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INCONTRO CON UN UOMO STRAORDINARIO - 32

tratto dal blog http://ilgrandeignoto.blogspot.com di Angelo Ciccarella

1.
Non è facile saper ascoltare. Occorre cedere al silenzio. Occorre lasciar parlare la realtà. Trattieni il
respiro per cogliere l'essenza delle cose. Perché il silenzio parla un linguaggio misterioso. (Scandurra)

2.
L’amore è qualcosa di incandescente e dà vita a un cerchio ardente. Guidato da un desiderio
indomabile, sono precipitato in un cerchio di fuoco. (Johnny Cash)

3.
Spesso gli artisti più illuminati sono anche spiriti fragili, anime che sanguinano e si lasciano travolgere
da una fiamma che arde troppo velocemente. A volte ne vengono amplificate le gesta, le pose, o gli
eccessi, non di rado anche oltre gli effettivi meriti. Altre volte invece il caso decide di accantonarli, ed
essi vengono lasciati a decantare in una sorta di limbo mediatico, fino a quando le loro opere non
ritornano a galla nella propria prepotente ed autentica bellezza.

4.
L'Odissea non può che essere stellare. Oltre le Colonne, verso l'Infinito, l'Odissea continua.
(Peter Kolosimo > Odissea stellare, SugarCo, Milano – 1974)

5.
Esiste, e si propaga contro corrente attraverso l’’Entropia , una deriva cosmica della materia verso
strati di asservimento sempre più complicati (in direzione – o all’interno – di un “terzo infinito”,
l’”infinito di Complessità”, tanto reale quanto l’Infinito e l’Immenso) E la coscienza si presenta
sperimentalmente come l’effetto, o proprietà specifica, di questa Complessità spinta a valori estremi.
(Teilhard de Chardin, Pierre s.j. New York 14 gennaio 1954. Pubblicato sulla Rivista “Les Etudes
philosophiques nel numero di ottobre-dicembre 1955)

6.
C’era la cattiveria dei tempi anche sotto i Romani, ma Gesù non se ne va affatto. Non si rifugia affatto
dietro alla cattiveria di tempi. Non impiegò i suoi anni a gemere e lamentare la cattiveria dei tempi.
Egli taglia corto. Oh in modo molto semplice! Facendo il cristianesimo. Non si mise ad incriminare, ad
accusare qualcuno. Egli salvò. Non incriminò il mondo: salvò il mondo. Questi altri invece vituperano,
raziocinando, incriminano. Medici che ingiuriano, che se la prendono con il malato. Essi accusano
l’arida sabbia del secolo; ma al tempo di Gesù c’erano anche allora il secolo e le sabbie del secolo.
Ma sulla sabbia arida, una sorgente, una sorgente di grazia, inesauribile, cominciò a zampillare. (C.
Peguy)

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7.
Enigmatico il gatto è affine a quelle strane cose che l'uomo non può vedere. È lo spirito dell'antico
Egitto , depositario dei racconti a noi giunti dalle città dimenticate delle terre di Meroe e Ophir. È
parente dei signori della giungla , erede dell'Africa oscura e feroce. La sfinge è sua cugina, e lui parla
la sua lingua; ma il gatto è più vecchio della sfinge, e ricorda ciò che lei ha dimenticato.
(H.P.L.)

