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LEZIONI DI CITTADINANZA E COSTITUZIONE

Modulo 1

LA COSTITUZIONE ITALIANA: STORIA, STRUTTURA E CARATTERI

Storia

La Costituzione della Repubblica Italiana è la legge fondamentale e fondativa dello


Stato italiano. Essendo una Costituzione moderna, essa contiene un insieme di norme e
procedure che definiscono e regolano i rapporti sia tra i cittadini e il potere politico, sia tra
le istituzioni. In un certo senso, quelle norme e procedure danno forma ad uno Stato, lo
“costituiscono”, dando ad esso la forma di uno Stato di diritto, cioè uno Stato in cui tutti i
poteri sono soggetti alla legge, contrariamente allo Stato assoluto.

La Costituzione italiana fu approvata dall’Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947 e


promulgata dal capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola il 27 dicembre 1947. Entrò
in vigore il 1° gennaio 1948.

Da quel momento essa sostituì definitivamente il vecchio Statuto Albertino che aveva
accompagnato la nascita del Regno d’Italia. Lo Stato italiano nasce, da un punto di vista
istituzionale, con la legge del 17 marzo 1861 che attribuisce a Vittorio Emanuele II, “re di
Sardegna”, e ai suoi successori, il titolo di “re d'Italia”. La continuità tra il Regno di
Sardegna e quello d'Italia è normalmente sostenuta in base all'estensione
dell’applicazione della sua legge fondamentale, lo Statuto Albertino concesso da Carlo
Alberto di Savoia nel 1848, a tutti i territori del regno d'Italia progressivamente annessi al
regno sabaudo nel corso delle guerre d'indipendenza.

Lo Statuto Albertino fu simile alle altre costituzioni rivoluzionarie vigenti nel 1848 e rese
l'Italia una monarchia costituzionale, con concessioni di poteri al popolo su base
rappresentativa. Lo Statuto era ispirato alle Costituzioni francesi e alla Costituzione belga,
era “breve” (constava di 84 articoli) ed era giuridicamente “flessibile”, poiché modificabile
con legge ordinaria. Era una Costituzione liberale, poiché considerava la proprietà privata

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e la libertà del cittadino, ma non tutti i diritti sociali per la realizzazione dei quali non era
previsto l’intervento dello Stato.

Era una tipica costituzione “ottriata”, ossia concessa dall’alto dal sovrano. Poco tempo
dopo la sua entrata in vigore, proprio a causa della sua flessibilità, fu possibile portare
l'Italia da una forma di monarchia costituzionale pura a quella di monarchia parlamentare,
sul modo di operare tradizionale delle istituzioni inglesi (benché il potere esecutivo fosse
detenuto completamente dal re, sempre più spesso il Consiglio dei ministri rifiutò di restare
in carica quando non gradito alla camera elettiva).

Il primo Parlamento dello Stato unitario, in principio del 1861, si compose con un suffragio
elettorale ristretto al 2% della popolazione; nel 1882 il diritto di voto fu portato al 7% della
popolazione, con riforme nel 1912 e 1919 il diritto fu esteso fino a una forma di suffragio
universale maschile.

Anche a causa della mancanza di rigidità dello Statuto, col giungere del fascismo nel
1922, lo Stato fu deviato verso un regime autoritario e le forme di libertà pubblica fin lì
garantite dallo Statuto vennero facilmente stravolte. Partendo dalle “leggi fascistissime” del
1925-26 fino all’entrata in guerra il 10 giugno 1940, passando per le leggi razziali del 1938,
il regime fascista instaurò uno Stato totalitario in cui le opposizioni politiche vennero
bloccate o eliminate, la Camera dei Deputati fu abolita e sostituita dalla “Camera dei fasci
e delle corporazioni”, il diritto di voto fu cancellato, le libertà di associazione e di stampa
abolite, i sindacati eliminati eccetto quello fascista, fu introdotta la pena di morte e istituito
un Tribunale speciale per la difesa dello Stato, furono potenziati i poteri del Capo del
Governo. Il partito unico fascista non funzionò come strumento di partecipazione, ma
come strumento di intruppamento della società civile e di mobilitazione politica pilotata
dall'alto. Tuttavia lo Statuto albertino, nonostante le modifiche, non fu formalmente abolito,
ma fu, di fatto, svuotato e sospeso.

