivace contrapposizione alle Biennali di Venezia, favoriscono una giovane generazione di artisti tra cui
Boccioni, Casorati, Gino Rossi, Arturo Martini.

La collezione si arricchisce nel tempo attraverso acquisti e donazioni. Per i primi, si tratta sostanzialmente delle opere
acquistate del Comune, alle Biennali veneziane: si privilegia fino agli anni ’50 l’arte europea, in accordo con la Galleria
Nazionale d’Arte Moderna di Roma, che dalle Biennali rileva invece opere d’arte italiana. A partire dagli anni ’60 una
nuova politica di acquisti si rivolge invece proprio a questa. Ne risultano in particolare incrementate le opere del gruppo
di artisti già citati che con le Mostre Bevilacqua La Masa e le battaglie ad esse legate avevano reso famosa Ca’ Pesaro
come centro propulsore di rinnovamento dell’arte italiana. Notevole è inoltre la collezione di opere dell’Ottocento
veneziano. Per quanto riguarda le donazioni, esse hanno avvio con quella fondativa del 1897 del principe Alberto
Giovanelli, seguito dal barone Edoardo Franchetti, dal barone
Ernst Seeger, da Filippo Grimani, ma soprattutto
dall’Associazione Industriali e Commercianti Veneziani. Nel
1914 vengono acquisite le più prestigiose cere di Medardo
Rosso, negli anni ’60 il lascito De Lisi che arricchisce la
Galleria di opere di Morandi, De Chirico, Carrà oltre che di
Kandisky, Mirò, Matta, fino alla preziosa donazione Wildt del
1990.

La Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro, che


ospita importanti collezioni otto-novecentesche di dipinti e
sculture, tra cui spiccano capolavori di Klimt, Chagall e
notevoli opere da Kandinsky a Klee, da Matisse a Moore, oltre
a una ricca selezione di lavori di artisti italiani e un importante
gabinetto di grafica, offre un percorso espositivo lungo dieci
sale del primo piano del Palazzo di Ca’ Pesaro completamente
rinnovato nell’allestimento e negli apparati informativi e
propone una suggestiva e complessa chiave di lettura
dell’evolversi di un periodo storico – artistico cruciale. Il
percorso espositivo della galleria, completamente rinnovato nell’allestimento e negli apparati informativi, propone al
visitatore una suggestiva chiave di lettura dell’evolversi di un periodo storico - artistico.

I recenti lavori di restauro, su progetto di Boris Podrecca e Marco Zordan, sono stati realizzati a partire da un’attenta
rilettura del palazzo e della sua storia, recuperandone gli elementi più significativi e favorendo i collegamenti tra l’edificio
e il tessuto urbano circostante. Assume dunque particolare significato l’inaugurazione, in concomitanza con la Biennale
Internazionale d’Arte 2013, di un percorso totalmente rinnovato tra le collezioni del museo, proposto con il titolo
Colloqui, un nuovo itinerario che vuole rappresentare e raccontare il significato di quelle dinamiche relazionali e di quelle
affinità elettive, che stanno alla base della grande storia artistica contemporanea e dei rapporti tra gli artisti. E’ il racconto
del gusto veneziano per l’arte del Novecento il fil rouge, tematico e cronologico, del nuovo percorso, fatto di affinità
stilistiche e culturali, un percorso che si è arricchito – grazie a una nuova politica di depositi a lungo termine – di alcune
opere molto significative, che consentiranno di rafforzare nella collezione di Ca’Pesaro importanti presenze del primo
‘900: Boccioni, De Pisis, Sironi, Morandi, De Chirico, Burri, etc.

I Ribelli di Ca' Pesaro


Nei primi due decenni del 1900 in Italia fiorirono numerose esperienze rivoluzionarie e antiaccademiche. In polemica
contro i maestri della Biennale, Ca' Pesaro tra il 1908 e il 1920 rappresentò una "palestra intellettuale", un trampolino di
lancio per giovani artisti italiani: qui artisti diversi gli uni dagli altri per stile e poetica ebbero la possibilità di esporre le
proprie opere.
Uniti solo dall'impegno di rinnovare il linguaggio artistico italiano, guidati
dal critico Nino Barbantini, i protagonisti di Ca' Pesaro proposero linguaggi
assai differenti: Arturo Martini si ispirava a modelli arcaici, Felice Casorati
era influenzato dallo Jugendstil, Guido Marussig dal simbolismo, Gino
Rossi da Paul Gauguin, Tullio Garbari dipingeva una mitica primitiva
Valsugana, Pio Semeghini dipingeva una poetica Burano memore
dell'esperienza post-impressionista. Accanto a questi nomi vanno ricordati
una serie di artisti che si mossero nell'éntourage di Ca' Pesaro, pur non
riuscendo ad esporre insieme agli altri per ragioni diverse: la giovanissima
età, la guerra, i trasferimenti da Venezia. Tra questi va citato il giovanissimo
Bruno Sacchiero, allievo prediletto di Guglielmo Ciardi, morto a soli 24
anni. Il gruppo rimase sempre eterogeneo: non vi fu mai un manifesto, né
il tentativo di mettere a punto un programma. Furono spesso in mostra opere
di Boccioni e, allo stesso tempo, oggettistica di qualità (vetri soffiati di
Murano, piastrelle in maiolica, ceramiche in stile liberty, poltrone, mobili),
importata o eseguita da alcuni dei più proficui membri del gruppo
capesariano, come Vittorio Zecchin e Teodoro Wolf Ferrari, secondo un
gusto per il decorativo caro nelle arti applicate e caratteristico dell’epoca.
Espongono a Ca' Pesaro anche Umberto Moggioli, allievo di Guglielmo Ciardi, che ospitava nella sua casa di Burano il
gruppo dei "ribelli", e Ugo Valeri, noto grafico, illustratore delle riviste più in voga dell'epoca, oltre che raffinato pittore,
interprete della società italiana del tempo e ancora Adolfo Callegari, Felice Castegnaro, Mario Disertori, Enrico Fonda,
Guido Trentini, Oscar Sogaro, Antonio Nardi, Pieretto Bianco, Lulo de Blaas, Gabriella Oreffice, Oreste Licudis, Eugenio
Bonivento, Luigi De Giudici ed Emilio Notte.

Primo piano
Sala 1 – Colloqui. Rodin, Medardo, Wildt
Potente apertura del percorso espositivo, con tre fondamentali punti di forza della collezione, oltre che della scultura
europea del XIX secolo, messi a confronto in un dialogo ricco di implicazioni. L’imponente gesso de I borghesi di Calais
(1889), opera chiave di Auguste Rodin e acquistata del Comune di Venezia alla Biennale del 1901, è collocato in apertura
di percorso accanto a due cere appartenenti agli esordi di Medardo Rosso e al gesso preparatorio della monumentale
maschera dedicata da Adolfo Wildt all’architetto Larass, il cui originale andò distrutto durante la guerra.

Sala 2 – Dalla pittura di macchia al luminismo scientifico


Lavori fondamentali di Medardo Rosso – da Madame X a Ecce Puer – sono esposti nella seconda sala del museo, in
dialogo con opere di Fattori, Signorini, Pellizza da Volpedo, Morbelli, Novellini e Grubicy de Dragon, in un percorso che
dalla pittura di macchia porta al luminismo scientifico del divisionismo.

Sala 3 – Dal verismo alla Belle époque


La sala si apre con La famiglia Guidini (1873) di Giacomo Favretto, una delle più riuscite foto di famiglia della pittura
ottocentesca italiana, accanto a dipinti eseguiti a cavallo tra i due secoli come Sorolla y Bastida, Liebermann, De Nittis e
ad alcune opere della collezione veneziana finora conservate in deposito e mai inserite in percorso, come Contadina che
lavora (1904) di Jan Toorop e Signora con specchio, Ultima occhiata (1914) di Federico Zandomeneghi.

Sala 4 – Tra simbolismi e secessioni


Il quarto ambiente espositivo propone capolavori assoluti dell’arte europea del primo novecento: Giuditta II (1909), del
fondatore della Secessione viennese Gustav Klimt, dialoga con l’altro volto della cultura tedesca – impregnata di forti
sapori mitologici, toni cupi, atmosfere dense e allusive – rappresentato dalla Medusa (1908) di Franz von Stuck, ma anche
con Maschera bianca (1907) del belga Fernand Khnopff, personalità di spicco del modernismo europeo di cui è esposto
anche il Ritratto della signorina Rothmaler, tra le primissime opere acquistate per i musei veneziani alla Biennale del
1901. Sono chiamati a confronto, in questa sala di forti suggestioni anche il marmo di chiara impronta secessionista di
Adolfo Wildt Carattere fiero e anima gentile (1912), lavori di Mario De Maria, dello scultore Minne e di Max Klinger,
con la sua scultura in bronzo Bagnante (1896-1897) posta accanto a La nascita di Venere (1903) di Ettore Tito. Alcune
significative opere grafiche di Edvard Munch, inserite per la prima volta nel percorso museale, completano la stanza e
mostrano quello che fu lo sguardo attento e curioso del collezionismo pubblico veneziano all’inizio del secolo scorso.

Sala 5 – L’uomo che pensa.


Auguste Rodin e Adolfo Wildt In questa sala, dove troneggia il famosissimo Rabbino di Vitsbek (1914-1922) di Marc
Chagall, un’opera giovanile e del tutto singolare nella produzione del pittore russo, si torna a riflettere sulla scultura ed
in particolare sulla poetica di Wildt (presente con numerose opere di assoluta qualità, grazie alla donazione nel 1990 dagli
eredi), messo nuovamente a confronto con Rodin, il cui Pensatore (1880) – una delle splendide versioni in gesso – entra
finalmente in “dialogo” con la collezione.

Sala 6 – Venezia: interpreti della Secessione italiana


La sala 6 è dedicata agli interpreti veneziani (ma è presente anche Giacomo Balla con una bella tela divisionista) di quella
che fu la cosiddetta Secessione italiana, ovvero quel movimento artistico che promosse lo svecchiamento della cultura
figurativa nazionale e che proprio da Venezia prese le mosse. In questa sala è possibile ammirare l’opera dei cosiddetti
“pittori di Ca’ Pesaro”, protagonisti di quel gruppo giovanile che tra il 1908 e il 1920, sotto la guida di Guido Barbantini
– proprio negli spazi di questo museo – rispose alle esigenze di rinnovamento dell’arte veneziana in contrapposizione alla
Biennale: Umberto Boccioni, Pio Semeghini, Arturo Martini, Gino Rossi, Umberto Moggioli. Accanto al Ritratto della
sorella che legge del 1909, di Boccioni è esposto anche un dipinto di analogo soggetto ma di qualche anno precedente
(1904), nuova acquisizione per le collezioni di Ca’ Pesaro. C’è una contiguità di sentimenti ed emozioni tra Prostituta e
Buffone – sculture dalla forte carica espressionista e di denuncia – e la suggestiva Maternità di Gino Rossi.

Sala 7 – Arcaismi. Anni Venti e Trenta


Sempre di questi anni è lo straordinario dipinto Le signorine di Felice Casorati, esposto alla Biennale del 1912. Casorati
è tra i protagonisti dell’arte italiana tra le due guerre e proprio tra gli anni Venti e Trenta si collocano i confronti tra le
opere dell’artista piemontese, le terrecotte e i gessi di Arturo Martini – Fanciulla verso sera (1919), Natività di Maria
(1925), Ritratto di Lilian Gish (1929) e Testa di ragazza ebrea (1931) – alcuni significativi dipinti di Sironi, Carrà e
Campigli e l’inedito accostamento con Contadino (Uomo seduto) di Costant Permeke del 1921. Il tema è dunque quello
della riflessione e del superamento – attraverso la rilettura della grande tradizione artistica dei Primitivi italiani – dei
formalismi delle avanguardie artistiche del primissimo ‘900, futurismo in particolare, alla ricerca di una nuova via
espressiva.
Sala 8 – Risonanze metafisiche
De Chirico è con Morandi il grande protagonista di questa sala, dove si possono ammirare le stranianti composizioni dei
Bagni misteriosi e un Trovatore del ’50, lavori messi in dialogo con la sobria monumentalità di Sironi – Paesaggio urbano
del 1950 ca. ed Eclisse del 1942, entrata in collezione come deposito a lungo termine – o, ancora, con le silenti,
malinconiche Nature morte di Giorgio Morandi.

