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IL FARE ECOLOGICO

Etica ambientale:
● visione antropometrica, mondo naturale = strumento
● visione individualista: è etico ciò che porta al meglio il singolo organismo
● visione deontologica: ogni organismo è importante in quanto essiste
C’è una gerarchia tra gli individui di cui la morale si interroga,c he può essere assegnata per due strade→
equità biocentrica vs gerarchia di capacità. Per il primo caso ogni organismo è importante perché ha un suo
scopo, quindi sono tutti importanti; nel secondo caso il fine della specie è affidato alle sue capacità e viene
giudicato sulla base di tale capacità, anche se poi la pianta è la migliore nelle capacità vegetali, l’uomo nel
riflettere, ecc. ognuno è migliore in qualcosa.
● Visione olistica: solo i complessi meritano considerazione morale. Quindi una cosa è giusta quando
tende a preservare l’integrità della comunità biotica.
Ipotesi di Gaia: la Terra si comporta come un unico organismo; flora e fauna collaborano per livellare
temperatura equilibri ecc per rendere più probabile e lunga possibile la vita.
Ecologia profonda o deep ecology. È un invito a considerarci gestalticamente specie individuale in una realtà
di cui facciamo parte.
Ecofemminismo: contempla il dominio umano sulla natura; il controsenso è ch eciò che ammette il dominio
del più forte sarà dominato da qualcuno o qualcosa di più forte.
Il pragmatismo mentale o restoration thesis: l’uomo è tenuto a rimpiazzare e aggiustare ciò che danneggia.
Questi dibattiti sono volti a creare una cultura dell’ambiente, ossia a diffondere la coscienza dell’ambiente
che ci circonda.
CLUB DI ROMA: gruppo internazionale di scienziati statisti e uomini d’affari, preoccupati per la sorte del
pianeta che 30 anni fa furono additati come pessimisti per aver pubblicato nel 1972 nel libro The limit of
Grouth di Donella Meadows e colleghi i dati emersi dagli studi che avevano commissionato al System
Dynamics Group del MIT riguardo gli effetti di aumento di popolazione, inquinamento, e consumo di risorse
negli anni. Dati confermati dieci anni fa da quando tutti hanno cominciato a essere d’accordo.
CONFERENZA DELLE NAZIONI UNITE DI STOCKOLMA: 1972 prima conferenza a trattare
seriamente l’argomento ambiente, con la conseguente nascita del UNEP united nations environment
program, un programma per le nazioni NATO con lo scopo di promuovere iniziative ONU relative alle
questioni ambientali.
1979, conferenza di ginevra: nascita di un programma sul clima (World climate program) e approvazion di
un protocollo sull’inquinamento da parte di 29 paesi europei e statunitensi, il primo accordo internazionale
che ha fissato dei valori limite per gli inquinanti atmosferici pericolosi per l’ambiente e per gli ecosistemi.
1983, su iniziativa di Giappone e Svezia, nacque la Commissione per lo Sviluppo e l’Ambiente (World
Commission on Environmental and Development) divenuta famosa in tutto il mondo per la pubblicazione,
quattro anni dopo, del rapporto Brundtland ovvero il volume intitolato “Our Common Future”. Gro Harlem
Brundtland, Presidente della Commissione, formula per la prima volta una efficace definizione di sviluppo
sostenibile: “Lo sviluppo che soddisfa i bisogni del presente, senza compromettere la capacità delle future
generazioni di soddisfare i propri bisogni”.

1988 Conferenza di Toronto, vengono presi impegni politici: riduzione delle emissioni di anidride carbonica
del 20% rispetto a quelle del 1988 e miglioramento dell’efficienza energetica del 10% entro il 2005.
1992 si svolge a Rio de Janeiro la United Nations Conference on Environment and Development (Unced),
chiamato anche “Vertice della Terra”. Questa è stata senza dubbio la più grande Conferenza della storia per
numero e livello di partecipazioni. Fu stipulata la Dichiarazione di Rio, un documento dai contenuti
prettamente politici e privo di aspetti giuridici vincolanti, concernente 27 grandi principi in materia di
ambiente e sviluppo. Anche l’Agenda 21, il secondo documento risultato dalla conferenza.

2002 a Johannesburg in Sudafrica fu organizzato il Vertice Mondiale sullo sviluppo sostenibile. L’obiettivo
era quello di puntare su un modello di sviluppo che coniugasse gli aspetti economici con quelli sociali e
ambientali, così da assicurare una società più equa e prospera, nel rispetto delle generazioni future.

2009, a Copenaghen, si è tenuta la quindicesima Conferenza delle Parti della Convenzione ONU sui
cambiamenti climatici chiamata Cop15 dove i rappresentanti di 193 nazioni, hanno discusso e deciso sul
futuro del nostro pianeta. Scopo della conferenza era quello di definire un accordo mondiale, legalmente
vincolante sui cambiamenti climatici per il periodo successivo al 2012 al fine di evitare l’aumento della
temperatura media globale di oltre 2 °C al di sopra dei livelli pre-industriali. Gli accordi presi, però, non
sono vincolanti né a livello politico né a livello legale. Le decisioni prese stabiliscono solo che non si deve
superare la soglia di 2 °C come aumento massimo delle temperature ma non si parla di come questo debba
avvenire.

L’ultima Conferenza mondiale sullo sviluppo sostenibile RIO+20 ha avuto sede appunto a Rio de Janeiro fra
il 13 e il 22 giugno 2012 in occasione dei 20 anni del Summit della Terra organizzato dall’UNCED. Il
summit ha confermato le scarse aspettative motivate, tra le altre cose, dalla preannunciata assenza di autorità
del calibro di Angela Merkel, David Cameron

la prima tappa della storia del design sostenibile risale alla seconda metà del 1800 con la nascita del
movimento denominato “Arts and Crafts”. Nel secolo successivo fu Alvar Aalto il primo a porre al centro
dei suoi progetti il rispetto per l’ambiente. Nel dibattito teorico italiano sul tema ha rivestito un ruolo
importante Vittorio Gregotti. Nel 1973, il designer Victor Papanek in Progettare per il mondo reale
definisce il ruolo e le responsabilità del progettista nel proporre le necessarie trasformazioni della società

Nel 1992 fu organizzata, all’interno della Diciottesima Triennale di Milano (La vita tra cose e natura: il
progetto e la sfida ambientale), la mostra Il giardino delle cose. I promotori, Ezio Manzini con la
partecipazione di Fulvio Carmagnola, Frida Doveil, Francesco Morace e Antonio Petrillo, portavano le
riflessioni sulla necessità di nuovi criteri di qualità che sapessero valorizzare la cura per le cose e il
superamento della cultura dell’usa e getta e più in generale dei prodotti effimeri e transitori.
Blue Economy è teorizzata dal fondatore della Zero Emissions Research and Initiatives Gunter Pauli
(PAULI, 2010). Fin dai primi anni ’90 Luigi Bistagnino si occupa di visione sistemica all’interno del mondo
del design, teorizzando il Design Sistemico (BISTAGNINO, 2009).

il concetto di soddisfazione materiale delle generazioni presenti “senza compromettere le possibilità per le
generazioni future di soddisfare i propri bisogni”. È questa la definizione che compariva già nel Rapporto
Brundtland (Our Common Future, 1987) elaborato in ambito ONU, ineccepibile ma mai interamente attuata.

I rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche sono definiti RAEE e il loro trattamento è sancito da un
decreto entrato in vigore nel 1999 in cui la responsabilità ricade sul produttore stesso dell’elettrodomestico.
In questo modo anche in fase progettuale vengono tenuti in considerazione gli aspetti di dismissione.

Negli ultimi anni le aziende che comunicano la loro sensibilità verso queste tematiche è sempre maggiore,
tanto da parlare di vero e proprio green marketing.

Il miglioramento tecnologico è chiaramente da perseguirsi, ma da solo non può più bastare, sia perché
abbiamo già superato la capacità di sopportazione del pianeta, sia a causa di tre fattori che nell’insieme
tendono a invalidare gli effetti positivi di un normale aggiornamento tecnologico:
1: tasso di crescita della popolazione mondiale;
2: scarsità del tempo a disposizione per individuare soluzioni efficaci;

3: entità della necessaria riduzione nell’uso delle risorse ambientali.

uno sviluppo sostenibile dovrebbe essere in grado di rispondere alla domanda di beni e servizi della società
utilizzando solo il 10% della materia e dell’energia che impiega oggi” (MANZINI, 1995).

sono i co-produttori, termine coniato da Slow Food, associazione internazionale fondata dal piemontese
Carlo Petrini nel 1986, per indicare un consumatore che va oltre un ruolo passivo, interessato quindi a chi
produce il cibo, a come lo fa e ai problemi che affronta.

Il mondo dell’economia si dovrà sempre più orientare sul mercato dei servizi e non dei prodotti: È
significativo per esempio il fatto che in molti Paesi la tradizionale vendita di impianti di riscaldamento
domestico cominci a essere sostituita dal servizio di gestione della temperatura interna dei locali, come nel
caso delle imprese ESCO (Energy Service Companies), che ora negli USA si sono unite in un’associazione
nazionale (NAESCO). In questo caso specifico, il passaggio dalla vendita materiale alla vendita immateriale
è stato indolore, poiché è ovvio che la richiesta dell’acquirente consiste nel desiderio del benessere corporeo,
non nel possesso di una caldaia; ma se un tale cambiamento culturale potesse diffondersi su larga scala,
molti altri prodotti potrebbero diventare oggetto di profonde trasformazioni.
La sostenibilità ambientale, ovvero il mantenimento nel tempo dell’equilibrio fisico e relazionale stabilito
dalle sostanze che compongono la geosfera e la biosfera, è quantificabile e descrivibile con una serie di dati.
Per esempio, per analizzare l’impatto ambientale dei potenziali nuovi prodotti in ambito industriale si può
ricorrere sia a strumenti di calcolo abbastanza complessi, quale il Life Cycle Assessment (LCA). Il Life Cycle
Assessment visualizza le conseguenze delle scelte progettuali sull’ecosistema (in termini di uso delle risorse,
di emissioni, etc.) mediante prefigurazione e monitoraggio del prodotto e dei necessari processi produttivi. I
dati che occorre introdurre a monte di tale procedura sono molti e di varia natura, in quanto compito
dell’LCA è quello di considerare qualsiasi cosa abbia a che vedere con l’intero ciclo di vita del prodotto,
‘dalla culla alla tomba’ (from cradle to grave), come dicono in molti, o meglio ancora ‘dalla culla alla culla’
(from cradle to cradle), come sostiene Mattew Simon (SIMON et al., 1999). A seconda della categoria di
prodotto considerata i dati spaziano in più direzioni: dall’incidenza sui suoli causata dall’estrazione delle
risorse alle emissioni in aria/acqua dei processi di trasformazione, dai consumi energetici alla compatibilità
dei materiali ai fini del riciclo, e così via per tutti i singoli parametri. La stesura di un LCA corretto e
possibilmente esaustivo, comporta sempre un notevole grado di complessità oltre che un ingente
investimento di tempo. Purtroppo questa prassi (corretta) tende per sua natura a scontrarsi con le esigenze
industriali determinate dalla altrettanto consolidata metodologia del Time to Market, il cui obiettivo consiste
proprio nel perseguimento della massima riduzione del tempo che intercorre tra la concezione di un prodotto
e la sua immissione sul mercato. Per questo le aziende optano per una versione semplificata.