Il 25 luglio 1943, il capo del fascismo Benito Mussolini, sfiduciato dai gerarchi fascisti nel
corso di una riunione del Gran Consiglio, perse il potere e fu fatto arrestare dal re Vittorio
Emanuele III che nominò il maresciallo Pietro Badoglio a capo di un nuovo governo.
Badoglio ripristinò in parte le libertà dello Statuto e firmò l’armistizio con gli Alleati l’8
settembre 1943. L’annuncio intempestivo dell’armistizio provocò lo sbandamento
dell’esercito italiano che non riuscì ad opporre una resistenza organizzata ai tedeschi. In
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pochi giorni, le truppe tedesche rafforzarono la loro presenza al Nord e al Centro dell’Italia
e, dopo aver liberato Mussolini, lo appoggiarono nella costituzione della Repubblica
Sociale Italiana (Repubblica di Salò), mentre il re e il governo si rifugiavano a Brindisi,
dando vita al Regno del Sud che controllava la parte meridionale del paese, ormai liberato
dagli alleati.

Contemporaneamente ricomparvero i partiti antifascisti, fino ad allora costretti alla


clandestinità. Riuniti nel Comitato di liberazione nazionale (CLN), guidarono la
Resistenza armata condotta dai partigiani contro i nazi-fascisti e, pur decisi a modificare
radicalmente le istituzioni per fondare uno Stato democratico, instaurarono con il re una
“tregua istituzionale” con la quale si stabiliva: la formazione di un nuovo governo composto
da tutti i partiti del CLN; la necessità di trasferire i poteri del re al figlio Umberto, il quale
doveva assumere la carica provvisoria di luogotenente del regno; il rinvio al termine del
conflitto della decisione sulla questione istituzionale, cioè della forma di governo
(repubblica o monarchia) da far assumere all’Italia; l’elaborazione di una nuova
Costituzione da parte di un’Assemblea Costituente eletta a suffragio universale.

Il 25 aprile 1945 l’Italia, grazie all’arrivo degli Alleati anche al Nord e alla lotta di
Resistenza dei partigiani, si liberò da sei anni di guerra mondiale e venti anni di dittatura
fascista. Pertanto, il 2 giugno 1946, per la prima volta a suffragio universale e col voto
delle donne, si svolsero contemporaneamente due elezioni: il Referendum istituzionale
per la scelta tra repubblica e monarchia e l’elezione dell'Assemblea Costituente,
incaricata di scrivere una nuova carta costituzionale. Alle elezioni partecipò l’89% degli
aventi diritto. Il 54% dei voti (più di 12 milioni) fu per la Repubblica, il 46% votò per la
monarchia (quasi 11 milioni). L’Assemblea Costituente fu eletta con un sistema
proporzionale e furono assegnati 556 seggi.

Dominarono le elezioni tre grandi formazioni: la Democrazia Cristiana, che ottenne il


35,2% e 207 seggi; il Partito socialista, 20,7% dei voti e 115 seggi; il Partito comunista,
18,9% e 104 seggi. La tradizione liberale, protagonista della politica italiana nel periodo
precedente la dittatura fascista, ottenne 41 deputati, con quindi il 6,8% dei consensi; il
Partito repubblicano, anch’esso d’ispirazione liberale ma con un approccio differente nei
temi sociali, 23 seggi, pari al 4,4%. Mentre il Partito d’Azione, nonostante un ruolo di primo
piano nella Resistenza, ebbe solo l’1,5% corrispondente a 7 seggi. Fuori dal coro, in

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opposizione alla politica del CLN, ci fu la formazione dell’Uomo Qualunque, che prese il
5,3%, con 30 seggi assegnati.

