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L’autore

Giuliano Turone, giudice emerito della Corte di cassazione e già docente di


Tecniche dell’investigazione all’Università Cattolica di Milano, è stato il giudice
istruttore che, prima di occuparsi delle inchieste su Michele Sindona e sulla
Loggia P2, ha indagato sulla presenza di Cosa nostra a Milano negli anni
Settanta arrivando all’incriminazione del capomafia di allora, Luciano Liggio.
Negli anni Novanta ha fatto parte del primo staff di magistrati della Procura
nazionale antimafia. Ha collaborato con il Consiglio d’Europa, per la redazione
della convenzione di Strasburgo del 1990 sul riciclaggio, e con le Nazioni Unite,
svolgendo attività di pubblico ministero presso il Tribunale penale internazionale
dell’Aja per l’ex Jugoslavia e contribuendo alla redazione dell’Oxford
University Press Commentary sullo statuto della Corte penale internazionale
(2002).
Tra i libri che ha scritto: Il caffè di Sindona (con Gianni Simoni, Garzanti 2009),
Il caso Battisti (Garzanti 2013), Il delitto di associazione mafiosa (Giuffré 2015)
e, insieme con Antonella Beccaria, Il boss. LucianoLiggio: da Corleone a
Milano, una storia di mafia e complicità (Castelvecchi 2018).
Inchieste e reportage
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ISBN 978-88-3296-175-1

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Art director: Giacomo Callo
Graphic designer: Marina Pezzotta
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Prima edizione digitale: gennaio 2019


Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore.
È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.
Sommario

L’autore
Pagina di copyright
Frontespizio

Prefazione di Corrado Stajano

Premessa

I. Il triennio 1978-1980. La presenza incombente della loggia massonica P2


1. I tre fattori storici peculiari alla base dell’Italia occulta
2. Il percorso verso la scoperta della loggia P2
3. Il memoriale del maresciallo Francesco Carluccio sulla perquisizione
dell’ufficio di Gelli a Castiglion Fibocchi
4. La deposizione del generale Vincenzo Bianchi sulla perquisizione
dell’ufficio di Gelli a Castiglion Fibocchi
5. La messa in sicurezza della documentazione sequestrata e il problema
dell’informativa al Governo della Repubblica
6. Un’estate movimentata e ricca di sorprese
7. Il «Piano di rinascita democratica» della loggia P2
8. Una prima attuazione del «Piano di rinascita democratica»: la conquista
della casa editrice Rizzoli e l’occupazione del «Corriere della Sera». L’ombra
lunga della giunta militare argentina
9. Le conclusioni della Relazione Anselmi sui meccanismi di funzionamento
del Sistema P2

II. Il caso Moro: lo scontro fra carabinieri fedeli alla Repubblica e carabinieri
fedeli alla loggia P2
1. Dalla tragica mattina del 16 marzo 1978 alla scoperta del covo di via Monte
Nevoso
2. I carabinieri piduisti della divisione Pastrengo e il ruolo del generale
Giovanbattista Palumbo
3. Carlo Alberto dalla Chiesa e Giovanbattista Palumbo, due personaggi
opposti
4. Anno 1976. La trappola della domanda di affiliazione alla loggia P2 firmata
dal generale Carlo Alberto dalla Chiesa
5. Le quattro lettere fittizie apparentemente indirizzate da Gelli a Dalla Chiesa
III. Altri aspetti del caso Moro
1. Insidie e problemi connessi alla scoperta della base brigatista milanese di
via Monte Nevoso
2. I contrasti e le anomalie che hanno compromesso l’esito della perquisizione
di via Monte Nevoso: il colpo di scena del 5 luglio 1982
3. I veleni ulteriori e l’inerzia investigativa e giudiziaria dopo il 5 luglio 1982
4. Infondatezza dei sospetti e delle insinuazioni contro il generale dalla Chiesa
e i suoi uomini. Le responsabilità del Sistema P2 e dei settori dell’arma a esso
legati
5. La Relazione Anselmi e la massiccia presenza di piduisti nel Comitato di
coordinamento. Le intromissioni di Gelli tramite il generale Grassini
6. Una calunnia postuma ai danni di dalla Chiesa, trait d’union fra il caso
Moro e il caso Pecorelli. La vicenda Incandela

IV. Pecorelli. Il giornalista che «disturbava politicamente»


1. Il delitto Pecorelli e la prima inchiesta sull’omicidio
2. La seconda inchiesta sull’omicidio e le rivelazioni dei collaboratori di
giustizia: le prime indicazioni sui mandanti
3. Le indicazioni sugli autori materiali dell’omicidio e il singolare connubio tra
Cosa Nostra e Banda della Magliana
4. Gli imputati chiamati in causa dai collaboratori di giustizia
5. I diversi gradi di giudizio e l’esito finale. La sentenza di primo grado come
fonte essenziale del caso Pecorelli
6. Un inconsueto deposito d’armi e un’eloquente risultanza balistica
7. Una cena molto riservata e certi «assegni del presidente»
8. Dalla fonte inesauribile dell’Italcasse ai percettori mafiosi degli «assegni del
presidente»

V. Giulio Andreotti riconosciuto penalmente responsabile, ancorché prescritto,


di complicità con Cosa Nostra
1. La sentenza della Corte d’appello di Palermo del 2 maggio 2003
2. L’incontro tra Andreotti e Bontate a Catania nell’estate 1979. L’irritazione
dei mafiosi per le iniziative del presidente della Regione Piersanti Mattarella
3. Il secondo incontro fra Andreotti e Bontate a Palermo nella primavera 1980.
L’uomo politico arriva in macchina con i cugini Salvo
4. Andreotti e i cugini Salvo atterrati a Trapani con un aereo messo a
disposizione dai mafiosi
5. Un piccolo favore di Bontate ad Andreotti…
6. … e un grosso favore di Andreotti a Badalamenti
7. La parola definitiva della Corte suprema sulla «mafiosità» di Andreotti

VI. Il rapporto triangolare fra Andreotti, Cosa Nostra e Sindona


1. I due schieramenti di Cosa Nostra e i due poli (anzi tre) della finanza
d’avventura. Il ruolo della P2
2. Il rapporto preferenziale (e surreale) tra Michele Sindona e i mafiosi
«moderati» di Cosa Nostra
3. Il rapporto tra Andreotti e Sindona

VII. Il dissesto della banca di Sindona e l’assassinio di Ambrosoli su mandato


di Sindona
1. Le pesanti minacce telefoniche degli amici mafiosi di Sindona a Giorgio
Ambrosoli e a Enrico Cuccia
2. Una pagina buia nella storia del paese: l’attacco giudiziario romano alla
Banca d’Italia
3. L’assassinio di Giorgio Ambrosoli, la condanna di Sindona all’ergastolo e il
suo suicidio
4. La responsabilità politica e morale di Giulio Andreotti per l’assassinio di
Giorgio Ambrosoli

VIII. L’attacco giudiziario alla Banca d’Italia e il ruolo di Giulio Andreotti


1. Un’incriminazione palesemente pretestuosa
2. Come rendere inoffensivo il servizio di vigilanza di una banca centrale
3. Due incontri molto riservati tra Andreotti e il giudice Alibrandi: l’inedita e
originale spiegazione che ne dà Andreotti
4. La posizione dei magistrati Infelisi e Alibrandi, segnalata alla Procura di
Perugia e archiviata senza alcun accertamento

IX. Dalla seconda guerra di mafia alle stragi di Capaci e di via D’Amelio
1. La vittoria della fazione corleonese di Cosa Nostra e la scelta di Buscetta e
Contorno di collaborare con lo Stato
2. Il maxiprocesso di Palermo da Falcone e Borsellino alla sentenza del 30
gennaio 1992 della Corte di cassazione
3. La reazione di Cosa Nostra e la fase finale del maxiprocesso: il sacrificio di
Falcone e Borsellino non gioverà agli assassini

X. L’omicidio del capitano dei carabinieri Emanuele Basile e i dodici anni della
tormentata vicenda giudiziaria
1. Le circostanze dell’assassinio di Emanuele Basile e l’istruttoria del giudice
Paolo Borsellino
2. Un processo di primo grado quantomeno sconcertante
3. Le due condanne in appello, annullate dalla Cassazione, e il verdetto finale
del 1992
4. La gestione del caso Basile da parte della prima sezione della Corte di
cassazione e l’accusa a Carnevale di complicità con Cosa Nostra

XI. Dall’istruttoria del maxiprocesso a Cosa Nostra all’istruttoria sugli omicidi


politico-mafiosi di Palermo
1. Lo stato dell’arte alla fine del 1985 e le riflessioni di Falcone
2. La centralità della figura di Pippo Calò nell’evoluzione del fenomeno
mafioso
3. Le intuizioni di Falcone e Borsellino e il ruolo di «frontiera» di Pippo Calò
tra mafia, servizi, destra eversiva e trame occulte. La strage di Natale del
rapido 904
4. L’isolamento di Giovanni Falcone e lo smembramento del pool antimafia da
parte del nuovo consigliere istruttore Antonino Meli
5. La caduta nella qualità del lavoro degli uffici giudiziari inquirenti di
Palermo nel quadriennio 1988-1991

XII. L’omicidio di Piersanti Mattarella


1. La dinamica del delitto e la questione delle targhe
2. Le presumibili cause del delitto
3. Una pista mafiosa anomala: il patto perverso tra Cosa Nostra e i Nar di
Valerio Fioravanti
4. Le dichiarazioni di Cristiano Fioravanti e la figura di Francesco Mangiameli
5. Le confidenze di Francesco Mangiameli al suo camerata e amico Alberto
Volo
6. Il riconoscimento del killer in Valerio Fioravanti da parte della vedova
Mattarella e le rivelazioni di Stefano Soderini
7. La targa camuffata dell’auto del delitto e i pezzi di targa in un covo di Terza
posizione
8. La posizione di Fabrizio Zani, rapinatore e magazziniere della destra
eversiva
9. L’importanza probatoria dei «due pezzi di targa» di via Monte Asolone

XIII. Il senso della strategia della tensione e il suo evolversi sino all’alba del
triennio 1978-1980
1. Quando l’antistato si annida nello Stato
2. Ordine nuovo, Avanguardia nazionale e la guerra non ortodossa
3. La strategia della tensione dalla strage di piazza Fontana sino al 1977
4. L’omicidio di Vittorio Occorsio di Pierluigi Concutelli. Il 1977 come anno
spartiacque: tra spontaneismo armato, il mito di Concutelli e il carisma
nascente di Fioravanti

XIV. I prodromi della strage maggiore e l’assassinio del giudice Mario Amato
1. I Nar e Tp dalla fine del 1977 ai primi mesi del 1980. Il tragico destino del
giovane Antonio Leandri
2. La solitudine e la morte annunciata del sostituto procuratore Mario Amato a
Roma

XV. 2 agosto 1980: l’eccidio della stazione di Bologna


1. La notizia della strage
2. Una vicenda giudiziaria lunga e tormentata
3. Le anticipazioni di Luigi Vettore Presilio
4. Le rivelazioni di Massimo Sparti
5. La telefonata di Ciavardini, il «baratto» e la girandola degli alibi
6. L’omicidio di Francesco Mangiameli

XVI. I depistaggi sulla strage di Bologna. Il ruolo della loggia P2 e dei servizi
segreti
1. Il grande depistaggio di matrice P2: la falsa pista libanese e il ruolo di Gelli,
di Pazienza e dei servizi
2. Le incertezze sul movente del depistaggio di matrice P2
3. La pista Kram: un nuovo depistaggio o una suggestiva coincidenza?

XVII. Il Sistema P2 dopo la strage di Bologna


1. La P2 secondo il «Corriere della Sera» fra la strage di Bologna e la
perquisizione di Castiglion Fibocchi
2. Gli eventi successivi alla perquisizione di Castiglion Fibocchi e alla caduta
del governo Forlani
3. Epilogo. Licio Gelli si congeda

Appendice
Dimenticati dallo Stato di Antonella Beccaria
Fedeli alla Repubblica italiana
Tutti contro il generale Giorgio Manes
Guerra nera al commissario Pasquale Juliano
Fuoco incrociato sul giudice Giancarlo Stiz
Le interferenze occulte nel caso Moro di Stefania Limiti
Il momento giusto
La campagna di primavera delle Br
La P2 e il caso Moro
Una montagna di soldi per Moro
Quale interferenza praticò l’Anello nel caso Moro?
La giustizia a Perugia. Gli anni Ottanta di Sergio Materia
Perché ricordare quegli anni
I magistrati di Perugia
L’omicidio di Mario Amato. L’indagine mancata su Giovanni De Matteo
Wilfredo Vitalone
Le accuse ai vertici della Banca d’Italia
L’istruttoria Infelisi
Elisabetta Cesqui e le accuse di Costantino Belluscio
Epilogo
Il caso Italcasse di Beniamino A. Piccone
Lo scandalo Italcasse fin dalle origini
L’ispezione all’Italcasse del 1977
La Procura di Roma: il porto delle nebbie o il porto delle follie?
I crediti di Italcasse verso il gruppo Caltagirone
I legami tra l’Italcasse e l’omicidio Pecorelli

Bibliografia
Ringraziamenti
Indice dei nomi
Seguici su IlLibraio
Prefazione
di Corrado Stajano

Una storia nera. Una storia purtroppo vera questa di Giuliano Turone, Italia
occulta, dove tutto è minuziosamente documentato da atti di giustizia, sentenze,
ordinanze, confessioni, interrogatori, testimonianze, perizie balistiche, verbali
magari a suo tempo sottovalutati o non compresi, qui invece analizzati con la
furia certosina dello scrittore che spesso, come magistrato, è stato al centro di
quel che racconta. Non è un’autobiografia. Se non si conoscono i fatti ci si può
render conto della presenza e della funzione dell’autore solo da una minuscola
nota a piè di pagina, l’opposto dell’esibizione.
Protagonista delle vicende narrate è un paese malato, spesso moribondo, una
palude non prosciugata dove negli anni Settanta-Ottanta del Novecento,
dall’indomani di piazza Fontana all’uccisione di Moro al massacro della stazione
di Bologna, è accaduta l’iradiddio, stragi, assassinii, complotti, tentati colpi di
Stato. In un connubio, esso sì romanzesco, tra politica e criminalità spuntano da
queste pagine i personaggi più diversi, ministri, banditi, frati, presidenti del
Consiglio, presidenti della Repubblica, avventurieri, terroristi, provocatori,
capimafia, giudici corrotti, agenti segreti, doppiogiochisti, killer, generali
infedeli che non hanno certo reso onore alla loro uniforme. Un Trionfo della
morte da far invidia a Pieter Bruegel il Vecchio. Poi c’è l’altra Italia che ha retto,
anche se con fatica, alla quale il libro è dedicato, rappresentata qui da Tina
Anselmi, la presidente della Commissione d’inchiesta sulla Loggia P2, dal
colonnello della guardia di finanza Vincenzo Bianchi, dal commissario di polizia
Pasquale Juliano, dal generale dei carabinieri Giorgio Manes, dal giudice
Giancarlo Stiz, «Servitori della Repubblica», semplicemente.
I fatti, nel libro di Turone, non posseggono un’apparente continuità
temporale. Italia occulta è costruita a frammenti: la Loggia P2; Michele
Sindona, il bancarottiere assassino, già definito da Giulio Andreotti «il salvatore
della lira»; Giorgio Ambrosoli, l’avvocato ucciso per la sua onestà; Piersanti
Mattarella e il suo omicidio a Palermo; le stragi dei treni; il processo Pecorelli.
Questi frammenti e tanti altri si ricompongono naturalmente in un disegno
complessivo sulla strategia pensata e messa in atto dai nemici della Repubblica:
cancellare la Costituzione, distruggere la democrazia costata tanto sangue e tanto
dolore.
«Quante storie. La P2 non fu nient’altro che un club di gentiluomini» disse
più volte l’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi (tessera 1816 della
Loggia). E Gelli, anni dopo, nel 2008, ai tempi dell’ultimo governo Berlusconi,
ricambiò il favore e rivendicò con orgoglio alla Loggia P2 la paternità del Piano
di rinascita democratica con queste parole: «Peccato non averlo depositato alla
Siae per i diritti, tutti ne hanno preso spunto: l’unico che può portarlo avanti è
l’attuale presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi».
Gli allora giudici istruttori Giuliano Turone e Gherardo Colombo,
responsabili dell’inchiesta sulla P2, erano arrivati a Gelli dopo l’assassinio
dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, ucciso dalla mafia vicino alla chiesa di San
Vittore, nel centro di Milano. Su un’agendina sequestrata nel 1979 a Sindona,
negli Stati Uniti, trasmessa poi in Italia, erano annotati tutti gli indirizzi di Licio
Gelli, uomo d’affari di Arezzo non ignoto alla polizia. Fra gli altri il recapito
sconosciuto di una ditta di abbigliamento maschile, la Giole, del gruppo Lebole,
di Castiglion Fibocchi, nell’aretino, dove il 17 marzo 1981 avvenne la famosa
perquisizione del Nucleo regionale di polizia tributaria della guardia di finanza.
A insospettire, mesi prima, era stata anche la clamorosa intervista di Maurizio
Costanzo (tessera 1819 della Loggia) pubblicata dal «Corriere della Sera» il 5
ottobre 1980. Titolo: Parla, per la prima volta, il «Signor P2».
Un manifesto pubblicitario. Una presa di possesso zeppa di messaggi in
codice. Un avvertimento minaccioso.
Nel suo libro Turone è attento anche ai particolari più minuti, utili per far
capire il clima del tempo. Come il verbale della perquisizione alla Giole scritto
dal maresciallo Francesco Carluccio: la segretaria di Gelli, la signora Carla
Venturi, che cercò di far sparire la chiave della cassaforte, lo stupore del
sottufficiale quando l’aprì e trovò registri, documenti, carte e, in una valigia, le
cartellette con nomi inimmaginabili, ministri, generali e ammiragli, capi dei
Servizi segreti, prefetti, parlamentari, editori, direttori di grandi giornali e di
telegiornali affiliati alla Loggia segreta con un giuramento. Che avevano già
fatto, in molti, ma alla Repubblica. Tra loro anche il comandante della guardia di
finanza Orazio Giannini e il capo di stato maggiore Donato Lo Prete.
La colonna di auto che riporta a Milano i materiali sequestrati, con le liste dei
963 nomi di uomini di cui molti ai vertici della Repubblica, sembra un’azione di
guerra. La Fiat Ritmo, con i documenti, marcia in mezzo a due Alfetta fatte
venire dal comando: a bordo di ciascuna, quattro soldati armati di mitra.
Non molti sanno, anche se la notizia comincia a trapelare. Gelli, il gran
custode – Turone, che ama Dante, scrive che potrebbe essere Cerbero, il mostro
a tre teste, Gerione, la fiera con la coda aguzza, Pluto con la sua voce chioccia –
preoccupato, passa subito al contrattacco e fa ritrovare, poco dopo, malamente
occultato nel fondo di una valigia della figlia, all’aeroporto di Fiumicino, il
Piano di rinascita democratica. Un piano eversivo. Minaccia e monito. Golpismo
strisciante.

Perché tanto spazio alla Loggia P2 nella prefazione a questo libro di Turone,
ricco di fatti e di personaggi? Perché la P2 è «la metastasi delle istituzioni», il
cuore, la matrigna maligna, portatrice di quasi tutte le nequizie di quegli anni.
Salta fuori di continuo come un misirizzi coi suoi nomi di potenti e di subalterni
ubbidienti a ordini anche criminali. La caduta della dignità e del rispetto civile
sono la norma. Colpiscono certi fatti che possono sembrare minori. Gelli che
convoca nella sua Villa Wanda un alto magistrato, Carmelo Spagnuolo,
procuratore generale presso la Corte d’appello di Roma, il generale
Giovanbattista Palumbo, comandante della divisione carabinieri Pastrengo di
Milano, il generale Franco Picchiotti, comandante della divisione carabinieri di
Roma, il generale Luigi Bittoni comandante della brigata carabinieri di Firenze,
due colonnelli. Il venerabile ha fretta e gli uomini della Repubblica accorrono
proni ad ascoltare l’oracolo. Siamo nel 1973 – scrive la Relazione Anselmi – il
pericolo è l’avanzata del Pci dopo le elezioni del 1976, i referendum, il divorzio,
l’aborto. Si ventila allora l’ipotesi di un governo presieduto da Carmelo
Spagnuolo. Gelli sembra un capo di stato maggior generale che dà gli ordini ai
sottoposti pregandoli di trasmetterli a loro volta ai minori di grado.
I loro nomi sono tutti nelle liste della P2 e tornano in molte occasioni. Quello
del generale Giovanbattista Palumbo fa usare a Giuliano Turone, sempre
misurato, attento ai significati del linguaggio, gli aggettivi «temibile e
francamente malvagio». (Partì dalla «Pastrengo», nel 1973, «l’ignobile crimine
dello stupro dell’attrice Franca Rame, ideato e commissionato dalla mente
perversa del generale Palumbo».)
La sua biografia è un sordido archetipo italico. Fascista convinto, ammiratore
del nazismo, cavaliere dell’Ordine dell’Aquila tedesca senza spade, dopo
l’armistizio dell’8 settembre 1943 aderisce alla Repubblica di Salò e raccomanda
ai suoi uomini di fare altrettanto. Poi, quando il vento cambia, si costruisce un
inesistente passato partigiano, diventa persino Governatore militare alleato della
provincia di Cremona. Il suo nome, nei quadri di avanzamento, galoppa. Nel
1964, per non smentire troppo il suo vero passato, è al fianco del generale De
Lorenzo nell’organizzazione del piano Solo.
Il comando della divisione Pastrengo, in via Marcora, a Milano, nei dintorni
di piazza della Repubblica, è in quegli anni un luogo sinistro. Tutti gli uomini
dello stato maggiore del generale sono iscritti alla P2. Un vero e proprio gruppo
di un potere malsano, riferisce il colonnello Nicolò Bozzo, una persona retta,
fedele alla Repubblica.
Il generale Palumbo è un appassionato cacciatore di adesioni alla Loggia, gli
piace assistere alle iniziazioni dei nuovi fratelli all’Hotel Excelsior, a Roma. È in
stretto contatto, scrive la Relazione Anselmi, con il generale Musumeci,
segretario generale del Sismi, il servizio segreto militare. È anche un acerrimo
nemico del generale Carlo Alberto dalla Chiesa. Probabilmente geloso, lo teme e
lo danneggia come può.
Dalla Chiesa è un ufficiale assai abile, ha partecipato alla Resistenza, poi, nel
1948, capitano in Sicilia, ha arrestato gli assassini di Placido Rizzotto, il
segretario della Camera del lavoro di Corleone, che hanno agito su ordine di
Luciano Liggio. Di nuovo in Sicilia negli anni Settanta, al comando della legione
di Palermo, fa arrestare e inviare al soggiorno obbligato mafiosi del rango di
Frank Coppola e Gerlando Alberti. Torna al Nord, generale, al comando della
brigata di Torino. Sono gli anni del terrorismo, Dalla Chiesa è designato dal
ministro Taviani a costituire uno speciale reparto di polizia giudiziaria
antiterrorismo. Nel 1974, un gran colpo: arresta Renato Curcio e Alberto
Franceschini, capi storici delle Brigate rosse.
Nonostante i successi ottenuti, forse per questi, viene messo in disparte.
Palumbo è diventato vicecomandante dell’Arma dei carabinieri e – il legame è
evidente – il reparto antiterrorismo di Dalla Chiesa viene sciolto. I piduisti della
divisione Pastrengo hanno vinto la partita. Povera Italia. Dalla Chiesa viene
messo «a disposizione», a far nulla. Mentre il sangue del terrorismo scorre nelle
strade, viene impiegato come responsabile del coordinamento dei servizi di
vigilanza per gli istituti di prevenzione e pena di massima sicurezza.
Italia occulta racconta con minuzia la vicenda del tentativo fatto allora dai
capi della P2 di affiliare alla Loggia Carlo Alberto dalla Chiesa, uomo in crisi. È
una trappola per rendere ricattabile il generale che dà fastidio ai piduisti. Il piano
fallisce.
Il libro di Turone, che talvolta nella sua ricerca torna a essere il giudice
istruttore del passato, è ricco di notizie, di osservazioni, di giudizi su quegli anni
di conflitti scientificamente verificati. Non offre rivelazioni, la novità è
nell’analisi complessiva e comparata di un cumulo di fatti atroci, maturati in un
mondo occulto e rimasti il più delle volte privi di giustizia; occulti, appunto.
È interessante analizzare quel che allora accadde con l’occhio del presente, in
una società come la nostra, distratta, passiva. Gli esempi di allora non mancano.
La Sezione speciale anticrimine della divisione Pastrengo è pilotata dagli uomini
della P2. Poi, nel 1978, per merito del ministro Virginio Rognoni che crea un
nucleo speciale antiterrorismo, ricompare il generale dalla Chiesa. L’Italia pulita,
quella volta, vince sull’Italia fedele al «fascino discreto del potere nascosto».
Il primo ottobre di quell’anno, l’anno di Moro, il generale irrompe nel covo
brigatista milanese di via Monte Nevoso dov’è custodito l’archivio delle Br. In
una cartellina azzurra vengono trovati 49 fogli dattiloscritti del Memoriale Moro.
(Nel 1990, da un nascondiglio sotto una finestra di quella casa spuntano –
fotocopie – 245 fogli del Memoriale Moro).
Un gran garbuglio. Turone fa da guida.
Di continuo ci s’imbatte nella P2. Tutti o quasi i consiglieri del ministro
Cossiga, ai tempi del sequestro Moro, sono iscritti alla Loggia. E poi, i misteri
anche piccoli si accumulano. Come mai una stampatrice del Sismi viene usata da
Mario Moretti, l’ambiguo capo delle Br, in una tipografia romana per stampare i
volantini dell’organizzazione? Come mai un arsenale di armi della banda della
Magliana usate per uccidere viene custodito in uno scantinato del ministero della
Sanità? Soltanto per la responsabilità di impiegati corrotti?
Ma ci sono casi ben più gravi ricordati nel libro. Andreotti e la mafia. È un
luogo comune secondo il quale il sette volte presidente del Consiglio sia stato
assolto nel processo di Palermo del 1995. Accusato di associazione mafiosa, è
stato invece assolto per i fatti successivi al 1980 e fino allora prescritto, che non
significa certo assoluzione, ma il contrario – condanna –, responsabile il passare
del tempo. Perché durò così a lungo la sua connivenza con la mafia, pronubi
Lima, il luogotenente, e i cugini Salvo, e perché la connivenza finì? Perché
probabilmente Andreotti era legato alla famiglia di mafia Bontate-Inzerillo che
negli anni Ottanta perdono potere e vengono assassinati dai corleonesi di Liggio,
i vincenti delle guerre di mafia. E Andreotti è legato invece ai perdenti. Cose di
Cosa nostra.
Sono infiniti i casi loschi raccontati dal libro di Turone. L’omicidio di
Piersanti Mattarella, presidente della Regione Sicilia che stava cercando di pulire
le lordure dell’isola e fu ucciso il 6 gennaio 1980 dalla mafia che per il delitto
usò giovani della destra eversiva; l’annullamento della sentenza, in Cassazione,
dei tre sicari del capitano Emanuele Basile per vizio di forma: «L’annullamento
consiste nel fatto che ai difensori dei tre imputati non è stato spedito, a suo
tempo, l’avviso della data dell’udienza pubblica destinata all’estrazione a sorte
dei giudici popolari». Ahi, serva Italia, patria del diritto.
Italia occulta è un libro importante. Documenta con nettezza un passato
torbido ancora non del tutto conosciuto. È arricchito, tra l’altro, in appendice, da
quattro saggi che approfondiscono i sordidi eventi di quegli anni: Antonella
Beccaria, Dimenticati dallo Stato; Stefania Limiti, Le interferenze occulte nel
caso Moro; Sergio Materia, La giustizia a Perugia. Gli anni Ottanta; Beniamino
A. Piccone, Il caso Italcasse.

La P2 sembra ed è un’ossessione. Spunta e rispunta. Un fantasma travestito da


diavolo, burattinaio di fatti che sembrano tra loro lontani e invece nascono dalla
stessa radice, contigui.
Chi sono veramente stati i capi della P2? Chi ha manovrato la giostra?
Andreotti e Cossiga, si è detto, i più sospettati, i più coinvolti, vicini e amici di
quei traditori della Repubblica. Si pensava che alla loro morte si sarebbero rotti i
muri del silenzio. Non è accaduto. Mancano le prove, non bastano gli indizi
politici. I famosi scheletri sono rimasti negli armadi con i loro segreti, le piaghe
non si sono sanate.
Al Senato, durante la XII legislatura, quasi un quarto di secolo fa, Andreotti
sedeva al suo posto, sempre lo stesso, vicino al corridoietto, sulla sinistra
entrando nell’aula. Cossiga si spostava di qua e di là secondo i suoi umori
balzani. Una volta prese posto in un seggio della Sinistra e con solennità chiese
di parlare. Rivolgendosi chiaramente ad Andreotti, sull’altro lato dell’aula, non
togliendogli mai gli occhi di dosso, indicandolo con il gesticolio delle mani: fu
un discorso ben strano, sanscrito politico che soltanto i due potevano capire. Si
poteva intuire soltanto che Cossiga stava rinfacciando ad Andreotti cose fatte,
gravi, dal tono della voce e dai moti del volto. Lo insultava, compostamente
irato, come un buon democristiano. Un capitolo teatrale – perché in quell’aula? –
di una resa di conti.
Andreotti, immobile, sembrava una maschera di piombo fuso.

Per tentare di avere qualche conferma sugli uomini al vertice della Loggia resta
soltanto la relazione finale della Commissione inquirente sulla P2 presieduta da
Tina Anselmi, donna di grande coraggio e forza morale che ha subito minacce,
intimidazioni, insulti di ogni genere, vilipesa, emarginata anche dal suo partito,
la Dc.
La relazione ricorre a una metafora celebre, quella della «doppia piramide»,
l’una sull’altra, così da prendere, nell’insieme, la forma di una clessidra. Il
venerabile Gelli, il notaio, l’amministratore, il praticone, a capo del quartier
generale della Loggia viene collocato in cima alla piramide inferiore, «punto di
collegamento tra le forze e i gruppi che nella piramide superiore identificano le
finalità ultime». Ma chi troneggia nella piramide superiore? La relazione si
arrende e conclude amaramente: «Quali forze si agitino nella struttura a noi
ignota non è dato conoscere […] al di là dell’identificazione del rapporto che
lega Licio Gelli ai servizi segreti».
A Tina Anselmi,
Vincenzo Bianchi,
Pasquale Juliano,
Giorgio Manes,
Giancarlo Stiz,
Servitori della Repubblica
ITALIA OCCULTA
Partiti politici, stampa e sindacati costituiscono oggetto di
sollecitazioni possibili sul piano della manovra di tipo
economico finanziario. La disponibilità di cifre non
superiori a 30 o 40 miliardi sembra sufficiente a permettere
a uomini di buona fede e ben selezionati di conquistare le
posizioni chiave necessarie al loro controllo.
«Piano di rinascita democratica della loggia P2», 1976

Tornando poi a Lei, on. Andreotti, per nostra disgrazia e


per disgrazia del paese a capo del governo, non è mia
intenzione rievocare la sua grigia carriera. Si può essere
grigi, ma onesti; grigi, ma buoni; grigi, ma pieni di fervore.
Ebbene, on. Andreotti, è questo che a Lei manca.
Aldo Moro a Giulio Andreotti, dal «Memoriale Moro»,
maggio 1978
Nota dell’autore
I fatti ricostruiti in questo libro sono descritti negli atti giudiziari e nelle fonti d’archivio
richiamati nel testo. Alcuni di essi potrebbero non essere stati definitivamente accertati in
sentenze passate in giudicato, sicché con riferimento ai protagonisti, in linea generale, prevale la
presunzione di non colpevolezza e, ove neppure ripresi in provvedimenti definitivi, di totale
estraneità. Ciò non toglie che, essendo quei fatti riconducibili alle fonti citate, è legittima la
facoltà di citarli, quanto meno sul piano della ricostruzione storica, il cui accertamento è sempre
soggetto a progressivi e spesso imprevedibili aggiustamenti e revisioni. Allo stesso modo, le
valutazioni, argomentate e basate su circostanze ritenute accertate o logicamente verosimili,
rimangono valide anch’esse sul piano storico e soggette, a loro volta, a revisione, al mutare dei
fatti di riferimento.
Premessa

Questo è un libro di storia contemporanea basato in netta prevalenza su fonti


giudiziarie. Riguarda un periodo piuttosto breve della storia del nostro paese, a
cavallo tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta del Novecento, ma si tratta di un
periodo terribile, ricco di misteri e di delitti efferati. Un tratto di storia così
profondamente legato a fenomeni criminali e anti-istituzionali di devastante
pericolosità, da mettere a rischio lo stesso equilibrio costituzionale del Paese. È
stato osservato, non a torto, che l’Italia è la nazione in cui l’intreccio fra politica
e criminalità, fra istituzioni e illegalità, fra potere ufficiale e potere occulto è
stato talmente stretto «che probabilmente non esiste in Europa e nel cosiddetto
“primo mondo” un altro paese in cui questo intreccio sia stato altrettanto
costante e radicato». 1
Questo pezzo di storia, inoltre, è stato volutamente reso il più possibile
oscuro, sibillino, indecifrabile ai cittadini «normali»; costellato da una quantità
esorbitante di segreti e di vere e proprie bugie, per opera di ambienti e
personaggi che, in modo interessato e cinico, hanno perpetrato quel
mastodontico furto di consapevolezza ai danni della popolazione. Questo libro si
rivolge a chiunque si senta parte lesa di quel furto.
Particolarmente danneggiate da quella sottrazione di coscienza storica sono le
nuove generazioni. Chi frequenta i ventenni di oggi sa bene quanto essi siano
disorientati di fronte ai misteri della storia recente del loro paese e quanto siano
desiderosi di conoscere e di capire il senso di certi eventi sconvolgenti accaduti
vent’anni prima che loro nascessero. Questo libro è dedicato in modo particolare
a loro ed è stato scritto, quindi, con un particolare sforzo di chiarezza espositiva,
senza mai dare per note circostanze che i ventenni di oggi è invece ben possibile
che non conoscano.
Del resto, solo se le nuove generazioni avranno preso conoscenza di quegli
eventi nefasti – e ne avranno colto il significato storico – potranno a loro volta
trasmetterne la conoscenza e la comprensione alle generazioni future. Il che è
importante, perché «la Memoria, custodita e tramandata, è un antidoto
indispensabile contro i fantasmi del passato». 2
Proprio per venire incontro ai lettori più giovani e meno «attrezzati», senza
nulla togliere, però, alla completezza della trattazione, sì è ritenuto di collocare
nelle note talune parti che, se collocate nel testo, lo avrebbero appesantito
eccessivamente. Inoltre, sempre per lo stesso motivo, sono state introdotte brevi
note esplicative immediatamente riconoscibili come pensate proprio per i lettori
più giovani e contrassegnate dal simbolo asterisco (*), riguardanti certe nozioni
che essi potrebbero non avere ancora acquisito.

L’utilizzo delle fonti giudiziarie è molto importante per la ricostruzione del


passato di un paese, ma lo è in modo particolare, come si è visto, per l’Italia.
Sono fonti preziosissime anzitutto le sentenze, cioè gli atti conclusivi dei
processi, ma sono molto utili anche gli atti giudiziari contenenti il materiale
probatorio, per esempio l’interrogatorio di un imputato, la dichiarazione di un
testimone, oppure una perizia balistica.
Le sentenze sono fonti privilegiate perché offrono una sintesi meditata del
materiale probatorio e perché rappresentano la verità ufficiale su determinate
vicende. Ma se noi ci limitassimo a considerare le sentenze saremmo costretti a
fermarci alle conclusioni che si sono imposte in sede giudiziaria e questo
mortificherebbe la ricerca critica dello storico.
Il punto è che lo scopo della decisione giudiziaria è diverso da quello dello
storico. La decisione del giudice ha la finalità di verificare se una certa accusa
diretta a un imputato è fondata al di là di ogni ragionevole dubbio oppure è
infondata; di verificare quindi se un certo imputato deve essere dichiarato
responsabile del reato o assolto. Inoltre, in ambito giudiziario vi sono delle
regole rigorose sull’ammissibilità dei mezzi di prova, sull’utilizzabilità della
prova, sulla valutazione delle prove, sulla nullità degli atti, sui limiti delle
impugnazioni, e così via, proprio perché, per poter applicare una pena
all’imputato, l’accusa deve essere provata al di là di ogni ragionevole dubbio e
nel rispetto di tutte le garanzie previste dalla legge.
Viceversa, lo storico, ripercorrendo una vicenda processuale che presenta un
interesse storico, non deve applicare sanzioni, non deve stabilire se la decisione
del giudice sulla posizione di questo o quell’imputato sia condivisibile o no,
tanto meno deve dare giudizi di colpevolezza o non colpevolezza su determinate
persone. Lo storico può e deve solamente ricostruire circostanze di fatto, che non
siano state sufficientemente chiarite in un determinato processo, ma che possano
essere chiarite in base ad altri elementi di fatto disponibili, o in quello stesso
processo, o in un altro processo ricollegabile al primo.
Situazioni di questo tipo si presenteranno più volte nelle pagine seguenti. Per
esempio, relativamente al grave attacco giudiziario subito dalla Banca d’Italia
nel marzo 1979, chi legge troverà un’inedita ricostruzione storica ottenuta
collegando tra loro alcuni dati contenuti nelle agende di Giulio Andreotti,
acquisite al processo di Perugia per l’omicidio Pecorelli, e talune risultanze del
processo Sindona. 3
I
Il triennio 1978-1980.
La presenza incombente della loggia massonica P2

1. I tre fattori storici peculiari alla base dell’Italia occulta

Alcuni fattori storici piuttosto singolari hanno reso questo nostro paese
sensibilmente diverso da tutte le altre democrazie dell’Europa occidentale.
Anzitutto le mafie storiche. Secondo alcuni studiosi, tra cui Nicola
Tranfaglia, esse hanno una matrice comune che si è sviluppata lentamente a
partire da diversi secoli fa, quando il Mezzogiorno era formalmente dominato da
potenze straniere le cui capitali erano molto distanti e i cui domini territoriali
erano molto estesi: i bizantini, gli arabi, gli spagnoli. Anche questi Stati assoluti
del passato avevano una loro legalità ed erano più o meno in grado di far
rispettare le leggi. Però con notevoli eccezioni: avendo domini così estesi,
riuscivano a esercitare l’autorità e a far rispettare le leggi solo nei territori più
facilmente raggiungibili, e non nelle aree geografiche lontane dalla Capitale. 1
La Sicilia e la Calabria, in particolare, si sono trovate per lunghi periodi di
tempo in questo tipo di situazione. Con la conseguenza che, per molti secoli, non
c’è stata nelle due regioni nessuna autorità statale che fosse capace di tenere
sotto controllo il territorio. 2 In questo lunghissimo vuoto di potere legale, sono
nati gruppi spontanei dotati di un potere di fatto, che hanno preso il posto
dell’autorità statale assente, imponendo la propria legge personale basata su
intimidazione, violenza e sopraffazione. Da questo seme è germogliato e si è
sviluppato gradualmente il potere illegale delle mafie storiche.
La situazione è stata poi ereditata dai Borboni del Regno delle Due Sicilie,
che non hanno saputo farvi fronte e che anzi hanno aggravato la situazione, tra
l’altro delegando funzioni di ordine pubblico alla camorra, che in origine era
semplicemente un fenomeno di delinquenza urbana dei bassifondi di Napoli. In
questo modo la camorra si è consolidata e sviluppata, ottenendo a poco a poco la
promozione a terza mafia del nostro paese.
Il radicamento di mafie storiche dure a morire e la commistione di fatto,
durata troppo a lungo, tra potere formale e potere criminale hanno avuto per il
nostro paese conseguenze devastanti, senza pari in nessun altro luogo
dell’Europa occidentale. Questa è la prima differenza sostanziale tra l’Italia e gli
altri paesi europei.
La seconda grande peculiarità del nostro paese è il fatto di avere avuto mille
anni di papa re. Lo Stato della Chiesa ha avuto certamente il pregio di
contribuire a far sì che Roma diventasse una delle più belle città del mondo, se
non la più bella, ma ha contribuito anche a ritardare di molto il momento in cui i
sudditi acquisiscono la consapevolezza che consente loro di diventare cittadini,
attenti agli interessi della collettività e dotati di un proprio senso delle istituzioni.
È forse una conseguenza di questa peculiarità storica il fatto che in Italia
l’educazione civica nelle scuole sia sempre stata una Cenerentola.
Inoltre – va detto con franchezza – il millennio pontificio ha prodotto altri
lasciti ingombranti che hanno influito in modo determinante, attraverso la
presenza dello Stato-Città del Vaticano nel cuore di Roma, sul percorso storico-
politico del nostro paese dal 1870 sino a oggi. Gli esempi che si potrebbero fare
sono molti, ma basterà qui menzionare il ruolo deleterio (su cui questo libro avrà
modo di soffermarsi) che ha assunto nella storia italiana del secondo Novecento
lo Ior (Istituto per le opere di religione), la banca vaticana di cui l’arcivescovo
Paul Marcinkus è stato presidente dal 1971 al 1989. 3* È stato accertato infatti
che lo Ior ha intrattenuto rapporti intensi con il sistema di potere occulto della
loggia massonica Propaganda 2 (P2) di Licio Gelli e del suo cervello finanziario
Umberto Ortolani; con la finanza d’avventura di Michele Sindona e Roberto
Calvi, affiliati alla loggia P2; nonché – attraverso i massicci riciclaggi di denaro
mafioso gestiti da questi ultimi – con la Cosa Nostra siciliana e siculo-
americana. Anche su tutto ciò questo libro avrà modo di soffermarsi.
Terza importante peculiarità italiana è quella di avere avuto, proprio sul
confine determinato a Yalta, 4* il più grande Partito comunista del mondo
occidentale. Anche questa è stata una peculiarità carica di conseguenze. Dopo
Yalta – e quindi dopo la caduta del fascismo – la presenza in Italia di un Partito
comunista così forte (e che nei primi lustri guardava in effetti con simpatia al
blocco sovietico) ha suscitato gravissime preoccupazioni negli ambienti della
Nato. 5* In quel contesto, paradossalmente, le mafie storiche e altri fenomeni di
antistato, nemici della nuova Costituzione, si son visti attribuire – e si sono
attribuiti – un ruolo di prezioso baluardo anticomunista.
Hanno cominciato gli americani, benemeriti per averci aiutato a liberarci
dalla dittatura, che però, dopo lo sbarco in Sicilia, hanno contribuito a
consegnare vari comuni siciliani e calabresi nelle mani di sindaci che erano i
boss mafiosi locali, per evitare il più possibile il rischio di aprire la strada a
sindaci comunisti. 6 È stato un fatto che ha conferito alle mafie storiche una
tremenda forza di inserimento nei gangli del nuovo Stato, che già nasceva in un
paese messo a dura prova dal ventennio fascista e dalle pesanti conseguenze
belliche.
Successivamente, come si vedrà, sono nati altri meccanismi destinati a
prolungare il più possibile l’isolamento e la lontananza dal potere del temuto
Partito comunista italiano (Pci). Meccanismi che hanno variamente continuato a
esistere e operare, per mantenere in vita il cosiddetto fattore K (dal russo
Kommunizm), 7 anche quando ormai, a partire dai tempi della Primavera di
Praga, 8* il Pci aveva preso le distanze dal blocco sovietico. 9 Inoltre si sono
prodotte spinte che, a prescindere dal pericolo sovietico, provenivano da
ambienti interessati a mantenere invariati gli equilibri politici e a non perdere i
vantaggi che traevano dal permanere di una strategia della tensione: mafie
storiche, ambienti vari di malaffare e di eversione che non disdegnavano mezzi
estremi come lo stragismo, ma anche ambienti politici che, per mantenersi al
potere, erano interessati a continuare a sventolare la bandiera del pericolo
comunista.
Ecco allora Gladio, la Rosa dei venti, l’Anello, la P2. E poi il golpismo, la
strage di piazza Fontana, la strage di Brescia e ancora la P2 con il famigerato
«Piano di rinascita democratica» di cui si dirà tra breve (e siamo a metà degli
anni Settanta). Poi il trauma del rapimento e dell’assassinio di Aldo Moro, altre
stragi – la stazione di Bologna – e i depistaggi organizzati da Gelli e Pazienza, il
faccendiere per antonomasia, e dai servizi segreti piduisti. Di tutto ciò questo
libro si occuperà.
Come si vede, questo excursus ci porta di nuovo al tema della loggia segreta
P2, che raggiunge il massimo del suo potere proprio nel triennio maledetto 1978-
1980, periodo che abbiamo definito dell’«Italia occulta». La centralità, o
comunque il manifestarsi del fenomeno P2 in tutte le vicende che ci apprestiamo
a raccontare fa sì che questa esposizione debba prendere le mosse proprio da tale
argomento.

2. Il percorso verso la scoperta della loggia P2

Il sistema di potere occulto della loggia P2 è stato scoperto attraverso la


perquisizione del 17 marzo 1981, eseguita contemporaneamente in tutti i recapiti
conosciuti di Licio Gelli e disposta nell’ambito del procedimento penale
milanese contro il bancarottiere Michele Sindona, relativo all’omicidio di
Giorgio Ambrosoli (11 luglio 1979). I due giudici istruttori titolari di questo
procedimento penale erano l’autore di questo libro e il suo collega Gherardo
Colombo.
Il decreto di perquisizione è stato emesso il 12 marzo, con delega alla guardia
di finanza di Milano per l’esecuzione. Esso si era reso necessario in quanto erano
emersi rapporti rilevanti tra Sindona e Gelli nel periodo che Sindona aveva
trascorso clandestinamente a Palermo (agosto-ottobre 1979), fingendo di essere
stato rapito da un preteso e improbabile Comitato proletario di eversione per una
giustizia migliore.
Inoltre Gelli era uno dei personaggi che si erano maggiormente spesi a favore
dei «piani di salvataggio» truffaldini che, se accolti, avrebbero ripianato la
voragine finanziaria della banca di Sindona, accollandone il peso alla collettività.
Egli era anche uno dei firmatari degli affidavit (dichiarazioni giurate) trasmessi
all’autorità giudiziaria degli Stati Uniti a fine 1976 per cercare di evitare a
Sindona l’estradizione verso l’Italia. Nel suo affidavit, Gelli aveva dichiarato, fra
l’altro, che Sindona era un perseguitato politico anticomunista e che un suo
rientro in Italia avrebbe avuto come conseguenza un processo non imparziale
contro di lui e un grave pericolo per la sua stessa vita.
Infine, dopo che l’avventura del finto rapimento era fallita e aveva portato al
definitivo arresto di Sindona a New York, le autorità americane avevano
trasmesso a quelle italiane, nel novembre del 1979, un’agendina sequestrata a
Sindona poco tempo prima, dove il finanziere aveva annotato tutti i recapiti di
Licio Gelli.
Nel momento in cui è stata presa la decisione di aprire un’indagine
giudiziaria sul personaggio di Licio Gelli – decisione maturata non a caso nel
Palazzo di giustizia di Milano, dove le vicende sindoniane ne fornivano lo
spunto – si era già percepito abbondantemente che questi doveva essere il
gestore superprotetto di un centro occulto di potere, mascherato all’interno della
misteriosa loggia massonica. Quella impressione si era fatta particolarmente
netta quando sul «Corriere della Sera» era comparsa, il 5 ottobre del 1980,
un’inquietante e lunga intervista rilasciata da Licio Gelli al giornalista Maurizio
Costanzo (al momento non lo si sapeva, ma Maurizio Costanzo sarebbe poi
risultato iscritto alla loggia P2, così come Franco Di Bella, direttore del
quotidiano). Già il titolo dell’intervista era estremamente significativo: Il fascino
discreto del potere nascosto – Parla, per la prima volta, il «signor P2»; per non
parlare poi del lungo occhiello, di cui riportiamo solo le prime righe: «Licio
Gelli, capo indiscusso della più segreta e potente loggia massonica, ha accettato
di sottoporsi a un’intervista esponendo anche il suo punto di vista –
L’organizzazione: “un Centro che accoglie e riunisce solo elementi dotati di
intelligenza, cultura, saggezza e generosità per rendere migliore l’umanità”».
Pertanto, poiché correva voce che il «maestro venerabile» Licio Gelli avesse
un gran numero di fratelli di loggia fidatissimi, dislocati un po’ dappertutto nelle
pubbliche istituzioni, gli uomini della guardia di finanza di Milano incaricati
delle perquisizioni del 17 marzo (tutte da compiersi fuori dal loro territorio) sono
stati formalmente vincolati dai magistrati inquirenti a una particolarissima
misura di cautela: astenersi dal seguire la prassi consueta che, per ragioni di
cortesia istituzionale, avrebbe richiesto di preavvertire i comandi locali delle
operazioni che si andavano a eseguire.

Tra gli indirizzi di Licio Gelli contenuti nell’agendina di Sindona trasmessa dalle
autorità americane ce n’era uno che – almeno per gli inquirenti milanesi – era del
tutto nuovo e inaspettato: quello di una ditta di abbigliamento maschile, la ditta
Giole, del gruppo Lebole, di Castiglion Fibocchi, provincia di Arezzo. 10 Aveva
tutta l’aria di essere un recapito particolarmente «coperto» e particolarmente
interessante. Infatti sarebbe stato proprio a questo indirizzo, un ufficio
riservatissimo del «venerabile», che la perquisizione del 17 marzo 1981 avrebbe
avuto effetti decisamente dirompenti. Tutte le altre perquisizioni – quella a Villa
Wanda, abitazione aretina di Gelli, e quelle da eseguire a due indirizzi
rispettivamente di Roma e di Frosinone – avrebbero avuto invece esito negativo.
Come capo della pattuglia destinata a perquisire l’ufficio di Castiglion
Fibocchi venne designato Francesco Carluccio, un energico quarantatreenne
salentino, tra gli investigatori più abili della guardia di finanza di Milano. Non
era un ufficiale, bensì un maresciallo maggiore, ma per la sua grande abilità
professionale e la sua assoluta affidabilità godeva della piena fiducia dei due
ufficiali superiori che coordinavano le operazioni di quel giorno: il colonnello
Vincenzo Bianchi e il maggiore Vincenzo Lombardo.
Francesco Carluccio ha redatto una sorta di memoriale sulla perquisizione –
effettivamente memorabile – di Castiglion Fibocchi. 11

3. Il memoriale del maresciallo Francesco Carluccio sulla


perquisizione dell’ufficio di Gelli a Castiglion Fibocchi

«L’operazione di polizia giudiziaria doveva essere eseguita presso varie sedi da


pattuglie al comando di un ufficiale e coordinate dal comandante del Nucleo
regionale di polizia tributaria di Milano, colonnello Vincenzo Bianchi,
coadiuvato dal maggiore Vincenzo Lombardo, comandante della Prima sezione
speciale di cui io facevo parte.
«I due ufficiali si sarebbero trasferiti presso il Gruppo della guardia di finanza
di Arezzo e a loro le pattuglie si sarebbero dovute rivolgere per qualsiasi
esigenza nel corso del servizio.
«Sembra che non vi fossero ufficiali a sufficienza, per cui il maggiore
Lombardo propose il mio nome garantendo la mia provata competenza per i
passati impieghi in analoghe operazioni.
«Il 14 marzo del 1981 (sabato) fui convocato nell’ufficio del comandante del
nucleo, presente anche il maggiore Lombardo. Nell’atrio vi erano alcuni
ufficiali. Fummo ricevuti uno alla volta. Il colonnello Bianchi mi informò che il
lunedì successivo mi sarei dovuto recare ad Arezzo per eseguire un’operazione
di polizia giudiziaria, senza specificare né il luogo né i soggetti nei confronti dei
quali si dovesse agire: le disposizioni erano contenute in una busta chiusa che mi
fu consegnata (non ricordo bene se in quella circostanza o il lunedì mattina
prima di partire per Arezzo) con l’ordine di aprirla nella prima mattinata del 17
marzo.
«“Non fate telefonate, salvo che per stretti motivi di servizio” mi fu
raccomandato.
«Da un elenco esibitomi dal maggiore Lombardo scelsi i due sottufficiali
collaboratori, nelle persone del maresciallo ordinario Concezio De Santis e del
brigadiere Salvatore Polo, con i quali avevo già lavorato e di cui mi fidavo
ciecamente. Mi misero a disposizione una Fiat Ritmo guidata dal finanziere
Luigi Voto.
«Io avevo il grado di maresciallo maggiore.
«Partimmo per Arezzo nel primo pomeriggio del 16 marzo e alloggiammo
all’hotel Intercontinental.
«Ritornando alle cautele di riservatezza con cui i miei superiori istruivano i
capipattuglia, appena mi dissero che sarei dovuto andare ad Arezzo capii che
l’operazione era da farsi nei confronti di Licio Gelli, questo perché io ero
impiegato, fin dal 1974, nelle indagini per l’insolvenza della Banca privata
italiana da cui erano scaturite tutte le vicende giudiziarie che riguardavano
Michele Sindona. È chiaro che nel corso delle indagini sulla banca, nei contatti
tenuti dai componenti della pattuglia con i magistrati – sia i titolari dell’inchiesta
sull’insolvenza che i titolari del procedimento sul delitto Ambrosoli – si
accennava più volte a Licio Gelli e ad altri soggetti probabili amici di Sindona,
anche per allertare i militari operanti nell’esame della documentazione bancaria.
«Nessun altro dei colleghi aveva cognizione del perché andassimo ad Arezzo
e, soprattutto, di chi fosse Licio Gelli.
«Mi preoccupai di informarli in tarda serata in albergo (probabilmente
l’indomani non avrei avuto tempo per istruirli a dovere), precisando loro di fare
molta attenzione – perché Licio Gelli, gran maestro della massoneria, era un
uomo potente – e di essere scrupolosissimi, sia che l’operazione di polizia
giudiziaria fosse stata negativa o positiva. L’obiettivo sarebbe stato quello di
trovare prove di contatti tra Sindona e Gelli, specie per il periodo 1978-1980,
quando Sindona risultava essere “sparito”.
«La sera del 17 marzo 1981, nella mia agenda appuntavo:
«Non ho dormito molto bene. Alle 6.30 mi sono svegliato. Siamo arrivati a Castiglion Fibocchi
alle ore 8.30 circa, abbiamo individuato anche la sede della Socam [altra ditta da perquisire
all’interno dello stesso stabilimento]. Alle 9.00 io e De Santis ci siamo presentati alla Giole, Polo
e Voto alla Socam. Gelli non c’era. La perquisizione l’abbiamo fatta alla presenza della segretaria,
Carla Venturi. Ho avuto subito la sensazione che la documentazione fosse importante,
specialmente quella chiusa in buste sigillate.

«Questo proprio perché quest’ultima documentazione sembrava cosi


accuratamente tutelata. Ovviamente le buste non furono aperte ma le annotazioni
sulle stesse erano per me di assoluto interesse.

«Il servizio si sviluppò nel seguente modo.


«Ero convinto che Licio Gelli fosse l’amministratore unico della Giole per
cui, una volta entrati nell’androne dello stabilimento relativo agli uffici, chiesi
subito al portiere di accompagnarmi nell’ufficio dell’amministratore, Licio Gelli.
Egli mi rispose che il soggetto non rivestiva nessuna carica nella società, non
aggiungendo altro.
«Ci fu un attimo di smarrimento (eppure se il decreto indicava i locali della
Giole doveva essere implicito che Gelli dovesse avere almeno un recapito).
Chiesi lo stesso di essere accompagnato nell’ufficio di Gelli. Il portiere mi indicò
una donna che scendeva dalla scalinata del piano superiore dicendomi che era la
segretaria del commendatore. La chiamò per presentarcela.
«La signora disse di chiamarsi Carla Venturi, che era la segretaria di Licio
Gelli e precisò che l’amministratore delegato della Giole era il signor Attilio
Lebole. 12 Lei era, comunque, a libro paga della società.
«Riservatamente le feci presente che avevo un mandato di perquisizione nei
confronti di Licio Gelli e la invitai ad accompagnarmi nell’ufficio da lui
occupato e nel suo e di indicarmi l’esistenza di altri eventuali locali o recapiti a
loro disposizione presso lo stabilimento o in altri luoghi.
«Salimmo la scalinata e la Venturi ci introdusse in un locale di normale
ampiezza dicendo che era l’unico a uso di Gelli, non ve ne erano altri né presso
la Giole né altrove da lei conosciuti. Specificava che la sua attività di
collaboratrice veniva esercitata in detto ufficio.
«Appena iniziata la perquisizione, dopo la notifica del relativo decreto alla
Venturi, giungeva nel locale l’amministratore della Giole, signor Lebole Attilio.
La signora si consultava con il medesimo sull’opportunità di farsi assistere da un
legale o persona di fiducia. Decisero di non fare intervenire nessuno.
«A questo punto, la signora Venturi con una certa autorità invitava il signor
Lebole ad allontanarsi perché la perquisizione in quell’ufficio non riguardava la
Giole ma Gelli. Egli, con un certo imbarazzo, lasciava il locale. Rimasi
perplesso. “Che strano” pensai, “non vuole il difensore di fiducia e rifiuta anche
di essere assistita dal suo amministratore, che allontana con un tono tale da non
ammettere repliche… ci sarà un perché…”
«Preliminarmente la Venturi era stata invitata a indicare se il locale fosse
munito di cassaforte. Rispondendo positivamente e indicandola precisava di non
essere in possesso della chiave.
«Premetto che al momento in cui eravamo entrati nell’ufficio, la Venturi
aveva appoggiato la sua borsa su una sedia. Mi riservavo di perquisirla durante
l’operazione di polizia giudiziaria. Dissi, però, al maresciallo De Santis di
tenerla d’occhio e se la signora si fosse allontanata prendendo la borsa stessa, di
seguirla e, nel caso si fosse recata in posti dove non potesse essere sorvegliata
(esempio alla toilette), di bloccarla immediatamente e verificare il contenuto
della borsa.
«Nel corso del servizio era stata aperta una grossa valigia posta vicino alla
scrivania di Gelli.
«Conteneva varia documentazione e varie buste sigillate con scotch e firmate
agli estremi della chiusura. Erano intestate in relazione al loro contenuto (per
esempio: “Patto tra … e …”, “Accordo …”, “Gruppo …”).
«Una vampata di emozione mi assalì quando su alcune buste lessi riferimenti
al Gruppo Rizzoli, a Tassan Din (direttore della Rizzoli), a Rizzoli/Calvi, a
Rizzoli/Caracciolo/Scalfari, insomma il gotha dell’informazione in Italia.
«Mi sorpresi a sussurrare fra me e me: “Ah!… Cantore… Cantore… aveva
ragione…”.
«Perché Cantore? E chi era?

«Romano Cantore era un notissimo giornalista, fra l’altro frequentava il


tribunale ed era molto attivo nelle informazioni su scandali finanziari, per cui era
ben aggiornato sul caso Sindona. In questo contesto aveva conosciuto tutti i
militari della guardia di finanza addetti alle indagini sull’insolvenza della Banca
privata italiana, me compreso. 13
«Di tanto in tanto egli passava dalla banca (non sovente) dove noi avevamo
gli uffici per salutarci, per cercare di scambiare opinioni e notizie oppure per
prendere un semplice caffè.
«Qualche tempo prima della perquisizione a Gelli, era appunto venuto in
banca. Sembrava agitatissimo e, per quanto mi ricordi, subito esordiva più o
meno così: “Tassan Din… la massoneria… Gelli… Calvi… la Centrale…
Stanno dando l’assalto al ‘Corriere’… C’è in atto una manovra per concentrare
tutta la stampa e l’informazione in un unico soggetto… è gravissimo che
nessuno possa fare niente! È passato di mano già ‘Il Piccolo’ di Trieste… (fece il
nome di altre testate che non ricordo) e stanno arrivando anche capitali
stranieri…” e via così, su questo tono e su questo argomento.
«Più parlava e più si infervorava. A me quelle notizie non dicevano
assolutamente nulla, anzi mi sembrava normale che si facessero delle transazioni
commerciali anche in quel settore. Timidamente lo dissi a Cantore e lui,
lapidario, mi rispose con rabbia: “Non capisci niente… non arrivi a pensare che
chi controlla i giornali e l’informazione è in grado di controllare il paese e di
farne quello che vuole?”.
«Immediatamente recepii il messaggio e rimasi piuttosto scosso. Nel tempo le
parole di Cantore mi sono rimaste in testa… una specie di assillo.

«Presi all’istante la decisione di sequestrare tutto. Solo i successivi sviluppi del


servizio mi avrebbero liberato da una responsabilità così pesante.
«Istruii il maresciallo De Santis sull’impostazione del verbale e gli dissi di
iniziare a elencare la documentazione sino ad allora rinvenuta nella valigia e
nella scrivania di Gelli, ritenuta interessante ancorché – in apparenza – non
proprio attinente al decreto.
«Intanto i due militari che si erano recati presso la Socam erano rientrati.
«A questo punto, la signora Venturi chiedeva di potersi recare nell’atrio per
incontrare una persona per motivi di lavoro. Prese la borsa e uscì.
Opportunamente sospendemmo la perquisizione e uscimmo dall’ufficio insieme
a lei per poi continuare al suo ritorno.
«La segretaria aveva già chiesto prima una o due volte di uscire per
telefonare o andare in bagno senza prendere la borsa. Invitata da me a usare il
telefono dell’ufficio rispondeva che era quello del commendatore, doveva essere
tenuto sempre libero e preferiva non usarlo.
«Sta di fatto che questa volta la borsa era in suo possesso e De Santis si
attivò. La seguì nell’atrio dove la vide parlare con un signore al quale cercò di
passar qualcosa preso dalla borsa. Il maresciallo, della cui presenza lei non si era
accorta, la bloccò subito e l’oggetto che stava consegnando passò direttamente
nelle sue mani. Erano le chiavi della cassaforte. Eccitato, il militare invitò i due
nell’ufficio di Gelli, che riaprimmo appena arrivarono.
«Il signore fu identificato (risultò essere il direttore di una vicina banca), fu
da me redarguito e lasciato andare in quanto si era giustificato dicendo di non
essere a conoscenza del perché la signora Venturi avesse voluto incontrarlo e di
non sapere che cosa gli volesse consegnare.
«Telefonai al maggiore Lombardo per aggiornarlo sul ritrovamento della
chiave della cassaforte accennandogli che probabilmente c’era da sequestrare
della documentazione. Mi rassicurò dicendomi più o meno: “Vedi tu, sai quello
che devi fare e stai tranquillo”.
«Aprimmo la cassaforte.
«Altre buste sigillate, alcune ancora con riferimenti al Gruppo Rizzoli.
«Conteneva, fra l’altro, una specie di registro su cui erano annotati i
nominativi degli iscritti alla loggia P2 e un certo numero di cartelle settoriali
intestate (finanza, carabinieri, polizia, banchieri eccetera) con i relativi nomi e
cognomi.
«È chiaro che la mia attenzione fu subito rivolta alla cartella “Finanza” che
conteneva molti nominativi di alti ufficiali. Constatai con sollievo che né il
colonnello Bianchi né il maggiore Lombardo ne facevano parte. C’erano invece,
tra gli altri, i nomi del comandante generale della guardia di finanza, generale di
corpo d’armata Orazio Giannini, e quello del capo di stato maggiore, che mi
sembra fosse il generale Donato Lo Prete.
«Rimasi impressionato. Anche nelle altre cartelle erano evidenziati i vertici
delle rispettive amministrazioni o settori di appartenenza e incominciai a
preoccuparmi. Non avevo mai immaginato un tale concentramento di poteri.
Comunque dissi al maresciallo De Santis di continuare l’elencazione della
documentazione compresa quella della cassaforte.
«Successe un fatto strano. Avevo detto al finanziere Voto di aiutare i colleghi
nell’ordinare la documentazione in questione: la signora Venturi si oppose
energicamente dicendo che lui era solo un finanziere e non poteva accedere alle
notizie contenute nelle carte perché non qualificato.
«Rimasi meravigliato, mi chiesi che cosa mai avevamo nelle mani, non ero in
condizioni, per formazione professionale e culturale, di valutare il tutto. Certo,
immaginavo che la massoneria fosse potente, leggendo i nominativi non c’era
certo da stare allegri e noi militari operanti eravamo solo dei semplici
sottufficiali.
«Incominciai a preoccuparmi seriamente, ma sempre determinato a
sequestrare tutto.
«Ribadii alla signora Venturi che il finanziere poteva benissimo attivarsi
perché agiva sotto la mia responsabilità, e io ero un ufficiale di polizia
giudiziaria nonché il responsabile della conduzione della perquisizione.
«Le dissi anche che la documentazione sarebbe stata sequestrata e che,
quindi, la protesta era del tutto inutile.
«Rimase scossa e replicò più o meno così: “Non potete portare fuori da qui
questa documentazione, sono preoccupata per come il commendatore la
prenderà. Le dico che è un uomo potente, stia attento a quello che fa”. Erano
parole senza astio, più di consiglio che di avvertimento o di minaccia.
«Le risposi semplicemente che io ero ben tutelato per la fiducia che avevo nei
miei superiori diretti e, soprattutto, nei magistrati titolari del procedimento,
“altrimenti, Dio ci aiuti”.
«Visto che la signora era piuttosto smarrita, le consigliai di alleggerire la sua
responsabilità facendo intervenire un legale, certamente più qualificato a
interloquire nel servizio in corso.
«Lei accettò il suggerimento e telefonò dal locale stesso. L’avvocato
intervenne circa due ore dopo.
«Anch’io sentii il bisogno di alleggerire la mia responsabilità e telefonai al
comando. Mi rispose ancora il maggiore Lombardo, al quale dissi di aver aperto
la cassaforte e che ritenevo opportuno che egli stesso o il colonnello venissero
sul luogo. Mi ribadì che erano molto occupati, di stare tranquillo e di procedere
secondo le mie valutazioni. Chiesi allora di passarmi il colonnello Bianchi, al
quale dissi semplicemente: “Non posso dirle di più… per favore… deve venire
lei stesso”. Nessuna esitazione: “Agisci secondo coscienza, fra dieci minuti
arrivo” rispose.
«Potevano essere le ore quattordici e mi sentii veramente sollevato.
«Il comandante arrivò poco dopo, accompagnato dal maggiore. Gli andai
incontro e gli dissi che tra la documentazione emergevano nomi di personaggi
importanti tra cui anche quello del nostro comandante generale.
«Entrati nell’ufficio gli sottoposi il registro con i vari iscritti alla loggia e,
ovviamente, le cartelle settoriali e tutta l’altra documentazione.
«Stavamo in piedi, il registro aperto sulla scrivania. Il colonnello scorreva i
nomi e a un certo punto cominciò a dire: “Carluccio… tutti ci sono… tutti ci
sono… tutti ci sono…”. Non capivo e gli chiesi se fosse cosa importante.
“Importantissima” rispose. Insistei: “Ma chi sono questi tutti?”. “I servizi
segreti” replicò.
«In quel momento venne il suo autista per avvisarlo che lo cercavano al
telefono (la sua auto ne era munita). Si assentò per pochi minuti. Seppi in seguito
che a chiamarlo era stato il comandante generale della guardia di finanza.
«Il colonnello Bianchi, che aveva assunto la direzione del servizio, prese
contatti con i magistrati i quali disposero di sequestrare la documentazione senza
procedere ad alcun esame di merito.
«Mentre noi sottufficiali procedevamo al completamento della compilazione
degli atti e a repertare la documentazione, il colonnello, sempre nello stesso
locale, discuteva con l’intervenuto avvocato Giacomo Boniver, il quale
contestava la procedura del sequestro documentale ed espresse anche la
decisione di non firmare il verbale.
«Fui io a suggerire al legale di annotare in calce all’atto, e di suo pugno, il
proprio dissenso e firmare per la conferma di tale divergenza.
«Così fece.
«L’operazione di polizia giudiziaria era da considerarsi conclusa.
«Il colonnello Bianchi mi chiamò da parte e mi diede i seguenti ordini:
«– telefonare a suo nome all’ufficiale di servizio presso il nucleo regionale di
polizia tributaria di Milano e dirgli di inviare due Alfette con quattro militari
armati in ciascuna;
«– la pattuglia che aveva eseguito la perquisizione, a bordo della Fiat Ritmo
con la documentazione sequestrata, doveva fare ritorno a Milano viaggiando in
mezzo alle due Alfette;
«– una volta giunti presso la caserma del nucleo a Milano, trasmettere il suo
ordine all’ufficiale di servizio affinché la documentazione venisse custodita nella
cella di sicurezza (o in un armadio blindato), sorvegliata a vista da un militare
armato di mitra.
«Rimasi meravigliato e impressionato. Il comandante se ne accorse e replicò:
“Fidati… è necessario”.
«Tutto fu eseguito a puntino.»

4. La deposizione del generale Vincenzo Bianchi sulla perquisizione


dell’ufficio di Gelli a Castiglion Fibocchi

Circa un anno dopo, il 9 marzo 1982, il colonnello Vincenzo Bianchi – ormai


promosso generale di brigata – viene sentito come testimone dalla Commissione
parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2, nel frattempo costituita per
legge. 14 Il suo racconto sulla giornata del 17 marzo 1981 completa quello reso
dal maresciallo Carluccio ed è altrettanto avvincente. 15

«Sono giunto ad Arezzo nelle prime ore del giorno 17 e mi sono recato al locale
comando del corpo della guardia di finanza. Insieme a me c’era il tenente
colonnello Lombardo. 16 Alle nove sono iniziate le operazioni di polizia
giudiziaria sulla base del decreto emesso dal giudice istruttore Turone e sulla
base della preparazione che era stata fatta per questa incombenza. Solo a
operazioni iniziate ho detto ai colleghi di Arezzo qual era lo scopo della nostra
missione. Intorno alle dieci ho dato notizia di queste operazioni, in estrema
sintesi, ai miei superiori diretti e al comando generale, parlando con il generale
Farnè, allora colonnello e collega […]. Sino alle ore tredici non vi sono state
novità di rilievo […].
«Verso le ore quattordici sono stato raggiunto da una comunicazione,
portatami a mano da un sottufficiale: avevano telefonato dal comando generale
dicendo che il comandante generale mi cercava.
«Subito dopo questa comunicazione mi sono recato a Castiglion Fibocchi, in
quanto il maresciallo maggiore Carluccio, che dirigeva quell’operazione di
polizia giudiziaria (era un sottufficiale, ma da anni trattava il caso Sindona e ne
conosceva la vicenda processuale), ci aveva avvertito che c’era la necessità della
nostra presenza. Infatti c’erano stati dei problemi con la signora Carla Venturi, la
segretaria di Gelli, che aveva tentato di uscire dalla stanza con la borsa dove
c’erano le chiavi della cassaforte, era stata bloccata, le chiavi della cassaforte
erano state trovate, ma c’erano delle difficoltà da superare.
«Ho deciso, unitamente al collega Lombardo, di andare anzitutto lì. E lì mi
sono reso conto della situazione in brevissimo tempo, in quanto era stata aperta
la valigia che era vicina alla scrivania ed era stata aperta la cassaforte. Nella
valigia c’erano trentatré plichi sigillati – che sono rimasti sigillati – e nella
cassaforte c’erano le carte della loggia massonica P2.
«Intorno alle 15.30 ho telefonato dalla mia automobile, dove c’era il
radiotelefono, anzitutto al collega Farnè […]. Mi ha detto: “Ti vuole il
comandante generale. Lo puoi chiamare verso le quattro, perché sarà al comando
generale”.
«Subito dopo, dalla stessa macchina, ho telefonato al giudice istruttore
Turone, per essere confortato in una decisione abbastanza delicata. Ero già
sicuro dentro di me della decisione che doveva essere presa, data la pertinenza
dei documenti rispetto al decreto di perquisizione e sequestro. 17 C’era, secondo
me, la possibilità di sequestrare in blocco tutta la documentazione reperita, in
base al decreto che era stato emesso. Gli ho descritto sommariamente per
telefono il contenuto – come emergeva dalle intestazioni – delle buste sigillate, e
quel che c’era nel carteggio della P2. E ho ricevuto l’ordine di sequestrare tutto –
da me condiviso pienamente – atteso che c’era anche documentazione riflettente
in pieno il caso Sindona […].
«Subito dopo questa telefonata, sempre dalla macchina, ho chiamato il
comandante generale della guardia di finanza. Sarà stato, io penso, poco prima
delle sedici. L’ho informato che stavo chiamando dalla macchina e lui mi ha
detto: “Non mi puoi chiamare da un altro telefono?”. Io ho detto: “Guardi, sono
alla periferia di un piccolissimo paese e non posso chiamare da un telefono”.
[…] Ha risposto: “Va bene, appena puoi mi richiami da un altro telefono” […].
«Dalle sedici alle diciotto sono proseguite le operazioni di perquisizione di
cui è stato redatto un verbale abbastanza dettagliato. 18 Alle diciotto le
operazioni sono terminate.
«Dopo mi sono portato alla caserma di Arezzo del corpo della guardia di
finanza e ho chiamato nuovamente il comandante generale […], il quale mi ha
detto: “So che stai lì e hai trovato degli elenchi. 19 Ti comunico che ci sono
anch’io negli elenchi. […] Statti accorto, che ci sono i massimi vertici”. (Io ho
capito “dello Stato”, non ho inteso che si riferisse al corpo […].) Dopo di che
aggiunse queste testuali parole: “Stai attento, che il corpo si inabissa”. Risposi:
“Eccellenza, stia pur certo che il corpo non si inabissa”. Aggiunse: “Mi
raccomando la riservatezza”. Risposi: “Stia tranquillo: per quanto riguarda me e
gli ufficiali che partecipano a questa operazione, la riservatezza sarà assicurata al
massimo”.»

5. La messa in sicurezza della documentazione sequestrata e il


problema dell’informativa al Governo della Repubblica

La mattina del 18 marzo 1981, nel Palazzo di giustizia di Milano, appena si


aprono i plichi, le buste sigillate, le cartellette sequestrate, ci si rende conto
subito di quanto quei documenti siano infuocati. Le carte svelano l’esistenza di
un’associazione segreta in cui sono coinvolti tre ministri della Repubblica, il
capo di stato maggiore della Difesa, i capi dei servizi segreti, il segretario
generale del ministero degli Esteri, ventiquattro generali e ammiragli delle tre
armi, nove generali dei carabinieri, cinque della guardia di finanza compreso il
comandante generale, un centinaio di ufficiali superiori, due generali della
polizia di Stato, cinque prefetti, vari diplomatici, sessantatré alti funzionari dei
ministeri e poi il segretario nazionale del Psdi (Partito socialdemocratico), il
capogruppo socialista alla Camera dei deputati, parlamentari, segretari
particolari di leader governativi, imprenditori, editori, giornalisti, il direttore del
«Corriere della Sera», il direttore del Tg1, professori universitari, dirigenti di
società pubbliche, banchieri e diciotto magistrati.
I documenti conservati nelle trentatré buste sigillate sono altrettanto
stupefacenti: riguardano un gran numero di attività e operazioni di enorme
rilievo nazionale, svolte o controllate da quel sistema insidioso di potere occulto,
che trova nella loggia segreta il suo apparato motore e che d’ora in avanti
chiameremo Sistema P2. Inoltre, questi documenti sbalorditivi rendono di tutta
evidenza che il Sistema P2 è straordinariamente capace di condizionare
pesantemente i meccanismi istituzionali del paese, tanto che la sua attività
sotterranea ha portato al dominio della loggia segreta sul «Corriere della Sera»,
sul gruppo Rizzoli, sul Banco Ambrosiano e ha consentito numerose altre azioni
di estrema rilevanza, gestite o controllate attraverso percorsi opachi, anti-
istituzionali e non conformi al pubblico interesse. Lo si intuisce chiaramente
anche solo leggendo le intestazioni di quelle buste sigillate: «Calvi Roberto –
vertenza con Banca d’Italia»; «Gelli Licio – telex segreto dell’ambasciata
argentina alla Cancelleria»; «On. Claudio Martelli»; «Copie progetto definizione
Gruppo Rizzoli-Ambrosiano»; «Tassan Din – movimento fondi Ortolani»;
«Calvi e Anna Bonomi»; «Accordo finanziario Flaminio Piccoli-Rizzoli»;
«Accordo Gruppo Rizzoli-Caracciolo-Scalfari»; «Documentazione per la
definizione del Gruppo Rizzoli»; «Tassan Din Bruno – lettera al dott. Calvi»;
«Accordo Eni-Petromin» e così via.
Quella mattina del 18 marzo ci si rende immediatamente conto anche della
necessità di garantire una corretta e sicura custodia del materiale sequestrato e
una totale trasparenza circa la riconoscibilità dell’autenticità di ogni singolo
reperto. A questo scopo, ogni singolo foglio sequestrato viene numerato, siglato
(da uno dei magistrati e dal cancelliere), descritto minuziosamente in un apposito
verbale e fotocopiato in triplice copia autenticata. I tre pacchi di copie autentiche
vengono conservati in armadi blindati situati in posti diversi e custoditi con cura
quasi maniacale. Uno dei tre pacchi verrà trasmesso alla Commissione
parlamentare P2 subito dopo la sua costituzione. 20
La notizia della perquisizione a Castiglion Fibocchi comincia a trapelare. La
dà il telegiornale la sera del 20 marzo, venerdì. Sabato 21 marzo, sul «Giornale
Nuovo» esce una notizia fasulla e preoccupante: «Nell’ambito delle indagini per
l’affare Sindona, stasera s’è appreso di una doppia operazione compiuta dalla
magistratura di Milano e da quella di Roma, nella villa aretina di Licio Gelli,
“venerabile maestro” della loggia massonica P2. Per conto dei giudici milanesi
l’intervento sarebbe stato operato dalla guardia di finanza mentre Roma avrebbe
partecipato agli accertamenti attraverso il sostituto procuratore della Repubblica
Sica». 21 Si comincia così a percepire che gli uffici giudiziari romani si stanno
preparando a far sì che tutto il materiale sequestrato a Castiglion Fibocchi venga
sottratto all’ufficio istruzione di Milano e venga convogliato nella Capitale. Ciò
in effetti avverrà ai primi di settembre, attraverso una sentenza della sezione
feriale della Corte di cassazione.
A Milano, intanto, gli avvocati di Gelli inoltrano all’ufficio istruzione ripetute
istanze (per non dire intimazioni) volte a ottenere il dissequestro e la restituzione
di tutto quanto. Le istanze vengono respinte e parte della documentazione
sequestrata (in particolare quella inerente a Roberto Calvi e alla sua banca) viene
invece separata dal resto e trasmessa alla locale Procura della Repubblica:
determinerà l’inizio di un procedimento penale separato, che si concluderà anni
dopo con la condanna di diverse persone (inclusi Licio Gelli e Umberto
Ortolani) per la bancarotta fraudolenta del Banco Ambrosiano.
Inoltre, gli inquirenti milanesi si pongono un interrogativo assillante. La
presenza nelle liste P2 di ministri, sottosegretari, capi dei servizi segreti, prefetti,
generali eccetera, non suggerisce forse, o addirittura impone, di informarne i
vertici dello Stato? La risposta è decisamente sì. Poiché il presidente della
Repubblica Sandro Pertini si trova all’estero, si ritiene quindi di dover informare
il presidente del Consiglio dei ministri Arnaldo Forlani (tra l’altro, nell’elenco
degli affiliati c’è anche il nome del suo capo di gabinetto, prefetto Mario
Semprini).
Il presidente Forlani fissa un appuntamento con i due giudici istruttori
milanesi a Roma per mercoledì 25 marzo. L’incontro verrà descritto da Gherardo
Colombo in un libro di memorie da lui pubblicato nel 1996, al quale sembra
opportuno attingere.

«Arriviamo a Palazzo Chigi, ci accompagnano in anticamera e qui chi ci riceve?


Il prefetto Mario Semprini, segretario particolare dell’onorevole Forlani, che
dall’elenco della P2 risulta titolare della tessera d’iscrizione n. 1637. Non siamo
nemmeno tanto stupefatti, sapevamo che il segretario particolare di Forlani
risultava nella lista della P2. Pensavamo però che avesse il buon gusto di non
venire ad aprirci la porta.
«Semprini ci fa accomodare in anticamera, e sparisce […]. Sappiamo che il
suo nome compare nella lista, ma facciamo finta di niente: oltretutto siamo
convinti che lui sappia che noi sappiamo, e ciononostante faccia finta di niente.
Probabilmente non gli siamo simpatici, perché la nostra scoperta lo mette nei
guai, e tuttavia ci riceve con il più affabile dei sorrisi. […] Torna dopo
interminabili minuti e ci introduce nello studio dell’onorevole Forlani.
«Il minuetto continua. Il presidente ci fa sedere e si informa del motivo della
nostra visita. Come se non lo sapesse! Sino a quel giorno siamo riusciti a non far
trapelare nulla all’esterno, la stampa ancora non ha pubblicato alcunché sul
contenuto della scoperta, ma come può il presidente del Consiglio dei ministri
non esserne stato informato, visto che sono stati trovati i nomi di tre ministri del
suo governo, dei capi dei servizi, di una dovizia di parlamentari – molti dei quali
del suo partito – e del suo segretario particolare?
«Forlani ci chiede il motivo della visita e quando gli diciamo che si tratta
della P2, di un’organizzazione segreta che potrebbe mettere in pericolo le
istituzioni, cade dalle nuvole. O meglio, cerca di dirci qualcosa, ma per un paio
di minuti buoni non riesce ad articolare parola. Dalla sua bocca escono suoni
gutturali e abbiamo l’impressione, non confermata, che provi a svilire
l’argomento senza tuttavia riuscire a dominare il linguaggio.
«Dopo un po’ si riprende, e finalmente parla. “Ma sono sicuri, lorsignori,
dell’importanza della vicenda?” E noi a spiegargli cosa riteniamo di dover
pensare sulla base di quel che si è scoperto. “Ma sono sicuri che non si tratti di
documenti falsi, creati apposta per generare confusione?” E noi a riferire
dell’assoluta imprevedibilità della perquisizione.
«“Ma non si tratta di fotocopie, fotomontaggi, insomma, siamo sicuri che si
tratti di documenti originali?”
«“Signor presidente, riteniamo che il materiale sia affidabile. Se desidera può
cercare di verificare lei stesso. Abbiamo portato la fotocopia della lista degli
iscritti, e di qualche altra carta. Tra queste c’è la domanda di iscrizione del suo
ministro di Grazia e giustizia. Avrà, credo, a portata di mano qualche atto
sottoscritto dal ministro, che come guardasigilli controfirma ogni atto del
governo.”
«“Eh sì, qualche cosa firmata da Sarti dovrei averla qui. Ma fatemi vedere,
fatemi vedere questa domanda di iscrizione.” Gliela mostriamo, è un foglio a
quattro facciate, tipo foglio protocollo. Lui la prende, la gira, la rigira, guarda la
firma, la riguarda.
«“No, non mi pare che sia la sua. Non credo, non mi sembra, la sua è diversa.
C’è qualche somiglianza ma la sua è diversa.” E dopo un momento di
riflessione: “Comunque, da qualche parte devo avere una firma autografa di
Sarti. Fatemi cercare…”. E si avvia verso un armadio, lo apre, rovista, torna a
sedersi alla scrivania con alcune carte in mano. “Ecco qua, questa è una firma di
Sarti. Possiamo confrontarle… Sì… si assomigliano, ma… Eh, si assomigliano,
si assomigliano proprio… Sembrano fatte dalla stessa mano. Ma quella che mi
avete portato è una fotocopia!”
«“Sì, presidente, questa è una fotocopia, ma abbiamo sequestrato l’originale
che conserviamo in ufficio.”
«Si convince, o comprende che non è più possibile insinuare dubbi
sull’autenticità delle carte, e ci prende sul serio. “Lasciatemi le carte che mi
avete portato, le studio, le vedo. Devo vedere cosa fare, devo trovare una
soluzione.”
«“Non vorremmo essere impertinenti, presidente. Le carte… il suo segretario,
il prefetto Semprini risulta nella lista…”
«“Ho capito, me le porterò a casa, e le studierò là. Qualunque cosa intendiate
comunicarmi chiamatemi direttamente.”» 22

6. Un’estate movimentata e ricca di sorprese

Due mesi dopo l’incontro del 25 marzo il presidente Forlani decide di pubblicare
gli elenchi degli affiliati alla P2. Lo scandalo è enorme e determina la caduta del
governo. Per il sistema di potere P2 l’inatteso smascheramento segna l’inizio di
un periodo di grave crisi, che peraltro non durerà a lungo.
Nasce così il governo di Giovanni Spadolini – primo a guida non
democristiana – che si insedia il 28 giugno del 1981 e che ben presto
promuoverà un disegno di legge per lo scioglimento della loggia P2, come
associazione segreta avente finalità eversive e criminali. 23
Nel frattempo la Procura della Repubblica di Roma, in persona del già citato
sostituto procuratore Domenico Sica, ha aperto un procedimento penale per il
reato di cospirazione politica mediante associazione (articolo 305 del codice
penale) dichiarando la propria competenza territoriale su tutto ciò che attiene alla
documentazione sequestrata a Castiglion Fibocchi. La Procura milanese solleva
conflitto di competenza, ma nel corso dell’estate la Cassazione – sezione feriale
– dà ragione a Roma. 24
Gli uffici giudiziari milanesi (non potendo fare diversamente) fanno buon
viso a cattivo gioco, si inchinano alla decisione della Corte suprema e
spediscono nella Capitale i documenti sequestrati, o meglio, vi spediscono uno
dei pacchi di fotocopie autenticate che erano stati saggiamente predisposti per
tempo. Gli originali non si muoveranno mai da Milano e oggi sono conservati al
sicuro nell’archivio di Stato del capoluogo lombardo, insieme con gli atti dei
procedimenti penali sulle vicende di Michele Sindona, ai quali essi
appartengono. Del procedimento penale romano, rimasto fermo per anni, si dirà
in seguito.
Appena sei giorni dopo il giuramento del governo Spadolini, il 4 luglio 1981,
il «maestro venerabile» della P2 reagisce al colpo che gli è stato inferto con una
mossa da par suo, facendo in modo che il testo del «Piano di rinascita
democratica», l’inquietante manifesto programmatico politico della loggia,
venga sequestrato dalla polizia giudiziaria con modalità tali da suscitare un
sicuro clamore mediatico e trasformando così il documento, originariamente
destinato a rimanere segreto, in un documento di dominio pubblico riportato
dalla stampa nazionale. Quel giorno, infatti, la figlia di Gelli, Maria Grazia,
sbarcata a Fiumicino da un volo proveniente da Nizza, viene controllata in
dogana e il «Piano» viene trovato nella sua valigia, malamente occultato in un
rudimentale sottofondo insieme ad altri documenti.
La mossa di Gelli è evidentemente destinata a serrare le fila scompaginate dei
suoi disorientati fratelli di loggia e anche a richiamare all’ordine tutti quei
personaggi politici altolocati che sono legati a filo doppio alle logiche e ai ricatti
del Sistema P2. Il messaggio implicito e vagamente minaccioso che scaturisce
dal sequestro pilotato del «Piano» è piuttosto trasparente: nessuno pensi di
potersi defilare, il progetto va avanti e verrà realizzato. Si vedrà nel seguito di
questo libro se e in che misura il progetto contenuto nel «Piano» verrà
effettivamente portato avanti. 25

7. Il «Piano di rinascita democratica» della loggia P2

Secondo la Commissione P2, 26 il «Piano di rinascita democratica» venne


elaborato tra la fine del 1975 e l’inizio del 1976, vale a dire – non a caso –
quando il governo italiano era guidato da Aldo Moro, le cui aperture nei
confronti della sinistra e dell’eurocomunismo 27* di Enrico Berlinguer non
furono mai accolte con entusiasmo né dagli ambienti della Nato (ivi comprese le
relative propaggini occulte), né dall’ala destra della Democrazia cristiana (Dc),
rappresentata da Giulio Andreotti.
Questo è probabilmente il motivo per cui i due governi Moro di metà anni
Settanta (Moro IV e Moro V) sono stati gli ultimi a essere diretti dallo statista
pugliese, mentre i tre governi successivi sono stati guidati continuativamente
proprio da Giulio Andreotti.
Quando, nella primavera 1976, il Partito socialista fece mancare la fiducia
all’ultimo governo Moro, si andò alle elezioni anticipate del 20 giugno, che si
conclusero con una crescita impressionante del Partito comunista, mentre la
Democrazia cristiana riuscì a rimanere il partito di maggioranza relativa solo per
pochi voti.

Nella premessa del «Piano» si precisa che l’aggettivo «democratico» sta a


significare che si intende escludere qualsiasi progetto di golpe di tipo
tradizionale, dato il mutato atteggiamento americano che si è manifestato dopo il
1974, quando lo scandalo Watergate ha provocato l’allontanamento di Nixon e
una sostanziale modifica delle modalità di intervento della Cia in Europa.
Niente più progetti golpisti, insomma, niente più cose tipo Grecia dei
colonnelli. Però, sia ben chiaro, pur sempre tenendo alta la guardia «di fronte
alla prospettiva, che continua a rimanere sgradita, di un pieno coinvolgimento
del Pci nel governo del paese». 28
In sostanza – con un linguaggio qua e là oscuro, tra il burocratese e il
militaresco – si sostiene che non è più il caso di perseguire il rovesciamento del
sistema, bensì semplicemente la sua rivitalizzazione.
E come si ottiene la rivitalizzazione del sistema?
La si ottiene – ecco la risposta – «attraverso la sollecitazione di tutti gli
istituti che la Costituzione prevede e disciplina, dagli organi dello Stato ai partiti
politici, alla stampa, ai sindacati, ai cittadini elettori». Il che comporterà
necessariamente – si aggiunge subito dopo – «alcuni ritocchi alla Costituzione
successivi al restauro delle istituzioni fondamentali».
Se si legge con attenzione il «Piano», facendo il possibile per decrittarne il
linguaggio contorto e nebuloso, si osserva che il sostantivo «sollecitazione» e il
verbo «sollecitare» vi compaiono ben otto volte, sempre assumendo un curioso
valore semantico, simile a quello che assumono in ingegneria meccanica, dove,
con il termine «sollecitazioni», si intendono le azioni esterne che, agendo su una
struttura o su un sistema, ne modificano lo stato provocandone una
deformazione.
Ebbene, le modalità delle sollecitazioni che il «Piano» intende esercitare su
«tutti gli istituti che la Costituzione prevede e disciplina», con la pretesa di
determinarne la rivitalizzazione e il restauro, sono descritte nelle pagine
successive del testo in termini tali da metterne in risalto – al contrario di quel che
si vuole far credere – la natura decisamente eversiva.
Si può convenire che il fine non è quello di rovesciare il sistema attraverso un
golpe di tipo tradizionale, ma l’intenzione è certamente quella di svuotare il
sistema costituzionale dall’interno attraverso operazioni occulte, che ben
possono definirsi di golpismo strisciante. 29
Ecco, ad esempio, come viene esplicitato il primo obiettivo del «Piano»:
«Partiti politici, stampa e sindacati costituiscono oggetto di sollecitazioni
possibili sul piano della manovra di tipo economico-finanziario. La disponibilità
di cifre non superiori a 30 o 40 miliardi [di lire] sembra sufficiente a permettere
a uomini di buona fede e ben selezionati di conquistare le posizioni chiave
necessarie al loro controllo».
I partiti politici da controllare attraverso questi improbabili uomini di buona
fede vengono elencati così: «i partiti politici democratici, dal Psi al Pri, dal Psdi
alla Dc al Pli (con riserva di verificare la Destra nazionale)». Il Pci, nel «Piano»,
non viene mai menzionato.
Colpisce in questo documento – sia detto per inciso – il linguaggio tronfio,
grottesco e penosamente maschilista e sussiegoso che viene impiegato e che
denota, tra l’altro, la totale assenza di senso del ridicolo in chi l’ha redatto.
Poche righe più sotto si afferma che «indispensabile presupposto
dell’operazione è la costituzione di un club […] ove siano rappresentati, ai
migliori livelli, operatori, imprenditoriali e finanziari, esponenti delle professioni
liberali, pubblici amministratori e magistrati nonché pochissimi e selezionati
uomini politici, che non superi il numero di trenta o quaranta unità». Le
prospettate dimensioni ridotte di questo «club» dimostrano che non si sta
parlando dell’intera loggia P2, ma di un organismo ben più ristretto di uomini, di
cui vengono pomposamente indicate le caratteristiche irrinunciabili: «debbono
essere omogenei per modo di sentire, disinteresse, onestà e rigore morale».
Segue l’indicazione dei compiti e della stessa ragion d’essere del suddetto
«club». Esso dovrà operare come «un vero e proprio comitato di garanti rispetto
ai politici che si assumeranno l’onere dell’attuazione del piano e nei confronti
delle forze amiche nazionali e straniere che lo vorranno appoggiare». E dovrà
inoltre «stabilire subito un collegamento valido con la massoneria
internazionale».
In altri termini, gli uomini del «club» dovranno avere la caratura necessaria
per vigilare autorevolmente sull’evoluzione delle sollecitazioni (o golpe
strisciante) e per garantirne il buon esito, mantenendo anche i necessari contatti
ad alto livello con gli ambienti nazionali e internazionali disposti e idonei ad
appoggiare utilmente tale sofisticato progetto eversivo.
Nella parte successiva il «Piano» entra nei particolari dei procedimenti da
adottare per ottenere i risultati desiderati.
Così, relativamente al mondo politico, occorre anzitutto «selezionare gli
uomini […] ai quali può essere affidato il compito di promuovere la
rivitalizzazione di ciascuna rispettiva parte politica». Dopo di che sarà
necessario «affidare ai prescelti gli strumenti finanziari sufficienti […] a
permettere loro di acquisire il predominio nei rispettivi partiti».
Subito dopo l’attenzione si sposta sulla stampa. Anzi, sui giornalisti, dato che
«la stampa […] va sollecitata a livello di giornalisti attraverso una selezione».
Più precisamente, anche nei confronti dei giornalisti il «Piano» prevede
un’oculata selezione così concepita: «Occorrerà redigere un elenco di almeno
due o tre elementi, per ciascun quotidiano o periodico, in modo tale che nessuno
sappia dell’altro. L’azione dovrà essere condotta a macchia d’olio, o, meglio, a
catena, da non più di tre o quattro elementi che conoscono l’ambiente».
Ovviamente il controllo della stampa si ricollega direttamente al controllo del
mondo politico: «Ai giornalisti acquisiti dovrà essere affidato il compito di
“simpatizzare” per gli esponenti politici come sopra prescelti».
Ed ecco, subito dopo, tre imperativi categorici: 1) acquisire alcuni settimanali
di battaglia; 2) coordinare tutta la stampa provinciale e locale attraverso una
agenzia centralizzata; 3) coordinare molte tv via cavo con l’agenzia per la
stampa locale; 4) dissolvere la Rai in nome della libertà di antenna.
Nel medio e lungo termine, infine, il «Piano» prevede riforme radicali in
materia di ordinamento giudiziario, tali da minacciare l’indipendenza della
magistratura: responsabilità del guardasigilli verso il parlamento sull’operato del
pm, riforma del Consiglio superiore della magistratura che deve essere
responsabile verso il parlamento.

8. Una prima attuazione del «Piano di rinascita democratica»: la


conquista della casa editrice Rizzoli e l’occupazione del «Corriere
della Sera». L’ombra lunga della giunta militare argentina

La prima realizzazione del «Piano di rinascita democratica» riguarda proprio


l’editoria e la stampa e si verifica già tra il 1976 e il 1977, quando si inizia ad
avvertire il peso di Licio Gelli sul gruppo Rizzoli, proprietario del «Corriere
della Sera» fin dal luglio 1974, e quindi sul quotidiano stesso. Il 17 settembre
1976, sull’«Europeo» diretto da Gianluigi Melega, esce un articolo su Gelli dal
titolo Massone? No, fascista. Sommario: «Destre eversive, corpi separati,
sequestri organizzati: su questi temi la magistratura romana ha voluto ascoltare il
venerabile maestro della loggia Propaganda 2». Seguono altri articoli di analogo
contenuto finché, il 2 febbraio del 1977, Gianluigi Melega viene licenziato in
tronco da Andrea Rizzoli per «divergenze con l’editore». 30
Il gruppo Rizzoli si trasforma ben presto in un feudo della loggia P2. Il
presidente del gruppo editoriale, Angelo Rizzoli, e il direttore generale Bruno
Tassan Din sono entrambi affiliati alla loggia. Il «Corriere della Sera» viene
letteralmente occupato: il 30 ottobre del 1977 diventa direttore del quotidiano
Franco Di Bella, tessera P2 numero 1887.
Nel frattempo, il 24 marzo 1976, si è concluso a Roma il XIII congresso della
Democrazia cristiana, con l’affermazione delle correnti di sinistra di Aldo Moro
e Benigno Zaccagnini su quelle di destra di Giulio Andreotti, Amintore Fanfani
e Arnaldo Forlani. In quel momento, in Italia, l’ultimo governo Moro è ancora in
piedi, ma cade nel giro di qualche settimana a seguito dell’uscita del Partito
socialista dalla maggioranza. Di lì a poco l’esito delle elezioni anticipate del 20
giugno, che vedono una crescita consistente del Partito comunista, non fa che
alimentare ulteriormente le preoccupazioni degli ambienti della Nato, già
risvegliate dall’esito del congresso democristiano. E le spinte piduiste, in questo
clima, si alimentano a loro volta.
Proprio nella stessa giornata del 24 marzo 1976, a Buenos Aires, i generali
piduisti amici di Licio Gelli realizzano il loro golpe militare. È l’inizio di una
dittatura sanguinaria, che dominerà l’Argentina per cinque anni con la
repressione violenta di qualunque forma di dissidenza, praticata con metodi
come la privazione della libertà senza procedimenti giudiziari, la detenzione in
luoghi segreti, le torture più agghiaccianti, gli omicidi (oltre duemila) e le
sparizioni di persone (circa trentamila desaparecidos).
Pochi sanno, sia in Italia che in Argentina, che in quel 1976 i due paesi hanno
un grosso problema in comune: il potere occulto della loggia P2, presente e
vitale sia nell’uno che nell’altro. Il versante italiano del Sistema P2 comincia a
dare una mano al suo omologo argentino proprio mettendo il bavaglio al
corrispondente da Buenos Aires del «Corriere della Sera», Giangiacomo Foà,
che a partire dall’autunno 1976 viene invitato a non scrivere più dall’Argentina.
31 È questo il primo segnale dello stupro piduista inferto al «Corriere della
Sera», che va di pari passo con altre squallide vicende politiche italo-argentine di
quel periodo.
Non va dimenticato che i maggiori membri della giunta militare – tra cui
Massera, López Rega, Suárez Mason e altri – compariranno nelle liste degli
affiliati alla loggia P2. Risulterà anche che Licio Gelli (sin dal 1974 consigliere
economico dell’ambasciata argentina a Roma) ha avuto un ruolo nella
preparazione di quel golpe militare. C’è un carteggio tra lui, Massera e Suárez
Mason, in cui si parla di una sua partecipazione a una riunione preparatoria del
gennaio 1976 e, subito dopo il golpe, Gelli scrive a Suárez Mason e Massera
complimentandosi per il buon esito dell’operazione e perché tutto si è svolto
«secondo i piani prestabiliti». C’è grande affiatamento tra Gelli e la giunta
piduista argentina. Ben presto, attraverso l’acquisto della Editorial Abril, la P2
estende il controllo su varie testate della stampa argentina. 32

In Italia, dal 29 luglio 1976, si è insediato il governo Andreotti III, con Arnaldo
Forlani ministro degli Esteri. Sottosegretario agli Esteri è Franco Foschi, tessera
P2 numero 1913. Il «Corriere della Sera», controllato dalla P2, contribuisce a
occultare la violazione dei diritti umani in Argentina. Il corrispondente da
Buenos Aires Giangiacomo Foà viene definitivamente allontanato.
Intanto la giunta militare argentina ha informato l’ambasciata d’Italia della
sua decisione di non riconoscere lo status di rifugiati a coloro che fossero riusciti
a entrare nel recinto delle ambasciate. L’ambasciata italiana risponde
prontamente installando dei tornelli d’accesso comandati a distanza, per
prevenire l’ingresso di eventuali richiedenti asilo.
I rapporti tra il nostro governo e i generali argentini sono cordiali. Il 24
ottobre del 1977 l’ammiraglio Emilio Massera – forse il maggior responsabile
della tragedia dei desaparecidos – si reca in Italia per trattare l’acquisto di armi
(notizia destinata ovviamente a rimanere segreta). Il presidente Andreotti lo
riceve e annota soddisfatto nel suo diario: «Vedo l’ammiraglio argentino
Massera che è sulla via di fondare un movimento politico tale da fare
pacificamente superare il regime militare». 33
Tuttavia, nonostante le intenzioni pacifiche, due giorni dopo, Massera viene
accompagnato da Gelli ai cantieri della Oto Melara di La Spezia per contrattare
l’acquisto di fregate Lupo. Doveva essere una missione clandestina, ma forse
qualcosa trapela, sta di fatto che proprio allora i sindacati proclamano uno
sciopero generale contro la dittatura argentina. Gli operai rompono le uova nel
paniere di un Massera di pessimo umore. Lui e il suo “venerabile” fratello
fuggono da La Spezia a gambe levate.
Neanche un anno dopo, il 3 settembre del 1978, il presidente del Consiglio
Andreotti riceve a Palazzo Chigi il generale Videla. Anche qui, grande
manifestazione di protesta nei confronti dell’ospite, organizzata in questa
occasione dagli esuli argentini a Roma.

