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Capitolo VI

Anche Robert stava pensando alla propria famiglia, non vedeva da due mesi sua moglie e i suoi figli
e si domandava, se per caso non fosse meglio per i cavalieri dell’Ordine evitare il matrimonio. La
sua attività lo occupava troppo e lo rendeva assente e distratto quand’era a casa. Sua moglie era
delusa, aveva sposato il Cavaliere con altre prospettive ed aspettandosi un’altra vita, la disillusione
era diventata rancore, e il rancore aveva distrutto la stima, così Robert era arrivato, nonostante
volesse ancora bene a sua moglie e ai suoi figli, al punto ad invidiare altri destini , e pensava che poi
quello fosse appunto il destino di tutti, mentre preparava nella sua cella i bagagli per il viaggio nella
capitale.

Lo Stato Maggiore dell’Ordine si preparava a recarsi a corte,a Aldoren, e tutti sapevano che ci
sarebbe stata una resa di conti, probabilmente sanguinosa, tutti i cavalieri disponibili dell'Ordine,
circa 200, avrebbero seguito i loro capi e si sarebbero tenuti pronti ad intervenire nella caserma
all’estrema periferia della città. Se lo scontro ci sarebbe stato con gli uomini del Duca non sarebbe
stato una scaramuccia.
Ma non erano quelli i piani del Nuovo Gran Maestro. La carovana partì nascondendo al proprio
interno il Pontefice che aveva ripreso l’anonimato, ma si era preoccupato di avvertire del proprio
arrivo i vertici più fidati dell’apparato ecclesiastico per convocarli alla Basilica e dar loro istruzioni.
Gli amici dell’Ordine erano stati avvertiti, compreso il Gran Siniscalco, membro del Consiglio
reale, responsabile della sicurezza del giovane Re e padre del Capitano comandante la Prima
compagnia dei Cavalieri Azzurri delle Guardie Reali. In città la tensione cresceva. Le Guardie Reali
erano divise, a seconda delle simpatie degli ufficiali e delle loro parentele e soltanto qualche reparto
era affidabile. Arrivarono a sera.
La capitale si estendeva ai piedi di una collina su cui sorgeva una fortezza, era grande e la luce del
tramonto le dava un tocco di rosa che esprimeva una sensazione di tranquillità assai diversa da
quella che sentivano i suoi abitanti.
Quando entrarono in città il Gran Maestro, che non ci era mai stato, si rese subito conto di essere
capitato sull’orlo di un vulcano. La città era affollata e la piazza del mercato piena di bancarelle,
ma dallo sguardo sfuggente della gente, da una furia ed una fretta innaturale con cui gli acquisti
erano conclusi si leggeva un’atmosfera di paura e di inquietudine in pieno contrasto con l’atmosfera
di colori e di vita che si coglieva in superficie. Sir Robert aveva ricevuto dai propri informatori la
notizia che centinaia di uomini, originali delle provincie nordorientali, quelle dove l’influenza del
Duca di Carmis era più forte, erano convenuti nella Capitale.
I nobili, a qualsiasi fazione appartenessero, avevano rinforzato le scorte personali e a Corte l’aria si
tagliava con il coltello.

Il Duca Giulio di Carmis sorrideva alla finestra del palazzo la cui magnificenza testimoniava il suo
potere: guardava intensamente i capi dell’Ordine entrare in città attraversando la piazza del mercato,
scortati da una trentina di cavalieri : erano tutti in assetto di battaglia, ma non sarebbe loro servito
a nulla. Lui, senza armatura, in abito di broccato e pantofole di seta, avrebbe decapitato l’Ordine in
un colpo solo : era sicuro di controllare il Consiglio Reale.
Stavolta non ci sarebbero state mosse nell’ombra e voci che lo accusavano delle cose più abbiette.
Da queste accuse il Duca era profondamente offeso, la maggior parte della gente era stupida e nella
sua stupidità non capiva che certe decisioni erano necessarie, in fondo lui rispettava la Chiesa, era
consapevole della sua importantissima funzione dovuta alla capacità di controllo delle masse,
quando tra due giorni si fosse fatto nominare Reggente dal Consiglio le sue prime gesta sarebbero
stati degli atti di generosità esemplare. La gente non capiva che per l’equilibrio delle cose certi
compromessi erano fondamentali e che, in un regno da lui governato, quei compromessi erano la
barriera che avrebbe tenuto lontano il terrore. Era la sua presenza, la sua sottile capacità diplomatica
quella che aveva tenuto il Regno lontano da guai peggiori, lui sapeva di essere indispensabile per il
bene della nazione e questo giustificava anche qualche eccesso che aveva dovuto permettere, per
carità, sempre per il bene dello Stato.
