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Germania, 1936.

Nel campo di concentramento di Westhofen, sul lato corto


della baracca III, si ergono sette tronchi di platani con delle assi inchiodate
ad altezza delle spalle di un uomo. Fahrenberg, il comandante del campo, un
pazzo colto da improvvisi accessi d’ira e di crudeltà, ha ordinato quello
strano allestimento con un fine preciso: quei tronchi sono le sette croci su
cui ha giurato di appendere i sette uomini che hanno osato evadere da
Westhofen: Wallau, Füllgrabe, Beutler, Belloni, Aldinger, Pelzer, Heisler,
uomini piegati da dozzine di interrogatori, sofferenze e torture. Uomini che
hanno scelto la fuga perché persuasi che soltanto la morte possa salvarli o,
all’opposto, perché mossi da un insopprimibile istinto di sopravvivenza.
Vengono riacciuffati uno dopo l’altro – chi per sorte avversa, chi perché
troppo vecchio, chi perché troppo debole, chi perché reso fuori di senno
dalla fuga – eccetto Georg Heisler.
Un’irrefrenabile voglia di vivere, più forte di ogni paura, più forte della fame
e della sete e del maledetto pulsare di una mano sanguinante, guida il
giovane Heisler e lo tiene miracolosamente lontano dalla settima croce del
campo. La voglia di rivedere i begli occhi scuri di Leni, la ragazza che la
sorte ha messo sulla sua strada ventuno giorni prima del suo arresto, o il
volto rotondo e lentigginoso di Paul Röder, il compagno di scuola con cui ha
giocato a biglie per strada per dieci lunghi anni, o lo sguardo risoluto di
Franz, l’amico con cui ha trascorso la giovinezza sotto gli astri della stessa
speranza e degli stessi ideali. Il timore e la volontà di compiacere le autorità
del neonato Terzo Reich hanno, però, generato in tutto il paese una fitta rete
di sospetti e delazioni. Dietro ogni passante può nascondersi una spia dei
nazisti, e ogni sosta può trasformarsi in una trappola mortale; persino amici
e familiari possono tradire. Allo stremo delle forze nel suo peregrinare
lungo le sponde del Meno, il giovane Heisler dispera perciò, a un certo
punto, di poter guadagnare il confine. Tuttavia, proprio quando ogni sogno
di libertà sembra spento in lui, insieme alla percezione stessa del pericolo,
ecco l’evento inaspettato: alcuni tedeschi decidono di mettere a repentaglio
la propria vita, nel «giardino delle bestie» del Terzo Reich, in nome
dell’umanità e dell’amicizia.
Bestseller internazionale subito dopo la prima pubblicazione nel 1942 (sei
mesi dopo la sua apparizione, negli Stati Uniti furono vendute
quattrocentoventunmila copie), tradotto in più di trenta lingue, oggetto nel
1944 di una celebre trasposizione cinematografica diretta da Fred
Zinnemann, con Spencer Tracy e Jessica Tandy nei ruoli principali, La
settima croce viene qui pubblicato in una nuova traduzione che rende
finalmente giustizia a «un romanzo scritto in maniera impeccabile, che tiene
in vita... uno dei capitoli più importanti della storia tedesca» (Thomas von
Steinaecker).
Nata nel 1900 a Magonza, Anna Seghers (pseudonimo di Netty Reiling),
studiò storia dell’arte a Colonia e Heidelberg, laureandosi con una tesi
sull’ebraismo nell’opera di Rembrandt. Moglie dello scrittore ungherese
László Radványi, si affermò come scrittrice nel 1928 con il racconto lungo
Der Aufstand der Fischer von St. Barbara, grazie al quale vinse il premio
Kleist. Iscrittasi al Partito Comunista, dopo la presa del potere da parte di
Adolf Hitler nel 1933 le sue opere furono messe al bando e lei si rifugiò in
Francia. Durante la guerra civile spagnola svolse attività di propaganda a
Madrid e nel 1941 emigrò in Messico, dove scrisse La settima croce. Tornata
a Berlino nel 1947, divenne uno degli intellettuali di spicco della Repubblica
Democratica Tedesca, e fu insignita nel 1951 del Premio Lenin per la pace.
Morì a Berlino Est nel 1983.
BIBLIOTECA EDITORI ASSOCIATI DI TASCABILI

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SUPERBEAT
ANNA SEGHERS

La settima croce

traduzione dal tedesco di


Alessandra Petrelli
Titolo originale:
Das siebte Kreuz
© Aufbau Verlag GmbH & Co. KG, Berlin 1946 and 2000

Prima edizione BEAT Biblioteca Editori Associati di Tascabili, novembre 2015

© 2015 Neri Pozza Editore, Vicenza


www.neripozza.it
www.beatedizioni.it

Edizione digitale: dicembre 2015

ISBN 978-88-6559-325-7

Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore.


È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.
Questo libro è dedicato agli antifascisti tedeschi morti e vivi. La sua
pubblicazione in Messico è stata possibile grazie all’amicizia e alla
collaborazione di scrittori, artisti e stampatori tedeschi e messicani.
Personaggi

Georg Heisler, evaso dal campo di concentramento di Westhofen


Wallau - Beutler - Pelzer - Belloni - Füllgrabe - Aldinger, altri evasi
Fahrenberg, comandante di Westhofen
Bunsen, tenente a Westhofen
Zillich, Scharführer a Westhofen
Fischer e Overkamp, commissari di polizia
Ernst, pecoraio
Franz Marnet, ex amico di Georg, operaio alla fabbrica di colori di Höchst
Leni, ex fidanzata di Georg
Elli, moglie di Georg
Signor Mettenheimer, padre di Elli
Hermann, amico di Franz, lavora presso le officine ferroviarie di
Griesheim
Else, sua moglie
Fritz Helwig, apprendista giardiniere
Dottor Löwenstein, medico ebreo
Signora Marelli, sarta di costumi di scena
Liesel Röder - Paul Röder, amici di gioventù di Georg
Katharina Grabber, zia di Röder, proprietaria di un garage
Fiedler, collega di lavoro di Röder
Grete, sua moglie
Dottor Kreß
Signora Kreß
Reinhardt, amico di Fiedler
Una cameriera
Il capitano d’un mercantile olandese, che rischia tutto
Capitolo primo

Credo che nel nostro paese non siano mai stati abbattuti alberi così singolari
come i sette platani che si trovavano sul lato corto della baracca III. Le loro
chiome erano già state tagliate, per una ragione che risulterà chiara in
seguito. In perpendicolare rispetto ai tronchi, ad altezza delle spalle di un
uomo, erano state inchiodate delle assi, che da lontano li facevano
assomigliare a sette croci.
Il nuovo comandante del campo di concentramento – di nome
Sommerfeld – ordinò di ridurre immediatamente a pezzetti gli alberi e le
assi. Sommerfeld era un uomo molto diverso dal suo predecessore,
Fahrenberg, il vecchio combattente, “il conquistatore di Seeligenstadt”, dove
a tutt’oggi suo padre possiede un negozio di impianti idraulici sulla piazza
del mercato. Il nuovo comandante era reduce dall’Africa, dove prima della
guerra era stato ufficiale delle colonie. Dopo la guerra aveva marciato con il
suo ex maggiore Lettow-Vorbeck contro l’insurrezione rossa di Amburgo.
Ma tutto ciò lo apprendemmo molto più tardi. Mentre il vecchio
comandante era un pazzo, colto da tremendi e imprevedibili impulsi di
crudeltà, quello nuovo era tranquillo e si poteva prevedere ogni sua azione.
Fahrenberg sarebbe stato capace di farci ammazzare tutti, mentre
Sommerfeld era il tipo da far schierare l’intero campo e ordinare di uccidere
il quarto prigioniero di ogni fila. All’epoca tutto questo non lo sapevamo.
Ma anche se lo avessimo saputo, cosa avrebbe aggiunto questo alla
sensazione che provammo quando sei alberi furono abbattuti, e infine anche
il settimo? Una vittoria da poco, confrontata con la nostra impotenza, le
nostre divise da prigionieri. Ma pur sempre una vittoria che
improvvisamente fece provare a ciascuno, dopo chissà quanto tempo, la
propria forza, quella forza a lungo sottovalutata, persino da noi stessi, come
se fosse una delle tante forze della terra misurabili con numeri e cifre,
mentre invece è l’unica forza che può diventare all’improvviso
incommensurabile, imprevedibile.
Per la prima volta quella sera furono riscaldate anche le nostre baracche.
Il tempo era cambiato. Oggi non sono più sicuro che i ciocchi gettati nella
nostra stufetta di ghisa provenissero davvero da quel legname. Allora ne
eravamo convinti.
Ci stringemmo intorno alla stufetta per asciugarci i vestiti e riscaldarci i
cuori all’insolita vista delle fiamme. Il soldato di guardia ci voltava le spalle,
e guardava distratto fuori dalla finestra con le sbarre. La lieve acquerugiola
grigia, poco più che condensa, si trasformò di colpo in una pioggia battente,
che isolate raffiche di vento facevano scrosciare contro la baracca. In fondo
anche un soldato delle SA, un soldato esperto, sente e vede arrivare
l’autunno solo una volta l’anno.
La legna crepitava. Due fiammelle azzurre indicavano che anche i
carboni erano accesi. Avevamo diritto a cinque palate di carbone, che
riuscivano a scaldare la baracca piena di spifferi solo per pochi minuti,
neanche il tempo necessario ad asciugare la nostra roba. In quel momento
però non ci pensavamo. Pensavamo solo alla legna che bruciava davanti ai
nostri occhi. Hans lanciò un’occhiata di sottecchi alla sentinella e disse
sottovoce, senza muovere la bocca: «Come schiocca». Erwin disse: «La
settima». Sui nostri volti affiorò un debole, strano sorriso, un miscuglio di
emozioni immiscibili, speranza e sarcasmo, impotenza e astuzia.
Trattenemmo il fiato. La pioggia scrosciava contro le assi di legno e il tetto
di lamiera. Il più giovane di noi, Erich, guardando con la coda dell’occhio,
una semplice occhiata su cui si concentrava tutta la sua anima e al tempo
stesso l’intimo sentire di ciascuno di noi, disse: «Chissà dove sarà adesso?»

1.

All’inizio di ottobre un certo Franz Marnet uscì alcuni minuti prima del
solito dalla casa dei suoi parenti, nel comune di Schmiedtheim, sul basso
Taunus, e inforcò la bicicletta. Era un uomo sui trent’anni, robusto, di media
statura, che di solito, quand’era in mezzo alla gente, aveva i lineamenti
distesi, quasi sonnacchiosi. Ora invece, sul tratto di strada che gli era caro,
una ripida discesa tra i campi fino alla strada principale, sul suo viso si
notava un’intensa e semplice gioia di vivere.
Forse in seguito non si capirà come Franz potesse essere tanto allegro,
vista la situazione in cui si trovava. Eppure era proprio allegro, e si lasciò
andare persino a un soffocato grido di gioia, quando la bicicletta saltò due
cunette.
Il gregge, che il giorno prima pascolava nel campo dei vicini Mangold,
sarebbe stato condotto l’indomani sul grande prato del frutteto dei suoi
parenti, che per questo motivo volevano portare a termine quel giorno
stesso la raccolta delle mele. Trentacinque piante, in filari intrecciati contro
il cielo azzurro, cariche di mele dorate, così belle e mature da brillare come
innumerevoli piccoli soli nella prima luce del mattino.
A Franz però non dispiaceva saltare la raccolta delle mele. Aveva
lavorato abbastanza per i contadini, guadagnando poco o nulla. Comunque
poteva accontentarsi, dopo tutti quegli anni di disoccupazione: il cortile di
suo zio – un uomo tranquillo e molto ordinato – era cento volte meglio di
un campo di concentramento. Ma dal primo di settembre Franz era
finalmente stato assunto in fabbrica e questo gli piaceva sotto ogni aspetto,
e piaceva anche ai parenti, poiché sarebbe rimasto ad abitare con loro
durante l’inverno come ospite pagante.
Mentre Franz passava davanti al cortile dei vicini Mangold, questi
trasportavano scale a pioli, pertiche e cesti verso il loro gigantesco albero di
pere. Sophie, la figlia maggiore, una ragazza robusta, piuttosto grassa ma
non goffa, con mani e piedi ben torniti, salì per prima sulla scala, e da lì
rivolse a Franz qualche parola. Lui non capì nulla, ma si girò un po’ verso di
lei e le sorrise. Si sentì sopraffatto dal senso di appartenenza a quel mondo.
Le persone di deboli sentimenti e di deboli azioni faticheranno a capirlo. Per
loro “appartenere” si riferisce a una specifica famiglia o a una comunità o
alla persona amata. Per Franz invece significava semplicemente appartenere
a quel pezzo di terra, alla sua gente e al primo turno che lo conduceva a
Höchst; e, soprattutto, far parte in generale degli esseri viventi.
Lungo la strada che circondava il podere dei Marnet, riusciva a vedere al
disopra della nebbia il dolce pendio dell’aperta campagna. Un po’ più in
basso, sotto la strada principale, il pecoraio stava aprendo il suo ovile. Il
gregge si spinse fuori e si diresse subito verso il pendio, silenzioso e
compatto come una piccola nuvola che a un tratto si sfaldi in tante nubi più
piccole, per poi ricomporsi e ingrossarsi di nuovo. Anche il pecoraio,
originario di Schmiedtheim, gridò qualcosa a Franz Marnet, e Franz sorrise.
Ernst, il pecoraio, col suo fazzoletto d’un rosso vivo intorno al collo, era un
ragazzo impertinente e tutto sembrava, meno che un pecoraio. Nelle gelide
notti d’autunno, le compassionevoli figlie dei contadini dei villaggi
arrivavano fino alla sua capanna montata su ruote.
Alle spalle del pecoraio la campagna si allargava in tranquille onde
digradanti. Ancora oggi da questo punto non si può vedere il Reno, che dista
un’ulteriore ora di treno; tuttavia questi ampi pendii, con i prati, gli alberi
da frutto e più giù le vigne, il fumo delle fabbriche, il cui odore arriva fin
quassù, la tortuosità delle linee ferroviarie e delle strade, così tipica del sud-
ovest del paese, le luci scintillanti nella nebbia e anche il pecoraio col suo
fazzoletto rosso, una mano sul fianco e una gamba protesa, quasi non
osservasse un gregge di pecore, ma un’armata... Tutte queste cose indicano
che siamo già nella regione del Reno.
Questo è il paese del quale si dice che i proiettili dell’ultima guerra ogni
tanto fanno uscire dal terreno quelli della precedente. Le colline di questa
zona non sono vere e proprie montagne e la domenica qualunque ragazzo
può fare merenda con caffè e crostata dai parenti del villaggio sull’altro
versante, ed essere di ritorno a casa per la preghiera serale. Eppure, questa
catena di colline è stata per lungo tempo il confine del mondo: dall’altra
parte cominciava un territorio selvaggio, una terra sconosciuta. Lungo
queste colline i romani tracciarono il limes. Così tante generazioni furono
annientate, a partire dai tempi in cui su queste colline bruciavano gli altari
celtici dedicati al sole, e così tante battaglie combattute, da far credere che il
mondo conquistabile fosse stato definitivamente circoscritto e sottomesso.
Ma la città là in fondo non ha mantenuto nella sua bandiera né l’Aquila né
la Croce, bensì il celtico disco del sole, quel sole che fa maturare le mele dei
Marnet. Qui si accampavano le legioni e con loro tutti gli dei del mondo,
urbani e rurali, il Dio degli ebrei e il Dio dei cristiani, Astarte e Iside, Mitra e
Orfeo. Qui finivano le lande selvagge, proprio qui, dove ora Ernst di
Schmiedtheim sta vicino alle sue pecore, una gamba protesa, un braccio sul
fianco e un lembo del fazzoletto che spunta in fuori, come se il vento
soffiasse senza sosta. Nella vallata alle sue spalle, sotto l’aria che evapora
lieve sotto il sole, i popoli sono stati cotti a puntino. Nord e sud, oriente e
occidente ribollirono l’uno contro l’altro, ma il paese non cambiò, pur
assimilando qualcosa da ognuno. Sulla terra del pecoraio Ernst sorsero
imperi che scoppiarono quasi subito, come bolle iridescenti. Non lasciarono
dietro di sé alcun limes o arco di trionfo o strade per gli eserciti, solo un paio
di bracciali d’oro con cui le loro donne si ornavano le caviglie. Ma erano
tenaci e inestirpabili come i sogni. E il pecoraio se ne sta lì orgoglioso,
perfettamente indifferente, come se sapesse tutto ciò e stesse lì solo per
questo; o forse, all’oscuro di tutto, se ne sta lì proprio per questo. Là dove lo
stradone sbocca nell’autostrada si radunò l’esercito dei franchi, quando
cercò di guadare il Meno. Su queste terre cavalcò il monaco cristiano, tra i
poderi dei Mangold e dei Marnet, in luoghi completamente selvaggi, dove
fino ad allora nessuno aveva mai posato piede: un uomo emaciato in groppa
a un asinello, il petto difeso dalla corazza della Fede, cinto dalla spada della
Salvezza, che portò qui i Vangeli e l’arte di innestare i meli.
Il pecoraio Ernst si gira verso il ciclista. Il fazzoletto al collo gli fa caldo,
se lo strappa e lo getta sul campo coperto di stoppie, come un vessillo. Si
potrebbe pensare che questo gesto sia seguito da migliaia di occhi, invece lo
vede soltanto la sua cagnolina Nelli. Ernst recupera il suo inimitabile
atteggiamento di disprezzo e arroganza, questa volta però con le spalle alla
strada e il volto rivolto alla pianura, là dove il Meno si riversa nel Reno. Alla
loro confluenza sorge Magonza, che fu ceduta dai suoi arcicancellieri al
Sacro Romano Impero. Allora la pianura tra Magonza e Worms, lungo
l’intera sponda, era coperta dall’accampamento delle legioni imperiali. Ogni
anno in questo paese avveniva un fatto nuovo, e ogni anno era lo stesso:
sotto i raggi miti e offuscati del sole e grazie alla fatica e alle cure degli
uomini, maturavano le mele e il vino. Perché il vino occorreva a tutti, per
tutto: ai vescovi e ai proprietari terrieri, per eleggere il loro imperatore, ai
monaci e ai cavalieri, per fondare i loro ordini, ai crociati per bruciare gli
ebrei – quattrocento in una sola volta sulla piazza di Magonza, che ancor
oggi è nota come “piazza dell’incendio” –, agli Elettori religiosi e laici
(quando il Sacro Impero crollò, ma le feste dei grandi divennero più allegre
che mai), ai giacobini per danzare intorno agli alberi della libertà.
Vent’anni più tardi un vecchio soldato era di guardia sul ponte di barche
di Magonza. Mentre passavano davanti a lui gli ultimi resti della Grande
Armata, cupi e cenciosi, gli tornò in mente che era di sentinella anche
quando le truppe cui apparteneva erano entrate portando i loro tricolori e i
loro diritti dell’uomo; allora le lacrime gli sgorgarono copiose dagli occhi.
Poi anche questa postazione fu smantellata. Tutto divenne più tranquillo,
persino in questo paese. Ma anche qui arrivarono gli anni ’33 e ’48, due
sottili e amare scie di sangue versato. Poi venne di nuovo un regno, quello
che oggi viene chiamato “il secondo Reich”. Bismarck fece piantare i paletti
del confine interno, non attorno ma attraverso il paese, in modo che i
prussiani se ne ritrovassero attaccato un pezzo. Gli abitanti, infatti, più che
inclini a ribellarsi erano indifferenti, come lo è la gente che ha visto tante
cose e tante ancora ne vedrà.
Era veramente la battaglia di Verdun, ciò che sentivano gli scolari
quando si stendevano a terra dietro Zahlbach, oppure soltanto i continui
tremori della terra sotto il peso dei treni e delle marce degli eserciti? Alcuni
di questi ragazzi furono convocati in seguito davanti ai giudici: tra loro c’era
chi aveva fraternizzato con i soldati dell’esercito d’occupazione, e chi aveva
messo una miccia sotto le rotaie. Sui tribunali sventolavano le bandiere della
commissione interalleata.
Da quando queste bandiere furono ammainate e sostituite da quelle
nero-rosso-oro che il Reich aveva all’epoca, non sono passati neanche dieci
anni. Perfino per i bambini era ancora un ricordo recente il giorno in cui il
centoquarantaquattresimo reggimento di fanteria aveva attraversato il
ponte per la prima volta, la fanfara in testa. Che fuochi d’artificio, quella
sera! Ernst li vide da quassù. Dall’altra parte del fiume, la città sembrava in
fiamme! Migliaia di piccole croci uncinate si rispecchiavano nell’acqua, ci
guizzavano sopra come fiammelle! Quando la mattina seguente la corrente
si lasciò alle spalle la città, oltre il ponte ferroviario, il suo silenzioso
grigiore azzurrino era intatto. Quanti stendardi e quante bandiere aveva già
trasportato lontano! Ernst fischiò alla sua cagnolina, che gli riportò il
fazzoletto tenendolo fra i denti.
Ora siamo a questo punto. Quel che accade ora, riguarda noi.

2.

Là dove la strada tra i campi si immette sullo stradone di Wiesbaden, si


trovava un chiosco per la vendita dell’acqua minerale. I parenti di Franz
Marnet ogni sera, quell’estate, si rimproveravano di non aver preso in affitto
in tempo utile il chiosco che, in seguito al traffico elevato, era divenuto una
vera miniera d’oro.
Franz era partito da casa presto, perché preferiva fare il tragitto da solo e
non finire nel branco dei ciclisti che ogni mattina si dirigeva dai villaggi del
Taunus verso le fabbriche di colori di Höchst. Per questo fu alquanto
infastidito vedendo che uno dei suoi conoscenti, Anton Greiner, di
Butzbach, lo aspettava al chiosco dell’acqua.
La vigorosa e semplice gioia di vivere scomparve subito dal suo volto.
L’atmosfera gli divenne angusta e arida. D’altra parte Franz, sempre pronto
a dare l’anima senza se e senza ma, era infastidito per il fatto che Anton
Greiner non riusciva mai a passare davanti a quella baracca senza offrire
qualcosa, poiché a Höchst aveva una ragazza gentile e fedele, alla quale più
tardi avrebbe portato una tavoletta di cioccolato o un cartoccio di dolci.
Greiner si era messo di traverso, in modo da avere sotto gli occhi la strada.
Cos’ha oggi? pensò Franz, che aveva acquisito con gli anni una fine
sensibilità per leggere l’espressione dei volti. Notò che Greiner lo attendeva
con impazienza, per un motivo ben preciso. Lo vide saltare in sella alla
bicicletta e unirsi a lui. Pedalavano veloci per non finire nella ressa, che
diventava sempre più fitta man mano che si scendeva la collina.
Greiner disse: «Ascolta, Marnet, stamattina presto è successa una
cosa...»
«Dove? Che cosa?» chiese Franz. Ogni volta che da lui ci si sarebbe
aspettati un’espressione di sorpresa, il suo volto manifestava invece
un’assonnata indifferenza.
«Marnet» continuò Greiner, «stamattina dev’essere successo qualcosa».
«E cosa?»
«Non lo so» rispose Greiner, «ma di certo qualcosa è capitato».
Franz disse: «Ma che stupidaggini dici! Cosa può succedere la mattina
così presto?»
«Non lo so» ribadì Greiner, «ma se te lo dico, puoi metterci la mano sul
fuoco. Qualcosa di pazzesco, qualcosa di simile al 30 di giugno».
«Ma dai...»
Franz guardò fisso davanti a sé. Quanto era fitta ancora la nebbia laggiù!
Poco dopo la pianura venne loro incontro, insieme a fabbriche e strade.
Tutt’intorno, un forte chiasso e tintinnii di campanelli. Una volta furono
separati da due soldati delle SS motorizzate, Heinrich e Friedrich Messer, di
Butzbach, cugini di Greiner, diretti anch’essi al proprio lavoro.
«Non ti prendono con loro?» domandò Franz, come se non nutrisse più
alcuna curiosità per la notizia di Anton.
«Non gli è permesso, dopo saranno di servizio. Quindi tu credi che io
dica stupidaggini...»
«Ma come ti viene in mente...»
«Perché io dico stupidaggini! Ascolta: mia madre oggi deve andare
dall’avvocato a Francoforte, per l’eredità. Perciò è andata da Kobisch con
tutto il latte, perché non poteva occuparsi lei della distribuzione; il giovane
Kobisch ieri era stato a Magonza, dove compra il vino per la sua osteria. Lì
hanno bevuto fino a ubriacarsi e si è fatto tardi, e lui è potuto tornare a casa
solo stamattina presto, ma a Gustavsburg non lo hanno lasciato passare».
«Ma dai, Anton».
«Dai cosa?»
«A Gustavsburg hanno chiuso da un sacco di tempo».
«Franz, Kobisch non è mica scemo. Ha detto che lì c’era un controllo
severissimo, sentinelle alle teste del ponte, per non parlare della nebbia.
“Prima di urtare qualcuno” ha detto Kobisch, “e rischiare di dover fare
l’analisi del sangue, dato che avevo bevuto... e allora addio patente, ho
preferito ritornare all’Agnello d’Oro a Waisenau a farmi un altro goccetto».
Marnet scoppiò a ridere.
«Ridi pure, Franz. Tu credi che lo avrebbero lasciato ritornare a
Waisenau? Il ponte era chiuso. Te lo dico io, Franz: c’è qualcosa nell’aria».
Erano giunti alla fine della discesa. A destra e a sinistra si estendeva la
pianura brulla, fino ai campi di barbabietole. Che cosa poteva esserci
nell’aria? Nient’altro che la polvere dorata del sole che, sopra le case di
Höchst, diventava una cenere grigia. Eppure Franz si convinse, anzi,
improvvisamente fu certo che Anton Greiner avesse ragione. C’era qualcosa
nell’aria.
Proseguirono scampanellando lungo le strade strette e affollate. Le
ragazze strillavano e imprecavano. Agli incroci e all’ingresso delle fabbriche
c’erano sparute lampade ad acetilene che oggi erano state accese per la
prima volta, forse per la nebbia. La loro luce cruda e bianca aveva
trasformato i volti, come fossero di gesso. Franz sfiorò una ragazza, che
brontolò irritata e girò la testa verso di lui. Si era tirata una ciocca di capelli
sopra l’occhio sinistro, sfigurato in seguito a un incidente, ma così in fretta
che il ciuffo, come una bandierina, metteva ancor più in evidenza la ferita,
invece di coprirla. Il suo occhio sano, quasi nero, incontrò per un secondo il
viso marmoreo di Marnet e lo fissò intensamente; Franz provò la sensazione
che la ragazza, con un solo sguardo, avesse scrutato in lui fin nel profondo,
fino a un punto nascosto persino a lui. E lo strombazzare dei pompieri sulla
riva del Meno, l’assurda luce abbagliante delle lampade ad acetilene, le
ingiurie delle persone pressate contro il muro da un autocarro... Franz non
si era ancora abituato a tutto questo, oppure oggi c’era qualcosa di diverso
dal solito? Cercò una parola, un’occhiata che in seguito avrebbe potuto
interpretare. Era sceso dalla bicicletta e la portava a mano. Aveva ormai
perso nella folla sia Greiner sia la ragazza.
Greiner gli si avvicinò ancora una volta. «Dall’altra parte, a Oppenheim»
gli disse da sopra la spalla. Franz dovette protendersi in fuori così tanto che
la bicicletta gli venne quasi strappata via. I loro ingressi alla fabbrica erano
molto distanti l’uno dall’altro: passato il primo posto di controllo, non
avrebbero potuto rivedersi per parecchie ore.
Marnet era teso e guardingo, ma né nello spogliatoio, né in cortile, né
sulle scale riuscì a scovare una traccia, il minimo segno di un’agitazione
diversa dal solito, fra la seconda e la terza sirena; c’era solo un disordine
maggiore, un chiasso un po’ più forte, come del resto succedeva ogni lunedì
mattina. Lo stesso Franz, mentre cercava dubbioso anche il più piccolo
indizio di una qualsiasi inquietudine latente, tra le parole e perfino negli
occhi dei colleghi, imprecava esattamente come tutti gli altri, poneva le
stesse domande su come avessero trascorso la domenica, faceva le stesse
battute, gli stessi gesti bruschi e nervosi mentre si cambiava. Se qualcuno lo
avesse spiato con l’attenzione con la quale lui sorvegliava gli altri, sarebbe
rimasto altrettanto deluso nei suoi confronti. Franz provava persino una
punta di rabbia contro tutta quella gente che non si accorgeva affatto, o non
voleva accorgersi, che c’era qualcosa nell’aria. Ma era davvero successo
qualcosa? Le storie di Greiner perlopiù erano puri pettegolezzi. A meno che
quel suo cugino, Messer, non lo avesse esortato ad avvicinarsi a me per
curiosare un po’. Ma c’era forse qualcosa che potesse notare parlando con
me? pensò Franz. E in fin dei conti, che cosa ha raccontato? Chiacchiere e
ancora chiacchiere. Su quel tal Kobisch che si era ubriacato dal vinaio.
Con l’ultimo ululato della sirena i suoi pensieri si dileguarono. Dato che
lavorava in fabbrica da poco, provava sempre una grande agitazione, quasi
paura prima che il lavoro iniziasse. E quando venivano attaccate le cinghie,
tremava fino alla radice dei capelli. Ora la cinghia aveva raggiunto il suo
fruscio chiaro e definitivo. Franz aveva finito da parecchio il primo, il
secondo, il cinquantesimo stampo e la sua camicia era completamente
bagnata di sudore. Il suo respiro tornò regolare e i suoi pensieri ripresero il
loro corso, anche se in modo più blando, perché era concentrato sul lavoro.
Lui non avrebbe saputo lavorare se non con precisione, neanche se il suo
datore di lavoro fosse stato il diavolo.
Lassù erano in venticinque. Nel caso avesse cercato con ansia anche lì,
nel reparto punzonatura, un qualche segno di agitazione, Franz, dato il suo
carattere, ci sarebbe rimasto molto male se uno dei suoi modelli non fosse
risultato perfetto. Non soltanto per le conseguenze, che avrebbero potuto
nuocergli, ma per i modelli in se stessi, che dovevano uscire perfetti anche
oggi, come sempre. Ma nello stesso tempo pensava: Oppenheim, ha detto
Anton, la cittadina tra Magonza e Worms. Cosa sarà successo di speciale in
un posto simile?
Fritz Messer, cugino di Anton Greiner e allo stesso tempo caposquadra di
Franz, gli si fermò accanto per qualche istante e poi passò oltre. Una volta
parcheggiata la moto e appeso l’abito nell’armadietto, Fritz era un
punzonatore come gli altri. A parte quella sfumatura nella voce, che forse
soltanto Franz percepì, quando Fritz chiamò Weigand, un ometto peloso e
non più giovane, soprannominato Legnetto. E meno male che la sua vocina
sussurrava chiara e sottile come la cinghia quando, quasi aspirasse la
polvere degli scarti, senza che le labbra si muovessero disse: «Sai già del
campo di concentramento? Di Westhofen?» Guardando dall’alto, Franz vide
nei chiari e limpidi occhi di Legnetto, quei minuscoli puntini luminosi che
aveva atteso con ansia: come se dentro quell’uomo ardesse in profondità un
fuoco e dagli occhi fossero schizzate fuori solo le ultime scintille. Franz
pensò: Finalmente! Legnetto veniva al sodo.
Franz spostò con cura il suo pezzo, lo fissò sulle linee marcate, premette
la leva in basso una volta, un’altra e un’altra ancora, poi di nuovo e
finalmente un’ultima volta. Se soltanto avesse potuto scappare dal suo
amico Hermann! Di colpo i suoi pensieri tornarono a fermarsi. Qualcosa in
quella notizia lo toccava in modo particolare, qualcosa lo sconvolgeva in
maniera straordinaria, si era annidato in lui e lo rodeva, senza che sapesse
ancora perché e di cosa si trattasse. Dunque una rivolta in un campo di
concentramento, si disse, forse addirittura una sommossa. Poi d’improvviso
comprese cosa lo colpiva in modo particolare in quella notizia: Georg... Che
pazzia, rifletté subito dopo, pensare a Georg dopo aver saputo una simile
notizia! Forse Georg non era neanche più lì. O magari, cosa altrettanto
possibile, era morto. Ma alla sua stessa voce si sovrapponeva quella di
Georg, lontana e impertinente: No, Franz, se è accaduto qualcosa a
Westhofen, allora significa che io non sono morto.
Aveva creduto davvero, negli ultimi anni, di pensare a Georg come a un
qualsiasi detenuto. Come a uno qualunque fra mille, cui si pensa con rabbia
mista a dolore. Aveva veramente creduto che nulla ormai lo unisse a lui,
tranne il vincolo di un evento comune: la giovinezza trascorsa insieme sotto
gli astri della stessa speranza. Non più l’altro, doloroso legame inciso nel
profondo della loro carne e al quale all’epoca entrambi avevano attinto. Si
era convinto che quelle vecchie storie fossero ormai dimenticate. Georg era
diventato un altro, e anche lui, Franz, era diventato un altro...
Per un secondo fissò il viso dell’operaio più vicino. Legnetto aveva detto
qualcosa anche a lui? Ed era possibile che quello continuasse a lavorare,
inserendo attentamente un pezzo dopo l’altro? Se laggiù è veramente
accaduto qualcosa, pensò Franz, allora c’è di mezzo Georg. E poi pensò
ancora: Probabilmente non è accaduto assolutamente nulla, e anche
Legnetto ha riferito solo chiacchiere.
Quando si recò in sala mensa per pranzo e ordinò la sua birra (mangiava
qualcosa di caldo soltanto la sera, con i parenti, dai quali per pranzo si
faceva dare pane, salame e strutto, poiché desiderava risparmiare per
comprarsi un abito dopo la lunga disoccupazione; ma quante volte avrebbe
avuto occasione di indossare un completo? Non sarebbe stato meglio
comprare una giacca con la cerniera lampo?), Franz sentì dire al bancone:
«Legnetto è stato arrestato». Uno aggiunse: «Per ieri. Si era ubriacato e ha
parlato troppo». «No, non è questo il motivo» protestò qualcuno,
«dev’essere per qualcos’altro». Qualcos’altro? Franz pagò e si appoggiò al
bancone. Tutti all’improvviso si erano messi a parlare sottovoce, creando
uno strano brusio: Legnetto... Legnetto... Legnetto... «Si è scottato la lingua»
disse a Franz il suo vicino Felix, un amico di Messer, con uno sguardo
penetrante. Sul suo viso regolare, quasi bello, era comparsa un’espressione
divertita. Gli occhi di un azzurro intenso, però, erano troppo freddi per un
viso così giovane. «Scottato con cosa?» domandò Franz. Felix sollevò le
spalle e le sopracciglia e sembrò quasi soffocare una risata. Se potessi
andare subito da Hermann... pensò ancora Franz. Ma non c’era alcuna
possibilità di vedere Hermann prima di sera.
Improvvisamente scorse Anton Greiner che avanzava verso il bancone.
Doveva essersi procurato con qualche pretesto un lasciapassare, altrimenti
non avrebbe potuto arrivare in quel reparto e tanto meno in sala mensa.
Perché viene sempre a cercare me? pensò Franz. Perché vuol sempre
raccontare proprio a me le sue storie?
Anton lo afferrò per il braccio ma lo lasciò subito andare, quasi che un
simile gesto fosse troppo sfacciato, si volse verso Felix e trangugiò la sua
birra. Poi tornò da Franz. Eppure ha lo sguardo onesto, pensò quest’ultimo.
Forse è un po’ ottuso, ma sincero... Ed è attratto da me come io lo sono da
Hermann... Anton prese Franz sottobraccio e, approfittando della fine della
pausa e dell’uscita della gente, raccontò: «Dall’altra parte del Reno, a
Westhofen, c’è stata una fuga... una colonna di punizione. L’ha saputo mio
cugino. La maggior parte pare sia stata riacciuffata. Questo è tutto».

3.

Per quanto avesse riflettuto a lungo sull’evasione, da solo e con Wallau, per
quanti particolari avesse preso in esame, oltre all’impetuoso corso di una
nuova esistenza, nei primi minuti dopo la fuga non era altro che una bestia
che scappa nella natura selvaggia che è la sua vita, con sangue e peli ancora
attaccati alla trappola. L’ululato della sirena, da quando era stata scoperta la
fuga, risuonava per chilometri nella campagna e svegliava i villaggi della
zona, avvolti nella nebbia autunnale. Era una nebbia che smorzava ogni
cosa, persino i riflettori, che altrimenti avrebbero rischiarato anche la più
cupa delle notti. Adesso, verso le sei del mattino, erano soffocati dalla
bruma ovattata che riuscivano appena a colorare di giallo.
Georg si rannicchiò più in basso, sebbene il terreno cedesse sotto di lui.
Rischiava che lo inghiottisse prima di riuscire ad allontanarsi. L’arida
sterpaglia gli s’infilava tra le dita esangui, scivolose, gelate. Gli pareva di
sprofondare sempre più velocemente e più in basso; strano che non fosse
già stato inghiottito. Nonostante fosse evaso per sfuggire a una morte certa
– nessun dubbio che lui e gli altri sei sarebbero stati trucidati nei prossimi
giorni –, la morte nella palude gli sembrava molto semplice e non gli
incuteva terrore. Come se fosse un’altra morte, rispetto a quella da cui era
fuggito, una morte nella natura, del tutto libera e non procurata dalla mano
dell’uomo.
Due metri sopra di lui, sull’argine, correvano le sentinelle con i cani.
Cani e sentinelle erano invasati dall’urlo della sirena e dalla densa nebbia
umida. Georg aveva i capelli ritti, e anche tutti i peli del corpo. Udì
imprecare qualcuno, così vicino da riconoscerne la voce: Mannsfeld.
Evidentemente il colpo di vanga che Wallau gli aveva inferto poco prima
non gli doleva più. Lasciò la presa e scivolò ancora più giù, arrivando
appena a toccare con tutt’e due i piedi il basamento che offriva un appoggio.
Aveva calcolato già da prima anche questo, quando aveva ancora la forza di
prevedere con Wallau ogni eventualità.
D’improvviso accadde qualcosa di nuovo. Un attimo più tardi capì che
era solo cessata la sirena. Era questa la novità, il silenzio, nel quale si
sentivano nitidi i fischi ritmati e gli ordini provenienti dal campo e dalla
baracca esterna. Le sentinelle, sopra di lui, correvano dietro i cani verso
l’estremità dell’argine. Dalla baracca esterna altri cani si lanciavano nella
stessa direzione. Uno scoppio attutito, poi un altro, un tonfo, e il feroce
latrato dei segugi copre un flebile guaito, che non riesce a prendere vigore e
non può essere di un cane, ma neanche di una voce umana, e forse
quell’uomo che adesso stanno trascinando non ha più nulla di umano in sé.
Di sicuro è Albert, pensò Georg. Esiste un livello nella realtà che ci fa
credere di sognare, anche quando non si è mai stati così lontani dal sogno.
Uno l’hanno preso, pensò Georg come si fa in sogno. Uno l’hanno preso.
Non poteva essere che fossero già rimasti soltanto in sei.
La nebbia era sempre così fitta da poterla tagliare con il coltello. Due luci
si accesero lontano, al di là della strada provinciale, a occhio e croce subito
dietro il canneto. Quei puntini di luce isolati, acuti, penetravano più
facilmente la bruma rispetto ai fasci dei riflettori. A poco a poco si accesero
le luci in tutte le case dei contadini, e i villaggi si ridestarono. Ben presto il
cerchio illuminato si chiuse. Non può essere vero, pensò Georg. Questo è
solo un sogno. Ora aveva una gran voglia di mettersi in ginocchio a
camminare. A che scopo lasciarsi coinvolgere in quella caccia? Una flessione
del ginocchio ed è finita... «Innanzitutto state calmi» diceva sempre Wallau.
Probabilmente Wallau in quel momento era accovacciato poco lontano, da
qualche parte tra i giunchi. E quando Wallau diceva: «Innanzitutto state
calmi», subito tutti si calmavano.
Georg si afferrò alla sterpaglia e strisciò piano di lato. Si trovava ora a sei
metri circa dalla fine di quel settore dell’argine. D’un tratto, un’ondata di
paura lo investì con abbagliante concretezza, costringendolo a rimanere
addossato al pendio esterno, il ventre schiacciato a terra. Poi la paura passò,
all’improvviso così com’era venuta.
Strisciò ancora fino all’estremità dell’argine. La sirena riprese a urlare,
penetrando sicuramente ben oltre la sponda destra del Reno. Georg affondò
il viso nel terreno. «Calma, calma...» gli soffiò nelle orecchie la voce di
Wallau. Georg sbuffò e girò la testa. Le luci si erano ormai tutte spente. La
nebbia era diventata trasparente e leggera, una delicata trama dorata. Sullo
stradone provinciale saettarono come razzi tre fari di motocicletta. L’urlo
della sirena sembrava aumentare d’intensità, sebbene alternasse soltanto i
toni: un trapano spietato che torturava il cervello da ore. Georg rituffò la
faccia nel terreno perché li sentì tornare indietro, correndo sull’argine sopra
di lui. Sbirciò con la coda dell’occhio. I riflettori non avevano più nulla da
scoprire, illanguiditi nel chiarore del giorno. Se solo la nebbia non si fosse
alzata subito! D’un tratto tre figure scesero lungo la scarpata esterna, a
meno di dieci metri da lui. Georg riconobbe di nuovo la voce di Mannsfeld.
Riconobbe Ibst dalle bestemmie, non dalla voce, che per la rabbia gli era
diventata acuta come quella di una donna. La terza voce, spaventosamente
robusta – Georg ci avrebbe scommesso la testa – apparteneva a Meißner,
che di notte andava nella baracca a chiamare l’uno o l’altro, e aveva
chiamato Georg l’ultima volta due notti prima. Anche ora, dopo ogni parola,
Meißner frustava l’aria con qualcosa di sferzante. Georg ne udì il sibilo
sottile. Qui sotto, intorno – sempre dritto – ci siamo quasi – forza.
Un altro fiotto di paura, un pugno che stringe forte il cuore. Ora non
devo più essere uomo, devo mettere radici, diventare un salice tra i salici,
devo avere una corteccia e rami, invece di due braccia. Meißner scese lungo
il pendio e cominciò a urlare come un pazzo. D’un tratto si zittì. Adesso mi
vede, pensò Georg, e di colpo si sentì tranquillo, senza più traccia di paura.
Questa è la fine, addio a tutti.
Meißner scese ancora più giù, fino a raggiungere gli altri che
perlustravano il terreno fra l’argine e la strada. Per il momento Georg era
salvo, proprio perché si trovava più vicino di quanto credessero. Se si fosse
alzato per allontanarsi, lo avrebbero subito preso. Era incredibile che si fosse
attenuto con folle e disperata tenacia al piano prestabilito! I piani elaborati
nelle notti insonni, quanta forza conservano nei momenti in cui tutti i
progetti falliscono; tanto da far pensare che li abbia elaborati qualcun altro.
Ma anche quell’altro ero io!
La sirena tacque per la seconda volta. Georg strisciò di lato e scivolò con
un piede. Un uccello di palude si spaventò, tanto che Georg, per la paura,
mollò la presa degli sterpi. L’uccello s’infilò tra i giunchi con un sonoro
fruscio. Georg rimase in ascolto; sicuramente anche gli altri ascoltavano.
Perché devo essere un uomo e, se così dev’essere, perché proprio io, Georg?
I giunchi si erano di nuovo raddrizzati, nessuno si mosse; alla fin fine non si
era trattato che di un uccello palustre che svolazzava. In ogni caso Georg
non poteva più andare avanti, aveva le ginocchia sbucciate e le braccia
sfinite. D’improvviso intravvide fra gli sterpi la faccia pallida e minuta di
Wallau, il suo naso appuntito... Di colpo tutta la boscaglia si riempì di facce
di Wallau.
Anche questo passò. Georg si calmò quasi del tutto. Pensò freddamente:
Io, Wallau e Füllgrabe la scamperemo. Noi tre siamo i migliori. Beutler
l’hanno preso. Belloni, forse, ce la farà anche lui. Aldinger è troppo vecchio.
Pelzer è troppo debole. Quando si girò sulla schiena, era ormai giorno. La
nebbia si era alzata. Sul paese si stendeva una luce autunnale dorata e
fresca, che si sarebbe potuta definire pacifica. Georg riconobbe, a circa venti
metri da lui, le due grandi lastre di pietra con i margini bianchi. Prima della
guerra, l’alzaia era servita come strada per raggiungere una masseria isolata,
ormai da tempo demolita o incendiata. Forse allora la zona era coltivata, ma
nel frattempo era diventata una palude, comprese le scorciatoie fra l’argine
e la strada provinciale. All’epoca, probabilmente, erano state portate via le
pietre dal Reno. Tra esse rimanevano ancora zolle di terra compatte e i
giunchi vi erano cresciuti sopra da un pezzo. Si era formata così una specie
di galleria, che si poteva percorrere strisciando ventre a terra.
I pochi metri fino alla prima lastra grigia e sbiancata erano il tratto più
rischioso, quasi completamente allo scoperto. Georg si aggrappò agli arbusti
con i denti e lasciò andare prima una mano, poi l’altra. Quando i ramoscelli
si raddrizzarono, si produsse un sottile fruscio e un uccello si alzò in volo,
forse lo stesso di prima.
Appena riuscì ad accucciarsi sulla seconda pietra, fra i giunchi, gli parve
di esserci arrivato di colpo e con un balzo straordinariamente rapido, quasi
avesse avuto ali d’angelo. Se solo non avesse sentito tanto freddo!

4.

Che quella realtà insopportabile fosse un sogno, da cui si sarebbe presto


svegliato; sì, che quell’incubo non fosse nemmeno un brutto sogno, ma solo
il suo ricordo; era questa la sensazione che dominava Fahrenberg, il
comandante del campo, molto tempo dopo che gli era stata riferita la
notizia. Con apparente sangue freddo aveva messo in atto tutte le manovre
che una tale evenienza comportava. In realtà non era stato lui ad agire,
perché neppure il sogno più tremendo richiede un intervento: qualcun altro
al posto suo aveva escogitato le misure da prendere per una eventualità che
non avrebbe mai dovuto verificarsi.
Quando la sirena si scatenò, un secondo dopo il suo ordine, il
comandante scavalcò cauto una prolunga elettrica – ostacolo immaginario –
e si diresse alla finestra. Perché la sirena ululava? Fuori dalla finestra non
c’era nulla di speciale, la visione giusta per una circostanza inesistente.
Fahrenberg non pensò che questo nulla fosse pur sempre qualcosa, cioè
una fitta nebbia. Il comandante si riscosse vedendo Bunsen incespicare in
uno dei cavi tirati fra l’ufficio e il dormitorio. Cominciò a urlare, non contro
Bunsen ma contro Zillich, che lo aveva appena informato. Fahrenberg però
non sbraitava perché aveva recepito la notizia dell’evasione contemporanea
di sette detenuti, bensì per il bisogno di liberarsi dalla pressione di un
incubo. Bunsen, un pezzo d’uomo di un metro e ottantacinque,
particolarmente bello nei lineamenti del volto e nella corporatura, si girò
ancora una volta, disse: «Scusate» e si chinò per rimettere la spina nella
presa volante. Fahrenberg aveva una speciale predilezione per gli impianti
elettrici e telefonici. In entrambi i locali c’era una gran quantità di fili e di
commutatori, e spesso necessitavano di riparazioni e montaggi. Si dava il
caso che la settimana precedente fosse stato liberato un detenuto, un certo
Dietrich, di Fulda, di mestiere elettricista, proprio subito dopo l’installazione
del nuovo impianto, che in seguito si era rivelato alquanto difettoso.
Bunsen aspettò che Fahrenberg si calmasse, con un divertimento
riconoscibile solo nello sguardo sul volto impassibile. Quindi se ne andò.
Fahrenberg e Zillich rimasero soli...
Bunsen si accese una sigaretta sulla soglia, ma ne aspirò una sola boccata
e la buttò. Era stato in permesso durante la notte, e sarebbe scaduto
mezz’ora dopo: il suo futuro cognato l’aveva riaccompagnato in automobile
da Wiesbaden.
Tra la sede del comando, un solido edificio in mattoni, e la baracca III,
lungo la quale erano piantati alcuni platani, si apriva uno spiazzo che fra
loro chiamavano “pista da ballo”. Lì, all’aperto, il suono della sirena
trapanava il cervello. Stupida nebbia, pensò Bunsen.
I suoi uomini erano pronti. «Braunewell! Inchiodate questo cartello su
quell’albero. Bene. Avvicinatevi! Ascoltate con attenzione!» Bunsen collocò
la punta del compasso nel segno rosso con la scritta “Campo di
concentramento di Westhofen” e tracciò tre cerchi concentrici. «Ora sono le
sei e cinque. L’evasione è avvenuta alle cinque e quarantacinque. Entro le
sei e venti un uomo a piedi può arrivare al massimo fino a questo punto.
Probabilmente, dunque, i fuggitivi si trovano fra questo e quest’altro
cerchio. Braunewell! Bloccate la strada fra i villaggi di Botzenbach e
Oberreichenbach. Meiling! Bloccatela tra Unterreichenbach e Kalheim. Che
nessuno passi! Restate in contatto fra di voi e con me. Non possiamo
rastrellare la zona e i rinforzi saranno qui soltanto fra un quarto d’ora.
Willich! Il nostro cerchio esterno tocca in questo punto la sponda destra del
Reno. Quindi bloccate il tratto fra i traghetti e il prato di Liebach, quello che
costeggia il fiume. Fate presidiare questo incrocio! E i traghetti! Piazzate
sentinelle sul prato di Liebach!»
La nebbia era così fitta che i numeri sul quadrante del suo orologio da
polso erano ancora fosforescenti. Udì i clacson delle SS motorizzate che già
uscivano dal campo. Ora la strada di Reichenbach è sbarrata. Bunsen
avvicinò il naso alla cartina. Ora la sentinella è arrivata al prato di Liebach.
Ciò che era possibile fare nei primi minuti era stato fatto. Nel frattempo,
Fahrenberg aveva trasmesso la notizia alla centrale. Chissà come stava
scomodo nella sua pelle il vecchio, il conquistatore di Seeligenstadt. Bunsen,
invece, ci stava proprio bene nella propria, come se fosse stata fatta su
misura da Dio, il Grande Sarto. E che fortuna, poi! Il guaio era accaduto
durante la sua assenza, ma lui era rientrato un po’ in anticipo, giusto in
tempo per essere coinvolto. Sopra l’ululato della sirena, cercava di aguzzare
le orecchie in direzione della sede del comando, per sentire se il vecchio
avesse già sfogato la sua seconda razione di rabbia.
Zillich era solo con il suo capo, che lo teneva d’occhio mentre
armeggiava con il telefono per stabilire il collegamento diretto con la
centrale. Bisognerebbe arrestare di nuovo quel maledetto Dietrich di Fulda
per il suo pessimo lavoro. Zillich aveva la netta sensazione che quello
stupido trafficare fosse solo una perdita di tempo: minuti preziosi, durante i
quali sette puntini si allontanavano sempre di più e con maggiore rapidità,
creando un divario incolmabile. Finalmente ecco la centrale, a cui trasmise
la notizia. Fahrenberg l’ascoltò così per la seconda volta in dieci minuti. Il
suo viso conservò l’espressione di durezza inflessibile che gli era stata
imposta da tempo, sebbene il naso e il mento fossero un po’ troppo corti; ma
la mandibola si abbassò leggermente. Dio, che era nei suoi pensieri anche in
questa occasione, non poteva assolutamente permettere che quella notizia
fosse vera: sette detenuti fuggiti tutti insieme dal suo campo. Fissò
duramente Zillich, che gli rispose con un’occhiata torva, carica di
rammarico, tristezza e rimorso. Perché Fahrenberg era stato il primo a
concedergli completa fiducia. Zillich non si meravigliava affatto che
qualcosa si fosse messo di traverso quando tutto sembrava procedere per il
meglio. Non aveva forse ricevuto quella odiosa fucilata proprio nel
novembre del 1918? La sua fattoria non era forse stata messa all’asta un
mese prima che uscisse la nuova legge? Quella donnaccia non l’aveva forse
riconosciuto sei mesi dopo l’accoltellamento, facendolo finire dentro?
Fahrenberg, ormai da due anni, si affidava a lui per quella che fra loro
chiamavano “la potatura”, cioè la composizione delle colonne punitive, delle
quali sceglieva i detenuti e le pattuglie di sorveglianza che li
accompagnavano.
Improvvisamente trillò la sveglia che Fahrenberg, per antica abitudine,
teneva su una sedia accanto al letto da campo: le sei e un quarto. Era l’ora in
cui il comandante avrebbe dovuto alzarsi e Bunsen ripresentarsi in servizio.
Così sarebbe dovuta cominciare la giornata abituale, la solita giornata di
Fahrenberg al comando del campo di Westhofen.
Fahrenberg ebbe un sussulto, irrigidì la mandibola e, con pochi rapidi
gesti, si vestì, si pettinò con una spazzola umida e si lavò i denti. Si avvicinò
a Zillich, ne scrutò dall’alto in basso la nuca possente e disse: «Li
riprenderemo alla svelta». Zillich rispose: «Sì, signor comandante!» Poi
aggiunse: «Signor comandante...» e avanzò alcune proposte, pressappoco le
stesse adottate in seguito dalla Gestapo, quando a Zillich non pensava più
nessuno. I suoi suggerimenti dimostravano un’intelligenza acuta e
penetrante.
D’un tratto Zillich s’interruppe, e tutt’e due rimasero in ascolto. Da
lontano giungeva un suono flebile e confuso, dapprima indecifrabile, che
man mano superò la sirena, gli ordini e lo scalpiccio degli stivali sulla “pista
da ballo”. Zillich e Fahrenberg si guardarono negli occhi. «Finestra» disse
Fahrenberg. Zillich l’aprì e il suono penetrò nella stanza insieme alla nebbia.
Fahrenberg ascoltò brevemente, quindi uscì, seguito da Zillich.
Bunsen stava per lasciare il posto alle SA quando scoppiò il trambusto: il
detenuto Beutler, il primo tra i fuggitivi a essere catturato, veniva trascinato
verso la “pista da ballo”.
L’ultimo tratto, di fronte alle guardie ancora in servizio, lo percorse da
solo, non in ginocchio ma rotolando, forse perché aveva ricevuto una
pedata. Si fermò con la faccia all’insù. Quando gli scivolò accanto, Bunsen
notò la stranezza di quel volto: l’uomo rideva. Nella posizione in cui giaceva
ora, con la casacca insanguinata e il sangue che gli usciva dalle orecchie,
pareva proprio che la sua larga dentatura bianca si schiudesse in un sorriso
silenzioso.
Bunsen distolse lo sguardo da quella faccia e lo posò su quella di
Fahrenberg. Quest’ultimo abbassò gli occhi su Beutler e stirò le labbra
mostrando i denti, tanto che per un attimo parve che i due si ridessero in
faccia. Bunsen conosceva il suo comandante e sapeva che cosa stava per
succedere. Sul suo volto giovanile si delineò ciò che sempre affiorava
quando conosceva in anticipo ciò che sarebbe accaduto: le narici si
allargarono leggermente, gli angoli della bocca si contrassero e sul suo viso,
a cui la natura aveva conferito i lineamenti di un santo guerriero o di un
arcangelo con lo scudo, si dipinse una cupa angoscia.
Ma questa volta non accadde nulla.
Dall’ingresso del campo furono accompagnati alla sede del comando due
commissari criminali, Overkamp e Fischer. Si fermarono presso il gruppo
Bunsen-Fahrenberg-Zillich, videro cosa stava succedendo e si scambiarono
rapidamente alcune parole. Quindi Overkamp, senza rivolgersi
espressamente a nessuno e in tono molto basso, dove però risuonava una
collera a stento trattenuta, disse: «Sarebbe questo il modo di consegnarlo?
Mi congratulo. Convocate immediatamente un paio di medici, che vengano
a rattoppare i reni, i testicoli e le orecchie di quest’uomo, perché possiamo
interrogarlo ancora una volta! Bravi, bravi! Mi congratulo davvero».

5.

Ormai la nebbia s’era alzata, tanto da sembrare un cielo di nuvole basse


sopra i tetti e gli alberi. Un sole opaco e scialbo rischiarava come la luce di
una lampada velata le stradine malandate del villaggio di Westhofen.
Se almeno la nebbia non si alzasse subito e il sole non ci sferzasse troppo
prima della vendemmia, pensavano alcuni. Se almeno la nebbia si alzasse
subito, pensavano altri, e potessimo recuperare i raggi del sole che ci sono
mancati.
Ma a Westhofen, villaggio non tanto da vino quanto da cetrioli, erano in
pochi ad avere simili preoccupazioni. Un po’ in disparte rispetto alla strada
che dal prato di Liebach conduce alla provinciale, sorgeva la fabbrica di
aceto Frank. Dietro il fossato ampio e accuratamente scavato, i campi si
estendevano fino alla strada di accesso alla fabbrica. “Aceto di vino e
senape, Matthias Frank e Figli”. Questa targa era rimasta impressa nella
mente di Wallau. Raggiunta l’estremità del canneto, Georg dovette strisciare
allo scoperto per tre metri, poi nel fossato, precisamente nel braccio a
sinistra lungo i campi.
Quando alzò la testa dai giunchi, la nebbia si era ormai così diradata da
aver scoperto gli alberi dietro la fabbrica di aceto che, dato che Georg aveva
il sole alle spalle, sembravano ardere per un vivido incendio. Da quanto
tempo stava strisciando? Era interamente ricoperto di fango. Se soltanto
avesse potuto rimanere lì sdraiato, nessuno lo avrebbe scoperto. E a parte il
gracchiare e lo svolazzare dei corvi, non sarebbe scoppiato alcun trambusto
intorno a lui. Poche settimane di pazienza, poi uno strato di neve ghiacciata
avrebbe coperto, senza fatica, tutto ciò che restava. Vedi, Wallau, com’è
semplice far crollare il tuo meticoloso piano? Wallau non aveva calcolato
quant’era pesante il suo corpo, che doveva trascinare con i gomiti puntati
sul terreno scoperto; era come se fosse costretto a trascinare con sé tutta la
palude. Dal prato di Liebach giunse un fischio. Un altro gli rispose, così
spaventosamente vicino che Georg affondò la bocca nel terreno. «Striscia!»
gli aveva consigliato Wallau, che aveva vissuto la guerra, le battaglie della
Ruhr e i combattimenti nella Germania centrale, e in generale tutto quanto
c’era da vivere. Continua a strisciare, Georg, e non pensare mai che ti
abbiano scoperto. È per questo che molti sono stati beccati, perché se
n’erano convinti e avevano commesso qualche follia.
Georg sbirciò tra gli arbusti avvizziti oltre il margine del fossato. La
sentinella era talmente vicina – dove il sentiero sfociava sulla provinciale
attraverso il campo di cetrioli –, vicina in modo così sconcertante che Georg
non si spaventò, ma fu assalito dalla rabbia. Stava lì, così vicina, a portata di
mano, contro il muro di mattoni, piantata sui due piedi, che era un vero
supplizio doversi nascondere invece di saltarle addosso. Il soldato si
allontanò lentamente sulla strada che passava davanti alla fabbrica, verso il
prato di Liebach: alle sue spalle, in un infinito grigio e marrone, due pupille
roventi. Georg pensò che di sicuro si sarebbe voltato sentendo il battito
tumultuoso del suo cuore mentre, in realtà, persino in presenza della paura
della morte era più debole dei colpi d’ala di un uccello. Avanzò strisciando
nel fossato, quasi fin dove poco prima stava la sentinella. Wallau gli aveva
spiegato anche che in quel punto il fossato passava sotto la strada. Se e
come poi continuasse, non aveva saputo dirglielo. In quel punto cessava
anche la sua capacità di previsione. Georg percepì solo in quel momento di
essere solo e abbandonato. Calma – soltanto quella parola gli rimaneva
nell’orecchio, un semplice suono, un talismano fatto di voce. Il fossato, si
disse, deve correre sotto la fabbrica per raccogliere gli scarichi. Dovette
aspettare finché la sentinella si voltò, rimase ferma sulla sponda e fischiò.
Dal prato di Liebach le risposero altri fischi. Georg registrò l’intervallo tra i
fischi, e capì parecchie altre cose. Ogni punto del suo cervello era
impegnato, ogni muscolo teso, ogni secondo sovraccarico, tutta la vita era
straordinariamente intensa, vertiginosa e piena. Quando poi si ritrovò tra i
rifiuti fetidi fu assalito dalla debolezza, perché il fossato non sembrava
costruito per trascinarvisi dentro fino all’altra parte, ma unicamente per
morirci soffocati. Nello stesso momento si sentì furibondo, perché non era
un topo e quello non era un punto di passaggio adatto a lui. Intanto davanti
non c’era più solo un’oscurità totale, ma si distingueva un turbine crescente
di goccioline d’acqua. Per fortuna l’area della fabbrica non era grande, forse
una quarantina di metri di larghezza. Appena uscito dall’altra parte del
muro, il campo saliva leggermente verso la provinciale e un sentiero la
raggiungeva di traverso. All’angolo tra il muro e il sentiero fra i campi si
ergeva un letamaio. Georg non ne poteva più, e dovette fermarsi a vomitare.
Un vecchio stava attraversando i campi arati. Sulle spalle portava due
secchi uniti da una fune, per farsi dare dal guardiano della fabbrica il
mangime per i conigli. A Westhofen lo chiamavano Berretto di Cannella.
Per ben sei volte era stato fermato lungo il suo breve tragitto, e ogni volta
aveva dovuto mostrare i documenti: Gottlieb Heidrich, di Westhofen, detto
Berretto di Cannella. Doveva essere successo di nuovo qualcosa al campo,
pensò il vecchio mentre, accompagnato dall’urlo della sirena, procedeva
lentamente attraverso i campi con i secchi per il mangime; qualcosa di
simile all’estate scorsa, quando uno di quei poveri diavoli voleva scappare e
quelli gli avevano sparato. La sirena non aveva ancora smesso di urlare che
era già morto. Una volta non succedevano simili pasticci da quelle parti.
Proprio qui, sotto il loro naso, dovevano costruire un campo di
concentramento! Era anche vero che oggi si guadagnava qualcosa, mentre
prima bisognava girare per tutta la regione, per portare i prodotti al
mercato. Correva voce che in seguito si sarebbero potuti prendere in affitto i
terreni che quei poveri diavoli stavano dissodando, e non c’era da
meravigliarsi che tentassero di scappare. Si diceva anche che l’affitto
sarebbe stato più basso che di là, a Liebach.
Così rifletteva Berretto di Cannella, che volle girarsi ancora una volta,
per cercare di capire perché quell’individuo incredibilmente lercio se ne
stesse accovacciato là sul sentiero, vicino a un letamaio. Quando si accorse
che lo sconosciuto stava vomitando, si rallegrò che avesse un motivo per
trovarsi lì.
Georg, che non si era accorto di Berretto di Cannella, proseguì.
Inizialmente aveva pensato di dirigersi verso Erlenbach, lontano dal Reno,
ma ora non osava attraversare lo stradone. Cambiò quindi decisione – se
così ancora si può chiamare l’estremo, immutabile impulso di un momento
– e si mise in marcia sul campo arato con le spalle contratte, la testa bassa,
preparato ai richiami e alle fucilate. Piantava la punta dei piedi nelle zolle:
Ora, ora, tesoro mio... Un grido, pensò, poi un colpo, e un invincibile fremito
gli colpì le ginocchia, spingendolo a lasciarsi cadere. Poi gli attraversò la
mente un pensiero: Mi colpiranno alle gambe, per prendermi vivo. Chiuse
gli occhi. Mischiato al freddo vento mattutino, provò un impeto di
disperazione che nessun uomo potrebbe sostenere. Continuò a camminare
incespicando, infine si fermò. Ai suoi piedi, sul sentiero, c’era un nastrino
verde. Lo guardò come se fosse caduto dal cielo e lo raccolse.
Davanti a lui c’era una bambina che pareva sorta dal campo arato, con il
grembiulino e i capelli con la scriminatura. Si guardarono negli occhi. Poi la
piccola abbassò lo sguardo sulla mano di lui. Georg le diede una tiratina alla
treccia e le restituì il nastro.
La bimba scappò verso una vecchia, la nonna, che era apparsa d’un tratto
sul sentiero. «Ah, d’ora in poi ti fisserò la treccia soltanto con lo spago»
disse ridendo la donna; e volgendosi verso Georg: «Bisognerebbe darle un
nastrino nuovo ogni giorno per legarsi i capelli». E Georg: «Tagliatele la
treccia». «No, no...» rispose la donna, e lo scrutò da capo a piedi. Nello
stesso momento Berretto di Cannella, dalla fabbrica di aceto che si trovava
proprio alle loro spalle, gridò: «Cassettina!» Tutta la gente di Westhofen
chiamava così la vecchia, perché per tutta la vita si era sempre portata
addosso gli oggetti più strani, utili e inutili, per ogni evenienza: cerotti,
spaghi, caramelle per la tosse... La donna agitò il braccio scarno verso
Berretto di Cannella, col quale ai suoi tempi aveva ballato e che era stata lì lì
per sposare. E intorno alla sua bocca sdentata e sulle guance grinzose si
disegnò quella tremenda vivacità, propria dei vecchi quando si corteggiano,
quasi che ballando si udissero tintinnare le ossa.
Ma quando Berretto di Cannella vide lo sconosciuto spaventosamente
sudicio, che forse lavorava alla fabbrica, allontanarsi insieme alla vecchia e
alla bambina, il suo cuore si liberò dalla vaga inquietudine di prima. Lo
stesso Georg, camminando dietro di loro, si sentì, sia pure per qualche
minuto soltanto, nuovamente accolto tra i vivi. Il sentiero non si dirigeva
solo verso il villaggio, come aveva creduto, ma si biforcava in due rami,
l’uno verso il paese, l’altro verso lo stradone. La vecchia, che aveva cacciato
il nastro in una tasca della sottana, insieme a tutte le altre cianfrusaglie, tirò
a sé la bambina, che si mordeva le labbra per non piangere, afferrandola per
la treccia. Intanto borbottava: «Avete sentito lo spettacolo di poco fa? Uhi...
uhi... che fracasso! Adesso c’è silenzio. L’hanno preso. Quello avrà poco da
ridere. Uhi... uhi...» Sghignazzando e brontolando, si fermò al bivio. «La
nebbia si è alzata! Guardate!»
Georg si guardò intorno. La nebbia si era davvero alzata e il cielo
autunnale, di un azzurro pallido, luccicava chiaro e pulito. «Uhi... uhi...»
fece la vecchia, mentre due, anzi tre aerei calavano dal cielo, argentei,
descrivevano bassi e stretti cerchi sulla terra, sui tetti di Westhofen, sulla
palude e sui campi.
Georg si avvicinò alla donna che conduceva la nipotina verso lo
stradone. Camminarono per una decina di metri senza incontrare nessuno.
La vecchia si era ammutolita. Sembrava aver dimenticato tutto – Georg, la
bambina, il sole, gli aerei – e rimuginare su cose accadute tanto tempo
prima, quando Georg non era neppure nato. Lui le sta molto vicino,
vorrebbe attaccarsi alla sua gonna. Ma tutto questo non è la realtà ma un
sogno, lui sogna di camminare accanto alla vecchia, aggrappandosi alla sua
gonna, senza che lei se ne accorga. Tra un attimo si sveglierà e Lohgerber si
metterà a urlare per tutta la baracca...
A destra iniziava un lungo muro cosparso sulla sommità da cocci di
vetro. Fecero alcuni passi lungo quel muro, in fila indiana, Georg per ultimo.
Improvvisamente, senza suonare il clacson, una moto fu alle loro spalle. Se
si fosse voltata in quell’istante, la vecchia avrebbe creduto che Georg fosse
stato inghiottito dalla terra. La moto sfrecciò oltre. «Uhi... uhi...» borbottò la
vecchia, continuando a camminare. Georg non soltanto era sparito dalla sua
strada, ma anche dalla sua memoria.
Georg era steso a terra dall’altra parte del muro. Le mani gli
sanguinavano per i frammenti di vetro; la sinistra, sotto il pollice, mostrava
uno squarcio, e anche i suoi abiti erano stracciati fino a scoprire la pelle.
Sarebbero scesi dalla moto per acciuffarlo? Dalla vicina casa in mattoni
rossi e con molte finestre giungevano delle voci, parecchie delle quali chiare
e profonde, poi un coro di ragazzi. Quale parola volevano ancora ficcargli in
testa, quale frase, nell’ora della sua morte? Dalla direzione opposta arrivò
una moto, che proseguì verso il campo di concentramento di Westhofen.
Georg non provò alcun sollievo, anzi, solo ora avvertì il dolore alla mano.
Avrebbe voluto strapparsela via dall’articolazione.
A sinistra del lato corto della casa di mattoni rossi, che era una scuola di
agraria, c’era una serra. L’ingresso principale della scuola e la scalinata
erano di fronte alla serra. Tra la facciata verso la strada e il muro sorgeva un
capanno. Georg lo guardò, gli sbarrava la visuale. Ci entrò con
circospezione. L’interno, buio e silenzioso, odorava di rafia. I suoi occhi
riuscirono presto a distinguere i grossi fasci di fibre appesi al muro, vari
arnesi, ceste e indumenti. Poiché nulla ormai dipendeva più dal suo acume,
ma soltanto da ciò che viene chiamato fortuna, Georg tornò lucido e si
tranquillizzò. Strappò un lembo di fodera e si fasciò la mano sinistra,
aiutandosi con i denti e con la destra. Scelse con calma una spessa giacca
marrone, di velluto a coste di Manchester, con la cerniera lampo, e la
indossò sopra la sua, macchiata di sangue e di sudore. Controllò anche i
numeri delle scarpe, tutte di ottima qualità. Peccato che non potesse uscire.
Guardò attraverso una fessura dell’assito. C’era gente dietro le finestre, e
anche nella serra. Qualcuno scese le scale ed entrò nella serra. Davanti alla
porta si fermò e si girò verso il capanno. Una voce chiamò da una finestra e
quello rientrò nell’edificio scolastico. Adesso c’era silenzio. Il sole si
rifletteva sui vetri e sul metallo di un macchinario semi-imballato, vicino
alle scale.
Georg balzò di slancio verso la porta e ne tolse la chiave. Ridendo tra sé,
si sedette a terra con le spalle alla porta, guardandosi le scarpe. Per due, tre
minuti rimase in quella posizione, un ultimo ripiegamento su se stesso,
mentre fuori tutto è perduto e nulla ha più alcuna importanza. Se venissero
adesso, li colpirebbe con la scure o con il rastrello? Cosa fu a ridestarlo, non
lo seppe neppure lui: in ogni caso non proveniva dall’esterno, forse fu il
dolore alla mano, forse un ricordo della voce di Wallau nell’orecchio. Rimise
la chiave nella toppa e guardò dallo spiraglio della porta. Sullo stradone,
scavalcando il muro, non poteva tornare. Tra la sommità del muro costellata
di vetri e il cielo, si profilavano le propaggini color ruggine di un vigneto;
l’aria era così trasparente che si potevano contare le estremità del filare più
alto, che spiccava sul margine d’un marroncino chiaro. Mentre fissava
inebetito da quella parte, gli tornò in mente improvviso un consiglio datogli
da qualcuno che non ricordava. Non sapeva più se fosse stato proprio
Wallau nella Ruhr, o un coolie a Shanghai, o un membro dello Schutzbund a
Vienna ad aver evitato un pericolo grazie a quell’espediente, portando cioè
sulle spalle un oggetto singolare che distraesse l’attenzione, un carico che
desse uno scopo e legittimasse la presenza del portatore. Georg, nel
capanno, dietro lo spiraglio della porta aperta sul muro cosparso di vetri,
ricordò che già un’altra volta qualcuno, nella stessa contingenza, si era
salvato in quel modo, in una casa di Vienna o in un podere nella Ruhr o in
una strada sbarrata di Taipei. Non rammentava neppure se la faccia di
costui avesse i tratti fidati di Wallau o fosse gialla o invece scura, ma capiva
bene il significato del consiglio: prendi il macchinario accanto alla scala.
Devi uscire per forza, forse il trucco non funzionerà, ma non ti resta altro da
fare. Certo la tua situazione è piuttosto disperata, ma anche la mia, allora...
Che l’avessero visto o no, che l’avessero preso per un operaio della
fabbrica o per il proprietario della giacca che indossava, il fatto è che Georg
passò dapprima fra la serra e la scalinata, quindi superò il cancello sul
viottolo di fronte al lato della scuola rivolto ai campi. Il dolore alla mano
sinistra fasciata era così acuto da sovrastare per vari minuti ogni paura.
Avanzò lungo la strada che, parallela allo stradone, passava davanti ad
alcune case, tutte affacciate verso i campi e con le finestre più alte, forse,
che guardavano il Reno. Gli aerei ronzavano ancora, il cielo si era ripulito
dalla nebbia, era già quasi mezzogiorno. La lingua gli bruciava, e anche i
vestiti, duri e incrostati fra la pelle e la giacca di velluto. La sete lo
tormentava senza pietà. Spostò leggermente sulla spalla sinistra il
macchinario, da cui penzolava una targhetta col nome della ditta. Stava per
posarlo a terra per soffiarsi il naso, quando qualcuno lo chiamò.
Doveva trattarsi di uno dei due motociclisti di pattuglia, che dallo
stradone lo aveva visto nello spazio fra due case: la sagoma di un uomo che
non poteva destare sospetti, che procedeva attraverso i campi con un carico
sulle spalle, sotto l’immobile cielo di mezzogiorno. Il militare lo chiamò
perché fermava tutti, senza alcuna intenzione particolare, e lo lasciò subito
andare, dopo che Georg gli mostrò la targhetta della fabbrica. Forse Georg
avrebbe potuto proseguire tranquillamente la sua strada fino a Oppenheim,
e anche più lontano. Questo gli suggeriva ciò che lo aveva aiutato a uscire
dalla baracca. Sentiva la voce bassa e penetrante che continuava a esortarlo:
prosegui, prosegui. Ma il grido della sentinella gli era arrivato dritto al cuore
e all’improvviso decise di trascinare il suo carico sempre più lontano dallo
stradone, attraverso i campi, in direzione del Reno, verso il villaggio di
Buchenau. Man mano che la paura accelerava il battito del suo cuore, si
affievoliva in lui la voce che gli sconsigliava di abbandonare la strada, fino a
essere totalmente soffocata dal disordinato pulsare del cuore e dai rintocchi
che, a Buchenau, annunciavano il mezzogiorno. Rintocchi striduli e amari di
povera gente. Un cielo di vetro sovrasta il villaggio nel quale sta entrando.
Ormai lo intuisce: è una trappola. Supera due sentinelle che lo scrutano con
occhi inquisitori. Sente i loro sguardi sulla schiena. Appena arriva sulla
strada del villaggio, un fischio risuona alle sue spalle, un fischio acuto che lo
trafigge.
Il villaggio di colpo è in subbuglio. Fischi da ogni parte. L’ordine è:
«Tutti dentro le case!» I portoni si chiudono. Georg depone il suo carico e
s’infila dietro una catasta di legname, oltre il portone più vicino. Il villaggio
è circondato. È passato da poco mezzogiorno.

Franz era appena entrato nell’osteria di Griesheim. Aveva saputo da poco


che Legnetto era stato arrestato. E ora Anton lo prende per il polso e gli
racconta tutto quello che sa.
Nello stesso istante il pecoraio Ernst bussava alla finestra della cucina
dei Mangold. Sophie l’aprì sorridendo. Era robusta e rotondetta, ma con gli
arti sottili. Ernst chiese se gli poteva riscaldare la zuppa di patate, poiché gli
si era rotto il thermos. Sophie lo invitò a entrare per mangiare insieme. Alle
pecore poteva badare Nelli.
La sua Nelli, spiegò Ernst, non era un cane, ma un angioletto. Lui però
aveva una coscienza ed era pagato per questo. «Sophie» disse, «portami la
zuppa riscaldata sul campo. E non guardarmi così. Quando mi fissi con
quegli occhietti dorati, mi sento rimescolare tutto».
Ernst ritornò alla sua baracca mobile attraverso i prati, cercò un punto al
sole e distese il cappotto sopra alcuni giornali aperti. Si sedette ad aspettare
e guardò soddisfatto Sophie che veniva verso di lui. Due piccole mele,
pensò, così rotonde e sode, col loro sottile picciolo.
Sophie gli portò la zuppa e delle polpette di patate con fettine di pere
cotte. Erano stati a scuola insieme a Schmiedtheim. Gli si sedette accanto.
«Strano» gli disse. «Che cosa?» «Che proprio tu faccia il pecoraio».
«Me lo hanno detto anche poco fa, laggiù» rispose Ernst, indicando
Höchst. «“Voi siete un uomo forte, giovane, di certo destinato a qualcosa di
diverso”». Ernst sapeva cambiare con incredibile rapidità la propria
espressione e il tono della voce, così da somigliare ora a Meier dell’ufficio di
collocamento, ora a Gerstl del Fronte del lavoro, ora al borgomastro Kraus
di Schmiedtheim, ma raramente a se stesso. «“Perché non lasciate il vostro
posto a un compagno più anziano?” Io gli ho risposto» continuò, dopo aver
inghiottito in fretta qualche cucchiaiata di zuppa «che nella mia famiglia il
mestiere di pecoraio è ereditario, fin dai tempi di Viligiso». «E chi sarebbe?»
chiese la ragazza. «Anche quelli me l’hanno domandato» disse Ernst,
ingoiando la polpetta con le fettine di pera. «Si vede che non avete prestato
attenzione a scuola. Poi mi hanno chiesto perché non ero sposato, visto che
altri sono già sposati e qualcuno ha anche dei figli e si guadagna il pane
duramente». «E tu che gli hai risposto?» domandò Sophie con la voce un
po’ roca. «Mah...» disse Ernst con aria innocente, «gli ho risposto che un
principio c’è già». «Come?» fece Sophie interessata. «Perché mi sono
fidanzato» rispose Ernst con gli occhi bassi, anche se non gli sfuggì che lei
era diventata un po’ pallida e sembrava abbattuta. «Sono fidanzato con la
piccola Marie Wielenz di Botzenbach».
«Ah» mormorò Sophie a capo chino, tirandosi la gonna sulle gambe,
«ma è ancora una scolaretta, Marie Wielenz di Botzenbach». «Non importa,
mi piace guardarla crescere, la mia fidanzata. Anche questa è una lunga
storia, che un giorno ti racconterò». Sophie cincischiava con un filo d’erba,
lo distese e se lo cacciò fra i denti. Intanto, con beffarda tristezza, ripeteva
fra sé: innamorato, fidanzato, sposato... Ernst, che la stava prendendo in giro
e al quale non sfuggiva nulla, né la sua agitazione né i movimenti delle
mani, mise i due piatti l’uno sull’altro, dopo averli leccati, e aggiunse:
«Grazie, Sophie. Se tu sai fare tutto così bene come le polpette, nessun
uomo sarà infelice vicino a te. Ora guardami. Mi vuoi guardare? Quando mi
fissi così con i tuoi occhietti, potrei dimenticare la piccola Marie, anche per
sempre».
La seguì con gli occhi mentre si allontanava con i piatti, poi chiamò:
«Nelli!» La cagnetta gli saltò sul petto, poi gli mise le zampine sulle
ginocchia, guardandolo, un fagottino nero di assoluta fedeltà. Ernst avvicinò
il viso al suo muso e le arruffò il pelo sulla testa con le mani, in un impeto di
tenerezza. «Nelli, lo sai chi è quella che amo di più, sai come si chiama
quella che mi piace di più, fra tutte le femmine del mondo e fra tutte le mie
conoscenze? Si chiama Nelli».

Nello stesso momento il custode della scuola Darré aveva suonato la


campanella di mezzogiorno, però un quarto d’ora più tardi. Il piccolo
Helwig, apprendista giardiniere, corse subito al capanno per prendere dal
portamonete, nella sua giacca di velluto di Manchester, venti pfennig che
doveva restituire a un compagno, per due cartelle della lotteria a favore
dell’assistenza invernale. La scuola, durante tutto l’anno, teneva dei corsi
specialmente per i figli e le figlie dei contadini dei paesi circostanti, ma
aveva anche un campo sperimentale, al quale non lavoravano solo gli allievi
ma anche alcuni giardinieri e apprendisti, con normali contratti.
L’apprendista Helwig, un ragazzetto biondo e ben piantato dall’aria
sveglia, cercò, dapprima stupito, quindi innervosito e infine agitato, la sua
giacca per tutto il capanno. Quella giacca se l’era comprata la settimana
precedente, subito dopo aver conosciuto la sua prima ragazza. Non avrebbe
potuto acquistarla se non avesse vinto un piccolo premio a una gara.
Chiamò i compagni, che stavano già pranzando. Il refettorio, luminoso e con
i tavoli di legno chiaro, era sempre addobbato quasi a festa con fiori di
stagione e fasci di foglie fresche, che incorniciavano anche i ritratti di Hitler,
di Darré e alcuni paesaggi appesi alle pareti. Helwig in un primo momento
credeva che i compagni avessero voluto fargli uno scherzo, dato che lo
punzecchiavano per aver comprato una giacca troppo larga e perché gli
invidiavano la ragazza. Con i volti freschi e aperti nei quali si alternavano
tratti virili e giovanili, come in quello di Helwig, tutti si adoperarono per
calmarlo e lo aiutarono subito a cercarla. Ben presto si levò
un’esclamazione: «Ma che macchie sono queste?» E uno gridò: «A me
hanno strappato la fodera!» «Ma qui è entrato qualcuno» fu la conclusione.
«La tua giacca, Helwig, è stata rubata». Il ragazzo trattenne a fatica le
lacrime. Arrivarono anche gli addetti alla sorveglianza al refettorio: che
fanno qui questi ragazzacci? Helwig, pallido di rabbia, raccontò che gli
avevano rubato la giacca. Furono chiamati un insegnante dell’economato e
il custode della scuola. La porta venne spalancata. Allora si videro macchie
di sangue sparse in giro e la fodera strappata di una vecchia giacca,
anch’essa spruzzata di sangue.
Ah, se alla sua giacca avessero soltanto stracciato la fodera! Il viso di
Helwig non mostrava più tratti virili, solo un’espressione infantile di rabbia
e dispiacere. «Se lo trovo lo ammazzo!» dichiarò. Non lo consolava
nemmeno un po’ il fatto che Müller avesse perso le scarpe: era un figlio
unico di ricchi contadini e avrebbe potuto comprarsene un altro paio. Invece
lui sarebbe stato costretto a risparmiare, risparmiare e ancora risparmiare.
«Adesso calmati, Helwig» lo esortò più tardi il direttore in persona,
chiamato dal custode mentre stava mangiando con la famiglia. «Calmati e
descrivi la tua giacca quanto più accuratamente possibile. Questo signore
della polizia criminale può fartela riavere, se gliela descrivi con precisione».
«Che cosa c’era nelle tasche?» gli chiese il simpatico sconosciuto in tono
amichevole, quando Helwig ebbe terminato la sua descrizione
singhiozzando: «Aveva anche la cerniera lampo». Helwig ci pensò su. «Un
portamonete con dentro un marco e venti, un fazzoletto da naso, un
temperino...» Gli rilessero tutto e lo fecero firmare. «Dove posso venire a
riprendere la mia giacca?» «Te lo faremo sapere noi, figliolo» disse il
direttore.
Anche se tutto questo non consolò il piccolo Helwig, dava comunque
una spiegazione alla disgrazia, e cioè che il ladro della sua giacca non era un
comune ladro. Dopo aver dato un primo sguardo al capanno, il custode si
era subito reso conto della situazione. Gli era bastato domandare al direttore
il permesso di telefonare...
Quando Helwig uscì – dopo di lui, Müller dovette descrivere le sue
scarpe –, tutta la zona fra la scuola e il muro era stata recintata e il punto
nel quale Georg aveva scavalcato, schiantando i rami di alcuni alberi a
spalliera, era già stato individuato. Le sentinelle sorvegliavano il muro e
l’ingresso del capanno. Insegnanti, giardinieri e allievi si affollavano davanti
allo sbarramento. L’intervallo di mezzogiorno era stato necessariamente
prolungato e sulla zuppa di piselli al lardo, nella grande caldaia, c’era uno
spesso strato di pellicola.
Un giardiniere avanti con gli anni lavorava, all’apparenza indifferente a
tutto quello scompiglio, ad alcuni metri dallo sbarramento, intento a
sistemare un viottolo. Veniva dallo stesso villaggio del giovane Helwig.
Questi – il cui viso pallido di rabbia era nel frattempo diventato rosso,
mentre rispondeva in fretta e con sussiego a tutte le domande che gli
venivano rivolte – si fermò accanto al vecchio giardiniere, forse proprio
perché costui non gli aveva chiesto nulla. «Devo riavere indietro la mia
giacca» disse. «Certo» fece il giardiniere. «Ho dovuto descriverla in tutti i
dettagli». «E l’hai fatto?» domandò il giardiniere Gültscher senza
interrompere il lavoro. «Certo. Ho dovuto» confermò il ragazzo. Il custode
suonò per la seconda volta la campana del pranzo e nel refettorio tutto
riprese come prima. Si era sparsa anche qui la voce che nei villaggi di
Liebach e Buchenau la Gioventù Hitleriana fosse stata chiamata a dare una
mano nelle ricerche. Il piccolo Helwig fu tartassato di domande, ma stavolta
rimase muto. Pareva che combattesse contro un nuovo, più silenzioso
motivo di preoccupazione. In quel momento gli era venuto in mente che
nella tasca della giacca c’era anche la sua tessera della società ginnica di
Buchenau. Doveva denunciare anche questo?
Che se ne sarebbe fatto il ladro di quella tessera? Magari l’avrebbe
semplicemente bruciata con un fiammifero. Ma dove lo prende un
fiammifero un ladro in fuga? Poteva anche farla a pezzi e buttarla in una
latrina. Ma come fa un fuggitivo a entrare in un qualsiasi luogo? Be’, più
probabilmente calpesterà i pezzetti per terra, pensò il ragazzo, insolitamente
calmo. Fece poi un giro e passò di nuovo accanto al vecchio giardiniere. Non
aveva mai fatto caso a quel suo compaesano, come i giovani sono soliti non
curarsi dei vecchi, che hanno visto da sempre e che ogni tanto scompaiono
perché muoiono. Si fermò anche questa volta senza alcun motivo dietro il
vecchio, che piantava bulbi sul ciglio del viottolo. Il giovane Helwig godeva
di una buona fama nella Gioventù Hitleriana e alla scuola di giardinaggio, e
progrediva dappertutto con successo. Era un ragazzo forte, aperto, perbene.
Del fatto che gli uomini rinchiusi nel campo di Westhofen si trovassero lì
per una buona ragione, come i pazzi per una buona ragione stanno al
manicomio, era assolutamente convinto.
«Senti, Gültscher» disse. «Che cosa c’è?» «C’era anche la mia tessera
della società, nella giacca». «E allora?» «Devo dichiarare anche questo?»
«Ma tu hai dichiarato tutto, hai dovuto farlo» replicò il giardiniere.
Guardò per la prima volta il ragazzo e continuò: «Non preoccuparti, la
riavrai, la tua giacca». «Credi?» «Certo. Lo prenderanno senza dubbio,
scommetto già oggi più che domani. Quanto ti è costata?» «Diciotto
marchi». «Allora era di buona qualità» fece Gültscher, come se volesse
rinnovare al ragazzo il suo tormento, «e quindi potrà resistere a tutto. Te la
metterai quando uscirai con la tua ragazza. E quello...» indicò vagamente
con la mano verso la campagna, «quello sarà già morto da un pezzo». Il
ragazzo aggrottò la fronte. «E allora?» chiese a un tratto, impulsivamente.
«Niente» rispose il vecchio, «assolutamente niente». Ma perché mi ha
guardato in quel modo? pensò il piccolo Helwig.

6.

Nel cortile dove Georg si era nascosto dietro la catasta di legname erano
tirati parecchi fili per stendere il bucato. Dalla casa uscirono due donne, una
vecchia e l’altra di mezza età, con una cesta da bucato. La vecchia era
robusta e solida, quella più giovane invece era curva, col viso stanco. Se
fossimo rimasti insieme, Wallau, pensò Georg – mentre un nuovo clamore
selvaggio veniva dai margini del villaggio, in direzione della strada –, adesso
mi avresti guardato...
Le due donne tastarono i panni. La vecchia disse: «Sono troppo bagnati,
bisogna aspettare a stirarli». La più giovane ribatté: «No, sono pronti da
stirare». E cominciò a metterli nella cesta. La vecchia ribadì: «Sono troppo
bagnati». L’altra la rimbeccò: «Sono pronti». «Troppo bagnati» insistette la
vecchia. E la più giovane: «Ognuno fa a modo suo. A te piace stirare
asciutto, a me bagnato». In gran fretta, la biancheria fu ritirata. Fuori il
villaggio era in allarme. La più giovane gridò: «Senti che chiasso?» La
vecchia rispose: «Sì, sì...» L’altra urlò, e il tono della sua voce risuonò forte
come uno scoppio: «Ascolta, ascolta!» La vecchia disse: «Non sono mica
sorda. Spingi in qua la cesta».
In quel momento un soldato delle SA uscì nel cortile. La più giovane
chiese: «Da dove spunti tu, vestito di tutto punto con la divisa e gli stivali?
Non certo dalla cantina».
L’uomo gridò: «Ma siete pazze, voi due? Proprio adesso badate ai panni!
C’è da vergognarsi. Nel villaggio si è nascosto uno di Westhofen. Stiamo
perquisendo dappertutto». La più giovane esclamò: «Ah, ce n’è sempre una!
Ieri la festa per la vendemmia e l’altroieri per il centoquarantaquattresimo
reggimento, e oggi un evaso da catturare, e domani il passaggio del
caposezione. E le barbabietole? E il vino? E i panni?» L’uomo disse:
«Piantala». Poi s’irrigidì. «Perché il portone non è chiuso?» Attraversò il
cortile a passo di marcia. Soltanto un battente del portone era aperto; per
chiuderlo del tutto, bisognava riaprire un pochino anche l’altro e poi
spingerli insieme per farli combaciare. La vecchia lo aiutò a farlo.
Wallau, Wallau, pensò Georg...
«Anna!» chiamò la vecchia «Tira il catenaccio». E aggiunse: «Un anno
fa a quest’epoca riuscivo ancora a farlo io».
La più giovane mormorò: «Adesso ci sono io». E spinse con forza.
Il catenaccio era appena stato tirato, quando nel clamore del villaggio si
levò un nuovo frastuono: un rapido calpestio di stivali, quindi una tempesta
di colpi contro il portone appena chiuso. La giovane donna riaprì il
catenaccio. Alcuni giovani facinorosi si lanciarono dentro gridando:
«Lasciateci entrare! Siamo in allarme, stiamo cercando. Nel villaggio se n’è
nascosto uno. Largo! Lasciateci entrare!»
«Fermi, fermi, fermi» disse la donna più giovane. «Non siete mica a casa
vostra. E tu, Fritz, va’ in cucina, la zuppa è pronta».
«Lasciali passare, mamma. Devi farlo. Ci penso io ad accompagnarli in
giro».
«Dov’è che li porti? E in casa di chi?» strillò la donna. La vecchia
l’afferrò per il braccio con una forza stupefacente. I giovani, con Fritz in
testa, si fecero strada l’uno dietro l’altro oltre la cesta, e subito si udirono i
loro fischi dalla cucina, dalla stalla, dalle stanze. Ping... ecco, adesso anche i
vetri rotti.
«Anna» disse la vecchia, «non prendertela tanto a cuore. Impara da me.
Ci sono cose al mondo che si possono cambiare, e ci sono cose che non si
possono cambiare. E queste bisogna sopportarle. Anna, ascoltami. Lo so
bene che tu hai per marito il peggiore dei miei figli, Albrecht. La sua prima
moglie era degna di lui e qui era un vero letamaio. Tu l’hai fatta diventare
una casa. Albrecht, che prima lavorava nelle vigne soltanto per la paga
quotidiana, quando ne aveva voglia, e per la maggior parte dell’anno se ne
andava a zonzo, ha subito imparato a comportarsi diversamente. E i figli
della sua prima moglie, di quella donnaccia, tu li hai cambiati
completamente, proprio come se li avessi fatti nascere di nuovo. Solo che
non riesci a sopportare niente. E queste sono proprio cose che si devono
sopportare. Passeranno».
La nuora rispose un po’ più tranquilla, nella voce soltanto la tristezza di
una vita alla quale, nonostante tutti gli sforzi, era stata negata la gioia,
seppure non il rispetto di sé. «Sì, ma poi siamo arrivati a questo» e indicò la
casa, dalla quale veniva il sibilo di fischietti acuti e arroganti, e il trambusto
al di là del portone. «Questo mi è capitato fra capo e collo, mamma. E i
ragazzi, che avevo rimesso in riga sudando sangue, sono tornati a essere la
marmaglia presuntuosa che erano per natura, e Albrecht è la vecchia bestia
di prima. Ah!»
Rimise a posto col piede un pezzo di legno uscito dalla catasta e rimase
in ascolto. Poi si tappò le orecchie con le mani e si lamentò: «Proprio a
Buchenau doveva nascondersi quel tizio. Mi mancava solo questo, un
bandito. Come mai un cane rabbioso è potuto entrare, il lunedì mattina, in
un onesto villaggio? E se anche è riuscito a scappare, non poteva
nascondersi nelle paludi? Deve coinvolgerci tutti in questa faccenda? Non ci
sono abbastanza prati lungo il fiume, dove può rifugiarsi?»
«Prendi la cesta» disse la vecchia. «Questa roba è bagnata che pare
marcia. Non si poteva ritirarla dopo pranzo?» «Ciascuno fa come ha
imparato dalla madre. Io stiro bagnato».
Nello stesso momento, sulla strada al di là del portone, si levò un
clamore di voci che non avevano nulla di umano, ma neppure di animale:
doveva trattarsi di qualche creatura soprannaturale, di cui non si conosceva
l’esistenza. Gli occhi di Georg, a quel frastuono, cominciarono a spalancarsi
e le labbra a tirarsi fino a scoprire i denti. La sua gola si aprì, quasi avesse
dentro di sé un grido che doveva uscire proprio in quel momento, per unirsi
ai suoi simili. Ma subito sentì dentro di sé una voce bassa, limpida e chiara,
una voce che non si poteva né intaccare né soffocare, e capì di essere pronto
a morire adesso, come non sempre era vissuto ma aveva desiderato vivere,
ardimentoso e tranquillo.
Le due donne avevano posato la cesta. Una nera rete di rughe, ampie e
distanziate nella più giovane, più fini e numerose nella vecchia, si disegnò
sui loro volti pallidi, sulle loro anime pure. Dalla casa, attraversato il cortile,
i ragazzi uscirono rapidamente in strada. Dopodiché, da fuori, giunse
un’altra violenta scarica di colpi sul portone. La vecchia si riscosse e, forse
per l’ultima volta in vita sua, aprì con le proprie forze il pesante catenaccio.
Un nugolo di ragazzini, di donne anziane, di contadini e di membri delle SA
invase il cortile, gridando: «Mamma, mamma! Signora Alwin! Mamma,
Anna, signora Alwin! L’abbiamo preso. Guardate, guardate! Era nascosto
nel canile, qui vicino, dai Wurm, mentre Max e Karl erano fuori nei campi.
Aveva gli occhiali, il mascalzone, ma ora li ha persi. Non gli servono più. Lo
porteranno via sulla macchina di Algeier. Proprio qui vicino, dai Wurm, che
peccato! Guarda, mamma, guarda!»
Anche la nuora si riscosse e si diresse al portone col viso di chi è attratto
in maniera irresistibile da una visione proibita. Si rizzò sulla punta dei piedi
e gettò un unico sguardo al di sopra della folla, che si accalcava sulla strada
intorno alla macchina di Algeier. Quindi si girò, si fece il segno della croce e
corse in casa. La vecchia la seguì dondolando il capo, come se fosse
all’improvviso diventata decrepita. La cesta coi panni rimase nel cortile,
ormai tranquillo e vuoto.
Aveva gli occhiali! pensò Georg. Allora è Pelzer. Perché è venuto qui?
Un’ora più tardi Fritz trovò il macchinario impacchettato accanto al
muro esterno del cortile. Accorsero la mamma, la nonna e alcuni vicini, e
tutti rimasero stupiti. Staccarono la targhetta della ditta, dalla quale
risultava che l’oggetto veniva da Oppenheim ed era destinato alla scuola
Darré. Uno degli Alwin dovette riaccendere il motore: in macchina si
raggiungeva la scuola in pochi minuti. Gli fecero domande su domande
riguardo a ciò che suo fratello, ora ritornato nei campi, aveva raccontato
sulla cattura dell’evaso.
«L’hanno riempito di botte?» domandò Fritz pestando i piedi, gli occhi
accesi. «Riempito di botte?» disse Alwin. «Dovrebbero riempire te di botte,
una buona volta. Mi sono meravigliato, anzi, di come l’abbiano trattato
bene, quel mascalzone».
Pelzer l’avevano persino aiutato a scendere dalla macchina di Algeier. Il
suo corpo, teso in attesa di ricevere colpi e pedate, si rilassò quando lo
presero sotto le ascelle per condurlo dentro con precauzione. Senza occhiali,
Pelzer non vedeva i loro volti e non poteva rendersi conto di quelle
precauzioni. Ogni cosa gli appariva annebbiata, ed era sopraffatto da uno
smarrimento infinito. Per lui tutto era perduto. Non fu condotto nel
padiglione del comandante, ma nel locale che Overkamp aveva predisposto
per sé. «Sedetevi, Pelzer» disse il commissario Fischer, bonario. Occhi e
voce adatti a gente che fa simili mestieri, che deve cavar fuori qualcosa dagli
altri: organi malati, confessioni, ammissioni.
Overkamp se ne stava in disparte, rannicchiato sulla sedia, e fumava. A
quanto pareva, aveva lasciato Pelzer alle cure del collega. «Una breve
passeggiata» riprese Fischer. Squadrò Pelzer, il cui busto cominciava a
vacillare, poi studiò i suoi documenti. «Pelzer Eugen, nato a Hanau nel 1898.
Corrisponde?» Pelzer pronunciò la prima parola dal momento dell’evasione:
«Sì». «Voi vi siete prestato a questi giochetti, proprio voi, Pelzer, proprio
voi, lasciarvi abbindolare da quell’Heisler! Vedete, Pelzer, sono passate
esattamente sei ore e cinquantacinque minuti dal primo colpo di vanga di
Füllgrabe. Oh, Dio... da quanto stavate escogitando il vostro piano?» Pelzer
tacque. «Ma non avete capito subito che questa era un’idea suicida? Non
avete cercato di sconsigliare gli altri?» Pelzer rispose a bassa voce, perché
ogni sillaba gli faceva male: «Ma io non ne sapevo niente...» «Come come?»
lo interruppe Fischer, sempre misurato e sottovoce. «Füllgrabe dà il segnale
e voi scappate. Ditemi, perché siete scappato anche voi?» Pelzer disse:
«Sono scappati tutti». «Appunto. E volete farmi credere che non eravate
coinvolto? Suvvia, Pelzer!» Pelzer ribadì: «No». «Pelzer, Pelzer» ripeté
Fischer. Pelzer provava la sensazione di un uomo stanco morto, che sente
squillare la sveglia e vorrebbe far finta di non sentirla. Fischer continuò:
«Quando Füllgrabe ha aggredito la prima sentinella, la seconda era vicina a
voi, Pelzer, e nello stesso istante, come se ci fosse un piano, voi le siete
saltato addosso». «No!» gridò Pelzer. «Come, prego?» disse Fischer. «Io
non ho aggredito nessuno». «Sì. Scusate, Pelzer. Vicino a voi c’era la
seconda sentinella; allora loro, Heisler e... quell’altro, come si chiama...
Wallau, si sono lanciati, come se ci fosse un piano, su questa seconda
sentinella, che proprio in quell’istante stava vicina a voi». Pelzer disse:
«No». «No cosa?» «Non c’era un piano». «In che senso?» «Il fatto che la
sentinella fosse vicino a me. Era venuta lì perché... perché...» Cercava di
riprendersi, ma era come se tentasse di schiacciare un pezzo di piombo.
«Rilassatevi e appoggiatevi allo schienale» disse Fischer. «Quindi nessun
piano. Nessun coinvolgimento da parte vostra. Siete semplicemente fuggito.
Non appena Füllgrabe ha sopraffatto la prima sentinella, Wallau e Heisler si
sono lanciati sulla seconda, che casualmente era vicina a voi, proprio a voi,
Pelzer! Giusto?» «Sì» mormorò Pelzer. Fischer chiamò ad alta voce:
«Overkamp!» Questi si alzò, come se i loro rapporti gerarchici si fossero
invertiti. Pelzer, che non si era accorto che ci fosse una terza persona nella
stanza, si sentì perduto. Però rimase vigile, in ascolto. «Chiamiamo subito
Georg Heisler per un confronto». Overkamp staccò la cornetta del telefono.
«Sì» disse all’apparecchio. Poi, a Fischer: «Non è ancora del tutto in
condizioni di essere interrogato». Fischer obiettò: «O è sì, o è no. Come
sarebbe a dire “non ancora del tutto”?» Overkamp si avvicinò a Pelzer. Con
voce più autoritaria di Fischer, ma non ostile, gli disse: «Pelzer, vedete di
riprendervi. Heisler ci ha raccontato l’episodio in modo diverso. Per favore,
Pelzer, riordinate i ricordi e ciò che rimane del vostro intelletto».

7.