9. Le conclusioni della Relazione Anselmi sui meccanismi di


funzionamento del Sistema P2

Sul funzionamento della loggia P2 come strumento sofisticato della gestione del
potere occulto nel nostro paese ha indagato, dal dicembre 1981 al luglio 1984, la
già menzionata Commissione parlamentare d’inchiesta a ciò demandata e
presieduta dall’onorevole Tina Anselmi. Le conclusioni della Relazione finale di
questa Commissione, scritta dalla stessa presidente Anselmi, si aprono con una
riflessione che si riallaccia alle linee guida del «Piano di rinascita democratica»,
con particolare riferimento al programma di controllo massiccio sugli organi di
informazione sul quale quel testo si era soffermato:
Abbiamo […] riscontrato che la loggia P2 entra come elemento di peso decisivo in vicende
finanziarie, quella Sindona e quella Calvi, che hanno interessato il mondo economico italiano in
modo determinante. Non si è trattato in tali casi soltanto del tracollo di due istituti di credito
privati di interesse nazionale, ma di due situazioni finanziariamente rilevanti in un contesto
internazionale, che hanno sollevato, con particolare riferimento al gruppo Ambrosiano, serie
difficoltà di ordine politico non meno che economico allo Stato italiano. […] In questo contesto
finanziario la loggia P2 ha altresì acquisito il controllo del maggiore gruppo editoriale italiano
mettendo in atto, nel settore di primaria importanza della stampa quotidiana, una operazione di
concentrazione di testate non confrontabile ad altre analoghe situazioni pur riconducibili a
preminenti centri di potere economico. Queste operazioni […] si sono accompagnate a una
ragionata e massiccia infiltrazione nei centri decisionali di maggior rilievo sia civili che militari e
a una costante pressione sulle forze politiche […]. Va infine ricordato che la loggia P2 è entrata in
contatto con ambienti protagonisti di vicende che hanno segnato in modo tragico momenti
determinanti della storia del paese. 34

La Relazione finale descrive inoltre la loggia e il suo funzionamento ricorrendo a


una metafora divenuta celebre, quella della doppia piramide: ci invita, cioè, a
considerare il Sistema P2 come l’insieme di due piramidi collocate l’una
sull’altra, in modo da assumere nell’insieme la forma di una clessidra. Il vertice
della piramide sottostante è costituito da Licio Gelli, circondato dai suoi servizi
segreti.
Quindi Gelli non è il fantomatico grande capo di tutto il sistema di potere
occulto: lui è solo il custode, il notaio di questa piramide inferiore, dove si
trovano tutti gli affiliati degli elenchi e tutti i segreti relativi ai meccanismi del
potere occulto e alle grandi operazioni da esso gestite e controllate. In sostanza,
quella che la perquisizione di Castiglion Fibocchi ha disvelato è soltanto la
piramide inferiore, con l’esercito degli iscritti e la documentazione degli affari
inconfessabili.
Al di sopra di questa prima piramide, prosegue la Relazione, «è giocoforza
ammettere l’esistenza […] di un’altra piramide che, rovesciata, vede il suo
vertice inferiore appunto nella figura di Licio Gelli. Questi è infatti il punto di
collegamento tra le forze e i gruppi che nella piramide superiore identificano le
finalità ultime, e quella inferiore, dove esse trovano pratica attuazione». Dopo di
che la Relazione conclude amaramente: «Quali forze si agitino nella struttura a
noi ignota [quella superiore, n.d.a], non ci è dato conoscere […], al di là
dell’identificazione del rapporto che lega Licio Gelli ai servizi segreti». 35
Così scriveva la presidente Tina Anselmi nel 1984: non ci è dato conoscere le
forze che si agitano nella struttura a noi ignota. Oggi, trentacinque anni dopo, si
conosce qualcosa di più. E nel corso di questo libro si proverà a identificare
qualcuno degli occupanti di quella piramide rovesciata.
In ogni caso, però, Gelli è e rimane solo un custode, un punto di
collegamento. Volendo fare un parallelo con l’Inferno dantesco, Gelli potrebbe
essere Pluto, Cerbero, o al massimo Gerione. Anzi, a pensarci bene potrebbe
essere proprio Gerione, ma niente di più. Niente di paragonabile a Lucifero, che
invece sarebbe – quello sì – il dominus della piramide superiore rovesciata.
II
Il caso Moro: lo scontro fra carabinieri fedeli alla Repubblica e
carabinieri fedeli alla loggia P2

1. Dalla tragica mattina del 16 marzo 1978 alla scoperta del covo di
via Monte Nevoso

All’inizio del marzo 1978 Giulio Andreotti sta per varare il suo quarto governo,
che sarà un nuovo, contrastatissimo governo monocolore. In quei giorni, in una
tempestosa assemblea dei gruppi parlamentari democristiani, Aldo Moro e alcuni
altri deputati e senatori perorano la costituzione di una nuova maggioranza di
«solidarietà nazionale» alla quale non resti estraneo il Pci. Tuttavia, la
maggioranza della Dc si esprime contro qualsiasi accordo politico con i
comunisti, sostenuta in questo da un’esplicita dichiarazione del dipartimento di
Stato degli Stati Uniti d’America.
La mattina del 16 marzo 1978 Andreotti si reca alla Camera dei deputati per
esporre il suo programma di governo e per chiedere la fiducia, ma prima che
inizi la seduta arriva in aula, poco dopo le nove, la notizia dirompente della
strage di via Fani e del rapimento di Aldo Moro. 1 La situazione di emergenza
prodotta da questo evento (a cui seguirà dopo cinquantacinque giorni l’uccisione
di Moro da parte delle Brigate rosse) determina l’immediata fiducia votata dal
parlamento al governo Andreotti IV.
Prosegue così indisturbato quello che passerà alla storia come il «triennio
andreottiano» (luglio 1976-luglio 1979), che sostanzialmente coincide, sul
versante del potere occulto piduista, con il periodo di frenetica attività
sotterranea di cui si è detto nel capitolo precedente.
Parallelamente allo scenario dell’iperattività occulta degli ultimi anni Settanta
e dell’inizio degli Ottanta, si compie anche l’archiviazione dell’esperimento
politico del «compromesso storico», quel tentativo di avvicinamento tra Dc e Pci
vagheggiato da Aldo Moro ed Enrico Berlinguer. Ciò avviene nonostante la forte
determinazione di quest’ultimo nel sottolineare sempre più decisamente
l’indipendenza dei comunisti italiani dall’Unione Sovietica, ma anche con una
inquietante coincidenza temporale con l’eliminazione fisica dello statista
democristiano, che quel compromesso storico aveva sostenuto sino all’ultimo.
Aldo Moro viene ucciso a Roma il 9 maggio 1978. Il suo corpo viene fatto
ritrovare nel baule di una Renault 4 abbandonata in via Caetani.
Chi scrive ritiene che sul caso Moro ci sia ancora moltissimo da scoprire, ma
ritiene anche che alcune ipotesi, più o meno suggestive, che vengono considerate
verosimili anche da studiosi di tutto rispetto, siano in realtà destituite di
fondamento e possano anzi essere frutto di disinformazioni e depistaggi
insidiosi, volti a gettare fango su persone sgradite all’establishment piduista,
persone tra le quali va annoverato anche il generale Carlo Alberto dalla Chiesa.
In particolare, si allude a talune interpretazioni che ruotano intorno al covo
delle Brigate rosse di via Monte Nevoso, a Milano, sia con riferimento
all’irruzione che vi fecero i carabinieri del generale dalla Chiesa il 1° ottobre
1978 (quando fu trovata in una cartellina azzurra una versione parziale e
dattiloscritta in quarantanove fogli del cosiddetto «Memoriale Moro»), sia con
riferimento all’evento di dodici anni dopo, quando il 9 ottobre 1990, durante i
lavori di ristrutturazione dell’appartamento ormai dissequestrato, fu rinvenuta da
un operaio una versione più ampia del medesimo memoriale. Quest’ultima era
composta da 245 fogli – fotocopie di manoscritti vergati sicuramente dalla mano
dello stesso Moro – ed era nascosta dentro un’intercapedine artificiosamente
creata con un pannello di gesso sotto il davanzale di una finestra.
Nello stesso nascondiglio c’erano anche armi e una borsa contenente 50
milioni di lire in contanti, in banconote ormai fuori corso, poi risultati parte del
riscatto pagato per la liberazione dell’imprenditore Pietro Costa, rapito dalle
Brigate rosse a Genova nei primi mesi del 1977.
I fogli dattiloscritti del 1978 risulteranno essere una trascrizione parziale del
testo manoscritto recuperato dodici anni dopo.

Il cosiddetto «Memoriale Moro» è in realtà una lunga memoria difensiva scritta


a mano dallo statista durante i cinquantacinque giorni della sua prigionia, allo
scopo di difendersi dalle accuse che gli erano state mosse nel processo proletario
avviato contro di lui. 2 Infatti, il giorno stesso del rapimento, era pervenuto agli
organi di informazione il primo comunicato delle Brigate rosse con l’annuncio
del processo al quale Moro sarebbe stato sottoposto «da un Tribunale del
Popolo». Alcuni giorni dopo, nel Comunicato n. 2, i brigatisti avevano aggiunto
che il processo era iniziato e che era «in corso l’interrogatorio ad Aldo Moro».
Lo stesso Comunicato n. 2 precisava che l’interrogatorio aveva come oggetto
principale «le strutture internazionali e le filiazioni nazionali della
controrivoluzione imperialista», vale a dire, secondo le teorizzazioni brigatiste, il
sistema dei cosiddetti Sim (Stati imperialisti delle multinazionali), con
particolare riguardo al Sim italiano e alla sua «strategia imperialista, diretta
esclusivamente dalla Dc e dal suo governo». 3
L’interrogatorio di Moro era condotto da Mario Moretti, capo riconosciuto
delle Br, e il prigioniero rispondeva per iscritto. Molte domande vertevano
proprio sul Sim, ma è molto probabile che Moro, nel 1978, non avesse chiaro
che cosa le Br intendessero davvero con quella sigla. Per questo motivo le sue
risposte scritte, pur seguendo la traccia delle domande di Moretti sul Sim, se ne
erano a poco a poco allontanate «trovandosi nella necessità di giustificare un
trentennio di scelte politiche e dando inevitabilmente un’interpretazione
differente degli elementi che i brigatisti leggevano come i chiari sintomi della
presenza del Sim nella penisola». 4
Di conseguenza, le risposte scritte di Aldo Moro hanno infine assunto
l’aspetto «di un insieme di riflessioni sviluppate […] sulla base di una traccia
solamente di massima», 5 sino a presentarsi come una memoria difensiva
organica, ormai nota come «Memoriale Moro».
La vicenda tormentata della scoperta del covo di via Monte Nevoso e del
ritrovamento in due diversi momenti – a distanza di dodici anni l’uno dall’altro –
del «Memoriale Moro» ha fatto sì che intorno a questi eventi si sia prodotta una
cortina di nebbia che è opportuno tentare di diradare.

Dopo un’incredibile stasi nelle indagini sul caso Moro, il 10 settembre 1978
venivano assegnate al generale Carlo Alberto dalla Chiesa le funzioni di
coordinamento «fra le forze di polizia e gli agenti dei servizi informativi» per la
lotta al terrorismo, con la clausola di riferire direttamente al ministro
dell’Interno. 6 Venti giorni dopo, il generale aveva già messo a segno
l’operazione milanese di via Monte Nevoso, con impiego di un gruppo di uomini
fidati, che avevano individuato e pedinato il brigatista Lauro Azzolini.
Quel 1° ottobre del 1978 Carlo Alberto dalla Chiesa sapeva già, o aveva
comunque ampiamente percepito, di avere dei nemici potenti negli alti comandi
territoriali dell’Arma dei carabinieri, vale a dire nei ranghi della legione
carabinieri di Milano e della divisione Pastrengo, il comando interregionale dei
carabinieri allora competente sull’Italia settentrionale con sede nell’omonima
caserma di Milano.
Invece, la notizia dirompente che la divisione Pastrengo (già comandata, ma
ancora pesantemente condizionata dal generale piduista Giovanbattista Palumbo)
e la legione di Milano (diretta dal colonnello piduista Rocco Mazzei) erano
graniticamente controllate dalla loggia massonica P2 (ed erano parte integrante
del suo sistema di potere occulto) diverrà di dominio pubblico soltanto nella
primavera del 1981, dopo l’esito clamoroso della perquisizione operata il 17
marzo di quell’anno nell’ufficio segreto di Licio Gelli a Castiglion Fibocchi. Da
quella perquisizione emergerà infatti, tra l’altro, l’appartenenza alla loggia P2 di
un numero assai considerevole di alti ufficiali dell’Arma dei carabinieri che,
prestando il giuramento di fedeltà a quella loggia massonica segreta, in contrasto
con il giuramento di fedeltà prestato alla Repubblica e alle sue leggi, si erano
legati a un’inammissibile doppia obbedienza.
Questo rende necessario anticipare, nelle prossime pagine, talune nozioni che
nel 1978 erano completamente ignote ai più. Sarà inoltre opportuno soffermarsi
su certi avvenimenti accaduti prima del 1978, ma diventati noti e interpretabili
soltanto nel 1981.

2. I carabinieri piduisti della divisione Pastrengo e il ruolo del


generale Giovanbattista Palumbo

Secondo la Relazione finale della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla


P2, già all’inizio degli anni Settanta la loggia Propaganda 2 è «contrassegnata da
una connotazione di accentuata riservatezza che confina […] con una situazione
di vera e propria segretezza». Ebbene, Licio Gelli, «maestro venerabile» di
quella loggia, tende ben presto ad accentuare sensibilmente tale caratteristica,
operando peraltro «in piena intesa con la Gran Maestranza del Grande Oriente».
7 Ciò emerge dalla circolare dell’11 dicembre 1971, con la quale il gran maestro
Lino Salvini comunica agli iscritti che «la P2 è stata adeguatamente ristrutturata
in base alle esigenze del momento, […] per rafforzare ancor più il segreto di
copertura indispensabile per proteggere tutti coloro che, per determinati motivi
particolari inerenti al loro stato, devono restare occulti». 8
Altra caratteristica che emerge già nella loggia P2 dei primi anni Settanta è la
sua forte attenzione verso le vicende politiche del paese, che sfocia in un
«progetto politico», nel quale viene attribuita una «posizione di rilievo […] a
elementi di spicco della gerarchia militare». Questi ultimi – che non a caso
devono restare occulti – diventano così destinatari e a loro volta divulgatori di
«discorsi politicamente contraddistinti in modo univoco tenuti nelle riunioni di
loggia». Questi messaggi politici sono piuttosto rozzi, ma facilmente
interpretabili, come dimostra il verbale di una di queste riunioni di loggia agli
atti della Commissione P2. Leggendolo, si apprende che, tra gli argomenti
dibattuti, vi sono «la minaccia del Partito comunista italiano, in accordo con il
clericalismo, volta alla conquista del potere» e «la nostra posizione in caso di
ascesa al potere dei clerico-comunisti». 9 Con questo linguaggio grossolano, per
«ascesa al potere dei clerico-comunisti» si intende l’eventuale vittoria elettorale
del progetto di compromesso storico, 10 sostenuto ancora nel 1978 da Enrico
Berlinguer e Aldo Moro e tragicamente naufragato la mattina di quel 16 marzo.
È in questo contesto che si colloca il ruolo della divisione Pastrengo come
potente avamposto piduista nell’Arma dei carabinieri. Particolarmente
significativa è una riunione di loggia avvenuta nel 1973 nella casa di Arezzo di
Licio Gelli (Villa Wanda), alla quale partecipano – oltre a Gelli – sei personaggi,
tutti iscritti alla P2: sono un alto magistrato e cinque alti ufficiali dei carabinieri
appartenenti alla divisione Pastrengo o gravitanti intorno a essa. Ecco che cosa si
legge a questo proposito nella Relazione Anselmi:
Partecipano a tale riunione il generale Giovanbattista Palumbo, comandante la divisione
carabinieri Pastrengo di Milano, il suo aiutante colonnello Antonio Calabrese, il generale Franco
Picchiotti, comandante la divisione carabinieri di Roma, il generale Luigi Bittoni, comandante la
brigata carabinieri di Firenze, l’allora colonnello Pietro Musumeci, il dottor Carmelo Spagnuolo,
procuratore generale presso la Corte d’appello di Roma. Licio Gelli si rivolse agli astanti
affermando che la situazione politica era molto incerta; esortandoli a tenere presente che la
massoneria, anche di altri Stati, è contro qualsiasi dittatura di destra e di sinistra e che la loggia P2
doveva appoggiare in qualsiasi circostanza un governo di centro. Il Venerabile invitava infine i
presenti a operare a tal fine con i mezzi a loro disposizione e pertanto a ripetere il discorso ai
comandanti di brigata e di legione alle loro dipendenze. In questo contesto di discorsi fu altresì
ventilata l’ipotesi di un governo presieduto da Carmelo Spagnuolo. 11

La Relazione Anselmi non manca di rilevare la scarsa dignità di quei cinque


generali della Repubblica che convocati, per giunta con brevissimo preavviso, da
un individuo come Gelli, accorrono premurosamente alla sua villa aretina per
ascoltare da questi, «alla stregua di un capo di stato maggiore ombra, concioni
sullo svolgimento delle loro delicate mansioni, facendosi destinatari dell’ordine
di trasmetterle ai propri quadri». 12
D’altro canto, le gravi anomalie della divisione Pastrengo, comandata dal
generale piduista Giovanbattista Palumbo, sono state rivelate all’autorità
giudiziaria milanese in un verbale testimoniale del 25 aprile 1981 dal tenente
colonnello Nicolò Bozzo. È questi un ufficiale che ha prestato servizio per alcuni
anni, a partire dal 1972, proprio presso la divisione Pastrengo svolgendovi
funzioni prevalentemente amministrative, venendo a conoscenza – proprio per la
sua posizione – delle varie vicende inerenti ai reparti facenti capo a quella
divisione:
Nel 1972 prestavo servizio presso l’ufficio Oaio [Ordinamento, Addestramento, Informazioni e
Operazioni, n.d.a.] del comando divisione di Milano, all’epoca comandata dal Gen.
Giovanbattista Palumbo. Sin dai primi giorni del mio servizio in quell’ufficio avvertii la presenza
di un vero e proprio gruppo di potere al di fuori della gerarchia. Questo gruppo di potere era
personalizzato da due maggiori e cioè Antonio Calabrese e Giovanni Guerrera, attualmente il
primo comandante della legione CC di Bologna, il secondo comandante del II Reparto del
Comando Generale dell’Arma. In sostanza qualsiasi decisione di servizio non passava attraverso i
canali gerarchici, nel senso che questi due si frapponevano tra il capo di Stato Maggiore e il
Comandante della divisione creando un diaframma non istituzionale. Naturalmente di questo
gruppo di potere, che aveva una matrice comune nella provenienza per servizio dalla Toscana,
faceva parte anche il Comandante della divisione. 13

Tra i cinque alti ufficiali della storica riunione di Villa Wanda del 1973, il
generale Franco Picchiotti – uno dei più diretti collaboratori di Gelli, 14 allora
comandante della divisione carabinieri di Roma e di lì a poco vicecomandante
generale dell’arma – spicca per essere un abilissimo e appassionato cacciatore di
adesioni alla loggia P2. Va da sé che la sua riserva di caccia è costituita
prevalentemente dall’ambiente degli alti ufficiali dell’arma (fu lui a indurre a
aderire il generale Romolo dalla Chiesa, fratello del più noto Carlo Alberto), ma
non disdegna gli altri corpi militari. Ha presentato un gran numero di nuovi
adepti e gli piace assistere regolarmente alle iniziazioni. 15 Picchiotti, classe
1911, è solo di qualche mese più giovane di Palumbo e lo frequenta
assiduamente presso la caserma Pastrengo, operando a strettissimo contatto con
lui.
Tra i due il soggetto dominante – temibile e francamente malvagio – è
senz’altro Giovanbattista Palumbo, mentre Franco Picchiotti, singolare figura di
piduista apparentemente mite e dimesso, è il gregario. E così – per impulso o
comunque con il placet del comandante Palumbo – nel 1976 Picchiotti si
mobilita allo scopo di indurre anche il generale Carlo Alberto dalla Chiesa a
iscriversi alla P2.

3. Carlo Alberto dalla Chiesa e Giovanbattista Palumbo, due


personaggi opposti

Carlo Alberto dalla Chiesa, classe 1920, durante la Seconda guerra mondiale
combatte nel Montenegro come sottotenente. Dopo l’armistizio dell’8 settembre
1943 presta servizio nell’Arma dei carabinieri ad Ascoli Piceno con il grado di
tenente. Qui viene avvicinato da un partigiano comunista che gli domanda: «Lei
con chi sta, tenente, con l’Italia o la Germania?». Da quel momento collabora
con i partigiani. Quando la cosa trapela, Dalla Chiesa si dà alla macchia insieme
ad altri patrioti e diventa un responsabile delle trasmissioni radio clandestine di
informazioni per gli americani. La guerra si chiude per lui con una promozione e
varie onorificenze tra cui due croci al merito di guerra e il distintivo della guerra
di liberazione.
Dopo il 25 aprile 1945 Dalla Chiesa arriva in Sicilia con il grado di capitano.
È l’epoca della mafia agraria di Don Calogero Vizzini, di Genco Russo e del
giovane Luciano Liggio, quando Cosa Nostra stringe un patto di ferro con i più
retrivi latifondisti, che temono le lotte e le rivendicazioni contadine guidate dai
sindacalisti comunisti e socialisti. Per Luciano Liggio il segretario della Camera
del lavoro di Corleone, Placido Rizzotto, rappresenta una spina nel fianco. Va
eliminato. Il boss affida il compito ai suoi fedeli picciotti, Bagarella, Provenzano
e Riina. Il 10 marzo 1948 Rizzotto viene caricato su una macchina, portato in
luogo sicuro, torturato e ucciso. Il suo cadavere viene gettato in una forra e verrà
trovato solo sessantun anni dopo. Nonostante il clima di totale omertà che
regnava allora, Dalla Chiesa, che è ufficiale molto abile, riesce con i suoi
colleghi a individuare e arrestare gli autori materiali dell’omicidio Rizzotto –
Vincenzo Collura e Pasquale Criscione – e a mandarli sotto processo (rei
confessi) con il loro mandante Luciano Liggio. 16
Dalla Chiesa viene promosso e trasferito. Da ufficiale superiore presta
servizio a Roma, a Torino e a Milano. Torna nell’isola a metà degli anni Sessanta
dove, con il grado di colonnello, comanda la legione di Palermo sino al 1973.
Cosa Nostra si è adeguata rapidamente ai tempi nuovi, spostando i propri
interessi dall’agricoltura all’imprenditoria, specialmente nel campo dell’edilizia
e dei lavori pubblici. I tradizionali rapporti di «strusciamento» con le istituzioni
amministrative e politiche si sono rafforzati. Il colonnello realizza un vero e
proprio censimento degli uomini d’onore. Mafiosi come Frank Coppola e
Gerlando Alberti vengono arrestati e mandati al soggiorno obbligato.
Nell’ottobre 1973 Dalla Chiesa, ormai promosso generale, risale nel Nord e
assume il comando della brigata di Torino, con giurisdizione su Piemonte, Val
d’Aosta e Liguria, dove deve dedicarsi perlopiù alla lotta contro il terrorismo.
L’anno seguente, il ministro dell’Interno Paolo Emilio Taviani decide di
costituire un reparto speciale di polizia giudiziaria antiterrorismo inserendolo nel
quadro organico della legione di Torino, onde assegnarne il comando al generale
Dalla Chiesa. La nomina ministeriale giunge a quest’ultimo per via gerarchica,
transitando inevitabilmente e fatalmente dal superiore comando interregionale
della divisione Pastrengo retta dal generale Palumbo.
Questo nuovo reparto speciale, unico nella storia dell’arma, dà ben presto
risultati lusinghieri: l’8 settembre 1974 gli uomini di Dalla Chiesa mettono a
segno un colpo sensazionale con l’arresto di Renato Curcio e Alberto
Franceschini, fondatori e capi storici delle Brigate rosse, e altri successi si
registrano nel corso del 1975. Ma tra la fine del 1975 e l’inizio del 1976 la
fortuna sembra voltare le spalle al generale piemontese e al suo nuovo reparto.

Giovanbattista Palumbo, classe 1911, 17 negli anni 1942-1943 aveva il grado di


capitano e comandava la compagnia carabinieri di Gorizia. Era un fascista
convinto. Si era guadagnato alcuni encomi relativi a operazioni condotte contro
le formazioni partigiane e gli era stata conferita l’onorificenza nazista di
Cavaliere dell’ordine dell’aquila tedesca senza spade. 18 Dopo l’8 settembre
1943, Palumbo aveva giurato fedeltà alla Repubblica di Salò e ordinato ai suoi
uomini di fare altrettanto («Domani c’è la cerimonia, mi raccomando dovete
giurare, e giurare in modo perfetto, in modo che serva di esempio anche per il
personale dipendente!»). In seguito non esitò a denunciare per diserzione –
esponendolo al rischio di fucilazione – uno dei suoi tenenti che, la notte prima
della cerimonia di giuramento, aveva raggiunto Roma per unirsi alla Resistenza.
19
Nonostante ciò, qualche giorno prima della Liberazione, Palumbo aveva
strategicamente contattato un reparto partigiano non garibaldino e vi era entrato
spacciandosi per un «combattente della libertà». 20 Si predispose così la
documentazione di un suo inesistente passato partigiano, che ritroviamo nel suo
fascicolo matricolare: l’adesione tardiva e di comodo alla formazione partigiana
Brigata Rosselli, il provvido riconoscimento del Cln di Cremona (12 maggio
1945), quello del comandante supremo alleato H.R. Alexander (25 luglio 1945) e
persino la nomina a governatore militare alleato della provincia di Cremona per
il «sincero e intelligente servizio prestato quale vicequestore della provincia di
Cremona dal giorno dell’occupazione». 21
Sappiamo però che il lupo perde il pelo ma non il vizio. Così, nel 1964,
Giovanbattista Palumbo è uno degli uomini al fianco del generale Giovanni de
Lorenzo nell’organizzazione del piano Solo, il primo tentativo di golpe della
storia della nostra Repubblica. 22 Nonostante ciò, Palumbo continua a fare una
brillante carriera sino ad assumere, dal 1971, il comando della divisione
carabinieri Pastrengo di Milano. In questo periodo di comando, nel 1973, si
verifica la sua partecipazione alla famosa riunione dei generali convocata da
Gelli a Villa Wanda. Nello stesso anno si verifica l’ignobile crimine dello stupro
dell’attrice Franca Rame, ideato e commissionato proprio dalla mente perversa
del generale Palumbo. 23
Nella primavera del 1974 il generale Palumbo viene avvicinato da Edgardo
Sogno, 24* che gli propone di partecipare al cosiddetto «golpe bianco»
progettato da lui e da Randolfo Pacciardi per l’agosto di quell’anno. Palumbo
raccoglie l’idea con un entusiasmo talmente sproporzionato e fuori luogo da
lasciare perplesso e contrariato persino il suo aristocratico interlocutore, che
racconta così l’incontro:
Un altro incontro importante, su suggerimento del vicecapo dell’Arma dei carabinieri, generale
Picchiotti, lo ebbi a Milano con il comandante della divisione Pastrengo, generale Palumbo.
Questi andò al di là del segno, chiedendomi di ottenere dalla marina il lancio di missili contro il
carcere di Alessandria dove, secondo lui, erano detenuti molti comunisti pericolosi. Palumbo
assicurava il concorso di tutti i carabinieri dell’Italia settentrionale, ma, quando le cose volsero in
senso a noi contrario, si buttò dall’altra parte, e, invece di tacere, per proteggere se stesso se ne
uscì rinnegandomi e insultandomi. 25

Sempre nel 1974 giunge alla divisione Pastrengo il provvedimento del ministro
dell’Interno che affida al generale dalla Chiesa il comando del nuovo reparto di
polizia giudiziaria antiterrorismo. Il generale Palumbo, che evidentemente non
ha in simpatia il collega piemontese, lo legge, provvede obtorto collo alle
disposizioni di sua competenza, dopo di che, almeno per il momento, lo archivia
con l’annotazione «non serve a un cazzo». 26
Dopo qualche mese, nel maggio 1975, Palumbo ottiene l’incarico di
vicecomandante generale dell’Arma dei carabinieri: la sua influenza e
importanza in ambiente militare è evidentemente molto alta, tanto da indurre il
mite generale Picchiotti, detentore di quell’incarico e anch’egli piduista, a
dimettersi per lasciargli libero il posto.
Nel frattempo, nel febbraio 1975, il comando della divisione Pastrengo è
stato affidato al generale Edoardo Palombi, personaggio totalmente diverso da
Palumbo ed estraneo al suo gruppo di potere piduista. 27 Tuttavia, la gestione del
nuovo comandante viene ben presto «contrastata con il trasferimento a Milano di
due ufficiali, il tenente colonnello Giancarlo Panella e il tenente colonnello
Rocco Mazzei, che risultano iscritti alla loggia P2». 28 Mazzei, che assume il
comando della legione di Milano, e Panella, che assume il comando del gruppo
Milano I, sono uomini di Palumbo, la cui longa manus continua quindi a
esercitare la propria pesante influenza sulla divisione Pastrengo. All’alba del
1976 il potere del generale Giovanbattista Palumbo risulta cresciuto a dismisura.

4. Anno 1976. La trappola della domanda di affiliazione alla loggia


P2 firmata dal generale Carlo Alberto dalla Chiesa

L’inizio del 1976 trova invece il generale Carlo Alberto dalla Chiesa afflitto da
una certa amarezza. Infatti, nonostante i successi ottenuti, il reparto speciale
antiterrorismo che gli è stato affidato nel 1974 gli viene inaspettatamente tolto e
gli uomini che ne hanno fatto parte vengono distribuiti fra i principali reparti
dell’Italia settentrionale.
È lo stesso generale dalla Chiesa a parlarne, nella deposizione resa nel 1981
all’ufficio istruzione del tribunale di Milano. Lo fa in termini rispettosi nei
confronti dei suoi superiori gerarchici, ma al tempo stesso senza nascondere la
delusione e il disappunto di fronte alla palese ostilità che avverte da parte degli
ambienti milanesi dell’arma, vale a dire da parte del centro di potere piduista
rappresentato dalla divisione Pastrengo, tuttora sotto l’influenza del generale
Palumbo, e dalla legione di Milano comandata dal colonnello Mazzei, pure lui
piduista:
Venne determinato lo scioglimento di questo nucleo speciale di polizia giudiziaria che in un primo
tempo doveva essere trasferito per intero a Milano ma che su mio suggerimento, di fronte al
patrimonio culturale acquisito da tutti i suoi componenti, venne invece frazionato presso le città
più sensibili al fenomeno dell’eversione di sinistra onde garantire intorno ai singoli nuclei la
formazione di reparti via via più efficienti. Con lo scioglimento di questo nucleo io rimasi un po’
senza strumenti […]. In effetti al tempo in cui ebbi alle dipendenze il nucleo speciale di cui ho
parlato avvertii dapprima un minor sostegno e talvolta anche una minor comprensione per la mia
fatica e per il rischio cui andavo incontro, sino a farmi pensare che non fosse pienamente
riconosciuta la mia attività nell’ambito degli ambienti milanesi dell’Arma dei carabinieri […]. 29

Dalla Chiesa ritiene quindi (non a torto, secondo chi scrive) che nell’abolizione
del suo nucleo antiterrorismo ci sia stata anche l’influenza dei piduisti della
Pastrengo e della legione di Milano. Il generale continua a impegnarsi nel suo
lavoro di comandante della brigata di Torino, spaziando dalla destra eversiva al
clan dei marsigliesi, ma per lui non è un periodo entusiasmante. Tanto più che
nell’autunno del 1976 gli viene data un’altra notizia poco gradita direttamente
dal comandante generale dell’arma, Enrico Mino. Dalla Chiesa ha dichiarato,
nella sua deposizione, che il generale Mino lo aveva raggiunto per telefono
(«Giungendomi una chiamata telefonica da parte del comandante generale»), e
gli aveva comunicato che nel febbraio del 1977 avrebbe dovuto lasciare anche il
comando della brigata di Torino per poi restare per qualche tempo «a
disposizione». Ecco il racconto di Dalla Chiesa, sempre rispettoso verso le
decisioni dei superiori, ma tale da lasciar trasparire, sia pure molto alla lontana,
il suo stato d’animo turbato:
Nel mese di febbraio 1977 venni avvicendato nel comando della brigata rimanendo per circa due
mesi senza alcuna attività da svolgere in quanto solo nel maggio successivo fui impiegato quale
responsabile del coordinamento dei servizi di vigilanza per gli istituti di prevenzione e pena di
massima sicurezza. È pur vero che l’avvicendamento nel mese di febbraio non era nelle mie attese
in quanto sarei stato proposto al grado superiore soltanto alla fine del 1977, 31 dicembre, ma
accettai la soluzione. 30
È il colonnello Bozzo – da sempre molto vicino al generale dalla Chiesa – a
descrivere in termini più espliciti quale sia realmente lo stato d’animo di
quest’ultimo nell’autunno 1976 (dopo la telefonata del comandante Mino),
avendone raccolto le confidenze: «Queste parole che dico io me le ha dette il
generale dalla Chiesa». Bozzo conferma anzitutto l’arrivo a Dalla Chiesa della
telefonata del comandante generale: «Gli telefona il comandante generale, che
era il generale Mino, molto vicino all’ambiente gelliano, 31 e gli dice “Guarda,
Dalla Chiesa, ho pensato di trasferirti”».
Dopo di che Bozzo aggiunge che Dalla Chiesa, essendo a Torino da quasi tre
anni, «capisce che è il momento di andare, e dice “Ma dove mi mandate?”», al
che» continua Bozzo, «il generale Mino risponde «“No, tu rimani a disposizione
poi se si libera un posto…”». Ed ecco allora – è sempre Bozzo che racconta –
che Dalla Chiesa cerca di obiettare: «“Ma io sono in avanzamento!”».
Non è dato sapere che cosa abbia risposto il generale Mino a questa
obiezione, ma è logico ritenere che non abbia dato alcuna soddisfazione al suo
interlocutore, come è facile arguire dal seguito del racconto del colonnello
Bozzo, dove egli spiega che «andare in avanzamento a disposizione significa
essere messo in ultimo… dietro l’ultimo, a distanza. E allora Dalla Chiesa
capisce che per lui è finita».
L’epilogo di questa vicenda dell’autunno 1976 consiste nell’episodio
conclusosi con la firma apposta da Carlo Alberto dalla Chiesa in calce a una
domanda di iscrizione alla P2, sapientemente offertagli da Picchiotti. L’episodio
ci viene reso noto sia dallo stesso Dalla Chiesa (come diremo tra poco) sia – in
termini più coloriti – dal colonnello Bozzo nel seguito della deposizione già
citata. Quest’ultimo dichiara che alcuni giorni dopo la deprimente telefonata del
comandante generale, il generale Picchiotti si era presentato inaspettatamente al
generale dalla Chiesa nel suo ufficio di Torino, lo aveva guardato e aveva
esordito con le parole: «Ti vedo un po’ giù».
Era seguito un colloquio, tra Picchiotti e Dalla Chiesa, che Bozzo ha riferito
(a mo’ di siparietto) nel tipico linguaggio parlato di una deposizione registrata
dal vivo e successivamente sbobinata e trascritta:
«Ti vedo un po’ giù…»
«Mi hanno dato questa notizia, per me è finita, me ne vado via.»
«Ma no, perché ti preoccupi, ti possiamo dare una mano noi.»
«Voi chi?» dice.
«Noi, hai mai sentito parlare della massoneria?»
«No, io sono cattolico praticante, non voglio sentirne parlare.»
«No, guarda, questa è una massoneria particolare, ha dei collegamenti anche internazionali, stai
tranquillo.»
«No, no, io assolutamente…»
«Io te la lascio [la domanda da compilare, n.d.a.], poi pensaci. Io ripasserò tra una settimana.» 32

E così Franco Picchiotti offre il boccone avvelenato a Carlo Alberto dalla


Chiesa. Lui oppone resistenza, ma l’altro insiste e torna all’attacco una seconda
volta, una decina di giorni dopo, portandogli stavolta la domanda già in parte
compilata. Alla fine il generale cede, firma e cade nella trappola. 33 È il 28
ottobre del 1976. Ecco come lui stesso racconta la vicenda nell’audizione resa il
23 febbraio del 1982 alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro:
Nell’ottobre del 1976 mi trovai a ricevere nel mio ufficio a Torino il generale Picchiotti che era
stato vicecomandante dell’arma. Non l’ho mai avuto come superiore diretto, non ci siamo mai
conosciuti nella lunga carriera percorsa dall’uno e percorsa dall’altro e devo dire che vi era
sempre da parte mia una specie di soggezione come poteva esservi tra un generale di brigata di
periferia e un vicecomandante che ormai era generale di corpo d’armata. Ebbene, lo ricevetti per
un’ora e mezzo e mi parlò di questa massoneria, dicendomi che oramai era giusto che anche io vi
facessi parte. Io ovviamente resistetti all’infinito dicendo che non mi interessava, che mio padre
era sempre stato lontano da questi concetti. Insisteva. Allora io ho detto che ero cattolico,
praticante e lui mi disse che vi erano anche dei cardinali. Alla fine, risposi che non era il caso e
dopo un’ora e mezzo se ne andò senza che io avessi fatto un minimo gesto di assenso. […] Dopo
circa quindici giorni, verso il 28 ottobre, quello tornò […] per portarmi la domanda a stampa.
Allora a quel punto mi dissi che volevo vedere fin dove andavamo a finire. Non si può pensare
che dopo che un argomento era stato così risolutamente rigettato venisse un ex vicecomandante
dell’arma a portare una siffatta domanda! 34

La domanda di iscrizione di Dalla Chiesa datata 28 ottobre 1976 verrà ritrovata


più di quattro anni dopo nel corso della perquisizione eseguita nell’ufficio di
Licio Gelli a Castiglion Fibocchi. È conservata nella cassaforte dell’ufficio, in
una cartellina intitolata SOSPESI contenente, tra l’altro, le copie di quattro lettere
piuttosto curiose, firmate da Licio Gelli e apparentemente spedite a Dalla
Chiesa, 35 ma che quest’ultimo dichiarerà di non avere mai ricevuto. 36 Così
come dichiarerà di non avere mai più visto né sentito Picchiotti dopo quel 28
ottobre. 37

5. Le quattro lettere fittizie apparentemente indirizzate da Gelli a


Dalla Chiesa

Il tenore di queste quattro lettere (quasi di certo fittizie e comunque mai ricevute
da Dalla Chiesa) dimostra chiaramente che l’insistenza di Picchiotti – e di chi
per lui – per ottenere quella domanda di affiliazione firmata dal generale
piemontese non era dovuta all’ansia di conquistare alla causa massonica un
personaggio di grande rilievo e prestigio. Al contrario, era dovuta alla volontà di
procurare agli ambienti dell’arma legati alla P2 un’utile carta compromettente
che potesse rendere ricattabile quell’alto ufficiale dei carabinieri così diverso da
loro. Il generale dalla Chiesa, per la sua indipendenza, la sua professionalità, la
sua estraneità alle logiche di potere per il potere e per la sua indiscussa fedeltà ai
principi costituzionali, stava acquistando un prestigio sempre maggiore e quindi
era pericoloso: sia perché poteva seriamente intralciare le loro carriere pilotate
dalla P2, sia perché con la sua determinazione avrebbe potuto scoprire cose che
dovevano assolutamente restare segrete. L’allarme era scattato con probabilità
nel 1974, quando, per iniziativa del ministro Taviani, era stato affidato a Dalla
Chiesa quel primo nucleo speciale antiterrorismo che non a caso gli era stato poi
tolto poco più di un anno dopo.
La prima lettera è del 22 febbraio 1977. Sono passati circa quattro mesi da
quando Dalla Chiesa ha firmato la domanda di affiliazione alla loggia P2 ed è
proprio il periodo in cui gli viene tolto (in anticipo) il comando della brigata di
Torino, tenendolo «a disposizione» (eufemismo per non dire in ozio forzato) per
due mesi. In questa lettera Gelli scrive che «è stata presa in esame la Sua
posizione che è stata accolta all’unanimità. Per quanto riguarda l’incontro per il
perfezionamento della Sua posizione, provvederò a darle comunicazione in
tempo utile».
Poi una lunga pausa che dura nove mesi e mezzo. Nel frattempo Dalla
Chiesa, nel mese di maggio, è stato dirottato al coordinamento dei servizi di
vigilanza per gli istituti di prevenzione e pena.
La seconda lettera, in cui Gelli gli si rivolge con il più familiare tu, è del 9
dicembre 1977. Dalla Chiesa è sempre relegato a occuparsi degli istituti di
prevenzione e pena. Ma nel frattempo anche il generale Edoardo Palombi, pure
lui preso di mira dal gruppo di potere piduista di Palumbo e compagni, naviga in
cattive acque: i successi riscossi a cavallo tra il 1976 e il 1977 dalla sezione
speciale anticrimine della divisione da lui comandata, lungi dal giovargli,
scatenano una sorda reazione contro di lui e contro i suoi ufficiali da parte del
gruppo contrapposto. Viene così deciso, nel novembre del 1977, su iniziativa
dello stato maggiore dell’arma, «il distacco […] della sezione speciale
anticrimine, che si era segnalata per i brillanti risultati ottenuti specie nella lotta
al terrorismo, dal comando di divisione a quello della legione di Milano e quindi
alle dipendenze del Mazzei e del Panella». 38 Operazione, come vedremo,
semplicemente devastante.
Ma torniamo alla seconda lettera – o meglio, pseudolettera – della cartellina
SOSPESI. Il 9 dicembre 1977 Gelli scrive: «Ti informo che, per impegni
imprevedibili che ci impongono di partecipare a una serie di riunioni in paesi
esteri, il perfezionamento della nota pratica avverrà tra il 25 e il 27 gennaio
1978».
La terza lettera è datata 23 gennaio 1978. Gelli scrive: «A causa di
sopraggiunti imprevisti, mi trovo costretto a rinviare l’incontro ad altra data che
preciserò con mia successiva».
Altra pausa di cinque mesi.
Nella quarta (e ultima) lettera, datata 28 giugno 1978, Gelli torna a un
registro più formale e prega «di farmi conoscere – attraverso l’amico Gen.
Franco Picchiotti – il giorno, compreso nella seconda quindicina del prossimo
mese di settembre, in cui Ella potrà essere disponibile per poter concludere il
perfezionamento della Sua pratica».
Sarà bene che ci soffermiamo sulla data di quest’ultima lettera: 28 giugno
1978.
Era passato poco più di un mese e mezzo dall’assassinio di Aldo Moro,
seguito immediatamente dalle dimissioni da ministro dell’Interno di Francesco
Cossiga, che aveva occupato ininterrottamente il Viminale per oltre due anni.
Dopo un breve interim del presidente del Consiglio Andreotti, era diventato
ministro dell’Interno Virginio Rognoni a partire dal 13 giugno 1978.
Mentre Cossiga era piuttosto legato agli ambienti della P2 (era stato lui a
insediare a capo dei servizi segreti due personaggi i cui nomi risulteranno
ricompresi negli elenchi degli affiliati alla loggia segreta), 39 Rognoni non aveva
nessun legame di quel tipo, per cui c’è da ritenere che i suddetti ambienti non
abbiano gradito la sua nomina a ministro dell’Interno. Tanto più che nei circoli
bene informati (a partire dai servizi e dal milieu circostante) si percepì subito
l’intenzione del nuovo ministro di restituire il non gradito generale dalla Chiesa
a compiti di antiterrorismo, più adatti alle capacità di cui aveva dato ampia
prova.
Di qui, molto probabilmente, deriva la decisione di Licio Gelli di inserire
nella cartellina SOSPESI la quarta e ultima lettera, per arricchire il «dossier-spada
di Damocle» dedicato al generale e gelosamente custodito in cassaforte per ogni
evenienza. L’intento è ormai chiaro: non si voleva affatto accogliere il pericoloso
generale nella loggia P2, ma lo si voleva soltanto legare a un dossier
compromettente costruito ad hoc con una cura davvero degna di miglior causa.
Quanto al dossier, dopo quel 28 giugno 1978 esso rimase custodito nella
cassaforte di Gelli per altri due anni e quattro mesi fino alla perquisizione di
Castiglion Fibocchi. 40
Già nel corso di quell’estate 1978, su iniziativa del ministro Rognoni, viene
affidato a Dalla Chiesa un nuovo nucleo speciale antiterrorismo di cui il generale
assume il comando il 10 settembre 1978, con funzioni di coordinamento fra le
forze di polizia e gli agenti dei servizi informativi per la lotta al terrorismo.
Come abbiamo anticipato all’inizio di questo capitolo, di lì a venti giorni, il 1°
ottobre, gli uomini di Dalla Chiesa mettono a segno l’operazione milanese di via
Monte Nevoso.
III
Altri aspetti del caso Moro

1. Insidie e problemi connessi alla scoperta della base brigatista


milanese di via Monte Nevoso

Torniamo per un attimo al novembre 1977, quando la sezione speciale


anticrimine della divisione Pastrengo viene improvvisamente sottratta alla
divisione e, quindi, al controllo dell’onesto generale Edoardo Palombi e viene
inquadrata all’interno della legione carabinieri di Milano, venendo a trovarsi alle
dipendenze dei due piduisti del gruppo Palumbo, colonnello Mazzei e tenente
colonnello Panella. 1 A quel tempo ben pochi si accorgono che si tratta di
un’operazione sciagurata e finalizzata a far sì che le indagini sulle vicende
criminali più sensibili possano essere più adeguatamente controllate e pilotate
dagli ambienti della P2 e dai relativi servizi.
Ciò accade proprio il 1° ottobre 1978 quando, con l’irruzione dei carabinieri
di Dalla Chiesa nel covo milanese di via Monte Nevoso, si produce una sorta di
cortocircuito tra i carabinieri ivi legittimamente operanti – quelli del nucleo
speciale antiterrorismo creato un mese prima per il generale dalla Chiesa – e i
loro colleghi piduisti del gruppo Palumbo-Mazzei-Panella, che dispongono
ormai della sezione speciale anticrimine. Come dire, uno scontro fra due galli nel
pollaio, che ha certamente influito negativamente sull’esito della perquisizione
di via Monte Nevoso.
Ma andiamo con ordine.
Nella primavera del 1975, quando ancora non era controllata dalla P2, la
sezione speciale anticrimine di Milano si era organizzata in modo da svolgere la
sua attività con personale che lavorasse senza esporsi. Si era quindi deciso che
gli atti di polizia giudiziaria – come rapporti e verbali – dovessero essere firmati
dai nuclei operativi delle rispettive sedi territoriali, in modo tale che fossero poi
chiamati a deporre come testimoni nelle udienze dibattimentali i militari di quei
nuclei territoriali e non già gli uomini della sezione speciale anticrimine, i quali
dovevano invece evitare ogni esposizione. 2
Tuttavia è chiaro che un sistema di questo genere (di per sé discutibile sotto il
profilo della documentazione degli atti) poteva mantenere un’affidabilità
sufficiente solo in caso di totale accordo, perfetto coordinamento e grande
affiatamento tra i carabinieri delle singole sezioni speciali anticrimine, gli
uomini del nucleo antiterrorismo comandato da Dalla Chiesa (tutti destinati a
operare fianco a fianco senza esporsi) e i militari dei singoli nuclei operativi
territoriali destinati a firmare rapporti e verbali. Condizione che a Milano era
evidentemente venuta meno a partire dal novembre 1977, essendo caduta la
relativa sezione anticrimine sotto il controllo della P2. 3
Il generale Nicolò Bozzo tende a essere piuttosto esplicito nelle sue
dichiarazioni sul punto. Sentito dalla Commissione stragi, Bozzo conferma la
metodica seguita dalle sezioni anticrimine: «Noi non facevamo rapporti, non
svolgevamo attività burocratiche di polizia giudiziaria, perché altrimenti ci
identificavano. Avremmo dovuto andare a deporre davanti al magistrato e se ci
vedevano in aula era finita. I rapporti e gli atti di polizia giudiziaria venivano
redatti dal reparto investigativo [territoriale] al quale ci appoggiavamo». E subito
aggiunge, in modo tutt’altro che velato, che «in quel periodo, purtroppo, si è
verificata una frattura tra l’arma di Milano e i reparti di Dalla Chiesa; una
frattura che poi è quella che porta all’inconveniente della perquisizione fatta
male in via Monte Nevoso». 4
A questo punto Bozzo addita senza mezzi termini come iniziativa assurda, e
responsabile dell’inconveniente, proprio l’operazione deleteria effettuata nel
novembre 1977:
Una cosa assurda, perché [le sezioni speciali anticrimine] sono reparti che hanno una loro
competenza territoriale: come si può mettere sotto il comando provinciale di Milano una sezione
speciale anticrimine che opera su tutta la Lombardia? Noi ci siamo trovati, in occasione del
sequestro Moro, in questa tragica situazione e io, che ero il coordinatore, non coordinavo più
niente, perché c’erano ben quattro livelli tra me e la periferia, le notizie pervenivano frammentate,
soppesate, ma soprattutto ritardate, questo è il punto. Quindi l’arma, dai primi di novembre 1977,
ha cambiato la struttura ordinativa antiterrorismo: e ciò è stato terribile. 5

Bozzo ribadisce poi il concetto sottolineando che, mentre sotto la direzione del
generale Edoardo Palombi non c’era stata alcuna difficoltà almeno sino a dopo
l’estate del 1977, successivamente, invece, «di difficoltà ce ne sono state», sia
perché «Palombi stava per essere trasferito», sia perché, per l’appunto, era
«cambiato l’ordinamento». 6
Ed ecco, sempre nel racconto di Bozzo alla Commissione stragi, la
descrizione del conseguente cortocircuito che si era scatenato nel corso della
perquisizione dell’ottobre 1978 in via Monte Nevoso, e che ne aveva
compromesso gravemente l’esito.
Cosa è successo a Milano nell’ottobre 1978? In quell’appartamento c’era un mare di materiale:
mai vista una cosa del genere! C’era tutto l’archivio delle Brigate rosse, dietro una tenda nascosta
da un finto armadio a muro, con tutti i faldoni allineati quasi si trattasse di una ditta di spedizioni.
Per eseguire la verbalizzazione di tutto il materiale repertato e poi iniziare la perquisizione dei
mobili e dei muri sarebbero stati necessari non meno di quindici giorni, ma noi siamo rimasti
cinque giorni soltanto. Infatti, il giorno 2 ottobre sono venuto a conoscenza che il comando della
legione di Milano stava redigendo un rapporto disciplinare contro l’operato mio e dei miei
collaboratori. Io ho chiamato il generale dalla Chiesa a Roma, dove egli era rientrato la sera del 1°
ottobre, e gli ho detto cosa stava succedendo; lui mi ha risposto di ritirare tutto il personale nelle
nostre basi. Noi avevamo delle basi di copertura al di fuori delle caserme perché, così come noi
pedinavamo i brigatisti loro potevano pedinare noi: se continuavamo a entrare e uscire da una
caserma potevamo essere facilmente individuati. Quindi il generale dalla Chiesa disse di ritirarci
in queste basi e di portare con noi tutto il materiale da cui si potevano trarre immediati spunti
operativi, lasciando tutto il resto in mano all’arma territoriale. Io non ho potuto eseguire l’ordine
tempestivamente, anche perché il magistrato si è opposto; poi ha dato il consenso quando gli è
stato detto che era stato fatto tutto, mentre non era del tutto vero: non era stata fatta, infatti, la
perquisizione come era solito farsi, perché dopo cinque giorni abbiamo dovuto abbandonare il
covo. Purtroppo, dietro quel maledetto termosifone c’era una finta parete e c’era tutto quel
materiale; c’erano anche 58 milioni del sequestro Costa, c’erano armi e munizioni. Purtroppo è
andata così. Parliamoci chiaro: le difficoltà che noi dei reparti speciali abbiamo incontrato
all’interno delle istituzioni non sono state di gran lunga inferiori a quelle che abbiamo trovato
all’esterno, perché la nostra era una struttura malvista da tutti (o quasi). […] Siamo venuti via
prima del tempo, perché l’ordine era quello di venire via e lasciare tutto al reparto territoriale per
evitare che la tensione esistente potesse provocare ripercussioni sul servizio in quel momento
assolutamente inopportune. 7

Era inevitabile che, in una situazione decisamente negativa come quella descritta
da Bozzo, il metodo di lavoro basato sulla distinzione e sul coordinamento tra
militari operanti (da mantenere non esposti) e militari verbalizzanti (destinati a
firmare gli atti e a deporre in dibattimento) si trasformasse in un meccanismo
perverso con conseguenze di assoluta mancanza di trasparenza nella
documentazione degli atti di indagine. Ed è esattamente ciò che si è verificato
nella delicatissima operazione anticrimine di cui stiamo parlando. Prova ne sia
che il verbale di perquisizione e sequestro dell’operazione di via Monte Nevoso
– steso fra il 1° e il 5 ottobre 1978 e chiuso prematuramente in fretta e furia –
non consente affatto di ricostruire in maniera trasparente ciò che effettivamente
accadde.
Il verbale – di cui si trova copia agli atti della Commissione parlamentare sul
caso Moro – è composto da sessanta fogli ed è firmato foglio per foglio da un
capitano e da tre sottufficiali della legione carabinieri di Milano (Gruppo Milano
I, nucleo operativo): sono il capitano Giovanni Mango, il maresciallo Enzo
Allegretti, il maresciallo Giovanni Scirocco e il brigadiere Giuseppe Nicastro. 8
Questi militari svolgevano le loro mansioni di verbalizzazione nell’appartamento
durante le ore diurne, mentre i loro colleghi del reparto speciale di Dalla Chiesa
li sostituivano nelle ore notturne, il che evidentemente non favoriva un
coordinamento ottimale tra i due gruppi. 9
Colpisce, alla lettura del verbale di perquisizione e sequestro, che nel
documento non ci sia nessuna seria ricostruzione dei diversi momenti
dell’operazione di polizia giudiziaria, dall’individuazione e dall’irruzione
nell’appartamento sino al momento in cui si è iniziata l’elencazione dei reperti.
Infatti, l’elencazione dei 210 oggetti sequestrati inizia immediatamente dopo
pochissime righe di apertura, in cui si dà atto solo dell’avvenuto arresto dei
brigatisti Lauro Azzolini e Nadia Mantovani, nonché di «un giovane non ancora
identificato».
Ciò significa che i quattro verbalizzanti non erano stati informati dai loro
colleghi che il terzo arrestato era stato subito identificato in Franco Bonisoli.
Quindi si intuisce chiaramente che i verbalizzanti non solo non hanno vissuto le
prime fasi dell’evento che dovevano documentare, ma non hanno nemmeno
avuto modo di coordinarsi adeguatamente con gli operanti del reparto speciale,
in modo da evitare lacune nel verbale. Un verbale di nome, ma non di fatto, visto
che si presenta, sostanzialmente, solo come un mero elenco degli oggetti
sequestrati.
La spiegazione la fornisce ancora Bozzo, nella sua audizione alla
Commissione stragi, quando afferma che i carabinieri dell’arma territoriale di
Milano «riferiscono solo quello che risulta loro in quanto chiamati a collaborare
con noi». In sostanza – aggiunge Bozzo – questi uomini, graziosamente mandati
dall’arma territoriale a collaborare con il reparto speciale di Dalla Chiesa, «sono
entrati nell’operazione quando Azzolini era già stato localizzato e individuato e
difatti riferiscono solamente quello, pur sapendo come sono andate le cose. Ciò
perché i loro superiori [avevano detto loro] che il resto non li doveva interessare
e [avevano detto loro] di riferire solamente quanto gli risultava». 10
Tutto ciò sembra significare, in buona sostanza, che i quattro verbalizzanti
appartenenti al Gruppo Milano I dei carabinieri si trovavano costretti ad attenersi
a direttive-barriera diramate dalla coppia Mazzei e Panella, i quali ovviamente,
da bravi piduisti, la trasparenza non la vedevano affatto di buon occhio.
Purtroppo, la grave mancanza di chiarezza e di trasparenza che caratterizza il
verbale 1-5 ottobre 1978 ha suscitato una serie di interrogativi, di dubbi, di
sospetti, di ipotesi e controipotesi le più disparate circa la correttezza o non
correttezza dell’operazione di via Monte Nevoso e del comportamento di chi la
condusse o vi partecipò. Ciò sia nel periodo immediatamente successivo alla
perquisizione, sia dodici anni dopo, nel 1990, quando – come è stato anticipato –
venne scoperto da un operaio il famoso nascondiglio, con il suo contenuto,
durante i lavori di ristrutturazione dell’appartamento ormai dissequestrato.
Le conseguenze negative di quella grave mancanza di chiarezza e di
trasparenza si sono moltiplicate anche a causa della successiva inerzia degli
inquirenti, sia giudiziari sia parlamentari, i quali, tra l’altro, non hanno mai
convocato ed esaminato i quattro verbalizzanti. Omissione davvero inspiegabile.
Specialmente quando – dopo il colpo di scena di cui diremo al paragrafo
seguente – l’audizione dei quattro si presentava come ancor più ineludibile.

2. I contrasti e le anomalie che hanno compromesso l’esito della


perquisizione di via Monte Nevoso: il colpo di scena del 5 luglio 1982

Come si è già detto, il nascondiglio ricavato nell’intercapedine sotto una finestra


di via Monte Nevoso verrà scoperto casualmente da un operaio solo nel 1990.
In verità, già nel 1982, quindi quattro anni dopo la perquisizione, ci sarebbero
tutte le premesse perché quel nascondiglio possa essere scoperto dagli inquirenti.
Infatti, in una delle udienze del primo processo Moro, il 5 luglio 1982 davanti
alla prima Corte d’assise di Roma, l’imputata Carla Maria Brioschi rende la
seguente dichiarazione:
Abbiamo preso visione degli atti processuali e ci siamo accorti che manca del materiale attinente
a questo processo. Si tratta: 1) di una cartelletta di cartone marrone contenente le fotocopie di tutti
i manoscritti di Aldo Moro nel periodo in cui è stato nostro prigioniero; 2) di una borsa di finta
pelle nera contenente 50 milioni in banconote da 50 e 100 mila lire da noi espropriati alla
multinazionale Costa. Questo materiale era in nostro possesso e tenuto nella base di via Monte
Nevoso a Milano, ed è passato in vostro possesso dopo l’operazione dei carabinieri che portò alla
caduta di tale base e alla cattura di alcuni militanti. Di questo materiale, però, non si fa cenno né
sul verbale di perquisizione redatto dai carabinieri, né da nessun’altra parte […]. L’operazione di
cui si parla fu eseguita il 1° ottobre 1978 dagli uomini del nucleo di polizia giudiziaria dei
carabinieri […] e fu diretta dal generale Carlo Alberto dalla Chiesa, uomo fidato di Andreotti.
[…]. L’intera operazione fu completamente centralizzata dall’esecutivo che […] aveva
istituzionalizzato per la prima volta un filo diretto ed esclusivo tra il generale dalla Chiesa e la
presidenza del Consiglio. Presidente del Consiglio era a quel tempo, guarda caso, l’onorevole
Andreotti, che Aldo Moro aveva ripetutamente e duramente attaccato nel corso dei suoi
interrogatori. Arrivati a questo punto, chiediamo dove si trova il materiale mancante e perché non
è stato acquisito agli atti. Per ora non ho altro da dire. 11

La dichiarazione in aula di Carla Maria Brioschi suscita, com’è ovvio, un certo


scalpore. Il primo a prendere la parola è il difensore di parte civile delle famiglie
degli agenti di scorta trucidati in via Fani, l’avvocato Fausto Tarsitano, il quale
non esclude – unico tra i difensori di parte civile – che quel che ha detto la
brigatista possa essere un elemento importante e non, come sospettano le altre
parti civili, una provocazione volta a invalidare le prove raccolte. Tarsitano
percepisce subito, infatti, quanto sia impellente l’urgenza di ascoltare i
verbalizzanti di via Monte Nevoso e lo stesso generale dalla Chiesa. L’avvocato
esprime così il proprio parere:
Io credo che la Corte debba immediatamente disporre che coloro che hanno partecipato alla
perquisizione del 1° ottobre 1978 nel covo di via Monte Nevoso siano convocati. È stato
affermato che a noi mancherebbe questa cartella con alcune lettere, alcuni manoscritti
dell’onorevole Moro. Dobbiamo accertare la verità, accertare se realmente questi documenti sono
stati sequestrati e dove si trovano. Poi dobbiamo accertare se realmente i 50 milioni contenuti in
una borsa c’erano e chi eventualmente li ha in mano. Dobbiamo andare, come la Corte ha già
fatto, alla ricerca di tutta la verità. Non possiamo lasciare spazio a nessuna speculazione. 12

La richiesta dell’avvocato Tarsitano viene sostenuta solo dai difensori dei


brigatisti, fatto che probabilmente non aiuta. Quanto al pubblico ministero
d’udienza, Nicolò Amato, egli riconosce che l’avvocato Tarsitano ha posto in
evidenza «un’esigenza giusta», cioè che sulle affermazioni della brigatista sia
opportuno che «si svolgano delle indagini e si accerti la verità», ma prospetta
una diversa soluzione, ritenendo che la sede naturale per gli accertamenti del
caso sia la Procura della Repubblica. Chiede quindi alla Corte di trasmettere
copia del verbale d’udienza al suo ufficio, impegnandosi «a svolgere queste
indagini […] nel più breve tempo possibile». 13
Sulle due richieste il presidente Severino Santiapichi dichiara che «la Corte si
riserva di provvedere» dopo le audizioni delle parti offese e prima di procedere
all’esame dei testimoni (vale a dire dopo tre o quattro udienze). 14
Sennonché, nei giorni immediatamente successivi, il tasso di intossicazione
che già affligge gli esiti della perquisizione di via Monte Nevoso sale
ulteriormente. Oggi, col classico senno di poi, sappiamo (fin dal 1990) che
quella di Carla Maria Brioschi non è stata un’insidiosa provocazione, bensì una
segnalazione esatta, ma in quel luglio del 1982 nessuno poteva saperlo con
sicurezza, tanto più che la dichiarazione della Brioschi è effettivamente
costellata di allusioni provocatorie, dalla definizione di Dalla Chiesa come
«uomo fidato di Andreotti», al punto in cui si sottolineano gli attacchi di Moro
nei confronti dell’allora presidente del Consiglio.
Ebbene, un duro attacco di Moro ad Andreotti era già presente nelle
quarantanove pagine dattiloscritte sequestrate in via Monte Nevoso il 1° ottobre
1978. Al momento dell’udienza del 5 luglio 1982 queste pagine, rese pubbliche
già alcune settimane dopo la perquisizione, sono quindi ben note a tutte le parti
in causa e a tutti coloro che stanno seguendo con attenzione il dibattimento
penale. Ed è altrettanto nota, di conseguenza, la severa invettiva di Moro contro
Andreotti contenuta in quelle carte, di cui si riporta qui un breve passaggio:
Dispiace che si parli di democratici cristiani […], per i giorni oscuri della strage di Brescia, come
coloro che talune correnti di opinione in città non consideravano, in qualche misura, estranei […].
Non piace che, a proposito di strategia della tensione, si parli […] di connivenze e indulgenze
dell’autorità e di democratici cristiani […]. Ma è naturale che un momento di attenzione sia
dedicato all’austero regista di questa operazione […] di assoluta indifferenza per quei valori
umanitari, i quali fanno tutt’uno con i valori umani. Un regista freddo, imperscrutabile, senza
dubbi, senza palpiti, senza mai un momento di pietà umana. È questi l’On. Andreotti […]. Che
significava tutto questo per Andreotti, una volta conquistato il potere per fare il male come
sempre ha fatto il male nella sua vita? 15

La sera di quel 5 luglio 1982, alla chiusura dell’udienza, gli interrogativi


scomodi e senza risposta sono molteplici. Uno di essi è il seguente: se già la
cartellina azzurra sequestrata nel 1978 conteneva quell’anatema impressionante,
quali altri duri e ripetuti attacchi di Moro contro Andreotti potrà mai contenere
quella misteriosa e fantomatica cartelletta di cartone marrone di cui ha parlato la
brigatista Brioschi?
Oggi si sa che la cartelletta marrone conservava la versione più ampia del
«Memoriale Moro». Quella versione del «Memoriale» in realtà non contiene
nessun altro attacco ad Andreotti. È soltanto il testo completo, vergato a mano da
Moro, della medesima invettiva già nota sin dal 1978 grazie alla parziale
trascrizione contenuta nella cartellina azzurra. 16 Ma tutto questo, il 5 luglio del
1982, nessuno lo poteva sapere.

3. I veleni ulteriori e l’inerzia investigativa e giudiziaria dopo il 5


luglio 1982

La mattina del 6 luglio il servizio del «Corriere della Sera» sull’udienza del
giorno prima reca questo titolo: Incredibili accuse dei brigatisti contro i
carabinieri: «Fecero sparire da un covo lettere di Moro e 50 milioni». A sua
volta il redattore del maggiore quotidiano di Roma, «Il Messaggero», scrive che
i carabinieri di Dalla Chiesa avrebbero sequestrato «gli scritti estorti all’On.
Aldo Moro durante la prigionia», ma che «qualcuno avrebbe fatto
tempestivamente sparire quelle carte perché certe affermazioni del leader
democristiano non sarebbero state gradite all’On. Giulio Andreotti».
A quel punto, il clima sempre più invelenito attorno alla vicenda Moro e al
relativo processo dovrebbe indurre la Corte d’assise – e in primis il suo
presidente – a provvedere immediatamente sulla richiesta dell’avvocato
Tarsitano (convocare come testimoni Dalla Chiesa e i quattro verbalizzanti di via
Monte Nevoso) o almeno su quella del pubblico ministero (trasmettere con
urgenza al suo ufficio copia del verbale del 5 luglio). Invece, tra il 5 e il 22
luglio, si svolgono ben dieci udienze – in cui si inizia a sentire testimoni – senza
che venga emesso alcun provvedimento su quelle richieste.
Solo al termine dell’udienza del 22 luglio 1982 la Corte lascia l’aula ed entra
in camera di consiglio per deliberare finalmente sulle svariate istanze avanzate
dalle parti nelle udienze precedenti. Ne esce qualche ora dopo con un’ordinanza
che sembra accogliere, sia pure in ritardo, l’istanza di convocazione di Dalla
Chiesa e dei verbalizzanti: «La Corte […] ordina la citazione dei verbalizzanti
della perquisizione e sequestro eseguiti a Milano l’1.10.1978 nell’appartamento
di via Montenevoso […] ordina la citazione per l’audizione nelle forme di legge
[…] del gen. Carlo Alberto dalla Chiesa […] rinvia il dibattimento all’udienza
del 20 settembre 1982». 17
Sennonché, tutte queste citazioni rimangono lettera morta. Per Carlo Alberto
dalla Chiesa ormai è troppo tardi: quando il dibattimento riprenderà dopo
l’estate, con l’udienza del 20 settembre, sarà già stato assassinato da diciassette
giorni.
Per quanto riguarda invece i quattro verbalizzanti, per qualche misteriosa
ragione non vengono mai convocati, né a seguito dell’ordinanza del 22 luglio
1982 (rimasta ineseguita, almeno per questa parte), né successivamente, in
nessuno dei processi Moro che si sono susseguiti nel tempo. Né, tantomeno, in
alcuna delle varie Commissioni parlamentari d’inchiesta – Moro e stragi – che si
sono succedute sino a oggi.

4. Infondatezza dei sospetti e delle insinuazioni contro il generale


dalla Chiesa e i suoi uomini. Le responsabilità del Sistema P2 e dei
settori dell’arma a esso legati

Si è visto come la mancanza di trasparenza nella verbalizzazione del 1978 abbia


generato interrogativi, dubbi, sospetti e ipotesi malevole di ogni sorta, che hanno
finito col puntare l’indice accusatore contro i carabinieri comandati da Dalla
Chiesa lasciando invece indenni gli ambienti dell’arma legati alla P2, che
avevano volutamente creato le premesse degli inconvenienti che si erano
prodotti.
Quella mancanza di trasparenza, insieme agli effetti della dirompente
dichiarazione Brioschi del 1982 (totalmente ignorata dalle autorità che avrebbero
dovuto occuparsene) e all’anomalia dei due ritrovamenti avvenuti in via Monte
Nevoso a distanza di dodici anni l’uno dall’altro, hanno fatto sì che si sia
avanzato da più parti un sospetto molto inquietante. Il sospetto, cioè, che le carte
uscite da quell’intercapedine nel 1990 fossero già state trovate nel 1978, e poi
manipolate, al fine di tener nascoste parti del «Memoriale» ritenute troppo
compromettenti per l’assetto di potere del momento, o comunque sgradite a
qualche personaggio influente. E che esse fossero state poi rimesse nel
nascondiglio (lasciandovi anche le armi e il denaro), limitando così il sequestro
ai quarantanove fogli dattiloscritti, considerati meno compromettenti. 18
Si tratta però di un sospetto infondato. Anzitutto le perizie sui materiali da
costruzione relativi al nascondiglio hanno stabilito che esso fu creato intorno al
1977 e che non c’era traccia di movimentazioni intermedie tra quell’epoca e
l’apertura del 1990, così da escludere che il nascondiglio sia stato aperto e
richiuso nel frattempo. 19
In secondo luogo, è vero che le carte trovate nel 1990 hanno un contenuto più
esteso di quelle del 1978, ma «qualitativamente la differenza non è
significativa», tanto che in sede giudiziaria «i legali di Andreotti ebbero buon
gioco nel sostenere che il loro assistito usciva dalla versione 1990 non peggio
che da quella 1978». 20 Del resto si è visto che la dura invettiva di Moro nei
confronti di Andreotti è contenuta in termini identici in entrambe le versioni,
senza che la versione del 1990 presenti ulteriori attacchi al medesimo o ad altri
personaggi influenti.
In verità il «Memoriale Moro», sia nell’una che nell’altra versione, non
contiene «nulla di veramente compromettente per nessuno». 21 Anzi, a leggerlo
con attenzione si deve concludere che Aldo Moro non ha dato grande
soddisfazione ai suoi rapitori brigatisti, non avendo detto loro assolutamente
«nulla di eclatante», come ha ammesso uno di loro, Germano Maccari, in sede di
Commissione parlamentare. 22
Alcuni autori 23 hanno osservato che un motivo plausibile per tenere occultata
la versione del «Memoriale» del 1990 poteva essere il brano – non riprodotto
nella versione dattiloscritta del 1978 – in cui Moro si soffermava sul tema dei
«reparti antiguerriglia». 24 E ciò sul presupposto che in quel brano si riferisse
all’organizzazione Gladio, 25 che nel 1978 era ancora coperta dal segreto.
In realtà Moro, in quel brano, non si riferiva affatto a Gladio, bensì
rispondeva a una domanda dei suoi carcerieri circa un tema a loro molto caro,
non a caso da loro stessi illustrato, nell’usuale e suggestivo linguaggio
guerrigliero, nel Comunicato n. 2 del 25 marzo 1978. 26 In quella sede, dopo
aver premesso che «è in corso l’interrogatorio ad Aldo Moro» al fine di «chiarire
le politiche imperialiste e antiproletarie di cui la Dc è portatrice» e al fine di
individuare «le strutture internazionali e le filiazioni nazionali della
controrivoluzione imperialista», i brigatisti fissano così l’argomento della
domanda in questione:
IL TERRORISMO IMPERIALISTA E L’INTERNAZIONALISMO PROLETARIO – A livello
militare è la Nato che pilota e dirige i progetti continentali di controrivoluzione armata nei vari
Sim europei. I nove paesi della Cee hanno creato L’ORGANLZZAZIONE COMUNE DI
POLIZIA che è una vera e propria centrale internazionale del terrore. Sono i paesi più forti della
catena e che hanno già collaudato le tecniche più avanzate della controrivoluzione ad assumersi il
compito di trainare, istruire, dirigere le appendici militari nei paesi più deboli che non hanno
ancora raggiunto i loro livelli di macabra efficienza […]. ECCOLA QUI L’INTERNAZIONALE
DEL TERRORISMO. Eccoli qui i boia imperialisti massacratori dei militanti dell’Ira, della Raf,
del popolo palestinese, dei guerriglieri comunisti dell’America Latina […].

Ecco dunque il tema della domanda ad Aldo Moro. In sostanza i brigatisti


interrogano il prigioniero in merito alla sua implicazione – data per scontata –
nell’internazionale imperialista del terrorismo antiproletario, ovviamente
pilotata dalla Nato e dai suoi membri che hanno raggiunto alti «livelli di
macabra efficienza». 27 Tuttavia Aldo Moro, dopo aver interpretato a modo suo
il linguaggio dei suoi interlocutori, li disorienta con grande abilità spostandosi su
un terreno diverso dal loro. Ignora totalmente il tema del terrorismo imperialista
antiproletario, evoca i suoi ricordi di quando era ministro degli Esteri e le sue
reminiscenze sull’organizzazione militare alleata (che peraltro non poneva
«nessuna particolare enfasi sull’attività antiguerriglia») e parla di collaborazione
intergovernativa, di collaborazione intereuropea e intercomunitaria, con varie
ripetizioni e con divagazioni sulla Svizzera e sull’Irlanda. In sostanza si fa beffa
dei suoi interlocutori, disquisendo sapientemente senza dire nulla. Ed è persino
probabile che i brigatisti abbiano poi omesso di ricopiare a macchina quelle
disquisizioni, considerandole inutili.
In conclusione, tutti i sospetti e le insinuazioni che hanno coinvolto il
generale dalla Chiesa e i suoi uomini, a proposito della gestione dell’operazione
di via Monte Nevoso, sono totalmente ingiustificati e infondati. Si tratta di
sospetti e insinuazioni che hanno pesato per anni su uomini dell’arma fedeli alla
Repubblica e alle sue istituzioni, osteggiati, quando non mortificati e
danneggiati, da altri uomini dell’arma, potenti in quanto asserviti al potere
occulto della loggia P2. A questi stessi individui – e all’insieme del Sistema P2 –
va addebitato anche l’ulteriore disagio che possono avere subito quegli uomini
dell’arma fedeli alla Repubblica, dal dibattito che – in perfetta buona fede – si è
inevitabilmente prodotto, su quei sospetti e su quelle insinuazioni, tra studiosi di
storia contemporanea, giornalisti, politologi, sociologi e altri osservatori.
5. La Relazione Anselmi e la massiccia presenza di piduisti nel
Comitato di coordinamento. Le intromissioni di Gelli tramite il
generale Grassini

A proposito degli effetti nefasti esercitati dal Sistema P2 sulla tragica vicenda
Moro e sull’efficienza delle relative indagini – sia nei cinquantacinque giorni del
rapimento, sia dopo l’assassinio dello statista – lasciamo l’ultima parola alla
Commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Tina Anselmi, la cui
Relazione finale ha condotto l’analisi più autorevole sul tema di quella loggia
segreta:
La Commissione, analogamente a quanto rilevato dalla Commissione di inchiesta sulla strage di
via Fani e sull’uccisione dell’onorevole Moro, non ha potuto non prospettarsi il problema del
significato della presenza di numerosi elementi iscritti alla loggia P2 che rivestivano, in quel
periodo e in ordine a quella vicenda, posizioni di elevata responsabilità. Sono questi interrogativi
che emergono dalla testimonianza, ad esempio, del sottosegretario Lettieri, che di fronte a quella
Commissione ha rilevato come le riunioni al Viminale del Comitato di coordinamento tra le forze
dell’ordine vedevano presente intorno allo stesso tavolo una maggioranza di iscritti alla loggia P2,
tra gli organi tecnici di ausilio ai responsabili politici. Dagli appunti del sottosegretario Lettieri
risultano infatti presenti a queste riunioni, oltre ai ministri interessati e ai vertici della polizia e dei
carabinieri, i seguenti affiliati alla loggia P2: i generali Giudice, Torrisi, Santovito, Grassini, Lo
Prete, nonché, a una di esse, il colonnello Siracusano.
Questa constatazione pone il quesito se l’inadeguatezza degli apparati informativi e di polizia
dello Stato, sulla quale si è registrato un ampio consenso tra le forze politiche, abbia avuto a suo
fondamento motivazioni di ordine esclusivamente tecnico, o sia invece da riportare ad altro ordine
di considerazioni. Questa problematica non ha trovato nel corso dell’indagine ulteriori riscontri,
fatta eccezione per la deposizione del commissario di Pubblica sicurezza Elio Cioppa, vice del
generale Grassini al Sisde, 28 il quale ha confermato la testimonianza resa di fronte al magistrato
di aver successivamente ricevuto dal suo superiore, all’epoca del suo arrivo al Servizio, l’incarico
di effettuare ricerche nell’ambito dell’ambiente della sinistra, sulla base di informazioni e
valutazioni, e tra queste anche valutazioni relative alla vicenda Moro, che il suo superiore aveva
recepito direttamente da Licio Gelli con il quale si incontrava saltuariamente, nell’interesse
esclusivo del Servizio.
La testimonianza non viene smentita dal generale Grassini il quale, dichiarando di non
ricordare l’episodio riferito dal Cioppa, afferma peraltro che, se lo aveva riferito Cioppa –
funzionario serio e competente – doveva essere senz’altro vero. Aggiunge che, se aveva ricevuto
informazioni da Gelli, ciò era avvenuto non in occasione di una riunione alla quale Gelli era
presente, ma in un incontro fra lui e lo stesso Gelli. […]
Queste considerazioni […] vanno pertanto a porsi in aggiunta alle osservazioni ricordate sulla
insufficienza dimostrata dagli apparati e lasciano aperti, in un più ampio contesto, gli interrogativi
da più parti sollevati. Interrogativi in ordine ai quali la Commissione non è in grado di fornire
risposte certe ma che peraltro, attesa la delicatezza della materia e il suo preminente rilievo
politico, non ritiene, alla luce soprattutto dell’ambiguo rapporto identificato tra Licio Gelli e i
servizi segreti, di poter sottacere. 29
6. Una calunnia postuma ai danni di dalla Chiesa, trait d’union fra il
caso Moro e il caso Pecorelli. La vicenda Incandela

Le speculazioni e i veleni intorno al «Memoriale Moro» rimarranno sotto traccia


– ma pur sempre in circolo – per diversi anni, per riemergere poi in maniera
dirompente nel giugno 1994, intrecciandosi con le vicende giudiziarie
riguardanti Giulio Andreotti. Una di esse è quella di Perugia, relativa
all’omicidio del giornalista Carmine Pecorelli, direttore del settimanale politico
«OP» e assassinato a Roma il 20 marzo 1979, nella quale Andreotti viene
indicato come mandante del delitto. L’altra indagine su Andreotti è quella di
Palermo, relativa all’accusa di complicità con Cosa Nostra.
Accade che il 27 giugno 1994 il maresciallo Angelo Incandela, già
comandante degli agenti di custodia del supercarcere di Cuneo, viene convocato
dal pubblico ministero di Palermo per essere interrogato sul contenuto di un libro
di sue memorie, pubblicato poche settimane prima a cura del giornalista Pino
Nicotri. 30 In quell’udienza, e in quelle successive svoltesi nel corso del mese di
luglio, Incandela rende delle dichiarazioni che confermerà poi nell’udienza
dibattimentale del 15 gennaio 1997 del processo di Palermo a carico di
Andreotti.
Il maresciallo Incandela dichiara di avere avuto un rapporto di fiducia e
collaborazione con il generale dalla Chiesa e di avere avuto occasione, tra l’altro,
di partecipare a un incontro avvenuto nei primissimi giorni di gennaio del 1979 –
a tarda sera – con il generale e il giornalista Carmine Pecorelli.
Carmine Pecorelli, ucciso ben quindici anni prima delle dichiarazioni di
Incandela, era stato iscritto alla loggia P2 (tessera n. 1750), ma era stato un
piduista piuttosto anomalo. Infatti, da un lato era stato «a lungo sodale di Gelli e
del generale Mino», ma negli ultimi anni, sul suo periodico «OP», era stato
molto spesso «assai critico nei confronti della P2 e di molti affiliati». 31
Incandela racconta che l’incontro tra lui, Dalla Chiesa e Pecorelli si era
svolto, con modalità riservate, alla periferia di Cuneo (località Pantalera)
all’interno di un’auto. In quell’occasione Dalla Chiesa e un uomo a lui allora
sconosciuto, e che solo successivamente avrebbe saputo essere Pecorelli, gli
avevano spiegato che nel carcere di Cuneo si trovavano, nascosti da qualche
parte, «documenti riguardanti il sequestro Moro» che erano stati introdotti
clandestinamente. I documenti erano destinati al detenuto Francis Turatello e lui
– Incandela – doveva assolutamente trovarli e consegnarli al generale dalla
Chiesa.
Tre giorni dopo quell’incontro a tre, Incandela aveva nuovamente incontrato
il generale, il quale gli aveva ribadito l’urgenza di recuperare quelle carte
relative al sequestro Moro, specificando ora che si trattava di «documenti che
facevano parte del memoriale di Moro». Dopo un paio di settimane di ricerca,
Incandela riferisce di aver trovato un involucro avente la forma di un «salame»,
avvolto con nastro isolante da imballaggio e contenente circa un centinaio di
fogli. L’aveva quindi consegnato al generale dalla Chiesa, il quale però non era
rimasto soddisfatto e aveva continuato a sollecitarlo perché si impegnasse a
ritrovare altri documenti concernenti l’onorevole Andreotti, che egli era sicuro
fossero occultati all’interno del carcere di Cuneo:
Devo dire in proposito che il generale dalla Chiesa teneva moltissimo ad avere informazioni
sull’onorevole Andreotti. Tante volte nel corso degli anni mi chiese con insistenza di riferirgli
notizie apprese dai detenuti sul conto dell’on. Andreotti. Egli era convintissimo che l’on.
Andreotti era una persona estremamente pericolosa […]. È certo che l’on. Andreotti era per il
generale dalla Chiesa un chiodo fisso. 32

Questo strano racconto viene analizzato e valutato con grande attenzione dalla
sentenza del Tribunale di Palermo del 23 ottobre 1999, a carico di Giulio
Andreotti, e viene giustamente ritenuto del tutto inattendibile.
Osserva la sentenza che il presunto incontro notturno sarebbe avvenuto a
inizio gennaio 1979, mentre l’omicidio del giornalista è stato commesso neanche
tre mesi dopo, il 20 marzo successivo. Orbene, il teste Incandela, dopo aver
riconosciuto nel Pecorelli – dalle foto della vittima pubblicate sui giornali – lo
sconosciuto di quella sera, «non ha ritenuto per oltre quindici anni di dover
riferire ad alcuna autorità ciò che gli risultava e che poteva essere indubbiamente
utile per le indagini».
Non solo, ma Incandela ha continuato a serbare il suo incredibile silenzio
anche dopo l’assassinio dello stesso Carlo Alberto dalla Chiesa, avvenuto a
Palermo il 3 settembre 1982. Mentre «proprio la tragica fine del generale dalla
Chiesa – tre anni dopo la morte di Pecorelli – avrebbe dovuto sollecitare
ulteriormente il maresciallo a riferire ciò di cui era a conoscenza sulle due
vittime e sui loro rapporti». Son dovuti passare altri dodici anni prima che
Incandela decidesse di divulgare quelle sue rivelazioni, nel maggio 1994, ma
sotto forma di un libro di memorie, cosa che inevitabilmente avrebbe – e ha –
suscitato l’interesse degli inquirenti. 33
Questo suo prolungato silenzio è stato contestato a Incandela, nel corso del
processo Andreotti, e lui ha risposto che no, che aveva parlato della cosa «ai suoi
superiori» subito dopo l’omicidio Pecorelli. Tuttavia costoro, sentiti come
testimoni, lo hanno decisamente smentito. 34
Inoltre, uno dei più stretti collaboratori del generale dalla Chiesa, il
colonnello Angelo Tateo, «addetto alla sua segreteria dal maggio 1977 al
gennaio 1980 […], in ordine ai rapporti tra il generale e il giornalista Pecorelli
[…], ha escluso in maniera netta e inequivoca l’esistenza di incontri che, ove
fossero realmente avvenuti, non avrebbero potuto svolgersi senza che egli ne
fosse a conoscenza». 35
La sentenza si sofferma poi su ulteriori particolari che inducono a ritenere
semplicemente falso il racconto di Incandela e conclude rilevando come quel
racconto «sia rimasto privo di ogni necessario utile riscontro atto a confermarne
l’attendibilità, risultando per contro, oltre che ripetutamente confuso e
contraddittorio, anche smentito in maniera decisiva e inequivoca dal
complessivo esito di ogni indagine svolta». 36
Non rimane che da chiedersi come mai Angelo Incandela abbia inventato una
storia simile e l’abbia inventata proprio nel 1994, quando – tra l’altro – i tre
personaggi chiamati in causa (il generale dalla Chiesa, il giornalista Pecorelli e il
bandito Turatello) erano morti, tutti e tre assassinati, da un bel po’ di anni. 37
Ebbene, si è trattato, con tutta probabilità, di un altro dei frutti perversi
maturati a seguito degli inconvenienti illustrati nelle pagine precedenti. La
diffusa falsa opinione che una copia del «Memoriale Moro» scoperto nel 1990 in
via Monte Nevoso fosse già in circolazione sin dal 1978 (grazie a qualcuno che
avrebbe sin da allora trovato quel famoso nascondiglio) può avere indotto
qualcuno a creare quella falsa verità per il Tribunale di Palermo nel caso
Andreotti.
Lo scopo? Azzardiamo un’ipotesi. Far apparire Andreotti, proprio
nell’ambito di quel processo, come vittima di una persecuzione. Una
persecuzione talmente accanita da aver trovato un interprete persino nel generale
dalla Chiesa, dipinto come un uomo senza scrupoli, agli antipodi di quel
personaggio rigorosamente istituzionale, riconosciuto come tale da tutti.
Non va dimenticato che Andreotti era stato incriminato nel 1993 sia per
l’omicidio Pecorelli (autorizzazione a procedere del 29 luglio) che per la
complicità con Cosa Nostra (autorizzazione a procedere del 13 maggio) e che nel
1994 fervevano le indagini nei suoi confronti sia a Perugia sia a Palermo. In altri
termini, la pendenza di quei due procedimenti penali in parallelo faceva sì che il
biennio 1993-1994, per Andreotti e per gli ambienti di potere che facevano capo
a lui, non fosse affatto un bel periodo.
Ed è davvero singolare che Incandela si sia deciso a fare il suo strano
racconto proprio nel 1994, tra l’altro gettando un’altra buona dose di fango sulla
memoria del generale dalla Chiesa, dovendo descriverlo velenosamente – per
ragioni di copione – come una persona disponibile a sottrarre, manipolare e
gestire illegalmente reperti appartenenti a una delicatissima inchiesta giudiziaria
come quella relativa al caso Moro.
IV
Pecorelli. Il giornalista che «disturbava politicamente»

1. Il delitto Pecorelli e la prima inchiesta sull’omicidio

Roma, 20 marzo 1979, ore 20.30. Carmine Pecorelli, detto Mino, direttore del
settimanale «OP» («Osservatore Politico»), 1* lascia la redazione di via Tacito
insieme con i suoi due collaboratori Franca Mangiavacca e Paolo Patrizi.
Raggiunge la sua auto parcheggiata nella vicina via Orazio, sale e accende il
motore. Subito un individuo si avvicina al finestrino e gli spara un colpo di
pistola attraverso il vetro. Lo colpisce al labbro superiore, poi apre la portiera e
spara altri tre colpi.
Quattro proiettili calibro 7,65. Sul terreno due bossoli marca Fiocchi e due
marca Gevelot.
Un carabiniere ausiliario che sta passando in via Orazio allerta la sala
operativa dell’Arma. In breve arriva sul posto il colonnello Antonio Cornacchia,
comandante del reparto operativo dei carabinieri, il quale già si trovava nelle
vicinanze di via Orazio in borghese per ragioni di servizio (al processo rifiuterà
di specificare di che servizio si trattasse). Giunge sul luogo del delitto anche il
magistrato di turno, Eugenio Mauro, ma il colonnello Cornacchia (il cui nome
comparirà due anni dopo negli elenchi degli iscritti alla loggia P2) ipotizza
subito che il delitto sia opera delle Brigate rosse e fa intervenire sul posto anche
il sostituto procuratore Domenico Sica. 2
La prima istruttoria sul delitto Pecorelli, protrattasi stancamente e senza alcun
risultato dal 1979 al 1991, è scandita da gravi omissioni. Tra l’altro, nelle agende
di lavoro di Pecorelli ricorrono nominativi – ripetuti decine e decine di volte – di
personaggi di assoluto rilievo che potrebbero fornire elementi importanti per le
indagini, ma che in tutti quegli anni vengono assolutamente ignorati. Per
esempio, tra il marzo 1978 e il marzo 1979 Pecorelli ha segnato in agenda 106
volte il nome di Federico Umberto D’Amato, capo dell’Ufficio affari riservati
(Uar) del ministero dell’Interno (iscritto alla P2), 56 volte quello di Vito Miceli,
capo del Sid 3 (iscritto alla P2), 42 volte quello del colonnello Antonio Varisco,
ufficiale dei carabinieri e grande amico nonché informatore di Pecorelli. 4
Nessuno di loro viene sentito.
Per quanto riguarda, in particolare, il colonnello Varisco, gli inquirenti hanno
avuto a disposizione questo potenziale e prezioso testimone per quasi quattro
mesi, ma non lo hanno convocato. Purtroppo, il 13 luglio 1979 Antonio Varisco
viene ucciso a Roma in un attentato. Impegnato a indagare personalmente
sull’uccisione del suo amico giornalista, Varisco si era dimesso dall’Arma dei
carabinieri pochi giorni prima di essere assassinato.
Del resto, le piste da battere non erano poche: in diversi anni, grazie al giro di
relazioni e rapporti nell’ambito della loggia P2, Pecorelli aveva pubblicato molti
servizi scottanti e si era fatto parecchi nemici. 5
Invece, le indagini sull’omicidio Pecorelli, gestite stancamente dal pm
romano Domenico Sica, saranno chiuse a carico di ignoti con la sentenza
istruttoria del 15 novembre 1991, dopo dodici anni e otto mesi di sostanziale
inattività. 6

2. La seconda inchiesta sull’omicidio e le rivelazioni dei collaboratori


di giustizia: le prime indicazioni sui mandanti

L’omicidio Pecorelli torna all’attenzione della magistratura inquirente a partire


da circa un anno dopo, quando Tommaso Buscetta, il primo grande collaboratore
di giustizia di Cosa Nostra, rende importanti dichiarazioni su quel delitto. Dopo
di lui renderanno dichiarazioni rilevanti sull’argomento altri cinque collaboratori
di giustizia, uno di Cosa Nostra (Salvatore Cancemi), e quattro della Banda della
Magliana, la compagine criminale della Capitale che vanta rapporti sia con Cosa
Nostra sia con la destra eversiva: si tratta di Antonio Mancini, Fabiola Moretti,
Maurizio Abbatino e Vittorio Carnovale. 7
Il 26 novembre 1992 Tommaso Buscetta riferisce ai magistrati di Palermo di
avere appreso separatamente dai boss mafiosi Stefano Bontate (nel 1980) e
Gaetano Badalamenti (nel 1982) che l’omicidio Pecorelli l’avevano fatto
eseguire loro due su richiesta dei cugini Ignazio e Nino Salvo, i potenti esattori
siciliani della famiglia mafiosa di Salemi, 8* perché Pecorelli era «un giornalista
che disturbava politicamente». Alcuni mesi dopo, il 6 aprile 1993, Buscetta
viene nuovamente sentito dai magistrati e – sciogliendo finalmente le riserve che
in passato gli avevano suggerito di non affrontare certi temi troppo delicati –
indica in Giulio Andreotti il «referente politico nazionale» al quale Cosa Nostra
si rivolgeva per le questioni di suo interesse che andavano sistemate a Roma.
I canali di cui disponeva Cosa Nostra per raggiungere Andreotti – spiega
Buscetta – erano appunto Nino e Ignazio Salvo, oltre che il politico siciliano
Salvo Lima, capo indiscusso della corrente andreottiana di Palermo.
Nel quadro di questo nuovo approccio collaborativo Buscetta rivela che,
secondo la versione coincidente di Badalamenti e Bontate, «quello di Pecorelli
era stato un delitto politico voluto dai cugini Salvo, in quanto a loro richiesto
dall’onorevole Andreotti». 9
Il verbale con le dichiarazioni di Buscetta viene trasmesso alla Procura della
Repubblica di Roma che riapre le indagini sull’omicidio Pecorelli. Il pm titolare
della nuova inchiesta non è più Domenico Sica, ma è Giovanni Salvi, che il 14
aprile del 1993 iscrive Giulio Andreotti nel registro degli indagati. Il successivo
29 luglio il Senato concede l’autorizzazione a procedere a carico dell’ex
presidente del Consiglio.
Il nuovo pubblico ministero romano si attiva rapidamente e interroga a sua
volta Tommaso Buscetta, il 2 giugno del 1993, il quale ribadisce che a detta di
Bontate «la ragione dell’omicidio Pecorelli era nel fatto che Pecorelli dava
fastidio ad Andreotti, in quanto stava appurando cose che gli erano di ostacolo».
10
In base alle dichiarazioni di Buscetta, il pm Giovanni Salvi indaga anche
Gaetano Badalamenti. Non indaga invece né Stefano Bontate (assassinato nel
1981), né Ignazio Salvo (assassinato nel 1992), né Nino Salvo (l’unico a morire
nel suo letto nel 1986).
Il 27 agosto 1993 il giudice istruttore di Roma, titolare di una delle istruttorie
relative alla Banda della Magliana, interroga il primo collaboratore di giustizia di
quell’associazione criminosa, Vittorio Carnovale, il quale coinvolge
drasticamente nell’omicidio Pecorelli due esponenti di rilievo della Banda della
Magliana (Enrico De Pedis, detto Renatino, e Danilo Abbruciati), nonché il
magistrato romano Claudio Vitalone: «Sapevamo che il De Pedis fosse in credito
di favori con il Sen. Vitalone» dichiara Carnovale «dal momento che erano stati
lui e Danilo Abbruciati a interessarsi per l’esecuzione dell’omicidio del
giornalista Mino Pecorelli». 11
Gli indagati per l’omicidio salgono così da due a tre: Andreotti, Badalamenti
e il magistrato romano Claudio Vitalone. Non sono invece indagati né De Pedis
(assassinato nel 1990), né Abbruciati (morto nel 1982 in un conflitto a fuoco).
Ulteriore conseguenza del colpo di scena è il passaggio dell’inchiesta sul delitto
Pecorelli dalla Procura della Repubblica di Roma a quella di Perugia,
competente a indagare sui magistrati di Roma. 12 Il passaggio avviene il 17
dicembre 1993.

3. Le indicazioni sugli autori materiali dell’omicidio e il singolare


connubio tra Cosa Nostra e Banda della Magliana

Sentito nuovamente dai magistrati di Perugia il 7 aprile del 1994, Carnovale


aggiunge che gli autori materiali dell’omicidio erano stati tale Angelo il
siciliano, detto anche Angelo il biondo (che di lì a poco verrà identificato in
Michelangelo La Barbera, uomo d’onore del mandamento di Boccadifalco), e
Massimo Carminati, 13 ambiguo personaggio originariamente legato alla destra
eversiva (in particolare all’ambiente dei Nar, i Nuclei armati rivoluzionari) e
divenuto a poco a poco organico alla Banda della Magliana. Ma sul ruolo di
Carminati e La Barbera come autori materiali del delitto saranno più precisi gli
altri collaboratori di giustizia della banda.
Antonio Mancini, esaminato dai magistrati perugini l’11 marzo del 1994,
afferma di avere appreso da Renato De Pedis e da Danilo Abbruciati che
l’omicidio del giornalista era stato effettivamente eseguito da Massimo
Carminati e da Angiolino il biondo e riconosce con sicurezza quest’ultimo in
Michelangelo La Barbera. 14 Aggiunge che il delitto era stato voluto sia dalla
mafia sia dalla Banda della Magliana e precisamente dal mafioso Pippo Calò –
capo del mandamento di Porta Nuova e uomo del boss Stefano Bontate nella
Capitale – e da Danilo Abbruciati. Mandante del delitto era stato il magistrato
Claudio Vitalone e il gruppo politico-finanziario nel quale questi era inserito.
Ecco i passaggi principali della dichiarazione di Mancini:
[…] De Pedis e io parlavamo del più e del meno […]. In una di queste occasioni gli chiesi perché
Massimo Carminati fosse tenuto in così alta considerazione da lui, da Abbruciati e cioè da tutti
quelli che contavano nel gruppo. De Pedis mi rispose confidandomi che Carminati era quello che
aveva ucciso il giornalista Pecorelli insieme ad Angiolino il biondo, siciliano. E quasi a riprova di
questa sua affermazione mi mostrò la pistola che aveva con sé dicendomi che era proprio quella
l’arma con la quale Carminati e l’Angiolino avevano ucciso il giornalista. La stessa notizia ebbi
qualche tempo dopo da Danilo Abbruciati. Ho già detto dei miei rapporti con Abbruciati,
aggiungo ora che non era raro che passassimo la notte a discutere. E proprio in una di queste
occasioni egli mi disse […] che era stato Massimo Carminati a sparare insieme ad Angiolino, […]
ma aggiunse che il delitto era servito alla Banda della Magliana per favorire la crescita del
gruppo, favorendo entrature negli ambienti giudiziari e finanziari romani, ossia negli ambienti che
detenevano il potere […]. Disse che l’eliminazione di Pecorelli era stata fatta nell’interesse della
mafia siciliana e di gruppi di potere massonico ed era stata ordinata da Vitalone, il magistrato
[…]. Quando Abbruciati mi parlò della mafia con riferimento a questo episodio, mi parlò di […]
Pippo Calò […]. Mi spiegò che [… a Pippo Calò] non interessava nulla direttamente di Pecorelli,
ma che lui [… aveva agito] nell’interesse di quel gruppo politico e finanziario del quale ho
parlato. Abbruciati […] mi disse […] che Pecorelli era venuto in possesso o a conoscenza di
documenti o fatti riguardanti il sequestro dell’on. Moro che avrebbero arrecato danno al
magistrato Vitalone e al gruppo politico e finanziario a cui lui faceva riferimento. 15

Estremamente rilevante, ai fini della ricostruzione dei fatti, si rivelerà la precisa


descrizione che farà Mancini nel corso del dibattimento di primo grado della
pistola utilizzata per il delitto che lui stesso ha visto nelle mani di De Pedis:
«Una pistola particolare tutta cromata, dove era possibile inserire il silenziatore.
Una pistola 7,65, la particolarità è che sul calcio della pistola c’erano dei
ghirigori, dei disegnini».
Fabiola Moretti, che è stata per molti anni la compagna di Danilo Abbruciati,
conferma a sua volta che Carminati è stato uno dei due autori materiali
dell’omicidio. La donna dichiara ai magistrati perugini di avere spesso parlato a
Danilo della sua spiccata antipatia nei confronti di Massimo Carminati, perché
era un fascista, ma di averne ricevuto a un certo punto una risposta che
confermava come quest’ultimo fosse diventato, a partire dalla metà degli anni
Settanta, sostanzialmente organico alla Banda della Magliana, tanto da venir
considerato uno di loro dai membri storici del sodalizio:
Danilo sbottò dicendomi di «non rompergli i coglioni» perché Massimo era stato utilizzato in
un’azione delicata, dimostrando di essere un uomo valido. Mi spiegò in quella occasione che
Massimo Carminati aveva ucciso Pecorelli in modo magistrale […], dunque venni a sapere che
erano stati Massimo Carminati e un altro a uccidere Pecorelli e che era stato Danilo Abbruciati a
dargli l’incarico. 16

L’ultimo collaboratore di giustizia della Banda della Magliana da menzionare è


Maurizio Abbatino, il quale coinvolge nell’omicidio Pecorelli un altro membro
della sua stessa banda, Franco Giuseppucci:
Ero con Giuseppucci quando la televisione trasmise alcune immagini, comunque un servizio, sul
delitto Pecorelli. Giuseppucci esclamò che quella, alludendo all’omicidio Pecorelli, era opera di
Danilo Abbruciati […]. Mi disse che era stato lui a fornire le persone che avevano ucciso
Pecorelli, su richiesta di Danilo Abbruciati […]. Dopo qualche tempo rispetto a questo episodio,
[…] in un bar di via Enrico Fermi mi presentò […] Massimo Carminati. In quella occasione, dopo
che i predetti si erano allontanati, Giuseppucci mi disse che Massimo Carminati era quello che
aveva ucciso Pecorelli e, conversando, spiegò [… che] l’omicidio del giornalista Pecorelli era
stato richiesto dai «siciliani» (esponenti di Cosa Nostra). Non disse se la richiesta era stata fatta a
lui personalmente o a Danilo Abbruciati, ma certamente tale richiesta era stata fatta da Pippo
Calò, che era l’esponente di Cosa Nostra in contatto con Danilo Abbruciati e lui. Aggiunse
Giuseppucci che Pecorelli era un giornalista e che era stato eliminato perché aveva fatto troppe
indagini e stava ricattando un personaggio politico […]. A Giuseppucci quello che interessava era
di fare un favore a Cosa Nostra e a queste personalità politiche per poterne poi avere dei vantaggi,
essenzialmente per gli «aggiustamenti» dei processi […]. Abbruciati e Giuseppucci erano coloro
che potevano disporre su Roma di persone idonee a eseguire un delitto simile. 17
Ed ecco che gli indagati per l’omicidio del giornalista salgono da tre a sei,
aggiungendosi ai precedenti Pippo Calò, Massimo Carminati e Michelangelo La
Barbera. Non vi si aggiunge Franco Giuseppucci, perché muore assassinato nel
1980.
Non rimane ora che soffermarci sul secondo collaboratore di giustizia di Cosa
Nostra, Salvatore Cancemi, il quale chiude il cerchio delle rivelazioni
sull’omicidio Pecorelli. Cancemi conferma gli ormai noti rapporti esistenti tra
Pippo Calò e la Banda della Magliana e riconosce fotograficamente in Danilo
Abbruciati uno dei maggiori esponenti di quell’associazione criminosa. Cancemi
descrive Abbruciati come particolarmente amico di Pippo Calò, a tal punto che
lo stesso Calò l’aveva definito come una persona a lui molto vicina e che «aveva
nel cuore». Ricorda inoltre di aver visto una volta Danilo Abbruciati insieme a
Pippo Calò nella casa che quest’ultimo aveva in via Resuttana a Palermo, dove
Cancemi, titolare di una macelleria, andava spesso a portare al boss della carne.
Ecco, in sintesi, le altre dichiarazioni sull’omicidio Pecorelli tratte dagli
interrogatori resi ai magistrati di Perugia da Salvatore Cancemi, tra marzo e
luglio del 1994:
Ribadisco […] che seppi da Pippo Calò che a operare per l’omicidio Pecorelli era stata la «decina
romana» di Stefano Bontate. […] In secondo luogo ribadisco ancora che, quando Calò mi disse
che a operare era stata la decina di Stefano Bontate, egli intendeva dire […] che l’omicidio di
Pecorelli fu ordinato dallo stesso Bontate e affidato per l’esecuzione a suoi uomini.
Non so chi abbia materialmente commesso l’omicidio perché Calò non me lo disse. Però non
mi stupirei se venissi a sapere che a eseguirlo fu Michelangelo La Barbera (da noi conosciuto e
chiamato Angeluzzu), perché so che costui era uomo molto vicino a Salvatore Inzerillo e quindi
anche a Stefano Bontate. Era un uomo «valido» e capace ed è quindi ben possibile che a lui sia
stato affidato un compito tanto delicato […]. Quando dico che era un uomo «valido», intendo dire
che sapeva maneggiare bene le armi, era freddo nella esecuzione dei delitti e totalmente affidabile
per Stefano Bontate.
Sono noti anche a me gli stretti rapporti tra Pippo Calò e i più grossi esponenti della Banda
della Magliana, tra i quali l’Abbruciati di cui ho parlato. Per altro verso ho già chiarito i buoni
rapporti che esistevano all’epoca tra Pippo Calò e Stefano Bontate. Ciò mi consente di affermare
con assoluta certezza che, dovendosi eseguire un omicidio come quello di Pecorelli, Calò abbia
messo a disposizione di Stefano Bontate le sue conoscenze, i suoi rapporti con la malavita locale
romana e cioè con la Banda della Magliana. Per questo ritengo assolutamente certo che il
supporto logistico all’omicidio Pecorelli sia stato dato all’uomo o agli uomini di Stefano Bontate
da esponenti della Banda della Magliana per il tramite di Pippo Calò. 18

Come si vede, Cancemi coinvolge nell’omicidio Pecorelli anche Salvatore


Inzerillo, che però non viene indagato, essendo stato assassinato nel 1981. Va
detto che Salvatore Inzerillo e Stefano Bontate erano molto legati tra loro. Di un
incontro piuttosto significativo tra i due e Giulio Andreotti si dirà
successivamente.
4. Gli imputati chiamati in causa dai collaboratori di giustizia

Ricapitolando, dalle dichiarazioni rese dai sei collaboratori di giustizia si può


ricostruire una sorta di organigramma dei personaggi da loro indicati, che
sarebbero variamente responsabili dell’omicidio Pecorelli.
Al primo posto c’è Giulio Andreotti, il quale, più o meno implicitamente,
manifesta a Claudio Vitalone e ai due cugini Nino e Ignazio Salvo il desiderio, o
comunque l’auspicio, di vedersi liberato dalla presenza dello scomodo
giornalista, che sta pubblicando e minaccia di pubblicare su «OP» rivelazioni
estremamente pericolose per il suo futuro politico.
I due cugini Salvo, avendo recepito la richiesta, più o meno implicita, di
Andreotti, e desiderosi di fare cosa a lui gradita, si rivolgono ai due boss mafiosi
Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti. Questi due, a loro volta desiderosi di
fare cosa gradita ai due potenti esattori mafiosi siciliani, si assumono l’impegno
di organizzare l’omicidio del giornalista e si attivano a tal fine.
In particolare si mobilita Bontate che, insieme a Salvatore Inzerillo, altro boss
mafioso a lui molto vicino, da un lato designa come uno degli esecutori materiali
dell’omicidio il suo uomo Michelangelo La Barbera, dall’altro incarica il suo
luogotenente a Roma, Pippo Calò, di prendere contatto con i suoi sodali della
Banda della Magliana, perché provvedano loro a procurare il secondo esecutore
materiale. Calò è la persona più indicata per mettere efficacemente a
disposizione di Bontate i suoi rapporti approfonditi con la malavita romana; ed
essendo grande amico di Danilo Abbruciati, prende contatto con lui.
Nel frattempo si mobilita anche il magistrato romano Claudio Vitalone – da
sempre molto vicino ad Andreotti e suo fedelissimo collaboratore – il quale
conosce Abbruciati e lo contatta a sua volta.
Così Abbruciati, avvicinato sia da Vitalone, sia da Calò per conto di Bontate,
prende in mano la situazione e, insieme con Giuseppucci, incarica Massimo
Carminati di affiancare Michelangelo La Barbera nell’esecuzione materiale
dell’omicidio Pecorelli. Infatti, secondo uno dei collaboratori di giustizia, solo
Abbruciati e Giuseppucci possono disporre su Roma di persone idonee a
eseguire un delitto di quel genere.
E così l’organigramma tracciato dai collaboratori di giustizia si conclude con
Carminati e La Barbera che uccidono il giornalista Pecorelli.
Naturalmente, per esporre quanto sopra sarebbe stato d’obbligo il
condizionale, ma avrebbe appesantito l’esposizione. D’altro canto, quello che
qui è stato presentato come un organigramma ha costituito, durante il processo in
aula, il fondamento delle tesi della pubblica accusa, le quali non sono mai date
per provate a priori essendo sempre destinate a misurarsi con le tesi della difesa
degli accusati, nel quadro della cosiddetta dialettica processuale.

