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OSSERVAZIONE PARTECIPANTE

CAP 1 :PRIMA

L’osservazione partecipante è quella tecnica di ricerca che richiede a chi la conduce di passare un periodo di tempo
sufficientemente prolungato e a stretto contatto con il fenomeno prescelto, in modo da giungere a una comprensione
profonda delle diverse specificità che lo caratterizzano.

E’ la tecnica principale della ricerca sociale che ha come obiettivo quello di restituire ai propri pubblici la complessità
della vita all’interno dei diversi contesti sociali.

Etnografia : prospettiva di ricerca, all’interno della quale possono coesistere numerose tecniche di ricerca come

• L’intervista

• Analisi documentale

• Focus group

• Osservazione partecipante

1. COME SCEGLIERE IL “PROPRIO OGGETTO DI RICERCA”

Quasi ogni aspetto della realtà che conosciamo è stato preso in considerazione dal punto di vista delle scienze sociale e
naturali.

L'etnografia costituisce una prospettiva che riduce parzialmente questa ampiezza di spettro perchè, basandosi
principalmente sull'osservazione in prima persona da parte del ricercatore, devi darsi dei fenomeni che siano
quantomeno circoscrivibili. Limitare il campo di applicazione dell' etnografia ad alcuni fenomeni rischia di inaridire la
capacità di scoperta e di documentazione che abbiamo garantito fino ad ora.

L'oggetto dell'etnografia è stato identificato di volta in volta “gruppo umano”, “subcutura”, “comunità” ecc.. e la storia dello
studio di questi fenomeni mostra bene innanzitutto quanto ognuno di essi tradisca la curiosità, e le preoccupazioni delle
scienze sociali in ogni epoca storica. I

Nel corso del tempo fenomeni pressochè uguali, ma attribuiti a differenti definizioni operative e alle diverse prospettive
teoriche, venivano etichettati in modo diverso e in un certo senso plasmato il modo di vedere e di studiare la realtà.

1. Cosa ha guidato nel passato la scelta del proprio oggetto e continua a farlo ancora adesso??

John e Lyn Lofland hanno indicat che esistono ragioni extrascientifiche e ragioni scientifiche.

Le ragioni puramente scientifiche sono più da individuare e da definire se è vero che ogni lavoro etnografico possiede
almeno un giustificazione di carattere intellettuale scientifico. Ad esempio nella ricerca di E.Aderson “A place on the
corner”, le ragioni per essere “lì” vengono presentate come fondamentalmente scientifiche e inerenti alla questione dello
status e delle reputazioni in contesti marginali.

Le sole ragioni scientifiche sono sembrate per lungo tempo sufficienti a giustificare questo tipo di ricerca, e nelle scienze
sociali è stato così fino agli anni '60, quando le crepe prodotte dai diari di campo, come quello di Malinowski, hanno
lasciato filtrare l'idea che l'etnografo fosse prima di tutto un essere umano.

Le ragioni extrascientifiche erano rimaste non dichiarate perchè si pensava che l'impresa scientifica dovesse essere
radicalmente separata dalle ragioni delle emozioni e della soggettività.

Per ragioni extrascientifiche intendiamo dunque tutte quelle motivazioni che hanno a che fare con la biografia di
ciascuno di noi, con la nostra storia passata e personale e che ci portano a volerne dare un senso più comune ed
approfondito attraverso la ricerca.

• OGGETTI, SOGGETTI O DOMANDE?


Possiamo distinguere tra unità di analisi e unità di rilevazione ovvero tra ciò che studiamo e chi studiamo. Infatti
attraverso l'osservazione partecipante interagiamo con delle persone con lo scopo di approfondire la nostra conoscenza
sul mondo che le riguarda.

Parliamo di “oggetti” se intendiamo riferirci alle nostre unità d'analisi in quanto nostro fine conoscitivo.

Altra cosa è pensare alle unità di analisi come se fossero degli oggetti. Da un punto di vista epistemoligico , parlare di
oggetti in questa secondo accezione sottintende generalmente a una presa di posizione realista. Parlare viceversa di
fenomeni rimanda a posizioni che possono essere sia realiste che antirealiste.