Georg era sdraiato sotto il cielo grigio-azzurro, nel solco di un campo. A


circa cento metri da lui correva lo stradone per Oppenheim. Non era il
momento di fermarsi, entro sera era necessario arrivare in città. La città era
come un antro, coi suoi angoli bui e il suo labirinto di vicoli. Il suo progetto
iniziale. Essere a Francoforte prima di notte, e andare subito da Leni. Una
volta da Leni, il seguito gli sembrava semplice. Un’ora e mezzo di treno tra
la morte e la vita non sarebbe stata insuperabile. Finora non è forse andato
tutto liscio, magnificamente liscio e secondo il piano? Era soltanto in ritardo
di circa tre ore. Infatti il cielo era ancora azzurro, ma dal fiume saliva già la
nebbia e, nonostante il sole pomeridiano, i veicoli sullo stradone avrebbero
presto acceso i fari.
Aveva addosso un irrefrenabile desiderio, più forte di ogni paura, più
forte della fame e della sete, più forte del maledetto pulsare della mano che
già da un pezzo sanguinava attraverso la fasciatura: rimanersene sdraiato lì.
La notte è ormai vicina. Già la nebbia ti ricopre, dietro questo velo sul tuo
viso il sole è già pallido. Durante la notte qui non ti cercheranno. Puoi
startene tranquillo.
Tentò di immaginare il consiglio che gli avrebbe dato Wallau. I consigli
di Wallau non lasciavano spazio a dubbi. Se vuoi morire, resta sdraiato lì.
Strappa un pezzo della giacca e fatti una nuova fasciatura. Va’ in città. Tutto
il resto è pura follia.
Si mise a pancia in giù. Le lacrime colarono mentre toglieva lo straccio
secco dalla mano. Poi si sentì male di nuovo quando vide il pollice,
diventato una massa dura d’un nero bluastro. Si girò sulla schiena per tirare
coi denti il nuovo nodo. Domani bisognerà trovare qualcuno che mi curi la
mano. All’improvviso dal giorno seguente si aspettava tutto il bene
possibile, come se il tempo da solo potesse trascinarlo con sé.
Quanto più fitta diventava la nebbia sui campi, tanto più i colchici
assumevano un colore blu. Georg li notò soltanto adesso. Se prima di notte
non fosse riuscito ad arrivare a Francoforte, forse avrebbe potuto mandare
sue notizie a Leni. Per far questo, valeva la pena di spendere il marco
trovato nella giacca? Dall’evasione non aveva più pensato a Leni, se non
come avrebbe pensato a un segnale lungo la via, a una pietra miliare.
Quanta forza aveva sprecato, quanto sonno utile per i sogni! Per questa
ragazza che la sorte aveva messo sulla sua strada, esattamente ventun giorni
prima del suo arresto. Non riesco nemmeno a ricordarmi bene il suo aspetto,
pensò. Invece vedo chiaramente Wallau e tutti gli altri. Ma mentre Wallau
gli appariva chiaramente, gli altri erano indistinti, perché la loro immagine
si confondeva nella nebbia. E ancora una volta la giornata è alla fine, e una
delle sentinelle gli passa vicino, gli parla: «Dimmi, Heisler, per quanto
tempo ancora riusciremo ad andare avanti così?» E intanto lo fissa con uno
sguardo stranamente furbo. Georg tace. La consapevolezza di essere perduto
si mischia col primo vago pensiero della fuga.
Lungo lo stradone passavano le prime luci dei fari. Georg scavalcò il
fossato. Un lampo improvviso gli attraversò la mente: Non mi prenderete
mai! Con lo stesso impulso salì sul camion di un birrificio. Gli venne un
capogiro per il dolore, quando si aggrappò con la mano ferita. Entrarono
subito, o almeno così gli parve, mentre in realtà era già passato un quarto
d’ora, nel cortile di una strada di Oppenheim. Soltanto a quel punto l’autista
si accorse del passeggero e brontolò: «Scendi subito!» Ma poi rimase colpito
dal modo in cui Georg scese e dai suoi primi passi barcollanti e girò ancora
una volta il capo. «Devi forse andare a Magonza?» «Sì» rispose Georg.
«Aspetta un momento» ribatté l’autista. Georg aveva infilato la mano ferita
nella giacca. Fino a quel momento aveva visto l’autista solo di spalle e
nemmeno ora riusciva a vederlo in faccia, perché stava compilando la bolla
di consegna appoggiato al muro. Poi si allontanò dal portone e attraversò il
cortile.
Georg aspettò. La strada davanti al portone era in leggera salita. Qui non
c’era ancora la nebbia, sembrava la fine di una giornata estiva, tanto la luce
era morbida sul lastricato. Di fronte c’era una drogheria, accanto una
lavanderia e poi un salumiere. La porta della drogheria tintinnò. Ne
uscirono due donne con dei pacchi, e un ragazzino che addentava un
salamino. Meraviglie e gioie di una vita normale, quanto le aveva trascurate,
prima! Poter entrare là dentro, invece di rimanere lì ad aspettare, fare il
garzone del salumiere, il fattorino del droghiere, essere ospite in una di
quelle case. A Westhofen aveva immaginato che la vista di una strada fosse
molto diversa. Aveva creduto che su tutti i volti, su tutte le pietre si leggesse
la vergogna e che la tristezza soffocasse i passi, le voci, persino i giochi dei
bambini. La strada qui era tranquilla, la gente aveva un’aria soddisfatta.
«Hannes! Friedrich!» Una vecchietta, da una finestra sopra la lavanderia,
chiamò due ragazzi delle SA che passeggiavano con le fidanzate. «Venite su,
vi faccio il caffè». Anche Meißner e Dieterling, quand’erano in permesso,
andavano a passeggio con le loro fidanzate? Quando i quattro, dopo essersi
brevemente consultati, accolsero l’invito ed entrarono rumorosamente nella
casetta, e la donna chiuse la finestra con un sorriso compiaciuto perché
avrebbe avuto degli ospiti giovani e simpatici, forse suoi parenti, Georg fu
assalito da una tristezza mai provata prima. Avrebbe pianto, se non l’avesse
trattenuto quella vocina interiore che, nel più triste dei sogni, avverte che
presto nulla avrà più importanza. Eppure un po’ ce l’ha, pensò Georg.
L’autista ritornò: un uomo robusto, con due occhietti neri da uccello nella
faccia carnosa.
«Monta su» disse brevemente.
Prima di arrivare in città era già sera. L’autista imprecava contro la
nebbia. «Cosa vai a fare a Magonza?» chiese all’improvviso. «All’ospedale»
rispose Georg. «In quale?» «Il solito». «Ti piace sniffare il cloroformio, eh?»
fece l’autista. «Io non entrerei in un ospedale neanche se mi ci trascinassero
venti cavalli. Lo scorso febbraio, sul ghiaccio...» Per poco non tamponarono
due macchine che si erano fermate in coda. L’autista frenò imprecando. Le
due macchine ebbero subito il permesso di proseguire dalla pattuglia delle
SS, che poi rivolse la sua attenzione al camion. L’autista presentò i suoi
documenti, quindi toccò a Georg. «E voi?» Fin qui è andata abbastanza
bene, pensò Georg, ho commesso due errori. D’altra parte non si può fare la
prova generale di tutto. Provava l’identica sensazione di quando era stato
arrestato e la casa era stata improvvisamente circondata... una rapida
coordinazione di tutti i pensieri, di tutte le facoltà, un fulmineo rifiuto di
tutto, il puro distacco, e poi...
Indossava una giacca marrone di velluto di Manchester, nessun dubbio
su questo. La guardia confrontò i suoi dati. È incredibile quante giacche di
Manchester si possano rilevare in tre ore tra Worms e Magonza, aveva
osservato il commissario Fischer quando Berger, poco prima, gli aveva
portato davanti un tizio con la giacca di velluto. Pare che questo indumento
goda di una speciale preferenza presso la popolazione. All’infuori della
descrizione degli abiti, il mandato d’arresto si basava sulla pratica di entrata
al campo di Westhofen, nel dicembre 1934. Ma a parte la giacca, pensò la
guardia, quest’uomo non corrispondeva affatto ai dati forniti. Quello che
aveva davanti avrebbe potuto essere suo padre, mentre quello vero doveva
somigliare a lui, un giovane gagliardo, dal viso liscio e insolente. Questo ha
un muso piatto, il naso grosso e la bocca sporgente. Disse: «Heil Hitler!» e li
fece passare.
Proseguirono in silenzio per alcuni minuti, a ottanta all’ora. D’un tratto
l’autista frenò per la seconda volta, in un punto aperto e deserto della
strada. «Scendi» ordinò. Georg accennò a ribattere. «Scendi!» ripeté
l’autista, in tono di minaccia. Il suo viso si incupì mentre Georg esitava
ancora. Fece il gesto di scaraventarlo fuori con la forza, e Georg saltò giù.
Urtò di nuovo con la mano e gli sfuggì un gemito. Barcollando, vide le luci
del camion che si dileguavano, inghiottite dalla nebbia sopraggiunta negli
ultimi minuti. Ogni tanto passava qualche macchina, ma ebbe timore di
chiedere un altro passaggio. Non sapeva se avrebbe dovuto camminare
ancora per ore o se l’avesse già fatto per ore. Cercò di capire in quale punto
si trovasse fra Oppenheim e Magonza: attraversò un villaggio con le finestre
illuminate, ma non osò domandarne il nome. A volte lo sguardo di qualche
passante, di qualcuno appoggiato alla finestra, lo colpiva talmente da
indurlo a coprirsi il viso con una mano. Che scarpe erano, quelle che aveva
rubato, che lo spingevano avanti, lo spingevano anche quando non aveva
alcun desiderio di camminare? A un certo punto sentì un vocio, molto
vicino. Un binario terminava in un piccolo spiazzo, che gli sembrò la piazza
di un villaggio. Si trovava ora tra persone che aspettavano al capolinea di un
tram. Pagò con trenta pfennig del suo marco. La vettura, che inizialmente
era quasi vuota, si affollò alla terza fermata, nei pressi di una fabbrica.
Georg stava seduto con gli occhi bassi. Non guardava nessuno, si era
abbandonato al calduccio e alla ressa della gente; così si sentiva tranquillo e
quasi nascosto. Ma se qualcuno lo urtava, se qualcuno lo sfiorava con lo
sguardo, gli venivano i brividi.
Dovette scendere a una fermata con la scritta Augustinerstraße, e
proseguì lungo i binari, inoltrandosi nella città. D’un tratto si risvegliò del
tutto. Se non fosse stato per la mano, si sarebbe sentito privo di
preoccupazioni. Tutto merito della strada, della gente, e in generale della
città, che non lascia mai nessuno del tutto solo, o almeno dà
quest’impressione. Una di quelle mille porte si sarebbe aperta per uno
sconosciuto, bastava solo trovarla. Da un fornaio comprò due panini. Le
chiacchiere di donne vecchie e giovani intorno a lui, riguardo al prezzo e
alla qualità del pane, ai bambini e ai mariti che lo avrebbero mangiato,
davvero non erano mai cessate per tutto questo tempo? Che ti credi? si disse
Georg, non sono mai cessate, né mai cesseranno. Mangiò mentre
camminava, poi ripulì dalla farina la giacca di Helwig. Attraverso un
portone scorse una fontana in un cortile e, vedendo che alcuni ragazzi
bevevano con una tazza attaccata a una catenella, entrò e bevve a sua volta.
Proseguì fino a una piazza molto grande che, nonostante i lampioni e la
gente, appariva buia e vuota. Avrebbe tanto desiderato sedersi, ma non osò.
In quel momento si udì un suono, così vicino e forte da far tremare il muro
al quale si era appoggiato per lo sfinimento. Mentre vedeva la piazza
rischiararsi dinanzi a lui, pensò che il Reno non dovesse essere molto
lontano. Domandò a una bambina, che gli rispose con prontezza: «Volete
annegarvi proprio oggi?» Da queste parole si accorse che non si trattava di
una bambina, ma di una ragazza smilza, insolente e vogliosa, che indugiò
come se aspettasse da lui che le chiedesse di accompagnarlo giù fino al
Reno. Ottenne invece l’effetto contrario: l’idea che fino a quel momento
aveva sempre respinto, divenne una decisione. Non più passare sull’altra
sponda attraverso uno dei grandi ponti, ma trascorrere la notte in città. A
quel punto sui ponti doveva essere stata raddoppiata la sorveglianza. La
cosa più difficile diventava la più conveniente. Restare sulla sponda sinistra
e trovare un’altra occasione per raggiungere l’altra parte, ma più in giù.
Arrivare alla sua città non direttamente, ma attraverso una lunga
deviazione. Osservò distrattamente la ragazza, senza capire se fosse
qualcosa nel suo passo rapido e irregolare a ricordargli la sua ragazza, o se
qualsiasi giovane gliel’avrebbe ricordata. In un attimo gli apparve la sua
immagine. La vide andare via anche lei, all’epoca, come questa, con
un’alzata di spalle. Nel frattempo il fragore era cessato e il silenzio
improvviso sulla piazza, e la fine delle scosse sul muro a cui era appoggiato,
gli dimostrarono nuovamente quanto fosse stato forte e possente quel
suono. Si allontanò guardando le guglie su in alto. Gli vennero le vertigini
prima di aver trovato la più alta di tutte perché, sopra le due vicine fin quasi
a toccarsi, si levava un’altra torre solitaria contro il cielo di quella sera
autunnale, con tale audacia e tale leggerezza da fargli male. Poi però pensò
che in un edificio così grande non potevano mancare le sedie. Cercò un
ingresso, una porta, non un portone. Si meravigliò di riuscire a entrare. Si
lasciò cadere sul lato più esterno della prima panca. Qui, pensò, posso
riposarmi. Solo in un secondo momento si guardò attorno. Non si era mai
sentito così minuscolo come ora, neppure sotto il cielo aperto. Quando
scoprì tre o quattro donne sparse qua e là, piccole come lui, e misurò la
distanza fra sé e la colonna successiva, poi l’intervallo fra le varie colonne, e
si accorse che dal suo posto non riusciva a vederne la fine, né sopra né
davanti a sé, ma soltanto spazio e ancora spazio, rimase un po’ stupito; ma
forse la cosa più stupefacente era aver dimenticato per un attimo se stesso.
Ma il sacrestano, che marciava impettito, sia perché era abituato a quel
luogo, sia perché faceva il suo mestiere, mise subito fine allo stupore
passando tra le colonne e annunciando, a voce alta e quasi seccato: «Il
duomo chiude!» Alle donne che non volevano staccarsi dalla preghiera
disse, più come monito che come consolazione: «Dio lo troverete qui anche
domani». Georg sobbalzò per la paura. Le donne uscirono piano dalla porta
più vicina, passando accanto al sacrestano. Georg ritornò a quella da cui era
entrato, ma era già stata chiusa e dovette affrettarsi, lungo la navata
principale, per raggiungere le donne. Di colpo gli venne un’idea e, invece di
correre, si accucciò dietro il grande fonte battesimale e lasciò che il
sacrestano chiudesse le porte.

Il pecoraio Ernst ha rinchiuso le pecore e lancia un fischio alla sua cagnetta.


Quassù non è ancora sera. Sopra le colline e gli alberi il cielo ha il colore
giallo sbiadito dei teli che le donne tengono troppo a lungo chiusi negli
armadi. Sulla valle la nebbia è densa e piatta, al punto da dare l’illusione che
la pianura sia sopraelevata, con le sue grandi e piccole isolette di luci, e che
il villaggio di Schmiedtheim si trovi ai bordi della pianura, anziché su un
pendio. Al di sopra della nebbia strepitano le sirene di Höchst e i convogli
ferroviari. Cambio turno. Nei villaggi e nelle cittadine, le donne preparano
la cena. Giù sullo stradone scampanellano le prime biciclette. Ernst sale fino
al fossato lungo il sentiero.
Sposta avanti una gamba e incrocia le mani sul petto; guarda in basso, là
dove la strada comincia a salire dall’osteria Traube; sulla sua bocca si
disegna un ghigno di grande disprezzo, che pare rivolto sia a Dio sia agli
uomini. Ogni sera si diverte a vedere che lì tutti scendono dalle biciclette e
devono spingerle a mano.
Dopo dieci minuti i primi passano accanto a lui, sudati, grigi, stanchi.
«Ohilà, Hannes! Ohilà, Ernst! Heil, Hitler! Heil un cavolo! Ohilà, Paul!»
«Ohilà, Franz!» «Non ho tempo, Ernst» rispose Franz. Spinse la
bicicletta sopra le cunette sulle quali la mattina aveva saltellato così
allegramente. Ernst si girò e lo guardò da dietro. Ma cos’ha? pensò.
Certamente una ragazza. E d’un tratto si rese conto che Franz non gli
piaceva più di tanto. Perché, pensò, ha bisogno di una ragazza? Se c’è uno
che ha bisogno di una ragazza, sono io. Bussò alla finestra della cucina dei
Mangold.
Franz entrò subito nella cucina dei Marnet. «Salve!» «Salve, Franz»
mormorò la zia. La zuppa era già pronta nelle scodelle. Zuppa di patate con
le salsicce, due per gli uomini, una per le donne e mezza per i bambini. Gli
uomini erano il vecchio Marnet, il figlio più anziano, il genero e Franz; le
donne erano la signora Marnet e Auguste. I bambini, i piccoli Hans e
Gustav. Latte per i bambini e birra per i grandi: pane e salsicce, perché la
zuppa era poca. La signora Marnet, durante la guerra, aveva imparato a
mungere e macellare tutto ciò che serviva a una famiglia, barcamenandosi
fra tutte le ordinanze e i divieti.
Dai piatti e dai bicchieri, dagli abiti e dalle espressioni, dai quadretti alle
pareti e dal loro modo di parlare, tutto stava a indicare che i Marnet non
erano né ricchi né poveri, né cittadini né contadini, né religiosi né atei. «Se
il piccolo non ha ottenuto subito la licenza, si vede che non sempre riesce a
sfondare il muro con la sua testardaggine» disse la signora Marnet
alludendo al più giovane dei suoi figli, che si trovava a Magonza con il
centoquarantaquattresimo reggimento. «Gli farà solo bene». Tutti quelli che
sedevano a tavola, eccetto Franz, si dissero d’accordo che era un bene per il
piccolo aver finalmente trovato chi lo faceva rigare dritto, e che sarebbe
stata una benedizione se tutti quei monelli avessero imparato di nuovo a
obbedire.
«Ma oggi è lunedì» disse la signora Marnet a Franz, quando questi,
appena finito di mangiare, si alzò. Avevano sperato che li avrebbe aiutati a
raccogliere e a portare dentro le ultime mele.
Continuarono a brontolare anche dopo che fu uscito. Ma non si poteva
parlar male di lui, perché era sempre stato un lavoratore e un ragazzo a
modo, a parte il suo eterno giocare a scacchi con Hermann, a Breilsheim.
«Se avesse una brava ragazza» disse Auguste, «non farebbe così».
Franz salì in bicicletta e si avviò questa volta in direzione opposta, lungo
il sentiero verso Breilsheim, che prima era un villaggio ma ora, in seguito al
nuovo ordinamento, era stato fuso con Griesheim. Dopo il suo secondo
matrimonio, Hermann abitava nell’edificio dove aveva diritto di prelazione
in quanto ferroviere. Da quando, la primavera precedente, aveva sposato
Else, una giovanissima cugina dei Marnet, aveva avuto improvvisamente
accesso a una gran quantità di privilegi, facilitazioni d’ogni sorta, prestiti
vantaggiosi. La moglie era una Schloßborn, un lontano ramo dei Marnet,
fatto che metteva in rilievo sia la sua posizione nella vallata del Taunus, sia
la vasta parentela dei Marnet, estesa in numerosi villaggi. Hermann, quando
parlava con i compagni di tutte le nuove possibilità di quel matrimonio,
diceva: «Sì, nostra zia Marnet, dei Marnet vicini, ci regalerà anche un
servizio di posate da dolce d’argento. È la madrina di Else. A ogni
onomastico le regalava un cucchiaino d’argento». «La tua Else avrebbe
certo preferito essere per tutto l’anno la cocca dei Marnet vicini» dicevano i
compagni. «Così vanno le cose con i regali» replicava Hermann. «E poi Else
deve andare su a dare una mano per la vendemmia, a lavare i panni, a
macellare, perché appartiene alla famiglia». Ma a Else bastava la felicità per
il servizio di posate e per tutto il nuovo arredamento. Aveva diciotto anni, il
viso piccolo e rotondo e due occhietti dolci. Aveva fatto bene, si chiedeva
Hermann, a sposare quella bambina, perché era così carina e giovane e lui,
già da anni ma specialmente negli ultimi tre, si sentiva terribilmente solo?
Ora Else cantava in cucina. La sua voce non era molto forte né
particolarmente limpida, ma proprio perché cantava spensierata, risuonava
ora triste ora allegra come l’acqua di un ruscello, rispecchiando le emozioni
del momento.
Hermann corrugò la fronte, assalito da un leggero senso di colpa, mentre
posizionavano la scacchiera. Fecero distrattamente le prime tre mosse con le
quali iniziavano di solito la partita. Franz cominciò a raccontare. Aveva
aspettato quel momento con ansia per tutta la giornata e, per il sollievo di
poter finalmente raccontare tutto, lo fece in modo un po’ confuso. Ogni
tanto Hermann lo fermava per fargli qualche domanda. Anche lui aveva
sentito qualche vaga notizia. In ogni caso bisognava tenere tutto pronto.
Forse sarebbe successo qualcosa, qualcuno si sarebbe presentato a chiedere
aiuto. Hermann tacque persino a Franz ciò che aveva sentito: che l’ex
direttore distrettuale Wallau, un brav’uomo che in passato aveva conosciuto
di persona, era evaso dal campo di Westhofen. Hermann aveva sentito dire
pure che la signora Wallau aveva avuto un ruolo nell’evasione, cosa questa
che lo inquietava parecchio perché, se era vero, nessuno avrebbe dovuto
saperlo. Di quel Georg, di cui Franz continuava a domandare, non aveva
saputo niente. «Bisogna rifletterci su» disse, «un’evasione riuscita è sempre
meglio di niente».
8.

Franz non era certo l’unico che in quella notte d’autunno era rimasto
sveglio a pensare: E se tra loro ci fosse anche il mio? Non era certo l’unico a
essere tormentato dalla possibilità che, tra gli evasi dal campo, ci fosse
anche chi lui aveva in mente. Si rigirava nel letto, nella stanza che gli era
riservata da quando aveva cominciato a pagare per il proprio
mantenimento. In gran fretta, la sera prima, erano state inchiodate alcune
mensole alle pareti, perché il raccolto delle mele era stato sovrabbondante.
Franz si alzò di nuovo e si sporse dalla finestra, perché l’odore delle mele
lo stordiva. Meno male che il giorno dopo sarebbero state portate al
mercato. Sebbene non ne sentisse alcuna voglia e avesse la pancia piena,
prese un’altra mela, la divorò e buttò il torsolo in giardino. La sfera di vetro
in cima alla pertica, che durante il giorno splendeva azzurra sulle viole del
pensiero e sulle violacciocche, ora scintillava argentea, come se la luna dal
cielo fosse rotolata in giardino. Siccome il terreno era in pendenza, il cielo
iniziava subito dietro l’alta siepe che delimitava la proprietà dei Marnet,
scintillante di stelle in pacifica vicinanza.
Franz sospirò e tornò a stendersi. Perché dovrebbe esserci anche lui?
pensò per la centesima volta. E ancora: Lui o un altro... Per Franz questo lui
era Georg, l’amico di tanti anni prima... Già, ma era veramente un amico?
Certo, e anche il migliore, l’unico, pensò subito. Questa consapevolezza lo
sconvolgeva.
Quando aveva conosciuto Georg? Nel ’27, al campeggio in pineta. No,
no, molto prima. L’aveva incontrato allo stadio a Eschenheim, subito dopo
la fine della scuola. Franz era un calciatore così scadente che nessuno se lo
contendeva. Anche per questo prendeva sempre in giro i ragazzi che, come
Georg, non pensavano che al calcio. «Tu, Georg, hai un pallone al posto
della testa». Georg lo aveva guardato con occhi di fuoco. E il pomeriggio
successivo, non certo per caso, gli aveva tirato una pallonata nello stomaco.
Franz in seguito non era più andato a giocare, non era certo quello il campo
in cui si esprimeva al meglio, anche se qualcosa aveva continuato ad
attirarlo lì. Qualche volta, in seguito, aveva persino sognato di diventare il
portiere della squadra di Eschenheim.
Quattro anni più tardi aveva ritrovato Georg a un corso che lui stesso,
Franz, teneva presso un campeggio in pineta. Georg dichiarava di essersi
iscritto perché lì costava poco imparare il jiujitsu e sosteneva di seguire il
corso soltanto per noia. Non avrebbe mai immaginato che l’istruttore fosse
quel vecchio Franz, il povero Franz dello stadio, improvvisamente
ricomparso per insegnargli qualcosa. Di nuovo gli occhi di Georg si erano
fatti piccoli e cattivi, come se ci fosse qualcosa da vendicare, un insulto o
un’umiliazione. Pareva che avesse deciso di sabotare il corso di Franz. Ma
dato che i suoi atti di disturbo non avevano incontrato alcuna approvazione,
al contrario, soltanto resistenza da parte di tutti, se n’era andato dopo la
seconda lezione. Franz comunque lo aveva tenuto d’occhio. Sul suo bel volto
bruno si vedeva spesso una smorfia di disprezzo; il suo modo di muoversi
era fin troppo rigido, quasi gli facesse pena chiunque fosse meno bello e
meno forte di lui. Soltanto ai remi o nella lotta si lasciava andare, e la sua
espressione diventava buona e allegra, come se fosse riuscito a sfuggire a se
stesso. Franz, spinto da una curiosità inspiegabile, andò a recuperare la
domanda d’iscrizione di Georg: il ragazzo aveva studiato per fare il
meccanico d’automobili, ma dopo il diploma era sempre rimasto
disoccupato.
L’inverno successivo lo incontrò alla manifestazione di gennaio. Aveva
sempre lo stesso sorriso beffardo, e solo quando cantava la sua espressione
si ammorbidiva. Lo incontrò poi al posto di guardia, dopo che la
manifestazione si fu sciolta. Georg aveva problemi con una delle sue scarpe
da ginnastica, la cui suola si era staccata camminando sulla neve. Franz ebbe
l’immediata intuizione che Georg fosse di quelli capaci di partecipare a una
manifestazione anche scalzi, dall’inizio alla fine. Gli chiese che numero di
scarpe portasse. Georg rispose: «Il figlio di mia madre sa aggiustarsi da solo
questa roba». Franz gli domandò se volesse vedere qualche fotografia del
campeggio, dove si vedeva anche lui. Naturalmente Georg avrebbe guardato
volentieri quelle fotografie, nelle quali compariva nella gara di nuoto e di
jiu-jitsu. «Si potrebbero anche vedere» rispose. «Che cosa fai stasera?»
domandò Franz. «Cosa vuoi che faccia?» rispose Georg. Tutt’e due, senza
un motivo preciso, si sentirono imbarazzati. Per tutta la strada fino alla città
vecchia non scambiarono una parola. Franz avrebbe voluto trovare un
pretesto per piantare lì Georg. Che gli era venuto in mente di invitare quel
tipo? Aveva voglia di leggere. Entrò in un negozio e comprò salame,
formaggio e arance. Georg rimase ad aspettare davanti alla vetrina, senza il
suo solito sorriso, con un’espressione cupa che Franz non riusciva proprio a
capire, pur osservandolo continuamente dall’interno del negozio, attraverso
il vetro.
Franz abitava allora nella Hirschgasse, sotto uno di quei bei tetti ondulati
di ardesia. La camera era piccola e inclinata, con la porta che dava sulle
scale. «Ci abiti da solo?» chiese Georg. Franz sorrise: «Non ho ancora una
famiglia». «Allora abiti qui da solo, per conto tuo» ripeté Georg, «eh, già».
Il suo volto adesso si era del tutto incupito. Franz capì che Georg invece
viveva nella promiscuità di una grande famiglia. Quell’“eh, già” significava:
Già, tu vivi così, è ovvio che puoi progredire.
Franz domandò: «Vorresti venire ad abitare qui?» Georg lo fissò. Sul suo
volto non c’era traccia di sorriso, nessuna superbia, come se fosse stato colto
troppo di sorpresa per avere il tempo di armarsi della sua solita espressione.
«Io? Qui?» «Sì, certo». «Dici sul serio?» domandò Georg sottovoce. Franz
rispose: «Io parlo sempre sul serio». In realtà la sua domanda non aveva
nulla di serio, gli era sfuggita di bocca; ma divenne subito una cosa seria,
amaramente seria. Georg era impallidito. Franz comprese solo allora che
quella proposta casuale per Georg aveva un’importanza eccezionale,
rappresentava una svolta nella vita. Lo prese per il braccio. «D’accordo,
allora?» Georg si divincolò.
Si è subito girato dall’altra parte, pensò Franz nella sua stanza piena di
mele, ed è andato alla finestra, occupandola completamente col suo corpo.
Era sera, d’inverno. Io ho acceso la luce. Georg si è seduto a cavalcioni di
una sedia. I suoi bei capelli bruni scendevano spessi e rigidi dal capo.
Sbucciava arance per sé e per me.
Io presi la brocca, ricordò ancora Franz, e andai a riempirla d’acqua al
rubinetto sulle scale. Stavo sulla soglia e lui mi guardava dalla sedia. Aveva
gli occhi sereni e grigi, senza più quei puntini buffi e in rilievo che, da
giovane, mi avevano sempre intimorito. Disse: «Sai cosa voglio fare?
Ridipingerò per noi tutta la baracca. E trasformerò questa cassa in uno
scaffale per i tuoi libri, e da quest’altra, in migliori condizioni e con la
serratura, ricaverò un piccolo armadio, come nuovo. Vedrai».
Poco tempo dopo anche Franz perse il lavoro, così misero insieme i loro
risparmi e i guadagni occasionali. Un inverno straordinario, pensò Franz,
senza paragoni con alcun evento precedente o successivo. Una stanzetta dal
soffitto inclinato, ridipinta di giallo. Cumuli di neve sui tetti. Probabilmente
anche molta fame.
Come succede a tutti coloro che hanno conosciuto e combattuto la fame,
essa non li impressionava affatto, rispetto alla fame nel mondo. Lavoravano,
studiavano, partecipavano insieme alle manifestazioni e ai comizi; erano
chiamati insieme laddove, nel loro distretto, serviva gente come loro. E
quando si trovavano da soli, allora attraverso le domande di Georg e le
risposte di Franz si realizzava ciò che essi chiamavano «il nostro mondo
comune», che si rafforzava quanto più a lungo ci vivevano e cresceva
quanto più assorbivano da esso.
Almeno così sembrava a Franz. Georg col tempo divenne più silenzioso e
faceva meno domande. L’ho certamente offeso in qualche modo all’epoca,
pensò Franz. Perché ho voluto costringerlo a leggere? Sicuramente per lui
sono stato un tormento. Georg diceva sinceramente che non riusciva a
tenere tutto a mente e che quella roba non faceva per lui. E così ogni tanto
passava la notte dal suo vecchio amico calciatore Paul, dal quale si lasciava
prendere in giro per essere di colpo diventato così istruito da tenere
continuamente discorsi. Georg si sentiva abbandonato, quando Franz non
c’era. Pernottava allora ogni tanto in casa della sua famiglia, e spesso
portava con sé un fratello più giovane, un diavoletto piccolo e magro con gli
occhi furbi. Franz pensò: Era cominciata già allora. Inconsciamente era
deluso. Forse, dividendo la stanzetta con me e avendomi vicino, aveva
creduto... La stanza lo stufò subito, e io ero diverso da lui. In effetti gli avevo
fatto sentire una distanza tra di noi, una distanza che in realtà non c’era,
perché io avevo un metro di misura sbagliato.
Verso la fine dell’inverno Georg divenne inquieto. Se ne andava spesso, e
cambiava ragazza per i motivi più strani. Abbandonò la più bella del suo
gruppo del campeggio per mettersi all’improvviso con una mezza matta,
una donna più anziana e di nessun valore, che lavorava presso la modisteria
Tietz. Aveva fatto la corte alla giovane moglie di un fornaio, fino ad arrivare
a uno scontro col marito. Poi d’un tratto si mise a passare i fine settimana
con una compagna piccola, magra e con gli occhiali. «Lei ne sa più di te,
Franz» gli disse in seguito. E un’altra volta disse: «Tu non sei un amico,
Franz. Non mi racconti mai niente di te. Io ti porto tutte le mie ragazze,
l’una dopo l’altra, e ti racconto tutto. Tu invece di sicuro mi tieni nascosto
qualcosa di bello e duraturo». Franz rispose: «Tu non puoi nemmeno
immaginare che si possa vivere per un po’ anche da soli».
Franz pensò: Ho conosciuto Elli Mettenheimer il 20 marzo 1928 verso le
sette di sera, poco prima della chiusura della posta. Ci trovammo tutti e due
allo stesso sportello. Lei portava gli orecchini di corallo. La seconda volta
che la vidi, sempre alla posta, su mia richiesta si tolse gli orecchini e li mise
nella borsetta. Le avevo detto che soltanto le negre portano roba simile alle
orecchie e al naso. Lei si era messa a ridere. In realtà è stato un vero
peccato: i coralli le stavano così bene fra i capelli bruni.
Franz aveva nascosto a Georg questa nuova conoscenza. Lo incontrarono
casualmente una sera, per strada. Georg poi commentò: «Eh, già». Ogni
volta che Franz tornava a casa, la domenica sera, Georg con un sorrisetto gli
domandava: «Com’è andata?» I puntini neri nei suoi occhi si erano
moltiplicati a dismisura. Franz corrugava la fronte. «Lei è diversa»
rispondeva.
Una volta Elli dovette disdire il loro appuntamento e Franz ne attribuì la
colpa al suo severo padre, il tappezziere Mettenheimer. L’aspettò il lunedì
all’uscita dall’ufficio, ma lei scappò via dicendo che aveva fretta e saltò sul
tram più vicino. Franz notò che per tutta la settimana Georg lo fissava di
continuo. Avrebbe voluto buttarlo fuori di casa. Per il fine settimana Georg
si lavò e curò con particolare attenzione. Nell’uscire disse a Franz, che stava
sistemando sul davanzale i libri necessari per preparare una lezione: «Buon
divertimento, Franz». La domenica sera Georg ritornò col volto arrossato e
allegro. A Franz, che era davanti alla finestra come se non se ne fosse mai
staccato, disse: «Anche questo bisogna imparare». Alcuni giorni più tardi
Franz incontrò casualmente Elli per strada e il suo cuore sobbalzò. Il viso di
lei era rosso e accalorato. Gli disse: «Caro Franz, preferisco essere io a
dirtelo. Io e Georg... non prendertela. Non c’è niente da fare, lo sai, per
questo non esiste rimedio».
Franz le rispose frettolosamente: «Va bene» e scappò via. Vagò per ore
in un’oscurità completa, nella quale brillavano soltanto due puntini rossi: gli
orecchini di corallo.
Quando rincasò, Georg era seduto sul letto. Franz cominciò subito a
mettere via la sua roba sotto gli occhi del compagno. Lo sguardo tagliente di
Georg ebbe il potere di far voltare Franz, il quale non desiderava altro che
non incontrare mai più quegli occhi in vita sua. Georg abbozzò un sorriso.
Franz provò l’impulso irresistibile di colpirlo in mezzo alla faccia, magari
sugli occhi. Il momento che seguì fu probabilmente il primo, nella loro vita
comune, nel quale si compresero perfettamente. Franz si rese conto che tutti
gli obiettivi che fino a quel momento avevano guidato le sue azioni erano
crollati, tranne uno. Georg desiderava, forse per la prima volta in modo
sincero, essere libero da tutti i guai, per dirigersi verso un’unica meta, oltre
la sua vita tormentata e inquieta. Disse calmo: «Franz, non devi andartene
per causa mia. Se ti dà fastidio abitare ancora con me – e adesso capisco che
ti ha sempre dato un po’ fastidio – sappi comunque che io non rimarrò qui.
Io ed Elli presto ci sposeremo». Franz non avrebbe voluto parlare, tuttavia
non poté fare a meno di dire: «Tu? Elli?» «Sì, perché no?» disse Georg. «Lei
non è come tutte le altre. È per sempre. Suo padre mi troverà anche un
lavoro».
Il padre di Elli, il tappezziere, al quale fin dal primo incontro quel genero
non era affatto piaciuto, insisteva perché il matrimonio si effettuasse nel più
breve tempo possibile, dato che ormai si doveva fare. E affittò per loro una
stanza, dal momento che, furono le sue parole, non voleva assistere alla
rovina della figlia prediletta.
Franz, nel suo angusto letto nella camera delle mele, le mani incrociate
dietro la nuca, ricordava ogni parola pronunciata allora, ogni cambiamento
nel volto di Georg. Per anni non aveva voluto ricordare e, se qualcosa gli
attraversava la mente, lo rifiutava. Ma adesso lasciò che pian piano ogni
cosa gli si presentasse davanti. Provava soltanto stupore. Pensava: Non fa
più male, ormai. Mi è indifferente. Devono essere accadute cose tremende,
perché nulla faccia più male.
Franz rivide Georg tre settimane più tardi, da lontano, al parco di
Bockenheim, su una panchina, accanto a un donnone incredibilmente
grosso. Le aveva messo il braccio dietro le spalle, ma non riusciva a cingerla
tutta. Elli era tornata dai genitori ancor prima che il bambino nascesse. Ma il
padre, Franz lo venne a sapere dai vicini, insisteva perché la figlia tornasse
dal marito, dicendo: Te lo sei sposato, avrai anche un figlio da lui, devi
restarci insieme. Intanto Georg aveva perso di nuovo il lavoro, perché
sobillava la gente, come diceva il suocero. Elli tornò in ufficio. Poco prima di
partire, Franz venne a sapere che era tornata definitivamente anche dalla
propria famiglia.
C’è un gioco da bambini, che consiste nel sovrapporre a un disegno
colorato dei vetri di colori diversi. A seconda del colore del vetro, si vede
un’immagine diversa. All’epoca Franz aveva guardato attraverso un vetro
che gli aveva mostrato il suo amico solo in determinate circostanze; non
l’aveva osservato attraverso altri vetri. Ben presto lo perse di vista. Siccome
la città lo aveva fatto soffrire, Franz decise di cambiare ambiente. Un
episodio del genere, che per altri sarebbe finito semplicemente con una
scazzottata, per Franz ebbe ripercussioni ben maggiori. Infatti, per gente
come Franz, ogni evento ha delle ripercussioni. Si trasferì dunque da sua
madre, che non vedeva da anni. Era andata a vivere da una figlia sposata,
nel nord della Germania, e Franz si stabilì lassù. Questo cambiamento si
rivelò una fortunata svolta per la sua vita. Col tempo dimenticò persino il
motivo che l’aveva portato lì e si inserì nel nuovo ambiente, fra i nuovi
compagni. All’apparenza era uno dei tanti disoccupati che trasferivano la
residenza da una città all’altra. Nel complesso, era paragonabile a uno
studente che avesse cambiato università. Sarebbe forse stato felice se avesse
potuto convincersi di amare veramente la tranquilla e ordinata ragazza con
la quale convisse per un certo periodo.
Dopo la morte di sua madre, alla fine del ’33, tornò nelle vicinanze della
città dove aveva vissuto prima. Tre motivi provocarono il suo ritorno: lassù
era troppo conosciuto e la terra gli bruciava sotto i piedi; giù c’era bisogno
di lui, che conosceva la gente e la situazione, ma era stato ormai
dimenticato; aveva un alloggio presso lo zio Marnet. Tutti i conoscenti che il
caso metteva sulla sua strada pensavano: Questo qui una volta diceva cose
diverse. Oppure: Eccone un altro che ha cambiato bandiera. Un bel giorno
Franz s’imbatté nell’unico uomo, tra le sue conoscenze più prossime, che
conoscesse realmente le sue motivazioni: il ferroviere Hermann. Costui gli
disse a bassa voce, più bassa del solito, che la notte precedente era avvenuto
un arresto preoccupante, in primo luogo perché l’arrestato aveva in mano
tutti i contatti e poi perché aveva assunto il suo ruolo solo da pochissimo, a
causa di altri arresti. Hermann, calmo e misurato, manifestò con decisione il
timore che l’arrestato potesse confessare, per debolezza o per inesperienza.
Senza cadere preda di una sfiducia ingiustificata, era comunque suo dovere
agire come gli dettava la coscienza: bisognava cambiare tutta la filiera dei
contatti e avvertire i compagni i cui nomi l’arrestato conosceva con
certezza. Di colpo si interruppe e chiese a Franz se per caso non avesse
conosciuto in passato quell’uomo, dal momento che aveva già vissuto lì: si
trattava di un certo Georg.
Franz tentò di dominarsi, ma a Hermann non sfuggì il suo turbamento
nel sentir pronunciare di nuovo quel nome a distanza di qualche anno.
Cercò di offrire in poche frasi un ritratto obiettivo di Georg, cosa che non
avrebbe potuto fare neanche nei momenti più tranquilli. Hermann
interpretò la perplessità di Franz a modo suo e, dinanzi alla scacchiera,
presero tutte le misure necessarie.
Franz pensò: Le nostre precauzioni si sono rivelate superflue. Non
avremmo dovuto cambiare alcun contatto né avvertire alcun compagno.
Non era necessario che io me ne andassi col cuore in gola. Infatti, alcune
settimane più tardi, Hermann lo mise in contatto con un ex detenuto
rilasciato da Westhofen, il quale gli parlò di Georg. «Con lui ci volevano
dimostrare come si possa abbattere in quattro e quattr’otto un uomo
robusto come un albero. Ma è successo il contrario. Ci hanno soltanto
dimostrato che non esiste nulla in grado di abbattere uno come lui. E
continuano a torturarlo, perché ora lo vogliono morto. E che faccia aveva, e
un sorriso che li faceva infuriare. E che occhi, con tanti strani piccoli puntini
acuminati. Ma ora il suo bel viso è stato appiattito dai colpi e il suo corpo si
è raggomitolato su se stesso».
Franz si alzò e si sporse il più possibile dalla finestrella. C’era un silenzio
completo. Per la prima volta non trovò alcuna pace in quel silenzio: il
mondo non era silenzioso, bensì muto. Istintivamente ritrasse le mani dal
chiarore lunare il quale, come nessun’altra luce, ha il potere di aderire a
tutte le superfici e di penetrare in ogni piega. Come potevo immaginare,
pensò, che fosse così? Come si faceva a saperlo prima? Il nostro onore, la
nostra gloria, la nostra sicurezza si sono trovati d’un tratto nelle sue mani.
Tutto quanto era successo prima, tutte le sue storie, tutti i suoi capricci, non
erano che inutili idiozie. Ma tutto questo era impossibile saperlo prima. Io
forse, al suo posto, non avrei saputo resistere, sebbene fossi quello che lo...
D’un tratto si sentì molto stanco e ritornò a letto. E pensò: Forse non
c’entra nulla con questi evasi. Sarà troppo indebolito per un’impresa simile.
Ma indipendentemente da chi sia evaso, Hermann ha perfettamente ragione:
un evaso che ce la fa è pur sempre qualcosa. Crea sempre fermento, un
dubbio nella loro onnipotenza. Una breccia.
Capitolo secondo

1.

Quando il sacrestano se ne fu andato, la porta principale fu chiusa e anche


l’ultima eco si scompose contro la volta, Georg capì di aver ricevuto una
grazia, una proroga così inaspettata da poterla quasi scambiare per la
salvezza. Per la prima volta dall’evasione, per la prima volta
dall’internamento, provò una calda sensazione di sicurezza. Ma per quanto
intensa risultasse, tale sensazione fu breve. In questo buco, si disse, fa un
freddo tremendo.
La penombra era così profonda che i colori delle vetrate quasi non si
vedevano: aveva raggiunto il grado in cui i muri si ritirano, le volte si
dilatano e le colonne si susseguono interminabili e crescono verso l’alto,
nell’ignoto che forse è nulla e forse è l’infinito. All’improvviso Georg si
sentì osservato. Lottò contro questa sensazione, che gli paralizzava il corpo
e l’anima. Sporse la testa oltre il fonte battesimale. A cinque metri da lui,
dalla colonna più vicina, incrociò lo sguardo di un uomo appoggiato alla
propria pietra funeraria, col pastorale e la mitra. La penombra confondeva la
pompa dei suoi abiti, svolazzanti intorno a lui, ma non i suoi lineamenti, che
apparivano chiari, semplici e malvagi. I suoi occhi seguirono Georg mentre
gli strisciava davanti.
La penombra non si faceva strada all’interno da fuori, come le altre sere.
Il duomo stesso pareva dissolversi e perdere la sua consistenza pietrosa. I
pochi tralci di vite attorno ai capitelli, i mascheroni e, laggiù, un piede nudo
trafitto, erano immaginazione e fumo, tutto ciò che era di pietra era svanito
nell’ombra. Soltanto Georg era impietrito dal terrore. Chiuse gli occhi, fece
un paio di respiri e la paura passò, o meglio la penombra divenne ancora più
profonda e perciò tranquillizzante. Cercò un posto dove nascondersi. Saltò
da una colonna all’altra; si accucciò, come se qualcuno lo stesse ancora
osservando. Accanto alla colonna davanti alla quale si era inginocchiato,
giaceva un uomo florido e rubicondo, lo sguardo indifferente rivolto verso il
nulla, il sorriso sfrontato del potere sul viso. In ciascuna mano stringeva una
corona e, non visto da Georg, incoronava eternamente due nani: gli anti-re
dell’interregno. Con un salto Georg raggiunse la colonna vicina, come se lo
spazio tra l’una e l’altra fosse sorvegliato. Guardò in su la figura dagli abiti
talmente ampi che avrebbe potuto avvilupparseli addosso. Si spaventò: una
sagoma umana si piegava su di lui, piena di dolore e di preoccupazione. Che
cosa vuoi ancora, figlio mio? Rinuncia, dall’inizio sei già arrivato alla fine. Il
tuo cuore batte, la tua mano malata pulsa. Georg scoprì un luogo adatto,
una nicchia nel muro. Scivolò di sbieco lungo la navata laterale, sotto gli
sguardi di sei arcicancellieri del Sacro Romano Impero, con una mano
penzoloni come un cane ferito a una zampa. Si mise seduto. Massaggiò
l’articolazione della mano ferita, che si era irrigidita. Si massaggiò anche le
articolazioni delle ginocchia, i malleoli e le dita dei piedi.
Aveva già la febbre. La mano ferita non doveva giocargli brutti scherzi,
finché non arrivava da Leni. Lì sarebbe stato fasciato, lavato; lì avrebbe
mangiato, bevuto, dormito, e sarebbe guarito. Ebbe un sussulto. Allora
doveva lasciarsi alle spalle il più velocemente possibile quella notte che
desiderava non avesse mai fine. Tentò di nuovo di richiamare alla mente
l’immagine di Leni: una magia che a volte gli riusciva e a volte no, a
seconda del luogo e dell’ora. Questa volta gli riuscì: una ragazza di
diciannove anni, magra, le gambe molto lunghe e sottili, occhi blu quasi neri
sotto le ciglia folte, il volto bruno e pallido. Era questa la materia dei suoi
sogni. Nella luce del ricordo e grazie alla lontananza, la ragazza – che in
realtà all’inizio gli era parsa non bella e un po’ buffa, con le gambe e le
braccia così lunghe, che conferivano alla sua camminata qualcosa di goffo –
si era trasformata in una sorta di creatura da favola, di quelle che anche nei
racconti compaiono solo ogni tanto. A ogni successivo giorno di lontananza
usciva dai sogni sempre più gentile, sempre più eterea. Anche ora, per non
addormentarsi appoggiato alla parete gelata, la colmò di parole d’amore,
pensando che gli fosse vicina e lo ascoltasse nell’oscurità.
Innumerevoli fantasie del genere, immaginarie e interminabili
avventure, erano seguite a quell’unica volta nella quale effettivamente erano
stati insieme. Georg aveva dovuto lasciare la città il giorno dopo, nelle
orecchie le dichiarazioni d’affetto di lei, monotone e disperate: Aspetterò
qui il tuo ritorno. E se tu dovessi fuggire, verrò con te.
Dal posto in cui si trovava, poteva ancora scorgere la sagoma dell’uomo
accanto alla colonna d’angolo. Nonostante il buio, il volto da lontano
appariva più chiaro. Sulle labbra serrate l’ultima, estrema offerta: pace
invece che timore della morte, grazia invece che giustizia.
Il piccolo appartamento di Niederrad, che Leni divideva con una sorella
maggiore, quasi sempre assente per lavoro, era in posizione vantaggiosa per
nascondersi o per fuggire. Riflessioni di questo genere lo avevano
tormentato allora, oltre la soglia della stanzetta, nonostante all’epoca avesse
dimenticato tutto il resto, gli amori precedenti e lunghi periodi della sua vita
trascorsa. Anche quando le pareti della stanza crebbero fino a formare una
siepe impenetrabile, nella sua mente non si spense mai il pensiero che, in
caso di necessità, quello sarebbe stato un rifugio sicuro. Quella volta che, a
Westhofen, vennero a chiamarlo perché c’era una visita, aveva temuto per
un momento che avessero preso Leni. All’inizio non riconobbe affatto la
donna che gli presentarono. Avrebbero potuto benissimo prendere dal
villaggio più vicino la prima contadina e mettergliela davanti, talmente
estranea gli era risultata quella Elli.
Forse si era addormentato. Fu la paura a destarlo. Il duomo risuonava.
Un raggio di luce chiara saettò attraverso tutta la chiesa, sfiorando il suo
piede teso. Doveva scappare? C’era ancora tempo? Dove? Le porte erano
tutte chiuse, tranne quella da cui proveniva la luce. Forse poteva ancora
rifugiarsi inosservato in una delle cappelle laterali. Si appoggiò sulla mano
ferita, lanciò un urlo e si piegò su se stesso. Non osava più strisciare via
oltre il fascio di luce. Si sentì rimbombare la voce del sacrestano: «Voi
sciattone, voi donnacce, ogni giorno ce n’è una nuova!» Le parole
riecheggiarono come sentenze del giudizio universale. Una donna anziana,
la madre del sacrestano, esclamò: «Eccola qui, la tua borsa!» La voce della
moglie del sacrestano, che rimbalzava dai muri e dalle colonne, suonò come
un grido di trionfo: «Lo sapevo di averla messa tra i banchi, mentre facevo
le pulizie». Le due donne se ne andarono. Sembravano gigantesse che
trascinassero i piedi. La porta fu richiusa. Rimase solo un’eco, che si spezzò
e risuonò ancora una volta, come se non volesse essere sconfitta; si
ripercosse nella parte più lontana e ancora riverberava dopo che Georg
aveva smesso di tremare.
Si appoggiò di nuovo al muro. Aveva le palpebre pesanti. Adesso il buio
era completo. Il bagliore dell’unica lampada, che ondeggiava da qualche
parte nell’oscurità, era talmente fioco da non rischiarare alcuna volta,
limitandosi a evidenziare l’impenetrabilità del buio. E Georg, che prima non
aveva desiderato altro, ora respirava a fatica, angosciato.
Devi toglierti subito i vestiti, gli consigliò Wallau, perché più tardi sarai
troppo debole. Georg obbedì, perché aveva sempre obbedito a Wallau, e si
stupì di come la sua stanchezza diminuisse. Wallau era stato portato al
campo due mesi dopo di lui. “Quindi tu sei Georg”. In queste quattro parole,
con le quali l’uomo più anziano lo salutò, Georg per la prima volta comprese
il proprio valore. Un detenuto rilasciato aveva parlato di lui. Mentre a
Westhofen lo torturavano a morte, nei villaggi e nelle città della sua terra
prendeva forma il giudizio su di lui: una tomba inviolabile. Anche ora, in
quella nicchia gelata, Georg pensò: Se nella mia vita potessi conoscere
Wallau soltanto a Westhofen, mi accollerei di nuovo tutte la responsabilità...
Per la prima volta, e forse anche per l’ultima, nella sua giovane esistenza era
arrivata un’amicizia nella quale non c’era bisogno né di vantarsi né di
sminuirsi, di chiudersi a riccio o di lasciarsi andare completamente, ma
soltanto di mostrarsi per quel si era, ed essere amati per questo.
Il buio ora non era più troppo fitto per i suoi occhi. La calce del muro
brillava debolmente, come la neve appena caduta. Georg sentiva con tutto il
corpo che l’oscurità stava per andarsene. Doveva cercarsi un altro
nascondiglio? Quando avrebbero aperto la chiesa per la messa? Prima del
mattino ci sono ancora innumerevoli minuti di sicurezza; aveva ancora
dinanzi a sé tanti minuti quante le settimane del sacrestano. Perché anche il
sacrestano, in fin dei conti, non è sicuro per l’eternità.
Lontano da lui, verso l’altare maggiore, si ergeva una colonna isolata,
chiaramente visibile perché la luce si rifrangeva nelle sue scanalature.
Quella colonna solitaria sembrava sorreggere l’intera volta. Ma com’era
tutto freddo lì! Un mondo gelato, come se mai una mano umana, mai un
pensiero umano lo avessero toccato. Come se fosse racchiuso in un
ghiacciaio. Con la mano sana si strofinò le gambe e tutte le articolazioni.
Quello era un rifugio in cui si poteva morire di freddo.
«Triplo salto mortale, è il massimo che un corpo umano può ottenere da
se stesso». Questo gli aveva spiegato Belloni, il suo compagno di prigionia.
Belloni, un acrobata il cui vero nome era Anton Meier, era stato arrestato
mentre era sul trapezio. Tra i suoi bagagli erano state trovate alcune lettere
speditegli dalla Loggia degli artisti di Francia. Quante volte lo riscuotevano
dal sonno perché eseguisse qualche acrobazia. Un uomo scuro e taciturno,
un buon compagno, ma molto diverso dagli altri. «Ah, no, forse esistono
soltanto tre acrobati che riescono a farlo. Certo ogni tanto può riuscire a
qualcuno, ma mai come esercizio abituale». Di propria iniziativa Belloni si
era avvicinato a Wallau, per dirgli che avrebbe tentato a qualunque costo
un’evasione, altrimenti non sarebbero mai usciti da quel posto. Belloni
basava la riuscita della fuga sulla propria agilità e sulla collaborazione dei
suoi amici. Aveva dato a Georg un indirizzo dove, per ogni eventualità, gli
avrebbe lasciato del denaro e qualche indumento. Probabilmente era un
bravo ragazzo, ma troppo diverso per poter nutrire completa fiducia in lui.
Georg non intendeva sfruttare quell’indirizzo. Aveva intenzione di mandare
Leni giovedì mattina presto a Francoforte, presso dei vecchi amici. Se Pelzer,
oltre alla sua intelligenza, avesse avuto i muscoli e la forza di Belloni,
sarebbe certamente riuscito a cavarsela. Di sicuro Aldinger era stato già
catturato. Avrebbe potuto essere il padre di tutti quei tangheri che ora,
probabilmente, gli strappavano i capelli e sputavano sulla sua faccia di
vecchio contadino che comunque non aveva perduto nulla della propria
dignità, anche se sembrava ormai privo delle proprie facoltà. Il borgomastro
del villaggio vicino lo aveva denunciato per una vecchia inimicizia tra le
famiglie.
Fra i sette, l’unico che Georg conosceva già da prima era Füllgrabe, che
spesso, dalla cassa della sua bottega, gli aveva dato un marco per una
colletta. Con suo immenso dolore non era mai riuscito a liberarsi dal grosso
rammarico di essere stato trascinato dentro, di essere stato convinto dalle
promesse, di non essere mai stato capace di dire di no.
Albert forse era già morto. Per settimane aveva accettato qualunque
cosa, sottolineando l’irrilevanza della propria colpa, una banale storia di
valuta, finché era impazzito e Zillich lo aveva trasferito nella sua colonna di
punizione. Quanti tremendi colpi doveva aver sopportato Albert, finché
anche dal suo cuore ottuso era stata strappata via la scintilla della vita.
Ma io qui morirò congelato, pensò Georg. Mi troveranno. E ai bambini
verrà mostrato questo tratto di muro: qui una volta fu trovato un evaso
morto assiderato in una notte d’autunno di quei tempi selvaggi. Che ore
saranno? Quasi mezzanotte. In una nuova, completa oscurità pensò: Chissà
se qualcuno di prima si ricorderà di me? Mia madre? Brontolava senza
interruzione. Arrancava per le viuzze buie sulle sue gambe malate, piccola e
tonda, il grosso seno cadente. Non la rivedrò più, pensò Georg, anche se
rimarrò vivo. Di tutto il suo aspetto gli erano rimasti impressi solo gli occhi,
quegli occhi giovani, scuri, incupiti dal rimprovero e dall’impotenza. Ora si
rammaricava di essersi vergognato davanti a quella Elli, che per tre mesi era
stata sua moglie, per il seno di sua madre e per il suo abito della festa così
bizzarro. Pensò al suo compagno di scuola Paul Röder: per dieci anni
avevano giocato insieme a biglie nella stessa strada, e poi per altri dieci a
calcio. Dopodiché l’aveva perso di vista. Perché lui era cambiato, mentre il
piccolo Röder era rimasto sempre lo stesso. Ora Georg ricordava il suo volto
rotondo e lentigginoso, come un paesaggio caro interdetto per sempre...
Pensò anche a Franz. Era stato buono con me, pensò Georg, si era dato
molto da fare. Grazie, Franz. Poi abbiamo litigato. Ma perché? Chissà che ne
è stato di lui? Un uomo tranquillo, perbene, fidato.
Georg trattenne il respiro. Sulla navata laterale si rifletteva obliqua la
luce di una vetrata, forse illuminata dalla lampada di una casa dall’altra
parte della piazza o dal fanale di una carrozza: un enorme tappeto palpitante
di colori, steso nel buio, una notte dopo l’altra, inutilmente e per nessuno,
sopra il pavimento del duomo deserto, dove ospiti come Georg potevano
capitare una volta ogni mille anni.
Quella luce da fuori, con la quale magari si calmava un bambino malato
o si congedava qualcuno, rifletteva nel suo splendore anche tutte le
immagini della vita. Ecco, pensò Georg, questi devono essere i due che
furono cacciati dal paradiso. E questi devono essere i musi delle mucche che
guardano nella mangiatoia in cui giace il bambino, perché non aveva
trovato posto da nessun’altra parte. E questa dev’essere l’Ultima Cena,
quando lui già sapeva che sarebbe stato tradito. E questo dev’essere il
soldato che lo infilzò con la lancia quando era già sulla croce... Georg già da
tempo aveva dimenticato molte immagini. E molte non le aveva mai
conosciute, perché a casa sua tutto questo era stato cancellato. Tutto ciò che
serve ad alleviare la solitudine può servire di conforto. Non solo può dare
conforto ciò che qualcun altro soffre con te, nello stesso momento, ma
anche ciò che ha sofferto prima di te.
La luce esterna si spense e l’oscurità divenne più fitta di prima. Georg
pensò ai suoi fratelli, in particolare al più piccolo, che lui stesso aveva
allevato con una tenerezza più consona a un gattino che a un bimbo. Pensò
al proprio figlio, che aveva visto brevemente una sola volta. Poi non pensò
più a nulla di preciso. Una serie di volti gli sfilò davanti, ora annebbiati, ora
fin troppo nitidi. Alcuni portavano con sé qualche scorcio di strada, altri un
cortile di scuola o un campo sportivo, o il fiume, o nuvole e boschi. Fluivano
da soli verso di lui, dandogli modo di aggrapparsi a quello che gli era più
caro. Poi tutto si fece confuso, non riuscì a richiamare più il volto né di sua
madre né di nessun altro. Gli occhi gli bruciavano come se avesse visto tutto
realmente. Lontano, dove credeva non esistesse neppure più il duomo, si
accese una luce colorata. Fuori stava passando una macchina. Quando i fari
colpivano una delle finestre, il riflesso cadeva sul pavimento: poi, quando la
luce incontrava il muro, tornava il buio.
Georg si mise in ascolto: il motore era ancora acceso. Udì le esclamazioni
e le risate di uomini e donne che venivano stipati su una macchina
evidentemente troppo piccola. Ripartirono. Subito i colori delle vetrate
vennero proiettati sulle colonne, sempre più lontani da Georg. La testa gli
cadde sul petto e lui si addormentò. Si appoggiò involontariamente alla
mano ferita e si svegliò per il dolore. La notte più fonda era passata. Di
fronte a lui, sul muro, la calce cominciò a brillare. In senso inverso rispetto
alla sera prima, l’oscurità iniziò a svanire, quindi colonne e pareti furono
percorse da un fremito inarrestabile, come se il duomo fosse una
costruzione di sabbia. Sulle finestre colpite dalla debolissima luce del
mattino si delineavano immagini poco nitide, dai colori torbidi e confusi.
Nello stesso tempo cessò anche il tremolio luminoso e ogni cosa cominciò a
mostrarsi nella sua forma definita. L’immensa volta della navata centrale si
stagliò secondo le linee con cui il duomo era stato costruito sotto la stirpe
imperiale degli Hohenstaufen, grazie al genio di singoli architetti e alla forza
inesauribile del popolo. Anche la volta sotto la quale Georg si era nascosto
si delineò, quella volta venerabile fin dai tempi degli Hohenstaufen. Si
delinearono le colonne, tutti i mascheroni e le teste zoomorfe dei capitelli, si
delinearono i vescovi sui sarcofagi davanti alle colonne, nella loro strenua
veglia di morte, insieme ai re della cui incoronazione andavano
indicibilmente fieri.
Non posso più aspettare, pensò Georg, lasciando la nicchia. Si tolse la
benda dalla mano. Aiutandosi con i denti e con la mano sana, l’arrotolò e
l’infilò nell’intercapedine fra una colonna e una lapide. Teso in tutto il corpo
e con gli occhi sbarrati, aspettò il momento in cui il sacrestano si sarebbe
degnato di aprire.

2.

Il pecoraio Ernst, nel frattempo, salutava la sua Nelli con quella profonda
voce di petto così familiare alla cagnetta, che cominciò subito a tremare di
gioia. «Nelli» disse il pecoraio, «Sophie alla fine non è venuta, quella
stupida. Nelli, lei non sa dove sta la sua fortuna. Nelli, in ogni caso ci siamo
addormentati lo stesso. Nelli, tutto questo non ci ha separati, noi due».
In casa Mangold tutto era ancora avvolto nel silenzio, ma in casa Marnet
qualcuno era già entrato nella stalla. Ernst prese l’asciugamano e il
sacchetto nel quale teneva il necessario per l’igiene personale, e andò alla
pompa dei Marnet. Scosso da gradevoli brividi di freddo, si insaponò, si
sfregò il collo e il torace e si lavò i denti. Quindi fissò al cancello lo
specchietto da tasca e si rasò. «Hai un po’ di acqua calda per me?» domandò
ad Auguste, vedendola arrivare dallo specchietto con i secchi del latte. «Sì,
vieni dentro» rispose Auguste. «Da quando ti sei sposata, sei diventata
molto più gentile, Auguste» disse Ernst. «Prima eri più burbera con me».
«Che cosa ti sei bevuto di prima mattina per blaterare in questo modo?»
disse Auguste. «Nemmeno un caffè» disse Ernst, «il mio thermos è rotto».
Più lontano, sulle rive del Meno, nella fitta nebbia, fra borbottii e sbadigli
si accendevano le luci. Dalla porta del cortile dell’ultima casa di Liebach uscì
una ragazza sui quindici o sedici anni con un fazzoletto in testa, così bianco
che faceva risaltare le sottili sopracciglia della fanciulla. Con un’espressione
di serena aspettativa, a indicare la sicurezza che il ragazzo da lei atteso
sarebbe arrivato, come ogni giorno, da un momento all’altro sulla strada
dietro il muro del cortile, la ragazza non guardava neppure in quella
direzione, ma dritto davanti a sé. E infatti proprio in quell’istante spuntò da
dietro il muro il giovane Helwig, il Fritz Helwig della scuola Darré. Senza
parlare e quasi senza sorridere, la ragazza alzò le braccia. Si abbracciarono e
si baciarono, mentre dalla finestra della cucina li osservavano due donne, la
nonna della ragazza e un’anziana cugina, senza invidia né approvazione,
come si osservano le cose che accadono ogni giorno. Perché i due ragazzi, a
dispetto della giovane età, erano considerati già fidanzati. Dopo essersi
baciati, Helwig prese il volto di lei fra le mani. Giocarono a chi avrebbe riso
per primo, ma in realtà non se la sentivano di ridere e si limitarono a
guardarsi negli occhi. Dato che, come quasi tutti nel villaggio, erano lontani
parenti, avevano entrambi gli stessi occhi castani, più trasparenti e chiari
rispetto a quelli diffusi nella zona. Erano occhi che non luccicavano,
profondi e limpidi e, come si usa dire, innocenti. Ed era giusto definirli così,
perché non esiste altro modo per esprimere la caratteristica di quegli occhi.
Nessun peccato ne aveva macchiato ancora la purezza, nessun
presentimento che il cuore, sotto la pressione della vita, debba accettare
anche ciò che più tardi pretenderà di non aver capito; ma allora perché ha
battuto così intensamente? Nessun dolore, oltre quello di sapere che
mancava ancora molto al matrimonio. Si guardavano dunque
reciprocamente negli occhi limpidi, dentro i quali si perdevano.
Improvvisamente la ragazza batté leggermente le palpebre. «Vedrai, Fritz»
disse, «riavrai la tua giacca». «Speriamo» replicò il giovane. «Purché non
l’abbiano troppo sciupata» disse la ragazza. «Sai, Alwin, l’ultimo che ha
avuto per le mani l’evaso, è un tipo violento».
La sera prima non si era parlato d’altro, nei villaggi, se non dell’evaso
che era stato trovato nel cortile dei Wurm... Più di tre anni prima, quando
era stato aperto il campo di Westhofen, erano state costruite baracche e
mura, tirati i fili spinati e collocate le sentinelle; quando poi la prima
colonna di prigionieri era sfilata fra risate e calci, nei quali già allora si
erano distinti Alwin e i tipi come lui, e di notte si cominciarono a sentire
urla, tafferugli e due o tre volte diversi spari, tutti erano stati assaliti
dall’angoscia. Al pensiero di quella vicina presenza ci si faceva il segno della
croce. Qualcuno, che il lavoro costringeva ad andare più lontano, aveva
visto i detenuti scortati a lavorare fuori dal campo. Qualcuno diceva fra sé:
“Poveri diavoli”. Ma si pensava anche che se l’erano cercata. Una volta era
successo che a Liebach un giovane barcaiolo avesse imprecato contro il
campo. Lo avevano subito arrestato e trattenuto per qualche settimana, in
modo che vedesse bene ciò che succedeva là dentro. Quand’era uscito, aveva
un aspetto strano e non rispondeva a nessuna domanda. Aveva trovato
lavoro su un rimorchiatore e poi, come raccontavano i suoi, era rimasto a
vivere in Olanda. Una storia che allora aveva stupito tutto il villaggio. Una
volta passò per Liebach una ventina di detenuti, già malconci ancor prima di
essere internati, tanto che la gente sentì drizzarsi i capelli in testa e una
donna scoppiò in lacrime. Quella sera, il nuovo giovane borgomastro del
villaggio convocò la donna, che era sua zia, e le fece capire che con i suoi
piagnucolii avrebbe danneggiato per tutta la vita non solo se stessa, ma
anche i figli, cioè i cugini del borgomastro stesso, uno dei quali era
addirittura suo cognato. In generale i giovani del villaggio, maschi e
femmine, erano stati in grado spiegare ai genitori la ragione per cui il
campo era stato messo lì e chi vi veniva rinchiuso. I giovani vogliono
sempre sapere ogni cosa meglio degli altri, ma i giovani di un tempo
volevano conoscere meglio il bene, mentre ora conoscevano meglio il male.
Siccome non si poteva fare nulla contro il campo, era stato accettato ogni
genere di ordini di verdure e cetrioli provenienti da lì e si erano avviati
commerci di vario tipo, favoriti dalla presenza di tante persone riunite.
Ma al suono delle sirene, il mattino precedente, quando i soldati erano
spuntati dal nulla per le strade, quando la notizia dell’evasione si era diffusa,
quando poi, intorno a mezzogiorno, uno degli evasi era stato catturato nel
paese vicino, d’un tratto il campo, al quale ci si era ormai da tempo abituati,
sembrò tornare a essere una novità: Perché l’hanno costruito proprio qui da
noi? Erano stati eretti nuovi muri, tirati nuovi fili spinati. E quel drappello
di prigionieri fatto marciare per le vie del paese dalla stazione del treno:
perché, perché, perché? E quella donna, che il nipote borgomastro aveva
redarguito quasi tre anni prima, la sera precedente aveva pianto
apertamente per la seconda volta. Era stato proprio necessario schiacciare
con il tacco le dita del prigioniero che si reggeva al bordo del cassone del
carro, dopo che era stato catturato? Gli Alwin erano sempre stati brutali,
senza eccezioni, e adesso indicavano la direzione da seguire. Com’era
pallido quell’uomo, in mezzo ai giovani e floridi contadini...
Il giovane Helwig aveva ascoltato tutto questo. Da quando era in grado
di pensare, il campo era sempre esistito e con esso tutte le spiegazioni che
ne giustificavano la presenza. Era sempre stato così. Il campo era stato
costruito quando lui era ancora un bambino. E adesso era come se lo
avessero ricostruito una seconda volta, ora che lui era ormai quasi un
giovanotto.
Là dentro non c’erano di sicuro né mascalzoni né pazzi furiosi, diceva la
gente. Quel barcaiolo, arrestato tempo prima, non era certo un vagabondo.
La taciturna madre di Helwig disse: «No». Il giovane Helwig la guardò,
provando una stretta al cuore.
Perché quella sera non aveva niente da fare? Aveva voglia della solita
compagnia, di suoni, incontri di lotta e marce. Era cresciuto in un
assordante squillare di trombe e fanfare, tra saluti militari e passi di marcia.
All’improvviso quella sera si era interrotto tutto per due minuti, musica e
tamburi, ed erano affiorati i suoni ovattati che di solito non si udivano.
Perché il vecchio giardiniere lo aveva guardato in quel modo a
mezzogiorno? C’erano anche quelli che lo lodavano. La sua descrizione
puntuale e precisa, dicevano, avrebbe contribuito alla cattura dell’evaso.
Il piccolo Helwig risalì la strada di campagna fino a una gobba del
terreno. Scorse il più grande degli Alwin tra le barbabietole e lo chiamò.
Alwin, paonazzo e sudato per la fatica, si avvicinò alla strada. Quante ne ha
passate oggi, pensò Helwig, quasi dovesse prendere le sue difese. Alwin gli
raccontò ogni cosa, come si descrive una caccia. Da semplice contadino
uscito prima degli altri per andare nei campi, si era trasformato in uno
Sturmführer delle SS, un uomo che poteva diventare come Zillich, se ne
avesse avuta l’occasione. Infatti anche Zillich un tempo era stato un altro
Alwin, un contadino di Wertheim am Main. Anche lui si alzava presto e
sudava sangue, anche se inutilmente, dal momento che la sua minuscola
fattoria era stata messa all’asta. Helwig lo conosceva di persona, perché a
volte Zillich usciva da Westhofen, quando aveva un permesso, si sedeva
all’osteria e condivideva le chiacchiere del paese. Mentre ascoltava la
descrizione della caccia, Helwig abbassò lo sguardo. «Della tua giacca» disse
Alwin alla fine, «che ti posso dire? Doveva trattarsi di un altro evaso, dovrai
andartelo a prendere da solo, amico. Quel tizio di sicuro non ce l’aveva».
Helwig si strinse nelle spalle; più sollevato che deluso, partì in direzione
della scuola, la cui facciata, tinteggiata di ocra, si stagliava in lontananza tra
i campi.

3.

Quel martedì mattina il sessantaduenne mastro tappezziere Alfons


Mettenheimer, impiegato da trent’anni in pianta stabile presso l’azienda di
decorazioni per interni Heilbach di Francoforte, ricevette una convocazione
dalla Gestapo.
Quando si viene colpiti da qualcosa di insolito e inspiegabile, per prima
cosa si cerca un punto di contatto con la vita normale. Per questo il primo
pensiero di Mettenheimer fu di avvisare l’azienda. Si fece passare il direttore
Siemsen al telefono e gli comunicò che quel giorno gli serviva la giornata
libera. La richiesta del suo primo tappezziere contrariò Siemsen, dal
momento che casa Gerhardt, nella Miquelstraße, doveva essere terminata e
pronta entro il fine settimana: il nuovo inquilino, Brandt, aveva fatto
disinfestare tutto ciò che puzzava di ebreo, desiderio che l’azienda Heilbach
era stata ben lieta di esaudire. Siemsen al telefono esclamò: «Che cosa è
successo?» «Non posso spiegarvelo in questo momento» disse
Mettenheimer. «Verrete almeno dopo pranzo?» «Non lo so». Uscì nelle
strade affollate, in mezzo alla gente diretta al lavoro. Si sentiva fuori posto
tra quelle persone tra le quali di solito si mescolava tranquillamente, che
anzi avrebbe potuto rappresentare alla perfezione in quanto uomo
invecchiato dopo aver vissuto una vita normale, uomo che aveva superato le
gioie e i dolori della quotidianità.
L’uomo che si trova ad affrontare la possibilità di una sventura, si rende
subito conto della scorta di sicurezza che reca in sé. Questa scorta a cui fare
appello per qualcuno può essere un’idea, per un altro la fede, per un terzo la
famiglia. Ci sono anche quelli che non hanno niente, non hanno nulla a cui
attingere, sono vuoti. La vita esterna con tutti i suoi orrori scorre dentro di
loro e li riempie, fino a farli scoppiare.
Dopo essersi persuaso dell’esistenza di “Dio”, al quale di norma pensava
raramente, lasciando le faccende di chiesa alla moglie, Mettenheimer si mise
seduto sulla panchina della fermata dove negli ultimi giorni aveva preso il
tram per andare al lavoro nella parte occidentale della città.
La mano sinistra cominciò a fremere. Soltanto un lieve tremore, il primo
sgomento era già superato. Non stava pensando alla moglie e ai figli, ma
esclusivamente a se stesso. A se stesso, prigioniero in un corpo fragile che,
per chissà quale ragione, avrebbe potuto essere torturato.
Aspettò che la mano smettesse di tremare, poi si alzò e si incamminò.
Aveva tutto il tempo, la convocazione era fissata per le 9.30. Preferiva
arrivare prima e aspettare sul posto. Anche in questo dimostrava, a modo
suo, di essere coraggioso.
Proseguì dunque fino alla centrale di polizia. Intanto rifletteva con
calma. Il motivo della convocazione poteva riguardare soltanto l’uomo che
aveva sposato la figlia di mezzo, Elli, ma sapeva che quel Georg era già in
cella da anni. Non poteva essere accaduto niente di nuovo al riguardo, da
quando lui stesso, il suocero, era stato interrogato alla fine del ’33. E
all’epoca era venuto fuori chiaramente che lui si era opposto con tutte le
forze a quel matrimonio e che condivideva in tutto e per tutto l’opinione su
Georg Heisler di chi lo aveva interrogato. All’epoca gli era stato consigliato
di convincere Elli a divorziare. Lui non lo aveva fatto, ma di sicuro questo
non c’entrava, pensò Mettenheimer, doveva trattarsi di qualcos’altro.
Si mise a sedere sulla prima panca. Una volta ho tappezzato quella casa
là, al numero 8. Come bisticciavano marito e moglie, fiori o righe, blu o
verde, per il soggiorno. Io gli ho consigliato il giallo. «Vi ho messo la
tappezzeria, signori, e continuerò a farlo. Faccio il tappezziere».
Di sicuro volevano qualcosa da lui a causa di quel giovanotto. Non era
mai stato uno di quei padri che s’impegola in dispute di fede con i preti,
aveva mandato la figlia più piccola al catechismo, ma solo fino a Pasqua. La
sua Lisbeth con il nasino all’insù non ce la vedeva proprio come fervida
combattente per la Chiesa. Lo aveva spiegato anche al parroco. La ragazza
poteva fare tranquillamente tutto ciò che la scuola le richiedeva, doveva
andare dove andavano tutte le ragazze. Non doveva dedicarsi a cose
semiproibite, ma semplicemente fare come le altre. Le uniche eccezioni, al
massimo, potevano essere le feste principali. Si fidava delle capacità proprie
e della moglie e, nonostante tutte le stupidaggini che venivano insegnate
oggigiorno alle ragazze, era sicuro che loro avrebbero cresciuto Lisbeth
come una persona perbene. Era addirittura convinto di poter crescere anche
il bambino di sua figlia Elli, quel bambino orfano di padre, come una
persona perbene.

«Voi avete accudito nel vostro appartamento il piccolo Alfons, figlio della
vostra seconda figlia Elisabeth, detta Elli, dal dicembre 1933 fino a marzo
1934 e da marzo 1934 fino a oggi?»
«Sissignore, signor commissario» rispose Mettenheimer. E pensò: Che
cosa vorrà da questo bambino? Non può avermi convocato per questo.
Come fa poi a sapere queste cose?
Il giovanotto seduto sotto il ritratto di Hitler non doveva avere nemmeno
trent’anni. Come se la stanza fosse divisa in due zone di latitudine diversa
all’altezza della scrivania, Mettenheimer era madido di sudore e aveva il
respiro corto, mentre il giovane di fronte a lui aveva un aspetto fresco, e
fresca era sicuramente l’aria che respirava.
«Voi avete cinque nipoti. Perché vi occupate proprio di questo
bambino?» «Durante il giorno mia figlia è occupata in ufficio». Che cosa
vorrà da me, pensò Mettenheimer, non devo lasciarmi intimidire da un
ragazzotto simile. Una stanza come qualunque altra. Un giovanotto come
qualunque altro... Si asciugò il viso. Il commissario lo fissava attentamente
con i giovani occhi grigi. Il tappezziere strinse nella mano il fazzoletto
stropicciato.
«Ci sono gli asili. Vostra figlia guadagna. Dal 1° aprile di quest’anno
guadagna centoventicinque marchi. Può cavarsela da sola».
Mettenheimer spostò il fazzoletto nell’altra mano.
«Perché aiutate proprio questa figlia, che è in grado di mantenersi
benissimo da sola?»
«È sola» disse Mettenheimer. «Suo marito...»
Il giovanotto lo guardò brevemente. Poi disse: «Sedetevi, signor
Mettenheimer».
L’uomo ubbidì. Aveva la sensazione che sarebbe crollato a momenti.
Infilò il fazzoletto nella tasca della giacca.
«Il marito di vostra figlia Elli è stato internato a Westhofen nel gennaio
del ’34».
«Signor commissario!» esclamò Mettenheimer. Fece per alzarsi di scatto,
poi ricadde a sedere. Spiegò con calma: «Io non ho mai voluto sapere niente
di quest’uomo. L’ho bandito per sempre da casa mia. Alla fine mia figlia non
viveva più con lui».
«Nella primavera del ’32 vostra figlia viveva con voi. Nel periodo tra
giugno e luglio dello stesso anno si è riunita di nuovo al marito. Quindi è
tornata da voi. Vostra figlia non ha divorziato».
«No».
«Come mai?»
«Signor commissario» disse Mettenheimer, frugando nei calzoni alla
ricerca del fazzoletto, «si era sposata con quest’uomo contro la nostra
volontà...»
«Però voi come padre non le avete consigliato di divorziare».
La stanza in realtà non era una stanza qualunque. Era proprio questo
l’aspetto raccapricciante, che fosse tranquilla e luminosa, spruzzata dalle
lievi ombre delle foglie di un albero, una normalissima stanza affacciata su
un giardino. Era esattamente questo l’aspetto raccapricciante, che questo
giovanotto fosse un uomo qualunque, con gli occhi grigi e i capelli chiari, e
tuttavia sapesse tutto e potesse tutto.
«Voi siete cattolico?» «Sì». «Per questo eravate contrario al divorzio?»
«No, ma il matrimonio...»
«Per voi è sacro? Sì? Per voi il matrimonio con un mascalzone è sacro?»
«Non si può sapere prima se uno sarà sempre un mascalzone» mormorò
Mettenheimer sottovoce.
Il giovane commissario lo guardò fisso per un po’, quindi disse: «Il
fazzoletto l’avete messo nella tasca sinistra della giacca». Poi diede una
brusca manata sulla scrivania ed esclamò a voce alta: «Si può sapere come
avete allevato vostra figlia, che si è presa un simile poco di buono?»
«Signor commissario, io ho allevato cinque figli. Tutti mi hanno reso
onore. Il marito della più grande è un maggiore delle SS. Mio figlio...»
«Non vi ho chiesto di parlarmi degli altri vostri figli. Vi sto chiedendo
solo di vostra figlia Elisabeth. Voi avete permesso che vostra figlia sposasse
questo Heisler. Alla fine dello scorso anno l’avete persino accompagnata di
persona a Westhofen».
In quel momento Mettenheimer comprese di avere ancora qualcosa,
l’ultima risorsa per l’estrema emergenza, la sua scorta di sicurezza. Con la
massima calma ribatté: «È un viaggio faticoso per una giovane donna».
Intanto pensava: Questo giovanotto ha l’età del mio figlio più piccolo. Come
si permette di parlarmi in questo modo? Il ragazzo deve aver avuto sfortuna
con i genitori, e anche con gli insegnanti... La mano che teneva appoggiata
al ginocchio sinistro ricominciò a tremare, ma questo non gli impedì di
aggiungere, sempre in tono pacato: «Era mio dovere farlo, in quanto padre».
Per un istante ci fu silenzio. Mettenheimer si guardava corrucciato la
mano, che continuava a tremare.
«In futuro non avrete più occasione di esercitare tale dovere, signor
Mettenheimer». Mettenheimer alzò di scatto la testa ed esclamò: «È
morto?»
Il commissario doveva essere sicuramente deluso che l’interrogatorio
fosse approdato a questo punto. Nella voce del mastro tappezziere risuonava
inconfondibile una nota di sincero sollievo. In effetti la morte di quel tipo
avrebbe sistemato ogni cosa. Basta con gli strani doveri che il tappezziere si
era imposto nei pochi ma decisivi momenti della sua vita, e ai tentativi a
volte astuti, a volte tormentati, di sottrarvisi.
«Perché ritenete che sia morto, signor Mettenheimer?»
Mettenheimer balbettò: «Voi avete chiesto... No, niente».
Il commissario balzò in piedi e si sporse oltre la scrivania. Poi chiese, in
tono perfettamente controllato: «Perché, signor Mettenheimer, supponete
che vostro genero sia morto?»
Il tappezziere afferrò la mano sinistra con la destra per fermarla. Rispose:
«Io non suppongo proprio niente». Non c’era più traccia di tranquillità in
lui. Pensieri di altro genere distrussero le sue speranze di essersi liberato
definitivamente di quel tipo, di quel Georg. Si rese conto che, stando a ciò
che si raccontava, i tipi tenaci come lui venivano torturati oltre misura. La
sua morte doveva essere stata orribile. Paragonato a quelle voci, il tono
brusco e trattenuto del commissario era la normale voce di un uomo
qualunque che si arroga un qualche diritto.
«Dovete aver avuto un motivo per supporre che questo Georg Heisler
sia morto». Poi improvvisamente urlò: «Non raccontatemi frottole, signor
Mettenheimer!»
Il tappezziere ebbe un sussulto, strinse i denti e guardò il commissario
senza parlare. «Vostro genero era un giovane forte, senza particolari
malattie. Dovrete pur avere una ragione su cui basare la vostra
affermazione».
«Io non ho fatto nessuna affermazione». Il tappezziere aveva ritrovato la
calma. Aveva persino tolto la mano destra dalla sinistra. Se ora l’avesse
usata per colpire la faccia di questo giovanotto, che cosa sarebbe accaduto?
Lo avrebbero arrestato sul posto. La faccia paonazza con una macchia
bianca dove lui, il tappezziere, lo aveva colpito. Per la prima volta da quando
era giovane, nella sua testa vecchia e pesante era spuntato un proposito
audace e impraticabile. Pensò: Se non avessi famiglia! Soffocò un sorriso,
fingendo di succhiarsi i baffi.
Il commissario lo fissò. «Ora ascoltatemi molto attentamente, signor
Mettenheimer. Sulla base delle vostre stesse dichiarazioni, che confermano
le nostre osservazioni e in alcuni punti cruciali le completano addirittura,
vogliamo mettervi sull’avviso. Vogliamo avvertirvi nel vostro interesse,
signor Mettenheimer, e nell’interesse di tutta la vostra famiglia, della quale
voi siete a capo. Evitate qualunque passo e qualunque dichiarazione che
abbia un qualche legame con il marito di vostra figlia, Elisabeth Heisler. E se
doveste avere dei dubbi, se vi servisse un consiglio, non interpellate vostra
moglie o un vostro parente, neppure un referente spirituale, ma rivolgetevi
alla nostra centrale e chiedete della Stanza 18. Mi avete capito, signor
Mettenheimer?»
«Sissignore, signor commissario» disse Mettenheimer. Non aveva capito
una parola. Di che cosa lo volevano avvertire? Che cosa era stato
confermato? Quali dubbi gli sarebbero dovuti venire? Il giovane viso, che un
attimo prima avrebbe voluto prendere a schiaffi, di colpo era di granito, il
ritratto implacabile del potere.
«Potete andare, signor Mettenheimer. Voi abitate in Hansagasse 11.
Lavorate presso l’azienda Heilbach? Heil Hitler!»
Un attimo dopo si ritrovò in strada. Sulla città splendeva la luce tiepida e
soffusa dell’autunno, che conferiva alla folla una festosa serenità condivisa,
come solitamente accade solo in primavera. La folla lo accolse con
naturalezza. Che cosa volevano quelli da me? pensò. Perché mi hanno
convocato? Forse a causa del figlio di Elli? Quelli, volendo, potevano
togliere, come si chiamava, il diritto di tutela. D’un tratto si sentì allegro. Si
convinse che era stato interpellato da una qualche autorità a causa di una
questione burocratica. Perché allora si era lasciato turbare tanto? Non aveva
più la minima voglia di rimuginare. Aveva voglia di sentire odore di colla, di
infilarsi un camice da tappezziere, di tuffarsi nella vita normale, così in
profondità che nessuno potesse trovarlo. In quel preciso istante arrivò il 29.
Lui si fece largo tra la gente e salì al volo. A sua volta fu spintonato nella
vettura da un uomo salito dopo di lui, un tipo grassoccio con un cappello di
feltro nuovo che gli stava appoggiato più che calcato in capo. Un uomo poco
più giovane di lui. Ansimavano entrambi. «Alla nostra età» disse
Mettenheimer, «sono fatiche». L’altro replicò irato: «Appunto».
Tornato sul posto di lavoro, fu salutato da Siemsen. «Non sapevo che
sareste tornato così presto, Mettenheimer. Pensavo che vi fosse andata a
fuoco la casa o che vostra moglie fosse finita nel Meno».
«Solo una faccenda burocratica» disse Mettenheimer. «Che ore sono?»
«Le dieci e mezzo».
Mettenheimer si infilò il camice e cominciò subito a brontolare: «Avete
di nuovo incollato prima il passamano. Ma guarda che lavoro. Non viene più
via. Avete paura che la tappezzeria si macchi. Dovete fare attenzione.
Bisogna tirare giù tutto, così non va». Poi mormorò tra sé: «Per fortuna
sono arrivato in tempo». E si mise a saltellare come uno scoiattolo da una
scala all’altra.

4.

Georg c’era riuscito, si era trasformato in un fedele molto mattiniero,


arrivato non appena il duomo era stato aperto. Era solo uno dei pochi
uomini tra una folla di donne. Anche il sacrestano l’aveva notato. Ecco uno
che ha fretta, pensò soddisfatto, tre minuti prima dell’apertura... Georg
impiegò del tempo per alzarsi e si trascinò faticosamente fuori. Questo non
dura altri due giorni, pensò Dornberger, stramazzerà sulla strada. Aveva la
faccia cerea di chi ha una malattia mortale.
Se non mi fosse capitata quella sfortuna con la mano! Era sempre una
sciocchezza da niente a rovinare tutto! Dove, quando era successo
l’incidente alla mano? Su quel muro ricoperto di cocci di bottiglia, all’incirca
ventiquattr’ore prima... Seguendo la folla che usciva dal duomo, si ritrovò in
un corto vicolo. Oltrepassò casette basse con le finestre già rischiarate e finì
in una piazza sconfinata immersa nella nebbia. Vicolo e piazza sembravano
sospesi. Stavano sistemando i banchi del mercato. Il profumo di caffè e dolci
arrivava fin sul portale del duomo, perché proprio lì accanto c’era una
pasticceria. La vetrina con strudel e crostate attirava almeno gli sguardi di
tutti i fedeli usciti dalla messa.
Quando l’aria fresca e umida lo colpì in viso, Georg non ce la fece più. Le
gambe gli cedettero e si accovacciò sul selciato. Due signorine uscirono dal
duomo, due sorelle, entrambe zitelle. L’una gli mise impetuosamente in
mano cinque pfennig, l’altra brontolò: «Lo sai che è vietato». La più giovane
si morse il labbro. Erano cinquant’anni che subiva rimproveri.
Georg sorrise suo malgrado. Come gli era cara la vita. Amava ogni cosa,
la fragrante pastafrolla della crostata e persino la crusca che veniva
mischiata al pane durante la guerra. Le città e i fiumi, il paese intero con
tutti i suoi abitanti, sua moglie Elli e Lotte e Leni e la piccola Katherine e
sua madre e il suo fratellino. Gli slogan con i quali si risvegliano le persone;
i motivetti strimpellati alla chitarra; le frasi che Franz gli leggeva, dove
erano espressi grandi pensieri che gli avevano sconvolto la vita; persino le
chiacchiere delle donne anziane. Come era stato bello tutto questo, a parte
poche eccezioni. Ancora adesso amava ogni cosa. Mentre si rialzava,
sorreggendosi al muro, affamato e lacero, e guardava verso il mercato che
veniva allestito nella nebbia alla luce dei lampioni, si sentì invadere il cuore
da un intenso calore, come se anche lui ricevesse amore, nonostante tutto,
da tutti e da tutto, forse per l’ultima volta, un amore struggente e indifeso.
Compì i pochi passi fino alla pasticceria. Doveva conservare cinquanta
pfennig per le emergenze. Posò le altre monete sul bancone. La donna gli
versò su un pezzo di carta briciole di biscotti e bordi di dolci bruciacchiati,
posando gli occhi brevemente sulla sua giacca, che le sembrava troppo bella
per un simile pasto.
Quello sguardo riportò Georg alla realtà. Uscì e si cacciò in bocca le
briciole; quindi, masticando lentamente, si trascinò fino ai margini della
piazza. I lampioni, ancora accesi, erano ormai inutili. Già si scorgevano le
facciate delle case di fronte, oltre la foschia del mattino autunnale. Georg
continuò a camminare in un dedalo di vicoli che si avvolgevano come fili
intorno al mercato, dove alla fine si ritrovò. Vide una targa: Dr. Herbert
Löwenstein. Ecco chi poteva aiutarlo, pensò. Salì le scale.
Era la prima scala normale dopo tantissimi mesi. Si spaventò sentendo
scricchiolare i gradini, come se fosse un ladro. Anche qui c’era profumo di
caffè. Dietro gli usci cominciava come di consueto la giornata, tra gli
sbadigli e i bambini da svegliare e i chicchi di caffè da macinare.
Quando entrò nella sala d’aspetto, per un istante calò il silenzio. Tutti lo
guardarono. Due gruppi di pazienti. Su un divano accanto alla finestra una
donna e un bambino e un giovanotto con l’impermeabile; al tavolo un
vecchio contadino e un cittadino di mezza età con un ragazzino, più ora
Georg. Il contadino riprese a parlare: «È la quinta volta che vengo qui, non
sono guarito, però sto un po’ meglio, un po’ meglio. Se almeno durasse
finché il nostro Martin torna dal servizio militare e si sposa». Nella sua voce
monotona si coglievano sofferenze che gli rendevano difficile parlare, ma lui
le affrontava per il piacere di comunicare. Poi chiese: «E voi?» «Io non sono
qui per me» rispose asciutto l’altro, «ma per il ragazzo. È l’unico figlio della
mia unica sorella. Il padre del bambino le ha proibito di portarlo qui da
Löwenstein. Allora l’ho fatto io». Il vecchio, che con le mani si reggeva
l’addome, dove forse risiedeva il suo dolore, disse: «Come se non ci fosse
nessun altro medico». L’altro ribatté pacato: «Però anche voi siete qui».
«Io? Io sono già stato anche da tutti gli altri, dal dottor Schmidt, il dottor
Wegenseil, il dottor Reisinger, il dottor Hartlaub». Si rivolse di scatto a
Georg. «Voi perché siete venuto?» «Per la mano». «Ma questo non è un
dottore delle mani, è per i problemi interni». «Ho qualcosa che non va
anche dentro». «Un incidente d’auto?» La porta della sala d’aspetto si aprì.
Il vecchio, stordito dal dolore, si appoggiò al tavolo e alla spalla di Georg.
Georg si sentì invadere non solo dalla paura, ma anche dalla irrefrenabile
ansia di quando da piccolo affrontava l’attesa dal medico, più o meno all’età
di quel bambino malaticcio. Come allora, si mise a tirare spasmodicamente
le frange del bracciolo della poltrona.
La porta sul corridoio sbatté. Georg trasalì, ma era solo la paziente
successiva che entrava, una ragazzetta mora che passò davanti al tavolo.
Alla fine si trovò davanti al dottore. Gli furono chiesti nome, indirizzo,
professione. Lui rispose a casaccio. Le pareti gli oscillavano intorno, scivolò
in un abisso bianco di vetro e nichel, un abisso di pulizia assoluta. Mentre
precipitava, prestò attenzione all’odore, che gli ricordava l’epilogo di ogni
interrogatorio, quando veniva disinfettato e fasciato. «Si accomodi» disse il
dottore.
Fin da quando lo aveva visto sulla porta, aveva avuto un’impressione
sfavorevole nei confronti di questo paziente. Riconobbe i segni: nessuna
ferita aperta, nessuna ulcera, una lieve ombreggiatura sopra e sotto gli
occhi: un uomo già ammantato da un’ombra nerastra. Che cosa gli era
accaduto? Ormai si era abituato ai pazienti che andavano da lui di primo
mattino, per non farsi vedere dai vicini, all’ultimissimo istante, come prima
si andava da una fattucchiera. Cominciò a rimuovere la benda, ormai a
brandelli. Un incidente? Sì. Al di là del potere di attrazione che ogni ferita e
ogni malattia esercitava su di lui in quanto medico, avvertì di nuovo il
disagio alla vista dell’uomo, ora più intenso di prima. Che razza di fasciatura
era quella, fatta con un pezzo di fodera? La srotolò lentamente. Che razza di
uomo era quello? Vecchio? Giovane? Il suo disagio crebbe, lo strinse alla
gola, come se la morte non gli fosse mai stata così vicina nei diciannove
anni da quando curava i malati.
Guardò la mano, ora scoperta. Era malridotta, ma non tanto da
giustificare gli altri segni sulla fronte e negli occhi dell’uomo. Che cosa
l’aveva così sfinito? Era venuto per la mano, ma doveva soffrire certamente
di un’altra malattia, di cui forse era ignaro. Bisognava togliere i frammenti
di vetro. L’uomo aveva bisogno di un’anestesia, altrimenti sarebbe svenuto.
Gli aveva detto di essere un meccanico. «Tra due settimane» gli disse,
«potrà tornare al lavoro». L’uomo non replicò. Avrebbe retto all’iniezione?
In ogni caso il cuore di quello sconosciuto, per quanto non proprio in forma,
non era messo tanto male. Che cosa gli mancava, dunque? Perché lui non
riusciva a seguire il proprio istinto che lo incalzava a scoprire la malattia
nascosta del paziente?
Perché non era andato in ospedale subito dopo l’incidente? La sporcizia
indicava che doveva essere passata almeno una notte. Avrebbe voluto
chiederglielo, anche per distrarlo, mentre operava con la pinzetta. Lo
sguardo dell’uomo glielo impedì. Ammutolito, esaminò ancora una volta la
mano, quindi gettò un’occhiata fugace al volto dell’uomo, alla sua giacca, al
suo aspetto. L’uomo storse leggermente la bocca e lo guardò di sbieco, ma
senza incertezza.
Il dottore distolse lentamente lo sguardo, mentre si sentiva sbiancare. E
quando guardò la propria faccia riflessa nello specchio sopra il lavandino,
vide un’ombra nerastra anche su di sé. Chiuse gli occhi. Insaponò le mani e
le sciacquò con interminabile lentezza, lasciando scorrere l’acqua. Ho
moglie e figli. Perché quest’uomo è venuto da me? Dover sussultare a ogni
scampanellata. E con tutto quello che mi fanno giorno dopo giorno.
Georg fissò la schiena bianca del medico. Pensò: Non soltanto a lei.
Il medico continuava a tenere le mani sotto l’acqua che schizzava. Non
ne posso più di quello che mi fanno. Ci mancava solo questa. Non è
possibile soffrire in questo modo.
La fronte corrugata, mentre l’acqua zampillava come una fontana, Georg
pensò: Non soltanto lei.
Il dottore chiuse il rubinetto, si asciugò le mani con una salvietta pulita,
annusò il cloroformio per la prima volta, come di solito facevano solo i suoi
pazienti. Perché quest’uomo è venuto proprio da me, proprio da me?
Perché?
Riaprì il rubinetto e si lavò per la seconda volta. La cosa non ti riguarda.
Da te è arrivata soltanto una mano, una mano ferita. Non ti deve importare
se è attaccata al braccio di un farabutto o all’ala di un angelo. Richiuse il
rubinetto, si asciugò le mani. Poi preparò l’iniezione. Quando Georg sollevò
la manica, il dottore si accorse che sotto la giacca non portava la camicia. La
cosa non mi riguarda, si disse, a me importa solo la mano.
Georg infilò la mano fasciata nella tasca della giacca e disse: «Molte
grazie». Il dottore avrebbe voluto chiedergli dei soldi, ma l’uomo lo aveva
ringraziato con un tono, come se si considerasse curato gratis. Pur
vedendolo uscire barcollando, il dottore si convinse che la malattia
principale dell’uomo fosse nella mano.
Mentre scendeva le scale, un ometto in maniche di camicia si piazzò
davanti a Georg sul pianerottolo più basso: «Venite dal secondo piano?»
Georg mentì istintivamente, non avendo il tempo di riflettere se fosse
meglio dire la verità o una bugia. «Dal terzo». «Ah» disse l’ometto, che era
il custode del palazzo, «pensavo foste stato da Löwenstein».
Una volta uscito in strada, Georg scorse, seduto su un gradino a due
palazzi di distanza, il vecchio contadino della sala d’aspetto. Si diresse verso
il mercato. La nebbia si era diradata. La luce autunnale si posava sugli
ombrelloni, aperti come funghi sopra i banchi. Frutta e verdura erano
esposte in modo invitante e senza artifici, come semplici rape. Per questo
sembrava che le contadine avessero portato direttamente al mercato pezzi
interi dei loro campi e orti. Dov’era finito il duomo? Era scomparso del tutto
dietro le case a tre o quattro piani, gli ombrelloni del mercato, i cavalli, i
carri e le donne.
Solo gettando la testa all’indietro, Georg scorse la guglia più alta, un
ciuffo dorato dal quale si poteva tirare verso l’alto la città intera. Facendo
ancora qualche passo, superato il contadino che lo fissò con insistenza, vide
in alto, sopra i tetti, San Martino a cavallo mentre divideva il mantello.
Georg si confuse tra la folla. Mele, uva e cavolfiori gli danzavano davanti
agli occhi. Dapprima una fame tremenda gli fece venir voglia di affondare il
volto nel mercato e addentare qualunque cosa. Poi provò solo disgusto. Era
piombato in uno stato estremamente pericoloso per lui. Stordito dalla
debolezza, incapace di riflettere, barcollava tra i banchi. Alla fine arrivò a
quello del pescivendolo. Appoggiato a una colonna delle affissioni, guardò il
venditore squamare ed eviscerare un’enorme carpa, che poi incartò in un
pezzo di giornale e consegnò a una signorina. Quindi pescò dalla tinozza
una mestolata di pesciolini, li tagliò velocemente uno a uno e ne gettò una
manciata sulla bilancia. Georg era nauseato, ma non riusciva a distogliere lo
sguardo.
Il vecchio contadino dello studio medico seduto sullo scalino aveva
continuato a fissare ottusamente Georg, fino a perderlo di vista. Per un po’
rimase a osservare le persone che andavano avanti e indietro sotto il sole
autunnale. Il mercato gli appariva offuscato dal dolore. Dondolava il busto
avanti e indietro. Quel farabutto mi ha rubato dieci marchi per questo,
pensò, esattamente come Reisinger. Con Reisinger non c’era modo di
contrattare. Gliel’avrebbe fatta pagare a quell’ebreo. Si alzò, reggendosi al
bastone, si trascinò dall’altro lato della piazza ed entrò in un ristorante
automatico. Gettando un’occhiata fuori dalla vetrina, scorse di nuovo
Georg, appoggiato alla colonna delle affissioni, con la mano fasciata. Lo
fissò a lungo, finché Georg girò la testa verso la vetrina, con un senso di
disagio. Dalla sua posizione non riusciva a vedere niente al di là del vetro,
tuttavia si allontanò e si diresse verso il Reno, passando davanti al banco
della pescheria.

Intorno a quell’ora Franz aveva già punzonato centinaia di lastre. Al posto


di Legnetto, ad aspirare la polvere arrivò un ragazzo. Dapprima rimasero
tutti interdetti, perché erano abituati a Legnetto. Ma il nuovo arrivato era
un tipo così sfacciato e spiritoso che ben presto gli fu dato il soprannome di
Noce Moscata. Ora invece di sentir chiamare Legnetto, Legnetto, si sentiva
Noce Moscata, Noce Moscata.
La sera prima e quel mattino nello spogliatoio non si era parlato tanto
dell’arresto di Legnetto, quanto dell’improvviso e per tutti ancora
inspiegabile aumento del numero di lastre di alluminio da punzonare. Nel
corso della giornata diversi di loro avevano capito il perché. Uno aveva
spiegato che era stato cambiato qualcosa in un pezzo della macchina, così la
leva poteva essere abbassata quattro volte al minuto, anziché tre. Questo era
possibile in quanto la lastra da punzonare si girava da sola dopo ogni
pressione, invece di dover essere spostata a mano. Un altro sostenne che la
cosa più importante era un aumento di salario il primo del mese, ma un
terzo, più anziano, osservò di non essersi mai sentito tanto sfinito come la
sera prima, al che il secondo ribatté che il lunedì sera ci si sentiva sempre
sfiniti.
Discorsi di questo genere, con le motivazioni e il tono in cui venivano
espressi, avrebbero dato normalmente a Franz molto su cui riflettere, e per
lungo tempo. Il processo fondamentale che scatena tanti altri processi,
ciascuno a suo modo più importante di quello di partenza: il disvelamento
degli uomini, la visione momentanea del loro vero volto. Stavolta Franz era
deluso, turbato dal fatto che la notizia che lo tormentava giorno e notte non
riuscisse a penetrare e ad attecchire nel terreno arido della vita quotidiana.
Se potessi andare da Elli e chiederlo a lei, pensava Franz. Chissà se è
tornata ad abitare dai genitori? No, è troppo rischioso. Al massimo potrei
farlo se dovessi incontrarla per caso.
Decise di chiedere in maniera discreta se Elli fosse tornata a vivere con
la sua famiglia. Magari non abitava più in città. Non aveva ancora superato
la cosa. La ferita che gli era stata inferta all’epoca, per scherzo o per
stupidità, continuava a bruciargli. L’avrebbe fatto per tutta la vita.
Che sciocchezze, pensò Franz, certamente Elli è diventata brutta e grassa.
Se l’avessi rivista, sarei stato grato a Georg di avermi liberato da lei. E poi di
lei non mi deve importare più niente.
Decise di andare in bicicletta a Francoforte alla fine del turno. Voleva
comprare qualcosa in un negozio in Hansagasse, e magari avrebbe potuto
informarsi lì sulla famiglia Mettenheimer... Noce Moscata gli si avvicinò e lo
afferrò sotto il gomito. Franz spostò il braccio e il pezzo che stava lavorando
uscì fuori male, così come il secondo, e pure il terzo non era perfetto. Franz
avvampò, e si sarebbe voluto scagliare contro il ragazzo. Costui gli fece una
smorfia: la faccia tonda di Noce Moscata nella luce cruda appariva
biancastra, con cerchi scuri di stanchezza intorno agli occhi furbi e vivaci.
All’improvviso Franz vide e sentì il reparto proprio come gli era capitato
cinque settimane prima, nell’istante in cui era entrato per la prima volta.
Udii il fruscio delle cinghie che penetra nel cervello e attraversa i pensieri,
ma senza superare il lieve rumore del nastro metallico che scorre nelle
guide. Vide le facce immobili sotto la luce uniforme, che guizzavano ogni tre
secondi quando venivano abbassate le leve. Solo allora fremevano, pensò
Franz, scordando che, fino a un attimo prima, avrebbe voluto gettarsi su
Noce Moscata solo perché un pezzo gli era venuto male.