Sala 9 – Estenuazione del colore


In questa stanza, le affinità cromatiche e pittoriche richiamano l’idea di una sorta di estenuazione del colore, che si ravvisa
molto bene in opere come Piante fiorite di Emil Nolde (1909), Nudo allo specchio (1931) di Pierre Bonnard, Paesaggio
(1932) di André Derain, Studio con fruttiera (1942) di Dufy, fino alle nature morte e al superbo Grande paesaggio (1948)
di De Pisis, quadro quest’ultimo che sembra declinarsi nell’astrazione lirica di una bella Venezia di Virgilio Guidi.

Sala 10 – Fantasmi del potere. Anni Trenta e Quaranta


Il percorso entra nell’ambiguità degli anni Trenta e Quaranta e il
dialogo innescato tra i dipinti e le sculture si fa sottilmente
inquietante, soprattutto là dove chiaro è il riferimento alle ideologie e
ai miti dei totalitarismi. La corsa di Deineka – dono della Presidenza
della Biennale del 1930 – si affianca al piccolo bronzo raffigurante il
Centometrista (1935) di Martini e alla rudezza del Pugile (1939) di
Martinuzzi. I volti nei dipinti di Donghi (Donna al caffè del ’31) e di
Cagnaccio di San Pietro (Autoritratto del ‘38), espressione di quella
Nuova Oggettività che caratterizza la pittura europea tra gli anni Venti
e Trenta, rappresentano il vuoto e lo sconcerto. Armando Pizzinato
denuncia il dramma con la sua grande tela del 1949, che ispira il titolo
dell’intera sala, un’opera finora non esposta nel percorso del museo.

Sala 11 – Surrealismi e Astrazione


Nella sala colloquiano il grande Kandinsky di Zig Zag banchi (1922)
e di Tre triangoli (1938 ca.), Paul Klee – presente con un piccolo inchiostro di china acquarello e pastelli – Joan Mirò,
Calder con un Mobile: tutti lavori che sono qui affiancati a un dipinto del ciclo Il pittore e la modella di Picasso, un’opera
che bene ricollega al tessuto creativo internazionale la collezione storica dei non molti lavori astratti storici di Ca’Pesaro.
Max Ernst, che dona egli stesso Weatherman (1951) al museo veneziano dopo il premio alla Biennale del 1954, Antoni
Tàpies, Jean Arp, Yves Tanguy sono invece testimonianza di quel percorso dentro il surrealismo, che a Venezia aveva
trovato in Peggy Guggenheim una delle sue più valide sostenitrici.

Sala 12 – Passaggio
La sala 12 è un “passaggio” in senso proprio e metaforico, segnato dal capolavoro postcubista di Ben Nicholson, un artista
poco presente nei musei italiani e che indica in modo pertinente il deciso passaggio postbellico della ricerca espressiva
verso l’astrattismo, ben documentato nella sala successiva.

Sala 13 – Astrazione segnica. Anni Cinquanta


Inizia da questa sala un singolare percorso, per esempi, nell’intricata galassia di quel particolare momento espressivo che,
tra gli anni Cinquanta e Sessanta, coinvolge contemporaneamente artisti europei, statunitensi e perfino giapponesi,con
sfumature, tendenze e nomi diversi: Informale in Italia, Informel, Art Autre, Tachisme in Francia, Action painting o
Abstract expressionism negli Stati Uniti. Ecco dunque in sala, di Eduardo Chillida e Marc Tobey, le opere premiate alla
Biennale del ’58 e poi donate dagli artisti al museo.
Sala 14 – Gesto e colore. Anni Cinquanta
Relazioni emozionanti s’innestano tra Viaggio in Italia. Sicilia (1955) di Emilio Vedova, l’astrazione lirica di Muro e
alghe (1954) di Santomaso e Parete di una casa di pescatore (1951) di Birolli, ove spazi e colori sono anch’essi diluiti
nell’universo dell’astrazione; così come tra l’astrazione luminosa di Afro in Villa Fleurent: Esemplare n.3 (1952) e quella
dei paesaggi dipinti da Zoran Music (Vento e sole, 1958) e di Morlotti (Campagna d’autunno, 1956).

Sala 15 – Arte spaziale a Venezia


Nell’ultima sala del percorso espositivo viene dedicato un focus di particolare interesse sul “movimento spazialista
veneziano”, gruppo di artisti formatosi con la “Mostra spaziale”, organizzata a Venezia nel 1953. L’originaria visione
spazialista di Fontana, di esplicita matrice empirica e tecnologica, si concretizza qui nelle opere di Bruno De Toffoli,
Anton Giulio Ambrosini, Bacci, Morandis, Luciano Gaspari, Bruna Gasparini, Vinicio Vianello e Saverio Rampin, in una
ricerca sulla rappresentazione, o meglio, sulla realizzazione dello spazio nell’arte e sulla percezione personale che si
instaura nell’esperienza emotiva.
PALAZZO MOCENIGO
Palazzo Mocenigo, già esistente nel Cinquecento, è, nelle attuali caratteristiche, di impronta seicentesca, frutto dei lavori
di ristrutturazione che la potente famiglia Mocenigo (7 dogi) effettuò sul palazzo agli inizi del XVII secolo, per abitarvi
fino al primo Novecento. Nella pianta di Jacopo de’ Barbari (1500) si ha documentazione dell’edificio che all’epoca si
presentava a base pressoché quadrata con cortile al centro. In seguito il palazzo venne progressivamente ampliato (i
discendenti di Nicolò acquistarono delle proprietà adiacenti la loro) e ristrutturato.

È il 1945 quando l'ultimo esponente della famiglia, Alvise Nicolò Mocenigo, lascia in eredità al comune di Venezia
l'edificio, che diventa una galleria d'arte, ancora oggi attiva, assieme agli uffici del Centro Studi di Storia del Tessuto e
del Costume, aperto nel 1985. Tale donazione è stata impugnata a partire dalla fine degli anni settanta da Alvise Coletti,
discendente per linea femminile della famiglia Mocenigo, il quale rivendicava la sua co-ereditarietà. L'iter giudiziario si
è protratto fino all'inizio degli anni '90 quando il Tribunale di Venezia ha riconosciuto la legittimità delle richieste di
Coletti, nel frattempo deceduto.

Il palazzo si compone di cinque livelli: piano terra, mezzanino, due piani nobili e un ammezzato di sottotetto.
L'edificio ha due facciate simili, una sulla Salizada di San Stae, una sul rio: entrambe vanno segnalate perché al centro,
ai piani nobili, sono aperte da due serliane sovrapposte, che conferiscono alle facciate grande eleganza di sapore
rinascimentale. Si tratta di trifore con l’apertura centrale ad arco e le due laterali più basse a trabeazione, che consentono,
tra l’altro, l’alternarsi di piani nobili e ammezzati. L’aspetto che conserva attualmente risale probabilmente all’inizio del
XVII secolo, ma non si ha alcuna notizia circa i tempi di esecuzione e non se ne conosce l’architetto.

La facciata sulla Salizada di San Stae si differenzia dall'altra perché, a sinistra del corpo principale, presenta un corpo
minore a cui mancano il secondo piano nobile e l'ammezzato, ma non manca la bella serliana al primo piano; la facciata
sul rio invece presenta la terza serliana al pian terreno, la quale funge da portale sull'acqua. La prima presenta nella parte
centrale tre serliane sovrapposte collegate da mensoloni sansoviniani (motivo questo che si ripete anche nelle finestre
laterali); l’ala di sinistra si prolunga rendendo così l’insieme non simmetrico e presenta inoltre una parte più bassa rispetto
al corpo principale; la zoccolatura è a bugnato. La seconda facciata ha i portoni architravati e le serliane solo nei due piani
nobili; le finestre laterali sono suddivise in modo da creare un doppio ordine di stanze e la struttura principale è affiancata
da un’ala notevolmente più bassa, con al piano nobile una serliana. Il prospetto sulla salizada rispecchia un gusto più
tardo rispetto a quello sul canale, presentando delle linee seicentesche. Il prospetto sulla strada, da cui oggi si accede al
palazzo, evidenzia un prolungamento sul lato sinistro, frutto di acquisizioni di edifici adiacenti.

Internamente il palazzo ha affreschi ben conservati ai piani nobili. La struttura interna è quella tipica delle abitazioni
patrizie veneziane, con il grande salone centrale (pòrtego) passante e destinato alle funzioni di rappresentanza, che collega
l’ingresso di terra con quello dal rio, ai cui lati si affacciano le altre stanze. Lo scalone monumentale sale al piano nobile.
L'antico palazzo originariamente appartenuto a un ramo della famiglia Mocenigo, una delle più importanti e prestigiose
dinastie del patriziato veneziano è stato oggetto di un eccezionale intervento conservativo che ha consentito di recuperare
non solo i principali elementi architettonici e strutturali, ma anche gli antichi arredi e la mobilia, i fastosi affreschi, gli
stucchi e i marmorini, i preziosi pavimenti e gli infissi. Il palazzo conserva al primo piano nobile affreschi e arredi di
gusto rococò o neoclassico risalenti perlopiù alla seconda metà del Settecento. Di particolare rilievo gli affreschi dei
soffitti realizzati nel 1787 per le nozze del nipote di Alvise IV con Laura Corner, come quelli di Jacopo Guarana (Verona,
1720 – Venezia, 1808), Giambattista Canal (Venezia, 1745 – 1825) e Giovanni Scajaro (seconda metà sec. XVIII).
Notevoli anche le porte in radica e le cornici in legno intagliato e dorato.

Dopo un radicale intervento di restyling, recupero, riorganizzazione e ampliamento dei percorsi espositivi, Palazzo
Mocenigo a San Stae, già sede del Centro Studi di Storia del Tessuto e del Costume, ha ampliato la sua offerta ai visitatori
con i nuovi percorsi museali dedicati al Profumo. Una sede completamente rinnovata, nella proposta museografica, nella
qualità del layout espositivo e dei servizi offerti al pubblico. Il nuovo layout, che oggi coinvolge diciannove sale al piano
nobile del palazzo, ripropone fedelmente le suggestioni di un'abitazione nobiliare veneziana del XVIII secolo e con esse
l'evolversi delle tendenze della moda, del costume e del tessile, all'insegna di una reciproca valorizzazione storico-
scientifica del ‘700.

Nel 1945 il Palazzo Mocenigo di San Stae, con l’archivio e parte degli arredi, fu donato per disposizione testamentaria al
Comune di Venezia da Alvise Nicolò, ultimo discendente della nobile famiglia veneziana, affinché venisse utilizzato “per
Galleria d’Arte, a completamento del Museo Correr“. Sul finire degli anni Settanta, alla morte della moglie Costanza Faà
di Bruno, pervenirono ai Musei Civici di Venezia le stanze del primo piano nobile con le decorazioni ad affresco e gli
arredi, per lo più settecenteschi. Nelle rinnovate sale sono inoltre state collocate nuove tappezzerie, fedeli a quelle
originarie, ma con una cromatura cangiante, appositamente realizzate, come i tessuti dei tendaggi, da Rubelli - Venezia,
su idea del Maestro Pier Luigi Pizzi, architetto, regista, scenografo e costumista di fama internazionale, cui è stata affidata
la supervisione scientifica del progetto museografico. Il percorso si completa con un inedito nonché straordinario capitolo
dedicato alla storia del profumo e delle essenze. Una novità assoluta nel panorama della museografia italiana, che vede
insieme la Fondazione Musei Civici di Venezia e Mavive, l'azienda veneziana della famiglia Vidal, partner principale
dell'operazione e artefice di un vero e proprio atto di mecenatismo volto a riaffermare il profondo legame con la città di
Venezia.

L'iniziativa nasce con l'intento di far riscoprire e valorizzare la vocazione millenaria che colloca l'Italia e in particolare
Venezia, tra i capostipiti della tradizione profumiera mondiale e rappresenta una delle principali proposte della rinnovata
sede, contribuendo a renderla un unicum all'interno del circuito Muve. Palazzo Mocenigo, col Centro Studi di Storia del
Tessuto e del Costume, ospita ampie collezioni tessili e di abiti antichi dei Musei Civici – provenienti soprattutto dalle
raccolte Correr, Guggenheim, Cini, Grassi – e una biblioteca specializzata, sempre aperta, in cui spicca l’importante
raccolta di oltre 13.000 figurini dal ‘700 al ‘900.
Il percorso del museo si snoda in venti sale al primo piano nobile; nel suo insieme evoca diversi aspetti della vita e delle
attività del patriziato veneziano tra XVII e XVIII secolo, ed è popolato da manichini che indossano preziosi abiti e
accessori antichi appartenenti al Centro Studi di Storia del Tessuto e del Costume.