Non capiva i pazzi moralisti, erano la feccia della nazione, coloro che lasciati liberi di agire
avrebbero distrutto tutto, pronti a dare retta alle menzogne più assurde: che lui avesse baciato il
Principe del Male, che lui fosse il mandante di alcuni terribili delitti. Esagerati! Lui non baciava o
abbracciava nessuno, trattava diplomaticamente con tutti, non avrebbe mai ordinato certi delitti;
quando gli si fosse stata presentata la necessità che fossero fatti, al massimo avrebbe alzato le spalle
col gesto che voleva dire non ne voglio sapere, o fate voi, nient’altro. Conscio della sua buona
coscienza confortata dal suo sano cinismo, nato dall’esperienza, il Duca era ottimista sul suo futuro,
malignassero pure le prove non ci sarebbero mai state. E fra due giorni...
Il mago Betulus, che stava alle spalle del suo Signore ed era da anni al suo servizio, ovvero in
società col Duca, era invece preoccupato: i suoi veri padroni ritenevano che qualcosa fosse fuori
controllo nel Regno e di solito non sbagliavano. Era qualcosa in cui l’Ordine c’entrava, il mago si
domandava chi fosse il nuovo Gran Maestro, nessuno dei possibili candidati aveva la personalità o
l’influenza necessaria per essere un degno avversario, per questo non capiva la natura delle
preoccupazioni.
Aveva tenuto sotto sorveglianza la Basilica principale della Chiesa, ma anche lì non c’erano stati
movimenti insoliti.
Il giovane Re cominciava a sentirsi nervoso, quella malalingua del Siniscalco contrastava
l’influenza del Duca su di lui, e negli ultimi tempi aveva guadagnato qualche punto. Ma questo non
preoccupava Betulus più di tanto ,anche il fratello maggiore del Re otto anni prima aveva cercato di
sottrarsi all’influenza del Duca. Il mago rise malignamente....
I guai cominciarono a Corte, quella mattina, la notizia si sparse come un lampo: il Pontefice
“ufficiale” Monsignor Battista Oxford durante la funzione del mattino aveva apertamente accusato
il Duca di Carmis di aver venduto l’anima all’Oscurità, di tener presso di sé uno stregone nero, di
aver fatto uccidere il precedente Re, di tener in pugno nel Consiglio Reale il Barone di Efis perché
teneva le prove della sua turpe passione per i bambini, e il Conte di Fiber perché poteva dimostrare
che il furto delle tasse delle province Orientali che era costato la vita a 150 Guardie Reali era opera
sua.
Erano tutte cose vere, il bello era che le conoscevano tutti, ma ci sono cose che finché sono dette a
bassa voce si può far finta di non sapere. I motivi possono essere diversi, perché si ha paura, perché
non conviene, perché rovina qualche affare in corso, perché tutti han qualcosa da nascondere,
perché capire le cose è un esercizio faticoso, nella maggior parte della gente semplicemente perché
la realtà del potere è spesso sgradevole e in fondo si vive meglio ignorandola.
Insomma è spesso pericoloso guardare nella fogna di altri: c’è il pericolo di scoprirci la propria.
Ultimo particolare non irrilevante ad essere tolleranti si fa pure la figura di essere buoni e di essere
capaci di perdonare, specie le cose di cui non ce ne frega niente.
C’è da stupirsi che non tutti i Profeti non siano stati uccisi.... ,solo quasi tutti.
E in effetti la notizia dell’avvelenamento del Pontefice giunse puntuale a Corte nel Pomeriggio
seminando scandalo nei crocchi che si formavano nei corridoi della reggia. Tutti, però,
abbassavano la voce quando accanto a loro passavano i fedelissimi del Duca.