A non molta distanza da Franz, giusto a una mezz’ora di bicicletta, si era


creato un assembramento in una via trafficata nei pressi della stazione
centrale di Francoforte. Le persone lì radunate allungavano il collo. In un
caseggiato che ospitava anche un grande hotel, si dava la caccia a un uomo
che si era arrampicato sulla facciata. Nessuno era sorpreso che a questa
caccia partecipassero non solo un notevole dispiegamento di poliziotti, ma
anche delle SS. Si diceva che questo acrobata fosse sfuggito diverse volte alla
cattura e fosse stato appena scoperto in una camera d’albergo, dove aveva
rubato qualche anello e un filo di perle. «Proprio come nel film» diceva la
gente. «Manca solo Greta Garbo». Sulle facce era stampato un leggero
stupore, mescolato a un sorriso divertito. Una ragazza lanciò un grido. Su in
alto, sul tetto dell’hotel, aveva visto o creduto di vedere qualcosa. La folla di
spettatori era sempre più numerosa e più emozionata. Ci si aspettava da un
momento all’altro un bizzarro spettacolo, l’apparizione di un incrocio tra un
fantasma e un uccello. Arrivarono anche i pompieri, con scale e reti. Nel
frattempo ci fu un trambusto sul lato posteriore del Savoy. Un giovanotto
era balzato fuori da uno sportello dello scantinato e si era fatto largo
sgomitando tra la ressa. Ma la calca, portata a uno stato di ferocia e
nervosismo dalla lunga attesa e da tutte le voci intorno al pericoloso ladro,
si era richiusa sul ragazzo, lo aveva malmenato e poi trascinato dal
poliziotto più vicino, il quale aveva constatato che si trattava di un semplice
garzone dell’albergo che voleva andare in stazione.
La persona giusta era già seduta sul tetto del Savoy, dietro un comignolo.
Si trattava di Belloni, nella vita normale Anton Meier, ma dov’era finita la
sua vita normale? Questo Belloni, acrobata, rimasto estraneo fino all’ultimo
a Georg e ai suoi compagni, pur essendo con ogni probabilità una brava
persona, si era reso conto di essere tenuto a distanza da Georg. Per
guadagnarsi la sua fiducia sarebbe stato necessario restare insieme più a
lungo. Dal punto in cui si trovava, Belloni non era in grado di vedere
l’ambiente circostante, i vicoli pieni di gente che seguiva avidamente la
caccia e ardeva dal desiderio di prendervi parte. Oltre il cornicione basso del
tetto inclinato vedeva solo il margine esterno della spianata, e a ovest, sopra
di sé, il cielo vibrante di un azzurro pallido, senza uccelli né nuvole. Mentre
di sotto la folla aspettava, lui attendeva sul suo tetto, con la calma temeraria
che aveva appreso fin da bambino, una calma con la quale aveva ammaliato
il pubblico, che non capiva mai del tutto cosa ci fosse di magico in quelle
semplici acrobazie. Belloni aveva l’impressione di essere in attesa lassù già
da molto tempo, così tanto che i suoi inseguitori, ammesso che fossero sulle
sue tracce, lo avrebbero già dovuto stanare.
Tre ore prima avevano cercato di arrestarlo nell’appartamento della
madre di un vecchio amico. Questo amico un tempo faceva parte della
troupe, finché un incidente lo aveva costretto a smettere. La polizia aveva
interrogato, tra gli altri, anche tutti i membri della troupe con i quali Belloni
aveva lavorato. Non era stato difficile tenere sotto sorveglianza quelle
conoscenze, era bastato circondare un paio di isolati. Belloni era saltato
dalla finestra, aveva attraversato qualche vicolo, si era rifugiato nei pressi
della stazione centrale, rischiando di essere preso un paio di volte, poi era
entrato nell’hotel dalla porta girevole. Con i nuovi abiti che si era procurato
il giorno prima, aveva mantenuto un aspetto calmo e rispettabile,
nonostante la fuga, ed era stato fatto passare nella hall. Aveva un po’ di
soldi, e aveva sperato di riuscire a scappare in treno. Era passata giusto una
mezz’ora da quel momento. Ormai non aveva più alcuna speranza, ma in
quell’ultimo tratto di strada, senza più speranza, voleva difendere la propria
libertà. Per farlo doveva scendere sul tetto della casa vicina. Con prudenza e
calma si lasciò scivolare per un paio di metri, fino a un piccolo comignolo
murato vicino al cornicione. Credeva di non essere stato ancora scoperto.
Quando gettò un’occhiata oltre il cornicione, vide la marea nera di persone
che circondava l’isolato e comprese di essere perduto. Peggio che perduto.
Quella fiumana occupava i vicoli tutt’intorno, rendendo impossibile la fuga
a un uomo braccato come lui. Belloni vedeva tutta la città fino al Meno, alle
fabbriche di Höchst, alle pendici del Taunus. Nel dedalo di strade e vicoli
dell’intera città, l’assembramento intorno all’isolato era solo un cerchietto
nero. Lo spazio infinitamente tremolante sembrava invitarlo a un numero di
bravura al di fuori della sua portata. Doveva cercare di scendere? Restare lì
ad aspettare? Entrambe le cose erano prive di senso, l’impulso della paura
altrettanto insensato che quello del coraggio. Ma lui non sarebbe stato
Belloni se non avesse scelto la seconda tra le due assurdità. Allungò le
gambe fino a toccare il cornicione con i piedi.
Belloni era già stato scoperto quando si era nascosto dietro il secondo
comignolo. «Mira ai piedi» disse uno dei due soldati nascosti dietro un
cartellone pubblicitario sul tetto della casa vicina. L’altro mirò e sparò come
gli aveva ordinato il primo, superando una lieve sensazione di nausea o
forse di agitazione. Poi entrambi si spostarono, agili e temerari, sul tetto
dell’hotel alle spalle di Belloni. Nonostante il dolore, infatti, Belloni non si
era lasciato andare, ma era rimasto aggrappato. Riuscì a spostarsi tra i
comignoli, di traverso, fino un angolo del tetto. Poi rotolò contro il
cornicione e, con le ultime forze che gli restavano, si lanciò al di là prima
che potessero catturarlo.
Precipitò in un cortile dell’hotel e gli spettatori alla fine furono privati
del loro spettacolo. Nelle speculazioni dei curiosi, nelle descrizioni concitate
delle donne, continuò a librarsi per ore sopra i tetti, metà fantasma, metà
uccello. Quando morì in ospedale, verso mezzogiorno, perché non era morto
nella caduta, un’altra coppia anche qui si consultò al suo riguardo. «Dovete
solo compilare un certificato di morte» disse il medico più giovane a quello
più anziano, «quindi cosa v’importa dei piedi? Non è morto per quello».
Superando una lieve sensazione di nausea, il più anziano fece ciò che il più
giovane gli aveva ordinato.

5.

Erano le dieci e mezzo. La moglie del sacrestano comandava una schiera di


donne delle pulizie, secondo l’ordine rigoroso e prestabilito per la
manutenzione del duomo di Magonza. Sulla base di tale piano, nel corso di
un anno l’intero duomo doveva essere ripulito. Alle donne delle pulizie
erano assegnate solo determinate zone della cattedrale, i pavimenti, i muri,
le scale, i banchi. Le donne del sacrestano, la madre e la moglie, si
occupavano personalmente, con le scope più morbide e altri complicati
strumenti di pulizia, delle reliquie nazionali del popolo tedesco.
Mentre procedeva a questo compito, la moglie del sacrestano trovò
l’involto dietro il monumento funebre di un arcivescovo. Georg avrebbe
fatto meglio a nasconderlo sotto un banco. «Guarda un po’ qui» disse la
donna al sacrestano Dornberger, appena uscito dalla sacrestia. L’uomo
esaminò il reperto e, dopo aver riflettuto, ordinò alla moglie: «Su, su,
avanti!» Poi attraversò un chiostro con l’involto ed entrò nel museo
diocesano. «Signor parroco» disse, «date un’occhiata a questo». Il parroco
Seitz, sui sessant’anni come il sacrestano, lo aprì sopra la vetrina in cui era
collocata, su un panno di velluto, una collezione di croci battesimali,
ciascuna numerata e datata. Si trattava di un brandello di fustagno sporco. Il
parroco Seitz alzò la testa. I due uomini si guardarono negli occhi. «Perché
mi avete portato questo straccio sporco, mio caro Dornberger?» «Mia
moglie» rispose il sacrestano parlando lentamente, per dare modo al
parroco di riflettere, «lo ha appena trovato dietro il vescovo Siegfried di
Epstein». Il parroco lo guardò sorpreso. «Ditemi, Dornberger, siamo un
ufficio di oggetti smarriti o un museo diocesano?» Il sacrestano gli si
avvicinò e sussurrò: «Allora secondo voi non devo portarlo alla polizia?»
«Alla polizia?» ripeté il parroco con sincero stupore. «Voi portate forse alla
polizia ogni guanto di lana che trovate sotto i banchi?» Il sacrestano
borbottò: «Stamattina raccontavano qualcosa». «Raccontavano,
raccontavano. Non ne girano già abbastanza di storie? Forse domani
dovranno raccontare che dentro il duomo la gente si veste e si spoglia? Che
puzzo, però. Sentite, Dornberger, con questo straccio rischiamo di prenderci
un’infezione. Io lo brucerei. Però non nella stufa in cucina, è disgustoso. Lo
butterei direttamente qui».
La stufetta di ghisa era accesa dal 1° ottobre. Dornberger ci gettò lo
straccio e se ne andò. Si sprigionò un odore di stoffa bruciata. Il parroco
socchiuse la finestra. La sua faccia, persa ogni giovialità, si era fatta seria,
cupa. Era di nuovo successo qualcosa che avrebbe potuto dissolversi
facilmente attraverso una fessura della finestra, oppure addensarsi in un
fetore terribile che alla fine avrebbe soffocato tutti quanti.

Mentre l’involto con il suo sangue si trasformava in un esile filo di fumo che
usciva dalla finestra del parroco Seitz, troppo puzzolente e troppo
lentamente, Georg aveva trovato la strada per scendere fino al Reno e stava
camminando a passo svelto lungo la passeggiata sabbiosa sopra l’alzaia,
seguendo la corrente. In passato, da ragazzo, era venuto a visitare quella
regione. Dai paesi e dalle cittadine a ovest di Magonza era possibile
raggiungere numerosi punti di approdo e traghetti. Quando ci aveva
pensato, di notte, la cosa gli era sembrata priva di senso, una vuota
speranza, legata a mille circostanze casuali. Ora però, camminando sulle sue
gambe tra gli eventi del caso, tra le possibilità, in mezzo al pericolo, tutto gli
sembrava meno disperato. Il fiume con le chiatte che piegavano i fumaioli
per passare sotto i ponti, la sponda opposta con una striscia di sabbia chiara
e una fila di casette basse, le pendici del Taunus in lontananza, tutto questo
aveva per Georg l’estrema nitidezza di un paesaggio in un territorio di
guerra, in una situazione di grande pericolo, quando i contorni si stagliano
chiari e in rilievo, tanto che sembrano fremere. Al mercato aveva temuto
che le forze non gli sarebbero bastate neppure per raggiungere la riva del
fiume. Ora, tuttavia, dopo aver deciso di allontanarsi il più velocemente
possibile dalla città, camminando almeno tre ore lungo il Reno, la debolezza
diminuì un poco e la terra che calpestava sembrò farsi più dura. Pensò alle
ultime ore. Chi mi ha visto? Chi può descrivermi? Intrappolato in quel
cerchio di pensieri, era già quasi perduto. La paura fa sì che una determinata
idea cominci a sovrastare tutto il resto. Nel bel mezzo di quel cammino
solitario, senza occhi estranei rivolti su di lui, lo aveva colpito di punto in
bianco! Un nuovo attacco di paura, una specie di febbre malarica che
riaffiorava ciclicamente, seppure a intervalli sempre più lunghi. Si appoggiò
alla balaustra. Per qualche secondo cielo e acqua si oscurarono. Poi passò da
solo, almeno così gli parve; e in cambio, per il fatto di essere passato, il
mondo gli apparve non più scuro e neppure irreale, bensì con il suo normale
splendore quotidiano, l’acqua immobile e i gabbiani che non disturbavano la
quiete con i loro richiami, bensì la completavano. È autunno, pensò Georg,
ci sono i gabbiani.
Accanto a lui qualcuno si era appoggiato al parapetto. Georg lo esaminò:
un barcaiolo con il maglione blu scuro. Quando ci si appoggia a questo
parapetto non si rimane mai a lungo da soli, la catena si allunga, barcaioli in
vacanza, pescatori che al momento non hanno voglia di pescare, persone
anziane. La corrente, i gabbiani, le manovre di carico e scarico delle barche,
tutto ciò si muove per chi sta a guardare. Accanto al barcaiolo si erano
aggiunte già altre cinque o sei persone. «Quanto costa una giacca come
quella?» chiese il barcaiolo. «Venti marchi» disse Georg. Voleva proseguire,
ma quella domanda aveva liberato qualcosa nella sua testa.
Sull’alzaia sotto il parapetto si avvicinava un barcaiolo grasso e quasi
calvo. «Ehi! Salve!» gli gridarono dall’alto. Lui girò la testa e scoppiò a
ridere. Poi afferrò le gambe del barcaiolo soprastante, che si irrigidì. In due
mosse il grassone issò il proprio corpo infilando la testa calva sotto le
gambe di quello più in alto. «Come va? Come butta?» «Tutto a posto»
rispose il nuovo, che dall’accento rivelava di essere olandese. Intanto dalla
città stava arrivando un ometto con l’attrezzatura da pesca e un secchiello di
quelli che i bambini usano per giocare con la sabbia. «Ecco che arriva
Codino di Luccio» disse il barcaiolo grasso. Fece una risata, perché questo
Codino di Luccio con la sua canna da pesca e il suo secchiello per lui faceva
parte del pontile cittadino come la ruota del suo stemma. «Heil Hitler!»
esclamò Codino di Luccio. «Heil Codino di Luccio!» rispose l’olandese. «Ti
abbiamo beccato» disse un ragazzo con il naso piegato da un pugno, che
però dava l’impressione di non dover rimanere per sempre così, ma di
tornare dritto a breve, «a comprare il pesce fritto al mercato». E all’olandese
domandò: «Che cosa succede nel grande mondo?» «Bah, succede sempre
qualcosa» rispose l’olandese, «ma mi pare che siano successe diverse cose
anche qui da voi». «Già, da noi funziona tutto alla perfezione» osservò il
ragazzo dal naso storto, «tutto fila liscio come l’olio. Non abbiamo davvero
più bisogno di un Führer». Gli altri lo guardarono attoniti. «Ne abbiamo già
uno che tutto il mondo ci invidia». Risero tutti tranne lui, che si premette il
pollice sul naso. «Diciotto marchi?» chiese il barcaiolo a Georg. «Ho detto
venti» disse Georg. Aveva abbassato le palpebre, per l’impressione che il
lampo nei suoi occhi fosse sufficiente a tradirlo. Il barcaiolo tastò il tessuto.
«Si porta bene?» domandò. «Sì» rispose Georg, «solo che non è tanto calda.
Un maglione di lana come quello tiene più caldo». «Me lo fa la mia donna
ogni anno». «Allora è fatto col cuore» disse Georg. «Vuoi fare cambio?»
Georg chiuse gli occhi come se ci volesse pensare su. «Provatelo!» «Vieni al
gabinetto con me» disse Georg. Lasciò che gli altri ridessero di lui: non
dovevano accorgersi che non portava la camicia.
Una volta concluso lo scambio, riprese il cammino a passo di corsa.
Impettito nella sua giacca nuova, il barcaiolo uscì dal gabinetto per tornare
al parapetto, sul viso la consapevolezza di aver nuovamente gabbato
qualcuno con astuzia, una mano sul fianco, l’altra levata in un saluto.
Tenerla sarebbe stato pericoloso, pensò Georg, ma anche lo scambio era
pericoloso. Andrà come deve andare. All’improvviso qualcuno lo chiamò da
vicino: «Ehi!» Col suo secchiello e la sua canna da pesca, Codino di Luccio
lo raggiunse, saltellando leggero come un bambino. «Dove siete diretto?»
gli chiese. Georg indicò dritto davanti a sé. «Lungo il Reno». «Non siete di
queste parti?» «No» disse Georg. «Ero qui all’ospedale. Andrò dai miei
parenti». Codino di Luccio disse: «Se non vi dispiace, vi faccio compagnia.
Sono una persona molto socievole».
Georg rimase in silenzio e gli scoccò un’altra occhiata di sottecchi. Fin da
piccolo aveva sempre combattuto contro un’intensa repulsione di fronte a
chi mostrava qualche mancanza, un difetto nella testa o nell’anima, o una
qualche menomazione fisica. Era stato Wallau a guarirlo da questi attacchi
durante la prigionia. «Qui hai un esempio, Georg, di come possa ridursi una
persona». In quel frangente Georg pensò di nuovo a Wallau e venne assalito
da una struggente nostalgia. Questa mia vita di ora la devo completamente a
lui, pensò, anche se dovessi morire oggi. Intanto Codino di Luccio parlava
senza sosta. «Siete mai stato qui in occasione della grande festa? È tutto così
bizzarro. Siete stato qui prima, durante l’occupazione? Li avete visti come
marciavano per la città in sella ai cavalli bianchi, i marocchini con le loro
giubbe rosse e le loro tende? È davvero molto buffo, i francesi davano un
tono così diverso alla città, una specie di nebbiolina grigio azzurra. Perché
correte tanto, se mi posso permettere, volete arrivare in Olanda entro
oggi?» «Ci si arriva da qui?» «Be’, prima bisogna passare da Mombach,
dove crescono gli asparagi. I vostri parenti abitano lì?» «Più giù». «A
Budenheim? A Heidesheim? Sono contadini?» «In parte». «In parte» ripeté
Codino di Luccio. Devo sbarazzarmi di lui, pensò Georg, ma come diavolo
faccio? No, meglio essere in due, in compagnia. Si dà meno nell’occhio.
Superarono il ponticello girevole sull’approdo delle zattere. «Santo cielo,
come passa svelto il tempo in compagnia» constatò Codino di Luccio, come
se qualcuno lo costringesse a far trascorrere il tempo. Georg gettò
un’occhiata oltre il Reno. Dall’altra parte, molto vicino, su un’isola si
vedevano tre casette bianche affiancate che si rispecchiavano nell’acqua.
Qualcosa in esse, con quella nel mezzo che sembrava un mulino, gli
risultava familiare, lo attirava, come se lì abitasse qualcuno che gli era caro.
Il ponte della ferrovia sovrastava l’isola fino alla riva opposta. Superarono la
testa del ponte, dov’era di guardia un soldato. «Che bello» commentò
Codino di Luccio. Quando poi lasciò la strada e si inoltrò in un prato, Georg
lo seguì. A un certo punto si fermò e si guardò intorno. «Un noce!» Si chinò
e gettò due o tre noci nel secchiello. Georg le raccolse con frenesia, e le
schiacciò impetuosamente su un sasso con il tacco. Codino di Luccio
scoppiò a ridere. «Siete proprio ghiotto di noci!» Georg si bloccò. Sudava e
si sentiva sfinito. Quel maledetto Codino di Luccio non poteva certo
continuare a corrergli dietro per sempre. Prima o poi avrebbe dovuto
mettersi a pescare. «Calma, ci vuole pazienza» gli rispose quando
cautamente glielo chiese. In quel punto crescevano dei salici, che gli
ricordavano Westhofen. Il suo disagio crebbe. «Qui» disse Codino di Luccio.
Georg continuò a camminare. Erano sulla punta di una penisola. Di
fronte a loro c’era il Reno, e anche a destra e a sinistra: non era più possibile
andare avanti. Alla vista dell’espressione mortificata di Georg, Codino di
Luccio scoppiò a ridere. «Ecco, vi ho abbindolato, ve l’ho fatta proprio bella.
Ho visto che avevate tanta fretta. Ma come, non lo sapevate?» Aveva posato
canna e secchio e si strofinava le cosce. «Se non altro sono stato un po’ in
compagnia» disse. Non immaginava quanto fosse stato vicino alla propria
fine un attimo prima. Georg si era girato e si era coperto il volto con la
mano sana. Con un enorme sforzo disse: «Arrivederci, allora». «Heil Hitler!»
disse Codino di Luccio. Proprio in quel momento i cespugli si aprirono e un
poliziotto con i baffetti e un ciuffo sulla fronte disse compiaciuto: «Heil
Hitler, Codino di Luccio. Su, fammi vedere il permesso di pesca». Codino di
luccio rispose: «Non sono qui per pescare». «E la canna?» «Quella la porto
sempre con me, come un soldato il suo fucile!» «E il secchiello?» «Guardate
voi stesso. Tre noci». «Codino di Luccio, Codino di Luccio!» disse il
poliziotto. «E voi? Avete i documenti?» «È un mio amico» disse Codino di
Luccio. «Allora è tutto a posto» disse il poliziotto, o così avrebbe voluto
dire, perché Georg si era infilato tra i salici con qualche passo lento; poi
accelerò, piegando i rami e si mise a correre sempre più veloce. «Alt!» gridò
il poliziotto, non più divertito, non più allegro, ma con tutta la sua autorità.
«Fermo! Fermo!»
Ora lo rincorrevano entrambi, il poliziotto e Codino di Luccio. Georg
lasciò che lo superassero. Come puzzava tutto di Westhofen, le pozzanghere
luccicanti, i salici e ora anche i fischi, e il suo cuore che batteva così forte da
tradire la sua presenza. Sulla riva più vicina un impianto sportivo, piloni
sommersi dall’acqua e in mezzo una zattera. «Eccolo!» esclamò Codino di
Luccio. I fischi si moltiplicarono anche sulla riva, mancava soltanto la
sirena. La cosa peggiore era quel maledetto cedimento, quelle ginocchia di
cartapesta e anche il cedimento nell’irrealtà, perché tutto questo non poteva
succedere per davvero, era solo un sogno, ma intanto bisognava correre.
Cadde lungo disteso, di traverso sui binari. Si era allontanato dalla riva e si
accorse di aver raggiunto un impianto industriale. Dietro il muro si sentiva
un ronzio regolare, senza più fischi né voci umane. «Basta» disse, senza
sapere neppure lui che cosa intendesse con quella parola, se si riferisse alle
proprie forze o alla propria debolezza. Rimase per un po’ inebetito, in attesa
di un aiuto esterno oppure soltanto di risvegliarsi, o magari di un miracolo.
Il miracolo però non ci fu, e non arrivò neppure l’aiuto esterno. Si alzò e
proseguì. Si ritrovò su un ampio stradone con una doppia fila di rotaie,
deserta perché non era fiancheggiata da case, ma soltanto da fabbriche.
Immaginando che a quel punto la riva del fiume fosse sorvegliata, tornò
verso la città. Quante ore perdute! Chissà come lo stava aspettando, pensò,
finché gli tornò in mente la propria stoltezza, cioè che Leni non poteva
aspettarlo perché non sapeva nulla. Nessuno ad aiutarlo, nessuno ad
aspettarlo. Qui non c’era nessuno che lo avrebbe aspettato, che lo avrebbe
aiutato? La mano gli faceva male, c’era di nuovo caduto sopra. Che guaio!
Su una piazzetta stavano smontando i banchi, una propaggine del
mercato più grande. Davanti a un’osteria c’era una fila di veicoli. Entrò. Con
i cinquanta pfennig rimasti si comprò una birra. Il cuore faceva le capriole,
come se avesse un sacco di spazio dentro. Ma a ogni salto sbatteva con
forza. Non resisterò ancora a lungo, pensò, forse qualche ora, ma non dei
giorni.
A un tavolo vicino c’era uno che lo fissava. Non l’ho già incontrato oggi?
Devo andarmene come un cane rabbioso, non c’è niente da fare, niente.
Alzati, Georg.
Dentro e fuori c’erano moltissime persone, avventori e gente del
mercato. Guardò attentamente intorno a sé. Ecco un giovanotto che aiutava
una signora anziana a caricare. Georg gli si avvicinò quando si staccò dal
carro per prendere le ceste. «Ehi, voi! Come si chiama quella signora?»
«Quella con la crocchia? È Frau Binder». «Sì» disse Georg, «devo parlare
con lei».
Aspettò accanto alle ceste finché il motore fu acceso. Quindi si avvicinò
all’automezzo, alzò la testa e chiese: «Siete voi Frau Binder?» «Cosa c’è?
Cosa c’è?» domandò la donna, diffidente e stupita. Georg la fissò negli
occhi. «Fatemi salire un momento» disse, «ve lo racconterò strada facendo,
anch’io devo andare da quella parte». L’autocarro partì. Georg si tenne
forte. Lentamente e in maniera prolissa cominciò a imbastire una storia
riguardo all’ospedale e ai parenti lontani. Intanto l’uomo del tavolo vicino
aveva raggiunto il ragazzo con il quale lui aveva parlato prima. «Che cosa
voleva quell’uomo?» gli domandò. «Voleva sapere se quella era Frau
Binder» rispose meravigliato il ragazzo.

6.

Il tappezziere Mettenheimer rientrava per pranzo solo quando lavorava non


troppo lontano da casa. Oggi pranzò all’osteria, ordinando costolette di
maiale e birra. Offrì una zuppa di piselli al minuscolo apprendista, quindi gli
offrì anche una birra e cominciò a fargli domande, con il piglio sicuro di chi
ha allevato dei figli. Qualcuno entrò nel locale, si mise seduto e ordinò una
birra chiara. Mettenheimer lo riconobbe dal cappello di feltro, quella
mattina erano saliti insieme sul 29. Per un istante provò un vago senso di
disagio, quasi inconsapevole. Smise di chiacchierare con l’apprendista e
trangugiò gli ultimi bocconi. Si affrettò a tornare al lavoro, per rimediare a
ciò che secondo lui era stato fatto male quella mattina, durante la sua
assenza. Alla moglie non aveva detto niente della convocazione. Ora si
ripromise di non parlargliene affatto. Voleva soltanto dimenticare
quell’interrogatorio, quel dialogo assurdo. Non riusciva proprio a capirne il
senso. Probabilmente non c’era. Era normale che quelli acciuffassero di
tanto in tanto qualcuno senza motivo. Probabilmente in tutta la città ce
n’erano altri come lui, scelti a caso. Ma nessuno osava parlarne.
Mettenheimer brontolò dalla scala, perché il passamano era stato incollato
allo stipite della finestra. Voleva scendere dalla scala per dare un’occhiata al
pianterreno, ma fu assalito da un tale mancamento che rimase dov’era. La
risata degli imbianchini che si prendevano gioco dell’apprendista, la voce
squillante di quest’ultimo che non stava allo scherzo risuonarono per la casa
vuota e ariosa, molto più nitide di quelle degli inquilini passati e futuri,
smorzate dai mobili e dalla tappezzeria. Mettenheimer vacillò sulla scala. Poi
una voce da sotto annunciò: «Tutti a casa!» Il tappezziere replicò: «Spetta a
me mandare tutti a casa!»
Alla fermata del 29 ritrovò l’ometto con il cappello di feltro che aveva
visto al mattino e poi all’osteria. Anche lui deve avere degli affari da queste
parti, pensò Mettenheimer. Presero di nuovo il tram insieme.
Mettenheimer gli rivolse un cenno di saluto. Poi gli venne in mente che
aveva lasciato di nuovo il pacco con la lana per sua moglie dal portiere. Lei
lo aveva già rimproverato il giorno prima per questo. Scese dal tram e tornò
indietro in tutta fretta, in modo da riuscire a prendere la corsa successiva.
Era molto stanco. Non vedeva l’ora di sedersi a cena, di essere a casa sua.
All’improvviso sentì il cuore stringersi in una morsa di gelo. L’uomo con il
cappello di feltro che aveva lasciato prima sul 29, adesso era su questo 29,
sul predellino anteriore. Il tappezziere cambiò posto, perché non credeva ai
propri occhi. Non si era sbagliato. Ormai conosceva quel cappello, la nuca
rasata, le braccia tozze. Invece di proseguire fino al capolinea e percorrere a
piedi l’ultimo tratto di strada, come era stata sua intenzione, Mettenheimer
scese alla fermata della centrale di polizia e prese il 17. Tirò un sospiro di
sollievo, perché era solo. Ma non aveva fatto in tempo a salire che udì uno
scalpiccio frettoloso alle proprie spalle, poi l’ansito di qualcuno che saliva.
L’uomo col cappello di feltro gli gettò una breve occhiata, indifferente ma
intensa. Poi gli voltò le spalle, perché tanto Mettenheimer gli sarebbe
dovuto passare davanti per scendere. Allora il tappezziere comprese che
l’uomo sarebbe sceso dietro di lui, e che non aveva alcuna possibilità di
sfuggirgli. Il cuore gli batteva forte per la paura. La camicia, ormai asciutta,
tornò a bagnarsi di sudore. Che cosa vuole da me? pensò. Che cosa ho fatto?
Cosa farò? Non riuscì a resistere alla tentazione di voltarsi ancora una volta.
Tra la folla di copricapi serali, cappelli estivi fuori tempo e invernali
prematuri, quello da lui temuto si muoveva piano, quasi l’uomo sapesse già
che per quella sera il tappezziere non aveva voglia di altri gesti inaspettati.
Mettenheimer attraversò la strada. Prima di entrare nel portone di casa sua
si voltò rapidamente, con quel fondo di coraggio improvviso che colpisce
chi, in un angolo del proprio cuore, è pronto in certi casi a ribellarsi. La
faccia dell’inseguitore era molto vicina, una faccia grassoccia e ottusa, con i
denti guasti. Portava abiti piuttosto logori, a parte il cappello nuovo. Forse
non era neppure nuovo, ma solo un po’ meno consumato. Nel complesso
quell’uomo non aveva niente di sconvolgente. A sconvolgere Mettenheimer
era l’inspiegabile contraddizione tra quel tenace inseguimento e la sua
completa indifferenza.
Giunto nell’androne di casa sua, Mettenheimer posò il pacchetto in
fondo alle scale e si diede da fare per chiudere la porta, che durante il giorno
era fissata con un gancio al muro del corridoio. «Perché chiudi, padre?»
domandò all’improvviso Elli, che stava giusto scendendo le scale. «C’è
corrente» rispose Mettenheimer. «Ma che fastidio ti dà su in casa?» disse
Elli. «Tanto alle otto si chiude comunque». Il tappezziere la guardò,
consapevole in ogni fibra del suo corpo della presenza, sull’altro lato della
stradina, di quell’uomo che osservava lui e la figlia.
Lei era la sua prediletta, all’insaputa di tutti, ma forse l’uomo che li
teneva d’occhio lo sapeva. In quale atteggiamento segreto voleva
sorprenderlo? In quale flagranza di reato? Non c’era forse una fiaba nella
quale un padre promette al diavolo la prima cosa che uscirà da casa sua?
Finora aveva nascosto a tutta la famiglia, persino a se stesso, che preferiva
lei agli altri suoi figli. Il perché non lo sapeva neppure lui. Forse per due
motivi opposti: perché era bella e perché gli aveva sempre dato tante
preoccupazioni. Era contento quando i figli adulti andavano a trovarlo, ma
quando arrivava Elli il suo cuore aveva un sussulto, nel punto in cui
provava la felicità e il dolore più intensi. Aveva immaginato di tappezzare
già diverse lussuose dimore per questa figlia; lei era passata per qualche
fuga di stanze, non meno leggiadra delle signorine fredde e scostanti che si
facevano mostrare la nuova dimora dai futuri mariti. Elli gli toccò il braccio.
Sul suo viso, minuto come quello di una bambina sotto la folta chioma
riccia, comparve un’espressione di tristezza e tenerezza. Ricordava il giorno
in cui suo padre aveva stretto a sé la sua testa sulla panca di un’osteria a
Westhofen e l’aveva convinta con voce roca a sfogarsi piangendo. In seguito
non avevano più parlato di quella giornata, ma entrambi ci pensavano tutte
le volte che si vedevano. «Porto via subito la lana» disse Elli, «così posso
cominciare». Il tappezziere, che percepiva come l’uomo sul marciapiede
dirimpetto fissasse intensamente quel pacchetto, ebbe a sua volta la
sensazione che la figlia avesse infilato nella borsa della spesa qualcosa di
sinistro, pur sapendo perfettamente che non conteneva nient’altro che dei
gomitoli colorati. Il viso di Elli si era rasserenato. Gli occhi, castano dorati
come i capelli, erano accesi da una luce calda che le rischiarava tutto il
volto. Quel tipo, quel Georg, non aveva proprio occhi, pensò il padre, per
lasciarla andare così. Si sentì stringere il cuore di fronte alla sua serenità.
Cercò di piazzarsi di fronte a lei, in modo che nessuno sguardo potesse
toccarla. Se gli avevano teso una trappola, pensò di nuovo, la sua bambina
era innocente. Ma Elli era alta e forte e lui era basso, curvo su se stesso, e
non poteva nasconderla. Lanciò un’occhiata nervosa alla via quando lei uscì
con passo leggero, a testa alta, dondolando la borsa della spesa. Lui tirò il
fiato. Il pedinatore si era appena girato verso la vetrina del negozio di
saponi. Elli gli passò davanti senza essere notata. Il tappezziere non si
accorse che dall’osteria accanto al negozio di saponi balzò fuori lesto un
giovane con un paio di baffetti, che diede una lieve gomitata a quello con il
cappello. I loro sguardi si incrociarono, riflessi nella vetrina. Come pescatori
che fissano lo stesso punto nell’acqua in attesa dello stesso pesce, i due si
misero a guardare nel vetro il lato opposto della via, il portone del
tappezziere e il tappezziere stesso. Vuoi che io trascini la mia famiglia nella
sventura, pensò Mettenheimer, ma non ci riuscirai. Salì le scale, d’un tratto
perfettamente calmo. L’uomo col cappello di feltro entrò nell’osteria dalla
quale era uscito il giovane con i baffetti, e si mise seduto accanto alla
vetrina. L’altro raggiunse senza fatica Elli, a falcate lunghe e un po’
molleggiate, dicendo a se stesso che le gambe e i fianchi di quella ragazza gli
alleggerivano il noioso incarico.
In salotto Mettenheimer inciampò nel figlio di Elli, che giocava alle
costruzioni. Elli lo aveva lasciato lì per la notte. Perché? Sua moglie si
strinse nelle spalle. Dalla sua espressione si capiva che qualcosa la
crucciava, ma il marito non fece domande. In qualsiasi altra serata il
bambino lo avrebbe rallegrato, ma ora domandò: «A cosa le serve avere una
stanza tutta per sé?» Il bambino gli afferrò l’indice e rise. Lui non aveva
nessuna voglia di ridere e scostò il piccolo. Gli tornarono in mente una alla
volta tutte le parole pronunciate quel mattino durante l’interrogatorio. Non
aveva più la sensazione che fosse stato solo un sogno. Sentiva il cuore
pesante come piombo. Andò alla finestra. Il negozio di saponi aveva
abbassato la serranda, ma non si fece illusioni. Sapeva che una delle ombre
indistinte dietro la vetrina dell’osteria teneva lo sguardo fisso su casa sua.
La moglie lo chiamò per cena e a tavola ripeté quello che diceva sempre:
«Mi piacerebbe proprio sapere quando ti deciderai a tappezzare la nostra
casa».

Nel frattempo Franz, di ritorno dal lavoro, era sceso dalla bicicletta nei
pressi di Hansagasse. Spingeva indeciso la bici, non più certo di voler
chiedere notizie dei Mettenheimer nel negozio. In quel momento accadde
ciò che aveva sperato e forse anche temuto: incontrare casualmente Elli.
Franz si aggrappò alla bicicletta. Elli, assorta nei propri pensieri, non lo vide.
Non era affatto cambiata. I suoi movimenti silenziosi erano un po’ rallentati
dalla malinconia, come allora, quando ancora non ce n’era ragione. Anche
gli orecchini li portava ancora. Buon segno. Gli piacevano molto, tra i suoi
folti capelli castani. Se Franz fosse stato un uomo capace di trovare parole
per esprimere i propri sentimenti, di sicuro avrebbe detto che la Elli di
quella sera era ancora più Elli di quella che ricordava. Come soffrì quando
lei gli passò davanti, anche se non poteva vederlo, non doveva vederlo.
Come gli era capitato la prima volta alla posta, gli sarebbe piaciuto
stringerla a sé e baciarla sulla bocca. Perché non deve appartenermi, pensò,
ciò che mi è destinato? Dimenticò se stesso, di essere una persona anonima
dai lineamenti semplici, senza alcuna vivacità esteriore, povero e goffo. Per
questa volta la lasciò passare, insieme al giovane con i baffetti, senza
accorgersi che aveva un qualche legame con lei.
Girò quindi la bici e la seguì per una decina di minuti, fino a vederla
entrare nella casa dove aveva in affitto una stanza per sé e per il bambino.
Osservò da cima a fondo la casa che inghiottì Elli. Poi si guardò intorno.
Quasi di fronte al portone di Elli c’era una pasticceria. Entrò e si mise
seduto.
Oltre a lui c’era solo un altro cliente, il giovanotto slanciato e ordinato
con i baffetti. Era seduto presso la vetrina e guardava fuori. Franz non badò
a lui nemmeno ora. Aveva conservato abbastanza buon senso da non
precipitarsi impulsivamente a casa di Elli. Ma la giornata non era ancora
finita. Elli forse sarebbe uscita di nuovo. In ogni caso sarebbe rimasto lì
seduto ad aspettare a lungo.
In camera sua, intanto, Elli si era cambiata, pettinata e spazzolata, e
aveva fatto tutto ciò che riteneva necessario se l’ospite che aspettava per
quella sera fosse venuto davvero e si fosse fermato a cena e magari, Elli non
lo escludeva del tutto, fino al mattino dopo. Per finire si legò un grembiule
sopra l’abito pulito. Quindi andò nella cucina della padrona di casa, batté e
salò due bistecche e preparò la padella con strutto e cipolle, per metterla sul
fuoco quando il campanello avrebbe suonato.
La padrona di casa, una donna piacente di cinquant’anni, amante dei
bambini e in genere favorevole a tutte le manifestazioni forti della vita, la
osservò sorridendo. «Avete proprio ragione, Frau Heisler» disse, «si è
giovani una volta sola». «In che senso ho ragione?» domandò Elli. Il suo
viso era improvvisamente cambiato. «Sul fatto di cenare per una sera con
qualcun altro, invece che in famiglia». Elli si trattenne a fatica dal replicare:
Preferirei mangiare da sola. Invece attese trepidante che la porta di casa si
chiudesse e dei passi sicuri salissero da lei. Certo, li aspettava, ma forse al
tempo stesso sperava che sorgesse qualche contrattempo. Preparerò anche
un budino, pensò. Preparò il latte, ci versò la polvere e mescolò. Se arriva,
bene, pensò all’improvviso; se non arriva, va bene lo stesso.
Aspettò ancora un po’; ma la sua era un’attesa patetica, confrontata a
quella di un tempo...
All’epoca in cui, settimana dopo settimana, notte dopo notte, aspettava i
passi di Georg, osava ancora opporre la propria giovane vita alla notte
vuota. Oggi intuiva che quell’attesa non era stata inutile né ridicola, bensì
molto migliore, molto più fiera del suo attuale lasciarsi vivere, ora che aveva
perso la capacità di aspettare. Adesso sono come tutti gli altri, pensò mesta,
non c’è più niente che sia particolarmente importante per me. No, di sicuro
non avrebbe trascorso la notte incipiente nell’attesa, nel caso il suo amico
non si fosse fatto vedere. Si sarebbe addormentata sbadigliando.
Quando Georg la prima volta le aveva spiegato che non doveva più
aspettarlo, lei non gli aveva creduto. Pur essendo tornata a vivere con i
genitori, aveva soltanto cambiato il luogo dell’attesa. Se l’attesa fosse stata
in grado di riportarglielo, all’epoca Georg sarebbe ritornato da lei. Ma
nell’attesa non risiede alcuna magia, essa non ha nessun effetto sull’altro,
appartiene soltanto a chi aspetta, e proprio per questo richiede coraggio. A
Elli non aveva mai arrecato alcun vantaggio, se non la tacita ma eloquente
tristezza che di tanto in tanto abbelliva inaspettata il suo grazioso volto
giovanile. Era questo che pensava anche la padrona di casa, mentre la
osservava cucinare. «Quando avrete finito di mangiare la bistecca» disse per
consolarla, «il budino si sarà raffreddato».
Quando Georg l’ultima volta le aveva spiegato che non doveva più
aspettarlo – non in modo sgarbato, ma sicuro e determinato, perché l’attesa
lo infastidiva –, quando le aveva spiegato con parole calme e ragionevoli
che il matrimonio non era un sacramento e che persino il bambino in arrivo
non era un destino inevitabile, Elli si era decisa ad abbandonare la stanza
comune che aveva continuato a pagare di nascosto.
Però aveva continuato ad aspettare, anche la notte in cui era venuto alla
luce il bambino. Quale notte sarebbe stata più adatta per un ritorno
improvviso? Dopo alcuni giorni di ricerche, il tappezziere era riuscito a
trascinare da lei quell’uomo terribile di suo genero. In seguito se n’era
pentito, vedendo la figlia dopo il loro addio. Se prima aveva sconsigliato a
Elli di sposarsi e in seguito di divorziare, adesso si rendeva conto che la
figlia, in un modo o nell’altro, non poteva aspettare più a lungo. Alla fine
del secondo anno si recò pertanto nell’ufficio apposito per rintracciare il
genero. Neppure i genitori sapevano dove si fosse cacciato... Questo secondo
anno che volgeva al termine era il 1932. Elli tranquillizzò il bambino, che si
era svegliato per i botti e i brindisi all’anno nuovo. Georg era sempre
introvabile. Forse perché nessuno voleva cercare troppo a fondo, o perché
Elli era tranquilla con il bambino che la rallegrava, l’intera faccenda si
smorzò un poco. Ricordava ancora il mattino in cui aveva smesso di
aspettare. Era stata svegliata al termine della notte da un colpo di clacson.
Aveva udito dei passi nella via, che forse appartenevano a Georg. Erano
passati davanti alla porta d’ingresso. Man mano che si affievolivano, si
affievoliva anche l’attesa di Elli. Con la loro ultima eco, l’attesa di Elli si era
esaurita. Non c’era stata alcuna illuminazione, alcuna decisione.
Semplicemente sua madre aveva ragione, come tutte le persone più anziane.
Il tempo guarisce tutto e ogni ferro si raffredda. Si era riaddormentata in
fretta. Il giorno dopo era domenica e aveva dormito fino a mezzogiorno.
Rosea e fresca, la nuova Elli guarita si era presentata a pranzo nel
soggiorno.
All’inizio del ’34 Elli ricevette una convocazione. Le dissero che il marito
era stato arrestato e internato a Westhofen. Ora, disse al padre, è
ricomparso, si può presentare l’istanza di divorzio. Il padre la guardò
meravigliato, come si guarda un bell’oggetto prezioso che all’improvviso
presenta un difetto. «Proprio adesso» disse soltanto. «Perché no?»
«Dev’essere un colpo tremendo per lui, là dentro». «Lo è stato anche per
me» disse Elli. «Dopotutto è ancora tuo marito». «È finita per sempre»
concluse Elli.

«Non c’è bisogno che rimaniate in cucina» disse la padrona di casa.


«Quando suonano, metto io a cuocere le bistecche».
Elli tornò in camera sua. Ai piedi del letto c’era la culla, quel giorno
vuota. Il suo ospite in realtà sarebbe già dovuto arrivare, ma Elli non aveva
intenzione di aspettare. Aprì il pacchetto, tastò la lana e cominciò a montare
le maglie.
L’uomo che stava aspettando, sia pure senza troppa ansia, un certo
Heinrich Kübler, l’aveva conosciuto per caso. Il caso, a lasciarlo fare, non è
affatto cieco come si vorrebbe, bensì astuto e faceto. Ma bisogna affidarsi
completamente a esso. Se si cerca di immischiarsi nella sua opera e fare da
sé, ne derivano pasticci dei quali poi gli si attribuisce erroneamente la colpa.
Se gli si lascia mano libera e gli si ubbidisce completamente, invece, di solito
raggiunge lo scopo prefissato, perdipiù rapidamente e senza intoppi.
Una collega di Elli l’aveva invitata a una festa da ballo. Dapprima lei si
era pentita di avervi partecipato. Alle sue spalle un cameriere fece cadere
per terra un bicchiere. Elli si voltò e, nello stesso momento, si voltò anche
questo Kübler che era appena entrato nella sala. Era un uomo alto, moro,
con la dentatura forte; la vaga somiglianza con Georg nel suo atteggiamento
e nel suo sorriso rischiarò il viso di Elli, tanto che questo Kübler si accorse
di lei, rimase colpito e le si avvicinò. Ballarono fino al mattino. Da vicino
non aveva alcuna somiglianza con Georg. Era un giovanotto tranquillo, la
portò spesso a ballare e la domenica in gita nel Taunus. Si baciavano e
stavano bene.
Lei gli aveva accennato al suo primo marito. «Ho avuto sfortuna» aveva
detto. Heinrich la convinse a liberarsi definitivamente di quel Georg. Lei
decise di sistemare la faccenda da sola.
Un giorno ricevette un permesso di visita per il campo di Westhofen.
Corse dal padre, al quale da tempo non chiedeva più consigli. «Devi
andare» disse il tappezziere, «ti accompagno io». Non era stata lei a
richiedere quel permesso che, anzi, le risultava persino sgradito. Il permesso
in realtà aveva avuto un’altra origine.
Dal momento che non era stato possibile ottenere nulla dal detenuto, né
con pugni e calci, né con la fame e l’isolamento, si era pensato di andare a
prendere la moglie. Mogli e figli di solito avevano un notevole effetto sulla
maggior parte delle persone.
Così Elli aveva preso un giorno libero in ufficio e Mettenheimer al
lavoro. Avevano taciuto alla famiglia quella visita dolorosa. Durante il
viaggio, Elli avrebbe voluto tanto essere con il suo Heinrich su un prato del
Taunus, il padre impegnato a tappezzare. Scesi dal treno, mentre
camminavano sulla strada di campagna superando qualche villaggio tra le
vigne, Elli, tornata per un attimo bambina, aveva preso la mano del padre.
Era asciutta e ruvida. Entrambi si sentivano oppressi.
Quando giunsero alle prime case di Westhofen, gli abitanti li guardavano
con una sorta di vaga compassione, come se stessero andando all’ospedale o
al cimitero. Quanto facevano male la solerzia, la compiaciuta operosità di
quei villaggi... Perché non è possibile farne parte? Perché non è possibile
spingere per strada quella botte dal lattoniere? Perché non è possibile essere
proprio quella donna che agita il setaccio sul davanzale della finestra?
Perché non si può dare una mano a lavare il cortile, prima di sistemarvi il
torchio? Invece bisogna attraversare tutto questo, per un particolare
cammino, con un’angoscia insopportabile. Un ragazzo con la testa ancora
rasata dall’estate, più un barcaiolo che un contadino, si avvicinò e disse loro
serio e pacato: «Dovete girare là in alto, oltre i campi, fino al muro». Una
vecchia, forse sua madre, si affacciò alla finestra e annuì. Vuole consolarmi?
pensò Elli. A me non importa più niente di Georg. Risalirono il campo e
costeggiarono un muro con sopra cocci di bottiglia. Sulla sinistra sorgeva
una piccola fabbrica. Matthias Frank e Figli. Da lì si vedeva già il cancello
con le sentinelle. Il cancello si apriva sulla strada, proprio all’angolo i cui lati
erano costituiti dal cosiddetto campo interno. Anche questo campo interno
si affacciava sulla strada con un cancello. Si sapeva che da qualche parte al
di là scorreva il Reno, che però non si vedeva. Qua e là occhieggiavano
pozze di acqua ferma e morta, nel paesaggio bruno ammantato di foschia.
Mettenheimer decise di aspettare Elli in un’osteria all’aperto. Da lì lei
doveva proseguire da sola. Aveva paura. Si disse però che non aveva più
nulla a che fare con Georg. Non si sarebbe fatta commuovere né dalla sua
singolare condizione, né dal suo volto familiare, dal suo sguardo o dal suo
sorriso.

All’epoca Georg si trovava già da diverso tempo a Westhofen. Aveva alle


spalle dozzine di interrogatori, sofferenze e torture, sufficienti a un’intera
generazione, colpita da una guerra o da un’altra disgrazia. Le torture
sarebbero continuate, l’indomani o un minuto dopo. Già all’epoca Georg
sapeva che solo la morte poteva salvarlo. Conosceva la tremenda forza che
si era avventata sulla sua giovane vita, ma conosceva anche la propria forza.
Ora sapeva davvero chi era.
In un primo momento Elli credette che avessero convocato l’uomo
sbagliato. Si portò le mani alle orecchie, un gesto istintivo con il quale in
passato si accertava di avere ancora gli orecchini a posto. Poi lasciò ricadere
le braccia. Fissò lo sconosciuto tra le due SA. Georg era alto, mentre quello
che aveva davanti era basso quasi come suo padre, con le ginocchia piegate.
Poi lo riconobbe dal sorriso. Era quel vecchio sorriso inconfondibile, metà
allegro e metà ironico, con il quale l’aveva misurata al loro primo incontro.
Adesso chiaramente serviva per misurare altro, non una giovane donna che
si è portata via a un carissimo amico. Nella sua testa tormentata cercava di
formulare un pensiero. Perché hanno portato qui questa donna? Che cosa
vogliono ottenere? Temeva che lo sfinimento, la sofferenza fisica gli
avessero fatto tralasciare qualcosa di importante, e che quello fosse un
tranello.
Fissò Elli. Era una creatura singolare quanto lo era lui per lei: il
cappellino di feltro, i capelli ricci, gli orecchini. La osservò. Cominciò a
ricordare, vagamente, quale legame avesse avuto in passato con lui. Cinque,
sei paia di occhi scrutavano intanto ogni reazione sui suoi lineamenti,
ancora devastati dagli ultimi pugni. Devo dire qualcosa a quest’uomo, pensò
Elli. Disse: «Il bambino sta bene». Lui si fece vigile. Il suo sguardo si
rianimò. Che cosa poteva aver voluto dire? Di sicuro qualcosa di preciso,
forse gli stava portando un messaggio. Aveva paura di essere troppo debole
per comprenderne il significato. Disse in tono interrogativo: «E allora?» Ora
lei lo avrebbe riconosciuto anche dallo sguardo. Era così intenso, così
ardente, come la prima volta che si era posato sulla sua bocca socchiusa.
Quale notizia ne sarebbe uscita, che avrebbe nuovamente riempito la sua
vita di forza e vigore? Dopo una lunga pausa tormentosa, nella quale aveva
cercato le parole giuste, lei disse: «Tra poco andrà all’asilo». «Sì» rispose
Georg. Che tortura, per la sua testa marcia, dover pensare così rapidamente
e in modo chiaro. Che voleva dire “andrà all’asilo”? Il bambino sta bene e
andrà all’asilo. Probabilmente è un messaggio legato al cambiamento di cui
aveva parlato Hagenauer quando era stato incarcerato, quattro mesi prima,
dopo l’arresto degli ultimi dirigenti. Sorrise con maggiore convinzione. Elli
chiese: «Vuoi vedere la sua foto?» Frugò nella borsetta, sulla quale si
spostarono, oltre a quelli di Georg, anche gli occhi delle sentinelle. Estrasse
una fotografia, incollata su un cartoncino, di un bambino che giocava con
un sonaglio. Georg si chinò sul ritratto, aggrottando la fronte nello sforzo di
cogliere qualcosa di importante. Alzò gli occhi, guardò Elli, quindi di nuovo
la foto. Si strinse nelle spalle. Gettò un’occhiata torva alla donna, come se lei
si fosse presa gioco di lui. Il sorvegliante annunciò: «Il tempo della visita è
finito». Entrambi trasalirono. Georg si affrettò a chiedere: «Come sta mia
madre?» Lei rispose: «Bene». Era un anno e mezzo che non vedeva quella
donna, che le era sempre stata estranea, quasi ostile. Georg gridò ancora: «E
il mio fratellino?» Sembrava essersi ridestato di colpo, tutto il suo corpo
sussultava. Elli rimase ancora più sconvolta da questa sua trasformazione
repentina in un essere umano. Georg esclamò: «Come sta?» Lo afferrarono
a destra e a sinistra, lo fecero voltare e lo spinsero fuori.
Elli non ricordava come fosse tornata da suo padre. Sapeva soltanto che
lui le aveva fatto appoggiare la testa sul petto, e che lì accanto c’erano anche
l’oste, la moglie e altre due donne, ma a lei non importava. L’una le aveva
battuto piano sulla spalla, l’altra le aveva sfiorato i capelli. Infine la moglie
dell’oste aveva raccolto da terra il suo cappellino e lo aveva spolverato.
Nessuno aveva aperto bocca. Il muro era troppo vicino. Quanto era stato
silenzioso il suo lamento, tanto fu silenziosa la consolazione.
Tornata a casa, Elli si era messa a scrivere una lettera a Heinrich. Lui
non doveva più andare a prenderla in ufficio, non doveva più farsi vedere.
Heinrich invece passò da lei in ufficio. Le domandò se questo Georg
l’avesse fatta palpitare di nuovo, se lei lo amasse di nuovo, oppure se
provasse compassione per lui, se volesse riaverlo con sé quando sarebbe
uscito. Elli aveva ascoltato tutte queste domande con stupore: idee vaghe e
insensate su qualcosa che soltanto il diretto interessato conosce veramente.
Rispose tranquilla: No, non voleva più bene a Georg. Non voleva tornare
con lui mai più, nemmeno quando fosse tornato libero, era finita per
sempre. Ma all’improvviso non provava più alcuna gioia a stare insieme a
Heinrich, da quando aveva visto Georg, non ne aveva più voglia, tutto qui.
Heinrich non si era dato per vinto, come aveva fatto Franz all’epoca, un
paio d’anni prima, quando Georg all’improvviso l’aveva voluta per sé.
Heinrich, che pure a sua volta non faceva del tutto sul serio, non credeva
però che quello fosse un rifiuto definitivo. Che senso aveva? Certo, solo se
Georg le fosse stato ancora caro, ma solo in quel caso! A cosa gli sarebbe
servito che lei rimanesse sola? Non lo avrebbe nemmeno saputo, e di certo
non le avrebbe creduto se in seguito si fosse presentata per lei l’occasione di
raccontarglielo. Che complicazioni artificiose.
Era passato quasi un anno da quegli eventi. Elli quella sera aveva
invitato Heinrich, gli aveva preparato una bistecca e un budino. Si era fatta
bella per lui. Come era potuto accadere così all’improvviso? pensò Elli.
Perché adesso lo desidero di nuovo... Non c’era stato bisogno di prendere
alcuna decisione, di fare alcuna scelta difficile. Non era accaduto nulla di
particolare, se non il fatto che un anno è lungo. Era noioso starsene da sola
tutte le sere. Elli non era fatta per questo. Era una ragazza come tante altre.
Heinrich aveva ragione. A che scopo tutto questo per un uomo che non
rappresenta più niente? Nel corso dell’anno l’immagine terribile di quel
volto martoriato di pugni era un po’ sbiadita. Sua madre aveva ragione,
come tutte le persone più anziane: il tempo guarisce tutto e il ferro si
raffredda.
In fondo al cuore, tuttavia, serbava ancora un barlume di speranza che
Heinrich fosse trattenuto da un contrattempo. Non avrebbe saputo dire
nemmeno a se stessa che cosa fosse cambiato, da quando lo aveva invitato.

Seduto nella pasticceria, Franz guardava la strada. I lampioni si erano accesi.


Nonostante fosse stata una giornata calda, adesso non ci si poteva più
illudere che l’estate non fosse finita. La piccola pasticceria era illuminata
fiocamente. La donna armeggiava rumorosamente dietro il bancone. Di
sicuro avrebbe voluto che quei due clienti tenaci se ne andassero.
All’improvviso Franz si aggrappò al tavolino con entrambe le mani. Non
credeva ai propri occhi. Lungo la via, tra i lampioni, Georg camminava
verso il portone di Elli, con un mazzo di fiori in mano. Nella testa di Franz
tutto cominciò a girare in un vorticoso turbinio. Dentro c’era di tutto:
spavento e gioia, rabbia e paura, felicità e gelosia. Poi passò, quando vide
l’uomo più da vicino. Franz si calmò e maledisse se stesso. Quell’uomo
aveva una vaga somiglianza con Georg solo da lontano, e solo se si stava
pensando a Georg.
La padrona della pasticceria intanto si era liberata almeno di uno dei due
avventori. Il giovanotto con i baffi aveva pagato la consumazione ed era
uscito. Franz ordinò ancora un caffè e una fetta di crostata.

Quando sentì suonare alla porta, il viso di Elli si illuminò. Un attimo dopo
Heinrich entrò nella camera. Aveva un mazzo di garofani in mano. Guardò
sbigottito la giovane donna seduta sul bordo del letto, che non sembrava
essere stata particolarmente in attesa e adesso era impedita ad alzarsi dal
gomitolo di lana che teneva in grembo. Elli sollevò il viso. Quindi avvicinò a
sé la borsa dove infilò l’occorrente per la maglia, con una lentezza dettata
dall’imbarazzo. Si alzò e prese i garofani dalla mano di Heinrich. Dalla
cucina arrivava già l’odore della carne arrosto. La brava signora Merkler.
Elli sorrise suo malgrado. Ma la faccia di Heinrich era così seria che smise
subito di sorridere e girò la testa per sottrarsi al suo sguardo intenso. Lui la
prese per le spalle, la strinse forte, finché lei tornò a voltare il capo e lo
guardò. Dimenticando tutto il resto, Elli si convinse che era stata una
fortuna che alla fine quell’uomo fosse arrivato. In quel momento si udirono
voci e passi sulla scala e nel corridoio. Nessuno seppe se il grido ci fu
davvero, o se fosse stato solo immaginato: «Gestapo!» Heinrich lasciò
cadere le mani, impietrito, e anche il viso di Elli, lieto e acceso fino a un
attimo prima, si irrigidì, come se non avesse mai sorriso né potesse farlo mai
più.

Pur essendo un po’ lento di pensiero e comprendonio, Franz riuscì a farsi


più o meno un’idea di ciò che vide nei minuti successivi dal suo tavolino
all’interno della pasticceria.
Nella stradina tranquilla ci fu un breve trambusto, per quanto limitato.
Una grande berlina blu scuro si fermò all’angolo della via.
Contemporaneamente, una carrozzella motorizzata accostò davanti alla
porta di Elli. Quasi nello stesso istante ne sopraggiunse un’altra che si
accodò alla prima, frenando leggermente.
Dalla prima vettura intanto erano scesi tre giovani in abiti civili e, dopo
una breve sosta dentro la casa, erano risaliti a bordo, conducendo con sé una
quarta persona. Franz non avrebbe saputo dire se questa quarta persona
fosse l’uomo che per un attimo aveva scambiato per Georg, in quanto gli
accompagnatori ne avevano celato la vista, di proposito o per caso, tra lo
sportello della vettura e l’ingresso della casa. Si accorse tuttavia che questa
quarta persona non li seguiva normalmente, sembrava piuttosto un ubriaco
o un malato, tra i gesti bruschi e rapidi degli accompagnatori. Quando
ripartirono, senza che nel frattempo il motore fosse stato spento, anche la
seconda carrozzella passò lentamente davanti alla porta di Elli, facendo una
brevissima sosta. Due passeggeri entrarono in casa e tornarono fuori con
una donna.
Alcuni passanti si erano fermati, qualche altro curioso forse aveva
sbirciato dalle finestre. Ma l’asfalto davanti alla porta d’ingresso sotto i
lampioni era intatto e pulito, non era il luogo di un incidente, non si vedeva
sangue. Qualunque supposizione avessero avanzato, la portarono con sé
all’interno delle rispettive famiglie.
Franz si aspettava di essere a sua volta catturato da un momento
all’altro. Invece uscì dal quartiere senza problemi con la sua bicicletta.
Georg allora è tra gli evasi, si disse, tengono d’occhio i suoi parenti, la
presunta moglie, e di sicuro anche la madre. Credono che sia qui in città.
Forse è davvero nascosto da qualche parte. Come se la caverà?
Nonostante i racconti del detenuto che era stato liberato, Franz non si
era mai creato un’immagine del Georg attuale, come lo aveva visto Elli. Ma
il ricordo del vecchio Georg lo assalì con impeto e precisione. Se lo vide
davanti con assoluta chiarezza, tanto che gli venne da cacciare un urlo,
proprio come nei secoli passati, in epoche altrettanto buie, qualcuno aveva
gridato quando all’improvviso, nella confusione di una strada o di una festa,
aveva creduto di vedere l’unica persona che rispecchiava un ricordo
proibito, e che nel contempo era la sua coscienza. Vide il volto giovanile di
Georg, lo sguardo scanzonato e triste, i capelli scuri che ricadevano folti
dalla sommità del capo. Vide la sua testa sorretta dalle mani, una testa su
due spalle, una testa come oggetto, una testa come trofeo. Franz si mise a
correre, come se fosse lui stesso a essere minacciato.
Giunse da Hermann trafelato e sconvolto, anche se per fortuna queste
emozioni non si rispecchiavano troppo sui suoi lineamenti, un po’ rozzi e
decisi. Non gli fu possibile neppure sfogare le proprie ansie. Hermann non
era tornato a casa dopo il lavoro. «Una manifestazione» disse Else,
guardando il turbato Franz con i suoi occhi tondi, pieni di curiosità e di
innocenza.
Intuendo di doverlo consolare per qualcosa, gli offrì una liquirizia da un
barattolo. Hermann le comprava spesso dolciumi, dopo essere rimasto
profondamente commosso vedendo come il viso di lei si era illuminato la
prima volta che le aveva regalato una sciocchezza. Franz, che la considerava
alla stregua di una bambina, le accarezzò i capelli, pentendosene subito,
perché lei sussultò e arrossì. «Dunque Hermann non c’è» ripeté quasi in
preda alla disperazione e, assorto nei suoi pensieri, rilasciò un sospiro. Lei lo
guardò spingere la bicicletta in strada, provando una tristezza infantile per
quella sofferenza che non era in grado di comprendere.

I Marnet lo avevano aspettato per un po’, quindi avevano iniziato a


mangiare senza di lui. Il pecoraio Ernst aveva preso il suo posto. Adesso
esce per portare un osso alla sua Nelli. Quando varca la soglia della cucina
ammuffita e va sul campo, la sua espressione cambia. Fa un profondo
respiro. Stasera la nebbia non è fitta, si vedono le luci lontane di molti paesi
e città, di ferrovie e fabbriche, lo stabilimento di inchiostri di Höchst, la
Opel di Rüsselsheim. Con una mano sul fianco e l’osso nell’altra, Ernst si
guarda intorno lentamente. Un’espressione di compiaciuta superbia
compare sul suo volto, come se fosse giunto lì quel giorno alla testa del suo
esercito da un’oscura epoca passata e rimirasse il paese definitivamente
sottomesso, con i suoi fiumi e milioni di luci. Si irrigidisce, come un
conquistatore al cospetto della propria conquista. Non è forse giunto
veramente lì alla testa del suo esercito da un’oscura epoca passata, non ha
sottomesso il paese, la natura selvaggia e i fiumi?
Ernst si sposta, sente cigolare qualcosa dietro il campo. Una bicicletta,
spinta da Franz su per la salita. Sul viso del pecoraio, fino a quel momento
limpido e quasi superiore, si accende un lampo birichino di curiosità. Perché
Franz torna così tardi, e perché viene da quella parte? «Abbiamo finito
tutto» dice. Con i suoi occhi astuti e penetranti ha già capito che Franz non
è di ottimo umore. Non prova compassione, solo semplice curiosità, e sul
suo viso affiora un’espressione che sta a significare: Mio piccolo Franz,
come dev’essere minuscola la pulce che ti ha morso.
Senza bisogno di scambiare parole, Franz si sente respinto da questo
ragazzo, dalla sua sarcastica freddezza, che di solito lo ha sempre divertito.
Tanta indifferenza lo disgusta, prova già repulsione per le persone tra le
quali dovrà mettersi a sedere, delle quali mangerà la zuppa, e gli ripugna
anche l’indifferenza delle stelle che splendono sopra di lui.

7.

Georg si addentrò nella serata, così nebbiosa, così silenziosa da dargli


l’impressione che nessuno potesse trovarlo. A ogni passo si ripeteva che il
successivo sarebbe stato l’ultimo, ma ogni nuovo passo era sempre il
penultimo. Era dovuto scendere dal carro del mercato poco dopo Mombach.
Lì non c’erano più ponti, ma ogni paese aveva il suo approdo. Georg se li
lasciò alle spalle uno dopo l’altro. Non era ancora il momento di
attraversare il fiume. Tutto lo ammoniva di non farlo, l’istinto e la ragione
insieme; come succede quando le forze dell’uomo sono concentrate verso un
unico fine.
Perse la cognizione del tempo, come la sera precedente. I corni da nebbia
risuonavano sul Reno. Sulla strada provinciale, che costeggiava un vasto
argine lungo il letto del fiume, si susseguivano lampioni solitari a intervalli
sempre maggiori. Un’isola coperta di alberi nei pressi della riva gli
nascondeva la vista dell’acqua. Dietro i giunchi brillavano le luci di una
fattoria, che non incutevano a Georg né timore né fiducia. Sembravano
irreali, tanto era deserta la regione. L’isola che gli nascondeva la vista si
prolungava ancora, oppure era già finita. Forse le luci provenivano da
un’imbarcazione oppure dalla riva opposta, non più nascosta dall’isola,
bensì dalla nebbia. Qui si poteva finire male anche in maniera banale, anche
per normale sfinimento. Poter stare insieme a Wallau per due minuti
soltanto, anche all’inferno...

Se Wallau riesce a raggiungere una certa città della Renania, allora c’è
speranza che da lì possa essere portato fuori dal paese. Lì ci sono persone
che aspettano e hanno già organizzato la tappa successiva della fuga.
La seconda volta che Wallau era stato catturato, la moglie aveva capito
che non lo avrebbe mai più rivisto. Quando le sue richieste per ottenere una
visita erano state respinte in maniera brusca, addirittura con le minacce –
lei stessa si era recata di persona da Mannheim, dove abitava, a Westhofen
–, aveva deciso di salvare il marito a qualunque costo. Aveva messo in atto
questa decisione con la caparbietà delle donne che affrontano progetti
irrealizzabili, spegnendo dapprima la ragione o quella parte di essa che
serve per valutare se una cosa è realizzabile o meno. La moglie di Wallau
non si affidava all’esperienza, né alle informazioni raccolte, bensì alle due o
tre leggende di evasioni riuscite: Beimler da Dachau, Seeger da
Oranienburg. Anche nelle leggende, del resto, risiede qualche informazione,
qualche esperienza. Sapeva anche che suo marito ardeva di quella voglia di
vivere, di sopravvivere, che anima gli individui di grande intelletto e che gli
avrebbe permesso di cogliere il minimo indizio. Il suo rifiuto di distinguere
nettamente ciò che era possibile da ciò che non lo era non le impedì di agire
con grande abilità, curando i dettagli. Per stabilire contatti, per trasmettere
informazioni si servì dei suoi due ragazzi, dato che oltretutto il maggiore, a
suo tempo istruito a dovere dal padre, era stato informato del progetto dalla
madre e ne era entusiasta; un ragazzo tenace, con gli occhi scuri e la divisa
della Gioventù Hitleriana, più bruciato che rischiarato da una fiamma
troppo forte per il suo cuore.
Ora, giunta la sera del secondo giorno, la signora Wallau sapeva che la
fuga dal campo era riuscita. Non poteva sapere quando il marito sarebbe
arrivato a Worms, nel campo dove c’erano ad aspettarlo abiti e soldi, o se
fosse già passato da lì la sera prima. Era un terreno che apparteneva a una
certa famiglia Bachmann. Il marito faceva il bigliettaio sui tram. Le due
donne erano state a scuola insieme trent’anni prima, i loro padri erano stati
amici e in seguito anche i mariti. Entrambe si erano accollate
contemporaneamente i normali fardelli della vita quotidiana, e negli ultimi
tre anni anche quelli straordinari. Bachmann era stato incarcerato solo per
un breve periodo, all’inizio del ’33. Da allora lo avevano lasciato in pace.
La signora Bachmann e la signora Wallau aspettavano i rispettivi mariti.
In preda a una profonda inquietudine, che si manifestava in piccoli gesti
convulsi e nervosi delle mani, la signora Bachmann attendeva il bigliettaio,
che impiegava solo dieci minuti per tornare dal deposito dei tram al suo
appartamento. Forse aveva dovuto sostituire qualcuno, nel qual caso
sarebbe tornato solo verso le undici. La signora Bachmann preparò i
bambini, trovando un certo conforto in quell’attività.
Non può succedere niente, si ripeté per la millesima volta, non può saltar
fuori nulla. E poi, anche se saltasse fuori, nessuno può accusarci di niente.
Soldi e vestiti può anche averli rubati. Noi abitiamo qui in città, da
settimane nessuno è più stato al campo. Se solo fosse possibile controllare se
il materiale è ancora lì, pensò ancora. È una situazione intollerabile. Come fa
a resistere la moglie di Wallau!
Lei all’epoca le aveva detto: «Sai, Hilde, questa storia ha cambiato molto
i nostri mariti». La signora Wallau aveva replicato: «Wallau non lo cambia
niente». Allora la Bachmann aveva detto: «È impossibile, quando si è vista
la morte in faccia». La Wallau aveva risposto: «Sciocchezze. E noi? E io?
Alla nascita del mio primogenito ho rischiato di morire. L’anno dopo è
arrivato il secondo». E la Bachmann: «Quelli della Gestapo, loro sanno tutto
di tutti». La Wallau, di nuovo: «È un’esagerazione. Sanno solo quello che la
gente gli racconta».
Quando la Bachmann si era seduta, le sue membra avevano ricominciato
a fremere. Prese qualcosa da cucire, e si tranquillizzò. Nessuno può
accusarci di niente, si disse. È stato un furto.
Il marito salì per le scale. Finalmente. Lei si alzò e gli preparò la cena. Lui
entrò in cucina senza dire una parola. Ma prima di voltarsi verso di lui, la
moglie provò non solo nel cuore, ma su tutta la pelle la sensazione che, con
l’ingresso del marito, la temperatura nella stanza si fosse abbassata di un
paio di gradi. «È successo qualcosa?» gli domandò guardandolo in viso.
L’uomo non rispose. Lei gli mise davanti il piatto, tra i gomiti appoggiati al
tavolo. Il vapore della zuppa gli colpì la faccia. «Otto» disse lei, «ti senti
male?» Anche questa volta lui non rispose.
La donna fu assalita dal panico. Non può trattarsi del campo, pensò,
perché lui è qui. Di sicuro era angosciato dalla cosa, se solo fosse finita in
fretta! «Non hai fame?» gli chiese. Il marito rimase in silenzio. «Non devi
continuare a pensarci» disse la donna, «se continui a farlo, impazzirai».
Dagli occhi socchiusi del marito guizzavano lampi di tormento. La moglie
ricominciò a cucire. Quando alzò la testa, il marito aveva chiuso gli occhi.
«Ma che cos’hai?» gli chiese allora. «Che cos’hai?» «Niente» rispose lui.
In che modo l’aveva detto! Come se la moglie gli avesse chiesto se non
avesse più niente al mondo e lui avesse risposto sincero che era proprio
così. «Otto» gli disse mentre cuciva, «tu hai qualcosa». Ma il marito replicò,
in tono vuoto e pacato: «Non ho proprio niente». Quando lo guardò in
faccia, alzando fugacemente lo sguardo dal cucito, comprese che lui non
aveva proprio niente, che tutto ciò che poteva aver avuto era ormai perduto.
La donna fu assalita da un brivido. Si strinse nelle spalle e si girò sulla
sedia, come se a capotavola non fosse seduto il marito ma... Cuciva e cuciva,
non pensava a niente, non chiedeva niente, per paura di ottenere una
risposta che le avrebbe distrutto la vita.
E che vita! Una vita qualunque, con le battaglie quotidiane per il pane e
le calze per i figli. Ma insieme una vita forte, intensa, con una
partecipazione sentita a tutto ciò che era degno di essere vissuto. Se
ripensavano a ciò che avevano udito raccontare dai loro padri, la Bachmann
e la Wallau, quando erano due bambine con le trecce in un vicolo... tutto
riecheggiava nelle loro quattro mura, le lotte per la riduzione dell’orario da
dieci, a nove, a otto ore. Discorsi che venivano letti anche alle donne,
mentre rammendavano buchi diabolici nelle calze, i discorsi da Bebel a
Liebknecht, da Liebknecht a Dimitrov. Certo, all’epoca nessuno era stato
torturato o assassinato per questo. Una vita limpida. Adesso bastava
un’unica domanda, un solo pensiero per tradirsi... Ma il pensiero è già lì.
Qual è il problema di suo marito? La signora Bachmann è una donna
semplice, devota al proprio uomo. Un tempo erano stati amanti, e stanno
insieme da tanti anni. Lei non è come la signora Wallau, che ha studiato
molto. Però l’uomo a capotavola non è più suo marito, è un ospite
indesiderato, sconosciuto e sinistro.
Da dove veniva quell’uomo? Perché era arrivato così tardi? È distrutto.
Trasformato lo è da molto: è cambiato da quando lo hanno rilasciato
all’improvviso. Mentre lei all’epoca gioiva e piangeva, lui aveva la faccia
vuota e stanca. Vuoi forse che anche lui faccia la fine di Wallau? No,
vorrebbe rispondere la Bachmann. Ma una voce molto, molto più vecchia
della sua e nel contempo più giovane, ha già risposto: Sì, sarebbe meglio.
Non sopporto la sua faccia, pensò la donna. Il marito, come se l’avesse
sentita, si alzò e andò alla finestra, voltando le spalle alla stanza, anche se la
serranda era abbassata.

Georg di sicuro era già passato davanti a qualche altra casupola come quella
che finalmente incontrò. Dentro c’erano soltanto mucchi di cesti di vimini,
ammuffiti e inutilizzati.
Dormire, pensò Georg, dormire e basta. Dormire e non svegliarsi più. Si
rannicchiò in un angolo e, nel farlo, diede un calcio ai cestini accatastati, che
rotolarono per terra. Si risvegliò per la paura. La nebbia si era diradata. La
luce della luna entrava dal vano della porta posandosi sul pavimento di terra
battuta, silenziosa come la neve. Si distinguevano chiaramente orme più
vecchie, oltre a quelle più fresche di Georg.
Georg non riuscì a dormire a lungo, forse per un paio di minuti. Sognò di
essere arrivato. Affondava le dita nei capelli di Leni, duri ed elettrici. Ci
affondava tutta la faccia, e respirava, e sapeva che finalmente non era più
un sogno, ma la pura realtà. Si avvolgeva i capelli intorno al polso, affinché
lei non potesse più sfuggirgli. Con il piede toccò qualcosa; un tintinnio di
vetri. Si svegliò di nuovo per lo spavento. Già, proprio così, pensò turbato –
perché da sveglio non ci aveva più pensato –, anche all’epoca ho buttato in
terra qualcosa, una lampada. La risata di lei, un po’ ruvida, e la sua voce
altrettanto ruvida che lo aveva rassicurato con l’ostinazione degli ubriachi:
ci porterà fortuna, Georg, ci porterà fortuna.
Provava un dolore intenso, circoscritto alla testa, così forte che
involontariamente se la tastò con la mano, per vedere se sanguinasse. Di
dormire, nemmeno a parlarne. Ho creduto davvero, pensò, di poter essere
da lei a quest’ora. Dovunque rivolgesse il pensiero, tornava sempre lì. Il
vuoto nella sua testa divenne ben presto pura disperazione.
In lontananza qualcosa frusciava sul campo, un uomo o un animale. A
poco a poco il fruscio si avvicinò sul terreno morbido, senza in realtà farsi
più forte: erano passi, brevi e leggeri. Georg cercò di nascondersi con sacchi
e cesti, ma era troppo tardi. Il vano della porta si riempì e l’interno si fece
buio. L’ombra era quella di una donna, lui se ne era accorto dall’orlo della
gonna. Lei chiamò piano: «Georg?» Georg avrebbe voluto gridare, ma gli
mancò il fiato.
«Georg» ripeté la ragazza, un po’ delusa. Si mise seduta per terra appena
oltre la soglia. Georg ne vedeva gli zoccoli e i calzini spessi e, tra le
ginocchia aperte, la gonna di stoffa ruvida sulla quale lei aveva posato le
mani. Il cuore gli batteva così forte che temeva di spaventarla. Lei però
ascoltava qualcos’altro, un rumore di passi decisi che si avvicinò dal campo.
Esclamò allegra: «Georg!» Riunì le ginocchia e le coprì con la gonna e
Georg la vide in faccia. Era bellissima. Quale viso non sarebbe stato bello in
quella luce e nell’attesa dell’amore.
L’altro Georg si chinò per passare dalla porta e si mise a sedere accanto a
lei. «Ecco, sei qui» le disse. Poi aggiunse soddisfatto: «E ci sono anch’io».
Lei lo abbracciò in silenzio. Posò il viso su quello di lui senza baciarlo, forse
senza provare il desiderio di baciarlo. Parlavano a bassa voce, così piano che
il vero Georg non riusciva a capirli. Alla fine l’altro Georg rise. E poi tornò il
silenzio, e il vero Georg riusciva a capire se l’altro le accarezzava i capelli o
il vestito. Intanto le diceva: «Tesoro mio». Le diceva anche: «Per me sei
tutto». La ragazza disse: «Questo non è vero». Lui la fece tacere con un
bacio. Le ceste caddero l’una sull’altra, tranne quella che Georg reggeva
davanti a sé. La ragazza disse con voce diversa, più acuta: «Sapessi quanto ti
voglio bene». «Davvero?» disse l’altro Georg. «Sì, più di ogni altra... No!»
esclamò di scatto. L’altro Georg scoppiò a ridere. La ragazza ripeté
arrabbiata: «No, Georg, ora vattene». «Me ne vado» disse l’altro Georg,
«tanto ti libererai presto di me». La ragazza domandò turbata: «Perché?»
«Tra un mese entrerò in servizio». «Oddio». «E perché? Non c’è niente di
male. Finalmente dirò addio a quelle esercitazioni tutte le sere, senza
nemmeno un minuto libero». «Cominceranno a tormentarti per bene». «È
diverso» disse l’altro Georg, «finalmente sarò un vero soldato, mentre
prima giocavo solo a esserlo. Lo dice anche Algeier. Ah, dimmi un po’,
l’inverno scorso non sei forse andata a ballare a Heidesheim con Algeier?»
«Perché me lo chiedi?» disse la ragazza. «Non ti conoscevo ancora. E poi
non era come adesso». L’altro Georg scoppiò a ridere. «Non era così?»
disse. La tenne stretta e la ragazza non parlò più. Molto più tardi, con voce
triste, come se il suo amato si fosse perduto in una tempesta o nella notte
tenebrosa, disse: «Georg». Lui rispose divertito: «Sì».
Tornarono a sedersi come prima, la ragazza con le ginocchia raccolte, la
mano dell’uomo tra le proprie. Guardavano fuori in perfetto accordo con il
campo e la notte silenziosa. «Laggiù, vedi, siamo andati da quella parte»
disse l’altro Georg. «Ora devo tornare a casa». La ragazza disse: «Ho paura,
se te ne vai». «Non vado ancora in guerra» disse l’uomo, «parto per fare il
soldato». «Non intendevo questo» disse la ragazza, «ho paura se te ne vai
adesso». L’altro Georg rise. «Che pazzerella sei. Posso tornare domani. Ora
però non metterti a piangere». La baciò sugli occhi e sul viso. «Visto?
Adesso ridi» disse lui. La ragazza disse: «Ho voglia di ridere e di piangere
insieme».
Quando l’altro Georg si allontanò sul campo e la ragazza lo guardò nella
luce livida, non più argentea bensì lattiginosa, il vero Georg si accorse che
non era affatto bella, ma aveva una faccia tonda e semplice. Si rattristò
molto per lei, perché dubitava che l’altro Georg il giorno dopo sarebbe
tornato. Sì, se fosse stato lui, lui sarebbe tornato. Anche sul viso di lei c’era
un’ombra di paura. Strizzò gli occhi, come se volesse scoprire in lontananza
un piccolo punto fermo. Poi sospirò e si alzò. Georg si mosse leggermente.
Sullo spiazzo davanti alla porta c’era soltanto il fioco chiarore della luna,
che all’arrivo del giorno scomparve.
Capitolo terzo

1.

Heinrich Kübler era stato trasferito la notte stessa a Westhofen per un


confronto. Dapprima, impietrito, si era lasciato condurre via senza parlare
dall’appartamento di Elli. Lungo il tragitto però era stato colto dalla collera,
aveva cominciato a menare calci e pugni, come una persona perbene che
viene aggredita dai rapinatori.
Ridotto in uno stato di semi-incoscienza dai terribili colpi con i quali era
stato subito sopraffatto, i polsi ammanettati, stordito, incapace di trovare
una spiegazione per l’accaduto, durante il viaggio era stato sballottato come
un sacco tra le ginocchia e le braccia dei sorveglianti. All’arrivo al campo, la
SA di guardia che li aveva accolti, e aveva visto che il prigioniero era già
stato picchiato, capì che l’ordine dei commissari di non toccare i prigionieri
prima dell’interrogatorio non poteva più valere per questo. Per un istante
regnò un completo silenzio, poi si levò quel profondo ronzio, simile a uno
sciame di insetti, che precede un grido sonoro, poi un rumore di colpi per
diversi minuti, quindi forse di nuovo il silenzio, “forse” perché nessuno mai
era presente, nessuno mai poteva descrivere l’azione con esattezza, senza
l’ininterrotto e assordante rumore del proprio cuore.
Heinrich Kübler alla fine fu portato via, svenuto, irriconoscibile per le
botte. Fahrenberg fu informato: il quarto evaso, Georg Heisler, era stato
catturato.
Dal momento della disgrazia, piombata nella sua vita da ben due giorni,
il comandante Fahrenberg aveva dormito poco come i fuggiaschi. Anche la
chioma gli si era ingrigita. E il viso era avvizzito. Se pensava a ciò che c’era
in gioco, se tentava d’immaginare che cosa fosse ormai perduto per lui, si
richiudeva su se stesso e gemeva e si rigirava in un groviglio di fili
indistricabili, di cavi telefonici annodati e inutili commutazioni.
Tra le due finestre era appeso il ritratto del Führer, dal quale, come si era
detto, aveva ricevuto il potere. Un potere che rasentava l’onnipotenza, di
essere signore sugli uomini, di dominare corpi e anime, di esercitare
nientemeno che il diritto di vita e di morte. Uomini forti e robusti da portare
al proprio cospetto e da distruggere, rapidamente o con lentezza, corpi eretti
che si riducono ad avanzare a quattro zampe, individui temerari e sfrontati
che ingrigiscono e balbettano, in preda alla paura della morte. Alcuni sono
stati distrutti, altri sono diventati traditori, altri ancora sono stati liberati, le
membra piegate, la volontà spezzata. Nella maggior parte dei casi il gusto
del potere è stato soddisfatto in pieno; a volte, in alcuni interrogatori, si era
presentato un intoppo, come con quel Georg Heisler. Quella cosa tenera,
viscida, in grado di rovinare del tutto il godimento perché sfugge tra le dita,
incomprensibile e inafferrabile, indistruttibile, invulnerabile, quella bestiola
agile come una lucertola. Durante gli interrogatori, lo sguardo e il sorriso di
Heisler erano sempre rimasti uguali, un barlume sul suo viso, nonostante i
colpi inferti. Con la chiarezza tipica a volte delle visioni di un pazzo,
Fahrenberg immaginò ora di vedere il sorriso sulla faccia di Georg spegnersi
sotto due palate di terra, e scomparire definitivamente.
Entrò Zillich. «Signor comandante» ansimò, tanto era grande il suo
sgomento. «Che cosa c’è?» «Hanno preso quello sbagliato». Si bloccò,
perché Fahrenberg aveva fatto un movimento verso di lui. Zillich sarebbe
rimasto immobile anche se Fahrenberg lo avesse colpito. Finora Fahrenberg
non gli aveva mosso alcun rimprovero, chissà perché. Ma anche senza
rimproveri, un vago senso di colpa e di disperazione si impossessò del corpo
robusto di Zillich, riempiendolo fino all’altezza del collo. Boccheggiò.
«Quello che hanno preso ieri a Francoforte nell’appartamento della moglie
di Heisler non è il nostro Heisler. C’è stato un equivoco». «Un equivoco?»
ripeté Fahrenberg. «Sì, un equivoco, un equivoco» ripeté a sua volta Zillich,
come se le lingue di entrambi si ingrossassero pronunciando quella parola.
«Si trattava di un tizio qualunque, con cui la donna si consolava. L’ho
guardato. Anche se il suo muso è ridotto male, io conosco il mio uomo».
«Un equivoco» disse di nuovo Fahrenberg. Sembrava improvvisamente
pensieroso. Zillich lo osservò immobile sotto le palpebre pesanti. Poi
Fahrenberg fu colto da un accesso di collera e sbraitò: «Che razza di
illuminazione è mai questa? Bisogna prendervi tutti a pugni in testa? Qui
non c’è nessuno che sa accendere una lampada là in alto. Nessuno. E là
fuori! Che ore sono? Che razza di nebbia. Sant’Iddio, tutte le mattine la
stessa cosa». «È l’autunno, signor comandante». «L’autunno? Quei
maledetti alberi laggiù bisogna abbatterli. Forza, fateli abbattere subito».
Cinque minuti più tardi, fuori dalla baracca del comandante ferveva una
grande attività. Alcuni detenuti, sotto la sorveglianza delle SA, abbattevano i
platani sul lato lungo della baracca III. Un altro prigioniero, di professione
elettrotecnico, cambiava, sempre sotto sorveglianza, alcune lampadine.
Mentre da fuori risuonava lo schiocco dei rami e il fruscio delle seghe, lui
armeggiava con gli interruttori, steso sul ventre. Una volta alzò la testa e
incrociò lo sguardo di Fahrenberg. «Uno sguardo simile» avrebbe
raccontato due anni più tardi «non lo avevo mai visto in vita mia. Pensavo
che si sarebbe messo a ballare sopra di me, che mi avrebbe spezzato la spina
dorsale. Invece mi ha dato solo un calcetto sul sedere dicendo: su, su, su.
Alla fine abbiamo provato le mie lampade, funzionavano, poi sono state
spente ed è diventato chiaro, perché i platani erano stati abbattuti e ormai
era giorno».
Nel frattempo Heinrich Kübler, sempre svenuto, era stato affidato alle
cure del medico del campo. I commissari Fischer e Overkamp erano convinti
che la dichiarazione di Zillich corrispondesse al vero, che quell’uomo non
fosse assolutamente Georg Heisler, anche se qualcuno, alla vista di quel viso
irriconoscibile, aveva risposto con dubbi e alzate di spalle. Il commissario
Overkamp continuava a emettere i suoi piccoli fischi, poco più che soffi, ai
quali ricorreva quando le imprecazioni non bastavano più. Fischer, con la
cornetta tra l’orecchio e la spalla, aspettava che Overkamp si fosse sfogato.
A Overkamp non serviva più luce. Nella loro stanza regnava ancora la notte,
le imposte erano chiuse, una semplice lampada da scrittoio era sufficiente,
oltre a quella portatile da cento candele, usata ogni tanto in qualche
interrogatorio. Fischer soffocò l’impulso di accendere quella lampada
proprio in faccia al suo superiore, per farlo smettere di soffiare. Arrivò poi
una chiamata da Worms, che mise fine ai fischi. Fischer annunciò: «Hanno
preso Wallau». Overkamp afferrò la cornetta e si mise a scarabocchiare. «Sì,
tutti e quattro» disse. E poi: «Sigillare l’appartamento». Poi ancora:
«Portarlo qui». Quindi lesse a voce alta a Fischer: «Dunque: mentre si
procedeva l’altro ieri alla perquisizione dei luoghi ritenuti rilevanti nelle
città ritenute rilevanti, è stato individuato, oltre ai familiari di Wallau, un
numero considerevole di persone ritenute rilevanti in ciascuna città. Tali
persone sono state interrogate ieri. Tra i cinque soggetti, che ora
ovviamente sono stati tutti rilasciati, da sottoporre a un secondo
interrogatorio, un certo Bachmann è risultato sospetto. Bigliettaio del tram,
trentatré anni, due mesi di campo, scarcerato, i suoi spostamenti sono
sorvegliati; come ricorderete, grazie alla sorveglianza di questi spostamenti,
lo scorso anno siamo giunti sulle tracce dell’indirizzo di copertura di
Arlsberg nel caso Wieland. Da allora non si è più occupato di attività
politica, nel primo e nel secondo interrogatorio ha negato tutto, poi è stato
messo sotto pressione e si è ammorbidito. La moglie di Wallau ha nascosto
del materiale nel suo terreno a Worms, lui non sa cosa né a quale scopo; è
stato rilasciato sotto sorveglianza per controllarne gli ulteriori movimenti.
Wallau è stato arrestato alle 23.20 su quel terreno, ma finora si rifiuta di
parlare. Bachmann per ora non è uscito di casa, non si è recato al lavoro alle
sei, si sospetta un possibile suicidio, nessuna notizia della famiglia. È tutto!»
concluse Overkamp.
Lasciò che Fischer preparasse un comunicato per la stampa e la radio,
giusto in tempo per il notiziario del mattino. Overkamp aveva respinto
l’obiezione che una rivelazione della fuga, per ottenere la collaborazione
della cittadinanza, potesse risultare utile nel caso di due, al massimo tre
evasi, un numero del tutto plausibile, commisurato alle circostanze della
fuga, contro i quali sarebbe stato possibile aizzare l’opinione pubblica
opportunamente informata. Rendere noto invece un tentativo di fuga di tali
proporzioni non sarebbe stato utile alle ricerche, in quanto un numero di
sette, sei o anche cinque evasi avrebbe lasciato spazio non soltanto a ipotesi
su cifre più elevate, ma anche per illazioni, emozioni, dubbi, voci. Tale
ragionamento comunque ormai era superato, visto che con l’arresto di
Wallau il numero degli evasi diventava plausibile.

«Hai sentito, Fritz?» gli chiese la ragazza senza salutarlo, non appena lui
entrò nel cortile. Il fazzoletto che si era legata in testa doveva essersi
scolorito sotto un sole speciale, sopra un’erba speciale. «Sentito cosa?»
chiese il giovane. «Poco fa» disse la ragazza, «alla radio». Il giovane disse:
«La radio. Di mattina c’è sempre una tale confusione. Paul che va alla vigna
con nostro padre, nostra madre che va a consegnare il latte, io che vado
nella stalla per lei. Tutto prima delle sette e mezzo. Potrebbero anche
rubarmelo, quel rottame». «Sì, ma oggi» disse la ragazza «è successo
qualcosa a Westhofen. Dei tre evasi, dicono che hanno massacrato l’SA
Dieterling con la vanga, che hanno fatto un’irruzione a Worms, che si sono
separati in tre direzioni diverse».
Il giovane disse pacato: «Ah, buffo. Ieri, a Karpfen, Lohmeier del campo
e Mathes hanno detto che quello colpito con la vanga è stato fortunato,
giusto un colpo di striscio sull’occhio e un cerotto. Tre, hai detto...»
«Peccato» disse la ragazza «che non abbiano ancora preso il tuo». «Quello
di sicuro non ce l’ha più la mia giacca» disse Fritz Helwig, «non è certo uno
stupido, non andrà in giro a lungo con gli stessi abiti. Avrà ragionato che c’è
una descrizione di com’è vestito. Chissà dove l’ha lasciata, magari adesso è
appesa nell’armadio di chissà chi, su una gruccia chissà dove. O magari l’ha
buttata nel Reno con dei sassi nelle tasche...»
La ragazza lo guardò stupita. Lui spiegò: «Prima mi faceva rabbia...
adesso la cosa mi rattrista». Solo in quel momento avanzò di qualche passo
e fece ciò che quel giorno non aveva ancora fatto: l’afferrò per le spalle, la
scrollò un poco e le diede un bacetto. Prima di riprendere la sua strada, la
guardò negli occhi e rifletté: Quello sa che non ne uscirà vivo se lo
riprendono. Tra tutti gli evasi pensava soltanto a quello che aveva qualcosa
a che fare con lui. Quella notte in sogno era passato davanti al giardino di
Algeier. Dietro la staccionata, tra gli alberi da frutto, aveva visto lo
spaventapasseri, con un vecchio cappellaccio nero, due bastoni e la sua
giacca di velluto. Quel sogno, che ora gli appariva molto divertente, subito
lo aveva spaventato a morte e anche ora gli fece ricadere le braccia sui
fianchi. Il fazzoletto della ragazza, che gli stava ancora appoggiata al petto,
sprigionava il lieve odore tipico dei panni appena candeggiati. Lo annusò
per la prima volta, come se nel suo mondo fosse entrato qualcosa che ne
rendeva più nitidi i particolari, sia rozzi che teneri.
Quando, dieci minuti più tardi, a scuola, si imbatté nel giardiniere, questi
ricominciò il solito ritornello: «Ancora nessuna notizia?» «A che
proposito?» «Della giacca. Ne parlano anche alla radio». «Della giacca?»
chiese spaventato Fritz Helwig, perché la ragazza non gliene aveva parlato.
«È così che lo hanno visto l’ultima volta» raccontò il giardiniere, «deve
averci sudato dentro parecchio». «E lasciami in pace!» esclamò il ragazzo.

Quando Franz entrò nella cucina dei Marnet, per bere al volo un caffè prima
di inforcare la bicicletta, il pecoraio Ernst era seduto accanto alla stufa e
spalmava di marmellata una fetta di pane. Disse: «Hai sentito, Franz?»
«Cosa?» «Quello di qui che ha partecipato...» «Chi? A cosa?» chiese Franz.
«Chi non ascolta la radio» disse Ernst, «non è aggiornato sui fatti». Si
rivolse alla famiglia, riunita intorno al grande tavolo a bere la seconda tazza
di caffè – tutti avevano già un paio d’ore di lavoro alle spalle, passate a
suddividere le mele che due grossisti avrebbero portato l’indomani al
mercato di Francoforte. «Che cosa fareste, se ve lo trovaste d’un tratto nel
vostro capanno?»
«Chiuderei il capanno» disse il genero, «prenderei la bicicletta per
andare a telefonare, e chiamerei la polizia». «Non serve la polizia» disse il
suocero, «bastiamo noi per legarlo e portarlo a Höchst. Che te ne pare,
Ernst?» Il pecoraio Ernst si serviva così generosamente della marmellata
che pareva mangiasse la marmellata col pane, e non l’inverso. «Domani io
non sarò più qui» disse, «andrò dai Messer». «Quello può benissimo essere
anche nel capanno dei Messer» disse il genero. Franz ascoltava tutto con
grande trepidazione. «Naturalmente può essere dovunque» disse Ernst, «in
un albero cavo, in un vecchio fienile. Ma di sicuro non è dove guardo io».
«Perché?» «Perché io non guardo proprio» disse Ernst, «non fa per me».
Silenzio. Tutti guardano Ernst che addenta la fetta di pane e marmellata
come se la mordesse. «Tu puoi permettertelo, Ernst» disse la signora
Marnet, «perché non hai una fattoria e non hai niente di tuo. Se quel povero
diavolo verrà arrestato domani e dirà dove ha trascorso la notte, potresti
finire in gattabuia». «In gattabuia?» disse il vecchio Marnet, un contadino
taciturno, smagrito dallo stesso cibo e dalla stessa vita che aveva ingrossato
la moglie. «Finisci nel campo di concentramento e non esci più. Che cosa ne
sarà allora della tua roba? L’intera famiglia finirà in rovina».
«Non sono in grado di giudicare» disse Ernst. Con una lingua
incredibilmente lunga e liscia si ripulì la bocca, sotto lo sguardo stupito dei
bambini. «Io ho soltanto i pochi mobili di mia madre a Oberursel e il mio
libretto di risparmio. Non ho ancora una famiglia, ho solo le pecore. A
questo riguardo sono come il Führer, senza moglie né figli. Ho solo la mia
Nelli. Ma il Führer prima aveva una domestica; ho letto che ha partecipato
di persona al funerale». Auguste disse all’improvviso: «Posso dirti una cosa,
Ernst. A Sophie Marnet ho spiegato chiaramente come stanno le cose con te.
Come hai potuto ingannarla così, dicendole di essere fidanzato con la
piccola Marie di Botzenbach? E l’altra domenica hai fatto una proposta a
Ella». Ernst disse: «Quel genere di proposta non ha niente a che fare con i
miei sentimenti per la piccola Marie, davvero». «La tua è bigamia» disse
Auguste. «Non è vero» disse Ernst, «è una predisposizione naturale».
«Identico a suo padre» dichiarò la signora Marnet. «Dopo che è caduto in
guerra, tutte le sue donnine sono andate a piangere dalla madre di Ernst».
Ernst chiese: «Anche voi siete andata a piagnucolare da lei, signora
Marnet?» La donna gettò un’occhiata allo smilzo marito e rispose: «Una
lacrimuccia l’ho versata anch’io».
Franz aveva ascoltato trattenendo il fiato, quasi aspettandosi che i
pensieri e le parole delle persone riunite nella cucina dei Marnet dovessero
arrestarsi nel punto desiderato dal suo cuore. Niente da fare: quei pensieri e
quelle parole oltrepassavano allegramente quel punto, spargendosi in tutte
le direzioni possibili. Franz prese la bicicletta dal capanno. Non si accorse
neppure di essere arrivato a Höchst, non fece caso alle biciclette intorno a
lui, e il trambusto nei vicoli stretti era solo un’eco.
«Tu non lo conoscevi» domandò uno nello spogliatoio, «visto che prima
abitavi li?» «Quel nome proprio non mi dice niente» disse Franz. «Prova a
guardarlo» disse un altro, mettendogli un giornale sotto il naso. Franz vide
le foto di tre uomini. Rivedere la faccia di Georg fu un duro colpo, in fondo
era pur sempre un modo di ritrovarlo, perché il Georg sulla foto segnaletica
aveva una sua realtà a metà strada tra il Georg in carne ossa e quello della
sua memoria. Anche i due volti a destra e a sinistra lo colpirono con forza, e
lo fecero vergognare per aver pensato sempre e soltanto a uno di loro. «No»
disse, «la foto non mi dice niente. Mio Dio, guarda che cosa doveva
capitare». Il giornale passò tra due dozzine di mani. «Non li conosciamo» si
mormorava, e anche: «Santo cielo! – Tre in una volta. – Forse di più. –
Perché sono scappati? – Non chiederti perché. – L’hanno ammazzato con la
vanga. – Un’impresa disperata. – Ma cosa dici? Adesso sono fuori. – Per
quanto tempo? – Non vorrei essere nei loro panni. – Questo è già vecchio,
guarda. – Questo mi risulta familiare. – Dovevano essere allo stremo, non
avevano più niente da perdere». Una voce spiegò pacata, un po’ strozzata
forse, perché l’uomo era chino sull’armadietto o si allacciava le scarpe:
«Quando scoppierà la guerra, che ne sarà dei campi di concentramento?»
Una sensazione di freddo investì gli uomini, che finirono in fretta di
prepararsi. Con lo stesso tono la voce aggiunse: «Che cosa si escogiterà
allora per la sicurezza interna?»
Chi era stato a parlare? Nessuno lo aveva visto in faccia, perché l’uomo
era chino. La voce la conosciamo. Che cosa ha detto in realtà? Nulla di
proibito. Un breve silenzio, e tutti sussultano al suono della seconda sirena.
Mentre attraversano di corsa il cortile, Franz sente domandare alle proprie
spalle: «Anche Albert è sempre dentro?» E rispondere: «Credo di sì».

Binder, il vecchio contadino dell’ambulatorio di Löwenstein, stava per


ordinare alla moglie di spegnere la radio. Da quando era tornato da
Magonza, si rigirava sul divano rivestito di tela cerata, più malato di prima,
gli sembrava. Poi rimase ad ascoltare a bocca aperta. Dimenticò la vita e la
morte che si fronteggiavano dentro di lui e ordinò alla moglie di aiutarlo a
vestirsi più in fretta. Chiese al figlio di portare la macchina. Voleva
vendicarsi del medico che non era stato in grado di aiutarlo, o del paziente
che il giorno prima se n’era andato per la sua strada tranquillo, con la mano
fasciata, mentre, come aveva appena sentito, era passibile di morte? Oppure
credeva, con un simile comportamento, di potersi mescolare meglio ai vivi?

2.

Nel frattempo Georg era strisciato fuori dal capanno, prima che qualcuno
corresse il rischio di scoprirlo. Era così abbattuto che gli sembrava privo di
senso mettere un piede davanti all’altro. Ma lo slancio del nuovo giorno, più
forte di quanto possa mai essere l’angoscia della notte, trascina con sé
chiunque sia stato in attesa fino a quel momento. L’erba umida lo colpiva
alle gambe. Si alzò un vento leggero, che agitò soltanto la bruma.
Nonostante non vedesse nulla a causa della nebbia, Georg percepiva il
nuovo giorno che accarezzava lui e ogni altra cosa. Ben presto le piccole
bacche tra l’erba cominciarono a risplendere al sole ancora basso
sull’orizzonte. Dapprima Georg credette che fosse il sole a brillare dietro la
riva brumosa, ma avvicinandosi si rese conto che si trattava di un fuoco
acceso su una lingua di terra. A poco a poco, ma distintamente, la nebbia si
alzò e lui scorse alcune costruzioni basse sulla lingua di terra e, a
un’estremità priva di alberi, imbarcazioni ormeggiate e quindi l’acqua.
Davanti a lui, in mezzo al campo, sul sentiero che dalla strada provinciale
conduceva alla riva, c’era la casa da dove forse quella notte era giunta la
coppia di innamorati. Improvvisamente nella penisola risuonò un
tambureggiare che gli fece battere i denti. Era troppo tardi per nascondersi,
perciò proseguì rigido, pronto a tutto. Ma la terra rimase immobile. Nel
casolare non si mosse niente, solo dalla lingua di terra provenivano voci di
bambini che, per il fatto stesso di non appartenere a uomini, gli risultavano
belle e angeliche; poi uno sciabordio, un tonfo di remi verso la riva, mentre
il fuoco sulla lingua di terra veniva spento.
Quando non ti è più possibile evitare le persone, lo aveva istruito
Wallau, devi andargli incontro, mescolarti a loro.
Queste persone, alle quali non poteva più sfuggire, erano due dozzine di
ragazzi che, con grida selvagge da indiani all’inseguimento di una tribù
nemica, balzarono giù dalle barche, portando a terra zaini, stoviglie e
tinozze, pali da tenda e stendardi. Il tumulto si placò e i ragazzi si
suddivisero rapidamente in due gruppi che, come Georg constatò,
rispondevano agli ordini di un ragazzino esile e biondo, che impartiva
burbero, con voce trattenuta ma ancora infantile, ragionevoli istruzioni. Due
ragazzi trasportavano mestoli e mastelli appesi per i manici a un bastone,
diretti verso il casolare, scortati da quattro compagni carichi di bagagli e da
due tamburini, preceduti da un altro che reggeva una bandiera. Georg si era
seduto sulla sabbia e li osservava, non come se, ormai adulto, si fosse
lasciato l’infanzia alle spalle, bensì come se gliel’avessero appena rubata.
«Spicciatevi!» ordinò il giovane magro agli altri, che nel frattempo si erano
dovuti schierare per l’appello. Il magro aveva appena notato Georg. Una
parte dei ragazzi cercava ciottoli piatti, si sentivano già contare i rimbalzi
sull’acqua. Gli altri si misero seduti a mezzo metro da Georg su uno spiazzo
erboso, intorno a un ragazzino dai capelli castani e arruffati che intagliava
qualcosa tenendolo in grembo. Georg si mise ad ascoltare i consigli e le
osservazioni dei giovani, quasi dimenticando se stesso. Alcuni di loro
assunsero gli atteggiamenti e il modo di parlare tipici dei ragazzi che si
sentono osservati da un adulto che inconsapevolmente li incuriosisce.
Il ragazzo castano balzò in piedi, passò di corsa davanti a Georg, prese lo
slancio con espressione concentrata e scagliò in aria l’oggetto che aveva
appena finito di intagliare. Ricadde davanti a lui, come tutto ciò che
ubbidisce alla legge di gravità, ma la cosa parve deludere immensamente gli
altri. Il ragazzo lo raccolse, lo esaminò aggrottando la fronte e tornò a
sedersi per rifinirlo. La curiosità dei compagni si trasformò in derisione.
Georg, dopo aver osservato la scena, dichiarò sorridendo: «Vuoi costruire
un boomerang». Il ragazzo lo guardò dritto negli occhi con un’espressione
intensa e tranquilla, che piacque molto a Georg. «Non posso aiutarti, ho la
mano ferita» disse, «ma forse posso spiegartelo». Il suo volto si rabbuiò.
Non erano stati proprio ragazzi come quelli a scovare Pelzer il giorno prima,
a Buchenau? Quello che aveva davanti, con il suo bello sguardo sereno, non
aveva bussato anche lui alla porta del cortile? Il ragazzo abbassò gli occhi.
Gli altri si affollarono intorno a Georg, invece che all’intagliatore. Suo
malgrado, Georg si ritrovò circondato dal gruppo. Non aveva neppure
dovuto suonare il flauto come il pifferaio. Il branco aveva già fiutato, con
infallibile intuito, che quell’uomo aveva in sé qualcosa, un’avventura o una
sventura, o un destino particolare. Naturalmente non potevano saperlo con
precisione, ma si affollarono intorno a Georg, chiacchierando e lanciando
occhiate alla mano fasciata.

Nel frattempo, a Westhofen, Overkamp aveva già avuto la notizia che lo


Stato si era impossessato non di Georg Heisler, bensì del suo ultimo
rivestimento esterno, la giacca di velluto marrone con la cerniera lampo. Il
barcaiolo la sera prima, dopo lo scambio della giacca, era andato da un
robivecchi, con l’idea di bersi il ricavato della sua vendita. La moglie gli
cuciva maglioni a sufficienza e lo scambio era stata una vera manna per lui.
Ma il mercante di vestiti usati era stato ammonito severamente, durante la
distribuzione delle segnalazioni, perché aveva già comprato roba proibita, e
aveva subito un controllo del magazzino. Il barcaiolo dapprima protestò
all’idea di dover lasciare quel pezzo magnifico alla polizia; si tranquillizzò
solo quando gli fu garantito un indennizzo. Lui si era potuto scagionare
senza problemi, del resto c’era una mezza dozzina di testimoni dello
scambio. I testimoni avevano l’impressione che l’uomo dello scambio si
fosse allontanato in direzione di Petersau, in compagnia di un altro. Durante
gli interrogatori il nome di questo accompagnatore era presto saltato fuori:
Codino di Luccio.
Era partita subito la ricerca. Overkamp diede tutte le disposizioni del
caso, a seguito della dichiarazione del barcaiolo. Aveva l’impressione che in
quella faccenda, finora oscura, si cominciasse a intravedere un chiarore. Tra
le segnalazioni arrivate, spiccava quella di un certo Binder, di Weisenau. Il
mattino precedente l’uomo aveva notato nella sala d’attesa del dottor
Löwenstein un individuo sospetto che corrispondeva alla descrizione
segnaletica e che poi avrebbe incontrato quello stesso giorno con una
fasciatura nuova alla mano, diretto a piedi verso il Reno. Tutte queste
persone erano da interrogare subito. Dalle loro testimonianze era possibile
ricostruire la fuga di Heisler fino alla mattinata precedente, e da lì si
potevano ipotizzare i suoi movimenti successivi.

