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Il potere socievole, storia e critica dei social media

Fausto Colombo

Introduzione: Fra tecno-entusiasmo e net-delusion

I social media sono un fenomeno giovane ma decisamente intrigante. In circa un decennio si sono
affermati, moltiplicati e diffusi in tutti il mondo i social media creando abitudini, modi di
comunicare e tendenze della “nuova generazione globale”.
I social media hanno accelerato l'aumento delle relazioni nella vita degli individui, fenomeno già in
corso da decenni. Ciò ha plasmato la dimensione comunicativa delle nostre vite. Ma questo nuovo
modo i comunicare, always on, comporta stress, fatica e riduzione del tempo a disposizione. Ma il
ruolo di questi media rende più tollerabile tale perdita. Al tempo stesso i social media sono qualcosa
di enorme in termini di mercato, lotta politica, trasformazione delle logiche culturali e produttive.
Ogni politico attuale deve fare i conti con la diffusione virali dei messaggi sui social media.
Molti dei tesi sui social media sottolineano la differenza tra vecchio e nuovo: fenomeno del “tecno-
entusiasmo. Quest'ultimo risale alla rivoluzione industriale e alla prima fase delle scoperte
tecnologiche moderne. Solo che l'accelerazione dell'innovazione prodotta dal digitale compota
anche una rapida perdita di interesse verso fenomeni nuovi, visto che essi tendono a diventare
immediatamente vecchi.
Un effetto secondario di questa attitudine è l'alternanza fra ottimismo e pessimismo, tra entusiasmo
e critica. L'approccio pessimistico richiama l'idea della net-delusion di Morozov, cioè la
convinzione che il momento liberatorio, esplosivo dell'invenzione sia stato seguito da un percorso
di normalizzazione; cioè è inevitabile perchè i social media non sono solo un fatto tecnologico ma
un incrocio di dimensioni: economia, politica, organizzazione,...
Castells: “una società in rete è una società in cui la struttura sociale ruota intorno alle reti attivate da
tecnologie dell'informazione e della comunicazione elaborate digitalmente”, quindi ogni aspetto
della società è toccato dai social media.
In questo libro si fa un passo avanti e un passo indietro:
– Il passo indietro consiste nel guardare o sviluppo dei social media in uno scenario più
ampio che affonda le sue radici nel Novecento, sia dal punto di vista tecnologico che
ideale, e di cercare di comprendere la continuità, le differenze, la coerenza e l'incoerenza
con le tendenze che attraversano la nostra società.
– Il passo avanti serve per osservare l'oggetto più da vicino, isolandone le peculiarità,
analizzando più in profondità
Entrambi gli atteggiamenti sono utili per applicare modelli interpretativi classici, che hanno il
merito di porre in rilievo questioni fondamentali e consentire confronti con fenomeni diversi
cogliendo le specificità dei social media.

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Capitolo 1. Di cosa parliamo quando parliamo di social media

La vicenda dei social media è recente e risale agli ultimi decenni del secondo millennio. Anche il
termine è recente, le sue origini possono essere fatte risalire a Tim Berners-Lee, inventore del web
degli anni '90: “il web è più un'innovazione sociale che un'innovazione tecnica. L'ho progettato
perchè avesse una ricaduta sociale, perchè aiutasse le persone a collaborare e non come un
giocattolo tecnologico. Il fine del web è migliorare la nostra esistenza reticolare nel mondo” (1990).
L'uso del termine “sociale” ha una doppia valenza:
– assegna ha un certo tipo di tecnologia un aggettivo che la definisce;
– sottolinea che un'invenzione tecnologica è anche qualcos'altro: intuizione di un modo
nuovo di pensare le relazioni nel mondo.
Questo è un buon punto di partenza per studiare i social media, non solo come fattori tecnologici ma
come commistione di vari fattori. Gli aspetti tecnologici sono fattori necessari ma non sufficienti
affinchè i media si sviluppino. Il resto lo fanno i fattori economici, i modelli organizzativi e i
comportamenti degli utenti.
Dunque le tecnologie social da sole non bastano a render conto del fatto che i media basati su di
esse sono così significativi nella vita contemporanea.

1. Una timeline

Timeline delle infrastrutture che ogni consentono la connessione globale


Primo '800: prime linee telegrafiche;
Fine '800, inizio '900: conversione digitale delle frequenze radio;
1957: Sputnik, primo satellite artificiale in orbita intorno alla terra;
1974: prima messa a punto della rete Ethernet;
1984: sistema FidoNet che collega per la prima volta diverse BBS via linea telefonica;
1989: messa a punto della DSL (Digital Subscriver Line);

Timeline della storia del computer


Anni '40: primi esperimenti di Neumann e Turing;
1965: i grandi mainframes cominciano a lasciare spazio ai primi computer da tavolo;
1975: compaiono i primi personal o micro computers;
1976: primo computer Apple;
1982: la rivista Time proclama il computer “personaggio dell'anno”;
1984: primo computer Machintos, prima macchina realmente rivoluzionaria per la facilità d'uso;
1985: Bill gates lancia Winows, aprendo alle interfacce grafiche;
1986: Steve Jobs lancia Pixar;
Da questo momento in poi il computer diventa un terminale di connessioni o contamina gli altri
media cambiando forma, dimensione e significato.

1969: nasce Arpanet, primo abbozzo di una rete di comunicazione in grado di resistere a un attacco
militare grazie alla sua flessibilità. Nato in ambiente militare, il progetto viene sviluppato con la
collaborazione di alcune grandi università americane e poi affidato al mercato;
1971: viene spedita la prima mail;
1979: nascono le emoticon;
Inizio anni '80: messa a punto del protocollo TCP/IP che consente il dialogo fra ogni tipo di
computer connesso in rete;
1985: nasce THE WELL, la prima grande comunità connessa; nascono il modem e i domini
nazionali;
1989: nasce la prima chat line, il linguaggio HTML e il WWW (World Wide Web);

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1992: viene messa a punto la webcam;
1993: esordio di Mosaic, il primo browser;
Timeline della contaminazione con altri media
1981: Mavica della Sony;
1983: Ithiel de Sola Pool parla di convergenza, termine per indicare le interconnessioni fra
computer e altri media;
1995: compare il DVD, primo supporto multimediale di memoria di massa;
1996: il Nokia 900 Comunicator perfeziona le possibilità del GSM consentendo l'invio di mail da
un telefono mobile.

Timeline che racchiude la cronologia di nuovi strumenti, nuovi servizi e nuovi buisness
1991: viene varato l'Act Performance Computing Act, una legge americana che apre la possibilità di
ampliare la rete per finalità commerciali → filosofia USA della promozione della rete: grandi
investimenti pubblici iniziali, via al libero mercato poi;
1993: primi giornali on line;
1994: nascono Yahoo e Netscape, che in breve saranno quotate in borsa. Esplode così la New
Economy: ascesa dei titoli legati alla tecnologia e alle nuove imprese dot.com. Nasce il Nasdaq,
nato come bollettino e divenuto poi borsa dei titoli tecnologici nel decennio successivo;
1994: nasce Linux, primo software open source;
1995: nascono MSN, Amazon e eBay;
1997: nasce Degrees, il primo social network;
1998: comparsa del primo mp3, di Google, dei primi eBook reader e le prime forme di e-commerce;
1999: con l'ADSL è possibile, grazie alla larghezza della banda, una maggior velocità di
navigazione e più orientata alla multimedialità; nascono MySpace e Napster, un sistema per la
condivisone on line di file che rivoluziona il consumo musicale rendendolo gratuito;
2000: l'indice Nasdaq subisce un crollo improvviso, generando una forte crisi; si tratta del primo
scacco della New Economy;
2001: nascono Wikipedia e Second Life; la Apple lancia l'iPod;
2003: nasce iTunes Store;
2004: nascono Flickr e Facebook (quotato in borsa dal 2012); nello stesso anno Sony lancia in
Giappone il LIBRIé, il suo primo eBook reader; si inizia a parlare di Web 2.0;
2005: nasce YouTub;
2006: nasce Twitter;
2007: esce il primo iPhone Apple;
2010: esce il primo iPad.
La più usata definizione di Web 2.0 è di Tim O'Reilly: insieme dei servizi sopravvissuti al crollo
borsistico del 2000 e di quelli nati successivamente. Il termine Web 2.0 diventa da quel momento
l'etichetta per tutto il mondo del social network e dei nuovi servizi e piattaforme in rete, con
protagonisti prima Google e YouTube, poi la messaggeria istantanea e infine i social network veri e
propri. Caratteristiche di questi social network: multimedialità, facilità d'uso, possibilità per l'utente
di inserire contenuti e renderli visibili, creazione di una reputazione on line indipendente
dall'appartenenza a grandi marchi di comunicazione, ma costruita con successo quotidiano. Ciò
permette la diffusione di una rete virtuale che mantiene gli individui costantemente in contatto.
Il termine Web 2.0 è una parola che cerca di etichettare il fenomeno evidente e riconosciuto senza
precisi confini. Lo stesso fenomeno è indicato attraverso varie definizioni incrociate che cercano di
coglierne alcuni aspetti, senza la pretesa di essere esaustive.

