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Due prospettive a confronto sulla post-verità: il “nuovo realismo” e

la semiotica
Stefano Traini

Che si parli di classiche bufale create ad hoc per varie ragioni (hoax), o di propensione ad aderire a teorie
anche in contrasto tra loro, o di prevalenza di logiche emotive, o di una pluralizzazione dal basso
dell’informazione, o di una potenzialità retorica della comunicazione a fini manipolativi, la post-verità
indica sempre una tendenza ad alterare la realtà dei fatti attraverso forme comunicative che deforma-
no e distorcono. Post-truth, per gli Oxford Dictionaries, è “an adjective defined as relating to or denot-
ing circumstances in which objective facts are less influential in shaping public opinion than appeals to
emotion and personal belief”: un aggettivo che viene usato con sostantivi come politics, world, era, age.
Come ha sottolineato Giovanna Cosenza (2018, p. 19), qui il prefisso post non indica qualcosa che arri-
va dopo (come in post-bellico), ma qualcosa che ha perso rilevanza, qualcosa che non ha più il signifi-
cato e il valore positivo di una volta. Cosenza ricorda che secondo gli Oxford Dictionaries il suo primo
uso risale a un articolo del drammaturgo Steve Tesich sullo scandalo Iran-Contras, pubblicato nel
1992 su The Nation: alcuni funzionari del governo Reagan erano stati accusati di traffico illecito d’armi
con l’Iran per finanziare la guerriglia dei Contras contro il governo filocomunista del Nicaragua, e Te-
sich aveva definito post-truth world quello in cui si tollerano traffici illeciti e menzogne. Nel 2004 lo scrit-
tore americano Ralph Keyes pubblica il libro The Post-Truth Era, ma la parola raggiunge il suo massi-
mo picco di frequenza nel 2016, in occasione del referendum con cui gli elettori inglesi decidono di
uscire dall’Unione Europea (la cosiddetta Brexit) e in occasione dell’elezione di Donald Trump alla
presidenza degli Stati Uniti. Coloro che nel Regno Unito sostenevano la permanenza nell’Unione Eu-
ropea (il Remain) e coloro che nelle presidenziali americane del 2016 sostenevano la candidatura di Hil-
lary Clinton attribuiscono la vittoria degli avversari alla diffusione di fake-news sui social media. Si ri-
prende e si diffonde, quindi, quell’idea di post-truth world lanciata da Steve Tesich nel 1992 e approfon-
dita teoricamente da Ralph Keyes nel 2004, e così l’espressione post-truth viene proiettata nell’olimpo
dei termini più in voga.
La definizione degli Oxford Dictionaries pone chiaramente da un lato i fatti oggettivi (objective facts) e
dall’altra una post-verità basata sulle emozioni e sulle credenze personali. Più o meno sulla stessa linea,
il Vocabolario Treccani definisce in questo modo la post-verità: “Argomentazione caratterizzata da un
forte appello all’emotività, che basandosi su credenze diffuse e non su fatti verificati tende a essere ac-
cettata come veritiera, influenzando l’opinione pubblica”. Anche qui viene posta da un lato la realtà
oggettiva dei fatti e dall’altra un’informazione basata sull’emotività e sulle credenze diffuse. Ma davve-
ro è possibile immaginare una verità assoluta, oggettiva e corretta a cui si contrappone una comunica-
zione emotiva, deformante e sostanzialmente falsa? Come vorrei mostrare di seguito, i «nuovi realisti»
e i semiotici rispondono a questa domanda in modi parzialmente diversi, e sulla post-verità e le fake-
news hanno posizioni con specifiche peculiarità.

1. Il “nuovo realismo” di fronte alla postverità

Nel suo libro Postverità e altri enigmi (2017), Maurizio Ferraris interpreta la post-verità come il dilagare di
una comunicazione fuorviante, deformante, falsa, e ritiene sia un fenomeno rilevante della contempo-
raneità che può aiutare a cogliere l’essenza della nostra epoca, come il capitalismo ha costituito
l’essenza dell’Ottocento e del primo Novecento e i media sono stati l’essenza del Novecento maturo.
Innanzitutto, Ferraris ricostruisce le radici culturali (e filosofiche) del fenomeno sostenendo che la post-
verità sia una degenerazione del postmodernismo, che sia cioè la popolarizzazione del principio fon-
damentale del postmoderno secondo il quale “non ci sono fatti, ma solo interpretazioni” (Nietzsche)1.
La proliferazione del falso sarebbe arrivata, quindi, dopo un’onda lunga di discredito del vero 2. Ma a
parte la questione della legittimazione filosofica della post-verità, è interessante il modo in cui Ferraris
analizza gli aspetti sociali e materiali di questo fenomeno.
Secondo Ferraris la struttura profonda che ha consentito l’esplosione della post-verità è la documedialità,
termine che fonde l’importanza dei documenti nel mondo sociale (atti, notizie, foto, ecc.) e la forza
mobilitante dei nuovi media e in particolare del web3. Se il postmodernismo ha elaborato le premesse
culturali della post-verità, la documedialità ha posto le sue premesse materiali. Sono cinque, secondo
Ferraris, i tratti fondamentali che determinano la connessione tra documedialità e post-verità4. La vira-
lità: in effetti il mondo del web si caratterizza per una crescita vertiginosa delle interconnessioni, con
una dinamica dai-molti-ai-molti che supera la vecchia dinamica televisiva dall’uno-ai-molti. La persistenza: i
documenti (notizie, commenti, profili, like, foto) galleggiano nel web senza una contestualizzazione
temporale e per un tempo indefinito. La mistificazione: è facilissimo creare identità fittizie e simulacri
per comunicare in rete. La frammentazione: dal broadcasting (una fonte per moltissimi destinatari) si passa
al narrowcasting, con comunità di ricezione e di discussione molto ristrette e quindi anche più chiuse.
L’opacità: spesso nel web è difficile accertare l’autorialità e le responsabilità, si entra quindi nel regno
del “si dice”, caratterizzato da quella che viene chiamata “nebbia contestuale”. Questo sarebbe l’humus
che favorisce la diffusione delle fake-news, notizie cioè che non hanno basi solide, verifiche su dati,
controlli specialistici.
Alla base di questa tendenza c’è quella che Ferraris chiama atomizzazione del tessuto sociale: un tessu-
to composto per lo più da monadi, individui o microcomunità che si rappresentano sul web attraverso
post, notizie, profili, foto, contatti, selfie, mail. Milioni di persone – in modo isolato – comunicano per
affermare la propria identità ed esprimono le proprie ragioni non più allineandosi a un partito, a una
chiesa, a un’istituzione, a un’ideologia, come accadeva in passato, ma da sole e con il solo riscontro del
web. (Ferraris 2017, p. 113)5 A questo proposito Eli Parisier (2011) ha mostrato come nel web l’offerta
di informazioni sia sempre più profilata, con algoritmi che riproducono e amplificano i nostri desideri
in base al comportamento e alle scelte di navigazione che operiamo. Anziché essere luogo del free
speech, del free access e del pluralismo, il web tende a cementificare le nostre conoscenze e a confermare i
nostri pregiudizi (confirmation bias), cancellando dal nostro orizzonte informativo visioni alternative che