8.
Superiorità dell’Italia

La nostra Italia, a paragone dei paesi grossi e grassi e degli imperi potenti e prepotenti, è forse
piccola, povera, misera, sciupata, decaduta, e l’abita un popolo inquieto, volubile, riottoso, scettico
eppur portato alla violenza. Ma, a dispetto di tutte queste inferiorità, vere o esagerate che siano, il
popolo italiano è superiore a tutti i popoli della terra almeno in una cosa la quale non dipende dalla
bellezza della natura, dalla dolcezza del clima, dalla grandezza della tradizione e dell’arte e neanche
dall’acuta vivezza dell’intelligenza. È una superiorità che gli italiani debbono prima di tutto alla loro
saggezza umana e alla loro anima naturalmente cristiana.
Nel nostro paese non si vedono mai cadere teste sanguinolenti, spiccate dal busto da una mannaia
calante giù da un sinistro arco color sangue, rotolare in un paniere pieno di segatura. non si vedono
mai creature umane col viso bendato, col collo stretto da un cappio di corda che ad un tratto, allo
spalancarsi d’una botola, precipitano nel buio del vuoto e dell’orrida morte, alla presenza di sacerdoti
impassibili, di magistrati burocrati, e di testimoni gelidi e anonimi.
Non si vedono mai, nelle nostre prigioni, le orribili celle della morte dove son condotti i criminali per
essere fulminati dall’elettricità o uccisi dai gas avvelenanti.
Non si vedono mai, nel fossato di una fortezza o dirimpetto ad un muro bianco e nudo, dieci armati
che sparano tutti insieme contro il dorso di un uomo solo legato ad una sedia, con le mani dietro la
schiena.
Né questi né consimili atroci e assurdi spettacoli, che gridano vendetta al cospetto del Dio del Sinai e
del Golgota, si vedono mai in Italia, mentre sono faccende ordinarie e quasi quotidiane nei paesi che
si credono o son creduti più civili e progrediti del nostro.
In Italia soltanto gli assassini assassinano, soltanto gli omicidi ammazzano i loro simili, soltanto i
frenetici, i dementi e i bruti tolgono la vita i loro fratelli. La legge italiana non conosce e non ammette il
diritto, da parte dei rappresentanti della ragione e della giustizia, di strangolare, decapitare,
avvelenare, fulminare e fucilare gli esseri umani, anche se hanno commesso i peggiori delitti. In Italia,
ringraziando il gran Dio Creatore, non esiste un pubblico ufficiale chiamato boia o carnefice. In Italia si
contano ottocentomila cacciatori e parecchie centinaia di malfattori sanguinari ma non esiste un uomo
che riceva dallo Stato un salario in compenso della prestazione d’opera per troncare la vita di altri
uomini.
Il popolo italiano, a dispetto di tante sue tare e colpe, è superiore per molti versi agli altri popoli ma di
nessuna superiorità può andare orgoglioso, secondo me, quanto di questo suo rifiuto del terribile

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diritto di vita e di morte sopra le creature fatte a immagine e somiglianza di Dio.
(Giovanni Papini, Le felicità dell’infelice, Vallecchi, Firenze, 1956, pagg. 189-191)

9.
Automi contro deserti

È probabile che nelle guerre future si vedano apparecchi senza piloti, cioè radiocomandati da lontano
con cervelli elettronici che andranno a bombardare città abbandonate dalla popolazione, città deserte,
cioè armi senza combattenti contro città senza abitanti, macchine vuote contro muraglie vuote.
Gli uomini viventi saranno tutti nascosti sotto terra e dal cielo pioveranno turbini di fuoco per
distruggere tutto ciò che il genio e il lavoro creò sulla superficie della terra.
Ecco una profezia molto facile, oggi, ma talmente assurda e apocalittica che non balenò neppure alla
fertile fantasia scientifica del mio vecchio amico Wells.
(Giovanni Papini, La spia del mondo, Vallecchi, Firenze, 1955, pagg. 269-270)

10.
HISTRION
Nessuno mai osò scrivere questo,
ma io so come le anime dei grandi
talvolta dimorano in noi,
e in esse fusi non siamo che
il riflesso di queste anime.
Così son Dante per un po' e sono
un certo Francois Villon, ladro poeta
o sono chi per santità nominare
farebbe blasfemo il mio nome;
un attimo e la fiamma muore.
Come nel centro nostro ardesse una sfera
trasparente oro fuso, il nostro "Io"
e in questa qualche forma s'infonde:
Cristo o Giovanni o il Fiorentino;
e poi che ogni forma imposta
radia il chiaro della sfera,
noi cessiamo dall'essere allora
e i maestri delle nostre anime perdurano.
(Ezra Pound)