I ragazzi si erano spostati impercettibilmente dallo spiazzo erboso sulla


sabbia per stringersi a Georg, lasciando così seduto da solo il piccolo
intagliatore di boomerang. All’improvviso voltarono tutti la testa, perché
una barca solitaria si avvicinava all’isola. Ne scesero un uomo con uno zaino
e un ragazzo allampanato che, come si vide ben presto, aveva sul viso chiaro
e allungato lineamenti molto regolari e decisi, non più del tutto infantili.
«Da’ qua» ordinò il ragazzo all’intagliatore; poi fece un passo avanti e
lanciò l’oggetto in aria con un movimento disinvolto e singolare mentre,
allo stesso tempo, imprimeva una rotazione anche al proprio corpo.
Intanto il secondo gruppo stava tornando dal casolare. L’insegnante
elogiò brevemente il tizio magro, che aveva gestito tutto velocemente e con
ordine. Poi si procedette a un nuovo appello e si ruppero le righe. Anche
Georg si alzò. «Avete dei bravi alunni, signor maestro» disse. «Heil Hitler»
rispose il maestro. Aveva una faccia bruna e molto giovane, ma quasi
irrigidita dallo sforzo di trattenerne la giovinezza. «Sì, è una buona classe».
Georg non disse altro, ma l’uomo aggiunse: «Il nucleo di partenza era già
buono. Io ne ho soltanto tirato fuori quello che ho potuto. Per fortuna ho
conservato la stessa classe per quest’anno». Sembra che nella vita di
quest’uomo sia importante mantenere la stessa classe, pensò Georg. Non
doveva neppure sforzarsi per parlare tranquillamente con lui. La notte
sembrava all’improvviso lontanissima. Ecco come scorre tranquilla la vita
normale, che porta con sé colui che vi mette il piede. «Manca ancora molto
all’imbarcadero?» «Meno di venti minuti» rispose il maestro, «andiamo
anche noi da quella parte». Deve portarmi con sé sull’altra riva, pensò
Georg, e credo che mi ci porterà. «Avanti, avanti» disse l’insegnante ai
ragazzi, senza rendersi conto della malia esercitata dallo sconosciuto, perché
ne era lui stesso caduto vittima. Lo spilungone arrivato in barca con lui gli
camminava sempre accanto. Gli posò una mano sulla spalla. Se Georg
avesse potuto scegliere un piccolo compagno di viaggio tra tutti quei
ragazzi, non avrebbe certo scelto il bel giovane accanto all’insegnante, e
neppure quello magro dalla fronte intelligente, bensì il piccolo lanciatore di
boomerang. Lo sguardo limpido di quel ragazzo lo colpiva spesso, come se
fosse in grado di vedere più degli altri. «Avete trascorso la notte qui
all’aperto?» «Sì» rispose l’insegnante, «abbiamo un riparo sull’isola. Per
fare le esercitazioni, tuttavia, abbiamo pernottato accanto alla casa.
Abbiamo acceso il fuoco per cucinare ieri sera e stamattina presto. Ieri, con
l’aiuto di mappe, abbiamo stabilito in che modo oggigiorno si occuperebbe
l’altura da quella parte, poi siamo andati a ritroso nel tempo, per vedere
come avrebbero fatto un esercito di cavalieri o i romani...» «Solo per questo
verrebbe voglia di frequentare la vostra classe» disse Georg. «Siete un bravo
insegnante». «È facile fare bene ciò che ci piace» rispose l’uomo.
Avevano intanto percorso la penisola in tutta la sua lunghezza ed erano
arrivati sulla riva. Accanto a loro il fiume scorreva lento. Si capiva che
l’isola, che aveva nascosto tutto con i suoi arbusti e i suoi alberi, era soltanto
uno stretto triangolo tra molte sporgenze e altri isolotti. Georg pensò: se
riesco a passare dall’altra parte, oggi stesso potrei essere da Leni.
«Siete stato in guerra?» gli chiese l’insegnante. Georg comprese che
quell’uomo, probabilmente suo coetaneo, lo giudicava molto più vecchio.
Disse: «No». «Peccato, avreste potuto raccontare la vostra storia ai miei
ragazzi. Io approfitto di ogni occasione». «Sareste rimasto deluso» disse
Georg, «sono un pessimo narratore». «Anche mio padre è così, non ci ha
mai raccontato niente della guerra». «Speriamo che questi ragazzi
conservino le loro membra sane». L’insegnante disse: «Mi auguro davvero
che le conservino». Sottolineò l’ultima parola. «Voglio dire che mi auguro
che le conservino, ma non perché hanno evitato di prestare il loro servizio».
Il cuore di Georg batteva forte, perché aveva visto le sentinelle sui gradini
dell’imbarcadero. Tuttavia, l’impulso e la consuetudine a far colpo sugli altri
erano così forti che rispose: «Vi dedicate anima e corpo all’insegnamento, e
anche questo è un modo di prestare servizio».
«Non parlavo di questo genere di servizio» disse l’uomo. Le sue parole
erano rivolte anche al ragazzo che gli camminava accanto impettito. «Mi
riferivo al sacrificio estremo della propria vita. È una cosa che va
affrontata... ma come siamo arrivati a parlare di questo?» Guardò ancora
una volta lo sconosciuto accanto a sé. Se la strada fosse stata più lunga, gli
sarebbe piaciuto condividere i propri pensieri con quell’uomo. Quante
confessioni si offrono lungo il cammino a una persona riservata! «Eccoci
arrivati. Ditemi, vi spiacerebbe occuparvi di qualche ragazzo?» «Niente
affatto» rispose Georg con il cuore in gola. «Il collega mi ha promesso di
prenderne nella sua classe, mentre noi andiamo a raccogliere reperti sulla
sabbia. Aspetterò l’arrivo della barca». Forse il piccolo lanciatore di
boomerang verrà con me... pensò Georg.
Ma quando fu fatto l’appello per la terza volta, purtroppo il piccolo
lanciatore di boomerang fu assegnato al gruppo dell’insegnante.

Codino di Luccio era stato già convocato a Westhofen. Si rivelò un ottimo


osservatore, preciso e spiritoso. I perdigiorno come lui di solito erano ottimi
elementi da usare per la sorveglianza. Dato che non devono pensare a
svolgere un lavoro, custodiscono nella propria testa, come un tesoro
prezioso, tutto ciò che vedono. Per questo motivo spesso diventano
incomparabili informatori della polizia. Codino di Luccio riferì in maniera
dettagliata ai commissari lo spavento che aveva assalito il suo
accompagnatore, il giorno prima, una volta giunti in cima alla Petersau.
«Aveva una fasciatura pulita» disse, «la garza era bianca come la neve, una
vera pubblicità del perborato. Dovevano mancargli almeno cinque denti,
forse tre sopra e due sotto, perché sopra lo spazio era più grande che sotto.
E da una parte», Codino di luccio si infilò l’indice arcuato in bocca, «aveva
una specie di taglio, non so come chiamarlo, come se qualcuno avesse
voluto allungargli la bocca fino all’orecchio sinistro».
Codino di Luccio fu rilasciato con grandi ringraziamenti. Restava solo la
questione della giacca. Poi si poteva procedere a distribuire le nuove
segnalazioni a tutte le stazioni ferroviarie e le teste dei ponti, alle centrali di
polizia e ai posti di guardia, agli imbarcaderi e agli ostelli.
«Fritz, Fritz» fu annunciato alla scuola Darré, «la tua giacca è stata
ritrovata!» A questa notizia, Fritz si sentì rimescolare tutto e corse fuori.
Dietro il capanno, la sistemazione della strada era stata ultimata. Fritz
guardò nella serra. Il giardiniere Gültscher raccoglieva i semi delle begonie
per poi suddividerli. «Hanno ritrovato la mia giacca». Senza voltarsi, il
giardiniere disse: «Allora gli sono molto vicini. Be’, devi essere contento».
«Contento? Che me ne faccio di una giacca intrisa di sudore, sporca e
insanguinata!» «Prima dalle un’occhiata, magari non è così».

«Arriva!» esclamarono i ragazzi. Nell’aria immobile si udiva già il rombo


del motore. La scia dietro la barca solcava di traverso il fiume, un po’ più
chiara dell’acqua circostante, e fu visibile più o meno per il tempo che la
barca impiegò a raggiungere la riva. Il sole del mattino cadeva sul fazzoletto
del timoniere, su un uccello in volo, sulla banchina bianca, su un campanile
in lontananza tra le colline. Come se fossero proprio queste le cose che
valeva la pena imprimersi a fondo e per sempre nella memoria. Scendendo i
pochi gradini di pietra fino all’approdo, troppo presto, perché la barca non
era ancora giunta, qualcosa si separò dentro Georg, la parte che voleva
continuare, andare sempre più avanti e fluire senza mai fermarsi, dall’altra
che invece voleva rimanere per sempre, non andarsene mai; la prima
divenne tutt’uno con il grande fiume, la seconda aderì alle sponde
aggrappandosi con ogni fibra a quei paesi, a quelle banchine e a quelle
vigne. Anche i ragazzi erano ammutoliti. Perché, quando sopraggiunge, il
silenzio è più profondo di tamburi e pifferi.
Georg guardò la sentinella sulla riva opposta. Era sempre lì? Era lì per
lui? I ragazzi lo circondarono, lo sospinsero giù per i gradini, si strinsero a
lui sulla barca. Georg però aveva occhi solo per il soldato di guardia.
«Spostatevi, ragazzi, lasciatemi passare, devo saltare. Non sarà la fine
peggiore, se mi andrà male». Alzò il viso. In lontananza scorse il Taunus,
dove in passato era stato spesso per il raccolto delle mele insieme a
qualcuno. Chi era, Franz? Doveva essere di nuovo la stagione delle mele,
già, era autunno. Esiste forse qualcosa di più bello al mondo? E il cielo non è
più nuvoloso, ma limpido e grigio-azzurro.
I ragazzi interruppero le loro chiacchiere e guardarono nella direzione in
cui l’uomo teneva fisso lo sguardo, ma non riuscirono a vedere niente, forse
l’uccello era già volato via. La moglie del timoniere incassò i soldi della
traversata. Avevano già oltrepassato la metà del fiume. Il soldato fissava
immobile la barca che si avvicinava. Georg immerse la mano nell’acqua,
senza distogliere lo sguardo dalla sentinella. I ragazzi lo imitarono. È
soltanto un brutto sogno ma, se ti prenderanno, ti rinchiuderanno, ti
tortureranno, rimpiangerai di avere avuto tutto così a portata di mano.

Meno di cinque minuti di auto separavano la scuola Darré da Westhofen.


Fritz si era immaginato Westhofen come un luogo infernale, invece c’erano
baracche pulite, un grande spiazzo, spazzato con cura, un paio di sentinelle,
dei platani tagliati, il sole autunnale.
«Siete voi Fritz Helwig? – Heil Hitler! – La vostra giacca è stata ritrovata.
Eccola lì». Fritz gettò un’occhiata di traverso al tavolo. La sua giacca,
marrone e pulita, per nulla infangata e insanguinata come aveva
immaginato. C’era solo una macchia scura in fondo a una manica. Gettò
un’occhiata interrogativa al commissario, che annuì sorridendo. Fritz si
avvicinò al tavolo, sfiorò la manica e ritirò la mano.
«Forza, è la vostra giacca» disse Fischer. «Allora? Indossatela!» Lo invitò
a farlo con un sorriso, vedendo che Fritz esitava ancora. «Avanti» lo esortò
più forte, «forse non è la vostra?» Fritz chinò lo sguardo. Sottovoce disse:
«No». «No?» ripeté Fischer. Fritz scosse la testa con decisione di fronte allo
sgomento generale causato dalla sua risposta. «Guardala bene» disse
Fischer, «perché dici che non è la tua giacca? Ci vedi qualche differenza?» A
occhi bassi, Fritz cominciò a spiegare, dapprima esitante, poi con maggior
sicurezza, perché quella non fosse la sua giacca. La sua aveva la cerniera
lampo anche nella tasca interna, mentre in questa c’era un bottone. In quel
punto c’era un forellino causato da una matita, mentre in questa la fodera
era intatta. Questa aveva un nastrino cucito dietro per appenderla; la sua,
siccome il nastrino si strappava sempre, aveva due cordini cuciti da sua
madre sulle maniche. Più parlava, più gli venivano in mente altre differenze,
perché meglio la descriveva e meglio si sentiva. Alla fine fu interrotto
bruscamente e mandato via. Arrivato a scuola spiegò: «Non era la mia
giacca». Tutti rimasero meravigliati e ci risero su.

Nel frattempo Georg era sbarcato già da un po’ e, circondato dai ragazzi,
aveva superato la sentinella. Dopo aver salutato tutti, proseguì sulla strada
che da Eltville porta a Wiesbaden.
Overkamp soffiava instancabile i suoi fischi, finché a Fischer
cominciarono a tremare le mani. Quel monello avrebbe potuto prendersi la
giacca del cui furto si era tanto lamentato. Per fortuna era stato sincero e
non lo aveva fatto. Siccome la giacca non era quella rubata, anche chi
l’aveva scambiata non era l’uomo ricercato. E pure il dottor Löwenstein era
stato arrestato inutilmente. Anche se era vero che l’uomo curato il giorno
prima da lui era il ladro della giacca.
Overkamp avrebbe continuato a fischiare per ore, se uno scossone
improvviso non avesse percorso tutto il campo. Qualcuno arrivò trafelato:
«Stanno portando qui Wallau».

In seguito qualcuno, a proposito di quella mattina, raccontò: «La cattura di


Wallau ebbe su noi prigionieri più o meno lo stesso effetto della caduta di
Barcellona o dell’ingresso di Franco a Madrid, o di altri eventi simili, per i
quali sembra che il nemico abbia conquistato tutte le forze della terra. La
fuga dei sette prigionieri ebbe conseguenze terribili per tutti gli internati.
Tuttavia essi sopportarono la privazione di cibo e di coperte, l’indurimento
dei lavori forzati, gli infiniti interrogatori con botte e minacce con
disinvoltura, quasi con derisione. Le nostre emozioni, che non eravamo in
grado di nascondere, esacerbavano gli aguzzini. Questi fuggiaschi erano
come una parte di noi stessi, era come se ci fossimo noi, là fuori. Pur
essendo all’oscuro del piano, ci sembrava di aver partecipato a un’impresa
singolare. A molti di noi il nemico era parso onnipotente. E laddove i forti
qualche volta possono sbagliare senza nulla perdere, in quanto anche i più
forti sono pur sempre uomini, e anzi i loro errori li rendono addirittura più
umani, al contrario chi si atteggia all’onnipotenza non può sbagliare mai,
perché l’onnipotenza non ammette errori. Riuscire a ottenere una vittoria,
anche così minuscola, sull’onnipotenza del nemico, equivale a sconfiggerla.
Questa sensazione si trasformò in sgomento e poi in disperazione quando
l’uno dopo l’altro furono catturati, relativamente in fretta e, all’apparenza,
con beffarda facilità. I primi due giorni e notti ci eravamo chiesti se
avrebbero catturato anche Wallau. Lo conoscevamo appena. Era stato con
noi un paio d’ore soltanto dopo l’arresto, poi era stato portato di nuovo via
per l’interrogatorio. L’avevamo visto due o tre volte dopo quegli
interrogatori: barcollava, una mano premuta sull’addome, l’altra che ci
rivolgeva un gesto appena accennato, quasi a dire che non era ancora finita
e che dovevamo stare tranquilli. Quando Wallau fu catturato e riportato
indietro, alcuni piansero come bambini. Adesso eravamo tutti perduti,
pensammo. Anche Wallau sarebbe stato assassinato come gli altri. Nel
primo mese dopo l’avvento al potere di Hitler, centinaia dei nostri capi
erano stati assassinati in tutte le parti del paese, ogni mese ne veniva
eliminato qualcuno. In parte erano giustiziati in maniera pubblica, in parte
torturati a morte nei campi di concentramento. Era stata annientata
un’intera generazione. Era questo ciò che pensavamo quella terribile
mattina, e ne parlavamo, parlavamo apertamente per la prima volta del fatto
che noi, massacrati in quel modo, sradicati in quel modo, saremmo morti
senza eredi. Ciò che non era quasi mai avvenuto nella storia ma era
accaduto già una volta al nostro popolo, il destino peggiore che potesse
capitare a un popolo, ecco cosa sarebbe accaduto: tra le generazioni sarebbe
stata creata una terra di nessuno, in modo che le esperienze del passato non
potessero più essere tramandate. Quando si lotta e si cade e un altro prende
la bandiera e lotta e cade a sua volta, e altrettanto fa il successivo, si ha un
processo naturale, perché a noi non viene regalato niente. Ma se non c’è più
nessuno a raccogliere la bandiera, perché non ne conosce più l’importanza?
Che pena ci facevano quei giovani schierati per l’arrivo di Wallau, pronti a
prenderlo a sputi e a sassate. In questo modo si strappava il meglio di ciò
che cresceva nel paese, perché era stato insegnato ai ragazzi che si trattava
di un’erbaccia. Tutti i ragazzi e le ragazze là fuori, una volta concluso il
percorso nella Gioventù Hitleriana, nei campi di lavoro e nell’esercito,
somigliavano ai fanciulli della saga, che, allevati dalle bestie, alla fine
sbranano la loro stessa madre».

3.

Quel mattino Mettenheimer si presentò al lavoro puntuale come sempre. In


cuor suo aveva deciso di preoccuparsi soltanto del lavoro che doveva
svolgere, qualunque cosa accadesse. Né l’interrogatorio del giorno prima, né
la figlia Elli, né l’ombra con il cappello di feltro che gli si era incollata ai
talloni anche quella mattina, dovevano minimamente distrarlo dal compiere
un lavoro ben fatto. Sentendosi improvvisamente minacciato, spiato da tutte
le parti, in costante pericolo di essere strappato via dai suoi tessuti, vedeva il
proprio mestiere sotto una luce diversa, quasi superiore, come se, in un
mondo disordinato, gli fosse stato assegnato da chi distribuisce le
professioni agli uomini.
Siccome era tanto preoccupato di arrivare puntuale, dopo il ritardo del
giorno prima, quella mattina non aveva ancora né sentito né letto alcuna
notizia; per questo non si accorse delle occhiate che si scambiarono tra di
loro gli imbianchini al suo arrivo. Nel suo zelo taciturno, interrotto solo
dalle istruzioni impartite sottovoce, tutti lo aiutavano con grande
disponibilità, senza che lui se ne rendesse conto. È ovvio che gli altri non
vedevano affatto nella sua tenace solerzia l’effetto di pensieri elevati
sull’importanza del suo mestiere, bensì la naturale dignità di un vecchio
colpito da una penosa sventura famigliare. Il suo operaio più fidato, Schulz,
che lo stava aiutando nella posa, disse all’improvviso, dopo aver lanciato
un’occhiata di sottecchi al viso severo del vecchio: «Può succedere a
chiunque, Mettenheimer». «Che cosa?» chiese Mettenheimer. In un tono un
po’ artificioso ma solenne, come capita a chiunque porga delle condoglianze
e non abbia a portata di mano parole proprie per esprimere le sue emozioni,
ma usi quelle abituali, Schulz aggiunse: «Oggigiorno può succedere in
qualunque famiglia tedesca». «Cos’è che può succedere in qualunque
famiglia tedesca?» chiese Mettenheimer. Fu troppo per Schulz, che si stizzì.
Nell’edificio era presente una buona dozzina di operai, impegnati nella
decorazione interna. Schulz faceva parte di quella metà che costituiva la
manovalanza fissa dell’azienda da molti anni. In una comunità del genere,
alla lunga la vita personale di ciascuno non è più un segreto. Tutti sapevano
che Mettenheimer aveva due figlie graziose, e che la più graziosa si era
sposata male contro la volontà del padre. All’epoca si lavorava male, con il
vecchio Mettenheimer. Si sapeva anche che il genero separato era finito in
un campo di concentramento. E alla radio e sul giornale quella mattina tutti
si erano ricordati di qualcosa, che sembrava trovare conferma
nell’espressione severa del vecchio. Davanti a lui, a Schulz, Mettenheimer
non avrebbe dovuto nascondersi. Non lo sfiorò nemmeno l’idea che
Mettenheimer fosse il meno informato di tutti.
All’ora di pranzo, qualcuno scese dalla portinaia per farsi scaldare il cibo.
Invitarono anche Mettenheimer, con insistenza perfino eccessiva. Lui non
badò al tono e accettò l’invito, perché nella fretta si era dimenticato a casa il
pranzo e non aveva voglia di mangiare all’osteria. Lì dentro l’ombra non
poteva seguirlo. Lì dentro era al sicuro, nel sottoscala, dove la fidata
compagnia di giovani e vecchi imbianchini si era riunita per il pranzo.
Stuzzicarono il piccolo apprendista, lo tormentarono per bene, mandandolo
a prendere il sale dalla portinaia e la birra all’osteria. «Lasciatelo mangiare
in pace» disse Mettenheimer.
Tra tutti c’era qualcuno che considerava lo Stato una specie di azienda,
come la Heilbach. A costoro non interessava niente, si accontentavano di
essere apprezzati per il loro umile lavoro, e di ricevere un salario che
giudicavano equo. Le proteste di questi individui non si basavano sul fatto
di dover tappezzare appartamenti signorili per la stessa misera paga, bensì
su questioni isolate, a volte bizzarre, di natura religiosa. Al contrario Schulz,
quello che aveva cercato di consolare Mettenheimer, si era sempre
professato, fin dal principio, contrario allo Stato. Sapeva distinguere la vuota
retorica da ciò che era efficace nelle lotte per il lavoro. Sapeva anche che
l’efficacia era utile al mestiere e a chi voleva qualcosa da esso. E che l’uomo
veniva attirato con un’esca alla quale abboccava sempre. Schulz era
apprezzato da quanti si rendevano conto che, come si usa dire, era rimasto
fedele a se stesso. In realtà, più del fatto di restare fedeli o meno, c’è una
grandissima differenza se la cosa più importante per un uomo si traduce in
azione, oppure rimane nascosta nel suo angolo più segreto. Tra gli artigiani
c’era anche un nazista convinto, Stimbert. Tutti lo consideravano un
opportunista e un informatore. La cosa però disturbava molto meno di
quanto si possa pensare. Stavano tutti in guardia e lo evitavano, anche
coloro che in realtà condividevano in tutto o in parte le sue idee. Lo
consideravano come si fa in ogni tipo di comunità, fin dalla prima
elementare, con quei singoli, quegli originali che spiccano
inconfondibilmente sugli altri, un morboso spione o semplicemente un
grosso ciccione.
Tutte queste persone riunite insieme a pranzare nel sottoscala,
comunque si sarebbero gettate su questo Stimbert, dandogli una solenne
lezione, se in quel momento avessero visto l’espressione malvagia e torva
con cui osservava Mettenheimer. Invece tutti fissavano Mettenheimer, una
volta finito di mangiare e di bere. Il tappezziere aveva aperto un giornale
lasciato lì per caso, e guardava impietrito e sbiancato un punto preciso.
Tutti si accorsero che solo ora aveva capito e trattennero il respiro.
Mettenheimer alzò lentamente il viso, stravolto dietro il foglio di carta
stampata. Nei suoi occhi c’era l’espressione di chi è stato condotto
all’inferno. Tutti lo circondarono, imbianchini e tappezzieri. C’era pure il
piccolo apprendista, tornato finalmente per mangiare, ma subito interrotto.
Il fanatico Stimbert sorrideva malvagio in disparte; su tutti gli altri volti,
invece, c’erano ansia e rispetto. Mettenheimer prese fiato. Non era finito
all’inferno, era ancora un uomo tra gli uomini.
Durante quella stessa pausa pranzo Franz era seduto in sala mensa e
ascoltava. «Stasera andrò a Francoforte al cinema Olympia» diceva uno.
«Che cosa danno?» «La Regina Cristina». «Io preferisco il mio tesorino alla
vostra Greta» disse un terzo. Il primo disse: «Sono due cose completamente
diverse, farsi le coccole o guardare un film». «Non so come fate a
divertirvi» disse un altro. «Per me non c’è niente di meglio che tornare a
casa». «Quante storie, io ho già i biglietti del cinema». Franz ascoltava in
apparenza distratto, ma in realtà era abbattuto. Gli sembrava che fosse
tornato tutto come prima. Quel mattino c’era stata una breccia
momentanea. Ebbe un sussulto. Quella storia del cinema gli aveva reso
chiara un’idea intorno alla quale i suoi pensieri avevano girato tutta la
mattina. Per raggiungere Elli senza problemi, doveva passare
dall’appartamento dei suoi genitori. Era il caso di farlo di persona? La casa
era sorvegliata? E la posta? Alla fine del turno ci farò un salto in bicicletta,
si disse; comprerò due biglietti e forse il mio piano funzionerà. In caso
contrario, nessuno ci rimetterà.

Georg camminava sulla strada per Wiesbaden e si ripeteva: Fino al prossimo


viadotto. Non era un traguardo di particolare importanza, ma era necessario
avere un obiettivo ogni dieci minuti. Il traffico, piuttosto intenso, gli
sfrecciava accanto. Autocarri, auto con a bordo militari, un aeroplano
smontato, vetture private da Bonn, Colonia, Wiesbaden, un nuovo modello
Opel che non conosceva. A quale doveva fare un cenno? Quella lì?
Nessuna? Proseguiva, masticando polvere. Una macchina straniera, un
uomo giovane e solo al volante. Georg alzò la mano. L’automobilista si
fermò subito. Aveva notato Georg camminare sul ciglio della strada già da
qualche secondo. Con un misto di noia e di solitudine, che può indurre a
pensare di essere attratti in anticipo da una certa persona, gli sembrava di
essersi aspettato il cenno di Georg. Dopo aver liberato il sedile accanto a sé
da coperte, impermeabili e altre cianfrusaglie chiese: «Per dove?»
I due si studiarono brevemente con attenzione. Lo sconosciuto era alto,
magro e pallido. Anche i suoi capelli parevano incolori. Nei tranquilli occhi
azzurri sotto le palpebre non c’era alcuna espressione particolare, né seria
né divertita. Georg disse: «Höchst». Dopo averlo detto si spaventò. «Ah»
disse lo sconosciuto, «io a Wiesbaden. È uguale, è uguale. Freddo?» Si fermò
di nuovo e gettò uno dei plaid a quadri sulle spalle di Georg. Georg se lo
avvolse stretto intorno. Si scambiarono un sorriso e lo sconosciuto ripartì.
Georg guardò il profilo di quel volto dove una gomma da masticare creava
una protuberanza, quindi spostò lo sguardo sulle mani che stringevano il
volante. Erano mani grandi, incolori, più eloquenti del viso. Alla sinistra
portava due anelli, uno sembrava una vera nuziale finché, quando mosse le
dita, si accorse che era solo girato e dalla parte del palmo c’era una pietra
gialla e piatta. Georg avrebbe preferito non osservare tutto con tanta
attenzione, ma non poteva farne a meno. «Più avanti qui intorno» disse lo
sconosciuto, «ma più bello». «Come?» «Di sopra bosco, qui più vicino a
polvere». «Avanti, avanti» disse Georg. Curvarono e cominciarono a salire,
dapprima impercettibilmente tra i campi. Ben presto Georg scorse con
sgomento le vette farsi sempre più vicine. C’era già odore di bosco. «Il
giorno è bello» disse lo sconosciuto. «Come si chiamano alberi in tedesco?
No, lì, bosco. Alberi rossi?» Georg disse: «Faggi». «Faggi. Bene, faggi.
Conoscete monastero Eberbach, Rüdesheim, Bingen, Loreley? Molto bello».
Georg disse: «A noi piace di più questa parte». «Ah, sì, bene. Bere?» Si
fermò per la seconda volta, rovistò tra i bagagli, stappò una bottiglia. Georg
bevve un sorso e fece una smorfia. Lo straniero rise. Aveva denti così
bianchi e grandi da sembrare finti, se le gengive non fossero apparse così
ritirate.
Per dieci minuti arrancarono su una ripida salita. Georg chiuse gli occhi,
inebriato dal profumo del bosco. In cima, ai bordi della foresta, la macchina
raggiunse un punto panoramico. Lo straniero si girò, esclamò: «Ah» e:
«Oh» e invitò Georg ad ammirare la vista. Georg spostò la testa senza aprire
gli occhi. Non aveva la forza di guardare il paesaggio, il fiume, i campi e i
boschi. Proseguirono sul crinale per un po’, quindi svoltarono. La luce del
mattino cadeva in fiocchi dorati attraverso il bosco di faggi. A volte questi
fiocchi di luce frusciavano, perché era il periodo della caduta delle foglie.
Georg s’irrigidì. Gli veniva da piangere. Era molto debole. Proseguirono
attraverso il bosco. Lo straniero disse: «Vostro paese molto bello». «Sì, il
paese» disse Georg. «Come? Molto bosco, strade buone. Anche gente. Molto
pulita, molto ordine». Georg rimase in silenzio. Di tanto in tanto lo
straniero gli gettava un’occhiata, perché lo riteneva un degno esemplare del
suo popolo, come capita ai forestieri. Georg non guardava più lo
sconosciuto, solo le sue mani: quelle mani forti e incolori risvegliavano in
lui un lieve senso di repulsione.
Si lasciarono il bosco alle spalle e, dopo aver superato un campo arato,
entrarono in una serie di vigneti. Il silenzio completo e l’apparente
desolazione conferivano al paesaggio un che di selvaggio, per quanto fosse
fittamente coltivato. Lo straniero scoccò un’occhiata di traverso a Georg.
Così facendo colse lo sguardo di Georg fisso sulle sue mani. Georg sussultò.
Lo straniero, un vero originale, si fermò di nuovo solo per girare nel verso
giusto l’anello con la pietra verso l’alto. La mostrò a Georg. «Vi piace?»
«Sì» rispose Georg esitante. «Prendete, se vi piace» disse pacato lo straniero
con il suo sorriso, che era un semplice spostamento all’indietro delle labbra.
Georg rispose con decisione: «No»; poi, siccome lo straniero non aveva
allontanato subito la mano, ripeté brusco più volte, come se qualcuno
volesse costringerlo ad accettare qualcosa: «No, no». Avrebbe potuto
benissimo accettarlo, pensò poi, nessuno conosceva quell’anello. Ma ormai
era troppo tardi.
Il cuore gli batteva sempre più forte. Da qualche minuto, da quando
avevano lasciato il bosco e la vallata e viaggiavano immersi nel silenzio,
nella sua testa si era formato un pensiero, l’abbozzo di un pensiero che non
riusciva a cogliere fino in fondo. Ma il cuore, quasi avesse compreso prima
della ragione, continuava a battere e battere. «Bel sole» disse lo straniero.
Viaggiava a cinquanta chilometri all’ora. Se lo facessi, pensò Georg, quale
sarebbe il modo migliore? Chiunque sia questo tipo, non è fatto di cartone.
Quelle mani non sono di cartone, si difenderà. Abbassò le spalle con estrema
lentezza. Con le dita sfiorò la manovella accanto alla scarpa destra. Un colpo
in testa e poi via. Può restare qui a lungo. Peccato per lui avermi incontrato.
I tempi sono quelli che sono. Una vita ne vale un’altra. Prima che lo
scoprano, sarò uscito dal paese su questa bellissima auto. Ritirò il braccio,
con il piede destro spostò la manovella di lato. «Come si chiama il vino
qui?» chiese lo straniero. Georg rispose con voce roca: «Hochheimer». Non
agitarti così, disse Georg al proprio cuore, come faceva il pecoraio Ernst con
la sua cagnolina. Non farò niente del genere. Su, calmati; d’accordo, se
proprio lo desideri, scenderò adesso.
Nel punto in cui la strada usciva dai vigneti e sboccava sulla provinciale,
c’era un cartello: Höchst, 2 km.

Heinrich Kübler non era ancora in grado di essere interrogato, ma, dopo
essere stato fasciato e ricucito, poteva essere guardato. Tutti i testimoni
trattenuti a questo scopo gli sfilarono davanti e lo scrutarono. Lui ricambiò
gli sguardi, anche se non avrebbe riconosciuto nessuno neppure se fosse
stato del tutto in sé; Berretto di Cannella, il contadino Binder, il dottor
Löwenstein, il barcaiolo, Codino di Luccio, tutta gente che non avrebbe mai
incrociato la sua vita, se fosse stato per la Provvidenza. Berretto di Cannella
disse divertito: «Può essere lui, oppure no». La stessa cosa disse Codino di
Luccio, pur sapendo benissimo che non era lui. Chi non è coinvolto ha
sempre la tendenza a esagerare. Binder dichiarò quasi truce: «Non è lui, gli
assomiglia soltanto». Löwenstein fornì la prova inconfutabile: «Non ha
niente alla mano». E in effetti, la mano era l’unica parte del corpo del
sospettato a essere rimasta sana.
Successivamente, tutti i testimoni, a parte Löwenstein, si fecero
riaccompagnare a spese dello Stato. Berretto di Cannella si fece lasciare
davanti alla fabbrica d’aceto. Binder tornò al suo mondo ammantato di
dolore, al suo divano con la cerata a Waisenau, senza averci guadagnato
nulla, perché era destinato a morire come prima. Codino di Luccio e il
barcaiolo si fecero portare fino all’imbarcadero di Magonza, dove il giorno
prima era avvenuto lo scambio.

Poco dopo furono date istruzioni di rimettere in libertà Elli, mantenendo la


sorveglianza sulla sua persona e sulla sua casa. Forse il vero Heisler avrebbe
tentato lo stesso di mettersi in contatto con lei. Kübler, nelle condizioni in
cui si trovava, per il momento non poteva essere rilasciato.
Elli era rimasta dapprima come impietrita nella sua cella. Giunta la sera,
quando le era stato permesso di sdraiarsi sul tavolaccio, si era rilassata e
aveva cercato di dare un senso agli avvenimenti. Heinrich, lo sapeva, era un
bravo ragazzo, figlio di bravi genitori, non le aveva dato l’impressione di
nasconderle nulla. Che avesse combinato qualcosa sul genere di Georg? Sì, a
volte brontolava per le tasse, per le adunate, per le bandiere, per lo stufato,
ma né più né meno di tutti gli altri. Anche suo padre brontolava quando
qualcosa non gli piaceva e andava cambiato, e il cognato SS brontolava per
lo stesso identico motivo, ma perché qualcosa gli piaceva molto, ma andava
perfezionato. Forse Heinrich aveva ascoltato una trasmissione proibita alla
radio da qualcuno, forse qualcuno gli aveva prestato un libro proibito. Ma
Heinrich non sentiva la radio e non leggeva. Aveva sempre dichiarato che
chiunque avesse un ruolo pubblico doveva stare attento due volte di più,
intendendo con questo la pellicceria del padre, dove lavorava anche lui.
Georg aveva lasciato Elli qualche anno prima non solo con il bambino,
che cresceva così bene, non solo con qualche ricordo, che in parte bruciava
ancora, in parte era già guarito, ma anche con solo una vaga idea di ciò che
nella vita lo aveva reso quello che era.
Contrariamente alla maggior parte della gente, la prima notte in prigione
Elli si era addormentata in fretta. Era sfinita, come un bambino che ha
accumulato emozioni superiori alle sue forze. Anche il giorno dopo, si era
sentita in ansia solo al pensiero del padre. Non aveva capito, era tutto
troppo incomprensibile per riuscirci, ed era rimasta in uno stato irreale, tra
l’aspettativa e il ricordo. Non aveva paura. Il bambino poi era accudito
premurosamente dalla famiglia; in tali riflessioni risiedeva, senza che lei ne
fosse consapevole, la predisposizione a essere pronta a tutto.
Quando era stata prelevata, nel primo pomeriggio, era animata da una
specie di coraggio, che forse era soltanto rassegnazione mascherata.
Le dichiarazioni del padre e della padrona di casa avevano chiarito senza
troppi dubbi la sua posizione. Il suo rilascio era stato prontamente ordinato
in quanto, data la sua situazione, se il fuggiasco avesse cercato nuovamente
di avvicinarsi a lei, era molto più utile che fosse libera: di sicuro non
avrebbe protetto l’uomo di cui voleva liberarsi per prendersene un altro.
L’interrogatorio fu breve. Elli rispose in maniera esitante e vaga a tutte le
domande sul passato e le vecchie relazioni del marito, non per astuzia ma
assecondando la propria natura, e perché non aveva molti ricordi di quella
parte della loro vita insieme. Inizialmente erano andati da loro alcuni amici,
che però tra loro avevano usato solo i nomi di battesimo. Ben presto queste
visite, alle quali lei non aveva dato grande importanza, si erano interrotte.
Heisler trascorreva le serate fuori casa. Alla domanda dove avesse
conosciuto Georg Heisler rispose: «Per strada». Franz non le venne
nemmeno in mente.
Le fu spiegato che poteva tornare a casa, ma che correva il pericolo di
non vedere più né il figlio né i genitori nel caso di un secondo arresto, se
fosse stata tanto sconsiderata da prendere una qualunque iniziativa nella
faccenda dell’evaso Heisler senza informare le autorità, o se avesse
tralasciato di fare una segnalazione.
A queste parole Elli aprì la bocca e si portò le mani alle orecchie. Quando
subito dopo si ritrovò all’aria aperta, le sembrò di essere mancata per anni
dalla sua città natale.
La sua padrona di casa, la signora Merkler, l’accolse in silenzio. Nella sua
camera regnava un terribile disordine. Sul pavimento erano sparsi gomitoli
di lana, articoli per bambini e cuscini; su tutto aleggiava il profumo intenso
dei garofani di Heinrich, ancora nel loro vaso. Elli si mise a sedere sul letto.
La padrona di casa entrò e, con un’espressione crudele e senza preamboli, la
informò che la sfrattava a partire dal 1° novembre. Elli non rispose. Si limitò
a guardare la donna, che era sempre stata buona con lei. Lo sfratto era il
risultato finale di lunghe riflessioni, brutali minacce, amari rimorsi,
tormentati riguardi per l’unico figlio che manteneva, sfociati infine nella
rassegnazione.
Nel frattempo era venuta quasi sera. Georg, giunto a Höchst, aveva
atteso con ansia il cambio dei turni che riempiva vicoli e osterie. Adesso si
trovava a bordo di uno dei primi tram che uscivano gremiti da Höchst.
La signora Merkler era in piedi, impacciata, in camera di Elli, quasi
aspettasse che le benevole parole di conforto per la giovane donna che le era
sempre stata simpatica arrivassero da sole; ma non dovevano essere troppo
benevole, solo rispettose della buona educazione.
«Cara signora Elli» disse infine, «non prendetevela a male, la vita è così.
Sapeste come soffre il mio cuore». Elli continuò a rimanere in silenzio. Si
udì suonare alla porta. Le due donne sussultarono, scambiandosi
un’occhiata angosciata. Entrambe si aspettavano grida, frastuono, la porta
spalancata. Invece ci fu solo una seconda scampanellata, lieve e discreta. La
signora Merkler si riprese. Subito dopo chiamò sollevata dal corridoio. «È
soltanto vostro padre, signora Elli!»
Mettenheimer non era mai andato a trovare Elli in quell’appartamento
che considerava non all’altezza della figlia, sebbene neppure il suo fosse
sfarzoso o ampio. Avendo sentito vaghe notizie circa l’arresto di Elli,
sbiancò per la gioia quando la vide sana e salva di fronte a sé. Le strinse le
mani, l’abbracciò e l’accarezzò come non aveva mai fatto prima. «Che cosa
facciamo adesso» disse, «che cosa facciamo?» «Proprio niente» disse la
figlia. «Non possiamo fare niente». «E se arriva lui?» «Lui chi?»
«Quell’uomo, tuo marito». «Di sicuro non verrà da noi» disse Elli con
composta tristezza, «da noi non verrà». La gioia all’arrivo del padre, di non
essere completamente sola al mondo, si dissolse, dato che il genitore era
ancora più indeciso di lei. «Invece sì» disse Mettenheimer, «in caso di
necessità, un uomo fa qualunque cosa». Elli scosse il capo. «E se invece alla
fine venisse, Elli, se venisse a casa mia, perché tu prima abitavi da me?
Questo appartamento è sorvegliato, e anche il mio. Se mi affacciassi alla
finestra del salotto e lo vedessi arrivare, Elli, che cosa farò? Devo lasciarlo
avvicinare, farlo cadere in trappola? Devo rivolgergli un cenno?» Elli
guardò il padre, che le sembrava fuori di sé. «No, io lo so» disse triste, «non
verrà mai più».
Il tappezziere tacque; sul suo viso si rifletteva apertamente e in modo
chiaro tutto il tormento della sua coscienza. Lei lo osservò con meraviglia e
tenerezza. «Iddio santissimo» il tappezziere pronunciò queste due parole in
tono di supplica, «fa’ che non venga! Se dovesse venire, saremo comunque
perduti». «Perché perduti, padre?» «Come fai a non capire? Prova a
immaginare: lui arriva, io gli faccio un cenno, gli do un avvertimento. Che
cosa succederà poi a me, a noi? E prova a immaginare il contrario: lui arriva,
io lo vedo arrivare, ma non faccio niente. Non è più mio figlio, è uno
sconosciuto, peggio di uno sconosciuto. Quindi non gli faccio nessun cenno.
Lo prendono. Possiamo permetterlo?»
Elli disse: «Sta’ tranquillo, caro papà, non verrà».
«E se invece venisse da te, Elli? Se in qualche modo fosse venuto a
conoscenza del tuo attuale domicilio?»
Elli stava per rispondere ciò che aveva compreso solo in quel momento,
cioè che lui avrebbe dovuto aiutarla, se fosse successa una cosa del genere,
ma per non agitare il padre ripeté soltanto: «Non verrà».
Il tappezziere continuò a rimuginare tra sé, augurandosi che la sventura,
che quell’uomo non si fermasse davanti alla sua porta. Che la fuga gli
riuscisse. E se lo avessero arrestato prima? No, non lo avrebbe augurato
neppure a un suo nemico. Ma perché doveva porsi simili interrogativi,
proprio lui che non era all’altezza? Tutto era accaduto in fondo per la
sconsideratezza di una ragazza sciocca. Si alzò e in tono diverso disse: «Il
tizio che ieri sera si trovava in camera tua, si può sapere chi era?»
Quando uscì in corridoio si voltò. «C’è una lettera per te».
La lettera gli era stata infilata poco prima sotto la porta della cucina. Elli
guardò l’indirizzo: Per Elli. L’aprì quando il padre se ne fu andato. Soltanto
un biglietto del cinema dentro un foglio bianco. Forse era di Else. A volte
l’amica le procurava posti economici. Quel biglietto verde era piovuto dal
cielo. Altrimenti sarebbe forse rimasta seduta sul letto fino a tarda notte,
con le mani in grembo. È consentito? si domandò. Mentre si è nel bel mezzo
di una sventura, è consentito andare al cinema? Forse non è appropriato.
Sciocchezze, i cinema sono fatti proprio per questo.
«Ci sono ancora le due bistecche di ieri sera» disse la padrona di casa.
Perché no, si disse Elli, sono dure come cuoio, ma non sono avvelenate. La
signora Merkler osservò perplessa la giovane triste e delicata, seduta da sola
in cucina, impegnata a divorare una dopo l’altra le due bistecche fredde.
Perché no, pensò Elli. Tornò in camera, si tolse i vestiti che portava, si
rinfrescò da capo a piedi, indossò la biancheria e gli indumenti migliori, si
spazzolò i capelli fino a farli splendere e ricadere morbidi. A questa graziosa
Elli, che le sorrideva dallo specchio con gli occhi castani e tristi, la vita
risultava un po’ più sopportabile. Se mi sorvegliano come sostiene mio
padre, pensò, allora bene, non si accorgeranno di niente.

«Soltanto chiacchiere» disse Mettenheimer alla moglie turbata, una volta


tornato a casa. «Elli è in camera sua, sana e salva». «Perché non l’hai
portata con te?» La piccola parte della famiglia che viveva ancora sotto lo
stesso tetto con i genitori si mise seduta a tavola. Padre e madre, la sorella
più giovane di Elli, proprio quella Lisbeth con il nasino all’insù, la stessa che
Mettenheimer non riteneva adeguata come pioniera nelle questioni di fede,
e che per questo era seduta a tavola dopo essersi cambiata d’abito, garbata e
graziosa come tutte le sue sorelle; e il figlio di Elli, il nipote, con un
grembiule di tela cerata, un po’ abbattuto dal silenzio generale, che per
questo agitava il grosso cucchiaio nel fumo sopra la scodella.
Mettenheimer mangiava lentamente, lo sguardo chino sul piatto, per
evitare che la moglie gli facesse domande. Ringraziò Dio che la donna non
fosse abbastanza intelligente da comprendere la sventura che gravava su di
loro.
Georg era giusto a mezz’ora di strada a piedi da lì. Scese dal tram e si
incamminò verso Niederrad. Più si avvicinava alla meta, più cresceva in lui
la sensazione di essere atteso, che gli avessero già preparato un giaciglio e
da mangiare; la sua ragazza già era in ascolto dietro la porta. Quando scese
fu assalito da una tremenda tensione, simile alla disperazione; come se il suo
cuore bramasse di imboccare la via che in sogno aveva percorso già
tantissime volte.
Superò le strade silenziose con i loro giardinetti come fossero ricordi. La
consapevolezza del presente si era spenta in lui, insieme alla percezione del
pericolo. Le foglie sul ciglio della strada non frusciavano all’epoca? si
chiedeva, senza accorgersi che era lui stesso a calpestare le foglie con la
scarpa. Il suo cuore si struggeva dal desiderio di entrare in quella casa! Non
batteva più, sobbalzava rabbioso; si sporse dalla finestra sulle scale, vide i
giardini e i cortili attigui; le sommità dei muri, i balconi ricoperti dalle foglie
che cadevano incessanti da un maestoso ippocastano. Qualche finestra era
già illuminata. Questa vista tranquillizzò talmente il suo cuore da
permettergli di proseguire su per le scale. Sulla porta c’era sempre la
vecchia targa con il nome della sorella di Leni, sotto un’altra nuova,
intarsiata, con un nome sconosciuto. Suonare alla porta o bussare? Bussò
piano. «Chi è?» chiese la giovane con il grembiule a righe che socchiuse
appena la porta.
«La signorina Leni è in casa?» domandò Georg più forte di quanto
volesse, perché aveva la voce arrochita. La donna lo fissò con
un’espressione sgomenta nel viso tondo, nei grandi occhi azzurri. Fece per
richiudere la porta, ma lui la bloccò con un piede. «La signorina Leni è in
casa?» «Qui non c’è» bisbigliò la donna, «fate in modo di andarvene, e
subito». «Leni» disse lui piano e deciso, quasi volesse rievocare l’antica
Leni, facendola uscire da quella rigida casalinga con il grembiule in cui si
era trasformata; ma l’incantesimo non gli riuscì. Questa persona lo fissava
con la spudorata paura con la quale gli individui colpiti da un incantesimo
guardano coloro che sono rimasti se stessi. Georg spalancò la porta, spinse
la donna nel corridoio, richiuse l’uscio dietro di sé. La donna indietreggiò
oltre la porta della cucina. Teneva in mano una spazzola da scarpe. «Leni,
guardami, sono io. Non mi riconosci?» «No» disse la donna. «Perché allora
ti sei spaventata?» «Se non uscite subito dall’appartamento» disse la donna,
improvvisamente sfrontata e altera, «sarà peggio per voi. Mio marito può
tornare da un momento all’altro».
«Sono suoi?» chiese Georg. Su un panchetto c’erano due stivali neri
appena lucidati. Accanto, due scarpe basse da donna, più un barattolino
aperto di lucido e qualche straccio. Lei disse: «Sì». Si era rifugiata dietro il
tavolo della cucina. Annunciò: «Conto fino a tre. Al tre dovrete andarvene,
altrimenti...» Lui rise. «Altrimenti cosa?» Si sfilò dalla mano il calzino, un
calzino nero infeltrito trovato chissà dove per strada e usato a mo’ di guanto
per nascondere la fasciatura. Lei lo guardò a bocca aperta. Lui girò intorno
al tavolo. Lei alzò un braccio sul viso. Lui le afferrò i capelli con una mano, e
con l’altra le abbassò con forza il braccio. Poi, con il tono che si userebbe per
un rospo che si sa un tempo essere stato un uomo disse: «Smettila, Leni,
guardami, sono Georg». Lei sgranò gli occhi. Lui la teneva ferma, la
costrinse a lasciare la spazzola da scarpe che teneva in mano, nonostante il
dolore alla propria mano ferita. Lei lo implorò: «Io non ti conosco». Lui la
lasciò e fece un passo indietro. Disse: «Va bene. Adesso dammi soldi e
vestiti». Lei tacque per un istante, quindi disse, di nuovo sfrontata, di nuovo
sicura di sé: «Noi non diamo niente agli sconosciuti. Doniamo direttamente
all’assistenza».
Lui la fissò di nuovo, ma diversamente da prima. Il dolore alla mano
diminuì, e insieme al dolore la consapevolezza che tutto questo stava
accadendo proprio a lui. Si accorse vagamente che la mano aveva
ricominciato a sanguinare.
Sulla tavola, apparecchiata con una tovaglia a quadri blu, c’erano due
coperti. I portatovaglioli di legno recavano piccole croci uncinate intagliate
rozzamente, un lavoretto da bambini. Su un piatto erano sistemati in
bell’ordine fette di salame, ravanelli e formaggio con prezzemolo; c’erano
anche due scatolette aperte di quelle che si compravano nei negozi di cibi
naturali, pane di segale e pane croccante. Avvicinò la mano sana al tavolo,
afferrò tutto ciò che gli capitò a tiro e se lo ficcò in tasca. Gli occhi della
donna seguivano le sue mosse.
Si voltò ancora una volta, la mano sulla maniglia.
«Non puoi rifarmi la fasciatura?» Lei scrollò il capo seria, due volte.
Scendendo si fermò di nuovo alla stessa finestra sulle scale. Si appoggiò
con i gomiti e si infilò il calzino sulla mano. Lei non dirà niente al marito,
perché ha paura. Fingerà di non avermi mai conosciuto. Ormai quasi tutte le
finestre erano accese. Quante foglie da un solo ippocastano, pensò. Era
come se l’autunno stesso abitasse dentro quell’albero, abbastanza grande da
ricoprire di foglie l’intera città.
Riprese a camminare lento fino all’angolo della via. Provò a immaginare
che un’altra Leni tornasse a casa dall’altro capo della strada, con i suoi
lunghi passi leggeri. Si rese conto allora di non poter mai più andare da Leni
e, cosa ancora peggiore, di non poter mai più sognare di farlo. Quel sogno
era stato radicalmente distrutto. Si mise seduto su una panchina e cominciò
a masticare svogliatamente un pezzo di pane. Faceva freddo, il sole stava
tramontando e, siccome era troppo sospetto starsene seduto lì, si rialzò
subito e si rimise in cammino lungo i binari, perché non aveva più soldi per
un biglietto. Dove andare, prima di notte?

4.

Overkamp chiuse a chiave la porta, per rimanere solo qualche minuto prima
dell’interrogatorio di Wallau. Riordinò i propri foglietti, esaminò le
informazioni, raggruppò, sottolineò, collegò gli appunti secondo un
determinato sistema di linee. I suoi interrogatori erano famosi. Overkamp
era in grado di strappare dichiarazioni utili anche a un cadavere, secondo
Fischer. L’impianto dei suoi interrogatori poteva essere paragonato a una
partitura.
Dietro la porta chiusa, Overkamp udì il brusco fruscio provocato dal
saluto militare. Fischer entrò e si richiuse la porta alle spalle. Sul suo viso si
combattevano rabbia e divertimento. Si mise seduto accanto a Overkamp.
Overkamp gli rammentò, solo alzando le sopracciglia, la presenza di
sentinelle alla porta e alla finestra.
«C’è qualche novità?» Fischer sottovoce gli comunicò: «A Fahrenberg
questa cosa ha dato alla testa. Sta impazzendo. Anzi, è già impazzito. Di
sicuro verrà silurato. Basta una spintarella. Sentite che cosa è appena
successo.
Non possiamo costruire una camera blindata extra qui, soltanto per i tre
fuggiaschi catturati. Ci siamo messi d’accordo con lui che non li avrebbe
toccati finché non fossero stati presi tutti. Poi, per quanto ci riguarda, potrà
farne quello che vuole. E invece si è fatto portare nella baracca quei tre. Lì
davanti ci sono degli alberi, o meglio quel che ne resta. Stamattina presto ha
fatto tagliare i rami. E adesso ai tronchi ci ha attaccato quei tre, così» Fisher
allargò le braccia, «ci ha inchiodato anche dei cosi, in modo che non si
possano appoggiare; quindi ha riunito i prigionieri e ha rivolto loro un
discorso che... Avreste dovuto sentirlo, Overkamp. Un solenne giuramento
che tutti i sette alberi saranno occupati prima dell’inizio della nuova
settimana. E sapete che cosa ha detto a me? Vedrete che manterrò la parola,
niente colpi». «Quanto tempo ha intenzione di lasciarli lì?» «È proprio su
questo che abbiamo avuto una discussione. Potranno essere interrogati tra
un’ora, un’ora e mezza? Bene, lui d’ora in poi li terrà esposti ogni giorno
davanti al campo. Sarà il suo ultimo divertimento a Westhofen. Scommetto
che è convinto di poter conservare il posto, una volta che li avrà ripresi
tutti».
Overkamp disse: «Se questo Fahrenberg cadesse da una scala adesso,
rimbalzerebbe per terra con tanta forza da risalire un paio di gradini di
un’altra scala».
«Io mi sono preso Wallau dal terzo albero» disse Fischer. Si alzò di scatto
e aprì la finestra. «Lo stanno già portando qui. Scusate se vi do un consiglio,
Overkamp». «Vale a dire?» «Fatevi portare una bistecca di manzo cruda
dalla mensa». «Perché?» «Sarà più facile ottenere una confessione dalla
bistecca che dall’uomo che stanno per portarvi».

Fischer aveva ragione. Overkamp lo capì subito, non appena si trovò


davanti il prigioniero. Tanto valeva strappare i foglietti sulla scrivania. Era
una fortezza inespugnabile. Un ometto piccolo, sfinito, la faccia minuta,
detestabile, un ciuffo nero triangolare sulla fronte, folte sopracciglia con una
ruga verticale nel mezzo; gli occhi infiammati e gonfi, il naso largo, un po’
bitorzoluto, il labbro inferiore morso più volte.
Overkamp inchioda lo sguardo su questo volto, il campo della futura
battaglia. Deve penetrare in questa fortezza. Se essa, come si dice, è
impenetrabile alla paura e alle minacce, esistono tuttavia altri metodi per
conquistarla, dato che è affamata e prosciugata dalla stanchezza. Overkamp
li conosce tutti e sa come utilizzarli. Dal canto suo, Wallau sa che l’uomo
che ha davanti conosce tutti i mezzi possibili. Comincerà con le domande.
Dapprima saggerà i punti deboli della fortezza, comincerà dalle domande
più semplici. Ti chiederà quando sei nato, così rivelerai le costellazioni della
tua nascita. Overkamp osserva il volto dell’uomo come si osserva un
territorio nemico. Ha già dimenticato la prima sensazione provata
all’ingresso di Wallau, ed è tornato al suo principio di sempre: non esiste
una fortezza inespugnabile. Distoglie lo sguardo dall’uomo e lo posa su uno
dei foglietti. Poi segna con un puntino a matita una parola, quindi torna a
fissare Wallau. Cortesemente gli domanda: «Vi chiamate Ernst Wallau?»
Wallau risponde: «D’ora in avanti non dirò più niente».
E Overkamp: «Vi chiamate dunque Wallau? Vi avverto che prenderò il
vostro silenzio ogni volta per un sì. Siete nato a Mannheim l’8 ottobre
1894».
Wallau tace. Ha pronunciato le sue ultime parole. Avvicinando uno
specchio alla sua bocca morta, nessun alito lo appannerebbe.
Overkamp non distoglie gli occhi dal prigioniero. È immobile quasi
quanto lui. La faccia di questo Wallau è impallidita leggermente, la ruga
sulla fronte è un po’ più nera. Lo sguardo dell’uomo è rivolto dritto davanti
a sé, attraversa le cose di questo mondo, diventate di colpo trasparenti;
passa attraverso Overkamp e la parete di assi e le sentinelle appoggiate
fuori, trapassa ogni cosa fino al nocciolo, non più trasparente, che resiste
allo sguardo dei moribondi. Fischer, che assiste immobile all’interrogatorio,
gira la testa nella direzione dello sguardo di Wallau. Vede soltanto il mondo
denso e concreto, opaco e senza nocciolo.
«Vostro padre si chiamava Franz Wallau, vostra madre era Elisabeth
Wallau, nata Enders».
Invece di una risposta le labbra crepate producono silenzio. Un tempo
c’era un uomo che si chiamava Ernst Wallau. Quell’uomo è morto. Voi siete
stati testimoni delle sue ultime parole. I suoi genitori si chiamavano così.
Ora, accanto alla lapide del padre, si potrebbe collocare quella del figlio. Se è
vero che voi riuscite a strappare confessioni dai cadaveri, io sono più morto
di tutti i vostri morti.
«Vostra madre abita a Mannheim, in Mariengässchen 8, presso sua figlia,
Margarete Wolf, nata Wallau. No, un momento, abitava: è stata trasferita
stamattina all’ospizio in Bleiche 6. Dopo l’arresto della figlia e del genero,
con l’accusa di favoreggiamento nei confronti di un evaso, l’appartamento
di Mariengässchen 8 è stato posto sotto sequestro».
Quando ero ancora vivo, avevo una madre e una sorella. In seguito ho
avuto un amico, che ha sposato mia sorella. Finché un uomo è vivo, ha ogni
genere di relazioni, ogni genere di legami. Ma quest’uomo è morto. E
qualunque stranezza accada a tutte queste persone di questo strano mondo
dopo la mia morte, io non me ne devo certo preoccupare.
«Avete una moglie, Hilde Wallau, nata Berger. Dal vostro matrimonio
sono nati due figli, Karl e Hans. Vorrei ricordarvi ancora una volta che il
vostro silenzio per me equivale a una risposta affermativa». Fischer allunga
la mano e sposta la lampada da cento candele, puntandola sul viso di
Wallau. Quel viso rimane esattamente uguale a come appariva nella fioca
luce della sera. Nemmeno un fascio da mille candele potrebbe svelare tracce
di tormento o paura o speranza nei volti inespressivi dei morti. Fischer
rimette la lampada al suo posto.
Quando ero ancora vivo, ho avuto anche una moglie. Abbiamo avuto dei
figli insieme. Li abbiamo allevati nella nostra fede comune. Per marito e
moglie è stata una grande gioia impartire i propri insegnamenti. Come
correvano veloci quelle gambette, una volta imparato a camminare! E
quanto orgoglio e quanta paura nei piccoli volti, temendo che le pesanti
bandiere potessero cadere dalle loro mani! Quando ero ancora vivo, nei
primi anni dopo l’avvento al potere di Hitler, quando facevo ancora tutto ciò
per cui vivevo, potevo rivelare senza preoccupazioni a questi bambini i miei
nascondigli, all’epoca in cui altri figli denunciavano i genitori agli
insegnanti. Ora sono morto. Sarà la madre, da sola, a cavarsela con i due
orfani.
«Vostra moglie è stata arrestata ieri insieme a vostra sorella per
favoreggiamento nell’evasione; i vostri figli sono stati trasferiti nell’istituto
di Oberndorf, per essere allevati nello spirito dello Stato nazionalsocialista».
Quando era ancora vivo, l’uomo dei cui figli si parla cercava di
provvedere ai suoi a modo suo. Ora si scoprirà presto a cosa sono valse le
mie premure. Ben altri sono caduti, rispetto a due sciocchi bambini. Le bugie
sono così succose e la verità così arida! Uomini forti hanno abiurato la
propria vita. Bachmann mi ha tradito. Ma due bambini, anche questo può
accadere, non si sono ammorbiditi per niente. La mia paternità comunque è
giunta al termine, qualunque sia la fine.
«Avete combattuto in prima linea durante la guerra».
Quando ero ancora vivo, sono andato in guerra. Ferito tre volte, sulla
Somme, in Romania e nei Carpazi. Le mie ferite sono guarite e alla fine sono
tornato a casa sano e salvo. Se ora sono morto, non sono morto in guerra.
«Siete entrato a far parte della lega spartachista lo stesso mese della sua
fondazione».
L’uomo, quando era ancora in vita, nell’ottobre 1918 si era iscritto alla
lega spartachista. E allora? Potrebbero interrogare Karl Liebknecht in
persona, risponderebbe altrettanto forte, con le stesse parole. Che i morti
seppelliscano i loro morti.
«Ditemi, Wallau, siete sempre fedele alle vostre vecchie idee?»
Avrebbero dovuto chiedermelo ieri. Oggi non posso più rispondere. Ieri
avrei esclamato sì, oggi posso tacere. Oggi altri rispondono per me: i canti
del mio popolo, il giudizio dei posteri...
Intorno a lui viene freddo. Fischer rabbrividisce. Vorrebbe fare cenno a
Overkamp di interrompere quell’inutile interrogatorio.
«Avete dunque preparato piani per la fuga da quando siete stato
assegnato alla squadra speciale di lavoro?»
In vita mia sono dovuto fuggire spesso dai miei nemici. A volte la fuga è
riuscita, a volte è fallita. In un caso, per esempio, è finita male. Volevo
scappare da Westhofen. Questa volta invece ci sono riuscito. Sono fuggito. I
cani annusano invano la mia traccia, che si è persa nell’infinito.
«E poi avete informato del vostro piano per primo il vostro amico Georg
Heisler?»
Quando ero ancora un uomo che viveva la sua vita, verso la fine
incontrai un giovane che si chiamava Georg. Gli ero affezionato. Abbiamo
condiviso gioie e dolori. Era molto più giovane di me. Tutto in lui mi era
caro. Tutto ciò che mi era caro in vita, lo ritrovavo in questo giovane. Oggi
il suo legame con me è uguale a quello che un vivo ha con un morto. Spero
che ogni tanto si ricordi di me, quando ne troverà il tempo. So che la vita
era piena di impegni.
«Avete conosciuto questo Heisler per la prima volta qui al campo?»
Invece di un fiume di parole, dalle labbra dell’uomo esce una gelida
ondata di silenzio. Le stesse sentinelle, che ascoltano fuori dalla porta,
scrollano le spalle turbate. Ma quello è ancora un interrogatorio? Sono
ancora in tre lì dentro? Il viso dell’uomo non è più pallido, bensì radioso.
Overkamp distoglie lo sguardo di scatto, segna un punto con la matita,
rompendo la punta.
«Peggio per voi, ne pagherete le conseguenze, Wallau».
Quali conseguenze possono esserci per un morto che viene gettato da
una tomba all’altra? Neppure la gigantesca lapide sulla sepoltura definitiva
può avere conseguenze per un morto.
Wallau viene portato via. Dentro le quattro mura resta il silenzio, che
non vuole dissolversi. Fischer è rimasto seduto immobile, come se il
prigioniero fosse ancora lì, e continua a guardare nel punto dove si trovava.
Overkamp tempera la matita.
Nel frattempo Georg era arrivato fino al mercato dei cavalli. Continuava a
camminare, anche se gli bruciava la pianta dei piedi. Non poteva separarsi
dagli uomini, non poteva riposare da nessuna parte. Maledisse la città.
Prima di essere in grado di valutare i pro e i contro, si ritrovò in un
vicolo laterale della Schillerstraße. Non era mai stato lì in passato. Prese la
decisione impulsiva di sfruttare l’offerta di Belloni. La voce di Wallau
approvò. Il piccolo acrobata dal viso serio adesso non gli sembrava più
imperscrutabile. Imperscrutabili erano le persone che gli passavano davanti.
Com’era sembrato familiare l’inferno, paragonato a questa città!
Quando entrò nell’appartamento indicatogli da Belloni, fu riassalito
dall’antica diffidenza. Che odore sconosciuto! Non aveva mai sentito da
nessuna parte in vita sua un odore simile. La vecchia giallastra dalla chioma
nera come il lucido da scarpe, lo scrutava intensamente, taciturna. Che sia la
nonna di Belloni? pensò Georg. Ma la somiglianza non derivava da una
parentela, bensì dalla condivisione di un mestiere.
«Mi manda Belloni» disse Georg. La signora Marelli annuì. Non
sembrava trovarci nulla di strano. «Aspettate qui un attimo» disse. La
stanza era piena di vestiti di tutte le fogge e colori; l’odore, più forte ancora
che in corridoio, lo stordì. La signora Marelli gli liberò una sedia e andò
nella stanza attigua. Georg si guardò intorno. Spostò gli occhi da una gonna
nera di paillettes a una ghirlanda di fiori finti, da un mantello con cappuccio
bianco e orecchie di coniglio a una bandierina di seta lilla. Era troppo sfinito
per dare un senso a quell’ambiente. Abbassò lo sguardo sulla mano infilata
nel calzino. Qualcuno bisbigliò lì accanto. Georg sussultò. Era pronto a
essere assalito, a sentire lo scatto delle manette. Balzò in piedi. La signora
Marelli tornò, le braccia piene di vestiti e biancheria. Disse: «Bene, potete
cambiarvi». Lui disse impacciato: «Non ho la camicia». «Qui ce n’è una»
disse la donna. «Che cosa vi è successo alla mano?» chiese all’improvviso,
«Ah, ecco perché avete smesso». Georg disse: «Sta sanguinando. No, non
voglio togliere la fasciatura. Datemi un panno». La signora Marelli gli portò
un fazzoletto. Poi lo misurò da capo a piedi. «Sì, Belloni mi aveva dato le
vostre misure. Ha un occhio da sarto. Avete proprio un grande amico. Una
brava persona». «Sì». «Lavoravate insieme?» «Sì». «Speriamo che Belloni
resista. Stavolta non mi ha fatto una buona impressione. E a voi cosa è
successo?» Guardò il corpo smagrito scuotendo la testa, ma senza altra
curiosità se non quella di una madre che ha dato alla luce molti figli e ha
un’opinione su quasi tutti gli eventi che riguardino il corpo o l’anima. Solo
questo genere di donne è in grado di tranquillizzare persino il diavolo. Aiutò
Georg a cambiarsi. Sebbene i suoi occhietti neri come le paillettes
rimanessero imperscrutabili, lui abbandonò la propria diffidenza.
«Il cielo non ha voluto darmi dei figli» disse la signora Marelli, «per
questo penso a voi, mentre cucio le vostre cose. Mi raccomando, dovete fare
in modo di resistere. Siete due ottimi amici. Volete guardarvi allo
specchio?» Lo portò nell’altra stanza, dove c’erano il suo letto e la macchina
da cucire. Anche qui erano sparsi in giro indumenti bizzarri. La donna aprì
le ante del grande specchio suddiviso in tre parti, quasi sfarzoso. Georg si
guardò di lato, davanti e dietro, rivestito con un cappello rigido e un
soprabito color crema. Il cuore, che per ore era rimasto abbastanza
tranquillo, a quella vista cominciò a battere all’impazzata.
«Ora sì che siete presentabile. Quando non si è vestiti bene, non si
ottiene niente. Dove è riuscito ad arrivare un cagnolino, si dice dalle mie
parti, ce la faranno anche gli altri. Ora vi impacchetto la vostra vecchia
roba». Georg la seguì nella stanza di prima. «Ho preparato il conto, anche se
Belloni lo riteneva superfluo» disse la signora Marelli. «Non mi piace fare i
conti. Guardate per esempio questo mantello, quasi tre ore di lavoro. Ma
ditemi, secondo voi posso chiedere un quarto dell’ingaggio a qualcuno che
indossa un costume da coniglio solo per una serata? Sapete, Belloni mi ha
dato venti marchi. Non volevo accettare il lavoro, gli abiti civili li rammendo
solo in casi eccezionali. Credo che dodici marchi non siano esagerati. Eccovi
il resto. Salutatemi Belloni, quando lo incontrerete». «Vi ringrazio» disse
Georg. Sulle scale gli venne il sospetto che la casa fosse sorvegliata. Era
quasi arrivato in fondo quando la donna lo chiamò, perché aveva lasciato da
lei il pacco dei vestiti. «Ehi, voi!» Lui non si girò nemmeno e si precipitò
sulla strada, che era deserta e silenziosa.

«Mi sa che oggi Franz non verrà» si disse in casa Marnet, «date la sua parte
di frittelle ai bambini».
«Franz non è più quello di un tempo» disse Auguste, «da quando lavora
giù a Höchst. Non alza più un dito per noi».
«È stanco» disse la signora Marnet, che aveva un debole per Franz.
«Stanco» ripeté il marito, il contadino avvizzito. «Anch’io sono stanco.
Potessi avere anch’io una giornata di lavoro misurata col cronometro,
invece di lavorare diciotto ore al giorno». «Senti» disse la signora Marnet,
«prova a ripensare a quando andavi alla fornace, prima della guerra. La sera
eri distrutto».
«Però Franz, se non viene, non lo fa perché è distrutto» disse Auguste,
«al contrario, deve avere qualcosa che lo interessa a Francoforte o a
Höchst». Tutti gli sguardi si posarono su Auguste che, le narici frementi per
la voglia di spettegolare, zuccherava le ultime frittelle. La madre le
domandò: «Ti ha accennato qualcosa?» «A me no». «Io ho sempre creduto
che Sophie avesse un debole per Franz» disse il fratello. «Per lui sarebbe
davvero una comoda sistemazione». «Sophie e Franz?» disse Auguste. «Lei
ha troppo fuoco dentro». «Fuoco!» Tutti i Marnet rimasero stupiti. Erano
passati ventidue anni da quando, nel giardino dei vicini, erano stesi ad
asciugare i pannolini di quella Sophie Mangold che ora, secondo la sua
amica Auguste, aveva troppo fuoco dentro. «Se ha il fuoco dentro» disse il
contadino con gli occhi lampeggianti, «bisogna darle un bel ciocco». Sì,
proprio un bel ciocco come te, pensò la signora Marnet, che non aveva mai
sopportato il marito. Ciò nonostante, non poteva dire di essere stata infelice
neppure un giorno durante il matrimonio. Si può essere infelici, aveva
insegnato alla figlia prima del matrimonio, soltanto quando si ama.

Mentre in cucina la cugina Auguste divideva la sua frittella perfettamente a


metà, secondo i criteri umani, Franz entrava al cinema Olympia. Nella sala
era già buio. Gli spettatori brontolarono perché, passando loro davanti per
raggiungere il suo posto, nascose la visione del cinegiornale.
Franz si è già accorto da lontano che il posto accanto al suo è occupato.
Poi ha riconosciuto la faccia di Elli, bianca e rigida, gli occhi sgranati.
Adesso è seduto anche lui a guardare il cinegiornale, i gomiti stretti al
corpo, perché il braccio sul bracciolo in comune è quello di Elli.
Perché non si potevano cancellare gli anni, e appoggiare la mano al
polso di lei? Risalì con lo sguardo lungo il suo braccio, fino alla spalla e al
collo. Perché non poteva accarezzarle la folta chioma scura, che in quel
momento sembrava averne bisogno? All’orecchio brillava un puntino rosso.
In tutto quel tempo nessuno le aveva regalato un paio di orecchini?
Aggrottò la fronte. Nessuna parola di troppo, nessun pensiero di troppo. Se
durante l’intervallo si fosse rivolto a una graziosa ragazza seduta
casualmente accanto a lui, nessuno ci avrebbe fatto caso, anche se Elli fosse
stata sorvegliata persino lì al cinema. Di colpo si vergognava della
confusione che aveva in testa e nel cuore. Quel servizio del cinegiornale, che
mostrava brevi immagini del mondo agli spettatori, come una porta che si
aprisse e si richiudesse bruscamente, in qualunque altra serata sarebbe
bastato a riempirgli la mente. Così com’è possibile nascondere il sole con
una mano, allo stesso modo la notizia successiva, la fuga di Georg, quella
sera nascose tutto il resto. Il resto poteva anche essere il mondo scosso dalle
guerre, che lo scuoteva con sé. Ma forse i due morti accatastati l’uno
sull’altro sulla strada del villaggio, erano anch’essi un Franz e un Georg.
Comprerò le mandorle tostate, pensò quando venne accesa la luce. Passò
davanti a Elli. Lei lo guardò da vicino come si guarda una persona
qualunque, senza riconoscerlo. Ecco, Else non è venuta, pensò Elli, il
biglietto me lo avrà mandato lei? Forse l’anziana donna accanto a me è sua
madre. In ogni caso è una fortuna stare seduta qui dentro al cinema.
Speriamo che l’intervallo finisca presto, che torni presto il buio.
Guardò Franz, al suo ritorno, e sul suo viso comparve un lampo di
riconoscimento. Ricordi vaghi, che neppure lei sapeva dire se fossero lieti o
tristi. «Elli» disse Franz. Lei sgranò gli occhi. Provò un senso di
consolazione, prima ancora di riconoscerlo. «Come stai?» le domandò. Lei si
rabbuiò e dimenticò di rispondergli. Lui disse: «Lo sa già. So già tutto.
Guardami, adesso, Elli, e ascolta bene ciò che ti dirò. Intanto prendi queste
mandorle e mangiale. Ieri sono stato davanti a casa tua – guardami e
sorridi...»
Lei si comportò in modo appropriato. «Mangia, mangia» le disse Franz.
Parlò rapido, sottovoce. Lei doveva solo rispondere sì o no. «Ripensa ai suoi
amici, forse ne conosci qualcuno che io non conosco. Pensa a chi conosceva
qui. Forse verrà in città. Guardami e sorridi. Dopo lo spettacolo non
possiamo rimanere insieme. Domattina presto vieni al mercato generale,
sarò lì ad aiutare mia zia. Ordina delle mele, così te le consegnerò io e
potremo parlare. Hai capito tutto?» «Sì». «Guardami». Nei suoi giovani
occhi c’era fin troppa fiducia, una grande quiete. Avrebbe potuto esserci
anche qualcos’altro, pensò Franz. Lei si sforzò di sorridere. Lo guardò
ancora una volta, mentre tornava il buio, una rapida occhiata con quel suo
viso serio. Ora forse avrebbe potuto stringergli la mano, magari solo per
paura.
Franz appallottolò il cartoccio vuoto. Poi gli venne in mente che tra lui
ed Elli non poteva esserci niente finché Georg, in un modo o nell’altro,
restava nel paese. Doveva essere felice di averla rivista, senza mettere in
pericolo lei o se stesso.
Adesso gli stava seduta accanto. Era viva, e lo era anche lui. Provò un
impeto di felicità, per quanto debole e fragile, più forte di tutto ciò che lo
opprimeva. Si domandò se stesse guardando davvero il film che fissava con
gli occhi spalancati. Sarebbe rimasto deluso di sapere che Elli, dimentica di
tutto e di tutti, seguiva rapita la tumultuosa cavalcata nel paesaggio
innevato. Franz non guardava più lo schermo. Fissava il braccio di Elli e a
volte gettava una rapida occhiata al suo viso. Quando tutto finì e tornò la
luce, fu preso dallo sgomento. Prima di dividersi nella calca, le loro mani si
sfiorarono come quelle di due bambini ai quali è vietato giocare insieme.

5.

Georg si sentiva più leggero, estraniato da se stesso in quel soprabito d’un


giallo chiaro. Devo proprio chiederti scusa, Belloni. E adesso? Le strade si
sarebbero svuotate presto, la gente sarebbe tornata a casa dal caffè e dal
cinema. Davanti a lui c’era la notte, un abisso dove si era immaginato una
casa. Camminava stordito dalla stanchezza, un palo rivestito sospinto da
una piuma. La sua intenzione era stata quella di mandare Leni il giorno
dopo da uno dei vecchi amici, Boland. Adesso doveva andarci di persona.
Non c’erano alternative. Per fortuna almeno aveva quei vestiti. Pensò alla
via più breve da seguire. Immaginare strade, ideare percorsi mentre voleva
soltanto dormire era faticoso almeno quanto trascinarsi per le vie. Arrivò
poco prima delle dieci e mezzo. Il portone era aperto, due vicine di casa si
stavano dilungando nei saluti. La finestra illuminata al terzo piano era
quella di Boland. Fin qui tutto in ordine. La casa ancora aperta, le persone
ancora sveglie. Non aveva dubbi che Boland fosse quello giusto. Era la
migliore possibilità. Lui era di gran lunga la migliore, non c’era bisogno di
rimuginarci più a lungo. È quello giusto, si ripeteva Georg salendo le scale.
Il cuore batteva tranquillo, forse perché non si faceva più influenzare da
inutili avvertimenti, forse perché questa volta non c’era davvero nulla di
sospetto.
Riconobbe la moglie di Boland, né vecchia né giovane, né bella né brutta.
Georg si ricordò che una volta aveva tenuto un bambino, insieme ai suoi,
durante uno sciopero. Il bambino senza genitori, forse perché il padre era
rinchiuso in carcere, era stato portato una sera nel locale. Boland lo aveva
preso per mano, l’aveva portato nel suo appartamento per consultarsi con la
moglie, ed era tornato senza di lui. La serata era proseguita, una riunione
per preparare qualche corteo. Il bambino intanto aveva trovato dei genitori,
fratelli e sorelle, e la cena. «Mio marito non c’è» disse la donna, «potete
andare da lui all’osteria». Era un po’ stupita, ma per nulla diffidente. «Posso
aspettarlo qui?» «Purtroppo non è possibile» rispose la donna, non
infastidita ma con decisione, «è già tardi, e ho un malato in casa».
Devo aspettarlo al varco, pensò Georg. Scese e si mise seduto sulle scale.
E se chiudono il portone? Potrebbe salire qualcuno, trovarmi, fare domande.
Boland potrebbe tornare in compagnia. Forse è meglio aspettarlo in strada, o
forse entrare nell’osteria. La moglie non mi ha riconosciuto, il maestro
stamattina mi ha attribuito l’età di suo padre. Uscì passando in mezzo alle
due donne, che si stavano ancora salutando.
Forse era proprio la stessa osteria dove all’epoca era stato portato il
bambino. I clienti stavano per andarsene, un po’ brilli ma non troppo,
ridendo così forte che dalle finestre bisbigliavano pst. Quasi tutti SA, solo
due in abiti civili, uno dei quali era Boland. Anche lui rideva, seppure nel
suo modo consueto, silenzioso. Si staccò dagli altri in compagnia di due SA. I
tre adesso non ridevano più, ma sogghignavano compiaciuti. Abitavano
nella stessa casa, perché uno aprì il portone – era stato davvero chiuso poco
prima – e gli altri due lo seguirono.
Georg sapeva che la compagnia in cui si trovava non significava nulla
per Boland. Sapeva che le camicie dei suoi accompagnatori non
significavano nulla. Al campo aveva sentito a sufficienza da sapere come
andavano le cose. Sapeva che la vita delle persone era cambiata,
nell’esteriorità, nelle frequentazioni, nelle forme di lotta. Questo lo sapeva
come lo sapeva Boland, ammesso che fosse rimasto davvero quello di prima.
Georg sapeva tutte queste cose, ma non le sentiva veramente.
Lui si sentiva come negli ultimi anni, come a Westhofen. Non aveva
tempo di farsi spiegare dalla propria ragione perché quelle camicie fossero
indispensabili per gli accompagnatori di Boland e quegli accompagnatori lo
fossero per Boland. Gli bastò uno sguardo per sentirsi come a Westhofen.
Ma Boland non aveva sulla fronte nessun segno distintivo. Poteva essere
affidabile, ma Georg non lo sentiva. Poteva esserlo e poteva non esserlo.
Cosa devo fare? pensò Georg. Aveva già fatto qualcosa, si era
allontanato dalla via di Boland. La città si rianimò ancora una volta per gli
ultimi schiamazzi prima che scendesse la notte.

«Hanno dovuto arrestare Bachmann a Worms». «Perché?» domandò brusco


Overkamp. Si era espresso contro l’arresto, che avrebbe soltanto suscitato
curiosità e inquietudine tra la popolazione, mentre un manifesto
atteggiamento di riguardo da parte della polizia sarebbe stato più utile per
isolare la famiglia Bachmann. «Quando Bachmann è stato legato su in
mansarda, la moglie si è messa a sbraitare che avrebbero dovuto farlo il
giorno prima, prima del lungo interrogatorio, e che la corda per i panni era
sprecata. Non si è calmata nemmeno quando il marito è stato portato via.
Ha fatto impazzire tutto il vicinato, ripetendo a gran voce di essere
innocente e così via». «Come si è comportato il vicinato?» «Così così. Devo
richiedere il rapporto?» «No, no» disse Overkamp, «la cosa non ci riguarda
più, rientra nelle competenze dei colleghi di Worms. Noi abbiamo già
abbastanza da fare».

Georg non poteva volatilizzarsi nell’aria. Pensò: la prima che capita andrà
bene.
Quando sbucò da dietro la rimessa che si trova a metà della
Forbachstraße, dietro la stazione merci, la prima a capitargli era persino
peggio di quanto avesse immaginato. Non l’avrebbe voluta toccare
nemmeno con la punta di un dito. La pelle sul cranio oblungo pendeva
floscia. Alla luce dei lampioni non avrebbe saputo dire se il cespuglio color
pulce spuntasse dalla testa o fosse cucito come decorazione al berretto.
Scoppiò a ridere. «Non dirmi che quelli sono i tuoi capelli». «I miei capelli,
sì». Lo guardò incerta, e un lampo di umanità affiorò sulla sua faccia
smunta. «Per me fa lo stesso» dichiarò lui a voce alta.
Lei lo guardò ancora una volta di profilo. Poi si fermò all’angolo della
Tormannstraße, esitando senza rendersene conto, per darsi una sistemata al
viso e al seno. Non ci riuscì, com’era logico che fosse. Sospirò. Georg pensò:
Da qualche parte dovremo pur andare. Ci saranno quattro mura. Una porta
si chiuderà. Si aggrappò di cuore a lei. Si incamminarono veloci. Fu lei a
scorgere per prima il poliziotto all’angolo della Dahlmannstraße. Strattonò
Georg facendolo entrare in un portone. «I controlli sono più severi» disse.
Ripresero a camminare a braccetto, evitando accuratamente la guardia, e
alla fine raggiunsero casa sua. Un edificio piccolo, né quadrato né tondo, un
po’ tutt’e due le cose, come quando un bambino disegna un cerchio. La
piazza e i tetti, attaccati gli uni agli altri, risultavano stranamente familiari a
Georg. Dev’essere da queste parti che un tempo ho abitato con Franz.
Sulle scale dovettero superare un gruppetto di due ragazze e due ragazzi.
Una delle ragazze stava legando il fazzoletto al collo di un ragazzo molto più
basso di lei. La ragazza tirò le punte verso l’alto. Il piccoletto le abbassò
subito, la ragazza le rialzò. L’altro ragazzo aveva la faccia glabra, era un po’
strabico e molto ben vestito. La seconda ragazza, con un lungo abito nero,
era di una bellezza straordinaria, un visino pallido in una nuvola bionda. Ma
non era più possibile fare il cambio per Georg, la cosa sarebbe stata
inspiegabile. E poi per lui era lo stesso. Inoltre era probabile che quella
incredibile bellezza si rivelasse pura immaginazione. Si voltò ancora una
volta. Tutti e quattro lo fissavano. E in effetti la ragazza di colpo appariva
meno bella, con il naso a punta. Uno dei ragazzi esclamò: «Buonanotte,
tesorino!» La ragazza che era con Georg rispose: «Buonanotte, invidioso».
Quando lei aprì la porta, il piccolo le gridò: «Stammi bene». E lei, di
rimando: «Chiudi la bocca, nanetto».
«E questo sarebbe un letto?» disse Georg. Lei si mise a sbraitare: «Vai
all’Englischen Hof, allora, nella Keiserstraße!» «Su, calmati» disse Georg, «e
stammi a sentire. Mi è successa una cosa che a te non deve interessare. Ho
avuto dei problemi. Da allora non ho più chiuso occhio. Se riesci a farmi
dormire, puoi avere da me quello che vuoi, ti offrirò qualcosa e avrò
qualcosa di bello da offrire». Lei lo guardò stupita. Nei suoi occhi si accese
una fiammella, come quando si mette un lumino in un teschio. Poi dichiarò
con determinazione: «Affare fatto».
Si udirono dei colpi alla porta. Il piccoletto infilò dentro la testa e si
guardò intorno come se si fosse perso qualcosa. Lei gli si avvicinò
brontolando, ma smise di colpo quando lui alzò le sopracciglia, facendole
cenno di uscire.
Georg li sentì bisbigliare tutti e cinque dietro la porta, a voce bassa, ma
in tono aspro. Ciò nonostante non capiva una parola: poi un sibilo, che
s’interruppe di colpo. Si portò le mani alla gola. La stanza si era
rimpicciolita, le pareti, il soffitto e il pavimento sembravano restringersi.
Pensò: «Devo andarmene da qui».
Lei tornò in quel momento e disse: «Non guardarmi con quella faccia».
Gli prese il mento con la mano. Lui gliela allontananò.
E poi, quasi per miracolo, riuscì a dormire. Ore, minuti? Löwenstein
aveva aperto il rubinetto per la terza volta, nella sua disperata indecisione?
Georg riaffiorò lentamente dal sonno. Man mano che si ridestava, provò
dolori lancinanti in cinque, sei punti del corpo. Ma continuava a sentirsi
incredibilmente fresco e riposato. Aveva dormito sul serio. Le regalerò tutto
ciò che ho, si disse. Che cosa lo aveva svegliato? La luce era spenta. Solo il
chiarore dei lampioni in cortile filtrava dalla finestrella sopra il letto.
Quando si mise seduto, la sua ombra si sollevò gigantesca sulla parete di
fronte. Era solo. Rimase in ascolto. Gli sembrava di sentire un rumore sulle
scale; un lieve scricchiolio di piedi nudi, oppure di un gatto. Si sentiva
indicibilmente a disagio di fronte alla propria ombra, che cresceva enorme
fino al soffitto. L’ombra di colpo trasalì, come se volesse gettarsi su di lui.
Un lampo nel cervello: quattro paia di occhi penetranti alle proprie spalle,
quando era salito fin lì. La testa del piccoletto nella fessura della porta. Il
cenno con le sopracciglia. I bisbigli sulla scala. Balzò su dal letto e scavalcò
la finestra sul cortile. Atterrò su un mucchio di cavoli. Li superò e ruppe un
vetro, anche se era inutile, il chiavistello avrebbe ceduto molto prima.
Atterrò qualcuno che lo ostacolava, solo dopo qualche secondo si accorse
che era una donna. Sbatté contro un volto, due occhi che fissavano i suoi,
una bocca che gridava nella sua. Si rotolarono sull’asfalto, come se si fossero
avvinghiati insieme per la paura. Attraversò la piazza correndo a zig-zag e si
infilò in uno dei vicoli, che all’improvviso riconobbe come quello dove
aveva vissuto felice anni prima. E, come in sogno, ne riconobbe le pietre e
persino la voliera sopra la bottega del ciabattino, e qui la porta del cortile da
dove si arrivava in altri cortili e da lì nel Baldwingässchen. Se la porta era
chiusa, pensò, è finita. La porta era chiusa. Ma che significa una porta
chiusa, se ciò che aveva alle spalle lo spingeva a sollevarla? Era tutto
commisurato a vecchie forze senza più valore. Attraversò di corsa i cortili e
si infilò in un portone dove rimase in ascolto: era ancora tutto tranquillo.
Aprì il chiavistello e uscì sul Baldwingässchen. Udì i fischi, erano ancora
sulla Antonsplatz. Si tuffò in un dedalo di vicoli. Adesso era di nuovo tutto
come in un sogno, qualche punto era rimasto uguale, qualche punto era
cambiato del tutto. Lì c’era ancora la madonnina sopra il portone, ma il
vicolo s’interrompeva poco oltre; là c’era una piazza sconosciuta che non
aveva mai visto. La superò in un labirinto di vicoli, e si ritrovò in un’altra
parte della città. C’era odore di terra e giardini. Superò una bassa inferriata
all’angolo di una siepe di tasso. Si mise a sedere e riprese fiato, poi strisciò
ancora per un po’, quindi rimase sdraiato, perché di colpo si sentì senza
forze.
La sua mente però non era mai stata così lucida. Tornò completamente
in sé, come non gli era mai capitato non solo dopo la fuga dalla finestra, ma
dopo la fuga dal campo. Com’era tutto spaventosamente nitido, come
appariva freddo e spoglio l’impossibile. Finora era stato sospinto da una
necessità che non capiva più, come un sonnambulo. Ora finalmente si era
svegliato e vedeva dov’era. Fu assalito dalla vertigine, si aggrappò ai rami.
Finora se l’era cavata senza danni, guidato dalle forze che accompagnano
solo il sonnambulo e al risveglio svaniscono. Forse in questo modo sarebbe
addirittura riuscito a concludere felicemente la fuga. Purtroppo però s’era
ridestato, non poteva più tornare allo stato di prima solo con la forza di
volontà. Rabbrividì di paura. Si dominò, pur essendo lì solo. D’ora in poi mi
dominerò sempre, si disse, mi comporterò in maniera decorosa fino alla fine.
I rami gli sfuggirono tra le dita, nella mano stringeva qualcosa di
appiccicoso e lo guardò: un fiore grande, come non ricordava di averne mai
visti prima. Il senso di vertigine era così forte, come se la terra oscillasse
sotto di lui, che tornò subito ad aggrapparsi ai rami.
Era completamente sveglio! Che peccato essere così svegli. Ridestandosi
aveva perso del tutto il proprio intuito.
Di sicuro il percorso della sua fuga era stato ricostruito, la sua
descrizione era stata segnalata ovunque. Forse la radio e i giornali
inculcavano già, instancabili, i suoi dati nella testa della gente. In
nessun’altra città era in pericolo quanto qui; aveva rischiato di affondare a
causa dell’errore più grossolano, quello più frequente, perché si era fidato di
una ragazza. Ora vedeva Leni per quella che era sempre stata allora, né
appassionata né dedita alla casa, bensì pronta a buttarsi nel fuoco o a
preparare la zuppa per chiunque fosse il suo amato o a distribuire
qualunque volantino. Se all’epoca lui fosse stato un turco, per amor suo lei
lo avrebbe aiutato ad annunciare la guerra santa a Niederrad.
Si sentirono dei passi nel vicolo accanto all’inferriata. Un uomo
camminava con il bastone. Il Meno doveva essere vicino, lui non si trovava
in un giardino, bensì in un parco sulla riva del fiume. Riconobbe ora dietro
gli alberi le facciate bianche e lisce del porto fluviale. Udì sferragliare i treni
e, per la prima volta, anche se era ancora buio, lo scampanellio di un tram
elettrico.
Doveva andarsene da lì. Sua madre era sicuramente sorvegliata. La
moglie, Elli, che portava il suo nome, era sicuramente sorvegliata. Chiunque
avesse mai portato un sassolino nella sua vita in questa città poteva essere
sorvegliato. Erano sorvegliati i pochi amici e i suoi insegnanti, i fratelli e i
suoi cari. Una rete era tesa in tutta la città, e lui ci era finito dentro. Doveva
uscirne. Certo, stavolta era davvero sfinito. Le forze gli bastavano a stento
per scavalcare l’inferriata. Come avrebbe fatto a uscire dalla città, a
ritornare sul cammino percorso ieri, per poi spingersi fino al confine? Tanto
valeva restare accovacciati lì finché lo trovavano. Si indignò con rabbia,
come se qualcun altro gli avesse dato un simile suggerimento. Se anche le
forze gli fossero bastate solo per un unico, minuscolo movimento verso la
libertà, per quanto inutile e insensato, voleva comunque averlo compiuto.
A poca distanza, sul ponte lì vicino, cominciavano già a dragare. Anche
mia madre sente questo rumore, pensò. Anche il mio fratellino lo sente ora.
Capitolo quarto

1.

Prima che la notte che aveva trascorso insonne fosse finita, l’ex
borgomastro di Oberbuchenbach Peter Wurz, attuale borgomastro dei
villaggi unificati di Ober- e Unterbuchenbach, si alzò dal suo letto di
tormenti, attraversò silenzioso il cortile fino alla stalla e si mise a sedere
nell’angolo più buio, sullo sgabello da mungitura. Si asciugò il sudore dalla
faccia. Da quando la radio, il giorno prima, aveva trasmesso i nomi degli
evasi, uomini, donne e bambini del villaggio li cercavano per acciuffarli. È
davvero verde il suo viso? Si è davvero preso la gotta? È davvero raggrinzito
di colpo?
Buchenbach sorge lungo il Meno, a un paio d’ore di cammino da
Wertheim, ma staccato sia dalla strada provinciale sia dal fiume, come se
volesse sottrarsi a ogni tipo di traffico. In passato era costituito da due paesi,
Ober- e Unterbuchenbach, distribuiti lungo un’unica strada, tagliata
esattamente a metà da un sentiero che su entrambi i lati s’inoltrava nei
campi. L’anno precedente su questo crocicchio era stata realizzata una
piazza comune, sulla quale, alla presenza delle autorità, tra spettacoli festosi
di ogni genere e discorsi ufficiali, era stata piantata la quercia di Hitler.
Ober- e Unterbuchenbach erano stati riuniti a seguito delle riforme
amministrative e delle ristrutturazioni delle campagne.
Quando un terremoto distrugge una fiorente città, crollano pure i muri
pericolanti destinati comunque a essere abbattuti. Siccome quel pugno di
ferro, che soffocava il diritto, aveva ghermito anche qualche superflua
consuetudine, i figli del vecchio Wurz e i loro camerati delle SA si sentivano
astuti e superiori di fronte a tutti i contadini che si erano opposti
all’unificazione.
Sullo sgabello, Wurz si torceva le mani facendole schioccare. Non era
ancora l’ora della mungitura e, senza le mammelle piene, le vacche erano
immobili. Ogni pochi istanti Wurz trasaliva, si raddrizzava, e poi tornava a
piegarsi su se stesso. Pensava: può infilarsi anche qui dentro, può tendermi
un agguato anche qui. L’uomo del quale aveva tanta paura era Aldinger, il
vecchio contadino che Georg e i suoi compagni di Westhofen giudicavano
un po’ fuori di testa.
Il primogenito di Wurz un tempo era stato praticamente fidanzato con la
minore delle Aldinger, ma si era preferito aspettare qualche anno. I campi
erano confinanti, persino le due piccole vigne sull’altra riva del Meno dove
in seguito, siccome non conveniva più produrre vino, si sarebbe potuto
piantare qualcos’altro. All’epoca Aldinger era il borgomastro di
Unterbuchenbach. Nel 1930 la figlia si era poi innamorata di un ragazzo che
lavorava alla costruzione della strada per Wertheim. Aldinger approvò la
cosa, che gli risultava molto vantaggiosa, dato che il ragazzo guadagnava
già uno stipendio, e la coppia si trasferì in città. Nel febbraio del ’33 il
genero ricomparve brevemente in paese, senza che nessuno ci facesse
troppo caso. Come molti lavoratori delle piccole città, di cui tutti
conoscevano le idee, anche lui aveva preferito, nei primi periodi degli arresti
e delle persecuzioni, rifugiarsi in campagna dai parenti. Se n’era già andato
quando Wurz, su consiglio dei figli, aveva organizzato una visita della
polizia. Nel frattempo Aldinger, dato che l’unificazione dei villaggi era
ormai prossima, aveva riunito intorno a sé un gruppo che sosteneva che, se
Aldinger non poteva restare borgomastro, non poteva rimanere in carica
nemmeno Wurz, e un terzo avrebbe dovuto occupare il posto vacante.
Questo gruppo era rafforzato dalla presenza del parroco, che risiedeva e
predicava a Unterbuchenbach, dove sorgevano la chiesa e la canonica.
Il genero era davvero ricercato, essendo stato per anni tesoriere del suo
sindacato e anche di un piccolo giornale dei lavoratori. Tuttavia nessuno
degli abitanti di Buchenbach, solitamente prevenuti nei confronti dei
forestieri, aveva notato alcunché di strano in quell’uomo tranquillo, che
all’epoca del raccolto aiutava Aldinger in cambio di pane e salsicce per la
sua famiglia, composta ormai da cinque persone. Era accaduto soltanto che
bisticciasse all’osteria con i figli di Wurz, che all’epoca già vagheggiavano di
entrare nelle SA. Era stato questo a indurli in seguito a consigliare in quel
modo il padre.
Wurz era rimasto quasi sgomento da come la cosa aveva funzionato.
Aldinger era stato prelevato e a Wurz non era parso vero di sbarazzarsi di
Aldinger, in attesa di ottenere la conferma dell’incarico. Gli sarebbe anche
piaciuto rallegrarsi alla vista della collera di Aldinger. Ma, per motivi
sconosciuti, Aldinger non era tornato e nei primi mesi Wurz aveva avuto
vita difficile. Gli abitanti di Unterbuchenbach lo evitavano, gli facevano
andare di traverso ogni atto d’ufficio, ogni funzione religiosa. I figli però lo
consolavano, insieme ai loro amici: i nuovi uomini, e il Führer allo stesso
modo di Wurz, dovevano resistere tenaci nello svolgimento dei propri
doveri, nonostante le difficoltà e le ostilità iniziali.
Visto da un aeroplano, Buchenbach trasmette una piacevole impressione
di ordine e pulizia, con il suo campanile, i campi e i pascoli. Ad
attraversarlo, la situazione è leggermente diversa, ma solo se si ha voglia e
tempo di guardare con attenzione. Certo, le strade sono tutte molto pulite e
la scuola è intonacata di fresco, ma perché una vacca deve ancora tirare, pur
essendo gravida? Perché il bambino che ha riempito il grembiule di erba
strappata si guarda intorno intimidito? Né da un aeroplano, né dalla strada
si vede il contadino Wurz sul suo sgabello. Non si può vedere che in
nessuna stalla ci sono più di quattro mucche, che nei due villaggi riuniti ci
sono solo due cavalli. Sorvolando o attraversando il paese, non si vede che,
di questi due cavalli, uno appartiene al figlio di Wurz e l’altro se lo è
aggiudicato l’attuale proprietario, all’incirca cinque anni fa, in maniera poco
chiara dopo l’indennizzo dell’assicurazione per un incendio. (Di recente è
stata chiesta la riapertura del processo presso la comunità contadina.)
Questo tranquillo e ordinato villaggio è povero, poverissimo, come un
qualsiasi villaggio che puzzi di povertà.
Hitler non potrà mai cambiare il terreno, si diceva all’inizio. Non potrà
spingerci a produrre un vino migliore. Alois Wurz non ci presterà mai il suo
cavallo per tirare l’aratro. Una trebbiatrice a rate per tutto il paese? Era già
in programma.
Una festa per il raccolto? Non si sono sempre organizzate giostre e
bancarelle in autunno? Ma i ragazzi che il lunedì tornavano da Wertheim,
sostenevano che una cosa del genere non s’era mai vista. Si erano mai visti,
a memoria d’uomo, tremila contadini riuniti insieme? Dei fuochi d’artificio
così? Della musica così? Chi ha avuto l’onore, in fin dei conti, di consegnare
il mazzo di fiori al rappresentante del Reichsbauernführer, il capo dei
contadini del Reich? Non Agathe, figlia di Alois Wurz, bensì la piccola Anni
Schulz numero tre, di Unterbuchenbach, che non ha le unghie nere.
Il paese non potrà essere spostato più vicino alla città, un mercato stabile
non c’è ancora. Ma la città viene qui tutte le settimane, grazie al carro del
cinema. Su una tela dentro la scuola si vede il Führer a Berlino, si vede il
mondo intero, Cina e Giappone, Italia e Spagna.
Sul suo sgabello Wurz pensava: questo Aldinger dopotutto ha avuto la
sua occasione. Dove si è tenuto nascosto? Nessuno ha più pensato a lui.
Ciò che più aveva lasciato perplessi gli abitanti di Buchenbach era stata
la questione dei terreni demaniali. C’erano sempre stati, e adesso si
volevano trasformare in una specie di villaggio modello. Trenta famiglie da
tutti i paesi del circondario si sarebbero stabilite lì, principalmente contadini
che conoscevano anche un altro mestiere e avevano molti figli. Da
Berblingen era arrivato il fabbro, da Weilerbach il ciabattino, da molti paesi
era stata trasferita una famiglia e l’anno successivo ne sarebbero arrivate
altre. La speranza trovava spazio in ogni villaggio. Era come vincere alla
lotteria. Tutti conoscevano una di quelle famiglie, almeno nel villaggio
vicino. A poco a poco alcuni di quelli che erano stati sempre ostili a Wurz a
causa di Aldinger compresero che questo Wurz, quando aveva permesso ai
figli di entrare nelle SA, aveva puntato sulla carta vincente. Se si voleva
avere diritto a vivere in questo villaggio demaniale, se per tutto l’anno si
voleva avere una minima speranza di arrivare al villaggio demaniale,
bisognava quantomeno non manifestare troppo la propria ostilità nei
confronti di Wurz, dalle cui mani passavano i documenti di tutti i coloni del
villaggio. Già, era addirittura meglio non farsi vedere troppo spesso dagli
Aldinger; così pian piano la famiglia era stata isolata. Nessuno chiedeva più
notizie di Aldinger, forse era davvero già morto. Sua moglie vestiva sempre
di nero, stringeva le labbra, frequentava moltissimo la chiesa, per la quale
aveva sempre avuto una spiccata inclinazione; i suoi figli non andavano mai
all’osteria.
Il giorno prima, quando la notizia dell’evasione era stata trasmessa alla
radio, tutto era cambiato di nuovo. Ora nessuno voleva più essere nei panni
di Wurz. Aldinger era un uomo forte, si sarebbe procurato una carabina, se
fosse riuscito ad arrivare in paese. Quello che aveva fatto questo Wurz era
stata una grande ingiustizia: reato di falsa testimonianza. Per colpa sua
l’intero villaggio è stato messo a soqquadro. Il drappello di SA, del quale
facevano parte gli stessi figli di Wurz, pattuglia la proprietà. Tutto questo
non gli servirà a niente. Aldinger conosce il territorio, spunterà fuori
all’improvviso, Wurz riceverà la sua pallottola all’improvviso, e nessuno ne
sarà sorpreso. La sorveglianza non gli servirà a niente. Prima o poi dovrà
andare sull’altra sponda del Meno. Dovrà andare a fare legna.
Wurz trasalì. Qualcuno si avvicinò ansimando. Riconobbe la nuora più
anziana, moglie di Alois, dal tintinnio dei secchi per il latte. «Che cosa ci fai
tu qui?» gli chiese la donna. «Mamma ti cerca». Lo guardò uscire dalla stalla
e attraversare l’aia, come se fosse un intruso. Fece una smorfia. Wurz
l’aveva sempre comandata a bacchetta da quando era arrivata; ora godeva
della sua sventura.

2.