1 “Contro il positivismo, che si ferma ai fenomeni: ‘ci sono soltanto fatti’, direi: no, proprio i fatti non ci sono,
bensì solo interpretazioni. Noi non possiamo constatare alcun fatto in sé; è forse un’assurdità volere qualcosa del
genere”. F. Nietzsche, Frammenti postumi, 1885-1887, 7 [60], in Opere complete, vol. 8/1, Adelphi, Milano, 1990.
2 Nel suo Manifesto del nuovo realismo (2012) Ferraris approfondisce e critica le caratteristiche filosofiche del post-

modernismo.
3 Sulla documentalità, prerequisito della documedialità, cfr. Ferraris (2009).
4 Ferraris (2017, pp. 75-78).
5 L’ipotesi dell’atomizzazione sociale sembra una riedizione della vecchia teoria ipodermica, che vedeva gli indi-

vidui come atomi isolati in balìa delle suggestioni dei mezzi di comunicazione di massa. Una teoria ampiamente
superata dai paradigmi di ricerca sui media successivi. Cfr. Wolf (1985, pp. 17-27).

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possano mettere in discussione la nostra pregressa conoscenza del mondo. Si tratta del fenomeno delle
camere di risonanza sul web (echo chambers): echo chamber è una metafora per evocare la ripetizione delle
idee in un ambiente claustrofobico, impermeabile alle sollecitazioni6. È come se – scrive Ferraris – per
controllare la veridicità di una notizia comprassimo più copie dello stesso giornale. Sembra paradossa-
le, ma è un po’ quello che facciamo tutti noi quando navighiamo per il web7. Tom Nichols (2017) ha
mostrato come lo sviluppo del web, nonostante abbia consentito la diffusione di una quantità smisurata
di informazioni, non ha favorito lo sviluppo di una conoscenza scientifica e razionale: abbiamo assistito
piuttosto al sorgere di una sorta di egualitarismo narcisistico in virtù del quale tutti pretendono di di-
battere con chiunque alla pari. Gli esperti (medici, professori, specialisti) non sono più visti come figure
competenti cui affidarsi, ma come odiosi rappresentanti di un sapere elitario e sostanzialmente inutile.
L’atomizzazione, la frammentazione, la viralità, le camere di risonanza, il bisogno di essere riconosciu-
ti dai propri simili (si pensi ai like), il bisogno di esprimere l’indignazione e più in generale le emozioni,
la morte dell’expertise e l’egualitarismo narcisistico: sono questi i principali tratti sociologici e psicolo-
gici che alimentano il fenomeno della post-verità.
A Ferraris la discussione sulla post-verità serve per difendere, se non altro in negativo, la nozione di
verità su cui si basa il suo “nuovo realismo”, quindi contro certe posizioni ermeneutiche che il concetto
di verità lo hanno invece molto depotenziato (Vattimo 2009). Ferraris definisce la verità come
“l’incontro fra ontologia ed epistemologia operato dalla tecnologia” (2017, p. 127) Da un lato c’è l’ontologia (la real-
tà), dall’altro c’è l’epistemologia (quello che si può dire sulla realtà), in mezzo c’è la tecnologia, cioè le ope-
razioni che possono mettere in collegamento queste due sfere (osservazioni, analisi, ma anche perce-
zione). In un barattolo ci sono dei fagioli che hanno un certo peso (ontologia); lo metto su una bilancia
(tecnologia); enuncio la frase “il barattolo pesa 100 grammi” (epistemologia)8. Se fossimo negli Stati
Uniti – dove vige un altro sistema – diremmo che il barattolo pesa tre once e mezza. La verità è dun-
que una mesoverità, una verità che è mediazione: è il risultato tecnologico del rapporto tra ontologia ed
epistemologia. La verità così concepita sarebbe assoluta quanto all’ontologia (la realtà), relativa quanto
alla tecnologia (gli strumenti di verifica). Ed è proprio in quell’area di mediazione tecnologica che Fer-
raris concentra la sua attenzione, ritenendo che la verità sia il risultato di un’attività pratica di analisi e
di verifica9. Lo strato ontologico è dunque “portatore di verità”, la tecnologia è il “fattore di verità”
che si incarica di indagare lo strato ontologico, e l’epistemologia svolge la funzione di “enunciatore di
verità” (truth teller). Ma come facciamo a stabilire se certe tecnologie ci portano alla verità o alla falsità?
Secondo Ferraris sono gli effetti a garantire questa verifica. Come diceva William James, sono vere
quelle idee che possiamo assimilare, convalidare e verificare; le idee cui non è possibile fare tutto que-
sto sono false. Quindi Ferraris da un lato trova nell’ontologia l’ancoraggio solido per il suo realismo e
per un concetto forte di verità a cui opporre i fenomeni di post-verità; dall’altro, in linea con la rifles-
sione pragmatista, sostiene che di fronte a diverse ipotesi di verità, l’ipotesi valida debba essere stabilita
sulla base degli effetti, e quindi attraverso un processo di verifica che coinvolge la comunità.
Vale la pena ricordare che Ferraris aveva cominciato a esporre queste tesi in un articolo pubblicato su
Robinson, il supplemento letterario della Repubblica10, in cui la sua posizione faceva da controcanto a
quella di Alessandro Baricco, il quale esponeva invece un punto di vista assai critico nei confronti del