11.
Effervescing Elephant
Un elefante effervescente

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Coi piccoli occhi ed il grande grosso tronco
Una volta parlò a bassa voce ad un piccolo orecchio
L'orecchio di uno inferiore
Che nel prossimo giugno lui vorrebbe morire oh sì!
Perché la tigre vorrebbe errare.
Il piccolo disse:''Oh santo cielo, devo stare a casa!
Ed ogni volta sento un ringhio
Saprò che la tigre è in cerca di preda
E sarò veramente sicuro, tu sai
L'elefante mi ha detto così."
Tutti erano nervosi, oh sì!
E il messaggio fù sparso
A zebra, mangusta,e l'ippopotamo sporco
Che sguazzò nel fango e masticò
Il suo cibo di ippo-plancton drogato
E tese ad ignorare la parola
Preferendo osservare una mandria
Di stupidi bisonti d'acqua, oh sì!
E tutta la giungla prese paura,
E corse circa per tutto il giorno e la notte
Ma del tutto invano, perché, tu vedi,
La tigre venne e disse: "Chi io?!
Tu sai, io non farei male a nessuno di voi.
Io preferirei molto qualche cosa per masticare
E tu sei tutto da rimpicciolire."oh sì!
Si mangiò l'elefante.
(Syd Barrett)

12.
Splendi Diamante Pazzo (parts I-v)

Ricordi quando eri giovane, splendevi come il sole.


Splendi diamante pazzo.
Ora c’è un’espressione nei tuoi occhi simile ai buchi neri nel cielo.
Splendi diamante pazzo.
Catturato nel fuoco incrociato di infanzia e notorietà
Travolto della fama. (2)
Vieni oggetto di risate lontane, vieni sconosciuto,
leggenda, martire, e splendi!

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Hai raggiunto il segreto troppo presto, hai pianto per la luna.(3)
Splendi diamante pazzo.
Minacciato dalle ombre durante la notte, ed esposto alla luce.(4)
Splendi diamante pazzo.
Bene, hai esaurito il tuo benvenuto con precisione casuale
Hai cavalcato la fama
Vieni farneticante, visionario, vieni pittore,
pifferaio, prigioniero, e splendi!
(Pink Floyd)
Note :
1) Questa canzone è dedicata (come tutto l’album Wish You Were Here) all’ex chitarrista del gruppo
Roger Keith Barrett, meglio conosciuto come Syd Barrett.
2) Letteralmente: dal vento di acciaio.
3) Richiami agli album Saucerful of Secrets e Dark Side Of The Moon.
4) A causa dell’utilizzo di droghe nella notte, o in generale nei periodi bui, non era in grado di suonare
e comporre di giorno.

13.
Dice l’Edda poetica islandese (1200 circa):
“Io so che pendetti dall’albero esposto ai venti per nove notti intere da lancia ferito e consacrato a
Odino, io stesso a me stesso, su quell’albero che nessuno conosce da quali radici cresca.
Nessuno mi dette pane, nessuno il corno per bere. Guardai verso il basso; raccolsi le rune, urlando le
presi. E caddi da lì. Nove carmi giganteschi, carmi magici, io appresi da quel glorioso figlio di Spina-
di-Male (BOLBORN). E bevvi un sorso di quel prezioso idromele attinto da ODRERIR”.