È cambiata la definizione di benessere, dato che non si dovrebbe più basare solo sull’economia ma anche
sull’istruzione, la capacità di convivenza ecc.. Sul PIL: un paese potrebbe esaurire le sue risorse minerali,
tagliare le foreste, causare l’erosione dei suoli, inquinare le falde freatiche, portare all’estinzione la fauna
selvatica, e la scomparsa di questo capitale non inciderebbe minimamente sulla misura del suo reddito”
(REPETTO, 1989). il PIL tiene conto solamente delle transizioni di denaro, trascurando il volontariato, gli
spostamenti open source; in secondo luogo tratta tutte le transazioni come positive, senza escludere quelle
derivanti dai crimini, dall’inquinamento o dalle catastrofi naturali. Il PIL, inoltre, non tiene in nessun modo
conto della distribuzione della ricchezza e della evidente disparità tra ricchi e poveri. Infine, non è in grado
di misurare o di tenere conto della sostenibilità dello sviluppo.
Amartya Sen, economista indiano e premio nobel per l’economia nel 98, ha contribuito principalmente alla
costituzione dell’HDI, Human Development Index (indice dello sviluppo umano) come alternativa al
prodotto interno lordo per indicare lo sviluppo e il benessere di un determinato paese. Tale indice, ancora
provvisorio, è costituito da una media di tre indicatori: l’aspettativa di vita, il grado di istruzione e il prodotto
interno lordo pro capite e rappresenta il primo importante passo nella realizzazione di indicatori che
consentano un approccio più completo al tema dello sviluppo sostenibile. Coinvolge alcuni ambiti
fondamentali dello sviluppo non solo economico ma anche sociale: la promozione dei diritti umani, la
convivenza pacifica, la difesa dell’ambiente e lo sviluppo sostenibile delle risorse territoriali. Le misurazioni
oggettive non possono registrare se non in modo grossolano, la perdita delle relazioni umane, dell’ottimismo,
della semplicità della vita, delle certezze, insomma, dei valori che rendono la vita degna di essere vissuta.
prosumer (parola ottenuta dall’unione di produttore + consumatore), come ritengono i sociologi, egli sa di
poter influire sulla direzione delle nuove produzioni industriali attraverso le proprie scelte di acquisto e di
conseguenza si comporta in modo responsabile nei confronti dell’ambiente. È a loro che si rivolge il
marketing ambientale.
produzione e vendita di simulacri ecologici.
In realtà il concetto di simulacro ecologico ha almeno due facce, in quanto interessa sia il livello della
comunicazione finalizzata alla vendita, sia il piano dei prodotti veri e propri.
Nel caso dell’errata comunicazione si può parlare di un’operazione speculativa (green washing)
raramente condotta in buona fede: generalmente, chi mette in atto questo tipo di azione vende per “verde” un
qualsiasi tipo di merce pur sapendolo privo dei necessari requisiti di ecocompatibilità, approfittando della
scarsa conoscenza da parte degli acquirenti e soprattutto delle lacune legislative. Come si vede, si tratta di
una frode legalizzata, che tuttavia potrebbe venir interrotta introducendo chiari requisiti di compatibilità
ambientale a monte della comunicazione stessa. Più difficile è invece dipanare la questione dei simulacri
ecologici riguardante i prodotti veri e propri, in quanto a questo livello la situazione diventa molto più
complessa.
Alcuni prodotti industriali sono infatti ecocompatibili, mentre altri non considerano neppure le esigenze
dell’ecosistema; tuttavia il paradosso è dato da quelli solo apparentemente risolti, e sono parecchi. Sono i
prodotti complessi, effettivamente progettati secondo criteri di ecodesign, ma solo a livello di involucro
esterno. La loro ecocompatibilità infatti svanisce all’interno a causa della presenza di componenti inquinanti
più o meno inevitabili. È questa per esempio la situazione dei sempre più numerosi apparecchi cordless
nonché dei dispositivi legati alla catena del freddo, rispettivamente per via dell’uso delle batterie e
dell’impiego di gas, responsabili, insieme ad altri fattori, dell’assottigliamento della fascia di ozono.

le aziende statunitensi e canadesi ESCO (Energy Service Companies) che operano nel campo del
riscaldamento. Queste compagnie, a differenza di quanto avviene tuttora in molti paesi (Italia compresa),
fanno pagare ai cittadini non l’equivalente in denaro del consumo di carburante impiegato bensì il servizio di
riscaldamento dei locali, che queste aziende possono ottenere con impianti di co-generazione (produzione
contemporanea di energia elettrica e termica da un solo processo di trasformazione energetica) o altro,
installati a loro spese. La radicale trasformazione consiste nel fatto che, a parità di pagamento per servizio
reso da parte dei cittadini, l’azienda ha interesse a usare effettivamente la minima quantità di risorse
ambientali (a praticare cioè il risparmio energetico), perché proprio il gap tra i prezzi di vendita e di acquisto
costituisce il suo guadagno

Secondo l’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) la globalizzazione è un


“processo attraverso cui mercati e produzione nei diversi paesi diventano sempre più dipendenti tra loro, a
causa della dinamica di scambio di beni e servizi e attraverso i movimenti di capitale e tecnologia” (PIPER,
1996)
Ci sono almeno altri quattro importanti snodi storici in cui tempo e spazio hanno mutato profondamente il
loro carattere: la scoperta dell’America, la spartizione dell’Africa da parte dei paesi colonialisti, il
Neocolonialismo e infine l’ultima fase della globalizzazione ossia, la predominanza della finanza
sull’economia. La prima fase risale al 1492 quando, con la scoperta dell’America, si sposta effettivamente il
baricentro dei traffici dal Mediterraneo all’Atlantico. Questo porta a un ampliamento dell’economia
mondiale mediante il commercio “triangolare” tra madrepatria, colonie e mercato europeo.
La seconda tappa può essere riconosciuta nella Conferenza di Berlino del 1884-1885, detta spesso anche
Conferenza sul Congo, che regola la colonizzazione e il commercio europeo in Africa. Voluta da Bismarck,
il primo cancelliere della Germania, il suo esito, il documento degli Atti del Congo, viene spesso interpretato
come la formalizzazione del cosiddetto Scramble for Africa (Lotta per l’Africa). La spartizione dell’Africa
sottrae agli stati africani la propria autonomia politica, le risorse e la cultura autoctona.
La terza globalizzazione appartiene alla seconda metà del XIX secolo, quando le grandi potenze
impongono una politica di controllo e di sfruttamento sui territori che in passato erano sotto il loro controllo
coloniale, questo fenomeno prende il nome di Neocolonialismo. Lo stato che opera in una prospettiva
neocoloniale reperisce materie prime, forza lavoro, impone le coltivazioni di prodotti che può acquistare a
prezzi molto bassi.
Dal 1980 in poi assistiamo all’ultima fase della globalizzazione che riguarda la “transnazionalizzazione
delle imprese”. In Occidente si affievoliscono anche i controlli statali sugli operatori economici. Per la prima
volta il mondo della finanza predomina su quello dell’economia. Questo momento storico è caratterizzato da
una rapida crescita e diffusione di nuove tecnologie informatiche in fase di continua innovazione con la
rivoluzione digitale applicata alle telecomunicazioni con l’effetto di ridurre drasticamente tempi e costi delle
comunicazioni e dei trasferimenti a grande distanza. Da allora il termine globalizzazione è entrato a far parte
del linguaggio corrente.

il mercato ha assunto il ruolo di sovrano indiscusso dell’intero apparato. Ciò è potuto avvenire in quanto,
secondo Lester Thurow, “soltanto il capitalismo” era ed è “in sintonia con il moderno credo
dell’individualismo e sfrutta quelle che alcuni considerano le motivazioni umane più vili, l’avidità e
l’interesse egoistico, per generare un aumento del tenore di vita” (THUROW, 1997)
Con la lobalizzazione si confuta il principio per cui l’azienda è legata territorialmente al luogo di estrazione
delle materie prime come era ne 900. Esempio palese è il settore siderurgico fortissimo in giappone, che però
non estrae ferro quasi per nulla.

Non è semplice trattare tutti i problemi derivanti dall’industrializzazione globale: i profughi ambientali
sono ex abitanti di luoghi diventati improvvisamente inospitali a causa di guerre o di collassi ambientali
(esplosioni/contaminazioni di origine nucleare, alluvioni, desertificazione del suolo conseguente alla
costruzione di nuove dighe o alla deviazione di corsi d’acqua per usi industriali, inquinamento dell’habitat, o
altro).
Quantificare con esattezza la loro entità è un’impresa impossibile poiché essi, essendo costretti ad
abbandonare di colpo i loro territori d’origine, il più delle volte si spargono geograficamente; si sa solo che
sono tanti e che il loro numero è destinato ad aumentare. In teoria, da un giorno all’altro chiunque potrebbe
diventare un profugo ambientale. I contadini senza terra sono invece contadini che hanno venduto la terra a aziende
o grossi latifondisti in modo più o meno volontario e che ora non hanno niente. Anche loro emigrano.

Altri fattori: la concorrenza propriamente intesa non esiste più dato che le aziende possiedono in borsa percentuali delle
azioni delle concorrenti. Producono talvolta insieme com progetti in comune ma in diverse parti del mondo, con
aziende partner diverse, anche concorrenti. Il potere decisionale dei governi diminuisce in quanto sono le aziende a
stabilire quali siano le manovre restrittive o di ampliamento da compiere, e, paradossalmente, non il cittadino
addirittura ignaro di queste informazioni. quando per esempio il Governo degli USA ha provato a minacciare il
Giappone di guerra commerciale rialzando le tariffe doganali sulla componentistica dei calcolatori, c’è stata
una levata di scudi da parte delle stesse aziende americane, che proprio dai Giapponesi compravano i loro
componenti, senza i quali non sarebbero più state competitive.
Nascono figure come i procacciatori d’azienda, ossia professionisti il cui scopo è convincere le aziende a
trasferirsi, in cambio di agevolazioni fiscali, nel paese da cui sono stati assunti. Questo perché gli stati hanno
sempre più difficoltà a tenere le aziende in casa e ne hanno bisogno.
Secondo i dati riportati nel lavoro di Jeremy Brecher e di Tim Costello (1997), sarebbero circa 300 le
imprese che da sole controllano più o meno un quarto del patrimonio produttivo mondiale. Ma la cosa
impressionante è che tra le prime 100 di questa graduatoria figurano 47 ‘corporation’, ciascuna delle quali
vanta un bilancio superiore a quello di 130 stati.

In un clima di competizione globale, le imprese hanno reagito alla loro stessa concorrenza serrata optando
per lo snellimento aziendale (corporate downsizing). Sono cioè diventate più flessibili e aggressive
eliminando le produzioni interne meno interessanti sotto il profilo remunerativo e mediante i licenziamenti.
Per controllare una società non è necessario possederla totalmente” al punto che in certi casi la
capogruppo “ha il controllo di società di cui non possiede direttamente neanche un’azione. Per esempio, la...
Driefontein è controllata dalla multinazionale mineraria De Beers ...(8) solo perché le società che possiedono
davvero la Driefontein sono a loro volta possedute da altre società di cui la De Beers ha finalmente una parte
di proprietà. La philippe morris è anche proprietaria della kraft.

Questa polititca a livello ambientale ha causato un abbassamento del costo del lavoro e una umento della
precarietà. Quindi il paradosso è che gli stati spingono per attirare le aziende per avere posti di lavoro
costretti a garantire alle aziende stesse la massima libertà di andarsene qualora i costi del lavoro non fossero
competitivi.

Altrettanto gravi possono essere i dissesti sul piano ambientale: in Messico per esempio, nella regione subito
al di là del confine con gli Stati Uniti, sono state impiantate moltissime fabbriche chiamate maquiladoras.
Molte di queste sono sedi decentrate di note aziende chimiche, attratte dalla scarsità di leggi di tutela
ambientale ancor più che dai bassi costi di manodopera; di conseguenza, a detta degli ambientalisti e dei
movimenti di denuncia, avviene che “gli scarichi industriali, che negli Stati Uniti dovrebbero essere trattati
con metodi costosi, in Messico sono buttati direttamente nei fiumi da cui si attinge l’acqua da bere”
(Nord/Sud, 1996).

Con la globalizzazione il lavoro può essere trasferito dove più conveniente; perché mai, si chiede Lester
Thurow, un’industria dovrebbe scegliere di pagare 75.000 dollari annui per assumere un fisico americano
neolaureato quando per soli 100 dollari al mese può reperire senza sforzo un premio Nobel sovietico? La
possibilità di lavorare tramite i moderni mezzi di telecomunicazione a distanza ha acquisito un’importanza
tale da diventare una nozione giuridica suddivisa in sei categorie diverse in base al luogo di prestazione
lavorativa (home based tale work, satellite branch office, mobile tele work, telecottages, remotizzazione e
sistema diffusa d’azienda).