5. I diversi gradi di giudizio e l’esito finale. La sentenza di primo


grado come fonte essenziale del caso Pecorelli

Il 20 luglio 1995 la Procura della Repubblica di Perugia chiude la fase delle


indagini ed esercita l’azione penale – vale a dire apre il processo – nei confronti
di Giulio Andreotti, Claudio Vitalone, Gaetano Badalamenti, Giuseppe Calò,
Michelangelo La Barbera e Massimo Carminati per il delitto di omicidio
volontario di Pecorelli. Il 5 novembre il gip (giudice per le indagini preliminari)
ha disposto il rinvio a giudizio degli imputati. 19
L’11 aprile 1996 comincia formalmente il processo, che si conclude oltre tre
anni dopo con l’assoluzione di tutti gli imputati: sentenza della Corte d’assise di
Perugia del 24 settembre 1999. Il pubblico ministero ricorre in appello.
Con la sentenza del 17 novembre 2002 la Corte d’assise d’appello riconosce
colpevoli gli imputati Andreotti e Badalamenti (in concorso con il defunto
Bontate) mentre conferma l’assoluzione di Vitalone, Calò, Carminati e La
Barbera. Sentenza decisamente destinata a essere annullata dalla Corte di
cassazione per manifesta illogicità.
Infatti l’accusa nei confronti di Andreotti non può reggersi in piedi una volta
caduta l’accusa nei confronti di Calò e di Vitalone. In secondo luogo la Corte
d’appello ignora totalmente le tesi contrapposte sostenute in primo grado
dall’accusa e dalla difesa e si sottrae così al suo preciso dovere di valutarle e di
sciogliere i nodi di quel confronto dialettico.
Ma questo ancora non basta. Invece di analizzare i termini di quel confronto
dialettico secondo le corrette regole di valutazione della prova, la Corte
arbitrariamente decide di sottoporre a verifica un suo proprio teorema
accusatorio alternativo, affermando apoditticamente che «parteciparono alla
perpetrazione del delitto sicuramente tre persone, Andreotti, Badalamenti e
Bontate, e almeno una quarta persona quale esecutrice, mentre [le risultanze]
non consentono di ritenere che altre persone abbiano partecipato al delitto». 20
Il fatto stesso che i giudici d’appello accantonino, senza discuterlo, lo
scenario oggetto del lungo confronto dialettico del primo grado di giudizio –
sostituendolo con il loro teorema – è molto grave. Un’anomalia di questo genere,
ad avviso di chi scrive, fa sì che la conseguente sentenza sia non soltanto
sbagliata, ma addirittura abnorme. Va detto che la cosiddetta «abnormità» è un
concetto giuridico che la giurisprudenza ha definito con una certa precisione:
È affetto da abnormità non solo il provvedimento che, per la singolarità e stranezza del contenuto,
risulti avulso dall’intero ordinamento processuale, ma anche quello che, pur essendo in astratto
manifestazione di legittimo potere, si esplichi al di fuori dei casi consentiti e delle ipotesi previste,
al di là di ogni ragionevole limite. L’abnormità dell’atto processuale può [sussistere sia quando]
l’atto, per la sua singolarità, si ponga al di fuori del sistema organico della legge processuale, [sia]
quando esso, pur non estraneo al sistema normativo, determini la stasi del processo e
l’impossibilità di proseguirlo. 21

Sta di fatto però che, dopo questa sentenza d’appello, mentre le difese di
Andreotti e Badalamenti fanno poi ricorso alla Corte di cassazione contro le
rispettive condanne, il pubblico ministero ricorre solo contro le quattro
assoluzioni, senza denunciare l’abnormità della sentenza, il che è stato molto
probabilmente un errore. Un errore comprensibile, data la rarità del caso, ma pur
sempre un errore, perché un processo d’appello che si conclude con una sentenza
abnorme, radicalmente contraria ai principi base della valutazione delle prove,
merita solo di essere annullato per intero e ripetuto per intero.
Quindi il pm avrebbe fatto bene a impugnare anche le due condanne, in
quanto sostenute da una motivazione talmente illogica da sfociare, appunto, in
un’abnormità; e avrebbe dovuto chiedere alla Corte suprema l’annullamento
della sentenza con rinvio a un’altra sezione di Corte d’appello – per rifare il
processo di secondo grado – non solo nei confronti dei quattro imputati assolti,
ma anche nei confronti di Andreotti e Badalamenti, in quanto dichiarati
colpevoli con una motivazione illogica e gravemente viziata.
Del resto, la Corte di cassazione, nelle considerazioni conclusive della sua
sentenza del 30 ottobre 2003, stronca letteralmente la sentenza d’appello con
parole molto dure, di cui si riporta in nota un brano significativo. 22 Lo stesso
rappresentante della pubblica accusa, durante l’udienza in Cassazione, definisce
quella sentenza come «infedele al processo». Tuttavia la Cassazione, in
mancanza di una specifica richiesta del pubblico ministero, non ha il coraggio di
dichiarare d’ufficio l’abnormità della sentenza d’appello, cosa che
determinerebbe il rifacimento del processo di secondo grado.
Viceversa, rilevando comunque la grave contraddittorietà di quella sentenza,
l’annulla, ma senza rinvio, rendendo così definitiva la sentenza assolutoria di
primo grado.
A ben vedere, forse, la Corte di cassazione avrebbe potuto decidere
diversamente, se avesse anticipato un principio giuridico affermato alcuni mesi
dopo in un’altra sentenza: il principio secondo il quale l’abnormità di un
provvedimento è sempre dichiarabile dal giudice, anche d’ufficio, in qualsiasi
momento, e ne determina automaticamente la nullità. 23 Ma ciò non è avvenuto.
A questo punto, l’unica fonte di conoscenza a nostra disposizione per tentare
di ricostruire gli eventi che hanno portato all’omicidio di Carmine Pecorelli è la
sentenza di primo grado della Corte d’assise di Perugia del 24 settembre 1999,
che ha assolto in primo grado tutti gli imputati considerando insufficienti le
prove portate nel processo dalla pubblica accusa. 24 Va comunque riconosciuto
che, al di là dell’esito assolutorio, la sentenza espone ed esamina con grande
chiarezza tutte le risultanze processuali, sia a favore sia contro gli imputati, così
da consentirne una valutazione – su un piano meramente storico – che permette
di portare a una ricostruzione degli eventi, o di una parte di essi, in un’ottica
diversa da quella che si è imposta sul piano giudiziario.
È notevole il fatto che la sentenza, pur considerando non sufficientemente
provata la responsabilità penale dei singoli imputati (Giulio Andreotti, Claudio
Vitalone, Giuseppe Calò, Gaetano Badalamenti, Massimo Carminati e
Michelangelo La Barbera), considera tuttavia attendibili sia i collaboratori di
giustizia esaminati nel processo (Tommaso Buscetta, Salvatore Cancemi,
Antonio Mancini, Fabiola Moretti, Maurizio Abbatino e Vittorio Carnovale), sia
i fatti ricostruiti attraverso le loro dichiarazioni. 25

6. Un inconsueto deposito d’armi e un’eloquente risultanza balistica

Piuttosto rilevante ai fini delle indagini sull’omicidio Pecorelli è stato il


singolare ritrovamento a Roma di un deposito clandestino di armi della Banda
della Magliana, scoperto dalla polizia il 27 novembre del 1981 nel corso delle
indagini su quella banda, occultato negli scantinati del ministero della Sanità. 26
In particolare, tra le armi e le munizioni recuperate da quel nascondiglio
segreto, c’era anche un certo numero di cartucce Gevelot calibro 7,65 identiche
alle due della stessa marca utilizzate per uccidere Pecorelli. Come vedremo tra
poco, i periti hanno acclarato che le due cartucce utilizzate per il delitto
appartenevano allo stesso stock di quelle sequestrate negli scantinati ministeriali.
Hanno anche precisato che la Gevelot è un’azienda francese poco diffusa in
Italia e che le cartucce di quella marca sequestrate in quel nascondiglio erano
certamente di non recente produzione.
Il deposito della Banda della Magliana era frequentato dagli uomini di rilievo
di quel gruppo criminale, tra cui Maurizio Abbatino, Franco Giuseppucci,
Danilo Abbruciati, Antonio Mancini e Massimo Carminati. Sappiamo che
quest’ultimo era un uomo della destra eversiva «prestato» alla banda, ma anche
lui era autorizzato ad accedere al deposito, sia per il suo rapporto privilegiato
con i capi del sodalizio, sia per il suo notevole prestigio criminale.
In quel deposito, oltre a esserci le armi abitualmente utilizzate dal gruppo
della Banda della Magliana (di calibro 9 e 38), erano conservate anche delle armi
calibro 7,65 (come quella usata per uccidere Pecorelli), che potevano essere state
depositate lì da Danilo Abbruciati e Massimo Carminati. 27 Infatti, questi due
avevano stretti rapporti con ambienti della destra eversiva, dove l’uso di armi
calibro 7,65 era molto comune, mentre la Banda della Magliana non usava, per
le sue azioni delittuose, pistole di quel tipo. In altri termini, si era instaurata una
sorta di «osmosi di armi» 28 tra Danilo Abbruciati e Massimo Carminati da un
lato e i camerati della destra eversiva dall’altro. 29
Ecco come Maurizio Abbatino spiega questa situazione ai pubblici ministeri
perugini il 27 maggio 1994:
Le munizioni marca Gevelot calibro 7,65 rinvenute all’interno del deposito del ministero della
Sanità potevano provenire o […] da Danilo Abbruciati […] oppure […] da Massimo Carminati. A
quanto mi risulta, solo quest’ultimo, tra gli esponenti della destra eversiva, aveva accesso a quel
deposito […]. Noi della Banda della Magliana preferivamo utilizzare pistole di calibro 9 o 38.
[…]. L’unica spiegazione plausibile al rinvenimento presso quel deposito di vecchi proiettili
calibro 7,65 marca Gevelot è che a portarveli siano stati […] o Danilo stesso o Carminati […]. 30

Sta di fatto che Pecorelli è stato colpito da quattro colpi di pistola. Sul posto,
nelle vicinanze dell’auto del giornalista, sono stati trovati quattro bossoli, due di
marca Gevelot e due di marca Fiocchi, e dal suo corpo sono stati estratti i quattro
proiettili corrispondenti. Le perizie hanno accertato che i bossoli sono stati
esplosi da un’unica pistola automatica o semiautomatica calibro 7,65. Munizioni
e pistole dello stesso calibro e delle stesse marche sono state trovate nei
sotterranei del ministero della Sanità. 31
Sempre dalle perizie balistiche è risultato che vi è compatibilità tra i bossoli
Fiocchi rinvenuti sulla scena del crimine e il tipo di proiettili Fiocchi sequestrati
nello scantinato del ministero. Corrisponde infatti, oltre alla marca, anche
l’anello rosso che caratterizza entrambi i reperti.
Ma decisamente più pregnante è il raffronto tra i bossoli Gevelot trovati sul
luogo del delitto e i proiettili della stessa marca sequestrati negli scantinati del
ministero, perché la loro comparazione porta a un giudizio di identità tra gli uni
e gli altri, in quanto provenienti dallo stesso stock. Sia gli uni sia gli altri
presentano infatti le stesse imperfezioni di punzonatura e di stampaggio del
marchio di fabbrica sul fondello, e tali imperfezioni identificano uno specifico
lotto di fabbricazione dei bossoli, perché impresso dallo stesso punzone. Il perito
Bruno Levi ha dichiarato alla Corte:
Con certezza può affermarsi che il punzone che impresse i marchi sui fondelli delle cartucce
esplose nel fatto Pecorelli e quello che impresse i marchi sulle cartucce oggi esaminate – perché
mi si dice sequestrate al ministero della Sanità – si identificano in uno stesso, unico e solo. Tale
certezza si ritrova su particolarità singolari di irregolarità di stampaggio ripetute e copiate con
perfezione e non attribuibili ad altra causa se non a quella di una matrice unica e sola.

Inoltre i periti hanno affermato che i reperti rinvenuti sul luogo del delitto e i
proiettili sequestrati presso il ministero della Sanità presentano particolarità
molto vicine, come lo stato di usura della matrice imprimente del punzone. 32
Va infine ribadito che i proiettili Gevelot, di fabbricazione francese, non sono
affatto comuni in Italia, e che il loro reperimento sul mercato illegale è ancora
meno comune. Tanto che il perito Antonio Ugolini, esaminato in dibattimento,
ha dichiarato che nella sua attività professionale, malgrado le migliaia di casi
trattati, non ha mai constatato l’uso di proiettili Gevelot nelle azioni delittuose
sottoposte al suo giudizio.
Ma questo ancora non basta.
È estremamente significativo che un’apposita indagine mirata – relativa a
tutte le repertazioni di munizionamenti calibro 7,65 effettuate dalle forze di
polizia – ha accertato che soltanto in un altro caso è stato repertato un proiettile
di quel calibro e di marca Gevelot: un caso di omicidio avvenuto a Ladispoli nel
1982 sul quale, nelle sentenze del caso Pecorelli, non vengono forniti altri dati.
Tuttavia, da un diverso procedimento penale (relativo alla Banda della
Magliana), si apprende che quel caso di Ladispoli riguardava l’omicidio di tale
Massimo Barbieri, uomo di quella banda, che era stato assassinato proprio da
Danilo Abbruciati. 33
Tutto ciò fa ritenere che i proiettili usati per commettere l’omicidio di
Carmine Pecorelli provengano dallo stesso lotto (per non dire dalla stessa
scatola) dei proiettili sequestrati nello scantinato del ministero della Sanità. La
qual cosa, anche alla luce delle dichiarazioni di Antonio Mancini e di Maurizio
Abbatino, si riflette inevitabilmente sulle posizioni di Abbruciati e Carminati. È
questo infatti il convincimento implicito della Corte stessa, anche se poi non se
la sentirà di ritenere tale convincimento «al di là di ogni ragionevole dubbio». Ed
è singolare come la Corte affermi anche di trovare conforto – in questa sua pur
trattenuta conclusione – nel dettato della Corte suprema di cassazione, che nel
decidere sulla misura cautelare emessa nei confronti di Massimo Carminati e
Michelangelo La Barbera era giunta alle stesse conclusioni. 34

7. Una cena molto riservata e certi «assegni del presidente»

Il primo degli eventi individuati dalla Corte d’assise di Perugia come


teoricamente ricollegabili a un possibile movente per l’omicidio in capo ai
soggetti incriminati (in particolare a Giulio Andreotti e al suo fedelissimo
Claudio Vitalone) è una cena in un circolo esclusivo della Capitale a fine
gennaio 1979. L’iniziativa dell’incontro è stata di Claudio Vitalone e si ricollega
a certi «assegni del presidente», oggetto di una campagna di stampa organizzata
contro Andreotti da Carmine Pecorelli, per il suo periodico «OP».
Il tema ha un precedente che risale a circa quindici mesi prima della cena in
questione.
Sul numero di «OP» del 14 ottobre 1977 Carmine Pecorelli aveva pubblicato
gli estremi (ma non le immagini) di quindici assegni circolari che ammontavano
complessivamente a 144 milioni di lire, intestati a nomi di fantasia e datati tra
gennaio e giugno 1976. L’elenco degli assegni era sovrastato da una domanda:
«Presidente Andreotti, questi assegni a lei chi glieli ha dati?». Seguiva una
succinta spiegazione: «Questo è un primo elenco di assegni bancari [rectius
circolari, n.d.a.] rappresentanti un pagamento effettuato personalmente, brevi
manu, dal presidente Andreotti per un ammontare complessivo che supera i due
miliardi di lire. Dall’esame dei titoli bancari risulta che tra le firme di girata
manca quella illustre dello statista ciociaro». 35

Roma, mercoledì 24 gennaio 1979. Cinque uomini si incontrano molto


riservatamente per una cena d’affari al circolo privato La famiglia piemontese.
Sono il giornalista Carmine Pecorelli, i magistrati Claudio Vitalone e Carlo
Adriano Testi, il generale della guardia di finanza Donato Lo Prete (affiliato alla
loggia P2) e il gestore del circolo Walter Bonino, organizzatore della serata. 36
Di questa cena, risalente a neanche due mesi prima dell’assassinio di
Pecorelli, gli inquirenti non vengono a sapere nulla sino al 2 maggio 1980,
quando Franco Evangelisti, uomo politico democristiano molto vicino ad
Andreotti e suo sottosegretario alla presidenza del Consiglio, viene interrogato
dal pubblico ministero romano Domenico Sica. Evangelisti riferisce di essere
stato subito informato della cena da Claudio Vitalone (che confermerà poi la
circostanza) e di avere contattato già il giorno successivo Pecorelli, che ben
conosceva avendo talvolta sovvenzionato la sua rivista. Pecorelli, dopo essersi
lamentato dell’esiguità delle sue sovvenzioni, gli aveva detto che avrebbe
attaccato Andreotti sul suo settimanale e due giorni dopo, sabato 27 gennaio, gli
aveva fatto recapitare due copie della «copertina con lo strillo relativo agli
assegni del presidente», 37 che lui aveva subito mostrato ad Andreotti.
Quest’ultimo confermerà la circostanza.
È quindi in occasione di questo interrogatorio che Evangelisti, con
riferimento ai suoi rapporti con Carmine Pecorelli, rivela al magistrato
inquirente titolare dell’indagine sull’omicidio il contenuto di quello che è stato
detto durante la cena, lo informa della copertina del numero di «OP» destinato a
essere distribuito a fine gennaio e dell’intenzione di Carmine Pecorelli di
sferrare un attacco al presidente del Consiglio Giulio Andreotti. «Ma, anche
dopo tali dichiarazioni» si legge nella sentenza «tutto tace sul fronte
investigativo perché nessuno dei partecipanti viene chiamato dall’autorità
giudiziaria procedente per avere delucidazioni». 38
Il 17 novembre 1980, mentre l’inchiesta sul delitto Pecorelli sembra
completamente arenata, un articolo del settimanale «Panorama» fa scalpore
rivelando alcuni dettagli sulla cena al circolo La famiglia piemontese, come la
battuta rivolta con nonchalance da Pecorelli a Vitalone («Ecco che cosa ho
preparato contro Andreotti») mentre gli mostra una copertina già stampata del
settimanale «OP», dove campeggiavano la foto del presidente e il titolo Gli
assegni del presidente. «Si trattava» prosegue l’articolo di «Panorama», «di
assegni che, secondo Pecorelli, l’industriale Nino Rovelli [proprietario del
gruppo chimico Sir, Società italiana resine, il terzo gruppo chimico italiano dopo
Eni e Montedison, n.d.a.] aveva versato alla corrente democristiana facente capo
a Giulio Andreotti».
Il giorno dopo, 18 novembre 1980, la cena alla Famiglia piemontese è già
diventata oggetto di una vivace campagna giornalistica che le attribuisce un
certo rilievo per le indagini sull’omicidio. Per questo sia Claudio Vitalone sia
Carlo Adriano Testi vanno spontaneamente dal pm per dare la loro versione sui
fatti accaduti quella sera. Vitalone presenta anche una memoria scritta. Il giorno
dopo viene interrogato anche Walter Bonino, mentre nessun interrogatorio viene
disposto per Donato Lo Prete.
Della cena alla Famiglia piemontese torna a parlare Claudio Vitalone, quando
ormai l’inchiesta sull’omicidio è gestita dalla Procura della Repubblica di
Perugia, nel suo interrogatorio del 18 gennaio 1994. 39 A seguito di queste sue
dichiarazioni, che modificano le precedenti, vengono sottoposti a intercettazione
i telefoni degli altri partecipanti alla cena, i quali vengono poi interrogati e anche
sottoposti a confronto, date le loro divergenti versioni.
Ecco come la sentenza di primo grado ricostruisce i fatti, sulla base delle
dichiarazioni rese da tutti i partecipanti e facendo propria l’ultima versione
fornita da Walter Bonino, Carlo Adriano Testi e Donato Lo Prete.
L’antecedente storico della cena alla Famiglia piemontese va individuato
negli attacchi giornalistici che Carmine Pecorelli aveva già lanciato sulla sua
rivista – in particolare dal 1977 – nei confronti del gruppo politico facente capo a
Giulio Andreotti (gruppo nel quale spiccava e spicca Claudio Vitalone, sostituto
procuratore della Repubblica di Roma) e nei confronti dei vertici della guardia di
finanza, generali Raffaele Giudice e Donato Lo Prete. Per porre fine a questi
attacchi il gruppo andreottiano, e nello specifico Claudio Vitalone, ritiene di
dover entrare in contatto con Carmine Pecorelli; e l’occasione viene fornita da
Walter Bonino attraverso l’organizzazione dell’incontro conviviale nei locali del
circolo privato da lui gestito.
Le motivazioni dell’incontro vengono ampiamente indicate da Walter
Bonino, il quale riferisce che Claudio Vitalone era angustiato perché non sapeva
a chi rivolgersi per entrare in contatto con Pecorelli. Al che Bonino gli aveva
rivelato che Franco Evangelisti non solo conosceva Pecorelli, ma ne era
addirittura un finanziatore, suscitando lo stupore di Vitalone che della cosa non
era assolutamente a conoscenza. Di qui la decisione di organizzare la cena,
anche allo scopo di «far venire alla luce, per bocca dello stesso Carmine
Pecorelli, il fatto che Franco Evangelisti era un finanziatore» del medesimo.
Bonino precisa anche che la presenza di Carlo Adriano Testi (magistrato di un
certo prestigio e membro del Consiglio superiore della magistratura) era stata
richiesta da Claudio Vitalone perché assolvesse a una funzione di moderatore.
L’esattezza di quanto riferito da Walter Bonino trova conferma nelle
dichiarazioni di Carlo Adriano Testi e di Donato Lo Prete nei loro interrogatori
del 23 febbraio 1994. Essi, dopo avere ritrattato le dichiarazioni precedenti,
affermano che l’incontro era propiziato dallo stesso Pecorelli, il quale non
rifiutava l’idea di avere uno scambio di vedute sia con Claudio Vitalone sia con
il generale Donato Lo Prete, che egli aveva fatto bersaglio di attacchi sulle
colonne del suo settimanale.
Tra gli argomenti trattati durante la cena, quelli che rivestono interesse ai fini
delle indagini sull’omicidio riguardano le lamentele di Pecorelli per l’inaridirsi
dei finanziamenti a «OP» da parte di Franco Evangelisti e l’imminente
pubblicazione, sul numero in preparazione, di un articolo contro Giulio
Andreotti, che sarebbe stato anche lo strillo della copertina relativa a taluni
assegni che lo stesso Andreotti avrebbe ricevuto. L’annuncio di quella prossima
pubblicazione aveva particolarmente colpito i presenti, tanto più che Pecorelli
aveva detto di essere già in possesso delle fotocopie di quegli assegni.
Dalle dichiarazioni rilasciate dai quattro commensali emerge che questi
argomenti avevano interessato solo Claudio Vitalone, il quale aveva cercato di
persuadere Pecorelli perché soprassedesse alla pubblicazione, nell’attesa che lui
ne parlasse «in alto loco». Ma Pecorelli aveva dato solo vaghe assicurazioni.
Carmine Pecorelli, la sera della cena alla Famiglia piemontese, aveva
effettivamente l’intenzione di scrivere un articolo sugli assegni ricevuti dal
presidente del Consiglio Andreotti. In realtà era ancora in attesa di mettere le
mani sulle fotocopie di quegli assegni, ma aveva già predisposto il bozzetto della
copertina con il relativo strillo. La circostanza è provata dalla testimonianza resa
dai suoi due collaboratori: Franca Mangiavacca e Paolo Patrizi.
Franca Mangiavacca ricorda che Carmine Pecorelli aveva iniziato la ricerca
degli assegni in questione due o tre settimane prima della famosa cena. Paolo
Patrizi, a sua volta, ricorda che alcuni giorni prima della preparazione del
bozzetto sugli «assegni del presidente» aveva ricevuto da Carmine Pecorelli
l’incarico di scrivere l’articolo relativo. A questo scopo aveva recuperato il
vecchio materiale già pubblicato nel 1977 in attesa che arrivassero le fotocopie
degli assegni, che però, a suo dire, non erano mai giunte. Infatti l’articolo non
era più stato scritto. 40
Dichiarazioni di rilievo sono poi quelle di Ezio Radaelli, noto organizzatore
di eventi musicali e personaggio vicino alla Democrazia cristiana, che
permettono di affermare che l’interesse di Carmine Pecorelli per quegli assegni
era ancora attuale, anche perché egli era in possesso di notizie nuove rispetto a
quelle già pubblicate e aveva nel frattempo appreso che gli assegni erano stati
dati a Giulio Andreotti da Nino Rovelli. 41
Le indagini su questi assegni circolari permettono di risalire ai nomi di coloro
che li avevano richiesti in banca. Ed emerge così che essi facevano parte di un
più ampio numero di assegni, tutti richiesti da soggetti che facevano capo alle
società del gruppo di Nino Rovelli. Le indagini successive, volte a individuare i
reali beneficiari degli assegni, vengono condotte in un procedimento a sé stante,
separato da quello per l’omicidio Pecorelli. In quest’ambito Ezio Radaelli viene
nuovamente convocato dal magistrato – il pm Orazio Savia – perché risulta che
alcuni di quegli assegni sono stati ricevuti proprio da lui. L’udienza è fissata per
il 20 novembre 1983.
Però Ezio Radaelli, su richiesta espressa di Giulio Andreotti, prima
dell’udienza del 20 novembre incontra Nino Rovelli. Ed ecco come la sentenza
di primo grado del processo Pecorelli descrive i termini di questo incontro, sulla
base di un’audizione di Radaelli successiva a quella davanti al pm Savia:
[Nino Rovelli] gli aveva chiesto [a Radaelli] se per la storia degli assegni fosse stato possibile
tenere fuori Giulio Andreotti, e che se fosse stato interrogato doveva riferire che [si trattava di] un
contributo ricevuto direttamente dalla Sir per una manifestazione e che gli assegni gli erano stati
dati dall’amministratore della Sir, Wagner, il quale non poteva smentirlo in un eventuale
confronto per essere deceduto; in cambio Nino Rovelli doveva mettere a disposizione di Ezio
Radaelli un appartamento per uso ufficio e abitazione per il quale non avrebbe dovuto pagare
affitto per due anni. Precisa Ezio Radaelli che la testimonianza avanti al pm Orazio Savia era
consistita praticamente nella sottoscrizione del verbale perché il pm sapeva già degli assegni dati
da Wagner e dettava le risposte alle domande che egli stesso faceva. 42

La sentenza aggiunge che Giulio Andreotti, interrogato su questa circostanza, ha


risposto di non ricordarla. Tuttavia, «il particolare relativo all’indicazione del
nome dell’amministratore della Sir [Wagner] e quello della sua morte al
momento dell’incontro sono risultati veri», ragion per cui, tenendo conto del
fatto che effettivamente gli assegni erano stati emessi dal gruppo Sir ed erano
stati consegnati a Giulio Andreotti, si rende «oltremodo credibile quanto riferito
da Ezio Radaelli».
Nove anni dopo, il 23 ottobre 1992, Ezio Radaelli viene nuovamente sentito,
stavolta da ufficiali di polizia giudiziaria della Direzione investigativa antimafia
(Dia), i quali gli mostrano gli assegni che egli aveva ricevuto da Giulio
Andreotti. In questo caso Radaelli riconosce che gli assegni gli erano stati
effettivamente dati da Andreotti nel lontano 1976.
Passano altri sei mesi ed Ezio Radaelli riceve la quarta convocazione per
riferire sugli stessi argomenti. Dovrà comparire il 28 maggio 1993 davanti al pm
Giovanni Salvi, nuovo titolare delle indagini sull’omicidio Pecorelli che sono
state riaperte presso la Procura della Repubblica di Roma dopo che Tommaso
Buscetta, il 6 aprile 1993, ha reso dichiarazioni che coinvolgono Giulio
Andreotti nel delitto. 43
Sennonché, il 26 maggio 1993, cioè due giorni prima dell’udienza fissata per
l’audizione, si verifica un episodio del tutto analogo a quello che si era verificato
(tra Rovelli e Radaelli) nel novembre 1983. Solo che al posto di Nino Rovelli
troviamo stavolta Carlo Zaccaria. Costui è il segretario particolare di Giulio
Andreotti e, su incarico dello stesso Andreotti, va a trovare Ezio Radaelli a casa
sua, senza preavviso, e insiste per vederlo subito malgrado questi sia indisposto.
Quello che Zaccaria ha da dire urgentemente a Radaelli viene poi riferito da
quest’ultimo al magistrato nel corso dell’udienza di due giorni dopo e riportato
nella sentenza di primo grado. In sostanza Carlo Zaccaria aveva detto a Radaelli
che il senatore Andreotti desiderava ricordargli «la faccenda degli assegni
Wagner», al che Radaelli lo aveva gelato con una risposta tranchant: «Zaccaria,
non continuate a prendermi in giro, gli assegni vengono da Andreotti». E aveva
aggiunto che intendeva dire al magistrato la verità, tanto più che l’aveva già
detta mesi prima agli ufficiali di polizia giudiziaria della Dia. 44
Dopo queste nuove dichiarazioni rese da Radaelli, viene nuovamente sentito
dal pm, sullo stesso punto, anche Giulio Andreotti. Questi – ormai costretto a
riconoscere che quegli assegni gli erano stati dati da Nino Rovelli e che lui li
aveva poi dati a Ezio Radaelli senza apporre la firma di girata – dichiara «che
l’invio di Carlo Zaccaria da Ezio Radaelli era dovuto solo al fatto di essere stato
interrogato pochi giorni prima e di non aver ricordato l’episodio degli assegni
ricevuti da Rovelli».
La tesi – commenta la Corte – non è convincente. Infatti «appare strano che
Giulio Andreotti, il quale ha dichiarato […] di non avere mai contribuito alla
ricerca di risorse finanziarie per la attività di partito […], non ricordi nulla di una
contribuzione così cospicua, se rapportata al valore della moneta italiana al
tempo della elargizione, anche in considerazione che sicuramente quella
elargizione era un illecito».
Risulta quindi chiaramente che alla vicenda degli assegni emessi dalla Sir nel
1976 Giulio Andreotti era direttamente interessato ed era altresì interessato a
tenere celato quel suo coinvolgimento. Di qui le conclusioni della pubblica
accusa, secondo la quale Mino Pecorelli sarebbe stato ucciso perché minacciava
di rivelare con il suo settimanale la storia degli «assegni del presidente» e quindi
di smascherare la presenza di fondi neri che finanziavano la corrente di
Andreotti.

8. Dalla fonte inesauribile dell’Italcasse ai percettori mafiosi degli


«assegni del presidente»

A questo punto la domanda è: qual è l’origine di quel fiume di denaro che


Rovelli rovesciava su Giulio Andreotti e che quest’ultimo distribuiva
riservatamente a destra e a manca? La risposta è: l’origine sta nell’Italcasse.
La funzione ufficiale dell’Italcasse (Istituto centrale delle casse di risparmio
italiane, Iccri) sarebbe dovuta essere quella di investire – secondo la normativa
in vigore e secondo le regole della buona amministrazione – la liquidità in
eccesso raccolta dal sistema delle casse di risparmio presenti sul territorio
italiano. Investire, per esempio, concedendo finanziamenti più o meno agevolati
al mondo delle imprese, ovviamente con le dovute garanzie e attraverso
procedure trasparenti e conformi alla legge. Sennonché l’istituto avrà magari
anche fatto talvolta qualche finanziamento scrupolosamente regolare, ma sta di
fatto che per anni ha svolto «il ruolo di cassa di compensazione degli affari
loschi, il luogo dove i boiardi di Stato regolavano i conti delle loro pattuizioni».
45
Da sempre gli organi amministrativi dell’Iccri venivano selezionati con
metodi discutibili dal partito di maggioranza relativa e così era accaduto anche
per il direttore generale Giuseppe Arcaini, nominato nel lontano 1958 e non a
caso definito «l’elemosiniere della Democrazia cristiana». Arcaini fu costretto a
dimettersi il 22 settembre del 1977 perché accusato di peculato e di interesse
privato per una serie interminabile di fondi neri e di mutui concessi a
imprenditori amici e a partiti di governo, in particolare alla Democrazia cristiana
e più precisamente alla corrente politica di Giulio Andreotti.
Questa enorme erogazione occulta di fondi neri era diventata una prassi del
tutto normale. Era la prassi vergognosa che Aldo Moro, nel suo «Memoriale»,
aveva definito «lo sconcio dell’Italcasse», nel quale le banche vengono «lasciate
per anni senza guida qualificata, con la possibilità di esposizioni indebite, delle
quali non si sa quando ritorneranno e anzi se ritorneranno». 46 Ecco come la
sentenza di primo grado sull’omicidio Pecorelli descrive i meccanismi di questo
«sconcio» dell’Italcasse:
[Gli] imprenditori si rivolgevano ai gruppi politici a cui essi erano legati sapendo che
necessariamente le persone alla guida delle aziende di credito – stante il legame inscindibile tra
potere politico e potere economico derivante dal potere di nomina delle cariche sociali delle
seconde in capo al primo – avrebbero concesso il credito. Ciò si era verificato puntualmente per la
Italcasse, che era la «CASSA» di alcuni gruppi politici per cui era sufficiente rivolgersi a tale
«CASSA» per essere sicuri del finanziamento senza necessità di previ accordi, essendosi questi
concretizzati a monte tra i gruppi politici e quegli imprenditori a essi facenti riferimento. 47

Va detto che il gruppo Sir di Nino Rovelli aveva ricevuto da Italcasse


finanziamenti per una cifra enorme – 216 miliardi di lire – senza preventivo
accertamento tecnico istruttorio, senza garanzia alcuna e facendo risultare come
operazioni di breve termine quelle che erano in realtà di medio termine.
Una volta stabilito così che la grande quantità di assegni trasmessi da Rovelli
ad Andreotti era alimentata dai finanziamenti occulti e illegittimi di Italcasse al
gruppo Sir, resta da stabilire a chi Andreotti abbia a sua volta fatto avere gli
assegni in questione. Non è ben chiaro quanti dei destinatari finali degli assegni
siano stati identificati, ma diversi di essi sono stati individuati, tra cui, come si è
visto, Ezio Radaelli.
Altri assegni «del presidente» sono giunti anche nella disponibilità del
personaggio Giuseppe Arcaini, direttore dell’Italcasse, e tramite Arcaini sono
giunti alle società facenti capo alla sua famiglia. In questo modo
l’«elemosiniere» ha recuperato una parte delle sue «elemosine». Si è accertato
anche che un certo numero di tali assegni è finito nelle mani di personaggi
politici, tra cui Franco Evangelisti e il senatore Italo Viglianesi, spesso in cambio
di favori per avere facilitato l’autorizzazione a finanziamenti agevolati, come si è
ricavato da un’annotazione riservata rinvenuta negli archivi della polizia
valutaria a firma del capitano Manlio D’Aloia. 48
Vi sono poi assegni «del presidente» che sono pervenuti a personaggi vicini a
Pippo Calò, l’uomo del boss di Cosa Nostra Stefano Bontate a Roma, o che
riportano comunque ad ambienti mafiosi. Alcuni sono stati negoziati da Gennaro
Cassella, amministratore delegato della società Sofint S.p.A., che di fatto era
gestita da Domenico Balducci, uomo di fiducia di Pippo Calò. Gli assegni, come
riferirà al magistrato l’amministratore stesso, erano stati materialmente messi
all’incasso da Balducci. È inoltre sintomatico che uno di questi assegni sia stato
rinvenuto addirittura nelle tasche del cadavere di Giuseppe Di Cristina, capo
mandamento della famiglia mafiosa di Riesi, ucciso nel maggio 1978 nel corso
della guerra di mafia di quel periodo. 49
Tutto ciò ci riporta al tema dei rapporti fra il presidente Giulio Andreotti e
Cosa Nostra, che è l’oggetto del capitolo seguente.
V
Giulio Andreotti riconosciuto penalmente responsabile, ancorché
prescritto, di complicità con Cosa Nostra

1. La sentenza della Corte d’appello di Palermo del 2 maggio 2003

Nei primi anni Ottanta la città di Palermo era stata insanguinata da una feroce
guerra di mafia tra due fazioni contrapposte. La faida si era conclusa con la
vittoria della fazione corleonese e con la sconfitta della cosiddetta fazione
«moderata» (in quanto vagamente meno sanguinaria di quella corleonese) di
Cosa Nostra. Quest’ultima fazione era costituita dalle cosche palermitane che
facevano capo, tra gli altri, a Stefano Bontate, a Gaetano Badalamenti, a
Salvatore Inzerillo, ai cugini Ignazio e Nino Salvo, vale a dire ai personaggi con
i quali Andreotti risultava essere stato in contatto.
Successivamente la Corte d’appello del capoluogo siciliano, con la sua ormai
famosa sentenza del 2 maggio 2003, ha dichiarato Giulio Andreotti responsabile
di complicità con Cosa Nostra, giudicando particolarmente rilevanti e
significative in tal senso talune vicende avvenute in epoca precedente alla guerra
di mafia. In particolare, la Corte ha ritenuto provata la complicità di Andreotti
con Cosa Nostra solo sino alla primavera 1980 e solo relativamente a rapporti
intrattenuti da lui con soggetti appartenenti a quella compagine mafiosa
«moderata», risultata poi perdente e che d’ora in poi chiameremo «gruppo
Bontate-Inzerillo».
Sta di fatto che il reato associativo riconosciuto come commesso da Andreotti
entro quei limiti temporali è stato dichiarato estinto dalla Corte per prescrizione,
essendo passato un tempo eccessivo (ventitré anni) tra la consumazione del reato
e la sentenza.
In primo grado, nel 1999, il Tribunale di Palermo aveva invece deciso
diversamente, assolvendo Andreotti su tutta la linea, sia pure per insufficienza di
prove. Ma sarà la Corte di cassazione, nel 2004, a mettere la parola fine a questa
vicenda giudiziaria, confermando la sentenza d’appello del 2003: la complicità
di Giulio Andreotti con Cosa Nostra sino alla primavera 1980 è stata quindi
affermata da una sentenza divenuta definitiva, anche se il reato da lui commesso
si è estinto per prescrizione. 1
Cinque sono le circostanze che i giudici hanno ritenuto dimostrate e sulla cui
base essi hanno reputato provata la complicità di Andreotti con Cosa Nostra.
Illustriamo ciascuna di esse nei cinque paragrafi seguenti.

2. L’incontro tra Andreotti e Bontate a Catania nell’estate 1979.


L’irritazione dei mafiosi per le iniziative del presidente della Regione
Piersanti Mattarella

La Corte d’appello di Palermo ha esaminato in primo luogo due episodi


particolarmente rilevanti, connessi all’assassinio del presidente della Regione
siciliana Piersanti Mattarella – uomo politico di rilievo del partito della
Democrazia cristiana – compiuto a Palermo il 6 gennaio 1980. Si tratta di due
distinti incontri avvenuti nel 1979 e nel 1980 tra Giulio Andreotti, Stefano
Bontate e altri vertici di Cosa Nostra.
Il primo incontro è fra Andreotti e Bontate è dell’estate del 1979. Erano
presenti anche Salvo Lima (il maggior rappresentante della corrente andreottiana
in Sicilia), i potenti esattori siciliani Ignazio e Nino Salvo e altri esponenti di
spicco di Cosa Nostra. L’incontro era stato voluto dai vertici mafiosi,
decisamente irritati dalla linea politica, fortemente contraria a Cosa Nostra,
assunta da Piersanti Mattarella dopo la sua elezione a presidente della Regione,
avvenuta l’anno prima. La riunione, tenutasi nei pressi di Catania nella tenuta La
scia, appartenente ai costruttori catanesi Costanzo, ha costituito oggetto delle
dichiarazioni – dalla Corte considerate attendibili – dei collaboratori di giustizia
Francesco Marino Mannoia e Angelo Siino.
Il motivo dell’incontro, che nella ricostruzione di Marino Mannoia aveva
comportato una vera e propria convocazione di Andreotti a Catania da parte dei
mafiosi, era quello di fare intervenire l’importante uomo politico su Piersanti
Mattarella, allo scopo di fargli mutare la sua linea di condotta politica e
amministrativa. Infatti Mattarella, dopo avere intrattenuto rapporti amichevoli
con i cugini Salvo e con Bontate, successivamente aveva mutato la propria linea
di condotta e intendeva intraprendere una azione di rinnovamento della
Democrazia cristiana in Sicilia, andando contro gli interessi di Cosa Nostra.
Bontate raccontò a Mannoia che tutti i capimafia presenti in quell’occasione si
erano lamentati con Andreotti del comportamento di Mattarella e gli avevano
chiesto di intervenire su quest’ultimo. 2

3. Il secondo incontro fra Andreotti e Bontate a Palermo nella


primavera 1980. L’uomo politico arriva in macchina con i cugini
Salvo

Anche il secondo incontro fra Andreotti e Bontate è ricollegabile all’omicidio di


Piersanti Mattarella: si è verificato nella primavera del 1980, probabilmente in
aprile, quindi circa tre mesi dopo l’uccisione del presidente della Regione
Sicilia. L’incontro si è svolto a Palermo in una villa di Salvatore Inzerillo che si
trova nel rione di Altarello di Baida, dove quel giorno Stefano Bontate giunse
accompagnato proprio dal futuro collaboratore di giustizia Marino Mannoia, il
cui racconto è stato poi ritenuto pienamente attendibile dalla Corte d’appello.
Mannoia ha riferito che alla villa, lui e Bontate avevano trovato Salvatore
Inzerillo e qualche altro mafioso di spicco, tra cui Salvo Lima, Giuseppe
Albanese e Girolamo Teresi. Circa un’ora dopo era arrivata un’Alfa Romeo
blindata con a bordo Andreotti e i cugini Salvo, provenienti da Trapani, dove
erano atterrati con un aereo di cui disponevano gli stessi Salvo. I colloqui si
erano svolti all’interno della villa tra Andreotti, Bontate, i Salvo, Inzerillo, Lima,
Albanese e Teresi. Mannoia era rimasto in giardino con altri di guardia al
cancello. Durante i colloqui, durati circa tre quarti d’ora, Mannoia dall’esterno
aveva udito «le grida e il tono alterato del Bontate».
Al termine della riunione Andreotti e i Salvo erano risaliti a bordo della loro
vettura e si erano allontanati. Dopo di che Bontate aveva riferito a Mannoia «che
Andreotti era “sceso” per avere chiarimenti sull’omicidio di Mattarella e che lui
gli aveva risposto: “In Sicilia comandiamo noi, e se non volete cancellare
completamente la Dc dovete fare come diciamo noi. Altrimenti vi leviamo non
solo i voti della Sicilia, ma anche quelli di Reggio Calabria e di tutta l’Italia
meridionale”. Bontate aveva aggiunto che aveva diffidato Andreotti dall’idea di
adottare interventi o leggi speciali, poiché altrimenti si sarebbero verificati altri
fatti gravissimi».
La Corte d’appello ha anche appurato che altre risultanze processuali
confermavano le indicazioni fornite da Marino Mannoia. Per esempio, un altro
collaboratore di giustizia, Antonino Giuffrè, ha dichiarato di aver appreso
dall’autorevole capomafia Michele Greco di incontri che sarebbero appunto
avvenuti tra Andreotti e Stefano Bontate, ma anche di contrasti che sarebbero
intervenuti fra i due, nel contesto dei quali il secondo aveva addirittura
ammonito il presidente Andreotti ricordandogli che in Sicilia «comandava la
mafia». Dichiarazioni del tutto convergenti, del resto, sono state rese anche da
Giuseppe Lipari, un geometra amministratore di beni per conto dei corleonesi, la
cui fonte d’informazione era stata nientemeno che Bernardo Provenzano.
A questo proposito troviamo nella sentenza della Corte un interessantissimo
argomento logico, considerato utile a riscontrare le convergenti dichiarazioni di
Giuffrè e Lipari: «Il diretto rapporto fra Bontate e uno dei più eminenti uomini
politici nazionali costituiva un fatto idoneo a solleticare la vanità di un
capomafia [appunto il Bontate] e a indurlo ad accrescere il suo prestigio
parlandone ai consociati di vertice e vantandosi di non aver avuto remore a
puntualizzare all’illustre interlocutore chi comandasse in Sicilia». Con la
conseguenza che non c’è da meravigliarsi che fossero a conoscenza dell’episodio
anche «gli esponenti mafiosi di spicco appartenenti a fazioni diverse». 3
D’altro canto, come ha pure osservato la Corte d’appello, questo episodio
della riunione nella villa di Altarello di Baida della primavera 1980 è certamente
una dimostrazione plateale dell’esistenza di relazioni di Andreotti con Cosa
Nostra (in particolare con il gruppo che faceva riferimento a Bontate), ma ha
anche rappresentato un momento di crisi di quelle torbide relazioni. Va ricordato
anche che di lì a poco i membri più autorevoli di quel gruppo hanno perso ogni
influenza nell’organizzazione criminosa e sono stati pressoché sterminati a
seguito della cosiddetta guerra di mafia. Lo stesso Stefano Bontate fu assassinato
nell’aprile del 1981. 4

4. Andreotti e i cugini Salvo atterrati a Trapani con un aereo messo a


disposizione dai mafiosi

La Corte d’appello ha poi affermato che il racconto di Marino Mannoia è


riscontrato anche là dove il collaboratore ha riferito che Andreotti, per incontrare
Bontate a Palermo nella primavera del 1980, era atterrato all’aeroporto di
Trapani Birgi a bordo di un aereo privato, messogli a disposizione dai cugini
Ignazio e Nino Salvo.
La ricerca di un riscontro dell’atterraggio a Trapani nella primavera del 1980
di un aereo con a bordo Andreotti è stata ostacolata dal fatto che, al momento
delle indagini, non esisteva più la documentazione relativa all’aeroporto militare
di Trapani Birgi. Infatti, in base alle norme allora vigenti, la documentazione sui
voli veniva distrutta dopo novanta giorni.
Quello di Trapani è un aeroporto militare, ma aperto al traffico civile. Ci sono
una zona militare e una zona civile. Ovviamente la regola di distruggere la
documentazione sui voli riguardava solo la zona militare. Però può verificarsi
anche il caso di voli privati che atterrano nella zona militare. In particolare, nella
zona riservata ai militari, invisibile al personale civile, era consentito, almeno
allora, l’atterraggio di aerei privati che trasportavano personalità politiche.
La distruzione, prevista per legge, di tutti i documenti di registrazione dei voli
militari (o anche privati ma atterrati nella zona militare) ha dunque precluso ogni
possibile ricerca.
Però il diavolo fa le pentole e non i coperchi. Sta di fatto che a quella
distruzione è sfuggito casualmente un prospetto statistico di tutti gli atterraggi e i
decolli che hanno interessato quella zona militare, limitato proprio ad alcuni
mesi del 1980 e dovuto a ragioni tecniche non strettamente militari. Si tratta di
un prospetto in cui è riportato solo il modello dell’aereo, per esempio DC9.
Ebbene, dal prospetto si apprende che nel mese di aprile del 1980 risulta
atterrato a Birgi anche un aereo civile del tipo DA20. La registrazione di questo
tipo di volo avrebbe dovuto essere comunque segnalata al personale civile, per
l’annotazione nei registri aeroportuali civili, tanto più che lo stato maggiore
dell’aeronautica ha espressamente escluso di avere mai avuto in uso aerei di quel
tipo. Tuttavia, da una verifica nei registri civili si è accertato che di quel volo
non vi è alcuna traccia. Sta di fatto che la sigla DA20 identifica l’aereo tipo
Mystère 20, ovvero lo stesso utilizzato sovente dai cugini Salvo e talora anche da
Andreotti. 5

5. Un piccolo favore di Bontate ad Andreotti…

Vi è un ulteriore episodio che la Corte d’appello ha valutato come conferma


dell’esistenza di relazioni inconfessabili tra Andreotti e taluni capi di Cosa
Nostra, ed è l’intervento benevolo – secondo la Corte dimostrato – che il
capomafia Stefano Bontate ha attuato, su richiesta di Andreotti, in favore di uno
dei grandi elettori laziali di quest’ultimo: l’imprenditore petrolifero Bruno
Nardini, che verso la fine degli anni Settanta era stato raggiunto da pretese
estorsive provenienti da esponenti della ’ndrangheta calabrese. 6

6. … e un grosso favore di Andreotti a Badalamenti


Considerazioni analoghe attengono al benevolo intervento cui si prestò Andreotti
per aggiustare il processo a carico di Filippo e Vincenzo Rimi su richiesta di
Gaetano Badalamenti, che ai Rimi era molto legato essendo tra l’altro cognato di
Filippo. Anche questo intervento, secondo la Corte, è dimostrato. Vincenzo
Rimi, capomafia incontrastato della famiglia di Alcamo, e suo figlio Filippo
erano stati condannati in primo grado e in appello all’ergastolo per un omicidio
commesso negli anni Sessanta. Nel 1971 la condanna fu annullata dalla
Cassazione con rinvio per un nuovo processo, il quale si era poi concluso il 13
febbraio del 1979 con l’assoluzione dei due Rimi per insufficienza di prove (ma
nel frattempo il vecchio Rimi era morto). La vicenda dell’aggiustamento del
processo Rimi per interessamento di Andreotti era stata riferita da Tommaso
Buscetta, la cui fonte era proprio Badalamenti. Il collaboratore aveva riferito
dell’apposito incontro avvenuto tra Andreotti, Gaetano Badalamenti, Filippo
Rimi e uno dei cugini Salvo prima dell’auspicata assoluzione e quindi a cavallo
tra il 1978 e il 1979. La Corte d’appello ha ritenuto attendibile il racconto di
Buscetta, in quanto più volte riscontrato da altre dichiarazioni di pentiti che
sull’episodio si sono soffermati (Francesco Marino Mannoia, Vincenzo Sinacori,
Salvatore Cucuzza, Giovanni Brusca, Francesco Di Carlo e Salvatore Cancemi).
7

7. La parola definitiva della Corte suprema sulla «mafiosità» di


Andreotti

Come si è anticipato, la Corte di cassazione, con la sentenza del 15 ottobre 2004,


ha confermato totalmente la sentenza della Corte d’appello.
La Corte suprema, nelle sue conclusioni, ha anche ribadito che la
disponibilità e la collaborazione manifestate da Andreotti nei confronti di alcuni
vertici di Cosa Nostra sono state tali da rafforzare l’associazione criminosa nel
suo complesso, essendo sufficiente ricordare, a questo proposito, «le opinioni di
Bontate e di altri uomini d’onore sul rafforzamento della loro posizione
personale e dell’intera organizzazione, per effetto delle amichevoli relazioni
intrattenute con Andreotti, e per contro il disappunto di Totò Riina, di Leoluca
Bagarella e degli altri corleonesi per non essere riusciti a instaurare rapporti
analoghi».
La Corte suprema ha anche apprezzato come la Corte d’appello abbia
opportunamente sottolineato gli intensi rapporti che legavano Andreotti ai suoi
maggiori referenti siciliani – Salvo Lima, i cugini Ignazio e Nino Salvo, l’ex
sindaco democristiano di Palermo Vito Ciancimino – e come essa abbia
giustamente ritenuto Andreotti compartecipe dei rapporti sicuramente
intrattenuti da costoro con lo schieramento di Cosa Nostra facente capo a
Bontate e Inzerillo. Rapporti coltivati del resto anche direttamente e
personalmente da Andreotti stesso (in particolare con Badalamenti e con
Bontate) e che lo hanno portato persino a omettere di denunciare fatti
penalmente gravissimi di cui era venuto a conoscenza (quali le notizie specifiche
circa le responsabilità mafiose nell’omicidio Mattarella).
Possiamo quindi concludere tranquillamente, confortati dal verdetto della
Corte suprema, che i vertici del gruppo Bontate-Inzerillo, nel corso degli anni
Settanta e sino alla primavera del 1980, erano riusciti a legare a sé, in un
rapporto associativo penalmente rilevante, un uomo politico del calibro di Giulio
Andreotti che, proprio in quel periodo, era stato a capo del governo per tre anni
consecutivi (luglio 1976-agosto 1979). Ciò aveva scatenato il disappunto del
gruppo mafioso contrapposto, quello dei corleonesi, che da quel rapporto
privilegiato si erano trovati esclusi. 8
È qui, probabilmente, che va individuato uno dei focolai della guerra di mafia
immediatamente successiva, in particolare a partire dal momento in cui tra i
corleonesi si diffuse la notizia della riunione di Altarello di Baida, dove Bontate
aveva avuto l’ardire di alzare la voce con Andreotti, dicendogli senza mezzi
termini che in Sicilia comandava la mafia. A quel punto la contrarietà era
montata a sordo rancore, non certo perché i corleonesi apprezzassero
particolarmente Andreotti, ma semplicemente perché il prestigio di Bontate in
Cosa Nostra, dopo quell’episodio, sarebbe potuto crescere in modo eccessivo e
incontrollabile.
In ogni caso possiamo dire che la guerra di mafia di inizio anni Ottanta ha
segnato nettamente e drammaticamente la divisione e quindi lo scontro tra il
gruppo Bontate-Inzerillo – detto «moderato» forse proprio per avere aperto un
dialogo perverso con Andreotti e la sua corrente politica – e il gruppo corleonese
facente capo a Luciano Leggio, detto Liggio, Totò Riina e Bernardo Provenzano,
estranei a quel tipo di dialogo. Prima di allora i due gruppi, pur essendo già
distinguibili (non fosse altro perché si avvalevano di canali finanziari diversi per
l’investimento e il riciclaggio dei loro soldi sporchi), operavano senza particolari
contrasti nelle varie attività criminose e, in particolare, nei grandi traffici di
stupefacenti.
Sappiamo che i vertici del gruppo mafioso dialogante con Andreotti uscirono
sconfitti (per non dire sterminati) dalla guerra di mafia. Ciò determinò
inevitabilmente la fine di quella particolare relazione tra il politico democristiano
e Cosa Nostra. Bisogna quindi riconoscere che, sul piano giuridico, la decisione
della Corte d’appello di considerare dimostrata la complicità di Andreotti con
Cosa Nostra solo sino alla primavera del 1980 presenta una sua ragionevolezza.
VI
Il rapporto triangolare fra Andreotti, Cosa Nostra e Sindona

1. I due schieramenti di Cosa Nostra e i due poli (anzi tre) della


finanza d’avventura. Il ruolo della P2

Come già accennato, prima che scoppiasse la guerra di mafia di inizio anni
Ottanta i due distinti schieramenti di Cosa Nostra si erano avvalsi di canali
finanziari diversi per l’investimento e il riciclaggio delle loro ricchezze illegali.
Due canali diversi, ma strettamente collegati tra loro, in quanto gestiti
rispettivamente da due finanzieri organicamente inseriti nel medesimo sistema di
potere occulto: Michele Sindona e Roberto Calvi, entrambi membri della P2,
gestita e amministrata da Licio Gelli e Umberto Ortolani. Quest’ultimo era la
mente finanziaria di quel sistema, nonché il trait d’union con la finanza vaticana
dello Ior e del suo presidente Paul Marcinkus.
Sindona e Calvi sono stati, sino all’inizio degli anni Ottanta, i due maggiori
esponenti della «finanza d’avventura», di quella finanza, cioè, che non rifugge
da operazioni avventurose e spregiudicate e non disdegna rapporti più o meno
diretti con mafie e ambienti criminali in genere.
Lo schieramento mafioso che faceva capo ai corleonesi di Liggio, Riina e
Provenzano (i «duri» che sarebbero usciti vincenti dalla successiva guerra di
mafia) si era avvalso dei canali di riciclaggio facenti capo al Banco Ambrosiano
di Roberto Calvi, il quale era stato introdotto negli ambienti di Cosa Nostra nei
primi anni Settanta da Michele Sindona. Già all’inizio del 1973 la cosca di
Luciano Liggio, che a Milano era nota come Anonima sequestri, aveva riciclato
poco meno di un miliardo di lire proprio attraverso il Banco Ambrosiano di
Calvi. Si trattava di una parte dell’enorme riscatto del sequestro dell’industriale
Pietro Torielli, il primo commesso in Lombardia. 1
Anche la sentenza della Corte d’assise di Roma sull’omicidio Calvi accenna
di sfuggita a questa circostanza. Vi si legge infatti che Gaspare Mutolo ha
rivelato come i profitti mafiosi riciclati attraverso il Banco Ambrosiano
provenissero non solo dal traffico di eroina, ma anche dai sequestri di persona, e
come proprio Sindona avesse dato a Calvi i primi rudimenti su come manovrare
quel denaro. 2 Ciò si ricollega, del resto, a quanto riferisce Francesco Marino
Mannoia sul conto di padre Agostino Coppola, il prete mafioso membro della
suddetta Anonima sequestri e condannato con sentenza definitiva, il quale pure
aveva riciclato cospicue somme di denaro attraverso il Banco Ambrosiano di
Calvi. 3
Ciò per quanto riguarda i riciclaggi dello schieramento mafioso dei
corleonesi.
Per quanto riguarda invece i vertici dello schieramento facente capo a Stefano
Bontate e a Salvatore Inzerillo, le sentenze sul caso Andreotti hanno dimostrato
che le ingenti attività di riciclaggio dei loro guadagni illeciti erano state svolte
dal banchiere Michele Sindona attraverso le sue due banche: la Banca unione e
la Banca privata finanziaria, poi unificate nella Banca privata italiana. Ciò è stato
affermato da diversi collaboratori di giustizia (Francesco Marino Mannoia,
Francesco Di Carlo, Gaspare Mutolo, Angelo Siino).
Nell’estate del 1973 però, le banche sindoniane registrano una gravissima
crisi di liquidità e Sindona decide di rimediare con un vertiginoso aumento di
capitale della sua società Finambro (che è sostanzialmente una scatola vuota)
elevandolo da un milione di lire alla cifra astronomica di 160 miliardi. Si
tratterebbe di emettere nuove azioni per quella cifra per tentare di rastrellare un
ammontare analogo di risparmio pubblico. Per fortuna, a questa operazione
dissennata, si oppone drasticamente il ministro del Tesoro Ugo La Malfa,
persona accorta e onesta. Nell’autunno del 1974 il dissesto dell’ormai unificata
Banca privata italiana è inevitabile. Sindona viene incriminato per bancarotta
fraudolenta e la sua banca viene messa in liquidazione, con la conseguenza che i
suoi clienti mafiosi rischiano gravemente di perdere – e in effetti perderanno – il
loro ingente malloppo.
Un altro importante collaboratore di giustizia, Antonino Giuffrè, ha reso
dichiarazioni preziose circa i rapporti di Cosa Nostra con la finanza d’avventura,
collocando il ruolo ricoperto prima da Sindona e poi da Calvi – in veste di grandi
riciclatori di profitti delittuosi – in un «contesto a tre» nel quale Cosa Nostra
siciliana, la loggia P2 di Gelli e Ortolani e lo Ior di Marcinkus si sarebbero
relazionati costantemente tra loro per utilizzare il più proficuamente possibile
prima l’uno e poi l’altro dei due banchieri, rendendoli apparentemente molto
potenti, ma in realtà stringendoli in un abbraccio mortale. 4
2. Il rapporto preferenziale (e surreale) tra Michele Sindona e i
mafiosi «moderati» di Cosa Nostra

Venerdì 3 agosto 1979, verso le nove e mezzo del mattino, la segretaria di


Sindona a New York riceve in ufficio una telefonata anonima. Una voce
maschile, parlando in inglese con accento italiano, le comunica che Sindona è
stato rapito: «Michele Sindona è nostro prigioniero» precisa la voce, «presto
riceverete altre notizie». È il primo atto di una ciclopica messinscena orchestrata
dal finanziere siciliano in combutta con un folto stuolo di mafiosi e di
faccendieri di varia estrazione. Infatti, nel preciso istante in cui la segretaria
riceve la telefonata dell’ignoto interlocutore, Michele Sindona si trova a Vienna,
dove è appena atterrato con un volo proveniente da New York. Su quel volo
Sindona si è imbarcato per libera scelta la sera prima, camuffato da una barba
finta e da un parrucchino, e utilizzando false generalità e un falso passaporto.
La sentenza del Tribunale di Palermo sul caso Andreotti ha giustamente
ritenuto che Sindona, durante il finto rapimento da lui inscenato nell’estate 1979,
avesse voluto premere sull’allora presidente del Consiglio (minacciando di
rivelare segreti compromettenti) per indurlo a condurre in porto al più presto i
piani di salvataggio delle sue banche dissestate.
Ciò anche per la necessità di assicurare ai membri dello schieramento
«moderato» di Cosa Nostra il recupero degli ingenti capitali che avevano
investito nelle sue banche. Infatti, per quanto «moderati» potessero essere i suoi
amici mafiosi, Sindona temeva la loro reazione nel caso in cui quel recupero si
fosse rivelato impossibile, come in effetti poi si rivelò. Il suo collega Roberto
Calvi, quando tre anni dopo si troverà in una situazione analoga con i mafiosi
amici suoi (decisamente meno moderati), verrà ucciso e appeso sotto un ponte
senza tanti complimenti.
I vari Bontate, Inzerillo, Gambino, Spatola e compagni, invece, non hanno
reagito con violenza nei confronti del loro riciclatore dissestato, nonostante gli
avessero affidato – e abbiano poi visto sfumare – un’autentica montagna di
denaro costituita dai loro proventi del narcotraffico e di altre attività illecite.
Sindona, nel 1986, potrà provvedere tranquillamente da solo a mettere fine ai
suoi giorni, nel carcere di Voghera, con una dose di cianuro che si è procurato
chissà come.
Ebbene, tornando all’estate 1979, è noto che Bontate, Inzerillo e compagni
non rifuggono certamente dalle soluzioni cruente. 5 Ma sta di fatto che molti di
loro, e in particolare il loro leader, sono propensi, in certe situazioni delicate, a
seguire strategie più meditate e meno bestiali di quelle generalmente privilegiate
dai cugini corleonesi.
Ed ecco allora che essi, soppesando le maggiori o minori possibilità di
recuperare i capitali che hanno a suo tempo investito nelle fantasiose iniziative
finanziarie di Sindona, decidono che vale la pena, in quel momento, di
assecondare il finanziere di Patti e il suo progetto diabolico: scomparire fingendo
di essere stato rapito da un gruppo terrorista di sinistra che lo sta interrogando
per sapere tutti i segreti compromettenti per l’establishment; riparare a Palermo e
soggiornarvi clandestinamente sotto la protezione di Cosa Nostra; organizzare da
lì il grande ricatto con cui conta di risolvere tutti i suoi problemi; coltivare da lì i
suoi contatti con Licio Gelli attraverso il medico massone italoamericano Joseph
Miceli Crimi, che per quello scopo fa più volte la spola tra Palermo e Arezzo.
Sindona intraprende questa sua nuova avventura una ventina di giorni dopo
che un killer prezzolato venuto dall’America ha provveduto, su suo preciso
incarico, ad assassinare a Milano (l’11 luglio del 1979) l’avvocato Giorgio
Ambrosoli, l’onesto e coraggioso liquidatore delle sue banche. Ormai
prigioniero dei suoi deliri funesti, Sindona è convinto che, con la scomparsa di
Ambrosoli, sia venuto meno l’unico vero ostacolo all’approvazione dei piani di
salvataggio delle sue banche. Si tratta ovviamente di piani truffaldini (dato che
farebbero gravare l’enorme dissesto sulle spalle dei contribuenti) che il suo
entourage sta però cercando di portare avanti con una solerzia prudente, con
l’appoggio accorto e premuroso del Sistema P2 e di Giulio Andreotti e attraverso
manovre sottili e sofisticate, che avrebbero forse sortito l’effetto voluto se
Sindona non avesse nel frattempo interferito, muovendosi in quel delicatissimo
contesto in modo grossolanamente teatrale.
Sindona è convinto che il finto rapimento gli servirà per lanciare messaggi
ricattatori a destra e a manca, attraverso le lettere che lui stesso scriverà,
simulando di essere prigioniero di un gruppo terrorista e di essere obbligato a
scrivere ciò che i suoi rapitori gli dettano. Egli conta, in questo modo, di
infrangere ogni ulteriore resistenza alla realizzazione dei suoi piani di
salvataggio. Quanto ai suoi amici mafiosi «moderati», il miraggio di un possibile
recupero delle loro ricchezze andate in fumo fa sì che essi decidano di
spalleggiare il loro banchiere – ormai bancarottiere – assistendolo durante tutto il
periodo di quell’avventura.
Lo affiancheranno numerosi: tanto per fare qualche nome, ci sarà Salvatore
Inzerillo (quello che circa sei mesi dopo parteciperà alla riunione di Altarello di
Baida con Andreotti), ci sarà ovviamente il boss Stefano Bontate, e ci saranno
molti altri, tra cui Angelo Siino, noto come il ministro dei lavori pubblici di Cosa
Nostra, e il cognato di Bontate, Giacomo Vitale, autore delle terribili telefonate
minatorie ricevute intorno al capodanno del 1979 da Giorgio Ambrosoli.
La messinscena iniziata la mattina del 3 agosto 1979 prosegue, dopo una
breve sosta del bancarottiere a Vienna, attraverso un viaggio tortuoso che porta
Sindona a Palermo, dove soggiornerà clandestinamente per oltre due mesi.
Qui il sedicente Comitato proletario di eversione per una giustizia migliore
(in realtà Sindona stesso) produce una serie numerosa di lettere ricattatorie, allo
scopo di far pensare che il «rapito» stia per rivelare segreti tali da compromettere
irrimediabilmente tutti quei personaggi di rilievo dell’establishment, che
avrebbero in effetti interesse a salvarlo, ma dai quali Sindona pretende di essere
salvato in tempi più rapidi e decisi da lui. I suoi amici mafiosi lo aiutano con
entusiasmo, anche perché Sindona, con la sua dialettica, è riuscito a convincerli
di una fola strampalata ma allettante: di lì a poco la potente massoneria
americana porterà finalmente a compimento l’agognato golpe separatista
siciliano, facendo intervenire una portaerei statunitense, che già staziona al largo
di Palermo, e una nave piena di patrioti al comando del valoroso comandante
Edgardo Sogno, la qual cosa porterà all’indipendenza dell’isola, con quel che
segue in termini di grandi vantaggi per tutti.
Sennonché l’entusiasmo lascia spazio a poco a poco a una crescente
perplessità. A inizio settembre ancora non si vede nessuna nave all’orizzonte.
Bontate e compagni si riuniscono allora in una sorta di summit per fare il punto
della situazione (sarà il collaboratore di giustizia Angelo Siino a raccontare
l’episodio ai giudici di Palermo), quando inaspettatamente compare Licio Gelli,
gran maestro della loggia P2, il quale gela i convenuti bocciando l’idea del golpe
separatista come follia pura e dando degli allocchi a Bontate e compagni, che ci
hanno creduto. È un segno inequivocabile che ormai, agli occhi di
quell’establishment piduista che pure si era speso molto per salvarlo, Sindona
era diventato inaffidabile, proprio a causa delle sue iniziative di quell’estate
1979: l’omicidio Ambrosoli e, subito dopo, la penosa messinscena del finto
rapimento, due autentiche entrate a gamba tesa dalle quali anche Cosa Nostra era
meglio che prendesse le distanze.
Dall’estate 1979 Sindona cade quindi in disgrazia, come referente finanziario
del Sistema P2, a tutto vantaggio di un Roberto Calvi che è invece, per il
momento, ancora in auge.
Sta di fatto che la sceneggiata del finto rapimento si conclude miseramente il
9 ottobre, quando il «messo dei rapitori», Vincenzo Spatola, viene arrestato dalla
polizia mentre sta per recapitare l’ennesimo messaggio ricattatorio all’avvocato
di Sindona, perché questi a sua volta lo diffonda a chi di dovere. Il bancarottiere
lascia l’Italia in fretta e furia e torna negli Stati Uniti, dove viene arrestato il 16
ottobre 1979.
Anche i suoi amici mafiosi escono dall’avventura traumatizzati e delusi.
Qualche mese dopo il fallimento dell’impresa, parlando con il futuro
collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo, Stefano Bontate definisce Sindona
«un pazzo vivente» che gli ha provocato «una serie di guai». E giura di non
volerlo più vedere. 6
In sostanza, se il rapporto dei mafiosi «moderati» con Andreotti si conclude
nella primavera del 1980, quello dei medesimi con Sindona naufraga addirittura
qualche mese prima.
Ma c’è anche il terzo lato del triangolo delle complicità, costituito dal
rapporto inquietante tra Giulio Andreotti e Michele Sindona, che si sviluppa e si
esaurisce più o meno nello stesso arco temporale degli altri due.

3. Il rapporto tra Andreotti e Sindona

Sia le sentenze di Palermo sul caso Andreotti, sia le sentenze di Milano sul caso
Sindona trattano a fondo il tema dei rapporti tra i due. In esse si afferma che
Andreotti ha rappresentato per Sindona un costante punto di riferimento, anche
durante il periodo di latitanza di quest’ultimo. Esse rivelano anche che Sindona –
durante gli anni Sessanta e Settanta e sino alla sua definitiva caduta in disgrazia
– ha costituito il polmone finanziario di quell’amplissimo e variegato reticolo di
potere (che è riconducibile alla P2 di Licio Gelli) nel quale Andreotti e la sua
corrente politica sono pienamente inseriti.
Come finanziere, Sindona è sempre stato una sorta di abile prestigiatore e ha
applicato sistemi ingegnosi e fraudolenti, che gli hanno consentito di diventare
un mago della finanza d’avventura, ma anche di essere considerato – dagli
osservatori meno attenti e specialmente meno scrupolosi – come un mago della
finanza tout court.
Uno di questi osservatori poco scrupolosi è stato proprio Andreotti, il quale,
in un celebre ricevimento organizzato in suo onore da Sindona a New York nel
dicembre 1973, ha salutato in Sindona il «salvatore della lira», suscitando i
calorosi applausi degli eterogenei commensali, tra i quali figuravano molti
banchieri americani.
Meno di un anno dopo, il «salvatore della lira» sarebbe crollato, travolto dalla
bufera, dopo aver abbondantemente sovvenzionato le casse del partito di
Andreotti. Infatti, dall’ispezione fatta nella seconda metà del 1974 dalla Banca
d’Italia presso la banca di Sindona, è emerso che il finanziere aveva elargito a
favore della Democrazia cristiana, tra l’inizio del 1973 e l’aprile del 1974, 2
miliardi e 220 milioni di lire.
Un legame intenso e compromettente, quindi, quello tra Sindona e Andreotti,
che ha portato quest’ultimo, tra il 1974 e il 1980, ad assumere iniziative
favorevoli a Sindona in diverse occasioni. Infatti, per tutti quegli anni Andreotti
ha mantenuto frequenti contatti con persone che operavano per conto del
bancarottiere e ha manifestato più volte un intenso interessamento per i suoi più
rilevanti problemi, sia di ordine economico, sia di ordine giudiziario. In verità
non sono stati pochi i personaggi disponibili a muoversi a favore di Michele
Sindona e disposti a guardare con benevolenza ai suoi famigerati progetti di
salvataggio, ma Andreotti emerge al di sopra di tutti.
L’entourage di Sindona ha avuto la possibilità di mantenere frequenti contatti
con il presidente del Consiglio dapprima – dal 1976 al luglio 1978 – tramite
Fortunato Federici (un uomo del Banco di Roma) e poi tramite l’avvocato
Rodolfo Guzzi, difensore del bancarottiere. In particolare, come risulta dalle
agende del legale, gli incontri fra l’avvocato Guzzi e Andreotti sono stati ben
nove e hanno avuto luogo tra il luglio 1978 e il maggio 1980, quasi tutti nel
periodo in cui quest’ultimo era presidente del Consiglio.
Andreotti si dava effettivamente da fare. Anzitutto, secondo le sentenze del
processo di Palermo, risulta dimostrato con un sufficiente grado di certezza che,
già nel periodo in cui i contatti tra lui e il cerchio magico di Sindona avvenivano
tramite l’uomo del Banco di Roma Federici, aveva incontrato Sindona in
America mentre questi era latitante e lui presidente del Consiglio. L’avvocato
Guzzi ha infatti riferito di avere appreso da Sindona che lo stesso aveva
incontrato a Washington, tra il 1976 e il 1977, il presidente del Consiglio insieme
al congressman Mario Biaggi. E lo stesso Andreotti, del resto, nei suoi Diari
1976-1979, parla di un suo incontro a Washington con alcuni italoamericani, tra
cui Biaggi, avvenuto il 27 luglio del 1977. 7
Successivamente, il 25 luglio 1978, una nuova versione del progetto di
salvataggio (ritoccata, ma rimasta sostanzialmente identica) viene consegnata
dall’avvocato Guzzi al presidente Andreotti, il quale chiede all’onorevole
Gaetano Stammati (iscritto alla P2 e ministro dei Lavori pubblici) di valutare il
progetto e di farlo valutare alla Banca d’Italia, anche se essa lo aveva già
giudicato inaccettabile nelle versioni precedenti.
Tuttavia si è in piena estate e l’ormai settantenne Stammati tarda a muoversi
sicché, a fine agosto, un impazientissimo Sindona – che poco prima ha
incontrato a New York Franco Evangelisti, sottosegretario alla presidenza del
Consiglio – costringe Guzzi a riprendere contatto con Andreotti, per chiedergli
di affidare la cosa a Evangelisti. Guzzi telefona ad Andreotti il 1° settembre e ne
ottiene l’assenso. Il giorno successivo Evangelisti ha già in mano lo schema del
progetto e convoca per il 5 settembre Mario Sarcinelli per sottoporgli quel
documento. Sarcinelli ne prende visione e lo giudica immediatamente
improponibile. Nei giorni successivi si muove anche Stammati, che sottopone il
progetto a Francesco Cingano, amministratore delegato della Banca
commerciale italiana, e a Carlo Azeglio Ciampi, direttore generale della Banca
d’Italia. Entrambi lo restituiscono al mittente, bocciandolo come impraticabile.
Gli incontri tra l’avvocato Guzzi e il presidente Andreotti proseguono anche
nel corso del 1979. Il legale continua a trasmettergli i suoi memorandum, per
sollecitare interventi a favore del suo assistito. Le agende di entrambi registrano
un incontro l’8 gennaio e un altro il 23 febbraio, allorché Guzzi espone ad
Andreotti un quadro generale della situazione. In quell’incontro, Guzzi gli
riferisce anche che ci sono state minacce mafiose nei confronti sia del liquidatore
Ambrosoli sia di Enrico Cuccia, presidente di Mediobanca, che continua a
negare a Sindona qualsiasi appoggio per condurre in porto i suoi piani di
salvataggio. Deponendo davanti ai giudici di Palermo, Guzzi riferirà che
Andreotti, di fronte a questa rivelazione, si è mostrato «freddo e disinteressato».
8
Un terzo incontro fra Guzzi e il presidente del Consiglio si verifica il 22
marzo del 1979, cioè non appena si apprende la notizia allarmante
dell’incriminazione di Sindona in America per il dissesto della Franklin Bank, la
banca newyorkese che aveva controllato tra il 1972 e il crac del 1974.
Successivamente si registrano altre due occasioni in cui Andreotti accetta di
incontrare l’avvocato Guzzi. Per quanto incredibile possa sembrare, entrambe
sono successive all’omicidio Ambrosoli e al finto rapimento inscenato da
Sindona. La prima si verifica il 5 settembre del 1979, quando è ormai chiaro che
Sindona ha simulato un sequestro di persona inesistente per mandare messaggi
estorsivi a destra e a manca, e la seconda il 21 maggio del 1980, non fosse altro
per prendere atto della decisione di Guzzi di rinunciare finalmente al mandato
difensivo.
VII
Il dissesto della banca di Sindona e l’assassinio di Ambrosoli su
mandato di Sindona 1

1. Le pesanti minacce telefoniche degli amici mafiosi di Sindona a


Giorgio Ambrosoli e a Enrico Cuccia

Il 27 settembre 1974 viene disposta la liquidazione coatta amministrativa della


Banca privata italiana e l’avvocato Giorgio Ambrosoli ne viene nominato
commissario liquidatore. Inizia immediatamente il suo scrupolosissimo lavoro.
Nel mese di ottobre viene dichiarato il dissesto della banca e Sindona viene
incriminato per bancarotta fraudolenta. Egli però ha già lasciato l’Italia ed è
riparato negli Stati Uniti.
La magistratura emette il mandato di cattura e la pratica di estradizione viene
iniziata tempestivamente, ma prenderà tempi lunghi. Nel 1976, per opporsi alla
richiesta di estradizione dagli Stati Uniti, la difesa di Sindona deposita al
Tribunale di Manhattan una serie di affidavit di vari personaggi autorevoli, tra
cui il deus ex machina della P2 Licio Gelli, i quali sostengono che Sindona
sarebbe vittima di una persecuzione politica gestita dai comunisti e che la sua
stessa vita, in Italia, sarebbe in pericolo.
Ben presto Ambrosoli inizia a subire attacchi minacciosi provenienti da
Sindona e dagli ambienti a lui vicini, sia per il rigore e la precisione impiegati
nella sua indagine, sia per la sua decisa opposizione ai cosiddetti «piani di
salvataggio» con i quali il banchiere e i suoi sodali pretendono di far gravare i
costi della voragine finanziaria sulle spalle della collettività.
L’opposizione granitica di Ambrosoli agli indecenti piani di salvataggio di
Sindona e del suo entourage è condivisa da poche altre persone altrettanto
rigorose, tra le quali è il caso di ricordare il governatore e il responsabile del
servizio di vigilanza di Banca d’Italia, Paolo Baffi e Mario Sarcinelli, il
presidente di Mediobanca Enrico Cuccia e, tra gli uomini politici, Ugo La Malfa.
A questo punto Sindona chiede ai suoi amici mafiosi (quelli del noto gruppo
Bontate-Inzerillo) di attuare un deciso salto di qualità negli attacchi contro
Giorgio Ambrosoli, ed ecco che il commissario liquidatore riceve ben otto
telefonate anonime minatorie, tra gli ultimi giorni del 1978 e la prima metà di
gennaio 1979, da parte di un uomo che parla in italiano con accento siciliano: si
tratta di Giacomo Vitale, cognato di Stefano Bontate, che sarà poi tra coloro che
affiancheranno Sindona nell’avventura del finto rapimento. Le telefonate sono
state tutte registrate.
Il «picciotto», come lo definirà Ambrosoli, si fa vivo la prima volta il 28
dicembre 1978 accusando l’avvocato di avere detto cose false agli inquirenti
americani e ordinandogli di tornare subito a New York per ritrattare, «perché se
viene concessa l’estradizione tu non camperai». 2 Questa prima telefonata
minatoria al commissario liquidatore è estremamente significativa, perché fa
riferimento al viaggio a New York che Ambrosoli ha compiuto due settimane
prima, per conferire con il procuratore distrettuale americano che si sta
occupando della pratica di estradizione di Sindona. L’8 gennaio 1979, dopo altre
telefonate analoghe concentrate nei primi giorni dell’anno, Ambrosoli presenta
denuncia, nella quale riassume così il succo del discorso dello sconosciuto:
Oggetto delle telefonate è ancora il viaggio a New York per depositare documenti di cui
disporrebbe Michele Sindona, ma soprattutto l’avvertimento che ambienti di Roma imputavano al
sottoscritto la mancata chiusura della vicenda Sindona. In particolare l’anonimo affermava che
l’onorevole Andreotti aveva telefonato direttamente a New York dicendo a Michele Sindona che
il sottoscritto non voleva collaborare alla sistemazione del caso. Ha affermato pure che il direttore
generale della Banca d’Italia, dottor Ciampi, avrebbe dovuto telefonare al sottoscritto, e si
meravigliava che tale telefonata non fosse qui pervenuta. Concludeva ripetendo che a Roma e
Milano diversi amici di Michele Sindona, compreso il dottor Cuccia, attribuivano al sottoscritto la
colpa della mancata definizione del caso Sindona. 3

Ambrosoli non si lascia intimidire e il 12 gennaio 1979 riceve l’ultima telefonata


minatoria che si conclude con queste parole: «Io la volevo salvare, ma da questo
momento non la salvo più, perché lei è degno solo di morire ammazzato come
un cornuto!». 4
Sempre tra il 1978 e il 1979, riceve analoghe telefonate minatorie anche
Enrico Cuccia, per il fatto di non avere mai accolto le richieste insistenti di
Sindona volte a ottenere il suo autorevole sostegno ai famosi piani di
salvataggio, da lui sempre respinti sdegnosamente e persino definiti
«papocchietti». 5
2. Una pagina buia nella storia del paese: l’attacco giudiziario
romano alla Banca d’Italia

Il 26 marzo del 1979 è una giornata nefasta. Muore quel galantuomo di Ugo La
Malfa, la cui presenza nel nuovo governo Andreotti V, in veste di ministro del
Bilancio, preoccupava inevitabilmente Sindona. In quello stesso giorno gli uffici
giudiziari romani, e precisamente il pubblico ministero Luciano Infelisi e il
giudice istruttore Antonio Alibrandi, portano a compimento un’oscura
operazione che comporta l’arresto del vicedirettore generale e capo del servizio
di vigilanza della Banca d’Italia, Mario Sarcinelli, e l’incriminazione – a piede
libero per ragioni di età – del governatore Paolo Baffi.
Baffi e Sarcinelli vengono evidentemente colpiti per la loro fermezza e il loro
rigore nella vigilanza sugli istituti di credito. Subiscono un procedimento penale
pretestuoso e strumentale, con accuse destinate poi a rivelarsi destituite di ogni
fondamento (verranno prosciolti in istruttoria due anni dopo), ma tali da
compromettere il loro futuro professionale. Sarcinelli viene rimosso dal servizio
di vigilanza con un provvedimento che verrà revocato solo quando egli sarà
ormai passato ad altro incarico, mentre Baffi, amareggiato per l’ingiusta
incriminazione, preferirà dimettersi da governatore della Banca centrale già
nell’agosto 1979.
Da parte sua, alla data del 24 marzo 1979, Giorgio Ambrosoli registra nella
sua agenda-diario l’avvenuto arresto di Sarcinelli. Nei giorni successivi vi
registra anche un commento che attribuisce a Mario Barone, amministratore
delegato del Banco di Roma: «Barone dice che il rifiuto a Michele Sindona è
stata la goccia che ha fatto traboccare il calice».
Mario Sarcinelli resterà in carcere dodici giorni prima di vedersi concedere la
libertà provvisoria. Quanto alle parole attribuite a Mario Barone, questi riferirà,
in una sua deposizione del 1983, che l’annotazione di Ambrosoli potrebbe
riflettere effettivamente un suo commento, anche se, aggiungerà, «fra le ipotesi
più probabili io allora ero portato a fare quella che Sarcinelli pagasse il fio per
aver mandato l’ispezione al Banco Ambrosiano». 6
Qualunque opinione si abbia circa l’ipotesi ventilata da Mario Barone,
sembra comunque del tutto logico concludere che la messa fuori gioco di Baffi e
Sarcinelli e la contemporanea uscita di scena di Ugo La Malfa siano state
obiettivamente, per il finanziere siciliano, due boccate di ossigeno. Da quel
momento in avanti, Sindona e i suoi amici possono concentrarsi sull’esigenza di
piegare una volta per tutte l’ostinato rifiuto di Cuccia e Ambrosoli nei confronti
del progetto di salvataggio, ovvero di mettere i due residui nemici in condizione
di non nuocere. Ma sull’episodio inquietante dell’attacco a Bankitalia torneremo
più diffusamente nelle prossime pagine.

3. L’assassinio di Giorgio Ambrosoli, la condanna di Sindona


all’ergastolo e il suo suicidio

Una volta sgomberato il campo dalla scomoda presenza in Bankitalia del


governatore Baffi e del vicedirettore Sarcinelli, Giorgio Ambrosoli diventa, agli
occhi di Sindona, l’unico vero ostacolo irremovibile alla realizzazione
dell’indecente progetto di salvataggio della Banca privata italiana. A questo
punto Sindona, sempre più dissennato, tramite il criminale americano di basso
rango Robert Venetucci, cerca e trova un killer, William Joseph Aricò, lo assume
e lo spedisce in Italia, anzitutto per togliere di mezzo definitivamente Giorgio
Ambrosoli, ma anche per cercare di liberarsi dell’opposizione di Cuccia ai suoi
progetti.
Aricò uccide Giorgio Ambrosoli a Milano la notte tra l’11 e il 12 luglio 1979.
Enrico Cuccia sfugge alla morte perché, per sottrarsi alle continue e crescenti
minacce, cambia provvidenzialmente casa e il killer non riuscirà a rintracciarne
il nuovo indirizzo.
Passano pochi giorni dall’assassinio di Giorgio Ambrosoli e Sindona, come si
è visto, mette in scena il finto rapimento, ultima sua avventura a piede libero.
Infatti, una volta smascherato definitivamente – nell’ottobre 1979 – torna in
fretta e furia a New York, viene arrestato e non vedrà più la libertà.
Il 13 giugno 1980 Sindona viene condannato negli Stati Uniti, per il crac
della Franklin Bank, a venticinque anni di reclusione. Nel 1984 viene estradato
in Italia e rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Voghera. Nel 1985
subisce un’ulteriore condanna per la bancarotta della Banca privata italiana: altri
quindici anni di reclusione, che si sommano ai venticinque della condanna
americana. A sessantacinque anni, Sindona si ritrova con quarant’anni di carcere
sulle spalle e la sua vita può considerarsi sostanzialmente conclusa. L’inferno è
arrivato.
Nell’ultimo girone Michele Sindona precipita l’anno seguente, quando la
Corte d’assise di Milano, il 18 marzo, lo condanna all’ergastolo per l’omicidio
dell’avvocato Ambrosoli e per una serie di reati minori. Il mattino del 20 marzo
1986 Sindona si toglie la vita con una dose di cianuro, mettendo in scena un
suicidio mascherato da omicidio. Morirà due giorni dopo all’ospedale civile di
Voghera. 7
4. La responsabilità politica e morale di Giulio Andreotti per
l’assassinio di Giorgio Ambrosoli

Sia dopo l’assassinio di Ambrosoli, sia dopo la condanna all’ergastolo di


Sindona come mandante del delitto, più voci si sono levate per contestare a
Giulio Andreotti la responsabilità politica e morale della morte dell’integerrimo
commissario liquidatore.
Così scrive, per esempio, Marco Vitale su «il Giornale» del 15 luglio 1979,
allora diretto da Indro Montanelli:
L’assassinio di Ambrosoli è il culmine di un certo modo di fare finanza, di un certo modo di fare
politica, di un certo modo di fare economia. I magistrati inseguano gli esecutori e i mandanti. Ma
dietro a questi vi sono i responsabili, i responsabili politici. E questi sono tutti coloro che hanno
permesso che la malavita crescesse e occupasse spazi sempre più larghi nella nostra vita
economica e finanziaria; questi sono gli uomini politici che definirono Sindona «salvatore della
lira» e si comportarono di conseguenza.

E così scrive Massimo Riva, alla notizia della condanna di Sindona all’ergastolo,
su «la Repubblica» del 20 marzo 1986:
[Sindona] ha affascinato autorevoli e smaliziati uomini politici, ha elargito favori, ha goduto di
importanti protezioni, è stato vezzeggiato, corteggiato e idolatrato su entrambe le sponde del
Tevere […]. Come può essere successo all’astuto e prudentissimo Andreotti di assegnargli la
patente di «salvatore della lira»? […] Mentre il Vaticano gli spalancava le porte, mentre la Dc gli
sollecitava prestiti e Andreotti lo gratificava di meriti patriottici, la figura di Michele Sindona era
già al centro di severe accuse e di pesanti sospetti […]. Chiunque l’avesse voluto, avrebbe potuto
vedere quale marcio si nascondeva dietro le [sue] braverie finanziarie.

Dietro la morte di Giorgio Ambrosoli c’è dunque sicuramente la grave


responsabilità morale, oltre che politica, di molti, e in particolare di Giulio
Andreotti. Con il vuoto creato intorno alla persona del commissario liquidatore,
Andreotti e gli ambienti di potere occulto e palese a lui omogenei, ubicati su
entrambe le sponde del Tevere («su quella “eterna” dei palazzi vaticani non
meno che su quella “secolare” dei governanti democristiani» scrive Massimo
Riva), hanno implicitamente trasferito a Sindona un messaggio criminale e
criminogeno: cioè che l’unica ragione per cui il suo piano di salvataggio non
riusciva a essere realizzato era l’ostinata intransigenza di Giorgio Ambrosoli.
Qual è stata la reazione di Andreotti di fronte ad attacchi così pesanti rivolti
alla sua persona e alla sua immagine di uomo politico? Si direbbe nessuna: solo
indifferenza e distacco.
Nel suo libro Diari 1976-1979, pubblicato nell’aprile 1981, ci si sarebbe
aspettati che Giulio Andreotti menzionasse Ambrosoli, spendesse qualche parola
circa il suo efferato omicidio, e ribattesse anche in qualche modo all’articolo di
Marco Vitale. Invece il nome di Ambrosoli nel libro non compare proprio. Sotto
la data del 12 luglio 1979, quando tutti i telegiornali e i notiziari radio dedicano
ampio spazio all’omicidio avvenuto la notte prima, Andreotti lo ignora e si
limita a registrare un suo incontro con il presidente della Tanzania. Il giorno
successivo, di nuovo, nessuna menzione dell’assassinio: Andreotti annota
soltanto di aver ricevuto il primo ministro dell’Alto Volta e di avere avuto un
colloquio con l’ambasciatore Usa alle Nazioni Unite sull’imminente conferenza
Fao. Sotto la data del 14 luglio, giorno del funerale di Ambrosoli (disertato da
tutti gli uomini delle istituzioni, a eccezione del governatore Baffi e di qualche
magistrato), Andreotti registra l’avvenuto omicidio del colonnello dei carabinieri
Varisco, dopo di che annota di avere avuto un colloquio con il presidente del
Bangladesh circa le prospettive di maggiori rapporti commerciali bilaterali:
all’omicidio Ambrosoli ancora nessun accenno. 8
Passano anni, Andreotti pubblica diversi altri libri, ma solo nel settembre
1995 esce un suo volume che reca nell’indice analitico sia il nome di Giorgio
Ambrosoli sia quello di Michele Sindona. Il titolo è Cosa Loro. Mai visti da
vicino. Nel libro Andreotti fa riferimento al processo di Palermo, in corso in quel
periodo nei suoi confronti per complicità con Cosa Nostra siciliana.
Anche in questo libro, però, non ritiene di dover replicare a coloro che hanno
chiamato in causa una sua responsabilità politica proprio con riferimento
all’omicidio. Andreotti si limita a qualche battuta superficiale e non
argomentata, come quando, dopo aver negato di avere stimolato lui
l’interessamento di Evangelisti al piano di salvataggio, aggiunge questa frase
vagamente enigmatica: «A rendere fosca tutta la vicenda sopravvenne
l’assassinio del povero avvocato Giorgio Ambrosoli con il quale non avevamo
avuto, ed è comprensibile, alcun rapporto». O come quando – riferendosi a una
delle telefonate minatorie del «picciotto» ad Ambrosoli, esaminate anche nel
processo palermitano a suo carico – si lamenta della Procura del capoluogo
siciliano, che «con dubbia correttezza va a ricercare un anonimo, che avrebbe
telefonato al povero Ambrosoli che io ce l’avevo con lui». 9
Non c’è da meravigliarsi, quindi, se Umberto Ambrosoli rinnova la denuncia
della responsabilità politica per l’uccisione di suo padre nel suo libro Qualunque
cosa succeda. Egli scrive infatti che nel processo penale relativo alla
responsabilità di Michele Sindona per l’omicidio di suo padre viene messo in
evidenza l’isolamento che Giorgio Ambrosoli e i suoi collaboratori – primo fra
tutti il maresciallo della guardia di finanza Silvio Novembre – hanno percepito
quotidianamente: «E in quel vuoto, in quell’isolamento, la pusillanimità del
sottobosco politico, la protervia dell’interesse partitico, e il potere occulto della
P2 hanno trasferito a Sindona il messaggio che l’unica ragione per cui il suo
piano di salvataggio non riusciva a essere realizzato era l’ostinata intransigenza
di papà». 10
Il 9 settembre del 2010, intervistato da Giovanni Minoli nella puntata de La
storia siamo noi dedicata alle vicende di Sindona, alla domanda «Secondo lei
perché Ambrosoli è stato ucciso?» Andreotti ha dato questa incredibile risposta:
«Non voglio sostituirmi alla polizia o ai giudici, certo è una persona che, in
termini romaneschi, se l’andava cercando». 11
VIII
L’attacco giudiziario alla Banca d’Italia e il ruolo di Giulio Andreotti

1. Un’incriminazione palesemente pretestuosa

A questo punto è opportuno fare un passo indietro e riandare all’episodio


dell’attacco insidioso e destabilizzante alla Banca d’Italia avvenuto il 24 marzo
1979, quando furono incriminati il governatore Paolo Baffi e il vicedirettore
generale Mario Sarcinelli, che fu persino arrestato. 1
La notizia suscita molto scalpore ed è seguita da un gran numero di
dichiarazioni di solidarietà provenienti da numerosi rappresentanti della più
autorevole cultura economica e giuridica. Tra questi, Arturo Carlo Jemolo, 2*
autore di un duro e appassionato articolo pubblicato il 26 aprile del 1979 sulla
prima pagina del quotidiano «La Stampa». 3 Un editoriale altrettanto duro è
quello di Eugenio Scalfari, pubblicato il 6 aprile dello stesso anno sul quotidiano
«la Repubblica», il quale, tra l’altro, chiama in causa aspramente il silenzio
«assai strano» del presidente del Consiglio Giulio Andreotti: «La Banca d’Italia
ha promosso negli ultimi tempi azioni ispettive nei confronti di alcuni “santuari”
del potere. In particolare le ispezioni hanno avuto per oggetto l’Italcasse e il
Banco Ambrosiano. Il silenzio della presidenza del Consiglio è forse motivato da
quelle ispezioni e dal desiderio di sgombrare il campo da vigilanze troppo
meticolose?».
Nell’immediato, Giulio Andreotti tace enigmaticamente, però dissemina con
puntiglio annotazioni e chiose nei suoi diari a futura memoria. Si tratta di diari
che l’autore scrive avendo l’intenzione di pubblicarli, come in effetti avverrà due
anni dopo. Il primo commento sulla vicenda Bankitalia che troviamo nei suoi
Diari è datato 2 aprile e non è meno enigmatico del silenzio: «Per reagire contro
l’arresto di Sarcinelli e l’avviso a Baffi, un gruppo di professori firma una
dichiarazione-manifesto. Temo che non giovi a trovare una rapida via d’uscita».
4
Andreotti appone però anche altre annotazioni nelle sue agende private, le
quali non sono destinate alla pubblicazione, ma che anni dopo gli verranno
sequestrate nell’ambito del procedimento penale per l’omicidio Pecorelli. Ed
ecco allora che un certo numero di glosse andreottiane – sia pubbliche sia private
– sono a nostra disposizione e possono consentirci di tentare una definizione e
un’interpretazione della posizione assunta da Giulio Andreotti a fronte della
vicenda inquietante dell’attacco a Bankitalia, analisi alla quale è dedicato questo
capitolo.
Sta di fatto che Baffi e Sarcinelli vengono pretestuosamente incriminati per
interesse privato in atti d’ufficio e favoreggiamento: sono accusati di non aver
trasmesso all’autorità giudiziaria le notizie contenute in un rapporto ispettivo
dell’8 giugno 1978, redatto dall’ispettorato di vigilanza sulle aziende di credito.
Il rapporto aveva come oggetto l’attività del Credito industriale sardo, banca che
aveva finanziato largamente il gruppo chimico Sir dell’imprenditore Angelo
Rovelli, oggetto di indagine da parte della magistratura.
Va detto che l’inchiesta giudiziaria in argomento, di cui è titolare il giudice
istruttore Antonio Alibrandi, concerne un numero notevole di finanziamenti
pubblici ritenuti irregolari e riguarda diverse decine di imputati. 5
Tuttavia, nello specifico, per quanto concerne Baffi e Sarcinelli, l’obbligo di
trasmettere quel rapporto ispettivo all’autorità giudiziaria non sussisteva affatto e
quindi non potevano sussistere neppure i reati contestati. Cosa che alla fine
dovranno riconoscere anche i due magistrati inquirenti, come emergerà dalla
sentenza di proscioglimento con formula ampia emessa dallo stesso giudice
istruttore Alibrandi oltre due anni dopo, il 9 giugno del 1981, su richiesta dello
stesso pubblico ministero Infelisi. 6
In realtà, già un anno e sette mesi prima di quella sentenza di proscioglimento
un altro e ben più autorevole provvedimento giudiziario aveva sostanzialmente e
chiaramente dimostrato l’infondatezza e la pretestuosità di quella
incriminazione. Si tratta del provvedimento emesso il 6 novembre 1979 dalla
Corte d’appello di Roma, sezione istruttoria, che aveva dichiarato Mario
Sarcinelli «scarcerato per mancanza di indizi», anziché per libertà provvisoria
come aveva disposto l’ordinanza del giudice istruttore. Infatti Sarcinelli, per una
comprensibilissima ragione di principio, aveva fatto appello contro
quell’ordinanza di libertà provvisoria e aveva ricevuto piena soddisfazione (sia
pure dopo alcuni mesi).
In sostanza – si legge nel provvedimento della Corte d’appello – quel
rapporto ispettivo, conformemente ai regolamenti interni della Banca centrale,
era stato regolarmente trasmesso alla Commissione interna avente il compito di
proporre l’archiviazione o l’inizio della procedura sanzionatoria, era poi stato
regolarmente valutato dalla Commissione e ritenuto non suscettibile di sviluppi
sanzionatori ed era passato al vaglio del parere tecnico-giuridico dell’avvocato
capo, secondo il quale le conclusioni della Commissione «non si prestavano a
osservazioni o rilievi di sorta». Successivamente il segretario della Commissione
aveva scritto «un appunto per il governatore con acclusi il verbale riportante le
conclusioni della Commissione nonché il parere dell’avvocato capo. Su tale
appunto Sarcinelli aveva apposto la propria sigla e la data del 15 gennaio 1979.
Il giorno successivo il governatore dichiarava in calce alla relazione ispettiva di
condividere “l’avviso espresso dalla Commissione”».
È quindi ormai chiaro che l’incriminazione del governatore Baffi e del
vicedirettore Sarcinelli, operata nella primavera 1979, altro non fu che una
subdola manovra, come scrisse già nel 1990 Giovanni Spadolini, riconducibile
«all’intreccio di trame e di cospirazioni contro la Repubblica». Una manovra
finalizzata ad allontanare i due rigorosi e quindi scomodi dirigenti dai loro
incarichi all’interno della Banca centrale e, in particolare, ad allontanare
Sarcinelli dal settore della vigilanza sulle aziende di credito.