Il Duca andava avanti e indietro nei suoi appartamenti, era furioso: non bastava che le cose
venissero poste sotto una luce che falsificava la verità, che poi, come ha detto qualcuno, non si sa
bene cosa sia, e le sue buone ragioni, che lui invece conosceva benissimo, adesso lo accusavano di
cose che non aveva fatto. Non aveva fatto avvelenare lui il Pontefice, questa volta.
Non era scemo, la vendetta si serve fredda e lui era un uomo freddo, cioè razionale. Un errore del
genere non l’avrebbe mai commesso mentre i suoi nemici erano a Corte, a convegno col suo
arcinemico, il Siniscalco.
In queste circostanze avrebbe potuto concludere che c’era di mezzo lo zampino del Diavolo, che
però era suo amico, per cui alla fine non ci capiva niente.
Negli appartamenti privati del Gran Siniscalco una riunione era in corso. Robert, sentendo il
blaterare dei presenti, aveva momenti di assenza, anche perché al momento, tra moine, protocollo,
presentazioni, spiegazioni superflue, non capiva bene quale fosse il suo ruolo nella riunione
dell’aristocratico partito antiduca.
Prima di arrivare alla Reggia era passato alla casa di suo suocero per vedere la sua famiglia, la
moglie non c’era, era stato accolto con freddezza dal suocero, un nobile spiantato che aveva dovuto
sposare la figlia con la discendenza di un mercante, ma con calore dai suoi figli. Con loro aveva
giocato ed anche parlato stupendosi dentro di sé di come il passare del tempo oltre all’invecchiare
porti il fiorire di nuove intelligenze, e di nuovi cuori che nell’economia dell’Universo compensano
ciò che noi adulti perdiamo per strada. Osservando i suoi figli Robert si era reso conto di una verità
fondamentale: che quello che noi facciamo trova senso nel tentativo di lasciare a loro un mondo un
po’ migliore di quello che abbiamo ricevuto. Robert non pensava ad un mondo perfetto, sapeva per
esperienza che questo esisteva solo nel mondo dell’utopia e che quando un uomo pensa di poter fare
rientrare nei propri superiori schemi una realtà che ne è distante, tende a farvela rientrare con la
violenza, di fatto peggiorandola.
In quel momento il Gran Maestro si rivolse a lui dicendo : “Visto che non siete timido questo sarà il
vostro compito, Sir Robert, .....”
Più di un presente rimase scandalizzato, qualcuno si divertì, come il cavaliere.

Il giovane Re, solo nelle sue stanze con i camerieri che lo stavano vestendo, era inquieto, la madre
era morta dandolo alla luce, e lui era cresciuto nella fin troppo protettiva ala delle governanti. Le
sue figure maschili di riferimento erano state il vecchio Siniscalco, al servizio della Corte già dal
tempo di suo nonno, e il Duca di Carmis, senz’altro meno noioso, ma alla cui presenza aveva spesso
provato un senso di irrequietezza. La sua lealtà era divisa tra due figure maschili la cui inimicizia
non era nascondibile e le voci di quello che era accaduto nella giornata lo rendevano confuso e
spaventato. Com’avrebbe voluto essere grande e forte e sapere di chi fidarsi, ma forse sarebbe stato
inutile, nessuno sembrava dargli retta, tranne i servi.

Il banchetto ufficiale era iniziato da mezz’ora, i Grandi del Regno c’erano tutti, mancava soltanto il
Conte di Fiber che ufficialmente era malato. Tutti sapevano che in realtà una folla minacciosa di
popolani aveva assalito la sua carrozza, coprendola di letame al grido di ladro ed assassino, e
cercando di farsi giustizia. Pochi sapevano che al Conte era parso di riconoscere nella folla le divise
di alcune Guardie Reali, amiche dei soldati di una scorta, incaricata di protegger le tasse del regno,
uccisi dai briganti in una foresta due anni prima.
La folla era composta perlopiù di parenti di quei soldati assassinati, ed aveva buone ragioni per
chiedere giustizia, pensava il Capitano Teofilo de Blois, comandante della Prima Compagnia dei
Cavalieri Azzurri mentre soccorreva la carrozza in pericolo.
Raggiunta la carrozza entrò a confortare l’affranto Conte, assicurandolo che l’avrebbe scortato di
persona fino al suo palazzo, perché non si fidava più, in quel clima di esasperazione e di voglia di
giustizia sommaria, dei suoi stessi uomini. Una daga entrò in quel momento nella carrozza
piantandosi nel sedile di fronte, vicino al segretario del conte.
