Sei sulla pagina 1di 69

Q QUADERNI DI «HAGIOGRAPHICA»

H
11 11

ALESSANDRA BARTOLOMEI ROMAGNOLI

CELESTINO V E LE SUE FONTI


UNA MEMORIA CONTROVERSA
CELESTINO V E LE SUE FONTI

ISBN 978-88-8450-522-4
SISMEL · EDIZIONI DEL GALLUZZO
QUADERNI DI «HAGIOGRAPHICA», 11
ALESSANDRA BARTOLOMEI ROMAGNOLI

UNA MEMORIA CONTROVERSA.


CELESTINO V E LE SUE FONTI

FIRENZE
SISMEL · EDIZIONI DEL GALLUZZO
2013
SISMEL · EDIZIONI DEL GALLUZZO
via Montebello, 7 - I-50123 Firenze
tel. +39.055.237.45.37 fax +39.055.239.92.93
galluzzo@sismel.it · order@sismel.it
www.sismel.it · www.mirabileweb.it

ISBN 978-88-8450-522-4
© 2013 - SISMEL . Edizioni del Galluzzo

In copertina: Avignon, dalle Constitutiones ordinis Coelestinorum.


Bibliothèque municipale d’Avignon, Ms. 727, f. 1r
SOMMARIO

Premessa . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag. VII

Sigle e abbreviazioni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » IX

Fonti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » XVII

UNA MEMORIA CONTROVERSA. CELESTINO V E LE SUE FONTI

I. Agiografie celestiniane: il dossier medioevale . . . . . . . . . . . » 3

II. Il processo di canonizzazione di Pietro del Morrone tra


oralità e scrittura . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 67

III. Pietro, Chiara, Nicola. Immagini della santità agli inizi


del Trecento . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 101

IV. Un inedito: il Registro di Celestino V . . . . . . . . . . . . . . . . » 127

V. L’altra agiografia: le cronache . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 157


Antologia di testi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 191

VI. Dante profeta e la crisi del papato medioevale . . . . . . . . . . » 219

VII. Il papa eremita tra storia e leggenda . . . . . . . . . . . . . . . . . » 233

BIBLIOGRAFIA . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 293

INDICI
Indice dei personaggi e degli autori antichi . . . . . . . . . . . . » 319
Indice degli studiosi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 329
I.

AGIOGRAFIE CELESTINIANE: IL DOSSIER MEDIOEVALE

Il 19 maggio 1296 moriva a Fumone, nei pressi di Anagni, Pietro del Mor-
rone, che era stato papa con il nome di Celestino V. Il 5 maggio 1313, in Avi-
gnone, Clemente V lo proclamava santo. Il pontefice veniva così incontro alle
attese della congregazione di monaci-eremiti che Pietro aveva fondato, ma so-
prattutto alle pressanti richieste di Filippo il Bello, che attribuiva a questa ca-
nonizzazione un alto valore simbolico, oltre che politico: essa doveva sancire
anche a livello sacrale il disconoscimento del regno esecrato di Bonifacio VIII1.
In realtà, le pretese del sovrano erano state soddisfatte solo in parte, perché
ad Avignone si canonizzò Pietro, un eremita santo, non papa Celestino V, e la
Chiesa universale faceva memoria non di un martire, ma di un confessore del-
la fede. Anche nell’affaire Celestino Clemente V seguì lo stesso metodo adot-
tato nella delicata questione dei Templari o nel processo alla damnatio memoriae
di Bonifacio VIII, scegliendo quella linea della prudenza che fu la cifra politi-
ca del suo pontificato. Del resto, anche la sua elezione era avvenuta sotto il se-
gno della mediazione: designando Bertrand de Got, i cardinali erano andati a
cercare un personaggio esterno al Sacro Collegio, un papa francese, dunque
gradito al re, ma con un mandato chiaro, quello di tener testa alle pesanti in-
terferenze di Filippo il Bello e salvaguardare in qualche modo la dignità ferita
della Sede Apostolica2.

1. Sul retroscena politico della canonizzazione di Pietro del Morrone e le pressioni della
‘lobby’ franco-angioina, cfr. A. Vauchez, La santità nel Medioevo, Bologna 1989, p. 494: «sappiamo
che il processo di canonizzazione di Celestino V fu condotto con una cura specialissima, a cau-
sa del carattere delicatissimo della faccenda e della pressione costante esercitata sulla Santa Sede
da Filippo il Bello il quale, non contento di aver fatto trasferire a Bourges parte delle reliquie di
papa Celestino, voleva far ammettere dalla Chiesa che era morto da martire: è chiaro che il re
di Francia mirava così a infamare di più la memoria di papa Bonifacio VIII».
2. Su Clemente V (1264, pont. 1305-1314), cfr. i profili di A. Paravicini Bagliani, in DBI,
XXVI, Roma 1982, pp. 202-15; Id., Enciclopedia dei papi, II, Roma 2000, pp. 501-12, anche per la
4 CELESTINO V E LE SUE FONTI

Con la canonizzazione si chiudeva anche la prima e più importante fase della


costruzione della memoria celestiniana. A quel tempo circolavano già alcuni te-
sti agiografici elaborati dall’officina dei monaci morronesi, ed era ormai a uno
stadio avanzato l’Opus metricum, il poema in esametri del cardinale Iacopo Cae-
tani Stefaneschi, che fu anche autore dell’ufficio liturgico del nuovo santo. Con
gli atti del processo e la bolla di canonizzazione questo corpus di fonti costituì la
premessa editoriale di numerose riscritture agiografiche. Ben poche sarebbero
state le acquisizioni originali di questi testi derivati rispetto al nucleo testimonia-
le delle origini, base documentaria di tutte le riletture successive. Le fonti poste-
riori alla canonizzazione interessano principalmente la storia del culto e il per-
corso di autocoscienza della famiglia religiosa di Pietro del Morrone, che nel cor-
so del Trecento visse il passaggio da congregazione dei frati dello Spirito Santo a
ordine dei celestini. Ma la sedimentazione memoriale intorno a Celestino V non
poteva prescindere completamente dalla vicenda del pontificato e della rinuncia.
Nel periodo dello Scisma, la sua figura sarebbe stata anzi riproposta come un mo-
dello di riferimento alternativo nella grave crisi di identità vissuta dal supremo
vertice ecclesiastico. In questa sede si riapre il dossier medioevale di san Pietro
Celestino, assumendo come termine la Vita di Pierre d’Ailly3. Con l’opera

ricostruzione delle vicende che portarono alla sua elezione. Si veda anche S. Menache, Clement
V, Cambridge, Cambridge University Press, 1998, pp. 199 sgg. per Celestino V. Sulla canonizza-
zione cfr. S. Di Carlo, Clemente V e la canonizzazione di Celestino V tra Filippo il Bello e Bonifacio
VIII, L’Aquila, Fondazione Ignazio Silone, 1997.
3. Un elenco completo delle Vite medievali di Celestino V fu stilato da Walter Capezzali in
occasione di un convegno del Centro di studi celestiniani dell’Aquila. Tra gli obiettivi del Cen-
tro vi era infatti l’edizione dell’intero corpus delle fonti narrative, allora disseminate in varie pub-
blicazioni non tutte affidabili, ma il progetto non venne mai realizzato, anche se furono avviati
degli studi preparatori, i cui risultati vennero di volta in volta presentati nel corso dei Convegni
aquilani. Riportiamo il catalogo in forma abbreviata, rendendo conto dei codici di provenien-
za, delle edizioni e degli studi nelle note successive: Tractatus de vita sua, la cosiddetta Autobio-
grafia, Opus metricum del cardinale Iacopo Caetani Stefaneschi, Tractatus de vita et operibus di Tom-
maso da Sulmona, Vita versificata del codice Vallicelliano, Vita et obitus beati Petri confessoris Ce-
lestini pape quinti, volgarizzamento di Stefano Tiraboschi, Vita di Pierre d’Ailly, De vita et obitu
Celestini V di Maffeo Vegio. Cfr. W. Capezzali, Piano di un «Corpus coelestinianum», in Celestino V
papa angelico. Atti del Convegno storico internazionale (L’Aquila, 26-27 agosto 1987), a cura di
W. Capezzali, L’Aquila 1991 (Convegni celestiniani, 2), pp. 257-68. Per una trattazione dell’agio-
grafia celestiniana in età medioevale si rinvia a R. Rusconi, La santità del papa da san Pietro a Gio-
vanni Paolo II, Roma 2010, pp. 123-55 (bibliografia alle pp. 636-41). Si veda anche E. Susi, Que-
stioni di agiografia celestiniana, in Da Celestino V all’«Ordo Coelestinorum», a cura di M. G. Del Fuo-
co - L. Pellegrini, L’Aquila 2005, pp. 21-82.
I. AGIOGRAFIE CELESTINIANE: IL DOSSIER MEDIOEVALE 5

agiografica dell’umanista Maffeo Vegio doveva infatti aprirsi un nuovo capito-


lo della memoria agiografica celestiniana4.

IL SANTO DEL PAPA: IL PROCESSO E LA BOLLA DI CANONIZZAZIONE

Iacopo Caetani Stefaneschi offrì una descrizione meticolosa del rito della
canonizzazione di Pietro del Morrone, che fu celebrato con particolare solen-
nità5. Il cardinale, gran maestro di cerimoniale, aveva potuto assistervi da un
punto d’osservazione privilegiato, avendo partecipato all’evento liturgico alla
destra del papa:

Anno Domini M°CCC°XIII, die sabbati, scilicet die quinta magii intrantis, Avi-
nione, in ecclesia cathedrali, presentibus cardinalibus et prelatis, ecclesia intus et extra
faculis infra trabibus, sed nondum accensis intus omnibus propter calorem, facta reve-
rentia (f. 14v) in medio ecclesie, ascendit papa pulpitum parvum factum post chorum,
navem ecclesie respiciens. Paraverant se cardinales et prelati in albis; steterunt cardina-
les in navi ecclesie sedilibus paratis quasi ad modum consistorii in duabus bancis con-
tinuis; post sedilia cardinalium fuerunt prelati in lateribus ecclesie circum circa, nam
ecclesia plena est. Clerici vero et alii laici sedebant ad terram, infra spatium cardina-
lium et etiam prelatorum; sed porta ecclesie major erat clausa.
Dominus papa, propter loci altitudinem, cum duobus cardinalibus diaconibus mini-
strantibus tantum et aliquibus et paucis capellanis et suis familiaribus in ambitu post

4. Per il dossier agiografico dell’età umanistica e della Controriforma cfr. R. Rusconi, Cele-
stiniana. Dal santo eremita al santo papa, in «Sanctorum», 7 (2010), pp. 109-29.
5. Sugli aspetti liturgici del rito della canonizzazione, cfr. Th. Klauser, Die Liturgie der Heilig-
sprechung, in Heilige Überlieferung. Ausschnitte aus der Geschichte des Mönchtums und des heiligen Kul-
tes, dem hochwürdigsten Herrn Abte von Maria Laach Dr. theol. et jur. h.c. Ildefons Herwegen zum sil-
bernen Abtsjubiläum, hrsg. O. Casel, Münster 1938 (Beiträge zur Geschichte des alten Mönchtums
und des Benediktinerordens, Supplementband), pp. 229 sgg. [rist. in Id., Gesammelte Arbeiten zur
Liturgiegeschichte, Kirchengeschichte und Christlichen Archäologie, hrsg. E. Dassmann, Münster 1974
[²1977] (Jahrbuch für Antike und Christentum, Ergänzungsband, 3), pp. 161-76]; B. Schimmel-
pfennig, Heilige Päpste, päpstliche Kanonisationspolitik, in Politik und Heiligenverehrung im Hochmit-
telalter, hrsg. J. Peterson, Sigmaringen 1994, pp. 73-100 [rist. in Id., Papsttum und Heilige. Kirchen-
recht und Zeremoniell. Ausgewählte Aufsätze, hrsg. G. Kreuzer - S. Weiss, Neuried 2005, pp. 379-
408]; R. Paciocco, ‘Sublimia negotia’. Le canonizzazioni dei santi nella curia papale e il nuovo Ordine
dei frati minori, Padova 1996 (Centro studi antoniani, 22);Th.Wetzstein, Heiligevor Gericht. Das Ka-
nonisationsverfahren im europäischen Spätmittelalter, Köln [etc.] 2004 (Forschungen zur kirchlichen
Rechtsgeschichte und zum Kirchenrecht, 28); O. Krafft, Papsturkunde und Heiligsprechung: die päp-
stlichen Kanonisationem vom Mittelalter bis zur Reformation. Ein Handbuch, Köln, Weimar 2005 (Ar-
chiv für Diplomatik, Schriftgeschichte, Siegel-und Wappenkunde. Beiheft, 9).
6 CELESTINO V E LE SUE FONTI

prelatos paratos, mutavit mantum, et accepit mantum seu pluviale valde pulcrum de
opere anglicano et ymagines et mitram de pernis. Et sedens, ceteris sedentibus, fecit
sermonem cujus thema fuit: Exulta et lauda habitatio Sion, quia magnus in medio tui sanc-
tus Israel. Ysa., XII in fine. Et faciens invocationem more consueto prosecutus est, di-
xit, nominans fratrem Petrum de Murrone qui canonizabitur si Deus concesserit et sua
membra, prosecutus est inter alia dicens eum magnum fuisse, non generis nobilitate,
non scientie magnitudine, non experientie, sed sanctitatis et virtutum et, dum papa
fuit, dignitatis, et fuit prosecutus; conclusit quod secundum morem laudabilem eccle-
sie ortabatur ut orarent quod Deus non permitteret ecclesiam suam in hoc facto erra-
re. Et predixit quod ipse incepturus erat Venit creator. Et surgens, mitra per diaconum
a dextris composita, incepit Veni creator cum nota et stetit genuflexis (sic), vertens fa-
ciem ad orientem, videlicet ad altare. Et surrexit. Reposita fuit mitra, et stetit usque ad
finem ymni. Mandavit legi per cardinalem de Baiona vitam probatam et dictatam et
miracula fratris Petri, sicut fuerat lecta alie (sic) die in consistorio publico, sed expres-
se fuit ibi lectum quod frater Petrus resignaverat vel cesserat papatus oneri et honori
propter inexperientiam et insufficientiam suam ad regimen et ut cum Maria liberius
posset contemplationi vacare, et quod miracula fecerat ante papatum, in papatu, post
papatum adhuc vivens, in vita et in morte [...].
Completis oratione et responso Amen, sedens cum mitra, pronuntiavit et diffinivit
sic in substantia: «Ad honorem Dei omnipotentis Patris et Filii et Spiritus Sancti et
beate Marie virginis, beati Michaelis archangeli, sanctorum apostolorum Petri et Pau-
li, exaltatione fidei, auctoritate Dei omnipotentis Patris et Filii et Spiritus Sancti et bea-
torum apostolorum Petri et Pauli, et nostra, cui soli competit, de fratrum nostrorum
consilio, ad supplicationem prelatorum, diffinimus fratrem Petrum de Murrone sanc-
torum cathalogo ascribendum et ipsum dictorum cathalogo ascribimus. Et statuimus
et mandamus festum ipsius in die obitus sui, videlicet XIIII. kalendis [junii] ab univer-
sali ecclesia devote celebrandum. Et accedentibus singulis annis in die obitus sui ad ejus
ecclesiam, ubi ejus corpus requiescit, vere penitentibus et confessis vel qui infra octo
dies erunt, VII. annos, accedentibus infra octavam unum annum et XL. dies de injunc-
ta penitentia relaxamus» [...].
Et sic cunctis ritibus completis, paravit se more consueto et missam celebravit de
ipso beato Petro confessore, et facule accense fuerunt in ecclesia et tortitia que erant
extra intus accensa fuerunt portata et steterunt usque ad finem misse.
Torticia dicuntur fuisse centum L., facule circa quadringentas L., vel quingentas. Pe-
tierunt accoliti vel subdiaconi partem luminariorum a domino papa, ut non constabat
quod deberent habere, nam talia raro fiunt. Sciatur si consuetum est, et mandavit do-
minus papa canonicis ecclesie (f. 15v) quod luminaria ecclesie remanerent.
Ego Jacobus sancti Georgii ad Velum Aureum diaconus cardinalis domino pape a
dextris in predicta canonizatione et missa ministravi6.

6. L. H. Labande, Le cérémonial romain de Jacques Cajétan. Les données historiques qu’il renferme,
in «Bibliothèque de l’École des chartes», 54 (1893), pp. 45-74: 65-6. Il manoscritto 1706 della Bi-
blioteca di Avignone della prima metà del secolo XV, di cui Labande ha pubblicato alcuni stral-
ci, è un primo stadio redazionale dell’ordo XIV, tradizionalmente attribuito allo Stefaneschi, ma
I. AGIOGRAFIE CELESTINIANE: IL DOSSIER MEDIOEVALE 7

La canonizzazione era il punto di arrivo di un lungo e complesso iter pro-


cedurale, seguito da Bertrand de Got nei dettagli e con personalissima cura.
Queste le tappe principali. Nel 1306 il papa dette mandato all’agostiniano Gia-
como Capocci, arcivescovo di Napoli, e a Federico Raimundi de Lecio, vescovo
di Valva e Sulmona, di istruire una inchiesta sulla vita e i miracoli di Pietro del
Morrone7. Con l’insediamento dei commissari, l’inquisitio in partibus fu inau-

che in realtà corrisponde, come ha dimostrato Bernhard Schimmelpfennig, ad una raccolta di


testi cerimoniali costituitasi negli ultimi decenni del Due e nei primi decenni del Trecento. Cfr.
B. Schimmelpfennig, Die Zeremonienbücher der römischen Kurie im Mittelalter, Tübingen 1973 (Bi-
bliothek des Deutschen Historischen Instituts in Rom, 40), pp. 62-100: 92-4. Come è stato re-
centemente evidenziato da Agostino Paravicini Bagliani, nella cerimonia per la canonizzazione
di Celestino V fu inserito per la prima volta un importante elemento liturgico. Nell’ordo XIV si
legge infatti che il papa aveva tenuto la sua predica «mitram tenendo in capite, ut est moris, pro-
cessum recitando et probata, ac inducendo populum ad orandum pro eo quod Deus non per-
mittat eum errare in hoc negotio» (M. Dykmans, Le cérémonial papal de la fin du Moyen Âge à la
Renaissance, 4 voll., Bruxelles, Roma 1977-1985, II, p. 464, n. 26). Anche nel concistoro tenuto da
Clemente V il 2 maggio, tre giorni prima della canonizzazione, il papa aveva chiesto ai cardina-
li presenti di pregare perché potesse, in hoc facto, non errare: «Vos interim rogatis, ut in hoc fac-
to non possimus errare» (Schimmelpfennig, Die Zeremonienbücher, p. 171, n. 5). Cfr. A. Paravicini
Bagliani, Il rito pontificio di canonizzazione e l’inerranza della Chiesa, in La canonizzazione di santa
Francesca Romana. Santità, cultura e istituzioni a Roma tra Medioevo ed Età moderna. Atti del Con-
vegno internazionale (Roma, 19-21 novembre 2009), a cura di A. Bartolomei Romagnoli - G.
Picasso, Firenze 2013 (Francesca Romana Advocata Urbis, 2), pp. 3-19.
7. Gli atti dell’inquisitio in partibus sono conservati in un codice della Biblioteca Capitolare di
Sulmona, ms. 30, Scanzia XIV, Maz. L. 3 e sono stati editi da F. X. Seppelt, Die Akten des Kano-
nisationsprozesses in dem Kodex zu Sulmona, in Monumenta Coelestiniana. Quellen zur Geschichte des
Papstes Coelestin V., Paderborn MCMXXI (Quellen und Forschungen aus dem Gebiete der Ge-
schichte [...] herausgegeben von der Goerres-Gesellschaft, 19), pp. 211-331. Il manoscritto sul-
monese è acefalo e mutilo, e va integrato con il codice 1071 della Bibliothèque de l’Arsenal di
Parigi, che nei primi 27 fogli contiene un Compendium degli atti del processo con l’elenco di
tutti i testimoni e i riassunti di alcune deposizioni mancanti. Il codice parigino, databile tra il
1455 e gli anni immediatamente successivi al 1471, raccoglie altri testi di diverso contenuto, tra
cui la bolla di canonizzazione e quella d’indizione della Perdonanza. Esso è copia di un mano-
scritto di Collemaggio già noto al Marini e da lui utilizzato per ricostruire le vicende proces-
suali. Cfr. L. Marini, Vita et miracoli di san Pietro del Morrone gia Celestino papa V autore della Con-
greg. dei Monaci Celestini dell’Ordine di san Benedetto [...], in Milano [1630], pp. 493-514. Mentre se
ne attende l’edizione critica, ormai imminente, di Alfonso Marini, si rinvia a una pubblicazione
provvisoria dello studioso: ‘Compendium’ degli atti del processo informativo per la canonizzazione di
Pietro del Morrone ed altri testi dal ms. 1071 della Bibliothèque de l’Arsenal di Parigi su Celestino V,
Roma 2002. Ma si vedano anche gli studi preparatori: Id., Ancora sull’edizione degli atti del proces-
so di canonizzazione di Pietro del Morrone, in Da Pietro del Morrone a Celestino V. Atti del Conve-
gno storico internazionale (L’Aquila, 26-27 agosto 1994), a cura di W. Capezzali, L’Aquila 1999
8 CELESTINO V E LE SUE FONTI

gurata a Napoli il 13 maggio, per proseguire a Capua (25 maggio), Castel di


Sangro (27 maggio), Sulmona (29 maggio e 6 giugno), Santo Spirito di Valva
(4 giugno), e concludersi a Ferentino, dove allora riposavano, nel monastero di
S. Antonio, le spoglie di Celestino V.
Nel corso dell’inchiesta vennero ascoltati 301 testimoni, interrogati sulla
base di un formulario articolato in quattro domande, con uno schema simile a
quello utilizzato per il processo di san Tommaso di Cantilupo nel 1307: I. Vita,
costumi e conversatio; II. Devozione del popolo nei confronti del santo e attivi-
tà monastica di Pietro; III. Miracoli in vita e post mortem; IV. Fama di santità8.
Le deposizioni che ci sono pervenute riguardano principalmente la vita con-
dotta dal santo prima della sua assunzione al pontificato: dalle pagine del pro-
cesso emerge la figura di Pietro eremita e monaco, taumaturgo formidabile,
mentre quasi del tutto assente è l’immagine di papa Celestino. Si tratta di un
fatto plausibile, tenendo conto della connotazione locale dell’inchiesta9, ma si-
curamente funzionale anche al disegno politico-ecclesiastico di Clemente V.
Dopo la scomparsa del vescovo di Sulmona, avvenuta prima del 4 giugno
1307, la procedura fu portata avanti dal solo Giacomo Capocci, il quale però

(Convegni celestiniani, 9), pp. 109-18; Id., Il processo di canonizzazione di Pietro del Morrone: dagli
Atti di Sulmona al Compendium parigino, in Celestino V nel settimo centenario della morte. Atti del
Convegno (Ferentino, 10-12 maggio 1996), a cura di B. Valeri, Casamari, Associazione culturale
«Gli Argonauti», 2001, pp. 71-82.
8. Le testimonianze che ci sono pervenute sono 119, ma ad esse vanno aggiunte 182 deposi-
zioni attestate dal codice parigino. Cfr. A. Marini, Pietro del Morrone monaco negli atti del processo
di canonizzazione, in S. Pietro del Morrone Celestino V nel Medioevo monastico. Atti del Convegno
storico internazionale (L’Aquila, 26-27 agosto 1988), a cura di W. Capezzali, L’Aquila 1989 (Con-
vegni celestiniani, 3), pp. 67-96: 68, nota 2. La documentazione superstite riguarda in misura pre-
ponderante i miracoli, mentre sono andate perdute molte testimonianze relative alla vita, tra cui
la più gran parte delle deposizioni dei confratelli del santo (tranne quella, mutila, di Bartolomeo
da Trasacco).
9. Si vedano al riguardo le considerazioni di Paolo Vian, secondo cui le ragioni di questo si-
lenzio vanno cercate nelle condizioni del processo informativo, che ebbe una base territoriale,
e nelle competenze dei testimoni, ancora prima che nel retroscena politico della canonizzazio-
ne. Non è peraltro da escludere, secondo Vian, che alcune deposizioni rese da personaggi del-
l’entourage angioino, deperdite nel codice di Sulmona, ma citate nel manoscritto dell’Arsenal, si
riferissero alle ultime vicende di papa Celestino, il che dimostrerebbe che «L’argomento del
pontificato e quello forse più imbarazzante della successiva prigionia non doveva essere pro-
grammaticamente escluso dall’inchiesta» (P. Vian, «Predicare populo in habitu heremitico». Ascesi e
contatto col mondo negli Atti del Processo di canonizzazione di Pietro del Morrone, in Celestino V papa
angelico, pp. 165-202: 172-3).
I. AGIOGRAFIE CELESTINIANE: IL DOSSIER MEDIOEVALE 9

seguì il collega nella tomba qualche mese dopo, tra la fine dello stesso anno o
all’inizio del successivo. Prima di morire, l’arcivescovo di Napoli aveva fatto
comunque in tempo a trasmettere alla Sede apostolica un voluminoso incarta-
mento10, così che tra il 1308 e il 1313 si svolse la seconda fase del processo, quel-
la curiale, sotto la costante e attenta supervisione di Clemente V, cui era una-
nimemente riconosciuta una notevole competenza giuridica. Sempre lo Stefa-
neschi ci informa che il pontefice istituì in tempi successivi tre diverse com-
missioni, con il compito di esaminare, ordinare e selezionare una mole docu-
mentaria imponente, ma informe e disorganizzata. Il primo passaggio era quel-
lo della rubricatio e recollectio delle deposizioni, preliminare alla stesura della Re-
latio da sottoporre allo scrutinio dei cardinali. A differenza di altri procedi-
menti11, non sono rimaste evidenze testuali del lavoro di assimilazione e asciu-
gatura del materiale compiuto dai cardinali e dai loro consulenti, ma ne cono-
sciamo l’esito finale, grazie al processo-verbale dell’ultimo concistoro segreto
che si tenne in imminenza della canonizzazione. Si tratta delle Sententiae cardi-
nalium de miraculis fratris Petri de Murrone, quondam Caelestini Papae Quinti12, un