1.2 La convergenza digitale

Il termine convergenza accompagna da tempo la trasformazione dei media e delle tecnologie in

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generale, come afferma Negroponte nel 2005. Con convergenza tecnologica si indica la conversione
di tutte le informazioni in un formato digitale e la fine della distinzione tra media diversi. Secondo
Negroponte la convergenza ha proprie norme che non possono essere messe in discussione e che
impongono una trasformazione irreversibile dell'intera società. Questo approccio viene definito
“determinismo tecnologico”.
Pochi anni dopo Jenkins definì in riferimento alla convergenza da un significato diverso con un
interesse verso la circolazione culturale che i nuovi dispositivi rendono possibile. I media hanno,
secondo Jekins una doppia natura:
– tecnologie che permettono la comunicazione;
– insieme di protocolli o pratiche sociali e culturali che sono cresciute intorno a quella
tecnologia.
Quindi se per Negroponte la convergenza è uno specifico della digitalizzazione, secondo Jekins essa
è un fenomeno di lungo periodo di cui la digitalizzazione permette una nuova tappa. Perciò è
opportuno utilizzare l'espressione “convergenza digitale”, per racchiudere l'attuale condizione
tecnologica dei social media. Si tratta di un processo a due facce (tecnologica e culturale) che
comincia da lontano e si articola in vari passaggi. La svolta decisiva si ha con la comparsa sul
mercato di Machintosh e con la diffusione del sistema Windows. Da lì in poi il computer comincia a
permeare in sé ogni altra macchina e ogni altro medium, grazie ai processi di informatizzazione cui
sono soggette tutte le produzioni. Questa trasformazione negli anni settanta aveva cominciato a
toccare settori importanti (es: la stampa), e si andava estendendo a ogni ambito della produzione e
del consumo. Sin dalla fine degli anni '80 il significato sociale del cambiamento era piuttosto
evidente, e risulta chiaro ancora oggi. Un definizione rilevante è quella di “metamedium”: capacità
del computer di contaminare differenti strumenti tecnologici ma al tempo stesso il suo essere oltre
gli altri mezzi. Ciò che rendeva il computer così interessante era la peculiarità dei “linguaggi”
informatici in grado di tradurre immagini, suoni in un codice binario con il quale potevano essere
gestiti, trasmessi e stoccati. Era perciò evidente che la digitalizzazione avrebbe modificato i media
tradizionali facendo venir meno la differenza tra le piattaforma (tv, radio, giornali, cinema e
musica).
I media sono riusciti a far aumentare la comunicazione tra individui grazie anche alla facilità d'uso
delle apparecchiature tecnologiche. La digitalizzazione ha perciò contribuito a creare macchine più
complesse e più facili da utilizzare; per questo il computer ha assunto un ruolo decisivo nella
rivoluzione che ha attraversato. Una perfetta traccia di ciò è il display: schermo in cui immagine e
parola convergono, attraverso cui vengono fornite le informazioni all'utente.

1.2.1 Scrittura, testo, immagine: tre lunghe rivoluzioni

La componente tecnologica della digitalizzazione ha impattato i media rendendo possibile alcune


trasformazioni fondamentali come scrittura, testo e immagine.

Scrittura Con la nascita del computer si è avviato un processo complicato iniziato con
l'introduzione di word processor: la scrittura si stacca da chi la scrive e diventa un processo
dinamico di costruzione di un palinsesto-patchwork continuamente in crescita: è un testo che solo la
stampa dota di staticità, altrimenti rimarrebbe riscrivibile e rielaborabile nella rete. L'evoluzione dei
programmi di scrittura e la loro crescente interazione con programmi di editing trasforano la cura
del contenuto e dello stile in qualcosa di più complesso, fatto anche di componenti grafiche. Quindi
con il web la scrittura è diventata collettiva, un processo in cui ciascuno può portare il suo
contributo alla discussione. L'individuo che scrive è sempre più parte di un flusso collettivo e
chiamato a responsabilità rispetto a ciò che fa circolare.

Testo Con la digitalizzazione si ha l'evoluzione del testo verso l'ipertesto. Negli anni '60 la nozione

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di testo si poneva al centro delle giovani teorie semiotiche dando vita a due correnti di pensiero:
teorie “forti” per le quali il testo il testo è inteso come una struttura rigida variamente articolata, e le
teorie “deboli” per le quali il termine “testo” indica un'occasione istituzionalizzata di scambio, da
interpretarsi a posteriori, quando lo scambio comunicativo è concluso. Lo sviluppo degli ipertesti ha
reso possibile tridimensionalizzare il tradizionale spazio di scrittura, trasformando alcune parole o
parti del testo in link che conducevano a altre parti. Le teorie “deboli” del testo sembravano più
adatte ad analizzare queste produzioni perché l'attività del lettore risultava più libera dai vincoli
rispetto a quella della teoria “forte”. Ma con lo sviluppo della rete, si è passati dall'ipertestualità
“interna” all'ipertestualità “esterna” perché i link possono rinviare ad altri luoghi della rete; la stessa
struttura del web è formata da sistemi di collegamenti e riferimenti. Quindi l'intero web è un enorme
ipertesto, prodotto dalla sovrascrittura continua esercitata dalla collettività. Il web è infatti la
realizzazione dell'utopia di produzione collettiva, infinitamente percorribile in modi sempre diversi.
Ma lo sviluppo delle App e la customizzazione dei risultati dei motori di ricerca in base alle
abitudini degli utenti riducono le potenzialità di circolazione libera. Si vede così come la tendenza
dei link è quella di concentrarsi attorno a un numero limitato di nodi. Quindi anche se l'ipertesto è
aperto la sua lettura non va oltre certi limiti: ricerche mostrano che gli utenti tendono a navigare
sempre sulle stesse pagine.

Immagine digitale Ciò che risulta molto potenziato è l'integrazione tra testo, suono e immagine.
Il web ha infatti reso possibile un'alleanza nuova tra i vari linguaggi della comunicazione. Gli anni
'80 sono stati fondamentali per la grafica dei computer, soprattutto per le immagini generate dai
computer che arrivavano a simulare le immagini fotografiche in modo sempre più perfetto. Poi la
computer animation cessò di creare immagini e cominciò a integrarsi con la produzione
cinematografica e televisiva. Sempre negli stessi anni si svolsero ricerche sulla Realtà Virtuale, utile
per l'addestramento di particolari professioni (volo aereo), che si andarono a integrare con
videogiochi e interfacce. L'elaborazione computerizzata toccò anche la fotografia: dopo il lancio nel
1981 della prima macchina digitale la fotografia digitale ha sostituito via via la tradizionale
fotografia analogica e la stessa fotografia ha iniziato a essere oggetto facilmente scambiabile. Negli
anni '90 con la diffusione degli smartphones la fotografia è entrata nella quotidianità. Questa
integrazione giunge a compimento con il Web 2.0, grazie al quale è semplice “caricare” foto sui
Social Networks.

1.2.2 Il senso culturale della convergenza

Alla convergenza digitale si associa una lenta trasformazione culturale legata al concetto di
sinteticità. Parliamo di comunicazione sintetica in relazione a varie accezioni:
– Essenzialità: la digitalizzazione è stata accolta all'interno di un paradigma che impone la
velocità come valore. All'inizio dell'informatizzazione un'interazione riuscita doveva
simulare i tempi dell'interazione umana, la società umana era infatti percossa, in quegli
anni, dall'ossessione della velocità, come sinonimo di efficienza. L'accelerazione dei
processi comunicativi porta il tempo del vissuto sociale a un processo di contrazione-
dilatazione: di contrazione della durata necessaria x portare a termine “fatti
comunicativi” e di dilatazione per la resistenza di durate non tecnologiche che si
ostinano a permanere, ma che sembrano estendersi di fronte al rimpicciolirsi di altre
durate-paragone. Dall'inizio degli anni '90, con lo sviluppo dei telefoni cellulari, si è
sviluppato il processo di invio dei messaggi che oggi è caratterizzato dalla rapidità e la
facilità della scrittura, oltre alla necessità di esprimersi velocemente.
– Integrazione organizzata: alla convergenza digitale corrispondono nuove forme di
fruizione, improntate al multitasking e a modelli inediti di ricezione contemporanea di
messaggi convergenti in un'unica fonte. Il messaggio digitale è, di per sé, una

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commistione integrata di scritto, orale, simbolico, iconico, visivo e sonoro. Nessuna di
queste componenti è nuova ma una sintesi di esse richiede nuove abitudini percettive,
nuove alfabetizzazioni che si sono sviluppate via via che l'invenzione procedeva e si
rendeva necessario l'utilizzo di esse. Proprio per questo i giovani, digital natives, sono in
grado di adattarsi più rapidamente a questa sintesi perché sono nati e vivono all'interno
di essa, mentre che è abituato a linguaggi differenziati, digital immigrants, deve
riabilitarsi alla sintesi. E' opportuno sottolineare come, pur avendo nel proprio bagaglio
parti consistente delle nuove forme espressive, gli immigrants devono adattarsi ad esse.
– Artificiale: tutti i mezzi, comprese le tecnologie digitali, hanno sempre rappresentato
protesi artificiali di potenzialità umana. Ma nel digitale c'è l'imitazione dei materiali
naturali: un tessuto non deve solo svolgere la stessa funzione ma deve assumere anche
l'apparenza di ciò che va a sostituire. Inoltre i mezzi digitali non devono solo simulare
gli effetti “passivi” dell'esperienza ma anche quelli “attivi”. Es: quando si manipola un
joystick o quando si fa una telefonata su Skype siamo di fronte ad “azioni sintetiche”

1.3 Rete globale: culture e mercati

La società dei social media è stata definita da Castells società in rete: “una società in rete è una
società in cui la struttura sociale ruota intorno alle reti attivate da tecnologie dell'informazione e
della comunicazione”. Castells ha sempre mostrato attenzione per il ruolo esercitato da internet
come “spina dorsale” delle relazioni umane, sociali, politiche ed economiche. A partire dagli anni
'70 si sviluppa la network society: “un numero crescente di pratiche sociali, politiche ed
economiche, di istituzioni e relazioni si organizzano intorno alla figura del network”. I network che
contraddistinguono la società in rete:
– Si dedicano alla trasmissione di contenuti.
– Sono caratterizzati da collegamenti molti-a-molti.
– Prevedono la possibilità dialogica.
– Tendono a essere globali: esse raggiungono però alcune aree più di altre e abilitano alcune
perone più di altre, replicando forme di disuguaglianza, talvolta creandone di nuove.
– Sono transnazionali, cioè tendono a non essere contenibili entro certi confini.
La globalizzazione non è un fenomeno solo contemporaneo ma la globalizzazione odierna ha alcune
peculiarità: “si riferisce a reti di interconnessioni e interdipendenze che si sviluppano rapidamente e
che caratterizzano la vita sociale moderna” (Tomlinson). Possiamo perciò dire che rete e globalità
sono strettamente intrecciate anche se nessuna delle due si esaurisce nell'altra. La rete non genera
un nuovo spazio, ma si integra con lo spazio geopolitico e quotidiano che percorriamo nelle nostre
vite. Perciò a partire dagli anni '80 infatti prende vita una linea interpretativa che affrontava la
comunicazione telematica in chiave di Cyberspazio.