Parliamo viceversa di soggetti se ai fenomeni di cui ci occupiamo riconosciamo di essere composti principalmente da
esseri umani. In questo senso dobbiamo essere consapevoli, che stiamo parlando delle nostre unità di rilevazione . Nel
caso dei soggetti e della soggettività, unità di anali e unità di rilevazione coincidono.

il fatto di avere a che fare con persone, implica di prendere in considerazione anche tutte le implicazioni etiche e politiche
del rapporto ricercatore- soggetto e, in particolare del fatto, che le persone con cui passiamo molto tempo durante
l’osservazione partecipante hanno tutto il diritto a vedere riconosciuta la propria soggettività e quindi anche la capacità di
azione, la cosiddetta agency.

Una volta chiarite le diverse e possibili ragioni che ci hanno spinto a voler condurre una ricerca etnografica all’interno di
un qualche forma di realtà, dobbiamo tenere in considerazione che non è tutto possibile!!

La possibilità di accesso al campo è fortemente influenzata e per questo dobbiamo distinguere tra fenomeni accessibili e
inaccessibili.

• FENOMENI ACCESSBIILI (E TRADIZIONI DI RICERCA)

Il nostro scopo pratico più evidente è quello di raccogliere materiale empirico più ricco possibile. Per fare ciò dobbiamo
mettere le “mani” su dati ricchi che risultino dal fatto che abbiamo intessuto relazioni sociali dense. Questo implica che il
campo è stato accessibile. Possiamo qui adottare una duplice prospettiva sull’accessibilità. Da un lato possiamo definire
quali sono i caratteri generali che rendono un contesto aperto e disponibile alla nostra presenza. Dall’altro possiamo
documentare a posteriori quali sono state le tradizioni etnografiche principali che hanno garantito la compresenza di
studiosi e persone studiate.

• ACCESSIBILITA’ COME RELAZIONE

Quella che intercorre tra l’etnografo e i proprio campo d’azione e di ricerca è una relazione reciproca e, l’accessibilità è la
proprietà principale di questa relazione. L’accesso ha a che fare con la relazione di mutuo riconoscimento tra noi, che
vogliamo accedere, e le persone che, di volta in volta, ci permettono di stabilire questa relazione, l’elemento relazionale
è quello che più conta. Tra le caratteristiche del sé più importanti possiamo trovare:

• Vicinanza al campo: avere dei rapporti precedenti con il contesto che si intende studiare è una cosa normale e positiva.
Tutti contatti di relazione favoriscono l’accesso al campo perché, se ne è già parte o quantomeno si dispone dei contatti
sufficienti ad entrare in un contesto affine, come nel caso in cui si desideri un fenomeno che si conosce bene ma non lo
si vuole fare nella struttura in cui si è membri.

• Vicinanza nelle dimensioni strutturali: questa vicinanza è data dalle possibili affinità che si generano dalla condivisione
di alcune dimensioni strutturali tra il ricercatore e le persone che incontra. Ad es:l’età, il genere, la generazione.. queste
dimensioni possono facilitare o ostacolare l’ingresso al campo.

• ACCESSIBILITA’ COME SITUAZIONE

L’accessibilità è anche data dal setting, ovvero dalla localizzazione e situazione ambientale che caratterizza il nostro
oggetto di studio. In questo senso tempo e spazio del contesto sono molto rilevanti e possono non andare in contro alle
richieste del ricercatore.

• Tempi giusti: dobbiamo essere molto attenti a riconoscere le diverse temporalità che caratterizzano ciascun fenomeno
e non darle assolutamente per scontate o considerarle come dimensioni non problematiche.

• Spazi giusti: lo spazio è una dimensione cruciale e complicata. esistono tante concezioni dello spazio quante sono le
persone che interagiscono (spazi vuoti, spazi che mutano durante la giornata, spazi indefinibili ecc..). Entrare in questi
territori, avendone avuto un accesso garantito, può essere una svolta per molti etnografi, ma per poteerlo far occorre
generalmente aver stabilito una fitta rete di relazioni sociali, e dunque rassicurazioni, he procedono l’accesso e lo
rendono più complicato.