10. Labande, Le cérémonial romain, p. 61: «Ipsi vero in inquisitione hujusmodi, quamdiu vixit
Valvensis episcopus, insimul processerunt, sed demum per mortem sublato de medio episcopo
Valvensi, idem archiepiscopus inquisitionem ipsam complevit et remisit eam sub manu publica
et sigilli sui munimine roboratam».
11. Un esempio significativo di quello che doveva essere il lavoro nella fase curiale del pro-
cesso è fornito dalla documentazione relativa ai miracoli di san Tommaso di Cantilupo, vescovo
di Hereford (†1282), canonizzato nel 1320. Di particolare interesse la relazione stilata tra il 1318
e il 1320 da un curiale di alto rango, forse un cardinale, che preparò uno studio critico di 26 mi-
racoli attribuiti al candidato, da sottoporre al concistoro segreto per la decisione finale. Cfr. Vau-
chez, La santità nel Medioevo, pp. 496-509, ed. pp. 563-80.
12. Gli atti delle Sententiae si leggono in [F. V. Ortroy], S. Pierre Célestin et ses premiers biogra-
phes, in «Analecta Bollandiana», 16 (1897), pp. 475-87; 389-92, per l’introduzione al testo e la da-
tazione del concistoro. Ad esso fa riferimento anche lo Stefaneschi: «Hanc inquisitionem fecit
sanctitas vestra, more consueto, diligentius examinari per tres vel quatuor cardinales. Conse-
quenter lecte fuerunt in consistorio in presentia vestra et fratrum vestrorum attestationes super
inquisitione ipsa et rubrice, et cum maxima diligentia examinate; et interdum attestationes su-
per aliquibus miraculis, in quibus videbantur testes plene deponendo, manu vestra fuerunt si-
gnate. Consequenter, commisistis octo ex fratribus vestris, sub certa forma, quod ipsi diligentius
examinarent illas attestationes et rubricas predictas, que ad plenum per sanctitatem vestram et
fratres vestros in consistorio non potuerunt examinari propter negotiorum occupationem; quod
predicti cardinales fecerunt. Consequenter, in generali concilio Viennensi commisit sanctitas ve-
stra sex vel octo prelatis magne scientie et dignitatis, ut inquisitionem ipsam diligentius exami-
narent, non tangendo que per sanctitatem vestram de fratrum vestrorum consilio fuerant deli-
10 CELESTINO V E LE SUE FONTI

documento sulla cui importanza aveva già richiamato l’attenzione André Vau-
chez13. L’opera di filtraggio era stata severa e aveva ridotto a diciassette i mira-
coli su cui i venti cardinali dovevano pronunciarsi, rispondendo a due doman-
de: se l’evento miracoloso aveva un carattere effettivamente soprannaturale, e
se esso era stato provato in maniera sufficiente14.
Il testo, stringatissimo, lascia poco spazio alle discussioni, ma si limita a regi-
strare le dichiarazioni di voto, riportate nella tabella seguente.

VOTAZIONI DEL CONCISTORO SEGRETO PRIMA DELLA CANONIZZAZIONE


(APRILE 1313)

berata seu signata; quod etiam, juxta mandatum vestrum, dicti prelati fecerunt. Consequenter et
ultimo, non sine magnis laboribus et examinatione exquisita, inventum est per sanctitatem ve-
stram et fratres vestros aliqua miracula et ante papatum ipsius fratris Petri et aliqua in papatu et
aliqua post renuntiationem ejus ante mortem et aliqua in morte et aliqua post mortem ipsius
per ejus merita esse facta, et vitam bonam et sanctam ipsius fratris Petri esse probatam» (Laban-
de, Le cérémonial romain, p. 62).
13. Vauchez, La santità nel Medioevo, pp. 493-6.
14. Nel verbale sono citati 19 miracoli, ma la votazione ne riporta 17. Essi erano così distri-
buiti: 7 ante papatum, 2 in papatu, 2 post renuntiationem, 6 in morte et post mortem. I cardinali non
espressero il proprio parere sulla totalità dei miracoli, ed è possibile che la discussione si sia svi-
luppata in diverse sedute. Questo spiegherebbe le assenze, ma è un punto, questo, su cui il do-
cumento non fa chiarezza. I pareri dei cardinali, che utilizzavano un testo scritto, vengono ri-
portati in maniera sintetica, distinguendo tra giudizi positivi, negativi, dubbi. Al termine della
votazione si registra l’intervento del pontefice, il cui parere ha un valore risolutivo. In caso di
parere positivo il notaio nota: «Dominus diffinivit istud miraculum esse et esse probatum suffi-
cienter».
I. AGIOGRAFIE CELESTINIANE: IL DOSSIER MEDIOEVALE 11
12 CELESTINO V E LE SUE FONTI

Quello che emerge dal verbale non sono le opinioni dei cardinali né i loro
criteri di valutazione della santità e dei miracoli: in primo piano sono i con-
flitti che Celestino V era ancora capace di suscitare. A distanza di tanti anni, la
sua memoria polarizzava le correnti che si fronteggiavano all’interno del Sacro
Collegio, benché Clemente V lo avesse profondamente rinnovato nelle sue
componenti, modificandone anche i rapporti di forza. Tra i venti votanti, un-
dici avevano avuto il cappello cardinalizio da Bertrand de Got. Erano tutti
francesi, e soprattutto nipoti del papa, esponenti di quel clan guascone che do-
minava la curia di quegli anni, dai due omonimi Bérenger de Frédol15, a Ber-
nard de Garvo, Raymond des Farges, Arnaud de Pelagru16.
La vecchia guardia degli italiani portava il prestigio della storia e del gran
nome, ma ormai minoritaria si presentava come sempre divisa in schieramen-
ti in grado di neutralizzarsi reciprocamente. Carichi di anni e di tragedie, ma
ancora agguerriti e desiderosi di rivalsa, i Colonna votarono senza esitazione a
favore della canonizzazione di Pietro del Morrone17. Alla domanda se la sua
santità era stata provata a sufficienza, Giacomo Colonna rispose che «cum vita
dicti domini Caelestini bonam et sanctam fuisse firmiter teneat, non curat at-
testationes quascunque videre super hoc, nec in legendis huiusmodi fatigari»18,
come a dire che le questioni procedurali avevano scarsa importanza rispetto a
fatti tanto evidenti. E questa non era una opinione personale, perché, gli fece

15. Bérenger de Frédol il Vecchio, canonista, fu insieme a Guillaume de Mandagout, vesco-


vo di Aix, uno degli estensori delle Decretali. Vescovo di Béziers, fu creato cardinale del titolo
dei SS. Nereo e Achilleo, e in seguito di Frascati. Vicario della diocesi di Roma, penitenziere
maggiore, ebbe un ruolo di primo piano nel processo dei Templari e in quello di Bonifacio VIII.
Cfr. P. Viollet, Guillaume de Mandagout, Bérenger de Frédol, canoniste, in «Histoire littéraire de Fran-
ce», 34 (1914), pp. 1-178. Nella seconda elevazione cardinalizia di Clemente V, il nipote omoni-
mo, detto il Giovane, gli subentrò nel titolo dei SS. Nereo e Achilleo e nel 1313 divenne ca-
merlengo. Entrambi morirono nel 1323. Raymond des Farges (†1314) aveva sostituito Raymond
de Got, altro nipote del papa, deceduto nel 1310, prendendo il titolo di S. Maria Nova, mentre
Bernard de Garvo (†1328) fu cardinale di S. Eustachio e poi di S. Clemente.
16. Cfr. J. Bernard, Le népotisme de Clément V et ses complaisances pour la Gascogne, in «Annales
du Midi», 61 (1948), pp. 369-411. Più in generale, si veda B. Guillemain, La cour pontificale d’Avi-
gnon 1309-1373. Étude d’une société, Paris 1966.
17. Sui cardinali Colonna cfr. A. Paravicini Bagliani, Le biblioteche dei cardinali Pietro Peregrosso
(†1295) e Pietro Colonna (†1326), in «Zeitschrift für schweizerische Kirchengeschichte», 64 (1970),
pp. 104-39; Id., I testamenti dei cardinali del Duecento, Roma 1980, pp. 86-90; 95-8; 423-26; L. Ca-
rolus Barré, Consultation du cardinal Pietro Colonna sur le deuxième miracle de St. Louis, in «Biblio-
thèque de l’École des chartes», 117 (1959), pp. 57-72.
18. Sententiae cardinalium, p. 476.
I. AGIOGRAFIE CELESTINIANE: IL DOSSIER MEDIOEVALE 13

eco Pietro, «fama sanctitatis eius erat communiter nota mundo»19. Anche il po-
tentissimo cardinale Orsini espresse pochi dubbi sulla validità dei miracoli. Na-
poleone era il capo della fazione filofrancese della curia: ponendo il veto sul
nome del cugino Matteo Rosso, nel conclave del 1305 aveva spianato la strada
alla elezione di Bertrand de Got20. Dei Colonna il longevo cardinale condivi-
deva gusti e relazioni spirituali, tanto che di lì a poco si sarebbe fatto carico
della causa di canonizzazione di Chiara da Montefalco, la mistica umbra che
aveva coltivato intensi rapporti di amicizia con Pietro e Giacomo anche dopo
la loro caduta in disgrazia21.
Per i due cardinali deposti e scomunicati, poi reintegrati da Clemente V, la
santificazione di Celestino V equivaleva a una piena riabilitazione, ma era an-
che strumento per continuare la propria battaglia politica. Nella sua casa d’A-
vignone, Giacomo ospitava Angelo Clareno, mentre in quegli stessi giorni
Ubertino da Casale indirizzava ai confratelli della regione di Roma, della Mar-
ca d’Ancona e del regno di Napoli una lettera piena di speranza: «Nunc, ut spe-
ramus, canonizabitur Celestinus et constitutiones facte in Vienna publicabun-
tur, in quibus sunt multa pro utilitate servorum Dei et ad refrenationem ho-
minum perversorum»22. Espressioni, queste, che attestano come in taluni am-
bienti si attendesse con ansia la canonizzazione di Celestino V quale segno di
una stagione nuova della vita della Chiesa.
Altrettanto scontato fu il parere positivo dei due cardinali celestiniani, gli
unici sopravvissuti della elevazione cardinalizia del settembre 129423, anche se

19. Sententiae cardinalium, p. 475.


20. Cfr. A. Huyskens, Kardinal Napoleon Orsini. Ein Lebensbild aus den kirchlichen und kirchen-
politischen Kämpfen zu Beginn des 14. Jahrhunderts, Marburg 1902; C. A. Willemsen, Kardinal Napo-
leon Orsini, in «Historisches Jahrbuch», 45 (1925), pp. 178-88; Id., Kardinal Napoleon Orsini (1263-
1342), Berlin 1927.
21. Sul coinvolgimento del cardinale Orsini, cfr. Il processo di canonizzazione di Chiara da Mon-
tefalco, ed. a cura di E. Menestò, con un’appendice documentaria a cura di S. Nessi, Spoleto, Ci-
sam, 1991, pp. XXIX-XXX, XXXIII-XXXVII. L’Orsini fu incaricato da Giovanni XXII della prima
inquisitio fatta in curia, quindi guidò la commissione dei tre cardinali incaricati di stendere la Re-
latio. Cfr. M. Bassetti, La «Relazione dei tre cardinali». Un saggio della tradizione manoscritta, in San-
ta Chiara da Montefalco monaca agostiniana (1268-1308) nel contesto socio-religioso femminile dei secoli
XIII-XIV. Atti del Congresso internazionale in occasione del VII centenario della morte di
Chiara da Montefalco (Montefalco-Spoleto, 25-27 settembre 2008), a cura di E. Menestò, Spo-
leto, Cisam, 2009, pp. 193-207.
22. Angeli Clareni Opera, I, Epistolae, a cura di L. von Auw, Roma 1980 (Fonti per la storia
d’Italia, 103), p. 174.
23. Cfr. A. Trinci, Il collegio cardinalizio di Celestino V, in Celestino V e i suoi tempi, pp. 19-34.
14 CELESTINO V E LE SUE FONTI

la loro adesione aveva un carattere più affettivo che ideologico. Il vecchio Jean
Lemoine non fu presente a tutte le votazioni, probabilmente per ragioni di sa-
lute. Morì infatti qualche mese dopo, il 22 agosto dello stesso anno24. Spicca la
fedeltà di Guglielmo Longhi da Bergamo: fu l’unico membro del Sacro Col-
legio ad ammettere in blocco tutti e diciassette i miracoli. Devoto a Celestino,
non per questo si era dimostrato ostile a Bonifacio VIII, che lo aveva ricom-
pensato confermandogli tutti i privilegi già accordatigli dal suo predecessore25.
Tuttavia non mancò la strenua resistenza della piccola pattuglia dei bonifa-
ciani, ormai assottigliata, ma tutt’altro che in disarmo. Essa trovò espressione
nella opposizione inflessibile di Riccardo Petroni di Siena26. Il canonista di
papa Caetani riteneva che l’intero processo fosse da rifare e nessuno dei mira-
coli gli parve ammissibile27. Ebbe il sostegno, come era logico aspettarsi, di
Francesco Caetani28, e quello, se possibile ancora più fermo e intransigente, di
Iacopo Stefaneschi, che ammise la validità di soli 4 miracoli. Questa presa di
distanze dell’agiografo di Celestino può sorprendere, ma nel cardinale di S.

24. Jean Lemoine, già vescovo di Arras, era uomo di vasti studi sia teologici che giuridici.
Mantenne un atteggiamento equidistante nei conflitti, cercando di tutelare gli interessi della
Chiesa, adoperandosi per appianare il conflitto tra Filippo il Bello e Bonifacio VIII. Cfr. Ch.
Jourdain, Le collège du cardinal Lemoine, in Id., Excursions historiques et philosophiques à travers le Mo-
yen Âge, Paris 1888, pp. 267-308; R. M. Johannessen, Cardinal Jean Lemoine. Curial Politics and Pa-
pal Power, Diss. Los Angeles, CA 1989 (estratto in BMCL, 18 (1998), pp. 33-41).
25. Guglielmo Longhi fu il più longevo dei cardinali creati da Celestino V, perché morì nel
1319. Probabilmente non bisogna dar credito alla notizia che fosse stato cancelliere alla corte di
Carlo II, ma è vero che intratteneva rapporti intensi con la corte angioina. Legato al partito fi-
lofrancese di Napoleone Orsini, non accettò di gettare discredito su Bonifacio VIII, di cui dife-
se la memoria al concilio di Vienne. Aveva ottenuto da Celestino V onori e prebende, che gli
erano state confermate da papa Caetani, espressione di fiducia nei suoi confronti. Nei conflitti
in atto mantenne un atteggiamento improntato a misura e a equilibrio. Fu incaricato da Gio-
vanni XXII di istruire la causa di canonizzazione di san Tommaso d’Aquino, ma non poté se-
guirla, perché morì nel 1319, poco dopo aver ricevuto questo compito. Cfr. G. Marchetti Lon-
ghi, Il cardinale Guglielmo de Longis de Adraria di Bergamo. La sua famiglia e la sua discendenza, Roma
1961.
26. S. Kuttner, Richardus Petronius de Senis, in Dictionnaire de droit canonique, XVIII, Paris 1965,
pp. 681 sgg.
27. Sententiae cardinalium, p. 476: «Dominus Richardus de Senis dixit quod propter hoc quod
unus solus processit in inquisitione seu informatione, non est processus reiterandus; sed quia non
videtur quod testes plene deponant, nec quod sit inquisitum secundum quod debet inquiri in
tanto negotio, videtur quod iterum sit inquisitio facienda super hoc».
28 D. Waley, s.v., in DBI, XVI, Roma 1973, pp. 158-62; C.Eubel, Hierarchia catholica, I, Mona-
sterii 1913, p. 12.
I. AGIOGRAFIE CELESTINIANE: IL DOSSIER MEDIOEVALE 15

Giorgio in Velabro a prevalere era la preoccupazione di strumentalizzazioni


della intera vicenda in chiave antibonifaciana. Era devoto a Pietro del Morro-
ne, ma aveva conservato una incrollabile fedeltà nei confronti di papa Caetani
e viveva con angoscia la lontananza da Roma. Come vedremo, l’autore del-
l’Opus metricum poneva il proprio lavoro di scrittore al servizio di una ricom-
posizione della memoria. Era questo l’ideale cui doveva ispirarsi anche la cele-
bre pala da lui commissionata, il polittico Stefaneschi, in un complesso pro-
gramma iconografico che vedeva riuniti Celestino V e Bonifacio VIII29.
Dinanzi ai contrasti delle fazioni romane, i clementisti, sempre puntuali alle
sedute di voto, espressero il proprio parere favorevole in maniera compatta30, e
in questo modo facilitarono il compito del papa, cui spettava comunque la de-
cisione definitiva. Clemente V si adeguò ai pareri della maggioranza e al ter-
mine dello spoglio furono ammessi come autentici undici miracoli che poi
confluirono nella bolla di canonizzazione31.
Il pontefice si rallegrava del felice esito della causa, ed esprimeva il proprio
compiacimento per il lavoro compiuto in pieno accordo con i cardinali. Esso

29. Per una lettura iconografica di questo celebre polittico, la cui datazione si colloca intor-
no al 1325, cfr. P. Ungarelli, Celestino V e il papa angelico nell’iconografia, in Celestino V papa angeli-
co, pp. 121-154: 144: «Celestino V è in una posizione simmetrica rispetto allo Stefaneschi, dal-
l’altro lato del trono di Pietro, nello stesso atteggiamento, nello stesso gesto di offerta. Evidente-
mente i due atti sono posti, a livello simbolico, sullo stesso piano. Così come il cardinale offre a
Pietro il Polittico, l’eremita, esempio di santità conosciuto e caro allo Stefaneschi, offre al Prin-
cipe degli Apostoli un’altra opera del committente stesso; un libro nel quale due figure diversis-
sime, come quelle di Celestino V e Bonifacio VIII, sono accostate ed esaltate; due figure, che
lo Stefaneschi non vedeva contrapposte. In questo modo, attraverso la rappresentazione dell’of-
ferta delle sue opere al trono di Pietro, il committente, da un lato, celebra se stesso, dall’altro,
ribadisce il potere e la santità del soglio pontificio e la necessità del suo ritorno alla sua sede
originaria».
30. Si distingue, per l’atteggiamento più riservato, il solo cardinale Avinionensis, il futuro Gio-
vanni XXII.
31. La bolla di Clemente V è edita nel voluminoso dossier che il Papebroch mise insieme per
il quarto volume di maggio degli Acta Sanctorum. Esso comprendeva l’autobiografia, l’Opus me-
tricum del cardinale Stefaneschi, le Vite di Pierre d’Ailly e Maffeo Vegio, oltre a una silloge di
documenti. Cfr. Bulla canonizationis (BHL 6745), in AASS, Maii, IV, Antuerpiae, 1685, pp. 433-5.
Nella bolla entrarono cinque miracoli ante papatum (Catania, cieca di Sulmona; un furiosus recu-
pera il senno; una fanciulla con una fistola al piede; una donna colpita da una infermità etica; un
ammalato di scrofola), due in papatu (una donna gonfia; una paralitica: entrambi miracoli com-
piuti in transitu), uno post renuntiationem (guarigione di un cieco), tre post mortem (una croce di
fuoco appare al momento dell’agonia di Pietro; guarigione di un paralitico e di un contractus che
recupera l’uso delle mani).
16 CELESTINO V E LE SUE FONTI

era stato svolto con scrupolo e diligenza tali che della santità di frate Pietro del
Morrone si erano raccolte prove inconfutabili:

Verum qui dignum est, ut quem in caelo sursum Deus glorificat, hic inferius ad
suum patrocinium mundus colat, nos de sanctitate vitae ac veritate miraculorum Sanc-
ti huius, de quibus inquiri fecimus diligenter, prudentis examinis discussione adhibita,
plenam et firmam certitudinem obtinentes, requisiti insuper Praelatorum omnium,
tunc apud Sedem Apostolicam existentium, supplicatione humili et devota, de Fratrum
nostrorum consilio et assensu [...] ipsum Sanctorum Confessorum Catalogo duximus
ascribendum32.

La bolla di canonizzazione Qui facit magna et inscrutabilia et mirabilia è redat-


ta secondo la prassi in uso nella cancelleria pontificia, di cui rispetta i rigidi
schemi: il protocollo iniziale, che comprende la intitulatio con la formula Cle-
mens episcopus, servus servorum Dei, la inscriptio, che indica i destinatari delle let-
tere, la salutatio nella forma della cancelleria (salutem et Apostolicam benedictio-
nem), il dispositivo finale, che notifica la decisione del papa di inscrivere frate
Pietro confessore nell’albo dei santi.
Nell’arenga si sottolinea la necessità che la Chiesa militante si unisca a quel-
la celeste nel celebrare la gloria del santo: «Ecce namque novi Confessoris in-
signia mundo prodeunt praeclara merita mundi defluentis patefiunt, sanctitatis
eius magnitudinem grandia miracula proloquuntur, quae ipsum probant indu-
bie in deliciis Paradisi, intra secreta Dei cubicula, plenam habere requiem post
laborem»33. Dinanzi a segni tanto evidenti e mirabili della predilezione divina
nei confronti di Pietro del Morrone, la sua canonizzazione viene presentata
come un atto dovuto. Lo stile della lettera non è privo di solennità, ma anche
di una certa freddezza. Senza uno sforzo particolare di elaborazione letteraria,
il redattore si mantiene fedele quasi ad litteram alle testimonianze del processo
e disegna l’immagine di Pietro come esempio perfetto di un santo eremita.
Nella sezione narrativa, che presenta il ritratto del nuovo santo, lo schema-
base è quello classico utilizzato in siffatti documenti papali: vita, conversio, con-
versatio e miracula. Per scandire l’iter perfectionis del santo il pontefice richiama
alcune figure bibliche. Sin dall’infanzia Pietro mostrò i segni della futura san-
tità, mantenendosi casto e obbediente come Tobia, ma nella scelta di vita pre-
se come modello l’ardua anacoresi di Giovanni Battista. Il passo di riferimen-
to è la testimonianza resa da Bartolomeo da Trasacco, giudicata particolarmen-

32. Bulla canonizationis, p. 435.


33. Bulla canonizationis, p. 433.
I. AGIOGRAFIE CELESTINIANE: IL DOSSIER MEDIOEVALE 17

te autorevole data la sua costante presenza a fianco del santo nei quarant’anni
della vita eremitica. L’obiettivo non è tanto quello di proporre un esempio di
perfezione, ma di tessere l’elogio di un asceta capace di affrontare penitenze
straordinarie, ai limiti dell’umano, un vir Dei che era andato oltre le leggi del-
la natura, dominandole.
La parte più interessante e originale della bolla è quella relativa alla vicenda
del pontificato, argomento spinoso che viene trattato in modo calibrato e sa-
piente: l’elezione di Pietro fu una scelta provida, voluta da Dio affinché un esem-
pio di santità così grande non rimanesse nascosto, ma si rivelasse al mondo in-
tero, «ad edificationem fidelium». Una volta eletto, però, l’eremita non divenne
papa, rimase «qui fuerat, sub precelsae dignitatis habitu, nec vitam eremiticam,
nec habitum derelinquens»34. Incurante delle ricchezze e degli affari mondani,
si conservò del tutto estraneo alle ragioni della politica: «novit inter epulas esse
sibi summe austerus et abstinens, inter amplas divitias summe pauper»35. Ed è
appunto in questa fedeltà al suo stato primitivo che il documento papale indi-
vidua le ragioni della rinuncia. «Ad regimen universalis Ecclesie inexpertus»,
Pietro decise liberamente di tornare alla pienezza della vita contemplativa, e
nella sua pace attese serenamente la morte. Il papa scivola con molta abilità su
un argomento delicatissimo: libera il collegio dei cardinali dalla responsabilità
di una scelta inopportuna, e per non riaprire antiche polemiche omette il tito-
lo di pontefice ed evita accuratamente di citare il nome di Celestino.
Clemente V si trovava in una posizione assai difficile: canonizzando il papa,
avrebbe dovuto ammettere il sacrificio della vittima di un male che si annida-
va all’interno della Chiesa stessa. Ma nel celebrare la santità di un uomo che si
era esiliato volontariamente dalla carica, implicitamente si sanciva la incompa-
tibilità radicale tra l’esercizio della funzione di romano pontefice e la perfezio-
ne cristiana.

