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TOLLERANZA E IDENTITÀ

SUI RECENTI EPISODI D'INTOLLERANZA RELIGIOSA


di Lawrence M.F. Sudbury

Gli ultimi casi di intolleranza religiosa in Medio Oriente e in Africa non possono
che far inorridire chiunque abbia un minimo di umanità: vedere fedeli di qualsiasi credo
che perdono la vita solo per il fatto di aver partecipato ad una funzione religiosa nel
posto e nel momento “sbagliato” o membri del clero uccisi solo per aver professato la
fede a cui hanno dedicato la vita può apparire unicamente il frutto di una visione
distorta di qualunque religione e di una interpretazione deviata e profondamente erronea
di qualsiasi testo sacro, tenendo conto che nessuna forma di vera spiritualità, in nessun
caso, secondo la cosiddetta “regola aurea” (che, in diversi gruppi assume nomi diversi,
senza mutare di sostanza) si pone mai in contrasto con i principi basilari dell’etica
naturale.
Superato lo shock di immagini agghiaccianti che periodicamente ci vengono
presentata dai notiziari, sollevando indignazione da parte di politici e alte gerarchie
(senza che poi nulla di concreto venga fatto di conseguenza una volta spenta l’eco di
vani proclami e accorate condanne), una riflessione più lucida e meditata si impone.
Ebbene, prendiamone atto: l’intolleranza, questa “malattia dell’anima” che tutti
definiscono, a parole, inaccettabile, retaggio medievale e barbarico, sta, nella pratica,
crescendo e sta crescendo in qualunque ambito, sia esso civile, razziale, sessuale e,
conseguentemente si sarebbe tentati di dire visto che la fede è pur sempre espressione
umana in risposta a domande umane (e divine, se così si vuole credere), religioso.
O meglio, forse parlare di crescita è inesatto se confrontiamo i sistemi sociali,
giuridici e di pensiero odierni con quelli del passato remoto (o anche prossimo), ma
certamente molto meno obiettabile è dire che non sta scemando al ritmo che in una
società globalizzata, informatizzata, fondata sulla comunicazione interpersonale e di
massa ci si potrebbe attendere.
Per attenerci unicamente al campo religioso, non si parla qui solo del
fondamentalismo di mujaheddin ignoranti, indottrinati fino all’esasperazione, cresciuti
in contesti sociali di violenza e di povertà sia materiale che culturale. Anzi, per certi
versi, in una società in cui la separazione tra politica e religione è impensabile e
entrambe le componenti si sono staticizzate dal punto di vista del pensiero
antropologico e della visione dei rapporti umani alla chiusura della Sunna del XIII
secolo, in cui il singolo conta ben poco di fronte alla ummah, in cui, soprattutto nella
visione wahabita, ogni tentativo di cambiare lo status quo e di modernizzare il pensiero
è vissuto come bestemmia contro la volontà immutabile di Dio, l’esistenza di forme di
intolleranza estrema è, se non scusabile, almeno più comprensibile che in altre realtà.
Ma, attenzione, l’intolleranza non è mai unilaterale. Forse può apparire
paradossale, ma risulta, ragionando a mente fredda, molto più devastante l’intolleranza
di pastori radicali che, facendosi scudo ideologico di un “fondamentalismo” andato ben
oltre le sue legittime premesse (se ricordiamo che il “fondamentalismo” cristiano nasce
unicamente come volontà di riscoperta dei “fondamenti biblici” su cui la fede riposa),
arrivano a bruciare i testi sacri di altre religioni, provocando reazioni a catena
difficilmente troncabili (e le cronache anche recenti sono la riprova di ciò), persino
rispetto proprio a tali reazioni, nel momento in cui questi atti di intolleranza non solo
vanno a colpire il cuore della fede altrui, ma provengono da società in cui, almeno
teoricamente, l’accettazione del libero pensiero individuale è collante sociale primario.
E poi, se vogliamo scendere ancora più a fondo nella questione, dobbiamo andare
oltre i fatti eclatanti che riempiono le prime pagine dei giornali, perché è nel quotidiano
che l’intolleranza si esplica in forme più striscianti, forse meno evidenti, ma tali da
formare quell’humus su cui si pianta il seme dell’odio che genera poi i massacri che ci
fanno inorridire.