• FENOMENI INACCESSIBILI (E MANCATE TRADIZIONI)

L’inaccessibilità è in diversi casi una giustificazione a posteriori del mancato acceso ma, non deve essere vista come
una mancanza di qualcosa, come di coraggio ad esempio. Prendere sul serio l’ inaccessibilità comporta accettare il fatto
che esistono contesti difficili. Così come condurre ricerche in zone segnate da conflitti sociali intensi o armati implica
necessariamente una ridotta accessibilità. La lista di possibili fenomeni inaccessibili è subito chiara quando pensiamo ai
rischi che la nostra persona e personalità possono arrivare a correre.

• LE COMPETENZE NECESSARIE

La ricerca etnografica è spesso ambigua riguardo alla questione della preparazione che precede il lavoro sul campo.
(uno studente che voglia condurre una ricerca etnografica sul transnazionalismo e le trasformazioni di genere avrà
seguito lezioni di sociologia delle migrazioni, metodologia ecc..). Questo tipo di competenze saranno sufficienti perchè
possa scegliere contesti e casi, ovvero le localizzazioni dei fenomeni che lo interessino e le specifiche unità di analisi.
Si può dunque dire che conosceva bene il contesto nel quale si sarebbe calata, anche se i casi erano necessariamente
ignoti e le dinamiche che avrebbe ricostruito nel corso della sua ricerca

largamente nuove. Una salda preparazione precedente alla fase di discesa nel campo sia da intendersi come la via
maestra da seguire.

• “Grounded “ o esperto?

Dobbiamo prestare attenzione alla ricerca etnografica, che si tratta di una prospettiva che si avvale della tecnica di
osservazione partecipante in primo luogo per scoprire nuove interpretazioni di fenomeni sociali, siano essi già conosciuti
o comparsi in seguito al lavoro del ricercatore. Condividiamo un approccio induttivo, secondo il quale è l'esperienza di
ricerca empirica che ci conduce a produrre interpretazioni teoriche e non il contrario. La scelta dei casi dunque, è un
momento essenziale anche all'interno dell'approccio induttivo. Il grado zero di questa consapevolezza epistemologica
consiste nella scelta dei casi tramite scelta ragionata. Per fare ciò bisogna prendere in consideraione 2 approcci :
la grounded theory e l'induzione analitica.

• Per Glaser e Strauss, che hanno fondato la grounded theory, il lavoro di ricerca è anche un lavoro di produzione di
teoria e i due aspetti vanno distinti. La scelta dei casi quindi è quella fase di ricerca che assicura la produzione di concetti
e speculazioni teoriche e ogni studioso deve prestare una grande attenzione a questa fase optando per
un campionamento teorico: ossia selezionare quei casi che minimizzano le differenze per far emergere le
categorie in comune, in modo da verificare se le proprie teorie prodotte resistono alla comparazione.

• Se viceversa optiamo per l'induzione analitica, sceglieremo un caso dal quale scaturiranno delle categorie
interpretative che tenteremo di applicare a diversi casi simili, fino a che non emergerà un “caso negativo” che si mostrerà
indifferente o contrario alla prima spiegazione teorica emersa.

PAURE PARTE 1

Nella fase che precede la presenza vera e propria del ricercatore nella dimensione osservativa e partecipatoria, ognuno
di noi è stato sfiorato da alcuni timori ricorrenti. E' giusto studiare questo fenomeno?

Questa domanda ha due tipi di risposte:innanzitutto, le scienze sociali hanno il dovere morale di testimoniare l'esistenza,
e in certi casi la sopravvivenza, di alcune dimensioni della realtà e fenomeni che vengono per lo più taciuti e messi sotto
silenzio. Lo slogan più usato in questo caso è quello di “dare voce a chi non ne ha”. Un secondo ordine di
argomentazione mette invece in guardia chi esprime questo tipo di timori dal senso di onnipotenza che vi è sottinteso.
Tutto ciò è una semplificazione eccessiva delle relazioni sociali che sottendono la ricerca etnografica e sociale. Vaan
Maanen in proposito scrive “ il successo di qualsiasi tentativo di ricerca sul campo dipende intrinsecamente dai risultati
dello studioso ufficioso che gli osservati fanno degli osservatori”. Una volta accettato che fare osservazione
partecipante implica stabilire relazioni sociali con altre persone, possiamo iniziare a mettere da parte questo tipo di
paura per dedicarci a superare l'imbarazzo iniziale a diversi altri tipi di paura ricorrenti.