Il capitano uscì sbraitando, aveva riconosciuto la daga del suo primo alfiere, doveva rimproverarlo:
gli aveva detto di aspettare un po’ di più.

L’atmosfera del banchetto era strana, i nobili parlavano sottovoce, e a piccoli gruppi. L’ordine era
assicurato da una ventina di Cavalieri Azzurri, e da altrettante guardie della Terza Compagnia, che
era comandata da un cugino del Duca. Persino i musici sembravano suonare sottotono. Le armature
vuote dei Grandi del Passato, appese alle pareti con le loro armi, sembravano le uniche figure
immuni dalla tensione della sala. Tre tavole erano disposte a ferro di cavallo nella stanza in quella
di testa , più piccola e posta in posizione sopraelevata, stavano seduti i maggiorenti del Regno, tra
essi si trovavano il Duca di Carmis ed il suo mago.
Il Duca era seccato, temeva che il Conte di Fiber, assente al banchetto, fosse scappato nel suo
castello di Dormiun, proprio quando il suo voto nel Consiglio era importante, ad una ventina di
metri dalla tavola reale stavano i membri dirigenti dell’Ordine. Il suo mago non era ancora stato in
grado di dirgli chi fosse il nuovo Gran Maestro, lui era convinto che fosse Sir Giustano che
mancava anche lui dal Banchetto. La situazione era pazzesca, il trono papale era vacante, il Gran
Maestro era sconosciuto, se dall’altra parte del Re non ci fosse stato seduto il Siniscalco, non
avrebbe più saputo quali erano i nemici da cui guardarsi.
Nel brusio della sala si distinse la voce di Robert : “E’ uno scandalo quell’assassino, qui, col suo
mago... .” Un compagno gli tappò la bocca. Il Re diede segno di aver sentito, ma immediatamente si
alzò Sir Galthio, che dopo essersi inchinato cerimoniosamente si rivolse al Siniscalco pregandolo di
presentare al Re le scuse per un compagno che aveva bevuto, senza esserci abituato. L’incidente
sembrò chiuso.
Ma mezz’ora dopo lo stesso cavaliere di prima, che portava il grado di Capitano dell’Ordine si
alzò, puntò il dito verso il Duca e sembrò cadere in una crisi epilettica. In quello stato biascicava
spezzoni di parole in rima mentre due Cavalieri dell’Ordine lo tenevano fermo.
Il commento del mago Betulus seduto alla destra del Duca, fu sferzante: ”Questi Cavalieri privi di
autocontrollo, oltre non saper tenere un po’ di vino, non sanno venire ad un banchetto della nobiltà
senza disturbare.” - il mago aveva riconosciuto nel cavaliere che stava male il capitano plebeo
dell'Ordine -
La voce non era alta, ma aveva un tono penetrante e si sentì nella maggior parte della sala. I
sostenitori del Duca risero e fecero ridere le loro dame, alcuni di loro non vedevano l’ora di spartirsi
le residue terre dell’Ordine che gli erano state promesse.
Sir Galthio si alzò pallido in viso per l’ira, annusando la coppa di Robert disse ad alta voce: ”Questo
non è solo vino, il nostro compagno è stato avvelenato, qui c’è puzza di magia nera!”
Il tempo si fermò, tutti gli sguardi, anche quello del Re, conversero su Betulus, il mago del duca. Il
Siniscalco batté le mani e ordinò: ” Presto Chiamate un medico !” In quel momento un servo si
accostò al suo orecchio, sussurrando qualcosa.
Il Siniscalco batté le mani un’altra volta. Poi disse: ” Scusate Signori devo dare un annuncio
importante. Cinque Cardinali del Concistoro si sono presentati alla Reggia dicendo che devono
comunicare delle notizie urgentissime per il Re e la Nobiltà del Regno. Ho ordinato di farli
entrare”.
Il Duca si stava domandando che cosa stesse succedendo, con un uno sguardo ordinò al mago di
allontanarsi e contemporaneamente di informarsi. Credeva di prendere due piccioni con fava, si alzò
e disse : “Dobbiamo rendere omaggio alla Chiesa, colpita oggi una grave disgrazia, speriamo che la
salute del Papa sia migliorata, ho ordinato al mio mago di andare a prendere la sua borsa per gli
antidoti per lo sfortunato capitano. Sappiamo che a volte le lotte di potere anche all’interno della
Chiesa possono condurre gente senza scrupoli ad atti drastici.” E guardò i membri dell'Ordine.