Sebbene il fascicolo di Belloni, per quanto riguardava Westhofen, alla sua


morte fosse stato chiuso, c’erano ancora alcune questioni aperte che
competevano ad altri dipartimenti. Questi documenti non erano destinati,
come si dice abitualmente, a coprirsi di polvere e a marcire. Solo Belloni
stava marcendo, il suo fascicolo era rimasto vivo. Chi gli ha dato ospitalità?
Chi ha parlato con lui? Chi sono queste persone che devono essere ancora
in città? Grazie alle chiacchiere nei locali degli artisti, il mercoledì sera
arrivarono alla signora Marelli, conosciuta un po’ da tutti. La notte non era
ancora terminata – il borgomastro Wurz era ancora seduto sullo sgabello da
mungitura – che già salivano da lei. Non era a letto, ma seduta alla luce di
una lampada e cuciva piccole scaglie di metallo su un gonnellino:
apparteneva a una donna che si era esibita il mercoledì sera al teatro
Schumann e con il treno del mattino avrebbe raggiunto il luogo
dell’esibizione di giovedì. All’arrivo dei poliziotti, e alla richiesta di seguirli
immediatamente in centrale per un interrogatorio, era rimasta molto
turbata, ma soltanto perché aveva promesso di terminare il lavoro per la
ballerina entro le sette. L’interrogatorio in sé le era indifferente, ne aveva
già affrontati altri. Inoltre una divisa da SA o da SS non le faceva né caldo né
freddo, così come il lampo del distintivo del poliziotto della Gestapo; forse
perché apparteneva a quella ristretta schiera di persone che non avevano
rimorsi, o perché l’esperienza professionale le aveva insegnato come si
potessero ottenere strani effetti grazie soltanto all’aspetto esteriore e a
diversi travestimenti. Posò un sacchetto di paillettes e l’occorrente per cucire
sopra il gonnellino non terminato, scrisse un biglietto, poi appese il
pacchetto sulla maniglia esterna; quindi seguì tranquilla i due agenti, senza
domandare nulla, dato che i suoi pensieri erano tutti per la gonna appesa
alla maniglia. Si stupì sul serio solo quando la condussero in un ospedale.
«Conoscete quest’uomo?» domandò uno dei due ispettori. Lei scostò il
panno. Il volto regolare, quasi bello di Belloni era un po’ deformato, si
sarebbe potuto dire annebbiato. I poliziotti si aspettavano uno dei consueti
accessi di sgomento, finto o sincero, che i vivi credono di dover offrire ai
morti in simili circostanze. La donna invece esclamò soltanto: «Oh!» come a
dire: Che peccato!
«Lo conoscete allora?» chiese l’ispettore. «Ma certo» rispose la donna.
«Il piccolo Belloni!»
«Quando ha parlato l’ultima volta con quest’uomo?»
«Ieri, anzi no, l’altro ieri, sul presto» disse la donna. «Ero stupita che
fosse venuto a quell’ora. Gli ho dovuto rammendare la giacca. Era in
viaggio...»
Si guardò intorno alla ricerca della giacca. I due ispettori la osservavano,
scambiandosi a cenni la reciproca impressione che la donna non c’entrasse,
pur non avendone la certezza. Attesero pazienti che lei terminasse di
parlare. Ogni tanto pronunciava una frase. «È successo durante le prove?
Hanno fatto le prove qui? Si è esibito ancora una volta? Volevano partire
per Colonia con il treno di mezzogiorno».
I due ispettori continuavano a tacere. «Mi ha raccontato» proseguì la
donna «di avere un ingaggio a Colonia. Io gli ho chiesto: Mio caro, sei
tornato in forma? Com’è successo?»
«Signora Marelli!» esclamò l’ispettore. La donna lo guardò sorpresa, ma
non spaventata. «Signora Marelli» ripeté l’uomo con la brusca e innaturale
serietà con cui gli agenti criminali danno certe notizie, interessati solo
all’effetto che suscitano, non al contenuto. «Belloni non ha perso la vita
nell’esercizio della sua professione, è precipitato durante la fuga».
«Fuga? Quale fuga?»
«La fuga dal campo di concentramento di Westhofen, signora Marelli».
«Come, quando? Era stato arrestato due anni fa. Non era tornato da
tempo in libertà?»
«Era sempre al campo, ed è scappato. Come fate a non saperlo?»
«Non lo sapevo» disse semplicemente la donna, ma in un tono che diede
ai due ispettori la definitiva certezza che fosse estranea ai fatti.
«Già, era fuggito. Ieri vi ha mentito...»
«Ah, povero diavolo!» esclamò la donna.
«Povero?»
«Era forse ricco?» disse la signora Marelli.
«Non è il caso di scherzare!» disse l’ispettore. La donna aggrottò la
fronte. «Prego, sedetevi. Aspettate, vi facciamo portare un caffè. Non avete
mangiato ancora niente».
«Non importa» replicò la donna con pacata dignità. «Posso aspettare
quando sarò tornata a casa».
L’ispettore disse: «Per favore, raccontateci precisamente come si è svolta
la visita di Belloni presso di voi. Quando è arrivato, che cosa voleva da voi.
Ogni parola che vi ha detto. Aspettate un istante! Belloni è morto, ma
questo non vi protegge dall’essere sospettata, gravemente sospettata.
Dipende tutto da voi».
«Figlio mio» disse la donna, «è probabile che vi sbagliate sulla mia età.
Ho i capelli grigi. Ho sessantacinque anni. Ho lavorato duramente per tutta
la vita, anche se molti, che non conoscono il mestiere, se ne fanno un’idea
sbagliata. Ancora oggi devo lavorare duramente. Di cosa mi minacciate?»
«Di chiudervi in carcere» rispose asciutto l’uomo. La signora Marelli
sgranò gli occhi. «Perché il vostro amichetto, che potrebbe essere stato
aiutato a fuggire da voi, si è macchiato di diversi reati. Se non si fosse
spezzato il collo da solo, allora, forse...» fece un gesto vago nell’aria con la
mano. La signora Marelli trasalì. Ma poi apparve chiaro che il sussulto era
dovuto a qualcosa che le era venuto in mente. Si avvicinò al letto di Belloni
con l’espressione di chi, in tutto quel parlare, avesse dimenticato la cosa più
importante, e sollevò di nuovo il lenzuolo che copriva il volto del morto. Si
capiva che non era la prima volta che compiva quel gesto.
A quel punto le ginocchia le cedettero. Si mise a sedere e disse piano:
«Portate pure il caffè».
Gli ispettori erano impazienti, perché ogni secondo era importante. Si
piazzarono a destra e a sinistra della sedia e incrociarono con perizia le loro
domande.
«Quando è venuto esattamente? Com’era vestito? Perché è venuto? Che
cosa voleva? Con quali parole? Come ha pagato? Avete ancora la banconota
che vi ha dato?»
Sì, l’aveva addirittura in tasca. La banconota fu registrata, il denaro dato
fu confrontato con quello trovato nelle tasche del morto. Mancava qualcosa.
Belloni aveva comprato qualcosa prima della sua passeggiata sui tetti? «No»
disse la donna, «mi ha lasciato qualcosa, che doveva a qualcuno».
«Lo avete già consegnato?»
«Secondo voi mi approprierei dei soldi di un morto?» chiese la signora
Marelli.
«I soldi sono stati ritirati?»
«Ritirati?» chiese la donna con un tono non più molto sicuro, perché si
era resa di aver detto qualche parola di troppo.
Gli ispettori si fermarono. «Grazie, signora Marelli. Vi faremo subito
riaccompagnare a casa da un’auto. Ne approfitteremo per dare un’occhiata
da voi».

Overkamp era indeciso se fischiare o soffiare quando a Westhofen giunse la


notizia che nell’appartamento della signora Marelli era stato trovato il
pullover che il fuggiasco Georg Heisler si era procurato da un barcaiolo
scambiandolo con la giacca di velluto. Heisler avrebbe potuto già essere
sotto chiave, se non ci si fosse fidati delle dichiarazioni dell’apprendista
giardiniere, quello stupido ragazzino. Non riconoscere la propria giacca!
Com’era possibile? Qualcosa non andava? Che cosa? Heisler dunque era
andato nella propria città. Restava l’interrogativo se stesse cercando di
nascondersi lì fino a trovare un modo sicuro per uscire dal paese, oppure se,
con gli abiti nuovi, forse rifornito di mezzi, si fosse già allontanato. Le
ricerche furono intensificate. Tutte le strade che portavano fuori città, ogni
incrocio, stazione ferroviaria, ponte, traghetto furono sottoposti alla
massima sorveglianza, come se fosse scoppiata una guerra. Nelle nuove
segnalazioni, veniva offerta la somma di cinquemila marchi per ciascuno dei
fuggiaschi catturati.
Come Georg aveva immaginato quella notte, la sua città natale si era
trasformata, con tutte le persone che erano state legate in qualche modo alla
sua vita – quella comunità che sostiene e circonda ogni esistenza, fatta di
parenti e persone care, insegnanti, maestri e amici –, in una rete di trappole
viventi. Le sue maglie erano sempre più strette ed elaborate a ogni ora che
passava.
Quell’alberello era destinato a Heisler, disse Fahrenberg. L’asse
orizzontale era un po’ più bassa. Dovrà stare piegato. Quel fine settimana si
sarebbe potuto riposare dagli strapazzi, gli sussurrò una voce da dentro. «La
vostra voce interiore» disse Overkamp. Scrutò Fahrenberg come era solito
fare abitualmente. Quell’uomo era ormai allo stremo.
Fahrenberg si era arruolato molto giovane ed era stato spedito in guerra.
La moglie piuttosto anziana e due figlie quasi adulte vivevano con i genitori
di lui nella casa sulla piazza del mercato, al pianterreno della quale c’era il
negozio di idraulica. Ci si aspettava un matrimonio in famiglia. Il fratello
maggiore, l’idraulico, era morto in guerra. Lui, Fahrenberg, avrebbe dovuto
finire di studiare giurisprudenza. L’assuefazione alla guerra e l’instabilità dei
tempi avevano impedito che terminasse grazie alla diligenza ciò che
l’intelletto non gli rendeva facile. Piuttosto che dare una mano a posare tubi
a Seeligenstadt insieme al vecchio padre, lui desiderava rinnovare la
Germania, conquistare città con il suo drappello di SA, soprattutto la
cittadina natale dove in passato era stato considerato un perdigiorno.
Piombare sul quartiere operaio, picchiare gli ebrei e infine dimostrare la
falsità di tutte le fosche previsioni del padre e dei vicini, tornando a casa in
licenza con le mostrine, con i soldi in tasca, con il prestigio, con il potere.
Di tutti gli spettri che avevano tormentato Fahrenberg nelle ultime tre
notti, il più spaventoso era quello di un sosia con la tuta blu da idraulico che
sgorgava tubature intasate. Gli occhi gli bruciavano per la mancanza di
sonno. L’ultima notizia, il ritrovamento del pullover, gli sembrava la
risposta a tutte le preghiere della notte, un aiuto nel momento di necessità,
la possibilità di riportare indietro tutti i fuggiaschi, di evitare il castigo più
tremendo: essere privato del potere.

Innanzitutto devo mangiare, si disse Georg, altrimenti non potrò fare


nemmeno cento passi. A un paio di minuti da lì c’era un ristorante
automatico, e pure una fermata. Provò una fitta al petto. Gli sembrava quasi
di essere stato trafitto, di cadere in avanti, l’aria intorno tutta nera. Gli era
capitato anche al campo, un paio di volte, dopo giornate particolarmente
dure. In seguito era rimasto deluso, perché non aveva subito conseguenze,
come se la punta non fosse rimasta incastrata, ma fosse passata dall’altra
parte. Adesso era arrabbiato. Si era immaginato la sua fine in maniera
diversa, voleva difendersi, richiamare gente con le proprie grida.
A che scopo? si domandò. Si era già rimesso in piedi. Si scrollò il
soprabito, umido e stropicciato. Attraversò l’Obermainteil. Anche quello
sarebbe stato divertente, giacere morto dietro le inferriate mentre lo
ricercavano in città.
Com’era improvvisamente giovane la città, com’era silenziosa e pulita.
Sbucava dalla nebbia, spruzzata della luce più tenue, non solo gli alberi e i
prati, i ponti e le case, anche l’asfalto era fresco e nuovo. Con chiarezza e
lucidità si disse che comunque la fuga dal campo aveva un valore di per sé,
qualunque fosse stata la conclusione. Forse Wallau è già espatriato, pensò.
Belloni l’ha fatto di sicuro. Sembrava avere degli agganci qui. Che cosa ho
sbagliato per rimanere bloccato qui? Le strade esterne erano ancora vuote.
Dietro il teatro la vita cominciava già, come se il giorno provenisse dal
centro della città. Quando Georg mise piede nel locale e annusò il profumo
di caffè e zuppa, e vide dietro il vetro pane e ciotole di cibo, la paura e la
speranza lasciarono il posto alla fame e alla sete. Si fece cambiare dalla
cassiera un marco dei soldi di Belloni. Con agonizzante lentezza il panino
imbottito venne girato verso l’apertura. Dover aspettare che la tazza si
riempisse sotto il tenue getto di caffè era solo per coloro che potevano
aspettare.
Il locale era pieno. Due ragazzi con i berretti della società del gas
avevano portato tazze e piatti a uno dei tavoli, dove già c’erano le loro borse
degli attrezzi. Mangiarono e chiacchierarono, finché uno dei due
s’interruppe improvvisamente. Non si accorse che l’amico lo osservava
meravigliato e poi si girava a guardare nella direzione in cui guardava lui.
Nel frattempo Georg, ormai sazio, usciva dal locale senza guardare né a
destra né a sinistra. Così facendo passò accanto al ragazzo che aveva appena
sussultato alla sua vista. «Lo conoscevi?» domandò l’altro. «Fritz» disse il
primo, «lo conosci anche tu. Lo conoscevi prima». L’altro lo guardò
perplesso. «Era sicuramente Georg» riprese il primo, diretto e fuori di sé.
«Sì, Heisler, l’evaso». L’altro disse con un mezzo sorriso e un’occhiata di
sottecchi: «Per Dio! Avresti potuto guadagnarci qualcosa».
«Davvero? Tu lo avresti fatto?»
All’improvviso si guardarono negli occhi con l’espressione terribile
tipica dei sordomuti, o degli animali molto intelligenti, di tutte quelle
creature la cui ragione è imprigionata per sempre e non può essere
condivisa. Poi un lampo negli occhi dell’uno, che gli sciolse la lingua. «No»
disse, «non lo avrei fatto neanch’io». Presero le loro borse; un tempo erano
stati ottimi amici, poi con gli anni non avevano più avuto niente da dirsi,
per paura di tradirsi a vicenda, nel caso l’altro fosse cambiato. Adesso
avevano scoperto di essere rimasti entrambi quelli di prima. Uscirono dal
locale in rinnovata amicizia.

3.

Elli era sorvegliata giorno e notte da quand’era stata rilasciata, allo scopo di
costituire un’esca per il marito, nel caso costui si trovasse ancora in città e
cercasse di mettersi in contatto con la famiglia di un tempo. La sera prima
non era stata persa di vista un solo attimo, al cinema. Il portone di casa sua
era stato presidiato per tutta la notte. La rete tesa sopra il suo grazioso capo
non avrebbe potuto essere più fitta. Ma anche la rete più fitta, dice il
proverbio, è fatta per la maggior parte di buchi. Elli era stata vista scambiare
qualche parola con il vicino di posto durante l’intervallo, ma lungo il
tragitto e anche al cinema aveva incontrato una mezza dozzina di
conoscenti; alla fine uno l’aveva fermata all’uscita e si era offerto di
riaccompagnarla a casa. Si era rivelato essere l’innocuo figlio di un oste.
I Marnet rimasero sorpresi che di primo mattino Franz si offrisse di
portare le ceste di mele, oltre alla cugina e alla zia, al mercato prima del
turno di lavoro. Era un’eccezione nelle sue ultime abitudini.
Franz stava già caricando quando gli altri scesero di sotto. «Puoi anche
bere con calma un caffè» disse Anna, rabbonita. Quando scesero dalla
collina sul carro barcollante, la luna e le stelle brillavano ancora in cielo.
Nella sua camera, dov’era rimasto l’odore di mele, sebbene fossero state
spostate da lì il giorno prima, Franz aveva rimuginato per tutta la notte. Se
fossi al posto di Georg, nel caso fossi ancora qui, a chi potrei rivolgermi?
Così come la polizia aveva intessuto la propria rete sempre più fitta,
ricorrendo a documenti e archivi, a protocolli e a informazioni sulla vita
passata dell’evaso, allo stesso modo Franz stava allestendo una rete, di ora
in ora sempre più fitta, perché dalla sua memoria affioravano tutte le
persone che sapeva essere state legate un tempo a Georg. Tra queste ce
n’erano alcune che non avevano mai lasciato traccia su nessun modulo o
documento. Occorrevano informazioni di altro genere per rintracciarle. Di
sicuro ce n’erano anche altre presenti nei registri della polizia. Basta che
non vada da Brand, pensò Franz, deve aver lavorato qui fino a quattro anni
fa. O da Schumacher. Potrebbe addirittura denunciarlo. Chi altro c’è? La
grassa cassiera con la quale lo aveva visto seduto sulla panchina, una volta
finita la storia con Elli? Il maestro Stegreif, che ogni tanto andava a trovare?
Il piccolo Röder, al quale era affezionato perché era suo compagno di classe
e giocavano insieme a calcio? Da uno dei suoi fratelli? Ragazzi inaffidabili e
di sicuro sorvegliati.
I Marnet, di norma, portavano sporadicamente i propri prodotti presso
un mercato di Höchst. Solo in primavera, quando peraltro c’erano solo i
prodotti di serra, vendevano le primizie e in autunno le mele migliori al
grande mercato di Francoforte. Erano in condizioni abbastanza soddisfacenti
da non dover rinunciare anche alle ultime briciole. Era loro consuetudine
pensare prima alla famiglia: se un anno venivano a mancare i soldi, uno dei
figli poteva andare a guadagnarli in fabbrica.
La robusta Auguste aiutò Franz a scaricare. La signora Marnet mise in
bell’ordine la merce. Un coltellino in una mano, una mela tagliata come
assaggio nell’altra, si mise subito ad aspettare il primo cliente.
Se Elli viene davvero, pensò Franz, deve farlo subito. Aveva già scorto
qua e là una spalla, un cappellino, un pezzetto di qualcosa che avrebbe
potuto essere Elli, se si fosse deciso a venire dalla sua parte. Poi scorse il suo
viso, minuto e pallido di stanchezza, o almeno così gli parve. Sparì subito
dietro una piramide di ceste. Temette di essersi sbagliato, poi tornò ad
avvicinarsi a scatti, come se qualcuno esaudisse con qualche esitazione il
suo più segreto desiderio.
Lei lo salutò solo con un cenno delle sopracciglia. Rimase meravigliato
da come avesse imparato in fretta la lezione, dall’abilità con cui finse di
essere interessata all’acquisto delle mele. Quasi non sapesse che Franz era
uno dei Marnet, gli voltava tenacemente le spalle. Assaggiò con calma una
fettina di mela. Contrattò con la signora Marnet sul prezzo delle mele
rimaste, tolte quelle prenotate in anticipo. Come in tutte le buone finzioni,
la vendita riuscì bene, perché Elli in realtà ci stava mettendo il cuore.
L’assaggio le era piaciuto, ma non voleva essere troppo avvantaggiata
nell’acquisto. Non avrebbe potuto comportarsi meglio di così, neppur
sapendo di essere sottoposta a una stretta sorveglianza.
Invece del giovane baffuto che Elli forse aveva già notato, si era
presentata una donna grassa, con l’aria di un’infermiera o di un’insegnante.
Il tizio coi baffi non era fuori servizio, faceva ancora parte del gruppo di
sorveglianza. Si era appostato nella pasticceria. Lungo il tragitto Elli si era
guardata intorno, per vedere se era veramente sorvegliata come
sostenevano suo padre e Franz. Credeva che il pedinatore fosse dietro di lei,
e che fosse un uomo. Non aveva notato nessuno, a parte quella brava
cicciona, e dopo un po’ era sparita anche lei; infatti la grassona si era
fermata in un punto prestabilito, dove un agente che andava incontro a Elli
le aveva dato il cambio. Tutto però filò liscio, nessuno fece caso a Franz. Elli
era impegnata in una transazione e non poteva nascondere qualcosa. Non
parlò neppure con Franz. E le uniche parole pronunciate da quest’ultimo
furono per la signora Marnet: «Le ceste possono essere lasciate dai Behrend,
ci penserò io a consegnarle dopo il turno, tanto devo tornare qui». Auguste
rimase colpita da tanta disponibilità, ma non arrivò a collegare il fatto che la
cliente fosse proprio la ragazza che attirava Franz due volte al giorno in
città. Il suo giudizio su Elli era già stato formulato: magra come uno
spaventapasseri, un cappellino a fungo, uno spaventapasseri con la testa
riccia. Chi si fa vedere in giro alle sei di mattina di un giorno feriale con una
camicetta del genere, chissà cosa si mette la domenica. Quando Elli si
allontanò, Auguste disse a Franz: «Non ha bisogno di molta stoffa per la
gonna, è un bel vantaggio». Franz tenne a bada le proprie emozioni e
replicò: «Non tutte possono avere il didietro di Sophie Mangold».

Alla fermata del teatro Georg aveva aspettato il 23. Voleva uscire dalla città,
sentiva che gli stringeva la gola. Il soprabito di Belloni, che il giorno prima
gli dava ancora un senso di sicurezza, stamattina gli bruciava addosso.
Sbarazzarsene? Nasconderlo sotto la panchina? Più avanti c’è un paese, a
due ore da Eschersheim, una volta siamo arrivati fino al capolinea, lungo la
strada di Eschersheim. Come si chiamava quel paese? Ci abitavano quei
vecchi dove ero stato in vacanza d’estate durante la guerra e che ero andato
a trovare anche in seguito. Come si chiamavano? Mio Dio, come si
chiamava il paese? Mio Dio, come si chiamavano quelle persone? Ho
dimenticato tutto. Come si chiamava il paese? Voglio andare lì. Lì potrò
riprendere fiato. Sono solo dei vecchi, non sanno niente. Cari vecchietti,
come vi chiamavate? Devo riposarmi un po’ da voi. Mio Dio, i nomi sono
svaniti...
Salì al volo sul 23. In ogni caso devo andarmene. Non posso arrivare fino
al capolinea. I capolinea sono sempre sorvegliati. Aveva raccolto un giornale
lasciato da qualcuno. Lo aprì per nasconderci dietro la faccia. I titoli gli
balzarono agli occhi, una foto e una frase qua e là.
Le recinzioni elettrificate, le sentinelle, le mitragliatrici non erano mai
riuscite a impedire che gli eventi del mondo esterno entrassero a
Westhofen. Il genere di persone rinchiuse nel campo rendeva inevitabile che
lì, di molti fatti remoti, si avesse una consapevolezza più chiara se non
maggiore che nei villaggi sparsi per il paese, e in molte case. Per una
qualche legge naturale, per un circuito segreto, quel gruppetto di poveri
diavoli imprigionati sembrava avere un legame con i luoghi nevralgici del
mondo. Per questo, quando Georg guardò il giornale – il quarto giorno della
sua fuga cadeva nella settimana di ottobre in cui in Spagna si combatteva
per Teruel e le truppe giapponesi erano entrate in Cina –, pensò
fugacemente, ma senza grande sorpresa: Allora era così. Erano i titoli delle
vecchie storie che gli avevano fatto battere il cuore. Ora per lui esisteva
soltanto l’attimo. Quando girò la pagina, lo sguardo gli cadde su tre
fotografie. Gli erano dolorosamente familiari e distolse subito lo sguardo. Le
immagini gli rimasero davanti agli occhi: Füllgrabe, Aldinger e lui stesso.
Ripiegò il giornale in fretta, più volte. Lo mise in tasca e gettò un’occhiata
rapida a destra e a sinistra. Un vecchio in piedi accanto a lui lo guardò, lo
scrutò quasi. Georg scese al volo dal tram.
Meglio non salire più, in un tram si è in trappola. Andrò a piedi. Superò
la Hauptwache. Si portò una mano al cuore, aveva sentito un piccolo
schiocco, ma poi tutto tornò normale. Continuò a camminare con passo
regolare, senza paura, senza speranza. Che cosa succede alla mia testa? Sono
perduto se non mi torna in mente il nome del paese, e forse sarò perduto se
mi torna in mente. Forse lì sanno già tutto, non vogliono correre rischi.
Superò il museo e passò oltre un piccolo mercato. Imboccò l’Eschenheimer
Gasse, si lasciò alle spalle la Frankfurter Zeitung. Arrivò fino alla torre di
Eschenheimer, attraversò la strada e accelerò l’andatura, perché la
sensazione di minaccia stava aumentando, ormai lo pervadeva. Nel suo
cervello affiorò un pensiero isolato: mi tengono d’occhio. Non provava
timore, era quasi più tranquillo, più sollevato, perché il nemico era visibile.
Lo sentiva dietro le spalle, come se la pelle fosse diventata più sensibile man
mano che la testa perdeva lucidità, uno sguardo che lo osservava tenace dal
piccolo spartitraffico sotto la torre. Invece di seguire i binari, si addentrò nei
giardini. Si fermò di scatto. Doveva assolutamente voltarsi. Un uomo si
staccò dal gruppo di persone in attesa alla fermata davanti alla torre e si
diresse verso Georg. Si sorrisero, si strinsero la mano. L’uomo era Füllgrabe,
il quinto dei sette evasi. Era tutto elegante come un manichino. Cos’era il
soprabito chiaro di Belloni, al confronto? Ma come! Füllgrabe aveva giurato
che non sarebbe mai più tornato in città. Chissà perché diavolo non lo aveva
fatto. Si era sempre tenuto aperta una porticina d’emergenza. Stavano lì in
piedi, come se non riuscissero a concludere il saluto, faccia a faccia, i gomiti
rigidi. Alla fine Georg disse: «Entriamo».
Si misero a sedere su una panchina al sole in mezzo al verde. Füllgrabe
muoveva la sabbia con la punta della scarpa. Anche le scarpe erano eleganti
come l’abito. Come avrà fatto a procurarsi così in fretta tutta questa roba?
pensò Georg.
Füllgrabe disse: «Sai dove volevo andare?» «Dove?» «Mainzer
Landstraße!» «Perché?» domandò Georg. Si strinse nel soprabito, per non
toccare quello di Füllgrabe. Ma è proprio Füllgrabe? gli venne da chiedersi.
Füllgrabe fece lo stesso con il proprio soprabito. Poi disse: «Ti sei scordato
che cosa c’è sulla Mainzer Landstraße?» Georg disse stanco: «Cosa ci sarà
mai!» «La Gestapo» rispose Füllgrabe. Georg rimase in silenzio, in attesa
che quella singolare apparizione si dissolvesse.
Füllgrabe proseguì: «Georg, lo sai che cosa sta succedendo a Westhofen?
Lo sai che hanno già preso tutti gli altri? Manchiamo solo io, tu e Aldinger!»
Davanti a loro, nella sabbia inondata di sole, le loro ombre si fondevano
insieme. Georg disse: «Come fai a saperlo?» Si allontanò ancora un poco, in
modo che le due ombre fossero perfettamente separate. Füllgrabe rispose:
«Forse non hai letto il giornale». «Sì invece, ecco...» «Allora guarda...» disse
Füllgrabe. «Chi stanno cercando? Te, me e il nonno. A quello di sicuro è già
venuto un colpo ed è da qualche parte in un fosso. Non può aver resistito a
lungo. Restiamo solo noi due». Appoggiò brevemente la testa alla spalla di
Georg. Georg chiuse gli occhi. «Se ci fosse qualcun altro da ricercare, lo
scriverebbero. No, no, gli altri li hanno presi. Hanno preso Wallau, Pelzer e
– com’è che si chiamava – Belloni. Beutler l’ho sentito gridare io stesso».
Georg avrebbe voluto dire: «Anch’io», ma dalla bocca non gli uscì niente.
Ciò che Füllgrabe diceva era giusto, pazzesco e giusto. Gridò: «No!» «Pst»
fece Füllgrabe. «Non è vero» disse Georg. «Non è possibile, non possono
prendere Wallau, non è uno che si lascia prendere». Füllgrabe rise. «Allora
come mai era a Westhofen? Caro, caro Georg! Eravamo tutti pazzi e Wallau
era il più pazzo di tutti». E aggiunse: «Però adesso basta». Georg disse:
«Basta cosa?» «Basta pazzie. Per quanto mi riguarda, io sono guarito. Vado
a costituirmi». «Dove?» «Vado a costituirmi!» ripeté testardo Füllgrabe.
«Nella Mainzer Landstraße! Ci rinuncio, è la scelta più ragionevole. Voglio
conservare la testa, non sopporto più questa folle danza, tanto alla fine ci
prenderanno. Non puoi farci niente». Parlava in tono tranquillo, sempre più
tranquillo. Metteva una parolina in fila all’altra, con semplice monotonia: «È
l’unica via d’uscita, che tu riesca a passare il confine è impossibile, il mondo
è contro di te. È un miracolo che siamo ancora liberi, noi due. Meglio
mettere fine volontariamente a questa pazzia prima che ci prendano, perché
allora non avremo scampo. Allora buonanotte! Puoi immaginare che cosa
farà Fahrenberg a quelli catturati. Ti ricordi Zillich? Ti ricordi Bunsen? Ti
ricordi la “pista da ballo”?»
Georg avvertiva già uno sgomento contro il quale non era possibile
combattere, come quando si è paralizzati. Füllgrabe era rasato e pettinato, e
profumava di barbiere. Ma era davvero Füllgrabe? L’altro proseguì:
«Dunque te li ricordi. Ti ricordi quello che hanno fatto a Körber, di cui si
dice che volesse scappare. Non era vero. Noi invece sì».
Georg cominciò a tremare. Füllgrabe lo osservò per un istante, quindi
proseguì: «Credimi, Georg, andrò subito lì. È la cosa migliore, di sicuro. E tu
verrai con me. Stavo andando lì, prima. Dio ha voluto farci ritrovare. È
sicuramente così!»
La sua voce suonava meccanica. Annuì due volte. «Sicuro!» ripeté.
Annuì di nuovo. Georg ebbe un improvviso sussulto. «Sei pazzo!» esclamò.
«Vogliamo vedere chi di noi due è pazzo, sì, pazzo?» disse Füllgrabe con
quel tono riflessivo che al campo gli aveva fatto guadagnare la fama di
compagno malleabile, ragionevole, perché non alzava mai la voce. «Cerca di
ragionare, ragazzo, guardati intorno. Finirai male, presto, e in modo
spiacevole, se non verrai con me, amico. Di sicuro! Vieni!» «Sei
completamente pazzo» disse Georg. «Quelli si sbellicheranno dalle risate
quando ti presenterai, cosa credi?» «Ridere? Che ridano pure! Ma mi
lasceranno vivere. Guardati intorno, amico mio, non hai altra scelta. Se non
ti prendono oggi, lo faranno domani, e nessun clamore si leverà per te.
Ragazzo! Ragazzo! Questo mondo è un po’ cambiato. Nessuno verrà in
nostro aiuto. Avanti, vieni con me. È la decisione migliore in assoluto. È
l’unica cosa che ci salverà. Vieni, Georg».
«Sei completamente pazzo».
Fino ad allora erano rimasti soli sulla panchina. Poi una donna con la
cuffia da infermiera andò a sedersi all’estremità libera. Con un abile gesto
del braccio dondolava piano la carrozzina. Una carrozzina sontuosa, piena di
cuscini e di pizzi e nastri azzurri con dentro un neonato non ancora del
tutto addormentato. La donna sistemò la carrozzina controsole e prese
l’occorrente per il cucito. Gettò una breve occhiata ai due uomini. Aveva
quella che si chiama un’aria risoluta, non era né vecchia né giovane, né bella
né brutta. Füllgrabe le restituì l’occhiata, non solo con gli occhi, ma con un
sorriso mal riuscito, più che altro una smorfia convulsa. Georg lo vide e si
sentì mancare. «Vieni!» disse Füllgrabe e si alzò. Georg lo afferrò per un
braccio. Füllgrabe si liberò, tirando con più forza di quella grazie a cui Georg
lo tratteneva, e il suo braccio colpì Georg in faccia. Füllgrabe si chinò verso
di lui e gli disse: «Chi non vuole accettare consigli, Georg, non può essere
aiutato. Adieu». «No, aspetta» disse Georg. Füllgrabe tornò a sedersi. Georg
disse: «Non fare una cosa del genere, una pazzia simile! Non metterti in
trappola da solo! Crollerai in fretta, ma quelli non hanno mai avuto pietà.
Niente può impressionarli. Füllgrabe, Füllgrabe!» Appoggiato a Georg,
Füllgrabe disse con voce diversa, più triste: «Caro, caro Georg, vieni con
me! Sei sempre stato una persona perbene. Vieni con me. È orribile doverci
andare da solo».
Georg guardò la bocca dalla quale uscivano le parole, i pochi denti resi
più grandi dai buchi che li separavano. I denti di un teschio. I suoi giorni
erano sicuramente contati. Probabilmente anche le sue ore. È già impazzito,
pensò. Si augurava di cuore che Füllgrabe se ne andasse in fretta e lo
lasciasse lì, solo e salvo. Con ogni probabilità Füllgrabe aveva avuto lo
stesso pensiero di Georg, nello stesso istante. Guardò Georg con sgomento,
come se solo in quel momento si fosse reso conto con chi avesse davvero a
che fare. Si alzò e si allontanò. Scomparve così in fretta dietro i cespugli che
Georg ebbe la sensazione che quell’incontro non fosse mai avvenuto.
Poi fu assalito da un impeto di paura, travolgente e inarrestabile come
nelle prime ore, quando era rimasto aggrappato ai margini del campo in un
boschetto di salici. Una febbre fredda, che gli provocò un paio di rapidi
scossoni nel corpo e nell’anima. Un attacco di tre minuti, ma di quelli che
fanno diventare i capelli grigi. All’epoca indossava ancora la divisa da
carcerato, le sirene ululavano, ma adesso era peggio. La morte gli era
altrettanto vicina, ma non solo alle spalle, bensì ovunque. Era ineluttabile,
l’avvertiva fisicamente, come se la morte stessa fosse qualcosa di vivo, come
nelle vecchie immagini, una creatura appostata dietro l’aiuola di astri o
dietro la carrozzina, pronta a balzare fuori e ad assalirlo.
L’attacco passò all’improvviso. Si asciugò il sudore dalla fronte, come se
fosse sopravvissuto a una lotta. Era così, sebbene credesse di averla soltanto
subita. Che cosa mi è successo? Che cosa mi hanno raccontato? Può essere
vero che ti hanno preso, Wallau? Che cosa ti stanno facendo?
Calma, Georg. Credi che altrove saresti risparmiato?
Se avessi potuto, saresti andato in Spagna? Credi che lì ci proteggano?
Pensi che sia meglio restare impigliati in un filo spinato, finire con una
pallottola in pancia? E questa città che oggi ha paura di accoglierti, se
piovessero granate dal cielo morirebbe di paura. Ma, Wallau, io sono solo,
così solo come non lo è nessuno in Spagna, e neppure a Westhofen. Solo
come me non lo è nessuno, da nessuna parte. Calma, Georg. Sei in buona
compagnia. Al momento è un po’ dispersa, ma non importa. Un mucchio di
gente, vivi e morti.
Dietro la grande aiuola di astri, dietro il prato, dietro i cespugli verdi e
bruni, su un campo da gioco forse, o in un giardino, oscillava piano
un’altalena. Georg pensò: Adesso devo ricominciare daccapo, ripensare ogni
cosa. Innanzitutto devo davvero andarmene dalla città? A cosa mi serve?
Questo paese – ah, già, si chiamava Botzenbach. Queste persone – ah, già, si
chiamavano Schmitthammer. Sono fidate? Assolutamente no. E se anche lo
fossero, che cosa dovrei fare dopo? Dovrei superare il confine senza aiuto,
potrebbero prendermi mille volte. Tra poco finirò i soldi. Senza soldi, ormai
sono troppo stanco per trascinarmi da un evento casuale all’altro. Qui in
città conosco delle persone. Certo, una ragazza non mi ha accolto. Ma
questo cosa vuol dire? Ce ne saranno altre. La mia famiglia, mia madre, mio
fratello? Impossibile, sono tutti sorvegliati. Elli, che è venuta a trovarmi al
campo. Impossibile, di sicuro è sorvegliata anche lei. Werner, che era con
me al campo? Sorvegliato anche lui. Il parroco Seitz, che deve aver aiutato
Werner quando è uscito: impossibile, molto probabilmente è sorvegliato.
Chi resta ancora degli amici?
Nell’epoca precedente all’arresto, nella vita prima della morte, c’erano
state persone delle quali potersi fidare a occhi chiusi. Tra loro Franz, ma
Franz era molto lontano, o così credeva Georg. Si soffermò ancora un istante
su di lui. Uno spreco dei pochi minuti che aveva per riflettere. Era però una
consolazione dirsi che da qualche parte c’era una persona che adesso
avrebbe fatto al caso suo. Se esisteva, la sua solitudine era soltanto una
casualità. Sì, Franz era quello giusto. Ma gli altri? Li valutò, l’uno dopo
l’altro. La valutazione gli risultava sorprendentemente semplice, la cernita
incredibilmente rapida, come se il pericolo in cui si trovava fosse un mezzo
chimico che rivelava, senza equivoci, la composizione segreta di ogni
materiale di cui è fatto l’uomo. Nella sua testa affiorarono due dozzine di
persone che sicuramente erano impegnate a svolgere il proprio mestiere,
che stavano consumando un pasto, ignare della tremenda bilancia sulla
quale erano collocate in quel momento. Un giudizio universale senza squilli
di trombe, in una limpida giornata d’autunno. Georg alla fine ne salvò
quattro.
Era convinto di poter trovare accoglienza presso ciascuno di quei
quattro. Come raggiungerli? Improvvisamente immaginò che, in quello
stesso istante, delle sentinelle fossero appostate davanti alle quattro porte.
Non posso andarci di persona, si disse. Deve farlo qualcun altro per me. Un
altro che non desti sospetti, che non abbia niente a che fare con me, eppure
lo faccia per me. Ricominciò daccapo a valutarli tutti. Di nuovo si ritrovò
solo, come se non avesse mai avuto genitori, non fosse cresciuto con dei
fratelli, non avesse giocato con altri ragazzi, lottato con i compagni. Schiere
di volti, giovani e vecchi, sfilarono nella sua testa. Scrutò sfinito dentro
questo turbine da lui stesso evocato, per metà compagni, per metà un’orda.
Di colpo scoprì un viso spruzzato di lentiggini, né vecchio né giovane; in
effetti il piccolo Paul Röder sembrava un ometto quand’era sui banchi di
scuola e un cresimando il giorno del matrimonio. A dodici anni si erano
guadagnati il loro primo pallone, un po’ con l’inganno, un po’ con
l’impegno. Erano stati inseparabili, finché... finché altri pensieri, altre
amicizie avevano determinato la vita di Georg. Nell’intero anno che aveva
trascorso insieme a Franz, non era riuscito a liberarsi dai rimorsi verso il
piccolo Röder. Non era mai riuscito a spiegare a Franz perché si
vergognasse di comprendere pensieri che Röder non avrebbe mai capito. A
volte gli sarebbe piaciuto rimpicciolirsi, dimenticare tutto, restare uguale al
suo piccolo compagno di scuola. Un gomitolo ingarbugliato di ricordi, dal
quale infine si sciolse un singolo filo. Alle quattro voglio andare a
Bockenheim. Voglio andare dai Röder.

4.

È mezzogiorno. Sul nuovo pascolo al di là della strada, il pecoraio Ernst


fatica di meno, ma ha un panorama limitato. Il gregge resta più unito. I
campi dei Messer confinano in basso con la strada provinciale. Oltre la
strada, le fattorie dei Mangold e dei Marnet gli ostacolano la vista. In alto i
campi sono delimitati dal lungo lembo di un bosco di faggi. Anche quella
striscia di bosco appartiene ai Messer, ed è separata dal resto della foresta da
una recinzione. Dietro la striscia di bosco c’è altra terra di proprietà dei
Messer. Dalla loro cucina esce un odore di carne arrosto. Eugenie sta già
arrivando con un tegamino. Ernst solleva il coperchio, ed entrambi, Ernst e
Nelli, guardano il contenuto. «È singolare» dice il pecoraio alla cagnolina,
«che una zuppa di piselli profumi di arrosto». Eugenie si gira ancora una
volta. È una cosa a metà tra una cugina dei Messer e una domestica. «Da noi
si mangiano anche gli avanzi, mio caro». «Non siamo la pattumiera» dice
Ernst, «io e Nelli». La donna lo guarda brevemente e ride. «Non
prendetevela con me, Ernst» dice. «Da noi ci sono due portate; quando
avete finito, mettete i piatti sul davanzale della cucina». Si allontana in
fretta, la figura quasi grassa, non più molto giovane, ma dal passo lieve e
aggraziato. Un tempo i suoi capelli erano neri e lucenti, ha sentito dire
Ernst, come l’ala di un merlo. È di buona famiglia, forse avrebbe potuto
addirittura sposare il vecchio Messer; invece si era data da fare quando, nel
’20, al generale Mangin della commissione interalleata era venuta l’idea di
insediare qui due reggimenti. Una nuvola di uniformi grigio-azzurre che si
spinge lungo la strada, si sparge per valli e paesi e, sulle colline, un po’ qua
un po’ là, le note squillanti di una musica sconosciuta. Una giubba
sconosciuta appesa in corridoio, un odore sconosciuto sulle scale, vino
sconosciuto versato da una mano sconosciuta, parole d’amore sconosciute,
finché lo sconosciuto diventa familiare e ciò che è familiare pian piano si
estrania. Quando, quasi otto anni dopo, la nuvola grigio-azzurra si ritirò
lungo la strada e per l’ultima volta quella musica squillante e sconosciuta
svanì nell’aria, restando soltanto nelle orecchie, Eugenie si sporge dalla
finestra della soffitta dei Messer. Era arrivata dopo che la padrona di casa
era morta dando alla luce il quinto figlio. I genitori, che l’avevano cacciata
di casa, erano morti, il figlio francese – il bambino nato durante
l’occupazione –, frequenta la scuola a Kronberg. Il padre del ragazzino da
tempo beve l’aperitivo sul boulevard Sébastopol. Nessuno parla più di
queste cose. Ci si è fatta l’abitudine. Anche Eugenie ci si è abituata. Il suo
viso è più pallido, ma sempre bello. Dal profondo del suo petto è sgorgato
un singhiozzo asciutto, quando si è accorta che il grigio-azzurro che stava
fissando non era più da tempo il colore dell’esercito d’occupazione, bensì la
nebbia. Sono passati di nuovo molti anni da allora. Per il grasso Messer, quel
vecchio tappo, Eugenie è un regalo immeritato, pensa Ernst. Vorrei sapere
se la storia delle due portate è vera oppure se l’era inventata.

Franz era così stanco che gli sembrava di sentire la cinghia ronzargli dentro
la testa: tuttavia non commise nessun errore, probabilmente perché per la
prima volta non aveva paura di farlo. Il suo unico pensiero era riuscire a
parlare da solo con Elli quando le avrebbe consegnato le mele.
All’idea che in poche ore avrebbe avuto davanti di nuovo Elli, proprio
quella Elli che aveva sempre desiderato, di colpo si rese conto che poteva
essere tutto vero e reale. Non s’incontravano per aiutare Georg, bensì per
loro volontà. Lui, Franz, non consegnava le mele per eludere una rete di
sorveglianza, nulla la minacciava, nessuno era in pericolo. Franz cercò di
immaginare di aver semplicemente acquistato due ceste di mele per il primo
inverno della loro vita insieme, come fanno centinaia di persone. Era
proprio impossibile per loro far parte di chi vive una vita normale? Sempre
ombre ovunque?
Franz si domandò per un istante, un singolo istante, se questa semplice
felicità non compensasse tutto il resto. Un po’ di felicità quotidiana, subito,
invece di quella terribile, spietata lotta per la felicità assoluta di chissà quale
umanità della quale lui forse non avrebbe nemmeno fatto parte. Ecco, ora
possiamo cuocere le mele nella nostra stufa, avrebbe detto. A novembre
avrebbero festeggiato il matrimonio con pifferi e trombe, avrebbero
decorato le loro due stanzette nel quartiere di Griesheim. Quando
l’indomani sarebbe andato al lavoro, avrebbe saputo che quella sera Elli
sarebbe stata a casa. Rabbie? Sfoghi? Ordini? La sera nella sua linda
stanzetta avrebbe dimenticato ogni cosa. Mentre se ne stava lì come ora,
mentre punzonava un pezzo dopo l’altro, poteva sempre pensare: stasera c’è
Elli. Bandiere al vento? Distintivo all’occhiello? Date a Hitler quel che è di
Hitler. Lasciateli fare, lui ed Elli traevano piacere da tutto ciò che facevano
insieme, dell’amore e dell’albero di Natale, dell’arrosto la domenica e del
pane nei giorni feriali, dei piccoli privilegi per i neosposi, del giardino e
delle gite. Avrebbero avuto un figlio, e se ne sarebbero rallegrati. Ora
naturalmente ci si doveva limitare e rimandare all’anno dopo la crociera con
«Kraft durch Freude». La nuova tariffa era molto vantaggiosa. Ma guarda
che cosa si sono inventati, aumentano il numero di pezzi. Tutto questo
trambusto comincia a essere un po’ eccessivo. Non brontolare così forte,
dice Elli. Niente scenate, Franz, non è proprio il momento. Poi avrebbero
avuto il loro secondo bambino. Franz per fortuna sarebbe stato già
capoturno, e avrebbero potuto pagare i debiti contratti con il padre di Elli.
Se solo Elli non avesse avuto paura di avere un altro bambino. Franz diceva:
Se ci sono ancora bambini durante la guerra, tanto meglio. Elli stavolta
piangeva. Facevano i conti, calcolavano le spese e le agevolazioni per i figli.
Ma facendo questi calcoli Franz avvertiva una stretta al cuore, senza sapere
bene il perché. Era come se si rendesse vagamente conto che questo tipo di
calcoli era illecito. Allora Elli seguiva un buon consiglio e la croce per
stavolta se ne andava. Sì, potevano prenotare i posti per la crociera, visto
che la madre avrebbe accudito il figlio maggiore e la sorella di Elli quello più
piccolo. Questa sorella avrebbe anche insegnato al bambino il saluto
hitleriano. Elli è sempre graziosa e fresca. Franz durante il giorno pensa: Se
stasera mi preparasse qualcosa di buono, invece dei soliti piatti riscaldati.
Poi un giorno Franz arriva alla fabbrica e invece di Legnetto c’è un
ragazzo sconosciuto che spazza via la limatura. Franz chiede: «Dov’è
Legnetto?» Uno dice: «Lo hanno arrestato». «Legnetto è stato arrestato?»
domanda Franz. «Ma perché?» «Perché ha diffuso notizie» dice uno dei
punzonatori. «Che genere di notizie?» chiede Franz. «Su Westhofen,
qualcuno è evaso lunedì». «Che cosa? Da Westhofen?» si meraviglia Franz.
«C’è ancora gente lì dentro?» Allora uno dei punzonatori, un uomo asciutto
e tranquillo dai tratti quasi sonnolenti, al quale Franz non ha mai prestato
troppa attenzione, dice: «Credevi che là dentro morissero tutti?» Franz
sussulta e balbetta: «No, no, solo non sapevo che ci fosse ancora qualcuno».
L’operaio fa un sorriso vago e si gira dall’altra parte. Se stasera non dovessi
tornare a casa, pensa Franz, se potessi parlare di nuovo con uno come lui. Di
colpo si rende conto di conoscere questo punzonatore da prima. È stato
insieme a lui da qualche parte nella sua vita precedente, lo conosce da
tempo, lo conosceva prima di conoscere Elli, prima...
Franz trasalì, e stavolta il pezzo gli riuscì davvero male. Che cosa poteva
farci il ragazzo, Noce Moscata, se tutti lo apprezzavano perché dopo tre
giorni era diventato bravissimo a raccogliere la limatura tra i bracci come
Legnetto, che faceva questo lavoro da un anno prima dell’arresto?

Alla fermata del 3 Georg pensava: non sarebbe stato meglio andare a piedi,
passando per il confine esterno della città? Non avrebbe dato meno
nell’occhio? Non devi rimuginare su ciò che non hai fatto, gli consigliò
Wallau, è uno spreco di energie. Non devi saltare qua e là, provando questo
e quello. Mettiti calmo e resta tranquillo.
A cosa servono i consigli, se non ti hanno aiutato? Aveva perso la voce
di Wallau. Prima riusciva a rievocarne in qualsiasi momento il suono, e
all’improvviso era sparita. E il frastuono di un’intera città non poteva
nascondere ciò che era ammutolito. Il tram intanto aveva svoltato ed era
uscito dalla città. Di colpo gli pareva incredibile viaggiare così, in pieno
giorno. Era contrario a ogni probabilità, a ogni calcolo. Forse non era in sé,
oppure... Avvertì sulle tempie uno spiffero gelido e tagliente, come se il 3
fosse entrato in una zona completamente diversa. Di sicuro lo tenevano
d’occhio da tempo. Perché aveva dovuto incontrare proprio Füllgrabe?
Probabilmente lo tenevano già al guinzaglio. Lo sguardo di Füllgrabe, i suoi
movimenti, il suo presunto proposito: il suo era il comportamento di un
pazzo o di un uomo che è legato al guinzaglio. Perché non sono stato subito
bloccato? Semplice, vogliono vedere dove vado. Vogliono vedere chi mi
accoglierà.
Così ricominciò a cercare di individuare l’inseguitore. L’uomo con la
barbetta e gli occhiali con l’aria da insegnante? Il ragazzo con la tuta blu da
operaio? Il vecchio con l’alberello accuratamente impacchettato, forse
destinato al suo giardino?
Negli ultimi secondi si era distinto, al di sopra del rumore della città, il
suono di una marcia. La musica si avvicinava in fretta, sempre più forte,
costringendo tutti i rumori e tutti i movimenti a seguire il suo nitido ritmo.
Le finestre si aprirono, dai portoni uscirono bambini, di colpo la strada si
riempì di persone e il tranviere frenò.
L’asfalto già vibrava. Si sentivano grida di giubilo dall’estremità della
strada. Da qualche settimana il sessantaseiesimo reggimento di fanteria era
insediato nella nuova caserma. Quando marciava per la città, era sempre
accolto con entusiasmo. Eccoli che arrivano finalmente: trombettieri e
tamburini, il tamburo maggiore lancia la bacchetta, il cavallino balla. Eccoli!
Finalmente, le persone alzano in aria le braccia. Il vecchio agita un braccio
mentre sostiene l’alberello con il ginocchio. Muove le sopracciglia al ritmo
della marcia. Ha gli occhi lucidi. Suo figlio è lì in mezzo? È la marcia che
pervade gli animi, che scorre lungo la schiena, che accende gli occhi. Che
magia può essere, una miscela in parti uguali di lontani ricordi e completo
oblio? Verrebbe da credere che l’ultima guerra alla quale venne condotto
questo popolo sia stata un’impresa felice e abbia portato solo gioia e
benessere. Donne e ragazze sorridono, come se avessero figli ed esseri amati
invulnerabili.
In un paio di settimane soltanto i ragazzi hanno già imparato il passo,
mentre le madri impaurite, con ragione, domandano perché a ogni pfennig
speso, ma daranno i figli e pezzi dei figli finché questa marcia suonerà.
Perché? Perché? Lo chiederanno delicatamente, quando la musica tacerà.
Allora il tranviere ripartirà, il vecchio si accorgerà che un rametto del suo
alberello si è spezzato e brontolerà. L’informatore, ammesso che ci sia,
trasalirà.
Perché Georg è balzato giù dal predellino. È diretto a Bockenheim a
piedi. L’indirizzo di Paul era Brunnengasse 12. Né pugni né calci glielo
avevano fatto scordare, insieme al nome di sua moglie: Liesel, nata Enders.
Negli ultimi minuti aveva camminato veloce e sicuro, senza guardarsi
indietro. Si fermò in un vicolo che sboccava nella Brunnengasse, davanti a
una vetrina, per riprendere fiato. Quando vide la propria immagine riflessa
nello specchio, dietro la merce esposta, fu costretto a reggersi alla balaustra.
Com’era pallido l’uomo che si reggeva con una mano alla balaustra, con
quel soprabito giallino che gli cadeva dalle spalle, con quel cappello rigido
sulla testa!
Posso salire dai Röder? si domandò. Che cosa mi autorizza a credere di
essermi liberato dall’inseguitore, casomai fossi pedinato? E Paul Röder,
perché dovrebbe rischiare il tutto per tutto proprio per me? Che cosa mi è
venuto in mente prima, sulla panchina?

5.

Al terzo piano a sinistra, su un cartoncino, era scritto il nome Röder, preciso


e ordinato, dentro una specie di stemma. Georg si appoggiò al muro, fissò il
nome come se avesse davanti occhi azzurri e lentiggini, braccia e gambe
corte, ragione e cuore. Mentre divorava il cartoncino con lo sguardo, si rese
conto che il rumore forte e variegato che aveva udito fin da sotto proveniva
proprio da quell’appartamento. Sentì scorrere su e giù un giocattolo, un
bambino che annunciava le stazioni, un altro che gridava: «In carrozza!»,
una macchina da cucire che frusciava e, al di sopra di tutto, il canto di una
donna, l’amore è uno zingaro, non conosce legge né giustizia né potere...
così squillante, quasi deciso, che Georg lo giudicò provenire dalla radio,
senonché inaspettatamente la voce stonò su un acuto. Questo canto era
rinforzato, anziché soffocato, dalle note della stessa marcia che prima si era
udita per strada, tanto che Georg pensò nuovamente che provenisse da
fuori, finché gli apparve chiaro che veniva trasmessa da una radio sullo
stesso pianerottolo, con la quale qualcuno cercava di coprire la voce di
Liesel Röder. Georg ricordò che da ragazza Liesel si era esibita
occasionalmente come corista. A volte Paul lo aveva portato in galleria, per
ammirarla con la gonna a frange di una contrabbandiera, o con i calzoni di
un paggio. Liesel Röder era sempre stata quello che si può definire uno
spirito allegro. Il baratro che all’improvviso aveva separato Georg da Röder,
quando era stato attratto da Franz, quel baratro involontario ma fatale, gli
era apparso in tutta la sua evidenza per la prima volta di fronte alla moglie
di Röder, in casa di Röder. L’attrazione per Franz significava non solo
imparare, fare propri determinati pensieri, partecipare alle lotte, ma anche
comportarsi in maniera diversa, vestirsi in maniera diversa, appendere altri
quadri, trovare belle altre cose. Come poteva Paul sopportare per sempre
quella frivola moglie, perché tenevano in giro tutta quella paccottiglia?
Perché risparmiavano due anni per comprare un divano? Georg si annoiava
dai Röder, e se ne andò. Finché anche Franz cominciò ad annoiarlo, e la loro
stanza gli apparve squallida. Nel fermento di emozioni indistinte, di pensieri
inconsapevoli, Georg, al tempo ancora un ragazzo, si era spesso allontanato
con uno strattone dalle amicizie del momento. Questo suo atteggiamento gli
aveva fatto guadagnare la nomea di essere imprevedibile. Lui stesso era
convinto di poter annullare un evento con un altro, di poter cancellare
un’emozione con una contraria.
Mentre era lì in ascolto, Georg aveva posato il pollice sul campanello.
Nemmeno a Westhofen aveva mai provato una nostalgia così amara. Ritirò
la mano. Poteva entrare lì, dove forse sarebbe stato accolto senza problemi?
Poteva distruggere quella famiglia pigiando un campanello? Portare lì
arresti, un’educazione forzata e la morte?
Nella sua testa trovò spazio una dolorosa chiarezza. Quelle idee erano
colpa della stanchezza, si disse. Non era convinto lui stesso, fino a mezz’ora
prima, di essere pedinato già da tempo? Credeva davvero che uno come lui
fosse in grado di far perdere le proprie tracce con tanta facilità?
Si strinse nelle spalle. Scese un paio di gradini. In quel momento
qualcuno salì dalla strada. Georg si girò contro il muro e lasciò passare Paul
Röder. Si trascinò fino alla finestra del pianerottolo, rimase fermo ad
ascoltare. Ma Röder non entrò; anche lui si fermò ad ascoltare.
All’improvviso si girò e ridiscese. Georg si allontanò ancora di qualche
gradino. Röder si sporse dalla ringhiera e chiamò: «Georg!» Lui non rispose
e continuò a scendere. Ma Röder lo raggiunse in fretta, lo chiamò di nuovo,
lo afferrò per un braccio: «Sei proprio tu oppure no?»
Rise e scosse la testa. «Sei già passato da noi? Non mi avevi
riconosciuto? Io ho pensato: è o non è Georg? Certo che sei cambiato...» Di
colpo si mostrò offeso. «Hai impiegato tre anni per farti tornare in mente il
tuo amico Paul. Su, adesso vieni con me».
Georg, che non aveva ancora aperto bocca, lo seguì in silenzio. Ora
erano entrambi davanti alla grande finestra del pianerottolo. Röder lo
guardò dal basso in alto. Qualunque cosa pensasse, la sua faccina era troppo
piena di lentiggini per esprimere pensieri cupi. Disse: «Sei verde. Sei
davvero Georg?» Georg mosse le labbra aride. «Sei tu, vero?» chiese Röder
serissimo. Georg sorrise. «Vieni, vieni!» disse Röder. «Mi chiedo proprio
come ho fatto a riconoscerti sulle scale». «Sono stato a lungo malato», disse
piano Georg. «La mano non è ancora guarita...» «Ma come, ti mancano delle
dita?» «No, ho avuto fortuna». «Dov’è successo? Sei stato qui per tutto
questo tempo?» «Facevo l’autista a Kassel». Georg descrisse con calma, in
poche frasi, luoghi e circostanze, come le conosceva dai racconti di un altro
prigioniero. «Vedrai che faccia farà Liesel!» disse Röder. Suonò il
campanello. Georg udì il trillo lieve, poi lo scoppio di un temporale di colpi
alla porta, grida infantili e la voce di Liesel: «Adesso non ne posso davvero
più». Una nuvola di vestiti a fiori, tappezzeria ricoperta di piccoli quadri e
visi con migliaia di lentiggini e occhietti spaventati – poi buio e silenzio. La
prima cosa che Georg udì di nuovo fu la voce di Röder che ordinava stizzita:
«Caffè, caffè, hai capito, non acqua sporca!» Georg si sollevò sul divano. Si
riprese con grande fatica dallo svenimento nel quale si era sentito al sicuro,
e si trovò nella cucina dei Röder. Ogni tanto gli capitava, spiegò, non era
niente di grave. Non c’era bisogno che Liesel macinasse del caffè.
Riuscì a sistemare le gambe sotto il tavolo della cucina. Posò la mano
fasciata tra i piatti sulla tovaglia cerata. Liesel era diventata grassa, non
sarebbe più entrata nei panni di un paggetto. Lo sguardo caldo e un po’
pesante dei suoi occhi castani si posò brevemente sul viso di Georg.
Dichiarò: «Bene, la cosa migliore da fare adesso è che mangi, il caffè lo
berremo dopo». Apparecchiò e mise il cibo in tavola. Röder sistemò i tre
figli maggiori intorno al tavolo. «Aspetta, Georg, te lo taglio a pezzetti più
piccoli oppure lo infilzi sulla forchetta? Da noi c’è lo stufato ogni giorno.
Vuoi la senape, del sale? Mangiare bene e bere bene, tiene corpo e anima
insieme». Georg disse: «Che giorno è oggi?» I Röder risero. «Giovedì». «Mi
hai dato la tua parte di salsicce, Lisbeth» disse Georg, che nonostante la
buona volontà viveva quella normale serata come se affrontasse un grande
pericolo. Mentre mangiava con la mano sana, e anche gli altri mangiavano,
e ogni tanto Liesel, ogni tanto Paul gli lanciavano una breve occhiata, si rese
conto che gli erano cari e che lui era rimasto nei loro cuori.
Di colpo udì qualcuno salire le scale, sempre più in alto. Rimase in
ascolto. «Che cos’hai?» chiese Paul. I passi proseguirono. Sulla tovaglia
cerata, accanto alla mano ferita, c’era un cerchio, lasciato da una tazza
troppo calda che era stata appoggiata sul tavolo. Georg prese il bicchiere e
lo premette come un timbro sul cerchio sbiadito. «Accada quel che accada».
Paul, che aveva interpretato a modo suo quel gesto, stappò la birra e gliela
versò. Il pasto si concluse lentamente. Paul disse: «Abiti ancora dai tuoi
genitori?» «Temporaneamente». «Con tua moglie è proprio finita?» «Con
quale moglie?» I Röder risero. Georg si strinse nelle spalle. «Con Elli!»
Georg alzò di nuovo le spalle. «Ci siamo separati».
Si riscosse e si guardò intorno. Tutti quegli occhietti stupiti! Disse:
«Vedo che voi vi siete dati da fare, nel frattempo». «Non lo sai che il popolo
tedesco si deve moltiplicare?» disse Paul con gli occhi divertiti. «Allora non
senti i discorsi del Führer». «Certo che li sento» disse Georg. «Ma non ha
detto che Paul Röder di Bockenheim dovesse fare tutto da solo». «Non è poi
così difficile» disse Liesel Röder «avere dei bambini». «Non lo è mai stato».
«Bene, Georg!» esclamò Liesel. «Vedo che stai tornando in te». «No, è vero,
in casa noi eravamo in cinque, e voi?» «Fritz, Ernst, io e Heini: quattro».
«Nessuno ci ha mai dato una mano» disse Liesel. «Ma adesso cambia
qualcosa». Paul disse divertito: «Liesel ha ottenuto un encomio ufficiale
dalla direttrice». «Esatto, proprio io!» «Bisogna farti le congratulazioni per
questo ragguardevole risultato?» «Scherzi a parte, Georg, le agevolazioni e i
benefici, sette pfennig l’ora, si sentono. Niente ritenute e una scorta
incredibile dei migliori pannolini!» «Come se l’assistenza pubblica
nazionalsocialista immaginasse che quelli vecchi fossero stati tutti
consumati dai tre predecessori» disse Paul. «Non dargli retta» disse Liesel,
«Paul aveva gli occhi lucidi, era contento come il giorno del matrimonio,
l’agosto scorso, durante il viaggio...» «Dove siete andati?» «In Turingia,
abbiamo visitato Wartburg, Martin Lutero e il Sängerkrieg e il Venusberg.
Anche quella era una specie di ricompensa. No, non è mai successo niente
del genere al mondo». «Mai» disse Georg. E pensò: un’impostura del genere
mai. Poi disse: «E tu, Paul? Come va? Sei soddisfatto?» «Non posso
lamentarmi» disse Paul. «Duecentodieci marchi al mese, quindici in più di
quello che ho guadagnato l’anno migliore dopo la guerra, il ’29, e allora è
durato solo per due mesi, mentre adesso... è definitivo». «Lo si vede anche
per strada» disse Georg, «che c’è abbondanza di tutto». Aveva la gola
sempre più stretta, il cuore gli bruciava.
Paul disse: «Che vuoi farci, è la guerra». Georg disse: «Non è una
sensazione strana?» «Quale?» «Quello che tu dici, di fabbricare quei cosi
che poi fanno crepare la gente?» Paul disse: «Be’, mors tua vita mea, si dice
così, no? Se vuoi cominciare a ragionarci su... Senti, Liesel, questo sì che è
caffè. Georg dovrebbe venire più spesso qui da noi». Georg disse convinto:
«Il migliore caffè che bevo da tre anni». Accarezzò la mano di Liesel e
pensò: devo andarmene, ma dove?
Röder disse: «Ti è sempre piaciuto ragionare sulle cose, amico mio, che ti
succede? Hai perso il filo, sei più taciturno. Prima mi avresti raccontato per
filo e per segno che cosa ho sulla coscienza». Rise. «Ti ricordi, Georg, quella
volta che sei venuto da me con le guance arrossate? Ero disoccupato, però
dovevo assolutamente comprare qualcosa da te, qualcosa dei cinesi. Proprio
io! Proprio io dovevo comprare un libretto. E cinese!»
«E adesso non venirmi a parlare degli spagnoli» aggiunse contrariato,
sebbene Georg fosse rimasto in silenzio. «Non provarci nemmeno. Tanto
sono condannati anche senza Paul Röder. Vedi, si sono opposti e sono stati
schiacciati lo stesso! Non dipende certo dalle mie cartucce». Georg taceva.
«Mi sei sempre venuto a parlare di cose complicate, lontanissime».
Georg disse: «Se fabbrichi cartucce per loro, non sono così lontane».
Nel frattempo Liesel aveva sparecchiato la tavola e sfamato tutti i figli.
Poi disse: «Date la buona notte a vostro padre. E date la buona notte a
Georg».
«Vado a mettere a letto i bambini» aggiunse quindi. «Per chiacchierare
non vi serve la lampada». Georg pensò: Non ho altra scelta, posso forse fare
qualcos’altro? In tono casuale disse: «Senti, Paul, ti spiace se stanotte dormo
qui da voi?» Röder rispose un po’ stupito: «No, perché dovrebbe
dispiacermi?» «Sai, ho avuto una discussione in casa, vorrei che le acque si
calmassero». «Qui sei come a casa tua» disse Röder.
Georg appoggiò la testa alla mano. Guardò Röder tra le dita. Avrebbe
avuto un’espressione seria, se la sua faccia non fosse stata così buffa, con
tutte quelle lentiggini. Röder disse: «Bisticciate ancora per questo e per
quello? Come te la prendevi! All’epoca te lo dicevo, lasciami fuori, Georg.
Non sopporto le cose inutili, meglio una zuppa di patate. Questi spagnoli
sono uguali a te. Voglio dire, a com’eri prima, Georg. Ora mi sembra che tu
ti sia un po’ calmato. Nemmeno nella tua Russia ci sono riusciti. Per un po’
era sembrato che si potesse pensare: forse, chissà? Ma ora...» «Ora cosa?»
«Sta andando tutto a rotoli anche lì!» «Come?» «Che ne so, certi nomi non
me li ricordo».
Liesel tornò. «Va’ a riposare, Paul. Non prendertela, Georg, ma...»
«Georg resterà a dormire qui da noi, Liesel, a casa hanno litigato». «Sei
proprio un fenomeno» disse Liesel. «Perché?» «È una lunga storia» disse
Georg. «Te la racconto domani». «Sì, per oggi si è chiacchierato abbastanza,
altrimenti Paul non riposa abbastanza, si stanca troppo». «Posso
immaginare» disse Georg «che non gli regalino niente». «Meglio un po’ di
fatica e qualche marco in più» disse Paul. «Meglio gli straordinari delle
esercitazioni antiaeree». «Meglio invecchiare un po’ più in fretta» disse
Georg. «Può succedere anche se ci sarà un’altra guerra, questo fatto di
invecchiare un po’ più in fretta. Non è poi una gran cosa, Georg, da doverci
sempre girare intorno come fai tu». «Arrivo, Liesel». Si guardò intorno e
disse: «Però non ho una coperta per te». «Dammi il mio soprabito, Röder».
«Ma che buffo soprabito hai, Georg. Metti il cuscino in fondo ai piedi, e non
calpestare le rose di Liesel». Di colpo domandò: «Detto tra noi, per cosa
avete discusso a casa... a causa di una ragazza?» «Mah» disse Georg, «a
causa... a causa del piccolo Heini. Lo sai che è sempre stato molto legato a
me!» «Macché legato! L’ho incontrato di recente, il vostro Heini. Quanto ha,
sedici, diciassette anni? Voi Heisler siete tutti bei ragazzi, ma Heini è venuto
fuori proprio bene. Gli hanno messo una pulce nell’orecchio per dopo, per le
SS».
«Chi, Heini?» «Be’, tu lo saprai meglio di me» disse Röder. Era tornato a
sedersi al tavolo di cucina. Ora che aveva la faccia di Georg proprio davanti,
gli balzò di nuovo in mente quella stupida domanda com’era successo
prima, sulle scale: Ma sarà proprio Georg? In un attimo il viso di Georg era
cambiato di nuovo. Röder non avrebbe saputo dire in cosa consistesse il
cambiamento, dato che il suo volto era immobile. Ma il cambiamento era
avvenuto, come in un orologio che si ferma all’improvviso. «Prima a casa
bisticciavate perché Heini era molto legato a te, adesso...» «Ma è proprio
vera la storia di Heini?» disse Georg. «Come fai a non sapere certe cose?»
chiese Röder. «Non vieni da casa tua?»
All’improvviso il cuore del piccolo Röder cominciò a battere
all’impazzata. Si mise a sbraitare: «Ci mancava solo questa! Mi stai
ingannando! Non ti fai vedere per tre anni, e poi vieni qui e mi prendi in
giro. Sei sempre stato così, tu sei così. Prendi in giro il tuo Paul. E non ti
vergogni! Che cos’hai combinato? Devi aver combinato qualcosa, non
prendermi per uno stupido. Quindi non vieni da casa. Dove sei stato tutto
questo tempo? Sembri proprio nei guai. Stai scappando? Che cosa ti è
successo veramente?»
«Ce l’avresti un paio di marchi da prestarmi?» chiese Georg. «Devo
andarmene subito da qui. Fai in modo che Liesel non se ne accorga». «Che
cosa ti è successo?» «Non ce l’avete la radio?» «No» disse Paul. «Tra Liesel
e le sue canzoni, e la confusione che c’è sempre qui da noi...» «Alla radio
parlano di me» disse Georg. «Sono fuggito». Guardò Röder dritto negli
occhi. Röder impallidì all’improvviso, tanto che le sue lentiggini
sembravano luccicare.
«Da dove sei fuggito, Georg?» «Sono evaso da Westhofen. Io... io...» «Da
Westhofen? Tu? Sei stato lì tutto questo tempo? Sei davvero un fenomeno!
Se ti prendono, ti ammazzeranno di botte». «Sì» disse Georg. «E vuoi uscire
da qui senza sapere dove andare? Sei incorreggibile». Georg fissava ancora
la faccia di Röder, che gli sembrava un cielo stellato. Disse a voce bassa:
«Caro, caro Paul, non posso farlo. Tu hai la tua famiglia. State bene e adesso
io... ti rendi conto di quello che dici? Se ora venissero qui? Forse mi stavano
già braccando».
Röder disse: «In questo caso è troppo tardi. Se venissero, dobbiamo dire
che io non sapevo niente. Le ultime frasi non ce le siamo mai dette. Capisci,
non ne abbiamo proprio parlato. Un vecchio conoscente può sempre
spuntare fuori per caso. Come potevo sapere che tu nel frattempo eri stato
internato?» Georg disse: «Quando ci siamo visti l’ultima volta?» «L’ultima
volta è stato nel dicembre del ’32, due giorni dopo Natale, quando ti sei
mangiato tutte le nostre stelle di cannella». Georg disse: «Ti faranno
domande su domande. Non sai quali mezzi hanno inventato». Nei suoi occhi
spuntarono le minuscole scintille appuntite che tanto terrorizzavano Franz
da ragazzo.
«Non dobbiamo fasciarci la testa senza motivo. Come potrebbero
arrivare fino al nostro appartamento? Non ti hanno visto entrare, altrimenti
sarebbero già qui. Prova a pensare. E adesso? Come uscirai dalle mie quattro
pareti? Non avertene a male, Georg, ma preferisco saperti fuori di qui,
piuttosto che dentro». Georg disse: «Devo uscire dalla città, devo lasciare il
paese! Devo trovare la mia gente!» Paul rise. «La tua gente? Farai prima a
trovare i buchi dove si sono nascosti». Georg disse: «In seguito, quando sarà
il momento, ti mostrerò un paio dei buchi dove si sono nascosti. Là fuori da
noi, a Westhofen, ce n’erano un paio di dozzine che non conosce nessuno.
Ammesso che per allora non saremo nascosti pure noi due, in uno di quei
buchi». «Ehi, Georg» disse Paul, «mi è venuto in mente qualcuno. Karl
Hahn, di Eschersheim, quello che all’epoca...» Georg disse: «Lascia
perdere!» Anche lui pensava a una persona in particolare. Wallau era
davvero già morto? In un mondo che continuava a girare tanto più
velocemente quanto più era senza regole? Sentì Paul ripetere: «Georg», due
sillabe che avevano misurato non solo la stanza, bensì anche il tempo
passato.
«Georg!» esclamò il piccolo Röder. Georg trasalì. Paul lo guardò
impaurito. Per un attimo il viso di Georg era tornato a essere quello di un
estraneo. In tono altrettanto estraneo chiese: «Sì, Paul?» Paul disse:
«Domattina potrei andare subito da queste persone, così mi libererò di te».
Georg disse: «Voglio ancora riflettere su chi vive qui in città. Sono passati
più di due anni». «Non saresti finito in questo pasticcio» disse Paul, «se
all’epoca non fossi stato tanto preso da quel Franz. Te lo ricordi? È stato lui
a trascinarti dentro, perché prima... A una riunione ci siamo andati tutti,
almeno una volta, a una dimostrazione abbiamo partecipato tutti. Tutti
abbiamo provato rabbia. E anche speranza. Ma il tuo Franz... È stata colpa
sua».
«Non è colpa di Franz» disse Georg. «È stato più forte di tutto il resto...»
«Che significa, più forte di cosa?» domandò Paul, mentre toglieva i cuscini
dal divano per preparare un giaciglio per Georg.

6.

I figli della sorella di Elli erano tutti affacciati alla finestra, quella sera, per
assistere alla consegna delle mele. Erano i figli di quel comandante delle SS
di cui si era vantato il suocero, il vecchio Mettenheimer, durante
l’interrogatorio. Elli sapeva che Franz sarebbe arrivato solo quando l’intera
famiglia si fosse recata alle rispettive destinazioni, il cognato al suo reparto,
i figli nei loro letti, la sorella, ma non ne era del tutto sicura, a una serata
con le amiche.
Questa sorella aveva qualche anno più di Elli, un seno più prosperoso e
tratti più marcati, non soffusi da un velo di malinconia come in Elli, bensì da
una spiccata vivacità. Il marito, Otto Reiners, di giorno impiegato di banca e
la sera SS, la notte, quando rimaneva a casa, era un misto di entrambi. Nel
corridoio buio Elli non aveva notato, al suo arrivo, che il volto così simile al
proprio della signora Reiners appariva turbato e perplesso.
Quando i bambini si staccarono dalla finestra per correre incontro a Elli,
che li adorava tutti, la signora Reiners fece un movimento con il braccio,
come se fosse troppo tardi per risparmiare ai figli una sventura. Mormorò:
«Perché sei venuta, Elli?» Elli le aveva preannunciato l’arrivo delle mele al
telefono. Poi però Reiners le aveva ordinato di rifiutarle, oppure di pagarle.
In ogni caso Elli non doveva più presentarsi a casa loro. Quando la moglie
gli chiese se fosse impazzito, lui la prese per mano e le spiegò perché non le
restasse altra scelta che decidere tra Elli e la sua famiglia.
La signora Reiners era la meglio sposata tra le figlie di Mettenheimer.
Era sempre stata ed era rimasta ragionevole. Il fatto che Reiners si fosse
trasformato, da membro degli Elmi d’Acciaio, in un fanatico seguace del
nuovo Stato, mangiaebrei e anticlericale, rappresentava per lei una
particolarità del marito che andava accettata. Partecipava alle serate del
Luftschutzbund e della lega femminile, ma si annoiava. Credeva di doverlo
fare per amore della famiglia, per quella vita con Reiners e i figli, da lei
concepita come una questione perfettamente regolabile di equilibrio e
promiscuità. Era anche abbastanza giudiziosa da tenere per sé il proprio
divertimento, in modo che Reiners non sollevasse obiezioni sulla comunione
dei figli e sull’esercizio dei loro doveri religiosi nelle feste principali. Con
una certa apprensione, lui la considerava una specie di innocua
rassicurazione.
Alla vista di Elli circondata dai bambini, che le toglievano il cappellino,
le tiravano gli orecchini, le si aggrappavano alle braccia, si rese conto
finalmente di cosa fosse successo negli ultimi giorni e quale portata avesse
l’ordine del marito. Scegliere tra Elli e i miei bambini, che assurdità! Perché
devo scegliere? È possibile fare una scelta del genere? Esortò bruscamente i
bambini a lasciare in pace Elli e a staccarsi da lei.
Quando i bambini ebbero ubbidito, domandò alla sorella il prezzo delle
mele e mise i soldi sul tavolo. Vedendo che Elli si schermiva, le mise i soldi
in mano, stringendola tra le proprie, poi cominciò a parlarle in tono cauto.
«Cerca di capire!» concluse. «Potremo vederci a casa dei nostri genitori. Lo
hanno detto anche oggi alla radio. Cara Elli, se all’epoca ti fossi presa il mio
piccolo cognato! Era innamorato pazzo di te. Non puoi farci niente. Conosci
Reiners, sai bene cosa potrebbe succederti».
In un altro momento Elli si sarebbe sentita morire per questa
comunicazione, ma ora pensò: Basta che non mi butti fuori prima che arrivi
Franz con le mele. Disse a bassa voce: «Che cosa potrebbe succedermi
ancora?» «Reiners dice che potrebbero anche arrestarti di nuovo, ci hai mai
pensato?» «Sì» disse Elli. «E te ne stai lì tranquilla, te ne vai in giro
tranquilla a comprare mele per l’inverno?»
«Credi che correrei meno il rischio di essere arrestata se non lo facessi?»
Elli è sempre stata un po’ incosciente, pensò la sorella, con quegli occhi
bassi, le lunghe ciglia a impedirle la vista. Disse: «Non c’è bisogno che
aspetti l’arrivo delle mele». Lei rispose in fretta e con prontezza: «No, io ho
ordinato le mele, non facciamoci fregare. Non lasciarti influenzare da
Reiners. Non posso certo appestare il vostro appartamento in questi pochi
minuti. Comunque l’ho già appestato».
«Sai una cosa?» disse la sorella dopo una breve riflessione. «Tieni la
chiave della mansarda, va’ di sopra, da’ una pulita alle assi, sistema i tegami
sullo scaffale. Poi lascia la chiave sotto lo zerbino». Era contenta di aver
trovato una soluzione per far uscire Elli dall’appartamento senza cacciarla.
Strinse a sé la sorella con l’intento di baciarla, come di solito faceva solo il
giorno del suo onomastico. Elli girò il viso, e il bacio finì sui capelli.
Quando la porta si richiuse alle sue spalle, la sorella si affacciò alla
finestra. Abitavano già da quindici anni in quella tranquilla stradina. Quella
sera, ai suoi occhi, le normali case abitate sembravano le abitazioni che si
vedono da un treno in corsa. Nel suo cuore freddo sorse un dubbio, seppure
nella forma consueta dei calcoli di una casalinga: quale sarà il valore di tutto
questo...
Nel frattempo Elli aveva aperto la finestra della mansarda per cambiare
l’aria stantia. Sulle etichette dei vasetti di conserva la sorella aveva scritto
ordinatamente il tipo di frutta e l’annata. Povera sorella. Elli provò una
singolare e inspiegabile compassione verso la sorella maggiore, baciata
comunque dalla fortuna. Si mise a sedere su una valigia e aspettò, le mani in
grembo, le palpebre abbassate, la testa china, come aveva fatto il giorno
prima sul tavolaccio, come avrebbe fatto l’indomani chissà dove.
Franz salì le scale con le sue ceste di mele. È solo un amico, si disse Elli, e
non tutto è sempre e solo sventura. Svuotarono velocemente le ceste, e le
loro mani s’incontrarono. Lei gli gettò un’occhiata fugace. Lui era taciturno,
attento. Alla fine riuscirono a salire lassù con una scusa. Hermann
probabilmente non sarebbe stato contento, se avesse saputo di
quell’incontro, anche se era andato tutto liscio. Lui disse: «Ci hai riflettuto?
Pensi che sia ancora qui?» «Sì» disse Elli, «credo di sì». «Perché? Dopotutto
la città è lontana. E qui tutti lo conoscono». «Sì, ma anche lui conosce molte
persone. Forse ha una ragazza su cui può contare...» Il suo viso s’irrigidì un
poco. «Tre anni fa, poco prima che venisse arrestato, l’ho visto una volta da
lontano a Niederrad. Lui non s’è accorto di me. Era insieme a una ragazza.
Non si tenevano solo sottobraccio, anche per mano, perciò forse una
ragazza...» «Forse, ma come puoi esserne tanto sicura!» «Ne sono sicura
perché qui ha qualcuno, una ragazza o un amico. Perché anche la Gestapo lo
crede, perché continuano a seguirmi e soprattutto...» «Soprattutto?»
«Perché lo sento» disse Elli. «Lo sento qui – e qui». Franz scosse la testa.
«Cara Elli, per questo non ti darebbe niente neppure la Gestapo».
Si misero a sedere sulla valigia. Per la prima volta Franz guardò Elli
attentamente. Per un istante la osservò da capo a piedi, un istante rubato al
breve tempo che gli apparteneva, a quel tempo limitato e spaventoso da cui
era ritagliata la loro vita. Elli chinò lo sguardo. Sebbene fino ad allora avesse
dimenticato Franz, sebbene ancora adesso camminasse su un filo, con il
vuoto sotto di sé, e sebbene fosse una questione di vita e di morte ad averli
condotti insieme lì, nella mansarda delle mele, che cosa poteva farci se il suo
cuore batteva forte, in attesa dell’amore? Franz le prese la mano e le disse:
«Cara Elli, vorrei tanto caricarti su una delle mie ceste vuote, portarti giù
per le scale, issarti sul mio carro e andare via. Dio solo sa se non è quello
che vorrei fare, ma non è possibile. Credimi, Elli, in tutti questi anni ho
desiderato rivederti, ma per ora non possiamo tornare insieme».
Elli pensò: «Ogni genere d’uomo mi dice che mi vuole tanto bene, ma
che non può più stare con me».
Franz disse: «Hai pensato che potrebbero arrestarti di nuovo, come
fanno spesso con le mogli degli evasi?» «Sì» rispose lei. «Non hai paura?»
«No, perché?» Perché non ha paura? pensò Franz. Avvertì l’ombra di un
sospetto, che gradisse ancora essere collegata a Georg, in un modo o
nell’altro. Chiese con disinvoltura: «Chi era l’uomo che hanno arrestato
quella sera da te?» «Solo un conoscente» rispose lei. A suo demerito
bisogna ammettere che aveva quasi già dimenticato Heinrich. Sperava che il
poveretto fosse tornato dai genitori! Per come lo conosceva, dopo
un’esperienza così incresciosa non si sarebbe mai più fatto vedere. Non ne
aveva la stoffa.
Rimasero a guardare nel vuoto, tenendosi per mano. Una tristezza contro
la quale non c’era rimedio stringeva la gola di entrambi.
Con un tono diverso, più asciutto, Franz disse: «Allora, Elli, ti è venuto
in mente chi potrebbe ospitarlo, tra quelli che abitano ancora in città dai
tempi in cui ci viveva anche lui?»
Lei nominò alcune persone, tra le quali due o tre amici che Franz
conosceva. Era improbabile che Georg, se avesse conservato un po’ di buon
senso, andasse da loro. Due o tre nomi sconosciuti lo impensierirono; poi un
compagno di scuola, il piccolo Röder, al quale aveva pensato anche Franz, e
un vecchio insegnante già da tempo in pensione che non viveva più lì.
Ci sono due possibilità, pensò Franz: o Georg è finito e non ragiona più,
e allora le nostre supposizioni non servono a niente, e tutto è imprevedibile,
oppure riesce ancora a pensare, e allora deve pensare come me. Hermann
inoltre deve sapere con chi era in contatto subito prima del suo arresto. Ma
non posso andare da Hermann direttamente da qui. Altre ore perdute.
Dimentico della donna balzò in piedi, e la mano di lei, rimasta sul suo
ginocchio, scivolò via. Radunò le ceste, in una delle quali avrebbe voluto
caricare Elli. Lei pagò le mele e lui uscì. Poi gli venne in mente di dirle: «Se
ci chiedono qualcosa, mi hai dato cinquanta pfennig di mancia». Si
aspettava quasi di essere fermato, uscendo dalla casa.
Finita la tensione, una volta che fu uscito dalla casa, mentre si
allontanava con il suo carretto vuoto e traballante, a Franz venne in mente
che non aveva neppure salutato Elli. E si rese conto di non aver parlato con
lei della possibilità di rivedersi in seguito.
Dai Marnet fece i conti, senza dimenticare la mancia. «Quella è tua»
disse la signora Marnet, giudicandosi estremamente generosa. Dopo che
ebbe mangiato un boccone e fu andato in camera sua, Auguste disse: «Oggi
gli è andata male, si capisce». E il marito: «Tornerà da Sophie».

Tutte le volte che Bunsen entrava da qualche parte, la gente aveva la


sensazione di doversi scusare con lui se la stanza era tanto angusta e il
soffitto troppo basso. Il suo bel viso audace allora si distendeva, quasi a dire
che la sua permanenza era solo temporanea.
«Ho visto la luce accesa» disse, «è stata una giornata davvero notevole
per tutti». «Già, accomodatevi» disse Overkamp, per nulla entusiasta della
visita. Fischer liberò una sedia, quella che occupava durante gli
interrogatori, e si mise seduto sul panchetto contro il muro. I due uomini
erano sfiniti, ma Bunsen disse: «Sapete, ho della grappa nel mio
bugigattolo».
Balzò in piedi, spalancò la porta e chiamò nella notte: «Ehi, ehi!» Si udì
uno scalpiccio; come se il mondo fuori fosse svanito, una nebbia densa come
vapore ristagnò sulla soglia. Bunsen disse: «Mi ha fatto piacere vedere la
luce accesa. In tutta sincerità, non ce la faccio più». Overkamp pensò: Santo
cielo, ci mancava solo questa! Liberarsi la coscienza richiede almeno un’ora
e mezzo. Disse: «Caro amico, questo mondo, per come è ora, non lascia
molte possibilità; o teniamo un certo tipo di persone dietro un filo spinato e
stiamo bene attenti, molto più di prima, che tutti restino lì dietro, oppure a
stare dietro siamo noi e gli altri ci fanno la guardia. E siccome la prima
alternativa è la più ragionevole, è necessario, perché resti tale, aver
realizzato diversi presupposti, a volte molto spiacevoli». «È proprio quello
che penso anch’io» ribatté Bunsen. «Quello che non riesco proprio più a
sopportare sono le ciance del nostro vecchio Fahrenberg...» «Caro Bunsen»
disse Overkamp, «queste preoccupazioni riguardano solo voi». «Adesso è
tenacemente convinto di riprenderli tutti, da quando è arrivato questo
Füllgrabe, oggi pomeriggio. Voi che cosa ne pensate, Overkamp?» «Il mio
nome è Overkamp, non Abacuc. Non faccio parte né dei profeti maggiori né
di quelli minori, ma qui lavoro duramente».
Pensò: Questo ragazzo si crede davvero chissà chi, e solo perché lunedì
mattina ha dato qualche disposizione, che rientra peraltro tra le sue
competenze.
Arrivò il vassoio con la grappa e i bicchierini. Bunsen la versò, ne svuotò
uno, poi un secondo, quindi un terzo. Overkamp lo osservava con aria
professionale. Su quell’uomo la grappa produceva un effetto singolare. Forse
non si ubriacava mai del tutto, ma già dopo il terzo bicchierino cambiava un
po’ atteggiamento e modo di parlare. Persino la sua faccia appariva più
rilassata. Disse: «In realtà non credo che questi quattro sentano qualcosa, e
il quinto, quel Belloni, non sente proprio più niente, dato che ha tirato le
cuoia. Solo gli altri, se verranno presi, sentiranno qualcosa; sarà proprio una
bella esperienza, quando li metteranno in mostra sulla “pista da ballo”. Non
vorranno vedere, ma dovranno farlo. Quei quattro sanno cosa li aspetta; e
quando si è consapevoli, ho sentito dire, tutto diventa indifferente e non si
sente più nulla. Inoltre stanno solo scomodi, non li tocca nessuno, solo
Füllgrabe si è lamentato per la delusione. Stanotte toccherà anche a lui?
Fatemi assistere!» «No, mio caro». «Perché no?» «Questioni di servizio, è
una faccenda da poco, amico mio». «Già, per voi» disse Bunsen con gli
occhi da esaltato. «Lasciatemi cinque minuti con Füllgrabe, e vi saprò dire
se è stato o meno un caso che abbia incontrato Heisler». «È possibile che vi
racconti di aver avuto un appuntamento con Heisler, se gli date un calcio in
pancia. Ma io in seguito vi direi comunque che è stato un caso. Perché?
Perché basta scrollare Füllgrabe e le sue dichiarazioni cadono come susine
mature. Perché mi sono fatto un’idea di lui, e mi sono fatto un’idea di
Heisler. E il mio Heisler non si incontrerebbe mai in pieno giorno con
Füllgrabe in una città».
«Se è rimasto seduto sulla panchina, come ha raccontato Füllgrabe,
allora aspettava qualcuno. La sua foto è stata mostrata a tutti i capi-
fabbricato e i capi-quartiere?»
«Caro Bunsen» disse Overkamp, «dovreste essere grato che queste
preoccupazioni se le accollino altri». «Alla salute». Brindarono.
«Non potete spremere un po’ la testolina di Wallau? Dovrà pur esserci
dentro il nome di chi aspettava il suo amico. Mettete insieme Füllgrabe e
Wallau».
«Caro Bunsen, la vostra idea è come Maria Stuarda, bella ma infelice. Se
vi interessa, in ogni caso, abbiamo interrogato a dovere Wallau, qui c’è il
verbale dell’interrogatorio!»
Prese un foglio bianco dalla scrivania. Bunsen lo fissò e sorrise. Aveva i
denti un po’ troppo piccoli per i suoi tratti audaci. Denti da roditore.
«Lasciatemi il vostro Wallau fino a domattina».
«Prendete pure questo pezzo di carta» disse Overkamp, «e provate a
sputarci sopra del sangue». Riempì lui stesso il bicchiere di Bunsen il quale,
come chi è per tre quarti ubriaco, rimaneva aggrappato a un solo viso, senza
badare a Fischer. Quest’ultimo, seduto sulla sua panchetta, siccome non
beveva, teneva nel pugno il bicchiere ancora pieno, attento a non versarselo
sui calzoni. Overkamp gli rivolse un cenno con il sopracciglio. Lui si alzò,
girò cerimonioso intorno a Bunsen fino alla scrivania, alzò la cornetta. «Vi
chiedo scusa» disse Overkamp. «Il dovere mi chiama».
«Somiglia a un arcangelo in armi, un san Michele» disse Fischer non
appena Bunsen felicemente uscì. Overkamp raccolse il piccolo frustino
accanto alla sedia e lo osservò tenendolo tra due dita, come era solito
guardare centinaia di cose simili, con cautela, per non cancellare le
impronte digitali. Poi disse: «Il vostro san Michele ha lasciato qui la spada».
Chiamò la sentinella davanti alla porta: «Fate pulizia qui! Si chiude! Ai posti
di guardia!»

Quella sera Hermann chiese per ben tre volte alla sua Else se Franz avesse
lasciato detto qualcosa. Else raccontò per la terza volta che Franz aveva
chiesto di lui due giorni prima, e nel frattempo non si era più visto. Com’è
possibile? pensò Hermann. Dapprima è ossessionato dalla fuga, non parla
d’altro, e all’improvviso sparisce. Basta che non prenda iniziative per conto
suo. Che gli sia successo qualcosa?
Else canticchiava in cucina con la sua voce profonda e leggermente roca,
simile a un’ape che ronza tra le rose. Questo canto placava ogni sera i
rimproveri che Hermann si impartiva per aver sposato quella bambina, che
non sapeva niente né di lui né di altro. Lo stesso Hermann quella sera disse
che la vita sarebbe stata dura da sopportare, senza quella bambina ad
alleviare la sua solitudine e la sua tensione. Aveva già saputo dell’arresto di
Wallau. Si riscosse dall’immagine di un corpo insanguinato riverso a terra,
massacrato da calci e pugni, perché dentro di lui c’era qualcosa di
indistruttibile. Si riscosse anche da se stesso, dall’immagine involontaria del
proprio fragile corpo, nel quale sperava ci fosse qualcosa di altrettanto
indistruttibile. Rivolse il pensiero agli evasi ancora liberi, soprattutto a quel
Georg Heisler, perché veniva da quella zona, ed era sempre possibile che si
nascondesse da quelle parti. Ciò che Franz gli aveva raccontato di Georg era,
a suo giudizio, troppo viziato da emozioni confuse. Da quanto aveva saputo
si era già fatto un’immagine di questo Heisler che non aveva mai
conosciuto: uno che non si risparmia, che può dare tutto pur di vincere. A
ciò che poteva mancargli, forse aveva provveduto il suo compagno di
prigionia Wallau, pensò ancora Hermann. Conosceva Wallau di sfuggita,
era un uomo con il quale non aveva bisogno di immedesimarsi. Soldi e
documenti, pensò Hermann, andavano preparati in fretta. I suoi pensieri
ebbero un altro sussulto, e stavolta abbandonarono l’idea di un singolo
uomo braccato, che poteva spuntare qui o là. Valutò se gli sarebbe stato
possibile raggiungere già l’indomani l’unico posto dove era possibile
ottenere il necessario per un caso di estrema emergenza. È tutto ciò che
posso fare per il momento, e lo farò, disse per tranquillizzarsi. L’ape in
cucina continuava a ronzare. Senza Else, si disse Hermann, sarei meno
tranquillo. Quindi tutto si rivela utile.
Franz si gettò sul letto. Era così stanco che si addormentò vestito. Si ritrovò
così nella mansarda con Elli, per rimediare al saluto mancato.
Improvvisamente Elli aveva perduto un orecchino, caduto tra le mele.
Cominciarono a cercarlo. Lui si spaventò, perché il tempo passava, ma
l’orecchino andava trovato, e c’erano tante mele, tutte le mele del mondo.
«Eccolo!» esclamò Elli, ma l’orecchino le sfuggì come un maledetto
maggiolino, così continuarono a frugare tra le mele. Non erano più soltanto
loro due, ora li aiutavano tutti. La signora Marnet frugava tra le mele, e
Auguste e i suoi figli, e il vecchio insegnante in pensione, e il piccolo Röder
lentigginoso. Il pecoraio Ernst frugava con il suo fazzoletto rosso al collo e
la sua Nelli. Anton Greiner e il cugino SS Messer, oltre a Hermann,
cercavano tra le mele, e anche il capo circoscrizione del ’29. Che fine avrà
fatto? Sophie Mangold cercava, e così pure Legnetto. Anche la cassiera
grassa che Franz aveva visto insieme a Georg, subito dopo aver chiuso con
Elli, rovistava sbuffando tra le mele. Gli venne in mente che avrebbe potuto
essersi nascosto anche da lei. Era spaventosamente grassa, ma degna di
fiducia. Adesso le mele erano finite, era in sella alla bicicletta, scendeva per
la strada verso Höchst. Come aveva immaginato, la cassiera stava al chiosco
dell’acqua minerale, portava anche l’orecchino di Elli, ma di Georg
nemmeno l’ombra. Franz proseguì in sella alla bicicletta, oppresso da un
timore crescente, più ricercato che impegnato nella ricerca. E poi gli venne
in mente che Georg doveva per forza essere a casa, dove sennò? Era ovvio
che fosse nella stanza che condividevano. Che tormento, salire di nuovo lì.
Franz si fece coraggio, salì ed entrò. Georg era seduto cavalcioni su una
sedia, le mani davanti al viso. Franz cominciò a radunare le proprie cose, la
loro vita in comune era finita, dopo tutto quello che era successo, ormai un
amaro ricordo. Georg lo seguiva con lo sguardo, ogni gesto era una
sofferenza, ma bisognava fare i bagagli. Alla fine fu costretto a girarsi.
Allora Georg tolse le mani dal viso: non aveva più i lineamenti, il sangue gli
scorreva dalle narici e dalla bocca e persino dagli occhi. Franz soffocò un
grido, ma Georg disse piano: «Non c’è bisogno che tu te ne vada per causa
mia, Franz».
Capitolo quinto

1.

La legge che fa infiammare e raffreddare i sentimenti della gente non valeva


per la donna di cinquantaquattro anni, seduta alla finestra della sua stanza
di Schimmelgässchen, le gambe malate allungate su una sedia. Perché
questa donna era la madre di Georg.
Dalla morte del marito, la signora Heisler condivideva l’appartamento
con la famiglia del secondogenito. Era diventata ancora più grassa. Negli
occhi bruni incavati c’era un’espressione di paura e rimprovero, come di chi
sta annegando. I suoi figli erano abituati a quella espressione, oltre ai brevi
sospiri a bocca aperta, simili a sbuffi di pensiero, e così avevano la
sensazione che la madre non capisse del tutto quello che le veniva detto, o
quantomeno non ne comprendesse la portata.
«Se viene, non passerà certo dalle scale» disse il secondogenito, «ma per
i cortili. Si arrampicherà come prima sul balcone. Non sa che non dormi più
nella vecchia stanza. Meglio che tu rimanga qui, ora mettiti a dormire».
La donna mosse le spalle e le gambe, ma era troppo pesante per alzarsi
da sola. Il figlio più piccolo, pieno di zelo, disse: «Ti sdrai, bevi una valeriana
e lasci aperto il chiavistello, vero, mamma?» Il secondo disse: «Sarebbe la
cosa migliore». Era un uomo rozzo, che dimostrava più dei suoi anni. Aveva
una grossa testa rasata e di recente la fiamma di un saldatore gli aveva
bruciato le ciglia e le sopracciglia, dando così un’aria spenta al suo viso. Era
stato un bel ragazzo, come tutti i figli di Heisler. Adesso era uno splendido
esemplare di SA, tutto in lui si era ingrossato e irruvidito. Il piccolo invece,
Heini, era proprio come lo aveva descritto Röder. L’altezza, il cranio, i
capelli, i denti: sembrava che i genitori lo avessero concepito seguendo il
manuale della razza. Con un sorriso forzato, il più grande si accinse a
trascinare fino al letto la madre insieme alle due sedie. Si bloccò, trafitto da
un’occhiata della madre, alla quale questa ambasciata con gli occhi
sembrava costare uno sforzo enorme. Lasciò le sedie e chinò il capo. Heini
disse: «Hai capito? Che ne dici, mamma?»
Lei non disse proprio niente, tornò a guardare il figlio più giovane,
quindi il maggiore, poi di nuovo il più giovane. Come doveva essere
corazzato il ragazzo, per sopportare quello sguardo! Il maggiore andò alla
finestra, guardò il vicolo immerso nella notte. Il piccolo però non fece
alcuno sforzo per sostenere lo sguardo della madre, che nemmeno notò.
«Avanti, sdraiati» le disse, «porta la tazza vicino al letto. Che venga
oppure no, la cosa non ti riguarda. Non dovresti nemmeno pensare che lui
esiste. Hai già noi tre».
Il maggiore ascoltava, il viso rivolto al vicolo, stupito. Che strafottenza, il
piccolo Heini, il fratellino adorato di Georg! Partecipa alla caccia come se
niente fosse. Vuole dimostrare ai ragazzi della Gioventù Hitleriana del suo
vicolo, e anche ai grandi, che a lui Georg non importa, anche se un tempo
gli era attaccato come una catena. Il piccolo lo hanno rivoltato per bene,
diversamente da lui, che si ritiene già molto cambiato. Era entrato nelle SA
un anno e mezzo prima, disgustato da cinque anni di disoccupazione. Già,
quel disgusto era una delle poche attività spirituali di una mente ottusa e
poco intraprendente. Era il meno sviluppato, il più stupido dei ragazzi
Heisler. Perderai il posto di lavoro domani, si diceva, se non ti iscrivi oggi.
Nella sua testa, dura e pigra, sopravviveva ancora l’ombra di una
convinzione che tutto fosse ancora a metà strada, che non fosse ancora ben
definito, soltanto un incubo che doveva passare. Come? Grazie a chi?
Quando? Lui non poteva saperlo. Si sentì rimescolare tutto ascoltando Heini
parlare alla madre con tanta freddezza, quello stesso Heini che Georg si
issava sulle spalle a tutte le dimostrazioni, che adesso aveva in testa grandi
progetti, scuole per cadetti, SS e SS motorizzate. Si staccò dalla finestra e
guardò il fratellino. Costui disse: «Io adesso scendo dai Breitbach, tu va’ a
letto, mamma. Hai capito?» Con sorpresa di entrambi la madre ora rispose:
«Sì».
In effetti aveva finito di pensare. Disse in tono vivace: «Portatemi la
valeriana». La berrò, pensò la donna, perché il cuore non mi faccia scherzi.
Mi coricherò, affinché se ne vadano. Poi mi metterò seduta alla porta e,
quando sentirò Georg arrivare dai cortili, griderò: Gestapo!
Da tre giorni le spiegavano, in particolare la moglie del secondogenito e
il suo Heini, quanto fosse grande la famiglia, escluso Georg, tre figli e sei
nipoti, quante persone lui avrebbe potuto distruggere con la sua
sconsideratezza. La madre era rimasta in silenzio. In passato Georg era stato
solo uno dei suoi quattro figli e le aveva causato tanta amarezza. C’erano
sempre state lamentele dagli insegnanti e dai vicini. Aveva sempre litigato
con il padre e i due fratelli maggiori. Aveva litigato con il secondogenito per
la sua indifferenza verso tutto ciò che invece lo indignava; e con il
primogenito perché si indignava per le stesse ragioni, ma aveva opinioni
diverse dalle sue.
Questo fratello maggiore abitava adesso con la famiglia all’altro capo
della città. Aveva saputo della fuga dal giornale e dalla radio. Se non era
passato giorno, da quando Georg era stato arrestato, che non avesse pensato
a lui, adesso lo faceva di continuo. Se avesse trovato un modo per aiutarlo,
non avrebbe risparmiato né se stesso né la famiglia. Sul posto di lavoro gli
chiedevano decine di volte se questo Heisler fosse imparentato con lui. E lui
rispondeva decine di volte, con lo stesso tono, creando il silenzio intorno a
sé: «È mio fratello!»
La madre un tempo aveva preferito il fratello maggiore, a volte quello
più giovane. Era stata molto legata anche al secondogenito, che la trattava
bene, forse meglio di tutti, nel suo modo semplice e ottuso.
Tutto questo adesso non valeva più. Perché, contrariamente a ciò che
accade nella vita, più lunga era l’assenza di Georg, più sporadiche le notizie
che mandava, più rare le domande su di lui, più nitidi diventavano i suoi
lineamenti, più precisi affioravano i ricordi. Il suo cuore si sottraeva ai
diversi progetti, alle evidenti speranze dei tre figli che vivevano intorno a
lei. Si riempiva sempre più dei progetti e delle speranze dell’assente, ormai
quasi svanito. Di notte, seduta sul letto, rammentava tanti dettagli che
credeva di aver dimenticato da tempo: la nascita di Georg; i piccoli incidenti
dei suoi primi anni; la grave malattia quando aveva rischiato di perderlo; la
guerra, quando lei aveva lavorato alla fabbrica di granate, se l’era cavata da
sola con i figli e Georg, una volta, era stato denunciato per un furto nei
campi; i piccoli trionfi ai quali poteva sempre aggrapparsi, la misera
ricompensa: un insegnante che lo aveva elogiato, un artigiano che lo aveva
giudicato capace, una vittoria in una gara sportiva. Si ricordava della sua
prima ragazza, con orgoglio e rabbia, e di tutte le altre che c’erano state
dopo. E di Elli, che le era rimasta del tutto estranea. Non le aveva neppure
portato il bambino e poi... quel brusco cambiamento nella vita di lui! Non
che avesse portato qualcosa di sconosciuto in famiglia! La differenza era che
ciò che per il padre e i fratelli era un semplice aspetto del carattere, una
parola isolata, uno sciopero, un volantino, per lui era diventato
d’importanza fondamentale, tutta la sua vita.
Per quanto qualcuno volesse convincerla che aveva solo tre figli, e che
questo quarto non sarebbe dovuto nascere, non sarebbe dovuto
sopravvivere, lei escogitava migliaia di prove del contrario. Per ore Heini le
aveva spiegato che il vicolo era pattugliato, l’appartamento sorvegliato, la
Gestapo appostata. Che lei doveva pensare agli altri suoi figli.
In quel momento rinunciò a quei tre figli. Dovevano cavarsela da soli.
Solo a Georg non rinunciò. Il secondogenito osservò la madre muovere
instancabile le labbra. Lei pensava: Mio Dio, devi aiutarlo. Se esisti, aiutalo.
Se non esisti... Voltò le spalle a quell’incerto salvatore e rivolse la propria
preghiera a tutti, alla vita nel suo complesso, come la conosceva, anche negli
angoli più sconosciuti e oscuri di cui non sapeva niente, dove tuttavia forse
c’erano persone in grado di aiutare suo figlio. Forse da qualche parte c’era
qualcuno in grado di accogliere la sua supplica.
Il secondogenito si avvicinò di nuovo alla sedia e disse: «Non ho voluto
dire niente finché c’era Heini, con lui non si sa mai. Ho parlato con il
lattoniere Zweilein...» La donna lo guardò con vivo interesse, appoggiando
subito senza fatica i piedi sul pavimento. «Zweilein abita nel punto ideale, la
sua vista dà su due vicoli. Georg di sicuro arriverà dal Meno, se verrà!
Naturalmente non ho davvero parlato con Zweilein, ho comunicato solo con
il pollice e un occhio».
Mostrò alla madre che cosa aveva detto a Zweilein in quel modo. «Lui ha
fatto così con l’occhio e il pollice. Zweilein è rimasto vigile, farà la guardia a
Georg perché non venga nel vicolo».
A queste parole gli occhi della madre si illuminarono. I suoi lineamenti,
flosci come una sfoglia tirata, si fecero sodi e robusti, come se la carne
avesse ritrovato un’anima. Afferrò il braccio del figlio per sollevarsi del
tutto. Poi disse: «E se invece venisse dalla parte della città?» Il figlio si
strinse nelle spalle. La donna proseguì, rivolta a se stessa: «Se sbuca fuori da
Lorchen, lei sta con Alfred, lo denunceranno». Il figlio disse: «Non ci
giurerei che quei due lo faranno, ma lui arriverà dal Meno. Zweilein lo
avvertirà».
La donna disse: «Se viene qui è perduto». Il figlio disse: «Anche in quel
caso, non sarà completamente perduto».

2.