2. Come rendere inoffensivo il servizio di vigilanza di una banca


centrale

Questa triste e kafkiana vicenda può essere seguita lungo un duplice binario
vagamente surreale, costituito dal procedere in parallelo delle annotazioni che
troviamo nei diari di due protagonisti. Si tratta di due uomini che più diversi tra
loro non potrebbero essere: il governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi e il
presidente del Consiglio Giulio Andreotti. Annotazioni affrante, a tratti
indignate, ma sempre estremamente dignitose quelle che il primo affida alla
Cronaca breve della sua vicenda giudiziaria. 7 Fredde, accorte, sibilline,
sfuggenti e a tratti velatamente beffarde quelle che il secondo registra nei suoi
Diari. 8
L’allontanamento di Mario Sarcinelli dal settore della vigilanza sulle aziende
di credito, attività cui egli è preposto per delega del governatore, si verifica il 17
aprile del 1979 in base a un’ordinanza emessa dal giudice istruttore Alibrandi, su
richiesta del pubblico ministero Infelisi. In realtà, poiché l’ordinamento interno
di Bankitalia non consente la sospensione da un singolo ufficio della banca, il
provvedimento è ancora più penalizzante: l’ordinanza sospende Sarcinelli da
tutte le sue funzioni di vicedirettore generale dell’istituto. Come dire che, pur di
allontanare dal settore della vigilanza sulle aziende di credito quel dirigente così
poco malleabile, valeva la pena anche di lasciare la Banca centrale priva di uno
dei due vicedirettori generali presenti in organico.
Il 19 aprile Baffi annota: «La sera incontro Andreotti. Per ottenere la revoca
dell’ordinanza di sospensione, ritiene che occorrerà passare per qualche tempo la
vigilanza a Ciampi». Ed ecco arrivato dall’alto il primo segnale: se volete la
revoca della sospensione, Sarcinelli, come responsabile del settore della
vigilanza, ve lo dovete scordare.
Il 20 aprile Andreotti annota: «Abbiamo deciso in Consiglio la reintegrazione
di Sarcinelli (come da proposta della Banca d’Italia) e porto il decreto alla firma
del presidente. A evitare polemiche con il Palazzo di giustizia, Pertini telefona
direttamente al giudice Alibrandi, che ne è compiaciuto». Annotazione davvero
sapiente questa di Andreotti, scritta in modo da far pensare che il clima si stia
improvvisamente e gaiamente rasserenando: Pertini che telefona al giudice… Il
giudice che è compiaciuto… Astuta anche la mossa di far sì che sia nientemeno
che il presidente della Repubblica a telefonare ad Alibrandi.
Quello stesso 20 aprile Baffi annota: «Il Consiglio dei ministri avalla la
reintegrazione di Sarcinelli deliberata dal Consiglio superiore il giorno 9.
Vengono fatte salve le competenze della magistratura: dunque anche la
successiva sospensione del giorno 17».
Passano alcuni giorni. Il 24 aprile Baffi registra nella sua Cronaca breve che
«Alibrandi ha convocato in massa al Palazzo di giustizia gli economisti che
hanno firmato il manifesto di solidarietà» e «li ha trattati male». Baffi cita i nomi
degli illustri accademici convocati, non si capisce a che titolo, dal magistrato e
riporta alcune delle frasi scortesi indirizzate da quest’ultimo ad alcuni di loro,
tipo «levi i gomiti dal tavolo, qui il professore sono io».
Il giorno successivo, 25 aprile, festa della Liberazione, un Paolo Baffi sempre
più provato sembra non riuscire più a opporre resistenza alcuna: «Su consiglio
degli avvocati» annota «invio ad Andreotti una lettera in cui lo prego di definire
il conflitto tra sospensione di Sarcinelli e suo reintegro da parte del Consiglio
superiore. Nella lettera è espresso il proposito di affidare per qualche tempo la
vigilanza al direttore generale [Ciampi]».
Evidentemente questa lettera è una dichiarazione di resa. Baffi e Sarcinelli si
arrendono a coloro che li hanno sconfitti e di conseguenza ne accettano le
pesanti condizioni: mai più Sarcinelli al settore della vigilanza.
Ma l’aspetto paradossale e surreale di tutto ciò è che i due alti funzionari
sconfitti non si arrendono davanti a una decisione giudiziaria assunta a norma di
legge – infatti il trattamento che essi stanno subendo ha, di giudiziario, solo una
turpe parvenza – bensì si arrendono davanti a un potere oscuro, ambiguo e
soverchiante, non a caso rappresentato da Giulio Andreotti. Infatti proprio in
quegli anni, e in particolare in quel terribile biennio 1978-1979, Andreotti è
complice di Cosa Nostra (come sarà dimostrato anni dopo) e si sta spendendo, in
combutta con gli ambienti della P2 di Licio Gelli, per condurre in porto i piani di
salvataggio dell’impero sindoniano, destinati a far gravare sul paese il peso di
quel rovinoso dissesto.
Ecco come Andreotti registra tutto ciò nei suoi Diari alla data del 28 aprile:
«Il governatore Baffi mi propone di scrivere una lettera al giudice istruttore
Alibrandi per chiedergli di revocare la sospensione dall’ufficio da lui disposta
per Sarcinelli (sino a questo momento la reintegrazione deliberata in Consiglio è
inoperante). Baffi mi prega di aggiungere che al dottor Sarcinelli, qualora
riammesso in servizio, sarebbe affidato un settore diverso da quello cui si collega
l’indagine giudiziaria in corso. Aderisco senz’altro».
Il fatto che Andreotti aderisca senz’altro, senza domandarsi minimamente se
scrivere una lettera del genere a un giudice istruttore faccia parte dei compiti di
un presidente del Consiglio, e non invece dell’avvocato difensore della persona
interessata (o magari dell’ufficio legale della Banca d’Italia), è decisamente
sintomatico di quanto anomala, oscura e deviante sia questa vicenda
apparentemente giudiziaria. Così come è significativo che sia personalmente
Andreotti a garantire il rispetto della pesante e ricattatoria condizione imposta
alla banca: mai più Sarcinelli al settore della vigilanza.
Sta di fatto che Alibrandi, con provvedimento del 4 maggio 1979, esegue
fedelmente quanto richiesto dal presidente Andreotti, sottolineando per ben due
volte la condizione imposta alla banca e da essa subita (escludere Sarcinelli dal
settore della vigilanza) e sostenendo capziosamente che «il governatore si è
spontaneamente autolimitato ai fini del futuro esercizio del proprio potere
discrezionale».
Ecco il testo, che vale la pena di riportare per intero:
Il giudice istruttore,
letta la propria ordinanza in data 17 aprile 1979 con cui Sarcinelli Mario veniva
provvisoriamente sospeso, ex art. 140 c.p., dall’esercizio dell’ufficio di vicedirettore generale
della Banca d’Italia;
letta la nota 28 aprile 1979 del presidente del Consiglio dei ministri, con cui si fa presente che
il governatore della Banca – attesa la difficoltà di distribuire tra il direttore generale e l’unico
vicedirettore generale in servizio gli innumerevoli e delicati compiti spettanti al direttorio – aveva
chiesto al presidente del Consiglio dei ministri di prospettare all’autorità giudiziaria, qualora non
sussistessero più pressanti esigenze istruttorie, l’opportunità di revocare l’ordinanza di cui sopra,
precisando altresì che, qualora il dr. Sarcinelli fosse stato riammesso in servizio, gli sarebbe stato
affidato il settore monetario e valutario;
considerato che il pm aveva a suo tempo chiesto la sospensione del Sarcinelli dall’esercizio
delle sue funzioni limitatamente al settore vigilanza […] e che tale richiesta non aveva potuto
essere accolta in quanto, stante l’ordinamento interno della Banca d’Italia (accentramento di tutte
le funzioni istituzionali operative nel governatore, con facoltà di delega di talune di esse ai
componenti del direttorio), così facendo si sarebbe interferito in senso penetrante nell’esercizio di
un potere discrezionale del governatore, limitandolo;
che, con la precisazione fornita dal governatore della Banca d’Italia al presidente del Consiglio
dei ministri di preporre il Sarcinelli, qualora riammesso in servizio, al settore monetario e
valutario, il governatore si è spontaneamente autolimitato ai fini del futuro esercizio del proprio
potere discrezionale;
che, pertanto, stante quella assicurazione e autolimitazione, può essere disposta la revoca della
ordinanza di sospensione di cui sopra;
visto il parere conforme del pm;
visto l’art. 140 c.p.;
revoca la propria ordinanza in data 17 aprile 1979 di cui alle premesse.

Roma, 4 maggio 1979

Alla data del 5 maggio Andreotti registra nei suoi Diari la nuova tappa della
vicenda: «Il giudice Alibrandi aderisce alla richiesta mia e di Baffi e revoca il
provvedimento sospensivo per Sarcinelli».
Paolo Baffi si dimetterà da governatore della Banca d’Italia il 16 agosto 1979.
Mario Sarcinelli non tornerà mai più a occuparsi di vigilanza sugli istituti di
credito.

3. Due incontri molto riservati tra Andreotti e il giudice Alibrandi:


l’inedita e originale spiegazione che ne dà Andreotti

Nei Diari di Andreotti pubblicati nel 1981 non troviamo altre annotazioni circa
la vicenda di Bankitalia, ma va ricordato che quei diari si fermano al 5 agosto
1979. 9 Troviamo invece due annotazioni interessanti nell’agenda privata del
1979, acquisita agli atti del processo per l’omicidio Pecorelli quando, nel 1993,
il nome di Giulio Andreotti viene iscritto nel registro degli indagati. Dall’agenda
risultano infatti due incontri tra il presidente del Consiglio e il giudice Alibrandi,
avvenuti il 17 giugno e il 24 dicembre 1979.
Si tratta evidentemente di due incontri piuttosto riservati. Anzitutto perché
avvengono entrambi in giornate festive: il primo di domenica, il secondo alla
vigilia di Natale (un lunedì ma in pieno ponte natalizio). Inoltre, il primo dei due
incontri, che è avvenuto nel triennio coperto dai Diari, nel relativo volume non
viene assolutamente citato (né viene citato alcunché, in quel volume, alla data di
domenica 17 giugno).
Andreotti verrà però interrogato su questi due incontri con il giudice
Alibrandi. Ciò accadrà il 2 novembre 1995 nell’ambito dell’udienza preliminare
del processo per l’omicidio Pecorelli, quando lui stesso, in veste di indagato,
chiederà di essere sentito.
L’udienza è presieduta dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di
Perugia, Sergio Materia, il quale – agenda di Andreotti alla mano – chiede
spiegazioni circa i due incontri. La risposta di Andreotti, registrata su nastro e
poi riversata in una trascrizione allegata al verbale di udienza, sembra sofferta e
imbarazzata, come si può desumere dalle frequenti esitazioni e dai numerosi
anacoluti che vi compaiono. 10 Eccone la fedele trascrizione, nella quale si è
intervenuto solo sulla punteggiatura, per renderla più facilmente comprensibile:
Io ebbi questi incontri su una richiesta precisa che mi aveva fatto il governatore Baffi. Anzi, devo
dire… (ed è una buona occasione per chiarirlo, siccome si cerca di fare un collegamento tra
provvedimenti che erano stati presi nei confronti di Sarcinelli e di Baffi e la questione di Sindona,
che non è così)… e quindi può essere sentito il giudice Alibrandi… il quale aveva avuto per suo
conto, nel contesto di un altro processo… aveva avuto degli scontri con la Banca d’Italia, perché
riteneva che la Banca d’Italia, non solo non fosse stata riguardosa… (non nel senso di
cerimoniale, ma nel senso sostanziale)… verso di lui come magistrato… ma che anzi avessero
cercato, così, di aggirarlo e di negligerlo… aveva ritenuto di adottare questi provvedimenti, che
certamente ci colpirono molto, perché colpivano il governatore della Banca d’Italia e il capo della
vigilanza.
Io devo dire anche con… non voglio dire umiliazione, perché sarebbe una parola esagerata…
ma con un certo disagio… perché fare un passo presso il magistrato, pregandolo di volere valutare
anche i danni di carattere generale che questo comportava… quindi senza entrare nelle sue
valutazioni… pregandolo vivamente… (forse l’unico caso in cui ho cercato di aggiustare una
procedura giudiziaria)…
Insomma, il mio incontro fu volto… (perché ero stato pregato, anche da Baffi)… a chiedere al
dottor Alibrandi poi… di andare avanti come lui riteneva nelle procedure… ma possibilmente di
valutare… e per una cosa di cui mi facevo carico formalmente come governo… di valutare la
gravità di tenere ai vertici della Banca d’Italia una situazione non solo di incertezza, ma anche di
presunta colpevolezza, che ci danneggiava anche esteriormente…

Ebbene, questa risposta di Andreotti non può essere considerata attendibile per
più ragioni. Quanto all’incontro di domenica 17 giugno 1979, non è plausibile
che sia stato Baffi a pregare Andreotti di organizzarlo. Infatti, non c’è nessuna
annotazione di Baffi – nella sua Cronaca breve – che possa far propendere per
un’ipotesi del genere. In quelle pagine c’è invece un’annotazione di Baffi riferita
al giorno dopo, lunedì 18 giugno, nella quale si precisa che proprio quella
mattina «sono arrivati due questurini (un commissario e un maresciallo) a
ritirarmi il passaporto. Non hanno manifestato la benché minima simpatia, anzi
hanno ripetutamente insistito (di fronte alle mie risposte negative) per sapere se
avevo altri documenti di viaggio». Dunque, è ben difficile credere che l’incontro
Andreotti-Alibrandi del giorno precedente a quella visita sia stato organizzato da
Andreotti per venire cortesemente incontro a una richiesta di Baffi.
Altrettanto implausibile è che possa essere stato Baffi a pregare Andreotti di
incontrarsi con Alibrandi a fine dicembre 1979. Baffi era ormai in pensione dal
16 agosto e non aveva certamente nessun motivo per desiderare incontri di sorta
tra il presidente del Consiglio e quel giudice istruttore. Tanto più che l’unico
fatto nuovo intervenuto nelle settimane precedenti, riferibile alla vicenda
Bankitalia, era stato il provvedimento della Corte d’appello di Roma del 10
novembre, che era favorevole alla posizione di Sarcinelli e che, di conseguenza,
era tranquillizzante anche per Baffi.
Suscita poi persino un certo stupore il fatto che Andreotti, forse preso in
contropiede da quella domanda inaspettata del giudice istruttore Materia sui due
incontri con Alibrandi, abbia sostenuto che quest’ultimo avrebbe incriminato
Baffi e Sarcinelli perché «aveva avuto per suo conto, nel contesto di un altro
processo, degli scontri con la Banca d’Italia», la quale era stata «non riguardosa
verso di lui come magistrato». Si tratta di una tesi talmente bizzarra ed
evanescente che non è proprio il caso di indugiare su di essa.
Del resto, ipotizzare che il terremoto in Bankitalia del 1979 possa essere stato
determinato dalla ripicca nevrotica di un giudice istruttore permaloso è
semplicemente assurdo. Così come sarebbe assurdo ipotizzare che l’impegno
profuso in quella vicenda dal presidente del Consiglio in persona possa essersi
verificato per condiscendenza verso Alibrandi.

4. La posizione dei magistrati Infelisi e Alibrandi, segnalata alla


Procura di Perugia e archiviata senza alcun accertamento

Milano, 17 luglio 1984. Il giudice istruttore 11 titolare del procedimento penale


contro Michele Sindona firma l’ordinanza di rinvio a giudizio del bancarottiere e
dei suoi sodali per l’omicidio Ambrosoli. Dispone anche che venga inviata alla
Procura generale della Repubblica di Roma una copia sia dell’ordinanza sia di
tutta la documentazione attinente alla vicenda giudiziaria Baffi-Sarcinelli, «per
quanto di eventuale competenza». Spetta infatti a quell’ufficio valutare se il
comportamento tenuto dai magistrati romani Infelisi e Alibrandi vada segnalato
alla Procura della Repubblica di Perugia, competente per i procedimenti penali
riguardanti i magistrati in servizio nel Lazio.
La Procura generale di Roma trattiene l’incartamento per sei mesi senza
assumere alcun provvedimento. Poi lo iscrive a ruolo, vale a dire lo registra in
cancelleria, solo il 16 gennaio 1985 e lo trasmette il giorno stesso al procuratore
della Repubblica di Perugia. Nel capoluogo umbro si apre un procedimento
penale, intitolato «Atti relativi a indagini su fatti che potrebbero integrare ipotesi
di reato nei confronti dei magistrati Luciano Infelisi e Antonio Alibrandi del
distretto di Roma». 12
Passano tre mesi di inerzia totale. Il 16 aprile 1985 il pubblico ministero di
Perugia, senza aver disposto alcun accertamento di istruttoria preliminare
«sommaria», come invece prevedeva il Codice di procedura penale allora in
vigore, trasmette il tutto al giudice istruttore con richiesta di archiviare il caso.
Va detto che il vecchio Codice di procedura penale consentiva al pubblico
ministero di acquisire documenti e di svolgere accertamenti di «istruttoria
sommaria», senza particolari formalità, prima di rivolgere al giudice istruttore la
sua richiesta (di istruttoria «formale» oppure di archiviazione del caso). 13
Viceversa, questi accertamenti «informali» non erano consentiti al giudice
istruttore, il quale, se non fosse stato d’accordo con una richiesta di
archiviazione proveniente dal pubblico ministero, avrebbe potuto solo aprire
autonomamente l’istruttoria «formale», portandola poi avanti nel rispetto delle
formalità previste per quel tipo di istruttoria e, tra l’altro, trovandosi nella
posizione scomoda di dover procedere contro la volontà dell’organo dell’accusa
pubblica. 14
Nel caso Baffi-Sarcinelli, il giudice istruttore di Perugia, Sergio Materia, di
fronte all’inerzia del pubblico ministero e alla sua richiesta di chiudere il caso
senza alcun approfondimento, ha ritenuto di non poter fare altro che accogliere
la richiesta, ma non senza aver prima elencato puntigliosamente tutti gli
accertamenti che il pubblico ministero avrebbe dovuto svolgere e aveva invece
omesso. 15
IX
Dalla seconda guerra di mafia alle stragi di Capaci e di via D’Amelio

1. La vittoria della fazione corleonese di Cosa Nostra e la scelta di


Buscetta e Contorno di collaborare con lo Stato

Se la guerra di mafia venuta a maturazione nel 1980 viene usualmente


menzionata come «seconda», ciò si deve al fatto che una mattanza di circa
vent’anni prima – il conflitto tra i La Barbera e i Greco di Ciaculli passato alla
storia appunto come «prima guerra di mafia» – aveva insanguinato Palermo e i
comuni limitrofi tra la fine del 1962 e l’estate del 1963. Ma va detto che, a voler
sottilizzare, una guerra di mafia ancora precedente (tutta interna alle cosche
corleonesi) era esplosa già nel 1958 con l’omicidio dell’allora capomafia di
Corleone, il medico Michele Navarra, per opera del trentatreenne Luciano
Liggio, ed era proseguita nei primi anni Sessanta quando lo stesso Liggio,
affiancato dai più giovani Riina e Provenzano, aveva sterminato i seguaci del
dottor Navarra ed era diventato il «boss dei boss» di Corleone.
In ogni caso la seconda guerra di mafia, nata appunto nel 1980, esplode
virulenta il 23 aprile del 1981, quando Stefano Bontate a Palermo sta rincasando
dopo aver festeggiato il suo compleanno. I killer mandati da Totò Riina e
Michele Greco lo individuano alla guida della sua Alfa Romeo e lo massacrano a
colpi di kalashnikov. Passano appena due settimane e la stessa sorte tocca anche
a Salvatore Inzerillo. Gli altri due boss della fazione palermitana, Buscetta e
Badalamenti, riescono a evitare la morte, probabilmente solo perché in quei
giorni si trovano all’estero.
Riina organizza un vero e proprio esercito per continuare la mattanza. Nei
due anni che seguono, vengono uccise un centinaio di persone ritenute vicine
alle famiglie Bontate e Inzerillo. Alcuni cercano di fuggire dalla Sicilia e di
trovare riparo negli Stati Uniti, ma i corleonesi hanno contatti importanti anche
oltreoceano, e quando Riina e i suoi non riescono a uccidere un boss,
cominciano a perseguire e a colpire familiari e amici. È quello che accade a
Tommaso Buscetta, che si vede uccidere ben dodici parenti, e anche a Salvatore
Contorno. Quest’ultimo è stato per anni al servizio di Stefano Bontate e, dopo
l’uccisione del suo capo, è consapevole di essere in pericolo. I corleonesi
organizzano un’imboscata, ma lui sfugge miracolosamente alla morte. Allora
Provenzano e i suoi sodali cominciano a uccidere tutti i suoi parenti.
Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno reagiscono decisamente, avviando
una collaborazione pressoché totale con lo Stato, 1 iniziata per entrambi nel
1984, e diventano due importantissimi collaboratori di giustizia. Le loro
dichiarazioni, raccolte dai giudici istruttori Giovanni Falcone e Paolo Borsellino,
saranno fondamentali nell’ambito del primo maxiprocesso di mafia, il cui
dibattimento pubblico si svolgerà nell’aula bunker di Palermo dal febbraio 1986
sino al 16 dicembre 1987, giorno in cui sarà emessa la sentenza di primo grado,
dopo trentacinque giorni continuativi di camera di consiglio.

2. Il maxiprocesso di Palermo da Falcone e Borsellino alla sentenza


del 30 gennaio 1992 della Corte di cassazione

La fase istruttoria del maxiprocesso, cioè il periodo della precedente attività


investigativa coordinata dai due giudici istruttori Giovanni Falcone e Paolo
Borsellino – operanti nell’ufficio istruzione diretto magistralmente dal giudice
Rocco Chinnici – è iniziata già nel luglio 1982 con un voluminoso rapporto di
polizia inerente proprio alle vicende della seconda guerra di mafia.
Il rapporto riguarda un numero enorme di omicidi (circa un centinaio), a
partire da quelli di Stefano Bontate (23 aprile 1981) e di Salvatore Inzerillo (11
maggio 1981). Inoltre, riguarda anche il reato di associazione per delinquere e un
gran numero di traffici internazionali di stupefacenti. Quasi tutti gli imputati
appartengono o sono vicini allo schieramento «vincente» di Cosa Nostra, cioè a
quello facente capo ai corleonesi di Totò Riina.
Successivamente arrivano altri rapporti di polizia inerenti ad altri omicidi,
alcuni dei quali hanno colpito valenti uomini dello Stato, come il capo della
squadra mobile di Palermo Boris Giuliano (ucciso il 21 luglio 1979) e il generale
dei carabinieri Carlo Alberto dalla Chiesa (ucciso il 3 settembre 1982, poco dopo
la sua nomina a prefetto di Palermo).
Per semplificare la trattazione si prenderanno in considerazione, per il
momento, solo i quattro omicidi appena menzionati: quelli dei due boss mafiosi
ai vertici dello schieramento «perdente», Stefano Bontate e Salvatore Inzerillo, e
dei due alti ufficiali dello Stato, Boris Giuliano e Carlo Alberto dalla Chiesa. Per
questi quattro omicidi vengono incriminati, tra gli altri, i vertici dello
schieramento dei corleonesi: Michele Greco, Salvatore Riina, Bernardo
Provenzano, Bernardo Brusca e Giuseppe Calò, vale a dire i cinque membri della
«cupola» (l’organismo direttivo di Cosa Nostra, detto anche «commissione») che
ha deciso le quattro uccisioni.
Questa importantissima inchiesta giudiziaria palermitana viene ben presto
funestata dall’orribile strage di via Pipitone Federico, a Palermo, del 29 luglio
1983, nella quale viene barbaramente ucciso il consigliere istruttore Rocco
Chinnici. Con lui muoiono i due uomini della scorta e il portiere dello stabile. 2
La morte di Rocco Chinnici è una perdita molto grave per l’ufficio istruzione di
Palermo.
Grazie a una delle (non frequenti) scelte felici operate dal Consiglio superiore
della magistratura, viene nominato nuovo consigliere istruttore Antonino
Caponnetto, uomo di grande spessore umano e professionale, nato a
Caltanissetta ma fiorentino di adozione, che giunge nel capoluogo siciliano nel
novembre 1983 e che guiderà con grande efficienza il pool antimafia dell’ufficio
istruzione – creato dal suo valoroso predecessore – sino alla fine del 1987.
La fase istruttoria del maxiprocesso prosegue quindi senza sosta e viene
conclusa dai giudici istruttori Falcone e Borsellino con un provvedimento di
dimensioni impressionanti datato 8 novembre 1985: una sentenza-ordinanza di
quasi novemila pagine. 3 In questo provvedimento, fra l’altro, viene dimostrato il
carattere unitario e verticistico di Cosa Nostra con argomentazioni che
reggeranno al vaglio dibattimentale sino al verdetto della Corte suprema. Gli
imputati rinviati al giudizio della Corte d’assise di Palermo sono ben 476. 4
Con la sentenza di primo grado del 16 dicembre 1987 la Corte d’assise di
Palermo conferma il riconoscimento del carattere unitario e verticistico di Cosa
Nostra, così come argomentato dai giudici istruttori, e condanna 346 imputati
assolvendone 114; vengono irrogati ergastoli e pene detentive per un totale di
2665 anni di reclusione. 5 Tre degli ergastoli sono quelli di Michele Greco,
Salvatore Riina e Bernardo Provenzano, tre membri della cupola, che vengono
condannati per un gran numero dei delitti contestati, compresi i quattro omicidi
Bontate, Inzerillo, Giuliano e Dalla Chiesa. 6
L’inizio del processo di secondo grado, davanti alla Corte d’assise d’appello
di Palermo, viene fissato per il 22 febbraio 1989. Il magistrato destinato a
presiedere il processo d’appello è Antonino Saetta, il quale si è messo in luce
negli anni precedenti per il coraggio e l’assoluto rigore morale dimostrato in altri
processi di mafia, tra i quali quello a carico dei mandanti e degli autori
dell’omicidio Chinnici. Ma purtroppo Saetta viene ucciso da Cosa Nostra a colpi
di pistola, insieme con il figlio Stefano, il 25 settembre 1988. 7 Otto anni dopo,
per questo duplice omicidio, verranno individuati e condannati all’ergastolo gli
autori, tra cui, di nuovo, Salvatore Riina.
Il dibattimento d’appello del maxiprocesso inizia comunque il 22 febbraio
1989, presieduto dal magistrato Vincenzo Palmegiano, e dura un anno e nove
mesi. Si conclude con la sentenza del 10 dicembre 1990, che mette fortemente in
dubbio il carattere unitario e verticistico di Cosa Nostra. Di conseguenza l’esito
è piuttosto deludente sia per gli inquirenti, sia per l’opinione pubblica e per la
maggior parte dei mezzi di informazione, tanto che sull’esito del processo non
mancheranno le polemiche. Le condanne sono infatti ridotte in maniera
cospicua, gli ergastoli diminuiscono di numero, le pene detentive vengono
sensibilmente ridotte e molto numerose sono le nuove assoluzioni. In particolare,
vengono assolti dall’accusa per gli omicidi di Boris Giuliano e di Carlo Alberto
dalla Chiesa tutti coloro che per quei due delitti erano stati condannati in primo
grado (quindi tutti e tre i capimafia di cui sopra), mentre per i due omicidi ai
danni di Bontate e Inzerillo il verdetto di condanna – e quindi l’ergastolo – viene
confermato solo per Greco e Riina e non per gli altri.
Al contrario, la successiva sentenza della Corte di cassazione, emessa il 30
gennaio 1992, ribadisce e rende definitivo il riconoscimento del carattere
unitario e verticistico di Cosa Nostra ed è molto severa nelle sue decisioni: le
condanne vengono tutte confermate, mentre la gran parte delle assoluzioni
pronunciate in appello viene annullata. Per gli imputati viene disposto un nuovo
giudizio davanti a una diversa sezione della Corte d’assise d’appello di Palermo.

3. La reazione di Cosa Nostra e la fase finale del maxiprocesso: il


sacrificio di Falcone e Borsellino non gioverà agli assassini

Per Cosa Nostra, la svolta imposta al maxiprocesso dalla Cassazione con la


sentenza del 30 gennaio 1992 è un colpo molto duro. La sua reazione non si fa
attendere. Poco più di un mese dopo, il 12 marzo, Salvo Lima, uomo cuscinetto
tra Cosa Nostra e Giulio Andreotti, viene ucciso a Palermo a colpi di pistola. È
la punizione riservata alla corrente andreottiana della Dc per non aver saputo
evitare a Cosa Nostra una simile batosta.
Seguono a breve distanza la strage di Capaci (23 maggio) e quella di via
D’Amelio (19 luglio), nelle quali vengono uccisi da Cosa Nostra rispettivamente
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Tuttavia, il corso della giustizia non subisce contraccolpi. Nel nuovo
dibattimento d’appello del maxiprocesso, iniziato nel novembre 1993, tutti gli
imputati condannati all’ergastolo in primo grado vengono di nuovo condannati
all’ergastolo, ivi compresi i boss accusati di quei quattro omicidi di cui sopra.
Dunque, l’esito finale del maxiprocesso è che la totalità delle pesanti condanne
pronunciate in primo grado viene confermata e diventa definitiva. Ma non solo.
La sentenza finale, emessa il 17 marzo del 1995 dalla seconda Corte d’assise
d’appello di Palermo, è ancor più severa della sentenza di primo grado del 1987,
in quanto infligge la condanna all’ergastolo anche a Pippo Calò e a Bernardo
Brusca, giudicandoli parimenti coinvolti negli omicidi addebitati alla cupola di
Cosa Nostra, tra cui quelli di Bontate, Inzerillo, Giuliano e Dalla Chiesa. Da
quegli omicidi, infatti, la sentenza di primo grado aveva assolto Calò e Brusca
per insufficienza di prove, assoluzioni che il pubblico ministero aveva
tempestivamente impugnato trovando soddisfazione solo otto anni dopo. 8
Tra la seconda metà degli anni Novanta e i primi anni del terzo millennio, per
le stragi di Capaci e di via D’Amelio, verrà condannato all’ergastolo, con
sentenze divenute definitive, un grande numero di boss mafiosi tra cui Salvatore
Riina, Bernardo Provenzano, Bernardo Brusca, Giuseppe Calò e Michelangelo
La Barbera, gli ultimi due già implicati, come abbiamo visto, nella vicenda
giudiziaria dell’omicidio Pecorelli. 9
Per l’omicidio di Salvo Lima verranno condannati all’ergastolo, con sentenza
definitiva, lo stesso Salvatore Riina più altri diciassette boss dello schieramento
corleonese, tra cui, di nuovo, la coppia Giuseppe Calò e Michelangelo La
Barbera.
X
L’omicidio del capitano dei carabinieri Emanuele Basile e i dodici
anni della tormentata vicenda giudiziaria

1. Le circostanze dell’assassinio di Emanuele Basile e l’istruttoria del


giudice Paolo Borsellino

Monreale, sera del 3 maggio 1980, festa del Santissimo Crocifisso, patrono della
città. La tradizionale processione con la venerata immagine del Cristo si è
dipanata a lungo per le vie dei vari quartieri urbani e si ferma per un’ultima volta
davanti alla cattedrale quando è ormai passata l’una di notte. Nelle sale del
comune si è appena concluso il ricevimento ufficiale con la presenza delle locali
autorità civili e religiose, al quale ha partecipato anche il capitano della
compagnia dei carabinieri di Monreale, Emanuele Basile.
Il capitano lascia il municipio mentre la folla si sta a poco a poco diradando e
si avvia lentamente verso casa, accompagnato dalla moglie Silvana e dalla figlia
di quattro anni, Barbara. Il giovane ufficiale viene colpito da cinque colpi di
pistola esplosi in rapida successione. I killer sono tre e Silvana Basile li vede
chiaramente. Uno è giovane, alto e magro. Gli altri due – uno basso e tarchiato,
l’altro con lineamenti vagamente asiatici – vengono visti anche da alcuni
testimoni mentre, a bordo di una A112 beige, si allontanano a grande velocità.
L’appuntato Giuseppe Di Giovanni e il metronotte Giovanni Caruso sparano
verso l’auto in fuga, ma invano: solo uno dei colpi va a segno, danneggiando il
faro sinistro dell’auto.
L’orologio del campanile segna l’una e quaranta. Emanuele Basile morirà in
ospedale dopo quattro ore di agonia. 1
Immediatamente i carabinieri cingono d’assedio Monreale e la zona
circostante. Verso le quattro del mattino, in contrada Aquino di Monreale,
vengono fermati due uomini a bordo di una Renault R5 bianca, ferma in aperta
campagna con il muso rivolto verso Palermo. Uno dei due è seduto davanti,
accanto al posto di guida, e viene identificato per Armando Bonanno, classe
1941. Il secondo, basso e tarchiato, è seduto dietro e viene identificato per
Vincenzo Puccio, classe 1945. Al volante non c’è nessuno. I due – noti all’Arma
dei carabinieri come uomini di Cosa Nostra – sostengono di avere avuto un
appuntamento galante con due donne sposate di cui non intendono fare i nomi e
che si sono appena allontanate su una Fiat 128 verde.
Sotto il tappetino della Renault vengono trovati una carta d’identità e un
foglio rosa intestati a Giuseppe Madonia, classe 1954 (che risulterà essere il
proprietario dell’auto), figlio di quel Francesco Madonia noto all’Arma dei
carabinieri per essere l’indiscusso boss della famiglia mafiosa di Resuttana. Tre
quarti d’ora dopo il fermo di Puccio e Bonanno, anche Giuseppe Madonia viene
rintracciato a circa mezzo chilometro di distanza. Vedendo avvicinarsi i
carabinieri, il giovane cerca di scavalcare una rete metallica per allontanarsi tra i
campi, ma si ferisce alle mani. I suoi stivaletti di cuoio sono decisamente
infangati, così da far ritenere che egli già provenga da un percorso a piedi tra i
campi. Anche Giuseppe Madonia sostiene di avere avuto un appuntamento
galante con una donna sposata di cui non intende fare il nome e che si è appena
allontanata su una Fiat 126 bianca.
Subito dopo il fermo dei tre, Puccio viene mostrato alla moglie della vittima,
la quale lo indica come uno dei possibili autori del delitto, precisamente quello
basso e tarchiato che aveva esploso un colpo di pistola contro di lei, senza
colpirla. Successivamente i tre fermati, incriminati come autori materiali
dell’omicidio Basile, presenteranno degli alibi per cercare di rendere credibili i
rispettivi appuntamenti galanti, ma gli alibi si riveleranno palesemente falsi.
Un paio d’ore dopo, i carabinieri trovano in località Pioppo di Monreale
un’auto A112 abbandonata, che risulta essere stata rubata alcuni mesi prima.
Uno dei due fari anteriori è rotto e sul cofano c’è il foro d’entrata di una
pallottola. È l’auto usata per la fuga di due dei killer di Emanuele Basile,
presumibilmente Puccio e Bonanno. Dentro la A112 viene rinvenuta una
rivoltella Smith & Wesson caricata con sei pallottole a espansione, proiettili
uguali a quelli che hanno ucciso il comandante della compagnia di Monreale.

Il 9 maggio 1980 il giudice istruttore Paolo Borsellino, titolare dell’inchiesta


giudiziaria sull’omicidio Basile, raccoglie le dichiarazioni di due testimoni
oculari di rilievo: l’appuntato dei carabinieri Ponfino Buttazzo e sua moglie
Carla, i quali sostengono che, circa un’ora prima dell’omicidio, davanti a un bar
che si affaccia su quella che di lì a poco sarebbe stata la scena del crimine, hanno
visto un ragazzo alto e magro, un uomo basso e tarchiato e uno «con la faccia da
cinese», mai visti a Monreale prima di quel momento. La loro attenzione –
spiegano – si era soffermata sui tre uomini perché, quando i due coniugi erano
entrati nel bar per prendere una granita (Buttazzo era in divisa), la moglie aveva
sentito uno dei tre dire agli altri due: «Andiamocene via, stiamo alla larga dalle
divise». Carla Buttazzo aveva subito riferito la cosa al marito ed entrambi
avevano rivolto lo sguardo verso l’uscita del bar, vedendo chiaramente il viso del
più giovane dei tre.
La mattina seguente alla loro deposizione, i due testimoni entrano
all’Ucciardone per fare la ricognizione e, attraverso un finto specchio,
riconoscono entrambi con sicurezza Giuseppe Madonia – vedendolo a fianco di
altri tre giovani della stessa corporatura e altezza – come il ragazzo alto e magro
che avevano notato e che, secondo la donna, aveva pronunciato quella frase. I
due testimoni non sono altrettanto precisi nel riconoscere Puccio e Bonanno:
«Non possiamo giurarlo, non siamo sicuri».
Il 23 maggio 1980 giunge sulla scrivania del giudice Borsellino anche la
perizia balistica, la quale ha dato un risultato inequivocabile: i proiettili che
hanno ucciso il capitano Basile provengono tutti dalla rivoltella Smith & Wesson
trovata dai carabinieri sull’auto A112 abbandonata dai sicari in località Pioppo di
Monreale.
Paolo Borsellino chiude l’istruttoria il 6 aprile del 1981 ed emette l’ordinanza
con cui rinvia a giudizio Giuseppe Madonia, Vincenzo Puccio e Armando
Bonanno per rispondere come autori materiali dell’omicidio del capitano dei
carabinieri Emanuele Basile. Rimane invece aperto, in istruttoria, il
procedimento relativo alla ricerca dei mandanti, che più tardi verranno
riconosciuti, come si vedrà, in Totò Riina e Francesco Madonia.
Paolo Borsellino ha già individuato il movente del delitto nel fatto che Basile,
ai primi di gennaio del 1980, aveva scoperto una traccia che lo portava agli
assassini di Boris Giuliano, proprio riprendendo le indagini che quest’ultimo
stava compiendo quando venne ucciso nell’estate del 1979. Il capitano Basile, in
sostanza, era stato condannato a morte da Cosa Nostra quando, seguendo quella
traccia, aveva firmato due rapporti sulla mafia di Altofonte, i quali avevano
condotto, il 6 febbraio e poi il 16 aprile, all’arresto di numerosi mafiosi
appartenenti al clan dei corleonesi. Anni dopo, alcuni di costoro (tra cui, di
nuovo, Totò Riina e Francesco Madonia) verranno condannati come mandanti
dell’omicidio di Boris Giuliano, materialmente compiuto da Leoluca Bagarella.

2. Un processo di primo grado quantomeno sconcertante


Il processo penale di primo grado per l’omicidio Basile si apre il 7 ottobre del
1981 davanti alla Corte d’assise di Palermo presieduta da Carlo Aiello. Si svolge
lungo una cinquantina di udienze, alla presenza dei tre imputati detenuti, in una
calma solo apparente. Dietro le quinte, infatti, il clima è tutt’altro che sereno.
Cosa Nostra vuole assolutamente che i tre sicari vengano assolti.
Saranno i collaboratori di giustizia degli anni Novanta, nell’ambito del
processo di Palermo a carico di Giulio Andreotti, a descrivere quel clima.
Gaspare Mutolo, in particolare, rivelerà che «il presidente Aiello, essendo di
Bagheria, fu avvicinato tramite dei bagheresi suoi conoscenti, che gli chiesero di
assolvere gli imputati e lo minacciarono pure di morte se non avesse aderito a
questa richiesta […]. Al presidente Aiello non fu chiesto un semplice occhio di
riguardo, ma fu tassativamente imposto di assolvere gli imputati». 2
Il 17 novembre il pubblico ministero pronuncia la sua requisitoria e chiede
alla Corte tre condanne all’ergastolo. La parola passa alla difesa ed ecco
l’inaspettato colpo di scena che consente di fermare il processo, facendo così
cosa gradita anche al presidente Aiello.
Il difensore di Giuseppe Madonia rileva che sulla suola di uno degli stivaletti
sequestrati al suo assistito la notte dell’omicidio c’è una strana macchia
biancastra e chiede che sia disposta una perizia per stabilirne la natura. È di tutta
evidenza che una perizia del genere è totalmente inutile e spudoratamente
dilatoria, ma il presidente della Corte ne approfitta per sospendere il
dibattimento ordinando che l’intero processo Basile torni al giudice istruttore
Paolo Borsellino. Anni dopo, durante il procedimento penale di Palermo a carico
di Andreotti, Gaspare Mutolo ricollegherà tutto ciò all’avvicinamento del
magistrato da parte dei suoi conoscenti bagheresi: «Il presidente Aiello quando
fu contattato rispose di sì, poi trovò il modo di rinviare la trattazione del
processo […] noialtri capimmo che era stata una scusa per liberarsene». 3
La perizia sulla macchia biancastra dura più a lungo del previsto, ben
quindici mesi, e non accerta nulla di rilevante. Il processo Basile, che i giornali
chiameranno «Basile bis», presieduto ora da Salvatore Curti Giardina,
ricomincia l’8 febbraio del 1983. Viene subito rinviato di tre settimane e si
conclude, dopo pochissime udienze, la mattina del 31 marzo, quando la Corte si
ritira in camera di consiglio. Ne esce nel pomeriggio e assolve i tre imputati per
insufficienza di prove.
La motivazione della sentenza è incredibilmente contraddittoria e sfiora
spesso il paradosso, come si può notare da alcuni passaggi particolarmente
emblematici:
La Corte rileva di non potere fare sicuro affidamento sul riconoscimento dell’imputato Madonia
da parte dell’appuntato dei carabinieri Ponfino Buttazzo e di sua moglie Carla, pur escludendo in
costoro qualsiasi malafede o qualsiasi proposito di collusione con gli organi inquirenti […].
Il faro sinistro dell’automobile A112 abbandonata a Pioppo non è stato affatto messo fuori uso
dal proiettile dell’appuntato Di Giovanni. La documentazione fotografica evidenzia solo un
piccolo foro e, in mancanza di specifica prova contraria […].
Non potrebbe escludersi, in ipotesi, che la presenza degli imputati in luogo prossimo a quello
del delitto fosse stata originata da motivi non collegabili a questo, anche se innegabilmente poco
chiari e poco limpidi […].
Paradossalmente bisogna concludere, quindi, che meno problematico, se non addirittura certo,
sarebbe stato il convincimento di colpevolezza della Corte in presenza di un più ristretto numero
di indizi […]. 4

La Corte ordina l’immediata scarcerazione di Vincenzo Puccio, Armando


Bonanno e Giuseppe Madonia. Il giudice istruttore Borsellino, a sua volta,
ordina immediatamente l’accompagnamento coatto dei tre imputati, a cura della
polizia di Stato, in tre distinti comuni della Sardegna dove dovranno rimanere al
soggiorno obbligato come elementi socialmente pericolosi. Dispone anche che i
tre lascino il territorio siciliano entro la mezzanotte di quel 31 marzo. I tre
arrivano alle rispettive destinazioni il 2 aprile del 1983 e vengono affidati dalla
polizia di Stato ai competenti comandi locali dei carabinieri.
La notte fra il 13 e il 14 aprile 1983 Madonia, Puccio e Bonanno scompaiono
dalle rispettive località di soggiorno obbligato e si rendono latitanti. Il giudice
istruttore Borsellino spicca tre mandati di cattura per associazione per
delinquere. 5

3. Le due condanne in appello, annullate dalla Cassazione, e il


verdetto finale del 1992

Il processo d’appello contro la sentenza assolutoria di primo grado si svolge di


fronte alla prima sezione della Corte d’assise d’appello di Palermo – nella
contumacia dei tre imputati ancora latitanti – e si conclude il 24 ottobre del
1984. Dopo sette ore di camera di consiglio la Corte, presieduta da Antonio
Dell’Aira, emette una sentenza di condanna all’ergastolo per tutti e tre gli
imputati. La motivazione della sentenza denuncia impietosamente «l’assurdità
logica» delle argomentazioni contenute nel verdetto dei primi giudici.
Gli avvocati di Bonanno, Madonia e Puccio presentano ricorso alla Corte di
cassazione. L’udienza si svolge il 23 febbraio del 1987 davanti alla prima
sezione, presieduta da Corrado Carnevale, giornalisticamente noto come «il
giudice ammazzasentenze» per l’altissimo numero di sentenze d’appello – molte
relative a processi di mafia – da lui annullate per vizi di forma. Ebbene, questa
sorte tocca anche alla sentenza d’appello che ha condannato nel 1984 i tre sicari
del capitano Basile. In questo caso il vizio di forma che determina
l’annullamento consiste nel fatto che ai difensori dei tre imputati non è stato
spedito, a suo tempo, l’avviso della data di quella particolarissima udienza
pubblica destinata all’estrazione a sorte dei nomi dei giudici popolari.
Di conseguenza, gli atti del processo Basile vengono ritrasmessi alla Corte
d’assise d’appello di Palermo per un nuovo giudizio.

Il secondo processo d’appello sull’omicidio Basile si apre la mattina dell’8


giugno 1988. La Corte d’assise d’appello di Palermo è presieduta da Antonino
Saetta, il giudice che tempo prima aveva presieduto più che dignitosamente il
processo di Caltanissetta per l’omicidio del consigliere istruttore di Palermo
Rocco Chinnici. Gli imputati Giuseppe Madonia e Vincenzo Puccio sono
presenti in aula, essendo stati nel frattempo nuovamente arrestati, mentre non c’è
Armando Bonanno, misteriosamente scomparso e probabile vittima di lupara
bianca.
Di nuovo Cosa Nostra cerca di intervenire sul caso Basile per evitare una
condanna dei suoi sicari. Sarà il collaboratore di giustizia Francesco Marino
Mannoia, nel novembre 1989, a rivelarlo a Giovanni Falcone, allora procuratore
della Repubblica aggiunto a Palermo: «La giuria popolare della Corte presieduta
dal giudice Saetta fu contattata per aggiustare il processo. Me lo disse Puccio, in
quel periodo io ero detenuto con lui nella stessa cella dell’Ucciardone. Mi disse
che c’erano notevoli possibilità di assoluzione». 6
Cosa Nostra resterà delusa. La mattina del 23 giugno 1988 la Corte si ritira in
camera di consiglio e ne esce a tarda sera con un verdetto di ergastolo per i tre
imputati. «Quando ci fu quella sentenza» dirà ancora Mannoia a Falcone,
«Puccio mi disse anche che la colpa era solo del presidente Saetta, che si era
imposto alla giuria popolare, pretendendo un giudizio di colpevolezza […].
Diceva Puccio: “I giurati popolari ci hanno avvertito che Saetta voleva la nostra
condanna a tutti i costi”.»
La motivazione della sentenza viene depositata in cancelleria il 16 settembre
1988. È una motivazione ben scritta e molto chiara, di cui vale la pena riportare
un passaggio particolarmente significativo:
Passando a esaminare in particolare gli indizi emersi a carico degli odierni imputati, va subito
rilevato che l’accertata loro presenza in tempo di notte in località Aquino […], vicina al luogo in
cui poco più di due ore prima era stato consumato un grave delitto, è certo sintomatica della loro
partecipazione al delitto stesso, specie ove si considerino le concrete modalità del loro
ritrovamento. Il Puccio e il Bonanno vennero infatti trovati seduti all’interno dell’autovettura del
Madonia, il cui posto di guida era stato lasciato libero in evidente attesa del proprietario-
conducente.
Il Madonia venne trovato a circa seicento metri dalla R5 e catturato mentre, nell’evidente
intento di sottrarsi agli accertamenti dei carabinieri, tentava di scavalcare una recinzione metallica
di circa due metri di altezza protetta in cima da un filo spinato. Già questo disperato tentativo del
Madonia dimostra chiaramente quanto grande fosse il suo interesse di sottrarsi agli accertamenti
per non far constare la sua presenza in loco. Non sfugge il carattere indiziante di questo
comportamento, ma ben più indiziante appare l’interesse che sostiene il Puccio e il Bonanno da
una parte, il Madonia dall’altra, di dimostrare che non si conoscono, e quello infine di negare,
cosa che continuano a fare ancora oggi contro ogni evidenza, che essi erano insieme quella notte.
Preme rilevare che le indagini dei carabinieri e l’istruzione probatoria hanno consentito di
accertare il collegamento fra i tre imputati. Invero, il fatto stesso che il Puccio e il Bonanno siano
stati trovati seduti all’interno dell’autovettura in attesa della persona che si ponesse al posto di
guida lascia presumere che essi erano insieme al proprietario dell’auto, che è risultato essere
appunto il Madonia rinvenuto, nella descritta modalità, ad appena seicento metri di distanza. Sotto
il tappetino dell’auto si rinvennero infatti la carta d’identità e il foglio rosa del Madonia e tale
circostanza toglie ogni parvenza di credibilità all’assunto difensivo degli imputati, peraltro
formulato con ritardo e in contrasto con le precedenti dichiarazioni, secondo il quale l’auto
sarebbe stata dal Madonia prestata al Bonanno la mattina del giorno precedente. 7

Antonino Saetta pagherà con la vita il suo coraggio e la sua fedeltà alle
istituzioni. Dieci giorni dopo il deposito della sentenza in cancelleria – la notte
tra il 25 e il 26 settembre – tre raffiche di mitraglietta M12 uccidono lui e suo
figlio Stefano mentre stanno rientrando in macchina da Canicattì a Palermo.
Anni dopo la Corte d’assise di Caltanissetta condannerà autori e mandanti del
duplice omicidio. I mandanti saranno identificati, anche in questo caso, in Totò
Riina e Francesco Madonia.

L’ultima parola tocca ancora una volta alla Corte di cassazione, prima sezione
penale, udienza pubblica del 7 marzo 1989. Questa volta il collegio non è
presieduto da Corrado Carnevale, bensì da Roberto Modigliani. Relatore è il
consigliere Umberto Toscani.
La sentenza di condanna pagata con la vita da Antonino Saetta viene
annullata, stavolta per un vizio logico, sul quale però la motivazione della Corte
suprema si mantiene estremamente generica e ben lontana dallo spendersi in una
critica chiara, argomentata ed esauriente sui contenuti del verdetto palermitano,
che sarebbero a suo giudizio censurabili. In un linguaggio paludato, ma in
un’ottica piuttosto astratta e indeterminata, la sostanza del concetto generale che
la Cassazione intende affermare sta nel brano seguente:
In ordine alla censura dedotta con riguardo alla violazione dei fondamentali canoni di ermeneutica
in tema di prova indiziaria, va richiamato il principio che nei processi indiziari non basta
enunciare nella motivazione, sic et simpliciter, i vari elementi di fatto posti a base del giudizio, ma
si deve riprodurre chiaramente il procedimento logico dei diversi sillogismi probatori,
coordinandoli in modo che il giudizio conclusivo appaia una sintesi completa e armonica di tutti
gli elementi indizianti e si presenti come la logica e naturale conseguenza delle premesse poste.
Orbene, nel caso in esame, la Corte di secondo grado è pervenuta a tale giudizio conclusivo
senza che il procedimento logico seguito per illustrare il valore probatorio o meno di ogni singolo
elemento sia stato completato dalla eliminazione di tutti i motivi infirmanti e dal coordinamento
di tutti gli indizi tra loro in una trama serrata di argomentazioni ineccepibili, atta a esprimerlo in
una sintesi compiuta e convincente […].
La sentenza impugnata deve perciò essere annullata con rinvio ad altra sezione della Corte
d’assise d’appello, che procederà, con la più ampia libertà di indagine e di valutazione, a un
nuovo esame di tutti gli elementi probatori già acquisiti e di quegli altri che eventualmente riterrà
opportuno acquisire. 8

Il terzo processo d’appello sul caso Basile si svolge all’inizio del 1992 davanti
alla seconda sezione della Corte d’assise d’appello di Palermo, presieduta da
Salvatore Scaduti. Dei tre killer, l’unico ancora vivo è Giuseppe Madonia, dato
che Vincenzo Puccio è stato assassinato in carcere nel 1989. Per la prima volta
Giuseppe Madonia viene giudicato insieme con coloro che sono accusati di
essere i mandanti del delitto, la cui posizione è stata nel frattempo stralciata dal
maxiprocesso e riunita al filone processuale sugli autori materiali dell’omicidio.
Ancora una volta Cosa Nostra tenta di avvicinare il presidente del collegio
giudicante per pilotare nuovamente il processo verso l’assoluzione, tramite un
notaio palermitano molto vicino a Totò Riina, ma Salvatore Scaduti non è tipo da
farsi intimidire e denuncia il fatto attraverso una relazione particolareggiata
trasmessa al primo presidente della Corte d’appello. La sentenza, emessa il 14
febbraio del 1992, condanna all’ergastolo sia Giuseppe Madonia sia – come
mandanti – suo padre Francesco e il boss Totò Riina.
Si tratta finalmente di una condanna irrevocabile, dal momento che essa viene
confermata dalla Corte di cassazione con sentenza del 14 novembre 1992. Un
dettaglio non senza importanza: la sezione della Corte suprema che emette
questa sentenza non è più quella presieduta da Corrado Carnevale, ma è la
sezione quinta, presieduta da Antonio Catalano. 9

4. La gestione del caso Basile da parte della prima sezione della


Corte di cassazione e l’accusa a Carnevale di complicità con Cosa
Nostra

Le due sentenze della sezione I della Corte di cassazione che nel 1987 e nel 1989
hanno annullato i primi due verdetti di condanna del caso Basile hanno costituito
il cardine dell’incriminazione per concorso esterno in associazione mafiosa
subita dal presidente Corrado Carnevale nel 1998. Quell’anno, con un decreto
emesso il 7 aprile dal giudice dell’udienza preliminare, Carnevale viene rinviato
a giudizio su richiesta della pubblica accusa per rispondere, appunto, di quel
grave reato.
Carnevale verrà assolto in primo grado con sentenza dell’8 giugno 2000 del
Tribunale di Palermo, ma verrà dichiarato colpevole e condannato a sei anni di
reclusione con sentenza del 29 giugno 2001 della Corte d’appello di Palermo.
Questa condanna sarà infine cancellata dall’annullamento senza rinvio disposto
dalla Corte di cassazione a sezioni unite con la sentenza del 30 ottobre 2002.
Cionondimeno, l’interesse storico rivestito dall’insieme delle due complesse
vicende giudiziarie – il caso Basile e il caso Carnevale – induce a ripercorrerne
in questa sede l’iter tutt’altro che lineare.

Negli anni Novanta Corrado Carnevale viene accusato di avere contribuito in


maniera non occasionale alla realizzazione degli scopi di Cosa Nostra,
strumentalizzando le sue funzioni di presidente della prima sezione penale della
Corte di cassazione e assicurando l’impunità agli esponenti di vertice e ad altri
membri dell’organizzazione mafiosa in numerosi procedimenti penali,
determinando così il mantenimento e il rafforzamento di quell’associazione
criminosa.
Nel capo d’imputazione vengono elencate e descritte le specifiche condotte di
reato che vengono contestate all’alto magistrato con riferimento a diversi
processi penali, precisando che il reato è stato commesso «in Palermo e in altre
località del territorio nazionale sino al 1992». Tra le varie condotte di reato
contestate a Carnevale vi sono anche quelle inerenti alle due sentenze di
legittimità, rispettivamente del 1987 e del 1989, riguardanti il caso Basile.
Di particolare rilievo sono certe circostanze di fatto emerse dalle indagini
relative alla seconda delle due sentenze, quella del 7 marzo 1989: circostanze
attinenti all’udienza di quel giorno, ai minuti che l’hanno preceduta e persino
alla relativa camera di consiglio. Ciò che rende peculiari queste circostanze è il
fatto che esse, pur trovando pieno riscontro nelle dichiarazioni rese dai
collaboratori di giustizia, emergono direttamente dalle deposizioni rese sotto
giuramento da due dei cinque magistrati membri del collegio giudicante di
legittimità: Mario Garavelli e Antonio Manfredi La Penna, che si erano battuti
invano perché la sentenza di condanna emessa sull’omicidio Basile il 23 giugno
1988 dalla Corte d’assise d’appello di Palermo, presieduta da Antonino Saetta,
non venisse annullata.
Il collegio giudicante della prima sezione penale della Corte di cassazione,
quella mattina del 7 marzo 1989, era composto come segue: Roberto Modigliani
presidente, Umberto Toscani relatore, Antonio La Penna consigliere, Lucio Del
Vecchio consigliere, Mario Garavelli consigliere.
Particolarmente interessante è la testimonianza resa, nell’aula del processo a
carico di Carnevale, dal consigliere La Penna, il quale, a differenza di Garavelli,
ha potuto riferire anche su un episodio piuttosto singolare di cui era stato
testimone e che si era verificato quella mattina, prima dell’udienza, nell’ufficio
del presidente Carnevale. Si riportano qui di seguito i brani più rilevanti in
proposito, tratti dalla sentenza del 29 giugno 2001 della Corte d’appello di
Palermo: 10
All’udienza del 23 giugno 1999 si è proceduto all’esame del dottor Antonio Manfredi La Penna,
al momento di tale deposizione presidente della Corte di appello di Catanzaro, il quale aveva
esercitato le funzioni di consigliere presso la prima sezione penale della Corte di cassazione nel
periodo giugno 1987-febbraio 1991.
Interrogato sui rapporti intrattenuti, in tale arco di tempo, con l’imputato, il dottor La Penna ha
dichiarato che questi, in un primo tempo, erano stati «ottimi, cordialissimi…» […]. L’episodio
che aveva incrinato il suo rapporto con il dottor Carnevale andava, però, soprattutto ricercato nei
«fatti precedenti all’udienza in cui fu celebrato il processo per l’uccisione del capitano dei
carabinieri», vicenda che lo lasciò «traumatizzato, essendosi trattato della giornata più brutta dei
suoi quarantatré anni di carriera».
Di tale episodio egli, essendo stato esentato dal rispetto del segreto della camera di consiglio,
era pronto a parlare ora davanti ai giudici e sotto il vincolo del giuramento. Non aveva parlato
prima al pm dell’episodio della mattina del 7 marzo 1989, peraltro opponendo il segreto di ufficio
e chiedendo che venisse messa a verbale la sua volontà di parlare soltanto davanti ai giudici di
quanto verificatosi nella camera di consiglio, in quanto, stante la particolare delicatezza della
questione, di tale fatto egli voleva parlare solo «sotto giuramento» e davanti ai giudici […]. Il
teste ha così riferito […]:
«C’è un fatto increscioso che io sinora ho taciuto, [… accaduto] la mattina del processo per
l’uccisione del capitano Basile. Arrivai irritato perché l’automobile di servizio venne a rilevarmi
in ritardo […]. Entrai in camera di consiglio e c’erano […] il presidente Modigliani, Umberto
Toscani e Garavelli […]. Appena entrato il presidente ebbe a dirmi: “Il dottor De Cato, dirigente
della cancelleria della prima sezione penale, ti sta cercando, è una cosa urgente”. […] Toscani mi
disse: “Deve essere una cosa seria e urgente, perché c’è stato già due volte”. […]
«Mi allontanai, guardai nei corridoi, raggiunsi l’ascensore e scesi nel mezzanino […]. Quando
imboccai il corridoio del mezzanino, vidi che il cancelliere De Cato era sulla porta dell’ufficio; mi
venne subito incontro salutandomi, e mi disse: “Il presidente Carnevale le vuole parlare
d’urgenza”; “Che è successo?”; “Ah, non lo so.”
«Da lì a dieci metri raggiunsi l’ufficio del presidente Carnevale. Le porte erano a vetro. Prima
ancora di bussare, la donna delle pulizie […] mi disse: “È occupato, è da tanto tempo che c’è
dentro una persona”. Ma era tardi per l’udienza, mi desiderava d’urgenza e io non potei fare a
meno di bussare. “Avanti”.
«Io aprii la porta e di fronte al presidente Carnevale c’era seduta una persona sui cinquanta,
sessant’anni, colorito, vestito a festa; l’avrei definito un massaro vestito col costume della festa.
Si alzarono tutti e due e il presidente Carnevale mi venne incontro: “Ecco il nostro La Penna”.
L’altro mi fa: “I miei rispetti”. Intanto il presidente Carnevale dice a quest’ultimo di allontanarsi,
di favorire fuori, e ancora una volta quest’uomo passa davanti a me: “I miei rispetti”. Dall’accento
– posso sbagliarmi, attenzione – lo avrei definito un siciliano.
«Non mi fece accomodare, il presidente […] si avvicinò verso la porta e cominciò con una
captatio benevolentiae che tutto fu per me meno che una captatio benevolentiae, casomai una
captatio di diffidenze. “Lo sai che ti ho sempre stimato.” […] “La dimostrazione della stima”
testuali parole “sta nel fatto che ti sto assegnando i processi di omicidio più delicati della Calabria
e della Sicilia. Ti devo dire una cosa importante, ti prego di fare attenzione. Oggi si discuterà il
processo contro gli imputati dell’omicidio Basile. Processo delicatissimo, processo difficile;
relatore è Toscani. Mettici tutta l’attenzione di questo mondo, Toscani ha arato bene gli atti del
processo, io ho letto la relazione, un po’ lunga, sì, però esauriente sotto ogni punto di vista.
Toscani è d’accordo con me, come del resto anche il presidente, per l’annullamento della
sentenza, perché la motivazione fa acqua. Te ne convincerai anche tu prestando la dovuta
attenzione.”
«Non finisce qui il discorso, continua, affermando: “Io ti conosco per la tua capacità di
contrasto in camera di consiglio. Dai manforte a Toscani, perché sta succedendo questo: Toscani e
Garavelli hanno a lungo discusso sulla soluzione di questo processo, e Garavelli si è lasciato
andare a dire il suo no all’annullamento, non so in base a quali conoscenze, e poi ancora si è
lasciato andare in apprezzamenti poco lusinghieri verso il cosiddetto garantismo della nostra
sezione, in particolare nei miei riguardi, e di questo mi darà un giorno conto”.
«Intelligente e sensibile com’è, non poté rilevare il mio disappunto. Io lì per lì non risposi,
dissi: “Vedremo”; con quel “vedremo” volevo dire “starò a sentire tutto”, ma il mio era un
disappunto, un momento di ribellione. Era la prima volta – e sarà l’ultima volta nei miei
quarantatré anni di carriera – che mi succedeva una cosa del genere.
«“E allora?” Ho detto ancora una volta: “Vedremo”. “Va bene.” Mi ha stretto la mano e me ne
sono andato.
«Quando sono uscito, sulla porta del solito ufficio della cancelleria centrale c’era ancora De
Cato, questa volta rivolto da questa parte; mi viene incontro e mi dice: “Mi faccia l’ultimo favore
[…], quando arriverà Del Vecchio [Del Vecchio era il quinto componente del collegio] gli dica
per cortesia che De Cato, a nome del presidente Carnevale, lo desidera urgentemente”. Io non mi
ero fermato, continuai a camminare, mi girai bruscamente e lo guardai credo severamente, e dissi:
“A questo punto!” e proseguii; e lui mi gridò dietro […]: “Si ricordi, consigliere, che
l’ambasciatore non porta pena”.
«Tornai in camera di consiglio. Il collega Del Vecchio stava indossando la toga e io gli riferii
esattamente a voce chiara quello che mi aveva incaricato di fare De Cato: “De Cato mi dice che il
presidente Carnevale la desidera”; “Che vuole?”; “Non lo so.” […]
«Andiamo in camera di consiglio, dopo una lunga ed estenuante udienza… effettivamente la
relazione di Toscani fu lunghissima […]. Ah, la camera di consiglio fu la più tempestosa di tutta
la mia funzione di consigliere della Corte di cassazione. Arrivarono le ore piccole, tornai a casa
che era quasi mezzanotte se non di più, e io riferii la prima e l’ultima volta a mia moglie tutto
quello che era accaduto.
«Il giorno dopo andai in Cassazione per parlare con [il primo presidente] Brancaccio, volevo
andar via, volevo trasferirmi a un’altra sezione […].»
Orbene, qualche preliminare considerazione appare opportuno fare in ordine al «fatto
increscioso» che aveva traumatizzato il dottor La Penna.
Dalla circostanziata dichiarazione del teste si evince, innanzitutto, che la persona che egli
aveva trovato nella stanza del presidente Carnevale, intenta a parlare con questi, non era mai stata
in precedenza da lui notata nell’ambiente della Corte di cassazione. È certo che non si trattava di
un magistrato, né di un avvocato né di persona comunque addetta ai lavori, che non aveva mai più
rivisto dopo quell’episodio.
Quel po’ che era in grado di ricordare dell’aspetto fisico di tale soggetto è che si trattava di
«una persona sui cinquanta, sessant’anni, colorito». Lo aveva colpito, peraltro, il modo con cui
questa persona era vestita, che si capiva non essere per essa abituale («vestito a festa… un
massaro vestito col costume della festa») e anche l’atteggiamento esteriore («teneva in mano il
cappello, quando uscì dalla stanza fece una specie di inchino») lo caratterizzava in modo
particolare.
Tale soggetto tradiva, in altri termini, un modo di comportarsi sicuramente sopra le righe e per
lui non abituale, reso ancora più manifesto dall’affettata deferenza che dimostrava (mezzo inchino
seguito dalla frase «I miei rispetti» pronunciata due volte: non appena La Penna era entrato nella
stanza di Carnevale – e questi aveva pronunciato la frase «Ecco il nostro La Penna» – e poi
quando era stato invitato a uscire).
Dall’accento, sulla base della frase che, per due volte, aveva pronunciato, a La Penna era
sembrato che l’ignoto visitatore fosse un «siciliano». Al momento in cui egli aveva fatto il suo
ingresso nella stanza del Carnevale, questi si era rivolto al «massaro» con la frase «Ecco il nostro
La Penna…», la quale chiaramente denunciava che la conversazione intrattenuta dal presidente
con lo sconosciuto avesse avuto a oggetto la sua persona.
Dopo aver invitato lo sconosciuto ad accomodarsi fuori, il presidente Carnevale chiese a La
Penna di sostenere l’orientamento del dottor Modigliani e del dottor Toscani che era nel senso
dell’annullamento della sentenza di condanna degli imputati del processo Basile. Con riguardo al
Toscani gli disse anche che questi aveva scritto una lunga, dettagliata ed esaustiva relazione della
causa, sicché avrebbe fatto bene […] a votare per l’annullamento della sentenza di condanna degli
imputati del processo Basile e a contrastare il prevedibile orientamento contrario del dottor
Garavelli.
Questi, infatti, si era permesso di avere uno scambio di idee con il dottor Toscani, facendogli
capire che avrebbe votato per la conferma della sentenza impugnata ed esprimendo altresì
«apprezzamenti poco lusinghieri verso il cosiddetto garantismo della nostra sezione» e nei
riguardi del suo presidente, fatto di cui, prima o poi, sarebbe stato chiamato a rendere conto.
Lo aveva colpito il fatto che il Carnevale, anziché rimanere seduto alla sua scrivania, si era
alzato e si era fermato a parlare con lui davanti alla porta a vetri della stanza, attraverso la quale
era chiaramente visibile la sagoma dello sconosciuto che era rimasto ad attendere fuori
(«esattamente di fronte, seduto di fronte alla porta […], tanto che io feci questo rilievo: ma perché
non ci siamo trattenuti vicino alla scrivania? Invece ci siamo avvicinati alla porta e si parlava ad
alta voce. Poteva aver sentito, quel tizio lì, perché si vedeva la sagoma, ho detto che si trattava di
porta a vetri») […].
Dopo mezzogiorno, il collegio era entrato in camera di consiglio per l’inizio della discussione
e della deliberazione e subito era intervenuto il consigliere Toscani, dicendo chiaramente che,
dopo la relazione da lui svolta, vi era davvero ben poco da discutere in quanto la sentenza
impugnata andava annullata («Credo che ci sia poco da dire» mi disse Toscani «dopo che ho fatto
una simile relazione; c’è poco da fare, avete sentito, mi pare che quella motivazione faccia acqua
e quindi bisogna riparare.»).
Egli però non aveva affatto raccolto l’invito del dottor Toscani e gli aveva detto che invece
tutto era ancora da rimettere in discussione, non avendo, ai fini della decisione, la relazione il
benché minimo valore («Io lo interruppi e immediatamente, intervenne anche Garavelli, noi
dobbiamo arare di nuovo tutto ciò che risulta dagli atti […]»). Il presidente Modigliani, non
appena il Toscani ebbe a sostenere la superfluità della discussione […], era immediatamente
intervenuto aderendo alla proposta di annullamento di Toscani […]; quando poi era iniziata la
discussione vera e propria, lo stesso Modigliani non aveva manifestato alcuna particolare
conoscenza della causa, limitandosi soltanto a dar ragione al relatore.
Nel corso della discussione La Penna e Garavelli avevano richiesto che si desse lettura dei
passaggi motivazionali della sentenza impugnata maggiormente rilevanti […].
La discussione era pertanto proseguita e, a questo punto, il consigliere Del Vecchio si era
avvicinato molto alle posizioni di coloro che sostenevano la tesi del rigetto dei ricorsi. A seguito
di ciò era però intervenuto il netto rifiuto del dottor Toscani, sostenuto dal presidente Modigliani,
di redigere le motivazioni della sentenza: «“Io” disse Toscani “non scriverò la sentenza” […]. Ci
fu uno scontro tremendo, volarono parole grosse, perché immediatamente Modigliani disse: “Ha
ragione Toscani” […]. E allora le cose si ribaltarono da un momento all’altro, quando la soluzione
proposta fu che fra noi tre della maggioranza dovevamo sorteggiare chi dovesse poi scrivere la
sentenza. A questo punto uno di noi… non fui certamente io… […] … e allora si rimane in due
per il rigetto del ricorso e tre prevalsero, punto e basta, non mi fate dire altro, perché…».
La maggioranza La Penna-Garavelli-Del Vecchio che, nel corso della discussione, si stava
delineando, era pertanto durata assai poco, in quanto quest’ultimo, persona sofferente, temendo
forse di poter essere «sorteggiato» da Modigliani, aveva mutato improvvisamente idea […]. 11

Nelle pagine successive l’estensore della sentenza di Palermo, tornando sulla


figura del misterioso visitatore, osserva che il presidente Carnevale «venne
sicuramente messo in stato di grande agitazione dalla comparsa del massaro», di
qui la fretta di «dimostrare al suo ospite che stava facendo di tutto per evitare
che il processo seguisse il suo corso naturale e che accadimenti dell’ultima ora lo
facessero deviare». In altri termini, si legge ancora nella sentenza, «la visita del
massaro (rimasto purtroppo fisicamente ignoto, ma non per questo non
identificabile col «volto della mafia», pronta a ricordare al presidente i suoi
«impegni») aveva indotto l’imputato a dare prova della sua disponibilità nei
confronti dell’organizzazione, uscendo dai normali schemi comportamentali». 12

La difesa di Corrado Carnevale ricorre alla Corte suprema contro la sentenza che
lo ha dichiarato colpevole di concorso esterno in associazione mafiosa. La causa
viene assegnata alle sezioni unite penali, che decidono il 30 ottobre del 2002
annullando senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non sussiste.
L’annullamento senza rinvio viene ricollegato, nella motivazione della
sentenza, esclusivamente alla norma che prevede il «segreto della camera di
consiglio» (art. 125 c.p.p.), una forma di segreto d’ufficio che le sezioni unite, in
questa loro sentenza, sembrano considerare alla stregua di un segreto assoluto e
insuperabile, mentre invece la legge prevede che esso debba cedere il passo
all’obbligo che hanno i pubblici ufficiali (quindi anche i magistrati) di riferire
determinate notizie all’autorità giudiziaria (art. 201 c.p.p.), in particolare quando
essi hanno notizia di un reato perseguibile di ufficio (art. 331 c.p.p.).
Lascia quindi decisamente perplessi il principio giuridico affermato in questa
sentenza, un principio sulla cui base sono state dichiarate drasticamente
inutilizzabili le testimonianze rese in aula sotto giuramento dai consiglieri
Garavelli e La Penna. Questo anomalo principio di diritto è stato così enunciato
dall’ufficio del massimario della Cassazione:
Il giudice penale che abbia concorso, in camera di consiglio, alla deliberazione collegiale non può
essere richiesto – trattandosi di attività coperta da segreto di ufficio – di deporre come testimone
in merito al relativo procedimento di formazione (e, se richiesto, ha l’obbligo di astenersi),
limitatamente alle opinioni e ai voti espressi dai singoli componenti del collegio […]. Ne
consegue che la testimonianza eventualmente resa, poiché acquisita in violazione di un divieto
stabilito dalla legge, è inutilizzabile. 13
Tanto più stupisce che le sezioni unite della Corte di cassazione abbiano
coinvolto nella loro dichiarazione di inutilizzabilità anche la parte della
testimonianza del consigliere La Penna riguardante l’episodio avvenuto la
mattina del 7 marzo 1989, prima dell’udienza, non già in camera di consiglio,
bensì nell’ufficio del presidente Carnevale.
In conclusione, è significativo che quel principio giuridico anomalo che
determinò l’annullamento della condanna di Carnevale sia stato poi giustamente
superato dalla giurisprudenza successiva della Corte di cassazione. Il nuovo
principio di diritto sarà formulato, nel 2009, nei termini seguenti:
L’esame testimoniale dei componenti di un collegio giudicante, nel caso in cui l’imputazione
attenga a un fatto intimamente connesso con quanto si è detto e deciso nella camera di consiglio,
si estende legittimamente ai giudizi formulati e ai voti espressi in quella sede, posto che l’obbligo
di denuncia che grava sul pubblico ufficiale, in tal caso i componenti del collegio, fa venire meno
il vincolo del segreto. 14
XI
Dall’istruttoria del maxiprocesso a Cosa Nostra all’istruttoria sugli
omicidi politico-mafiosi di Palermo

1. Lo stato dell’arte alla fine del 1985 e le riflessioni di Falcone

A questo punto occorre fare un passo indietro e ritornare al momento in cui i due
giudici istruttori, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, hanno concluso la loro
maxi istruttoria: l’8 novembre del 1985.
Dopo questa data le loro strade divergeranno: Borsellino andrà a Marsala a
dirigere la locale Procura della Repubblica, mentre Falcone continuerà il suo
lavoro di giudice istruttore a Palermo seguendo le istruttorie ulteriori del maxi
bis e del maxi ter per tutto il 1986 e il 1987. Quegli anni saranno scanditi dalle
dichiarazioni del nuovo collaboratore di giustizia Antonino Calderone: Falcone
le raccoglierà e svolgerà la consueta attività investigativa minuziosa, dalla
ricerca dei riscontri alle indagini patrimoniali e così via.
Ma già nella stessa sentenza-ordinanza dell’8 novembre 1985 Falcone delinea
le prospettive del futuro lavoro – sempre più difficoltoso – che dovrà portare
avanti la magistratura inquirente misurandosi con un fenomeno mafioso sempre
più agganciato a determinati ambienti della politica, della finanza e
dell’imprenditorialità d’avventura, nonché a oscuri ambienti di potere occulto.
Ecco il brano relativo:
Non si è ancora sufficientemente scavato su tanti gravissimi e sconcertanti episodi criminosi che
ancora restano avvolti nel mistero e che fanno intuire quali tremendi segreti ancora restino
inesplorati. Omicidi come quelli di Michele Reina, segretario provinciale della Dc di Palermo, di
Piersanti Mattarella, presidente della Regione siciliana e autorevolissimo esponente della Dc
isolana, di Pio La Torre, segretario regionale del Pci, e, per certi versi, anche di Carlo Alberto
dalla Chiesa, prefetto di Palermo, sono fondatamente da ritenere di natura mafiosa, ma al
contempo sono delitti che trascendono le finalità tipiche di una organizzazione criminale, anche se
del calibro di Cosa Nostra.
Nella requisitoria del pm si fa riferimento alla «contiguità» di determinati ambienti
imprenditoriali e politici con Cosa Nostra. E indubbiamente questa contiguità sussiste […]. Ma
qui si parla di omicidi politici, di omicidi, cioè, in cui si è realizzata una singolare convergenza di
interessi mafiosi e oscuri interessi attinenti alla gestione della Cosa Pubblica; fatti che non
possono non presupporre tutto un retroterra di segreti e inquietanti collegamenti, che vanno ben al
di là della mera contiguità e che debbono essere individuati e colpiti se si vuole veramente
«voltare pagina».
Passi avanti nell’accertamento della verità ne sono stati fatti, ma si è riusciti sinora a strappare
soltanto piccoli brandelli di verità, tra mille difficoltà […]. Lo stesso Buscetta si è mostrato
piuttosto restio a parlare di certi fatti e di certi personaggi, come ad esempio dei cugini Ignazio e
Nino Salvo; e ciò […] per il timore che il coinvolgimento dei Salvo in un processo di mafia
potesse sollevare un «polverone» nocivo all’accertamento della verità sui misfatti di Cosa Nostra.
Ma intanto – a prescindere dalla mafiosità o meno dei cugini Salvo – sono un dato certo il loro
coinvolgimento attivo […] e il loro intenso rapporto con Stefano Bontate, il capo, cioè, di una
delle più importanti «famiglie» mafiose di Palermo e uno dei «vertici» carismatici dell’intera
organizzazione mafiosa. E ci si chiede se questo già di per sé non sia sintomatico di un
atteggiamento complessivo di una certa classe sociale, di cui i Salvo erano autorevolissimi
esponenti, nei confronti del fenomeno mafioso. […] Le inconfutabili risultanze processuali e le
stesse parziali ammissioni di Antonino Salvo dimostrano che essi erano al centro di un
formidabile «gruppo di pressione» che per lunghi anni ha notevolmente influenzato la vita
pubblica quanto meno regionale.
Se non si riconoscono queste verità […] non si potranno mai comprendere le ragioni profonde
di tanti gravissimi fatti criminosi e sarà impossibile tentare di individuarne i mandanti.
Non si può tacere poi […] di Vito Ciancimino, uno dei maggiori responsabili del «sacco»
edilizio di Palermo, che è riuscito ad accumulare un’enorme quantità di danaro liquido, con
oscure interessenze in attività edilizie di privati, occultandola fra i meandri del sistema bancario;
l’uomo che, sulla base di espliciti riferimenti di Tommaso Buscetta, è «nelle mani» dei corleonesi
[…].
Va infine qui ricordato un altro oscuro personaggio, Pippo Calò, il sedicente Mario Aglialoro.
Già gli inquirenti palermitani, nel rapporto del 13 luglio 1982, avevano segnalato l’estrema
pericolosità del Calò e la sua alleanza coi corleonesi. Tommaso Buscetta poi ne aveva rivelato
appieno la statura criminale accusandolo, fra l’altro, di essere coinvolto nell’omicidio del
procuratore della Repubblica di Palermo, Pietro Scaglione, nei sequestri di persona più gravi e, a
Roma, in oscure trame fra cui il caso Calvi. Grazie alle dichiarazioni di Buscetta era stato
possibile identificare in Pippo Calò un personaggio enigmatico, siciliano, vero deus ex machina di
torbide vicende e di oscure manovre, venuto alla ribalta nel corso dell’istruttoria per l’omicidio di
Domenico Balducci; ed era stato altresì accertato che, in ville contigue messe a disposizione
dall’imprenditore siciliano Luigi Faldetta, avevano alloggiato contemporaneamente, un’estate, il
Calò e il noto Francesco Pazienza. 1*
È notizia recentissima che in una villa di Poggio San Lorenzo (Rieti), acquistata da Guido
Cercola nell’interesse del Calò, sono stati rinvenuti dalla squadra mobile di Roma, oltre a 6,5
chilogrammi di eroina, saponette di esplosivo, mine anticarro, detonatori, un fucile a pompa,
rivoltelle e relativo munizionamento, mentre nelle abitazioni romane del Calò e del coimputato
Fiorini Virgilio sono state sequestrate sofisticate apparecchiature elettroniche, sicuramente
utilizzabili per attentati, realizzate da un cittadino tedesco su incarico proprio di Guido Cercola
[…].
Gli interrogativi suggeriti da questi fatti sono tanti e inquietanti e bisognerebbe meditare
attentamente sull’ipotesi – avanzata dal Buscetta – dell’esistenza di strutture segretissime,
all’interno di Cosa Nostra, con finalità ancora ignote ma certamente di enorme portata. 2
2. La centralità della figura di Pippo Calò nell’evoluzione del
fenomeno mafioso

Sul personaggio di Giuseppe Calò, detto Pippo, la sentenza-ordinanza del 1985


si sofferma lungamente e con grande attenzione, definendolo «una delle figure
più importanti e, sino a poco tempo addietro, meno conosciute della mafia
siciliana […], mandante di tanti efferati assassini e vera e propria cerniera fra gli
affari tipicamente mafiosi e la criminalità dei colletti bianchi». 3
Calò entra a far parte di Cosa Nostra in età giovanile prestando il giuramento
davanti a Buscetta. Già negli anni Sessanta diventa «rappresentante» della
famiglia di Porta Nuova, proprio nel periodo più caldo della prima guerra di
mafia. Tuttavia, per molti anni, riesce a vivere nell’ombra e a rimanere sempre ai
margini delle indagini di polizia e magistratura, dimostrando eccezionali doti di
astuzia.
Già negli anni Settanta Calò comincia a gravitare su Roma, dapprima come
uomo ombra di Stefano Bontate nella Capitale, tuttavia mantenendo sempre
strettissimi i legami con Palermo. Questo suo apparente allontanamento da
Palermo fa sì che gli organi investigativi trascurino di seguirne le mosse, così
che egli può operare tranquillamente per oltre un decennio nell’ombra,
diventando uno dei membri più autorevoli di Cosa Nostra e trasformandosi
acrobaticamente – da uomo di Bontate – in uno dei più fidi alleati dei corleonesi.
Tutto ciò senza che gli organi investigativi si occupino granché di lui, nonostante
sia latitante. 4
La svolta nei confronti di Pippo Calò si ha in seguito alle dichiarazioni di
Tommaso Buscetta e di Salvatore Contorno, che consentono di identificare in lui
il sedicente Mario Aglialoro, un personaggio misterioso di grande statura
mafiosa, emerso nelle complesse indagini istruttorie concernenti l’omicidio di
Domenico Balducci, avvenuto a Roma il 16 ottobre del 1981. 5
Balducci, imprenditore e membro della Banda della Magliana, era appunto
uno dei tramiti fra la banda e Calò. Era dedito all’usura e al riciclaggio e, nel
quadro di questa sua attività, aveva reinvestito capitali mafiosi per conto dei
corleonesi di Pippo Calò. Aveva però commesso l’errore di trattenere per sé una
parte del denaro destinato a Calò: 150 milioni di lire provenienti dalla cosiddetta
Operazione Siracusa, che avrebbe dovuto garantire alla mafia enormi proventi da
una grande speculazione edilizia. Balducci era stato ucciso da Danilo Abbruciati,
Renato De Pedis e Raffaele Pernasetti – membri «testaccini» della Banda della
Magliana – nel quadro di uno scambio di favori con Pippo Calò. 6
L’Operazione Siracusa ci consente di introdurre un altro personaggio
particolarmente interessante per la ricostruzione e la comprensione delle
multiformi attività di Pippo Calò: Luigi Faldetta, mafioso della famiglia di Porta
Nuova, prestanome di Pippo Calò in numerose operazioni di riciclaggio e
definito da Buscetta come «il rappresentante degli interessi economici del suo
capo mandamento».
La figura di Luigi Faldetta, costruttore edile, emerge per la prima volta nelle
indagini giudiziarie sull’omicidio di Giuseppe Di Cristina, 7 capo mandamento
della famiglia mafiosa di Riesi, avvenuto a Palermo il 30 maggio 1978. Nelle
tasche dell’ucciso erano stati trovati due assegni circolari e l’indagine bancaria
sulla loro origine aveva portato all’individuazione di numerosi altri assegni
circolari della stessa origine, emessi per importi cospicui e provenienti quasi
sempre dalla conversione di denaro contante. Ebbene, tutti gli assegni
risultavano utilizzati da personaggi gravitanti nell’orbita di Pippo Calò, tra i
quali spiccava appunto Luigi Faldetta, che aveva negoziato assegni per oltre
trecento milioni e che per questo era stato arrestato per il delitto di ricettazione.
Altri assegni risultavano negoziati da individui legati a Tommaso Spadaro (altro
uomo d’onore della famiglia di Porta Nuova), ovvero a persone come il già
citato Domenico Balducci ed Ernesto Diotallevi, entrambi esponenti della Banda
della Magliana e legatissimi a Calò. 8
Riferisce inoltre Buscetta che Luigi Faldetta aveva realizzato delle ville in
Sardegna in società con Pippo Calò e con Tommaso Spadaro e aggiunge di avere
appreso dallo stesso Calò che Faldetta, nel 1980, stava realizzando un fabbricato
nella zona di Brancaccio in società con Tommaso Spadaro. Circa l’attività e il
ruolo svolto da Luigi Faldetta in Sardegna, è stato accertato l’interessamento suo
e di Pippo Calò in due società (Mediterranea S.r.l. e Agroedil Olmo S.r.l.) che
hanno realizzato immobili a Porto Rotondo su terreni originariamente
appartenenti a una società controllata da Flavio Carboni. 9
Quanto all’Operazione Siracusa, rimasta per fortuna allo stato di progetto,
essa riguardava una gigantesca speculazione edilizia, mascherata da semplice
restauro del centro storico di Siracusa (che in realtà, essendo bellissimo,
dovrebbe essere solo amorevolmente conservato). A questa operazione
agghiacciante erano interessati, appunto, Pippo Calò e Luigi Faldetta, insieme
con il noto faccendiere Flavio Carboni e il braccio destro di quest’ultimo Emilio
Pellicani.
Pellicani e Carboni, sentiti come testimoni dai giudici istruttori Falcone e
Borsellino, hanno dichiarato che erano iniziati dei contatti e dei finanziamenti da
parte di un gruppo di siciliani (facenti capo a Pippo Calò) per eseguire, oltre che
il cosiddetto restauro del centro storico, anche l’ampliamento del porto di
Siracusa. Inoltre, da un appunto consegnato da Carboni, risultava che tra gli
imprenditori che avrebbero dovuto occuparsi di queste opere c’era anche
l’impresa edile di Andrea Notaro, cognato di Michele Greco, detto il Papa.
Ecco come Falcone e Borsellino commentano tutto ciò:
Sono proprio questi rapporti tra finanzieri senza scrupoli, come Flavio Carboni, e personaggi
legati alla mafia, come il Faldetta, che pongono in evidenza i collegamenti fra attività criminale
vera e propria e la cosiddetta delinquenza dei colletti bianchi. Carboni e Pellicani non hanno
avuto esitazioni ad ammettere che erano abbondantemente finanziati da un gruppo di usurai che
facevano capo a Pippo Calò e che i prestiti venivano effettuati, spesso, consegnando pietre
preziose di ingente valore ma, comunque, molto sopravvalutate rispetto all’effettivo valore
intrinseco delle stesse. Circa l’origine di queste pietre preziose non è difficile avanzare ipotesi,
ove si consideri che Antonio Rotolo, capo mandamento di Pagliarelli e strettissimo collaboratore
di Calò, si proclama un esperto della materia. 10

3. Le intuizioni di Falcone e Borsellino e il ruolo di «frontiera» di


Pippo Calò tra mafia, servizi, destra eversiva e trame occulte. La
strage di Natale del rapido 904

Un altro personaggio chiave in stretto contatto con Pippo Calò, e tale da


chiarirne ulteriormente le «multiformi attività», è il già menzionato Guido
Cercola. Costui è un criminale romano vicino alla Banda della Magliana, ma
anche agli ambienti della destra eversiva, il quale ha aiutato Calò a vivere a
Roma nel più completo anonimato e sotto il falso nome di Mario Aglialoro. È
stato lui, in base a quanto accertato dalla magistratura, ad acquistare per conto di
Calò una villa in provincia di Rieti, nella quale la squadra mobile di Roma ha
trovato una vera e propria santabarbara nel maggio del 1985. Qualche mese
prima del ritrovamento di quel deposito di armi ed esplosivi, il 23 dicembre del
1984, c’era stato l’attentato al treno rapido 904, che percorreva una galleria nella
tratta Bologna-Firenze: la cosiddetta strage di Natale, che ha ucciso sedici
persone e causato un gran numero di feriti.
Per quella strage Pippo Calò e Guido Cercola sono stati condannati
all’ergastolo mentre Friedrich Schaudinn, il tecnico tedesco che aveva prodotto i
dispositivi elettronici usati per l’attentato, è stato condannato a ventidue anni di
reclusione. La sentenza, emessa dalla Corte d’assise d’appello di Firenze, è
divenuta definitiva nel 1992.
Nel novembre del 1985, quando l’istruttoria sulla strage è ancora in pieno
svolgimento, la sentenza-ordinanza di Falcone e Borsellino torna sull’argomento
del rapporto Cercola-Calò, nel paragrafo dedicato alla posizione di quest’ultimo.
Subito dopo la descrizione dei traffici di droga che legavano tra loro Pippo Calò,
Antonio Rotolo e Guido Cercola, nel documento si legge:
Ma – fatti, questi, ancora più gravi – si accertava che, su incarico di Guido Cercola, un
personaggio coinvolto nelle vicende romane del Calò, il tedesco Friedrich Schaudinn aveva
realizzato sofisticate apparecchiature elettroniche, sicuramente utilizzabili in attentati dinamitardi
e rinvenute nelle abitazioni di Calò e del coimputato Fiorini Virgilio; si accertava altresì che in
una villa di Poggio San Lorenzo (Rieti), acquistata dal Cercola nell’interesse del Calò, erano
accuratamente nascosti […] saponette di esplosivo, mine anticarro, detonatori, un fucile a pompa,
rivoltelle e il relativo munizionamento. Non ci vuole molto per rendersi conto del significato della
disponibilità, da parte del Calò e dei suoi accoliti, di questi micidiali strumenti di morte. 11

La magistratura fiorentina ha ritenuto che lo scopo della strage fosse quello di


distogliere l’attenzione degli apparati dello Stato dalla lotta alla criminalità
mafiosa – che in quel tempo subiva una decisa offensiva di polizia e magistratura
– per rilanciare l’immagine del terrorismo come unico reale nemico.
La Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo e le stragi, nella
relazione del presidente Giovanni Pellegrino del dicembre 1995, ha però ritenuto
di mettere in discussione tale lettura della strage, argomentando nei termini
seguenti:
L’accertata matrice mafiosa dell’episodio parrebbe in qualche misura separare la strage del 904
dalle precedenti e configurarla quasi come una anticipazione degli attentati di Roma, Milano e
Firenze che hanno segnato l’estate del 1993 e in ordine ai quali indagini giudiziarie già
abbastanza avanzate sembrano su solide basi orientate nell’individuare una responsabilità del
vertice mafioso. […]
E tuttavia è la stessa personalità del principale responsabile individuato per la strage del 904
[Pippo Calò] a fornire spunti di rilievo opposto, nella prospettiva generale di indagine che la
Commissione si è proposta. Risultanze processuali da tempo consolidate […] consentono, infatti,
di individuare uno specifico «ruolo di frontiera» svolto da Giuseppe Calò nell’organizzazione
mafiosa. E infatti il Calò, già capo mandamento di Porta Nuova e vicino dapprima a Stefano
Bontate, ma in seguito legato al gruppo emergente dei corleonesi, si trasferisce e diviene
operativo in Roma sin dagli inizi degli anni Settanta dove, prevalentemente sotto la falsa identità
di Mario Aglialoro, stringe rapporti con la criminalità romana e in particolare con la Banda della
Magliana, consentendo alla stessa un salto di qualità e di pericolosità in un intreccio di interessi
politici e finanziari che le indagini tendono a rendere sempre più chiaro.
Né sfugge […] come già verso la metà degli anni Ottanta […] il sedicente Mario Aglialoro fu
individuato come un deus ex machina di torbide vicende e di oscure manovre nell’ambito di […]
una singolare convergenza di interessi mafiosi e oscuri interessi attinenti alla gestione della Cosa
Pubblica […].
La Commissione attribuisce rilievo all’affermata responsabilità di Pippo Calò per la strage del
904 […] nella ragionevole certezza che l’emersione della matrice mafiosa nell’ultima delle grandi
stragi – che chiude il quindicennio 1969-1984 – offre una pista che conduce in una zona grigia
caratterizzata da rapporti incrociati tra mafia, servizi segreti, criminalità politica e comune, il cui
ruolo appare ormai innegabile in molte delle vicende anche anteriori al 1984, che hanno
caratterizzato il periodo […]. Emerge quindi «un nodo siciliano» che lungi dal chiudersi nel
contesto periferico della storia dell’isola, merita di essere approfonditamente scandagliato per la
sua ben [maggiore] incidenza nella storia del paese. 12
4. L’isolamento di Giovanni Falcone e lo smembramento del pool
antimafia da parte del nuovo consigliere istruttore Antonino Meli

Alla fine del 1987 Falcone conclude l’istruttoria del maxi ter, pressoché in
concomitanza con la sentenza di primo grado del maxi uno che tanto allarme ha
creato nelle file di Cosa Nostra e degli ambienti variegati a essa contigui. 13
Ed ecco allora che, in quelle stesse settimane, parte un sordo attacco ai
giudici palermitani, Falcone in testa. L’occasione è propizia, perché proprio alla
fine del 1987 Antonino Caponnetto decide di tornare nella sua Firenze, sicuro
che il Consiglio superiore della magistratura manderà al suo posto proprio
Giovanni Falcone.
Ma ciò non accade. Il 19 gennaio del 1988, dopo un finto dibattito nel corso
del quale tutti i consiglieri sembrano concordare sulla superiorità di Giovanni
Falcone, il Csm fa prevalere il metro dell’anzianità su quello dell’idoneità e
nomina consigliere istruttore Antonino Meli, un magistrato che – a parte la
maggiore anzianità di servizio – non ha particolari meriti professionali e, in
particolare, non ha esperienza in materia di mafia.
Meli ha inoltre una mentalità burocratica e non riesce neanche a cogliere il
senso del pool antimafia. Non si domanda come mai esso sia stato creato e poi
mantenuto dai suoi due predecessori. Smembra quindi il pool in quattro e
quattr’otto senza tanti complimenti, distribuisce i procedimenti penali tra i vari
giudici istruttori senza tener conto delle connessioni, assegna alcuni
procedimenti a se stesso delegando gli atti a questo o quel giudice istruttore e
quanto a Falcone lo emargina decisamente. Le conseguenze, sulla qualità del
lavoro dell’ufficio, si sentiranno.
Falcone subisce, tace e reagisce soltanto facendo domanda di trasferimento
alla Procura della Repubblica come procuratore aggiunto.
Da Marsala è Borsellino che si ribella, e lo fa nel luglio di quel 1988, quando
in un intervento pubblico e poi in un’intervista al giornalista Attilio Bolzoni
denuncia che all’ufficio istruzione di Palermo la lotta al crimine organizzato è
stata azzerata e i processi si perdono in mille rivoli. Per tutta risposta il Csm apre
un procedimento contro Borsellino per quell’intervista. Tuttavia, il ministro della
Giustizia Giuliano Vassalli manda un’ispezione all’ufficio istruzione di Palermo
e a metà settembre l’ispettore ministeriale conferma che, nel corso della prima
metà del 1988, Meli ha sostanzialmente distrutto il pool antimafia. La
conseguenza è una lunghissima seduta notturna del Csm, che non decide nulla,
ma che rinuncia a punire Borsellino per l’intervista. 14
Il 21 giugno del 1989 Falcone subisce un attentato all’Addaura, un sobborgo
marinaro di Palermo, fortunatamente andato a vuoto. Nel settembre del 1989
viene nominato procuratore aggiunto, ma nel giugno del 1990 arriva il nuovo
procuratore della Repubblica, Pietro Giammanco. Falcone viene emarginato
anche da lui, passa un ulteriore periodo infernale che prosegue sino a quando, il
13 marzo 1991, non si trasferisce a Roma, al ministero della Giustizia, come
direttore generale degli affari penali.