Il sistema del costo del lavoro al ribasso non può essere una soluzione perché va contro i principi stessi del
sistema capitalistico di produzione per il consumo: infatti, se il lavoratore non guadagna, non può
consumare.

le imprese del futuro saranno quelle ad alto contenuto di capitale umano, cioè quelle ricche di energia
intellettuale. Elementi strategici dovrebbero diventare infatti, secondo loro, la progettualità, l’inventiva e la
capacità di gestire e di organizzare le possibilità date dalle nuove tecnologie.
Lester Thurow sostiene ancora che la metamorfosi del mercato del lavoro non riguarderà solo le fasce più
deboli: anche l’imprenditore, inteso come semplice detentore di capitali (risorsa ormai anch’essa reperibile
sul mercato mondiale) dovrebbe lasciare il posto a una nuova figura, quella del coordinatore, abile
soprattutto nel riunire i cervelli giusti. Tale possibile passaggio sarebbe in gran parte legato allo spostamento
del terreno della competizione dall’attuale disponibilità di tecnologie e di know-how alla prefigurazione
aggiuntiva di know-what e di know-why produttivi. Oltre a saper fare, per un gruppo industriale diventerà
quindi importante individuare con precisione che cosa fare e per chi.

Gli industriali cominciano a rendersi conto del loro nuovo ruolo di responsabili del futuro di ambiente
specie e uomo. I più innovatori propendono per un’economia meno miope, capace di guardare lontano e di
occuparsi della sopravvivenza delle specie più ancora che di alcuni individui.
Nel settore della produzione si comincia a discutere sulla possibilità di affiancare alla normale contabilità dei
costi e benefici anche quella dei cosiddetti “beni liberi” di importanza vitale (acqua, aria) per ovviare al
difficile problema del dumping ambientale, equivalente ecologico della concorrenza sleale, anche detto
Unfair Environmental Competition (UEC).
Clean tecnologies

Note
Per quanto riguarda i meccanismi di creazione della povertà nel Sud del mondo, confronta: - FAO,
Landlessness, 1984;

- Banca Mondiale, World Development Report (dal 1990 in poi);


- FAO, Trade Yearbook (dal 1990 in poi);
- OCDE (Francia; sigla inglese OECD: Organization for Economic Cooperation and Development),
Financement et dette extérieure des pays en développement , 1990;
- UNDP (United Nations Development Programme), Human Development Report , Oxford University Press,
N.Y (dal 1990 in poi);
- IFAD, Providing food security for all, 1991;
- International Labour Office, World Labour Report (dal 1992 in poi);
- ONU, World Investment Report (dal 1992 in poi);
- SOMO, Multinazionali commerciali impegnate nella produzione di banane, tè e olio di palma, 1992;
- The World Resources Institute, World Resources (dal 1992 in poi).

Toyotismo: I punti di forza del toyotismo sono diversi: rapporto di fiducia tra impresa e dipendenti, qualunque posizione
occupino all'interno della stessa[4]. La ricerca della Qualità Totale, ovvero la concezione che non vi devono essere difetti
nel prodotto, è definita dal controllo, che deve seguire l'intero processo produttivo, e la ricerca costante di innovazione.
La risposta alle richieste del mercato è immediata. Vengono adottati la riduzione delle scorte e l'allestimento
dell'officina minima, in modo da evitare sprechi e accumuli di beni nei magazzini delle imprese. Importante è anche la
sincronizzazione delle attività tra linea di produzione e fornitori, sub-fornitori di pezzi, i quali sono scelti, non in base ai
prezzi delle commissioni, ma al grado di affidabilità e capacità collaborativa.

Principi[modifica | modifica wikitesto]


I principi sottostanti chiamati the Toyota Way, come per un documento prodotto da Toyota:[7][8]
● Miglioramento continuo

● Sfida: avere il coraggio di accettare la sfida, e avere creatività per realizzare i nostri sogni.

● Kaizen: migliorare il business in maniera continua, cercando innovazione ed evoluzione.

● Genchi Genbutsu: cercare i dati alla fonte per una decisione corretta.
● Rispetto per le persone

● Rispetto: rispettiamo gli altri, fare il possibile per capirsi l'un l'altro, prendersi la responsabilità delle proprie
azioni e fare del nostro meglio per costruire una fiducia reciproca.

● Lavoro di squadra: Stimoliamo la crescita personale e professionale, condividiamo le opportunità per


sviluppare abilità di squadra ed individuali.

● Filosofia a lungo termine

● Basa le decisioni manageriali con una filosofia a lungo termine, anche se questo comporta sacrifici economici
a breve termine.

● Il giusto processo produrrà i giusti risultati

● Un processo continuo porterà i problemi alla luce.

● Usare un sistema pull per evitare sovraproduzione.

● Livella il carico di lavoro (heijunka). Lavora come se fossi una tartaruga, non una lepre.

● Costruisci la cultura di fermarsi per correggere i problemi, avere la qualità come primo obiettivo.

● Compiti standardizzati sono la base per un miglioramento continuo e per un senso di legittimazione dei
dipendenti.

● Usa un sistema di controllo visuale, così non ci saranno problemi nascosti.

● Usa solo le tecnologie disponibili testate ed affidabili che aiutino le persone ed i processi produttivi.

● Aggiungi valore alla società migliorando persone e partner

● Cresci leader che capiscono veramente il lavoro, che vivono la filosofia e che la insegnano agli altri.

● Sviluppa gente eccezionale e team che seguono la filosofia aziendale.

● Rispetta i tutti i tuoi partner e fornitori stimolandoli ed aiutandoli a crescere.

● Risolvere i problemi alla radice migliora l'apprendimento organizzativo

● Vai e vedi da solo per capire la situazione (Genchi Genbutsu, 現地現物);

● Prendi decisioni lentamente per consenso, considerando veramente tutte le opzioni (Nemawashi, 根回し);
implementa le decisioni rapidamente;

● Diventa un'azienda che applica apprendimento organizzativo tramite la riflessione (Hansei, 反省) e
miglioramento continuo (Kaizen, 改善).

In concreto, perseguire la sostenibilità implica soprattutto un passaggio di scala a livello mentale e


l’accettazione di almeno tre presupposti: - riconoscimento del valore incommensurabile dell’ambiente e dei
“beni liberi” (quindi non trasformabili in merce da mettere sul mercato con una mera logica di profitto) quali
aria, acqua e altre risorse fondamentali non riproducibili;

- estensione dell’orizzonte culturale al fine di incentivare politiche a lungo termine;


- perseguimento dell’equità intragenerazionale (odierna) e intergenerazionale (futura).

Nasce un pubblico critico che boicotta la produzione osservando una vita con meno sprechi derivati da meno consumo.
Il discorso intorno il riciclabile ha portato le aziende a segnalare ogni prodotto come riciclabile per attirare il
consumatore informato, anche se non perche sia potenzialmente riciclabile di fatto al prodotto verrà data nuova vita.
Gli anni ’80, con l’estetizzazione globale delle merci e con i miti dell’immagine e dell’opulenza (body
care, yuppismo) hanno rappresentato l’apice del culto dell’avere. I sociologi spiegano che persino il crollo
del muro di Berlino è stato inteso dal “Primo Mondo” come inalienabile diritto umano al consumo oltre che
come trionfo ideologico dello spirito capitalistico e del libero mercato.
Con gli anni ’90, tutto quello che in precedenza era stato confinato nell’oblio è riemerso (Andrea Branzi).
Al nostro risveglio, navi cariche all’inverosimile di immigrati in fuga dalle loro terre inospitali erano già
approdate, altre stavano arrivando, altre ancora arriveranno. Chiudere le frontiere, oltre che impossibile, è
praticamente inutile, perché al momento siamo di fronte solo alla punta dell’iceberg. La gente scappa
soprattutto per disperazione. Tra le motivazioni di queste emigrazioni c’è anche la scelta di uno stile di vita
di consumo dell’occidentale: preferiamo il prodotto a basso costo senza preoccuparci del fatto che provochi
miseria nei paesi da cui poi la gente scappa.

Entrando per esempio nello specifico del mondo della progettazione, si può ipotizzare che ai designer
spetterà la responsabilità del tema della riduzione come condizione estetica (oltre che effettiva, in termini di
dematerializzazione delle merci) per delineare nuovi contorni socio/produttivi.
Ho bisogno di una nuova etica”, infatti “non è come dire: ho bisogno di un nuovo cappotto. Una nuova etica
non può sorgere dal nulla. ... Quello di cui c’è veramente bisogno è solo una maggiore aderenza a un’etica
che ci è perfettamente familiare. Le maggiori cause dei nostri disastri ecologici, a parte l’ignoranza, sono
avidità e mancanza di lungimiranza, che in parte coincidono. ... Non è una novità che l’avidità sia male, e
non c’è bisogno di una nuova etica per dircelo” (PASSMORE, 1986): cambiare etica, come suggerito da
alcuni, non è la soluzione perché non vuol dire nulla, e non fa altro che rinviare l’orientamento verso l’etica
corretta che già esiste.
Il contenuto oscilla tra la comunicazione sintetica di tipo divulgativo, in cui si cerca di rendere di facile
comprensione la problematica non andando nel dettaglio tecnico ma proponendo semplici azioni pratiche, e
l’informazione analitica di tipo tecnocratico, in cui si propone una visione complessa del tema in questione
fornendo una serie di dati tecnici affinché l’utente possa trarre le sue conclusioni in autonomia.(13) È
necessario raggiungere un equilibrio tra questi due fattori. In una comunicazione divulgativa si potrebbero
fraintendere il reale contenuto e la sua importanza perché la tematica viene presentata in modo parziale
focalizzando l’attenzione spesso su un unico aspetto, solitamente strettamente relazionato alla vita quotidiana
dell’utente. In una comunicazione tecnica e scientifica si rischia di semplificare eccessivamente i contenuti
in una serie di dati tanto da compromettere la comprensione dei contenuti da parte del vasto pubblico. Per
gestire in modo efficace questi due aspetti è fondamentale l’identificazione dell’utente, la scelta dei mezzi e
la frequenza. È impossibile pensare di creare un messaggio efficace rivolto a tutti e nessuno su questo tema:
bisogna scegliere il targhet e l’argomento.
Un altro sistema per la comunicazione di una politica sostenibile sono le certificazioni sotto forma di marchi
rilasciati da enti ufficiali: Gli attuali controlli sull’ecocompatibilità dei prodotti possono essere descritti
parlando di certificazioni di primo tipo, (15) secondo tipo (16) e terzo tipo. (17)
(15) Il primo si riferisce all’ISO 14024 e sono basati su criteri di eccellenza singoli o multipli che considerano l’intero
ciclo di vita del prodotto. Tali criteri fissano i valori soglia da rispettare per ottenere il rilascio del marchio.
L’organismo competente che si occupa dell’assegnazione del marchio è una parte terza e può essere sia un ente
pubblico sia un’organizzazione privata. L’Ecolabel è solo uno degli esempi di questo tipo di certificazioni. Il marchio
europeo, uno strumento volontario, ha l’obiettivo di promuovere sul mercato prodotti e servizi a ridotto impatto ambien
tale. Per ottenere l’Ecolabel, le Aziende devono dimostrare all’Organismo Nazionale competente che i propri prodotti
rispettino i criteri ecologici fissati dal CUEME (Comitato dell’Unione Europea per il Marchio di qualità Ecologica),
ovvero attuando un’analisi dell’LCA dei prodotti/servizi. I criteri sono periodicamente sottoposti a revisione e resi più
restrittivi, in modo da favorire il miglioramento continuo della qualità ambientale dei prodotti e dei servizi. Istituito nel
1992 con il Regolamento 880/92, il marchio viene poi aggiornato dal Regolamento 1980/2000.
I prodotti che espongono l’Ecolabel vantano sia qualità ecologica, sia prestazionale, perché non solo rispettano
l’ambiente ma anche le esigenze del consumatore. Ogni Stato Membro istituisce Organismi Competenti Nazionali a cui
demandare il compito di applicare gli schemi comunitari.
I prodotti/servizi sono controllati per tutto il periodo di durata del contratto dal Comitato Ecolabel Ecoaudit con il
supporto tecnico dell’APAT (Agenzia per la Protezione Ambientale e i Servizi Tecnici). In tutta Europa hanno ottenuto
il marchio Ecolabel oltre 300 prodotti e sono stati elaborati i criteri per 17 differenti gruppi di prodotti. Uno dei prodotti
marchiato Ecolabel è un particolare tipo di carta, Film Coated Offset con il 100% di fibre riciclate in impasto, ideale
per la stampa di cataloghi, stampati commerciali per la grande distribuzione, riviste specializzate e volantini.
Nonostante l’elevato contenuto di riciclato, il prodotto vanta rigidità, ottima opacità e buon grado di bianco elevati
standard di stampabilità.
Un altro marchio è il “Nordic White Swan” (Cigno bianco), nasce nel 1989 in Svezia, poi allargato a Norvegia,
Finlandia e Islanda. Le categorie di prodotti/servizi in questo caso sono 67 e la validità dell’etichetta è di 3 anni, dopo i
quali devono essere rivisti prodotti e criteri di valutazione per un continuo incremento della qualità. La prima etichetta
ecologica nasce, però, nel 1977 in Germania, con valore sovranazionale. Sono all’incirca 4000 i prodotti marchiati Der
Blaue Engel (Angelo Blu). Queste auto-dichiarazioni (definite “claims”) fornite dai produttori, riguardano le
caratteristiche ecologiche del prodotto e devono essere accurate, verificabili e non ingannevoli.