Fin dalla prima riunione dell’Assemblea (25 giugno 1946) apparve chiaramente che il
numero dei componenti era eccessivo per poter elaborare un testo costituzionale, perciò si
decise di istituire una commissione ristretta, composta da 75 deputati, alla quale venne
affidato il compito di predisporre un “progetto di costituzione”. La Commissione dei 75
venne articolata a sua volta in tre sottocommissioni:

- diritti e doveri dei cittadini


- organizzazione costituzionale dello Stato

- rapporti economico-sociali

I lavori dovevano terminare il 24 febbraio 1947, ma l’Assemblea Costituente non verrà


sciolta che il 31 dicembre 1947, dopo aver adottato la Costituzione il 22 dicembre con 453
voti contro 62. Come già scritto, la Costituzione, promulgata dal Presidente della
Repubblica il 27 dicembre, entrò in vigore il primo gennaio 1948.

L’intesa che permise la realizzazione della Costituzione è stata più volte definita
“compromesso costituzionale”, consistente in una commistione di concezioni politiche
diverse, risultato di reciproche rinunce e successi. Le forze in seno all’Assemblea, infatti,
tendenzialmente, non avendo sicure idee sul possibile prosieguo della vita politica italiana,
piuttosto che tentare di ostacolare le altre parti politiche, spinsero per l'approvazione di
norme che rispecchiassero i valori di libertà, tolleranza e giustizia che avevano condiviso
durante la Resistenza e che fossero alla base di una democrazia in grado di impedire il
ritorno del fascismo. Per questo motivo, l’antifascismo è considerato uno degli elementi
fondativi della nostra Costituzione.

Struttura
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La Costituzione è composta da 139 articoli e XVIII disposizioni transitorie e finali, divisi
in quattro sezioni:

 Principi fondamentali (artt. 1-12);


 Parte I: Diritti e doveri dei cittadini (artt. 13-54), divisa in 4 Titoli: Rapporti civili,
Rapporti etico-sociali, Rapporti economici, Rapporti politici.

 Parte II: Ordinamento della Repubblica (artt. 55-139), divisa in 6 Titoli: Il


Parlamento; Il Presidente della Repubblica; Il Governo; La Magistratura; Le
Regioni, le Province, i Comuni; Garanzie Costituzionali.

 XVIII disposizioni transitorie e finali, riguardanti situazioni relative al trapasso dal


vecchio al nuovo regime e destinate a non ripresentarsi. Di esse è rimasta in vigore
solo la XII, quella che vieta, sotto qualsiasi forma, la riorganizzazione del disciolto
partito fascista.

Caratteri

Nelle linee guida della Carta è ben visibile la tendenza all’intesa e al compromesso
dialettico tra gli autori. La Costituzione mette l’accento sui diritti economici e sociali e sulla
loro garanzia effettiva. Si ispira ad una concezione antiautoritaria dello Stato con una
chiara diffidenza verso un potere esecutivo forte e una fiducia nel funzionamento del
sistema parlamentare. Non mancano importanti riconoscimenti alle libertà individuali e
sociali, rafforzate da una tendenza solidaristica di base. Fu possibile, anche grazie alla
moderazione dei comunisti, ratificare gli accordi lateranensi e permettere di accordare
un’autonomia regionale tanto più marcata nelle isole e nelle regioni con forti minoranze
linguistiche.

La Costituzione italiana è una costituzione scritta, rigida, lunga, votata,


compromissoria, democratica e programmatica.

 Innanzitutto, le norme costituzionali sono contenute in un testo legislativo scritto e


non orale, come invece è nella tradizione anglosassone.

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 La Costituzione italiana è rigida. Con ciò si indica che da un lato è necessario un
procedimento parlamentare complesso (aggravato) per la sua revisione, come
previsto dall’art.138, e dall’altro che le disposizioni aventi forza di legge in contrasto
con la Costituzione vengono rimosse con un procedimento innanzi alla Corte
Costituzionale.