Era giorno, anche se nei paesi della pianura la nebbia impediva di


accorgersene. Nella cucina della casa all’estremità di Liebach il lume era
ancora acceso quando la ragazza uscì in cortile con i secchi. Rabbrividì. Si
fermò sul portone e posò i secchi. Sul suo viso c’era l’espressione tranquilla
e rilassata con la quale aspettava il ragazzo che era considerato il suo
fidanzato.
Era infreddolita. La nebbia penetrava rapida attraverso i vestiti e
ingrigiva tutto, persino il fazzoletto che aveva legato sul capo. Le parve di
sentire i passi del giovane che doveva arrivare, e alzò le braccia. Ma il
portone rimase vuoto. Nessuna trepidazione, solo una traccia di stupore sul
suo viso, mentre riprendeva l’attesa. Si strinse le braccia al petto per
riscaldarsi. Oltrepassò la soglia e guardò lungo la via. Nebbia da tagliare con
il coltello! Si sarebbe sollevata o sarebbe scesa? Due ombre si avvicinavano
lungo la strada, uno di loro doveva essere Fritz. Doveva, ma non era lui. Le
ombre entrarono in una casa fatta di ombra. La ragazza si girò. Per la prima
volta sul suo viso apparve la sconfitta dell’attesa inutile, seppure durata solo
pochi minuti. Allora sarebbe passato nel pomeriggio. Raccoglie i secchi, li
porta nella stalla, torna in casa con i secchi vuoti. In cucina hanno già
provato tre volte a cavarsela senza il lume, ma hanno dovuto accenderlo di
nuovo. Altrimenti la nonna non può sgranare le lenticchie, né con gli
occhiali né senza. L’anziana cugina trita le rape, la più giovane spazza la
polvere fuori dalla porta. La madre riempie in fretta i due secchi che le
porge la ragazza. Di quelle quattro donne, nessuna si è accorta che Fritz non
è passato. La ragazza pensa: Non si accorgono proprio di niente.
«Sta’ attenta» dice la madre, perché un mestolo di mangime si è
rovesciato.
Quando la ragazza attraversa il cortile con i secchi per la seconda volta,
in lontananza si sente tintinnare il campanello di una bottega. Tintinna
perché Gültscher compra del tabacco. Fritz aspetta fuori dalla porta. Ha
ricevuto ieri la nuova citazione. Devono chiedergli di nuovo qualcosa sulla
giacca. Sì, ma non è la tua, no? ha obiettato sua madre. Anche a lei ha
risposto subito, deciso, di no.
È rimasto sveglio tutta la notte a rimuginare su cosa possano volere da
lui. Il mattino ha ascoltato la radio. Quando gli evasi erano stati descritti –
di sette ne restavano liberi soltanto due – si era sentito avvampare. Forse
adesso lo avevano già preso, quello che in segreto chiamava il suo. E il suo
poteva aver detto: Sì, la giacca era questa!
Perché improvvisamente era solo al mondo? Non poteva chiedere
consigli né a suo padre né a sua madre, e nemmeno ai compagni ai quali
voleva bene. Non poteva chiederli neppure al suo caposquadra, Martin, di
cui si fidava ciecamente. La settimana precedente andava tutto bene, si
sentiva a posto e tranquillo, il mondo era ordinato. Se il caposquadra Martin
la settimana prima gli avesse ordinato di prendere a pugni gli evasi, lo
avrebbe fatto. Se il suo caposquadra gli avesse ordinato di appostarsi con un
pugnale nella rimessa, finché un fuggiasco non fosse entrato di soppiatto
per rubargli la giacca, lo avrebbe trafitto a morte prima che riuscisse a
prenderla.
Vide il giardiniere Gültscher avvicinarsi, quasi lo rincorse, un vecchio
che avrebbe potuto essere suo padre, un uomo scontroso con la pipa. Con
lui poteva parlare.
«Mi hanno convocato di nuovo». Il giardiniere lo guardò brevemente,
senza parlare. Proseguirono in silenzio fino alla bottega. Fritz aspettò,
Gültscher uscì, si caricò la pipa e proseguirono. Fritz si era dimenticato della
sua ragazza, come se non l’avesse mai avuta. Disse: «Perché mi convocano
di nuovo?» «Se quella non era davvero la tua giacca...» «Gli ho spiegato le
differenze con la mia. E se hanno preso l’uomo della giacca? Adesso ne
cercano solo due!»
Il giardiniere tacque. Chi non chiede nulla, ottiene la risposta più
esauriente. «E se è lui e adesso dice: Sì, questa è la mia giacca...» Gültscher a
quel punto disse: «È possibile. Possono averlo messo alle strette». Aveva
socchiuso gli occhi, per osservare attentamente il ragazzo. Lo teneva
d’occhio già da due giorni. Fritz inarcò le sopracciglia. «Sì, dici? E io?»
«Suvvia, Fritz, esistono centinaia di giacche come quella».
Camminavano a passo svelto verso la scuola, sicuri della direzione
nonostante la nebbia. Nella testa dell’uomo si agitava una tempesta di
pensieri. Non sapeva dire in che modo il ragazzo al suo fianco fosse diverso
dai suoi compagni. Non avrebbe nemmeno potuto affermare che lo fosse.
Eppure c’era qualcosa che non andava. Era convinto, almeno quanto
Overkamp, che in questa storia della giacca qualcosa non quadrasse. Pensò
ai propri figli. Appartenevano per metà a lui, per metà al nuovo Stato. A
casa erano suoi. A casa gli davano ragione: lassù in alto c’era lo Stato e qui
in basso era un’altra cosa. Fuori però indossavano entrambi le camicie che
erano state loro assegnate, e gridavano il saluto quando veniva richiesto.
Aveva fatto tutto ciò che era in suo potere per alimentare la loro resistenza?
Neanche per idea! Avrebbe significato la dissoluzione della famiglia,
l’istituto di correzione, il sacrificio dei figli. Avrebbe dovuto scegliere. Era lì
la frattura, non solo per lui, ma per molti altri. Com’era possibile per un
uomo portare fino in fondo una simile decisione, superare una simile
frattura? Tuttavia qualcuno ce n’era qui in paese, e molti altri fuori. Tutti
quelli in Spagna, dei quali si diceva che fossero stati sconfitti, ma
evidentemente non lo erano ancora. Tutti avevano compiuto quel salto.
Centinaia di migliaia! Altrettanti Gültscher! Se la giacca fosse stata rubata a
uno dei suoi figli, che cosa gli avrebbe consigliato? Era giusto dare consigli a
Fritz, figlio di genitori sconosciuti? Che decisione, che mondo! Infine disse:
«Di sicuro la fabbrica ha realizzato molte giacche tutte uguali. Alla Gestapo
basterà fare una telefonata. Le chiusure lampo sono identiche al millimetro,
le tasche pure. Ma se tu, per esempio, hai bucato la fodera con una chiave o
una matita, la Gestapo non può dimostrarlo. È su questo che devi insistere».

3.

Nel corso della notte, a Westhofen, Füllgrabe era stato svegliato cinque
volte per essere interrogato, ogni volta subito dopo essersi addormentato,
sfinito. Siccome quel ritorno aveva dimostrato quale fosse stato l’impulso
del suo gesto, ovvero la paura, si era trovato anche il mezzo per curarlo, per
quanto si dimostrasse ancora un po’ ostico. Finalmente Overkamp poteva
raccogliere qualcosa di succoso sullo stesso Heisler, dopo essersi imbattuto
soltanto in tracce discutibili e presunti capi di vestiario. Füllgrabe in realtà si
mostrò reticente anche durante il quinto interrogatorio, quando si arrivò a
parlare del loro incontro, sebbene fosse stato lui stesso a rivelarlo, quando
era stato costretto con solide minacce a riferire i particolari della sua fuga,
ora dopo ora. Si agitava e sussultava sulla sedia. Era come se
improvvisamente si fosse inceppato qualcosa nell’ingranaggio
dell’interrogatorio, che finora aveva funzionato senza problemi. Un inutile
pezzo di stoffa sembrava essersi mescolato improvvisamente alla paura che
aveva oliato le rotelle del suo cervello. Ma bastò che Fischer alzasse la
cornetta per chiamare Zillich: quel nome da solo fu sufficiente a
convincerlo. La paura si staccò nitida dalle altre emozioni. L’immagine di
una morte dolorosa si staccò dalla nuda vita. Un nuovo Füllgrabe, grigio e
tremante, si staccò dall’altro, da tempo dimenticato, capace ancora di afflati
di coraggio, partecipazione, speranza. Le stravaganze si staccarono dal mero
cerimoniale. Giovedì scorso, poco prima di mezzogiorno, ho incontrato
Georg Heisler presso la torre di Eschenheim. Mi ha condotto a una panchina
nel parco nel primo vialetto a sinistra, davanti alla grande aiuola di astri. Ho
cercato di convincerlo a costituirsi con me. Non ha voluto sentire ragioni.
Indossava un soprabito giallino, un cappello rigido, scarpe coi lacci, né
nuove né vecchie. Non so se avesse con sé dei soldi. Non so perché si
trovasse nel parco di Eschenheim. Non so se aspettasse qualcuno. È rimasto
seduto sulla panchina. Ora credo che aspettasse qualcuno, perché mi ha
condotto alla panchina e poi è rimasto seduto. Sì, mi sono girato ed era
sempre lì.

A questa dichiarazione erano già seguite istruzioni ai vari posti di polizia


cittadini quando, di primo mattino, Paul Röder uscì dal suo appartamento.
La segnalazione era già arrivata in parte ai capi-quartiere, ma non era stata
ancora diffusa ai capi-fabbricato, perché gli eventi, una volta usciti dagli
apparecchi radio e dai cavi telegrafici, tornano nelle mani degli uomini.
La moglie del capo-fabbricato di Röder si meravigliò che il suo inquilino
andasse al lavoro molto prima del solito. Manifestò la propria sorpresa
quando il marito uscì in corridoio con il secchio del sapone in pasta, per
versarne uno schizzo nella tinozza. I due non avevano nulla contro i Röder,
ma neppure a favore; comunque, a parte le occasionali lamentele ricevute a
causa del canto della signora Röder a orari inopportuni, li consideravano
inquilini tranquilli e persone perbene.
Röder raggiunse la fermata attraversando le strade ammantate di nebbia.
Fischiettava tra sé. Quindici minuti all’andata, quindici al ritorno, gli restava
una mezz’ora per due visite, se la prima non fosse andata a buon fine. Aveva
spiegato a Liesel che doveva uscire presto per andare dal suo amico Melzer,
il portiere della squadra del Bockenheim. Uscendo aveva detto: «Occupati di
Georg fino al mio ritorno». La notte era rimasto sveglio, sdraiato accanto a
Liesel, e alla fine era riuscito a dormire soltanto un po’.
Röder smise di fischiettare. Non aveva bevuto nemmeno il caffè, e aveva
la bocca asciutta. La giornata appena iniziata, la sete, l’asfalto stesso
sembravano ancora pieni di notte, di una minaccia incessante: devi avere
paura, guarda in cosa ti stai cacciando. Pensò: Schenk, Moselgasse 12; Sauer,
Taunusstraße 24. Erano queste le due persone da cui doveva andare prima
del lavoro. Georg li considerava entrambi sicuri, al di sopra di ogni sospetto.
Entrambi lo avrebbero aiutato per forza, con consigli e protezione, con
documenti e soldi. Schenk era un operaio del cementificio, almeno ai tempi
di Georg. Era un uomo tranquillo dallo sguardo limpido, senza alcunché di
particolare, né dentro né fuori. Non era mai stato particolarmente temerario
né spiritoso, perché l’arguzia era equamente distribuita in tutte le sue
affermazioni e l’astuzia in tutta la sua vita. Ma Schenk aveva in sé ciò che
per Georg rappresentava il movimento, il contenuto stesso della vita. Sì, e se
questo movimento si fosse dissanguato a causa di una terribile sventura, se
fosse stato condannato all’immobilità, soltanto Schenk avrebbe avuto in sé
la capacità di riprenderne la guida. Se restava anche solo un’ombra di
movimento, Schenk ci teneva sopra la mano. Se esisteva ancora qualcosa di
simile a una direzione, Schenk doveva sapere dove trovarla. Così almeno
aveva pensato Georg quella notte.
Röder non avrebbe capito molto di tutto questo, o forse solo in un
secondo momento, se Georg avesse avuto il tempo di spiegarglielo. Tempo o
non tempo, capito o non capito, Röder lo aiutò. Sì, da quella mattina erano
tutti e tre nelle mani di Röder. Non solo Georg, anche Schenk e Sauer.
Sauer era stato assunto proprio il mese prima dell’arresto di Georg
all’ufficio costruzioni stradali del comune, dopo cinque anni di
disoccupazione. All’epoca era ancora giovane e abile nel suo mestiere, e per
questo disperato di non poterlo svolgere. L’intelletto alla fine lo aveva
guidato verso centinaia di libri, centinaia di riunioni, centinaia di slogan,
prediche, discorsi, centinaia di incontri, finché aveva conosciuto Georg. A
suo modo, Georg lo considerava altrettanto fidato di Schenk. Sauer seguiva
in ogni caso l’intelletto e il suo intelletto non abbandonava mai ciò che
aveva trovato; inoltre era incorruttibile e infallibile, anche se a volte il cuore
cercava di convincerlo a cedere un po’ e a imboccare la via più facile, per
poi risollevarsi, rigenerato e provvisto di ogni genere di giustificazioni.
Sauer, Taunusstraße 24, pensò Paul; Schenk, Moselgasse 12.
In quel momento Melzer sbucò da dietro l’angolo, quasi a comando. Quel
Melzer di cui lui aveva parlato a Liesel. «Ehi, Melzer, capiti proprio al
momento giusto. Hai due biglietti per noi per domenica?» «Tutto si può
fare» disse Melzer. Credi davvero, Paul, disse una vocina dentro di lui,
sottile e astuta, di aver bisogno dei biglietti per domenica, credi che ti
serviranno? «Sì» le rispose Paul a voce alta, «mi servono». Melzer espresse
la propria opinione sul prevedibile esito della partita Niederrad-Westend.
All’improvviso sussultò. Doveva tornare a casa, assolutamente, spiegò,
prima che sua madre si svegliasse, perché veniva dalla casa della fidanzata,
un’operaia di Cassella, e sua madre, proprietaria di una minuscola
cartoleria, non sopportava la futura nuora. Paul conosceva il negozio,
conosceva la ragazza e la madre, si sentiva su un terreno sicuro. Con un
sorriso, guardò Melzer allontanarsi. Poi la vocina tornò a farsi sentire,
sottile e astuta: forse non lo rivedrai più, questo Melzer. Röder pensò
furibondo: Sciocchezze, mi inviterà persino al matrimonio.
Un quarto d’ora più tardi percorreva fischiettando la Moselgasse. Si
fermò davanti al numero 12. Per fortuna il portone era già aperto. Salì
rapidamente al quarto piano. Sul campanello un nome sconosciuto. Röder
fece una smorfia. Una signora anziana con la vestaglia aprì la porta
dirimpetto e gli chiese chi cercasse. «Gli Schenk non abitano più qui?» «Gli
Schenk?» ripeté la donna. Si girò verso l’interno dell’appartamento e disse
in tono strano: «Qualcuno chiede degli Schenk». Una donna più giovane si
affacciò dalla ringhiera al piano superiore, e la vecchia gridò verso di lei:
«Chiede degli Schenk!»
Sul viso stanco e gonfio della donna comparve un’espressione sgomenta.
Portava una camicia da notte a fiori sopra il seno abbondante e molle. Come
Liesel, pensò Paul. Del resto quel pianerottolo non era molto dissimile dal
suo. Perfino il suo vicino di pianerottolo, Stümbert, era un anziano SA quasi
calvo, proprio come l’uomo apparso in uniforme sbottonata e con i calzini,
perché dopo un’esercitazione notturna si era buttato a letto vestito. «Chi
cercate?» chiese a Röder, quasi non si fidasse delle proprie orecchie. Paul
spiegò: «Gli Schenk devono ancora dei soldi a mia sorella per la stoffa di un
abito. Sono venuto a incassare per conto suo. Ho scelto l’ora in cui di solito
la gente è in casa».
«La signora Schenk non abita qui da più di tre mesi» disse la donna
anziana. L’uomo disse: «Se volete incassare, dovrete andare a Westhofen».
Di colpo si era animato. Si era dovuto dare molto da fare per sorprendere
Schenk all’ascolto della stazione radio proibita, ma alla fine, con un po’
d’astuzia, c’era riuscito. Gli Schenk si erano mostrati docili e fedeli, Heil
Hitler! davanti e dietro. Bisogna imparare a conoscere con quali persone si
vive porta a porta. «Accidenti!» esclamò Röder. «Allora, Heil Hitler!» «Heil
Hitler!» disse l’uomo in calzini accennando ad alzare il braccio, con gli occhi
lucidi per il piacevole ricordo.
Röder lo sentì ridere alle sue spalle. Si asciugò il sudore dalla fronte,
stupito che fosse bagnata. Per la prima volta da quando aveva rivisto Georg,
forse addirittura dai tempi della sua infanzia, avvertiva un gelo intorno al
cuore, che tuttavia neppure in quel momento riconobbe come paura. Aveva
piuttosto la sensazione di essere minacciato da una malattia contagiosa,
proprio lui che aveva sempre goduto di ottima salute. Non ne voleva sapere,
e si difendeva. Scese le scale con passo deciso, per liberarsi da quella
sensazione di tremore alle ginocchia. Al pianterreno c’era la moglie del
capo-fabbricato. «Da chi volevate andare?»
«Dagli Schenk» rispose Röder. «Sono venuto a riscuotere dei soldi per
mia sorella. Gli Schenk devono ancora pagarle una pezza di stoffa». La
donna dell’ultimo piano, che stava scendendo con il secchio della
spazzatura, disse alla moglie del capo-fabbricato: «Ha chiesto degli Schenk».
Quest’ultima esaminò Röder da capo a piedi. Dal pianerottolo lui la sentì
esclamare all’interno dell’appartamento: «C’era qui uno che chiedeva degli
Schenk!»
Röder uscì in strada e si asciugò la faccia con la manica. Nessuno lo
aveva mai guardato in quel modo. Quale demonio aveva spinto Georg a
mandarlo dagli Schenk? Come mai non sapeva che Schenk era a
Westhofen? Manda al diavolo quel Georg, gli consigliò la vocina interiore,
sarà molto meglio per te. Maledicilo, altrimenti ti distruggerà. Lui non può
farci niente, pensò Röder, non è colpa sua.
Si incamminò fischiettando e arrivò alla Metzergasse. La sua faccia si
rischiarò. Entrò in uno dei portoni aperti. Nel grande cortile tra gli alti
palazzi c’era il garage dell’azienda di trasporti di sua zia Katharina. Lei era
già in mezzo al cortile e inveiva contro gli autisti. In famiglia si raccontava
che un tempo fosse stata sposata con il trasportatore Grabber, un ubriacone
dal quale aveva imparato a ubriacarsi, ed era diventata rude e truce. In
famiglia circolava anche una seconda storia, di un bambino nato
improvvisamente a zia Katharina durante la guerra, undici mesi dopo
l’ultima licenza del marito. L’intera famiglia si era domandata che cosa
avrebbe detto lui, quando fosse tornato per la seconda licenza, ma non lo
fece, perché rimase ucciso. Il bambino non doveva essere diventato grande,
perché Paul non lo aveva mai visto.
Si era sempre sentito attratto verso quella donna, in parte suo malgrado,
in parte spinto dalla curiosità. Siccome amava la vita, gli piaceva guardare
quella grossa faccia piena di vita, anche se era malvagia. Per qualche minuto
Paul dimenticò Georg e persino se stesso, mentre ascoltava sorridendo la
donna inveire con imprecazioni mai sentite prima. Forse da ultimo potrei
farcela con lei, pensò. In realtà era passato per parlarle di uno dei fratelli di
Liesel, che avrebbe dovuto assumere, un poveraccio al quale era stata tolta
la patente dopo un incidente. Di questo posso anche parlarle stasera, pensò
Paul. Non riusciva più a sopportare la sete, così entrò nell’ufficio dalla porta
posteriore che dava sul cortile, rivolgendo un cenno di saluto alla zia, per
nulla convinto che lei lo notasse, intenta com’era a brontolare. Un
vecchietto con il naso rosso, che si stava ubriacando nell’anticamera, gli
portò un bicchierino: «Salute, piccolo Paul!» Stasera tornerò qui, pensò
Paul, una volta sistemata l’altra faccenda.

Il grappino a stomaco vuoto era come una pallina arroventata. Le strade si


animavano, il tempo stringeva. Nella mente di Paul la vocina da topo
squittiva, astuta e sottile: Sì, certo, l’altra faccenda! Sei proprio il tipo giusto!
A quest’ora, ieri, eri felice!
A quell’ora ieri aveva fatto un salto dal fornaio, a comprare un chilo di
farina per la moglie. Lei poi però non aveva preparato i Dampfnudeln, i
panini dolci, pensò Paul. Sperava che lo facesse oggi. Si fermò davanti al
numero 24. Guardò meravigliato l’atrio ben tenuto, con il corrimano di
ottone e la passatoia. Provò un vago sospetto: chissà che aiuto poteva
venirgli, da una casa del genere.
Tirò un sospiro di sollievo, leggendo questa volta il nome già dalla scala,
scritto a lettere gotiche sulla targhetta di metallo che toccò stupito prima di
suonare. Sauer, architetto. Röder era stizzito che il cuore gli battesse così
forte. La graziosa ragazza con il grembiule bianco che gli aprì non era la
moglie, bensì la cameriera. Subito dopo arrivò la moglie, senza grembiule,
altrettanto giovane e graziosa, ma mora quanto la prima era bionda.
«Come? Adesso? Mio marito?» «Una questione di lavoro. Ci vorranno solo
due minuti». Non aveva più il batticuore. Pensò: Questo Sauer non se la
passa per niente male. «Accomodatevi» disse la moglie.
«Da questa parte!» esclamò l’uomo. Röder si guardò intorno. Curioso
per natura, persino in quel momento i tubi di vetro illuminati alla parete e la
testata del letto di nichel suscitarono la sua curiosità. L’idea che tutto nella
vita valga la pena di essere toccato, guardato e assaggiato, gli impediva di
indugiare esclusivamente su uno di quegli straordinari dettagli. Seguì la
voce oltre una seconda porta. Per quanto avesse il cuore oppresso, si
meravigliò della vasca interrata dove non si entrava, bensì si scendeva, e
dello specchio a tre ante sopra il lavandino. «Heil Hitler» disse l’uomo,
senza voltarsi. Röder lo guardò nello specchio, sopra l’asciugamano che
aveva intorno al collo. La schiuma da barba ricopriva come una maschera il
volto sconosciuto. Solo gli occhi lo fissavano dallo specchio con espressione
intensa, che non tradiva altro che intelligenza. Röder cercava le parole
giuste. «Prego» disse l’uomo. Si passò il rasoio sul viso con estrema cura. Il
cuore di Röder batteva forte, ma quello di Sauer non era da meno. Non
aveva mai visto quell’uomo in vita sua. Non faceva parte dell’ufficio
costruzioni stradali. Visitatori sconosciuti a orari insoliti potevano
significare qualunque cosa. Non voleva sapere niente, conoscere nessuno, e
nemmeno farsi coinvolgere. «Allora?» disse ancora. Aveva una voce aspra,
ma Röder non conosceva la sua voce normale. «Vi porto i saluti di un amico
comune» disse Paul. «Chissà se vi ricordate ancora di lui? Avete fatto
insieme una bella gita in barca sulla Nidda». È una prova, pensò l’altro,
vuole vedere se mi taglio. Cominciò a radersi con movimenti morbidi; non si
tagliò e non tremò. Ormai ha finito, pensò Paul, perché non si pulisce il viso
e non parla in modo ragionevole con me? Non è possibile che indugi così a
lungo davanti allo specchio. Mi sembra un tipo piuttosto svelto. Sauer disse:
«Non vi capisco proprio. Che cosa volete da me? Chi è che mi saluta?» «Il
vostro compagno di remate» ripeté Röder. «Quello della barchetta
Annemarie». Colse l’occhiata di sottecchi dell’altro sullo specchio. Sauer
aveva un po’ di schiuma sulle ciglia, e se la pulì con un angolo
dell’asciugamano. Poi ricominciò a rasarsi. Senza quasi aprire la bocca disse:
«Continuo a non capire una parola. Scusatemi, ma vado di fretta. Sono
sicuro che avete sbagliato indirizzo».
Röder si avvicinò di un passo. Era molto più basso di Sauer e ora vedeva
il lato sinistro della sua faccia nello specchio laterale. Sbirciò sotto la
schiuma, ma vide soltanto il collo magro e il mento appuntito. Sauer pensò:
Come mi scruta! Ma non riuscirà a vedermi in faccia, può scrutarmi quanto
gli pare. Come hanno fatto a risalire a me? Che seccatura. Allora sono
spiato. Come mi annusa, sembra un topo! Disse: «Il vostro amico deve
essersi sbagliato. Ho molta fretta. Vi prego di non disturbarmi più. Heidi!»
Röder trasalì. Non si era accorto che erano in tre. Dietro la porta, una
bambina stringeva tra i denti la catenina. Doveva essere rimasta a guardarli
in silenzio per tutto il tempo. «Accompagnalo fuori!» Mentre seguiva la
bambina in corridoio, Röder pensò: Che farabutto! Ha capito perfettamente.
Non vuole rischiare, forse non vuole rimetterci la faccia. Perché, non ho
forse dei figli anch’io?
Quando la porta si richiuse, Sauer si asciugò il viso in un attimo, come
aveva immaginato Röder. Poi si affacciò alla finestra della camera da letto,
precipitosamente, aprendo di scatto le imposte. Fece in tempo a vedere
Röder che attraversava la strada. Mi sono comportato nel modo giusto? Che
cosa dirà su di me? Calma, non sono certo l’unico. Oggi forse tasterà il polso
a due dozzine di sospetti. Che buffo pretesto! Ci mancava questa evasione.
Niente male come pretesto! Qualcosa deve averli indotti a pensare che in
passato io avessi avuto a che fare con Heisler. Oppure chiedono a tutti la
stessa cosa?
Di colpo curvò le spalle. E se fosse vero, se non fosse stato un trucco
della Gestapo? Se quel tipo lo avesse mandato davvero Georg? Se non fosse
stato un collaboratore prezzolato? Macché! Se non si fosse trattato solo di
una voce, che Georg si trovasse lì nella sua stessa città, avrebbero potuto
trovare altri mezzi per arrivare fino a lui. Quel piccoletto ridicolo era un
informatore. Goffo e impacciato! Tirò un sospiro di sollievo e tornò davanti
allo specchio per pettinarsi. Era sbiancato in viso e, come capita agli
incarnati bruni, sembrava avvizzito. Gli occhi grigio chiaro lo fissavano
dallo specchio, guardando dentro di lui più in profondità di qualsiasi occhio
estraneo. Che aria umida! Quella maledetta finestra sempre bloccata! Si
insaponò rapidamente. Di sicuro dev’esserci stato un motivo se mi hanno
mandato quest’esca. Devo scappare? Posso domandare in giro se devo
scappare senza mettere in pericolo gli altri? Ricominciò a radersi, ma le
mani gli tremavano e si tagliò subito. Imprecò.
Ma sì, posso sempre passare dal barbiere. Tribunale del popolo e fine.
Due giorni dopo l’arresto. Non fare così, amore mio. Immagina, amore mio,
che sia precipitato con l’aereo.
Si annodò la cravatta: un quarantenne sano, magro, dignitoso. Si guardò
i denti. La settimana scorsa ho detto a Hermann: Quei signori perderanno il
posto prima di noi, e io vi costruirò qualche strada come si deve anche nella
nuova Repubblica.
Tornò alla finestra della camera da letto. Gettò un’occhiata alla strada
deserta, dove prima c’era il piccoletto. Fu assalito da un brivido. Non aveva
l’aria di uno spione, non aveva i modi di uno spione. La sua voce era onesta.
In quale altro modo Georg avrebbe potuto contattarmi? Ha mandato da me
quest’uomo.
Adesso ne era quasi convinto. Che cosa avrebbe dovuto fare? Non aveva
prove. Avrebbe mandato via quell’uomo comunque, al minimo dubbio. Si
disse: Io non ne ho colpa.
Avrebbe fatto tutto ciò che era umanamente possibile per Georg. Non
desiderava soltanto, come spesso succede, essere uno di quelli che farebbero
di tutto: lui lo era già. Tra quali quattro mura Georg aspettava una risposta?
Cerca di capirmi, Georg, non potevo fare nient’altro nell’immediato.
Poi tornò a pensare: però potrebbe trattarsi di un informatore. Il nome
della barca? Può esserselo inventato. Non c’era bisogno che conoscesse il
mio nome. E Georg non ha rivelato niente. Bussarono alla porta. «Signor
Sauer, la colazione è pronta». «Come?» «La colazione è pronta!» Si strinse
nelle spalle. S’infilò la giacca con il distintivo del partito e la croce di ferro.
Si guardò intorno come se cercasse qualcosa. Ci sono momenti in cui anche
la stanza più familiare, le suppellettili domestiche più delicate si
trasformano in una specie di discarica dove si butta la roba che non serve
più. Recuperò la cartella porta-documenti con un’espressione disgustata.
Quando la porta sul corridoio sbatté per la seconda volta, la donna
seduta a fare colazione con la bambina chiese: «Ma chi era?» «Il signor
Sauer» rispose la cameriera mentre versava il caffè. «Non è possibile» disse
la moglie.
«Ma era proprio lui!» È impossibile, pensò la donna. Senza prendere il
caffè, senza un saluto. Cercò di dominarsi. La bambina la guardò senza dire
nulla. Aveva percepito subito la corrente d’aria gelida prodotta dall’ometto
con le lentiggini.

Röder era salito sul tram, per arrivare puntuale al controllo. Non aveva
smesso neppure per un secondo di inveire contro Sauer. Le sue imprecazioni
silenziose presero un’altra direzione soltanto verso la fine della prima ora di
lavoro, quando si scottò un braccio. In tanti anni non gli era mai capitato.
«Presto, va’ in infermeria!» gli consigliò Fiedler. «Altrimenti non ti
pagheranno, se peggiora. Prendo io il tuo posto». Röder disse: «Chiudi il
becco!» Fiedler lo guardò stupito da sotto gli occhiali protettivi. Möller si
voltò: «Salve, voi due».
Paul continuò a lavorare nonostante il dolore. Perché quell’idiota di
Möller ha dovuto per forza salutarci? Come ha fatto a diventare
caposquadra? Ha dieci anni meno di me.
Invecchiare un po’ più in fretta, aveva detto Georg. Adesso aspetta a casa
mia, aspetta e aspetta. Se almeno Liesel preparasse un po’ di Dampfnudeln.
Giusto un paio, pensò Paul, mentre faceva scorrere il metallo nello stampo
guardando attentamente la lancetta, le labbra serrate. Quando Fiedler gli
dava il segnale che i fondelli erano pressati, lui apriva lo stampo sollevando
velocemente la gamba sinistra – un movimento non necessario, che tuttavia
eseguiva da sempre. In mezzo a quegli uomini muscolosi a torso nudo, Paul
somigliava a uno gnomo agile e senza età. Tutti gli volevano bene, perché
era spiritoso e sopportava le battute. Sono vent’anni che mi volete bene,
pensò tetro Röder, ora cercatevi un altro pagliaccio. Impazzirò se non bevo
subito qualcosa. Com’è possibile, sono appena le dieci? All’improvviso
Beutler gli si avvicinò, gli spalmò con incredibile velocità un po’ di pomata e
ci mise sopra un pezzo di garza. «Grazie, grazie, Beutler». «Ma figurati!» Lo
ha avvisato Fiedler, pensò Röder. Sono tutte brave persone e io non voglio
andarmene da qui. Domattina voglio essere di nuovo al mio posto. Quel
maledetto Möller, che sappia qualcosa di me. E Beutler? Se sapesse chi c’è a
casa mia? Beutler è un brav’uomo. Davvero? Fino a un certo punto. Mi cura,
ma se dovesse scottarsi lui? E Fiedler? Gettò un rapido sguardo verso di lui.
Sì, lui è diverso, pensò, come se all’improvviso con quell’occhiata avesse
scoperto qualcosa di nuovo in Fiedler, che gli era stato accanto tutto l’anno.
Manca ancora un’ora buona, pensò più tardi. Se a Georg non viene
un’idea migliore, stanotte dovrà restare ancora da me. Era sicuro di quel
Sauer. Fortuna che ci sono io.

«Con una mano puoi mescolare, se non riesci a fare altro» disse Liesel a
Georg. «Tieni la scodella ferma tra le gambe!» «Che cos’è? Devo sempre
sapere prima quello che faccio». «L’impasto per i Dampfnudel. Panini dolci
con salsa alla vaniglia». Georg disse: «Allora posso stare qui a mescolare
anche fino a dopodomani».
Aveva appena cominciato, e sudava già. Era ancora molto debole. E la
notte prima, per quanto tranquilla, l’aveva trascorsa per metà senza
dormire. Uno dei due, Schenk o Sauer, pensava, deve averlo trovato. Schenk
o Sauer, ripeteva mescolando, Schenk o Sauer.
Dalla strada giunse un rumore di botti che rotolavano, e la canzoncina
senza tempo recitata dalle voci fresche dei bambini: Vola, vola maggiolino –
il tuo babbo è un soldatino – la tua mamma va al mulino – il mulino è
bruciato. Quand’è che aveva provato il feroce desiderio di essere dietro una
finestra qualunque? Si trovava all’ombra di un portone buio, a Oppenheim
am Rhein, in attesa del camionista che poi lo aveva scaraventato fuori dal
veicolo. Lì accanto Liesel rifaceva i letti, brontolava a uno dei bambini,
insegnava all’altro a contare fino a dieci, preparava la spoletta per la
macchina da cucire, cantava, riempiva una brocca, consolava un singhiozzo,
perdeva la pazienza dieci volte in dieci minuti e la ritrovava sempre, ma da
quale inesauribile fonte? Chi crede ha pazienza. Ma in che cosa crede Liesel?
Solo in ciò che deve. Quello che fa ha un senso.
«Vieni, Liesel, mettiti a rammendare un calzino, siediti accanto a me».
«Adesso... rammendare calzini? Prima bisogna dare una pulita alla stalla,
altrimenti la sporcizia non va più via». «L’impasto va bene così?» «È pronto
quando fa le bolle».
Se sapesse quello che mi è successo, mi caccerebbe via? Forse sì, ma
forse no. Le Liesel tormentate come lei, abituate a ogni genere di ingiustizia,
di solito si dimostrano coraggiose.
Liesel versò la cenere del focolare nel mastello, si sistemò l’asse per
lavare davanti al petto e si mise a strofinare con tanta forza che le braccia
ben tornite misero in evidenza i muscoli. «Perché tanta fretta, Liesel?» «E tu
la chiami fretta? Dovrei fare una giravolta ogni due pannolini?»
Se non altro ho visto tutto ancora una volta da dentro. Andrà avanti
sempre così? È mai possibile? Liesel cominciò a stendere i primi panni per la
cucina. «Ecco, adesso dammi la scodella, vedi, queste sono bolle». Sui suoi
lineamenti ingenui e marcati c’era una gioia infantile. Posò la ciotola
dell’impasto sul focolare, coprendola con un panno. «Perché lo copri?»
«Non deve entrare nemmeno un filo d’aria, non lo sai?» «Me n’ero
dimenticato, Liesel, era da tempo che non lo vedevo fare».

«Tenete al guinzaglio quella bestiaccia!» gridò il pecoraio Ernst. «Nelli!


Nelli!» Nelli freme di rabbia quando sente l’odore del cane di Messer, un
cane da caccia rossiccio che si ferma sul ciglio del bosco, scodinzola e gira il
muso lungo e le orecchie flosce verso il signor Messer, il padrone.
Messer non ha il guinzaglio, non è necessario, perché il suo cane è
indifferente all’agitazione di Nelli. Si è potuto sfogare, e adesso è contento di
tornare a casa. Il vecchio Messer con il suo pancione scavalca cauto la
recinzione che separa la sua striscia di bosco da quello di Schmidtheimer. Il
bosco di Schmidtheimer è un faggeto con una fila di abeti da una parte. La
striscia che appartiene a Messer è coperta solo di abeti. Crescono a gruppetti
isolati fin dietro la casa, e le loro cime spuntano dal tetto.
Donnina, donnina, sospira Messer. Tiene in spalla il fucile da caccia. È
andato a trovare il cognato vedovo, che fa il guardaboschi a Botzenbach.
La donnina dev’essere Eugenie, pensa Ernst. Che buffa donnina. Nelli
continua a fremere di rabbia finché l’odore del cane di Messer aleggia sul
campo. «Ernst, sii gentile!» grida Eugenie. «Ti metto il cibo sul davanzale».
Ernst si siede di traverso, per tenere d’occhio il gregge. Salsicce lesse,
due coppie, patate e cetrioli in insalata e un bicchiere di vino della sera
prima. «Vuoi della senape sui cetrioli?» «Mi piace la roba piccante».
Eugenie mescola l’insalata sul davanzale. Mani morbide e bianche, ma così
nude! «Alla fine Messer non ci infilerà un anellino?» chiede. Eugenie
risponde tranquilla: «Caro Ernst, sarebbe il caso che ti sposassi anche tu.
Così non continueresti a impicciarti degli affari degli altri». «Cara Eugenie,
chi dovrei sposare? Dovrebbe avere il cuore di Marie e i piedi da ballerina di
Else e il nasino di Selma e il didietro di Sophie e il salvadanaio di Auguste».
Eugenia si mette a ridere piano. Che risata! Ernst l’ascolta con riverenza. Ha
ancora un suono immacolato, tenero e lieve, privo di falsità. Vorrebbe farsi
venire in mente qualcos’altro per farla continuare a ridere. Invece diventa
serio. «Sì, ma la cosa più importante» dice, «deve averla come voi». «Io
sono davvero troppo vecchia» dice Eugenie. «Che cosa sarebbe questa
cosa?» «L’aria spensierata, così... così... così libera. Quando uno fa
l’insolente con lei, ecco che non si arriva più da nessuna parte. E ciò dove
non si può arrivare, e che non si può descrivere, perché non ci si arriva, è
proprio la cosa più importante».
«Sei proprio matto» dice Eugenie. Ma toglie il tappo dalla bottiglia di
Hochheimer che stringe tra le ginocchia, e riempie il bicchiere di Ernst.
«Con voi è come alle nozze di Cana. Prima il vino annacquato, poi quello
buono. Il tuo Messer non brontolerà?» «Il mio Messer non brontola per
questo» risponde Eugenie, «ed è per questo che mi è caro».

Alla sala mensa delle officine ferroviarie di Griesheim, Hermann scarta i


panini che Else gli ha preparato davanti a una birra. Mortadella e salsiccia di
fegato, sempre lo stesso. La sua prima moglie era più fantasiosa riguardo ai
panini imbottiti. Una donna taciturna, priva di bellezza a parte gli occhi
chiari, ma intelligente e decisa, in grado a volte di alzarsi a una riunione ed
esprimere il proprio parere. Come avrebbe sopportato con lui il tempo
presente? Hermann addentò il panino con le quattro fette rotonde di
insaccato che tutte le volte gli suscitavano simili pensieri. Intanto ascoltava
a destra e a sinistra.
«Ne sono rimasti soltanto due, ieri erano ancora in tre». «Uno ha
picchiato una donna». «Perché?» «Aveva rubato dei panni stesi. Lei se n’è
accorta». «Chi ha rubato dei panni?» domandò Hermann, anche se aveva
già capito. «Uno degli evasi». «Quali evasi?» chiese Hermann. «Quelli di
Westhofen, chi altri sennò? L’ha presa a calci in pancia». «Dove dovrebbe
essere successo?» chiese Hermann. «Non l’hanno specificato». «Come si fa
a sapere che si trattava di un evaso» disse qualcuno, «magari era solo un
ladro di bucato». Hermann osservò l’uomo: un saldatore anziano, di quelli
che nell’ultimo anno erano diventati così taciturni da essere invisibili per gli
altri, che pure li avevano davanti ogni giorno. «E allora, anche se lo fosse
stato!» disse un giovane. «Non può mica andare a comprarsi le camicie da
Pfüller. E se una donna cerca di fermarlo, non può mica dirle: Siate gentile,
stiratemi questa». Hermann l’osservò. Era arrivato da poco, e il giorno
prima gli aveva detto: Per me la cosa importante è tenere tra le dita un
saldatore, tutto il resto si aggiusterà. «Quello deve essere come una bestia
selvatica» disse un terzo, «sa che, se lo prendono, zac». Hermann osservò il
terzo, che aveva fatto un gesto a mezz’aria con il palmo della mano. Tutti lo
guardarono brevemente. Un silenzio, al termine del quale verrà la cosa più
importante, oppure niente. Ma il giovane assunto da poco buttò fuori tutto.
Disse: «Domenica sarà una faccenda grossa». «I colleghi di Magonza, si
dice, non se ne staranno con le mani in mano». «Arriveremo almeno fino a
Binger Loch». «E quelli ci metteranno una maestra d’asilo sulla barca!»
Hermann infila una domanda, come s’infila un chiodino in qualcosa di
scivoloso che sfugge via: «Chi sono i due rimasti?» «Rimasti dove?» «Degli
evasi». «Un vecchio e un giovane». «E il giovane si dice che sia di queste
parti». «È solo un’invenzione, questa» dice il saldatore, di nuovo presente,
come se fosse tornato da un lungo viaggio. «Perché dovrebbe scappare nella
sua stessa città, dove lo conoscono centinaia di persone?» «Questo potrebbe
avere i suoi vantaggi, è più facile che la gente denunci uno sconosciuto.
Provate a immaginare di denunciare me!» Queste parole le pronuncia un
tipo che sembra un cavallo. Hermann l’ha visto qualche volta tra gli addetti
al servizio d’ordine, altre volte a una manifestazione, sempre con quella
cassa toracica sporgente. «Quanto costa il mondo?» Negli ultimi tre anni
ogni tanto ha provato a tastare il terreno, ma lui non sembrava capire.
Adesso Hermann ha l’impressione che in realtà capisca molto più di quanto
dia a vedere. «Non avrei proprio nessuna remora a denunciarti, perché mai
dovrei? Se smetti di essere mio compagno per qualche motivo, sei tu il
primo a farlo, prima di quanto faccia io denunciandoti». Questo lo dice
Lersch, l’uomo di fiducia dei nazisti. Lo dice in modo stranamente esplicito,
come si fa quando si vogliono tenere ben separati i diversi punti di vista. Il
piccolo Otto gli guarda le labbra con la sua faccia tesa da bambino; Lersch è
il suo maestro, nella saldatura e nel gioco delle spie. Hermann guarda
brevemente il ragazzo. È primo comandante di squadra della Gioventù
Hitleriana, ma non è un tipo sfrontato, bensì tranquillo, anche se ride di
rado ed è sempre teso in ogni movimento. Hermann ha pensato spesso al
ragazzo, che segue ciecamente Lersch. Il vecchio ribatte tranquillo: «Giusto,
prima di denunciarmi, chiunque deve riflettere se ho commesso qualcosa
per la quale ho smesso di essere suo compagno».
Usciti dalla sala mensa, molti si ritirarono nel proprio angolino.
Hermann non fece altre osservazioni, ripiegò il pezzo di carta stropicciato e
se lo infilò in tasca, in modo che l’indomani Else potesse avvolgerci altri
panini. Era quasi sicuro che Lersch lo tenesse d’occhio, che qualcosa di
indefinibile in lui fiutasse che alla fine si sarebbe tradito con una parola, con
un gesto. Stavolta tutti balzarono in piedi sollevati quando la sirena
annunciò la fine della pausa, perché qualcosa dall’esterno metteva fine a ciò
che interiormente non si sarebbe mai concluso.

Quel giorno, alcuni bambini che tornavano a casa per uno dei vicoli di
Wertheim si misero a litigare per qualcosa che era iniziato come un gioco, si
divisero in due fazioni e cominciarono ad azzuffarsi. La maggior parte di
loro aveva gettato i libri di scuola da una parte.
All’improvviso uno dei ragazzini si bloccò e ogni movimento si
interruppe. Un vecchio vestito di stracci era sul ciglio della strada e
rovistava tra le cartelle. Aveva scovato un tozzo di pane avanzato. «Ehi,
voi!» esclamò uno dei ragazzi. Il vecchio si allontanò ridacchiando. I ragazzi
lo lasciarono andare. In altre circostanze avrebbero fatto fuoco e fiamme alla
minima provocazione, invece ora si limitarono a raccogliere le loro cose.
Tutti avevano provato estrema ripugnanza per il vecchio, con quella risata e
il viso da folle e peloso: quasi di comune accordo nessuno ne fece parola.
Il vecchio si allontanò nella direzione opposta e uscì dal paese. Si fermò
di fronte a un’osteria, e ridendo entrò. La padrona stava servendo due
carrettieri; poi diede al vecchio il grappino che aveva ordinato. Costui si
alzò poco dopo e uscì ridacchiando senza pagare, scrollando la testa e le
spalle. La padrona gridò: «Dov’è finito quello?» I carrettieri volevano
inseguirlo, ma l’oste, che in vista del venerdì doveva fare un salto al mercato
del pesce e in quel momento non voleva fastidi, fermò la moglie e i clienti.
«Lasciatelo andare».
Il vecchio riprese a camminare indisturbato. Attraversò la cittadina, non
sulla strada maestra, bensì passando per il piccolo mercato. Con passo
sicuro, più dritto di prima, l’espressione rasserenata, risalì la collina tra i
giardini ai margini della città.
In mezzo alle case il viottolo era ancora lastricato, nei punti più ripidi era
interrotto da gradini, sulle colline si trasformava in un normale sentiero
sterrato, che si addentrava nella campagna dal Meno e dalla strada
provinciale. Ai margini della città si biforcava un sentiero simile, che
sboccava sulla strada provinciale; e la strada principale della cittadina,
illuminata dai lampioni e con molti negozi, in fondo era solo un pezzo di
strada provinciale che passava in mezzo all’abitato. Il sentiero a gradini che
il vecchio aveva appena percorso, invece, era per i contadini che non
venivano dai paesi lungo il Meno passando dalla strada provinciale, bensì
dai villaggi più lontani. Era il collegamento più breve fino al piccolo
mercato.
Quel vecchio era Aldinger, il sesto dei sette evasi, da quando Füllgrabe si
era consegnato spontaneamente. Nessuno a Westhofen aveva avuto fiducia
in Ernst, Aldinger sarebbe arrivato al massimo fino a Liebach. Se non lo
avessero preso entro la prima ora, di sicuro lo avrebbero fatto la successiva.
Nel frattempo si era arrivati a venerdì e Aldinger aveva raggiunto
Wertheim. Di notte aveva dormito nei campi, e una volta era stato caricato
per quattro ore su un camion di mobili. Era sfuggito a tutte le pattuglie, ma
non grazie all’astuzia, dato che nella sua testa non ce n’era traccia. Già al
campo tutti dubitavano delle sue facoltà mentali. Rimaneva in silenzio per
giorni, e poi di colpo scoppiava a ridere ricevendo un ordine. Centinaia di
circostanze avrebbero potuto condurre al suo arresto, ora dopo ora, e il
camice rubato nascondeva a stento la divisa da carcerato. Ma di queste
innumerevoli circostanze non se n’era avverata neppure una.
Aldinger era incapace di riflettere, incapace di fare calcoli. Conosceva
soltanto la direzione. Il sole al mattino era in un dato punto sul suo
villaggio, a mezzogiorno in un altro. Se la Gestapo, invece di mettere in
movimento l’articolato e potente apparato delle ricerche, avesse seguito una
linea retta da Westhofen a Buchenbach, l’avrebbe presto individuato.
Aldinger si fermò al di sopra della città e si guardò intorno. Il suo volto
smise di contrarsi, lo sguardo si fece più duro, il fiuto per la direzione, quel
senso quasi sovrumano, si acquietò, non essendo più necessario. Da lì
Aldinger conosceva la strada. In quel punto fermava il carro una volta al
mese. I figli portavano a mano le ceste fino al piccolo mercato. Nel
frattempo lui restava lì a osservare il paesaggio. Il suo villaggio non era
molto lontano; tutte quelle alture in parte boscose, in parte abitate, che si
riflettevano nell’acqua; il fiume stesso, che afferrava ogni cosa per poi
restituirla, anche le nuvole, le barche sulle quali gli uomini si lasciavano
trasportare... Perché? Tutto ciò prima ai suoi occhi era qualcosa di lontano e
remoto. Era alla vita di prima che voleva tornare, per questo era fuggito.
“Prima”, così si chiamava la terra che cominciava dietro la città. “Prima”,
così si chiamava il villaggio.
Nei primi giorni di prigionia, quando sulla sua vecchia testa erano
piovuti i primi rimproveri e i primi pugni, aveva conosciuto l’odio e la
rabbia, e anche la sete di vendetta. Ma i colpi si erano fatti più fitti e più
forti, e la sua testa era vecchia. A poco a poco tutti i suoi desideri erano
finiti in frantumi, così come la voglia di vendicarsi delle ingiustizie, persino
il ricordo delle ingiustizie. Ma ciò che i pugni avevano lasciato era pur
sempre forte e potente.
Aldinger voltò le spalle al Meno e riprese il cammino sul sentiero tra i
solchi dei carri. Si guardava intorno, ma non a caso, bensì alla ricerca di
punti di riferimento per raggiungere l’obiettivo. La sua faccia era meno
allucinata. Scendeva e saliva di buon passo le colline. Attraversò un
boschetto di abeti e una piccola radura. La regione sembrava deserta.
Aldinger si ritrovò in un campo incolto, poi attraversò un campo di rape.
Faceva ancora piuttosto caldo. Non solo il giorno, l’intero anno sembrava
essersi fermato. Aldinger avvertiva già il “prima” in tutte le membra.
Quel giorno Wurz, il borgomastro di Buchenbach, non era nei campi,
come aveva previsto e si era vantato di fare, bensì era andato in ufficio,
ovvero nel suo salotto, una stanzetta ammuffita, piena di roba, che gli
serviva da ufficio cancelleria e anagrafe. I figli gli avevano consigliato di
andare tranquillamente nei campi, perché avrebbero voluto avere un padre
eroico. Invece Wurz aveva accontentato la moglie, che non la smetteva più
di gemere.
Buchenbach era sempre circondato da posti di guardia, e la fattoria dei
Wurz era sorvegliata da sentinelle supplementari. La gente ci rideva su. Ad
Aldinger non sarebbe certo venuto in mente di venire a passeggiare in
paese. Avrebbe cercato e trovato un’altra occasione per sorprendere Wurz.
Per quanto tempo aveva intenzione di mantenere quelle guardie del corpo?
Un passatempo davvero costoso. In fondo quelle giovani reclute delle SS
erano figli di contadini le cui braccia servivano nei campi.
La padrona della drogheria aveva visto che Wurz era in ufficio. Lo aveva
detto al fidanzato di sua nipote, che l’aiutava nella bottega dove si poteva
comprare tutto ciò che è necessario in un paese. Il fidanzato veniva da
Ziegelhausen, ed era arrivato un paio d’ore prima del previsto con alcune
ceste di cianfrusaglie, a bordo dell’auto del veterinario. Doveva andare
quella sera da Wurz per le pubblicazioni. Quando la zia gli disse: «È in
ufficio», si abbottonò il colletto, e la sua fidanzata, Gerda, cominciò a
cambiarsi. Il giovane, già pronto, attraversò la strada. Davanti alla porta era
di guardia un SA che lo conosceva. «Heil Hitler!» Il promesso sposo
apparteneva alla stessa squadra, non perché non potesse vivere senza la
camicia bruna, bensì perché voleva lavorare, sposarsi ed ereditare in pace,
cosa che altrimenti senza dubbio gli sarebbe stata impossibile. La sentinella
capì che si presentava per le pubblicazioni, rise e bussò alla finestra del
salotto. Ma Wurz non rispose.
Era seduto davanti alla scrivania sotto il ritratto di Hitler. Vedendo
l’ombra avvicinarsi alla finestra, si era rannicchiato sulla poltrona. Sentendo
bussare era scivolato a terra, strisciando intorno alla scrivania fin dietro la
porta. «Entrate pure, voi due» disse all’esterno la sentinella, dato che era
arrivata anche Gerda, in gonna e camicetta. Il futuro sposo bussò allora alla
porta e, non avendo alcuna risposta, abbassò la maniglia, ma il chiavistello
era chiuso. La sentinella lo raggiunse, bussò con il pugno e gridò:
«Pubblicazioni!»
A questo punto Wurz tirò il chiavistello, sbuffò, guardò il futuro sposo
che gli mostrò i documenti. In qualche modo si riprese abbastanza da
riuscire a pronunciare la formuletta di rito sulla civiltà contadina come
fondamento del popolo, sull’importanza della famiglia nello Stato
nazionalsocialista e sulla sacralità della razza. Gerda ascoltò tutto con
grande attenzione, lo sposo annuì. Una volta uscito disse alla guardia: «Devi
fare la guardia a un vero relitto, camerata!» Colse un fiore di geranio e se lo
infilò nell’asola. Poi prese sottobraccio la sposa, si incamminarono insieme
lungo la strada del paese e attraversarono la piazza girando intorno alla
quercia di Hitler, che non poteva ancora fare ombra ai figli e ai figli dei figli,
bensì al massimo a qualche lumaca e qualche passerotto. Raggiunta la
canonica, si presentarono come futuri sposi.
Aldinger aveva superato la penultima collinetta, che si chiamava
Buxberg. Aveva rallentato il passo, come chi è stanco morto ma sa di non
potersi riposare. Non si guardava più intorno, lì conosceva ogni punto del
terreno. Agli ultimi campi di Ziegelhausen si mescolavano già i primi di
Buchenbach. Sebbene già allora la ristrutturazione fondiaria avesse suscitato
un certo clamore, da lassù la regione appariva ancora suddivisa in riquadri,
come i grembiuli rammendati dei figli dei contadini. Aldinger superò la
collinetta con infinita lentezza. Il suo sguardo era offuscato, ma non da una
sorda, irrequieta incertezza, bensì dal riflesso di un traguardo inaspettato,
indefinibile.
Là sotto, a Buchenbach, c’era il cambio della guardia, come sempre a
quell’ora. Anche la sentinella davanti alla casa di Wurz si allontanò e andò
all’osteria, dove incontrò due camerati, anch’essi appena smontati dal turno.
Tutti e tre speravano che, di ritorno dalla canonica, il camerata futuro sposo
avrebbe sostituito uno di loro. Wurz, stanco per la mattinata e lo spavento
che si era preso, posò la testa sulla scrivania, sui documenti degli sposi, sui
loro certificati anagrafici e sugli attestati di buona salute.
La moglie di Aldinger era andata nei campi a portare il pranzo ai figli, e
aveva mangiato fuori con loro. Prima a volte c’erano stati dei dissapori tra
gli Aldinger, come accade in tutte le famiglie. Dall’arresto del vecchio, però,
la famiglia si era chiusa in se stessa, ma non solo rispetto al mondo esterno:
anche tra loro non scambiavano più quasi una parola, neppure sull’assente.
Una delle sentinelle, come da disposizioni, aveva seguito la moglie, senza
mai perderla di vista. La moglie di Aldinger, una contadina vestita di nero,
secca come un bastone, passò ora davanti alle due sentinelle all’uscita del
paese. Non guardò né a destra né a sinistra, come se nulla avesse a che fare
con lei. Parve non accorgersi neppure della guardia davanti a casa sua. Il
compito di sorvegliarla avrebbe potuto essere assegnato al nodoso ciliegio
nel giardino dei vicini.
Intanto Aldinger era arrivato in alto. Così non sarebbe sembrato alla
maggior parte dei giovani, tuttavia da lassù vedeva il paese. Per qualche
metro il sentiero era fiancheggiato da arbusti di nocciolo. Aldinger si mise
seduto lì in mezzo. Rimase fermo per un po’, parzialmente in ombra, con
parti di tetti e campi che balenavano tra i rami. Stava per addormentarsi,
quando si riscosse. Si alzò, o almeno cercò di farlo, e gettò un’occhiata verso
la vallata. Ma questa non aveva il consueto splendore del mezzogiorno, la
dolce luce quotidiana. Un chiarore freddo e severo ammantava il paese, luce
e vento insieme che facevano apparire ogni cosa nitida come mai l’aveva
vista prima e, proprio per questo, di nuovo sconosciuta. Poi un’ombra scura
coprì il paesaggio.
Nel tardo pomeriggio due bambini andarono lì a raccogliere nocciole.
Subito, lanciando grida stridule, corsero dai genitori che lavoravano nei
campi. Il padre guardò l’uomo, poi mandò uno dei figli al paese vicino a
chiamare il contadino Wolbert. Wolbert disse: «Ehi, ma questo è Aldinger!»
Anche il primo contadino lo riconobbe. Il grande e il piccolo esaminarono il
morto tra gli arbusti. Alla fine prepararono una barella con alcuni bastoni.
Lo trasportarono in paese, passando davanti alle sentinelle. «Chi è
quello?» «Aldinger. Lo abbiamo trovato». Com’era naturale, lo portarono a
casa sua. Anche alla sentinella davanti alla porta degli Aldinger dissero: «Lo
abbiamo trovato». La guardia era troppo allibita per fermarli.
Non appena le riportarono il marito, la moglie si sentì piegare le
ginocchia. Ma si riscosse subito, come avrebbe fatto se glielo avessero
riportato morto dai campi. Davanti alla porta si erano già radunati i vicini,
oltre alla sentinella che sorvegliava la casa e alle due appena arrivate
all’uscita del paese, ai tre SA seduti all’osteria e alla coppia di sposi di ritorno
dalla canonica. All’altro capo del paese le sentinelle invece erano rimaste al
loro posto, dato che ancora non sapevano niente, come pure quelle appena
fuori dall’abitato, lì piazzate per impedire l’entrata di Aldinger. Anche la
porta di Wurz era sempre piantonata, per proteggerlo dalla vendetta.
La signora Aldinger scoprì il letto tenuto pronto per il marito per tutto
quel tempo. Tuttavia, quando lo portarono dentro e lei vide quant’era
sporco e in disordine, lo fece depositare sul proprio. Mise a scaldare
dell’acqua; poi il nipote più grande fu mandato a chiamare la famiglia nei
campi.
La gente radunata sulla porta fece spazio al ragazzino che aveva già la
bocca serrata e gli occhi bassi di chi ha un morto in casa. Tornò poco dopo
con i genitori, gli zii e le zie. Sui volti dei figli c’era disprezzo per quella
riunione di curiosi al quale, non appena si ritrovarono tra le loro quattro
mura, si unì un dolore cupo. Ben presto però, dato che il morto si
comportava come tutti i morti, il dolore divenne quello misurato di bravi
figli nei confronti di un bravo padre.
Adesso era tornato tutto a posto. Chi entrava in casa non esclamava Heil
Hitler! alzando il braccio, ma si toglieva il berretto e stringeva la mano ai
parenti. I soldati delle SA, che sarebbero stati pronti a scacciare il vecchio e a
picchiarlo a morte, per una volta tornarono ai loro campi con le mani
innocenti e la coscienza pulita. Chi passava davanti alla finestra di Wurz
storceva le labbra. Nessuno nascondeva il proprio disprezzo per il timore di
privarsi di un privilegio per sé o per i propri cari. Piuttosto ci si chiedeva
come mai fosse proprio Wurz a detenere il potere. Adesso non lo vedevano
più così potente, ma come lo avevano visto per quattro giorni, tremante di
paura e con i calzoni bagnati. Anche il villaggio demaniale, del quale lui era
responsabile, fu visto, a pensarci bene, con altri occhi. Sarebbe stata molto
meglio una riduzione delle imposte! Bisognava inchinarsi davanti a Wurz
per questo?
Le due nuore aiutarono la signora Aldinger a lavare il marito, a tagliargli
i capelli, a vestirlo per bene. Gli stracci da carcerato furono bruciati.
L’aiutarono a scaldare un secondo mastello d’acqua, con il quale finalmente
il morto fu ripulito, e con l’acqua rimasta si lavarono anch’esse, prima di
indossare gli abiti della domenica.
Quel “prima”, al quale Aldinger voleva tornare, apriva già i battenti. Lo
depositarono sul suo letto. Chi si presentò a porgere le condoglianze,
ricevette un pezzetto di dolce. La zia di Gerda aprì precipitosamente le
scatole che lo sposo aveva portato con l’auto del veterinario, perché ora di
sicuro gli Aldinger avevano bisogno di sapone, nastro nero, candele. Tutto
adesso era a posto, dato che il morto era riuscito a superare il cordone di
sicurezza intorno al paese.

Fahrenberg ricevette la notizia che il sesto evaso era stato trovato. Trovato
morto. Come? A Westhofen non interessava più. Adesso la faccenda
riguardava il buon Dio, le istituzioni di Wertheim, quelle rurali della
provincia e il borgomastro locale.
Dopo la segnalazione, Fahrenberg uscì sullo spiazzo denominato “pista
da ballo”. SA e SS, per quanto di loro competenza, erano già schierate. Gli
ordini fioccavano. La colonna di prigionieri sfiniti, appesantiti da sporcizia e
disperazione, sfilò rapida e silenziosa per eseguire l’ordine, come un soffio
di anime perdute. Due platani rimasti intatti, a destra della baracca del
comandante, splendevano rossi d’autunno e dell’ultima luce; la giornata
infatti volgeva al termine e la nebbia si avvicinava a quel luogo maledetto.
Bunsen stava di fronte alle sue SS con la sua faccia da cherubino, quasi
aspettasse gli ordini dal Creatore. I dieci o dodici platani che prima
crescevano a sinistra della porta erano stati abbattuti il giorno prima, tranne
i sette che servivano allo scopo. Zillich, di fronte alle sue SA, ordinò di legare
i quattro evasi ancora vivi. Ogni sera, quando risuonava quest’ordine, un
fremito si propagava tra i prigionieri, lieve e impercettibile, come l’ultimo
brivido prima della paralisi. Gli occhi vigili delle SS impedivano a chiunque
di muovere anche un solo muscolo.
I quattro uomini legati agli alberi, però, non tremavano. Non tremava
nemmeno Füllgrabe. Guardava dritto davanti a sé, la bocca aperta, come se
la morte stessa gli avesse ordinato di comportarsi con dignità. Anche sul suo
volto c’era un barlume di quella luce, al cui paragone la lampada da
interrogatori di Overkamp risultava una misera scintilla. Pelzer teneva gli
occhi chiusi, il suo volto aveva perso ogni fragilità, ogni esitazione e
debolezza, era diventato duro e affilato. I suoi pensieri erano raccolti, non
per dubitare o sottrarsi, bensì per comprendere l’inevitabile. Avvertiva però
la presenza di Wallau accanto a sé. Dall’altra parte di Wallau c’era
quell’Albert abbattuto subito dopo la fuga. Era stato ricucito per ordine di
Overkamp, sebbene in maniera approssimativa. Neppure lui tremava, aveva
finito da tempo di farlo. Otto mesi prima, al confine dell’impero, con la
giacca piena di banconote, era stato tradito da un tremito. Ora era sospeso,
più che in piedi sulle sue gambe, a quel bizzarro posto d’onore che non si
sarebbe mai immaginato, alla destra di Wallau, e il suo volto umido era
chiazzato di luce. Solo Wallau aveva uno sguardo negli occhi. Quando
veniva condotto davanti alle croci, il suo cuore ormai quasi impietrito
faceva un balzo. C’era anche Georg? Ciò che guardava ora non era la morte,
bensì la colonna di prigionieri. Sì, tra i volti conosciuti ne scoprì uno nuovo.
Apparteneva a uno ricoverato in ospedale. Era Schenk, dal quale Röder si
era recato quella stessa mattina a cercare una sistemazione per Georg.
Fahrenberg uscì sullo spiazzo e ordinò a Zillich di staccare i chiodi da
due alberi. Si stagliavano spogli e nudi, proprio come due croci sulle tombe.
Era rimasto un solo albero provvisto di chiodi, ancora vuoto, in fondo a
sinistra, dopo Füllgrabe. «Il sesto evaso è stato ritrovato!» annunciò
Fahrenberg. «August Aldinger. Morto, come potete vedere! Lui stesso si è
condannato a morte. Il settimo non dovremo aspettarlo ancora a lungo, sta
per arrivare. Lo Stato nazionalsocialista perseguita implacabile chiunque
trasgredisca le leggi del popolo, protegge ciò che merita una protezione,
punisce ciò che richiede una punizione, annienta ciò che va annientato. Nel
nostro paese non c’è asilo per i delinquenti fuggiaschi. Il nostro popolo è
sano, rifiuta i malati, uccide i pazzi. Sono passati meno di cinque giorni
dall’evasione. Ecco, spalancate gli occhi, guardate bene».
Detto questo, Fahrenberg tornò nella sua baracca. Bunsen ordinò alla
colonna di prigionieri di fare due passi avanti. Ora rimaneva pochissimo
spazio tra gli alberi e la prima fila. Il giorno intanto era ormai alla fine, tra il
discorso di Fahrenberg e gli ordini impartiti in seguito. La colonna era
fiancheggiata a destra e a sinistra da SA e SS. Sopra e dietro lo spiazzo c’era
la nebbia. Era l’ora in cui tutti si sentivano perduti. Chi tra i prigionieri
credeva in Dio, pensava di essere stato abbandonato. Chi tra i prigionieri
non credeva in nulla, si lasciava inaridire dentro, come si può imputridire
nel corpo da vivi. Chi tra i prigionieri credeva soltanto nella forza insita
nell’uomo, pensava che tale forza vivesse solo dentro di lui, che il suo
sacrificio fosse inutile e il suo popolo l’avesse dimenticato.
Fahrenberg si era seduto alla scrivania. Da lì vedeva, oltre la finestra, le
croci da dietro, le SA e le SS di lato, la colonna di fronte. Cominciò a scrivere
il rapporto. Ma anche lui era troppo agitato per simili incombenze. Afferrò
la cornetta, schiacciò un pulsante, riagganciò.
Che giorno era? Quella giornata ormai stava finendo, comunque ne
mancavano ancora tre al termine che si era prefissato. Se in quattro giorni
ne erano stati trovati sei, uno l’avrebbero trovato in tre. Inoltre costui era
già condannato, ormai non dormiva più. Purtroppo, però, non dormiva più
nemmeno lui.
Nella baracca era quasi buio. Accese la lampada. La luce della finestra di
Fahrenberg proiettava le ombre degli alberi oltre la prima fila della colonna.
Da quanto tempo erano lì in piedi? Era già notte? Ancora nessun ordine, e
agli uomini legati bruciavano le articolazioni. All’improvviso qualcuno
gridò a gran voce nella terz’ultima fila della colonna, facendo sussultare i
quattro contro i chiodi, si gettò in avanti, trascinando con sé il compagno
della fila precedente, si dimenò sul terreno e urlò, mentre già lo colpivano
con calci e pugni. Le SA erano dappertutto.
In quel momento dall’interno del campo uscirono con cappello e
impermeabile i commissari Fischer e Overkamp con le loro cartellette,
accompagnati da un soldato d’ordinanza che portava le loro borse.
Overkamp aveva finito il suo compito lì. La cattura di Heisler non
richiedeva più la sua presenza a Westhofen.
Due ordini e tutto tornò come prima. L’uomo crollato e il compagno
erano già stati trascinati via. Senza guardarsi intorno, i due commissari
entrarono nella baracca del comandante, passando tra le croci e la prima fila
di prigionieri, all’apparenza ignari che ai lati della loro strada c’erano strane
facciate. Il soldato carico di borse rimase davanti alla porta, guardando
intorno a sé. Poco dopo i due uscirono e si allontanarono. Questa volta lo
sguardo di Overkamp sfiorò gli alberi. Gli occhi di Wallau incrociarono i
suoi. Overkamp trasalì impercettibilmente. Sul suo volto affiorò
un’espressione in cui il riconoscimento si mescolava al dispiacere, al: «L’hai
voluto tu». Forse, in mezzo a tutto quello, c’era persino un briciolo di
rispetto.
Overkamp sapeva che quei quattro uomini sarebbero stati perduti non
appena lui fosse uscito dal campo. Al massimo sarebbero stati mantenuti in
vita fino alla cattura del settimo. Ammesso che prima qualcuno non avesse
fatto una mossa sbagliata o perso la pazienza.
Sulla “pista da ballo” si udì il rombo del motore. Tutti i cuori
sussultarono. Dei quattro uomini legati agli alberi, soltanto Wallau era in
grado di comprendere chiaramente che adesso erano davvero perduti. Ma
Georg era già stato trovato, lo stavano conducendo li?
«Questo Wallau sarà il primo a crederci» disse Fischer. Overkamp annuì.
Conosceva Fischer da tempo, erano entrambi uomini dello Stato con le
dovute decorazioni di guerra. Entrambi avevano già collaborato di tanto in
tanto per il sistema. Overkamp era abituato a utilizzare nella propria
professione i metodi tipici della polizia. Quegli interrogatori, nei quali il
gioco si faceva duro, per lui erano un mestiere come qualunque altro. Non
lo divertivano affatto, non gli davano la minima gioia. Tutti quelli che
doveva perseguire li considerava nemici dell’ordine, dell’ordine che lui
immaginava. Tuttora riteneva coloro che perseguiva nemici dell’ordine,
come lui l’immaginava. Fin qui era ancora tutto chiaro. Le cose
cominciavano a diventare meno chiare quando si domandava per chi
lavorasse veramente.
Overkamp distolse la mente da Westhofen. Rimaneva ancora la faccenda
Heisler. Guardò l’ora. Erano attesi a Francoforte di lì a settanta minuti. A
causa della nebbia la loro auto viaggiava a quaranta all’ora. Overkamp pulì
il finestrino. Alla luce di un lampione scorse la strada che portava fuori da
un villaggio. «Ehi! Ferma!» ordinò di colpo.
«Giù, Fischer! Voi avete già bevuto il mosto quest’anno?» Quando
scesero dalla macchina, e si trovarono in mezzo alla nebbia su quella terra
solitaria e fresca, sentirono scivolare via la tensione del lavoro e l’angoscia
alla quale ora non avevano voglia di pensare. Entrarono in quella stessa
osteria dove Mettenheimer aveva aspettato la figlia Elli, al tempo in cui
aveva ottenuto all’improvviso un permesso di visita a Westhofen che non
aveva affatto richiesto.

Quando Röder rincasò dal lavoro, Georg non ebbe bisogno di fargli
domande. Sul viso di Paul era già scritto l’esito dei suoi tentativi.
Liesel si aspettava i complimenti per i suoi Dampfnudeln, insieme a
esclamazioni soddisfatte. Ma gli uomini li mangiarono come se fossero rape
lesse. «Non ti senti bene?» chiese Liesel a Paul. «Perché? Ah, sì, ho avuto
un incidente». Mostrò il braccio ustionato. Liesel era quasi contenta che ci
fosse un motivo per spiegare quella masticazione silenziosa e ingrata.
Esaminò la scottatura. Fin da bambina, in famiglia era abituata a ogni
genere di infortuni. Andò a prendere un vasetto di crema. All’improvviso
Georg disse: «La fasciatura non mi serve più. Già che ci sei, Liesel, portami
un cerotto».
In silenzio Paul guardò la moglie srotolare la benda senza mostrarsi
troppo stupita. I figli maggiori sbirciavano da sopra la spalliera della sedia di
Georg. Georg incrociò lo sguardo di Paul. Gli occhietti azzurri di Röder
erano severi e gelidi. «Sei stato fortunato, Georg» disse Liesel, «che le
schegge non ti sono finite negli occhi».
«Sì, proprio fortunato!» disse Georg. Si guardò il palmo della mano.
Liesel l’aveva medicato con molta abilità, avvolgendo il cerotto solo intorno
al pollice. Tenendo la mano in una certa posizione, sembrava sana. Liesel
esclamò: «Fermo! No!» E aggiunse: «Sarebbe stato meglio lavarla». Georg si
era alzato e aveva gettato le fasce nella stufa, dove ardeva ancora un po’ di
brace dopo la cottura dei panini dolci. Röder aveva seguito i suoi movimenti
senza muoversi. «Accidenti!» esclamò Liesel. Spalancò la finestra e un filo
di fumo puzzolente si mescolò all’aria della città, aria con aria, fumo con
fumo. Il dottore adesso poteva dormire tranquillo. Che gesto azzardato,
andare da lui! Com’erano abili le sue mani! Quanto cuore e ragione nelle
mani!
«Senti, Paul» disse Georg animato, «ti ricordi di Kleidermoritz?» «Sì»
rispose Paul. «Ti ricordi come facevamo ammattire quel vecchio, tanto che
lui era andato a lamentarsi da tuo padre e tuo padre te le aveva date, e lui
era lì accanto e gridava: Non in testa, signor Röder, altrimenti diventa
stupido; sul sedere, sul sedere! Gentile da parte sua, no?» «Sì, molto gentile.
Tuo padre invece ha fatto il contrario» disse Paul, «altrimenti saresti più
intelligente».
Per tre minuti si erano sentiti più leggeri. Ora il peso della situazione
attuale tornò a posarsi sul loro cuore, inesorabile e insopportabile. «Paul»
disse Liesel impaurita. Perché lo guardava fisso in quel modo? Non badò a
Georg. Mentre sparecchiava la tavola, gettava di continuo rapide occhiate a
Paul, e un’altra occhiata gliela rivolse dalla porta, quando mise a letto i
bambini.
«Georg» disse Paul quando la porta si fu richiusa, «le cose adesso stanno
così. Bisogna escogitare qualcosa di più astuto. Stanotte dovrai passarla
ancora qui».
Georg disse: «Ti rendi conto che ormai la mia foto è esposta ovunque?
Che è stata mostrata a tutti i capi-quartiere? E che loro l’hanno mostrata ai
capi-fabbricato? A poco a poco il cerchio si stringe». «Ieri ti ha visto salire
qualcuno?» «Non potrei giurarci. Il corridoio era vuoto».
«Liesel» disse Paul, «senti, ho una sete che non ti so dire, va’ subito a
prendermi della birra».
Liesel prese le bottiglie vuote e ubbidì, paziente. Mio Dio, che cosa lo
tormentava tanto?
«Non sarebbe meglio dire qualcosa a Liesel?» chiese Paul. «A Liesel? No.
Credi che mi lascerebbe stare da voi?»
Paul tacque. Nella sua Liesel, che conosceva da piccola e da tanti anni,
all’improvviso gli appariva un punto sconosciuto e del tutto impenetrabile.
Rimasero entrambi lì a rimuginare. «La tua Elli» disse poi Paul, «tua
moglie...» «Cosa c’entra lei?» «La sua famiglia è ancora ben ammanicata,
certa gente ne conosce altra... non sarebbe il caso che andassi da lei?» «No!
È sorvegliata! Inoltre non sai come la pensa».
Altre riflessioni. Il sole stava tramontando dietro i tetti di fronte. Nel
vicolo erano già accesi i lampioni. Un po’ di luce entrava ancora, obliqua e
fioca, come se volesse raggiungere gli angoli più lontani prima di svanire.
Entrambi gli uomini si resero conto, nello stesso istante, che tutto ciò che
toccavano con il pensiero si dissolveva in sabbia. Entrambi rivolsero
l’orecchio alle scale.
Liesel tornò con le bottiglie, un po’ agitata. «Che strano» disse,
«all’osteria qualcuno ha chiesto di noi». «Cosa? Di noi?» «Ha voluto sapere
dove abitiamo dalla signora Mennich. Di sicuro non ci conosce, se non sa
dove abitiamo».
Georg si alzò. «Ora devo andare, Liesel. Grazie di tutto». «Bevi ancora
una birra con noi, Georg». «Mi spiace, Liesel, si è fatto tardi. Quindi...» Lei
accese la luce. «Non far passare di nuovo tutto questo tempo, la prossima
volta». «No, Liesel». «Dove vorresti andare?» chiese poi Liesel a Paul. «Mi
hai mandato a prendere la birra...» «Accompagno Georg fino all’angolo.
Torno subito». «No, resta qui!» esclamò Georg. Paul disse piano: «Ti
accompagno fino all’angolo. Lascia che me ne preoccupi io».
Sulla porta si voltò ancora una volta e disse: «Ascolta, Liesel. Non devi
dire a nessuno che Georg è stato da noi». Liesel divenne rossa di rabbia.
«Allora c’è sotto qualcosa! Perché non me lo dite subito?» «Quando torno ti
racconto tutto. Ma tieni la bocca chiusa. Altrimenti le cose si metteranno
male anche per me e per i bambini».
Lei rimase immobile dietro la porta chiusa. Male per i bambini? Male per
Paul? Sentì caldo e freddo. Andò alla finestra e guardò i due uomini
camminare tra i lampioni, uno alto e uno basso. Era in ansia. Seduta al
tavolo, mentre l’oscurità diventava completa, si mise ad aspettare il ritorno
del marito.
«Se non te ne vai subito» disse Georg sottovoce, la faccia contorta per la
collera, «sarà la tua rovina, e a me non servirà a niente». «Taci! So quel che
faccio. Adesso andrai dove ti dico. Quando Liesel è tornata a casa e ci ha
messo addosso quella paura, mi è venuta un’idea. Fidati. Se adesso Liesel se
ne sta zitta, cosa che farà di sicuro per paura che ci succeda qualcosa, per
questa notte potrai evitare il peggio». Georg non replicò. Aveva la testa
vuota, non riusciva a pensare. Seguì Paul in città. A cosa serve pensare,
quando non porta a niente? Solo il cuore gli batteva come se volesse essere
liberato da quella sede inospitale. Come due sere prima, quando aveva
deciso di andare da Leni! Cercò di tranquillizzarlo. Non è la stessa cosa, si
tratta pur sempre di Paul, non dimenticarlo. Qui la passione non c’entra.
Questo è un amico. Non ti fidi di nessuno? Bisogna trovare il coraggio di
fidarsi di un amico. Calmati. Non puoi continuare a battere così, mi disturbi.
«Meglio andare a piedi» disse Paul, «dieci minuti in più non faranno
differenza. Ti spiegherò dove ti sto portando. Stamattina sono già passato da
lì, mentre mi recavo dal tuo dannato Sauer. Lì c’è mia zia Katharina, ha una
ditta di trasporti, tre o quattro veicoli. Un fratello di mia moglie, di
Offenbach, dovrebbe farsi assumere da lei: è stato in galera, gli hanno tolto
la patente perché gli hanno trovato alcol nel sangue. Ha scritto che tarderà,
che devo rimandare la cosa. Lei non sa niente, non lo conosce nemmeno. Ti
sistemerò lì. Dovrai rispondere sempre di sì, oppure te ne starai zitto».
«E i documenti? E domani?» «Abituati una volta per tutte a contare un
due tre, invece di tre due uno. Devi andartene, devi trovare un posto per la
notte. O preferisci morire stanotte e avere i documenti in regola domani?
Domani verrò lì io. Paul ha sempre qualche buona idea».
Georg gli toccò il braccio. Paul lo guardò, fece una piccola smorfia, come
si fa con i bambini per farli smettere di piangere. Aveva la fronte più chiara
del resto del viso, perché era meno lentigginosa. Il suo aspetto bastò a
tranquillizzare Georg. Purché non cambiasse idea all’improvviso. Georg
disse: «Potrebbero beccarci insieme in qualunque momento». «A che scopo
pensarci?»
La città era luminosa e affollata. Di tanto in tanto Paul incrociava un
conoscente, salutava e veniva salutato. Georg allora girava la testa di lato.
«Non devi fare così» disse Paul, «non ti riconosceranno». «Tu però mi hai
riconosciuto subito, Paul». In Metzergasse c’erano due officine meccaniche,
un distributore di benzina, un paio di osterie. Siccome Paul ci andava spesso,
furono in molti a salutarlo. Heil Hitler di qua, Heil Hitler di là, Paul su, Paul
giù. All’ingresso del portone c’era qualcuno: SA, due donne, l’ometto
dell’ufficio. Aveva il naso rosso come un peperone. «Ce ne stiamo qui a
prendere il fresco, fermati con noi, Paul». «Prima do la buonanotte a zia
Katharina». «Uiii!» esclamò il vecchio, impaurito solo a sentire quel nome.
«Avanti, tesorino» dissero le due donne, prendendolo nel mezzo e
portandolo via. Un camion uscì poi dal cortile, schiacciandoli a destra e a
sinistra contro la parete. Una volta entrati nel cortile, trovarono la signora
Grabber, zia Katharina, proprio sulla soglia, dato che aveva appena
congedato il camion con il suo carico. I treni merci viaggiavano di notte.
«Eccolo, è lui!» disse Paul. «Lui?» disse la donna. Gettò una breve
occhiata a Georg. Era forte e robusta, ma più ossuta che in carne. I capelli
bianchi e ispidi sulla fronte corrucciata, e le sopracciglia altrettanto bianche
sugli occhi astuti e cattivi, non le davano l’aspetto di una vegliarda, quanto
piuttosto di un’albina. Diede una seconda occhiata a Georg. «Allora?»
Attese un istante, quindi gli diede un colpetto sul cappello. «Via questo!
Non ha un berretto?» «Ha lasciato le sue cose da noi» disse Paul, «doveva
restare a dormire a casa nostra, ma il piccolo Paul ha cominciato a grattarsi,
secondo Liesel potrebbe avere il morbillo». «Tanti auguri» disse la donna.
«Cosa ve ne state lì sul portone, entrate oppure restate fuori». «Addio, Otto,
abbi cura di te» disse Paul, che teneva in mano il cappello tolto di testa a
Georg. «Addio, zia Katharina. Heil Hitler!»
Nel frattempo Georg aveva esaminato meglio la faccia della donna, il
territorio nel quale si sarebbe dovuto muovere nelle prossime ore. Anche lei
tornò a guardarlo, per la terza volta, duramente e con insistenza. Lui
sostenne il suo sguardo – entrambi senza alcuna pretesa di cordialità.
«Quanti anni avete?» «Quarantatré». «Paul mi ha abbindolato, la mia
azienda non è un lazzaretto». «Prima guardate cosa sono in grado di fare».
Le narici di lei fremettero. «Lo so già quello che potete fare. Op-op-op, su,
cambiarsi». «Datemi un camice, signora Grabber, la mia roba è ancora a
casa di Paul». «Eh?» «Come facevo a sapere che qui state aperti anche di
notte?» La donna cominciò a sbraitare, placandosi solo dopo diversi minuti.
Georg non si sarebbe sorpreso se lo avesse picchiato. L’ascoltò in silenzio,
con l’ombra di un sorriso, che lei forse non vide o forse sì, grazie alla luce
dei lampioni. Aspettò che lei finisse, quindi disse: «Se non avete un camice
per me, resterò in mutande. Come faccio a regolarmi, se è la prima volta che
vengo qui?»
«Riportalo a casa tua!» gridò la donna a Paul, tornato all’improvviso con
il cappello di Georg in mano. Mentre correva lungo il vicolo, e veniva
salutato dalle osterie, aveva alzato il braccio e si era accorto del cappello.
Paul trasalì e fece una smorfia. «Aspettiamo domattina, tornerò e a quel
punto deciderai». Se ne andò il più in fretta possibile.
«Senza Paul» disse la donna, ora un po’ più tranquilla, «uno come voi
potrebbe finire in malora. La mia azienda non è un lazzaretto, venite».
Georg la seguì attraverso il cortile, che gli parve troppo luminoso e troppo
animato. C’era gente che andava e veniva dalla porta del cortile dell’osteria
e dalle case. Qualche sguardo si posò su di lui. Un poliziotto era fermo
davanti al garage aperto, accanto a un’auto vuota. Non può essere arrivato
qui prima di me, pensò Georg, la fronte imperlata di sudore. Il poliziotto non
badò a lui, voleva avere non so quale documento. «Cercatevi qualche
straccio» disse la donna a Georg. Nel garage si affacciava la finestra di una
stanza utilizzata come ufficio. Il poliziotto osservò pigramente Georg che si
provava i camici macchiati sparsi in giro. Poi alzò lo sguardo sulla finestra
illuminata, verso la grossa testa bianca della donna. Mormorò: «Che
donna!» Quando se ne fu andato, la signora Grabber sporse il capo dalla
finestra e appoggiò le braccia in modo da lasciar capire che quella finestra
era il suo ponte di comando. Imprecando urlò: «Fuori, fuori in cortile,
mentecatto! Tra un’ora e mezzo dev’essere pronto il carico per
Aschaffenburg, op, op!»
Georg si fermò sotto la finestra, alzò la testa e disse: «Vorreste per favore
spiegarmi con calma e precisione che cosa devo fare?» Lei socchiuse gli
occhi. Le sue pupille si conficcarono nel viso di quel giovanotto, che aveva
saputo essere un miserabile che aveva rovinato la famiglia. Ma per quanto
scavasse in quel viso che, come credeva, aveva provocato un incidente, non
ci trovò nulla. Mentre di solito tutto ciò che guardava si raggelava, per la
prima volta fu lei ad avvertire un alito di gelo. Cominciò a spiegare con
calma come si sollevava il rimorchio. Intanto guardava attentamente
l’uomo. Dopo un po’ uscì e gli si piazzò accanto, incalzandolo. La mano non
ancora guarita di Georg ben presto ricominciò a sanguinare. Mentre lui ci
avvolgeva intorno uno straccio, annodandolo con i denti e la mano destra,
lei disse: «O siete guarito, e allora op, altrimenti a casa!» Lui non disse più
nulla e non la guardò più, ma ripeté a se stesso: È fatta così e basta, va presa
così e basta, alla fine passa tutto. Ubbidì e lavorò, veloce e concentrato, e
ben presto fu così sfinito da non avere più niente da temere o a cui pensare.

Nel frattempo Liesel aspettava nella cucina buia. Vedendo che dopo dieci
minuti Paul non era ancora tornato, le fu chiaro che aveva accompagnato
Georg per un tratto più lungo. Che cos’era successo? Che intenzioni
avevano quei due? Perché Paul non le aveva raccontato niente?
Quella sera c’era un silenzio di tomba. Il martellio al quarto piano, le
imprecazioni al secondo, le marce alla radio, le risate sulla strada, da una
finestra all’altra, niente riusciva a penetrare il silenzio, nemmeno i lievi
passi che salivano su per le scale.
Liesel aveva avuto che fare con la polizia soltanto una volta nella sua
vita, quand’era una bambina di dieci o undici anni. Uno dei suoi fratelli
aveva combinato qualcosa, forse quello poi caduto in guerra, perché in
famiglia non s’era più parlato di quel fatto, rimasto sepolto con lui nelle
Fiandre. Ma la paura, che all’epoca aveva attanagliato tutti, Liesel oggi la
sentiva nel sangue. La paura che non ha nulla a che vedere con la coscienza,
la paura dei poveri, la paura dell’animale condotto al macello, la paura di
essere perseguitati dallo Stato. Questa paura primitiva, che fa capire di chi
sia lo Stato meglio di qualunque costituzione o libro di storia. Ma in quello
stesso momento Liesel decise di reagire, di difendere se stessa e la propria
famiglia con le unghie e con i denti, con l’astuzia e con l’inganno.
Quando i passi, giunti sul pianerottolo, si diressero senza alcun dubbio
verso di lei, Liesel balzò in piedi, accese la luce e cominciò a cantare con la
voce secca e affannata dalla paura, dicendosi che canto e allegria erano
indice di una coscienza pulita. L’individuo davanti alla porta indugiò un po’
prima di suonare.
Non indossava l’uniforme. La lampada di Liesel rischiarò un viso ottuso
e anonimo, che le risultava sconosciuto e chiuso. Doveva trattarsi di un
agente segreto, si disse. Ragionando tra sé utilizzava espressioni che doveva
aver sentito chissà dove, dal momento che Paul non parlava quasi mai con
lei di certe cose. Di sicuro quello aveva una piastrina di riconoscimento
all’interno della giacca.
«Siete la signora Röder?» chiese l’uomo. «Come vedete». «Vostro marito
è in casa?» «No» rispose Liesel, «non c’è». «Sapete dirmi più o meno
quando tornerà?» «Non saprei proprio». «Be’, prima o poi dovrà rincasare».
«Non ne ho idea». «È partito per un viaggio?» «Sì, sì, è partito, è morto suo
zio». Il viso per metà nascosto dalla porta e per metà in ombra dello
sconosciuto ebbe un fremito, probabilmente di delusione. Avanti, vattene!
pensò lei. L’uomo si girò ancora una volta. «È partito da molto?»
«Abbastanza». «Allora Heil Hitler!» Anche le spalle, che sollevò mesto,
mostravano tutta la sua delusione.
Liesel si spaventò di nuovo. E se avesse chiesto al capo-fabbricato?
Camminando a piedi scalzi, uscì sul pianerottolo e rimase in ascolto, ma
lo sconosciuto non fece altre domande. Tornata alla finestra della cucina, lo
vide allontanarsi nel vicolo deserto.

Ciò che quella sera aveva spinto Franz dai Röder era una mezza speranza,
una specie di orientamento verso una possibilità. Deluso e scoraggiato,
camminava adesso per le strade deserte verso la fermata. Viaggiò fino
all’estremità opposta della città, dove aveva lasciato la bicicletta presso
un’osteria. Quindi si diresse verso l’abitazione di Hermann.
Hermann aveva aspettato Franz, così sicuro della sua visita che con il
passare del tempo era diventato sempre più inquieto. Capitava di rado che
Franz non si facesse vedere per tante sere di seguito. Quella sera si rese
conto che anche lui, al quale Franz si rivolgeva per avere consigli, aveva più
bisogno di Franz di quanto credesse. Quei consigli, che Franz era solito
chiedergli con parole pacate e sguardi tranquilli, per poi seguirli alla lettera,
avevano bisogno di Franz per staccarsi e fuoriuscire da lui. Quando
finalmente la bicicletta risuonò sotto la finestra, Else asciugò con il
grembiule la tovaglia cerata sul tavolo della cucina. Hermann prese la
scacchiera dal cassetto, mascherando la propria gioia.
Ma quella sera la gioia di Hermann durò solo finché Franz si sedette al
tavolo. Era diverso dal solito. E rimase in silenzio anche più a lungo.
Hermann gli lasciò tutto il tempo. Alla fine Franz si sfogò, o meglio lo
sfogo sgorgò da lui. Hermann ascoltò, dapprima solo con attenzione, poi
stupito, quindi preoccupato. Franz raccontò che cosa gli era accaduto, come
avesse incontrato Elli tre volte, al cinema, al mercato e nella mansarda delle
mele. Come insieme avessero analizzato la vita di Georg, rispolverando i
nomi dalla memoria, e come avesse seguito varie tracce, ossessionato
dall’idea di trovare Georg. Raccontò del proprio fallimento e soprattutto...
«Soprattutto cosa?» Ma Franz era tornato taciturno ed Hermann aspettò.
Che Franz gli raccontasse tutto soltanto adesso, che avesse preso tante
iniziative per conto proprio, senza prima consultarsi con lui, era sbagliato e
inutile. Hermann guardò quasi offeso la faccia rozza e un po’ assonnata
dell’amico, che non sapeva nascondere la propria ostinazione.
Franz ricominciò a parlare, ma in modo diverso da come Hermann si
aspettava.
«Vedi, Hermann, io sono una persona qualunque. Tutto ciò che desidero
nella vita sono le cose più banali. Di rimanere qui dove mi trovo, perché ci
sto bene. L’impulso che hanno certe persone, di andarsene il più lontano
possibile, io non ce l’ho. Per me, vorrei restare qui per sempre. Per questo
cielo, non troppo accecante, non troppo grigio. E qui non si costruisce, non
ci si urbanizza. Tutto convive, il fumo e la frutta. Se potessi avere Elli, sarei
davvero felicissimo. Altri desiderano ogni genere di donna, ogni genere di
avventura, io invece no. Sarei fedele a Elli, pur sapendo che non ha niente di
speciale. Mi è cara, e sarei felice se potessi stare con lei, invecchiare con lei.
Ma ora non posso nemmeno vederla...»
«Direi proprio di no» disse Hermann, «hai già rischiato troppo andando
da lei...»
«Certamente non è un desiderio esagerato, quello di uscire la domenica
con Elli, e invece non posso. No. Non essere così sbalordito, Hermann. Bene,
non posso avere Elli. Il grande interrogativo è se potrò restare qui a lungo.
Forse già domani mi diranno di andarmene.
Nella vita ho sempre desiderato le cose più semplici: un prato o una
barca, un libro, amici, una ragazza, la quiete intorno. E poi invece mi è
successa quest’altra cosa. È arrivato quando ero ancora molto giovane,
questo desiderio di giustizia. E la mia vita lentamente è cambiata e ora è
tranquilla solo in apparenza.
Alcuni dei nostri amici, quando immaginano come sarà una Germania
differente, mio Dio, che sogni hanno per il futuro!
Io invece non li ho. Dopo vorrei rimanere dove sono adesso, solo in un
modo diverso. Nello stesso posto di lavoro, però diverso. Vorrei lavorare qui
per noi. E il pomeriggio uscire dal lavoro così in forze da avere ancora
voglia di imparare e di leggere. Quando l’erba è ancora tiepida. Ma deve
essere l’erba di qui, del campo dei Marnet. Tutto deve succedere qui. Vorrei
vivere qui nel quartiere, oppure anche dai Marnet o dai Mangold...»
«È una buona cosa saperlo fin d’ora» disse Hermann, «ma adesso
descrivimi che aspetto ha questo Röder, l’amico di Georg».
«È basso» disse Franz, «da lontano sembra un ragazzino. Perché?»
«Se i Röder nascondessero qualcuno a casa loro, si sarebbero comportati
proprio come hai detto tu. Ma probabilmente non c’è nessuno da loro».
«Quando sono andato lì, la donna era sola con i figli» disse Franz, «sono
rimasto a origliare prima e dopo».
Hermann pensò: Franz adesso deve rimanere fuori dal gioco. Quelle tre
parole, “sembra un ragazzino”, lo avevano quasi spaventato, era la seconda
volta che le sentiva quel giorno. Se solo ne avessi il tempo. All’inizio della
settimana Backer sarà a Magonza! Il tempo è l’unica cosa che mi manca. Il
ragazzo potrebbe essere portato fuori, ma il tempo... il tempo...
«Dove lavora questo Röder?» «Alla Pokorny. Perché me lo chiedi?»
«Così, tanto per sapere...» Ma Franz sentiva, o aveva l’impressione di
sentire, che Hermann gli nascondeva qualcosa.

Quella notte Paul e Liesel erano seduti insieme sul divano in cucina, e lui le
accarezzava la testa e il braccio tornito, quasi goffamente, come nei primi
giorni del loro amore, e le baciava persino il viso rigato di lacrime. Paul le
aveva raccontato solo una parte della verità. La Gestapo cercava Georg per
vecchie questioni. Le nuove leggi prevedevano punizioni spaventose. Come
avrebbe potuto mandarlo via?
«Perché non mi ha detto la verità? Ha mangiato e bevuto alla mia
tavola!»
All’inizio Liesel aveva brontolato, poi sbraitato, si era messa a
camminare su e giù per la cucina, paonazza di collera. Quindi aveva
cominciato a gemere, in seguito a piangere, ma dopo mezzanotte era passato
anche quello. Liesel si era sfogata. Ogni dieci minuti domandava, come se
quello fosse il punto cruciale di tutta la faccenda: «Perché non mi avete
detto la verità?»
A un certo punto Paul rispose con un tono diverso, più asciutto: «Perché
non sapevo come l’avresti presa, la verità». Liesel sottrasse il braccio dalle
sue mani e tacque. Paul proseguì: «Se ti avessimo raccontato tutto, se ti
avessimo chiesto in anticipo se poteva restare, avresti risposto sì o no?»
Liesel replicò con foga: «Avrei risposto certamente di no. Ma come? Lui è
solo uno, noi siamo in quattro, anzi cinque. Anzi sei, con quello che aspetto.
A Georg non lo abbiamo detto, dato che si era già preso gioco di quelli che
abbiamo. E tu avresti dovuto dirgli: Caro Georg, tu sei solo uno e noi siamo
in sei...» «Liesel, la sua vita era in pericolo...» «Certo, ma anche la nostra».
Paul rimase in silenzio. Stava malissimo. Per la prima volta si sentiva
solo come un cane. Niente tornerà più come un tempo. Queste quattro
mura, perché? Questo chiassoso viavai di bambini, perché? Disse: «E
pretenderesti pure che ti si racconti tutto, che ti si dica la verità! Se gli
sbattevi la porta in faccia e dopo due giorni ti davo il giornale e tu scoprivi
che lui, Georg Heisler, era stato “condannato per direttissima” dal “tribunale
del popolo” non avresti avuto rimorsi? Gli chiuderesti di nuovo la porta in
faccia, se potessi saperlo in anticipo?»
Si era staccato da lei, che ricominciò a piangere con il viso nascosto tra le
mani. Poi disse, tra i singhiozzi: «Ora pensi male di me. Male, molto male.
Non avevi mai pensato così male di me. E vorresti liberarti di questa brutta
cosa, della tua Liesel. Sì, è questo che pensi, che vuoi stare da solo e non
t’importa niente di noi. Solo di Georg t’importa. Sì, certo, se lo avessi saputo
prima, che gli succederà tutto questo, che sarà “condannato per
direttissima”, sì, allora lo avrei accolto. E forse lo avrei accolto comunque.
Adesso non lo so, è tutto così complicato. Sì, d’un tratto penso che lo avrei
accolto». Paul disse, un po’ più calmo: «Vedi, Liesel, per questo non ti ho
detto niente, perché forse al principio non avresti voluto, ma poi, una volta
chiarita la situazione, te ne saresti pentita». «Ma può ancora accadere il
peggio. Devi essere preparato». «Lo so» disse Paul, «e lo sono. Devo essere
io a decidere, non tu, perché qui sono io l’uomo e il padre di famiglia. Perciò
posso subito dire sì a qualcosa a cui tu avresti detto prima no e poi forse,
alla fine, sì. Ma sarebbe stato troppo tardi. Così ho deciso subito io». «Che
cosa dirai domani a zia Katharina?» «Ne parliamo più tardi. Adesso ci vuole
un bel caffè, come quello che hai preparato ieri, quando è arrivato Georg».
«Ci ha scombussolato davvero perbene! Un caffè di notte!» «Se domani
il capo-fabbricato ti chiede chi c’era oggi da noi, gli risponderai Alfred, di
Sachsenhausen». «Perché dovrebbe chiedermelo?» «Perché sarà interrogato
dalla polizia, e forse lo saremo anche noi». Liesel piombò di nuovo nello
sconforto. «La polizia! Caro Paul, sai che non sono capace di mentire. Mi si
legge tutto in faccia. Non ci sono mai riuscita, nemmeno da bambina. Anche
quando gli altri mentivano, bastava guardare me». Paul disse: «Ma come
non puoi? Non hai già mentito prima? Se non riesci a mentire con la polizia,
qui non resterà in piedi nemmeno un sasso. Non mi vedrai mai più. Ma se
dichiarerai esattamente quello che ti dico io, ti prometto che domenica
andremo a vedere la partita Westend-Niederrad». «Abbiamo i biglietti?»
«Proprio così».

Poco prima di mezzanotte Georg si era sdraiato nel garage, ma era stato
subito chiamato, perché l’autista venuto a prendere il carico aveva delle
lamentele da fare. La signora Grabber lo rimproverò sottovoce, caustica.
Quando si sdraiò di nuovo, arrivò il secondo camion per Aschaffenburg.
Questa volta la signora Grabber rimase tutto il tempo dietro di lui,
controllando ogni sua mossa, criticando ogni gesto incerto, ogni vecchia
colpa e mancanza. Quell’Otto, di cui aveva preso il posto, doveva aver avuto
una vita decisamente squallida, del tutto ignobile. Non c’era da sorprendersi
che si dichiarasse malato più a lungo, che volesse evitare la cura da cavallo
che Paul gli aveva approntato lì. Georg avrebbe voluto sdraiarsi, ma adesso
bisognava rimettere a posto gli attrezzi e pulire il garage. Il mattino era
vicino. Georg alzò gli occhi per la prima volta. La donna si bloccò. Possibile
che a quel giovanotto fosse del tutto indifferente sotto quali grinfie si
trovasse? Le attuali gli sembravano forse più lievi a paragone con altre?
Passò dallo stupore alla calma, e lo stesso fece lui. La donna si ritirò, ma
prima si sporse un’ultima volta dalla finestra. Lui si era rannicchiato sulla
panca. Lei pensò: forse riuscirei ad andarci d’accordo. Georg si sentiva
pesante come il piombo sotto il soprabito di Belloni. Anche se non poteva
dormire, i suoi pensieri si susseguivano senza ordine né senso, con la
flessuosità dei pensieri di un sogno. E se non venissero più a prendermi? Se
Paul mi lasciasse qui, al posto di questo Otto?
Provò a immaginare la sua vita bloccato lì, impotente a lasciare quel
posto. Per sempre chiuso in quel cortile, dimenticato da tutti. Meglio fuggire
di propria iniziativa, e prima possibile. E se poi invece fosse arrivato un
aiuto e lui già in cammino, destinato a essere acciuffato un paio d’ore più
tardi?
Se mi prendono e mi rinchiudono, si disse, deve succedere finché Wallau
è ancora vivo. Se è davvero inevitabile, meglio subito, per poter morire con
Wallau! Sempre che sia ancora vivo! In quel momento la fine gli sembrò
ineluttabile. Ciò che solitamente è distribuito nel corso di una vita, a
intervalli di anni, il tendersi di tutte le forze fino allo strappo, per poi
mollare e sprofondare, e iniziare di nuovo una dolorosa tensione, questo
processo si compì nella sua testa in un’ora, in una manciata di minuti. Alla
fine, esausto, guardò con espressione inerte il sorgere dell’alba.
Capitolo sesto

1.