Percorsi museali
Sale espositive al primo piano
Portego. I dipinti qui esposti sono perlopiù ritratti dei Mocenigo o raccontano vicende che li riguardano. Quattro dei
grandi ritratti alle pareti sono di sovrani presso i quali i Mocenigo erano ambasciatori, mentre i sette dogi appartenenti
alla famiglia sono in parte ritratti sulle sovrapporte, e in parte nel lungo fregio sotto il soffitto – realizzato su modello di
quello della sala del Maggior Consiglio in Palazzo Ducale – assieme ad altri numerosi membri illustri del casato. Le pareti
sono decorate con motivi architettonici realizzati nel 1787 da Agostino Mengozzi Colonna.

Sala 1. I dipinti di questa sala appartengono tutti a Palazzo Mocenigo e riguardano celebri membri del ramo della famiglia
che qui abitava. I due dipinti di Antonio Joli (Modena, 1700 – Napoli, 1777) sono ambientati a Roma e si riferiscono a
Piero Mocenigo (1632 – 1678), ambasciatore prima a Londra e poi nella città del Papa. I pastelli di Francesco Pavona
(Udine, 1695 – Venezia, 1777) ritraggono il doge Alvise IV, sua moglie Pisana Corner e un fratello.

Sala 2. In questa sala i mobili settecenteschi intagliati e laccati appartenenti al palazzo sono stati abbinati a
vetri soffiati muranesi coevi e i dipinti alle pareti provengono dalle collezioni del Museo Correr. I preziosi tessuti in seta
operata risalenti al XVI e XVII secolo appartengono – come tutti quelli esposti lungo il percorso del museo – al Centro
Studi di Storia del Tessuto e del Costume che qui ha sede, mentre tutte le porcellane cinesi provengono dal Tesoro della
Scuola Grande di San Rocco. L’affresco a soffitto risale al periodo delle nozze del nipote del doge Alvise IV con Laura
Corner: si riconoscono infatti le figure allegoriche di Fama, Gloria e Imeneo, protettore del matrimonio.

Sala 3. Sul tavolo, ornato da tovaglia in merletto di Burano ad ago, e sulle console i vetri muranesi settecenteschi sono
soffiati e lavorati a mano libera mentre le bottiglie e i bicchieri sono “a uso di Boemia”, ossia soffiati, molati e decorati
in oro. I mobili, tutti del XVIII secolo a eccezione del più tardo paravento, appartengono al Palazzo. I dipinti alle pareti
provengono dal Museo Correr e da Ca’ Rezzonico. L’affresco allegorico del soffitto allude al valore militare, garante
della pace, della prosperità e del buon governo.
Sala 4. I mobili ottocenteschi intagliati, laccati e dorati appartengono al palazzo; i vetri che li ornano – provenienti dal
museo di Murano – risalgono al XVIII secolo, tranne il più tardo candeliere a filigrana policroma sul tavolo. Tra i dipinti,
solo la Madonna di scuola belliniana fa parte delle collezioni del palazzo, come il lampadario e le appliques a mazzi di
fiori policromi (a”cioca”) di fattura muranese del XVIII secolo. Sul pavimento in stucco alla veneziana spicca lo stemma
Mocenigo, mentre di nuovo l’affresco a soffitto allude alle nozze, con Imeneo che scende dal cielo, la sposa dal cuore
trafitto, l’Amore, la Poesia e la fertilità della Primavera.

Sala 5. Vicende belliche e intrecci familiari più o meno vicini ai Mocenigo sono illustrati nei dipinti di questa sala. La
battaglia navale ricorda ad esempio uno scontro presso l’isola di Sapienza in Grecia, tra corsari e veneziani guidati da
Zaccaria Mocenigo (1634 – 1665), che preferì dar fuoco alla sua nave e morirvi piuttosto che cadere in mano al nemico.
Nell’affresco a soffitto coppie di figure allegoriche esplicitano l’apoteosi della famiglia. Notevole il lampadario originale
della sala, in vetro soffiato lavorato a mano libera a mazzi di fiori policromi (a “cioca”), attribuito alla più importante
officina vetraria veneziana del Settecento, quella di Giuseppe Briati (Murano 1686 – Venezia 1772).

Sala 6. In questo saloncino decorato a stucchi policromi, ove è stata sistemata una serie di dipinti provenienti dal Museo
Correr, dominano i magnifici abiti settecenteschi. Per l’abbigliamento femminile si preferiscono tessuti leggeri, dalle tinte
chiare; le gonne sono gonfiate ai fianchi dai paniers; gli attillati corpetti presentano ampie scollature e dalle maniche
escono cascate di merletto. Nei primi decenni del secolo si afferma un nuovo modello d’abito, che risponde a un’esigenza
di maggiore libertà nei movimenti: l’andrienne, chiamato a Venezia “andriè“, caratterizzato da una falda a pieghe che
scende dalle spalle allargandosi in un ampio strascico.

Sala 7. Ancora storie dei Mocenigo in molti dipinti di questa sala, in cui domina la grande tavola apparecchiata e coperta
di preziosissimi tessuti antichi quattro/cinquecenteschi. Tali manufatti, di tipologie diverse, presentano in trama fili d’oro
e d’argento, come si nota nella rarissima striscia in broccato allucciolato qui esposta. Coevi sono i vetri (coppe, alzate,
piatti), tutti leggermente fumè, soffiati a stampo o lavorati a mano libera. Provengono da Murano come alcuni altri pezzi
qui esposti e risalenti invece al XVIII secolo: i candelieri e la specchiera con cornice (soaza) decorata da placche in vetro,
amorini e racemi in smalto.

Sala 8. Sono tutti ritratti di patrizi veneti quelli qui esposti, alcuni appartenenti a Palazzo Mocenigo – come anche i mobili
– altri provenienti dalle collezioni del Museo Correr. Tra questi, i due originali dipinti su stoffa dedicati a dogi Morosini,
un’altra grande famiglia veneziana. I vetri seicenteschi sulle console provengono dal Museo del Vetro di Murano. Gli
abiti esposti in questa sala sono prevalentemente da uomo: abbandonati i severi modelli cinque-seicenteschi di ispirazione
militaresca, nel Settecento si preferiscono forme più sciolte e raffinate, che mutuano molti degli elementi presenti nella
moda femminile, come l’abbondante uso di pizzi e ricami. La toga era invece la veste ufficiale del patriziato: in panno
nero a maniche larghe foderate di rosso per i Savi, gli Avogadori e i capi della Quarantia, rossa per i Senatori e i Consiglieri
ducali.

Sala 9. I dipinti della sala da un lato evocano gesta e ambienti marinari, dall’altro continuano la serie dei ritratti celebri.
Un ottocentesco ritratto di uno dei dogi Mocenigo è attorniato a sinistra da un meditabondo Gregorio XII – appartenente
alla nobile famiglia veneziana dei Correr – e a destra da un ritratto del nobile letterato Marcantonio Michiel. Sul tavolo,
cinquecenteschi velluti cesellati sopra rizzo (in comodato dalla Fondazione di Venezia) e vetri coevi soffiati a stampo o
lavorati a mano libera. I mobili (XVIII secolo) sono di Palazzo Mocenigo.

Sala 10. I dipinti di Antonio Stom qui esposti appartengono alla serie dei “Fasti di Casa Mocenigo”: si riferiscono alla
visita della principessa Violante Beatrice di Baviera (1673/1731), moglie di Ferdinando de’ Medici, in territorio della
Repubblica di Venezia. Il carboncino sullo scrittorio ritrae Costanza, moglie dell’ultimo Mocenigo che abitò il Palazzo e
che lo donò alla città nel secolo scorso. Le fotografie novecentesche ritraggono membri del ramo Aosta dei Savoia. Il
tavolo in fondo alla sala ospita otto preziosi tessuti antichi, dalle lavorazioni composite (cesellati e laminati, “a inferriata”,
o decorati “a camino”) e vetri di epoche diverse. Risalgono al XVI secolo il piatto in filigrana e i tre secchielli fumè, al
XVIII le alzate e i candelieri, al XIX il calice in calcedonio, al XX la coppa. Sette/ottocenteschi i mobili, solo in parte
appartenenti al Palazzo.

Sala 11. La sala è dedicata al gilet, capo dell’abbigliamento classico maschile, di cui ne sono esposti oltre cinquanta
esemplari provenienti dal fondo Cini delle collezioni del Centro Studi di Storia del Tessuto e del Costume. Il
“sottomarsina” o “gilet” si diffonde alla fine del sec. XVII, generalmente in seta sul davanti e in lino o cotone nella parte
posteriore, lungo fino al ginocchio e con le maniche. Nel Settecento, epoca a cui risalgono i modelli esposti in questa sala,
questo capo si accorcia oltrepassando di poco il punto di vita e termina sul davanti con due punte. A fine secolo poi perde
le maniche, acquistando talvolta il colletto e decorazioni realizzate da virtuosi ricamatori.

Sala 12. Il lascito Mocenigo include anche un complesso di archivi gentilizi di straordinaria importanza. Conservato
accuratamente in uno dei mezzanini del palazzo, comprende fondi di diverse grandi famiglie, lungo un arco cronologico
dal XI al XX secolo. Si tratta di un archivio di straordinaria rilevanza storica e documentale, ancora poco studiato. La sala
vuole evocare tale rilievo, proponendo l’esposizione di una selezione di 205 faldoni dell’archivio, riordinato all’inizio del
Novecento dal suo ultimo proprietario.

Percorsi dedicati al profumo


La nuova sezione del profumo, fortemente voluta da Mavive, azienda veneziana della famiglia Vidal, partner principale
dell’operazione e artefice di un vero e proprio atto di mecenatismo volto a riaffermare il profondo legame con la città di
Venezia, nasce per arricchire il percorso espositivo al primo piano nobile del Museo di San Stae. Nelle cinque sale
dedicate al profumo, perfettamente integrate nelle suggestioni espositive di tutto il museo, strumenti multimediali ed
esperienze sensoriali si alternano in un inedito percorso di informazione, emozione, approfondimento. Un video illustra
il ruolo di Venezia nella storia del profumo, una sala evoca il laboratorio di un profumiere cinquecentesco (muschiere).
Sono esposti e si illustrano materie prime e procedimenti, mentre una mappa olfattiva descrive le “Vie delle Spezie”
percorse dagli antichi veneziani. Viene presentata poi una straordinaria collezione di flaconi e boccette porta-profumo
della ditta tedesca Drom, comprendente diversi materiali databili dal medioevo ai giorni nostri, concessa per l’occasione
in deposito a lungo termine al museo. Infine, la visita si conclude con la possibilità di sperimentare, attraverso alcune
stazioni olfattive, le grandi “famiglie olfattive” dalle quali nascono tutti i profumi.

Sala 13. Inizia da questa sala la sezione del museo dedicata a un particolare aspetto della storia del costume veneziano,
quello del profumo. Un video (proposto in tre lingue in successione) introduce alla storia veneziana del profumo. Alle
pareti, dipinti provenienti dalle collezioni del Museo Correr e di Ca’ Rezzonico, tra cui un Autoritratto di Lorenzo Tiepolo
(Venezia, 1736 – Madrid, 1776), il Ritratto di Angelo Correr di pittore veneto (sec. XVIII) e Busto femminile, di ambito
veneto (sec. XVIII).

Sala 14. La sala evoca il laboratorio quasi alchemico del profumiere, muschiere, depositario fin dal Cinquecento di
tecniche e ricette per la fabbricazione di saponi, olii, paste, polveri e liquidi per profumare cose, persone, abiti, guanti,
ambienti. Notevole il cinquecentesco erbario di Pietro Andrea Mattioli, che illustra, tra l’altro, la tecnica della
distillazione. Costoso e ricercato, il profumo necessita di materie prime spesso rare ed esotiche, di origine vegetale come
il benzoino e la cannella, o animale come lo zibetto e l’ambracane. Un pannello a parete con una mappa annusabile
propone qui le ammalianti e impervie vie percorse dagli antichi veneziani per procurarsele. Strumenti otto/ novecenteschi,
originali o ricostruzioni, – come quella dei telai per estrarre dai fiori gli olii essenziali (enfleurage), o come il cassone
pieno di sapone bianco di Venezia a impasto freddo colato con procedura antica – consentono di cogliere l’atmosfera un
po’ magica e un po’ industriale di questa grande tradizione. Ci si riferisce anche al mortaio industriale in bronzo di
manifattura tedesca del 1921 (Collezione Storp, Monaco), o al distillatore in rame e ferro di manifattura francese,
dell’inizio del XX secolo (Collezione Craesens, Milano).