(16) Il secondo tipo di certificazione è relativa all’ISO 14021. Si tratta di asserzioni ambientali basate su
autodichiarazioni del fabbricante definite “claims”. La norma prevede una serie di vincoli da rispettare sulle modalità di
diffusione e i requisiti sui contenuti dell’informazione. . Per questo motivo viene richiesto l’utilizzo di metodologie
verificate e provate su basi scientifiche, che consentano di ottenere risultati attendibili e riproducibili.
Un caso appartenente al secondo tipo di certificazioni è il Ciclo di Mobius, marchio indicante la percentuale di prodotto
riciclato e la riciclabilità del prodotto stesso. Il produttore indica insieme al simbolo anche la percentuale di prodotto
riciclato. Per i prodotti in carta e cartone se compare la scritta RESY la materia prima è carta riciclata al 100%.
Un ulteriore esempio è il “punto verde” (Der Grüne Punkt), certificazione tedesca che attesta il pagamento di una tassa
per la gestione della raccolta differenziata. In Italia non ha un significato discriminatorio perché tutti i produttori
devono pagare. È presente sui prodotti che hanno un mercato estero. Per l’utilizzo del marchio si paga un contributo
calcolato in base alla quantità, al peso e al volume dei contenitori. Tale contributo varia rispetto al tipo di materiale
usato (vetro, carta, plastica, ecc. ), in quanto il costo per il riciclaggio varia a seconda del materiale.
(17) Il terzo e ultimo tipo di certificazione e attinente all’ISO 14025, normativa ancora in fase di studio a livello
internazionale. La dichiarazione consiste in una quantificazione tecnica dei potenziali impatti ambientali associati al
ciclo di vita del prodotto. Quest’impatti devono essere valutati in conformità con le Specifiche di Prodotto e presentati
in una forma che faciliti il confronto tra prodotti attraverso la standardizzazione di alcuni parametri. Si tratta di un
processo di dichiarazione volontaria.
L’EPD (Environmental Product Declaration) è un sistema per le dichiarazioni ambientali , nato in Svezia (norma MSR
1999:2) ma riconosciuto a livello internazionale. Le prestazioni ambientali dei prodotti/ servizi riportate nella EPD
devono basarsi sull’analisi del ciclo di vita mediante l’uso dell’LCA in accordo con le norme ISO 14040, per garantirne
l’oggettività.
Forest Stewardship Council nasce invece nel 1990 in California con la partecipazione di 130 soggetti provenienti da 26
nazioni differenti. Nel 2007 l’FSC contava 720 membri. Per quello che riguarda l’Europa troviamo il PEFC
(Programme for Endorsement Forest Certification), il marchio è lo schema di certificazione principale nonché uno
strumento di coordinamento e mutuo riconoscimento tra i diversi sistemi nazionali di certificazione forestale. Si basa
sull’osservanza dei criteri fissati nelle conferenze di Helsinki (1993) e Lisbona (1998) quali: definire linee guida per la
Conservazione della Biodiversità delle Foreste Europee e per la salvaguardia degli habitat forestali; avviare studi volti
al miglioramento dei sistemi di gestione delle foreste europee allo scopo di ottimizzare l’adattamento ai cambiamenti
climatici, assicurare la salute e le molteplici funzioni delle foreste esistenti; consumare entro il 2010 il 50%.

In questi ultimi anni abbiamo assistito a una sempre più crescente diffusione di prodotti alimentari
preconfezionati. In una tale moltitudine di prodotti, il consumatore si trova disorientato e incapace di
distinguere un prodotto di qualità da uno più scadente. In questo senso svolge un ruolo fondamentale
l’etichettatura presente sulle confezioni. A norma di legge (Regolamento (UE) N. 1169/2011), per
“etichettatura” si intende “qualunque menzione, indicazione, marchio di fabbrica o commerciale, immagine
o simbolo che si riferisce a un alimento e che figura su qualunque imballaggio, documento, avviso,
etichetta, nastro o fascetta che accompagna o si riferisce a tale alimento...”.
Questo non vuol dire che le informazioni sono chiare: per le multinazionali è obbligatorio tradurre il testo in
20 lingue costringendo il font a dimensioni illeggibili; altre volte il testo è inutilmente tecnico e
incomprensibile. Dal 2014 dovrebbe pasare una legge sulla dimensione minima del font (un’altezza minima
di 1,2 mm che potrà essere ridotta a 0,9 mm nel caso in cui la confezione abbia una superfice stampabile
inferiore agli 80 cm2) oltre all’aggiunta del braille.
In questo senso un ulteriore sviluppo potrebbe essere quello di riportare anche le generalità dello stesso
produttore/trasformatore e non solo il suo Paese di provenienza, il metodo di coltivazione impiegato, sia esso
industriale, biologico, naturale o biodinamico e l’origine dei semi per i prodotti agricoli e quella dei mangimi
per gli allevamenti. In tal modo, oltre a fornire al consumatore informazioni affidabili ed esaustive sulla
qualità dell’intera filiera di prodotto e sulla distanza tra materia prima e produzione, si porterebbero alla luce
modelli produttivi davvero virtuosi e al contempo si renderebbero gli stessi produttori più responsabili verso
la tutela ambientale e la salute degli animali e dell’uomo.
Gli sforzi per dare più potere ai consumatori nel prendere decisioni alimentari più responsabili e promuovere
un’alimentazione più sana sono evidenti e allo stesso tempo sono sempre più numerosi

TRA COMUNICAZIONE
E pRODOTTO: IL pACKAGING
L’imballaggio è il prodotto, composto di materiali di qualsiasi natura, adibito a contenere e a proteggere determinate merci,
dalle materie prime ai prodotti finiti, a consentire la loro manipolazione e la loro consegna dal produttore al consumatore o
all’utilizzatore, e ad assicurare la loro presentazione. Questa è la definizione legale. In realtà con l’idustrializzazione priam e
la globalizzazione poi il pack diventa anhe principale comunicatore, in quanto unico elemento che distingue prodotti tutti
uguali tra loro. un prodotto può avere diversi packaging: un imballaggio primario (a diretto contatto con il contenuto), un
imballaggio secondario (che contiene e protegge diversi pack primari) ed eventualmente un imballaggio terziario (che
contiene gli imballaggi secondari e primari e ricopre una funzione logistica, soprattutto nel trasporto).

Soffermandoci sul solo contesto italiano, i rifiuti domestici si aggirano intorno ai 32 milioni di tonnellate annui, di questi
12.189.000 t sono rifiuti da imballaggio (fonte: CONAI 2008) ovvero circa il 38% di ciò che buttiamo è costituito da
imballaggi.
Se si esaminano i dati relativi alla composizione materica dei rifiuti da imballaggio, il fenomeno è ancora più allarmante: il
37% è costituito da celluloide, il 22% da legno, il 18% da plastica, il 17.5% da vetro, il 4% da acciaio e lo 0,5% da alluminio
(fonte: CONAI 2008). Materiali leggeri come celluloide e plastica costituiscono da soli il 40% dei rifiuti in termini di peso, ne
consegue che il volume e le quantità di imballaggi plastici e cellulosici in termini numerici sono nettamente superiori.

Osservando poi i dati relativi al riciclaggio dei materiali, gli imballaggi plastici avviati a riciclo sono solo lo 0,4% del totale
raccolto, il 30,2% invece non è riciclabile e il 30,5% viene termo valorizzato, procedura che comporta rischi ambientali dovuti
alla produzione di polveri nocive (fonte: COREPLA 2008).

Strade per rendere più sostenibili lgli imballaggi: eliminare i sovraimballaggi di solo scopo comunicativo promozionale
richiesto dal marcheting; evitare etichettature o incollaggi di polimeri sul cartone, evitare packs eterocomposti, ossia fatti di
diversi materiali, di cui è difficile o impossibile il disassemblaggio necessario al corretto riciclaggio; ridurre al minimo le
colle adesive.

13 Less but better: prodotti “fuzzy” e “d’affezione”


L’obiettivo dovrebbe consistere nell’abbandono del fare per fare di più in favore dell’individuazione dei
prodotti da salvare e da tramandare: pochi oggetti probabilmente, ma più intelligenti di quelli attuali. Oggetti
insostituibili.
I prodotti fuzzy sono quelli dotati di un grado di intelligenza tale per cui, oltre a fornire un elevato contenuto
di prestazioni iniziali, col passare del tempo apprendono le nostre abitudini e diventano sempre più capaci di
correggere i nostri errori. Per esempio, la lavatrice che “sa” che noi abitualmente mescoliamo indumenti
colorati a quelli bianchi può decidere autonomamente di abbassare la temperatura dell’acqua; analogamente,
essa può diminuire l’impiego di acqua, di detersivo o i tempi di lavaggio. Sembra logico supporre che il
proprietario di un prodotto così personalizzato, col quale si trova a vivere in simbiosi, non sia portato ad
acquistarne uno nuovo solo perché un po’ diverso o più colorato. Anzi, semmai il problema si pone alla fine
della vita utile del prodotto, che si vorrebbe lunghissima.
Il termine “boicottaggio” deriva dal nome del capitano Charles Cunningham Boycott, un inglese proprietario terriero in
Irlanda e conosciuto per la sua prepotenza. Le prime campagne di boicottaggio si hanno quindi avute da parte dei
conduttori delle sue terre che si sono sottratti ai suoi meccanismi di potere.
Attualmente, gli strumenti di boicottaggio più usati sono la sospensione organizzata dell’acquisti dei prodotti di
un’impresa o di una nazione, l’invio di cartoline ed email all’organizzazione oggetto del boicottaggio per informarli
dell’azione e delle motivazioni, l’organizzazione di banchetti informative e le azioni di strada di forte impatto
mediatico. È un mezzo ce viene usato per un consumo critico e più sostenibile.

Poiché il mercato tradizionale non può garantire la sopravvivenza dignitosa dell’intera popolazione, stanno
nasccendo realtà autonome indipendenti piccole ma efficaci che senza una politiche anti mercato non
sopravviverebbero. Ecco alcuni esempi:
i Local Exchange Trading System (LETS) inglesi, organizzazioni di mutuo soccorso
Il ‘Circolo del baratto’ attivo a Città del Messico, attualmente coordinato dagli architetti Malena Monge e
Celina Bastanky, è stato fondato da Carlos Desanzo e Rubén Ravera, a capo di una rete di professionisti
esperti in ecologia che già lavorava nell’ambito di un PAR (Piano di Autosufficienza Regionale) messicano.
Questo è forse il motivo per cui le “isole del baratto”, dove si pratica l’economia informale, in termini
organizzativi e gestionali funzionano sempre meglio e stanno diffondendosi anche in Occidente. Grazie
all’economia informale, tra lo scetticismo e lo stupore dei seguaci dell’economia classica, in molti paesi
poveri sopravvivono intere fasce sociali che diversamente sarebbero condannate a soccombere.