Sul rapporto spazio-media molti autori si sono interrogati e sono giunti alla conclusione che i media
elettronici (radio, tv) alteravano i precedenti vincoli spaziali, fino a portare a una cancellazione della
percezione del luogo e alla creazione di uno spazio virtuale.
Con la svolta del Web 2.0 viene rivisto il rapporto spazio reale e spazio virtuale della
comunicazione. Oggi le funzioni di geolocalizzazione e i locative media integrano spazio
comunicativo e spazio reale rendendo la percorribilità del secondo più facile grazie alla lettura e
all'orientamento del primo.
Anche i tentativi di visualizzare topologicamente la rete mostrano la complessità della definizione
dello spazio dei network. Crang parla di inside people head per definire la geografia soggettiva,
immaginaria, opera dei soggetti e degli studiosi che si impegnano a decifrarla. La nostra attuale
geografia immaginaria sembra basata su 2 assi:
1. La percezione dello spazio costituito dal territorio delle nostre relazioni: lo spazio

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della “socializzazione immobile”. Si tratta di una dimensione virtuale che per la
nostra percezione riflessiva è legata a relazioni effettive.
2. La forma con cui sintetizziamo le connessioni fra questa dimensione virtuale e il
nostro spazio fisico. Sulle mappe di TripAdvisor o Facebook si inseriscono i segnali
di presenza dei soggetti in rete, dei blogger, degli utenti di Facebook e così via: una
commistione che segnala l'ambiguità della nostra idea di spazio, la nostra geografia
soggettiva.
Anche rappresentare la rete non è semplice: si possono usare schemi, che si riferiscono alla struttura
astratta, geometrica dei nodi connessi. La difficoltà non si deve soltanto alla complessità dei nostri
vissuti soggettivi, ma anche all'equivoco di fondo che genera i discorsi sullo spazio della rete.
Questa infatti non è uno spazio né ha uno spazio, bensì è un contesto. Un contesto come situazione
comunicativa codificata entro la quale interagiscono soggetti posti in relazione tra loro. Un contesto
discorsivo non ha bisogno di spazio. Quindi la rete non è uno spazio ma un insieme di contesti
relazionali. I social media non hanno un luogo, anche se sono dovunque, ma è l'obliquità degli
uomini che genera la globalità della rete, e non viceversa.

1.4 Socialità: socievolezza e potere

Per un'analisi dei social media è opportuno prendere in considerazione il loro aspetto sociale, che in
parte è evidente: i media sono sempre parte di una società in cui svolgono una pluralità di funzioni
di intermediazione.
Molti, tra cui Tim Berners-Lee, ritengono il web non solo un'innovazione tecnologica ma anche
sociale. Infatti le tecnologie digitali e le loro applicazioni hanno costituito oggetto privilegiato di
studio per gli studiosi del Social Shaping of Technology, da sempre interessati ai processi di
domesticazione, ossia integrazione di un uso tecnologico nella vita sociale degli utenti.
I media della convergenza digitale sembrano pensati per abilitare collaborazioni partecipative, cioè
per innescare comunicazioni orizzontali, dal basso, anziché meccanismi organizzativi di tipo
tradizionale. Anche a livello aziendali i social media appaiono come strumenti di ripensamento dei
tradizionali schemi di decisione, gestione, innovazione. E' evidente che la novità della rete è di
essere un medium in cui “la caratteristica più evidente sono le persone”.
Quando Castells parla di self mass communication egli riconosce la liberazione di risorse
individuali sulla scena dei media, e un'altra definizione come quella di social casting, in riferimento
alla modalità di trasmissione del web sociale e partecipativo, insiste sulla stessa natura collaborativa
di base. Ma bisogna fare delle precisazioni: il termine “sociale” non richiama la complessità della
società, ma una delle sue dimensioni, quella della socievolezza (Simmel), caratterizzata dal piacere
umano di stare insieme senza obiettivi determinati e funzionali, la talkative society (Dalghren).
La nostra attitudine allo scambio, infatti, sembra incrementarsi sempre di più, così tanto che
qualcuno è preoccupato dallo stress e dalla tensione che una vita così piena di relazioni e situazioni
comunicative può generare.
Il punto non sta nel coglier un eccesso di socievolezza, quanto quello di essere avvertiti che la
complessità sociale, soprattutto nella sua dimensione seria, conflittuale attraversa anche i social
media, come ogni componente della vita collettiva.

1.4.1 Un mercato socievole?

Sin dalla decisione presa negli Stati uniti di lasciare Arpanet alla libera iniziativa nel mercato è
chiaro il ruolo della concorrenza economica nello sviluppo della rete. La stessa New Economy
dimostra lo stretto legame tra competizione commerciale e l'innovazione tecnologica che sta alla
base del web collaborativo. Le contraddizioni del capitalismo nel mondo della produzione digitale
sono ampliate: è infatti presente l'elemento dello sfruttamento del lavoro: quando noi creiamo

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contenuti e li facciamo circolare, produciamo traffico che incrementa i profitti delle aziende di
telecomunicazioni, dei motori di ricerca e delle piattaforme. Parliamo, anche per la rete, di
“mcdonaldizzazione del mondo”: un elemento di risparmio di spesa per la compagnia viene tradotto
in un vantaggio competitivo anche attraverso la sua presentazione in termini di attenzione al cliente.
In questo modo la grande utenza del social network produce, a titolo gratuito, i contenuti che
consentono alle aziende la propria revenues, incentivando l'idea che la fatica produttiva sia ripagata
con la soddisfazione creativa.
Tale implementazione del lavoro gratuito dell'utenza non viene abitualmente collegato alla
polemica sui diritti d'autore e la proprietà intellettuale. Anzi, quest'ultimo tema mostra il contrasto
tra 2 logiche di articolazione economica della produzione culturale. Poiché gli utenti non producono
solo in proprio, ma riorganizzano, ritagliano e rimontano i contenuti dell'industria culturale
tradizionale, allora i tradizionali editori di broadcaster rivendicano la proprietà. Una serie di azioni
legali contro chi permette lo sharing dimostrano quanto questa lotta sia cruciale nel mondo
moderno.
Questa logica è perdente e contraddittorio, inoltre manca la totale consapevolezza di come articolare
e riconoscere il valore della produzione culturale professionale. D'altronde il capitalismo non
mostra continuamente la propria natura aggressiva, infatti la storia del web partecipativo è infatti
piena di processi di accorpamento e monopolio-oligopolio_ si tratta di gigantesche multinazionali a
cui le start-up tentano di vendere per realizzare guadagni, una volta lanciata la propria idea
innovativa e vincente.
La stessa dimensione che trova fuori dalla rete regola anche la rete al suo interno, con una
competizione molto forte tra i soggetti e i servizi che vi sono presenti. La power law è puttosto
spietata: la tanto esaltata democrazia di internet non esiste. Vige un oligopolio dell'attenzione, dei
contatti e della accumulazione di valore che è determinata da una tendenza dei forti a essere sempre
più forti e dei deboli a essere sempre più deboli.
In questa galassia neocapitalistica la vera questione è chiedersi dove risieda il valore scambiato.
Valore è ciò che viene elaborato in ogni rete dominante in ogni momento, in ogni luogo in base alla
gerarchia programmata dagli attori che sulla rete agiscono. Un altro problema è costituito dalla
particolare natura di merce dell'informazione, nella forma dei dati sulle persone in un regime di
quasi trasparenza che in realtà è di opaco possesso da parte di molte aziende di informazioni relative
alle vite e ai comportamenti dei cittadini consumatori.

1.4.2 Pubblico, politico

Sul piano della politica i social media si scontrano con tendenze che, sia pur incrociate con essi, ne
sono logicamente distinte.
Da un lato il noelibrismo propone il mercato come unica arena pubblica, e il linguaggio
dell'economia come unico metaspazio sociale, in grado di tradurre e comprendere tutti gli altri
linguaggi del sapere, dall'altro il consumo individuale come declinazione del vivere e della
affermazione/condivisione sociale finisce per prendere il sopravvento su tutti gli altri aspetti. Quindi
il neoliberalismo è una forma ideologica che in modo lento e inesorabile mina le basi della
democrazia. Occorre perciò riflettere sui meccanismi che hanno reso possibile tale ideologia, le
pressioni e le originalità che hanno portato a rendere tale ideologia dominante. Secondo Manin
accosta le democrazie degli anni '80-'90 del secolo scorso alle forme della comunicazione
broadcasting.
Secondo Colombo la specifica forma mediale non sta a monte dei processi politici ma è intessuta
con essi; e le ragioni che hanno portato alla supremazia del neoliberismo sono di natura strutturale.
Ci si affida al neoliberismo come inveramento della politica.

Il ruolo politico dei media digitali La riflessione sul ruolo del “nuovo” rispetto al “vecchio”

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inquadra le diverse opportunità che media diversi offrono al cittadino sullo sfondo di altri
condizionamenti, opportunità, stimoli che l'intera società mette a disposizione (o nega) nella
complessità delle sue componenti. Secondo Dalghren, le capacità partecipative del web non
possono da sole rimuovere i limiti alla partecipazione che una società può imporre. Nel caso
dell'Italia ci sono molti meccanismi di blocco alla partecipazione e a una cultura partecipativa; si
parla della questione del divide nazionale in cui si incontrano scarsa diffusione della rete e della
banda larga con altre e classiche forme di esclusione. Questa esclusione può assumere aspetti
diversi a seconda dell'ethos e della politica che vengono messi in campo nelle scelte di consumo,
fruizione. Guardando i dati sull'uso di internet vediamo che genitori con scarsa cultura sono più
disponibili a puntare sull'acquisto di computer per darlo ai figlie e mantenerli all'altezza di un certo
modello pubblico di sviluppo. Emerge dunque il connotato classista di un sviluppo pesato non in
modo integrato, ma centrato sulla diffusione tecnologica e allo stesso tempo lo sviluppo del
paradosso di un uso della tecnologia che in differenti contesti deve essere giudicato diversamente.
La discussione attuale vede posizioni diverse tra ottimisti e pessimisti, fra valorizzazione delle
nuove skills abilitative e incentivate dal digitale e critici sulla forma culturale di esse.
Tra i contrasti più evidenti c'è quello tra Castells e Morozov per ciò che riguarda la self mass
communication e la sua capacità di costruire un elemento di democratizzazione. Secondo Dalghren
se Fb e google minano progressivamente la privacy dei cittadini, è anche vero che i segnali di un
uso politico efficace sono presenti nei movimenti mondiali di liberazione e di contestazione.