 La Costituzione è lunga, ossia contiene disposizioni in molti settori del vivere civile,
non limitandosi a indicare le norme sulle fonti del diritto.

 È votata perché rappresenta un patto tra i componenti del popolo italiano che
hanno votato l’Assemblea Costituente.

 È compromissoria perché è frutto di una mediazione di alto livello tra correnti e


partiti con tendenze ideologiche diverse (liberale, cattolica, socialista, comunista).

 È democratica perché è dato particolare rilievo a sindacati e partiti politici e c'è la


partecipazione del popolo, sia in forma diretta (es. referendum), sia in forma
indiretta (elezioni).

 Infine, è programmatica perché rappresenta un programma, affidando poi alle forze


politiche il compito di rendere veri gli obiettivi fissati dai costituenti attraverso
opportuni provvedimenti legislativi.

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LEZIONI DI CITTADINANZA E COSTITUZIONE

Modulo 1

I PRINCIPI FONDAMENTALI DELLA COSTITUZIONE

I Principi fondamentali, contenuti negli artt. 1-12 della Carta costituzionale, esprimono le
finalità e le basi ideali della forma di Stato democratico-pluralista disegnata dalla
Costituzione. Questi princìpi indicano i presupposti e gli obiettivi verso i quali deve tendere
la nostra società e a cui devono ispirarsi i cittadini e le istituzioni. Essi sono:
- il principio democratico (art. 1);
- il principio personalista, pluralista e solidarista (art. 2);
- il principio di eguaglianza (art. 3);
- Il principio lavorista (artt.1 e 4);
- il principio autonomista (art. 5);
- il principio di laicità (artt. 7-8);
- il principio internazionalista (artt. 10-11)
Meritano inoltre di essere ricordati i principi sulla tutela delle minoranze linguistiche
(art. 6) sulla promozione della cultura, della ricerca scientifica e tecnica e sulla
tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico (art. 9), sulla bandiera come
simbolo dell’identità nazionale (art. 12).

Le disposizioni sui Principi fondamentali, come la forma repubblicana (art. 139) sono
sottratte alla possibilità di revisione costituzionale prevista all’art. 138 Cost. La loro
modifica o soppressione, infatti, stravolgerebbe l’identità stessa della Costituzione, in
quanto metterebbe in discussione la forma di Stato democratico-pluralista da essa
prevista. Non a caso, i Principi fondamentali sono la chiave interpretativa per tutti gli altri
articoli della Costituzione.

Principio democratico
Art. 1 Cost. – L’ Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della
Costituzione.

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Il primo articolo indica la forma di governo (la repubblica) e la forma di Stato
(democratica) del nostro paese. La repubblica è la forma di governo in cui il Capo dello
Stato non è un re (monarchia) e in cui gli organi dello Stato sono eletti, direttamente o
indirettamente, dal popolo. Secondo il principio democratico, il potere politico trae
principalmente la propria legittimazione dal consenso del popolo, titolare della sovranità (il
potere di comando), che tuttavia deve essere esercitata nelle forme e nei limiti previsti
dalla Costituzione.
La democrazia può essere diretta e indiretta. Nella democrazia diretta, il popolo esercita
la sovranità partecipando direttamente alle decisioni politiche attraverso referendum,
plebisciti o assemblee popolari. Nei sistemi di democrazia indiretta o rappresentativa, la
sovranità popolare si traduce nel potere del popolo di scegliere i propri rappresentanti nei
diversi organi eleggibili a suffragio universale, partecipando alla formazione della volontà
politica anche attraverso gli altri strumenti previsti dalla Costituzione, come il diritto di
associarsi in partiti politici. In Italia vige un sistema di democrazia rappresentativa: il
popolo esercita il potere sovrano, innanzitutto, con l’elezione del Parlamento nazionale
(siamo una Repubblica parlamentare) e degli organi rappresentativi delle autonomie
territoriali (Regioni, Province, Città metropolitane, Comuni). Il carattere tendenzialmente
rappresentativo del sistema italiano non esclude, tuttavia, la presenza di alcuni istituti di
democrazia diretta. La Costituzione prevede infatti l’iniziativa legislativa popolare, il diritto
di petizione e, soprattutto, il referendum abrogativo (art.75) e confermativo (art.138).
Tuttavia, la sovranità popolare non è l’unico elemento per definire uno Stato come
democratico. Altri elementi essenziali affinché uno Stato sia definito democratico sono: la
separazione dei poteri; il riconoscimento e la garanzia dei diritti individuali e collettivi; la
libertà di voto e il suffragio universale; il pluralismo dei partiti politici; la libertà di stampa e
di informazione; la tutela delle minoranze.