Organizzazioni Non Governative (ONG), ed è quanto è avvenuto anche a Dakar, dove le donne
senegalesi hanno creato la prima banca (Graff Bank) impostata sul modello familiare della tontine, cassa
comune circolante e spontanea che funziona allo stesso tempo da mutua, da cassa di risparmio e da credito.
Il metodo è elementare. Normalmente, le donne che fanno parte della tontine (una settantina a Dakar) sono
tenute a riunirsi settimanalmente e a versare la propria quota fissa, modesta ma costante. A turno, a meno di
casi eccezionali, ciascuna ritira il ricavato complessivo, col quale può iniziare o ampliare un’attività
lavorativa. Non si verificano problemi di rimborso, perché l’unico capitale di cui ciascuna donna dispone è
la sua stessa credibilità (BINET, 1995).
La banca Graff ricalca appieno questo metodo, solo dispone di una sede fissa e di un sistema contabile, il
che consente di allargare il modello a più persone.
Analogo è il funzionamento della Grameen Bank, oggi la quinta banca del Bangladesh, ma qui la possibilità
di accordare prestiti agli indigenti (e solo a loro) si deve a Muhammad Yunus, professore universitario,
ideatore e realizzatore del microcredito e personaggio lungimirante ma pur sempre un banchiere e come tale
non dedito al non-profit, il che in questo caso particolare è solo positivo, come lui stesso tende a sottolineare
(JOLIS, 1996; YUNUS, 1997).

I programmi di microcredito pianificano l’erogazione di piccoli prestiti a microimprenditori o gruppi di


questi che hanno forte necessità di risorse finanziarie, per avviare o sviluppare progetti di autoimpiego.
L’incremento di reddito che ne deriva porta a migliorare le condizioni di vita dei loro nuclei famigliari,
determinando contemporaneamente un impatto significativo a livello comunitario. Avendo come target di
riferimento i poveri, i programmi di microcredito molto spesso prevedono, oltre a servizi di carattere
finanziario, anche una combinazione di servizi di supporto alla microimpresa, come: formazione tecnica e
gestionale; creazione di reti commerciali; condizioni per la raccolta di risparmio.
È interessante che sia in Senegal sia in Bangladesh le percentuali di restituzione del denaro siano
altissime, superiori a quelle del normale sistema bancario, perché ciò dimostra che non si tratta di forme
evolute di beneficenza (col rischio, nel lungo periodo, della perdita di stimolo all’indipendenza esistenziale
da parte dei cittadini) ma di effettive realtà economiche connesse alle esigenze e al benessere della
popolazione.
Per quanto gli esempi citati possano apparire episodi isolati e slegati dal sistema economico di stampo
occidentale, va notato che il modello Grameen è stato adattato con successo alla realtà di Chicago (South
Shore Bank) e di altri contesti. Sulla scia di queste esperienze cominciano a prendere piede, anche in Europa,
i sistemi bancari trasparenti, che mettono cioè i clienti al corrente non solo degli utili ricavati ma anche di
come vengono investiti i loro soldi. In Italia si possono citare le Ctm/Ctm-Mag, cooperative in cui il denaro
circola tra circa 5.000 soci e il programma Banca Etica (2.000 soci nel 1996).

WTO world trade organisation

MB Mondial Bank

FMI Fondo monetario internazionale

Focus del progetto non può essere il prodotto in quanto tale, ma l’uomo e il sistema di relazioni che si crea intorno a
esso, di cui il prodotto è parte ma non il tutto. Senza negare il contesto contemporaneo, la progettazione deve guardare
al futuro con un approccio di lungimiranza, in grado di interpretare la complessità del sistema socio-ambientale per
rispondere a esigenze reali e collettive.

Il concurrent engineering è un insieme organico di metodologie, tecniche e strumenti che consente un


approccio alla progettazione integrata di un prodotto e del relativo processo produttivo. Tale approccio
permette di ridurre drasticamente i tempi di sviluppo e i costi connessi, consente inoltre maggiore flessibilità
alla progettazione e alla produzione, oltre che una migliore qualità dei prodotti. Il tutto a spesa di una
maggiore complessità della fase di progettazione e della necessità di avere team interfunzionali.
Questa logica di progettazione è conosciuta anche come simultaneous engineering, life-cycle
engineering, parallel engineering, multi-disciplinary team approach o integrated product and process
development. Traslando questo tipo di procedura dal campo tecnico/produttivo del sistema industriale
tradizionale a quello caratteristico dello sviluppo sostenibile, i risultati potrebbero diventare significativi.
un nuovo approccio operativo: il Concurrent (o Simultaneous) Ecodesign (CED), messo a punto da Luigi
Bistagnino, da Gian Federico Micheletti e da Carla Lanzavecchia, nell’ambito di ricerche comuni in campo
ambientale a partire dal 1996 (Dipartimenti di Meccanica e di Progettazione Architettonica, Politecnico di
Torino). è da intendersi come un’impostazione operativa da situare a monte della produzione, a fianco
dell’attività progettuale. A livello pratico, l’avvio di un nuovo programma che faccia uso del CED prevede la
formazione di uno o più team di lavoro (professionalmente misti e non gerarchizzati) il cui primo obiettivo
consiste nella definizione a largo raggio delle strategie imprenditoriali finalizzate sia alla produzione
industriale che al perseguimento della sostenibilità (impostazione di Design Strategico e definizione del
grado di ecocompatibilità che si intenderebbe raggiungere).
Punti di forza del CED:
- coinvolgimento simultaneo e attivo di tutti gli attori del ciclo di vita del prodotto (inclusi i fornitori di
materiali e di componenti e gli smaltitori); - sviluppo contemporaneo dei vari processi realizzativi (come nel
CE). L’obiettivo dovrebbe consistere nell’applicazione di una logica industriale vincente alla problematica
dell’ecosistema, che troppo spesso sfocia in esperienze fallimentari solo perché considerata marginale
anziché trasversale a tutti i campi, come invece dovrebbe essere.
Riguardo le leggi possibili per indicare la strada della sostenibilità ambientale (etichette ecc) non sono
possibili in quanto controllate dalle aziende. Ossia le leggi vengono dopo l’azione dell’azienda già avvenuta.
Che senso ha allora fare la legge? Quello che invece le aziende fanno per necessità di marketing è fornire ai
prodotti un valore AGGIUNTO ossia tutte le componenti immateriali che migliorano il prodotto (ex allevate
a terra); Gunter Pauli (1997), fondatore e direttore di Zero Emissions Research and Initiatives (ZERI), dedita
principalmente allo studio dei processi per eliminare le scorie tossiche dall’industria, sostiene che “il ‘valore
aggiunto’ non si misura unicamente in termini di dividendi distribuiti agli azionisti o di crescita del capitale.
Esso si manifesta anche nel valore che l’azienda rappresenta per la società.

L’immaginario unificante (ormai classico) di Coca-Cola e di Mc Donald, quello identificativo di Planet


Reebok piuttosto che di Nike Town, la natura incontaminata degli zaini Invicta e il “buonismo” di Barilla
sono solo alcuni tra gli innumerevoli esempi che si potrebbero richiamare. Di questo aspetto comunicativo
molto è già stato scritto. Se è difficile credere che esistano davvero visitatori in cerca del mulino bianco, è
facilissimo immaginare che qualsiasi occidentale in viaggio, provvisto di scarpe da ginnastica e zaino, da
anni si senta “un po’ più a casa” ovunque egli trovi un hamburger e una lattina.
La novità data dal fenomeno della globalizzazione consiste nel fatto che, ormai, tutti gli abitanti del
pianeta si sentono un “po’ più a casa” di fronte alle medesime cose.
Il consumatore che sceglie per esempio di comprare “made by someone” anziché il più consueto “made in
somewhere” lo fa perché si riconosce nella mission aziendale, ma se questa non lo convince completamente
e a oltranza, egli non le rimane fedele
Gunter Pauli (1997), fondatore e direttore di Zero Emissions Research and Initiatives (ZERI), dedita
principalmente allo studio dei processi per eliminare le scorie tossiche dall’industria, sostiene che “il ‘valore
aggiunto’ non si misura unicamente in termini di dividendi distribuiti agli azionisti o di crescita del capitale.
Esso si manifesta anche nel valore che l’azienda rappresenta per la società.
Un esempio eclatante è dato dalle proteste e minacce di boicottaggio dei prodotti Apple dei primi mesi del 2012, in
seguito alle denunce di violazione dei diritti umani e dei lavoratori negli stabilimenti in Cina. Le rimostranze dei
consumatori hanno spinto la Apple ad avviare volontariamente un’indagine sulle condizioni di lavoro nelle fabbriche
della Foxconn, società fornitrice oggetto delle accuse. Casi analoghi hanno spinto molte aziende, Nike in primis, a
pubblicare annualmente un bilancio sociale con l’elenco dei fornitori.