6 Una ricerca pubblicata da Scientific reports del 2016 (Echo Chambers: Emotional Contagion and Group Polarization on
Facebook) ha mostrato come i gruppi chiusi su Facebook tendano a ignorare informazioni discordanti rispetto alle
proprie convinzioni, accettando solo quelle conformi.
7 Secondo Giovanna Cosenza (2018), però, sui social media si entra in contatto anche con chi non la pensa come

noi, e quindi con idee alternative (si veda lo studio del Pew Research Center, “The Political Environment on
Social Media”, di M. Duggan e A. Smith, http://www.pewinternet.org/2016/10/25/the-political-environment-
on-social-media/).
8 L’esempio è in Ferraris (2017, pp. 129-130).
9 Lorusso rileva giustamente, però, che non è chiarissimo cosa Ferraris intenda con questa terza dimensione tec-

nologica: si oscilla infatti tra un’accezione letterale (le tecniche sarebbero la stampa, il web, la televisione, la ruo-
ta, ecc.), e un’accezione molto più ampia che coincide con la mediazione interpretativa tout court, nel qual caso la
dimensione tecnologica andrebbe però a coincidere con quella epistemologica (Lorusso 2018, p. 91).
10 Maurizio Ferraris, “La verità sulla post-verità”, Robinson - la Repubblica, 30 aprile 2017.

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concetto di post-verità11. Secondo Baricco in concetto di post-verità altro non è se non la reazione
dell’élite politica e culturale di fronte alle trasformazioni tecnologiche e culturali che riguardano il
mondo dell’informazione. Ricorda Baricco che per secoli c’è stata una élite che filtrava l’informazione
decidendo cosa fosse vero. Con la rivoluzione digitale (ultimi vent’anni) questo “controllo” è venuto a
mancare, le fonti si sono moltiplicate, e abbiamo assistito quindi a una “sovrapproduzione di verità”.
Non riuscendo più a detenere il “monopolio della verità”, le élite politiche e del sapere hanno reagito
denunciando l’avvento di un mondo in cui le leggende stanno prendendo il sopravvento sui fatti in una
sorta di passaggio epocale, e coniando quindi l’espressione post-verità. In altri termini, di fronte a un
nuovo statuto della verità difficile da controllare, le élite si sarebbero costruite un alibi. Le notizie false
ci sono sempre state, dice Baricco, ma la novità è che i vecchi “guardiani del sapere” hanno perso il
loro potere. La verità, secondo Baricco, è sempre connessa alle strategie narrative. Non ci sono da una
parte i fatti e dall’altra lo storytelling: tutto ciò che è reale – e quindi vero – è composto di fatti e narra-
zioni, che sono inscindibili. Mentre Ferraris quindi – nella prospettiva del “nuovo realismo” – cerca un
ancoraggio della verità nell’ontologia per poter definire il falso, Baricco lega la verità agli effetti di nar-
razione e alle strategie per il mantenimento e per la conquista del potere, in un’ottica politologica e
testualista molto vicina alla sensibilità della semiotica. Del resto vale la pena ricordare che mentre i
progressisti americani attaccavano Trump per le fake-news da lui diffuse, lo stesso Trump, stanco delle
fake-news prodotte dai suoi avversari, allestiva un suo Tg su Facebook, condotto da Kayleigh McEna-
ny, voce storicamente allineata alla Casa Bianca, e dalla nuora Lara Trump, moglie del figlio Eric. Il
Tg si chiama “Real News” – il che dovrebbe far riflettere i “nuovi realisti” – e viene registrato nella
TrumpTower, il grattacielo di famiglia.