Il medico arrivò prima dei Cardinali, si chinò su Robert, ne esaminò la saliva e gli occhi, ne annusò
l’alito e sentenziò : “Quest’uomo è stato avvelenato, ma sopravviverà: sembrerebbe che abbia preso
un antidoto prima di venir qui.”
Sir Galthio aggiunse :”Il medico Gelius è veramente competente, tutti noi prima di venire a Corte
abbiamo preso un antidoto, che attenua gli effetti di certi veleni, ma accentua l’effetto dell’alcol”.
A conferma delle sue parole , Sir Robert, in evidente stato di incoscienza, si mise a cantare i versi
di una canzonaccia.
Il Duca si alzò urlando : ”Col loro comportamento e le loro insinuazioni i cavalieri dell’Ordine
hanno offeso l’intera Corte !”
Il Luogotenente rispose: ”No, al massimo abbiamo offeso voi e salvato uno di noi.”
In quel momento, annunciata dal Cerimoniere di corte e facendo cessare ogni brusio, dalla porta in
centrale in fondo al salone entrò la Delegazione dei Cardinali scortata da tre uomini che portavano
il cappuccio e sarebbero sembrati monaci, se il portamento e l’alta statura dei due che stavano ai
lati del terzo non avessero reso la cosa poco probabile.
Il Camerlengo, che era in testa e la cui diplomazia era famosa, arrestò il corteo a metà della sala e
rivolgendosi al Duca che guardava l’anziano Luogotenente dell’Ordine con aria furiosa disse :
“Prima di tutto noi ecclesiastici del Regno siamo venuti a scusarci col Re e con l’intera Corte per
l’allarme suscitato oggi, ” fece una pausa ”il Pontefice sta bene.”
Sarcastico il Duca intervenne: ”Volete dire che Monsignor Oxford non è stato avvelenato?”
“No, ma che lui non era il vero Pontefice, ma solo il suo il suo portavoce. Siccome la Chiesa
temeva che accadesse che qualcuno eliminasse il Suo Capo ve ne ha fornito uno sbagliato da
colpire, Duca di Carmis . Siamo qua per far conoscere a tutti l’identità del Vero Pontefice. L’uomo
che guida la Chiesa da anni è conosciuto dal mondo col nome di Padre Bernardo, “l ‘Eremita del
Methis.” Un brusio di stupore si diffuse per i tavoli, il Camerlengo si inginocchiò davanti ad uno
dei frati incappucciati, tutti i membri del corteo fecero altrettanto. Il frate si tolse il cappuccio, e li
benedisse.
Il Siniscalco, aggirato il tavolo reale, si avvicinò a Padre Bernardo ed, inginocchiatasi davanti,
disse: “ Vi prego benedite il nostro Re !” Padre Bernardo rispose: ” Vorremmo benedire tutti i
presenti tranne coloro che si sono volti al Male. Ai quali offriamo di cuore il Nostro perdono.”
Con notevole presenza di spirito il Duca si affrettò a dire: ”Accetto volentieri la vostra benedizione
Padre !”
Ma Padre Bernardo passò oltre, arrivò davanti al Re immobilizzato dallo stupore, lo benedisse, poi
cominciò a percorrere il tavolo di destra ricevendo l’omaggio in ginocchio di dame e cavalieri e
ricambiandolo col gesto della Fede. Davanti a più di uno però disse: ” Occorre che tu chieda prima
perdono figliolo.”