Principio personalista, solidarista e pluralista


Art. 2 Cost. – La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come
singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede
l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

I regimi totalitari hanno mostrato il più profondo disprezzo per la libertà e per la dignità
della persona. Nelle diverse concezioni totalitarie, la libertà dei singoli è sempre

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sacrificabile nell’interesse di entità superindividuali, che sono ritenute portatrici di valori ed
interessi preminenti, come lo Stato, la nazione o la collettività.
L’art. 2 della Costituzione segna una autentica rivoluzione rispetto al modello totalitario:
non la persona in funzione dello Stato (o della nazione, o della collettività), ma lo Stato in
funzione della persona, di cui sono riconosciuti e garantiti i diritti inviolabili, cioè i diritti
che nascono con l’uomo e non sono attribuiti dallo Stato. Emerge il riconoscimento dei
diritti naturali dell'individuo (diritto alla vita, alla personalità, alla libertà, alla manifestazione
del pensiero, ecc.). Il fatto che questi diritti siano riconosciuti dallo Stato come “ inviolabili”
significa che vengono prima dello Stato stesso, il quale non deve soffocare ma valorizzare
la persona (principio personalista), poiché la libertà dei singoli è il presupposto di ogni
democrazia.
L’art. 2 Cost. riconosce i diritti inviolabili non solo all’individuo considerato isolatamente,
ma anche “nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”. La società pluralista
non si compone solo di una sommatoria di individui isolati, ma si articola in una
molteplicità di formazioni intermedie (così chiamate, perché si frappongono fra l’individuo e
lo Stato) all’interno delle quali gli individui organizzano la propria vita. I gruppi intermedi
sono associazioni religiose, associazioni in generale, famiglia, associazioni sindacali,
partiti politici, ecc. (principio pluralista).
Infine, l’articolo 2 introduce il principio di solidarietà politica, economica e sociale (ad
esempio, pagare i tributi). Tale principio innovatore sancisce i doveri “inderogabili” di
solidarietà del cittadino nei confronti della collettività, come necessario risvolto del
riconoscimento dei diritti della persona (principio solidarista).

Principio di uguaglianza
Art. 3 Cost. – Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge,
senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di
condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che,
limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della
persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica,
economica e sociale del Paese.

L’uguaglianza formale
II primo comma dell’articolo 3 riconosce l'uguaglianza formale, un’uguaglianza di fronte
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alla legge in quanto esseri umani, tipica delle costituzioni liberali, consistente nell’assenza
di norme discriminatorie di qualsiasi tipo (non va dimenticato il contesto storico in cui
questo articolo fu scritto). Questi principi della parità di trattamento e del divieto di
qualunque forma di privilegio vengono ripresi in altre parti della Costituzione, laddove si
parla di parità tra i coniugi, di parità in termini di lavoro per l’uomo e la donna, ecc.