L’intolleranza che si nasconde ma che “genera mostri” è quella del passante che
non sopporta di vedere musulmani che pregano sui marciapiedi al venerdì sera (senza
pensare che certamente essi preferirebbero pregare al chiuso, se potessero) ma che poi si
dice contrario alla costruzione di moschee, viste come covi di terroristi; intolleranza è il
professore di liceo che, incaricato di presiedere agli esami di stato in una scuola ebraica,
si lamenta di non poter terminare il suo lavoro un giorno prima perché non può
interrogare di sabato; intolleranza è quella del cristiano che divide la cristianità tra
membri della sua Denominazione e “gli altri” che, indubbiamente, se non la pensano
come lui, se non hanno la sua stessa interpretazione della Bibbia (sempre ammesso che
non si sia accontentato di interpretazioni pre-digerite da altri) devono per forza sbagliare
ed essere “eretici”; intolleranza è anche permettere a solo sette Denominazioni
(controllare il C.U.D. per credere) sulle circa 40 censite in Italia, di stipulare accordi per
ottenere l “8 per mille”, condannando tutti gli altri fedeli a una sorta di cultualità semi-
catacombale o a doversi affidare unicamente al volontarismo degli aderenti (e, per
favore, evitiamo, in un mondo di computer sempre più perfezionati, la banalità del
rifugiarsi in affermazioni relative alla difficoltà di ripartizione tra Chiese con troppi
pochi fedeli...)
Insomma, l’intolleranza religiosa è presente, è quotidiana ed è così palese anche
nelle nostre “civiltà democratiche” che, come spesso accade, finiamo quasi per non
vederla più.
Ebbene, se è così presente, da dove nasce?
La risposta è già pronta, prefabbricata dalla mente di qualche intellettuale di un
paio di secoli fa. È così pronta che ci sale immediatamente alle labbra, insieme con
quello scrollare il capo che sta a significare uno splendido, grandiosamente farisaico
“beh, ma io non sono come quelli” (e chi sono quelli, se la rispostina prefabbricata
viene da chi fino a un minuto prima ha ritenuto giusto dare del “tu” al vecchio
senegalese che gli cerca di vendere un braccialetto e dare del “lei” al suo capufficio
trentenne?) : l’intolleranza nasce dall’ignoranza, ovviamente!
Lasciando da parte casi estremi in cui porporati (intendendo con questo termine,
per estensione, ogni genere di alta carica religiosa) con chili di dottorati nel cassetto si
scagliano contro il loro confratello che, magari, ha letto in modo differente un comma di
un dogma, la nostra “rispostina” non è certamente sbagliata.
In fondo come possiamo definire la cultura se non la capacità critica di anteporre
un pensiero razionale a un istinto primario (e, non nascondiamoci dietro un dito, il
rifiuto del diverso è un dato così atavico da risultare, appunto, istintivo), la capacità
critica di analizzare i dati comuni tra due realtà oltre a quelli dissonanti, di costruire
ponti prima di scavare fossati? Sì, certamente l’intolleranza viene dalla ignoranza, ne è
filiazione diretta...
Ma, pure, c’è chi soffia sulle ceneri, chi alimenta questa ignoranza. È un elemento
logico: se io, ignorante, assumo una posizione estrema su un argomento che,
probabilmente, non conosco a fondo, allora ci deve essere qualcuno che questa
posizione me l’ha suggerita, che ha alimentato il mio pensiero in un verso piuttosto che
nell’altro.
Dunque, fatta salva la componente legata all’ignoranza, la domanda rimane: da
dove nasce l’intolleranza religiosa?
C’è una risposta che, a chi volesse analizzare il fenomeno sia sincronicamente che
diacronicamente, non potrebbe che appare piuttosto evidente: dalla paura.
Chi crea staccionate e muri (di qualunque tipo, siano essi fisici o ideologici) se
non chi ha paura? Chi pensa a difendersi (e, Sun Tzu insegna, l’attacco rimane spesso la
miglior difesa) se non chi ha paura? In ultima analisi, chi odia se non chi ha paura (di
qualunque cosa abbia paura, di ricevere del male così come di soffrire, di non
“pareggiare i conti” così come di “sentirsi inferiore”)?
Ma andiamo più a fondo e chiediamoci, allora, cos’è la paura? Fisicamente, siamo
tutti d’accordo, la paura è un meccanismo di difesa, una risorsa istintiva di qualunque
essere vivente, ma moralmente e intellettualmente? Moralmente e intellettualmente la
paura è un segno di debolezza, di insicurezza: io ho paura di qualcosa o qualcuno
quando mi sento debole nei suoi confronti, quando penso o sento di non avere
abbastanza risorse per fronteggiarlo.
Nel concreto, allora, l’intolleranza religiosa diventa il più grande segno di
debolezza e la più grande autodenigrazione dei propri principi che una società possa
sviluppare.
Storicamente un paio di casi posso bastare per esemplificare il concetto. Quando
sono nate le crociate, atti basati ideologicamente non tanto sulla volontà di riconquista
territoriale, quanto sulla volontà di eliminare fisicamente “l’altro” (con l’incredibile
concetto del malicidio) se non quando l’occidente si è sentito debole di fronte
all’avanzata dell’Islam?
Quando l’Islam ha riscoperto la sua vocazione al martirio cruento se non quando
ha notato l’occidentalizzazione dei costumi che si stava insinuando all’interno della sua
gioventù?