2. La prospettiva semiotica

Nel suo libro Postverità (2018), Anna Maria Lorusso ricorda – contro certe versioni caricaturali del
postmodernismo (fatte anche da Ferraris) – che per la semiotica l’idea che esistano dei fatti è assodata,
ma l’idea che i fatti possono essere rappresentati così come sono è ingenua. Per la semiotica strutturale i
fatti non precedono i discorsi, ma ne sono l’esito. La verità, in quest’ottica, è costruita dai discorsi.
L’ipotesi è che non ci sia una referenzialità precedente al senso, a partire dalla quale il senso verrebbe
generato: la referenza è concepita come un effetto di discorso, un effetto di senso. Greimas (1983) ha spo-
stato l’accento dalla “verità” agli “effetti di veridizione”, ponendo l’attenzione su come la verità viene
costruita all’interno dei testi12. In questa prospettiva l’effetto di verità è il risultato di una serie di strate-
gie discorsive che fanno emergere il piano della realtà descritta (il presunto essere). Noi tendiamo a
pensare che da un lato vi sia un oggetto della realtà, poniamo la nebbia, e che dall’altro vi sia il lin-
guaggio che si riferisce con parole e espressioni a questo oggetto. E invece l’ipotesi semiotica è che il
linguaggio contribuisca a costruire la realtà. Nei pressi dell’Indonesia c’è una nebbia molto fitta dovuta
a strani e complessi fenomeni atmosferici. La nominazione di questo fenomeno è decisiva: se la si
chiama fog (o smog) diventa un problema ecologico e bisogna spendere molti soldi per eliminarla; se la si
chiama haze, cioè nebbiolina, allora non ci sono problemi e la gente può sopravvivere lo stesso. Questo
esempio di Ulrick Beck è riportato da Paolo Fabbri (2017), il quale commenta: “La definizione, il no-
me che si sceglie per definire il medesimo fenomeno, provoca delle conseguenze fortissime, di modo
che, a ben vedere, la realtà che il linguaggio costruisce non è più la stessa.” (ibid., p. 163) Le lingue tra-
ducono la realtà, con effetti che possono variare in termini di efficacia e con ricadute pratiche che pos-
sono essere anche molto pesanti. Il concetto di corrispondenza referenziale lascia il posto quindi a
quello di transduzione, ossia traduzione tra diversi sistemi segnici.
Il discorso vale anche per i media. Infatti in un’ottica semiotica non c’è da un lato la realtà e dall’altro
il racconto mediatico che la rappresenta così com’è. I media traducono (anzi transducono, direbbe Paolo
Fabbri) la realtà con i propri mezzi, le proprie tecniche e i propri obiettivi. Ma il movimento è bidire-

11 Alessandro Baricco, “La verità sulla post-verità: perché questa definizione è infondata”, Robinson - la Repubblica,
30 aprile 2017.
12 Cfr. anche la voce “veridizione” in Greimas e Courtés (1979).

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zionale: le rappresentazioni mediatiche infatti influenzano la realtà, che si riflette in esse per modificar-
si, in un circuito speculare ben descritto da Eric Landowski (1989). A questo proposito Ferraris ricon-
duce il fenomeno della post-verità ai nuovi media, e in effetti – come abbiamo visto – alcuni caratteri
della post-verità sembrano riconducibili alla documedialità; ma Lorusso mostra in modo efficace come
non vi sia una cesura nel panorama mediatico contemporaneo, quanto piuttosto un’evoluzione nel
segno della continuità dalla fine degli anni Ottanta ad oggi. Negli anni Ottanta si comincia a parlare di
tv verità e programmi come Telefono giallo, Chi l’ha visto?, Un giorno in pretura promettono incursioni nella
realtà e nei problemi quotidiani della gente. È l’epoca in cui si sperimenta l’infotainment – crasi di infor-
mation e entertainment – e Umberto Eco parla di “neotelevisione” descrivendo programmi che nel tenta-
tivo di abbattere la distanza con il pubblico mettono in scena salotti, telefonate in diretta, scenografie
domestiche, emozioni13. Con i reality (Grande Fratello) – nuova declinazione della tv verità – si vuol dare
l’idea di rappresentare la vita così com’è, ma peculiari elementi metatestuali (confessionali, televoti, ecc.)
svelano una grammatica dello spettacolo molto articolata. Soprattutto, imperversa una verità emotiva
che si fonda sulla messa in scena dei sentimenti in una retorica dell’autenticità che si consolida sempre
più. Da lì si arriva all’odierna real tv, con programmi (come quelli di Real Time) che hanno come pro-
tagonisti persone qualunque, seppure con connotazioni particolari: super-grassi, super-magri, giovani
incinte, persone con ossessioni varie, ecc. La televisione, nelle sue varie declinazioni della tv verità, ha
così legittimato la rilevanza pubblica del privato: ha valorizzato la sfera dell’intimo e del privato con le
sue passioni e i suoi sentimenti, elevandola a parametro di autenticità e veridicità. Nello stesso tempo
ha legittimato i saperi quotidiani, banali, pratici: alla cultura specialistica degli esperti ha sostituito i
saperi individuali, acquisiti da soli, improvvisati. Ha sostituito l’esperto con il neofita, e quindi con la
gente. Gli effetti di realtà, dice giustamente Lorusso, non nascono con i social media e con il web, ma
germinano nella televisione degli anni Ottanta e attecchiscono nelle nuove forme della comunicazione
mediale del Duemila.
La semiotica interpretativa ha un’analoga concenzione della realtà sebbene con sfumature diverse.
Anche in questo paradigma la realtà è fondamentale – Peirce la definiva Oggetto Dinamico e pensava
fosse il primo motore della semiosi –, ma poi – sottolinea Lorusso – resta inattingibile perché viene im-
pregnata di interpretazioni. Non ci sono da un lato i fatti e dall’altro le interpretazioni, ci sono sempre
fatti interpretati. Anche le realtà scientifiche, che sembrano neutre e oggettive, vengono costruite entro
schemi interpretativi particolari e attraverso pratiche di laboratorio, strumenti, tecnologie, modelli,
lessici e convenzioni14: “I fatti non sono tali a monte, ma sono tali a valle di qualcosa, di pratiche e in-
terpretazioni che consentono loro di emergere”. (ibid., p. 76) I fatti – insiste Lorusso – sono tali perché
vengono fatti, vengono fabbricati con il lavoro interpretativo e assumono modi di esistenza particolari
all’interno di universi culturali e valoriali diversi. Non si può pensare, quindi, che i fatti siano il para-
metro per valutare la verità delle interpretazioni, perché i fatti sono “fatti e interpretazioni”. Le inter-
pretazioni, dal canto loro, sono filtrate e valutate dalle comunità. Le comunità filtrano le interpreta-
zioni e le teorie, ne valutano l’adeguatezza e la solidità, ma le valutazioni sono sempre passibili di revi-
sione. La verità, quindi, lungi dall’essere granitica, è il risultato di accordi che sono sempre parziali e
rivedibili (Peirce). Ecco perché il tanto invocato fact checking come metodo per sanzionare le fake-news
non può funzionare: i fatti senza interpretazioni sono inattingibili e il fact checking non può che risolversi
in un controllo di altri testi, di altri discorsi, di altre interpretazioni.
Cosicché rispetto alla realtà e alla verità la semiotica strutturale e la semiotica interpretativa convergo-
no. Per la semiotica strutturale la verità è costruita dai linguaggi ed è il risultato di strategie discorsive
che la fanno emergere. Per la semiotica interpretativa la verità è il risultato di accordi sociali attorno a
mediazioni interpretative che vengono filtrate dando origine a conoscenze piuttosto stabili. Lorusso
insiste molto su questo aspetto, e conclude il suo libro affermando che ragionare sulla verità significa
mettere alla prova i legami sociali, i filtri, i saperi e le convenzioni di una società. Il primo grande con-
tributo della semiotica al dibattito sulla post-verità consiste proprio nel riportare l’attenzione sulle atti-
vità di filtro e di controllo della Comunità. Con l’avvento dei nuovi media e del web le dinamiche di