Sala 15. La sala è dedicata ancora alle materie prime e alle tecniche di produzione. I volumi esposti – uno dei quali
consultabile virtualmente grazie a un totem interattivo – stampati per la prima volta a Venezia a metà Cinquecento,
svelano i “segreti” di un’arte profumiera che è anche cosmetica, medicina, scienza e magia. Sono qui esposte inoltre
alcune “vere” materie prime, molte delle quali citate negli antichi ricettari qui presentati, e altre rarissime come il muschio
ricavato da certe ghiandole animali, o la preziosa ambra grigia – secrezione intestinale del capodoglio.

Sala 16. La sala ne presenta una significativa selezione della Collezione Storp di flaconi e contenitori per profumi, esposta
per la prima volta a Venezia, grazie a un generoso prestito a lungo termine al museo. Si tratta di bruciaprofumi e flaconi
in bronzo dorato, porcellana, vetro soffiato, di diversa manifattura europea ddal XVII al XX secolo. La famiglia Storp,
fondatrice nel 1911 a Monaco di Baviera della Drom Fragrances, ha costruito una collezione rara e importantissima che
ad oggi conta oltre 3000 pezzi e 6000 anni di storia.

Sala 17. Il grande tavolo in questa sala presenta in 24 contenitori altrettante essenze che contribuiscono alla formazione
di sei delle principali famiglie olfattive, una sorta di classificazione dei profumi sulla base degli elementi che li
compongono. I visitatori possono “sperimentare” le fragranze e approfondire l’approccio a questo mondo inebriante
grazie a schede interattive. Al centro del tavolo, proveniente dal Museo del Vetro di Murano, un Piccolo trionfo in vetro
soffiato lavorato a mano libera, di ambito veneziano, secolo XVIII.

Sale 18 e 19. Nella prima delle due sale spicca il raro Organo del profumiere in legno di noce intarsiato del XIX secolo
(Collezione Vidal), straordinario strumento di lavoro per inventare profumi a partire dagli oltre duecento olii essenziali
contenuti nei flaconcini disposti ad anfiteatro. Il piccolo spazio della sala 19 ospita invece due opere di soggetto religioso
appartenenti a Palazzo Mocenigo, così come gli arredi settecenteschi, e un ritratto femminile proveniente dalle collezioni
del Museo Correr.
Ca' Centanni, la Casa di Carlo Goldoni
“Je suis né à Venise, l’an 1707, dans une grande et belle maison, située
entre le pont de Nomboli et celui de Donna onesta, au coin del rue de Ca’
Centanni, sur le paroisse de S. Thomas” [ Sono nato a Venezia, nel 1707,
in una grande e bella casa, situata tra il ponte dei Nomboli e quello della
Donna onesta, all’angolo della calle di Ca’ Centanni, nella parrocchia di
San Tomà]. Così l’ottantenne Carlo Goldoni - ormai a Parigi da
venticinque anni - ricorda la sua casa natale, in apertura dei Mémoires.
Ca' Centani, o Centanni, meglio conosciuta come la "Casa di Carlo
Goldoni", fu eretta nel XV secolo e conserva tutte le caratteristiche
dell'architettura gotica a Venezia di quel periodo.

Particolarmente interessante, oltre alla facciata a trittico sul canale con


ricca quadrifora, l'ingresso da calle dei Nomboli sul cortile con la
suggestiva scala esterna a due rampe e parapetto a colonnine in pietra
d'Istria. Di proprietà della famiglia Rizzo, venne in seguito affittata alla
famiglia Centanni e fu allora (sec. XVI) che ospitò una fiorente Accademia
artistico-letteraria. Verso la fine del '600 vi si stabilì il nonno paterno di
Carlo Goldoni, Carlo Alessandro, notaio di origine modenese. La famiglia
Goldoni rimase in questa casa, in cui Carlo nacque il 25 febbraio 1707.
fino al 1719. Nel 1914 Aldo Ravà, insigne studioso del '700 veneziano, il
conte Piero Foscari ed il commendatore Antonio Pellegrini acquistarono
il palazzo dall'ultima proprietaria, la contessa Ida Manassero Camozzo;
l’idea era quella di trasformarlo in una struttura museale da dedicare, in
nome del grande commediografo, a tutta l’arte drammatica italiana. Il
progetto si fermò a causa della guerra e, nel 1931, Ca’ Centanni fu donata
al Comune di Venezia affinché fosse restaurata e destinata, modificando
un po’ l’idea originaria, a museo goldoniano e centro di studi teatrali. I
nuovi eventi bellici rallentarono i lavori di restauro, completati solo nel
1953. Nel giugno di quello stesso anno la Casa fu aperta al pubblico,
ospitando un piccolo museo goldoniano e di cimeli teatrali veneziani ma
concentrando la propria attività soprattutto sul centro studi e al costante
incremento della sua biblioteca e dell’archivio.

Il Museo
La casa di Goldoni si presenta oggi , nella sua parte museale, come un
luogo magico e teatrale; l’allestimento, si è avvalso di ogni risorsa della
museografia contemporanea sia per salvaguardare la specificità unica e
irripetibile del palazzetto gotico, sia per offrire le migliori opportunità di
comunicazione illustrativa e didattica, e la partecipazione del pubblico,
specie giovanile. Particolare attenzione è stata rivolta all’offerta
spettacolare (e teatrale), dotando le sale del museo di grandi schermi a
scomparsa in cui sarà proiettata un’ampia gamma di opere di Goldoni in
storici allestimenti teatrali provenienti da registrazioni Rai e da altre fonti.
Le soluzioni adottate integrano i tradizionali apparati didascalici con
dotazioni tecnologiche informatiche avanzate oltre che, naturalmente,
con le opere d’arte e i documenti che costituiscono il nucleo originario
dell’esposizione del museo. Nell’insieme, le sale espositive del primo
piano e l’area di accoglienza del piano terra sono state progettate per
essere utilizzate in modo flessibile in funzione dei diversi tipi di visitatori,
studenti, famiglie, gruppi, turisti, studiosi e/o portatori di handicap. A
fianco dell’offerta espositiva, la Casa di Carlo Goldoni continua la propria
intensa attività scientifica, avvalendosi di spazi ammodernati, razionali e
di nuove tecnologie.

Carlo Goldoni, la vita


La vita di Carlo Goldoni si sviluppa tra Venezia - ove nasce nel 1707, a
Ca’ Centanni- e Parigi, dove muore nel 1793. Ragazzino dotato di
ingegno non comune, manifesta da subito la sua passione per il teatro,
così che prestissimo lo troviamo intento a giocare con piccoli teatrini di
marionette e, bimbo di appena otto anni, a comporre un suo primo canovaccio teatrale. Le vicende famigliari
lo portano spesso a viaggiare per l’Italia: Perugia, Rimini, Modena, Milano. Non infrequentemente sarà
coinvolto in schermaglie militari e in fatti bellici veri e propri. Dopo varie peripezie tra istitutori e collegi,
consegue infine, a Padova, la laurea in giurisprudenza nel 1737. Sarà aiuto cancelliere e avvocato, quindi
console di Genova in Venezia.

Nessuna di queste professioni lo attrae: il suo pensiero e il suo tempo


sono sempre rivolti a saziare la sua fame di teatro: legge voracemente gli
autori teatrali italiani e stranieri, compone pieces di vario genere (libretti
per opere in musica, tragicommedie, drammi, tragedie, satire e
intermezzi; poesie). Entra in contatto diretto con il mondo del teatro:
impresari, autori, attori e amorose, servette, maschere, organizzatori; dal
1734 al 1743 è al servizio dei Grimani per il teatro di S. Samuele. Nel
1747 conosce l’impresario teatrale Gerolamo Medebach: firma con lui un
contratto per il teatro di S. Angelo. Comincia la sua azione di ‘riforma’ del
teatro italiano: le sue commedie non saranno più intrecci di maniera, ma
veri e ‘moderni’ testi teatrali completamente scritti con le varie parti
definite e assegnate, battuta per battuta. Non più scurrilità e intrecci
cervellotici, non più battute di repertorio, poche o nessuna maschera:
nasce il teatro illuminista e borghese, moderno.

Importantissimo per Goldoni il 1750: egli si impegna in una sorta di sfida


temeraria: comporre in una sola stagione ben 16 commedie nuove. Se
pure al prezzo di una profonda depressione, Goldoni riesce nell’impresa:
tra le nuove opere vi sono anche alcuni capolavori come: La bottega del
caffè. Negli stessi mesi scrive La famiglia dell’antiquario, Il teatro comico,
Il Bugiardo. Si susseguono nel decennio successivo opere fondamentali:
Campiello, Locandiera, Le donne curiose, La casa nova, I Rusteghi, Sior
Todero brontolon, Baruffe chiozzotte (1762). Nel 1762 passa al teatro di
S. Luca, proprietà di Francesco Vendramin: oggetto del suo teatro è
oramai quasi esclusivamente il mondo borghese, il nuovo e sempre più
caratterizzato strato sociale che ha via via soppiantato - per dinamismo,
capacità imprenditoriale, sensibilità culturale, gusto della modernità - la
vecchia e sclerotica nobiltà tradizionale. Amareggiato dalle polemiche e
dalle contestazioni, Goldoni lascia Venezia: l’ultima commedia è una
sorta di commiato: Una delle ultime sere di carnovale. Giunge a Parigi nel
novembre del 1762; qui vivrà un’ultima e breve stagione di attività e di
successi. Vive tra Parigi e Versailles: dal 1771 si dedica a comporre i
Mémoires, autobiografia ironica e gustosa, di spirito distaccato e colto.
Muore a Parigi il 6 febbraio 1793. L'opera teatrale goldoniana consta di
cinque tragedie, sedici tragicommedie, centotrentasette commedie, cui
sono da aggiungere, a servizio della musica, due azioni sacre, venti
intermezzi, tredici drammi, quarantanove drammi giocosi, tre farse e
cinquantasette scenari.
MUSEO DI CA' REZZONICO - IL PALAZZO
Il grandioso palazzo, ora sede del Museo del Settecento veneziano, venne costruito a partire dal 1649 per la nobile famiglia
Bon, su progetto del massimo architetto del barocco veneziano, Baldassarre Longhena. La sua morte nel 1682, quasi
contemporanea a quella del committente e le difficoltà economiche della famiglia Bon causarono la sospensione dei
lavori, lasciando il palazzo incompiuto. La fronte sul Canal Grande appare in numerose vedute del primo settecento
completata solo per il piano terra e per il primo piano nobile e coperta da una chiusura provvisoria costituita da un tetto a
capanna d'assi di legno. Nel frattempo, la famiglia Rezzonico - originaria della Lombardia - si era trasferita a Venezia e
aveva acquistato nel 1687 il titolo nobiliare. Giambattista Rezzonico, mercante e banchiere, acquistò nel 1751 il palazzo
e ne affidò il completamento a Giorgio Massari, uno dei più affermati ed eclettici professionisti del medio Settecento
veneziano. I lavori procedettero con rapidità e nel 1756 l'edificio risulta completato. Mentre la prestigiosa facciata sul
Canal Grande e il secondo piano nobile seguivano l’originario progetto longheniano, si devono a Massari le ardite
invenzioni sul retro del palazzo: il sontuoso accesso da terra, lo scalone d'onore e il grandioso, insolito salone da ballo
ottenuto eliminando il solaio del secondo piano. Contemporaneamente alla conclusione dei lavori, si diede il via anche
alla decorazione dell’edificio, con l’intervento dei maggiori pittori allora attivi a Venezia. L’edificio era perfettamente
completato nel 1758, quando il fratello cadetto di Giambattista, Carlo Rezzonico, vescovo di Padova, venne eletto papa
col nome di Clemente XIII: l’evento segna il vertice della fortuna della famiglia e il palazzo di San Barnaba fu sede di
splendide feste per celebrarlo. Ma ben presto, dopo solo cinquant'anni, la potente famiglia nel 1810 si estingueva. Iniziava
così per il palazzo e per il patrimonio d'arte e di storia che vi si era accumulato una lunga, difficile e tormentata stagione
di smembramenti e dispersioni. Spogliato dell’arredo, suddiviso tra gli eredi e poi venduto, il palazzo passò nell’Ottocento
a diversi proprietari; acquistato dal pittore inglese Roberto Barret Browning, fu scelto come residenza dal padre di questi,
lo scrittore Robert Browning, che vi morì. Successivamente venne rilevato dal conte Lionello Hirschell de Minerbi,
deputato al Parlamento italiano, che lo cedette nel 1935, dopo lunga e complessa trattativa, al Comune di Venezia.