UN TESTO ENIGMATICO: L’«AUTOBIOGRAFIA»

La storia agiografica di Pietro Celestino si inaugura con il Tractatus de vita


sua, noto come l’Autobiografia, uno scritto molto breve, ma di grande valore
e significato e che pone problemi difficili di lettura e interpretazione36. Nel te-

34. Bulla canonizationis, p. 434.


35. Ibidem.
36. Tractatus de vita sua ab ipso, ut fertur, conscriptus (BHL, 6733), ed. P. Herde, Die Autobiographie,
18 CELESTINO V E LE SUE FONTI

stimone più antico che lo tramanda, il codice Vaticano A.A.Arm. I-XVIII,


332737, allestito dopo la canonizzazione, il trattatello apre una raccolta di testi
agiografici dedicati al santo e il compilatore gliene attribuisce la paternità: «In-
cipit vita sanctissimi patris fratris Petri de Murrone seu Celestini pape quinti:
In primis tractatus de vita sua, quam ipse propria manu scripsit et in cella sua
reliquit».
La questione dell’autenticità della cosiddetta Autobiografia è stata molto di-
battuta sin dalla fine dell’Ottocento e nella critica si sono affrontate al riguar-
do posizioni contrapposte38. Gli editori moderni dell’operetta, Vincenzo Lici-
tra e Peter Herde, si sono trovati d’accordo nel ricondurla a un anonimo con-
fratello del santo, probabilmente un eremita del Morrone che era stato a lun-
go al suo fianco e aveva potuto raccogliere dalla sua viva voce impressioni e ri-
cordi39. Un compilatore devoto e sicuramente molto ben informato, ma se-
condo il Licitra anche un po’ maldestro, tanto da distrarsi e passare inavverti-
tamente da un racconto iniziale svolto in prima persona alla terza40. Lo stu-
dioso archiviava con decisione la paternità celestiniana dell’opera adducendo
un motivo fondamentale: «ci rifiutiamo di credere che lo stesso Pietro avreb-
be potuto scrivere di sé tanti fatti, molto spesso miracolosi, in esaltazione del-

in Die ältesten Viten Papst Cölestins V. (Peters vom Morrone), Hannover 2008 (MGH/SRG 23), pp.
65-100. Edizioni precedenti: C. Telera Sipontino, S. Petri Coelestini PP.V. Opuscula omnia, Napoli
1640; A. Frugoni, Celestiniana, Roma 1954, e in ristampa anastatica 1991 (Istituto Storico Italia-
no per il Medioevo. Nuovi Studi Storici, 16), pp. 56-67; V. Licitra, L’Autobiografia di Celestino V,
Isernia 1992 (con trad. italiana).
37. Il codice Vaticano è ascrivibile a un periodo successivo alla canonizzazione, come si evin-
ce dalla qualifica di Pietro come sanctus e confessor. L’Autobiografia è tramandata da altri due co-
dici: Roma, Biblioteca Universitaria Alessandrina, 93; Napoli, Biblioteca Nazionale, Fondo
Brancacciano, VII.B.12.
38. Per una presentazione dettagliata del dibattito che alla fine dell’Ottocento divise i
Bollandisti e il Celidonio, cfr. A. Frugoni, L’«Autobiografia» di Pietro Celestino, in Celestiniana, pp.
25-55.
39. V. Licitra, Jacopo Stefaneschi e la cosiddetta «Autobiografia» di Pietro Celestino, in Celestino V e
i suoi tempi, pp. 147-68: 149: «Si legge infatti nell’Autobiografia che Pietro, dopo il viaggio fatto a
Roma per l’ordinazione sacerdotale, venit ad montem Murronis, e non è detto ivit, come sarebbe
stato probabile, se egli non si fosse trovato in quel luogo quando scriveva. Scartata, allora, per
l’Autobiografia la paternità di Pietro, resta peraltro l’ipotesi, oggi peraltro comunemente accetta-
ta, che tale paternità debba attribuirsi a un anonimo confratello di Pietro, vissuto a lungo al suo
fianco e ascoltatore ammirato di mille episodi, che egli si prese cura, anni dopo, di raccontare
nel suo ingenuo e popolaresco latino».
40. Licitra, Jacopo Stefaneschi, pp. 148-9.
I. AGIOGRAFIE CELESTINIANE: IL DOSSIER MEDIOEVALE 19

le sue virtù e della sua santità»41. Questa argomentazione in realtà sembra piut-
tosto debole, perché l’intenzione profonda del libro non è quella di celebrare
la santità di Pietro, ma di esaltare la potenza di Dio, i multa mirabilia da lui com-
piuti nel suo servo, docile strumento nelle mani dell’Onnipotente. Il protago-
nista viene raffigurato come un una creatura fragile e inconsapevole, conti-
nuamente attraversata dal dubbio, che percorre un lungo e difficile cammino
per arrivare alla illuminazione42. Non vi sono motivi fondati, in realtà, per scar-
tare a priori, come una falsificazione, la notizia dell’incipit, che fa riferimento a
un testo di mano del santo e da lui lasciato nella propria cella. La questione
non è secondaria, perché la presenza di un materiale scritto documenterebbe
la volontà, da parte di Pietro, di partecipare in maniera consapevole e inten-
zionale alla costruzione della propria memoria, e soprattutto di trasmettere il
nucleo essenziale del proprio insegnamento. Nel trattatello chi parla è un pa-
dre e maestro di monaci, che, ormai giunto al tramonto della sua vita, riflette
sulla propria esperienza e la consegna, quasi lascito testamentario, ai suoi di-
scepoli. Questa intenzione dell’opera viene suggerita anche dal prologo, che ha
la forza e l’autorevolezza di una convocazione. Esso sembra il solenne annun-
cio di un testo da recitare ad alta voce in una synaxis, un’assemblea comunita-
ria, secondo una tradizione monastica che soprattutto nel suo versante eremi-
tico era fortemente legata all’oralità, alla parola viva. L’avvio ha un timbro pro-
fetico: «Venite et audite me! Et narrabo vobis omnibus, qui timetis deum,
quanta fecit anime mee [...] Domine, labia mea aperies, et os meum annun-
ciabit laudem tuam. Quicquid dicimus, ad laudem dei sit et ad edificationem
proximi»43. Se vi sia stato un contributo del santo alla scrittura del memoriale
è un problema che non può essere risolto in sede filologica, anche se il testo è
certamente da ricondurre allo scriptorium del monastero di S. Spirito del Mor-
rone. Forse è più utile concentrarsi sull’analisi interna dell’opera e porsi il pro-
blema del genere letterario cui appartiene, delle sue fonti e dei modelli di ri-
ferimento. Il suo ambiguo statuto letterario ha lasciato spazio a valutazioni di-
verse e contraddittorie: conosciuto e ampiamente utilizzato da tutti gli antichi
biografi di Celestino, esso è stato generalmente stigmatizzato dagli studiosi mo-

41. Licitra, Jacopo Stefaneschi, p. 148.


42. Tale affermazione viene poi ribadita anche alla fine del trattatello: «Explicit de vita almi-
fici patris nostri sancti Petri Confessoris de Murrone, quam ipse propria manu scripsit et in cel-
la sua reliquit». Incipit ed explicit sono presenti nel codice Vaticano, che contiene una raccolta di
Vite celestiniane, la cui serie è aperta dal Tractatus de vita sua.
43. Tractatus de vita sua, p. 67.
20 CELESTINO V E LE SUE FONTI

derni come una fonte storicamente inattendibile, una pia leggenda ricca di in-
venzioni fantasiose – «arabesques fantaisistes», lo giudicarono i Bollandisti –,
sino a quando Arsenio Frugoni non ne propose una nuova linea interpretati-
va, spostando il nucleo significativo dell’opuscolo dall’asse biografico a quello
di “racconto di una esperienza vissuta”44.
Il trattatello di Pietro del Morrone richiama anche nel titolo il De Vita sua
di Guibert de Nogent45, uno dei primi esempi medioevali di libro autobio-
grafico46. Di quest’opera, peraltro, condivide l’importanza centrale attribuita al

44. Il Tractatus de vita sua non presenta una struttura agiografica tradizionale, e questo può
forse spiegare il disagio dei Bollandisti che espressero una valutazione negativa dello scritto. In
una tensione ermeneutica fortemente segnata dalla esigenza di storicità, di verificabilità del
dato fattuale, il ricorso massiccio al “meraviglioso”, all’immaginario comprometteva l’utilizza-
zione del testo in sede scientifica. Il giudizio critico dei padri di Bruxelles era lapidario: la pre-
sunta Autobiografia era un canovaccio intessuto di invenzioni, ideate a scopo edificante da uno
zelante e ingenuo discepolo del santo. La stessa metodologia razionalista operava in fondo an-
che in Celidonio, che, pur in polemica con i Bollandisti nel difendere strenuamente la pater-
nità celestiniana del trattatello, si incontrava con loro nello sforzo di purificarne il testo, espun-
gendo come interpolazioni successive gli episodi «ridicoli», di pura invenzione. Doveva passa-
re del tempo prima che Arsenio Frugoni proponesse una lettura integrale dell’opera, rivendi-
candone l’originalità e la novità, quale resoconto di una esperienza autentica: «l’Autobiografia,
la parte cioè che è biografia di Pietro, non è dunque una leggenda, ma trascrizione di espe-
rienze vere. Rivelate dal santo, occasionalmente, per una qualche preoccupazione o per parti-
colari situazioni, quelle esperienze furono trascritte con l’esattezza che la memoria, accoglien-
do con venerazione quelle reliquie orali, consentiva. Le visioni immaginative dunque sono
vere, come è vero il ricordo di ogni avvenimento. Vero, cioè non inventato» (Frugoni, L’«Au-
tobiografia», p. 45).
Su questo tracciato si sono inserite, sia pure con sfumature diverse, analisi più attente a pre-
servare l’autonomia dell’opera, comprenderla nel suo centro unitario e nelle sue articolazioni,
senza tentare di scomporla in elementi primi, ma di valutarla nella sua dimensione ideologica
e alla luce delle scelte personali dell’autore. Cfr. M. E. Capani, La questione delle fonti narrative di
Pietro del Morrone-Celestino V. Premessa al «Corpus Coelestinianum», in Celestino V e i suoi tempi,
pp. 129-46; R. Michetti, L’immagine della santità in alcune fonti su Pietro del Morrone. La percezio-
ne del soprannaturale e la presenza della natura, in Magisterium et exemplum, pp. 19-76: 21-42.
45. Quest’opera venne redatta dall’abate di Nogent in età avanzata e in tempi successivi, nel
1114 e poi fra il 1115 e il 1116. Cfr. Guibert de Nogent, L’Autobiographie, ed. E.R. Labande, Pa-
ris, Les Belles Lettres, 1981. Ne esiste una traduzione italiana: Memorie e sogni di un abate medie-
vale, a cura di F. Cardini - N. Truci Cappelletti, Europía 19982. Si veda anche l’introduzione alla
traduzione inglese di J. F. Benton, Self and Society in Medieval France. The Memoirs of Abbot Gui-
bert of Nogent, New York 1970.
46. G. Misch, Geschichte der Autobiographie, Bern 1949-1969, IV volumi. Ma si veda, con più
spcifico riferimento alla tradizione monastica, R. Grégoire, L’autobiografia monastica, in L’auto-
I. AGIOGRAFIE CELESTINIANE: IL DOSSIER MEDIOEVALE 21

racconto delle esperienze oniriche vissute dal protagonista tanto che Jean
Claude Schmitt lo ha inscritto senza esitazioni nel corpus letterario dell’“auto-
biografia sognata”47. Ma tra i due testi vi sono differenze sensibili. Mentre la
confessione dell’abate di Nogent ha un carattere più personale e intimo, nel
racconto dell’eremita del Morrone prevale l’aspetto paradigmatico: il perso-
naggio cancella l’individuo al punto da obliterare quasi completamente il
nome stesso del protagonista. Se non è dunque possibile parlare di una auto-
biografia in senso moderno, il Tractatus de vita sua non si configura neppure
come una “scrittura monodica”48. È il racconto di una conversione, ma anche
una leggenda di fondazione, testo in cui un gruppo religioso ripensa il proble-
ma delle origini e definisce gli statuti della propria identità, nello sforzo di ela-
borazione di una memoria condivisa: l’autobiografia di Pietro è anche la mi-
topoiesi dei frati dei montagna, la cristallizzazione letteraria dell’autocoscienza
della comunità dei morronesi. In questa chiave di lettura è possibile ritrovare,
al di là dell’apparente disomogeneità e frammentarietà della struttura narrati-
va, il nucleo centrale del libro e la coerenza della sua ispirazione.
Il Tractatus de vita sua comprende tre parti di differente estensione: la prima
tratta della famiglia e dell’infanzia del santo, la seconda, che è la più estesa, del-
la vita eremitica, tempo della ricerca e della lotta solitaria, la terza è quella del-
l’anacoresi, cioè del passaggio dal privato al pubblico, dove “il riconoscimen-
to” rende possibile l’instaurazione di una “comunità santa”. Sul piano dell’e-
sperienza del protagonista esse corrispondono a tre fasi del cammino di perfe-
zione: l’elezione, la prova, la paternità.
La trama biografica è esilissima. Pietro nacque, penultimo di dodici figli, da
Angelerio e Maria, cristiani di vera e profonda religiosità, entrambi buoni e
retti, umili e pacifici. Era, la sua, una famiglia semplice di contadini, ma proba-
bilmente di condizione piuttosto agiata, se i genitori erano in grado di di-
spensare elemosine e dare ospitalità ai poveri. Ne offre una indiretta conferma
la decisione di avviare il secondogenito alla vita ecclesiastica, anche se l’inve-
stimento non andò a buon fine, perché il ragazzo era inadatto e non aveva una
vocazione autentica. Era infatti bellissimo e buono, ma «secundum istius secu-

biografia nel Medioevo. Atti del Convegno internazionale (Todi, 12-15 ottobre 1997), Spoleto
1998 (Convegni del Centro di studi sulla spiritualità medioevale, 35), pp. 81-101.
47. J. Cl. Schmitt, L’autobiografia sognata, in Id., Religione, folklore e società nell’Occidente medie-
vale, Roma-Bari 1988, pp. 269-86: 279-81.
48. M. Zink, La subjectivité littéraire. Autour du siècle de Saint Louis, Paris 1985, p. 179.
22 CELESTINO V E LE SUE FONTI

li pompam»49. Quando Pietro aveva quattro o cinque anni, il padre morì e la


madre, ormai vedova, dovette allevare, da sola, la numerosa figliolanza, in una
situazione economica che nel frattempo doveva essersi deteriorata. Nonostan-
te le difficoltà materiali e il primo insuccesso, non si arrese: voleva un figlio
prete. Mandò quindi Pietro da un precettore affinché imparasse a leggere, e per
questo sfidò l’ostilità dei fratelli, che non volevano rinunciare, nel lavoro dei
campi, a due buone braccia. Erano convinti che in casa fosse più che sufficiente
uno che non lavorava, dal momento che «in illo castro clerici quasi nichil non
laborabant»50. Ma la madre era sicura che Pietro fosse un predestinato, dal mo-
mento che la sua nascita era avvenuta “in abito di religioso”, probabilmente
con la camicia di placenta, un fatto che nelle civiltà tradizionali era considera-
to un segno di elezione soprannaturale51. L’“eletto” da parte sua non dette pro-
ve tali da giustificare tanta ostinazione: l’infanzia di Pietro trascorse in una as-
soluta normalità, tra i giochi da ragazzo e qualche svogliatezza nello studio,
sino a quando a vent’anni, all’improvviso, non se ne andò via da casa per “ser-
vire Dio”. Il capitolo della vita del santo in famiglia si interrompe bruscamen-
te e senza spiegazioni, ma è lecito supporre che questa decisione non corri-
spondesse alle aspettative che la madre aveva riposto in lui, perché non voleva
farsi prete né prendere l’abito religioso, ma soltanto “vivere in solitudine”.
Secondo uno schema collaudato dell’agiografia duecentesca, l’inizio della
conversatio di Pietro si poneva infatti sotto il segno del typus peregrini: con un
compagno si diresse alla volta di Roma per ottenere l’approvazione del suo pro-
positum penitenziale, ma, dopo un solo giorno di cammino, il socius tornò in-
dietro e Pietro «remansit solus»52. Autoesiliatosi dalla sua terra e dalla madre,
ormai privo di una guida che potesse sostituirla perché non c’era nessuno
«cum quo consiliari posset»53, decise ugualmente di proseguire, ma il viaggio
prese una piega differente, non più Roma, né un’altra meta predeterminata.
Sciolto, ab-solutus, Pietro varcò le soglie delle sue paure ed entrò allora nel de-
serto, nel tempo delle lotte e dei conflitti con le forze della natura, con i de-
moni e le tentazioni della carne. La seconda tappa, quella della vita da eremi-
ta, si suddivide in tre soggiorni in luoghi diversi. Dopo aver trascorso dieci

49. Tractatus de vita sua, p. 68.


50. Tractatus de vita sua, p. 69.
51. Ibidem. Cfr. F. Lanzoni, Il sogno presago della madre incinta nella letteratura medievale e antica,
in «Analecta Bollandiana», 45 (1927), pp. 225-61.
52. Tractatus de vita sua, pp. 73-4.
53. Tractatus de vita sua, p. 73.
I. AGIOGRAFIE CELESTINIANE: IL DOSSIER MEDIOEVALE 23

giorni in una cella nelle vicinanze di Castel di Sangro, si rifugiò in un antro


roccioso su un monte dove visse tre anni in completa solitudine. Fu questo,
forse, il momento più difficile del confronto con una natura inospitale, arida e
secca, popolata da animali terrificanti, ma costellato di grazie e conforti so-
prannaturali, di luci e musiche celestiali. Solo al termine di questa prova si recò
finalmente a Roma per esservi ordinato sacerdote, ma questo viaggio non mo-
dificò il suo stile di vita: esso fu solo il preludio di un nuovo soggiorno di cin-
que anni in una spelonca sul Monte Morrone, che lasciò per cercare un rifu-
gio ancora più impervio e selvaggio sulla Maiella.
A questo punto inizia la terza fase della sua esperienza, segnata da un cam-
biamento importante. Infatti, nonostante avesse scelto quella montagna proprio
perché era praticamente inaccessibile, venne raggiunto da alcuni compagni,
che volevano seguirne l’esempio e condividerne la vita, benché all’inizio fos-
sero molto spaventati dalla natura selvaggia di quel luogo. Vi trovarono invece
il paradiso terrestre, e in questa Tebaide abruzzese la comunità dei frati del S.
Spirito viveva immersa nello stupore e nel continuo incanto della presenza di-
vina, tra musiche di campane invisibili e voli di colombe. Stando all’Autobio-
grafia, questo giardino di tutti i carismi e tutte le teofanie fu anche l’approdo
definitivo dell’eremita, diventato ormai padre e maestro di molte anime: «et se-
dens frater cum eis, loquebatur illis de verbo vite»54. E qui, nel registro del rac-
conto meraviglioso, si chiude anche la narrazione, nella quale non si fa alcun
cenno né agli sviluppi della comunità in senso cenobitico, né alla elezione di
Pietro al pontificato.
La trama narrativa è molto semplice ed essenziale e il ritratto del santo è co-
struito secondo una struttura agiografica che sembra ritornare alle radici stes-
se del monachesimo, a quella Vita Antonii del grande Atanasio che, sin dal IV
secolo, aveva fornito un mito potente a tutti coloro che cercavano strade in cui
perdersi e ricominciare: l’abbandono della famiglia e dei luoghi abitati, la se-
parazione, anche fisica, dal mondo, l’oltrepassamento delle frontiere, il cammi-
no a oltranza in direzione di una sempre maggiore solitudine, alla ricerca di un
“vuoto”, ma solo apparente, in realtà carico di insidie, tentazioni, allucinazio-
ni55. Nel passaggio a Occidente il modello antoniano aveva subito degli ag-
giustamenti: allo spazio metaforico del deserto egiziano l’Europa aveva rispo-

54. Tractatus de vita sua, p. 87.


55. Atanasii Vita Antonii, ed. G. J. M. Bartelink, introd. Chr. Mohrmann, Milano, Fondazione
Lorenzo Valla, 1974 (Vite dei santi, a cura di Chr. Mohrmann, 1).
24 CELESTINO V E LE SUE FONTI

sto con le profondità silenziose delle sue foreste e delle montagne, il percorso
si era modellato come ascesa e superamento dei limiti più alti della natura56.
Ma, più in profondo, la riflessione occidentale aveva tentato di offrire una so-
luzione al conflitto tra azione e contemplazione, e nel contempo di stempera-
re le venature anarchiche di una forma di vita religiosa sovente sottratta al con-
trollo delle strutture regolate dell’ordinamento ecclesiale. Sin dalle origini, nel-
la protoleggenda di san Martino di Tours, Sulpicio Severo aveva proposto una
mediazione tra modello monastico e modello episcopale costruendo il singo-
lare ritratto di un vescovo-asceta, dove l’eremitaggio non escludeva il protet-
torato cittadino57. E anche in seguito, con il recupero su vasta scala del feno-
meno nei secoli XI e XII, i grandi teorici della vita solitaria avevano cercato
di disciplinare limiti e gradi dell’esperienza, disegnando il perimetro di fonda-
zioni insulari in cui contenere la u[bri" dei solitari, sempre ai margini, ma al-
l’interno di luoghi riconosciuti. Sintomo di una crisi e di una inquietudine spi-
rituale profonda, la scelta rinnovata della solitudine in questo tempo non si era
dimostrata impermeabile alle tensioni di riforma del tessuto ecclesiastico58.
Purificandola dalle interpolazioni occidentali, lo schema agiografico del De
Vita sua sembra invece recuperare l’idealità del deserto nel suo testo radicale e
primitivo, anzi ne rafforza le opposizioni binarie, disegnando il programma di
un ritorno allo stato selvaggio. La polarità che regge l’intero racconto è il con-
flitto essenziale tra natura e cultura. Pietro lascia la patria, gli affetti famigliari,
ma più in profondo il mondo della civiltà, dell’organizzazione sociale e del la-
voro agricolo. Come questo avanza, lui arretra: «Verum quia hic querebat sem-
per solitudinem et omnes silve, que fuerant circa locum, destructe erant et ab
hominibus culte, recessit ab eo loco et accessit ad montem Magelle, et ibi in-
venit quandam criptam magnam, que nimis placuit ei»59. La contrapposizione
è evidente anche nel rifiuto dell’animalità domestica: l’eremita coabita in una
santa indifferenza con rettili e scorpioni, ma quando accetta il dono di un gal-
lo, compagno sonoro di tanti solitari, la trasgressione è imperdonabile, e le mu-

56. J. Le Goff, Il deserto-foresta nell’Occidente medievale, in Id., Il meraviglioso e il quotidiano nel-


l’Occidente medievale, Roma-Bari 1983, pp. 27-44.
57. Sulpicii Severi Vita Martini, ed. J. Smit, in Vita di Martino, Vita di Ilarione, In Memoria di
Paola, Milano, Fondazione Lorenzo Valla, 1975 (Vite dei santi, a cura di Chr. Mohrmann, 4), pp.
1-67.
58. C. Leonardi, Eremo e cenobio, in Id., Medioevo latino. La cultura dell’Europa cristiana, Firenze
2004, pp. 785-825.
59. Tractatus de vita sua, pp. 80-1.
I. AGIOGRAFIE CELESTINIANE: IL DOSSIER MEDIOEVALE 25

siche celesti delle campane tacciono60. Nella lettura agiografica che il colto ve-
scovo Atanasio aveva offerto dell’esperienza di Antonio, secessus eremitico ed
ascesi trovavano il proprio corrispettivo nell’acquisizione di “potenza”: il vir
Dei era esorcista e taumaturgo. Né si era esclusa la possibilità di “rientri”, al-
meno temporanei, nella storia, ché la vita del deserto non cancellava l’eco dei
conflitti teologici e sociali da cui era attraversata: è questo il senso dei grandi
discorsi dottrinali inseriti nella Vita egiziana61.
Alla fine del Duecento l’Autobiografia indica una frontiera ulteriore: dise-
gna un grado zero dell’esperienza, e decostruisce i simboli stessi dell’eroismo
eremitico. Il santo non si qualifica per le sue conquiste, ma per le sue perdite
successive, non fa miracoli e non caccia i diavoli, non si cura né della polemi-
ca né della pastorale. Semplicemente, si ritira. La separazione dal mondo è to-
tale, preti e chiese sono assenti, Roma è lontana, il rapporto con Dio, solo e
unico maestro, senza mediazioni.
In questa prospettiva si comprende lo spazio centrale che la narrazione dei
sogni e delle visioni occupa nel Tractatus de vita sua: elemento strutturante l’in-
tero racconto, il sogno scandisce le tappe di una “storia santa” in cui è Dio stes-
so a guidare ed educare il suo eletto. Nella breve narrazione si contano 8 epi-
sodi in cui Pietro viene messo in diretto contatto con il soprannaturale. Tra
questi, una sola visione sopraggiunge mentre si trova in stato di veglia, e risale
al periodo dell’infanzia, un tempo in cui il fanciullo “non sa ancora nulla di
Dio”. In chiesa, un giorno in cui è assorto nella lettura del salterio, “a occhi
aperti” vede animarsi la scena della crocefissione dipinta sull’altare. La Vergine
Maria e san Giovanni scendono verso di lui, prendono il libro che ha tra le
mani e iniziano dolcemente a salmodiare62. Ma, normalmente, la relazione con