13 Cfr. Eco (1983).


14 Si vedano gli studi di Bruno Latour, citati da Lorusso (2018, pp. 72-77).

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selezione e di verifica delle informazioni si stanno riassestando, e questo riassestamento impone una
riflessione sul funzionamento dei media e sulla formazione delle conoscenze. Nella valutazione delle
verità entra in gioco un piano etico e politico che riguarda la condivisione dei saperi e i legami socia-
li15.
Ma c’è di più. Le conoscenze – che sono quindi “regolarità interpretative” – si consolidano, si cristal-
lizzano, si naturalizzano, e vanno a costituire un sapere che la comunità tende a considerare indubitabi-
le. Le interpretazioni stabilizzate tramite accordi sociali tendono a diventare, cioè, convinzioni fuori
discussione, verità naturalizzate. Oggi si pensa che la carne faccia male e questa è una convinzione molto
diffusa16. Ma non è una verità assoluta: è materia di accordo sociale, e infatti qualche decennio fa non
si pensava che la carne fosse nociva e non è detto che tra qualche decennio lo si pensi ancora. Le verità
dipendono da assunzioni culturali cristallizzate nonché da strategie discorsive particolari, e Roland
Barthes lo aveva intuito con lucidità, visto che in modo pionieristico aveva prefigurato una disciplina –
la semiotica appunto – in grado di smascherare e svelare visioni del mondo (ideologie) apparentemente
naturali, ma in realtà storiche e culturali. Così se da un lato ci sono le classiche bufale (hoax), dall’altro
abbiamo comunicazioni più subdole che con particolari retoriche veicolano visioni del mondo storiche
e culturali come se fossero naturali. Vale la pena provare a vedere dei casi in una prospettiva semioti-
ca, perché sotto il termine-ombrello “post-verità” si annidano fenomeni comunicativi anche molto di-
versi tra loro.

3. Tre casi e alcune costanti testuali

[1] Nel 2016 negli Stati Uniti ha cominciato a circolare in rete l’ipotesi che una pizzeria di Washington
DC, il Ping Pong Comet, fosse al centro di una rete internazionale di pedofilia riconducibile a Hillary
Clinton e al suo capo della campagna presidenziale John Podesta. Il loro scambio di mail con il pro-
prietario della pizzeria per l’organizzazione di una raccolta fondi è diventato in pochi giorni la prova
di un’organizzazione criminale con risvolti satanisti17. Tutto è cominciato su una piattaforma di condi-
visione di immagini virali, 4chan: qui nel mese di ottobre alcuni utenti hanno usato la notizia delle mail
rivelata da Wikileaks per imbastire la teoria del traffico di bambini. La voce è stata poi rilanciata su
Reddit dai cospirazionisti pro-Trump sul canale r/the Donald, su Facebook, su twitter e su vari finti siti di
news. La notizia è sostenuta dal figlio del generale Michael Flynn, che diventerà consigliere per la Si-
curezza nazionale. Vari altri coinvolgimenti della Clinton in giri di prostituzione erano stati rilanciati
su Breitbart, il sito creato da quello Steve Bannon che Trump sceglierà come capo stratega della Casa
Bianca. Si tratta di una bufala, ma domenica 4 dicembre 2016 un giovane padre del North Carolina,
Edgar Maddison Welch, accecato dalla rabbia per i traffici di pedofilia che avverrebbero in quel loca-
le, entra nella pizzeria di Washington DC e comincia a sparare con il suo fucile. Per fortuna non ci
sono vittime e l’uomo viene bloccato. Importante registrare che dopo l’arresto di Welch l’odio contro
la pizzeria Ping Pong non si è placato, anzi ha cominciato a girare la voce che l’uomo fosse in realtà un
attore ingaggiato per deviare l’attenzione dalla rete di pedofili. Raffaella Menichini, nel riportare la
notizia su la Repubblica (8 dicembre 2016), dice che si tratta di un caso esemplare di fake-news.
[2] Il 22 novembre 2017 la Commissione attività produttive del Consiglio regionale dell’Abruzzo ap-
prova all’unanimità una risoluzione del M5S che chiede il blocco immediato e definitivo
dell’esperimento Sox nei Laboratori nazionali del Gran Sasso. Questo a seguito di una campagna di
(dis)informazione che ha coinvolto il web e i social media ed è culminata in un servizio televisivo tra-
smesso da “Le Iene” in cui si paventava la contaminazione, attraverso l’acqua captata nel Gran Sasso,
di un territorio vastissimo, nonché di gran parte del Mar Adriatico. Gianfranco Bertone, direttore del
centro di fisica astroparticellare dell’Università di Amsterdam, è intervenuto per dire che si è trattato di

15 Cfr. Lorusso (2018, p. 136).


16 L’esempio è di Lorusso (2018, p. 93).
17 Raffaella Menichini, “Dalle bufale social al panico reale. Così una falsa notizia diventa cronaca”, la Repubblica,

8 dicembre 2016.