La partecipazione Dalghren: “la società che parla e chiacchiera in pubblico ha più possibilità di
restare democratica di una società muta”. Nell'attuale panorama dei media, la capacità di mettere
nuove abilità comunicative al servizio di nuove forme di partecipazione civica genera pratiche
nuove, che a loro volta rafforzano le abilità. Ciò contribuisce a creare empowerment e a forgiare
nuovi significati agli ideali di democrazia e nuove identità agli individui e ai gruppi sociali. Per
Dalghren l'efficacia di questa circolarità si fonda sull'esistenza di robuste identità civiche, in grado
di confrontarsi con le strutture del potere. Se tale confronto si conclude con la vittoria dei cittadini
essi sentono appagata la loro voglia di partecipare.
Per capire quindi il successo o no della partecipazione politica non bisogna considerare l'udo della
variante tecnologica ma anzi le condizioni che implementano o riducono la diffusione del Web 2.0 e
dei social media.

Una società talkative è più vicina alla democrazia di una muta. Se valutiamo la possibilità di parlare
del cittadino come individuo (dimensione individualistica) allora l'accrescimento della possibilità di
espressione e di parole è un vantaggio. Ma l'accesso alla parola e alla decisione che prima
appartenevano a una ristretta élite sociale, oggi sono condivise in maniera sempre maggiore e le
condizioni di appartenenza borghese vengono via via meno. Quindi non è detto che una società
talkative sia una società vicina alla democrazia.
Per quanto riguarda il tema della conoscenza e della rappresentazione, secondo Colombo la
conoscenza individuale è data da conoscenza diretta e conoscenza mediata ognuna permeata di
presupposti e pregiudizi. La modalità di questa rappresentazione nell'era della rete e dei social
media cambia, ma non necessariamente in meglio o peggio: al cittadino arrivano più informazioni
ma la qualità di esse non sempre è migliore (es: Wikipedia).
Riportando questo discorso alla sfera pubblica risulta evidente che la tematica della conoscenza è
molto importante perché già alla nascita della sfera pubblica la buona argomentazione parte da
un'analisi e da una buona conoscenza della realtà. Affinché oggi ci sia buona partecipazione e
buona democrazia occorre una buona conoscenza, ma illudersi che i social media e il web 2.0 la
generino è un'illusione. Occorre chiedersi come circola il capitale culturale e quali relazioni
intrattiene con gli altri capitali.
La rete è percorsa dal meglio e dal peggio di ciò che la comunicazione umana può dare e dire. Il che

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significa che il diritto alla parola distribuito a chi ha accesso alla rete di per sé non garantisce affatto
che quel diritto sia utilizzato per dare voce a istanze positive e di pubblico interesse.

1.5 Umano, troppo umano

i contesti discorsivi dei social media sono caratterizzati dalla facilità d'uso delle interfacce
sintetiche, dal ruolo attivo e produttivo degli utenti, da una comunicazione mobilita-molti e da una
particolare configurazione della visibilità e della reputazione dei soggetti che vi si mettono in gioco.
Questi contesti prendono la forma di conversazioni multiple, anche se il loro scopo non è la
conversazione e tuttavia ciascun social media ha una propria specificità, e all'interno di ciascuna
categoria si possono trovar stili e forme differenti.
La descrizione dei social media come contesti discorsivi di natura conversazionale aiuta a dirimere
molte questioni. Essa abilita il rifiuto di metafore affascinanti ma fuorvianti, am consente di
separare con sufficiente eleganza e facilità la novità dei social media dalla continuità con altre
azioni sociali che si consentono.
Ci troviamo quindi di fronte all'evidenza che vi è una netta separazione fra problemi generati dalle
interfacce tecnologiche e problemi legati alla specificità dei discorsi.
Le questioni poste dalle interfacce tecnologiche hanno a che fare con le classiche questioni
sociopolitiche: distribuzione del potere, strutturazioni dei capitali sociali o culturali. Le questioni
poste dai discorsi conversativi ci pongono altri problemi: concetto di identità, di sfera privata, di
articolazione del tempo sociale.
Il problema dunque è dato dal fatto che i social media come contesti discorsivi non possono fare a
meno di portare dentro di sé i segni della società a cui appartengono, con ineguaglianze, conflitti e
egemonie. Analizzarli in chiave comunicativa significa testarne i discorsi, scorgerne i punti deboli,
scioglierne le contraddizioni. Tutto ciò implica uno sguardo molto ravvicinato, che si confronta con
singoli casi e ne svela le dialettiche di ordine generale, e dall'altra uno sguardo un po' distante,
capace di coglierne le nuove egemonie che i contesti discorsivi digitali abilitano. La socievolezza
dei social media può essere così osservata sotto un'altra luce, e il piacere che essa procura può
essere colto, senza far velo alla consapevolezza della ragione e alla necessità di scelte etiche e
politiche.

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Capitolo 2. Si fa presto a dire blog. I paradossi della sincerità in rete

La “blogsfera” è un fenomeno molto complesso, difficilmente definibile con pochi tratti. Vi sono
una molteplicità di piattaforme, diversissimi generi. Le caratteristiche peculiari dei blog sono:
1. Natura fortemente personale: luogo certo di identità, uno spazio privato che, se anche
si apre al pubblico, rimane proprio per quanto riguarda il diritto alla scelta dei temi,
all'esprimersi con i soli vincoli che si vogliono definire e la periodicità che si vuole
dare. Ma in realtà la dimensione pubblica è rilevante quanto quella privata, perciò il
meccanismo attivo nell'autorialità dei blog è simile a quello dell'industria culturale
nel suo complesso.
2. Faccia pubblica: dimensione teatrale che innesca meccanismi di esibizionismo e
voyeurismo.
3. Dialogo del blogger con i propri lettori: porta a una certa naturalità del discorso ma
anche a conflitti e incomprensioni. Questo dialogo è un esercizio uno-molti, che
mette in gioco distribuzioni, anche complesse, dei poteri e delle autorità.

2.1 Di cosa parliamo quando parliamo di blog

Nel 2006 nasce un blog italiano Nonsolomamma, che è andato crescendo negli anni. Nella
primavera del 2012 è stato attaccato da troll attraverso mezzi a disposizione dei sociale media,
attraverso la prassi degli utenti della rete, attraverso l'adozione di più nickname e profili. Questo
attacco, dapprima sottile, poi via via più molesto, ha portato a una serie di risposte e conseguenze.
Durante il periodo dell'attacco la vita del blog è stata percorsa da forze che aiutano a comprendere
sia i lati luminosi sia quelli oscuri della rete, e a mostrare le delicatezze di una discussione
democratica e libera.
L'offensiva si svolge in due fasi diverse:
a) Nel 2012 cominciano ad apparire commenti acidi, rivolti a altri commenti accusati di
essere troppo sdolcinati. Questi si intersecano con altri commenti difensivi e complimenti.
Inizialmente l'attacco non è diretto alla blogger, ma al tono di alcune commentatrici, giudicato
enfatico. Interviene la blogger sottolineando la provenienza unica di commenti fatti da diversi
nickname
b) Il troll si giustifica dicendo che l'indirizzo è uno ma chi commenta sono molte persone.
Compare poi Cheppalle! che argomenta la propria posizione:
• attacca l'autrice del blog accusandola di essersi “corrotta” nel tempo e di mirare a successo e
denaro, oltre che di gestire scorrettamente il blog;
• Attacca le commentatrici accusandole di eccessiva piaggeria;
• inizia a saturare la conversazione commentando quasi ogni commento, provocando reazioni
di altre commentatrici.
Dopo una crescente tensione interviene un personaggio “tecnico”, il Cugino S., che con un lungo
commento annuncia il banning di Chepalle! qualora facesse nuovi commenti ritenuti dalla blogger
di “disturbo alla serenità dei dialoghi degli utenti”. Si scatena allora una discussione sulla legittimità
della sanzione applicata e la caccia al troll. Lentamente i commenti aggressivi scompaiono e il blog
torna alla normalità.

2.2 Lo “spazio” di un blog.

Chiara de Lillo, blogger di Nonsolomamma, chiarifica la sua posizione rispetto al blog: è “casa sua”
e in quanto tale vige la legge della padrona di casa. Chi entra è ospite e lei vuol potersi esprimere
liberamente, e sentire negli altri il rispetto dello stila che essa ha scelto. Quindi il blog è di una
persona fisica ma la padrona di casa virtuale è elasti, un avatar costituito dal nickname, dallo stile,

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dalla narrazione specifica. Perciò l'identificazione del blog con la casa è una metafora, indicativa,
che non può essere presa alla lettera. Le reazione delle lettrici sono di vario tipo: da un lato c'è chi
dice che la metafora va presa nel senso di proprietà, la blogger paga il dominio e come tale ha
diritto di comportarsi come a casa sua; dall'altro c'è chi contesta la metafora, rifacendosi a un altro
paragone, quello dello spazio pubblico (piazza del paese).
Dunque un blog è casa, o piazza, o area visibile e pubblica di uno spazio privato. In questi due
ultimi casi occorre lasciar dire, riconoscere agli altri lo stesso diritto che si concede esprimendosi.
In alternativa sarebbe possibile chiudere ai commenti. Ma se ci si apre a uno spazio pubblico l'unica
regolamentazione è quella di una democrazia dove chiunque può dire la propria, avere il suo spazio
dove parlare, come un angolo di democrazia.
Lo spazio di ci si parla qui è quello del discorso, quello che vale in qualsiasi contesto che non sia la
rete e che ha sempre riguardato ogni dialogo umano a distanza, definibile spazio discorsivo o
contesto discorsivo, per evitare metafore.
Elasti, che parla del suo blog come di casa propria, si riferisce non a qualcosa in suo possesso am
come ha qualcosa che lei ha creato, che lei coltiva con cura: si riferisce alla cura per il discorso, che
prende la forma dei contenuti erogati, con un proprio stile e con l'applicazione di specifiche norme,
tra cui il decluttering (pulizia dei commenti). Questa regolamentazione è nata con l'universo
discorsivo stesso e fa parte delle regole accettate dagli utenti più alfabetizzati della rete.
Quindi il blog non è una casa, una piazza, un balcone né nessun altro spazio fisico. Un blog è uno
specifico conteso discorsivo consentito da alcune piattaforme tecnologiche che agiscono sul
web e dalla responsabilità di cura di chi lo fa esistere.