Il Duca osservava impotente il Pontefice che faceva perdere la faccia ai suoi alleati, più d’uno aveva
già chiesto il perdono, il mago gli si avvicinò alle spalle con una voce fredda come una lama gli
sussurrò : “Questo non lo possiamo permettere.” In quel momento il capitano svenuto si riprese e,
sfuggito dalle braccia dei suoi soccorritori in evidente stato di ebbrezza, saltò sulla tavola. Tutta
l’attenzione si spostò su di lui che intonò una nota canzone da bambini, modificandone le parole e
stonando cantò :”A guardar forte nel vento qui ci cresce lo spavento, il duca nero, nero, qui ci
manda al cimitero, e il barone qui vicino che violenta ogni bambino è colui che non si vide,
quando il Papa lo si uccide.” E prendendo di sorpresa le sue tre guardie del corpo cadde sul Barone
di Efis a cui il Papa aveva appena rifiutato la benedizione. Gli schioccò un sonoro bacio, alcuni dei
presenti risero perplessi., ma gli uomini incappucciati del corteo papale non ridevano, uno di essi
teneva d’occhio il mago e fece qualcosa. Questi se ne accorse e si trattenne dal proseguire quel che
stava facendo. Galthio, che insieme a Rolando e al dottore sembrava inseguire l’ubriaco,
immobilizzò il Barone trattenendo strettamente i suoi polsi, e urlando: “Prendetegli gli anelli, ma
state attenti, sono avvelenati !” Le tre guardie del Barone cercarono di intervenire, ma si trovarono
circondate dai Cavalieri Azzurri, alcune guardie della Terza compagnia ad un segnale del loro
comandante con qualche esitazione si diressero con le spade sguainate verso il Pontefice tra le urla
terrorizzate delle dame. Sir Giustano emerse dal cappuccio del mantello rivelando l’ascia a due
mani che vi teneva nascosta, la sua vista e la sua fama bastarono a fermare le guardie che, ad un
ordine de Duca, arretrarono per proteggerne la ritirata. Oltre al Duca uscirono ad armi sguainate
dalla sala una decina di guardie e non più di una dozzina di nobili dei duecento presenti. Sir
Rolando, che assieme al dottore stava portando fuori dalla sala il suo capitano ubriaco, si sentì
apostrofare: ”Mollami idiota ! La commedia è finita! Corri sul muro ovest e segnala ai nostri uomini
di entrare nella Reggia, le cose stanno andando storte !” Rolando, che non era al corrente dei piani
studiati per la serata, osservò a bocca aperta il capitano uscire dal corpo principale della Reggia
per dirigersi di corsa verso le caserme della seconda compagna di Guardie Reali: doveva
convincerle a schierarsi contro il Duca.
Il Gran Maestro si mordeva le labbra, erano andati così vicino a mettere fine alla minaccia del
Duca e proprio lui aveva fallito: aveva scelto di effettuare un controincantesimo che avrebbe
rivoltato la sua magia di morte contro il mago nero del barone, smascherandolo, ma questi se n’era
accorto. Avevano tutti sperato di distruggere politicamente il Duca e i suoi seguaci senza
spargimento di sangue, ma ormai....
Quando Robert entrò nel casermaggio della Seconda Compagnia trovò i soldati armati, la porta
presidiata e un evidente stato di tensione, un sergente lo accompagnò subito nello studio del
Capitano, che era affollato oltre che dagli ufficiali della compagnia, da alcune guardie semplici tra
cui al cavaliere parve di riconoscere delle facce viste alla sala del banchetto.
Il Capitano delle guardie, un uomo anziano dalla barba brizzolata, e con le pieghe della bocca che
davano al viso un’espressione di amarezza, stava seduto in mezzo ai suoi ufficiali, alzò gli occhi e
disse: ”Così hanno mandato te, ipocriti !”Guardò i suoi sottoposti come per cercar appoggio, ma
con lo sguardo che diceva tutt’altro, poi riprese, rivolto a Robert : “So già tutto : le guardie che non
hanno seguito il Duca sono fuggite qui ,”sorrise ”portandosi un buon numero dei loro compagni.
Noi resteremo neutrali, non ci uccideremo tra noi per far piacere ai nobili!”
Il cavaliere capì subito dove avrebbero portato quelle parole ed inorridì. Il Capitano Giarus era una
vecchia conoscenza di Robert, era stato suo istruttore e suo superiore, era di origini plebee come lui
ed era suo amico.
Dieci anni prima era uscito dall’Ordine quando era apparso chiaro che il Gran Maestro di allora, che
aveva qualche pregiudizio, lo discriminava apertamente per le sue origini plebee e che avrebbe
impedito all’ufficiale più brillante dell’Ordine ogni ulteriore carriera. Giarus ne fu amareggiato :
aveva servito l’Ordine con dedizione ed entusiasmo e ne aveva una visione idealistica, quello che
accadeva era per lui il crollo di un mondo in cui credeva.