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una deformazione grottesca della realtà18. A dispetto del servizio delle Iene, che si apriva con le imma-
gini del disastro nucleare di Fukushima, Bertone chiarisce che quello del Gran Sasso è un piccolo espe-
rimento di fisica delle particelle che serve a studiare i neutrini. La potenza termica in gioco sarebbe
uguale a quella di un ferro da stiro, un milione di volte inferiore a quella di un reattore nucleare, e il
tutto sarebbe sigillato in un’armatura a prova di impatto, incendio, allagamento e terremoto.
[3] Il 23 marzo 2018 è uscito su la Repubblica un articolo dal titolo “Quell’isola di plastica ormai è un
continente” (scritto da Elena Dusi). Vi si parla dell’“isola di plastica del Pacifico”, una “zuppa” (così
viene definita) “in cui galleggiano 1,8 trilioni di frammenti di plastiche varie, 80mila tonnellate in tota-
le, intrappolate e trasportate dalle correnti oceaniche in un’area ovale di 1,6 milioni di chilometri qua-
dri: tre volte la Francia”. Nel testo si specifica che la rilevazione precedente, che risale al 2014, “aveva
misurato una massa di spazzatura pari a un sedicesimo di quella odierna”. L’isola (o la zuppa) si è ad-
densata: “e chissà che un giorno non ci si riesca davvero a camminare sopra”, aggiunge il giornalista.
Viene specificato che si tratta di una ricerca della fondazione olandese Ocean Cleanup, che ha pubbli-
cato i risultati su Scientific Reports19. Dal punto di vista del metodo, si specifica che la Ocean Cleanup ha
attraversato la “zuppa del Pacifico” in lungo e in largo con 18 imbarcazioni che trainavano reti in su-
perficie, e ha completato la sua perlustrazione con due voli aerei per catturare con sensori particolari e
telecamere a infrarossi i frammenti più grandi di mezzo metro.

Il primo caso esemplifica le fake-news bufala (hoax): si tratta di solito – ha fatto notare Gianfranco Mar-
rone (2017) – di microstorie slabbrate, frammentarie, appiccicaticce, con problemi di struttura, di coe-
renza e quindi di verosimiglianza. Proliferano anche per mancanza di verifiche: che non dovrebbero ri-
guardare l’adeguatezza con il reale, ma appunto la verosimiglianza interna. Il secondo caso esemplifica le
fake-news di ambito scientifico. Rientrano in questa tipologia casi come la cura Di Bella e la cura Sta-

18 Gianfranco Bertone, “Il caso Gran Sasso. Quel danno a un’eccellenza nazionale”, la Repubblica, 2 dicembre
2017. Ho preso le informazioni sul caso da questo articolo.
19 L. Lebreton, B. Slat, F. Ferrari et alii, “Evidence that the Great Pacific Garbage Patch is rapidly accumulating

plastic”, Scientific Reports, 8, Article number 4666, 22 march 2018.