2.3 Conflitto e discorso

Un blog è un campo di forze in cui le persone da un lato collaborano e dall'altro confliggono. Si


collabora per il piacere della socievolezza e in nome di questo piacere si può sfociare nel fenomeno
dell'omofilia (vicinanza a chi la pensa come noi o ha caratteristiche in comune con noi); si confligge
per la supremazia delle proprie idee, per maggior visibilità, per l'affermazione di sé. Questo è ciò
che è accaduto nel caso di Nonsolomamme. Per quanto riguarda il conflitto sono state 3 le strategie
messe in atto dai troll:
• Attacco alle altre commentatrici, in una sorta di accreditamento come commentatrici
“migliori”.
• Attacco alla blogger, di cui si svaluta la qualità, la sincerità.
• Contestare la leadership della blogger rivendicando la centralità del proprio ruolo di
commentatrice.
Le tre strategie, se valutiamo l'esito finale (decluttering e banning dei troll), non sono definibili
efficaci. Tuttavia bisogna domandarsi quale sia l'obiettivo dei troll: il ruolo dei troll non è di
lavorare costruttivamente ma di vandalizzare un dialogo, cancellandone le possibilità stesse di
esistenza. Gli esiti di questo lavoro distruttivo sono visibili anche nel giudizio sull'azione di
“repressione”, che può essere considerata:
a) una violazione della democrazia della rete;
b) la dimostrazione delle false ragioni della blogger;
c) un rifiuto di mantenere elevata a qualità del blog.
L'esito finale della battaglia contro i troll risulta positivo per elasti e la sua “compagnia” anche se la
strategia utilizzata dagli avversari non è priva di efficacia ed è tipico della rete, in quanto innato
nell'espressività umana e può servire a mettere in crisi oltre a uno spazio comunitario, come in
questo caso, anche per abbattere un tiranno politico.

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2.4 Web collaborativo e fiducia

Gli studiosi di comunicaione interpersonale hanno sempre sottolineato l'importanza essenziale della
fiducia e delle sue forme nelle relazioni comunicative.
La fiducia implica un certo tipo di relazione con l'altro che viene giudicato credebile e/o affidabile
consentendo due atti: credere a quello che dice o fidarci di lui come delegato possibile a risolvere i
nostri problemi. Per ciò che riguarda la comunicazione si può dire che fidarsi di qualcuno significa
credere a ciò che dice ma anche avere l'attitudine ad affidargli qualcosa. E' di solito la
comunicazione del soggetto di cui ci si fida a produrre il nostro senso di fiducia; la fiducia è perciò
un atteggiamento a due sensi. Questa duplicità è andata però svanendo nelle analisi dei media
tradizionali, che costruiscono discorsi monodirezionali. Infatti la letteratura sociologica trova una
stretto legame tra fiducia e aumento del rischio nelle società tardo-moderne: in scenari con un alto
numero di informazioni cerchiamo soggetti di cui fidarci per selezionare informazioni sulla base
delle quali prendere decisioni.
Con la nascita della rete e dei social media si sono incrementate le possibilità per gli utenti di
ricevere e produrre contenuti informativi in contesti in cui essi non fanno più parte du audience
indifferenziate, ma sono presenti nella propria individualità; la complessità del meccanismo di
fiducia perciò si riproduce e si potenzia. Infatti usiamo il web sia per cercare informazioni che per
produrre discorsi su noi stessi, esprimendo intime confidenze che presuppongono il nostro fidarci
dell'altro. Quindi noi affidiamo a web e piattaforme informazioni su di noi confidando nel fatto che
questi sistemi non useranno tali informazioni per farci del male. Ciò denota una gande fiducia
implicita ma anche una sorta di rassegnazione: affidiamo informazioni su di noi in cambio di
informazioni e controllo sugli altri.
Dunque gli ambienti “socievoli” presuppongono una fiducia maggiore rispetto agli ambienti dei
media tradizionali (paradosso); ma in quest'ultimo caso i riceventi, a partire dagli anni '70, possono
operare scelte di rifiuto o trasformazione dei contenuti provenienti dai media. Con il Web 2.0 la
questione si complica per varie ragioni:
a) Le fonti si moltiplicano: i soggetti a cui negare o accordare fiducia sono molteplici, con
una difficoltà di scelta crescente. Quindi l'opzione di dare fiducia finisce per essere un ulteriore
fattore di entropia.
b) Le fiducia è continuamente sottoposta a processi di verifica che riguardano la propria
reputazione e la credibilità dei soggetti attivi nella comunicazione. Nessuno crede per sempre i
qualcun altro, ciò è molto enfatizzato nei social media: basta poco per condizionare l'altro e fargli
perdere fiducia. Ciò significa che la stabilità della fiducia nei soggetti emittenti è sempre più di
breve periodo.
c) neo social media l'utente non cerca soltanto di credere in qualcuno/qualcosa, ma mette in
gioco sempre più la propria credibilità: dalla scelta del nickname, alla foto profilo, all'intero profilo
è tutto un processo di costruzione di credibilità per poter partecipare alla comunicazione.
Quindi si pongono nuove condizioni per la fiducia, la quale non è sempre il riflesso di una
confidenza fondata su rapporti interpersonali in presenza. Spesso le confidenze si fanno su un
palcoscenico che si apre su un pubblico sconosciuto, che reagisce attraverso la scrittura, ma rimane
nascosto a colui che si confida. Perciò questo raccontarsi alla folla è una forma di miglioramento
della propria condizione. Questa forma di raccontarsi può essere sia finzione ma anche confessione,
anamnesi, racconto autobiografico e si colloca davanti a un pubblico capace di restituire ascolto,
comprensione, guarigione.
Un altro punto cruciale è dato dal fatto che le piattaforme web che ospitano il dire di sé, e ne
condizionano la forma, hanno un'autonomia dallo scrivere, dal pubblico: le confessioni rimangono
sul web nel tempo, sono a disposizione per tempi illimitati, mentre la confessione vera e propria no.
Quindi possiamo dire che la fiducia necessaria a dire di sé sul web è basata sulla saggezza della
folla dietro al proprio pubblico, e sulla capacità delle piattaforme di limitare la propria naturale

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invadenza.

2.5 Identità e maschera

L'espressione sui social media si fonda sulla fiducia nei propri lettori e/o utenti, in un pubblico
anonimo cui ci si apre. Si può parlare di esibizionismo, narcisismo ma è opportuno sottolineare
l'importanza della fiducia “nella folla”. Infatti le lettrici del blog Nonsolomamma credono nella
blogger, la seguono e talvolta la ammirano.
Dunque nel conflitto un tema cruciale è quello dell'identità: non si può aver fiducia in qualcuno che
non è ciò che dice di essere, e senza la fiducia in queste persone il contesto comunicativo che
condividiamo con loro è compromesso. Ecco perché gli attacchi sull'identità sono decisivi e ci
spiegano molto sul fenomeno dei trolling e sui social media in generale.
La blogger moderando i commenti e sottolineando l'identità multipla di alcune commentatrici
critiche alle sue lettrici fa l'affondo decisivo: denuncia l'inaffidabilità di chi parla attraverso
nickname plurimi. Non è infatti credibile una persona che mente su se stesso; non è credibile una
persona che contesta i commenti altrui se essa stessa è contestabile per la scorrettezza di aver
mentito sulla propria identità. La risposta dell'avversaria è rivendicare una sorta di identità
collettiva, ancora più significante, credibile e influente.
Se una delle caratteristiche dei social media è l'opportunità offerta a chiunque di esprimersi davanti
all'intera platea degli utenti; allora la responsabilità che chi si esprime si assume è la sincerità, ossia
la corrispondenza fra ciò che si scrive e ciò che si pensa, fra come ci si descrive e come si è. Su
questo si basa il meccanismo della fiducia.
La trasparenza e la sincerità costituiscono uno dei due poli etici della rete, mentre l'altro è costituito
dalla privacy, anche se i termini di questa sfera intima sono assai difficili da definire.
Prima del riconoscimento della natura trollesca dei commenti sul blog Nonsolomamma, chi
commenta gode della fiducia che abbiamo descritto e ciò suscita risposte, confronti nella
convinzione di voler partecipare a una conversazione cooperativa. Dopo scattano comportamenti di
difesa standard, come il non rispondere alle provocazioni evitando di alimentare il flaming.
Il comportamento del Cugino S. è caratterizzato da due operazioni distinte:
1. Evidenzia la natura di troll di Chepalle!, rendendo pubblico il suo comportamento
compulsivo;
2. Rende not il suo IP e dà gli strumenti per localizzarlo.
Tutto ciò da un lato consente di certificare la natura de troll ma dall'altro incontra critiche perché
additata come un'azione di violazione della privacy.
In realtà in rete l'anonimato è una pura convenzione discorsiva: non esiste perché i nostri
comportamenti sono tracciabili ma generalmente non si ricorre a questa potenzialità.
Bisogna osservare che la scoperta di un troll non è un caso isolato, e può spingersi ben oltre:
Violentacrez, moderatore e troll di un social network, quando è stato scoperto ha perso il posto di
lavoro. Quindi quello dello smascheramento online è una questione molto complessa che può avere
conseguenze negative anche al di fuori del contesto discorsivo. Infatti uno dei punti più controversi
di questo legame tra contesto discorsivo on line e la realtà della nostra vita sociale è appunto quello
delle ritorsioni.
In conclusione possiamo dire che il problema dell'identità continua a restare decisivo. Questo
mostra il profondo legame che i contesti discorsivi online intrattengono con la fiducia
interpersonale, e quindi con un modello di riferimento assai diverso da quello tipico dei media
broadcasting. La comunicazione sui social network dovrebbe essere definita una relazione
interpersonale mediata, a più partecipanti, e della relazione interpersonale conserva la delicatezza,
la fragilità, e proprio per questo il fascino e il rischio.

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Capitolo 3. I social media salveranno le democrazie?