5. La caduta nella qualità del lavoro degli uffici giudiziari inquirenti


di Palermo nel quadriennio 1988-1991

I quattro anni 1988-1991 segnano un sensibile calo di efficienza sia nella


Procura della Repubblica sia nell’ufficio istruzione del capoluogo siciliano. In
proposito, l’esempio più eclatante è il procedimento penale relativo ai tre
omicidi politico-mafiosi palermitani ai danni rispettivamente di Michele Reina
(1979), Piersanti Mattarella (1980), e Pio La Torre (1982), quest’ultimo ucciso
insieme con il suo autista Rosario Di Salvo.
Soltanto nel 1984, grazie alla collaborazione di Buscetta e Contorno, si è
potuto fare un po’ di luce su questi omicidi, i cui tre procedimenti vennero
trasmessi all’ufficio istruzione e riuniti al maxiprocesso nell’ottobre 1984,
quando vennero anche emessi, in relazione a essi, i mandati di cattura nei
confronti dei membri della cupola di Cosa Nostra: Salvatore Riina, Michele
Greco, Bernardo Brusca, Bernardo Provenzano, Pippo Calò, Francesco Madonia
e Nenè Geraci.
Dopo il rinvio a giudizio del primo maxiprocesso (novembre 1985) i tre
omicidi politici rimasero in istruttoria formale, trattati dal pool antimafia.
Un’istruttoria estremamente complessa e raffinata, nel corso della quale, in
particolare relativamente all’omicidio di Piersanti Mattarella (6 gennaio 1980),
emergeva a poco a poco una realtà che presentava tracce di rapporti fra Cosa
Nostra e l’eversione di destra (in particolare i Nuclei armati rivoluzionari), tanto
da determinare l’incriminazione di Valerio (detto Giusva) Fioravanti e Gilberto
Cavallini, esponenti di quel gruppo, quali possibili autori materiali del delitto. Su
questa pista – ricollegabile a quel ruolo di «frontiera» che abbiamo visto essere
stato svolto da Pippo Calò – si impegnò, in particolare, proprio Giovanni
Falcone.
Però, già dai primi mesi del 1988, a seguito delle iniziative disastrose assunte
dal nuovo consigliere istruttore Meli, l’istruttoria sui quattro omicidi, non più
affidata alla squadra efficiente del passato, procede con grande difficoltà e non
riesce più ad approfondire le indagini, inevitabilmente complesse, che si
imporrebbero. Di conseguenza, il 31 dicembre del 1990 gli atti dell’istruttoria
formale sui quattro omicidi vengono trasmessi al pm per le richieste definitive
senza taluni approfondimenti che sarebbero stati indispensabili.
A questo proposito, può essere utile citare un esempio. Dopo l’estate del
1989, quando Falcone è già procuratore aggiunto, perviene all’ufficio istruzione
una relazione sull’omicidio Mattarella datata 8 settembre e redatta dal magistrato
Loris D’Ambrosio, allora in servizio presso l’ufficio dell’alto commissario
antimafia. 15 Questa relazione verrà qua e là menzionata sia nella requisitoria
definitiva sia nella successiva sentenza-ordinanza di rinvio a giudizio, ma senza
prendere in considerazione talune circostanze specifiche che la relazione stessa
raccomandava vivamente di approfondire. In particolare, senza sottoporre a
esame determinati reperti di estremo interesse (dei pezzi di targhe rinvenuti in un
covo dei Nar) che, secondo la relazione, e anche oggettivamente, sarebbe stato
importantissimo esaminare.
La requisitoria definitiva viene redatta dai pubblici ministeri nei primi due
mesi del 1991 e viene trasmessa all’ufficio istruzione il 9 marzo di quell’anno. È
firmata da alcuni sostituti ed è controfirmata dai due procuratori aggiunti
(Falcone e Spallitta) e dal procuratore capo Giammanco.
Quella requisitoria Falcone non avrebbe voluto affatto controfirmarla, perché
la considerava del tutto carente e superficiale. Una requisitoria che, come disse a
Paolo Borsellino, «non avrebbe firmato neanche sotto tortura. Ma che alla fine
firmò. Per non venire triturato dall’ennesima polemica tra giudici palermitani.
Per non riproporre lo stesso scontro sostenuto con Antonino Meli. Per
sfinimento. Per senso del dovere». 16
La sentenza-ordinanza del giudice istruttore, che riporta integralmente la
requisitoria del pubblico ministero, porta la data del 9 giugno 1991. Per gli
omicidi Reina, Mattarella e La Torre vengono rinviati a giudizio i membri della
cupola di Cosa Nostra. Per l’omicidio Mattarella vengono rinviati a giudizio (di
malavoglia, se ci si passa l’espressione) anche Giusva Fioravanti e Gilberto
Cavallini, entrambi appartenenti all’organizzazione di estrema destra Nar. Con la
sentenza di primo grado (12 aprile 1995), sostanzialmente confermata in appello
(19 ottobre 1998), vengono condannati all’ergastolo i membri della cupola
mafiosa.
Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini vengono assolti dall’omicidio
Mattarella per non aver commesso il fatto.
In tutti e quattro i provvedimenti giudiziari (del pubblico ministero, del
giudice istruttore, della Corte d’assise e della Corte d’assise d’appello) colpisce
la totale sottovalutazione, per non dire omissione, dei molteplici argomenti
contenuti nelle centoventi pagine della Relazione D’Ambrosio dell’8 settembre
1989, la quale sottolineava – con riferimento particolare al caso Mattarella –
l’importanza di Pippo Calò quale punto di collegamento e di incontro, attraverso
la Banda della Magliana, fra gli esponenti dell’eversione di destra e Cosa Nostra.
E indicava agli inquirenti, proprio relativamente al caso Mattarella, talune piste
precise da seguire nel corso dell’istruttoria, piste che sono state totalmente
ignorate. 17
XII
L’omicidio di Piersanti Mattarella

1. La dinamica del delitto e la questione delle targhe

Palermo, via della Libertà, 6 gennaio 1980, ore tredici circa. Piersanti Mattarella,
presidente della Regione Sicilia, viene assassinato a colpi di arma da fuoco sotto
casa sua. Il killer è un giovane che lo attende nei pressi del passo carraio del
garage dal quale egli si appresta a uscire alla guida della sua auto. Accanto a lui
siede la moglie, Irma Chiazzese. Il killer esplode numerosi colpi su Mattarella
attraverso il finestrino. Subito dopo si avvicina a una Fiat 127, su cui si trova un
complice dal quale riceve un’altra arma con la quale torna a sparare contro
Mattarella, già colpito a morte, ferendo a una mano anche la moglie. Poi i due si
allontanano a bordo della Fiat 127.
La perizia balistica stabilirà che per l’omicidio sono stati utilizzati due
revolver calibro 38.
L’auto degli assassini viene trovata circa un’ora dopo abbandonata in via
degli Orti, a breve distanza dal luogo del delitto. È apparentemente targata PA-
546623, ma subito gli agenti constatano che in realtà le targhe sono state
contraffatte in un modo particolare:
a) la targa anteriore si compone di due pezzi, rispettivamente: 54 e 6623PA;
b) la targa posteriore si compone di tre pezzi, rispettivamente: PA, 54, 6623;
c) questi ultimi tre pezzi «presentano superiormente del nastro adesivo di
colore nero verosimilmente posto per meglio trattenerli alla carrozzeria». 1
Quella Fiat 127 è stata rubata la sera prima del delitto, sempre nella stessa
zona di Palermo, e la sua targa autentica (PA-536623) era quasi uguale a quella
poi contraffatta, dato che differiva da quest’ultima solo relativamente alla
seconda cifra, che originariamente era 3 anziché 4.
Indagando sull’auto con la targa contraffatta si è scoperto che, sempre la sera
prima del delitto, sono state rubate anche le targhe (anteriore e posteriore) di
un’altra auto – una Fiat 124 – parcheggiata sempre nella stessa zona e targata
PA-540916. È risultato evidente che la contraffazione è avvenuta semplicemente
asportando lo spezzone 53 dalle targhe autentiche della Fiat 127 e sostituendolo
con lo spezzone 54 prelevato dalle targhe asportate dalla Fiat 124.
Non viene trovata traccia, almeno per il momento, dei residui della
contraffazione, vale a dire degli spezzoni avanzati dalla frammentazione delle
targhe utilizzate (gli spezzoni PA, 53 e 0916).
Su questi particolari torneremo più avanti, perché se si fossero approfonditi a
quel tempo gli accertamenti su quelle targhe, sarebbe stato possibile ricostruire
in modo completo le dinamiche dell’omicidio Mattarella, anche relativamente
agli aspetti che invece sono rimasti purtroppo oscuri. 2
Il killer, che ha agito a volto scoperto, è stato descritto concordemente e con
una certa precisione sia dalla signora Irma Chiazzese, sia da cinque testimoni
oculari presenti sulla scena del crimine (compresa la colf di casa Mattarella, che
ha assistito alla scena dalla finestra).
Si trattava di un giovane di bella presenza, di circa venticinque anni, alto
all’incirca un metro e settanta, corporatura robusta e capelli castani. Indossava
una giacca a vento celeste tipo k-way e occhiali scuri.
Quando si muoveva procedeva con passo elastico e ondeggiando leggermente
le spalle, dando l’impressione di una andatura ballonzolante.
Il giovane aveva agito con grande calma e freddezza e tutti i testimoni hanno
osservato che aveva sulle labbra un accenno di sogghigno. In particolare la
signora Mattarella era rimasta colpita dal contrasto tra i lineamenti del volto, che
erano gentili, da ragazzo per bene, e lo sguardo, che era invece spietato, così
come era glaciale il suo comportamento. 3

2. Le presumibili cause del delitto

Come si può leggere nel rapporto giudiziario del 23 dicembre 1980, Piersanti
Mattarella nel suo operato politico si era battuto per sradicare i vincoli di
reciproco condizionamento tra politici, forze imprenditoriali e organizzazioni
mafiose. Egli aveva disposto, infatti, accurate ispezioni in materia di appalti, tra
cui una in particolare, volta a verificare presunte irregolarità sulle procedure
seguite dal Comune di Palermo nelle gare di appalto per la costruzione di sei
edifici scolastici. Ciò deve essere stato enormemente sgradito a Cosa Nostra,
soprattutto a quella fazione facente capo a Bontate, Spatola, Inzerillo e Gambino
– specificamente interessata a quelle gare – che abbiamo visto confrontarsi
addirittura con il presidente del Consiglio Andreotti in persona sul «problema»
Mattarella, sia prima sia dopo l’omicidio.
Pertanto non sembra casuale che, appena due giorni dopo l’omicidio
Mattarella, il Comune di Palermo si sia affrettato a sostenere la regolarità delle
gare d’appalto, contestando così i risultati dell’ispezione e contraddicendo anche
l’impegno, che aveva assunto il sindaco pro tempore con il presidente della
Regione, di annullare le procedure sino a quel momento formalizzate.
Piersanti Mattarella era da tempo angosciosamente preoccupato per la
crescente aggressività di Cosa Nostra e anche per le possibili reazioni mafiose
alle sue iniziative, che avrebbero potuto minacciare la sua stessa incolumità
fisica. Questo stato d’animo di Mattarella traspare dalle deposizioni del suo capo
di gabinetto Maria Grazia Trizzino e dell’allora ministro dell’Interno Virginio
Rognoni, che aveva avuto un colloquio con il presidente della Regione
nell’ottobre 1979. 4
In particolare, in base alla deposizione del ministro Rognoni, veniamo a
sapere che in quel colloquio Mattarella:
– si era ricollegato agli omicidi del commissario Boris Giuliano e del giudice
Cesare Terranova (rispettivamente luglio e settembre 1979) per sottolineare che
la mafia stava privilegiando nuove forme criminose e creando inquietanti legami
con la politica;
– aveva aggiunto che il suo sforzo era quello di recidere proprio tali legami,
facendo riferimento agli interventi volti a fermare la procedura di alcuni «appalti
concorso» 5* e ad altri interventi simili, senza nascondersi che potevano
provocare ostilità nei suoi confronti e anche un clima di grave intimidazione;
– aveva espresso chiaramente il suo vivo dissenso e la sua grande
preoccupazione per le notizie sulle pressioni che l’ex sindaco di Palermo Vito
Ciancimino – uomo di «discussa, ambigua e dubbia personalità» – stava
mettendo in atto per ottenere «un reinserimento a un livello di piena
utilizzazione politica all’interno del partito della Democrazia cristiana».
Un’altra deposizione rilevante, circa le preoccupazioni che tormentavano il
presidente della Regione Sicilia, è quella del suo successore, Mario D’Acquisto,
secondo il quale Mattarella «era particolarmente preoccupato anche perché
temeva che il terrorismo potesse cercare nuove aree di espansione nel Sud
aggiungendosi al fenomeno della mafia […]. Il presidente ucciso paventava che
la mafia siciliana potesse offrire al terrorismo killer e aiuti di altro genere, ove il
terrorismo politico avesse deciso l’alleanza con la mafia». 6

3. Una pista mafiosa anomala: il patto perverso tra Cosa Nostra e i


Nar di Valerio Fioravanti

L’ipotesi di un’alleanza di Cosa Nostra con il terrorismo politico – segnatamente


con la destra eversiva dei Nuclei armati rivoluzionari (Nar) e di Terza posizione
(Tp) – è quella sulla quale stava lavorando Giovanni Falcone negli anni 1986-
1987, prima di venire emarginato dai capi dei due uffici inquirenti palermitani.
Il suo lavoro viene proseguito nel biennio 1988-1989, come si è già
accennato, dal collega Loris D’Ambrosio, grande esperto di eversione di destra,
il quale sta allora operando però all’interno dell’alto commissariato antimafia,
che non ha certo la stessa incisività investigativa di un ufficio giudiziario
inquirente. Ciò malgrado, il risultato del lavoro – la Relazione dell’8 settembre
1989 – è davvero un testo estremamente interessante.
Nella Relazione si osserva anzitutto come dalle indagini svolte sull’omicidio
di Piersanti Mattarella non sia emersa nessuna pista investigativa volta a
individuare gli autori materiali del fatto in soggetti gravitanti nelle
organizzazioni mafiose. I collaboratori di giustizia di estrazione mafiosa hanno
infatti dichiarato di non sapere chi fossero i due killer, né a quale famiglia
appartenessero. Inoltre, la signora Chiazzese non ha ravvisato nessuna
somiglianza tra lo sparatore e le immagini di soggetti mafiosi che le sono state
sottoposte.
Va detto, però, che l’inesistenza di piste mafiose riconducibili agli autori
materiali del crimine non implica affatto l’esclusione della matrice mafiosa
dell’omicidio Mattarella. Del resto, come si è visto nel paragrafo precedente, le
presumibili motivazioni del delitto si ricollegano proprio alle logiche di Cosa
Nostra e non hanno nulla di sia pur larvatamente eversivo. Certamente non con
riferimento all’eversione di sinistra, ma neanche con riferimento all’eversione di
destra.
In particolare, per quanto riguarda il terrorismo di destra, se ci soffermiamo
sulle «espressioni rivoluzionarie» che esso poteva presentare a quel tempo,
dobbiamo riconoscere che il fatto criminoso di cui ci stiamo occupando non è
riconducibile al cosiddetto terrorismo spontaneista (emulativo di quello di
sinistra) schierato contro il sistema capitalistico e borghese, ovvero «contro una
società massificante che soffoca le avanguardie “elitarie” chiamate a condurre il
popolo alla rivoluzione e alla restaurazione eroica della spiritualità olimpico-
solare». Né l’omicidio Mattarella è riconducibile «alle azioni esemplari in se
stesse, dirette e punitive, capaci di disarticolare il sistema, e che qualunque
camerata di fede è in grado di compiere». 7
Ecco allora che nella Relazione l’omicidio Mattarella viene rappresentato
come un omicidio del tutto anomalo:
Maturato in quel composito ambiente umano e politico che, al fine di accrescere il proprio potere
economico, affaristico e istituzionale […], si presta a gestire gli interessi pubblici secondo schemi
e principi tipicamente delinquenziali […]. Non si tratta, allora, di un omicidio di mafia, ma di un
omicidio di politica mafiosa: nel quale, cioè, la riferibilità alla mafia come «organizzazione» deve
necessariamente stemperarsi attraverso una serie di passaggi mediati, di confluenze «operative» e
«ideative» apparentemente disomogenee ma in grado di dare, nel loro complesso, il senso
compiuto dell’antistato. 8

È questo – osserva ancora la Relazione – uno dei motivi, se non il motivo


principale, per il quale l’esecuzione dell’omicidio non viene affidata ai killer
delle organizzazioni mafiose: tanto più che, in tal modo, si ottiene anche l’effetto
di «disorientare l’opinione pubblica e l’apparato investigativo» e si dà agli stessi
affiliati mafiosi «l’impressione di quanto devastante ed estesa sia la capacità di
espansione e controllo che l’antistato è in grado di esercitare». 9

4. Le dichiarazioni di Cristiano Fioravanti e la figura di Francesco


Mangiameli

Tra il 1982 e il 1983 cominciano ad arrivare alla magistratura inquirente


dichiarazioni di collaboratori di giustizia provenienti dalla destra eversiva, che
indicano in Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini, militanti dei Nuclei armati
rivoluzionari, gli autori materiali dell’omicidio Mattarella.
Il primo a fare questa rivelazione, sia pure in maniera ancora nebulosa, è
Cristiano Fioravanti, fratello minore di Valerio, anch’egli militante dei Nar, ma
dal 1981 collaboratore di giustizia. Già in un verbale dell’ottobre 1982 Cristiano
comincia a collegare l’omicidio di Piersanti Mattarella a suo fratello Valerio,
precisando che quest’ultimo, nei giorni in cui fu commesso l’omicidio, si
trovava a Palermo ospite di Francesco Mangiameli, uno dei dirigenti di Terza
posizione. Cristiano aggiunge che anche prima di quel delitto (e pure
successivamente, come vedremo) suo fratello aveva fatto «frequenti viaggi in
Sicilia insieme a Gilberto Cavallini» e che lì entrambi erano da tempo in contatto
con Mangiameli. 10
In Sicilia, Francesco Mangiameli, detto Ciccio, era il capo riconosciuto di
Terza posizione, un gruppo dello spontaneismo armato di estrema destra la cui
storia ha incrociato in più punti, non sempre pacificamente, quella dei Nar.
Quando Cristiano Fioravanti inizia a fare le sue rivelazioni agli inquirenti,
Mangiameli in realtà è già morto da circa due anni, essendo stato assassinato il 9
settembre 1980 proprio dai due fratelli Fioravanti – sul punto ampiamente
confessi – con il concorso della compagna di Valerio, Francesca Mambro, e di
altri due camerati (Giorgio Vale e Dario Mariani), tutti condannati con sentenza
definitiva.
Le assidue frequentazioni tra Valerio Fioravanti e Ciccio Mangiameli si
collocano tra il 1979 e l’estate 1980, quando i Nar e Tp si concentrano su un
comune progetto «eroico», quello cioè di organizzare l’evasione dal carcere di
Pierluigi Concutelli, il killer neofascista che sta scontando l’ergastolo per avere
assassinato il magistrato Vittorio Occorsio nel 1976. Ciascuno ha i suoi miti, si
sa, e anche per ragioni generazionali il giovane Mangiameli e l’ancor più
giovane Fioravanti si appassionano all’idea di liberare il loro «eroe» Concutelli.
Il progetto non verrà realizzato, ma il dipanarsi dei suoi tentativi falliti finirà
per riflettersi sulle indagini relative sia all’omicidio Mattarella, sia all’omicidio
Mangiameli, sia – addirittura – alla strage di Bologna del 2 agosto 1980, per la
quale Francesca Mambro e Valerio Fioravanti sono stati condannati all’ergastolo
con sentenza definitiva.
In un interrogatorio del 22 marzo 1985 Cristiano Fioravanti dichiara con
maggior precisione che gli autori materiali dell’omicidio Mattarella sono suo
fratello Valerio e Gilberto Cavallini, «coinvolti in ciò dai rapporti equivoci che
Mangiameli stringeva in Sicilia». Cristiano osserva che la stessa uccisione di
Mangiameli «richiama quei collegamenti», e precisa che in quei giorni, intorno
all’Epifania del 1980, c’era a Palermo presso Mangiameli, con Valerio e
Gilberto, anche Francesca Mambro. 11
Le dichiarazioni in cui Cristiano Fioravanti accusa suo fratello Valerio
dell’omicidio Mattarella sono sempre piuttosto sofferte, ma in quelle rese tra
marzo e dicembre del 1986 a Giovanni Falcone e agli altri giudici istruttori del
pool di Palermo egli appare sempre meno combattuto. Queste sono, riportate
fedelmente, le parti più rilevanti del suo racconto:
Della partecipazione di mio fratello all’omicidio Mattarella appresi da lui stesso dopo l’omicidio
del Mangiameli [9 settembre 1980] e precisamente il giorno successivo, di mattina. Io infatti
avevo partecipato a quell’omicidio senza conoscerne, né previamente chiederne, i motivi.
Successivamente, specie perché mio fratello insisteva che era necessario uccidere anche la
moglie e la figlia del Mangiameli, chiesi spiegazioni sul perché di tali delitti. Eravamo in auto in
giro per Roma e credo fosse presente anche Francesca Mambro. Mio fratello mi disse che il
Mangiameli aveva fatto delle promesse circa aiuti e appoggi che doveva ricevere in Sicilia e che
queste promesse non erano state mantenute. In particolare aveva promesso che, grazie a
determinati appoggi che si era procurato, sarebbe riuscito a propiziare l’evasione di Concutelli,
previo trasferimento di costui in un ospedale o in un carcere meno sorvegliato di quello ove si
trovava. Quanto a questi appoggi e aiuti sarebbero venuti al Mangiameli e al nostro gruppo, come
mi disse mio fratello, in cambio di un favore fatto a imprecisati ambienti che avevano interesse
all’uccisione del presidente della Regione siciliana. All’uopo era stata fatta una riunione a
Palermo in casa del Mangiameli, in periodo che non so di quanto antecedente all’omicidio del
Mattarella, e nel corso di essa erano intervenuti, oltre al Mangiameli, mio fratello Valerio, la
moglie del Mangiameli, e una persona della Regione (non so se funzionario o politico).
Quest’ultimo avrebbe dato «la dritta», cioè le necessarie indicazioni per poter programmare
l’omicidio. Aggiunse mio fratello che l’omicidio era stato poi effettivamente commesso da lui e
dal Cavallini, mentre una collaborazione era stata prestata da Gabriele De Francisci [altro
membro dei Nar, n.d.a.], il quale aveva procurato una casa di appoggio, sempre necessaria
allorché si procede ad azioni armate […].
Faccio ancora presente che l’episodio dell’uccisione del Mattarella narratomi da mio fratello
non mi meravigliò, nonostante fossi certo che l’uccisione di un politico siciliano era estranea ai
fini politici delle nostre azioni. Infatti rientrava nella nostra filosofia di azione procedere anche ad
azioni criminose per procurarci favori, a condizione però che ciò non comportasse un legame
stabile con diversi ambienti e gruppi. Invero azioni criminose siffatte furono commesse anche a
Milano e a Roma. 12

Per quanto riguarda invece il movente dell’omicidio di Francesco Mangiameli,


Cristiano lo ricollega al timore, esternato da Valerio Fioravanti, che Mangiameli
potesse rivelare ciò che sapeva sull’uccisione di Mattarella e sulla riunione che
ne aveva preceduto l’assassinio. Poiché a quella riunione avevano assistito anche
la moglie di Mangiameli e la sua bambina, Valerio avrebbe voluto uccidere
anche queste ultime prima che venisse ritrovato il cadavere di Mangiameli, che
era stato affondato in un laghetto. Fortunatamente l’ulteriore orrendo massacro è
stato sventato perché il corpo del malcapitato è riaffiorato ed è stato ben presto
ritrovato. Ecco come conclude Cristiano Fioravanti:
Sono sicuro che Valerio mi abbia detto la verità nel confidarmi le sue responsabilità nell’omicidio
dell’uomo politico siciliano. Egli doveva convincermi dell’utilità, dopo l’uccisione di
Mangiameli, anche dell’uccisione della moglie e della figlia di quest’ultimo e, pertanto, doveva
presentarmi una reale esigenza; e mi disse che la moglie aveva partecipato alla riunione in cui si
era decisa l’uccisione ed era ancora più pericolosa del marito. 13

Tuttavia è stata avanzata un’altra ipotesi, forse più plausibile, per quanto
riguarda il movente dell’omicidio di Mangiameli, nel senso che esso sia in realtà
ricollegabile al timore che quest’ultimo potesse rivelare ciò che certamente
sapeva sulla strage della stazione di Bologna. Ma di questo si dirà nel capitolo
relativo.

5. Le confidenze di Francesco Mangiameli al suo camerata e amico


Alberto Volo

Oltre a essere il più autorevole militante di Terza posizione in Sicilia, Francesco


«Ciccio» Mangiameli era anche professore di Lettere in un liceo di Palermo ed
era ovviamente in contatto con altri esponenti del mondo della scuola. Tra questi
vi era Alberto Volo, che gestiva una scuola privata nel capoluogo siciliano –
l’istituto Manara Valgimigli – ed era anch’egli vicino a Terza posizione. I due si
erano conosciuti un paio di mesi prima dell’omicidio Mattarella e tra loro era
nata una grande amicizia e confidenza, su cui Volo si sofferma nelle
dichiarazioni rese ai giudici istruttori del pool di Palermo tra marzo e aprile
1989:
Circa l’omicidio di Piersanti Mattarella, posso dire quanto segue. Tutto è partito dalla mia
conoscenza con Francesco Mangiameli, avvenuta […] nell’ottobre-novembre 1979 […].
Simpatizzammo subito data la nostra comune ideologia e così, in breve tempo, fui coinvolto dal
Mangiameli in un progetto per far evadere Pierluigi Concutelli […]. Per quanto attiene più
precisamente all’omicidio di Piersanti Mattarella, io posso riferire quanto mi è stato confidato dal
Mangiameli [… il quale] mi confidò che a uccidere Piersanti Mattarella erano stati Riccardo e il
prete e cioè Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini, della cui appartenenza ai Nar egli mi rese
edotto […]. Ricordo peraltro che il Mangiameli si diceva certo che a uccidere Mattarella era stata
la massoneria che si era avvalsa dei due suddetti […]. Il Mangiameli […] mi confidò che egli
sapeva soltanto, inizialmente, che egli doveva dare appoggio logistico ai due per una azione
importante […]. Mi riferì anche che i due, prima e dopo l’omicidio, avevano trovato rifugio nella
sua villa di Tre Fontane che, specialmente allora, e in quella stagione, costituiva rifugio ideale per
chi volesse nascondersi, essendo molto isolata. 14

6. Il riconoscimento del killer in Valerio Fioravanti da parte della


vedova Mattarella e le rivelazioni di Stefano Soderini

Sin qui, gli elementi d’accusa a carico di Valerio Fioravanti e di Gilberto


Cavallini sono fondamentalmente due: le dichiarazioni di Cristiano Fioravanti,
fratello di Valerio, e la presenza a Palermo di quest’ultimo e di Cavallini proprio
nei giorni in cui Mattarella viene ucciso, circostanza rivelata concordemente sia
da Cristiano sia da Alberto Volo.
Un altro elemento di accusa nei confronti dei due è costituito
dall’identificazione di Valerio Fioravanti da parte di Irma Chiazzese, la vedova
di Piersanti Mattarella, che aveva visto in faccia lo sparatore, il quale «indossava
un k-way azzurro con cappuccio in testa». Il riconoscimento avviene a quattro
anni di distanza dal fatto, quando diventano di pubblico dominio le accuse mosse
al leader dei Nar da suo fratello Cristiano. Il 19 marzo del 1984, la signora
Chiazzese dichiara di avere provato «una forte sensazione nel vedere le
fotografie di Giusva Fioravanti» e precisa che Valerio Fioravanti «è quello che
più corrisponde all’assassino che ho descritto nell’immediatezza dei fatti». 15
Due anni dopo, in sede di ricognizione formale, articola meglio la sua
valutazione: «Quando dico che è probabile che nel Fioravanti si identifichi
l’assassino intendo dire che è più che possibile che lo stesso sia autore
dell’omicidio, ma che non sono in grado di formulare un giudizio di certezza».
Infine, nel luglio del 1986, aggiunge un particolare. Racconta di aver incrociato
il killer poco prima che aprisse il fuoco e di aver notato, tra l’altro, il suo strano
modo di camminare, che definisce «un’andatura ballonzolante».
Che Valerio Fioravanti si muovesse così lo racconta anche il suo camerata
Stefano Soderini, esponente dei Nar diventato poi collaboratore di giustizia. In
un interrogatorio reso al giudice istruttore Falcone nel luglio del 1986 Soderini,
dopo aver affermato che «la descrizione del killer riferita dalla vedova Mattarella
si attaglia a Valerio Fioravanti», rivela anche un soprannome («l’orso»)
affibbiato al leader dei Nar proprio per quella sua caratteristica. «Il Fioravanti»
precisa Soderini «si muoveva così in ogni circostanza, anche quando era in
azione. Anzi, questo suo modo di comportarsi, quasi giocherellone, spiazzava le
persone contro cui agiva che non si accorgevano delle sue reali intenzioni se non
quando era troppo tardi». 16
In quello stesso interrogatorio del luglio 1986 Stefano Soderini fornisce a
Giovanni Falcone un ulteriore oggettivo riscontro probatorio allorché dichiara
quanto segue: «So per certo che, fin quando il Cavallini non ha procurato il
macchinario per fabbricare targhe di autovetture false, il Fioravanti mi diceva
che per alterare le targhe delle vetture era solito usare più targhe, che tagliava per
ricostruirne un’altra con i numeri, conseguentemente, “modificati”». 17
Si tratta dell’elemento probatorio cui si è accennato all’inizio di questo
capitolo – quello della targa falsa montata sulla Fiat 127 dagli assassini di
Mattarella – che aveva suscitato l’interesse di Giovanni Falcone e poi quello di
Loris D’Ambrosio, ma che è stato sostanzialmente ignorato dagli inquirenti
palermitani dopo l’avvenuta emarginazione di Falcone. Ce ne occupiamo nel
prossimo paragrafo.

7. La targa camuffata dell’auto del delitto e i pezzi di targa in un covo


di Terza posizione

Nella sua Relazione dell’8 settembre 1989 Loris D’Ambrosio precisa che
l’affermazione di Stefano Soderini, secondo cui Giusva Fioravanti «era solito
usare più targhe che tagliava per ricostruirne un’altra con i numeri
conseguentemente “modificati”», riflette una prassi molto diffusa negli ambienti
della destra eversiva, specialmente tra gli esponenti di Terza posizione e dei Nar.
Più volte, nei relativi covi, si sono trovate targhe tagliate e/o modificate in quel
modo.
La Relazione si riferisce in particolare alle targhe – in gran parte tagliate –
rinvenute a Roma l’8 ottobre del 1982 in occasione dell’arresto di tre membri di
Terza posizione. Una di queste targhe era «composta da due parti trattenute da
nastro adesivo», proprio come quella della Fiat 127 del caso Mattarella. 18 I tre
arrestati risultavano collegati a Enrico Tomaselli, il giovane luogotenente di
Francesco Mangiameli, «chiamato a ricompattare l’ambiente “tercerista”
siciliano dopo la morte di quest’ultimo» (tercerista è un’espressione ispanica con
cui i membri di Tp designano se stessi). Non si tratta quindi – prosegue la
Relazione – di soggetti del tutto estranei all’ambiente dei Nar, dato che all’epoca
del loro arresto i Nar «operavano congiuntamente al gruppo dei terceristi e
disponevano anche di “covi” e “basi” comuni dove confluivano quasi
indifferentemente armi, documenti, targhe, procurati dall’uno o dall’altro
gruppo». Inoltre, data la frequentazione continuativa tra gli uni e gli altri, non
può certo sorprendere «il reciproco scambio di esperienze, fra cui ben potevano
rientrare, insieme alle modalità di falsificazione dei documenti […], quelle
concernenti le modalità di falsificazione delle targhe». 19
A questo punto la Relazione si sofferma sull’esito di una perquisizione di
notevole rilievo, operata dal nucleo operativo dei carabinieri di Torino il 26
ottobre del 1982 (quindi pochi giorni dopo l’operazione romana di cui sopra) in
un covo di Terza posizione che si trovava in un appartamento di via Monte
Asolone, nel capoluogo piemontese, affittato sotto falso nome a Fabrizio Zani,
uno dei leader di quella formazione. La Relazione suggerisce agli inquirenti di
Palermo di svolgere accertamenti accurati su «due pezzi di targa» lì rinvenuti,
che hanno tutto l’aspetto di una «targa virtuale» componibile proprio con i pezzi
residuati dal camuffamento di targa operato dagli assassini di Mattarella sulla
Fiat 127:
Va pertanto sottoposto ad accurato accertamento quanto rinvenuto il successivo 26.10.1982 in
Torino, nel c.d. covo di via Monte Asolone (v. RR. GG. 21.10.1982 dei CC Rep. Op. Torino, all.
14) già in uso a Zani Fabrizio, da tempo latitante, aderente a Terza posizione e particolarmente
vicino a Enrico Tomaselli.
Nel covo vengono rinvenuti – fra l’altro – due pezzi di targa, uno comprendente la sigla PA e
l’altro contenente la sigla PA e il numero 563091. Non si precisa, nel verbale, se si tratta di parti
di targa o di targa intera. La circostanza merita di essere accertata poiché, oltre che della stessa
sigla PA, la targa rinvenuta a Torino risulta composta con gli stessi numeri (pur se diversamente
collocati) rimasti […] in possesso degli autori dell’omicidio dell’on. Mattarella dopo la
alterazione della targa della vettura utilizzata per commettere il fatto (PA - 5.3.0.9.1.6; targa
rinvenuta in Torino: PA - 5.6.3.0.9.1.). 20
FIGURA 1. Incipit del verbale di sequestro del 26 ottobre 1982.

FIGURA 2. Dettaglio del verbale di sequestro del 26 ottobre 1982.


Nell’intestazione del verbale di sequestro di via Monte Asolone (figura 1)
l’appartamento preso in affitto da Fabrizio Zani viene definito, non a caso, come
una base a disposizione di elementi della destra eversiva appartenenti
indifferentemente ai Nar o a Terza posizione. Il materiale sequestrato è
copiosissimo e comprende moduli in bianco per costruire documenti falsi,
segnatamente tesserini di appartenenti all’Arma dei carabinieri, nonché divise
della stessa Arma e di altri corpi di polizia.
Ma vediamo anzitutto chi è Fabrizio Zani e quali sono i suoi rapporti con
Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini.

8. La posizione di Fabrizio Zani, rapinatore e magazziniere della


destra eversiva

Fabrizio Zani, già esponente di Terza posizione, noto anche per avere fondato il
periodico di impronta neonazista «Quex», viene arrestato una prima volta nel
1974 per alcuni attentati dinamitardi. Torna libero nel 1978 e continua la lotta
armata con il gruppo dei Nar che fa capo a Valerio Fioravanti (che verrà arrestato
nel febbraio 1981), nonché a Pasquale Belsito, Gilberto Cavallini e Stefano
Soderini.
Zani è uno degli autori materiali della sanguinosa rapina commessa a Roma
la mattina del 5 marzo 1982, da alcuni esponenti dei Nar e di Terza posizione,
all’agenzia n. 2 della Banca nazionale del lavoro di piazza Irnerio. Tra i
rapinatori c’è Francesca Mambro, la compagna inseparabile di Valerio
Fioravanti, che proprio in quell’occasione viene arrestata. Ai preparativi, pur
senza parteciparvi, ha contribuito anche Gilberto Cavallini, che il giorno prima
dell’operazione ha fornito al gruppo di fuoco uno dei giubbotti antiproiettile e un
mitra M3, utilizzati nel corso della rapina e del successivo scontro a fuoco con le
forze di polizia. 21
È il caso di aggiungere che nell’appartamento di via Monte Asolone è stata
rinvenuta anche una pistola Beretta calibro 9 mod. 1934, risultata poi sottratta a
un militare dell’Arma dei carabinieri proprio nel corso della rapina di piazza
Irnerio. 22
Successivamente, il 26 novembre del 1982, Fabrizio Zani, Pasquale Belsito e
Stefano Soderini, unitamente ad alcuni altri camerati dei Nar, organizzano
un’importazione di armi e munizioni da guerra, tra cui una bomba a mano di
fabbricazione francese, tentando di introdurle in Italia di notte dal valico di
Ventimiglia, a bordo del treno internazionale Les Arcs. Nell’involucro
contenente le armi, intercettato da un ferroviere francese, viene trovato anche un
timbro di plastica con la dicitura ANTONIO SERICOLI, che riconduce a Gilberto
Cavallini, dato che l’impronta di quel timbro è stata a suo tempo rilevata su uno
dei documenti falsi di cui egli si era servito.
Le vicende dell’autunno 1982 (in particolare il ricco materiale sequestrato a
Torino in via Monte Asolone e il borsone di armi di Ventimiglia con il timbro di
Cavallini) fanno sì che l’attenzione degli inquirenti si appunti sulle figure di
rilievo, appunto, di Gilberto Cavallini e di Stefano Soderini, che insieme a
Pasquale Belsito sono tra i pochi componenti ancora in libertà dei Nar, o quanto
meno della cosiddetta banda Cavallini. Il primo a essere arrestato, nell’aprile del
1983, è proprio Fabrizio Zani. Il 12 settembre dello stesso anno tocca a Cavallini
e Soderini, che vengono fermati insieme in un bar di Milano.
Stefano Soderini diventa poi collaboratore di giustizia e fornisce agli
inquirenti importanti rivelazioni. Si è già ricordata quella circa la tecnica seguita
da Giusva Fioravanti per il camuffamento delle targhe d’auto. Ma non meno
importante è la rivelazione secondo la quale Fabrizio Zani, circa tre mesi prima
del tentativo d’importazione d’armi di Ventimiglia, aveva acquistato una bomba
a mano da un camerata francese. 23

9. L’importanza probatoria dei «due pezzi di targa» di via Monte


Asolone

Nell’elenco degli oggetti sequestrati in via Monte Asolone, i reperti su cui ora
dobbiamo soffermarci compaiono al n. 42: «Due pezzi di targa di cui uno
comprendente la sigla PA e uno contenente la sigla PA e il numero 563091». Va
inoltre osservato che poco più sotto, al n. 46, risulta repertata anche «Una
confezione di pasta per modellare di marca “DAS”».
La scarsa accuratezza con cui è stato redatto il verbale di sequestro fa sì che
la descrizione dei due reperti indicati al n. 42 risulti piuttosto sibillina: si parla di
«due pezzi di targa». Ma mentre il primo – costituito solo dalla sigla PA – è
indubbiamente un pezzo di targa, il secondo reperto sembrerebbe avere l’aspetto
di una targa intera, dato che il verbale dice che contiene la sigla di Palermo più le
sei cifre che contrassegnavano, negli anni Settanta e nei primissimi anni Ottanta,
le targhe automobilistiche (intere) del capoluogo siciliano.
D’altra parte, l’ipotesi che il secondo reperto fosse in realtà una targa
autentica e intatta, appartenente a un veicolo realmente e regolarmente targato
PA-563091, è inconciliabile con l’espressione «pezzo di targa» con cui il
verbalizzante vi si riferisce. È quindi maggiormente plausibile l’ipotesi che il
poco accorto verbalizzante abbia inteso designare con quell’espressione
imprecisa una targa (evidentemente falsa) costruita assemblando tra loro «pezzi»
di targhe diverse.
Più precisamente, dato che i pezzi di targa residuati dopo il camuffamento
operato sulla Fiat 127 del delitto Mattarella erano PA, 53 e 0916, l’ipotesi
concreta è quella di una targa fasulla, costruita utilizzando proprio quei pezzi:
precisamente, ritagliando la cifra 6 finale e inserendola tra la cifra 5 e la cifra 3.
Il «dilemma» si sarebbe potuto risolvere molto agevolmente, fin dal
settembre 1989, se solo l’ufficio istruzione di Palermo avesse seguito il
suggerimento contenuto nella Relazione D’Ambrosio («Va pertanto sottoposto
ad accurato accertamento quanto rinvenuto») e avesse richiamato ed esaminato
con attenzione il secondo reperto del corpo di reato n. 42 di via Monte Asolone.
In questo modo gli inquirenti avrebbero accertato senza margini di dubbio se il
reperto in questione fosse una targa palermitana autentica (quindi irrilevante ai
fini dell’inchiesta in corso e approdata chissà come nel covo Nar di Torino),
oppure se si trattasse – ipotesi ben più probabile – di una targa falsa assemblata
nel modo anzidetto (per i Nar piuttosto usuale) con i pezzi residuati dal
camuffamento operato sulla Fiat 127 dell’omicidio.
Se fosse stata constatata la fondatezza di questa seconda ipotesi, sarebbe stato
inevitabile domandarsi come mai i residui del noto camuffamento di targa
dell’omicidio Mattarella fossero finiti proprio in quel covo dei Nar e di Terza
posizione, gestito da un esponente non secondario – quale era Zani – proprio del
gruppo Fioravanti-Cavallini-Soderini. Questa circostanza avrebbe costituito un
ulteriore importante elemento di prova a carico di Fioravanti e Cavallini quali
autori materiali di quell’omicidio.
Ma c’è di più. Una volta che quel reperto si fosse rivelato una targa
assemblata, sarebbe stato opportuno sottoporla a un accertamento tecnico per
verificare se, nella sua parte sottostante, ci fossero tracce di componenti di quella
«pasta per modellare di marca “DAS”», una confezione della quale è stata pure
trovata nell’appartamento di via Monte Asolone (reperto n. 46). Quel tipo di
materiale poteva servire egregiamente a tenere uniti i diversi pezzi di targa
durante le operazioni di assemblaggio onde far sì che, a lavoro ultimato, il tutto
si presentasse come un pezzo unico ben mimetizzato.
Invece nulla di tutto ciò è mai stato fatto.
Quando la Relazione D’Ambrosio giunse, dall’ufficio dell’alto commissario
antimafia, sulla scrivania del consigliere istruttore di Palermo Antonino Meli, nel
settembre del 1989, il pool antimafia era già stato smantellato da tempo,
Giovanni Falcone – ormai emarginato dalla nuova dirigenza – si era appena
trasferito alla Procura della Repubblica come procuratore aggiunto (sarà
emarginato anche lì) e Paolo Borsellino era a Marsala. Non è dato sapere se
Antonino Meli abbia letto la Relazione, ma è certo che l’unica iniziativa che
prese fu quella di rinviare il documento al mittente per un presunto vizio di
forma: mancava la firma dell’alto commissario Domenico Sica. 24
Non sappiamo quando la Relazione fu ritrasmessa a Palermo. Essa è
comunque citata – con riferimento solo ad aspetti marginali – sia nella
requisitoria finale del procedimento riguardante l’omicidio Mattarella (firmata
dai pubblici ministeri il 9 marzo del 1991) sia nella successiva sentenza-
ordinanza di rinvio a giudizio emessa dal giudice istruttore il 9 giugno 1991. Ma
la parte determinante della Relazione, quella relativa alla necessità di disporre
accertamenti sui «pezzi di targa» di via Monte Asolone, è stata totalmente
ignorata.
Che ne è oggi dei reperti di via Monte Asolone? Sequestrati il 26 ottobre del
1982, sono rimasti a Torino custoditi per qualche mese presso quel nucleo
operativo dei carabinieri, dopo di che sono stati trasmessi a Roma e sono
approdati al locale ufficio corpi di reato nel giugno 1983 per essere uniti al
processo dei Nar lì pendente a carico di Pasquale Belsito e altri. 25 Chi scrive ha
tentato di rintracciarli ed esaminarli, ma ha trovato solo il verbale di distruzione
dell’ufficio corpi di reato del Tribunale di Roma, il quale attesta che, dopo
vent’anni dalla presa in consegna, i reperti di via Monte Asolone sono stati
ritualmente distrutti. Precisamente il 15 giugno del 2004 (corpo di reato n.
110116 comprendente «due pezzi di targa»).
La conseguenza è che, per quanto riguarda la soluzione del «dilemma» di cui
sopra, a noi non resta che accontentarci di una ricostruzione in via di logica
probabilistica. Ricostruzione, del resto, che può rivestire solo un interesse
meramente storico, dato che Fioravanti e Cavallini sono stati ormai assolti con
sentenza definitiva dall’accusa di concorso nell’omicidio Mattarella e, per il
principio costituzionale del ne bis in idem, non possono comunque essere
processati una seconda volta per il medesimo reato.
Va anche detto che il suddetto «dilemma» non è privo di una sua ragion
d’essere. Infatti, chi scrive ha consultato il pubblico registro automobilistico e ha
rilevato che l’auto regolarmente targata PA-563091 (che ovviamente esisteva ed
era una Renault) era stata immatricolata a Palermo il 3 marzo 1980 con quel
numero di targa, ma era stata poi ritargata, sempre a Palermo, in data 28 aprile
1982, perché la targa PA-563091 era stata denunciata come «smarrita» (ironia
della sorte!) in quella data.
Ragion per cui, teoricamente, ci sarebbe una sia pur remota possibilità che
quella targa smarrita, pur contenendo le medesime cifre dei residui del noto
camuffamento, sia misteriosamente finita proprio nel covo Nar di Torino e sia
stata – altrettanto misteriosamente – definita «pezzo di targa» dal verbalizzante
di via Monte Asolone.
Tuttavia, il fatto che la targa autentica PA-563091 sia stata smarrita a
Palermo, in una situazione che non ha relazione alcuna con l’ambiente dei Nar,
rende estremamente improbabile che essa sia andata a finire a più di
millecinquecento chilometri di distanza, proprio in quel covo Nar di Torino.
Mentre è ben più probabile – tanto più tenendo conto dei rapporti esistenti tra il
Nar Zani del covo di Torino e i Nar Fioravanti e Cavallini presenti a Palermo nei
giorni intorno all’Epifania del 1980 – che il reperto 563091-PA di via Monte
Asolone fosse una targa fasulla, assemblata con i residui del camuffamento di
targa del caso Mattarella.
Abbiamo interpellato un autorevole matematico, il professor Marco Abate
dell’università di Pisa, circa la possibilità di eseguire scientificamente questo
calcolo probabilistico. La risposta è stata che un simile calcolo matematico non è
scientificamente possibile se non tenendo conto di fattori effettivamente
riconducibili a dati numerici. È però possibile – e può fornire un risultato
comunque interessante che può dare un’idea di massima – un calcolo desumibile
dai dati relativi al numero dei veicoli immatricolati mese per mese nel capoluogo
siciliano. Il risultato è, all’incirca, una probabilità su millequattrocento. In nota si
possono trovare i singoli passaggi del calcolo matematico. 26
La nostra conclusione ha trovato una conferma concreta quando siamo
riusciti a entrare in possesso di una copia del rapporto di polizia giudiziaria del 9
febbraio 1980 relativo all’omicidio Mattarella. Sono infatti allegate al rapporto
le fotografie delle false targhe montate sulla Fiat 127 (figura 3 e figura 4) nonché
le fotografie degli spezzoni di targa – ripresi fronte e retro dopo la rimozione –
con cui gli assassini avevano composto la falsa targa montata su quella vettura
(figura 5 e figura 6). 27 Nella facciata retrostante degli spezzoni (figura 6) è
evidente la presenza di una materia bianca, che ben potrebbe essere proprio il
Das impiegato per tenere uniti i pezzi. Inoltre appare evidente, dalle due
fotografie, che lo scopo reale del nastro adesivo nero era solo quello di
mascherare le cesure tra i singoli pezzi per evitare che si intravedesse il colore
bianco della materia sottostante (figura 5).
Informato delle circostanze illustrate in questo capitolo, il procuratore
nazionale antimafia e antiterrorismo, Franco Roberti, il 30 agosto del 2017 ha
trasmesso al procuratore della Repubblica di Palermo un «atto d’impulso», come
previsto dall’articolo 371-bis del Codice di procedura penale, con richiesta di
riaprire le indagini preliminari sull’omicidio Mattarella e di accertare se gli
spezzoni della falsa targa PA-546623, montata sull’autovettura Fiat 127
utilizzata per quell’omicidio, presentino tracce della pasta per modellare marca
Das. Il 4 gennaio 2018 la Procura della Repubblica di Palermo ha riaperto il
caso. 28 Al momento in cui questo libro va in stampa non è dato sapere se l’atto
d’impulso della Procura nazionale abbia avuto qualche effetto. 29

FIGURA 3. Vista della targa falsa anteriore.

FIGURA 4. Vista della targa falsa posteriore.


FIGURA 5. Gli spezzoni delle targhe - fronte.

FIGURA 6. Gli spezzoni delle targhe - retro.


XIII
Il senso della strategia della tensione e il suo evolversi sino all’alba
del triennio 1978-1980

1. Quando l’antistato si annida nello Stato

Sui Nar di Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e relativi camerati sarà


necessario tornare tra non molto, per soffermarci sulle vicissitudini del loro
movimento (sia anteriori sia successive al delitto Mattarella) e per occuparci, tra
l’altro, della loro posizione relativamente a un crimine perpetrato sette mesi
dopo quel delitto: la strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980. Un
evento terribile, che sarebbe tuttavia riduttivo e semplicistico attribuire soltanto
alla destra eversiva, la quale è invece solo una delle componenti di quello che
abbiamo definito antistato: quest’ultimo ha infatti gestito tutti gli eventi della
strategia della tensione, compresi i progetti – per fortuna non realizzati – che
erano previsti per i mesi successivi all’estate 1980.
Per introdurre questi argomenti dobbiamo però fare un ulteriore passo
indietro. Non certo per ricostruire diffusamente la storia della strategia della
tensione dagli anni Sessanta in poi – cosa che esula dai limiti di questo lavoro –
ma soltanto per dar conto di alcune circostanze fondamentali che, pur anteriori al
triennio 1978-1980, vanno tenute in considerazione per meglio cogliere il senso
degli eventi di quel periodo.
Quella che noi comuni mortali chiamiamo «strategia della tensione», nel
linguaggio dei vertici militari viene chiamata – con un’espressione vagamente
cinica – «guerra a bassa intensità» o anche «guerra non ortodossa».
Ebbene, in questa «guerra» i soldati semplici sono i terroristi della destra
eversiva. Uno di questi è stato Vincenzo Vinciguerra, un uomo che ha fatto parte
di Ordine nuovo, che ne conosce bene i segreti, ma che se ne è allontanato
perché, essendo lui un «purista» del terrorismo nero, a un certo punto si è reso
conto che quel movimento politico, pur professandosi rivoluzionario, era invece
manovrato dai servizi segreti e dai poteri occulti. Vinciguerra non è
propriamente un pentito, ma non è neanche alieno dal fornire informazioni agli
organi dello Stato, se ciò serve a marcare le differenze tra lui e i falsi
rivoluzionari. Ecco quanto dichiara al giudice istruttore di Bologna nel 1984:
Tutte le stragi che hanno insanguinato l’Italia a partire dal 1969 appartengono a un’unica matrice
organizzativa […]. Le direttive partono da apparati inseriti nelle istituzioni […]. Si tratta del
gruppo che dette vita o aderì successivamente al centro studi Ordine nuovo di Pino Rauti. Tale
gruppo ha il suo baricentro nel Veneto, ma naturalmente ha agito anche a Roma e a Milano. 1

Oggi, grazie anche ai non pochi collaboratori di giustizia che hanno confermato
le parole di Vinciguerra, tutti gli elementi acquisiti indicano che da diversi
decenni ha operato in Italia un’organizzazione eversiva e terroristica trasversale,
la quale ha accomunato i gruppi dell’estrema destra al di là delle loro diverse
denominazioni.
Di questa organizzazione trasversale, «Ordine Nuovo, in particolar modo il
gruppo veneto, era il fulcro operativo». Questa organizzazione era inoltre «al
centro di una rete di rapporti articolati, solidi e duraturi […] con apparati
istituzionali italiani e stranieri, che le fornivano protezione, supporto e direttive».
Come dire, una sorta di antistato annidatosi nello Stato.
Tutte le stragi, realizzate o tentate, «sono state opera di questa organizzazione
e, nella loro fase più esecutiva, di un numero molto ristretto di persone, che
hanno continuato a operare indisturbate o quasi». Infine, risulta ormai
chiaramente, come si vedrà tra breve, che tutte le stragi «erano inserite in piani
più vasti con finalità golpistiche o di condizionamento antidemocratico del
quadro politico». 2

2. Ordine nuovo, Avanguardia nazionale e la guerra non ortodossa

Nato alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso come un «ordine di
credenti e combattenti», intriso di ideologie neonaziste e neopagane, Ordine
nuovo (On) abbracciò ben presto la nuova teoria della «guerra non ortodossa»
elaborata nel frattempo dalla Nato. La novità di questa teoria «era che, siccome i
comunisti si stavano avvicinando al potere per vie legali e democratiche, non era
più sufficiente una strategia di controinsorgenza, ma ne occorreva una di
provocazione e attacco». Si trattava appunto della «strategia della tensione che,
per essere attuata, necessitava dell’attività clandestina di gruppi di civili […]. E
chi meglio dei neofascisti per questo compito?». 3
È il caso di precisare che le linee di questa teoria, nei primi anni Sessanta,
sono state addirittura messe per iscritto nei piani delle nostre forze armate: «È in
atto, da parte del comunismo italiano, una guerra psicologica tendente a
conquistare il potere per le vie legali […]. Oggi quindi è imperativo […] mettere
in atto un piano di operazioni a carattere non solo difensivo ma anche
offensivo». 4 E ancora: «Bisogna creare gruppi di attivisti […] che possano usare
tutti i sistemi, anche quelli non ortodossi: quelli dell’intimidazione, della
minaccia, del ricatto, della lotta di piazza, dell’assalto, del sabotaggio, del
terrorismo». 5
Fu così che Pino Rauti, fondatore di Ordine nuovo, divenne consigliere del
generale Giuseppe Aloja, massimo vertice delle forze armate, e il suo camerata
Guido Giannettini fu messo nel libro paga del Sid.
L’altro gruppo neofascista, Avanguardia nazionale (An), fu particolarmente
efficiente nell’infiltrazione di suoi militanti nei gruppi dell’estrema sinistra
(Mario Merlino, infiltrato tra gli anarchici, fu il più noto). Questo gruppo,
fondato e capeggiato da Stefano Delle Chiaie, allacciò rapporti stretti con
l’ufficio affari riservati (Uar), il «servizio segreto» del ministero dell’Interno,
diretto dal potente Federico Umberto D’Amato, da cui ebbe aiuti finanziari e
protezione. «Delle Chiaie era di casa negli uffici dell’Uar, come ha ammesso lo
stesso Federico Umberto D’Amato, […] eminenza grigia della guerra segreta al
comunismo in Italia» e «intoccabile tessitore di trame per oltre vent’anni». 6
Numerose le testimonianze in proposito, tra cui quella del generale Gianadelio
Maletti, già capo del reparto D (controspionaggio) del Sid: «La protezione era
assicurata a Delle Chiaie […] dall’ufficio affari riservati e specie dal suo capo,
dottor D’Amato». 7 Ordine nuovo, in particolare, era in stretto contatto con i
servizi informativi americani e con l’intelligence delle basi Nato. Lo stesso Pino
Rauti, nelle dichiarazioni rese nel dibattimento del processo per piazza Fontana
del 2000, lo ha ammesso: «È possibile che in Ordine nuovo si siano verificati
episodi di contiguità e collaborazione con gli americani della Cia». E sul punto
vi sono anche le deposizioni di alcuni alti ufficiali delle nostre forze armate,
come il generale Emanuele Borsi: «Ordine nuovo era una struttura sorretta dai
servizi di sicurezza della Nato con compiti di guerriglia e informazione»; e il
generale Umberto Nardini: «Noi sapevamo dell’esistenza di una organizzazione
paramilitare, Ordine nuovo, sorretta dai servizi di sicurezza della Nato». 8
Particolarmente significativa, a questo proposito, è l’intervista rilasciata nel
2000 a «la Repubblica» da Gianadelio Maletti, il già citato generale del Sid
condannato per depistaggi e favoreggiamenti personali nell’ambito del processo
relativo alla strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969:
Generale, avrà saputo della relazione di minoranza della Commissione stragi. Si afferma che la
strategia della tensione fu di stampo atlantista. Lei cosa ne pensa?
Era una necessità della Nato raccogliere notizie ed elaborarne il più possibile […]. Avevo
personalmente rapporti con la Cia. Eravamo in contatto per motivi di controspionaggio. La Cia
voleva creare, attraverso la rinascita di un nazionalismo esasperato e con il contributo
dell’estrema destra, Ordine nuovo in particolare, l’arresto di questo scivolamento verso sinistra.
Questo è il presupposto di base della strategia della tensione […].
E i nostri servizi ne erano consapevoli o addirittura complici?
Non c’era piena consapevolezza. Ma esisteva un orientamento nei servizi favorevole a questo
progetto.
In che modo la Cia utilizzò Ordine nuovo?
Con i suoi infiltrati e con i suoi collaboratori. In varie città italiane e in alcune basi della Nato:
Aviano, Napoli. La Cia aveva funzioni di collegamento tra diversi gruppi di estrema destra italiani
e tedeschi e dettava le regole di comportamento. Fornendo anche il materiale.
Esplosivi, armi?
Numerosi carichi di esplosivo arrivavano dalla Germania via Gottardo direttamente in Friuli e
in Veneto. […] Lo segnalammo a livelli più alti.
E cosa accadde?
Niente. Ma scoprimmo e segnalammo anche che l’esplosivo usato a piazza Fontana proveniva
da uno di questi carichi.
Quindi è logico sostenere che il mandante di piazza Fontana sia la Cia?
Non ci sono le prove dirette, ma è così.
Ma come poteva continuare ad avere i contatti con la Cia, generale, pur sapendo cosa
tramava?
Non si può dire che la Cia avesse un ruolo attivo e diretto nelle stragi. Ma che sapessero e
conoscessero obiettivi e autori è vero.
La loro strategia, che puntava a fronteggiare il pericolo comunista, era talmente cinica da
passare sopra centinaia di morti innocenti?
La Cia ha cercato di fare ciò che aveva fatto in Grecia nel ’67 quando il golpe mise fuori gioco
Papandreu. In Italia, le è sfuggita di mano la situazione. 9

3. La strategia della tensione dalla strage di piazza Fontana sino al


1977

Il 12 dicembre del 1969 è un venerdì, giorno di mercato. Per questo nel salone
della Banca nazionale dell’agricoltura di piazza Fontana, a Milano, l’unica
ancora aperta dopo le 16.30, c’è una gran folla. Sono clienti che arrivano
soprattutto dalla provincia e che, alle 16.37, vengono investiti da un’esplosione
provocata da una bomba. Sette chili di tritolo che lasciano a terra diciassette
vittime. Ottantotto i feriti.
Ma l’ordigno di piazza Fontana non è l’unico, quel giorno. A Roma ne
scoppiano tre: uno nel sottopassaggio della Banca nazionale del lavoro, in via
San Basilio, e due sull’Altare della patria. In questo caso non ci sono morti, ma i
feriti sono sedici. Una quinta bomba viene ritrovata di nuovo a Milano. È
inesplosa, è stata lasciata dentro una borsa nella Banca commerciale di piazza
della Scala e viene fatta brillare facendo così perdere elementi preziosi per le
indagini.
L’allora prefetto di Milano, Libero Mazza, telegrafa al presidente del
Consiglio Mariano Rumor: «Ipotesi attendibile che deve formularsi indirizza
indagini verso gruppi anarcoidi». 10 Ma fin da subito c’è chi nutre dubbi. Eppure
questa pista è l’unica su cui si indaga. Tra il 12 e il 16 dicembre del 1969, a
Milano vengono fermate ottantaquattro persone, la maggior parte anarchici e il
resto militanti di sinistra. L’avvocato Luca Boneschi, un legale a cui i militanti di
quell’area si rivolgono, lamenta l’infondatezza degli arresti e denuncia il fatto
che il pubblico ministero, Ugo Paolillo, è stato tenuto all’oscuro dalla polizia
dell’imponente numero dei fermati.
Già qui ci sono tutti gli elementi per affrontare il tema del periodo definito
con l’espressione di «strategia della tensione», coniata dal giornalista britannico
Leslie Finer dell’«Observer». Lo fece in un articolo, pubblicato il 14 dicembre
1969, in cui puntava il dito verso «l’intero schieramento di destra» e verso chi si
era dato da fare per «incoraggiare l’estrema destra a passare al terrorismo».
L’eccidio alla Banca nazionale dell’agricoltura è il momento in cui è
diventata evidente la pratica stragista che avrebbe dovuto condurre a un governo
autoritario. Ma non è stato il primo: tutto il 1969 è attraversato da bombe che
esplodono, seppur con conseguenze molto meno gravi. È accaduto tra l’8 e il 9
agosto, quando dieci ordigni artigianali vengono piazzati su altrettanti treni
diretti in tutto il paese. Otto esplodono e provocano dodici feriti. Ma ancora
prima, il 25 aprile, qualcosa del genere era successo alla fiera di Milano, nel
padiglione della Fiat, e alla stazione Centrale. Venti persone riportano lesioni. E
quando, dieci giorni prima, una carica esplosiva viene messa dentro un libro
lasciato nell’ufficio del rettore dell’università di Padova, Enrico Opocher, essa
provoca danni unicamente a mobilio e oggetti solo perché la deflagrazione
avviene in tarda serata.
L’episodio più inquietante, prima di piazza Fontana, si registra a Trieste il 4
ottobre del 1969, quando una cassetta militare con quasi sei chili di un esplosivo
chiamato gelignite viene messa sul davanzale dei bagni di una scuola materna
slovena. La bomba è programmata per scoppiare a mezzogiorno e ciò non
accade solo per un difetto tecnico, risparmiando i bambini che frequentano
quelle aule.
Il clima, insomma, è incandescente ed è il risultato di un processo politico
che si prepara da tempo, almeno dagli anni Cinquanta, e che raggiunge un picco
con i fatti del luglio 1960, quando il Movimento sociale italiano, il cui appoggio
è stato determinante per la formazione del governo monocolore democristiano di
Fernando Tambroni, deve rinunciare al suo congresso a Genova, città medaglia
d’oro della Resistenza.
Ne seguono manifestazioni in tutto il paese, con cinque vittime a Reggio
Emilia e quattro in Sicilia, tra Palermo, Catania e Licata. Il fronte
dell’anticomunismo che monta dal dopoguerra è sempre più inquieto e la
formazione dei primi governi di centrosinistra, con la loro carica di riforme
progressiste, non favorisce alcuna distensione.
Lo dimostrano già i fatti dell’estate 1964, quando avrebbe dovuto essere
attuato il cosiddetto piano Solo, un progetto golpista che chiamava in causa
«solo» l’Arma dei carabinieri e che fu attribuito a lungo a un’unica mente, quella
del generale Giovanni de Lorenzo, già capo del Sifar un decennio prima. 11 In
realtà il piano, plausibilmente un tentativo di condizionare gli esecutivi di
centrosinistra contenendone la portata riformista, lasciava intravedere
responsabilità ben più ampie e compromissioni a livelli più elevati.
Nonostante golpe successivi siano riusciti in altri paesi, come quello
avvenuto in Grecia il 21 aprile del 1967, nelle gerarchie militari italiane si parla
sempre più insistentemente di una nuova forma di guerra, la «guerra non
convenzionale», o «non ortodossa», da condurre non con modalità tradizionali,
schierando gli eserciti per le strade, ma conducendo azioni psicologiche con
finalità rivoluzionarie. O, meglio, nazional-rivoluzionarie. La formalizzazione di
questa strategia risale al 1965, quando a Roma, all’hotel Parco dei principi, si
tiene un convegno dal 3 al 5 maggio: in occasione di quell’evento, organizzato
dall’Istituto Alberto Pollio, vengono gettate le basi per la strategia della tensione.
Vi partecipano personaggi i cui nomi attraversano la storia di quel periodo.
Per citarne solo alcuni, troviamo il tenente colonnello Adriano Magi-Braschi, a
capo del nucleo guerra non ortodossa dello stato maggiore dell’esercito, il
fondatore del Movimento politico ordine nuovo Pino Rauti, l’ex partigiano
monarchico Edgardo Sogno, il giornalista al soldo dei servizi segreti Guido
Giannettini e l’ex ufficiale delle SS italiane Pio Filippani Ronconi. Ma non solo.
Scorrendo l’elenco degli invitati, si trova un uomo di Avanguardia nazionale,
Mario Merlino, che si fingerà sodale dell’anarchico Pietro Valpreda, accusato
ingiustamente della strage di piazza Fontana. 12 Ci sono poi il capo di
Avanguardia nazionale Stefano Delle Chiaie e Carlo Maria Maggi, nel 2017
condannato definitamente all’ergastolo per la strage di Brescia.
Il convegno dell’Istituto Pollio è stato il momento in cui è diventato
innegabile che circoli reazionari e neofascisti, ambienti economici e militari,
esponenti dell’ultratradizionalismo cattolico e di un certo mondo intellettuale si
sono confrontati per dare vita a una fase con dichiarate finalità eversive. Il
suddetto Filippani Ronconi, non a caso, parla della creazione di «nuclei scelti di
pochissime unità addestrati a compiti di controterrore». 13

Nell’ottica della strategia della tensione, non si può fare una storia della destra
eversiva che prescinda dagli apparati di sicurezza. Il magistrato Pietro Calogero,
uno dei primi a ipotizzare la pista neofascista per piazza Fontana insieme al
giudice di Treviso Giancarlo Stiz, a lungo minacciato e nel 1980 divenuto
bersaglio di un attentato poi non attuato, porta a titolo di esempio tre episodi. Il
primo ha per protagonista un bidello che lavorava in una scuola per non vedenti
di Padova, tale Marco Pozzan, che è in realtà uno strettissimo collaboratore di
Franco Freda, poi ritenuto responsabile della strage di piazza Fontana. 14 Nel
1972 il bidello sembra disposto a parlare, ma gli uomini del Sid lo portano a
Roma, in via Sicilia, dove ci sono gli uffici di una società cinematografica di
copertura, la Turris, e lo interrogano fornendogli infine un passaporto falso con
cui espatriare in Spagna.
Ulteriore esempio è quello di Giovanni Ventura, altro uomo di Ordine nuovo
coinvolto nella strage di piazza Fontana, che, a inizio 1972, detenuto, potrebbe
non reggere alla detenzione e collaborare con la giustizia. Allora viene raggiunto
da un agente del Sid che gli propone un piano di fuga dal carcere di Monza con
tanto di chiavi che aprono le celle e due bombolette narcotizzanti da usare contro
gli agenti di custodia. 15
C’è anche il caso del già citato Giannettini che, alla fine del 1972, sparisce, di
nuovo con il supporto dei servizi, riparando in Francia, dove continua a
percepire regolare compenso da parte del Sid.
Insomma, una parte dei servizi segreti – ma anche delle forze dell’ordine – ha
continuato a operare per far sì che la pista nera delle stragi fosse ignorata il più a
lungo possibile. Si pensi ancora a piazza Fontana e a un episodio poco
conosciuto ai più. A Padova, città centrale nella storia dell’eversione sino alla
metà degli anni Settanta, la commessa di un negozio di borse confida al titolare,
Fausto Giurati, un fatto inquietante. La borsa ritratta dai giornali dopo
l’esplosione del 12 dicembre 1969 è identica alle quattro da lei stessa vendute
due giorni prima. Il commerciante racconta tutto alle forze dell’ordine e poi non
succede niente. Solo due anni più tardi nel suo negozio si presenta un
maresciallo mandato dal giudice Stiz. Giurati sbotta: «Era anche ora che
qualcuno venisse a chiedermi qualcosa».
Fa una brutta fine un brigadiere di polizia che, in un’inchiesta su Avanguardia
nazionale, scopre ad Aurisina, in provincia di Trieste, un deposito che, si saprà
più avanti, è un «nasco» di Gladio, cioè un nascondiglio di armi ed esplosivi a
disposizione dei gruppi che fanno parte dell’esercito segreto d’ispirazione
atlantica. È l’inizio del 1972 e il sottufficiale si chiama Nicola Pezzuto. Dopo
un’interrogazione parlamentare del Msi, Pezzuto viene ricoverato in un ospedale
psichiatrico, con una diagnosi curiosa: mania di persecuzione fascista e logorrea
irrefrenabile. Quando viene dimesso, reintegrato e promosso, si uccide
sparandosi alla tempia. 16
Pezzuto, in un atto della Commissione stragi del 2001, viene ricordato
accanto a un altro nome, quello di Pasquale Juliano. I due sono stati accostati
perché non hanno goduto della «conclamata protezione [fornita] ai depistatori»,
ma furono bersaglio della «simmetrica persecuzione contro gli agenti e
funzionari leali nei confronti della Repubblica». 17
Per chiarire il ruolo di Juliano, occorre tornare al 15 aprile del 1965, quando
esplode il già citato libro riempito di esplosivo nell’ufficio del rettore Opocher di
Padova.
Pasquale Juliano è un commissario di pubblica sicurezza che, a trentotto anni,
è a capo della squadra mobile di Padova. Non spetterebbe a lui occuparsi di un
reato a sfondo innegabilmente terroristico come questo, ma risulta più efficace
dei funzionari dell’ufficio politico della questura. Infatti, nel giro di due mesi,
Juliano ha compreso la minaccia costituita dai gruppi ordinovisti della città e
ordina l’arresto di alcuni suoi esponenti.
Peccato che, appena dopo, una serie di fatti distrugge la carriera del
commissario: i neofascisti lo accusano di aver fabbricato le prove contro di loro,
Juliano viene sospeso dal servizio e dallo stipendio e alla fine finisce sotto
processo. Nel 1979, dieci anni dopo la strage di piazza Fontana, il funzionario
viene assolto da tutte le accuse. Intanto, però, la violenza della strategia della
tensione è proseguita e nessuno ha ascoltato l’appello che, nel settembre del
1969, Pasquale Juliano ha rivolto all’autorità giudiziaria: attenzione perché
«sono imminenti degli attentati». 18
Sino al 1996, anno in cui morirà, Pasquale Juliano, congedatosi dalla polizia
e intrapresa la carriera di avvocato, continua a girare per procure e aule di corti
d’assise per raccontare la carica eversiva di Ordine nuovo e delle formazioni
nere che hanno operato contestualmente. In qualche modo, ha avuto un po’ più di
fortuna del brigadiere Nicola Pezzuto e anche di un altro uomo dello Stato, che
ha pagato con la vita.
Quest’ultimo è Giorgio Manes, il generale dei carabinieri autore di un
importante rapporto sul piano Solo del 1964. Il 15 giugno del 1969, per lui, è un
giorno importante: deve deporre davanti alla Commissione parlamentare che si
occupa dei fatti di cinque anni prima. Con sé ha la borsa con la sua relazione
integrale, senza omissis. Fatto sta che, appena prima di raccontare la
ricostruzione a cui ha lavorato, va alla buvette della Camera dei deputati e muore
d’infarto mentre beve un caffè. Neanche a dirlo, la sua borsa sparisce. 19
Dinamiche analoghe non sono mancate neanche per la strage di Brescia,
quella avvenuta in piazza della Loggia. 20 Qui, il 28 maggio del 1974, esplode
una bomba durante una manifestazione indetta dal Comitato permanente
antifascista e dalle segreterie provinciali della Cgil, Cisl e Uil, e poco dopo viene
lavata la piazza, cancellando le prove dell’esplosione appena avvenuta. A dare
l’ordine è il vicequestore vicario Aniello Diamare e la decisione, presa perché la
piazza era un «macello», è stata definita dal giudice istruttore Gianpaolo Zorzi
come una «congiura contro la verità». 21
Sono tanti gli episodi che si potrebbero citare ancora e ci limitiamo a quelli
che chiamano in causa apparati dello Stato, neofascisti e addirittura uomini di
partito. In un caso di quest’ultimo tipo, si è agito anche in anticipo: diciannove
giorni prima della strage dell’Italicus, avvenuta il 4 agosto del 1974 sulla linea
ferroviaria Firenze-Bologna e che provoca dodici morti e quarantotto feriti,
trapela la notizia preventiva di un imminente attentato contro il treno Palatino,
in partenza dalla stazione Tiburtina di Roma. La matrice, prosegue la notizia
raccolta dal segretario del Msi Giorgio Almirante e trasmessa alle autorità
competenti, è di estrema sinistra. La fonte del politico, indirettamente, è un altro
bidello, Francesco Sgrò, le cui dichiarazioni vengono raccolte da un avvocato
missino, Aldo Basile, poi espulso dal partito. Ma il 12 agosto del 1974, otto
giorni dopo la bomba dell’Italicus, Sgrò confessa che si è inventato tutto per
denaro. 22
È l’ennesima prova della macchina del depistaggio, che dà una notizia
corretta – l’attentato a un treno – ma mescola informazioni false e vere, il
Palatino al posto dell’Italicus, indirizzando poi le responsabilità verso gli
ambienti dell’extraparlamentarismo rosso, come nel caso di piazza Fontana, ma
non solo, anche con l’inconsapevole spalla del segretario del Msi. Il nome di
Almirante tornerà nel 1982, quando Vincenzo Vinciguerra, per la strage di
Peteano, lo accuserà di aver favorito la fuga di un altro neofascista responsabile
di quell’eccidio, dandogli trentacinquemila dollari. 23 La vicenda, per Almirante,
si estingue per amnistia. 24

Perché mai i neofascisti si prestano a questo gioco – letteralmente – al massacro?


I gruppi dell’extraparlamentarismo di destra accusano il Movimento sociale
italiano di complicità con la Repubblica parlamentare e l’idea da cui muovono è
che l’avanzata del comunismo debba essere arrestata dai militari con il supporto
di leve civili opportunamente addestrate. Nella costruzione ideologica
dell’estrema destra stragista, il pensiero di riferimento è quello del filosofo ed
esoterista francese René Guénon e di Julius Evola. Soprattutto il secondo parla
di un concetto largamente condiviso, quello per cui «gli uomini del nuovo
schieramento saranno sì antiborghesi, ma per via di una superiore concezione
eroica e aristocratica dell’esistenza». 25
Nel secondo dopoguerra l’influenza di Evola è stata notevole e per uno dei
leader di Ordine nuovo, Clemente Graziani, il suo pensiero è il «vangelo politico
della gioventù nazional-rivoluzionaria». 26 L’impostazione è quella di un’Europa
come terza forza nello scacchiere bipolare congelato dalla Guerra fredda. Proprio
in quest’ottica nasce Terza posizione, divenuta in seguito un serbatoio che
alimenterà i gruppi appartenenti alla seconda generazione dell’eversione
neofascista, come i Nar.
Per raggiungere i loro obiettivi, gli stragisti sono dunque disposti a
interloquire con gli apparati. Lo storico Aldo Giannuli, consulente di diverse
procure, ne ha ricostruito gli incroci. 27 Inizia citando Rauti e prosegue con il suo
segretario personale Armando Mortilla, la longeva «fonte Aristo» dei servizi. Tra
gli ordinovisti legati agli apparati compaiono ancora, per limitarsi ai più celebri,
Massimiliano Fachini, indagato per piazza Fontana e la stazione di Bologna e
poi assolto, i colpevoli della strage di Brescia Maurizio Tramonte e Carlo Maria
Maggi, e altri «principi» neri del calibro di Delfo Zorzi, Marcello Soffiati e Nico
Azzi, quest’ultimo del gruppo la Fenice di Milano.
C’è poi un’altra realtà che si innesta su questo. È quella dei golpe che, nella
prima metà degli anni Settanta, si sono succeduti chiamando in causa, per buona
parte, ancora una volta gli stessi ambienti. Il 30 maggio del 1970, a Biumo di
Varese, si riunisce una trentina di ex partigiani autonomi, quelli che non avevano
fatto parte delle principali formazioni contro i nazifascisti. A organizzare
l’incontro c’è il noto Edgardo Sogno, che dopo l’8 settembre del 1943 aderisce
alla Resistenza e inizia a collaborare con i servizi segreti alleati. 28
Egli è tra i primi ad auspicare la trasformazione dell’Italia in una Repubblica
presidenziale con forti caratteristiche anticomuniste, e nel 1972, per il suo
cosiddetto «golpe bianco», si apre un’istruttoria che si chiude a Roma con un
proscioglimento perché il fatto non sussiste. Ma questo tentato progetto eversivo
c’è stato o no? «Il segreto di Stato» si legge nella sentenza su Sogno «ha
impedito al giudice di conoscere e verificare le notizie in possesso del Sid.» 29
Quella del golpe è una storia che rischia di ripetersi. A Roma, la sera del 7
dicembre 1970 inizia l’operazione Tora Tora. La scelta del nome e della data è
un omaggio all’attacco giapponese contro gli Stati Uniti a Pearl Harbor,
avvenuto nella stessa data del 1941. Alla guida c’è il principe Junio Valerio
Borghese, già capo della X Mas durante la Repubblica di Salò. Dopo essere stato
brevemente presidente del Msi, nel 1968 Borghese fonda il Fronte nazionale. Gli
obiettivi principali dell’operazione Tora Tora – ovvero golpe Borghese – sono il
ministero della Difesa e dell’Interno, la Rai, le centrali telefoniche e dei telegrafi.
Risultano coinvolti esponenti di Ordine nuovo, Terza posizione, Avanguardia
nazionale ed Europa e civiltà. La mafia siciliana, come sosterrà molto più avanti,
tra gli altri, il pentito di Cosa Nostra Tommaso Buscetta, e la ’ndrangheta
calabrese prestano la propria collaborazione. Sono presenti – come attesta anche
la Commissione parlamentare presieduta da Tina Anselmi – esponenti della P2, a
iniziare da Licio Gelli.
Ma l’operazione Tora Tora viene interrotta. Arriva il contrordine, per alcuni
determinato dal fatto che il golpe non doveva arrivare a conclusione, come nel
caso del piano Solo, ma serviva solo allo scopo per il quale la strage di piazza
Fontana aveva fallito, e cioè alla formazione di un governo autoritario. Il
principe Borghese, per evitare l’arresto, ripara all’estero.
E qui tornano in scena ancora una volta gli stessi personaggi che si
rintracciano nelle carte giudiziarie delle stragi. Per i golpe, emergono i nomi del
tenente colonnello Amos Spiazzi, di cui si dirà tra breve, chiamato in causa per
gli apparati paramilitari e per le stragi e poi assolto, e il generale Vito Miceli del
Sid.
Quest’ultimo, indagato a Roma per favoreggiamento del golpe del 1970 e poi
uscito indenne da quella vicenda, il 31 ottobre del 1974 viene arrestato su ordine
del giudice di Padova Giovanni Tamburino, che lo accusa di aver organizzato
un’altra struttura eversiva, la Rosa dei venti. Si tratta di un’organizzazione
definita come espressione dei servizi segreti, in rapporto con ambienti della Nato
e di cui fanno parte ufficiali in servizio e in congedo, estremisti di destra e
imprenditori con ruolo di finanziatori. «L’obiettivo» si legge in uno dei proclami
della Rosa dei venti «è abbattere gli sbruffoni politici, sindacali e governativi e
tutti coloro che cooperano a sostegno dei camaleonti di questa putrida
democrazia.» 30 In seguito Miceli sarà comunque prosciolto.
Tutto ciò avviene mentre in Italia continuano a esplodere bombe. Oltre a
quelle già citate, solo per limitarsi alle più note, il 22 luglio del 1970 a Gioia
Tauro un ordigno collocato sul direttissimo Palermo-Torino causa sei morti e
sessantasei feriti sulla scia delle rivolte calabresi dei «boia chi molla» a cui
partecipano elementi della ’ndrangheta e di Avanguardia nazionale. Il 17 maggio
del 1973, invece, a Milano si consuma una strage davanti alla questura (quattro
morti e cinquantadue feriti). Anche stavolta, come per piazza Fontana, c’è di
mezzo un neofascista travestito da anarchico, Gianfranco Bertoli, che ha agito su
impulso dell’ordinovista Carlo Digilio.

4. L’omicidio di Vittorio Occorsio di Pierluigi Concutelli. Il 1977


come anno spartiacque: tra spontaneismo armato, il mito di
Concutelli e il carisma nascente di Fioravanti

Già all’inizio del 1976 il controllo militare di Ordine nuovo – ormai


formalmente disciolto ma sopravvissuto come gruppo clandestino – è
saldamente nelle mani di Pierluigi Concutelli, il quale ben presto assume
un’iniziativa che gli procurerà il favore di tutti gli ambienti della destra eversiva.
Il 10 luglio di quell’anno Concutelli uccide a raffiche di mitra il sostituto
procuratore romano Vittorio Occorsio, colui che aveva messo sotto processo
Ordine nuovo e Avanguardia nazionale per ricostituzione del disciolto partito
fascista, determinandone lo scioglimento.
Nei mesi successivi Ordine nuovo, per ragioni impellenti di
autofinanziamento, avvia un’attività di delinquenza comune che comprende la
realizzazione di qualche sequestro di persona. A questo scopo il gruppo di
Concutelli entra in contatto con la malavita milanese e, in particolare, con la
banda di Renato Vallanzasca. Ciò avviene alla fine di gennaio del 1977, pochi
giorni dopo che il bandito della Comasina ha portato a compimento il sequestro
della giovane Emanuela Trapani riscuotendo un ricco riscatto. La riunione tra
elementi della banda di Vallanzasca e appartenenti a Ordine nuovo si tiene
presso lo studio dell’avvocato Giorgio Arcangeli – un fascista, ex legale di
Stefano Delle Chiaie – con lo scopo di concordare un comune programma
delittuoso, 31 cosa che non avrà alcun seguito, perché di lì a qualche giorno sia
Concutelli sia Vallanzasca vengono arrestati.
Concutelli, fermato il 13 febbraio, viene trovato in possesso del mitra con il
quale ha ucciso il giudice Occorsio. Per questo delitto sarà condannato
all’ergastolo con sentenza definitiva.
In un certo senso l’arresto di Concutelli fa sì che si possa riconoscere nel
1977 una cesura nella storia del terrorismo nero in Italia. Tanto più che il 1977 è
anche l’anno in cui comincia a manifestarsi sulla scena, soprattutto romana, la
nuova generazione dei giovani fascisti del cosiddetto «spontaneismo armato»,
che ben presto utilizzano le sigle Nar (Nuclei armati rivoluzionari) e Tp (Terza
posizione) e di cui ci siamo già occupati nei capitoli precedenti. Sappiamo che
dietro queste due sigle «si muoveranno gruppi diversi e mutevoli, che troveranno
in Valerio Fioravanti un nuovo punto di riferimento carismatico sotto il profilo
militare» 32 e che, come si è visto, vedranno in Pierluigi Concutelli un mito da
idealizzare e un eroe da vendicare.
XIV
I prodromi della strage maggiore e l’assassinio del giudice Mario
Amato

1. I Nar e Tp dalla fine del 1977 ai primi mesi del 1980. Il tragico
destino del giovane Antonio Leandri

Il gruppo originario dei Nuclei armati rivoluzionari nasce alla fine del 1977 a
Roma, attorno alla sede del Movimento sociale italiano del rione Monteverde, su
iniziativa dei fratelli Valerio e Cristiano Fioravanti e del loro camerata
Alessandro Alibrandi, figlio del noto giudice istruttore romano Antonio
Alibrandi. 1 Subito dopo le prime azioni si unisce a loro anche Francesca
Mambro.
La prima azione di rilievo del gruppo avviene a Roma il 28 febbraio del
1978, quando i due fratelli Fioravanti, Alibrandi e alcuni altri camerati tendono
un agguato a un piccolo gruppo di militanti comunisti e uccidono l’operaio
Roberto Scialabba. Seguono, nel corso del 1978 e lungo l’arco del 1979, altre
azioni tra cui la rapina a un’armeria, l’assalto alla sede romana di Radio città
futura e quello alla sezione del Pci dell’Esquilino.
Terza posizione nasce invece nel 1978 su iniziativa di tre attivisti neofascisti
romani, Gabriele Adinolfi, Giuseppe Dimitri e Roberto Fiore, ma già nel 1979 la
voglia di alzare il livello dello scontro con i rappresentanti dello Stato porta
diversi dei suoi membri, come Giorgio Vale, Stefano Soderini, Pasquale Belsito
e il giovanissimo Luigi Ciavardini a sdoppiare la propria militanza e, pur
mantenendo la propria adesione a Tp, a unirsi ai Nar di Valerio Fioravanti nel
loro progetto di lotta armata. 2
Si arriva così agli ultimi mesi del 1979, quando un gruppo congiunto di
militanti di Terza posizione e dei Nar pianifica un agguato ai danni dell’avvocato
Giorgio Arcangeli, colui che era stato il tramite degli incontri romani di fine
gennaio 1977 tra Concutelli e Vallanzasca e che i Nar e Tp accusano di essere la
spia che ha fatto arrestare il loro leggendario Concutelli. È proprio Valerio
Fioravanti a farsi carico di eseguire la condanna a morte del legale, il 17
dicembre. Sbaglia però l’obiettivo e, al posto del legale, uccide un giovane
passante, Antonio Leandri, scambiandolo per Arcangeli. Per l’omicidio Leandri,
Giusva Fioravanti sarà condannato all’ergastolo con sentenza definitiva. 3
Subito dopo l’omicidio, Fioravanti fugge in Veneto e raggiunge il suo nuovo
camerata Gilberto Cavallini, un neofascista milanese conosciuto poco tempo
prima, gravitante nell’orbita ordinovista di Massimiliano Fachini e aduso a fare
la spola tra Roma e il Veneto.
Come si è visto in precedenza, tre settimane più tardi sono entrambi – Valerio
Fioravanti e Gilberto Cavallini – a Palermo insieme con Francesca Mambro e in
compagnia di Francesco Mangiameli. Il 6 gennaio del 1980, come sappiamo,
viene ucciso Piersanti Mattarella.
Un mese dopo, il 6 febbraio, Valerio Fioravanti è di nuovo a Roma dove,
insieme con Giorgio Vale, uccide il poliziotto diciannovenne Maurizio Arnesano
per disarmarlo e impadronirsi del suo mitra.
Il 30 marzo Giusva Fioravanti è a Padova, insieme con Cavallini e Mambro: i
tre assaltano il distretto militare, feriscono un sottufficiale e si impadroniscono di
un cospicuo bottino di armi tra cui quattro mitragliatrici e cinque fucili
automatici.
Fioravanti, Cavallini e la Mambro approdano poi nuovamente a Roma, dove
il 28 maggio, insieme con Giorgio Vale e Luigi Ciavardini, quest’ultimo appena
diciassettenne, aggrediscono e tentano di disarmare alcuni poliziotti in servizio
di vigilanza davanti a un liceo, sennonché la reazione degli agenti scatena un
conflitto a fuoco, che si conclude con l’uccisione dell’appuntato Francesco
Evangelista.
Neanche un mese dopo uccideranno Mario Amato, il pubblico ministero
romano che aveva ereditato tutti i procedimenti di terrorismo nero che erano in
carico a Vittorio Occorsio.

2. La solitudine e la morte annunciata del sostituto procuratore Mario


Amato a Roma

Quando Mario Amato prende servizio presso la Procura della Repubblica di


Roma, nel luglio del 1977, non ha ancora quarant’anni. Ben presto si trova a
essere l’unico magistrato della Procura a doversi occupare di eversione di destra,
per la decisione irresponsabile del procuratore, Giovanni De Matteo, di affidare
esclusivamente a lui tutti i procedimenti di quel tipo rimasti senza magistrato
affidatario.
Mario Amato si rende conto che, essendo lui il solo a conoscere i risultati
delle investigazioni sulla destra eversiva romana, la sua eliminazione
rappresenterebbe un enorme vantaggio per i neofascisti oggetto di indagine.
Chiede ripetutamente e per iscritto al procuratore di essere affiancato da altri
colleghi nelle indagini condotte in solitudine. Invano. Chiede di essere protetto.
Invano.
Si rivolge inutilmente anche al Consiglio superiore della magistratura, dove
rende la sua testimonianza il 25 marzo del 1980: «Recentemente ho molto
insistito per avere un aiuto, sia perché sono stato bersagliato da accuse e
denunce, in quanto vengo visto come la persona che vuole “creare” il terrorismo
nero, sia perché le personalizzazioni tornano a discapito dello stesso ufficio».
Si rivolge nuovamente al Csm il 13 giugno, dieci giorni prima di essere
ucciso, stavolta con un accorato appello che va al di là delle preoccupazioni per
la sua posizione personale, quasi una commovente orazione civile:
Vi sono un sacco di ragazzi o addirittura ragazzini, che sono come i miei o i vostri figli, […] che
vengono armati o comunque istigati ad armarsi e che poi ci troviamo che ammazzano. Ne
troviamo con armi, con silenziatori, o colti nel momento in cui stanno ammazzando. Si tratta
quindi di un fenomeno grave anche sotto questo profilo che non può essere trascurato, perché il
problema non si può risolvere prendendo i ragazzini e mettendoli in galera, […] teniamo presente
il gravissimo danno sociale di questa massa di giovani che vengono travolti da vicende di questo
tipo. Si tratta di un danno che noi pagheremo. Sono tutte questioni che da troppo tempo sto
macerando e che mi hanno messo in difficoltà e, non vi nascondo, mi hanno un po’ traumatizzato.
4

La mattina di lunedì 23 giugno 1980, a Roma, i fascisti dei Nar uccidono con un
colpo di revolver alla nuca il magistrato Mario Amato mentre, solo e indifeso,
sta aspettando un autobus per recarsi in ufficio. Il processo di primo grado si
svolge davanti alla Corte d’assise di Bologna e si conclude con la sentenza –
definitiva – del 5 aprile 1984, che condanna all’ergastolo Gilberto Cavallini
(esecutore materiale del delitto), Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca
Mambro. Luigi Ciavardini, minorenne, che ha accompagnato Cavallini in moto
sul luogo del delitto, viene condannato a dieci anni e sei mesi di reclusione.
Nel corso del dibattimento, Cavallini, Fioravanti e la Mambro ammettono
l’addebito, o meglio, rivendicano spavaldamente l’omicidio.
Cavallini: «Ammetto l’addebito, ammetto i fatti così come mi sono stati
contestati […]. La decisione di uccidere Amato fu presa da me [e] dal Fioravanti
[…]. Il giudice Amato era particolarmente odiato nell’ambiente di destra e fu per
questo che fu presa la decisione».
Fioravanti: «Confermo quanto dichiarato dal Cavallini. Io sono stato uno di
coloro che hanno pensato e deciso l’uccisione di Amato […]. La Mambro
partecipava ed era a conoscenza delle decisioni».
Mambro: «Rivendico il mio ruolo attivo all’interno del movimento, rivendico
l’omicidio Amato, ero a conoscenza dell’obiettivo politico-militare
dell’omicidio». 5
Quanto al procuratore Giovanni De Matteo, questi viene incriminato a
Perugia per omissione di atti d’ufficio per avere colpevolmente mancato di
assicurare protezione al suo sostituto. Tuttavia la gestione di quel procedimento
da parte della Procura generale perugina sarà scandalosamente lacunosa e il
procuratore De Matteo non subirà nessuna sanzione per il suo inaccettabile
comportamento. 6
XV
2 agosto 1980: l’eccidio della stazione di Bologna

1. La notizia della strage

Così si apre il telegiornale della terza rete Rai poco dopo l’orribile attentato del 2
agosto 1980:
Qui Bologna, vi parliamo da una città in lutto, ferita da una delle più immani tragedie che abbiano
colpito questo nostro paese in questo dopoguerra. Erano le 10.25 questa mattina quando una
terrificante esplosione ha distrutto l’ala sinistra della stazione ferroviaria di Bologna. L’ala sinistra
della stazione di Bologna è quella che ospitava le sale di aspetto di prima e seconda classe e la
tavola calda. Raramente un verbo è stato adoperato all’imperfetto tanto pertinentemente: questi
locali non esistono più e le macerie hanno travolto decine e decine di persone. I soccorritori
accorsi immediatamente, vigili del fuoco, militari, volontari… poi i medici sono stati richiamati
da ogni parte… hanno cominciato a estrarre, lavorando tra le rovine, il fumo, la polvere, in una
situazione se non di panico certamente di dramma per le migliaia di viaggiatori che affollavano i
marciapiedi, i binari, i sottopassaggi, la piazza antistante, e in una temperatura da estate
d’eccezione, hanno cominciato a estrarre morti e feriti. Al momento i morti dissepolti sono una
ottantina, i feriti circa duecento.

2. Una vicenda giudiziaria lunga e tormentata

In sede giudiziaria, al termine di una serie di processi che si susseguiranno sino


al 2007, gli unici imputati riconosciuti responsabili come autori materiali della
strage alla stazione di Bologna (oltre che responsabili del delitto di banda
armata) saranno Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e il giovane Luigi
Ciavardini, ancora diciassettenne ai tempi della strage. I primi due saranno
condannati all’ergastolo, il terzo a trent’anni di reclusione.
Il processo di primo grado nei confronti degli imputati maggiorenni inizia
davanti alla Corte d’assise di Bologna il 19 gennaio del 1987. Le persone
rinviate a giudizio con l’accusa di concorso nei delitti di strage e omicidio
plurimo sono sei, ma nel corso dell’iter processuale quattro di questi imputati
saranno assolti da quei delitti per insufficienza di prove. 1 Il processo di primo
grado si chiude con la sentenza dell’11 luglio 1988. È appunto questa la sentenza
che condanna all’ergastolo la coppia Fioravanti e Mambro, pena che diventerà
definitiva nel 1995.
Questa sentenza contempla anche i gravi depistaggi delle indagini sulla
strage, gestiti da uomini dei servizi segreti controllati dalla loggia P2. In questo
contesto vengono condannati, per il delitto di calunnia pluriaggravata, Licio
Gelli, Francesco Pazienza, Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte. Anche questa
condanna diventerà definitiva nel 1995, ma di ciò si dirà nel capitolo seguente.
Il processo d’appello sulla sentenza del 1988 viene avviato nell’ottobre del
1989 e si conclude il 18 luglio del 1990 con una sorprendente sentenza di
assoluzione pressoché totale. Tuttavia, il 12 febbraio del 1992, le sezioni unite
penali della Corte di cassazione annullano quest’ultima sentenza perché ritenuta
totalmente priva di coerenza logica.
Il nuovo processo d’appello inizia nell’ottobre del 1993 e arriva a sentenza il
16 maggio del 1994, con la conferma, in massima parte, di quanto aveva stabilito
la sentenza di primo grado. La sentenza definitiva arriva il 22 novembre del
1995, quando le sezioni unite penali della Corte di cassazione confermano la
seconda sentenza d’appello, rendendo irrevocabile la condanna di Francesca
Mambro e Valerio Fioravanti.
Quanto all’imputato minorenne Luigi Ciavardini, la sentenza di primo grado
del Tribunale per i minorenni di Bologna, del 30 gennaio 2000, lo condanna solo
per il reato di banda armata assolvendolo dall’accusa di strage e omicidio
plurimo. La sentenza d’appello, emessa il 9 marzo del 2002, lo dichiara invece
colpevole anche per quei delitti e lo condanna a trent’anni di reclusione. Il
verdetto viene annullato l’anno successivo dalla Cassazione (sentenza del 17
dicembre 2003), che pone ai giudici di merito alcuni quesiti attraverso cui
definire meglio la partecipazione dell’imputato all’esecuzione della strage. Il
secondo appello inizia il 29 novembre del 2004 e si conclude con la sentenza del
13 dicembre 2004, stabilendo che anche Luigi Ciavardini è uno degli esecutori
della strage e ribadendo la sua condanna a trent’anni di reclusione. Quest’ultima
sentenza diventerà definitiva l’11 aprile del 2007, quando la Corte di cassazione
dichiarerà inammissibile il ricorso presentato dai legali dell’imputato. 2

3. Le anticipazioni di Luigi Vettore Presilio


Pochi giorni dopo la strage, il 6 agosto, arriva al procuratore della Repubblica di
Bologna una prima segnalazione di un certo rilievo da parte del giudice di
sorveglianza di Padova, Giovanni Tamburino. Secondo questa segnalazione,
circa tre settimane prima della strage di Bologna, precisamente il 10 luglio, un
detenuto di quel carcere, tale Luigi Vettore Presilio, ha riferito al giudice di
sorveglianza Tamburino che un suo compagno di detenzione, esponente di
un’organizzazione di estrema destra, gli aveva parlato di un progetto di attentato
omicida ai danni del giudice Giancarlo Stiz di Treviso. L’attentato avrebbe
dovuto compiersi di lì a poco con un’Alfetta truccata da autovettura dei
carabinieri e da uomini travestiti con divise dell’Arma. Non solo. L’omicidio del
giudice Stiz sarebbe stato preceduto da un altro attentato a opera della medesima
organizzazione, di eccezionale gravità, tanto che avrebbe «riempito le pagine dei
giornali».
Nella serata dello stesso 6 agosto Vettore Presilio conferma le sue
dichiarazioni al pm di Bologna e dopo qualche giorno rivela che il detenuto
autore della rivelazione fattagli è Roberto Rinani, personaggio della destra
eversiva che mantiene assidui contatti con la cellula veneta già facente capo a
Franco Freda e Giovanni Ventura, di cui all’epoca era principale esponente
Massimiliano Fachini. 3
Qualche mese dopo, il 13 novembre del 1980, Luigi Vettore Presilio viene
sentito anche dal giudice istruttore e ribadisce le dichiarazioni già rese, con
qualche particolare in più:
In effetti agli inizi dell’estate, giugno-luglio 1980, si costituì in carcere un certo Rinani, da me
conosciuto come estremista di destra. Poiché anch’io ho fatto parte della sezione del Msi
dell’Arcella e sono stato un attivista politico, avendo possibilità di muovermi agevolmente
all’interno del carcere in quanto lavorante in lavanderia, ebbi modo di parlare con il suddetto
Rinani, il quale pure da tempo mi conosceva.
Si parlò così del più e del meno e lui mi accennò di essersi costituito perché contava di avere
al più presto la libertà provvisoria. Col passare dei giorni Rinani appariva sempre più scosso e
nervoso poiché quanto gli era stato promesso dall’avvocato, cioè una pronta liberazione, non si
verificava […]. Ciò spiega perché il Rinani, forse in un momento di crisi, si sia lasciato andare ad
affermazioni e confidenze nei miei confronti riguardanti cose così compromettenti che io non ne
avrei parlato nemmeno a un mio familiare. Ripeto alla s.v. quello che appresi dal Rinani.
Egli mi disse che era rimasto sempre in contatto con l’ambiente dell’estrema destra padovana e
in particolare con la cellula veneta già facente capo a Freda e Ventura e di cui è attualmente
principale esponente a Padova Fachini Massimiliano. Commentando poi il fatto che era stato
fissato il processo d’appello per la strage di Catanzaro mi disse che tuttavia Stiz non avrebbe
avuto il piacere di conoscere l’esito del processo e, alla mia domanda di spiegarmi perché, disse
che stavano preparando un attentato nei confronti del suddetto magistrato. […] Rinani mi precisò
che in realtà l’attentato sarebbe stato fatto da persone travisate da carabinieri a bordo di una
macchina camuffata che era già in corso di preparazione presso una carrozzeria.
Alcuni giorni dopo questa confidenza, mi pare una settimana dopo, incontrai nuovamente
Rinani […]. Era completamente sconvolto […]. Secondo lui non vi era motivo perché la libertà
provvisoria non gli fosse concessa […] e, furente per la situazione in cui si trovava, mi disse che
pensava che la colpa poteva essere […] del giudice che aveva il suo processo. E dopo aver
pronunciato diverse bestemmie disse più o meno testualmente la seguente frase: «Potranno pure
trattenermi in galera, ma vedrai che nella prima settimana di agosto succederà qualche cosa di
grosso di cui parlerà l’opinione pubblica nazionale e mondiale e allora ne rideremo insieme».
Ricordo benissimo la frase «ne rideremo insieme», perché mi è rimasta impressa. 4

4. Le rivelazioni di Massimo Sparti

Massimo Sparti è un pregiudicato romano legato alla Banda della Magliana. La


sua specialità è la falsificazione di documenti, o meglio, il traffico di documenti
materialmente contraffatti da suoi collaboratori. Viene arrestato il 9 aprile del
1981, a Roma, nell’ambito di un procedimento penale per associazione
sovversiva.
Sin dal primo interrogatorio, che si svolge l’11 aprile del 1981, Sparti decide
di collaborare con la giustizia, parla dei suoi rapporti con diversi personaggi
della destra eversiva, tra cui Valerio Fioravanti, e diventa il principale accusatore
di quest’ultimo e della sua compagna Francesca Mambro, che indica come
esecutori della strage di Bologna. In particolare, Sparti riferisce al pm di Roma
quanto segue:
Due giorni dopo la strage di Bologna […] Valerio si presentò a casa mia con la Mambro, che io
non conoscevo, e mi parlò di questa in termini elogiativi dicendo che aveva trovato la donna della
sua vita e che si trattava di una ragazza decisa e coraggiosa. […] Riferendosi alla strage mi disse
testualmente: «Hai visto che botto» e aggiunse che a Bologna si era vestito in modo da sembrare
un turista tedesco, mentre la Mambro poteva esser stata notata per cui aveva bisogno urgentissimo
di documenti falsi e le aveva anche fatto tingere i capelli. Pretendeva che in giornata gli facessi
avere una patente e una carta d’identità di cui mi fornì le generalità ma non i numeri, per cui
presumo che si trattasse di generalità inventate. Feci presente l’impossibilità di procurare
documenti in giornata e Valerio si infuriò dicendomi che dovevo spezzarmi ma darglieli in fretta.
In questa occasione io, spaventato dalla enormità della cosa, lo pregai di non parlarmi neppure di
queste cose, lui replicò che io dovevo comunque stare zitto in quanto se a lui fosse successo
qualcosa ci sarebbe stato qualcuno che me l’avrebbe fatta pagare e aggiunse precisamente «Te lo
faccio piangere io Stefanino tuo» alludendo a mio figlio. Riuscii a procurargli […] i documenti
per il giorno dopo e lui venne a ritirarli verso le dieci di mattina a casa mia, dicendomi che
doveva andare in Sicilia con la Mambro. 5

Sparti, sentito successivamente come testimone dal giudice istruttore di Bologna,


conferma le dichiarazioni già rese al pm di Roma e precisa che, dopo la visita di
Fioravanti del 4 agosto 1980, lui è andato immediatamente da Fausto De Vecchi,
suo abituale fornitore di documenti contraffatti, gli ha consegnato le due foto
della Mambro che Fioravanti gli aveva dato ed è riuscito a ottenere i due
documenti per la ragazza nelle prime ore del mattino seguente. Sparti aggiunge
che il falsificatore materiale dei documenti non era personalmente il De Vecchi,
ma un falsario di sua fiducia, Mario Ginesi, che lui aveva visto spesso nel garage
di De Vecchi, intento a falsificare targhe: «De Vecchi mi ha sempre detto di
essersi rivolto per le falsificazioni al Ginesi […]. È innegabile però il fatto che io
ho sempre pagato nelle mani del De Vecchi e che in nessuna occasione ho
ricevuto documenti falsi dal Ginesi». 6
Fausto De Vecchi viene a sua volta sentito dal magistrato e conferma di aver
fornito i documenti allo Sparti in una data che poteva coincidere con i primi
giorni d’agosto. Aggiunge che i documenti erano due e che due erano le foto che
Sparti gli aveva consegnato. Successivamente, essendovi incertezza tra i due
circa il sesso della persona effigiata sulle due foto, si procede a un confronto tra
Sparti e De Vecchi, il quale afferma infine di non poter escludere «che le foto
consegnatemi da Sparti e i relativi documenti fossero per una donna».
Sulla base delle prime dichiarazioni di Massimo Sparti, si risale dunque a
Mario Ginesi quale possibile falsificatore materiale dei documenti, ma la
circostanza risulta essere frutto di un equivoco che si chiarisce mettendo di
nuovo a confronto Sparti, De Vecchi e Ginesi. In effetti il De Vecchi,
nuovamente sentito dal magistrato il 17 giugno del 1983, dichiara che a fornirgli
i documenti in questione era stato, in quel caso, non Mario Ginesi, bensì
Giuseppe Carlostella, detto Zibibbo, che Ginesi gli aveva presentato in
precedenza come possibile suo sostituto. Dal canto suo Giuseppe Carlostella,
pure sentito dal magistrato, conferma di avere svolto attività di falsificatore e
dichiara di non poter escludere d’aver fornito due documenti al De Vecchi. 7
Sia Valerio Fioravanti sia Francesca Mambro riconoscono di essersi trovati a
Roma nei giorni 4 e 5 agosto 1980, per organizzare il giorno 4 e compiere il
giorno 5 una rapina all’armeria Fabrini di piazza Menenio Agrippa.