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mina, ma anche i movimenti anti-vaccini presenti in tutto il mondo. In questi casi le strategie retoriche
sono più sofisticate: si utilizzano allarmismo, catastrofismo e argomentazioni cospirazioniste ad alto
impatto emotivo talora sostenute da enunciatori installati nel testo con funzione legittimante. Il terzo
caso rientra in quell’ampio spazio della infosfera caratterizzato da comunicazioni che con precise stra-
tegie narrative e discorsive fanno sembrare assodate, necessarie, fuori discussione, naturali, conoscenze
e visioni del mondo (ideologie) che invece sono storiche e culturali e pertanto sempre passibili di revi-
sione. Dietro alla comunicazione sulla nocività della carne c’è anche la neo-ideologia del salutismo e
più in generale dietro a molta comunicazione sul cibo c’è la vecchia ideologia che immagina un ritorno
mitico alla natura. Dietro alla comunicazione sulle isole di plastica negli oceani c’è anche la neo-
ideologia dell’ecologismo e più in generale dietro a molta informazione sui cambiamenti climatici tra-
pela la nuova ideologia dell’ambientalismo. Dietro alla comunicazione anti-tecnologica (contro la Re-
te, per esempio) c’è spesso in agguato l’ideologia del passatismo, e più in generale dietro alla comuni-
cazione che si scaglia contro le forme del progresso c’è la sempreverde ideologia del declinismo, che
riaffiora in ogni epoca con sembianze nuove e insidiose. Dal punto di vista retorico questi casi sono
estremamente subdoli perché, come aveva rilevato Barthes, non si tratta di comunicare una falsità, ma
di propugnare una verità come necessaria e naturale, nascondendo la sua origine storica e culturale.
In generale, quello che emerge è che ci troviamo di fronte a un fenomeno complesso, composito, arti-
colato, e che occorrono diverse prospettive disciplinari per farne un’osservazione accurata. Nei tre casi
presentati entrano in gioco tutti quei caratteri della comunicazione di cui abbiamo parlato e che ri-
guardano una sociologia dei media: la viralità del web, le mistificazioni tipiche della rete, il narrowca-
sting, l’opacità che produce una “nebbia contestuale”, le echo chambers. Inoltre vi sono a monte aspetti
che riguardano il contesto culturale all’interno del quale tali fenomeni proliferano. Ma in questa sede
vorrei accennare ad alcune costanti testuali delle fake-news su cui la semiotica può far luce con i suoi
strumenti.
Inizierei con la componente emotiva, che determina sensazionalismo e allarmismo. Del resto è la caratteri-
stica messa in evidenza proprio dai Dizionari quando provano a definire la post-verità. Nel caso [1] si
gioca molto sui contenuti: le notizie infatti combinano criminalità, pedofilia e satanismo, un mix ad
alto impatto emotivo. Nel caso [2] un esperimento scientifico a bassissimo rischio viene fatto passare
come potenzialmente catastrofico: il servizio delle Iene si apre con le immagini del disastro nucleare di
Fukushima. Nel caso [3] il noto problema delle microplastiche presenti nei mari si trasforma in un
problema di proporzioni inaudite: si parla di una “zuppa” (quindi di macroplastiche) che si estende su
una superficie grande quanto tre volte la Francia. Le indicazioni quantitative, che nell’articolo di Scien-
tific Reports sono caute e predittive, su la Repubblica diventano esorbitanti e certe: 1,8 trilioni di fram-
menti di plastiche varie, 80mila tonnellate in totale, in un’area ovale di 1,6 milioni di chilometri qua-
dri. La componente emotiva si realizza con paragoni visivi e lessicali ad alta carica enfatica. Recente-
mente Stefano Bartezzaghi20 si è soffermato su un esempio lessicale e ha fatto notare che quando ven-
gono trovate delle armi, negli articoli di cronaca nera si tende a scrivere che è stato trovato un “vero
arsenale”, anzi un “vero e proprio arsenale”. Il “vero”, qui, rientra proprio nella retorica della cosid-
detta post-verità: avendo il termine “arsenale” – nel suo significato di “quantità abbondante di armi” –
perso la sua carica enfatica, è necessario dire “un vero e proprio arsenale” per continuare a rappresen-
tare quella “realtà aumentata” ad alto impatto emotivo tipica del discorso mediatico. Probabilmente,
nota Bartezzaghi, l’arsenale di cui si parla è un semplice deposito d’armi, non è né “vero” né “pro-
prio”, ed ecco un buon esempio di come il “vero” assume paradossalmente il significato di “falso”. Si
veda a questo proposito il modo in cui nell’articolo [3] sulle isole di plastica vengono forniti i dati: 1,6
milioni di Km2 la sua estensione (tre volte la Francia); 1,8 trilioni i frammenti di plastica di cui è composta;
250 frammenti per ogni essere umano sulla terra; 80 mila le tonnellate di plastica galleggianti, un peso
pari a 500 jumbo. Le modalità informative e i paragoni si basano sul principio del “vero e proprio” enfa-
tico di cui parla Bartezzaghi. E l’infografica non fa che accentuare questo effetto di caricamento pate-
mico.