CAPITOLO 2 : DURANTE

Quando si inizia a fare ricerca sul campo esiste il primo giorno di scuola. Si tratta di quel momento assolutamente
simbolico, infatti il “primo giorno” è un tipo di esperienza sociale che riguarda tutti. Detto n termini sociologici, si tratta di
un'esperienza quotidiana. Questo significa che il mondo in cui stiamo per entrare ha una sua storia, ovvero un insieme di
relazioni sociali sedimentate e strutturate non solo nello spazio ma anche nel tempo, ed è una storia che per le persone
che abitano quel mondo è nota e significativa, il che non si può dire lo stesso per noi. In una ricerca, Cliffor Geertz
racconta che “ quasi nessuno ci salutava, ma nessuno ci diceva neppure niente di

sgradevole né ci faceva le smorfie, il che sarebbe stato quasi altrettanto gratificante”. Il punto di svolta che segnò il
passaggio da persone invisibili ad esseri umani riconosciuti fu quando i coniugi Geertz scapparono da un combattimento
illegale di galli e seguirono dei fuggitivi per poi ritrovarsi a casa sua e fecero finta di consumare il thè per fuggire dai
poliziotti. In sostanza, coprendo se stesso e e i suoi ospiti improvvisati, egli stava rivelando ai coniugi che erano lungi
dall'essere invisibili, anzi, il villaggio li conosceva bene. Clifford Geertz ci introduce alcuni punti della nostra trattazione:

• Esiste un momento in cui avviene il contatto tra noi e il campo e questo non coincidi con l'aver poggiato il piede sul
terreno ma con la prima risposta positiva che le persone, ci restituiscono al nostro ingresso.

• La ricerca sul campo corre lungo una dimensione emotiva che è molto importante riconscere e saper tematizzare,
discutere, analizzare.

• La terza dimensione è quella relazionale, ossia, le relazioni che sapremo e/o potremo stabilire con le altre persone
dipenderanno da noi tanto quanto gli altri.

ENTRARE IN CONTATTO

Non dobbiamo pensare all'ingresso sul campo come se si esaurisse in una situazione temporale singola,”quel giorno”,
ma come a tante situazioni in cui veniamo riconosciuti da altri come esistenti e degni di essere frequentati. Queste
situazioni sono tante quanto i possibili contesti che contraddistinguono il fenomeno che intendiamo studiare. Di questi
momenti, che non sono assolutamente prevedibili all'inizio della ricerca e sono, anzi, una delle ragioni della ricerca
stessa ve ne sono tanti quanti sono i contesti che ci interessa studiare e le temporalità possono sovrapporsi, essere
immediate come dilatate. Si tratta di processi assolutamente “naturali”, nel senso che non possono essere seriamente
pianificati. Occorrono pazienza e capacità relazionali.

• IL DILEMMA DEL RUOLO

La questione del ruolo ha sempre goduto di molte attenzioni. Inanzitutto, per ruolo intendiamo principalmente la forma
che assume la nostra partecipazione sul campo,cioè il modo in cui ci presentiamo agli altri e ci comportiamo, di
conseguenza, in mezzo a loro. Buford Junker e Raymond Gold hanno proposto una tipologia divenuta poi classica di
field work. La loro idea, era quella di pensare alle forme di osservazione partecipante come disposte lungo un
continuum di progressivo distacco che partiva dalla completa partecipazione, passava per la partecipazione
osservativa, l'osservazione partecipante e terminava nella completa osservazione. L'obiettivo di Junker era quello
di mostrare come, a seconda degli obiettivi della ricerca e del tipo di fenomeno, fossero possibili e consigliabili diverse
risposte alle domande che invariabilmente emergono nelle prime fasi di ricerca e cioè : “chi sono io?” e “perchè sto
“facendo questa cosa”. La prima domanda potrebbe essere riformulata così: “chi sono io, per le persone che sto
studiando?”, posta in maniera ancora differente, decidere la forma di partecipazione adeguata significa darsi differenti
possibilità di accesso e comprensione dei fenomeni che ci interessano. Rispetto alla formulazione di Junker, alcuni
studiosi distinguono tra osservazione coperta o scoperta, intendendo nel primo caso quella forma della
partecipazione in cui è ignota a tutti, o quasi, l'identità professionale del ricercatore e le sue affinità, e nel
secondo caso tutto l'opposto. Trovarsi in una situazione di copertura implica il dover piegare la pratica partecipativa
alle contingenze delle situazioni sociali del momento. La forma dellla partecipazione non è esclusivamente una
questione di scelte a priori o assolute ma dipende in larghissima misura dai contesti e da fenomeni. La seconda
considerazione è che la forma di partecipazione non è un contratto senza clausola di rescissione. La negoziazione con le
persone è una questione di rapporti personali e in quanto tali i rapporti non sono dei contratti: avvolte può non aver
senso dire hisiamo e cosa stiamo facendo.

