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Da La Celestina di Fernando de Rojas

monologo di Areusa (giovane prostituta)

AREUSA
Ecco perché da quando
m'è spuntato fra le orecchie il comprendonio
vivo per conto mio, senza padroni,
senza quel fiele che ti mette in bocca
dover ripetere da mane a sera
"signora qui, signora là"; signora!
Non c'è nome più duro e più schifoso!
Con le signore d'oggigiorno, poi,
sciupi una vita a sfacchinare e quelle
ti pagano il servizio di dieci anni
con una gonna smessa, buona solo
a fare stracci da pulire in terra;
insulti, spintoni e ciabattate: questa
è la paga giornaliera della serva.
Campi in un angoletto di cucina
come uno scarafaggio, con la puzza
di rigovernatura e varecchina;
E quando viene il giorno che le tette
ti spuntano dentro la vestina,
quando lo vede un cieco nato
ch'è ora di trovarti un buon marito,
ti sbraitano che scopi col garzone,
che ti hanno visto andare nella stanza
del loro figlio immacolato, il signorino!
Così per dote ti caricano cento
frustate sulle spalle, e per ghirlanda
cento nomignoli affettuosi: "Troia. Puttana. Cagna."
che quindici anni dopo, certe volte,
te li sogni la notte e ti risvegli
tutta sudata e con la faccia viola.
Come viaggio di nozze un calcio in culo
e per corredo ti buttano la roba,
quei quattro cenci che ti hanno regalato
-sì, regalato! loro! le signore!
te li sbattono nel mezzo della strada
sotto gli occhi divertiti di chi passo
e pensa "Bene bene, carne fresca
per il bordello, quest'altra settimana."
Ma questo non è niente: lo sapete
cos'è la peggior cosa? Il nome.
Mai che ti chiamino per nome, le vigliacche.
E quando parlano di te, "la serva"
quando va bene, altrimenti, "quella là".
Neanche il nome ti lasciano, quei porci.
Da allora in poi ho sempre preferito
vivere libera in un sottotetto
che campare da serva, in un palazzo.