L’uguaglianza sostanziale
Al secondo comma dell’articolo 3, però, la nostra Costituzione fa un salto di qualità: non
si può parlare di uguaglianza se non si tiene conto che tutti i cittadini, “al nastro di
partenza”, non si trovano nella stessa posizione. Affermare l’uguaglianza non significa
eliminare o livellare le differenze di vario tipo (sesso, etnia, religione, lingua, condizioni
sociali, ecc.) che esistono tra gli individui, ma significa che quelle differenze non devono
dar luogo a discriminazioni. L’uguaglianza consiste nella possibilità di manifestare
liberamente le proprie diversità.
Tuttavia, avere un diritto non è nulla se non si hanno i mezzi per metterlo in pratica e,
infatti, ci sono persone sfavorite come i poveri, gli invalidi, i disabili, che incontrano
ostacoli non indifferenti, tali da impedire loro di porsi sullo stesso piano con gli altri. Tutti
questi limiti che, di fatto, escludono alcuni individui dal progresso civile, economico e
sociale del Paese, devono essere superati grazie all’impegno dello Stato e alla solidarietà
di tutti. Il dettato costituzionale affida allo Stato il compito di rimuovere gli ostacoli di
ordine economico e sociale che di fatto impediscono una reale uguaglianza e limitano la
libertà individuale.
È questo il riconoscimento dell’uguaglianza sostanziale, che si potrà realizzare con
un’azione contemporanea di rimozione e promozione; infatti soltanto rimuovendo questi
ostacoli lo Stato promuove lo sviluppo dell'individuo e favorisce la giustizia sociale.
Non è un compito facile da realizzare, ma lo Stato si è impegnato e si impegna sul fronte
dell’istruzione, del lavoro, della protezione sociale, poiché l’analfabetismo, la
disoccupazione, la carenza di assistenza sociale sono quegli ostacoli che impediscono
maggiormente il raggiungimento dell’uguaglianza sostanziale e possono essere rimossi
soltanto con i servizi sociali. La vera uguaglianza, espressione di una democrazia
effettiva, si realizza, soltanto quando a ciascun individuo sono offerte tutte le
opportunità per giungere alle stesse condizioni di vita dei suoi simili.

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L’uguaglianza sostanziale è la base giuridica per lo Stato sociale. Il secondo comma
dell’art. 3 Cost. segna la differenza tra le concezioni dell’eguaglianza nello Stato liberale di
diritto e quelle proprie dello Stato sociale moderno.
Nel moderno Stato sociale (Welfare State), i poteri pubblici intervengono nell’economia
(Stato interventista) e nella società per assicurare realmente pari opportunità per ognuno.
Gli interventi pubblici sono volti a garantire i diritti sociali. Sono quei diritti il cui
riconoscimento è finalizzato a proteggere i soggetti socialmente più vulnerabili e ad
elevarne le condizioni di vita. La Costituzione italiana, ispirata ai principi dello Stato
sociale, sancisce alcuni importanti diritti sociali: il diritto all’assistenza sanitaria (art. 32); il
diritto all’istruzione (art. 34); il diritto dei lavoratori alla giusta retribuzione, al riposo
settimanale e alle ferie annuali (art. 36); i diritti della donna lavoratrice e del lavoro minorile
(art. 37); l’assistenza e la previdenza sociale (art. 38). Tra di essi è compreso anche il
diritto al lavoro proclamato dall’art. 4 Cost.
Si possono inoltre ricordare quelle disposizioni della Costituzione che contengono i
principi-guida dell’intervento dello Stato nell’economia per la realizzazione di più equi
rapporti economici e di altri fini sociali (artt. 41-47). Non va trascurato, infine, il principio
dell’imposizione fiscale progressiva (art.53). Tuttavia, nonostante questi principi e gli
interventi messi in atto in questi decenni, molte disuguaglianze sono presenti ancora oggi
e, in alcuni casi, tendono ad ampliarsi.

Principio lavorista
Art. 1 Cost., I comma– L’ Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro.
Art. 4 Cost. – La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le
condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta,
un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Il lavoro è considerato dalla Costituzione come fondamentale strumento di realizzazione


della personalità umana, senza distinzione tra lavoro manuale e intellettuale. Il diritto al
lavoro di cui all’art. 4 Cost. rappresenta il primo diritto sociale. L'espressione “diritto al
lavoro” non deve però essere intesa come un vero e proprio diritto soggettivo per cui lo
Stato avrebbe l’obbligo di garantire un lavoro a tutti.