la corporate social responsability o Responsabilità Sociale d’Impresa che mira a integrare nella strategia
aziendale criteri di natura etica e ambientale, attraverso un’auto-regolamentazione che l’azienda formula e si
impegna a rispettare.
il boicottaggio si basa su azioni dirette e pubblicizzate che mirano a generare un forte impatto mediatico,
sono per tale motivo brevi e definite nel tempo; il consumo critico riguarda invece azioni dirette, non
pubblicizzate e di carattere quotidiano, che perdurano quindi nel lungo periodo. Anche il ruolo dell’attore
che compie l’azione è differente, nel caso del boicottaggio, infatti, si hanno utenti finali organizzati in
associazioni o gruppi di protesta, che si adoperano per sensibilizzare l’opinione pubblica; nel consumo
critico si hanno dei prosumer indipendenti, ovvero singoli consumatori consapevoli che compiono le proprie
scelte d’acquisto sulla base di motivazioni personali e ragionate, non indotti da opinioni esterne o strategie
promozionali.
Sinergia anche tra produttore e consumatore (che può essere a sua volta produttore) per l’ambiente: alcuni
impianti di nuova concezione e costruzione in cui tutto è stato progettato affinché gli scarti di un’azienda
(output) possano diventare materie prime (input) per un’altra, e così via in successioni più o meno articolate
(BISTAGNINO, 2011).
Tra queste nuove tipologie produttive, anche dette fabbriche integrate secondo una logica di simbiosi
industriale, l’esempio più noto da tempo è quello di Kalundborg, in Danimarca. Esso è composto da nove
industrie: due aziende municipali (fornitori di acqua, riscaldamento ed energia), un’industria chimico-
farmaceutica, un’azienda di biotecnologie, un’azienda di pannelli di gesso, una centrale elettrica, una
raffineria, un’industria per il trattamento dei rifiuti e infine un’impresa che si occupa di bonifica ambientale
dei terreni inquinati. In questo ecosistema artificiale, energia, acqua, sostanze chimiche e materia organica si
muovono da un impianto all’altro in modo assolutamente razionale e remunerativo. La centrale fornisce il
suo vapore in eccesso alla raffineria, all’azienda farmaceutica e alla rete pubblica di riscaldamento,
eliminando così anche la presenza di 3.500 caldaie per uso domestico. Il calore residuo della centrale è usato
in alcune serre e le acque di raffreddamento sono impiegate per alimentare alcuni vivai ittici (il ricavato è di
circa 200.000 tonnellate annue di pesce). In più, i fanghi di risulta vengono opportunamente convogliati nei
campi vicini. Per contro, la centrale elettrica ha bisogno di molta acqua, che in parte ricava dal lago Tissø e
in parte dalle acque di raffreddamento della raffineria. A sua volta parte dell’acqua di scarico della centrale
viene immagazzinata in un deposito di riutilizzo, insieme agli scarichi idrici dei terreni circostanti e all’acqua
del lago in eccesso nel periodo invernale, così da garantire una fornitura costante alla centrale stessa. Anche i
fumi prodotti vengono trattati con l’idrossido di calcio che elimina le emissioni di zolfo e consente la
produzione di gesso, impiegato dall’azienda produttrice di pannelli.
Nella raffineria, vantaggi plurimi sono stati ottenuti dal processo di desolforizzazione del gas:
eliminazione della sgradita presenza di zolfo dal gas di combustione, rivendita di zolfo puro a un’azienda
che lo usa per produrre acido solforico e rivendita di solfato di calcio a un’altra industria che realizza
pannelli per l’edilizia. Anche il gas in eccesso dei processi di raffinazione viene riutilizzato come
combustibile per la centrale e per l’impresa che produce pannelli in gesso.
L’azienda di biotecnologie ha come output una biomassa non attiva, di risulta dai processi di
fermentazione per la produzione di enzimi; questa viene utilizzata come fertilizzante organico, mentre
un’altra parte di biomassa più pregiata, costituita da lieviti, viene venduta in sospensione come mangime per
suini. L’impianto municipale per il trattamento delle acque produce invece residui fangosi che sono
impiegati dall’azienda di bonifica come sostanza nutritiva nei processi microbiologici, per accelerare il
risanamento dei terreni.
Altrettanto interessanti come case study di sistemi integrati sono le esperienze cinesi e vietnamite aventi
come fulcro del sistema una fabbrica di birra. Nel caso specifico si tratta di un’impostazione industriale
facilmente riproducibile e che potrebbe essere esportata, con notevoli ritorni economici, anche in molti paesi
in via di sviluppo. Per capire come funziona il meccanismo, bisogna osservare l’esperienza specifica da una
distanza ravvicinata. Nel caso della birra, in mancanza di simbiosi industriale (ovvero producendo
esclusivamente la bevanda), le sostanze nutritive contenute nell’orzo maltato risultano in genere sfruttate
solo in minima parte. Secondo Gunter Pauli (1997), in un sistema tradizionale le trebbie, ossia ciò che resta
dei cereali dopo la lavorazione, sono composte per circa il 70% da fibre che, non potendo essere digerite
dagli animali di allevamento, all’apparenza sono inutili e come tali vengono svendute.
In realtà l’esperienza della simbiosi industriale dimostra che esse sono preziose, in quanto i carboidrati
delle fibre costituiscono il substrato ideale per la coltivazione dei funghi. Parallelamente, è possibile
utilizzare anche le proteine delle stesse trebbie come cibo per lombrichi, facili da allevare, estremamente
utili per il terreno e ottimo cibo per pollame. Inoltre, i rifiuti dei cereali, unitamente a quelli degli animali e
ad altri rifiuti organici, possono essere raccolti in un digestore per generare biogas e acqua. Il biogas può
quindi alimentare con energia a vapore, del tutto o in parte, la stessa fabbrica di birra, mentre l’acqua, ricca
di sostanze utili, può essere impiegata per alimentare anche qui alcuni vivai ittici.
L’impresa industriale Beijing Brewery dimostra che tale operazine è estendibile anche a impianti grossi.
Infatti il vapore acqueo necessario per la produzione annuale di 800.000 ettolitri di birra è ottenuto
utilizzando il biogas ricavato dai rifiuti interni, il che rivela che l’autosufficienza e il concetto di fabbrica
integrata possono trovare adozione anche a livello di medie e grandi aziende. Questo è stato il primo caso di
birrificio industriale zero emissions, che ha dato il via, a partire dal 1995, alla nascita di diversi casi analoghi
in Namibia, Svezia, Canada e Giappone. Il riutilizzo dei rifiuti dei birrifici è andato poi oltre la sola
produzione del biogas e oggi queste industrie, seguendo quanto teorizzato da Gunter Pauli, massimizzano i
sottoprodotti del loro processo produttivo ottenendo, oltre alla birra, anche funghi, mangimi zootecnici,
biogas e pesci. La simbiosi industriale non è dunque l’unica via per un processo produttivo sostenibile e
remunerativo, numerose soluzioni per l’ottimizzazione di input e output, come nel Design Sistemico (vedi il
capitolo successivo), sono possibili anche in una singola realtà.
In tal senso anche un edificio può ridurre il proprio impatto ambientale attraverso il riutilizzo degli output
prodotti e mediante il rapporto con le altre attività del territorio in cui è situato. Ne è un interessante esempio
il Green Zone, a Umeå, nel nord della Svezia, costituito da una zona uffici, una concessionaria d’automobili,
un benzinaio con auto-lavaggio e un ristorante fast-food. In questo caso il progetto del piccolo centro è nato
a priori, per volontà della PEAB su progetto dell’architetto Anders Nyquist, ed ha suscitato l’interesse delle
diverse aziende che sono state invitate ad aprire in Green Zone le proprie attività commerciali. Il progetto del
centro ha preso in considerazione tutti gli aspetti dell’edificio al fine di minimizzarne l’impatto ambientale:
dalla costruzione, alla manutenzione, all’utilizzo delle risorse idriche ed energetiche. Innanzitutto i materiali
impiegati sono principalmente locali (rivestimenti in legno) e tinteggiati con colori naturali, e ove possibile
si è cercato di prediligere elementi multifunzionali, per esempio i pannelli in fibra di legno del tetto che sono
isolanti, fonoassorbenti e contribuiscono attivamente al raffrescamento dell’edificio; oppure i lucernari
rivestiti di film riflettente in modo da sfruttare il più possibile la luce diurna.
Anche i tetti ricoperti d’erba permettono l’assorbimento dell’acqua piovana che in parte evapora,
contribuendo al raffreddamento dell’edificio, e in parte viene veicolata al “water gardens”, piccolo lago
connesso alla rete idrica. Le acque di scarico della struttura vengono riutilizzate in modi diversi a seconda
della tipologia: l’acqua proveniente da docce e lavanderia viene depurata in un sistema di filtraggio in loco,
mentre quella dell’autolavaggio viene trattata direttamente in un impianto all’interno del benzinaio; l’acqua
contente gli olii dell’officina viene trattata in un apposito sistema di depurazione; tutti gli edifici infine
utilizzano WC a secco che riducono notevolmente il consumo idrico, la poca acqua impiegata viene
convogliata insieme ai rifiuti dei bagni in una tanica di raccolta, dove vengono poi impiegati come
fertilizzanti naturali.
La presenza di giardini interni agli edifici (con piante Lavande filter), migliora la qualità dell’aria e riduce
le esigenze di ventilazione e raffrescamento.
L’energia invece viene in parte fornita da alcune pale eoliche e da pannelli fotovoltaici, mentre il surplus
di calore prodotto dalle griglie del ristorante e dal sistema di raffreddamento della pompa di benzina viene
convogliato mediante condutture per il riscaldamento degli edifici. Infine nel parcheggio dei dipendenti vi
sono appositi apparecchi che riscaldano il motore delle auto in base all’ora di partenza e alla temperatura
esterna, poiché l’avviamento di un motore caldo riduce notevolmente le emissioni nocive rispetto a una
partenza a motore freddo.
Questi esempi dimostrano che in qualche modo lo sviluppo sostenibile può essere concretamente perseguito,
a patto però di voler ripensare integralmente il panorama produttivo.
banche etiche, che garantiscono trasparenza di investimenti e prestiti solo ad aziende e a interventi sostenibili
A detta degli importanti imprenditori di tutto il mondo facenti parte del Consiglio delle Imprese per lo
sviluppo sostenibile e firmatari della Dichiarazione del Business Council for Sustainable Development, il
perseguimento della sostenibilità richiede sì profonde modifiche concettuali al mondo degli affari, ma non
per forza è contrario agli interessi della produzione
non molto tempo fa designer e teorici ripartissero il ciclo di vita del prodotto in quattro momenti
consequenziali: progettazione, produzione, distribuzione, consumo. La nuova consapevolezza dei limiti
ambientali ultimamente ha esteso l’attività di progettazione a due momenti aggiuntivi: - scelta delle risorse
da impiegare, al fine di optare il più possibile per l’impiego di risorse facilmente rinnovabili in breve tempo
e di materiali che risultino compatibili tra loro in fase di trattamento post dismissione; - previsione del
possibile riuso, recupero, trattamento di rifiuti/prodotti a fine vita.
Sembra interessante far notare la giovinezza storica di tali discipline perché può far riflettere sul fatto che
l’idea di poter disporre di oggetti di qualità ma a costi contenuti (grazie alla produzione di serie) ha solo un
paio di secoli. Sino ad allora l’umanità ha vissuto periodi ben più lunghi caratterizzati al contrario dalla
penuria materiale. È quindi immaginabile la felicità delle persone che si recavano in massa alle Esposizioni
universali per godere dello spettacolo di un concentrato di merce, feticcio del XIX secolo (BENJAMIN,
1986).
Problematiche di un mercato non sostenibile: Produzioni offshore: raramente portano vero benessere nei
contesti territoriali da esse coinvolti. Soprattutto nei paesi poveri, sovente si sfrutta pesantemente la
manodopera; inoltre, non è detto che le stesse nuove localizzazioni industriali nel tempo siano da
considerarsi definitive; Nuovi insediamenti industriali: possono essere causa di danni ambientali perché
alterano gli assetti territoriali esistenti in precedenza , sia perché approfittano di normative inadeguate o
inesistenti; Miseria di ritorno: diventa motore di esodi migratori verso i paesi occidentali; Riduzione del
costo del lavoro: la competizione a livello dei costi pone un problema duplice. Nei paesi poveri può
originare sfruttamento; nei paesi industrializzati, invece, oltre che disoccupazione può creare nuove forme di
cosiddetta “povertà lavorativa”; Povertà lavorativa: la capacità di acquisto ridotta dà luogo a una
contrazione generalizzata dei consumi e a vuoti d’offerta; Prodotti: i progettisti sono costretti dal marketing
a rinunciare agli aspetti più costosi, anche a quelli capaci di differenziare qualitativamente un oggetto dai
suoi simili presenti sul mercato, in quanto le industrie sembrano in molti casi indirizzate più al copiarsi l’un
l’altra (politica cosiddetta del me too); Diminuzione dei consumi.

Costo sociale: il termine costo è necessariamente legato all’ambito economico e indica la spesa in denaro
che occorre sostenere per ottenere od usufruire di qualcosa. Con costo sociale si intende “la diretta
ripercussione di un’azione sulla società, quantificata in moneta. Ha sempre un’accezione negativa: la società
dovrà, infatti, adottare politiche forti per risanare i danni causati da quell’azione. Allo stesso modo, il costo
ambientale indica le conseguenze economiche di un’azione sull’ambiente” (DI SALVO 2011).
Status symbol: il valore economico di un prodotto è fortemente connesso alla sua funzione simbolica,
poiché l’esclusività (intesa sempre in senso economico) permette all’acquirente di sentirsi parte di un gruppo
sociale
Modello produttivo lineare: il sistema produttivo contemporaneo si basa su un’ottica lineare, in cui una
produzione di massa su scala globale attinge indiscriminatamente alla risorse naturali e umane del pianeta.
Tale modello si basa sul fallace presupposto che le risorse siano inesauribili e che il pianeta possa essere
sfruttato all’infinito. L’approccio consumistico che deriva dal modello lineare non tiene in conto le esigenze
dell’ecosistema, così come di quelle (reali) dell’utente finale e considera come scarto inutile tutti gli output
della produzione.
Target vs Soggetti: Si delinea una categoria di destinatari del prodotto, di cui vengono prese in
considerazione le esigenze funzionali ma soprattutto simboliche. Il concetto di target ha in sé un’accezione
passiva di consumo che vede l’utente finale subire inconsciamente il modello proposto.
L’Ecodesign si rivolge invece a “soggetti attivi” che interagiscono e si relazionano tra loro, acquisendo
consapevolezza e responsabilità nel loro approccio all’acquisto, che diventa consumo critico, e nei loro stili
di vita.
Ciclo di vita: il problema dello smaltimento dei rifiuti è oggetto di provvedimenti legislativi e campagne
informative a livello nazionale ed europeo. Le soluzioni proposte sono focalizzate sulla fase di riciclo e riuso
a fine vita e promuovono la corretta separazione dei rifiuti piuttosto che l’utilizzo di materie prime nuove.

il fatturato annuo di General Motors supererebbe infatti il PIL della Danimarca, e lo stesso vale per Ford
rispetto al Sudafrica e per Toyota rispetto alla Norvegia (FONTANA, 1997).
nel campo della produzione industriale esistono almeno due tipi di innovazione che giocano in positivo
per l’ambiente: - la creazione dei nuovi impianti di simbiosi industriale, capaci di ridurre quasi a zero le
emissioni e gli scarti di produzione;
- la nuova intelligenza artificiale dei prodotti (fuzzy logic), la cui carica di rinnovamento è tale da poter
aprire le porte a tutta una nuova generazione di prodotti (smart product), che volendo potrebbe essere
concepita secondo criteri di lunga durata o d’affezione.