Fahrenberg era sdraiato supino, vestito, le gambe e gli stivali gettati oltre il
bordo del letto. Aveva gli occhi aperti. Ascoltava la notte.
Avvolse la testa nella coperta. Adesso almeno c’era un rumore, il
frangersi che proviene dall’interno dell’uomo. Se solo avesse potuto
smettere di ascoltare! Si struggeva di sentire una nota, un qualche allarme,
del quale non si potesse sapere in anticipo la provenienza; in tal modo
l’ascolto logorante del proprio interno era assoluto. Un motore lontano sulla
strada, lo squillo del telefono nell’ufficio amministrazione, infine dei passi
dall’ufficio alla baracca di comando avrebbero messo fine all’attesa. Ma il
campo era silenzioso: c’era un silenzio di morte, da quando le SA avevano
festeggiato a modo loro la partenza dei commissari. Si erano ubriacati fino
alle undici e mezzo; poi, tra quell’ora e mezzanotte e mezzo, avevano
“passato in rivista” le baracche dei prigionieri a causa dell’incidente del
pomeriggio. Verso l’una, quando le SA erano ormai sfinite al pari dei
detenuti, la baldoria era improvvisamente cessata.
Durante la notte Fahrenberg aveva sussultato un paio di volte: prima
aveva sentito un’auto partire in direzione di Magonza, poi altre due verso
Worms. C’erano stati dei passi sulla “pista da ballo”, ma si erano fermati
davanti alla porta di Bunsen; poco dopo le due il telefono nell’ufficio
amministrazione aveva suonato e lui si era aspettato una comunicazione,
ma non era quella che avrebbero dovuto fornirgli a qualunque ora del
giorno e della notte, vale a dire la cattura del settimo evaso.
Fahrenberg si tolse la coperta dalla testa, mezzo soffocato. Com’era
silenziosa la notte! Invece di risuonare di sirene, colpi di pistola e motori, di
una caccia all’uomo implacabile alla quale partecipavano tutti, era una notte
silenziosissima, una qualunque notte che separa due giorni lavorativi.
Nessun faro illuminava il cielo. Nei paesi del circondario le stelle autunnali
erano perse nella nebbia; solo la luce morbida ma penetrante della luna
all’ultimo quarto raggiungeva chi anelava essere raggiunto. Dopo una dura
giornata di lavoro, ogni cosa era avvolta da un sonno tranquillo. Regnava la
pace, a parte qualche grido proveniente dal campo di Westhofen, che di
tanto in tanto svegliava qualcuno che si sedeva dritto in ascolto. Il frastuono
di un’orda di guerra che si ritirava dalla regione sembrò intensificarsi, per
poi morire del tutto. E chi era ancora sveglio non aveva più il sonno
ostacolato da voci esterne.
Voglio dormire, si disse Fahrenberg. Overkamp è giunto già da tempo a
destinazione. Perché mai ho fissato un termine, e perché l’ho reso noto? Se
non riescono a catturare Heisler adesso, non possono addossare a me la
colpa. Devo dormire a qualunque costo.
Avvolse di nuovo la testa nella coperta. E se fosse già uscito dal paese?
Se fosse per questo che non lo trovano, perché non può essere più trovato?
Se sta attraversando il confine proprio in questo momento? Ma il confine è
sorvegliato come durante la guerra.
Si drizzò di scatto. Le cinque. Un rumore confuso all’esterno. Ci siamo. Il
rombo di un motore proveniva dalla strada, dall’ingresso del campo, insieme
agli ordini bruschi che accompagnano una consegna. Poi ci fu un rumore
cupo, che saliva irregolare senza raggiungere quel timbro, quel sapore
dolceamaro. Non è stato ancora versato del sangue.
Fahrenberg aveva acceso qualche luce, ma il chiarore sembrava attutirgli
l’udito, così spense tutto. Pronto a uscire, rimase ad ascoltare in direzione
dell’ingresso del campo, colmo di una tormentosa speranza prossima a
realizzarsi.
Negli ultimi secondi il rumore che accompagnava l’arrivo di qualche
prigioniero era aumentato. In apparenza non proveniva più da singoli
individui, neppure da un gruppo che ubbidiva a un comando esterno,
seppure arbitrario. Una muta di cani si riversa fuori, ciascuno per proprio
conto, nella sconfinata natura selvaggia. Il timbro è stato raggiunto,
addirittura superato, il momento è ormai passato. Anche il sangue è stato
assaggiato e, come tutto su questa terra, il sapore non mantiene ciò che
aveva promesso. I latrati già si affievoliscono.
Fahrenberg fece un movimento del tutto umano: si portò una mano al
cuore. Lasciò cadere il mento, il volto afflosciato per la delusione. Alle sue
orecchie giungeva una ragionevole sequenza di toni, perfettamente
distinguibili.
Nuovi ordini risuonarono all’esterno. Fahrenberg si riscosse. Accese
qualche luce, pigiò pulsanti e inserì spine.
Bunsen, attraversando la “pista da ballo” qualche minuto più tardi, udì
Fahrenberg sbraitare come un ossesso dietro la porta chiusa. Zillich gli
aveva appena dato la notizia: otto nuovi arrivi. Gente della Opel di
Rüsselsheim, che aveva protestato per qualcosa. Una breve cura li avrebbe
resi più mansueti sui nuovi termini dell’accordo.
Zillich si aspettava un nuovo fiotto di imprecazioni, che sopportò con il
viso chiuso e l’aria torva. L’uragano attraverso il quale il suo superiore di
solito si sfogava non lo spazzò via. Questa volta però non conteneva
nessuna parolina, nessun accenno neppure indiretto ai vecchi tempi, ai
comuni ideali. Aspettò invano, la grossa testa china sul petto. Zillich, che
seguiva con grande sensibilità tutte le emozioni del suo padrone – la sua
sensibilità veniva applicata a questo servizio esclusivo –, percepiva
chiaramente che nel corso della settimana Fahrenberg aveva cambiato
atteggiamento nei suoi confronti: il lunedì dopo l’evasione, tra loro c’era
stato ancora il senso di un male comune. Nei giorni successivi invece
Fahrenberg lo aveva emarginato. Lo avrebbe dimenticato del tutto? Per
sempre? Se quello che si diceva era vero, che il comandante sarebbe stato
sostituito, lui, Zillich, che fine avrebbe fatto? Fahrenberg lo porterà con sé
nel posto in cui sarà assegnato, oppure dovrà rimanere da solo a
Westhofen?
Gli occhi ravvicinati di Fahrenberg – occhi che non incutevano alcuna
paura, che non erano attrezzati per natura a sondare gli abissi, bensì
soltanto tubi e lavandini intasati – lo guardarono con freddezza, addirittura
con odio. Fahrenberg era davvero convinto che quell’idiota fosse il
principale responsabile del disastro. L’idea gli si era affacciata spesso alla
mente nel corso della settimana, e adesso aveva messo radici.
Zillich utilizzò la pausa di silenzio per un affondo, una specie di prova di
fiducia. Signor comandante, richiedo l’autorizzazione per la seguente
riassegnazione, in relazione all’avvicendamento della squadra di
accompagnamento della colonna speciale...
Bunsen udì anche la seconda sfuriata da fuori. Non ci sarà ancora a
lungo l’occasione di assistere a un tale spasso. La commissione incaricata di
indagare su quanto avvenuto durante e dopo l’evasione non ha ancora
comunicato nulla all’esterno. Tra le SS, tuttavia, si dice già che il vecchio non
durerà neanche una settimana.
Seconda pausa di silenzio. Bunsen entrò, sorridendo solo con gli occhi.
Zillich si ritirò. Sembrava un toro cui siano state spuntate le corna.
Fahrenberg, con il tono di chi ritiene che il proprio potere di comando sia
immutabile per ampiezza e durata, disse: «I nuovi arrivati saranno
sottoposti alle misure di punizione introdotte dopo l’evasione per tutti i
detenuti». Le elencò con lo stesso tono, via via più severe. Mi sa che
qualcuno dei più deboli ci resterà secco, pensò Bunsen. Si sta sfogando di
nuovo per bene.
Zillich era andato alla mensa. Stavano distribuendo il caffè. Si mise
seduto distrattamente al suo posto, sul lato corto del tavolo. Da quando
Fahrenberg gli aveva urlato che la responsabilità della colonna speciale non
era più sua, ma passava a Uhlenhaut, gli si era annebbiata la vista. In mensa,
intorno a lui, regnava l’atmosfera gioiosa di una gioventù affamata ed
energica che affondava i denti robusti nei cibi più rudi e più sani: pane
casereccio e marmellata di mele cotogne. Le provviste provengono
abbondanti dai dintorni. A questo si aggiunge il fatto che la loro
disponibilità, quella settimana, è accresciuta dalla diminuzione delle razioni
dei detenuti, come misura punitiva. Grandi caraffe piene di latte e caffè
girano da un tavolo all’altro. La scorta del convoglio è ospite delle SA di
Westhofen. I ragazzi ridono e masticano. «Ce n’era uno davvero strambo»
racconta qualcuno, «non teneva la bocca chiusa, è stato portato subito nel
bunker. Quando l’hanno aperto, si è guardato in giro e ha detto: La bellezza
del posto di lavoro». Zillich guardava fisso davanti a sé, riempiendosi la
bocca di pane.

2.

La nebbia in parte si era spostata, ma qualche brandello era rimasto


impigliato qua e là tra i meli dei Marnet e dei Mangold. Franz superò con la
bicicletta due cunette, ma i saltelli oggi non gli diedero gioia, gli fecero solo
rimbombare la testa appesantita dalla notte insonne. Attraversando un
banco di nebbia, l’aria gli accarezzò lieve e fresca il viso stanco.
Quando arrivò all’altezza della fattoria dei Mangold, il sole cominciò a
squarciare la nebbia. Sugli alberi spogli non c’è più nulla che brilla. Dietro la
fattoria la terra digrada in una solitudine infinita. Ci si dimentica che là
sotto, nella nebbia, ci sono le fabbriche di Höchst, che le più grandi città del
paese sono vicinissime, che frotte di gente in bicicletta ben presto
affolleranno la strada. È la desolazione che ha proliferato sotto il grano. È
l’antica quiete a trecento metri dalle porte delle città. Una volta che anche
Ernst se ne sarà andato con le sue pecore, la terra sarà completamente nuda.
Questa desolazione è ancora indomita, chi potrebbe domarla. Tutti ci
devono passare, tutti ci vogliono passare. Stasera a casa si potrà anche
accendere un fuoco. Franz, che non ha mai potuto soffrire Ernst, stamattina
ne sente la mancanza, come se la vita stessa si fosse spostata in un’altra
regione.
Dando le spalle alla fattoria dei Mangold, la terra, che digrada a onde, nel
nulla di una bruma dorata, è immobile come se fosse disabitata. Si potrebbe
pensare che gli uomini non siano mai arrivati qui. Non è possibile che qui si
siano accampate intere legioni con le loro tende e le loro divinità. Non è
possibile che qui i popoli si siano scontrati. Non è possibile che qui sia
passato un cavaliere solitario per evangelizzare l’ambiente selvaggio, tutto
solo con il suo asinello, il petto cinto dalla corazza della fede. Non è
possibile che i potenti, al comando delle loro schiere, siano passati da qui
per le elezioni e le feste, per le crociate e le guerre. Il nulla dorato là sotto
non può essere stato il luogo dove innumerevoli volte tutto è stato osato,
tutto perduto, tutto osato di nuovo. Dev’essere passata di sicuro un’eternità,
da quando qui è accaduto qualcosa, oppure in realtà non è iniziato mai
niente.
Franz pensa: Se potessi continuare a pedalare così, se questa strada non
arrivasse mai a Höchst. Invece sopra di lui si sente già scampanellare e al
chiosco dell’acqua minerale c’è Anton Greiner. Chissà se arriverà mai il
giorno, pensa Franz, in cui lui passerà di qua senza offrire niente. Sul suo
viso, che finora aveva riflettuto soltanto la quiete e la desolazione
dell’autunno, affiora una minuscola emozione. Poi sparisce, il volto si
rattrista. Il pensiero della sposa di Anton porta con sé quello di Elli.
Un’arietta tiepida soffia dalla finestra del chiosco. La signorina ha acceso
una stufetta. C’è un’altra novità: una piastra con sopra una caffettiera per i
lavoratori dai paesi più lontani. «Come fai a bere subito un altro caffè»
domandò Franz, «se sei appena uscito di casa?» «Vuoi forse farmi i conti in
tasca?» domandò Anton. Ripresero a pedalare con un senso di fastidio,
ritrovandosi in mezzo alla folla. All’improvviso dei colpi di clacson, tutti
schizzarono a destra e a sinistra: stava arrivando la SS motorizzata, con
sopra il cugino di Anton Greiner. «Ieri ha detto cose buffe» disse Anton,
«ha chiesto anche di te». Franz sussultò. «Voleva sapere se sei di
buonumore, se te la ridi sotto i baffi». «Perché dovrei essere di
buonumore?» «È quello che gli ho domandato anch’io. Era un po’ alticcio. E
quando uno è alticcio, si fissa su qualcuno peggio di un ubriaco. Ma ecco
che arriva la sua motocicletta, ha finito il turno. Sono stati chiamati tutti con
le loro moto, ha raccontato, per perlustrare la città. Sono stati chiusi interi
vicoli». «Perché?» «Sempre per via degli evasi». «Con un controllo così
massiccio» disse Franz, «non dev’essere difficile trovare un uomo solo». «È
quello che ho detto a mio cugino, ma lui ha detto che un controllo di queste
dimensioni ha anche un grande difetto». «Quale?» «Gliel’ho chiesto
anch’io. Lui ha detto: un controllo di queste dimensioni è anche difficile da
tenere sotto controllo – a proposito, tra poco si sposa, prova un po’ a
indovinare con chi». «Anton, adesso pretendi davvero troppo da me» disse
Franz, «come faccio a sapere chi sposerà tuo cugino?» Franz nascose la
propria agitazione, chiedendosi se l’SS si fosse davvero informato sul suo
umore. «Sposerà la piccola Marie di Botzenbach». «Ma non è una delle
fidanzate di Ernst?» «Ernst chi?» «Il pecoraio!» Anton Greiner scoppiò a
ridere. «Ma Franz, quello non conta. Nessuno è geloso di Ernst».
Era un’altra delle cose che Franz non capiva, ma non ebbe il tempo di
farsela spiegare. All’ingresso della città di Höchst furono bruscamente
separati e Franz finì in un vicolo chiuso da due grossi automezzi corazzati.
Tutti scesero dalle biciclette e sfilarono lentamente oltre. I volti erano grigi
come l’aria: soltanto sulle superfici metalliche, sui manubri delle biciclette,
sulla bottiglia che spuntava dalla borsa di qualcuno, sulle protuberanze degli
automezzi si rifletteva fioca la luce del mattino. Davanti a Franz c’era una
fila di ragazze con il grembiule grigio e blu; si tenevano a braccetto, scosse
da brividi di freddo, le spalle vicine. Franz le oltrepassò spingendo la
bicicletta e le ragazze bisbigliarono. Una lo aveva chiamato per nome? Si
voltò ancora una volta. Un unico occhio nero lo guardò intensamente.
Conosceva quella ragazza con la bocca piegata in una smorfia cattiva, con
un ciuffo di capelli sul viso sfigurato. L’aveva incrociata un’altra volta
all’inizio della settimana. Lei gli rivolse un cenno beffardo.
Nello spogliatoio si sentiva bisbigliare: Legnetto... Legnetto. «Cos’è
successo a Legnetto?» «È tornato». «Come? Dove? È qui?» «No, no. Forse
rientra lunedì». «Ma come fate a saperlo?»
«Ieri sera ero all’Ancora, e a un certo punto arriva la figlia di Legnetto,
quella zoppa. È tornato, ha detto. Io sono andato subito con lei. Legnetto era
seduto sul letto e la moglie gli faceva degli impacchi. Aveva anche una
benda intorno alla testa. Gesù, Legnetto, ho detto, Heil Hitler! – Sì, Heil
Hitler, ha detto, hai avuto coraggio a venire subito da me. – Che cosa c’è di
coraggioso, ho detto, ma ora raccontami. Che cosa ti hanno fatto,
raccontami. – Lui ha detto: Karl, tu sai tacere? – Ma certo! – Anch’io. Non
ha detto altro».

3.

Elli teneva gli occhi castani sempre fissi sull’uomo che, dopo l’interrogatorio
notturno, durato diverse ore, non era più uno sconosciuto per lei, vale a dire
Overkamp. «Cercate di raccogliere i pensieri, signora Heisler. Mi capite?
Forse la vostra memoria funziona meglio se viene delimitata, invece di
lasciarla saltellare qua e là. Ci sarà molto facile stabilirlo».
I suoi pensieri erano prosciugati dalla luce accecante, non riusciva
nemmeno a capire cosa vedeva. Pensava: i tre denti della fila superiore sono
sicuramente falsi.
Overkamp si piazzò proprio davanti a lei; la luce implacabile della
lampada lo colpì sulla nuca rasata, e finalmente il viso di Elli fu in ombra.
«Mi avete capito, signora Heisler?»
Lei rispose sottovoce: «No».
«Se non vi viene in mente niente nello stato di libertà di cui godete,
grazie solamente al fatto che non avete più rapporti d’amicizia con Heisler,
forse la detenzione, magari l’isolamento al buio, potrebbe avere un effetto
migliore sulla vostra memoria. Ora mi avete capito, signora Heisler?»
Lei disse: «Sì». Con la fronte all’ombra, riusciva a pensare. Che cosa mi
perdo, se mi rinchiude? L’ufficio? Due dozzine di lettere al giorno a
fabbricanti di calze? L’isolamento al buio? Meglio di questa luce che spacca
la testa.
La sua mente, di solito inconsapevole e sognante, valutò per alcuni
secondi con grande intensità e chiarezza tutto ciò che poteva ancora essere
preso in considerazione, compresa la possibilità della morte. La pace eterna
dopo sofferenze e torture temporanee, come un tempo le era stato
insegnato; né il maestro, né la scolaretta dalle trecce castane avrebbero
immaginato che quel vago insegnamento potesse mai avere un’utilità
pratica nella vita di tutti i giorni.
Overkamp si spostò di lato. Elli chiuse di scatto gli occhi di fronte alla
luce bianca che le tolse il respiro. Overkamp la osservò di nuovo con
rinnovata attenzione. Nemmeno un amante avrebbe saputo fare altrettanto.
Quel giorno aveva fatto convocare una dozzina di persone, tra le quali Elli
Heisler, strappandole al primo sonno. Quella giovane donna aveva risposto
a tutte le sue domande sempre ed esclusivamente con un delicato sì oppure
un no. Il suo viso minuto sembrava fondersi nella luce accecante. Overkamp
partì di nuovo all’attacco: «Bene, cara signora Heisler, ripartiamo dal
principio. Nei primi tempi del vostro matrimonio, lo ricorderete, lui era
ancora veramente innamorato di voi, cosa per nulla sorprendente; poi
l’amore si era un po’ logorato, ma facevate subito pace e tutto tornava
tenero e dolce, non è così, signora Heisler? Poi piano piano, molto
lentamente la fiamma aveva smesso di ardere, vostro marito si era
allontanato, ma voi invece non avevate ancora superato la cosa, il vostro
cuore soffriva ancora perché il grande amore era svanito. Ve lo ricordate?»
Elli disse piano: «Sì».
«Sì, ve lo ricordate. Le amiche, ora l’una, ora l’altra, vi lanciavano
frecciatine. E poi per la prima volta una sera lui non tornò, e poi rimase
lontano da casa senza farsi problemi una mezza settimana, e proprio con
quella persona. Ricordate?»
Elli disse: «No».
«No cosa?»
Elli cercò di girare la testa, ma quella luce implacabile aveva il potere di
paralizzare le persone. Disse piano: «Stava via e basta». «E voi non
ricordate con chi?» Lei rispose: «No».
Giunti a questo punto dell’interrogatorio, nella testa di Elli si affollavano
schiere di ricordi spiacevoli, proprio come aveva immaginato Overkamp.
Svolazzavano come falene davanti alla feroce lampada della polizia: la
cassiera grassa, due o tre ragazze nuove, con la F sul camice blu, una vicina
di casa, la tipa smilza e dinoccolata di Niederrad, e poi un’altra, della quale
era stata gelosa fin dal principio e più a lungo, perché non aveva alcun
motivo di esserlo: Liesel Röder. All’epoca non era la grassa Liesel di oggi,
ma una ragazza paffuta, bionda e vivace. Quando arrivava a questo ricordo,
durante l’interrogatorio, Elli pensava subito all’intera famiglia Röder, a
Franz e a tutto ciò che vi era collegato.
Overkamp, dunque, aveva costruito come sempre in maniera
impeccabile l’interrogatorio. Le sue domande avevano raschiato via dalla
memoria di Elli ciò che dovevano raschiare. Solo che era rimasto tutto
dentro di lei, dentro la donna che gli sedeva davanti, tranquilla e immobile.
Overkamp aveva l’impressione che l’interrogatorio si fosse inceppato, come
usavano dire tra loro. Era il punto diabolico degli interrogatori migliori, nel
quale poteva bloccarsi il poliziotto migliore: l’io, invece di schiudersi
definitivamente, di dissolversi sotto i colpi implacabili di migliaia di
domande, all’ultimo istante improvvisamente si ritira e si rafforza di nuovo.
Già, i colpi, invece di distruggerlo, lo consolidano ancora di più. Inoltre, se si
volevano logorare le forze di quella giovane donna, era necessario prima
ripristinarle. Spense la lampada e una fioca luce dal soffitto si diffuse nella
stanza quasi spoglia. Elli tirò un sospiro di sollievo. Sotto la finestra con le
imposte chiuse c’era una sconcertante striscia dorata, la luce del mattino.
«Per il momento potete andare. Tenetevi a disposizione. Avremo
nuovamente bisogno di voi, oggi o domani. Heil Hitler!»
Elli entrò in città barcollando per la stanchezza. Si comprò una treccina
calda nella prima panetteria che incontrò. Non sapendo dove altro andare,
percorse il tragitto consueto fino all’ufficio. La sua speranza di non trovare
ancora nessuno, a parte la donna delle pulizie, e di potersene restare in pace
in un angolino fino alle nove, non si realizzò. Il capoufficio, un fanatico
mattiniero, era già arrivato. «Il mattino... il mattino... lo dico sempre... e voi,
Elli, siete l’oro in bocca. Se non si trattasse di voi, signora Elli, giurerei che
abbiate fatto le ore piccole. Non arrossite, signora Elli. Se sapeste come vi
donano un tocco di fragilità, di sfinimento intorno al naso e le occhiaie
bluastre».
Se avessi qualcuno che mi ama davvero nella vita, pensò Elli. Georg –
ammesso che ancora ci fosse – non mi amerebbe più. E a Heinrich
preferisco non pensare neppure. Franz non va preso nemmeno in
considerazione. Quando avrò finito qui in ufficio, oggi pomeriggio, voglio
andare da mio padre. Se non altro ne sarà felice. È stato sempre buono con
me. Lui sarà sempre buono con me.

4.

Sono stato dimenticato in questo cortile, pensò Georg. Da quanto tempo


sono qui, ore, giorni? Quella strega non mi lascerà mai andare via. Paul non
tornerà più.
La gente usciva in cortile dalle porte delle case per andare in città.
«Allora, cara Marie, stammi bene. Già in piedi? Heil Hitler!» «Che fretta
avete, signor Maier, il lavoro non scappa di certo». «Buongiorno, tesoro
mio». «Bene, Alma, a stasera».
Perché sono tutti così allegri? Di che cosa gioiscono? Perché è arrivato
un nuovo giorno. Perché il sole splende ancora. Sono stati così contenti per
tutto il tempo?
«Allora» disse la signora Grabber quando risuonò una martellata. Era in
piedi dietro di lui già da un paio di minuti.
Georg pensò: Magari Paul mi ha dimenticato, magari dovrò rimanere qui
per sempre, al posto del cognato. Di notte sulla panca in garage, di giorno
qui in cortile, avrò il destino del cognato.
La signora Grabber disse: «Allora, Otto, avevo parlato del salario con
vostro cognato, Paul. Casomai decidessi di tenervi, cosa non ancora sicura,
sono centoventi marchi».
«Allora» ripeté, vedendo l’uomo esitare. «Andate pure avanti, ne parlerò
con Röder, è stato lui a presentarvi». Georg non rispose. Il suono del suo
martello, sonoro e duro com’era, gli sembrava dovesse riecheggiare per
tutta la strada. Pensò: Paul verrà prima di domenica? E se non venisse
nemmeno allora? Quanto tempo dovrò aspettarlo? Forse dovrei andarmene
subito, di mia iniziativa. Non voglio che la mia mente giri sempre intorno
agli stessi pensieri, non voglio dover continuare a pensare. Mi fido di Paul?
Sì. Allora devo aspettarlo.
La signora Grabber era rimasta in piedi alle sue spalle. Lui si era
completamente dimenticato della sua presenza. All’improvviso gli chiese:
«Com’è successo che vi hanno tolto la patente?» «È una lunga storia,
signora Grabber, gliela racconterò stasera. Ammesso che ci mettiamo
d’accordo e io stasera lavori ancora qui da voi».

5.

Paul intanto, al lavoro, la bocca serrata, le gambe larghe quando il fondello


scivolava al suo posto, su una sola gamba come una gru quando sollevava la
leva, stava rimuginando su chi fosse la persona giusta in grado di aiutarlo.
Nel reparto c’erano sedici uomini a parte il caposquadra, che era fuori
discussione. Le loro schiene nude e sudate, dritte e curve, vecchie e giovani,
mostravano tutte le cicatrici che un uomo può ricevere, alcune alla nascita,
alcune in una rissa, alcune nelle Fiandre o nei Carpazi, alcune a Westhofen
o a Dachau, alcune sul luogo di lavoro. Paul aveva visto migliaia di volte la
cicatrice di Heidrich sotto la scapola – un miracolo che fosse rimasto in vita
dopo che gli avevano sparato alle spalle, la vita di un saldatore alla Pokorny.
Paul ricordava ancora come Heidrich fosse comparso a Eschersheim,
fresco di ospedale da campo, nel novembre del ’18: occhi incavati, due
grucce, pronto a cambiare il paese. Lui, Paul, all’epoca era stato assunto
come apprendista. Ciò che più lo aveva affascinato di Heidrich era quella
grande cicatrice di proiettile. Heidrich aveva ben presto abbandonato le
grucce. Voleva trasferirsi, a volte nella Ruhr, a volte nella Germania
centrale. Voleva andare ovunque ci fosse da lottare, tanto era già stato
colpito. Ma i Noske, i Watter e i Lettow-Vorbeck gli avevano distrutto a
fucilate le rivolte, prima di quanto lui avesse impiegato per arrivare lì da
Eschersheim. Nessuno sparo avrebbe fatto sanguinare così tanto Heidrich
come i successivi anni di pace: disoccupazione, fame, famiglia, distruzione di
tutti i diritti, divisioni di classe, uno spreco di tempo prezioso per decidere
chi fosse nel giusto, invece di fare immediatamente la cosa giusta; e per
finire, nel gennaio del ’33, il colpo più tremendo. La sacra fiamma della fede,
la fede stessa si era consumata. Paul si sorprese di non aver notato nessun
cambiamento in lui. L’uomo che quella mattina era davanti a Paul, di sicuro
non voleva perdere neppure un capello sulla testa, ma finalmente
conservare per sempre il suo lavoro. Senza curarsi per chi lo svolgesse o da
chi provenisse.
Forse Emmrich, pensò Paul. Era il più anziano del reparto. Folte
sopracciglia bianche sopra gli occhi severi e un ciuffo bianco sulla testa. Un
tempo era estremamente organizzato: appendeva la bandiera rossa del 1°
maggio fuori dalla finestra già la sera del 30 aprile, in modo che sventolasse
alle prime luci dell’alba. Paul se ne ricordò all’improvviso. Certe cose un
tempo gli erano indifferenti, cose come i capricci o le caratteristiche delle
persone. Emmrich non era finito in un campo di concentramento perché
apparteneva alla schiera di lavoratori specializzati indispensabili, ed era
piuttosto anziano. Anche lui avrà i denti consumati, incapaci di mordere.
Ma poi gli venne in mente che Emmrich si era seduto due volte nell’osteria
di Erdenbeck insieme al giovane Knauer e ai suoi amici, mentre qui non si
rivolgevano mai la parola; già, e anche Knauer la sera era uscito spesso dalla
casa di Emmrich. Di colpo Paul comprese i mormorii della gente, come
l’uomo della favola che comprende le voci degli uccelli dopo aver assaggiato
un determinato cibo: già, quei tre stavano insieme, e anche Berger stava con
loro, e forse anche Abst. Emmrich avrà anche arrotolato la bandiera, ma nei
suoi occhi vecchi e severi c’è un’espressione vigile. Lui e i suoi compagni di
sicuro conoscerebbero un nascondiglio per il mio Georg, pensò Paul, ma
non ho il coraggio di chiederglielo. Stanno sempre attaccati insieme, non
lasciano avvicinare nessuno, non mi conoscono, sono diffidenti. Non hanno
forse ragione? Perché dovrebbero fidarsi di me, che cosa rappresento per
loro? Sono solo il piccolo Paul.
Tutte le volte che qualcuno gli chiedeva qualcosa aveva sempre risposto:
Lasciatemi fuori, a me importa solo che la mia Liesel mi abbia cucinato la
zuppa, anche se è annacquata.
E adesso? E domani? La voce incalzante e arrochita, più corposa e
duratura dell’ospite stesso che, grigio in volto, la mano fasciata, era sdraiato
sul divano della cucina: Già, Paul, perché credi che ti lascino la zuppa, il
pane e i pannolini e otto ore anziché dodici e ferie e biglietti per la
crociera... Per bontà? Per amore del prossimo? Te li lasciano per paura. Non
avresti nemmeno questo, se noi non lo avessimo ottenuto. Noi, non loro. In
tanti anni, con il sangue e la prigione, gente come me e te.
Lui aveva replicato: Devi proprio cominciare di nuovo? Georg lo aveva
guardato attentamente, quasi come la sera prima, quando si era allontanato
da lui nel cortile della signora Grabber. Aveva i capelli grigi sulle tempie, il
labbro inferiore screpolato e mordicchiato.
È perduto, se non trovo qualcuno entro oggi. Non posso pensare ad altro.
Ma come faccio a trovare qualcuno? I cattivi mi denunciano, i buoni si
nascondono. Si nascondono fin troppo bene.
Ecco lì, piantato sulle due gambe possenti, quasi come su un piedistallo,
Fritz Woltermann. Un serpente azzurro con un viso da ragazza avvolgeva
delicatamente la grossa schiena tonda. Sulle braccia aveva tatuati altri
serpentelli simili. Un tempo saldatore su una nave da guerra, era un uomo
temerario, amava le azioni temerarie e conosceva altri temerari come lui. A
lui non importava colare a picco, la cosa al contrario lo esaltava.
Paul pensò: Sì, Woltermann! E si sentì contento.
Ma durò solo pochi minuti. Poi ricominciò a dubitare. Di colpo gli
risultava spiacevole affidare la cosa più preziosa che aveva sulla terra a
quelle braccia audaci, coperte di serpenti azzurri. A Woltermann poteva non
interessare colare a picco, ma a lui, Paul, interessava eccome. Woltermann
era fuori discussione.
Ormai era quasi mezzogiorno. Di solito tirava un sospiro di sollievo
quando il sole saliva sopra il tetto di legno. Era il suo orologio: quando la
punta di ottone della capsula balenava, la pausa non era lontana. Pensò:
Devo assolutamente parlare durante la pausa a chi ancora non so.
Forse Werner. Era il più sopportabile di tutti. Quando due litigavano da
qualche parte, lui interveniva subito per mettere pace. Quando qualcuno
non riusciva a fare qualcosa, lui gli dava una mano. E ieri, aveva fasciato il
braccio a lui, Paul, come una madre.
Forse era proprio lui quello giusto! Un mezzo santo! E sempre tranquillo.
Sì, lui, pensò Paul subito dopo. La punta di metallo brillò al sole di
mezzogiorno. Fiedler chiamò piano: Ehi, Paul! Stavolta Paul non aveva
sollevato la leva in tempo.
No, pensò Paul. Qualcosa fece suonare l’allarme nella sua mente così
poco intuitiva e acuta. Quel Werner si crederà fin troppo importante.
Troverà qualche parolone, se mi rivolgerò a lui. Accamperà qualche
sacrosanto pretesto. Preferirà attaccare altri cento cerotti, appianare altre
cento liti, consolare altri cento crucci.
Per la seconda volta Fiedler lo avvertì sottovoce: Paul!
Ah, Fiedler, nemmeno lui andava bene. Proprio la settimana prima aveva
dichiarato apertamente – quando Brand lo aveva provocato dicendo: Tu,
Fiedler, prima non mancavi a nessuno sciopero, a nessuna dimostrazione –,
che i tempi cambiano e noi cambiamo con loro.
Gettò uno sguardo a Fiedler con la coda dell’occhio, senza girare la testa.
Anche ieri Paul all’improvviso mi ha guardato in maniera singolare, pensò
Fiedler. Che qualcosa lo tormenti? Fiedler era sulla quarantina, aveva un
aspetto solido e forte. Andava sempre a remare e a nuotare. Aveva una
faccia larga e tranquilla; anche i suoi occhi erano tranquilli.
Nella sua risposta a Brand, pensò Paul, non c’è proprio niente che parli
contro di lui. Una risposta simile all’aria. Prendine una manciata, che cosa
ottieni? Negli ultimi anni Fiedler era rimasto in silenzio con tutti e con tutto,
in maniera tranquilla, quasi cortese. Sì, era stato gentile e educato nei
confronti di chiunque. Era stato, pensò Paul: come se Fiedler fosse appena
arrivato al limite della sua vita attuale e fosse fermo sulla soglia ad aspettare
di essere accolto e lui, Paul, fosse il portinaio. Sì, si era comportato bene.
C’era quella storia con il montacarichi al cantiere. Era finita davanti al
tribunale del lavoro, una faccenda incresciosa. All’epoca due del loro
reparto erano stati richiesti là, il montacarichi era stato appena installato,
loro erano stati tra i primi a muoversi su e giù, una fune si era staccata,
probabilmente per colpa di Schwertfeger, e i quattro che erano a bordo ne
avevano ricavato gravi fratture, lo stesso Fiedler si era rotto la clavicola.
Avrebbero potuto chiedere un ingente risarcimento in tribunale, avrebbero
potuto denunciare Schwertfeger, che in fondo era il responsabile. Fiedler
aveva convinto gli altri tre a liquidare la cosa come una bagatella, compresa
la sua frattura della clavicola, e a non denunciare Schwertfeger. Un vero
capolavoro, a pensarci bene, dato che dietro ognuno di loro c’erano una
moglie e dei figli a protestare per la mancanza del lavoro e la perdita del
risarcimento.
Può bastare per fidarsi di Fiedler? si domandò Paul. Forse Brand avrebbe
fatto lo stesso per un senso di appartenenza, o come lo chiamavano adesso i
nazisti. Magari però avrebbe dichiarato: bisogna accollarsi le proprie
responsabilità, la negligenza non fa parte del senso di appartenenza,
Schwertfeger deve pagare.
Durante le assemblee di lavoro, Fiedler poneva sempre piccole domande
tranquille. Si era sempre accertato che tutto ciò che spettava loro gli fosse
riconosciuto. Anche in questo era in completa sintonia con Brand.
La punta d’ottone della capsula brillò. Tra poco sarà mezzogiorno. Tra
poco suonerà la sirena della pausa.
Gli venne in mente una cosa che non era stata né un gesto né una
dichiarazione, tanto fugace che non ci aveva più pensato. In primavera,
quando si era deciso di ascoltare insieme il discorso del Führer alla fine del
turno, nella sala grande, uno aveva detto: Mio Dio, devo andare a prendere
il treno. Un altro aveva detto: Ma sì, vai pure, tanto non se ne accorge
nessuno. E un terzo: Questa volta non è obbligatorio. Lui, Paul, in
quell’occasione aveva detto: se non è un obbligo, me ne torno da Liesel –
quello che dice lui, lo si sa già in anticipo. E d’un tratto molti se n’erano
andati, ovvero avrebbero voluto andarsene, perché tutti i cancelli erano
chiusi. Qualcuno allora si era ricordato che nell’appartamento del portinaio
c’era una porticina. Era una porticina da bambole e loro erano più di
milleduecento e, come sempre accade, di colpo volevano passare tutti da
quella porticina, persino lui, Paul. Siete pazzi, ragazzi, aveva detto il
portinaio. Nella confusione uno aveva detto: è come la cruna dell’ago dove è
più facile che passi un cammello... Paul si era girato: gli occhi tranquilli di
Fiedler luccicavano di trionfo nel viso serio e composto.
Il raggio di sole si spense sulla punta della capsula. Il sole adesso brillava
sul pezzo di muro tra le finestre. La sirena della pausa suonò.
«Devo parlarti un attimo». Lo aveva raggiunto in cortile. Fiedler pensò:
Ha davvero qualcosa che lo turba. Che cosa può essere?
Paul era titubante. Fiedler rimase sorpreso, perché da vicino Röder era
diverso da come se l’era immaginato; in particolare gli occhi erano diversi,
per nulla furbi e infantili, bensì freddi e severi. «Ho bisogno di un
consiglio» esordì Paul. «Avanti, parla!» disse Fiedler. Paul esitò di nuovo,
ma poi disse, senza interrompersi e con la massima tranquillità e chiarezza:
«Si tratta della gente di Westhofen, sai, Fiedler... si tratta degli evasi. Si
tratta di un...»
La rivelazione fece impallidire Paul come due giorni prima, quando
Georg gli aveva confidato le stesse cose. Anche le labbra di Fiedler erano
diventate esangui. Chiuse addirittura gli occhi. Che frastuono in cortile! In
che confusione erano finiti entrambi!
Fiedler disse: «Perché ti rivolgi proprio a me?» «Non so spiegartelo. Mi
fido».
Fiedler si riscosse. Formulò domande a denti stretti, dure e brusche, e
Röder rispose in maniera altrettanto dura e brusca, dando l’impressione che
stessero litigando. Anche le fronti aggrottate, le facce sbiancate
trasmettevano odio e ostilità. Finché Fiedler diede un colpetto sulla spalla di
Paul e disse: «Fatti trovare tre quarti d’ora dopo la fine del turno al
Finkenhöfchen. Aspettami lì. Devo riflettere. Per il momento non posso
prometterti niente».
La seconda parte del turno fu la più singolare che avessero mai
sperimentato. Paul di tanto in tanto si girava verso Fiedler. Era lui quello
giusto? Doveva esserlo per forza.
Perché ha pensato proprio a me? pensava Fiedler. Ha forse notato
qualcosa in me? Sì, Fiedler. Fiedler, ti sei curato così a lungo e così bene di te
stesso che non si nota più niente, perché a un certo punto ciò che non si
doveva notare non c’era più, si era spento. E così era cessato anche il
pericolo che qualcuno notasse qualcosa.
Ma dev’essere rimasta una traccia, si disse, nonostante la prudenza. Una
traccia involontaria. È rimasta e Röder l’ha percepita.
Avrei potuto dirgli: Röder, non posso aiutarti, sbagli a rivolgerti a me.
Non ho più nessun legame con nessun direttivo, con nessun compagno. Il
legame con la mia stessa gente l’ho perduto da tempo, ma forse non era così
introvabile, forse avrei potuto ristabilirlo. Invece ho lasciato perdere, e l’ho
definitivamente perduto. Ora sono isolato e non posso aiutarti. Avrei dovuto
dire questo a Röder, che ha mostrato fiducia in me?
Com’è successo che all’improvviso sono solo e tagliato fuori? Non ho più
trovato il contatto dopo i numerosi arresti, man mano che i legami si
distruggevano. Oppure non l’ho più cercato in maniera seria, come si cerca
ciò senza il quale non si può né vivere né morire?
Ma non posso essere ridotto così male, non è possibile. Non sono
diventato così ottuso e insensibile, e comunque faccio ancora parte di loro,
perché Paul mi ha scoperto. Ritroverò la mia gente. Ristabilirò il contatto.
Devo aiutarlo in questa cosa, anche senza contatti. Non si può sempre
aspettare, non si può sempre chiedere.
Quando tutto è andato storto, ero solamente stanco. Ci si dice: quando le
cose vanno storte, meglio restare tranquilli per sei, otto anni, tenere la testa
bassa, nel caso peggiore. Ecco allora cosa si ottiene come risposta: Che cosa
vuoi da me, Fiedler, per questa cosa non rischio certo la vita! E
all’improvviso hai risposto così anche tu. All’epoca mi ha dato sui nervi, il
modo in cui è saltato il direttivo. Ma adesso tornerà tutto a posto. Sì,
all’epoca mi sono arreso, quando è saltato il direttivo; e proprio in
quell’epoca è saltato anche Georg Heisler.

6.

«Questo allora è il nostro pranzo d’addio» disse Ernst. «Se il vostro signor
Messer a primavera non avesse venduto ai Prokaski il pezzo di terra dietro
al boschetto, ora non sarei costretto a portare le mie pecore sul pascolo di
qualcun altro». «Be’, non è poi così lontano» disse Eugenie, «posso vederti
dalla finestra della camera da letto». «Quando ci si separa, ci si separa»
disse Ernst, «fatemi ancora un po’ compagnia mentre mangio quest’ultimo
timballo di patate». «E dove lo trovo il tempo?» disse Eugenie. Però si mise
seduta di traverso sul davanzale, con la testa fuori e le gambe in cucina.
«Devo preparare il pane e da mangiare, domani arriveranno i nostri tre
ragazzi, Max ha la sua prima licenza dal sessantaseiesimo, Hansel torna da
scuola e Josef, quel fannullone, tornerà anche lui. Di sicuro vorrà dei soldi».
«Ditemi, Eugenie, il vostro ragazzo viene anche lui qualche volta?» «Quale
ragazzo?» disse Eugenie freddamente. «No, no, non è mai libero la
domenica il mio Robert, studia per diventare albergatore a Wiesbaden».
«Non farebbe per me» disse Ernst. «Lui segue la sua strada» disse Eugenie
con voce tenera. «Ce l’ha nel sangue, saper trattare con gli ospiti». «Non
viene mai da queste parti?» «Robert? E perché? Forse Messer non avrebbe
niente in contrario. Hansel non c’è mai, e Max è bravo, ma Josef... Se si
mettesse a blaterare a ruota libera e io dovessi metterlo a tacere, si finirebbe
per litigare e io non voglio». «Perché dovrebbe blaterare a ruota libera?»
continuò a chiedere Ernst, dato che Eugenie voleva tornare al suo lavoro e
stava raccogliendo i piatti vuoti, il bicchiere e le posate. «Suo padre non era
mica un ebreo». «No, grazie al cielo era solo un francese» disse Eugenie.
Intanto si era alzata. «Allora, arrivederci, Ernst, chiama la tua Nelli, così
posso salutarla. Eccola, addio, Nelli, sei davvero una cagnetta adorabile.
Addio, Ernst!»
Si mise di nuovo a sedere sul davanzale, per guardare il gregge
allontanarsi. Ernst volta le spalle alla casa. Si è legato il fazzoletto al collo,
una gamba protesa in avanti, una mano sul fianco. Con lo sguardo acuto
sotto le palpebre abbassate, come il comandante di un esercito che cambia
formazione alle sue schiere e forse al mondo intero, impartisce brevi ordini
a mezza voce, che fanno schizzare la cagnetta ora qua ora là, finché il
gregge forma una nuvoletta lunga e compatta e si dirige verso l’abetaia.
Com’è vuoto adesso il pascolo! Eugenie si sente stringere il cuore. Certo,
non prova niente per Ernst. Nei tre giorni che è rimasto lì, ha avuto solo del
lavoro in più e sciocche chiacchiere. Ma ora che il bosco li ha inghiottiti
tutti, e forse stanno sbucando già dall’altra parte, il pascolo resterà vuoto
fino al prossimo anno! Così accade con tutto ciò che ci sfila davanti: non
appena è passato, nulla torna come prima, ma rimane vuoto, immobile e
sconsolato.

Quando Hermann attraversò il cortile, dopo la pausa di mezzogiorno, si


imbatté in Lersch, che impartiva brevi ordini con un’espressione che a
Hermann per un attimo non piacque affatto. Alzò lo sguardo. Il piccolo Otto
era appeso tra le ruote di un vagone e manovrava goffamente il saldatore. Il
cortile era sotto il livello della strada. Grazie al meccanismo di sollevamento,
il vagone poteva essere alzato o spostato in modo da trovarsi sopra il cortile.
Il ragazzo dondolava pochissimo, si teneva ben saldo. Spostava lo sguardo
dal cortile, che da lassù doveva apparirgli profondo, al vagone, che
sembrava dovergli cadere addosso. Un giovane operaio, che controllava il
dispositivo di ancoraggio, gli gridò qualcosa, ma non in tono spiccio e
beffardo, bensì ridendo bonario. Otto doveva essere stato assalito da un
attacco di panico e di goffaggine, come succedeva spesso durante il
tirocinio.
Lersch di solito aveva l’aspetto equilibrato di un operaio specializzato
anziano, quando lo si incontrava nell’officina intento al suo lavoro. Ora però
il timbro della sua voce, il sorriso sarcastico, la luce negli occhi non
corrispondevano alla situazione, il semplice processo di addestramento di
quel giovane. Hermann lo superò, dicendo a se stesso che a lui non
importava ciò che accadeva lì. Tre metri più avanti si fermò, dopo essersi
detto che invece tutto era importante.
Aspettò sulla scaletta di ferro finché il ragazzo fu congedato e si fermò
quasi sull’attenti davanti a Lersch, la faccia pallida rivolta verso l’alto, senza
sbattere gli occhi, la bocca infantile socchiusa. Quando infine Otto lo
raggiunse e salì con lui, Hermann gli disse: «Succede sempre, all’inizio. Non
devi essere così rigido, al contrario, devi rilassarti. Non devi pensare di
essere sospeso in aria. L’imbragatura del vagone e la tua sono state
controllate centinaia di volte. Sono qui da dieci anni e non è mai accaduto
nessun incidente. Devi dirti questo, quando ti senti in preda al panico. Ma
non c’è nessuno che all’inizio non provi certe cose. È successo anche a me!»
Gli posò la mano sulla spalla. Il ragazzo scostò impercettibilmente le spalle e
la mano di Hermann scivolò via. Guardò il vecchio con freddezza.
Chiaramente pensava: È una faccenda tra Lersch e me, tu non capisci
proprio niente.
Proseguendo, Hermann sentì il giovane apprendista ridere. Lersch
impartì uno dei suoi brevi ordini verso l’alto, come se non si trovasse nel
cortile di una fabbrica, bensì di una caserma. Hermann si guardò
brevemente intorno, vide il ragazzo impallidire per la paura di fallire, per
una faccenda fin troppo insignificante per dare ordini o nutrire ambizioni.
Che ne sarà di lui? pensò Hermann. Il ragazzo scambia la bontà per
loquacità e la solidarietà per stupidaggini antiquate. Un secondo Lersch,
forse, anche peggio, dato l’insegnamento ricevuto.
Hermann attraversò due cortili a livello della strada. Entrò nel fragore
assordante dell’officina, tra i lampi ininterrotti, bianchi e gialli, dei saldatori.
Qua e là ricevette un sorriso, simile a una smorfia nei volti sporchi di nero.
Sguardi di sbieco, dove il bianco degli occhi sembrava spiccare minaccioso
come negli occhi dei neri; qualche saluto, incomprensibile in quel fragore.
Non sono solo, si disse Hermann. Certi pensieri sciocchi, come quelli che ho
appena formulato sul ragazzo, sono vere e proprie stupidaggini. È un
ragazzo come tanti. Voglio prendermi una paternità spirituale su di lui, una
specie di paternità segreta. Strapperò questo giovane a Lersch. Ci riuscirò,
vedremo chi è più forte. Già, ma per fare questo ci voleva del tempo, e forse
questo tempo non gli verrà concesso. Da questo ingrato compito che si era
improvvisamente accollato, così all’improvviso che gli sembrava quasi
essergli stato imposto, i suoi pensieri tornarono alla questione più
pressante, che poteva ancora finire male. Ieri l’architetto Sauer lo aveva
incontrato subito dopo il turno, in un posto riservato alle emergenze più
estreme. Sauer era tormentato dal dubbio di aver sbagliato a liquidare tanto
in fretta il suo visitatore, la cui descrizione – basso, occhi azzurri, lentiggini
– somigliava in tutto per tutto a quella che Franz Marnet gli aveva fatto di
Röder.
Se questo Röder lavorava ancora alla Pokorny, là c’era un brav’uomo che
poteva dargli ascolto, solido e taciturno, scampato alle persecuzioni perché
negli ultimi due anni aveva mantenuto una certa distanza da Hitler, ed era
considerato con ostilità dagli antichi compagni. Il lunedì avrebbe potuto
avvicinare Röder. Hermann conosceva l’uomo di ieri e quello di oggi: gli si
potevano affidare i soldi e i documenti per Heisler, ammesso che fosse
davvero ancora vivo. Mentre si immergeva completamente nel fragore e nel
calore di una mattinata qualunque, Hermann si domandava se fosse giusto
investire tante energie per un singolo individuo. L’uomo che poteva
ascoltare Röder era quasi l’unico appiglio rimasto alla Pokorny. Era lecito
mettere a repentaglio una persona per un’altra? In quali circostanze era
lecito? Soppesò la cosa più volte: sì, era lecito. Non solo era lecito, ma
necessario.

7.

Alle quattro del pomeriggio, Zillich terminò il suo servizio. Anche in


circostanze normali non sapeva mai bene come utilizzare il tempo libero.
Non gli interessavano le gite dei camerati nelle città circostanti, non gli
interessavano i loro divertimenti. A tale riguardo era rimasto un contadino.
Davanti all’ingresso del campo c’era un automezzo sgangherato, carico
di SA che avevano deciso di fare una gita sul Reno. Invitarono Zillich a salire
con loro. Sarebbero rimasti di sicuro stupiti se avesse accettato,
probabilmente addirittura turbati. Dagli sguardi con cui lo seguirono,
dall’interruzione delle loro risate da licenza, si capiva che anche tra lui e
loro c’era una certa distanza.
Zillich si incamminò sul sentiero per Liebach calpestando la terra dura e
asciutta, che non poteva scalfire lo splendore degli stivali appena lucidati.
Attraversò il viottolo che univa la strada provinciale al Reno. Davanti alla
fabbrica d’aceto anche oggi c’era una sentinella, l’avamposto di Westhofen.
L’uomo lo salutò, e Zillich ricambiò il saluto. Proseguì per un paio di metri
dietro la fabbrica, guardò lo scolo attraverso il quale probabilmente era
passato Heisler. Guardò il punto dove aveva vomitato, secondo quanto
dichiarato da Berretto di Cannella. La Gestapo aveva ricostruito con
notevole precisione la sua fuga fino alla scuola Darré. Zillich l’aveva
ripercorsa già un paio di volte. Dalla fabbrica di aceto stavano uscendo due
dozzine di persone, il piccolo drappello di lavoratori stagionali del
circondario. Erano stati interrogati tutti con scrupolo. Si fermarono dietro
Zillich e guardarono per la centesima volta il canale di scolo, ripetendo per
la centesima volta: «Incredibile!» e: «Ci vuole del coraggio!» e: «Non lo
hanno ancora preso!» e: «Ma sì, sì, tutti!» Un ragazzino con la faccia
infantile, sopra gli abiti da lavoro troppo grandi del padre, domandò
apertamente a Zillich: «Lo avete preso finalmente?» Zillich alzò la testa e si
guardò intorno. Tutti si dispersero in fretta, muti e pallidi. Chi aveva ancora
un’espressione di gioia maligna sul viso la ritirò dentro di sé, come una
bandiera proibita. Al ragazzino dissero: «Ma non lo sai chi era quello? Era
Zillich!»
Zillich proseguì sulla strada di campagna sotto il freddo sole
pomeridiano. Quella terra era identica a quella di casa sua, dato che da lì
non si vedeva il fiume. Zillich era praticamente un compaesano di Aldinger,
cresciuto in uno dei villaggi più isolati dietro Wertheim.
Qua e là si scorgevano i fazzoletti bianchi e azzurri delle donne chine sui
campi. In che mese siamo, che cosa si raccoglie? Patate, rape? Nell’ultima
lettera la moglie gli aveva chiesto se era ancora intenzionato a non tornare a
casa per disdire il contratto di affitto. Si poteva investire il denaro
risparmiato, dal momento che in quanto famiglia di un vecchio combattente,
e con tanti figli, si godeva di numerose facilitazioni; e finalmente sarebbe
stato possibile risistemare un po’ la fattoria, perché i due figli maggiori
erano forti come il padre; ma non era un rimpiazzo perché, se fosse tornato,
si sarebbe potuto coltivare per metà il pezzo di terra da dare in affitto, e
l’altra metà lasciarla a pascolo per le vacche che avrebbero comprato.
Zillich appoggiò lo stivale di pelle nel punto in cui Georg aveva raccolto
il nastro della bambina. Dopo un paio di minuti arrivò alla biforcazione dove
la nonna, “Cassettina”, aveva girato. Non salì fino alla scuola Darré, ma
proseguì direttamente verso Buchenau. Aveva sete. Non beveva
abitualmente, solo quando gli veniva la voglia.
Mentre procedeva per la campagna silenziosa sotto il cielo grigio-
azzurro – il lampo di un vomere che luccicava qua e là, il volto di una
contadina quasi sul ciglio della strada, che si alzava al suo passaggio, una
mano ad asciugarsi il sudore dagli occhi per guardarlo –, si sentiva
rimescolare fin nell’intimo al pensiero di dover tornare per sempre a casa.
Se Fahrenberg lo avesse abbandonato, o se lo stesso Fahrenberg fosse stato
abbandonato con tanta crudeltà da non essere più in grado di tenere con sé
nessuno, dove sarebbe potuto andare lui? Un ricordo in particolare lo
tormentava. Il suo ritorno dopo la guerra, nel novembre del ’18, alla fattoria
diroccata: mosche e muffa, tante licenze, tanti bambini, oltre ai due che
c’erano già prima, e la moglie secca e dura come il pane vecchio. Lei gli
aveva chiesto timidamente, con gli occhi dolci, se non avrebbe inchiodato
delle protezioni alle finestre, per prima cosa nella stalla, perché il vento ci
soffiava dentro. E aveva tirato fuori degli attrezzi arrugginiti. Allora gli era
venuto da pensare che quella non fosse una licenza, dove si andava a casa
per inchiodare qualche asse in nome di Dio per poi tornare là dove non
c’erano protezioni né chiodi, ma che d’ora in poi doveva stare per sempre a
casa, senza rimedio, per un fato ineluttabile. La sera stessa era andato
all’osteria, sul serio; era un’osteria simile a quella che vedeva brillare oltre i
campi all’ingresso di Buchenau, di mattoni rossi e con l’edera. Ma quella
carogna dell’oste all’epoca gli aveva servito del vino scadente. Lui dapprima
ci aveva rimuginato su, poi era sbottato a dire: «Ehi, sono tornato a casa, in
questo locale del cavolo, ehi, sono tornato! Ci hanno rovinato la guerra, la
nostra guerra pulita e perbene, ce l’hanno rovinata. E adesso devo tornare a
governare le vacche. Sì, a loro sta bene così. Adesso Zillich deve grattare via
la muffa con le unghie. Ecco, guardatemi le mani, guardatemi i pollici.
Aveva una gola, ve lo dico io, così delicata, tenera come quella di un
usignolo. Zillich, ha detto il tenente von Kuttwitz, senza di te ora sarei un
angelo. Voleva strappargli la croce di ferro dal petto, al tenente von
Kuttwitz, quella masnada alla stazione di Aquisgrana. E il mio tenente
Fahrenberg, mentre lo portavano via per una ferita di striscio e il tenente
Kuttwitz lo ha sostituito, mi ha dato la mano dalla barella...»
«È proprio strano» aveva detto un tizio all’osteria, pure lui con un
vestito grigio da militare, ma senza le mostrine, «che abbiamo perduto
questa guerra dato che c’eri anche tu, Zillich». Zillich si era gettato su di lui
e lo aveva quasi strangolato. All’epoca avrebbero subito chiamato la polizia,
se non fosse stato per sua moglie. Anche negli anni successivi in paese lo
sopportavano solo grazie alle suppliche della donna. Siccome ai loro occhi
quella Zillich si ammazzava di lavoro, i primi tempi si presentavano per
offrirgli questo e quello, una volta l’utilizzo gratuito della trebbiatrice,
un’altra un attrezzo agricolo. Ma Zillich replicava: Meglio marcire che
accettare qualcosa da simile gentaglia. La moglie diceva: Perché gentaglia?
Zillich rispondeva: Non vedevano l’ora di tornarsene a casa a cavar patate.
Nonostante i crucci e le sofferenze, nella paura della moglie di Zillich si
mescolava anche un pizzico di meraviglia. Ma la fattoria cadeva a pezzi, e la
crisi colpì colpevoli e innocenti. Zillich imprecava insieme a quelli dai quali
non aveva voluto accettare aiuto. Dovette lasciare la fattoria, per trasferirsi
nella minuscola proprietà dei suoceri. Era stato l’anno più terribile, lì
ammassati tutti insieme. Come tremavano i bambini, quando lui tornava a
casa la sera! Una volta era al mercato di Wertheim quando si sentì chiamare
all’improvviso: Zillich! Era un camerata del fronte, che gli disse: «Vieni,
vieni con noi, Zillich. È la cosa giusta per te, sei un camerata, hai la natura
di un combattente, hai il senso dello Stato, sei contro la marmaglia, sei
contro il sistema, sei contro gli ebrei». «Sì, sì, sì» aveva risposto Zillich.
«Sono contro». Da quel giorno aveva potuto infischiarsene di tutto. Era
finita la pace untuosa, per Zillich era finita.
Tutte le sere, sotto gli occhi stupefatti del villaggio, veniva prelevato da
una motocicletta, a volte persino da una Hanomag. Se solo, una sera, nel
luogo di ritrovo delle SA non fosse arrivata la banda della fabbrica di
mattoni! Uno sguardo aveva provocato una parola e una parola una
coltellata.
Dietro le sbarre di sicuro non era stato peggio che a casa, in quel buco
soffocante; anzi lì c’era più pulizia e più divertimento. La moglie si
vergognava molto e si lamentava di quella vergogna, ma dovette asciugarsi
gli occhi e guardare in silenzio il drappello di SA che marciò per il paese per
festeggiare il suo ritorno. Discorso! Alla salute! Da bere per tutti! Come
c’erano rimasti, l’oste e i vicini!
Due mesi più tardi, durante il grande corteo delle SA, sulla tribuna
riconobbe Fahrenberg, il suo vecchio tenente. La sera gli chiese di essere
ricevuto. «Mi riconoscete, signor tenente?» «Accidenti, Zillich! E portiamo
entrambi la stessa camicia!»
E adesso io, proprio io dovrei tornare a governare le vacche, pensò
Zillich. Gli bastò la vista di quella strada di paese, così simile alla sua, per
sentirsi invadere da una cupa angoscia. Anche a casa mia la maniglia
dell’osteria è così allentata.
«Heil Hitler!» esclamò l’oste a voce esageratamente alta. Poi tornò al
tono consueto e disse: «In giardino c’è un posticino al sole, se il signore
vuole sedersi all’aperto».
Zillich gettò un’occhiata fugace alla porta aperta sul giardino. Una luce
autunnale filtrava tra i castagni sui tavoli vuoti, già apparecchiati per la
domenica con tovaglie a quadretti rossi. Zillich si girò. Persino quella vista
gli ricordava le domeniche abituali, la vita di un tempo, la pace infame.
Rimase in piedi al bancone. Ordinò un bicchiere di mosto e le poche altre
persone al bancone, entrate come lui per provare il vino nuovo di
quell’anno, si allontanarono impercettibilmente, guardando Zillich con la
fronte aggrottata. Zillich non notò il silenzio intorno a lui. Nel giro di poco
arrivò al terzo bicchiere. Il sangue gli pulsava già nelle orecchie, ma anche
stavolta la speranza di trovare un sollievo lo deluse. Al contrario, l’angoscia
sorda che lo aveva colpito già prima, crebbe ulteriormente dentro di lui.
Avrebbe voluto urlare. Conosceva quell’angoscia fin da piccolo, lo aveva già
spinto a fare le cose più tremende, in apparenza le più audaci. Era la più
comune angoscia umana, ma nella sua veste più animalesca. Fin da piccolo,
la sua intelligenza innata, le sue formidabili energie erano state costrette,
erano rimaste senza guida, senza sfogo, senza utilizzo.
Nella guerra aveva trovato il modo di liberarle. Non si inferociva alla
vista del sangue, come si dice accada agli assassini. Questo sarebbe stato un
tipo di esaltazione curabile, magari attraverso altre ebbrezze. La vista del
sangue lo placava. Diventava calmo, come se fosse il suo sangue a scorrere
fuori dalle ferite mortali, come se facesse un salasso. Guardava, si calmava e
se ne andava, per poi dormire tranquillo.
A un tavolo dell’osteria erano seduti alcuni appartenenti alla Gioventù
Hitleriana; tra loro c’erano Fritz e il suo capo, Albert, quello stesso Albert al
quale Fritz aveva ubbidito ciecamente in tutto e per tutto fino alla settimana
prima. L’oste era suo zio. I ragazzi bevevano mosto dolce; avevano davanti
un piatto di noci, che rompevano a vicenda e buttavano nel mosto affinché
si impregnassero e, una volta svuotato il bicchiere, avessero un sapore
dolce. Stavano organizzando una gita domenicale. Quell’Albert, un giovane
svelto dalla pelle abbronzata e gli occhi furbi, tendeva già a creare
impercettibilmente, con il suo modo di parlare, una distanza tra sé e i
coetanei. Dall’arrivo di Zillich, Fritz non aveva più preso parte alla
discussione né alla rottura delle noci, lo sguardo fisso sulla sua schiena.
Anche lui lo conosceva di vista. Anche lui aveva sentito mormorare questo e
quello, senza darci troppo peso.
Quella mattina Fritz era stato convocato a Westhofen, dov’era arrivato
con il cuore che gli batteva forte, dopo una notte insonne. Lo aspettava una
sorpresa. Poteva tornarsene tranquillamente a casa, gli era stato detto, i
commissari erano partiti, ogni ulteriore convocazione era stata annullata.
Fritz era entrato a scuola enormemente sollevato: ora gli mancava soltanto
la giacca, ma la considerava un giusto prezzo da pagare. Come si era gettato
nel lavoro, nel servizio, nell’amicizia quella mattina! Evitò con cura il
giardiniere Gültscher. Come gli era venuto in mente di mettersi a
chiacchierare con quel vecchio che aveva sempre la pipa in bocca? Per tutto
il giorno Fritz era stato quello della settimana precedente. Chissà perché si
era preoccupato tanto! Che cosa aveva mai fatto! Qualche parola borbottata
a caso! Un flebile no! Non c’erano state conseguenze. E ciò che non ha
conseguenze, non è forse come se non fosse mai successo? Fino a cinque
minuti prima era stato il più vivace tra i ragazzi seduti a quel tavolo.
«Cos’hai da fissare così nel vuoto, Fritz?» Ebbe un sussulto.
Chi è quello Zillich? Cosa ha a che fare con me? Cosa posso avere in
comune con uno come Zillich? Che cosa c’entra lui con noi? Sarà vero
quello che si racconta di lui?
Forse era davvero la giacca sbagliata. Come ci sono persone che si
somigliano al punto da poter essere scambiate l’una per l’altra, non poteva
succedere lo stesso con le giacche? Forse tutti gli evasi sono stati catturati,
anche il mio. Forse non aveva riconosciuto la giacca come la propria. Questo
Zillich appartiene a noi come Albert, sarà vero tutto quello che si racconta
di lui? A cosa ci serve? Perché è stato preso anche il mio? Perché è fuggito?
Perché è stato arrestato?
Fissava i perché sulla possente schiena bruna di Zillich, giunto al quinto
bicchiere.
All’improvviso una motocicletta passò davanti all’osteria. Un SS gridò
dentro il locale, senza staccare la gamba sinistra dalla sella: «Ehi, Zillich!»
Zillich si voltò lentamente. Aveva la faccia di chi è rimasto incastrato tra il
suo stato normale e l’ebbrezza, e non sa decidersi ad andare né di qua né di
là. Fritz seguì attentamente l’azione, senza sapere il motivo della propria
tensione. Gli amici avevano gettato solo una breve occhiata e, siccome non
c’era niente da vedere, si erano rimessi a discutere. «Salta su» disse l’SS. «Ti
cercano dappertutto. Lo sapevo che ti avrei trovato qui».
Zillich uscì dall’osteria con passo pesante, ma saldo e dritto. L’angoscia
era scomparsa; per lui era una consolazione essere cercato e richiesto. Salì
in sella e ripartirono.
Il tutto era durato meno di tre minuti. Fritz si era messo a sedere di
traverso per seguire la partenza. Il viso di Zillich lo aveva spaventato, e
anche l’occhiata che i due uomini si erano scambiati. Sentì freddo. Nel suo
giovane cuore si agitò qualcosa, un avvertimento e un dubbio, qualcosa che
qualcuno sostiene essere innato nell’uomo, e altri ritengono invece formarsi
a poco a poco. Altri ancora ritengono che non esista affatto. Comunque si
agitò dentro il ragazzo, e continuò a fremere finché il rumore della
motocicletta rimase nell’aria.

«Perché avete bisogno di me?» «Per via di Wallau. Bunsen lo ha interrogato


un’altra volta».
Raggiunsero la baracca dove all’inizio della settimana si erano sistemati
Fischer e Overkamp. Davanti alla porta c’era un gruppetto di SA e SS
piuttosto agitati. Bunsen, che evidentemente aveva preso il posto di
Overkamp, dopo ogni fase dell’interrogatorio chiamava per nome qualcuno.
Quando apriva la porta, tutti si tendevano, in attesa della chiamata.
Quando era stato condotto alla baracca, in Wallau si era accesa la debole
speranza che Overkamp non fosse partito, che l’inutile interrogatorio
ricominciasse daccapo. Ma nella baracca c’era solo Bunsen, oltre a
quell’Uhlenhaut che sarebbe diventato il successore di Zillich a capo della
colonna speciale. E sul viso di Bunsen era scritto che la sua fine era giunta.
Tutte le sensazioni di Wallau ora si concentrarono in una sola: la sete.
Che sete terribile! Non sarebbe mai riuscito a soddisfarla. Tutto il sudore è
sgorgato fuori da lui, che si sta prosciugando. Che fuoco! Il fumo filtra da
ogni fessura, tutto evapora, come se dovesse sprofondare il mondo intero, e
non soltanto lui, Wallau.
«A Overkamp non hai voluto dire niente, ma tra noi ci capiremo meglio.
Heisler era il tuo amichetto del cuore, ti ha raccontato tutto. Su, come si
chiama la sua donna?»
Allora non lo avevano ancora preso, pensò Wallau, distaccandosi
un’ultima volta da se stesso, dall’ineluttabilità della fine. Bunsen colse il
lampo nel suo sguardo e fece partire un pugno. Wallau andò a sbattere
contro il muro.
Bunsen diceva, a volte piano, a volte forte: «Uhlenhaut! Attento! Allora,
come si chiamava? Il nome! Lo hai già dimenticato? Te lo faremo
ricordare!»
Mentre Zillich era in viaggio verso Westhofen, Wallau era già finito sul
pavimento della baracca. Gli sembrava tuttavia che non fosse la sua testa a
spaccarsi, bensì il mondo, fragile e sottile.
«Il nome! Come si chiama? Su! Elsa? Su! Erna? Su! Martha? Su! Frieda?
Su! Amalia? Su! Leni?»
Leni, Leni, di Niederrad. Perché Georg me l’ha detto? Perché mi viene in
mente adesso? Perché questo “su-su” non prosegue? Ho detto qualcosa? Mi
è scivolato fuori dalla bocca? «Su! Katharina? Su! Alma? Su! Facciamo una
pausa, tiratelo su!»
Bunsen si affacciò alla porta e le scintille nei suoi occhi accesero scintille
simili in tutti quelli lì fuori in attesa. Scorse Zillich, e gli fece cenno di
entrare con la mano.
Wallau era seduto contro la parete, coperto di sangue. Zillich lo guardò
calmo dalla porta. Un po’ di luce sopra la spalla di Zillich, quel minuscolo
angolo azzurro d’autunno, mostrò per l’ultima volta a Wallau che il tessuto
del mondo reggeva e avrebbe retto per tutte le lotte future. Zillich rimase
immobile per un attimo. Nessuno aveva mai ricambiato il suo sguardo con
tanta calma, così alla pari. È la morte, pensò Wallau. Zillich richiuse
lentamente la porta dietro di sé.
Erano le sei del pomeriggio. Nessun altro era presente. Ma già nelle
prime ore del lunedì arrivò un messaggio alle officine Opel di Mannheim,
dove Wallau in passato aveva fatto parte della commissione interna: il
nostro ex consigliere, il deputato Ernst Wallau, è stato ucciso sabato scorso
alle sei a Westhofen. Il giorno del giudizio, questo omicidio avrà il suo peso.

La colonna dei detenuti fu percorsa da un brivido ben visibile, il sabato sera,


quando si accorsero che l’albero di Wallau era vuoto. La pressione plumbea
che gravava sul campo, l’improvviso ritorno di Zillich, i rumori, quel
riunirsi delle SA, tutto questo li aveva già preparati alla verità. I prigionieri
adesso non avrebbero più potuto ubbidire, neppure se fosse stata in gioco la
loro vita. Qualcuno si accasciò nella colonna, l’uno o l’altro si misero nella
fila sbagliata, minuscole imperfezioni che tutte insieme infransero il rigido
ordine. Le minacce incessanti, le punizioni sempre più dure, le incursioni
delle SA, che ora tutte le sere irrompevano nelle baracche dei detenuti, non
riuscivano più a intimidirli, perché tutti si sentivano ormai perduti.
Con la morte di Wallau, anche nelle SS e nelle SA si era rotto qualcosa che
fino a qualche giorno prima aveva impedito loro di arrivare al limite
estremo. Questo limite estremo era stato l’omicidio di Wallau. Ora sarebbe
arrivato tutto ciò che accade d’inimmaginabile, d’inconcepibile una volta
che si supera il limite estremo. Pelzer, Albert e Füllgrabe non furono uccisi
rapidamente come Wallau, con loro si cominciò pian piano. Uhlenhaut, che
ora comandava la colonna speciale, voleva dimostrare di essere un secondo
Zillich, Zillich voleva dimostrare di essere sempre Zillich, Fahrenberg
voleva dimostrare di avere ancora il potere assoluto sul campo.
Ma tra i dirigenti di Westhofen si levavano già altre voci. Costoro
ritenevano che la situazione fosse diventata insostenibile. Fahrenberg
andava sostituito il prima possibile, con lui doveva scomparire la cricca
portata in parte da lui, in parte creatasi intorno a lui. Chi la pensava così
non voleva cancellare l’inferno e ripristinare la giustizia, voleva solo che
anche all’inferno regnasse l’ordine.
In realtà Fahrenberg, per quanto si comportasse come un forsennato,
aveva subito più che ordinato l’omicidio di Wallau e tutto ciò che seguì. Da
tempo i suoi pensieri si erano concentrati su un singolo individuo, e non
potevano più distaccarsi, finché costui non avesse cessato di esistere.
Fahrenberg non dormiva e non mangiava più, come se il ricercato fosse lui.
Ciò che sarebbe successo a Heisler, se fosse stato riportato vivo al campo,
era l’unica cosa che si era già prefigurato in tutti i particolari.

8.

«La giornata è finita, signor Mettenheimer» annunciò il primo tappezziere


Fritz Schulz in tono vivace. In realtà si era preparato da mezz’ora questo
annuncio. Mettenheimer, come previsto, rispose: «Lasciate che questo lo
decida io, Schulz».
«Caro Mettenheimer» disse Schulz trattenendo un sorriso, perché era
molto affezionato al vecchio appollaiato sulla scala con la sua faccia severa, i
suoi baffi tristi, «lo Standartenführer Brand vi conferirà un’onorificenza. Ora
però scendete, è davvero tutto pronto». Mettenheimer disse: «Tutto pronto
non è possibile. Ma è abbastanza pronto da far sì che Brand non si accorga
di ciò che ancora non lo è». «Benissimo, allora». «Il mio lavoro dev’essere
impeccabile, che sia per Brand o per Sondheimer».
Schulz gettò un’occhiata divertita a Mettenheimer, appollaiato sulla scala
come uno scoiattolo su un ramo, consapevole di fare il proprio dovere agli
occhi di un committente severo e invisibile.
Quando Schulz attraversò le stanze vuote, già ridecorate fino alle scale,
tutti gli operai brontolavano e il nazista Stimbert borbottava qualcosa su
abusi di potere, orari di lavoro e possibili rivendicazioni. Con la massima
calma e gli occhi ridenti Schulz disse, accompagnato dai sorrisi compiaciuti
degli altri: «Non volete fare mezz’ora di straordinario nemmeno per il
vostro Standartenführer?» L’espressione di Stimbert cambiò. Tutti i volti si
fecero sorridenti e imbarazzati. Sulla soglia della prima stanza in cima alle
scale c’era Elli, giunta fin lì senza fare rumore. L’apprendista che stava
spazzando, era in piedi dietro di lei e sogghignava. Elli domandò: «Mio
padre è ancora qui?» Schulz gridò: «Signor Mettenheimer, c’è qui vostra
figlia!» Dalla scala Mettenheimer ribatté: «Quale?» Schulz rispose: «Elli!»
Come fa a sapere come mi chiamo? pensò Elli.
Mettenheimer scese dalla scala con l’agilità di un ragazzino. Erano anni
che Elli non andava a prenderlo sul posto di lavoro. L’orgoglio e la gioia lo
ringiovanirono alla vista della figlia preferita, lì in piedi nella grande casa
vuota pronta per essere occupata, una delle tante che in sogno aveva
tappezzato per lei. Notò subito l’espressione crucciata dei suoi occhi, la
stanchezza che rendeva ancora più fragile il suo viso. Le fece fare un giro
per mostrarle ogni cosa.
L’apprendista fu il primo a riscuotersi e schioccò la lingua. Schulz gli
diede una pacca. I compagni dissero: «Che schianto! Guarda un po’ che cosa
è riuscito a mettere al mondo quel vecchio brontolone!»
Schulz si cambiò in fretta e seguì padre e figlia, a debita distanza, mentre
percorrevano la Miquelstraße tenendosi a braccetto. Elli disse: «Ecco com’è
andata ieri notte, e mi verranno a prendere di nuovo, forse già stanotte.
Quando sento dei passi, sussulto. Sono talmente stanca». Mettenheimer
disse: «Sta’ tranquilla, bambina mia, tu non sai niente e questo è tutto.
Pensa soltanto a me. Io non ti abbandonerò. Ora cerca di non pensare a
questa storia per una mezz’ora. Vieni, entriamo a sederci qui. Che gelato ti
andrebbe? Gusti assortiti?»
Elli avrebbe preferito una tazza di caffè caldo, ma non voleva rovinare la
gioia del padre. Lui la portava sempre a mangiare il gelato, fin da quando
era piccola. Il padre disse: «Con un biscotto extra».
Il primo tappezziere Schulz entrò nello stesso locale e si avvicinò al
tavolo. «Verrete al lavoro domattina presto, Mettenheimer?» Il tappezziere
rispose stupito: «Sì». «Bene, allora ci vediamo lì». Schulz aspettò un istante,
per vedere se Mettenheimer lo invitava al tavolo, porse la mano a Elli e la
guardò dritto negli occhi. Elli non avrebbe avuto nulla in contrario se
quell’uomo giovane, di bell’aspetto, con il viso aperto e rispettabile si fosse
unito a loro. Stare sola con il padre era un pochino opprimente.
Mettenheimer invece rivolse un’occhiata torva a Schulz, finché questi non
se ne andò.

9.

«C’è burrasca in casa, signor Röder, e venite qui per stare più tranquillo?»
domandò l’oste del Finkenhöfchen. «Io e la mia Lisbeth non litighiamo mai,
ma stasera non mi farebbe nemmeno entrare, se arrivassi senza i biglietti.
Domani si gioca la finale Westend-Niederrad. Per questo le faccio
guadagnare qualcosa così presto oggi, signor Fink». Paul aspettava già da
due ore Fiedler nell’osteria che portava il nome del proprietario, il vecchio
Fink. Guardò la strada oltre la vetrata. I lampioni erano già accesi! Fiedler
avrebbe dovuto essere lì per le sei. Ma gli aveva ordinato di aspettare
comunque.
Nella vetrina c’erano due bottiglie di sughero intagliate a forma di
nanetti col berretto. Erano già lì quando lui entrava da bambino con il
padre. Che razza di cianfrusaglie s’inventa la gente! pensò Paul, come se lui
non appartenesse più al mondo delle persone che amano le cianfrusaglie.
Pensò: mio padre, lui sì che era un uomo. Il padre di Paul, piccolo come il
figlio, era morto a quarantasei anni per i postumi della malaria, contratta
durante la guerra. «Quello che mi piacerebbe ancora fare nella vita» diceva,
«è andare ad Amerongen, in Olanda, e farla davanti alla porta di Wilhelm».
Adesso sarebbe meglio, pensò Paul, mangiare un piatto di costolette con
i crauti. Ma non posso fare anche questo a Lisbeth, non posso mangiarmi i
suoi soldi della domenica. Ordinò un’altra birra chiara. Qualcuno gli chiese
passando: «Sei ancora qui oppure già qui?» Ecco Fiedler, e non ha trovato
nessuno, si crucciò Paul. Il volto di Fiedler era teso e severo. All’inizio non
sembrò nemmeno notare la presenza di Paul ma, mentre era in piedi al
bancone, avvertì il suo sguardo insistente. Solo quando stava per uscire
batté una mano sulla spalla di Paul, e si mise seduto in bilico sull’angolo di
una sedia. «Alle otto e un quarto, prima dello spettacolo accanto al cinema
Olympia, dove parcheggiano tutti, una piccola Opel blu. Questo è il numero
di targa. Deve salire subito, lo aspettano. Adesso fa’ attenzione, voglio
sapere se tutto fila. Quando mia moglie salirà da voi, che pretesto potrà
fornire alla tua Lisbeth?» Paul si decise a staccare gli occhi da lui. Guardò
dritto davanti a sé, poi disse: «La ricetta dei Dampfnudeln». «Di’ a tua
moglie che mi hai fatto assaggiare un panino dolce. Quando mia moglie
verrà da voi a prendere la ricetta, se con Heisler ha funzionato tutto,
auguraci buon appetito; se invece qualcosa è andato storto, dicci di stare
attenti a non fare indigestione». Paul disse: «Vado subito da Georg. Manda
tua moglie tra un paio d’ore».
Fiedler si alzò immediatamente e se ne andò, dopo aver appoggiato
ancora una volta per un istante la mano sulla spalla di Röder. Paul rimase
ancora un po’ a sedere, immobile. Avvertiva ancora la debole pressione della
mano di Fiedler, quell’impercettibile manifestazione di tacito rispetto, di
fraterna fiducia, il tipo di contatto che arriva più in profondità di qualunque
tenerezza. Solo a quel punto comprese fino in fondo la portata della notizia
che Fiedler gli aveva comunicato. Al tavolo vicino uno si stava arrotolando
una sigaretta. «Danne una anche a me, amico».
Durante la disoccupazione aveva fumato qualunque schifezza per
calmare i morsi della fame; poi aveva dato ascolto a Lisbeth e aveva smesso
di fumare, per risparmiare soldi. Ora la sigaretta, mal arrotolata, gli si
sbriciolò tra le dita.
Balzò in piedi. Era troppo impaziente per aspettare alla fermata e andò in
città a piedi. Strade e persone schizzavano a destra e a sinistra davanti a lui,
che dopotutto stava avendo la sua parte nel corso degli eventi. Aspettò nel
portone buio, finché si calmò. Si schiacciò contro il muro, per far passare
una compagnia di avventori dell’osteria. Dal vicolo proveniva il chiasso del
sabato sera. Anche lui la sera del sabato aveva sempre cercato di svignarsela
dalla sua Liesel all’osteria, dato che già la domenica stavano sempre
insieme. Il cortile era più gremito del giorno prima. Scorse Georg accucciato
per terra, che martellava alla luce del lampione. Era la stessa ora della sera
precedente, quando lo aveva condotto lì. La finestra della stanza nel garage
era illuminata; c’era anche sua zia.
Georg si rannicchiò ancora di più, come faceva sempre quando si
avvicinavano dei passi. Continuava a martellare la lamiera: ciò che aveva
raddrizzato si piegava di nuovo e lui tornava a raddrizzarlo. Percepì che
qualcuno si era fermato alle sue spalle. «Ehi, Georg». Si girò di scatto. Poi
tornò a guardare per terra e diede due leggere martellate con un agile
movimento del polso. Sul viso di Paul aveva visto qualcosa che avrebbe
potuto farlo impazzire. Trascorsero due interminabili secondi. Non riusciva
a comprendere l’espressione di Paul, la sua gioiosa serietà mista a una punta
di furbizia. Paul s’inginocchiò accanto a lui ed esaminò la lamiera. Disse: «È
fatta, Georg. Alle otto e un quarto all’uscita laterale del cinema Olympia,
una piccola Opel blu. Ecco la targa. Sali subito». Georg piegò nuovamente
l’angolo appena raddrizzato. «Chi è?» «Non lo so». «Non so se devo
farlo...» «Devi. Sta’ tranquillo. Conosco l’uomo che ha organizzato tutto».
«Come si chiama?» Paul rispose incerto: «Fiedler». Georg cercò
precipitosamente nella memoria, in un’accozzaglia di volti e di nomi
accumulati nel corso di anni. Ma non affiorò alcun ricordo. Paul ripeté: «È
una persona perbene, ne sono sicuro». Georg disse: «Lo farò». «Adesso
entro» disse Paul, «e chiedo a mia zia che ti lasci venire a riprendere le tue
cose».
Per fortuna la signora Grabber non fece obiezioni. Si accomodò dietro la
scrivania, che occupava quasi per intero la stanza. Il lampadario appeso al
soffitto le illuminava la folta chioma, una criniera d’un bianco splendente.
Sul tavolo c’erano il libro mastro, tabelle, calendari, qualche lettera sotto il
fermacarte di malachite. Una montagna di malachite conteneva un orologio,
un calamaio e la scanalatura per penne e pennini. Era rimasta incantata da
quell’oggetto quand’era andata in sposa all’età di sedici anni. Era la
scrivania più banale del mondo, in un banale ufficio. Lì non c’era niente di
straordinario, a parte lei. Da quel luogo dove era stata confinata, aveva fatto
tutto ciò che andava fatto. L’intero cortile era rimasto a guardare quando il
marito la picchiava. L’intero cortile era rimasto a guardare quando, alla fine,
lei gli aveva restituito le botte. Erano morti entrambi in guerra, marito e
amante. E anche il bambino era finito sottoterra da vent’anni, soffocato
dalla tosse asinina, nel cimitero delle Orsoline a Königstein. Quando era
tornata lì, aveva capito dagli sguardi del cortile che i suoi segreti erano noti
a tutti. I suoi autisti avevano pensato: Ha perso un po’ di fiato anche lei. Lei
aveva battuto i piedi e gridato: «Vi pago forse per stare lì a guardare? Op-
op!» Da quel momento nessuno si era più fermato, prima fra tutti lei.
Forse ora, un pochino, forse stasera. Doveva proibire a quell’uomo di
andare a prendere le sue cose dai Röder? Perché non le aveva portate
direttamente qui Paul? Che vada pure, per Dio, e porti qui le sue cose. Per
quanto riguarda il salario, se ne riparlerà una volta che si sarà installato qui
definitivamente. Lui le piace. Andranno d’accordo. Ha qualcosa di familiare.
Viene dalla stessa regione dove soffia il vento freddo – quello che fa
sembrare tiepida qualsiasi altra arietta. Si potrebbe dire che è un
compaesano. Prima di tutto deve preparare il trasloco. Dormirà nel
tramezzo del garage. Prenderà il letto del defunto Grabber, un utile riciclo.
Paul era tornato da Georg. Disse: «Allora, Georg...» Georg replicò: «Sì,
Paul?» Paul esitava ad andarsene, ma Georg disse: «Va’, va’». Paul allora se
ne andò senza salutare, senza guardarsi indietro. Nei loro cuori sentirono
entrambi, subito e contemporaneamente, il lieve bruciore inestinguibile che
si prova solo quando si ha la consapevolezza che non ci si rivedrà mai più in
questa vita.
Georg si sistemò in modo da tenere d’occhio l’orologio nell’osteria del
cortile. Dopo un po’ la signora Grabber lo raggiunse. «Ora smetti di
lavorare» gli disse, «e va’ a prendere la tua roba».
Georg disse: «Preferisco sistemare tutto, poi passerò la notte dai Röder».
«Ma i figli hanno il morbillo». «Io l’ho già avuto, non preoccupatevi».
Lei rimase in piedi dietro di lui, ma non trovò alcun motivo per
spronarlo. «Vieni» disse all’improvviso, «beviamo insieme al tuo nuovo
posto». Lui si spaventò. Solo nel cortile davanti al garage, immerso nel
lavoro, si sentiva ragionevolmente al sicuro. Temeva che potesse sorgere
qualche contrattempo all’ultimo minuto. Disse: «Dopo l’incidente, mi sono
ripromesso di non bere più». La signora Grabber rise. «Per quanto tempo
vuoi continuare a farlo?» Lui ci pensò seriamente per un istante, quindi
rispose: «Ancora tre minuti».
Nell’osteria furono accolti da un gran chiasso. Il locale era pieno. La
donna era un’ospite abituale. Dopo un breve scambio di esclamazioni, non
furono degnati di ulteriori attenzioni. Rimasero in piedi al bancone.
Lo sguardo di Georg si posò allora su due persone anziane, marito e
moglie. Sedevano entrambi in armonia, stretti tra altri avventori dietro i
boccali di birra, entrambi grassocci, entrambi felici. Mio Dio, ecco lì i
Klapprod, i Klapprod del trasporto nettezza urbana. Di che incarico si
trattava? La moglie era favorevole e il marito contrario, allora si sono
accapigliati, e poi si sono arrabbiati perché noi ci siamo messi a ridere.
Adesso però non dovete girarvi. Cari Klapprod, vi ho rivisto, ma non
voltatevi verso di me. «Alla salute!» disse la Grabber. Brindarono. Ora non
può più tornare indietro, pensò la Grabber. Perfetto. «Bene, adesso va’ dai
Röder». «Grazie, signora Grabber». «Heil Hitler!» «Arrivederci!»

Georg tornò di là a cambiarsi. Ripiegò con ordine il camice preso in prestito


e pensò: Presto ti restituirò il soprabito e tutte le tue cose. Ti cercherò e ti
troverò, ovunque tu sia. La sera assisterò al tuo spettacolo, guarderò le tue
acrobazie. Il doppio, ah, no, solo il singolo salto mortale. Poi ti aspetterò e ci
racconteremo a vicenda come siamo sfuggiti a questa vita. Voglio sapere
tutto di te, non deve rimanere nulla di sconosciuto tra noi. Ah, Füllgrabe
dice che sei morto. Ma chi crede a uno come Füllgrabe?
All’ingresso del cortile esitò un istante, prima di uscire in strada. Aveva
l’impressione di aver lasciato nel cortile qualcosa d’importante, di
indispensabile. Pensò: Non ho lasciato niente. Sono già nel vicolo. Sono già
tre vicoli più avanti. Sono fuori dal cortile. Per qualsiasi altra cosa è troppo
tardi.
Vedeva già il muro senza finestre, tappezzato di manifesti sgargianti,
all’uscita della Schäfergasse, le luci si riflettevano già davanti a lui
sull’asfalto, lettere spezzate, rosse e blu, prive di senso. In una vita
precedente era già stato illuminato una volta, di notte, da simili luci blu e
rosse. Il duomo era gelido, e all’epoca lui era molto più giovane, pieno di
timore infantile. Percorse la Schäfergasse accanto alle macchine
parcheggiate, scorse la Opel blu, controllò la targa. Corrispondeva. Si
augurò che fosse tutto a posto, che Paul non si fosse fatto ingannare. Non ti
trascinerò con me, Paul. È capitato già ad altri di essere ingannati, sarebbe
un peccato che ora andasse tutto storto.
Quando Georg si avvicinò, la portiera fu aperta dall’interno. La macchina
partì subito. Che strano odore c’è qui dentro, così dolce e intenso.
Percorsero qualche vicolo, avvicinandosi alla meta. Georg gettò un’occhiata
all’uomo al volante, che non lo degnò di uno sguardo, come se non fosse
neppure salito. Sedeva muto e rigido. Gli occhiali sul naso lungo e sottile, la
mascella che si contraeva per l’agitazione: chi diavolo gli ricordava?
Viaggiavano verso la Ostbahnhof. Nella luce tremolante Georg capì da dove
veniva l’odore intenso che lo aveva vagamente inquietato: c’era un solitario
garofano bianco, in un vasetto accanto al finestrino. Erano già arrivati in
stazione. Viaggiavano a sessanta all’ora e l’uomo al volante era sempre
silenzioso, come se non si fosse accorto della presenza di un passeggero.
Forse sono davvero fatto d’aria, pensò Georg. Ecco chi mi ricorda, certo,
Pelzer! Ma guarda un po’. Questo viaggio non l’abbiamo neppure sognato.
L’unica differenza è che gli occhiali di Pelzer si erano rotti nel villaggio di
Buchenau, mentre i tuoi sono intatti. Perché non parli? Dove stiamo
andando?
Non aveva formulato la domanda a voce alta, quasi volesse adeguarsi al
desiderio dell’uomo che lui non fosse mai salito in auto. L’altro non lo
guardava, sedeva di traverso, impacciato, come se la presenza di Georg
diventasse reale solo se lo avesse toccato.
Si lasciarono alle spalle l’Ostpark. Lui pensò: ora la trappola può scattare.
E poi pensò: No, chi tende una trappola si comporta in maniera diversa,
chiacchiera, lusinga, ti avviluppa. Il comportamento di quest’uomo lo
avrebbe avuto anche Pelzer, in una situazione analoga. Poi pensò di nuovo:
se fosse una trappola, allora... Raggiunsero il quartiere di Riederwald. Si
fermarono in una stradina silenziosa, davanti a una casetta gialla. L’uomo
scese, senza mai guardarlo. Gli fece cenno di scendere muovendo una spalla,
quindi entrarono in un corridoio e dal corridoio in una stanza.
La prima cosa che Georg notò fu un intenso odore di garofani. Sul tavolo
c’era un grande mazzo di garofani bianchi, che scintillava nella penombra.
La stanza era bassa, ma abbastanza grande, e la lampada nell’angolo ne
illuminava solo una parte. Da quello stesso angolo si alzò qualcuno con un
camice blu, un po’ fanciullo, un po’ fanciulla, un po’ donna: la padrona di
casa. Si avvicinò ai due con aria poco amichevole; all’inizio sembrò essere
stata disturbata nella lettura di un libro, che gettò sulla poltrona dietro di sé.
«È un mio compagno di scuola, è passato da queste parti, l’ho portato
con me, stanotte può dormire qui?»
La donna rispose con la massima indifferenza: «Perché no?» Georg le
diede la mano. Si scambiarono una breve occhiata. L’uomo stava in piedi,
rigido, e forse controllava se l’ospite avesse cominciato a trasformarsi in
qualcosa di concreto, uscendo da un sogno. La donna disse: «Volete vedere
subito la vostra camera?»
Georg gettò un’occhiata all’uomo, che annuì impercettibilmente,
guardandolo forse per la prima volta da dietro gli occhiali. La donna lo
precedette.
Non appena un briciolo di sicurezza affiorò in lui, non ancora la certezza,
solo una speranza di sicurezza, Georg si rallegrò subito alla vista della
passatoia colorata sulle scale, dei muri bianchi, delle lunghe gambe della
donna, dei suoi capelli lisci e corti.
Era un miracolo che potesse starsene da solo a pensare in quella camera.
Quando la donna fu uscita, lui chiuse a chiave. Aprì il rubinetto, annusò il
sapone, bevve un sorso d’acqua. Si guardò allo specchio senza riconoscersi,
ed evitò di guardarsi una seconda volta.

Più o meno nello stesso momento Fiedler entrava nell’appartamento dei


suoceri, dove lui e la moglie avevano una camera. Se avessero abitato da
soli, probabilmente avrebbe ospitato Heisler a casa sua. Così invece gli era
venuto in mente il dottor Kreß. Un tempo aveva lavorato alla Pokorny, e poi
alla Cassella. Fiedler lo conosceva inoltre dalla scuola serale. Kreß insegnava
chimica. Si incontravano spesso e allora era Kreß a imparare dagli studenti.
Uomo timoroso per natura, nel 1933, tuttavia, era rimasto coraggiosamente
fedele a ciò che riconosceva come giusto. Era stato proprio allora che Kreß
aveva detto quella fatidica frase: «Caro Fiedler, non venire più da me per le
sottoscrizioni, non venire più da me con i giornali proibiti, non voglio
rischiare la vita per un volantino. Torna solo se hai qualcosa per cui vale la
pena rischiare». Da tre ore Fiedler lo aveva preso in parola.
Finalmente, pensò la signora Fiedler quando sentì i passi del marito sulle
scale, sebbene non ci fosse nulla che le piacesse meno che dover aspettare;
ma era troppo orgogliosa per andare dagli altri in cucina. Nei primi anni
avevano cenato tutti insieme. Dopo qualche incomprensione, però, erano
giunti alla conclusione che era meglio lasciare soli i due giovani la sera. I
Fiedler in realtà non erano più così giovani, ed erano sposati già da più di
sei anni. Ma Fiedler provava ciò che molti provavano dall’avvento del Terzo
Reich. Non solo i rapporti e le relazioni esterne erano diventati poco chiari e
sospetti, anche il senso del tempo si era dissolto. Avevano la sensazione di
vivere sospesi e si meravigliavano di constatare che un altro anno era
passato.
Inizialmente i Fiedler non avevano voluto figli, perché erano disoccupati
e inoltre credevano di essere destinati ad altre imprese, e non ad allevare
bambini. Per il momento – così credevano all’epoca – dovevano rimanere
liberi e senza legami, per scendere in strada, per lottare per la libertà, per
rispondere al minimo richiamo. Per il momento – così credevano all’epoca –
erano ancora giovani, talmente giovani che lo sarebbero stati anche in
seguito; perché quel “per il momento” per loro era come dire stamattina e
“in seguito” come dire stasera. Ed entrambi facevano parte della stessa
promettente giornata. Non avevano voluto avere figli nel Terzo Reich,
perché poi sarebbero stati infilati nelle camicie brune e addestrati a fare i
soldati.
La signora Fiedler aveva così cominciato a dedicare tutte le proprie
attenzioni al marito. Lo aveva osservato e accudito, quasi come si fa con i
bambini, che vanno cresciuti a qualunque costo, mentre tutto ciò che è
adulto può e deve esporsi alla distruzione, di tanto in tanto. Nell’ultimo
anno entrambi erano cresciuti insieme, nel bene e nel male. Nel primo anno
di Hitler avevano vissuto insieme ancora come due giovani esposti al
medesimo pericolo, al medesimo vento freddo. Il loro amore non era stato
indebolito da reciproci riguardi. In seguito, quando i vecchi amici erano stati
a poco a poco arrestati, oppure s’erano defilati, la signora Fiedler si era
chiesta spesso se il marito cercasse nuove possibilità o fosse semplicemente
in attesa di qualcosa. Quando glielo chiedeva, lui in genere le dava le stesse
risposte vaghe che dava a se stesso. Quando quella sera Fiedler non rincasò,
la moglie aveva riunito tutte quelle mezze risposte in una sola, e più a lungo
lo aspettava, lui che era la puntualità fatta persona, più era sicura che
qualcosa lo trattenesse, qualcosa che riguardava la loro vecchia vita
comune. Quella vecchia vita insieme, però, era di natura tale che ne bastava
un soffio per far ringiovanire, un solo ricordo.
Appena vide il marito, notò una certa vivacità nel suo volto, una luce nei
suoi occhi. «Sta’ a sentire, Grete» le disse lui, «ora devi andare subito a casa
dei Röder. Conosci di vista la moglie, quella grassa con un gran seno. Devi
chiederle la ricetta dei Dampfnudeln. Lei te la scriverà e poi ti dirà qualcosa,
una frase alla quale dovrai prestare molta attenzione. Ti dirà: Buon appetito,
oppure: Non mangiatene troppi. Dovrai solo ripetermi ciò che ti ha detto. In
ogni caso fa’ una deviazione all’andata e al ritorno. Va’ subito».
La moglie annuì e partì. Non si era più sospesi in aria. I vecchi fili erano
stati riannodati, o forse non si erano mai spezzati. Non appena arrivò
all’appartamento dei Röder, dopo molte deviazioni, ebbe l’impressione che
molti altri si fossero messi in movimento con lei dopo una lunga pausa, ora
senza più paura.
La Röder, che aveva il volto gonfio di pianto, non riconobbe subito la
moglie di Fiedler. Delusa e disperata, Liesel fissò la visitatrice sconosciuta,
quasi avesse creduto che potesse trasformarsi nel suo Paul.
La Fiedler capì che qualcosa doveva essere andato storto, ma non voleva
tornare a casa senza informazioni. Disse: «Heil Hitler! Scusatemi, signora
Röder, se vengo a disturbarvi a quest’ora. Sembra che non abbia scelto il
momento migliore. Volevo soltanto chiedervi la ricetta dei Dampfnudeln.
Vostro marito li ha fatti assaggiare al mio. Sono amici. Sono la moglie di
Fiedler, non mi riconoscete? Vostro marito non vi ha detto niente della
ricetta e del mio arrivo?
Ora calmatevi, signora Röder, e mettetevi seduta tranquilla; già che sono
qui, e i nostri mariti sono amici, forse potrò fare qualcosa per voi. Non fate
complimenti, signora, tra noi non ne facciamo, soprattutto di questi tempi.
Ora smettete di piangere e mettetevi a sedere. Che cosa vi angustia?» Nel
frattempo erano arrivate in cucina e si erano sedute sul divano. Invece di
smettere, Liesel piangeva ancora più forte.
«Signora Röder, signora Röder» disse la Fiedler, «non può essere tanto
grave. Quando diventerà grave, ci preoccuperemo. Vostro marito non vi ha
detto proprio niente? Non è venuto a casa?» Liesel disse tra le lacrime:
«Solo per poco». La Fiedler disse: «Sono venuti a prenderlo?» «Ci è andato
lui». «Di sua iniziativa?» «Per forza» disse Liesel esausta. Si asciugò il viso
con le braccia nude. «La convocazione era già arrivata quando è rincasato,
ed era molto tardi». «È per questo che non è ancora tornato» disse la
Fiedler. «Ora calmatevi». Liesel si strinse nelle spalle. Poi disse in tono
spento: «O torna, oppure lo tratterranno. Sarà trattenuto di sicuro».
«Questo non potete saperlo, signora Röder, anche lui dovrà aspettare. Sono
sempre in molti a essere convocati, giorno e notte, a ciclo continuo». Liesel
rimuginava fra sé. Se non altro aveva smesso di piangere. D’un tratto si girò
verso la visitatrice: «La ricetta dei Dampfnudeln? No, Paul non mi ha detto
niente. Era così agitato per la convocazione, ha dovuto scappare subito». Si
alzò e rovistò goffamente con gli occhi arrossati nel cassetto della cucina. La
signora Fiedler avrebbe voluto farle altre domande, si fidava di chiedere
tutto a Liesel. L’unica sua remora era di fare domande su cose delle quali il
marito non l’aveva informata.
Intanto Liesel aveva trovato un mozzicone di matita e strappato un
foglio dal taccuino della spesa. «Sono tutta un tremito» disse. «Vi
spiacerebbe scrivere voi?» «Scrivere cosa?» domandò la Fiedler. «Per
cinque pfennig di lievito» disse Liesel piangendo, «un chilo di farina, latte e
un pizzico di sale. Bisogna impastare bene...»
Durante il ritorno per le strade notturne, la Fiedler avrebbe potuto dire
che ora le innumerevoli vaghe coincidenze, le minacce per metà vere, per
metà inventate, diventavano tangibili e prendevano forma. Ma non aveva
tempo per certe riflessioni. Si concentrò sulle deviazioni giuste e controllò
che nessuno la seguisse. Inspirò profondamente. Ecco la vecchia aria, che
accarezzava le tempie come se fosse irrigidita dal gelo. La vecchia oscurità,
al riparo della quale si attaccavano manifesti, si scrivevano slogan sui muri,
si infilavano volantini sotto le porte. Se quella mattina qualcuno le avesse
chiesto a che punto fosse il lavoro, quali fossero le prospettive della lotta,
avrebbe risposto esattamente come il marito, con una scrollata di spalle.
Ora, pur non avendo fatto nulla di particolare, solo una visita inutile a una
donna in lacrime, si ritrovava immersa nella vecchia vita, e di colpo tutto
era possibile, e poteva accadere in fretta, perché all’improvviso dipendeva
anche da lei sveltire ogni cosa. Tutto era possibile in quell’epoca appena
iniziata: il capovolgimento di tutti i rapporti, anche i propri, più rapido di
quanto si fosse sperato, che si era ancora abbastanza giovani per apprezzare
insieme la felicità dopo tante amarezze. Certo, era anche possibile che
Fiedler venisse annientato, più in fretta e più spaventosamente di quanto
avessero temuto, dalle lotte in cui si era fatto coinvolgere. Solo nelle epoche
dove nulla è più possibile, la vita scorre come un’ombra. Ma nelle epoche
dove tutto diventa possibile, in ogni cosa albergano sempre la vita e
l’annientamento.
«Sei sicura che non ti abbia seguito nessuno?» «Sono pronta a giurarlo».
«Ascolta, Grete, ora prendo lo stretto necessario. Se qualcuno ti chiede dove
sono, di’ nel Taunus. Tu invece fa’ così: va’ nel quartiere di Riederwald, in
Goetheblick, al numero 18. Lì abita il dottor Kreß, in una bella casa gialla».
«Kreß, quello dei corsi serali? Con gli occhiali? Che litigava sempre con
Balzer sul cristianesimo e la lotta di classe?»
«Sì, ma se qualcuno te lo chiedesse, non hai mai visto Kreß in vita tua.
Digli da parte mia che Paul è dalla Gestapo. Lasciagli un po’ di tempo per
digerire la cosa. Poi deve dirti dove possiamo raggiungerlo. Cara Grete, devi
stare molto attenta, in vita tua non hai mai avuto a che fare con una
faccenda così scottante. Non chiedermi niente.
Adesso me ne vado. Ma non andrò nel Taunus. Domattina verrai al
chiosco. Se la polizia durante la notte è venuta a casa nostra, indosserai la
giacca a vento. Se non è arrivata, ti metterai la giacca buona. Se non verrai
affatto, saprò che ti hanno preso.
Se ti vedrò con la giacca nuova, verrò al chiosco anch’io, e allora ci sarà
risparmiato l’amaro calice. Hai ancora qualche soldo?»
Grete gli diede i pochi marchi che le erano avanzati e gli preparò in
silenzio poche cose. Non si baciarono, ma si strinsero saldamente le mani
per dirsi addio. Quando il marito se ne fu andato, la moglie indossò subito la
giacca a vento, perché aveva un’indole pratica, dicendo a se stessa che non
avrebbe avuto il tempo di cambiarsi, se la situazione fosse precipitata. Se la
notte fosse trascorsa tranquilla, avrebbe potuto indossare la giacca buona
con tutta calma.

Kreß era rimasto immobile nell’angolo buio della stanza. La moglie si rimise
a sedere al suo posto, senza guardarlo, e riaprì il libro nel punto in cui era
stata interrotta dall’arrivo dei due uomini. I capelli lisci e forti, di giorno di
un biondo spento, brillavano più intensamente della luce che li colpiva.
Sembrava un gracile ragazzino che per scherzo si fosse calcato in testa una
specie di elmo. Tenendo gli occhi sul libro lei disse: «Se mi fissi così, non
riesco a leggere».
«Hai avuto tutto il giorno per farlo. Ora parla con me». Sempre senza
distogliere gli occhi dal libro, la moglie chiese: «Perché?» «Perché la tua
voce mi tranquillizza». «E perché hai bisogno di essere tranquillizzato? Qui
da noi non manca certo la tranquillità». L’uomo continuò a fissarla,
imperterrito. Lei girò due, tre pagine. All’improvviso lui disse, in tono
diverso: «Gerda!» Lei aggrottò la fronte. Poi si controllò, per abitudine e
perché si disse che Kreß era suo marito ed era stanco per il lavoro, e la
serata insieme era appena iniziata. Posò il libro aperto sulle ginocchia e si
accese una sigaretta. Poi disse: «Chi hai raccattato veramente? Un tipo
singolare». Il marito tacque. Lei corrucciò involontariamente la fronte e lo
guardò più severa. Nella penombra i suoi lineamenti rimanevano
imperscrutabili. Che cosa faceva brillare il suo viso? Era davvero così
pallido? Alla fine lui disse: «Frieda rimarrà via anche domani?» «Fino alla
mattina di dopodomani». «Ascolta, Gerda, nessuno deve sapere che oggi
abbiamo avuto visite. Se qualcuno te lo chiede, rispondi: Un compagno di
scuola».
Lei rispose, senza stupirsi: «Bene». Il marito le si avvicinò. Ora lei
riusciva a vedere meglio la sua faccia. «Hai sentito alla radio della fuga da
Westhofen?» «Io? La radio? No». «Sono evasi alcuni detenuti» disse Kreß.
«Ah». «Li hanno ripresi tutti». «Peccato». «Tranne uno».
Gli occhi della donna lampeggiarono. Alzò il viso. Aveva avuto quella
luce soltanto nei primi tempi della loro vita insieme. E, come allora, la luce
si spense subito. Lo scrutò da capo a piedi e disse: «Ma guarda». Lui attese.
«Non me lo sarei mai aspettato da te. Ma guarda un po’».
Lui indietreggiando esclamò: «Cosa? Che cosa non ti saresti mai
aspettata?» «Questo! Tutto questo! Insomma, sì, scusa...» Kreß disse: «A
che ti riferisci adesso?» «A noi due».