Al pian terreno del Museo, attorno all'androne d'ingresso, sono ospitati i servizi al visitatore: informazioni, biglietteria,
guardaroba, toilettes, museum shop, caffetteria, ascensore; l'ampio giardino è predisposto anche per accogliere piccole
rappresentazioni teatrali. Il Mezzanino Browning, a cui si accede dalla scala posta accanto alla caffetteria, ospita le opere
della Collezione Mestrovich, tra cui spiccano autori quali Iacopo Tintoretto, Bonifacio de’ Pitati. Il percorso di visita al
Museo inizia invece dal grande scalone d’onore progettato da Giorgio Massari, sul lato opposto al Canal Grande. Al
primo piano, attraverso undici sale è possibile ammirare, dipinti, sculture, e arredi settecenteschi, oltre ai preziosi
affreschi decorativi dei soffitti. Al secondo Piano, che si apre con il portego dei dipinti dominato da due tele giovanili
del Canaletto, da non perdere sono la sala dedicata all'opera del Longhi e gli affreschi staccati dalla Villa Zianigo eseguiti
da Giandomenico Tiepolo. Al terzo piano, infine, oltre ai di tre ambienti della Farmacia Ai do San Marchi, è ospitata la
preziosa Pinacoteca Egidio Martini.

Mezzanino Browning - La Collezione Mestrovich


La collezione presenta un nucleo di sedici dipinti , tutti di notevole qualità. Tra essi si segnalano, oltre a due opere di
Iacopo Tintoretto ben note in letteratura – una paletta d’altare estremamente suggestiva per l’intensità della figurazione e
un austero ritratto – la luminosa e intima Sacra Conversazione di Bonifacio de’ Pitati; inoltre, altre opere di Benedetto
Diana, Lelio Orsi, Jacopo Amigoni, Francesco Guardi e Alessandro Longhi, due soprarchi di mano di Benedetto
Carpaccio, figlio e seguace di Vittore e una tavoletta di Cima da Conegliano. “Dono a Venezia, in segno di affetto e
riconoscenza e a ricordo della mia famiglia, la mia piccola raccolta di dipinti antichi costituita in prevalenza di soggetti
sacri, a me più congeniali e appaganti. In questa incantevole città adottiva i miei cari ed io, esuli con molti conterranei, ci
siamo felicemente inseriti e abbiamo trovato il rifugio ideale dopo che la natia ed amatissima Zara, la città dalmata, veneta
ed italianissima, venne straziata e quasi interamente distrutta nel corso della seconda guerra mondiale. I Mestrovich
appartengono ad un’antica famiglia dalmata originaria di Zara e risiedono a Venezia dal 1945. Il capofamiglia, Aldo
(1885 - 1969) fu perseguitato durante la dominazione austriaca per il suo patriottismo di italiano; il suo patrimonio è stato
confiscato dal governo iugoslavo e mai restituito. Suo figlio Audace ha esercitato a lungo a Venezia la professione di
avvocato. Ferruccio, il figlio minore, appassionato studioso della pittura veneta antica, è il generoso donatore di questa
preziosa raccolta, le cui attribuzioni sono il frutto delle sue ricerche e dei suoi studi. Di essi si sono giovati innumerevoli
volte non pochi studiosi nella pubblicazione di dipinti di questa e di altre collezioni

Salone da ballo
La grande sala delle feste è certo un elemento di rilevante originalità propria di palazzo Rezzonico rispetto ad altri edifici
veneziani. Ricavata dal Massari utilizzando la doppia altezza dei due piani nobili del palazzo demolendo un solaio e
chiudendo un ordine di finestre, essa costituisce il momento "regale" della dimora dei Rezzonico e un’espressione tipica
del gusto del medio Settecento. Il vano vero e proprio del salone appare il centro di uno spazio più dilatato che s'intravede
oltre le finte architetture o "quadrature", dipinte sulle pareti. Autore di queste architetture virtuosisticamente illusorie è
Pietro Visconti, artista lombardo che fu tra i maggiori specialisti del genere e collaborò con i più celebri pittori "di figura"
veneziani del tempo; di Giovanni Battista Crosato è invece l’affresco sul soffitto con il carro di Febo e, ai quattro lati,
Europa, Asia, America e Africa. Tutta questa decorazione sulle pareti e sul soffitto - completamente restaurata nel 2000-
2001 - si richiama a temi allegorici e celebrativi legati a miti apollinei: un poema figurato in onore dei Rezzonico, il cui
stemma campeggia tra panneggi dorati al centro della parete maggiore. Superstiti dell'antico arredo del palazzo sono i due
grandiosi lampadari in legno e metalli dorati a motivi floreali. Lungo le pareti è esposta una parte della serie di opere
scolpite da Andrea Brustolon nei primissimi anni del Settecento, tra cui una delle imponenti statue in ebano dei cosiddetti
Guerrieri etiopi, altissimi nudi virili armati di clava e dotati anch’essi di bianchissimi occhi in pasta di vetro, che hanno
ai piedi ciascuno una testa equina, forse derivate, per l’impostazione, dalle statue egizie di basalto e di porfido che
Brustolon aveva avuto modo di vedere durante il suo soggiorno romano. Ma il gruppo più cospicuo di queste opere si
trova nella sala 10, detta appunto del Brustolon.

Sala dell’Allegoria nuziale


A soffitto, il grande affresco eseguito nell'inverno del 1757 da Giambattista Tiepolo, in collaborazione col figlio
Giandomenico e col quadraturista Gerolamo Mengozzi Colonna, in occasione del matrimonio tra Ludovico Rezzonico e
Faustina Savorgnan, dà il nome alla sala. Contro un cielo luminosissimo che si apre al di là della finta balaustra, quattro
impetuosi cavalli bianchi trainano il carro di Apollo, su cui hanno trovato posto gli sposi preceduti da Cupido bendato e
attorniati da figure allegoriche. Tra di esse la Fama, le tre Grazie e la Sapienza. Un vecchio barbuto coronato di lauro (il
Merito), con ai piedi il Leone, simbolo della città, regge lo scettro e la bandiera con gli stemmi delle famiglie degli sposi.
La qualità solare della luce, la sinfonia stupenda dei colori, il vigore dinamico delle figure fanno di questo affresco, tra le
ultime opere eseguite a Venezia da Tiepolo prima del definitivo trasferimento a Madrid nel 1762, uno dei suoi più alti
capolavori. L'arredo della sala è composto da un gruppo di mobili intagliati e dorati del primo Settecento. Sopra il tavolo
è appeso, contro la tappezzeria moderna in damasco rosso che riveste per intero le pareti, il Ritratto di Francesco Falier
in veste di Procuratore da mar, eseguito da Bernardino Castelli nel 1786, anno stesso dell'elezione del nobiluomo a questa
importante carica. Sulla parete opposta si trova un piccolo dipinto di Pietro Longhi raffigurante Papa Clemente XIII
Rezzonico che concede udienza ai nipoti Carlo, Ludovico e Faustina. A cavalletto è invece esposto il Ritratto di Clemente
XIII Rezzonico eseguito tra il luglio e il dicembre del 1758, nei mesi cioè immediatamente successivi all’elezione del
cardinale Carlo Rezzonico al soglio pontificio avvenuta il 16 luglio.

Cappella
Sulla parete di destra che dà sul rio di San Barnaba, si apre la piccola cappella pensile fatta costruire da Aurelio Rezzonico
o dal cardinale Carlo – omonimo e nipote di papa Clemente XIII - nella seconda metà del Settecento. Dell’arredo originale
resta qui solo l’elegante decorazione a stucchi dorati su fondo bianco; la paletta con la Madonna e santi che decora il
piccolo ambiente è di un allievo di Giambattista Tiepolo, Francesco Zugno. Bell’esempio della fantasia dei mobilieri
veneziani è l’elegante inginocchiatoio in noce, risalente alla metà del Settecento, che la singolare caratteristica di poter
essere "ribaltato" in poltrona.

Sala dei pastelli


La sala è dominata dall'affresco sul soffitto, opera del bellunese Gaspare Diziani, che risale al 1757 e raffigura la Poesia
circondata dalla Pittura, dall'Architettura, dalla Musica e dalla Scultura, mentre un putto, armato di una fiaccola, fa
precipitare l'Ignoranza. Alle pareti sono esposti numerosi ritratti a pastello, tecnica questa in cui eccelsero i pittori
veneziani e in particolare Rosalba Carriera che ne fu maestra, durante il suo soggiorno parigino del 1720-1721, anche ai
colleghi francesi. La sua attività è ben esemplificata in questa sala da opere di altissimo livello quali il Ritratto di Faustina
Bordon Hasse e il Ritratto di gentiluomo, realizzate negli anni trenta, in cui Rosalba, oltre alla capacità di indagare la
psicologia dei personaggi ritratti, dimostra tutta la raffinata qualità del suo arioso linguaggio pittorico, reso vivo dalla
caratteristica, scintillante vena cromatica. Ancora a Rosalba spettano le due piccole miniature su avorio esempi notevoli
di un’ intensa produzione cui la pittrice si dedicò con particolare continuità nei primissimi anni del secolo. La sala ospita
anche opere di altri autori: da Gian Antonio Lazzari, tradizionalmente considerato il primo maestro della pittrice, a
Marianna Carlevarijs, figlia del vedutista friulano Luca, e Lorenzo Tiepolo, cui spetta il bel ritratto di Cecilia Guardi
Tiepolo, eseguito, come attesta una scritta autografa sul verso, nel 1757. L'arredo della sala è costituito da mobili intagliati
e dorati di fabbrica veneziana, da datare verso la metà del secolo. La boisierie risale, come il bel lampadario di Murano a
sedici lumi, alla seconda metà del Settecento.

Sala degli arazzi


L'affresco sul soffitto, di interessante qualità coloristica, è opera di Jacopo Guarana del 1757 e rappresenta il Trionfo delle
Virtù; ancora le Virtù appaiono nelle figure a monocromo collocate sugli spigoli delle finte architetture alla base
dell'affresco. Altrove, eleganti putti giocano tra di loro o con animali. La sala prende il nome dai tre grandi arazzi
fiamminghi della fine del XVII secolo collocati a parete, in cui sono narrati, con grande efficacia rappresentativa e
attenzione per i particolari, episodi della storia biblica di re Salomone e della regina di Saba. Come il magnifico mobilio
intagliato e dorato, provengono da palazzo Balbi Valier a Santa Maria Formosa. La raffinata lavorazione, la linea
aggraziata e la qualità della doratura fanno di questi mobili uno dei più notevoli complessi in stile rococò di fabbrica
veneziana giunto integro fino a noi. Particolare considerazione merita la porta laccata in giallo con cineserie, qui nella
sua collocazione originaria. Ognuna delle due facce della porta è divisa in due comparti, contenenti ciascuno una scena
di soggetto orientale, dipinta in oro e bruno, disegno fornito da Giambattista o da Giandomenico Tiepolo, impegnati in
questo periodo nella lavorazione degli affreschi delle sale del palazzo.
Sala del trono
Il soffitto è occupato da un grande affresco, eseguito da Giambattista Tiepolo nello stesso periodo in cui lavorò a quello
dell'Allegoria nuziale, in collaborazione col suo quadraturista di fiducia, Gerolamo Mengozzi Colonna. Rappresenta
l'Allegoria del Merito raffigurato come un vecchio barbuto, coronato di lauro, che sale verso il tempio della Gloria,
accompagnato dalla Nobiltà (la figura alata, che regge la lancia) e dalla Virtù (la figura a destra del vecchio, riccamente
vestita), mentre la Fama dà fiato alla sua tromba. Il collegamento con i Rezzonico è dato dal putto alato sotto la figura del
Merito che regge il Libro d’oro della nobiltà veneziana, cui anch’essi erano stati ammessi nel 1687. Il complesso assunto
allegorico aveva la funzione di esaltare le presunte qualità morali e civili degli abitanti del palazzo, secondo un uso assai
in voga a Venezia nel Settecento. Ma Giambattista riesce a evitare formule ripetitive per offrirci un'opera di altissima
qualità, tutta imperniata sulla fastosa vena coloristica e sulla sorprendente fantasia compositiva. Di particolare rilievo è il
ricco mobilio dorato esposto nella sala, originariamente di proprietà della famiglia Barbarigo, in seguito passato, per linea
ereditaria, ai Donà dalle Rose. Esso include anche l'imponente cornice (contenente oggi il Ritratto di Pietro Barbarigo di
Bernardino Castelli), che ostenta una rigogliosa decorazione allegorica la cui complessa iconografia è volta ad esaltare le
virtù della famiglia Barbarigo. Tradizionalmente, questo gruppo di mobili reca un'attribuzione ad Antonio Corradini,
scultore estense attivo a Venezia fino al terzo decennio del secolo Tale attribuzione pare da confermare, almeno per quel
che riguarda l'ideazione dell'elegantissimo insieme, senz'altro unitaria. Nessun dubbio che anche il trono - pur di diversa
provenienza e che dà il nome alla sala - sia opera della stessa bottega. Particolarmente significativo il tavolo da muro, che
reca sul piano un Ritratto di prelato, bisquit della fabbrica veneziana Cozzi: la stupenda qualità delle cariatidi e dei
vivacissimi putti che giocano fra di loro tra volute e festoni fioriti fanno infatti di quest'opera uno dei più begli esempi del
mobile rococò veneziano. I vasi sono di fabbrica cinese. Attraversato il portego, si giunge alla successiva sala del Tiepolo.