Ecco, dunque, che il tentativo di imporre il mio pensiero religioso, il nascondermi
dietro dogmi misteriosi, magari sempre più ridicoli, significa, in primo luogo, negare
ogni confronto, negare ogni possibilità dialogica e chi si sente sicuro delle proprie
posizioni non nega mai il confronto, anzi, lo cerca quantomeno per riaffermare
logicamente, dialetticamente le ragioni in cui crede. Chi chiude al dialogo ha paura
perché sente le proprie posizioni troppo deboli per essere difendibili.
Arriviamo così ad un punto sensibile del discorso: vivere la tolleranza significa
abdicare alla propria identità?
Assolutamente no, anzi, al contrario! Per comprendere questo punto dobbiamo
tentare di definire cosa sia la tolleranza e non è cosa facile. Cercando di ridurre il
concetto al grado zero potremmo dire che, dal punto di vista religioso e spirituale, la
tolleranza può significare non solo sopportare l’esistenza di pensieri diversi dal nostro
(cosa che costituisce un dato imprescindibile ma che dovrebbe essere talmente ovvia in
una corretta interpretazione di qualunque fede da risultare evidente) ma anche rimanere
aperti al dialogo e al confronto intellettuale verso percorsi alternativi nell’ottica di un
comune arricchimento: nel momento in cui diverse spiritualità hanno posto l’accento su
aspetti differenti o su ottiche differenti relative agli stessi aspetti, una visione plurifocale
non può che essere di indubbia utilità per il percorso di ogni credente, per lo sviluppo di
una fede più matura, più ragionata, più ricca di sfumature e spunti di percorso.
Allora, due atteggiamenti diventano nemici principali della tolleranza:
1) l’arroccamento dietro dogmi intangibili e indiscutibili, calati dall’alto senza
alcun spiegazione razionale e senza lasciare alcun grado di apertura al dubbio (e,
parliamoci chiaro, la fede viene dal dubbio e senza il dubbio ben difficilmente possiamo
parlare di vera fede, dovendo, piuttosto, osservare come sarebbe più consono parlare di
ammaestramento a livello animalesco o, al più, infantile);
2) l’indifferentismo. Questo secondo atteggiamento nemico della tolleranza merita
un’analisi più approfondita. Dicevamo che l’intolleranza nasce dalla paura e
dall’insicurezza. Ebbene, l’indifferentismo ha le stesse matrici e si sviluppa dalla paura
di intraprendere e compiere fino in fondo una scelta di vita profonda e dall’insicurezza
di mettersi in gioco, di scommettere su qualcosa in cui si crede fermamente.
L’indifferentismo, allora, è la scelta di non scegliere che, per naturale
rispecchiamento, significa anche la negazione di qualunque scelta possibile. Ebbene,
come può esistere la tolleranza là dove esiste la negazione? Che senso ha il concetto
stesso di tolleranza se tale atteggiamento si fonda sul vuoto, sul’incertezza agnostica,
sull’acquisizione di elementi superficiali e non profondamente interiorizzati di realtà
differenti, sulla concettualità vaga di un deismo generico che pone l’inconoscibilità e
l’inesperienzialità come propria radice fondante? Come posso accogliere la differenza
se non ho pietra di paragone?
Per questo, in realtà, l’assunzione di una identità religiosa forte, così convinta
della propria validità da essere aperta al dialogo, al confronto, da essere preparata alla
discussione ma anche alla sintesi a livello superiore, diventa presupposto reale della
tolleranza, che non è vago buonismo omninglobante, ma lavoro costruttivo a partire da
punti fermi, opera di smussamento degli angoli, di lavorio dell’animo aperto verso
l’esterno.
Forse è questa la ragione per la quale, in una società in cui impera il pensiero
debole e l’etica situazionale, l’intolleranza sta rifacendo la sua comparsa: laddove le
certezze vacillano, pochi dogmi diventano ancore di salvezza contro il naufragio dell’io
e poco importa essere in grado di possedere una chiave critica per interpretarli, una
capacità di destrutturarli e ristrutturarli in dialettica con chi ha idee diverse.
Ciò che conta è la mia piccola ancora, la mia piccola certezza intoccabile, su cui
costruire il mio mondo, la mia piccola serie di idee e formule appiccicate al reale, lente
di visione e nucleo di interpretazione ereditato acriticamente.
Ecco che la paura e la debolezza dell’acriticità (sia essa legata a scelte non
personali o a non scelte) va difesa ad ogni costo, negando l’ulteriore, negando ogni
forma di interrogativo a cui non saprei rispondere, negando ciò che è altro per partito
preso, perché può mettere in discussione le mie piccole certezza non interiorizzate.
Ma è fede questa?
Solo una identità forte, radicata, meditata, pronte e aperta a qualunque apporto e a
qualunque confronto ci salverà dall’intolleranza.
Ma la domanda è se ne siamo ancora capaci.