60. Tractatus de vita sua, p. 76. Sull’amicizia degli eremiti con gli animali, cfr. G. Penco, Il sim-
bolismo animalesco nella letteratura monastica, in «Studia monastica», 6 (1964), pp. 7-38; Id., L’amici-
zia con gli animali, in «Vita monastica», 17 (1963), pp. 3-10. Si veda anche P. Boglioni, Il santo e gli
animali nell’alto Medioevo, in L’uomo di fronte al mondo animale nell’alto Medioevo, II, Spoleto 1985
(Settimane di studio del Centro italiano di studi sull’alto Medioevo, 31), pp. 935-93.
61. Per una introduzione al problema, cfr. C. Leonardi, I modelli dell’agiografia latina dall’epoca
antica al medioevo, in Id., Agiografie medievali, a cura di A. Degl’Innocenti - F. Santi, Firenze, Si-
smel-Edizioni del Galluzzo, 2011, pp. 101-42: 108-12.
62. Tractatus de vita sua, p. 70. Sulla relazione tra immagine e visione, cfr. C. Frugoni, Le mi-
stiche, le visioni e l’iconografia: rapporti e influssi, in Temi e problemi nella mistica femminile trecentesca,
Todi 1983, pp. 139-79; Ead., Il linguaggio dell’iconografia e le visioni, in Culto dei santi, istituzioni e
classi sociali in età preindustriale, a cura di S. Boesch Gajano - L. Sebastiani, L’Aquila-Roma 1984,
pp. 529-36.
26 CELESTINO V E LE SUE FONTI

il divino si stabilisce all’interno di una esperienza di tipo onirico. Si specifica


infatti che egli videbat in sompnis, oppure che era addormentato. L’uso costan-
te del verbo videre nella forma attiva sottolinea il carattere oggettivo della per-
cezione e della presenza. Le immagini che si presentano al sognatore hanno
sempre una concretezza e una evidenza tali da indurlo a credere che si tratti di
fatti reali: «videbatur ei, quod vigilaret»63. In questo è diverso da Guibert de
Nogent, che invece preferiva utilizzare il vocabolario dell’apparenza e lasciava
al suo racconto un margine di incertezza: «videbatur michi»64. Alla nettezza
dell’immagine corrisponde anche la trasparenza dei suoi significati: in un solo
caso, come vedremo, il sogno è ambiguo, tanto da imporre una verifica della
sua corretta esegesi. Ma in generale il messaggio è semplice e chiaro e la sua
lettura non presuppone il ricorso a specialisti dell’interpretazione. Nell’auto-
biografia di Pietro lo spazio onirico ha una funzione chiarificatrice e risoluti-
va nei momenti di crisi e di passaggio, serve a veicolare dei messaggi che gui-
dano i comportamenti del sognatore, con una finalità regolatrice e normativa.
Il sogno, anche se collegato a momenti di intensa preghiera, non viene solle-
citato mediante tecniche particolari di tipo incubatorio, è un evento sponta-
neo, sovente inatteso, che si offre sempre come una risposta specifica a situa-
zioni umane concrete, a bisogni reali. Ogni intervento soprannaturale si inte-
gra perfettamente nella vita del santo e cambia di segno anche in relazione al
progresso spirituale del protagonista. Va inoltre sottolineato che la struttura
narrativa elementare, non unitaria dei racconti, rafforza l’impressione di una
loro sostanziale autonomia da modelli agiografici e letterari precedenti, e li
qualifica come memoria di una esperienza onirica realmente vissuta. Queste
considerazioni possono apparire tuttavia troppo generiche e prima di proce-
dere nell’analisi è opportuno offrire un elenco dei sogni, con una indicazione
sommaria dei loro contenuti.

1. Nel primo sogno il padre defunto appare alla comare di Pietro e si rallegra
per la decisione della moglie di aver avviato il figlio allo studio delle lette-
re. Quindi la esorta a portare a termine il compito che ha iniziato: «faciat,
et quod incepit, perficiat»65.

63. Tractatus de vita sua, p. 75.


64. J. Paul, Le démoniaque et l’imaginaire dans le De Vita sua de Guibert de Nogent, in «Séné-
fiance», 7 (1979), pp. 371-99.
65. Tractatus de vita sua, p. 69.
I. AGIOGRAFIE CELESTINIANE: IL DOSSIER MEDIOEVALE 27

2. Pietro sogna di stare in chiesa, davanti all’altare, seduto nello stesso posto
dove durante il giorno ha letto il Salterio. Due angeli scendono dall’alto e
lo rimproverano perché mentre giocava con gli altri fanciulli ha detto del-
le brutte parole. Sono severi, ma non lo puniscono corporalmente, forse
perché nel pronunciarle non ne conosceva il vero significato66.
3. La madre sogna un pastore che custodisce un gregge di pecore bianche. Ne
resta molto rattristata, perché pensa che si tratti di un presagio e che il figlio
non sia destinato al sacerdozio ma al mestiere di guardiano di pecore. Pie-
tro, che non sa di essere il protagonista del sogno, gliene dà però l’interpre-
tazione corretta: «Hic erit custos bonarum animarum»67.
4. All’inizio della vita solitaria, Pietro è in cammino. Abbandonata l’idea di an-
dare a Roma, è ancora in cerca di una meta, mentre si trova in balia della
furia degli elementi. Terrorizzato dalla solitudine e dall’incertezza, cade a
terra spossato e si addormenta. Ha una visione del paradiso con una schie-
ra di angeli e di santi che portano in bocca delle rose purpuree. Quando si
risveglia, continua a sentire un canto celestiale68.
5. Una notte, mentre dorme, vede che due donne bellissime si sono adagiate
al suo fianco. Per allontanarle ingaggia con loro una lotta furibonda69.
6. È trascorso qualche anno: Pietro vive ormai in una caverna sul monte Mor-
rone e, mentre si approssima il giorno della nuova partenza per Roma per
ricevere l’ordinazione sacerdotale, ha due sogni in sequenza. Nel primo si
vede in viaggio. Incontra due frati cui chiede delle informazioni sul tragit-
to, ma questi, invece di rispondergli, si prendono gioco di lui. Sopraggiun-
ge allora una matrona che lo esorta a pregare, perché, gli dice, non lo ha fat-
to ancora a sufficienza. Dopo essere rimasto per un po’ di tempo in orazio-
ne, si addormenta di nuovo. Questa volta gli appare un abate defunto in ve-
sti bianche che gli chiede di pregare per la sua anima e poi cerca di andar-
sene. Ma Pietro lo afferra per la cocolla e lo scongiura di consigliarlo in me-
rito alla sua scelta sacerdotale. È molto incerto e tormentato al riguardo e si
chiede se questa sia una giusta decisione. Domanda al defunto perché «Io-
hannes Baptista et beatus Benedictus et multi alii sancti noluerunt tam ma-
gnum misterium tangere», quindi confessa di sentirsi indegno, essendo un

66. Tractatus de vita sua, pp. 70-71.


67. Tractatus de vita sua, p. 71.
68. Tractatus de vita sua, p. 75: «Tunc ille letus plus quam dici posset, et securus iam factus per-
mansit ibi decem diebus solus cum duobus panibus, satiatus gaudio et letitia».
69. Tractatus de vita sua, pp. 74-5.
28 CELESTINO V E LE SUE FONTI

grande peccatore. L’abate, lo stesso che gli aveva imposto il saio monastico
all’inizio della vita religiosa, elude la domanda, ma gli dà un ordine: «O fili!
Dignus? Et quis dignus? Dicas missam, fili, dicas cum timore et tremore».
Quindi, senza aggiungere altro, scompare70.
7. L’eremita sogna di ascendere sino a un borgo situato in una posizione mol-
to elevata, e lì scorge, al centro, un grande palazzo circondato da celle abi-
tate da frati che indossano vesti bianche. Entratovi, inizia a salire la scala del-
l’edificio, trascinandosi dietro un asinello. Ma questo, che ha mangiato mol-
ta erba, insudicia i gradini con il proprio sterco. Pieno di vergogna e di rab-
bia per il comportamento dell’animale, si blocca, ma intanto vede in cima
alla scala tre personaggi simili che lo osservano. Cristo allora gli parla e lo
sprona: «Ascende! Ascende! Quare non ascendis? Pro eo, quod asellus facit
consuetudinem suam? Quid tibi? Ascende! Ascende!». Si sveglia pieno di
gioia e loda e benedice Dio71.

I primi tre episodi risalgono all’infanzia del santo, gli altri quattro al perio-
do della vita eremitica. Hanno tutti un carattere personale e Pietro ne è il de-
stinatario, anche se non è lui l’unico sognatore. Nel periodo dell’infanzia,
quando vive ancora a casa, l’esperienza onirica è condivisa con altri e rinvia a
un piccolo tessuto sociale di legami famigliari e domestici. In questa fase, la
vera protagonista del racconto è la madre, che svolge un ruolo decisivo nella
iniziazione del figlio. Centro esclusivo degli interessi e delle preoccupazioni
della donna, Pietro ha un ruolo passivo e non fa altro che assecondarne i de-
sideri, stretto a lei da una complicità rafforzata dal vincolo del segreto. È del
tutto ignaro del suo ruolo di predestinato, e l’episodio degli angeli punitivi,
nella sua ingenuità, sottolinea questa inconsapevolezza. La madre è la sola tito-
lare di ogni iniziativa, anche al prezzo di trasgredire un assunto fondamentale
della società contadina, per il quale non bisogna uscire dalla propria condizio-
ne. Ed è a questo principio, specchio di un ordinamento sociale immutabile,
che fanno appello i fratelli quando si oppongono alla decisione materna di av-
viare Pietro allo studio. Solo l’apparizione del padre defunto, che dà il proprio
avallo alle scelte della moglie, risolve il conflitto e ripristina l’equilibrio, met-
tendo il peso di una autorità maschile e paterna. Ma con “il ritorno”, che lo
reinserisce nella compagine famigliare in un momento cruciale della storia

70. Tractatus de vita sua, p. 79.


71. Tractatus de vita sua, p. 80.
I. AGIOGRAFIE CELESTINIANE: IL DOSSIER MEDIOEVALE 29

della famiglia, il padre può riparare anche a un fallimento, portando a termine


un lavoro che aveva iniziato e mantenendo la promessa fatta a Dio di restituir-
gli almeno un figlio72. Il messaggio viene affidato alla comare (un terzo, anche
se prossimo), circostanza che assegna alla volontà paterna un valore pubblico e
oggettivo, così che la madre «contra voluntatem filiorum tulit de substantiis,
que sibi contingebant, et dedit magistro, ut doceret puerum»73.
L’importanza della figura materna nella definizione della identità, e in par-
ticolare il suo ruolo decisivo quale principale intermediaria nell’accesso alla
vita religiosa risponde a topoi antichi, che avevano trovato nell’agiografia mo-
nastica del XII secolo importanti sviluppi, basti ricordare il caso citato di Gui-
bert de Nogent e quello di Aleth, la madre di san Bernardo74. La prima sezio-
ne dell’Autobiografia miniaturizza una vera e propria legenda di questa Moni-
ca contadina, completa di un piccolo dossier di cinque miracoli domestici da
lei compiuti a beneficio della famiglia75. È la santità, e non il legame carnale, a
conferirle le chiavi di accesso al sapere onirico e ad assicurarle anche il pieno
controllo sulla vita del figlio. Ma quando sbaglia l’interpretazione di un sogno,
il cui vero significato le viene rivelato dal ragazzo, la madre perde anche ogni
suo potere su di lui. L’episodio segna anche il distacco definitivo di Pietro, la
sua emancipazione e quindi l’ingresso nella vita adulta. È questo il momento
della vera conversione, che innova rispetto allo schema monastico tradiziona-
le, dove prevalgono i simboli di continuità, rispetto a quelli di capovolgimen-
to: la madre di Guibert de Nogent rimane una presenza costante nella vita del
figlio, anche dopo la morte Aleth conserva una vigilante sorveglianza sui pro-
gressi di Bernardo di Chiaravalle e dei fratelli76: la madre di Pietro, invece, esce
bruscamente di scena.

72. Più in generale sulla importante funzione di questa tipologia di racconto, quello dei re-
venants, nella agiografia monastica, si rinvia a J.Cl. Schmitt, Spiriti e fantasmi nella società medioeva-
le, Roma-Bari 1995.
73. Tractatus de vita sua, pp. 69-70.
74. Sull’importanza decisiva della figura materna nell’agiografia monastica dei secoli XII e
XIII rinvio ad A. Bartolomei Romagnoli, Madri sante nella letteratura medievale, in Santa Monica
nell’Urbe dalla Tarda Antichità al Rinascimento. Storia, Agiografia, Arte. Atti del Convegno (Ostia An-
tica-Roma, 29-30 settembre 2010), a cura di M. Chiabò - M. Gargano - R. Ronzani, Roma
2011, pp. 53-111: 87-93.
75. Tractatus de vita sua, pp. 71-2.
76. Nella Vita di san Bernardo scritta da Guillaume de St. Thierry si racconta che la madre
ne conosceva il destino eccezionale anche prima di generarlo, messa sull’avviso da un sogno: ave-
va visto nel suo ventre un cane candido che abbaiava. Nella tipologia del sogno presago della
30 CELESTINO V E LE SUE FONTI

Il taglio è netto: privo ormai di una guida, abbandonato dal compagno, Pie-
tro inizia il suo viaggio. Lascia le terre coltivate, una organizzazione sociale, ma
non entra nemmeno nella Chiesa per spingersi al di là del mondo abitato. Non
è più un contadino, ma un essere nudo e non conciato, che affronta il perio-
do della prova senza nessun aiuto umano: come era accaduto a Francesco d’As-
sisi77, non trova nessuno che sappia dargli delle risposte. All’eroe viene negata
anche la mediazione di un maestro, passaggio obbligato della iniziazione di
tanti solitari, anche di Antonio. Quando va da un eremita che vive nei parag-
gi, Dio lo previene: non deve fidarsi di lui e prenderlo come modello78. A Pie-
tro restano solo i suoi sogni, ausiliari soprannaturali che hanno la funzione di
sostenerlo e confortarlo con la visione di immagini paradisiache, ma possono
anche mettere allo scoperto la sua fragilità, che si manifesta soprattutto nella
lotta al desiderio sessuale79. L’episodio onirico del combattimento furioso con
le donne tentatrici assume il carattere di una esperienza totale, che coinvolge
il corpo e l’anima del sognatore.

madre incinta, motivo ricorrente nell’agiografia del tempo, la semiologia del cane riguarda i san-
ti predicatori. Lo si ritrova anche nella Vita di san Domenico, anche se nel sogno di Giovanna
di Aza l’animale è rosso e porta tra le fauci una torcia accesa. Esso ha la funzione di indicare alla
donna l’indirizzo che deve imprimere alla vita del figlio, in modo che possa investire su una pre-
parazione culturale adeguata ai suoi compiti futuri. Dopo aver nutrito i figli con un latte ecce-
zionale, Aleth, madre cristiana con cuore di monaca, si spense cantando inni e salmi spirituali.
Anche da morta non interruppe per questo la sua materna vigilanza. A Bernardo, che ormai cre-
sciuto sembrava temporaneamente distrarsi dalla missione cui era destinato, «matris sanctae me-
moria importune animo ejus instabat, ita ut saepius sibi occurrentem videre videretur, conque-
rentem et improperantem, quia non ad hujusmodi nugacitatem tam tenere educaverat, non in
hac spe erudierat eum» (Sancti Bernardi abbatis Clarae-Vallensis Vita et res gestae auctore Guillelmo
olim Sancti Theoderici prope Remos abbate, tunc monacho signiacensi, in MGH, Scriptores, XXX/2,
coll. 225-68: 231-2). Aleth continuò ad apparire nelle visioni ai suoi figli, uscendo definitiva-
mente di scena solo quando tutti compirono la propria scelta religiosa.
77. Il rinvio, obbligato, è al Testamento: «Et postquam Dominus dedit mihi de fratribus, nemo
ostendebat mihi quid deberem facere, sed ipse Altissimus reuelauit mihi quod deberem uiuere
secundum formam sancti Euangelii» (La letteratura francescana, I. Francesco e Chiara d’Assisi, a cura
di C. Leonardi, comm. di D. Solvi, Milano, Fondazione Valla, 2004, p. 222).
78. Tractatus de vita sua, p. 74.
79. L’eremita viveva nei pressi di Castel di Sangro e Pietro, rimasto solo, si recò da lui pieno
di fiducia: «Sed antequam accederet ad illum, spiritus domini prohibuit illum, ne ei diceret se-
creta sua. Ivit ergo iste ad heremitam, et antequam intraret cellam illius, deus ostendit isti vitam
eius esse inhonestam, ita quod nichil ei dixit nisi tantum de itinere Rome, pro eo, quod ille di-
cebat se iturum Romam» (Tractatus de vita sua, p. 74).
I. AGIOGRAFIE CELESTINIANE: IL DOSSIER MEDIOEVALE 31

Due sogni più elaborati e complessi si riferiscono a una fase successiva, che
coincide con la permanenza sul monte Morrone, quando Pietro ha ormai ac-
quisito lo status di asceta maturo. Questa diversa condizione viene evidenziata
dall’episodio del grande serpente che all’arrivo del nuovo ospite esce dalla spe-
lonca in cui l’eremita ha scelto di abitare e gli lascia il posto80. La natura si sot-
tomette: Pietro ha superato l’esame e ne ha ottenuto il controllo. In questa fase
la prova non risiede più nel confronto con le forze della natura e le insidie de-
gli uomini, ma riguarda la sua interiorità. Alla vigilia della seconda partenza per
Roma il tormento spirituale prende la forma di una contrapposizione antica
nella storia del monachesimo: perché i padri non vollero avere parte nel gran-
de mistero eucaristico? Anche questa volta è una autorità paterna, il vecchio
abate defunto da cui aveva preso l’abito monastico a risolvere il problema, e gli
ordina di dire messa, anche se in sostanza elude la domanda e lascia il proble-
ma in sospeso.
Più specifica è la questione trattata nell’ultimo sogno, quello delle polluzio-
ni notturne, tema angoscioso nella vita di tanti eremiti, simbolo del contatto
inquietante tra il corpo e l’anima. Qui è addirittura una figura divina, quella di
Cristo, a offrire la soluzione, invitando Pietro a riconciliarsi con il corpo e la
sua irresponsabile ferinità. Relativizzate le difficoltà del corpo, chiarita la pro-
pria incerta posizione ecclesiale, Pietro può diventare padre. Vi sono le condi-
zioni per la ricostituzione di un diverso modello sociale: l’Autobiografia si
chiude su questa immagine di una societas di eremiti santi, un “nuovo mondo”,
assolutamente altro rispetto a quello costituito.
Il Tractatus de vita sua è un libro imperfetto. Il suo carattere composito e
frammentario è l’esito di un lavoro di ricucitura di materiali scritti e orali, la-
certi di memoria, eseguito con scarsa perizia retorica e letteraria, un semi-la-
vorato. Ma è un testo di grande fascino, forse lo scritto che più di qualunque
altro consente di avvicinarsi alla “verità di Pietro”. La sua utilizzazione impo-
ne delle cautele: esso non corrisponde alla realtà storica del personaggio, che
non fu un profeta selvaggio, né dei suoi frati. Già al tempo in cui fu compo-
sto, sul limitare del Duecento, il monachesimo dei morronesi rappresentava or-
mai una struttura solida e ben organizzata, con un robusto radicamento nel ter-
ritorio e una incisiva presenza economica e sociale. L’Autobiografia è il gran-
de sogno di Pietro, la confessione cui affida il sapere della montagna, un docu-
mento probabilmente organizzato, ma autentico, dove l’ethos che sostiene il

80. Tractatus de vita sua, p. 78.


32 CELESTINO V E LE SUE FONTI

racconto è nella riaffermazione della alterità irriducibile tra cristianesimo e


mondo: il perfetto, l’uomo spirituale, non è l’apostolo, al limite nemmeno l’a-
sceta e il penitente, è colui che decide di affidarsi solo a Dio, come unico an-
coraggio possibile.

IL SANTO NELLA STORIA: LA VITA DI TOMMASO DA SULMONA

Il ciclo morronese comprende altri due testi, di differente impianto. Il pri-


mo è il De continua conversatione81. Si tratta di un opuscolo molto breve, non
una biografia, ma un ritratto di Pietro delineato tramite la descrizione di una
giornata-tipo dell’eremita, scandita dalla sveglia notturna per la preghiera, la re-
cita del salterio – «totius psalterii volumina masticaret»82 –, la celebrazione del-
la messa, che si concludeva «non sine multarum letaniarum et collectarum re-
petitione frequenti»83. Probabilmente esso venne redatto per offrire un testo
paradigmatico ai frati che vivevano negli eremi e regolare i momenti di pre-
ghiera comune e meditazione solitaria, di lettura e lavoro manuale. Si appren-
de così che Pietro si dedicava al restauro dei libri e ai lavori di cucito: «libera-
libus aut mechanicis sudabat in artibus, scribens scilicet libros et ligans, vestes
attritas suas et fratrum resarciens et suens»84. Il carattere parenetico e didattico
di uno scritto ad usum fratrum si coglie anche nell’avvertimento che l’ascesi del
santo era di una severità inarrivabile e che Dio stesso lo aveva esortato a tem-
perare i suoi eccessi penitenziali85.
Di ben diverso impegno è il Tractatus de vita et operibus atque obitu ipsius sanc-
ti viri86, che ci introduce in una dimensione diversa rispetto agli scritti prece-
denti. Abbandonato il registro fabuloso dell’Autobiografia e quello normativo

81. De continua conversatione eius et modo vivendi (BHL 6734), ed. P. Herde, De continua conver-
satione, in Die ältesten Viten, pp. 90-100.
82. De continua conversatione, p. 92.
83. Ibidem.
84. De continua conversatione, p. 93.
85. Al termine di un periodo di quaresima, vissuto in solitudine e digiuno assoluti, lo ritro-
varono congelato, quasi morto dentro una fossa. Dopo che i suoi devoti accesero il fuoco l’ere-
mita sentì una voce che diceva: «Frater Petre, noli tam grave onus asello imponere, quia, si peri-
mis, coram deo positurus es de illo rationem» (De continua conversatione, p. 97).
86. Tractatus de vita et operibus atque obitu ipsius sancti viri (BHL 6735), ed. P. Herde, in Die äl-
testen Viten, pp. 103-222.
I. AGIOGRAFIE CELESTINIANE: IL DOSSIER MEDIOEVALE 33

del De conversatione, in quest’opera l’autore tentava un primo compiuto bilan-


cio della vita e delle opere del santo, come abate e papa, fissando alcune coor-
dinate fondamentali anche per la storiografia successiva. Più che legenda in sen-
so stretto, il Tractatus de vita et operibus si qualifica infatti come una “biografia
agiografica”, ricca di informazioni, anche di prima mano, che ne fanno un do-
cumento di grande valore e interesse anche sul piano storico. Si tratta, ad esem-
pio, dell’unica testimonianza di cui disponiamo per far luce sulle vicende suc-
cessive alla rinunzia al pontificato, ché sul periodo finale della vita di Celesti-
no calò immediatamente il silenzio imbarazzato di molte fonti coeve.
Il Tractatus, comunemente noto come Vita C, fu edito per la prima volta nel
1897 negli «Analecta Bollandiana»87, dopo che nella rivista erano già apparse
due stesure diverse della stessa opera, classificate rispettivamente come Vita A88
e Vita B89. Il testo era preceduto da un importante introduzione, non firmata,
ma riconducibile a François van Ortroy. In questo saggio il dotto bollandista
attribuiva il De conversatione a Bartolomeo da Trasacco e il Tractatus de vita et
operibus al monaco morronese Tommaso da Sulmona e ne fissava la data di
composizione tra il 1303 e il 130690, nel triennio compreso tra la morte di Bo-
nifacio VIII e l’apertura della inquisitio in partibus. Sull’attribuzione delle due
opere ai compagni del santo vi è ormai un generale consenso nella critica91,