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È sancito invece l’impegno dello Stato a interventi programmatici per coordinare e
potenziare lo sviluppo economico del Paese al fine di raggiungere la piena occupazione e
rendere quindi effettivo tale diritto. È suo dovere intervenire opportunamente anche con
norme tese ad assicurare a ognuno pari opportunità di accesso al mercato del lavoro (es.
norme sul collocamento) e il diritto alla conservazione del posto di lavoro (es. disciplina sul
licenziamento individuale).
Nella Costituzione italiana, che è di ispirazione solidaristica, il lavoro non è concepito solo
come diritto del singolo, ma anche come dovere di partecipare e contribuire al progresso
sociale della comunità.

Principio autonomista
Art. 5 Cost. – La Repubblica, una e indivisibile, promuove le autonomie locali; attua nei
servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i
principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze della autonomia e del
decentramento.

L’articolo 5 afferma il carattere unitario e indivisibile dello Stato, così come si è formato in
seguito alle guerre e alle lotte di indipendenza. Tuttavia, i costituenti hanno tenuto conto
delle profonde differenze tra le diverse parti del Paese e hanno introdotto il principio
autonomista, in base al quale alle comunità locali è riconosciuto il diritto di
regolamentarsi e gestirsi autonomamente riguardo a determinati settori.
È questa un'innovazione di notevole portata, tesa a smantellare la vecchia concezione
dell’accentramento del potere e a realizzare, anche attraverso le autonomie locali e il
decentramento amministrativo, una società più democratica e pluralista, dove i cittadini
possono svolgere un ruolo attivo nella vita dello Stato che, a sua volta, è più vicino alle loro
esigenze e può gestire meglio i loro interessi.
Il principio autonomista comporta il riconoscimento e la garanzia delle Regioni e degli altri
enti territoriali minori (Comuni, Città metropolitane, Province). I poteri di governo non
spettano solo allo Stato centrale, ma sono ripartiti fra questo e gli altri enti territoriali.
La divisione del potere tra più livelli territoriali (divisione verticale) costituisce una garanzia
delle libertà in maniera analoga alla divisione funzionale del potere centrale tra legislativo,
esecutivo e giudiziario (divisione orizzontale).
Gli enti territoriali, rappresentativi delle rispettive collettività, danno vita ad un modello di
gestione della cosa pubblica più vicina e rispondente alle istanze dei cittadini rispetto al
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modello centralistico.
Essi costituiscono espressione del principio di sovranità popolare e, in definitiva, del
principio democratico.
Con la riforma costituzionale del Titolo V avvenuta nel 2001, il principio autonomistico ha
assunto un particolare rilievo, portando l’Italia a divenire uno Stato fortemente
regionalista (secondo alcuni quasi federalista). Infatti, il nuovo art. 114 fa comprendere
che tra lo Stato e gli altri enti territoriali non vi è un rapporto di sovra-sottordinazione:
Comuni, Province, Città metropolitane, Regioni e Stato costituiscono la Repubblica in
un rapporto di pari dignità, pur nella differenziazione funzionale tra ciascuno di essi.
Il ruolo delle autonomie territoriali è inoltre valorizzato dall’art.117, che amplia la potestà
legislativa delle Regioni, dall’art. 118, che stabilisce il principio di sussidiarietà, in base
al quale le funzioni amministrative devono essere attribuite al livello di governo
territorialmente più vicino ai cittadini (nel nostro caso, i Comuni) e dall’art. 119, che
introduce il principio del federalismo fiscale, in base al quale gli enti territoriali godono di
autonomia finanziaria di entrate e spesa.