Fu per questo motivo che abbandonò l’Ordine, ma siccome un ufficiale addestrato al quel livello era
raro non faticò a trovar impiego nelle Guardie Reali. Nel giro di due anni divenne comandante di
compagnia, l’ufficiale più stimato ed il delfino designato del Comandante di tutta la Guardia Reale
che, per tradizione, era il comandante della prima Compagnia, una di quelle dei Cavalieri Azzurri.
Quando questi morì, tre anni dopo, sarebbe stato per lui naturale succedergli, e la maggior parte
degli ufficiali e dei soldati se lo aspettavano, tantopiù che poteva ormai vantare un titolo di Barone
del Regno per i meriti acquisiti con le armi.
Non fu così: il Gran Siniscalco riteneva fondamentale piazzare in quel posto il suo figlio cadetto
Teofilo de Blois. Non si può dire che una certa dose di nepotismo non aveva influenzato la
decisione, ma il Siniscalco giustificò davanti alla propria coscienza la scelta dicendosi che, siccome
la sicurezza del Re era la sua prima responsabilità, doveva contare su un uomo di totale fedeltà
come capo delle Guardie, cioè su suo figlio.
Per ragioni di equilibri di potere, che qualcuno chiamerebbe di lottizzazione del potere, il cugino del
Duca sostituì al Comando della terza compagnia il comandante Blois, passato alla Prima, Giarus
rimase alla Seconda, furibondo ed amareggiato.
Non fece nulla per nascondere la propria amarezza e l’autorità del comandante dei Cavalieri Azzurri
che si basava più sulla tradizione e sul prestigio che su un potere effettivo declinò rapidamente.
Avvenne così che il Siniscalco per non aver un controllo delle Guardie solo relativo, perché
filtrato da un uomo abile ed integro, ma indipendente, si accontentò di controllarne solo una parte
in modo assoluto, che era quello che preferiva, dandone un’altra al suo peggior nemico, il Duca. Fu
quella che in politica si chiama una geniale mossa. Siccome però i politici le castronerie
preferiscono farle all’ingrosso, piuttosto che al dettaglio, per rafforzare la sua posizione il Gran
Siniscalco invitò a presidiare la Reggia anche una trentina di Cavalieri dell’Ordine suoi alleati. Per
simmetria un gruppo di Cavalieri neri del Duca si accampò in modo permanente nelle caserma della
Terza Compagnia : popolata in tal modo, la Reggia poteva definirsi un bel campo di battaglia per
una guerra civile.
Un uomo leale era stato nel frattempo trasformato in un uomo amareggiato e desideroso di vendetta
e adesso che c’era più bisogno di lui l’ingiustizia fatta dal Siniscalco chiedeva di essere saldata,
pensava sarcasticamente Sir Robert, nelle porcherie che gli uomini fanno c’è sempre questo di
bello : che i loro risultati escono sempre al momento meno opportuno.
Disperatamente il Capitano dell’Ordine giocò quella che gli sembrava l’ultima carta e disse: “Ma
voi avete giurato di proteggere il Re !”
” Mio caro Robert” gli rispose il suo ex superiore” non scherziamo, lo sappiamo tutti che qua di re
ce ne sono due, oltre quello che porta la corona, che non conta niente. Comunque avverti Padre
Galthio che per te e per lui, se le cose dovessero andare male, qua c’è un rifugio sicuro e,
all’occorrenza, vi aiuteremo a fuggire.”
Lo sguardo dell’uomo seduto alla scrivania diceva che non avrebbe cambiato idea. Freddo Robert
replicò : ”Non ce ne sarà bisogno !” E fece per andarsene, in quella irruppe un affannato e furioso
tenente delle Guardie annunciando : “I Cavalieri Neri hanno ucciso le sentinelle e bloccato il
portone d’ingresso! Hanno ucciso alcuni dei nostri!”