Sala del Tiepolo


In questo ambiente si può ammirare il terzo dei quattro soffitti di Giambattista Tiepolo presenti a Ca' Rezzonico: si tratta
di una tela sagomata raffigurante la Nobiltà e la Virtù che abbattono la Perfidia. Contrariamente agli affreschi delle altre
sale del primo piano nobile, quest'opera non è originaria del palazzo, ma fu eseguita tra il 1744 e il 1745 per conto di
Pietro Barbarigo; passata per linea ereditaria in proprietà Donà dalle Rose, fu acquistata nel 1934 dal Comune di Venezia
per essere esposta in questa sala entro una cornice di stucchi appositamente predisposta. Le splendenti figure della Nobiltà
e della Virtù, riccamente vestite si stagliano contro il cielo luminoso; fa loro corona l'abituale repertorio di deliziosi putti
alati, mentre due elegantissimi paggi reggono lo strascico. La Perfidia, vestita di toni grigi, precipita verso il basso seguita
dal pipistrello che inavvertitamente un amorino ha preso al laccio. Si noti la cura con cui è descritto il paggio che regge
lo strascico, sia nei tratti fisionomici che nell'elegantissima veste, a realistica, stupenda prova delle ineguagliabili capacità
ritrattistiche del maestro, che in questo caso pare aver usato quale modello il figlio Giuseppe Maria. Vari altri dipinti sono
esposti alle pareti, mentre l'arredo della sala include mobili di diversa provenienza e di altissimo pregio artistico: è forse
originario del palazzo l'imponente bureau-trumeau in radica di noce che, per dimensioni, qualità di lavorazione e stato di
conservazione, è un esemplare unico nel suo genere, databile alla metà del Settecento. Di particolare rilievo è anche il
grande tavolo a otto gambe intagliate, terminanti a zampa di leone, con il piano ricoperto da panno verde, posto al centro
della sala: bell'esempio di mobile barocco veneziano, risale probabilmente alla fine del Seicento o ai primi anni del
Settecento. Sulla parete a sinistra dell'ingresso è collocato uno stipo adattato a forziere, opera di scuola tedesca (Augusta)
del XVII secolo che poggia su di un tavolo a volute barocche di epoca successiva. L'interno dello stipo è decorato con
vetri dipinti con animali e fiori e la figurazione allegorica della Pace.

Passaggio
Alle porte di questo stretto andito di passaggio che conduce alla biblioteca sono stati adattati dei battenti settecenteschi in
cuoio impresso che originariamente si trovavano a Palazzo Carminati a San Stae. Nelle vetrine egualmente settecentesche,
decorate a tempera, sono esposti alcuni esemplari della ricca collezione i porcellane settecentesche conservate nel museo.
La prima è dedicata alla produzione della manifattura del veneziano Giovanni Vezzi, che ebbe il merito di importare a
Venezia la formula chimica per la fabbricazione della preziosissima porcellana, scoperta da Johann Friedrich Böttger, un
alchimistica al servizio della corte di Dresda. La sua manifattura fu fondata nel 1720 e chiuse i battenti nel 1727; nel breve
volgere di questi anni Giovanni Vezzi produsse una quantità notevole di oggetti, in particolare servizi da tè, e, in numero
più limitato, vasi, piatti e caffetterie. Tra le opere qui esposte, si segnalano le eleganti tazze a campana decorate in rosso
ferro e in blu oro con scene mitologiche e la splendida teiera globulare di fiori di pruno di color rosso ferro nella seconda
vetrina, invece sono esposti alcuni esemplari prodotti dalla manifattura del modenese Geminiano Cozzi, attiva dal 1764
fino ai primi anni del secolo successivo. Alla prima produzione spetta lo splendido servizio donato a Ca’ Rezzonico nel
1938 dal principe Umberto di Savoia. Più tarde sono le altre opere, alcune delle quali decorate con disegni a cineseria.
Sulla parete di fronte, tra le finestre, è esposta una piccola tela raffigurante il Martirio di Sant’Eurosia, che faceva parte
della collezione dell’ingegner Gatti Casazza, donata al museo nel 1962; recava allora l’attribuzione a Giambattista
Piazzetta e solo in seguito è stata riportata tra le opere di Giulia Lama.

Biblioteca
In questa sala è ricostruito un ambiente di studio. All’interno degli armadi è esposta l’interessante collezione di oggetti in
vetro sette-ottocenteschi donata al museo dall’ingegner Gatti Casazza nel 1962. Alla stessa collezione appartengono il
bel leggio e i cassoni in cuoio esposti tra gli armadi. La splendida testa marmorea della Dama velata è opera dello scultore
estense Antonio Corradini; probabilmente raffigura la Purità. Eccezionale il virtuosismo tecnico dello scultore, capace di
conferire trasparenza al marmo e di descrivere con straordinaria precisione tutti particolari del volto che emergono da
sotto il velo. Completano l’arredo della sala, le semplici sedie rivestite di cuoio dorato e dipinto a motivi floreali, secondo
la moda dei "cuoridoro" tipica dell'artigianato veneziano, e un grande orologio a torre del primo Settecento è opera della
fabbrica londinese Williamson. A soffitto è stata adattata una tela con un Trionfo allegorico del decoratore barocco
polesano Mattia Bortoloni, risalente alla sua fase giovanile.

Sala del Lazzarini


Questa sala di passaggio deve il suo nome all'attribuzione ottocentesca delle tre grandi tele di soggetto mitologico esposte
a parete, ritenute di Gregorio Lazzarini, pittore veneziano, primo maestro di Giambattista Tiepolo. Studi successivi hanno
dimostrato che al Lazzarini spetta solo il telero con Orfeo massacrato dalle Baccanti, a sinistra, eseguito nel 1698; la tela
più piccola con Ercole ed Onfale, è meglio riferibile ad Antonio Bellucci, mentre la terza, con un Combattimento tra
Centauri e Lapiti, è opera di Antonio Molinari. Originariamente questi tre dipinti, eguali per altezza, costituivano l'arredo
del portego della casa di San Stae dell'abate Teodoro Correr, dal cui lascito alla città deriva il nucleo fondativo delle
collezioni dei Musei Civici Veneziani. Il soffitto si compone di cinque ovali, opera del pittore seicentesco vicentino
Francesco Maffei: al centro è Prometeo con lo specchio e l'aquila, ai lati Dedalo e Icaro, Prometeo liberato, Perseo con la
testa di Medusa e Andromeda legata alla scoglio. Realizzati intorno al 1657-1658, costituiscono forse il maggior
capolavoro dell’artista. Anche questo soffitto non faceva parte dell'arredo originario di Ca' Rezzonico, ma proviene,
assieme a quello che ora si trova nella sala del Brustolon, da palazzo Nani sul rio di Cannaregio. Al centro della sala è
esposta la splendida scrivania, impiallacciata di legni preziosi con intarsi in avorio inciso e bacchette in bronzo dorato,
opera dell'ebanista torinese Pietro Piffetti, firmata e datata 1741. Tra i mobili esposti in questa sala, notevoli sono
soprattutto le semplici sedie rivestite di cuoio dipinto con figurazioni allegoriche.

Sala del Brustolon


La "fornitura" d'arredo scolpita da Andrea Brustolon, per conto della famiglia Venier entro il 1706, esposta parte in questa
sala, parte nell’adiacente Salone da ballo, è il massimo capolavoro dell'intaglio veneto del primo Settecento. Si compone
di ben 40 elementi; il pezzo più celebre è certamente la consolle porta vasi che raffigura, nella parte inferiore, l’Allegoria
della forza personificata da Ercole. L’opera - come le altre della serie - si segnala per la fantasia dell’ideazione e per
l’eccezionale accuratezza della realizzazione. L’insieme è giocato sul contrasto cromatico tra i diversi componenti, il nero
lucidissimo, quasi metallico, dell’ebano, il rosso bruno assai caldo del bosso e il bianco luminosamente splendente dei
vasi orientali in porcellana, decorati con aerei disegni a cineseria. L’identico, eccezionale virtuosismo realizzativo appare
anche negli altri pezzi che completano la splendida serie dei porta vasi. In essi il Brustolon ha dato un ulteriore saggio
della propria inesausta fantasia creativa; si tratta infatti di ben 25 pezzi tutti diversi tra loro: moretti, putti, cariatidi in
ebano con gli occhi in pasta di vetro, le allegorie delle quattro Stagioni e dei cinque Elementi. Nella sala sono inoltre
esposti alcuni dipinti di notevole interesse, tutti risalenti al Seicento o al primo Settecento. Al centro della sala risplende
lo stupendo lampadario in vetro policromo a venti fiamme su due ordini prodotto verso il 1730 dalla fabbrica muranese
di Giuseppe Briati, certo il più straordinario esempio del genere che ci sia giunto completamente integro. La decorazione
del soffitto è costituita da undici tele di diversa forma e misura che originariamente, assieme alle cinque che abbiamo
trovato nella sala del Lazzarini, facevano forse parte di un complesso decorativo eseguito da Francesco Maffei per una
villa di campagna di proprietà della famiglia Nani, in seguito smembrato e collocato in due diverse sale del palazzo
dominicale di Cannaregio. Di diversa mano invece sono i quattro tondi a monocromo collocati sugli spigoli del soffitto:
anch'essi provengono da palazzo Nani e sono opera di Gerolamo Brusaferro. Di difficile lettura è l'iconografia
complessiva delle tele del Maffei, in ogni caso, anche se risulta pressoché impossibile cogliere il complicato assunto
iconografico che ha ispirato il pittore, risulta tuttavia palese la notevole qualità degli impetuosi dipinti, giustamente
considerati l'equivalente pittorico della facciata di San Moisè. Tornando alla sala del Lazzarini e, di qua, girando a destra,
si accede al portego del primo piano.

Portego
Il "portego de mezo" è il largo corridoio che, nel piano terreno dei palazzi veneziani, collega abitualmente l'ingresso dal
canale con quello da terra e si ripete eguale nei piani superiori, con funzione di disobbligo per le stanze che vi si affacciano.
Tradizionalmente il portego è decorato con affreschi o con grandi tele inserite entro cornici di stucco: eguali caratteristiche
aveva quello di Ca' Rezzonico ma, dispersi nell’Ottocento i dipinti originali e deteriorati gli stucchi, durante i restauri
precedenti all'apertura del museo nel 1936 ne venne modificato l'aspetto, coprendo le pareti con il finto marmorino rosa
che vediamo tuttora. La decorazione è affidata ad un gruppo di busti marmorei settecenteschi, ritratti o figure allegoriche,
alcune delle quali opera dello scultore bassanese Orazio Marinali, usati come sovrapporte, collocati su mensole a inseriti
entro nicchie appositamente predisposte. L’arredo è composto da quattro grandi divani “da portego” e una portantina
dorata, foderata in seta rossa. Su cavalletto è esposta la pala raffigurante la Maddalena ai piedi del Crocifisso, dipinta per
la chiesa delle Terese nel 1663-1664 da Giambattista Langetti. E’ una delle prime opere realizzate a Venezia dal genovese,
destinato a divenire il caposcuola della corrente dei “Tenebrosi”. Il portale da cui si diparte la scala che reca al secondo
piano è strutturato come un arco di trionfo e reca sulla sommità lo stemma dei Rezzonico. Esso deriva certamente da
un'invenzione di Giorgio Massari e risale al periodo dei lavori di completamento del palazzo dovuti a questo architetto.
Ai lati del portale sono state collocate due vigorose sculture del cinquecentesco Alessandro Vittoria. Salita la scala, dove
notevoli risultano i rilievi marmorei di epoche diverse inseriti nel muro sul pianerottolo, si giunge al portego del secondo
piano.