20 Stefano Bartezzaghi, “Vero e proprio”, la Repubblica, 28 luglio 2018.

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Le comunicazioni di cui stiamo parlando presentano tutte un costitutivo “effetto-nebbia” che semplifica e
disorienta. La mia ipotesi è che questo effetto di vaghezza si ottiene attraverso precise strategie di spa-
zializzazione e di temporalizzazione. Nel caso dell’esperimento scientifico si combinano lo spazio ctonio del
Gran Sasso con il pericolo di contaminazione del Mare Adriatico, mescolando aree difficilmente assi-
milabili viste le distanze geografiche. Anche nel caso delle isole di plastica abbiamo una spazializzazio-
ne molto vaga: si dice che l’“isola” è localizzata tra California e Hawaii e apprendiamo che è solo la
più grande fra le cinque sparse negli oceani. Un’infografica individua la zona segnandola in rosso, ma
con confini tratteggiati molto sfumati, mentre l’indicazione delle dimensioni è impressionante (1,6 mi-
lioni di chilometri quadrati: “tre volte la Francia”). In seguito la spazialità si allarga notevolmente:
“Frammenti di questo materiale sono stati trovati in Artide, Antartide e in fondo alla Fossa delle Ma-
rianne, nel plankton, negli stomaci dei pesci e in quelli del 90% degli uccelli marini”. La descrizione
procede anche su un asse della verticalità (superficie/profondità): si dice infatti che “l’analisi di Ocean
Cleanup si è fermata alla superficie. Le sue reti hanno raccolto soprattutto rifiuti in polietilene e proli-
popilene. Il resto (il 40% della plastica che produciamo) è più denso dell’acqua e destinato a finire negli
abissi, sfuggendo ai nostri conteggi ma non alla catena alimentare”. I dati sulla massa e sulla sua collo-
cazione sull’asse superficie/profondità sono importanti perché chiamano in causa il problema della
visibilità. Non è chiaro, infatti, quanto questa massa così enorme e così densa sia visibile. Se si parla di
1,8 trilioni di frammenti e di 80 mila tonnellate di plastica galleggianti, se si parla di un “gigantesco
agglomerato” e di una “zuppa galleggiante” grande quanto tre volte la Francia, il fenomeno dovrebbe
essere ben visibile: invece l’unica foto che viene riportata è quella di una rete trascinata lungo l’isola di
plastica, e il suo contenuto è modestissimo (qualche frammento, due o tre oggetti: nulla, a fronte di
un’area oceanica ampia quanto tre volte la Francia). Così se da un lato il discorso offre una rilevante
figurativizzazione attraverso la descrizione scritta (macroplastiche, reti, zuppe), dall’altro la riduce dra-
sticamente, evocando la proliferazione di microparticelle difficili da quantificare, da vedere, da descri-
vere. Il lettore attento resta disorientato di fronte all’esposizione di un problema di proporzioni enor-
mi, ma di fatto invisibile agli occhi.
Un’altra costante dei casi esaminati è il tono apocalittico, che genera quell’effetto di catastrofismo che è
tipico delle moderne fake-news. Il tono apocalittico si genera attraverso procedure di temporalizzazio-
ne che tendono a collocare le conseguenze in un futuro imminente (ma in termini sufficientemente
vaghi). Nel caso del Laboratorio del Gran Sasso si evoca un disastro nucleare. Nel pezzo sulle isole di
plastica viene chiamato in causa un enunciatore qualificato, Stefano Aliani, ricercatore dell’Istituto di
scienze marine del Cnr, il quale nella sua dichiarazione innesca una temporalizzazione orientata verso
un futuro apocalittico specificando che si tratta di “materiali che spesso per degradarsi impiegano cen-
tinaia di anni. Noi li produciamo in massa da circa cinquant’anni. Questo dovrebbe darci un’idea del
futuro che ci attende”. In questo caso i riferimenti temporali a un futuro apocalittico vengono delegati
a un enunciatore che serve a legittimare il discorso: si tratta di una tecnica enunciativa che va valutata
caso per caso. Anche il riferimento alla pubblicazione di Scientific Reports dovrebbe legittimare
l’argomentazione, ma – senza entrare nello specifico – possiamo dire che in diverse parti dell’articolo
scientifico si allude a discrepanze evidenti tra osservazioni e dati previsionali (es.: “Despite an in-
crease in the GPGP mass estimate, a great discrepancy between predicted and observed ocean pla-
stic concentrations remains”), ma sia nel sito ufficiale di Ocean CleanUp sia nell’articolo di Repubblica
le previsioni diventano certezze e i range assai larghi diventano stime precise.
Questi tipi di fake-news si basano sovente sulla strategia del complotto: si presentano informazioni come
“vere” in quanto sono occultate da qualcuno. Insomma la qualità dell’informazione sarebbe garantita
dal fatto che altri organi non ne parlano. In termini semiotici si tratta di solito di costruire un simula-
cro di qualcuno (i “poteri forti”, l’establishment, l’élite, la casta, la classe politica, i mezzi di informa-
zione) che avrebbe dei vantaggi nell’occultare le informazioni, opponendogli il simulacro di qualcun
altro (il giornalista, il blogger, il free lance, l’opinionista, la testata, il sito, ecc.) che attraverso una ricer-
ca mirata svela la “verità”. Questa caratteristica è assai rilevante nel nostro primo caso, laddove ci sa-
rebbe da un lato una classe politica (establishment democratico americano) collusa con pezzi di crimi-
nalità organizzata, e dall’altro dei “disvelatori di verità” (social media strategist, canali privati, blogger,
professionisti di twitter, ecc.). Nel secondo caso viene costruito un simulacro degli scienziati moderni

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che occultano i gravi pericoli di un esperimento attraverso subdole strategie cospirazioniste. A seconda
dei casi, la scienza moderna occulterebbe: i benefici della cura Di Bella, nascondendo gli effetti collate-
rali della chemioterpia; i benefici della cura Stamina, forse osteggiata dalle multinazionali; i pericoli
insiti nelle pratiche di vaccinazione.
Ho accennato ad alcune costanti testuali, ma si tratta solo di spunti che devono essere verificati e ap-
profonditi su un corpus ampio e strutturato. I tre casi qui riportati ci dicono che non sempre le valuta-
zioni si possono fare con la categoria binaria vero/falso: il caso di pedofilia legato a Hillary Clinton
evocato nel primo caso è palesemente falso (hoax), ma nel secondo e nel terzo caso vero e falso si con-
taminano all’interno di strategie discorsive che evocano visioni del mondo: nel secondo caso una certa
cultura antiscientifica e premoderna con una certa dose di declinismo, nel terzo caso un certo ambien-
talismo ecologista che per imporsi deve assumere toni esasperati. Ogni epoca ha le sue ideologie e i
suoi miti – per dirla con Barthes – cosicché se da un lato lo storico della cultura deve sempre ricostruire
la catena di discussioni, ipotesi, prove che ha portato alla definizione di una conoscenza per togliere lo
strato naturalizzante che ha accumulato, il semiologo deve descrivere le strategie narrative e discorsive
con le quali certe comunicazioni nascondono visioni del mondo (ideologie) nuove o sclerotizzate. La
semiotica in questa prospettiva ha ampi spazi di applicazione nonché interessanti opportunità di rilan-
cio: si tratta di superare le classificazioni binarie che vedono la verità da una parte e la post-verità (cioà
la falsità) dall’altra, recuperarando invece le intuizioni che Barthes aveva avuto già alla fine degli anni
Cinquanta – di certo aggiornando la strumentazione teorica – per definire le retoriche e le ideologie
della nostra epoca. Se il “nuovo realismo” è interessato prevalentemente al fondamento ontologico
della semiosi (Ferraris 2017), la semiotica è interessata di più al modo in cui le interpretazioni vengono
selezionate, valutate, condivise, negoziate (Eco 1997). L’interesse viene spostato dal piano ontologico
(cosa sono le cose) al piano epistemologico e gnoseologico (come conosciamo le cose), in una prospetti-
va che tiene conto dell’intersoggettività (Lorusso 2018). Ma soprattutto la semiotica può dare il suo
contributo nel descrivere le strategie retoriche con le quali vengono comunicate le nuove mitologie.

pubblicato in rete il 5 settembre 2018

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