87. Vita C: [van Ortroy], S. Pierre Célestin et ses premiers biographes, pp. 393-458. L’edizione si
basava su due codici: A.A. Arm. I-XVIII, 3327 dell’Archivio Segreto Vaticano; cod. 93 della Bi-
blioteca Alessandrina di Roma. Il primo codice proveniva da Anagni ed era stato redatto da Mar-
zio Mansueto nel 1373. Il secondo era una trascrizione esemplata nel 1597 dall’abate benedetti-
no Costantino Caetani su un perduto codice di Collemaggio: «Haec excerpsi ex manuscripto
codice S. Mariae de Colle Madio Patrum Coelestinorum anno 1597, 3, 4, 5 Iunii». Tale edizio-
ne tuttavia non teneva conto del codice VII B 12 del fondo Brancacciano della Biblioteca Na-
zionale di Napoli, una trascrizione che Francesco Penia, auditore di Rota, aveva effettuato nel
1600 «ex vetustiore libro manuscripto, qui servatur Romae in monasterio S. Eusebii Ordinis Co-
elestinorum».
88. Vita A: Vita et miracula sancti Petri Caelestini auctore coevo ex. cod. Paris. lat. 5375, in «Analec-
ta Bollandiana», 9 (1890), pp. 147-200. Trascrizione del codice trecentesco n. 5375 della Biblio-
teca Nazionale di Parigi, che presenta un testo molto ridotto e rimaneggiato rispetto agli altri
manoscritti.
89. Vita B: Vita et miracula sancti Petri Celestini ex cod. Paris. lat. 17651, in «Analecta Bollandia-
na», 10 (1891), pp. 385-92. Trascrizione del codice quattrocentesco n. 17651 della Biblioteca Na-
zionale di Parigi, limitata ai primi tre capitoli e ai diciassette miracoli non riportati nel primo
manoscritto.
90. [Van Ortroy], S. Pierre Célestin et ses premiers biographes, pp. 378-81.
91. L’attribuzione a Bartolomeo di Trasacco del De continua conversatione si fondava sulla sua
34 CELESTINO V E LE SUE FONTI

mentre Eugenio Susi ha proposto di posticipare la redazione del Tractatus de vita


agli anni successivi all’inchiesta informativa, da cui sembra dipendere nella se-
zione relativa ai miracoli92. Non si può tuttavia parlare in questo caso di una
piena coincidenza tra agiografia e processo, perché il Tractatus segue un sentie-
ro autonomo e non si sottrae dall’affrontare lo spinoso capitolo del pontifica-
to, argomento che nel corso dell’inchiesta rimase invece sotto traccia.
Tuttavia la stesura dell’opera è da collegarsi alla esigenza di fornire un pro-
filo ufficiale del santo anche in vista della canonizzazione, traguardo su cui,
come è facile immaginare, dovevano concentrarsi in quegli anni le aspettative
dell’ordine morronese. L’Autobiografia non era certamente adatta a questo
scopo: era un testo incompleto, che presentava inoltre dei problemi non lievi
da un punto di vista strettamente ortodosso. La sua utilizzazione postulava una
circolazione interna alla famiglia monastica. Serviva dunque un nuovo testo
che rifacesse il ritratto del Padre, disegnasse l’Immagine fondatrice: il Tractatus
era la versione riveduta e corretta, in cui l’Ordine dava pubblicamente conto
delle proprie origini. Esso quindi deve essere letto e compreso anche alla luce
della situazione particolare dell’Istituto, che viveva un momento delicatissimo:
la congregazione monastica aveva conosciuto una espansione rapida e impe-

aderenza pressoché letterale alla deposizione rilasciata dal compagno del santo, perduta nel co-
dice di Sulmona, ma ripresa in sintesi nel sommario dell’inchiesta (PC Pietro del Morrone, pp. 332-
4). Il testo è fedele non solo ai contenuti, ma anche all’ordine in cui vengono esposti.
92. Cfr. E. Susi, La Vita C: nuovi problemi, in Celestino V tra monachesimo e santità. Le fonti. Atti
del Convegno (L’Aquila, 9 ottobre 1993), a cura di W. Capezzali, L’Aquila 1994 (Atti dei Con-
vegni celestiniani, 8), pp. 139-63. In questo saggio il Susi escludeva che i cinque manoscritti te-
stimoniassero diverse fasi redazionali, in quanto la loro collazione evidenziava «con sufficiente
chiarezza una sostanziale omogeneità fra quattro esemplari, i quali pur evidenziando una tras-
missione del testo non certo lineare [...] sembrano comunque derivare da un medesimo arche-
tipo» (ibid., p. 143). Soltanto il codice parigino della Vita A ha trasmesso «una vera e propria ri-
elaborazione successiva alla stesura originaria, mentre gli altri codici, nonostante provengano da
località differenti, sembrano testimoniare la circolazione del medesimo testo» (p. 144). Questo
codice, oltre a riportare una versione ridotta, presentava anche un prologo assente negli altri
manoscritti. Sempre secondo Susi, tale Prologus de miraculis era una interpolazione posteriore,
successiva al processo di canonizzazione, probabilmente inserito per colmare la lacuna lamenta-
ta dal cardinale Petroni nel corso del concistoro segreto della mancanza di una indagine preli-
minare. Vi si fa infatti riferimento a una inchiesta ordinata da Tommaso da Ocre, cardinale crea-
to da Celestino nel 1294, che morì nel 1300. Tommaso aveva infatti chiesto un resoconto dei
miracoli compiuti dal santo eremita. Cfr. Id., Il Prologus de miraculis della Vita et miracula sanc-
ti Petri Caelestini del codice 5375 della Bibliothèque Nationale de Paris, in Temi e immagini del Medio
Evo. Alla memoria di Raoul Manselli da un gruppo di allievi, a cura di E. Pásztor, Roma 1996, pp.
151-66.
I. AGIOGRAFIE CELESTINIANE: IL DOSSIER MEDIOEVALE 35

tuosa, ma era ancora giovane e culturalmente fragile. Sbalzata all’improvviso


dalle periferie al centro della grande rappresentazione ecclesiale, si trovava
esposta al rischio di rimanere travolta nella rete di giochi e interessi politici
contrapposti che l’affaire Celestino aveva innescato. L’agiografo aveva quindi un
compito difficile: si sforzò di mantenere una posizione di equidistanza, cercan-
do – come poteva – di essere il più possibile veritiero e obiettivo e di smorza-
re i toni. Non vi riuscì però completamente, tanto che si ritenne opportuno
predisporre una versione ridotta del testo originale, la cosiddetta Vita A, depu-
rata di qualsiasi allusione polemica nei confronti di Bonifacio VIII e del Col-
legio cardinalizio93. In un contesto politico-ecclesiale molto teso e frammen-
tato, l’ordine morronese, chiuso nella strenua difesa del fondatore, mantenne un
profilo basso e adottò la linea della prudenza per non danneggiarne l’immagi-
ne e non compromettere l’esito del processo.
Su Tommaso da Sulmona si hanno poche notizie. Non era un frate della pri-
ma generazione, perché era entrato in religione nel 1273, due anni prima del
riconoscimento istituzionale della “famiglia” al concilio di Lione94. Monaco al
S. Spirito, di cui era diventato superiore nel 1299, in seguito si sarebbe trasfe-
rito nel monastero di Caramanico, dove ricoprì la funzione di priore dall’ot-
tobre del 1329 al dicembre del 1341. Fra Tommaso non era un uomo di cultu-
ra, e tanto meno uno scrittore di professione. Ma era stato molto vicino al san-
to e dal suo racconto traspare una conoscenza diretta dei fatti, riferiti da qual-
cuno che li aveva vissuti e vi aveva preso parte, forse non solo come semplice
testimone e spettatore. Poteva riferire anche gli ipsissima logia di Pietro, che in-
castona abilmente nella narrazione, quando registra i drammatici colloqui so-
stenuti con Bonifacio VIII.
93. Come notava il Susi, nel codice 5375 che contiene la Vita A vengono eliminati tutti i pas-
si che hanno riferimenti polemici nei confronti di Bonifacio, come il fatto che il cardinale si ral-
legrò («gavisus est nimium») della decisione di Celestino di abdicare e che lo aiutò a redigere
l’atto della rinuncia. Si omettono anche le stoccate nei confronti dei cardinali: nella versione in-
tegrale si dice che i porporati piansero e gridarono, benché «plures illorum essent magis dolen-
tes quam gaudentes» (Susi, Il Prologus de miraculis, p. 158).
94. Tommaso da Sulmona partecipò al processo di canonizzazione in qualità di testimone,
dove si apprende che aveva deciso di abbandonare il mondo all’età di quindici anni per «assu-
mere habitum sui Ordinis et cum eo morari» (PC Pietro del Morrone, p. 328). Qualche notizia si
può attingere dal fondo documentario dell’archivio di Montecassino, per cui cfr. T. Leccisotti,
Abbazia di Montecassino. I regesti dell’Archivio. III. Fondo di S. Spirito del Morrone, I, Roma 1966: n.
252 (Roccamanico, 10 agosto 1298: monaco di S. Spirito del Morrone); n. 350 (Sora, 27 gennaio
1316: riceve una donazione in qualità di procuratore dell’Ordine); nn. 437, 484, 489, 495-498, 519
(atti da cui risulta priore del S. Spirito dall’ottobre 1329 al dicembre 1341).
36 CELESTINO V E LE SUE FONTI

Non era in questione la santità personale di Pietro, universalmente e pacifi-


camente riconosciuta, compito dell’agiografo era quello di difenderne l’ope-
rato e di spiegare il senso delle scelte da lui compiute. Il problema con cui
Tommaso si confrontava era la storia, ed è questa la chiave di lettura della sua
opera, che non risponde ai criteri di una legenda tradizionale. L’attenzione in-
fatti si concentra sulle imprese umane del santo, e uno spazio minore è lascia-
to alla dimensione mistica e spirituale della sua esperienza. La Vita sembra più
opera di un cronista che di un agiografo, perché il contesto storico non è sfon-
do della narrazione, ma la struttura, ne è l’imprescindibile tessuto connettivo.
La scarsa cultura teologica e letteraria dello scrittore trova compensazione nel-
la concretezza e precisione con cui vengono presentati, in un ordine rigorosa-
mente cronologico, eventi, luoghi e persone. Tommaso fa parlare i fatti, che si
susseguono con un ritmo asciutto e incalzante, ma il registro agiografico inte-
ragisce nella narrazione, continuamente scandita dai miracoli, che di volta in
volta intervengono a dare sanzione soprannaturale della correttezza dell’ope-
rato del santo. La strategia difensiva adottata da Tommaso è quella di appellar-
si al giudizio divino, dimostrando che Dio non ha mai abbandonato Celesti-
no, e dall’alto lo ha benedetto in ogni scelta da lui compiuta. Questi miracoli-
ordalia fanno da contrappunto al racconto, ne costituiscono il filo conduttore,
in un dosaggio sapiente e calibratissimo di storia e metastoria. In questo sen-
so, la cosiddetta Vita C si qualifica certamente come un’opera agiografica.
Il Tractatus ha uno schema lineare, scomponibile in tre blocchi narrativi so-
stanzialmente autonomi. La prima parte si sofferma sulla figura di Pietro nel
ruolo di fondatore e abate e sulle origini dell’Ordine (§§ 1-21), la seconda trat-
ta di papa Celestino V dalla elezione alla morte (§§ 22-40). Il capitolo della La-
mentatio (§ 41) funge da cerniera al liber miraculorum, suddiviso a sua volta in tre
sezioni: miracoli compiuti in vita (§§ 42-89), durante il viaggio da Napoli a
Roma dopo la rinunzia al pontificato (§§ 90-108), post mortem (§§ 109-129).
Il racconto non è strutturato in modo da dare il senso della progressiva co-
struzione della personalità di Pietro. Nel prologo, un sommario rinvio all’Au-
tobiografia – di cui viene anche qui ribadita la paternità95 –, esonera l’autore
dalla trattazione dell’infanzia e della formazione del santo, ma anche degli ini-
zi della congregazione, i tempi eroici dei «loca pauperrima et heremitoria»
dove i primi frati vivevano in «nimia paupertate et egestate»96. La santità di Pie-

95. Tractatus, Prologus, p. 103.


96. Tractatus, 3, p. 105.
I. AGIOGRAFIE CELESTINIANE: IL DOSSIER MEDIOEVALE 37

tro fu data ab origine, da sempre fu l’eletto di Dio, non per doti particolari, ma
perché era puro, retto, innocente, e l’Onnipotente si serve di coloro che sono
stolti agli occhi del mondo per confondere la superbia dei forti. Benché il suo
desiderio fosse quello di vivere in solitudine e «congregationem fratrum non
facere», fu scelto per piantare una «novam vineam», e custodire il suo gregge
«magisterio et exemplo»97. Diversi – sottolinea infatti l’agiografo –, sono i pen-
sieri di Dio da quelli degli uomini.
Il primo tema della Vita è dunque l’ordine dello Spirito Santo, la preoccu-
pazione di Pietro, pater et custos di monaci, nei confronti della sua famiglia re-
ligiosa e la determinazione con cui ne aveva perseguito il riconoscimento da
parte di Gregorio X. Quando, nel 1275, si presentò il rischio concreto della
soppressione, con due frati, Giovanni di Atri e Placido de Morreis, affrontò la
pericolosa avventura di un viaggio a piedi fino a Lione (§ 4). L’esito dell’im-
presa era assai incerto, ma Pietro trovò ascolto nel papa, vinse la sfida e tornò
a casa indenne (§ 5). Vicino a una foresta nei pressi di Altopascio, i monaci era-
no stati sorpresi dai briganti e miracolosamente salvati da tre serpenti e un ca-
valiere misterioso su un bianco destriero: l’episodio è una delle rare aperture
leggendarie di Tommaso, che, temperamento pragmatico, non fa molte con-
cessioni al meraviglioso (§ 6). Il privilegio papale era un salvacondotto impor-
tante, che metteva al riparo la famiglia dalle vessazioni degli ordinari diocesa-
ni, i quali nel frattempo avevano già messo le mani sui beni dei monaci (§ 7).
Al ritorno Pietro poté convocare il primo capitolo generale e dedicarsi alla
organizzazione dell’istituto, definendone il percorso di regolarizzazione in sen-
so cenobitico. Il modello era quello benedettino98, ma declinato con una mag-
giore austerità (§ 8). Da quel momento anche le fondazioni si moltiplicarono:
«Et extunc et deinceps cepit vir iste sanctus multa monasteria et loca capere
aliqua, que fuerant monachorum nigrorum, et aliqua de novo construere»99.

97. Tractatus, 2, p. 104.


98. Tractatus, 8, p. 113: «deliberavit monasteria proprium habentia capere, ut fratres possent vi-
vere de labore manuum suarum, sicut regula beati Benedicti precipit». Anche sotto questo pro-
filo, Pietro appare pienamente comprensibile nella tradizione monastica, né pare corretto so-
pravvalutare gli aspetti “francescani” della sua spiritualità, come opportunamente sottolineato an-
che da F. Accrocca, “Querebat semper solitudinem”. Da eremita a pontefice. Rassegna di studi celesti-
niani, in «Archivum historiae pontificiae», 35 (1997), pp. 257-87 [ristampato in Id., Un ribelle tran-
quillo. Angelo Clareno e gli Spirituali francescani fra Due e Trecento, Santa Maria degli Angeli-Assisi,
Porziuncola, 2009, pp. 141-87: 170].
99. Tractatus, 8, p. 113.
38 CELESTINO V E LE SUE FONTI

Riedificò il monastero di S. Maria di Faifoli, dove aveva emesso la propria pro-


fessione religiosa, ma che era ormai «destructum et dirutum»100, ricostruì, in
Puglia, quello di S. Giovanni in Piano: «in brevi tempore monasterium restau-
ravit et illud totum de novo construxit et ecclesias et possessiones, quas longo
tempore iam perdiderat, recuperavit, et deinceps in omnibus bonis per divinam
gratiam floruit»101. Non mancarono le tribolazioni, né le persecuzioni da par-
te di qualche signorotto locale, avido di impadronirsi dei beni dei monaci, ma
anche preoccupato del ruolo di protezione e di tutela dei diritti delle popola-
zioni svolto dai cenobi (§§ 10-11). Assorbito nei compiti di governo e ammi-
nistrazione dell’ordine, Pietro non era meno presente e attento ai problemi
della gente. Conosceva tutti, di tutti sapeva necessità e bisogni: «Habebat enim
multam compassionem pauperibus, ita quod in illa provincia, ubi degebat, non
erat castrum nec casale neque villa aliqua, quod ipse non agnosceret, quot pau-
peres in ipsis essent»102. Tutti nutriva, sostentava, amava dell’amore di una ma-
dre. Ma, non appena gli era possibile, quando vedeva che i monaci erano for-
mati e preparati al servizio di Dio il vir sanctus si spogliava della carica abbazia-
le e con pochi frati tornava alla vita solitaria, all’eremo di S. Bartolomeo di
Leggio (§ 15), di Orfente (§ 16), di Segezano sul Morrone (§ 17). E tuttavia,
come era accaduto ai padri antichi, per quanto lo cercasse, non riusciva mai a
trovare il luogo della vera solitudine. La valle di Orfente, così difficile e aspra
che faceva paura ai suoi stessi compagni, era piena di gente – «pene totus mons
ille plenus esse hominum videbatur»103 – e quando si riavvicinò a Sulmona,
«nulla via, nulla strata, nulla semita erat, que plena non esset»104: tutti lo cerca-
vano, pensando che per il solo fatto di vederlo si sarebbero potuti salvare e sa-
rebbero stati inondati dalla grazia divina105.
La Vita di Tommaso riconsegna, di Pietro, una immagine profondamente di-
versa da quella trasmessa dall’autobiografia, non più quella di un eroe rinchiu-
so in un silenzio innominabile, viandante perduto su sentieri al di fuori del
tempo e della storia, bensì quella di un pater, custos et pastor di corpi e di ani-
me. Ma, nel ritratto di Tommaso, Pietro del Morrone era anche il “nuovo Be-

100. Tractatus, 9, p. 114.


101. Tractatus, 11, p. 117.
102. Tractatus, 12, p. 117.
103. Tractatus, 16, p. 127.
104. Tractatus, 18, p. 129.
105. Sul desiderio del popolo di “vedere” il santo, cfr. J. Paul, Célestin V dans la dévotion popu-
laire, in Celestino V papa angelico, pp. 203-32.
I. AGIOGRAFIE CELESTINIANE: IL DOSSIER MEDIOEVALE 39

nedetto”, l’uomo inviato da Dio per riformare e restaurare il monachesimo


nero in crisi profondissima: «Et hoc totum factum est per dispensationem di-
vinam, qui in futurum previdebat beati Benedicti regulam per istos novellos
servulos relevare, que a pluribus monachis iam conculcata fuerat et ad terram
prostratam»106.
Tra le critiche che erano state mosse a Celestino V vi era quella di favo-
ritismo nei confronti della propria congregazione, di aver largheggiato in
dispense e privilegi. Ma ancora più gravi erano state le accuse a suo carico di
pressioni e interferenze indebite nei confronti di altre famiglie religiose. In par-
ticolare aveva fatto scandalo la destituzione dell’abate di Montecassino e l’in-
corporazione della veneranda abbazia al suo ordine. L’imposizione del saio gri-
gio dei morronesi aveva provocato anche uno scisma interno, poi rientrato
quando Bonifacio VIII annullò il provvedimento del predecessore e reintegrò
le consuetudini cassinesi. La questione dunque era ormai chiusa, non senza la-
sciare un seguito di polemiche e risentimenti, di cui la memoria doveva esse-
re ancora ben viva. Tommaso non entra nel merito di queste vicende, ma esse
fanno da sfondo alla sua appassionata difesa dell’ordine. A tutti i critici e i de-
trattori egli opponeva la vita santa dei monaci grigi, l’umiltà e la pazienza nel
sopportare le tribolazioni e le persecuzioni, la scelta di lavoro e di povertà: era-
no questi i valori che Pietro aveva loro insegnato con le parole e con l’esem-
pio. Il santo aveva dunque assunto la verace rappresentanza di Benedetto, ne
aveva accolto l’eredità: ripristinando l’osservanza integrale della regola e ripor-
tando il monachesimo alla sua identità originaria aveva risollevato il prestigio
di una istituzione ormai languente. Nell’ottica dell’agiografo, era stata questa la
missione storica di Pietro e nel disegno della Provvidenza l’ordine morronese
segnava un momento di rinascita per tutto il cenobitismo.
Ma vi è un ulteriore elemento da considerare. In Tommaso vengono sotto-
lineati gli aspetti attivi di una santità militante, fortemente segnata dall’impe-
gno riformatore, ma l’attenzione di Pietro non è rivolta esclusivamente al
mondo monastico. L’agiografo interrompe il ritmo serrato, quasi diaristico del-
la narrazione, per inserire due discorsi dottrinali (§§ 14 e 21). Il loro contenu-
to non è particolarmente originale, quanto piuttosto espressione di una sag-
gezza molto semplice e concreta, dove la sostanza dell’insegnamento è nel ri-
chiamo a riflettere sulla caducità delle cose terrene e il distacco dai beni ma-
teriali. Ma il programma di vita spirituale è rivolto non solo ai frati, ma anche

106. Tractatus, 5, p. 108.


40 CELESTINO V E LE SUE FONTI

ai laici, che avevano una parte non meno importante nella sua intensa attività
di predicazione e di apostolato. Egli era infatti mosso da un grande desiderio
di «salvare animas hominum»107.
Nel caratterizzare il monachesimo morronese, Tommaso non rappresenta il
cenobio come un mondo chiuso in se stesso, un microcosmo autosufficiente,
ma come una istituzione che stabilisce un rapporto organico con la società cir-
costante e vive di questo scambio reciproco. La povertà, che il padre racco-
manda continuamente ai monaci, non ha un significato ascetico, è l’offerta che
assicura la circolazione simbolica, ristabilisce l’equilibrio e consente la redistri-
buzione dei beni materiali e spirituali. Nel ritratto di Tommaso da Sulmona,
Pietro corrisponde quindi più al modello agiografico del Benedetto di Gre-
gorio Magno che a quello della Regola108. Per questo, nonostante la compo-
nente eremitica sia fortemente sottolineata nella Vita, e si parli del richiamo
abissale della solitudine, della continua nostalgia del deserto, il ritiro non è mai
definitivo, perché il santo viene infine vinto dal sentimento della compassio, dal
desiderio di convertire le anime. L’immagine consegnata dal Tractatus è dun-
que profondamente diversa da quella della Autobiografia. Nello schema agio-
grafico di Tommaso tutta la vita di Pietro monaco ed eremita è attraversata da
continue partenze e ritorni, dalla costante dialettica presenza-assenza, segnata
da quella tensione irrisolta in cui si è vista una dimensione costitutiva della
esperienza occidentale, da sempre divisa tra il celeste desiderium e la mundi curam,
tra la quies monasterii e il pondus curae pastoralis. Una ambivalenza che il mona-

107. Tractatus, 21, p. 132. Grande era il potere della sua parola: «Hec et alia multa ipso cum illo
ad invicem conferentibus gaudebant nimium de tam dulcibus verbis et sanctis, que de ore illius
emanare conspiciebant. Post dulcia vite colloquia cibum corporeum eisdem ministrare faciebat,
ut mente et corpore recreati ad sua loca cum gaudio reverterentur» (ibid., p. 121).
108. Cfr. Leonardi, Dall’eremo al cenobio, p. 806: «Ma il Benedetto dei Dialogi non coincide
con il Benedetto della Regula, soprattutto perché la scelta monastica, la conversio del cristiano che
desidera la perfezione, e la vita che egli poi conduce, la conversatio, si carica in Gregorio della
componente agostiniana assente nella Regula, quella missionaria, volta alla conversione della sto-
ria. L’immagine di Benedetto non è più solo quella di un cenobita che nel monastero si chiude
in una dura ascesi nell’attesa di poter contemplare il suo Dio, di un cristiano che per essere per-
fetto tutto si applica al solo amore di Dio. Nel Benedetto di Gregorio, sia pure rispettando il ri-
tiro dal mondo e la rinuncia al mondo che il cenobio comporta, sono presenti altre realtà sto-
riche e altri disegni spirituali». Quindi, dopo Gregorio, tutto il monachesimo occidentale oscil-
lerà sempre «tra un polo e l’altro, tra il morire al mondo nella piena umiltà e nell’assoluta ob-
bedienza, e il convertire e occupare il mondo usando la carità di Dio e insieme la carità verso
il prossimo» (ibid., pp. 808-9).
I. AGIOGRAFIE CELESTINIANE: IL DOSSIER MEDIOEVALE 41

chesimo conosce e che quindi riesce a tenere insieme e in qualche modo an-
che a metabolizzare, ma che in Pietro esploderà drammaticamente con l’ele-
zione papale.
Con l’assunzione al pontificato, inizia la seconda parte della Vita, che ha uno
svolgimento cronachistico molto rapido e sostenuto. Vi è un evidente sforzo,
da parte di Tommaso, di fornire una ricostruzione degli eventi distaccata e og-
gettiva e di limitare al massimo le valutazioni personali. In compenso, si assiste
a un ricorso sistematico al registro miracoloso, perché, nei momenti di crisi e
di incertezza, Dio interviene puntualmente a ratificare ogni decisione presa da
Celestino V. L’elezione stessa d’altra parte era avvenuta in circostanze sopran-
naturali (§ 22). Dopo tre anni in cui la santa Chiesa era rimasta «viduata pa-
store»109 e i cardinali non riuscivano in alcun modo a trovare un accordo, fu
Dio stesso a decidere, trasformando il Conclave nella comunità degli apostoli
nel giorno della Pentecoste. La notizia lasciò Pietro atterrito: «Ego non sum
sufficiens ad me salvandum, quomodo totum mundum?»110. Trascorse un gior-
no e una notte in un grande lamento, pensò anche di fuggire di nascosto, ma
poi si consultò con i suoi frati, che lo dissuasero: il suo rifiuto sarebbe stato un
gesto di ribellione alla volontà di Dio e avrebbe introdotto nella Chiesa una
«magnam heresim»111. Così Pietro si recò all’Aquila per farsi incoronare, ma lo
fece a modo suo, in groppa a un asinello, rifiutando cavalli e palafreni, e tutte
le insegne del potere e della dignità papale (§ 23). Era un inizio che “spezza-
va”, un gesto di grande valore simbolico, ma anche politico. Il messaggio non
sfuggì ai cardinali, che si sentirono chiamati in causa e lo invitarono a non re-
care «iniuriam» alla Chiesa di Dio. Si sbagliavano, e l’Onnipotente li smentì, di-
chiarando immediatamente da quale parte stava: un bambino zoppo issato sul-
l’animale recuperò l’uso delle gambe. Per Tommaso l’immagine dell’asinello
miracoloso era sufficiente a fornire la cifra di un pontificato, su cui peraltro
non si sofferma. Parla soltanto della concessione della Perdonanza di Colle-
maggio (§ 25) e della creazione dei dodici cardinali (§ 26), scelti «de meliori-
bus clericis, quos habere potuit». Aggiunge inoltre che essa era necessaria, per-
ché la chiesa «non bene disposita erat per cardinales»112.