14.
SONO UN FIGLIO D’UOMO
Da anni conservo in me una nostalgia di cui non parlo mai senza una grande discrezione, che è
divenuta tuttavia uno stato d’animo permanente: la nostalgia degli anni in cui i cristiani non sapevano
di essere cristiani. La prima volta che si cominciò ad usare questo appellativo fu nel 43 d.C. in
Antiochia (Atti 11,26). In tutti questi primi anni dopo la risurrezione, i discepoli di Gesù non si dicevano
cristiani, essi erano paghi di chiamarsi fratelli, sorelle, discepoli, credenti. Non furono essi che
inventarono il nome e già questo mi consola. E non furono nemmeno gli ebrei che, meno di tutti al
mondo, non ritenevano affatto Gesù come il Cristo (Messia) e che per disprezzo chiamavano i suoi
discepoli Nazareni. L’opinione più fondata è che coloro che utilizzarono questo termine per la prima
volta fossero gli impiegati o i militari romani che, per motivi di ordine pubblico, consideravano i
discepoli di Gesù come i membri di un partito politico con retroterra giudaico. Fu insomma il potere ad
inventare questo nome! Ciò mi basta perché possa sentirmi libero di coltivare la nostalgia dei giorni
durante i quali i cristiani non lo erano affatto, in attesa di un tempo in cui i cristiani non lo saranno più.
[...]

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Nella nostra epoca, la crisi della nostra identità di cristiani si iscrive nella crisi del cristianesimo che
dobbiamo comprendere ormai nel senso più radicale e dunque come morte del cristianesimo. Per il
sociologo agnostico, questa morte è una lenta e definitiva scomparsa, per me, credente, è l’entrata
del cristianesimo con tutta la sua identità, nelle tenebre del venerdì santo in cui, come in un oscuro
crogiuolo, si consumano le teologie, le istituzioni giuridiche, i patrimoni culturali. La mia stessa identità
dì cristiano si dissolve nella Croce, io non voglio restare cristiano se questo significa rimanere chiuso
nella determinazione che un tale nome esprime per l’utopista poeta, per il marxista, per l’agnostico,
per il commissario di polizia e forse anche per l’impiegato della Curia. No, io non sono un cristiano,
sono soltanto un uomo, come diceva Pietro a Cornelio. Io sono un uomo che considera tutti gli uomini
come suoi fratelli e che vuole essere considerato da tutti come fratello perché, come spiega Martin
Hillairet, è in questo atmosfera fraterna il luogo del cristianesimo. Il cuore del cristianesimo non è
costituito da “nuovi riti religiosi” ma semplicemente da un uomo chiamato Gesù che ha vissuto la
realtà banale della condizione umana .
[...] LA MIA UMANITÀ E AL FUTURO
Ecco cosa mi dico: il Cristo viene a te sotto le specie sacramentali del diverso: la donna, l’operaio, il
nero, il musulmano, il buddista ecc. Il Dio di Gesù Cristo è nascosto in ogni diversità, egli è il Santo.
Ma la sua diversità ha disteso veli tra noi e ci viene incontro attraverso gli uomini differenti da noi. Il
viso di Dio è il viso dell’uomo che io non arrivo a comprendere. Mio compito non è far diventare
cristiani gli altri, bensì quello di entrare nella identità degli altri e di comprenderli o, almeno, di
prenderla come misura delle possibilità del Regno. La vera via della Trascendenza è nel passaggio
verso l’altro, è nel fatto dì accogliere la provocazione dell’altro conservandola nel mio cuore come
faceva Maria mentre ascoltava lo parola del Figlio, il Diverso per eccellenza.
È su questa premessa che baso la mia risposta alla domanda: Perché rimango cristiano? Resto
cristiano per essere totalmente uomo. Quando dico totalmente non faccio allusione alle dimensioni di
tipo esistenziale contenute nella totalità dell’umanità; l ‘uomo vero è la realizzazione delle possibilità
che giacciono come una semenza nelle profondità dell’uomo “homo absconditus”. Diciamo che siamo
figli di Dio ma non sappiamo propriamente chi siamo noi. Lo sapremo quando vedremo Dio faccia a
faccia. La mia identità è quindi al futuro e sarà esprimibile soltanto nel momento in cui l’umanità
raggiungerà la sua pienezza. Questa pienezza è il Regno di Dio. lo non vivo per la Chiesa, non vivo
per dilatare la comunità dei cristiani. Vivo perché venga il Regno. La Chiesa alla quale appartengo è
un segno ed uno strumento di questo futuro, ma questo futuro la oltrepassa, io stesso la oltrepasso
pur restando fedele.
Ieri come prete portavo abiti, segni distintivi dell’istituzione di cui ero il rappresentante. Due anni or
sono, in un dibattito a Milano, una pia signora mi chiese perché non portavo l’abito da prete . “È bene
che si sappia con chi si ha a che fare, un agente di polizia porta l’uniforme, se ne ho bisogno so a chi
devo rivolgermi”. Ebbene, io non sono affatto l’agente di polizia di Dio. Vorrei essere come il Cristo,
semplicemente un figlio d’uomo, qualcuno che difende l’uomo per l’uomo.
Come dicevo all’inizio, la mia identità è di non averne alcuna o, meglio, di averne una che è situata
nel futuro, una che riscopro soltanto quando dico: “Venga il tuo regno, sulla terra come nel cielo”.
Per esporre in maniera riassuntiva Dio, la Chiesa, il mondo: ieri, credevo che Dio amasse la Chiesa e