D’altro canto Francesca Mambro, interrogata dal giudice istruttore di Bologna,


ammette espressamente che lei e Fioravanti si sono rivolti a Massimo Sparti per
ottenere due documenti falsi, ma sostenendo che essi erano destinati non a lei,
bensì ad altri. 8 Sta di fatto, tuttavia, e risulta documentato, che Francesca
Mambro, mentre nei giorni precedenti alla strage non aveva alcun motivo per
tenere celate le proprie generalità (così da pernottare il 14 luglio all’hotel
Politeama di Palermo esibendo un documento autentico), dopo la strage di
Bologna aveva invece buoni motivi per tenerle celate. Infatti, la notte fra il 4 e il
5 agosto la Mambro ha passato la notte a Roma con Fioravanti in una casa
privata (quella di Stefano Soderini), mentre la notte fra il 5 e il 6 agosto ha
pernottato con Fioravanti all’hotel Cicerone di Roma, esibendo per la prima
volta un documento falso a nome Caggiula. Documento di cui evidentemente
non disponeva la notte precedente. 9 Ed ecco come conclude sul punto la
sentenza della Corte d’appello di Bologna del 1994:
È facile, a questo punto, rilevare che il racconto dello Sparti – secondo cui egli ricevette la
richiesta il giorno 4, ma fu in grado di consegnare il documento solo la mattina del 5 – collima
perfettamente con l’accertato comportamento tenuto dall’imputata il 4 e 5 agosto. Invero, la
Mambro scelse di trascorrere la notte del 4 nella casa di un amico (dove, ovviamente, non doveva
mostrare alcun documento) e si fidò ad andare in un albergo (ove era necessario esibire una carta
di identità) solo la notte del 5, una volta acquisito il documento falso. Il comportamento tenuto
dall’imputata il 4 e il 5 agosto rappresenta, allora, un riscontro – l’ennesimo – delle dichiarazioni
di Sparti. Nello stesso tempo, la circostanza della avvenuta richiesta di documenti si configura
come un dato che è in nesso causale diretto, sia logico sia temporale, con la necessità di sfuggire
alle ricerche per la strage. Si tratta, all’evidenza, di un elemento indiziario autonomo e ulteriore
rispetto a quello che scaturisce dalle ammissioni e dalle allusioni del Fioravanti riferite da Sparti.
10

5. La telefonata di Ciavardini, il «baratto» e la girandola degli alibi

Gli elementi a carico dei tre esponenti dei Nar non si limitano a quanto
raccontato sino a qui. A questi si aggiunge una telefonata che Luigi Ciavardini
fece alla fidanzata, Elena Venditti, che il 1° agosto del 1980 avrebbe dovuto
prendere il treno da Roma a Venezia insieme a un’amica e al compagno di
quest’ultima.
In quei giorni, Ciavardini si trovava in provincia di Treviso con la Mambro e
Fioravanti e, dalla fine di luglio, i tre alloggiavano in una casa messa a
disposizione da Gilberto Cavallini, anche lui presente. Il neofascista minorenne
avvertì la ragazza di non partire sino al 3 agosto, giorno in cui la coppia in effetti
si riunì a Venezia. La ragione era vaga, presunte difficoltà che, al telefono,
peraltro non avendo parlato direttamente con lei, ma con lo zio della sua amica,
Ciavardini non chiarì.
Quando venne arrestato, affermò che quelle difficoltà erano legate al
reperimento di documenti falsi. Ma in realtà lui i documenti falsi – e utilizzabili
– li aveva. Uno lo «bruciò» solo tra il 4 e il 5 agosto, dopo un piccolo incidente
stradale avuto a Treviso, 11 mentre una patente di guida contraffatta fu in suo
possesso dall’inizio della latitanza sino al momento dell’arresto. 12
Nei giorni successivi alla strage Valerio Fioravanti si innervosì molto con
Ciavardini, perché aveva riferito «alcuni particolari» di troppo a Elena Venditti.
13 Inoltre il giovane aveva trasgredito agli ordini: dopo la strage, gli era stato
intimato di rimanere nascosto in Veneto, mentre lui, il 6 agosto, era tornato a
Roma incontrando alla stazione Termini, per un caso poco fortunato, un paio di
suoi sodali, tra cui Gilberto Cavallini. Per queste ragioni – disse Valerio
Fioravanti al fratello Cristiano – Luigi andava punito, non escludendo la sua
eliminazione fisica, perché aveva commesso troppi errori e ormai era
considerato una «mina vagante». 14
Oltre al fratello Cristiano, hanno confermato il progetto di Fioravanti di
uccidere Ciavardini sia Elena Venditti sia lo stesso Ciavardini. Il quale,
indubbiamente preoccupato, reagì però in modo tale da rendere palese che era in
grado di difendersi e che aveva amici pronti ad affiancarlo. Così, quando a metà
settembre del 1980 venne convocato dai suoi camerati, si presentò con amici
armati e pronti a reagire a un’eventuale aggressione. 15
È evidente, del resto, che l’intenzione di uccidere Ciavardini non poteva
essere dovuta semplicemente alla circostanza dell’ordine trasgredito. In realtà,
come si legge nella sentenza d’appello del 1994, il movente era un altro:
«Ciavardini, essendo a conoscenza di cose che riguardavano un delitto
gravissimo come la strage, aveva dimostrato di essere un inaffidabile
chiacchierone e, quindi, un uomo irrimediabilmente pericoloso […] per gli autori
del crimine medesimo». 16 Ciò nonostante Fioravanti si convinse, dopo la
reazione di Ciavardini, che era opportuno soprassedere all’omicidio e trovare
una strada alternativa e meno cruenta per cercare di renderlo meno pericoloso.
Ed ecco la soluzione, come la si legge ancora nella stessa sentenza d’appello:
L’efficace alternativa si risolse in una sorta di baratto, che si articolava nei termini seguenti: «Tu,
Ciavardini, taci su quello che sai circa la strage di Bologna e noi – Fioravanti e soci – copriamo la
tua responsabilità in ordine all’omicidio Amato». In proposito, va notato che la partecipazione del
Ciavardini a quest’ultimo delitto sarà effettivamente sempre negata dai fratelli Fioravanti, dalla
Mambro e dal Cavallini e solo i «pentimenti» di Soderini nel 1986 e di Cristiano Fioravanti nel
1987 apriranno una breccia nel muro di dinieghi opposto dal gruppo. 17

Dove hanno dichiarato di trovarsi i tre neofascisti alle 10.25 del 2 agosto 1980,
quando a Bologna la bomba esplose? Francesca Mambro, fin dalle prime
dichiarazioni, disse di aver trascorso quella giornata a Padova con Valerio
Fioravanti, ma non seppe fornire indicazioni precise sul mezzo utilizzato per
arrivare in quella città. Il suo futuro marito, invece, affermò che erano a Treviso,
sempre insieme, e solo anni dopo si sarebbe omologato alle parole della donna.
Le loro versioni differivano anche sulla presenza di Ciavardini: secondo lei
c’era; secondo lui, al contrario, era assente.
Non più affidabili furono le parole del neofascista minorenne, che in un
primo momento disse di essere stato a Palermo, a casa di Francesco Mangiameli,
e poi si corresse spostando la sua presenza a Padova. Solo più avanti,
nell’interrogatorio del 24 ottobre 1984, confermò Padova e aggiunse i nomi di
chi era con lui: oltre alla Mambro e a Fioravanti, c’era anche Gilberto Cavallini,
il quale confermò soltanto dopo aver prospettato un tortuoso percorso nel
ricordare gli spostamenti di quel giorno.
Di fatto, sarebbe stato rilevato dai giudici, si era di fronte a un «allineamento
progressivo» delle versioni degli imputati che «si era verificato nella fase
conclusiva del processo, quando, per esplicita ammissione dei protagonisti della
vicenda, nel corso di un colloquio, era stata messa a punto la ricostruzione di
quanto era avvenuto» 18 il giorno della strage.
Poi ci sono gli spostamenti successivi all’eccidio alla stazione. Dopo la tappa
a Roma per procurarsi i documenti falsi, già raccontata in questo capitolo,
Fioravanti dice di avere proseguito in treno per Taranto. La Mambro afferma
invece che, insieme al suo uomo, erano tornati nel Nordest, di nuovo a Treviso.
Solo in un secondo tempo, di nuovo, allineano le versioni a quella di lui, senza
riuscire a spiegare un errore di quella portata nei ricordi di quei giorni.
La sentenza d’appello del 1994 conclude la sua analisi sugli alibi sostenendo
che «gli elementi qui esaminati sono indicativi di una costruzione artificiosa che
integra gli estremi dell’alibi falso»; 19 e trae questa conclusione ricollegandosi
alla singolare dichiarazione fatta da Fioravanti a proposito della rapina che lui, la
Mambro e Cavallini decisero di compiere a Roma, in piazza Menenio Agrippa,
tre giorni dopo la strage di Bologna:
Poiché la strage di Bologna era stata attribuita […] ai Nar, […] io e Cavallini e Francesca
pensammo fosse necessario dimostrare a tutti che la strage era un’azione che esulava […] dal tipo
di attività attribuibile ai Nar. Pensammo che era […] indispensabile compiere un’azione che
rientrasse nella linea classica dei Nar […]. Così organizzammo la rapina. 20

Ecco che cosa scrivono in proposito i giudici d’appello:


Da ultimo, gli imputati hanno utilizzato la rapina del 5 agosto, da loro effettivamente commessa,
per costruire una sottile quanto contorta tesi con cui hanno preteso di accreditare la rapina
medesima di un valore simbolico che dovrebbe essere inequivocabile nel senso di dimostrare la
incompatibilità di quel delitto con la strage. Ebbene, si è visto che tale pretesa univocità è
totalmente insussistente e che lo scopo accampato, che necessariamente si sarebbe potuto
conseguire solo attraverso una chiara rivendicazione, è stato smentito dai fatti nel suo stesso
presupposto. 21

Come dire che, se i tre neofascisti fossero innocenti, avendo essi saputo subito
della strage di Bologna e avendo temuto subito di poter finire tra gli indiziati,
avrebbero conservato una memoria granitica di ciò che avevano fatto a ridosso
dell’attentato.

6. L’omicidio di Francesco Mangiameli


Prima di approdare nel Trevigiano alla fine del luglio 1980, Valerio Fioravanti e
Francesca Mambro erano tornati verso la metà di luglio in Sicilia. Qui erano stati
ospiti per una quindicina di giorni del leader palermitano di Terza posizione,
Francesco «Ciccio» Mangiameli, alloggiando nella casa di quest’ultimo a Tre
Fontane, una località balneare a un’ora e mezzo di auto da Palermo.
Tra Fioravanti e Mangiameli c’erano da tempo rapporti di proficua
collaborazione, la cui esistenza era dimostrata dal fatto che sia Fioravanti sia la
Mambro, durante il soggiorno siciliano, erano latitanti. Dunque, essendo
ricercati, non si sarebbero messi per due settimane nelle mani di qualcuno di cui
diffidavano.
Quando il 30 luglio i due neofascisti lasciarono Tre Fontane per spostarsi in
Veneto, il legame con Mangiameli era ancora saldo. Ma pochi giorni dopo la
strage accadde un fatto nuovo: il 18 agosto del 1980 il colonnello Amos Spiazzi,
incaricato dal Sisde di indagare e riferire sui movimenti all’interno della galassia
dell’estremismo nero, aveva parlato di un tale Ciccio in un’intervista rilasciata al
settimanale «l’Espresso». Dall’intervista traspariva che Ciccio, cioè Francesco
Mangiameli, era probabilmente un confidente del colonnello e che quindi «era
pericolosamente disponibile a parlare di cose concernenti il terrorismo di cui era
a conoscenza». 22
Il neofascista siciliano rimase sconvolto leggendo quell’intervista e ne parlò
con la moglie, Rosaria Amico, manifestando il proprio disappunto. «Questi mi
vogliono incastrare» le disse. 23 Era preoccupato per la sua incolumità e temeva
anche per quella della consorte, presente a Tre Fontane durante i giorni di luglio
1980, cioè proprio quando si stava concludendo la preparazione di quanto
sarebbe avvenuto a Bologna poco più tardi.
Così Mangiameli cacciò da casa sua Ciavardini, a cui aveva dato riparo dopo
la strage, e prese con sé moglie e figlia fuggendo in Umbria, a casa di una sua
vecchia conoscenza. Lo fece perché ormai aveva preso coscienza di una
decisione di Fioravanti risalente alla seconda metà di agosto: Mangiameli andava
tolto di mezzo.
La fuga di Mangiameli non gli salvò la vita. La sua esecuzione avvenne il 9
settembre del 1980, presenti i fratelli Fioravanti, Francesca Mambro, Giorgio
Vale e Dario Mariani, tutti rei confessi e condannati con sentenza definitiva. 24 Il
movente, cercò di sostenere il capo dei Nar nei suoi interrogatori, era da
attribuire al fatto che Mangiameli avrebbe sottratto fondi destinati all’evasione di
Pierluigi Concutelli.
Questa affermazione è però chiaramente insostenibile. Infatti, Cristiano
Fioravanti ha dichiarato ai magistrati che suo fratello «riteneva ugualmente
necessario procedere alla soppressione anche della moglie e della figlia del
Mangiameli. E […] si deve arguire che, durante le due settimane trascorse da
Fioravanti e dalla Mambro a Tre Fontane, la moglie e la bambina siano state,
quanto meno, presenti a colloqui o a incontri da cui era facile risalire alla
imminente strage. Solo così può spiegarsi una determinazione omicida […] che,
riguardata sotto qualsiasi altro profilo, appare del tutto inspiegabile e gratuita».
Del resto, tre giorni dopo il ritrovamento del cadavere di Mangiameli –
zavorrato e gettato nelle acque del bacino artificiale di Tor De’ Cenci, a Roma,
da cui riemerse l’11 settembre – i militanti siciliani di Terza posizione avevano
reagito alla notizia dell’omicidio del loro camerata con una dichiarazione
precisa, riportata da un volantino: «L’ignobile strage di Bologna, che tanto da
vicino ricorda… quelle di piazza Fontana, di Brescia, di Peteano, del treno
Italicus, ha forse fatto la sua ottantacinquesima vittima?». 25
L’aver zavorrato il cadavere, chiaro segno che il delitto doveva restare
segreto per un po’, 26 è anche indice di una vendetta più ampia dei Nar verso
Terza posizione, dato che nei propositi del gruppo di Fioravanti e della Mambro
c’erano anche gli omicidi degli altri due leader di Tp, Roberto Fiore e Gabriele
Adinolfi.
XVI
I depistaggi sulla strage di Bologna.
Il ruolo della loggia P2 e dei servizi segreti

1. Il grande depistaggio di matrice P2: la falsa pista libanese e il


ruolo di Gelli, di Pazienza e dei servizi

Con le stesse sentenze che condannano Fioravanti e la Mambro per la strage di


Bologna, vengono condannati, pure in via definitiva, anche i quattro personaggi
accusati di calunnia – aggravata dalla finalità di terrorismo e di eversione – per
avere svolto una serie di gravi e variegate attività di depistaggio, al fine di
nuocere alle indagini sulla strage e impedirne il buon esito. Si tratta di Licio
Gelli, del generale Pietro Musumeci (funzionario del Sismi, tessera P2 numero
1604), del colonnello Giuseppe Belmonte (funzionario del Sismi e braccio destro
di Musumeci) e del faccendiere internazionale Francesco Pazienza. Tutti in
concorso con il capo del Sismi, generale Giuseppe Santovito, tessera P2 numero
1630, anch’egli dichiarato colpevole, ma defunto nel 1984. 1
Musumeci e Belmonte, peraltro, erano già stati condannati in precedenza –
anche in quel caso con sentenza definitiva – per avere detenuto illegalmente e
portato in luogo pubblico delle armi, tra cui un mitra Mab e un quantitativo
notevole di esplosivo, identico a quello impiegato per la strage di Bologna. Si
era trattato di un’azione svolta per realizzare una messinscena che aveva
costituito parte integrante e momento culminante all’interno di quell’attività di
depistaggio articolata e durata diversi mesi. Infatti quelle armi e quelle otto
lattine di esplosivo erano state sistemate, insieme con altri oggetti, in una valigia
che Belmonte e Musumeci avevano poi collocato o fatto collocare nella toilette
di un treno in servizio sulla tratta ferroviaria Taranto-Bologna e diretto a Milano.
2
La messinscena, nota come operazione Terrore sui treni, era stata compiuta
nell’arco di cinque giorni: tra il 9 e il 13 gennaio del 1981.
È il primo pomeriggio del 9 gennaio 1981. Nella sala vip dell’aeroporto di
Ciampino, il generale Pasquale Notarnicola, capo del servizio controspionaggio
del Sismi, è in attesa del generale Giuseppe Santovito, capo del Sismi di ritorno
da una missione a Parigi. Arriva in aeroporto anche il generale Pietro Musumeci.
A differenza di Musumeci, Notarnicola non è affiliato alla P2.
L’aereo atterra. Ne scende Santovito accompagnato dal faccendiere Francesco
Pazienza. Alla presenza del generale Santovito e di Pazienza, Musumeci
consegna a Notarnicola un appunto, nel quale si parla della progettata operazione
Terrore sui treni e si prevede un imminente attentato sanguinoso a bordo di un
treno.
Nei giorni successivi una fonte, nota solo al colonnello Belmonte e mai
rivelata al generale Notarnicola, fa arrivare frammenti di notizie, sino a una
segnalazione della notte tra il 12 e il 13 gennaio. Alla stazione di Bologna, dove
il treno arriva quel mattino alle nove e mezzo, la valigia viene rintracciata. 3
Il ritrovamento era legato al tentativo, in buona parte riuscito, di inquinare le
indagini sulla strage della stazione di Bologna, sia per le caratteristiche
dell’esplosivo, sia per la presenza nella valigia di documenti fuorvianti, destinati
a indirizzare le indagini verso false piste internazionali.
L’operazione Terrore sui treni, quindi, viene ripresa in esame, com’è ovvio,
nelle sentenze relative alla strage di Bologna e, in modo particolarmente
esauriente, nel capitolo XI della sentenza d’appello del 1994, dove la vicenda del
depistaggio viene ripresa in esame sotto il profilo del reato di calunnia,
commesso nei confronti dei soggetti verso i quali i depistatori hanno inteso
indirizzare sospetti e indizi. Il reato viene attribuito, oltre che a Belmonte e
Musumeci, anche a Gelli, a Pazienza e al defunto Santovito.
La sentenza del 1994 premette che la collocazione della valigia sul treno
Taranto-Milano è stata preceduta e seguita da una complessa azione di
depistaggi, «articolata in informative contenenti notizie vere frammiste ad altre
volutamente false». Inoltre la sentenza precisa che c’è stata una «saldatura» tra le
azioni informative precedenti e quelle successive, entrambe riferibili, secondo
gli stessi Musumeci e Belmonte, a un’unica «fonte confidenziale» (quella che
avrebbe tra l’altro condotto al ritrovamento della valigia sul treno il 13 gennaio
1981), fonte rivelatasi in realtà del tutto inesistente e costruita addirittura a
posteriori.
Solo nei mesi successivi, infatti, il colonnello Giuseppe Belmonte ha preso
contatto con un maresciallo dei carabinieri suo amico, Francesco Sanapo,
inducendolo a inventare una fonte confidenziale alla quale attribuire la notizia
della valigia: «Al Sanapo veniva fatto credere che ciò fosse necessario per
coprire la figura eminente di una persona al centro di una rete spionistica
internazionale». Tuttavia, successivamente, il maresciallo Sanapo, sentito dagli
inquirenti, ha reso una testimonianza chiarificatrice, rivelando l’inesistenza di
quella fonte confidenziale. Gli stessi Belmonte e Musumeci hanno poi finito col
rendere ampia confessione sul punto. 4
La sentenza sottolinea anche la stretta coordinazione delle condotte di
Belmonte, Musumeci e Santovito «al fine di conseguire il fine unico della
complessa azione deviante», attraverso la trasmissione agli inquirenti bolognesi
di informative intese ad alimentare una fantomatica «pista libanese» e a far
ricadere la responsabilità della strage su elementi appartenenti a gruppi della
destra internazionale, accreditando «informazioni che gli stessi vertici dei servizi
sapevano essere destituite di serio fondamento».
La sentenza ricostruisce poi il massiccio intervento di Francesco Pazienza nei
depistaggi. Va detto che, nelle prime settimane dopo la strage, il Sisde
collaborava attivamente con gli inquirenti bolognesi. Pazienza e Gelli, però,
avevano poi dato un forte contributo a Santovito per far cessare questa
collaborazione del Sisde e per favorire al massimo l’attività depistante del Sismi.
Ai primi di settembre del 1980 Pazienza avvicina il giornalista Andrea
Barberi di «Panorama» e lo accompagna nello studio del generale Santovito, il
quale consegna all’ospite un dossier dal quale il giornalista trae appunti da
utilizzare per scrivere un articolo, dal titolo La grande ragnatela, a proposito di
«un rapporto preparato dal Sismi sui collegamenti internazionali del terrorismo».
5 Pazienza viene presentato da Santovito come un «collaboratore esterno» del
Sismi, o come il «consigliere personale» o il «braccio destro» del direttore del
servizio militare.
Precedentemente, a fine agosto, sempre Pazienza ha indotto il giornalista
Lando Dell’Amico a pubblicare sul suo notiziario «Agenzia Repubblica» del 1°
settembre 1980 un articolo «nel quale si affermava che quella del Sisde era una
“aureola provvisoria” e immeritata, perché il servizio segreto civile si era
limitato a trasferire dalla Capitale a Bologna vecchie pratiche sul neofascismo
eversivo». Quest’articolo rappresenta la risposta all’iniziativa assunta pochi
giorni prima dalla magistratura bolognese che, in una conferenza stampa, «in
occasione della emissione dei mandati di cattura della fine di agosto 1980, aveva
pubblicamente elogiato il contributo dato alle indagini dal Sisde». Ciò che
disturba il Sismi, secondo la sentenza, è il fatto che «i mandati di cattura emessi
dalla Procura di Bologna, e oggetto di quella conferenza stampa, avevano colpito
esponenti della destra neofascista italiana» e non avevano nulla a che fare con
ipotetici collegamenti internazionali. 6
D’altro canto, alcuni autorevoli testimoni appartenenti a settori dei servizi
segreti estranei al Sistema P2 7 hanno riferito che Pazienza sarebbe stato un
«agente di influenza» degli Stati Uniti, vale a dire che egli sarebbe stato inserito,
per conto di ambienti statunitensi vicini a quei servizi, presso i corrispondenti
ambienti italiani. Quello che la sentenza sottolinea è che, nel periodo intorno al
1980, Pazienza esercita un vero e proprio «ascendente condizionante» su
Santovito e svolge, all’interno del Sismi, ruoli di concreta propulsione e di
effettiva direzione, che erano assolutamente antitetici a una mera consulenza
esterna o a un semplice ausilio ad personam. 8
Quanto alla posizione di Licio Gelli, la sentenza parte dalla Relazione
Anselmi e svolge argomentazioni documentate, attraverso le quali i giudici
concludono che il controllo esercitato da Licio Gelli e dalla loggia P2 sui servizi
era decisamente determinante.
Gelli aveva un rapporto speciale con Elio Cioppa, che nell’estate del 1980 era
il capo del centro Sisde II di Roma. Anche Cioppa era affiliato alla P2 (tessera n.
1890). Questo testimone, il 13 ottobre del 1981, ha riferito al magistrato quanto
Gelli gli disse nel corso di un incontro che i due ebbero all’hotel Excelsior di
Roma all’inizio di settembre del 1980: «Gelli mi disse che avevamo sbagliato
tutto e che gli autori dell’attentato dovevano essere ricercati in campo
internazionale». 9
Ecco, sul punto, come commenta la sentenza: «Le parole di Gelli possono
intendersi appieno se si pone mente al fatto che […] il Sisde aveva dato la sua
aperta collaborazione agli inquirenti durante quel mese di agosto».
È stato il Sisde, infatti, ad acquisire e trasmettere alla Procura di Bologna le
dichiarazioni importantissime del detenuto Giorgio Farina, il quale aveva riferito
di avere ricevuto da Dario Pedretti, qualche mese prima della strage, «la richiesta
di un ingente quantitativo di esplosivo (150 chili) da utilizzare per attentati
terroristici». Qualche tempo dopo lo stesso Pedretti, accompagnato da Sergio
Calore, gli aveva detto «che l’attentato avrebbe dovuto celebrare, nel successivo
mese di agosto, la strage del treno Italicus»; e che «per il luogo dell’attentato,
era stato fatto esplicito riferimento alla stazione ferroviaria di Bologna e per la
data a quella del sabato subito precedente il 4 agosto». 10*
Dopo avere proceduto all’esame testimoniale di Giorgio Farina, il pm di
Bologna ha emesso l’ordine di cattura del 26 agosto 1980, accusando di banda
armata e detenzione di esplosivo vari esponenti delle organizzazioni eversive
sorte sulle ceneri di Ordine nuovo e Avanguardia nazionale, tra cui Paolo
Signorelli, Francesca Mambro, Roberto Fiore e Gabriele Adinolfi, nonché
Pedretti e Calore, questi ultimi anche per il delitto di strage. 11*
Ancora, è stato il Sisde ad aprire, sempre in agosto, un’altra pista di indagine
coerente con quella del Farina: una pista tratta dal cosiddetto «appunto Spiazzi»,
12 che si soffermava sulla persona di Francesco «Ciccio» Mangiameli, 13
coordinatore delle attività terroristiche dei Nar romani e impegnato nel
reperimento di armi ed esplosivo. 14
Sta di fatto che, dopo il colloquio tra Gelli e Cioppa degli inizi di settembre,
la pista Spiazzi e la pista Farina venivano abbandonate completamente dal Sisde.
Ed è sintomatico che anche le iniziative di Pazienza, nei confronti dei giornalisti
Barberi e Dell’Amico, si collochino tra fine agosto e inizio settembre.
In particolare, a proposito della pista Spiazzi, il centro Sisde II di Roma
(quello di Elio Cioppa) inviava alla direzione del Sisde un appunto datato 25
settembre 1980 così concepito: «Gli accertamenti svolti in merito al contenuto
dell’appunto […] non hanno fin qui fornito utili elementi di conferma, né di
valutazione. In proposito sono state opportunamente sensibilizzate alcune fonti
di settore, ma con esito negativo». Sotto la dicitura «Il Capo Centro», si leggeva
la firma «E. Cioppa».
D’altro canto, si infittivano invece le iniziative depistanti, volte a indurre gli
inquirenti ad abbandonare la pista interna per seguire la fantomatica e inesistente
pista libanese. A questo proposito la sentenza conclude sottolineando che sia la
pista Farina sia la pista Spiazzi videro il coinvolgimento di Elio Cioppa, ma che
la sua missiva del 25 settembre «fu tale da azzerare la rilevanza delle notizie che
provenivano sia da Farina che da Spiazzi e da soffocare ogni utile sviluppo al
riguardo». Tanto più che il successivo 9 ottobre pervenne alla Procura bolognese
una nota del Sisde, firmata dal direttore, generale Grassini, inerente a
«rivelazioni di stampa» circa la «presenza di cittadini italiani in campi di
addestramento falangisti in Libano». In tal modo Grassini avallava la pista
libanese presso la magistratura, ma aggiungendo prudentemente che «non era
stato possibile ottenere la lista dei nominativi» dei misteriosi cittadini italiani. 15
La sentenza sottolinea poi che, dopo la nota di Grassini del 9 ottobre, il Sisde
era rimasto «totalmente silente» e che il suo «radicale cambiamento di rotta» era
coinciso cronologicamente con il colloquio tra Cioppa e Gelli. Questo induce a
pensare «che, da un lato, Cioppa abbia ritenuto che consultare Gelli fosse
assolutamente imprescindibile, e che, dall’altro, l’opinione di Gelli altro non sia
stata che una vera e propria direttiva». Tanto è vero che quell’opinione «ebbe
una puntuale, immediata e irrevocabile traduzione in atto». Del resto, lo stesso
Cioppa ha testimoniato nel processo che «era prassi del Sisde che il generale
Grassini ricevesse da Gelli […] sia direttive circa i temi di indagine da
sviluppare (nel caso citato dal teste, certi settori delle Brigate rosse), che
valutazioni su determinati eventi (il sequestro Moro)». 16
In sostanza – sottolineano puntigliosamente i giudici della Corte d’assise
d’appello bolognese – «Santovito e Musumeci nel Sismi, Grassini e Cioppa nel
Sisde, erano tutti affiliati alla P2». Belmonte non lo era, ma era legato
strettamente a Musumeci tanto da esserne «il reale alter ego». Inoltre,
nell’ambito del Sismi, per far sì che potesse occuparsi delle indagini sulla strage
e sull’operazione Terrore sui treni un piduista fidato e gradito a Gelli come
Musumeci, questi «dovette ingerirsi in modo anomalo e illegittimo nei compiti
di altro settore» che non gli competeva, appunto per garantire che il depistaggio
potesse essere gestito efficacemente. Infatti Musumeci era il capo della Quarta
divisione, che aveva compiti di vigilanza interna sulla regolarità degli atti,
mentre il controspionaggio e le investigazioni erano compito – scrivono i giudici
– «della Prima divisione diretta dal generale Notarnicola dove, è bene
sottolinearlo con il massimo vigore possibile, non vi erano uomini della P2».
Di qui la conclusione che la sentenza ritiene di dover trarre dall’insieme delle
circostanze accertate: «La valutazione unitaria del complesso indiziario delineato
rivela la presenza di coincidenze e sincronismi tanto numerosi e precisi […], da
indicare univocamente in capo a Licio Gelli un ruolo di artefice delle deviazioni
esaminate». 17

2. Le incertezze sul movente del depistaggio di matrice P2

Che il Sistema P2 sia stato – attraverso il suo controllo quasi assoluto sui servizi
– l’autentico dominus del grande depistaggio della pista libanese è quindi
provato al di là di ogni ragionevole dubbio. La P2 voleva depistare gli inquirenti,
voleva allontanare la verità sulla strage di Bologna. Tuttavia bisogna anche
ammettere che non è affatto chiaro lo scopo ultimo che si prefiggevano gli
artefici di questo depistaggio. Allontanare i sospetti da determinati soggetti? O
alimentare dei sospetti su altri, o magari su quegli stessi soggetti? O forse i
protagonisti della macchinazione perseguivano uno scopo del tutto diverso, che
nessuno è ancora riuscito a individuare? Questi dubbi sono stati avanzati, già una
decina di anni fa, da uno dei più attenti studiosi della strage di Bologna:
Un fatto è indiscutibile, nelle tormentate indagini sulla strage di Bologna: i vertici dei servizi
segreti italiani hanno fatto il possibile per nascondere la verità. Se i mandanti non sono stati
scoperti, insomma, è anche perché pezzi di Stato hanno ripetutamente ingannato i giudici. Per
proteggere chi? Chi muoveva dall’alto i fili dei vari Grassini e Santovito? In che misura il piduista
Licio Gelli e la sua loggia coperta hanno gestito la partita? E qual è stato il ruolo del faccendiere
Francesco Pazienza? Risposte non ce ne sono, e visto come sono andate le cose difficilmente ce
ne saranno in futuro. Le indagini infatti sono state subito intossicate, e dai depistaggi è emerso
ogni sorta di retroscena. 18

Già è piuttosto strano il fatto che, nelle settimane immediatamente successive


alla strage, il Sisde di Grassini e il Sismi di Santovito (entrambi piduisti) abbiano
avuto due approcci diversi relativamente al possibile coinvolgimento della destra
eversiva interna – in particolare dei Nar – nella vicenda della strage di Bologna:
schierato con i pm bolognesi il Sisde, decisamente sul versante opposto il Sismi.
Ma è ancor più singolare l’atteggiamento altalenante tenuto dallo stesso Sismi.
Un altro studioso della tragica vicenda, infatti, ha osservato che «sommando le
evidenze richiamate dagli innocentisti e dai colpevolisti, 19 il comportamento di
Santovito e del Sismi riguardo a Fioravanti e ai Nar appare ambiguo». 20
Un esempio evidente di questa ambiguità viene messo in evidenza dalla
stessa sentenza d’appello del 1994, nella quale si riferisce che il 19 agosto del
1980 un agente del Sismi aveva intervistato Mario Guido Naldi, uno dei
promotori della rivista nazifascista «Quex», sulla strage della stazione di
Bologna. Naldi aveva risposto così:
Ritengo che la matrice dell’attentato è senza dubbio di destra […]. Gli attentatori sono persone
che vengono da fuori Bologna, quasi certamente da Roma e oserei dire dalle organizzazioni di
Ordine nuovo e Avanguardia nazionale. Sono più che mai convinto che l’attentato terroristico è
opera di una delle due organizzazioni Ordine nuovo o Avanguardia nazionale.

In un rapporto del 14 ottobre 1980 a firma del generale Santovito la tesi


sostenuta da Naldi viene esposta, ma viene drasticamente falsata: Naldi aveva
ipotizzato la responsabilità di Ordine nuovo e di Avanguardia nazionale, mentre
il rapporto Santovito «tace completamente il nome dei due movimenti e vi
sostituisce quello dei Nar: “Secondo tale tesi la strage di Bologna sarebbe
sicuramente di matrice neofascista; si innesterebbe nella faida in atto tra diversi
movimenti dell’estrema destra; molto probabilmente è attribuibile ai Nar
romani”».
Tuttavia, nella seconda metà di gennaio del 1981, cioè a ridosso
dell’operazione Terrore sui treni, il Sismi si contraddice palesemente
rispondendo a una richiesta di chiarimenti proveniente dagli inquirenti:
Al quinto quesito formulato dal giudice istruttore di Bologna («Che parte hanno avuto i Nar; se
sono compartecipi del programma gli attuali imputati della strage Calore Sergio, Pedretti Dario,
Furlotti Francesco, Semerari Aldo, Signorelli Paolo») il Sismi risponde: «È stato escluso il
legame con i Nar, come è stata esclusa la partecipazione alla strage dei nominativi segnalati». 21

È molto probabile, quindi, che il fine ultimo dell’impegno, davvero


impressionante, profuso dal Sistema P2 nelle sue accanite attività di depistaggio,
sia stato qualcosa di ben diverso dalla semplice volontà di giovare oppure di
nuocere ai Nar di Fioravanti, Mambro e Ciavardini. E non è escluso che la
risposta al dilemma la si possa anche trovare, esaminando con attenzione i
messaggi cifrati che Licio Gelli ci ha trasmesso, negli ultimi anni della sua vita,
grazie alla sua irresistibile voglia di parlare, di rilasciare interviste e di diramare,
appunto, informazioni cifrate. 22

3. La pista Kram: un nuovo depistaggio o una suggestiva


coincidenza?

Secondo una pista alternativa – la cosiddetta pista palestinese, ovvero pista Kram
– la strage alla stazione ferroviaria di Bologna sarebbe stata un brutale atto
terroristico organizzato dal Fronte popolare di liberazione della Palestina (Fplp),
come ritorsione per la violazione, da parte dello Stato italiano, di un accordo
segretamente intercorso con le organizzazioni militari palestinesi. Questo
accordo segreto, denominato lodo Moro, sarebbe consistito nel consentire il
transito sul territorio italiano di armi ed esplosivi destinati al Fronte palestinese,
in cambio di una salvaguardia degli interessi politici e militari italiani e della
garanzia di mantenere il nostro paese al riparo da possibili attentati di matrice
islamica.
Questo gravissimo atto ritorsivo sarebbe logicamente e storicamente
ricollegabile a un evento risalente a nove mesi prima della strage di Bologna. Il 7
novembre del 1979 il leader di Autonomia operaia Daniele Pifano e due suoi
compagni erano stati arrestati a Ortona, perché trovati in possesso di due missili
Sam 7 Strela. Una settimana dopo, il 13 novembre, era stato arrestato anche Abu
Anzeh Saleh, cittadino giordano residente a Bologna, il cui indirizzo era risultato
annotato in un foglio in possesso dei tre italiani. Le armi erano effettivamente
destinate al Fronte palestinese.
Il processo a carico dei quattro imputati, davanti al Tribunale di Chieti, si era
concluso il 25 gennaio del 1980 con la loro condanna. Abu Anzeh Saleh era
stato condannato alla pena di sette anni di reclusione, ma veniva poi scarcerato il
14 agosto del 1981 per decorrenza dei termini di carcerazione preventiva. Saleh
risultava avere un ruolo politico e militare, essendo il responsabile in Italia del
Fplp, e risultava avere rapporti con l’organizzazione terroristica capeggiata da
Carlos. 23* Inoltre risultava essere in contatto con il colonnello dei carabinieri
Stefano Giovannone del servizio segreto militare italiano, all’epoca di stanza a
Beirut. In effetti non mancarono proteste e minacce di ritorsioni da parte del
Fplp, per il sequestro dei missili e per l’arresto del loro agente in Italia.

Il 18 aprile del 2001 la Procura della Repubblica di Bologna ricevette una nota
della direzione centrale della polizia di prevenzione, a firma del capo della
polizia Gianni De Gennaro, relativa alla presenza a Bologna, proprio il 2 agosto
del 1980, giorno della strage, del cittadino tedesco Thomas Kram. Si trattava del
direttore di una libreria politica della città tedesca di Bochum, militante
dell’organizzazione terroristica di ultrasinistra Rz, ovvero Revolutionäre Zellen,
Cellule rivoluzionarie. 24 La nota del capo della polizia sottolineava
l’opportunità di svolgere accertamenti sui motivi della presenza di Kram a
Bologna in quel giorno.
La Procura bolognese aprì un procedimento designato come «Atti relativi alle
Cellule rivoluzionarie tedesche», ma solo nel 2005, a seguito di un’interpellanza
urgente del deputato Vincenzo Fragalà, le copie di questi atti confluirono in un
nuovo procedimento volto ad approfondire l’ipotetica pista Kram con
riferimento alla strage di Bologna.
Le indagini relative tardarono però molto a iniziare, tanto che lo stesso Kram
seppe solo nel 2008 di essere sospettato della strage. Sostanzialmente, le
indagini iniziarono nel 2011 (quando Kram seppe di essere stato iscritto nel
registro degli indagati) e si protrassero per quattro anni. L’esito è stato un decreto
di archiviazione emesso il 9 febbraio del 2015 dal giudice per le indagini
preliminari di Bologna, su richiesta della Procura del 30 luglio 2014. In questo
paragrafo si tenterà di ricostruire la vicenda sulla base di questi due
provvedimenti e degli atti del procedimento che è stato possibile consultare. 25
Su almeno due punti sembra che non ci sia nulla da aggiungere alle
argomentazioni, del tutto condivisibili, svolte dal gip nel decreto di
archiviazione: 1) non è mai esistito un accordo internazionale segreto tra Italia e
Fplp denominato lodo Moro; 2) non c’è alcun rapporto tra Thomas Kram e il
terrorista internazionale Carlos.
Per quanto riguarda il primo punto, è del tutto evidente che il cosiddetto lodo
Moro, con le caratteristiche descritte da chi ne sostiene l’esistenza, è
semplicemente irreale. Infatti, un patto del genere – illegittimo in radice – non
avrebbe mai potuto essere ufficializzato. Ma anche ammesso che fosse esistito
qualcosa del genere, si sarebbe trattato di «un patto stipulato da soggetti privi di
rappresentanza politica democratica e senza la ratifica parlamentare», un patto,
quindi, che non avrebbe mai potuto «dissuadere nessun pubblico ufficiale dalla
denuncia dei delitti accertati sul territorio nazionale». Tanto è vero che le
dichiarazioni degli imputati del processo di Chieti e la lettera prodotta in
udienza, proveniente dal Fplp, «non hanno invocato esplicitamente alcun patto
[…] internazionale, né hanno collegato il sequestro e gli arresti di Ortona alla
violazione di un accordo precedentemente stipulato». 26
Sul secondo punto basti dire che non è stato mai acquisito nessun indizio di
un ruolo di Thomas Kram «nel “quadro di comando” del Gruppo Carlos». Il
procuratore di Karlsruhe, in risposta a una richiesta di assistenza giudiziaria
internazionale, ha riferito che la magistratura tedesca «non ha mai proceduto nei
confronti di Kram per la militanza nell’organizzazione terroristica di Carlos».
Infine, per quanto può valere, lo stesso Carlos, detenuto in Francia e sentito per
rogatoria internazionale, «ha negato qualunque rapporto personale con Kram». 27
Sta di fatto, comunque, che il 2 agosto del 1980 Thomas Kram era
sicuramente a Bologna. Vi era giunto la sera del giorno precedente, venerdì 1°
agosto, e aveva preso una stanza nell’albergo Centrale di Bologna, dove era stato
identificato con la sua patente di guida tedesca, autentica. Veniva da Milano,
dove era arrivato il giorno prima in treno dalla Germania, con un sensibile
ritardo rispetto ai suoi progetti. L’indagine ha quindi tentato di ricostruire i
movimenti del giovane tedesco (a quel tempo trentunenne) in quei due giorni.
Il 1° agosto 1980, alle ore 12.08, Thomas Kram era stato identificato e
perquisito dalla polizia ferroviaria italiana al valico di frontiera di Chiasso, sul
treno 201 partito da Karlsruhe e diretto a Milano. Aveva esibito alla polizia
ferroviaria la sua carta di identità tedesca, autentica, così come era autentica la
patente che aveva con sé e che avrebbe esibito il giorno dopo, nell’albergo di
Bologna.
Il 25 luglio 2013 (trentatré anni dopo quel terribile 2 agosto) Thomas Kram è
stato interrogato dai magistrati della Procura della Repubblica di Bologna, ai
quali si era presentato spontaneamente consegnando loro una memoria scritta.
Egli non ha voluto rispondere a domande degli inquirenti, né aggiungere
alcunché al racconto che aveva messo per iscritto. I magistrati gli hanno chiesto
di leggere ad alta voce il suo testo in tedesco, in modo che l’interprete traducesse
in italiano e dettasse a verbale la traduzione di ciò che Kram leggeva. Il tutto
veniva registrato su nastro e la registrazione veniva a sua volta trascritta e messa
agli atti. È quindi opportuno riportare qui il testo del racconto registrato, tratto
dal verbale di udienza, dando così la parola allo stesso Thomas Kram.
[…] Nell’estate del 2011 con mio grande stupore ho appreso dai giornali che la Procura della
Repubblica di Bologna aveva avviato contro di me un procedimento di indagini preliminari. Io
non so in base a quali nuove indagini o quali nuove risultanze la mia posizione si sia aggravata. A
questo punto, dal momento che non posso vedere gli atti, non ho accesso agli atti, posso soltanto
fare delle ipotesi. Non mi posso però immaginare che soltanto il fatto che io mi trovavo nel posto
sbagliato, all’ora sbagliata, possa essere sufficiente per un’accusa. A questo punto, in seguito a
ciò, sono stato consigliato di non fare altre dichiarazioni, di non rilasciare dichiarazioni.
Il 1° agosto sono venuto in Italia col treno provenendo dalla Repubblica federale di Germania.
Lo scopo di questo viaggio era visitare conoscenti e amici che avevo conosciuto a un corso a
Perugia l’anno precedente. E poi volevo visitare Firenze.
La prima stazione doveva essere Milano, dove avevo un appuntamento con Elisabeth Schmölz,
una conoscente di Perugia che nel frattempo lavorava come docente di tedesco a Varese. Volevo
pernottare lì e il giorno successivo continuare il mio viaggio verso Firenze e Perugia.
Durante un controllo dei viaggiatori al valico di Chiasso sono stato fermato. Degli agenti
italiani mi hanno rivolto la parola mirando proprio a me e mi hanno chiesto di scendere dal treno,
di lasciare il treno. Le autorità di frontiera hanno esaminato il mio bagaglio e me. Alcuni
documenti e scritti sono stati fotocopiati, tra l’altro lettere della signora Schmölz e di una signora
di nome Heidi. Heidi era un’amica della signora Schmölz, di Elisabeth Schmölz, di cui avevo
l’indirizzo a Varese.
La sosta è durata circa due ore.
Poi ho ripreso il mio treno per Milano. Ma per l’appuntamento io sono arrivato troppo tardi.
Dato che la signora Schmölz non era raggiungibile telefonicamente, non potevo prendere alcun
altro appuntamento per incontrarmi con lei.
Invece mi sono preso qualcosa in un bar della stazione e ho cominciato a pensare in merito al
controllo a Chiasso e anche in merito all’ulteriore svolgimento del viaggio. Dato che il 2 agosto
mi dovevo incontrare… ero atteso da un mio conoscente a Firenze, da cui potevo pernottare, ho
deciso spontaneamente di fare una tappa a Bologna, diretto a Firenze.
Durante il pomeriggio sono arrivato a Bologna e mi sono diretto verso il centro per cercarmi
una pensione economica. È possibile che sia stato l’albergo Centrale in via della Zecca. Dopo
essermi regolarmente registrato e aver preso possesso della camera, ho fatto un piccolo giro della
città, ho mangiato in un ristorante per la cena e poi sono tornato in hotel. Sono certo di aver
passato la serata da solo.
La mattina dopo sono andato dall’hotel alla stazione. Nei pressi dell’hotel ho fatto colazione.
[…] devo ringraziare, diciamo, questa situazione, perché se no sarei arrivato alla stazione prima!
Poi ho percorso una strada molto grande che conduce alla stazione. Nel tragitto c’erano molti
mezzi della polizia e mezzi di soccorso che correvano con le sirene e i lampeggianti. Più mi
avvicinavo alla stazione e più grande era il caos. Mi era chiaro che doveva essere successo
qualcosa di molto… qualcosa di terribile, senza che io però potessi giudicare o valutare che cosa.
Date le mie esperienze con la polizia italiana il giorno prima, volevo evitare possibilmente di
finire di nuovo dentro un controllo di polizia. Quindi sono tornato indietro e mi sono allontanato
dalla zona. Mi sono allontanato da quella zona ancor prima di essere arrivato nelle immediate
vicinanze della stazione.
Oggi non so più dire con certezza come ho lasciato Bologna e come sono arrivato a Firenze. A
Firenze ho appreso che alla stazione era esplosa una bomba che aveva ucciso molte persone. E
ancora di più ne aveva ferite. A quel punto ho deciso di interrompere il viaggio e non andare più a
Perugia.
[…]
Un’amica che in quel tempo abitava nel Sud della Francia mi ha raccontato in un secondo
momento che io alcuni giorni dopo il 2 agosto ero andato da lei e che le avevo riferito abbastanza
sconvolto del mio soggiorno a Bologna. Non ricordo il particolare riferito alla mia amica che si
trovava in Francia; ho rivisto questa mia amica nel 2009 e lei mi ha ricordato che dopo… ero
andato da lei. La mia amica mi ricordò questo episodio, avendo da me appreso che dovevo essere
interrogato dai magistrati bolognesi.
[…]
Sono assolutamente sicuro che sino al momento in cui io sono sceso dal treno a Bologna,
nessuno poteva sapere che io avrei passato la notte tra l’1 e il 2 agosto 1980 a Bologna; perché io
mi sono deciso a fare questo soltanto dopo che era andato a monte l’appuntamento a Milano,
senza che ne avessi parlato con nessuno.
Nel periodo tra l’arrivo al confine a Chiasso e il mio arrivo a Firenze non ho incontrato
nessuno, se non persone a me totalmente sconosciute, come i controllori del treno eccetera
eccetera… alla reception, i camerieri… o tassisti. […]
Il decreto di archiviazione del giudice per le indagini preliminari riconosce che il
racconto di Thomas Kram è, almeno per certi versi, decisamente plausibile e che
lo scambio di lettere tra lui ed Elisabeth Schmölz è sostanzialmente
incompatibile con l’ipotesi che Kram possa essere coinvolto nel terribile
massacro del 2 agosto 1980.
Scrive infatti il gip, in particolare, che «la corrispondenza con [Elisabeth
Schmölz] e le due affettuose lettere del 14 e 22 luglio 1980 potrebbero avere
giustificato il viaggio in Italia o almeno l’iniziale destinazione a Milano di
Kram». Argomenta ancora che «l’attuale ritrosia della donna, parsa molto
evasiva nelle risposte alla polizia giudiziaria, potrebbe, a sua volta, essere
giustificata con il voluto oblio di quella relazione giovanile». Ammette che è ben
possibile «che il controllo di polizia a Chiasso possa aver impedito l’incontro
convenuto a Milano». Conclude infine che la repentina partenza di Kram da
Bologna verso Firenze «potrebbe pure giustificarsi per il timore di ulteriori
controlli di polizia, dopo quello di Chiasso». 28
Tuttavia, il gip bolognese – pur accogliendo la richiesta del pm di
archiviazione dell’ipotesi di accusa – lascia aperti alcuni dubbi.
In particolare, trova «incomprensibile che Kram, dopo avere mancato
l’appuntamento con la signora Schmölz, che sembrava entusiasta e impaziente di
incontrarlo, al pari dello stesso Kram, non si sia comunque fermato a Milano –
piuttosto che proseguire per Bologna – per incontrare la donna».
Inoltre, il gip si domanda perché mai Kram e Schmölz non avessero «stabilito
un luogo, un giorno e un orario precisi» e perché mai, nella sua lettera del 14
luglio, Schmölz «non avesse indicato un proprio domicilio o un proprio recapito
milanese».
Ancora, trova incomprensibile anche «la prosecuzione del viaggio sino a
Bologna, dove Kram avrebbe trascorso la sola notte del 1° agosto 1980, invece
di dirigersi direttamente a Firenze»; e solleva qualche dubbio anche «sulle
modalità della riferita partenza di Kram da Bologna verso Firenze», dal
momento che, come riportato dalla Digos, «dopo l’esplosione alla stazione
ferroviaria […] nessun tassista aveva effettuato trasporti di persone alla stazione
delle autocorriere e nessuna autocorriera era partita alla volta di Firenze».
Conclude infine il gip che, pur imponendosi l’archiviazione, il silenzio
opposto da Kram alle domande che gli sono state rivolte nell’udienza del 25
luglio 2013 «non marca un’estraneità netta dell’indagato rispetto a un così grave
fatto criminale». 29
A ben vedere, però, l’estraneità netta di Thomas Kram alla strage di Bologna
emerge pienamente da un’analisi attenta di una lettera della signora Schmölz a
Kram, acquisita agli atti e datata 14 luglio 1980. È una lettera scritta in tedesco,
che può essere studiata in maniera approfondita solo se si ha padronanza della
lingua oppure se si dispone di una traduzione molto accurata, che gli inquirenti
di Bologna, in realtà, non avevano.
Si tratta di una lettera fondamentale, che si riporta qui integralmente nella
traduzione fatta, per chi scrive, da una gentile signora madrelingua. Se ne riporta
anche, in nota, il testo nella lingua originale. 30
Milano, 14 luglio 1980
Caro Thomas,
sono quasi svenuta, quando finalmente ho sentito notizie di te. Non ti scrivo la mia opinione
sui tuoi tentennamenti, altrimenti ti arrabbi.
Quando quel giorno sono partita da Perugia, ho passato tutto il pomeriggio cercando di
spremere notizie da un sacco di persone, per scoprire dove potesse essersi cacciato Thomas. Poi
uno mi ha detto che tu eri tornato a casa, ma nessuno sapeva dove abitassi.
Poi ho chiesto a Heidi di informarsi su dove tu potessi essere. Zero, 0, niente.
Quando poi ho dato l’esame di lingua a Monaco di Baviera, ho incontrato di nuovo uno di
Perugia. Ho chiesto anche a questo ragazzo, se gli fosse capitato di rivederti. Ma non son riuscita
a cavare niente da nessuno. Nessuno sapeva niente di Thomas, «l’insegnante di Berlino» (mi ero
messa in testa che tu fossi di Berlino).
Il fatto che tu ti sia deciso a scrivermi è per me quasi un miracolo. In ogni caso è un motivo
per lasciarmi andare a un’euforica esplosione di gioia.
Ora, per quanto riguarda la fine di luglio: al 99,999999% sarò qui a Milano o a Varese. Perché
attualmente insegno tedesco a Varese. Lì è più facile che tu possa venire a sapere qualcosa su
dove alloggio. Perché con Marzio, il mio fidanzato, è finita, e quindi adesso sto vagabondando in
giro tra Milano e Varese, onorando della mia presenza tutti i miei cari amici finché non avrò
trovato una sistemazione definitiva. L’indirizzo della scuola è il seguente:
E.S. c/o Inligua School via Fiume 46 21100 Varese (Va) Italia Telefono 0332242750
Quello è il posto da dove è più facile rintracciarmi. Se prima della fine di luglio ti viene ancora
un prurito alle dita e ti viene voglia di scrivere una lettera, non ti trattenere: sarei molto contenta
di sentire qualcosa dall’«insegnante di Berlino».
Sai, ora mi viene in mente che con te sono già stata una volta allo stesso tavolo. Al bar
dell’Uni, dove oltre a «buongiorno» e «ciao» non ci siamo detti una parola.
E ora ci scriviamo. Lo trovo davvero «forte» [in italiano nell’originale].
Allora…
Un abbraccio [in italiano nell’originale].
Elisabeth
Ps. Come vedi sono già abbastanza italianizzata!!! 31

Da questa lettera emerge chiaramente che Kram, dopo avere mancato


l’appuntamento con Elisabeth Schmölz, non aveva nessuna possibilità di
rintracciarla (allora non c’erano i cellulari), dato che la ragazza, in quel periodo,
non aveva una stabile dimora ed era temporaneamente ospitata in casa di amici
di Milano o di Varese. Essendo arrivato alla stazione di Milano con grave
ritardo, con un treno di oltre due ore successivo a quello con cui sarebbe dovuto
arrivare, non vi aveva più trovato Elisabeth e non sapeva proprio dove andare a
cercarla. È vero che la ragazza era «entusiasta e impaziente di incontrarlo, al pari
dello stesso Kram», ma non c’era modo di rimediare a quella delusione
bruciante, che era certo condivisa da entrambi i giovani.
Quanto a Kram, già contrariato dall’inconveniente di Chiasso, non poteva
certo essere di buon umore nel veder naufragare il progetto, a lungo accarezzato
e programmato per tempo, di una gradevole serata con una ragazza che
stravedeva per lui e della quale lui stesso, prima di scomparire da Perugia
insalutato ospite (e al di là della sua scontrosità e dei suoi «tentennamenti»), si
era pur sempre prudentemente procurato l’indirizzo dove poterle scrivere,
quando fosse stato il caso.
Ora, una volta sfumata la serata milanese, che ci faceva Kram lì a Milano il
1° agosto, tutto solo e per giunta frustrato? Andare direttamente a Firenze? No,
perché i suoi amici di Firenze lo aspettavano solo per il giorno 2. Di qui la
decisione, anche per distrarsi un po’, di avvicinarsi a Firenze facendo tappa a
Bologna.
Ecco che così i dubbi residui del gip di Bologna vengono totalmente fugati. E
non è neanche il caso di meravigliarsi del fatto che Kram non si ricordi come
abbia raggiunto Firenze da Bologna il 2 agosto, visto che, quando ha rilasciato le
sue dichiarazioni, il 25 luglio 2013, erano passati più di trent’anni da quel
giorno. Del resto, Kram non aveva motivo di annotare mentalmente un dettaglio
secondario come quello, cosa che avrebbe invece fatto certamente se avesse
potuto pensare che, di lì a trent’anni, quel dettaglio secondario sarebbe diventato
rilevante.
Un’ultima argomentazione. Dal racconto fatto da Kram emerge chiaramente
che la mattina del 2 agosto, quando lui fece colazione nel bar nei pressi
dell’albergo, l’esplosione alla stazione non si era ancora verificata. Infatti egli
uscì dal bar e cominciò a incamminarsi verso la stazione quando ancora la
situazione in città era apparentemente tranquilla. Solo qualche minuto dopo,
mentre era in cammino, iniziò il caos scandito da un numero crescente di sirene.
Questo significa che, quando Kram fece inversione di marcia, la bomba era
appena scoppiata. A quel punto i taxi non erano ancora stati «requisiti» tutti per
rispondere alla situazione di emergenza, quindi è ben probabile che il giovane
tedesco abbia proprio preso un taxi. Tanto più che, nelle ultime righe del suo
interrogatorio sopra riportato, egli stesso non esclude affatto di avere incontrato
tassisti «tra l’arrivo al confine a Chiasso e il mio arrivo a Firenze».
Vogliamo fare un’ipotesi? Kram fa dietrofront e torna verso l’albergo, ferma
un taxi, dice al tassista che deve andare a Firenze, il tassista, che sicuramente sa
già quello che è successo, lo porta a una delle prime stazioni sulla linea
ferroviaria per Firenze (per esempio Bologna San Ruffillo) da dove Kram, non
più perseguitato dalla malasorte, raggiunge Firenze con uno dei treni locali
diretti verso sud che, nel primo pomeriggio di quel giorno, hanno ripreso a
funzionare.
XVII
Il Sistema P2 dopo la strage di Bologna

1. La P2 secondo il «Corriere della Sera» fra la strage di Bologna e


la perquisizione di Castiglion Fibocchi

All’indomani della strage di Bologna, nella seconda metà del 1980, il sistema di
potere occulto della loggia P2 è ulteriormente consolidato e ormai pronto a
celebrare con grande evidenza la conquista del «Corriere della Sera». Il
quotidiano è ancora diretto dal piduista Franco Di Bella e la celebrazione
avviene attraverso l’ormai famosa e sibillina intervista-fiume a Licio Gelli,
firmata dal giornalista Maurizio Costanzo (tessera P2 numero 1819) e pubblicata
il 5 ottobre del 1980.
L’intervista contiene messaggi in codice. Sono diretti a coloro che – essendo
organici o contigui al Sistema P2 – sono in grado di comprenderli. Diventeranno
comprensibili a chiunque una volta resa pubblica, mesi dopo, la documentazione
sequestrata a Castiglion Fibocchi e, ancora di più, quando sarà pubblicato,
successivamente, il testo del «Piano di rinascita democratica». Si tratta di
un’intervista-proclama con cui il sistema di potere P2 – attraverso il principale
quotidiano italiano divenuto cosa sua e attraverso la voce del suo «maestro
venerabile» nonché suo portavoce e grande archivista – si presenta e si qualifica
come sistema di «potere nascosto» (espressione testuale contenuta nel titolo
dell’intervista), ma lo fa attraverso circonlocuzioni volutamente e marcatamente
ambigue. Per esempio, alla domanda se egli sia «un esponente del potere
occulto», o addirittura il capo «del potere più grosso della Repubblica», Gelli
risponde: «Io non ho mai ritenuto di avere un potere occulto come mi viene
attribuito. D’altra parte, non posso impedire che gli altri lo suppongano». E
aggiunge che comunque «c’è un fondo di vero in queste affermazioni», perché
«sono riuscito ad accattivarmi la stima e la simpatia di molti».
Poi Gelli consegna all’intervistatore alcune affermazioni che lasciano
intendere una sua effettiva posizione di non trascurabile potere, del resto
rispondendo a domande che tale posizione sembrano dare per scontata. Si tratta,
inoltre, di affermazioni audaci di natura politico-costituzionale che si
ritroveranno sviluppate proprio nel testo del «Piano di rinascita». Così, quando
gli viene chiesto se egli si sia mai «espresso a favore di una repubblica
presidenziale», Gelli risponde affermativamente, aggiungendo di averlo fatto
«anche in una relazione che inviai al presidente Leone». E, quando gli viene
chiesto «se manterrebbe la Costituzione» nel caso in cui «fosse nominato
presidente della Repubblica», risponde che il suo primo atto «sarebbe una
completa revisione della Costituzione» che oggi è «un abito liso e sfibrato» e
«risulta inefficiente e inadeguato».
A proposito del legame tra P2 e servizi segreti, è interessante notare che
nell’intervista esso viene evocato esplicitamente, ancorché nella solita modalità
sibillina. Maurizio Costanzo domanda: «Sembra che della P2 facciano parte alti
esponenti dei servizi segreti. Lei adesso lo negherà, ma non le sembra che in
Italia i servizi segreti abbiano spesso sofferto di deviazioni e omissioni?». Anche
in questo caso Licio Gelli dà una risposta ambigua e sfuggente: «A prescindere
dal fatto che non ricordo chi fa parte dell’istituzione, per quanto riguarda
l’efficienza dei servizi segreti non sta a me giudicarla».
È poi suggestiva quanto significativa la frase finale dell’intervista: a domanda
diretta del suo fidato intervistatore, Gelli dice che da piccolo, quando gli si
domandava che cosa volesse fare da grande, lui soleva rispondere «il
burattinaio». 1

Sempre nell’autunno 1980 non sono infrequenti gli articoli di matrice P2 apparsi
sul «Corriere della Sera» per rendere omaggio ai «fratelli di loggia» di Buenos
Aires. L’ossequio stucchevole ai carnefici argentini raggiunge il culmine con
l’articolo uscito il 4 ottobre, un ritratto del capo di stato maggiore, generale
Roberto Eduardo Viola, vale a dire di colui che sarà di lì a poco il successore del
generale Jorge Rafael Videla alla presidenza della giunta militare argentina.
Titolo: Sarà Viola (oriundo italiano) il nuovo presidente argentino. Esponente
liberale delle forze armate, avrà il compito di riportare il paese alla democrazia.
L’articolo non è né firmato né siglato. «Il testo deve averlo scritto
direttamente la P2 imponendolo tramite il direttore. L’esaltazione è massima.
Nemmeno i giornali del regime militare sarebbero infatti arrivati a definire come
«“un nuovo San Martín, l’eroe dell’indipendenza argentina”, [colui] che con il
golpe del 26 marzo 1976 aveva portato Videla e i generali al potere». 2
Tra gli altri articoli pubblicati in omaggio alla giunta militare spicca quello
del 14 novembre, che racconta «il miracolo economico argentino» attraverso
l’intervista a Martínez de Hoz, ministro dell’Economia del regime militare di
Buenos Aires. 3

Nello stesso periodo il «Corriere» pubblica una serie di articoli decisamente


favorevoli alle reti televisive dell’imprenditore Silvio Berlusconi (tessera P2
numero 1816) nella disputa con la Rai per la teletrasmissione delle partite del
Mundialito. Si tratta del torneo internazionale di calcio in programma a
Montevideo, dal 30 dicembre 1980 al 10 gennaio 1981, tra squadre nazionali che
nella loro storia hanno vinto almeno un titolo mondiale.
La serie di articoli viene preceduta da una lunga intervista a Berlusconi,
datata 14 settembre 1980 e firmata dal giornalista Roberto Gervaso (tessera P2
numero 1813). Gervaso è un giornalista «che ha un contratto singolare: non è
obbligato a concordare gli articoli con i redattori responsabili delle pagine».
L’intervista viene pubblicata con grande rilievo, «di spalla» in terza pagina ed è
intitolata Cosa farei se fossi senza casa. A colloquio con l’imprenditore milanese
Silvio Berlusconi. 4
Gli articoli sulla disputa televisiva del Mundialito sono otto e sono compresi
tra il 22 novembre e il 22 dicembre. Il primo ha l’aria di essere il tipico ballon
d’essai volutamente provocatorio: «La Rai ha perduto l’asta per il Mundialito,
teletrasmesso da un consorzio di tv private. Le sette partite del torneo, in
programma a Montevideo fra la fine del 1980 e l’inizio del 1981, dovrebbero
essere irradiate in diretta via satellite da una vasta rete di emittenti, coprendo
quasi tutto il territorio nazionale».
Segue il 26 novembre un vistoso trafiletto su due colonne in una delle pagine
sportive e in carattere grassetto. Non reca nessuna sigla ed è intitolato La
commissione di vigilanza: «Il Mundialito spetta alla Rai». Ma Canale 5 non si
arrende. In calce compare, in carattere corsivo, questa postilla altrettanto vistosa:
Gli appassionati del calcio desiderano vedere in televisione le partite del Mundialito. Logico,
quindi, che abbiano accolto con simpatia la recente iniziativa del pool privato pronto ad assicurare
le trasmissioni. Ora non vorremmo che, naturalmente a danno del pubblico, il Mundialito finisse
nel cestino per la discutibile e tardiva sensibilità della tv di Stato e le assurde leggi di monopolio
che la proteggono.

Il 22 dicembre, infine, compare la notizia (non firmata) dell’intesa raggiunta, che


«riconosce all’emittente di Berlusconi l’uso del satellite per la trasmissione in
diretta in Lombardia degli incontri Uruguay-Olanda, Argentina-Germania,
Argentina-Brasile e Germania-Brasile. La rete privata milanese diffonderà
inoltre in differita su tutto il territorio nazionale i match degli azzurri».
Nell’articolo si sottolinea che «Silvio Berlusconi è riuscito dunque a vincere la
sua battaglia in modo totale […]. La lunga vertenza si è risolta definitivamente,
grazie all’intervento del ministro Di Giesi, ma bisogna riconoscere che il
successo riportato dall’uomo d’affari milanese è di vaste proporzioni».
Un mese dopo, il 20 gennaio del 1981, un articolo di coronamento rende
nuovamente omaggio all’imprenditore e alle sue reti televisive. Titolo: In arrivo
via satellite altri spettacoli sportivi per Canale 5. Sottotitolo: Dopo il successo
anche finanziario del Mundialito (un miliardo di utile) l’emittente privata si è
assicurata in esclusiva una ricca serie di competizioni: calcio, tennis, football
americano e golf. 5

2. Gli eventi successivi alla perquisizione di Castiglion Fibocchi e


alla caduta del governo Forlani

L’enorme scandalo provocato dalla pubblicazione delle liste P2, avvenuta il 21


maggio del 1981, determina – come si è detto nel primo capitolo di questo
volume – la caduta del governo Forlani, anche in ragione dell’imperdonabile
ritardo con cui quelle liste sono state rese pubbliche. Infatti, durante i due lunghi
mesi intercorsi tra la perquisizione e la pubblicazione, il tasso di «nervosismo
istituzionale» è cresciuto pericolosamente, anche in virtù del continuo stillicidio
di indiscrezioni incontrollabili circa l’appartenenza alla loggia di questo o quel
personaggio di rilievo politico.
Di questo clima di continua fibrillazione approfitta Licio Gelli, proprio il
giorno prima della pubblicazione delle liste, per mandare messaggi in codice ai
suoi affiliati avvalendosi di un suo fidato giornalista, Franco Salomone (tessera
P2 numero 1911), redattore del quotidiano romano «Il Tempo». Questi lo
intervista e – servizievole – gli domanda: «Come si comporterebbe lei dinanzi a
un giudice che la interrogasse su una sua eventuale appartenenza alla P2, se il
suo nome fosse stato fatto subdolamente?». Al che Gelli risponde: «Prima di
tutto negherei», dando così precisi suggerimenti operativi ai suoi soci, i cui nomi
stavano per essere resi noti. 6
Il governo di Giovanni Spadolini, primo a guida non democristiana, si insedia
il 28 giugno del 1981. Per il sistema di potere P2 l’inatteso smascheramento
segna l’inizio di un periodo di grave crisi, che peraltro non durerà a lungo.
Il governo Spadolini procede senza gravi ostacoli per alcuni mesi. In
settembre viene promulgata la legge istitutiva della Commissione parlamentare
d’inchiesta sulla P2, che inizia i lavori in dicembre sotto la presidenza di Tina
Anselmi. 7 Nel gennaio del 1982 Spadolini vara la legge in materia di
associazioni segrete, che introduce nella legislazione penale il relativo delitto
associativo e che dichiara lo scioglimento della loggia P2. 8
Le difficoltà iniziano nella primavera del 1982 e vengono dal Psi di Bettino
Craxi e Gianni De Michelis. Questi insistono vanamente perché il craxiano
Leonardo Di Donna (tessera P2 numero 2086) venga nominato presidente
dell’Eni. Craxi, il 31 marzo a Rimini, critica pesantemente Spadolini. De
Michelis, che è ministro delle Partecipazioni statali, pretende le dimissioni del
presidente democristiano dell’Eni Alberto Grandi, succeduto a Giorgio Mazzanti
(travolto dallo scandalo Eni-Petromin), 9* per fare spazio al piduista Di Donna.
Spadolini non ne vuole assolutamente sapere ed è così che il suo governo cade
una prima volta in agosto, ma si rinnova subito grazie alla promessa di
astensione da parte del Pci di Berlinguer.
Nel settembre del 1982, l’ambasciata d’Italia a Buenos Aires consegna
l’elenco dei desaparecidos italiani a Giangiacomo Foà che (ormai siamo a oltre
un anno da Castiglion Fibocchi) ne ottiene la pubblicazione sul «Corriere della
Sera», che si sta ormai riavendo dal trauma dello stupro piduista. L’opinione
pubblica italiana reagisce con costernazione e sdegno di fronte alle proporzioni
del fenomeno, sino a quel momento passato sotto silenzio. In particolare,
Giangiacomo Foà pubblica sul «Corriere», il 31 ottobre, una prima lista con i
nomi di 297 desaparecidos con passaporto italiano, che il giornalista dichiara
essere stata per anni sigillata nella cassaforte dell’ambasciata d’Italia a Buenos
Aires. Foà pubblica anche le fotografie di bambini rubati dai militari alle madri
fatte scomparire. Enorme l’indignazione dell’opinione pubblica. 10
Il governo Spadolini cade definitivamente l’11 novembre del 1982, dopo che
il premier ha nuovamente rifiutato la nomina di Di Donna alla presidenza
dell’Eni. Gli subentra un governo guidato da Amintore Fanfani, dal quale De
Michelis, confermato ministro, ottiene l’assenso alla nomina di Di Donna,
venendo però gelato dall’opposizione del presidente Pertini: «Mai cariche
pubbliche a chi è implicato nella P2». 11
È chiaro, comunque, che la P2 ha recuperato terreno. Sono illuminanti in
proposito le annotazioni che si leggono nei diari di Tina Anselmi dopo la caduta
del governo Spadolini:
Basta cambiare Spadolini con Fanfani perché la P2 rialzi la testa? Troppi segnali lo dimostrano: la
sicurezza dei piduisti, molti che collaboravano hanno oggi paura e diminuisce la collaborazione.
(30 novembre 1982)

Vedo Spadolini a Palazzo Chigi. […] Mi dice che la caduta del suo governo si può datare al 30
ottobre quando lui si è rifiutato di nominare subito Di Donna. Pertini pensa che ci sia stato un
pactum sceleris fra Fanfani e Craxi, per spiegare la soluzione alla crisi di governo. […] Ho detto a
Spadolini dei fatti che evidenziano una ripresa della P2.
(1° dicembre 1982)

Mi telefona a Castelfranco Spadolini. […] Mi riferisce che ha parlato con Pertini di questa ripresa
della P2.
(3 dicembre 1982) 12

Estate 1983. Sono passati quasi due anni e mezzo da Castiglion Fibocchi e la P2
– o comunque l’ambiente tuttora vitale che in quel sistema si riconosce – si è in
buona misura già riavuto da quella grave batosta. Il 4 agosto, al governo Fanfani
V, subentra il primo governo affidato al leader socialista Bettino Craxi, il quale –
non va dimenticato – è stato il maggior responsabile della caduta del governo
Spadolini, reo di non aver voluto il piduista Di Donna alla presidenza dell’Eni.
Nel governo Craxi tornano Giulio Andreotti, nel ruolo prestigioso di ministro
degli Esteri, e Arnaldo Forlani, il «temporeggiatore del 1981», 13 come
vicepresidente. Ancor più significativa è la presenza nel governo del leader del
Partito socialdemocratico Pietro Longo (tessera P2 numero 2223), cosa che
colpisce più o meno come la nomina del socialista Silvano Labriola (tessera P2
numero 2066) a presidente della commissione Affari costituzionali della
Camera. Come se non bastasse, pochi giorni dopo il giuramento dei ministri,
Licio Gelli evade dal carcere di Ginevra, dove è detenuto in attesa di
estradizione, grazie a ignote e solide complicità. 14
Nove mesi dopo, al termine dei lavori della Commissione parlamentare, Tina
Anselmi scrive: «Visita a Pertini. Mi ringrazia per quello che ho fatto per l’Italia.
Mi conferma la sua stima e la sua amicizia, per il coraggio che ho. Annota che
nel Palazzo non si avrà la volontà di andare a fondo e di accogliere la mia
relazione» (10 maggio 1984, ore 18.30). 15 Parole profetiche, quelle del
presidente Pertini, come dimostrano gli eventi successivi alla caduta del governo
Spadolini e il graduale, ma inesorabile, ricomporsi delle logiche e dei
meccanismi di potere occulto.

Nel frattempo, il procedimento romano sulla loggia P2 – quello scaturito dalla


perquisizione di Castiglion Fibocchi e trasferito d’imperio da Milano a Roma
dalla sentenza del 2 settembre 1981 della Corte di cassazione 16 – è rimasto
sostanzialmente immobile negli uffici giudiziari della Capitale per circa due
anni. Quel procedimento si chiude poi con una sentenza di proscioglimento
generale datata 17 marzo 1983, emessa dal capo dell’ufficio istruzione del
Tribunale di Roma, Ernesto Cudillo, su richiesta della Procura della Repubblica,
rappresentata dal procuratore capo Achille Gallucci e dal sostituto Domenico
Sica. Così il «porto delle nebbie» romano tenta di liberarsi dello scomodo
problema P2 seppellendolo sotto una pietra tombale dopo due anni di oblio
totale.
Tuttavia, essendo l’Italia – per fortuna – un paese ricco di contraddizioni,
l’ufficio della Procura generale della Repubblica presso la Corte d’appello di
Roma insorge e impugna la sentenza di proscioglimento, appellandosi alla
sezione istruttoria della Corte d’appello, 17 alla quale chiede di contestare il
delitto di attentato contro la costituzione (art. 283 Codice penale) a un certo
numero di affiliati alla P2.
Purtroppo la sezione istruttoria impiega un anno e nove mesi per svolgere,
con ben scarsa diligenza, il suo supplemento di indagini e restituisce gli atti alla
Procura generale il 18 dicembre del 1984, perché essa formuli le sue richieste
definitive. Un paio di mesi dopo, il 22 febbraio del 1985, la Procura generale
della Repubblica deposita la sua requisitoria finale, 18 che la sezione istruttoria
accoglie, sia pure solo in parte, nella sua sentenza del 26 marzo 1985.
Quest’ultima sentenza dispone la trasmissione degli atti alla Procura della
Repubblica presso il Tribunale di Roma per l’eventuale esercizio dell’azione
penale a carico di Licio Gelli e degli altri imputati per il delitto di cospirazione
politica mediante associazione, finalizzata anche all’attentato contro la
Costituzione, nonché per alcuni reati minori. Tra questi ultimi – a carico di Licio
Gelli – il reato previsto dall’art. 256 del codice penale, «per essersi procurato
notizie destinate a rimanere segrete nell’interesse della sicurezza dello Stato,
contenute in carteggi dei servizi di sicurezza», 19 a loro volta rinvenuti nella casa
di Gelli a Montevideo e trasmessi dalle autorità uruguayane a quelle italiane.
Nei mesi immediatamente successivi arrivano alla Procura della Repubblica
anche gli atti della Commissione parlamentare P2, per iniziativa della presidente
Tina Anselmi, che inevitabilmente confluiscono in questo risorto procedimento
romano sulla P2.
È quindi soltanto nella primavera del 1985 che questo tormentato
procedimento penale ritorna – con un ritardo di quattro anni spesi nella
pressoché totale inattività – alla Procura della Repubblica di Roma. Lì il clima è
un po’ cambiato. Il procuratore capo non è più Achille Gallucci e l’incartamento
approda sul tavolo del procuratore aggiunto Michele Coiro, personaggio di ben
diversa caratura. Ha preso inoltre servizio nella Procura una schiera di nuovi
sostituti.
Tra questi ultimi c’è Elisabetta Cesqui. Il procuratore Coiro affida a lei il
procedimento, che si rimette in moto verso la metà del 1985 per i reati già
menzionati (tra cui la cospirazione politica e l’attentato alla Costituzione) e nella
stessa posizione precedente, vale a dire davanti al giudice istruttore che è ancora
Ernesto Cudillo, il capo dell’ufficio istruzione.
Quest’ultimo, invece di assegnare il procedimento a uno dei magistrati del
suo ufficio, come sarebbe consuetudine, lo tiene per sé. Solo che, lungi
dall’impegnarsi diligentemente, come sarebbe suo dovere, in «tutti […] quegli
atti che […] appaiono necessari per l’accertamento della verità», 20 fa
sostanzialmente da freno all’istruttoria, prolungandone la durata, svolgendo gli
atti istruttori senza il dovuto approfondimento e spesso respingendo le specifiche
richieste di indagini formulate dal pubblico ministero. 21
Il pubblico ministero Elisabetta Cesqui cerca di supplire alle inerzie del
consigliere istruttore, riceve minacce attraverso uno strano furto in appartamento
avvenuto nel dicembre del 1986 e subisce anche un’incriminazione strumentale
per interesse privato in atti di ufficio, derivante da un esposto contro di lei datato
26 luglio 1985 e firmato da Costantino Belluscio (tessera P2 numero 1710).
L’incriminazione viene artificiosamente tenuta in piedi per due anni e viene
archiviata, in quanto totalmente infondata, solo nell’agosto 1987. 22 Elisabetta
Cesqui, dal canto suo, procede imperterrita nel suo lavoro.
L’istruttoria del procedimento P2 si protrae faticosamente sino alla fine del
1990. Elisabetta Cesqui firma la sua requisitoria il 31 gennaio del 1991
chiedendo il rinvio a giudizio di Licio Gelli e di altri quindici imputati. I reati più
gravi sono la cospirazione politica e l’attentato alla Costituzione, entrambi
ricompresi nel capo 1 dell’imputazione. A questo punto il consigliere istruttore
Cudillo delega per la decisione il giudice istruttore Francesco Monastero, che
emette la sua ordinanza di rinvio a giudizio il 18 novembre del 1991 accogliendo
le richieste del pm.
Il dibattimento si svolge davanti alla Corte d’assise di Roma a partire dal 12
ottobre 1992. Si conclude il 16 aprile del 1994, giorno in cui viene emessa la
sentenza. Tutti gli imputati vengono assolti dal capo 1 dell’imputazione perché il
fatto non sussiste (il pm Cesqui aveva chiesto per tutti la condanna). Vengono
invece irrogate delle condanne per alcuni reati minori.
Licio Gelli, in particolare, viene condannato (per calunnia, 23 per millantato
credito e per procacciamento di notizie destinate a rimanere segrete
nell’interesse della sicurezza dello Stato) alla pena complessiva di diciassette
anni di reclusione.
Nei successivi gradi di giudizio il riconoscimento della responsabilità penale
degli imputati – e in particolare di Gelli – sarà confermato, ma tutti i reati
saranno dichiarati estinti per prescrizione.
Si potrà anche dire che la montagna ha partorito il topolino, ma l’impegno
totale e defatigante profuso per nove lunghi anni da un’unica persona (Elisabetta
Cesqui), tra l’altro in una situazione così gravemente compromessa come quella
che si è descritta, trasforma quel topolino in qualcosa che non può che suscitare
ammirazione. Chapeau.
L’inesorabile e graduale ricomporsi delle logiche e dei meccanismi di potere
occulto si realizza spesso attraverso vicende contorte e contraddittorie.
Emblematica, in questo senso, è la vicenda del dibattito alla Camera sulla
Relazione Anselmi, avvenuto tra la fine del 1985 e i primi mesi del 1986.
Quando la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2
conclude i propri lavori, nel luglio del 1984, approvando a grande maggioranza
la relazione finale firmata dalla presidente Tina Anselmi, non si può dire che le
forze politiche sentano immediatamente l’impulso di occuparsi di quel
documento. Passano infatti diciassette mesi prima che il dibattito sulla Relazione
prenda l’avvio alla Camera dei deputati. La data fissata è quella del 18 dicembre
1985.
Quella mattina la seduta si apre con una sorpresa: i presidenti dei gruppi
parlamentari, arrivando in ufficio, trovano sulle loro scrivanie una busta senza
indicazione del mittente, contenente la copia di una lunga lettera scritta due
settimane prima da Licio Gelli al presidente della Repubblica Francesco
Cossiga. Gelli chiede che il presidente intervenga perché la Relazione Anselmi
venga «bollata per quello che è: un atto deviante e destabilizzante, posto in
essere in dispregio di tutte le norme di uno Stato democratico». Inoltre la lettera
si chiude con parole oscure e minacciose che sembrano alludere a imprecisate
punizioni bibliche: «Che quanto è accaduto […] non ricada sull’intero paese.
Perché anche una nazione richiama il giudizio del cielo».
In ogni caso la discussione sulla P2 prende il via e si protrae per l’intera
giornata, in un’aula piuttosto sguarnita, per poi proseguire il giorno dopo in
un’aula pressoché deserta. I lavori vengono quindi sospesi per le vacanze di fine
anno.
Il dibattito riprende l’8 gennaio del 1986, sempre in un’aula semideserta.
Così lo descrive la cronista parlamentare Sandra Bonsanti: «A mezzogiorno […]
in aula ci sono dodici deputati del Pci, c’è il demoproletario Gorla, ci sono
cinque radicali, c’è Tina Anselmi, c’è il ministro Martinazzoli […]. Mancano del
tutto: missini, democristiani, socialisti, liberali, socialdemocratici, repubblicani».
24 Nella seduta del 9 gennaio, quando Tina Anselmi pronuncia il suo discorso
politico sulla democrazia «controllata» e «condizionata», l’aula è di nuovo
semideserta e «le ultime parole della presidente, una sorta di accorato appello
alle forze politiche per non uscire “tutti perdenti” dalla vicenda P2, sono accolte
dagli applausi di otto compagni di partito, di sei comunisti, di qualche
indipendente di sinistra». 25
Una volta conclusa stancamente la discussione sulla Relazione, il voto sulle
relative mozioni presentate dai vari gruppi parlamentari viene rinviato al 6
marzo 1986, quando si verifica un fatto nuovo: la maggioranza che ha firmato la
Relazione Anselmi (comunisti, democristiani, socialisti e repubblicani) presenta
un documento comune di conferma di ogni giudizio contenuto nella Relazione.
Sembrerebbe quindi profilarsi un ampio schieramento, unito nella condanna
della P2 e nella volontà di impegnare il governo ad assumere le iniziative
prospettate dalla Commissione parlamentare. Tanto più che, al termine della
seduta del 6 marzo, il documento comune viene messo ai voti a scrutinio segreto
e viene approvato dall’assemblea a larghissima maggioranza, con 322 voti
favorevoli e 45 voti contrari. 26
Tuttavia questa «Risoluzione», teoricamente importantissima, verrà
immediatamente accantonata, rigorosamente passata sotto silenzio e sepolta per
sempre nell’oblio, proprio a opera dei governi che si sono avvicendati dal marzo
1986 in avanti. Una situazione estremamente contraddittoria che si spiega con il
deciso ritorno alle logiche di potere occulto.
Infatti, da un lato la Risoluzione parlamentare conferisce alle conclusioni
della Commissione P2 un rilevantissimo «crisma ufficiale» e – nei sette punti del
suo dispositivo – impegna il governo a svolgere un certo numero di compiti
(evidentemente intesi come vincolanti) in cui si articola il dispositivo della
Risoluzione. 27 Tra questi solenni impegni del governo vi sono:
– assumere le iniziative necessarie per garantire il controllo parlamentare sui
criteri di nomina dei vertici dell’amministrazione pubblica e degli enti pubblici,
«contrastando la formazione di incrostazioni di potere»;
– assumere iniziative per la «revisione della legislazione sull’editoria», per
assicurare «l’effettiva trasparenza proprietaria» e i relativi «controlli»;
– rafforzare l’azione degli organi competenti per il «controllo sul sistema
bancario e finanziario»;
– vigilare perché sia garantito «il rispetto assoluto del principio della
trasparenza» del sistema democratico e del suo ordinamento, così da rendere
«possibile e concreto il controllo democratico dei cittadini» sulla vita delle
istituzioni.
D’altro lato, si deve prendere atto che i governi succedutisi dagli ultimi anni
Ottanta in poi ignorano totalmente la Risoluzione parlamentare del 6 marzo
1986, così come i compiti che, da quella Risoluzione, sono stati loro assegnati.
Ciò in un clima di rinnovato vigore delle logiche occulte, culminato poi – a metà
degli anni Novanta e più ancora negli anni Duemila – nell’avvento pernicioso
dell’epoca berlusconiana. 28
Non a caso, nel corso dell’ultimo governo Berlusconi, in una conferenza
stampa televisiva del 31 ottobre 2008, Licio Gelli rivendica con orgoglio alla
loggia P2 la paternità del «Piano di rinascita democratica» con queste parole:
«Peccato non averlo depositato alla Siae per i diritti, tutti ne hanno preso spunto:
l’unico che può portarlo avanti è l’attuale presidente del Consiglio Silvio
Berlusconi».
I giornali riportano la notizia con un certo risalto. 29 Ma il diretto interessato
(tessera P2 numero 1816), destinatario di quello scomodo complimento, non si
scompone e non lascia trapelare nessun commento.

3. Epilogo. Licio Gelli si congeda


La tendenza di chi esercita una qualsiasi forma di potere a non lasciarsi vedere è irresistibile. Elias
Canetti ha scritto in forma lapidaria: «Il segreto sta nel nucleo più interno del potere».
Irresistibile, perché il potente sa che è tanto più sicuro di raggiungere i propri scopi quanto più i
luoghi in cui si muove sono inaccessibili e i suoi movimenti sono impercettibili. Complessa e
sinora poco studiata è la fenomenologia del potere invisibile. Vari sono i modi con cui si ottiene la
invisibilità, ma due sono i principali, strettamente intrecciati fra loro: nascondersi e nascondere
(coprirsi o coprire). Nascondersi: non mostrarsi mai in pubblico oppure mostrarsi con una
maschera che renda il proprio viso irriconoscibile. Nascondere: usare sistematicamente la
menzogna per ostacolare la conoscenza dell’azione compiuta o da compiere. Intrecciati
strettamente fra loro, perché il primo favorisce l’uso del secondo, e il secondo crea le migliori
condizioni per assicurare il successo del primo.
Che ogni forma di terrorismo eversivo non possa svolgersi se non nelle modalità del potere
occulto, è evidente. Il gruppo terroristico ha e non può non avere tutti i caratteri della setta
segreta: esso si costituisce nel momento in cui, con espressione che ci è diventata purtroppo
familiare, un insieme di militanti di un movimento estremistico, quando si rende conto di non
potere perseguire il proprio obiettivo con un’azione pubblica, perché sarebbe considerata illecita,
decide di «scendere in clandestinità». Il che significa, da un lato, non riunirsi più in luogo
pubblico, non esprimere la propria opinione servendosi dei mezzi di comunicazione protetti ma
nello stesso tempo limitati dalle leggi stabilite dai pubblici poteri, in genere rifiutare tutti i
vantaggi ma insieme anche gli oneri che derivano dall’esercizio dei diritti di libertà caratteristici
di uno Stato democratico di diritto; dall’altro lato, nascondersi dietro la maschera della falsa
identità, non essere più in pubblico quello che si è in privato, usare tutti quei processi di
«mimetizzazione» che debbono consentire, giacché non è possibile cancellarsi del tutto, di non
farsi identificare.
Meno evidente, e per quel che riguarda la sanità delle nostre istituzioni democratiche ben più
allarmante, il continuato e pervicace, ormai per tante prove irrefutabile, esercizio dell’altra
modalità del potere occulto, che consiste nell’uso sistematico dell’occultamento attraverso il
mendacio, e tutte le forme di simulazione e dissimulazione, con cui chi avrebbe il dovere di
scoprire la verità contribuisce a coprirla. Così, accanto alle forme di nascondimento oggettivo,
come il luogo segreto, la carta d’identità falsa, la scrittura in codice, vi è, non meno pericoloso e
in un certo senso ancor più insidioso, perché trae in inganno, svia, confonde, il nascondimento che
dipende dall’uso perverso della comunicazione, sia essa linguistica o mediante segni, segnali e
simboli, di cui ci si serve non per informare ma per disinformare, non per aiutare la ricerca della
verità ma per ostacolarla, non per fornire dati certi ma per contraffarli e per fare loro significare il
contrario di quel che significano in realtà.
Quest’opera di occultamento è stata compiuta sistematicamente e ripetutamente nel nostro
paese da settori dei servizi segreti che appartengono non all’anti-Stato ma allo Stato, e il cui
compito statutario è quello non già di favorire la sovversione, ma di offrire i mezzi di cui solo
un’attività segreta può disporre per combatterla. L’ostacolo alla ricerca della verità può avvenire
in vari modi, che appaiono tutti quanti praticati, compresi quelli più perfidi, da questo o quel
settore dei servizi segreti nei processi contro l’eversione di destra (anche se qualche sospetto,
perlomeno di inerzia, sia stato avanzato anche per quel che riguarda l’eversione di sinistra): la
mancata trasmissione d’informazioni, l’informazione non tempestiva, ad arte ritardata, la
disinformazione, la notizia manipolata, e addirittura l’informazione intenzionalmente falsa o
falsificata, o, come si dice in gergo, il «depistaggio». Il caso più scandaloso e moralmente
abbietto è rappresentato da tutte quelle azioni che mirano consapevolmente e con un disegno
politico preciso a spostare le indagini dall’uno all’altro gruppo eversivo per salvare i colpevoli e
far ricadere la colpa su innocenti politicamente invisi. Si tenga anche presente che sinora questo
sviamento è avvenuto soltanto in una direzione: mentre vi sono prove che in alcuni casi sia stato
fatto il tentativo di attribuire a gruppi di sinistra attentati compiuti dalla destra, non è mai
accaduto il contrario.

Questo testo si deve alla penna magistrale di Norberto Bobbio ed è parte della
sua prefazione alla pubblicazione in volume dell’atto di rinvio a giudizio per la
strage di Bologna, emesso il 14 giugno del 1986 dai giudici istruttori bolognesi
Vito Zincani e Sergio Castaldo. 30
Quello di Norberto Bobbio è un testo ideale per introdurre un epilogo come
questo, che intende soffermarsi sulle modalità del tutto peculiari con cui Licio
Gelli – depistatore sino all’ultimo respiro – si congeda da noi disseminando un
po’ di interviste con rivelazioni varie, in parte veritiere e in parte no. 31 A partire
dalla già citata intervista del 31 ottobre 2008, Gelli comincia a manifestare
un’inedita loquacità e a vantarsi sempre più apertamente di quanto lui e la sua
loggia P2 fossero potenti e proiettati ineluttabilmente verso il governo del paese:
L’effettivo capo della P2 ero io. Il generale Miceli, il generale Santovito, l’ammiraglio Martini,
tutti i capi dei servizi segreti che si sono succeduti si nominavano noi. Si suggerivano i nomi e
dovevano esser quelli […]. Il capo di stato maggiore dell’esercito si nominava noi, il comandante
generale dei carabinieri si nominava noi, il generale della guardia di finanza si nominava noi, il
capo della squadra della marina si nominava noi […]. Perché la P2 doveva avere i migliori di tutti
i settori. Perché se avevamo i migliori di tutti i settori potevamo eventualmente governare bene il
paese. 32

Gelli si vanta anche, in un’intervista piuttosto importante del 2011, di quanto


fosse legato a Giulio Andreotti e a Francesco Cossiga, non soltanto da stima e
amicizia, ma anche da rapporti di collaborazione, che sino a qualche anno prima
avrebbe considerato decisamente inconfessabili. Inoltre, in questa stessa
intervista (come già in quella del 2008), vanta di nuovo l’assoluta genialità del
suo «Piano di rinascita democratica», ma in questa occasione ci fornisce anche
un’informazione grossolanamente falsa, con l’intento di trarci in inganno e di
fuorviare l’opinione pubblica circa il fine ultimo che stava perseguendo il
Sistema P2 alla vigilia della perquisizione di Castiglion Fibocchi. Ecco il brano
dell’intervista rilevante a questo proposito:
La P2 è davvero scomparsa o ci sono ancora uomini che stanno portando avanti il vostro «Piano
di rinascita»?
Il «Piano di rinascita» […] lo avremmo attuato noi se avessimo avuto quattro mesi. A noi sono
mancati quattro mesi, perché c’erano da fare dei movimenti di ufficiali, trasferimenti. Se avessimo
avuto quattro mesi ancora di tempo lo avremmo attuato.
In base a un colpo di Stato?
Un colpo di Stato, ma senza colpo ferire […]. Venivano eliminate delle persone, che già
sapevamo di destinare giù in Sardegna, dove ci sono seicento villette che appartengono al
servizio. Erano stati destinati lì. Avevamo trecento taxi per potere andare a prendere le persone a
casa la sera. Si portavano a Ciampino e da Ciampino, con un aereo […], venivano concentrati tutti
in Sardegna […].
Questo era il piano Solo del 1964?
Il piano Solo era quello del generale Bittoni […].
Ma questo momento in cui si è arrivati a quattro mesi dal golpe era più tardi. Quando? Nel
1974?
Ma no! Quattro mesi a noi ci mancava! Era previsto nell’81.
Ah, nell’81? Eh… dunque, per quattro mesi, la scoperta delle liste ha impedito questa
soluzione?
Sì.
Lei dice che volevate portarli in Sardegna, ma non ho ben capito. A chi si riferisce?
Questi funzionari, che erano al governo, anche dei ministri, che venivano eliminati. Dico
eliminati non fisicamente, ma moralmente, dai loro incarichi. Venivano appoggiati lì, per il
momento. E tenuti in custodia.
Quindi se mancavano quattro mesi, c’è stato tutto un lasso di tempo in cui siete riusciti…
Quattro mesi. In quanto eravamo già pronti. […]
Cioè, chi potrebbe essere portato in Sardegna oltre a questi funzionari e ministri? C’erano
anche pericolosi comunisti, immagino.
Eh, certamente. Lì c’era la Gladio, che era comandata da Cossiga, l’Anello, che era diretto da
Andreotti, e la P2 che era diretta da me.
E tutti alleati, dunque…
Può darsi. 33

Questo racconto fantasioso circa un ipotetico golpe «classico» (pressoché


identico al piano Solo fallito diciassette anni prima), che sarebbe stato
programmato per il mese di luglio del 1981, è totalmente inverosimile. Infatti, a
partire dal 1976, il sistema di potere occulto della loggia P2 disponeva di uno
strumento – il cosiddetto «Piano di rinascita democratica» – ben più sofisticato
ed efficace, per conquistare surrettiziamente il controllo totale dell’Italia, di
quanto non sarebbe stato un colpo di Stato di tipo tradizionale. Tanto più che la
P2 aveva già abbondantemente cominciato a estendere i suoi tentacoli per
dominare tutti i gangli vitali e tutte le istituzioni del paese, proprio seguendo le
indicazioni di quel piano diabolico: per esempio aveva già soggiogato alcuni
giornali importanti, come il «Corriere della Sera», «Il Mattino» di Napoli e «Il
Tempo» di Roma, senza che i relativi giornalisti (non piduisti) nemmeno lo
sospettassero. 34
L’idea che una sera dell’estate 1981 alcune migliaia di brutti ceffi potessero
irrompere in casa di seicento personaggi politici, tra cui anche membri del
governo (per giunta del governo Forlani!), per deportarli e rinchiuderli in
altrettante villette in Sardegna è un’idea talmente peregrina che non varrebbe
nemmeno la pena di spendere tante parole per dimostrarlo.
Del resto, Gelli si contraddice vistosamente quando afferma che il rapimento
e la deportazione in Sardegna di seicento personaggi di rilievo (dal segretario del
Pci Berlinguer al ministro dei Trasporti Formica, tanto per fare un paio di esempi
ipotetici) sarebbe stato un modo come un altro per attuare il «Piano di rinascita»
(«Il “Piano di rinascita” lo avremmo attuato noi se avessimo avuto quattro
mesi»). Gelli mente sapendo di mentire, perché sa benissimo che il «Piano»
prevedeva modalità di conquista del potere ben più sottili, che non avevano
niente a che fare con quelle assurde deportazioni. Basti rammentare come veniva
formulato il primo obiettivo di quel documento: «Partiti politici, stampa e
sindacati costituiscono oggetto di sollecitazioni possibili sul piano della manovra
di tipo economico-finanziario. La disponibilità di cifre non superiori a 30 o 40
miliardi [di lire n.d.a.] sembra sufficiente a permettere a uomini di buona fede e
ben selezionati di conquistare le posizioni chiave necessarie al loro controllo». 35
Resta da stabilire il motivo di una così grossolana invenzione. L’ipotesi più
plausibile è che Licio Gelli abbia voluto, con quella rivelazione, ingannare
l’opinione pubblica e suscitarne un’indignazione artificiosamente pilotata verso
un obiettivo inesistente (il fantomatico colpo di Stato con tanto di deportazioni),
per distoglierne l’attenzione dal vero e prezioso strumento di dominio a
disposizione della P2 (il «Piano di rinascita»). Salvo la possibilità, una volta che
la notizia avesse suscitato indignazione e scandalo, di farne emergere la falsità,
così da ridicolizzare il tutto e tornare a sostenere che la P2 non era una cosa
seria.
Tuttavia, tra le rivelazioni di Gelli contenute nella lunga intervista del 2011,
ci sono anche notizie attendibili. Tra queste, particolarmente significativa è la
frase finale della conversazione sopra riportata, dove Gelli accenna ai suoi stretti
rapporti con Andreotti e Cossiga e al legame di questi ultimi con le propaggini
più clandestine dei servizi di sicurezza controllati dalla P2 o comunque a essa
ricollegabili, Gladio e l’Anello. Una frase che suona un po’ come uno slogan, se
vogliamo, ma che rende l’idea del rapporto oscuro che i due uomini politici
certamente avevano con le due rispettive entità di riferimento.
Sull’organizzazione Gladio ci si è già soffermati nelle pagine precedenti. 36
Quanto al cosiddetto Anello, o Noto Servizio, esso è stato definito come «un
servizio segreto parallelo e clandestino fondato nel 1944 per i “lavori sporchi” –
che non dovevano coinvolgere direttamente uomini dei servizi – e la cui storia si
incrocia con molte delle vicende più oscure della storia del nostro paese». 37 Ma
sull’una e sull’altra entità sembra opportuno un approfondimento, anche per
meglio esplorare il significato e l’attendibilità dell’aforisma gelliano: «C’era la
Gladio, che era comandata da Cossiga, l’Anello, che era diretto da Andreotti, e
la P2 che era diretta da me».
L’11 gennaio del 1992 il presidente della Repubblica Francesco Cossiga è a
Chicago per ricevere una laurea honoris causa in giurisprudenza da parte della
Loyola University e approfitta della presenza dei giornalisti italiani per togliersi
l’ennesimo sassolino dalla scarpa. Lo fa difendendo a spada tratta Gladio e
descrivendola come una struttura patriottica destinata a difendere l’Italia da
possibili colpi di stato di matrice comunista:
Io sono uno di quei ragazzi che ha il coraggio di dire che il 18 aprile [1948 n.d.a.] 38* faceva
parte di una formazione armata, come ce n’erano tante nelle città d’Italia. Facevo parte di una
formazione di giovani democristiani, armati dall’Arma dei carabinieri, per difendere le sedi dei
partiti nel caso che i comunisti, perdute le elezioni, avessero tentato un colpo di Stato. Andai
personalmente dai carabinieri di Sassari a prendere il mio mitra Sten e le bombe a mano, e nel
sottosuolo di Sassari fui addestrato da un sottufficiale del battaglione San Marco […]. È ora che
parte della Dc la smetta di fare finta che Francesco Cossiga sia l’unico responsabile, non in senso
colpevole ma in senso tecnico del termine, della politica estera, della difesa e della dura
confrontazione politica, militare, ideologica all’interno e all’esterno con il comunismo. Io unico
responsabile di Gladio, responsabile del Patto Atlantico, responsabile della discriminazione che si
è operata per trent’anni contro gli esponenti del Pci […]. Non mi costringano gli altri amici della
Democrazia cristiana a fare i nomi degli altri che si trovavano nelle mie stesse identiche
condizioni e oggi fanno gli amici del Partito comunista, specialmente in Emilia Romagna. 39

Questa dichiarazione dirompente di Cossiga viene fatta poco più di un anno


dopo che l’esistenza dell’organizzazione segreta Gladio è stata rivelata
all’opinione pubblica dal presidente del Consiglio Giulio Andreotti, su
sollecitazione del parlamento.
Infatti, il 18 ottobre del 1990, Andreotti invia alla Commissione parlamentare
d’inchiesta sulle stragi una relazione intitolata «Il cosiddetto Sid Parallelo –
Operazione Gladio. Le reti clandestine a livello internazionale», con la quale
rivela che da quasi quarant’anni esiste in Italia una struttura armata, composta
sia da civili sia da militari, destinata a difendere il territorio nazionale nel caso di
un’invasione da parte di un esercito straniero. La rivelazione di Andreotti suscita
un enorme clamore, viene ripresa da tutti gli organi di informazione e diventa
oggetto di continui dibattiti e scontri politici. Già nei giorni successivi Cossiga
reagisce provocatoriamente affermando di considerare «un grande privilegio» il
fatto di essere stato per diversi anni uno dei referenti politici di Gladio, 40
fomentando ulteriormente le polemiche che, sempre più accese, culminano nel
dicembre del 1991 in una richiesta di impeachment contro l’allora capo dello
Stato.
L’impeachment non ci sarà, ma le indagini condotte dalla magistratura – sia
ordinaria sia militare – e le inchieste parlamentari, pur senza aver raggiunto
conclusioni certe né condanne penali, inducono a ritenere che le finalità
«patriottiche» di Gladio siano svanite quanto meno verso la metà degli anni
Settanta, quando il fantasma del pericolo comunista è a sua volta svanito, per
sopravvivere solo nella mente di persone come Sindona e Berlusconi. E gli studi
successivi condotti da vari autori inducono a ritenere che la sopravvivenza di una
struttura occulta come Gladio – addirittura sino alla fine del 1990 (il ministro
della Difesa Virginio Rognoni ne decreta lo scioglimento solo il 27 novembre di
quell’anno) – abbia avuto finalità coerenti con le logiche oscure imperanti nel
periodo di maggior potere del Sistema P2.
Non è casuale, del resto, che sia Andreotti sia Cossiga si siano limitati a
parlare esclusivamente del ruolo svolto da Gladio, come strumento di difesa, nei
primi lustri della Repubblica. La relazione di Andreotti «ha stabilito solo i
confini della verità dicibile: il resto fu lasciato alle interpretazioni». 41 Quanto a
Cossiga, egli allude solo al periodo «eroico» degli anni Quaranta e Cinquanta,
soffermandosi in particolare sul 1948: il Cossiga «ragazzino», appena
diciannovenne e armato sino ai denti.
Sta di fatto, però, che nel tempo Gladio ha cambiato pelle. Chi lo afferma
autorevolmente è Paolo Emilio Taviani, ministro della Difesa dal 1953 al 1958:
«Bisogna capire che la cosiddetta Gladio ha avuto stagioni diverse. Una cosa era
la struttura degli anni Cinquanta e Sessanta, una cosa è stata quella degli anni
Settanta e un’altra ancora quella del decennio appena concluso [degli anni
Ottanta n.d.a.]». 42 Ancor più significativa è l’affermazione fatta dal generale
Gerardo Serravalle (al vertice di Gladio dal 1971 al 1974) in una deposizione
resa nel 1991 al giudice istruttore di Bologna nel procedimento Italicus bis:
Mi domando se la struttura [Gladio n.d.a.] abbia avuto qualche rapporto con il cosiddetto piano
Solo o comunque con attività eversive. Non vorrei che Gladio avesse rappresentato una specie di
coperchio per qualcosa di ben diverso. Che cioè vi fosse una struttura presentabile, appunto la
Gladio, e un’altra, al di sotto, impresentabile, con finalità illecite. Ebbi a un certo punto la
sensazione che Gladio fosse una realtà che serviva a coprire qualcosa di diverso e di pericoloso,
qualcosa che doveva rimanere segreto. 43

Lo stesso generale Serravalle, inoltre, nell’audizione del 20 novembre 1990


davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi, ha riferito che
lui avrebbe voluto sciogliere Gladio già nel 1972, perché c’erano troppe armi in
giro e temeva «che potessero finire nelle mani sbagliate», ma che l’ipotesi dello
scioglimento era avversata dagli Stati Uniti. «Temevo – prosegue Serravalle – di
diventare il capo di una banda armata, visto che una parte consistente dei
“gladiatori” aveva un concetto della propria funzione ben diverso da quello
ufficiale. Vedeva nel Partito comunista italiano una quinta colonna dell’Urss in
Italia e sosteneva la necessità di agire in anticipo, cioè di colpire i comunisti
italiani prima che potessero organizzare o agevolare l’ipotetica invasione». 44
Tutto induce a ritenere, quindi, che l’accanimento, con cui Cossiga, ancora
negli anni Novanta, cerca di far passare Gladio per una struttura «patriottica», in
pieno contrasto con le dichiarazioni ben più attendibili del generale Serravalle e
dello stesso Taviani, finisce col convalidare quella sorta di lapidaria «chiamata di
correo» fatta da Gelli nei suoi confronti: «c’era la Gladio che era comandata da
Cossiga […] e la P2 che era diretta da me».