Il Web 2.0 gode di una buona reputazione democratica perché è un mezzo che abilita le persone a
dire la propria opinione davanti al pubblico della rete, a differenza dei tradizionali mezzi di
informazione (radio, tv, cinema). La posta elettronica, internet e poi il Web 2.0 sono media
orizzontali che connettono persone fra loro.
Ci sono stati all'inizio del millennio alcuni episodi che hanno posto i social media al centro del
dibattito sul futuro della democrazia:
1. Elezione a presidente di Obama, che oltre a essere il primo presidente nero in
America, è il primo ad aver usato in modo massiccio il web per la sua campagna
elettorale sia per raccogliere fondi che per organizzare la macchina elettorale che per
comunicazione vera e propria. Divenne palese che il Web 2. con la sua forza
“leggere” poteva sconfiggere i tradizionali mezzi di campagna elettorale permettendo
maggior diffusione e penetrazione, messaggi più personali e una costruzione più
intima fra candidato, supporter e elettori. Tutto ciò portò a un forte entusiasmo
intorno al Web 2.0. Successivamente all'elezione i social media continuavano ad
essere usati soprattutto in funzione di informazione e propaganda che non in termini
di consultazione e ascolto. Al tempo stesso Obama usava anche i media tradizionali.
Quindi la sua social campaign prevedeva un'integrazione delle due
2. Le rivolte nei paesi di tradizione islamica in cui i social media hanno permesso la
circolazione delle idee e la messa a punto delle proteste che hanno portato a grandi
cambiamenti. La grande onda delle rivoluzioni araba ha così rianimato il dibattito sul
ruolo dei social media come strumento di partecipazione democratica, o meglio
l'hanno orientato in modo nuovo. Fino a quel momento la dimensione politica della
rete era stata letta come risorsa civica nelle democrazie tradizionali e come risorsa
testimoniale nei regimi autoritari o totalitari. Nel primo caso i social media erano un
mezzo per la circolazione delle idee che si sovrapponeva a altri strumenti legittimati;
nel caso dei paesi autoritari o totalitari i social media creavano una circolazione
culturale clandestina che su opponeva alla cultura dell'informazione ufficiale.
3. Comparsa di fenomeni politici che devono alla rete la propria identità, la propria
forma organizzativa, il proprio successo, come nel caso del MoVimento 5 stelle in
Italia o di altri movimenti simili nel modus operandi. Tutti sono accomunati da
un'attenzione alla rete come luogo privilegiato di circolazione delle idee e di
costruzione delle leadership, spesso opposto alle tradizionali forme di comunicazione
e costruzione del consenso tipico dei media tradizionali.

3.1 Una storia con due volti

Se affrontiamo la questione dal pdv dell'impatto pubblico, la storia dei social media nasce nel '700
con l'importante ruolo dei caffè, salotti dove la borghesia si riuniva per mettere a fuoco l proprie
richieste di una nuova partecipazione politica dopo gli assolutismi. Quindi con l'Illuminismo si
posero le basi per un modello di discussione collettiva.
Durante il '900, con il trionfo dei grandi media centralizzati (tv, radio) è passata in secondo piano
l'importanza della discussione in piccoli gruppi perché i grandi partiti hanno messo a punto
strumenti ad hoc per la trasmissione delle ideologie attraverso sezioni, circoli, testate, attività
culturali di vario genere. Ma è stato proprio internet a riportare in vita la primaria funzione dei
salotti e dei caffè: in Italia lo sviluppo delle reti civiche cominciò a manifestarsi con successo negli
anni '80, durante la crisi latente dei partiti tradizionali, ed esplose negli anni '90 in seguito a
Tangentopoli e agli sconvolgimenti politici che ne sono seguiti.
Il Web 2.0 ha diffuso e reso visibili le potenzialità politiche della rete, come ritorno a un modello

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partecipativo, in perfetta concomitanza con una tendenza opposta nelle democrazie occidentali,
dove sembra prevalere il modello audience democracy, basata sull'inattività del cittadino che si
limita a esercitare il diritto di delega alle élite politica. Dunque i social media incarnano la
contraddizione del ritorno di un ideale di sfera pubblica in un contesto storico di partecipazione
debole e di perdita di energia delle democrazie occidentali.

3.1.1 I rischi della “social media politics”

Nel valutare il reale impatto dei social media sulla politica dobbiamo tener presente che la
dimensione partecipativa è solo uno degli aspetti della socialità, infatti c'è da considerare anche il
concetto di socievolezza simmeliano ossia il piacere estetico della conversazione disinteressata, del
pettegolezzo.
Ci sono 3 rischi molto concreti dei social media come contesti discorsivi:
1. Polarizzazione delle opinioni: nei social media è presente una forte tendenza al blaming,
ossia all'insulto delle persone con opinioni diverse dalle proprie. In tal caso il ruolo dei
social media si discosta molto poco da quello delle classiche testate informative;
2. Infiltrabilità: dipendenza dei social media dai grandi media tradizionali e di mainstream per
l'approvvigionamento di notizie. Es: Twitter che è quasi sempre usato per far circolare
articoli, per commentare trasmissioni e di rado per testimoniare live certi avvenimenti
(manifestazioni).
3. Fragilità: i rapporti con il potere sono piuttosto ambigui e complessi. Di solito i regimi
dittatoriali tendono a far tacere l'intera rete bloccando i server o stipulando accordi specifici
con le aziende titolari delle piattaforme, come una conferma a contrario del potenziale
democratico dei social network. Inoltre i regimi dittatoriali tendono a sfruttare la viralità
della rete per produrre disinformazione, facendo circolare notizie false. Infine questi regimi
tendono a usare le informazioni sugli utenti messe a disposizione dai social media per
individuarli, seguirne le attività. Quindi internet consente una forte tracciabilità dei dati
relativi alla privacy che nei paesi democratici è tutelata da un'apposita legislazione e nei
paesi totalitari non lo è affatto.

3.1.2 La funzione vitale dei social network nelle democrazie

A fronte dei 3 rischi appena menzionati è comunque possibile interpretare i social media con fattori
positivo nelle democrazie a patto di essere consapevoli dei loro limiti.
Riepiloghiamo i fattori di innovazione che essi hanno comportato nel dibattito e nell'azione
pubblica:
1. Lo sviluppo di blog, social network e Web 2.0 ha ridotto il ruolo di “colli di bottiglia” che
svolgevano i media tradizionali per due ragioni:
• L'informazione sui social media raggiunge soprattutto i cittadini che sfuggono
dall'informazione mainstream, i quali sono i più attivi e capaci di mobilitare.
• Le notizie e i commenti presenti sui social media sono fonti che i media tradizionali
non possono rifiutare per concorrenza: una notizia che potrebbe rivelarsi fondata non
si può tacere con il rischio che sia un'altra testata o un social media pubblicarla.
2. I social media in quanto mezzi orizzontali garantiscono miglior integrazione tra
circolazione delle idee e riuscita organizzativa di vere e proprie azioni politiche
(manifestazioni, boicottaggi elettorali).
3. in quanto propensi alla costruzione di identità e di appartenenza ideale, i social media
sono strumenti assai forti in mano a movimenti fondati su qualche tipo di identità e di
progetto esplicito.
Quindi i social media possono essere eccellenti strumenti di democrazia dove vi siano le condizioni

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per una buona politica la quale si fonda si fonda sulla qualità delle argomentazioni e informazioni
circolanti ma non in modo esclusivo: senza senso delle istituzioni, coscienza civile e disponibilità
partecipativa la democrazia tace o muore e nemmeno i social media la potrebbero salvare.

3.2 Social media e contro-discorso politico

Anche i social media come strumenti di comunicazione alternativi partecipano al dibattito e


all'azione politica come contesti discorsivi dentro spazi più ampi: quelli dell'intera società. Vi è
comunque una loro specificità che dà un'idea di come esse abbiano contribuito a smuovere le acque
della crisi politica. Per capire tutto ciò faremo riferimento alle amministrative del 2011 per
l'elezione del sindaco di Milano e il referendum per mantenere privatizzata l'acqua.
Sia Letizia Moratti che Giuliano Pisapia usano social media, ma in modo diverso: la prima usa un
approccio broadcasting, utilizzando Twitter, Facebook e YouTube come casse di risonanza della
campagna tradizionale; Pisapia pubblica sul suo sito un diario on line scritto personalmente da lui. I
social media diventano così luogo in cui i supporter possono scatenare la propria creatività; questo
potrebbe anche risultare negativo ma l'ambiente diviene favorevole grazie all'umorismo wiki.
In un confronto televisivo su Sky TG 24 la Moratti usa gli ultimi minuti per fare un'accusa a
Pisapia, il quale non può replicare. Così la rete si scatena e i social media cominciano una
campagna straordinaria, realizzata dal basso con una logica wiki, per mettere in ridicolo le
affermazioni di Moratti e della sua coalizione. Comincia così un strategia spontanea su diversi
piani:
1. Nasce un meme, Tutta colpa di Pisapia, che è costruito attraverso una raccolta di accuse
immaginarie al candidato, trasformato nella fonte di ogni male piccolo o grande. Dunque la sua
avversaria diventa oggetto di satira. Il trucco linguistico e retorico consiste nel sbugiardare le
affermazioni di Moratti e della sua coalizione, portandole fino al ridicolo. In questa occasione si
assiste a una sorta di crowd politics, fondata sulla citica, sovvertimento e risata liberatoria, in grado
di cancellare le argomentazioni dell'altro.
2. I flussi della comunicazione popolare possono trovare interpreti autoriali, capaci di
generare testi esemplari. In questo caso si fa riferimento a due prodotti mediali:
▪ Pisapia canaglia, ispirata alla canzone di Al Bano Nostalgia canaglia;
▪ Il favoloso mondo di Pisapie, un cortometraggio ispirato al film Il favoloso
mondo di Amélie.
Dunque ci troviamo di fronte al rovesciamento carnevalesco, che rende l'allarmismo ridicolo,
svuotandolo di significato politico. Questa strategia è molto più efficace di quella del centro destra
in quanto anch'essa si configura come strategia negativa, di attacco alle posizioni altrui anziché
come proposta concreta. La vitalità di Facebook e Youtube fu cruciale in questa campagna e la
coalizione di Pisapia si rivelò molto più abile.

Affaire Sucate: richiesta di stop alla costruzione della moschea in un quartiere e una via non
esistenti a Milano → fake! La risposta della Moratti fa evincere la sprovvedutezza comunicativa
come indizio di un dilettantismo politico.
In coincidenza con la falsa denuncia morattiana i sondaggi (mascherati, perché non possono essere
pubblicati) iniziano a dare in testa Pisapia. La campagna si chiude con la vittoria di Pisapia sia al
primo che al secondo turno. Còiò si colloca in un'onda di vittorie del centro sinistra nelle principali
città italiane a cui seguì l'abrogazione delle leggi oggetto del referendum.