PAURE PARTE 2

La fase del prima, quella in cui siamo preoccupati dalla forma della nostra partecipazione, è spesso quella in cui
elaboriamo dei timori specifici. La maggior parte di questi è di tipo etico ed emerge quando prendiamo consapevolezza
che non stiamo dicendo a tutti,e in certi casi a nessuno, come nel caso dell'osservazione partecipante coperta, la verità
sulle ragioni che ci hanno portato li. Marzano distingue due posizioni, una utilitarista e una deontologica. Se siete degli
utilitaristi convinti,siete disposti a mettere sulla bilancia che le vostre ragioni sono superiori al diritto degli altri di essere
informati. La posizione utilitarista compie inevitabilmente violenze al diritto delle persone a sapere cosa gli accade
attorno. La posizione deontologica risponde dunque a questo riconoscimento e lo fa con due approcci: da un lato vi
sono coloro i quali mettono in dubbio la natura stessa dell'impresa scientifica moderna e dall'altra coloro i quali premono
per un approccio deontologico forte, che tutelino consapevolmente le persone con cui e su cui fanno ricerca. I primi
seguono la tradizione del pensiero critico del postmodernismo ricordano e rivendicano che lo studio scientifico
etnografico è anche servito a fornire documentazione utilizzata poi da governi per scopi che non avevano nulla a che
fare con la conoscenza fine a se stessa. Quanto alla posizione deontologica forte, è quella che prevede un codice etico,
ovvero dei regolamenti con valore vincolante per gli aderenti, che prescrivono i tipi di condotta da adottare nel proprio
lavoro. Questo codice deontologico (ASA CODE OF ETHICS) non consente in termini di principio il ricorso a tecniche di
ricerche intrusivo ed eticamente scorrete. Va notato che questi codici regolamentano degli spazi di ricerca nazionali e
sono chiaramente espressione di culture politico giuridiche differenti da quella italiana e dunque, la loro assenza può
essere letta sia come una mancanza di sensibilità sia come un'indicazione di pragmatismo informale. Il tema della
menzogna e dell'inganno viene spesso trattato in una prospettiva individualistica, la semplificazione è quella di credere
che inganni e le menzogne non siano altro che delle scelte.

L'OSSERVAZIONE E' PARTECIPANTE

in questa guida alla ricerca sul campo optiamo per una forte enfasi sul concetto di partecipazione legato alle dinamiche
osservative. Questo tipo di legame si basa su l'approccio teorico dell'interazionismo simbolico. La tradizione etnografica
della sociologia americana è legata all'osservazione che “ciascuno degli individui interpreta o definisce le azioni degli altri
invece di limitarsi a reagire ad esse”. Secondo robert emerson invece “ la ricerca sul campo è necessariamente di natura
interattiva e la presenza del ricercatore ha delle conseguenze sulla vita delle persone studiate”. Emerson situa la
questione della partecipazione allinterno della tematica classica della reattività. Ovvero di tutti quei comportamenti che
sono considerati delle risposte alle attività di ricercatore. Emerson richiamo due aspetti ossia quello dellìsperiena e qello
dell'intervento. Questa distinzione rinvia a due possibili approcci, e cioè uno più concentrato sulla capacità da parte
dell'etnografo di vivere in pria persona il fenomeno studiato come un'esperienza anzitutto pratica e fisica, mentre il
secondo, tipico degli approcci di ricerca azione, spinge l'orizzonte della partecipazione fino all'intervento vero e proprio,
nel senso di aiutare le persone con cui si sta facendo ricerca e modificare il mondo in cui vivono. La partecipazione attiva
sul campo è uno dei modi fondamentali che abbiamo di capire in prima persona in cosa consiste l'esperienza pratica che
le persone svolgono quotidianamente. ES PAG 52.