L’affermazione di Gelli circa il legame privilegiato fra Giulio Andreotti e la


struttura dell’Anello, ovvero Noto Servizio, trova conferma nelle dichiarazioni
rese agli inquirenti dai testimoni Michele Ristuccia e Giovanni Pedroni,
personaggi interni a quella struttura. Costoro dipingono in particolare padre
Enrico Zucca, noto come «il cappellano dell’Anello», come un personaggio
molto influente, tanto da essere «in condizione di convocare» Andreotti, essendo
«in grado di orientare l’enorme e influente bacino elettorale lombardo della Dc»,
45 e avendo egli «addentellati in tutta Italia e un notevole ascendente su alti
personaggi della vita politica ed economica del paese». 46
Tra i lavori sporchi sbrigati dall’Anello c’è stata, nel 1977, la fuga in
Germania del nazista Herbert Kappler, condannato all’ergastolo per l’eccidio
delle Fosse Ardeatine. Una fuga vergognosa organizzata per conto della
presidenza del Consiglio (governo presieduto appunto da Giulio Andreotti), in
cambio di un cospicuo versamento di denaro da parte della Germania. Per
giunta, si è fatto credere agli italiani che Kappler fosse evaso
rocambolescamente dall’ospedale militare del Celio aiutato da sua moglie, donna
molto robusta che, usando delle funi, avrebbe calato da una finestra il marito
chiuso in una valigia. 47
In realtà fu aiutato sì dalla moglie, ma uscì dall’ospedale con le sue gambe e
raggiunse l’isola Tiberina dove ad attenderlo c’era Adalberto Titta, un ex pilota
repubblichino, secondo alcuni il capo dell’Anello, 48 che lo trasportò presso una
clinica di Ponte San Pietro, in provincia di Bergamo. Qui Kappler venne visitato
dal professor Giovanni Pedroni, noto come «il medico dell’Anello», che era però
anche il medico personale dello stesso Titta e dell’influente padre Zucca.
Dalla clinica, Kappler venne portato, sempre da Titta, al Brennero, dove fu
consegnato a due ufficiali medici tedeschi che lo condussero in Germania. A
raccontarlo sono stati gli stessi uomini del Noto Servizio che hanno reso
dichiarazioni agli inquirenti, come Giovanni Pedroni e Michele Ristuccia, stretto
collaboratore di Adalberto Titta. 49
Dalla fuga di Kappler alla strage di via Fani passano esattamente sette mesi,
dopo di che, nei cinquantacinque giorni del rapimento Moro, gli uomini
dell’Anello entrano nuovamente in azione. Essi si trovano però ad agire in un
contesto estremamente contraddittorio e non è facile ricostruire come si siano
mossi. In ogni caso, dalle dichiarazioni di Ristuccia, risulta che Titta riuscì a
entrare in contatto con le Br e fu in grado di sapere con immediatezza che il
Comunicato n. 7 del 18 aprile 1978 (che annunciava l’uccisione di Moro e
invitava a cercarne il cadavere nel lago della Duchessa) era un falso. 50
L’uomo del Noto Servizio che si diede da fare per ottenere la liberazione di
Aldo Moro fu proprio il cappellano dell’Anello, padre Enrico Zucca, priore
dell’Angelicum di Milano. Lui stesso raccontò poi al settimanale «l’Espresso»,
pochi giorni dopo l’uccisione di Moro, la tormentata vicenda delle trattative che
aveva pazientemente messo in piedi e che erano fallite inspiegabilmente a un
passo dalla fine. 51
Tramite la Fondazione Balzan, un’organizzazione che gestiva i lasciti
depositati in Svizzera dalla omonima famiglia, padre Zucca era in grado di
ottenere un’ingente somma di denaro che avrebbe permesso di pagare un riscatto
alle Br in cambio della libertà di Moro. La sua influenza gli consentiva inoltre di
rivolgersi direttamente al presidente del Consiglio Giulio Andreotti, al quale
scrisse più volte. L’ultima lettera porta la data del 3 maggio 1978:
Signor Presidente,
sono sempre privo di risposte alle mie numerose precedenti istanze e mi permetto di
sollecitarle ancora una volta.
Con la presente desidero comunicarLe che, con formale deliberazione unanime, questa
Fondazione ha deciso di dare il suo aiuto incondizionato per salvare la vita dell’on. Moro […].
Questa Fondazione ha deliberato, fra l’altro, di mettere a disposizione la somma di due milioni
di dollari come contributo a un maggior fondo di riscatto […].
Mi permetto di pregarLa, Signor Presidente di informare di quanto sopra gli organi e uffici
competenti.
La ringrazio della Sua attenzione

Padre Zucca non ricevette mai alcuna risposta dal presidente Andreotti. Il suo
tentativo di salvare Aldo Moro fallì, così come fallirono tutti i tentativi analoghi
intrapresi da altri ambienti e da altre persone. Come mai?
Una spiegazione plausibile la si trova nelle rivelazioni dell’americano Steve
Pieczenik, l’esperto del dipartimento di Stato Usa (noto come «l’uomo di
Kissinger») che affiancò in veste di consulente l’unità di crisi del ministero
dell’Interno (quella piena di piduisti) nei famosi cinquantacinque giorni e che
dichiarò, in un’intervista del 1998, «che la sua missione in Italia era stata
coronata da pieno successo». All’obiezione di chi gli rammentava che in realtà
Moro era stato ucciso, Pieczenik rispondeva che «l’obiettivo non era la salvezza
di Moro, ma scongiurare il crollo del sistema politico italiano, però senza
dimostrare che ci fosse effettivamente quel pericolo». 52
Anni dopo, Pieczenik chiariva ulteriormente il concetto in un libro scritto con
un giornalista francese e pubblicato con un titolo tanto eloquente quanto
inquietante: Abbiamo ucciso Aldo Moro. Lì si spiega quale sia stata la missione
dell’esperto americano: evitare che l’Italia cadesse nel caos, come sarebbe
accaduto, dal punto di vista di Washington, se Moro fosse stato rilasciato vivo. 53
Pieczenik partiva dal presupposto che Moro potesse rivelare ai brigatisti
segreti molto compromettenti, magari proprio sui servizi e le loro propaggini più
occulte. Temeva che le rivelazioni di Moro potessero diventare una spada di
Damocle sulla testa della Dc per anni e anni, cosa che avrebbe dato ai brigatisti
un enorme potere contrattuale. Occorreva quindi, secondo lui, ritorcere l’arma
del ricatto sulle Br e metterle in trappola: ingannarle attraverso la simulazione di
una trattativa e condizionarne il comportamento nel senso da lui voluto.
«Possiamo allora capire – spiega Giannuli – come Pieczenik abbia costretto i
brigatisti a uccidere Moro, spingendoli su una strada dalla quale essi non
potevano tornare indietro e lasciandogli credere, con un abile gioco di specchi,
che la liberazione dell’ostaggio da parte loro sarebbe stata letta come un segnale
di loro sconfitta e di resa allo Stato». 54
Del resto, è lo stesso Pieczenik a descrivere la sua strategia esattamente in
quei termini: «Ho messo in atto la manipolazione strategica che ha portato alla
morte di Aldo Moro […]. La mia strategia era: […] “Sono io a decidere che
dovete ucciderlo e a vostre spese”». Pieczenik precisa anche che c’era il rischio
che i brigatisti «si rendessero conto dell’errore che stavano commettendo e che
liberassero Moro, mossa che avrebbe fatto fallire il mio piano [e che] sarebbe
stata una grossa vittoria per loro». 55
È chiaro che la strategia di Pieczenik – evidentemente vincente – rifletteva i
desideri del dipartimento di Stato Usa ed era di conseguenza condivisa, o
comunque subita, da chi deteneva il potere in Italia: un governo fortemente
controllato dal binomio Andreotti-Cossiga e fortemente condizionato dal
Sistema P2 nel pieno della sua potenza. E tutto ciò spiega come mai Giulio
Andreotti non abbia degnato di alcuna risposta le lettere di padre Enrico Zucca,
le quali invece riflettevano un’iniziativa isolata del religioso.
Del resto Steve Pieczenik, ancora nel settembre 2013, ha ulteriormente
confermato in tutto e per tutto il suo racconto in un’intervista rilasciata al
giornalista Giovanni Minoli, su Radio24, affermando tra l’altro di essere stato al
corrente «dell’iniziativa del Vaticano volta a ottenere la liberazione di Moro
attraverso un riscatto» e aggiungendo questa eloquente ammissione: «Fui
proprio io a bocciarla: in quel momento stavamo chiudendo tutti i possibili
canali attraverso cui Moro avrebbe potuto essere rilasciato». 56
In altri termini, sia nella vicenda Kappler sia nella vicenda Moro l’Anello ha
agito conformemente alle decisioni di Andreotti e Cossiga: nel primo caso
portando a compimento la squallida impresa della procurata evasione del
criminale nazista, nel secondo caso dando campo libero alla strategia di
Pieczenik, abbandonando padre Zucca alla sua generosa solitudine e
determinando così la morte di Aldo Moro. 57
È il caso di aggiungere che l’Anello di Adalberto Titta e compagni agì
conformemente alle decisioni di Andreotti anche tre anni dopo, nell’aprile del
1981, relativamente al caso di Ciro Cirillo, l’assessore campano della
Democrazia cristiana rapito dalla colonna napoletana delle Br di Giovanni
Senzani. Quella volta la Dc volle che le trattative si aprissero subito e Cirillo fu
liberato previo pagamento di un cospicuo riscatto. 58
Trova così conferma l’aforisma di Licio Gelli, anche nella parte in cui egli
sostiene che l’Anello era un’entità clandestina controllata da Giulio Andreotti.

A questo punto la mente torna all’ormai famosa metafora della doppia piramide,
con cui la Relazione Anselmi descrive la loggia P2 e il suo funzionamento. 59
Una metafora che considera il Sistema P2 come l’insieme di due piramidi
collocate l’una sull’altra, in modo da assumere la forma di una clessidra. Licio
Gelli, custode e notaio di quel sistema, occupa il vertice della piramide
sottostante. In quest’ultima si trovano tutti i segreti svelati dalla perquisizione di
Castiglion Fibocchi: l’esercito degli affiliati, la documentazione degli affari
inconfessabili, i segreti relativi ai meccanismi del potere occulto e le grandi
operazioni da esso controllate.
Questa prima piramide è sovrastata da una seconda piramide capovolta, che
vede il suo vertice inferiore pure collocato sulla figura di Gelli. Questi è infatti il
punto di collegamento tra le forze, i personaggi e i gruppi che, nella piramide
superiore, stabiliscono e perseguono le finalità ultime, e le forze che operano
nella piramide inferiore, dove quelle finalità trovano pratica attuazione.
Nel 1984 la presidente Anselmi scriveva, nella sua relazione finale, che non
era possibile sapere quali forze si agitassero nella piramide superiore rovesciata.
Oggi, invece, sappiamo qualcosa di più. E non sembra azzardato visualizzare
nella piramide superiore proprio Giulio Andreotti e Francesco Cossiga, i due
protagonisti dell’aforisma gelliano, i quali, tra l’altro, a differenza di Gelli, i loro
segreti se li sono portati nella tomba. Peraltro, nella piramide superiore, la
posizione di Cossiga appare un po’ defilata, mentre ad Andreotti va invece
riconosciuta una posizione decisamente dominante. 60 Volendo tornare ai
parallelismi con l’Inferno dantesco, potremmo affiancare al Gelli-Gerione un
Cossiga-Pluto e un Andreotti-Lucifero.
Aldo Moro, però, non avrebbe riconosciuto ad Andreotti la statura, a suo
modo maestosa, di un Lucifero. Infatti, nel suo «Memoriale», Moro ha dipinto in
tutt’altro modo la figura dello statista ciociaro: «Tornando poi a Lei, on.
Andreotti, per nostra disgrazia e per disgrazia del paese a capo del governo, non
è mia intenzione rievocare la sua grigia carriera. Si può essere grigi, ma onesti;
grigi, ma buoni; grigi, ma pieni di fervore. Ebbene, on. Andreotti, è questo che a
Lei manca». 61
Appendice
ANTONELLA BECCARIA, giornalista e scrittrice, collabora con testate nazionali e
trasmissioni televisive, tra cui quelle ideate e condotte da Carlo Lucarelli. Ha
firmato vari libri che si occupano di terrorismo, strategia della tensione e
criminalità politica, tra i quali Il faccendiere. Storia di Elio Ciolini, l’uomo che
sapeva tutto (Il Saggiatore, 2013) e, insieme a Giorgio Gazzotti, Gigi Marcucci,
Claudio Nunziata, Roberto Scardova, Alto tradimento. La guerra segreta agli
italiani da piazza Fontana alla strage della stazione di Bologna (Castelvecchi,
2016).

STEFANIA LIMITI, giornalista e scrittrice, ha collaborato tra l’altro con «Gente»,


«l’Espresso» e «il Fatto Quotidiano». Si è dedicata alla ricostruzione delle
pagine ancora oscure della recente storia italiana, svolgendo inchieste
giornalistiche attraverso l’analisi delle sentenze giudiziarie e interviste ai
protagonisti. Ha pubblicato diversi libri, tra i quali, per Chiarelettere, L’Anello
della Repubblica (2009), Doppio livello: come si organizza la destabilizzazione
in Italia (2013), Complici. Caso Moro. Il patto segreto tra Dc e Br (con Sandro
Provvisionato, 2015), La strategia dell’inganno (2017), nonché, per Rubbettino,
Poteri occulti (2018). Ha inoltre curato per Nutrimenti Il complotto di James
Hepburn (2012).

SERGIO MATERIA è stato giudice istruttore e poi giudice per le indagini preliminari
presso il Tribunale di Perugia, dove si è occupato, tra l’altro, del procedimento
penale per l’omicidio di Mino Pecorelli. È stato giudice nella Corte d’appello di
Bologna e, successivamente, in quella di Firenze. Lasciata la magistratura, ha
aderito all’associazione Libertà e Giustizia entrando a far parte del Consiglio di
presidenza. Dal 2010 incontra gli studenti delle scuole della provincia di Arezzo
sui temi della legalità, della Costituzione e dei diritti. Dal 2017 ha assunto le
funzioni di Garante dell’Università di Firenze.

BENIAMINO ANDREA PICCONE, storico dell’economia, insegna Sistema finanziario


presso l’Università Carlo Cattaneo LIUC di Castellanza. Ha lavorato a Milano e
Londra in banche d’investimento e società di gestione del risparmio. Collabora
con «la Repubblica», è l’animatore di Faust e il Governatore, apprezzato blog di
economia, finanza e spirito civico. Per Nino Aragno editore ha curato, con
Sandro Gerbi, alcuni volumi di Paolo Baffi: Parola di governatore (2013), Anni
del disincanto (2014) e Servitore dell’interesse pubblico (2016).
Dimenticati dallo Stato
di Antonella Beccaria

Fedeli alla Repubblica italiana

C’è una formula, essenziale nella sua solennità e per questo difficilmente
equivocabile. Per i militari, carabinieri compresi, recita così: «Giuro di essere
fedele alla Repubblica italiana, di osservarne la Costituzione e le leggi e di
adempiere con disciplina e onore a tutti i doveri del mio stato per la difesa della
patria e la salvaguardia delle libere istituzioni». Più in generale, chi si mette al
servizio dello Stato deve – o dovrebbe – attenersi a questi principi, a iniziare dal
rispetto della Costituzione e della Repubblica, nata dopo il referendum
istituzionale del 2 e 3 giugno 1946.
Nonostante ciò, dal dopoguerra, sono stati molteplici gli esempi di chi ha
violato quel giuramento. Uomini delle istituzioni che hanno agito in senso
contrario all’impegno assunto e che, anche nelle pagine che precedono questa
appendice, si incontrano. Più in generale, sono uomini che, nelle ricostruzioni
giudiziarie, giornalistiche, storiche e politiche, hanno spesso trovato più spazio
di chi, invece, ha continuato a vivere con coerenza la promessa pronunciata in un
determinato momento della propria vita.
Il prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa, il generale della guardia di finanza
Vincenzo Bianchi e la presidente della Commissione P2 Tina Anselmi ne sono
degli esempi. In un altro lavoro svolto insieme, il libro Il boss. Luciano Liggio:
da Corleone a Milano, una storia di mafia e complicità, ne abbiamo ricordato un
altro, l’allora (nel 1974) maggiore delle Fiamme gialle Vincenzo Lombardo, che
contribuì all’arresto di Luciano Liggio.
Nell’epigrafe che apre questo volume sono citati ulteriori nomi che
compaiono nel corso della storia raccontata dall’autore. In coda proprio su di
loro vogliamo soffermarci perché, dalla memoria dei più, sono scomparsi,
cancellati dal tempo e soprattutto dalla scarsa rilevanza attribuita loro,
nonostante i meriti indubbi del loro operato.
Non si può concludere senza aver dedicato spazio e attenzione a Giorgio
Manes, il generale dei carabinieri che contribuì a scoperchiare le responsabilità
dell’Arma dei carabinieri in un progetto golpista, a Pasquale Juliano,
commissario di pubblica sicurezza che provò a fermare i piani per la strage di
piazza Fontana, e a Giancarlo Stiz, il giudice istruttore di Treviso che, tra i
primissimi, intuì le responsabilità neofasciste dietro le bombe della strategia
della tensione.
Difficilmente oggi si incontrano piazze, vie, aule o sedi istituzionali a loro
intitolate. Nonostante siano stati tra i baluardi della tenuta democratica delle
istituzioni in anni buissimi della recente storia italiana, sono stati pressoché
cancellati. Ecco perché ogni occasione, a maggior ragione questo libro, deve
essere colta per rinnovarne il ricordo.

Tutti contro il generale Giorgio Manes

Era stato un ufficiale tutto d’un pezzo, fedele solo al suo giuramento alla
Repubblica. Si dimostrò insensibile alle lusinghe e anche ai tentativi di
corruzione così come non si lasciò intimidire dalle minacce, dai pedinamenti e
dal telefono controllato vai a sapere da chi. «Continui così e gliene verranno
grossi dispiaceri» gli dissero. Ma lui niente, andò fino in fondo, nonostante le
denigrazioni pubbliche e anche le più piccole vendette private, come l’alloggio
di servizio tolto quando era ricoverato in ospedale a causa di condizioni di salute
sempre più precarie.
Giorgio Manes era nato nel 1906 in provincia di Campobasso, a
Montecilfone. Ancora ragazzo era entrato all’Accademia militare di Modena da
cui era uscito nel 1927 con il grado di sottotenente. Intensa era stata la sua
carriera militare, che lo aveva portato a prestare servizio in Croazia ed Eritrea
negli anni della Seconda guerra mondiale, prima di aderire alla Resistenza. Poi,
nell’Italia liberata, aveva trascorso un periodo nei servizi segreti e, rientrato nei
ranghi dell’Arma, era stato destinato a Venezia, Bologna, Roma e, già con i gradi
di generale, in Sicilia.
La consacrazione di una vita dedicata alla divisa era arrivata nel 1963, con la
nomina a vicecomandante generale, ma accadde appena dopo il
ridimensionamento di quel ruolo a compiti che raramente andavano oltre la pura
rappresentanza. Così aveva voluto il comandante generale, Giovanni de Lorenzo,
e Manes, poco tempo prima di morire, se ne sarebbe lamentato: chi occupava la
sua posizione «non doveva sapere niente, meno sapeva e meglio era, come se io
fossi l’amico del giaguaro». 1 Del resto, dopo la sua nomina l’alto ufficiale era
stato accolto con una frase poco beneaugurante: «Caro vicecomandante, stai lì a
cuccia e non scocciare». 2
Uomo vicino a Ferruccio Parri e al Partito d’azione negli anni della guerra di
Liberazione, Manes era trattato con gentile diffidenza dai suoi colleghi perché
ritenuto «un’anima vagamente selvaggia» e nella seconda metà degli anni
Sessanta andrà molto peggio perché la «colpa» contestatagli era precisa: aver
osato indagare sugli ambienti dell’Arma a proposito del cosiddetto piano Solo.
In realtà il piano golpista, troppo a lungo scaricato unicamente sul generale
Giovanni de Lorenzo, plausibilmente fu un tentativo di condizionare gli
esecutivi di centrosinistra contenendone la portata riformista e aveva
responsabilità ben più ampie, che andavano dalla presidenza della Repubblica
alla Banca d’Italia passando attraverso ampi settori della Confindustria.
L’incarico di scavare su quella vicenda venne conferito a Manes il 19 maggio
del 1967. Sul settimanale «l’Espresso» era uscita poco prima un’inchiesta
firmata dai giornalisti Eugenio Scalfari e Lino Jannuzzi proprio sui fatti di tre
anni prima, fino a quel momento rimasti sconosciuti. De Lorenzo sporse querela
e ne scaturì un serrato processo che iniziò l’11 novembre del 1967 e si concluse
l’8 febbraio del 1968. Prima dell’inizio del dibattimento, però, il nuovo
comandante generale dell’Arma dei carabinieri, Carlo Ciglieri, 3 volle sapere chi
fossero le fonti dei cronisti. In meno di un mese, Manes consegnò il suo
rapporto. Contro di esso furono molteplici le forze che si scatenarono perché
provava che, nell’estate di tre anni prima, erano state davvero predisposte misure
straordinarie senza informare nessuno, a iniziare dalla pubblica sicurezza.
Il generale corredò il suo lavoro con sette allegati. Erano le dichiarazioni di
altrettanti ufficiali, tre dei quali sarebbero risultati poi iscritti alla P2 di Licio
Gelli, e il quadro che ne emergeva era così delicato che il rapporto Manes fu
subito segretato. Gli omissis, nonostante le reiterate richieste di trasparenza,
ressero a lungo e solo all’inizio degli anni Novanta la Commissione stragi lo
pubblicò in versione integrale, dopo la rimozione del segreto di Stato dal
rapporto stesso e da altra documentazione sul piano Solo.
Ai tempi in cui il generale aveva terminato il suo lavoro, però, divenne
oggetto di una persecuzione vera e propria, come se l’eversore fosse lui, e si
aggiunse anche una furiosa campagna di stampa portata avanti dai giornali di
destra, a iniziare dal settimanale «Il Borghese». In contemporanea fu costretto a
lasciare la carica di vicecomandante il 2 luglio del 1968 4 e nel frattempo
preparò la propria difesa.
Contro di lui, oltre agli ambienti dell’Arma, si schierarono anche governo e
sostanziose fette del parlamento. Ne è un esempio la stroncatura del suo lavoro
da parte di una commissione d’inchiesta che indagava sui fatti del 1964, la
Commissione Lombardo. «Il generale» si legge nella relazione «si era diffuso in
illazioni non tutte fondate, aveva presentato alcuni eventi […] in forma da creare
dubbi e sospetti su qualche iniziativa presa dal generale De Lorenzo e aveva
formulato anche accuse […] risultate poi infondate». 5
Anche per questo motivo era finito sotto procedimento disciplinare il 23
giugno del 1968 e gli accertamenti si erano protratti per mesi, in forza di una
serie di richieste di rinnovo dell’istruttoria. Ma il militare, cardiopatico da tempo
e per questo impossibilitato a più riprese a essere ascoltato, non sopravvisse fino
alla fine di questa storia perché, a sessantatré anni, morì il 25 giugno del 1969
mentre si trovava a Montecitorio. Successe davanti alla commissione presieduta
dall’onorevole Giuseppe Alessi, che sempre dei fatti del 1964 si occupava,
colpito da un infarto appena prima di essere ascoltato.
La moglie di Giorgio Manes, Maria Froglia, sostenne che, prima di recarsi in
parlamento, suo marito aveva radunato una serie di documenti, compreso uno
che attestava l’esistenza di un piano contra legem di richiamo dei carabinieri in
congedo, che aveva infilato nella sua borsa di vilpelle marrone chiusa da una
cerniera. 6 Ma quando questa fu restituita alla famiglia, il materiale più scottante
era sparito. Nei decenni successivi, poi, nulla ha tolto dalla testa alla signora
Manes – sottoposta con il figlio Renato a numerose pressioni dopo la morte del
marito – che Giorgio fosse stato assassinato perché, deponendo, avrebbe potuto
smentire le menzogne e colmare i vuoti lasciati dalle reticenze di tanti uomini
dello Stato.
«Ci sono molti modi per uccidere» diceva la signora ancora a fine 1990, «non
ci sono solo veleni e pistole. Mio marito fu ucciso dalle ingiurie, dalle calunnie,
dal fango che gli rovesciarono contro dopo la stesura del rapporto. Lo
stremarono. In quel lavoro di verità, Giorgio si era inesorabilmente logorato il
fisico e il sistema nervoso nella lunga, estenuante lotta che aveva dovuto
combattere con un gruppo di potere spregiudicato: prima per difendere la dignità
e il prestigio dell’Arma, poi per difendere se stesso, tutti noi, da una catena
inaudita di sopraffazioni e vessazioni. Se avesse fatto marcia indietro, se si fosse
fermato sul ciglio di quel nero abisso che scoprì, avrebbe avuto – glielo
promisero – un posto al Consiglio di Stato. Non si lasciò blandire». 7

Guerra nera al commissario Pasquale Juliano

Pasquale Juliano 8 è stato colui che, forse, avrebbe potuto fermare gli autori
dell’attentato di piazza Fontana mesi prima dell’esplosione nella Banca
nazionale dell’agricoltura. Tuttavia a essere fermato fu lui. Quando nel 1996 fu
intervistato dal quotidiano «Avvenire» e gli fu chiesto se riteneva, a tanti anni di
distanza, di aver in effetti avuto la possibilità di bloccare i preparativi stragisti
del 12 dicembre 1969, Pasquale Juliano rispose: «Non lo so. Magari il progetto
l’avrebbe portato avanti qualcun altro. O magari no. Ma se devo riflettere, mi
pare evidente che stavo andando nella direzione giusta. E questo non andava
bene [… perché scattarono] protezioni politiche provenienti anche dall’estero».
Cioè dagli ambienti atlantici.
Lasciato solo dai suoi superiori e bersagliato dagli uomini dell’ufficio affari
riservati del ministero dell’Interno, a quasi trent’anni dalla sua inchiesta
Pasquale Juliano nutriva ancora un desiderio: «Non voglio certo quel
monumento che mi promise il ministro Restivo» disse, «ma almeno qualcuno
potrebbe ricordarsi di me e dirmi: “Ci scusi, lei aveva ragione”».
Per iniziare a raccontare questa storia occorre partire dal 15 aprile 1969.
Pasquale Juliano, nato nel 1932 a Ostuni, in provincia di Brindisi, era il capo
della squadra mobile di Padova. Aveva trentasette anni e fino a quel momento si
era occupato solo di criminalità comune, mai di quella politica. Ma tutto cambiò
quando Padova fu teatro di un nuovo attentato, quello già raccontato da Giuliano
Turone, avvenuto nell’ufficio del rettore dell’università, Enrico Opocher.
Il lavoro investigativo svolto dall’ufficio politico prima di questo evento non
sembrava bastare al questore, che affidò il caso al commissario Juliano. Il quale
iniziò a darsi da fare e, qualche giorno più tardi, ricevette una telefonata. A
chiamare era tale Nicolò Pezzato, una vecchia conoscenza del poliziotto. Questi,
frequentatore degli ambienti della destra padovana con piccoli precedenti per
reati comuni, disse di essere disponibile a fare da confidente sull’attentato
all’università in cambio di denaro. Denaro che il questore autorizzò a versargli.
Nel corso delle settimane, gli incontri tra i due si infittirono e Pezzato, poco
dopo affiancato da un’altra «gola profonda», rivelò che azioni come quella
nell’ufficio di Opocher erano riconducibili a un certo Massimiliano Fachini,
leader di estrema destra. Le informazioni – che Juliano verificava una per una –
lo portarono a tracciare uno scenario di massima dell’eversione cittadina, che
arrivava a comprendere un procuratore legale, Franco Freda, e un libraio
trapiantato a Padova, Giovanni Ventura.
Per quanto, nella primavera del 1969, al commissario non fosse ancora del
tutto chiara la portata del fenomeno su cui lavorava, c’erano elementi che
destarono in lui un’apprensione sempre più profonda. Il punto di non ritorno
coincise con la morte di Arturo Michelini, il segretario del Msi. I suoi
informatori gli avevano detto che, in vista dei funerali, era arrivato a Padova un
carico di esplosivo per preparare «fragorose sorprese». La situazione precipitò e,
nonostante ci fossero ancora elementi da approfondire, si procedette con una
serie di arresti.
A questo punto, però, lo scenario cambiò e prese corpo l’attacco a Juliano,
che si ritrovò bersaglio anche dei suoi confidenti. Accadde soprattutto all’alba
dell’11 luglio 1969. Pezzato, nel frattempo finito in manette a propria volta,
aveva trascorso la notte precedente in cella con i camerati che aveva accusato per
un ordine, tanto assurdo quanto misterioso, di un non meglio identificato
maresciallo. Risultato: modificò la sua versione e sostenne di aver detto il falso
perché condizionato dal commissario, ossessionato dall’idea di organizzare un
«trappolone» ai danni degli estremisti fabbricando le prove della loro
colpevolezza. In realtà, venne sostenuto dal fronte nero, non sarebbe mai esistita
alcuna cellula terroristica, se non nei desideri del poliziotto, zelante fino
all’estremo.
Pasquale Juliano si ritrovò incastrato. A Padova si precipitarono gli uomini
dell’Uar a mettere le mani nelle indagini del commissario, che prima venne
posto in congedo, poi incriminato e infine sospeso dal servizio e dallo stipendio.
Costretto a lasciare Padova, riparò con la famiglia a Ruvo di Puglia, in provincia
di Bari, pur continuando a dichiararsi innocente, e nel settembre 1969 scrisse due
memoriali. In essi ribadì il suo monito agli inquirenti: prestate attenzione perché
«sono imminenti degli attentati». Nessuno, però, sembrò credergli e
«provvidenzialmente» morì l’unica persona che poteva confermare la sua
ricostruzione.
Si chiamava Alberto Muraro, era un ex carabiniere a riposo e faceva il
portinaio in uno stabile di Padova che si trova in piazza Insurrezione 15. Era un
edificio degno di nota per due caratteristiche: lì, al terzo piano, viveva
Massimiliano Fachini e proprio all’ingresso di quel palazzo, a metà giugno del
1969, sotto gli occhi di Muraro venne arrestato dagli uomini di Juliano il primo
dei neri su cui indagava.
Il portinaio confermò in un primo momento il racconto del commissario, ma
quando questi finì nei guai ritrattò. Poi, nonostante le intimidazioni e minacce
che dichiarava di aver subito, Muraro cambiò idea e il 15 settembre avrebbe
dovuto presentarsi ai magistrati padovani per rendere una nuova deposizione in
cui tornava a dar ragione a Juliano. Non arrivò vivo a quell’appuntamento. «Va a
finire che mi troverete precipitato dentro la tromba dell’ascensore o delle scale
dopo che mi hanno dato una legnata in testa» 9 disse a un amico e, quasi fosse un
vaticinio, intorno alle sette del mattino del 12 settembre 1969, sua moglie
Onorina lo trovò proprio lì: nella tromba delle scale, con la testa spaccata, volato
dal terzo piano.
All’inizio si parlò di morte accidentale, ma nel 1973, quando la pista nera
dello stragismo italiano aveva preso corpo, i magistrati di Milano Emilio
Alessandrini e Gerardo D’Ambrosio riaprirono le indagini per la morte di
Muraro accusando Massimiliano Fachini e Franco Freda di omicidio
premeditato. I due, però, furono prosciolti in istruttoria nel febbraio 1977: non
c’erano abbastanza elementi per mandarli a processo. Nonostante ciò, l’ex
carabiniere Alberto Muraro oggi viene ricordato come una vittima «preventiva»
di piazza Fontana.
Con la fine del portinaio, la posizione del commissario Pasquale Juliano si
aggravò e il poliziotto impiegò dieci anni per dimostrare la correttezza della
propria condotta venendo assolto in via definitiva il 23 maggio del 1979 per non
aver commesso il fatto, come scrisse il giudice Giovanni Palombarini. Ma già
nel 1971, nel 1974 e poi ancora nel 1976, le indagini sul suo operato non
avevano portato a nulla. Non era emersa alcuna prova che potesse suffragare
anche solo lontanamente le accuse rivoltegli dai neofascisti. Intanto, dalla
primavera del 1969 a quella del 1979, questa storia si era mangiata dieci anni, un
arco di tempo in cui Juliano vide tornare i nomi dei neri su cui aveva indagato,
prima sporadici e poi sempre più insistenti.
«Dottor Juliano, ora che finalmente è stato riconosciuto innocente, cosa
farà?» gli chiesero una volta assolto. «Ora che si sa che sono un poliziotto
onesto» rispose, «cambio lavoro, smetto di indossare la divisa. Mi congedo e
vado a fare l’avvocato. Forse così avrò modo di essere più utile alla giustizia». 10
Pasquale Juliano si dedicò alla professione forense e in questa veste non
smise mai di contribuire alle indagini sulle stragi per il resto della sua vita, finita
il 15 aprile del 1998, quando morì a Matera. Aveva sessantasei anni e nel 2001,
dopo la condanna in primo grado degli imputati per il massacro di piazza
Fontana nel processo istruito dal giudice di Milano Guido Salvini, il magistrato
disse del commissario fatto professionalmente a pezzi nel 1969: «Dobbiamo
rendere omaggio alla memoria del magistrato Emilio Alessandrini e del
commissario di polizia Pasquale Juliano che, assassinato da terroristi il primo e
abbandonato dai suoi superiori il secondo, non hanno potuto assistere al
riconoscimento della validità della pista d’indagine cui si erano dedicati». 11

Fuoco incrociato sul giudice Giancarlo Stiz

Il confine tra la storia di Juliano e quella di un altro autentico uomo dello Stato è
sottilissimo. È quello che divide la provincia di Padova da quella di Treviso,
unite prima e dopo la strage di piazza Fontana dalle primissime indagini sulla
pista nera per la bomba alla Banca nazionale dell’agricoltura. Ma unite anche
dalla sorte vissuta da un magistrato, Giancarlo Stiz, dopo l’avvio delle sue
indagini. «Anche Stiz, come Juliano» scrisse il giornalista Marco Nozza, «era
stato oggetto di vere e proprie persecuzioni da parte dei suoi superiori. Anche
Stiz era stato mandato sotto processo». 12
Figlio di un generale degli alpini pluridecorato per il servizio prestato durante
la Prima guerra mondiale, il futuro giudice istruttore era cresciuto respirando in
casa il senso dello Stato. Quando anni dopo gli capitarono sotto mano le parole
pronunciate da un insegnante democristiano di Maserada sul Piave, Guido
Lorenzon, che per primo indicò in Giovanni Ventura uno dei possibili attentatori
del 12 dicembre 1969, capì che non c’era niente da archiviare, come richiesto
dalla procura.
Il 12 aprile del 1971 fece così arrestare Franco Freda, poco dopo emise
numerosi mandati di cattura per ricostituzione del partito fascista e per questo lo
accusarono di essere un comunista, un sovversivo. Nel 1972 Guido Giannettini,
il giornalista che lavorava anche come agente segreto e che fu presente al
convegno del 1965 sulla guerra non ortodossa, redasse per il Sid un rapporto,
emerso nel 1974, in cui faceva proprie le opinioni dei neofascisti veneti
arrivando a ipotizzare l’esistenza dell’«operazione Stiz [spinta] da tre ambienti
diversi: l’ambiente governativo, l’interesse socialista e un terzo ambiente
direttamente manipolato dai servizi sovietici». 13
Il giudice, un uomo distinto che amava indossare sobrie giacche di fustagno e
che nutriva la passione per la caccia, andò avanti senza remore anche quando si
imbatté nel nome del figlio di un collega, amico di Freda, e si presentò in
tribunale, a Bologna, per essere processato (e assolto) quando proprio dal collega
fu denunciato. Poi, nel settembre del 1972, Stiz fu trasferito al tribunale civile,
fatto che, un po’ come per Manes quando fu rimosso da vicecomandante
dell’Arma, suonò come una ritorsione. A voler il peggio per lui, da un lato
c’erano i neofascisti di Ordine nuovo e dall’altro certa magistratura, ma anche
apparati dello Stato, come l’onnipresente ufficio affari riservati che si rifece vivo
a Treviso.
A casa Stiz, a rendere irrespirabile l’atmosfera a qualsiasi ora del giorno e
della notte, iniziò un profluvio di telefonate anonime, alcune delle quali – si
sarebbe scoperto – partivano dal centralino della Camera dei deputati. Ma non
solo. «Arrivavano anche sacchi di lettere di minacce» 14 avrebbero ricordato
molto tempo dopo i due figli. Per posta gli arrivarono anche proiettili,
accompagnati da una frase inequivocabile: «Il prossimo è per il tuo cranio». 15
La figlia maggiore di Stiz, Ada, divenuta notaio, in quegli anni andava
all’università e non si accorgeva della discreta sorveglianza di agenti di polizia
che la seguivano da Treviso, dove viveva, a Padova, la città in cui studiava
giurisprudenza. Il figlio minore, Michele, oggi commercialista, aveva meno di
dieci anni ai tempi e frequentava ancora le elementari. Il padre, che a casa
cercava di non portare ulteriori preoccupazioni, non voleva allarmarlo e così gli
mise dietro un poliziotto che lo proteggesse mentre andava a scuola.
Il piccolo, però, si accorse a un certo punto di essere seguito da uno
sconosciuto e, spaventato, all’uscita riuscì a seminare l’agente che dovette
presentarsi dal giudice confessando quanto accaduto. Fu il terrore, ma poco dopo
Michele tornò a casa, sbigottito dal trovare proprio l’uomo da cui era fuggito. A
quel punto, non fu più possibile tacergli quanto stava accadendo e spiegargli che
qualcuno gli sarebbe stato accanto per evitare che chiunque gli facesse del male.
16
Ad avere la peggio fu la signora Stiz, che anche a causa di quel clima ebbe un
grave malore e rimase paralizzata. Il giudice non l’abbandonò mai né volle aiuto
per occuparsi di lei, alle cui esigenze provvedeva personalmente. Intanto
continuò a lavorare, rifiutando a propria volta la protezione delle forze
dell’ordine. Se gli avessero sparato, sosteneva, avrebbero potuto farlo in
qualsiasi momento, ovunque, e non voleva che a rischiare fossero altri al suo
posto. Così non modificò mai le sue abitudini e in tribunale continuò ad andarci
in bicicletta.
Come le abitudini, non modificò mai nemmeno le convinzioni su cui aveva
basato il suo lavoro, prima che l’indagine fosse trasferita altrove. A quarant’anni
di distanza, dell’inchiesta sulla pista nera, Stiz, scomparso a ottantasette anni il
25 ottobre del 2015, diceva che gli era rimasto «l’orgoglio di aver scoperto la
verità». 17 E ribadì, a proposito delle responsabilità ordinoviste, che «la mia non
è un’idea: io ho raccolto e portato delle prove contro Freda e Ventura riguardanti
piazza Fontana. Prove legittimamente acquisite in quegli anni». 18
Le interferenze occulte nel caso Moro
di Stefania Limiti

Il momento giusto

Il caso Moro è il paradigma, il miglior modello della destabilizzazione.


L’archetipo, direbbe lo psicanalista. Il delitto politico più importante del
Novecento italiano, infatti, porta i segni di un’azione perfetta per deviare il corso
degli eventi: nella scelta dell’obiettivo, nelle sue modalità di realizzazione, nella
scenografia, nei personaggi principali e nelle comparse. Tanto che Leonardo
Sciascia nella sua insuperabile e immediata analisi (L’affaire Moro, ottobre
1978) pensa al cadavere del presidente della Dc citando Elias Canetti: «La frase
più mostruosa di tutte: qualcuno è morto “al momento giusto”». Moro è stato
ammazzato proprio quando la democrazia italiana stava sperimentando nuove
strade verso il futuro, per superare una impasse che il partito popolare più
policentrico e articolato dell’Occidente, la Dc, non sapeva più affrontare. Una
sfida che il partito comunista più forte d’Europa, il Pci, aveva raccolto.
Giuliano Turone in questo lavoro si propone di far conoscere anche alle
giovani generazioni quella faccia del potere occulto che ha potuto osservare più
da vicino di tutti noi, e ci ricorda che il «Piano di rinascita democratica» venne
elaborato tra la fine del 1975 e l’inizio del 1976. Vale a dire proprio quando il
governo italiano era guidato da Aldo Moro, le cui aperture nei confronti della
sinistra e dell’eurocomunismo di Enrico Berlinguer non furono mai accolte con
entusiasmo né dagli ambienti della Nato (e dalle loro propaggini occulte) né
dalla destra della Democrazia cristiana, rappresentata da Giulio Andreotti.
Mentre matura l’assassinio politico di Aldo Moro, tra la fine del 1976 e
l’inizio del 1977, si ha notizia della ricostituzione in forma articolata della P2,
«risvegliata» già nel dicembre del 1971, come prova una circolare del gran
maestro Lino Salvini, «per rafforzare ancor più il segreto di copertura
indispensabile per proteggere tutti coloro che, per determinati motivi particolari
inerenti al loro stato, devono restare occulti». 1
A metà degli anni Settanta la società italiana è in gran movimento e le
prospettive di una modifica degli equilibri politici verso orizzonti progressisti
sono molto concrete. La P2 irrompe clandestinamente nella scena con l’obiettivo
di trasferire nelle sedi occulte i centri decisionali del potere. La loggia del
«maestro venerabile» di Arezzo, in effetti, riesce a imporsi quando è il momento
di ridisegnare tutti gli organici dei servizi segreti appena ristrutturati dalla
recente legge di riforma. Nella P2 si ritrovano poi anche alti ufficiali
dell’esercito, dell’aeronautica, della marina e dei carabinieri, ministri,
parlamentari e politici di vari partiti (Dc, Psi, Psdi, Pli, Msi), alti magistrati (tra
cui il procuratore generale di Roma Carmelo Spagnuolo), giornalisti, finanzieri
come Roberto Calvi e Michele Sindona, imprenditori come il futuro presidente
del Consiglio Silvio Berlusconi.
La loggia finanzia anche i terroristi neri, ma nessuna autorità giudiziaria o
politica ha mai accolto la precisa accusa rivolta nella relazione finale della
Commissione parlamentare sulla P2 della presidente Tina Anselmi, che
esplicitamente indica nella loggia di Licio Gelli il motore finanziario di coloro
che hanno eseguito la strage sul treno Italicus (agosto 1974). 2 Inoltre, la loggia
finanzia gli stessi governi: Roberto Calvi, il finanziere a capo del Banco
Ambrosiano trovato impiccato sotto il ponte dei Frati neri di Londra, raccontò a
sua moglie che i soldi della P2 erano stati utilizzati per convincere i socialisti a
entrare nel governo Cossiga dell’aprile del 1980, con tre ministri e cinque
sottosegretari iscritti alla loggia. Esisteva una entità superiore – il vertice della
piramide più volte ricordata nelle pagine di questo volume – che proteggeva lo
stesso Gelli: infatti, in una riunione del 5 marzo 1971, dopo aver elencato gli
argomenti all’ordine del giorno, nel riassunto del dibattito il «venerabile» scrive:
«Nell’impossibilità di poter rispondere, giriamo questo quesito alla Sede centrale
affinché, se lo riterrà opportuno, possa illuminarci a riguardo». 3

La campagna di primavera delle Br

Quando le Brigate rosse, perseguendo la loro strategia rivoluzionaria di assalto


allo Stato imperialista delle multinazionali, il Sim, avviano la Campagna di
primavera – ossia l’insieme delle azioni armate contro la Democrazia cristiana
che incarna totalmente e unicamente il Sim, dal loro punto di vista – Aldo Moro
era già da tempo sotto i riflettori dell’attenzione internazionale. Da oltre un
decennio, cioè da quando aveva tentato l’esperimento del centro-sinistra
portando i socialisti nel governo e, soprattutto, portando al centro del
Mediterraneo l’idea di Enrico Mattei e un protagonismo italiano che suscitavano
irritazione e aperta ostilità nel mondo anglosassone. Ma le Br vanno per la loro
strada, seguono il loro rigido schema ideologico, sembra non importargli chi sia
Moro, cosa faccia Moro, chi siano i suoi amici e i suoi nemici. Avrebbero dovuto
rapire Giulio Andreotti, se non avesse avuto una scorta rafforzata grazie ai suoi
incarichi istituzionali. Scelgono Moro, l’unico tra i grandi leader della
Democrazia cristiana mai sfiorato da sospetti di collaborazionismo con gli
uomini della strategia della tensione.
Il lavoro politico di Aldo Moro, invece, la sua originale visione della
sovranità italiana e del nostro futuro, rendono l’Operazione Frezza, così la
chiamavano le Br per il ciuffo bianco sulla testa dell’obiettivo, un incrocio di
interessi politico-strategici, un nodo gordiano nella prospettiva degli equilibri di
tutta l’area atlantica. Un momento terribilmente decisivo, nel quale la presenza
brigatista diventa la sola visibile ma non più sola né centrale. Scriveva
lucidamente Giuseppe De Lutiis che il significato dell’operazione di via Fani è
andato ben oltre i confini italiani: tra il 1963 e il 1995 cadono, in circostanze
diverse, i due Kennedy, Lumumba, Luther King, Allende, monsignor Romero,
Sadat, Olof Palme, Indira Gandhi, Rabin. Questi delitti eccellenti sono stati
decisi «in ambienti prossimi all’establishment internazionale, ambienti che
possono scegliere l’esecutore materiale nell’area dell’estremismo politico o in
quello della criminalità professionale, o addirittura in settori vicini a servizi
segreti o a corpi speciali. Questo tipo particolare di delitto è difficilissimo da
chiarire». 4
Tanto che il caso Moro, il groviglio di notizie certe e notizie false, indizi,
piste finte o costruite ad arte, indagini non fatte per sciatteria o con più malizia,
suggestioni e quant’altro, è così costellato di interferenze, di presenze invisibili,
come lo sono i poteri occulti, da diventare inestricabile, un luogo simbolico in
cui affogano tutti i lati irrisolti della nostra storia. Perché i fatti impressi nel
nostro immaginario collettivo – la fuga delle auto dopo l’agguato, gli spari, la
prigione, le ultime ore di vita di Moro, la dinamica della morte – sono una
rappresentazione della realtà ma non la realtà: essi sono stati mediati dalla
narrazione scritta dal brigatista Valerio Morucci su un tavolo al quale sedevano
anche uomini politici e i servizi segreti. Il suo memoriale è una traslazione dei
fatti, come ormai ha definitivamente accertato la Commissione d’inchiesta che
ha svolto i suoi lavori nella XVII legislatura. Nel quarantennale della strage di
via Fani si è sentita solo una timida voce a sussurrare finalmente una parola che
potrebbe aprire uno squarcio: è quella di Adriana Faranda che dice a Ezio
Mauro: «Avevamo discusso i dettagli, certo non il colpo di grazia» 5 inflitto poi
agli agenti della scorta di Moro secondo un rituale assassino completamente
estraneo alla pratica delle organizzazioni armate rosse.

La P2 e il caso Moro

È particolarmente illuminante quel che spiega Giuliano Turone a proposito del


«Piano di rinascita democratica» e del suo obiettivo di rivitalizzazione del
sistema: non è più tempo di golpe, a pochi passi dagli anni Ottanta, ma di
interventi (apparentemente) leggeri per «sollecitare» tutti gli istituti che la
Costituzione prevede e disciplina, dagli organi dello Stato ai partiti politici, alla
stampa, ai sindacati, ai cittadini elettori. Magari si dovrà pensare
necessariamente, in seguito, anche ad «alcuni ritocchi alla Costituzione
successivi al restauro delle istituzioni fondamentali». Ma dopo che la
«sollecitazione» – termine mutuato dall’ingegneria meccanica dove indica
l’azione esterna messa in pratica per raggiungere un certo scopo, come
opportunamente spiega Turone – è andata a buon fine, agendo su una struttura o
su un sistema, insiste Turone, e ne ha modificato lo stato provocandone una
deformazione. La P2 rinasce e si struttura per evitare un cambiamento politico
indesiderato, per orientare le scelte del paese verso lidi più rassicuranti per gli
equilibri atlantici.
Cosa c’entra con il caso Moro? Intanto, non dimentichiamo quel che Licio
Gelli disse nel 2011 nel corso di una intervista, e cioè che Moro era stato portato
in un luogo vicino a via Fani e tenuto per almeno una decina di giorni in un
garage di «quelli che vanno sottoterra». 6 Il riferimento è molto circostanziato.
Solo la Commissione d’inchiesta sul caso Moro della XVII legislatura ha svolto
una accurata indagine che ha messo in evidenza l’importanza cruciale, per il
sequestro e il rilascio delle auto usate nell’agguato, di una palazzina, dotata di
garage sotterranei dai quali era possibile accedere agli appartamenti, situata in
via Massimi 91 e di proprietà dello Ior. È vero che già il giornalista di «OP»
Mino Pecorelli aveva fatto riferimento in un famoso pezzo dal titolo Vergogna
buffoni (16 gennaio 1979) a «un garage compiacente che ha ospitato le macchine
servite nell’operazione», e che una informativa della guardia di finanza
nell’immediatezza dei fatti parlava di una sede «extraterritoriale», vicina al
luogo dell’agguato, come possibile punto di primo riparo. Ciononostante,
l’affermazione di Gelli resta una testimonianza notevole se non inquietante.
Del resto, il capo della guardia di finanza dell’epoca, Raffaele Giudice, era
della P2 (tessera 1634). E poi ben undici dei dodici membri del cosiddetto
Comitato di crisi, varato per direttiva dell’allora ministro dell’Interno Francesco
Cossiga, sono della loggia massonica dell’aretino Gelli. Tra loro il criminologo
Franco Ferracuti (tessera 2137), il direttore dell’ufficio affari riservati del
Viminale Federico Umberto D’Amato (tessera 1620), il numero uno del Cesis
Walter Pelosi (tessera 754), il capo di stato maggiore della marina Giovanni
Torrisi (tessera 631), il numero due del Sismi Pietro Musumeci (tessera 487). Il
Comitato non era un guscio vuoto, ebbe un ruolo fondamentale nel
congelamento delle indagini, paralizzando la macchina investigativa, nel
destituire la Procura di Roma durante i cinquantacinque giorni del sequestro e
nel far passare per pazzo Aldo Moro. Non può essere Moro a scrivere, si disse
delle sue lettere dove argomentava e proponeva una soluzione politica al
sequestro. E gli amici dissero che era vero, non poteva essere lui. Il Comitato
non chiuse le porte in faccia al mediatore, l’uomo inviato dal dipartimento di
Stato per evitare il caos, il criminologo Steve Pieczenik, che spiegherà dopo tanti
anni di essere venuto non per salvare Moro ma per creare il panico tra i rapitori,
disorientarli. 7 Ci riuscì.
Tutti i tentativi di intermediazione, infatti, tutte le possibilità di avviare una
trattativa falliscono inspiegabilmente. Anzi, neanche iniziano. E le Br volevano
trattare. Uno dei comunicati diffusi in quei giorni, il numero 6, reso noto il 15
aprile, annunciava la fine del processo a Moro e la sua condanna a morte, ma in
realtà conteneva forti segnali di indirizzo opposto a quella conclusione
apparentemente inappellabile. Tanto da affermare in modo diretto di aver preso
la decisione di non diffondere pubblicamente il contenuto degli interrogatori,
rimettendo all’avversario la scelta della strada da intraprendere: una chiara
disponibilità a trattare, sia sulle carte sia sull’ostaggio.
In una drammatica telefonata fatta qualche giorno prima del 9 maggio (giorno
della tragica conclusione del sequestro), Valerio Morucci dice a don Antonello
Mennini, parroco amico di Aldo Moro: «Dica alla signora Moro che non
riusciamo ad aprire quel contatto! Ha capito? Le dica che non siamo stati
contattati da nessuno!». A metà aprile Francesco Cossiga, il ministro
dell’Interno, sfuggendo alla supervisione del criminologo, chiese al suo amico
Giuseppe Zamberletti di incontrare insieme al colonnello Varisco (poi ucciso
dalle stesse Br) esponenti dissidenti delle Brigate rosse con i quali era entrata in
contatto l’Arma dei carabinieri di Milano. Non si è mai capito, né Zamberletti,
più volte richiesto dall’autrice, ha mai saputo spiegare perché l’incontro non si
fece, chi diede lo stop. Così fu per un altro esponente della Dc, Guido Bodrato,
che attese invano un pomeriggio presso la sede della Caritas una telefonata per
avviare un dialogo con i rapitori.
Una montagna di soldi per Moro

E come poté abortire la più potente iniziativa, quella di Paolo VI, il papa amico
di Moro? C’erano tanti soldi in ballo. Pensate a questa scena, raccontata da
monsignor Fabio Fabbri, segretario di don Cesare Curioni, responsabile dei
cappellani carcerari; siamo a Castelgandolfo, residenza pontificia, 6 maggio
1978. Aldo Moro è prigioniero delle Brigate rosse da oltre cinquanta giorni. In
una di quelle stanze Paolo VI parla con monsignor Cesare. D’improvviso il papa,
dice Fabbri che era lì, si avvicina a una consolle coperta con un panno di ciniglia
azzurra e solleva un lembo: compare una montagna di soldi, mazzette di dollari,
con fascette di una banca ebraica, del valore di circa 10 miliardi di lire, messi a
disposizione per il riscatto. Da dove provenivano tutti quei soldi? E, rimasti
inutilizzati, dove finirono? Nessuno lo sa. Don Curioni è morto nel 1996 senza
che quel mistero fosse svelato, monsignor Fabbri ha detto di non saperlo. Fabbri
ha però detto che non provenivano dallo Ior.
E poi ci fu il tentativo del «confessionale», quello di padre Enrico Zucca, il
cappellano dell’Anello, il servizio segreto clandestino più volte richiamato da
Giuliano Turone. All’epoca del sequestro Moro, padre Zucca era un vecchio
frate con nostalgie per il Ventennio. Non molto tempo dopo sarebbe morto, il 15
luglio del 1979. La sua salute era malferma ma avrebbe fatto volentieri un favore
al suo papa. Raccontò lui stesso a un settimanale, 8 pochi giorni dopo il 9
maggio, delle trattative avviate e fallite inspiegabilmente a un passo dalla fine.
La personale storia di relazioni e conoscenze consentì a padre Zucca di
tentare una via per la salvezza di Aldo Moro, informando del suo progetto anche
la famiglia del rapito. Il frate era in grado di ottenere un’ingente somma di
denaro che avrebbe permesso di pagare un riscatto in cambio della vita di Moro:
tramite la Fondazione Balzan, un’organizzazione che gestiva i lasciti depositati
in Svizzera dalla omonima famiglia, stimati all’epoca in circa 70 miliardi di lire,
assicurava di raccogliere, tra imprenditori di spicco – tra cui si fecero i nomi di
Nando Peretti, presidente dell’Api, Armando Piaggio e Carlo Pesenti –, 50
milioni di dollari da offrire alle Brigate rosse in cambio della libertà di Moro. La
sua influenza gli consentiva inoltre di rivolgersi direttamente al presidente del
Consiglio Giulio Andreotti, al quale scrisse almeno un paio di lettere. L’incontro
rivelato da padre Zucca avvenne a Milano nella prima fase del sequestro, il 28
marzo.
Ma anche lui fallì. Una dura sconfitta che, forse, affrettò la sua dipartita,
avvenuta quasi un anno dopo, non prima di aver rivelato tutte le sue mosse,
dettaglio per dettaglio, in quei due articoli che hanno svelato l’intraprendenza del
priore. E non è tutto qui. I contatti tra padre Zucca e i brigatisti vennero
monitorati dai servizi segreti, 9 ma nessuna indagine venne fatta sugli emissari
dei rapitori. Quell’informazione fu invece taciuta e, dunque, mai utilizzata: solo
un anno dopo il Sisde sollecitò il proprio centro di Milano ad acquisire notizie
sul religioso e sui suoi contatti con i rapitori di Moro. Un intervento decisamente
tardivo.
Nessun organo inquirente, mai nessun magistrato, mai nessuna commissione
parlamentare d’inchiesta sono stati informati ufficialmente delle trattative che
sarebbero nate dalla intermediazione del priore dell’Angelicum, nessuno poté
mai chiedergli spiegazioni finché era in vita, né indagare subito dopo.
La circostanza è così irragionevole che possiamo legittimamente ritenere che
l’emersione pubblica della fallita trattativa di padre Zucca avrebbe comportato il
rischio che venisse svelato l’Anello. Ma l’esistenza di questa agenzia clandestina
era un segreto che apparteneva ai sottofondi della Repubblica. Nessuno l’aveva
mai ufficializzata, era stata usata sempre per i lavori sporchi, i suoi membri
erano ex fascisti o informatori mercenari, gente «non presentabile» la quale,
tuttavia, entrava e usciva dalle stanze del potere restando sempre invisibile.

Quale interferenza praticò l’Anello nel caso Moro?

Questa struttura aveva una capacità altissima di raccogliere informazioni, grazie


a una consolidata rete di persone legate da un patto postfascista sottoscritto
all’alba della Repubblica. La assoluta informalità del gruppo non impedì mai
l’alto livello informativo, tanto che Adalberto Titta, una specie di coordinatore
del servizio, fu in grado di assicurare a un suo membro, Michele Ristuccia, che il
Comunicato numero 7 delle Brigate rosse – «Lo abbiamo ammazzato, andate a
prendere il cadavere del presidente sul fondo del lago della Duchessa» – era
falso. 10 E lo fece appena fu reso noto, tanto che Ristuccia, a sua volta, disse al
segretario generale della Fiera di Milano, dove egli lavorava, di non sospendere
nulla, quel giorno non c’erano lutti da onorare. Intanto il ministero dell’Interno,
è bene ricordarlo, inviava sul luogo decine di uomini, sommozzatori, cani
poliziotto, elicotteri e dava ordine di bucare lo strato di ghiaccio che copriva il
lago e tutto il paese stette ore e ore con il fiato sospeso.
Afferma lo stesso Ristuccia che Titta gli aveva detto prima del 16 marzo che
Moro correva seri rischi di sequestro. Non era certo l’unico ad aver avuto quella
soffiata: sappiamo che l’allarme per la sicurezza del presidente della Dc era
giunto a diverse orecchie, come racconta ogni antologia del caso. Di certo sono
interessanti due circostanze: il 15 marzo arrivò al centro dei servizi segreti di
Bari, tramite un detenuto, Salvatore Senatore, la notizia di un’azione contro
Moro, ma la segnalazione fu congelata, restò nel cassetto; e proprio in quella
città, Bari, stando alle parole dello stesso Ristuccia, 11 già nel 1977, intorno a
settembre, nella lussuosa villa di un politico, si sarebbe svolta una riunione
segretissima fra Titta, alcuni suoi fidati collaboratori e importanti funzionari
dell’amministrazione statunitense e italiana. L’oggetto dell’incontro era la
supervisione della situazione italiana e, in particolare, delle mosse politiche di
Aldo Moro, considerato notoriamente e da tempo non affidabile e pericoloso per
la stabilità degli interessi statunitensi.
Purtroppo molte di queste piste investigative, scoperte pubblicamente molto
tardi, non sono mai state perseguite. L’Anello, potremmo dire con una metafora,
ha attraversato tangenzialmente i cinquantacinque giorni. Raccolte le
informazioni, svolto il monitoraggio della situazione, non fu attivato per liberare
Moro: l’iniziativa di padre Zucca risulta essere stata personale e solitaria. Una
inerzia perfettamente allineata a quella di tutti gli organi investigativi – durante i
cinquantacinque giorni – e del tutto aderente ai diversi segnali di stop dati ai
vertici di Cosa Nostra, ’ndrangheta e camorra, pronti a barattare grandi benefici
in cambio dell’aiuto nelle ricerche di Aldo Moro.
È inaudito che i vertici del Sismi abbiano creato un team speciale per la
gestione del caso Moro completamente segreto 12 e che nessuno abbia mai avuto
nulla da dire nel corso degli anni, a parte il deputato di Democrazia proletaria
Luigi Cipriani che lo denunciò. Si chiamava ufficio controllo e sicurezza e aveva
sede a Roma, precisamente a Forte Braschi, all’interno del palazzo del Sismi,
dove Titta era di casa. La direzione era stata affidata al generale piduista Pietro
Musumeci, nel gruppo c’era il colonnello Camillo Guglielmi che non era
all’epoca ufficialmente negli organici del Sismi ma operava a Modena nella
Quarta brigata dei carabinieri: quest’ultimo, come è noto, si trovò a passare in
via Fani proprio in prossimità dell’agguato. Il gruppo «scelto» era stato voluto
dal capo del Sismi Santovito, altro piduista, e il vicedirettore era Abelardo Mei,
amico d’infanzia di Titta. Anche il colonnello Belmonte era della squadra. Solo
poco tempo dopo, nell’aprile del 1981, Titta, Mei, Belmonte e Musumeci
entrarono in azione per liberare l’assessore campano della Democrazia cristiana
Ciro Cirillo, rapito dalla colonna napoletana delle Br di Giovanni Senzani.
Quella volta le trattative si aprirono subito e divennero una fogna a cielo aperto,
dove servizi segreti, camorra e brigatisti strinsero patti mai resi noti con una
impressionante scia di morti ammazzati.
Anche il cuore di Adalberto Titta saltò subito dopo, il 27 novembre di
quell’anno (chissà se la sua morte è su quella scia). Nell’ospedale della città di
Orvieto dove venne ricoverato accorsero subito ufficiali di vari ordini e gradi. La
sera prima aveva cenato con il colonnello Federigo Mannucci Benincasa,
ufficiale dei carabinieri che entrò a far parte del Sifar nel giugno del 1965 e che
assunse la direzione del Centro controspionaggio di Firenze il 16 giugno del
1971. Lasciò quell’incarico nel marzo del 1991, dopo diciannove anni e nove
mesi, caso forse unico nel servizio segreto, divenuto nel frattempo dapprima Sid
e poi Sismi. Benincasa non disse di quella cena agli investigatori del Ros che
cercavano di mettere insieme il puzzle dell’Anello, struttura che mostrò di non
conoscere. Forse, parlando dell’incontro serale, l’alto ufficiale avrebbe poi
dovuto inesorabilmente spiegare altri dettagli. Ma non lo fece.
Sull’esistenza dell’Anello ora non ci sono dubbi ma di certo avremmo capito
molto di più da una leale collaborazione di molti uomini dello Stato. Anche del
caso Moro. Invece siamo fermi alle parole di Sciascia, che pasolinianamente
scrive: «In Italia, di ogni mistero criminale molti conoscono la soluzione, i
colpevoli, ma mai la soluzione diventa ufficiale e mai i colpevoli vengono, come
si suol dire, assicurati alla giustizia».
La giustizia a Perugia. Gli anni Ottanta
di Sergio Materia

Perché ricordare quegli anni

In un’opera di ricostruzione degli angoli più oscuri della storia giudiziaria


italiana come quella di Giuliano Turone, rievocare oggi le vicende della
magistratura di Perugia negli anni Ottanta può sembrare a prima vista fuori
luogo. Ma non è così.
Il piccolo Palazzo di giustizia di Perugia rappresentava nel sistema
giudiziario italiano un tassello apparentemente secondario. Ma quelle vicende,
nel loro complesso, sono utili per comprendere fin dove arrivava la strategia di
controllo delle istituzioni da parte dei poteri illegali e occulti che, anche dopo e
nonostante la scoperta del ruolo della loggia P2, erano all’opera per condizionare
la democrazia.
Una rete di relazioni la cui matrice – molto al di là del ruolo degli aderenti
alla P2 – era nelle finalità dello «Stato parallelo»: deviare i processi politici e
istituzionali verso obiettivi graditi.
Sono drammaticamente emblematiche le fotografie ufficiali della firma della
Costituzione del 1948 da parte del presidente Enrico De Nicola. È il 27 dicembre
1947. Da un lato Umberto Terracini, presidente dell’assemblea costituente.
Dall’altro Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio. Dietro, in piedi, c’è un
giovane funzionario, segretario particolare del capo provvisorio dello Stato. È
Francesco Cosentino, che poi risulterà iscritto alla P2 (tessera numero 1618) con
un ruolo di assoluto rilievo ed è ritenuto il principale autore del «Piano di
rinascita democratica». È l’immagine di una ipoteca in embrione.
La magistratura penale di Perugia negli anni Ottanta era uno snodo decisivo
del sistema giudiziario italiano: aveva competenza in via esclusiva per i processi
riguardanti i magistrati del distretto della Corte d’appello di Roma. Poteva essere
la chiave di ingresso in tanti misteri della Repubblica, grandi e piccoli, noti e
meno noti, recanti il segno del potere occulto e parallelo. L’occasione però è
andata perduta.
Sono stato giudice a Perugia dal 1981. È per questo che, inevitabilmente, il
contributo al lavoro di Giuliano Turone assumerà anche le connotazioni di
testimonianza personale.
Sono stati anni amari. Comprendevamo già allora che ci era affidato il
compito estremamente difficile di far luce nel porto delle nebbie: gli uffici
giudiziari romani. Per non cadere in ingiuste generalizzazioni: si trattava di
individuare le responsabilità penali di chi tra i magistrati di Roma, a volte in
modo organico, a volte in modo occasionale, non di rado quasi automaticamente
per una sorta di riflesso darwiniano che rende funzionali al sistema (i non
colpevoli, li avrebbe definiti Primo Levi) si era messo al servizio del potere. Non
del potere tout court, e sarebbe già grave, ma di un potere illegale e occulto, non
di rado francamente criminale, in grado di deviare non solo il corso dei processi
ma la stessa democrazia costituzionale. Di questa strategia la magistratura
romana in quegli anni fu strumento decisivo.

È l’inizio del decennio quando i giudici istruttori di Milano Giuliano Turone e


Gherardo Colombo scoprono a Castiglion Fibocchi gli elenchi della loggia P2
che dimostreranno l’estensione e la rilevanza politica e criminale di una entità
della quale fino ad allora si percepiva solo confusamente l’esistenza.
Gli anni successivi, attraverso le indagini penali e soprattutto il lavoro della
Commissione parlamentare presieduta da Tina Anselmi, condurranno alla
ricostruzione del ruolo della P2 nella strategia di condizionamento delle
istituzioni e nella stagione stragista degli anni Settanta, fino alla bomba del 2
agosto 1980 alla stazione di Bologna.
Presto è chiaro il ruolo di apparati segreti delle istituzioni, di centri di potere
finanziario e professionale, della malavita organizzata e, non ultimo per
importanza, del potere giudiziario. Soprattutto – per forza di cose – di una parte,
numericamente forse insignificante ma strategicamente decisiva, della
magistratura romana. Chi persegue obiettivi e strategie occulte, violente o no, si
serve di esecutori a vari livelli, spesso di veri e propri delinquenti. Per costoro i
servigi resi e i segreti appresi sono un capitale da far fruttare. Vanno
ricompensati, anche in termini di nuovo e maggiore potere. Per osmosi l’illecito
permea le istituzioni, comprese quelle giudiziarie dalle quali non si può
prescindere quando si verifichino incidenti di percorso. È questa la chiave di
lettura di molti dei fatti che vedono coinvolti magistrati degli uffici giudiziari di
Roma.
Spesso indagando su reati di corruzione ci si imbatte in un contesto
eloquente, in relazioni di magistrati con personaggi e ambienti legati alla
eversione. Gli ambiti – corruttivo, criminale ed eversivo – sono contigui e
interagiscono. Gli apparati pubblici diventano teatro di scorribande alla caccia di
potere e di denaro. Ed è probabilmente questa una delle origini della pervasiva
diffusione della corruzione a ogni livello nel paese e a Roma in particolare. Una
rete di ricatti grandi e piccoli: un favore ricevuto obbliga alla riconoscenza, un
favore fatto lega per il futuro.
Tutto questo è drammaticamente chiaro in base ai lavori della Commissione
di indagine sulla loggia massonica P2 presieduta da Tina Anselmi.
In quegli anni l’iceberg romano delle corruzioni, delle collusioni, delle
complicità, dell’affarismo e dell’arrivismo fu intuito, riconosciuto, decifrato in
buona parte. Ma non fu nemmeno scalfito dalle indagini e dai processi perugini.
L’ex presidente del Senato Pietro Grasso ha detto che il maggior dramma
professionale e personale per un magistrato è quello di intuire la verità, di
conoscerla e afferrarla fino alla certezza, ma di non poterla dimostrare nel
processo. Noi non potevamo, come Pier Paolo Pasolini, dire solo: «Io so».
Le ragioni di questa sconfitta sono molte. Eravamo uno sparuto gruppo di
giovani magistrati. Abbiamo pagato la nostra inesperienza, la mancanza di una
vera cultura investigativa, la inesistenza di adeguate strutture di polizia
giudiziaria. Mancò la collaborazione con i migliori tra i colleghi romani. Mancò
in pieno il ruolo dei capi degli uffici. Mancò il ruolo di autogoverno del
Consiglio superiore della magistratura e dell’Anm, l’Associazione nazionale
magistrati: inerti, neutrali, silenti. Non colpevoli.
Ma soprattutto la controparte era troppo forte per noi. La fortezza romana si
fece beffe del nostro lavoro. Certo, non sono storie drammatiche di violenza e di
morte ma di ordinari stenti di una democrazia malata. Vicende minori, processi
di poco conto, notizie degne di cronaca ma non di rievocazione storica? È
possibile, ma non se le si valuta nel loro complesso.
Se fossero state individuate in sede giudiziaria, quelle connessioni occulte
avrebbero potuto indirizzare diversamente forse non il percorso politico-
istituzionale, ma almeno in parte la cifra etica del paese. Avremmo potuto far del
bene alla democrazia. Non è accaduto. La tela del ragno funzionò.

I magistrati di Perugia

Arrivai a Perugia nel settembre del 1981 come giudice istruttore. La presenza e il
ruolo della massoneria nella realtà perugina erano evidenti. Esisteva un
problema di influenze nelle istituzioni umbre in generale e all’interno della
magistratura. L’allora vescovo di Assisi Sergio Goretti definì pubblicamente la
massoneria come un’entità che agisce in modo nascosto e dunque è difficile da
conoscere e contrastare.
Per ricostruire il clima di quegli anni non si può prescindere dalla figura di
Alfredo Arioti, sostituto procuratore generale a Perugia.
In quegli anni la Procura generale aveva una posizione molto più incisiva
rispetto a oggi nella gestione dei processi. Era molto più ampio e discrezionale
soprattutto il potere di avocazione. Il procuratore generale in pratica poteva agire
come una sorta di superiore gerarchico del procuratore della Repubblica e dei
suoi sostituti. Il ruolo di Arioti dunque era di per sé in grado di incidere in modo
rilevante sulla sorte dei processi. Naturalmente questo potere poteva essere
impiegato in modi molto diversi.
Descrissi la figura di Alfredo Arioti nella seduta della prima Commissione
del Consiglio superiore della magistratura del 22 febbraio 1994. Si discuteva
della procedura di incompatibilità ambientale a suo carico.
È un personaggio molto particolare, che ha una personalità notevole e una giovialità di rapporti
con cui è riuscito a catalizzare tutta una serie di colleghi che hanno avvertito questa sua posizione
di importanza all’interno del Palazzo di giustizia. Hanno avvertito che si trattava di un
personaggio di rango. […] Era in stretto collegamento con le autorità locali […].

Quando poi all’inizio degli anni Novanta la questione morale esplose a seguito
delle inchieste milanesi di Mani pulite, il ruolo di Arioti fu messo a fuoco da
un’ispezione ordinata dal ministro della Giustizia che riguardò la complessiva
situazione del Palazzo di giustizia di Perugia. Furono esaminati episodi e
processi. Ne derivarono per Arioti una sentenza disciplinare di condanna (perdita
di due anni di anzianità di carriera) e un trasferimento di ufficio per
incompatibilità ambientale con la sede di Perugia.
La sentenza della sezione disciplinare del Csm del 28 aprile 1995 ritenne
fondata l’incolpazione relativa all’appartenenza di Arioti alla massoneria per un
lungo periodo di tempo (dal 1976 al 1992). Per i magistrati, si legge nella
sentenza, è inconciliabile l’appartenenza al sodalizio massonico in ragione della
inammissibilità della «doppia obbedienza» all’ordine massonico e ai principi
costituzionali e repubblicani; incompatibilità ancora più netta dopo l’emersione
di degenerazioni del fenomeno massonico, ivi comprese le affiliazioni di
personaggi legati alla mafia e alla criminalità organizzata.
Provata (e da lui ammessa) l’appartenenza alla massoneria, la condotta di
Arioti fu analizzata ripercorrendo gli episodi di cui si tratterà più avanti:
Si tratta di episodi per i quali non si è provata alcuna strumentalizzazione dell’ufficio da parte del
dottor Arioti in conseguenza della sua appartenenza all’associazione massonica; vi è sicuramente
stato però un appannamento dell’immagine di indipendenza del magistrato Arioti in conseguenza
della sua militanza nella massoneria, appannamento provato dal modo con cui taluni
provvedimenti di Arioti venivano percepiti dai suoi stessi colleghi […].

La Procura della Repubblica era diretta da Nicola Restivo, non invischiato in


rapporti massonici né illeciti. La sua gestione dell’ufficio però era tutt’altro che
incisiva. In generale, la Procura della Repubblica non si distingueva per una
capacità di iniziativa che andasse oltre l’ordinario.
Espressi queste valutazioni anche davanti al Consiglio superiore della
magistratura nella audizione della prima Commissione del 22 febbraio 1994.
Parlai della presenza incombente, continua di Arioti nella vita giudiziaria di
Perugia. Ricordai i suoi rapporti di stretta amicizia con Nicola Restivo. Dissi di
non credere che Restivo avesse fatto cose discutibili o peggio, ma che a giudizio
di molti il procuratore dirigeva l’ufficio con un atteggiamento di tipo
burocratico, non incisivo. Aggiunsi:
Questo è un giudizio […] condiviso da molti colleghi e anche dagli attuali sostituti che
definiscono il loro capo […] come un magistrato che non scoraggia né ostacola le indagini ma che
neanche le incoraggia. Ogni fascicolo viene trattato allo stesso modo, si tratti di un grande
processo o di un reato di piccolo calibro.

Altri colleghi si espressero nello stesso senso davanti al Csm confermando le


dichiarazioni davanti all’ispettorato del ministero. Tra gli altri Giuseppe
Severini, in quegli anni sostituto procuratore della Repubblica di Perugia. Dal
verbale del Csm del 21 settembre 1994:
Il dottor Severini […] ha confermato che a Perugia e in Umbria, per la forte concentrazione di
massoni, il funzionamento delle pubbliche istituzioni appare condizionato da ingerenze esterne e
che la sensazione dell’uomo della strada è quella di un ambiente caratterizzato da una sorta di
convenzione spartitoria in cui parte molto significativa è riservata alla massoneria e altre, non
meno significative, ai partiti egemoni in loco. Alcune delle ingerenze si riferiscono anche al
mondo giudiziario. […] Rispetto a tale condizionamento in particolare il dottor Severini ha
riferito che, quando era in Procura, avvertiva, di fronte ai reati dei «colletti bianchi» e contro la
pubblica amministrazione, l’assoluta vanità dell’impegno profuso e che non ha mai notato un
particolare comportamento del procuratore, dottor Restivo, diretto a rimuovere tali effetti. Ha
anche aggiunto che Restivo era buon amico del dottor Arioti da cui aveva l’impressione che si
facesse trascinare in manifestazioni, tipo quelle delle cene, che era meglio evitare.

Perugia non era attrezzata per contrastare il porto delle nebbie romano,
intendendo con questo termine non solo la Procura e l’ufficio istruzione ma
l’ambiente romano in genere dove spadroneggiavano magistrati discutibili se
non francamente devianti. Erano noti i collegamenti tra alcuni magistrati e centri
di potere politico, anzi con ben individuati personaggi politici. Lì si sono decisi
in quegli anni gli esiti non solo giudiziari di fatti corruttivi, eversivi, criminali, in
cui un ruolo di rilievo era svolto dal potere politico, affaristico, bancario,
finanziario. Il Palazzo di giustizia era impotente o inerte. I magistrati perbene
erano in difficoltà. Non pochi avvocati di Roma si distinguevano per la loro
capacità di manovra e di tessere relazioni improprie più che per le loro capacità
professionali. Il compito della magistratura di Perugia era chiaramente indicato.
Ma dagli ambienti romani che avrebbero avuto motivi per rivolgersi
all’autorità giudiziaria le segnalazioni utili erano rare. Spesso anzi ci si rendeva
conto che l’intervento di Perugia era soprattutto uno strumento di pressione
verso la controparte, e che la vera partita si giocava altrove. E la reputazione
della magistratura di Perugia non sempre incoraggiava gli onesti. Chi conosceva
fatti illeciti non aveva la stessa fiducia del mugnaio di Potsdam.

L’omicidio di Mario Amato. L’indagine mancata su Giovanni De


Matteo

Il magistrato Mario Amato, sostituto procuratore a Roma, fu assassinato il 23


maggio del 1980 dai fascisti dei Nar.
Dopo l’omicidio, come ricorda Giuliano Turone, fu denunciata la assoluta
inerzia del procuratore della Repubblica Giovanni De Matteo di fronte alle
implorazioni di aiuto da parte di Amato, che sapeva di essere in pericolo e lo
aveva dichiarato in modo accorato anche al Consiglio superiore della
magistratura. Ne derivò un’indagine che fu trasmessa a Perugia dalla Procura
generale di Roma e fu trattata da Alfredo Arioti.
Arioti mise formalmente sotto indagine molte persone (il questore di Roma, il
capo di gabinetto del ministro della Giustizia e altri ancora) che, come era
chiaro, non avevano avuto nessun ruolo nella mancata protezione del magistrato
ucciso. Lasciò fuori dall’indagine il solo De Matteo ignorando che proprio la sua
posizione e gli indizi a suo carico avevano determinato lo spostamento
dell’inchiesta a Perugia. I difensori di parte civile glielo fecero presente con
memorie molto esplicite: si stava sollevando un polverone che dilatava
l’indagine molto al di là dei suoi giusti confini e poteva avere un solo risultato:
produrre gran confusione. Conclusa l’indagine, infatti, Arioti chiese al giudice di
archiviare tutto, nemmeno nominando il procuratore De Matteo.
Il giudice istruttore Nicola Miriano decise di proseguire le indagini in
istruzione formale solo nei confronti di De Matteo con un’ordinanza che Arioti
considerò abnorme: il giudice non poteva procedere di ufficio contro chi non era
mai stato indagato dal pubblico ministero. Miriano mise a fuoco le responsabilità
di De Matteo che d’altra parte erano evidenti, ma il processo si concluse con un
proscioglimento in istruttoria per l’amnistia del 1981. Il reato di omissione di atti
di ufficio finì nel nulla. Miriano non poteva fare di più. Era impossibile
dimostrare che la protezione di Mario Amato sarebbe stata sufficiente a impedire
l’omicidio. L’accusa di omicidio colposo sarebbe stata senza via d’uscita.
E in ogni caso la decisione di Arioti di non procedere contro De Matteo e
quindi di non chiedere l’archiviazione della sua posizione metteva il procuratore
al riparo da qualsiasi iniziativa del giudice istruttore.

Wilfredo Vitalone

Le difficoltà non provenivano solo dall’interno del Palazzo di giustizia di


Perugia. Le istruttorie perugine nei confronti di Wilfredo Vitalone lo dimostrano.
Non interessa qui il merito dei processi, tutti conclusi con assoluzioni, ma la
tortuosità del loro percorso.
L’avvocato Wilfredo Vitalone nella prima parte degli anni Ottanta fu una
presenza costante a Perugia.
La prima istruttoria è del 1982. Vitalone era imputato di millantato credito
per avere chiesto e ottenuto 2 miliardi di lire da Roberto Calvi con il pretesto di
dover corrompere i giudici romani che investigavano sul presidente del Banco
Ambrosiano.
Il processo era complicato dal feroce contrasto tra Vitalone e il pubblico
ministero Domenico Sica, che aveva raccolto a verbale le dichiarazioni
accusatorie di Maurizio Mazzotta, braccio destro del faccendiere Francesco
Pazienza, e il 26 giugno del 1982 aveva emesso ordine di cattura a carico di
Wilfredo Vitalone.
Il giudice istruttore Nicola Miriano si occupò dell’istruttoria e mi confidò che
Alfredo Arioti lo aveva messo in guardia dalle reazioni di Vitalone e del suo
giro, consigliandogli di fare attenzione. Wilfredo Vitalone era fratello di Claudio,
sostituto procuratore della Repubblica, in seguito senatore della Democrazia
cristiana e ministro, notoriamente vicinissimo a Giulio Andreotti.
Wilfredo Vitalone fu rinviato a giudizio da Miriano l’8 febbraio del 1983. Il
Tribunale di Perugia si dichiarò incompetente per territorio e trasmise gli atti a
Roma, e lì Vitalone fu assolto con formula piena.
Un altro processo a carico di Wilfredo Vitalone ci racconta una storia
emblematica, soprattutto per quello che accadde durante l’istruttoria.
I tre fratelli Caltagirone (Gaetano, Camillo, Francesco) erano accusati a
Perugia di avere calunniato, in blocco, i giudici della sezione fallimentare del
Tribunale di Roma che aveva dichiarato il fallimento del loro gruppo
immobiliare. Avevano presentato un esposto alla Procura di Roma in cui
sostenevano che la sentenza di fallimento era un attacco politico; che i magistrati
avevano agito in quanto comunisti, iscritti a Magistratura democratica, ostili alla
parte politica alla quale i Caltagirone facevano riferimento: la Democrazia
cristiana e, come è noto, in particolare la corrente di Giulio Andreotti.
Interrogai due dei fratelli (il terzo era latitante) i quali dichiararono di
ignorare nel modo più assoluto quello che era esposto nella denuncia e di aver
firmato su richiesta del loro legale Wilfredo Vitalone un atto già pronto e
confezionato per la firma. Vitalone, mi dissero i Caltagirone, aveva detto che
vista la difficile situazione un esposto contro i giudici era il solo modo per
uscirne. Una tesi credibile: nessuno dei tre Caltagirone frequentava il Tribunale
di Roma. Oltretutto uno dei fratelli in quel periodo era latitante all’estero e un
altro era detenuto.
Trasmisi gli atti al procuratore della Repubblica Restivo.
Mi sembrava inevitabile un mandato di comparizione nei confronti di
Vitalone per concorso nella calunnia. La risposta fu: procedere secondo giustizia.
Emisi il mandato di comparizione.
Immediatamente fu presentata una dichiarazione di ricusazione nei miei
confronti. La motivazione ricalcava il cliché usato per i giudici romani: il
giudice è comunista e mi considera un nemico politico. Non può processarmi.
Trasmisi gli atti alla Corte d’appello che doveva decidere e segnalai che
questa accusa di parzialità poteva rappresentare una calunnia. Chiesi che la Corte
valutasse se investire la Procura della Repubblica di Firenze, competente per
territorio.
La Corte respinse la dichiarazione di ricusazione e mi restituì gli atti.
Dall’ordinanza non risultava nessuna trasmissione di atti a Firenze. Mi informai
sulla trasmissione per altra via delle mie deduzioni alla Corte d’appello di
Firenze. Giorgio Battistacci, presidente del collegio e dell’intera Corte come
facente funzioni, mi rispose negativamente. Proseguii nell’istruttoria.
Qualche tempo dopo si presentò l’avvocato di Vitalone, beffardo, depositando
un’istanza con cui chiedeva la mia astensione dal processo perché la mia
«denuncia contro Vitalone» era stata archiviata. Capii solo quando l’avvocato mi
mostrò un decreto di archiviazione del giudice istruttore di Firenze. In pratica,
era stata effettivamente archiviata l’ipotesi di reato che avevo segnalato alla
Corte d’appello. Ma come erano arrivati gli atti a Firenze? Chiesi copia degli atti
e trovai una nota di trasmissione dalla Corte d’appello di Perugia al pm di
Firenze. Era firmata da Giorgio Battistacci.
Trasecolai, perché Giorgio era al di sopra di ogni sospetto e aveva escluso di
avere trasmesso gli atti a Firenze.
Giorgio Battistacci è stato in quegli anni la nostra guida morale e un nostro
importante punto di riferimento. Era un cattolico democratico di grande cultura,
un uomo mite ma fermo, coautore del Codice di procedura penale minorile del
1988. Soprattutto, era stato scelto da Tina Anselmi come consulente della
Commissione parlamentare sulla P2 e non aveva certo deluso le attese.
Mostrai a Giorgio la lettera con la sua firma. Giorgio lesse, mi guardò
smarrito e quasi balbettando mi confermò che lui non aveva trasmesso nulla. Ma
la firma era sua, e Giorgio lo confermò.
Dovetti fermarmi, perché chiedere accertamenti sull’accaduto voleva dire,
quanto meno, mettere in difficoltà Giorgio Battistacci.
Ma qualcosa era successo e c’era una sola possibilità: Giorgio era in quel
periodo presidente facente funzioni della Corte e firmava ogni giorno una gran
quantità di note e lettere di ogni tipo. Qualcuno, per forza di cose, aveva inserito
quella per la Corte di Firenze.
La tela del ragno: l’obiettivo era l’archiviazione della mia «denuncia».
Fatto sta che la situazione consigliava l’astensione, cosa che feci. Vitalone fu
prosciolto in istruttoria da un altro giudice istruttore.

L’estensione del porto delle nebbie si può cogliere da un’altra istruttoria a carico
di Wilfredo Vitalone. Sempre per calunnia, anche stavolta nei confronti di un
magistrato romano. Qui entra in ballo un altro protagonista: la Corte di
cassazione.
Una volta informato dell’istruttoria di cui si occupava il sottoscritto, Vitalone
mi ricusò, poté così avere copia del fascicolo e lo allegò a un esposto alla
Procura di Roma con il quale segnalò che l’autorità giudiziaria di Perugia non
era competente e chiese che la Procura di Roma sollevasse conflitto. Sarebbe
stata la Cassazione a decidere se la competenza era di Perugia o di Roma.
Il procuratore capo Marco Boschi respinse la richiesta richiedendo e
ottenendo l’archiviazione: stava già procedendo Perugia secondo le regole sulla
competenza. Poi Boschi si ammalò e lasciò l’ufficio. Vitalone allora ripresentò la
sua richiesta e questa volta ebbe successo: il sostituto Margherita Gerunda chiese
al giudice istruttore di sollevare il conflitto. Il giudice Claudio D’Angelo agì di
conseguenza.
Stando alla precedente, categorica giurisprudenza della Cassazione, il
conflitto proposto sembrava senza speranza sul piano del diritto. Sembrava. La
prima sezione della Cassazione (il cui presidente era Corrado Carnevale che però
in quel caso non fece parte del collegio) emise una sentenza brevissima e
manoscritta, sostanzialmente priva di motivazione: il conflitto fu risolto a favore
dell’autorità giudiziaria di Roma.
Reagii in modo quasi provocatorio. Trasmisi per competenza a Roma i tanti
processi per calunnia in danno di magistrati romani, allegando la sentenza della
Cassazione nel caso Vitalone.
Ricordo una telefonata del giudice istruttore De Cesare che mi diede quasi del
matto. Risposi proponendo che i giudici di Roma sollevassero a loro volta
conflitto di competenza e così – giustamente – avvenne. La stessa prima sezione
della Cassazione, stavolta presieduta da Carnevale, senza citare la sentenza
relativa a Vitalone, ritornò alla sua precedente giurisprudenza e confermò per
tutti i processi e per tutti gli imputati la competenza di Perugia. E così, l’unico
imputato processato a Roma e non a Perugia per calunnia in danno di magistrati
romani fu Wilfredo Vitalone. Che fu poi prosciolto dal giudice istruttore di
Roma.
La tela del ragno funzionò una volta di più.

Le accuse ai vertici della Banca d’Italia

Il 24 marzo del 1979 il giudice istruttore di Roma Antonio Alibrandi, su richiesta


del pubblico ministero Luciano Infelisi, ordinò l’arresto di Mario Sarcinelli, capo
del servizio di vigilanza della Banca d’Italia. Lo accusava di favoreggiamento
personale e interesse privato in atti di ufficio per la mancata trasmissione
all’autorità giudiziaria (in realtà allo stesso Alibrandi) di un rapporto ispettivo
relativo ai finanziamenti erogati dalle banche di diritto pubblico a favore del
gruppo industriale presieduto da Angelo Rovelli.
Per le stesse imputazioni Alibrandi, che istruiva un processo riguardante un
gran numero di persone compresi i vertici di vari istituti di credito, emise
mandato di comparizione nei confronti del governatore Paolo Baffi, cui solo
l’età evitò il carcere richiesto da Infelisi.
Baffi e Sarcinelli, come Giuliano Turone illustra in modo diffuso nel capitolo
VIII, si erano fermamente opposti ai tentativi e alle pressioni da parte di
ambienti legati al banchiere Michele Sindona (che come è noto risulterà iscritto
alla P2) affinché la Banca d’Italia e in particolare Sarcinelli nella sua veste di
capo della vigilanza dessero il loro assenso ai cosiddetti piani di salvataggio
della Banca privata italiana.
Sarcinelli più volte si era detto contrario ai progetti di Sindona proposti alla
Banca centrale tramite potenti appoggi politici di ambienti vicini a Giulio
Andreotti. Era proprio Sarcinelli il principale ostacolo a questi progetti. Anche il
direttore generale Carlo Azeglio Ciampi, chiamato in causa, aveva risposto che
per statuto la decisione spettava al capo della vigilanza.
La presenza di Sarcinelli in quel ruolo chiave rappresentava dunque un
insormontabile ostacolo alla riuscita dei tentativi di Sindona di scaricare sulla
collettività i debiti della sua banca.
Le imputazioni mosse da Infelisi e Alibrandi sembrarono subito pretestuose e
strumentali. Anche perché, dopo avergli concesso la libertà provvisoria, il 17
aprile del 1979 il giudice sospese Sarcinelli non dalle funzioni nel loro
complesso ma solo dall’esercizio delle funzioni di capo della vigilanza.
L’accusa mossa a Baffi non considerava che sia la commissione consultiva
interna a Bankitalia sulla posizione di Rovelli sia l’avvocato capo della Banca
centrale avevano dato parere negativo alla trasmissione del rapporto ispettivo
all’autorità giudiziaria, pur essendo a conoscenza dell’esistenza dell’istruttoria di
Alibrandi. Ma né l’avvocato capo né i membri della commissione furono
coinvolti nell’imputazione.
Quanto a Sarcinelli, lo si accusava solo in base a una sigla da lui apposta in
calce alla relazione ispettiva: un visto che certo significava condivisione delle
conclusioni, ivi compresa la proposta di non informare l’autorità giudiziaria; ma
perché allora accusare solo Sarcinelli e non tutti coloro che avevano espresso un
parere identico?
La sezione istruttoria della Corte d’appello di Roma il 6 novembre del 1979
dichiarò la totale mancanza di indizi a carico di Sarcinelli perché – in ogni caso
– il compito di trasmettere gli atti all’autorità giudiziaria spettava solo al
governatore secondo l’articolo 10 della legge bancaria, e dunque il capo della
vigilanza non aveva nessun obbligo o potere in materia.
Il 9 giugno del 1981 Alibrandi prosciolse Baffi e Sarcinelli «perché il fatto
non costituisce reato». Puntigliosamente il giudice ripropose la sua tesi di una
colpevole omissione da parte degli imputati ma li scagionò perché, sostenne
nella sentenza, in realtà avevano intenzione di coprire non le responsabilità di
Rovelli e dei banchieri ma le proprie, le precedenti omissioni sulle esposizioni
delle società in questione.
I giudici istruttori di Milano Giuliano Turone e Gherardo Colombo si
occuparono del caso di Baffi e Sarcinelli nel corso della loro istruttoria a carico
di Michele Sindona e altri per l’omicidio dell’avvocato Giorgio Ambrosoli,
liquidatore della Banca privata.
Anche l’avvocato Ambrosoli, come ricordato da Giuliano Turone, si era
opposto al salvataggio della banca di Sindona a spese dell’erario. Era stato
pesantemente minacciato. L’11 luglio del 1979 fu ucciso a Milano da William
Aricò su mandato di Michele Sindona, poi condannato all’ergastolo. Nessun
esponente delle istituzioni fu presente al funerale a eccezione di Paolo Baffi.
Giulio Andreotti nel 2010 dirà che Ambrosoli «se l’andava cercando».
Oltre alla inconsistenza delle accuse mosse ai vertici della Banca d’Italia,
dimostrata del resto dal successivo proscioglimento, c’erano dati di fatto
eloquenti: le pressioni su Ambrosoli e sulla Banca d’Italia, entrambi di ostacolo
agli interessi illeciti di Sindona, risalivano allo stesso periodo di tempo. E uno
dei portavoce di Sindona, nell’uno e nell’altro caso, era stato l’avvocato Rodolfo
Guzzi.
I giudici istruttori di Milano trasmisero alla Procura di Perugia per
competenza gli atti riguardanti Infelisi e Alibrandi.
Il pubblico ministero Federico Centrone chiese l’archiviazione in base al
principio di insindacabilità del merito delle decisioni giudiziarie.
Ma non si trattava di questo. Si trattava di capire se i due magistrati romani,
anche indirettamente e per interposta persona, si fossero fatti a loro volta
strumento degli interessi di Michele Sindona. Si trattava di mettere insieme i
frammenti della vicenda e accertare se la giustizia fosse stata strumentalizzata a
tutela di interessi privati e illeciti.
C’erano probabilmente, senza incriminazioni formali, gli estremi per un
approfondimento da parte del pubblico ministero prima che il giudice istruttore
fosse investito del caso. Alcuni aspetti della vicenda forse potevano essere
chiariti. Ma anche il sottoscritto, giudice istruttore, alla fine dovette condividere
le conclusioni di Centrone.
Non c’erano alternative. Per procedere oltre, sarebbe stata necessaria a norma
di codice l’apertura di una istruzione formale: sarebbe stato necessario
incriminare formalmente Infelisi e Alibrandi e formulare un’accusa, non
generica ma descritta e precisata in un capo di accusa.
Ma un’imputazione non può precedere, deve essere conseguente
all’acquisizione delle prove di accusa.
E poi dove, come cercare la prova degli ipotetici collegamenti tra gli ambienti
che proteggevano Sindona e i due magistrati? Quali indagini fare?
Chi sarebbe stato in grado di dare indicazioni che andassero oltre la
condivisione di sospetti e dubbi, ovviamente irrilevanti in un procedimento
penale?
Era lecito e possibile, in quel momento, muovere da un pregiudizio negativo
su Infelisi e Alibrandi? Era corretto subire l’influenza delle campagne di stampa,
pur serie e documentate, che parlavano di «attacco alla Banca d’Italia»?
Certamente no.
Era possibile ottenere un quadro più completo, e in altri termini cercare di
capire in base a quali dati di fatto il pubblico ministero e il giudice istruttore
avessero deciso che Baffi e Sarcinelli erano responsabili di favoreggiamento e
interesse privato in atti di ufficio?
Elencai le possibili indagini nel decreto del 24 maggio 1985. Dagli atti non si
comprendeva per quali vie i magistrati di Roma e in particolare Alibrandi
avessero conosciuto l’esistenza del rapporto ispettivo non trasmesso alla
magistratura romana. Alibrandi aveva nominato un collegio di periti che aveva
lavorato sugli stessi documenti, fianco a fianco con gli ispettori autori del
rapporto. La perizia non era negli atti di Perugia. Il giudizio dei periti era stato
uguale o diverso da quello degli ispettori, soprattutto sulla rilevanza penale dei
fatti oggetto della loro indagine e comunque sul fatto che si trattasse di fatti di
interesse del giudice penale? L’esistenza del rapporto ispettivo e le sue
conclusioni risultavano già dalla perizia? Se sì, perché considerare la mancata
trasmissione come un intenzionale ostacolo all’accertamento dei fatti?
Accertare tutto questo sarebbe stato utile per capire meglio l’origine della
notizia di reato, per cogliere le contraddizioni del percorso investigativo e per
dimostrare, al massimo, le peculiarità della conduzione dell’istruttoria.
Il pubblico ministero prima di orientarsi per la richiesta di archiviazione
avrebbe potuto acquisire quei documenti senza particolari formalità. Ma il
giudice no.
Oltretutto, quei documenti non avrebbero mai dimostrato la fondatezza di una
ipotesi di devianza a carico dei due magistrati. La distanza sarebbe rimasta
troppo lunga e di fatto incolmabile.
Il 24 maggio del 1985 archiviai.