3.3 Il ruolo dei social media

Il ruolo dei social media è stato importante? Sì ma l'efficacia automatica dell'uso dei social network
è contraddetta da 2 fattori:

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1. Diversi movimenti li usavo in maniera massiccia e in modo simile a quello della campagna
di Pisapia, ma non sempre con risultati analoghi.
2. Un uso efficace dei Social media può anche sposarsi con una grande copertura mediatica che
esalta l'alterità dei candidati e dei programmi in forza della loro diversità.
Nel caso delle elezioni di Milano i fattori che hanno consentito ai social media di offrire un
contributo significativo alla campagna del candidato vincitore sono stati vari:
a) Le elezioni amministrative del 2011 segnano la prima conseguenza visibile dal pdv
elettorale dell'indignazione civile che già aveva manifestato il proprio dissenso e che aveva visto la
rete protagonista nella diffusione di questi materiali e nell'organizzazione i eventi significativi;
dunque l'efficacia dei social media in questo caso è legata al fatto che essi siano stati testimoni di un
disagio che i media tradizionali non erano riusciti a testimoniare.
b) I media italiani hanno un controllo da parte del centro-destra, ciò ha reso i punti di vista
più neutrali o critici assolutamente minoritari. Ciò ha generato una diffusa sensazione di
inaffidabilità dei media mainstream che si è risolta con la nascita di quotidiani o telegiornali anti-
sistema. Perciò i social media hanno giocato un ruolo cruciale perché lì sono stati ricercate
informazioni non orientate o lì sono stati espressi i propri dissensi civile, anche attraverso la
partecipazione al dibattito.
c) I social media sembrano aver inciso nella narrazione politica attraverso un meccanismo
peculiare di visibilità: i social media si adeguano al nuovo immaginario politico, che fa sentire il
cittadino elettore parte di un attacco eroico di massa (campagna di Pisapia).
d) La compatibilità dei social media con l'elettorato è influenzato dal diverso orientamento
che le parti politiche mostrano nei confronti dell'uso dei social media, anche a causa della loro
composizione socio-demografica. La mobilitazione dei giovani più su un versante che sull'altro
tende a potenziare l'efficacia dei social media, che i giovani sentono come media privilegiati

Un sondaggio Ipsos mostra la limitata incidenza del web come risorsa di informazione e
partecipazione politica; mostra inoltre che persone di diverso orientamento politico tendono più o
meno verso il web, e l'orientamento maggiore è tra gli elettori del Partito Democratico.
Dunque possiamo affermare che i social media diventano una straordinaria risorsa i animazione
politica quando:
• I media tradizionali risultano largamente mono-orientati o screditati;
• Vi sono in gioco interessi e identità forti, che lottano per emergere in una situazione di
difficoltà, contro altre forze fino a quel punto prevalenti;
• E' presente una cultura politica orientata di per sé alla partecipazione più che alla delega, sia
essa di tipo politico, mediatico o sociale.
In questo tipo di contesti l'uso propagandistico, organizzativo e partecipativo dei social media può
dimostrarsi molto efficace, anche se di per sé non garantisce trasformazioni radicali, che sarebbero
messe in gioco dall'utilizzo delle culture partecipative anche nelle fasi che seguono al conflitto
elettorale o rivoluzionario.

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Capitolo 4. Controllo, identità, governo di sé. Un approccio foucaultiano ai social media

Faucault non si è mai occupato di digitalizzazione ma negli ultimi anni della sua vita ha dedicato
attenzione al governo della società e di se stessi.
Vedremo, attraverso il suo metodo e le sue tematiche, come è utile il Web 2.0 nelle sue dimensioni
sociali. [NB: i sociali media sono, per le scienze della comunicazione, contesti discorsivi, abilitati
da determinate interfacce e attivi fra persone in contesti sociali più ampi.]
Vedremo 3 aspetti della ricerca di Foucault riguardo i social media:
- Il rapporto tra potere e controllo sociale;
- il dire di sé;
- il rapporto tra diritto di parola e verità nei contesti democratici.

4.1 Surveillance, interveillance

Nel passaggio dai media ai social media il rapporto tra media e potere si è rovesciato: i mass media
sono infatti esempi di un controllo sociale basato sui contenuti, sui “colli di bottiglia” della loro
diffusione, sulla capacità i deformare le notizie plasmandole ideologicamente; ma difetta la capacità
di controllo sul pubblico e sul singolo ricevente.
Il Web 2.0, invece, rende molto complessa la capacità di controllo sui contenuti; esso mette a
disposizione una crescente capacità tecnologica di controllo sugli utenti.
Non sempre la capacità di surveillance tecnologica sugli utenti è messa in relazione con la tendenza
politica delle società occidentali ad accentuare il controllo sulla cittadinanza e a potenziare la
burocratizzazione.
Foucault a metà anni '70 parla della svolta tra il potere di sovranità tipico delle monarchie di
ancien régime e il potere di disciplina delle società postilluminsite. Nel primo caso tra sovrano e
suddito esiste un legame tale per cui il primo è socialmente e stabilmente visibile mentre i secondi
lo diventano solo nel momento in cui viene messo in discussione il potere sovrano. Dunque il
suddito appartiene al re, come l'intero Stato. A ciò Foucault contrappone il regolamento di una
istituzione totale (il carcere minorile) in cui la disciplina si configura come controllo preventivo u
ogni momento e atto del suddito, che diventa dunque visibile mentre oscuri e remoto si fa il potere,
già burocratizzazzato in istituzioni come carceri, esercito.
Nel Web 2.0 con la possibilità data all'utente di intervenire, agire, comunicare e lasciar tracce si
costituisce la rete come luogo del potere disciplinare. Il Panopticon, carcere a cui Faucault fa
riferimento, è la metafore del web e del suo lato oscuro di dominio.
Soggetti del controllo → negli apparati moderni sono sia le istituzioni (scuola, esercito...) sia
i cittadini. Si tratta spesso di un controllo potenziale.
Tecniche di controllo → la scrittura permette di sorvegliare attraverso processi i istruzione,
registrazione, archiviazione. Senza la scrittura non sarebbe pensabile il potere moderno. Il potere di
disciplina si esercita su abitudini, comportamenti, idee dei cittadini ed esse sono sempre visibili, a
differenza dei soggetti del potere. Quindi la scrittura di norme, la fissazione di esse e la loro
applicazione sono fondamentali: è un potere che si manifesta nella prevenzione e non nella
repressione.
Oggetto del potere → costituito dall'astrattezza delle abitudini e delle convinzioni. Ciò che
interessa al potere moderno è un'insinuazione continua che permea tutte le istituzioni. L'oggetto del
potere è l'individuo come ingranaggio ma anche destinatario dell'azione; come controllore e
controllato.

4.1.1 Soggetti

I soggetti attivi nella sorveglianza sulla rete sono di 3 tipi:

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a) le tradizionali istituzioni politiche, la cui forza repressiva è palese nei paesi non
democratici. Anche le democrazie applicano i controlli sulla rete in forma poliziesca, ma essi sono
vincolati da leggi che proteggono la privacy dei cittadini e garantiscono la libertà di espressione. Ma
i meccanismi di controllo preventivo rimangono attivi.
b) agenzie non istituzionali, come le grani aziende attive sulla rete (Google, Fb...) che
garantiscono i dati dei naviganti e possono utilizzarli per interessi commerciali, sia cedendoli. Esse
sono soggette a leggi ma le potenzialità d'uso delle info di cui dispongono vanno spesso al di là di
ciò che può essere verificato per potere politico. Il rapporto tra le agenzie e i poteri istituzionali è
complicato: va dalla pacifica convivenza al conflitto. Le aziende possono essere accusate di
proteggere o non i propri utenti. Questi soggetti esercitano un ruolo di controllo che per la prima
volta nelle società umane non viene limitato dalla legislazione tipica.
c) gli utenti stesi. Le forme specifiche di potere riguardano sia rapporti verticali tra
istituzioni e cittadini, sia rapporti orizzontali nella famiglia, agenzie di socializzazione, rapporti di
genere, ruoli. Le potenzialità di sorveglianza diventano quindi una forma implicita di relazioni tra
soggetti sociali. Mai come oggi i soggetti sono sottoposti a una pressione comunicativa che non li
lascia mai soli, almeno virtualmente. Questa forma di surveillance orizzontale alla quale molti si
espongono può essere definita come la modalità di adattamento a tale pressione.
Secondo Foucault i cittadini si sottomettono volontariamente al potere e ne assumono la
forma relazionare nei propri comportamenti per una ricerca di sicurezza, ciò porta a rinunciare alla
propria libertà in cambio di rassicurazioni sulla propria vita e il proprio benessere. Oggi
l'esposizione sulla rete di noi stessi ci appare come il prezzo da pagare per la possibilità di avere a
disposizione relazioni, info, immagini e pensieri di altri: il controllo degli altri su di noi è ripagato
dal controllo che noi esercitiamo sugli altri. L'interveillance diventa la forma specifica di
comportamenti comunicativi e relazionali definiti da Habermas “azioni strategiche”, cioè orientate
al raggiungimento di benefici soggettivi attraverso la relazione che assume una forma strumentale.
Foucault: se il controllo degli altri una forma relazionale quasi naturale nella distribuzione
dei poteri s cui si basa una società disciplinare, allora una cittadinanza libera e consapevole implica
la conoscenza profonda delle opportunità tecniche offerte dalle tecnologie e dai poteri sociali,
comprese le forme di dominio che possiamo subire e esercitare?

4.1.2 Tecniche

L'intera ragnatela del Web è una tecnologia identificatoria: ogni passo condotto fuori dal “dark
web” (zona protetta e oscura) lascia tracce precise, come ricerche su Google, localizzazione su
Social networks. Nemmeno la scrittura di cui parla Foucault è solo una tecnologia del controllo ma
piò essere anche usata x diari privati, libri scolastici...; per lui il controllo disciplinare non è
pensabile senza la scrittura.