Il suo capitano replicò visibilmente irato: “Maledizione, avevo detto a tutti di levarsi di là. I conti li
regoleremo al momento opportuno. Per il momento questo non cambia niente. Potete andare
Robert !” E per la seconda volta Robert cercò d’uscire, ma fu fermato di nuovo dal tenente appena
entrato il quale, guardando fermamente il suo superiore, disse : “Mi spiace Capitano, ma questo
cambia tutto. Il mio plotone è a vostra disposizione, Cavaliere.” Nessuno aggiunse altro e il
Cavaliere uscì dalla caserma seguito da trentina di balestrieri. Confortato dal piccolo risultato
Robert tornò alla sala del banchetto, ma il gruppo fu raggiunto da un Rolando assai preoccupato
che avvertiva che il ponte levatoio, come il portone, era bloccato, e che dal muro sopra l’ingresso
della reggia si vedevano avanzare per la strada maestra centinaia di torce, ed era troppo presto per i
rinforzi che aspettavano.

L’annuncio fatto dal Pontefice che addirittura un generale di Alberion era venuto in soccorso del
Regno aveva galvanizzato la sala, così più della metà dei nobili presenti si offrì di prendere le armi
contro il Duca. La maggior parte dei “volontari” sui propri abiti sgargianti non portava alcuna
protezione e il capitano dei cavalieri Azzurri guidò la massa disordinata dei nobili e delle loro
guardie, nella sala d’armi sottostante dove una metà dei 150 aristocratici presenti trovò
un’attrezzatura più o meno efficace.
Al consiglio di guerra che si svolgeva al piano superiore presenti il Gran Maestro, gli alti ufficiali
dell’Ordine, il Siniscalco e suo figlio, e a cui il Re assisteva silenzioso e spaventato in un angolo,
confortato da Padre Bernardo. La situazione si presentava così.
Nella Reggia i lealisti potevano contare su cento cavalieri azzurri ed una trentina di cavalieri
dell’Ordine tutti perfettamente addestrati, c’erano una quarantina di guardie a disposizione, e
centocinquanta nobili col seguito, combattivi, ma indisciplinati e mal attrezzati
Il campo avversario al momento contava almeno cento cavalieri neri e una cinquantina di guardie
tutti chiusi nella caserma della Terza compagnia in attesa delle centinaia di uomini della marmaglia
chiamata in città dal Duca.
Anche i difensori del Regno attendevano rinforzi : 200 cavalieri dell‘Ordine erano a due leghe del
centro città e una compagnia di soldati della Chiesa, assai meno addestrati, doveva muovere dalla
Basilica alla Reggia. Sulle altre guarnigioni di soldati in città non c’era da far conto, si sarebbero
mosse soltanto quando fosse stato chiaro chi fosse il vincitore. Le sorti del regno si sarebbero decise
all’interno della Reggia. Il piano di battaglia lo presentò il Gran Maestro: ”Considerata la presenza
di forze nemiche nella Reggia possiamo solo puntare a difendere un perimetro di essa, in attesa di
aiuti. Alla sala del Trono, qua al primo piano, si accede da tre corridoi piuttosto stretti. Li
difenderete voi con i Cavalieri dell’Ordine, Robert. Giù dalla scala c’è la grande sala d’armi e là
prevedo lo scontro più duro.” Rivolgendosi direttamente al figlio del Siniscalco gli ordinò : “Porti i
suoi uomini laggiù e cerchi di dare un po’ di disciplina ai nobili - come se fosse facile ! - quando si
saranno attrezzati ne mandi su una trentina ad aiutare il Capitano Robert !” Si rivolse poi al tenente
delle guardie anch’esso presente: ”Lei con suoi uomini si schiererà sulle scale che danno accesso
alla sala d’armi e bersaglierà il nemico quando sfonderà i portoni di accesso.”
Il Siniscalco obiettò “Non si possono mettere nobili agli ordini di un capitano plebeo! Per di più
amico di un traditore che non difende il suo Re. Comanderò io a questo piano.”
“E’ grazie a queste belle idee che ci troviamo in questa situazione Siniscalco! Non capisce che il
resto delle guardie non combatte perché ce l’ha con lei perché ha discriminato il loro comandante.
L’unica speranza che cambino idea è che lei non appaia troppo in vista. Inoltre lei servirà giù per
farsi ubbidire dalla maggior parte dei nobili! Preferisce soddisfare il suo orgoglio o servire il suo
Re ?”
Teofilo, figlio del Siniscalco, pose una mano sul braccio del genitore e sussurrò: ”Hanno ragione,
padre.”
Malvolentieri il Siniscalco accettò la distribuzione dei compiti.
Robert era contento di come il Gran Maestro avesse imposto il piano che lui aveva concepito.