In camera sua Georg pensò: Voglio scendere di sotto. Che cosa speravo di
trovare quassù? Perché devo stare da solo? Perché doveva tormentarsi in
quel bunker chiuso dall’interno, giallo e blu, con le stuoie intessute a mano,
con l’acqua corrente dai rubinetti di nichel, con uno specchio che gli
imprimeva spietato l’identica immagine di se stesso?
Il letto bianco e basso sprigionava un odore fresco di biancheria appena
candeggiata. Lui, prossimo a stramazzare per la stanchezza, andava su e giù
dalla porta alla finestra, come se fosse stato punito con la privazione del
campo. Che sia questo il mio ultimo alloggio? L’ultimo, sì, ma prima di
cosa? Devo scendere e stare con la gente.
Aprì la porta. Fin dalle scale gli giunsero le voci di marito e moglie, non
alte ma penetranti. Si meravigliò. I due gli erano parsi quasi muti, o
estremamente taciturni. Esitò davanti alla porta. Kreß disse: «Perché mi
tormenti così?» Georg udì la voce profonda della donna: «Per te questa
sarebbe una tortura?» Kreß replicò, in tono un po’ più tranquillo: «Ti dirò
una cosa anch’io, Gerda: a te non importa niente perché l’uomo sia in
pericolo, non importa niente chi sia. Per te fa lo stesso. La cosa principale
per te è il pericolo. Che sia una fuga o una corsa in automobile, il tuo
entusiasmo è lo stesso. Eri così, e sei ancora così». «Hai ragione solo per
metà. Forse un tempo ero così, forse sono tornata a esserlo. Vuoi sapere
come mai?» Aspettò un istante. Non le importava che il marito desiderasse
sapere tutto, o preferisse non sapere nulla. Proseguì decisa: «Per tutto
questo tempo hai detto che non c’è niente da fare, che non ci si può opporre,
che bisogna aspettare. Aspettare, mi sono detta, lui vuole aspettare, finché
verrà calpestato tutto ciò che gli è caro. Quindi cerca di capirmi. Quando ho
lasciato i miei per venire con te non avevo nemmeno vent’anni, e me ne
sono andata di casa perché là mi disgustava tutto, mio padre, i miei fratelli,
quel silenzio tutte le sere nel nostro salotto. Ma anche qui negli ultimi tempi
regnava lo stesso silenzio».
Kreß ascoltava, forse persino più stupito di Georg. Per migliaia di serate
aveva dovuto strapparle a forza le parole di bocca. «E un’altra cosa: a casa
nostra allora non c’era niente che fosse possibile cambiare. Era questo a
inorgoglirli, che tutto rimanesse com’era. E poi tu! D’un tratto tu mi hai
spiegato che persino nei sassi non c’è niente che rimanga pietrificato
neppure un secondo, e ancor meno negli esseri umani. Tranne che in me,
naturalmente! Perché? Di me dici: eri così, sei ancora così».
Lui rimase in attesa, per vedere se avesse finito. Le posò una mano sulla
testa. Lei aveva di nuovo un’espressione indifferente, forse addirittura un
po’ ottusa. Le afferrò i capelli, invece di accarezzarli. Era tenera e tenace, da
amare, da istruire; forse, lo sapeva solo Dio, da cambiare. La scrollò un poco.
Georg entrò. I due si separarono subito. Perché diamine ha dovuto
raccontare tutto alla moglie? Sul viso di lei non c’era più l’antica
indifferenza, bensì una fredda curiosità. Georg spiegò: «Non riesco a
dormire. Posso restare qui con voi?» Kreß lo fissava, appoggiato alla parete:
l’ospite era lì, l’invito era stato irrevocabilmente accettato. Con il tono del
padrone di casa chiese: «Posso offrirvi qualcosa da bere? Un tè? Una
grappa? Un succo? Una birra?» La moglie disse: «Ha fame». «Tè e grappa»
disse Georg, «e da mangiare, quello che avete».
Dopo queste parole marito e moglie furono occupati per diversi minuti.
La tavola venne apparecchiata davanti a lui. Furono portate ciotole e
scodelle, stappate bottiglie. Ah, si mangia da sette piattini, si beve da sette
bicchierini, nessuno è a proprio agio, i Kreß mangiano per finta. Georg
s’infilò in tasca il tovagliolino bianco, ottimo come benda per la mano
tagliata. Poi lo tirò fuori e lo lisciò. Era sazio e sfinito, ma non voleva
rimanere solo. Spostò di lato posate e piatti, e appoggiò la testa sul tavolo.
Era passato diverso tempo quando rialzò la testa. Intorno a lui la tavola
era stata sparecchiata, la stanza era piena di fumo. Georg rimase un po’
disorientato. Rabbrividì. Kreß era di nuovo appoggiato alla parete. Georg
cercò, Dio solo sa perché, di sorridergli, e il riflesso del suo sorriso affiorò
sul viso del padrone di casa, ugualmente storto e faticoso. Kreß propose:
«Ora beviamo qualcosa». Andò a prendere la bottiglia. Versò il liquido con
mano un po’ malferma, rovesciandone qualche goccia. Fu proprio questo
gesto tremante a tranquillizzare del tutto Georg. Ecco un uomo perbene, un
uomo al quale costa accogliermi. Eppure mi ha accolto.
La moglie tornò. Si mise seduta al tavolo a fumare in silenzio, dato che
anche loro due non parlavano.
Si sentì scricchiolare la ghiaia sul vialetto, una serie di passi rapidi e
leggeri. I passi si fermarono davanti alla porta. Si udì un fruscio sulle
mattonelle, come se qualcuno cercasse il campanello. I due uomini
sussultarono nello stesso istante, sebbene si fossero aspettati lo squillo del
campanello. «Mi avete incontrato per caso davanti al cinema» disse Georg
deciso, sottovoce. «Ci conosciamo dal corso di chimica». Kreß annuì. Come
capita a tante persone paurose, davanti al pericolo divenne calmo. La moglie
si alzò e andò alla finestra. Sul suo viso c’era un’espressione di superbia e
derisione, quella che assumeva sempre di fronte a imprese ardite di
qualunque tipo. Accostò la persiana, sbirciò fuori e annunciò: «Una donna».
«Aprite la porta» disse Georg, «ma non fatela entrare».
«Vuole parlare con te, marito mio. Ha un aspetto dignitoso». «Come fa a
sapere che sono a casa?» «Lo sa. Alle sei hai parlato con suo marito». Kreß
uscì. La moglie tornò a sedersi al tavolo insieme a Georg. Fumava e ogni
tanto gli scoccava un’occhiata fugace, come se si trovassero insieme su una
curva o appesi a una parete verticale ghiacciata, maledettamente rischiosa.
Kreß tornò. Georg gli lesse in faccia che aveva brutte notizie. «Devo
riferirvi, Georg, che il vostro Paul è dalla Gestapo. Il marito di questa donna,
per precauzione, è già scappato di casa. Dobbiamo dirle dove andiamo, o
dove andrete voi da solo, Georg, in modo che possa trovarvi». Si riempì il
bicchiere.
Non ne ha versata nemmeno una goccia, pensò Georg. Aveva la testa
completamente vuota, come se, invece di essere riempita con qualcosa di
nuovo, fosse stata ripulita radicalmente.
«Possiamo portarvi in macchina da qualche parte, oppure dobbiamo
andarcene tutti? In tre in macchina? Da qualche parte? Direttamente alla
Ostbahnhof? Oppure semplicemente lontano, in campagna? A Kassel? O
magari è meglio dividerci subito?» «Per favore, tacete un attimo...»
Nella sua testa vuota tornarono i pensieri. Allora, Paul era stato
scoperto. Un momento, in che senso scoperto? Era stato prelevato? Era stato
solo convocato? Non lo avevano specificato. In ogni caso lo hanno
smascherato. Paul, però, se potevano dimostrare che lo aveva ospitato in
casa propria, se erano davvero in grado di provarlo, Paul non avrebbe mai
rivelato il suo nuovo nascondiglio. Ma lo conosceva? In realtà no. Se il
mediatore è una persona seria, veramente uno dei nostri, non gli ha fatto
alcun nome. Però Paul conosce il numero di targa, e questo è sufficiente.
Georg ricordava altre persone, più forti di Paul, uomini dalla forza
spropositata, astuti ed esperti in ogni genere di lotta, cui avevano
partecipato fin da giovani. Ma avevano ceduto e, di fronte alla paura della
morte, le notizie erano fuggite da ogni parte. Paul però non rivelerà niente.
Nella sua testa, Georg compì un’audacia che richiedeva tutta la sua astuzia e
una decisione rapida: decise di fidarsi di Paul. Rimarrà là dove altri sono
rimasti prima di lui, a denti stretti, in un silenzio caparbio a poco a poco più
facile e definitivo.
Forse è un semplice interrogatorio. Lui se ne sta lì, piccolo e stupido,
dando risposte innocenti, con prudenza e astuzia. Georg disse: «Restiamo
qui». «Non sarebbe comunque meglio andare via?» «No. Qualunque altra
soluzione creerà solo problemi. Qui mi porteranno notizie, soldi e
documenti. Se devo andarmene di nuovo, sono perduto».
Kreß tacque. Georg ne indovinò i pensieri. «Se volete scacciarmi perché
avete paura...» Kreß disse: «Se dovessi avere paura, non vi scaccerò per
questo. Solo voi conoscete questo Paul, è tutto nelle vostre mani».
«Bene» disse Georg, «allora dite alla donna là fuori che noi rimaniamo
dove siamo».

Kreß uscì subito. A poco a poco Georg lo apprezzava sempre di più, per la
prontezza con cui la parte più debole del suo essere, dopo un’evidente
riluttanza, si era subito sottomessa a quella più forte, persino per
l’autenticità della sua paura, che nemmeno per un istante si era ammantata
di vanto e chiacchiere. Gli piaceva più della moglie, che aveva finito il
pacchetto di sigarette e soffiava via il fumo. Quella donna non aveva mai
posseduto niente che temesse di perdere.
Kreß rientrò e si appoggiò al muro. Ascoltarono i passi che si
allontanavano lungo la via. Quando tornò il silenzio, la donna disse:
«Saliamo di sopra, tanto per cambiare». «Sì» disse Kreß, «tanto non
dormiremo».
In soffitta Kreß aveva raccolto qualche centinaio di libri. Dalla finestra si
vedeva che la casa sorgeva in fondo alla nuova via, un po’ isolata dal resto
del quartiere. Il cielo era limpido. Da tempo Georg non vedeva più un cielo
stellato, sul Reno c’era la nebbia. Alzò gli occhi, come tutti quelli che si
trovano in grande pericolo, come se fosse superiore ai propri simili. La
donna accostò le imposte e alzò il riscaldamento, anche se di solito se ne
occupava Kreß, quando tornava a casa nel primo pomeriggio. Liberò dai
libri alcune sedie e un angolo del tavolo. Adesso stanno torturando Paul,
pensò Georg, e Liesel aspetta seduta a casa. Il cuore gli si contrasse per la
paura e il dubbio. Aveva fatto bene ad affidare la propria vita a Paul? Paul
era abbastanza forte? Adesso chiaramente era troppo tardi, non poteva più
uscire da lì. I Kreß erano quieti, credevano che stesse per addormentarsi. Lui
però, le mani davanti al viso, cercava un consiglio da Wallau. Doveva
calmarsi; la faccenda che era in ballo, solo casualmente era stata battezzata
con il nome di Georg da una settimana.
Georg all’improvviso domandò con interesse al padrone di casa quanti
anni avesse e che cosa insegnasse. Trentaquattro, rispose Kreß. La sua
disciplina era la chimica organica. Georg domandò che cosa fosse. Kreß
cercò, altrettanto sollevato, di spiegarglielo. Georg ascoltò dapprima con
attenzione, poi ricominciò a pensare a Paul, coperto di sangue, e a Liesel che
lo aspettava. Kreß interpretò il silenzio di Georg a modo suo. «Ci sarebbe
ancora tempo» disse sottovoce. «Tempo per cosa?» «Per andarcene da qui».
«Non abbiamo deciso di rimanere? Non pensateci più». Ma lo stesso Georg
non riusciva a pensare ad altro. Si alzò e rovistò tra i libri. Due o tre titoli gli
erano familiari dall’epoca trascorsa insieme a Franz. Quel periodo era stato
il più felice della sua vita. Ma quei giorni tranquilli e semplici erano sepolti
sotto i ricordi incalzanti di anni più movimentati. Perché si dimentica ciò
che è più importante, pensò Georg. Perché non si deposita e non resta al di
fuori di noi, ma penetra senza fare rumore. Georg si rivolse alla donna e le
chiese senza preamboli da dove venisse e come fosse stata la sua infanzia.
Lei trasalì leggermente, come Kreß non l’aveva mai vista fare. Si mise subito
a raccontare: «Mio padre era entrato molto giovane nell’esercito. Non aveva
particolari capacità, così si congedò con il grado di maggiore a
quarantaquattro anni. A casa eravamo io e quattro fratelli, e lui ha potuto
tormentarci finché non siamo diventati adulti». «E vostra madre?» Georg
non ebbe il tempo di sentire la risposta perché un’auto si fermò, così vicina
da togliere il fiato a tutti loro. Poi ripartì, e la voglia di parlare se ne andò.
Georg pensò nuovamente a Paul, gli chiese scusa per essersi spaventato,
come se al pari di Kreß fosse pronto per ogni evenienza. Ma lo rifece al
passaggio dell’auto successiva. Non si dissero altro, mentre la notte passava
con una lentezza infinita e la stanza si riempiva di fumo.
Capitolo settimo

1.

Era ancora quasi notte; si cominciava a notare che campi e tetti apparivano
bianchi anche senza la luce della luna, perché erano coperti di brina; una
donnina avanzava con un sacco in spalla dalla parte di Kronberg verso la
strada provinciale. Il sacco e un bastone nodoso la facevano somigliare a
una strega che spuntasse nei campi all’improvviso prima del giorno,
blaterando tra sé e gettando occhiate furtive intorno. Questa impressione
diminuiva avvicinandosi, perché il sacco era un normalissimo zaino,
l’abbigliamento un semplice cappotto di loden con il collo di pelliccia e un
cappellino della domenica appoggiato sopra il fazzoletto di tutti i giorni.
All’altezza della fattoria dei Mangold, superò con un balzo il fosso sul
ciglio dello stradone, si chinò sul campo, come se cercasse qualcosa, blaterò
rabbiosa, fece un salto indietro e risalì la strada fino alla casa di Messer.
Nella finestra della cucina di Messer al pianterreno la luce era già accesa, la
prima luce della zona. Una crostata appena sfornata aspettava i bravi figlioli
della casa, insieme al caffè della domenica. E gli scapestrati? Loro a maggior
ragione, pensava Eugenie, magari la pasta frolla dolce li avrebbe messi di
buonumore.
La vecchia superò di nuovo il fossato, ma non verso la finestra della
cucina, bensì più avanti nel campo dei Messer. Si chinò per un attimo,
quindi proseguì senza esitare verso il boschetto, sullo stesso sentiero
percorso il giorno prima dal gregge. Quella infatti era la madre del pecoraio
Ernst, che la domenica lo sostituiva per qualche ora nel lavoro, e gli
escrementi di pecora sul prato di Messer le mostravano dove il gregge aveva
pascolato il giorno prima. Conosceva la rotta. Oggi dovevano essere già dai
Prokaski, nel circondario di Mamolsberg.
Quando dal bosco sbucò sul terreno che Messer in primavera aveva
venduto ai Prokaski, per mantenere la fattoria entro i limiti ereditari, vide
l’albergo giallo piatto, in basso a destra lungo la strada per Kronberg,
accanto a un gruppetto di abeti coperti di brina. I campi digradano lievi e
morbidi, per poi risalire altrettanto gradualmente sull’altro lato della strada,
e lo sguardo non si perde, bensì si ferma davanti al faggeto sulla catena di
colline più alte, a meno di due ore di distanza. Quando sorge il sole, la
grande vallata circolare scintilla di tutti i colori dell’autunno. Ora, prima
dell’alba, è solo un mondo spento e ghiacciato. La luna è così tenue che
bisogna cercarla. La madre di Ernst non proietta neppure un’ombra, mentre
scende per il pendio grigio e bianco.
Si ferma di colpo. Duecento passi più avanti c’è una ragazza che corre
sul terreno scoperto tra il gruppetto di abeti e la striscia di bosco. Per un
attimo la madre di Ernst dimentica che la sua visita domenicale è destinata
al figlio, non più al padre; una ragazza che scappa via così le ha sempre
indicato la direzione giusta, meglio di qualunque escremento di pecora. Con
la sua vocina acuta grida, nella luce crepuscolare: «Ehi, signorina!»
La ragazza si ferma, spaventata a morte. Si guarda intorno; tutto calmo e
grigio, in lungo e in largo. La madre di Ernst scende dall’altura alle sue
spalle. «Ehi, signorina». La ragazza si spaventa per la seconda volta.
«Signorina, avete perduto qualcosa!» «Dove, cosa?» «Un piccolo capello
biondo». Ma la ragazza si è già ripresa, è tonda e soda, non si lascia
intimidire. «Allora mettetelo nel vostro libro di preghiere». La vecchia ride
e tossisce. La ragazza mostra la grossa lingua, poi scappa via.
La luna là in fondo sembra gonfiarsi di nuovo, diventa più nitida, perché
il cielo si è rasserenato. La ragazza ora intuisce chi possa essere la vecchia e
si sente ribollire di rabbia. Nei villaggi cominciano a risuonare i primi
rumori. Come ha potuto mettersi con uno come lui! Quando era dietro casa
sua con le pecore si è trattenuta. Quando se n’è andato dalla parte di
Mamolsberg, all’improvviso gli è corsa dietro! Oddio, oddio! Quella vecchia,
sua madre, comincerà a spargere pettegolezzi su di lei! Ma dopotutto la
vecchia strega spettegola su qualunque brava ragazza. Non ha sparlato
persino della piccola Marie di Botzenbach, la piccola Maria, una bambina di
quindici anni, promessa al Messer delle SS di Schmiedtheim, che di sicuro
non accetta di prendere qualcosa di chiacchierato? Una volta uscita dal
boschetto, davanti alla finestra della cucina di Eugenie, si sente già fiera e
malinconica, come una ragazza di cui si sparla a sproposito. Bussa alla
porta. «Heil Hitler! Eugenie, già che stai cucinando, potresti darmi un
pezzetto di stecca di vaniglia?»
«Te ne do una stecca intera, Sophie, non solo un pezzetto». Eugenie
tiene sempre una scorta ben fornita di tutti gli ingredienti, nei suoi vasetti
lucidi. «Sei la mia prima ospite, Sophie» dice, portandole la stecca di
vaniglia e una fetta di crostata ancora calda sulla paletta da dolci.
Con la bocca zuccherosa, un impeccabile alibi a base di crostata, Sophie
Mangold attraversa la strada ed entra in cucina, dove sua madre sta già
macinando il caffè.

La notte alla fine era trascorsa. I due uomini avevano sussultato ogni volta
che un’auto passava per il quartiere, oppure quando sentivano i passi di una
guardia notturna, e i sussulti erano diventati sempre più forti e durevoli,
come se i loro corpi, nel corso di quella notte, avessero perso peso.
Quando la donna aprì le imposte e si girò a guardare la stanza illuminata,
le parve che i due uomini, il marito e lo sconosciuto, fossero invecchiati e
smagriti. Rabbrividì leggermente. Gettò un’occhiata al basamento di nichel
della lampada: il suo volto era intatto, si notava solo un lieve pallore intorno
alle labbra. «La notte è passata!» annunciò. «Per quanto mi riguarda, adesso
vado a farmi un bagno e a mettere un vestito della domenica». «E io vado a
preparare il caffè» disse Kreß. «E voi, Georg?»
Non ottenne risposta. Quando la finestra era stata aperta e l’aria fresca
del mattino era entrata nella soffitta, Georg era stato sopraffatto dal sonno e
dallo sfinimento. Kreß si avvicinò alla sedia dov’era stramazzato, con la
fronte posata sul bordo del tavolo. Siccome lo spigolo del tavolo era
tagliente, Kreß gli prese la testa e gliela girò. In un angolo del suo cuore
affiorò la domanda su a quanto tempo lui, Kreß, avrebbe dovuto dare
ospitalità a quell’uomo. Intimò il silenzio a quella parte del suo io, che osava
formulare una domanda simile. Ti sbagli, si disse, terrei in casa mia anche il
suo cadavere.
Poco dopo Georg si ridestò di scatto, forse per una porta che aveva
sbattuto. Ancora mezzo addormentato, cercò per un’antica necessità di
decifrare tutti i suoni della casa. Sentì il macinino da caffè, i rumori dal
bagno. Voleva alzarsi, voleva scendere in cucina da Kreß. Voleva lottare
contro il sonno che lo stava vincendo di nuovo, un sonno malefico. Ma era
già su di lui, e lui ebbe giusto il tempo di capire che sarebbe stato solo un
sogno ciò che lo minacciava di nuovo, e che non voleva lasciarsi trascinare.
Ma il sonno fu più forte di lui.
Era di nuovo prigioniero. Lo schiaffavano nella baracca numero otto.
Sanguinava già da molte ferite, ma la paura di ciò che lo aspettava gli
impediva di sentire dolore. Disse tra sé: coraggio, Georg. Ma sapeva che in
quella baracca lo aspettava qualcosa di spaventoso. Era già lì.
Dietro il tavolo coperto di cavi elettrici e apparecchi telefonici, ma che
per il resto somigliava più al tavolo di un’osteria – tra i cavi c’era anche
qualche sottobicchiere –, era seduto Fahrenberg in persona che lo fissava
con gli occhietti socchiusi e un sorriso gelido. A destra e a sinistra erano
seduti Bunsen e Zillich, le teste girate verso di lui. Bunsen scoppiò a ridere.
Zillich invece rimase tetro come sempre, intento a fare un solitario con le
carte. La stanza era buia, solo sopra il tavolo c’era un vago chiarore, anche
se Georg non vedeva nessuna lampada. Uno dei cavi era girato tre volte
intorno al busto possente di Zillich, e questo provocò un brivido di
raccapriccio in Georg. A mente perfettamente lucida pensò: stanno
giocando a carte con Zillich. A certi tavoli le differenze di classe sono
dunque superate.
«Avvicinati» disse Fahrenberg. Georg però rimase dov’era, per
ostinazione e perché gli tremavano le ginocchia. Aspettò che Fahrenberg
inveisse contro di lui, ma invece il comandante assentì con incomprensibile
approvazione. Allora Georg capì che quei tre si erano inventati qualcosa di
nuovo, qualcosa di particolarmente bieco, subdolo, che nel giro di un attimo
lo avrebbe nitidamente colpito nel corpo e nell’anima. Il secondo passò, tutti
e tre continuarono a guardarlo. Sta’ in guardia, si disse Georg, raccogli le
tue ultime forze. Allora si udì un lieve rumore, uno scricchiolio di ossa o di
legna molto asciutta. Georg, meravigliato, passò lo sguardo dall’uno
all’altro. Quindi si accorse che Zillich aveva un incavo nella guancia che
teneva rivolta verso di lui, come se la carne stesse scomparendo, e un
orecchio nel bel volto allungato di Bunsen si stava sbriciolando, insieme a
un pezzo della fronte. Georg comprese che i tre seduti lì erano morti, e lo
era anche lui, che veniva accolto nella loro eterna schiera. Anche lui, Georg,
era già morto.
Lanciò un grido: Madre! Con la mano afferrò lo stelo di una lampada; la
lampada lo colpì sulla gamba e cadde per terra. I due Kreß salirono di corsa.
Georg si asciugò il viso e si guardò intorno nella stanza luminosa e in
disordine. Imbarazzato, si scusò.
La donna con le braccia magre e nude, con i capelli bagnati e ispidi
appariva incomparabilmente più giovane e pura. Lo presero e lo fecero
sedere a tavola tra loro due, gli versarono del caffè e gli porsero del cibo, a
destra e a sinistra. «A cosa state pensando ora, Georg?» «A cos’è questa
forza che opera su di noi. Se ora fossi libero, forse sarei in Spagna in qualche
situazione pericolosa. Dovrei aspettare che mi dessero il cambio, e questa
sostituzione potrebbe anche non arrivare. Potrei pure ricevere un colpo in
pancia, che non sarebbe più piacevole dei calci di quei banditi di Westhofen,
ma lì avrei uno stato d’animo completamente diverso. Com’è possibile?
Dipende dalla procedura nel suo complesso? Dalla forza? O soltanto da me?
Per quanto tempo potrò rimanere qui, secondo voi, nel peggiore dei casi?»
«Finché non le daranno il cambio» disse Kreß deciso, come se in cuor suo
non si fosse domandato, per tutto il tempo, quanto sarebbe riuscito a
sopportare l’attesa.

2.

Intorno a quell’ora Fiedler era già seduto nel chiosco fuori dalla città che
aveva preso in affitto insieme al cognato. Prima di recarsi lì, si era accertato
che la moglie indossasse il capo di abbigliamento che avevano concordato
nel caso la notte fosse trascorsa tranquilla.
Röder, dunque, finora non aveva rivelato nulla. Non aveva tradito i suoi
compagni, altrimenti gli sarebbero già stati addosso. Finora. Quel finora
rappresentava solo un certo grado di stabilità, nulla di definitivo.
La moglie di Fiedler aveva acceso la stufetta utilizzata per riscaldare e
per cucinare. Il chiosco di legno era tinteggiato di fresco all’esterno e molto
ordinato all’interno, come se i Fiedler non prevedessero più di dover fare
grandi traslochi. Inoltre, negli ultimi anni più tranquilli, Fiedler aveva
dedicato molte cure a quel capanno. La moglie gli servì il caffè sul tavolo
pieghevole che lo stesso Fiedler aveva costruito, un oggetto che poteva
essere ripiegato al bisogno, con molte cerniere, di semplice legno d’abete ma
realizzato con cura, grazie a un preciso lavoro di cesello e di pialla.
Guardò fuori dal piccolo vetro nudo, da lui stesso stuccato, la siepe rada
punteggiata di bacche di rosa canina e, oltre la trama bruna e dorata di
cespugli e siepi, i campanili lontani della città. Se Röder quella notte non
aveva detto niente, era possibile che cominciasse a farlo la mattina, magari
già in quel momento. Gli venne in mente la storia di Melzer, considerato un
ragazzo coraggioso. Era rimasto muto per tre giorni; il quarto però era stato
portato in giro dai suoi torturatori sul posto di lavoro, una grande
tipografia, dove aveva indicato tutti coloro che credeva o immaginava
sospetti. Che cosa gli avevano fatto? Con quale veleno, con quale tenaglia
gli avevano strappato l’anima? Se Röder si fosse presentato al mattino in
fabbrica seguito da due ombre, e avesse indicato loro Fiedler? «No!»
esclamò Fiedler a voce alta. Persino il Röder del sogno si rifiutava di essere
trascinato in quel tradimento immaginario. «No cosa?» gli domandò la
moglie.
Fiedler scrollò il capo con un sorriso strano. Di sicuro Heisler non poteva
restare a lungo dove si trovava. C’era bisogno di consiglio e di aiuto. Lo
stesso Fiedler non si era forse lamentato, per tutto l’anno, di essere rimasto
solo, di non sapere più dove rivolgersi? Al massimo poteva esserci un solo
individuo – ma c’era davvero? Sebbene questo individuo lavorasse nella sua
stessa fabbrica, Fiedler lo evitava da tempo. Perché? Per tutta una serie di
ragioni diverse, tra le quali, come sempre succede quando si finge di avere
un insieme di ragioni, mancava quella fondamentale. Fiedler, per esempio,
aveva creduto di evitare quell’uomo per non disturbarlo, perché era
incaricato di cose importanti alla Pokorny. Un’altra volta aveva creduto di
doverlo evitare perché lo conosceva da prima e poteva parlare di lui in
maniera avventata. Lo aveva dunque evitato per due motivi opposti, per
diffidenza e per la massima fiducia. Ora però si trattava di Heisler, non c’era
più tempo da perdere. Ora non aveva più neppure un minuto per
rimuginare ancora su questo insieme di ragioni. Ora d’un tratto Fiedler
sapeva di aver evitato quell’uomo perché, una volta che si fosse seduto di
fronte a lui, non sarebbe stato più possibile fuggire. Era il momento di
verificare se lui, Fiedler, voleva restare in disparte per sempre, ritirarsi da
tutto e da tutti, oppure continuare a partecipare. Anche quest’uomo
possedeva a modo suo la forza di mettere allo scoperto la parte più intima di
un essere umano.
L’uomo – che si chiamava Reinhardt – nel quale Fiedler confidava tanto, era
sdraiato sul letto nella camera buia, e si godeva la domenica, ascoltava
assonnato i rumori nel suo appartamento.
In cucina la moglie dava da mangiare al nipotino; la figlia infatti era
partita per partecipare a una festa della vendemmia chissà dove con «Kraft
durch Freude». Lui si era sposato molto giovane. I capelli di un brutto colore
grigio non si capiva se avessero iniziato da poco a imbiancare o fossero
sempre stati cosparsi di limatura di ferro.
Il volto smunto e senza età non aveva nulla di particolare, se non quando
si finiva nel suo campo visivo; e, anche in questo caso, solo se qualcosa nella
persona in oggetto suscitava l’interesse dei suoi occhi. Allora si
accendevano di un misto di bontà, diffidenza e gioia beffarda, e anche della
speranza di aver trovato un nuovo amico.
Ora, sebbene fosse sveglio da tempo, teneva gli occhi chiusi. Ancora un
minuto, poi avrebbe dovuto alzarsi. Stavolta non c’era verso di godersi la
domenica. Doveva cercare di rintracciare l’uomo al quale pensava già da
un’ora. Sperava che non fosse fuori città per una gita sociale! Reinhardt
conosceva di vista il piccolo Röder, di cui gli aveva parlato Hermann; ma era
impossibile che fosse lui a farsi vivo, tanto alta era la posta in gioco, in
quella zona di penombra di voci e supposizioni. L’uomo al quale stava
pensando, invece, era quello giusto per sondare le cose con Röder.
Forse era tutta un’invenzione. Erano stati fatti nomi e luoghi. Erano state
perlustrate anche alcune vie, perquisiti alcuni appartamenti. Forse le voci
intorno all’evasione erano utilizzate per compiere qualche arresto, per
saggiare il terreno. Dal giorno prima la radio taceva. Forse Heisler era stato
già catturato. Solo nei racconti della gente continuava ad aggirarsi per la
città, si nascondeva in rifugi inventati, persisteva nella fuga grazie a
innumerevoli astuzie, una fantasia comune a tutti. A lui, Reinhardt, questa
soluzione appariva estremamente probabile. Comunque la busta gialla che
Hermann gli aveva affidato era destinata a quello spettro di nome Georg. Un
passaporto preso in prestito per un’ombra. In un’epoca come quella, in cui
la vita delle persone era circoscritta fino a soffocare, tutto era possibile nel
regno dei desideri e dei sogni.
L’ultimo minuto di quiete domenicale era passato. Con un sospiro
appoggiò i piedi sul pavimento. Doveva recarsi subito da quest’uomo che
lavorava nel reparto di Röder, che poteva ancora scoprire che cosa ci fosse
di vero in quella faccenda. Lui, Reinhardt, doveva tenere in considerazione il
fatto che la storia di quella fuga potesse dissolversi nell’aria e nel contempo
doveva prenderla assolutamente sul serio, e non perdere neppure un istante.
Anche Hermann, il suo più caro amico, aveva agito subito, nonostante i
dubbi, come se non fosse più possibile nutrirne alcuno. Si era occupato fin
dal primo istante di soldi e documenti. Gli occhi di Reinhardt si accesero al
pensiero di Hermann: un uomo che dava agli altri la forza non solo di fare
un sacco di cose molto faticose, ma anche quella di farle per niente. Il grigio
dei suoi occhi si spense quando pensò all’uomo che doveva incontrare,
quello del reparto di Röder. Aggrottò la fronte.
In effetti quest’uomo poteva dargli informazioni su Röder. Lavorava con
lui alla Pokorny da molti anni, e avrebbe taciuto su chi l’avrebbe
interrogato. Ma esisteva anche la possibilità che l’uomo esitasse, come
faceva da tempo. Reinhardt lo aveva osservato bene. Chissà se stamattina
sarebbe riuscito ad avvicinare quell’individuo spaventato e intimidito?
Si mise seduto sul letto e si infilò i calzini. Qualcuno suonò alla porta.
Basta scocciature, perché lunedì poteva già essere troppo tardi, doveva agire
oggi e subito. La moglie infilò la testa in camera, c’era una visita. «Sono io»
disse Fiedler entrando. Reinhardt aprì le imposte, per vedere meglio il
visitatore. Fiedler sentì su di sé quegli occhi che aveva temuto per un anno
intero. Ma fu Reinhardt ad abbassare per primo lo sguardo, dicendo, turbato
e impacciato: «Proprio tu, Fiedler! Stavo per venire da te». «E io» disse
Fiedler, più tranquillo e sollevato, «ho deciso di venire da te. Mi trovo in
una situazione, una situazione per cui ho bisogno di confidarmi con
qualcuno. Solo che non so se capisci perché sono rimasto lontano così a
lungo».
Reinhardt si affrettò a tranquillizzarlo, dicendo che capiva eccome. Come
se spettasse a lui giustificarsi, raccontò una lontana storia del ’23. Si trovava
nella regione di Bielefeld all’arrivo del generale Watter, e all’epoca aveva
provato un tale spavento che era rimasto nascosto per settimane. Alla fine,
passata la paura, si era vergognato e stizzito di essersi spaventato.
Dopo che l’altro, di sua iniziativa, gli aveva risparmiato la necessità di
dare una spiegazione del proprio comportamento, Fiedler raccontò con
precisione che cosa lo avesse condotto lì. Reinhardt ascoltò in silenzio. Il
tono brusco con cui interruppe il racconto un paio di volte, per fare qualche
domanda, contraddiceva la sua espressione, quella di un uomo che
finalmente vede in concreto davanti a sé ciò che per lui rappresenta la cosa
più importante della vita, su cui ha puntato tutto e intuisce che resisterà per
sempre, anche se spesso è lontana fino allo sfinimento, si nasconde fino alla
negazione; ma adesso ce l’ha davanti, è addirittura arrivata fino a lui.
Dopo essere stato messo al corrente di ogni cosa, Reinhardt si alzò e
lasciò Fiedler da solo un paio di minuti, dandogli così il tempo di riflettere
sul passo compiuto, che era stato insieme così leggero e così pesante. Poi
tornò e gli posò davanti una busta. Gialla e robusta, conteneva i documenti
a nome del nipote del capitano di un rimorchiatore olandese, che compiva
spesso la traversata da e per Magonza con lo zio. Questa volta era stato
raggiunto per tempo a Bingen, per cedere documenti e passaporto al
fuggiasco, dal momento che portava sempre con sé anche un normale
lasciapassare. La foto del passaporto era stata ritoccata con mano abile per
adattarla alla foto segnaletica.
Dentro il passaporto c’erano alcune banconote. Reinhardt lisciò la busta
con il taglio della mano, un gesto utile e al contempo delicato. La busta
conteneva il risultato di un faticoso e pericoloso lavoro di cesello, conteneva
innumerevoli vie, informazioni, astuzie, il lavoro di anni passati, antiche
amicizie e legami, un’unione tra marinai e lavoratori del porto, una rete su
mari e fiumi. Ma la vita di colui che ora si aggrappava con le dita a questa
rete era angusta e difficile, e quelle poche banconote rappresentavano in
quei tempi un vero e proprio tesoro, i risparmi di cassa della direzione
distrettuale per i casi di necessità.
Fiedler intascò la busta. «Gliela consegnerai di persona?» «No, mia
moglie». «È fidata?» «Forse più di me».

Accecata dal pianto dopo la notte insonne, Liesel Röder aveva sfamato e
vestito i bambini. «Ma è domenica» disse il primogenito, vedendola arrivare
con un filone di pane anziché con i panini. La domenica Paul era solito
andare a prendere i panini caldi dal fornaio di fronte. Queste parole
causarono un nuovo scoppio di pianto a Liesel e i bambini masticarono e
inzupparono, spaventati e offesi.
Paul non è tornato a casa, la vita normale si è interrotta. Dopo il
singhiozzo che scuote Liesel, la vita con quel Paul ora disperso è diventata
qualcosa di incomparabile. Liesel ha concentrato tutte le proprie forze non
nel futuro, neppure in quello dei bambini, ma nella vita presente insieme.
Mentre guardava la via con gli occhi gonfi, senza vedere, odiava tutti coloro
che avevano osato scuotere questa vita con persecuzioni e minacce, oppure
con le promesse di un futuro migliore.
I bambini a tavola avevano finito di bere, ma rimasero insolitamente
calmi.
Lo staranno picchiando? si domandò Liesel. Vide davanti a sé la propria
vita distrutta, con tutte le conseguenze e in tutti i dettagli. Ma la vita
distrutta dell’altro era più difficile da vedere, anche se l’altro era Paul.
Chissà se lo picchieranno finché non confesserà dove si trova Georg? Se
confessa, poi potrà tornare a casa? Potrà tornare subito a casa? Potrà
tornare tutto com’era prima?
Liesel si bloccò nei propri pensieri. Anche le lacrime si bloccarono.
Un’intuizione prese vita nel suo cuore, vietandole persino di continuare a
pensare. Niente sarebbe più stato come prima. Liesel non conosceva altro
che la sua vita rotonda, senza spigoli. Non conosceva proprio nulla delle
ombre dietro i pali che delimitavano la realtà, e ancor meno dei bizzarri
processi che si svolgevano tra quei pali, quando la realtà scivolava nel nulla
per non tornare più oppure le ombre si ritiravano, per apparire ancora una
volta reali.
In quel momento, però, Liesel comprese anche quale mondo irreale
potesse rappresentare un Paul tornato nel modo sbagliato, un Paul che non
era più tale, una famiglia che allora non sarebbe più potuta essere una
famiglia, anni di una vita comune che aveva smesso di essere una vita una
notte di ottobre nel sotterraneo della Gestapo, per colpa di qualche parola
estorta e di una confessione.
Liesel scosse la testa e si staccò dalla finestra. Si mise seduta insieme ai
bambini sul divano in cucina. Disse al maggiore di cambiarsi i calzini
sporchi con quelli puliti, messi ad asciugare sull’asta della stufa. Prese in
braccio la bambina e le tirò i capelli a formare una crocchia.

3.

Pur ripetendosi che continuava a essere sorvegliato, di fronte a questa


prospettiva Mettenheimer non provava più l’antica paura. Che mi osservino
pure, si diceva con un certo orgoglio, conosceranno finalmente un uomo
perbene.
Continuava però a pregare che Georg uscisse dalla sua vita senza che
accadesse nulla a Elli, ma anche senza doversi macchiare di qualche peccato.
Forse lo squallido ometto seduto accanto a lui sulla panchina era il
successore di quel cappello rigido che la settimana prima lo aveva condotto
quasi alla disperazione. Mettenheimer tuttavia aspettava rilassato la famiglia
del portinaio, che sarebbe dovuta tornare di lì a poco dalla messa per
aprirgli la casa. Una dimora sontuosa, pensò il tappezziere, e quelli che
all’epoca se l’erano fatta costruire non dovevano certo avere rabbia in
corpo.
L’edificio bianco a due piani, con il tetto basso leggermente spiovente e il
bel portale con la stessa inclinazione, dietro il giardino autunnale in salita
sembrava ancora più grande di quanto fosse in realtà. Un tempo la proprietà
sorgeva fuori dalla città, poi la città l’aveva raggiunta. Per causa sua la
strada compiva una lieve deviazione, perché quella casa era troppo bella per
essere abbattuta. Una casa per amanti che contavano sulla durata dei propri
sentimenti, oltre che su quella della propria situazione di vita, dal
matrimonio fino ai nipoti.
«Una bella casetta» disse lo squallido ometto. Mettenheimer lo guardò.
«Per fortuna hanno ripulito anche questa» aggiunse l’ometto, «e verranno
ad abitarci altri». «Siete dunque voi il nuovo inquilino?» domandò
Mettenheimer. «Santo cielo! Io!» L’ometto fu assalito da un accesso di riso.
«Io sono il tappezziere» disse asciutto Mettenheimer. L’ometto lo guardò
con rispetto e, siccome Mettenheimer rimaneva in silenzio, ben presto si
alzò, fece il saluto e saltellò via. Di sicuro non era uno spione, pensò
Mettenheimer.
Stava per alzarsi e controllare di non essersi lasciato sfuggire la famiglia
del portiere, quando il suo primo tappezziere Schulz si avvicinò dalla
fermata dell’autobus. Mettenheimer rimase meravigliato che Schulz
mostrasse un tale zelo anche di domenica.
In realtà Schulz non aveva la minima fretta di recarsi al lavoro. Si mise
seduto accanto a Mettenheimer sulla panchina al sole. «Un bellissimo
autunno, signor Mettenheimer». «Sì». «Non durerà ancora a lungo. Ieri sera
c’era un tramonto così rosso». «Eh, già». «Signor Mettenheimer» disse
Schulz, «vostra figlia Elli, che ieri è venuta a prendervi...» Mettenheimer si
voltò di scatto verso di lui. Schulz si sentì a disagio. «Che cosa le è
successo?» domandò Mettenheimer, inspiegabilmente stizzito. «Cosa
dovrebbe esserle successo? Niente» disse Schulz confuso, «ma è davvero
molto graziosa. Mi meraviglio che non si sia risposata già da tempo». Lo
sguardo di Mettenheimer si fece cattivo. Disse: «È una cosa che riguarda Elli
e basta». «In parte» disse Schulz, «ha dunque divorziato da Heisler?» A
questo punto Mettenheimer si seccò sul serio. «Queste cose potete chiederle
direttamente a Elli». Quest’uomo è davvero ottuso, pensò Schulz. Poi disse
tranquillo: «Certo, potrei farlo. Pensavo soltanto che per voi fosse
preferibile parlare prima tra noi della questione». «Quale questione?»
domandò Mettenheimer turbato. Schulz sospirò e provò a cambiare registro.
«Conosco la vostra famiglia da dieci anni, signor Mettenheimer. È da tanto
tempo che lavoriamo entrambi per la stessa ditta. In passato Elli veniva
spesso sul nostro luogo di lavoro, come l’ho vista fare ieri, così ci ho
riflettuto su a lungo».
Mettenheimer si prese un baffo e cominciò a masticarlo. Finalmente!
pensò Schulz, prima di proseguire. «Sono un uomo senza pregiudizi, so che
c’è questa storia con Georg Heisler, è cosa risaputa. Ebbene, io non conosco
quell’uomo. In confidenza, signor Mettenheimer, io... io gli auguro di tutto
cuore che riesca a cavarsela. Dico soltanto quello che pensano gli altri, che
la vostra Elli potrebbe appellarsi subito all’abbandono. E poi c’è anche il
figlio di Heisler. Sì, lo so. Se è un bravo bambino, ebbene, allora un bambino
ci sarà già».
Mettenheimer disse sottovoce: «È bravo». «Sì. Se fossi al posto di questo
Heisler, mi direi: meglio che sia Schulz a occuparsi di mio figlio, un uomo
come me, piuttosto che finisca nelle mani di quei banditi e diventi a sua
volta un bandito. Prima che il bambino di Heisler possa venire a lavorare
con noi, il dominio dei banditi sarà finito».
Mettenheimer trasalì e si guardò intorno. Ma, a quanto poteva vedere,
erano soli nel sole autunnale. «Se Heisler verrà catturato, però» disse Schulz
sottovoce, «come forse è già successo, dato che ieri e oggi non hanno più
parlato di lui alla radio, allora quel poveretto non avrà scampo, la sua vita
sarà finita, ed Elli non dovrà nemmeno più appellarsi all’abbandono».
Guardarono dritto davanti a loro. La strada quieta e silenziosa era
ricoperta dalle foglie dei giardini. Mettenheimer pensò: questo Schulz è un
lavoratore serio, ha cuore e ragione, è un uomo perbene. Ho sempre
desiderato un uomo così per la mia Elli. Perché non fa parte già da tempo
della mia famiglia? Se così fosse, ci sarebbe stato risparmiato tutto questo.
Schulz disse: «In passato, signor Mettenheimer, avete avuto la cortesia di
invitarmi presso la vostra famiglia. All’epoca non ho saputo approfittarne.
Permettetemi di farlo adesso, signor Mettenheimer, permettetemi di
accettare il vostro invito.
Però promettetemi, signor Mettenheimer, di non rivelare niente alla
vostra Elli. Quando arriverò, signor Mettenheimer, e troverò la vostra Elli in
salotto, sarà per puro caso. Le ragazze come lei non sopportano che si
prendano accordi alle loro spalle. Vogliono avere un pretendente come piace
a loro».

Quando si è condannati ad aspettare, si è di fronte a un’autentica attesa tra


la vita e la morte, e non si sa in anticipo come finirà né quanto durerà, se
ore oppure giorni, allora si prendono le misure più bizzarre contro il tempo.
Si cerca di catturare i minuti e di annientarli. Si erige una specie di argine e
si cerca di rinforzarlo più volte, anche se il tempo l’ha già scavalcato.
Georg, ancora seduto a tavola con i due Kreß, aveva dapprima
partecipato a questi tentativi. Poi se ne era impercettibilmente distaccato.
Era disposto a non aspettare più. Kreß raccontò come e dove avesse
conosciuto Fiedler. Georg dapprima ascoltò perché non poteva evitarlo,
quindi con sincera partecipazione. Kreß descrisse Fiedler come un uomo
incorruttibile, che non conosce dubbi e paure. Un brusio fuori dalla finestra
lo costrinse a interrompersi – una banale gita domenicale, fu subito chiaro.
Kreß fece un altro tentativo, si alzò e accese la radio, e il frammento di un
concerto del mattino riempì un paio di minuti. Georg lo pregò di prendere
una cartina e di tornare a sedersi per dargli informazioni su varie cose che
lui voleva ancora sapere a tutti costi. Erano passate meno di due settimane
da quando un nuovo arrivato a Westhofen aveva disegnato sul terreno
umido, con un paio di bastoncini, i confini della Spagna, indicando poi con
l’indice gli scenari di guerra; Georg ricordava che l’uomo con gli zoccoli
c’era passato subito sopra, non appena la guardia di sorveglianza si era
avvicinata. Si trattava di un piccolo stampatore di Hanau. Georg tacque, e il
tempo irruppe nella stanza. All’improvviso la donna, come se le fosse stato
ordinato di intervenire, disse che uno dei suoi fratelli era andato in Spagna a
combattere per Franco, e anche il suo amico d’infanzia Benno voleva
partire, l’amico di questo fratello, il suo compagno di giochi. Continuò a
parlare per impedire che il tempo li travolgesse di nuovo, allo stesso modo
in cui si afferra la prima cosa che capita per chiudere una falla. «Per molto
tempo mi sono chiesta se dovessi scegliere te oppure Benno». «Me oppure
Benno?» «Sì. Lo conoscevo molto meglio. Ma volevo andare da qualche
altra parte». La sua confessione non servì a niente, perché quelle poche
parole non ebbero alcun effetto contro il tempo.
«Andate al lavoro, Kreß, o a fare ciò che dovete» disse Georg, «oppure
prendete sottobraccio vostra moglie e fatevi una passeggiata domenicale.
Dimenticate per qualche ora la mia presenza. Io vado di sopra».
Si alzò, cogliendo di sorpresa marito e moglie. «Ha ragione» disse Kreß.
«Se fosse possibile farlo, avrebbe ragione».
«Certo che è possibile» disse la moglie, «e io andrò a piantare i bulbi in
giardino».
Röder non mi tradirebbe mai, si disse Georg una volta rimasto solo, ma
potrebbe commettere un’imprudenza. Non sa come si risponde, non sa come
ci si comporta. Non gli si può rimproverare niente. Quando si è fiaccati dalle
botte e dalla mancanza di sonno, la ragione se ne va. Allora anche il più
furbo diventa ottuso e stupido, e di sicuro Paul è stato visto tutti i giorni
insieme a questo Fiedler. Per la Gestapo è una pista da seguire. Ma non si
può rimproverare niente a Paul. Georg si domandò più volte se per lui non
fosse meglio lasciare quella casa. Anche nell’ipotesi più favorevole –
ammesso che Paul tacesse – avrebbe fatto lo stesso anche Fiedler, una volta
in preda alla paura? Ciò che Georg aveva temuto nel cortile della Grabber,
qui era ancora più probabile. Essere lasciato lì. Rimanere irrintracciabile.
Kreß di certo non era il tipo che avrebbe continuato ad aiutarlo. Non era
meglio andarsene oggi, invece di aspettare altri giorni?
Siccome non sopportava i luoghi chiusi, si affacciò alla finestra. Guardò
l’ampia via che attraversava il quartiere. Oltre le case, che somigliavano fin
troppo a quelle di un paese, si vedevano parchi o boschi. Georg fu travolto
da un senso di completo sradicamento e spaesamento, unito a un certo
orgoglio. Chi, a parte lui, avrebbe mai potuto vedere con gli stessi occhi lo
sconfinato cielo autunnale azzurro acciaio, e questa strada che soltanto per
lui portava nella natura selvaggia? Osservò le persone che passavano là
sotto, gente con i vestiti della domenica, con i bambini, le anziane madri e
bagagli stravaganti: un motociclista con la sposa seduta dietro, due ragazzini
con l’uniforme della Gioventù Hitleriana, un uomo con una sacca da
marinaio, un SA che teneva per mano un bambino, una giovane con un
mazzo di astri.
Un attimo dopo suonarono alla porta. Non preoccuparti, qui suonano
spesso, si disse Georg. La casa e la strada rimasero tranquille. Kreß salì da
lui. «Venite un momento sulle scale». Georg osservò accigliato la giovane
con il mazzo di fiori, che a un tratto era tre gradini più in basso dentro casa
di Kreß. «Ho qualcosa da darti» disse, «inoltre devo riferirti che domattina,
alle cinque e mezzo, devi essere all’ormeggio di Magonza, al ponte di Kastel.
La chiatta si chiama Wilhelmine, ti aspettano». «Sì» disse Georg, senza
muoversi da dove si trovava. La donna si sbottonò la tasca della giacca senza
appoggiare il mazzo di fiori. Gli porse una busta voluminosa dicendo:
«Questa è per te». Dal suo modo di fare si capiva che lo considerava un
compagno che doveva nascondersi, senza sapere chi fosse. Georg disse: «Va
bene».

Liesel stava macinando l’orzo per i bambini, perciò non sentì la porta
d’ingresso che si apriva. Paul teneva in mano un sacchetto di panini
comprati sulla via di casa. Disse: «Liesel, sciacquati la faccia con acqua e
aceto, cambiati, riusciremo ad arrivare in tempo allo stadio. Ehi, cos’hai
adesso da piangere?»
La prese per i capelli, dato che teneva la testa appoggiata al tavolo. «Su,
ora smettila, basta. Non ti avevo promesso che sarei tornato?»
«Sant’Iddio!» disse Liesel. «Lui non c’entra affatto, o solo per quel poco
che c’entra in tutte le cose. Di sicuro non ha niente a che fare con la
Gestapo. È andato tutto come avevo immaginato. Un gran teatro. Mi hanno
strizzato e rivoltato per ore. L’unica cosa che non mi sarei mai sognata era
che stessero seduti lì a scrivere tutto quello che dicevo, e poi ho dovuto
firmare con il mio nome, per confermare che tutte quelle cose le avevo dette
proprio io. Quando ho conosciuto Georg, e dove, e per quanto tempo, e
perché, e chi erano i suoi amici, e chi erano i miei. E mi hanno anche chiesto
chi era ospite in casa mia l’altro ieri.
Intanto mi minacciavano di tutto quello di cui si può minacciare
qualcuno. Mancavano solo le fiamme dell’inferno. Per il resto volevano
proprio farmi credere di essere davanti al Giudizio Universale. Ma sono ben
lontani dal sapere tutto, sanno soltanto ciò che gli viene detto».
Più tardi, dopo che Liesel si era un po’ consolata, aveva cambiato i
bambini, si era cambiata a sua volta e si era sciacquata il viso, Paul
ricominciò: «C’è soltanto una cosa che mi meraviglia, che la gente possa
dire tante cose. E perché? Perché pensa che loro sappiano già tutto.
Io però mi sono detto: nessuno può dimostrare che da me c’era proprio
Georg. Anche se qualcuno lo avesse visto, posso sempre negare.
Nessuno ha la prova che fosse lui, potrebbe affermarlo solo lo stesso
Georg. E se lo hanno preso, allora è comunque tutto finito. Ma se lo
avessero preso, non mi avrebbero fatto tutte quelle domande».
Venti minuti più tardi si recarono in città. Fecero una deviazione, per
lasciare i figli più grandi per il pomeriggio con i parenti. Il più piccolo era
stato affidato alla moglie del capo-fabbricato, per un accordo preso qualche
giorno prima. Paul nutriva forti sospetti che la donna lo avesse in qualche
modo denunciato, ma per il resto era molto disponibile e ci sapeva fare con i
bambini.
All’improvviso disse a Liesel e ai bambini di aspettarlo. Sentiva caldo.
Prese una decisione e attraversò il portone. La finestrella del garage era
illuminata come sempre, anche se nel cortile c’era molta luce. Passò
velocemente davanti alla finestra, per non far aspettare la famiglia e gettarsi
alle spalle l’ingrato compito. Chiamò: «Zia Katharina!»
Quando la testa della Grabber spuntò dalla finestra, Paul le raccontò in
fretta e furia: «Mio cognato si scusa, ha ricevuto una notifica dalla polizia di
Offenbach. È dovuto tornare a casa e dubito che venga di nuovo qui. Mi
dispiace molto, zia Katharina. Non è colpa mia».
La Grabber rimase in silenzio per un istante, quindi gridò: «Per quanto
mi riguarda può benissimo restare dov’è! Tanto lo avrei rimandato a casa!
Non ti azzardare più a consigliarmi un perdigiorno, un lavativo del genere!»
«Suvvia» disse Paul, «non ti è andata poi così male. Ti ha riparato l’auto
per niente. Heil Hitler!»
La Grabber si mise seduta alla scrivania. La data in rosso sul calendario
indicava chiaramente che era domenica. La domenica in genere gli
automezzi restavano nei vari luoghi di destinazione. Lei non aveva più una
famiglia e, se l’avesse avuta, non sarebbe andata a trovarla. La sua delusione
esagerata era per questa irrilevante minuzia, che il cognato di Paul non
avrebbe lavorato per lei. Probabilmente la notifica era solo un pretesto, e a
lui non era piaciuto stare lì. Allora la sera prima non avrebbe dovuto bere
insieme a lei. Non avrebbe dovuto farlo, pensò con rabbia, era stato perfido
da parte sua.
Si guardò intorno nella sterminata desolazione della domenica, un vero
diluvio di desolazione dal quale affioravano pochi oggetti sparuti, una
montagnola di malachite, una lampada, un registro, un calendario.
Si precipitò verso la finestra e gridò nel cortile: «Paul!» Ma Paul era già
andato via da tempo con la sua Liesel, per raggiungere lo stadio di
Niederrad.

Hermann guardava e ascoltava, per metà felice e per metà sentendosi


colpevole, la moglie che cantava mentre si faceva bella per l’invito
domenicale dai vicini Marnet. Con i capelli spazzolati e umidi, la collana, il
vestito inamidato, lo sguardo limpido, sembrava una robusta cresimanda.
Sebbene dovessero camminare solo dieci minuti su per la collina, si posò
sulla testa tonda il cappellino. «Per farlo vedere ai vicini Marnet». Che la
piccola Else, quella sciocchina, avesse preso come marito il vecchio
ferroviere benestante, la cugina Auguste non l’aveva ancora digerito.
Hermann osservò divertito il volto della sua Else, mentre si avvicinavano
a casa Marnet. Conosceva tutte le sue espressioni, come si riconoscono
rapidamente le espressioni di un uccellino. Quanto era orgogliosa del
matrimonio, che riteneva indistruttibile. «Perché oggi mi guardi in maniera
così buffa?» Era un bene o era un male che cominciasse a fare domande?
Quando si saliva in cima alla collina di Schmiedtheim, ci si chiedeva che
cosa fosse quella luce azzurra dietro il giardino dei Marnet. Solo da vicino si
capiva che era la grande sfera di vetro sopra l’aiuola degli astri.
La cucina dei Marnet era calda e umida. L’intera famiglia era seduta
intorno al tavolo, insieme a tutti gli ospiti. Una volta l’anno, dopo la raccolta
delle mele, lassù si mangiavano dolci cotti in teglie grandi quasi quanto il
tavolo. Tutte le bocche luccicavano di succo e di zucchero, quelle dei
bambini come pure quelle dei soldati; brillavano persino le labbra severe e
sottili di Auguste. L’imponente caffettiera sul tavolo, con la lattiera più
piccola e le tazze decorate, sembravano formare a loro volta una famiglia.
Intorno al tavolo era seduto un vero e proprio popolo: la signora Marnet con
quel minuscolo contadino del marito, i loro nipoti, i piccoli Ernst e Gustav,
la figlia Auguste, il genero e il figlio maggiore, entrambi in uniforme da SA,
il figlio soldato, tutto lucidato, il secondogenito di Messer, la recluta, il figlio
minore di Messer, con l’uniforme da SS... Ma la torta di mele resta sempre la
torta di mele. Poi Eugenie, tanto fiera e bella, e Sophie Mangold, un po’
spenta. Il pecoraio Ernst, con la cravatta e senza fazzoletto al collo – la
madre intanto lo sostituiva con il gregge –, e Franz, che saltò in piedi
all’arrivo di Hermann ed Else. A capotavola, al posto d’onore, era seduta
suor Anastasia delle Orsoline di Königstein. Le cocche bianche del velo
spiccavano sopra il tavolo.
Else si unì fiera alle donne della famiglia. La tozza mano infantile con la
vera nuziale si mosse trepidante verso la torta. Hermann si era seduto
accanto a Franz. «La settimana scorsa Dora Katzenstein è venuta a
salutarmi» disse suor Anastasia, «prima compravo da lei la stoffa per i miei
orfanelli. Non ditelo a nessuno, sorella, mi ha detto Dora, ma tra poco ce ne
andremo tutti quanti. Si è messa a piangere. Ieri le imposte dei Katzenstein
erano chiuse e la chiave era sotto lo zerbino. Quando hanno aperto, la
bottega era vuota e desolata! Sul bancone era rimasto soltanto il metro».
«Quelli non se ne vanno finché non hanno venduto fino all’ultimo
pezzetto di cotonina» disse Auguste. Sua madre disse: «Se dovessimo
andarcene, anche noi aspetteremmo di raccogliere fino all’ultima patata».
«Non puoi paragonare le nostre patate alla cotonina dei Katzenstein».
«Tutto si può paragonare». Il figlio SS di Messer disse: «Una Sarah di
meno». Poi sputò. La signora Marnet avrebbe preferito che non sputasse
proprio sul pavimento della cucina, ma è molto difficile portare scompiglio
nella cucina dei Marnet. Persino i quattro Cavalieri dell’Apocalisse, se
fossero passati di lì quella domenica ricca di torta di mele, avrebbero legato i
cavalli alla staccionata del giardino e, una volta dentro, si sarebbero
comportati come ospiti educati.
«Ti sei guadagnato presto la tua licenza, Fritz» disse Hermann al cugino
celibe. «Non hai letto sul giornale? Ogni madre deve gioire la domenica, se
ha in casa una recluta nuova di zecca».
Eugenie dice: «Per un figlio si gioisce comunque sia vestito». Tutti le
rivolgono un’occhiata imbarazzata, ma lei prosegue tranquilla: «Certo, una
giubba nuova è più bella di una tutta bucata, soprattutto se i buchi sono
profondi».
Gli altri però sono contenti che suor Anastasia riprenda l’argomento di
prima, dopo una gelida pausa. «Dora era proprio brava». «Ma non
azzeccava una nota giusta quando cantavamo» dice Auguste, «siamo state
compagne di scuola». «Davvero brava» dice la signora Marnet. «Quante
pezze di cotonina si è caricata in spalla». Dora Katzenstein è già a bordo del
piroscafo di emigranti e ancora una volta nella cucina dei Marnet viene
issata in suo onore una tenera bandierina, il suo necrologio.
«Voi due vi fidanzerete presto?» chiese suor Anastasia. «Noi?»
esclamarono Ernst e Sophie. Si allontanano decisi l’uno dall’altra; ma la
suora, dal suo posto d’onore, riesce a vedere non solo sopra, bensì anche
sotto il tavolo. «Quando ti deciderai ad arruolarti?» domandò la signora
Marnet. «Ti farebbe bene, Ernst, non potresti più scansare qualunque cosa».
«Sono quattro mesi che non partecipa più alle esercitazioni» dice il Marnet
SA. «Sono dispensato dalle esercitazioni» spiega Ernst, «faccio parte della
difesa antiaerea». Tutti ridono a parte il Messer SS, che osserva Ernst pieno
di disgusto. «Devi infilare le maschere antigas alle tue pecore?» Ernst si gira
di scatto verso Messer, perché ne ha sentito lo sguardo su di sé. «E tu,
Messer? Chissà come ti risulterà difficile abbandonare la tua bella giacca
nera per una banale uniforme da soldato». «Non sono tenuto a farlo»
ribatte Messer e, prima che possa esserci una pausa di gelo o qualcosa di
peggio, suor Anastasia dice: «L’hai imparato da noi, Auguste, a spargere la
granella di nocciola sulla torta di mele».
«Vado a prendere una boccata d’aria» dice Hermann. Franz lo
accompagna in giardino. Il cielo si tinge all’orizzonte, gli uccelli volano più
bassi. «Domani è finita con il bel tempo» dice Franz. «Senti, Hermann...»
«Cosa?» «Ieri e oggi non hanno più detto niente alla radio, nessuna notizia
dell’evasione, nessuna segnalazione, niente su Georg». «Franz, smettila di
rimuginare su questa storia, è meglio per te, meglio per tutti, occupa troppo
spazio nella tua testa. Tutto ciò che si poteva fare per il tuo Georg è già
stato fatto».
Il volto di Franz si animò per un istante, facendo così capire che non era
affatto un uomo lento e ottuso, bensì in grado di sentire e fare qualunque
cosa. «Allora è salvo?» esclamò. «Non ancora...»

4.

Hermann se ne andò poco dopo, perché aveva il turno di notte, e lasciò Else
con la torta di mele dei Marnet. Franz lo accompagnò per un tratto. Non
avendo alcun impegno per la domenica, preferiva tornare a casa. Però ora
non aveva più nessuna voglia di ascoltare le chiacchiere in cucina e
nemmeno di starsene seduto da solo nella sua camera. All’improvviso si
sentiva abbandonato, come può succedere soltanto di domenica. Era infelice,
malinconico, scontroso.
Doveva mettersi a girare da solo per i boschi? Spaventare le coppiette
appartate nelle radure, tra il tiepido fogliame autunnale? Se doveva stare da
solo la domenica, meglio farlo in città. Proseguì verso Höchst.
Si sentiva stranamente stanco, pur avendo dormito a sufficienza. La dura
settimana di lavoro gli pesava nelle ossa. Hermann gli aveva ripetuto ancora
una volta di non impicciarsi della storia di Georg, che quello che si poteva
fare per Georg era stato fatto. Ma non si possono accantonare di colpo i
pensieri.
Si mise a sedere nella prima osteria all’aperto che trovò. Era piuttosto
vuota. La padrona spazzo via le foglie marce dalla tovaglia e gli domandò se
volesse del sidro. Il sidro non era abbastanza dolce, aveva un sapore
leggermente asprigno che scontentò Franz. Sarebbe stato meglio prendere
un vino novello. Una bambina correva in giardino, frugando tra le foglie
ammassate contro la staccionata; poi corse da Franz e tirò la tovaglia. Aveva
il volto racchiuso da una cuffietta, gli occhi quasi neri.
La madre spuntò sulla soglia, le sistemò i capelli e brontolò. La voce roca,
quasi rotta, risultava familiare a Franz; la sua figura era giovane e magra,
ma il volto era un po’ contratto, nascosto da un berretto storto e da una
spessa ciocca di capelli tirata avanti su metà faccia. Franz disse, a proposito
della bambina: «Non fa niente». La donna lo guardò con l’occhio scoperto,
un po’ fisso, e Franz disse: «Ci siamo già visti». Quando aveva girato la
testa, un angolo dell’occhio sinistro della donna, probabilmente offeso da un
incidente sul lavoro, era rimasto scoperto per un attimo. Lei replicò
beffarda: «Eh, già, da qualche parte ci siamo già visti, questo è sicuro». Visti
sì, spesso, pensò Franz, ma dove ho già sentito la sua voce? «Di recente vi
ho urtato con la mia bicicletta». «È vero anche questo» ribatté lei asciutta.
La bambina, che stringeva saldamente, rischiò di storcerle il braccio. «Però
ci conosciamo anche da prima, da molto prima». Continuava a fissarlo in
viso, quindi aggiunse: «Franz». Lui inarcò le sopracciglia, il cuore batté due
colpi, il lieve avvertimento abituale. Lei gli lasciò un po’ di tempo. «Da
quella gita in barca sull’isoletta sulla Nidda, dove c’era quel campeggio tra
gli abeti, dove tu stesso...» «Guarda, una noce!» esclamò la bambina, che
frugava tra le gambe del tavolo. «Brava, schiacciala sotto la scarpa» disse la
donna, senza distogliere lo sguardo da Franz. Lui fu assalito da un brivido
freddo, una specie di paralisi che non riusciva a spiegarsi. La osservò
pensieroso. Lei si chinò improvvisamente in avanti e gli disse in faccia con
aperta disperazione: «Io ero Lotte!» Lui stava per gridare: impossibile! Si
trattenne appena in tempo.
Lei però doveva aver immaginato che cosa provava. Lo guardò dritto in
faccia, in attesa di un segno di riconoscimento, di un riflesso per quanto
sbiadito di tutto ciò che lei era stata un tempo: una ragazza che sprizzava
gioia, dalle membra slanciate, lisce e abbronzate, dalla chioma scintillante e
folta come la pelliccia di un animale nel pieno del suo vigore.
Quando la donna si accorse che lui finalmente cominciava a riconoscerla,
sulle sue labbra affiorò un vago sorriso e da questo lui la riconobbe del tutto.
Ricordò che distribuiva il cibo nell’accampamento, su una tavola appoggiata
a due ciocchi d’albero. Che tornava dopo aver remato con un grembiulino
blu. Che sedeva per terra con le ginocchia strette al petto. Che portava la
bandiera, stanca e sorridente, una spruzzata di neve sulla folta chioma. Una
ragazza così bella e sveglia da sembrare un emblema, la polena sulla prua
della nostra sacra nave. Ricordava anche che si era sposata in fretta con un
uomo alto e biondo, un ferroviere sceso dalla Germania settentrionale, di
nome Herbert. Non aveva più pensato a lei, come si smette di pensare a
qualcosa di cui non rimane più traccia. «Dov’è finito il tuo Herbert?»
domandò, pentendosi subito della domanda. «Dove vuoi che sia finito?»
disse la donna. «Là sotto!» Indicò con il dito in basso la terra bruna del
giardino, anzi sotto la terra, ricoperta dalle foglie del noce e da qualche
guscio avvizzito. Il suo gesto fu così preciso, così tranquillo da dare a Franz
l’impressione che Herbert, che lui aveva completamente perduto e mai più
cercato, si trovasse proprio sotto di lui, sotto quel giardino dove si era
seduto per caso, sotto le foglie marce e gli alti stivali delle SS e delle SA e gli
stivaletti delle loro mogli, dato che nel frattempo l’osteria si era riempita.
Uomini in uniforme con le rispettive spose, giovani e graziose, che Franz
però trovava tutte ripugnanti. «Siediti, Lotte» disse. Ordinò del sidro per lei
e una limonata per la bambina.
«In fondo sono stata anche fortunata» raccontò Lotte con una voce più
secca. «Herbert ci aveva già lasciato, era a Colonia quando lo hanno preso.
Volevano portare via anche me. Era appena successo qualcosa nel nostro
reparto, un tubo era scoppiato, io ero ricoverata in ospedale, a un passo dal
tirare le cuoia, qualcuno dei miei parenti aveva portato la bambina, ancora
piccolissima, in campagna. Quando mi sono rimessa in piedi, la bambina
aveva già imparato a camminare e Herbert, be’, Herbert era morto. Dopo
non mi è più successo niente, sono scivolata via così...
Non devi soffiare, devi succhiare dalla cannuccia» disse alla bambina.
Poi con aria rincresciuta, rivolta a Franz: «È la prima volta che la beve».
Le raddrizzò la cuffia e disse: «Essere morti a volte non sarebbe male, ma
c’è la bambina! Non posso lasciare la mia bambina a loro! Non mi servono
parole d’incoraggiamento, Franz, e nemmeno che mi consoli. A volte capita
di sentirsi soli. Allora viene da pensare: Voi avete dimenticato tutto».
«Voi chi?» «Voi! Voi! Anche tu, Franz. Non hai forse dimenticato
Herbert? Credi forse che non te lo abbia letto in faccia? Se hai dimenticato
persino Herbert, quanti altri ancora hai dimenticato? E che tu dimentichi... è
quello su cui loro contano...» Con la spalla indicò il tavolo vicino, occupato
da SA con il loro seguito. «Non dire di no, hai dimenticato molte cose.
Diventare insensibili e dimenticare una parte del male che ci hanno fatto è
una cosa brutta. Ma dimenticare il meglio, tra tutte le cose spaventose, è
ancora peggio. Ti ricordi come eravamo noi, tutti insieme? Io invece non ho
dimenticato niente».
Franz protese la mano, quasi senza volerlo. Con un movimento lieve
scostò quella ciocca assurda, la scostò dall’occhio offeso, dal viso intero, che
sotto le sue dita divenne ancora più pallido e un po’ più freddo. Lei abbassò
gli occhi. Così facendo il suo viso tornò a somigliare a quello di un tempo.
Sì, Franz aveva l’impressione che gli sarebbe bastato accarezzarlo ancora
qualche volta e la ferita sarebbe guarita, e l’antico splendore, la perduta
bellezza di quel volto sarebbe tornata. Invece ritirò la mano. Lei lo fissò con
il suo occhio sano e asciutto, così nero che la pupilla vi scompariva del tutto,
sembrando per questo fin troppo grande. Poi tirò fuori uno specchietto, lo
appoggiò al bicchiere e si rimise a posto i capelli.
«Senti, Lotte» disse Franz, «è ancora presto, vieni con me dalla mia
gente». «Sei sposato, Franz, hai qui i genitori?» «Nessuna delle due cose,
solo parenti. Sono praticamente solo».
Risalirono in silenzio la via, camminando per quasi un’ora. La bambina
non li disturbava. Li precedeva di corsa, animata dal desiderio di salire
sempre più in alto. Capitava di rado che uscissero da Höchst. A intervalli di
pochi minuti si fermava brevemente, per vedere quanta terra si estendesse
sotto di lei, e con la terra anche il cielo. A salire abbastanza, pensava la
bambina, bisognava per forza vedere qualcos’altro, invece di villaggi e
campi sempre nuovi, la fine di tutto, il punto dove uscivano le nuvole e il
vento, che era una cosa sola con la luce dorata del pomeriggio, qualcosa che
non poteva ampliarsi ancora.
Franz vedeva già la casa dei Mangold. Non aveva più pronunciato
nemmeno una parola con Lotte, ma parlare non era necessario, anzi, li
disturbava. Comprò alla bambina un biscotto al chiosco dell’acqua minerale
e a Lotte una tavoletta di cioccolato. Quando entrarono nella cucina dei
Marnet, Auguste rimase a bocca aperta. Tutti fissarono Franz, Lotte, la
bambina. Lotte li salutò con disinvoltura e si mise subito a dare una mano a
lavare i piatti. Dell’enorme torta di mele, purtroppo, era rimasto solo un
bordo di crosta. Fu dato alla bambina, insieme al permesso di guardare la
sfera di vetro azzurra sopra l’aiuola di astri. In cucina erano ancora tutti
seduti intorno al tavolo, ora vuoto e pulito. Ernst, che continuava a fissare
Lotte, anche se lei non gli piaceva, era stizzito che Franz, quel tontolone, in
realtà avesse per le mani una donna. La signora Marnet portò quindi in
tavola la sua bottiglia di liquore di susine. Tutti gli uomini ne bevvero un
bicchierino, delle donne solo Lotte ed Eugenie.
Nel frattempo la bambina aveva aperto la porta del giardino ed era uscita
sul prato. Si fermò sotto il primo melo. La bambina di Lotte e Herbert, che
era stato ammazzato di botte.
Vide dapprima solo il tronco, e fece scorrere le dita sulla corteccia
rugosa. Poi piegò la testa all’indietro. I rami si girano e si avvolgono e si
conficcano possenti nell’aria, ma tutto rimane immobile. Anche la bambina
è immobile. Le foglie, che da sotto sembrano nere, si muovono
incessantemente, e tra l’una e l’altra si scorge il cielo al tramonto. Un
singolo raggio di sole attraversa obliquo i rami e colpisce in pieno qualcosa
di tondo e dorato.
«Ce n’è ancora una!» grida la bambina.
Tutti in cucina balzano in piedi, chiedendosi meravigliati che cosa sia
successo. Corrono fuori e alzano lo sguardo. Viene portata una pertica da
frutta. Siccome la bambina è ancora troppo piccola, si guida la sua mano,
che stringe la pertica come un’enorme matita. La pertica afferra la mela, che
dondola: buona sera, mela.
«Puoi tenerla tu» disse la signora Marnet, sentendosi molto generosa.

5.

Fahrenberg si piazzò davanti alla colonna che, come tutte le sere, anche
quella domenica si schierò alle sei. Davanti alle SA per la prima volta quel
giorno non c’era Zillich, ma il suo successore, Uhlenhaut. E di fronte alle SS
non c’era Bunsen, che era in licenza, ma un certo Hattendorf, con una faccia
lunga da cavallo. I detenuti, che nei primi tempi coglievano ogni minima
variazione, erano immersi in un singolare stato di ottusa e tenace
indifferenza dopo le torture della settimana appena trascorsa.
Nessuno di loro avrebbe saputo dire se i tre evasi rimasti, che venivano
trascinati verso gli alberi, fossero già morti o ancora vivi. L’intera “pista da
ballo” davanti alla baracca in realtà somigliava alla stazione di uno scalo
intermedio; un posto così infatti non poteva esistere sulla Terra e neppure
nell’aldilà. Lo stesso Fahrenberg, in piedi di fronte a loro, sembrava
rattrappito e smagrito, e parimenti tormentato.
La sua voce penetrò nelle teste ottuse dei detenuti, parole isolate,
qualcosa sulla giustizia e il braccio della giustizia, sul popolo e sulla ferita
del popolo, sulla fuga e sul giorno della fuga, che sarebbe tornato
l’indomani. Ma i prigionieri ascoltavano il canto dei contadini ubriachi nei
villaggi più lontani.
Poi un brivido percorse ciascuno, un brivido percorse l’intera colonna.
Che cosa aveva appena detto Fahrenberg? Se avevano preso anche Heisler,
era finita.
«Finita» disse qualcuno sulla via del ritorno, l’unica parola a essere
pronunciata.
Ma un’ora più tardi, nella baracca, si dissero l’un l’altro, senza muovere
la bocca, perché era proibito parlare: «Credi che lo abbiano preso?» E l’altro
rispose: «No, non credo». E il primo era Schenk, dal quale Röder era andato
invano, e l’altro era il nuovo arrivato degli operai di Rüsselsheim, gettato
subito nel bunker. E uno disse ancora all’altro: «Hai visto le loro facce
imbarazzate? Hai visto come si guardavano ammiccando? E il vecchio non è
riuscito ad alzare la voce. No, stavolta non era vero. No, non lo hanno
preso».
Solo i più vicini riuscivano a capire ciò che dicevano i due prigionieri.
Ma dall’uno all’altro, nel corso della serata, il senso delle loro parole si
propagò per la baracca.

Bunsen se n’era andato in licenza e aveva portato con sé due amici più
giovani, bravi ragazzi pieni di spirito, anche se non splendidi come lui, ma
proprio per questo adatti a fungergli da seguito.
Mentre Fahrenberg teneva il suo discorso, loro passavano davanti al
Rheinischer Hof di Wiesbaden. Scortato dai due compari, Bunsen entrò
nella sala da ballo, che non era ancora piena, dando una rapida occhiata in
giro. La musica suonava uno dei vecchi valzer lenti che erano stati sostituiti
dal jazz. Sulla pista illuminata in quel momento c’erano al massimo una
decina di coppie; tutti i movimenti potevano distendersi al massimo e i
lunghi abiti bianchi e colorati delle dame rendevano ogni movenza ancora
più morbida, ancora più ampia. Siccome la maggior parte degli uomini
portava l’uniforme, la scena aveva un’aria da celebrazione di una vittoria o
da una di quelle feste che si organizzano dopo una dichiarazione di pace.
Bunsen aveva scorto a uno dei tavoli vicino alla pista da ballo il suocero
e lo aveva salutato con un cenno del capo. Il suocero faceva il commesso
viaggiatore per Henkell, il console dello champagne, come amava definirsi,
nonché, aggiungeva, collega dell’ambasciatore Ribbentrop, che proveniva
dalla stessa scuola. Tra le coppie che ballavano Bunsen individuò anche la
moglie. In un duplice accesso di gelosia, gli parve che ballasse perdipiù con
uno sconosciuto, finché, nel magro tenente fresco di nomina, riconobbe suo
cugino. Terminata la musica, la sposina diciannovenne, capelli castano
chiaro, morbida e dallo sguardo malizioso, tornò al tavolo e i due si
toccarono e gioirono di essere ammirati da tutti. Bunsen presentò i suoi
accompagnatori, furono riuniti più tavoli, il piccolo cameriere si affrettò a
spezzare il ghiaccio con il martelletto. Hanni, la moglie, spiegò che si
trattava della sua festa d’addio, perché l’indomani avrebbe iniziato il corso
di sei settimane presso la Scuola delle spose delle SS. Non c’è niente di più
importante, commentò Bunsen, informandosi se avesse intenzione di dare
ripetizioni alle altre allieve. Il padre di Hanni lo guardò severo, quindi fissò
con altrettanta severità i due accompagnatori. Vedovo furbo e arguto, non
era stato mai troppo entusiasta del bel ragazzo di cui si era innamorata la
figlia. Anche la posizione di Bunsen a Westhofen gli pareva un po’
inadeguata per un genero. Ma aveva raccolto informazioni sui genitori di
Bunsen, che erano genitori normali, impiegati del Palatinato, brave persone.
Che avessero messo al mondo un ragazzo tanto singolare, aveva pensato il
vedovo nel corso della noiosa visita di cortesia nel loro misero salotto nel
Palatinato, era merito del genio della razza.
Nel frattempo il locale si era riempito. Dai valzer si era passati alle
renane e infine alla polka. Il suocero di Bunsen e tutte le persone anziane in
sala sorridevano quando veniva suonata una melodia che conoscevano,
ricordando i divertimenti di prima della guerra. Da tempo in quel luogo non
si avvertiva più una tale autentica festosità, una gioia così sincera e
spensierata. Un’atmosfera del genere si trova in tutti i luoghi simili, in tutte
le città del mondo dove le persone festeggiano uno scampato pericolo, o
anche l’idea di averlo scampato. Questa sera non ci sarà nessuno
scocciatore, nessun guastafeste. Si è già provveduto a tale riguardo.
Un’intera flottiglia di barchette di «Kraft durch Freude» pattuglia il Reno; a
tutte, l’azienda del padre di Hanni ha regalato una cassetta di Henkell secco.
Alle porte della sala non ci sono spettatori che storcono la bocca; al
massimo il piccolo cameriere, che rompe il ghiaccio con il suo martelletto e
l’espressione imperturbabile.
Tra le auto parcheggiate nella stessa città davanti allo stabilimento
termale, i Kreß avevano lasciato la loro Opel, dopo aver scaricato Georg a
Kostheim. Lui infatti doveva trovarsi un alloggio da battelliere, visto che
con i suoi documenti era poco credibile la sua presenza a bordo
dell’utilitaria blu. Nell’ultima mezz’ora Kreß era tornato taciturno come
durante il primo viaggio nel quartiere di Riederwald, quasi che l’ospite, che
aveva preso lentamente forma, stesse per volatilizzarsi di nuovo, e
diventasse perciò inutile rivolgergli ancora la parola. Non c’era stato nessun
commiato. I Kreß erano rimasti in silenzio anche dopo. Senza bisogno di
consultarsi erano venuti qui, perché avevano voglia di luce e di gente. Si
sistemarono in un angolino della piccola sala, perché davano un po’
nell’occhio con gli abiti da escursione impolverati. Osservavano quanto
c’era da guardare. Alla fine la moglie ruppe il silenzio, che durava già da
quasi un’ora. «Alla fine ha detto qualcosa?» «No. Soltanto grazie!» «È
davvero curioso» continuò la donna, «ho come la sensazione di dover essere
io a ringraziarlo, qualunque cosa derivi per noi da questa storia, per il fatto
di essere stato con noi, di averci fatto visita». «Sì, per me è lo stesso» disse il
marito impulsivamente. Si scambiarono un’occhiata, meravigliati per questa
nuova intesa a loro ancora sconosciuta.

6.

Dopo che i Kreß lo avevano lasciato davanti a un’osteria, Georg era rimasto
brevemente a pensare e, invece di entrare, si era avviato verso il Meno. Si
ritrovò a passeggiare in mezzo a molte altre persone che si godevano la
domenica e il sole autunnale, dicendo che aveva già una certa asprezza
come il sidro e non sarebbe durato ancora a lungo. Passò davanti a un ponte
sorvegliato da un soldato. L’alveo del fiume si ampliava, era arrivato alla
foce del Meno molto prima di quanto avesse immaginato. Davanti a lui c’era
il Reno, e più oltre la città dalla quale era scappato qualche giorno prima. Le
sue strade e le sue piazze, nelle quali aveva sudato sangue, si erano fuse in
una fortezza grigia che si rifletteva nell’acqua. Uno stormo di uccelli era un
triangolo nero appuntito disegnato tra le torri più alte nel cielo rosso del
tardo pomeriggio, come nelle città degli scudi araldici. Avanzando di
qualche altro passo, Georg scorse tra due di queste torri San Martino sul
tetto del duomo, che si chinava sulla sella per dividere il proprio mantello
con il mendicante che gli era apparso in sogno: Io sono colui che tu
perseguiti.
Georg avrebbe potuto proseguire subito lungo il ponte successivo,
raggiungendo uno degli alloggi dei battellieri in cui affittare una stanza.
Anche se ci fosse stata una retata, il suo passaporto era valido. Tuttavia
temeva di restare invischiato e dover rispondere a qualche domanda.
Preferiva, se possibile, passare la notte sulla riva destra e l’indomani salire
subito a bordo della chiatta.
Decise di rifletterci un altro po’. Dopotutto era ancora giorno. Tornò
indietro e passeggiò sui prati in riva al Meno. La piccola località di Kostheim
si affacciava sul fiume con i suoi alberi di noce e i suoi castagni. L’osteria
più vicina si chiamava “All’angelo” e sopra l’insegna aveva una ghirlanda di
foglie marroni, a segnalare che lì si poteva trovare il mosto.
Entrò e si accomodò nel minuscolo giardino, il posto migliore dove
sedersi a guardare l’acqua che scorreva e lasciare ogni cosa a se stessa.
Doveva decidersi.
Si mise seduto vicino al muro, con le spalle al giardino. La cameriera gli
portò del mosto. Lui disse: «Non ho ancora ordinato». Lei si riprese il
bicchiere e disse: «Santo cielo, allora ditemi che cosa volete ordinare». Lui ci
pensò su: «Mosto» disse. Risero entrambi. Lei gli mise subito il bicchiere in
mano, senza appoggiarlo sul tavolo. Lui bevve un sorso, che gli mise una
tale sete da spingerlo a vuotare il bicchiere. «Ancora uno». «Aspettate solo
un momento». Lei andò a servire gli ospiti al tavolo vicino.
Passò una mezz’ora. Lei era tornata da lui un paio di volte. Quanto prima
aveva bevuto con impeto, tanto ora fissava immobile i prati. Gli ultimi
clienti si spostarono dal giardino all’interno del locale. Il cielo era rosso; un
vento lieve ma penetrante muoveva anche le foglie di vite all’interno del
muro.
Spero che mi abbia lasciato i soldi sul tavolo, pensò la cameriera. Uscì in
giardino per controllare. Lui era sempre lì seduto come prima. Lei domandò:
«Non volete bere il vostro mosto al chiuso?»
Lui la guardò per la prima volta. Una giovane con un vestito scuro. Il
viso, al momento vivace, era stanco della domenica. Il seno prosperoso, il
collo delicato. Gli sembrava conosciuta, quasi familiare. Quale donna degli
anni ormai trascorsi gli rammentava? O forse soltanto un desiderio? Non
poteva trattarsi di un desiderio particolarmente irrealizzabile. Le rispose:
«Portatemelo pure qui fuori».
Si mise seduto di traverso, dato che il giardino era vuoto. Aspettò che la
cameriera tornasse con il bicchiere. Non si era sbagliato, lei gli piaceva,
almeno quel tanto che poteva piacergli qualcosa in quel momento e in
quella situazione. «Riposatevi un po’». «Ma che dite, ho la sala piena di
clienti». Appoggiò però un ginocchio alla sedia e un braccio sulla spalliera.
Una piccola croce di granati le chiudeva il colletto. Gli chiese: «Lavorate da
queste parti?» «Sono a bordo di una chiatta». Lei lo guardò attentamente.
«Siete della zona?» «No, qui ho solo dei parenti». «Però parlate quasi con il
nostro accento». «Gli uomini della mia famiglia scelgono sempre mogli di
questa regione». Lei sorrise, senza che il suo volto perdesse una patina di
tristezza. Lui la guardò e lei si lasciò guardare.
Un’auto si fermò sulla strada e una schiera di SS attraversò il giardino per
entrare nell’osteria. Lei non aveva alzato gli occhi; lo sguardo le cadde sulla
mano di Georg, stretta al bracciolo. «Che cosa avete fatto alla mano?» «Un
incidente, non è guarita bene». Gli afferrò la mano tanto rapidamente che
lui non ebbe il tempo di sottrargliela, e la osservò con attenzione. «Vi siete
tagliato con dei vetri, la ferita può ancora aprirsi». Gli rese la mano. «Ora
devo entrare a servire i clienti». «Non si possono far aspettare ospiti tanto
distinti». Lei si strinse nelle spalle. «Non è così male. Qui nella zona ci
abbiamo fatto il callo». «A cosa?» «Alle uniformi». Rientrò e lui le gridò
dietro: «Un altro bicchiere!»
Faceva già fresco ed era buio. Deve per forza tornare, pensò Georg.
Lei prese le ordinazioni. Intanto pensava: Che razza di tipo è quello là
fuori? Che cosa ha combinato? Qualcosa deve aver fatto. Servì i clienti con
orgogliosa e consumata allegria. Di sicuro non è imbarcato da molto tempo.
Non è un bugiardo, però mente. Ha paura, ma non è pauroso. Dove si è
ridotto così la mano? Si è spaventato quando gliel’ho presa, però mi ha
guardata. Ha stretto le dita quando quelli sono entrati in giardino. Questo
c’entra qualcosa?
Alla fine gli riempì il bicchiere. Non c’era niente che quadrasse in lui, a
parte il suo sguardo. Lei uscì per lasciarsi guardare.
Era seduto nella serata fredda e non aveva ancora toccato il secondo
bicchiere. «Che cosa ve ne fate di un terzo bicchiere?»
«Non importa» disse lui. Radunò i bicchieri e le prese la mano. La
ragazza portava soltanto un anellino con una coccinella portafortuna, di
quelli che si vincono alle fiere. Lui chiese: «Niente marito? Niente
fidanzato? Nessun amore?» Lei scosse la testa tre volte. «Non avete avuto
fortuna? È finita male?» La cameriera lo guardò meravigliata. «Perché
mai?» «Be’, perché siete sola». Lei si portò una mano al cuore. «Ah, la fine è
qui». Poi scappò via all’improvviso. Lui la richiamò al tavolo e le diede una
banconota da cambiare. Lei pensò: Allora non si tratta nemmeno di questo.
Quando uscì per la quarta volta dal locale nel giardino buio con il piattino
del resto, facendo scricchiolare la ghiaia, lui si fece coraggio.
«C’è una stanza disponibile in questa osteria? Così non dovrei tornare a
Magonza». «Che vi credete? Qui abitano solo i padroni». «E voi dove
abitate?» Lei ritrasse bruscamente la mano e lo guardò con espressione
quasi torva, tanto che lui si aspettò una risposta sgarbata. Dopo un breve
silenzio lei invece disse soltanto: «Sì, d’accordo» e aggiunse: «Aspettatemi
qui. Ho ancora da fare dentro. Poi seguitemi».
Lui attese. La sua speranza che la fuga potesse finalmente riuscire si
mescolava a una gioiosa trepidazione. Alla fine lei uscì con il cappotto,
senza guardarsi nemmeno intorno. Lui la seguì per una lunga strada. Aveva
iniziato a piovere. Mezzo stordito pensò: le si bagneranno i capelli.

Un paio d’ore più tardi trasalì. Non sapeva più dove si trovava. «Ti ho
svegliato io» disse lei, «ho dovuto farlo. Non ce la facevo più a sentirti.
Sveglierai anche mia zia».
«Gridavo?» «Gemevi e gridavi. Cerca di dormire tranquillo». «Che ore
sono?» Lei non aveva chiuso occhio. Da mezzanotte aveva sentito battere
tutte le ore, perciò gli rispose sicura: «Quasi le quattro. Dormi tranquillo.
Puoi dormire tranquillo. Ti sveglierò io». Non sapeva se si fosse
riaddormentato o se stesse solo sdraiato immobile. Attese, per vedere se il
tremito che lo aveva colpito nel primo sonno sarebbe tornato. No, respirava
tranquillo.

Il comandante Fahrenberg anche quella notte aveva dato ordine, come in


tutte le precedenti, di essere svegliato non appena arrivava qualche
comunicazione sull’evaso. Era un ordine superfluo, perché Fahrenberg non
riuscì a dormire neppure quella notte. Ascoltava di nuovo ogni rumore che
potesse essere messo in relazione alla notizia che aspettava. E se le notti
precedenti lo avevano torturato per il loro silenzio, quella della domenica lo
torturò con una breve successione di colpi di clacson, un abbaiare di cani, gli
schiamazzi dei contadini ubriachi.
Ma alla fine tutto cessò. La terra sprofondò nel sonno tenace tra
mezzanotte e l’alba. Cercò di immaginare quella terra, senza smettere di
ascoltare; tutti quei paesi, le strade e i sentieri che li collegavano e li
univano alle tre grandi città, una rete triangolare in cui l’uomo avrebbe
dovuto essere catturato, a meno che non fosse il diavolo in persona. Non
poteva essersi dissolto nell’aria. Doveva pur aver lasciato delle impronte con
le sue scarpe sul terreno umido autunnale, e qualcuno doveva avergli
procurato quelle scarpe. Qualche mano doveva avergli tagliato del pane,
riempito il bicchiere. Qualche casa doveva averlo ospitato. Per la prima
volta Fahrenberg pensò concretamente alla possibilità che Heisler se la fosse
cavata. Una possibilità impossibile. Non avevano detto che i suoi amici lo
rinnegavano, che la sua stessa moglie da tempo aveva un amante, che il suo
stesso fratello partecipava alle ricerche? Fahrenberg fece un sospiro.
Probabilmente la soluzione era che non fosse più in vita. Se si era gettato
nel Reno o nel Meno, l’indomani sarebbe stato trovato. All’improvviso
rivide Heisler davanti a sé dopo l’ultimo interrogatorio, la bocca lacerata, gli
occhi insolenti. E d’un tratto Fahrenberg capì che le sue speranze erano
malriposte. Né il Reno né il Meno avrebbero restituito il suo cadavere,
perché quell’uomo era ancora vivo e lo sarebbe rimasto. Per la prima volta
dopo l’evasione, Fahrenberg ebbe la sensazione di non inseguire un singolo
uomo, di cui conosceva i lineamenti, le cui forze potevano esaurirsi, bensì
un’entità senza volto, imprevedibile, inesauribile. Ma riuscì a sopportare
questo pensiero solo per pochi minuti.

«Ora devi andare». Lei aiutò Georg a vestirsi, porgendogli un indumento


dopo l’altro, come la moglie di un soldato al termine dell’ultima notte di
licenza.
Con lei avrei potuto condividere tutto, pensò Georg, la mia intera vita,
ma non ho più una vita da condividere.
«Bevi ancora qualcosa». Alla prima luce del mattino, lui vide ciò che
doveva lasciare. Lei rabbrividì. La pioggia batteva sulla finestra. Il tempo era
cambiato nel corso della notte. Dall’armadio proveniva un lieve odore di
canfora, quando lei tirò fuori qualcosa di orribile, di lana scura. Quante belle
cose ti avrei comprato, rosse e blu e bianche.
In piedi, lo guardò bere il caffè. Si sentiva tranquillo. Lei uscì per prima,
aprì il portone di casa e tornò di sopra. In cucina e per le scale si era
domandata se fosse stato il caso di dirgli ciò che aveva intuito su di lui. A
quale scopo? Lo avrebbe solo innervosito.
Sciacquò la sua tazza. La porta della cucina si aprì; una vecchia con una
treccia grigia, avvolta in una coperta, comparve sulla soglia e inveì contro di
lei con incredibile impeto: «Sei una sciocca, Marie, non lo vedrai mai più, te
lo dico io. Ti sei scelta proprio quello giusto: dimmi, ma sei matta, o forse
non lo hai riconosciuto? Allora? Ti sei mangiata la lingua?»
La giovane si girò lentamente dall’acquaio e il suo sguardo luminoso
trafisse la vecchia, che si curvò ringhiando. Assorta nei propri pensieri,
guardò verso il basso con un sorriso tranquillo e fiero. Il suo momento era
arrivato. Ma non aveva altri testimoni se non quella vecchia che tremava di
freddo e di collera, e tornò subito a rifugiarsi nel letto caldo.

Se non avessi il cappotto di Belloni! pensò Georg mentre seguiva i binari a


testa bassa. La pioggia gli sferzava implacabile il viso. Finalmente le case si
diradarono. La pioggia formava una cortina davanti alla città sull’altra riva.
Sembrava del tutto irreale sullo sfondo del cielo basso e plumbeo. Una di
quelle città che si inventano nel sonno, per la durata di un sogno, e non
riescono nemmeno a durare così tanto. Questa invece resisteva già da
duemila anni.
Georg si avvicinò alla testa del ponte di Kastel. La sentinella gli intimò di
fermarsi e lui mostrò il passaporto. Quando era già sul ponte, si rese conto
che il suo cuore non aveva accelerato il battito. Avrebbe potuto superare
benissimo altre dieci teste di ponti. È possibile abituarsi, allora. Sentiva il
proprio cuore immune alla paura e al pericolo, ma forse anche alla felicità.
Rallentò l’andatura, per non arrivare in anticipo. Guardando l’acqua, scorse
la chiatta, la Wilhelmine, con il suo nastro di carico verde, che si specchiava
nell’acqua, proprio vicino alla testa del ponte, ma purtroppo non
direttamente sulla riva, bensì accanto a un’altra chiatta. Georg non era tanto
preoccupato per la sentinella sul ponte dalla parte di Magonza, quanto
piuttosto per come riuscire a superare l’imbarcazione sconosciuta. La sua
preoccupazione era inutile. Era a una ventina di passi dall’ormeggio, quando
a bordo della Wilhelmine spuntò la testa tonda di un ometto quasi privo di
collo, una faccia tonda che aspettava proprio lui, una faccia grassoccia dalle
narici arrotondate e gli occhietti infossati; una faccia che non prometteva
niente di buono, e per questo la faccia giusta per un uomo perbene che
rischiava tutto.

Lunedì sera i sette alberi di Westhofen sono stati abbattuti. Era successo
tutto molto in fretta. Il nuovo comandante si era insediato prima che si
venisse a sapere della sostituzione. Era proprio l’uomo giusto per mettere
ordine in un campo dov’erano successe certe cose. Non gridava, parlava con
voce normale. Ma non ci lasciò dubbi sul fatto che ci avrebbe punito
severamente al minimo incidente. Aveva fatto subito distruggere le croci,
non erano nel suo stile. Fahrenberg doveva essere partito per Magonza già
quel lunedì. Doveva essersi sistemato al Fürstenberger Hof. Poi doveva
essersi sparato un colpo in testa. Ma è solo una voce. In realtà la cosa non si
addice nemmeno a Fahrenberg. Forse quella notte al Fürstenberger Hof
qualcun altro si era sparato un colpo in testa, per colpa dei debiti o delle
pene d’amore. Forse Fahrenberg è caduto dalle scale, oppure ha ottenuto
ancora più potere.
All’epoca non sapevamo ancora tutto questo. In seguito erano accadute
così tante cose che fu impossibile sapere qualcosa di più preciso. Avevamo
creduto che non fosse possibile sperimentare più di quanto avessimo già
sperimentato. Una volta fuori, fu chiaro quante cose c’erano ancora da
sperimentare.
Ma quella sera, quando per la prima volta la baracca dei detenuti fu
riscaldata e la legna fu consumata – quella legna che, come credevamo,
proveniva dai sette alberi –, ci sentivamo più vicini alla vita di quanto ci
sarebbe mai accaduto in seguito, e anche molto più vicini a tutti coloro che
si ritengono vivi.
La guardia delle SA aveva smesso di meravigliarsi della pioggia. Si voltò
all’improvviso, per sorprenderci a fare qualcosa di proibito. Si mise a gridare
e impartì subito qualche punizione. Dieci minuti più tardi eravamo sdraiati
sui nostri pagliericci. L’ultimo bagliore nella stufa si andava spegnendo.
Intuivamo quali notti ci attendessero. Il freddo e l’umidità dell’autunno
penetravano attraverso le coperte, le camicie, attraverso la pelle. Tutti
sentivamo con quanta intensità e quanto terrore le forze esterne potessero
penetrare nell’intimo delle persone, ma sentivamo anche che nell’intimo
c’era qualcosa di inattaccabile e invulnerabile.
Postfazione
di Thomas von Steinaecker

Il primo incontro con La settima croce di Anna Seghers fu per me breve e


doloroso. Intorno alla metà degli anni Novanta, quando ero in seconda o in
terza superiore, il nostro professore di tedesco ci annunciò che nei mesi
successivi avremmo letto brani da un romanzo antibellico dell’epoca del
Terzo Reich. La prospettiva di quella lettura provocò in noi studenti
incomprensioni e proteste. Che cosa? Era un libro gigantesco! E poi una
lingua polverosa, una trama che non funzionava, per non parlare dei
personaggi, che si confondevano gli uni con gli altri. Ricordo vagamente
l’incipit della storia, la descrizione del paesaggio lungo il Reno, che all’epoca
mi sembrava poco comprensibile, e il protagonista, costantemente in fuga.
Sollievo generale quando fu possibile mettere via il libro. Per amore di
verità, e a mio discredito, devo aggiungere che nessuna delle letture
scolastiche mi ha mai lasciato un buon ricordo, a partire dal Faust di Goethe,
passando per Il tamburo di latta di Günter Grass, fino a Moon Palace di Paul
Auster.
Per quasi un quarto di secolo, questo è rimasto il mio unico contatto con
Anna Seghers, finché di recente mi è capitato di aprire una storia della
letteratura, in realtà per altri motivi, e di essere catturato dalla foto di un
film. La foto ritraeva Spencer Tracy in una produzione hollywoodiana dal
titolo La settima croce. Ero stupefatto: da quella “vecchia barba illeggibile”
(avevo liquidato il romanzo con questa definizione) era stato tratto un film?
Che aveva come protagonista una star? Scorsi rapidamente la voce su Anna
Seghers e il suo romanzo e rimasi a bocca aperta. A prima vista era una
storia affascinante e incredibile. La settima croce era diventato un best seller
internazionale subito dopo la prima pubblicazione nel 1942, avvenuta
contemporaneamente in tedesco, presso una casa editrice messicana, e nella
traduzione inglese negli Stati Uniti. L’elenco dei successi mondiali dei
romanzi tedeschi del Ventesimo secolo è decisamente ridotto. Ne fanno
parte Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque (1929),
alcuni romanzi di Thomas Mann, E adesso, pover’uomo? di Hans Fallada
(1932), Il canto di Bernadette di Franz Werfel (1941) e successivamente Il
tamburo di latta di Günter Grass (1959), Il profumo di Patrick Süskind (1985)
e A voce alta di Bernhard Schlink (1995). In effetti anche La settima croce di
Anna Seghers (1942) fa parte di questo elenco: a sei mesi dalla sua
pubblicazione negli Stati Uniti, ne erano state vendute
quattrocentoventunmila copie. È stato tradotto finora in più di trenta lingue.
Nel 1944 giunse anche l’incoronazione commerciale: Fred Zinnemann,
austriaco di nascita, che qualche anno dopo avrebbe diretto il classico
western Mezzogiorno di fuoco, gira The Seventh Cross per la Metro-Goldwyn-
Mayer. Accanto a Spencer Tracy recitano Jessica Tandy e, nel suo unico
ruolo cinematografico durante l’esilio americano, Helene Weigel; Hume
Cronyn, che interpreta Paul, riceverà addirittura una nomination all’Oscar.
Alla fine della guerra il grande interesse internazionale per il libro
comincia a scemare, ma in compenso inizia il suo successo in Germania,
perdipiù sia all’Est che all’Ovest, circostanza assai rara per la letteratura
contemporanea. Nel 1947 Anna Seghers riceve a Darmstadt il premio
letterario tedesco più prestigioso, il Georg-Büchner-Preis; nel 1961, quando
l’autrice, presidentessa dell’Unione degli scrittori della DDR, non condanna la
costruzione del muro, Günter Grass in una lettera fa appello con grande
enfasi alla sua coscienza, sottolineando efficacemente il ruolo eccezionale da
lei svolto per lui e per i suoi colleghi della BRD: «È stata lei a far conoscere
alla mia generazione, o a coloro che avevano orecchie, quella guerra
indimenticabile, a insegnarci a distinguere tra giusto e sbagliato; il suo libro
La settima croce mi ha formato, ha affinato il mio sguardo e oggi mi fa
riconoscere i Globke e gli Schröder sotto qualunque travestimento, che si
definiscano umanisti, cristiani o attivisti». E quando, dopo l’era di Willy
Brandt, l’Ovest si riconciliò con l’esistenza della DDR, La settima croce
diventò anche nella Germania Federale ciò che all’Est era da tempo: una
lettura scolastica. Già, il romanzo fu riscoperto dai sessantottini, che
protestavano contro il pervicace silenzio dei genitori sul Terzo Reich. Il
cambio generazionale, che decide in maniera sempre spietata se un libro
permarrà nella coscienza collettiva, in questo caso fu positivo. Il romanzo
continua a essere incluso nei piani di insegnamento; il balzo nel
Ventunesimo secolo sembra riuscito.
Più sorprendenti ancora della storia di questo successo furono per me le
circostanze in cui Anna Seghers scrisse il suo romanzo. Oggigiorno le
rappresentazioni cinematografiche e letterarie delle condizioni di vita del
Terzo Reich sono ormai così inflazionate che esteriormente non
impressionano, non turbano più. Ma cosa significhi veramente fuggire dal
paese in cui si è nati, lasciarsi dietro famiglia e amici, è qualcosa che in
realtà ancora oggi, nella pacifica Europa del benessere del Ventunesimo
secolo, supera le nostre capacità di comprensione. Come si vive nella
costante paura di essere arrestati? Senza sapere come sfamare i propri figli?
E com’è possibile, in mezzo a tutte le preoccupazioni, trovare anche la forza
di volontà per scrivere un romanzo?
La biografia di Anna Seghers fino alla pubblicazione di La settima croce è
drammatica, addirittura tragica. L’infanzia e la giovinezza spensierate
sottolineano ancora di più questa impressione. Netty Reiling, questo il suo
vero nome, nasce a Magonza nel 1900, unica figlia di una famiglia della
grande borghesia ebrea. La madre appartiene a una casata benestante, il
padre gestisce un negozio d’arte e antichità. Anna Seghers resterà sempre
molto legata alla sua città natale: «In questa città, dove ho trascorso
l’infanzia, ho provato ciò che Goethe chiama impressione originale: la prima
impressione che una persona acquisisce di una parte della realtà, che sia
fiume, bosco, stelle, umanità» scriverà all’età di settantacinque anni in un
telegramma di saluto ai cittadini di Magonza. Nel 1924 pubblica il suo primo
racconto con lo pseudonimo Seghers. Poi sposa il marxista Laszlo Radvanyi,
dal quale avrà due figli, Peter (Pierre) e Ruth. Il suo coinvolgimento nel KPD,
il partito comunista tedesco, diventa sempre più intenso; nel frattempo
riceve il prestigioso premio Kleist su segnalazione di Hans Henny Jahnn.
Sembra destinata a una promettente carriera. Nel 1933, poi, come in un
dramma teatrale, la svolta tragica, il cambiamento radicale. Nell’anno in cui
Hitler sale al potere, Anna Seghers, ebrea e comunista, quindi doppiamente
minacciata, fugge in Svizzera con la famiglia. È il principio di una lunga
odissea. Vive a Parigi fino all’occupazione della Francia da parte dei nazisti
nel 1940, separata dal marito che nel frattempo è stato internato in un
campo di concentramento francese. Sola con i due figli, organizza il suo
rilascio e quindi la fuga della famiglia su un piroscafo, passando per New
York, a Città del Messico, dove resterà fino al 1947. Solo qui apprenderà che
la madre è stata uccisa nel campo di concentramento polacco di Lublino già
nel 1942, ovvero, come dichiara la scarna comunicazione della comunità
ebraica di Magonza: «La signora Hedwig Reiling è arrivata nel mese di
marzo 1942 a Piaski, presso Lublino, e lì è morta».
Nel frattempo, nel mezzo di una guerra mondiale, nella paura costante
per sé e per la propria famiglia, Anna Seghers tra il maggio 1938 e la tarda
estate del 1939, nelle circostanze più precarie, scrive «un breve romanzo»,
come lo definisce all’inizio, che in un primo tempo intitola 7 Kreuze Novelle
(Novella delle sette croci). Stando a quanto dichiarato da lei stessa, Anna
Seghers possedeva quattro copie del manoscritto, che spedì sperando nella
sua pubblicazione. Comunque si sia davvero svolta la storia successiva, essa
esprime perfettamente l’angoscia esistenziale di un’autrice condannata a
rimanere per lungo tempo nell’incertezza, senza sapere se il suo testo
sarebbe mai diventato un libro stampato o se il suo lavoro fosse stato del
tutto inutile: la prima copia viene distrutta sotto un bombardamento; la
seconda viene smarrita da un amico in fuga; la terza cade nelle mani della
Gestapo; solo la quarta, indirizzata a un editore tedesco negli Stati Uniti,
raggiunge la meta. L’autrice però non conserva nessun’altra copia
dell’opera; il pericolo che venga rinvenuta a casa sua durante una razzia è
troppo grande.
Il successivo, travolgente successo nell’America settentrionale induce a
dimenticare che anche là, inizialmente, le cose non andarono nel modo
migliore: anche se la casa editrice Little, Brown di Boston accetta di
pubblicare il romanzo, Anna Seghers, che in questo periodo lotta per la
sopravvivenza della famiglia, non riceve alcun compenso. L’anticipo è
trattenuto per pagare la traduzione; l’autrice dipende dagli abiti dati in
beneficenza a Ellis Island, e deve farsi prestare le scarpe. Nel 1942 l’amico
editore F.C. Weiskopf le trasmette la notizia che il suo romanzo è stato
scelto dal “Book of the Month Club”, e conclude con questa frase
esuberante: «Gioisci, mio popolo, piove manna dal cielo!» Ma solo a partire
dall’anno successivo Anna Seghers comincia a ricevere cinquecento dollari
al mese. La svolta decisiva arriva con la realizza