COSA FARE UL CAMPO

Che cosa fa esattamente un etnografo? Vive con e vive come il più possibile, il che significa molto semplicemente che
volete conoscere è quello della strada delle persone che lo abitano sarete chiamati ad assumere la loro prospettiva.

Vivere con implica una vicinanza spaziale, una prossimità fisica, ma anche la riduzione della distanza personale e
sociale con il mondo in cui tendiamo immergerci. La prescrizione del vivere

con è comunque d prendere come una sorta di ideale verso cui tendere più che una sorta di ideali verso cui tendere più
che una condizione di tipo “o così o niente”.

Vivere come è certamente un passaggio molto delicato della nostra esperienza sul campo. Non è richiesto di
identificarsi con ilproprio fenomeno, ma di praticare più che altro l'arte di avvicinamento e presa di distanza, come se
fossimo dei pendoli. Dal momento che vivere come comporta una partecipazione in prima persona alle attività del gruppo
in cui siamo entrati, questa partecipazione significa innanzitutto del lavoro. Lavoro in questa prospettiva, è il passare le
proprie giornate a cercare da guadagnarsi la propria vita in un angolo di strada o cantiere ecc.. in ognuna di queste aree
di attività, ozio compreso, l'etnografo compie il più possibile le medesime attività assieme alle persone che gli interessa
comprendere, il corpo è no degli strumenti di analisi che abbiamo a nostra disposizione. Il succo dell'osservazione
partecipante dunque è seguire il flusso delle attività nel quale sono coinvolte le persone. Vivere come fanno gli altri
significa dunque prendere sul serio le differenze culturali e linguistiche ed essere pronti a praticarle, a farle proprie.il
ruolo dell'etnografo è quello di di avvicinarsi senza mai diventare completamente identico alle persone che studia.

CHE COSA RACCOGLIERE.

• Le parole ed azioni : sono in assoluto il materiale più prezioso e rilevante, nella misura in cui la prima ragione per fare
ricerca è quella di sentire cosa hanno da dire le prsone sul mondo in cui abitano ed osservare in maniera partecipativa
alle pratiche, alle azioni dunque, che costoro producono incessantemente. L'etnografo deve saper condurre un'intervista
e deve essere in grado di osservare con attenzione la grna più sottile delle situazioni sociali, e degli eventi.

• I dati supplementari: rinviano alla documentazione che viene raccolta a supporto di parole ed azioni. Si tratta di tutto
quel materiale che ci consente di attrezzare la descrizione del mondo che stiamo indagando. Si tratta di documenti che
sono scritti o comunque prodotti dalle persone ed istituzioni che stiamo frequentando, oppure di materiali che costruiamo
noi per aumentare la ricchezza delle informazioni che disponiamo.

COME RACCOGLIERE

Trovarsi in mezzo a situazioni sociali è infatti un'esperienza quotidiana che interessa ogni essere umano, ma non tutti,
fortunatamente per loro, sono degli etnografi e producono dei dati ad avere una propria vita. Gli strumenti dell'etnografo
sono:
• il taccuino: E' l'oggetto che per eccellenza definisce il ruolo dell'etnografo. Il suo scopo è quello di farvi annotare tutti
quei elementi che saranno poi essenziali per redigere le note di campo.

• Macchina fotografica e videocamera: strumenti tecnologici che registrano in maniera più fedele quanto accade.

• Il registratore audio: irrompe nello spazio di interazione allo scopo di trattenere le tracce sonore di quello che accade.