Portego dei dipinti


Nel Portego del secondo piano nobile del palazzo sono raccolti, secondo l'uso tipicamente veneziano della “quadreria”, i
più importanti dipinti di proprietà del museo. La visita avviene in senso orario, da sinistra rispetto all'ingresso. Il primo
dipinto è una veduta ideata di Luca Carlevarijs, risalente ai primi anni del Settecento, ricca di effetti scenografici e di
citazioni romane. A fianco si trova un Capriccio architettonico, replica autografa di quello che Canaletto donò nel 1765
all’Accademia veneziana di Pittura e Scultura. Il dipinto seguente raffigura un Convegno diplomatico, opera giovanile di
Francesco Guardi. Sulla parete di fronte, a sinistra, è esposto il Ritratto del maresciallo Mathias von Schulenburg, di
Antonio Guardi - per molti anni pittore di fiducia del comandante delle truppe veneziane di terra e grande collezionista
d’arte, eseguito tra il 1737 e il 1742. A fianco è collocato il grande telero con la Morte di Dario di Giambattista Piazzetta,
realizzato verso il 1746 per il salone di palazzo Pisani Moretta a San Polo. Si tratta di uno dei massimi capolavori del
genere storico che l’artista coltivò soprattutto nella fase tarda della sua attività. Entro una moderna cornice a stucco è
esposto un dipinto di Gian Antonio Pellegrini con Muzio Scevola e Porsenna, databile tra il 1706 e il 1708. Bell'esempio
dell'arte matura di questo grande protagonista del rococò internazionale. Il tratto successivo della parete è dedicato ai due
capolavori giovanili del Canaletto, la Veduta del rio dei Mendicanti e quella del Canal Grande da Ca' Balbi verso Rialto,
recentemente acquistati dal Comune di Venezia (1983), le uniche vedute del maestro che si possano ammirare nelle
collezioni pubbliche di Venezia. Costituiscono - assieme alle due tele che in origine facevano parte della stessa serie e
che ora si trovano in collezione Thyssen a Madrid - i più alti raggiungimenti della fase giovanile del pittore, all’inizio
degli anni venti, quando decise di abbandonare la pratica della scenografia teatrale, fino allora svolta alle dipendenze del
padre, per dedicarsi al vedutismo. Oltre la porta sono esposte alcune opere degli scolari del Piazzetta, mentre tre notevoli
ritratti seicenteschi occupano la corrispondente parete di fronte. Lo spazio successivo è dedicato ad una importante
antologia delle realizzazioni dei maggiori paesaggisti attivi nel Veneto nel corso del Settecento. Il “fondatore” del
paesaggismo veneziano è unanimemente considerato il bellunese Marco Ricci, di cui sono esposte due piccole tele
giovanili realizzate tra la fine del Seicento e l'esordio del Settecento. Dopo la metà del secolo, in un contesto culturale
diverso, dominato dalla poetica d’Arcadia, operano il toscano Francesco Zuccarelli depositario di uno stile raffinato, ricco
di preziose vibrazioni superficiali, di cui è esposta la grande Pastorale, e l’agordino Giuseppe Zais più spontaneo e realista,
a cui sono dovuti i quattro Paesaggi con contadini. Di notevole interesse, inoltre, sono i quattro ovali collocati entro
stucchi sopra le porte che danno accesso alle sale laterali del portego. Sopra la porta che conduce nella sala detta del
Longhi è il Ritratto di gentiluomo in rosso di Nicolò Cassana; sopra quella che va nella sala del Ridotto il Ritratto del
senatore Giacomo Correr, egualmente databile al primo Settecento ma non facilmente attribuibile; sopra la porta che
conduce agli ambienti dove è stata ricostruita la Villa di Zianigo si trova un elegantissima nobildonna, identificata in
Giustina Renier Donà delle Rose; sopra la porta che immette alla Sala Guardi si trova infine il Ritratto del senatore
Giovanni Correr. L’arredo del portego è costituito da quattro semplici divani in noce, da alcune sedie in “canna d’India”,
da quattro trespoli e da una credenza in noce dall’elegante linea sagomata. Dal portego dei dipinti si passa al corridoio
successivo che conduce allo straordinario caleidoscopio degli affreschi provenienti dalla villa Tiepolo a Zianigo.

Gli affreschi di Giandomenico Tiepolo dalla villa di Zianigo


Da qui in avanti, iniziando dalle scene di Rinaldo che abbandona il giardino di Armida e del Falchetto, si entra nell'area
del museo dedicata alla ricomposizione del ciclo di affreschi di Giandomenico Tiepolo, eseguiti dal 1759 al 1797 per la
villa di sua proprietà, tuttora esistente a Zianigo, piccolo centro prossimo a Mirano, nella campagna a ovest di Venezia.
Essi vennero strappati nel 1906 per essere venduti in Francia ma, bloccata l’esportazione dal Ministero alla Pubblica
Istruzione, vennero acquistati dal Comune di Venezia,e dallo Stato italiano. Furono poi trasferiti nel 1936 a Ca’ Rezzonico
con un allestimento che tenta di ricostruirne - sia pure con qualche differenza e sovrapposizione – la disposizione
originaria. Questo straordinario ciclo costituisce uno dei momenti più affascinanti e singolari di tutta Ca' Rezzonico, non
meno che dell'ultimo scorcio del XVIII secolo a Venezia.

A. Il corridoio
Nel corridoio d'accesso è la scena della Gerusalemme Liberata con Rinaldo che abbandona il giardino di Armida,
originariamente collocata a piano terreno nella villa di Zianigo, databile ad un momento immediatamente successivo al
ritorno di Giandomenico da Madrid nel 1770. Il tema è eroico e patetico, come è proprio del poema tassiano e di molte
figurazioni di Giambattista: ma già l'incrinatura dell'atmosfera appassionata e mesta dell'episodio rivela che
Giandomenico sta completamente spogliandosi dei panni dell'illustratore di poemi per entrare in quelli della commedia
e, semmai, dello sberleffo dissacratore, uno degli elementi portanti del suo discorso, una delle molle della sua ispirazione.
Sulla parete di fondo si trova la scena del Falchetto che piomba sullo stormo dei passerotti in fuga: quasi un'istantanea
per l'immediatezza e il realismo della raffigurazione. Nella villa quest’affresco si trovava in una piccola stanza assieme
alla deliziosa immagine del Pappagallo ora esposto nel successivo corridoio. Probabilmente risalente al 1771 è l'elegante
figurazione dell’Abbondanza che si può vedere ora nello stesso ambiente, a destra, e che si trovava in origine sul
pianerottolo della scala nella villa di Zianigo.
B. Il portico
Si passa successivamente nell'ambiente maggiore, quello che ripropone le decorazioni del salone del piano terreno della
villa con alcuni dei più celebri pezzi di questo ciclo. Sulla parete più lunga è il Mondo nuovo firmato e datato 1791. La
scena è di grande suggestione: rappresenta, di spalle, una piccola folla che attende di porre l'occhio all'obiettivo di una
specie di cosmorama o di diorama per scorgervi raffigurazioni e scene di cose lontane. Essa si carica ai nostri occhi delle
più singolari e inquietanti valenze: l'attesa di un evento, la mancanza dei volti, la metafisica semplicità del paesaggio e
della baracca dell'imbonitore fanno di questa figurazione una delle più emblematiche e, a tratti, struggenti testimonianze
della coscienza di una fine imminente e dello sbigottimento curioso per il mondo che s'annuncia in segni e indizi di ancor
problematica lettura. Alcuni vogliono riconoscere nelle due figure di profilo, sulla destra, Tiepolo padre, a braccia
conserte, dai tratti ironici e penetranti e, più dietro, il figlio, con l'occhialino. Di fronte al Mondo nuovo, due opere coeve
il Minuetto in villa, che colpisce per la sottolineatura ironica nei confronti delle formalità ridicole e vacue, degli aspetti
caduchi delle mode e dei comportamenti, e la Passeggiata che pare adombrare la messa in forma d'una uscita di scena,
d'un commiato. Molto precedente risulta invece il soffitto con il Trionfo delle Arti, databile alla prima fase della
decorazione della villa, prima del 1762. Anche le quattro sopraporte monocrome in terra verde - sempre provenienti dal
salone terreno di Zianigo - paiono coeve al Mondo novo, anche se tematicamente connesse con il soffitto (Astronomia,
Famiglia del Fauno, Sacrificio presso i pagani, Rogo). Natura e cultura paiono contrapporsi in questo contorto ciclo di
figurazioni a metà tra l'allegorico-simbolico e il realistico.

C. La stanza dei Pulcinella


La stanza successiva raccoglie affreschi con scene della vita di Pulcinella: Pulcinella e i saltimbanchi, Pulcinella
innamorato, Pulcinella che gozzovigliano (1797); sul soffitto il famosissimo ovale con l'Altalena dei Pulcinella (1793).
Anche nei chiaroscuri minori scene con Pulcinella. E, alla fine, sono proprio i Pulcinella i veri dominatori della commedia
umana di Giandomenico Tiepolo a Zianigo: paiono via via affacciarsi su tutte le scene per prender a poco a poco tutte le
parti, giocare tutti i ruoli, sostituirsi a ogni individualità e carattere. La storia senza tempo di Pulcinella è giunta al suo
epilogo e al suo apice, un linguaggio compiuto di eccezionale versatilità e ricchezza che può dire tutto ed essere tutto:
una via crucis blasfema non meno che dolente e tragica; un poema eroico e un lazzo osceno; una preghiera accorata o un
romanzo, un ritratto, una maledizione.

D. La cappella
Ritornati nel portego del Mondo novo dalla porta di sinistra si accede alla ricostruzione della cappella di Zianigo. Gli
affreschi che decorano questo piccolo ambiente sono probabilmente i primi eseguiti nella villa da Giandomenico: la
cappella venne infatti dedicata al beato Girolamo Miani, fondatore dell’ordine dei Somaschi nel 1758. La pala d’altare di
formato circolare reca la delicata immagine della Madonna col Bambino adorata da San Girolamo e da San Giacomo
apostolo; ai lati, sopra le porte, si trovano due scene veterotestamentarie a monocromo, raffiguranti Il sacrificio di
Melchisedec e Mosé che spezza le tavole delle leggi. Due splendidi monocromi con San Girolamo che fa scaturire l’acqua
da una roccia e San Girolamo che recita il rosario davanti ai giovani raccolti in preghiera. Ancora San Girolamo appare
nella tela centinata, mentre tutto il rimanente arredo della cappella è prodotto di artigianato d'arte veneziana del XVIII
secolo. Ripassati attraverso il portego, si accede, a sinistra, nel camerino dei centauri.

E. Camerino dei centauri


Questa saletta ci riporta a tematiche pagane e mitologiche. Il camerino con i centauri presenta a soffitto l’immagine a
monocromo rosso di un Rapsodo (forse un Omaggio ad Omero) firmato e datato 1791; di un ventennio precedenti
dovrebbero essere i numerosi tondi a monocromo grigio con episodi della vita dei centauri e delle satiresse, e quello con
un Sacrificio pagano, mentre rifulgente di colori è lo splendido pezzo di bravura del pappagallo collocato sulla porta
d'ingresso.

F. Camerino dei satiri


Ancora satiri e scene di baccanale, fatti storici e mitologici, figure allegoriche popolano le pareti e il soffitto della camera
dei satiri. A soffitto si trova il grande fregio rettangolare con Scene di storia romana datato 1759, mentre le altre scene
monocrome risalgono al 1771. Gli altri due monocromi parietali raffigurano L’altalena del satiro (la scena anticipa quella,
eseguita vent’anni dopo, che vede per protagonisti i Pulcinella nella stanza che dalla maschera napoletana prende il nome)
e Un centauro che rapisce una satiressa; le sovrapporte, che hanno al centro una testa leonina in stucco, recano egualmente
immagini di Satiri e satiresse. Usciti dagli ambienti della villa di Zianigo, si giunge, a sinistra, alla Sala del Clavicembalo.

Sala del Clavicembalo


Questa sala propone l’ambientazione di una villa di campagna destinata alla villeggiatura delle ricche famiglie veneziane:
a tale scopo sono stati utilizzati gli armadi e le portiere provenienti da villa Mattarello di Arzignano presso Vicenza. I due
grandi armadi guardaroba, a due ante ciascuno, recano dipinte a tempera in chiaroscuro su tonalità rosa le Allegorie delle
quattro stagioni; viceversa i battenti di porta hanno vedute con scene di soggetto agreste e di caccia, sempre dipinte a
tempera su eguali tonalità. Al centro della sala è esposto un raro esempio di clavicembalo del primo Settecento, con le tre
gambe riccamente intagliate e dorate; la decorazione delle fiancate è a "lacca povera". Nella sala sono inoltre esposti due
interessanti dipinti; il primo raffigurante il Banchetto di Abigail e Nabal, il secondo è invece un dipinto di carattere
devozionale che inquadra al centro un’icona cinquecentesca; a questa immagine più antica fanno corona le figure dei
Santi Giuseppe e Giovanni, accompagnate da cherubini.