L’istruttoria Infelisi

Il 28 novembre del 1983 Clara Canetti, vedova del banchiere Roberto Calvi, fu
interrogata dal giudice istruttore di Milano. Il cadavere del marito, presidente del
Banco Ambrosiano e iscritto alla P2, era stato trovato a Londra il 18 giugno del
1982, impiccato sotto il ponte dei Frati neri. La signora Canetti parlò di Luciano
Infelisi, pubblico ministero a Roma. Ricordò che Calvi poco prima della morte
era stato coinvolto in un’indagine di Infelisi sul fallimento del gruppo
immobiliare romano di Mario Genghini (anche lui iscritto alla P2) e che aveva
scelto i suoi difensori su suggerimento e consiglio proprio di Infelisi. Si trattava
degli avvocati Pietro Moscato e Giorgio Gregori, quest’ultimo amico di Infelisi.
Poi la signora Canetti aggiunse: «Sempre per quanto mi è stato riferito da mio
marito, egli per il Natale 1981 aveva regalato al dottor Infelisi una autovettura,
mi pare una BMW computerizzata». 1
I giudici di Milano verificarono che effettivamente Infelisi era proprietario di
una BMW 520 immatricolata nel maggio 1982. Trasmesso il fascicolo a Perugia,
il sostituto Wladimiro De Nunzio accertò che la BMW era stata venduta a
Infelisi da un autosalone di Velletri per 15.600.000 lire più la valutazione
dell’usato dato in permuta ed era stata pagata tra il 14 dicembre del 1981 e il 6
gennaio del 1982 in contanti (cioè in biglietti di banca) per l’intero importo.
Ma il lavoro di De Nunzio fu interrotto. Il procuratore generale Alfredo
Arioti il 22 ottobre del 1984 avocò a sé il processo.
L’avvocato Adolfo Gatti per conto di Infelisi aveva presentato due istanze di
avocazione. La prima, per asserite esigenze di rapidità, era troppo debole e
rimase agli atti senza che fosse decisa in un senso o nell’altro. Ne fu presentata
un’altra, che denunciava violazioni del diritto di difesa del tutto inesistenti. La
seconda istanza fu accolta. De Nunzio sollevò un conflitto di competenza e,
persa la partita in Cassazione, decise di lasciare la Procura e di trasferirsi in
Tribunale in polemica con il procuratore Restivo, che di fronte all’invasione di
campo da parte di Arioti non aveva preso posizione. Secondo De Nunzio, il
procuratore non aveva difeso la dignità dell’ufficio e del suo sostituto e non
aveva smentito la tesi di Infelisi circa violazioni del diritto di difesa. Non fu
disponibile, De Nunzio, a passare per magistrato superficiale, sbrigativo e – si
direbbe oggi – troppo giustizialista. Non accettò che la Procura fosse di fatto
commissariata dall’esterno.
De Nunzio è stato a lungo parte attiva dell’Associazione nazionale magistrati,
principale esponente della corrente di Unicost a Perugia e punto di riferimento di
tanti colleghi. È stato segretario nazionale dell’Anm e poi presidente della Corte
d’appello. A suo merito l’iniziativa di un affollato e burrascoso dibattito
pubblico sui rapporti tra massoneria e magistratura, al quale partecipai con lui e
con due dichiarati esponenti della massoneria locale.
L’istruttoria Infelisi passò dunque nelle mani di Arioti, il quale il 13
novembre del 1985 chiese l’archiviazione.
A carico di Infelisi non era stato accertato nessun elemento in più. C’erano
però troppi buchi nella tesi difensiva, troppe contraddizioni e troppe circostanze
da chiarire. Come giudice istruttore, con un’ordinanza del 5 febbraio 1986,
decisi di contraddire la richiesta di archiviazione e di aprire un’istruttoria
formale per corruzione a carico di Luciano Infelisi. Nel corso della quale non
mancò una dichiarazione di ricusazione nei confronti del sottoscritto, respinta
dalla Corte d’appello di Perugia.
Effettivamente Infelisi, nel periodo in cui aveva comperato la BMW, istruiva
il processo per la bancarotta del gruppo Genghini. Roberto Calvi, diversamente
da molti altri imputati (accusati però di reati diversi) non era stato arrestato.
Difensori di fiducia di Calvi erano gli avvocati Gregori e Moscato.
Infelisi doveva spiegare perché avesse pagato la macchina in contanti, e
chiamò in causa il suo amico Mario Trementozzi, commercialista.
Raccontò che Trementozzi gli aveva chiesto in prestito 20 milioni e poi li
aveva restituiti in contanti. Le banconote erano state utilizzate per acquistare la
BMW.
Trementozzi, che sentii come testimone, non riuscì però a spiegare perché
avesse chiesto il prestito a Infelisi. Avevo controllato: sui suoi conti correnti
c’erano in quel periodo somme molto elevate, i conti di Infelisi erano
modestissimi.
Come detto, il 22 febbraio del 1994 fui sentito dalla prima Commissione del
Csm nel procedimento che poi si concluse con il trasferimento di ufficio di
Arioti ad altra sede. Mi fu chiesto del processo Infelisi. La mia risposta risulta
dal verbale di udienza.
Nel corso di queste indagini Arioti mi chiese espressamente di essere presente a tutti gli atti
istruttori, compresa l’audizione dei testimoni. È una richiesta, sia pure non frequentissima,
assolutamente corretta e legittima. Posso riferire un episodio del quale sono testimone soltanto io
e un’altra persona che sicuramente non se ne ricorderà. Un pomeriggio dovevo ascoltare come
testimone il prof. Zilletti [già vicepresidente del Csm, iscritto alla loggia P2, n.d.a.] circa i
rapporti tra lui, il dottor Infelisi e l’avvocato Gregori, difensore di Calvi.
Avevo fissato questo atto istruttorio alle 15.30, avvisando nei giorni precedenti Arioti. Qualche
minuto prima dell’arrivo di Zilletti, alle 15.15/15.20, scesi in Procura generale da Arioti – con il
quale sono sempre stato in rapporti estremamente cordiali sul piano personale – per avvertirlo che
stava per arrivare Zilletti […]. Davanti alla porta di Arioti c’era l’usciere […] al quale chiesi se il
dottor Arioti fosse in ufficio. L’usciere mi rispose: «Sì, è occupato. C’è il prof. Zilletti». 2

Il 12 marzo del 1988 prosciolsi Infelisi. Unica prova di accusa erano le


dichiarazioni in istruttoria della signora Canetti, che però poteva solo riferire le
poche parole del marito e che, interrogata a Londra dal sottoscritto, dichiarò che
mai sarebbe venuta a Perugia per testimoniare in tribunale.
Un solo indizio riguardava lo specifico episodio della BMW: la documentata
amicizia tra il titolare dell’autosalone che aveva venduto la macchina e
l’avvocato Pietro Moscato. Non poco, ma non sufficiente.
Per il resto erano ragionamenti relativi al contesto e all’ambiente, di scarsa o
nessuna efficacia in un dibattimento. Molti nomi, molte circostanze rimandavano
alle vicende della loggia P2. C’era un quadro di verosimiglianza ma non la prova
della corruzione.

Elisabetta Cesqui e le accuse di Costantino Belluscio

Pesò molto a carico di Arioti nei procedimenti a suo carico davanti al Csm la sua
condotta nel caso che riguardò Elisabetta Cesqui, allora sostituto procuratore
della Repubblica di Roma. Ne parlai nella seduta del 22 febbraio 1994.
Anche in questo caso il protagonista è un appartenente alla P2: Costantino
Belluscio (tessera P2 numero 1710), deputato del Psdi, già segretario del
presidente della Repubblica Saragat.
Il 26 luglio del 1985 Belluscio presentò al procuratore generale di Roma un
esposto contro Elisabetta Cesqui. Sosteneva che il 17 luglio il magistrato l’aveva
interrogato come testimone e gli aveva chiesto notizie su alcuni numeri di
telefono, compresi quelli dello stesso Belluscio. Il magistrato durante l’esame
testimoniale aveva consultato atti processuali che, sosteneva l’esposto,
contenevano sicuramente i risultati di intercettazioni telefoniche.
Belluscio affermava di essere sicuro dell’illegittimità delle intercettazioni,
opera dei servizi di sicurezza (Belluscio anzi precisava con sicurezza: del Sismi).
Elisabetta Cesqui, sosteneva l’esposto, usava illecitamente questi atti per
colpire un avversario politico, tanto che l’interrogatorio si era svolto su fatti
totalmente irrilevanti da un punto di vista penale ma in base a valutazioni di
carattere politico relative alla presidenza della Repubblica Saragat: «Valutazioni
certamente precluse al magistrato quando, poggiando su fatti assolutamente
inesistenti o comunque penalmente non rilevanti, manifestano l’obiettivo di una
strumentalizzazione politica della funzione giudiziaria». 3
La dottoressa Cesqui quindi era accusata di avere surrettiziamente sentito
come teste un deputato senza la necessaria autorizzazione a procedere, in
violazione di ogni norma di procedura penale e calpestando le prerogative dei
parlamentari. La prova della malafede del magistrato? La sua appartenenza a una
formazione politica di estrema sinistra. Belluscio alludeva all’appartenenza del
magistrato alla corrente di Magistratura democratica.
Il 1° agosto successivo Belluscio scrisse anche al procuratore generale e al
consigliere istruttore di Roma Ernesto Cudillo: i fatti sui quali Elisabetta Cesqui
lo aveva sentito (come testimone) erano gli stessi sui quali era stato già sentito
(come testimone) da Cudillo.
Belluscio non spiegava perché, stando così le cose, se l’era presa con
Elisabetta Cesqui e non con Cudillo, il quale – sosteneva trascurando la
contraddizione – si era comportato esattamente allo stesso modo. Era, in realtà,
una prova in più della strumentalità dell’esposto.
Elisabetta Cesqui alla Procura generale di Roma spiegò infatti che le cose
stavano in modo ben diverso rispetto alle categoriche certezze di Belluscio. I
documenti su cui erano state chieste notizie erano stati sequestrati a Firenze a
Luciano Donnini, genero di Licio Gelli: si trattava di schede e appunti contenenti
nomi, recapiti e numeri di telefono. Gelli all’epoca era latitante all’estero e si
investigava su possibili condizionamenti e pressioni (insomma, su possibili
ricatti) in vista di un rientro in Italia. Nessun intervento dei servizi, nessun uso
illecito di intercettazioni, nessuna violazione delle prerogative dei parlamentari.
Un chiarimento totale che non lasciava spazio a dubbi di nessun genere.
Trasmessi gli atti a Perugia, il procuratore della Repubblica chiese e ottenne
l’archiviazione nei confronti di Elisabetta Cesqui.
Come previsto dal codice, il procuratore generale di Perugia vistò il decreto.
Come dire: sono d’accordo. Poi però Arioti cambiò idea e il 29 novembre del
1985 comunicò che avrebbe trattenuto gli atti per ulteriori indagini. Il 3 febbraio
del 1986 inviò a Elisabetta Cesqui una formale comunicazione giudiziaria per
interesse privato in atti di ufficio (ovvero per avere perseguito interessi politici di
parte); chiese e ottenne la copia di tutti gli atti dell’indagine svolta a Roma sulle
agende sequestrate a Luciano Donnini; sentì Belluscio; più volte chiese a
Elisabetta Cesqui notizie sullo stato del procedimento, che infine il 6 aprile del
1987 fu archiviato dal giudice istruttore di Roma.
Arioti, l’11 agosto del 1987, chiese a sua volta l’archiviazione nei confronti
di Elisabetta Cesqui.
Al sottoscritto, leggendo le carte dell’«indagine» perugina di Arioti, sembrò
evidente che si fosse trattato di un’iniziativa strumentale. Come, del resto, era
l’esposto di Costantino Belluscio. Quando gli atti erano stati trasmessi a Perugia,
infatti, era già chiarissimo che nell’indagine del sostituto Cesqui non c’erano
risvolti da chiarire, che non erano stati commessi illeciti, e che Belluscio lo
sapeva bene. La Procura generale di Roma aveva escluso, al di là di ogni dubbio,
ipotesi di reato a carico di Elisabetta Cesqui.
E d’altra parte qual era l’argomento usato? Il magistrato Cesqui è iscritto a
Magistratura democratica e dunque, senza necessità di altre prove, è inaffidabile
e fazioso. Un cliché abusato in quegli anni, un argomento preconfezionato in
mancanza d’altro.
In realtà, l’iniziativa di Belluscio nei confronti di Elisabetta Cesqui era una
reazione degli ambienti piduisti al tentativo del magistrato di portare avanti
l’istruttoria a carico di alcuni dei principali esponenti della P2 per il reato di
cospirazione politica e per altri reati.
Il processo era stato sottratto ai giudici di Milano e trasferito a Roma per
decisione della Cassazione, ed era stato istruito con lentezza e senza nessun
approfondimento utile da altri magistrati, tra cui lo stesso Cudillo. Elisabetta
Cesqui tentò di riprendere le fila dell’istruttoria ma non riuscì a impedire
l’insuccesso sostanziale del processo, concluso con la sentenza del 16 aprile
1994 che escluse per gli imputati i reati più gravi.
Nel dicembre del 1986 il magistrato subì anche uno strano furto nel suo
appartamento. Sul terrazzo fu lasciato un proiettile, ed è un po’ difficile non
pensare a un minaccioso avvertimento.
A quel periodo risale l’esposto di Belluscio. Si voleva da un lato intimidire la
dottoressa Cesqui, dall’altro – e soprattutto – si voleva sapere cosa c’era in
quegli atti. Il primo risultato non fu raggiunto. Il secondo sì.
L’indagine di Arioti, durata dal 29 novembre 1985 all’11 agosto 1987, in
realtà non c’era stata. Tanto tempo era stato usato soltanto per avvisare di reato
Elisabetta Cesqui, mantenere ferma la comunicazione giudiziaria per un anno e
mezzo, ottenere e leggere gli atti del fascicolo romano e poi attendere la notizia
dell’archiviazione del giudice istruttore di Roma. Notizia che, è chiaro, non
poteva avere comunque nessun nesso con l’eventuale responsabilità di Elisabetta
Cesqui.
Sarebbe arrivato in seguito il momento di essere espliciti davanti al Consiglio
superiore della magistratura, di segnalare quale contesto era dietro questa
vicenda, di chiarire quali collegamenti avevano guidato la condotta di Alfredo
Arioti.
Per il momento, l’unico strumento a disposizione era un dettagliato decreto di
archiviazione.
Archiviando ripercorsi la vicenda, soprattutto chiarendo che quando il
fascicolo era stato trasmesso a Perugia la dottoressa Cesqui aveva già spiegato
tutto davanti alla Procura generale di Roma. La relativa relazione era agli atti.
Non c’era altro da chiarire, e infatti nulla di più fu accertato a Perugia.
Il decreto fu comunicato al Consiglio come dovuto. Non successe nulla.
Anche per il Consiglio superiore fu necessaria la non contrastabile spinta
successiva agli avvenimenti giudiziari del 1992-1993. Solo allora si incrinò
l’inerzia delle istituzioni di autogoverno rispetto alla questione morale interna
alla magistratura.
Il 22 febbraio del 1994 davanti alla prima Commissione del Consiglio parlai
dell’episodio, fino ad allora ignoto a tutti i consiglieri presenti. Ricordo bene lo
sconcerto. Poi, nella delibera di trasferimento di ufficio, l’episodio fu inserito tra
quelli più pesanti a carico di Alfredo Arioti.

Epilogo

Esplosa nel 1992 la stagione di Mani pulite, la questione morale non poteva non
riguardare anche la magistratura di Perugia. Si susseguirono attacchi da varie
parti ai magistrati perugini, accusati senza distinzioni di collusione con ambienti
massonici e, in sostanza, di inaffidabilità.
La stampa e alcuni esponenti politici (tra i quali il deputato dei Verdi Gianni
Mattioli) chiedevano che si facesse chiarezza, soprattutto perché dai magistrati
di Perugia dipendeva un’operazione di pulizia nei confronti della magistratura
romana, allora necessaria più che mai.
Guidata da De Nunzio, la magistratura di Perugia attraverso l’Anm reagì
chiudendosi a riccio, respingendo le accuse di collusione e inaffidabilità,
proclamando la propria probità professionale. Senza distinzioni e senza
eccezioni. Non ero di questo avviso e lo dissi in più di un’assemblea dell’Anm.
Non era possibile limitarsi a respingere le accuse, occorreva fare chiarezza
completa, era necessario che ciascuno si assumesse le proprie responsabilità.
Chiesi che l’Anm locale si facesse portavoce di una richiesta di ispezione sugli
uffici perugini. Fui accusato di muovermi per secondi fini, ovviamente mai
specificati. Ma ormai gli sviluppi erano segnati. Le polemiche politiche
condussero comunque all’ispezione ministeriale.
Il resto è noto. Arioti davanti al Csm negò di avere mai tenuto condotte
scorrette ma ammise la sua passata appartenenza alla massoneria. In seguito,
nonostante fossi tra quelli che lo avevano accusato, parlandomi in privato ha poi
riconosciuto le proprie responsabilità.
Tutto cambiò. Il rinnovamento fu rapido e radicale. Nuovi magistrati
arrivarono in procura. Fausto Cardella, Michele Renzo, Alessandro Cannevale,
Dario Razzi. La procura fu diretta per un lungo periodo da Fausto Cardella come
reggente, poi da un galantuomo come Nicola Miriano.
Un primo, forte segnale di svolta furono le condanne per usura a seguito di
indagini condotte da Cardella nei confronti di Augusto De Megni, imprenditore e
finanziere perugino, massone, sovrano gran commendatore del rito scozzese
antico e accettato.
Le indagini contro rappresentanti della politica umbra furono numerose e di
gran livello investigativo. Ancora di più lo furono le indagini romane, con una
cultura della prova estremamente attenta e rigorosa. Da allora in poi la
magistratura di Perugia ha svolto egregiamente il proprio ruolo.
Anche nel Palazzo di giustizia di Roma fu la fine di una lunga e buia
stagione. Incisero non poco l’attività di indagine della Procura di Perugia e
l’accertamento giudiziario del ruolo deviante di alcuni magistrati.
Una nuova reputazione per la magistratura perugina, ottenuta però non con la
difesa miope e corporativa di tutti, ma con il lavoro e l’impegno professionale.
Il caso Italcasse
di Beniamino A. Piccone

Lo scandalo Italcasse fin dalle origini

Nell’estate del 1982 Giovanni Spadolini, presentando in parlamento il suo


secondo governo – che seguiva il primo non guidato da un democristiano dalla
nascita della Repubblica, formatosi nel 1981 subito dopo la scoperta delle liste
della P2 e la caduta del governo Forlani –, disse che «prima ancora che con la
lotta giudiziaria ai grandi truffatori finanziari, ai concussori, ai profittatori, agli
evasori, i valori morali si difendono con un sistema di interventi normativi
capaci di dare trasparenza alle istituzioni finanziarie, al maneggio del pubblico
danaro, alle situazioni fiscali. […] La lotta contro i centri di potere occulti,
inquinanti e corruttori è una costante di questo governo». 1 Erano passati i
terribili anni Settanta, che avevano visto nell’Italcasse un centro nevralgico di
corruzione e clientelismo al servizio di un nefasto modello di sviluppo.
L’Iccri (Istituto di credito delle casse di risparmio italiane), comunemente
denominato Italcasse, svolse per anni il ruolo di cassa di compensazione degli
affari più loschi, il luogo dove i boiardi di Stato regolavano i conti delle loro
pattuizioni. Nelle parole della vedova del giornalista Mino Pecorelli, Franca
Mangiavacca, l’Italcasse «è stata il cuore e la centralina di smistamento di ogni
perversione e di ogni abuso. Più democristiana della Dc in quanto istituto
esponenziale delle democristiane casse di risparmio, l’Italcasse ha custodito e
custodisce tuttora i più inconfessabili segreti politico-economici del partito che
per quarant’anni ha occupato larga parte del potere alimentandosi dei profitti di
ogni possibile centro d’affari». 2 In tutte le vicende politico-giudiziarie di quegli
anni emerge sempre l’Italcasse, dai cui conti correnti – anche intestati a
personaggi di fantasia – saltavano fuori le risorse necessarie per la corruzione.
L’Italcasse aveva la funzione di investire la liquidità in eccesso raccolta dal
sistema delle casse di risparmio presenti sul territorio italiano. Fin dalla sua
fondazione gli organi amministrativi venivano selezionati con metodi discutibili
dal partito di maggioranza relativa, la Democrazia cristiana. Il direttore generale
Giuseppe Arcaini, definito l’elemosiniere della Dc, dopo vent’anni di direzione 3
fu costretto a dimettersi il 22 settembre del 1977 perché coinvolto appunto nello
scandalo Italcasse, accusato di peculato e di interesse privato per una serie di
fondi neri e mutui concessi a imprenditori amici e a partiti di governo, in
particolare alla Democrazia cristiana e alla corrente politica di Giulio Andreotti.
Successivamente, il 16 dicembre del 1977, fu spiccato contro di lui un mandato
di cattura internazionale, ragion per cui si rese irreperibile fino al 29 settembre
del 1978, quando, in attesa di consegnarsi ai carabinieri, fu colpito da un ictus.
Ricoverato all’ospedale di Bergamo, si sarebbe spento ventiquattro ore dopo.
Fa notare lo storico Miguel Gotor nel suo Memoriale della Repubblica: «Con
la vicenda Italcasse si entra, quindici anni prima di Tangentopoli, dentro le
dinamiche di funzionamento del sistema di potere nazionale, vale a dire
l’intreccio endemico tra politica e mondo imprenditoriale, dimensione privata e
funzione pubblica, cricca e libero mercato».
Così pure Aldo Moro, dal carcere brigatista: «E lo sconcio dell’Italcasse? E le
banche lasciate per anni senza guida qualificata, con la possibilità di esposizioni
indebite, delle quali non si sa quando ritorneranno e anzi se ritorneranno. È un
intreccio intollerabile nel quale si deve operare con la scure». 4
Alla metà degli anni Settanta viene alla luce la vicenda Caltagirone, dal nome
dei tre fratelli Gaetano, Francesco e Camillo che sono a capo di un impero
edilizio tra i maggiori di Roma. Nel 1975 essi controllano ben 158 società, con
140 cantieri aperti. Il maggiore finanziatore del gruppo, manco a dirlo, è
l’Italcasse guidata da Arcaini che è anche presidente dell’Associazione bancaria
italiana (Abi).
Il connubio Caltagirone-Italcasse funziona a meraviglia per anni. Con i
finanziamenti bancari i fratelli Caltagirone costruiscono grandi immobili
prevalentemente nella Capitale che poi vendono a prezzi vantaggiosi ai maggiori
istituti di previdenza, Inps e Inpdap. Il circuito di costruzione con capitali presi a
prestito e vendita degli immobili va avanti per anni senza intoppi grazie a una
rete collaudata di amicizie politiche, soprattutto con la corrente democristiana
guidata da Giulio Andreotti.
Nella sentenza della Corte d’assise di Perugia del 1999 sull’omicidio del
giornalista Carmine (detto Mino) Pecorelli si legge:
L’erogazione del credito [dall’Italcasse, n.d.a.] per somme ingentissime senza preventivo
accertamento tecnico istruttorio, senza garanzia alcuna e mascherandole per operazioni di breve
termine, come previsto dallo statuto, anziché di medio termine come esse erano in realtà, ruotava
intorno alla figura del direttore generale e ai membri del consiglio di amministrazione che erano
espressione di quei gruppi di potere che potevano determinare la nomina di cariche sociali.

L’Italcasse era diventata la «“CASSA” di alcuni gruppi politici per cui era
sufficiente rivolgersi a tale “CASSA” per essere sicuri del finanziamento senza
necessità di previ accordi».
Per evitare situazioni di questo genere il governatore della Banca d’Italia
Paolo Baffi invocava nelle «Considerazioni finali» per il 1976 il cambio delle
regole nelle nomine dei vertici bancari: «Sembra giunto il momento di por mano
a una revisione dei meccanismi per le designazioni e per le nomine bancarie che
assicuri maggiormente il rispetto dell’esigenza di difendere l’autonomia delle
funzioni creditizie». Si possono immaginare i volti corrucciati di alcuni politici,
pronti alla ritorsione, nel sentire questi moniti.
In particolare, sul fronte delle vendite immobiliari dei Caltagirone, annota
Baffi l’8 aprile del 1978 nella sua Cronaca breve di una vicenda giudiziaria:
«Gli attuali direttori dei due maggiori istituti di previdenza sono stati imposti dal
Palazzo per facilitare le vendite dei Caltagirone».
A tenere i contatti con la corrente andreottiana è il primo dei tre fratelli,
Gaetano, amico personale di Franco Evangelisti, l’uomo di fiducia di Andreotti –
più volte sottosegretario alla presidenza del Consiglio e ministro. Nel 1980, in
una memorabile intervista rilasciata a Paolo Guzzanti, Evangelisti ammetterà di
aver ricevuto finanziamenti illeciti da Gaetano Caltagirone.
Ministro, lei ha preso dei soldi dai Caltagirone?
Sì, da Gaetano.
Quanti soldi?
E chi se lo ricorda, ci conosciamo da vent’anni e ogni volta che ci vedevamo lui mi diceva: «A
Fra’, che te serve?».
Così? Caltagirone tirava fuori e scriveva?
Sì, è così. E senza nessuna malizia. Chi ci pensava a questi scandali? Chi ci pensava di fare
qualcosa di male? Non le pare? 5

Per le conseguenze economiche negative del primo shock petrolifero del 1973,
combinato con la crisi del settore edilizio e il rialzo dei tassi di interesse, il
gruppo Caltagirone inizia a trovarsi in difficoltà. La situazione si aggrava a
seguito dell’ispezione operata dalla Banca d’Italia presso l’Italcasse nell’estate
del 1977, quando i funzionari rilevano ingenti irregolarità sia nella fase di
erogazione del credito – che non segue in alcun modo i criteri di merito – sia sul
fronte contabile, poiché le operazioni «in nero» sono numerosissime, così come i
conti intestati a personaggi di fantasia.
L’ispezione all’Italcasse del 1977

Il 19 agosto del 1977 gli ispettori della Banca d’Italia entrano all’Italcasse. E ci
rimangono per oltre sette mesi, fino al 31 marzo del 1978. Le irregolarità trovate
sono gravi e numerose.
Di particolare interesse è il rapporto ispettivo interlocutorio – a ispezione
ancora in corso – del 4 gennaio 1978 redatto dall’ispettorato di vigilanza sulle
aziende di credito della Banca d’Italia, che fa emergere in maniera
inequivocabile l’anomala condotta operativa dell’Iccri, in palese violazione delle
leggi ordinarie e speciali, delle norme statutarie e di ogni principio di sana e
corretta conduzione aziendale.
L’ispettore Vincenzo Desario illustra in via preliminare la complessità e la
difficoltà delle indagini «principalmente a causa di un ordinamento contabile
rivelatosi di scarsa utilità e attendibilità in quanto fondato su scritture
generalmente non suffragate da valida documentazione probatoria e per di più
quasi sempre prive degli essenziali elementi di valutazione, indispensabili per
determinare con certezza natura, condizioni e termini dei singoli fatti di gestione
(sicura identificazione del cliente, causale effettiva delle operazioni, indicazione
precisa dei valori versati o ritirati ecc.)». Si evidenzia in particolare il peso delle
spese sostenute e non documentate, che «hanno assunto nel gergo aziendale la
classificazione di “costi invisibili” [voce esistente sin dal 1958, n.d.a.].
Ribadiamo, costi che esistono, ma che non possono essere, per motivi facilmente
intuibili, dimostrati con pezze di appoggio, ma che, ribadiamo, costituiscono la
vera spinta alla produzione e all’espansione». 6
Specifica Desario:
La struttura «contabile-amministrativa» dell’Iccri si è confermata manchevole, disorganica e
caotica. Sono stati trascurati i più elementari principi di organizzazione aziendale che, se applicati
in modo nitido e razionale, avrebbero potuto costituire fonte indiscussa di pronto e sicuro
accertamento dei singoli fatti aziendali e di eventuali irregolarità e delle connesse singole
responsabilità. […] Si era fatto frequente ricorso a «frenetici» movimenti contabili, interni o in
contropartita con altre aziende di credito, allo scopo di far disperdere ogni traccia di operazioni
irregolari, di cui ovviamente non si rinveniva in atti alcuna documentazione probante. […]
Incredibilmente estesa e ricorrente è risultata l’emissione di assegni Iccri o la richiesta di circolari
all’ordine di nominativi di «pura fantasia» per corrispondere immotivatamente a terzi somme di
pertinenza dell’Istituto. […] La voce «sofferenze», che normalmente raccoglie le operazioni di
credito in contenzioso e quindi meritevoli di maggior cura e attenzione, costituiva invece presso
l’Iccri un depuratore – silenzioso e riservato – attraverso il quale venivano sublimate tutte quelle
partite antistatutarie poste in essere su abusive iniziative della direzione generale o che,
comunque, riguardavano clienti dietro i quali si intravedevano interessi non certo conciliabili con
le finalità istituzionali. 7
Arcaini cerca di giustificarsi in modo maldestro, scrivendo un appunto per gli
ispettori in cui definisce i movimenti intervenuti nei fondi interni come
«operazioni da me ordinate nell’interesse dell’Istituto e senza alcun onere per lo
stesso». 8 Ulteriore dimostrazione che il consiglio di amministrazione aveva
subito e avallato supinamente tutte le iniziative dello stesso direttore generale
dell’Italcasse.
Scrive ancora Desario: «Emergono tutte le irregolarità e gli abusi che si sono
concretizzati in un danno a carico dell’Iccri a tutto vantaggio di terzi». 9 I nomi
di fantasia dei conti che servono per i traffici del direttore generale sono
indicativi del pressapochismo e della scarsa immaginazione del medesimo e dei
suoi collaboratori: Pentola Vecchia, Pentola Calda, Francis, Mario Ferrari, Carlo
Sassi, Taddeo Villa, Silvio Colli, Primo Landi, Micheli Rivelli, Luigi Fantozzi.
Forse neanche il ragioniere cinematografico Ugo Fantozzi sarebbe riuscito a
provocare danni così ingenti.
Aggiunge Desario: «Si evince con immediatezza che, in un arco di tempo
pari a poco più di due anni (1972-1974), l’Iccri ha erogato – mediante artifizi
contabili – notevoli disponibilità a persone e organizzazioni che formalmente
non avevano alcun titolo per introitare le somme ricevute». In un altro passaggio
relativo ai collaboratori dell’Italcasse si legge che «sono stati erogati per cassa L.
270 milioni a persona “non individuata né individuabile”». 10
Si pagavano così oboli o tangenti a soggetti sconosciuti che non hanno reso
alcun servizio all’istituto. Diverse furono le transazioni arbitrariamente
autorizzate dal direttore Arcaini senza che il consiglio di amministrazione ne
fosse informato, neppure a posteriori. In assenza di qualsivoglia normativa
antiriciclaggio 11 era possibile aprire un deposito a risparmio al portatore che
serviva perfettamente per pagamenti illeciti. Scrive infatti Desario nella sua
relazione: «Deve essere evidenziato che assegni per L. 490 milioni risultano
incassati presso il “Banco di Roma – Filiale di Roma” il 9 gennaio ’74, data in
cui presso la medesima azienda venne costituito il deposito a risparmio al
“portatore” intestato “Pentola Vecchia” n. 169645 in base a distinta di
versamento non sottoscritta da alcuno e priva della indicazione dei valori
versati». 12
Gli ispettori della Banca d’Italia scoprono anche come alcuni flussi di denaro
a favore del conto «Democrazia cristiana – Conto movimento (Segretario
amm.vo on. Filippo Micheli)» indichino quale fonte di provenienza l’Iccri, ossia
la banca che accredita – senza alcun titolo – somme direttamente al partito che
nomina i vertici apicali – definiti da Mino Pecorelli «foche ammaestrate» – della
banca stessa.
La relazione ispettiva prospetta fatti di possibile rilevanza penale, per cui con
procedura d’urgenza il 16 gennaio del 1978 la commissione consultiva della
Banca d’Italia delibera di inviare gli atti alla magistratura che, nelle persone dei
sostituti procuratori Enrico Di Nicola e Luigi Ierace, aveva in agosto e poi in
ottobre richiesto informazioni alla Banca d’Italia. 13
Su proposta della Banca d’Italia 14 l’Iccri viene posto in amministrazione
straordinaria – con relativo scioglimento del consiglio di amministrazione,
guidato da Edoardo Calleri di Sala – con decreto del ministro del Tesoro in data
21 febbraio 1978. Come commissari vengono nominati Renato De Mattia,
Giovanni Colli e Cesare Rossini i quali, dopo i controlli effettuati, confermano le
irregolarità dell’esposizione creditizia dei Caltagirone verso l’Italcasse. Infatti,
per i fidi eccedenti il quinto del patrimonio di un istituto di credito, era
necessario – al fine di contenere il rischio dell’affidante – chiedere
l’autorizzazione in deroga alla Banca d’Italia. E quest’obbligo, fin dal 1975, non
era stato ottemperato, sia sulla posizione Caltagirone, sia su quella Rovelli-Sir.
Si scoprì inoltre che centinaia di miliardi presi in prestito dai fratelli
Caltagirone – e mai restituiti – per costruire immobili erano stati solo in parte
investiti nelle loro società. Diversi miliardi sarebbero finiti tra i beni personali di
Gaetano, Francesco e Camillo, oppure in bustarelle ai politici a loro vicini.
Alla fine del 1979 i commissari dell’Iccri presentano istanza di fallimento
verso ventitré società dei Caltagirone. A fronte di 402 miliardi di lire di crediti
del sistema bancario – compresi gli interessi sul debito – l’attivo si ferma a 300
miliardi anche nella valutazione più ottimistica. Nel 1980 il Tribunale di Roma
certifica lo stato di insolvenza e decreta il fallimento delle società. Al contempo
la Procura di Roma emette tre mandati di cattura per i fratelli Caltagirone – già
fuggiti all’estero – per bancarotta fraudolenta.
La relazione del curatore fallimentare Pasquale Musco del 1981 sottolinea
che «il finanziamento Iccri, pur essendo stato concesso alle singole società, è
stato gestito per la gran parte direttamente dai fratelli Caltagirone». 15 A conti
fatti, mancheranno all’appello 135,5 miliardi di lire di allora, circa 70 milioni di
euro di oggi.

La Procura di Roma: il porto delle nebbie o il porto delle follie?

Nella sentenza sul delitto Pecorelli si racconta come (mal)funzionasse la Procura


di Roma e il ruolo giocato dal sostituto procuratore Claudio Vitalone, 16
vicinissimo a Giulio Andreotti e al contempo – come si scoprirà
successivamente – consulente per la difesa dei fratelli Caltagirone, già difesi da
suo fratello Wilfredo e dall’avvocato di Michele Sindona, Rodolfo Guzzi.
Ecco allora spiegati gli appunti di Mino Pecorelli, il quale si chiedeva cosa ci
facesse Claudio Vitalone insieme al capo dell’ufficio istruzione Gallucci nella
stanza del giudice istruttore Giuseppe Pizzuti, ossia i giudici che si occupavano
dell’inchiesta Italcasse e che avevano interrogato il vicedirettore generale della
Banca d’Italia Mario Sarcinelli. La testimonianza di quest’ultimo – interrogato il
13 e 14 aprile del 1978 (dalle 18 alle 24) – indusse i giudici della Corte d’assise
di Perugia a pensare che «sotto inchiesta non fosse la gestione dell’Italcasse, ma
la stessa Banca d’Italia». 17 E lo stesso Sarcinelli fu accusato da Pizzuti di porre
eccessive condizioni sospensive per la sistemazione dei debiti Caltagirone. I
magistrati della Procura di Roma accusarono inoltre la Banca d’Italia di non aver
voluto sottoporre a ispezione l’Italcasse prima del 1977. Sarcinelli fece presente
che l’Italcasse era stata ispezionata nel 1977 in relazione al completamento del
piano di ispezioni riguardanti le grandi istituzioni creditizie come il Banco di
Napoli e il Banco di Sicilia. 18
Vale la pena di citare integralmente un passaggio della testimonianza di
Sarcinelli, vicedirettore generale della Banca d’Italia e dal settembre 1976
delegato dal governatore Baffi agli affari di vigilanza:
Il Gi Pizzuti ha fatto riferimento anche al crac Sindona e implicitamente all’insufficienza o
inefficienza dei controlli. Ho risposto dicendo che nonostante le ingenti forze di polizia in Italia
pur si commettono reati. Egli ha replicato: «Ma la polizia è inefficiente!». Dinanzi a
un’affermazione a dir poco sorprendente ho aggiunto che pur somministrando tutti i medicamenti
possibili non è detto che si riesca a prevenire l’insorgere di un male. 19

Sarcinelli, nel riferire a Baffi, scrive: «La posizione di Gallucci è stata molto
dura sino a ricordarmi il mio dovere di testimone e fino a farmi intendere che era
possibile configurare il reato di concorso in peculato da parte mia e del ministro
del Tesoro», evidentemente in relazione al prestito dell’Italcasse verso la Sgi. 20
Gallucci pare dunque dimenticare che la gestione degli istituti bancari spetta agli
organi amministrativi. Sembra proprio che i magistrati abbiano pervicacemente
voluto mettere sotto pressione la Banca d’Italia. Il «duo inafferrabile» Baffi-
Sarcinelli deve quindi pagare come Pinocchio, il quale finisce in galera al posto
del Gatto e la Volpe che hanno rubato le monete d’oro.
Baffi, interrogato in qualità di testimone il 1° marzo 1979, scrive: «Sul finire
dell’incontro il pubblico ministero Ierace è uscito dal silenzio […] per affermare
con energia che nell’affare Italcasse “la Banca d’Italia c’è dentro” perché i
contatti erano frequentissimi». Eccoci di fronte a magistrati che non conoscono
nulla, o peggio, in malafede, attaccano i veri servitori dello Stato. Baffi fa notare
l’ovvio: «Per l’esercizio delle funzioni di banca centrale, l’Istituto
necessariamente mantiene contatti, sia in sede bilaterale che collegiale, con i
massimi esponenti del sistema bancario tra cui erano l’allora direttore
dell’Italcasse e presidente dell’Abi». 21

I crediti di Italcasse verso il gruppo Caltagirone

Forte dei rapporti in essere con la presidenza del Consiglio, i fratelli Caltagirone
– dopo essere stati finanziati dall’Italcasse in modo illegittimo, e in alcuni casi
senza neanche prestare garanzie – fanno di tutto per scaricare il salvataggio sulla
collettività. Come nel caso Sindona, in cui le pressioni sull’avvocato Giorgio
Ambrosoli – non disponibile al salvataggio – e sulla Banca d’Italia sono state
fortissime, 22 così nel caso Italcasse la politica invade il terreno di gioco. È in
questo clima che Paolo Baffi scrive la Cronaca breve di una vicenda giudiziaria,
documento vivido e angosciante, di eccezionale interesse storico, che racconta le
trame ciniche del potere, pubblicato per la prima volta da Massimo Riva sulla
rivista «Panorama» il 12 febbraio del 1990, sei mesi dopo la scomparsa dell’ex
governatore della Banca d’Italia.
Annota dunque Paolo Baffi il 7 febbraio del 1978: «Un alto esponente
dell’amministrazione finanziaria [qualche anno dopo il suo nome si troverà fra
quelli affiliati alla P2] viene a chiedermi con una incredibile insistenza di
approvare la sistemazione del debito dei Caltagirone verso l’Iccri prima che
venga nominato il commissario all’Iccri. Non sa produrre ragioni per la
“comprensione” che mi chiede. Dice che ne dipende la sorte del governo in
formazione. Se ne va insoddisfatto».
A distanza di due settimane Baffi aggiunge che «Evangelisti (sottosegretario
alla presidenza) chiama Sarcinelli a Palazzo Chigi, sempre per sollecitare la
sistemazione della posizione Caltagirone».
La copertina di «OP» – il settimanale diretto da Mino Pecorelli – del 14
ottobre 1977 titolava: Presidente Andreotti, questi assegni a lei chi glieli ha
dati?, pubblicando all’interno l’elenco completo di una serie di assegni incassati,
secondo Pecorelli, da Andreotti in cambio di finanziamenti agevolati e contributi
a fondo perduto che l’Italcasse aveva elargito, tra gli altri, al gruppo chimico Sir
di Nino Rovelli, ai fratelli Caltagirone e alla società Nuova Flaminia facente
capo a Domenico Balducci, organico alla Banda della Magliana e uomo di
fiducia del cassiere di Cosa Nostra Pippo Calò.
Un anno dopo, nel numero di «OP» del 17 ottobre 1978, Pecorelli scrive:
«Morto il grande elemosiniere Arcaini, i grandi elemosinati sono usciti
dall’incubo». E ventila l’ipotesi che lo stesso Arcaini abbia lasciato «in mani
sicure un lungo memoriale per difendere il suo onore e quello dei figli. Che
succederebbe se nei prossimi giorni alle lettere di Moro si aggiungesse la voce di
questo secondo sepolcro?».
Proprio Aldo Moro, nei manoscritti autografi redatti durante la prigionia,
aveva rivelato come la nomina a direttore generale dell’Italcasse del successore
di Arcaini fosse un evento inquietante perché la scelta sarebbe stata delegata da
Andreotti al sodale Gaetano Caltagirone, cosicché questi avrebbe potuto
sistemare agevolmente la propria posizione debitoria scegliendo un nuovo
direttore dell’Italcasse a lui favorevole.
Come emerge dalle carte della Banca d’Italia, al 31 dicembre 1977 l’Iccri
vantava un credito nei confronti delle società del gruppo Caltagirone pari a 276
miliardi di lire più gli interessi. Alla stessa data il patrimonio dell’Iccri era di
375,6 miliardi. Non sbagliava dunque Sarcinelli a sostenere che «l’importo è tale
da mettere in pericolo l’esistenza dell’istituto ove l’operazione andasse a finire
male». 23
Una volta che ben ventitré società del gruppo Caltagirone – composto da oltre
centocinquanta società – vennero dichiarate fallite nel 1980, i fratelli Caltagirone
iniziarono una controffensiva giudiziaria coronata da successo. Una perizia
raddoppiò di colpo, da 600 a 1200 miliardi, il valore del loro patrimonio,
importo più che doppio rispetto alla stima delle banche coinvolte. Nel 1983
furono assolti in istruttoria penale dal reato di bancarotta fraudolenta. Il 24
ottobre del 1989 una sentenza della prima sezione civile della Cassazione
prosciolse definitivamente i Caltagirone dalla bancarotta annullando il fallimento
in proprio dell’imprenditore controllante una holding. Nella motivazione fu
attribuita grande importanza al pactum de non petendo stipulato tra i Caltagirone
e le banche, che prevedeva il recupero dei crediti al completamento delle
costruzioni delle abitazioni. Non contenti, i Caltagirone ottennero anche un
risarcimento da parte dell’Iccri, cornuto e mazziato.
Giuseppe D’Avanzo, su «la Repubblica» dell’8 agosto 2003, scriverà un duro
articolo ipotizzando per il caso Caltagirone le stesse corruzioni in atti giudiziari
presenti nei casi Imi-Sir e Mondadori:
Il fallimento dei Caltagirone, la loro riabilitazione per via giudiziaria e il risarcimento ottenuto
dall’Iccri possono essere la pentola ancora coperta delle «baratterie romane». Non fosse altro per i
nomi di chi vi è coinvolto. Pasquale Musco (sodale di Attilio Pacifico) fu curatore fallimentare
dell’impero di Gaetano, Francesco e Camillo Caltagirone. I tre fratelli furono difesi da Cesare
Previti, Giovanni Acampora. […] Il giudice relatore della prima sezione civile della Corte
d’appello di Roma, che ha revocato il fallimento, cancellato il crac, dichiarandone responsabile
l’Iccri e condannando l’istituto al risarcimento danni (si parlò di 1500 miliardi) fu Vittorio Metta.
24 Inutile ricordare quanto cari fossero i fratelli Caltagirone al presidente Giulio Andreotti, nel
1991 ancora in sella al suo quarantennale potere. 25
I legami tra l’Italcasse e l’omicidio Pecorelli

Carmine (Mino) Pecorelli – avvocato civilista con specializzazione in diritto


fallimentare, già portavoce del ministro Fiorentino Sullo, poi tosto giornalista
investigativo che non sempre si avvaleva di fonti di prima qualità – viene
assassinato il 20 marzo del 1979. Come è scritto nella sentenza di primo grado
della Corte d’assise del 24 settembre 1999 per quel delitto, «Pecorelli ha
partecipato con fervore alla vita sociale e politica del paese… un vero
giornalista». Scomodo, interessato a raccontare verità anche spiacevoli per molti
esponenti del potere economico e politico. Come si legge nella sentenza, un
giornalista viene ucciso o per il timore della pubblicazione di una notizia
potenzialmente dannosa per l’assassino, o per vendicare colui che è stato
danneggiato da una notizia pubblicata. «Il principale testimone dell’accusa è
proprio Pecorelli, con i suoi scritti» dirà nel processo di Perugia il pm
Alessandro Cannevale.
Per comprendere appieno le vicende legate all’Italcasse come cassa di
compensazione della corruzione pubblica e privata, torna utile la sentenza della
Corte d’assise di cui sopra, poiché proprio Pecorelli diede sul suo giornale «OP»
il massimo risalto al caso.
Nella sentenza vi è un passaggio interessante. Oltre ai Caltagirone e al gruppo
Sir-Rumianca di Nino Rovelli – che ricevette un finanziamento di 216 miliardi
senza istruttoria della pratica né documentazione alcuna –, vi era anche la Nuova
Flaminia che, oltre a essere tra i beneficiari dell’erogazione illegittima del
credito da parte dell’Italcasse, era nelle mani di Pippo Calò, il quale operava
attraverso un uomo di fiducia, Domenico Balducci, suo prestanome e che a sua
volta si serviva di prestanomi.
La Corte d’assise conclude scrivendo che «la vicenda Italcasse al momento
dell’uccisione di Carmine Pecorelli era materia di interesse vivo e attuale», alla
quale erano interessati sia Claudio Vitalone – allora sostituto procuratore al
Tribunale di Roma – sia Giulio Andreotti. Secondo l’accusa, infatti, Mino
Pecorelli sarebbe stato ucciso perché minacciava di rivelare con il suo
settimanale la storia degli «assegni del presidente» e quindi di smascherare la
presenza di fondi neri che finanziavano la corrente di Andreotti. Gli elementi che
portarono i magistrati a valutare il ruolo giocato da Vitalone e Andreotti nella
vicenda Italcasse sono quattro.
1. Gli assegni emessi dalla Sir di Nino Rovelli nel 1976 a favore di Giulio
Andreotti. Nel gennaio 1976 l’Italcasse erogava un credito di 20 miliardi di lire a
favore della Siron (gruppo Sir). Dopo un vorticoso giro di operazioni nella
contabilità delle società del gruppo Sir, parte di tale somma venne usata per
pagare le cedole su obbligazioni emesse. Le società Sir, Opt e Rumianca
trasformarono le cedole su titoli di loro proprietà in assegni circolari di varia
entità intestati a nomi di fantasia per un totale di 1,4 miliardi di lire (oltre 7
milioni di euro d’oggi).
Tra i beneficiari vi erano anche Giuseppe Arcaini ed Ezio Radaelli, patron del
Cantagiro, che riferirà di avere ricevuto gli assegni da Giulio Andreotti per
organizzare serate musicali nel corso di una campagna elettorale. Altri assegni
erano stati negoziati da Domenico Balducci, uomo di fiducia del mafioso Pippo
Calò. Da segnalare che uno di tali assegni fu rinvenuto nelle tasche di Giuseppe
Di Cristina, capo mandamento della famiglia mafiosa di Riesi, ucciso nel corso
della cosiddetta seconda guerra di mafia. I magistrati scriveranno poi che
«Andreotti ha cercato in ogni modo di negare un suo coinvolgimento nella
vicenda degli assegni Sir, dovendolo poi ammettere solo di fronte all’evidenza
della prova, e ha cercato di non apparire come il reale beneficiario di tali
assegni». 26 Gli assegni non erano stati versati nelle casse del partito, ma erano
rimasti nella disponibilità personale di Andreotti. Per i giudici era evidente che
gli assegni erano il corrispettivo per la concessione del credito agevolato alle
società di Rovelli.
2. Il tentativo di soluzione della posizione debitoria assai critica del gruppo
Caltagirone, a rischio di fallimento. Non è casuale che Andreotti utilizzi le stesse
persone e lo stesso modus operandi seguiti per il tentativo di salvataggio delle
banche di Michele Sindona. Sarà lo stesso avvocato del banchiere-bancarottiere
di Patti, Rodolfo Guzzi, a perorare la causa dei fratelli Caltagirone, di cui era il
legale per gli aspetti civilistici. Lo stesso Guzzi testimonierà di aver dovuto
rimanere in attesa nello studio di Andreotti prima di essere ricevuto: lo
precedevano Nino Rovelli e Gaetano Caltagirone, ossia i rappresentanti dei due
gruppi più indebitati con l’Italcasse. Claudio Vitalone, benché sostituto
procuratore della Repubblica, si interessava alle sorti dei fratelli Caltagirone in
qualità di consulente per la difesa, con il vantaggio di parlare con i colleghi
Pizzuti e Ierace, titolari dell’inchiesta Italcasse.
3. La nomina di Giampaolo Finardi a successore di Giuseppe Arcaini nella
carica di direttore generale dell’Italcasse. Nel suo memoriale Aldo Moro
definisce inquietante la nomina di Finardi perché sarebbe stata delegata dal
potere politico – impersonato al momento da Giulio Andreotti – al debitore
Caltagirone, in modo che questi potesse comodamente sistemare la propria
posizione debitoria verso l’Italcasse. 27
4. La cena al circolo privato La famiglia piemontese. Il 14 ottobre del 1977
Mino Pecorelli mandò in edicola «OP» con in copertina Giulio Andreotti e il
titolo a tutta pagina Gli assegni del presidente. Sebbene avesse rintracciato i
nomi di fantasia presenti tra i beneficiari di quegli assegni – non esistevano
ancora le norme antiriciclaggio – come Luigi Margari, Antonio Rossini, Piero
Carlotti, Mario Pucci e Nicola Ferrè, Pecorelli non sapeva chi avesse dato gli
assegni ad Andreotti. Solo all’inizio del 1979, ancora a caccia degli assegni,
Pecorelli scopre che il mandante è Nino Rovelli della Sir e decide di approntare
un numero di «OP» sugli assegni ricevuti dal presidente del Consiglio (in attesa
di ricevere le fotocopie degli assegni stessi). Durante una cena alla Famiglia
piemontese – cui partecipano Walter Bonino (imprenditore vicino a Nino
Rovelli, organizzatore della serata), Donato Lo Prete (generale piduista della
guardia di finanza), Carlo Adriano Testi (magistrato) – il 24 gennaio del 1979,
Pecorelli informa Claudio Vitalone della propria intenzione di sferrare un attacco
all’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti. Vitalone cerca di
persuaderlo a desistere dal pubblicare l’articolo in attesa di parlarne «in alto
loco», e cioè con il diretto interessato Andreotti. 28 Quel numero di «OP» non
uscirà mai. La sera del 20 marzo 1979 Mino Pecorelli viene assassinato a Roma
in via Orazio, mentre sta salendo in auto, con quattro colpi sparati da distanza
ravvicinata.
Note al capitolo Premessa
1 Giovanni Tamburino, Ricerca storica e fonti giudiziarie, in Cinzia Venturoli (a cura di), Come studiare
il terrorismo e le stragi. Fonti e metodi, Marsilio, Venezia 2002, p. 75.
2 Così il presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel suo Intervento alla celebrazione del «Giorno
della Memoria», Roma, Palazzo del Quirinale, 25 gennaio 2018 (www.quirinale.it/...).
3 Infra, cap. VIII, § 3. Per approfondire il tema delle differenze tra prova storica e prova giudiziaria, si
veda G. Tamburino, Ricerca storica e fonti giudiziarie, cit., pp. 75-81; nonché Angelo d’Orsi, Piccolo
manuale di storiografia, Bruno Mondadori, Milano 2002, pp. 49-53.
Note al capitolo I. Il triennio 1978-1980. La presenza incombente
della loggia massonica P2
1 Nicola Tranfaglia, La mafia come metodo nell’Italia contemporanea, Laterza, Roma-Bari 1991, pp. 11
segg. e 23, ripubblicato da Mondadori, Milano 2012. Sull’origine comune delle mafie storiche concorda
anche Isaia Sales, Storia dell’Italia mafiosa. Perché le mafie hanno avuto successo, Rubbettino, Soveria
Mannelli 2015, pp. 64-71, il quale ritiene però che l’origine comune non risalga a epoca così remota.
2 In altre aree geografiche, come la Lombardia sotto la dominazione spagnola e l’Andalusia sotto la
dominazione araba, la situazione di sostanziale assenza dell’autorità statale fu di più breve durata, il che può
spiegare come mai non sia nata una mafia locale in quelle due regioni.
3* L’Istituto per le opere di religione è un istituto pontificio di diritto privato che ha sede nella Città del
Vaticano. La definizione che dà di sé e dei suoi scopi nel sito ufficiale (www.ior.va) è questa: «Un ente della
Santa Sede, eretto con Chirografo di Sua Santità Pio XII il 27 giugno 1942. Le sue origini risalgono alla
“Commissione ad pias causas” istituita dal Sommo Pontefice Leone XIII nel 1887. La missione dell’Istituto
[…] consiste nel “provvedere alla custodia e all’amministrazione dei beni mobili e immobili trasferiti o
affidati all’Istituto medesimo da persone fisiche o giuridiche e destinati a opere di religione e di carità.
L’Istituto può accettare depositi di beni da parte di enti e persone della Santa Sede e dello Stato della Città
del Vaticano”». L’arcivescovo statunitense Paul Casimir Marcinkus (1922-2006), presidente dello Ior negli
anni presi in considerazione da questo libro, ha avuto intensi rapporti con Gelli, Ortolani, Sindona e Calvi.
4* La Conferenza di Yalta fu un vertice tenutosi dal 4 all’11 febbraio 1945 nel quale i capi politici dei tre
principali paesi Alleati (Roosevelt per gli Stati Uniti, Churchill per il Regno Unito e Stalin per l’Unione
Sovietica) presero alcune decisioni importanti sul proseguimento della Seconda guerra mondiale,
sull’istituzione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite e sull’assetto postbellico dell’Europa dopo la
sconfitta della Germania nazista.
5* La Nato (North Atlantic Treaty Organization, ovvero Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del
Nord, in sigla Otan) è un’organizzazione internazionale per la collaborazione nel settore della difesa,
istituita con il Patto Atlantico firmato da Stati Uniti, Canada e vari paesi dell’Europa occidentale nel 1949.
La Nato ha rappresentato, nel corso della Guerra fredda, il cosiddetto blocco occidentale contrapposto al
blocco sovietico.
6 «Gli alleati, gli americani, soprattutto, sono stati determinanti nella ricomposizione della mafia, l’hanno
politicamente avallata, se ne sono serviti con cinismo. Ma mancano certi riscontri, difettano, non per caso,
fonti e particolari» (Corrado Stajano, Patrie smarrite. Racconto di un italiano, Il Saggiatore, Milano 2018,
p. 82). Lo storico siciliano Rosario Mangiameli ha invece ridimensionato la responsabilità americana nelle
nomine di sindaci mafiosi in Sicilia, sostenendo che queste «non erano avvenute per volontà dei comandi
americani […], ma erano state ispirate da interlocutori locali» (Rosario Mangiameli, In guerra con la storia.
La mafia al cinema e altri racconti, «Meridiana», 87, 2016, pp. 231-243).
7 L’espressione «fattore K» venne utilizzata per la prima volta dal giornalista Alberto Ronchey (1926-
2010) in un editoriale del «Corriere della Sera» del 30 marzo 1979, per spiegare il mancato ricambio delle
forze politiche governative nei primi cinquant’anni dell’Italia repubblicana. In primo luogo, al Partito
comunista era interdetta la partecipazione al governo a causa dello stretto legame con l’Unione Sovietica. In
secondo luogo, in Italia il Pci era la seconda forza politica in parlamento: ciò impediva ai socialisti o ai
socialdemocratici di raggiungere un numero di consensi sufficiente per rappresentare l’alternativa. Anche
un autorevolissimo osservatore come Norberto Bobbio ha ritenuto che «la persistenza della strategia
sovversiva, e l’accanimento che non ha conosciuto tregua con cui è stata perseguita, dipendano dal fatto che
l’Italia è il paese d’Occidente in cui esiste il più forte Partito comunista, l’unico Partito comunista in grado
se non di conquistare il potere, di condizionarlo, e di diventare partito di governo». (Norberto Bobbio,
Prefazione, in Giuseppe De Lutiis (a cura di), La strage. L’atto d’accusa dei giudici di Bologna, Editori
Riuniti, Roma 1986, pp. XVII-XVIII).
8* La Primavera di Praga fu un periodo di liberalizzazione politica avvenuto in Cecoslovacchia durante la
dominazione sovietica e iniziato il 5 gennaio 1968, quando salì al potere il riformista Alexander Dubček, a
seguito della sua elezione a segretario generale del locale Partito comunista. L’esperimento durò poco più di
sette mesi e cessò traumaticamente il 20 agosto, quando un corpo di spedizione dell’Unione Sovietica e dei
suoi alleati del Patto di Varsavia invase il paese. L’occupazione durò a lungo, Dubček fu costretto a
dimettersi e il suo successore, imposto dall’Unione Sovietica, ne annullò quasi tutte le riforme. Seguirono
grandi proteste, tra cui le proteste-suicidio dello studente Jan Palach (16 gennaio 1969) e di altre persone
che lo emularono. Le manifestazioni di solidarietà verso la Cecoslovacchia occupata furono numerose in
tutta l’Europa occidentale.
9 Particolarmente significative, in ordine a questa presa di distanze, sono le affermazioni fatte dal
segretario del Pci, Enrico Berlinguer, nel 1976, in una celebre intervista rilasciata al giornalista Giampaolo
Pansa (Berlinguer conta «anche» sulla Nato per mantenere l’autonomia da Mosca, «Corriere della Sera»,
15 giugno 1976, p. 2):
«Non teme che Mosca faccia fare a Berlinguer e al suo eurocomunismo la stessa fine di Dubček e del suo
“socialismo dal volto umano”?
«No. Noi siamo in un’altra area del mondo. E, ammesso che ce ne sia la voglia, non esiste la minima
possibilità che la nostra via al socialismo possa essere ostacolata o condizionata dall’Urss. Si può discutere
se c’è volontà di egemonia da parte dell’Urss sui paesi che le sono alleati. Ma non esiste un solo atto che
riveli l’intenzione dell’Urss di andare al di là delle frontiere fissate da Yalta.
«Lei, dunque, si sente più tranquillo proprio perché sta nell’area occidentale.
«Io sento che, non appartenendo l’Italia al Patto di Varsavia, da questo punto di vista c’è l’assoluta
certezza che possiamo procedere lungo la via italiana al socialismo senza alcun condizionamento. Ma
questo non vuol dire che nel blocco occidentale non esistano problemi: tanto è vero che noi ci vediamo
costretti a rivendicare all’interno del Patto Atlantico, patto che pure non mettiamo in discussione, il diritto
dell’Italia di decidere in modo autonomo del proprio destino.
«Insomma, il Patto Atlantico può essere anche uno scudo utile per costruire il socialismo nella libertà…
«Io voglio che l’Italia non esca dal Patto Atlantico “anche” per questo, e non solo perché la nostra uscita
sconvolgerebbe l’equilibrio internazionale. Mi sento più sicuro stando di qua, ma vedo che anche di qua ci
sono seri tentativi per limitare la nostra autonomia».
10 Sui rapporti di Gelli con il gruppo Lebole, cfr. Mario Guarino, Fedora Raugei, Licio Gelli. Vita,
misteri, scandali del capo della Loggia P2, Edizioni Dedalo, Bari 2006, pp. 50-54. Mario Lebole, il
capitano d’industria del gruppo, risulterà essere iscritto alla P2.
11 Francesco Carluccio ha redatto il memoriale su richiesta dell’autore di questo libro, il 4 ottobre 2017.
Per avere notizie su Vincenzo Bianchi (1928-2010) si veda il sito www.gdf.gov.it/... Per notizie su Vincenzo
Lombardo (1932-2007) si veda Antonella Beccaria, Giuliano Turone, Il boss. Luciano Liggio: da Corleone
a Milano, una storia di mafia e complicità, Castelvecchi, Roma 2018, pp. 74-83 e passim.
12 Figlio di Gianni Lebole, cofondatore dell’azienda insieme con suo fratello Mario. Quest’ultimo,
suicidatosi nel 1983, era l’unico della famiglia iscritto alla P2.
13 Romano Cantore (1931-2015) è stato, in particolare negli anni Ottanta, un giornalista di rilievo del
settimanale «Panorama», che ha seguito con grande attenzione le principali vicende giudiziarie di quel
periodo. La sua audizione davanti alla Commissione parlamentare sulla Loggia P2 (vedi nota seguente),
avvenuta il 9 giugno 1982, si trova nel volume 009 degli atti di quella Commissione, alle pp. 105-124.
14 La Commissione parlamentare sulla P2 (d’ora in poi Commissione P2) è stata istituita con la legge n.
527 del 23 settembre 1981 e ha iniziato i suoi lavori nel successivo mese di dicembre, presieduta
dall’onorevole Tina Anselmi, uno dei personaggi più limpidi del panorama politico italiano del Novecento.
L’intero materiale della Commissione è stato reso pubblico ed è raccolto in 118 volumi cartacei, dal volume
000 che contiene la Relazione finale redatta dalla presidente (d’ora in poi Relazione Anselmi) al volume
119 contenente gli indici. L’intera documentazione è accessibile in rete al sito
www.fontitaliarepubblicana.it, dove il materiale scannerizzato è classificato numerando i volumi cartacei
con numeri arabi da 000 a 119. Il numero arabo è spesso seguito da uno o due numeri romani, che il lettore
può ignorare: per esempio, la deposizione testimoniale menzionata nella nota precedente, che si trova in
vol. 009/IV p. 105, andrà ricercata semplicemente alla pagina 105 del volume 9.
Per ulteriori approfondimenti sul tema della Loggia P2 si suggeriscono i libri seguenti: AA.VV., Loggia
P2. Il Piano e le sue regole, Giuseppe Amari, Anna Vinci (a cura di), Castelvecchi, Roma 2014; Gianni
Simoni, Giuliano Turone, Il caffè di Sindona. Un finanziere d’avventura tra politica, Vaticano e mafia,
Garzanti, Milano 2011; AA.VV., Dossier P2, Sergio Flamigni (a cura di), Kaos edizioni, Milano 2008; M.
Guarino, F. Raugei, Licio Gelli, cit. A proposito della presidente Tina Anselmi (1927-2016) si veda: Tina
Anselmi, Anna Vinci, Storia di una passione politica, Sperling & Kupfer, Milano 2006. Sul rapporto tra P2
e sistema politico si veda: Giorgio Galli, La venerabile trama. La vera storia di Licio Gelli e della P2,
Lindau, Torino 2007; nonché una pregevole tesi di laurea, inedita ma reperibile in rete: Alberto Gemelli,
Rapporti tra la loggia P2 e il sistema politico italiano, Università degli Studi di Torino a.a. 1994-1995,
relatore Nicola Tranfaglia, consultabile al link www.tesionline.it/...
15 La parte qui riportata della deposizione del generale Vincenzo Bianchi è pubblicata negli atti della
Commissione P2, vol. 7, pp. 866-869.
16 Anche il maggiore Vincenzo Lombardo è stato promosso, nel frattempo, al grado di tenente colonnello.
17 Il decreto di perquisizione domiciliare emesso il 12 marzo 1981 è pubblicato negli atti della
Commissione P2, vol. 22, pp. 297-298.
18 Il verbale di perquisizione e sequestro di Castiglion Fibocchi, in effetti piuttosto dettagliato, è
pubblicato negli atti della Commissione P2, vol. 22, pp. 302-308.
19 Il generale Orazio Giannini è stato sentito dalla Commissione P2 il 9 marzo 1982 e gli è stato
domandato come avesse saputo, il giorno della perquisizione, che l’allora colonnello Bianchi si trovava a
Castiglion Fibocchi e aveva trovato gli elenchi della P2. Ha risposto di averlo saputo da una telefonata
anonima (atti della Commissione P2, vol. 7, pp. 757-758).
20 Tutti i verbali e gli elenchi sono pubblicati nel volume 22 degli atti della Commissione P2, alle pagine
293-344. Le copie autentiche dei documenti sequestrati sono pure pubblicate integralmente nei volumi 22,
23 e 24.
21 Cfr. Corrado Stajano, in Giovanna Borgese, Un Paese in tribunale. Italia 1980-1983, Mondadori,
Milano 1983, pp. 3031.
22 Gherardo Colombo, Il vizio della memoria, Feltrinelli, Milano 1996, pp. 57-59.
23 Lo scioglimento è stato sancito dall’art. 5 della legge n. 17 del 25 gennaio 1982, che agli articoli 1 e 2
ha anche introdotto nel nostro sistema penale il nuovo reato di associazione segreta, in base all’art. 18 della
Costituzione che, al comma 2, proibisce quel tipo di associazione. L’articolo 1 della legge considera
associazioni segrete «quelle che, anche all’interno di associazioni palesi, occultando la loro esistenza
ovvero tenendo segrete congiuntamente finalità e attività sociali ovvero rendendo sconosciuti, in tutto od in
parte ed anche reciprocamente, i soci, svolgono attività diretta ad interferire sull’esercizio delle funzioni di
organi costituzionali, di amministrazioni pubbliche, anche ad ordinamento autonomo, di enti pubblici anche
economici, nonché di servizi pubblici essenziali di interesse nazionale».
24 Si tratta della sentenza n. 1228 del 2 settembre 1981 (depositata il 26 ottobre 1981), Gelli, della
sezione feriale della Corte di cassazione, pubblicata in Cassazione penale, 1982, pp. 256, 296-315. Questa
sentenza è stata duramente stroncata da Franco Cordero, che l’ha paragonata a un «privilegio reale» degno
della monarchia francese del Settecento: «Forse esistono persone dal foro penale precostituito: dovunque
delinquano, Roma loquitur; forse Gelli è un bourgeois du Roi; nella Francia ancien régime si chiamavano
Committimus le lettere grazie a cui date persone, schivando le solite giurisdizioni, adivano una corte
sovrana». (Franco Cordero, Procedura Penale, IX edizione, Giuffrè, Milano 1987, p. 299.)
25 Tutta la documentazione e le audizioni relative al sequestro del «Piano di rinascita democratica» in
possesso di Maria Grazia Gelli, eseguito il 4 luglio 1981 nel settore doganale dell’aeroporto di Fiumicino, si
trovano negli atti della Commissione P2, vol. 87, pp. 1-282. Il testo originale del «Piano di rinascita
democratica della loggia P2», sequestrato a Maria Grazia Gelli, si trova alle pagine 195-209. È diffusissimo
in rete l’errore di data circa il rinvenimento del «Piano di rinascita democratica», errore che compare anche
nella relativa voce di Wikipedia, ove si colloca il sequestro del documento al 1982 anziché al 1981.
26 Nella Relazione Anselmi il «Piano di rinascita democratica» viene esaminato nel § III del cap. IV, pp.
146-152.
27* L’eurocomunismo nasce a metà degli anni Settanta come corrente ideologica e progetto politico del
Partito comunista italiano di Enrico Berlinguer e di altri partiti comunisti dell’Europa occidentale, in attrito
con l’ideologia e la politica dell’Unione Sovietica. Affermava la possibilità di una società socialista nei
paesi a capitalismo avanzato, attraverso l’attuazione di riforme economiche e sociali nel rispetto delle
regole previste dalle democrazie parlamentari.
28 Andrea Di Michele, Storia dell’Italia repubblicana (1948-2008), Garzanti, Milano 2008, pp. 212-14.
29 «La P2 si è impadronita delle istituzioni, ha fatto un colpo di Stato strisciante». Così si è espressa Tina
Anselmi in un’intervista rilasciata al settimanale «Famiglia Cristiana» del 24 maggio 1984. Il concetto è
espresso in termini meno diretti, ma sostanzialmente equivalenti, nella Relazione finale della Commissione
P2 (cap. IV, §§ II e III), dove si riconosce nel «Piano» una filosofia di fondo «predemocratica» ed
«eversiva» e una «visione politica che tende a situare il potere negli apparati e non nella comunità dei
cittadini politicamente intesa» (Relazione Anselmi, pp. 147, 149).
30 Raffaele Fiengo, Il cuore del potere. Il «Corriere della Sera» nel racconto di un suo storico
giornalista, Chiarelettere, Milano 2016, pp. 130-131.
31 Ivi, pp. 132 sgg.
32 Ivi, pp. 117-210. Nel suo libro, Raffaele Fiengo racconta la vicenda del «Corriere» occupato dalla P2
vista dall’interno del quotidiano stesso. Una visuale inedita e interessante.
33 Giulio Andreotti, Diari 1976-1979. Gli anni della solidarietà, Rizzoli, Milano 1981, p. 142.
34 Relazione Anselmi, cit., pp. 152-153.
35 Ivi, p. 154.
Note al capitolo II. Il caso Moro: lo scontro fra carabinieri fedeli alla
Repubblica e carabinieri fedeli alla loggia P2
1 Nella strage di via Fani perdono la vita i cinque uomini della scorta di Moro: i carabinieri Oreste
Leonardi e Domenico Ricci e i poliziotti Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi.
2 Lo scritto di Aldo Moro viene definito «memoria difensiva» da Marco Clementi, La pazzia di Aldo
Moro, Rizzoli, Milano 2006, pp. 285 sgg., e da Vladimiro Satta, I nemici della Repubblica. Storia degli
anni di piombo, Rizzoli, Milano 2016, pp. 543 sgg.
3 Il Comunicato n. 2 delle Brigate rosse, del 25 marzo 1978, è accessibile in rete alla pagina
www.archivio900.it/...
4 M. Clementi, La pazzia di Aldo Moro, cit., pp. 285-286.
5 V. Satta, I nemici della Repubblica, cit., p. 543.
6 Decreto del presidente del Consiglio in data 30 agosto 1978.
7 Il Grande Oriente d’Italia (abbreviato in Goi) è la più numerosa comunione massonica italiana, istituita
nel 1805, nel cui ambito nacque nel 1877 la loggia Propaganda massonica, antenata della loggia P2 che
conosciamo oggi e che ha avuto il massimo fulgore – come centro di potere occulto – negli anni Settanta del
Novecento.
8 Commissione P2, Relazione Anselmi, cit., p. 16. Va sottolineato che tra le 963 persone inserite negli
elenchi degli iscritti alla P2 vi erano i nomi di 44 parlamentari, 2 ministri del governo in carica, 12 generali
dei carabinieri, 5 generali della guardia di finanza, 22 generali dell’esercito italiano, 4 dell’aeronautica
militare, 8 ammiragli, diversi magistrati e funzionari pubblici, i direttori e molti funzionari dei servizi
segreti, nonché diversi giornalisti e imprenditori.
9 Ivi, pp. 16-18.
10 Linguaggio pressoché identico è quello usato da Giulio Andreotti in un’intervista rilasciata nel 1973 a
Oriana Fallaci, quando dichiarò che il compromesso storico «risulterebbe la somma di due guai: il
clericalismo e il collettivismo comunista» (Oriana Fallaci, Intervista con la storia, Rizzoli, Milano 1974).
11 Commissione P2, Relazione Anselmi, cit., p. 17. Questi sei personaggi (diciamo pure pirandelliani, ci
si passi la facile battuta) riappariranno qua e là nelle prossime pagine di questo libro. In particolare, i cinque
alti ufficiali sono in un certo senso la «crema» della presenza piduista nell’Arma dei carabinieri, presenza
che trova nella divisione Pastrengo di Milano la sua centrale clandestina. E infatti fanno riferimento alla
Pastrengo anche ufficiali dell’arma membri della P2 che non sono di stanza nel territorio di quel comando.
La Relazione Anselmi indica l’esempio della stretta frequentazione che il generale Musumeci, segretario
generale del servizio segreto militare (Sismi), teneva con il generale Palumbo, pur senza dipendere dalla
divisione Pastrengo: «Il contatto tra il Palumbo e il Musumeci […] denota una consuetudine di legami e di
interessi comuni che […] segnala alla nostra attenzione una rete di interessi e di legami che corre parallela
ai normali vincoli gerarchici» (ivi, p. 81).
12 Ivi, p. 82.
13 Commissione P2, vol. 025/I/IV, deposizione testimoniale di Nicolò Bozzo al giudice istruttore (d’ora in
poi g.i.) di Milano del 25 aprile 1981, p. 169. Consultabile al link www.fontitaliarepubblicana.it/...
14 Ivi, deposizione testimoniale di Carla Venturi (segretaria di Licio Gelli) al g.i. di Milano del 7 aprile
1981, p. 67. Le circostanze della riunione di loggia del 1973 a casa di Gelli sono emerse dalle deposizioni
testimoniali rese dal generale Palumbo e dal generale Picchiotti al giudice istruttore di Milano
rispettivamente il 22 e il 28 aprile 1981 (Commissione P2, vol. 025/I/IV, pp. 76 sgg. e 118 sgg.)
15 Tribunale di Roma, g.i. Monastero, sentenza-ordinanza 18 novembre 1991, proc. pen. 1575/81, Gelli +
28, pp. 185s.
16 Collura e Criscione confessarono di essere gli autori del rapimento di Rizzotto in concorso con
Luciano Liggio. Le dichiarazioni rese da Collura consentirono di ritrovare alcune tracce del sindacalista, ma
non il corpo. Criscione e Collura, insieme con Liggio che rimase latitante sino al 1964, furono assolti dopo
avere ritrattato la loro confessione in sede processuale.
17 Molti dati biografici relativi alla persona di Giovanbattista Palumbo sono reperibili nel faldone G/a-
135 degli atti giudiziari relativi alla strage di Brescia del 28 maggio 1974 (processo penale n. 91/97 della
Procura della Repubblica di Brescia, d’ora in avanti «Atti strage di Brescia»), ma sono stati a loro volta in
buona parte acquisiti dagli atti giudiziari della Corte d’assise di Venezia relativi alla strage di Peteano del 31
maggio 1972 (procedimento penale n. 343/87-A, cosiddetto «Peteano-bis», faldone n. 21). Negli atti del
procedimento veneziano i faldoni dedicati al generale Palumbo erano due, il n. 20 e il n. 21, ma
un’annotazione agli atti di Brescia (faldone G/a-135, p. 29) segnala che a Venezia «non è stato possibile
esaminare una parte del carteggio relativo al fascicolo matricolare del generale Giovanbattista Palumbo in
quanto è risultato mancante il faldone n. 20. L’assenza del carteggio è stata comunque segnalata alla
cancelleria della Corte d’assise di Venezia».
18 Atti strage di Brescia, faldone G/a-135, p. 31.
19 Deposizione di Nicolò Bozzo nel corso del dibattimento per la strage di Brescia, udienza del 21 aprile
2009, ivi, p. 102.
20 Ibidem.
21 Atti strage di Brescia, loc. ult. cit.
22 Commissione parlamentare d’inchiesta sugli eventi del giugno-luglio 1964, Relazione di maggioranza
(rel. Giuseppe Alessi) più tre relazioni di minoranza, Roma 1971. Il testo delle relazioni è accessibile in rete
alla pagina www.senato.it/...
23 Un appunto redatto dal generale Gianadelio Maletti rivelò che dalla Pastrengo di Palumbo partì
l’ordine in seguito al quale giovani neofascisti aggredirono vigliaccamente e violentarono l’attrice Franca
Rame il 9 marzo 1973: «La notizia in caserma fu accolta con euforia, il comandante era festante come se
avesse fatto una bella operazione di servizio» (intervista del generale Nicolò Bozzo a «la Repubblica»
dell’11 febbraio 1998). Sulla vicenda dello stupro di Franca Rame, e sul comportamento di Palumbo,
Nicolò Bozzo – che dal 1972 prestava servizio proprio presso la Pastrengo – ha deposto nel dibattimento
per la strage di Brescia (udienza 21 aprile 2009, pp. 104s.). Cfr. anche Giorgio Gazzotti, Quelli che
mettevano le bombe, in AA.VV., Alto tradimento, Paolo Bolognesi (a cura di), Castelvecchi, Roma 2016, p.
177: «Fu Palumbo a suggerire ad Angelo Angeli di violentare Franca Rame».
24* Edgardo Sogno (1915-2000) è stato un diplomatico, politico, militare e agente segreto italiano. Ha
partecipato alla Resistenza antifascista in un gruppo di partigiani di fede monarchica e liberale. Quella di
Edgardo Sogno è una biografia controversa che tuttora suscita valutazioni discordi. Per le sue iniziative
politiche di tipo presidenzialista, come appunto il «golpe bianco», fu accusato di attività cospirative volte a
sovvertire l’ordinamento democratico, ma venne prosciolto.
25 Edgardo Sogno, Aldo Cazzullo, Testamento di un anticomunista. Dalla Resistenza al golpe bianco:
storia di un italiano, Sperling & Kupfer, Milano 2010, p. 154.
26 Deposizione di Nicolò Bozzo nel corso del dibattimento per la strage di Brescia, cit., pp. 110s.:
«Quando il comando generale ha disposto, su richiesta del ministro della Difesa [rectius dell’Interno, n.d.a.]
Taviani, la costituzione di questo reparto presso il comando della Prima brigata di Torino, comandata da
Dalla Chiesa, la lettera è arrivata prima a noi della divisione che eravamo il comando superiore, e ricordo
che […] è arrivata sul mio tavolo […]. E c’era una annotazione, il mio capo ufficio mi dice “Leggi la
annotazione del comandante”, scritta di pugno con l’inchiostro rosso, con la penna rossa, dice: “Non serve a
un ca…” puntini puntini, i “puntini” li ho messi io».
27 In quel momento il governo al potere è il Moro IV e il ministro dell’Interno è Luigi Gui.
28 Commissione P2, Relazione Anselmi, cit., p. 79. Cfr. anche Commissione P2, vol. 025/I/IV,
deposizione testimoniale Bozzo del 25 aprile 1981, cit., p. 171: «Inizia la riconquista della piazza di Milano
da parte del gruppo: arrivano infatti il T. Col. Panella Giancarlo, da Livorno, al comando del gruppo Milano
I, e il Col. Mazzei, che da Firenze viene a comandare la legione di Milano».
29 Commissione P2, vol. 025/I/IV, cit., deposizione testimoniale di Carlo Alberto dalla Chiesa al g.i. di
Milano del 12 maggio 1981, pp. 140, 145.
30 Ivi, p. 144.
31 Che il generale Mino fosse molto vicino all’ambiente gelliano viene confermato dalla Commissione
parlamentare d’inchiesta sulla loggia P2: «Per quanto riguarda i carabinieri il generale Enrico Mino, che ne
è comandante generale dal 1973 al 1977, non figura tra gli iscritti alla loggia P2, ma a essa lo indicano
come appartenente l’onorevole Pannella, nella sua audizione in Commissione, e il senatore Giovanni Leone.
Il maggiore Umberto Nobili ha dichiarato che Gelli affermò di essere riuscito a determinarne la nomina a
comandante generale dell’arma; ed è comunque provato che il generale Mino conosceva bene Gelli ed era
con lui in stretti rapporti. È altresì documentato in atti che Licio Gelli si interessò alla nomina del
successore del generale Mino prima ancora della sua naturale scadenza». (Commissione P2, Relazione
Anselmi, cit., p. 88).
32 Deposizione di Nicolò Bozzo nel corso del dibattimento per la strage di Brescia, cit., pp. 111-112.
33 Parla di «trappola» anche Andrea Galli, Dalla Chiesa. Storia del generale dei carabinieri che sconfisse
il terrorismo e morì a Palermo ucciso dalla mafia, Mondadori, Milano 2017, pp. 246 sgg.
34 Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro, audizione di Carlo Alberto dalla Chiesa, 23
febbraio 1982, vol. 009, pp. 247-250. Gli atti della Commissione Moro sono accessibili in rete all’indirizzo
www.fontitaliarepubblicana.it.
35 La cartellina SOSPESI costituisce il reperto 15/C del materiale sequestrato a Castiglion Fibocchi il 17
marzo 1981. Il suo contenuto sta in Commissione P2, vol. 024/I/III, pp. 669 sgg. In particolare, la domanda
a firma Carlo Alberto dalla Chiesa e le quattro lettere allegate stanno alle pp. 832-842
(www.fontitaliarepubblicana.it/DocTrace/).
36 «Prendo visione di quattro copie di missive a firma Gelli e a me indirizzate all’indirizzo di Torino via
Valfrè rispettivamente in data 22 febbraio 1977, 9 dicembre 1977, 23 gennaio 1978 e 28 giugno 1978.
Escludo di aver mai ricevuto le lettere in questione. Preciso che successivamente al mese di marzo 1977 la
mia sede è sempre stata a Roma sino alla fine del 1979» (Commissione P2, vol. 025/I/IV, cit., deposizione
testimoniale di Carlo Alberto dalla Chiesa al g.i. di Milano, cit., p. 147).
37 Ivi, p. 144.
38 Commissione P2, Relazione Anselmi, cit., p. 79; Deposizione Bozzo 25 aprile 1981, loc. ult. cit. Si
veda anche Guido Passalacqua, Così gli uomini di Licio Gelli guidarono la divisione Pastrengo, «la
Repubblica», 15 dicembre 1985.
39 Si tratta del generale Giuseppe Santovito e del generale Giulio Grassini, nominati comandanti
rispettivamente del servizio segreto militare (Sismi) e del servizio segreto civile (Sisde), nel gennaio 1978,
dal governo Andreotti III su proposta del ministro dell’Interno Cossiga. Ciò risulta dalle audizioni rese alla
Commissione P2 dagli stessi interessati, rispettivamente in Commissione P2, vol. 007/II, pp. 631 sgg.
(Santovito) e in Commissione P2, vol. 018/XIII, pp. 441 sgg. (Grassini). Anche l’audizione del generale
Picchiotti sottolinea i rapporti piuttosto stretti esistenti fra Gelli e Cossiga e altri politici di grande rilievo:
«Gelli […] telefonava spesso all’onorevole Andreotti, all’onorevole Cossiga, era di casa al Quirinale […]
quando era presidente l’onorevole Saragat […]» (Commissione P2, vol. 007/II, p. 840).
40 Nel diario personale tenuto dal generale dalla Chiesa a partire dalla fine degli anni Settanta – sotto
forma di lettere alla sua defunta moglie – si legge quanto segue in data 30 aprile 1981: «Ricordi tesoro
quando il Picchiotti per mesi e mesi insistette venendo da Roma a Torino perché vi aderissi [alla P2 n.d.a.]?
E ricordi che dopo avermi “estorto” un modulo, immediatamente dissi che non ne volevo sapere e che
volevo continuare a camminare senza il presunto aiuto di alcuno? Te ne misi al corrente perché la cosa mi
aveva profondamente turbato e non ne potevo digerire i risvolti. Ebbene, invece di distruggere il modulo e
benché non fosse stato seguito da alcun fatto, quel… di Picchiotti lo ha passato ad altri che lo hanno
custodito per cinque anni! Ho una rabbia in corpo che non ti dico […]» (Nando dalla Chiesa, In nome del
popolo italiano, Rizzoli, Milano 1997, p. 284).
Note al capitolo III. Altri aspetti del caso Moro
1 L’operazione viene compiuta su iniziativa del capo di stato maggiore dell’arma, generale Mario De
Sena, ovviamente col consenso del governo, presieduto da Giulio Andreotti con Francesco Cossiga ministro
dell’Interno. Il generale Mario De Sena era uno dei generali più accanitamente ostili a Carlo Alberto dalla
Chiesa ed era annoverato da quest’ultimo tra gli alti ufficiali «moralmente estranei alla tradizione
dell’arma» (N. dalla Chiesa, In nome del popolo italiano, cit., pp. 283-285 e 323).
2 Audizione del capitano Umberto Bonaventura, comandante della sezione speciale anticrimine di
Milano, alla Commissione parlamentare stragi, 23 maggio 2000, pp. 4, 9. Le audizioni rese alla
Commissione stragi sono accessibili in rete e rintracciabili attraverso il relativo indice collocato alla pagina
web www.parlamento.it/...
3 «Nell’agosto del 1978» racconta Bonaventura alla Commissione parlamentare stragi, «Dalla Chiesa
ebbe il decreto [attraverso il quale] tutte le sezioni speciali anticrimine che dipendevano dalle rispettive
divisioni sono passate sotto di lui.» Qui Bonaventura sorvola sull’eccezione anomala di Milano, dove la
sezione speciale anticrimine aveva cessato da tempo di dipendere dalla divisione, e si limita a fare
un’aggiunta un po’ sibillina: «So che il generale Bozzo ha riferito alcune cose. Ci sono stati contrasti e
questioni» (Ivi, p. 10).
4 Audizione di Nicolò Bozzo alla Commissione parlamentare stragi, 21 gennaio 1998, p. 12. Il testo
dell’audizione è accessibile in rete (supra, nota 2).
5 Ivi, p. 19.
6 Ivi, p. 20.
7 Ivi, pp. 16-17, 32. Sulle tensioni esistenti tra i reparti speciali e il reparto territoriale, Bozzo si era già
soffermato nella sua deposizione del 25 aprile 1981 davanti al giudice istruttore di Milano, sottolineando
che il concentramento di tutta l’organizzazione antiterrorismo dell’arma agli ordini del generale dalla
Chiesa aveva provocato «il deteriorarsi dei rapporti già difficili esistenti tra l’arma territoriale e detti reparti
speciali», e che i risultati dell’operazione del 1° ottobre 1978 avevano provocato «il risentimento del
colonnello Mazzei, che quel giorno era assente per motivi privati, tanto da ordinare una operazione di
risposta al comandante del gruppo tenente colonnello Panella sulla scorta di elementi informativi forniti da
fonte confidenziale» (deposizione Bozzo al g.i. di Milano, cit., p. 174). In proposito si veda anche V. Satta, I
nemici della Repubblica, cit., p. 546.
8 Gli atti della Commissione Moro sono accessibili in rete all’indirizzo www.fontitaliarepubblicana.it e il
verbale della perquisizione e sequestro di via Monte Nevoso, datato 1-5 ottobre 1978, si trova nel volume
122, pp. 149-207. Come vedremo tra breve, nessuno dei quattro verbalizzanti è mai stato sentito come
testimone nell’ambito dei processi sul caso Moro, né in sede di commissione parlamentare. Sono stati sentiti
(rispettivamente il 24 e il 29 novembre 1993) solo Mango e Allegretti, ma unicamente in un processo
minore nel quale essi erano parti lese del reato di calunnia (Tribunale di Roma, procedimento n. 2413/92
Rg, Perrelli, sentenza 2 aprile 1998). Il capitano Mango e il maresciallo Allegretti risultano ormai defunti,
del maresciallo Scirocco non si hanno notizie, mentre il maresciallo in pensione Giuseppe Nicastro, alla
richiesta di un’intervista con l’autore di questo libro, ha preferito declinare l’invito.
9 Su queste tematiche si veda, diffusamente, Miguel Gotor, Il memoriale della Repubblica. Gli scritti di
Aldo Moro dalla prigionia e l’anatomia del potere italiano, Einaudi, Torino 2011, pp. 57ss, 126n, 127n,
138ss, 159s, 185n, 186n, 188n, dove l’autore cita alcuni brani delle deposizioni rese dal capitano Mango e
dal maresciallo Allegretti nel processo Perrelli (v. supra, nota precedente), rilevanti solo ai fini di quel
processo.
10 Audizione di Nicolò Bozzo, 21 gennaio 1998, cit., p. 12. Bozzo ha aggiunto di avere incaricato lui
stesso della verbalizzazione il capitano Giovanni Mango, di cui si fidava: «So che hanno lavorato in
pessime condizioni e che il verbale non è stato molto ponderato per motivi proprio di tempo, perché io
facevo pressioni, che a mia volta ricevevo, di sgombrare e di dedicarsi ad altre attività. Purtroppo abbiamo
sbagliato» (ivi, p. 32).
11 Prima Corte d’assise di Roma, processo Moro, n. 31/81 Rg, udienza registrata del 5 luglio 1982, pp.
23. I verbali delle udienze del processo Moro, n. 31/81 Rg, sono in gran parte pubblicati nei volumi 077,
078 e 079 della relativa Commissione parlamentare d’inchiesta, ma – non sappiamo perché – non tutti. Non
è pubblicato, tra l’altro, il verbale dell’udienza del 5 luglio 1982, che non è certamente un’udienza
secondaria.
12 Ivi, pp. 3-5.
13 Ivi, pp. 6-7.
14 Ivi, p. 10.
15 Il testo del «Memoriale Moro», nella versione parziale dattiloscritta rinvenuta nel covo di via Monte
Nevoso il 1° ottobre 1978, è allegato alla Relazione di minoranza Franchi-Marchio della Commissione
parlamentare d’inchiesta sul caso Moro: vol. 002, Roma 1983, pp. 125-179. Per leggere l’intera invettiva si
veda alle pp. 152-154. Il brano qui riportato è tratto dalle pp. 152 e 153.
16 Il testo completo del «Memoriale Moro», nella versione più ampia recuperata nel covo di via Monte
Nevoso nel 1990, è pubblicato in Francesco M. Biscione (a cura di), Il memoriale di Aldo Moro rinvenuto
in via Monte Nevoso a Milano, Coletti editore, Roma 1993. L’invettiva di Moro contro Andreotti, in questa
versione, si trova alle pp. 136-139. I frammenti sopra riportati sono reperibili alle pp. 136 e 137. Va detto
che, in questa versione più ampia del «Memoriale», le parti non ricomprese nella versione dattiloscritta del
1978 vedono il nome di Andreotti citato quindici volte, ma in nessuna di queste occasioni si rilevano
critiche al personaggio che già non compaiano nella versione dattiloscritta. Fa eccezione un accenno
all’elezione di Giuseppe Medici a presidente della Montedison (1977), indicata come un «caso eclatante di
compromesso» risolto a vantaggio di Andreotti e classificato da Moro tra «le cose che sa fare Andreotti con
immensa furberia, la quale però aggrava sempre di più la crisi d’identità morale e politica di cui soffre
acutamente la Dc» (ivi, p. 86). Ma questa notazione non può certo considerarsi un duro attacco che abbia
potuto turbare lo stomaco robusto dello statista ciociaro.
17 Prima Corte d’assise di Roma, processo Moro, n. 31/81 Rg, ordinanza del 22 luglio 1982 pp. 8-9.
L’ordinanza non è reperibile in rete nel faldone 077 della Commissione Moro (v. supra, nota 11), dove si
trova solo il verbale dell’udienza di pari data, ma è consultabile esclusivamente nell’archivio cartaceo della
Corte, dove è contenuta nel faldone n. 158.
18 Cfr. M. Gotor, Il memoriale della Repubblica, cit., pp. 434-435.
19 Cfr. V. Satta, I nemici della Repubblica, cit., p. 547.
20 Ivi, p. 544.
21 Così Francesco M. Biscione, Il delitto Moro, Editori Riuniti, Roma 1998, p. 31.
22 Audizione di Germano Maccari alla Commissione parlamentare stragi, 21 gennaio 2000, p. 8, citata da
V. Satta, I nemici della Repubblica, cit., p. 547.
23 Cfr. Sergio Flamigni, Via Gradoli 96 e il delitto Moro, in AA.VV., Il sequestro di verità, Kaos edizioni,
Milano 2008, pp. 121-122 e 146.
24 Il brano si trova in F.M. Biscione (a cura di), Il memoriale di Aldo Moro, cit., pp. 90-92.
25 Gladio era un’organizzazione paramilitare clandestina italiana di tipo stay-behind («stare in
retroguardia») promossa dalla Nato per contrastare una ipotetica invasione dell’Europa occidentale da parte
dell’Unione Sovietica e del Patto di Varsavia, attraverso atti di sabotaggio, guerra psicologica e guerriglia
dietro le linee nemiche. Dopo la fine della Guerra fredda sono state fatte molte ipotesi sulle relazioni
intrattenute da questa organizzazione con la destra eversiva, con attentati o con tentativi di colpo di Stato
avvenuti in Italia.
26 Si veda, in proposito, V. Satta, I nemici della Repubblica, cit., pp. 544-545. Il generale Paolo Inzerilli,
ex capo di Gladio, ha precisato che quest’ultima era un’organizzazione anti-invasione e non antiguerriglia
(M. Clementi, La pazzia di Aldo Moro, cit., pp. 290292, citato da V. Satta, I nemici della Repubblica, cit., p.
544). Il Comunicato n. 2 delle Brigate rosse del 25 marzo 1978 è accessibile in rete alla pagina
www.archivio900.it/...
27 È stato giustamente osservato che Mario Moretti, il brigatista che stava interrogando Aldo Moro,
«stava cercando qualcosa di diverso da Gladio; appunto, un’organizzazione europea antiguerriglia in grado
di coordinare su scala internazionale la lotta alle Br e agli altri gruppi rivoluzionari» (M. Clementi, La
pazzia di Aldo Moro, cit., p. 291). Va detto che ogni tentativo degli inquirenti di ottenere utili informazioni
dagli interrogatori di Mario Moretti non ha avuto alcun successo. Personaggio ambiguo, sospettato di avere
legami con i servizi, ha sempre rifiutato di fornire i chiarimenti che gli si chiedevano su circostanze oscure
che lo riguardavano, ivi compresa, per esempio, la circostanza relativa alla stampatrice portata dallo stesso
Moretti nella tipografia romana delle Br di via Pio Foà 31. Quella stampatrice era appartenuta al Rus
(Raggruppamento unità speciali), una divisione del Sismi, e non si è mai saputo come fosse finita nelle
mani di Moretti: «Durante il processo Moro, la ricostruzione dei vari passaggi di proprietà ha messo in
evidenza una serie di testimonianze inattendibili che secondo alcuni erano finalizzate a nascondere un
imbroglio di carattere commerciale, fatto da un colonnello del Sid in servizio» (Stefania Limiti, Sandro
Provvisionato, Complici. Caso Moro. Il patto segreto tra Dc e Br, Chiarelettere, Milano 2015, pp. 130-131).
28 Sisde è l’acronimo del Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica, cioè il servizio segreto
civile italiano, che dal 2007 ha preso la denominazione di Agenzia informazioni e sicurezza interna (Aisi).
29 Commissione P2, Relazione Anselmi, cit., pp. 103-104.
30 Pino Nicotri, Agli ordini del generale dalla Chiesa. Il pentimento di Peci, il caso Moro e altri misteri
degli anni ’80 nel racconto dell’agente segreto maresciallo Incandela, Marsilio, Venezia 1994.
31 M. Guarino, F. Raugei, Licio Gelli, cit., p. 162.
32 Le dichiarazioni rese da Angelo Incandela al pubblico ministero di Palermo tra giugno e luglio del
1994 sono pubblicate in un libro contenente una voluminosa memoria prodotta dalla Procura palermitana al
collegio giudicante: Silvestro Montanaro, Sandro Ruotolo (a cura di), La vera storia d’Italia: interrogatori,
testimonianze, riscontri, analisi: Giancarlo Caselli e i suoi sostituti ricostruiscono gli ultimi vent’anni di
storia italiana, Tullio Pironti, Napoli 1995, pp. 554-557, 561-567. Sull’incontro della Pantalera si veda M.
Gotor, Il memoriale della Repubblica, cit., pp. 250-258. Si veda anche la sentenza della Corte d’assise di
Perugia del 24 settembre 1999 sull’omicidio Pecorelli, pubblicata in Sergio Flamigni (a cura di), Dossier
Pecorelli, Kaos edizioni, Milano 2005, pp. 150-159. Si veda infine, alle pagine 858-947 e 1451 sgg., la
sentenza del Tribunale di Palermo 23 ottobre 1999, n. 3538/94, Andreotti, accessibile in rete alla pagina
www.genovaweb.org/...
33 Tribunale di Palermo, sentenza del 23 ottobre 1999, Andreotti, cit., p. 864.
34 Ivi, pp. 867-868.
35 Ivi, pp. 902-903.
36 Ivi, p. 905.
37 Francis Turatello fu ucciso nel carcere di Nuoro il 17 agosto 1981.
Note al capitolo IV. Pecorelli. Il giornalista che «disturbava
politicamente»
1* Fondato a Roma alla fine degli anni Sessanta come agenzia quotidiana stampata in ciclostile, «OP»
emerse sin da subito per l’incisività dei suoi articoli, riguardanti politici, militari e magistrati. Nonostante
non sempre si basasse su fonti solide e talvolta rasentasse la diffamazione, alcuni pezzi risultavano
particolarmente attendibili e per questo il giornale era temuto.
2 Cfr. Gianni Flamini, La Banda della Magliana, Kaos edizioni, Milano 2002, citato in Mario Guarino,
Fedora Raugei, Licio Gelli. Vita, misteri, scandali del capo della Loggia P2, Edizioni Dedalo, Bari 2006, p.
163.
3 Il Sid (Servizio informazioni difesa) è il servizio segreto militare così come denominato tra il 1965 e il
1977. In precedenza si chiamava Sifar (Servizio informazioni forze armate). Dal 1977 al 2007 si chiamerà
Sismi (Servizio informazioni sicurezza militare). Dal 2007 in poi si chiamerà Aise (Agenzia informazioni e
sicurezza esterna).
4 Sulle sue agende il giornalista segnava meticolosamente telefonate, appuntamenti, pranzi e cene. Altri
esempi: Licio Gelli è menzionato 46 volte; il capitano Antonio Labruna (Sid, P2) 53 volte; il generale
Gianadelio Maletti (Sid, P2) 46 volte; Egidio Carenini (deputato Dc, P2) 62 volte; Tommaso Addario
(Italcasse) 64 volte; Franco Evangelisti (sottosegretario alla presidenza del Consiglio) 84 volte; Giuseppe
Ciarrapico (editore andreottiano) 86 volte; Giancarlo Elia Valori (P2) 91 volte (cfr. Sergio Flamigni [a cura
di], Dossier Pecorelli, Kaos edizioni, Milano 2005, p. 51).
5 M. Guarino, F. Raugei, Licio Gelli, cit., p. 163.
6 La sentenza ha prosciolto tutti coloro che erano stati indiziati dell’omicidio nella prima istruttoria:
Massimo Carminati, Cristiano Fioravanti, Valerio Fioravanti, Licio Gelli e Antonio Viezzer.
7 Le dichiarazioni rilevanti rese dai sei collaboratori di giustizia sono riportate in modo chiaro, sintetico
ed esauriente nella richiesta di rinvio a giudizio firmata dai pubblici ministeri di Perugia il 20 luglio 1995, al
termine delle nuove indagini scaturite da quelle dichiarazioni. Il provvedimento della Procura perugina
(d’ora in avanti «Pm Perugia 1995») è pubblicato in Franca Mangiavacca (a cura di), Memoriale Pecorelli
dalla Andreotti alla Zeta, International E.I.L.E.S., Roma 1996, vol. I, pp. 421-578.
8* I cugini Ignazio e Nino Salvo, affiliati alla cosca mafiosa di Salemi e appoggiati da Salvo Lima, a
partire dal 1962 ottennero l’appalto per la riscossione delle tasse a Palermo, riuscendo per altro a sottrarre
alla Regione Sicilia, attraverso le aziende da loro fondate, enormi cifre provenienti da contributi europei
stanziati per l’agricoltura.
9 Pm Perugia 1995, pp. 430 sgg. Buscetta precisa che l’omicidio Pecorelli era stato «un omicidio
“personale” di Badalamenti e Bontate, quindi non era stato deliberato dalla Commissione di Cosa Nostra».
10 Ivi, p. 432.
11 Ivi, p. 448.
12 La legge prevede espressamente che, quando un magistrato in servizio viene sottoposto a un
procedimento penale, le indagini e il processo non possono essere condotti dall’ufficio giudiziario dove quel
magistrato presta servizio, ma passano al distretto giudiziario più vicino.
13 Pm Perugia 1995, pp. 448-450.
14 Ivi, pp. 477-478. Mancini ha riconosciuto La Barbera sia da un primo album contenente trentadue
fotografie tra cui quella di La Barbera al tempo dell’omicidio, sia da un secondo album di settantotto
fotografie tra cui una diversa foto di La Barbera, scattata cinque o sei anni dopo.
15 Ivi, pp. 441-442.
16 Ivi, pp. 443-444.
17 Ivi, p. 446.
18 Ivi, pp. 436-437.
19 Più precisamente, a carico di Massimo Carminati e su sua richiesta si procede con rito immediato a
norma degli artt. 453 comma 3 e 419 commi 5 e 6 del Codice di procedura penale, avendo l’imputato
rinunciato all’udienza preliminare. A carico degli altri cinque imputati si procede con rito ordinario e con
udienza preliminare a norma degli artt. 416 e seguenti dello stesso Codice.
20 Corte d’assise d’appello di Perugia, sentenza del 17 novembre 2002 n. 2/2002, Calò + 5, inedita, pp.
354-355.
21 Corte di cassazione, sezioni unite, sentenza n. 26/2000 del 24 novembre 1999 (dep. 26 gennaio 2000),
Magnani, massima n. 215094, in Cassazione penale, 2001, p. 1175.
22 «Il momento genetico di quello che il procuratore generale, nella sua requisitoria, ha definito “un caso
di infedeltà del testo al processo” va individuato nelle premesse logico-giuridiche della motivazione della
sentenza impugnata, laddove la Corte d’assise di appello, disancorandosi consapevolmente dalle ipotesi
antagoniste prospettate dall’accusa e dalla difesa ed esimendosi dall’obbligo istituzionale di sciogliere i
nodi del confronto dialettico sviluppatosi, sia sulle ipotesi che sulle prove, nel corso del giudizio di merito,
ha deciso di sottoporre a verifica giudiziale un proprio “teorema” accusatorio, da essa formulato in via
autonoma e alternativa, in violazione sia delle corrette regole di valutazione della prova che del basilare
principio di terzietà della giurisdizione, anche rispetto ai problemi implicati nel caso giudiziario» (Corte di
cassazione, sezioni unite, sentenza n. 45276/03 del 30 ottobre 2003, Calò, pp. 74-75, consultabile in rete al
link www.fontitaliarepubblicana.it/...).
23 Corte di cassazione, sez. I, sentenza n. 33965/04 del 17 giugno 2004 (dep. 9 agosto 2004), Gurliaccio,
in Cassazione penale, 2005, p. 3383, con nota di Oliviero Mazza, La controversa rilevabilità d’ufficio
dell’abnormità.
24 Corte d’assise di Perugia, sentenza n. 3/99 del 24 settembre 1999 a carico di Calò Giuseppe + 5
(omicidio Pecorelli), d’ora in avanti «Assise Perugia 1999». La sentenza è accessibile in rete al link
www.archivioantimafia.org/...
25 Assise Perugia 1999, pp. 274-296.
26 Il deposito di armi era stato realizzato grazie alla complicità di un custode che lavorava al ministero
della Sanità. In cambio di un milione di lire al mese, il custode si impegnò a tenere celato l’arsenale in un
magazzino dismesso dell’edificio (ivi, pp. 264 sgg.).
27 Ivi, pp. 264-266.
28 Così si esprime la sentenza di Perugia del 1999 (ivi, p. 266).
29 La sentenza del 1999 allude a rapporti di Abbruciati e Carminati anche con la delinquenza e la destra
eversiva di origine marsigliese, il che può ben avere attinenza con la presenza di cartucce francesi Gevelot
nel deposito di armi della Banda della Magliana (ivi, pp. 355-356).
30 Pm Perugia 1995, p. 445.
31 I periti balistici hanno concluso che la pistola automatica 7,65 che aveva ucciso Pecorelli non era tra le
armi sequestrate nel deposito del ministero della Sanità.
32 Va ancora tenuto presente che i proiettili di origine estera vengono importati in quantità non rilevanti e
vengono venduti in confezioni al dettagliante.
33 Su questo punto ha riferito in dibattimento il colonnello dei carabinieri Enrico Cataldi che si era
occupato dell’indagine mirata sui reperimenti di proiettili. Gli autori dell’omicidio Barbieri erano stati
scoperti grazie alle rivelazioni fatte dal fratello di uno degli altri complici (Ivo Fiorani), secondo il quale «le
armi appartenevano alla destra eversiva e cioè a persone che erano vicine a Danilo Abbruciati e che, tramite
questi e Massimo Carminati, avevano accesso al ministero della Sanità» (Assise Perugia 1999, p. 273n).
L’omicidio di Massimo Barbieri è uno dei delitti