109. Tractatus, 22, p. 134.


110. Tractatus, 22, p. 136.
111. Tractatus, 22, pp. 135-6: «Quare, pater sancte, hoc dicis? Quare non consideras, quod, si
hoc facis, magnam heresim in mundo adducis? Hec vero electio non a te, sed a deo facta est, et
si hanc renuis, dei voluntati contradicis».
112. Tractatus, 26, p. 141.
42 CELESTINO V E LE SUE FONTI

Nell’economia del racconto, i sei mesi di papa Celestino V rappresentano


solo una breve parentesi, cui l’agiografo non presta una grande attenzione,
mentre appare molto più interessato a descrivere le circostanze della rinunzia
e le travagliate vicende che la seguirono. Nel capitolo finale la narrazione di-
venta molto precisa e dettagliata. Al suo arrivo a Napoli, Pietro cominciò su-
bito a pensare all’abdicazione, desiderando tornare alla sua solitudine. Fu que-
sta la sola richiesta che Pietro il 24 dicembre rivolse a Bonifacio VIII, non ap-
pena eletto, ma questi gliela negò, ordinandogli di rientrare a Roma con lui.
Dopo la partenza da Napoli, agli inizi di gennaio, il corteo papale fece sosta
presso l’abbazia di Montecassino e trovò alloggio nell’ospizio di S. Germano
(§ 31). Lì non fu difficile a Pietro sottrarsi al controllo dei suoi amici e chiese
a un vecchio prete che gli era devoto un giumento con cui partì solo, notte-
tempo, per le sue montagne. Per il vecchio ottuagenario, l’unica cosa che or-
mai contava era portare a termine la propria vita così come l’aveva comincia-
ta. Solo per questo decise di fuggire: «Ego ante renuntiationem disposui, de-
crevi et protestatus sum quod pro nulla alia causa ergo renuntio, nisi ut Deo
meo pacifice serviam, sicut hactenus iam servivi, vere propter hanc causam
credo non posse peccare. Revertar ad illam. Faciat ipse Deus de me velle
suum»113. Fece così ritorno al suo eremo di S. Onofrio, accolto dalle manife-
stazioni di giubilo dei Sulmonesi, felici di sapere che il loro padre era tornato.
Si fece fare delle vesti ancora più povere di quelle che era solito portare e con-
fidava di essere dimenticato. Si sbagliava, perché venne raggiunto da due mes-
si pontifici, il camerlengo Teodorico di Orvieto e l’abate di Montecassino Pie-
tro Angelerio (§ 32). Fu così persuasivo che lo lasciarono in pace, ma sulla via
del ritorno il camerlengo fu raggiunto da missive di Bonifacio VIII con l’or-
dine di ricondurre Pietro da lui, volente o nolente. Teodorico tornò così sui
suoi passi, ma Pietro, messo nel frattempo sull’avviso, era riuscito a far perdere
le sue tracce (§ 33). Era andato a nascondersi in qualche impenetrabile anfrat-
to del Morrone, dove trascorse i mesi del freddo inverno abruzzese. Quindi
cercò un rifugio più sicuro nella selva garganica, tra le colonie degli eremiti,
ma presto si rese conto che anche qui la sua presenza non passava inosservata
(§ 34). Sapendosi braccato, decise di andare lontano e con l’aiuto dei monaci
di S. Giovanni in Piano tentò di prendere la via del mare, ma inutilmente, per-
ché dopo un solo giorno di navigazione una tempesta impedì all’imbarcazio-
ne di proseguire (§ 35). Fu allora che il fuggiasco si arrese, perché interpretò il

113. Tractatus, 30, p. 148.


I. AGIOGRAFIE CELESTINIANE: IL DOSSIER MEDIOEVALE 43

naufragio come un messaggio di Dio. Catturato a Vieste da alcuni funzionari


del re angioino, venne riconsegnato a Bonifacio VIII (§ 36). Il viaggio dell’ex
papa era stato un trionfo. Tommaso dichiara che gli era stato difficile tenere la
cronaca di quei giorni, perché il corteo aveva marciato a tappe forzate, utiliz-
zando le ore della notte nel timore di rivolte popolari. Nonostante le cautele,
si era assistito, ancora una volta, a straordinarie manifestazioni di devozione, ba-
gni di folla e al moltiplicarsi dei miracoli: una ragione in più per aumentare le
preoccupazioni di Bonifacio VIII. All’arrivo ad Anagni vi fu un secondo,
drammatico colloquio, durante il quale Pietro rinnovò la sua richiesta di po-
tersi ritirare in solitudine, assicurando la sua obbedienza e promettendo di rin-
chiudersi in un assoluto silenzio (§ 37): «Absit hoc a me, ut talem dissensionem
in ecclesia dei faciam, quia non resignavi ad resumendum, sed illam, quam tunc
habui, modo habeo voluntatem»114 . Papa Caetani si consultò con il Sacro Col-
legio sulla sorte da riservare al prigioniero, ma anche questa volta i cardinali
erano divisi. Fu sua quindi la decisione di rinchiuderlo in «arcta custodia» nel-
la rocca di Fumone, dove Pietro trovò la sua pace e morì serenamente nel mag-
gio dell’anno successivo, circondato dai suoi frati che non lo avevano abban-
donato115.
Tommaso da Sulmona era un uomo di parte, ma la sua ricostruzione appa-
re credibile. Riconosce infatti con onestà i limiti di Celestino e non fa miste-
ro della sua debolezza eccessiva – subito dopo l’elezione «cardinales, prelati, ar-
chiepiscopi, episcopi, reges, comites, barones et omnes magnates ceperunt be-
neficia petere, ecclesias querere, prebendas sibi largiri. Iste vero, ut erat simplex
et rectus, larga manu eis largiebatur»116 –, né della sua cedevolezza nei confronti
del sovrano angioino, che decise il trasferimento della curia a Napoli. Fu allo-
ra che la situazione dovette precipitare. Condizionato dal re, isolato dai cardi-
nali, che non lo amavano – «post hec alia machinari ceperunt»117 –, Celestino
riprese l’iniziativa. Secondo la versione di Tommaso da Sulmona la rinuncia fu
una decisione autonoma, maturata nella solitudine orante della cella e in un
confronto con la propria coscienza. Questa volta non si consultò nemmeno
con i suoi frati, che tenne all’oscuro delle sue intenzioni sino alla fine, né si la-
sciò commuovere dalle manifestazioni popolari, che gli chiedevano di restare.

114. Tractatus, 37, p. 158. E qui l’agiografo sottolinea di essere stato presente al drammatico
colloquio: «Nam ego hoc verbum ex eius ore audivi prolatum» (ibid., p. 159).
115. Tractatus, 40, p. 166
116. Tractatus, 24, pp. 37-38.
117. Tractatus, 27, p. 142.
44 CELESTINO V E LE SUE FONTI

L’agiografo circoscrive l’intervento del cardinal Caetani a un consilium giuridi-


co, peraltro sollecitato da Celestino stesso che lo aveva interpellato per sapere
se nel diritto canonico era prevista la possibilità dell’abdicazione: «Ad hoc suos
cogitatus convocavit unum sagacissimum atque probatissimum cardinalem
tunc temporis dominum Benedictum, qui, ut hoc audivit, gavisus est nimium
et respondit ei dicens, quod posset ei libere»118. Da lui poi «fecit se doceri et
scribi totam renuntiationem, qualiter et quomodo facere deberet»119.
Per Tommaso da Sulmona, non vi erano dubbi sulla validità della rinuncia,
mentre il ruolo del Caetani veniva ridimensionato a quello di semplice esecu-
tore di una decisione che Celestino V aveva compiuto in perfetta autonomia.
Ma era stata gratuita la decisione di non lasciarlo andare, l’ostinazione perse-
cutoria con cui aveva preteso di assumerne il controllo. Non lo aveva mate-
rialmente assassinato, ma agli occhi di Tommaso bastavano quei mesi della cac-
cia estenuante e della prigionia: Bonifacio VIII aveva trasformato Pietro del
Morrone in martire. Nella lunga storia del martirio cristiano120, la Vita di Tom-
maso da Sulmona segnava quindi una nuova e diversa tappa, perché la testi-
monianza della fede davanti al potere investiva per la prima volta il papato, che
il venir meno della coscienza escatologica viva nella ideologia gregoriana ave-
va trasformato in tirannide.

IL SOGNO DEL CARDINALE: IACOPO STEFANESCHI E L’«OPUS METRICUM»

Il 28 gennaio 1319, da Avignone, il cardinale Iacopo Caetani Stefaneschi


scriveva una lettera ai religiosi viri del S. Spirito di Sulmona con la quale ac-
compagnava l’invio del manoscritto dell’Opus metricum, il poema in versi e
prosa dedicato a Celestino V121. L’Epistola dedicatoria consente di datare con
precisione il compimento della stesura definitiva dell’opera, ma offre ulteriori
elementi di interesse.

118. Tractatus, 28, p. 143.


119. Tractatus, 28, p. 145.
120. Sul significato teologico del martirio nella tradizione cristiana e la sua evoluzione sto-
rica si leggano le considerazioni di C. Leonardi, Thomas Becket: il martirio di fronte al potere, in
Agiografie medievali, pp. 355-74: 356-60.
121. Opus metricum Iacobi Caietani Stefaneschi (BHL, 6746-6749), ed. Seppelt, Monumenta coele-
stiniana, pp. 3-146. Cfr. anche l’ed. Papebroch, in AASS, Maii, IV, pp. 437-82. Elenco dei mano-
scritti: Città del Vaticano, BAV, Vat. Lat. 4932; Roma, Biblioteca Casanatense, 934; Ottoboniano
954.
I. AGIOGRAFIE CELESTINIANE: IL DOSSIER MEDIOEVALE 45

Da molto tempo ormai lo Stefaneschi prometteva ai frati abruzzesi lo scrit-


to celestiniano. È quanto si apprende da una lettera precedente, non datata, in
cui il cardinale si giustificava per il ritardo nella consegna del libro, da loro
molto atteso, e cercava di rimediare alla sua inadempienza con l’invio di tre re-
sponsori, un Alleluia e tre preghiere per Pietro del Morrone122. Collazionando
le due lettere, Fulvio Delle Donne ha messo in evidenza come nel tempo in-
tercorso tra le due missive, peraltro molto simili nel dettato, lo Stefaneschi aves-
se modificato il piano originario del suo libro, decidendo di inserirvi il rac-
conto della incoronazione di Bonifacio VIII123.
Nella versione definitiva il poema si presentava quindi come un’opera tri-
partita (triplex)124, articolata in blocchi narrativi eterogenei e perfettamente
scomponibili tra di loro: 1. De electione, che trattava del conclave di Perugia, del-
la inaspettata elezione di Celestino V, del suo breve pontificato e della rinun-
cia; 2. De coronatione, che descriveva il cerimoniale osservato nella incoronazio-
ne di papa Bonifacio VIII a Roma nel gennaio 1295; 3. De canonizatione, che
illustrava il rituale con cui ad Avignone nel 1313 Pietro del Morrone era stato
elevato all’onore degli altari.
E tuttavia lo Stefaneschi assegnava a questo corpus editoriale un carattere
profondamente unitario, come risulta dalla esplicita richiesta ai monaci celesti-
ni di non alterarne la struttura in alcun modo:

Et idcirco studentis ingenium vigilet, manus tamen abstineat, lingua dometur, ne


fortassis incautus id corrigat, quod in illo velox ignorat, presertim cum nec correcto-
res tot exigat, quot idem lectores exposcit, et nos, si tempus affuerit, repetita ipsum lec-
tione recurrere, recursum discutere, discussumque corrigere properemus125.

Si trattava, come sottolineato da Delle Donne, di un gesto di forte autoco-


scienza da parte di un autore che, pur consapevole delle pecche e manchevo-
lezze del proprio lavoro, al tempo stesso difendeva con puntiglio filologico

122. L’edizione è stata fornita da R. Morghen, Il cardinale Iacopo Gaetano Stefaneschi e l’edizio-
ne del suo Opus metricum, in «Bullettino dell’Istituto storico italiano», 46 (1930), pp. 1-39: 29-
30, sulla base del codice di Roma, Biblioteca dell’Accademia Nazionale dei Lincei, Corsini 45
G 14.
123. F. Delle Donne, La dedica del cosiddetto Opus metricum di Iacopo Stefaneschi, in «Filologia
mediolatina. Studies in Medieval Latin Texts and Transmission», 17 (2010), pp. 85-104.
124. Così viene qualificata nella introduzione: «Iacobi sancti Georgii ad Velum aureum dia-
coni cardinalis prosa in huius totius sui triplici operis metrici precognitionem prefatiuncula»
(Opus metricum, p. 4).
125. Opus metricum, p. 3.
46 CELESTINO V E LE SUE FONTI

l’intangibilità della sua opera126. Ma nella richiesta del cardinale vi era qualco-
sa di più, forse, della civetteria di uno scrittore desideroso di proteggere la sua
creatura. Converrà allora andare più a fondo sui motivi che indussero lo Ste-
faneschi a cambiare l’impianto del poema inserendo la lunga digressione bo-
nifaciana, anche a costo di sacrificare l’organicità del suo libro. Era solo una li-
cenza poetica, oppure la scelta editoriale dell’opus tripartitum corrispondeva a
un preciso disegno ideologico e culturale dell’autore? È in questa direzione,
quella di un chiaro messaggio politico, che si può rintracciare la profonda uni-
tarietà e coerenza del poema, il filo sottile che unisce tre sezioni narrative in
apparenza slegate tra loro.
Ai fini della comprensione, bisogna ricordare le circostanze molto partico-
lari della sua composizione. L’Opus metricum aveva conosciuto una gestazione
lunga e laboriosa. Il progetto originario risaliva a quasi vent’anni prima, quan-
do, nel 1291, lo Stefaneschi, giovane suddiacono ma già esperto liturgista, ave-
va deciso di illustrare il rituale della incoronazione del romano pontefice127. Le
circostanze eccezionali gli avevano però forzato la mano, tanto da indurlo a
mettere in versi la cronaca della elezione e della rinuncia di papa Celestino V,
già completata prima del 1295, quando fu elevato cardinale del titolo di S.
Giorgio in Velabro128. Con il ritorno alla normalità poté dare seguito al suo
proposito iniziale e raccontare la cerimonia dell’incoronazione di papa Boni-
facio VIII. L’iniziativa era quanto mai tempestiva, e suonava anche come un
doveroso tributo di omaggio al pontefice che gli aveva conferito la porpora.
Infine, molti anni dopo, avrebbe chiuso il cerchio con il rituale della canoniz-
zazione di Pietro del Morrone ad Avignone nel 1313. Queste tre opere, di di-
verso contenuto e redatte in tempi diversi, confluirono nel manoscritto di Sul-

126. Delle Donne, La dedica, p. 102: «Contestualmente, Stefaneschi rimarca inoltre la condi-
zione vincolante che il copista avrebbe dovuto ricopiarlo per intero: da un lato, dichiarando, im-
plicitamente, la struttura definitivamente unitaria della sua opera, e dall’altra, ribadendo l’im-
portanza di preservare fedelmente la memoria delle vicende descritte, secono una prassi crona-
chistico-notarile che si stava diffondendo proprio in quel periodo». Tra le raccomandazioni ri-
volte ai frati del S. Spirito vi era anche quella di conservare sempre la copia del manoscritto da
lui inviato nel monastero sulmonese, come se fosse l’originale.
127. Opus metricum, p. 84. Lo Stefaneschi viene menzionato come subdiaconus in una bolla di
papa Niccolò IV datata 21 dicembre 1291. Cfr. Les registres de Nicolas IV, éd. E. Langlois, Paris
1890, nn. 6359-6360.
128. Nell’incipit dei tre libri che compongono il De electione lo Stefaneschi precisa di averlo
scritto ante cardinalatum, quindi prima del 17 dicembre 1295 o il primo gennaio 1296.
I. AGIOGRAFIE CELESTINIANE: IL DOSSIER MEDIOEVALE 47

mona a formare una unità che l’autore giudicava inscindibile. Nella fase di re-
visione lo Stefaneschi tornò comunque sulle sezioni più antiche, rimaneggiò,
ampliò e corresse il testo, come dimostra l’inserzione, nel primo opuscolo, di
un lungo capitolo, la Vita fratris Petri seriosa, in cui il profilo del santo eremita
era ricostruito sulla base dell’Autobiografia e della bolla di canonizzazione129.
Fu dunque, quello dell’Opus metricum, un percorso tortuoso e accidentato,
dove la sedimentazione memoriale procedette per accumulo e stratificazioni
successive, tra abbandoni e riprese, mentre nel tessuto narrativo venivano a
confluire ricordi personali e testimonianze scritte. La storia della sua “fabbri-
cazione” non fa che rafforzare l’impressione, già evidente alla lettura, del ca-
rattere sperimentale del poema. Di aver fatto opera nova anche il cardinale ave-
va del resto chiara consapevolezza: aveva lavorato mescolando registri espressi-
vi diversi, tra poesia e prosa, sollecitato nel contempo dalle urgenze storiche e
dalle suggestioni di antichi modelli letterari130. Effetto di innesti, lo scritto del-
lo Stefaneschi è strano e sconcertante non solo nella struttura, ma anche nel
linguaggio, il cui faticoso sviluppo sembra rispecchiare il travaglio della com-
posizione. Gli archetipi venerati del cardinale erano Virgilio e Lucano, citati
quali fonte primaria di ispirazione – «interdum absque instructore interim se
ipso, Lucani vacans acumini Virgiliique rhetorice suavitatis profluo»131 –, ma si
è ben distanti dal nitore classico della metrica virgiliana: lo stile è aspro e in-
voluto, il latino oscuro. Innanzi a un elaborato tanto singolare, il giudizio cri-
tico è stato oscillante, tra l’apprezzamento di una fonte di grande valore per la
storia del papato tra la fine del ’200 e la prima età avignonese132, e una valuta-
zione in genere assai negativa sull’esito letterario della fatica dello Stefaneschi.
Esemplare il giudizio lapidario del Gregorovius: «Le sue opere sono documenti
preziosi per la storia della sua epoca; però la sua musa manca di originalità ed
è schiava di una pedanteria erudita. La sua lingua, anche negli scritti in prosa,
pare un ammasso di geroglifici, ed un tale viluppo di barbarismi, che fa mera-

129. Opus metricum, II, 7, pp. 47-55.


130. Delle Donne, La dedica, p. 99: «Una cosa, però, non è possibile dirla: che Iacopo Stefa-
neschi non fosse munito di una insolita e, se vogliamo, inaspettata, orgogliosa coscienza del va-
lore del suo lavoro, di quanto era riuscito a fare, o almeno di quanto avrebbe voluto fare. In-
nanzitutto dal punto di vista dell’elaborazione letteraria e delle scelte da lui compiute».
131. Opus metricum, Prefatiuncula, p. 6.
132. Per il Morghen era «senza dubbio una delle fonti più importanti per la storia di Roma
e del Papato nella seconda metà del secolo XIII» (Morghen, Il cardinale Jacopo Gaetano Stefane-
schi, p. 4).
48 CELESTINO V E LE SUE FONTI

vigliare e dev’essere tenuta in conto di bizzarria contro natura»133. Il verdetto


era sottoscritto anche da Vincenzo Licitra, che si accingeva a curarne la nuo-
va edizione critica, motivato da un interesse tecnico più che da una convinta
adesione alla sostanza dell’opera134. La stroncatura era senza appello: il poema
era «una sequela ininterrotta di contorcimenti sintattici, di astruserie verbali, di
immagini prese a prestito forzatamente dal mondo mitologico»135. Ma, secon-
do Licitra, il fallimento non era solo artistico: l’Opus metricum era il prodotto
di un “cerimoniologo”, irrilevante per comprendere Celestino, la cui vicenda
per lo Stefaneschi costituiva solo un pretesto, un modo di far sfoggio del suo
virtuosismo di poeta-liturgista136.
Se è vero che il talento letterario del cardinale è mediocre137, non sembra
corretto mettere in dubbio la serietà del suo impegno. Dietro il pesante scher-
mo retorico, si avverte una partecipazione dolorosa, autentica a un grande
dramma storico cui l’autore ha assistito e di cui cerca di comprendere le ra-
gioni e il significato. L’Opus metricum non è un testo puramente celebrativo,
estetizzante, ma un vero e proprio libellus politico, scritto con l’intento di ri-
stabilire la verità, e riabilitare così anche la memoria di Bonifacio VIII, vittima
di accuse ingiuste e destituite di ogni fondamento. Non solo papa legittimo,
ma, a differenza del suo predecessore, anche provvisto delle qualità necessarie
per ricoprire l’altissima funzione cui era stato chiamato: «Bonifatius octavus
tunc Benedictus Gaytanus nomine, Anagnie ortus, profunde iuris utriusque

133. F. Gregorovius, Storia della città di Roma nel Medioevo, X, Città di Castello 1942, p. 90.
134. Vincenzo Licitra aveva avviato l’edizione dell’Opus metricum, ma non poté portarla a ter-
mine a causa della sua prematura scomparsa. Sui limiti della edizione fornita dal Seppelt si era-
no già espressi Frugoni e Morghen negli articoli citati. Più recentemente si veda E. Condello,
Di alcuni codici dell’Opus metricum del card. Iacopo Stefaneschi. Contributo ad un’edizione critica, in
Studi sulle società e le culture del Medioevo per Girolamo Arnaldi, a cura di L. Gatto - P. Supino Mar-
tini, Firenze 2002, pp. 115-134: 115-116.
135. Licitra, Considerazioni sull’Opus metricum, p. 195: «ci sembra che sia ancora tutto da di-
mostrare che lo Stefaneschi con il suo Opus metricum volesse fare l’esaltazione di Pietro del Mor-
rone e non piuttosto che volesse semplicemente dare corpo alle sue velleità artistiche, nelle qua-
li fu forse il solo a credere. [...] In conclusione, se i nostri sospetti, qui solo appena accennati,
dovessero a una più approfondita indagine dimostrarsi fondati, dovremmo rassegnarci a registra-
re un celestinologo in meno e, caso mai se ne sentisse il bisogno, un cerimoniologo in più».
136. Licitra, Considerazioni sull’Opus metricum, p. 201.
137. Cfr. C. Leonardi, Introduzione a Iacopo Caetani Stefaneschi, De centesimo seu iubileo anno,
a cura di C. Leonardi - ed. P. G. Schmidt - trad. e note A. Placanica, Firenze, Sismel, 2001, p. IX,
dove parla per lo Stefaneschi più di “ambizione” che di “gusto” di scrittore.
I. AGIOGRAFIE CELESTINIANE: IL DOSSIER MEDIOEVALE 49

scientie longique in illis exercitii docteque experientie, in Romane ecclesie


moribus veteranus»138. Per queste doti, nei suoi otto anni di regno, egli aveva
reso grandi servizi alla Chiesa romana, per difenderla infine egli era stato ca-
lunniato e oltraggiato139.
Libro crepuscolare, nel memoriale si percepisce la sottile angoscia di un
uomo in esilio che assisteva allo sfaldarsi del proprio mondo e che questa fine
cercava di scongiurare affidandosi alle armi della poesia, dei libri miniati, del
mecenatismo artistico. In una posizione defilata rispetto alle cordate curiali, lo
Stefaneschi conduceva la sua personale lotta politica attraverso la scrittura. Il
suo giudizio storico era quello di un intellettuale, ma soprattutto di un cardi-
nale romano: era questa la posizione da cui parlava140. Era nato da due grandi
famiglie dell’aristocrazia cittadina, aveva studiato arti liberali a Parigi e diritto
(forse a Bologna)141, per poi far ritorno a Roma, avviato a una brillante car-
riera ecclesiastica, cui lo destinavano sia il suo nome che la sua formazione:

Nam Petro Stephani patre, matre vero Perna, altero de Stephani filiis seu Stepha-
nensium, altera de filiabus Ursi seu Ursinorum domo progenitis, cuius in metro utrius-
que utcumque commeminit, patre tam armorum strenuitate quam iustitie rectitudine
quam et propinquorum amicorumque constanti dilectione clare noto, matre autem ca-
ritate pia, sanctitate precipua, ambobus prole ditatis. Altera iuventa, altera senecta pie
christianeque presente luce subtracti occubuere.
Hic igitur post rudimenta grammatice, adolescentie pubertatisque primordiis scien-
tiarum fonte Parisius liberalibus philosophieque disciplinis traditus adeo Dei munere

138. Opus metricum, Prefatiuncula, p. 10.


139. Opus metricum, Prefatiuncula, p. 11. Enumera le res gestas del regno di Bonifacio tra cui la
soluzione della crisi siciliana e il Giubileo del Trecento.
140. Per un profilo dello Stefaneschi bisogna ricorrere ancora alla monografia di I. G. Hösl,
Kardinal Jacobus Gaietani Stefaneschi. Ein Beitrag zur Literatur - und Kirchengeschichte des beginnenden
Vierzehnten Jahrhunderts, Berlin 1909 (Historische Studien, 61) e allo studio di A. Frugoni, Il car-
dinale Jacopo Stefaneschi biografo di Celestino V, in Celestiniana, pp. 69-124. Precisazioni sulla bio-
grafia sono fornite da M. Dykmans, Jacques Stefaneschi, élève de Gilles de Rome et cardinal de Saint-
Georges (vers 1261-1341), in «Rivista di storia della Chiesa in Italia», 29 (1975), pp. 536-54, anche
sulla base di un sermone inedito, l’orazione funebre tenuta dal cardinale Pietro Roger, futuro
papa Clemente VI, il 23 giugno 1341, in cui parla dello Stefaneschi come di ottuagenario. Do-
veva essere nato quindi intorno al 1260 e non nel 1270.
141. Per la questione della sede dove lo Stefaneschi studiò il diritto civile, se a Bologna o Pa-
via (come voleva Morghen), si veda Licitra, che concorda con Dykmans nell’escludere lo Stu-
dium pavese, visto che esso si ricostituì soltanto nel 1361. Il copista del codice Chigiano I VI 234,
su cui si basava Morghen, aveva sciolto l’abbreviazione in Papie, ma in modo arbitrario (Licitra,
Considerazioni sull’Opus metricum, pp. 189-90).
50 CELESTINO V E LE SUE FONTI

profecit, ut nondum triennio elapso scolaribus tamen illarum cursim prelectis libris ali-
quibus in facultate, quam liberalium artium vocant magno favore magnaque sui de-
centia meruerit obtinere licentiam, ac magna e vestigio sollemnitate laudeque non mi-
nima cathedram magistralem ascendere, qua eum profecisse, erudisse et docuisse con-
stat. Dehinc inibi invitus tamen, cum totus philosophie sacreque pagine spiraret insi-
stere, maiorum suorum iussu canonico, rediensque in partes Italie civili iuri legumque
apicibus sub magne profunditatis preceptoribus adeo modico forte non minus erudi-
tione ingenio in eisdem convaluit, ut nec auditos difficiliores ex illis libros sensu cape-
ret, sic memoria teneret, quatenus et alios idem instrueret142.

La scheda autobiografica posta a premessa dell’Opus metricum non era solo


una rivendicazione di orgogliosa consapevolezza delle proprie radici, ma la di-
chiarazione delle coordinate ideologiche e culturali in cui restava inscritta la
sua memoria, il filtro attraverso cui giudicava uomini e cose. Era questo il suo
punto di osservazione e a suoi occhi il papato celestiniano aveva rappresenta-
to una rottura sconvolgente in quella tradizione romana cui apparteneva e che
cercava di difendere. Cosciente della gravità della crisi, lo Stefaneschi non ave-
va gli strumenti per proporne la soluzione, né era in grado di comprendere i
segni di un fermento più profondo. Non si interrogava sulle ragioni del gran-
de consenso popolare che aveva circondato il papa-eremita: i “rumori” del po-
polo lo lasciavano del tutto indifferente. Il semestre celestiniano era stata un’av-
ventura tremendamente pericolosa, cui il suo successore aveva tentato di por-
re riparo.
Sul piano personale nutriva una sincera ammirazione per Pietro del Mor-
rone: lo riteneva un uomo buono e santo, e anche un profeta143, i cui avverti-
menti avevano scosso nel profondo i cardinali, e sciolto dolcemente i loro cuo-
ri, «ut infusas sacra dulcedine mentes»144. Alla severa grandezza dell’eremita, ir-
suto e pallido, e alla maestosità terribile delle sue montagne lo Stefaneschi de-
dica alcuni versi che sono tra i pochi momenti di vera emozione poetica del
trattato. «Mons erat excelsus, directis rupibus asper»145: era questo il suo regno,

142. Opus metricum, Prefatiuncula, p. 6.


143. Opus metricum, II, 1, p. 37: «Spiritus omnipotens, devotis clausa revelans / Et pandens ven-
tura suis, hoc tempore visu / Ostendit, dixitque viro, qui consonat actu / Et volitis cum lege
Dei, quidni properemus / Sumere pontificem, mundo qui presit et urbi, / Ira Dei graviter de-
seviet iraque fervens / Iustitia mandante furet». Lo Stefaneschi sottolinea la profonda impressio-
ne che il messaggio di Pietro a Latino Malabranca esercitò sul Sacro Collegio, fornendo la spin-
ta decisiva a prendere una decisione.
144. Opus metricum, 2, p. 38.
145. Opus metricum, 4, p. 42.
I. AGIOGRAFIE CELESTINIANE: IL DOSSIER MEDIOEVALE 51

sembra voler dire il cardinale, così potente e carico di una forza numinosa che
i messi arrivati da Perugia per notificargli l’avvenuta elezione al solo vederlo
furono afferrati da un timore sacro e caddero smarriti ai suoi piedi. E calzante
è anche la metafora del papa che nei giorni della cessione cerca di riconqui-
stare la libertà perduta con la disperazione di un uccello prigioniero: «Sic avis
e nido temptans volitare novella»146.
Ma il giudizio storico è senza appello: il pontificato di Celestino V era stato
una rovina per la Chiesa. Il primo sbaglio, capitale, era stato quello di rescinde-
re il rapporto con Roma e di agire senza confrontarsi con il Sacro Collegio.
Questo lo aveva chiuso nella trappola di re Carlo, che sin dal primo istante si
mise al suo fianco e non lo lasciò più. La Curia si riempì di laici, di homines novi
ignoranti del diritto e delle tradizioni, e di una folla di questuanti e di clienti
pronti ad approfittare della buona fede e della generosità del pontefice.
Dalla virtuale soggezione all’angioino era seguita una teoria di scelte poli-
tiche sconsiderate: la nomina di Bartolomeo da Capua alla guida della cancel-
leria pontificia, i favoritismi nei confronti del proprio ordine e la coercizione
esercitata sui cassinesi147, lo squilibrio instaurato all’interno del Sacro Collegio
con l’elevazione al cardinalato di una maggioranza di cardinali francesi – «Sex
creat, et Gallos septem, paucosque Latinos» –148, l’elargizione indiscriminata di
benefici, privilegi e favori.
La Musa dello Stefaneschi è la pena, e l’abdicazione viene presentata come
l’estremo gesto di responsabilità di un uomo in buona fede che aveva capito il
danno immane che stava arrecando alla Chiesa: «Defectus, senium, mores, in-
culta loquela, / Non prudens animus, non mens experta, nec altum / Inge-
nium trepidare monent in sede periclum»149. A Napoli, in tempo di Avvento,
Pietro cominciò a meditare seriamente sulla sua condizione presente. Profugo
e prigioniero, fu preso dalla nostalgia della sua vita passata: «meminit sublimis
apex, quis tempore sacro / Illecebras carnis sibi mos vincire caverna»150.

146. Opus metricum, 12, p. 75.


147. Opus metricum, 7, p. 66: «Imposuit titulosque dedit, patriarchaque nomen / Accipit, et va-
rii abbates et forte coacte, / Vel quasi siderei collis montisque Cassini / Compulit heu! mona-
chos habitus assumere fratrum / Degentum sub lege Petri, nonnullus ab inde / Dum parere ne-
gat, monachus tunc exulat».
148. Opus metricum, 8, p. 67. «De ineptis promotionibus quas fecit», particolarmente grave
(«erroribus unum Dictu precipuum») fu l’elevazione al cardinalato dell’arcivescovo di Beneven-
to (ibid., III, 10, pp. 69-71).
149. Opus metricum, 15, p. 78.
150. Opus metricum, 11, p. 71.
52 CELESTINO V E LE SUE FONTI

Lo Stefaneschi può testimoniare che si trattò di una decisione autonoma,


presa nella solitudine della propria coscienza, perché lui stesso, dalla sua viva
voce, raccolse il grido di dolore del papa lacerato dal dubbio:

In latus, et meditans sibimet lacrimabilis inquit, / Ut nos viva patris docuit vox: «Si
mihi posse / Quod voliti quodcumque datum sub sidere celi / In fragiles animas fer-
tur, cur querere pacem / Possumus, et stabilem vite curare salutem / Subiectis, nostri-
que mali dimittere curas / Cogimur invalidi? Numquid sic imperat actor / Humani
generis? Sic ius, sic lucidus ordo / Nature, voluitque Deus? Sub culmine casum / En
patimur. Nescire viam regnare volentem / Precipitare iubet. Distat concordia fratrum,
Distat, et arguimur multis sermonibus illinc / Atque istinc. Adversa videns nutando va-
gatur / Sic animus dubiis. Numquid precidere funem / Est opus, et melius Romanam
linquere sedem / Pontifici, qui sceptra tenens in pace gubernet / Ecclesiam, si posse
datur fastigia nobis / Abdere papatus, primumque reposcere cursum / Ac eremum vi-
tamque specus sub sidere puram?»151.

Celestino maturò la sua scelta in perfetta solitudine e si limitò a chiedere un


parere se la via della cessione era praticabile dal punto di vista canonico. Si
consultò con un cardinale suo “amico”152, ma si rivolse per una verifica anche
ad altri membri del Sacro Collegio – «nonnullis procerum, quorum consulta
reposcit»153 –, che inizialmente cercarono anzi di dissuaderlo dall’introdurre
una damnosa mundo novitas154. Obiettivo dello Stefaneschi era quello di circo-
scrivere l’intervento di Benedetto Caetani, che in questa congiuntura non vie-
ne neppure citato, a differenza di Matteo Rosso Orsini, che invece chiese al
pontefice di emanare una costituzione in virtù della quale «presul Romanus
substare gradu, decedere fratrum / In manibus possit»155. Questo era il punto
nodale. Non vi erano state pressioni, ma un’azione combinata per superare uno
scoglio giuridico difficile: «papa preest, quo celsior alter / Nescitur. Quisnam
ergo modus, si cessio primum / Exposcit?»156.
Se la ricostruzione dei fatti appare nel complesso credibile, il racconto di-
venta incoerente nel descrivere l’ultimo periodo della vita dell’ex pontefice. Lo
Stefaneschi gioca a fioretto, ma l’abilità diplomatica non nasconde un disagio
evidente. Desideroso di dissipare ogni ombra di conflitto tra Celestino e Bo-

151. Opus metricum, 12, p. 73.


152. Opus metricum, 12, p. 74.
153. Opus metricum, 12, p. 74.
154. Opus metricum, 15, p. 78.
155. Opus metricum, 17, p. 81.
156. Opus metricum, 13, p. 75.
I. AGIOGRAFIE CELESTINIANE: IL DOSSIER MEDIOEVALE 53

nifacio, si trova in difficoltà nel rendere conto della fuga drammatica dell’ex
pontefice, limitandosi ad osservare che papa Caetani lo ricevette con ogni cor-
tesia (blande) e che la severità delle condizioni nella rocca di Fumone fu im-
posta da Pietro stesso, desideroso di trascorrere in stretta penitenza il tempo che
lo separava dalla morte157. Lo Stefaneschi tentava in questo modo di minimiz-
zare la portata dei conflitti e di costruire una memoria condivisa. Il suo tenta-
tivo, la soluzione che egli proponeva era quella di ridefinire i ruoli e gli spazi.
Solo nel riconoscimento di competenze e piani diversi, quello del vir Dei e
quello dell’uomo di governo, si poteva forse sperare di ristabilire l’ordine che
era stato sconvolto.

I TESTI DERIVATI

Non conosciamo le reazioni dei frati sulmonesi all’opera dello Stefaneschi,


ma è facile immaginare che l’accoglienza dovette essere piuttosto tiepida.
Nonostante l’autorevolezza del cardinale, la sua ricercata medietas non era de-
stinata a fare scuola. La produzione agiografica e biografica celestiniana, sia
pure con accentuazioni diverse, avrebbe finito per riproporre lo schema ideo-
logico del conflitto tra due papi-icona di ecclesiologie radicalmente diverse e
non conciliabili. Nel Trecento modelli di riferimento essenziali dell’officina
agiografica dei monaci celestini restarono l’Autobiografia e la Vita di Tomma-
so da Sulmona. Agli scriptoria della congregazione sono quasi sicuramente da
ascrivere alcune operette anonime successive alla canonizzazione, testi “mino-
ri” che non apportavano novità di rilievo nella presentazione della figura del
santo, ma documentavano la continuità di una devozione coltivata in modo
quasi esclusivo, sigillo pregnante di appartenenza e autocoscienza identitaria.
Una anonima Vita et obitus beati Petri confessoris, Celestini pape quinti è tradi-
ta dal codice Vat. Lat. 8883, che in appendice riporta anche la Translatio sanctis-
simi corporis nostri Petri Celestini pape quinti158. Come rilevato dallo Herde, che

157. Opus metricum, 6, p. 119.


158. Tale manoscritto, appartenente al monastero dei celestini di S. Eusebio di Roma, verso
la fine del secolo XVIII fu donato a Pio VI dall’abate Montani e quindi passò alla Biblioteca
Apostolica Vaticana dove è attualmente conservato. Vita et obitus e Translatio sono traditi anche
dal codice Alessandrino 93, che dipende dal Vat. lat. 8883, e dal cod. Brancacciano VII B 12 del-
la Biblioteca di Napoli (ff. 165r-189r).
54 CELESTINO V E LE SUE FONTI

ne ha curato l’edizione159, la confezione del manoscritto va assegnata al perio-


do compreso tra il 1327, anno del trasferimento delle spoglie mortali del san-
to da Ferentino all’Aquila, e il 1340, perché viene menzionato frate Roberto
de Salle, scomparso l’anno successivo. La Vita et obitus è un’opera compilativa
allestita allo scopo di riunire in un solo volume la tradizione agiografica pre-
cedente, offrendo perciò un compiuto e aggiornato status quaestionis della vi-
cenda celestiniana. L’autore infatti conosce e utilizza altri documenti, come il
decreto di elezione dei cardinali e la bolla di canonizzazione. La legenda è strut-
turata in tre parti: la prima sezione è condotta sulla falsariga del De vita sua, la
seconda e la terza sulla biografia di Tommaso, che viene ripresa in maniera
pressoché integrale. La collazione risponde soprattutto a una esigenza di com-
pletezza, ma l’agiografo ha anche qualche aspirazione letteraria. Se la sinossi
documenta la sostanziale fedeltà dell’autore alle sue fonti con una riscrittura
puntuale e senza azzardi di reinterpretazione160, è evidente anche il tentativo
di ripulire ed emendare il testo delle agiografie primitive, alzandone il livello,
sia nella terminologia che nello stile, come dimostra il rispetto delle norme del
cursus161.
Notizie inedite vengono invece dal racconto della Translatio, pubblicata dal-
lo Herde come quarta parte della Vita et obitus, e che invece, secondo Licitra,
è operetta da considerare ben distinta, anche per ragioni stilistiche162. Essa rin-

159. Vita et obitus beati Petri confessoris, Celestini pape quinti, ed. P. Herde, Coelestin V (1294) (Pe-
ter vom Morrone), der Engelpapst, Mit einem urkundenhangund edition zweier vite, Stuttgart 1981, pp.
223-95. Ed. parziale anche in «Analecta Bollandiana» 16 (1897), pp. 387-9; 459-74.
160. Cfr. S. Martina, La «Vita et obitus beati Petri confessoris Celestini pape quinti» e le sue fonti,
in Magisterium et exemplum, pp. 197-214. Un confronto puntuale tra le fonti lascia emergere una
corrispondenza precisa sul piano dei contenuti, con varianti minime, e nel contempo uno sfor-
zo di riqualificazione letteraria dei testi originali, soprattutto nella parte tratta dall’Autobiogra-
fia. Nella terza parte, relativa ai miracoli, l’agiografo invece sfronda e sintetizza, omettendo in-
formazioni utili ai fini del processo di canonizzazione, ma ormai giudicate accessorie.
161. Cfr. V. Licitra, Esiste un rapporto tra la Vita et obitus e la Translatio corporis di Celestino
V?, in Magisterium et exemplum, pp. 215-21.
162. Lo stesso Licitra parla di un tono stilistico molto diverso della scrittura. L’autore della
Translatio è uno scrittore dotato dal punto di vista narrativo, ma libero dalle convenzioni retori-
che: «Ci sembra poco credibile che uno scrittore educato al rispetto delle norme del cursus, come
è dell’Autore della Vita et obitus, si sarebbe poi indotto a prescindere da tali norme per la pre-
sunta ultima parte della sua opera, ossia per la Translatio» (ibid., pp. 215-21: 219). Una diversa re-
dazione della Translatio era stata già pubblicata in AASS, Maii, IV, p. 435: «Solemnitatem mirifi-
cae translationis, qua corpus B. Petri confessoris almifici de Campaniae partibus ad civitatem
I. AGIOGRAFIE CELESTINIANE: IL DOSSIER MEDIOEVALE 55

via a un autore diverso, un cronista letterariamente meno esperto, ma di gran-


de efficacia narrativa, che, con il racconto del trasferimento rocambolesco del-
le spoglie del santo da Ferentino all’Aquila, riconsegna, non senza una punta
di ironia, un frammento di storia locale. In primo primo piano è il conflitto di
competenza tra le istanze della devozione urbana e popolare e le prerogative
rivendicate da una famiglia religiosa.
La vicenda ha contorni in apparenza molto poco edificanti. Si trattò infatti
di un vero e proprio trafugamento del corpo di san Pietro del Morrone, un
complotto ordito dai monaci celestini ai danni della cittadina laziale. Secondo
il cronista essi agirono con il favore di Dio, il quale voleva che il suo santo ve-
nisse onorato in maniera conveniente. Nonostante la buona volontà degli abi-
tanti, il sepolcro del piccolo borgo ciociaro non era adeguato al rango di un
confessore tanto illustre: «Laudant, colunt corpusque visitant cives Ferentini,
sed laus illa non sufficit meritis celestini. Merito nempe laus maior conveniret
illi, qui era lucerna et speculum mundi»163.
All’origine dell’episodio c’è la guerra scoppiata tra gli abitanti di Anagni e
quelli di Ferentino per il possesso delle preziose reliquie, che riposavano nella
chiesa di S. Antonio, retta dai monaci celestini. La loro presenza nella cittadina
aveva radici lontane, ancora precedente al riconoscimento della congregazione
al concilio di Lione del 1275: il cenobio di S. Antonio abate era stata la prima
fondazione di Pietro fuori dall’ambito regionale abruzzese164. Qui l’ex ponte-
fice aveva avuto una sepoltura onorevole e la sua tomba era presto diventata
meta di pellegrinaggi. Divenuto ‘culto proprio’ di Ferentino, al nuovo patrono
vennero associati gli emblemi e i rituali della religione civica, ma il decollo del
santuario espose le reliquie alle mire della rivale Anagni. Ne nacque uno scon-
tro durissimo e fu allora che il vescovo, appoggiato dalla cittadinanza, ritenne
opportuno, come misura precauzionale, trasferire le sacre spoglie in un luogo
più sicuro e protetto entro le mura cittadine, nella chiesa di S. Agata, racchiu-
se dentro una teca fortificata, guardata a vista dalle sentinelle municipali. Agì
spinto dalla necessità, per tutelare quello che era ormai considerato patrimo-

Aquilae est translatum». Secondo i Bollandisti il testo era opera di un autore del XIV secolo che
l’aveva redatta ad usum Chori per il giorno della festa della Traslazione, l’11 febbraio. La stesura
riportata negli Acta si basava sulla edizione Faber, ma Papebroch faceva riferimento anche a un
manoscritto mutilo di Carlo Strozzi, oggi irreperebile.
163. Translatio sanctissimi corporis, p. 289.
164. Cfr. La Chiesa di Celestino V. Sant’Antonio abate a Ferentino. Atti dei Convegni (Ferenti-
no, 19 marzo 1991, 20-21 giugno 1991), Casamari, Associazione culturale «Gli Argonauti», 1991.
56 CELESTINO V E LE SUE FONTI

nio comune di Ferentino, ma entrò in conflitto con i monaci, che si sentirono


espropriati dei loro diritti – «Suspirant, plangunt, gemitus, suspiria pangunt di-
centes: Pupilli facti sumus absque patre; mater nostra quasi vidua!»165. Commi-
se tuttavia una terribile ingenuità, perché affidò loro la custodia delle chiavi del
tesoro di Ferentino. Così, una notte, due frati scelti tra quelli più prestanti e ro-
busti, aprirono la cassa sigillata, avvolsero il corpo dentro un materasso e resti-
tuirono il corpo del beato Pietro, da lungo tempo atteso, «diu desideratum»,
alle genti dell’Aquila166. Il fondale della Historia è minuscolo, gli scenari evo-
cati si pongono ai margini dal grande dramma storico celestiniano, ma il pun-
to di vista del racconto restituisce la vicenda del santo alla concretezza della
religione popolare, alla dialettica dei culti civici, le cui tensioni ebbero un
impatto rilevante nel tessuto della vita sociale e religiosa dei comuni del
Trecento167.
Se la Vita et obitus rispondeva a una finalità “organizzativa” di riordinamen-
to e sistemazione della memoria, caratteri diversi aveva un altro componi-
mento agiografico, un poemetto in distici latini che reca l’intitolazione: Bea-
tissimi Patris Petri Celestini, huius nominis papae quinti, Celestinorum patris et auc-
toris vita. Di questa Vita versificata, tuttora inedita, si ignorano, oltre all’autore,
anche la data e il luogo di composizione. Essa è tradita da un codice tardo, un
esemplare cartaceo custodito nella biblioteca Vallicelliana con la segnatura
H46. In esso il poemetto (ff. 72r-81v) segue l’Opus metricum dello Stefaneschi
(ff. 2r-71v). Il codice venne trascritto nel 1526 nella grande abbazia di Sipon-
to, dove la presenza celestina risaliva alla metà del secolo XIV, circostanza che
lo riconduce con buoni margini di sicurezza agli atelier della congregazione.
Della fattura del manoscritto si sono occupati Ludovico Gatto168 e Marina

165. Translatio sanctissimi corporis, p. 289.


166. Translatio sanctissimi corporis, p. 292.
167. La bibliografia sull’argomento è ormai vastissima. Punto di riferimento essenziale rima-
ne il volume La religion civique à l’époque médiévale et moderne (Chrétienté et Islam). Actes du Col-
loque de Nanterre (21-23 juin 1993), éd. A. Vauchez, Rome 1995 (Collection de l’Ecole fran-
çaise de Rome, 213). Più recentemente, per una visione di insieme sullo sviluppo dei nuovi cul-
ti civici, con relativa bibliografia, cfr. A. Benvenuti, La civiltà urbana, in A. Benvenuti - S. Boesch
Gajano - S. Ditchfield - R. Rusconi - F. Scorza Barcellona - G. Zarri, Storia della santità nel cri-
stianesimo occidentale, Roma 2005, pp. 157-222.
168. L. Gatto, Tra Celestino e Bonifacio VIII. Note su un’inedita Vita celestina, in «Bullettino del-
l’Istituto storico italiano per il Medioevo e Archivio muratoriano», 69 (1957), pp. 303-17. Ana-
lizzando il comportamento del copista e le sue scelte grafiche Gatto riteneva che trascrivesse da
un codice in gotica. Proponeva quindi come datazione dell’opera la seconda metà del secolo
XIV, compatibile anche con gli orientamenti ideologici dell’autore.
I. AGIOGRAFIE CELESTINIANE: IL DOSSIER MEDIOEVALE 57

Marini169, che ne hanno entrambi sottolineato l’esecuzione accurata, opera di


un copista diligente, anche se in evidente difficoltà con la scrittura dell’origi-
nale, come dimostrano le molte lezioni inesatte o errate, mentre la grafia oscil-
lante fa pensare a un amanuense «in bilico tra l’uso di forme ancora medieva-
li e il ripristino delle antiche grafie classiche»170.
L’interesse dell’anonimo poeta non è biografico: fatti e notizie, che dipen-
dono dalla Autobiografia e dalla Vita di Tommaso171, vengono ripresi in una
chiave di lettura esemplare, per presentare la figura di un santo fondatore, mo-
dello di perfezione monastica e maestro di vita religiosa: «Sicut arator inops
densos avellere vepres / ante solet pingui quam sata credat humo, / sic prohi-
bet primum mundanos serpere abusus, /optima virtutum semina deinde facit»
(vv. 227-30). Nell’ottica dell’agiografo, l’avvento provvidenziale di Pietro ave-
va segnato un momento di rinascita del monachesimo dopo una lunga crisi:
«lux heremi ... religionis apex ... vexillum fidei monachorum ... gloria mundi»
(vv. 336-7).
Ma l’elemento che caratterizza questa Vita rispetto alle agiografie prece-
denti è la violenta polemica antibonifaciana. Se Tommaso da Sulmona aveva
presentato Pietro come un martire, ma nei confronti di Bonifacio VIII aveva
conservato tutto sommato toni prudenti, il poeta del codice Vallicelliano esce
allo scoperto e non usa mezzi termini per stigmatizzare la figura di papa Cae-
tani: un lupo assetato di sangue, «Tandem nocturno deductus itinere saevas /
sanguinei fauces sistitur ante lupi» (vv. 469-70), una belva carica di rabbia e di
paura che per sbarazzarsi del suo rivale non esita a rinchiuderlo in un orren-
do carcere. La requisitoria è costruita in un climax che esplode nella dramma-
tica invettiva finale:

Quid, vesane, times? Anne tibi bella ministret


et repetat munus quod dedit ante suum?
Scilicet agna lupo vulcania preparat arma
aut cupit in tigrim bella parare leo.
Livor edax animo non te sinit esse quietum,
nec patitur tutum cecus honoris amor.