Ogni anno”, scrive Gunter Pauli, “la popolazione mondiale si arricchisce di circa 100 milioni di individui e
tuttavia non possiamo aspettarci che il nostro pianeta produca di più. Il genere umano deve dunque imparare
a sfruttare meglio quello che la Terra già offre.

Quando per esempio è stato il momento di adottare la metodologia del Just in Time, cioè di azzerare a monte
il potenziale invenduto mediante nuove realizzazioni ad hoc, l’industria ha dimostrato di sapersi riconvertire,
malgrado ciò abbia richiesto cambiamenti macroscopici

Il CED può essere considerato, la cassetta degli attrezzi del progettista: anziché cacciaviti, chiodi e martelli
in questa scatola ci sono strumenti e tool (informatici e non), varie metodologie valutative, prassi industriali
più o meno innovative ma tutte in qualche modo relazionabili alla questione ambientale in modo diretto o
indiretto. Il CED è da intendersi come uno strumento dinamico, la cui evoluzione è pensata per procedere in
parallelo con la trasformazione dell’apparato economico produttivo, col progresso tecnologico e col mutare
nel tempo delle esigenze dell’ecosistema. il CED funge da sorta di “contenitore operativo” di cui l’Ecodesign
è un contenuto parziale unitamente ad altre voci, a strumenti e a parametri di varia natura, come si può
desumere dal Concurrent Ecodesign Scheme. Tra gli elementi di base del CED si possono riscontrare le
normali procedure di ecoprogettazione (per intendersi, quelle che conducono alla certificazione e
all’attribuzione di marchi ecologici quali l’ecolabel -certificato sul prodotto- per il prodotto e l’ecoaudit -
certificati sugli impianti e macchinari- per l’azienda), ma esse sono affiancate da considerazioni inerenti per
esempio:
- la relazione che intercorre tra il prodotto e il perseguimento dello sviluppo sostenibile (non solo
quindi come realizzare un oggetto ma anche perché realizzarlo e per chi);
- la prefigurazione dell’intero ciclo di vita del prodotto estesa alla valutazione del fardello ecologico
annesso (rucksack) e alla possibilità di creare nuovi impianti di simbiosi industriale;(21)
- la contestualizzazione dei processi di produzione, di vendita e di consumo dei prodotti, cioè l’analisi
delle tipologie territoriali interessate dal prodotto ai fini sia della tutela ambientale che dei diritti umani.

Altro principio teorico da evidenziare è l’assunzione, da parte del CED, del concetto di responsabilità
condivisa tra tutti gli attori coinvolti nella catena del ciclo di vita del prodotto, quindi la responsabilità di
smaltimento e utilizzo dei prodotti di scarto è di tutti e non solo dell’azienda produttrice.

il CED è una sorta di “ombrello” e che la sua composizione operativa globale è data dall’insieme
sinergico di:

- approccio operativo del Concurrent (o Simultaneous) Engineering (CE), posto al cuore del sistema
(primo anello) e organizzato attorno alle normali fasi di Design Process;
- approccio metodologico della progettazione ecocompatibile (anello esterno), articolato in varie
componenti diverse tra loro ma per loro natura tutte interconnesse e relazionate con le tematiche ambientali
e/o del Design.

- il CED adotta la ormai consolidata procedura organizzativa del CE, più che sperimentata nel corso di
una decina di anni di applicazioni e nota per i suoi esiti decisamente positivi.
- Essa si basa sul coinvolgimento a larghissimo raggio degli operatori mediante l’applicazione del
metodo detto enrolling everyone tramite la creazione ad hoc di squadre di lavoro (team) eterogenee, in grado
per questo di superare i problemi gestionali tipici delle organizzazioni piramidali. L’enrolling everyone è già
stato sperimentato con successo da varie industrie, tra cui certamente Rover in campo automobilistico. team,
che inoltre è autonomo e in merito a progetti specifici dispone di pieni poteri, indipendentemente dalle
politiche imprenditoriali complessive dell’industria stessa.

mentre di solito altre metodologie industriali prevedono che lo sviluppo di ogni operazione venga condotto nella
consueta maniera sequenziale, ossia fase dopo fase e con limitate procedure retroattive (feed-back
progettuali), seguendo la metodologia del CE il lavoro viene portato avanti in parallelo. Infatti è proprio lo
sviluppo integrato e, se possibile, contemporaneo di tutte le attività tecnico/progettuali inerenti prodotto e
processi che consente la gestione di prodotti complessi quali macchinari e automobili. Il CE si propone come
un continuo processo adattativo, basato sulla costante osservazione dei risultati (output) parziali.

Schematicamente, il CE comprende:

- Adeguamento agli Standard nazionali e internazionali (p.e.: UNI ISO 8402; UNI EN ISO 9000;
UNI EN ISO 9001).
- Normali procedure legate al Design Process (p.e: analisi funzionale/ concezione progettuale/
sviluppo/ progettazione definitiva e ingegnerizzazione/ produzione).
- Impiego di Tool e Software: di varia natura ed entità, inerenti l’industria, il prodotto e il relativo
processo produttivo.
- Enrolling everyone: adozione di metodologie progettuali estese finalizzate alla sua concretizzazione
(p.e.: formazione di Team di lavoro, impostazione di Workshop e di esperienze di Co-progettazione in rete).
- Analisi del Valore: analisi delle attività finalizzate alla riduzione dei costi di produzione senza
diminuzione delle prestazioni e della qualità del prodotto, ovvero esclusiva diminuzione dei costi che non
forniscono valore al prodotto.
- Time to Market: attività di compressione dei tempi e dei costi a monte del prodotto, ottenuta p.e.
mediante miglioramento in fase di ingegnerizzazione e sviluppo in simultanea.
- Total Quality: attività progettuali riconducibili ai principi di Quality Assurance e più in generale del
Quality System, p.e.: Perseguimento dei sei zeri: zero guasti, zero carta, zero stock, zero attesa, zero difetti,
zero risentimenti.
- Just in Time: attività che mira a ottenere “magazzini zero” mediante la sola produzione di ciò di cui
c’è bisogno al momento; in pratica per l’azienda il JIT si traduce nel ricevere le forniture quando sono
necessarie e nel consegnare al cliente il prodotto non appena è pronto.

il CE sarebbe limitato alla sfera produttiva e agli strumenti che con essa interagiscono (SOHLENIUS,
1992) mentre il CED ha come mission il fornire un contributo a chi si occupa di gestire la complessità della
tematica ambientale.

In comune tengono in considerazione strumenti quali il Time to Market, la Total Quality, la Value
Analysis.

La differenza sostanziale tra i due è che il CED attinge anche da altri metodi operativi che il CE non
prende in considerazione, quali appunto l’Ecodesign, la Co-progettazione in rete estesa a tutto il ciclo del
prodotto, il Design Strategico e il Design dei Servizi; inoltre accoglie le esperienze effettuate nell’ambito del
Life Cycle Assessment, della Simbiosi Industriale, della Rivoluzione dell’Efficienza e del Factor n (4, 4+,
10) - 80% of the world’s resources are distributed among First World nations, which contribute 20% of the
global population, so those nations are prompting an unsustainable system of development. The goal of
Factor 10 is to assure that nations do not exceed the planet’s carrying capacity but leave sufficient
resources for future generations./ lo scopo è quello di promuovere una politica per una produzione a lungo
termine, che quindi deve necessariamente ridurre del 90% l’impatto ambientale per garantire a tutta la
popolazione le comodità che il mercato offre- con uso di parametri di intensità materiale e relativo fardello
ecologico (Material Intensity per Unit Service - MIPS). - The MIPS concept can be used to measure eco-
efficiency of a product or service and applied in all scales from a single product to complex systems. The
total material input (MI) is divided by the number of service units (S). For example, in case of a passenger
car, the number of service units is the total number of passenger kilometres during the whole life span of the
vehicle. The lower the material input per kilometre, the more eco-efficient is the vehicle.-

Schematicamente, oltre al CE il CED comprende:

- Guideline dell’Ecodesign: regole e indicazioni atte a indirizzare la progettazione di nuovi prodotti in


considerazione delle richieste dell’ecosistema;
- Data Bank: banche/insiemi di dati da cui si possono attingere informazioni utili in merito ai requisiti
ambientali del prodotto, Attualmente esiste una pluralità di Banche Dati, ciascuna delle quali fa capo a
diversi organismi e istituti di ricerca, situati in vari paesi.;
- Ecosoftware: strumenti informatici di supporto alla definizione progettuale e alla valutazione dei requisiti
ambientali di prodotti, processi, materiali.

Due categorie di ecosoftware più utilizzati: LCA (Life Cycle Assessment) e LCI (Life Cycle Inventory). Tra
i più noti:

- Boustead Model;
- Buwal 250;
- ECO-it;
- EcoScan 2.0;
- SimaPrò;
- TEAM/DEAMs; - LEADS.

Altra importante categoria di software tool è quella dei DFX (Focused Analysis Tool, o Strumenti Dedicati),
nati per rispondere a particolari strategie. Si tratta cioè di strumenti “dedicati” per esempio alla
minimizzazione dell’uso dei materiali nocivi, al Design per Riciclo, al Design per Disassemblaggio, e in
quanto tali spesso si focalizzano esclusivamente su alcune fasi del ciclo di vita del prodotto.
Tra i più noti:

- Design for Environment software tool;


- ECODESIGN TOOL;
- Idemat;
- LASeR;
- P2-EDGE;
- RECOVERY;
- RECREATION;
- ReGrEd/DisPlay;
- ReStar;
- RONDA.

i software tool di ultima generazione sono i cosiddetti Improvement Tool, che integrano le caratteristiche
delle due categorie precedenti allo scopo di realizzare un unico strumento
- Design Strategico: mira a risolvere (a monte della produzione) la gestione della complessità del sistema-
prodotto tramite l’elaborazione di strategie mirate, fondate su un mix di: Design, Management, Tecnologia,
Risorse Umane.
- Design dei Servizi: mira a dematerializzare il sistema-prodotto
- Simbiosi Industriale: localizzazione di una serie di impianti industriali in modo strategico per ottimizzare
le produzioni e far sì che gli scarti di un’azienda possano diventare materie prime per un’altra generando
un ciclo industriale “chiuso”.
- Adeguamento ad Eco-standard nazionali/internazionali: (p.e.: standard EMAS, valido solo per imprese
situate in EU; normative mondiali ISO 14000 e UNI EN ISO 14001)
- Ecoetichettatura: assegnazione, da parte dell’EU o di altre organizzazioni, di marchi di qualità ambientale
(p.e.: l’Ecolabel certifica che un determinato prodotto ha un minor impatto ambientale di altri, usati per i
medesimi scopi. L’Ecoaudit viene invece rilasciato ai singoli stabilimenti produttivi che soddisfano certi
standard
- Co-progettazione in rete estesa a tutto il ciclo di vita del prodotto: metodo di progettazione che utilizza
sistemi internet/intranet per coinvolgere simultaneamente diversi tecnici e progettisti situati in varie località
ma tutti collegati da terminali.
- Fuzzy Logic: settore della logica matematica che va oltre l’approccio binario della matematica tradizionale
e consente di dotare gli oggetti di intelligenza artificiale tramite l’inserimento di microprocessori e di
appositi sensori. Gli oggetti dotati di FL, oltre che essere intelligenti, sono in grado di apprendere nel
tempo (smart product, oggetti personalizzati) → oggetti di affezione