Principio di laicità
Art. 7 Cost. – Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine,
indipendenti e sovrani.
I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. La modificazione dei Patti, accettate
dalle due parti, non richiedono un procedimento di revisione costituzionale.
Art. 8 Cost. – Tutte le confessioni religiose sono libere davanti alla legge.
Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i
propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano.
I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative
rappresentanze.

L’art. 8 Cost. enuncia il principio della pari libertà delle confessioni religiose davanti alla
legge e della loro autonomia rispetto allo Stato (principio di laicità). L’art. 8 è da porre in
connessione con l’art. 19, che tutela la libertà religiosa sia in forma individuale che
associata. Le prescrizioni dell’art. 8 garantiscono l’autonomia organizzativa delle
confessioni religiose, purché i loro statuti non contrastino con l’ordinamento giuridico
italiano.

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Rispetto agli enunciati dell’art. 8, il precedente art. 7, pur affermando al primo comma la
separazione tra lo Stato e la Chiesa cattolica (contrariamente allo Statuto albertino), al
secondo comma contiene delle disposizioni speciali con riferimento ai rapporti tra essi,
regolati dai Patti Lateranensi del 1929 (successivamente modificati dal Concordato del
1984). I Patti Lateranensi introducono una serie di privilegi per la Chiesa cattolica, fra cui:
a) l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche, cui peraltro non sono
obbligati coloro che non intendono avvalersene;
b) il riconoscimento degli effetti civili per i matrimoni contratti secondo le norme del diritto
canonico.
c) esenzioni fiscali per la Chiesa cattolica.
Secondo alcuni studiosi, il trattamento particolare riservato alla Chiesa cattolica nella
Costituzione attenuerebbe la laicità dello Stato italiano.

Principio internazionalista
Art. 10 Cost. L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto
internazionale generalmente riconosciute.
La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità con le norme e i
trattati internazionali.
Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà
democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della
Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge.
Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici.

Art. 11 Cost. – L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri
popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in
condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un
ordinamento che assicuri la pace e la giustizia delle Nazioni, promuove e favorisce le
organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Negli articoli 10 e 11 si ritrova quello che è stato definito il principio internazionalista.


Infatti, l’articolo 10 al primo comma sanziona l’apertura dello Stato italiano verso la
comunità internazionale di cui è parte e accoglie le consuetudini, le convenzioni e i trattati

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internazionali.
Nei commi successivi viene presa in considerazione la condizione giuridica dello straniero,
al quale viene riconosciuto il diritto di asilo e assicurato il diritto a non essere estradato, se
perseguitato per motivi o reati politici. In questo caso il nostro Paese è obbligato ad
accogliere gli stranieri; infatti i costituenti hanno inteso offrire questa garanzia ai
perseguitati degli Stati nei quali manca la democrazia e la libertà, con la speranza che
questi princìpi possano diffondersi il più possibile anche fuori dai nostri confini. Nella
realtà attuale, è opportuno distinguere gli stranieri in due categorie: i cittadini dell'Unione
europea e i cittadini extracomunitari, perché i primi godono di una tutela particolare.
Con l’articolo 11, la Costituzione oppone un netto rifiuto alla guerra e, soprattutto, apre un
capitolo nuovo, quello di una cultura di pace, da diffondere e costruire anche attraverso
organismi internazionali. L’art. 11, infatti, era stato originariamente pensato in vista
dell’adesione dell’Italia all’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), avvenuta nel 1955.
L’Italia, pertanto, in base all’articolo 11 non potrebbe singolarmente ricorrere alle armi per
risolvere eventuali contrasti con gli altri Stati e non potrebbe invadere mai il territorio altrui,
violando la libertà di altri popoli. Può farlo solo nell’ambito delle organizzazioni internazionali
di cui fa parte (ONU e NATO) per promuovere e assicurare la pace in eventuali teatri di
guerra.
Infine, l’art. 11 ha fornito il fondamento costituzionale per il trasferimento di sovranità a
favore prima della Comunità europea e poi dell’Unione europea a seguito dell’adesione
dell’Italia al Trattato di Maastricht nel 1992.

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