• L'abbigliamento : deve cercare di adattarsi al fenomeno che stiamo studiando se lo stiamo studiando in forma coperta,
oppure basta mettere in paratica un po' di sensibilità.

COME SCRIVERE LE NOTE ETNOGRAFICHE.

Le note etnografiche sono il materiale per eccellenza della ricerca etnografica. Costituiscono la maggior parte dei nostri
dati e, se scritte in maniera appropriata, costituiranno un'autentica miniera

di osservazioni ed intuizioni che andrà ben al di là del lavoro per cui sono state pensate. Le note sono la traduzione
scritta della nostra esperienza di ricerca, le note di campo non sono il semplice trasferimento su carta della nostra
esperienza.

Il PENDOLO TRA TAVOLO E SCRIVANIA.

Questo processo a pendolo fatto da una costante alternanza tra esperienza e scrittura è il nocciolo della costruzione del
nostro materiale empirico. La regola è dunque quella di trascrivere la proprio esperienza subito dopo averla vissuta.
Come ha suggerito Goffman, nella sua riflessione sul lavoro sul campo, queste note etnografiche devono essere fiorite,
ricche e devono esprimere appieno il nostro punto di vista sulle esperienze che abbiamo vissuto con delle altre persone.
Le note sono scritte pensando anche ad un uditore successivo, fatto di colleghi ecc, per molti versi rappresentano
dunque la sostanza della ricerca. Le note sono innanzitutto descrittive, cioè raccontano una serie di eventi, ancorandoli
con particolari significati che riescono a riprodurre parte delle sensazioni che sono state vissute in quella giornata. Ci
sono dei dettagli di temporalità di tempo, sulla condizione emotiva delle persone presenti alle situazioni, su particolari
che hanno attirato l'attenzione. Tutti questi elementi servono a far si che, una volta riletta la nota, essa abbia ancora un
senso e possa riattivare la memoria degli eventi esperiti. Il modo in cui le persone attribuiscono significato alle loro azioni
e al mondo circostante è anzitutto un modo linguistico e ciò deve essere reso in maniera ricca e attenta nelle proprie
note. Questo vale anche per tutto cià che stiamo descrivendo: esso ha dell regole, degli interpreti, degli eventi ecc.. Nelle
note di campo tutto ciò deve trovare uno spazio che sia ricco e ampio.

QUANDO E COME SMETTERE.

Come facciamo a capire che abbiamo concluso la ricerca sul campo?

La ricerca finisce perchè abbiamo finito le risorse oppure perchè abbiamo esaurito le nostre ragioni di permanenza sul
campo, ma anche viceversa, termina perchè è il campo a chiederci di levare le tende.sono molti i casi in cui si arriva “al
proprio adesso?” con una certa consapevolezza che si è esaurito il proprio compito. Glaser e Strauss hanno parlato a
questo proposito di “saturazione teorica”, facendo riferimento a quella condizione per la quale una giornata sul campo in
più, e una nota di campo ulteriore, non accrescerebbero le informazioni che riteniamo rilevanti.

CAPITOLO 3 DOPO

Ricerca sul campo, analisi e scrittura non sono tre pratiche distinte che vengono condotte in momenti distinti. Quello che
cambia in ciascuna delle tre fasi, è il ruolo che ricopriamo, il materiale di cui disponiamo e le pratiche che ci servono per
portare avanti il nostro percorso di ricerca fino alla conclusione.

ANALIZZARE I DATI

Il processo attraverso il quale si arriva ad un testo scritto è quello di una graduale emersione di alcune interpretazioni e
della costruzione, attorno ad esse, di un corpus più o meno coerente di argomentazioni che ne giustificano la scelta. Nel
nostro lavoro ci troviamo molto più umilmente a scegliere argomentazioni che trovano un riscontro empirico nelle nostre
esperienze di ricerca le modelliamo in una forma scritta, cui attribuiamo una coerenza ed unità ex post. Per poter
scrivere dobbiamo disporre del nostro materiale empirico nella sua totalità e dotato di un certo ordine.

FARE COSE CON LE NOTE.