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la inviasse al mondo per salvarlo; oggi, credo che Dio ami il mondo e che la Chiesa sia un segno ed
uno strumento di questo amore che la precede e la oltrepassa. Ieri, mi definivo collocandomi dentro la
Chiesa e guardando il mondo come una realtà da conquistare per la Chiesa; oggi, mi colloco nel
mondo e vivo entro la Chiesa quel tanto che anticipa simbolicamente l’avvenire del mondo.
Ma mentre ieri guardavo il mondo a partire dalla Chiesa, oggi guardo la Chiesa a partire dal mondo e
mi siedo alla tavola della Chiesa, la tavola eucaristica, precisamente perché là si ascoltano le parole
che rivelano i segreti nascosti fin dalla creazione del mondo, perché là si elaborano le speranze di cui
tutti gli uomini hanno bisogno.
È vero, esiste ancora, e quanto è ingombrante, una Chiesa che si esprime col linguaggio della
prudenza politica, che riveste di sacro la morale dominante. Questa chiesa non mi interessa, è quella
di cui contemplo il declino con cuore gioioso. In me essa è già quasi morta. Ma questo declino è
direttamente proporzionale all’emergenza della Chiesa come assemblea di coloro che non si curano
di sapere chi essi sono, ma sanno di non avere, quaggiù, una città permanente (e dunque non è
affatto necessario esservi registrati) e che cercano la città futura, la città verso la quale vanno tutti gli
uomini, ciascuno con lo sua diversità. Si narra che durante l’età post-apostolica, si dava ai cristiani
che partivano in viaggio, un frammento di vaso di terracotta. Al ritorno sarebbero stati riconosciuti per
il fatto che il loro frammento poteva combinarsi perfettamente con gli altri. Sì, io so che la verità di cui
vivo è appena un frammento. La mia identità è appunto il pezzo di un tutto. Quando tutti i frammenti
saranno riuniti, allora io saprò veramente chi sono. La mia presunzione di ieri era di voler concentrare
il tutto negli stretti limiti del mio frammento. Allora dicevo “noi cristiani ” con gran fierezza.
Vorrei essere fedele al mio frammento nell’attesa che si compia la totalità. La via verso questo futuro
è la stessa via che mi conduce verso il fratello per unirmi a lui, non in quello che egli è (poiché la suo
verità è solo un altro frammento) ma in ciò che egli cerca. E’ così che io mi sento a casa mia in tutti i
luoghi di questo mondo. Io sono finalmente cattolico, e precisamente perché non lo sono più, perché
sono un figlio dell’uomo.
Padre Ernesto Balducci (tratta dalla postfazione al libro di Paul Gauthier, “Vangeli del terzo
millennio”, ed. Qualevita 1992)

DEYA: IL PIANETA LABIRINTICO 4

Darest Sharma, un nome che mi risuonava dentro la testa e incominciava a produrre echi, forse
immagini, ma era ancora come una sensazione sbiadita. Intanto, mastro Fornari si diresse nel
retrobottega e ne uscì poco dopo, imbacuccato da un cappottone grigiastro munito di mantella. Un
vestiario fine ottocento, ma del resto mi trovavo in un altro universo e tutto era possibile e concesso e
se dico 'tutto'...