Le voci riguardo la sostenibilità ambientale non sono state inserite nel CE perché gli strumenti e le
metodologie adottate sia in ambito locale che internazionale non sono ancora stati unificati. Si pensi per
esempio che gli stessi approcci valutativi non concordano tra loro. Lo stesso dicasi per quanto riguarda il
peso delle materie prime (rucksack): tenerne conto o meno cambia moltissimo i parametri, ma anche qui gli
esperti non sembrano tutti allineati in un’unica direzione, infatti in fase di valutazione non tutti considerano
il peso dei cosiddetti MIPS (Material Intensity per Unit Service), che pure come concetto sono stati elaborati
in un ambito di tutto rispetto quale è il Wuppertal Institut.
A eccezione forse delle voci Eco-standard, Data Bank ed Ecosofware (ciascuna nelle varie articolazioni)
sempre in qualche modo presenti, tutte le altre sono discrezionali, in quanto dipendono dalla natura e dal
grado di complessità del prodotto per cui si ritiene utile ricorrere al CED.
i Factor n (4, 4+, 10), che in estrema sintesi si può dire consistano nell’ottenere gli stessi risultati in termini
di benessere, di prodotti e di servizi ma con una riduzione di materia (impiegata per ottenerli) pari agli indici.
Il 4 è stato superato abbondantemente grazie alla sola tecnologia.
l’approccio sistemico parte da tre principali teorie che implica e amplia:
Cluster theory: la teoria dell’agglomerato o del grappolo, nota come Cluster Theory, presuppone gruppi
geograficamente circoscritti di aziende o istituzioni associate, legate da rapporti di analogia o
complementarietà. All’interno del gruppo le aziende possono condividere risorse e competenze (horizontal
cluster) oppure materie prime e fornitori (vertical cluster). Lo sviluppo degli agglomerati porta molteplici
benefici all’economia locale, rafforzandone gli equilibri preesistenti. La competitività del metodo è data
principalmente da tre fattori: la maggiore produttività delle imprese coinvolte, il supporto all’innovazione
che porta a una crescita della produzione futura, lo stimolo alla creazione di nuovi business all’interno
dell’agglomerato.
- Industrial Ecology: il modello teorizzato dall’Industrial Ecology si basa sull’aumento dell’efficienza e la
riduzione dei consumi e dei rifiuti in ambito industriale, su imitazione degli ecosistemi biologici.

- L’Industrial Ecology teorizza alcune linee guida per indirizzare la comunità imprenditoriale in tal
senso:
- Bilanciamento di input e output sulla base dei vincoli naturali. un’azienda può evolvere per
utilizzare o trasformare gli output dei processi propri o altrui in input utili. In questo modo i processi
industriali possono integrarsi reciprocamente e con l’ecosistema.
- Dematerializzazione degli output industriali. Uno degli sforzi maggiori deve essere nell’ottica di
riduzione dei materiali e dell’energia impiegata nei processi produttivi.
- Legami simbiotici tra le industrie. i prodotti di scarto di un’industria possono divenire materie prime
per un’altra, in questo modo si ha per entrambe un beneficio economico. Inoltre, le risorse non-rinnovabili
sono necessariamente destinate a esaurirsi e quindi ad aumentare sempre di più il proprio prezzo: impostare
il proprio sistema produttivo sull’impiego di materie prime seconde o rinnovabili non può che portare a una
riduzione dei costi attuali e futuri. In secondo luogo, il riutilizzo degli scarti riduce fortemente il costo di
dismissione che l’azienda dovrebbe diversamente sostenere. Infine, materiali precedentemente considerati
come rifiuti, acquistano valore economico e portano a un aumento dei profitti dell’industria.
- Creazione di nuove strutture. creazione di nuove opportunità di lavoro, legati alla necessità di
coordinamento delle diverse azioni, alle esigenze comunicative e allo scambio di informazioni.
- Ecosistema industriale = eco parco industriale. le comunità imprenditoriali cooperano tra di loro e
con le realtà locali per ottimizzare l’uso delle risorse materiali, al fine di creare sviluppo economico e socio-
ambientale.

Alla base della metodologia sistemica (design sistemico), vi sono principi semplici ma efficaci,
sintetizzabili in cinque linee guida:
Gli output di un sistema diventano input per un altro
Le relazioni generano il sistema stesso: occorre considerare il sistema in chiave olistica poiché tutti gli
elementi e i flussi che lo compongono sono ugualmente importanti.
I sistemi autopoietici si sostengono e riproducono autonomamente
Agire localmente: il sistema non può prescindere dall’ambiente in cui è inserito
L’uomo è il centro del progetto: l’approccio odierno pone il prodotto come fulcro di un paradigma
valoriale caratterizzato dal desiderio di possesso, valore economico, appartenenza a uno status sociale, che
porta a uno stile di produzione e consumo esasperato e insostenibile. Al contrario, il Design Sistemico
propone un approccio progettuale basato sui valori sociali, culturali, etici e biologici

resilienza, autopoiesi, coevoluzione e omeostasi


La resilienza è la capacità di un sistema di adattarsi al cambiamento:[1]
● In ingegneria, la resilienza è la capacità di un materiale di assorbire energia di deformazione elastica
● In informatica, la resilienza è la capacità di un sistema di adattarsi alle condizioni d'uso e di resistere
all'usura in modo da garantire la disponibilità dei servizi erogati
● In ecologia e biologia, la resilienza è la capacità di una materia vivente di autoripararsi dopo un
danno, o quella di una comunità o di un sistema ecologico di ritornare al suo stato iniziale, dopo
essere stata sottoposta a una perturbazione che ha modificato quello stato
● In psicologia, la resilienza è la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici.

La coevoluzione è il processo di evoluzione congiunto di due o più specie appartenenti alla


stessa comunità che interagiscono tra loro tanto strettamente al punto da costituire ciascuna un
forte fattore selettivo per l'altra (o le altre), col risultato di influenzarsi vicendevolmente. Il rapporto che
lega le specie in coevoluzione può essere sia di tipo predatorio (preda e predatore),
che parassitico (ospite e parassita), che simbiotico (ospite e simbionte)
L'omeostasi (dal greco ὅμοιος+στάσις, "simile posizione") è la tendenza naturale al raggiungimento di
una relativa stabilità
Il termine autopoiesi è stato coniato a partire dalla parola greca auto, ovvero se stesso, e poiesis,
ovverosia creazione. In pratica un sistema autopoietico è un sistema che ridefinisce continuamente se
stesso e si sostiene e riproduce dal proprio interno.

sono le relazioni, in particolare, ad assumere un ruolo fondamentale nell’approccio sistemico. il tutto è


maggiore della somma delle sue parti. un sistema, infatti, può essere considerato come una pluralità di
elementi la cui organizzazione garantisce esiti eccedenti rispetto a quelli consentiti da ogni singola parte. Un
sistema è una totalità organizzata, composta di elementi solidali che possono essere definiti soltanto gli uni
in rapporto agli altri, in funzione della loro collocazione in questa totalità. Il sistema inoltre non è oggettivo,
esiste solo perché lo pensiamo noi.

Quando, invece, si è in presenza di una somma di parti senza connessioni, e quindi senza correlazioni
reciproche, è necessario riferirsi al concetto di insieme. Le sue proprietà non si alterano se si sottraggono
elementi.

Guidelines dell’Ecodesign:
- Ragionare per “preciclaggio”, ovvero evitare la produzione dei cosiddetti “scarti a monte” e l’acquisto di
oggetti a rapida obsolescenza semantica.
- Prefigurare l’intero ciclo di vita del prodotto (“dalla culla alla tomba”) e di conseguenza adottare un design
e un sistema di realizzazione che ottimizzino tutte le fasi del prodotto.
Effettuare la valutazione dell’impatto ambientale del prodotto prima del suo ingresso in produzione
- Ridurre al minimo spessori e quantità complessiva di materiale impiegato per la realizzazione di un
prodotto. Adottare un Design per riduzione ed evitare forme di oversize ingiustificate
- Ottimizzare il risparmio energetico in fase di produzione e di uso dei prodotti.
-Sostituire gli impianti obsoleti e/o inquinanti con tecnologie pulite
.- Ridurre al minimo l’impiego di collanti, di verniciature a base di solventi chimici (soprattutto ove non
necessarie) e di agenti inquinanti
. - Ridurre al minimo l’utilizzo di risorse non rinnovabili o rinnovabili in tempi troppo lunghi rispetto alla
capacità di metabolizzazione dell’ecosistema
- Ridurre al minimo l’utilizzo di materiali corredati da pesante fardello ecologico (rucksack).
Privilegiare l’utilizzo di materiali di riciclo nei prodotti nuovi.
- Creare sistemi produttivi che seguano una logica di Design Sistemico e quindi tendano ad azzerare scarti ed
emissioni nocive.
Creare sistemi di produzione e di consumo in sintonia coi contesti territoriali
Ridurre al minimo il consumo complessivo d’acqua e privilegiare l’utilizzo di acqua non potabile per i
comuni impieghi industriali.
Progettare il packaging in concomitanza col prodotto stesso, ovvero adottare un tipo di progettazione in
parallelo al fine di evitare problemi e costi ambientali aggiuntivi in fase di trasporto e di stoccaggio
- Minimizzare i consumi per il trasporto.
Sostituire il prodotto, se possibile, con il relativo servizio reso
Adottare un design atto a semplificare la forma degli oggetti e a prediligere sia la modularità che la
standardizzazione degli elementi.
Prediligere la componentistica del prodotto sostituibile per ospitare innovazioni tecnologiche o per la
manutenzione/sostituzione pezzo, senza buttare l’intero prodotto
- Marchiare i materiali utilizzati nel prodotto al fine di agevolare i trattamenti in fase di dismissione ed
evitare contaminazioni
Privilegiare la produzione e il consumo di oggetti a lunga durata
Ridurre al minimo la compresenza di materiali diversi all’interno del prodotto
- Adottare, se non è possibile ricorrere alla monomatericità, una logica di Design for Disassembly
(progettazione a monte delle modalità di smontaggio, predeterminazione di aree di rottura).

requisiti che un packaging deve soddisfare:

Requisiti funzionali
Proteggere il prodotto sia nel trasporto (riparandolo da urti e umidità) sia nel punto vendita (garantendo
l’integrità del prodotto)
- Garantire la conservazione delle proprietà e della funzionalità del prodotto, riparandolo da sbalzi
termici, fattori atmosferici e/o agenti nocivi.
Facilitare lo stoccaggio ottimizzando gli spazi mediante il ricorso a forme modulari e più piccoli possibile
- Garantire la solidità e la resistenza del packaging prediligendo, ove possibile, tecniche di
assemblaggio a secco (incastro) per ridurre l’impiego di connessioni impattanti quali l’incollaggio e per
rendere i packaging di facile disassemblaggio.
Ridurre l’utilizzo di imballaggi eterocomposti e l’impiego di materiali poliaccoppiati
Facilitare l’utilizzo per il consumatore

Requisiti per la comunicazione:


Identificare il prodotto contestualizzandolo all’interno della relativa categoria merceologica e del relativo
brand; sottolineare le scelte progettuali sostenibili
Informare il consumatore sulle qualità e le proprietà del prodotto
Informare il consumatore sulle modalità di riciclo
- prediligere metodi di etichettatura separata o la stampa con inchiostri naturali a base acquosa.

Design sistemico:
Gli output (scarti) di un sistema diventano input (risorse) per un altro
Le relazioni generano il sistema stesso: tutti nel sistema sono elementi strategici, le relazioni possono essere
interne ed esterne.

Nel contesto in cui si opera si valorizzano le risorse locali di uomini, cultura e materia
Lo scopo finale consiste infatti nell’ottenere le stesse prestazioni riducendo le risorse consumate e applicando le
dinamiche e le tempistiche naturali all’industria (Systemic Design). Le attività produttive, infatti, possono rispecchiare
in qualche modo il funzionamento della natura. Questa riconversione industriale porta a modelli produttivi reticolari
aperti (BISTAGNINO, 2009).