Non esiste un'unica maniera per interpretare il materiale empirico, che quelle che verranno indicate saranno
semplicemente le più comuni e, più in generale che questo processo va inteso in senso partecipativo e
creativo. L'analisi è ricerca e come tale deve essere oncepita e cioè aperta, curiosa e innovativa. La prima lettura
del materiale costituisce l'inizio di ogni fase di analisi per trovare gli elemti rilevanti e ricorrenti. I concetti che emergono
in questa fase sono stati chiamati “sensibilizzanti”, nel senso che nonostante siano vaghi producono in noi una certa
attenzione e la necessità di raffinarli fino a che diventeranno dei concetti definitivi.

• Al secondo passo nella nostra analisi è la codifica delle note. Il lavoro di codifica significa che ogni nota verrà
contrassegnata con delle postille specifiche e riccorenti. Il lavoro di codifica è personale ed è quindi molto difficile
indicare una guida.

Dal momento che la ricerca etnografica si basa su di un procedimento induttivo che parte dunque dall'osservazione
partecpante dii vari fenomeni procede, per semplificazione ed astrazione, verso l'elaborazione di teorie, la fase di analisi
è di fatto una sorta di momento di raffinazione ad imbuto di concetti ed interpretazioni. La codifica è quindi soggettiva e
procede prima in maniera aperta, identificandone delle categorie ampie e generiche, divenendo mano a mano più
focalizzata mentre incanaliamo le interpretazioni delle prime codifiche verso i sentieri analitici e teorici che ci sembrano
più adeguati.

• A questo punto possiamo procedere con la comparazione, il terzo passaggio che propongo per l'analisi. L'idea che sia
necessaria una comparazione costante è legata alla prospettiva della grounded theory secondo la quale : “ se si
osserva un evento, questo deve essere comparato con altri eventi. Ciò che lo rende singolare e tipico avviene
sulla base dell'individuazione delle somiglianze e delle differenze. I concetti che ne derivano vengono etichettati
in quanto tali, e nel tempo, vengono comparati, associati e resi astratti. Il processo di comparazione permette
inoltre di raggiungere una maggiore precisione e consistenza.

Una forma di comparazione meno esigente e più utilizzata nell'analisi del materiale etnografico è la TRIANGOLAZIONE:
nella ricerca sociale, se ci basiamo su una singola porzione di dato corriamo il rischio che un errore passato inosservato
nelle nostre inferenze possa rendere scorretta la ns analisi. Se quindi diversi tipi di dato portano alle medesime
conclusioni, possiamo essere un po' più fiduciose in esse. Questa fiducia è ben riposta nella misura in cui a differenti tipi
di dato corrispondano altrettante direzioni sbaglaite possibili. Esistono 3 forme di triangolazione: tra ricercatori, tre
resoconti e tra tecniche di ricerca.

• La triangolazione tra ricercatori significa che potremmo comparare tra i diversi punti di vista degli osservatori presenti in
una data situazione,infatti se sul campo siamo in più di 1 le nostre interpretazioni saranno soggette delle costanti
verifiche grazie alla triangolazione.

• Triangolazione tra resoconti: i ricercatori possono controllare se le affermazioni delle note etnografiche coincidono.

• Triangolazione tra tecniche di ricerca: laddove compare una rappresentazione fotografica, intesa come strumento di
osservazione,con una nota di campo può consentire dei sorprendenti effetti di ri-composizione del resoconto etnografico.

La non condivisione è più facile che emerga, nella triangolazione che operiamo nel BLACK TALK e cioè quando
restituiamo alle persone cui abbiamo fatto ricerca sul campo il resoconto e le nostre interpretazioni. Ciò implica un
ulteriore forma di triangolazione.

Nel nostro percorso di analisi del materiale empirico siamo dunque giunti a disporre di un certo numero di concetti che
hanno mostrato di poter dire qualcosa all'interno delle nostre

interpretazioni. Il rapporto con la teoria deve essere serio e pregmatico al tempo stesso, dobbiamo essere competenti e
informati s teorie e circostanze teoriche, e capire se sono utili nel nostro quadro di analisi. Infine voglio ricordare che
anche la fase di scrittura è na fase di ricerca ( ps: le ultime pagine danno consigli su come scrivere, mente fresca, tipo di
pubblico, ec.. secondo me non è rilevante ).