“Darrell Zelio, le distanze su Deya si misurano in unitempo, poiché i luoghi sono fatti dal sonno del
Grande Tempo. Le strade, i palazzi, le cose e un po' anche gli abitanti son tutti impregnati. Molti
unitempo ci separano da quel funesto posto. Tuttavia, in certi momenti puoi percorrere lo spazio in
minor unitempo. Il problema sorge non tanto perché ci sono emissari sparsi dappertutto, ma qui le

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case ascoltano registrano e poi, segnalano la nostra presenza e direzione a Darest Sharma. Devi
provare ad accendere il Bagliore così ché la luce ti renda invisibile.”

La luce ci nasconderebbe; bella questa.

“ Ricordi cosa ti diceva Scandurra a proposito del Bagliore? C'è un luogo nel tuo corpo dove tutto si
unisce, lì è il nesso esistente fra lo spirito e la materia. Visita quel punto meraviglioso e scaturirà il
Bagliore.”

Ricordavo certo il punto meraviglioso. Quanti tentativi, delusioni, fino all'accensione che sprigionò il
Bagliore. Inondò la mia cameretta. Un'esperienza psichedelica, anzi, illuminante. Mi resi conto della
conoscenza di Scandurra: incredibile. Ne sapeva più di ogni altro, scienziato filosofo intellettuale del
mondo. In quel piccolo uomo, illetterato, semplice di modi, modesto, senza pretese ordinarie; in quel
piccolo uomo era celato un potere immenso e tuttavia a disposizione di tutti. Non ci volevano chissà
quali capacità, intelligenza, furbizia, cultura; lui ci chiedeva ardore, quella spinta formidabile verso le
cose segrete della Vita.

“Attendiamo ora che faccia buio, così il nostro Bagliore ci nasconderà al meglio.”

“Mastro Fornari, in questo universo valgono sempre certi principii, certe leggi che Scandurra mi ha
illustrato sin dall'inizio del lavoro interno? Insomma, quel poco che ho imparato potrà essermi utile,
sufficiente per non essere di intoppo? Devo sapere qualcosa?”.

Fornari si sistemò i capelli – teoricamente, visto il cespuglio arruffato che si ritrovava.

“Discettare di materie oscure e perché no? È una buona disciplina... noi viviamo in uno spazio che per
contenere il tutto, è uno spazio tenue. È una tenuità dove col pensiero non ce la facciamo ad
intenderci, non c'è distanza non c'è tempo, non c'è centro, non c'è periferia. È tutto un compenetrarsi
di ciò che si muove in questo spazio dove appaiono le forme, tante forme, sempre diverse: non solo
pietre piante animali esseri, ma pure aurore meriggi tramonti e stelle e galassie. Tutto ciò che è forma
diventa condensazione di questa unica energia cosmica, il lumen, che genera vibrando variamente,
che tutto condensa e tutto attenua e grazie al lumen noi vibriamo e quindi percepiamo. Cosa siamo
noi in questo mondo? Siamo tutti galleggianti vaganti, in questa tenuità dello spazio che non ha un
centro-origine, non ha estremi: pullula, ed è in moto, ma non in un moto direzionale, con distanza
tempo velocità. Invece chi usa il pensiero stabilisce confini, misure, confronti, dominii. È il pensiero
che crea un centro, l'ego, che non ha umiltà non ha amore, né innocenza, ma è violenza per
emergere, per accentrare e quindi prendere, dando origine a sforzi a conflitti senza fine. E l'io si
associa poi al pensiero che lo crea e lo sostiene e lo collega alle sensazioni al solo scopo di
procurarsi piacere, quel piacere che copra e ci illuda l'inquietitudine del domani. Catturare piacere
perché si è soli, perché c'è il pungolo del sentirsi disperatamente soli, del sentirsi d'essere un vuoto,