4.1.3 L'oggetto del controllo

Per Foucault l'anima dell'individuo moderno è plasmata attraverso istituzioni disciplinari come
scuola, esercito, ospedale... L'obiettivo è dare istituzioni funzionali a una società che si avvia a
diventare una società di massa; al tempo stesso i cittadini hanno bisogno di regole che consentano
loro una vita organizzata e civile. Secondo Foucault la nascita dell'individuo moderno è una
costruzione disciplinare e il prodotto di una pressione sociale e non come un processo di
liberalizzazione delle società premoderne.
La società della rete assomiglia parzialmente a quella analizzata da Foucault: alcune istituzioni
essenziali delle seconde sono state messe a dura prova dalla modernità. Il ruolo della scuola è infatti
messo in discussione dalla literacy tecnologica, che vede i giovani “naturalmente” alfabetizzati e i
più anziani spiazzati dal loro ruolo di guida. La pressione di una economizzazione della società ha

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messo in crisi le culture più tradizionali, sostituendo alla complessità dei saperi il pensiero unico del
neoliberalismo, facendo del mercato l'unica possibile metafora delle conoscenze e delle pratiche
culturali. Quindi il controllo del web si esercita sugli atti dell'utente, interpretati come azioni con un
valore economico: ogni atto dell'utente in rete è anche un atto comunicativo, oltre che economico.
Es → Utente che carica video su YouTube: atto comunicativo ma anche generatore di
traffico e può essere monetizzato. [schema pag 137]
Possiamo dire che l'utente delle reti è oggetto del controllo in quanto genera flussi di info su di sé
che sono trasformati in merce, e conseguente capitale informativo. E' l'altra faccia della libertà
espressiva garantita dal web, ossia la possibilità di sfuggire ai tradizionali colli i bottiglia
dell'industria culturale grazie alla disintermediazione, spesso evocata come l'asset principale della
rete.

4.2 Il “dire di sé” sul Web 2.0

Non vi è mai stata nella storia dell'umanità una tale esposizione alle relazioni comunicative come
nell'era del Web 2.0. Non sempre questo tipo di relazioni sono di tipo funzionale, ma a volte sono
relazioni atte a far provare piacere del comunicare, più che l'utilità.
Foucault mette in evidenza l'opposizione tra espressione libera e narcisismo di massa, riportando il
discorso ai limiti entro i quali l'autobiografia si realizza in rete. Dalla metà degli anni '70 Foucault
lavora sulla sessualità e sugli atti riflessi di verità, cioè al “dire di sé”, ciò che Barthes definisce “il
fascismo della lingua”, perchè “obbliga a dire”.
Secondo Foucault i discorsi sulla sessualità sono obbligatori nelle società moderne; l'esempio a cui
lui fa riferimento è la pratica della penitenza a partire dal concilio di Trento. Ma mentre la
dichiarazione sul tema della sesso trova nella confessione un atto di nascita, ne è così per il “dire di
sé”. Quest'ultimo tema trova i fondamenti nell'età classica, in Grecia e a Roma, dove il rapporto tra
maestro e discepolo ne sono un esempio: nella maggior parte dei casi (Grecia) il maestro parla al
discepolo, ma ci sono anche casi di auto-esame o di confessione all'altro. Da qui in poi l'Occidente
riscontra nelle tecnologie del sé una costante nella costruzione del soggetto.
Quando sono all'opera le tecnologie del sé si crea un particolare frame: uno spazio, dei ruoli, un
sapere e delle azioni. Questo frame è vincolante nel suo insieme: nessuno degli elementi ha lo steso
significato al di fuori di esso ed è impensabile che il frame stesso sia attivo se viene contestato o
messo in crisi uno dei suoi elementi. Dunque gli “atti riflessi di verità su di sé” hanno un ruolo di
modellazione sociale che costituisce condizioni vincolanti in due sensi: spinge a dire di sé come
condizione di miglioramento della propria esistenza; suggerisce di dire in una certa modalità, per
cui il soggetto parlante adotta forme già date, iscritte in una cornice. Le varie forme sono distinte
nell'obiettivo che esse si prefiggono: psichiatra per tornare alla normalità, confessione per rientrare
nella grazia di Dio.
In passato, invece, il dialogo maestro discepolo portava al cambiamento di quest'ultimo grazie a
specifiche indicazioni che venivano offerte. Quindi le tecnologie del sé possono portare a:
- Un controllo normalizzante;
- Un deliberante governo di sé.
Nell'era del Web 2.0 la relazione comunicativa non è un incontro interpersonale ma una forma di
relazione mediata. Le piattaforme sono infatti un luogo specifico (come lo studio dello psichiatra o
confessionale) ma svolgono anche la funzione di interfacce, dotate di conoscenze e abilità
specifiche, che forniscono strumenti ai vari utilizzatori suggerendo come e cosa dire. Si tratta della
construction éditoriale: una retorica che l'utente utilizza, di cui da un lato si impadronisce e
dall'altro si attene. In questo spazio offerto dai social network. In questo spazio offerto dai social
network gli utenti incontrano sia specialisti che altri utenti, peculiarità delle nuove tecnologie de sé.
Ciò che non cambia in questo panorama è la piattaforma tecnologica, nella sua anonimità, la quale
utilizza le ns info per scopi estranei al ns benessere e alla ns crescita.

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L'incremento de dire di sé rischia di essere limitativo se non si pone attenzione al come e al perché
di questo dire non dal punto di vista delle motivazioni soggettive, ma da quello più generale del
dispositivo. Quando raccontiamo di noi è indifferente la retorica che usiamo, soprattutto se essa
appare messa a disposizione del pubblico.

4.3 Il “dire la verità” è il paradosso della democrazia

La funzionalità delle specifiche forme comunicative della rete rispetto alla democrazia oscilla tra:
- chi ritiene che la rete sia solo una deriva della “sfera pubblica” on line.
- chi ritiene che vi sia spazio, attraverso la rete, per nuove forme di democrazia diretta → fin
dalla nascita delle BBS (anni '70) si sviluppa l'utopia di una cittadinanza attiva online. Negli anni
'90, a seguito di alcuni avvenimenti appare chiaro che aprire la rete significa metterla disposizione
anche di chi persegue scopi non legali; chiuderla significherebbe bloccare una nuova forma di
partecipazione democratica e di libertà individuale. Chi sostiene la potenzialità democratica dei
social media sottolinea due aspetti:
a) l'ampliamento dei soggetti che possono partecipare alle decisioni in tempo reale;
b) l'aumento della disponibilità di informazioni che creano empowerment per il cittadino,
potenziando le sue possibilità di partecipazione alla sfera pubblica e ai processi decisionali.
Tutti questi elementi pongono alcune questioni rilevanti:
1. il controllo sempre più complesso della qualità delle info;
2. l'aumento delle “notizie” irrilevanti.
Il tema foucaultiano utile in questa questione è la parresia: l'atto di dire la verità in contesti sociali
formali che viene agìto da soggetti “vocati”. Il tema è legato all'antichità classica, prima a Atene e
poi all'impero romano. La paressia costituisce il fulcro della società in cui l'individuo preferisce
dire la verità in pubblico anche a rischio della propria vita; ciò non fa altro che arricchire la società
nel suo complesso. Ma i pericoli sono evidenti come i vantaggi: se per Platone questa libertà
conduce a realizzare le proprie decisioni e governare come uno crede; per Isocrate questa libertà di
parola costituisce un pericolo per la democrazia perché nasce il rischio che siano ascoltati coloro
che agiscono per follia o per i propri interessi. Esistono quindi:
– una parresia buona → esercitata da chi è evocato da essa;
– una parresia cattiva → esercitata da chi non ne ha il diritto morale.
Nel testo Costituzione degli Ateniesi l'autore descrive Atene come una città in cui le decisioni non
sono prese dai migliori ma dai più numerosi con gravi conseguenze per la città. Si può notare quindi
l'opposizione tra pochi/tanti e tra migliori/peggiori. La riflessione sulla parresia nella società
classica operata da Foucault ci à strumenti importanti per guardare alle relazioni tra Web 2.0 e
democrazia.
Spesso il contrasto tra sostenitori e critici della rete risiede nel fatto che i critici sottolineano la
quantità di inutili o infondati commenti presenti nel dibattito politico-culturale su web, mentre i
sostenitori esaltano la quantità degli stessi come qualcosa di essenziale per mantenere in vita la
democrazia in rete. Alla luce della riflessione foucoltiana si può sottolineare che la responsabilità
significa impegno a dire il vero, a rischiare l'impopolarità, ma anche a orientare la propria opinione
attraverso la ricerca e l'indagine.
Dunque possiamo osservare uno dei paradossi del Web 2.0: la separatezza fra la sua diffusione in
quanto strumento di accesso al dibattito pubblico e la consapevolezza con cui esso viene utilizzato
dagli utenti. E' noto che il numero dei oggetti che accedono alla rete e ai suoi punti di dibattito e di
interazione comunicativa è assai più ampio di quello dei soggetti che partecipano attivamente.
Abbiamo perciò una riproduzione del meccanismo pochi-molti, ossia la costituzione di un piccolo
numero di soggetti che reclamano attenzione pubblica sulle proprie opinioni, info e contenuti
prodotti a fronte di un vasto numero di soggetti che assistono o si disinteressano. Ma questo

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meccanismo non fa sì che l'élite “parlante” coincida con quella dei migliori, perciò le violazioni, gli
abusi, le menzogne sono in rete così come le testimonianze veritiere.
Se riflettiamo sul linguaggio ci rendiamo conto che quello carnevalesco e sbeffeggiante è vincente
anche se non può essere considerato un linguaggio costruttivo e nemmeno un linguaggio della
verità.
Se si fa della democrazia una questione quantitativa ma anche qualitativa allora i social media sono
sono né più né meno democratici di qualunque altra arena pubblica, con zone più democratiche e
altre meno democratiche. Bisogna però sottolineare che solo la presenza del dibattito in rete basta a
far essere la rete uno strumento democratico e nulla toglie che un cittadino poco attivo in rete sia un
cittadino capace di azione politica. Quindi il Web 2.0 può esse uno efficace strumento di
democrazia, ma non è un luogo più democratico di un altro.

4.4 Conclusioni

Accogliere metodo e domande foucoltiane significa ridefinire alcune questioni: il dibattito tra
libertà e potere sul web può trasformarsi in indagine sulle forme specifiche dell'inevitabile potere
della società delle reti. L'approccio all'esplosione autobiografica si traduce in una domanda sulle
modalità e le condizioni del “dire di sé” a partire dalla pressione sociale a esercitarlo.

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