Passaggio
Dalla sala del Clavicembalo si accede al piccolo passaggio che immette nella sala del Parlatorio. Sono qui esposti alcuni
dipinti di piccolo formato e singolarmente preziosi, opera di Pietro Longhi, Francesco Guardi e Giuseppe Zais; inoltre,
nella nicchia, è una splendida Torciera in vetro di Murano, probabilmente della manifattura di Giuseppe Briati.

Sala del Parlatorio


A soffitto è stato adattato negli anni Trenta un affresco strappato da palazzo Nani a Cannaregio, raffigurante la Concordia
coniugale incoronata dalla Virtù alla presenza della Giustizia, della Prudenza, della Temperanza, della Fama,
dell'Abbondanza e della Divinità, con vedute di ville e di parchi ai lati e sugli spigoli putti con cartigli a monocromo. A
parete sono esposte affrontate due tra le più due celebri tele di Francesco Guardi, quelle che raffigurano il Parlatorio delle
monache di San Zaccaria e il Ridotto di palazzo Dandolo a San Moisè, eseguite nella seconda metà del quinto decennio.
Si tratta di due "vedute d'interni" in qualche modo anticipatrici di quelle della città che Francesco comincerà a produrre
salo a partire dalla fine del decennio successivo: si noti infatti la qualità delle vivacissime macchiette, che hanno la stessa
freschezza di tocco e la stessa leggerezza di colore di quelle che popolano le sue innumerevoli vedute di Venezia. Il
Ridotto mostra la sala grande della casa da gioco di palazzo Dandolo a San Moisè, tappezzata di "cuori d'oro", nello stato
precedente al 1768; il Parlatorio mostra invece la sala delle visite del monastero di San Zaccaria, dove parenti e amici
potevano avere colloqui con le religiose: in queste occasioni di festa venivano anche organizzate recite di burattini per i
piccoli ospiti. Oltre a questi due capolavori, sono presenti nella sala altri dipinti di notevole interesse di Pietro Longhi
fiancheggiano il Parlatorio due ritratti tardi, mentre sono opere giovanili quelle ai lati della specchiera. A fianco del
Ridotto sono invece due bozzetti, uno di Giambattista Tiepolo e l’altro di Bartolomeo Nazari. Di notevole qualità i mobili
in lacca verde-gialla con decorazioni floreali che costituiscono l'arredo della sala, provenienti da palazzo Calbo Crotta
agli Scalzi. Riattraversato il Portego, si accede alla sala del Longhi.

Sala del Longhi


Questa stanza può costituire un originale campo di raffronto tra due delle diverse anime del Settecento veneziano: quella
rococò, allegorico-mitologica, spumeggiante e sensuale nella tela ovale a soffitto di Giambattista Tiepolo con Zefiro e
Flora e quell'altra illuminata, e ironica, razionale e indagatrice, lucida e critica nelle tele "di genere" di Pietro Longhi che
s'infittiscono sulle pareti. A soffitto, la tela con Il trionfo di Zefiro e Flora proviene da Ca' Pesaro e appartiene a un
momento ancora giovanile nell'operato di Giambattista, negli anni trenta. La compresenza di Zefiro - uno dei quattro venti
- e della dea dei fiori allude alla primavera e quindi alla fecondità. I colori sono trasparenti e squillanti; pezzi virtuosistici
di bravura si alternano alle notazioni sensuali degli incarnati, alle piacevoli contrapposizioni di elementi e intonazioni di
colore. Alle pareti, nella ricca serie di tele di Pietro Longhi, compare invece la vita quotidiana di ricchi patrizi e umili
contadini, visite allo studio del pittore e il parrucchiere in azione, la conversazione domestica e le curiosità “esotiche e
mostruose", i gruppi di famiglia e i concertini; insomma, un gran repertorio di situazioni, accidenti e piaceri. Al di là della
gradevolezza di queste piccole scene il linguaggio indagatore di Longhi fruga e restituisce ai nostri occhi la forma e i
modi di essere di una civiltà altissima, di una esemplare qualità della vita e, insieme, di una coscienza culturale tra le più
consapevoli che sia dato storicamente di incontrare. Egli soprattutto eccelle negli straordinari interni domestici, vere e
proprie vedute d'interni non meno lucide e razionali del vedutismo d'esterni canalettiano. I bei mobili della sala in lacca
gialla con decorazioni a fiori e ricci rossi provengono da palazzo Calbo Crotta.

Sala delle lacche verdi


A soffitto è l’affresco con il Trionfo di Diana di Antonio Guardi strappato e montato su tela, proveniente dal palazzo
Barbarigo-Dabalà all'Angelo Raffaele. Il gusto rocaille nella desinenza più veneziana e aerea della componente decorativa
allegorico-mitologica che ebbe nel maggiore dei fratelli Guardi un interprete fantasioso e raffinato, dà qui prova disinvolta
ed elegante delle sue possibilità. L'opera risale alla fase tarda di Antonio, nel sesto decennio. Alle pareti, vedute e
paesaggi, ma l’indubbia suggestione della sala è dovuta soprattutto all'insieme del mobilio dal fondo laccato in verde cupo
con elementi decorativi in pastiglia dorata proveniente dal palazzo Calbo Crotta a Cannaregio. Si tratta di un complesso
disegnato unitariamente e decorato con raffinatezza secondo un gusto tipico degli anni cinquanta del secolo, affascinato
dalle cineserie che molta fortuna ebbero anche a Venezia sia nelle arti maggiori che nell'artigianato d'arte, nella moda e
nel gusto dell'arredo e della decorazione. Le figurette policrome di cinesi con teste mobili sono in cartapesta laccata, di
provenienza orientale settecentesca.

Sala del Guardi


Sono stati qui collocati a parete gli altri tre affreschi di Antonio Guardi strappati dall'originaria sede del palazzetto Dabalà,
già Barbarigo, all'Angelo Raffaele, che fanno serie con il soffitto nella Sala delle Lacche verdi. Si tratta di Venere e
Amore, Apollo e Minerva. Per quanto in precario stato di conservazione a causa dello strappo subito, queste opere - le
uniche a noi note eseguite ad affresco da Antonio Guardi - mostrano ancora con tutta evidenza l'estro decorativo rococò
del maestro e vanno presumibilmente datati all’inizio del sesto decennio del Settecento. L'arredo di quest’ambiente è
composto di mobili in lacca a fondo verde con decorazione a fiori policromi, lascito della famiglia Savorgnan Brazzà.
Completa l'arredo della sala il caminetto in marmo rosso di Verona, proveniente da palazzo Carminati a San Stae, che
reca sulla cappa gli stucchi originali, di delicata intonazione cromatica: al centro, entro ovale, si trova la figura
dell'Abbondanza. Elegante il lampadario a gocce di cristallo sfaccettate, opera muranese del secondo Settecento, imitante
le analoghe produzioni boeme.

Alcova
In questo ambiente, e nelle piccole sale successive, è stata ricostruita una camera da letto settecentesca con gli spogliatoi,
la stanza guardaroba e il salottino boudoir. L'alcova proviene da palazzo Carminati a San Stae e risale alla seconda metà
del Settecento. Al centro della testiera, una Sacra Famiglia con Sant'Anna e san Giovannino. Sopra, entro la bella cornice
originale dorata, una Madonna a pastello di Rosalba Carriera, databile alla seconda metà del terzo decennio del Settecento.
Sul soffitto, una piccola tela rotonda, anonima, raffigura la Madonna con Bambino. Fuori dell'alcova l'arredo è costituito
da un bureau trumeau probabilmente di origine lombarda e da una culla in lacca verde con fiori policromi e decorazioni
di gusto neoclassico. Ai lati del letto, due piccole porte conducono a corridoi paralleli: quello di destra ha una porta che
si apre sull'alcova e, sul fondo, si trova una vetrina entro cui è esposto il preziosissimo servizio da toletta già di proprietà
Pisani, composto di cinquantotto pezzi d'argento, dorati e lavorati a balzo e a cesello, con largo impiego di onice. Sul
cofano esposto sul piano inferiore della vetrina appaiono gli stemmi accoppiati dei Pisani e dei Grimani, da cui si deduce
che il servizio costituì un dono per le nozze avvenute tra membri di queste due famiglie patrizie. Esso è opera dei celebri
artigiani tedeschi di Augsburg e risale alla fine del Seicento: comprende tutto il nécessaire per la dama: dal grande
specchio da tavolo alla conchiglia-lavabo lavorata a sbalzo, dal portagioie al soffietto per la cipria, dai candelieri alle
boccette per le essenze e i profumi, fino agli strumenti per scrivere e le posate. Dalla porta di sinistra rispetto all'alcova si
accede a un altro stretto passaggio, che, attraversato il guardaroba, ci conduce all'intimo camerino degli stucchi, qui
trasferito da palazzo Calbo Crotta, di forma ottagonale, con le pareti rivestite dagli originali stucchi settecenteschi
policromi. Completano la decorazione gli illusionistici affreschi sul soffitto, opera di Jacopo Guarana. Ritornando nel
portego si accede, tramite la scala a sinistra, al terzo e al quarto piano del palazzo

La farmacia Ai do San Marchi


Fino al 1908 la farmacia si trovava in campo San Stin a Venezia, nell'edificio d'angolo con calle Donà. Il mobilio, la
maggior parte dei vasi di maiolica e gli oggetti in finissimo vetro di Murano che ora si trovano a Ca' Rezzonico risalgono
alla metà del Settecento. Nel 1908 l'arredo della farmacia venne acquistato dall'antiquario parigino Raoul Heilbronneur,
che poi preferì donarlo - su suggerimento dello scultore veneziana Antonio Dal Zotto - ai Musei Civici veneziani. I mobili
e gli oggetti nel 1936 vennero trasferiti al terzo piano di Ca' Rezzonico. La farmacia si compone di tre ambienti, tra loro
comunicanti. Il primo, la bottega vera e propria, è allestito con un elegante mobilio in radica di noce scura e ha sugli
scaffali 183 vasi in maiolica decorata, destinati a contenere le spezie e i materiali necessari alla confezione dei
medicamenti, opera della manifattura veneziana dei Cozzi. I due vasi più grandi, collocati simmetricamente agli angoli
della parete di fondo, recano l'insegna della farmacia: due leoni affrontati che reggono il Vangelo aperto, simbolo del
protettore di Venezia, l'evangelista Marco. Notevole anche l'elegante scrivania di raffinata linea bombata. Il secondo
ambiente è occupato dal laboratorio, con il caminetto e il fornello, oltre agli alambicchi in sottilissimo vetro, usciti dalle
fornaci muranesi. Il terzo ambiente, infine, è quello del retro-farmacia con le pareti completamente ricoperte da una
boiserie in legno d'abete dipinto, arricchita di capitelli intagliati e di altri elementi decorativi, riportata alla coloritura
originale. Qui sono collocati, negli scaffali, vasi di maiolica e in vetro oltre a due grandi mortai, usati per polverizzare le
materie prime.

La pinacoteca Egidio Martini


La donazione di Egidio Martini è la più importante fatta alla città di Venezia dagli inizi del Novecento, sia per il numero
delle opere, che per l’alta qualità che per l’importanza filologico – storica. È una collezione di dipinti, quasi tutti di scuola
veneziana, che vanno dal ‘400 agli inizi del '900 e che comprende opere di maestri importanti ma anche di artisti che
proprio grazie agli studi di Martini hanno trovato una giusta collocazione nel contesto dell’arte veneta. Egidio Martini,
eclettico studioso, si dedica al restauro di dipinti antichi fin dagli anni quaranta: scopre opere di autori allora non
riconosciuti appieno dalla critica e dal mercato, individuandone e valorizzandone il ruolo. Nel contempo, colleziona
lentamente, con acume e notevoli sacrifici, numerose opere fino a mettere assieme un nucleo che si rivela un fondamentale
contributo alla comprensione dello sviluppo della pittura del Seicento e Settecento veneto. La Pinacoteca riflette
fedelmente il suo lavoro critico. Importanti aspetti, episodi e protagonisti della pittura veneziana ci vengono restituiti nella
Pinacoteca con una vivezza sino ad oggi non riconosciuta né documentata in altri musei e gallerie pubbliche o private.
Scene di genere, mitologie, paesaggi a marine, ritratti, soggetti religiosi, allegorie offrono una successione ricca, insolita
e stimolante, punteggiata di capolavori. I nomi rappresentano quanto di meglio offre la pittura veneziana di alcuni secoli
d’oro, iniziando prima del Sei e Settecento e continuando ben oltre