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senza appoggi. Buttarsi, identificarsi, fuggire da questo vuoto che ci fa terrore, per ricevere
ricompense. Ci si sbatacchia in ricerca del più.”

Ascoltavo raccolto, ammaliato dalla sua stringente chiarezza.

“Qui ci muoviamo cauti e sciolti, coi piedi saldi sul terreno mentre tutto il resto è immerso nel cielo: e
cielo è mistero. E chiederci: cosa siamo, perché siamo qui come uomini? È ben chiaro che le superfici
sono fatte di particelle come l'aria avvolgente, campi di energie vibranti che sono non separati ma in
relazione totale, fusi fra loro. Tutto ciò che è, che appare ai sensi, immagini e sogni e concetti
formulati dai pensieri, dinamismi corporali o sottili, tutto è di natura energetica. Noi viviamo immersi in
un mondo che facciamo coi pensieri. Dunque noi siamo creature operanti nel mondo che è energia,
mondo denso e sottile. Così infatti ci comportiamo: sempre avidi per prendere possedere oltre il
necessario, febbrili per l'insicurezza del domani. Le cellule per vivere respirano cioè bruciano e quindi
devono essere avide di cibo per non soccombere, ma non assumono nulla di più del proprio
fabbisogno, hanno un contegno. Gli uomini che pensano, quelli dell'ombra, non hanno contegno,
prendono più di quanto gli necessita, perché il pensiero è vorace e mai sazio. Vegetali animali
seguono leggi che regolano e le loro forme e le loro funzioni. Abitano nell'ordine di natura. La forma
umana è l'unica, l'unico ricettacolo di un uovo-anima che non è inerente alla natura: è il lumen che
genera e sostiene tutto ciò che è natura; e dentro e fuori questo nostro corpo c'è l'uovo-anima che ci
può liberare da ogni funzione materiale e mentale, farci ricettacolo pieno del mistero, di cui
l'intelligenza e la volontà e l'amore e l'innocenza la bontà sono le manifestazioni.
In questa tenuità che è assenza di io, che è tutta energia cosmica del sacrale, energia che si muove
in un pullulio, energia che non ha vibrazioni in onde di varia frequenza, che ha un potenziale illimitato,
è in questa tenuità, che è la nostra essenza, è qui che in noi si raccolgono pure tutte le energie
corporali psicologiche, che invece vibrano con tantissime frequenze e nelle cellule e nella mente.
Tutte queste varie forme di energie corporali, brame e passioni, tormenti e paure, incertezze ed
illusioni, è qui in questa tenuità che queste energie non più sperperate in vane attività logoranti, è qui
in questa tenuità che insieme si raccolgono tutte per darci un reale senso di pienezza, di
consapevolezza, di attenzione, di vera intelligenza esplosiva, con intuizioni ed azioni istantanee
precise, sane. È qui, in questa tenuità, che noi veramente si consiste, uomo che è umanità: c'è pace
gioia amore. Gli uomini dell'ombra hanno rinunciato all'uovo-anima, perciò sono spenti e perseguono
l'oscurità universale. Gli uomini dell'ombra mettono al centro della vita il pensiero che tutto divide e
spacca e limita. Inventano macchine senza anima, non come le nostre. Inventano le macchine del
caos fatte di pensiero fluttuante. Il pensiero è acqua stagnante, luce riflessa. L'uovo-anima è fiume e
bagliore.”

Un forte colpo alla porta della bottega, mi fece trasalire.

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