169. M. Marini, L’anonima Vita versificata di Celestino V tramandata nel codice Vallicelliano H 46,
in Magisterium et exemplum, pp. 177-95.
170. Marini, L’anonima Vita versificata, p. 180.
171. La Vita si compone di tre parti: la Invocatio (40 versi), la Vita a prima eius aetate (82 ver-
si), che dipende dall’Autobiografia, e la sezione più lunga De vita et gestis beati Petri confessoris (468
versi) che si basa sulla Vita di Tommaso da Sulmona.
58 CELESTINO V E LE SUE FONTI

Quis furor, o demens, quae te mala vexat Erinnys?


Quae rabies aut quae pectora tigris agit,
ut miser insontem tantis cruciatibus angas
sisque necis, vitae qui tibi causa fuit,
impius ut crucies adeo crudeliter illum,
a quo, si nescis, est tibi quicquid habes,
ut pietatis inops illum cruciamine vexes,
unde tenes mentis vota petita tue?
Nam, nisi quem sequeris summo cessisset honore,
non foret indigno tam tibi tale decus.
O homo vipereis multo truculentior hydris
tartareoque trucis sevior angue lacus.
(vv. 493-510)

Nell’analisi del poema, la Marini evidenziava l’utilizzazione pressoché esclu-


siva delle agiografie di ambiente celestino, tanto da scartare l’influenza dell’O-
pus metricum dello Stefaneschi. Ma il fatto che nella sua ricostruzione l’anoni-
mo prescindesse completamente dal libro del cardinale, non significa necessa-
riamente che non lo conoscesse. In assenza di elementi certi riguardo ai tem-
pi e ai luoghi di composizione dell’operetta si possono formulare solo delle
congetture. In realtà non si può escludere che la mancata utilizzazione dello
Stefaneschi fosse il frutto di una scelta deliberata da parte dell’autore, a indica-
re una decisa presa di distanze rispetto ai toni concilianti della sua opera. Qua-
si sicuramente l’anonimo lo aveva invece molto ben presente, e forse era pro-
prio con lo Stefaneschi che egli intendeva misurarsi, sullo stesso terreno del
verso e di un linguaggio poetico carico di inflessioni classiche e mitologiche.
È anzi probabile che la Vita del Vallicelliano fosse proprio la dura risposta del-
la congregazione dei celestini alla proposta irricevibile del cardinale.

LE AGIOGRAFIE MONASTICHE DEL QUATTROCENTO: STEFANO TIRABOSCHI E


PIERRE D’AILLY

A un clima religioso e spirituale molto diverso e a mutate esigenze rinvia


un testo agiografico databile alla prima metà del secolo XV, la Vita sanctissimi
Petri Celestini pape quinti patris nostri del monaco celestino Stefano Tirabo-
schi172, che, nonostante la titolazione latina – mantenuta peraltro anche nelle

172. Vita sanctissimi Petri Celestini pape quinti patris nostri, ed. Herde in Cölestin V der Engel-
I. AGIOGRAFIE CELESTINIANE: IL DOSSIER MEDIOEVALE 59

rubriche dei suoi 51 capitoli –, è un’opera in volgare173. La Vita fu infatti


commissionata al Tiraboschi da suor Mansueta, badessa del monastero delle
benedettine di S. Grata di Bergamo174. Il codice della Biblioteca Nazionale
Marciana Cl. V 68 che la tramanda, ai ff. 31r-58v, contiene un leggendario di
dodici santi, monaci ma soprattutto ascete e vergini. Né poteva mancare nel
leggendario anche una Vita di sancta Grata venerabile matrona Bergomascha, pa-
trona del monastero175. Era intento della superiora proporre alla meditazione
delle monache dei modelli di santità adatti alla loro condizione, e di metter-
le in condizione di leggere dei testi accessibili, data la loro conoscenza assai
scarsa del latino. Primo volgarizzamento nella tradizione agiografica celesti-
niana, l’opera del Tiraboschi può quindi essere inscritta nella grande fioritura
quattrocentesca di letteratura religiosa in volgare promossa dagli ambienti
claustrali femminili. Fu proprio la rete dei monasteri a favorire la diffusione e
circolazione di traduzioni specificamente pensate per la formazione ed edu-
cazione delle religiose.
Fra Stefano utilizzò come base del suo volgarizzamento la Vita del Vat. lat.
8883 e ne eseguì una traduzione fedele, come ha dimostrato Riccardo Infanti-
no in un confronto molto puntuale con l’originale latino176. I cambiamenti ri-
siedono in variazioni sottili e alcune amplificazioni disseminate nel corso del
testo che, se non alterano nella sostanza il modello agiografico presentato nel-

papst, pp. 296-336. Si veda anche M. Burani, Una vita inedita in volgare di Celestino V, in «Misura»,
2 (1978), pp. 99-141.
173. Sul volgare del Tiraboschi come “dialetto bergamasco”, secondo la classificazione di Pe-
ter Herde, ha avanzato delle riserve Luigi Pellegrini, secondo cui non è corretto circoscrivere
così esattamente l’area linguistica del testo, che presenta suffissi, e qualche vocabolo, più generi-
camente riferibili ad area norditalica. Cfr. L. Pellegrini, Celestino V tra agiografia e storia, in «Bul-
lettino della Deputazione Abruzzese di Storia Patria», 72 (1982), pp. 354-64.
174. Il S. Grata di Bergamo era un monastero prestigioso che vantava ricche tradizioni. La
prima attestazione è un privilegio papale del 20 settembre 1186, con cui Urbano III conferiva
alla fondazione monastica la protezione apostolica. Dipendenti dall’ordinario diocesano, alle mo-
nache di S. Grata venivano riconosciute molte immunità, mentre il vescovo vedeva limitato il
proprio potere di correzione. Cfr. A. M. Ambrosioni, Monasteri e canoniche nella politica di Urbano
III. Prime ricerche per la ‘Lombardia’, in Ead., Milano, papato e impero in età medievale. Raccolta di stu-
di, a cura di M. P. Alberzoni - A. Lucioni, Milano 2003, pp. 337-71.
175. Cfr. G. M. Canova - M. R. Cortesi, Il legendario di Santa Grata tra scrittura agiografica e arte,
Bergamo 2002; M.R. Cortesi, Spiritualità e norma a Santa Grata di Bergamo: il Liber Capituli del
monastero, in «Studi medievali», 44 (2003), pp. 1393-404.
176. R. Infantino, Pietro del Morrone nella «Vita» di Stefano Tiraboschi, in S. Pietro del Morrone
Celestino V nel medioevo monastico, pp. 203-26.
60 CELESTINO V E LE SUE FONTI

la Vita trecentesca, quello di un santo eremita e padre di monaci, lo arricchi-


scono di inflessioni e richiami in sintonia con il clima spirituale del tempo.
Destinato a un pubblico di monache probabilmente poco interessate agli
aspetti politici e storici della vicenda celestiniana, nel volgarizzamento del Ti-
raboschi il santo veniva presentato come un maestro di vita religiosa, per il suo
esemplare distacco dal mondo. Non già Pietro, ma Celestino da sempre, anco-
ra prima di diventare papa, perché «Questo confessore de Christo glorioso,
bench’el fosse anche peregrin in carne nientedemen el era za a casa in la pa-
tria soa, habitava in celo et era tuto Celestin per devotion de spirito»177. Nel
prologo, la chiave di lettura della intera sua esistenza, proposta anche come pro-
gramma di vita spirituale, era nel combattimento vittorioso coi tre grandi ne-
mici della perfezione cristiana: «demonio, mondo e carne»178. Celestino non
aveva anteposto al valore supremo della cella nemmeno la sua funzione di pon-
tefice, «amaro honore», se messo a paragone con la libertà che deriva dalla «ho-
noratissima servitude» di Cristo:

O cella humele, conscia di mei secreti, celleta breve, arta, ma palasio celeste, alto e
amplo, capace de quella mirabele colomba, logo za eleto da ley per habitation specia-
le visibile! O heremo iocundo, deserto habitabele, selva domestega e boscho sempre
verdo! Vegno dal mare tempestuoso, amaro honore. Unde instabele, periculoso, pro-
fundo, afanoso regimento districtivo, mestero dilacerativo d’intimi mei! Vegno a ti,
porto piasevole seguro, onde za me ricordo libera e honoratissima servitude in Yhesu
Christo; a ti retorno, reposso ascoso da ognia vento, anchora stabile, fermo refugio dele
mil mortale pagure, stado pacifico. Rendeme tale como me mandassi via al seculo tur-
bulento, reunisse le forze disperse dela anima mia in Yhesu Cristo! Nufrigame za qua
manchado di sapidissimi cibi, ay quali tu m’ay usado! Recordeme i primi fiori del mio
primo triumpho! Bagname arido e secho de quella rosada, che sola presta vero refri-
gerio e la quale descende de celo in questo to alto monte a smorzarme la sede de quel-
la aqua viva, che scaturisse limpidissima, suavissima, augmentativa dela sede da fontana
invisibile! Rendeme ala mensa d’i afecti affectuosissimi, al refectorio d’i soni e canti
antigi e fame regratiare inanze la refectione e dapy cum debite e humele laude!179

Altri elementi tipici della spiritualità del secolo entrano nella Vita del Tira-
boschi, come la presenza costante del demonio – già l’infantile svogliatezza
nello studio, di cui parla l’Autobiografia, viene presentata come una tentazio-
ne del maligno – e il richiamo all’obbedienza, virtù cardine della vita religio-

177. Stefano Tiraboschi, Vita sanctissimi Petri Celestini, p. 313.


178. Stefano Tiraboschi, Vita sanctissimi Petri Celestini, p. 301.
179. Stefano Tiraboschi, Vita sanctissimi Petri Celestini, p. 327.
I. AGIOGRAFIE CELESTINIANE: IL DOSSIER MEDIOEVALE 61

sa nella sua accezione osservantina e vessillo della crociata riformatrice. Nella


proposta agiografica del Tiraboschi la scelta monastica veniva presentata come
superiore a qualunque altra e, in quanto cammino privilegiato di santità, da
preferirsi persino alla condizione papale: era stata appunto questa consapevo-
lezza a spingere Celestino alla rinuncia.
L’agiografia celestiniana medioevale si chiude con il De vita et gestis sancti Pe-
tri confessoris quondam pape Celestini quinti di Pierre d’Ailly180. È un’opera, an-
che questa, specificamente destinata a un uditorio di monaci, ma le circostan-
ze della sua composizione e la personalità dell’autore la inseriscono in una cor-
nice molto più ricca e complessa del volgarizzamento del Tiraboschi. Come
apprendiamo dal prologo, la Vita fu commissionata al vescovo di Cambrai dal-
la comunità dei celestini di Parigi intorno al 1408. Il monastero, fondato in-
torno alla metà del Trecento per iniziativa regia, era un istituto prestigioso, che
ospitava le sepolture dei grandi di Francia. Qui era venuto a morire, dopo la
morte del suo re, il cancelliere di Cipro Philippe de Mézières (†1405), e qui vi-
veva Nicola, il fratello di Jean Gerson, discepolo e successore di Pierre d’Ailly
nello studium parigino181. Intorno alla fondazione celestina, custode gelosa del-
la propria autonomia anche nei confronti del ramo italiano, costituito in pre-
valenza di monaci-eremiti montagnardi, gravitava quindi l’intellighenzia fran-
cese dell’epoca. Della corporazione il futuro cardinale d’Ailly era certamente
uno dei rappresentanti più in vista, intellettuale influente e ascoltatissimo. Pro-
veniente da una famiglia di Compiègne, di estrazione sociale modesta, ancor-
ché facoltosa – il padre era un macellaio –, Pierre (1350-1420) aveva compiu-
to i propri studi all’Università di Parigi, di cui sarebbe stato nominato cancel-
liere nel 1389. Messosi in vista dopo lo scoppio dello Scisma per i suoi appel-
li alla convocazione del concilio generale, aveva fatto una carriera rapidissima.
Nominato nel 1395 vescovo di Puy e poi di Cambrai, aveva lasciato la funzio-
ne di cancelliere al suo scolaro Gerson. Elevato al cardinalato da Giovanni
XXIII nel 1411, avrebbe poi svolto un ruolo decisivo nella elezione di Marti-
no V a Costanza, dove riuscì a far prevalere i suoi orientamenti ispirati a un
moderato conciliarismo.

180. Petrus de Alliaco, De vita et gestis sancti Petri confessoris quondam pape Celestini quinti (BHL
6751), ed. Seppelt, Monumenta coelestiniana, pp. 147-82. Si veda anche AASS, Maii, IV, pp. 484-97.
Codici: Paris, Bibliothèque Nationale, nn. 5375 e 17650; Parisinus latinus 14652.
181. Cfr. Histoire du monastère et couvent des pères celestins de Paris par le Père Louys Beurrier, Pa-
ris, Pierre Chevalier, 1634.
62 CELESTINO V E LE SUE FONTI

Nonostante l’accumulazione di incarichi e prebende e una attività intensis-


sima, Pierre d’Ailly fu uno scrittore fecondo182. La Vita celestiniana si colloca-
va all’interno di una produzione filosofica e dottrinale assai varia, dove uno
spazio importante aveva la riflessione politica183. Ed è infatti secondo il dupli-
ce registro della edificazione monastica e dell’impegno militante che va letta la
biografia del maestro parigino. Se scopo precipuo dell’autore era quello di pre-
sentare la figura del fondatore come modello esemplare di perfezione mona-
stica, il testo è ricco di richiami alla attualità lacerante dello scisma ecclesiasti-
co. L’opera, che ha una struttura compatta, si compone di due libri: nel primo
viene presentato un ritratto dell’eremita, nel secondo dell’abate e del papa.
La narrazione segue uno sviluppo biografico lineare ed è condotta in ma-
niera aderente alle fonti più antiche, di cui propone una esposizione ragiona-
ta, una sorta di parafrasi. Lo stile è quello della collatio, la conferenza in cui il
maestro somministra ai monaci un insegnamento sui capisaldi della vita reli-
giosa. E infatti Pierre d’Ailly nel corso della trattazione sembra dialogare di-
rettamente con loro. L’esegesi delle fonti è intessuta di riferimenti biblici e pa-
tristici, con uno sfoggio di citazioni non esente da una certa pedanteria erudi-
ta: Pietro fu simile a Giovanni Battista nel rigore dell’ascesi, al patriarca Abra-
mo nell’obbedienza, a Giobbe nella pazienza, a Paolo, Antonio e Benedetto
nell’amore della solitudine. Ma sono le lunghe digressioni inserite a commen-
to dei singoli episodi che chiariscono gli orientamenti ideologici dell’autore e
la sua concezione del monachesimo. Celestino fu un miles Christi, un atleta im-
pegnato in una singularis acies contro le tentazioni del demonio. Ma la grande
severità che usò con se stesso non è richiesta ai monaci, che devono coltivare
come loro virtù principali l’umiltà e soprattutto l’obbedienza. L’invito è quin-
di ad accogliere l’esempio del fondatore «non sine magna discrecionis mode-
racione»184 e a non scoraggiarsi dinanzi a un modello di perfezione inarriva-

182. Cfr. G. Ouy, Pierre d’Ailly, in Dictionnaire des lettres françaises, dir. G. Hasenohr - M. Zink,
Paris, 1992, pp. 1155-8.
183. Cfr. B. Guenée, Between Church and State, Chicago and London 1987, pp. 102-258; Ch.
Bellitto, The Early Development of Pierre d’Ailly’s Conciliarism, in «Catholic Historical Review», 83
(1987), pp. 217-32; L. B. Pascoe, Church and Reform: Bishops Theologians, and Canon Lawyers in the
Thought of Pierre d’Ailly (1355-1420), Leiden 2005. Per una lettura di questa Vita, si veda M. Ma-
rini, Celestino V visto da Pierre d’Ailly, in Celestino V e le sue immagini nel Medio Evo. Atti del Con-
vegno storico internazionale (L’Aquila, 24-25 maggio 1991), a cura di W. Capezzali, L’Aquila
1993 (Convegni celestiniani, 6), pp. 83-99.
184. Petrus de Alliaco, De vita et gestis, I, 9, p. 156.
I. AGIOGRAFIE CELESTINIANE: IL DOSSIER MEDIOEVALE 63

bile, più divina che umana. Bisogna anche guardarsi dagli scrupoli eccessivi, o
da quei timori ingiustificati che turbano la vita spirituale dei monaci, come
quello delle polluzioni notturne. Il maestro li rassicura, dal momento che «cum
in sompnis ligatus sit usus racionis, quare non potest tunc proprie fieri pecca-
tum, quod non est voluntarium»185. Avverte che punto ben più essenziale è la
fedeltà alla propria professione religiosa, ed essa trova espressione nel rispetto
della stabilitas loci. Su questo Pietro del Morrone aveva offerto un esempio ine-
quivocabile: quando nella valle di Orfente scoppiò un terribile incendio, il pa-
dre espresse la sua determinazione a non abbandonare quel luogo e subito, mi-
racolosamente, il fuoco si spense186. Dio aveva infatti messo alla prova la co-
stanza della sua vocazione.
Un problema particolarmente interessante è posto dai racconti dei sogni e
delle visioni, che nell’agiografia più antica avevano trovato uno spazio rilevan-
te. È un aspetto, questo, che sta a cuore a Pierre d’Ailly e infatti lo sviscera con
cura187. Egli riconosce che Celestino, vir Dei, ebbe il dono della profezia: «vi-
dit et audivit multa secreta celestia»188. Ma il grande teorico del discernimen-
to degli spiriti, il maestro di Gerson, coglie l’occasione per tornare a ribadire i
criteri in base ai quali è possibile stabilire che una apparizione è «vera et non
sophistica»189. Celestino non chiese la grazia delle visioni, che sono un dono
gratuito di Dio, e soprattutto non le visse come un bene riservato. I suoi cari-
smi furono condivisi e spartiti nella esperienza della vita comune, accompa-
gnati da frutti di conversione e da segni tangibili e certi, non illusori. Anche il
racconto dei miracoli viene ripreso nella sua funzione probante, di riconosci-
mento oggettivo del carisma di Pietro.

185. Ibidem.
186. Petrus de Alliaco, De vita et gestis, I, 11, p. 158.
187. Il problema delle vere e false visioni lo interessava fin dagli esordi della sua carriera in-
tellettuale. Aveva infatti scritto un trattato al riguardo, non datato, ma probabilmente risalente
alla sua età giovanile. Cfr. Petrus Alliacus, De falsis prophetis, in Johannis Gersonis opera omnia, ed.
Ellies du Pin, Antuerpiae 1706, coll. 490-603. Per una prima introduzione a quella che fu una
vera e propria fioritura di un genere letterario che ebbe Pierre d’Ailly, Henri de Langenstein e
Jean Gerson come principali rappresentanti, cfr. A. Vauchez, I teologi e le profezie durante la catti-
vità avignonese e il grande scisma, in Id., Santi, profeti e visionari. Il soprannaturale nel Medioevo, Bolo-
gna 2000, pp. 223-47.
188. Petrus de Alliaco, De vita et gestis, I, 14, p. 160.
189. Petrus de Alliaco, De vita et gestis, I, 12, p.159.
64 CELESTINO V E LE SUE FONTI

Dopo il caldo elogio della vita monastica come luogo di felicità e di bel-
lezza, rivisitato in una prospettiva fortemente idealizzata, nel secondo libro
Pierre d’Ailly tratta del pontificato di Celestino V e qui emerge una dimen-
sione diversa dello scrittore, quella dell’uomo fortemente calato nelle lotte pre-
senti. Il racconto cambia registro e l’agiografia si fa pretesto per una denuncia
dei mali della Chiesa del suo tempo.
Il vescovo di Cambrai chiarisce con molta nettezza che la sua convinta ade-
sione a Celestino non è nel segno della Chiesa povera e spirituale. La scelta del
papa-eremita di rinunciare a tutte le pompe e gli ornamenti esteriori gli ap-
pare come l’incapacità di staccarsi in poco tempo dalla «sancte rusticitatis mo-
nastica consuetudine»190, piuttosto che una decisione opportuna. Vi sono riti
e apparati che vanno osservati, perché sono a gloria di Cristo e della sua Chie-
sa e niente hanno a che vedere con l’umiltà personale: «interius tamen servata
humilitate non est vanitatis aut vicii, sed est virtutis ac meriti». Stigmatizza per-
ciò con durezza la superbia di coloro – e sono soprattutto monaci –, «qui sub
pretextu humilitatis propter huius consuetudinis observanciam statui episcopa-
li superbe detrahunt. Multa namque in talibus decent episcopos, que non de-
cent monachos aut eorum abbates aut prelatos, sicut beatus Bernardus testatur
dicens: Alia equidem est causa episcoporum, alia monachorum»191.
La grandezza di Celestino come papa fu nel gesto della rinuncia, e dovreb-
bero vergognarsi tutti coloro che in maniera temeraria hanno osato affermare
che «hoc non ex virtute, sed ex vilitate animi processisse»192. Non c’è potere
più alto sulla terra di quello del papa, ma Celestino, uomo libero, ebbe la for-
za di andarsene, dando un esempio straordinario, da seguire in questo “luctuo-
so tempore”, lacerato da uno scisma nefando. Altrettanto i toni singolarmente
aspri usati nei confronti di Bonifacio echeggiavano come un atto di denuncia
dei papi del proprio tempo, assetati di denaro e di potere, disinteressati al bene
della Chiesa:

O dignam igitur papatus renunciacionem, que, quantum ad solidam gloriam perti-


net, multis papalibus dignitatibus preferenda est. O gloriosum virum, qui si nihil aliud
dignum honore memorie gessisset, hoc tamen facto tam amirando a paucis proh do-
lor! imitando abunde se posteritati commendasset. Multo plus siquidem commenda-
cionis et glorie reiecta quam recepta dignitas attulit, et ei ipsa honoris abieccio quam

190. Petrus de Alliaco, De vita et gestis II, 12, p. 172


191. Ibidem.
192. Petrus de Alliaco, De vita et gestis II, 13, p. 173.
I. AGIOGRAFIE CELESTINIANE: IL DOSSIER MEDIOEVALE 65

accepcio honorabilior fuit, atque ideo felicior, quia non solum temporali laude, sed nec
eterna mercede carere potuit. Heu, heu! utinam hoc honorande humilitatis exemplum
hi imitari meruissent, qui in hoc nostro tam misero tamque luctuoso tempore superbi
honoris culmen insectari nisi sunt, non iam triginta fere annis ecclesia Christi eorum
horrendo dissidio ac nephando schismate lacerata maneret!193.

A distanza di un secolo dalla canonizzazione, la vicenda di Celestino V ac-


cendeva ancora le passioni e continuava a produrre una agiografia militante.

193. Petrus de Alliaco, De vita et gestis, II, 13, p. 174.